Macchine Marine - Vol 2.PDF Versione 1
Macchine Marine - Vol 2.PDF Versione 1
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Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte, o
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LUCIANO FERRARO
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2 Turbine a gas
Complementi di meccanica
HOEPLI
HOEPLI
via Hoepli, 5 - 20121 Milano
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MACCHINE MARINE
MACCHINE MARINE
Volume secondo
Motori diesel
Turbine a gas
Complementi di meccanica
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ISBN 88-203-3481-X
Ristampa:
Printed in Italy
Questo testo, preceduto da Elementi di macchine marine e dal primo volume di Macchine
marine, completa la trattazione degli apparati di propulsione navale e si rivolge agli allievi del
quinto anno dell’indirizzo AIM (Apparati e Impianti Marittimi) degli Istituti Tecnici Nautici e a
quelli degli Istituti Professionali per l’Industria e l’Artigianato e Attività Marinare, nonché agli
studenti dei corsi universitari di primo livello a indirizzo marittimo e navale che intendano
acquisire nozioni di base sui motori diesel e le turbine a gas marine. Può inoltre essere di aiuto
agli aspiranti Ufficiali di macchina che, provenendo da corsi di studi diversi da quello nautico,
hanno bisogno di materiale didattico per poter accedere ai corsi di preparazione previsti dalle
normative internazionali IMO e STCW.
Gli argomenti trattati non trascurano nessun aspetto della classica teoria dei motori diesel e delle
turbine a gas navali, teoria che però viene esposta nel modo più chiaro e sintetico possibile, con
un linguaggio essenziale e lineare. Al tempo stesso viene dato ampio spazio alla descrizione
degli impianti che concorrono a formare un intero apparato di propulsione, cercando di spiegare
il perché delle soluzioni costruttive adottate con ragionamenti pratici e concisi.
Delle quasi quattrocento figure inserite nel testo, quelle abbinate a una spiegazione teorica o a
uno schema d’impianto sono volutamente semplici proprio per facilitare la comprensione e
aiutare l’apprendimento. Numerose sono le fotografie di motori attualmente in produzione, di
loro parti e di navi, inserite con il preciso scopo di avvicinare il più possibile i giovani alla realtà
affascinante di un mondo tecnologicamente all’avanguardia. Poiché negli Istituti Nautici si pone
sempre più l’accento sull’insegnamento interdisciplinare, soprattutto fra le macchine marine e la
lingua inglese, e dato che molti allievi potranno decidere di lavorare a bordo delle navi, dove la
letteratura tecnica e le stesse comunicazioni interpersonali fanno riferimento a questa lingua, si è
ritenuto utile lasciare in inglese le scritte inserite in alcune figure.
L’impostazione di questo volume è marcatamente di tipo energetico, sia perché questa filosofia
informa tutte le attuali scelte progettuali nel settore navale, sia perché la materia è fondamentale
per contribuire a sensibilizzare i lettori su siffatta chiave di lettura della tecnologia odierna. Va
aggiunto che gli allievi che decideranno di intraprendere la carriera di Ufficiali di macchina a
bordo di una nave saranno soprattutto incaricati di essere conduttori d’impianto capaci di gestire
con intelligenza e competenza la produzione e il consumo di energia.
Questo libro dedica poi ampio spazio al problema delle emissioni inquinanti presenti nei gas di
scarico dei motori. A parte il fatto che le recenti normative internazionali e nazionali investono
l’Ufficiale di macchina di precisi doveri e responsabilità a riguardo, il fatto di trattare vari
aspetti dell’inquinamento atmosferico rappresenta comunque un’operazione culturale utile per
l’educazione ambientale di tutti gli allievi, qualunque sia la loro futura attività di lavoro.
Nel capitolo 13, che tratta le applicazioni del motore diesel nella propulsione navale, per non
appesantire il testo con un lungo elenco di tabelle e di diagrammi, sono state riportate solo le
caratteristiche tecniche principali di alcuni motori molto diffusi, allo scopo di offrire un
minimo di materiale di consultazione utile nello svolgimento di esercizi numerici in classe e
lasciando ai docenti e soprattutto agli allievi la libertà di arricchire la raccolta di dati su altri
motori attraverso la navigazione nei siti web delle relative case costruttrici.
LUCIANO FERRARO
Un MCI alternativo è costituito da uno o più cilindri, ognuno dei quali, a precisi intervalli di
tempo, è riempito da una carica di aria e combustibile mediante un sistema di valvole o di luci
che vedremo più avanti. In ogni caso, la combustione fra aria e combustibile è fatta avvenire
quando il pistone si trova in prossimità del PMS: grazie al calore liberato, i fumi si portano ad
alta temperatura e quindi ad alta pressione, per cui spingono il pistone verso il PMI (fig. 1.2).
Ogni pistone (1) è collegato tramite una biella (2) a una
manovella (3), e tale sistema articolato trasforma il moto
rettilineo alternato del pistone in moto rotatorio dell’albero
motore (4), il quale trascina poi il suo carico utile (ruote di
un veicolo, elica navale, rotore di una pompa ecc.).
L’estremità superiore della biella (piede) è collegata con il
pistone, quella inferiore (testa) con l’albero a manovelle.
L’albero a manovelle è dunque formato da perni di banco,
alloggiati nei cuscinetti di banco che sostengono l’albero
motore, e da manovelle radiali o maschette, unite tra loro dai
perni di biella sui quali si articolano le teste delle bielle.
Le manovelle sono sfasate tra loro di un certo angolo, che
dipende dal numero dei cilindri e dall’ordine con cui devono
susseguirsi i cicli dei cilindri, in modo che il motore funzioni
nel modo più uniforme e regolare possibile.
● Dal punto di vista del numero di corse del pistone richieste per compiere un ciclo completo,
gli MCI alternativi si dividono invece nelle due grandi categorie dei:
- motori a quattro tempi (quattro corse del pistone richieste per compiere un ciclo);
- motori a due tempi (due corse del pistone richieste per compiere un ciclo).
Nei motori a quattro tempi, durante una prima corsa dal PMS al PMI il pistone riempie il
cilindro di carica fresca, quindi inverte il moto e, in una seconda corsa, la comprime; intorno
al PMS avviene la combustione e i fumi spingono il pistone verso il PMI; al termine di questa
terza corsa il pistone inverte ancora il moto e risale verso il PMS, espellendo i gas combusti.
Per compiere queste quattro corse sono così necessari due giri dell’albero motore.
Nei motori a due tempi l’uscita dei gas combusti e l’ingresso della carica fresca sono quasi
contemporanei e avvengono attraverso luci o valvole nell’ultimo tratto di corsa del pistone
verso il PMI e nel suo primo tratto di corsa di risalita verso il PMS. I gas combusti escono
spontaneamente e la carica fresca entra sospinta da una pressione esterna creata volutamente.
Il ciclo si compie così in due corse del pistone, quindi in un giro dell’albero motore.
Mentre per i motori a benzina, quello a quattro tempi domina quasi incontrastato, per i diesel
il motore a due tempi è preferibile nel campo delle potenze più grandi, quello a quattro tempi
nel campo delle potenze piccole e medie.
Poiché i motori a benzina trovano impiego solo su piccole imbarcazioni, daremo un cenno ai
soli motori ad accensione comandata a quattro tempi, mentre vedremo più in dettaglio i motori
diesel, argomento centrale del presente volume dedicato alle macchine marine.
4 CAPITOLO 1
CENNI STORICI
Ripercorrere, seppur brevemente, le tappe dell’evoluzione dei motori a combustione interna non
è solo un’operazione culturale in grado di offrire numerosi spunti di riflessione, ma aiuta anche
a capire molti aspetti tecnici legati con lo studio che ci apprestiamo a fare.
Il motore ad accensione comandata fu inventato per primo. Inizialmente era alimentato a gas e
in seguito a benzina, e solo in un secondo tempo comparve sulla scena il motore ad accensione
spontanea, cioè il motore diesel. I primi esperimenti ebbero inizio in un lontano passato. Già nel
1678 il francese Jean de Hautefeuille era riuscito a pompare acqua sfruttando il vuoto prodotto
dall’esplosione di polvere da sparo in un recipiente munito di valvole e, quattro anni dopo,
l’olandese Christiaan Huygens aveva fatto prove analoghe, ma gli scarsi risultati ottenuti non
incoraggiarono altri tentativi per oltre un secolo. Nel 1794 l’inglese Robert Street progettò un
motore a combustione interna provvisto di pistone e manovellismi e nel 1801 il francese
Philippe Lebon d’Humbersin intuì l’importanza della compressione della carica prima della sua
accensione e concluse che il combustibile più adatto sarebbe dovuto essere il gas illuminante.
Lo stesso Sadi Carnot pubblicò nel 1824 uno studio sulle possibilità di trasformare il calore in
lavoro meccanico e gli anni ’30 e ’40 videro molte realizzazioni di prototipi di macchine che,
bruciando combustibili gassosi o liquidi, producevano un qualche effetto meccanico utile.
La prima vera realizzazione di un motore a combustione interna si deve però a un italiano, padre
Eugenio Barsanti (fig. 1.3), insegnante di fisica presso il collegio degli Scolopi di San Miniato
(Lucca): il 24 aprile del 1843, nell’aula di fisica, Barsanti mostrò ai suoi allievi come,
innescando con una scarica elettrica la combustione di una piccola quantità di alcool all’interno
di un cilindro metallico, il calore liberato potesse essere in parte convertito in lavoro meccanico.
In collaborazione con l’ingegnere Felice Matteucci, Barsanti mise a punto un motore a gas
costituito di un cilindro verticale “ad azione differita”: tramite alcune valvole a cassetto veniva
introdotta nel cilindro una miscela di aria e idrogeno che, incendiata da un rocchetto di
Ruhmkorff, spingeva verso l’alto lo stantuffo il quale, grazie al proprio peso ed al calo di
pressione conseguente alla condensazione del vapore acqueo contenuto nei fumi, durante la
successiva corsa di discesa azionava una ruota dentata tramite una cremagliera.
Nel 1853 Barsanti e Matteucci depositarono presso l’Accademia dei Georgofili di Firenze un
plico sigillato contenente un rapporto sugli esperimenti condotti. Il motore fu successivamente
registrato con un brevetto inglese nel 1854, poi presso il Regno di Vittorio Emanuele II, quindi
in Belgio e infine in Francia nel 1855.
GENERALITÀ SUI MOTORI DIESEL 5
Mentre il motore di Lenoir viveva comunque i suoi brevi anni di effimera notorietà e quello di
Barsanti e Matteucci si avviava verso una fine ingiusta, la teoria del motore a combustione
interna fece un deciso passo in avanti nel 1862, quando l’ingegnere francese Alphonse Beau de
Rochas ideò un ciclo per un motore a gas a quattro tempi, sottolineando l’importanza della
precompressione della miscela di aria e combustibile. Beau de Rochas descrisse in dettaglio le
fasi di un motore a quattro tempi ad accensione comandata, ma non ritenne di brevettare il
progetto e non riuscì peraltro a realizzarlo in concreto.
Nel 1876 Otto e Langen migliorarono il motore riuscendo a realizzare il ciclo a quattro tempi
studiato da Beau de Rochas e in pochi anni produssero ben 50 000 esemplari. Per via di questo
successo lo stesso ciclo studiato da Beau de Rochas è detto anche impropriamente ciclo Otto.
Le prestazioni di questi motori crebbero rapidamente e nel 1883 superarono il rendimento del
17%. Nel tentativo di aggirare il brevetto di Otto e Langen e realizzare motori più economici e
competitivi quando questo fosse scaduto, negli anni ’70 e ’80 si moltiplicarono svariati progetti
per sviluppare altre versioni di motori a quattro tempi, a due tempi e perfino a sei tempi.
Nel 1873 l’inglese George Brayton, creando i presupposti teorici della futura turbina a gas, aveva
costruito una macchina che realizzava un’espansione completa fino alla pressione atmosferica:
tale macchina era però troppo complessa per poter sperare di competere con il motore di Otto e
Langen e le sperimentazioni non vennero proseguite. Va poi ricordato che l’inglese Dugald Clerk
aveva ideato nel 1879 e realizzato nel 1881 un motore a due tempi con valvole di lavaggio in testa
e luci di scarico in prossimità del punto morto inferiore, cioè l’esatto contrario degli attuali due
tempi a lavaggio assiale. Anche in questo caso le prestazioni di questa macchina non furono
giudicate incoraggianti e il motore a due tempi avrebbe avuto successo solo dopo diversi anni.
Alla scadenza del brevetto di Otto e Langen si aprì la strada alla libera competizione e il motore
ad accensione comandata fece in pochi anni enormi progressi mentre i costi di fabbricazione
calavano rapidamente. Nel 1883 Gottlieb Daimler, senza sapere che l’anno prima l’italiano
Enrico Bernardi (che poi realizzerà nel 1893 il motoscooter) aveva già inventato il carburatore e
costruito il primo motore a benzina, diede al motore di Otto e Langen una svolta storica
sostituendo su vasta scala la benzina al gas. Nel 1885 Karl Friedrich Benz, Gottlieb Daimler e
Wilhelm Maybach (che aveva inventato nel 1884 il radiatore a nido d’ape), veri pionieri nella
costruzione di motori leggeri e veloci, lanciarono sul mercato la prima automobile provvista di
motore a benzina a quattro tempi.
Per citare solo alcune tappe storiche dell’evoluzione del motore a benzina, nel 1894 un medico
veterinario scozzese, James Dunlop, inventava il pneumatico e nel 1895 i fratelli Michelin
partecipavano alla corsa Parigi-Bordeaux alla guida della Peugeot L’Eclair, prima automobile
equipaggiata con questo tipo di ruote, e subito dopo avviavano la fabbricazione industriale dei
pneumatici. Nel 1898 il tedesco Robert Bosch realizzava il sistema rotante di accensione
elettrica e lo statunitense Winton la prima batteria di accumulatori per uso automobilistico. Nel
1902 l’italiano Pirelli introduceva la ruota di scorta e la tecnica di montare i pneumatici sui
cerchioni, nel 1907 Chadwick costruiva negli USA la prima automobile con motore a
sovralimentazione meccanica.
GENERALITÀ SUI MOTORI DIESEL 7
Di pari passo con queste innovazioni tecnologiche, la costruzione di autovetture divenne presto
un grosso settore produttivo in molti paesi industrializzati. Nel 1899 veniva fondata la FIAT, nel
1900 la Mercedes-Benz, nel 1906 nascevano la Lancia e l’Alfa. L’industria automobilistica
assunse definitivamente la fisionomia di quella attuale nel 1908, quando l’americano Henry
Ford avviò la produzione del celebre modello T, introducendo tutta una serie di innovazioni
tecnologiche (cilindri e carter in monoblocco, testate rimuovibili, nuovi acciai al vanadio ecc.) e
impiegando per la prima volta la tecnica della catena di montaggio. Non va poi dimenticato che
nel 1903 i fratelli Orville e Wilbur Wright, ingegneri statunitensi, avevano compiuto a Kitty
Hawk (North Carolina) il primo volo con un aereo a motore, dando così vita alla nascita del
settore aeronautico.
In questi anni Diesel concepì l’idea di realizzare un motore termico ad alto rendimento che si
avvicinasse il più possibile al traguardo stabilito dal ciclo di Carnot. Portando avanti gli studi
mentre faceva pratica presso la Sulzer di Winterthur in Svizzera (1879-1881) e (1883) presso la
tedesca MAN (Maschinenfabrik Augsburg Nürnberg), si laureò in ingegneria a Monaco.
Chiamato a dirigere a Parigi una delle fabbriche di macchine per la produzione del ghiaccio che
von Linde stava impiantando in varie parti d’Europa, Diesel gettò nel 1890 le basi teoriche del
motore che in seguito avrebbe preso il suo nome: dedusse che, in accordo con la teoria di
Carnot, la combustione sarebbe dovuta avvenire a una temperatura molto elevata e costante e
che a tale scopo bisognava realizzare un ciclo con una compressione molto spinta seguita da una
iniezione di combustibile che, grazie all’elevata temperatura conseguente alla compressione, si
incendiasse spontaneamente bruciando ad alta temperatura e nel modo più isotermo possibile;
essendo però questo traguardo impossibile da raggiungere, concluse che un buon compromesso
sarebbe stato quello di far avvenire la combustione mentre avveniva già l’espansione, quindi a
pressione costante. In questo modo previde che il rendimento teorico del ciclo avrebbe dovuto
superare il 70%, cioè quasi sette volte quello delle macchine a vapore e di circa il 30 ÷ 40%
superiore a quello dei motori a ciclo Otto.
Nel 1892 brevettò il suo motore e l’anno dopo descrisse il suo principio di funzionamento in un
articolo provocatorio intitolato “Teoria e costruzione di un motore termico razionale, destinato a
soppiantare la macchina a vapore e le altre macchine a combustione finora note”. Dopo essere
riuscito a ottenere un finanziamento dal colosso dell’acciaio Krupp e dalla MAN, tornò ad
Augsburg e cominciò gli esperimenti.
8 CAPITOLO 1
Poiché il combustibile da usare non doveva essere troppo infiammabile, Diesel provò in un
primo tempo il carbone polverizzato, poi svariati oli vegetali e infine il petrolio greggio. Dopo
molti esperimenti, nel tardo pomeriggio del 17 febbraio del 1894, nel laboratorio della MAN di
Augsburg, un motore sperimentale funzionò per circa un minuto compiendo un totale di 88 giri
e sviluppando la potenza di quasi 10 kW. Si capì subito che questo motore era destinato a
elevate potenze, quindi adattissimo per esempio in campo navale, ma il successo non fu
immediato, in parte per la scarsa disponibilità di gasolio all’epoca e la difficoltà di realizzare un
motore reversibile, ma soprattutto per motivi di alimentazione del combustibile, ancora iniettato
pneumaticamente cioè premiscelato con aria compressa. Seguirono tre anni di duro lavoro,
segnato da insuccessi e anche da incidenti (un prototipo esplose e lo stesso Diesel rimase ferito)
ma finalmente, a febbraio del 1897, venne costruito il primo motore a quattro tempi non
sperimentale: alimentato con petrolio greggio, aveva una cilindrata di 20 l, una massa di 4 500
kg ed erogava 15 kW a 160 giri al minuto con l’eccezionale rendimento del 26,2%, rendimento
che nell’ottobre dello stesso anno salì al 30,2%. La figura 1.7 rappresenta il diagramma indicato
di un motore sperimentale MAN, di diametro 250 mm e corsa 400 mm e con una velocità di 170
giri al minuto. Il diagramma risale al 12 dicembre del 1896 e riporta alcune annotazioni scritte
di pugno dallo stesso Diesel.
Nel giugno del 1898, all’esposizione di Monaco di Baviera, il motore ideato da Rudolf Diesel
riceveva la sua consacrazione ufficiale davanti al mondo intero: furono esposti tre esemplari,
ognuno costruito da una ditta diversa e perfettamente funzionanti. Il successo fu trionfale. La
Sulzer, che sarebbe diventata società leader mondiale nella costruzione di motori diesel, richiese
prontamente la licenza e pochi anni dopo una fabbrica statunitense di birra acquistò i diritti del
motore per tutto il Nord America per produrre forza motrice e corrente elettrica in impianti
terrestri fissi. Ma Diesel aveva altre mire, perché da sempre aveva sognato di vedere il motore
da lui creato affermarsi in campo ferroviario e navale. E difatti, già nel 1903 veniva avviata in
Francia la produzione di motori diesel destinati a battelli fluviali, nel 1905 la Sulzer fabbricava
il primo motore marino reversibile a quattro tempi e nel 1908 si lanciava nell’impresa anche la
FIAT, che diventerà presto uno dei maggiori produttori europei di motori navali. Nel 1911 la
società Stork forniva alla Polar il primo motore diesel navale e nel 1912 la nave Selandia,
equipaggiata con due motori della danese Burmeister & Wain (B&W) a quattro tempi e della
potenza di 1 485 kW, effettuava con successo la prima traversata atlantica.
GENERALITÀ SUI MOTORI DIESEL 9
Purtroppo Rudolf Diesel non poté assistere al successo che il motore da lui ideato avrebbe avuto
negli anni successivi, perché scomparve in circostanze misteriose nel 1913. Nel settembre di
quell’anno fu infatti invitato a un colloquio riservato da parte dall’Ammiragliato britannico. La
sera del 29 settembre l’ingegnere tedesco si imbarcò ad Anversa sulla motonave Dresden, alla
volta dell’Inghilterra. A cena chiacchierò amabilmente con i suoi accompagnatori e, dopo una
passeggiata sul ponte, si congedò per rientrare in cabina. La mattina seguente, quando la nave
entrò in porto, Rudolf Diesel era scomparso e il suo letto era intatto. La stampa ipotizzò che
fosse caduto in mare o che si fosse addirittura suicidato, ma pochi giorni dopo due pescatori
olandesi ripescarono il corpo di un annegato, e gli oggetti rinvenuti nelle sue tasche vennero
riconosciuti dal figlio Eugen come appartenenti a suo padre, però il cadavere sparì dall’obitorio
prima che si potesse procedere al suo riconoscimento e non fu più ritrovato. Alla fine della
prima guerra mondiale un prigioniero tedesco confessò di aver ucciso Rudolf Diesel e di averne
gettato il cadavere in mare per ordine del servizio segreto tedesco, che forse voleva impedire
un’eventuale collaborazione del famoso connazionale con una potenza nemica. Tuttavia anche
questo sospetto non fu confermato da altre prove e la morte di Diesel rimane tuttora un mistero.
Il motore diesel compì un grande balzo in avanti quando Robert Bosch (1861-1942), che aveva
già contribuito all’affermazione del motore a ciclo Otto inventando il magnete di accensione,
riuscì a realizzare le pompe di iniezione e i polverizzatori meccanici. Diesel aveva conosciuto
Bosch nel 1894, quando si era recato a Stoccarda per vedere il nuovo magnete di accensione e
provare a usarlo anche per i suoi motori: la fabbrica di Stoccarda fornì un certo numero di
magneti alla MAN, ma il loro impiego non ebbe successo.
Solo molti anni più tardi, precisamente nel 1922, Bosch si
appassionò al problema dell’alimentazione dei motori diesel,
ancora penalizzati dal fatto che il combustibile era insufflato in
camera di combustione dall’aria compressa tramite una pompa
di costruzione impegnativa, pesante e voluminosa e che inoltre
impediva di superare un certo numero di giri. Dopo che Bosch
ebbe la brillante idea della pompa d’iniezione che porta tuttora
il suo nome, agli inizi del 1923 erano già stati costruiti una
dozzina di prototipi, a metà anno si passava alle prove su
motori e nel 1927 veniva avviata la fabbricazione in serie,
arrivando a produrre 10 000 esemplari nel 1930 e oltre 100 000
nel 1934: ciò diede impulso a una sempre più crescente
diffusione del motore diesel nelle industrie, sui grossi veicoli
terrestri (fig. 1.8) e soprattutto a bordo delle navi. Figura 1.8 – Pubblicità Bosch
degli anni ’30.
Sulle navi il successo del motore diesel fu travolgente. Dopo la seconda guerra mondiale la
motrice alternativa a vapore perdeva il controllo dei mari nel campo delle potenze piccole e
medie, analogo destino toccava alla turbina a vapore nel campo delle alte potenze dopo la crisi
energetica del 1973. Attualmente vengono consegnati al settore navale oltre duemila grandi
motori ogni anno, e nel 2001 il diesel ha abbattuto la barriera psicologica dei 100 MW con il
motore MAN B&W K98MC. Parallelamente a questa corsa al gigantismo, il diesel non ha mai
cessato quella verso le potenze minori: dopo aver esordito con unità terrestri industriali e
ferroviarie, si è poi affermato nel settore dei veicoli commerciali, fino ad entrare in quello delle
autovetture, dove insidia il motore a benzina con motori di potenza sempre minore.
10 CAPITOLO 1
Figura 1.9 – Fasi del ciclo di un motore ad accensione comandata a quattro tempi:
1 aspirazione; 2 compressione; 3 espansione; 4 scarico forzato.
Dopo questa descrizione del motore a benzina a quattro tempi sono opportune alcune considerazioni.
● Il ciclo teorico di riferimento per i motori ad accensione comandata è il ciclo Otto, formato da due
adiabatiche e due isocore (fig. 1.10) e un suo parametro caratteristico è il rapporto volumetrico di
compressione ρ (lettera greca rho), rapporto tra volume di cilindrata totale e volume della camera
di combustione:
Vt
ρ =
Vcc
● Pur con questi valori contenuti del rapporto volumetrico di compressione, il motore a benzina è
molto sollecitato termicamente: a fine compressione la temperatura può essere anche di 350 °C,
con punte massime di combustione che superano 2 000 °C e gas di scarico fino a 750 °C.
● L’iniezione elettronica consiste nel comprimere la benzina fino a 30 ÷ 130 bar e polverizzarla nel
cilindro o nel condotto di aspirazione in goccioline con diametri anche inferiori a 20 µm grazie a
un iniettore la cui portata è regolata elettronicamente. La tecnica, benché più costosa dei vecchi
sistemi con carburatore e pur richiedendo marmitte catalitiche speciali, presenta questi vantaggi:
- impianto più compatto e meno ingombrante;
- combustione più completa;
- esatta dosatura della benzina ai vari regimi (avviamento, minimo, ripresa ecc.);
- possibilità di aumentare il rapporto volumetrico di compressione;
- aumento della potenza del motore e riduzione dei consumi di circa il 10 ÷ 15%;
- maggiore elasticità del motore e, per gli autoveicoli, guida più piacevole.
● Nel campo delle piccole potenze, come nel caso di molte autovetture, il motore a benzina è più
leggero e meno costoso di un motore diesel. Per veicoli di cilindrata intermedia la convenienza fra
i due tipi di motori dipende dal numero di chilometri percorsi negli anni di vita del mezzo perché
la benzina è più costosa del gasolio. Ma oltre una certa potenza il diesel supera ampiamente il
motore a benzina, che peraltro vede il proprio campo di impiego ristretto a potenze sempre
minori, settore in cui la concorrenza del motore diesel diventa ogni anno più agguerrita.
● Sono stati messi a punto anche motori a benzina a due tempi, ritenuti interessanti soprattutto per
motivi di leggerezza ma che non hanno un vasto campo di impiego.
12 CAPITOLO 1
Si nota subito che il ciclo Diesel ha un rendimento minore del ciclo Otto. Infatti il rendimento
unitario risulta decurtato dal prodotto di due fattori, il primo dei quali tiene conto dell’effetto del
rapporto volumetrico di compressione come nell’espressione del rendimento del ciclo Otto,
mentre il secondo tiene conto dell’aumento di temperatura conseguente alla combustione e,
essendo k > 1, è sempre maggiore dell’unità e per di più cresce al crescere di b:
bk −1
> 1
k (b − 1)
Ovvero, più marcato è l’effetto termico della combustione, cioè più T3 cresce rispetto a T2 , più
il rendimento del ciclo Diesel diminuisce.
Resta da commentare il fatto che il rendimento del ciclo Diesel diminuisca al crescere del
parametro b, cioè che aumenti al suo tendere al valore unitario. In questo caso occorre ricordare
l’ambizioso obiettivo che Rudolf Diesel si era prefissato, vale a dire di realizzare un ciclo che si
avvicinasse il più possibile al traguardo stabilito da quello di Carnot: se il parametro b tende al
valore unitario, la cessione di calore primario avviene a una temperatura che, oltre che essere
alta grazie agli elevati valori di ρ, è anche poco variabile, ovvero vicina all’essere costante.
Diesel comprese dunque che la combustione non deve comportare grossi aumenti di temperatura
e quindi, oltre ad avvenire durante il primo tratto di corsa di espansione del pistone in modo che
l’aumento di volume attenui l’aumento di pressione tanto da approssimare la combustione a una
isobara, deve potersi effettuare con un rapporto aria/combustibile molto alto, condizioni che
hanno difatti caratterizzato l’evoluzione dei motori diesel.
Il ciclo Sabathé, formato da due adiabatiche, due isocore e
un’isobara (fig. 1.14), si può considerare il migliore ciclo
teorico di riferimento per motori diesel. Infatti in un motore
reale una prima frazione del combustibile non brucia subito a
mano a mano che viene iniettata ma lo fa bruscamente tutta
insieme dopo un certo tempo, mentre la frazione successiva,
polverizzata in un ambiente a maggior temperatura, brucia
senza ritardo a mano a mano che è iniettata. Questa
situazione è schematizzata appunto dal ciclo Sabathé, per il
quale il calore q1 entrante nel sistema dall’esterno è ripartito
in una frazione isocora q1v (come nel ciclo Otto) e in una
isobara q1p (come nel ciclo Diesel). A seconda di come si
ripartisce tale calore primario, il ciclo Sabathé si avvicina di
più al ciclo Otto o al ciclo Diesel. Figura 1.14 – Ciclo Sabathé.
GENERALITÀ SUI MOTORI DIESEL 15
Sorvolando sui calcoli che contraddistinguono questa fase della teoria del motore diesel, si
descrive soltanto il ciclo di funzionamento del più semplice modello di ciclo limite con l’aiuto
di due diagrammi la cui utilità è soprattutto legata al fatto che renderanno più facilmente
comprensibili gli analoghi diagrammi relativi al ciclo reale:
- il diagramma indicato, che riporta la pressione p interna al cilindro in funzione del volume
totale V compreso fra sommità del pistone e testata, ovvero della posizione del pistone lungo
la corsa (fig. 1.15); si noti che il diagramma indicato (così chiamato perché, come vedremo,
si può ricavare sperimentalmente con un apparecchio detto indicatore) non è un diagramma
termodinamico ma solo un diagramma di lavoro;
- il diagramma circolare o diagramma polare, che riporta la successione dei processi che
avvengono durante il ciclo in funzione dell’angolo di manovella φ, conteggiato a partire dal
momento in cui il pistone è al PMS e, tanto per fissare le idee, con rotazione oraria (fig. 1.16);
si osservi che, dovendosi compiere ogni ciclo in due giri dell’albero motore, per evitare
sovrapposizioni questo diagramma si sviluppa come una spirale.
Figura 1.15 – Diagramma indicato per ciclo Figura 1.16 – Diagramma circolare per ciclo
Diesel limite a quattro tempi. Diesel limite a quattro tempi.
16 CAPITOLO 1
Convenendo di iniziare la descrizione del ciclo limite quando, al termine della fase di scarico
forzato, il pistone passa per il PMS (punto 0 del diagramma indicato, angolo di manovella φ = 0
del diagramma circolare), durante le quattro corse del pistone avvengono i seguenti processi:
ASPIRAZIONE O AMMISSIONE
La valvola di scarico si chiude in un tempo zero e contemporaneamente si apre quella di
aspirazione, cosicché il pistone, mentre scende, può cominciare a riempire il cilindro di aria, che
entra nel cilindro alla pressione atmosferica nel caso di motore normale o alla pressione vigente
nel collettore di ammissione nel caso di motore sovralimentato (trasformazione isobara 0-1).
Mentre il pistone passa per il PMI (punto 1, φ = 180°), la valvola di aspirazione si chiude.
COMPRESSIONE
Superato il PMI, il pistone comincia la corsa di risalita e, per effetto della rapida diminuzione di
volume subita dall’aria, aumentano la pressione e la temperatura interne al cilindro, in misura
crescente con il rapporto volumetrico di compressione ρ, che a sua volta dipende dai fattori
geometrici del motore. A seconda del livello di crescente precisione con cui si è deciso di
calcolare il ciclo limite, la compressione 1-2 si può considerare adiabatica, politropica o ancora
politropica con esponente variabile.
INIEZIONE E COMBUSTIONE
Quando il pistone passa per il PMS (punto 2, φ = 360°), la pompa del combustibile inizia a
comprimere il giusto quantitativo di nafta e ad inviarlo al polverizzatore che, nel tratto di ciclo
2-3, lo inietta nel cilindro; e poiché l’aria aveva raggiunto una temperatura di certo superiore a
quella di autoaccensione del combustibile, questo brucia gradualmente a mano a mano che viene
iniettato, per cui nel punto 3 cessano sia l’iniezione sia la combustione. I gas combusti prodotti
ad alta temperatura hanno una pressione tanto elevata da riuscire a spingere il pistone verso il
PMI e, come già anticipato parlando di ciclo teorico, la fase 2-3 si suppone isobara perché si fa
l’ipotesi che gli aumenti di pressione dovuti alla combustione siano compensati dal fatto che il
volume interno al cilindro comincia ad aumentare. Proprio per questo fatto, inoltre, si ha già una
prima produzione di lavoro meccanico utile sull’esterno.
ESPANSIONE
Il pistone prosegue la corsa di lavoro utile, mentre i gas subiscono un’espansione che li fa calare
di pressione e di temperatura; anche la trasformazione 3-4 si potrà studiare a vario livello di
precisione, tenendo però conto anche del fatto che, per via della combustione, è aumentata la
massa di fluido operante ed è variata la sua composizione chimica.
SCARICO SPONTANEO
Nell’istante in cui il pistone raggiunge il PMI, la valvola di scarico si apre e la maggior parte dei
gas combusti esce all’esterno (fase di scarico spontaneo 4-1, φ = 540°).
SCARICO FORZATO
Con valvola di scarico sempre aperta, il pistone supera il PMI, inverte il proprio moto e, nella
corsa di risalita verso il PMS, spinge nel collettore di scarico (per ipotesi alla stessa pressione di
quello di ammissione) gli ultimi gas combusti; quando raggiunge il PMS (punto 0, φ = 720°), la
valvola di scarico si chiude, quella di aspirazione si apre e inizia un nuovo ciclo.
NOTA: tenuto conto correttamente delle unità di misura della pressione e del volume interno al
cilindro, l’area del diagramma esprime graficamente il lavoro meccanico prodotto in un
ciclo, che prende il nome di lavoro interno o lavoro indicato.
GENERALITÀ SUI MOTORI DIESEL 17
Figura 1.17 – Diagramma indicato reale per Figura 1.18 – Diagramma circolare reale per
motore diesel a quattro tempi. motore diesel a quattro tempi.
ASPIRAZIONE O AMMISSIONE
Quando il pistone passa per il PMS (φ = 0°) la valvola di aspirazione è completamente aperta
poiché il comando di apertura era stato dato con un certo angolo di anticipo α1 per tenere conto
dei tempi di alzata della valvola e ridurre la laminazione subita dall’aria. Questa entra dunque
mentre è ancora in corso la fase di scarico. L’aspirazione non termina quando il pistone
raggiunge il PMI ma prosegue per un certo tratto della successiva fase di compressione, cioè la
valvola di aspirazione si chiude con un certo angolo di ritardo α2 sfruttando il tempo impiegato
dall’onda di pressione creata dal pistone sugli strati d’aria più bassi per trasmettersi fino alla
testata. Il diagramma circolare mostra bene la contemporaneità della compressione nella parte
bassa del cilindro e il prolungamento dell’aspirazione nella sua parte alta.
● Le perdite di carico sul circuito di ammissione dell’aria (transito ad alta velocità nei condotti e
passaggio attraverso le valvole) tendono a ostacolare il riempimento dei cilindri. Nei motori
sovralimentati queste perdite di carico esercitano un effetto trascurabile rispetto ai benefici dovuti
all’alta pressione impressa dalla turbosoffiante, invece nei motori normali non si può evitare che
la fase di aspirazione si svolga in leggera depressione, massima a circa metà corsa ( p ≈ – 0,1
bareff) e che ha un effetto negativo sul riempimento del cilindro. Per ridurre tali perdite di carico si
cerca di contenere la presenza di resistenze localizzate e di aumentare la sezione di passaggio per
l’aria. Poiché il punto più delicato del percorso è il passaggio attraverso la valvola di aspirazione,
la sezione di passaggio per l’aria andrebbe aumentata aumentando il diametro e l’alzata della
valvola: la prima di queste due misure accresce però l’indebolimento della testata e i rischi di una
minore tenuta, la seconda comporta invece complicazioni costruttive, per cui si deve fare una
scelta di compromesso; anche la soluzione di più valvole di aspirazione non è esente da problemi.
18 CAPITOLO 1
● Per esprimere quantitativamente come il cilindro si riempie di aria fresca fu introdotto il concetto
di coefficiente di riempimento, indicato con la lettera µ e definito come il rapporto tra la massa di
aria ma entrata realmente nel cilindro e quella m0 massima contenibile in condizioni standard:
m
µ = a
m0
Il coefficiente di riempimento dipende dalla pressione dell’aria entrante, dal riscaldamento che
questa subisce attraversando i condotti, lambendo la parete del cilindro e mescolandosi con i gas
combusti residui dal ciclo precedente, dalla stessa presenza di questi ultimi agli effetti del volume
disponibile per l’aria, dal tipo di motore, dal numero dei giri ecc. Siffatto parametro assumeva
valori inferiori all’unità per motori normali (grosso modo intorno a 0,7 per motori a due tempi e a
0,8 per quelli a quattro tempi) ma è chiaramente superiore all’unità per motori sovralimentati. Il
calcolo dell’espressione di µ è lungo, noioso e anche inutile, perché il coefficiente di riempimento
ha perso molta dell’importanza teorica che aveva prima che si affermasse la sovralimentazione.
COMPRESSIONE
Superato il PMI, il pistone inverte il proprio moto e comincia la corsa di risalita, comprimendo
l’aria secondo una politropica caratterizzata da un esponente n compreso tra 1,32 e 1,36. La
rapida diminuzione di volume comporta che l’aria raggiunga pressioni di 30 ÷ 40 bar nei motori
normali, con temperature di 450 ÷ 600 °C a seconda del rapporto volumetrico di compressione ρ.
Inizialmente, poiché l’aria può avere una temperatura sui 45 ÷ 60 °C mentre la superficie interna
della camicia arriva anche a 200 °C, si ha passaggio di calore dalla parete all’aria, poi il verso
del flusso termico si inverte a causa del rapido riscaldamento dell’aria con la compressione.
INIEZIONE E COMBUSTIONE
L’iniezione del combustibile inizia con un certo angolo di anticipo β1 rispetto al PMS. Il motivo
si spiega col fatto che, rispetto all’istante in cui la pompa d’iniezione effettua la sua corsa di
mandata, l’accensione del combustibile si verifica con un ritardo dato dalla somma di:
- un ritardo all’iniezione, dovuto al tempo che intercorre tra la mandata della pompa e l’inizio
della polverizzazione a causa della compressibilità del liquido e della stessa elasticità dei tubi
che portano dalla pompa agli iniettori;
- un ritardo all’accensione, dovuto al tempo che il getto di nafta richiede per sentire la
temperatura dell’aria circostante ed entrare così in combustione; tale ritardo dipende dal tipo
di combustibile, dal pretrattamento che questo ha subito e dalla qualità della polverizzazione.
A causa del ritardo all’accensione una certa quantità di combustibile si accumula in camera di
compressione e brucia poi tutta insieme, facendo innalzare bruscamente la pressione nel cilindro
fino a 60 ÷ 70 bar, mentre la frazione residua di getto polverizzato brucia con gradualità a mano
a mano che arriva e la temperatura si porta intorno a 1 700 °C. A conti fatti, si può dire che la
combustione inizi appena prima del PMS e termini dai 30° ai 40° dopo.
ESPANSIONE
Una volta superato il picco di massima pressione, l’espansione dei gas combusti è la fase utile
del ciclo, durante la quale viene compiuto lavoro sull’esterno secondo un’altra politropica a
esponente variabile e sarebbe auspicabile che tale espansione potesse prolungarsi fino al PMI,
ma è invece necessario che la valvola di scarico si apra con un certo angolo di anticipo γ1.
GENERALITÀ SUI MOTORI DIESEL 19
SCARICO SPONTANEO
L’anticipo all’apertura della valvola di scarico serve per far
sì che sfoghi spontaneamente la maggior parte possibile dei
gas e non crei quindi una nociva sovrappressione durante la
successiva corsa di scarico forzato. Tale anticipo comporta
ovviamente un più marcato calo di pressione, quindi una
perdita di lavoro di espansione, per cui non deve superare
certi limiti. La figura 1.19 mostra come varia la pressione
nel cilindro in prossimità del PMI nel caso di un angolo di
anticipo troppo piccolo (a) o ben calibrato (b). Figura 1.19 – Anticipo allo scarico.
SCARICO FORZATO
Il pistone risale verso il PMS e spinge nel collettore di scarico gli ultimi gas combusti, ma la
valvola si chiude con un certo angolo di ritardo γ2 per sfruttare l’inerzia acquistata dai gas e
migliorare la pulizia del cilindro. L’uscita dei gas di scarico crea inoltre un positivo effetto di
richiamo sull’aria che nel frattempo sta entrando ma l’angolo γ2 non deve essere tanto grande da
creare un richiamo dei gas di scarico durante il primo tratto della successiva corsa discendente
del pistone. La somma degli angoli α1 + γ 2 prende il nome di angolo di incrocio delle valvole.
● Poiché in un motore normale la fase di aspirazione si compie a una pressione leggermente minore
di quella di scarico forzato, queste trasformazioni racchiudono un’area che, essendo percorsa in
senso antiorario, è negativa e rappresenta quindi una perdita di lavoro, che va sottratta al lavoro
positivo prodotto dal resto del ciclo.
motore normale motore sovralimentato
In un motore sovralimentato l’aria è
invece ammessa a pressione più alta
di quella di scarico, per cui l’area
racchiusa è positiva e si somma a
quella del resto del ciclo. La figura
1.20 illustra questo fatto in una scala
delle pressioni molto dilatata.
Figura 1.20 – Lavoro nella fasi di ammissione e scarico.
● I valori numerici degli angoli con cui le varie fasi del ciclo di un motore diesel a quattro tempi
avvengono in anticipo o in ritardo rispetto ai punti morti sono ampiamente variabili con il tipo di
motore, il numero di giri, la geometria del cilindro, il tipo di combustibile bruciato ecc.
Orientativamente questi angoli variano all’interno dei seguenti intervalli:
anticipo aspirazione: α1 = 15° ÷ 50° ritardo aspirazione: α2 = 10° ÷ 40°
anticipo iniezione: β1 = 15° ÷ 40° fine iniezione: β2 = 10° ÷ 30°
anticipo scarico: γ1 = 35° ÷ 50° ritardo scarico: γ 2 = 10° ÷ 40°
Ogni motore è accompagnato da un manuale d’uso detto monografia, la quale riporta il valore dei
sopraelencati angoli per un funzionamento ottimale del motore, che è fornito con gli organi della
distribuzione già predisposti in modo corretto. La conoscenza di detti angoli è però necessaria
quando si effettuano smontaggi e rimontaggi tali da richiedere il ripristino della cosiddetta
fasatura del motore. La lettura e la calibrazione di tutti gli angoli è resa possibile dal fatto che
sulla periferia del volano è bulinata la suddivisione in 360° e una tacca indica la posizione del PMS
per ogni cilindro. Se il motore è a V, sul volano è riportata una scala per ogni bancata.
20 CAPITOLO 1
(
1
)
Figura 1.21 – Principali sistemi di lavaggio studiati per i motori a due tempi.
1 lavaggio assiale con valvola di lavaggio in testa e luci di scarico sul fondo
2 lavaggio assiale con valvola di scarico in testa e luci di lavaggio sul fondo
3 lavaggio assiale a stantuffi contrapposti
4 lavaggio trasversale a luci contrapposte
5 lavaggio trasversale a luci sovrapposte
Figura 1.28 – Diagramma indicato e diagramma circolare reale di un motore diesel a due tempi.
La figura 1.28 riporta a sinistra il diagramma indicato per un generico motore diesel a due tempi
ed è ben visibile il caratteristico calo di pressione che si verifica quando il pistone scopre le luci
di scarico. A destra è invece riportato il diagramma circolare nel caso particolare di un motore a
due tempi a lavaggio trasversale a luci contrapposte, con luci di scarico più alte di quelle di
lavaggio, come per esempio quello schematizzato nella figura 1.22. Si nota che, essendo lo
scarico legato alla sola posizione del pistone, è ovviamente γ1 = γ 2 ; poi, nel primo tratto in cui il
pistone scopre le luci di scarico (angolo α1 – γ1), la pressione nel cilindro è maggiore di quella
nel collettore di lavaggio ma l’ingresso dei gas combusti è impedito dalle valvole automatiche
di non ritorno; queste poi si aprono e avviene la fase di lavaggio e scarico (angolo α1 + α2),
seguita dal tratto finale di ammissione supplementare a luci di scarico coperte (angolo α2 – γ2).
GENERALITÀ SUI MOTORI DIESEL 25
POMPE DELL’ARIA
Affinché l’aria potesse entrare nei cilindri, il motore a due tempi è sempre dovuto ricorrere alle
cosiddette pompe di lavaggio o pompe dell’aria o soffianti, azionate dallo stesso albero motore.
Chiaramente la potenza assorbita dalla pompa dell’aria rappresentava una perdita meccanica
non indifferente, che riduceva ulteriormente il tanto sognato traguardo di un raddoppiamento
della potenza rispetto al motore a quattro tempi.
Di norma ogni cilindro era servito da una propria pompa dell’aria, che era sempre volumetrica e
che poteva essere alternativa o rotativa a capsulismi (pompe Root) a due, tre o quattro lobi.
Figura 1.29 – Motore diesel a due tempi con Figura 1.30 – Motore diesel a due tempi con
soffiante di tipo alternativo. soffiante di tipo rotativo.
1 pompa dell’aria 1 pistone
2 refrigerante 2 collettore di lavaggio
3 collettore di lavaggio 3 valvola di scarico
4 collettore di scarico 4 pompa a lobi
Negli anni in cui la tecnica della sovralimentazione cominciava ad essere estesa anche ai motori
a due tempi le pompe dell’aria di tipo volumetrico furono utilizzate per realizzare il secondo
stadio di compressione ma, con i successivi progressi della tecnica, le turbosoffianti riuscirono a
sviluppare a pieno il rapporto di compressione richiesto dagli impianti di sovralimentazione e le
pompe dell’aria vennero del tutto abbandonate.
26 CAPITOLO 1
L’apparecchio è costituito da un corpo (1) che si inserisce sulla valvola di spurgo del cilindro e
che porta al suo interno un pistoncino scorrevole il quale, contrastato da una molla (2), si muove
sotto l’effetto della pressione interna al cilindro. Tramite una piccola leva (3), il moto del
pistoncino comanda una punta scrivente che lascia una traccia in un foglio di carta avvolto su un
tamburo (4) che a sua volta ruota in sincronismo con il movimento del pistone tramite un
cordino (5) contrastato da una molla a spirale: in questa maniera è possibile ottenere i cosiddetti
diagrammi indicati di funzionamento reale del motore.
28 CAPITOLO 1
Per via di inevitabili inerzie interne e di attriti meccanici, gli indicatori come quello ora descritto
possono fornire con sufficiente precisione il diagramma di lavoro di un motore diesel a due
tempi lento, ma non sono assolutamente in grado di essere impiegati con successo con quelli a
quattro tempi semiveloci o veloci.
