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LEGGENDE DELLA BRETAGNA MISTERIOSA PREFAZIONE DI Gwenc'hlan Le Scouzec ARCANA EDITRICE Titolo dell'opera originale: Histoires et lgendes de la Bretagne

mystrieuse Traduzione dal francese di Maria Magrini Prima edizione italiana: luglio 1986

INDICE I Bretoni, un popolo di poeti, 9 L'ANKOU E LA SUA FALCE La donna che pass la notte in un ossario, 25 Le lavandaie della notte, 33 Katel Gollet, 39 La storia di Marie-Job Kergunou, 45 L'anima vista sotto la forma di un sordo bianco, 57 La morte invitata a pranzo, 65 La visione di Pierre Le Rn, 69 Il lenzuolo funebre di Marie-leanne, 75 La madre che piangeva troppo suo figlio, 83 Il corpo senz'anima, 89 IL PAESE DEL DIAVOLO Jean l'Or, 97 Le donne e il diavolo, 105 LE PIETRE PIANTATE Le pietre di Plouhinec, 113 Le avventure del pastore e della farfalla, 121 La leggenda della Rocca delle Fate, 129 Carnac, il campo delle "pietre piantate", 131 VIAGGI E INIZIAZIONI La Groac'h dell'isola del Lok, 137 Peronnik l'idiota, 151 MAGIE E MERAVIGLIE La damigella in bianco, 171 Il castello di cristallo, 181 I quattro figli del mugnaio, 189 La fanciulla dalle mani tagliate, 197 La morte del topo, 205 DALLA LEGGENDA ALLA STORIA Il Mago Merlino, 211 Note, 267 Fonti delle fiabe, 275

LEGGENDE DELLA BRETAGNA MISTERIOSA I BRETONI, UN POPOLO DI POETI

I BRETONI SONO UN POPOLO di poeti. Ben lo ha riconosciuto il Medioevo, che si attribuiva soltanto tre fonti d'ispirazione. l'eredit letteraria di Roma, la tradizione di Francia e la materia bretone. Imiti che diedero origine ai romanzi della Tavola Rotonda e i racconti fantastici che ancor oggi si raccolgono nelle campagne armoricane manifestano nel loro singolare sincretismo la sorprendente fecondit d'immaginazione che gli uomini del nostro paese hanno posseduto in tutti i tempi. Ricordo di aver passato nella mia infanzia lunghe ore in una casetta vicino al mare, dove un'adorabile vecchietta raccontava ai suoi piccoli amici delle storie straordinarie. Le improvvisava cos, davanti a noi, partendo da fatti diversi o da qualche vicenda insignificante. Una semplice cartolina postale arrivata dal Marocco le bastava per descriverci nei pi minuti particolari il mercato di Marrakesh brulicante di vita. Una cassa di t gettata sulla spiaggia vicina, relitto di un vascello inglese, diventava sulle sue labbra un'epopea, in cui i marinai affrontavano i doganieri, prima di affrontare, da vincitori, il difficile problema di fare il t... La cara vecchia narratrice aveva il dono di vedere una intera scena scaturire da una semplice parola, e di descriverla: ed questa una capacit comune in Bretagna, e che si perpetua fra la sua gente. Un altro esempio chiarisce bene questa capacit creativa, che si diverte particolarmente a spaziare nel regno del fantastico. Le Braz, nella sua Lgende de la mort, ha rievocato diverse volte la sorprendente figura di un Abate di Bgard, Guillermic, pi conosciuto col nome di Tadig koz, "il vecchio piccolo padre". Questo abate, che visse nel XIX secolo, era considerato dal popolo come un mago benefico, che si sforzava di strappare al demonio il massimo numero di anime cristiane, impiegando pratiche poco ortodosse e invero assai simili a quelle dei suoi avversari. Per questo, dice sempre la tradizione, gli capitava di salire a mezzanotte sul Mn Br per dirvi la messa alla rovescia, dall'ultima parola alla prima, oppure di spedire un fantasma indesiderato al Maraisdes-Enfers, per annegarvelo sotto forma di un cane nero. L'Abate sul Mn Br Anche se questi racconti, come vedremo, si basano su fatti indiscutibili, certo che i fatti obiettivi sono stati trasformati da un lavoro, d'altronde inconscio, di rimaneggiamento, di interpretazione e interpolazione, al punto da acquistare quel senso magico, quella colorazione inquietante, insomma quel loro fascino tutto particolare. Il sagrestano di Tadig koz fu per molto tempo un certo Franois Derriennic, nato a Pommerit-Iaudy nel 1837. Ora, una sera che insieme al suo abate stava chiudendo la chiesa - era ancora l'antica abbazia dei Cistercensi, oggi distrutta - Derriennic si fece coraggio e interrog il prete a proposito delle pratiche di cui lo accusavano i parrocchiani. Perch nelle notti di tempesta se ne andava con un asino carico di libri sulla cima del Mn Br? Naturalmente, la brava gente di Bgard, e in particolare le anime pie, si preoccupavano delle evidenti conclusioni a cui questi fatti sembravano condurre: l'abate Guillermic celebrava delle messe nere. Tadig koz condusse allora il suo sagrestano davanti al grande crocifisso di fronte al pulpito e l, solennemente, prese Cristo a testimonio: "Biskoaz, Franois, n'em eus laret an oferenn fall! (Giammai, Francesco, io ho detto la cattiva messa!)" In realt l'abate Guillermic si dedicava a osservazioni scientifiche. Era in rapporto con diversi studiosi e si interessava alle manifestazioni delle forze della natura, in particolare, pare, ai

fenomeni di elettricit meteorologica. Questo bastava perch i suoi parrocchiani facessero di lui uno stregone. Cos questo pio religioso, che il suo sagrestano teneva per santo tanto era scrupoloso nel recitare l'uffizio, diventato nell'immaginazione dei suoi compatrioti uno strano personaggio, a met fra il diavolo e il buon Dio. Sono debitore al nipote di Franois Derriennic di aver potuto ristabilire la verit.1 Questa verit ha un grande interesse per noi, perch ci consente di cogliere dal vivo il processo che conduce alla formazione delle leggende, almeno di qualcuna di esse. In fatti non tutte hanno la stessa natura n la stessa origine. Alcune risalgono senz'altro a miti assai antichi; altre sembrano sorgere spontaneamente da temi ancestrali e come preesistenti nello spirito dei loro creatori. E a loro volta condizionano gli uomini che le ascoltano e le trasmettono: impongono taluni tipi di comportamento, talune strutture mentali; orientano il pensiero verso l'una o l'altra maniera di interpretare i fatti. Un retaggio inutile? A questo punto dobbiamo dunque domandarci quale influenza queste leggende conservino oggi sulla mentalit del popolo bretone. In altre parole, che cosa pensa oggi la gente delle sue antiche credenze? le ha deliberatamente ripudiate come un inutile retaggio del passato o al contrario le conserva, con l'ostinazione che siamo soliti attribuire al popolo bretone? Gli incontri che ho potuto fare nelle campagne, le conversazioni che ho avuto con la gente mi hanno fruttato al proposito risposte diverse. Per alcuni bretoni, si tratta solo di residui di una condizione sociale ormai superata, e spesso aborrita, della quale conviene non preoccuparsi e di cui per lo pi non si parler senza un moto di fastidio e talvolta di collera. Un moto che non senza ragione: si sono troppo utilizzati i korrigan, le fate e i dolmen per dipingere il bretone coi tratti di un essere semplice, ingenuo, un po' infantile e dotato di uno sviluppo intellettuale insufficiente. Questi racconti sono serviti a popolare la Bretagna di uomini un po' tonti creando di conseguenza, nonostante il loro stesso contenuto, un mondo tutto di maniera di brava gente piuttosto ritardata. L'espressione pi caratteristica di questo atteggiamento si trova nel personaggio, esecrato in tutta la Bretagna, di Bcassine. Tanto si deformata la realt degli uomini e delle tradizioni. Ora, contrariamente a quanto vuol far credere un pregiudizio fin troppo tenace, i bretoni sono uomini avidi di imprevisto e di progresso, sempre disposti ad abbandonare l'ieri per il domani, anche se mollano la preda per la sua ombra. Inoltre, sensibilissimi alla beffa, non ammettono assolutamente il ritratto che si pretende di farne. Questo spiega il rifiuto, frequente nei pi evoluti dei nostri, di una visione neolitica del mondo, nonostante il fascino che indubbiamente possiede e le tracce indelebili che ha lasciato in ognuno di noi. La leggenda di Santa Onenn Capita tuttavia di incontrare qualche vecchio bretone, malizioso e misterioso, che vi racconta una delle storie tradizionali precisando: "Una volta si diceva..." oppure: "Abbiamo sentito dire dai nostri vecchi..." e poi conclude: "Per me, non so..." o: "Magari possibile". Cos il narratore evita il giudizio dello straniero, si sottrae al suo sorriso incredulo, si schiera apparentemente dalla sua stessa parte, riservandosi tuttavia la sua opinione personale. Un procedimento forse analogo consiste nel produrre qualche prova del fatto leggendario,

ma citandola da qualcun altro. E' cos che a Trhorenteuc, nel 1967, un contadino mi raccont la leggenda di Santa Onenn, che viveva, mi disse, "al tempo in cui in Bretagna c'erano i re". Poich questa principessa, sorella di un monarca bretone, in giovent aveva portato al pascolo le oche, la processione che un tempo andava dalla chiesa alla fontana era spesso preceduta, secondo la tradizione ch'egli mi stava riferendo, da tre di questi volatili. Si mettevano spontaneamente in testa al corteo e arrivati alla fontana si schieravano a fianco del prete, ascoltavano la predica, poi riprendevano il loro posto davanti alla croce e di nuovo la precedevano impettiti fino al villaggio. Il mio informatore mi con ferm l'esattezza del suo racconto: "Io non ho visto il fatto" aggiunse; "quando successo, verso il 1950, non mi trovavo a Trhorenteuc, ma tutti l'hanno visto..." Quest'uomo, che non poteva avere pi di una quarantina d'anni, ci teneva a che io credessi alla verit della sua storia, ma nello stesso tempo si rifiutava come testimonio. Le pietre che crescono Un'altra volta, invece, un contadino della stessa et non si perit di varcare i limiti del razionale. Una credenza comune vuole che i megaliti, e persino le pietre delle cave, crescano in altezza esattamente come le piante e gli animali giovani. Un giorno, quando chiedevo notizie di un dolmen a un contadino del Net, non lontano da Saint-Gildas-de-Rhuys, mi sentii rispondere, dopo che m'ebbe dato l'informazione richiesta: "Avete visto la grande pietra crollata nel fosso, venendo da Sarzeau?" "No." "Ah, bisogna vederla, bella e grande... E cresce ancora..." Un silenzio, e poi: "E sono anche venuti, due anni di seguito, a misurarla. Bene, era cresciuta diversi centimetri..." Questo, nel 1965, me lo diceva sul tono della chiacchiera quotidiana, senza alcuna ricerca dell'effetto, come un piccolo avvenimento locale di cui si informa lo straniero senza desiderarne l'approvazione e senza temerne il biasimo. E' difficile, come vedete, fornire una risposta semplice alla domanda che ci siamo posti. Ma probabilmente, come ha detto Per Jakez Helias,2 stato sempre cos: ieri come oggi gli scettici si contrappongono ai creduloni. Su un solo punto tuttavia si ottenuta l'unanimit in tutta la nostra storia: sull'importanza che si deve attribuire ai narratori, sul valore sociale che si deve riconoscere ai bardi e alle loro parole. Secondo le epoche, essi hanno assunto aspetti diversi. Una volta costituivano una delle tre grandi classi di cui si componeva l'ordine dei druidi. In seguito, svolgendo un ruolo oggi ancora mal conosciuto alla corte dei re dell'Armorica, contribuirono a tramandare quel gruppo di tradizioni da cui sorgeranno i romanzi della Tavola Rotonda. In un mondo divenuto strettamente campagnolo, i bardi compaiono sotto l'aspetto di contadini ispirati, che improvvisano interminabili racconti cantati e dirigono le danze con le loro voci alte e nasali, o ancora nelle vesti di straccivendoli, rigattieri o venditori di cianfrusaglie, che portano di villaggio in villaggio fiabe e lamenti popolari. Il Vecchio dei Mari del Sud Anche sull'oceano era presente il bardo, marinaio che ricordava a tutti i costumi e le leggende del mare. Conosceva le regole di certi giochi, come quell'enigmatico e strambo individuo che chiamavano il "Signore del Foutreau"; e ricorda-

va agli uomini, nel momento giusto, le storie della nebbia e della tempesta: la storia, per esempio, del Grand Maloc'h, il vascello che impiega sette anni per virare di bordo e ha un equipaggio formato dai defunti capitani di lungo corso che in vita maltrattarono i loro uomini; le avventure di Giovanni il Marinaio che scese a trovare il Vecchio Pol; la leggenda del "Vecchio dei Mari del Sud", che sale a bordo il settimo giorno quando suona il corno di caccia, per divorare l'assassino che si trova sulla nave.3 In terra come in mare, il bardo l'uomo che sa vedere gli esseri misteriosi che popolano l'universo: come l'Ankou, quando viene a cercare uno dei nostri. I sedentari non conoscevano altra lingua che la bella, la vigorosa lingua bretone, o, al nord del paese, il dialetto gallico. I viaggiatori mescolavano ai loro racconti parole straniere, inglesi, francesi, spagnole, raccattate in tutti i porti del mondo. Oggi, in bretone o in francese, ma forse pi vivi e pi potenti che mai, i bardi scrivono, o cantano, sulle pubbliche scene, per esempio alla radio. Raccontano, piangono, strepitano, ruggiscono, lanciano anatemi. Sono la coscienza del popolo bretone. Continuano brillantemente la linea ininterrotta dei poeti e degli ispirati che con le loro canzoni e le loro fiabe hanno cantato la guerra e l'amore, i sortilegi e i mezzi per spezzarli. Per bocca dei bardi Merlino l'inaccessibile parla e affretta il sogno di tutte le Bretagne, il ritorno di Re Art. Questo patrimonio di leggende, raccolte dagli studiosi di folclore a partire dal secolo scorso, possiede ai nostri occhi un valore incomparabile e sarebbe un grossolano errore vedervi solo un gioco di bambini o un divertimento di esseri primitivi. D'altronde la societ contadina della Bretagna, come si presenta dal Medioevo ai giorni nostri non mai stata simile a un gruppo di trib semiselvagge. In un'opera recente4 Yann Brekilien ha dimostrato quanto, al contrario, questo mondo fosse civilizzato, persino raffinato sotto molti aspetti, regolato da riti precisi, animato dai suoi cantori e dai suoi narratori, nobilitato dalla passione per la danza e dal gusto del teatro. Nell'arte come nell'espressione letteraria esso ha manifestato il suo possente genio creativo e ha prodotto una cultura originale. L'uomo e l'Universo Le leggende che ci ha trasmesso ci rivelano a noi stessi. Vi si osserva subito una non comune intimit fra l'uomo e la natura. Il regno animato e quello inanimato sono separati soltanto agli occhi degli individui pi grossolani, pi ciechi. In realt l'universo appare in tutte le sue parti dotato di una vita cosciente che, pur non essendo sempre manifesta, si svela tuttavia in certe circostanze. Cos nella notte di Natale gli animali parlano il linguaggio degli uomini e chiunque li ascolti a mezzanotte comprende le loro parole. Taluni privilegiati, possono acquisire definitivamente questo potere, purch abbiano camminato sull'erba d'oro. Esistono inoltre altri mondi, oltre a quello abitualmente accessibile agli occhi dell'uomo comune, e si passa senza grande difficolt da questo a quelli. Fate, giganti, korrigan possono pertanto sorgere improvvisamente davanti ai nostri occhi. I personaggi sacri alla fede cristiana, Ges, Sant'Anna, la Vergine e i santi, vengono di frequente in Bretagna, sia che vi appaiano sotto l'aspetto dato alle loro statue, sia che si celino sotto le sembianze di un mendicante in cerca di pane, per mettere alla prova la nostra piet. Nello stesso modo si comporta il diavolo. Non poi cos difficile entrare in rapporti col Vecchio Pol, o con Gwilherm - sono la stessa cosa - poich si tratta

in fondo di un brav'uomo che si presta senza troppa malagrazia ai tiri birboni degli uomini e dei loro protettori, i santi. Mondo di fate, di nani, di giganti; mondo della nuova e dell'antica religione; mondo, pi pagano che cristiano, dell'Ankou (la morte) e dell'A naon (il popolo dei defunti): ecco i mondi che pi comunemente interferiscono col nostro. L'ultimo anche il pi vicino a noi: l'intimit con la morte e coi defunti stretta e costante, la comunicazione facile: i morti ci parlano e ci ascoltano, ci consigliano, ci guidano, o anche esigono il nostro aiuto. Anche qui i limiti sono fittizi, dovuti unicamente all'insufficienza dei nostri sensi. L'universo comune si arresta l dove si smussa l'acutezza delle nostre sensazioni, ma taluni individui - e noi tutti talvolta - possono vedere bruscamente allargarsi il campo della loro percezione, possono vedere l'Aldil venirgli incontro. Gli "avatar" di Merlino Di fronte alla tradizione bretone, il campo sensoriale e razionale che concezione comune del nostro secolo ci appare illusorio e deludente, limitato com' dall'insufficienza dei nostri mezzi fisiologici. Gli sfuggono anche, per i Celti, altri campi del reale e in particolare la mutazione perpetua delle forme, la possibilit insita nell'essere vivente di cambiare totalmente aspetto. Gli oggetti pi comuni, gli animali, le piante, i fiumi, le pietre, tutto ci che esiste pu celare in s un'anima umana. L'individuo - soprattutto colui che possiede la scienza dei misteri - indipendente dal suo involucro fisico: ha la possibilit di staccarsene, esattamente come il corpo pu liberarsi dell'abito che lo ricopre. Si dice che Merlino padroneggiasse questo potere e si mostrasse di volta in volta sotto le sembianze di uno studente di bell'aspetto, di un vecchio saggio, di un taglialegna, di un pastore camuffato, d'un homme sauvage, e persino di un grande cervo, accorso dalla sua foresta fino a Roma. Allo stesso scopo si utilizzano talvolta anche le erbe. Cos Uter Pendragon prende il volto del duca Hol di Cornovaglia, Tristano assume l'aspetto di un orribile ometto. Come nei testi e nei racconti d'Irlanda e del Galles, in questo libro si troveranno numerosi esempi di questa magia delle metamorfosi. Cos la fata dell'isola di Lok trasforma in pesci i suoi mariti e Serpente Verde e Gatta Bianca sono esseri umani stregati. Legioni di esseri, tutti immateriali, siano essi uomini, vivi o morti, maghi del diavolo o di Dio, personaggi mitici o religiosi, geni o divinit, si muovono sotto il mantello delle apparenze, sotto il velo delle forme che essi animano e che non hanno altra realt se non quella che gli prestano in quel momento. Una evoluzione continua anima il cosmo, in cui il cambiamento la norma. E per di pi queste modifiche non si fermano alla scorza: le mutazioni esterne rendono manifeste le trasformazioni interne. La ragione degli avatar attraverso i quali passano i mariti della fata del Lok sta nel fatto ch'essi si sono psichicamente dati in balia della maga, sono divenuti strettamente dipendenti da lei: la metamorfosi qui traduce un sortilegio. Viaggio verso l'assoluto E' quindi d'importanza essenziale, per la nostra tradizione, acquisire il potere necessario per vincere tutti i sortilegi del mondo, insomma il potere di trasformarsi e trasformare senza rischiare di esser trasformati da altri. E' questo uno dei significati della leggenda, interessante anche sotto altri aspetti, di Perronik l'Idiota. L'eroe deve superare tutte le prove allo scopo di conquistare la lancia che uccide e la coppa che risuscita:

e non e questo il simbolo del potere supremo, quello che domina la metamorfosi pi essenziale, la morte? Si giunge qui al cuore dell'universo dei Celti, che siano d'Irlanda o delle due Bretagne. In realt questi grandi viaggiatori hanno adattato la loro vita spirituale all'immagine delle loro esplorazioni. Ne hanno fatto un viaggio verso l'assoluto e hanno ravvisato l'assoluto nel dominio di s e, attraverso questo, del mondo. E tuttavia il cuore della Bretagna resta un giardino segreto, con le porte chiuse. Non vi entra l'uomo qualunque: per penetrarvi bisogna conoscere le strade segrete che vi conducono, le chiavi che aprono le serrature magiche. Dove mai si trova? Ma chiaro, da qualche parte in Brocelianda: perch quella la patria delle nostre tradizioni. E' il regno della Fata Viviana. Nel palazzo in cui essa si aggira, sotto le acque dello stagno di Comper, fu allevato Lancillotto del Lago; ed appunto nei pressi, alla fontana di Barenton, che Viviana incontr Merlino e si innamorarono l'uno dell'altro. Lo spirito dei Celti La strada per arrivare alla sorgente miracolosa non tanto facile da trovare e molti si sono perduti nel cercarla. Forse meglio cos, e Barenton, lontana dalle grandi vie di comunicazione, accessibile solo a chi si intesta di scoprirla, conserva meglio l'incanto tutto particolare che le viene dalla bellezza del luogo e dalla grandezza del suo passato. Una betulla, una quercia e un abete ombreggiano la superficie delle sue acque freschissime dove affiorano grosse bolle di azoto. Accanto, la grande pietra piatta e la celebre scalinata di Merlino: un tempo, aspergendola con l'acqua del luogo si potevano scatenare tempeste e meraviglie. Nel vallone vicino si distinguono ancora le rovine di una cappella e del convento di Moinet, che prese il posto, si dice, di un santuario druidico. Per noi Bretoni questo luogo un simbolo: il simbolo del potere creativo che nostro e che pi volte ha apportato un soffio nuovo nella letteratura europea. Questa sorgente nascosta, conosciuta e frequentata solo dagli iniziati, la nostra quercia di Guernica, emblema della nostra personalit e della nostra originalit. Quando si ricevuto fin dall'infanzia il battesimo bretone, questo mondo misterioso diviene vicino e familiare: lo sentiamo in noi prima di ogni formulazione e, per riprendere le parole di un giovane bardo del nostro tempo, conosciamo per esperienza diretta le prospettive vertiginose delle nostre anime senza freni n limiti, delle nostre anime guerce e sbilenche che vivono pienamente solo al di l delle stelle.5 Ma per chi non ha ricevuto l'iniziazione celtica questi sono orizzonti che danno le vertigini: le leggende di questo libro, raccolte dalla bocca di semplici paesani, consentiranno al lettore di avvicinarvisi un poco. Chi ama le belle storie ne trover qui a saziet. Ma chi, pi ambizioso, vorr conoscere le vie misteriose in cui ama aggirarsi lo spirito dei Celti, vi scoprir forse il segreto del loro errabondo migrare e le porte che conducono ai loro universi multipli e multiformi. Gwenc'hlan Le Scouzec

L'ANKOU E LA SUA FALCE LA DONNA CHE PASS LA NOTTE IN UN OSSARIO ERA LA SERA di una "grande giornata"1 a Guernoter, dove erano riuniti i domestici pi importanti di tre o quattro fattorie dei dintorni. La cena era stata abbondante e largamente innaffiata, come d'uso in tali circostanze. Quando tutti ebbero bevuto e mangiato a volont, fecero cerchio intorno al focolare: gli uomini accesero le pipe, le donne si sedettero ai filatoi e cominci una conversazione generale. Dapprima, inutile dirlo, si parl degli incidenti della giornata, che era stata laboriosa. I contadini di Guernoter, e quelli delle fattorie che erano venuti ad aiutarli, erano partiti verso le tre del mattino per Saint-Michel-en-Grve, un viaggio di cinque leghe: un lungo viaggio, quando si tratta di farlo, al ritorno, spingendo le carrette cariche fino all'orlo di sabbia umida. Naturalmente si parl di cavalli: vantarono lo stallone grigio di Roc'h-Laz, il pi robusto cavallo da stanga che ci fosse nei dintorni; poi il discorso cadde sulle borgate che avevano attraversato quel giorno. Tutti convennero che il miglior sidro d'osteria si beveva dai Moullek, a Ploumilliau. "Sicuro," conferm Maudez Merrien, uno dei "ragazzi" "e se me ne dessero da bere solo una dozzina di boccali al giorno, andrei volentieri a sostituire l'Ankou di Ploumilliau2 per una settimana o due." "Non scherzate cos, Maudez" disse la padrona di casa di Guernoter. "Magari incontrerete l'Ankou pi presto di quanto lo vogliate." Questa riflessione di Marie Louarn bast per orientare la conversazione sul soggetto della morte. Una delle fantesche cit l'esempio di un tale che si era fatto beffe dell'Ervoanic Plouillo e che era stato trovato annegato la sera stessa. "Bah, sono tutte storie di donnette" ridacchi uno dei presenti. "I morti sono morti" aggiunse un altro; "un morto non pu far nulla contro un vivo." "Eppure," riprese la fantesca "se vi proponessero di passare la notte nell'ossario, non parlereste cos forte." Tutti i ragazzi si diedero a protestare in coro. Quando gli uomini hanno un bicchiere colmo sotto il naso, sono pronti a mangiarsi il diavolo con tutte le corna. S, a parole! Perch a fatti non sono altrettanto bravi. Lo si vide bene quella sera, a Guernoter. Yvon Louarn, il padrone, aveva bevuto moderatamente, per meglio ubriacare i suoi ospiti. Si era ritirato nell'angolo del camino e di l ascoltava, piuttosto che parlare. Sentendo i ragazzi che protestavano in quel modo alle parole della fantesca, intervenne. "Ebbene", annunci, fingendo di parlare molto sul serio non sia mai detto che io mi perda una cos bella occasione di mettere alla prova dei giovanotti in gamba come voi. Domani mattina dar uno scudo di sei franchi a quello fra voi che avr il coraggio di passare tutta la notte nell'ossario. I ragazzi si guardarono l'un l'altro con dei risolini forzati, fingendo di prender la cosa come un semplice scherzo. Due o tre si diressero alla porta, come per soddisfare un bisogno urgente. "Andiamo!" insist Yvon Louarn "fatevi sotto! Ho detto uno scudo di sei franchi. Uno scudo di sei franchi da guadagnare in una sola notte! Non si trova spesso una simile cuccagna.

Chi si decide?" Nessuno si decideva. Tutti cercavano una scappatoia. E fu Maudez Merrien che la trov per primo. "Io accetterei la scommessa" disse "se la giornata non fosse stata cos lunga e cos dura. Ma questa sera, mio caro Yvon Louarn, non darei neppure per venti scudi di sei franchi il mio letto di loppa d'avena nella scuderia del Mezou-Meur." E con questo si alz. Gli altri assentirono alle sue parole e si prepararono a imitare il suo esempio. Il padrone di Guernoter stava certamente per lanciargli qualche frecciata quando dal gruppo delle donne si lev una vocetta chiara: "Padrone," diceva la vocina "dareste anche a me, come a uno dei ragazzi, dareste anche a me i sei franchi, se facessi quello che loro non osano fare?" Colei che aveva fatto la domanda era una ragazzina di tredici o quattordici anni, ma cos gracilina, cos minuta che non ne dimostrava nemmeno dieci. La chiamavano Mnik, nient'altro. Non aveva nessun cognome, perch non aveva mai saputo di avere genitori. Era una "figlia dell'avventura". L'avevano raccolta alla fattoria, per piet; e l'avevano fatta lavorare come guardiana delle vacche. Per salario aveva solo il cibo e i vestiti. Di solito non alzava mai la voce alle veglie, dove la mettevano a dipanare il filo che le altre fantesche avevano filato. Faceva il suo lavoro tenendosi da parte, in silenzio: tutt'al pi la sentivano mormorare qualche preghiera, sempre lavorando, perch era molto devota, con l'anima sempre volta alle cose della religione. Grande fu la sorpresa di Marie la fattoressa quando sent Mnik parlare cos a sproposito. "Ma sentite un po' questa smorfiosa!" esclam "Hanno ben ragione di dire che l'avidit di denaro la perdita delle anime! Ecco una disgraziata che per sei franchi si farebbe anche dannare, se la si lasciasse fare!... Non hai vergogna, piccola stracciona che non sei altro?" "Credetemi, padrona, che se guadagner quel denaro non ne far cattivo uso" rispose umilmente la piccola guardiana di vacche. "Ne farai l'uso che vorrai" disse il fattore "purch lo guadagni. Non mi dispiace vedere una ragazzetta come te accogliere una sfida davanti alla quale gli uomini si ritirano. Soltanto, noi ti accompagneremo fino all'ossario, chiuderemo la porta dietro dite e ne uscirai solo domani mattina all'alba, quando verremo ad aprirti." E cos fu fatto, malgrado le proteste indignate di Marie Louarn. L'ossario era pieno di ossa. Ma appena Mnik entr tutte le ossa si ritirarono contro il muro, ammucchiandosi le une sulle altre per farle un posto dove potesse stendersi durante la notte, come nel suo letto. Mnik cominci col mettersi in ginocchio, invoc la protezione delle anime dei defunti poi si coric senza alcun timore sul terreno umido, che aveva odore di morte. Appena si fu distesa, un torpore delizioso invase le sue membra e una musica dolce, lontana cominci ad aleggiare intorno a lei, come per cullarla. La fanciulla non si ricordava pi di essere in un ossario. Era altrove, ma non sapeva dove, in un paese tutto azzurro, tutto azzurro. Non distingueva niente. Cercava di aprire gli occhi per vedere, ma le sue palpebre erano pesanti come se fossero state di piombo. Cos dorm tutta la notte, di un sonno soprannaturale. All'alba fu tutta stupita di trovarsi nell'ossario. La porta

era aperta e il fattore di Guernoter diceva alla ragazzina: "Ecco lo scudo di sei franchi, Mnik. E' tuo: l'hai ben guadagnato." "Vi ringrazio, padrone," rispose la fanciulla. E si diresse alla chiesa con la sua moneta d'argento. Il curato era nel confessionale: Mnik vi and, gli raccont ci che aveva fatto e gli consegn la moneta, pregandolo di dire una messa per l'anima del purgatorio che ne aveva pi bisogno. "Forse" aggiunse "sar uno dei miei genitori sconosciuti che ne trarr beneficio. Per questo ho sempre sognato, da quando ho l'uso della ragione, di avere qualche soldo. Le anime dei defunti lo sapevano. Ecco perch mi hanno protetto la notte scorsa." "Ebbene," disse il curato dandole l'assoluzione "sarai subito accontentata. La messa che ora dir sar la tua." Mnik vi assistette devotamente e partecip alla comunione. Finita la messa, mentre si apprestava, con l'anima leggera, a incamminarsi per Guernoter, incontr sotto il porticato un uomo coi capelli bianchi: sembrava vecchio come la terra e tuttavia aveva il corpo diritto e il passo fermo. Si rivolse alla fanciulla con una profonda riverenza: "Signorina, vorreste portare questo biglietto a Kersaliou?" "Ma certo, venerabile signore" rispose la fanciulla, prendendo il biglietto che l'uomo le tendeva. Il vecchio ebbe un sorriso cos buono, le disse grazie con voce cos gentile che Mnik credeva ancora di vedere quel sorriso e di sentire quella voce mentre si incamminava verso Kersaliou, e mai aveva avuto nel cuore una gioia cos dolce. "Che bell'aspetto aveva!" continuava a pensare. Kersaliou un nobile maniero dal quale dipendeva, prima della rivoluzione, la fattoria di Guernoter. Vi conduce un viale bordato di grandi faggi. Quando la piccola guardiana di vacche vi si inoltr, le foglie dei faggi si misero a stormire, a stormire e quasi a cantare, come se ogni foglia fosse un uccellino. "Non so perch," diceva Mnik fra s "ma mi sembra che oggi stia per succedermi qualche cosa di straordinariamente felice. Ho come il presentimento che l'incontro col vecchio mi porter fortuna." Stava entrando nel cortile di Kersaliou quando si trov faccia a faccia col signore del castello. La fanciulla lo salut cortesemente. "Dove vai cos sola, piccola mia?" chiese il castellano. "Vengo da voi, signore di Kersaliou." "E che cosa vieni a fare da me?" "Vengo a portarvi questo biglietto che mi hanno consegnato per voi." Raccont l'avventura che le era toccata sotto il portico della chiesa, e come il vecchio le fosse sembrato bello, malgrado la sua et. "Lo riconosceresti, se ti facessi vedere il suo ritratto?" chiese il gentiluomo, che a leggere il biglietto era improvvisamente impallidito. "Certo che lo riconoscerei." "E allora vieni." La condusse al castello e la fece passare per tutte le sale. Bench Kersaliou avesse perso molto del suo antico splendore, gli appartamenti avevano conservato un aspetto sontuoso. Ai muri, in grandi cornici dorate, erano appesi i ritratti di illustri personaggi della casata di Kersaliou. L'attuale signore condusse Mnik dall'uno all'altro. Davanti a ciascuno, le domandava: "E' lui?" "No," rispondeva lei "non ancora questo." E cos sfilarono davanti a tutti. Mnik aveva un bel guardare

con attenzione: in nessun ritratto riconosceva l'imponente e venerabile figura del vecchio incontrato sotto il portico. Il signore di Kersaliou rest un attimo in silenzio, con espressione pensosa e delusa. D'improvviso si picchi la fronte. "Seguimi al granaio!" ordin alla ragazzina. Quel granaio era pieno zeppo di una quantit di cose dei tempi passati. C'erano dei vecchi drappi a brandelli, statue mutilate, quadri crivellati di buchi. Il Gentiluomo si diede a frugare fra quei quadri. E via via che li tirava fuori da quel mucchio di cianfrusaglie li passava a Mnik, la quale li spolverava col rovescio del grembiule. "Eccolo!" esclam a un tratto la fanciulla. Aveva riconosciuto i lineamenti del vecchio, bench il colore fosse un po' stinto. "Bene," disse il signore di Kersaliou "ora scendiamo nel mio studio." E l apr un grosso libro in cui erano scritti tutti i nomi dei membri della famiglia; e dopo averlo consultato: "Mia cara Mnik", disse "ascoltami. Il vecchio che hai incontrato sotto il portico era il trisavolo di mio nonno. E morto da pi di trecento anni. Da trecento anni languiva nelle fiamme del purgatorio per mancanza di una messa. E questa messa, bisognava che la pagasse spontaneamente un povero, coi suoi pochi soldi. E proprio quello che hai fatto tu. come testimonia il biglietto che mi hai consegnato e che scritto appunto con la scrittura del defunto. Grazie a te, il mio antenato della sesta generazione stato salvato. E mi incarica di compensarti in un modo degno di lui e di me. D'ora in poi non lavorerai pi in nessun altro luogo se non nella mia casa. Ti prometto che sarai trattata con ogni riguardo. Dimmi soltanto se consenti a ci che ti propongo." La povera piccola guardiana di vacche era cos lontana dall'aspettarsi una tale fortuna, che rest come inchiodata sul posto, incapace di proferire una parola. Ma il signore di Kersaliou indovin facilmente che a renderla cos muta erano proprio la sorpresa e la gioia. Da quel giorno in poi Mnik visse al castello. E vi trov la felicit; come diceva Yvon Louarn di Guernoter, quello scudo di sei franchi se l'era ben guadagnato. LE LAVANDAIE DELLA NOTTE1 I BRETONI SONO FIGLI del peccato, come tutti, ma amano i loro morti; hanno piet di quelli che bruciano nelle fiamme del purgatorio e cercano di riscattarli dal fuoco purificatore. Ogni domenica dopo la messa pregano per le loro anime, l sulla terra dove imputridiscono i loro poveri corpi. E' soprattutto nel mese nero2 che fanno il loro dovere di cristiani. Quando arriva la messaggera dell'inverno3 ognuno pensa a quelli che si sono presentati alla giustizia di Dio: fanno dire delle messe all'altare dei morti, gli accendono candele, li raccomandano ai santi migliori, vanno coi bambini per mano sulle loro pietre tombali; e dopo i vespri il curato esce dalla chiesa per benedirne le fosse. Quella appunto la notte in cui Cristo d loro qualche sollievo e gli permette di tornare a visitare i focolari dove hanno vissuto. Allora i morti sono cos numerosi nelle case dei vivi come le foglie ingiallite sui sentieri del bosco. Ecco perch i veri cristiani lasciano la tovaglia sulla tavola e il fuoco acceso, perch essi possano mangiare la loro cena

e scaldarsi le membra intirizzite al freddo dei cimiteri. Ma se ci sono dei sinceri adoratori della Vergine e di suo Figlio, ci sono anche dei figli dell'angelo nero4 che dimenticano proprio quelli che una volta erano pi vicini al loro cuore. Wilherm Postik era uno di questi. Suo padre aveva abbandonato questo mondo senza aver ricevuto l'assoluzione e, come dice il proverbio, "Kadiou sempre figlio di suo padre".5 E cos si era occupato soltanto di piaceri proibiti, ballava durante il divino uffizio del rosario, quando poteva, e trincava durante la messa con i gardinn6 mercanti di cavalli. Tuttavia Dio non aveva mancato di mandargli degli avvertimenti. Aveva visto morire nello stesso anno, colpite dalla mala aria,7 la madre, le sorelle e la moglie; ma si era consolato della scomparsa delle prime godendosi la loro eredit, e quanto a Katel, aveva detto come tutti i vedovi: Poich non ne ho pi una tutta mia, ho a mia disposizione tutte le altre.8 E cos aveva fatto. Il curato l'aveva ben ammonito durante la predica accusandolo di essere la pietra dello scandalo per tutta la parrocchia; ma questo pubblico ammonimento, ben lungi dal correggere Wilherm, aveva avuto solo il risultato di farlo rinunciare alla chiesa, come era facile prevedere, perch non si fa tornare un cavallo scappato facendo fischiare la frusta:9 e cos il giovanotto si dava bel tempo pi che mai, senza aver pi fede o legge di una volpe della boscaglia. Ora avvenne che i bei giorni estivi volsero alla fine e arriv la festa dei morti. Tutti i cristiani battezzati misero i loro abiti da lutto e si recarono in chiesa a pregare per i defunti; e Wilherm invece si mise gli abiti della festa e prese la via del borgo vicino, dove si riunivano marinai senza religione e ragazze senza onore. In questo luogo malfamato pass tutto il tempo che gli altri dedicavano a pregare per le anime in pena, bevendo vino di fuoco, giocando ai dadi coi marinai e cantando alle ragazze delle canzoncine composte dai mugnai. Continu cos fin circa la met della notte, e pens a ritornare solo quando gli altri si sentirono stanchi di peccare. Quanto a lui, aveva un corpo di ferro per il piacere, e lasci l'osteria per ultimo, non meno fresco e tranquillo di quando vi era entrato. Aveva per il cuore caldo di vino. Cantava ad alta voce per le vie certe canzoni che i pi audaci canticchiano di solito a bassa voce; passava davanti alle croci senza abbassare il tono e senza levarsi il cappello e colpiva a destra e a manca i ciuffi di ginestre col bastone, senza temere di ferire le anime che quel giorno riempivano le strade. Arriv cos a un crocicchio dove si aprivano due vie che conducevano al suo villaggio. La pi lunga era sotto la protezione di Dio, mentre la pi breve era frequentata dai morti. Molti, percorrendola di notte, avevano sentito rumori e avevano visto cose di cui si parlava solo quando si era in tanti, e molto vicini alla pila dell'acqua santa: ma Wilherm non aveva paura che della sete e delle ragazze brutte. Prese dunque la via pi breve, facendo risuonare i suoi stivali sui ciottoli del sentiero. Era una notte senza luna n stelle; le foglie correvano via portate dal vento, i ruscelli colavano tristemente lungo i fianchi della collina, i cespugli tremavano come un uomo che ha paura; e in quel silenzio i passi di Wilherm riecheggiavano nella notte come i passi di un gigante; ma niente lo spaventava, e lui continuava a camminare. Passando accanto al vecchio castello in rovina sent la

banderuola che gli diceva: "Ritorna, ritorna, ritorna!" Ma egli continu il suo cammino. Arriv davanti alla cascata e l'acqua mormor: "Non passare, non passare, non passare!" Tuttavia Wilherm pos il piede sulle pietre levigate dal torrente e lo attravers. Quando arriv vicino a una vecchia quercia tarlata, il vento che soffiava fra i rami ripet: "Resta qui, resta qui, resta qui!" Ma Wilherm passando colp col bastone l'albero morto e affrett il passo. Infine entr nel vallone visitato dalle anime dei morti. A tre parrocchie suon la mezzanotte. Wilherm si mise a fischiettare l'aria di Marionnik.10 Ma nel momento in cui fischiettava il quarto verso sent il rumore di una carretta non ferrata11 e la vide venire verso di lui, coperta da un drappo mortuario. Wilherm riconobbe la carretta della Morte. Era tirata da sei cavalli neri e guidata dall'Ankou,12 che aveva in mano una frusta di ferro e ripeteva continuamente: "Gira via o io ti rigiro!" Wilherm gli fece posto, senza scomporsi. "Che fai tu dunque qui, signore di Ker-Gwen?13" chiese sfrontatamente. "Io prendo e sorprendo" gli rispose l'Ankou. "Sei dunque un ladro e un traditore?" continu Wilherm. "Io sono colui che colpisce senza sguardo e senza riguardo." "Vale a dire uno stupido e un brutale. Allora non mi stupisco pi, bello mio, che tu sia dei quattro vescovadi, perch si pu applicarti tutto il proverbio.14 Ma dove vai oggi, che hai tanta fretta?" "Vado a prendere Wilherm Postik" rispose il fantasma, passando oltre. L'allegro gaudente scoppi a ridere e affrett il passo. Come arriv davanti alla piccola siepe di prugni selvatici che conduce al lavatoio, vide due donne bianche che stendevano i panni sui cespugli. "Perbacco, ecco delle ragazze che non hanno paura dell'umidit della notte" disse. "Come mai siete rimaste fino a cos tardi nel prato, mie piccole colombe?" "Noi laviamo, noi asciughiamo, noi cuciamo" risposero le due donne a una voce. "E che cosa?" domand il giovanotto. "Il sudario del morto che parla e cammina ancora." "Un morto? Perbacco! Mi direte il suo nome." "Wilherm Postik." Il giovanotto rise pi forte di prima e scese per il sentiero sassoso. Ma via via che avanzava sentiva sempre pi distintamente i colpi delle lavandaie notturne sulle pietre della douez:15 e ben presto le vide battere i loro lenzuoli funebri cantando il triste ritornello: Se un cristiano non viene a salvarci fino al Giudizio dovremo lavare. Al chiar di luna, al soffiare del vento, sotto la neve, il sudario bianco.16 Quando videro l'allegro gaudente venire verso di loro, accorsero tutte con grandi grida, presentandogli i loro lenzuoli e dicendogli di torcerli per farne uscire l'acqua. "Un piccolo favore non si rifiuta agli amici" rispose allegramente