Oggi si usano indicatori portatili di tipo elettronico (fig. 1.33), alimentati a batteria e in grado di
rilevare, con precisione superiore all’1%, pressioni anche superiori a 250 bar su motori con
velocità di 2 000 giri/min. Il sensore si avvita sulla valvola di spurgo del cilindro in esame e si
collega all’unità portatile, il cui display mostra già alcuni dati di interesse immediato. Una volta
conclusa la serie di misure su tutti i cilindri del motore, si scaricano i dati memorizzati dall’unità
portatile nel computer centrale della Sala Controllo Propulsione (SCP), dove i risultati possono
essere analizzati e poi inviati all’ufficio tecnico della società armatrice.
I diagrammi di tipo aperto si potevano ottenere con minore difficoltà e inoltre erano anche di più
facile lettura. I diagrammi forniti dagli indicatori elettronici sono generalmente di tipo aperto.
GENERALITÀ SUI MOTORI DIESEL 29
La figura 1.34 riporta come si presenta un diagramma di tipo aperto per un motore diesel a
quattro tempi: nel punto A comincia l’iniezione del combustibile, in B si registra la massima
pressione di combustione e in C la curva cambia bruscamente pendenza poiché si sta aprendo in
anticipo la valvola di scarico.
Figura 1.34 – Diagramma di tipo aperto per motore diesel a quattro tempi.
L’analisi dei risultati si effettua in primo luogo confrontando il diagramma di un cilindro con
quello degli altri oppure con quelli del medesimo cilindro ottenuti in prove precedenti. Lo studio
delle deformazioni del diagramma consente poi a un occhio esperto di riconoscere eventuali
malfunzionamenti, quali un’iniezione anticipata o ritardata, un iniettore ostruito, cali di tenuta
delle fasce elastiche ecc.
(a) (b)
Si accenna infine a un argomento sul quale si tornerà nel Capitolo 3, quando verrà affrontato lo
studio della potenza dei motori diesel.
Si è detto che l’area del diagramma chiuso esprime, nella dovuta scala, il lavoro interno o
indicato che il fluido operante ha ceduto in un ciclo completo all’organo mobile, cioè al pistone.
In passato il calcolo di tale area si effettuava con svariati metodi grafici o anche ritagliando la
parte del foglio in cui era disegnata l’area e pesandola con una bilancia di precisione. Oggi, se il
diagramma chiuso è ottenuto con un indicatore di tipo elettronico, l’area è inclusa nella serie di
dati forniti dal programma.
Se si costruisce (fig. 1.36) un rettangolo di pari area ed avente per base il volume di cilindrata
geometrica Vcg , l’altezza di questo rettangolo è detta pressione media indicata pmi : essa è la
media di tutte le pressioni interne al pistone durante tutto il ciclo, per cui rappresenta quella
pressione effettiva che, agendo costantemente sul pistone per tutta la corsa, fornirebbe un lavoro
interno uguale a quello prodotto dalla pressione interna variabile durante il ciclo.
I cilindri possono essere disposti in linea (sigla L) o a V (sigla V). Nella disposizione in linea il
cilindro numero 1 è quello più vicino all’osservatore, come pure nella disposizione a V, facendo
però precedere la lettera A per la bancata di sinistra e la lettera B per quella di destra (fig. 2.2).
(L) (V)
Figura 2.2 – Numerazione dei cilindri nelle configurazioni in linea (L) e a V (V).
32 CAPITOLO 2
Prende il nome di zappolatura l’insieme dei tacchetti di acciaio o di resina (zappoli o chocks)
posizionati sotto i piedi del basamento per spessorare il motore e tenerlo dritto trasversalmente e
con la prevista inclinazione longitudinale. Un motore può essere fissato alle ossature della nave
in modo rigido (rigid mounting) oppure flessibile o resiliente (flexible or resilient mounting),
cioè non poggiato direttamente sulle ossature della nave ma su una sub-struttura in monoblocco
(sub-frame), i cui piedi di appoggio sono a loro volta collegati alle ossature tramite zappoli
elastici. In tal modo si riduce la trasmissione di vibrazioni e di rumorosità alle strutture dello
scafo e quindi ai locali, esigenza molto sentita a bordo di navi passeggeri. Il primo motore
realizzato in questo modo fu un Sulzer 8LZ40, che venne installato nel 1982 su una nave da
crociera. La figura 2.4 mostra lo schema di un motore diesel a quattro tempi montato in maniera
resiliente e il sub-frame di un motore Sulzer ZA40S a otto cilindri.
Figura 2.4 – Schema di motore montato resiliente e sub-frame per motore ZA40 a 8 cilindri.
STRUTTURA DEI MOTORI DIESEL MARINI 33
La figura 2.5 mostra il particolare degli zappoli elastici con cui un motore a quattro tempi
Wärtsilä 20 montato in maniera resiliente poggia sulla sub-struttura.
Figura 2.5 – Zappoli elastici per motore a quattro tempi Wärtsilä 20 montato resiliente.
Le parti superiori delle travi longitudinali del basamento costituiscono i piani di montaggio
dell’incastellatura (crankcase), che a sua volta sostiene i cilindri. Prende il nome di carter il
volume racchiuso all’interno dell’incastellatura.
La figura 2.7 mostra il basamento, l’incastellatuta e il blocco cilindri di un motore a due tempi.
Figura 2.7 – Basamento, incastellatura e blocco cilindri del motore a due tempi Sulzer 7RT-flex60C.
Nei motori a quattro tempi l’incastellatura è del tipo a scatola. Spesso l’incastellatura e il
basamento sono incorporati in un unico blocco (in ghisa o in lamiera stampata e saldata) detto
monoblocco. In esso l’albero motore viene montato tramite cartelle saldate alla scatola o
ricavate da fusione. A queste cartelle sono poi montati i supporti che sostengono l’albero
motore tramite le ralle inferiori di banco. Anche qui, in alcuni tipi di incastellatura l’unione tra
basamento e cilindri può essere rinforzata da tiranti lunghi che, partendo dal basamento e
attraversando l’incastellatura per tutta la sua altezza, arrivano fino ai cilindri.
Spesso l’incastellatura vera e propria è
assente e il blocco cilindri forma un
tutto unico con il basamento. Questa
struttura compatta è un pezzo di
fusione in ghisa ad alta resistenza in
cui sono ricavati gli alloggiamenti
degli alberi a camme per il comando
delle valvole di aspirazione e scarico
(uno per bancata nel caso di cilindri a
V) e i condotti di adduzione e scarico
dell’acqua che raffredda i cilindri.
Appositi sportelli consentono poi di
ispezionare le punterie e le camme
della distribuzione (fig. 2.8). Sotto il
motore un serbatoio a forma di vasca
(pozzetto dell’olio, oil sump) riceve
l’olio lubrificante che ricade verso il
basso dopo aver lavorato e che poi è
filtrato e rimesso in circolazione.
Figura 2.8 – Monoblocco del motore a quattro tempi
Wärtsilä 6L26.
STRUTTURA DEI MOTORI DIESEL MARINI 35
2.3 CILINDRI
Il cilindro si compone di tre parti distinte (fig. 2.9):
- la camicia (1) o canna o cilindro interno di lavoro;
- l’involucro esterno (2);
- la testata (3) o coperchio del cilindro.
Nell’intercapedine (4) tra camicia e involucro circola l’acqua di
raffreddamento del motore. Involucro esterno e testata sono in
ghisa o in acciaio, la camicia è in ghisa speciale perché soggetta
all’attrito delle fasce elastiche ed è unita all’involucro solo
superiormente per potersi dilatare liberamente in senso assiale. Figura 2.9 – Cilindro.
La figura 2.10 mostra lo schema di una tipica camicia per motori a quattro tempi (1): questa
porta alla sua estremità superiore un labbro a gradino (3) che si incastra in una sede ricavata
nell’involucro esterno e su cui è premuta quando si serra la testata. Per assicurare la tenuta dei
gas, la faccia superiore del gradino porta una scanalatura circolare nella quale è quasi sempre
alloggiata una guarnizione, che un tempo era di rame e oggi di ferro dolce. La tenuta dell’acqua
nell’intercapedine è invece assicurata da anelli di gomma o di un altro elastomero, di solito nel
numero di tre, uno superiore e due inferiori (2). La figura 2.11 mostra la camicia di un grosso
motore a due tempi Sulzer RTA84T e sono ben visibili, in basso, le luci di lavaggio.
Figura 2.10 – Schema di camicia per motore Figura 2.11 – Camicia del motore a due
a quattro tempi. tempi Sulzer RTA84T.
36 CAPITOLO 2
La figura 2.12 mostra la testata di un motore diesel a quattro tempi e la figura 2.13 quella di un
tipico motore a due tempi a lavaggio assiale: nella prima sono ben visibili i bilancieri che
comandano l’apertura delle due valvole di aspirazione e delle due di scarico, nella seconda si
notino i fori per il fissaggio della testata all’involucro esterno della camicia e i due lunghi tiranti
per il successivo fissaggio del corpo della soprastante valvola di scarico.
STRUTTURA DEI MOTORI DIESEL MARINI 37
Figura 2.12 – Testata del motore a quattro tempi veloce Wärtsilä 20.
2.4 PISTONI
Il pistone (piston) o stantuffo è l’organo più soggetto a sollecitazioni termiche e meccaniche
perché ha il compito di sostenere la spinta dei gas di combustione e trasmetterla alla biella,
resistere ad alte temperature e infine fare da organo di tenuta dei gas e dell’olio. Deve pertanto
essere di adeguato spessore, ma nemmeno troppo pesante perché il suo veloce moto rettilineo
alternato comporta grosse accelerazioni, a loro volta responsabili di forze di inerzia che si
trasmettono ai manovellismi e a tutta la struttura del motore. I pistoni sono di acciai di vari tipi,
spesso con superfici cromate e, per motori di dimensioni minori, di leghe speciali di alluminio.
Nel suo moto il pistone viene a trovarsi in due posizioni estreme dette punto morto superiore
PMS (top dead center TDC) e punto morto inferiore PMI (Bottom Dead Center BDC). La
distanza tra i due punti morti è la corsa C (stroke S), lunga due volte il raggio di manovella. In
considerazioni geometriche generali si può fare l’ipotesi che il diametro interno del cilindro o
alesaggio D (diameter D) coincida con il diametro esterno del pistone.
Poiché si vuole che l’albero motore ruoti a velocità angolare costante, la stessa cinematica del
sistema biella-manovella comporta che il pistone si muova a una velocità variabile, che è nulla
ai punti morti e raggiunge il suo valore massimo in prossimità di metà corsa. Un parametro
caratteristico dei motori diesel è la velocità media dei pistoni Wm che, essendo n la velocità di
rotazione del motore espressa in giri al minuto, è data dalla relazione:
2C n Cn
Wm = =
60 30
A parità di altri fattori la potenza di un motore cresce con la velocità media dei pistoni, con cui
aumentano però anche gli attriti, l’usura, i problemi di raffreddamento e di lubrificazione, ma
soprattutto le forze d’inerzia delle parti mobili traslanti e rotanti. Pertanto i motori a più elevato
regime rotazionale dovranno essere di dimensioni sempre più ridotte e leggeri nelle loro parti
mobili. La tabella 2.1 riporta valori medi di larga massima della velocità di rotazione e della
velocità media dei pistoni per le tre grandi categorie in cui si possono dividere i motori diesel.
Tabella 2.1 – Regime rotazionale e velocità media dei pistoni.
Nei motori di piccola potenza testa e mantello sono in un unico pezzo, in quelli di media e
grande potenza sono in due pezzi di materiale diverso, collegati tra loro mediante prigionieri.
Il fondo della testa è irrobustito internamente da nervature circolari e radiali di fusione, che
servono anche per aumentare la superficie di scambio ed aiutare il raffreddamento del pistone.
Il cielo del pistone deve essere invece provvisto di un foro cieco filettato affinché vi si possa
avvitare un perno con il quale poter sfilare verticalmente il pistone.
In alcuni motori la lubrificazione interna, cioè quella delle camicie, viene ottenuta facendo sì
che parte dell’olio di lubrificazione generale, una volta raggiunto l’interno del pistone, esca
attraverso due o più fori e raggiunga così la zona di contatto con la camicia: nella figura 2.14
riportata nella pagina precedente si può appunto notare, sulla sinistra, uno di questi fori di
passaggio dell’olio lubrificante.
Sulla superficie laterale della testa è ricavato un certo numero di solchi o cave in cui sono
alloggiate le fasce elastiche (piston rings): quelle superiori (due o più) sono dette di tenuta o di
compressione (compression rings), quella inferiore è detta raschiaolio (scraper ring):
- le fasce di tenuta vengono premute contro la camicia dallo stesso olio lubrificante che, spinto
verso il basso dalla pressione dell’aria e poi dei gas di combustione, si infiltra nelle cave
esercitando una pressione sulla faccia interna delle fasce elastiche, impedendo così sia che i
gas di combustione raggiungano il carter sia che il cilindro perda compressione;
- la fascia raschiaolio ha il compito di distribuire in modo uniforme l’olio di lubrificazione
interna sulla superficie della camicia e impedire nello stesso tempo che l’olio che lubrifica i
manovellismi sottostanti, proiettato contro la parte inferiore dei cilindri, venga trascinato al
loro interno e provochi così sia un eccessivo consumo dell’olio stesso sia gli inevitabili danni
conseguenti alla sua incompleta combustione.
Le fasce elastiche hanno la forma di anelli circolari aperti, di diametro leggermente maggiore di
quello del pistone per cui, quando questo è inserito nella camicia, i due tagli arrivano quasi a
toccarsi. Speciali molle disposte alle spalle della fascia raschiaolio permettono di aumentare la
sua aderenza contro la superficie della camicia. I materiali usati per le fasce elastiche vanno
dalle ghise legate agli acciai, spesso cromati.
La figura 2.15 mostra le due fasce elastiche di tenuta (a, b) e la fascia raschiaolio (c) del motore
diesel a quattro tempi veloce Wärtsilä 20.
2.5 I MANOVELLISMI
I manovellismi trasformano il moto rettilineo alternato del pistone in moto rotatorio dell’albero
motore. Nei motori di piccola e media potenza tale trasformazione del moto si ottiene ricorrendo
al sistema articolato biella-manovella, in cui la biella è collegata direttamente al pistone, che in
questo caso prende il nome di stantuffo tuffante o a fodero.
All’interno del mantello sono ricavati due ringrossi in cui è infilato lo spinotto, che collega la
parte superiore della biella al pistone e che è un perno cavo in acciaio cementato e rettificato,
chiuso alle estremità da tappi filettati; due anelli d’acciaio inseriti in scanalature ricavate nei fori
di alloggio impediscono che lo spinotto si sposti assialmente e danneggi la camicia.
La figura 2.18 mostra i pistoni del motore a due tempi Sulzer RTA-84T.
Figura 2.18 – Pistoni con relative aste del motore a due tempi Sulzer RTA-84T.
La biella (connecting rod) è l’organo mobile che, assieme alla manovella, trasforma il moto
rettilineo alternato del pistone in moto rotatorio. È in acciaio speciale ad alta resistenza e in essa
si distinguono le seguenti tre parti principali (fig. 2.19).
- Il piede (small end), che prende questo nome perché i primi motori a combustione interna
erano stati realizzati con il cilindro posto in basso e i manovellismi nella parte superiore,
rappresenta l’estremità superiore della biella ed è collegato con lo spinotto del pistone o con
il testacroce. Il cuscinetto di piede di biella presenta grossi problemi di usura, in primo luogo
perché deve essere di dimensioni ridotte, quindi sollecitato da elevate pressioni specifiche,
poi perché è vicino alla zona più calda del cilindro, infine perché la biella non ruota di un
giro completo ma oscilla come un pendolo, quindi è più difficile che l’olio lubrificante risulti
distribuito in modo uniforme.
- Il fusto, con la sezione a doppio T affinché sia più leggero e
resistente allo sforzo del carico di punta, è lungo circa quattro
volte la manovella (più lungo diventerebbe troppo pesante,
più corto creerebbe invece eccessive spinte laterali) e forato
all’interno per consentire il passaggio dell’olio lubrificante.
- La testa (big end), che è l’estremità inferiore, è articolata sul
perno di biella dell’albero motore. È di maggiori dimensioni
perché la zona lo consente, quindi le pressioni sono ridotte e
la lubrificazione risulta migliore anche grazie alla rotazione
completa: per questi motivi il suo carico di lavoro non è
molto gravoso e le ispezioni del relativo cuscinetto possono
essere più distanziate nel tempo. Per ragioni di montaggio è
costruita in due pezzi, uno solidale con il fusto e l’altro
(cappello) collegabile ad esso tramite viti o perni; la testa di
biella non ruota direttamente sul suo perno ma tramite un
cuscinetto strisciante diviso in due metà, una sistemata nella
sede interna del cappello, l’altra dalla parte del fusto, e le due
metà sono fissate tramite speciali risalti che ne impediscono
lo scorrimento. La figura 2.20 mostra la biella del motore a
quattro tempi Wärtsilä 64. Figura 2.19 – Biella.
42 CAPITOLO 2
Figura 2.20 – Biella del motore Wärtsilä 64. Figura 2.21 – Albero a manovelle.
Nei motori a quattro tempi i perni di banco, le manovelle e i perni di biella sono forati per
consentire all’olio inviato ai cuscinetti di banco di lubrificare tutto il manovellismo e, risalendo
attraverso le bielle, arrivare fino ai pistoni per esercitare anche il ruolo di fluido refrigerante; nei
motori a due tempi l’olio in arrivo ai testacroce raggiunge invece i cuscinetti di testa di biella
percorrendo in discesa le bielle forate. Affinché l’intero albero a manovelle non diventi troppo
lungo e quindi soggetto a eccessive deformazioni e vibrazioni torsionali, è necessario che perni
di biella e di banco siano molto corti, pertanto dovranno avere un diametro maggiorato perché si
possano realizzare superfici di contatto con i cuscinetti sufficientemente grandi da ridurre le
pressioni specifiche. Allo scopo di bilanciare l’albero a manovelle, in molti motori le maschette
presentano speciali contrappesi sistemati dalla parte opposta dei perni.
I cuscinetti di banco (main bearings) hanno il compito di sostenere l’albero a manovelle, di cui
alloggiano i perni di banco. Ogni cuscinetto è sostenuto da una sella semicircolare ricavata nella
sommità della cartella ed è sormontato da un cappello, esso pure semicircolare, imbullonato alla
sella ed al basamento. I cuscinetti tradizionali erano formati da due gusci semicircolari di
acciaio o di bronzo detti ralle, rivestiti di un materiale antifrizione detto metallo bianco.
● I metalli bianchi (o metalli Babbit) sono leghe caratterizzate da un modesto coefficiente di attrito
radente e da una bassa temperatura di fusione. Erano usati per rivestire i supporti di vari tipi di
cuscinetti a strisciamento proprio per ridurre gli attriti e segnalare, tramite proiezioni di metallo
fuso, eventuali surriscaldamenti locali. I metalli bianchi sono formati dall’85 ÷ 90% di stagno e
per il resto da antimonio, rame, alluminio, cadmio ecc. a seconda del particolare impiego.
Le ralle attuali consistono di sottili elementi in leghe più evolute e, se deteriorati, devono essere
sostituiti. La figura 2.25 mostra le due semiralle di un cuscinetto moderno e la loro costituzione,
e nella figura 2.26 si vedono i cappelli dei cuscinetti di banco posizionati temporaneamente
sulla sommità delle cartelle del basamento di un motore a due tempi Sulzer 7RT-flex60C.
Figura 2.26 – Basamento del motore 7RT-flex60C con i cappelli dei cuscinetti
di banco posizionati temporaneamente sulle cartelle.
STRUTTURA DEI MOTORI DIESEL MARINI 45
2.6 LA DISTRIBUZIONE
Nei motori a combustione interna si chiama distribuzione (timing system) il complesso dei
meccanismi di comando delle valvole di aspirazione e scarico e dei sistemi di iniezione del
combustibile, operazioni che devono avvenire ad alta velocità e in tempi programmati e precisi.
Nei motori a quattro tempi l’ingresso di aria fresca e lo scarico dei gas combusti avvengono
tramite valvole poste sulla testata del cilindro e comandate tradizionalmente da un albero a
camme (camshaft) che ruota a un numero di giri pari alla metà di quello dell’albero motore e
che porta, per ogni cilindro, due camme per le valvole più una per la pompa del combustibile.
Nei motori a due tempi a lavaggio assiale il comando riguarda solo la valvola di scarico e la
pompa del combustibile mentre in quelli a lavaggio trasversale riguarda solo quest’ultima.
● Come il sistema biella-manovella, anche quello camma-punteria è dunque una coppia cinematica
in grado di trasformare il moto da circolare in rettilineo alternato. Tra questi due sistemi esistono
però delle differenze, che consentono di individuare il loro migliore campo di impiego. In primo
luogo, mentre il sistema biella-manovella è reversibile, nel senso che l’elemento meccanico
motore può essere quello dotato di moto rettilineo (come nel motore diesel) o circolare (come in
una pompa alternativa), nel sistema camma-punteria si può solo trasformare il moto circolare
della camma in moto rettilineo alternato della punteria, e non viceversa. Inoltre il sistema camma-
punteria è adatto solo per movimenti rettilinei della punteria dell’ordine di pochi millimetri o
poche decine di millimetri, mentre il piede di biella può percorrere anche distanze di diversi metri.
La figura 2.28 mostra due esempi di profili di camme e due tipi di punteria.
Quanto alle valvole, il loro azionamento può avvenire in maniera puramente meccanica diretta o
indiretta. Nel primo caso (fig. 2.29) la camma (1) solleva una punteria meccanica (2) collegata a
un’estremità di un bilanciere (3), che è fulcrato su un sostegno centrale (4) fissato alla testata
del motore e che si collega all’altra estremità con lo stelo della valvola (5). La figura 2.30
mostra lo schema della distribuzione tradizionale di un motore diesel a quattro tempi GMT B
550 con due valvole di aspirazione e due valvole di scarico per cilindro: il motore è in versione
non reversibile perché ogni tronchetto di albero porta per ogni cilindro una sola serie di camme.
Figura 2.29 – Azionamento diretto con Figura 2.30 – Schema della distribuzione per
punteria meccanica. un motore a quattro tempi.
La valvola di scarico è inoltre spesso provvista di dispositivi (tipo il dispositivo rotocap) che ne
permettono la rotazione a ogni ciclo per mantenere la temperatura uniforme in tutti i suoi punti.
Ad esempio, nei Sulzer RTA e in molti motori a quattro tempi (per es. il MAN-B&W L 58/64),
speciali alette riportate sullo stelo e azionate dai gas di scarico fanno ruotare la valvola di 10° ÷
15° a ogni giro del motore. La figura 2.33 riporta, a sinistra, lo schema di una valvola rotante
posta sullo scarico dei cilindri di un motore Sulzer RTA: si noti il circuito dell’acqua di
raffreddamento che, prima di raggiungere la testata, provvede a sottrarre calore alla sede della
valvola. A destra è invece riportata la valvola di scarico di un motore 7RTA84, montato sulla
portacontenitori “Neptune Garnet” dopo 29 235 h complessive di servizio.
Poiché conviene che l’albero a camme sia posto il più vicino possibile alla testata, per coprire la
distanza tra l’albero a camme e l’albero motore si può ricorrere a rotismi (fig. 2.34), come per
esempio nei motori Sulzer, o a catene (fig. 2.35), come per esempio nei motori MAN-B&W.
2.7 IL VOLANO
Si definisce volano una massa rotante caratterizzata da una elevata energia cinetica rotazionale
dovuta soprattutto all’elevato momento di inerzia. Detti I [kg m2] il momento di inerzia della
massa rotante e ω [rad/s] la sua velocità angolare, l’energia cinetica rotazionale E [J] è data da:
1
E = I ω2
2
e si potrebbe dimostrare che, per un cilindro pieno di massa M e raggio R e un cilindro cavo di
massa M, raggio interno Ri e raggio esterno Re , i momenti d’inerzia I valgono (fig. 2.36):
1 1
I = M R2 I = M (R i2+R e2)
2 2
Si vede dunque che, a parità di massa, il momento d’inerzia cresce con il quadrato della distanza
dall’asse di rotazione a cui questa massa è distribuita.
Il volano (flywheel) esercita un ruolo importante nel comportamento dinamico di un apparato di
propulsione perché, mentre il momento resistente creato da un’elica si può ragionevolmente
ritenere costante nel tempo, quello motore sviluppato da un diesel è caratterizzato da inevitabili
fluttuazioni periodiche nell’arco di ogni giro dovute al non uniforme sforzo tangenziale che ogni
motore a combustione interna alternativo trasmette all’albero a manovelle. Tali fluttuazioni di
momento motore si traducono in fluttuazioni di velocità angolare che si riducono al crescere del
numero dei cilindri, ma sono sempre tali da creare pericolose vibrazioni sulla linea d’assi.
Il volano montato sull’estremità motrice del motore, grazie all’elevato momento d’inerzia che
gli deriva dalla massa che possiede ma soprattutto dal consistente diametro, tende a compensare
queste variazioni periodiche di velocità angolare, cedendo o assorbendo una quantità di energia
meccanica trascurabile rispetto a quella accumulata, per cui funziona come uno stabilizzatore di
velocità rotazionale.
50 CAPITOLO 2
2.8 IL VIRADORE
Il viradore o viratrice è costituito di un motore elettrico il quale aziona un pignone che, tramite
una leva azionabile a mano, può ingranare su una dentatura riportata sulla periferia del volano.
In tal modo è possibile far ruotare l’intero complesso motore-riduttore-linea d’assi a bassissima
velocità, in media da meno di un terzo di giro al minuto fino a pochissimi giri al minuto.
A bordo delle motonavi il viradore è utile per:
- far compiere al motore un giro completo prima della manovra di avviamento, per verificare
in modo visivo che, con valvole di spurgo aperte, non esca alcun fluido dai cilindri (olio,
combustibile o acqua) e che, dalla lettura dell’assorbimento elettrico del motore di comando
del viradore, non vi siano impedimenti meccanici alla rotazione del motore;
- portare l’albero motore e gli organi ad esso collegati nella posizione voluta dalle operazioni
di fasatura che si intendono effettuare (rilievo delle flessioni, sostituzione di un pistone o di
un cuscinetto ecc.); per un aggiustamento fine della posizione dell’albero a manovelle è poi
previsto un volantino ad azionamento manuale;
- bloccare il motore per metterlo in sicurezza affinché non si verifichino incidenti durante
visite e lavori, per esempio con nave ancorata in rada o lungo le sponde di un fiume, quando
la corrente di scia di un’altra nave in transito potrebbe agire sull’elica come su una turbina.
Il viradore è collegato ad asservimenti pneumatici che, quando è inserito, intercettano l’aria di
avviamento, scaricano il collettore dell’aria di avviamento e segnalano visivamente con un led il
suo stato sul quadro di controllo in sala controllo propulsione. La figura 2.37 mostra il viradore
del motore a quattro tempi Wärtsilä 38, uno schema funzionale semplificato e la simbologia dei
collegamenti con gli attuatori pneumatici di sicurezza e il microinterruttore per il segnale visivo.
Figura 2.37 – Viradore e volano del motore Wärtsilä 38, schema funzionale e sicurezze.
3
La potenza nei motori diesel marini
Figura 3.1 – Diagramma-fiume per impianto di propulsione con motore diesel a quattro tempi.
LA POTENZA NEI MOTORI DIESEL MARINI 53
Non tutta la potenza teorica diventa però potenza meccanica utile sull’organo mobile, a causa di
perdite interne quali attriti fluodinamici, combustioni incomplete o ritardate, fughe da valvole e
fasce elastiche ecc., ma soprattutto perdite termiche per irraggiamento e raffreddamento del
motore, che rappresentano la quasi totalità delle perdite interne.
Per raffreddamento si intende la sottrazione voluta di calore dalle varie parti del motore tesa a
evitare che alcune raggiungano temperature tali da comprometterne la resistenza meccanica o da
innescare pericolosi processi di corrosione.
Sarebbe auspicabile che il raffreddamento riuscisse a ridurre la temperatura dei materiali senza
però raffreddare i fumi perché questi, calando di temperatura e quindi di pressione, cederebbero
una minore potenza meccanica ai pistoni. Disgraziatamente è impossibile evitare questo effetto
collaterale, per cui il raffreddamento rappresenta di fatto un’inevitabile perdita di potenza.
Le parti sottoposte a raffreddamento sono le camicie, i pistoni, le testate e gli organi inseriti in
queste, vale a dire i polverizzatori e le valvole. Le modalità con cui il raffreddamento è condotto
variano però molto da motore a motore. In via del tutto generale si può dire che:
- nei motori a due tempi un circuito di raffreddamento ad acqua dolce sottrae calore alle
camicie e alle testate, mentre per i pistoni è previsto un circuito separato ad acqua o ad olio;
- nei motori a quattro tempi il circuito di raffreddamento ad acqua dolce sottrae sempre calore
alle camicie e alle testate, ma per i pistoni l’incarico è assegnato all’olio di lubrificazione;
- al flusso termico di raffreddamento delle camicie dovrebbe essere aggiunta parte del calore
di attrito prodotto dallo sfregamento delle fasce elastiche contro la superficie delle camicie;
- il raffreddamento delle turbosoffianti, se previsto, è affidato normalmente a una diramazione
del circuito di raffreddamento delle camicie.
Il flusso termico sottratto per raffreddamento è molto variabile, sia per il diverso ruolo svolto in
tal senso dal circuito di lubrificazione, sia a seconda del tipo di motore, del suo regime di
funzionamento e della sua età. Negli anni ’60 la perdita per raffreddamento poteva infatti
arrivare anche al 25% della potenza chimica disponibile nel combustibile, ma i successivi
progressi raggiunti nel campo dei materiali e dei lubrificanti hanno in seguito reso possibile un
calo continuo di tale perdita fino a farla scendere anche a meno del 10%, e si spera che essa
potrà essere addirittura azzerata quando saranno disponibili nuovi materiali metalloceramici
resistenti agli sforzi meccanici e alle alte temperature.
Va detto che una discreta frazione del calore sottratto al motore per raffreddamento può venir
recuperata utilmente per vari scopi (produzione di acqua distillata, acqua di lavanda calda ecc.),
ma la cosa incide sull’economia di gestione della nave e non sulla resa del motore diesel.
Altra perdita termica è l’irraggiamento, cioè il flusso termico che le varie parti del motore
emettono sotto forma di onde elettromagnetiche a bassa frequenza. La valutazione di tale perdita
è praticamente impossibile, perché dipende dall’emissione di molte parti meccaniche differenti
per temperatura, forma, dimensioni, posizione reciproca, stato e colore della superficie, ecc., al
punto che, quando si fa il bilancio termico di un motore in sala prove, l’irraggiamento è valutato
per differenza, verificando solo che rientri nel suo campo abituale, che varia mediamente dallo
0,5% al 2,5% della potenza chimica disponibile nel combustibile.
54 CAPITOLO 3
Sottratte la perdita allo scarico e quelle termiche, ecco che risulta la potenza meccanica che i gas
di combustione cedono realmente ai pistoni, chiamata potenza interna (perché ceduta dal
fluido agli organi mobili all’interno del motore) o anche potenza indicata Pi perché calcolabile,
come si vedrà più avanti, da speciali diagrammi indicati forniti da strumenti detti indicatori.
Prende invece il nome di potenza effettiva la potenza Pe che il motore rende disponibile al
giunto di accoppiamento con il carico che il motore stesso deve azionare, nel nostro caso l’asse
del propulsore. È anche detta potenza effettiva al giunto o effettiva al freno perché è misurabile
in sala prove tramite operazioni di frenatura. Proprio perché è quella concretamente disponibile
qualunque sia l’impiego del motore, si fa riferimento ad essa per valutare tutte le prestazioni di
quest’ultimo (momento motore, consumi specifici di combustibile e di aria ecc.).
La potenza effettiva è inferiore a quella indicata a causa di perdite meccaniche necessarie per:
- vincere gli attriti tra fasce elastiche e camicie, nei manovellismi, nei cuscinetti di banco ecc.,
- azionare organi ausiliari trascinati dallo stesso albero del motore, come i meccanismi della
distribuzione, le pompe di iniezione del combustibile, quelle di circolazione dell’acqua di
raffreddamento e dell’olio, i dispositivi di regolazione ecc.
Si può stimare che circa l’80% delle perdite meccaniche sia imputabile ad attriti, il resto aziona
gli organi ausiliari e poi va anch’esso disperso in calore. Si fa comunemente l’ipotesi che le
perdite meccaniche coincidano con il flusso termico asportato dall’olio di lubrificazione: infatti,
anche se non si può sapere quanto calore della combustione sia portato via dall’olio o quanto
calore di attrito sia sottratto dall’acqua di raffreddamento, sta di fatto che perdite meccaniche e
il flusso termico di lubrificazione hanno spesso il medesimo valore numerico. Ricordando però
che in un motore a quattro tempi l’olio di lubrificazione provvede anche a sottrarre calore ai
pistoni, il diagramma-fiume mostra come le perdite meccaniche e quella per raffreddamento dei
pistoni confluiscano nel flusso termico portato via dall’olio. Si noti che il riscaldatore del
depuratore dell’olio contribuisce in misura irrilevante ad aumentare il flusso termico uscente dal
motore con l’olio lubrificante.
L’asse del motore è collegato a quello dell’elica tramite un giunto di accoppiamento il quale,
oltre a impedire che le oscillazioni del momento angolare tipiche del motore diesel causino
vibrazioni torsionali sulla linea d’assi, può avere anche il ruolo di innesto per eventuali manovre
di disaccoppiamento. Tale giunto può essere a frizione, elastico, idraulico o elettromagnetico ed
è caratterizzato da proprie perdite meccaniche. L’asse dell’elica dissipa poi una certa frazione di
potenza per vincere attriti meccanici localizzati nei cuscinetti portanti della linea d’assi, nel
cuscinetto reggispinta dell’elica e, qualora presente, nel riduttore del numero dei giri.
Sottraendo tutte queste perdite meccaniche della linea d’assi dalla potenza effettiva, risulta per
differenza la cosiddetta potenza effettiva all’asse o potenza asse Pa che, a meno delle perdite
meccaniche per attrito nell’astuccio dell’elica, è praticamente la potenza fornita all’elica.
L’elica, avvitandosi in un mezzo cedevole e al tempo stesso viscoso come l’acqua, disperde in
essa una certa frazione di potenza meccanica in moti vorticosi e attriti idraulici. Pertanto,
sottraendo dalla potenza asse tali perdite dell’elica, quest’ultima trasmette allo scafo una
potenza reattiva minore della potenza asse e che prende il nome di potenza propulsiva Pp .
La potenza propulsiva, uguale e contraria alla potenza resistente PR che si oppone al moto della
nave, deve pertanto essere impressa allo scafo della nave proprio perché questa avanzi alla
velocità voluta.
LA POTENZA NEI MOTORI DIESEL MARINI 55
3.2 RENDIMENTI
Per meglio chiarire il valore relativo delle varie potenze che caratterizzano un impianto di
propulsione navale con motore diesel si rivelano particolarmente utili alcuni rendimenti, definiti
come il rapporto tra una certa potenza e un’altra presa come riferimento.
La comprensione di questi rendimenti risulta più facile se si rappresentano le potenze incontrate
nel diagramma-fiume in un diagramma a blocchi in cui il simbolo di ogni rendimento è unito
con due linee di collegamento alle potenze alle quali si riferisce (fig. 3.2) e sottintendendo che
ogni rendimento che compare nel diagramma debba essere inteso come il rapporto tra la potenza
minore e quella maggiore alle quali è associato.
La tabella 3.1 riunisce questi rendimenti, riportando per ognuno di essi il nome, il simbolo, un
breve commento e il campo medio di variabilità. È opportuno ricordare che un rendimento è un
numero adimensionale che varia fra 0 e 1, ovvero fra lo 0% e il 100%.
56 CAPITOLO 3
● Proprio perché ogni rendimento è il rapporto di due potenze, è possibile esprimere una di
queste in funzione dell’altra. Per esempio:
P P
supposto noto η ma = a , risulterà: Pa = Pe η ma ovvero: Pe = a
Pe ηma
● Un rendimento che confronta fra loro due potenze non contigue è il prodotto di tutti i
rendimenti intermedi in serie. Per esempio:
Pe Pt Pi Pe
essendo = , segue: η te = η t t η s η mf
Gc H i G c H i Pt Pi
LA POTENZA NEI MOTORI DIESEL MARINI 57
Detti n i giri al minuto, z il numero di cilindri e t quello dei tempi (2 oppure 4), nc risulta:
n 2
nc = z cicli/s
60 t
n 2 1
Si ha così: Pi = Lc nc = 100 000 pmi Vcg z kW
60 t 1000
3,33
e in definitiva: Pi = pmi Vcg z n kW
t
che compendia tutti i fattori che influenzano la potenza di un motore diesel. Questa relazione era
di comune impiego nei calcoli relativi alle motrici alternative a vapore, ove la potenza indicata
rappresentava un comodo riferimento per il calcolo di molte prestazioni del motore stesso. Nel
caso dei motori diesel risulta invece più pratico fare riferimento alla potenza effettiva.
● Valori medi orientativi della pressione media effettiva pme sono i seguenti:
diesel a due tempi lenti (low speed, l.s.): pme = 15 ÷ 20 bar
diesel a quattro tempi medioveloci (medium speed, m.s.): pme = 18 ÷ 26 bar
diesel a quattro tempi veloci (high speed, h.s.): pme = 24 ÷ 30 bar
58 CAPITOLO 3
● La velocità istantanea di rotazione dell’albero motore si misura con i tachimetri, che possono
essere di tipo tradizionale o elettronico; questi ultimi commutano in giri al minuto la frequenza
recepita da un magnete (pick-up) posto a distanza ravvicinata a una ruota dentata (ruota fonica).
Se non si dispone di un tachimetro, si può impiegare un semplice contagiri e contare i giri fatti in
un minuto. Noti i giri al minuto n, la velocità angolare ω è data dalla relazione:
n
ω = 2π
60
Capostipite dei vari tipi di freni è il freno di Prony, formato da due ceppi che vengono serrati
intorno all’albero motore, uno dei quali provvisto del braccio alla cui estremità è posto il
contrappeso; due scontri impediscono che l’insieme sia trascinato in rotazione incontrollata,
mentre il contrappeso ha il compito di creare il momento equilibrante uguale e opposto a quelli
di attrito e motore. Il freno a ceppi è poco pratico per la difficoltà di eseguire misure a diversi
regimi di potenza e di velocità, ma soprattutto per via del forte riscaldamento creato da valori
anche modesti di momento motore.
LA POTENZA NEI MOTORI DIESEL MARINI 59
Più diffusi sono vari tipi di freni idraulici (Froude, Ranzi, Beretta e altri), nei quali la potenza
motrice è dissipata sotto forma termica obbligando un liquido (solitamente acqua) a fluire in
modo vorticoso all’interno di cavità di varia forma realizzate in un rotore e in uno statore del
tutto simili a quelli di un giunto idraulico. Ogni tipo di freno idraulico ha un proprio sistema per
realizzare la variazione continua del momento frenante, mentre l’elevato flusso termico creato
per attrito è asportato dalla stessa acqua in circuito aperto. Si impiegano anche freni a correnti
parassite, in cui la regolazione è fatta agendo sulla corrente di alimentazione, e in alcuni casi
particolari si ricorre a speciali freni aerodinamici. L’intero argomento è comunque molto più
complesso di quanto appaia da questa breve presentazione, richiede apparecchiature sofisticate e
personale particolarmente addestrato. La determinazione della potenza effettiva di un motore
diesel per mezzo di freni è peraltro effettuata unicamente in sala prove e non a bordo.
Quanto infine al numero di giri al minuto n, il motore a due tempi non può ovviamente superare
i limiti dell’accoppiamento diretto con l’elica, anzi l’aumento delle prestazioni del motore
impone addirittura di ridurre sempre più la velocità di rotazione.
Nei motori a quattro tempi ad accoppiamento indiretto la strada di aumentare la potenza
aumentando la velocità di rotazione appare invece ovvia, con limiti imposti dai seguenti
problemi:
- le forze d’inerzia delle masse animate di moto traslatorio o rotatorio alternato dipendono
soprattutto dal quadrato della velocità di rotazione e sono responsabili di sollecitazioni
meccaniche degli organi in movimento con relativi cuscinetti e di pericolose vibrazioni che
sono poi trasmesse a tutta la struttura della nave;
- le perdite meccaniche del motore crescono esse pure con il quadrato del numero dei giri.
Per concludere, il problema di come agire sui fattori della potenza perché questa raggiunga il
suo massimo in assoluto con una singola unità di propulsione è risolto dai motori diesel a due
tempi a lavaggio assiale, che coprono un campo di potenze compreso fra qualche megawatt fino
a oltre 100 MW, con bassi numeri di giri, da poco più di 50 fino a circa 200 giri/min (fig. 3.4).
PROVE AL BANCO
Le prove al banco rappresentano i primi collaudi a cui il motore va incontro e vengono eseguite
dalla casa costruttrice installando il motore in un locale attrezzato detto sala prove. Le prove
sono condotte in condizioni ambientali controllate e specificate nella monografia allegata al
motore. Per esempio le condizioni di riferimento secondo la specifica ISO 3046-1-1993
stabiliscono una pressione barometrica totale di 1,0 bar, una temperatura dell’aria di 25 °C e una
umidità relativa del 30%; per ogni altra determinazione sperimentale (prestazioni dell’impianto
di sovralimentazione, consumi specifici di combustibile e di lubrificante ecc.) vengono via via
specificate le condizioni di prova.
In seguito il motore subirà un collaudo più realistico durante le prove in mare successive al varo,
quando i tecnici del cantiere e della casa costruttrice, alla presenza degli ispettori delle società di
classificazione interessate e dei periti nominati dall’armatore, proveranno le prestazioni del
motore durante la navigazione, quindi in condizioni ambientali reali e con tutte le cause di
disturbo che poi caratterizzeranno la vita operativa dell’impianto, quali il moto ondoso, le
vibrazioni dello scafo ecc. Le prestazioni del motore saranno poi verificate continuamente durante
l’esercizio della nave a cura degli ufficiali di macchina, che elaboreranno i dati raccolti e li
trasmetteranno alla compagnia armatrice e alle società incaricate dell’assistenza tecnica (service).
Un primo obiettivo delle prove al banco è di effettuare una serie di rilievi che poi consenta di
calcolare in che misura la potenza chimica disponibile nel combustibile si va a ripartire tra
potenza effettiva e perdite, per poi redigere il cosiddetto bilancio termico del motore. In secondo
luogo si provano le prestazioni del motore facendo subire alle sue variabili operative
l’escursione più completa possibile e si tracciano le curve che descrivono le sue prestazioni di
funzionamento. Infine si verificano eventuali malfunzionamenti e si provvede a porvi rimedio.
Nei rilievi preliminari per la stesura del bilancio termico occorre fare in modo che ognuna delle
varie potenze e perdite viste prima con il diagramma-fiume sia calcolata in modo autonomo,
cioè evitando di ricavarla per somma o differenza di altre e, quando possibile, è bene calcolare
una potenza o una perdita in più maniere differenti, per poi capire quale delle determinazioni
eseguite sia da ritenersi più attendibile e fare una media ragionata dei risultati ottenuti.
La determinazione della potenza chimica disponibile nel combustibile è immediata perché basta
moltiplicare il consumo di combustibile, espresso in kg/s, per il suo potere calorifico inferiore,
espresso in kJ/kg. Il consumo sarà letto da appositi contatori o calcolato dividendo per un dato
intervallo di tempo la massa corrispondente bruciata, nota a sua volta dal prodotto di un volume
(dedotto da misure di livello) per una densità (desunta da tabelle o misurata sperimentalmente).
Il potere calorifico inferiore può invece essere noto dal certificato che accompagna la fornitura o
da un’analisi effettuata su un campione inviato a un laboratorio specializzato.
Per il calcolo della perdita allo scarico va assegnata particolare cura alla misura delle portate di
aria e di gas di scarico, nonché a quella delle temperature nei vari punti del circuito (scarico dei
cilindri, ingresso e scarico della turbina, della soffiante e dei refrigeranti dell’aria ecc.). In tal
modo è possibile calcolare per differenza la potenza teorica, per la quale non vi sono purtroppo
possibilità di calcolo alternativo.
La potenza indicata si determina con calcoli condotti sui diagrammi visti nel capitolo 1, avendo
cura di predisporre l’indicatore per la lettura della reale pressione interna ai cilindri.
LA POTENZA NEI MOTORI DIESEL MARINI 63
Un altro calcolo che non riserva particolari difficoltà è quello del flusso termico sottratto dal
circuito di raffreddamento delle camicie: è sufficiente misurare con precisione la portata di
acqua che circola nel motore e rilevare le temperature di ingresso e di uscita.
È invece impossibile calcolare la perdita per irraggiamento perché essa dipende dall’emissione
di molte parti meccaniche, differenti per temperatura, forma, dimensioni, posizione reciproca,
stato e colore della superficie ecc. L’unica alternativa è quella di valutare l’irraggiamento per
differenza una volta completato il bilancio termico e di verificare che questa perdita rientri nel
suo campo abituale, che varia in media dallo 0,5% al 2,5% della potenza chimica disponibile.
BILANCIO TERMICO
Redigere il bilancio termico di un motore significa calcolare in che misura la potenza chimica
disponibile nel combustibile si va a ripartire fra potenza effettiva al freno e singole perdite. Tale
calcolo rappresenta uno dei risultati conclusivi delle prove al banco e può essere fornito sotto
forma di tabella (come mostra per esempio la tabella 3.2).
Tabella 3.2 – Esempio di possibile bilancio termico di un motore diesel a quattro tempi
Potenza o perdita Valore in kW Valore in %
potenza effettiva 5 430 50,3
perdita allo scarico 2 857 26,5
raffreddamento cilindri 837 7,7
raffreddamento aria 824 7,6
raffreddamento olio 633 5,9
irraggiamento 219 2,0
TOTALE (potenza chimica disponibile) 10 800 100,0
In sostituzione o in aggiunta ai dati contenuti in una tabella, il bilancio termico può essere
fornito anche sotto forma di diagramma-fiume, come mostrano le figure 3.5 e 3.6.
64 CAPITOLO 3
Figura 3.5 – Bilancio termico del motore a due tempi RTA 84 (Sulzer).
Figura 3.6 – Bilancio termico del motore a due tempi MAN-B&W 6L80MCE
alla velocità di 83 giri/min ed al 100% del carico.
LA POTENZA NEI MOTORI DIESEL MARINI 65
CURVE CARATTERISTICHE
Per ogni tipo di motore è molto importante riuscire a descrivere e verbalizzare in qualche modo
le leggi di variazione dei suoi parametri di funzionamento investigati durante le prove al banco,
sia per consentire agli uffici tecnici della casa costruttrice di studiare i risultati delle prove stesse
e progettare modifiche migliorative, sia per fornire agli acquirenti tutta una serie di informazioni
utili per sfruttare correttamente il motore e scoprire eventuali anomalie o avarie.
Una prima descrizione del comportamento del motore è fornita dalle curve caratteristiche, le
quali sono diagrammi che indicano come variano la potenza effettiva P, il momento M e il
consumo specifico c in funzione del numero di giri n. Questi diagrammi si costruiscono tramite
prove al banco con motore alimentato mantenendo costante il grado di ammissione delle pompe
del combustibile e facendo variare il numero di giri agendo sul freno. In tali condizioni di prova
la potenza sviluppata dal motore dovrebbe crescere linearmente con la portata di combustibile
erogata, quindi con il numero di giri.
In realtà (fig. 3.7) il motore funziona solo oltre un certo numero di giri, come si può verificare
riducendo progressivamente l’ammissione di nafta: al diminuire del numero di giri la potenza
sviluppata diminuisce sempre più rapidamente, fino a un numero di giri critico, sotto il quale la
macchina non regge più il carico e si arresta a causa di un riempimento imperfetto e delle
accresciute irregolarità del momento motore. Per contro, al crescere del numero dei giri la
potenza cresce prima quasi linearmente poi più lentamente, fino a un punto di massimo PMAX in
corrispondenza del numero di giri n3 , dopo di che diminuisce rapidamente: tale diminuzione di
potenza è dovuta al calo del coefficiente di riempimento e al crollo del rendimento meccanico a
causa delle resistenze passive che crescono con il quadrato del numero dei giri. La prova non si
spinge però oltre un dato numero di giri nMAX (di cui n3 è circa il 90%) per non imballare il
motore e sottoporlo così a pericolose sollecitazioni.
Immaginando che, per come sono state condotte le prove al banco, sia stata tracciata per prima
la curva della potenza P, si può costruire per calcolo quella del momento motore M, che risulta
essa pure una curva a massimo. Per determinare il punto MMAX si procede nel modo seguente.
Sempre per calcolo (dividendo cioè il consumo orario di combustibile per la potenza sviluppata
dal motore) e riportando i risultati nel diagramma, si può poi costruire la curva del consumo
specifico di combustibile c, che risulta una curva a minimo di forma piuttosto appiattita, con il
punto cMIN in corrispondenza di un numero di giri n2 intermedio tra quello n1 di momento
massimo e quello n3 di potenza massima. Superato il punto di minimo, il consumo specifico di
combustibile cresce dapprima lentamente e poi in misura sempre più marcata, soprattutto dopo
che si è superata la velocità di massima potenza.
Le curve caratteristiche forniscono alcune prime informazioni sul comportamento del motore
ma non tengono conto delle reali condizioni operative che questo affronterà nel suo esercizio
per raggiungere obiettivi differenti, come per esempio la costanza del numero dei giri al variare
del carico, risultato che si otterrà variando il grado di ammissione delle pompe del combustibile.
Si ricorda infatti che, se si vuole che una macchina lavori in condizioni di equilibrio dinamico,
cioè a un regime costante di velocità rotazionale, devono essere uguali fra loro la potenza
motrice e quella resistente. Se, per una qualunque causa esterna, la potenza resistente aumenta o,
come si dice nel linguaggio tecnico, aumenta il carico, la velocità tende a diminuire e viceversa:
basti pensare al rallentamento a cui andrebbe incontro un dieselalternatore quando aumenta il
carico elettrico richiesto dalla rete o al brusco aumento di velocità che subirebbe il motore
principale della nave nel momento in cui, per un marcato movimento di beccheggio, il
propulsore andasse temporaneamente in emersione. Questi fenomeni in realtà non si verificano
perché un dispositivo di lettura del numero di giri invia un segnale continuo a un regolatore, il
quale provvede appunto ad adeguare l’alimentazione di combustibile al dieselalternatore o al
motore di propulsione affinché mantengano costante la velocità di rotazione anche al variare del
carico esterno.
Per conoscere le risposte che il motore fornisce nelle varie condizioni di funzionamento a cui gli
si può chiedere di operare, vengono ricavate curve più complesse, denominate caratteristiche di
utilizzazione, utili soprattutto ai tecnici della casa costruttrice e dalle quali vengono ricavati i
diagrammi operativi forniti, con la monografia del motore, ai tecnici che dovranno poi utilizzare
il motore a bordo della nave.
La figura 3.9 mostra un esempio di diagrammi operativi per un motore diesel: in ascisse sono
riportate la pressione media effettiva pme e la percentuale di carico, in ordinate l’andamento di
numerose variabili operative del motore, quali la temperatura tiT dei gas di scarico all’ingresso
in turbina, la pressione dell’aria di sovralimentazione pa , il consumo specifico di aria Ca , quello
Cc del combustibile e la temperatura dell’aria di sovralimentazione ta .
Per meglio rispondere alle esigenze del mercato e rispettando le prescrizioni dei Registri di
classificazione e degli Enti di normalizzazione internazionale (ISO), le case costruttrici
forniscono i motori in diverse configurazioni le quali, identiche per quanto riguarda la corsa e il
diametro, vengono modificate in alcuni parametri funzionali (quali le pompe del combustibile, i
polverizzatori, le turbosoffianti ecc.). In questo modo un motore può essere fornito, a richiesta
del cliente, in modo che possa sviluppare un dato regime di funzionamento, inclusi uno o due o
tre regimi a potenza ridotta con diverso valore del numero dei giri. Valgono le seguenti sigle:
- potenza normale continuativa (NCR, Normal Continuous Rating);
- potenza economica continuativa (ECR, Economic Continuous Rating);
- potenza massima continuativa (MCR, Maximum Continuous Rating);
- potenza alle prove in mare, per brevi periodi (TTR, Trial Trip Rating).
68 CAPITOLO 3
Le figure 3.10 e 3.11 riportano, in funzione della percentuale di carico (output) due diagrammi
operativi del motore a quattro tempi medioveloce Wärtsilä 46, disponibile nei tre regimi (rating)
indicati dalla tabella 3.3.
Tabella 3.3 – Dati tecnici principali del motore a quattro tempi medioveloce Wärtsilä 46
Dati tecnici principali Regime A Regime B Regime C
Velocità [giri/min] 450 500 514 500 514 500 514
Potenza effettiva [kW/cil] 905 905 905 975 975 1050 1050
Pressione media effettiva [bar] 25,0 22,5 21,9 24,3 23,6 26,1 25,4
Velocità media dei pistoni [m/s] 8,7 9,7 9,9 9,7 9,9 9,7 9,9
Figura 3.10 – Portata di gas di scarico del motore Wärtsilä 46C alla velocità nominale di 514 giri/min
(Condizioni di riferimento ISO 3046-1. Tolleranza ± 5%).
LA POTENZA NEI MOTORI DIESEL MARINI 69
Figura 3.11 – Temperatura dei gas di scarico del motore Wärtsilä 46 alla velocità nominale di 514 giri/min
(Condizioni di riferimento ISO 3046-1. Tolleranza ± 10%).
La figura 3.12 riporta infine gli aumenti consigliati di potenza rispetto al tempo (le cosiddette
“rampe di presa potenza” per motori principali in tre diverse condizioni operative.
Figura 3.12 – Massimi aumenti di potenza nel tempo consigliati per motori principali.
∆ Aumenti di potenza in condizioni di emergenza
○ Massimi aumenti di potenza in condizioni operative
ڤMassimi aumenti di potenza con motore preriscaldato
70 CAPITOLO 3
I progressi della tecnica hanno permesso di misurare con crescente precisione l’angolo di
torsione e di ridurre sempre più la distanza tra le sue sezioni estreme. Senza scendere in
dettaglio sul funzionamento e gli aspetti costruttivi dei torsiometri, dai primi esemplari a lettura
meccanica si è passati a quelli a lettura di tipo ottico, elettrico e infine elettromagnetico. Oggi la
lettura del torsiometro confluisce con quella del tachimetro e sul computer della Sala Controllo
Propulsione viene direttamente fornito il valore della potenza asse.
LA POTENZA NEI MOTORI DIESEL MARINI 71
Risulta però più comodo ragionare in termini di potenze e, poiché in un moto traslatorio la
potenza è il prodotto di una forza per la velocità con cui si sposta il suo punto di applicazione,
risulta che vale per la potenza resistente di attrito PR la seguente espressione:
PR = k1 W 2 x W = k1 W 3
E, sempre affinché la nave possa navigare alla velocità costante W, il propulsore deve imprimere
allo scafo una potenza propulsiva PP uguale e contraria alla potenza resistente PR , che è proprio
l’ultima potenza che è stata considerata nel diagramma-fiume:
3
P P = k1 W
Nell’ipotesi che i rendimenti dell’apparato di propulsione restino abbastanza costanti al variare
della velocità, tutte le potenze sono proporzionali ai consumi Gc di combustibile, per cui risulta:
3
Gc = k W
cioè anche i consumi di combustibile variano con il cubo della velocità di navigazione.
72 CAPITOLO 3
● L’espressione ora scritta è in realtà approssimata, quindi valida solo per calcoli di massima
perché anche la costante k varia con la velocità della nave, ma soprattutto perché l’esponente
a cui è elevata la velocità non è esattamente uguale a tre.
● Per passare dal consumo di combustibile in kg/h a quello in kg/miglio basta osservare che:
kg/h
= kg/miglio
miglia/h
4
Combustibili per motori diesel
4.1 GENERALITÀ
Fin dalle origini della storia del motore ad accensione spontanea si è presentato il problema di
quale potesse essere il combustibile più adatto da usare.
Lo stesso Rudolf Diesel, ancor prima di rivolgere la sua attenzione a diversi oli vegetali e poi al
petrolio greggio, aveva avuto la felice intuizione che il carbone polverizzato dovesse essere
ritenuto ideale per il nuovo motore, sia per motivi legati al principio di funzionamento di
quest’ultimo sia per il basso costo e la facile reperibilità di tale combustibile solido. Si pensi che
in quegli anni, pur mentre il motore ad accensione comandata muoveva i primi passi con
successo crescente, l’industria di raffinazione del petrolio greggio non si era ancora sviluppata
in senso moderno e la benzina veniva venduta da poche farmacie o drogherie, in latte di costo
elevatissimo. Nei decenni successivi il motore diesel si orientò poi gradualmente verso quei
distillati medi che divennero il suo combustibile per antonomasia.
Ma, benché la speranza di alimentare un motore diesel con carbone polverizzato non sia mai
stata abbandonata, finora i risultati si sono rivelati deludenti a causa delle difficoltà di iniezione
e di grossi problemi di corrosione e di depositi all’interno dei cilindri, così come non hanno
avuto successo i tentativi di bruciare carbone polverizzato miscelato con nafta pesante.
Quindi, tramontata definitivamente l’epoca delle turbonavi a carbone e non essendo possibile
impiegare questo combustibile sulle motonavi almeno allo stato attuale della tecnologia, i
combustibili solidi non hanno alcun impiego a bordo delle navi.
I combustibili gassosi, cioè il gas naturale (Liquified Natural Gas LNG, formato in prevalenza
da metano, CH4) e il gas di petrolio (Liquid Petroleum Gas LPG, in italiano GPL, formato da
idrocarburi leggeri), una volta liquefatti sotto modesta pressione, hanno un certo impiego a terra
per l’autotrazione e il riscaldamento domestico e industriale. Ma, a parte molte turbogasiere
(LNG-carriers) che, anziché riliquefare quella parte del carico che si libera per evaporazione
(boil-off), preferiscono bruciarla in caldaie predisposte per marciare sia a nafta pesante sia a gas,
sulle motonavi i combustibili gassosi non trovano impiego per la difficoltà del loro accumulo.
GLI IDROCARBURI
Il greggio è costituito in prevalenza di idrocarburi, cioè molecole formate da idrogeno (H,
monovalente) e carbonio (C, tetravalente), ma sono presenti anche altri elementi come zolfo S,
azoto N, ossigeno O ecc. Negli idrocarburi gli atomi di carbonio sono legati tra loro in catene di
varia forma e lunghezza e le valenze residue sono saturate da atomi di idrogeno. Una molecola
di idrocarburo, per esempio il propano, si può indicare con diverse simbologie:
H H H
H H H
PARAFFINE o ALCANI: gli atomi di carbonio sono uniti tra loro con legami semplici e formano
catene aperte (alcani lineari o normal-paraffine) o ramificate (alcani ramificati o iso-paraffine).
Al crescere del numero di atomi di carbonio gli alcani lineari prendono i seguenti nomi:
metano C etano C2 propano C3 butano C4 pentano C5 esano C6
eptano C7 ottano C8 nonano C9 decano C10 undecano C11 dodecano C12 ecc.
Un alcano privo di un atomo di idrogeno ha una valenza libera, viene detto alchile e si indica
genericamente con – R . In particolare:
– CH3 è detto metile, – C2H5 è detto etile, – C3H7 è detto propile ecc.
La precisazione è utile perché, vedendo i rami di una molecola ramificata come alchili, è facile
dare un nome a molecole anche complesse, scegliendo quella che si può considerare la catena
principale e numerando gli atomi di C partendo da una qualunque delle sue estremità, dopo di
che si citano gli alchili che si incontrano via via. In questo modo, a parte minime differenze, il
nome di un idrocarburo è il medesimo in varie lingue e si semplificano notevolmente gli scambi
tecnici e commerciali fra paesi. Per esempio:
C C
Gli alcani lineari hanno una fragilità termica, cioè una tendenza al cracking col crescere della
temperatura, che aumenta con il numero di atomi di carbonio; gli alcani ramificati, più compatti,
hanno maggiore resistenza: la cosa verrà ripresa parlando del numero di ottano N.O. di una
benzina; si richiede invece che i gasoli abbiano buona tendenza al cracking, in modo che
l’autoaccensione avvenga con minimi ritardi, qualità che, come si vedrà, viene espressa dal
numero di cetano N.C.
76 CAPITOLO 4
CICLOPARAFFINE o CICLOALCANI o NAFTENI: gli atomi di carbonio sono legati con legami
semplici, ma formano anelli a cinque o sei atomi con catene laterali di varia forma e lunghezza.
I nafteni resistono al cracking più degli alcani ramificati, per cui la loro presenza nella benzina
innalza il suo N.O. naturale senza che si debba ricorrere ad additivi antidetonanti. È interessante
citare poi che i lubrificanti sono nafteni con lunghe catene laterali arrotolate su se stesse, che si
distendono all’esterno al crescere della temperatura e si intrecciano con quelle delle molecole
vicine frenandone la mobilità, quindi il calo di viscosità con la temperatura.
ARENI o AROMATICI: gli atomi di carbonio formano anelli esagonali, ognuno dei quali compreso
fra due nuvole elettroniche a forma di anello, una sopra e l’altra sotto l’esagono. Esistono anche
con catene laterali e ad anelli condensati e possiedono elevatissima resistenza al cracking.
Capostipite è il benzolo o benzene C6H6. Si riportano le formule del benzene (l’esagono con
circoletto è il simbolo della struttura esagonale tipica degli areni), del metilbenzene C6H5CH3 (o
toluolo o toluene) e dei tre isomeri del dimetilbenzene C6H4(CH3)2 (o xilolo o xilene):
Le miscele B-T-X (benzolo-toluolo-xilolo), usate in passato come solventi, furono poi messe
sotto accusa perché riconosciute come oncogene. Un famoso arene a due anelli benzenici
condensati è la naftalina o naftalene C10H8; un suo derivato (α-metilnaftalene C10H7CH3) serve
per definire il numero di cetano. Tra i molti areni riconosciuti cancerogeni il primo posto va al
benzopirene, presente nello scarico dei motori a benzina e nella carne alla brace.
Nei greggi sono presenti anche idrocarburi insaturi, cioè aventi legami doppi (alcheni o olefine)
o tripli (alchini o acetilenici) in catena aperta: la loro presenza è negativa perché tendono a
formare acidi o polimeri e a bruciare producendo fumo nero. Esempi:
–C=C – –C–C=C – –C≡C – –C≡C–C–C–
etilene propilene acetilene 1-butino
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 77
È ora possibile capire come funziona una colonna di distillazione frazionata. Poiché ogni piatto
è mantenuto a temperatura minore di quello immediatamente sottostante, le bolle di vapore che
salgono dalle valvole automatiche distribuite sul fondo del piatto gorgogliano nel liquido che lo
attraversa orizzontalmente e subiscono una sottrazione di calore che fa condensare parte degli
idrocarburi più pesanti e meno volatili che esse contengono. Al tempo stesso il calore che questi
idrocarburi cedono condensando fa vaporizzare parte degli idrocarburi più leggeri e più volatili
presenti nel liquido che sta fluendo sul piatto. In conclusione il vapore che abbandona il piatto è
un po’ più ricco di idrocarburi leggeri di quanto non lo fosse prima che gorgogliasse nel liquido
dal quale si è liberato, mentre il liquido che stramazza nel piatto sottostante è un po’ più ricco di
idrocarburi pesanti di quanto non lo fosse quando vi era giunto.
Questi processi di successive vaporizzazioni e condensazioni parziali avvengono su ogni piatto,
per cui l’intera colonna è continuamente percorsa, dal basso verso l’alto, da una corrente di
vapore gradualmente più ricca di idrocarburi più leggeri e, dall’alto verso il basso, da una
corrente di liquido gradualmente più ricca di idrocarburi più pesanti. Ogni piatto della colonna
contiene così un liquido in transito di differente composizione in idrocarburi, e risulta che,
riportando in ascisse il numero di atomi di carbonio nelle molecole e in ordinate la percentuale
delle molecole formate da un dato numero di atomi di carbonio, la funzione di distribuzione del
numero delle molecole mantiene grosso modo la stessa forma ma trasla verso destra a mano a
mano che i piatti si avvicinano al fondo della colonna (fig. 4.4).
Ogni piatto è provvisto di un proprio tubo di presa per cui, in teoria, si potrebbero estrarre con
continuità tante frazioni quanti sono i piatti della colonna, e tutte differirebbero di pochissimo
una dall’altra quanto a composizione. In realtà si effettua solo un numero limitato di estrazioni,
che danno origine alle frazioni citate all’inizio di questo paragrafo. Nel momento in cui dovesse
cambiare il paese di provenienza del greggio che alimenta la colonna, poiché questo avrà
sicuramente una diversa composizione in idrocarburi, la colonna dovrà essere programmata su
differenti parametri operativi di processo, cambieranno i piatti dai quali si dovranno fare le
estrazioni e saranno infine diverse la qualità e le quantità delle singole frazioni ottenute.
In realtà il funzionamento di una torre di topping è molto più complesso e articolato di quanto
finora esposto sui principi alla base del processo di distillazione frazionata. Pur senza scendere
troppo nei particolari, si accenna alle principali operazioni che affiancano il topping primario.
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 79
Innanzitutto la corrente di vapore (1) uscente dalla testa della colonna attraversa un refrigerante
(2) che fa condensare gli idrocarburi più pesanti (3) i quali, rimmessi nel piatto sottostante,
creano la corrente liquida iniziale (riflusso di testa) che scenderà lungo la colonna (fig. 4.5).
In secondo luogo, poiché il frazionamento ottenuto nella
colonna di topping è piuttosto grossolano, la funzione di
distribuzione degli idrocarburi contenuti in ogni frazione
ottenuta abbraccia un ampio intervallo di atomi di carbonio,
per cui sono presenti alte percentuali di idrocarburi sia meno
volatili sia più volatili di quelli tipici della frazione.
Pertanto, accanto alla colonna di distillazione primaria, per
ogni frazione laterale sono previste torri a piatti di dimensioni
minori (4) dette colonne di stripping o di esaurimento e che,
riscaldate da altro vapore (5) ed alimentate con la frazione (6)
che deve essere ridistillata, la restituiscono come residuo (7),
detto strippato o esaurito, mentre il prodotto di testa (8) viene
reintrodotto nella colonna di distillazione primaria uno o due
piatti al disopra di quello di prelievo della frazione trattata.
Sono infine previste altre colonne laterali per separare residui
più pesanti dalle frazioni che richiedono tale trattamento.
Figura 4.5 – Riflusso di testa e
colonne di stripping.
Per concludere si ricorda che il residuo è una miscela di idrocarburi pesanti di tipo paraffinico,
naftenico e aromatico, per frazionare i quali sarebbe però necessario aumentare ulteriormente la
temperatura tanto da originare fenomeni di decomposizione termica delle molecole (cracking).
Si risolve il problema inviando il residuo in una colonna di distillazione sotto vuoto (fig. 4.6), in
cui l’abbassamento della pressione totale comporta l’abbassamento di quella parziale dei singoli
idrocarburi, che si possono frazionare ulteriormente senza che la temperatura superi i 400 °C.
La frazione bituminosa, sottoposta a un processo di estrazione con solventi (ES), è a sua volta
separata in asfalteni di natura aromatica e naftenoparaffine, queste ultime materia prima per la
produzione di oli lubrificanti.
80 CAPITOLO 4
I PROCESSI DI CONVERSIONE
La raffineria effettua poi sulle frazioni una serie di processi di conversione mirati a modificare
la struttura degli idrocarburi che le costituiscono allo scopo finale di migliorare la loro resa
quantitativa e la loro qualità. Questi processi di conversione sono di tipo catalitico e i principali
sono il cracking, il reforming, il coking, il visbreaking e l’hydrocracking.
Si ricorda che un catalizzatore è una sostanza generalmente solida (a forma di rete, di spugna o di
polvere) che aumenta la velocità di una reazione chimica grazie al fatto che i reagenti, attirati
dalla sua superficie, entrano in contatto reciproco e possono così reagire più velocemente mentre i
prodotti di reazione abbandonano tale superficie lasciando il posto a nuovi reagenti. La raffineria
usa alcune rocce (bentonite, caolino ecc.) come catalizzatori naturali, ma più diffusi sono quelli
sintetici, a base di platino e di numerosi ossidi e sali inorganici di molibdeno, silicio, magnesio,
vanadio, alluminio, nichel, cobalto ecc., impiegati per lo più allo stato di polvere e iniettati
all’interno di reattori a letto fluido; i catalizzatori vengono poi recuperati dalla corrente uscente
per essere rigenerati e riutilizzati, ma è inevitabile che una parte di essi, soprattutto la più fine,
rimanga nei prodotti di reazione e li contamini. Con i processi di distillazione frazionata queste
polveri di catalizzatori (denominate cat fines) si vanno a concentrare nelle frazioni più pesanti e
soprattutto nei residui e costituiscono la frazione più pericolosa di quelle polveri e sabbie di natura
inorganica che contaminano i combustibili e che vengono denominate ceneri.
Cracking: scoperto accidentalmente nel 1861 ma impiegato industrialmente solo dopo il 1912,
consisteva nel sottoporre ad alta temperatura molecole di gasoli pesanti e di residui con 10 ÷ 30 atomi
di carbonio per romperle in pezzi e ottenere benzine a 6 ÷ 11 atomi di carbonio. Fu sostituito intorno
al 1940 dal cracking catalitico che, benché richiedesse una strumentazione più sofisticata e tecniche
per movimentare e recuperare i catalizzatori, comportava condizioni operative meno severe, una
maggiore resa in isoalcani e una minor produzione di idrocarburi troppo leggeri o troppo pesanti.
Reforming: nato nel 1925 come processo solo termico e diventato catalitico negli anni ’40, si
effettua su benzine di prima distillazione e da cracking. Operando a temperature fra 450 e 525 °C e a
pressioni fra 30 e 40 bar, molti alcani lineari con 6 ÷ 11 atomi di carbonio si trasformano in isoalcani
e areni, che aumentano le prestazioni indetonanti della benzina di partenza.
Coking: se una carica di idrocarburi pesanti è mantenuta in condizioni di cracking prolungato si
verificano allo stesso tempo una crescente resa in prodotti leggeri (gas e benzina) associata a un
parallelo processo di polimerizzazione che porta alla formazione di coke in polvere. Il processo
merita di essere citato perché fenomeni di coking con formazione di residui carboniosi si verificano
nei circuiti del combustibile per motori diesel, in particolare nei polverizzatori.
Visbreaking: questo processo, il cui nome nasce dalla contrazione di viscosity breaking, è una sorta
di cracking più blando che, applicato a residui e gasoli molto viscosi a causa di un’elevata presenza
di asfalteni e idrocarburi pesanti non asfaltenici, decompone questi ultimi in gas, benzine e gasoli,
che sono poi separati per distillazione, il cui residuo ha una viscosità minore di quella della carica
iniziale e può venir inviato a un cracking catalitico o venduto come olio combustibile oppure ancora
miscelato ad altri oli residuali allo scopo di ridurne la viscosità. Va detto che il contenuto di asfalteni
rimane invariato e si concentra nel residuo sopra citato, per cui il calo della sua viscosità è dovuto al
solo cracking degli idrocarburi pesanti di natura non asfaltenica. La presenza di asfalteni comporta
che gli oli combustibili provenienti da processi di visbreaking siano caratterizzati da una certa
instabilità, fenomeno che verrà chiarito più avanti.
Hydrocracking: è un cracking catalitico in corrente di idrogeno che converte frazioni pesanti di
varia provenienza (distillati medi e pesanti, residui, prodotti di cracking ecc.) in frazioni leggere
prive di idrocarburi insaturi e ricche di isomeri ramificati, trasformando inoltre i composti organici
di zolfo, azoto e ossigeno in idrocarburi e solfuro d’idrogeno H2S, ammoniaca NH3 e vapore acqueo
H2O. L’hydrocracking è uno dei processi di conversione più interessanti e remunerativi.
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 81
I costruttori hanno così dovuto mettere a punto motori sempre più capaci di bruciare bunker
scadenti, al punto di far diventare questo aspetto uno dei principali punti di forza nei confronti
della concorrenza. In parallelo ha acquistato crescente importanza il problema del trattamento
del bunker a bordo, con impianti e tecnologie più efficienti e sofisticate.
Gli sforzi per riuscire a bruciare bunker meno pregiati sono stati poi resi ancora più obbligati e
urgenti perché il loro calo di qualità è andato di pari passo con un continuo aumento dei prezzi,
che hanno avuto effetti pesanti sui costi del traffico marittimo. Si pensi che, se per una nave
passeggeri le spese per la propulsione incidono all’incirca per il 20% su quelle totali di gestione,
per molte navi mercantili tale percentuale può arrivare a superare l’80%.
Per dare un’idea dei costi associati con la propulsione, la tabella 4.1 riporta il valore medio dei
prezzi di alcuni bunker nei trenta principali porti del mondo, prezzi calcolati in dollari USA per
tonnellata e riferiti a giugno del 2004: i bunker presi in esame sono l’IFO 380 (combustibile
residuale di qualità discreta), l’IFO 180 (combustibile residuale di buona qualità), l’MDO (un
gasolio pesante detto Marine Diesel Oil) e l’MGO (un gasolio più leggero detto Marine Gasoil).
Lo scenario che si sta delineando per il futuro dei combustibili pesanti è peraltro molto incerto,
poiché le recenti e sempre più severe normative antinquinamento emanate da molteplici soggetti
giuridici (IMO, UE, singoli paesi marittimi) impongono precisi limiti ai tenori massimi di zolfo
presenti nei combustibili, limiti molto restrittivi per la navigazione in acque territoriali, meno
rigidi per la navigazione oceanica. Poiché sembra che non convenga desolforare le frazioni
pesanti, probabilmente si assisterà a un impiego sempre più consistente di combustibili distillati.
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 83
Tabella 4.2 – Principali proprietà delle frazioni liquide ottenute per distillazione del greggio
Frazione Benzine Keroseni Gasoli Residui
numero di atomi di carbonio 4 ÷ 12 10 ÷ 15 15 ÷ 25 > 25
3
densità a 20 °C [kg/m ] 720 ÷ 800 770 ÷ 850 820 ÷ 900 900 ÷ 990
punto di infiammabilità [°C] > – 20 40 ÷ 60 60 ÷ 70 70 ÷ 150
potere calorifico inferiore [MJ/kg] 42,7 ÷ 44,0 42,3 ÷ 42,7 41,4 ÷ 42,3 38,5 ÷ 41,4
contenuto di zolfo [S% in peso] 0,01 ÷ 0,05 0,05 ÷ 0,5 0,5 ÷ 1,0 1÷5
Le benzine sono miscele di idrocarburi leggeri usate negli MCI a ciclo Otto nel settore delle
automobili, ma anche per barche da diporto, mezzi agricoli minori ecc. Le più leggere sono
impiegate come combustibili nei piccoli aerei da turismo mentre quelle più pesanti, dette nafte
solventi o ragie minerali, hanno svariati impieghi domestici e industriali. Le benzine non sono
utilizzabili come combustibili a bordo delle navi mercantili per ovvie ragioni di costo; in ogni
caso la loro presenza a bordo è vietata per motivi di sicurezza incendio.
I keroseni furono i primi distillati petroliferi usati commercialmente per scopi di illuminazione
prima che lo sviluppo degli MCI valorizzasse altre frazioni e lo stesso “petrolio lampante”
entrasse in crisi per la concorrenza del gas e dell’elettricità. Si tratta di distillati medioleggeri
usati oggi in impianti di riscaldamento domestico, in motori diesel agricoli e militari in climi
freddi, turbine a gas per aerei civili e militari, ma sempre troppo costosi per un impiego sulle
navi mercantili, e la loro eventuale presenza per altri scopi è rigidamente regolamentata.
I gasoli sono distillati medi usati come combustibili a bordo delle navi per motori diesel
medioveloci e veloci, oltre che nelle turbine a gas di derivazione aeronautica a bordo delle navi.
Assumono varie denominazioni tecniche a seconda della loro densità e le più comuni sono:
- Marine Gasoil (MGO), avente densità di circa 850 kg/m³;
- Marine Diesel Oil (MDO) o Marine Diesel Fuel (MDF), avente densità di circa 870 kg/m³.
I residui sono liquidi nerastri e molto viscosi, detti nafte pesanti, oli combustibili o Residual
Fuel Oil (RFO) o Marine Fuel Oil (MFO) o Heavy Fuel Oil (HFO). I prodotti immessi sul
mercato sono suddivisi in classi IFO (Intermediate Fuel Oil) contraddistinte da un numero che
esprime la viscosità in centistokes a 50 °C (si parla così di IFO 180, IFO 380 ecc.): sono ottenuti
miscelando residui di varia origine con prodotti più leggeri come i gasoli, operazione effettuata
dalla raffineria o dalle società che gestiscono i depositi costieri o anche dalle bettoline. Vengono
bruciati nelle caldaie, nei motori diesel a due tempi, in molti grossi diesel a quattro tempi e,
previo trattamento, nelle turbine a gas di derivazione industriale.
84 CAPITOLO 4
Nella pratica di bordo si parla di densità relativa 15/4 °C, che è la massa di un dato volume di
combustibile a 15 °C rapportata a quella dell’acqua a 4 °C (che ha densità di 1,00 kg/dm3). Di
norma la densità 15/4 °C dei combustibili è minore di uno, ma per certe nafte residuali si hanno
valori anche di poco maggiori di uno. La densità serve per calcolare il peso di un volume noto e
viceversa, oltre che per impiegare il corretto disco del peso specifico nei depuratori.
Nei paesi di lingua inglese la temperatura di riferimento è 60 °F (15,6 °C) sia per il combustibile
sia per l’acqua e si ha cioè la "specific gravity 60/60 °F". Tra le due densità relative esiste una
minima differenza poiché la densità dell’acqua a 60 °F = 15,6 °C vale 0,9990 kg/dm³, quindi:
densità 15/4 °C = specific gravity 60/60 °F · 0,999
In USA il peso specifico è spesso indicato in gradi API (American Petroleum Institute) dove la
specific gravity a 60/60 °F equivale a 10 °API, che crescono al calare del peso specifico; si
passa dalla scala API al peso specifico 60/60°F e viceversa con delle tabelle o con la relazione:
°API = 141,5/[Link]. – 131,5 [Link]. = 141,5/(°API + 131,5)
VISCOSITÀ (viscosity)
È la resistenza che un fluido oppone allo scorrimento, cioè l’opposto della fluidità. La viscosità
dinamica µ (lettera greca "mi") si misura in poise (1 P = 0,1 N s/m²) o in centipoise cP. In pratica
si parla di viscosità cinematica ν (lettera greca "ni"), rapporto tra viscosità dinamica e densità:
µ
ν = le cui unità di misura sono: N s/m2 : kg/m3 = kg/m s : kg/m3 = m2/s
ρ
ma è più comodo fare riferimento ai sottomultipli:
stoke (St): 1 St = 0,0001 m2/s = 10 – 4 m2/s = 1 cm2/s
centistoke (cSt): 1 cSt = 0,01 St = 10 – 6 m2/s = 1 mm2/s
Esistono altre scale di viscosità e metodi di misura, alcuni usati più per i combustibili, altri per i
lubrificanti, ma che hanno tutti in comune il fatto che si fa il rapporto tra il tempo di efflusso di
una certa quantità del liquido di prova attraverso un foro calibrato e il tempo impiegato dalla
stessa quantità di un altro liquido di riferimento.
Per esempio, nel viscosimetro di Engler la quantità di fluido di prova è 200 cm3 e il liquido di
riferimento è acqua a 20 °C (68 °F). Nel viscosimetro di Redwood la quantità è 50 cm3 e il
liquido di riferimento è olio di ravizzone a 60 °F. Nel viscosimetro Saybolt Universal la quantità
è 60 cm3 e il confronto viene fatto con acqua a 70 °F. Anche nel viscosimetro Saybolt Furol la
quantità è 60 cm3 e il confronto è fatto con acqua a 70 °F.
In ogni caso si passa da una scala a un’altra con l’aiuto di tabelle o diagrammi, di cui la figura
4.9 mostra un esempio.
La viscosità dei combustibili cala con la temperatura, fattore sul quale si agisce per portarli alla
fluidità richiesta dal particolare impiego. La figura 4.10 riporta come varia la viscosità di alcuni
combustibili (in ordinate, in scala logaritmica) al variare della temperatura centigrada (in
ascisse, in scala decimale).
La soglia di 700 cSt è il valore minimo perché il combustibile possa essere pompato dai depositi
e inviato al successivo trattamento; la zona tratteggiata (10 ÷ 25 cSt) indica invece il campo
perché possa avvenire una buona polverizzazione con la maggior parte degli iniettori.
Mentre a bordo delle navi non sono molto diffusi i classici viscosimetri per misure su singoli
campioni di combustibile o di lubrificante e si ricorre di norma a valutazioni empiriche di vario
genere, esistono vari tipi di viscosimetri continui. In uno di questi una pompa a ingranaggi ruota
a bassa velocità azionata da un motorino elettrico con riduttore. La pompa elabora una modesta
quantità del combustibile in arrivo e la fa passare in un tubo capillare coassiale con la linea di
mandata; un manometro rileva la pressione differenziale fra tubo capillare e fluido circostante
ed emette un segnale proporzionale alla viscosità.
Conoscere il flash point dei combustibili è necessario per trattarli in maniera sicura senza rischi
di incendio, ma anche per sapere se è possibile estinguere un incendio per raffreddamento.
Superiore di 10 ÷ 30 °C alla temperatura di infiammabilità è la TEMPERATURA DI ACCENSIONE
(fire point o anche burning point), che è la temperatura alla quale il combustibile emette vapori
che, oltre ad accendersi, trasmettono la combustione anche al liquido sottostante. Questa
temperatura si può determinare sperimentalmente con gli stessi apparecchi usati per quella di
infiammabilità, oppure l’apparecchio di Marcusson, sostanzialmente simile ai due precedenti.
Ancora più alta è la TEMPERATURA DI AUTOACCENSIONE (selfignition point), essa stessa causa
d’innesco, e che deve essere elevata per motori a benzina e contenuta per i motori diesel.
88 CAPITOLO 4
● Anche se l’argomento esula dalla descrizione delle proprietà dei combustinbili da impiegare
nei motori diesel, si cita per completezza un parametro analogo, cioè il numero di ottano
(N.O. o O.N. da octane number), che esprime il potere indetonante delle benzine impiegate
nei motori ad accensione comandata, cioè l’attitudine che ha una benzina di sopportare
elevati rapporti volumetrici di compressione senza entrare in combustione anticipata o, come
si dice, in detonazione. E, analogamente a quanto visto per il numero di cetano, si assegna
N.O. = 0 all’alcano lineare n-eptano C7H16 (poco resistente al cracking termico) ed N.O. = 100
all’alcano ramificato C8H18 (anche questo già citato a pagina 75 con nome più moderno di
2,2,4-trimetilpentano e, grazie alla struttura più compatta, molto più resistente al cracking
termico). Quindi si definisce numero di ottano di una benzina la percentuale in volume di iso-
ottano presente in una miscela di isottano e n-eptano che, sempre utilizzando il motore C.F.R.
secondo prefissate condizioni di prova, detona come la benzina in esame. Le attuali benzine
per automobili hanno un numero di ottano prossimo a 100 perché, quando venne messa a
punto questa scala, l’industria di raffinazione non era ancora in grado di produrre benzine di
buona qualità a costi ragionevoli.
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 89
A questo punto si calcola HS con un bilancio termico tra il calore liberato dalla sua combustione
e quello che ha fatto aumentare la temperatura della bomba di Mahler nel suo complesso:
m HS = ( M + M ' ) c (t1 – to) con:
m quantità di combustibile solido o liquido in esame, in kg;
HS potere calorifico superiore del combustibile, in kJ/kg;
M quantità di acqua in cui è immersa la bomba di Mahler, in kg;
M' quantità fittizia di acqua in più che tiene tiene conto del calore assorbito dalla bomba e
che, dopo essere stata calcolata sperimentalmente dal costruttore della bomba grazie alla
combustione di un combustibile noto, è riportata nel manuale di istruzioni della bomba;
c calore specifico dell’acqua, pari a 4,1868 kJ/(kg °C);
t1 – to aumento di temperatura dell’acqua, in °C.
Si svita poi il coperchio della bomba di Mahler e si calcola la condensa raccogliendola con una
carta assorbente che viene pesata prima e dopo l’operazione; detti A i kilogrammi di condensa
rapportata a 1 kg di combustibile, poiché il calore latente del vapore vale 2 441 kJ/kg, risulta:
Hi = HS – 2 441 A
A bordo non si usa la bomba di Mahler. In casi dubbi si spediscono all’armatore i campioni
presi durante l’imbarco nafta, affinché siano analizzati in laboratori specializzati. Valori
orientativi del potere calorifico inferiore dei combustibili usati a bordo delle navi sono:
distillati medi: Hi = 41,4 ÷ 42,3 MJ/kg nafte residuali: Hi = 38,5 ÷ 41,4 MJ/kg
90 CAPITOLO 4
NOTA. Per capire meglio i fattori che possono portare alla condensazione di vapori di acido
solforico, si immagini che lo stesso combustibile - ad esempio un IFO 600 con tenore di zolfo
5% - sia bruciato in una caldaia principale e in un motore diesel i cui gas di scarico vengono
poi utilizzati in una caldaia ausiliaria. In una caldaia 1 kg di combustibile pesante (aria teorica
circa 14) viene bruciato con un eccesso d’aria di circa il 10%, cioè con aria reale 15,5 e
produce circa 16,5 kg di fumi: a parità di zolfo presente nel combustibile e di anidride
solforica prodotta, la pressione parziale dell’anidride solforica (quindi dell’acido solforico)
nei fumi sarà più alta, di conseguenza la corrosione nell’economizzatore della caldaia sarà più
temibile (grosso modo, a pressione ambiente, l’acido solforico condensa intorno a 180 °C).
Nel diesel, invece, 1 kg di combustibile pesante è bruciato con 35 ÷ 45 kg di aria, per cui la
pressione parziale della SO3 e quindi dell’acido solforico saranno minori, quindi minori la
temperatura di rugiada e i rischi di corrosione sull’economizzatore della caldaia ausiliaria.
Ma all’interno dei cilindri, dove la pressione dei gas è notevolmente più alta, quindi più alte
la pressione parziale dell’acido solforico e la sua temperatura di equilibrio (fino a 280 °C), si
verificano fenomeni di corrosione sulle camicie, soprattutto nella loro parte inferiore, dove la
temperatura è minore sia perché minore è la temperatura dei gas sia perché è più marcato
l’effetto dell’acqua refrigerante che entra nel motore proprio nella parte bassa. Il processo di
corrosione riguarda dunque la parte bassa delle camicie ma anche le fasce elastiche, e
disgrega il reticolo cristallino superficiale di questi due componenti: l’attrito forma poi un
polverino che esercita un’azione abrasiva, ultimo effetto della corrosione iniziale.
I danni prodotti dalla corrosione da zolfo nei diesel si possono contenere con i seguenti
accorgimenti:
- impiego di lubrificanti contenenti additivi basici adeguati alle esigenze, evitando però che
l’olio abbia una basicità eccessiva, perché in tal caso si può formare carbonato di calcio che
genera usura abrasiva, con danni superiori a quelli della stessa corrosione;
- fasce elastiche e camicie realizzate con materiali più resistenti alla corrosione a freddo;
- tecniche di inverse cooling system che prevedono un innnalzamento della temperatura del
circuito di raffreddamento delle camicie quando il carico del motore scende sotto un certo
valore prefissato, per esempio in manovra.
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 91
ASFALTENI (asphaltenes)
Con questo termine si indicano quegli idrocarburi paraffinici e aromatici policondensati ad
altissimo peso molecolare (da 500 fino a diverse migliaia) che rappresentano i costituenti più
pesanti dei residui della distillazione atmosferica, sotto vuoto e condotta sui prodotti uscenti da
vari processi di conversione. Nei residui di buona qualità gli asfalteni sono mediamente intorno
al 4 ÷ 8%, in quelli scadenti sul 10 ÷ 15% e nei CCF superano largamente anche il 20%. La loro
presenza aumenta ovviamente il residuo carbonioso e la viscosità, ma è soprattutto responsabile
della formazione di morchie e di incombusti.
La formazione di morchie è legata al concetto di instabilità del combustibile. In un combustibile
gli asfalteni sono infatti presenti in dispersione colloidale e, se tali rimangono, il combustibile è
detto stabile. Si parla invece di instabilità del combustibile quando, per varie cause, le particelle
di asfalteni tendono ad agglomerarsi fra di loro e a precipitare sotto forma di morchie, intasando
i filtri e creando disastrosi effetti di grippaggio nelle pompe di iniezione. Fenomeni di instabilità
del combustibile si manifestano soprattutto in seguito all’aggiunta di un gasolio più paraffinico
che aromatico, quindi in seguito a processi di blending condotti in maniera non appropriata. Se
poi il combustibile è già in condizioni di stabilità critica, per innescare fenomeni di instabilità
sono spesso sufficienti il mescolamento di due partite di diversa provenienza, un innalzamento
di temperatura richiesto da operazioni di trattamento o anche solo una permanenza prolungata
nei serbatoi di stoccaggio. Va infine citato che anche il problema crescente delle infestazioni
microbiche nei combustibili (oltre che nei lubrificanti) può essere ulteriore causa di instabilità.
Inoltre gli asfalteni, bruciando, creano incombusti duri e abrasivi, oppure gommosi e adesivi, i
quali provocano usura delle valvole di scarico e presenza di particolato (fumosità) nei gas di
scarico, soprattutto ai bassi carichi.
I danni dovuti alla presenza di asfalteni si possono ridurre con trattamenti di omogeneizzazione.
Un primo significativo passo in avanti si ebbe così nel 1987 quando, raggiunto un accordo fra
costruttori, armatori, compagnie petrolifere e registri di classificazione, fu approvata la specifica
“International Standard ISO 8217 Petroleum Products - Fuels (Class F) - Specifications of
Marine Fuels”, i cui Requirements for marine distillate fuels e Requirements for marine
residual fuels stabilirono standard minimi per combustibili marini, tali da creare una prima
normalizzazione nel mercato dei bunker. La versione originale della ISO 8217 è stata aggiornata
nel 1996, con l’inserimento di nuove proprietà e alcune modifiche sulle metodologie di analisi.
La tabella 4.3 riporta un estratto della ISO 8217:1996 e BS MA 100:1996 congiunte, in cui i
combustibili residuali sono contraddistinti dalle sigle RMA, RMB, RMC ecc. Si noti che la
viscosità cinematica è riferita alla temperatura di 100 °C, mentre il bordo e il mercato marittimo
continuano a usare la ripartizione in classi IFO con temperatura di riferimento 50 °C.
Tabella 4.3 – Specifiche ISO e BSI di alcuni combustibili residui per uso navale
RMA RMB RMC RMD RME RMF ...
Caratteristica Metodo di prova Limite 10 10 10 15 25 25 ...
3
Densità a 15 °C [kg/m ] ISO 3675 max 975 981 981 985 991 991 ...
Visc. cinem. a 100 °C [cSt] ISO 3104 max 10,0 10,0 10,0 15,0 15,0 25,0 ...
Flash Point [°C] ISO 2719 min 60 60 60 60 60 60 ...
Pour Point [°C] ISO 3016 max 6 24 24 30 30 30 ...
Residuo carb. [% in massa] ISO10370 max 10 10 14 14 15 20 ...
Ceneri [% in massa] ISO 6245 max 0,10 0,10 0,10 0,10 0,10 0,15 ...
Acqua [% in volume] ISO 3733 max 0,50 0,50 0,50 0,8 1,0 1,0 ...
Zolfo [% in massa] ISO 8754 max 3,5 3,5 3,5 4,0 4,0 5,0 ...
Vanadio [mg/kg] ISO 14597 max 150 150 300 350 200 500 ...
Al + Si [mg/kg] ISO 10478 max 80 80 80 80 80 80 ...
Sedimenti totali [% in massa] ISO 10307-2 max 0,10 0,10 0,10 0,10 0,10 0,10 ...
ARIA TEORICA
Indicata di solito con A t , esprime il numero di kg di aria teoricamente necessari per bruciare al
completo 1 kg di combustibile: dipende dalla sua composizione ed è un numero adimensionale.
La tabella 4.4 riporta alcuni valori orientativi: si noti che nelle frazioni petrolifere l’aria teorica
cala al crescere della densità cioè al diminuire del rapporto idrogeno/carbonio.
Tabella 4.4 – Valori orientativi dell’aria teorica per alcuni combustibili
Carbonio
Combustibile Carboni Residui Gasoli Benzine H puro
puro
Aria teorica 11,6 10 ÷ 11 14 14,5 15 34,8
● Nelle caldaie si deve ridurre l’eccesso d’aria il più possibile (senza però che la combustione
cominci a essere incompleta) proprio per ridurre la massa di fumi e averli ad alta temperatura
per esaltare lo scambio di calore al fluido intermedio. A conti fatti, una caldaia richiede sui
15 ÷ 16 kg di aria per kg di nafta pesante e raggiunge temperature nel focolare di 1 500 °C.