Wilherm; "ma una alla volta, belle mie, un uomo ha solo due mani per torcere come per abbracciare." Depose il bastone e prese l'estremit del lenzuolo funebre che una delle morte gli presentava, avendo per cura di torcere dalla stessa parte di lei, perch aveva appreso dai suoi vecchi che quello era il solo modo di non restare schiacciato. Mentre il lenzuolo girava cos, ecco per altre lavandaie circondare Wilherm, che riconobbe in esse sua zia e sua moglie, sua madre e le sue sorelle. E tutte gridavano: "Mille sventure a chi lascia i suoi bruciare all'inferno! Mille sventure!" E scuotevano le lunghe chiome, alzando in aria le loro palette bianche; e in tutte le douz della valle, lungo tutte le siepi, sopra tutte le lande innumerevoli voci ripetevano: "Mille sventure! Mille sventure!" Wilherm, fuori di s, sent drizzarsi i capelli sulla testa; nel suo turbamento scord la precauzione presa fino a quel momento e cominci a torcere il lenzuolo dall'altro lato. In quello stesso istante il lenzuolo gli serr le mani come una morsa, e il giovane cadde schiacciato dalle braccia di ferro della lavandaia. All'alba, mentre passava presso la douz, una fanciulla di Henvik, chiamata Fantik ar Fur, si ferm per mettere un rametto di agrifoglio nella sua brocca di latte appena munto17 e scorse Wilherm steso sulle pietre bianche. Credette che il troppo vino lo avesse fatto cadere e si avvicin con un virgulto di giunco per svegliarlo; ma vedendo che restava immobile si impaur e corse al villaggio per avvertire. Accorsero il curato, il campanaro e il notaio, che era il sindaco del paese; il cadavere fu sollevato e collocato su un carretto tirato da buoi; ma le candele benedette che vollero accendere si spegnevano continuamente e cos tutti capirono che Wilherm Postik era ormai dannato. Per cui il suo corpo fu deposto fuori del cimitero, sotto la soglia di pietra, l dove si devono fermare i cani e i miscredenti. KATEL GOLLET I ORA, QUESTO AVVENNE prima che Art di Bretagna fosse battuto da Giovanni senza Cuore e senza Terra. Il conte Moriss negli anni della vecchiaia viveva ritirato dal mondo nel suo castello di La Roche,1 con una giovane nipote, bella come la luce del sole, che si chiamava Katel. Ma se Katel era bella, si dice che fosse ancor pi pericolosa, non solo per la seducente leggiadria della sua persona, ma soprattutto per la malvagit della sua anima. Il vecchio conte insisteva perch Katel si maritasse, pensando che una leggiadra fanciulla di sedici anni, seducente e leggera come l'ala di un'allodola, era troppo difficile da custodire per un tutore di sessant'anni, che aveva conosciuto soltanto la guerra. Sfortunatamente Katel non intendeva affatto accorciarsi la giovent col matrimonio. Amava alla follia le feste e i piaceri: la danza era la sua vita. Non pensava che a danzare, e alle insistenti sollecitazioni del conte Moriss rispondeva: "Quando trover un bel cavaliere capace di danzare con me per dodici ore, gli conceder il mio cuore e la mia mano." Questa risposta fu divulgata a suon di tromba in tutte le parrocchie del Lon, e ben presto un gran numero di

giovani signori ricchi e di bell'aspetto vennero a vedere la bella fanciulla bruna e a presentare la loro domanda di matrimonio. Katel dava appuntamento a quelli che le piacevano per tale o tale sagra della stagione. In quel tempo, le belle sagre non erano rare nel paese. Si danzava tutto il giorno, e spesso per met della notte. La leggiadra silfide volava, quasi senza sfiorare l'erba, senza riposarsi mai, per cos dire; e quando aveva preso per mano un giovane cavaliere, se quello si lasciava trascinare in balia della maliarda era perduto, perch lei lo affascinava, lo stregava a tal punto che l'imprudente, posseduto dall'incantevole demonio, danzava, saltava, girava, finch spesso morte ne seguiva... Cos la damigella aveva provocato molti lutti nei castelli vicini. La pubblica indignazione, le grida di vendetta che lei stessa poteva ascoltare avrebbero dovuto avvertirla che anche la sua ultima ora era prossima. Ma il suo cuore era duro e lei non voleva cambiare. Di fronte a ci, il signore di La Roche proib a Katel di andare ai balli e la chiuse nella torre, dicendole che doveva restar-vi fino al giorno in cui si sarebbe decisa a sposare uno dei suoi numerosi pretendenti. Ora, Katel aveva un paggio, pi basso del levriero di suo zio e nero come un cervo. Un mattino, prima dell'alba, lo chiam e gli disse: "Dorme, il vecchio Moriss; ma Salan veglia per Katel. Monta a cavallo: le guardie ti lasceranno passare. Prepara la scala flessibile che hai fatto per me e porta questo messaggio al castello di Ploudiry." Un'ora dopo, ai piedi della torre, sotto la finestra da cui pendeva una scala di corda, un bel giovane e la bruna prigioniera salivano sullo stesso corsiero... E ben presto, per le vie ancora buie della grande foresta, il guardaboschi ud un rapido galoppo, e il nano geloso, restato solo ai piedi del torrione, ridacchiava dicendo: "Oggi la sagra della Santa Martire; Salan, la campana a morto suoner per te stasera!..." II Vedendoli arrivare cos alla sagra della Santa Martire, tutti rimasero stupiti e ammirati, tanto erano entrambi giovani e belli. Katel, pi radiosa che mai, present Salan come suo fidanzato a tutta la compagnia. "S," mormorava la gente "fidanzato della danza che inebria e che uccide!" Poco dopo cominci il ballo. Avevano chiamato i pi valenti suonatori di Cornovaglia. Si era riunita una bella e numerosa compagnia, per opera di Katel che prima della sagra aveva mandato in giro molti messaggi per aver pi testimoni del suo nuovo trionfo. In principio si mostr pi calma del solito: dolcemente appoggiata al braccio del fidanzato, si degnava appena di concedergli un po' di respiro facendo qualche ballo con altri. Poi, a met della festa, ci fu uno splendido banchetto. I liquori scorrevano in abbondanza: e verso sera si accesero una quantit di torce tutt'attorno, sotto i grandi alberi. E ricominciarono i balli; gavotta, jabadao, farandola, ridda e passapiede, tutti si succedevano senza tregua n riposo... "Ancora, ancora" ripeteva Katel radiosa, danzando con Salan; "saresti stanco per caso?" "No, no, mai quando sono con te" diceva il giovane, affascinato. E la leggiadra coppia scivolava pi rapida in mezzo agli altri ballerini, che si fermavano per guardarli... Tuttavia Katel si accorse ben presto che il suo cavaliere stava cedendo. "Coraggio" gli disse; "ancora qualche giro e Katel tua." L'insensato, bench allo stremo delle forze, si lanci ancora

una volta nel turbine che lo trascinava suo malgrado. Infine i suoi piedi si fecero pesanti, la sua respirazione divenne faticosa, irregolare e poi ansimante come un rantolo. "Piet, piet!" mormor. "O Katel, o mia adorata... non ti ho... conquistata?" La crudele, quando ud questo lamento, lo abbandon e l'infelice, lasciato solo, si accasci nell'erba fiorita. Nello stesso istante dalla torre suon la mezzanotte. Le torce (torce funebri) impallidirono, poi si spensero una a una... E l accanto, nell'ombra, ridacchiava il nano nero... III "Digi!" esclam Katel gettando uno sguardo sprezzante su Salan svenuto e sui suonatori estenuati "gi stanchi per cos poco!... Per l'inferno! Chi mi dar ballerini e musicanti degni di me?" A questa orribile imprecazione un grande lampadario formato dalle luci sfolgoranti si dondol sotto le grandi querce, il cui fogliame arrossato stormiva, scosso da una brezza di fuoco. Due figure, due fantasmi, comparvero d'improvviso in mezzo al cerchio degli spettatori, che gi si preparavano a fuggire e rimasero invece inchiodati dal terrore. Uno degli stranieri, vestito di rosso sotto un mantello nero, portava sotto braccio un'enorme cornamusa, la cui canna d'aria era formata da una testa di serpente. L'altro, di alta e bella figura, vestito di nero con un mantello rosso, portava sulla testa un pennacchio di piume d'avvoltoio, che ricadendogli sulla fronte nascondeva il fuoco del suo sguardo. D'improvviso la cornamusa, gonfiata da un soffio formidabile, fece sentire dei suoni che atterrirono tutti i presenti: tutti, fuorch la bruna danzatrice, perch il suonatore rosso suonava un trescone sconosciuto, irresistibile... E il cavaliere dal cappello piumato venne e afferr fra le sue braccia nervose Katel, che pareva aspettarlo e invitarlo con lo sguardo ardente. Allora sotto la volta splendente si scaten una gavotta sfrenata. Pochi ballerini ebbero il coraggio di prendervi parte, malgrado il vino e l'idromele che circolavano senza sosta. Ben presto tutti si fermarono, gravati da una strana fatica: ma Katel, fiera e felice, volava come una figlia dell'aria e sembrava sfidare il suo cavaliere... E la musica continuava, sempre pi stridente, il trescone infernale sempre pi rapido, pi affannoso... e il nano nero ghignava sempre pi... IV Quanto tempo dur l'orribile danza?... Nessuno saprebbe dirlo. Katel cominciava a dare qualche segno di stanchezza. Passando guardava non senza paura le fauci spalancate del serpente, che vomitavano una vera musica di dannati, interminabile come i supplizi dell'inferno... Tuttavia cercava ancora di batter la terra coi suoi piedi impazienti e si lasciava trascinare in questo turbine di piacere e di ebbrezza... Ben presto le sembr che il candelabro abbagliante ruotasse sopra la sua testa: si sent invadere da un terrore indicibile e fece inutili sforzi per sfuggire alla stretta crudele di colui che la trascinava con mano di ferro. "Andiamo, andiamo, bella," gridava lo spietato ballerino "il prato pi liscio, la luce pi bella, la musica pi inebriante!" E Katel, ansimando, a queste parole raccolse le sue ultime forze. Balz ancora una volta, come una cerva ferita, in un volteggio fantastico. D'improvviso il cavaliere nero disparve, e Katel non sentendosi pi sostenuta dal braccio fatale Che

l'aveva spezzata, cadde a sua Volta rantolando, vinta, morente, abbandonata... E le pesanti nubi nere, urtandosi al di sopra della funebre foresta, lanciavano ogni tanto sulla volta di fogliame scie di fuoco rosso e di livido Zolfo. Il rombo lontano dei tuoni copr le ultime note della cornamusa. Torrenti di pioggia si riversarono sui pendii; la grandine crepitava senza sosta sulle rocce delle colline... La folla intanto si era allontanata, presa da un indicibile terrore, da questo teatro d'orgia e di morte. Poi vi fu un tuono pi forte degli altri: gli elementi si placarono, i rumori tacquero, le luci si spensero. E un lugubre silenzio regn sotto la volta buia dei boschi... Il giorno dopo, all'alba, si potevano vedere, stesi l'uno a fianco dell'altro, sull'erba calpestata della radura, due corpi inanimati: tutti e due giovani e belli, avevano sul volto il pallore della morte. Un orribile nano nero li contemplava ghignando. Erano i nostri due fidanzati: Salan e Katel... Katel, chiamata ormai Gollet nel ricordo popolare: Gollet, ossia perduta o dannata, a causa del suo amore sfrenato per il piacere e per la danza!... Un po' pi in l, nel punto in cui stava il terribile suonatore, l'erba arrossata e la terra bruciata portavano la strana impronta di piedi larghi e biforcuti... E fra le rovine del vecchio castello di La Roche-Morvan si sente ancora talvolta, nel mezzo delle notti pi buie, lo sghignazzare satanico del nano nero. LA STORIA DI MARIE-JOB KERGUNOU MARIE-JOB KERGUNOU era una merciaiola ambulante dell'Ile-Grande, in bretone Ens-Veur, IVI. sulla costa di Trgor. Una volta alla settimana, il gioved, si recava a Lannion per il mercato, con una carretta mezzo sgangherata, tirata da un povero ronzino. Quanto ai finimenti, pi miserabili ancora della bestia, erano lisi e consumati fino a mostrare la corda. Era un miracolo che la vecchia e il suo carretto non fossero rimasti venti volte incagliati sulla strada ciottolosa, piena di fosse fangose e di scogli, che durante la bassa marea collega l'isola al continente. Tanto pi che Marie-Job si trovava a traversare questo passaggio sempre di notte, poich partiva al mattino molto prima dell'alba e non rientrava che con la luna, quando c'era. Ed era pure un miracolo che non avesse mai fatto qualche brutto incontro, perch alla fin fine nei paraggi di Pleumeur e di Trbeurden non mancavano certo vagabondi, e le mercanzie che di solito riempivano la carretta potevano ben essere una tentazione per individui poco scrupolosi, che andavano in cerca dei relitti gettati dalle onde sulla spiaggia solo perch non avevano niente di meglio da arraffare. Talvolta qualcuno le chiedeva: "Ma non hai paura, Marie-Job, a viaggiare in questo modo, di notte, tutta sola per le strade?" E lei rispondeva: "Al contrario, sono gli altri che hanno paura di me. Dal rumore che fa la mia carretta credono che sia quella dell'Ankou." Ed vero che nell'oscurit, in fede mia!, ci si poteva anche sbagliare, tanto l'assale scricchiolava e la ferraglia tintinnava e il cavallo stesso aveva l'aria di una bestia dell'altro mondo. E poi, se dobbiam dire proprio tutto, c'era anche un'altra ragione, che la vecchia Marie-Job non confessava: nel paese si diceva che fosse un po' strega. La vecchia sapeva dei "segreti": e i furfanti del posto, anche i pi audaci, preferivano

tenersi rispettosamente a distanza piuttosto che esporsi ai suoi malefizi. Una notte tuttavia le capit un'avventura. Si era d'inverno, verso la fine di dicembre. Fin dall'inizio della settimana faceva un gelo che spaccava le pietre delle tombe. Bench abituata alle peggiori intemperie, Marie-Job aveva dichiarato che, se il freddo continuava cos intenso, non sarebbe certamente andata al mercato di Lannion, non tanto per risparmiare la propria persona quanto per riguardo verso Mogis, il suo cavallo, il quale era, diceva la vecchia, tutta la sua famiglia. Ma ecco che al mercoled sera, all'ora dell'Angelus, si vide entrare in casa la sua migliore cliente, Glauda Goff, la tabaccaia. "E' vera la voce che corre, Marie-Job, che non avete intenzione di andare al mercato domani?" "Ma pensate un po', Glauda Goff! Con che coscienza potrei metter fuori Mogis con un tempo come questo, che neanche i gabbiani hanno il coraggio di mostrare il becco?" "Con tutto questo, ve ne prego per amor mio. Sapete che avete sempre guadagnato bene con me, Marie-Job... Di grazia, non mi dite di no. La mia provvista di tabacco da masticare quasi finita. Se non riesco a rinnovarla per domenica, che cosa risponder ai tagliapietre quando all'uscita dalla messa bassa verranno tutti a comprarsi il tabacco da ciccare per la settimana?" Bisogna dire che l'Ens-Veur l'isola dei tagliapietre: ce ne sono per lo meno da tre a quattrocento, che scalpellano la roccia per farne pietra da taglio, e non sono sempre gente pacifica, tanto pi che in mezzo a loro c' una quantit di Normanni, almeno tanti quanti sono i Bretoni. Certamente Glauda Goff non si tormentava senza ragione, perch era gente capace di mettere a sacco la sua bottega se lo spaccio di tabacco, che era il solo dell'isola, non gli forniva quel che gli occorreva. E Marie-Job se ne rendeva ben conto. Era lei che ogni gioved aveva l'incarico di andare a prelevare il tabacco agli uffici dell'appalto; e in verit le dispiaceva molto che la sua comare, la domenica successiva, rischiasse di ricevere dei rimbrotti e magari dei maltrattamenti. Ma dall'altra parte c'era Mogis, il povero caro Mogis!... E poi aveva come un presentimento che anche per lei fosse meglio non partire. Una voce di dentro le diceva: "Non cambiare idea: avevi deciso di restare, e resta!" Tuttavia l'altra continuava a pregare. Cos Marie-Job, che era brusca di modi, ma aveva un cuore sensibile, fin per rispondere: "E va bene, avrete il vostro tabacco." E si diresse senza indugio verso la stalla per far la toilette a Mogis, come faceva alla vigilia di ogni viaggio. Il giorno dopo, all'ora della bassa marea, la vecchia lasci l'isola nel suo solito arnese, con le sue manopole rossicce alle mani e la mantella di grosso bigello sulle spalle, gridando a Mogis, a cui il vento di tramontana pungeva le orecchie come le punte di mille aghi. N la vecchia donna n il vecchio cavallo si sentivano in gamba quel giorno. Tuttavia arrivarono a Lannion senza inconvenienti. Alla locanda dove Marie-Job si fermava, e che portava l'insegna dell'Ancora d'argento, proprio sulla banchina, l'ostessa, quando la vide ricomparire dopo che aveva sbrigato tutte le sue commissioni, le disse: "Ges Maria! Almeno non penserete a ripartire! Non sapete che diventerete un pezzo di ghiaccio prima di arrivare all'Isola-Grande?" E insistette per trattenerla a dormire quella notte. Ma la vecchia fu irremovibile:

"Come sono venuta cos ritorner. Datemi soltanto una tazza di caff ben caldo e un bicchierino di gloria." E tuttavia si vedeva che non aveva il suo aspetto delle giornate buone. Al momento di congedarsi dall'ostessa dell'Ancora d'argento le disse con voce triste: "Ho idea che il ritorno sar duro. Mi sento nell'orecchio sinistro qualche cosa che suona male..." Ma questo non le imped di frustare Mogis e di rimettersi in viaggio, nel crepuscolo precoce di dicembre che stava calando, dopo essersi fatta il segno della croce, come una vera cristiana che sa bene che bisogna sempre aver Dio dalla propria parte. Fin dopo Pleumeur tutto and bene, tranne che il freddo diventava sempre pi terribile e Marie-Job, sul suo sedile fra i pacchi e pacchetti che riempivano la carretta, sentiva intirizzirsi il corpo e l'anima. Per cercar di tenersi sveglia tir fuori il rosario, e tenendo le briglie con una mano cominci a sgranarlo con l'altra. Per esser pi sicura di resistere al sonno, recitava le diecine del rosario a voce alta. Ma il suono stesso della sua voce fin per cullarla come una canzone, a tal punto che, malgrado i suoi sforzi, un bel momento si trov, se non addormentata, almeno mezzo stordita. D'un tratto, attraverso il torpore, ebbe la sensazione che accadesse qualcosa di insolito. Si sfreg gli occhi, concentr le idee e constat che la carretta si era fermata. "Ebbene? Mogis?" borbott. Mogis agit le sue orecchie a punta, ma non si mosse. Marie-Job lo sfior con la frusta: continu a restare immobile. Allora lo picchi col manico. Il povero ronzino inarc la groppa sotto i colpi ma non avanz d'un passo. Si vedevano i suoi fianchi ansare come il mantice di una fucina e due nuvole di fumo biancastro uscire dalle sue froge nella notte gelata, perch era gi notte fonda e le stelle brillavano tutte azzurre nel firmamento. "Ecco qualcosa di nuovo" pens Marie-Job Kergunou. Mogis, in quasi diciassette anni che vivevano insieme, come diceva lei, si era sempre mostrato una bestia esemplare, sempre sottomessa alla volont della padrona. Che cosa lo prendeva dunque quella sera all'improvviso, quando aveva tutte le ragioni per affrettarsi verso il caldo della sua stalla, come lei, Marie-Job, verso il caldo del suo letto? Non senza borbottare, si decise infine a scendere dal sedile per saperlo. Si aspettava di trovare qualche ostacolo, magari un ubriaco sdraiato attraverso la strada. Ma ebbe un bel guardare e frugare nell'ombra davanti alla carretta (si trovavano nel punto in cui la strada scende verso Trovern, per proseguire poi attraverso la spiaggia ciottolosa): non vide niente di straordinario. La strada si perdeva, deserta, fra le dune che proiettavano qua e l l'ombra delle loro querce spoglie. "Avanti, Mogis!" fece la vecchia, a mo' di incoraggiamento. E prese il cavallo per le briglie. Il cavallo soffi rumorosamente, scosse la testa e si inarc sulle zampe davanti, rifiutando di fare un sol passo. Allora Marie-Job comprese che doveva esserci qualche ostacolo soprannaturale. Vi ho detto che era anche un po' strega. Un'altra al suo posto sarebbe rimasta terrorizzata. Ma lei, che conosceva i gesti che si devono fare e le parole che si devono dire secondo le circostanze, disegn una croce sulla strada col manico della frusta, dicendo: "Con questa croce che traccio sulla strada, ordino alla cosa o alla persona che qui, e che io non vedo, di dichiarare se viene da parte di Dio o da parte del diavolo." Non appena ebbe pronunciato queste parole ud una voce rispondere dal fondo del fosso: "E' ci che porto sulle spalle che impedisce al tuo cavallo

di passare." La donna marci coraggiosamente, con la frusta al collo, verso il punto da dove veniva la voce. E vide un ometto vecchissimo, proprio vecchissimo, che stava accovacciato nell'erba, come sfinito dalla fatica. Aveva l'aria cos stanca, cos triste, cos miserabile che ne ebbe piet. "A che pensate dunque, babbo mio, che restate l seduto, in una notte simile, col rischio di morire?" "Aspetto" fece il vecchio "che un'anima misericordiosa mi aiuti a rialzarmi." "Chiunque voi siate, corpo o spirito, cristiano o pagano, non sar mai detto che vi sia mancato l'aiuto di Marie-Job Kergunou" mormor la buona donna chinandosi verso quell'infelice. Col suo aiuto il vecchio riusc a rimettersi in piedi, ma la sua schiena restava curva, come sotto il peso di un invisibile fardello. Marie-Job chiese: "Dove portate mai quel carico che ha il potere di spaventare gli animali?" E il vecchio rispose con voce lamentosa: "I vostri occhi non possono vederlo, ma le froge del vostro cavallo l'hanno fiutato. Gli animali spesso ne sanno pi degli uomini. Il vostro ormai non proseguir il suo cammino se non quando non mi sentir pi n davanti n dietro di s sulla strada." "Ma non vorrete mica che io resti qui ad vitam eternam! Io ho bisogno di tornare all'Ile-Grande. Poich vi ho reso un servizio, datemi a vostra volta un consiglio: che cosa devo fare ancora?" "Io non ho il diritto di domandare nulla: sta a voi fare un'offerta." Per la prima volta forse in tutta la sua vita Marie-Job Kergunou la merciaiola rest un attimo imbarazzata. "N davanti n dietro di lui sulla strada" pensava. "Che cosa mai posso fare?" A un tratto esclam: "Una volta salito sulla mia carretta, non sarete pi sulla strada. Suvvia, salite." "Dio vi benedica" disse il vecchietto. "Avete indovinato." E si trascin tutto curvo verso la carretta, dove si iss con gran fatica, bench Marie-Job lo spingesse con tutt'e due le mani. Quando si lasci cadere sull'unico sedile, si sarebbe detto che l'assale s'incurvasse e vi fu un colpo sordo, come un rumore di assi urtate. La buona donna si install alla meglio accanto a quello strano compagno di viaggio, e Mogis senza indugio part al trotto, con un ardore che non era nelle sue abitudini, neppure quando cominciava a sentire l'odore della stalla. "Allora, andate anche voi all'ile-Grande?" chiese MarieJob dopo qualche istante, solo per rompere il silenzio. "S" rispose brevemente il vecchio, che non sembrava molto incline alla conversazione e restava tutto piegato in due, senza dubbio sotto il peso del misterioso fardello che nessuno vedeva. "Non ricordo di avervi mai incontrato." "Oh, no, eravate troppo giovane quando sono partito." "E arrivate da lontano, a quanto pare?" "Da molto lontano." Marie-Job non os chiedere di pi. D'altronde si stava addentrando nella striscia costiera e doveva fare molta attenzione a causa delle pozze di fango e dei macigni di pietra nera sparsi lungo la cattiva pista che serviva di strada. A questo riguardo, la merciaiola si accorse ben presto che le ruote della carretta affondavano nella sabbia pi del solito.

"Cristo santo!" borbott fra i denti "bisogna proprio che siamo terribilmente carichi." E poich aveva ritirato ben poche commissioni in citt, e d'altra parte il vecchio, tutto rattrappito, non doveva pesare pi di un ragazzino, si doveva per forza pensare che quell'eccesso di peso fosse dovuto al fardello che diceva di portare. La cosa dava piuttosto da pensare alla buona donna, e forse anche allo stesso Mogis, il quale, malgrado lo slancio iniziale, cominciava a rallentare e inciampava quasi a ogni passo. Quando infine raggiunse la terra di Ens-Veur, era inondato di sudore. Come certo sapete, in quel punto si staccano due vie: una gira a destra verso la chiesa parrocchiale del Redentore, l'altra fila diritta fino al villaggio dove Marie-Job Kergunou aveva la sua "residenza". E poich Mogis si ferm spontaneamente, senza dubbio per riprender fiato, lei ne approfitt per dire al suo muto compagno, dal quale aveva pi che mai fretta di separarsi: "Eccomi all'isola, buon vecchio: Dio vi accompagni per la vostra via." "Sia!" gemette il vecchio. E cerc di alzarsi, ma ricadde subito sul sedile, se non con tutto il suo peso, almeno con tutto il peso della cosa sconosciuta. E di nuovo l'assale si pieg; di nuovo si sent il rumore delle assi urtate. "Non ci riuscir mai!" sospir il povero vecchio, con un accento cos doloroso che Marie-Job ne fu commossa fino alle viscere. "Andiamo," disse "bench io non capisca niente del vostro modo di fare, e bench abbia tanta fretta di arrivare a casa, se c' ancora qualche cosa che posso fare per voi, parlate." "Ebbene," rispose il vecchio "portatemi fino al cimitero della chiesa del Redentore." Al cimitero! A quell'ora!... Marie-Job fu sul punto di rispondere che con tutta la buona volont non poteva far questo per lui: ma Mogis non gliene lasci il tempo. Come se avesse sentito la frase del povero vecchio, volt subito a destra, per la via della chiesa del Redentore. Marie-Job non sapeva pi cosa pensare. Quando arrivarono vicino al recinto dei morti, il cancello, contrariamente al solito, era aperto. Lo strano pellegrino ebbe un moto di soddisfazione. "Come vedete, sono atteso" disse. "In verit, non neppure troppo presto." E ritrovando un vigore che nessuno avrebbe supposto in lui, balz quasi leggermente a terra. "Tanto meglio, dunque" disse Marie-Job, preparandosi a prender congedo. Ma non era ancora arrivata alla fine della sua avventura, perch non appena aggiunse, come si conviene: "Arrivederci alla prossima volta" il vecchietto replic: "Niente affatto, prego!... Poich mi avete accompagnato fin qui, non siete pi liberi di andarvene prima che io abbia portato a termine il mio compito; altrimenti, il peso che porto io lo avrete voi sulle spalle in avvenire... Ve lo consiglio nel vostro interesse e perch siete stata pietosa verso di me: scendete e seguitemi." Marie-Job Kergunou, come ho gi detto, non era una persona facile da intimidire; ma dal tono con cui il vecchio aveva pronunciato quelle parole capi che la cosa pi ragionevole da farsi era obbedire. Mise dunque piede a terra, dopo aver abbandonato le briglie sulla groppa di Mogis. "Ecco," riprese l'altro "ho bisogno di sapere dove sepolto l'ultimo morto della famiglia dei Pasquiou." "E tutto qui?" fece lei. "C'ero anch'io al funerale. Venite."

Si mosse, orientandosi in mezzo alle tombe e alle lastre di pietra grigia, strette l'una accanto all'altra, chiaramente visibili al chiarore delle stelle. E quando ebbe trovato quella che il vecchio cercava: "Eccola! La croce tutta nuova. Dev'esserci sopra il nome di Jeanne-Yvonne Pasquiou, maritata Squrent... quanto a me, i miei genitori dimenticarono di insegnarmi a leggere." "E io, da tanto tempo l'ho disimparato" rispose il vecchietto. "Ma vediamo un po' se non vi siete sbagliata." Cos dicendo si inginocchi, con la testa in avanti, ai piedi alla tomba. E allora accadde una cosa spaventosa, una cosa incredibile... La pietra si sollev, ruotando su uno dei suoi lati come il coperchio di un forziere, e Marie-Job Kergunou sent sul viso il soffio freddo della morte, mentre da sottoterra si udiva un suono sordo, come il rumore di una bara che urtasse il fondo della fossa. Livida di spavento, mormor: "Dou da bardon'an anaon (Dio perdoni ai defunti)." "In un solo momento avete liberato due anime" disse vicino a lei la voce del suo compagno di viaggio. Ora era ritto in piedi, e completamente trasformato. Il vecchietto curvo aveva raddrizzato la schiena e appariva di colpo pi alto. La merciaiola pot infine vederlo in faccia... Il naso mancava: le occhiaie erano vuote. "Non abbiate paura, Marie-Job Kergunou" disse. "Io sono Mathias Carvennec, di cui certamente avete sentito parlare in passato da vostro padre, perch siamo stati compagni di giovent. Infatti anche lui, insieme agli altri ragazzi dell'isola, venne ad accompagnarci, Patrice Pasquiou e me, quando fummo estratti a sorte per fare il servizio militare: e ci accompagnarono fino al punto della costa dove voi poco fa mi avete incontrato. Era ai tempi di Napoleone il Vecchio. Fummo mandati in guerra tutti e due, nello stesso reggimento. Patrice fu colpito da una pallottola, al mio fianco; la sera, all'ospedale, mi disse: "Io sto per morire: ecco qui tutto il mio denaro; fa' in modo che mi seppelliscano in un posto facile da riconoscere, in modo che tu, se sopravvivi, possa riportare le mie ossa all'Ile-Grande e farle deporre accanto alle ossa dei miei padri, nella terra del mio paese." Mi lasciava una somma considerevole, almeno duecento scudi. Io pagai perch lo mettessero in una fossa a parte; ma molti mesi dopo, quando ci dissero che la guerra era finita e che saremmo stati congedati, la mia gioia fu cos grande che dimenticai la preghiera di Patrice Pasquiou; malgrado il mio giuramento, tornai a casa senza di lui. E poich nel frattempo i miei genitori avevano lasciato l'Ile-Grande per prendere una fattoria a Loquemau, io li raggiunsi l. E l presi moglie e allevai i miei figli, e l infine morii, quindici anni fa. Ma appena fui disceso nella tomba dovetti subito rialzarmi: finch non avessi pagato il mio debito verso il mio amico, non avrei avuto diritto al riposo. Ho dovuto andare a cercare Pasquiou; e sono quindici anni che cammino, viaggiando dal tramonto del sole al canto del gallo, e facendo all'indietro, nelle notti pari, la met pi la met della met del cammino percorso in avanti nelle notti dispari. La bara di Patrice Pasquiou, sulle mie spalle, pesava con tutto il peso dell'intero albero che aveva fornito le assi. Quel suono di legno urtato che avete sentito ogni tanto era prodotto appunto dalla sua bara. E senza la vostra bont, e quella del vostro cavallo, ne avrei avuto ancora per pi di un anno, prima di arrivare alla fine della mia penitenza. Ora il mio tempo compiuto (ma amzer zo paruachu). Dio vi compenser fra poco, Marie-Job Kergunou. Tornate a casa in pace, e domani mettete in ordine tutte le

vostre cose. Perch questo viaggio sar l'ultimo che farete, voi e il vostro Mogis. A presto, nelle Gioie (ebars er Joaio)!" Il vecchio aveva appena pronunciato queste parole che la merciaiola si trov sola fra le tombe. Il morto era scomparso. All'orologio della chiesa suonava la mezzanotte. La povera donna si senti raggelare tutta; si affrett a risalire sulla sua carretta e infine arriv a casa. Il giorno dopo, quando Glauda Goff venne a prendere in consegna il suo tabacco, trov Marie-Job a letto. "Come! siete malata?" le chiese con premura. "Dite piuttosto che sono arrivata alla mia passione" le rispose Marie-Job Kergunou. "Ed per causa vostra. Ma io ho vissuto abbastanza e non rimpiango nulla. Abbiate soltanto la bont di mandarmi un prete." Mor quello stesso giorno, Dio le perdoni! E dopo che fu sepolta, bisogn seppellire anche Mogis: era completamente freddo, quando andarono a vedere nella stalla. L'ANIMA VISTA SOTTO LA FORMA DI UN SORCIO BIANCO BENCHE' LUDO GAREL non fosse che un domestico, non era tuttavia il primo venuto. Aveva continuamente lo spirito occupato da una quantit di cose a cui l'uomo volgare generalmente non pensa. Le sue continue meditazioni lo avevano portato molto lontano. Lui stesso ammetteva di possedere a fondo, o press'a poco, tutto ci che dato a un uomo di conoscere. "Tuttavia," aggiungeva "c'e ancora un punto che mi confonde e sul quale non ho alcun chiarimento: la separazione dell'anima dal corpo. Quando avr chiarito questo punto non mi rester pi nulla da imparare." Il suo padrone, uno degli ultimi signori della nobile casata del Quinquiz, aveva grande fiducia in lui, conoscendolo come uomo d'onore e saggio consigliere. Un bel giorno se lo fece venire nel suo gabinetto. "Mio povero Ludo," gli disse "oggi non mi sento per niente bene. Credo di star covando una qualche brutta malattia, e ho il presentimento che non me la caver. Se almeno i miei affari fossero in regola!... Questo maledetto processo che ho a Rennes un tormento per me. Sono quasi due anni che si trascina. Se almeno, prima di morire, lo vedessi terminato a mio favore, me ne andrei col cuore pi leggero. Io ti considero un ragazzo in gamba, Ludo Garel. D'altra parte - e tu me l'hai provato - non c' servizio che tu non sia pronto a rendermi. E allora ti domando questo, che sar forse l'ultimo. Domani mattina, allo spuntar dell'alba, ti metterai in viaggio per Rennes. Farai visita a ciascuno dei giudici e gli chiederai di pronunciarsi al pi presto, o per me o contro di me. Tu sei un buon parlatore: conto che troverai il modo di disporli in mio favore. Quanto a me, io vado a mettermi a letto. Piaccia a Dio di non chiamarmi a S prima che tu sia di ritorno." Prima di congedarsi, Ludo cerc per quanto poteva di far coraggio al suo padrone, che vedeva cos abbattuto. "Pensate solo a guarire, signor conte. Non siete ancora maturo per l'Ankou. Fate in modo che io vi ritrovi in buona salute. Io mi incarico di tutto il resto, in fede mia!" Pass tutto il pomeriggio a fare i preparativi di viaggio e a ruminare fra s i discorsi che avrebbe tenuto ai giudici. Al calar della notte si coric, per potersi svegliare di buon'ora. Dorm male: mille idee, mille progetti incoerenti si inseguivano nella sua testa.

D'un tratto gli sembr di sentire il canto del gallo. "Ehi, ehi!" si disse. "Gi spunta l'alba. E tempo di partire." E Ludo Garel si mise in cammino. Si era nel cuore dell'inverno e Ludo ci vedeva appena quel tanto da poter camminare. Dopo un'ora o un'ora e mezzo di viaggio si trov ai piedi di un muro che gli sbarrava la via. Prosegu costeggiandolo e arriv davanti a una scala di pietra, di cui sal i gradini. Era la scala di un cimitero. "Hum!" pens Ludo, vedendosi circondato di tombe e di croci, "fortuna che l'ora malefica dev'essere passata da molto tempo." Non aveva finito di formulare fra s queste parole che scorse un'ombra levarsi da terra e dirigersi verso di lui da uno dei viali laterali. Quando fu pi vicina, Ludo si avvide che si trattava di un giovane di aspetto distinto, vestito di fine panno nero. Ludo gli augur il buongiorno. "Buongiorno" rispose il giovane. "Vi siete messo in viaggio di buon'ora." "Io non so di preciso che ora pu essere, ma il gallo cantava quando sono partito." "S, il gallo bianco!1" replic il giovane. "Da che parte andate?" "Vado verso Rennes." "Anch'io. Se volete, possiamo fare un pezzo di strada insieme." "Non chiedo di meglio." Lo sguardo e il tono del giovane ispiravano fiducia. Ludo Garel, sulle prime un po' inquieto, fu ben presto felicissimo di averlo per compagno, tanto pi che l'alba tardava terribilmente a spuntare. Cammin facendo conversavano fra loro. E a poco a poco Ludo divenne espansivo. Mise lo sconosciuto del cimitero al corrente di tutto ci che lo riguardava, della malattia misteriosa del suo signore, dei cattivi presentimenti che gli aveva espresso il giorno prima e del motivo per cui il conte lo aveva incaricato di intraprendere quel viaggio. Lo sconosciuto ascoltava, ma non diceva quasi nulla. A un certo punto, da una vicina fattoria si sent squillare il canto del gallo. "Perbacco," esclam Ludo "sta per spuntare l'alba." "Non ancora," fece il giovanotto "il gallo che ha cantato il gallo grigio." In realt il tempo passava e la notte restava sempre egualmente nera. I due giovani continuarono a camminare. Ma poich Ludo aveva vuotato il sacco delle sue confidenze e lo sconosciuto non sembrava disposto a confidargli i suoi affari, la conversazione languiva e fin per cessare del tutto. Quando non si parla, di giorno ci si annoia: di notte si ha paura. Ludo Garel cominci a studiare il suo compagno con la coda dell'occhio e a trovare i suoi modi piuttosto singolari. Invocava con tutte le sue forze la luce dell'alba. Infine un terzo gallo cant. "Ah!" fece Ludo con un sospiro di sollievo "questa volta almeno il gallo buono!" "Sicuro," rispose l'altro "questa volta il gallo rosso. Ora l'alba sta per imbiancare il cielo. Ma, come vedete, voi l'avevate anticipata di parecchio. Era appena mezzanotte quando siete entrato nel cimitero dove mi avete incontrato." "E' possibile" fece Ludo a voce bassa. "Un'altra volta cercate di stare pi attento all'ora. Se non vi avessi accompagnato fino a questo momento, vi sarebbe capitata pi d'una brutta avventura." "Grazie mille, in questo caso" fece Ludo umilmente. "Ma non tutto. Vi devo dire che inutile per voi continuare

il cammino. Il processo del vostro padrone stato deciso gi ieri sera e i giudici si sono pronunciati in suo favore. Tornate dunque da lui, per annunciargli la buona notizia." "Ges Maria! Tanto meglio, in verit. Il signor conte guarir di colpo." "No, al contrario: morir. A questo proposito, Ludo Garel, vi sar consentito di vedere la separazione dell'anima dal corpo. una cosa, lo so, che voi desiderate vedere da molto tempo." "Ve l'ho detto io?!" esclam Ludo, che si domandava, un po' tardi, se non avesse chiacchierato troppo durante il cammino. "No, voi non me l'avete detto. Ma colui che mi ha mandato in vostro soccorso vi conosce meglio di quanto vi conosciate voi stesso." "E potr vedere la separazione dell'anima dal corpo?" "La vedrete. Il vostro padrone spirer fra poco, verso le dieci e mezzo. Poich tutti crederanno che siate andato fino a Rennes e ne siate tornato (perch voi non parlerete a nessuno del nostro incontro), insisteranno perch andiate a riposarvi. Ma voi rifiutate di andare a letto. Restate al capezzale del conte e tenete gli occhi fissi sul suo viso. Quando sar morto, vedrete la sua anima uscire dalle sue labbra sotto forma di un sorcio bianco. Questo sorcio sparir immediatamente in qualche buco. Voi non ve ne preoccuperete affatto. Tuttavia non lascerete a nessuno la cura di andare a cercare la croce funebre alla chiesa del villaggio. Andrete voi stesso. Arrivato sotto il portico della chiesa, aspetterete che il sorcio bianco vi raggiunga. Non entrate in chiesa prima di lui. Limitatevi semplicemente a seguirlo. E' essenziale. Se seguirete a puntino le mie raccomandazioni, saprete prima di questa sera ci che bramate tanto conoscere. E ora, Ludo Garel, addio!" Al che lo strano personaggio svan in un vapore leggero, che ben presto si confuse coi vapori che salivano dal suolo umido nel giorno nascente. Ludo Garel se ne torn al Quinquiz. "Dio sia lodato!" disse il signore, vedendo entrare il suo domestico. "Avevi ragione, fedele servitore, di affrettarti. Io sono agli estremi. Se avessi tardato una mezz'ora, non avresti trovato che un cadavere. Come andato il processo a Rennes?" "Avete vinto la causa." "Te ne sono molto grato, amico mio. Grazie a te, posso morire tranquillo." Questa volta Ludo Garel non cerc di confortare il padrone con parole di speranza. Sapeva che il destino si deve compiere. And tristemente a sedersi al capezzale del morente, in modo per da non perdere mai di vista il viso del signore. La sala era piena di gente in lacrime. La contessa prese Ludo per un braccio e gli disse all'orecchio: "Voi siete sfinito di fatica. Non mancano qui anime buone per vegliare il mio povero marito. Andate a dormire." "Il mio dovere" rispose il giovane " di restare al capezzale del mio signore fino all'ultimo momento." E rest l, malgrado le insistenze di tutti. Suonarono le dieci. Come aveva predetto lo sconosciuto, il signore del Quinquiz entr in agonia. Una vecchia inton le preghiere, i presenti risposero. Ludo Garel un la sua voce a quelle degli altri, ma il suo pensiero non era rivolto alle preghiere che borbottava: era tutto teso verso ci che sarebbe accaduto nei prossimi secondi, al momento della separazione dell'anima dal corpo. Il conte tuttavia cominciava a dondolare la testa a destra e a sinistra sul guanciale. Sentiva arrivare la morte, ma non sapeva da quale lato.

D'un tratto si irrigid. La morte lo aveva toccato. Emise un lungo sospiro e Ludo vide la sua anima esalare dalla sua bocca sotto forma di un sorcio bianco. L'uomo del cimitero aveva detto il vero. Il sorcio d'altronde non fece che apparire e sparire. La vecchia che aveva cominciato le preghiere inton il De profundis. Ludo approfitt dell'emozione causata dalla fine del conte per eclissarsi e corse per un sentiero nascosto fino al villaggio. Al Quinquiz non era ancora stato dato l'ordine di andare a prendere la croce funebre, che si trovava gi sotto il portico della parrocchia. Il sorcio bianco vi arriv quasi nello stesso tempo del giovane, che lo lasci entrare per primo nella chiesa. L'animaletto cominci a trottare a passettini rapidi e minuti, e Ludo coi suoi lunghi passi non faceva fatica a seguirlo. Per tre volte, sempre sulle tracce del sorcio, fece il giro della chiesa. Terminato il terzo giro, il sorcio usc di nuovo attraverso il portico: e Ludo si precipit sulle sue tracce, tenendo stretta al petto la croce funebre che aveva afferrato passando. I sonagli della croce tintinnavano, e il sorcio correva, correva. Cos il sorcio, la croce e Ludo che la portava percorsero insieme tutti i campi del Quinquiz. L'animaletto bianco saltava sopra ogni barriera, come il signore aveva l'abitudine di fare quand'era vivo, poi costeggi i quattro fossati. Finito il giro dei campi, il sorcio riprese la via del castello. Arrivato nell'aia, si incammin verso un edificio isolato dove si conservavano gli attrezzi agricoli. Su tutti pos la sua zampa.2 Aratri, vanghe, zappe, a tutti disse addio. Di l ritorn nella casa. Ludo lo vide arrampicarsi sul cadavere e lasciarsi chiudere con esso nella bara. I preti vennero a prendere il defunto. Cantarono la messa funebre, calarono la bara nella fossa. Ma appena il celebrante ebbe asperso la bara di acqua benedetta, non appena i parenti vi ebbero gettato le prime manciate di terra, Ludo ne vide uscire di nuovo il sorcio bianco. Il giovane sconosciuto gli aveva espressamente raccomandato di seguirlo fino alla fine, per sassi e rovi, crepacci e pantani. Cos Ludo piant il funerale e ricominci a pellegrinare dietro il sorcio. Attraversarono boschi, varcarono paludi, scalarono fossati,3 passarono per villaggi finch giunsero in una vasta landa, in mezzo alla quale si levava il tronco mezzo seccato di un albero. Era cos vecchio, cos scorticato che non si sarebbe potuto dire se era un faggio o un castagno. L'interno era cavo. E veramente, stava ritto solo per miracolo. Inoltre la sua magra corteccia era spaccata dall'alto fino in basso. Il sorcio si infil in una delle spaccature e Ludo vide subito apparire nel cavo dell'albero il signore del Quinquiz. "O mio povero padrone," esclam con le mani giunte "che fate voi qui?" "Ogni uomo, mio caro Ludo, deve fare la sua penitenza nel luogo che Dio gli assegna." "Posso almeno aiutarvi in qualche modo?" "S, lo puoi." "E come?" "Digiunando per me, per il periodo di un anno e un giorno. Se lo farai, io sar redento per sempre e la tua salvezza eterna seguir ben presto la mia." "Lo far" rispose Ludo Garel. Mantenne la promessa. Compiuto il digiuno, Ludo Garel mor.

LA MORTE INVITATA A PRANZO QUESTO AVVENNE al tempo che i ricchi non erano tanto arroganti e sapevano usare le loro ricchezze per dare qualche volta un po' di gioia alla povera gente. In verit, avvenne tanto tanto tempo fa. Laou ar Braz era il pi grande proprietario di terre che vivesse a Pleyber-Christ. Quando da lui si uccideva un maiale o una vacca, era sempre di sabato. Il giorno dopo, domenica, Laou veniva al villaggio per la messa mattutina. Terminata la messa, il segretario comunale teneva il suo discorso dall'alto della scala del cimitero: leggeva agli abitanti del borgo riuniti sulla piazza le nuove leggi o annunciava, a nome del notaio, le vendite che dovevano aver luogo nella settimana. "Ora ascoltate me!" gridava Laou, quando il segretario comunale aveva finito coi suoi incartamenti. E, come si suol dire, saliva sulla croce.1 "Ecco qua," diceva "il pi grosso maiale di Kresper morto per una coltellata. Vi invito alla festa del sanguinaccio (ar gwadigennou). Grandi e piccoli, giovani e vecchi, borghesi e braccianti, venite tutti! La casa grande: e se non basta la casa c' il granaio; e se non basta il granaio, c' pure l'aia dove si trebbia." Figuratevi voi se c'era gente ad ascoltare, quando Laou ar Braz compariva sulla croce! Facevano a gara per cogliere le parole dalla sua bocca. Assediavano gli scalini del calvario. Dunque, era una domenica, all'uscita dalla messa. Laou lanciava all'alligrapp (ai quattro venti) il suo invito annuale: "Venite tutti!" ripeteva "venite tutti!" A vedere tutte quelle teste accalcate intorno a lui, si sarebbe detto un gran mucchio di mele, grosse mele rosse, tanta era la gioia che illuminava le facce. "Non dimenticate, per marted prossimo" insisteva Laou. E tutte le voci gli facevano eco: "Per marted prossimo!" I morti erano l, sotto terra. La gente calpestava le loro tombe. Ma in quel momento chi ci pensava? Mentre la folla cominciava a disperdersi una voce sottile e stridula, una voce fioca interpell Laou ar Braz: "Me iellou ive? (Posso venire anch'io?)" "Che io sia dannato!" esclam Laou "poich ho invitato tutti, vuol dire che nessuno sar escluso." L'allegra prospettiva di un gran banchetto a Kresper fece s che molti si ubriacarono quella domenica, parecchi altri si ubriacarono ancora il luned, per meglio festeggiare il giorno dopo la morte del principe.2 Fin dal marted mattina un'interminabile processione si mosse verso Kresper. I pi agiati viaggiavano in carri con sedili; i mendicanti si incamminavano con le loro grucce per le scorciatoie. Tutti erano gi seduti a tavola davanti ai piatti pieni quando si present un invitato in ritardo. Aveva l'aria di un miserabile. La sua veste di vecchia tela, tutta a brandelli, era incollata alla sua pelle e odorava di putridume. Laou ar Braz, gli venne incontro e gli fece trovare un posto. L'uomo sedette, ma toccava solo con la punta dei denti le pietanze che gli servivano. Si ostinava a tener la testa bassa, e malgrado gli sforzi dei suoi vicini per attaccar discorso con lui, per tutto il pranzo non apr bocca. Nessuno lo conosceva. Qualcuno dei vecchi trov che somigliava forse a un tale che aveva conosciuto tanto tempo fa, ma che era morto ormai

da molti anni. Il pranzo fin. Le donne uscirono per ciarlare fra loro, gli uomini per accendere la pipa. Tutti erano allegri e pieni di gioia. Laou si install sulla porta del granaio dove era stato allestito il festino, per ricevere il trugar, il grazie di ciascuno. Molti degli invitati balbettavano e barcollavano. Laou si fregava le mani. Era contento che la gente partisse da casa sua piena fino all'orlo. "Bene," disse "questa sera nei fossi delle strade intorno a Kresper ci saranno delle pisciate grosse come ruscelli." Era pienamente soddisfatto anche lui delle sue cuoche, delle sue botti di sidro e dei suoi convitati. A un tratto si accorse che a tavola c'era ancora qualcuno. Era l'uomo con la veste di vecchia tela. "Non occorre che ti affretti" gli disse Laou avvicinandosi. "Sei stato l'ultimo ad arrivare: giusto che tu sia l'ultimo a partire... Ma" aggiunse "tu rischi di addormentarti davanti a un piatto e a un bicchiere vuoti." L'uomo infatti aveva rivoltato il suo piatto e il suo bicchiere.3 Sentendo le parole di Laou, sollev lentamente la testa. E Laou vide che era un teschio. L'uomo si alz in piedi, scosse i suoi stracci che si sparpagliarono a terra e Laou vide che a ogni brandello era attaccato un pezzo di carne imputridita. L'odore che ne usciva, e anche la paura, lo presero alla gola. Trattenendo il fiato per non respirare quel putridume, Laou chiese allo scheletro: "Chi sei e che vuoi da me?" Lo scheletro, che mostrava ormai le sue ossa a nudo come i rami di un albero spogliato delle sue foglie, si avanz fino a Laou e posandogli sulla spalla una mano scarnificata gli disse: "Trugar, Laou! Quando al cimitero ti ho domandato se potevo venire anch'io, tu mi hai risposto che nessuno sarebbe stato escluso. E' un po' tardi ormai per domandarmi chi sono. Io sono quello che chiamano l'Ankou. E poich sei stato gentile con me invitandomi allo stesso titolo degli altri, voglio darti a mia volta una prova di amicizia, avvertendoti che ti restano solo otto giorni per mettere in ordine i tuoi affari. Fra otto giorni ripasser di qui in carrozza e, che tu sia pronto o no, ho l'incarico di portarti con me. Dunque, a marted prossimo! Il pranzo che ti far servire non sar forse sontuoso come il tuo, ma la compagnia sar ancora pi numerosa." Con queste parole l'Ankou disparve. Laou ar Braz pass la settimana a far la divisione dei suoi beni fra i suoi figli; la domenica, all'uscita dalla messa, si confess; il luned si fece portare la comunione dal parroco di Pleyber-Chirst e dai suoi due assistenti; il marted sera spir. La sua generosit gli aveva meritato di fare una buona morte. E cos sia per ciascuno di noi! LA VISIONE DI PIERRE LE RUN AI TEMPI DI CUI vi parlo non erano molti i sarti di campagna. Spesso venivano a chiamarci da molto lontano. E per di pi, per essere proprio sicuri di averci, i clienti dovevano avvertirci diverse settimane prima. Avevo promesso di andare a lavorare al Minihy, a tre leghe da casa mia, in una fattoria che si chiamava Rozvilienn. Mi misi in cammino un pomeriggio di domenica, all'ora dei vespri, in modo da arrivare per cena a Rozvilienn.

Mi avevano prenotato per un'intera settimana e ci tenevo a trovarmi gi al lavoro il luned mattina. "Ah, siete voi, Pierre?" mi disse Catherine Hamon, la massaia, vedendomi comparire nella sua cucina. "Sono io, Catel... Ma non vedo Marco, vostro marito. Forse non ancora tornato dal villaggio?" "Ahim, non vi neppure andato... E' gi una quindicina di giorni che a letto, immobile." E mi mostrava l'alcova chiusa da cortinaggi, presso il focolare. Mi avvicinai, e inginocchiandomi sul banc-tossel1, scostai le cortine. Il vecchio Marco era steso l, immobile, col viso scavato dalla malattia. Pensai fra me: "Sembra quasi un teschio." Tuttavia gli feci un sorriso allegro e cominciai a prenderlo in giro, come d'uso in simili casi: "Ohil, Marco, cosa diavolo fai? Ma guarda che posizione, per un uomo della tua et e del tuo temperamento! Lasciarsi abbattere cos, tu che sei sempre stato una quercia!" Mi rispose non so cosa: aveva il respiro cos oppresso, la voce cos debole che il suono delle sue parole non arriv neanche al mio orecchio. "Come l'avete trovato, Pierre?" mi domand Caterina quando ebbi preso il mio posto a tavola, fra gli uomini della fattoria. "Beh," dissi "certo non sta bene, ma con un corpo robusto come il suo ci sono sempre delle risorse." Non volevo dire tutto il mio pensiero per non spaventare Catel. Mentre andavo a dormire pensavo: "E finita!... Non passer la settimana... In verit, caro il mio Pierre, non taglierai pi brache per il tuo vecchio cliente di Rozvilienn!..." Con questa riflessione malinconica mi infilai fra le lenzuola. A Rozvilienn non mi trattavano come un sarto, ma come un ospite. Invece di farmi dormire in cucina, o nelle scuderie, come succedeva spesso ai miei colleghi, mi riservavano la pi bella stanza di tutta la casa. Era una grande camera che, al tempo in cui Rozvilienn era un castello, era servita probabilmente come salone. Questa stanza comunicava con la cucina per mezzo di una porta che si apriva nel muro maestro, e aveva un'alta e larga finestra, di quelle di una volta, che dava sulla corte e si apriva quasi dal pavimento al soffitto. Perch questa camera aveva un vero pavimento, un parquet di quercia un po' sbrecciato, vero, per mancanza di manutenzione, ma che insieme ai resti di antichi affreschi, ancora visibili qua e l sulle pareti, non mancava di dare a tutto l'appartamento una certa aria di nobilt. Il letto era a baldacchino e si trovava d fronte alla finestra. Di solito, quando era suonata l'ora della buonanotte mi fermavo un momento sulla soglia della camera e prima di chiudere la porta gridavo con aria d'importanza agli uomini di Rozvilienn, ancora riuniti nella cucina: "Salutate il Marchese di Pon ar veskenn (Ponte del ditale) che va nel suo letto a baldacchino a raggiungere la signora marchesa." Questa facezia, o altre dello stesso genere, li facevano ridere a crepapelle. La mattina, alla prima colazione, con modi assai cerimoniosi mi domandavano come avessi passato la notte. E io gli scodellavo le storie pi straordinarie: avevo ricevuto la visita della principessa dai capelli d'oro o della principessa dalla mano d'argento. Potete immaginarvi a che commenti si prestavano le mie storie. Vi assicuro che non c'era nessuno che

rimanesse immusonito. Ma questa volta, lo capite bene, non potevo tirar fuori n principesse n marchese. Avevo il cuore straziato pensando che una di quelle sere mi avrebbero svegliato per andare ad assistere il buon Marco nei suoi ultimi momenti. Marco Hamon era veramente un galantuomo: servizievole, leale, un cuore pietoso. Cominciai a enumerare fra me tutte le sue buone qualit, e cos facendo mi addormentai. Non saprei dire quanto tempo dur il mio sonno. Comunque, mi sembr d'un tratto di sentir scricchiolare il legno tarlato del pavimento, come se qualcuno traversasse la camera. Aprii gli occhi. La luna si era levata. Era chiaro come in pieno giorno. Girai lo sguardo per tutta la camera. Nessuno! Stavo per infilarmi di nuovo sotto le lenzuola quando credetti di sentire qualcosa di fresco sulla spalla. Guardai dalla parte della finestra e vidi che era aperta. Pensai che forse avevo dimenticato di chiuderla quando mi ero coricato. Saltai gi dal letto e avevo la mano su un'imposta quando, l nella corte, a due passi da me, vidi un uomo che andava e veniva, con le braccia dietro la schiena e col passo indolente di chi sta aspettando e passeggia per ingannare la noia dell'attesa. Era alto, magro, con la testa ombreggiata da un largo cappello. In mezzo al cortile, vicino al pozzo, c'era un carro di grossolana fabbricazione, tirato da due magri cavalli con le criniere cos lunghe che arrivavano al suolo e si imbrogliavano nelle zampe anteriori. I fianchi del carro erano fatti a sbarre, e fra una sbarra e l'altra pendevano in fuori gambe, braccia, e persino teste, teste umane, gialle, sogghignanti, orrende! Era fin troppo facile indovinare a che macellaio appartenesse tutta quella carne. D'altra parte dovete credere che non restai a guardare quello spettacolo pi del tempo che ho messo a descriverlo. Lasciando la finestra cos com'era, tornai al mio letto a carponi: avevo una paura terribile che l'uomo dal grande cappello mi vedesse o mi sentisse. Una volta raggiunto il letto, mi cacciai ben bene sotto le coperte, ma ebbi cura di lasciarmi all'altezza degli occhi uno spiraglio, attraverso il quale potevo continuare a vedere senz'essere visto. Per circa una mezz'ora l'uomo dal grande cappello continu a passare e ripassare nel riquadro della finestra, proiettando ogni volta la sua ombra gigantesca sul pavimento della camera. A un tratto, nella mia stessa stanza distinsi di nuovo quel rumore di passi che mi aveva svegliato. Era qualcuno che sbucava dal vano della porta che dava accesso alla cucina. Somigliava in tutto all'altro, all'uomo del cortile, salvo che era ancora pi alto, ancora pi magro. La sua testa non era proporzionata al corpo. Era minuta minuta, e oscillava cos forte da tutte le parti che si temeva ogni volta di vederla staccarsi. I suoi occhi non erano occhi, ma due candeline accese in fondo a due grandi buchi neri. Non aveva naso. La sua bocca rideva di un riso che arrivava fino alle orecchie. Sentivo gocce di sudore freddo imperlarmi le tempie e scorrermi gi per il petto, le cosce e le gambe fino ai piedi. Quanto ai miei capelli, erano cos rigidi che ancora il giorno dopo avrei potuto, credo, usarli come aghi. Ah, non ce ne sono molti che sappiano, come me, cosa vuol dire aver paura! Aspettate!... Non tutto. L'uomo dalla testa svitata passando aveva sfiorato il mio

letto, ma si era subito allontanato per andare a mettersi di sentinella vicino alla finestra. In quel momento un secondo personaggio entr dalla cucina. Lo sentii venire prima di vederlo. Faceva un tale rumore! Si sarebbe detto che calzasse zoccoli troppo grandi e troppo pesanti per i suoi piedi. Li trascinava sul pavimento, li urtava continuamente l'uno contro l'altro, inciampava, si riprendeva, insomma faceva un tal baccano che in fede mia! - persuaso che volesse proprio me e preferendo persino la morte all'angoscia che mi attanagliava - gettai via le lenzuola e mi alzai a sedere sul letto. L'uomo dagli zoccoli si ferm immediatamente: era a tre passi dal mio capezzale. Lo riconobbi subito. Era Marco Hamon, il povero caro Marco. Mi gett uno sguardo disperato, che mi arriv al cuore come il freddo di una coltellata. Poi, con un lungo e triste sospiro, mi volt bruscamente le spalle. E tutto spar. Le imposte della finestra si richiusero con violenza. Per qualche minuto ancora lungo le mulattiere sassose, lontano, sotto la luna, risuon il wig-a-wag del carro funebre. Non v'era dubbio possibile: l'Ankou era venuta a portar via Marco. Non osavo pi restar solo nella stanza. Mi rifugiai in cucina. Qui trovai Catel seduta al focolare, mezzo addormentata vicino alla candela di resina che gettava una luce fioca. "Come va Marco?" le chiesi. Si freg gli occhi e mormor: "Sono rimasta a vegliarlo. Credo che riposi. Non ha avuto bisogno di niente." "Vediamo" dissi. Ci affacciammo alle cortine dell'alcova. Effettivamente Marco Hamon non aveva avuto bisogno di niente. Era morto. Gli chiusi gli occhi, in cui lessi lo stesso sguardo disperato che mi aveva gettato poco prima, mentre passava per la mia stanza. Sono sicuro che Marco Hamon, prima di andarsene, aveva chiesto di venire a trovarmi nel mio letto "perch aveva qualche cosa da dirmi". Ebbi il torto di spaventarlo, poich anch'io ero sconvolto dal terrore. E' il pi grande dei miei rimorsi. E ora, potete ben credermi, poich ho visto l'Ankou cos come vedo voi: una cosa terribile morire! IL LENZUOLO FUNEBRE DI MARIE-JEANNE MARIE-JEANNE HLARY viveva sola da molti anni, in una casetta sul limitare della spiaggia. Passava il tempo a filare sulla soglia della porta. La sua gioia pi grande era vedere la bella tela che lei aveva filato, e che il tessitore del villaggio aveva tessuto, disporsi in bell'ordine sui ripiani del suo armadio. Una sera cadde malata: si mise a letto e non si alz pi. Non aveva altri vicini che i Rojou, padroni di una fattoria situata a un quarto di lega nell'interno. La povera vecchia dovette morire sola, cos come aveva vissuto. Il giorno dopo il fattore Gonri Rojou, che era andato a prendere alghe sulla spiaggia, si stup di veder chiusa la porta di Marie-Jeanne. "Forse" pens "sar andata in pellegrinaggio." E tornando a casa rifer la cosa a sua moglie. Passarono cos due giorni. Il terzo giorno la fattoressa Rojou disse al suo uomo:

"Vado a fare un giro dalle parti di Marie-Jeanne, per vedere se tornata." Quando arriv alla casa della vecchia trov la porta ancora chiusa. Le venne l'idea di guardare dalla finestra. E vide allora una cosa molto triste: la met del corpo di Marie-Jeanne pendeva fuori dal letto e la sua testa poggiava sul banc-tossel1. La moglie di Rojou corse senza fiato alla fattoria. "Presto, prendi una leva" disse ansando al marito "e seguimi." La leva serviva ad abbattere la porta della casa. L'odore d morte era soffocante, la carne della vecchia cadeva gi in decomposizione. Tuttavia Rojou e sua moglie la tolsero dal letto e la stesero sul tavolo. "Comunque, adesso la seppelliamo" disse l'uomo. "Vedi se trovi nell'armadio qualche pezzo di tela pulita, perch le lenzuola del letto sono sudice e quasi a brandelli." La fattoressa apr l'armadio, e rest meravigliata: i ripiani erano pieni di tela tutta nuova, profumata di lavanda, bianca come la neve e fine al tocco come seta. "Oh, che bell'armadiata!" esclam la donna. E il maligno le sugger subito all'orecchio una cattiva azione. Sapete certamente quanto le massaie amino la bella biancheria e come si inorgogliscano, a ogni bucato, nel sentirla schioccare al vento, sull'erba dei prati, e poi nel vederla disporsi in alte pile ordinate sui ripiani degli armadi di quercia. Il sogno della fattoressa Rojou era stato sempre di poter passare le sue giornate, come la vecchia Marie-Jeanne, a filare il fine lino, per vederlo poi trasformarsi in fine tela. Ma la poveretta, ahim!, aveva troppo da fare in casa sua, col marito e i quattro figli e le bestie che bisogna curare come i cristiani. Da dodici anni ch'era sposata il suo filatorio oziava in un angolo della cucina, e quanto alla tela, in casa sua non c'erano che tele di ragno. Dunque il maligno le disse all'orecchio: "Massaia Rojou, sei qui sola con tuo marito nella casa della defunta. Nessuno ancora nei dintorni sa che la vecchia morta. E nessuno sa di preciso che cosa c' chiuso in quell'armadio. Chi vuoi che si sorprenda che l'abbiate trovato vuoto! Non vi sar nessun erede a reclamare, poich Marie-Jeanne Hlary viveva sola e raccontava lei stessa di aver perduto tutti i parenti. Quel ch'essa lascia andr in malora, diventer preda dello stato, del governo, che gi da solo pi ricco di tutti e che non ha mai fatto nulla per la povera Marie-Jeanne Hlary. Tu invece ti sei sempre mostrata servizievole con lei e stai appunto preparandoti a renderle gli estremi uffizi. Non forse giusto che tu ti prenda la tua parte di ci che resta nella sua casa e di cui ormai lei non pu pi servirsi?" Cos parlava il diavolo, l'eterno tentatore. Lnan Rojou era una buona donna, ma era figlia di sua madre, e sua madre era figlia d'Eva. Cos ascolt il consiglio del demonio. "Eh, eh, Gonri," disse "non sono i lenzuoli che mancano. Qui ce n' abbastanza da seppellire cento cadaveri. Guarda un po'!" Come sua moglie, Gonri Rojou rimase estasiato. "Se tu volessi," riprese lei "potremmo tenerci tutta questa tela salvo quella che occorre per fare un lenzuolo funebre alla vecchia Marie-Jeanne." "Dopo tutto," osserv Rojou "perch altri e non noi?" "Qui ce n' abbastanza per fare sei dozzine di bei lenzuoli, altrettante tovaglie per avvolgervi il pane,2 e almeno ottanta camicie da uomo, da donna e da ragazzo. Non credi, Gonri?" "S, in fede mia!... Ascolta, tu resti qui a vegliare la vecchia. Io sloggio le pezze di tela e le trasporto a casa nostra.

Nessuno vedr n sentir niente. Te ne lascer solo una e mentre io viaggio tu ci fai il lenzuolo funebre." E Gonri Rojou part, carico come un asino. E ancora non sentiva il peso del proprio peccato, che avrebbe dovuto gravargli sulle spalle pi di tutto il resto. Dopo mezz'ora era di ritorno. Il cadavere di Marie-Jeanne Hlary aspettava sempre il suo lenzuolo funebre. Lnan Rojou, in ginocchio su una pezza di tela dispiegata a terra, teneva un paio di forbici nella mano destra, ma non si decideva mai a usarle. "Damen!" esclam Gonri dalla soglia. "Non mi sembra che tu abbia fatto molti progressi nel lavoro." "Ma vedi!" rispose Lnan "sarebbe proprio un peccato tagliare una tela cos bianca per un povero corpo che sta gi imputridendo. Non pensi che per la vecchia Marie-Jeanne sarebbe lo stesso dormire da morta nei lenzuoli in cui dormiva da viva?" "Forse hai ragione" fece Rojou, il quale, come molti mariti impegnati nei duri lavori dei campi, lasciava alla moglie la cura di pensare per tutti e due. Convennero dunque che non avrebbero tagliato la pezza di tela nuova e avrebbero sepolto la vecchia nei suoi vecchi lenzuoli. E cos fu fatto. La sera stessa suon la campana a morto alla chiesa del villaggio. Un falegname port la bara: Marie-Jeanne Hlary vi fu deposta mezzo nuda e in gran fretta, perch puzzava terribilmente. Gonri Rojou si era assunto tutte le spese di funerale e sepoltura: e in tutto il paese lodarono la sua generosit. La domenica dopo il curato li elogi dal pulpito, lui e la moglie, additandoli entrambi come esempio ai parrocchiani, come perfetti figli di Ges Cristo. I coniugi non si mostrarono per nulla insuperbiti da questi elogi. Per il che tutti li ammirarono ancora di pi. In fondo, non avevano la coscienza tranquilla. Lnan, da parte sua, faceva tacere facilmente i suoi rimorsi. Le bastava contemplare la bella tela bianca di Marie-Jeanne Hlary, disposta in ordine nel suo armadio, che fino allora era stato cos vuoto. Ma per Gonri Rojou non era la stessa cosa. il pover'uomo non riusciva pi a lavorare di gusto, mangiava con la punta dei denti e di notte dormiva con un occhio solo. Una notte che stava cos mezzo assopito si drizz d'un tratto a sedere sul letto. Qualcuno bussava alla porta. "Chi ?" domand. Nessuna risposta. Gonri pens che si trattasse di qualche ubriaco attardatosi per strada, bench non ci fosse poi un gran passaggio per l'aia della sua fattoria. "Chi ?" ripet una seconda volta e poi una terza. Sempre silenzio. "Che io sia dannato!" esclam il fattore, con voce tanto pi furiosa in quanto soffriva nell'anima, "vi far ben confessare il vostro nome, che veniate da parte di Dio o da parte del diavolo." Stava per alzarsi, ma non appena affacci il capo fuori dalle cortine del letto sent drizzarsi i capelli dallo spavento. La porta di casa era spalancata, eppure era ben sicuro di aver tirato il catenaccio prima di coricarsi. E questo non era ancora niente. La tovaglia che avvolgeva il pane sulla tavola della cucina si apriva, si apriva. Sembrava un lenzuolo respinto a poco a poco dai piedi di un dormiente che avesse troppo caldo. Poi sulla tovaglia si disegn la forma rigida di un cadavere. La pagnotta appena intaccata serviva di cuscino alla testa. E questa

testa, Gonri Rojou la vide sollevarsi lentamente. Richiuse gli occhi, ben deciso a non vedere nient'altro. Ma dimentic di tapparsi le orecchie. E non pot impedirsi di udire un passettino minuto di vecchia che trotterellava, trotterellava per tutta la casa. Poi fu il rumore che fanno aprendosi le ante male oliate di un armadio. E poi fu una voce fioca e tremolante che ridacchiava, imitando per beffa l'esclamazione uscita una volta dalle labbra di Lnan davanti alla tela di Marie-Jeanne Hlary: "Oh, che bell'armadiata! che bell'armadiata!" Gonri Rojou socchiuse le palpebre. Provava un bisogno di vedere che era pi forte della sua volont d'uomo. La luce della luna, entrando obliquamente dalla porta, ritagliava sul pavimento di terra battuta un quadrato bianco che era in tutto simile a una tela stesa in lungo e in largo. A una delle estremit era inginocchiata una vecchia, che teneva un paio di forbici nella mano destra. Gonri la riconobbe dal profilo: era Marie-Jeanne, la morta! "Eppure un peccato," essa diceva continuando a imitare il tono di Lnan "eppure un peccato tagliare una tela cos bianca per un povero corpo che sta gi imputridendo... Per la vecchia Marie-Jeanne sarebbe lo stesso dormire da morta nei lenzuoli in cui dormiva da viva..." Gonri Rojou sent un sudore freddo scorrergli per tutto il corpo. La vecchia fece una pausa, poi riprese: "Ebbene, no! no! no! Voglio essere sepolta nel lino che ho filato!" E per tre volte ripet con insistenza: "Mi occorre il mio lenzuolo! mi occorre il mio lenzuolo! mi occorre il mio lenzuolo!" Detto questo spar. Per amore di sua moglie Gonri Rojou non l'aveva svegliata. All'alba lei si svegli da sola e Gonri le disse: "Donna, sai tu qual il primo lavoro che dovrai fare appena alzata?" "S, marito mio, andr a fare qualche bracciata di giunchi verdi per le bestie, poi laver la faccia ai bambini." "No," fece Gonri "ti metterai tutta in ordine e cercherai di trovarti in chiesa nel momento in cui il signor curato riceve le confessioni: e gli racconterai in confessione il nostro peccato." "Ma pensa un po', Gonri! Di che ti impicci, di grazia?" "E non tutto" prosegu l'uomo. "Io ti seguir portando sulle spalle la tela rubata che l nell'armadio. Non dimenticarti di domandare al curato che cosa ne dobbiamo fare." "Che cosa ne dobbiamo fare?!" replic la donna, incollerita. "Se c' qualcuno che deve saperlo, quella sono io, e non il curato! E tu non ti occupare pi di quella tela!" "Ho le mie buone ragioni per occuparmene" disse Gonri. "Ne va della tua pace e della mia, in questo mondo e nell'altro." E raccont alla moglie la sua visione della notte. Lnan allora non fece pi obiezioni. Colloc essa stessa il pacco della tela sulle spalle del marito e lo precedette al villaggio. Arrivata in chiesa, si inginocchi nel confessionale del curato, mentre Gonri col suo carico la aspettava vicino al fonte battesimale. Quando Lnan gli ebbe confessato tutto, il curato le disse: "Torna questa notte, figlia mia, accompagnata dal tuo uomo. Quanto alla tela, la deporrete in sacrestia, dove io la esorcizzer. Prima di sera spero di averne fatto uscire l'anima funesta che vi si annidata e che non altro che il vostro peccato." Lnan e Gonri se ne tornarono alla fattoria, ma la sera di quel giorno li rivide in preghiera, nella chiesa, col curato.

Quando suon la mezzanotte il curato fece segno a Lnan: "Ecco l'ora" le disse. "Prendi in sacrestia le pezze di tela: non stupirti di sentirle leggere come una piuma e vai a stenderle una per una sulla tomba ancora fresca di Marie-Jeanne. Soprattutto abbi cura di aspettare che una sia scomparsa per stendere l'altra. Noi qui nel frattempo pregheremo, tuo marito e io. Quando tutto sar finito verrai a renderci conto e ci dirai che cosa avrai visto." Lnan Rojou non era molto tranquilla mentre a mezzanotte andava a compiere questa restituzione nel cimitero della parrocchia. E neanche Gonri Rojou si sentiva tranquillo nel coro della chiesa, mentre pregava accanto al curato per il felice ritorno della moglie. Si sent sollevato da un gran peso vedendola ricomparire sulla porta della sacrestia, sana e salva. Tuttavia la donna tremava in tutte le membra. "Ebbene, Lnan?" chiese il curato. "Oh," rispose lei "ho visto cose che nessun altro vedr." "Spiegati, Lnan." "Dapprima, signor curato, ho steso sulla tomba la prima pezza di tela. Subito si levato un vento e la pezza di tela volata via gemendo. Ho steso la seconda. Lo stesso vento si levato di nuovo e la seconda pezza di tela volata via come la prima, ma senza gemere. Ho steso la terza. Questa ha fatto un fruscio leggero come il respiro della primavera attraverso le foglie novelle. Poi si gonfiata come una vela e se n' andata lontano, lungo la via di San Giacomo3, in fondo al cielo. Allora la terra della tomba si aperta: e ho visto Marie-Jeanne Hlary allungata, tutta nuda, nel vano nero della fossa. Ho spiegato la quarta pezza di tela. Invece di volar via, la tela scesa nella terra e la morta vi si avvolta dentro, facendo: "Brr! Brr!" come chi ha molto freddo. Restava la quinta pezza, l'ultima. Stavo per aprirla e stenderla quando quattro angeli scesi dal paradiso me l'hanno tolta di mano. Ho sentito una voce melodiosa che diceva "Siete perdonati!" E questo tutto." "Tanto basta" sentenzi il curato. "Tuo marito e tu, Lnan Rojou, potete andare in pace. Ricordatevi solo che, se male rubare ai vivi, odioso rubare ai morti. Quanto a MarieJeanne Hlary, state sicuri che non vi tormenter pi." LA MADRE CHE PIANGEVA TROPPO SUO FIGLIO GRIDA LENN aveva un figlio unico, che adorava. Il suo sogno era di farne un prete. Per questo lo aveva mandato a studiare al piccolo seminario di PontCroix. Tutte le domeniche per andarlo a trovare percorreva la strada da Dinault a Pont-Croix, che misura pi di una decina di leghe. Un giorno che scendeva dalla carrozza alla porta del collegio la informarono che nolik (era il nome di quel figlio tanto amato) era molto malato e il medico disperava di salvarlo. Grida divenne bianca come un foglio di carta. Per tre giorni e tre notti vegli al capezzale del figlio, senza voler prendere cibo. E il ragazzo mor. Grida port il cadavere a Dinault nella sua carrozza, che guidava ella stessa. Gli fece fare nel cimitero una bella tomba di pietra levigata, con una lunga epigrafe scolpita sopra. E da quel momento in poi pass quasi tutto il suo tempo inginocchiata sulla tomba a piangere, singhiozzare e supplicare Dio di renderle il figlio, il suo povero caro figlio. I preti della parrocchia cercarono di calmare il suo dolore, ma i loro sforzi riuniti rimasero senza risultato. Avevano

un bel farle la predica, rimproverarla e dirle che non rassegnarsi alla morte era come bestemmiare i morti: a nulla giovava. In tutto il paese credettero che sarebbe diventata "innocente".1 E in realt talvolta, in mezzo ai singhiozzi, la povera donna si metteva a cantare, a mormorare le ninnenanne con cui una volta addormentava il suo nolik, quando era piccolo. Infine il curato la prese da parte e le disse: "Ascolta, Grida: non puoi continuare cos. Tu reclami a gran voce tuo figlio. Ebbene, rispondimi: avresti il coraggio di sopportare la sua vista, se ti ritrovassi faccia a faccia con lui?" "Oh, s, signor curato," esclam Grida con gli occhi brillanti "se soltanto poteste ottenere che lo riveda, non fosse che per un istante!" "Cercher di ottenerlo. Ma a tua volta promettimi che in seguito ti comporterai come una vera cristiana, come una cristiana rassegnata alla volont di Dio." "Prometto tutto quello che volete." Certo capite che il curato di Dinault sapeva quello che faceva. Diede appuntamento alla sua parrocchiana nel cimitero, sulla tomba del giovane seminarista, al primo rintocco della mezzanotte. "Ancora una parola" aggiunse. "Non solo vedrai tuo figlio, ma potrai anche parlargli e lui ti parler. Giurami fin d'ora che farai punto per punto tutto quello che ti chieder." "Lo giuro per i sette dolori della Vergine Maria." Avanti il primo rintocco della mezzanotte Grida era gi sul posto dell'appuntamento. Vi trov il curato che leggeva nel suo libro nero, alla luce della luna. Suon la mezzanotte. Il prete chiuse il libro, fece il segno della croce e chiam tre volte nolik Lenn. Al terzo appello la tomba si apr: e apparve nolik, ritto in piedi. Era tale e quale era stato da vivo, solo che il suo viso era triste e la sua pelle del colore della terra. "Ecco tuo figlio, Grida," disse il curato. Grida nell'attesa si era inginocchiata dietro un ciuffo di ginestre che aveva fatto piantare ai piedi della tomba. Alle parole del prete si alz e si diresse verso suo figlio, tendendogli le braccia. Ma il giovane la scost con un gesto. "Madre mia," disse "non dobbiamo pi abbracciarci fino al giorno del Giudizio Universale." Si chin per cogliere un ramo dal ciuffo di ginestre. "Qualunque cosa io esiga da voi, avete giurato di sottomettervi. vero, l'ho giurato," rispose Grida. "Prendete dunque questo ramo di ginestra e frustatemi con tutte le vostre forze." La povera donna si tir indietro, soffocata dallo stupore e anche dall'indignazione. "Frustarti, io!... Frustare mio figlio, il mio nolik tanto amato! Ah, no, di grazia! Mai!..." Il morto riprese: "Proprio perch una volta mi avete troppo amato, proprio perch non mi avete mai frustato necessario che lo facciate ora. Solo a questo prezzo sar salvato." "Se necessario per la tua salvezza, e sia!" disse Grida Lenn. E cominci a frustarlo, ma cos dolcemente, cos piano che sfiorava appena il cadavere. "Pi forte, pi forte!" grid il morto. La donna picchi con pi foga. "Pi forte! Pi forte ancora, o io sono perduto, perduto per sempre!" gridava sempre nolik. Grida frust con violenza, con furore. Il sangue sprizzava dal corpo di suo figlio. Ma nolik gridava sempre:

"Forza, madre mia! Ancora! Ancora!" Intanto i dodici rintocchi finirono di suonare all'orologio del campanile. "Per questa sera finita" disse il morto a Grida. "Ma se mi volete bene tornerete domani alla stessa ora." E spar nella tomba che si richiuse su di lui. Grida torn a casa, in compagnia del curato. Cammin facendo questi le chiese: "Non hai osservato nulla di particolare?" "S" fece lei. "Mi sembrato che il corpo di nolik diventasse pi bianco via via che lo frustavo." "E' proprio cos" disse il curato. E aggiunse: "Ora che ti ho messo in rapporto con tuo figlio, puoi fare a meno del mio ministero. Cerca soltanto di aver la forza di andare fino in fondo." Il giorno dopo Grida Lenn si rec tutta sola alla tomba del giovane seminarista. Le cose si svolsero esattamente come il giorno prima, salvo che la madre non si fece pi pregare per frustare suo figlio, e frust, frust fino allo stremo delle forze. "Non ancora abbastanza" disse nolik quando suon l'ultimo rintocco della mezzanotte. "Bisogna che torniate una terza volta." E la donna torn. "Soprattutto, madre mia," supplic il giovane "questa volta frustatemi con tutto il cuore e con tutte le forze." La donna si mise a picchiare con tanto accanimento che il sudore le scorreva dal corpo come una pioggia torrenziale e il sangue zampillava dal corpo di nolik come l'acqua zampilla da un annaffiatoio. Alla fine, sentendo che il braccio le si irrigidiva e il fiato le mancava, ella grid: "Non ne posso pi, povero figlio mio, non ne posso pi!" "S, s, ancora! Madre mia, vi scongiuro!" diceva la voce di suo figlio, con un tale accento d'angoscia che Grida ritrov un poco di energia. Malgrado le tempie che le rombavano, malgrado le gambe che le si piegavano, la donna fece uno sforzo supremo. Ma dopo un attimo croll a terra. Grazie a Dio, il suo ultimo sforzo era bastato. Riversa sull'erba del cimitero, vide il corpo di suo figlio, divenuto bianco come la neve, innalzarsi dolcemente nel cielo, come una colomba che prende il volo. Quando fu a una certa altezza sopra di lei, le disse: "Madre mia, amandomi troppo quand'ero vivo, piangendomi troppo dopo la mia morte voi avete ritardato la mia salvezza eterna. Perch io fossi salvato, bisognava che voi stessa faceste uscire dal mio corpo tante gocce di sangue quante lacrime avevate versato su di me. Ormai, siamo pari. Grazie!" Con queste parole svan nell'aria. Da quella notte in poi Grida Lenn cess di piangere. Aveva capito che suo figlio stava meglio l dov'era di quanto non sarebbe mai stato su questa terra. IL CORPO SENZ'ANIMA C'ERANO UN TEMPO tre fratelli che non avevano neanche il pane: e poich non trovavano lavoro nel loro paese, partirono insieme per andarlo a cercare altrove. Andarono lontano lontano e arrivarono a una grande foresta, dove tagliarono della legna per fare un fal. Quando fu fatto e acceso, si accordarono per passare

la notte a turno vicino al fuoco, in modo che non si spegnesse. Il maggiore si incaric di far la guardia la prima notte. E un po' prima della mezzanotte vide arrivare un ometto, che gli disse: "Che fai tu l?" "Guardo il mio fuoco" rispose. "Fai bene attenzione," disse il nano "perch a mezzanotte il corpo senz'anima verr a spegnerlo. Ma non aver paura di lui: se non ti lasci spaventare e ti difendi con coraggio, non ti far alcun male." L'ometto spar nella foresta: e a mezzanotte il maggiore dei fratelli vide comparire il corpo senz'anima. Era alto come una quercia e grid con voce assordante: "Che fai tu l, piccolo verme, polvere delle mie mani?" "Guardo il mio fuoco." "Ora lo spengo: e tu vattene, o ti capiter qualche guaio." "La vedremo," rispose il giovane. E difese il suo fuoco cos bene che il corpo senz'anima non riusc a spegnerlo e se ne and mogio mogio. Al mattino gli altri due fratelli vennero da lui e gli domandarono come avesse passato la notte; e lui, per paura di spaventarli, non disse nulla di quanto gli era capitato. La notte dopo fu di guardia il secondo fratello: e un po' prima di mezzanotte vide venire l'ometto, che gli disse: "Che fai tu l?" "Guardo il mio fuoco" rispose. "Fa' attenzione a star sveglio" disse il nano "perch a mezzanotte verr il corpo senz'anima per spegnerlo. Ma tu non lasciarti spaventare dalle sue minacce: se non avrai paura non ti far alcun male." L'ometto si allontan, e a mezzanotte arriv il corpo senz'anima, gridando: "Che fai tu l, piccolo verme, polvere delle mie mani?" "Guardo il mio fuoco." "Lasciamelo spegnere, o ti taglier a pezzettini come carne da salsicce!" "Se ci riuscirai!" rispose il giovanotto. Difese il suo fuoco con coraggio, e il corpo senz'anima non riusc a spegnerlo e se ne and mogio mogio. Al mattino i due fratelli vennero a domandargli come aveva passato la notte: ma lui non raccont nulla delle apparizioni che aveva visto. La terza notte fu il turno del pi giovane, che si pose a guardare il fuoco. Ma il nano questa volta non venne ad avvertirlo, e a mezzanotte il corpo senz'anima gli si present davanti gridando: "Che fai tu l, piccolo verme, polvere delle mie mani?" "Guardo il mio fuoco" rispose quello tremando. "Io voglio spegnerlo" disse il gigante; "lasciami fare o ti taglier a pezzettini come carne da salsicce!" Il ragazzino si allontan, perch aveva paura: e il corpo senz'anima spense il fuoco. Quando i due fratelli maggiori arrivarono al mattino, dissero al minore che era proprio un buono a nulla, poich non era nemmeno capace di guardare il fuoco. "Se mi sgridate tanto," rispose lui "io me ne vado da solo a cercar fortuna, e vi lascio insieme." "Vai, vai pure" gli risposero quelli; "tanto qui non faresti che darci fastidio." Cos il ragazzo li lasci e si mise in cammino, senza saper bene dove andare. Mentre passava sulla riva di uno stagno, vide una lavandaia e le augur il buongiorno. Era la moglie del corpo senz'anima: ma era cristiana, come il ragazzo.

"Potreste" le domand "indicarmi un posto dove poter trovare lavoro e pane? Viaggiavo coi miei fratelli, ma mi hanno cacciato via perch ho lasciato che un gigante spegnesse il loro fuoco." "Vieni con me al castello" rispose lei; "ci troverai da mangiare e da bere finch vorrai. Il corpo senz'anima, mio marito, dorme ventiquattr'ore di seguito senza svegliarsi, e non molto che si addormentato." "Perch mai" domand il giovane "chiamate vostro marito corpo senz'anima?" "Perch" rispose lei "egli possiede un leone spaventoso, nel corpo del quale c' un lupo; il lupo ha nel ventre una lepre che racchiude una pernice; la pernice ha tredici uova, e nel tredicesimo uovo si trova l'anima di mio marito. Vorrei tanto incontrare un uomo abbastanza coraggioso da togliere le uova dal corpo della pernice: questo malvagio gigante mi ha rapita e io non lo amo affatto. Avresti tu abbastanza coraggio da tentare l'avventura?" "Prover" disse il ragazzo. Si rec al castello, dove la dama lo tratt con tutti i riguardi, e rest con lei fino al momento in cui il corpo senz'anima fu sul punto di svegliarsi; allora la donna lo nascose in un posto sicuro. Quando il gigante si alz, si guard attorno e cominci ad allargar le narici, come se annusasse qualcosa. "Che c' dunque qua dentro?" chiese. "Niente di nuovo, che io sappia" rispose lei. Il gigante si mise a tavola, mangi e bevve come il solito, poi torn a coricarsi e ben presto lo si sent ronfare. Allora la dama fece uscire il giovane dal suo nascondiglio, gli diede una sciabola ben affilata e lo condusse alla camera dove era rinchiuso il leone. Appena la porta fu aperta il leone si mise a ruggire spaventosamente e a girare intorno al ragazzo: ma questi non si lasci spaventare e seppe cavarsela cos bene che gli affond la spada nel cuore. Appena il leone fu spirato, il giovane and a cercare la dama, che gli diede da mangiare e da bere per riconfortarlo; quando ebbe ripreso le forze, tagli in due con un gran fendente il corpo del leone. Subito ne usc un lupo che digrignando i denti si lanci su di lui per farlo a pezzi; ma dopo una lunga lotta fu trafitto da un colpo di spada e mor. Poich il gigante stava per svegliarsi, il giovane and a mangiare e a bere e la dama lo nascose nuovamente in un nascondiglio sicuro. Svegliandosi, il corpo senz'anima annus, come se fiutasse qualcosa. "Sento odore di carne fresca" disse. "No, no, mio caro corpo senz'anima" disse la dama; " il mio odore che senti." "Sento odore di carne cristiana, ti dico." "Ti sbagli, sono i nostri maialini nella stalla. Ma il tuo pranzo pronto, vieni a bere e a mangiare, spero che troverai tutto di tuo gusto." Quando il gigante si fu saziato, si addorment ancora per altre ventiquattr'ore. Non appena incominci a ronfare, il giovanotto usc dal nascondiglio e apr il corpo del lupo. Ne usc una lepre che saltava come una pulce e correva come il vento: ma il giovane si diede a inseguirla e fin per farla stancare. E quando l'ebbe acchiappata la strangol. "Devo aprirla?" chiese alla dama. "No, no," rispose lei "non c' fretta. Vieni a rinfrescarti e a riposarti, che sei tutto in sudore." Dopo aver mangiato e bevuto per riprender forza, il giovane torn nella stanza e apr il ventre della lepre. Ne usc

una pernice ch'egli acchiapp: e le tolse le tredici uova, che la dama ripose in una scatola. "E ora," disse la dama "potrei sbarazzarmi di lui; ma non voglio farlo morire se non quando sar sveglio." Quando il corpo senz'anima si svegli, si mise a tavola a fianco della dama, che gli disse: "Mio caro corpo senz'anima, non mi avevi assicurato che non potevi morire?" "No," rispose lui "io non morir. Per proteggermi ho un leone ruggente, che ha nel ventre un lupo terribile; nel suo corpo c' una lepre che nessun cacciatore pu raggiungere; la lepre ha nel ventre una pernice che ha tredici uova, e nel tredicesimo uovo chiusa la mia anima. Vedi bene che impossibile che io muoia." "Ah, cos" disse la donna. "L'altro giorno ho trovato un nido di pernici; in quest'uovo che si trova la tua anima?" E gli present un uovo di quelli che aveva riposto nella scatola. "No" rispose lui. "E' forse in questo?" "No." Insomma, gli mostr dodici uova e ogni volta lui rispondeva di no. Ma quando la donna prese il tredicesimo, impallid: "E' questo" disse con voce alterata. "Chi mai te lo ha dato? Abbracciami per l'ultima volta, perch sto per morire." Il corpo senz'anima prese in mano il tredicesimo uovo e non appena l'ebbe schiacciato spir. Il giovane rest al castello con la dama; la spos e vissero felici fino alla fine dei loro giorni.

IL PAESE DEL DIAVOLO JEAN L'OR C'ERA UNA VOLTA un uomo che aveva in cuore una sola passione: quella della ricchezza. Per questo lo avevano soprannominato Jean l'Or. Di mestiere lavorava la terra e faticava giorno e notte al solo scopo di avere, un giorno, la credenza piena di scudi di sei franchi. Ma aveva un bel vangare e sudare: quel giorno non veniva. La bassa Bretagna, come tutti sapete, nutre i suoi figli ma non li arricchisce. Jean l'Or decise dunque di abbandonare una terra cos povera. Aveva sentito parlare di paesi meravigliosi, dove bastava, dicevano, grattare il terreno con le unghie per mettere a nudo vere e proprie rocce d'oro. Solo che questi paesi erano situati dall'altra parte della terra del Buon Dio, nel regno del diavolo. Jean l'Or era stato battezzato, come voi e come me; e l'idea di cadere nelle grinfie del diavolo non gli piaceva per niente. Ma la passione del denaro lo dominava a tal punto che si mise comunque in cammino. "Ebbene," diceva fra s "niente dimostra che le rocce d'oro siano propriet del diavolo. Quelli che lo hanno riferito volevano senza dubbio scoraggiare questi babbei di contadini dall'andare a vedere, in modo da tenersi il malloppo tutto per loro. Quando il buon Dio ha diviso il mondo fra Satana e se stesso, non stato certo cos sciocco da lasciare la parte migliore al suo mortale nemico." Vedete bene che Jean l'Or giudicava il mondo alla sua stregua. E concludeva:

"In ogni caso, andiamo a fare un giro da quelle parti. Almeno vedr di che si tratta. Se ci sar pericolo, far sempre in tempo a tornare indietro." Cos si mise in marcia e cammin per leghe e leghe, finch arriv alla linea che separa il regno di Dio dal regno del diavolo. Si inginocchi al di qua della linea e cominci a grattare il terreno. Ma riusc solo a insanguinarsi le unghie contro una roccia non meno dura e non meno povera di quella che formava il fondo del suo campo, nella bassa Bretagna. "In fede mia," brontol "non sar mai detto che abbia camminato tanto per niente. Bisogna che sappia se veramente il diavolo pi ricco del buon Dio. Andr a guardare e non toccher niente." Oltrepass la linea, si inginocchi ancora e ricominci a grattare. Qui il terreno era morbido come sabbia. Vi aveva appena affondato le mani che ne tir fuori un ciottolo grosso come un uovo: un ciottolo d'oro puro, di un bell'oro biondo nuovo fiammante. Poi fu la volta di un secondo ciottolo, grosso come una girella da calzolaio.1 Poi di un terzo, grosso come una macina di mulino. Quest'ultimo, Jean l'Or non si prov neppure a sollevarlo; e ancor meno quelli che scopr via via in seguito e che formavano come un pavimento d'oro. "Com' bello!" esclamava man mano che metteva allo scoperto tutte queste meraviglie. "E come sarei ricco, se potessi portarmi via solo la decima parte di quello che vedo!" A questo punto ricord che aveva giurato di non toccar niente. "Bah!" disse fra s, vinto dalla cupidigia. "Mi metter questo in tasca e quest'altro sotto l'ascella. Non far male a nessuno. Il diavolo non se ne accorger nemmeno." Si mise in tasca il ciottolo grosso come un uovo e sotto l'ascella quello grande come una girella da calzolaio. Stava gi tagliando la corda al pi presto, come ben capirete, quando davanti a s vide drizzarsi Plic. Bisogna dire che proprio quel giorno Satana stava facendo il giro delle sue terre. Aveva visto venire Jean l'Or e, nascosto dietro un cespuglio, ne aveva spiato i minimi gesti. "Oh, oh, camerata," sghignazz "non bello andarsene cos senza augurare la buonasera alle persone che hai appena derubato." Jean l'Or avrebbe voluto trovarsi lontano cento leghe. Ma non poteva pi pensare a fuggire. Satana gli aveva piantato una mano sulla spalla, e questa mano pesava e bruciava terribilmente, come se fosse stata di ferro incandescente. Jean l'Or grid, si dibatt, supplic. Ma il diavolo ha la presa solida e il cuore ben corazzato. "Non far tante smorfie! Mi devi seguire." Satana fischi al suo cavallo, che passava a pochi passi di l, mont in sella, gett Jean l'Or di traverso sulla groppa come un sacco di carbone, e via! Jean l'Or domandava con voce lamentosa: "Cosa volete fare di me, Messere il Diavolo?" E il diavolo rispondeva: "La tua carne sar arrostita per il pranzo dei miei uomini e le tue ossa calcinate serviranno di foraggio ai miei cavalli." Il povero Jean l'Or si sentiva accapponare la pelle. Cos arrivarono all'inferno. Sulla soglia un demonio si precipit incontro a Satana e gli disse: "Padrone, lo stalliere stato divorato dalle bestie!" "Maledizione!" esclam il diavolo, con una voce cos spaventosa

che i dannati che si trovavano non lontano, in una palude di pece bollente, si diedero a fare dei balzi da carpa, gettando urla di terrore. Ma la collera del diavolo si plac d'un tratto. Aveva scorto Jean l'Or che si era lasciato scivolare a terra e gemeva, accovacciato, con la testa fra le mani. "Alzati, gran balordo," gli disse "e avvicinati." Jean l'Or obbed a malincuore. "Ascolta," continu Satana. "Le cose si mettono bene per te. Fino a nuovo ordine la tua carne non sar arrostita e le tue ossa non saranno calcinate. Ma tu capisci bene che non ti terr qui a far niente. Ecco quale sar il tuo compito. Io ho tre cavalli nella mia scuderia, compreso quello che montavo poco fa. E tu dovrai averne cura. Tutte le mattine li striglierai, li laverai, li spazzolerai e gli darai delle ossa calcinate come foraggio. Bada solo che il lavoro sia ben fatto: altrimenti, sai quello che ti aspetta." Jean l'Or non era precisamente lusingato di diventare lo stalliere del diavolo. Ma non aveva altra scelta: e meglio era strigliare i suoi cavalli che esser gettato in pasto ai medesimi. Tutto and bene per una quindicina di giorni. Jean l'Or non risparmiava la fatica e cercava in tutti i modi di accontentare il suo terribile padrone. Ma, al calar della notte, quando si era ormai steso sul suo giaciglio in un angolo della scuderia, prima di addormentarsi restava ore e ore a piangere sulla sua sorte e a rimpiangere la sua Bassa Bretagna. Come si pentiva ora della sua maledetta cupidigia! Una notte che si girava e rigirava sul giaciglio di paglia, sent un fiato caldo sfiorargli il viso: era uno dei cavalli, che si era staccato e tendeva il muso verso Jean l'Or. "Cosa vuole da me questa bestia maledetta" pens, perch era proprio il cavallo sul quale lui stesso era stato trasportato in quel luogo di dannazione. Stava per dargli una frustata quando l'animale gli parl cos: "Non far rumore, che non si sveglino gli altri cavalli. E' nel tuo interesse che vengo a trovarti. Dimmi, Jean l'Or, ti piace vivere in questo paese?" "Perdio, no di certo!" "In questo caso siamo tutt'e due della stessa opinione. Anch'io vorrei tornare, come te, in terra benedetta, perch, come te, sono anch'io un cristiano." "Ma come possiamo andarcene di qui?" "Lascia fare a me. Ti avvertir quando sar venuto il momento. Nell'attesa mi darai ogni giorno doppia razione, non di ossa calcinate, ma di buon fieno e d'avena. Bisogna che riprenda le forze, perch il viaggio sar lungo." A partire da quella sera, Jean l'Or ebbe per l'animale delle attenzioni particolari. Cos passarono diverse settimane senza che accadesse niente di nuovo. Ma un mattino l'animale disse a Jean: "E' venuto il momento. Ho visto poco fa Satana passeggiare a piedi. Dunque sellami solidamente, inforcami e partiamo. Come bagaglio non porterai che il secchio per attinger acqua, la striglia e la spazzola." Eccoli dunque in cammino per la terra benedetta. Il cavallo galoppava, galoppava. Galopp tutto il giorno. E venne la sera. Il cavallo volt la testa e disse a Jean: "Questa l'ora in cui il diavolo torna a casa. A quest'ora si accorto della nostra fuga. Guarda dietro di te. Vedi niente?" "Niente" fece Jean l'Or. E la bestia e l'uomo continuarono ad avanzare.

E venne la notte, una notte chiara. Il cavallo disse ancora: "Guarda dietro di te. Vedi niente?" "S," fece Jean l'Or "questa volta vedo venire il diavolo. E va anche di buon passo." "Allora getta il secchio" disse il cavallo. Non appena il secchio ebbe toccato terra, ne scatur un torrente: il torrente divenne un fiume, e il fiume un immenso stagno. Il diavolo ha paura dell'acqua. Invece di attraversare lo stagno, si diede a farne il giro. Era tutto tempo guadagnato per i nostri fuggitivi. Dopo un'ora o due il cavallo domand di nuovo: "Jean l'Or, vedi niente?" "S," rispose Jean l'Or "il diavolo ha fatto il giro dello stagno." "Allora getta la spazzola" disse l'animale. Non appena la spazzola ebbe toccato terra, ognuno dei suoi peli divenne un albero gigantesco, di modo che il diavolo si trov prigioniero di una foresta inestricabile. Prima che fosse riuscito a liberarsi, Jean l'Or e il suo cavallo l'avevano distanziato di un bel pezzo. Dopo un'ora o due il cavallo chiese per la terza volta al suo cavaliere: "Vedi niente?" "S, vedo il diavolo che esce dalla foresta. E si affretta, si affretta." "Allora getta la striglia." La striglia aveva appena toccato terra che nel posto in cui era caduta si lev una montagna enorme, venti volte pi alta del Mnez-Mikl. Ed era ancora pi larga che alta. Il diavolo prefer valicarla che farne il giro. In tutto questo tempo il cavallo volava veloce come il vento. Gi si poteva vedere la terra benedetta verdeggiare lontano, coi suoi campi, i suoi prati e le sue lande. "Jean l'Or, Jean l'Or!" chiese l'animale, tutto ansante. "Vedi se il diavolo ci segue sempre?" "Sta scendendo il pendio della montagna" rispose Jean l'Or. "In questo caso, prega Dio che ci aiuti: non ci resta pi altra speranza di salvezza." In realt Satana era gi alle calcagna dei due fuggitivi. E stava per abbrancarli quando il cavallo fece un ultimo balzo, un balzo disperato. Le sue due zampe anteriori ricaddero sulla terra benedetta proprio nel momento in cui il diavolo lo afferrava per la coda. E tutto ci che pot portarsi all'inferno fu un ciuffo di crini. Il cavallo, che aveva ripreso forma umana, disse a Jean l'Or: "Qui dobbiamo separarci: io vado dritto filato in purgatorio; e tu torna nella Bassa Bretagna e non peccare pi." Jean l'Or torn nella sua Bassa Bretagna, contento di aver tolto un'anima dall'inferno e pi contento ancora di esserne uscito lui stesso. E ben deciso a far tutto il possibile per non tornarci pi, n vivo n morto. LE DONNE E IL DIAVOLO LE LEGGENDE DELL'ALTA BRETAGNA, d'accordo in questo con quelle di quasi tutti i paesi, attribuiscono pi astuzia alle donne che agli uomini: sono appunto le donne quelle che pi spesso scorgono il piede di cavallo da cui si riconosce il diavolo, malgrado i suoi travestimenti. Sono le donne che, opponendo trucco a trucco, finiscono per ingannare lo stesso Satana, liberando i mariti o gli amanti dai guai in cui si sono cacciati.