● La combustione nei motori diesel sarebbe completa anche con eccessi d’aria sul 40%, ma
sono necessari valori molto maggiori per contenere la temperatura dei fumi e ridurre il
cimento termico dei materiali, per cui risultano arie reali di 35÷40 per i motori a quattro
tempi e di 40÷45 per i motori a due tempi a lavaggio assiale.
● Le turbine a gas richiedono eccessi d’aria ancora superiori, intorno a 55÷60, sempre per
contenere sotto i 1 000 °C la temperatura dei gas di combustione che investono le palette
della turbina, che sono già molto sollecitate meccanicamente a causa dell’altissima velocità.
● L’aria teorica e l’aria reale, essendo rapporti tra masse, sono numeri puri, quindi la loro unità
di misura potrà essere omessa o si potrà scrivere kg/kg o anche kgaria / kgcomb .
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 95
Dopo i rilievi sperimentali fatti dal costruttore con le prove al banco, a bordo delle navi il
consumo specifico viene verificato in condizioni operative reali, prima in occasione delle prove
in mare, poi periodicamente in navigazione per verificare il buon funzionamento dell’apparato
motore. I consumi specifici di combustibile sono calcolati ai vari regimi di funzionamento e si
confrontano i risultati ottenuti con quelli attesi, forniti dal costruttore e dalle prove in mare.
A scuola l’uso del concetto di consumo specifico è diverso: la potenza del motore è per lo più
nota (perché o è un dato fornito o la si è calcolata sulla base del compito che il motore deve
svolgere), mentre il consumo specifico è assunto in base al tipo di motore e alla sua potenza.
Quindi il dato da calcolare è il consumo orario di combustibile, tramite la relazione inversa:
G c = Cc P e
96 CAPITOLO 4
Qualora si debba stimare il valore della portata d’aria richiesta da un motore a combustione
interna, l’incertezza con cui si può assumere l’aria teorica si aggiunge a quella legata all’eccesso
d’aria, che è caratterizzato da una notevole variabilità e risulta quindi difficile poterne assumere
il valore numerico con sufficiente approssimazione. Converrebbe quindi fare il calcolo con
riferimento alla potenza effettiva del motore (generalmente nota o già calcolata in precedenza)
ed alla stessa definizione di consumo specifico di aria, essendo questa grandezza fornita dalla
casa costruttrice o assumibile con minore incertezza:
Ga = Ca Pe
La portata di fumi o gas di scarico è un dato fondamentale di partenza per eseguire altri calcoli
sull’impianto, come per esempio le prestazioni della turbosoffiante di sovralimentazione o
quelle di una caldaia ausiliaria posta sullo scarico del motore diesel o di una turbina a gas.
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 97
L’imbarco si effettua da una postazione di lavoro detta stazione di imbarco. Ogni nave possiede
almeno due stazioni di imbarco, una per lato, spesso quattro (due a prora e due a poppa) o anche
sei, con una terza coppia a centro nave. Nelle navi da carico le stazioni d’imbarco sono in
genere sul ponte di coperta, nelle navi passeggeri sono ricavate in un recesso a murata (protetto
da una battagliola e chiudibile con portello stagno) che spesso coincide con il locale di accesso
del pilota. La stazione d’imbarco è dotata di una piccola gru (per issare a bordo la manichetta
qualora la bettolina sia sprovvista di un proprio sistema di sollevamento) e degli ingressi delle
linee di imbarco di bunker pesante e leggero, olio lubrificante ed acqua, tutte chiuse da flangia
cieca. Su ogni linea d’imbarco del bunker sono installati manometri, termometri e rubinetti per
la presa dei campioni. Questi vengono raccolti in almeno tre contenitori da circa mezzo litro,
provvisti di tappo a vite, sigillo in filo metallico e piombino; ogni contenitore viene riempito per
circa un terzo all’inizio del bunkeraggio, poi per un altro terzo a metà dell’operazione e infine
riempito del tutto quando questa sta per terminare. I campioni sono quindi etichettati, firmati
dall’ufficiale responsabile del bunkeraggio e conservati per eventuali contestazioni future sulla
qualità del bunker fornito.
Le zone circostanti alle stazioni di imbarco, quelle confinanti con le linee di invio ai depositi e
quelle vicine agli sfoghi d’aria di casse e doppi fondi sono definite aree pericolose. Entro una
distanza di almeno venti metri dalla stazione d’imbarco, sui ponti superiori che si affacciano per
un certo tratto sulla verticale della stazione di imbarco e nelle altre aree pericolose è proibito
fumare, portare fiammiferi o simili, accendere fuochi di qualunque genere, usare motori a
combustione interna, lampade non protette o apparecchiature elettriche non antideflagranti, fare
picchettaggi di ruggine o lavorazioni meccaniche che possano causare surriscaldamenti o
scintille; inoltre il personale addetto al bunkeraggio deve essere pronto a usare dotazioni
antinquinamento, estintori, manichette o impianti fissi a schiuma. Qualora dovesse verificarsi un
riversamento di combustibile in mare, l’imbarco nafta va subito interrotto, deve entrare in
azione il personale preposto ed esiste l’obbligo di legge di avvisare immediatamente l’Autorità
Marittima locale.
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 99
2 DURANTE IL BUNKERAGGIO
A I depositi già riforniti sono effettivamente chiusi e la loro quantità di vuoto si mantiene mentre si riforniscono altri depositi ..... ٱ
B Le manichette di imbarco e le connessioni non hanno perdite ................................................................................................... ٱ
C Tutto il personale impiegato sa di non dover chiudere la valvola di imbarco senza il permesso del personale della bettolina .. ٱ
D La pressione nei depositi in riempimento viene controllata o regolando la pressione di pompaggio o mediante
l'apertura controllata del gruppo di depositi da rifornire in seguito .............................................................................................. ٱ
E Si avverte il personale della bettolina con conveniente anticipo per ridurre la pressione di pompaggio quando sta per
terminare il carico del bunker ed un simile avvertimento è dato prima che il riempimento sia completato ................................ ٱ
F Una sufficiente quantità di vuoto è stata lasciata nell'ultimo deposito rifornito, onde permettere il drenaggio delle manichette
e lo scarico dell'aria di soffiatura delle tubolature ....................................................................................................................... ٱ
Check completato il ................................ alle ore ......................
Nome e firma del D.M. o Ufficiale delegato ...........................................................................................................................................
Durante l’imbarco va tenuta sotto controllo la pressione della nafta e, qualora fosse necessario
un brusco arresto del pompaggio, si avvisa per radiotelefono la bettolina o si blocca l’imbarco
con un telecomando. Dalla stazione d’imbarco il combustibile percorre la linea di imbarco e,
tramite valvole telecomandate dalla sala controllo propulsione, raggiunge i depositi previsti. La
quantità imbarcata è verificata dal bordo e dalla bettolina, il comandante di questa compila la
bolla di consegna, le manichette sono spurgate e sconnesse e la bettolina disormeggiata.
100 CAPITOLO 4
- I depositi della nafta pesante o almeno le zone vicine alle prese per il pompaggio vanno
mantenuti a una temperatura che renda il combustibile pompabile, cioè con viscosità minore
di 700 cSt e mai superiore a 1 000 cSt: a questo primo preriscaldamento provvedono di solito
serpentine a vapore. Ad esempio un IFO 30 è pompabile anche a qualche grado sotto lo zero,
un IFO 120 lo è sui 30 °C, mentre un IFO 600 va portato fino a circa 50 °C.
- Previo un filtro grossolano sull’aspirazione, una pompa di travaso a viti invia la nafta a una
cassa di decantazione a fondo inclinato, dove parte dell’acqua presente si separa sul fondo
assieme a vari sedimenti solidi ed è periodicamente rimossa attraverso valvole di drenaggio o
di spurgo. Pompe e filtri sono in coppia, con un’unità in servizio e l’altra in stand-by.
- Nella cassa di decantazione la temperatura viene mantenuta sui 60 ÷ 65 °C per facilitare la
coalescenza delle gocce d'acqua e far calare la viscosità del combustibile, accelerando così la
separazione. Una seconda pompa di travaso invia poi la nafta a un riscaldatore e quindi a
uno o più depuratori centrifughi: ad esempio un IFO 180 dovrà essere portato sui 90 ÷ 95 °C,
un IFO 600 sui 98 ÷ 99 °C. I depuratori, disposti in serie o anche in parallelo per alte portate,
rimuovono la maggior parte dell’acqua e dei sedimenti.
102 CAPITOLO 4
- A questo punto la nafta viene inviata nella cassa di servizio giornaliera anch’essa a fondo
inclinato, poi attraversa un misuratore di portata e riempie per gravità una cassa del fuel
trattato (o cassa di mescolamento) posta circa due metri più in basso e provvista di serpentina
di riscaldamento operante solo in fase di avviamento e non in condizioni di regime.
- Da qui le pompe spinta nafta (o pompe booster), con pressioni di mandata da 4 ÷ 6 bar fino a
oltre 12 bar, inviano la nafta a un’ultima sezione di riscaldamento (che arriva a 110 ÷ 130 °C,
con punte fino a 150 °C) per portare la viscosità a 12 ÷ 25 cSt. Spesso i riscaldatori sono sotto
viscosimetro per sopperire alle fluttuazioni di viscosità dovute a partite di bunker di diversa
provenienza. Dopo un’ultima filtrazione fine, la nafta arriva infine alle pompe d’iniezione del
motore; dato che le pompe booster elaborano una portata superiore a quella richiesta dal
motore, la quantità eccedente torna alla cassa del combustibile trattato, mantenuta a livello
costante, per cui il misuratore di portata rileva la quantità effettivamente consumata.
- In parallelo alla cassa di servizio giornaliera, nei motori a quattro tempi è spesso prevista una
cassa di combustibile distillato, da usare in fase di avviamento, in manovra e ai bassi carichi.
La cassa del distillato non è provvista di serpentina di riscaldamento.
FILTRAZIONE
Avviene per tappe successive, con filtri a rete metallica sempre più fini.
Mentre i filtri grossolani posti sull’aspirazione delle pompe di travaso hanno una finezza
compresa tra 100 e 500 µm, i filtri in fino a valle delle pompe booster arrivano di norma a 15
µm, talora anche sotto i 5 µm.
La figura 4.15 riporta lo schema di un filtro in fino: il
combustibile da trattare (1) attraversa dall’esterno verso
l’interno lo strato filtrante (2) poi si raccoglie lungo l’asse
del filtro ed esce (3).
I filtri sono sempre in coppia e provvisti di un manometro
differenziale che misura il loro grado di intasamento: per
esempio, in un filtro con pressione di esercizio di 10 bar e
nafta pesante con viscosità 14 cSt, la perdita di carico a
filtro pulito può valere 0,2 bar e l’allarme suonare a 0,8
bar.
Alcuni filtri sono detti autopulitori perché sull’elemento
filtrante striscia di continuo un pettine, mosso da un
motorino elettrico o da una piccola turbina azionata dallo
stesso combustibile, che rimuove le impurezze e le avvia
allo scarico in cassa morchie.
Figura 4.15 – Filtro in fino.
COMBUSTIBILI PER MOTORI DIESEL 103
DEPURAZIONE CENTRIFUGA
Serve per separare dal combustibile sostanze solide in sospensione (pericolose per le pompe di
iniezione e i polverizzatori), acqua e sali solubili in essa (come per esempio il sodio), ma non le
ceneri solubili in olio. Questo tipo di depurazione allontana comunque tutte le particelle solide
fino a 3 ÷ 5 µm di diametro e riesce ad abbassare il contenuto di acqua sotto lo 0,2%.
I depuratori sono chiamati comunemente, ma anche impropriamente, centrifughi. Per capire
meglio il concetto si riportano comunque alcune nozioni di meccanica elementare.
● È noto che, se un corpo di massa m si sta muovendo di moto circolare uniforme con velocità
periferica v e velocità angolare ω lungo una circonferenza di raggio R, significa che sul corpo
viene esercitata una forza centripeta rivolta verso il centro della circonferenza e avente modulo:
2
v
Fc = m = m ω2 R
R
Questa forza può essere trasmessa alla massa rotante tramite la coesione interna di un mezzo
materiale (filo, sbarretta), una forza di attrazione elettrostatica (fra elettroni negativi e nucleo
positivo) o una di attrazione gravitazionale (Terra che ruota intorno al Sole) ecc. Ma se il centro
esercita una forza centripeta sulla massa, per il terzo principio della dinamica questa esercita sul
centro una forza uguale e contraria, detta forza centrifuga, che tende a farlo fuggire dalla sua
posizione. Tale fatto si nota bene se il centro non è fisso in modo rigido: se per esempio si fa
ruotare con un braccio un sasso legato a una fune, il braccio tende ad essere trascinato dal sasso.
Se viene a cedere la forza di attrazione tra centro e massa (per esempio se si rompe la fune legata
al sasso), quest’ultima parte per inerzia lungo la tangente alla circonferenza nel punto di
interruzione della forza e, in assenza di altre forze, si allontana sempre più dal centro, muovendosi
con moto rettilineo uniforme.
Il depuratore centrifugo, mettendo il combustibile in forte rotazione (da 6 000 a oltre 8 000 giri
al minuto), separa le gocce d’acqua e le particelle solide in sospensione non in base alle loro
dimensioni come nei filtri, ma grazie al loro maggior peso specifico perché, con la rotazione,
genera in esse accelerazioni centrifughe anche 15 000 volte superiori a quella di gravità, che le
proiettano alla periferia del depuratore, da cui vengono poi rimosse, consentendo separazioni
molto spinte in tempi e volumi ridotti.
5.1 GENERALITÀ
L’iniezione deve assolvere ai seguenti compiti:
- dosare il voluto quantitativo di combustibile richiesto ai vari regimi;
- portarlo alla pressione necessaria per una efficace polverizzazione;
- iniettarlo finemente polverizzato in camera di combustione.
Si prenderà in esame prima la tradizionale iniezione meccanica diretta, poi quella elettronica.
● Prevalenza di una pompa è l’energia h che questa cede all’unità in peso di liquido. Per una pompa
installata all’inizio di una tubazione (fig. 5.3) e, indicate con ∆ h le perdite di carico incontrate dal
liquido lungo la tubazione, la prevalenza della pompa si esprime attraverso le seguenti relazioni:
p 2 − p1 w2 − w1 p m − p1
2 2
h = + + z 2 – z 1 + ∆h ovvero: h =
γ 2g γ
con:
w1 velocità nella sezione iniziale, in m/s;
w2 velocità nella sezione finale, in m/s;
p1 pressione nella sezione iniziale, in N/m2;
p2 pressione nella sezione finale, in N/m2;
pm pressione di mandata, in N/m2;
z1 quota della sezione iniziale, in m;
z2 quota della sezione finale, in m;
∆h perdite di carico lungo il percorso, in m.
Figura 5.3 – Prevalenza di una pompa.
In particolare, la prevalenza che la pompa del combustibile cede a quest’ultimo serve per:
- superare la sopraelevazione geodetica tra la mandata della pompa e i polverizzatori;
- vincere la pressione che regna nel cilindro al momento dell’iniezione e che assume valori di
30 ÷ 50 bar e oltre;
- imprimere alle goccioline di combustibile una velocità tale (anche superiore a 200 m/s) da
consentire loro di penetrare in profondità nell’aria compressa, la quale ha una densità
enormemente superiore a quella normale e che quindi offre una notevole resistenza di attrito;
- vincere le perdite di carico distribuite sulla tubazione che va dalla pompa al polverizzatore e
soprattutto quelle concentrate nel foro o nei fori del polverizzatore.
La pompa d’iniezione riceve il combustibile dalla pompa booster e lo porta a una pressione che
varia in media dai 100 ai 700 bar, ma che arriva fino a oltre 2 000 bar, per cui può avere una
prevalenza di diverse migliaia di metri. Una prevalenza così elevata impone che le pompe di
iniezione debbano essere di tipo volumetrico alternativo e, per motivi di sincronismo con le fasi
del motore, il comando deve provenire dallo stesso albero di quest’ultimo, con un meccanismo
di trasformazione del moto che, date le piccole dimensioni dei componenti, non può essere del
tipo biella-manovella ma del tipo camma-punteria. Il comando meccanico dei pistoni di tali
pompe alternative deriverà così da punterie azionate da un albero a camme sistemato nella parte
bassa del corpo pompa e che ruota alla stessa velocità del motore se questo è a due tempi,
ovvero a velocità pari alla metà se questo è a quattro tempi.
L’INIEZIONE DEL COMBUSTIBILE 107
La maggioranza delle pompe del combustibile ha una struttura che deriva da quella della pompa
ideata a suo tempo da Robert Bosch (fig. 5.4).
La pompa è formata da un cilindretto (1) che porta
due fori, uno per l’afflusso (2) del combustibile
mandato dalla pompa booster, l’altro per il deflusso
(3) di quello in eccesso rispetto alla richiesta.
Nel cilindretto scorre un pistoncino o pompante (4)
che delimita una camera di pressione avente per
testata una valvola di non ritorno (5) scorrevole in un
corpo portavalvola (6) inserito sulla carcassa della
pompa tramite un raccordo filettato (7). Quando, per
effetto della corsa del pompante, la pressione nella
camera supera il valore di taratura di una molla di
contrasto (8), la valvola di non ritorno si solleva e il
combustibile è spinto nella tubazione di mandata (9)
fino all’iniettore.
Sotto il corpo della pompa è inserita una bussola (10)
che può esser fatta ruotare intorno al proprio asse da
una cravatta dentata (11) fatta ruotare a sua volta da
una cremagliera (12) comandata dal sistema di
regolazione del motore.
Il pompante è mosso dalla camma (13) con punteria
(14) a rullo (15), che solleva la bussola tramite una
vite di registrazione (1), mentre la ridiscesa della
bussola è imposta dalla molla di richiamo (17)
compressa fra due piattelli, uno superiore (18)
solidale con la pompa e uno inferiore (19) che si
muove col pompante, il quale porta due alette (20)
che si impegnano tra due sfinestrature della bussola.
Come visto sopra, nel cilindretto (1) scorre il pompante (2). Mentre
il primo presenta due fori opposti, uno di afflusso del combustibile
(3) e uno di riflusso (4), il secondo porta una fresatura elicoidale (5)
e una scanalatura longitudinale (6): nel movimento di discesa i fori
vengono scoperti e la nafta riempie il volume sopra il cilindretto, la
fresatura elicoidale e la scanalatura longitudinale dello stantuffino.
Durante il moto di salita il pompante comprime il combustibile che
in un primo momento rifluisce attraverso i fori. Ma non appena,
continuando la corsa di salita, il pompante li copre, la pressione
aumenta, solleva la valvola di non ritorno e si propaga fino
all’iniettore.
Nel frattempo il pompante, proseguendo la corsa di salita, arriva a presentare la fresatura elicoidale
davanti al foro di riflusso del cilindretto: in tale situazione la quantità di combustibile in eccesso si
scarica rifluendo a monte della pompa di iniezione e la brusca caduta di pressione provoca la
chiusura della valvola di mandata, quindi la fine dell’iniezione.
La quantità iniettata si fa variare intervenendo sulla corsa utile di mandata del pompante grazie alla
scanalatura elicoidale che consente, per rotazione del pompante in un senso o nell’altro, di realizzare
una maggiore o minore lunghezza del tratto che lascia coperto il foro di afflusso. Tale rotazione si
ottiene tramite l’asta a cremagliera che ingrana sulla cravatta dentata. Il valore di portata nulla si ha
quando il pompante ruota fino a presentare la scanalatura verticale contro la luce di riflusso. Lo
spostamento dell’asta dal valore minimo di portata nulla a quello di portata massima può essere di
tipo manuale o automatico: in questo secondo caso la pompa di iniezione è corredata di un
autoregolatore che adegua al carico l’afflusso di nafta ai polverizzatori.
Se in un motore policilindrico una sola unità raggruppa tutte le pompe di iniezione, queste sono
comandate da un’asta a cremagliera comune. La figura 5.6 mostra il gruppo delle pompe di
iniezione del motore SACM DIESEL UD 30 V16 D, gruppo montato fra una bancata e l’altra.
Figura 5.6 – Gruppo pompe del combustibile del motore SACM DIESEL UD 30 V16 D.
Molti motori sono corredati di un dispositivo ausiliario chiamato variatore di anticipo, il quale
regola appunto l’anticipo all’iniezione in base alla velocità di rotazione del motore.
5.5 POLVERIZZATORI
L’iniettore, detto anche polverizzatore o ugello, è fissato sulla testata del cilindro e assolve il
compito di iniettare in camera di combustione il combustibile inviata dalla pompa di iniezione
frammentandolo in minutissime goccioline allo scopo di aumentare la loro superficie di contatto
con l’aria comburente e ridurre il ritardo con cui queste si adeguano alla sua temperatura.
Esso è costituito di due parti essenziali: il polverizzatore propriamente detto, che effettua la
sopra citata frammentazione del combustibile in goccioline, e il portapolverizzatore, che reca i
raccordi necessari per l’arrivo del combustibile al polverizzatore e per il riflusso.
I fori hanno un diametro minimo di 0,2 mm che aumenta di 0,05 mm alla volta.
(a) (b)
Nelle camere a elevata turbolenza una particolare conformazione della sommità del pistone o
della testata crea un vano in cui l’aria acquista un moto vorticoso che a sua volta frammenta
ulteriormente le goccioline di combustibile e le distribuisce energicamente in tutta la camera di
compressione. La tecnica può essere spinta fino a ricavare nella testata una precamera con un
volume compreso fra il 30% e il 70% del volume totale della camera di combustione e che
comunica con quella principale tramite un canale: il combustibile, iniettato nella precamera,
brucia in parte e provoca un aumento di pressione che proietta il combustibile residuo nella
camera principale dove la combustione si completa. In questo modo si ottiene una iniezione
meccanica indiretta che, in un certo senso, è paragonabile alla vecchia iniezione pneumatica.
Il sistema di iniezione meccanica indiretta si rivela invece più indicato per motori diesel di
minore potenza, come quelli a quattro tempi veloci destinati al comando di ausiliari. In questi
casi, infatti, i ridottissimi valori del consumo di combustibile per ciclo comportano che il
diametro dei fori diventi tanto piccolo (fino a pochi decimi di millimetro) da rendere la
costruzione molto delicata e gli interventi di manutenzione troppo frequenti. Si aggiunga che,
data l’elevata velocità del motore, il tempo disponibile per la combustione diventa brevissimo
(fino a meno di due millesimi di secondo), per cui il ritardo all’accensione inizia ad acquistare
un ruolo determinante e la stessa qualità della combustione rischia di essere compromessa. Nei
motori che adottano tale tipo di iniezione meccanica i polverizzatori sono a foro unico e la
pressione di iniezione è più contenuta, di solito al di sotto dei 250 bar con minimi fino a 100
bar. All’interno del cilindro si raggiungono pressioni medie effettive molto alte, associate però a
pressioni massime del ciclo più contenute (60 ÷ 80 bar) ed a un funzionamento meno ruvido. Va
comunque detto che i motori diesel con camere di combustione a elevata turbolenza, e ancora di
più quelli del tipo a precamera, proprio perché adatti a piccole potenze, sono rari a bordo delle
navi mercantili e si trovano più frequentemente su imbarcazioni minori o da diporto.
La figura 5.13 mostra due soluzioni di camera di combustione a elevata turbolenza, delle quali
una (a) è ricavata nella testa del pistone e l’altra (b) è una precamera ricavata nella testata del
cilindro.
(a) (b)
Figura 5.14 – Fase di combustione in un motore diesel. Figura 5.15 – Effetti del ritardo all’accensione.
Appare dunque evidente il ruolo che il ritardo all’accensione del combustibile svolge sul
funzionamento più o meno rude (o ruvido) del motore. Per meglio chiarire il concetto, la figura
5.15 mostra le parti di diagramma indicato aperto relative al processo di combustione per un
motore diesel alimentato con combustibili caratterizzati da un crescente ritardo all’accensione
(il punto I indica l’inizio dell’iniezione). Ricordando che siffatto fenomeno può essere correlato
con il numero di cetano NC, la curva (1) si riferisce a un NC elevato (per esempio NC = 50), la
(2) a un NC medio (per esempio NC = 40) e la curva (3) a un NC molto scadente (per esempio
NC = 30): come si vede, al crescere del ritardo all’accensione crescono sia la quantità di
combustibile che si accumula in camera di compressione e che brucia poi bruscamente, sia il
picco di massima pressione, mentre diminuisce l’area sottesa alla curva, area che esprime il
lavoro interno ceduto al pistone.
114 CAPITOLO 5
Mentre nei motori terrestri ad accensione comandata l’iniezione elettronica si è affermata ormai
da molti anni senza grossi impedimenti al suo sviluppo, con i grandi motori diesel si sono
incontrate maggiori difficoltà, dovute sia alla scarsa qualità del combustibile da iniettare sia al
limitato intervallo di tempo a disposizione dell’iniezione. Tutti i grandi costruttori di motori a
quattro tempi e a due tempi hanno tuttavia messo a punto fin dall’inizio degli anni ’80 sistemi di
iniezione elettronica, differenti tra loro e molti dei quali tuttora in evoluzione, ma composti delle
medesime parti essenziali, tutte duplicate o anche triplicate per motivi di sicurezza.
In generale il combustibile è inviato nell’accumulatore a una pressione variabile fra 700 e 1500
bar tramite pompe di alta pressione, di tipo volumetrico alternativo, alimentate da un circuito di
bassa pressione e azionate da un albero a camme collegato all’albero motore con un ingranaggio
moltiplicatore. L’accumulatore, il cui compito è quello di mantenere una pressione costante per
tutti gli iniettori, può essere unico o formato da più unità collegate tra loro. L’iniettore è una
servovalvola di iniezione comandata da un servocircuito idraulico anch’esso di logica common
rail e pilotata elettronicamente da una unità di controllo a cui arriva il segnale trasmesso da un
sensore elettronico dell’angolo di manovella.
Si considerano adesso due schemi di iniezione elettronica, il primo per un motore a quattro
tempi medioveloce (Wärtsilä 46F), il secondo per un motore a due tempi lento (Sulzer RT-flex),
fermo restando che si daranno solo informazioni generali senza scendere in dettaglio sulle
singole parti dell’impianto.
L’INIEZIONE DEL COMBUSTIBILE 115
Figura 5.16 – Sistema common rail del motore Wärtsilä 46F e relativo iniettore.
Figura 5.17 – Controlli del motore a due tempi Sulzer RT-flex common rail.
La convenienza di riunire sotto un unico sistema di controllo questi tre impianti deriva dal fatto
che hanno come variabile d’ingresso comune l’angolo di manovella (crank angle). Il cilindro è
provvisto di tre iniettori su ognuno dei quali è possibile effettuare una regolazione separata.
L’accumulatore common rail a 1000 bar prevede l’alimentazione sia con combustibile pesante
HFO (fino alla categoria IFO 730) sia con combustibile distillato MDO, a seconda del tenore
massimo di zolfo consentito dalle normative del Paese nelle cui acque sta navigando la nave.
Il comando idraulico della valvola di scarico è identico a quello tradizionale, con la differenza
che in questo caso l’energia proviene da un accumulatore comune portato a 200 bar da pompe di
alta pressione comandate dal medesimo ingranaggio che comanda quelle del combustibile.
La figura 5.18 mostra lo schema di comando delle pompe di alta pressione del combustibile.
L’INIEZIONE DEL COMBUSTIBILE 117
Figura 5.18 – Sistema common rail del motore a due tempi Sulzer RT-flex.
La figura 5.19 mostra una rappresentazione CAD del motore e le parti principale dell’impianto,
cioè l’unità di alimentazione (1) con le pompe del combustibile e del servocircuito idraulico,
l’accumulatore common rail (2) che corre lungo i cilindri e i filtri (3) del servocircuito idraulico.
La figura 5.21 mostra due rappresentazioni CAD della linea common rail, a sinistra la vista di
un segmento intermedio, a destra una estremità. Nella figura 5.22 sono infine visibili le sommità
dei cilindri di un motore 7RT-flex60C e l’unità common rail aperta dal lato di accesso.
Figura 5.22 – Sommità del motore 7RT-flex60C con unità common rail aperta dal lato di accesso.
6
La sovralimentazione
6.1 GENERALITÀ
Si ricorda che viene definito sovralimentato un motore diesel il quale sia alimentato con aria a
una pressione maggiore di quella normale.
Nei motori a quattro tempi la linea di demarcazione fra motori normali e sovralimentati è netta,
perché sarebbe sufficiente che nel collettore di aspirazione l’aria avesse una pressione anche di
pochissimo superiore a quella atmosferica per poter parlare di sovralimentazione. Invece nei
motori a due tempi tale distinzione non può che essere convenzionale perché è indispensabile
forzare l’aria di carica ad entrare nel cilindro e, come si è visto, a questo incarico provvede la
cosiddetta pompa dell’aria, di tipo volumetrico alternativo o rotativo. Si conviene pertanto di
definire sovralimentato un motore a due tempi quando la pressione nel collettore di lavaggio è
superiore alla soglia convenzionale di 0,3 bar effettivi.
Il solo fatto di aumentare la pressione dell’aria immessa nei cilindri comporta l’aumento della
pressione media effettiva pme e quindi della potenza, come risulta dalla nota relazione:
3,33
Pe = pme Vcg z n
t
A seconda dell’origine della potenza meccanica spesa per comprimere l’aria di carica ammessa
nei cilindri di un motore sovralimentato, conviene distinguere fra tre tipi di sovralimentazione:
- sovralimentazione meccanica: il compressore è azionato dall’asse del motore diesel tramite
vari tipi di collegamento meccanico e la potenza che assorbe va sottratta da quella sviluppata
dal motore, per cui rappresenta una perdita addizionale di un certo rilievo; questa soluzione è
stata impiegata in una prima fase storica e come secondo stadio di sovralimentazione nei
motori a due tempi a lavaggio trasversale;
- sovralimentazione elettrica: il compressore è azionato da un motore elettrico; anche questa
soluzione comporta una spesa di potenza meccanica esterna ed appartiene a una fase storica
superata; rimane tuttavia valida ancora oggi come sovralimentazione di supporto ai bassi
regimi del motore, come si verifica per esempio in fase di avviamento;
- sovralimentazione dinamica: il compressore è azionato da una turbina messa in rotazione dai
gas di scarico uscenti dal motore; è il tipo di sovralimentazione normalmente in uso e prende
anche il nome di sistema Büchi o di sovralimentazione per turbocompressione.
120 CAPITOLO 6
Anche la sovralimentazione elettrica si diffuse in breve tempo, soprattutto nei motori diesel
industriali e per trazione ferroviaria. Molto attiva in questo settore fu la società svizzera BBC
(Brown Boveri & Cie) fondata a Baden nel 1891 da Charles Eugen Lancelot Brown e da Walter
Boveri per operare nei settori allora emergenti degli impianti elettrici e delle turbine a vapore e
che diventerà in seguito società leader nella costruzione di turbosoffianti. La figura 6.2 mostra
un gruppo di sovralimentazione elettrica che la BBC forniva dal 1915 alla Sulzer e ad altri
clienti. Si notino i cuscinetti esterni e la soffiante di tipo centrifugo bistadio.
Più lento e tormentato fu lo sviluppo della sovralimentazione dinamica. I primi studi organici in
materia furono fatti dall’ingegnere svizzero Alfred Büchi (1879-1959), che brevettò nel 1905 un
progetto di turbosoffiante in cui erano montati su un unico asse un motore diesel a quattro
tempi, una turbina a gas di scarico a salti di velocità e un compressore assiale multistadio.
Ma l’interesse sulla sovralimentazione era soprattutto stimolato dalla speranza di risolvere il
problema del calo di potenza che subivano i motori degli aerei da caccia per effetto del calo di
densità dell’aria con l’altitudine: infatti già a 2 000 metri di altezza la pressione atmosferica vale
il 78% del valore a livello del mare, scendendo al 60% a 4 000 metri e al 26% a 10 000 metri.
Studiosi di vari paesi si cimentarono nell’impresa, compreso il famosissimo professor Rateau,
inventore dell’omonima turbina a vapore e del compressore centrifugo multistadio. Nel 1906
Rateau brevettò un sistema di sovralimentazione con turbina a gas di scarico e ne costruì alcuni
prototipi nel 1907, ma anche lui finì per abbandonare gli studi perché deluso dai risultati poco
incoraggianti. Purtroppo le ricerche non vennero nemmeno proseguite da altri, per cui ripresero
in Europa solo nel periodo compreso fra le due guerre mondiali.
Le prime turbosoffianti impiegate con successo in applicazioni concrete furono invece realizzate
dallo statunitense Sanford Moss della General Electric (G.E.) che, su incarico dell’aviazione
americana pressata dalle necessità belliche, iniziò nella seconda metà del 1917 ad attrezzare un
numero crescente di aerei da caccia con il nuovo sistema di sovralimentazione (fig. 6.3); le
sperimentazioni proseguirono a pieno ritmo anche dopo l’armistizio e nel 1920 il maggiore
Schroeder riusciva a salire fino alla quota di ben 11 000 metri sul livello del mare.
Nel frattempo in Europa gli studi sulla sovralimentazione si concentravano soprattutto sui
motori diesel di grossa potenza e Büchi brevettò nel 1915 la prima turbosoffiante ad asse libero,
già presentata in un articolo del 1909. Nel mese di settembre del 1923 la SLM di Winterthur
(Schweizerische Lokomotiv-und Maschinen-Fabrik), una fabbrica di motrici ferroviarie, ordinò
alla BBC una turbosoffiante per un motore diesel sperimentale a due tempi.
122 CAPITOLO 6
La prima applicazione commerciale della sovralimentazione in campo navale si ebbe nel 1923,
quando il cantiere Vulcan di Stettino ricevette dalla compagnia East Prussia Line l’ordine di
costruire due grandi navi passeggeri, la Preussen e la Hansestadt Danzig, ognuna propulsa da
due motori diesel a quattro tempi MAN, per i quali si decise di adottare la tecnica nuova e
rivoluzionaria della sovralimentazione. Le turbosoffianti furono costruite presso il cantiene
Vulcan in collaborazione con la BBC che fornì i compressori, e le navi vennero varate nel 1926.
In pochi anni si moltiplicarono i motori sovralimentati per la propulsione navale e la trazione
ferroviaria, esportati soprattutto negli USA, e la BBC stipulò accordi di costruzione su licenza
con varie case costruttrici di motori, come la Kloeckner-Humboldt-Deutz di Colonia, l’italiana
Franco Tosi di Legnano (1927), la Werkspoor olandese (1928) e le stesse Sulzer e MAN (1935).
Produzione ed esportazione di gruppi di sovralimentazione negli Stati Uniti subirono una certa
flessione durante la seconda guerra mondiale, ma il settore segnò una fortissima ripresa nel
dopoguerra e nel 1958 la licenza di costruzione delle turbosoffianti fu concessa anche al colosso
giapponese Ishikawajima Harima Heavy Industries Ltd (IHI), di Tokyo.
Le prestazione delle turbosoffianti crebbero velocemente con gli anni, come si può anche vedere
dalla figura 6.5, che mostra un gruppo di sovralimentazione BBC del 1946, già molto simile a
quelli di oggi. La tecnica della sovralimentazione ha però compiuto da allora enormi progressi
ed è tuttora in forte evoluzione.
Figura 6.5 – Rotore di turbosoffiante BBC del 1946 (foto ABB Turbocharging).
LA SOVRALIMENTAZIONE 123
Dette p1 la pressione di inizio compressione del motore normale (p1 ≈ patm) e p1' quella
corrispondente del motore sovralimentato, si definisce grado di sovralimentazione il rapporto:
p '
ρ' = 1
p1
Si dimostra subito che le pressioni di fine compressione stanno fra loro nello stesso rapporto di
quelle di inizio compressione. Infatti, dall’equazione pV k = costante, valida per un gas perfetto
che compie una trasformazione adiabatica, si ha:
p1' V1 k = p2' V 2 k p1 V1 k = p2 V 2 k
p1 ' p2 '
e, dividendo membro a membro, risulta: = = ρ'
p1 p2
È facile verificare che, detta m la massa di aria entrata nel cilindro del motore normale, quella
entrata nel cilindro del motore sovralimentato è pari a m ρ'. Se adesso si fornisce all’aria nello
stato 2' una quantità di calore isocoro pari a ρ' volte quella fornita all’aria nello stato 2, risulterà:
p3 '
= ρ'
p3
In breve, tutte le pressioni dei vertici del ciclo risultano aumentate, il ciclo si allunga verso l’alto
e si conferma che, crescendo la pressione media, cresce la potenza sviluppata dal motore.
● Nell’ipotesi che i due motori siano alimentati da aria inizialmente alla medesima temperatura,
passando dal motore normale a quello sovralimentato le temperature del ciclo dovrebbero
rimanere inalterate. Infatti, dall’equazione:
( 1− k)/k
Tp = costante
valida anch’essa per un gas perfetto che compia una trasformazione adiabatica, si ottiene:
( 1− k)/k ( 1− k)/k ( 1− k)/k ( 1− k)/k
T1' p1' = T2' p2' T1 p1 = T2 p2
per cui, dividendo anche qui membro a membro e nell’ipotesi di T1 = T2 , risulta T1' = T2' .
Con ragionamenti analoghi tutte le altre temperature del ciclo dovrebbero rimanere inalterate.
● In realtà la compressione dell’aria comporta un suo forte riscaldamento (oltre 100 °C, con
punte anche fino a 160 °C), che il successivo raffreddamento riduce ma non elimina, e l’aria
entra nel cilindro di un motore sovralimentato a una temperatura di circa 40 ÷ 50 °C. Pertanto
tutte le temperature del ciclo aumentano, con un maggiore cimento termico del motore che si
aggiunge a quello meccanico. In definitiva, al crescere del grado di sovralimentazione si deve
rinunciare a mantenere costante il rapporto aria/combustibile ma si deve aumentare l’eccesso
d’aria: in tal modo si conseguirà un aumento di potenza minore di quello teorico ottenibile,
ma in compenso il motore avrà un funzionamento più tranquillo, con punte massime di
pressione di combustione non molto maggiori di quelle di un motore normale.
Sempre con riferimento allo schema simbolico di turbosoffiante riportato nella figura 6.6 e dette
Ggs la portata di gas di scarico e Ga quella di aria, si vedrà ora con quali relazioni di calcolo si
può descrivere il funzionamento della turbina e della soffiante. In questo studio si rivela comodo
rappresentare le trasformazioni che avvengono in questi organi nel diagramma (h; s).
LA SOVRALIMENTAZIONE 125
TURBINA
I gas provenienti dai cilindri si presentano all’ingresso della macchina alla pressione p1 e,
richiamati dalla bassa contropressione di scarico p2 < p1 ( p2 sarà pari alla pressione atmosferica
o poco superiore), subiscono l’espansione 1-2 che in teoria è adiabatica e isoentropica (fig. 6.8).
L’ipotesi di adiabaticità è giustificata dal fatto che l’attraversamento della turbina (per di più
monostadio) da parte dei gas avviene ad elevatissima velocità, per cui le inevitabili perdite di
calore si possono ritenere trascurabili rispetto all’enorme potenza entalpica in transito. Non è
invece rispettata l’ipotesi di isoentropicità a causa delle perdite per attrito fluodinamico, per cui
l’espansione reale 1-2' avviene ad entropia crescente.
Indicato con ∆h il salto entalpico teorico che i gas
subirebbero in un’espansione isoentropica e con ∆hr
quello minore che subiscono durante l’espansione
reale, lo scostamento dell’espansione reale da quella
ideale è espresso dal rendimento isoentropico o
specifico della turbina ηsT , dato dal rapporto fra il
salto entalpico reale ∆hr e quello isoentropico ∆h :
∆hr
η sT =
∆h
Nelle turbine a gas dell’ultima generazione questo
rendimento vale mediamente 0,89 ÷ 0,90. Figura 6.8 – Espansione dei gas in turbina.
Dalla termodinamica si sa che la caduta entalpica reale subita dai gas esprime il lavoro interno
che questi sono in grado di cedere alla palettatura della turbina, per cui in questo caso il lavoro
interno che i gas cedono alla palettatura è minore di quello teorico atteso.
Note o stimate la temperatura t1 e la pressione p1 dei gas di scarico all’ingresso della turbina e
la contropressione di scarico p2 , la temperatura di fine espansione teorica t2 si calcola con
l’equazione dell’adiabatica:
T1 p1 (1– k) / k = T2 p2 (1– k) / k
mentre la temperatura t2' si può determinare dal rendimento isoentropico della turbina (noto o
assunto) nell’ipotesi che sia trascurabile la differenza tra il calore specifico medio a pressione
costante dei gas nell’intervallo di temperature fra t1 e t2 e quello nell’intervallo fra t1 e t2 ' .
∆hr c p (t1 − t 2 ' ) t1 − t 2 '
η sT = = ≈
∆h c p (t 1 − t 2 ) t1 − t 2
Indicato con l iT il lavoro interno che l’unità di massa (kg) di gas di scarico cede realmente alla
palettatura della turbina e, ricordando che la variazione di entalpia di un fluido che non subisce
passaggi di stato è data dal prodotto del suo calore specifico medio a pressione costante cp per la
variazione di temperatura subita dal fluido stesso, risulta:
l iT = ∆hr = h1 – h2' = cp ( t1 – t2' )
La potenza interna PiT che i gas cedono alla turbina è data poi da: PiT = Ggs ( h1 – h2' )
Indicando infine con ηmT il rendimento meccanico della turbina (ηmT = 0,98 ÷ 0,99), la potenza
meccanica effettiva PeT che la turbina cede alla soffiante è data da:
PeT = PiT ηmT
126 CAPITOLO 6
SOFFIANTE
La soffiante è alimentata dalla portata di aria Ga che, entrando alla pressione p3 (in pratica alla
pressione atmosferica o a un valore leggermente inferiore per tenere conto delle perdite di carico
nel filtro posto sull’aspirazione), deve essere portata fino alla pressione finale p4 > p3 che si
suppone incognita e che si vedrà ora come calcolare.
Anche qui la compressione è con buona approssimazione adiabatica ma non isoentropica, per
cui la compressione reale 3-4' comporta un salto entalpico ∆hr maggiore di quello isoentropico
∆h associato alla compressione ideale 3-4.
Lo scambio unitario di lavoro di compressione dell’aria nella soffiante lS è ora negativo perché
ceduto dall’esterno al sistema e, con considerazioni di termodinamica generale analoghe a
quelle fatte in precedenza, il suo valore assoluto è dato da:
| lS | = h4' – h3 = cp ( t 4' – t 3 )
Mentre la temperatura iniziale t3 della sala macchine è nota o assumibile con facilità, quella di
fine compressiore reale si può determinare in base a considerazioni sulla potenza meccanica
effettiva PaS che la soffiante riceve dalla turbina e che vale ovviamente:
PaS = PeT ηmS
Indicato con ηmS il rendimento meccanico della soffiante (ηmS = 0,98 ÷ 0,99), la potenza interna
PiS che la soffiante trasmette all’aria è data da:
PaS
PiS =
ηmS
ovvero, in termini di parametri relativi all’aria:
PiS = Ga ( h4' – h3 ) = Ga cp ( t 4' – t3 )
Si ricava t4' e poi si risale a t4 grazie al rendimento isoentropico della soffiante, noto o assunto:
∆h c p (t 4 − t 3 ) t 4 − t3
η sS = = ≈
∆hr c p (t 4 ' − t3 ) t 4' − t 3
(a) (b)
Figura 6.10 – Sovralimentazione a pressione costante (a) e ad impulsi di pressione (b).
Figura 6.11 – Sovralimentazione a pressione costante nei grandi motori a due tempi (Wärtsilä NSD).
128 CAPITOLO 6
Nella sovralimentazione a impulsi di pressione ogni cilindro è collegato alla turbina tramite un
proprio condotto di sezione contenuta e il meno tortuoso possibile, proprio per sfruttare anche le
punte di pressione che i gas possiedono nel momento in cui escono dai cilindri; in tal modo si
mette a disposizione della turbina una potenza maggiore, che viene però utilizzata con minore
rendimento e maggiori sollecitazioni meccaniche. La sovralimentazione a impulsi di pressione
risulta vantaggiosa nei motori più soggetti a carico variabile, cioè in quelli a quattro tempi.
I possibili schemi di collegamento fra cilindri e collettore di scarico sono numerosi e diversi tra
loro (fig. 6.12), in funzione di tipo di motore, potenza, numero di cilindri, impiego previsto,
grado di sovralimentazione ecc., per cui lo stesso motore viene spesso offerto sul mercato con
diverse configurazioni dei condotti di scarico.
La figura 6.13 mostra le due soluzioni di sovralimentazione a impulsi di pressione adottate per il
motore a quattro tempi medioveloce Wärtsilä 6L32, quella più in basso denominata SPEX.
I motori a due tempi rimasero invece esclusi per decenni dalla possibilità di venir sovralimentati
perché le turbosoffianti dell’epoca non erano in grado di sviluppare rapporti di compressione
sufficienti per inviare l’aria nei cilindri. Nell’intento di aumentare la potenza dei motori a due
tempi, negli anni ’30 la MAN, la FIAT e altri costruttori misero a punto motori a due tempi a
doppio effetto, cioè con il cilindro diviso dal pistone in due semicilindri come nelle motrici
alternative a vapore. Vanno per esempio citati il Vulcania (1935) e, in tempi successivi, il
Giulio Cesare (1951) e l’Augustus (1952), entrati in servizio sulle linee per il Sud America. Nel
secondo dopoguerra i motori a doppio effetto furono abbandonati e si deve arrivare agli anni ’60
per poter assistere all’inizio della rivincita del motore a due tempi, quando si poté finalmente
estendere anche a questi ultimi la tecnica della sovralimentazione.
Poiché però la sola turbosoffiante non era in grado di comprimere l’aria alla pressione richiesta,
si dovette ricorrere a una compressione bistadio che prevedeva:
- un primo stadio di compressione tramite turbosoffiante;
- un primo stadio di refrigerazione intermedia;
- un secondo stadio di compressione volumetrica comandata dall’albero motore;
- un secondo stadio di refrigerazione terminale.
130 CAPITOLO 6
Questo era l’impianto adottato nei motori a due tempi a lavaggio trasversale FIAT-GMT, tra cui
il colosso 1060S (alesaggio 1060 mm, corsa 1900 mm, velocità di rotazione 106 giri/min,
pressione media effettiva 10 bar, potenza effettiva per cilindro 2940 kW). La figura 6.15 mostra
la sezione trasversale di questo motore mentre la figura 6.16 riporta i valori numerici della
pressione e della temperatura in alcuni punti del circuito di sovralimentazione, unitamente alla
rappresentazione nel piano (p; v) delle trasformazioni subite dall’aria di carica.