Ecco alcune brevi leggende che mettono in rilievo questa astuzia delle donne. Un giovanotto bramava ardentemente sposare una fanciulla che gli piaceva, e che avrebbe ben volentieri consentito a prenderlo per marito; ma i genitori si opponevano al matrimonio perch l'innamorato non era abbastanza ricco. Il diavolo, vedendolo desolato, venne a trovarlo e gli propose di aiutarlo, ma a condizione che, il giorno delle nozze, lo sposo gli trovasse un lavoro che lo tenesse occupato fino alla fine della messa nuziale: se alla fine della messa il diavolo avesse gi terminato il lavoro assegnatogli, avrebbe aspettato il giovanotto alla porta del cimitero e lo avrebbe portato via con se. Il giovane accett il patto, pensando che gli sarebbe stato facile trovare per il diavolo un lavoro che lo tenesse occupato mezza giornata. I genitori della fanciulla consentirono al matrimonio. Non si dice quali mezzi furono messi in opera dal diavolo per ottenere questo scopo: ma il mattino del giorno fissato per la cerimonia egli si present al promesso sposo, proprio nel momento in cui si alzava dal letto, e gli domand quali fossero i suoi ordini. "Andrai" gli disse il giovanotto "a disboscare una selva d'alberi che hanno diciotto anni, e strapperai le radici coi denti." Nel momento in cui il giovanotto terminava di farsi la barba e stava per mettersi la cravatta, il diavolo torn e gli annunci che il lavoro era terminato. "Che cosa mi ordinate ora?" "Toglierai dal granaio il fieno che vi hanno riposto e che fermenta perch non era abbastanza asciutto quando lo hanno ritirato: lo porterai nella grande prateria, lo stenderai e dopo averlo fatto ben seccare lo riporterai nel granaio da dove lo hai preso." Il nostro giovanotto, sicuro questa volta che il diavolo fosse impegnato per un bel po' di tempo, termin tranquillamente la sua toletta e si rec alla casa della sposa. Tuttavia sembrava preoccupato, perch la rapidit con cui si era compiuto il disboscamento gli faceva temere che anche la fienagione terminasse prima della fine della messa nuziale. La fidanzata, vedendolo pensieroso, lo prese da parte e gli chiese che cosa lo angustiava per avere un muso cos lungo proprio il giorno in cui di solito si tanto felici, come se invece che a nozze dovesse andare a un funerale. Dopo molte esitazioni, il giovane fin per confidarle il patto che aveva stretto col diavolo. "E' tutto qui?" disse la fanciulla. "Trover ben io il modo di sbarazzarti del tuo nemico. Se lo vedi tornare, dagli questo capello e comandagli di andare a forgiarlo e di cambiarlo in un anello d'argento." Nel momento in cui il corteo nuziale arrivava in vista della chiesa, il giovanotto scorse sulla porta del cimitero il diavolo, visibile per lui solo, il quale venne a dirgli all'orecchio che il fieno era tutto immagazzinato. "Benissimo," rispose lo sposo "ora andrai alla fucina e con questo capello farai un anello d'argento per la mia sposa." Il diavolo prese il capello: ma appena lo ebbe accostato al fuoco il capello bruci e spar tra le fiamme. Satana si accorse allora che aveva a che fare con qualcuno pi astuto di lui; se ne and tutto avvilito e lasci che le nozze si compissero tranquillamente.

Partendo per la fiera di San Pietro, che si tiene a Rennes e dove si recano i domestici in cerca di un posto, un fattore disse a sua moglie: "Bisogna che questa sera io torni a casa con un garzone, fosse pure il diavolo in persona." Alla fiera, per un caso veramente straordinario, tutti quelli a cui proponeva di entrare al suo servizio erano gi impegnati o rifiutavano le sue condizioni; e il fattore lasci la citt assai malcontento del suo insuccesso. Passando presso un villaggio, incontr un viaggiatore che marciava di buon passo fischiettando una canzone. "Ehi, amico!" gli disse raggiungendolo "sembrate tutto allegro, e la vostra giornata stata certo migliore della mia, a quel che vedo: io non sono riuscito a trovare un garzone, del quale ho tanto bisogno, e se voi potete indicarmene uno vi sar molto obbligato." "Non c' bisogno di andar tanto lontano," disse lo straniero "io sono garzone di una fattoria e sono pronto a entrare al vostro servizio, se volete." Il fattore, felicissimo, condusse lo straniero all'osteria, dove bevvero del sidro e stabilirono le condizioni e il prezzo del servizio. Il giorno dopo, quando il domestico ebbe mangiato la sua zuppa, il padrone gli comand di andare a togliere il letame dalla scuderia. "Non c' fretta!" rispose il domestico, prendendo un tizzone per accendersi la pipa. Poco dopo usc per mettersi al lavoro; e quando il padrone and a vedere come lavorava il nuovo servitore, vide il letame volare fuori della scuderia come se una dozzina di braccianti fossero impegnati a gettarlo fuori col tridente; in poco tempo la scuderia fu ripulita e il letame accatastato in bell'ordine. "Ora," disse il fattore "bisogna tagliare il fieno della mia prateria e farne covoni." Il prato richiedeva duecento giornate di falciatura: ma prima del calar del sole il domestico aveva portato a termine il lavoro. Il giorno dopo il fattore, sospettando qualche magia, pag il domestico e gli disse di andarsene. E poich quello non aveva nessuna fretta di prender la porta: "Che vuoi ancora? Non ti ho dato tutto quello che ti dovevo?" "S, ma tu verrai con me." "Perch?" "Io sono il diavolo, e mi hai chiamato tu l'altro giorno." La fattoressa, che intese questa conversazione dalla stanza accanto, prese una bottiglia di acqua benedetta e cominci a spruzzarne il contenuto sul domestico-demonio, che aveva afferrato suo marito per il collo. E il demonio si affrett a mollarlo, gridando come un gatto scuoiato, e scapp via cos lontano che nessuno da quel momento lo ha pi rivisto alla fattoria. Il diavolo un giorno incontr un uomo e gli propose una scommessa: ciascuno dei due la sera doveva portar con se una bestia e quello che non avesse potuto dirne il nome avrebbe perduto la scommessa. Se vinceva l'uomo, avrebbe ricevuto una borsa con cinquecento scudi; se invece vinceva il diavolo, si sarebbe portato via lo sconfitto. Tornando a casa, il contadino, che aveva scommesso cos alla leggera, era molto preoccupato: ma raccont tutto alla moglie, che gli disse di non aver paura. Si spogli di tutti i suoi abiti, si spalm tutto il corpo di miele e and a voltolarsi

in un mucchio di balle di avena. Per suo consiglio, il marito si nascose in un cespuglio a fianco di una chiusa per dove il diavolo doveva passare con le bestie che avrebbe portato con s: e la moglie gli disse di star bene in ascolto e di tornare in tutta fretta a casa appena il diavolo gli avesse parlato. Quando il demonio arriv all'ostacolo che doveva oltrepassare, disse: "Salta, capra, e tu seguila, o capro." Quando il contadino ebbe inteso queste parole, torn di corsa a casa: il diavolo arriv poco dopo e gli domand il nome delle sue bestie. "In fede mia," rispose l'uomo "non valeva proprio la pena di far tanto chiasso per una capra e un capro. Ma voi, indovinate a vostra volta il nome della bestia che ho a casa." Il diavolo ci mise invano tutta la sua astuzia: non riusc a indovinare il nome dell'animale che il contadino aveva scelto. E cos il contadino vinse la scommessa per l'abilit di sua moglie. Il diavolo era entrato al servizio di un fattore: ma aveva posto come condizione che avrebbe avuto il diritto di tormentare il suo padrone quando non avesse pi lavori da sbrigare. Il mattino del giorno in cui il nuovo garzone prese servizio gli fu data, come a tutti gli altri lavoranti della fattoria, una scodella di zuppa, ch'egli mangi perch era in tutto simile a un uomo qualsiasi; poi, invece di seguire gli altri nei campi, rest in un angolo del focolare a fumarsi la pipa. "Non hai proprio nessuna fretta di andare al lavoro?" gli disse il padrone. "Io ho quattro giornate di maggese da dissodare, e su un terreno ingombro di radici e di pietre." "Avr tutto il tempo di fare il lavoro" rispose il diavolo, che usc poco dopo; e alle dieci il campo era tutto perfettamente dissodato, come se ci fossero passate le migliori braccia del contado. "Che tipo in gamba, sul lavoro!" diceva il padrone, e gli comand di andare a cercare le vacche una per una nel prato e di legarle nella stalla. In poco tempo l'opera fu terminata e il diavolo venne a chiedere al fattore che altro lavoro dovesse fare. Ma la fattoressa, che aveva saputo dal marito chi era il nuovo garzone, fece un gran peto e disse: "Metti la cavezza a quel che ho appena fatto." Il diavolo si riconobbe sconfitto e se ne and.

LE PIETRE PIANTATE LE PIETRE DI PLOUHINEC PLOUHINEC E' UN povero borgo, al di l di Hennebont, verso il mare. Tutt'intorno non si vedono che lande brulle o boschetti di abeti; e la parrocchia non ha mai avuto abbastanza erba da allevare un bue da macello, n abbastanza crusca per ingrassare un discendente dei Rohan.1 Ma se la gente del paese manca di frumento e bestiame, possiede per pi sassi di quanti ne occorrerebbero per ricostruire Lorient; e al di l del borgo si estende una vasta brughiera in cui i korrigan hanno piantato due file di lunghe pietre, che potrebbero sembrare un viale se conducessero da qualche parte.

In quei paraggi, verso la riva del fiume d'intel, abitava un tempo un uomo chiamato Marzinn: era ricco, per quei paesi, il che vuol dire che poteva far salare un piccolo maiale ogni anno, poteva mangiare pane nero a volont e comprarsi un paio di zoccoli la domenica del lauro.2 Cos nel paese lo giudicavano superbo e infatti aveva rifiutato sua sorella Rozenn a diversi giovani contadini, che vivevano del loro quotidiano sudore. Fra questi giovani si trovava Bernz, ottimo lavoratore e degno cristiano, che per non aveva ereditato, venendo al mondo, null'altro che la buona volont. Bernz aveva conosciuto Rozenn ancora bambina, quando era arrivato da Ponscorff-Bidr per lavorare nella parrocchia: e lei spesso lo aveva preso in giro con la canzone che i ragazzini ripetono a quelli del suo paese: Ponscorff-Bidr carne di capra, beeh!3 Cos avevano fatto conoscenza, e a poco a poco, via via che Rozenn cresceva, anche l'attaccamento di Bernz era cresciuto in egual misura, tanto che un giorno il ragazzo si era trovato innamorato cos come gli inglesi sono dannati, voglio dire senza remissione. Capite bene che il rifiuto di Marzinn fu un brutto colpo per lui; tuttavia non si perse d'animo, perch Rozenn continuava a vederlo e a cantargli ridendo il ritornello composto per quelli di Ponscorff. Ora, era arrivata la notte di Natale; e poich la tempesta aveva impedito di recarsi alla Santa Messa, tutti gli abitanti della fattoria erano riuniti; con loro c'erano diversi giovanotti del vicinato, fra i quali Bernz. Il padrone di casa, che voleva mostrare la sua generosit, aveva fatto preparare una cena di budini e di polenta di grano al miele. Cos tutti gli occhi erano rivolti verso il focolare, tranne quelli di Bernz che guardava la sua cara Rozennik. Ma ecco che nel momento in cui le panche erano accanto alla tavola e i cucchiai di legno erano piantati in tondo dentro la tafferia, un vecchio spinse bruscamente la porta e augur buon appetito a tutti. Era un mendicante di Pluvigner che non entrava mai in chiesa e di cui gli uomini onesti avevano paura. Lo accusavano di gettare il malocchio sul bestiame, di far annerire il grano nella spiga e di vendere ai lottatori le erbe magiche. V'erano alcuni che lo sospettavano persino di diventare gobelinn a suo talento.4 Tuttavia, poich aveva l'abito dei mendicanti, il fattore gli permise di avvicinarsi al focolare: gli fece persino portare uno sgabello a tre piedi e una porzione di cibo, come a un invitato. Quando lo stregone ebbe finito di mangiare, chiese di poter andare a dormire: e Bernz and ad aprirgli la stalla, dove c'erano solo un bue magro e un vecchio asino spelacchiato. Il mendicante si sdrai fra i due animali, per tenersi caldo, appoggiando la testa su un sacco di pula. Mentre stava per addormentarsi suon la mezzanotte. Il vecchio asino allora scosse le lunghe orecchie e si volt verso il bue magro. "Ebbene, cugino mio, come va la vita, dopo il Natale scorso quando ci siamo parlati?" chiese con tono amichevole. Invece di rispondere l'animale cornuto gett un'occhiata in tralice al mendicante. "Valeva proprio la pena che la Santissima Trinit ci accordasse la parola per la notte di Natale" disse con tono arcigno "per ricompensarci cos del fatto che i nostri antenati

avevano assistito alla nascita di Ges, se poi dovevamo avere ad ascoltarci un buono a nulla come questo mendicante!" "Siete molto superbo, monsignor di Ker-Muggente" fece l'asino tutto allegro. "Io piuttosto avrei il diritto di lamentarmi, se pensate che il capostipite della mia famiglia port un giorno Ges Cristo a Gerusalemme, come lo prova la croce che, da quel giorno, ci stata impressa in mezzo alle spalle. Ma io so accontentarmi di ci che le Tre Sante Persone mi hanno voluto concedere. Non vedete, d'altronde, che lo stregone addormentato?" "Tutti i suoi sortilegi non sono ancora riusciti ad arricchirlo" riprese il bue "e ha dato l'anima al diavolo per ben poco. Il diavolo non lo ha neppure avvertito della buona occasione che ci sar qui vicino fra qualche giorno." "Quale buona occasione?" chiese l'asino. "Come!" riprese il bue. "Non sapete dunque che ogni cento anni le pietre della brughiera di Plouhinec vanno a bere al fiume di Intel, e durante quel periodo i tesori ch'esse nascondono restano allo scoperto?" "Ah, ora mi ricordo" interruppe l'asino. "Ma le pietre tornano cos presto al loro posto che impossibile evitarle e schiacciano chiunque non abbia, per salvarsi, un rametto dell'erba della croce circondato da quadrifogli a cinque foglie." "E ancora," aggiunse il bue "i tesori che uno si porta via cadono in polvere se non si d in cambio un'anima battezzata: ci vuole la morte di un cristiano perch il demonio vi lasci godere in pace le ricchezze di Plouhinec." Il mendicante aveva ascoltato tutta questa conversazione senza avere il coraggio di tirare il fiato. "Ah, cari animali, tesorucci miei" diceva fra s; "voi mi avete fatto pi ricco di tutti i borghesi di Vannes e di Lorient; state tranquilli, lo stregone di Pluvigner ormai non dar pi l'anima al diavolo per niente." Poi si addorment, e il giorno dopo allo spuntar dell'alba era gi nei campi a cercare l'erba della croce e i quadrifogli a cinque foglie. Dovette cercare a lungo e addentrarsi bene nella campagna, l dove l'aria pi calda e le piante restano sempre verdi. Infine, alla vigilia di Capodanno ricomparve a Plouhinec con l'espressione di una faina che ha trovato la strada della colombaia. Mentre passava per la landa, vide Bernz occupato a picchiare con un martello puntuto contro la pi alta delle pietre. "Che Dio mi salvi!" esclam lo stregone ridendo; "avete voglia di scavarvi una casa in quella grossa pietra?" "No" disse Bernz tranquillamente; "ma poich per il momento sono senza lavoro, ho pensato che se tracciassi una croce su una delle pietre maledette farei una cosa gradita al buon Dio, che prima o poi me ne compenser." "Avete dunque qualche cosa da domandargli?" fece il vecchio. "Tutti i cristiani hanno da domandargli la salvezza della loro anima" replic il giovane. "E non avete anche qualche cosa da chiedergli a proposito di Rozenn?" aggiunse a bassa voce il mendicante. Bernz lo guard. "Ah, voi lo sapete" riprese. "Dopo tutto non ce ne onta n peccato, e se io cerco la fanciulla per condurla davanti al prete. Purtroppo Marzinn vuole un cognato che possa contar pi scudi d'oro di quanti centesimi possieda io." "E se ti facessi avere pi luigi d'oro di quanti scudi pretende Marzinn?" aggiunse lo stregone a mezza voce. "Voi!" esclam Bernz. "Io!" "E che cosa mi domandereste in cambio?"

"Nient'altro che un ricordo nelle tue preghiere." "Cos non ci sarebbe bisogno di compromettere la salute della mia anima?" "Non ci sarebbe bisogno d'altro che di coraggio." "Allora ditemi subito cosa bisogna fare!" esclam Bernz, lasciando cadere il mantello "quand'anche dovessi espormi a trenta morti, sono pronto, perch ho meno voglia di vivere che di sposarmi." Quando il mendicante vide che il ragazzo era cos ben disposto gli raccont come qualmente, la prossima notte, i tesori della landa dovessero trovarsi tutti allo scoperto, senza per fargli parola di ci che occorreva fare per evitare le pietre al ritorno. Il giovanotto credette che bastasse avere coraggio e prontezza e cos disse: "Come vero che Dio in tre persone, approfitter di questa occasione, buon vecchio, e terr sempre una pinta del mio sangue al vostro servizio, per il buon consiglio che mi avete dato. Lasciatemi solo finire la croce che ho cominciato a incidere su questa pietra: quando sar il momento, verr a raggiungervi vicino al boschetto di abeti." Bernz tenne parola e un'ora prima della mezzanotte arriv al luogo convenuto. Ci trov il mendicante, che portava una bisaccia in ciascuna mano e un'altra appesa al collo. "Ors, sedetevi l tranquillo" gli disse il mendicante "e pensate a tutto quello che farete quando avrete a vostra disposizione l'argento, l'oro e le pietre preziose." Il giovane sedette a terra e rispose: "Quando avr argento a volont, dar alla mia dolce Rozennik tutto ci che desidera e tutto ci che ha mai desiderato, dalla tela alla seta, dal pane alle arance." "E quando avrete oro a volont?" "Quando avr oro a volont," replic il giovane "far ricchi tutti i parenti di Rozennik e tutti gli amici dei suoi parenti, fino agli estremi confini della parrocchia." "E quando infine avrete pietre preziose a volont?" "Allora," esclam Bernz "far ricchi e felici tutti gli uomini della terra e dir che Rozennik che lo ha voluto." Mentre cos conversavano il tempo passava, e arriv mezzanotte. In quell'istante si scaten un gran fracasso sulla landa e alla luce delle stelle si videro tutte le grandi pietre lasciare il loro posto e lanciarsi verso il fiume di Intel. Scendevano lungo il pendio scavando solchi nel terreno e urtandosi fra loro, come una masnada di giganti che avessero bevuto troppo: passarono cos alla rinfusa accanto ai due uomini e scomparvero nella notte. Allora il mendicante si precipit nella brughiera, seguito dal giovanotto, e nel punto dove poco prima si elevavano le grandi pietre videro dei pozzi colmi fino all'orlo di oro, argento e pietre preziose. Bernz gett un grido di meraviglia e si fece il segno della croce; ma lo stregone si mise subito a riempire le sue bisacce, tendendo l'orecchio dalla parte del fiume. Stava finendo di caricare la terza bisaccia, mentre il giovanotto si riempiva le tasche della sua giacca di tela, quando si sent venire da lontano un mormorio sordo, come di un uragano in arrivo. Le pietre avevano finito di bere e tornavano a riprendere il loro posto. Si lanciavano per il cammino, chine in avanti come dei corridori, e frantumavano tutto davanti a s. Quando il giovanotto le vide balz in piedi gridando: "Vergine Maria, siamo perduti!" "Ah, no, non io!" fece lo stregone, stringendo in mano l'erba della croce e i quadrifogli a cinque foglie, "perch io ho

qui la mia salvezza: ma bisognava che un cristiano perdesse la vita per assicurarmi il possesso di queste ricchezze, e la tua cattiva stella ti ha portato sul mio cammino: rinuncia dunque a Rozenn e preparati a morire." Mentre cos parlava, arriv l'esercito di pietre: ma lo stregone present il suo mazzo di erbe magiche e le pietre si scostarono a destra e a sinistra, per precipitarsi verso Bernz! Questi, comprendendo che tutto era finito, cadde in ginocchio e stava chiudendo gli occhi quando la grande pietra che stava alla testa di tutte le altre si arrest di colpo e sbarrando il passo si pose davanti a lui come una barriera per proteggerlo. Bernz sbigottito alz la testa e riconobbe la pietra sulla quale aveva inciso la croce. Era oramai una pietra battezzata, che non poteva pi nuocere a un cristiano. La pietra rest immobile davanti al giovane finch tutte le sue sorelle non ebbero ripreso il loro posto; allora si lanci come un uccello marino per riprendere il proprio e incontr sulla sua strada il mendicante, che le pesanti bisacce colme d'oro avevano fatto ritardare. Vedendola venire, il vecchio alz nuovamente il suo mazzo di erbe magiche: ma la pietra divenuta cristiana non era pi soggetta agli incantamenti del demonio. E pass brutalmente, schiacciando il mendicante come un insetto. Bernz raccolse, oltre a quello che si era gi messo in tasca, anche le tre bisacce dello stregone e divenne cos abbastanza ricco da poter sposare Rozenn e allevare tanti bambini quanti piccoli ha il laouennanik nella sua covata.5 LE AVVENTURE DEL PASTORE E DELLA FARFALLA YANICK GUARDAVA venti montoni, venti bei montoni di Gergaut, il fattore: perch era pecoraio, il piccolo Yanick, e inoltre era anche il pi buon ragazzo di tutta la contrada. Un giorno, mentre si trovava nella landa di Mnec, dove i suoi bei montoni trovavano a malapena qualche filo d'erba secca, Yanick vide una farfalla che volteggiava sui bei fiori d'oro della landa. "Farfalla, mia bella farfalla," le disse "che splendidi colori hai! come sono belle le tue ali e come vorrei vederti pi da vicino!" "Oh, no, pastore, amico mio!" replic l'insetto "io non devo accostarmi di pi, perch magari tu vorresti toccarmi, e allora la mia effimera belt si involerebbe sulle ali del vento!" "Io voglio solo contemplarti, e ti giuro sulla vita di mia madre che non ti toccher: credimi dunque, amica mia, perch giammai Yanick ha mentito." "Tu sei un caro ragazzo, Yanick, bello mio, ti conosco da tanto tempo, ma, come dice il Vangelo: Spiritus quidem promptus est, caro autem infirma1". "Che dici mai, mia bella farfalla?" esclam il fanciullo, al quale si erano dimenticati di insegnare il latino. "Dico che non si deve mai indurre in tentazione il prossimo, perch l'occasione fa l'uomo ladro, e chi non pensa neanche lontanamente al male, a un certo momento pu diventare un criminale." "Parla pi chiaro, se vuoi che ti capisca." "Non vedi? Quel che voglio insegnarti che imprudente scherzare col fuoco. Il proverbio non dice forse: farfallina farfallina, fuggi lontano dalla luce ingannatrice della candela di resina, potresti bruciarti le ali e dovresti poi vegetare sulla

terra come una larva informe?" Questa volta Yanick non capiva pi niente: fece una boccaccia alla farfalla e le volt le spalle, per correre dietro a uno dei suoi montoni che si era allontanato dal gregge. D'improvviso un gran grido risuon alle sue spalle e lo costrinse a voltare la testa. E che vide? La leggiadra farfallina che volava verso di lui a tiro d'ala e lo pregava, in nome di quanto aveva di pi caro, di liberarla da un orribile calabrone che voleva divorarla. Yanick era buono ma, punto nel suo amor proprio dal rifiuto che aveva poc'anzi accolto la sua richiesta, fece dapprima orecchie da mercante. "Yanick, mio caro Yanick," esclam la farfalla congiungendo le zampine "abbi piet di me, scaccia il mio crudele nemico e non avrai a pentirti della tua buona azione." "Non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te" replic sentenziosamente il pastore, parlando anche lui per proverbi. "Yanick, si avvicina, sta per raggiungermi." "E sulle ali del vento si involer la tua effimera bellezza." "Gi sento il soffio del suo fiato puzzolente, ancora un attimo e sar finita per me. Yanick, piet!" E l'insetto pazzo di terrore fece per nascondersi sotto la giacca del pastore. Ma questi, temendo di ferirla senza volerlo nella lotta che doveva affrontare col calabrone, si tolse in fretta il cappello e disse: "Mettiti sotto il mio cappello, sarai pi al sicuro e finch vivo nessuno verr a molestarti." La farfalla si infil sotto il cappello tutta tremante, senza neppur perder tempo a ringraziare il suo benefattore. Ed era ora che si mettesse al riparo, perch il calabrone arrivava come un fulmine, e tale era la forza del suo slancio che, urtando contro il pen-bass del ragazzo, perdette una delle sue antenne. Dalla sua gola sfugg una sonora bestemmia che fece tremare le pietre. "Bastardo d'un ragazzo!" grid, portandosi la zampa alla testa insanguinata "che hai fatto della mia nemica?" "Io non ho visto nessuno" rispose Yanick, mentendo con una magnifica faccia tosta. "Infame impostore, tu l'hai nascosta da qualche parte, e me la consegnerai immediatamente, altrimenti, corpo di Bacco!" "Piano, piano, amico mio," riprese il ragazzo "perch andare tanto in collera? Parliamo gentilmente come due ragazzi per bene." "Non prendermi in giro, Yanick, non n l'ora n il momento: e nel tuo stesso interesse non opporti a lungo alla mia giusta vendetta." "Eh, mio Dio, signor de' Calabron, chi vi ha parlato di ci? La vendetta, lo so bene, il piacere degli dei; vendicatevi dunque, se cos vi piace, io non mi oppongo affatto: ma, di grazia, non continuate a scocciarmi." "Yanick, la mia pazienza ha un limite" riprese l'animale, scalpitando di collera; "rendimi la farfalla o, tuoni e fulmini!" Il pastore rispose a questa minaccia con un gesto che ben noto ai monelli di Parigi, e si mise in guardia contro il calabrone, il quale riprese in tono pi gentile: "Yanick, mio piccolo Yanick, lascia che mi vendichi e io ti far pi potente di tutti i re della terra." "Ah, veramente!" "Te lo giuro." "E in cambio?" "Ti chiedo solo di toglierti il cappello." "Ah, e per far che cosa?"

"Lo vedrai, poffarbacco!" "E se rifiuto?" "Ti uccider." "Ebbene, allora uccidimi, se ti riesce... perch anche se tu fossi Messer Guglielmo2 in persona, non avrai mai l'innocente vittima di cui mi dichiaro qui il cavaliere." Questa volta un lampo di odio si sprigion dalle pupille feroci del calabrone, che si fece indietro di alcuni passi e col pungiglione in resta si precipit sul pastore; il quale a sua volta, piantato fieramente sulle gambe aperte lo aspettava col suo pen-bass in pugno. Le due armi si scontrarono e l'aguzzo pungiglione trapass da parte a parte il temibile bastone dalla grossa testa, che sfugg dalle mani del ragazzo. La lotta sembrava ormai ineguale: che poteva fare infatti il ragazzo disarmato contro il temibile animale, che d'un sol colpo delle robuste zampe posteriori si era immediatamente sbarazzato del pen-bass e l'aveva mandato a rotolare a pi di due leghe di distanza? Yanick, bench gli spiacesse di aver perduto il suo bastone, conserv il sangue freddo e attese a pie' fermo il nemico che tornava alla carica. "Mia buona Sant'Anna," mormorava a bassa voce "prega per me! Sancta Anna, ora pro nobis." E la buona santa gli mand di colpo un'idea che riport il sorriso sulle sue labbra. Yanick portava, appuntata alla camicia, una di quelle piccole spille di ottone, ornate di perline colorate e di fiocchetti di lana rossa, che si comprano alle sagre dei santi: e quella appunto era stata benedetta il giorno della festa di Sant'Anna. La stacc in fretta e non appena l'ebbe voltata dalla parte del calabrone la vide cambiarsi in una bella spada, lunga pi di due braccia. Il diavolo, ben lontano dal pensare a un miracolo e sicuro della vittoria, si stava precipitando ciecamente sul nemico; ma la spada magica lo ferm a met strada e lo infilz come un vero tacchino. L'animale cacci un grido orribile, che risuon fino ad Auray, e la sua anima malvagia si invol insieme ai fiotti di sangue nero che uscivano dalla piaga. La spada gli aveva trapassato il cuore da parte a parte. Il primo pensiero di Yanick, quando vide il suo nemico atterrato, fu di mettersi in ginocchio e ringraziare la Vergine di averlo salvato. Compiuto questo dovere corse a liberare la sua gentile prigioniera: ma invano la cerc dappertutto, la farfalla era volata via, senza ch'egli potesse capire come. E mentre cercava da tutte le parti vide comparire davanti ai suoi occhi una bellissima fanciulla, vestita di un abito di un abbagliante candore, con la testa cinta da un'aureola d'oro massiccio, insomma del tutto simile alle sante che circondano il trono di Dio. "Non perder pi tempo a cercare, Yanick, mio bravo ragazzo," disse, con una voce cos dolce che gli parve di sentire i suoni incantati dei mandolini durante le feste di nozze "perch sono io la farfallina che hai appena salvato dalle grinfie del demonio." "Vergine santa!" esclam il ragazzo cadendo in ginocchio. "Io non sono la Vergine Santa, ma sono Santa Guenalle, sua umile ancella; e quello che hai appena ucciso il diavolo, che da molti anni mi perseguita col suo insolente amore. Fino a oggi ero per fortuna riuscita a evitarlo, ma poco fa ha indovinato la mia presenza sotto questo travestimento che mi nascondeva, e senza di te... Grazie per questo servizio, mio

piccolo Yanick, io salgo nuovamente al cielo, dove non mi dimenticher di te..." "Santa Guenalle, pregate allora il buon Dio per me." "Yanick, tu ti sei rifiutato di cedere alle lusinghiere offerte del nemico, quando voleva donarti immense ricchezze purch tu mi consegnassi a lui. E bench io sia stata poco compiacente con te, tu hai reso il bene per male. Questo bello, questo sublime. E io voglio compensarti. Seguimi, Yanick." E unendo l'esempio alle parole si avvi in direzione sud, con un passo cos leggero - come ebbe a dire pi tardi il pastore - che pareva un bell'uccello svolazzante di fiore in fiore. Quando furono arrivati vicino a un dolmen pi alto degli altri la santa si arrest di colpo e volgendosi verso il pastore gli disse: "Sotto questa pietra dormono incalcolabili tesori: sono per te, Yanick. Impiegali utilmente per soccorrere i tuoi simili e non dimenticare mai che sei stato povero anche tu." "Lo giuro!" esclam il ragazzo, ancora tutto stordito per ci che vedeva. "Ricorda bene le parole che ora pronuncer" riprese la vergine; "sono la chiave che dovr aprirti le porte della felicit: Abderamac schalpreck ornitiga raspecrk lito ima bed, mei imagorf neskal me maier. Questo significa: "Demonio che custodisci questi tesori, vattene ben lontano, ecco qui il tuo signore e padrone." Hai capito bene?" "S, buona santa!" rispose il ragazzo ripetendo parola per parola lo scongiuro. "Benissimo, ripetilo tre volte senza riprender fiato." Yanick fece come gli era stato comandato. Alla terza volta la terra trem, il dolmen si spost e ai suoi occhi apparve un immenso sotterraneo. Era colmo dal basso fino in alto di diamanti, perle, rubini e dell'oro pi fino, tanto in scudi e fiorini che in verghe. "tutto tuo, Yanick" riprese la vergine. "E ora addio: che Dio ti apra il paradiso alla fine dei tuoi giorni." Una nube azzurra in forma di carro si avvicin alla fanciulla: essa vi sal, e mandando al ragazzo un ultimo incantevole addio torn dolcemente in cielo. Rimasto solo, Yanick si sfreg gli occhi, si pizzic a sangue un braccio per vedere se non stesse sognando. Ma era assolutamente sveglio e il tesoro era sempre li davanti a lui. Infine si decise a scendere i pochi gradini che portavano al sotterraneo, e per ore e ore si divert a passarsi da una mano all'altra le perle e i diamanti, che ricadendo in brillanti cascatelle sotto i raggi del sole riflettevano tutti i colori dell'arcobaleno. Quando arriv la notte si riemp le tasche di belle monete d'oro sonanti e si accinse a tornare alla fattoria del mezzadro Gergaut. Appena il ragazzo ne fu uscito, il sotterraneo si richiuse da s, il dolmen torn al suo posto e la landa ridivenne com'era prima, ossia la fredda patria degli spiriti folletti. La leggenda termina dicendo che Yanick grazie al suo inesauribile tesoro divenne un gran signore, ebbe i pi bei castelli della contea e Gergaut, da lui arricchito, fu il suo primo scudiero. Dopo la sua morte il segreto del tesoro and perduto, e invano molti lo hanno cercato in seguito: rimasto sempre invisibile per tutti. LA LEGGENDA DELLA ROCCA DELLE FATE LE FATE, AL TEMPO in cui vivevano, onoravano dopo la morte quelli che avevano fatto del bene quando

erano in vita, e costruivano grotte indistruttibili per proteggere le loro ceneri dall'invidia e dalla distruzione del tempo: e di notte venivano a parlare con i morti. Si dice pure che la loro benefica influenza diffondesse nella regione un incanto indefinibile, insieme all'abbondanza e alla prosperit. Con questo scopo, con queste fatate intenzioni costruirono la Rocca delle Fate, che noi abbiamo in uno dei nostri campi. Le fate, si dice, si divisero il lavoro: alcune restarono sul posto dove doveva sorgere il monumento, prepararono i piani e lo costruirono; le altre, nello stesso tempo, senza abbandonare i loro lavori di ricamo, si recavano nella foresta del Theil, si riempivano i grembiuli di pietre e le portavano alle compagne lavoratrici, che le mettevano in opera. Ma non avevano calcolato in anticipo la quantit che occorreva. Ora avvenne che il monumento era gi terminato mentre le fate fornitrici erano ancora in cammino per apportare del nuovo materiale; ma, avvertite che le loro pietre erano ormai inutili, aprirono i grembiuli e deposero il materiale l dove si trovavano quando avevano ricevuto l'avviso. Ce n'erano nella landa Marie; ce n'erano presso Rtiers, ce n'erano a Richebourg e nella foresta del Theil. Ecco la ragione per cui in tutti questi luoghi si trovano delle pietre dello stesso tipo, e della stessa provenienza, di quelle che formano la nostra Rocca delle Fate. Purtroppo da molto tempo le fate sono scomparse: ma il monumento resta. Di notte, quando fuori soffia la tramontana, si sentono come dei lamenti nella Rocca delle Fate, e si dice che siano i morti sepolti l sotto che chiamano le fate loro protettrici; e questi lamenti si rinnoveranno finch esse non saranno tornate. CARNAC, IL CAMPO DELLE "PIETRE PIANTATE" IN QUEL TEMPO Santo Cornelio era papa a Roma. Cornelio, o Cornly, si attir ben presto (e qualcuno pretende che in quei giorni fosse di regola) le maldicenze e le cattiverie che la gente riservava ai primi cristiani. Temendo tuttavia il martirio, o divorato da un qualche zelo missionario, il sant'uomo giudic prudente fuggire le milizie romane; e se ne and da Roma, con a fianco una coppia di buoi che portavano i suoi bagagli. Lui stesso, quando era stanco, non disdegnava di salire a cavalcioni senza sella, come Confucio, su quello dei due buoi che pareva il pi forte. I santi attraversano pianure e stretti di mare e valicano monti senza la minima difficolt: la fede gli dona chiaroveggenza e l'innocenza (quella di Sant'Antonio o anche di Sant'Agata) gli conferisce quell'ardore, quell'impeto che manca ai viaggiatori interessati. Cornly quindi arriv ben presto in Bretagna. Aveva gi costeggiato il golfo di Morbihan e stava percorrendo la via che porta da Auray a Carnac quando incontr dei contadini che seminavano l'avena. Si ferm qualche minuto a chiacchierare e domand amabilmente notizie del loro lavoro. "Che cosa seminate?" "l'avena" gli risposero. "Allora" disse il santo "la mieterete domani." I contadini, sbigottiti, credettero che si trattasse di farneticazione dovuta alle fatiche del viaggio, e non ci pensarono pi: il lavoro aspettava, bisognava rimettersi immediatamente

all'opera. E l'opera riusc a meraviglia: il giorno dopo l'avena era matura, i contadini mietevano a tutto andare, preoccupati di riporre tutto l'intero raccolto nei granai prima del temporale (i miracoli affascinano la gente di campagna, ma non la stupiscono punto), quando i persecutori romani comparvero sul limitare del campo. "Non avete visto passare di qui un uomo con due buoi?" "Certamente" risposero i mietitori. "Stavamo appunto seminando l'avena." "Allora", disse il centurione "non val pi la pena di corrergli dietro: ha troppo vantaggio su di noi, non lo raggiungeremo mai." E i Romani decisero di accamparsi l. Dietro un avvallamento del terreno, in una localit detta Le Moustoir, Cornly, per sfuggire agli occhi dei Romani, si era nascosto nell'orecchio di un bue: ci stava un po' stretto, ma era contento della sua trovata. Tuttavia capiva che il pericolo era grande. E quando vide tre soldati che venivano verso di lui, non ebbe pi dubbi: era urgente fare qualcosa di grosso per proteggere la propria fuga. Campi aridi si stendevano a perdita d'occhio, interrotti qua e l da macchie di arbusti assai poco poetici, e persino da paludi che si estendevano verso il mare. Intu allora che una tale natura non si sarebbe adirata con lui e, come una terribile fata, trasform tutti i Romani in pietre: per chilometri e chilometri tutt'attorno la terra fu letteralmente seminata di questi strani obelischi piantati con la testa in gi, in file serrate. Sono i "soldati di San Cornly" (Soudardet san Cornly). In lunghe file, queste pietre ormai non parlano che il linguaggio delle grandi immobilit: la paura degli spettri vi pi intensa e l'aspetto sinistro della landa indescrivibile. Non furono risparmiati neppure i ritardatari, quelli che zoppicavano o erano ubriachi: il "gigante" di Kerdreff, i "soldatini" che sorgono presso il fiume, nel luogo detto Le Petit Mnec, e persino, a quanto si dice, le pietre distrutte di Luffang sono testimoni della violenza delle metamorfosi cristiane. Resta tuttavia un enigma. Un enigma leggiadro, la cui bellezza ci aiuta a consolarci delle tenebre di Carnac (il "carnaio", o il campo dei "carnami"): vicinissimo a Kerdreff, la pietra chiomata, si eleva il menhir di Krifol. Si trova sul fianco nord degli allineamenti di Mnec come una benevola sentinella: fine, slanciato, cinto di pennacchi di lichene giallo paglia, veramente il "bel giovanotto di Krifol", prodigo e amoroso, cos insolente nella sua bellezza e nella sua gioia di vivere che Dio stesso, sdegnato, aveva deciso di punirlo e lo aveva cambiato in pietra. Andate a vederlo, saltate i muretti che cingono il suo campo di grano. Perch il menhir di Krifol torreggia in pieno campo, un campo fatto a sua misura, di un verde tenero che scende con dolce pendio verso gli allineamenti di pietre. E' superiore a tutti e qualche cosa vi dice che cosciente di questa superiorit. E questa in certo qual modo la sua vendetta. Ha rischiato di trovarsi inghiottito in mezzo alle coorti romane, ma ha ottenuto l'estrema libert di non essere che la loro sentinella avanzata. Quanto a Cornly, che altro dirne? Naturalmente visse felice e contento, circondato dalla venerazione dei notabili del luogo. I contadini lo onorarono anche dopo la sua morte: e qua e l nelle chiesette del Morbihan, certi piccoli buoi di legno dipinto posati su mensolette a mezza altezza dei muri rievocano allegramente il ricordo delle brave bestie del santo.

VIAGGI E INIZIAZIONI LA GROAC'H DELL'ISOLA DEL LOK1 TUTTI QUELLI CHE CONOSCONO la Terra della Chiesa (Lanillis) sanno che una delle pi belle parrocchie della diocesi del Lon. Oltre al fieno e al frumento, ci sono sempre stati dei frutteti ricchi di meli che danno pomi pi dolci del miele di Sizun e di susini in cui tutti i fiori maturano in frutti. Per quel che riguarda le fanciulle da marito, sono tutte virtuose e brave massaie, a quanto dicono i loro genitori. Nei tempi antichi, quando nella bassa Bretagna i miracoli erano tanto comuni quanto lo sono oggi i battesimi e i funerali, viveva a Lanillis un giovanotto che si chiamava Houarn Pogamm, come pure una fanciulla chiamata Bellah Postik. Erano cugini, come usava nel paese, e le loro madri, quando erano ancora in fasce, li avevano allevati nella stessa culla, come si suol fare coi bambini destinati un giorno a diventare marito e moglie, con l'aiuto di Dio.2 Cos erano cresciuti insieme, amandosi di tutto cuore. Ma i loro genitori erano morti uno dopo l'altro, e i due orfanelli, che non avevano ricevuto nulla in eredit, furono costretti a mettersi a servizio presso lo stesso padrone. E avrebbero potuto trovarsi benissimo, e vivere felici e contenti: ma gli innamorati assomigliano al mare, che si lagna continuamente. "Se solo avessimo abbastanza denaro da comperare una vaccherella e un magro maiale," diceva Houarn "io prenderei in affitto dal nostro padrone un pezzetto di terra, il curato ci mariterebbe e potremmo andare ad abitare insieme." "Sicuro," rispondeva Bellah con un gran sospiro "ma viviamo in tempi cos duri! Le vacche e i maiali sono ancora rincarati all'ultima fiera di Ploudalmezeau; certamente Dio non si preoccupa pi di come va il mondo." "Ho paura che dovremo aspettare un sacco di tempo", riprendeva il giovanotto "perch non sono mai io che finisco le bottiglie quando bevo all'osteria con gli amici)." "Un sacco di tempo," rispondeva la fanciulla "perch non sono riuscita a sentir cantare il cuc.3" Questi lamenti ricominciavano tutti i giorni, finch Houarn alla fine perdette la pazienza. Un bel mattino and a trovare Bellah, che spulava il grano nell'aia, e le annunci che voleva partire per cercar fortuna. La fanciulla fu molto addolorata da questa notizia e fece tutto quello che pot per trattenerlo; ma Houarn, che era un giovanotto risoluto, non volle sentir ragione. "Gli uccelli" disse "volano dritti davanti al becco finch trovano un campo di grano, e le api finch trovano fiori per fare il miele: e un uomo pu forse aver meno ragioni delle bestie volanti? Anch'io voglio cercar dappertutto ci che mi manca, ossia i soldi per comprare una vaccherella e un magro maiale. Se mi vuoi bene, Bellah mia, non opporti pi a un progetto che deve affrettare le nostre nozze." La fanciulla comprese che doveva cedere e bench avesse il cuore stretto disse a Houarn: "Parti, con l'aiuto di Dio, poich necessario; ma prima voglio dividere con te ci che vi di meglio dell'eredit dei miei genitori." Prese il giovanotto per mano, lo condusse davanti al suo armadio, e ne tir fuori una campanella, un coltello e un bastone. "Queste tre reliquie" disse "non sono mai uscite dalla mia

famiglia. Ecco prima di tutto la campanella di San Koledok: ha un suono che si fa sempre sentire a qualunque distanza e avverte i nostri amici dei pericoli che corriamo. Il coltello apparteneva a San Corentin e tutto ci che tocca sfugge ai sortilegi dei maghi o del demonio. Infine questo il bastone che portava San Vouga: ci conduce ovunque si voglia andare. Io ti do il coltello per difenderti dai malefizi, la campanella perch tu mi faccia sapere quando sei in pericolo e trattengo il bastone, per raggiungerti se avrai bisogno di me"4. Houarn ringrazi la fidanzata, pianse un poco con lei, come si deve sempre fare quando ci si separa, e quindi se ne and dirigendosi verso le montagne. Ma succedeva allora come oggi: in tutti i villaggi dove passava, Houarn era perseguitato dai mendicanti i quali, poich le sue brache erano intere, lo prendevano per un signore. "In fede mia," egli pens "questo un paese in cui vedo pi occasioni di spender denaro che di far fortuna. Andiamo pi lontano." Continu dunque il cammino scendendo fino alla costa e arriv a Pontaven, che una graziosa cittadina costruita su un fiume fiancheggiato da pioppi. Mentre stava seduto sulla porta della locanda, sent due mulattieri che chiacchieravano caricando i muli e parlavano della groac'h dell'isola del Lok. Houarn chiese cosa fosse una groac'h e gli risposero che si dava questo nome a una fata che abitava nel lago della pi grande delle Glnans e che, a quanto si diceva, era pi ricca lei sola di tutti i re messi insieme. Molti erano gi andati sull'isola per impadronirsi dei suoi tesori: ma nessuno ne era tornato. Houarn ebbe immediatamente l'idea di recarsi a sua volta sull'isola per tentar l'avventura. I mulattieri fecero di tutto per distoglierlo da quel progetto: chiamarono persino a gran voce la gente dei dintorni, gridando che dei buoni cristiani non potevano lasciare che un uomo corresse cos alla sua rovina. E tutti volevano trattenere a forza il giovanotto. Ma lui ringrazi dell'interesse che gli dimostravano e si dichiar pronto ad abbandonare il suo progetto solo se avessero fatto una colletta per raccogliere abbastanza danaro da permettergli di comperare una vaccherella e un maiale magro. Ma a questa proposta i mulattieri e i buoni cristiani si ritirarono, ripetendo che era proprio un testardo e che non c'era modo di trattenerlo. Houarn si rec dunque sulla riva del mare, da un battelliere che lo trasport sull'isola del Lok. Trov senza fatica lo stagno posto al centro dell'isola, tutto circondato da piante marine dai fiori rosa. Mentre ne faceva il giro vide a un'estremit, all'ombra di un ciuffo di ginestre, un canotto color del mare che galleggiava sulle acque tranquille. Questo canotto aveva la forma di un cigno addormentato con la testa sotto l'ala. Houarn, che non aveva mai visto niente di simile, si avvicin curioso ed entr nella barca per vederla meglio: ma appena vi ebbe messo piede il cigno sembr svegliarsi: la sua testa usc di sotto l'ala, le larghe zampe si stesero sull'acqua e l'uccello si allontan bruscamente dalla riva. Il giovanotto gett un grido di spavento: ma il cigno avanz pi veloce verso il centro dello stagno. Houarn volle gettarsi a nuoto, ma l'uccello affond il lungo collo nell'acqua e si tuff, trascinandolo con s. Il leonese, che non poteva gridare senza inghiottire l'acqua maleodorante dello stagno, fu costretto a tacere e giunse cos alla dimora della groac'h. Era un palazzo di conchiglie, che superava in splendore tutto quello che si poteva immaginare. Ci si arrivava per una

scala di cristallo, fatta in modo tale che, quando uno ci poggiava il piede, ogni gradino cantava come un uccello dei boschi! Tutt'intorno si vedevano immensi giardini dove crescevano foreste di piante marine e aiuole di alghe verdi, tempestate di diamanti al posto dei fiori. La groac'h era sdraiata nella prima sala, su un letto d'oro. Era vestita di un manto verdemare, morbido e fine come un'onda: i suoi capelli neri, sparsi di coralli, le scendevano fino ai piedi e il suo viso bianco e rosa aveva lo splendore di un interno di conchiglia. Houarn si ferm, abbagliato alla vista di una creatura cos bella; ma la groac'h si alz e sorridendo gli venne incontro. Si muoveva con un passo cos morbido che la si sarebbe detta una delle creste bianche che corrono sulla superficie del mare. "Siate il benvenuto" disse al giovane, facendogli cenno di entrare. "C' sempre posto qui per gli stranieri e per i bei giovanotti." Il giovane, rassicurato, entr. "Chi siete, da dove venite, e che cosa cercate?" aggiunse la groac'h. "Mi chiamo Houarn" rispose il leonese. "Vengo da Lanillis e cerco di che comperarmi una vaccherella e un maiale magro." "Ebbene, venite, Houarn," riprese la fata "e non vi preoccupate pi di nulla, perch avrete tutto ci che potr farvi felice." Lo fece entrare in una seconda sala tappezzata di perle, dove gli serv otto tipi di vino in otto calici d'argento scolpito. Houarn bevve dapprima gli otto calici di vino: e lo trov cos buono che poi ne bevve di nuovo otto volte di ciascun tipo. E ogni volta trovava la groac'h ancora pi bella. La fata lo incoraggiava, dicendogli che non doveva aver paura di rovinarla, poich lo stagno dell'isola del Lok comunicava col mare e tutte le ricchezze inghiottite dai naufragi erano trascinate all'isola da una corrente magica. "Per l'anima mia," disse Houarn, reso molto allegro dal vino, "non mi stupisco pi se la gente della costa parla male di voi. Le persone cos ricche suscitano sempre gelosia: e quanto a me, non chiederei che la met della vostra fortuna." "E l'avrete, Houarn, se la vorrete," disse la fata. "E come?" domand lui. "Sono rimasta vedova di mio marito, il korandon," riprese la fata "e se mi trovate di vostro gusto diventer la vostra sposa." Il leonese rimase sconvolto da ci che aveva udito. Lui, sposare la groac'h, che gli pareva cos bella, che aveva un palazzo cos splendido e otto tipi di vino che lasciava bere a volont!... Veramente, aveva promesso a Bellah di sposarla, ma gli uomini dimenticano facilmente questa specie di promesse, e in questo sono proprio come le donne. Rispose dunque cortesemente alla fata: "Non siete certo fatta per essere rifiutata: e sar una gioia e un onore diventare vostro marito." La groac'h esclam allora che voleva preparare immediatamente il pranzo di nozze. Apparecchi una grande tavola e vi imband tutto ci che il leonese conosceva di meglio (oltre a molte altre cose ch'egli non conosceva affatto); poi and a un piccolo vivaio che si trovava in fondo al giardino e si mise a chiamare: "Ehi, tu, procuratore! ehi, tu, mugnaio! ehi, tu, sarto! ehi, tu, cantore!" E a ogni chiamata si vedeva accorrere un pesce, ch'essa metteva in una rete d'acciaio. Quando la rete fu piena, la fata pass in una stanza vicina e gett tutti i pesci in una padella d'oro. Ma a Houarn parve di sentire, in mezzo al crepitio della