Figura 6.15 – Schema di sovralimentazione del motore a due tempi a lavaggio trasversale FIAT 1060S.
1 iniettore; 2 testata; 3 collettore di lavaggio; 4 luci di lavaggio; 5 valvole automatiche di
lavaggio; 6 compressore volumetrico alternativo; 7 basamento; 8 carter; 9 albero a
manovelle; 10 incastellatura; 11 biella; 12 asta; 13 camicia; 14 collettore di scarico; 15 luci di
scarico; 16 pistone; 17 turbosoffiante.
LA SOVRALIMENTAZIONE 131
Figura 6.16 – Pressioni (bar assoluti) e temperature (°C) in alcuni punti del circuito di sovralimentazione
del motore a due tempi a lavaggio trasversale FIAT 1060S.
A turbosoffiante; B refrigerante intermedio; C compressore alternativo; D refrigerante finale;
E collettore di lavaggio; F collettore di scarico; G turbina a gas di scarico.
Il fatto che la turbosoffiante del motore 1060S non fosse in grado di fornire l’intero grado di
sovralimentazione richiesto derivava dall’effetto combinato di questi tre fattori:
- il rendimento ancora modesto della turbosoffiante stessa;
- le consistenti perdite di aria allo scarico, caratteristiche dei motori a due tempi a lavaggio
trasversale, che andavano a ridurre la temperatura dei gas all’ingresso della turbina;
- l’enorme portata di aria che la soffiante doveva elaborare, proprio per tener conto in anticipo
dell’aria che sarebbe poi andata perduta allo scarico.
Si rendeva così necessario un secondo stadio di sovralimentazione volumetrica, affidato a un
compressore formato da tanti cilindri quanti erano quelli del motore e che ricevevano potenza
dall’asse tramite un collegamento articolato col testacroce. Era quindi penalizzato il rendimento
meccanico al freno, che scendeva intorno all’84%. Inoltre, per ridurre il lavoro di compressione
del secondo stadio di sovralimentazione, oltre al refrigerante terminale ne era richiesto anche
uno intermedio (il cosiddetto intercooler).
132 CAPITOLO 6
Nel corso della competizione che si venne a creare durante gli anni ’80 per riempire il vuoto di
mercato causato dalla crisi degli impianti a vapore, i motori a due tempi a lavaggio assiale si
rivelarono superiori a quelli a lavaggio trasversale e li soppiantarono: il secondo stadio di
sovralimentazione divenne superfluo per i minori quantitativi d’aria richiesti grazie alle minori
perdite allo scarico (fig. 6.17), le conseguenti maggiori temperature dei gas di scarico e infine i
progressi delle turbosoffianti, il cui rendimento globale superò il 70%. Classici motori a due
tempi a lavaggio assiale o unidirezionale o uniflow sono quelli della serie Sulzer RTA, entrati in
servizio nel 1984 e caratterizzati da elevati rapporti C/D, bassi numeri di giri e ridottissimi
consumi specifici (fig. 6.18).
Posta pari a 100 l’aria di carica inviata nel cilindro
di un motore a due tempi a lavaggio trasversale, si
può stimare che circa un terzo vada perduta allo
scarico ovvero, indicata con Ar l’aria che deve
rimanere nel cilindro per la combustione, l’aria di
carica A da inviare nel cilindro vale circa:
A ≈ 1,5 Ar (lavaggio trasversale)
In un motore a due tempi a lavaggio assiale l’aria
perduta allo scarico è invece circa il 20% di quella
inviata nel cilindro, per cui questa vale circa:
A ≈ 1,25 Ar (lavaggio assiale)
(a) (b)
Figura 6.17 – Ripartizione orientativa dell’aria di
carica nei motori a due tempi a
lavaggio trasversale (a) e assiale (b).
● I gas uscenti dal motore possiedono una certa pressione residua, essenziale affinché possano
espandere mentre attraversano la turbina, che è mediamente compresa fra 2 e 5 bar effettivi.
● Mentre attraversano il collettore di scarico, i gas subiscono un non trascurabile rialzo termico,
dovuto in parte alla trasformazione dell’energia cinetica di scarico in energia di pressione, in
parte alla presenza di code di combustione. Tale rialzo termico cresce con il numero dei giri e
può valere 50 ÷ 80 °C nei motori a due tempi e anche 100 °C nei motori a quattro tempi.
● La temperatura alla quale i gas di scarico entrano in turbina dipende dal tipo di motore (è più
alta nei motori a quattro tempi che non in quelli a due tempi), dal numero dei giri, dal grado
di sovralimentazione, dal carico e da numerosi altri fattori legati al processo di combustione,
al raffreddamento ecc. Ugualmente molto variabile è il calo di temperatura subito dai gas
durante l’espansione in turbina, calo comunque compreso in media fra 60 e 150 °C. Tanto per
fissare le idee e ricordare più facilmente l’ordine di grandezza delle temperature in gioco in
un impianto di sovralimentazione, la figura 6.19 riporta alcuni valori molto orientativi lungo i
circuiti dei gas di scarico e dell’aria per un motore a quattro tempi e uno a due tempi.
● La soffiante comprime l’aria portandola a una temperatura che può andare da 60 °C fino ad
oltre 150 °C, con pressioni che possono superare i 5 barass. L’aria compressa è poi refrigerata
fino a 40 ÷ 50 °C: valori più bassi creerebbero uno shock termico al motore, valori più alti
ridurrebbero il coefficiente di riempimento e parte dei vantaggi ottenuti con la compressione.
134 CAPITOLO 6
MOTORI DEPOTENZIATI
Come già accennato nel capitolo 3, molti costruttori, dimensionando diversamente le pompe
d’iniezione, i polverizzatotori e le turbosoffianti, configurano lo stesso motore per più regimi di
funzionamento in quanto a potenza, numero di giri e consumo specifico di combustibile.
Ogni motore risulta così contraddistinto da un campo
di variabilità delle sue prestazioni che, rappresentato
in un diagramma (layout diagram) che riporta in
ascisse il numero di giri al minuto n e in ordinate la
potenza effettiva sviluppata P, ha la forma di un
trapezio rettangolo avente per vertici (rating points)
il regime di potenza massima continuativa R1 (MCR,
Maximum Continuous Rating) e tre regimi R2 , R3 ed
R4 denominati depotenziati o anche economici (ECR,
Economic Continuous Rating), ognuno caratterizzato
da un differente valore del consumo specifico di
combustibile Cc (fig. 6.20). Nella figura le curve a Cc
costante sono tratteggiate e crescono verso l’alto. Figura 6.20 – Campo di prestazioni
di un motore.
Tabella 6.1 – Regimi del motore RTA84M
Regime giri/min kW/cil kg/kWh
R1 78 3 460 0,170 A titolo di esempio, la tabella 6.1 riporta le
prestazioni del motore a due tempi lento Sulzer
R2 78 1 900 0,159
RTA84M ai quattro regimi R1 , R2 , R3 ed R4.
R3 56 2 490 0,169
R4 56 1 900 0,162
LA SOVRALIMENTAZIONE 135
LE ELETTROSOFFIANTI
Se la turbosoffiante rischia di erogare prestazioni eccessive
oltre una certa frazione del carico, è anche vero che nei motori
a due tempi non riesce a fornire il grado di sovralimentazione
richiesto quando il motore è ai bassi carichi, in particolare
subito dopo l’avviamento. Per rimediare a questo problema è
prevista una elettrosoffiante, cioè una soffiante comandata da
un motore asincrono fatto partire da un pressostato posto nel
collettore di lavaggio e che si sgancia automaticamente una
volta superata una data frazione del carico. La figura 6.22
mostra lo schema di installazione di una elettrosoffiante posta
fra il collettore di lavaggio e la camera di lavaggio. Una volta
che il motore è a regime conviene mettere l’elettrosoffiante in
manuale onde evitare un suo indesiderato inserimento qualora
il motore dovesse essere messo in slow-down da un allarme.
Figura 6.22 – Elettrosoffiante.
136 CAPITOLO 6
L’elevato regime di rotazione impone che il rotore sia accuratamente bilanciato staticamente e
dinamicamente. Si noti che non solo la perdita di una paletta in seguito a rottura, ma anche una
sua parziale menomazione e addirittura un imbrattamento non uniforme causano pericolosi
sbilanciamenti con conseguenti danni ai cuscinetti. A bordo dovrebbe essere sempre disponibile
un rotore di rispetto, per i casi di avaria grave della turbosoffiante.
Le turbosoffianti non richiedono un sistema di regolazione perché si adeguano automaticamente
alle variazioni di carico del motore.
La girante della turbina è generalmente di tipo assiale, con grado di reazione intorno a R = 0,5.
Per le macchine molto veloci e di minor potenza è invece privilegiato il tipo radiale o misto. In
ogni caso la girante è di acciaio speciale e costruita di pezzo con l’albero o anche riportata su
questo. La cassa della turbina è di acciaio o di ghisa. Le pale, soprattutto nelle macchine più
grandi, sono svergolate per adattare il profilo al variare dei triangoli di velocità lungo il raggio.
La girante del compressore o soffiante è di tipo centrifugo, riportata sull’albero. Poiché è meno
sollecitata termicamente, può essere in lega leggera di alluminio, come pure la relativa cassa.
Nelle prime turbosoffianti i cuscinetti di sostegno del rotore erano interni e a strisciamento, poi
furono sostituiti con due cuscinetti esterni a rotolamento (a rulli o a sfere). Recentemente si
stanno riaffermando i cuscinetti a strisciamento. La lubrificazione può essere separata o derivata
da quella del motore, previo un filtro addizionale con finezza di 15 ÷ 20 µm. Le turbosoffianti
possono essere raffreddate da una circolazione interna di acqua oppure non raffreddate.
La velocità di rotazione è compresa fra 6 000 e oltre 30 000 giri/min, con velocità periferiche di
400 ÷ 500 m/s, portate di aria oltre 40 m3/s, rapporti di compressione fino a 5, rendimenti
complessivi ormai abitualmente superiori al 70% e tendenti al 75%.
I punti di forza su cui ogni casa costruttrice punta per vincere la concorrenza sono la resistenza
della palettatura della turbina nei confronti della corrosione da vanadio, la possibilità di usare
per la lubrificazione lo stesso olio del motore e di sostituire i cuscinetti senza necessità di
smontare la turbosoffiante, l’eliminazione del circuito di raffreddamento, l’allungamento del
lasso di tempo fra due interventi di manutenzione e la riduzione della durata di questi, infine
l’opportunità che la manutenzione possa essere effettuata dal personale tecnico di bordo.
Figura 6.25 – Ripartizione della potenza installata fra i principali costruttori di turbosoffianti (anno 2005).
LA SOVRALIMENTAZIONE 139
TURBOSOFFIANTI ABB
Fra tutte le turbosoffianti che l’ABB ha costruito negli ultimi anni, quella tuttora più diffusa a
bordo delle navi è la serie VTR, il cui campo di impiego si estende dai motori a quattro tempi
medioveloci a quelli a due tempi lenti, in un campo di potenze compreso tra 0,5 e 20 MW.
I cuscinetti sono esterni, del tipo a rulli, con
durata valutabile sulle 10 000 h di lavoro. Il
circuito di lubrificazione è separato da quello
del carter e l’olio va sostituito ogni 500 ÷ 1 000
h di lavoro, che possono arrivare a 3 000 se si
usa un olio sintetico. La velocità di rotazione è
compresa fra 12 000 e 30 000 giri/min ed il
rapporto di compressione è superiore a cinque.
Alcune turbosoffianti della serie VTR sono
raffreddate con acqua, altre non raffreddate,
altre ancora possono essere fornite raffreddate
oppure no. La figura 6.26 mostra lo schema di
una turbosoffiante VTR raffreddata con acqua.
Figura 6.26 – Turbosoffiante raffreddata.
1 soffiante; 2 turbina;
3 circolazione di acqua.
La figura 6.27 riporta il campo di impiego delle turbosoffianti VTR e la figura 6.28 mostra un
disegno schematico delle varie parti di una di queste macchine.
Figura 6.27 – Campo di impiego delle turbosoffianti VTR (πc indica il rapporto di compressione).
140 CAPITOLO 6
La figura 6.31 mostra infine come varia il rendimento ηTC delle turbosoffianti VTR e TPL in
funzione del rapporto di compressione πC .
Figura 6.31 – Rendimento delle serie VTR e TPL in funzione del rapporto di compressione (πc ).
142 CAPITOLO 6
Per motori veloci e medioveloci di minore potenza viene fornita la serie TPS, non raffreddata,
con cuscinetti interni a strisciamento, portate di aria entranti da 0,5 a 5,5 m3/s, rendimento
complessivo dal 65% al 69% a seconda della portata, ingresso dell’aria radiale o assiale, massa
compresa fra 100 e 425 kg e rapporti di compressione massimi pari a 4,75 (fig. 6.32).
TURBOSOFFIANTI MAN
Le turbine sono di tipo radiale per motori con potenze da 390 fino a 5 800 kW e assiali (fig.
6.33) per motori con potenza da 1 650 kW fino a 35 400 kW.
Fra le serie progettate per i motori di maggior potenza vanno citate le turbosoffianti NA/S e
NA/T9, con rapporti di compressione fino a 4,5 e di cui la figura 6.34 riporta il campo
d’impiego.
LA SOVRALIMENTAZIONE 143
Figura 6.34 – Campi di impiego delle turbosoffianti NA/S e NA/T9 (MAN B&W).
La figura 6.35 mostra una vista in sezione della turbosoffiante NA/T9 (MAN B&W).
Per motori con potenze comprese fra 450 e 4 700 kW e portate di aria aspirata da 0,8 a 8 m3/s la
MAN B&W mette a disposizione le turbosoffianti della serie NR/S, in grado di tollerare gas di
scarico prodotti da nafta pesante e con temperature di ingresso fino a 720 °C (fig. 6.36).
Figura 6.36 – Rotore e vista d’insieme della turbosoffiante NR 24/S (MAN B&W).
7.1 INTRODUZIONE
Oggi è vasta la consapevolezza dei danni ambientali causati dalle attività produttive dell’uomo
ed è giusto operare in ogni direzione possibile affinché questi possano essere ridotti al minimo.
Se negli anni ’70 l’attenzione dei legislatori si era soprattutto rivolta alla difesa dell’ambiente
marino, negli anni ’90 sono state emanate le prime norme per la riduzione dell’inquinamento
atmosferico: benché il traffico marittimo vi contribuisca in misura ridotta, mentre è ampiamente
dimostrato che il traffico motorizzato è responsabile, soprattutto nelle aree metropolitane, di un
inquinamento atmosferico superiore a quello prodotto dalle centrali termiche e dalle attività
industriali, il rischio ambientale dovuto alle emissioni provenienti dalle navi ha indotto vari
soggetti giuridici, tra cui l’IMO, la statunitense EPA (Environmental Protection Agency),
l’Unione Europea e singoli paesi, ad emanare precise normative antinquinamento, più restrittive
per la navigazione in acque territoriali, meno per quella oceanica.
Figura 7.1 – Emissioni (g/kWh) presenti nel gas di scarico di un motore diesel a due tempi.
146 CAPITOLO 7
Dunque l’azoto N2 , come era lecito aspettarsi, è il componente largamente predominante (circa
75%), seguito dall’ossigeno O2 (14,3%, conseguenza del forte eccesso d’aria con cui è stata fatta
avvenire la combustione), dal biossido di carbonio CO2 (7%) e dal vapore acqueo H2O (3%). Le
emissioni propriamente inquinanti totalizzano solo lo 0,4% in massa dei gas di scarico, a loro
volta ripartite fra ossidi di azoto NOx , ossidi di zolfo SOx , polveri, monossido di carbonio CO e
idrocarburi HC (fig. 7.2).
Figura 7.2 – Composizione percentuale in massa dei gas di scarico di un motore diesel a due tempi.
BIOSSIDO DI CARBONIO
Il biossido di carbonio o anidride carbonica CO2 è un gas inerte, non tossico, prodotto dalla
combustione completa del carbonio contenuto nei combustibili e dallo stesso meccanismo della
respirazione degli esseri viventi (costituisce il 3,5 ÷ 4,0% dell’aria espirata dagli esseri umani). Il
CO2 non è mai stato considerato un inquinante finché non si è scoperto che, assieme ad altri gas,
è responsabile di alterazioni climatiche del nostro pianeta legate al cosiddetto effetto serra. Il
contributo del traffico marittimo alla produzione mondiale di anidride carbonica è peraltro
trascurabile e al momento attuale non sono previste regolamentazioni a tale riguardo.
OSSIDI DI AZOTO
In condizioni normali l’azoto è considerato un gas inerte perché non partecipa al processo di
combustione. Tuttavia una combustione che avvenga a temperature superiori a 1 200 °C e ad
alta pressione origina piccole quantità di ossidi di azoto NOx , che sono il monossido di azoto
NO, il biossido di azoto NO2 e il protossido di azoto N2O. Mentre la produzione di protossido
N2O è molto limitata, il monossido NO è il principale prodotto di reazione e circa il 5% di esso
si trasforma in biossido NO2 durante la fase di espansione dei gas di combustione nel cilindro e
nel collettore di scarico, ma soprattutto dopo che questi sono stati immessi nell’atmosfera.
Questi prodotti derivano in piccola parte dall’ossidazione dell’azoto dell’aria comburente ma
soprattutto dell’azoto presente nei combustibili, in particolare in quelli più pesanti, che possono
infatti contenerne anche lo 0,5% in massa, quasi tutto trasformato in ossidi. Questi sono nocivi
alla respirazione degli esseri viventi animali e vegetali e, assieme agli ossidi di zolfo, sono
responsabili della formazione delle cosiddette piogge acide. Inoltre sono coinvolti in una serie
di reazioni fotochimiche che portano alla formazione di ozono nella parte bassa della troposfera,
nocivo esso pure alla salute umana, alle coltivazioni ed alla vegetazione. La formazione di
ossidi di azoto è accentuata soprattutto nelle aree urbane come conseguenza del traffico
motorizzato, in particolare di quello associato ai veicoli a benzina. Gli ossidi di azoto sono stati
fra i primi inquinanti ad essere introdotti nelle norme adottate dall’IMO.
EMISSIONI INQUINANTI DEI MOTORI DIESEL MARINI 147
OSSIDI DI ZOLFO
Gli ossidi di zolfo SOx sono il biossido SO2 (detto anche anidride solforosa) e il triossido SO3
(detto anche anidride solforica), i quali derivano dalla combustione dello zolfo presente nei
combustibili, soprattutto in quelli più pesanti. Nel capitolo 4 abbiamo visto che, bruciando, lo
zolfo produce queste sostanze in un rapporto che dipende da vari fattori, tra cui la presenza di
vanadio, il quale facilita la formazione del triossido di zolfo. Quest’ultimo è avido di vapore
acqueo e, reagendo con esso, forma vapori di acido solforico che diventano corrosivi quando
condensano, fatto che si verifica quando la loro temperatura scende a 150 ÷ 200 °C. Se dunque la
corrosione sulle parti di un motore esposte all’azione dei fumi della combustione avviene solo
in determinate circostanze, gli effetti sull’ambiente sono inevitabili.
Gli ossidi di zolfo sono nocivi alla salute umana perché, paralizzando le fibrille che comandano
le contrazioni degli alveoli polmonari, rendono la respirazione più faticosa e creano quindi
danni polmonari, circolatori e cardiaci. Con gli ossidi di azoto contribuiscono alla formazione
delle piogge acide, responsabili di danni a colture, boschi e strutture edili esposte all’atmosfera.
Anche in questo caso va però sottolineato che la formazione di ossidi di zolfo assume aspetti più
preoccupanti soprattutto sulla terraferma, in prossimità di complessi industriali e in aree urbane
caratterizzate da un marcato inquinamento locale dovuto al traffico motorizzato ed agli impianti
di riscaldamento.
Al contrario, l’immissione di ossidi di zolfo nell’atmosfera sovrastante i mari aperti non è
oggettivamente preoccupante, sia perché gli effetti di eventuali piogge acide locali sono
trascurabili avendo il mare una reazione debolmente alcalina che lo rende ampiamente capace di
neutralizzarle senza danni, sia perché gli ossidi di zolfo, a differenza di altri inquinanti, non
sono in grado di viaggiare a grande distanza ma possono coprire al massimo qualche decina di
chilometri.
Va aggiunto che, quando un’indagine accertò in tratti di mare a intenso traffico marittimo, come
le coste scandinave e il canale della Manica, livelli di SOx centocinquanta volte superiori a
quelli medi del Nord Atlantico, il traffico marittimo venne messo subito sotto accusa, ma fu
discolpato da un successivo studio dell’IMO il quale stabilì che in realtà esso era responsabile
solo di circa il 5% delle emissioni e che la quasi totalità dell’inquinamento proveniva dalla
terraferma. Anche se comunque non tutte le indagini concordano nei risultati, la limitazione
delle emissioni di ossidi di zolfo è stata giustamente introdotta dalle recenti normative IMO.
MONOSSIDO DI CARBONIO
Il monossido di carbonio CO è il risultato di una combustione incompleta del carbonio. È un gas
velenoso per l’uomo perché, se inalato, si combina con l’emoglobina del sangue (con cui è 300
volte più affine dell’ossigeno) e forma carbossiemoglobina, che rende i globuli rossi incapaci di
assorbire ossigeno e veicolarlo ai tessuti. Anche modesti tassi di ossido di carbonio (oltre le 400
ppm) possono rendere insufficiente il naturale meccanismo di rinnovo dei globuli rossi (pari a
due milioni e mezzo di unità al secondo) e creare effetti cumulativi che portano il soggetto alla
morte. Si aggiunga che il monossido di carbonio è subdolo perché inodoro e induce uno stato di
sonnolenza che rende il soggetto incapace di valutare il pericolo. Questo gas esercita inoltre una
certa influenza sui cambiamenti climatici globali del pianeta.
Mentre però il monossido di carbonio è un’emissione tipica dei motori a benzina, i gas di
scarico dei motori diesel ne contengono scarsissime quantità, ragione per cui questo gas non è
stato preso in esame dalle regolamentazioni internazionali.
148 CAPITOLO 7
IDROCARBURI
Gli idrocarburi HC, sono presenti sotto forma di minutissime gocce in sospensione nei gas di
scarico dei motori diesel. Derivano da una combustione incompleta di combustibili e lubrificanti
e contengono composti aromatici policiclici irritanti le vie respiratorie e di riconosciuto effetto
cancerogeno. Se però il motore diesel funziona con una regolazione corretta della combustione,
la loro presenza nei gas di scarico è trascurabile.
PARTICOLATO
Il cosiddetto particolato, per il quale si usa anche il termine di polveri sottili, è forse l’emissione
più nociva presente nello scarico dei motori diesel e consiste in piccole particelle formate da un
nucleo carbonioso chiamato solc (solid carbon), formato da carbonio, ceneri, polveri metalliche
prodotte per usura e ricoperto da uno strato di idrocarburi aromatici policiclici denominato sof
(soluble organic fraction).
Il particolato, proprio per le sue ridotte dimensioni (diametri da 10 µm fino a 1 µm) è
trasportabile dai venti anche a grande distanza dalla fonte di emissione e, se inalato, raggiunge i
polmoni, con gravi danni respiratori e l’insorgenza di affezioni tumorali.
La misura quantitativa del particolato è molto complessa ed esistono vari metodi di captazione e
di analisi, tra i quali vanno citati i seguenti:
- a macchia, in cui un campione di aria è fatto
passare attraverso una carta filtrante di cui poi
si misura il calo di riflettenza (Smoke Number
Bosch, SAE, ASTM Bacharach ecc.);
- a opacità, che misura la riduzione di un raggio
di luce fatto passare attraverso un campione di
gas in esame (metodo Hartridge e altri);
- a filtro caldo (fig. 7.3), che misura la massa di
particolato trattenuta da un filtro mantenuto
alla medesima temperatura del gas di scarico;
- a tunnel di diluizione, analogo al precedente,
ma alla temperatura standard di 52 °C.
Figura 7.3 – Fotografia al microscopio del
particolato trattenuto da un
filtro caldo.
A differenza degli ossidi di azoto, la formazione del particolato non è connaturata al processo
che avviene nel motore diesel ma dipende dal tipo di combustibile bruciato, dalle modalità
dell’iniezione e di combustione. Le nafte residuali, in misura crescente con il loro residuo
carbonioso e il tenore in ceneri, sono responsabili di elevati tassi di particolato nei fumi, mentre
i combustibili distillati ne producono tassi assolutamente insignificanti.
Figura 7.4 – Massime emissioni permesse dall’Annesso VI per gli ossidi di azoto (NOx)
● Il tenore di zolfo varia molto con il greggio di provenienza, con minimi per i greggi della
Nigeria (0,3 ÷ 0,7%), valori medi per quelli del mare del Nord, elevati per i greggi del
Venezuela e dell’Iraq e massimi per quelli del Kuwait (4,2%). I Registri di classificazione
norvegese Norske Veritas (NV) e inglese Lloyd’s Register of Shipping (LR) hanno calcolato
che lo zolfo è presente nei greggi con la ripartizione percentuale riportata nella tabella 7.1.
Tabella 7.1 – Ripartizione del tenore di zolfo nei greggi
zolfo % 0÷1 1÷2 2÷3 3 ÷ 3,5 3,5 ÷ 4 4 ÷ 4,5 > 4,5
% di greggi 2,5 14,6 41,5 25,0 14,8 1,2 0,4
Dall’analisi di questi dati si evince chiaramente che, mentre il tetto del 4,5% non appare
molto preoccupante perché poche forniture lo superano, quello dell’1,5% comporta invece
seri problemi economici.
● Alcuni Paesi considerano le norme IMO poco severe e ne impongono di più rigide nelle
proprie acque territoriali, come i paesi scandinavi, l’Unione Europea, gli USA, l’Alaska e la
California e altri. La Svezia, per esempio, richiede a tutte le navi che transitano nei suoi mari
(ad eccezione delle unità di emergenza) il pagamento di una tassa proporzionale all’entità
delle emissioni di ossidi di azoto e che raggiunge il minimo quando queste sono pari o
inferiori a 2 g/kWh. A giugno del 2003 il parlamento europeo ha poi adottato una direttiva
che prevede, per diverse categorie di navi e a varie scadenze temporali (anni 2007, 2008,
2010, 2012) limiti sempre più restrittivi sui tenori massimi di zolfo (fino allo 0,5%) ammessi
nei combustibili marini, con precisi obblighi anche per le raffinerie e sanzioni pecuniare e
amministrative per i trasgressori, per cui si profila il ritorno all’uso del doppio combustibile
(peraltro documentabile dal Registro degli idrocarburi), come avveniva negli anni ’60 per
motivazioni differenti.
● Per quanto riguarda la produzione di fumo da parte delle navi, riconducibile all’immissione
di particolato nell’atmosfera attraverso i gas di scarico di motori diesel principali ed ausiliari,
caldaie e inceneritori, al momento attuale l’Annesso VI non prevede alcuna regolamentazione
di sorta. Benché, come si è accennato, il particolato rappresenti l’emissione più nociva
presente nei gas risultanti dai processi di combustione, l’assenza di norme in merito si spiega
con i seguenti motivi. In primo luogo sussiste una oggettiva difficoltà a misurare in maniera
quantitativa tale tipo di emissione secondo criteri rigorosamente correlabili con il suo
effettivo impatto ambientale. In secondo luogo, come già si verificò a suo tempo per quanto
riguarda lo scarico in mare di acque nere prima che entrasse in vigore l’Annesso IV della
MARPOL (Regulation for the prevention of pollution by sewage from ships), il vuoto creato
dall’assenza di una normativa internazionale è colmato da leggi nazionali che, a vario livello
di severità, regolamentano l’immissione nell’atmosfera di fumo da parte nelle navi che
transitano nelle acque territoriali dei singoli Paesi. Infine le stesse direttive sull’impiego di
combustibili con tenori di zolfo sempre più bassi producono l’effetto collaterale di ridurre la
fumosità degli scarichi gassosi, trascurabile per i combustibili distillati e significativa per
quelli residuali.
EMISSIONI INQUINANTI DEI MOTORI DIESEL MARINI 151
Molto più semplice ed efficace si è rivelata, per i soli motori a quattro tempi, la variante del
sistema Miller (citato parlando di sovralimentazione nel capitolo 6) che consiste nel chiudere la
valvola di aspirazione prima che il pistone raggiunga il PMI, accorgimento che riduce il tenore
degli ossidi di azoto del 15 ÷ 20% senza aumenti del consumo specifico di combustibile. Il
sistema Miller è adottato in molti motori a quattro tempi, tra i quali i Sulzer S20 e ZA40S.
152 CAPITOLO 7
Per alcuni motori, soprattutto a due tempi, si è rivelato utile ridurre l’eccesso d’aria portandolo
da circa 2,2 fino a 1,9. Per altri motori, invece, tra i quali il diesel a quattro tempi medioveloce
Wärtsilä 32DF, ha dato buoni risultati aumentare l’eccesso d’aria fino a oltre il 200%. La figura
7.5 mostra come variano la pressione media effettiva pme e la formazione di ossidi di azoto NOx
al variare dell’eccesso d’aria e in questo motore.
Figura 7.5 – Effetto dell’eccesso d’aria sulla formazione di ossidi di azoto nel motore Wärtsilä 32DF.
A = zona di detonazione; B = zona di combustione difettosa (misfiring)
Figura 7.6 – Modifica dei profili di pressione interna al cilindro per effetto dell’iniezione ritardata (Wärtsilä).
Figura 7.7 – Iniettori per motori a due tempi: convenzionale (a sinistra) e per basse produzioni di ossidi
di azoto (a destra).
L’aggiunta di acqua nel cilindro durante la fase di combustione, denominata HAM (Humid Air
Motor) è stata una delle tecniche prese in esame grazie ai benefici effetti che il calore sottratto
dalla vaporizzazione dell’acqua esercita sulla riduzione dei picchi di temperatura. Ma, mentre
non ha dato grandi risultati l’iniezione di emulsioni di acqua (intorno al 15%) e di combustibile
perché, se pur meritevole di un calo del 50% delle emissioni di ossidi di azoto, comporta
problemi di stabilità dell’emulsione ovvero l’aggiunta di costosi agenti emulsionanti, l’iniezione
diretta di acqua (DWI, Direct Water Injection) si è rivelata vincente. Il metodo consiste
nell’iniettare acqua durante l’ultimo tratto della fase di compressione e l’inizio di quella di
combustione, tramite due polverizzatori distinti o uno doppio (fig. 7.8).
L’acqua viene iniettata a 210 ÷ 400 bar e il combustibile a 1 800 ÷ 2 000 bar, secondo un rapporto
acqua/combustibile compreso fra 0,4 e 0,7 e stabilito da un’unità di controllo che fissa l’istante
d’inizio e la durata dell’iniezione di acqua a seconda del carico del motore (fig. 7.9).
154 CAPITOLO 7
Figura 7.9 – Impianto di iniezione diretta di acqua per i motori Vasa 32, W32 e W46.
Figura 7.10 – Il transatlantico Duilio, varato nel 1916 (foto da Fondazione Ansaldo).
La riduzione delle emissioni di idrocarburi e di particolato si può ottenere solo con una gestione
ottimale degli impianti, il ricorso a sempre più efficaci tecniche di abbattimento e infine l’uso di
combustibili di migliore qualità.
EMISSIONI INQUINANTI DEI MOTORI DIESEL MARINI 155
Figura 7.11 – La nave da crociera Birka Princess, equipaggiata con tecnologia SCR.
156 CAPITOLO 7
Un tipico impianto SCR è costituito del reattore che contiene al proprio interno il catalizzatore
disposto a strati, un sistema di accumulo e di dosaggio della soluzione acquosa di urea e un
sistema di regolazione. Il parametro di ingresso al sistema di regolazione è il carico del motore.
Per ottenere una regolazione più precisa è bene predisporre un sistema di analisi continua del
tenore di ossidi di azoto a valle del trattamento.
Il catalizzatore impiegato ha una vita di circa tre o quattro anni e il consumo della soluzione di
urea al 40% è di circa 20-25 g/kWh.
Se è previsto che i gas di scarico debbano essere inviati a una caldaia ausiliaria, l’impianto SCR
deve essere installato a monte di tale caldaia perché il modulo richiede una temperatura di
funzionamento relativamente elevata.
La figura 7.12 mostra schematicamente le parti che costiuiscono un impianto SCR.
La figura 7.13 mostra un possibile schema di installazione dell’impianto SCR a bordo di una
nave mercantile propulsa da un motore a due tempi, la figura 7.14 mostra l’aspetto della
struttura in acciaio che supporta il catalizzatore e la 7.15 l’operazione di imbarco dell’unità di
trattamento a bordo di una nave.
Figura 7.13 – Schema di installazione di una unità SCR su una nave propulsa da motore a due tempi.
Mentre però a bordo delle turbonavi i gas di scarico della caldaia subiscono all’interno di questa
ogni possibile recupero di calore per scopi utili alla stessa generazione del vapore, per cui sono
avviati al camino a una temperatura molto bassa (compresa in genere fra 180 e 200 °C), sulle
motonavi si verifica la circostanza che i gas combusti abbandonano l’ultimo impianto in cui
lavorano, cioè la turbina del gruppo di sovralimentazione, a una temperatura ancora piuttosto
elevata (variabile fra 300 e 400 °C), per cui offrono concrete possibilità di un ulteriore recupero
del loro calore sensibile. Tale recupero si realizza installando a valle della turbina una cosiddetta
caldaia ausiliaria a gas di scarico o calderina a gas di scarico.
A titolo di introduzione dell’argomento, la figura 8.1 mostra uno schema semplificato di siffatta
tecnica di recupero. I gas di scarico (1) uscenti dal motore (2), dopo aver lavorato nella turbina
(3) del gruppo di sovralimentazione, attraversano la caldaia ausiliaria (4) e, cedendo calore
all’acqua di alimento (5), la trasformano in vapore (6), quindi vengono avviati al camino (7).
Figura 8.1 – Schema elementare di installazione di una caldaia ausiliaria a gas di scarico.
Nel corso degli anni ’80 del secolo scorso la crescente diffusione dell’oleodinamica sostituì il
vapore con l’olio idraulico per azionare molti impianti ausiliari. Parallelamente l’olio diatermico
entrò in concorrenza con il vapore nella distribuzione del calore a molte utenze. La produzione
di acqua dolce tramite distillatori a cambiamento di fase alimentati a vapore cominciò infine ad
essere sempre più sostituita da analoghi impianti che sfruttano l’acqua del circuito di
raffreddamento delle camicie, ma soprattutto da quelli a osmosi inversa. Tutti questi nuovi
orientamenti hanno tuttavia solo ridimensionato il campo di impiego del vapore ausiliario, il
quale continua a svolgere un ruolo fondamentale e spesso insostituibile a bordo delle navi.
LE CALDAIE AUSILIARIE A GAS DI SCARICO 161
Il vapore raccolto nel duomo viene inviato e distribuito ai vari utenti (6) e le relative condense
(7) confluiscono in una cassa di raccolta chiamata pozzo caldo (8), da cui l’acqua viene
prelevata dalla pompa di alimento (9) e, previo un riflusso o by-pass (10) ricircolato al pozzo
caldo per esigenze di adeguamento della portata al quantitativo effettivamente richiesto dagli
utenti, inviata come alimento principale (11) alla calderina.
In realtà la produzione di vapore ausiliario sulle motonavi non è mai affidata alla sola caldaia a
gas di scarico, perché è sempre prevista almeno una seconda caldaia ausiliaria a combustibile
liquido (gasolio, IFO 180, IFO 380 o anche nafta più pesante), la quale può lavorare in serie o in
parallelo con quella a gas di scarico per far fronte ad eventuali aumenti della richiesta di vapore
che quest’ultima da sola non sarebbe in grado di soddisfare: basti pensare all’impianto per il
riscaldamento del carico su una nave cisterna o alla produzione di acqua di lavanda calda a
bordo di una nave da crociera. In ogni caso una caldaia a combustibile liquido è indispensabile
per garantire la produzione di vapore ausiliario durante le fermate in porto e in occasione delle
procedure di preparazione dei motori di propulsione per la partenza.
162 CAPITOLO 8
Quando la caldaia a combustibile non è in servizio svolge il ruolo di solo serbatoio di accumulo
per quella a gas di scarico. Questo schema offre l’occasione per sottolineare che, in parallelo a
ogni pompa di alimento e di circolazione, è sempre installata una seconda unità (detta in stand-
by) pronta a entrare in servizio qualora la gemella vada in avaria o sia sottoposta alla prevista
manutenzione periodica.
La figura 8.4 mostra uno schema di impianto presente su navi caratterizzate da grosse variazioni
della produzione di vapore, come per esempio su navi cisterna che a un certo momento della
navigazione debbano mettere in servizio l’impianto di riscaldamento del carico.
È interessante calcolare quanto può valere l’aumento di temperatura dell’acqua di alimento per
ogni grado centigrado di diminuzione della temperatura dell’aria di carica.
Detta Pf la potenza effettiva del motore supposto a due tempi e assunto un consumo specifico di
aria Ca = 7,5 kg/kWh, la portata di aria di lavaggio risulta: Ga = Ca Pf = 7,5 Pf kg/h.
Assunto poi un consumo specifico di combustibile Cc = 0,17 kg/kWh, il consumo orario risulta
pari a: Gc = Cc Pf = 0,17 Pf kg/h.
Come si vedrà più avanti, una caldaia a gas di scarico ha una produzione di vapore Gv (uguale a
Galim ) pari a circa il doppio di Gc , per cui si assume: Gv = 2 Gc = 2 × 0,17 Pf = 0,34 Pf .
Si considera infine che, detti ca il calore specifico a pressione costante dell’aria e calim quello
dell’acqua di alimento, risulta circa: calim = 4,17 ca .
Il bilancio termico fra il flusso termico ceduto dall’aria e quello ricevuto dall’acqua è dunque:
Ga ca ∆ta = Galim calim ∆talim
che diventa: 7,5 Pf ca ∆ta = 0,34 Pf × 4,17 ca ∆talim
Fatte le opportune semplificazioni, si conclude che: ∆talim ≈ 5 ∆ta
Quindi, nell’ipotesi che nello stadio MT l’aria sia raffreddata di soli 10 °C, l’acqua di alimento
subisce un preriscaldamento di ben 50 °C, il che significa che, uscendo dal pozzo caldo a 60 °C,
si porta alla considerevole temperatura di 110 °C.
166 CAPITOLO 8
IL CONDENSATORE ATMOSFERICO
Con riferimento alla figura 8.8, il vapore (1) prodotto dalla caldaia a gas di scarico è distribuito
agli utenti (2), mentre l’eccesso, tramite una valvola di sfioro (3) comandata da un attuatore
pneumatico, è inviato al condensatore atmosferico (4) in cui confluiscono anche le condense a
maggior temperatura. A sua volta, il condensatore atmosferico alimenta il pozzo caldo (5).
IL POZZO CALDO
Le condense raffreddate a circa 60 °C e provenienti dal condensatore atmosferico alimentano
una vasca di accumulo a forma di parallelepipedo detta pozzo caldo, che rappresenta il polmone
dell’intero impianto di produzione del vapore ausiliario, in grado di sopperire alle variazioni di
portata dell’acqua nel circuito. Il pozzo caldo è anche utilizzato per l’aggiunta dei prodotti
chimici con i quali si effettua il trattamento dell’acqua di alimento per evitare i fenomeni di
corrosione e la formazione di incrostazioni lungo il circuito.
LE CALDAIE AUSILIARIE A GAS DI SCARICO 167
Il pozzo caldo (fig. 8.9) è provvisto di un tubo di sfogo aria (1) ed è diviso in tre sezioni:
- una vasca di osservazione (2), che permette di verificare che alcune condense non abbiano
trascinato sostanze oleose (come può capitare, per esempio, in caso di una perdita di tenuta
nei riscaldatori della nafta);
- una sezione intermedia di filtrazione (3), nella quale l’acqua passa attraverso cestelli di
acciaio riempiti di materiale filtrante;
- una vasca di stoccaggio di maggiori dimensioni (4), alla quale è riservato il compito di
polmone dell’impianto.
Nella vasca di osservazione arriva la maggior parte delle condense (5), mentre in quella di
stoccaggio confluiscono portate di acqua sicuramente esente da contaminazioni di idrocarburi,
come il reintegro di acqua distillata (6) comandato da un regolatore di livello, in molti casi la
condensa (7) del vapore inviato dalla valvola di sfioro al condensatore atmosferico e infine lo
scarico del by-pass (8) dell’acqua di alimento (9) inviata in caldaia. Completano l’impianto due
indicatori di livello (LI) che inviano eventuali segnali di allarme per alto livello o basso livello
e, prima della aspirazione delle pompe di alimento, un salinometro (S), in cui entrano la linea di
alimentazione a bassa tensione e il segnale di set-point, ed esce la segnalazione di misura inviata
in sala controllo propulsione.
168 CAPITOLO 8
Sulla superficie nascono quindi zone anodiche povere di elettroni e zone catodiche con eccesso
di elettroni: tale squilibrio di per sé non sarebbe preoccupante perché prima o poi si arresta. Ma
se la superficie è lambita da una soluzione di elettroliti, può accadere che i cationi (positivi) e gli
anioni (negativi) presenti in essa, attirati rispettivamente dalle zone anodiche e catodiche,
reagiscano col metallo oppure, solo scambiando elettroni con questo, stimolino all’infinito la
loro migrazione finché la zona anodica, sguarnita degli elettroni di valenza che legavano tra loro
i suoi atomi, non subisce il processo di sgretolamento molecolare detto appunto corrosione. In
realtà il fenomeno avviene anche se la superficie metallica è lambita da semplice acqua, poiché
essa stessa è dissociata, pur se in minima parte, in cationi idronio H3O+ e anioni ossidrili OH– :
2 H2O ↔ OH– + H3O+
Se la superficie metallica è lambita da acqua, i cationi idronio, attirati dalle zone catodiche, si
riappropriano dell’elettrone e liberano atomi neutri H che si combinano tra loro per formare
molecole biatomiche H2 , le quali rimangono però adsorbite sulla superficie, proteggendola da
ulteriori sottrazioni di elettroni. Ma se l’acqua contiene ossigeno disciolto, questo reagisce con
l’idrogeno atomico nascente formando acqua: tale reazione sottrae senza sosta l’idrogeno dalla
superficie metallica, incentivando così una migrazione continua di altri elettroni dalle zone
anodiche. E qui avviene il fenomeno della corrosione, perché gli atomi metallici, ormai non più
uniti fra loro dagli elettroni di valenza, si staccano dalla superficie e vanno in soluzione. Un
secondo fattore causa di corrosione è infine la presenza di anidride carbonica disciolta, la quale
comporta una diminuzione di pH, quindi un aumento di cationi idronio in soluzione. I rimedi
contro la corrosione in caldaia sono l’impiego di materiali meno soggetti a corrosione e,
soprattutto, il trattamento dell’acqua di alimento, finalizzato a mantenerne il pH entro i giusti
limiti e a privarla dell’ossigeno e dell’anidride carbonica in essa disciolti.
Un altro pericolo per i fasci tubieri vaporizzatori di una caldaia sono le incrostazioni sulla
superficie lambita dall’acqua imputabili ad alcuni sali presenti in essa. Quando infatti nasce una
bolla di vapore i sali disciolti nell’acqua che vaporizza si vengono a trovare bruscamente senza
un solvente e precipitano sulla superficie di scambio, formando un anello di cristalli. Se questi
sono molto solubili, vengono presto ridisciolti dall’acqua che rimpiazza la bolla, in caso
contrario il ripetersi del fenomeno originerà un’incrostazione continua di spessore pressoché
uniforme. Le incrostazioni sulla superficie di un tubo vaporizzatore sono pericolose perché
hanno bassa conducibilità termica, per cui anche un sottile strato riduce molto il coefficiente
totale di scambio del calore, con le conseguenze di una minor produzione di vapore. La
formazione di incrostazioni è dovuta a svariati agenti, tra i quali occupano un ruolo primario
molti composti di calcio e di magnesio, responsabili della cosiddetta durezza dell’acqua.
Il trattamento chimico, condotto con metodi diversi, previene la corrosione e le incrostazioni.
Per quanto riguarda la corrosione, l’ossigeno si elimina con l’aggiunta di sostanze riducenti
come il solfito di sodio e l’idrazina, l’anidride carbonica si elimina aggiungendo soda caustica
NaOH. Per mantenere il pH su valori leggermente alcalini si utilizzano soda caustica e
ammoniaca NH3 . Si contrasta invece il formarsi di incrostazioni con reagenti chimici che fanno
precipitare tutti i sali pericolosi o li trasformano in sali di sodio, molto solubili e quindi meno
pericolosi. Tale trattamento chimico può essere effettuato con calce-soda o con fosfati di sodio.
Un discorso a parte va fatto per la salinità, cioè il contenuto di sali disciolti i quali non devono
superare la concentrazione di circa 5 000 ppm (o mg/l) affinché l’ebollizione avvenga in modo
regolare e senza trascinamenti di liquido nel vapore. Purtroppo non si può impedire che la
salinità dell’acqua in circolazione cresca in modo lento ma continuo a causa di inevitabili
perdite di vapore, per cui si impongono continui reintegri con acqua distillata, la quale avrà un
contenuto salino minimo ma mai uguale a zero. Si aggiunga che il trattamento chimico
dell’acqua è un’altra fonte continua di sali. La salinità dell’acqua dovrà essere dunque tenuta
sotto controllo. Se supera certi valori ritenuti pericolosi, l’unico provvedimento possibile è
quello di effettuare i cosiddetti spurghi, cioè scaricare periodicamente acqua a elevata salinità e
sostituirla con nuova acqua distillata.
Rivestono grande importanza regolari analisi dell’acqua nel circuito. A ogni turno di guardia è
necessario controllare il pH e la durezza, mentre è consigliabile effettuare settimanalmente
l’analisi ulteriore dei cloruri (spie di una contaminazione da acqua di mare), del ferro, del rame,
della salinità totale, della silice e dei fosfati. Per tutte queste determinazioni chimiche la ditta
fornitrice dei reagenti richiesti dalle operazioni di trattamento rende disponibili speciali kit di
analisi, completi delle relative istruzioni.
170 CAPITOLO 8
ove:
ηtrasm è un rendimento che tiene conto delle dispersioni di calore e che, a seconda del regime di
temperatura della caldaia e del suo grado di isolamento, può valere 0,97 ÷ 0,99;
Ggs è la portata di gas di scarico, in kg/s;
cgs è il calore specifico medio a pressione costante dei gas di scarico, in kJ/(kg °C);
tic è la temperatura dei gas di scarico all’ingresso in caldaia, in °C;
tsc è la temperatura dei gas di scarico allo scarico della caldaia, in °C;
Gv è la produzione di vapore, uguale alla portata di acqua di alimento Galim , in kg/s;
hsat è l’entalpia del vapore saturo secco prodotto, in kJ/kg;
halim è l’entalpia dell’acqua di alimento, in kJ/kg.