frittura, delle vocine sottili che mormoravano qualcosa. "Chi mai che borbotta nella padella d'oro?" osserv il giovane. "E' la frittura che rosola" rispose lei attizzando il fuoco. Un attimo dopo le voci sottili ricominciarono a borbottare. "Chi mai che borbotta, Groac'h?" chiese di nuovo lui. "E' la frittura che rosola" rispose lei, facendo saltare i pesci. Ma ben presto le vocine cominciarono a gridare pi forte. "Chi mai dunque che grida, Groac'h?" ripet Houarn. "E' il grillo del focolare" rispose la fata, cantando cos forte che il leonese non sent pi nulla. Ma quel ch'era successo lo aveva fatto riflettere, e poich cominciava ad aver paura, cominci anche a sentire dei rimorsi. "Ges Maria!" disse fra s " mai possibile che io abbia dimenticato cos presto la mia Bellah per una groac'h, che dev'essere figlia del demonio? Con questa donna non oserei neppure dire le mie preghiere della sera, e sono sicuro di andar dritto all'inferno come un ladro di maiali." Mentre cos diceva fra s, la fata aveva messo in tavola la frittura di pesci e insisteva perch si mettesse a mangiare, dicendo che intanto sarebbe andata a prendere per lui dodici nuovi tipi di vino. Houarn sospirando lev di tasca il coltello e si apprestava a mangiare: ma non appena la lama che distruggeva i sortilegi ebbe toccato il piatto d'oro, tutti i pesci si drizzarono in piedi e ridivennero dei piccolissimi uomini, ciascuno abbigliato secondo la sua condizione. C'era un procuratore in colletto bianco, un sarto in calze violette, un mugnaio color farina, un cantore in cotta, e tutti gridavano insieme, nuotando nella frittura: "Houarn, salvaci, se vuoi salvarti anche tu!" "Santa Vergine! E chi sono questi ometti che cantano nel burro fuso?" esclam stupefatto il leonese. "Siamo dei cristiani come te" risposero quelli. "Anche noi eravamo venuti all'isola del Lok per cercar fortuna, anche noi abbiamo consentito a sposare la groac'h; e il giorno dopo le nozze quella ha fatto di noi ci che aveva fatto dei nostri predecessori, che sono nel vivaio grande." "E che!" esclam Houarn "una donna che sembra cos giovane gi vedova di tutti questi pesci!" "E tu ti troverai ben presto nello stesso stato, anche tu pronto per esser fritto e mangiato da un nuovo venuto!" Houarn fece un salto, come se si fosse gi sentito nella padella d'oro, e corse verso la porta, pensando solo a fuggire prima dell'arrivo della groac'h: ma questa, che stava appunto entrando, aveva sentito tutto. Gett la sua rete d'acciaio sul leonese, che immediatamente si trasform in ranocchio, e and a portarlo nel vivaio, dove si trovavano gi gli altri suoi mariti. In quel momento la campanella che Houarn portava al collo cominci a tintinnare da sola, e Bellah la sent a Lanillis, dove stava scremando il latte munto il giorno prima. Fu per lei come un colpo al cuore. Gett un grido, esclamando: "Houarn in pericolo!" E senza un attimo di indugio, senza domandar consiglio a nessuno corse a mettersi i vestiti della messa grande, le scarpe, la croce d'argento e usc dalla fattoria col suo bastone magico. Arrivata al crocicchio, piant il bastone in terra mormorando: Di San Vouga ti ricorderai! Bastone di melo, mi porterai per terra, nell'aria, sul mare, ovunque dovr passare!5 Il bastone si trasform immediatamente in un puledro rosso di San Thgonec, strigliato, sellato, imbrigliato con un

nastro per orecchio e un pennacchio azzurro sulla fronte. Bellah balz in sella senza esitare. Il puledro part dapprima al passo, poi al trotto, poi al galoppo; e correva cos veloce che i fossati, gli alberi, le case, i campanili passavano davanti agli occhi della fanciulla come i bracci di un arcolaio. Ma lei non si lagnava, ben sapendo che ogni passo la portava pi vicino al suo caro Houarn: al contrario spronava il cavallo, ripetendo: "Il cavallo va meno veloce della rondine, la rondine meno veloce del vento, il vento meno veloce del lampo; ma tu, mio bel puledrino, se mi vuoi bene, bisogna che corra pi veloce di tutti; perch io ho una parte del mio cuore che soffre, la met migliore del mio cuore che in pericolo." Il puledro la udiva e correva come una paglia portata dal turbine; sicch arriv infine nell'Arhs, ai piedi della roccia che chiamano il Salto del Cervo. Ma qui si ferm, perch giammai n cavallo n giumenta si era arrampicato per quella roccia. Bellah, che aveva compreso perch l'animale restava immobile, ricominci a dire: Di San Vouga ti ricorderai! Puledro del Lon, mi porterai per terra, nell'aria, sul mare ovunque dovr passare! Non appena ebbe pronunciato queste parole, due grandi ali uscirono dai fianchi del cavallo, che divenne un grande uccello e la trasport fin sulla cima della roccia. Su questa cima c'era un nido fatto di terra da vasaio e guarnito di muschio secco, sul quale era accovacciato un piccolo korandon tutto nero e tutto rugoso. Quando vide Bellah, il korandon cominci a gridare: "Ecco la bella fanciulla che viene a salvarmi!" "Salvarti!" fece Bellah. "Chi sei tu dunque, mio caro ometto?" "Io sono Jeannik, il marito della groac'h dell'isola del Lok; lei che mi ha mandato qui." "Ma che fai in questo nido?" "Covo sei uova di pietra, e non riavr la mia libert se non quando si saranno aperte." Bellah non pot trattenersi dal ridere. "Mio povero caro galletto!" disse. "E come potrei liberarti?" "liberando Houarn, che in potere della groac'h." "Ah, dimmi, che bisogna fare per liberarlo?" esclam l'orfanella. "Quand'anche dovessi fare in ginocchio il giro dei quattro vescovati, comincerei immediatamente." "Ebbene, cara fanciulla, ci vogliono due cose" disse il korandon. "Anzitutto devi presentarti alla groac'h come un giovanotto; poi devi toglierle la rete d'acciaio che porta alla cintura e chiudervela dentro fino al giorno del Giudizio." "E dove potrei trovare un vestito da giovanotto che sia della mia misura, mio caro korandon?" A queste parole il nanetto strapp quattro dei suoi capelli rossi, li soffi nel vento borbottando qualcosa a bassa voce, e i quattro capelli divennero quattro sarti: il primo aveva in mano un cavolo, il secondo un paio di forbici, il terzo un ago e il quarto un ferro da stiro.6 Tutti e quattro sedettero intorno al nido, con le gambe a forma di X, e si misero a preparare un abito per Bellah. Con la prima foglia del cavolo fecero una bella giacca, impunturata su tutte le costure: un'altra foglia serv per il panciotto; ma ce ne vollero due per le grandi brache alla moda del Lon. Infine il cuore del cavolo fu tagliato in forma di

cappello e il torsolo serv a fare le scarpe. Quando Bellah ebbe indossato quell'abito la si sarebbe detta un gentiluomo vestito di velluto foderato di raso bianco. La fanciulla ringrazi il korandon, che le diede ancora qualche avvertimento: poi il suo grande uccello la trasport in un sol volo fino all'isola del Lok. Qui giunta, Bellah gli ordin di ridiventare un bastone di melo ed entr nella barca a forma di cigno, che la condusse al palazzo della groac'h. Alla vista del giovane leonese vestito di velluto la fata parve incantata. "Per Satana mio cugino," disse fra s "ecco il pi bel giovanotto che sia mai venuto a trovarmi, e credo che lo amer fino a tre volte tre giorni." Cominci dunque a fare un sacco di moine a Bellah, chiamandola "tesoruccio" e "cuoricino mio". Le serv la colazione e Bellah trov sul tavolo il coltello di San Corentin, che Houarn vi aveva lasciato. Lo prese, per servirsene all'occasione, poi segu la groac'h in giardino. La fata le mostr le aiuole fiorite di diamanti, le fontane profumate di lavanda e soprattutto il vivaio, dove nuotavano pesci di mille colori. Bellah parve incantata dai pesci e sedette sul bordo dello stagno per guardarli meglio. La groac'h approfitt di questo momento per chiederle se non le sarebbe piaciuto restare sempre in sua compagnia. E Bellah rispose che non domandava di meglio. "Cos tu saresti disposto a sposarmi immediatamente?" chiese la fata. "Sicuro", rispose Bellah "a patto che io possa pescare uno di questi bei pesci con la rete d'acciaio che avete alla cintura." La groac'h, che non aveva alcun sospetto, prese questa richiesta come un capriccio del bel giovanotto; gli diede la rete e aggiunse sorridendo: "Vediamo un po', bel pescatore, quel che saprai prendere." "Prender il diavolo!" grid Bellah, gettando la rete aperta sulla testa della groac'h. "In nome del Salvatore degli uomini, maledetta strega, diventa nel corpo ci che sei nel cuore." La groac'h pot solo gettare un grido, che termin in un mormorio soffocato: perch il voto della fanciulla si era compiuto e la bella fata delle acque non era pi che l'orribile regina dei funghi.7 Bellah serr rapidamente la rete e corse a gettarla in un pozzo, sul quale pos una pietra suggellata col segno della croce, affinch non potesse sollevarsi se non insieme a quelle delle tombe, nel giorno del Giudizio. Poi torn in fretta verso il vivaio: ma tutti i pesci ne erano gi usciti e le venivano incontro come una processione di monaci variopinti, gridando con le loro vocette roche: "Ecco il nostro signore e padrone, quello che ci ha liberati dalla rete d'acciaio e dalla padella d'oro!" "E sar anche quello che vi render la vostra forma di cristiani" disse Bellah tirando fuori il coltello di San Corentin. Ma mentre stava per toccare il primo pesce vide, proprio ai suoi piedi, un ranocchio verde che portava al collo la campanella magica e singhiozzava in ginocchio, stringendo le due zampette sul suo piccolo cuore. Bellah si sent dentro come un colpo e grid: "Sei tu, sei tu, mio piccolo Houarn, croce e delizia mia?" "Sono io!" rispose il giovanotto "inranocchiato". Bellah lo tocc subito con la lama del coltello che aveva in mano: Houarn riprese la forma umana e tutti e due si abbracciarono, piangendo con un occhio per il passato e ridendo con l'altro per il presente.

Poi la fanciulla tocc col coltello tutti i pesci, che ridivennero ci che erano stati. Mentre stava terminando questa operazione vide arrivare il piccolo korandon della Roccia del Cervo, trasportato nel suo nido, come in un carro, da sei grosse mosche di quercia8 che erano uscite dalle sei uova di pietra. "Eccomi qui, mia bella fanciulla," grid il korandon a Bellah. "Il sortilegio che mi tratteneva laggi spezzato e vengo a ringraziarti, perch di una gallina tu hai fatto un uomo. Condusse quindi i due fidanzati ai forzieri della groac'h, che erano pieni di pietre preziose, dicendo che potevano prenderne a volont. I due giovani si riempirono le tasche, le cinture, i cappelli e persino le larghe brache leonesi; infine, quando ebbero preso tutto quanto potevano portare, Bellah ordin al suo bastone di diventare una carrozza alata, abbastanza grande da condurli a Lanillis insieme a tutti quelli che avevano liberato. L fecero le pubblicazioni e Houarn spos Bellah, come aveva sempre desiderato. Solamente che, invece di comperare una vaccherella e un maiale magro, comper tutte le terre della parrocchia e vi install come fattori gli uomini che aveva portato con s dall'isola del Lok. PERONNIK L'IDIOTA1 CERTAMENTE OGNUNO DI voi avr incontrato qualcuno di quei poveri innocenti che il parroco ha battezzato con olio di lepre2 e che non sanno far altro che fermarsi sulla soglia delle case per chiedere un tozzo di pane. Li diresti dei vitelli che hanno perduto la strada della stalla. Guardano da tutte le parti con gli occhi spalancati e la bocca aperta, come se cercassero qualche cosa: ma quello che cercano non cos abbondante nel paese da poterlo trovare sull'orlo delle strade, perch proprio l'intelletto. Peronnik era uno di questi poveri idioti che hanno per padre e madre la carit dei buoni cristiani. Andava diritto davanti a s senza sapere dove: quando aveva sete beveva alle fontane; quando aveva fame domandava alle donne che vedeva sulle porte gli avanzi della loro cena; e quando aveva sonno cercava un mucchio di paglia e ci scavava il suo letto, come una lucertola. Del resto Peronnik non era neanche troppo mal vestito, vista la sua condizione. Aveva un par di brache di tela, a cui non mancava che il fondo, un panciotto fornito anche di una manica e la met di un berretto che una volta era nuovo. Cos, quando aveva mangiato, cantava con tutto il cuore e ringraziava il buon Dio mattina e sera di avergli fatto tanti doni senza esservi obbligato. Quanto a conoscere un mestiere, Peronnik non ne aveva mai imparato uno: ma era piuttosto abile in una quantit di cose. Mangiava tanto pane quanto si voleva, sapeva dormire pi a lungo di qualsiasi altro e imitava con la lingua il canto delle allodole. E oggi ci sono tanti cristiani nel paese che non sarebbero capaci di fare altrettanto. Al tempo in cui vi parlo (e sarebbero mille e pi anni fa) il paese del grano bianco non era cos come lo vedete oggi. Da allora molti gentiluomini si sono mangiati la loro eredit e hanno cambiato i tronchi delle loro foreste in zoccoli. La foresta di Paimpont si estendeva su pi di venti parrocchie; e certuni dicono anche che guadava il fiume e andava a raggiungere Elven. Comunque sia, Peronnik arriv un bel giorno a una fattoria

che sorgeva al margine del bosco; e poich era gi tanto tempo che nel suo stomaco suonava la campana del Benedicite si avvicin per domandar da mangiare. La fattoressa stava appunto in ginocchio sulla soglia della porta e si preparava a ripulire il suo paiolo con la pietra focaia;3 ma quando sent la voce dell'idiota che le domandava da mangiare in nome di Dio, si ferm e gli tese il paiolo. "Tieni," gli disse "mio povero Giovannin Vitello,4 mangiati le croste e di' un padrenostro per i nostri maiali che non riescono a ingrassare." Peronnik si sedette per terra, si mise il paiolo fra le gambe e cominci a grattare con le unghie: ma non vi riusciva a trovare gran cosa, perch in quel paiolo erano gi passati tutti i cucchiai della famiglia. Tuttavia si lecc le dita e fece sentire un grugnito di soddisfazione, come se non avesse mai mangiato niente di meglio. "E' farina di miglio," borbottava a mezza voce "farina di miglio stemperata in latte di vacca nera5 dalla miglior cuoca di tutto il paese." La fattoressa, che se ne stava andando, si volt tutta lusingata: "Povero innocente," disse "ne resta ben poco; ma ci aggiunger un pezzo di pane di segale."6 Port al ragazzo un tozzo di pagnotta che arrivava dal forno: Peronnik ci diede dentro coi denti come un lupo che divora una coscia d'agnello, esclamando che quel pane delizioso doveva esser stato impastato dal fornaio del vescovo di Vannes! La contadina inorgoglita soggiunse che era ben altra cosa quando lo si mangiava con burro fresco: e per dimostrarlo ne port un po' in una scodella coperta. Dopo averlo assaggiato l'idiota dichiar che quel burro era proprio vivo,7 che quello della Settimana Bianca non era niente al confronto;8 e per meglio suffragare i suoi elogi spalm sul suo tozzo di pane tutto ci che restava nella scodella. Ma la fattoressa era cos contenta che neppure se ne accorse, anzi aggiunse ancora a quanto gli aveva gi dato un bel pezzo di lardo, che era avanzato dalla zuppa della domenica. Peronnik a ogni boccone si profondeva in elogi sempre pi sentiti e mandava gi tutto, come se fosse acqua di sorgente, perch era un bel pezzo che non faceva un pasto simile. La fattoressa andava e veniva, sempre guardandolo mangiare, e aggiungeva ogni tanto qualche avanzo, che il ragazzo riceveva facendosi il segno della croce. Mentre era cos impegnato a rimettersi in forze, comparve sulla soglia di casa un cavaliere armato, che si rivolse alla donna per chiederle la strada del castello di Kerglas. "Ges mio! signor gentiluomo, volete proprio andare l?" esclam la fattoressa. "S," rispose il cavaliere "e sono venuto per questo da un paese cos lontano che ho dovuto marciare tre mesi giorno e notte per arrivare fin qui." "E cosa venite a cercare a Kerglas?" riprese la donna. "Vengo a cercare la coppa d'oro e la lancia di diamante." "Allora sono due cose preziose?" chiese Peronnik. "Pi preziose di tutte le corone della terra," rispose lo straniero "perch la coppa d'oro, oltre a produrre all'istante tutti i cibi e tutte le ricchezze che si desiderano, basta berci dentro per guarire da tutti i mali, e persino i morti risuscitano appena la toccano con le labbra. Quanto alla lancia di diamante, uccide e frantuma tutto ci che tocca." "E a chi appartengono questa lancia di diamante e questa coppa d'oro?" "A un mago chiamato Rogar, che abita nel castello di Kerglas" rispose la fattoressa. "Lo si vede passare tutti i

giorni al margine del bosco, sulla sua giumenta nera, che seguita da un puledrino di tredici mesi; ma nessuno oserebbe attaccarlo, perch ha nelle sue mani la lancia senza piet." "E' cos," disse il cavaliere "ma il comando di Dio gli vieta di servirsene nel castello di Kerglas. Appena vi arriva, deve deporre la coppa e la lancia in fondo a un sotterraneo oscuro, che nessuna chiave pu aprire: e cos io voglio andare appunto nel castello per attaccare il mago." "Ahim, non ci riuscirete, mio bel cavaliere," riprese la contadina. "Pi di cento altri gentiluomini hanno tentato la sorte prima di voi, e nessuno ritornato." "Lo so, lo so, buona donna," replic il cavaliere; "ma quelli non avevano ricevuto, come me, le istruzioni dell'eremita di Blavet." "E cosa vi ha detto l'eremita?" chiese Peronnik. "Mi ha detto tutto ci che dovr fare" fece lo straniero. "Anzitutto dovr attraversare il bosco stregato, dove mi imbatter in incantesimi di ogni genere fatti per atterrirmi e farmi perdere la strada. La maggior parte dei cavalieri che mi hanno preceduto si sono persi nel bosco e sono morti di freddo, di fatica o di fame." "E se lo passate?" fece l'idiota. "Se lo passer," continu il gentiluomo "incontrer un korrigan armato di un pungiglione di fuoco che riduce in cenere tutto ci che tocca. Questo korrigan veglia ai piedi di un melo da cui dovr cogliere una mela." "E poi?" chiese Peronnik. "Poi trover il fiore che ride, custodito da un leone con la criniera formata da vipere, e dovr cogliere il fiore; dopodich dovr attraversare il lago dei draghi, e combattere contro l'uomo nero armato di una palla di ferro che colpisce sempre il bersaglio e torna da sola al suo padrone; infine entrer nella valle dei piaceri, dove vedr tutto ci che pu tentare e trattenere un cristiano, e infine arriver a un fiume che ha un solo guado. Qui si trover ad aspettarmi una dama vestita di nero; io la prender in spalla e lei mi dir che cosa dovr fare." La fattoressa cerc di dimostrare allo straniero che non avrebbe mai potuto superare tutte quelle prove: ma questi rispose che non era cosa che potesse giudicare una donna, e dopo essersi fatto indicare la via della foresta mise il cavallo al galoppo e spar fra gli alberi. La fattoressa gett un gran sospiro, dichiarando che quello era un morto che Ges Cristo avrebbe dovuto giudicare: regal qualche altra crosta a Peronnik e lo esort a continuare il cammino. Peronnik stava per rimettersi in marcia quando dai campi arriv il padrone della fattoria. Questi aveva appena licenziato il garzone che gli guardava le vacche e pensava fra s come poterlo sostituire. Alla vista dell'idiota gli si accese una luce nel cervello: pens subito di aver trovato ci che gli occorreva, e dopo avergli rivolto qualche domanda chiese a Peronnik se volesse restare alla fattoria per guardare le bestie. Peronnik avrebbe preferito limitarsi a guardare solo se stesso, perch nessuno aveva pi coraggio di lui a non far niente. Ma sentiva ancora sulle labbra il buon sapore del lardo, del burro fresco, del pane di segale e delle croste di miglio; e cos si lasci tentare e accett la proposta del fattore. Questi lo condusse subito al margine della foresta: cont a voce alta le vacche (ivi comprese le giovenche), tagli per lui una bacchetta di nocciolo perch potesse guidarle e gli disse di ricondurle al tramonto.

Ecco dunque il nostro Peronnik divenuto guardiano di vacche, con l'incarico di proteggerle dai guai: e cos correva dalla nera alla rossa, e dalla rossa alla bianca, per ricondurle nella mandria quando volevano allontanarsi. Ora, mentre correva cos da una parte all'altra, sent d'un tratto un rumor di zoccoli e vide fra gli alberi del bosco avanzarsi il gigante Rogar in sella alla sua giumenta, seguito dal puledrino di tredici mesi. Portava appesa al collo la coppa d'oro e aveva in mano la lancia di diamante che brillava come una fiamma. Peronnik, spaventato, si nascose dietro un cespuglio: il gigante pass accanto a lui e continu la sua strada. Quando fu scomparso l'idiota usc dal nascondiglio e guard dalla parte dove il gigante si era diretto, senza per distinguere la strada che aveva preso. Intanto arrivavano continuamente dei cavalieri armati a cercare il castello di Kerglas, ma non se ne vedeva tornare nessuno. Invece il gigante faceva tutti i giorni la sua passeggiata. L'idiota fin per prender coraggio: non si nascondeva pi al passaggio del mago, e guardava da lontano con occhi invidiosi, perch ogni giorno gli aumentava nel cuore il desiderio di possedere la coppa d'oro e la lancia di diamante. Ma era come per le donne belle: pi facile sognarle che ottenerle. Una sera che Peronnik si trovava solo in mezzo al prato, come al solito, ecco che un uomo dalla barba bianca comparve sul margine della foresta. L'idiota credette che fosse un altro straniero giunto per tentar la sorte e gli chiese se per caso cercava la strada per Kerglas. "Non la cerco, perch la conosco" rispose lo sconosciuto. "Ci siete gi stato, e il mago non vi ha ucciso!" esclam l'idiota. "Perch non aveva nulla da temere da me" replic il vecchio dalla barba bianca; "mi chiamano lo stregone Bryak e sono il fratello maggiore di Rogar. Quando voglio andarlo a trovare vengo qui; e poich, malgrado i miei poteri, non riuscirei a traversare il bosco stregato senza smarrirmi, chiamo il puledro nero perch mi guidi." A queste parole tracci col dito tre cerchi nella polvere, ripet a voce bassa delle parole che il demonio insegna agli stregoni, poi esclam: Puledro sciolto di piedi, puledro sciolto di denti, puledro, io sono qui, vieni presto, ti aspetto.9 Immediatamente comparve il puledro. Bryak gli mise una cavezza, una pastoia, gli sal in groppa e lo lasci rientrare nella foresta. Peronnik non disse nulla a nessuno di questa avventura; ma ora comprese che la prima cosa da fare, per arrivare a Kerglas, era di salire in groppa al puledro che conosceva la strada. Sfortunatamente non sapeva n tracciare i tre cerchi n pronunciare le parole magiche necessarie per fargli giungere l'appello: Puledro, sciolto di piedi, puledro sciolto di denti, Puledro, io sono qui, vieni presto, ti aspetto. Bisognava dunque trovare un altro modo per impadronirsene; e una volta catturato il puledro, bisognava trovare il modo di prender la mela, cogliere il fiore che ride, sfuggire alla palla dell'uomo nero e traversare la valle dei piaceri. Peronnik ci pens a lungo e infine gli parve di potervi riuscire. Quelli che sono forti affrontano i pericoli di petto con la loro forza, e per lo pi vanno a finir male; ma i deboli prendono le cose aggirandole di lato. E l'idiota, non potendo sperare di

combattere contro il gigante, decise di ricorrere all'astuzia. Quanto alle difficolt, non lo spaventavano: sapeva che le nespole sono dure come sassi quando si colgono, ma con un po' di paglia e molta pazienza finiscono pure per diventare tenere.10 Fece dunque tutti i preparativi per l'ora in cui il gigante doveva comparire all'entrata del bosco. Intanto si procur una cavezza e una pastoia di canapa nera, un lacciuolo da prender beccacce, di cui immerse i crini nell'acqua benedetta, un sacco di tela che riemp di vischio e di piume di allodola, un rosario, un fischietto di sambuco e una crosta di pane sfregata sul lardo rancido. Fatto ci, sbriciol il pane della sua colazione lungo il sentiero che Rogar seguiva con la sua giumenta e il puledro di tredici mesi. Tutti e tre comparvero alla solita ora e attraversarono il pascolo, come facevano tutti i giorni; ma il puledro, che marciava a testa bassa fiutando il terreno, sent l'odore delle briciole di pane e si ferm per mangiarle, di modo che ben presto si trov solo e fuori di vista del gigante. Allora Peronnik si avvicin dolcemente: gli gett la cavezza, gli leg due zampe con la pastoia, gli balz in groppa e lo lasci andare a suo talento. Era sicuro che il puledro, il quale conosceva la strada, lo avrebbe condotto al castello di Kerglas. Effettivamente il puledro prese senza esitare uno dei sentieri pi selvaggi, marciando tanto rapido quanto lo permetteva la pastoia. Peronnik tremava come una foglia, perch tutti gli incantesimi della foresta si erano riuniti per atterrirlo. Ora gli sembrava che davanti alla sua cavalcatura si aprisse una voragine senza fondo; ora gli pareva che gli alberi prendessero fuoco e si vedeva in mezzo a un incendio; spesso, al momento di guadare un ruscello, il ruscello diventava un torrente e minacciava di travolgerlo: altre volte, mentre seguiva un sentiero ai piedi della collina, gli pareva che immense rocce si staccassero e rotolassero su di lui per schiacciarlo. L'idiota aveva un bel dirsi che erano tutti inganni dello stregone: si sentiva il midollo ghiacciato dalla paura. Infine si decise a tirarsi il berretto sugli occhi per non vedere e a lasciarsi portare dal puledro. Tutti e due arrivarono cos a una pianura dove gli incantesimi cessarono. Allora Peronnik rialz il berretto e si guard intorno. Si trovava in un luogo deserto e pi triste di un cimitero. Qua e l si vedevano gli scheletri dei gentiluomini che erano venuti a cercare il castello di Kerglas. Erano l, stesi a fianco dei loro cavalli, e dei lupi grigi finivano di rosicchiarne le ossa. Infine l'idiota incontr una prateria, ombreggiata tutta da un solo melo, cos carico di frutti che i suoi rami pendevano fino a terra. Davanti all'albero stava il korrigan con in mano la spada di fuoco che riduceva in cenere tutto ci che toccava. Alla vista di Peronnik gett un grido simile a quello della cornacchia di mare e alz la spada; ma il giovanotto, senza parer per nulla sbigottito, si lev cortesemente il berretto. "Non vi scomodate, mio piccolo principe," disse. "Io voglio solo passare per recarmi a Kerglas, dove il signore Rogar mi ha dato appuntamento." "A te?" fece il nano. "E chi sei mai?" "Sono il nuovo servitore del nostro padrone" replic l'idiota; "sapete bene, quello che lui sta aspettando!" "Io non so nulla" fece il nano "e tu mi hai tutta l'aria di un imbroglione." "Vogliate scusare," lo interruppe Peronnik "quello non il mio mestiere; io sono solo uccellatore e ammaestratore di uccelli. Ma, Dio buono! non mi fate tardare, perch il signor mago conta su di me e mi ha persino prestato il suo puledro, come ben vedete, per farmi arrivare pi presto al castello."

Il korrigan osserv allora che, effettivamente, Peronnik era in groppa al puledro del mago e cominci a pensare che dicesse la verit. D'altra parte l'idiota aveva l'aria cos innocente che non si poteva crederlo capace di inventare tutta una storia. Tuttavia parve che nutrisse ancora qualche dubbio, perch gli chiese che bisogno avesse il padrone di un uccellatore. "Un gran bisogno, a quanto pare," rispose Peronnik "perch, a quanto mi ha detto, tutto ci che spunta e tutto ci che matura nel giardino di Kerglas immediatamente divorato dagli uccelli." "E come farai per impedirlo?" chiese il nano. Peronnik mostr il piccolo lacciuolo che aveva fabbricato e disse che nessun uccello poteva sfuggirgli. "Voglio un po' assicurarmene" riprese il korrigan. "Anche il mio melo devastato dai merli e dai tordi: tendi il tuo lacciuolo, e se riesci a prenderli ti lascer passare." Peronnik consent, attacc il puledro a un albero, si avvicin al tronco del gigantesco melo, vi fiss una delle estremit del lacciuolo, poi chiam il korrigan perch tenesse l'altra estremit mentre lui preparava le esche. Questi fece come l'idiota gli diceva; allora Peronnik tir d'improvviso il nodo scorsoio e il nano si trov catturato lui stesso come un uccello. Gett un grido di rabbia e cerc di liberarsi: ma il lacciuolo, che era stato immerso nell'acqua benedetta, resistette a tutti i suoi sforzi. L'idiota ebbe il tempo di correre all'albero, di cogliervi una mela e di risalire in groppa al puledro, che riprese la sua strada. Uscirono cos dalla pianura e si trovarono davanti a un boschetto dove crescevano le pi belle piante che si potessero immaginare. Vi erano rose d'ogni colore, ginestre di Spagna, caprifogli rossi, e sopra tutti si levava un fiore meraviglioso che rideva. Ma un leone con la criniera fatta di vipere correva intorno al boschetto, ruotando gli occhi e digrignando i denti come due macine di mulino appena zigrinate. Peronnik si ferm e salut di nuovo, perch sapeva che davanti ai potenti un berretto pi utile in mano che sulla testa. Augur ogni sorta di felicit al leone e alla sua famiglia e gli domand se si trovasse sulla strada giusta per andare a Kerglas. "Che cosa vai a fare a Kerglas?" chiese il feroce animale con aria terribile. "Con tutto il rispetto," rispose timidamente l'idiota "sono inviato da una dama che l'amica del signore Rogar e che gli manda in dono delle allodole per farne un pasticcio." "Delle allodole," fece il leone, passandosi la lingua sui baffi " un secolo che non ne mangio. Ne hai molte?" "Tutte quelle che pu contenere questo sacco, monsignore," rispose Peronnik mostrando il suo sacco di tela che aveva riempito di vischio e di piume. E per far credere a quel che diceva, si mise a rifare il cinguettio delle allodole. Questo cinguettio aument l'appetito del leone. "Vediamo un po'," riprese avvicinandosi "mostrami i tuoi uccelli: voglio vedere se sono abbastanza grassi da esser serviti al nostro padrone." "Non domando di meglio" fece l'idiota; "ma se li tiro fuori dal sacco, ho paura che volino via." "Aprilo solo un poco, perch io ci guardi dentro" replic la belva. Era proprio quello che Peronnik sperava: present il sacco di tela al leone, che infil dentro la testa per afferrare le allodole e si trov prigioniero delle piume e del vischio. L'idiota strinse presto il cordone del sacco intorno al collo della

belva, fece il segno della croce sul nodo per renderlo indistruttibile: poi corse verso il fiore che rideva, lo colse e ripart al galoppo sul suo puledro. Ma non tard a incontrare il lago dei draghi, che si doveva attraversare a nuoto; e appena vi fu entrato tutti i draghi accorsero per divorarlo. Questa volta Peronnik non si divert a scappellarsi davanti a loro, ma cominci a gettargli i grani del suo rosario, come si getta il grano alle anitre, e a ogni grano inghiottito uno dei draghi si rivoltava sul dorso e moriva, sicch l'idiota pot arrivare sano e salvo all'altra riva. Gli restava da attraversare il vallone sorvegliato dall'uomo nero. Peronnik lo vide ben presto sull'entrata, incatenato con un piede alla roccia e con in mano una palla di ferro che, dopo aver colpito il bersaglio, ritornava da sola al padrone. Aveva intorno alla testa sei occhi, che vegliavano di solito uno dopo l'altro; ma in quel momento erano tutti e sei aperti. Peronnik, sapendo che, se l'uomo nero lo avesse visto, la palla di ferro lo avrebbe colpito prima che potesse dire ahi, prese il partito di strisciare lungo la macchia. Arriv cos, nascondendosi dietro i cespugli, a pochi passi dall'uomo nero. Questi si era appena seduto e due dei suoi occhi si erano chiusi per riposarsi. Peronnik, pensando che avesse sonno, si mise a canticchiare a mezza voce l'inizio della messa cantata. L'uomo nero parve dapprima stupito e alz la testa: poi, via via che il canto incominciava ad agire, chiuse un terzo occhio. Peronnik inton allora il Kyrie eleison, sul tono dei preti che sono posseduti dal diavolo addormentante.11 L'uomo nero chiuse il quarto occhio e la met del quinto. Peronnik cominci i vespri: ma prima che fosse arrivato al Magnificat l'uomo nero era bell'e addormentato. Allora il giovanotto prese il puledro per le briglie, lo fece avanzare piano piano per i sentieri coperti di muschio, e passando accanto al guardiano addormentato entr nella valle dei piaceri. Era questo il momento pi difficile, perch non si trattava pi di evitare un pericolo, ma di fuggire una tentazione. Peronnik invoc l'aiuto di tutti i santi della Bretagna. La valle che stava attraversando sembrava un giardino pieno di frutti, di fiori e di fontane: ma le fontane erano di vini e liquori deliziosi, i fiori cantavano con voci dolci come quelle dei cherubini del paradiso e i frutti venivano a offrirsi da soli. Poi, a ogni svolta della strada, Peronnik vedeva grandi tavole imbandite come per un re; sentiva il profumo dei dolci appena tratti dal forno, vedeva dei valletti che sembrava lo aspettassero, mentre pi lontano bellissime fanciulle che uscivano dal bagno e danzavano sull'erba lo chiamavano per nome e lo invitavano a condurre il ballo. L'idiota aveva un bel farsi il segno della croce, ma senza volerlo rallentava a poco a poco l'andatura del puledro; alzava il naso al vento per meglio sentire il profumo dei manicaretti e per meglio vedere le leggiadre danzatrici. E forse forse si sarebbe fermato, e sarebbe stata finita per lui, quando d'improvviso il ricordo della coppa d'oro e della lancia di diamante attravers i suoi pensieri. Allora si mise subito a fischiare nel suo fischietto di sambuco per non sentire le dolci voci, cominci a mangiare il suo pane dall'odore di lardo rancido per non sentire il profumo dei manicaretti e fiss gli occhi sulle orecchie del puledro per non vedere le danzatrici. In questo modo arriv senza guai al termine del giardino e finalmente scorse il castello di Kerglas. Ma c'era ancora, fra lui e il castello, il fiume di cui gli avevano parlato, che aveva un guado solo. Per fortuna il puledro

lo conosceva ed entr nell'acqua nel punto giusto. Peronnik allora si guard intorno per cercare la dama che doveva condurre al castello, e la vide seduta su una roccia: era vestita di raso nero e il suo viso era giallo come quello di una saracena. L'idiota si lev di nuovo il berretto e le chiese se per caso non volesse attraversare il fiume. "Ti aspettavo proprio per questo" rispose la dama. "Avvicinati, che io possa sedermi dietro di te." Peronnik si avvicin, la prese in groppa e cominci a passare il guado. Era arrivato press'a poco a met quando la dama gli disse: "Sai tu chi sono io, povero innocente?" "Vogliate scusarmi" rispose Peronnik "ma, a giudicare dalle vostre vesti, vedo bene che siete una persona nobile e potente." "Quanto a nobilt, devo certo essere nobile," riprese la dama "perch la mia origine risale al peccato originale; e quanto a potenza, sono certo potente, perch tutte le nazioni cedono davanti a me." "E qual dunque il vostro nome, di grazia, madama?" chiese Peronnik. "Mi chiamano la Peste" rispose la donna gialla. L'idiota fece un salto sul cavallo e volle gettarsi nel fiume, ma la Peste gli disse: "Sta' tranquillo, povero innocente, tu non hai nulla da temere da me, anzi io posso renderti un servigio." "E' mai possibile che abbiate questa bont, madama la Peste?" disse Peronnik levandosi questa volta il berretto per non rimetterlo pi. "In realt, ricordo ora che proprio voi dovete insegnarmi il modo di sbarazzarmi dello stregone Rogar." "Bisogna che lo stregone muoia!" disse la dama gialla. "Non domanderei di meglio" fece Peronnik; "ma e immortale." "Ascolta, e cerca di capire" disse la Peste. "L'albero di melo custodito dal korrigan un virgulto dell'albero del Bene e del Male, piantato nel paradiso terrestre da Dio in persona. Il suo frutto, come quello che fu mangiato da Adamo ed Eva, trasforma gli esseri immortali in esseri soggetti a morire. Fa' dunque in modo che lo stregone mangi la mela, e in seguito io non avr che da toccarlo perch cessi di vivere." "Cercher di farlo" disse Peronnik; "ma se ci riesco, come potr avere la coppa d'oro e la lancia di diamante, che sono nascoste in un sotterraneo oscuro che nessuna chiave pu aprire?" "Il fiore che ride apre tutte le porte" rispose la Peste, "e illumina tutte le notti." Come la Peste pronunci queste parole, arrivarono sull'altra sponda e l'idiota si avvi verso il castello. Davanti all'entrata c'era una grande tettoia, simile al baldacchino sotto il quale avanza monsignor il vescovo di Vannes alla processione del Santissimo Sacramento. Il gigante se ne stava l sotto, al riparo dal sole, con le gambe accavallate, come un proprietario di terre che ha gi raccolto il suo frumento nei granai, e fumava una pipa d'oro massiccio grande come un corno. Vedendo il puledro che portava in groppa Peronnik e la dama vestita di raso nero alz la testa e disse, con una voce che rimbombava come un tuono: "Per Belzeb, nostro signore! Questo idiota in groppa al mio puledro di tredici mesi!" "Proprio a lui, o il pi grande dei maghi!" rispose Peronnik. "E come hai fatto per impadronirtene?" riprese Rogar. "Ho ripetuto quel che mi aveva insegnato vostro fratello Bryak" replic l'idiota. "Arrivato al margine del bosco, ho detto:

Puledro sciolto di piedi, puledro sciolto di denti, puledro, io sono qui, vieni presto, ti aspetto. e il cavallino subito accorso." "Dunque tu conosci mio fratello?" "Come uno conosce il suo padrone" rispose il giovanotto. "E perch mio fratello ti manda qui?" "Per portarvi in regalo due rarit che ha appena ricevuto dal paese dei Saraceni: la mela di gioia, che vedete qui, e la qui presente donna d'obbedienza. Se mangerete la prima, avrete sempre il cuor contento, come un mendicante che trovi nel suo zoccolo una borsa con cento scudi; e se prenderete la seconda al vostro servizio non avrete pi nulla da desiderare al mondo." "Allora dammi la mela e fa' scendere la saracena" rispose Rogar. L'idiota obbed: ma non appena il gigante ebbe morso il frutto la dama gialla lo tocc e quello cadde a terra come un bue abbattuto. Peronnik entr subito nel palazzo tenendo in mano il fiore che ride. Travers una dopo l'altra pi di cinquanta sale e infine arriv al sotterraneo dalla porta d'argento. La porta si apr da sola davanti al fiore, il quale illumin le tenebre e permise all'idiota di arrivare fino alla coppa d'oro e alla lancia di diamante. Ma appena li ebbe afferrati la terra trem sotto i suoi piedi: si ud una esplosione terribile, il palazzo scomparve e Peronnik si ritrov in mezzo alla foresta, munito dei due talismani, coi quali si avvi verso la corte del re di Bretagna. Ebbe solo cura, passando per Vannes, di comprarsi il pi ricco abito che pot trovare e il pi bel cavallo che fosse in vendita nel vescovato del Grano bianco. Ora, quando arriv a Nantes, la citt era assediata dai francesi, i quali avevano talmente devastato le campagne intorno che non restava pi niente se non magre erbe da capra. Inoltre la carestia regnava in citt e i soldati che non morivano di malattia morivano per mancanza di pane. Cos, il giorno stesso in cui arriv Peronnik un trombettiere band in tutte le piazze che il re di Bretagna prometteva di adottare come erede chiunque potesse liberare la citt e scacciare i francesi dal paese. Sentendo questa promessa, l'idiota disse al trombettiere: "Non stare a gridare oltre e conducimi dal re, perch io sono capace di fare quello ch'egli domanda." "Tu!" fece il trombettiere, che lo vedeva cos giovane e mingherlino; "va' per la tua strada, bel cardellino,12 il re non ha tempo di andare a prender gli uccellini sui tetti di paglia.13" Per tutta risposta Peronnik sfior il soldato con la sua lancia e all'istante quello cadde morto, con gran terrore della folla presente, che si mise a fuggire: ma l'idiota grid: "Voi tutti avete visto quello che posso fare contro i miei nemici; sappiate ora quello che posso fare per i miei amici." Accost la coppa magica alle labbra del morto e questi torn immediatamente in vita. Quando il re seppe di queste meraviglie, confer a Peronnik il comando dei soldati che ancora gli restavano. E poich l'idiota con la sua lancia di diamante uccideva migliaia di francesi, mentre con la coppa d'oro risuscitava i bretoni che erano caduti in battaglia, in pochi giorni si sbarazz dell'esercito nemico e si impadron di tutto ci che vi era nel suo accampamento. In seguito propose di andare a conquistare i paesi vicini, come l'Angi, il Poitou e la Normandia, il che gli cost ben

poca fatica: infine, quando ebbe sottomesso tutto al comando del re, dichiar che voleva partire per andare a liberare la Terra Santa e si imbarc a Nantes su delle grandi navi, insieme alla miglior nobilt del paese. Arrivato in Palestina, distrusse tutti gli eserciti che gli si fecero incontro, costrinse l'imperatore dei Saraceni a farsi battezzare e poi spos sua figlia, dalla quale ebbe cento figli: e a ciascuno diede in dono un regno. Alcuni dicono persino che lui e i suoi figli vivono ancora, grazie alla coppa d'oro, e che regnano in quei paesi; ma altri assicurano che il fratello di Rogar, il mago Bryak, riuscito a riprendersi i due talismani. E quelli che li desiderano non hanno che da andare a cercarli.

MAGIE E MERAVIGLIE LA DAMIGELLA IN BIANCO C'ERA UNA VOLTA un ragazzino povero povero, che andava a raccoglier legna nella foresta per scaldarsi. Un giorno incontr un signore, che gli domand: "Che fai nella foresta, ragazzino?" "Cerco della legna secca" rispose lui; "perch a casa nostra non abbiamo abbastanza denaro per comprarci la legna e riscaldarci." "Se mi prometti di venire a trovarmi qui fra un mese, ti do io un po' di denaro" disse il signore. Dopo un mese il ragazzino torn sul luogo dove aveva visto il signore; ma per quanto guardasse bene da tutte le parti non vide nessuno. Allora si mise a cercare nei dintorni e arriv sulla riva di uno stagno dove tre damigelle erano venute a bagnarsi. La prima era vestita di bianco, la seconda di grigio e la terza aveva una lunga veste azzurra. Il ragazzino si lev educatamente il berretto per augurare il buongiorno e chiese se per caso avevano visto il signore che cercava. La damigella vestita di bianco gli disse dove poteva trovarlo e gli indic la strada per arrivare al suo castello. "Tu gli domanderai" disse "se ha bisogno di un valletto. E quando avr accettato i tuoi servizi, vorr darti da mangiare. Ora, la prima volta che ti presenter il piatto, tu gli dirai: "Sono io che sono qui per servirvi". La seconda volta gli risponderai allo stesso modo, ma con un tono pi brusco, e la terza volta respingerai il piatto che ti offre." Il ragazzino non tard ad arrivare alla porta del castello, dove vide il signore che prendeva il fresco. "Ah, eccoti, ragazzino" disse il signore; "cosa sei venuto a fare?" "A vedere se per caso non avete bisogno di un valletto, signore." "Sei tu che l'altro giorno raccoglievi legna nella foresta; bene, ti prendo al mio servizio." Entr nel castello e il ragazzino lo segu; e ben presto il signore gli present un piatto di carni: "Grazie, signore," disse il ragazzino in tono molto educato; "ma sono io che sono qui per servirvi." "Prendi il piatto e non farti pregare." "No, signore," riprese l'altro pi bruscamente "sono io che sono qui per servirvi." "Prendilo, ti dico." Questa volta il ragazzo gett il piatto a terra e lo mand in frantumi.

"Ah, cos," disse il signore, senza inquietarsi "ecco il valletto che cercavo. Se farai tre cose che io ti comander, avrai una delle mie figlie." Il giorno dopo il padrone diede al ragazzo un'accetta di piombo, una sega di carta e una carriola di foglie di quercia; poi gli disse che doveva quel giorno tagliare un bosco del perimetro di sette leghe e per di pi doveva disporre la legna tagliata in cataste ben legate di uno stero l'una. Il ragazzo and al bosco e cominci a lavorare: ma l'accetta di piombo si spezz al primo colpo, la sega di carta non dur di pi e la carriola di foglie di quercia rimase schiacciata dal primo rametto ch'egli vi pose sopra. Quando il ragazzo vide tutto ci, rinunci a lavorare e si sedette sull'erba. A mezzogiorno la damigella vestita di bianco che aveva visto sulla riva dello stagno venne a portargli da mangiare. "Ah, disgraziato!" gli disse "perch resti l senza far niente? Quando verr mio padre ti uccider." "Cosa volete che faccia? Gli attrezzi che mi ha dato non servono a nulla." "Ecco una bacchetta" disse la damigella. "Prendila in mano e vai a fare il giro del bosco dicendo: "Che il bosco cada e sia sistemato e legato in cataste di uno stero"." Il ragazzo fece come gli aveva comandato la damigella in bianco e gli alberi cadevano l'uno dopo l'altro cos in fretta che nel pomeriggio il lavoro era terminato. La sera il signore gli disse: "Hai finito il tuo lavoro?" "S, signore, potete andare a vedere." "Bene, domani ti dar qualcos'altro da fare." La mattina del giorno dopo il signore disse al suo valletto: "Vedi questa collinetta? Voglio che questa sera al suo posto ci sia un giardino, tutto piantato ad alberi da frutto, e in mezzo uno stagno ricco di pesci su cui nuotino delle anitre. Ecco i tuoi attrezzi." Erano una zappa di vetro e una vanga di terracotta; il giovane si mise al lavoro, ma al primo colpo i suoi attrezzi andarono in mille frantumi. "Non val la pena di continuare" disse fra s. "Con attrezzi del genere non si pu concludere niente." A mezzogiorno la damigella in bianco venne a portargli da mangiare. "Ah, disgraziato!" esclam "Ti trovo un'altra volta con le mani in mano. Se mio padre ti vedesse cos, ti ucciderebbe." "Ma cosa volete che faccia con una zappa di vetro e una vanga di terracotta?" "Tieni", disse la damigella "ecco una bacchetta. Farai il giro del terreno dicendo: "Che il colle sia spianato e al suo posto ci sia un giardino piantato ad alberi da frutto e in mezzo uno stagno ricco di pesci su cui nuotino delle anitre"." Il giovane prese la bacchetta e ci che chiedeva avvenne rapidamente. "Hai fatto il tuo lavoro?" gli disse il padrone. "S" rispose lui. "Domani ne farai un altro: sulla torre pi alta del castello, che di marmo levigato, si trover una tortorella e tu dovrai andare a prenderla." Ma il giorno dopo il signore, il quale aveva intuito che la damigella in bianco aiutava il suo valletto, le comand di andare in citt a fare provviste. Quando la damigella apprese ci, si ritir nella sua camera e cominci a piangere. Le sue sorelle vennero a trovarla e le dissero: "Cos'hai da piangere tanto?"