Noti in precedenza alcuni di questi dati e assunti con giustificato criterio altri, la produzione di
vapore svolge solitamente il ruolo di incognita e si determina facilmente.
172 CAPITOLO 8
Se la caldaia produce la portata di vapore saturo secco Gsat di entalpia hsat ma anche una certa
quantità di vapore surriscaldato Gsurr di entalpia hsurr , il primo membro del bilancio termico
scritto nella pagina precedente rimane ovviamente inalterato, mentre il secondo membro si potrà
scrivere in due formulazioni, del tutto equivalenti fra loro nella sostanza ma differenti solo per
come si decide di vedere ripartito il flusso termico ceduto al sistema acqua-vapore (fig. 8.12).
Per concludere, si ricorda che nei generatori di vapore principale si introduce il concetto di
potere vaporizzante del combustibile, dato dal rapporto:
Gv
Pv =
Gc
che esprime quanti kg di vapore sono prodotti dalla combustione di 1 kg di combustibile e che
assume valori compresi fra 10 e 14.
Per una caldaia a gas di scarico si può definire un rapporto analogo, che però fa riferimento al
consumo di combustibile del motore e che quindi assume il significato di una sorta di potere
vaporizzante indiretto. Infatti, mentre un generatore di vapore brucia il combustibile all’unico
scopo di produrre vapore, il combustibile è bruciato nel motore diesel per azionarlo e si produce
vapore solo con il calore residuo dei gas di scarico.
È facile verificare che nel caso di una caldaia ausiliaria a gas di scarico tale rapporto vale circa:
G
Pv = v = 1,8 ÷ 2,2
Gc
Calcolare tale rapporto può essere utile come calcolo di verifica o, come è stato fatto a pagina
165, per stimare la produzione di vapore ausiliario in una calderina posta sullo scarico di un
motore diesel di noto consumo di combustibile.
9
Il raffreddamento dei motori diesel
9.1 GENERALITÀ
Si è visto nel capitolo 3, illustrando il diagramma-fiume, che varie parti del motore esposte alle
alte temperature del processo di combustione richiedono di essere raffreddate affinché non
venga compromessa la loro resistenza meccanica o non si inneschino processi di corrosione.
Le modalità con cui il raffreddamento è condotto sulle diverse parti della struttura variano molto
da motore a motore. In via del tutto generale e preliminare si può però dire che:
- in tutti i tipi di motori un circuito di raffreddamento ad acqua dolce sottrae calore ai cilindri,
cioè a camicie, testate e organi inseriti in queste ultime, cioè polverizzatori e valvole;
- il raffreddamento delle turbosoffianti, se previsto, è affidato normalmente a una diramazione
del circuito di raffreddamento dei cilindri;
- i pistoni dei motori di piccole dimensioni non hanno un proprio circuito di raffreddamento,
perché di solito sono sufficienti a tale scopo i ricambi della carica fresca, il raffreddamento
dei cilindri e la stessa lubrificazione;
- nei motori a quattro tempi medioveloci e in quelli veloci di maggior potenza il compito di
raffreddare i pistoni è affidato al circuito dell’olio di lubrificazione;
- nei grandi motori a due tempi i pistoni sono raffreddati da un circuito separato ad acqua
dolce o a olio, costituito di speciali collegamenti mobili.
174 CAPITOLO 9
Il raffreddamento delle parti meccaniche coinvolge purtroppo anche i fumi, per cui rappresenta
una perdita di potenza. Il suo ammontare varia con il tipo di motore, il regime di funzionamento
e l’anno di costruzione: infatti, mentre negli anni ’60 il flusso termico di raffreddamento valeva
anche il 25% della potenza chimica disponibile nel combustibile, l’evoluzione dei materiali e
delle tecniche di costruzione e lubrificazione ha consentito di scendere sotto la soglia del 15%
ed è lecito pensare che tale perdita potrà in futuro essere praticamente azzerata. Comunque parte
del calore di raffreddamento può venir recuperato utilmente per vari scopi, anche se la cosa
incide sull’economia di gestione della nave nel suo complesso e non sulla resa del motore.
Nel sistema con singolo scambiatore di calore il circuito HT è raffreddato senza ricorrere a uno
scambiatore di calore, ma per mescolamento con il circuito LT, il quale è a sua volta raffreddato
in uno scambiatore ad acqua di mare. Nel sistema a cascata il circuito HT è raffreddato in uno
scambiatore di calore alimentato dal circuito LT e quest’ultimo è raffreddato in uno scambiatore
ad acqua di mare. Infine, nel sistema con scambiatori di calore separati i due circuiti HT e LT
sono raffreddati separatamente in scambiatori ad acqua di mare posti in serie.
La figura 9.3 mostra lo schema semplificato del circuito dell’acqua dolce di raffreddamento dei
cilindri di un generico motore diesel a due tempi Sulzer della serie RTA. Anche se non indicato
dallo schema, è sottinteso che le pompe di circolazione dell’acqua sono due, poste in parallelo,
delle quali una è in servizio e l’altra in stand-by; lo stesso discorso vale per il refrigerante ad
acqua di mare.
Figura 9.3 – Schema semplificato del circuito acqua dolce per il raffreddamento dei
cilindri di un motore diesel a due tempi Sulzer della serie RTA.
1 motore principale; 2 elettropompa di circolazione dell’acqua dolce;
3 ingresso dell’acqua nel motore; 4 uscita dell’acqua dal motore;
5 refrigerante ad acqua di mare; 6 by-pass; 7 cassa di compenso.
176 CAPITOLO 9
La figura 9.4 sottolinea, sempre per alcuni motori a due tempi Sulzer RTA, alcuni aspetti del
circuito acqua mare: questa è aspirata da due prese mare basse (se in alto mare) oppure alte (su
bassi fondali, in canali o in porto) collegate da una traversa e alimenta poi le pompe, le quali la
inviano prima ai refrigeranti dell’olio di lubrificazione poi a due circuiti in parallelo fra loro, il
primo che raffredda l’aria di carica e quindi il circuito HT dei pistoni, il secondo che raffredda il
circuito HT dei cilindri (circuiti non segnati nella figura); l’acqua di mare, previo un ricircolo o
by-pass regolato dall’automazione dell’impianto, è infine mandata agli scarichi fuori bordo.
Figura 9.4 – Schema semplificato del circuito acqua mare per alcuni tipi di motori Sulzer della serie RTA.
1 motore principale; 2 presa mare bassa; 3 presa mare alta; 4 filtro acqua mare; 5 pompa
acqua mare; 6 refrigerante olio di lubrificazione; 7 refrigerante aria di carica; 8 refrigerante
acqua dolce di raffreddamento pistoni; 9 refrigerante acqua dolce di raffreddamento cilindri;
10 scarico fuori bordo; 11 linea di ritorno acqua mare.
Le tre figure successive mostrano alcuni possibili schemi di raffreddamento adottati per motori
a quattro tempi medioveloci.
La figura 9.5 si riferisce al motore Wärtsilä 16V32DF, nel quale il circuito LT raffredda prima il
secondo stadio dell’aria di carica quindi l’olio lubrificante, mentre il circuito HT raffredda
prima i cilindri quindi il primo stadio dell’aria.
Nello schema riportato nella figura 9.6 EXP sta per expansion tank (cassa di compenso), HTC per
High Temperature Circuit e LTC per Low Temperature Circuit. Pre-heater è lo scambiatore che
preriscalda l’acqua di raffreddamento nella fase di preparazione all’avviamento del motore.
La figura 9.7 mostra infine lo schema di circuito di raffreddamento con singolo scambiatore
(indicato nella figura con Central cooler) adottato nel motore a quattro tempi Wärtsilä 46.
IL RAFFREDDAMENTO DEI MOTORI DIESEL 177
Figura 9.5 – Circuiti HT e LT per il motore a quattro tempi medioveloce Wärtsilä 16V32DF.
Figura 9.6 – Circuito di raffreddamento per motori a quattro tempi medioveloci (Wärtsilä).
178 CAPITOLO 9
Figura 9.7 – Schema dei circuiti di raffreddamento per il motore a quattro tempi Wärtsilä 46.
FLUIDI REFRIGERANTI
L’acqua dolce è chiaramente il fluido ideale per i circuiti di raffreddamento HT e LT grazie al
suo elevato calore specifico e alla bassa viscosità.
Solo quando si debbano raffreddare parti in movimento, come appunto i pistoni, e si teme che le
tubazioni mobili di collegamento possano dare origine a perdite di fluido, si preferisce talvolta
ripiegare sull’olio lubrificante, pur avendo questo una capacità molto più ridotta di trasportare
calore a causa del suo basso calore specifico (poco meno della metà di quello dell’acqua dolce)
e di una viscosità molto più elevata.
L’acqua deve essere comunque rigorosamente demineralizzata ed è preferibile che sia stata
prodotta per mezzo di distillatori a cambiamento di fase, perché quella prodotta con impianti a
osmosi inversa possiede spesso un elevato contenuto di cloro, pericoloso agli effetti della
corrosione. In ogni caso l’acqua di raffreddamento va periodicamente analizzata e trattata con
l’aggiunta di additivi antincrostanti e per il controllo del pH.
Per raffreddare il circuito LT (e talvolta lo stesso circuito HT) si impiega poi acqua di mare, che
ha un calore specifico di poco inferiore a quello dell’acqua dolce ma presenta soprattutto il
rischio di dare origine a corrosioni, incrostazioni e sviluppo di prodotti gelatinosi e biomasse
vegetali o animali; questi pericoli si prevengono costruendo le tubazioni con materiali resistenti
alla corrosione, evitando che la temperatura dell’acqua di mare nel circuito superi certi valori
prestabiliti e sottoponendo tutto l’impianto al previsto trattamento antivegetativo. Va infine
citato che, qualora gli iniettori del combustibile non siano raffreddati dallo stesso circuito che
raffredda le testate, provvede a tale scopo lo stesso combustibile.
IL RAFFREDDAMENTO DEI MOTORI DIESEL 179
POMPE DI CIRCOLAZIONE
Tutte le pompe di circolazione dell’impianto sono di tipo centrifugo, con una sola girante.
Quelle del circuito HT hanno prevalenza maggiore, in media da 30 a 50 m, la portata dipende
dalla potenza sviluppata dal motore e dalle caratteristiche del circuito.
Mentre la pompa del circuito acqua mare deve sempre essere elettrica, quelle dei circuiti HT e
LT sono spesso montate sull’estremità libera del motore e da questo trainate. In tal caso non
sono più previste per ogni circuito due pompe in parallelo (di cui una in servizio e l’altra in
stand-by) ma solo quella trainata, tutt’al più accoppiata a una elettropompa di riserva.
La figura 9.9 mostra alcuni esempi di schemi di comando per le pompe dei circuiti HT e LT.
Figura 9.9 – Possibili configurazioni di pompe trainate ed elettriche dei circuiti HT e LT.
VALVOLA TERMOSTATICA
Pur variando il carico del motore, la temperatura dell’acqua entrante nei cilindri è mantenuta
costante sul valore prestabilito attraverso un sistema di regolazione automatica che, rilevando la
temperatura uscente dal motore, varia la portata di acqua inviata al refrigerante.
Ciò avviene grazie a una valvola a tre vie la quale, quando la temperatura dell’acqua uscente dal
motore tende a superare il valore prestabilito (chiamato set-point), aumenta la quantità di acqua
che è fatta passare attraverso il refrigerante e riduce quella che lo scavalca attraverso il circuito
di by-pass; quando invece la temperatura dell’acqua uscente dal motore tende a scendere sotto il
valore prestabilito, la valvola a tre vie riduce l’invio di acqua al refrigerante ed aumenta quella
del circuito di by-pass.
Si dice valvola termostatica l’insieme formato dalla valvola a tre vie e dal gruppo termostatico
che ne fa variare il grado di parzializzazione. Esistono diversi tipi di valvola a tre vie, come pure
il gruppo termostatico può essere più o meno sofisticato.
La figura 9.11 mostra lo schema più semplice di una valvola termostatica. In essa il gruppo
termostatico è costituito di un bulbo (1) posto a diretto contatto con l’acqua uscente dal motore
e contenente al proprio interno una piccola quantità di un liquido molto volatile (per esempio
esano, etanolo, etere ecc.) in equilibrio col suo vapore. Il bulbo è collegato tramite un tubicino
corazzato flessibile (2) al comando pneumatico di una comune valvola a tre vie (3), cioè a un
soffietto (4) unito tramite un piattello all’asta (5) della valvola.
Gli attuali sistemi di regolazione automatica della temperatura dei circuiti di raffreddamento del
motore sono chiaramente più sofisticati di quello ora descritto. Come accennato nel capitolo 4 a
pagina 90, in molti impianti è poi previsto e che, quando il carico del motore diminuisce (per
esempio in manovra), la temperatura media dell’acqua del circuito HT aumenti per contrastare
la corrosione a bassa temperatura dovuta alla condensazione dei vapori di acido solforico
presenti nei gas di combustione.
182 CAPITOLO 9
CIRCUITO DI PRERISCALDAMENTO
Nella fase di preparazione all’avviamento di un motore, soprattutto dopo una lunga fermata e
ancor più se in climi freddi, si devono preriscaldare gradualmente camicie, testate e pistoni, sia
per consentire alle varie parti meccaniche di dilatarsi in modo omogeneo, sia per evitare al
motore lo shock termico conseguente a una brusca partenza a freddo. A tale scopo il circuito HT
è dotato di una unità di preriscaldamento a vapore o elettrica che porta l’acqua a temperature
vicine a quelle di esercizio, mentre una pompa apposita fa circolare l’acqua così preriscaldata.
Tale diramazione del circuito di raffreddamento è stata mostrata nelle figure 9.6 e 9.7.
Non va infine dimenticato che il raffreddamento dell’aria di carica offre ottime possibilità di
recupero di calore anche per il preriscaldamento dell’acqua di alimento inviata a una caldaia
ausiliaria a gas di scarico, come mostra in modo convincente l’esempio riportato a pagina 165.
Si osservi che, anche a bordo di navi con un numero limitato di membri di equipaggio e pur nel
caso in cui le esigenze di vapore ausiliario o di acqua distillata siano modeste e benché gli
impianti a olio diatermico e ad osmosi inversa restringano il campo d’impiego del vapore
ausiliario stesso e dei distillatori a cambiamento di fase, il recupero di parte del calore di
raffreddamento del motore offre sempre prospettive interessanti, anche perché i tempi di
ammortamento di siffatti impianti di recupero sono sempre più ridotti a causa del costo
crescente dei combustibili.
A conclusione di quanto esposto finora, si osservi uno schema tridimensionale che riassume le
più importanti parti costituenti l’impianto di raffreddamento di un motore diesel (fig. 9.13).
Figura 9.13 – Vista d’insieme di un tipico impianto di raffreddamento del motore diesel (Wärtsilä NSD).
IL RAFFREDDAMENTO DEI MOTORI DIESEL 185
Nei motori a due tempi la bassa velocità di rotazione dell’asse rende possibile che i pistoni
siano collegati al circuito di raffreddamento tramite tubazioni mobili che possono essere del tipo
a tubi telescopici o del tipo a ginocchiere.
Quando si teme che possano verificarsi perdite di acqua attraverso le tenute dei tubi telescopici
con conseguente inquinamento dell’olio lubrificante, si preferisce il raffreddamento a olio.
Tale scelta è seguita in molti motori a due tempi MAN-B&W, Mitsubishi e Sulzer RTA a corsa
superlunga (cioè con rapporto corsa/diametro pari a 3,46), in cui si ricorre a particolari
collegamenti articolati detti tubi a ginocchiera, formati da due coppie di tubi snodati che fanno
capo da una parte alla struttura fissa e dall’altra al testacroce.
Per migliorare l’efficacia del raffreddamento dei pistoni è stata estesa anche a questi ultimi la
tecnica del bore-cooling (figure 9.17, 9.18, 9.19), che è stata poi ulteriormente perfezionata con
l’introduzione di ugelli montati sull’estremità superiore dell’asta e in grado di lanciare getti di
olio di raffreddamento all’interno dei fori praticati sotto la testa del pistone (fig. 9.20).
(a) (b)
Figura 9.19 – Vista dal basso della testa di pistone raffreddato con la tecnica del bore-cooling
(Sulzer RTA-C).
Figura 9.20 – Sommità di asta e ugelli per l’invio di olio (Sulzer RTA-C).
10
La lubrificazione dei motori diesel
● La lubrificazione di due elementi piani in moto relativo di traslazione richiede che il meato
tra essi non sia a sezione costante ma a sezione variabile, proprio per consentire la cattura del
film di olio lubrificante e lo sviluppo dell’azione di portanza. Non sempre tale situazione
costruttiva è realizzabile in modo conveniente, per cui questo tipo di coppia di elementi
presenta spesso problemi di lubrificazione di soluzione alquanto difficoltosa.
● Relativamente più facile è la lubrificazione di due elementi, uno dei quali è animato da moto
di rotazione. In questo caso i supporti a strisciamento sono formati da un perno, il quale è
l’estremità dell’asse rotante, e il cuscinetto o ralla, che è la parte fissa, destinata ad alloggiare
il perno e su cui esso striscia. Spesso con il termine cuscinetto si suole indicare anche l’intero
supporto.
Perni e cuscinetti a strisciamento possono essere portanti o di spinta. Dopo aver ricordato alcuni
concetti di base sulla meccanica dei cuscinetti, si esamina come si realizza in pratica la loro
lubrificazione fluida, della quale vengono omessi i non semplici aspetti teorici.
190 CAPITOLO 10
(a) (b)
La resistenza alla rotazione del perno esiste sempre, ma risulta notevolmente minore, inoltre il
calore prodotto per attrito è portato via con continuità dall’olio in circolazione forzata, il quale è
inviato a un refrigerante esterno. Il contatto fra perno e cuscinetto può solo avvenire in caso di:
- velocità di rotazione molto ridotte oppure eccessive;
- carichi sul perno superiori a quelli di progetto;
- cali di viscosità del lubrificante dovuti per esempio a un rialzo termico anomalo;
- fenomeni di vibrazioni o disassamenti.
LA LUBRIFICAZIONE DEI MOTORI DIESEL 191
In un supporto di spinta il meato che deve catturare l’olio per creare l’effetto di portanza è più
difficile da realizzare. Il problema è stato però superato in modo molto efficace con il cuscinetto
Mitchell (fig. 10.4), il quale è in grado di sostenere carichi assiali anche molto elevati, tanto da
essere impiegato con successo anche con la funzione di cuscinetto reggispinta dell’elica.
Questo cuscinetto è costituito di una cassa (1) ancorata rigidamente alle ossature dello scafo
tramite un basamento (6) e attraversata dall’asse di rotazione sul quale è montato un disco o
collare (2) che la divide in due semicasse. Sulla superficie interna di ognuna di queste, lungo
una corona circolare che fronteggia il disco, è disposta una serie di pattini oscillanti o settori
autorientabili (3), da sei a dodici per parte, di solito otto, articolati su sfere o coltelli. La cassa è
interessata da una circolazione continua di olio lubrificante, che entra da due ingressi inferiori
(4) ed esce dalla sommità (5).
192 CAPITOLO 10
Poiché il cuscinetto deve assorbire una spinta assiale bidirezionale (come nel caso di una nave
che deve poter manovrare in marcia avanti e in marcia indietro), i pattini sono vincolati in modo
asimmetrico per cui quando la nave è in marcia avanti lavorano quelli a proravia del disco,
mentre quelli a poppavia si dispongono a bandiera e sono oziosi; quando la nave passa a marcia
indietro i ruoli dei pattini si invertono e il collare subisce uno spostamento assiale di pochi
decimi di millimetro. L’olio è continuamente mantenuto in circolazione, refrigerato e filtrato e
opportune tenute riducono al minimo le fuoriuscite dai due manicotti di estremità per il
passaggio dell’asse.
LA LUBRIFICAZIONE DEI MOTORI DIESEL 193
AZIONE CHIMICO-FISICA
L’olio lubrificante asporta dalle zone di lavoro acqua di condensa, residui carboniosi, catramosi
o gommosi e anche frammenti metallici prodotti per usura, per cui va continuamente trattato con
filtri e depuratori centrifughi. Inoltre, a seconda del compito cui è destinato, contiene additivi
che lo rendono capace di neutralizzare prodotti chimici nocivi di vario genere, come per
esempio l’acido solforico presente nei fumi della combustione: in questi casi il tenore di additivi
va tenuto sotto controllo e, quando scende sotto certi limiti, l’olio va sostituito.
VISCOSITÀ
È una caratteristica fra le più importanti perché influenza la portanza della lubrificazione fluida,
l’aderenza alle superfici e la tenuta allo strappo della pellicola di olio. Come per i combustibili,
è misurata in centistokes (cSt), ma è molto seguita la pratica di suddividere i lubrificanti in fasce
di gradi S.A.E. (Society of Automotive Engineers), le più comuni delle quali sono le seguenti:
SAE 30 = 100 ÷ 130 cSt a 40 °C (9,3 ÷ 12,5 cSt a 100 °C)
SAE 40 = 130 ÷ 220 cSt a 40 °C (12,5 ÷ 16,3 cSt a 100 °C)
SAE 50 = 220 ÷ 280 cSt a 40 °C (16,3 ÷ 21,9 cSt a 100 °C)
Dei vari tipi di viscosimetri (Redwood, Saybolt, Engler ecc.) si è già dato un cenno parlando di
combustibili. A bordo si tende però a valutare la viscosità di un olio lubrificante con metodi
empirici e sbrigativi.
LA LUBRIFICAZIONE DEI MOTORI DIESEL 195
INDICE DI VISCOSITÀ
L’indice di viscosità VI (da Viscosity Index) esprime di quanto varia la viscosità al crescere
della temperatura. Assume valori intorno a 100 se l’olio ha buone capacità viscostatiche, valori
bassi (poche decine) se la viscosità cala molto al crescere della temperatura.
L’indice di viscosità è un parametro importante perché la temperatura dell’olio lubrificante varia
notevolmente sia tra il momento in cui l’impianto è in fase di avviamento e quello in cui è a
regime, sia da punto a punto del circuito e, a parte gli impieghi nei motori diesel, svolge un
ruolo primario in tutti i circuiti di lubrificazione, dall’astuccio dell’elica all’impianto frigorifero,
oltre che nei circuiti idraulici, come quelli delle timonerie o del comando delle pinne.
I costruttori specificano i valori dell’indice di viscosità più consigliato per l’olio lubrificante da
impiegare, elencando le sigle commerciali dei prodotti compatibili con i loro motori, in modo
che, in qualunque porto la nave si trovi, il Direttore di macchina abbia la sicurezza di reperire
sul mercato l’olio più adatto alle esigenze del caso.
Allo scopo di dare un’idea numerica delle ultime due proprietà ora citate, le seguenti tabelle
riportano la viscosità a 40 °C e 100 °C e l’indice di viscosità di alcuni oli lubrificanti per motori
(tabella 10.1) e per viradori (tabella 10.2).
Tabella 10.1 – Viscosità e indice di viscosità di alcuni oli minerali per motori
Produttore Nome commerciale cSt 40 °C cSt 100 °C VI
Agip Ote 68 64 8,6 107
British Petroleum Energol THB 68 65 8,4 99
Turbinol 68 68 8,7 100
Bartran 68 68 8,7 100
Castrol Perfecto T68 64 8,25 95
Hyspin AWS 68 68 8,6 96
Chevron Turbine oil GST 68 68 9,02 107
Mechanism LPS 68 68 10,9 151
Esso Tro-Mar T/Teresso 77 76 9,5 103
Teresso 68 67 8,8 108
Nuto H68 64 8,4 101
Fina Turbine oil Medium (68) 68 9,2 112
Turbine oil Heavy (80) 80 10,2 108
Idemitsu Daphne Super Turbine HT-68 68 9,1 110
Kuwait Petroleum Van Gogh 68 68 8,7 98
Mobil DTE 16 M 71 10,3 130
Shell Turbo Oil T 68 68 8,7 98
Turbo Oil T 78 68 9,4 96
Tellus Oil 68 68 8,8 102
Tabella 10.2 – Viscosità e indice di viscosità di alcuni oli minerali per viradori
Produttore Nome commerciale cSt 40 °C cSt 100 °C VI
British Petroleum Energol GR-XO 460 425 27 88
Esso Spartan EP 460 460 44.9 152
Mobil Mobilgear 634 437 27,8 96
196 CAPITOLO 10
ALCALINITÀ
Fra tutti gli indici che esprimono a vario titolo il grado di acidità o di basicità di un olio
lubrificante, quello più importante di tutti è indicato con la sigla BN (da Base Number) o TBN
(Total Base Number), che è il numero di milligrammi di acido cloridrico HCl (espressi però
sempre come mg di KOH) necessari per neutralizzare 1 grammo di olio. Il BN esprime dunque
il grado di alcalinità dell’olio lubrificante, cioè la capacità che esso ha, grazie agli additivi che
contiene, di neutralizzare gli acidi con i quali può venire in contatto, soprattutto l’acido solforico
H2SO4 presente nei fumi della combustione. Come si vedrà più avanti, il BN che l’olio deve
possedere dipende dal suo particolare impiego, cioè può avere valori contenuti se l’olio non
entra in contatto con i prodotti della combustione, più elevato in caso contrario, in una misura
che dipende dal tenore di zolfo presente nel combustibile. Il BN dovrebbe comunque mantenersi
sempre maggiore di 10 mgKOH/g ed è buona norma procedere a controlli periodici utilizzando
l’apposito kit di analisi.
CENERI
Sono le impurezze solide presenti nel lubrificante (ruggine, prodotti di usura meccanica ecc.) e
vanno contenute entro i limiti prescritti tramite la depurazione centrifuga.
SALI SOLUBILI
Indicano contaminazione da acqua di mare, provocano corrosioni e sono difficili da eliminare.
RESIDUO CARBONIOSO
È la misura del residuo lasciato dal lubrificante se sottoposto per tempi prolungati ad alta
temperatura.
PUNTO DI SCORRIMENTO
È la temperatura a cui l'olio, in determinate condizioni di prova, non scorre più sotto l'azione del
proprio peso. In genere sono richiesti valori massimi intorno a – 10 °C.
CONTENUTO DI ACQUA
La sua presenza è pressoché inevitabile in quasi tutti i circuiti e va contenuta dal depuratore
entro i limiti prescritti a seconda dell’impiego. È bene che sia sempre inferiore allo 0,3%.
DEMULSIVITÀ
È la proprietà di separarsi il più rapidamente possibile dall’acqua.
PROPRIETÀ ANTISCHIUMA
Emulsioni con aria e schiume ostacolano la trasmissione del calore, favoriscono l’ossidazione
dell’olio e i surriscaldamenti.
Nei motori a due tempi i circuiti di lubrificazione esterna e interna sono separati e richiedono
oli di diverse caratteristiche.
L’olio del circuito di lubrificazione esterna deve essere caratterizzato da:
- viscosità SAE 30 con BN da 2 a 6;
- contenuto di acqua minore dell’1%, elevata demulsività.
L’olio del circuito di lubrificazione interna deve essere caratterizzato da:
- viscosità SAE 50 con BN da 60 a 100 per via dell’impiego di IFO ad alto tenore di zolfo;
- buone qualità detergenti, elevato flash point.
Nei motori a quattro tempi medioveloci la necessità di sviluppare potenze unitarie crescenti
pur bruciando nafte sempre più scadenti comporta che l’olio lubrificante sia chiamato a operare
in condizioni di lavoro molto gravose, aggravate dal fatto che, essendo i cilindri aperti verso il
carter, va incontro a degradazioni e contaminazioni da parte dei prodotti della combustione che
riescono a superare la barriera delle fasce elastiche. Nella logica di contenere la proliferazione
di lubrificanti diversi si tende a usare un unico tipo di olio lubrificante, caratterizzato da:
- viscosità SAE 30 o SAE 40 con BN da 20 a 40;
- buone proprietà antiossidanti, detergenti e disperdenti, resistenza a carichi elevati.
Nei motori a quattro tempi veloci, poiché fortunatamente si bruciano gasoli o MDO a basso
tenore di zolfo, l’olio deve essere caratterizzato da:
- viscosità SAE 30 o SAE 40 con BN da 10 a 20;
- buone proprietà antiossidanti e detergenti, flash point elevato e controllato con frequenza.
Poiché la quantità di olio in circuito cala di continuo a causa dei trattamento di depurazione che
subisce, nei motori a due tempi e a quattro tempi medioveloci si effettuano, a scadenze regolari,
aggiunte di olio nuovo denominate rabbocchi. Nei motori a quattro tempi veloci, date le limitate
quantità di olio in servizio, quando questo ha perduto le sue qualità si preferisce procedere al
rinnovo completo della carica.
Nelle turbine a gas un unico tipo di olio lubrifica i cuscinetti della turbina e del compressore,
oltre all’eventuale riduttore. Infine negli ingranaggi gli oli minerali puri sono usati solo nei casi
di moderate pressioni sui denti, altrimenti devono essere usati oli EP. Per gli ingranaggi scoperti
(settori dentati, cremagliere ecc.) si impiegano composti adesivi che a temperatura ambiente
hanno la consistenza e l’aspetto dei grassi lubrificanti.
LA LUBRIFICAZIONE DEI MOTORI DIESEL 199
La figura 10.7 mostra un analogo schema per il motore Wärtsilä Vasa 32 e la figura 10.8 riporta
uno schema più dettagliato consigliato dalla Sulzer per i motori della serie Z.
Figura 10.8 – Sistema di lubrificazione raccomandato per motori Sulzer a quattro tempi della serie Z.
1 motore principale; 2 pozzetto; 3 allarme di basso e alto livello; 4 filtro sull’aspirazione;
5 pompe dell’olio (di cui una in stand-by); 6 valvola termostatica; 7 refrigerante dell’olio;
8 filtro indicatore; 9 filtro autopulitore; 10 filtro olio flussato; 11 separatore-chiarificatore;
12 preriscaldatore; 13 filtro in fino; 14 cassa giornaliera olio cilindri; 15 primo allarme di
basso livello; 16 secondo allarme di basso livello; 17 rivelatore di acqua; 18 lubrificatori
cilindri; 19 cassa di riserva; 20 cassa olio di recupero; 21 cassa olio sporco.
Si riporta ora una breve descrizione dei principali componenti di un circuito di lubrificazione.
POZZETTO DELL’OLIO
Il vano dove ricade l’olio dopo aver lubrificato il motore può far parte del carter o essere posto
sotto di esso e far parte delle strutture dello scafo. Nel primo caso prende il nome di pozzetto e
si parla di “motori a carter umido” (wet oil sump), soluzione tipica per motori ausiliari o di
propulsione di potenza limitata. Se invece il vano di raccolta dell’olio fa parte delle strutture
dello scafo ed è collegato con la parte inferiore del carter tramite tubazioni flessibili, viene detto
anche cassa dell’olio (system oil tank o service tank) e si parla di “motori a carter secco” (dry
oil sump); tale soluzione è frequente nei grandi motori a quattro tempi e in quelli a due tempi. Il
volume del pozzetto è di circa 1,0 ÷ 1,5 m3 per ogni megawatt di potenza del motore.
LA LUBRIFICAZIONE DEI MOTORI DIESEL 201
FILTRI
Il filtro grossolano (strainer) posto sull’aspirazione della pompa di circolazione ha una finezza
modesta (100 ÷ 500 µm) e può comprendere candele magnetiche (magnetic bars) con il compito
di trattenere eventuali particelle ferrose presenti nell’olio.
Sul collettore di mandata al motore, dal quale si dipartono poi i branchetti che vanno ai singoli
cuscinetti di banco, all’albero della distribuzione ed eventualmente alla turbosoffiante, è invece
previsto un filtro principale (main filter) più fine (circa 15 µm) seguito da un filtro di sicurezza
(safety filter) leggermente più fine (circa 10 µm); talvolta è installato in derivazione anche un
filtro centrifugo mantenuto in rotazione dallo stesso olio in transito.
Se la turbosoffiante non è dotata di un proprio circuito separato di lubrificazione ma, come è
oggi una tendenza sempre più diffusa, utilizza il medesimo olio usato per il motore, sullla
derivazione che porta alla turbosoffiante è installato un filtro di finezza ancora più spinta.
POMPA DI CIRCOLAZIONE
La pompa di circolazione dell’olio, detta spesso principale (main lube oil pump) per distinguerla
da quella di prelubrifica, è del tipo a viti. Può essere trainata dal motore (e in tal caso si trova
sulla sua estremità libera) o separata, cioè azionata da motore elettrico (e in tal caso è in
parallelo con un’unità gemella in stand-by). Le sue caratteristiche sono in media le seguenti:
- portata specifica: 10 ÷ 50 kg/kWh
- pressione di mandata: 2 ÷ 8 bar
- temperatura massima di lavoro: 100 °C
- viscosità dell’olio lubrificante: SAE 30 o SAE 40
REFRIGERANTI DELL’OLIO
Possono essere del tipo a fascio tubiero (tubes-type) o del tipo a piastre (plates-type). Se sono a
fascio tubiero, l’olio fluisce all’esterno dei tubi e il fluido refrigerante (acqua dolce del circuito
LT o acqua di mare) al loro interno.
Valori medi della temperatura nei vari punti del circuito di lubrificazione sono i seguenti:
- temperatura dell’olio nel pozzetto: 65 ÷ 80 °C
- temperatura dell’olio all’ingresso del motore (before engine): 45 ÷ 70 °C
- temperatura dell’olio all’uscita dal motore (after engine): 65 ÷ 90 °C
- salto di temperatura nei refrigeranti: 15 ÷ 20 °C
VALVOLA TERMOSTATICA
Come per il circuito di raffreddamento HT, anche per quello di lubrificazione si pone l’esigenza
che la temperatura dell’olio entrante nel motore si mantenga costante sul valore prestabilito
anche al variare del carico. E anche in questo caso tale risultato viene raggiunto attraverso una
valvola termostatica a tre vie che, in base a un segnale di temperatura rilevata sulla mandata
della pompa di circolazione, ripartisce variamente la portata di olio lubrificante in arrivo fra
quella inviata al refrigerante e quella che lo scavalca attraverso un circuito di by-pass.
202 CAPITOLO 10
POMPA DI PRELUBRIFICA
È sempre prevista un’elettropompa di prelubrifica a viti, i cui compiti sono i seguenti:
- riempire il circuito e fornire una certa pressione prima dell’avviamento del motore;
- far circolare olio portato preventivamente a una idonea temperatura per contribuire alla fase
di preriscaldamento del motore se questo è corredato di sole pompe trainate;
- tenere caldo il motore affinché sia sempre pronto alla partenza dopo una fermata; il tempo di
mantenimento in moto della pompa di prelubrifica può variare da poche ore a più giorni, a
seconda delle condizioni climatiche o di eventuali esigenze di sicurezza;
- fornire una portata addizionale di olio se la velocità del motore scende al di sotto di un certo
valore, in base a un segnale tachimetrico che avvia o arresta la pompa di prelubrifica.
CASSA DI SERVIZIO
Negli impianti non provvisti di pompe trainate è raccomandata la presenza di una cassa di
servizio sopraelevata (oil gravity tank), utile in caso di interruzione dell’alimentazione elettrica.
Il volume di questa cassa deve essere pari a circa 1 m3 ogni 5 000 kW di potenza del motore e la
sopraelevazione deve essere tale da garantire una pressione idrostatica di almeno 0,5 bar.
La figura 10.11 illustra, con l’aiuto di un diagramma-fiume, una possibile ripartizione della
portata di olio immessa all’interno di un motore a quattro tempi.
SEPARATORE CENTRIFUGO
Struttura e principio di funzionamento sono simili a quelli dei separatori centrifughi impiegati
per il trattamento dei combustibili. La differenza concettualmente più importante fra i due tipi di
circuiti consiste nel fatto che, mentre il combustibile è trattato in serie, l’olio lubrificante è
trattato in parallelo rispetto al circuito principale.
Ogni motore deve avere un proprio separatore e questo è a sua volta provvisto di una pompa di
circolazione e di un riscaldatore. La pompa è azionata dal separatore stesso, raramente separata;
il preriscaldatore è elettrico o a vapore.
Valori medi dei parametri di esercizio di un separatore sono i seguenti:
- portata nominale in l/h: (1,2 ÷ 1,5) Pe con Pe = potenza effettiva in kW
- portata attraverso il separatore: circa il 20% di quella nominale
- numero di trattamenti completi nelle 24 h: da tre a cinque
- temperatura di separazione: 80 ÷ 95 °C
A conclusione di quanto esposto finora, si riporta uno schema tridimensionale che comprende
tutte le principali apparecchiature facenti parte di un circuito di lubrificazione generale per un
motore diesel a quattro tempi (fig. 10.12).
Figura 10.12 – Circuito di lubrificazione generale per motori diesel a quattro tempi.
LA LUBRIFICAZIONE DEI MOTORI DIESEL 205
Figura 10.13 – Schema semplificato del circuito di lubrificazione generale per un motore a due tempi.
1 motore; 2 pozzetto dell’olio; 3 filtro; 4 pompe circuito di bassa pressione;
5 refrigerante; 6 valvola termostatica; 7 pompe circuito di alta pressione; 8 ingresso
dell’olio ai testacroce; 9 ingresso dell’olio ai cuscinetti di banco; 10 olio al separatore
centrifugo; 11 olio dal separatore centrifugo.
L’iniezione dell’olio avviene in sincronismo con il moto del pistone nell’istante della corsa di
risalita in cui le fasce elastiche passano davanti alle cannòle, ma la quota di introduzione varia
da motore a motore e in alcuni motori a due tempi queste sono disposte su due circonferenze.
Ogni cassetta di lubrificazione alloggia tante piccole pompe alternative quante sono le cannòle e
il regolare afflusso di olio è visualizzabile attraverso flussimetri a sfera.
In alcuni grandi motori a quattro tempi la lubrificazione interna è invece assicurata dall’olio di
lubrificazione generale che, dall’interno del pistone, raggiunge la camicia attraverso due o più
fori praticati nel mantello tra le fasce elastiche.
Si deve invece accettare l’idea che l’olio di lubrificazione interna vada incontro a un consumo
totale, perché una parte (in certi motori più del 50%) brucia all’interno dei cilindri e la parte
restante o si raccoglie da appositi spurghi (come nei motori a due tempi) e viene inviata nella
cassa delle morchie o (come nei motori a quattro tempi) confluisce nell’olio di lubrificazione
generale ma sarà in gran misura arrestata dal separatore e dai filtri.
In ogni caso il consumo di olio va tenuto sotto attento controllo perché può essere spia di una
imprecisa regolazione, quindi di inutili sprechi, oppure del malfunzionamento di una parte del
motore o di un dispositivo ausiliario.
La tabella 10.3 riporta comunque valori medi di larga massima del consumo specifico di olio
per i vari circuiti di lubrificazione :
Tabella 10.3 – Consumi specifici medi di olio lubrificante
FILTRAZIONE
Avviene prima in filtri grossolani a rete, collocati in coppia sull’aspirazione delle pompe di
circolazione. Se tali filtri sono sprovvisti di candela magnetica, speciali filtri magnetici sono
installati a valle di questi e l’olio, fluendo attraverso gabbie filtranti rese magnetiche da magneti
permanenti, deposita eventuali particelle ferrose dovute a ruggine o fenomeni di erosione; pur
non essendo magnetizzabile, anche il metallo bianco viene catturato perché si agglomera con le
particelle di tipo ferroso.
I filtri in fino sono capaci di trattenere particelle di dimensioni fino al millesimo di millimetro
(micrometro µm, un tempo chiamato micron). Sono costituiti di cartucce o di colonne di dischi
in materiale fibroso tenute pressate da una molla. Un manometro differenziale misura il grado di
intasamento e la pulizia avviene interrompendo il flusso dell’olio e soffiando, manualmente o in
automatico, aria compressa in controcorrente.
Sono infine detti filtri autopulitori quei filtri nei quali la cartuccia può ruotare (manualmente o
automaticamente) contro speciali pettini raschiatori.
LA LUBRIFICAZIONE DEI MOTORI DIESEL 209
DEPURAZIONE CENTRIFUGA
Il principio fisico che è alla base del funzionamento di un depuratore centrifugo è stato già
accennato parlando di combustibili.
Per ogni olio da sottoporre a depurazione esiste una temperatura ottimale di preriscaldamento,
che varia da 60 °C a 95 °C e che il depuratore medesimo provvede a garantire tramite un
proprio sistema di riscaldamento.
I depuratori a dischi sono più diffusi e possono operare come separatori o come chiarificatori.
Se il depuratore è predisposto per funzionare come separatore (fig. 10.17), escono da esso con
continuità due effluenti liquidi diversi, l’olio trattato e l’acqua contenente i sedimenti solidi.
Se invece è predisposto per funzionare come chiarificatore (fig. 10.18), esce da questo un solo
effluente liquido, l’olio trattato, mentre alla periferia del tamburo si accumulano i sedimenti, che
vengono periodicamente espulsi all’esterno con una proceduta automatica o programmata detta
sparo.
Normalmente il depuratore è impiegato con il ruolo di separatore perché l’olio risulta quasi
sempre inquinato da acqua e altri sedimenti. Viene impiegato invece come chiarificatore quando
l’olio è nuovo o quando la contaminazione da acqua è trascurabile. Il passaggio da una
configurazione di servizio all’altra si effettua inserendo nel depuratore un disco chiuso che
blocca lo scarico dell’acqua.
Figura 10.17 – Depuratore come separatore. Figura 10.18 – Depuratore come chiarificatore.
1 = ingresso olio usato; 1 = ingresso olio usato;
2 = uscita olio pulito; 2 = sedimenti;
3 = uscita acqua. 3 = uscita olio pulito.
210 CAPITOLO 10
I grassi sono classificati in base alla loro consistenza e alla temperatura di goccia.
La consistenza si misura con uno speciale penetrometro e le sue gradazioni vengono espresse
nel modo seguente:
- consistenze 0 e 1: grassi molto fluidi usati quando devono essere trasferiti per pompaggio o
nel caso di basse temperature;
- consistenza 2: grassi molto diffusi, con un buon compromesso tra le esigenze di pompaggio
della distribuzione centralizzata e le proprietà lubrificanti in genere;
- consistenza 3: grassi con elevata resistenza al pompaggio ma adatti alle alte velocità e alle
alte temperature.
La temperatura di goccia o di incipiente fusione indica la massima temperatura di impiego e
viene valutata anch’essa in base a condizioni di prova ben definite.
BOMBOLE DI AVVIAMENTO
L’aria compressa è accumulata in una o più bombole che, in base alle prescrizioni dei Registri
di Classificazione, devono avere un volume tale da consentire un dato numero minimo di
avviamenti consecutivi, di solito sei. Il consumo di aria per ogni manovra di avviamento
dipende dalla cilindrata del motore e in genere è compreso fra 0,1 Nm3 fino a oltre 6 Nm3. Oltre
ai due pressostati sopra citati, le bombole dell’aria di avviamento sono corredate di una valvola
di sicurezza, una valvola di spurgo automatica e manuale, manometri e termometri. Dalla linea
principale di avviamento alla pressione di 30 bar si dirama, previa una riduzione di pressione a 7
bar, una linea che alimenta i cosiddetti servizi scafo e gli automatismi pneumatici. Sulla linea
dell’aria di avviamento è posta una valvola principale manuale o comandata elettricamente.
212 CAPITOLO 11
Figura 11.4 – Schema di sistema di avviamento elettropneumatico (motore a quattro tempi Wärtsilä 32)
01 valvola principale dell’aria di avviamento; 02 distributore dell’aria di avviamento; 03
valvola di avviamento; 04 valvola di blocco in caso di viradore inserito; 05 serbatoio
dell’aria; 06 cilindro pneumatico di stop su ciascuna pompa di iniezione; 07 valvola di non
ritorno; 08 sistema di preavviamento del regolatore di velocità; 09 dispositivo di arresto
fiamma; 301 ingresso dell’aria di avviamento.
214 CAPITOLO 11
LA MANOVRA DI AVVIAMENTO
Quando l’aria di avviamento entra nel primo cilindro, il motore comincia a girare, vince
gradualmente le inerzie e gli attriti e la temperatura nei cilindri aumenta sempre di più a causa
delle compressioni. Il passaggio dall’aria al combustibile deve avvenire solo dopo che il motore
ha raggiunto la cosiddetta velocità di autosostentamento stabilita dal costruttore: a questo punto
un tachimetro interviene sul sistema di avviamento e lo esclude, ciò si verifica in media dopo
pochissimi giri, al limite dopo due o tre, vale a dire in un intervallo di tempo di pochi secondi.
Durante l’avviamento è assolutamente necessario che sia attivo solo uno di questi tre soggetti:
- l’aria di avviamento;
- il combustibile ai polverizzatori;
- il viradore.
In passato questa condizione doveva essere verificata con il massimo scrupolo, pena il rischio di
incidenti anche mortali. Gli attuali sistemi automatici di avviamento sono invece provvisti di
circuiti di esclusione reciproca, con blocchi segnalati da allarmi in caso di manovre errate.
I sistemi di automazione sono in continua evoluzione e variano da una casa costruttrice all’altra,
con il tipo di nave, di motore e con le stesse richieste dell’armatore.
Riguardano ormai tutti gli impianti della nave e, per quanto riguarda la sezione di macchina,
sovraintendono al funzionamento dell’impianto principale di propulsione e di quelli ad esso
collegati (circuiti di trattamento del combustibile, di lubrificazione, raffreddamento, avviamento
ecc.), degli ausiliari, della centrale elettrica, degli impianti di sentina, incendio e zavorra, degli
impianti di ventilazione, refrigerazione e condizionamento ecc. e provvedono alle seguenti
funzioni, variamente interconnesse fra loro:
- monitoraggio, visualizzazione e registrazione delle variabili sottoposte a misura;
- avviamento, conduzione, diagnosi, attivazione di allarmi e arresto degli impianti.
I punti di misura vengono realizzati al momento della costruzione dell’impianto. I componenti
elettronici impiegati sono particolarmente resistenti alle condizioni ambientali in cui devono
operare, per esempio alle alte temperature ed alle vibrazioni, e conviene che i segnali trasmessi
a distanza siano di tipo digitale perché immuni da disturbi elettromagnetici.
MONITORAGGI
Il numero di variabili sottoposte a misura è elevatissimo. Tra le principali si citano le seguenti:
- perdite di olio lubrificante e di combustibile da vari punti di detti circuiti;
- pressioni e temperature in vari punti dei circuiti di combustibile, olio lubrificante, acqua
dolce HT ed LT, acqua di mare, gas di scarico, aria di carica, aria di avviamento, acqua dolce
potabile e di lavanda, fluidi refrigeranti, aria condizionata ecc.;
- differenze di pressione tra monte e valle di filtri, riscaldatori, refrigeranti ecc.;
- livelli del combustibile nei grandi depositi (doppi fondi ecc.) e nelle casse di sedimentazione
e di servizio, livelli dell’olio lubrificante nelle casse e nei pozzetti, livelli dell’acqua nelle
casse di compenso dei circuiti di raffreddamento, nelle casse dell’acqua dolce, nei pozzetti di
sentina, livelli dolle morchie e delle acque sporche di macchina ecc.;
- velocità di rotazione dei motori di propulsione e ausiliari, delle turbosoffianti, dell’elica,
velocità della nave ecc.;
- temperature e fumosità in tutti i locali protetti dai sistemi di difesa antincendio;
- usura di parti metalliche tramite sensori di prossimità preventivamente inseriti nelle stesse;
- stato di apertura o di chiusura di porte stagne, porte tagliafuoco, vie di fuga, valvole ecc.;
- ore di funzionamento di motori principali, ausiliari e di emergenza, di riscaldatori, motori
elettrici, alternatori, pompe, ventilatori, compressori ecc.;
- generatori elettrici in servizio, livello del carico, utenti allacciati alla rete, loro assorbimenti e
stato di isolamento ecc;
- portate e concentrazioni delle correnti liquide entranti e uscenti dagli impianti di trattamento
(separatori di sentina, impianti di trattamento liquami ecc.) ed eventualmente immesse in
mare.
220 CAPITOLO 11
Figura 11.5 – Sistema WECS del motore Wärtsilä 64 e relativa unità MCU.
ALLARMI
Quando una variabile misurata supera un valore di soglia critica viene attivato un allarme,
riconosciuto da un led lampeggiante su un pannello di controllo e da un segnale acustico.
L’allarme può essere attivato nel locale stesso oppure in un locale di controllo (sala controllo
propulsione, plancia ecc.) e con ripetitrici in altri locali.
Tipiche segnalazioni di allarme vengono attivate in seguito a pressioni troppo basse dell’olio di
lubrificazione, a temperature troppo alte dei gas di scarico, a velocità eccessive del motore, a
concentrazioni pericolose dei vapori di olio nell’atmosfera del carter, ad alti livelli dell’acqua in
sentina, a tempi eccessivi di intervento della pompa di sentina ecc.
A seconda del tipo di allarme, se questo non è riconosciuto entro un certo intervallo di tempo e
non vengono adottate le misure opportune da parte del personale di guardia, il sistema prende
provvedimenti autonomi. Per esempio, nel caso dell’impianto principale di propulsione, il
sistema di automazione riduce automaticamente l’andatura del motore (slow down) o provvede
addirittura al suo arresto (shut down).
Per quanto riguarda alcuni lavori di manutenzione, valgono le seguenti note orientative.
I polverizzatori vanno sostituiti ogni 1 000 ÷ 5 000 h con altri nuovi e tarati; è sconsigliabile la
manutenzione a bordo dei polverizzatori levati dal servizio.
Le valvole di avviamento vanno pulite, ingrassate ed eventualmente sottoposte a smerigliatura
del seggio ogni 3 000 ÷ 5 000 h.
Le valvole di sicurezza vanno sostituite dopo 6 000 ÷ 7 000 h, sostituendone una o due alla volta
con nuove o revisionate; quelle levate dal servizio vanno pulite e ritarate.
Le valvole di spurgo vanno sostituite, pulite e i seggi vanno smerigliati ogni 6 000 ÷ 7 000 h.
Le pompe di iniezione hanno lunga durata se il combustibile è trattato in modo idoneo; possono
venire sostituite ogni 4 ÷ 5 anni in concomitanza con le visite di classe; le pompe levate dal
servizio vanno sostituite con pompe nuove e inviate a ditte specializzate per la manutenzione;
I filtri sull’aspirazione delle turbosoffianti vanno sostituiti ogni 500 ÷ 1 000 h e comunque
quando la perdita di carico per sporcamento raggiunge 150 ÷ 200 mmH2O; i filtri rimossi vanno
puliti con solventi suggeriti dalla casa fornitrice e soffiati con aria compressa.
I refrigeranti dell’olio vanno smontati e puliti almeno ogni 3 ÷ 6 mesi; eventuali zinchi di
protezione catodica nelle calotte di estremità vanno controllati e, se è il caso, sostituiti; se si
pulisce il lato olio con la macchinetta a vapori di trielina, ricordare che questa non è
infiammabile ma i suoi vapori sono tossici per inalazione, quindi si deve lavorare in ambiente
ben ventilato; se si pulisce il lato acqua dolce o acqua di mare si possono usare soluzioni
disincrostanti o ricorrere alla scovolatura meccanica.
Le testate si sostituiscono ogni 6 000 ÷ 12 000 h; la camera di circolazione dell’acqua va pulita
con soluzioni disincrostanti che sono in pratica soluzioni al 10 ÷ 20% di acido cloridrico e che
vanno lasciate agire per almeno 24 ore; poi si deve sciacquare più volte con acqua distillata.
I pistoni possono essere visitati ogni 6 000 ÷ 12 000 h e si può procedere sia alla sostituzione
delle fasce elastiche sia alla pulizia interna della camera di circolazione dell’olio o dell’acqua di
raffreddamento nei motori a due tempi.
La visita delle camicie si fa contestualmente a quella dei pistoni; il consumo della camicia si
rileva con speciali calibri alle altezze e nei punti indicati dal costruttore; per motori di grande
diametro si ritiene accettabile un consumo di 0,05 ÷ 0,1 mm ogni 1 000 h di lavoro; il consumo
va riportato in diagrammi in funzione del tempo e deve rientrare in una precisa pista prevista
statisticamente; in ogni caso il consumo non deve superare lo 0,6 ÷ 0,8% del diametro originale;
una camicia ben tenuta dovrebbe durare almeno 4 ÷ 5 anni.
I cuscinetti di piede di biella sono i più sollecitati, soggetti a usura e al calore; si dovrebbero
visitare almeno ogni 6 000 ÷ 7 000 h, ma è bene rilevare i giochi almeno ogni 2 000 h di moto.
I cuscinetti di testa di biella, grazie alle maggiori dimensioni, la migliore lubrificazione e le
condizioni di temperatura più blande, consentono una visita ogni 4 ÷ 5 anni e una vita media
superiore a dieci anni; tuttavia è consigliabile un rilievo annuale dei giochi.
I cuscinetti di banco vanno esaminati ogni 4 ÷ 5 anni, tuttavia almeno una volta all’anno è
consigliabile il rilievo delle flessioni; questo va fatto fuori scadenza se si sono verificate
circostante anomale quali un incaglio temporaneo, una marcia prolungata in sovraccarico o con
un cilindro in meno, un difetto di lubrificazione o, peggio, un’esplosione nel carter.
Il cuscinetto reggispinta dell’elica va visitato ogni 4 ÷ 5 anni, svuotato dell’olio e pulito.
I cuscinetti della linea d'asse vanno visitati ogni 4 ÷ 5 anni salvo imprevisti.
224 CAPITOLO 11
Tabella 11.1 – Prontuario degli intervalli di manutenzione e dei tempi di lavoro per il motore
a quattro tempi medioveloce Sulzer ZA40S (New Sulzer Diesel).
▼ : da verificare ogni quattro o cinque anni a seconda delle scadenze previste dalle
visite di classe.
12
La produzione dell’energia elettrica
a bordo delle motonavi
12.1 GENERALITÀ
Ogni nave è dotata di impianti autonomi in grado di produrre l’energia elettrica richiesta durante
la navigazione e in manovra.
La potenza elettrica installata a bordo è molto variabile con il tipo di nave e può assumere valori
molto elevati nel caso di grossi pescherecci (per l’alimentazione dei compressori degli impianti
frigoriferi usati per la conservazione del carico), di navi portacontenitori refrigerati (si pensi che
un solo container refrigerato assorbe in media 10 kW), di navi traghetto (per il comando delle
eliche di manovra o thrusters) e soprattutto per le navi da crociera (per i ristoranti, i servizi in
cabina, le sale di riunione, le centrali di condizionamento, le cucine, le eliche di manovra ecc.).
Per soddisfare il proprio fabbisogno di potenza elettrica le navi mercantili si avvalgono di
alternatori azionati da motori diesel (dieselalternatori) o dallo stesso asse del motore principale
di propulsione (alternatori-asse). Come conseguenza del declino degli impianti di propulsione a
vapore e della poco frequente produzione di vapore surriscaldato a bordo delle motonavi, sono
rari gli alternatori azionati da turbine a vapore (turboalternatori) e ancor più rari quelli azionati
da turbine a gas, queste ultime impiegate solo in qualche generatore di emergenza.
Gli alternatori sono azionati quasi universalmente da motori diesel a quattro tempi veloci o
semiveloci ad accoppiamernto diretto, mentre trovano rarissime applicazioni gruppi alimentati
da motori diesel a due tempi. La velocità di rotazione assume pertanto un numero discreto di
valori, come mostra la tabella 12.1. nel caso che la frequenza sia di 60 Hz.
Sia perché la potenza di ogni gruppo è media e questi motori diesel devono essere avviati in
tempi molto brevi e comunque sviluppano una potenza che può variare di continuo in funzione
delle richieste del carico elettrico, il combustibile utilizzato è generalmente di tipo leggero o
medioleggero, vale a dire un MDO o un IFO 180. Rari sono i casi in cui si ricorre a un IFO 380,
ancora più rari quelli in cui si brucia una nafta più pesante, perché il risparmio derivante dal
minor costo del combustibile bruciato rischia di non compensare le aumentate spese di
manutenzione.
La potenza di un dieselalternatore varia da poche centinaia a diverse migliaia di kilowatt, con
consumi specifici di combustibile compresi fra 0,19 kg/kWh per grossi motori medioveloci fino
a oltre 0,22 kg/kWh per piccoli motori veloci.
Quando la richiesta raggiunge una prefissata percentuale del carico massimo dell’alternatore, un
operatore o il sistema di automazione provvedono a inserire un secondo alternatore in parallelo
con il primo e a ripartire opportunamente il carico.
LA PRODUZIONE DELL’ENERGIA ELETTRICA A BORDO DELLE MOTONAVI 227
Il gruppo di emergenza è situato su un ponte alto della nave, per esempio nella stessa ciminiera,
ed è costituito di un motore diesel veloce collegato con un alternatore e alimentato con gasolio
proveniente da un serbatoio a uso esclusivo del gruppo.
La potenza del dieselalternatore di emergenza varia a seconda degli utenti vitali allacciati, ma è
generalmente compresa fra 150 e 500 kW. Il motore è mantenuto sempre pronto a partire grazie
a una resistenza elettrica che riscalda l’acqua di raffreddamento contenuta in un barilotto posto
sul circuito e che fa circolare per convezione naturale acqua calda nel motore. Solo per i gruppi
di maggior potenza è previsto il funzionamento continuo anche del circuito di prelubrifica.
L’avviamento automatico è garantito da due sistemi posti in serie, il primo ad aria compressa
proveniente da una bombola a uso esclusivo del gruppo, il secondo da un motorino elettrico in
corrente continua alimentato da batterie di accumulatori a 24 V.
228 CAPITOLO 12
Quanto alle modalità di sistemazione con cui l’asse dell’alternatore è azionato da quello del
motore principale, si possono avere le seguenti due soluzioni:
- alternatori-asse su asse parallelo, che può essere a sua volta disposto o sull’estremità libera
del motore, oppure a valle del motore (tramite un pignone che ingrana sul volano o sul
riduttore) oppure ancora di lato, tramite una presa di potenza detta PTO (Power Take Off);
- alternatori-asse di tipo coassiale.
Quest’ultima soluzione fu proposta dalla Sulzer negli anni ’80 con un sistema di trasmissione
meccanico-elettroidraulico detto con-speed (da constant-speed), che consentiva all’alternatore-
asse di ruotare a velocità praticamente costante anche al variare del regime rotazionale del
motore di propulsione.
Il con-speed fu installato su molte navi, tra cui quattro navi gemelle del gruppo Grimaldi. Su
una di queste, la multipurpose ro/ro “Repubblica di Venezia”, la potenza elettrica viene prodotta
da un alternatore-asse da 1 400 kW, tre dieselalternatori da 900 kW ciascuno e un gruppo di
emergenza da 300 kW.
Sulla “Repubblica di Venezia” la propulsione è affidata a un motore diesel a due tempi Sulzer-
GMT 8RTA58 il quale sviluppa la potenza di 12 700 kW a 127 giri/min con un’elica a pale
orientabili. Nel primo tratto della linea d’assi (fig.12.4), subito dopo il diesel (1), un giunto
elastico (2) impedisce che le oscillazioni torsionali del momento motore si trasmettano al
moltiplicatore di giri (3) il quale, tramite una frizione idraulica (4) e il con-speed (5), aziona
l’alternatore-asse (6). Quando la velocità dell’albero motore passa da 95 a 126 giri/min il
moltiplicatore di giri porta l’asse d’ingresso al con-speed da 955 a 1268 giri/min, mentre l’uscita
da quest’ultimo è costante e pari a 1 200 giri/min.
Attualmente il problema della costanza del numero dei giri dell’alternatore-asse è stato risolto
eliminandolo: si monta cioè l’alternatore-asse coassiale rispetto al motore di propulsione, con un
inverter a tiristori si raddrizza la corrente alternata prodotta e si ricostruisce una sinusoide di
ampiezza e frequenza volute (fig. 12.5). Poiché tale sistema produce ovviamente solo potenza
attiva, se si vuole effettuare una manovra di parallelo con altri dieselalternatori è necessario che
l’alternatore-asse sia corredato di un compensatore sincrono.
Gli attuali alternatori-asse possono erogare oltre 10 000 kW e, allo scopo di ridurre gli ingombri,
si stanno diffondendo sistemi ad alta tensione (fino a 6 kV), i quali richiedono sicure protezioni
dei tiristori contro i cortocircuiti, con interruttori in grado di sganciare in tempi inferiori a 0,001
secondi.
230 CAPITOLO 12
La propulsione elettrica in corrente alternata fu applicata alle grandi navi nel primo dopoguerra
per la difficoltà di costruire riduttori in grado di trasmettere le crescenti potenze sviluppate dalle
turbine a vapore dell’epoca e non avendo le soluzioni in corrente continua la potenza necessaria
richiesta dal caso; quando però la tecnologia meccanica riuscì a realizzare riduttori più grossi, la
propulsione elettrica venne praticamente abbandonata e riservata solo ad alcuni casi particolari.
La propulsione elettrica è tornata attuale negli ultimi decenni del secolo scorso per le grandi
navi da crociera, dove però si identifica con la scelta strategica di un’unica centrale elettrica per
la propulsione e i servizi elettrici di bordo. Il successo di tale propulsione è stato reso possibile
dai progressi dell’elettronica di potenza, che ha consentito di impiegare il motore sincrono al
posto di quello asincrono oltre i 10 MW. Molte grandi navi da crociera sono oggi a propulsione
elettrica, con due assi azionati da motori sincroni ad alta tensione ed eliche a pale orientabili o
fisse a seconda del tipo di convertitore statico adottato, oppure con propulsori di tipo azimutale.
La propulsione elettrica ha lo svantaggio che i macchinari elettrici comportano pesi, ingombri e
costi aggiuntivi oltre che maggiori consumi specifici di combustibile. Ma per alcuni tipi di navi
prevalgono i vantaggi, quali per esempio:
- sistemazione ottimale di motori principali e generatori, con motori elettrici vicini a poppa;
- possibilità di variare la velocità della nave agendo sul numero dei gruppi in funzione, senza
cali di rendimento;
- più facile azionamento di servizi di bordo non di propulsione che assorbono elevate potenze
a regime saltuario nel tempo, come può capitare su navi da crociera, traghetti, posacavi ecc.;
- marcia più silenziosa grazie al fatto che le vibrazioni dei motori non si trasmettono all’elica;
- possibililità di invertire la marcia in manovra agendo solo sul motore elettrico, per cui il
motore primo può essere di struttura semplificata, i compressori e le bombole di avviamento
sono più piccoli e si eliminano gli stress termici ai cilindri causati da ripetuti arresti e
avviamenti in marcia avanti e indietro, specie nel caso di rimorchiatori, traghetti ecc.;
- possibilità di maggiori accelerazioni e decelerazioni, quindi minori tempi di partenza e di
estinzione del moto, utile per navi che fanno viaggi brevi e numerose soste;
- efficace automazione per la condotta della propulsione e il bilanciamento dei carichi a bordo,
con rischio di black-out ridotto quasi a zero.
LA PRODUZIONE DELL’ENERGIA ELETTRICA A BORDO DELLE MOTONAVI 231
La figura 12.6 mostra uno schema semplificato di una centrale per la propulsione elettrica di una
generica nave da crociera. Con chiaro significato dei simboli, i due motori diesel azionano un
alternatore ciascuno, i quali alimentano le sbarre di un quadro principale in alta tensione (6 kV);
a questa tensione vengono alimentati a loro volta alcuni grossi utenti forza, come per esempio
quelli del gruppo di condizionamento e delle eliche di manovra, mentre il motore elettrico di
propulsione è alimentato a 3 kV. Un trasformatore abbassa poi la tensione a 440 V per tutti i
piccoli e medi utenti forza della nave (macchina del timone, pompe servizi generali, pompe dei
circuiti di raffreddamento del motore ecc.) e da questa linea altri trasformatori abbasseranno
ulteriormente la tensione per i circuiti luce.
La figura 12.7 mostra la pianta della sala macchine della nave da crociera Costa Victoria mentre
una vista d’insieme è rappresentata nella figura 12.8. L’apparato di propulsione di questa nave
da crociera è formato da sei motori diesel MAN B&W del tipo L58/64 della potenza installata
complessiva di 50 700 kW, così ripartita:
- tre motori nella versione a sei cilindri erogano 7 800 kW ciascuno a 400 giri/min;
- tre motori nella versione a sette cilindri erogano 9 100 kW ciascuno a 400 giri/min.
La centrale elettrica alimenta due motori AEG da 15 000 kW azionanti eliche a pale orientabili
in grado di imprimere alla nave (76 000 tonnellate di stazza lorda, 2 464 passeggeri con 800
membri di equipaggio) la velocità di crociera di 21,0 nodi (massima 24,0 nodi). Completano
l’impianto di propulsione tre eliche di manovra di prora e due di poppa, tutte da 2 400 kW
ciascuna, due timoni e quattro pinne di stabilizzazione.
232 CAPITOLO 12
Figura 12.8 – Vista d’insieme dell’apparato di propulsione elettrica del Costa Victoria.
LA PRODUZIONE DELL’ENERGIA ELETTRICA A BORDO DELLE MOTONAVI 233
Il propulsore pod viene normalmente installato nella zona poppiera della nave e può funzionare
con azione traente (pull), spingente (push) oppure doppia (tandem) (fig. 12.10).
Figura 12.10 – Propulsori pod in versione traente (a), spingente (b) e tandem (c).
234 CAPITOLO 12
Elementi costituivi del pod sono dunque l’elica a pale fisse, il motore sincrono, l’eccitatrice,
l’asse portaelica con i suoi cuscinetti di supporto, il reggispinta, le tenute e il freno, una pompa
di sentina e infine il sistema di monitoraggio e controllo. All’interno dello scafo trovano invece
posto la macchina del timone di tipo elettroidraulico capace di far subire al complesso di
propulsione la rotazione voluta e i sistemi di lubrificazione, ventilazione e raffreddamento del
pod. Tramite una scala è poi possibile, a impianto di propulsione fermo, l’accesso del personale
per le operazioni di controllo e manutenzione. La figura 12.11 è un diagramma a blocchi
dell’impianto di propulsione elettrica con pod, mentre la figura 12.12 mostra le varie parti del
propulsore.
MODULO DI RAFFREDDAMENTO
MODULO DI TRASMISSIONE
UNITÀ DI CONTATTO
DISPOSITIVO DI ROTAZIONE
INVOLUCRO
POD
ELICA
UNITÀ IDRAULICA
Il primo propulsore azimutale, denominato Azipod (da Azimuthing Podded Drive) fu installato
dalla ABB nel 1991 sul rimorchiatore rompighiaccio Seili della Finnish Board of Navigation e
sviluppava ancora la limitata potenza di 1 MW. Seguirono poi numerose applicazioni su support
vessels, rompighiaccio e piccole navi petrolchimiche fino a che, intorno alla metà degli anni ’90,
cominciò il successo sulle grandi navi passeggeri.
Su questo tipo di navi il propulsore azimutale apparve subito molto interessante perché, oltre ai
vantaggi tipici della propulsione elettrica, presentava i seguenti pregi:
- elevata manovrabilità in virata, negli arresti rapidi e nell’inversione di marcia, soprattutto a
basse velocità come nel caso delle operazioni di attracco, nelle quali la capacità di manovra
del propulsore azimutale è decisamente superiore a quella ottenuta combinando l’azione dei
timoni con quella dei propulsori trasversali;
- eliminazione del timone e recupero dello spazio occupato dalla sala agghiaccio;
- eliminazione delle eliche laterali di manovra poppiere;
- non necessità di eliche a pale orientabili;
- ulteriore recupero dello spazio interno allo scafo occupato dai motori elettrici;
- riduzione delle sollecitazioni sullo scafo, delle vibrazioni e della rumorosità;
- semplificazione nella logistica del cantiere e nella costruzione dello scafo;
- prestazioni propulsive in molti casi superiori a quelle delle eliche tradizionali, grazie a una
più elevata efficienza idrodinamica, la quale si traduce in un risparmio di combustibile che
compensa il maggiore consumo legato alla propulsione elettrica.
Le navi passeggeri installano di solito due propulsori traenti (fig. 12.13) oppure tre, di cui due
laterali traenti e uno centrale fisso di tipo spingente (fig. 12.14), con potenze unitarie variabili da
10 a 30 MW.
Figura 12.13 – I due pod Roll-Royce/Alston Mermaid montati sulla nave da crociera
Millennium Monrovia (Chantiers de L’Atlantique).
236 CAPITOLO 12
Dal 1995, quando la Carnival Cruise Lines decise di dotare di pod la settima e ottava unità della
classe Fantasy, le motonavi Elation e Paradise (entrate rispettivamente in servizio nei mesi di
marzo e ottobre del 1998), le applicazioni di questo sistema di propulsione sulle navi da crociera
si sono moltiplicate. Una delle più recenti realizzazioni si è avuta sulla grande nave passeggeri
britannica Queen Mary 2, consegnata alla fine del 2003 dallo stabilimento francese Chantiers de
l’Atlantique alla compagnia armatrice Cunard Lines (Gruppo Carnival). La nave, lunga 345 m,
con stazza lorda 150 000 t e capace di trasportare 2 620 passeggeri alla velocità massima di 30
nodi, è la prima nave da crociera ad essere propulsa da quattro propulsori azimutali Rolls-
Royce/Alstom Mermaid alimentati da un apparato motore principale di tipo CODAG, costituito
di due turbine a gas G.E. LM 2500 e quattro motori diesel a quattro tempi Wärtsilä 16V46 per
una potenza complessiva di 80 MW.
Venendo alle navi da crociera italiane, delle dodici unità componenti la flotta Costa Crociere, la
quale effettua viaggi nel Mediterraneo, in Nord Europa, Marocco, Canarie, Caraibi e Sud
America, due sono dotate di propulsori azimutali, cioè le navi gemelle Costa Atlantica e Costa
Mediterranea, mentre Costa Victoria, Costa Fortuna, Costa Magica e Costa Concordia sono a
propulsione elettrica con eliche.
La Costa Atlantica (fig. 12.15), costruita nel cantiere Kvaerner Masa Yards di Helsinki nel
1997, è entrata a far parte della flotta Costa Crociere nel mese di luglio del 2002. Ha una stazza
lorda di 84 000 t, una lunghezza massima di 292,56 m e può trasportare 2 680 passeggeri e 920
membri di equipaggio alla velocità di crociera di 22 nodi e massima di 24. Sei motori a quattro
tempi Wärtsilä 9L46D alimentano una centrale elettrica della potenza di 62,4 MW che aziona
due propulsori azimutali Azipod della ABB Industry da 17,6 MW ognuno, con eliche di
diametro pari a 5,6 m.
LA PRODUZIONE DELL’ENERGIA ELETTRICA A BORDO DELLE MOTONAVI 237
Si ricorda infine che la MSC Crociere, la quale propone itinerari in Mediterraneo, Nord Europa,
Oceano Atlantico, Caraibi, Sud America e Sud Africa, ha una flotta di sette navi (MSC
Monterey, MSC Sinfonia, MSC Melody, MSC Armonia, MSC Lirica, MSC Opera, MSC
Rhapsody) di cui ben quattro dotate di propulsori azimutali: MSC Sinfonia e MSC Armonia
(ognuna con due propulsori Kamewa da 10 MW), MSC Opera (fig. 12.16) e MSC Lirica
(ognuna con due propulsori Rolls-Royce/Alstom Mermaid da 10 MW).
Anche se il propulsore azimutale richiede elevati costi d’investimento, sviluppa una potenza
minore di quella di un’elica tradizionale (circa 30 MW contro 70 MW) e non può essere
impiegato se l’apparato di propulsione è un motore a due tempi, sembra destinato a crescente
diffusione su svariati tipi di navi.
Sono del 2004 decine di commesse per navi da crociera e mercantili, come rompighiaccio,
traghetti, petroliere, chimichiere e navi portacontenitori. Non va dimenticato che per queste
ultime, che hanno intrapreso una decisa corsa verso il gigantismo con l’obiettivo di raggiungere
in pochi anni il traguardo di unità in grado di trasportare 18 000 contenitori, sembra probabile la
scelta dei propulsori azimutali proprio per semplificare l’architettura interna dello scafo e
ottimizzare le possibilità di caricazione.
Si aggiunga infine che le stesse normative sul controllo delle emissioni atmosferiche da parte
delle navi, nel momento in cui dovessero penalizzare sempre più il consumo di combustibili
pesanti e forzare il settore marittimo ad approvvigionarsi di combustibili distillati, avrebbero
come effetto finale quello di creare spazi sempre maggiori per la turbina a gas e la propulsione
elettrica affidata proprio ai propulsori azimutali.
13
Il motore diesel nella propulsione navale
Nel periodo compreso fra il primo e il secondo dopoguerra il motore diesel attuò una graduale
conquista dei mari, affermandosi sulla motrice alternativa a vapore e arrestandosi solo davanti
alla turbina a vapore, la quale aveva i suoi punti di forza nella potenza praticamente illimitata
che poteva sviluppare e nel fatto che le caldaie erano in grado di bruciare nafte residuali molto
scadenti mentre i motori diesel dovevano essere alimentati con combustibili distillati ben più
costosi. Malgrado i continui sforzi dei costruttori tesi ad aumentare la potenza sviluppabile dal
motore diesel ed a renderlo sempre più idoneo a bruciare combustibili meno pregiati, il trasporto
marittimo affidato ai grandi mercantili (petroliere, portarinfuse e le emergenti portacontenitori)
continuava ad essere patrimonio esclusivo delle turbonavi.
Queste ultime incorsero però in una crisi fatale e irreversibile in seguito agli sconvolgimenti
avvenuti nel mercato petrolifero mondiale dopo la guerra del Kippur tra Egitto e Israele quando,
il 19 ottobre del 1973, Iran, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita, presto seguiti da altri membri
dell’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries), decretarono il famoso embargo
petrolifero come ritorsione nei confronti dei paesi che appoggiavano Israele. Il prezzo del barile
quadruplicò bruscamente, poi iniziò una crescita che sarebbe durata negli anni e avrebbe avuto
ulteriori impennate per molteplici eventi politici successivi, tra cui ricordiamo la rivoluzione in
Iran, la guerra fra Iran e Irak, l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq e le due guerre del Golfo.
L’incidenza della propulsione sui costi totali di gestione della maggioranza delle navi mercantili
salì così dall’8% del 1970 a oltre il 70% nel 1990, colpendo soprattutto le grandi turbonavi,
caratterizzate da alti consumi specifici e offrendo così una grossa opportunità al motore diesel,
che su questo fronte era già da tempo favorito. I costruttori di turbine cercarono di correre ai
ripari e la Stal Laval svedese mise a punto nel 1978 il progetto integrato VAP (Very Advanced
Propulsion) che, grazie a numerose innovazioni tecniche sull’impianto a vapore e sulla stessa
architettura della nave, consentiva di ridurre il consumo specifico di combustibile fino a 238
g/kWh. Malgrado ciò il progetto VAP non ebbe il successo sperato e dal 1981 al 1986 vennero
realizzato solo trentaquattro impianti.
240 CAPITOLO 13
Nel frattempo il motore diesel aveva intrapreso con maggiore decisione il cammino che in pochi
anni avrebbe portato a consumi specifici di combustibile di 160 g/kWh e a superare la potenza
di 50 MW, favorito dalla circostanza ulteriore che l’armamento mondiale si cominciava a
indirizzare verso navi di tonnellaggio medio, proprio per evitare la scelta forzata di un impianto
a vapore imposto dalla necessità di una elevata potenza. Il risultato conclusivo fu che a metà
degli anni ’80 la costruzione di turbonavi era in pratica azzerata e in numero sempre crescente
queste ultime venivano messe in disarmo o rimotorizzate a diesel.
Mentre il motore a quattro tempi consolidava la sua presenza nel campo delle potenze medie, il
motore diesel a due tempi si faceva carico del compito di subentrare alle turbine a vapore nel
campo delle alte potenze, consapevole che avrebbe dovuto risolvere i seguenti problemi:
- aumentare progressivamente la potenza;
- adattarsi al consumo di nafte residuali sempre più scadenti;
- diminuire ulteriormente i consumi specifici di combustibile.
Oltre che sull’apparato motore, bisognava anche intervenire sulle prestazioni globali del vettore,
sulla stessa via già intrapresa con scarso successo dalle turbonavi e che consisteva nel:
- ridurre la velocità di navigazione (i consumi crescono infatti con il cubo della velocità);
- agire sulla carena per ridurre la resistenza all’avanzamento;
- aumentare il rendimento propulsivo ricorrendo ad eliche sempre più grandi e lente.
Se per il motore a quattro tempi, accoppiato all’asse dell’elica tramite un riduttore, quest’ultima
circostanza significava solamente aumentare il rapporto di riduzione, per il motore a due tempi,
accoppiato direttamente all’elica, nasceva l’obbligo di abbassare in ugual misura anche la
velocità di funzionamento, che peraltro comportava il vantaggio di una combustione migliore
(grazie al maggior tempo disponibile) e di un miglior rendimento meccanico.
Dunque la potenza massima sviluppabile poteva essere raggiunta solo aumentando la pressione
media effettiva e la cilindrata totale ma, poiché i cilindri non potevano superare un dato numero
ed essendo improponibile una loro disposizione a V, non restava che puntare sull’aumento del
volume di ogni singolo cilindro. D’altra parte si imponeva la necessità di ridurre l’alesaggio dei
pistoni per evitare che le crescenti pressioni medie effettive creassero sollecitazioni eccessive
sulle aste e sull’albero motore, per cui il motore a due tempi fu forzato a intraprendere la via di
incrementare sempre più la corsa. Di fronte a questa esigenza il motore a due tempi a lavaggio
trasversale risultò sfavorito, perché l’aumento del rapporto corsa/diametro contrastava con un
efficace ricambio dei fluidi nel cilindro, di conseguenza quasi tutti i costruttori furono costretti a
passare dal lavaggio trasversale a quello assiale, per il quale si creavano le condizioni favorevoli
per risolvere i problemi tecnici che fino a quel momento ne avevano rallentato lo sviluppo.
La Sulzer fu l’ultimo costruttore ad abbandonare il lavaggio trasversale ma, quando finalmente
si decise a intraprendere questa nuova strada, lo fece con scelte d’avanguardia che diventarono
quasi uno standard di riferimento per i motori poi realizzati da altri negli anni successivi.
Gli attuali diesel a due tempi sono ormai tutti a lavaggio assiale. Installati sulla maggioranza
delle grandi navi mercantili, continuano a essere i campioni dei bassi consumi, anche se è
sempre più ristretto il divario con i motori a quattro tempi i quali, adatti soprattutto a navi che
richiedono ingombri ridotti dell’apparato motore (navi passeggeri, traghetti, ro-ro ecc.), stanno
diventando competitivi anche per navi di maggior potenza come bulk carrier e petroliere, grazie
alla sicurezza offerta dal fatto di poter mettere più motori su un unico asse.
IL MOTORE DIESEL NELLA PROPULSIONE NAVALE 241
● Per comprendere il perché di molte scelte nella produzione di motori navali, vanno tenuti
presenti alcuni concetti, che peraltro informano anche altri settori industriali. Innanzitutto è
estremamente difficile prevedere quale potrà essere la soluzione tecnica migliore di un
problema influenzato da molte variabili: se così non fosse, si farebbe subito la scelta migliore
e il problema sarebbe risolto. In secondo luogo, mentre i risultati di una scelta tattica
circoscritta (per esempio un tipo di filtro) possono essere valutati in tempi brevi con prove di
laboratorio o un collaudo sul campo, quelli di una scelta strategica complessa (come un tipo
di motore di propulsione) possono essere valutati solo dopo anni di esercizio e di verifiche
sugli effettivi costi di produzione e di manutenzione ordinaria e straordinaria, la frequenza
delle avarie, le rese in condizioni operative reali, la loro variazione nel tempo ecc. Inoltre il
successo di una certa via strategica può dipendere da un solo insospettabile dettaglio che
magari è in grado di ribaltare una situazione (per esempio una sola modifica al
polverizzatore). Infine un’industria specializzata nella costruzione di motori di un certo tipo
non può passare con facilità a quella di motori di tipo radicalmente diverso perché ciò
comporterebbe l’azzeramento di anni di esperienza, la necessità di acquisirne altra in un
nuovo campo, la ristrutturazione degli impianti e la riqualificazione del personale, tutte
operazioni associate all’investimento di enormi capitali che spesso hanno portato una società
al fallimento. Di conseguenza, a meno di scenari che suggeriscano in modo inequivocabile
nuove scelte forzate e immediate, finché è possibile una grande industria continua a
fabbricare quello che stava già fabbricando, cercando di tenere testa alla concorrenza con
modifiche migliorative piuttosto che con pericolose rivoluzioni strutturali. E tuttavia questa
filosofia in alcuni casi si è dimostrata vincente perché i risultati hanno confortato le attese, in
altri si è rivelata esiziale.
In conclusione, il motore diesel nelle sue varie soluzioni (lento, medioveloce e veloce) è oggi in
grado di fornire tutta la gamma di potenze richieste nella marina mercantile ed è orientato su
queste linee strategiche:
- impiego di bunker residui sempre più scadenti, cioè con viscosità oltre 700 cSt/50 °C;
- consumi specifici di combustibile sempre minori: questi, calati decisamente con i motori a
due tempi degli anni ’80, sono caratterizzati da una continua diminuzione, anche se in misura
più contenuta;
- soluzioni sempre più evolute di recupero energetico, che rendono i motori principali un
sistema integrato di produzione di energia meccanica, termica ed elettrica di alta efficienza;
- costruzione sempre più affidabile quanto a usure, corrosioni, sforzi e vibrazioni;
- drastica riduzione del numero delle parti di cui il motore è costituito;
- crescita del TBO (Time Between Overhauls), cioè del tempo che intercorre tra gli interventi
di grande manutenzione;
- riduzione dei tempi richiesti dalle operazioni di manutenzione ordinaria e straordinaria;
- crescente sviluppo di misure su motore funzionante (condition monitoring) per conoscere in
tempo reale temperature, sforzi, usure ecc. negli impianti;
- evoluzione e consolidamento dei sistemi di automazione navale;
- riduzione crescente delle emissioni gassose inquinanti l’atmosfera.
242 CAPITOLO 13
Navi petroliere
Mentre il nome di nave cisterna o tanker indica una nave il cui scafo è suddiviso in stive adibite
al trasporto di carichi liquidi in generale e chiamate anche, con termine derivato dalla lingua
inglese, tanche, la petroliera propriamente detta (crude carrier) è adibita al solo trasporto di
petrolio greggio (fig. 13.1). Navi cisterna di dimensioni maggiori sono denominate VLCC (Very
Large Crude Carrier) e ULCC (Ultra Large Crude Carrier).
Pur essendo tramontata l’epoca delle superpetroliere che arrivavano a superare le 500 000 TPL,
le petroliere continuano a rappresentare, assieme alle portarinfuse e alle portacontenitori, gli
attuali giganti del mare. L’attuale tendenza è quella di costruire navi con elevati requisiti di
sicurezza (tutte a doppio scafo e molte con due eliche) con portate comprese fra 80 000 e 250
000 TPL, velocità di 14 ÷ 18 nodi e potenze dell’apparato motore variabili fra 10 e 30 MW. Per
navi di portata media o medioalta la propulsione può essere affidata a grandi motori a quattro
tempi in grado di bruciare combustibili pesanti come l’IFO 600, ma la tendenza è quella di
privilegiare il motore a due tempi, soprattutto perché in questo tipo di navi i costi della
propulsione possono arrivare a più dell’80% di quelli totale di gestione, per cui va privilegiato il
motore con minor consumo specifico di combustibile. Le petroliere richiedono poi una elevata
potenza elettrica installata, soprattutto per comandare gli impianti in servizio durante la
scaricazione (carico, zavorra, stripping, COW, LOT, gas inerte ecc.). Pertanto, mentre in
navigazione è abbastanza diffuso l’impiego dell’alternatore-asse, devono essere previsti anche
grossi gruppi elettrogeni comandati da motori diesel a quattro tempi per la produzione di
energia elettrica quando la nave è ferma in porto.
244 CAPITOLO 13
Petrochimichiere
Si possono riunire sotto questa denominazione tutte quelle navi di dimensioni piccole e medie
che trasportano frazioni del greggio ottenute per distillazione, prodotti petrolchimici e prodotti
chimici della natura più varia, quindi le cosiddette product carrier o product tanker o chemical
tanker o chimichiere. Sono navi con portate comprese fra 3 000 a 70 000 TPL, che viaggiano a
velocità di 12 ÷ 16 nodi e che richiedono apparati di propulsione capaci di sviluppare potenze
medie, di norma non superiori a 15 MW. I motori di propulsione impiegati sono diesel a due
tempi e grossi quattro tempi in grado di bruciare anche nafte pesanti. Il fabbisogno di potenza
elettrica supera raramente 3 MW ed è assicurato da alternatori-asse e da gruppi elettrogeni di
tipo convenzionale.
Navi portacontenitori
Il contenitore o container è un robusto cassone da trasporto a forma di parallelepipedo a sezione
quadrata del lato di 8 piedi; la lunghezza può invece essere di 10, 20, 30 o 40 piedi e la versione
lunga 20 piedi viene usata come unità di misura di riferimento ed è indicata con l’acronimo
TEU (Transcontainers Equivalent Unity). Il container si presta per il trasporto della più vasta
varietà di merci e il fatto che, una volta sbarcato, può essere immediatamente trasferito su un
vagone ferroviario o su un mezzo gommato e quindi avviato a una distribuzione capillare sulla
terraferma ha decretato il suo crescente successo nei traffici commerciali di tutto il mondo.
La nave portacontenitori (fig. 13.2) ha avuto diffusione crescente negli anni ’80 e, poiché il
costo unitario di trasporto cala al crescere del numero di contenitori, ha presto cominciato una
corsa verso il gigantismo come la fece negli anni ’60 la nave petroliera. Dalle unità da poche
centinaia di TEU si è rapidamente passati a quelle in grado di trasportare fino a 4 000 TEU alla
fine degli anni ’90 ed attualmente sono state ordinate unità da 9 000 TEU, mentre sono previsti
nel prossimo futuro colossali ULCC (Ultra Large Container Carriers) da 18 000 TEU detti, per
analogia con l’attuale standard massimo denominato Panamax, Malacca-max perché in grado di
transitare attraverso lo stretto di Malacca; poiché la loro immersione dovrebbe aumentare in
proprozione alle dimensioni, è stato addirittura avviato uno studio per dragare lo stretto di Suez.
Allo scopo di accorciare i tempi di trasporto di merci anche di elevato valore che provengono da
paesi lontani (si pensi non solo alle classiche traversate tra America ed Europa sull’Oceano
Atlantico o tra America e Asia sull’Oceano Pacifico, ma al fatto che è in continua crescita il
traffico commerciale fra Europa e sud-est asiatico), le attuali portacontenitori hanno velocità di
navigazione elevate, cioè comprese fra 20 e 25 nodi, che richiedono apparati di propulsione in
grado di sviluppare potenze effettive da 5 a 50 MW. I motori impiegati sono grandi motori
diesel a quattro tempi ma più spesso a due tempi.
Le enormi portacontenitori a cui si accennava prima richiederanno potenze di oltre 100 MW e la
scelta dell’apparato di propulsione dovrà essere fatta o fra una coppia di grandi motori a due
tempi ognuno dei quali deve azionare un proprio asse dell’elica o fra un’unica centrale elettrica
alimentata da più gruppi dieselalternatori o da turbine a gas e che aziona a sua volta due o più
propulsori azimutali come quelli descritti nel capitolo precedente.
A differenza della nave cisterna, il fabbisogno di potenza elettrica di una nave portacontenitori è
richiesto soprattutto in navigazione, dato che all’imbarco e allo sbarco dei container provvedono
i mezzi della banchina. Classico è l’impiego di un alternatore-asse da qualche MVA su motori
sia a quattro tempi sia a due.
Va però detto che, se è previsto il trasporto di container refrigerati, poiché la potenza assorbita
dal compressore frigorifero di un TEU può variare da 7 fino a 12 kW, è facile capire che il
fabbisogno di potenza elettrica possa essere anche elevato. Poiché l’aumento delle dimensioni di
un alternatore-asse crea problemi di vario genere, per i generatori di grande potenza (oltre i 10
MVA) si stanno diffondendo sistemi ad alta tensione (fino a 6 kV).
Navi refrigerate
Le navi refrigerate (refrigerated cargo) di vario tipo, dalle bananiere ai pescherecci d’alto mare,
dalle metaniere (o LNG-carrier perché trasportano metano liquefatto o Liquified Natural Gas)
alle gasiere (o LPG-carrier perché trasportano gas di petrolio liquefatto o Liquified Petroleum
Gas) fino alle navi portacontenitori esclusivamente adibite a quelli refrigerati (reefer), sono
caratterizzate da potenze di propulsione variabili da 1,5 fino a 40 MW ma hanno in comune una
elevata velocità di navigazione, che può arrivare a punte di 25 nodi. Logicamente la presenza
dei gruppi frigoriferi richiede gruppi elettrogeni di elevata potenza, mentre la propulsione è
affidata a motori a quattro tempi; non rara, soprattutto nei pescherecci, è la propulsione elettrica.
Navi portarinfuse
Prendono il nome di rinfuse le merci trasportate in massa (bulk) da navi dette appunto bulk-
carrier, le quali rappresentano un’altra realtà emergente di questi ultimi decenni. Anch’esse
sono caratterizzate da una corsa crescente verso il gigantismo (fig. 13.3).
Le merci trasportate alla rinfusa sono di vario tipo e vanno dal cemento ai minerali, dai legumi
secchi a molti prodotti chimici. Nella logica delle navi multiuso (multipurpose), resa necessaria
da una sempre maggiore flessibilità richiesta ai traffici marittimi, rientrano nella categoria delle
navi portarinfuse anche le cosiddette OBO (da ore-bulk-oil), che possono trasportare rinfuse
solide e prodotti petroliferi. Prendono poi il nome di con-bulk-carrier le navi che trasportano
contemporaneamente contenitori e merci alla rinfusa.
Le attuali portarinfuse hanno una portata che va dalle 3 000 alle 250 000 TPL ma non richiedono
una grande velocità di navigazione, solitamente contenuta fra 11 e 16 nodi. Agli apparati motori
è richiesta una potenza fra 2 e 30 MW e, anche in questo caso, si ricorre a motori a quattro
tempi per le navi medie e a motori a due tempi per quelle più grandi.
246 CAPITOLO 13
Figura 13.3 – La Bulk carrier Gypsum Centennial, prima nave a montare un motore
6RT-flex58T-B common rail nel mese di settembre del 2001.
Navi ro-ro
Queste navi, la cui sigla deriva da roll-on/roll-off, sono traghetti multiuso in grado di trasportare
container e rotabili ferroviari o su gomma imbarcabili e sbarcabili con propri mezzi. Nel caso
siano adibite al solo trasporto internazionale di questi ultimi dal paese di fabbricazione a quello
di commercializzazione prendono il nome di export cars carrier. Le potenze richieste agli
apparati di propulsione variano da 5 a 25 MW e la velocità di navigazione da 15 a 22 nodi.
Un esempio caratteristico di questo tipo di nave sono le cinque unità gemelle Grande Europa,
Gran Bretagna, Grande Mediterraneo, Grande Francia e Grande Amburgo, realizzate tra il
1998 e il 2003 presso lo stabilimento Fincantieri di Castellammare di Stabia per conto del
Grimaldi Group di Napoli. Caratteristiche principali della Grande Amburgo sono le seguenti.
lunghezza f.t.: 213,29 m
portata lorda: 27 492,5 TPL
automobili trasportabili: 2 500
metri lineari per veicoli pesanti: 2 500
container da 20 piedi in coperta: 850
motore principale: Sulzer 8RTA62UB con MCR di 18 280 kW a 115 giri/min
velocità: 19,7 nodi di crociera, 20,5 nodi massima
quattro DD/AA GMT/Magneti Marelli da 1 160/1080 kW a 900 giri/min
un alternatore-asse Ansaldo da 1 440 kW, un generatore di emergenza Ansaldo da 160 kW
un’elica a quattro pale orientabili Rolls-Royce
due eliche di manovra a prora e a poppa Fincantieri da 1 600 kW ciascuna.
IL MOTORE DIESEL NELLA PROPULSIONE NAVALE 247
MOTORI SULZER
La casa costruttrice Sulzer di Winterthur (Svizzera), presso la quale il giovane Rudolf Diesel
aveva fatto pratica di lavoro, fu prontissima ad acquisire i diritti della nuova invenzione
presentata a giugno del 1898 all’esposizione di Monaco di Baviera e già nel 1910 fabbricava in
serie grandi motori a due tempi. Dopo aver adottato inizialmente il lavaggio assiale, passò
presto a quello trasversale, che appariva in quegli anni più semplice strutturalmente, e in tale
direzione proseguì per decenni, acquistando presto un ruolo importantissimo nel settore.
Nel 1976, quando già si facevano sentire gli effetti della crisi energetica, la Sulzer introdusse i
motori a due tempi della serie RND-M, evoluzione degli RND entrati in produzione nel 1969.