"Nostro padre vuol mandarmi in citt e io preferirei restar qui." "Non piangere," dissero le due sorelle "andremo noi al tuo posto e nostro padre non si accorger di niente." A mezzogiorno la damigella in bianco trov il giovanotto seduto ai piedi della torre. "Ah, disgraziato!" esclam. "Tutti i giorni ti trovo a non far niente: e tuttavia sai bene che se il tuo padrone ti vedesse cos ti ucciderebbe." "Io non sono capace di arrampicarmi su per questa torre" rispose lui. "E' pi sdrucciolevole del vetro." "Ti aiuter ancora" disse la damigella. "Devi prendere una caldaia, tagliarmi a pezzettini e metterci dentro tutte le mie ossa senza eccezione: il solo modo di riuscire." "No di certo" disse il giovanotto. "Preferirei morire piuttosto che far del male a una cos leggiadra damigella." "Fa' quello che ti dico," replic lei "e non preoccuparti di nulla." Il giovanotto fin per lasciarsi persuadere, ma invece di mettere tutte le ossa nella caldaia conserv l'osso del mignolo del piede sinistro. E la damigella gli diceva: "Sei salito?" "No." "Sei salito?" "No, non ancora." "Sei salito?" "S, ho preso la tortorella per le zampe." Quando il giovanotto fu disceso la damigella gli disse: "Hai messo tutte le mie ossa nella caldaia?" "Proprio sicuro?" "Guarda bene se non ne hai dimenticato qualcuno." "Ho conservato un piccolo ossicino" fin per dire il giovanotto. "Ebbene" disse lei "tienilo da parte." Allora la damigella prese la sua bacchetta, che era accanto alla caldaia, e non appena ebbe toccato le sue ossa, queste si ricongiunsero e lei ridivenne tale e quale era prima. "Ora che le prove sono compiute" gli disse "mio padre ti far scegliere fra le sue tre figlie, e tu mi riconoscerai guardando il mio piede sinistro." Quando il giovanotto port la tortorella al padrone, questi gli disse: "Come ti ho promesso, ti do da scegliere fra le mie tre figlie." Le tre damigelle arrivarono: erano tutte velate e il padre le aveva fatte vestire in modo diverso dal solito: ma il giovanotto riconobbe quella che lo aveva aiutato, guardando il suo piede sinistro a cui mancava un dito: si diresse verso di lei senza esitare e la spos. Tuttavia il signore non era contento di quel matrimonio; il giorno delle nozze fece preparare il letto dei giovani sposi sopra un sotterraneo e lo fece sospendere al soffitto con quattro corde. Quando i giovani sposi furono coricati, il padre della fanciulla entr in camera e disse: "Genero mio, dormi?" "No." "Genero mio, dormi?" chiese qualche tempo dopo. "No, non ancora." Il signore se ne and e torn per la terza volta a fare la stessa domanda; e il genero, per consiglio della moglie, fece finta di dormire e non rispose nulla. Quando suo padre si fu allontanato, la damigella in bianco

disse al marito: "Non perder tempo, corri alla scuderia e prendi un cavallo che si chiama Piccolo Vento: montalo e fuggi." Poco dopo la partenza del giovanotto, il signore del castello torn in camera e disse: "Figlia mia, dormi?" "No, padre mio." "Figlia mia, dormi?" chiese ancora. "No." "Figlia mia, dormi?" Questa volta la damigella non rispose nulla; e il signore del castello and da sua moglie e le disse: "Dormono tutti e due: vieni con me, e ci sbarazzeremo di loro." Tagliarono le corde e il letto piomb con gran fracasso nel sotterraneo. Allora il signore del castello, che non aveva preso nessun lume per paura di svegliare i giovani sposi, disse fra s: "E adesso eccoli ammazzati e non li rivedremo mai pi." Invece la giovane sposa aveva lasciato il letto quando suo padre era andato a chiamare la moglie, e corse subito a cercare suo marito. "Ah, disgraziato," gli disse "tu hai preso Grande Vento invece di montare Piccolo Vento, come ti avevo raccomandato. E questa sar la causa della morte di qualcuno: fuggiamo al pi presto." E mentre fuggivano diceva al marito: "Non vedi niente dietro di noi?" "No." "Non vedi niente?" gli domand dopo un po'. "No, niente." "Guarda ancora: vedi qualche cosa?" "S, vedo un gran fuoco." Allora la fanciulla prese la bacchetta e batt tre colpi dicendo: "Che Gran Vento si cambi in giardino, io in pero e mio marito in giardiniere." Il padre e la madre dei giovani sposi, che li stavano inseguendo, si fermarono vicino al giardino. "Non avete visto un giovanotto a cavallo passare di qui?" chiesero al giardiniere. "Tre pere per un soldo" rispose costui. "Non questo che vi domando: avete visto passare un giovanotto?" "Quattro per un soldo, perch siete voi" replic il giardiniere. "E proprio sciocco, quest'uomo!" esclamarono i due, e continuarono l'inseguimento. Quando si furono allontanati, la damigella, suo marito e Gran Vento ripresero la loro forma naturale e continuarono a fuggire. "Non vedi niente?" diceva la giovane sposa. "No." "Non vedi proprio niente venire in qua?" "S, vedo una gran striscia di fuoco." Subito la damigella batt tre colpi con la bacchetta e disse: "Che Gran Vento diventi una chiesa, io un altare e mio marito un prete." Poco dopo gli inseguitori dei giovani sposi entrarono nella chiesa e dissero al prete: "Non avete visto passare di qui un giovanotto e una sposina?" "Dominus vobiscum" rispose colui che era all'altare. "Vi domando se avete visto da queste parti un giovanotto e una sposina." "Et cum spiritu tuo."

"E proprio sciocco, questo prete!" mormor il signore. Quando fu uscito dalla chiesa, la bacchetta torn a fare il suo lavoro: Gran Vento e quelli che lo montavano ripresero la loro forma naturale e continuarono a fuggire. "Non vedi niente?" chiese la donna a suo marito. "No." "E adesso, non vedi niente?" "Ancora niente." "Fa' ben attenzione e guarda ancora." "Vedo come un turbine di fuoco." Subito la dama batt tre colpi con la sua bacchetta dicendo: "Che Gran Vento diventi un fiume, io un battello e mio marito un battelliere." Quando il signore e sua moglie arrivarono sulla riva del fiume chiesero al battelliere: "Traghettatore, avete visto da queste parti un giovanotto e una sposina?" "S", rispose quello "li ho traghettati poco fa." Subito i due salirono sul battello e quando furono in mezzo al fiume il battello fece naufragio e il signore e sua moglie annegarono. La bacchetta entr in azione ancora una volta e Gran Vento e i suoi cavalieri ripresero la loro forma naturale e tornarono tranquillamente al castello. Ereditarono tutta la fortuna del signore e io non so cosa ne stato dopo. IL CASTELLO DI CRISTALLO VIVEVANO UN TEMPO un re e una regina che avevano due figlie: una si chiamava Aurora e l'altra Crepuscolo. Aurora, che era la pi bella, era la preferita dei genitori, che l'amavano pi della sorella. Quando le due principesse furono cresciute e furono in et di maritarsi, il re e la regina diedero un magnifico ballo a cui invitarono tutti i principi e i signori dei dintorni. All'inizio della serata tutti i giovani gentiluomini invitavano a ballare Aurora, perch era la pi bella: ma poich non era per nulla amabile, danzavano con lei soltanto una volta. Invece non potevano stancarsi della compagnia di Crepuscolo, la quale aveva tanta grazia e tanto spirito che alla fine del ballo tutti si affollavano intorno a lei e la bella Aurora restava quasi sola. Il re si adir di questa preferenza e decise di sbarazzarsi quella stessa notte di Crepuscolo, in modo che i suoi spasimanti fossero obbligati a corteggiare Aurora. Alla fine del ballo la fece venire a s e le disse: "Figlia mia, devi partire subito per andare a trovare la fata tua madrina." "Ma, padre mio," rispose lei " notte fonda, avr paura tutta sola per le strade e sono anche molto stanca. Permettetemi di aspettare domani." "No", rispose il re "bisogna che tu parta subito. Ti dar un paniere pieno di provviste per il viaggio e uno dei miei scudieri ti scorter." Crepuscolo mont a cavallo e lo scudiero la accompagn. Quando ebbero fatto un buon tratto di strada Crepuscolo, che era stanca dopo aver tanto ballato, disse alla sua scorta: "Vorrei ben dormire un poco, perch non ne posso proprio pi." Scese da cavallo, e poich si trovavano in una foresta lo scudiero raccolse del muschio per fare un letto alla principessa, e mise sotto la sua testa il paniere di provviste perch le

servisse da guanciale. Appena la fanciulla fu addormentata, lo scudiere, al quale il re aveva comandato di fare in modo che sua figlia si smarrisse nel bosco, mont a cavallo e fugg al galoppo. Quando si svegli, Crepuscolo fu stupita di trovarsi tutta sola in mezzo alla foresta; chiam la sua scorta, ma lo scudiero era ben lontano e non poteva sentire le sue grida. Per tutto il giorno tent di ritrovare la via, ma venne la sera prima che fosse riuscita a uscire dalla foresta. Quando sentiva fame mangiava le provviste del paniere, e al calar della notte sal su un albero per vedere se non scorgeva un qualche lume; ma non vide nulla, e per paura delle bestie feroci rimase sull'albero tutta la notte. Il giorno dopo si rimise in marcia per cercar di uscire dalla foresta; ma non riusc a trovare la strada. La sera sal nuovamente su un alto albero per cercar di scoprire in lontananza qualche luce, ma non ne vide nessuna; e pi desolata ancora del giorno prima, pass la notte sull'albero. Svegliandosi al mattino vide lontano lontano qualche cosa che brillava: prese il paniere e si mise in cammino. Pi avanzava, pi la cosa diventava brillante: sembrava un fuoco d'artificio di tutti i colori, cos splendente che si faceva fatica a fissarvi lo sguardo. Infine arriv a uno splendido castello tutto di cristallo. Nel vederlo rest meravigliata ed esclam: "Oh, che bel castello!" Buss alla porta, ma nessuno venne ad aprire: buss una seconda volta e non vide niente; ma la terza volta sent un piccolo rumore e delle voci sottili che parlavano come in musica. Attraverso la porta di cristallo vide venire dodici minuscole personcine, non pi alte di un cubito. Sei di esse sollevarono il saliscendi e sei tirarono la porta per aprirla. "Lasciatemi entrare nel vostro castello" preg Crepuscolo. "Sono figlia di un re e mi sono perduta nella foresta." "Entrate" risposero le minuscole donnine "e venite a chiedere alla nostra padrona il permesso di restare a casa sua." Le fecero attraversare una lunga serie di sale e la condussero davanti alla loro padrona: era una bella gatta bianca, che le disse: "Sono ben lieta di riceverti nel mio castello, ma a condizione che non cercherai di uscirne e che mai mi disobbedirai." "Lo prometto" rispose Crepuscolo. La gatta bianca, pensando che la principessa dovesse aver fame, diede l'ordine di servire il pranzo, e le minuscole donnine andarono a cercare tutto il necessario: quattro vennero reggendo un piatto sulle spalle, tre portarono una bottiglia di vino e due portavano un bicchiere. E accanto alla gatta bianca c'erano ancora altre donnine che aspettavano i suoi ordini. Crepuscolo si mise a tavola e quando ebbe tranquillamente mangiato, la gatta bianca chiese se si trovava a suo agio. "Oh, s, signora" rispose lei. "Ebbene, ogni giorno sarai servita cos. E ora ti mostrer il mio giardino." La condusse in un vasto recinto dove si trovavano i pi begli alberi che si potessero vedere e fiori di ogni specie. "Vedi," disse la gatta bianca "il mio giardino grande: potrai passeggiare ovunque a tuo talento e cogliere fiori e frutti; soltanto ti proibisco di avvicinarti al laghetto che si vede l in fondo. Se mi disobbedirai lo sapr, e non tarderesti a pentirtene." Crepuscolo assicur che se ne sarebbe ben guardata, e tutti i giorni passeggiava nel giardino. Talvolta per non poteva impedirsi di guardare dalla parte del laghetto, e il pensiero stesso che fosse un luogo proibito

le dava voglia di andarci. Ma non ne aveva il coraggio. Un giorno che la gatta bianca era in viaggio Crepuscolo scese in giardino, com'era sua abitudine; e passeggiando si trov, senza averci troppo pensato, a poca distanza dal laghetto. "Ah!" disse fra s "oggi vado a vederlo, dato che sono cos vicina; qui non ci sono che quelle donnine, tutte occupate al castello, e la gatta bianca non ne sapr niente." Si avvicin al laghetto, e quando si trov sulla riva vide delle foglie di ninfea che si agitavano: ne usc un serpente verde, che venne a mettersi ai suoi piedi. La fanciulla ebbe paura e si tir indietro: ma il serpente le disse con voce dolce: "Bella principessa, avete forse paura di me? Non temete, non vi far nulla di male. Vi prego, non ve ne andate e restate qui a parlare con me: tanto tempo che non parlo con nessuno!" Crepuscolo si sent rassicurata da queste parole: e rest un bel po' di tempo a parlare col serpente. Infine si accorse che era il momento di partire e gli disse: "Addio, serpente verde, devo rientrare; sono rimasta fin troppo tempo con te." Il serpente la supplic di tornare un'altra volta e quando la fanciulla fu scomparsa si rituff nello stagno. Nel momento in cui Crepuscolo rientrava al castello di cristallo le comparve davanti la gatta bianca. "Da dove vieni, madamigella?" le chiese. "Sono stata a passeggiare in giardino" rispose Crepuscolo. "S," disse la gatta bianca, "tu vieni certamente dal giardino, ma nonostante la mia proibizione sei andata sulla riva del laghetto. Per castigo, sarai immersa in un bagno di latte bollente." Subito le minuscole donnine accorsero: in un batter d'occhio spogliarono la povera Crepuscolo e la tuffarono in un bagno di latte bollente che la scott ben bene. Ma non ve la lasciarono a lungo e quando la tirarono fuori la curarono meglio che poterono. E la fanciulla ben presto fu guarita. Crepuscolo aveva di nuovo promesso alla gatta bianca di non tornare pi allo stagno: ma suo malgrado pensava spesso al serpente verde. E un giorno che la gatta bianca non era al castello non pot resistere alla voglia di rivederlo e corse sulla riva del laghetto. Il serpente verde era steso sull'erba: era molto smagrito e le disse con una voce triste: "Bella principessa, credevo che mi aveste abbandonato e provavo tanto dolore." "Ma no," rispose Crepuscolo "ho pensato spesso a te: ma sono stata cos duramente punita per averti visto che non osavo ritornare." Rimase ancora un po', dimentica di tutto, a parlare col serpente: e quando torn al castello le comparve davanti la gatta bianca, che le disse con voce furiosa: "Mi hai ancora disobbedito, nonostante le tue promesse: e questa volta sarai tuffata nell'olio bollente." Le minuscole donnine spogliarono Crepuscolo e la tuffarono fino al collo in un bagno di olio bollente. Poi la riportarono nella sua camera e la curarono meglio che poterono. Questa volta la povera fanciulla impieg molto pi tempo a guarire: e un giorno che era sola sent un fruscio e si vide comparire davanti il serpente verde, ancora pi magro del solito. "Sono tanto malato," le disse "ma se voleste sposarmi guarirei." Crepuscolo voleva molto bene al serpente verde, ma non poteva decidersi a prenderlo per marito. Tutti i giorni il serpente veniva a trovarla e le chiedeva se voleva sposarlo: ma tutti i giorni lei rifiutava. E lui fin per non venire pi perch era troppo malato per

trascinarsi fino al castello. Allora Crepuscolo, che era ormai guarita, si decise a tornare allo stagno, malgrado tutte le minacce della gatta bianca. Trov il povero serpente verde che era morente e poteva appena muoversi: e al vederlo in quello stato prov tanta piet che gli disse: "Ti sposer quando vorrai, se questo pu guarirti." Immediatamente il serpente verde cess di essere malato. Crepuscolo torn al castello, tremando per la paura di essere punita: ma quando la gatta bianca la vide, non le rivolse neppure un rimprovero. La gatta bianca ordin alle minuscole donnine di preparare tutto per le nozze. C'erano centinaia di nanetti al castello di cristallo, omini e donnine, e tutti si misero al lavoro. Centinaia di persone furono invitate, anche dei re e delle regine, e fra loro i genitori di Crepuscolo e della bella Aurora. Il giorno del matrimonio Crepuscolo indoss una veste color volta del cielo e una corona di stelle, che il serpente le aveva regalato. Si mise in cammino con quell'abito splendido per recarsi alla cappella, e il serpente verde strisciava accanto a lei. Tutti gli invitati dicevano: "Che peccato che una cos bella principessa prenda per marito un serpente!" Infine entrarono nella cappella e il vescovo che doveva benedire le nozze chiese al serpente se consentisse a sposare la principessa: e il serpente rispose subito di s. Allora il vescovo chiese a Crepuscolo se voleva prendere il serpente verde per suo legittimo sposo. "S" rispose lei. Non appena ebbe pronunciato quella parola, al posto del serpente comparve al suo fianco il pi bel principe che si potesse vedere: i nanetti che assistevano al matrimonio ripresero subito la loro statura naturale e la gatta bianca divenne una bella principessa. Era stata trasformata in gatta, nello stesso momento in cui erano stati trasformati i nanetti, che erano dei principi, dei gentiluomini e delle dame; e il serpente verde era un re potente, che una fata maligna aveva condannato a restare in quella forma finch avesse trovato una fanciulla che consentisse a sposarlo. Ci furono grandi festeggiamenti al castello di cristallo, banchetti superbi e un gran ballo, in cui ognuno si divert e danz finch volle. La bella Aurora trov marito fra i principi che erano stati trasformati in nani; tutti furono contenti, e Crepuscolo e il suo sposo vissero felici fino alla fine dei loro giorni. I QUATTRO FIGLI DEL MUGNAIO C'ERA UNA VOLTA un vecchio mugnaio che aveva quattro figli, e ben poco di che nutrirli. Un mattino che al mulino non restava altro che una crosta di pane grossa come un pugno, il mugnaio chiam i suoi figli e disse: "Venite, ragazzi miei, e ascoltatemi: la sfortuna sta sulla mia casa e io non macino pi abbastanza grano da poter nutrire cinque persone. Dividiamoci questo rimasuglio di pane, poi voi andrete in quel campo quadrato che vedete laggi: ognuno si metter nel suo angolo e poi partir per cercar fortuna, camminando diritto davanti a s." I figli del mugnaio obbedirono al padre e si incamminarono in quattro direzioni diverse, dopo essersi promessi reciprocamente di tornare al campo quadrato due anni dopo, in quel giorno preciso. Il maggiore, dopo aver camminato un po' di tempo,

arriv in un grosso borgo, e poich era molto stanco si ferm e incominci a giocare. Si trovava davanti alla casa di un sarto, il quale usc sulla porta e gli disse: "Tu non sei di qui, ragazzo mio: dove vai?" "Vado a cercar fortuna e a veder di guadagnarmi la vita" rispose. "Vieni con me" fece il sarto "e ti insegner il mio mestiere." Il ragazzo fu ben contento di trovar cos d'un subito un impiego e segu volentieri il sarto. Il secondo figlio del mugnaio, sentendosi stanco, si era sdraiato per terra a riposare. A un certo momento vide passare un cacciatore che bestemmiava dietro i suoi cani: ebbe paura e si mise a piangere. "Non aver paura," disse il cacciatore avvicinandosi "non voglio farti del male, al contrario: che cos'hai da piangere cos?" "Sono un povero ragazzo, figlio di un mugnaio" rispose "e ho lasciato la casa di mio padre perch non c'era pi abbastanza pane per nutrirci." "Se vuoi venire con me," disse il cacciatore "ti insegner il mio mestiere." Il terzo figlio si incontr con dei ladri, che gli chiesero dove andasse con un bagaglio cos leggero; e lui rispose che la miseria regnava nel mulino di suo padre e che lui andava a cercar fortuna. "Vieni con noi," dissero i ladri "ti insegneremo il nostro mestiere." "Io non voglio imparare il mestiere di ladro" rispose; "mi hanno sempre detto che un brutto mestiere." "Ma no," gli dissero "i ladri come noi sono della brava gente e se qualche volta intrappolano uno sciocco o un ingenuo, almeno non ammazzano mai nessuno." E il ragazzino and con loro. Il quarto figlio del mugnaio si era sdraiato su una roccia alta: e vide venire un astrologo che col suo cannocchiale esplorava il tempo. "Chi sei, ragazzo mio?" gli chiese l'astrologo non appena lo ebbe scorto. "Un povero ragazzo che ha lasciato la casa di suo padre perch non c'era pi pane." "Vieni con me" gli disse l'astrologo "e ti insegner il mio mestiere." In capo a due anni ognuno dei quattro fratelli aveva terminato il suo tirocinio e tutti sentirono il desiderio di tornare al mulino del padre, cos come erano rimasti d'accordo. Quello che lavorava dal sarto disse al suo padrone: "Padrone mio, vado a trovare mio padre." "Da venticinque anni che sono nel mestiere, non ho mai visto un sarto che lavori meglio di te, ragazzo mio. Sono molto contento di te e ti dar un ago che cucir dappertutto e forer il ferro non meno facilmente della stoffa." Quello che stava col cacciatore gli disse: "Vado a trovare mio padre: da due anni che sto con voi ho fatto egregiamente il mio dovere, vero?" "Certamente, ragazzo mio; da venticinque anni che faccio questo mestiere non ho mai trovato un cacciatore che tiri come te. Ti dar una carabina, con la quale colpirai tutto quello che vorrai, ucciderai tutto quello che vorrai." Quello che era rimasto coi ladri disse ai suoi compagni: "Voglio andare a trovare mio padre: da due anni che sono con voi, non avete mai avuto a lagnarvi di me, vero?" "No, certo," risposero "ma se tu te ne vai, puoi rivelare ai gendarmi il posto dove ci nascondiamo." "Ah, no!" replic il ragazzo "giammai denuncer degli uomini

di cui ho mangiato il pane!" "Tu sei un cos buon ladro che da quando facciamo questo mestiere non abbiamo mai conosciuto nessuno che fosse abile come te. Eccoti in regalo una sciabola: ha nell'impugnatura una scala che ti consentir di arrampicarti dove vorrai." Quello che stava con l'astrologo disse al suo padrone: "Padrone mio, voglio andare a trovare mio padre." "Va' pure, ragazzo mio" rispose l'astrologo. "Io sono contento di te: da venticinque anni che studio astrologia non ho visto nessuno che sapesse riconoscere meglio di te che tempo far. Ti dar un piccolo binocolo con il quale potrai vedere tanto lontano quanto vorrai." I quattro fratelli si misero in cammino, ciascuno dalla sua parte: nel giorno fissato entrarono nel campo dal quale erano partiti e si incontrarono nel mezzo. "Bisogna subito andare al mulino per vedere se nostro padre ancora in vita" dissero; "ma c' da temere che sia morto, perch il poveruomo era gi vecchio quando lo abbiamo lasciato." Quando arrivarono in vista del mulino videro le ali che giravano al vento. "Ah!" esclamarono "nostro padre ancora in vita, grazie a Dio!" Il mugnaio fu ben contento di rivedere i suoi quattro figli, e volle sapere che cosa avevano imparato e che cosa gli era capitato. Il maggiore disse: "Ho imparato il mestiere di sarto e il mio padrone dice che, da venticinque anni che nel mestiere, non ha conosciuto nessun sarto pi abile di me; e m'ha dato un ago che cuce il ferro cos facilmente come la stoffa." "Bene, bene" disse il mugnaio. "E tu, che hai fatto?" chiese al secondo. "Ho imparato il mestiere di cacciatore, e il mio padrone dice che, da venticinque anni che caccia, non ha mai visto un tiratore pi preciso di me. Mi ha dato una carabina che colpisce qualsiasi cosa io voglia." "Il mestiere di cacciatore un mestiere da fannulloni" disse il vecchio mugnaio. "No, invece, poich vendendo la selvaggina presa si guadagna." "E tu, che mestiere hai imparato?" chiese il mugnaio al terzo figlio. "Il mestiere di ladro." "Non voglio neanche sentir parlare di questo mestiere da assassini!" esclam il brav'uomo. "Ah, padre mio, io non ho mai ammazzato nessuno, ma ho intrappolato pi d'un babbeo. I ladri sono gente pi onesta di quanto non si creda: mi hanno dato una sciabola con la quale posso arrampicarmi dove voglio." "E tu, piccolo mio, che mestiere hai imparato?" "Il mestiere di astrologo." "Alla buon'ora, un buon mestiere!" "S" rispose il figlio; "e il mio padrone mi ha detto che da venticinque anni che fa l'astrologo non ha conosciuto nessuno che sapesse riconoscere come me lo stato del cielo. E mi ha dato un piccolo binocolo, che mi fa vedere tutto quello che voglio." Il mugnaio disse fra s: "Bisogna che veda se i miei figli sono davvero cos abili e cos astuti come pretendono di essere." A una certa distanza dal mulino c'era un albero dove si trovava un nido di capinere, cos ben nascosto fra i rami che nessuno poteva scoprire dov'era. "Cosa c' in quell'albero?" chiese.

L'astrologo prese il suo binocolo e dopo esserselo aggiustato all'occhio disse: "Vedo un nido di capinera, e la femmina ha quattro uova, che in questo momento sta covando." Il ladro svit l'impugnatura della sciabola e arrampicandosi lungo la scala tolse la capinera dal nido, con un gesto cos dolce e leggero che l'uccellino non se ne accorse neppure; il cacciatore ruppe le uova in pi di cinquantamila pezzi, il sarto li ricuc col suo ago; e il ladro li rimise nel nido, vi riport la capinera e colloc nuovamente il nido sull'albero, e tutto questo cos rapidamente che l'uccelletto non se ne accorse nemmeno. "Bene, bene" disse il mugnaio ai suoi figli. "Vedo che siete dei ragazzi in gamba. Ora, la figlia del re stata rapita da un drago che la tiene prigioniera su una roccia in mezzo al mare: bisogna tentare di liberarla." I quattro fratelli presero una barca e cominciarono a remare dalla parte dove gli avevano detto che si levava la roccia. Quando la videro, l'astrologo guard col suo binocolo e disse ai fratelli: "In questo momento il drago dorme e tiene la figlia del re fra i suoi artigli." La barca si avvicin pian piano, il ladro svolse la sua scala e senza far rumore sal a prendere la figlia del re, che tolse dagli artigli del drago senza neppure risvegliarla: poi, portando con s la principessa, scese nella barca che si allontan rapidamente e fu ben presto fuori di vista. Si credevano gi liberi da ogni timore quando sentirono nell'aria una voce che gridava: "Dov' la figlia del re? Dov' la figlia del re?" L'astrologo prese il cannocchiale e disse: "Vedo il drago che sta per piombare su di noi." Il cacciatore mise due pallottole nella carabina e appena il mostro fu in vista mir e lo stese secco. Ma l'enorme corpo del drago ricadde sulla barca e la ruppe in pi di mille pezzi. Allora il sarto prende il suo ago, cuce e ricuce: in un batter d'occhio la barca rimessa in mare e non si vede neppure dove stata spezzata. I quattro fratelli ricondussero la principessa al palazzo del re: e poich essa doveva sposare il suo liberatore, e tutti e quattro avevano contribuito a liberarla, tirarono a sorte per vedere chi dovesse diventare il genero del re. La sorte design il sarto e dopo le nozze, che furono splendide, il re diede agli altri figli del mugnaio abbastanza denaro da renderli ricchi come principi. E i tre ragazzi tornarono dal loro padre, che disse: "Il pi fannullone di voi tre avr il podere, la casa e il mulino: ditemi, ognuno a suo turno, che cosa fareste per essere gli uomini pi fannulloni del mondo." "Io," disse il ladro "se per un giorno intero fossi trascinato in mare a rimorchio di una barca e la sera trovassi per scaldarmi un bel fuoco di ceppi, mi lascerei cadere a terra, non farei un movimento per andare a scaldarmi." "E io," disse il cacciatore "se fossi trascinato tutto il giorno nella nebbia e nel ghiaccio e la sera mi deponessero alla porta di una casa dove si trovasse tutto quello che occorre per cambiarsi e scaldarsi, mi lascerei cadere sulla porta e manco mi muoverei." "E io," disse l'astrologo, "se fossi sul punto di salire sulla forca per essere impiccato e avessi un coltello per tagliare la corda del cappio, non mi darei nemmeno la pena di aprirlo e lascerei fare al boia."

"Sei tu" esclam il bravo mugnaio "quello che avr il mulino, la casa e il podere, perch senza alcun dubbio sei tu il pi fannullone." Subito dopo aver pronunciato queste parole il mugnaio mor e si irrigid, e cos finisce la storia. LA FANCIULLA DALLE MANI TAGLIATE C'ERA UNA VOLTA un vedovo, che si rispos in seconde nozze: aveva una figlia della prima moglie e la seconda gli diede anch'essa una figlia. La maggiore, che si chiamava Eufrosine, crescendo divenne cos bella che quando passava tutti si voltavano a guardarla, mentre la sua sorellastra era piccola e brutta. E la moglie del vedovo era gelosa della bellezza della figliastra. Il vedovo era il comandante di una nave, e poich navigava in alto mare e passava poco tempo a terra, non sapeva nulla dei maltrattamenti che la moglie infliggeva a Eufrosine. Mentr'egli si trovava in navigazione per un viaggio che doveva durare a lungo, sua moglie tagli via le mani alla figliastra e la condusse in una foresta lontana, dove la costrinse a salire su un biancospino che era alto come un melo. E minacci di ucciderla se mai si fosse provata a scendere. La perfida donna pensava che Eufrosine sarebbe morta e cos sua figlia avrebbe avuto tutta l'eredit. Tuttavia non osava lasciarla morire di fame e ogni otto giorni andava lei stessa a portarle un po' di cibo. Ma mentre spingeva Eufrosine su per l'albero, la matrigna si era infilata nel ginocchio una spina, che la faceva molto soffrire. Il male invece di guarire peggior e la donna fu ben presto costretta a restare a letto. Eufrosine, non avendo pi nulla da mangiare, si desolava e piangeva, pensando di dover morire di fame. Ma una gazza venne a portarle del cibo e la fanciulla, per convincerla a tornare, cerc di addomesticarla e le parl dolcemente. Quando il padre torn dal viaggio, fu assai sorpreso di non trovare la figlia maggiore e chiese alla moglie che cosa le fosse successo; e questa rispose che Eufrosine le aveva dato molti dispiaceri, che era una ragazza dissoluta ed era partita con dei soldati per seguire la truppa. Il capitano fece di tutto per ritrovare la figlia, ma nessuno seppe dargliene notizie ed egli la credette perduta. Intanto Eufrosine restava l sul suo albero e viveva del cibo che la gazza le portava. Un soldato che era venuto in congedo a trovare sua madre un giorno and a caccia nella foresta e vide con grande sorpresa i suoi cani fermarsi ai piedi di un albero e mettersi ad abbaiare. Ebbe un bel fischiare e chiamarli: quelli restavano sotto l'albero. Allora il giovanotto si avvicin a vedere che cosa succedeva e vide Eufrosine, che era ancora pi bella di quando la matrigna l'aveva portata nella foresta. Subito si sent preso d'amore per lei. "Che fate lass in cima all'albero?" le chiese. "Ahim, signore, sono gi tre anni che sto su questo biancospino e vivo solo grazie a una gazza che mi porta da mangiare." "Una gazza?" fece lui, sbalordito. "S, signore" rispose lei; " l'unica che mi porta un po' di cibo." Aveva appena parlato che la gazza arriv con un pezzo di pane nel becco.

"E chi vi ha fatto salire su quest'albero?" chiese il giovanotto. "La mia matrigna, e credo che agli occhi di tutti mi abbia fatto passare per morta." "Io non rester molto tempo al paese" disse il soldato; "ma finch rester vi porter da mangiare. E parler di voi a mia madre." Tornato a casa, raccont alla madre che aveva visto nella foresta una fanciulla bella come la Santa Vergine, bench avesse le mani tagliate. "Ah, povera fanciulla!" esclam la buona donna. "Bisogna andare subito a prenderla. Figlio mio, attacca la nostra carrozza migliore, di' a un domestico di accompagnarti e conducila qui. Mi far compagnia durante la tua assenza." Il soldato fece attaccare la carrozza e and a prendere Eufrosine, che gli parve ancora pi bella della prima volta che l'aveva vista. "Sono venuto" le disse "per condurvi al castello; mia madre vuole che restiate con lei." "Vi ringrazio infinitamente, mio bel signore," rispose Eufrosine "ma non voglio pi tornare fra la gente. Non ho pi mani per guadagnarmi da vivere e preferisco restare qui, poich ho una cara bestiola che Dio mi ha mandata per mantenermi in vita." "Venite da noi, madamigella: e non sarete pi curata da una bestiola, ma da un'ancella che far tutto ci che vorrete. Vi prego, non rifiutate." Eufrosine fin per consentire all'invito di recarsi al castello: ma il biancospino era tanto cresciuto e si era fatto cos folto che per arrivare fino a lei si dovettero tagliare molti rami. La fanciulla sali in carrozza e arriv al castello; la madre del soldato era felicissima di averla con s, perch era cos bella e cos buona. "Mia cara madre," disse il soldato "non ti annoierai pi mentre io sar in guerra: ti ho portato questa brava fanciulla che ti terr compagnia e ti consoler." Il giovanotto ripart per raggiungere l'esercito, dove rest sei mesi, e pensava sempre a Eufrosine; ma poich la fanciulla non aveva pi le mani, egli non osava confessare alla madre che avrebbe voluto sposarla. Un giorno tuttavia le disse: "Come trovi Eufrosine, mia cara madre?" "una persona eccellente e non le trovo che delle buone qualit." "Anch'io la penso cos: e vorrei prenderla in moglie." Quando la vecchia signora sent ci, esclam che non avrebbe mai consentito ad aver come nuora una povera mutilata. "La sposer," disse il giovanotto "altrimenti mi uccider." La madre, che aveva solo quel figlio, si decise molto controvoglia a dare il suo consenso alle nozze: ma a partire da quel giorno cominci a odiare Eufrosine tanto quanto l'aveva amata fino a quel momento. Poco tempo dopo il giovanotto dovette tornare al suo battaglione, lasciando Eufrosine incinta; e la suocera, che ora la detestava, nelle lettere che scriveva al figlio gli raccontava tutto quel che poteva inventare contro la nuora. Eufrosine ebbe due bambini: e la suocera, invece di dire la verit al figlio, gli scrisse che sua moglie aveva messo al mondo un cagnolino e un vitellino e che si sentiva l'uno abbaiare e l'altro muggire. Il marito di Eufrosine, furioso e addolorato per questa notizia, ordin di uccidere il cagnolino e il vitellino, senza per far nulla di male a sua moglie. La suocera fece sparger la voce che Eufrosine era morta: fece fare una bara, vi mise dentro un grosso ceppo di legno, e le cerimonie del funerale ebbero luogo come se la nuora fosse veramente morta.

Invece la vecchia part in segreto dal castello con Eufrosine, mise i due bimbi in una gerla che caric sulle spalle della povera donna priva di mani, e quindi la condusse in una foresta lontana. Quando furono arrivate le disse: "Devi promettermi di non uscire mai dalla foresta; altrimenti ti uccider e abbandoner qui i bambini." Eufrosine consent a ci che la suocera esigeva da lei. E quando voleva prendere i suoi bambini, era costretta a sdraiarsi sul dorso per posare a terra la gerla: allora li prendeva coi denti e li portava a bere al ruscello. Rest cos tre giorni a piangere e lamentarsi, senza aver nulla da mangiare. Il terzo giorno, mentre portava uno dei bambini sull'orlo del ruscello per farlo bere, apr i denti e il piccolo cadde nell'acqua. La povera donna gett un grido e immediatamente vide comparire una bellissima dama, che le disse: "Presto, immergi il moncone nell'acqua!" Eufrosine obbed, e si vide crescere una mano, con la quale pot ripescare il suo bambino. Anche l'altro poi cadde nel ruscello e la bella dama le grid: "Presto, immergi l'altro moncone nell'acqua!" Cos le crebbe anche l'altra mano e Eufrosine non fu pi mutilata e deforme come prima. La bella dama la condusse a una grotta dove molto tempo prima aveva abitato un eremita, del quale si vedevano ancora in un angolo le ossa disseccate. E le disse: "La gazza che ti ha nutrito nel biancospino verr di nuovo per provvedere ai tuoi bisogni." La bella dama spar, e ogni giorno la gazza veniva alla grotta portando nel becco tutto ci che occorreva per Eufrosine e i suoi bambini, pane e acqua, abiti e persino del fuoco. I bambini crescevano forti e sani e belli, e il maschietto somigliava al padre mentre la bambina sembrava il ritratto di sua madre. Quando il marito di Eufrosine torn dalla guerra chiese notizie della moglie: e gli dissero che era morta di crepacuore, dopo che per suo ordine erano stati uccisi il cagnolino e il vitellino. Egli pianse a lungo la moglie amata, e per distrarsi andava a caccia coi suoi amici. Un giorno che si erano addentrati in una foresta lontana, dove solitamente non si andava a cacciare, il marito di Eufrosine venne a trovarsi un po' distante dai suoi e incontr i due bambini, che erano andati in cerca di radici e di legna e ora se ne tornavano alla grotta. Li guard, e vide subito che la bimbetta aveva gli stessi lineamenti di Eufrosine. "Dove abitate, bei bambini?" chiese. "In una casetta lontana lontana, in mezzo al bosco." "Volete condurmi l?" "S, signore, ben volentieri." E mentre camminavano egli parlava coi due piccini. "Che cosa cercavate nella foresta?" "Radici per mangiare e legna per scaldarci." A un certo punto egli osserv una gazza che aveva qualche cosa nel becco e seguiva i bambini senza parer spaventata. "Che quell'uccello?" chiese. "Senza dubbio addomesticato." "E' la nostra mamma-balia, signore." "La vostra mamma-balia?" "S, la mamma ci ha detto di chiamarla cos." Quando arriv alla grotta vide Eufrosine che, malgrado la miseria, era ancor pi bella di quando l'aveva lasciata, diversi anni prima. "Mio Dio!" esclam. "Se non vedessi le vostre due mani, direi che siete mia moglie."

Eufrosine gli raccont tutto quel che era successo e si fece riconoscere; e il giovane esclamava: "Ah, Eufrosine, sono stato ingannato! sono stato ingannato!" E piangeva abbracciando la moglie che versava lacrime, e anche i bambini piangevano vedendo piangere la loro madre. Allora il soldato suon il suo corno di caccia e gli altri cacciatori accorsero. Egli condusse al castello sua moglie e i suoi due bambini: la gazza li seguiva e i piccini si voltavano spesso a guardarla. Quando furono arrivati al castello il marito di Eufrosine disse alla madre: "Ah, madre crudele, riconosci tu Eufrosine e i suoi due bambini?" "Come ha fatto, figlio mio," rispose la madre "per tornare qui? Senza dubbio un miracolo che Dio ha permesso, poich ora essa ha due mani mentre una volta era mutilata." "Barbara donna," fece lui, "io non ti condurr nella foresta come ben meriteresti: ma ti rinchiuder in un sotterraneo per il resto dei tuoi giorni." E cos fece, malgrado le preghiere di Eufrosine, la quale era tanto buona che voleva sempre rendere bene per male. Eufrosine pensava spesso a suo padre, e persino alla sua perfida matrigna e avrebbe voluto avere loro notizie. Part dunque col marito per andare a trovarli e vide la matrigna sdraiata sul letto, da cui non si era pi alzata dopo averla abbandonata nella foresta. La spina che le si era infitta nel ginocchio aveva messo radici, come se fosse stata piantata in terra; ormai era grande come un albero, aveva bucato il tetto della casa e da fuori lo si vedeva coperto di fiori bianchi. Quando Eufrosine vide la matrigna cos ridotta, ebbe piet di lei: le tolse la spina dal ginocchio - cosa che nessuno era mai riuscito a fare - e la matrigna guar immediatamente. Il padre di Eufrosine, che l'aveva creduta morta, fu felice di vederla viva e maritata; e lei lo condusse al castello del marito, e prese con s anche la sorella e persino la matrigna, alla quale perdon dicendo che in fondo era stata la causa della sua felicit. E fece del bene a tutti. LA MORTE DEL TOPO UN GIORNO IL TOPO e la topolina stavano cucinando dei peux, o, se preferite, una polenta di grano nero. La topolina disse al marito: "Sali su per il camino, per prendere un po' di sale dalla saliera." Mentre si arrampicava il topo fece un passo falso e cadde nei peux che stavano bollendo: e vi spar. La topolina, che non se n'era accorta, diceva: "O topo, scendi dunque, se no mangeremo dei peux troppo insipidi." E fin per mettersi a mangiare da sola: ma trov il topo morto e si mise a piangere e a lamentarsi sull'angolo della tavola. "Che cos'hai da disperarti cos?" le chiese la tavola. "Ahim, il topo caduto nei peux, il topo morto, ed per questo che mi dispero." "E io," disse la tavola "io mi metto a cantare." La panca disse alla tavola: "Cos'hai tu, o tavola, che non fai che cantare?" "Ah!" rispose quella "il topo caduto nei peux, il topo morto, la topolina si dispera e io mi sono messa a

cantare." "E io mi metto a ballare" disse la panca. La credenza disse alla panca: "O panca, cos'hai che non fai che ballare?" "Non lo sai? Il topo caduto nei peux, il topo morto, la topolina si dispera, la tavola si messa a cantare e io a ballare." "E io mi metto a saltare" disse la credenza. "Che cos'hai, o credenza, che ti metti a saltare?" chiese la porta. "Il topo caduto nei peux, il topo morto, la topolina si dispera, la tavola si messa a cantare, la panca a ballare e io a saltare." "E allora io esco dai gangheri" disse la porta. L'aratro che era nell'aia disse alla porta: "O porta, che cos'hai, che esci cos dai gangheri?" "Il topo caduto nei peux, il topo morto, la topolina si dispera, la tavola si messa a cantare, la panca a ballare, la credenza a saltare, e io sono uscita dai gangheri." "E allora io mi metto ad arare per fare del grano, poich il topo morto." La ragazza che andava a prender acqua disse all'aratro: "Che cos'hai dunque, che ti metti ad arare?" "Il topo caduto nei peux, il topo morto, la topolina si dispera, la tavola si messa a cantare, la panca a ballare, la credenza a saltare, la porta a uscire dai gangheri, e io ad arare per fare il grano." "E allora io rompo la mia brocca" disse la ragazza. "Che cos'hai, o ragazza, che rompi la tua brocca?" disse la fontana. "Il topo caduto nei peux, il topo morto, la topolina si dispera, la tavola si messa a cantare, la panca a ballare, la credenza a saltare, la porta a uscire dai gangheri, l'aratro ad arare e io ho spaccato la mia brocca." "E allora io mi metto a scorrere fuori del mio buco" disse la fontana. "Che cos'hai, o fontana per metterti a scorrere fuori del tuo buco?" dissero le oche. "Il topo caduto nei peux, il topo morto, la topolina si dispera, la tavola si messa a cantare, la panca a ballare, la credenza a saltare, la porta a uscire dai gangheri, l'aratro ad arare, la ragazza a spaccare la brocca e io a scorrere fuori del mio buco." "E allora noi ci metteremo a volare" dissero le oche. E non so che cosa sia successo di loro.

DALLA LEGGENDA ALLA STORIA IL MAGO MERLINO I ERA FURIOsO, il Nemico, perch Nostro Signore era sceso all'inferno e aveva liberato Adamo ed Eva e quanti altri aveva voluto. Riun dunque il suo consiglio: e i suoi consiglieri dicevano fra loro: "Non avremmo mai pensato che un nato di donna potesse sfuggirci: ma costui proprio la causa della nostra rovina." "Come potremo trovare qualcuno che pensi, parli, agisca come noi e abbia la conoscenza che abbiamo noi delle

cose fatte, dette e passate? Se ci fosse qualcuno che avesse il nostro potere e il nostro sapere, e stesse insieme agli altri uomini sulla terra, potrebbe aiutarci a intrappolarli. Dato che conoscerebbe le cose che si faranno e si diranno vicino e lontano, molti avrebbero fiducia in lui. Chi potesse combinare per noi un tale uomo compirebbe un'eccellente impresa." "Me ne incarico io" disse uno dei Nemici. "Io ho il potere di assumere forma umana." E si mise al lavoro per creare un uomo alla sua maniera, che avesse lo spirito del diavolo per intrappolare l'uomo salvato da Ges Cristo. Con questo il consiglio si sciolse, avendo raggiunto l'accordo su ci che si doveva fare. II Viveva in quel tempo un galantuomo ricco come Giobbe, e che era altrettanto infelice senza essere paziente come lui. Sua moglie, che aveva fatto un patto col diavolo, fece entrare il Nemico nella sua casa. Questi gett un maleficio sulle greggi e i cavalli del galantuomo, che morirono tutti. E il ricco, nella sua collera, don al diavolo tutto ci che possedeva: e suo figlio si strangol, sua moglie si impicc, una delle sue figlie fu sepolta viva per un grave delitto e lui stesso mor di dolore. Di tutta la famiglia non restavano che due fanciulle, due sorelle. Un buon eremita chiamato Blaise, venuto a conoscenza delle loro disgrazie, and a trovarle per consolarle.1 E domand loro come fossero sopraggiunte tutte quelle sventure. "Non ne sappiamo nulla," dissero le fanciulle "se non che Dio deve proprio odiarci, poich ci manda tanti dolori." Il buon eremita rispose: "Voi non parlate n il vero n il bene. Dio non odia nessuno, al contrario si duole quando il peccatore odia se stesso. Sappiate dunque che stato il Nemico a rovinare la vostra famiglia. Guardatevi dalle opere del Nemico: sono perfide e conducono quelli che le commettono a una cattiva fine. Venite spesso da me: io vi consiglier quanto meglio potr, con l'aiuto di Dio Nostro Signore." Sentendolo parlare cos, la pi giovane delle fanciulle si burl di lui e non tard a pentirsene: poco tempo dopo mor di morte violenta, come il resto della famiglia. La maggiore invece ascolt i consigli di Blaise e in seguito fu ben contenta di averli seguiti. Se qualche volta il Nemico approfitt di una lampada spenta, di una preghiera dimenticata e soprattutto di uno scatto di collera della fanciulla per intrappolarla, il buon eremita, ch'essa andava subito a trovare, la rialzava benedicendola; e pi tardi intrappol a sua volta il diavolo, togliendogli suo figlio con la forza dell'acqua battesimale. "Cos capita a molti," doveva dire un giorno Merlino (perch proprio di lui che si tratta) "i quali pensano di irretire gli altri e poi cadono essi stessi nella rete." III Pur avendo il sangue e il potere del diavolo, il fanciullo non aveva la malvagit del padre. Grazie alla virt del battesimo, e per amore della sua povera madre innocente, era dotato di una natura tutta bont, e invece di ingannare gli uomini era destinato a servirli. La prima prova di ci (ed era fin troppo giusto) la diede

in favore di sua madre. Il Nemico, furioso di essere stato preso nella sua stessa rete, aveva trovato un pretesto per farla bruciare viva: il rogo era gi acceso, e gi vi stavano conducendo la giovane donna, spoglia di ogni abito tranne che della camicia, quando sulla sua strada ella vide il suo bambino. Lo prese fra le braccia, e marciava cos verso la morte. Ma alla vista del rogo Merlino fu preso da violenta collera, e lasciando le braccia della madre si slanci verso il giudice, lo convinse dell'ingiustizia di quella condanna e fece spegnere il fuoco. Il buon eremita, testimone di questa liberazione, se ne torn via con la madre e il fanciullo, meravigliandosi di scorgere tanto potere in una creatura cos piccola; e poich faceva cenno all'origine attribuita dal volgo a quel potere misterioso, Merlino gli disse saggiamente: "E costume di tutti i cuori malvagi di vedere pi il male che il bene nelle cose di questo basso mondo." Poi, sentendo che stava ormai per intraprendere la sua opera, chiese a Blaise una grazia: "Scrivi un libro" gli disse "dove narrerai la mia storia via via che si svolger; e io ti riveler, perch tu ve le scriva, cose che nessuno, tranne Dio, potrebbe dirti. Molti di quelli che leggeranno o sentiranno leggere questo libro diverranno migliori e si guarderanno dal peccato." Blaise rispose: "Io scriver volentieri il libro, ma tu mi giurerai sul Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in cui io credo, e che sono un unico Dio in tre persone: mi giurerai sulla Beata Vergine che port il Figlio di Dio, e su tutti gli apostoli e tutti i santi e le sante del paradiso e tutti i prelati della chiesa e tutti gli uomini e le donne di buona volont e tutte le creature che servono e amano Nostro Signore, che non mi ingannerai n mi gabberai e non farai nulla che sia contro la volont di Ges Cristo. Rispondimi: lo giuri?" E Merlino disse: "Lo giuro." Allora l'eremita prese la penna e cominci a scrivere la storia di Merlino, a partire dal re che regnava allora in Gran Bretagna. IV Questo re era Vertigier, che finora abbiamo conosciuto sotto il nome di Guortigern. Dopo aver costretto Uter e Ambroise, figli del legittimo sovrano di Gran Bretagna, a fuggire nel Berry, Vertigier spadroneggiava su tutta l'isola come se fosse stata sua, e favoriva i Sassoni, i quali erano dei Saraceni venuti dalle parti di Roma2 in guerra contro i cristiani. Aveva persino sposato una delle loro principesse, il che addolorava molto i fedeli, che andavano dicendo: "Qualcuno ha perduto la fede per aver preso una moglie che non crede in Ges Cristo." E gli dicevano in faccia: "Tu non sei il nostro re: il regno non appartiene a te." I parenti dei due giovani principi aggiungevano: "No, tu non sei il nostro signore, re Vertigier, e tu non tieni a buon diritto questa terra. Tu la tieni contro Dio e contro la Santa Chiesa e contro ragione. Minacciaci pure quanto vuoi: finch avremo in questo paese un solo amico, noi ti faremo guerra. Vedendo che tutti lo odiavano, e temendo il ritorno dei figli del re legittimo, Vertigier consult i suoi maghi. E questi gli consigliarono di costruire una torre, per mettersi al sicuro: e poich la torre non restava in piedi, gli dissero di uccidere un bambino nato senza padre, il cui sangue l'avrebbe consolidata.

V All'avvicinarsi dei messaggeri del re, Merlino, il quale sa ci che sta per succedere, va a trovare il buon eremita Blaise: e gli racconta come sar condotto davanti a Vertigier, come confonder i suoi maghi, come spiegher perch la torre non pu stare in piedi, e ci che sta sotto la torre e il senso dei due grandi draghi ciechi, uno rosso e uno bianco, che usciranno dal fondo dell'acqua per combattersi a vicenda, e che cosa simboleggia il rosso e chi rappresenta il bianco e perch uno finir per vincere l'altro. "Tu non verrai con me" aggiunse il fanciullo. "Va' dalla tua parte, marcia verso il nord e domanda di una terra che ha nome Northumberland. Questa terra piena di grandi foreste, sconosciuta agli stessi uomini del posto, perch vi in essa un luogo in cui nessuno mai stato. "Vacci, e resta l. Io torner a trovarti quando il mio compito sar finito, perch voglio che tu sappia che Nostro Signore mi ha dato il potere e i mezzi per svolgerlo bene in tutto il regno dove io dovr agire. O Dio! Quanto lavoro mi aspetta! Oh, i nobili cuori che vi trover! Ma sappi, e mettilo per iscritto, che la mia opera pi importante comincer solo col quarto re, il quale avr nome Art. Sappi che mai nessuna storia di re o di saggio stata ascoltata con tanto piacere quanto lo sar quella di Art e degli uomini che vivranno nel suo tempo." Merlino si allontan dunque da una parte insieme ai messaggeri del re Vertigier, e il buon eremita and dall'altra: e tutto avvenne cos come Merlino aveva annunciato a Blaise, perch Vertigier fu bruciato in una torre ad opera dei due giovani principi di cui occupava ingiustamente le terre. VI Mentre Uter e Ambroise, dopo la loro vittoria sull'usurpatore, stavano ponendo l'assedio a un castello occupato dagli stranieri e davanti a loro si raccontava la storia di Merlino, il pi serio dei consiglieri disse loro: "Lui vi insegner il mezzo di cacciare i Sassoni dal nostro paese, perch il pi saggio uomo del mondo." I due giovani principi, quando vennero a sapere che Merlino viveva nelle foreste del Northumberland, mandarono dei messi a cercarlo. I messi erano gi in viaggio da tre giorni per questa missione, che era ben pi gradevole di quella dei messaggeri di Vertigier, quando incontrarono all'angolo di un bosco un taglialegna, che aveva una barba cos lunga, dei capelli cos ispidi, degli abiti cos cenciosi che lo presero per un selvaggio. E la voce dell'uomo, quando apr la bocca, non era certo fatta per deluderli: "Ah, ah, signori miei!" grid da lontano "io so bene chi cercate, il Mago Merlino. Ma voi non lo cercate bene: se fossi al vostro posto, lo troverei pi presto di voi." I messi, sorpresi, gli chiesero: "Tu sai dunque dov'? E l'hai visto?" "Se l'ho visto?" replic il selvaggio. "Certo che l'ho visto, e mi ha anche detto che lo cercavate per sapere da lui come prendere il castello dove regna Hengist, e come cacciare i Sassoni dal paese. Ma se anche lo trovaste," aggiunse "non verrebbe con voi; non vuole andare che col re, e se il re in persona non viene a cercarlo, nessuno potr condurlo da lui. Quanto alla citt assediata, come vero che chi vi ha consigliato di rivolgervi a Merlino morto, cos non potr esser

presa finch Hengist vivr." Dopo aver detto queste parole il taglialegna scomparve nel bosco. I messi tornarono dal re. "Sire," gli dissero "abbiamo incontrato un uomo selvaggio che ci ha fatti tornare indietro. Ci ha detto, da parte di Merlino, che se vogliamo trovare il mago bisogna che andiate voi stesso a cercarlo; quanto alla citt, ci ha detto, non si potr prenderla finch Hengist sar vivo. Come prova della verit delle sue parole, ci ha annunciato che avremmo trovato morto colui che vi ha consigliato di andare a cercare Merlino." Il re rimase interdetto: effettivamente il suo consigliere era appena morto. Resistere a un tale segno non sarebbe stato saggio: per cui egli disse a suo fratello: "Continua tu l'assedio: io devo partire. Ma ben presto, spero, sar di ritorno con colui che ci aiuter a prendere la citt e a cacciare i Sassoni dal paese." Quando il re arriv col suo seguito al bosco dove i suoi primi messaggeri avevano incontrato il taglialegna: "Guardate, guardate, signore, quell'idiota cos sozzo e deforme, a cui le bestie selvagge obbediscono!" esclamarono i suoi compagni. E gli indicarono un personaggio strano, con l'aria istupidita, vestito di una tonaca di bigello, con una grossa mazza in mano a guisa di vincastro, che guardava un branco di daini. "Se sono idiota, non lo sono tanto da ignorare chi cercate, o re Ambroise!" disse il guardiano di daini. "Continuate la vostra strada: Merlino non lontano di qui: chiedete di lui al primo mendicante che incontrate." Senza fermarsi ad ascoltare quel povero balordo, il re stava continuando per la sua strada quando gli comparve davanti il mendicante che gli era stato annunciato. Allora gli rincrebbe di aver disprezzato uno che in apparenza era meno saggio di lui: e senza guardare n la condizione miserabile n gli abiti a brandelli del mendicante, ma pensando solo a quel che poteva sapere, lo interpell: "A quanto ci ha detto un idiota che abbiamo appena incontrato, tu puoi darci notizie del famoso mago Merlino, che da lungo tempo io sto cercando." "Merlino!" ripet il mendicante scuotendo i suoi cenci senza vergogna. "Merlino! Ma lui che vi ha parlato! E lui l'idiota che avete incontrato mentre guardava il suo branco di daini nel bosco! E' lui il taglialegna che i vostri messi hanno preso per un selvaggio. Ed ancora lui che mi manda a voi per darvi una buona notizia: Hengist morto, vostro fratello Uter l'ha ucciso." "E' mai possibile!" esclam il re meravigliato. "e' cosa sicura" rispose il mendicante; e come il re lo guardava con pi attenzione, l'altro lo tir per il mantello e lo trascin da parte nel bosco. Qui, al posto di un miserabile straccione, il re si vide davanti un leggiadro fanciullo. E il fanciullo gli disse: "Io voglio essere bene accolto da voi e da vostro fratello Uter. Sappiate che io sono quel Merlino che siete venuti a cercare." Merlino stava ancora parlando quando vennero ad annunciare ad Ambroise che durante una sortita Hengist era stato catturato da Uter e decapitato. Il re si affrett dunque a tornare da suo fratello per congratularsi con lui e trar subito profitto dal fatto. VII Alla vista del re seguito dal buon mago, gli assedianti corsero loro incontro: da ogni parte si sentiva esclamare: "Ecco Merlino! ecco il miglior mago che ci sia al mondo!

Ora ci dir come prendere la citt." Alcuni si rivolgevano al re: "Sire, domandategli chi vincer fra noi e i Sassoni; sappiate che, se vuole, certo ve lo dir." Il re interrog dunque Merlino e il mago rispose: "Perch i Bretoni possano riavere la loro terra e la loro corona bisogna che gli stranieri spariscano: s intimi dunque ai Sassoni di tornare nel loro paese e si forniscano loro le navi necessarie per farlo." Ma questa intimazione non fu accolta dagli assediati, i quali chiesero di restare e di conservare la loro citt: si dichiaravano disposti a riconoscere la sovranit del re e a pagargli ogni anno un tributo di due cavalieri, dieci damigelle, nove falconi, cento levrieri, pi cento destrieri e cento palafreni. Ancor prima che le loro proposte fossero trasmesse al re, Merlino gi le conosceva: "Offrirci un tributo, per avere il diritto di restare nel nostro paese!" esclam indignato. "I loro cavalieri, le loro fanciulle, i loro falconi, i loro cani, i loro cavalli, che bisogno abbiamo di tutto ci? Che se ne vadano! che sgombrino la terra dei nostri padri! ecco quello che noi vogliamo da loro. Altrimenti li faremo morire di fame o di spada. Che lo sappiano bene, e che accettino le nostre proposte e le nostre navi: sono gi troppo fortunati che gli risparmiamo la vita, perch credono gi di essere morti." Gli stranieri in realt finirono per accettare le proposte dei Bretoni, stimandosi fortunati di poter lasciare l'isola sani e salvi: e ben presto i Bretoni videro con gioia allontanarsi le navi che li portavano via. Fu cos che, per il consiglio di Merlino, il re Ambroise e suo fratello si liberarono degli stranieri. E poich il mago si disponeva a ripartire, i due fratelli lo scongiurarono di restare con loro. Ma egli resistette a tutte le loro preghiere. "Per mia natura," disse "io non posso vivere nel mondo: tuttavia state sicuri che, ovunque sar, mi ricorder di voi pi che degli altri uomini. Non appena sarete in pericolo mi vedrete accorrere per aiutarvi e consigliarvi. Ma, ve lo devo dire, se vorrete godere qualche volta della mia compagnia non dovrete adirarvi con me quando me ne andr: solo, al mio ritorno accoglietemi con molte feste davanti agli occhi di tutti: e cos gli uomini buoni che vi ameranno, ameranno anche me; e i malvagi che vi odieranno mi odieranno del pari." VIII In realt, nonostante la sua bont, Merlino aveva nemici a corte: e Ambroise corse il rischio di prestar fede alle loro parole. Un giorno dissero al re: "Lasciate, o sire, che lo mettiamo alla prova: e vedrete chiaramente che Merlino non sa nulla." Allora ricorsero allo stratagemma che conosciamo: travestirono la stessa persona in tre modi diversi e indussero il mago a predire a quella stessa persona che sarebbe morta di tre morti diverse, ossia: rompendosi il collo, impiccandosi e annegando. Il mago seppe confonderli: ma fu egualmente assai indignato di essere stato messo alla prova, e cos abbandon la corte. I due fratelli rimasero assai addolorati della sua partenza: credettero che fosse adirato con loro e che non sarebbe pi tornato. Ma questo significava conoscere male il buon mago, e diffidare della sua parola: dopo qualche tempo egli ricomparve. "Vi amo troppo per non tornare da voi" disse loro; "io voglio il vostro bene e il vostro onore. E ora queste cose sono in pericolo. Vi ricordate dei Sassoni che avete cacciato dalle vostre terre dopo la morte di Hengist? Ebbene, quelli che se ne sono andati hanno portato la notizia in Sassonia;

e poich Hengist era di alto lignaggio, quelli del suo paese vanno dicendo che non saranno contenti se non avranno vendicato la sua morte. E sperano di riprendersi la nostra terra." Quando i due fratelli sentirono queste notizie ne furono molto sorpresi e gli chiesero: "Ma hanno dunque tanti soldati da poter resistere ai nostri?" Merlino rispose: "Per un soldato che voi avete essi ne hanno due, e se non agirete saggiamente devasteranno e conquisteranno il vostro regno." "Faremo ci che voi comanderete" replicarono i giovani principi. IX Allora il mago propose loro uno stratagemma che avrebbe portato i nemici alla perdizione. Dovevano lasciarli sbarcare senza ostacoli e avanzare nella pianura di Salisbury. Una volta che fossero avanzati abbastanza profondamente in questa regione, i cristiani, uscendo da un agguato, dovevano tagliargli la strada per raggiungere le navi. In cielo sarebbe comparso un drago, che sarebbe stato il segno della sconfitta dei pagani. Mentre i cristiani erano in cammino per andare a sorprendere il nemico, i due fratelli chiesero a Merlino: "In nome di Dio, Merlino, dicci se moriremo in questa battaglia." Ed egli rispose: "Tutto ci che ha avuto un principio deve avere una fine: nessun uomo pu evitare la morte, tutti lo sanno: e anche voi morirete, come tutti gli altri uomini. L'importante di morir bene. Una buona vita aiuta molto ad avere una buona morte." Il re Ambroise, vedendo che il mago eludeva la sua domanda: "Ti prego di dirmi se morir per mano dei Sassoni." E Merlino continu: "Giuratemi, sulle reliquie dei santi, che in questa battaglia sarete leali e prodi verso voi stessi; e sappiate che nessuno pu essere leale e prode verso se stesso se non lo verso Dio. E io vi insegner ora il modo per esserlo: mettete ordine nella vostra coscienza. Dovete farlo oggi pi che in qualsiasi altra circostanza, perch vi preparate a combattere i vostri nemici. E se sarete quali io vi voglio, state sicuri che li vincerete: perch essi non credono nella Santa Trinit, e nemmeno nella Passione che Ges Cristo, Nostro Signore, pat in terra. Colui che muore difendendo il suo buon diritto, in accordo con Ges Cristo e con la Santa Chiesa, non deve temere la morte." Merlino si ferm un istante, e poi prosegu: "Non c' stata al nostro tempo, e non ci sar mai, battaglia pi grande di quella che state per combattere: uno di voi due vi morir; s, ve lo ripeto, uno di voi due morir, ma poich io voglio che ciascuno di voi sia ben preparato a comparire davanti al Signore, e che ciascuno di voi muoia da prode, io non vi dir quale di voi deve morire." X Nel frattempo i pagani erano sbarcati e avanzavano senza timore per la pianura di Salisbury. D'improvviso alle loro spalle si lev un gran clamore. Erano i cristiani guidati da Merlino, che uscendo dall'imboscata li attaccavano di sorpresa. In quel momento in cielo apparve un mostro: aveva la forma di un drago vermiglio e gettava fuoco e fiamme dal

naso e dalla gola. I pagani ne furono atterriti: i cristiani invece sentirono raddoppiare il loro coraggio. "Ecco il segno predetto da Merlino," esclam il re; "corriamogli addosso! Ormai sono sconfitti!" E corsero incontro al nemico con tutta la velocit dei loro cavalli: e cos cominci la battaglia di Salisbury. Era dunque necessario che, nel bel mezzo della vittoria, si compisse la predizione di Merlino riguardo a uno dei due fratelli? Ma anche il suo desiderio fu esaudito, perch, se Ambroise mor, mor da prode e comparve da buon cristiano davanti al Signore. Molti altri ebbero la stessa sorte; e come tutti sanno per rendergli onore Merlino trasport sul luogo stesso del loro martirio le pietre del grande cimitero d'Irlanda che chiamavano la Carolle, o la Danza dei Giganti. XI Dopo aver onorato il re morto, Merlino onor il re vivo. Fece fondere per lui un drago d'oro, a causa del quale Uter fu soprannominato Penn-dragon; e da allora port lui stesso questa insegna, a guisa di vessillo, alla testa dell'esercito cristiano. Poi, dopo aver fatto incoronare il principe, se ne torn dall'eremita Blaise, nelle foreste del Northumberland, per raccontargli ci che qui si letto. Quando Blaise ebbe messo tutto per iscritto, Merlino gli disse: "Ascoltami bene: ora ti parler di un grande mistero, che quello della Tavola Rotonda, la tavola dove Nostro Signore Ges Cristo mangi e bevve con i suoi discepoli. Essa era perduta, io l'ho ritrovata e la voglio restituire in questo tempo in cui re Penn-dragon. Il re vi far sedere cinquanta dei suoi migliori cavalieri e valentuomini del regno. Ma quelli che vi siederanno sotto il regno di suo figlio, il re Art, saranno ancora migliori e di pi alta fama. Io ora me ne vado a Cardueil, nel Galles, per preparare questa tavola." Merlino si rec dunque nel Galles alla festa della Pentecoste, dove il re teneva la sua corte nella citt di Cardueil, e vi port la Tavola Rotonda, alla quale fece sedere i cinquanta migliori cavalieri del tempo. E il re comand che fossero serviti, amati e onorati come la sua stessa persona. Venne persino a vederli intorno alla tavola e domand se vi si trovavano bene. I cavalieri risposero: "Sire, ci troviamo cos bene che vorremmo restarvi per tutta la vita, e non lasciarla mai. Col vostro permesso, faremo venire in questa citt le nostre spose e i nostri figli, e cos vivremo insieme nella pace di Nostro Signore Ges Cristo; perch noi tutti abbiamo un cuore solo." Il re disse loro: "Veramente siete tutti un solo cuore?" "S, un solo cuore, in verit," risposero i cavalieri "e siamo anche sorpresi che ci avvenga, perch ognuno di noi non niente per gli altri; non ci eravamo mai visti; e ce ne sono pochi fra noi che siano della stessa famiglia. Tuttavia ci amiamo altrettanto e pi di quanto i buoni fratelli amino i loro fratelli, e mai, ci sembra, cesseremo di amarci. E mai ci separeremo: la morte soltanto ci separer." Il re fu ben felice di ci che vedeva e sentiva; cos questa Tavola famosa fu istituita da Merlino, al tempo di Uter Penn-dragon. XII

Ma quelli che non erano stati giudicati degni di assidersi alla Tavola Rotonda erano pieni di rancore contro Merlino; e poich il mago era tornato alle foreste, come era sua abitudine, fecero correre la voce che era morto, che un fellone lo aveva ucciso in un bosco del Northumberland. Un posto restava vuoto alla Tavola, un posto misterioso e riservato. Il mago aveva annunciato che la sciagura avrebbe colto chiunque fosse stato cos temerario da occupare quel posto senza averne diritto. Ora, uno dei nemici di Merlino, volendo sfidarlo e nuocere alla sua reputazione di profeta, si present un giorno nella sala dove i cinquanta cavalieri erano seduti a tavola: "Ora vedrete" esclam in tono millantatore "se questo seggio pericoloso come credete sulla parola del cosiddetto profeta Merlino." E avanzandosi a testa alta verso il seggio vuoto posto fra due degni cavalieri della Tavola Rotonda, se ne impadron e vi si install insolentemente. Ma si era appena seduto quando tutti lo videro fondersi davanti ai loro occhi come fonde un pezzo di piombo nel fuoco; e nessuno seppe mai dove andasse a finire. In quel momento Merlino ricomparve nella sala: e fu allora che disse al re le parole divenute celebri: "Cos succede a molti che credono ingannare altrui e ingannano se stessi.3" E aggiunse: "E tu puoi ben sapere se questo vero, sire, poich egli diceva e faceva credere che un fellone mi avesse ucciso." Rispose il re: "e' vero che lo ha detto" e stava per continuare quando si accorse che il mago non c'era pi. XIII Merlino era tornato presso il buon eremita; ma questa volta non gli annunci quali nuovi servigi si disponesse a prestare a Penn-dragon, e come, grazie a certe erbe magiche degne di miglior uso, il re dovesse prendere le sembianze di un duca di Cornovaglia e diventare padre di Art. Il santo eremita gli avrebbe rimproverato la sua debolezza; gli avrebbe rinfacciato di mancare alla sua promessa partecipando al peccato. Torn di nuovo presso l'eremita in seguito a una catastrofe, di cui Blaise non esit a mettere il racconto per iscritto. Il re Uter era malato, i pagani stavano tornando e i suoi baroni rifiutavano di obbedire al cavaliere che aveva incaricato di governare il regno al suo posto, col pretesto di essere nobili quanto lui, e ricchi quanto lui, se non di pi. Vennero dunque ad annunciare al re questa notizia, e a dirgli che i pagani avevano sottomesso al loro potere una gran parte del paese. Quasi nello stesso tempo gli riferirono un altro fatto, che lo gett nella costernazione. Un vecchietto appoggiato a una stampella, con gli occhi nascosti sotto il cappuccio e addosso una tonaca scura come quella di un eremita si era presentato alla porta del palazzo, aveva preso in braccio il piccolo Art col pretesto di carezzarlo ed era fuggito col bambino. Allora il re pens che il Signore Iddio lo metteva alla prova e pianse. Poi pens a Merlino. "Merlino, mio buon consigliere, dove sei? Perch non vieni a trovarmi nella mia disgrazia? Mi avevi promesso che, dovunque tu fossi, ti saresti ricordato di me, che appena avessi avuto bisogno dite ti avrei visto accorrere al mio fianco. Ma tu

certo sei morto, perch se fossi vivo verresti a consolarmi." XIV "Eccomi" disse in quel momento una voce dolce: e il re vide Merlino in piedi presso il suo letto. "Ho sentito i tuoi lamenti" continu il buon mago "e il mio cuore non ha potuto resistere." "Ah, Merlino, quante sciagure dopo la tua partenza! i pagani vincitori! io malato! mio figlio rapito! Sai tu chi ha rapito mio figlio? Sai tu dov' Art? Lo sai?" Merlino sorrise: "Non affliggerti per questo; sappi che il bambino in un luogo sicuro, che bello, cresce, ben nutrito. Quanto ai pagani, non aver paura. Riunirai tutti gli uomini che potrai, e quando saranno riuniti ti farai portare sul tuo letto alla loro testa e cos andrai a combattere contro il nemico. Sta' certo che conquisterai la vittoria: perch la vittoria viene dal cuore e non dal braccio. Viene da Dio, e non dall'uomo. Ma dopo la vittoria tu farai per amore di Dio ci che ti comander." Il re promise di seguire il consiglio di Merlino. Fece arruolare tutti i soldati che pot trovare e diede ordine che lo portassero nel suo letto alla testa dell'esercito. XV I pagani, vedendolo venire, si misero a ridere. "Che razza di re quello, che guerreggia dal fondo della bara e che in bara va alla battaglia!" Ma il loro orgoglio doveva costargli caro. Il re, sentendo le loro parole, si drizz nel suo letto: "Val meglio esser distesi nella bara che esser sani e sconfitti; val meglio morire con onore che vivere a lungo nella vergogna; mostriamo dunque loro che un uomo mezzo morto sa vincere degli uomini vivi." E i cristiani, animati dalla parola e dall'esempio del loro sovrano, attaccarono con tanto accanimento i pagani che li fecero a pezzi e li cacciarono dal paese. Il giorno dopo la battaglia, mentre Merlino era seduto accanto al letto del re vittorioso, Penn-dragon gli disse: "Merlino, sento che non mi resta molto da vivere. Mi lascerai prima che io muoia, e non ti rivedr mai pi?" Merlino rispose: "Ancora una volta soltanto." "Allora, per amore di Dio, Merlino, insegnami ci che devo fare ora che ho conquistato la vittoria e che sto per presentarmi davanti al Signore." "Spartisci le tue ricchezze fra i poveri e gli indigenti, per l'amore di Dio" disse Merlino "e voglio che tu sappia una cosa: coloro che possiedono grandi beni senza farne parte ai poveri non si comportano da buoni cristiani. Largisci in questo mondo, mentre sei vivo, i beni che Dio ti ha dati, affinch tu possa trovare lass le gioie del paradiso. Conviene all'uomo saggio servirsi di ci che possiede in questa vita mortale per acquistare la beatitudine nell'altra; e tu che hai avuto tanta fortuna quaggi, tanti beni, tante ricchezze, tanti onori, che cosa hai fatto per il Dio tuo creatore, da cui hai ricevuto tutte queste grazie? Tutti i beni della vita non valgono una buona fine; tu non porterai nulla con te da questa terra, se non le tue opere buone. Io ti ho molto amato, e ti amo ancora; ma, siine certo, nessuno pu amarti tanto quanto tu stesso." Il re fece dunque portare davanti al suo letto i forzieri dov'erano conservati i suoi tesori; mand a chiamare i poveri e

gli indigenti del paese, le vedove, gli orfani, tutti quelli che pi avevano sofferto per opera dei pagani sotto il suo regno; e davanti a loro fece aprire i forzieri e distribu i suoi tesori per amore di Dio. Questo fece il re, per consiglio di Merlino, e mostr cos bene a tutti di amare Dio e la Santa Chiesa e il suo popolo, che tutti i presenti piangevano. Merlino, andandosene, piangeva come gli altri. Il buon mago non si era ancora allontanato dal palazzo quando il re, dopo aver distribuito il suo tesoro ai poveri, s indebol del tutto, perse la parola, abbass la testa; e si sent ripetere da un angolo all'altro del palazzo: "Ill re morto!" XVI Dopo tre giorni Merlino ricomparve. E tutti gli si fecero intorno. "Ahim, ahim! Merlino, morto il re che tu amavi tanto!" Merlino rispose: "Voi non dite la verit. Nessuno muore quando fa una fine giusta come lui. Ma io so bene che non ancora morto." Quelli replicarono: "La cosa fin troppo certa: sono tre giorni che non parla pi." "Se piace a Dio, parler" fece Merlino sorridendo; "conducetemi da lui." Condussero il buon mago nella camera mortuaria. Le finestre erano chiuse. In mezzo giaceva il re, nello stesso letto del giorno della vittoria. Vedendo tutti i segni del lutto intorno al letto, Merlino parve sorpreso; and alla finestra e l'apr. L'aria e la luce entrarono e un raggio venne a illuminare il volto del re. Quelli che vegliavano intorno al letto si avvicinarono al sovrano e gli dissero: "Sire, ecco Merlino che voi amavate tanto." Il re si gir, apr gli occhi e riconobbe il suo amico. Allora Merlino disse agli astanti: "Chi vuole ascoltare le ultime parole del re si avvicini" e accostandosi lui stesso al capezzale del re gli disse all'orecchio: "Tu fai una fine giusta se la tua coscienza come appare. Sappi in verit che sono io che ho rapito tuo figlio e lo faccio allevare. Tuo figlio Art sar re dopo la tua morte per grazia di Nostro Signore Ges Cristo, e porter a termine l'opera della Tavola Rotonda che tu hai fondato." Quando il re sent Merlino parlare di suo figlio i suoi occhi brillarono di gioia. "Art, figlio mio, mio povero bambino! In nome di Dio, che preghi Ges Cristo per me!" I presenti erano stupefatti al vedere che Merlino aveva fatto parlare il re; e poich non avevano sentito la profezia del mago, gli chiesero: "Che gli avete dunque detto?" Merlino non rispose, e lasciando bruscamente la corte torn presso l'eremita Blaise, nelle foreste del Northumberland. XVII Se il re Penn-dragon si era addormentato pieno di speranza in Dio e nelle promesse di Merlino, i suoi cavalieri erano in preda a grande sgomento in conseguenza della sua morte. Mandarono a chiamare Merlino per consultarlo. "Voi siete molto saggio" gli dissero i messaggeri "e avete sempre consigliato bene i nostri re, lo sappiamo. Ecco che ora il regno senza erede: diteci quello che dobbiamo fare e

insegnateci il mezzo di trovare un re che voglia la salvezza, il bene e il vantaggio del popolo. Possa Dio darvi un buon consiglio!" Merlino ascolt le loro preghiere e li segu nella citt, dove il popolo lo aspettava. Quando tutti ebbero fatto silenzio, si alz e disse: "Io amo molto questo regno e tutti gli uomini che ci vivono: poich volete avere il mio consiglio, ve lo dar buono e leale, secondo Dio e secondo il mondo. Ecco che si avvicina il gran giorno in cui nacque il Re dei Re. Ora, io annuncio a voi, e a tutti gli abitanti del regno, che se in questo giorno pregherete devotamente Nostro Signore, egli far un miracolo per farvi trovare un re. Rivolgetegli dunque questa preghiera: "Signore Dio onnipotente, che in questo giorno vi degnaste nascere dalla Vergine Maria, Re dei re e Signore dei signori, piacciavi mostrare quale di noi degno di essere re, per ben governare e mantenere il popolo nella fede cristiana; fate che davanti a tutti appaia un segno, che mostri chi il pi degno di regnare su di noi"." "Se pregherete con fervore," continu Merlino "vedrete certamente l'eletto di Ges Cristo stesso." Detto questo si allontan. XVIII Quando arriv la festa del Natale, San Dubriz, arcivescovo di Carlion, disse tre messe, e alla messa della mezzanotte sali in pulpito per ricordare ai cristiani che dovevano dire tre preghiere: - la prima, per la salvezza delle loro anime; - la seconda, per l'amore del popolo e il bene del paese; - la terza, per il miracolo che Dio, secondo la promessa di Merlino, doveva fare quella stessa notte per l'elezione del nuovo re. Il miracolo non si fece aspettare. Come l'arcivescovo stava terminando la messa dell'aurora, la folla, uscendo dalla cattedrale, fu sorpresa al vedere davanti al portone della chiesa una scala di marmo di tre gradini e in cima a essa una grande incudine di acciaio, e conficcata in questa incudine una spada. Ora, sull'elsa della spada si leggeva: Colui che di qui mi trarr in nome di Ges Cristo re sar. XIX L'arcivescovo lesse l'iscrizione al popolo e invit i grandi del regno a fare la prova uno dopo l'altro. Ma nessuno dei sei re della Gran Bretagna riusc, malgrado i suoi sforzi, a estrarre la spada dall'incudine. Anche i baroni tentarono invano la ventura. Vennero in seguito i cavalieri, ma non ebbero maggior successo; li seguirono gli scudieri e i servanti e infine i buoni borghesi del paese. Tutti non fecero che perdere il loro tempo. L'arcivescovo, vedendo che i grandi e i forti non riuscivano a concludere niente, volle che anche i piccoli e i deboli fossero ammessi a concorrere, e chiam i fanciulli. Anche i fanciulli fallirono come gli altri: ne restava uno solo, di cui nessuno conosceva il padre; era venuto alla messa con un vecchio chiamato Antor, che lo aveva adottato e allevato. San Dubriz non credette giusto dimenticarlo, e malgrado le risate dei signori gli fece cenno di avvicinarsi. O prodigio! non appena la manina del fanciullo ebbe toccato

la spada, la trasse fuori dall'incudine, facilmente come una freccia dal turcasso. Vedendo ci, l'arcivescovo lo prese tra le braccia, l'abbracci teneramente e alzatolo al di sopra della sua testa per mostrarlo al popolo cominci a cantare: Te Deum laudamus. I baroni non ridevano pi. Gli uni dicevano tristemente: "E' mai possibile che un fanciullo cos giovane diventi nostro re?" E altri aggiungevano: "Ancora non si sa chi suo padre. Noi non faremo mai nostro sovrano uno che non stato legittimamente generato; no, giammai, piaccia a Dio, lasceremo governare da un bastardo un regno cos bello come quello della Gran Bretagna." Ma l'arcivescovo disse ad alta voce queste ardite parole: "Sappiate che, quand'anche il mondo intero fosse contro questa elezione, il fanciullo sar re: Dio lo vuole!" E rivolgendosi al fanciullo: "Va', figlio mio, tu sei re." Quando il popolo minuto intese le parole dell'arcivescovo, ne fu felice e cominci a maledire quelli che volevano impedire l'elezione. E schierandosi dalla parte del clero, tutti ripetevano: "Maledetti siano quelli che vorranno nuocere al nuovo re. Colui che l'ha eletto lo conosce meglio di noi." XX Avvenne allora che Merlino arriv a Carlion. I baroni lo invitarono al palazzo, e vedendolo venire gli andarono incontro con grandi manifestazioni di gioia. Poi lo condussero nel loro consiglio e cominciarono a ragionare con lui, domandandogli la sua opinione su questo nuovo re che l'arcivescovo Dubriz voleva incoronare senza il loro consenso. "Certamente," disse Merlino "l'arcivescovo far bene a farlo, perch dovete sapere che questo fanciullo pi grande di tutti noi, e non figlio di Antor, se non per il nutrimento che gli ha dato." "Come!" esclamarono i baroni "che dite mai?" "Dico" riprese Merlino "che se volete recare qualche danno al mio signore Art, ci perderete pi di quanto possiate guadagnarci, perch Dio, il sommo re, nelle mani del quale il potere su tutta la terra, ne far vendetta e voi sarete maledetti." I baroni si misero a ridere e a burlarsi di Merlino: "Ah, ah, il mago! Come parla bene, il mago!" XXI Intanto era arrivata la Pentecoste e l'arcivescovo di Carlion pens di non dover rimandare pi a lungo la consacrazione del giovane re. Gli pose dunque la corona sulla testa, nella sua cattedrale, in presenza di tutto il popolo: gli mise lo scettro in mano e prendendo dall'altare la spada che il fanciullo stesso aveva estratto dall'incudine gliela cinse. E la spada gett un grande raggio di luce. Il suo nome era Escalibor, nome ebraico che significa in italiano taglia-ferro4 e Merlino la conosceva bene. Allora il nuovo re disse ai baroni: "Io vi perdono di cuore; che Nostro Signore vi perdoni anch'egli." Poi fece distribuire a tutti armi, cavalli, vesti di porpora e seta: e oro e argento, quanto ne restava nel tesoro reale. I baroni videro subito che non avrebbero potuto trovare in lui alcuna pecca. Ma la loro gelosia non si plac per questo, e non tardarono a ribellarsi. Dovevano per esserne duramente puniti, come aveva predetto Merlino.

XXII Assediato nella sua capitale, Art ricorse al buon mago. "Ho sentito dire che avete reso grandi servigi al re Uter Penn-dragon, mio padre; e io stesso sono stato pi volte da voi aiutato. Vi prego dunque, in nome del cielo, di darmi un consiglio e di aver piet di me e del mio popolo. Noi saremo sterminati se Dio non verr in nostro aiuto: perch sono sei re contro di me, e i cavalieri della Tavola Rotonda sono andati a guerreggiare in paesi lontani." Merlino prese il re per mano e condottolo da parte gli disse: "Non spaventarti, caro sovrano: non hai nulla da temere da loro. Tu sarai liberato dai tuoi nemici: con l'aiuto di Dio l'arcivescovo Dubriz e io li fiaccheremo." Non aveva ancor finito di parlare che l'arcivescovo, dall'alto delle mura della citt, scomunicava gli assediatori. Da parte sua, Merlino consegn al re un vessillo della stessa forma di quello che aveva fatto fare per Penn-dragon, ma ancora pi meraviglioso, perch il nuovo drago aveva la coda ancora pi lunga e ancora pi attorcigliata dell'altro. Era pi leggero, pi facile da manovrare e gettava fuoco e fiamme dalla gola. Vedendolo levarsi nell'aria sulla punta di una lancia nessuno osava guardarlo e tutti si domandavano dove Merlino lo avesse preso. Quando Merlino ebbe inalberato questo vessillo, e il re Art fu pronto a respingere il nemico, le cui tende e i cui padiglioni coprivano la pianura fino all'orizzonte, il mago sali sulla cima della torre pi alta e fece un tale incantesimo che tutta l'aria si riemp di fiamme e di fumo; tanto che gli assedianti non sapevano dove rifugiarsi e avrebbero voluto esser lontani cento leghe. Vedendoli cos sgomenti, Merlino scese da Art e gli disse: "Ora, all'attacco!" Aperte le porte, il re caric con tanto slancio i baroni ribelli, gi storditi dall'incantesimo di Merlino, che li respinse sull'altra riva del fiume. Ma in questa carica il suo cavallo fu abbattuto, e i baroni, credendolo morto, ripresero coraggio e ricominciarono il combattimento. XXIII I baroni erano sul punto di riportare la vittoria, e i cavalieri di Art gi indietreggiavano quando i popolani, vedendo dall'alto delle mura che il re era stato disarcionato, accorsero armati di mazze e di scuri, gridando: "Preferiamo morire che vedere il re soffrire il minimo danno. Non saremo contenti se non quando lo avremo vendicato: lotta senza quartiere contro i baroni! Nessun altro riscatto se non le loro teste!" E diedero tali colpi ai soldati dei sei re con le loro mazze e le loro scuri, che ne massacrarono un buon numero e misero gli altri in fuga. Nel frattempo Merlino, dall'alto della torre, continuava a far piovere il fuoco del cielo sui padiglioni dei nemici: e tutto and bruciato, tranne il vasellame d'oro e d'argento, che il vincitore don generosamente a quelli che lo avevano soccorso. E vedendo in lui tanto amore, i popolani del paese giurarono che avrebbero continuato a servire il re fino alla morte. XXIV Grandi feste furono celebrate per la vittoria, ma Merlino non volle assistervi; e poich Art lo pregava di restare gli diede la stessa risposta che un giorno aveva dato al suo defunto

padre: "Voglio che tu sappia che, per la natura stessa di colui che mi ha generato, mio costume abitare nei boschi (e non che io vi resti per godere della sua compagnia, poich egli non si cura di avere per compagno nessun amico di Dio); ma puoi star sicuro, come lo era il re tuo padre, che ogni volta che sarai in pericolo arriver a portarti consiglio. "Non ti sorprendere tuttavia se spesso mi mostro a te sotto una forma molto diversa dalla mia solita; non voglio, capisci, che tutti mi riconoscano. Ma devi promettermi di non rivelare a nessuno ci che potr dirti." Il re glielo promise e Merlino si allontan, assicurandolo del suo amore. XXV Il buon profeta aveva predetto ai baroni che, se avessero fatto guerra ad Art, ne avrebbero ricavato pi perdite che guadagno: e i baroni lo avevano appunto provato. Ma lo provarono ancor meglio quando arrivarono ciascuno nel proprio regno. I Sassoni, approfittando della loro assenza e della loro lotta contro Art, avevano fatto venire trentamila dei loro compatrioti: ed erano entrati nelle terre dei sei re, dove avevano tutto bruciato e devastato, trascinando con s un ricco bottino verso la capitale della Cornovaglia, che speravano pure di prender d'assalto. Art fu informato del pericolo che correvano i suoi baroni, e volendo render loro bene per male accorse in loro aiuto. Da parte sua Merlino, ammirando la bont del suo re, non tard a raggiungerlo. Non appena scorse da lontano le tende dei Sassoni, suscit contro di loro una tale tempesta che i padiglioni nemici, sollevati dai turbini di un vento furioso, ricaddero sulla testa di quelli che stavano dentro e li schiacciarono quasi tutti. Art vi trov tutto il bottino fatto sulle terre dei suoi baroni e lo distribu fra i pi poveri dei loro cavalieri e scudieri, secondo il consiglio di Merlino. XXVI Il re era tornato alla sua corte e Merlino alle sue foreste quando un giorno, dall'alto della finestra del palazzo dalla quale stava contemplando i giardini, i prati e il fiume, Art vide venire lungo la riva un contadino robusto e di alta statura, con un arco in mano e un fascio di frecce sulla spalla. Tre oche selvatiche dal piumaggio bianco stavano bagnandosi nel fiume. Il contadino tende l'arco, la freccia parte: un'oca selvatica cade, poi una seconda, poi una terza. Il contadino va a raccoglierle, le appende per il collo alla sua cintura di pelle di capra e si dirige verso il palazzo dove si trova il re. Malgrado il cattivo aspetto del villano, e la sua aria rozza e selvatica, Art, il quale parlava volentieri con gente di tutte le condizioni, lo chiam e gli disse: "Villano, vuoi tu vendermi uno di questi uccelli?" "Sono ben contento, signore." "A quanto li vendi?" Il contadino non apri bocca. "Ti domando quanto ne vuoi." "Quanto ne voglio" ripet l'altro borbottando. "Io non faccio nessun prezzo. Non stimo un re che ama il suo denaro. Maledetto sia il re rigattiere che non ha il coraggio di fare di un pover'uomo un uomo ricco, quando potrebbe farlo facilmente. Ve le regalo, le mie oche, per quanto pezzente io sia. Ma questo, sappiatelo bene, non vi fa onore, a voi che avete un cos grande tesoro nascosto."

"Chi ti ha detto una cosa simile?" chiese il re. "Un selvaggio come me" rispose il paesano; "un selvaggio di nome Merlino." Ed entrando nella cucina, dove trov Keu il siniscalco, fratello di latte del re: "Tieni," gli disse "fai spiumare questi uccelli, e che il tuo padrone li mangi con altrettanto piacere quanto ne provo io nel regalarglieli." E poich Art era sopraggiunto, il contadino borbott fra i denti: "E non neanche il primo dono che gli faccio!" "Che vuoi dire?" chiese il re, sorpreso. L'altro si mise a ridere: "Come! Non riconosci Merlino? Perch Merlino stesso che ti parla, Merlino che ti ha tanto amato, Merlino che ti ha tanto servito." Il re stupefatto si fece il segno della croce: "Non vi ho mai visto sotto questo aspetto!" "Non devi sorprenderti, sire; Merlino ti far vedere ben altri cambiamenti, assumer ben altre forme, per forza d'arte e di negromanzia. Se si trasforma cos, perch ci sono in questo paese molti che vorrebbero vederlo morto." Il re Art gli disse: "So bene che voi mi amate, o Merlino; mi avete regalato con tanto buon cuore i vostri uccelli che li manger proprio per amor vostro." Merlino era venuto per premunire il re contro le frodi dei suoi baroni, che malgrado i favori ricevuti gli erano ancora rimasti ostili. E spesso si dicevano fra loro: "Tutto il male che ci viene da Art dovuto ai consigli di Merlino. Finch Merlino sar contro di noi, noi non potremo far nulla contro Art. Nessuno cos grande e cos saggio da potersi difendere dal mago. Pensiamo quindi alla nostra salvezza e fortifichiamo i nostri castelli." Fortificarono dunque il loro castello migliore, che era Nantes in Bretagna. XXVII Mentre Merlino si trovava ancora presso Art, Lodagan re di Scozia mand a chiedere aiuto al re e ai cavalieri della Tavola Rotonda, che da poco erano tornati dalla loro spedizione lontana. Lodagan era aggredito dal gigante Rion, re d'Islanda, di Danimarca e di Sassonia, che stava per prendere d'assalto la sua capitale. Art non si fece pregare e Merlino lo accompagn. Il buon mago marciava alla testa dei cavalieri della Tavola Rotonda, portando lui stesso il vessillo di cui aveva fatto dono al re; e mentre avanzava cantava: "Se amate il vostro corpo, seguite il mio vessillo ovunque lo vediate." E i cavalieri non perdevano di vista il drago di Merlino, che quel giorno sembrava avere la coda lunga una tesa e mezza, spalancava le enormi fauci e agitava con furore la lingua sanguinante e lanciava lampi dagli occhi. Merlino cavalcava al galoppo, finch raggiunse una squadra di Sassoni che si stavano portando via un ricco bottino e glielo tolse. Tre re, seguiti da millecinquecento uomini, accorsero per riprenderglielo. Merlino emise un fischio acuto, e subito scoppi un tal temporale che i nemici, accecati dalla pioggia, dalla grandine e dalla polvere, presero la fuga. Sfortunatamente, mentre fuggivano presero prigioniero Lodagan e lo trascinarono al cospetto del re Rion, il quale stava seduto davanti alla sua tenda, sotto le mura della citt assediata.

Grande fu il turbamento dei cavalieri di Art. Pi grande ancora quello della figlia di Lodagan, la bella Ginevra. Dall'alto del palazzo la giovane principessa aveva visto trascinar via suo padre prigioniero. Il gigante Rion era famoso per le sue manie non meno orgogliose che crudeli. Si era proposto di farsi un mantello foderato con le barbe dei re da lui uccisi, e vedendo venire Lodagan prigioniero si rallegrava tutto all'idea di far progredire quell'opera a sue spese. Ma la sua gioia fu di breve durata. Merlino, indignato, vi pose termine. Affondando gli speroni nel ventre del suo cavallo grid ai suoi: "Seguitemi! Addosso, franchi cavalieri! Siete tutti morti se uno solo vi sfugge!" Tutti lo seguirono. Il re liberato, e riconosce il vessillo di colui a cui deve la sua salvezza. I compagni di Merlino avevano un po' rallentato la corsa. "Prodi cavalieri, che fate?" E mostrava loro, sotto le mura della citt assediata, i cavalieri della Tavola Rotonda, addossati ai loro cavalli morti, che combattevano a piedi, terribili come cinghiali. E continuava a galoppare, sempre davanti a tutti, oltre il fronte della battaglia, col vessillo in pugno e gli speroni affondati nei fianchi del cavallo. Galoppava a una tale velocit che il suo corsiero grondava sudore e sangue; e il suo drago vomitava verso il cielo tali lingue di fuoco che se ne vedeva il chiarore a pi di mezzo miglio di distanza. Quale fu la gioia dei cavalieri della Tavola Rotonda quando lo videro arrivare! Che colpi menarono insieme! Quanti nemici caddero! E quanti corsieri fuggirono con le briglie fra le zampe! Ah, se ne parler a lungo! Fecero davvero il loro dovere, i compagni! XXVIII Anche Art fece il suo dovere. Un gigante, vassallo di Rion, sfidava tutti i presenti. Il re bretone accetta la sfida. Invano gli anziani cercano di distoglierlo dall'impresa. Merlino lo approva e lo incoraggia. Art attacca il gigante e con un gran rovescio di Escalibor ne fa due tronconi. Ginevra dalla sua finestra vide il colpo, lo ammir e chiese chi lo avesse dato. Quando apprese che era lo stesso giovane cavaliere che aveva liberato suo padre, trov il vincitore doppiamente ammirevole e disse fra s: "Felice e fortunata sar la dama a cui un tal prode offrir il suo amore, e sia rampognata quella che lo respinga." Merlino da parte sua aveva osservato che Art era ben lungi dall'essere indifferente al fascino di Ginevra; e disse una parola all'orecchio di uno dei baroni del re, il quale domand a Lodagan perch non pensasse a maritare la figlia. "Ah, vorrei ben trovarle uno sposo simile a un tale che io conosco!" rispose il re di Scozia; "si troverebbe sposata in tre giorni, e potrebbe dire di avere l'uomo pi bello e pi prode. Ma quell'uomo troppo potente per me." Merlino si mise a ridere: tuttavia, sapendo che non era ancora giunto il momento, cos parl ad Art: "Sire, mentre noi siamo qui a perder il nostro tempo, tuo cugino, re della Piccola Bretagna, aggredito dal re del Berry, che non vuole pi obbedirti; e i tuoi quattro giovani nipoti, Gauvain, Ivain, Galeriet e Galchin, sono assediati in Camalot dai Sassoni, che fanno subire il martirio al buon popolo del paese. Bisognerebbe avere il cuore pi duro della pietra per non piangere vedendoli massacrare le donne dei cristiani, coi loro bambini in braccio; e quando capita che quella povera gente si nasconda in grotte o sotterranei, vi appiccano il fuoco e bruciano tutti quelli che ci son dentro. Quelli che riescono a scampare fuggono con le loro greggi e i

loro raccolti verso le grandi foreste del Northumberland. Mi conviene andare subito ad aiutarli, e tu da parte tua porterai soccorso al re della Piccola Bretagna, presso il quale poi ti raggiunger." Il re rispose a Merlino: "In nome di Dio, dolce amico, non mi abbandonate per molto tempo." E Merlino replic: "Io ti amo quanto e pi di me stesso. Prima che qualche male ti capiti, sar al tuo fianco. Ti raccomando a Dio." XXIX La mattina del giorno dopo il giovane Gauvain, nipote di Art, mentre coi suoi compagni stava sulle mura di Camalot e guardava le fiamme rosse che si alzavano da tutti i villaggi incendiati dai pagani, diceva: "Vedete quel mandriano dai capelli bianchi che porta la sua mandria verso la citt? Come piange, e come si lamenta! Che cosa mai gli sar capitato? Avvicinati, pastore, e dicci perch ti lamenti cos." Il pastore faceva il sordo, e battendo la terra con il suo bastone come un forsennato, continuava a gridare. Poi cacci davanti a s le bestie, come se avesse voluto fuggire verso la foresta. Gauvain lo chiam tre volte ad alta voce: "Dimmi, pastore, che cosa hai dunque?" La prima volta il vecchio non rispose nulla; la seconda esclam: "Ah, prodi cavalieri di Bretagna, che ne di voi? perch non siete qui a salvare questi poveri figli?" Alla terza chiamata sollev verso Gauvain la sua grossa testa grigia e irsuta e lo guard con un occhio chiuso e l'altro aperto; poi fece una smorfia con la bocca e coi denti e strizzando gli occhi come chi ferito da un raggio di sole gli rispose: "Che volete da me?" "Voglio sapere perch piangi, e perch rampogni i prodi cavalieri di Bretagna." "Perch non difendono bene la nostra terra e lasciano che voi siate tutti sterminati, miei poveri figli!" "Forse che tu la difenderesti meglio?" "Datemi un cavallo e delle armi, e vedrete quello che so fare." Gli diedero un cavallo e delle armi: e uscirono trecento cavalieri ch'egli condusse contro i pagani. Allora lo avreste visto, ardito e potente, lanciarsi con la spada in mano: e intorno a lui lampeggiavano le armi, ondeggiavano i vessilli, brillavano le corazze, nitrivano e correvano i destrieri traendo scintille dai ciottoli, e tutti i cuori balzavano al suo seguito. I pagani furono respinti: ma che ne era stato del vincitore? Si trov solo il suo cavallo che fuggiva con la testa levata e gli arcioni tutti insanguinati. "Sar stato ucciso" disse Gauvain piangendo. "Cerchiamolo". Ma lo cercarono invano. E tornando la sera in citt tutti scoraggiati incontrarono sulla porta un giovane che teneva in mano un troncone di lancia e pareva essersi battuto da prode. E il giovane li salut allegramente. Ma come, saggio Gauvain, tu non indovinasti chi era quell'allegro giovanotto? XXX

Poco tempo dopo Merlino raccontava a Blaise, ridendo di cuore, la sua avventura di Camalot e tutte quelle che gli erano capitate dopo il loro ultimo incontro. Ma dopo aver raccontato tutto divenne pensieroso e l'eremita gliene domand la ragione. "Parto" gli rispose Merlino "per la terra che pi di tutte devo temere, per quanto dolce e bella sia. La lupa l nella foresta. Ella legher il leone selvaggio con delle catene che non saranno n di ferro n d'acciaio, n d'oro n d'argento, n di stagno n di piombo n di legno, niente di ci che producono la terra, l'aria e l'acqua; e lo legher cos strettamente che non potr pi muoversi." Il santo eremita comprese bene il senso di questa profezia. "Come, Merlino, la lupa sarebbe pi forte del leone! Spiegami questo." "Non star a dirvi tante parole, maestro Blaise: il destino." E Merlino se ne and in Gallia a raggiungere Art, come gli aveva promesso; e quando Art ebbe liberato il re della Piccola Bretagna e ricondotto il Berry sotto la sovranit dei Bretoni si conged da lui per otto giorni, e ritorn solo verso il suo paese, attraverso le grandi foreste dei Galli. XXXI Era l'inizio del mese di maggio, stagione fresca e novella; gli uccelli ricominciavano a cantare, le foglie ad aprirsi, i fiori a imbalsamare l'aria col loro profumo, le dolci acque a mormorare, e ogni cosa a infiammarsi. Merlino camminava sul far del giorno, al fresco, per evitare il calore del meriggio; e poich gli era venuta l'idea di fare come la nuova stagione, aveva preso l'aspetto e il volto di un giovane studente in vacanza. Mentre camminava cos per i boschi di Brocliande, incontr una bella fontana. A questa fontana veniva spesso a giocare una fanciulla di meravigliosa bellezza, che viveva in un castello vicino, ai piedi di una montagna. Suo padre amava le rocce e i boschi, le fontane e i fiumi. Spesso veniva ad abitare nel suo castello di Brocliande per le belle acque e i begli alberi della foresta, ed era cos affabile che tutti quelli del paese lo amavano. La madre della fanciulla era una fata della valle. Per desiderio di suo padre la bimba era stata dotata, il giorno della nascita, di tre virt mirabili: essere amata dall'uomo pi saggio del mondo: far fare a quest'uomo tutto ci ch'ella desiderava, senza che lui potesse mai forzarla a soddisfare i suoi desideri; apprendere da lui tutto ci ch'ella volesse sapere. Aveva ricevuto dai suoi genitori il nome di Viviana, che significa in caldeo: "Io non far niente.5" XXXII Merlino era appena arrivato alla fontana che vi giunse anche Viviana. Egli rest lungo tempo in piedi senza dir nulla, guardandola e pensando fra s che non era tanto pazzo da innamorarsi di una ragazzina. Tuttavia, dopo che ebbe pensato abbastanza a lungo, decise che non poteva andarsene senza salutarla. E come persona ben educata, Viviana rispose al suo saluto: "Che Colui che conosce i pensieri del cuore" disse la fanciulla "vi mandi pensieri tali che voi ve ne troviate bene, e che vi dia tanta felicit e tanto onore quanto vorrei averne per me stessa." Merlino, sentendola parlare cos bene, si sedette sul bordo della fontana; poi, dopo un momento di silenzio le chiese il

suo nome. "Io sono figlia" essa rispose "di un gentiluomo di questo paese; e voi, dolce amico, chi siete?" "Damigella, io sono uno studente che torna dal suo maestro." "E che cosa vi ha insegnato, il vostro maestro?" "Oh, tante cose, damigella." "Ma cosa dunque? che cosa sapete fare?" "Io potrei costruire qui, davanti a voi, un castello e metterci dentro tanti cavalieri che quelli che volessero assediarlo non riuscirebbero mai a prenderlo. Potrei fare anche altre cose: per esempio far scorrere un fiume l dove mai sgorg goccia d'acqua, e anche camminarci sopra senza affondare n bagnarmi i piedi." "Certo," replic la damigella "voi siete molto sapiente, e io darei qualsiasi cosa per poter fare altrettanto." "Questi sono solo giochi da ragazzi" fece Merlino; "io ne so altri, che possono divertire i pi alti baroni e i re." "Davvero! Oh, signor studente, se non vi spiacesse vorrei tanto conoscere quei giochi; vi offrirei in cambio la mia amicizia, con onore." "In fede mia, damigella, voi mi sembrate cos dolce e cos gentile che non potrei rifiutarmi di insegnarvene qualcuno, solo in cambio della vostra amicizia, senza domandarvi niente di pi." "E io ve la accordo", replic Viviana. XXXIII Merlino si allontana di qualche passo e traccia sul suolo della brughiera un cerchio con la punta del suo bastone. Poi torna verso la damigella e siede vicino a lei sul bordo della fontana. Non erano seduti da molto tempo quando Viviana alza gli occhi e vede uscire dalla foresta un gruppo di dame e cavalieri, damigelle e scudieri che, tenendosi per mano, avanzano cantando. Alla loro testa venivano dei suonatori di flauto, di timballo, di tamburo, di ogni sorta di strumenti musicali; e tutti si dirigevano verso il luogo dove Merlino aveva tracciato il cerchio: e quando furono nel cerchio cominciarono a danzare con la maggiore allegrezza del mondo. Ora, mentre danzavano, comparve nella brughiera, al margine della foresta, un castello magnifico: e davanti a questo castello un giardino delizioso, dove gli alberi avevano tanti fiori quante foglie, e tanti frutti quanti fiori, e dove spirava una brezza dolcissima che si poteva respirare fin dalla fontana. Viviana era cos sbalordita per le meraviglie che vedeva, e cos occupata a osservare i danzatori, che non bad punto alla loro canzone, il cui ritornello era: L'amore arriva cantando e se ne va piangendo. Non meno meravigliati sembravano quelli del maniero in fondo alla valle, quando videro il castello e il giardino comparsi d'improvviso su una collina dove mai era spuntato fiore, e le belle dame e le gentili damigelle arrivate non si sapeva da dove. La festa dur dal mattino fino alla sera. Quando venne il momento di riposare, i ballerini, accompagnando le loro ballerine, entrarono nel giardino e andarono a sedersi all'ombra degli alberi carichi di frutti e di fiori, sull'erba verde e fresca. XXXIV

Allora Merlino, prendendo la mano di Viviana: "Che ve ne sembra?" le chiese. "Mio dolce amico, sono incantata." "Manterrete la vostra parola, vero?" "Oh, certamente" disse Viviana. "Ma voi non mi avete ancora insegnato nulla." "Io vi insegner tutti quei giochi, e voi li metterete per iscritto, voi che sapete scrivere cos bene." "E chi vi ha detto che so scrivere?" "Il mio maestro stesso: io so per opera sua tutto ci che si fa." "Tutto ci che si fa! Allora voi possedete il pi grande sapere di cui io abbia mai sentito parlare, e il pi necessario in tutti i paesi, quello che io vorrei pi di qualsiasi altra cosa possedere; ma le cose che devono ancora avvenire, ne sapete nulla, voi?" "Ma s, dolce amica, una buona parte." "Grazie a Dio! E che cercate ancora? Certo potreste ben fare a meno di andare a scuola, se cos vi piacesse!" Mentre Merlino e Viviana cos discorrevano, le dame e le damigelle erano tornate cantando sotto il bosco e il castello era scomparso. Il giardino invece non scomparve. Consentendo alle preghiere di Viviana, Merlino lo conserv, e lo chiamarono il Giardino della Gioia. XXXV Scesa la sera Merlino disse a Viviana: "Io me ne vado, perch ho da fare altrove." "Come! mio dolce amico! E i giochi che dovevate insegnarmi?" "Non abbiate tanta fretta, dolce dama, ve li insegner quando sar il momento; ma voi non mi avete ancora dato alcun pegno della vostra amicizia." "Quale pegno?" chiese Viviana. "Dite dunque, e velo dar." "Mia bella amica, giuratemi di fare ci che mi piacer." Viviana sapeva bene di non correre un gran rischio, grazie alle virt di cui sua madre l'aveva dotata alla nascita. Tuttavia, fece le viste di riflettere un poco. "Dolce amico, io consento," disse "ma promettetemi, da parte vostra, di insegnarmi prima tutte le cose che vi domander." "Ve lo prometto" rispose Merlino. E Viviana in cambio gli giur tutto ci che voleva. Merlino stava per continuare la sua strada e lei gli domand quando sarebbe tornato. "Fra un anno, mia dolce amica: alla vigilia di San Giovanni d'estate." Viviana trov che era un tempo ben lungo: ma dovette rassegnarsi. XXXVI Merlino, come aveva detto a Viviana, aveva molto da fare altrove. Art lo aspettava per sposare Ginevra. Tornando dalla Piccola Bretagna, il re l'aveva ottenuta facilmente da suo padre, e poich Lodagan gli domandava in che giorno si sarebbero celebrate le nozze: "Il giorno che vi piacer" aveva risposto Art; "ma bisogna che sia presente il mio migliore amico, non posso sposarmi senza colui al quale devo la mia terra e la mia corona." Il saggio Gauvain aveva approvato le parole dello zio, aggiungendo che di certo Merlino sarebbe arrivato in tempo, poich il re lo aspettava; e per suo consiglio avevano deciso di ritardare le nozze di otto giorni. Gauvain non si era ingannato: Merlino arriv la vigilia

del matrimonio. Come aveva assistito San Dubriz quando si era trattato dell'elezione di Art, cos lo assist di nuovo quando l'arcivescovo benedisse le nozze del re; ma in questa circostanza gli rese un altro servigio che non si deve dimenticare. Nel momento di condurre la sposa al talamo, Ginevra, che non aveva pi madre, doveva essere accompagnata al letto nuziale dalla sua vecchia governante, e tutte e due stavano traversando un giardino che separava gli appartamenti del re da quelli di sua figlia. Tutto pareva calmo all'esterno. Non si sentiva che lo sciabordio dell'acqua contro un piccolo vascello ormeggiato in fondo al giardino, dove scorreva il fiume e il rumore del vento nel fogliame di un frutteto piantato lungo la riva. Ora, in fondo al vascello c'erano degli uomini armati; non appena Ginevra comparve, si gettarono su di lei, la afferrarono e si affrettarono a tornare con la regina verso l'imbarcazione. Ma anche il frutteto nascondeva uomini armati sotto il fogliame, e Merlino era con loro. Sapendo ci che stava per accadere, era l in agguato, e quando i rapitori passarono si precipit su di loro, mise i traditori in fuga, liber Ginevra: poi and a chiamare Art per condurlo al letto nuziale. XXXVII Il giorno dopo le nozze di Art, Merlino si trovava nell'eremitaggio di Blaise. Quando venne a sapere ci che il suo amico aveva fatto nella foresta di Brocliande, il buon eremita lo rampogn dolcemente: "Che il leone selvaggio si guardi dalla lupa!" E parlando senza metafora: "Ho una gran paura che la profezia si compia." Merlino rispose bruscamente: "Che si condanni la colpa quando sar stata commessa!" "Sarebbe un gran peccato che lo fosse!" disse Blaise; "e se potessi impedirlo, ci metterei volentieri tutto il mio impegno." Merlino non rispose: ma cambiando discorso disse al suo maestro: "Non appena vi lascer, mi recher dai re della Piccola Bretagna e da quelli dei due regni di Cornovaglia, per invitarli tutti a riunirsi presso Art; e da molte altre terre ne verranno altri, non meno prodi, per amore di Dio e della cristianit; perch sappiate che si prepara una grande battaglia, come non se ne vista mai nessuna, e i sei re suoi vassalli, riconciliati infine con Art, si uniranno a lui per sterminare i pagani." Poscia Merlino si conged da Blaise, che lo raccomand caldamente a Dio, tremando e pregando. XXXVIII Arrivato nella Piccola Bretagna Merlino si rec a Gad, presso il re Ban le Benoit, poi a Lamballe, presso il re Bohor, e disse loro: "Passate il mare senza alcun indugio, con tanti soldati quanti ne potrete riunire; andate a Salisbury, dove troverete molti cavalieri che vi accorreranno per la medesima causa, e non muovetevi di l prima del mio ritorno." Poi, come era ormai la vigilia di San Giovanni, riprese il suo aspetto di studente e and a trovar Viviana. La sua amica lo aspettava. Scorgendolo di lontano, gli corse incontro, lo prese per mano e lo condusse nel Giardino

della Gioia, dove un delizioso pranzo era gi servito sull'erba, accanto alla fontana. Se Merlino aveva trovato Viviana molto bella la prima volta che la vide, ora la trov pi bella ancora. Se fosse vissuta fino alla fine del mondo, non le si sarebbero dati pi di quindici anni: la sua pelle era cos fresca, cos bianca, cos liscia! E Merlino cominci ad amarla di un amore cos violento che ne era quasi pazzo. Quando Viviana fu ben sicura ch'egli l'amava, lo preg di insegnarle i segreti che le aveva promesso. Merlino gliene insegn tre, ossia: a far sgorgare acqua l dove mai acqua era sgorgata; a cambiare forma a suo piacere; ad addormentare chiunque volesse. Indovinando il suo pensiero riguardo a quest'ultimo punto: "Perch" egli le chiese "mi domandate questo?" "Per addormentare mio padre e mia madre tutte le volte che vorr venire a vedervi" rispose Viviana arrossendo (perch non stava dicendo la ragione vera); "sappiate che mi ucciderebbero se sospettassero che vi amo." Merlino resist per un po' di tempo; ma un giorno ella gli parl con una voce cos dolce che egli le insegn le tre parole magiche con le quali si addormenta un uomo. Pur amandolo sinceramente, Viviana diffidava troppo di lui; se lo avesse conosciuto meglio non avrebbe preso tante precauzioni, perch non si legge in nessuna parte che Merlino abbia mai amato alcuno se non di un amore leale, quantunque abbia amato perdutamente, e Viviana ne ebbe la prova. Merlino le insegn dunque questo segreto, e molti altri ancora; cos volle Dio, Nostro Signore. XXXIX Dopo aver passato otto giorni nel Giardino della Gioia Merlino torn da Art per annunciargli l'arrivo a Salisbury di cinquantamila cavalieri della Piccola Bretagna e, cosa ancor pi felice, dei sei re suoi vassalli; poi lo accompagn al luogo dell'appuntamento. Art, vedendo un cos vasto esercito, non sapeva come ringraziare Merlino. "Mio dolce amico, io non so cosa offrirvi; ma voglio avervi sempre per governante e signore; solo grazie a voi io avr la mia terra franca e libera." Libera e franca fu infatti ben presto la terra del re. Il mattino della grande battaglia che doveva liberare la cristianit dai pagani, Merlino aveva rivelato i suoi progetti ad Art e questi gli disse di fare tutto ci che gli sembrasse opportuno, e che si metteva completamente nelle mani di Dio e nelle sue. Allora il buon mago and a visitare uno dopo l'altro i sei re nei loro padiglioni e li avvert di tenersi pronti a combattere per il giorno dopo. L'indomani, allo spuntar dell'alba, montato sul suo cavallo nero e reggendo il vessillo del re, Merlino avanz al cospetto dell'esercito e mostrando il nemico: "Eccoli" disse "quelli che hanno preso e devastato la nostra terra. Oggi si vedr come sapremo farne vendetta. Oggi il giorno in cui il paese di Bretagna sar vinto o onorato. Fate, vi scongiuro, che la nostra dolce terra non perda il suo pregio, il suo onore e la sua fama per colpa di alcuno di voi!" Tutti i capi esclamarono: "Noi faremo quello che vorrete." "Lo giurate?" "Lo giuriamo." "Ebbene, con questo avete giurato fedelt al re Art. Io ve

lo dico: non avreste mai potuto distruggere questi pagani finch foste rimasti in discordia fra voi." Nessuno dei re contraddisse Merlino; tutti misero la loro mano nella sua e questa pace fu accolta dalle acclamazioni di tutto l'esercito. Se la gioia fu grande al mattino, lo fu ancor pi la sera: i pagani, travolti e respinti fino al mare dai cristiani incitati dalla voce del buon mago, perirono tutti o di acqua o di spada. "Eccoti questa volta liberato per sempre dai Sassoni" disse allora Merlino al re; "tutta la cristianit se ne rallegrer e io torner alle mie faccende." E imbarcatosi sulla nave che riconduceva il re dalla Piccola Bretagna nelle sue terre, la diresse durante la traversata con la mano sulla barra del timone, attento ai venti e alle stelle. XL Le sue faccende, com'egli diceva, consistevano ancora nell'andare a trovare Viviana. La sua amica gli fece grandi feste, perch, malgrado la sua cautela (qual la donna che non ne abbia almeno un po'), lo amava di amore sincero. Merlino rimase otto giorni presso di lei in piena festa, e durante questi otto giorni le raccont la sua storia, a cominciare da quella della sua nascita, di cui la fanciulla fu non poco sorpresa. Come nel Giardino della Gioia, era gran festa nel palazzo di Art. Poich si avvicinava il ferragosto, il re aveva detto a suo nipote Gauvain: "Mio caro nipote, voglio tenere una corte cos grande e brillante che tutti i principi e i capi dell'Occidente vi accorrano da vicino e da lontano, e non solo i miei vassalli, ma anche gli stranieri; non solo i ricchi, ma anche i poveri popolani. Voglio offrire feste e gioie a tutti, tali che se ne parli per lungo tempo." Gauvain fece le cose con tanta magnificenza che la citt di Camalot non pot bastare al gran numero di invitati e bisogn alzare delle tende sotto le mura: pranzi e tornei, quintane e danze, nulla vi manc. Non si era mai vista una festa simile in Gran Bretagna. Naturalmente i giullari e i menestrelli vi accorsero in folla. Al banchetto, mentre il siniscalco messer Keu, vestito della sua pelliccia di ermellino, serviva la prima portata alla tavola del re, arriv un suonatore d'arpa che attir l'attenzione di tutti. Portava una cotta di raso e una cintura dorata ornata di pietre preziose che gettavano tanta luce da abbagliare gli occhi. I suoi capelli biondi ricadevano inanellati sulle sue spalle. Aveva in testa una corona d'oro, come un re; aveva le calze di seta color arancio e i suoi calzari di cuoio bianco di Cordova ricamato in oro erano legati sul collo del piede da fibbie d'oro. Portava al collo un'arpa d'argento cesellato, con le corde d'oro, incrostata di diamanti. Il suo viso era il pi bello che si potesse vedere e tutta la sua figura era affascinante. Sfortunatamente, pur avendo degli occhi bellissimi, era cieco. Alla sua cintura pendeva una catena; a questa catena era attaccato un levriero pi bianco della neve, che portava un collare d'argento dorato; e questo levriero appunto lo aveva condotto davanti al re. Ora il giovane cantava accompagnandosi con l'arpa una ballata bretone, con una voce cos dolce che era un piacere ascoltarlo. Al ritornello della sua ballata salutava il re e la regina e tutti i cavalieri della Tavola Rotonda.

Il siniscalco rest in piedi, muto di stupore, senza stancarsi mai di ammirare l'arpista bretone. XLI In quel momento arriv un messaggero reale, con una lettera suggellata con dieci sigilli. La present al re, che la diede da leggere all'arcivescovo Dubriz. L'arcivescovo l'aperse e lesse: "Il re Rion, signore e reggitore di tutta la terra d'Occidente, al re Art: "Sappiano tutti quelli che vedranno e ascolteranno questa lettera che io conduco con me nove re coronati, e i cavalieri dei loro regni. Di tutti i re che ho sconfitto col mio coraggio e la punta della mia spada ho preso le barbe con la pelle: e a ricordo delle mie vittorie mi sono fatto un mantello di raso che ho foderato di barbe regali. Questo mantello pronto e guarnito dei suoi alamari: non vi manca che la frangia. Ora, avendo sentito parlare dei prodi fatti d'arme di Art, la cui fama corre nel mondo, ho voluto ch'egli fosse pi onorato di tutti gli altri re. Lo prego quindi di mandarmi la sua barba, per farne la frangia del mio mantello. Io ve la collocher con onore. Che egli me la mandi per mano di uno dei pi valenti cavalieri della Tavola Rotonda: altrimenti verr a strappargliela io stesso, con le mie proprie mani." Rion voleva cos prendersi la rivincita dello scacco che aveva subito attaccando Lodagan. Immaginatevi un po' l'indignazione dell'arcivescovo e le grida dei cavalieri di Art. Stavano per mettere a morte l'insolente messaggero quando il re, alzandosi con calma e accarezzando la sua lunga barba: "Amico mio, va' a dire al tuo padrone che pu venir qui a prendere la mia barba quando vorr." XLII Una volta partito il disgraziato messaggero, il giovane menestrello cieco continu a suonare la sua arpa e a cantare, passando da un tavolo all'altro, e i convitati non cessavano di ascoltarlo con ammirazione, perch non erano abituati a vedere un tale suonatore d'arpa. Quanto a lui, come il suo levriero lo condusse davanti al re, gli disse: "Sire, se non vi dispiace, gradirei avere la ricompensa del mio servizio." "Certamente, amico mio, ben giusto: domanda ci che vuoi; tranne il mio onore, il mio regno, la mia sposa e la mia spada, non ti rifiuter nulla." "Ben lungi dal perdere il vostro onore, voi ne guadagnerete, al contrario" rispose il menestrello. "Parla dunque senza timore" disse il re. "Datemi, o signore, il vostro vessillo da portare alla prima battaglia." Il re sorrise: "Amico mio, questo non sarebbe un vantaggio per il mio onore n per quello del mio regno n per la gloria della mia spada. Poich Nostro Signore Ges Cristo ti ha privato della vista, come farai a portare il vessillo reale che deve essere il rifugio e la sicurezza dell'esercito?" "Ah, ah!" fece l'arpista, "Dio sapr ben guidarmi. Non forse lui la vera guida? Egli mi ha condotto in cento luoghi pericolosi. Ve lo ripeto, sarebbe tutto a vostro vantaggio." I baroni si meravigliarono. Il re della Piccola Bretagna guard da presso il menestrello e si ricord che all'et di cinque anni aveva visto Merlino arrivare sotto questa forma alla

sua corte. Disse dunque al re: "Consentite alla sua richiesta: non mi sembra uomo da respingere." "Cosa vi viene in mente!" esclam Art. "Dare il mio vessillo in mano a un individuo che non ci vede!" Aveva appena pronunciato queste parole che il menestrello spar. XLIII Allora il re si ricord di Merlino e rimase silenzioso, rimpiangendo di non aver consentito alla sua richiesta. "In fede mia!" disse il re della Piccola Bretagna "dovevate pur riconoscerlo!" "E' vero," rispose Art "ma ci che mi ha confuso stato di vederlo condotto da un cane, lui che sa condurre un esercito." "Chi era dunque?" chiese Gauvain che sopraggiungeva in quel momento. "Mio caro nipote," rispose Art "era Merlino, il signore di noi tutti." "Effettivamente" osserv il saggio Gauvain "spesso si traveste cos per rallegrarci e divertirci." Stava ancora parlando che si vide comparire nella sala un fanciullo di otto o dieci anni. Aveva la pelle livida, la testa rasata, degli occhi stralunati a fior di pelle; aveva le gambe nude e i piedi nudi; portava un frustino a tracolla e aveva tutta l'aria di un pazzo. Si inginocchi davanti ad Art. "Il re Rion" disse "sta arrivando: preparatevi a marciare contro di lui. Dov' il vostro vessillo? Datemelo da portare." La gente del palazzo si mise a ridere; ma questa volta il re non rise. "Voi l'avrete, amico mio, ve l'affido di tutto cuore." "E ben farete" rispose il ragazzo. "Non sar in cattive mani." E qui, riprendendo il suo solito aspetto, Merlino disse al re Art che andava ad avvertire gli alleati. XLIV Intanto il re delle isole alla testa delle sue truppe avanzava contro quelle di Art. Quando i due eserciti ebbero combattuto per qualche tempo, il gigante Rion, vedendo profilarsi un gran massacro da una parte e dall'altra, afferr una bandiera e avanz verso il suo avversario. "O re, perch tutto questo macello? Facciamo felici i nostri uomini. Ch'essi si ritirino, e combattiamo noi due." Art accett il duello. Che duello! Non se ne vide mai uno simile. Il combattimento che il re bretone aveva sostenuto sotto gli occhi di Ginevra contro un altro gigante non era stato che un gioco in confronto a questo. La carne dei due re si intravedeva attraverso gli squarci delle corazze d'oro; il sangue formava un lago intorno a loro; i cavalli che montavano erano tutti una piaga. Mentre riprendevano fiato, Rion parl cos: "Non ho mai trovato nessuno pari a te. E' un peccato che tu debba morire cos giovane: abbi piet di te stesso, confessa che non ne puoi pi. Ti concedo la vita e rinuncio a finire il mio mantello." Art, arross di collera: per tutta risposta fece volare con un colpo di spada la testa del cavallo del gigante e rovesciando il suo nemico sotto l'animale:

"Arrenditi, o sei morto." "Preferisco morire" url il gigante. "Vivi, per terminare il tuo mantello: tieni, ecco per finirlo." E Art gli tagli la barba. "Sono disonorato, voglio morire." "Alzati, ti dico, finisci il tuo mantello, vivi contento e bevi." Il re delle isole non voleva vivere umiliato, e mentre il suo generoso nemico gli tendeva la mano per rialzarlo gli men un fendente a tradimento. Art barcoll, poi cadde. Ma mentre cadeva, la buona spada che gli aveva dato Merlino aveva mandato la testa del perfido gigante a baciare quella del cavallo morto. Art, trasportato a Camalot, impieg molto tempo a rimettersi dalle sue ferite; ma infine, grazie alle cure di Merlino e di Ginevra, tutte si richiusero. Vedendo che il re era guarito, i pagani cacciati, i grandi vassalli riconciliati col loro sovrano e la pace ristabilita in tutto il paese, Merlino disse ad Art: "Ora che non hai pi bisogno dei miei servigi, permettimi di lasciarti." A queste parole il re divenne triste e rispose sospirando: "Non ho forse sempre bisogno di voi? Posso fare alcunch senza il vostro aiuto? Io vorrei avervi eternamente presso di me. Perch volete lasciarmi?" Merlino non fece conoscere le sue ragioni; si content di rispondere: "Quando sar necessario, ritorner." "E quand' che sar necessario?" chiese il re. Merlino rispose: "Quando il leone, figlio dell'orso e della pantera, arriver in questo regno.6" E lasciando il re sconcertato a questa risposta enigmatica, part. XLV Ma part cos bruscamente che quelli che lo videro esclamarono: "Merlino ha perduto la ragione." Part cos rapido che n cavallo n cervo avrebbero potuto raggiungerlo. And diritto alla foresta e dalla foresta al mare e attraverso il mare a Roma; e qui si mostr sotto la forma di un cervo, poi di un uomo selvaggio; fu preso, incatenato, trascinato davanti all'imperatore. Gli spieg un sogno dei pi interessanti per il suo onore coniugale, riacquist la libert, corse a Gerusalemme, dove diede a un altro principe la prova del suo potere divinatorio; infine, spossato da questa corsa furiosa se non guarito della passione che voleva forse stordire, torn a riposarsi nell'eremitaggio del suo maestro Blaise. Dopo esser rimasto per qualche tempo presso il buon eremita e avergli fatto il racconto dei suoi viaggi, gli disse: "Bisogna che vi lasci: voglio vedere Viviana." Invano l'eremita lo scongiur di rinunciare: Merlino insistette nella sua decisione: "Non avr il coraggio di abbandonarla: e tuttavia so bene che, una volta arrivato vicino a lei, non avr pi la forza di tornare da voi." "Poich sai cos bene ci che deve accadere, non andarci." "Andr, perch glie l'ho promesso; l'amo di un tale amore che non mi posso dominare. D'altronde sono io, io solo che le ho dato il suo potere, e glielo aumenter ancora. Ella sapr tutto ci che io so; non potr, non posso, non voglio difendermi." Il buon eremita, giudicandolo pazzo, si mise a piangere; lo abbracci, e Merlino part, piangendo anche lui di dover

abbandonare il suo caro maestro. XLVI Quando Merlino torn da Viviana, le rose canine erano in fiore lungo il margine della foresta, come nel giorno in cui aveva visto la sua amica per la prima volta. E come allora, egli aveva assunto l'aspetto sveglio, i capelli biondi inanellati, la cotta e il cappuccio da studente. Viviana lo trov cos attraente che gli manifest ancora pi amore delle altre volte. Tuttavia era triste all'idea di vederlo ripartire e cercava il modo di trattenerlo presso di s, cos giovane e bello, per sempre; ma invano immagin venti espedienti e invano li mise in opera. Merlino solo avrebbe potuto venirle in aiuto. Vedendo ci, si mise a fargli delle carezze come non gliene aveva mai fatte. "Mio dolce amico, c' ancora una cosa che non so e vorrei tanto imparare: vi prego di insegnarmela." Merlino, bench indovinasse il suo pensiero, tuttavia le domand di che cosa si trattasse. "Mio dolce amico, vorrei sapere come imprigionare qualcuno senza pietre, senza legno e senza ferro, e solo per incantamento." Merlino croll il capo e sospir. "Perch sospirate?" chiese lei. "Mia dolce dama, vedo bene quel che voi pensate e che volete trattenermi, ma mi sento cos debole che, per amore o per forza, bisogner che vi conceda ci che mi chiedete." Viviana gli salt al collo con una gioia infantile. "Mio dolce amico, non forse giusto che voi siate mio, poich io sono vostra? Non ho forse lasciato mio padre e mia madre per voi? Tutti i miei desideri, tutti i miei pensieri non sono per voi? Senza di voi, posso mai avere gioia o felicit? In voi sta tutta la mia speranza, non aspetto altro bene se non da voi. E poich io vi amo e voi mi amate, ho ben diritto che esaudiate i miei desideri, come voi avete diritto che io esaudisca i vostri." Merlino rispose: "S, li esaudir di tutto cuore, mia dolce amica; giusto: domandatemi ci che volete." "Io voglio" rispose Viviana "che questo Giardino delle Gioie non sia mai distrutto, che noi due ci viviamo sempre insieme, senza invecchiare, senza lasciarci mai, senza mai cessare di amarci e di essere felici." "Far ci che desiderate" rispose Merlino. "Non fatelo voi stesso, dolce amico: dite a me come farlo." Merlino le insegn dunque come doveva fare e Viviana ne fu cos felice che raddoppi le sue tenerezze. Ora, un giorno che passeggiavano soli soli, tenendosi per mano, sotto le foglie novelle a Brocliande trovarono un grande cespuglio di biancospino carico di fiori. Si sedettero alla sua ombra, nell'erba verde, e Merlino poggi la testa sulle ginocchia di Viviana. Passando e ripassando con amore le dita nei capelli biondi del mago, Viviana fin per addormentarlo. Quando si accorse che dormiva, si alz e pass nove volte la sua sciarpa intorno al cespuglio di biancospino fiorito, facendo nove incantamenti che Merlino le aveva insegnato. Poi torn a sedersi accanto a lui e rimise la testa del mago sulle sue ginocchia, pensando che quanto aveva fatto era soltanto un gioco e che non vi era nulla di serio in quegli incantamenti. Ma quando Merlino apr gli occhi e si guard intorno, la foresta, il giardino, il biancospino, tutto era scomparso ed egli si trovava in un castello incantato, sdraiato su un letto di fiori, prigioniero dell'amore di Viviana.

"Ah, Viviana!" esclam "penserei che hai voluto ingannarmi, se mai mi lasciassi!" "Mio dolce amico," rispose Viviana al suo caro prigioniero volontario "potresti mai pensarlo? E io, potrei mai lasciarti?" E mantenne la parola.

NOTE I BRETONI, UN POPOLO DI POETI 1 Ringrazio qui sentitamente M. Hennequin della sua cortese comunicazione. 2 Prefazione alla Lgende de la mort di ANATOLE LE BRAZ, Alpina, Parigi, 1958. 3 Citata da MAURICE LE SCOUZEC, Voyage autor du monde (inedito). 4 La Vie quotidienne des paysans en Bretagne au XIXe sicle, Hachette, Parigi, 1966. 5 PAOL OUINNEC, Le Pome du pays qui a faim, Traces, Le Pallet, 1967. LA DONNA CHE PASS LA NOTTE IN UN OSSARIO 1 Si usano chiamare "grandi giornate" (devez braz) talune solennit agricole, in occasione di qualche lavoro importante per il quale non bastano n il personale n l'equipaggiamento ordinario della fattoria. Si convocano i vicini e gli amici coi loro attrezzi. Si tratta in particolare dei carri per il trasporto di sabbia e di alghe. (N.d.A.) 2 L'Ankou di Ploumilliau, chiamato anche Petit-Yves di Ploumilliau (Ervoanic Plouillo), una statuetta di legno policTomo che rappresenta il messaggero della morte in forma di cadavere scorticato. E' una delle pi celebri rappresentazioni dell'Ankou. (N.d.A.) LE LAVANDAIE DELLA NOTTE 1 Kannrez-noz. La credenza nelle lavandaie-fantasma diffusa in tutta la Bretagna, ma soprattutto nel Lon. Il discrevellerr che ci ha raccontato questa leggenda aveva, come Sancio Panza, la mania dei proverbi: noi abbiamo conservato quelli che ci siamo ricordati e che non richiedevano spiegazioni troppo lunghe per essere compresi. (N.d.A.) 2 Miz-du (mese nero) il nome bretone del mese di novembre: talvolta viene chiamato du, per abbreviazione. (N.d.A.) 3 Nome dato alla festivit di Ognissanti, che viene chiamata anche gol an ollsent. (N.d.A.) 4 An ol du (angelo nero) o an ol kornek (angelo cornuto): nomi grotteschi del diavolo. (N.d.A.) 5 Il proverbio bretone pi espressivo: Map e tad eo Kadyou Nemed e vamm a lavar gaou. (N.d.A.) ossia: Di suo padre Kadiou figlio a meno che sua madre non abbia mentito. 6 Gardinn, ossia i gredins (canaglie): il nome familiare dato nel Leonese ai mercanti della Normandia che vengono nel Lon a comprare cavalli. (N.d.A.) 7 Avel fal (mala aria) il nome dato dai Bretoni a qualsiasi morbo maligno. (N.d.A.) 8 Il proverbio bretone meglio formulato: Pa ne meus muy dim unan E man va lod e peb unan.N (N.d.A.) 9 Il proverbio bretone un distico: Ober strakgla e scourgezik Na distum quet kesek sponntik. (N.d.A.) 10 E' l'aria di una canzone molto conosciuta: Koantik ro marionnik Koantik a delikadd,

Ru evel eur rosennik A glaz e daou lagadd. (N.d.A.) 11 Karr-meulon: in Bretagna lo si distingue dalla carretta ferrata, karrhouamet. (N.d.A.) 12 L'Ankou, testualmente "l'angoscia": questo nome indica solitamente il fantasma della morte. 13 Scherzo di parole sul pallore dello spettro della morte: gwen significa "bianco". 14 Il proverbio molto conosciuto: Lar evel ul Leonardd, Traytour evel un Treywergadd, Sod evel ur Gwennedadd, Brusk evel ur Kernevadd. ossia: Ladro come un leonese, traditore come un trgorrois, [abitante di Tregor] sciocco come un vannetais, [abitante di Vannes] brutale come un cornovese [abitante della Cornovaglia]. (N.d.A.) 15 Douz significa, in bretone, fossato di citt fortificata; ma poich questi fossati una volta erano pieni d'acqua e servivano alle lavandaie, a poco a poco la gente incominci a chiamare douz i lavatoi; anzi, nel Lon questo termine persino passato dal bretone al francese corrente. Si solo aggiunto un errore lessicale, facendo diventare douz maschile. (N.d.A.) 16 Abbiamo cambiato poche cose al testo bretone: Quen na zui kristen salver Rede golc'hi hou lier Didan an earc'h ag an ar. ossia: Finch non arrivi un cristiano salvatore dobbiamo lavare il nostro sudario sotto la neve e il vento. (N.d.A.) 17 Le donne bretoni portano le brocche di latte sulla testa, e per evitare di scuotere troppo il liquido vi immergono di solito dei rametti di rovo o di agrifoglio. (N.d.A.) KATEL GOLLET 1 La Roche-Morice, o Morvan, vicino a Landerneau. (N.d.A.) L'ANIMA VISTA SOTTO LA FORMA DI UN SORCIO BIANCO 1 I galli bianchi e i galli grigi, mi dice la mia narratrice, passano per volatili sventati e senza giudizio. Non sanno distinguere quando spunta veramente il giorno e cantano a sproposito. Cos non si deve fidarsi del loro canto. (N.d.A.) 2 Il signore del Quinquiz, di cui si parla in questa leggenda, era a quanto pare uno di quei gentiluomini-contadini, una volta assai numerosi nella Bassa Bretagna, che si recavano sui campi con la spada al fianco e la sospendevano a qualche tronco di quercia per prendere in mano il manico dell'aratro. Fra essi ve n'erano anche alcuni che non disdegnavano di disputare ai semplici contadini, nei marradek, la palma dell'aratura. (N.d.A.) 3 Fossati ha qui il senso di scarpate (foz). (N.d.A.) LA MORTE INVITATA A PRANZO 1 Dal piedestallo della croce eretta sulla soglia del cimitero si fanno la domenica le comunicazioni profane che interessano i parrocchiani. (N.d.A.) 2 E' uno dei nomignoli dati al maiale, che chiamano anche "il signore vestito di seta". (N.d.A.) 3 Segno di rifiuto o di malcontento. LA VISIONE DI PIERRE LE RUN 1 E' la parte dell'alcova che forma pedana. (N.d.A.)

IL LENZUOLO FUNEBRE DI MARIE-JEANNE 1 V. nota a p. 69. 2 Nella maggior parte delle fattorie della Bretagna, dove sono ancora in vigore le antiche usanze, il pane si tiene sempre sulla tavola. Lo si avvolge in un panno (ann doubier). E' appunto il panno che si spiega davanti all'ospite nel momento in cui prende posto alla tavola comune. (N.d.A.) 3 La Via Lattea. (N.d.A.) LA MADRE CHE PIANGEVA TROPPO SUO FIGLIO 1 In Bretagna si indicano con questo vocabolo tutti gli individui ritardati, i deboli di mente inoffensivi. Per tradizione hanno diritto al rispetto. (N.d.A.) JEAN L'OR 1 I nostri calzolai si servono di una forma di pane piatta, che tengono sulle ginocchia per battere il cuoio e renderlo pi morbido (N.d.A.). LE PIETRE DI PLOUHINEC 1 In Bretagna chiamano i maiali mab-Rohan, figli di Rohan: ignoriamo l'origine di questo nome. (N.d.A.) 2 La domenica di Pasqua (sul et laur), cos chiamata perch quel giorno in chiesa si distribuisce del lauro benedetto. (N.d.A.) 3 Questo ritornello beffardo che i bambini ripetono agli abitanti di Ponscorff-Bidr, o Bas-Ponscorff, deriva dal fatto ch'essi allevano un gran numero di capre, e la gente suppone che ne mangino in quantit. 4 Il gobelinn non altro che il lupo mannaro, in francese loup-garou, che i Normanni chiamano varou. 5 Nome bretone del reattino: significa testualmente "piccolo gioioso". LE AVVENTURE DEL PASTORE E DELLA FARFALLA 1 Lo spirito pronto, ma la carne debole. 2 Nome dato al diavolo. (N.d.A.) LA GROAC'H DELL'ISOLA DEL LOK 1 Groac'h o grac'h significa propriamente "vecchia"; era il titolo dato alle druidesse che avevano i loro collegi su un'isola vicina alle coste dell'Armorica, e che perci appunto era chiamata Isola di Groac'h (da cui per corruzione proviene Groais o Groix). Ma a poco a poco questo termine perdette il primitivo significato: invece di indicare una vecchia, fini per designare una donna dotata di poteri sugli elementi e abitante in mezo alle onde, come le druidesse dell'isola; in breve, una specie di fata delle acque, ma di natura malefica, come tutte le fate bretoni. (N.d.A.) 2 Questa usanza diffusa in tutta la Cornovaglia: i bambini destinati l'uno all'altro sono posti fin dalla nascita nella stessa culla. (N.d.A.) 3 Tutti sanno che colui il quale beve l'ultimo bicchiere di una bottiglia si sposer entro l'anno: e anche il canto del cuc annuncia alle fanciulle un matrimonio prima dell'arrivo dell'inverno. (N.d.A.) 4 Ancora una volta la tradizione popolare ha qui alterato i fatti della leggenda. San K, chiamato dai bretoni Koldok, ossia "colui che ama perdersi" nei boschi (da kollet, perduto), aveva una campanella, come tutti gli eremiti; ma il solo miracolo che la leggenda le attribuisca quello di aver suonato da sola per indicare il luogo dove il santo doveva stabilirsi. Tuttavia presso i nostri contadini credenza comune che questa campanella lo avvertisse anche del bene che doveva fare, o del male che doveva evitare. Quanto a San Corentin, aveva presso il suo eremitaggio una fonte in cui si trovava un pesce miracoloso: tutta la carne che il coltello del santo gli toglieva rinasceva immediatamente, in modo che il pesce restava sempre

tutto intero. Non sappiamo da cosa sia sorta la leggenda del bastone di San Vouga. La leggffnda dice che il santo attraves il mare su uno scoglio, ma non parla di questo bastone che nella tradizione bretone sta al posto degli stivali delle sette leghe nel racconto di Perrault. (N.d.A.) 5 L'invocazione bretone leggermente diversa da quella che diamo qui. Eccola: En han sant Vouga, baz-avalenn (E' peq quver red eo trmenn), Bez conduer en ear, en douar, Var an dour fresq, pe dour cloixar. ossia, testualmente: In nome di San Vouga, bastone di melo (ovunque si dovr passare) sii tu mia guida, nell'aria, sulla terra, sull'acqua fredda o sull'acqua tiepida. (N.d.A.) 6 In Bretagna si crede che gli stregoni, soffiando i loro capelli in aria, gli facciano assumere la forma che vogliono. Ora, il korandon, che compare qui, una specie di stregone, o di genio inferiore, che appartiene a quella razza di nani chiamati korrigans, poulpiquets, komikanets ecc. (N.d.A.) 7 I Bretoni chiamano i funghi "troni dei rospi". (N.d.A.) 8 Con questo nome in Bretagna si indicano i maggiolini. (N.d.A.) PERONNIK L'IDIOTA 1 Questo nome di "idiota" non deve ingannarci: l'idiota delle fiabe popolari la personificazione della debolezza astuta che finisce per trionfare sulla forza bruta: appartiene sempre, pi o meno, alla famiglia del pecoraio dell'avvocato Patelin. Nelle tradizioni dei popoli cristiani l'idiotismo ha su per gi lo stesso ruolo che aveva la bruttezza fisica nelle tradizioni dell'antichit classica. Presso i popoli antichi era il gobbo Esopo che compiva fatti straordinari: nel Medioevo cristiano sar Peronnik, o qualsiasi giovanotto povero di spirito, in modo che il contrasto fra l'eroe e l'azione sia pi vivo e il risultato pi inatteso. (N.d.A.) 2 Badezet gad eol gad: un'espressione tradizionale in Bretagna, quando si vuol parlare di una mente debole. (N.d.A.) 3 Nei paesi della costa per togliere le incrostazioni bruciacchiate che restano sulle pareti dei paioli si servono di una conchiglia di datteri di mare; nell'interno adoperano allo stesso scopo una pietra tagliente, per lo pi una pietra focaia. (N.d.A.) 4 lann ar lue, imbecille. (N.d.A.) 5 In Bretagna il latte di vacca nera considerato il pi sano e il pi delicato (N.d.A.) 6 Mislilhon: fatto con miscela di segale e di frumento. (N.d.A.) 7 Aman fresk-beo. (N.d.A.) 8 I Bretoni attribuiscono al burro della Settimana Bianca e delle Rogazioni una delicatezza particolare e persino delle propriet medicinali, grazie all'eccellenza delle erbe dei pascoli a quell'epoca. (N.d.A.) 9 Hebel dishual, digabest, Deuit buan, me a so prest. (N.d.A.) 10 E' un proverbio bretone: Gad colo hac amser E veura ar mesper. (N.d. A.) 11 I Bretoni credono all'esistenza di un diavolo particolare che fa dormire in chiesa, e che chiamano ar c'houskezik, da kouska, dormire. (N.d.A.) 12 Koanta pabaour, appellativo beffardo, comune presso i Bretoni. (N.d.A.) 13 Espressione proverbiale, per dire che non si ha tempo da perdere. (N.d.A.) IL MAGO mERLINO 1 Questo personaggio non altri che Saint Loup, vescovo di Troyes, l'apostolo dei Bretoni del V secolo, il cui nome latino, Lupus, viene tradotto con Blaidd (che si pronuncia Blaiz) nella leggenda gallese (Myvyrian, t.II, p. 249) e si scrive Bleiz in dialetto armoricano. (N.d.A.) 2 Come critico, sento il dovere di rispettare le opinioni del romanziere,

nell'etnografia e nella geografia come in tutto il resto. (N.d.A.) 3 Cfr. LA FONTAINE, La rana e il topo, libro IV, favola IX. (N.d.A.) 4 Naturalmente il termine non ebraico, di origine celtica, ma ha realmente il senso che gli attribuisce il romanziere. (N.d.A.). 5 Viviana non che un'alterazione del nome celtico Chwiblian o Vivlian ed giustamente tradotto con "ninfa" nei dizionari gallesi. Il romanziere lo applica a quella che Merlino fin qui ha chiamato sua sorella, la sua Gwendydd o la sua Ganida. (N.d.A.) 6 Infatti vedremo ricomparire Merlino, col suo libro di profezie in mano, sotto il regno del Leone, ossia di Enrico I, per aiutare i sudditi oppressi di Arti. (N.d.A.)

FONTI DELLE FIABE COMTE D'AMZUIL, Lgendes bretonnes, Souvenirs du Morbihan, E. Dentu Ed., 1862 (Le avventure del pastore e della farfalla) P. BZIER, Inventaire des monuments mgalithiques du dpartement d'Ille-et-Vilaine, in "Societ archologique d'Ille et Vilaine", Rennes 1883 (La leggenda della rocca delle Fate) E. Du LAURENS DE LA BARRE, Fantmes bretons, C. DiDet, 1879 (Katel Gollet) HERSART DE LA VILLEMARQU, Myrdhinn ou l'enchanteur Merlin, 1862 (Il Mago Merlino) ANATOLE LE BRAZ, La Lgende de la Mort en basse Bretagne, Editions Champion, 1823 (La donna che pass la notte in un ossario, La storia di Marie-Job Kergunou, L'anima vista sotto la forma di un sorcio bianco, La Morte invitata a pranzo, La visione di Pierre Le Rn, Il lenzuolo funebre di Marie-Jeanne, La madre che piangeva troppo suo figlio, Jean l'Or) ZACHALRE LE ROUZIE, Carnac, lgendes, coutumes et contes du pays, 1912 (Carnac, il campo delle "pietre piantate") PAUL SBILLOT, Contes populaires de la basse Brtagne, Charpentier, 1880 (Il corpo senz'anima, Le donne e il diavolo, La damigella in bianco, Il castello di cristallo, I quattro figli del mugnaio, La fanciulla dalle mani tagliate, La morte del topo) EMILE SOUVESTRE, Le Foyer breton, W. Coquebert Ed., 1845 (Le lavandaie della notte, Le pietre di Plouhinec, La Groac'h dell'isola del Lok, Peronnik l'idiota)