Nei motori RND-M rimanevano inalterati il rapporto corsa/diametro (C/D = 1,67) e la velocità
di rotazione (n = 122 giri/min) ma la nuova tecnica del bore-cooling consentiva di aumentare di
circa il 15% la pressione media effettiva e la potenza per cilindro. La tabella 13.1 confronta le
prestazioni dei motori RND90 e RND90M, ed appare evidente il salto di qualità raggiunto.
Tabella 13.1 – Evoluzione dei motori a due tempi Sulzer a lavaggio trasversale
Tipo RND90 RND90M RLB90
Anno 1969 1976 1980
Pressione media effettiva [bar] 10,64 12,29 14,31
Pressione massima [bar] 84 92 118
Consumo specifico di combustibile [kg/kWh] 0,208 0,203 0,182
Potenza unitaria [kW/cil.] 2133 2465 2940
Numero di giri al minuto 122 122 102
Regime MCR MCR1 MCR1
IL MOTORE DIESEL NELLA PROPULSIONE NAVALE 249
Con l’aggravarsi della crisi petrolifera si comprese che era necessario ridurre il numero dei giri
dell’elica e la velocità di rotazione dei motori, quindi aumentare la corsa. Nel 1980 la Sulzer
introdusse allora i nuovi motori della serie RL, ancora a lavaggio trasversale ma con il rapporto
corsa/diametro portato a 2,1. Tutte le prestazioni risultavano migliorate, soprattutto il consumo
specifico di combustibile che scese a 0,182 kg/kWh grazie alla migliore combustione e al calo
delle perdite meccaniche, conseguenze del fatto di aver ridotto il numero di giri.
La comparsa di questi motori diede un contributo decisivo alla crisi degli impianti a vapore ma
gli ulteriori rincari del prezzo del greggio obbligarono la Sulzer a compiere la scelta radicale di
abbandonare definitivamente il lavaggio trasversale in favore di quello assiale. Vennero così
realizzati nel 1984 i motori della serie RTA, caratterizzati da basso regime rotazionale (fino a 90
giri/min), un alto rapporto corsa/diametro (C/D = 2,9) e un consumo specifico di combustibile
ancora più ridotto. Questi nuovi motori erano disponibili in una vasta serie di diametri (380,
480, 580, 680, 760 e 840 mm) e presentavano diverse innovazioni tecniche, tra cui l’impiego di
due o anche tre polverizzatori disposti lungo una circonferenza.
Nel 1985 si aggiunsero altri motori, con diametri 520, 620, 720 e ancora 840 mm, detti a corsa
superlunga perché aventi un rapporto corsa/diametro ancora più alto (C/D = 3,5), velocità di
rotazione ridotte a 56 giri/min nei regimi economici R3 e R4 e consumi specifici scesi addirittura
a 0,158 kg/kWh. Veniva inoltre offerta la possibilità di inserire il sistema η-booster accennato
nel capitolo 6. Nella seconda metà degli anni ’80 la Sulzer si presentava così sul mercato con
una serie di motori a due tempi d’avanguardia e che sarebbero presto diventati uno standard di
riferimento a livello mondiale. La figura 13.4 mostra il campo d’impiego della serie RTA a
seconda del numero dei giri e della potenza sviluppata, la figura 13.5 la struttura di un tipico
motore di questa serie.
Figura 13.5 – Sezione trasversale di un motore a due tempi della serie Sulzer RTA.
1 ingresso dell’olio lubrificante ai cuscinetti di banco; 2 ingresso dell’olio lubrificante ai
testacroce; 3 diaframma; 4 valvole automatiche a libretto; 5 collettore di lavaggio; 6
refrigerante dell’aria di lavaggio; 7 collettore di scarico; 8 turbosoffiante; 9 punteria
idraulica; 10 tubazione del combustibile ai polverizzatori; 11 valvola di scarico; 12
camicia; 13 uscita dell’acqua di raffreddamento cilindri; 14 luci di lavaggio; 15 testa del
pistone raffreddato ad acqua; 16 tenuta asta; 17 pompa di iniezione del combustibile;
18 asse a camme; 19 scarico dell’olio sporco; 20 ingresso dell’acqua di raffreddamento
dei pistoni; 21 uscita dell’acqua di raffreddamento dei pistoni.
Tabella 13.2 – Motori a due tempi Sulzer della serie RTA. Condizioni ISO di riferimento:
- pressione 1,0 bar, temperatura aria aspirata 27 °C;
- temperatura acqua di raffreddamento aria 27 °C;
- potere calorifico inferiore del combustibile 42 707 kJ/kg.
Negli anni successivi i motori RTA hanno subito una lunga serie di perfezionamenti, culminati
con la realizzazione dei motori RT-flex a iniezione elettronica common rail. Poiché però nel
1997 la New Sulzer Diesel Ltd. è stata acquisita dalla Wärtsilä, dando origine alla Wärtsilä NSD
Corporation, si esamineranno più avanti le versioni attuali di questi motori a due tempi.
252 CAPITOLO 13
Per rispondere alle richieste del mercato non solo nel settore dei motori a due tempi, la Sulzer
decise di entrare anche in quello dei motori a quattro tempi, e lo fece con pochi esemplari che
però ebbero grande successo e diffusione in tutto il mondo: i motori S20 e ZA40.
Il motore a quattro tempi S20 (fig. 13.7), introdotto nel 1988 per essere impiegato come gruppo
elettrogeno (generating set) e motore di propulsione per navi di minori dimensioni (pescherecci,
petrochimichiere, gasiere, portacontenitori ecc.), in pochissimi anni fu prodotto in centinaia di
esemplari e concesso in licenza a diverse case costruttrici europee ed asiatiche, finché poi non
confluì nel portafoglio della Wärtsilä NSD.
Questo motore, con cilindri di diametro D = 200 mm e corsa C = 300 mm (α = C/D = 1,5), pur
essendo presentato dalla stessa Sulzer come motore medium speed, aveva un regime rotazionale
intermedio tra un quattro tempi medioveloce e uno veloce (720, 750, 900 e 1000 giri/min), una
pressione media effettiva compresa fra 16,6 e 18,7 bar e, potendo essere fornito predisposto per
marcia con MDO o con HFO, sviluppava una potenza unitaria variabile fra 95 e 160 kW/cil. con
un consumo specifico di combustibile compreso fra 0,188 e 0,196 kg/kWh.
IL MOTORE DIESEL NELLA PROPULSIONE NAVALE 253
Un motore di successo ancora maggiore è stato il diesel a quattro tempi medioveloce ZA40,
entrato in produzione nel 1963 e continuamente migliorato nel corso degli anni, anche dopo il
suo ingresso nella famiglia dei motori Wärtsilä NSD. Nato con il diametro di 400 mm e la corsa
di 480 mm, nella sua prima versione erogava 400 kW/cil., che salirono a 550 nel 1977 e 660 nel
1981. Nel 1985, quando la corsa venne portata a 560 mm e il consumo specifico ulteriomente
ridotto, il motore assunse la sigla ZA40S. Le figure 13.8 e 13.9 mostrano rispettivamente la
sezione trasversale del motore nella sua configurazione in linea e un suo disegno d’insieme nella
configurazione a V.
Figura 13.8 – Sezione trasversale del motore a quattro tempi Sulzer ZA40S.
254 CAPITOLO 13
Figura 13.9 – Vista d’insieme del motore a quattro tempi Sulzer ZA40S in configurazione a V.
Caratteristiche principali del motore ZA40S nella sua versione 1985 sono le seguenti:
diametro D = 400 mm
corsa C = 560 mm
rapporto corsa/diametro α = C/D = 1,4
velocità rotazionale n = 510 giri/min
numero di cilindri 6-8-9 L, 12-14-16-18 V
altezza del motore h = 4,15 m (L), h = 4,85 (V)
lunghezza del motore l = 7,1 ÷ 10,26 m
massa del motore m = 59 ÷ 145 t
Quanto alle prestazioni, queste vanno riferite ai tre regimi riportati nella tabella 13.3.
Uno degli aspetti innovativi del motore ZA40S fu l’introduzione del pistone rotante intorno al
proprio asse, studiata allo scopo di uniformare la pressione di contatto fra pistone e camicia e
ridurre il pericolo di surriscaldamenti locali. Tale risultato venne ottenuto nel modo seguente
(fig. 13.10): a ogni sua corsa, il pistone (1) subisce una piccola rotazione angolare trasmessagli
da una molla di smorzamento (2) unita ad esso tramite uno spinotto (3) e messa a sua volta in
rotazione da un innesto (4) che la collega con una ruota internamente dentata (5) la quale, libera
di ruotare dentro al pistone, compie tale movimento a scatti, grazie a due arpionismi (6) messi in
oscillazione dalla biella (7).
Figura 13.10 – Meccanismo di rotazione del pistone del motore Sulzer ZA40S.
1 pistone rotante; 2 molla di smorzamento; 3 spinotto di collegamento;
4 sistema di innesto; 5 ruota dentata internamente; 6 arpionismi; 7 biella.
256 CAPITOLO 13
Si riportano nelle figure 13.12, 13.13 e 13.14 alcune tipiche configurazioni di apparati di
propulsione per navi da crociera realizzate con differenti associazioni di motori ZA40S, l’ultima
delle quali denominata “Father-and-son”.
Figura 13.15 – Campi di potenza coperti dai motori a due tempi Sulzer Wärtsilä NSD.
Si riportano nelle pagine seguenti (tabelle da 13.4 a 13.14) le caratteristiche principali dei
motori diesel a due tempi Sulzer, precisando che i consumi specifici di combustibile vanno
intesi al 100% del carico, il combustibile di riferimento ha potere calorifico inferiore Hi = 42 700
kJ/kg e le condizioni di prova si attengono alle specifiche ISO 15550 e 3046 (pressione 1,0 bar,
aria ambiente a 25 °C, umidità relativa 30%, acqua di raffreddamento dell’aria a 25 °C). Le
masse sono infine date per motori senza acqua né olio.
IL MOTORE DIESEL NELLA PROPULSIONE NAVALE 259
Tabella 13.4 – Caratteristiche principali del motore a due tempi Sulzer RTA48T-B
diametro D [mm] 480
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 2000 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 4,17 R1 127 1455 0,171 19,0
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,5 R2 127 1020 0,163 13,3
numero cilindri z 5–6–7–8 R3 102 1165 0,171 18,9
altezza motore h [m] 9,0 R4 102 1020 0,167 16,6
lunghezza motore l [m] 6,0 ÷ 8,5
massa motore m [t] 171 ÷ 250
Tabella 13.5 – Caratteristiche principali dei motori a due tempi Sulzer RT-flex50 e RTA50
diametro D [mm] 500
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 2050 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 4,1 R1 124 1620 0,171 19,5
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,5 R2 124 1130 0,165 13,6
numero cilindri z 5–6–7–8 R3 99 1300 0,171 19,5
altezza motore h [m] 9,35 R4 99 1130 0,167 17,1
lunghezza motore l [m] 6,1 ÷ 8,7
massa motore m [t] 200 ÷ 280
Tabella 13.6 – Caratteristiche principali del motore a due tempi Sulzer RTA52U-B
diametro D [mm] 520
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 1800 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 3,46 R1 137 1600 0,174 18,3
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,2 R2 137 1120 0,168 12,8
numero cilindri z 5–6–7–8 R3 110 1285 0,174 18,3
altezza motore h [m] 9,1 R4 110 1120 0,170 16,0
lunghezza motore l [m] 6,6 ÷ 9,4
massa motore m [t] 210 ÷ 300
Tabella 13.7 – Caratteristiche principali dei motori a due tempi Sulzer RT-flex58T-B e RTA58T-B
diametro D [mm] 580
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 2416 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 4,17 R1 137 1600 0,174 18,3
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,5 R2 137 1120 0,168 12,8
numero cilindri z 5–6–7–8 R3 110 1285 0,174 18,3
altezza motore h [m] 10,8 R4 110 1120 0,170 16,0
lunghezza motore l [m] 7,0 ÷ 10,0
massa motore m [t] 281 ÷ 418
260 CAPITOLO 13
Tabella 13.8 – Caratteristiche principali del motore a due tempi Sulzer RT-flex60C
diametro D [mm] 600
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 2250 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 3,75 R1 114 2360 0,170 19,5
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,6 R2 114 1650 0,164 13,7
numero cilindri z 5–6–7–8–9 R3 91 1880 0,170 19,5
altezza motore h [m] 10,5 R4 91 1650 0,166 17,0
lunghezza motore l [m] 7,2 ÷ 11,4
massa motore m [t] 268 ÷ 480 t
Tabella 13.9 – Caratteristiche principali del motore a due tempi Sulzer RTA62U-B
diametro D [mm] 620
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 2150 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 3,47 R1 115 2285 0,173 18,4
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,2 R2 115 1600 0,167 12,9
numero cilindri z 5–6–7–8 R3 92 1830 0,173 18,4
altezza motore h [m] 10,6 R4 92 1600 0,169 16,1
lunghezza motore l [m] 7,5 ÷ 10,8
massa motore m [t] 320 ÷ 470 t
Tabella 13.10 – Caratteristiche principali dei motori a due tempi Sulzer RT-flex68T-B e RTA68T-B
diametro D [mm] 680
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 2720 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 4,0 R1 95 3070 0,169 19,6
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,6 R2 95 2150 0,161 13,7
numero cilindri z 5–6–7–8 R3 76 2450 0,169 19,6
altezza motore h [m] 12,7 R4 76 2150 0,165 17,2
lunghezza motore l [m] 8,2 ÷ 11,7
massa motore m [t] 412 ÷ 593 t
Tabella 13.11 – Caratteristiche principali del motore a due tempi Sulzer RTA72U-B
diametro D [mm] 720
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 2500 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 3,47 R1 115 2285 0,173 18,4
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,3 R2 115 1600 0,167 12,9
numero cilindri z 5–6–7–8 R3 92 1830 0,173 18,4
altezza motore h [m] 12,4 R4 92 1600 0,169 16,1
lunghezza motore l [m] 8,7 ÷ 12,5
massa motore m [t] 485 ÷ 715 t
IL MOTORE DIESEL NELLA PROPULSIONE NAVALE 261
Tabella 13.12 – Caratteristiche principali dei motori a due tempi Sulzer RT-flex84T-D e RTA84T-D
diametro D [mm] 840
Regime n P Cc pme
corsa C [mm] 3150 [giri/min] [kW/cil.] [kg/kWh] [bar]
[Link]/diametro α = C/D 3,75 R1 76 4200 0,167 19,0
vel. media pistoni Wm [m/s] 8,0 R2 76 2940 0,160 13,3
numero cilindri z 5–6–7–8–9 R3 61 3370 0,167 19,0
altezza motore h [m] 14,6 R4 61 2940 0,164 16,6
lunghezza motore l [m] 10,5 ÷ 17,5
massa motore m [t] 740 ÷ 1260 t
Tabella 13.13 – Caratteristiche principali del motore a due tempi Sulzer RTA84C
Tabella 13.14 – Caratteristiche principali dei motori a due tempi Sulzer RT-flex96C e RTA96C
Restano in produzione, su licenza, i motori RTA: 52U, 62U, 72U, 48T, 58T e 84T-B.
In base a quanto precisato dalla stessa casa costruttrice, i consumi specifici di olio richiesti dalla
lubrificazione dei cilindri sono da valutare pari a 1,1 g/kWh. Tale consumo può essere ridotto a
0,9 g/kWh o anche meno dietro parere favorevole espresso dai tecnici del servizio di assistenza
Wärtsilä dopo una valutazione delle prestazioni del motore. In condizioni normali di esercizio il
consumo delle camicie è poi da ritenere minore di 0,04 mm ogni 1000 h di funzionamento.
262 CAPITOLO 13
Figura 13.16 – Sezione trasversale del motore a due tempi Sulzer RT-flex60C.
Si riportano (tabelle 13.15, 13.16 e 13.17) le principali caratteristiche dei motori a quattro tempi
veloci e medioveloci commercializzati dalla Wärtsilä NSD nell’anno 2004, in base a condizioni
standard di prova corripondenti a quelle specificate per i motori a due tempi.
Tabella 13.15 – Caratteristiche principali dei motori a quattro tempi Wärtsilä 200, 20, 26 e W-Vasa 32LN
Wärtsilä 200 Wärtsilä 20 Wärtsilä 26 W -Vasa 32LN
D [mm] 200 200 260 320
C [mm] 240 280 320 350
α = C/D 1,2 1,4 1,23 1,09
n [giri/min] 1200 – 1500 720 – 1000 900 – 1000 720 – 750
Wm [m/s] 9,6 – 12,0 6,7 – 9,3 9,6 – 10,7 8,4 – 8,8
z 12-16-18 V 4-5-6-7-8-9 L 6-8-9 L, 12-16-18 V 4-6-8-9 L, 12-16-18V
P [kW/cil.] 175 – 200 130 – 200 295 – 325 370 – 375
pme [bar] 21,2 – 23,2 22,5 – 28,0 23,0 – 24,3 21,3 – 21,9
m [t] 2,4 – 3,6 7,2 – 11,6 18,0 – 41,0 20,3 – 61,4
Tabella 13.16 – Caratteristiche principali dei motori a quattro tempi Wärtsilä 32, 32DF, 32LNGD e 38
Wärtsilä 32 Wärtsilä 32DF Wärtsilä 32LNGD Wärtsilä 38
D [mm] 320 320 320 380
C [mm] 400 350 350 475
α = C/D 1,25 1,09 1,09 1,25
n [giri/min] 720 – 750 720 – 750 720 – 750 600
Wm [m/s] 9,6 – 10,0 8,4 – 8,75 8,4 – 8,75 9,5
z 6-8-9 L, 12-16-18 V 6-9 L, 12-18 V 4-6-8-9 L, 12-16-18V 6-8-9 L, 12-16V
P [kW/cil.] 450 – 460 335 – 350 370 – 375 725
pme [bar] 22,9 – 23,3 19,8 – 19,9 21,3 – 21,9 26,9
m [t] 35,5 – 82,5 30,0 – 62,0 20,3 – 61,4 51 – 110
Tabella 13.17 – Caratteristiche principali dei motori a quattro tempi Wärtsilä ZA40S, 46, 50DF e 64
Wärtsilä ZA40S Wärtsilä 46 Wärtsilä 50DF Wärtsilä 64
D [mm] 400 460 500 640
C [mm] 560 580 580 900
α = C/D 1,4 1,26 1,16 1,41
n [giri/min] 510 450 – 500 – 514 500 – 514 327,3 – 333,3
Wm [m/s] 9,5 8,7 – 9,9 9,7 – 9,9 9,8 – 10,0
z 6-8-9 L, 12-14-16-18V 6-8-9 L, 12-16-18 V 6-8-9 L, 12-16-18V 6-7-8-9 L, 12 V
P [kW/cil.] 750 905 950 2010
pme [bar] 25,1 21,9 – 22,5 – 25,0 19,5 – 20,0 25,0 – 25,5
m [t] 59 – 145 93 – 237 96 – 240 233 – 432
264 CAPITOLO 13
L’attuale produzione MAN B&W nel campo dei motori a due tempi comprende ventisei tipi di
motori (S26MC, L35MC, S35MC, L42MC, S42MC, S46MC-C, L50MC, S50MC, S50MC-C,
L60MC, L60MC-C, S60MC, S60MC-C, L70MC, L70MC-C, S70MC, S70MC-C, K80MC-C,
L80MC, S80MC, S80MC-C, K90MC-C, K90MC, S90MC-C, fino ai due giganti K98MC-C e
K98MC), i quali coprono un campo di potenze variabile da un minimo di 2 MW a un massimo
di oltre 85 MW, con regimi rotazionali compresi fra 76 e 250 giri/min.
A questi motori si aggiungono altre quindici versioni con controllo elettronico dell’iniezione e
indicate con la sigla ME (S50ME-C, L60ME-C, S60ME-C, S65ME-C, L70ME-C, S70ME-C,
K80ME-C, S80ME-C, S80ME, K90ME-C, K90ME, S90ME-C, K98ME-C, K98ME e il gigante
della serie, il K108ME-C), le quali coprono un campo di potenze che si estende da circa 10 MW
fino a 100 MW, con regimi rotazionali compresi fra 76 e 127 giri/min.
IL MOTORE DIESEL NELLA PROPULSIONE NAVALE 265
La figura 13.18 mostra la sezione trasversale del motore a due tempi K98MC.
Figura 13.18 – Sezione trasversale del motore a due tempi K98MC (MAN B&W).
266 CAPITOLO 13
A titolo di esempio, si riportano le principali caratteritiche del motore a due tempi K108ME-C:
diametro D = 1080 mm
corsa C = 2660 mm
rapp. corsa/diametro α = C/D = 2,46
velocità rotazionale 90 giri/min (L3 e L4 ), 94 giri/min (L1 e L2 )
vel. media pistoni Wm = 8,0 ÷ 8,3 m/s
press. media effettiva pme = 18,2 bar (L1 e L3 ) , pme = 14,6 bar (L2 e L4 )
potenza per cilindro 5340 kW/cil.(L4), 5570 kW/cil.(L2), 6650 kW/cil.(L3), 6950 kW/cil.(L1)
potenza massima 97 300 kW nella versione a 14 cilindri al regime L1
cons. spec. combust. 0,162 kg/kWh (L2 e L4 ), 0,171 kg/kWh (L1 e L3 )
numero cilindri 6-7-8-9-10-11-12-14 L,
altezza motore h = 15,3 m
lunghezza motore l = 14,3 → 32,6 m
massa del motore m = 1326 → 2828 t
La figura 13.19 mostra il piano alto della sala macchine della nave portacontenitori Hamburg
Express (7500 TEU), propulsa da un motore a due tempi 12K98MC.
Fig
ura
13.1
9–
Mot
ore
12K
98M
C
inst
allat
o
sull
a
port
aco
nten
itori
Ha
mbu
rg
Exp
ress
.
I
mot
ori a quattro tempi sono rappresentati da tredici versioni (L21/31, L23/30A, V23/30A, L27/38,
L28/32A, V28/32A, L32/40, V32/40, V40/50, L40/54, L48/60B, V48/60B e L58/64), molti dei
IL MOTORE DIESEL NELLA PROPULSIONE NAVALE 267
quali in versione common rail e che coprono un campo di potenza compreso fra 1 e 22 MW, con
un regime rotazionale da 400 e 428 giri/min per l’L58/64 a 1000 giri/min per il più piccolo della
serie, l’L21/31. La MAN B&W è stata una delle prime case costruttrici ad applicare il sistema di
iniezione elettronica ed a introdurlo in alcune versioni dei propri motori. La figura 13.20 mostra
la versione common rail del motore a quattro tempi 6L32/40CR.
Figura 13.20 – Il motore a quattro tempi medioveloce MAN B&W 6L32/40CR in versione common rail.
Merita un discorso particolare il motore L58/64, entrato in servizio nel 1985 e impiegato su
numerose navi mercantili e da crociera, tra cui il Costa Victoria. Un interessante particolare
costruttivo di questo motore è il sistema di rotazione della valvola di scarico che avviene grazie
all’azione dei gas di scarico su due alette praticate lungo lo stelo di quest’ultima, come già visto
per i motori Sulzer della serie RTA. Caratteristiche principali di questo motore di elevate
prestazioni sono le seguenti:
diametro D = 580 mm
corsa C = 640 mm
rapp. corsa/diametro α = C/D = 1,10
velocità rotazionale 400 e 428 giri/min
vel. media pistoni Wm = 8,5 e 9,1 m/s
press. media effettiva pme = 23,0 bar
potenza per cilindro 1 300 kW/cil. a 400 giri/min, 1 390 kW/cil. a 428 giri/min
potenza massima 12 510 kW nella versione a 9 cilindri in linea a 428 giri/min
cons. spec. combust. 0,176 kg/kWh a 400 giri/min, 0,177 kg/kWh a 428 giri/min
numero cilindri 6-7-8-9 L,
altezza motore h = 5,1 m
lunghezza motore l = 9,2 → 12,6 m
massa del motore m = 151 → 213 t
La figura 13.21 mostra la sezione trasversale del motore a quattro tempi medioveloce L58/64.
268 CAPITOLO 13
Figura 13.21 – Sezione trasversale del motore a quattro tempi MAN B&W L58/64.
1 sistema di governo; 2 albero a camme; 3 leva di regolazione; 4 pompa di
iniezione del combustibile; 5 tubazione di mandata all’iniettore; 6 collettore aria di
carica; 7 valvola di aspirazione; 8 bilancieri; 9 valvola di scarico; 10 collettore di
scarico; 11 condotto di scarico dal cilindro; 12 alette per la rotazione della valvola
di scarico; 13 pistone; 14 uscita acqua circuito HT; 15 ingresso acqua circuito HT;
16 blocco cilindri; 17 valvola di sicurezza contro le esplosioni nel carter; 18 albero
a manovelle.
14
La turbina a gas nella propulsione navale
14.1 GENERALITÀ
Per una certa improprietà di linguaggio, frequente anche quando si parla di turbine a vapore e di
impianti motori a vapore, il termine di turbina a gas è spesso usato per indicare un impianto nel
quale un gas a temperatura e pressione opportune attraversa un motore termico costituito di un
rotore palettato (la turbina a gas propriamente detta) e, espandendo, cede la potenza prodotta a
un utilizzatore esterno (carico). Per motivi di brevità, anche qui si userà il termine di turbina a
gas per indicare ora questo motore termico ora l’intero impianto di cui in realtà questo è solo
una parte, ma sarà chiaro dal contesto a che cosa si farà riferimento. Inoltre, come abitualmente
si usa nei testi tecnici, si indicherà spesso l’impianto con il termine turbogas e la turbina con
l’acronimo TAG.
Si parla di turbine a gas a combustione esterna, dette anche in circuito chiuso, quando questi
gas sono aeriformi di varia natura (per esempio idrogeno) che, dopo essere stati compressi, sono
portati a elevata temperatura da una sorgente esterna di calore (quasi sempre un reattore
nucleare), quindi espandono nella turbina producendo potenza meccanica, dopo di che vengono
raffreddati in uno scambiatore di calore e rimmessi in ciclo. Non saranno trattati questi impianti
perché non trovano applicazioni navali.
Si parla invece di turbine a gas a combustione interna o in circuito aperto quando tali gas sono
prodotti di una combustione avvenuta fra aria preventivamente compressa e un combustibile
liquido e che, dopo aver compiuto l’espansione in turbina, vengono scaricati nell’atmosfera.
D’ora in poi quando parleremo di turbine a gas, faremo esplicito riferimento a queste ultime, a
cui è dedicato il presente capitolo perché, oltre a significative applicazioni sulla terraferma,
trovano impieghi ancora più interessanti nel campo della propulsione navale.
La turbina a gas era già stata ideata a metà dell’Ottocento e subito giudicata molto interessante
per le basse pressioni che caratterizzavano il suo funzionamento e che, come difatti è avvenuto
in tempi successivi, avrebbero consentito di realizzare un motore termico con un basso rapporto
peso/potenza.
Purtroppo, per motivi legati a limiti dello sviluppo tecnologico, solo negli anni ’30 del secolo
scorso fu possibile realizzare alcuni prototipi e risalgono alla fine degli anni ’50 le prime
applicazioni di un certo significato pratico. La turbina a gas raggiunse poi la maturità negli anni
’60 e ’70, da un lato a seguito dei progressi di tipo squisitamente ingegneristico compiuti nella
progettazione di palettature per turbine e compressori, dall’altro grazie alla disponibilità di
materiali resistenti alle alte temperature a cui sono esposte le palette dei primi stadi di turbina.
Come si vedrà, dopo che nel corso degli anni ’60 e ’70 la TAG ha avuto grande diffusione sulle
navi militari e molte applicazioni anche su quelle mercantili, la crisi energetica del 1973 ha
determinato, come per gli impianti con turbina a vapore, un drastico azzeramento delle
installazioni mercantili, seguito da numerose rimotorizzazioni con motori diesel, mentre non ha
compromesso la diffusione della TAG a bordo di unità militari, per le quali le esigenze di
efficienza nautica prevalgono su quelle dell’economia di gestione.
270 CAPITOLO 14
Nelle ipotesi di ciclo teorico l’aria, aspirata nello stato 1 dal compressore, viene compressa
adiabaticamente fino allo stato 2, quindi si porta isobaricamente nello stato 3 in seguito alla
cessione di calore q1 , scambio termico fittizio che simula il processo di combustione. I gas
entrano poi in turbina ove espandono adiabaticamente fino allo stato 4 e il ciclo si chiude con il
raffreddamento isobaro 4-1, durante il quale esce dal sistema il calore secondario q2 : nella realtà
la trasformazione di chiusura del ciclo avviene nell’ambiente e sostituisce i gas combusti con
nuova aria prelevata dall’atmosfera circostante.
LA TURBINA A GAS NELLA PROPULSIONE NAVALE 271
La comodità di rappresentare il ciclo Joule nel piano (h; s) è dovuta al fatto che, come è noto
dalla termodinamica generale, durante una trasformazione adiabatica per un sistema aperto lo
scambio di lavoro tra sistema ed esterno è uguale e opposto alla variazione di entalpia subita
dal fluido, per cui gli scambi di lavoro che avvengono tra fluido ed esterno sono rappresentabili
come segmenti di retta verticale, e precisamente:
| lC | = h2 – h1 scambio di lavoro di compressione che il sistema riceve dall’esterno;
lT = h3 – h4 scambio di lavoro di espansione che il sistema cede all’esterno.
Si aggiunga che, poiché è anche noto che durante una trasformazione isobara (per sistemi
chiusi e aperti) lo scambio di calore tra sistema ed esterno è uguale, in valore e segno, alla
variazione di entalpia subita dal fluido, anche gli scambi di calore che avvengono tra fluido ed
esterno sono rappresentabili graficamente come segmenti di retta verticale, e precisamente
q1 = h3 – h2 scambio di calore primario che entra nel sistema dall’esterno;
| q2 | = h4 – h1 scambio di calore secondario che il sistema restituisce all’esterno.
Il fatto che il calcolo degli scambi sia di lavoro sia di calore sia riconducibile a quello di una
variazione di entalpia rappresenta una notevole agevolazione poiché, a sua volta, una variazione
di entalpia per sistemi che non subiscono passaggi di stato è data da:
h f – h i = cp ( t f – t i )
ove h f ed h i sono rispettivamente le entalpie finale e iniziale del sistema espresse per comodità
in kJ/kg, t f e t i le corrispondenti temperature in °C e cp il calore specifico medio a pressione
costante del fluido, nel caso in esame aria nel compressore e gas combusti nella turbina.
Come si vedrà poco più avanti, si rivela soprattutto comoda la possibilità di calcolare gli scambi
di lavoro come variazioni di entalpia nel momento in cui si devono considerare reali la
compressione che l’aria subisce nel compressore e l’espansione che i gas subiscono in turbina.
272 CAPITOLO 14
Il risultato è un aumento del rendimento del ciclo, perché per raggiungere la voluta temperatura
finale di combustione si può fornire una minore quantità di calore primario e, a parità di lavoro
prodotto in turbina, si ottiene così un aumento di rendimento. Lo stesso concetto si può spiegare
in termini non termodinamici dicendo che la tecnica della rigenerazione consente di consumare
una minore quantità di combustibile.
La tecnica della rigenerazione è impiegabile se la temperatura dell’aria uscente dal compressore
è ragionevolmente minore di quella dei gas di scarico dalla turbina, situazione che si verifica
solo se il rapporto di compressione del ciclo non è troppo elevato. C’è poi da tenere presente che
il rigeneratore è caratterizzato da un notevole ingombro, che rischia di annullare in parte i tipici
benefici derivanti dalle ridotte dimensioni dell’impianto turbogas, per cui si ricorre a questa
soluzione solo in alcuni casi attentamente studiati.
LA TURBINA A GAS NELLA PROPULSIONE NAVALE 273
La seconda modifica migliorativa del ciclo è la interrefrigerazione, che consiste nel ripartire la
compressione dell’aria in due stadi separati da uno stadio di refrigerazione isobara (fig. 14.5).
Figura 14.5 – Schema funzionale di impianto con interrefrigerazione e relativa rappresentazione del ciclo.
L’aria aspirata nello stato 1 dal compressore (C1) subisce un primo stadio di compressione 1-1'
fino alla pressione p', poi attraversa il refrigerante (R) che le sottrae calore a pressione costante
fino allo stato 1'', quindi subisce il secondo stadio di compressione 1''-2 in un compressore (C2)
posto in serie al primo. Operando in tal modo il lavoro di compressione diminuisce, come si può
verificare facilmente ricordando che nel diagramma (h; s) le isobare sono curve crescenti che
tendono a distanziarsi tra loro al crescere dell’entropia, per cui il lavoro teorico di compressione
del secondo stadio (h2 – h1'') è minore di quello residuo (h1''' – h1') con cui si sarebbe conclusa la
compressione qualora fosse avvenuta in un solo stadio.
Si potrebbe dimostrare che, indicando con β1 il rapporto di compressione del primo stadio e con
β2 quello del secondo, tali che risulti β1 · β2 = β , con β rapporto di compressione complessivo
dell’impianto turbogas, si realizza il massimo risparmio di lavoro di compressione quando
ognuno dei due rapporti di compressione parziale assume il valore:
β1 = β 2 = β
Questa situazione presenta tuttavia un risvolto positivo che attenua in parte la perdita di potenza
ora citata. Infatti, se negli impianti in cui l’aria viene compressa per scopi tecnici (avviamento
motori principali, produzione di aria per circuiti pneumatici ecc.) il suo aumento di temperatura
rappresenta sempre un effetto indesiderato perché le successive condizioni di impiego dell’aria
impongono che questa debba essere raffreddata, nel caso particolare dell’impianto turbogas il
riscaldamento addizionale che l’aria subisce per effetto di una compressione non isoentropica (e
che può essere anche di qualche decina di gradi) comporta se non altro un certo risparmio di
combustibile, che chiaramente non annulla il danno conseguente al calo di potenza della turbina,
ma almeno lo mitiga in parte.
Il discostamento della compressione reale da quella ideale si esprime in maniera quantitativa
tramite il rendimento isoentropico o specifico del compressore ηsC , definito dal rapporto fra il
salto entalpico isoentropico ∆h e il salto entalpico reale ∆hr :
∆h
ηsC =
∆hr
Lo scarso rendimento isoentropico del compressore è stato per lungo tempo uno dei fattori che
hanno ritardato il successo dell’impianto turbogas. Dopo i primi compressori di tipo centrifugo,
i progressi nel campo della progettazione hanno poi reso disponibili compressori di tipo assiale
di altissima efficienza, caratterizzati da rendimenti isoentropici compresi fra 0,87 e 0,89.
LA TURBINA A GAS NELLA PROPULSIONE NAVALE 275
Il discostamento dell’espansione reale da quella ideale si esprime anche in questo caso tramite il
rendimento isoentropico o specifico della turbina ηsT , definito dal rapporto fra il salto entalpico
reale ∆hr e quello isoentropico ∆h :
∆hr
ηsT =
∆h
Poiché un’espansione avviene con vortici e perdite fluodinamiche minori di quelle associate a
una compressione, è lecito aspettarsi che il rendimento specifico della turbina assuma valori
maggiori di quello prima visto per il compressore. E difatti tale rendimento non è quasi mai
inferiore a 0,90 e può arrivare a toccare valori massimi intorno a 0,92.
Per concludere, la figura 14.9 mostra le tre direzioni nelle quali si sono raggiunti i traguardi più
significativi che hanno consentito il successo degli impianti turbogas nel corso degli anni ’70.
a b c
Figura 14.9 – Evoluzione delle prestazioni degli impianti turbogas negli anni ’70.
Figura 14.10 – Diagramma-fiume per impianto di propulsione navale con turbina a gas.
LA TURBINA A GAS NELLA PROPULSIONE NAVALE 277
COMPRESSORE
Le condizioni dell’aria atmosferica sull’aspirazione
del compressore in genere sono note, diversamente
si assumono quelle di molte normative standard,
cioè la temperatura di 15 °C e la pressione di 1 bar.
La compressione adiabatica ideale si calcola nelle
ipotesi di gas perfetto con l’equazione di Poisson:
T1 p1 (1– k) / k = T2 p2 (1– k) / k
essendo k = cp /cv il rapporto dei calori specifici
fondamentali e di cui si potrà, volendo, tenere
presente la variabilità con la temperatura.
Figura 14.11 – Compressioni
ideale e reale.
Nota la compressione ideale, quella reale si calcola introducendo il rendimento isoentropico del
compressore e ricordando che, per un fluido che non subisce passaggi di stato, una variazione di
entalpia è il prodotto del calore specifico a pressione costante per la variazione di temperatura:
∆h c p (t 2 − t 1 ) t 2 − t1
ηsC = = che si può semplificare diventando: ηsC =
∆hr c p (t 2 ' − t1 ) t 2 ' − t1
qualora sia trascurabile la differenza tra il calore specifico medio a pressione costante dell’aria
nell’intervallo di temperature fra t1 e t2 e quello nell’intervallo fra t1 e t2 ' .
Se sono note le temperature iniziale e finale della trasformazione, è noto il salto entalpico,
quindi il modulo dello scambio di lavoro unitario di compressione | lC |:
| lC | = h2 ' – h1 = cp ( t 2 ' – t 1 )
278 CAPITOLO 14
La potenza interna PiC che il compressore cede all’aria è data, come per tutte le macchine a
fluido, dal prodotto della portata in massa di aria Ga per lo scambio unitario di lavoro, per cui:
PiC = Ga ( h2 ' – h1 )
Infine la potenza meccanica PaC assorbita dal compressore è data da:
P
PaC = PTC = iC
ηmC
ove ηmC è il rendimento meccanico del compressore, logicamente molto alto e pari a circa 0,99.
CAMERA DI COMBUSTIONE
La camera di combustione si calcola con un bilancio
termico di tipo additivo il quale, nella sua formulazione
più semplice, afferma che la potenza entalpica entrante
con la portata in massa di aria compressa Ga ad entalpia
h2 ' , sommata con la potenza entalpica entrante con la
portata di combustibile Gc di potere calorifico inferiore
Hi , dà origine alla potenza entalpica che esce con la
portata di gas di scarico Ggs ad entalpia h3 (fig. 14.12). Figura 14.12 – Bilancio termico della
camera di combustione.
Si può tenere conto in vario modo delle dispersioni termiche Φd della camera di combustione
(B), per esempio moltiplicando la potenza entalpica in arrivo con il combustibile per un
rendimento di dispersione ηd che assume valori compresi generalmente fra 0,95 e 0,98.
Fatte queste premesse, il bilancio termico, con i termini espressi in kW, si presenta nella forma:
Ga h2' + Gc Hi ηd = Ggs h3
A seconda della grandezza incognita da calcolare, potrebbe rivelarsi più comodo impostare il
bilancio con riferimento all’unità in massa (1 kg) di combustibile. In tal caso, indicata con A r
l’aria reale di combustione, i termini risultano espressi in kJ/kg e si ottiene:
A r h2 ' + Hi ηd = ( A r + 1 ) h3
TURBINA A GAS
Le equazioni utili per i calcoli relativi alla turbina, peraltro
simili a quelle viste per il compressore, sono le seguenti:
T1 p1 (1– k) / k = T2 p2 (1– k) / k
∆hr c p (t 3 − t 4' ) t 3 − t 4'
ηsT = = ≈
∆h c p (t 3 − t 4 ) t3 − t 4
Questo motore è del tipo detto bialbero o ad asse tagliato perché consta essenzialmente dei due
elementi seguenti, collegati fra loro non meccanicamente ma solo fluodinamicamente:
- il generatore di gas;
- la turbina di potenza.
La figura 14.15 mostra un disegno strutturale della turbina LM 2500, nel quale si notano la
campana di aspirazione (1) con ogiva centrale, il compressore (2), il sistema di leveraggi (3) per
il controllo delle palette a geometria variabile, la camera di combustione anulare (4), la turbina
di alta pressione (5), quella di potenza (6), la flangia di collegamento con l’asse (7) e il gruppo
di ingranaggi (8) per il comando della pompa del combustibile e il sistema di regolazione.
Il generatore di gas, formato dal compressore e dalla turbina di alta pressione, costituisce il
primo asse, mentre la turbina di potenza costituisce il secondo asse. La configurazione ad asse
tagliato consente di adottare per ognuno dei due elementi il numero di giri ottimale, con il
vantaggio di una regolazione efficiente e di una elevata economia di servizio.
1 2 5 6
8 3 4 7
I due rotori del modulo (fig. 14.16) sono supportati da cinque cuscinetti portanti a rulli e due
cuscinetti reggispinta a sfere, uno per il generatore di gas, l’altro per la turbina di potenza.
Figura 14.16 – Cuscinetti di supporto dei due assi della turbina LM 2500.
1 ingresso aria; 2 compressore; 3 cuscinetti; 4 camera di combustione;
5 turbina di alta pressione; 6 turbina di potenza; 7 scarico gas.
Il compressore è di tipo assiale, a sedici stadi, con un rapporto di compressione massimo pari a
β = 16 e un regime rotazionale compreso fra 4 950 e 10 050 giri/min; al regime di 9 500 giri/min
è attraversato da una portata massima di 65 kg/s di aria. L’ingresso di aria avviene attraverso un
condotto di presa a forma convergente provvisto di un’ogiva interna e di un collettore forato da
cui viene periodicamente spruzzata una soluzione di lavaggio che rimuove eventuali depositi di
salino dalle palette del compressore. Le prime sei corone statoriche sono del tipo a calettamento
variabile (detto anche a geometria variabile) per garantire in ogni condizione di funzionamento
un angolo ottimale di ingresso per l’aria nei condotti fissi. La rotazione delle palette statoriche,
stabilita dal regolatore principale in funzione del numero di giri della macchina e della
temperatura dell’aria aspirata, è ottenuta tramite una leva di comando sulla quale sono fulcrate
tante biellette quanti sono gli stadi; ogni bielletta fa poi ruotare un anello attuatore che a sua
volta è collegato a tutte le palette per mezzo di altrettante leve a squadra. Dagli stadi 8, 9 e 13
vengono effettuati spillamenti di aria che è poi inviata agli ausiliari della macchina.
La camera di combustione è di tipo anulare, cioè formata da trenta elementi a pareti cilindriche
coassiali disposti in parallelo, architettura che offre il vantaggio di una combustione uniforme.
All’interno di ogni elemento (fig.14.17) sono sistemati un ugello polverizzatore (1) e due
candele (2) di accensione, che sono attivate solo all’avviamento perché, una volta innescata, la
combustione si autosostiene. L’aria comburente (3) è immessa in un’intercapedine (4) compresa
tra i due involucri formati dai trenta elementi sopra citati e affluisce in camera di combustione
(5) con un moto vorticoso acquistato nel passare attraverso fenditure (6) praticate nell’involucro
interno. Il combustibile arriva agli ugelli alla pressione di 30 bar ed è bruciato con un eccesso
d’aria del 250%; i gas combusti entrano nella turbina di alta pressione a una temperatura
compresa fra 950 e 1 000 °C ma che, ai carichi più elevati, raggiunge picchi di 1 200 °C.
La figura 14.18 mostra l’esterno della camera di combustione. A sinistra sono visibili gli ultimi
stadi del compressore e gli anelli attuatori che fanno ruotare le palette statoriche.
La turbina di alta pressione, detta anche “turbina di servizio” perché incaricata di fornire
potenza al compressore al quale è collegata meccanicamente, è suddivisa in due stadi a reazione.
Sia le palette dei distributori fissi sia quelle che delimitano i condotti mobili della girante sono
raffreddate da una circolazione interna di aria proveniente da uno spillamento del compressore.
La turbina di potenza è la parte del modulo che aziona l’asse dell’elica ed è costituita di sei
stadi a reazione, con palette dotate di tettucci di sommità per contenere le vibrazioni. I gas di
scarico dalla turbina di altra pressione vi entrano a una temperatura variabile fra 550 e 850 °C e
vengono scaricati intorno ai 450 ÷ 500 °C. La velocità di rotazione della turbina di potenza può
variare da zero fino al valore massimo di 3 600 giri al minuto; tale velocità non è controllata
direttamente ma regolata dai valori sui quali si attestano la resistenza opposta dal carico e la
potenza ceduta dai gas prodotti dal generatore del modulo. In base a questa velocità il sistema di
regolazione agisce sulla quantità di combustibile che la pompa invia al generatore di gas.
La figura 14.19 mostra il cosiddetto package, cioè un modulo LM 2500 al completo.
Le figure 14.20 e 14.21 mostrano il modulo LM 2500 durante la fase di montaggio in cantiere,
prima di essere racchiuso nel contenitore.
Tabella 14.1 – Dati caratteristici delle turbine a gas General Electric (G.E.)
fotografia
La Rolls-Royce Industrial and Marine Division fu uno dei primi grandi gruppi industriali a
operare nel settore navale fin dal 1958 con il modello Proteus (potenza di 2,7 MW) per la
propulsione di battelli veloci da ricognizione. Negli anni seguenti la Rolls-Royce equipaggiò
con gruppi turbogas quasi tutti i vascelli di piccolo e medio dislocamento della Royal Navy,
estendendo poi l’attività al settore civile. Fra i numerosi tipi di impianti prodotti in mezzo
secolo di attività ebbero grande diffusione il Marine Tyne RM 1C module, della potenza
massima di 4 MW e un consumo specifico di 0,285 kg/kWh a 3 425 giri al minuto, installato a
bordo di fregate e caccia, e la serie Marine Olympus TM, che copriva un campo di potenze
intorno ai 20 MW, con consumi specifici di 0,28 ÷ 0,30 kg/kWh a 5 660 giri/min, impiegata su
tutte le fregate e i caccia britannici e diffusa con successo su molte marine militari straniere. Al
momento attuale la Rolls-Roys offre sul mercato navale le turbine qui di seguito specificate.
La Allison 501 è una turbina leggera e compatta, di lunga tradizione, che deriva dal motore T-56
impiegato in centinaia di esemplari in gruppi elettrogeni e su aerei commerciali e militari, tra cui
l’Hercules C130. Sviluppa potenze da 3,9 a 5,4 MW con consumi specifici di circa 0,3 kg/kWh.
LA TURBINA A GAS NELLA PROPULSIONE NAVALE 285
La Spey, derivata dal motore TF41, anch’esso installato su aerei commerciali e militari, è in
grado di sviluppare la potenza di 19,5 MW.
La MT30, derivata dal motore Trent 800 montato sui Boeing 777, è una delle più interessanti.
Formata da un compressore assiale a quattordici stadi azionato da una turbina di servizio a due
stadi, con la sua turbina di potenza a quattro stadi sviluppa 36 MW con una temperatura
ambiente di 26 °C. Il regime di rotazione è pari a 3 600 giri/min in propulsione elettrica e a 3 300
giri/min in propulsione meccanica. Molto interessante è il consumo specifico di combustibile,
pari a 0,21 kg/kWh. Il peso della turbina nuda di 6,2 t sale a 22 t per il package di propulsione
meccanica e a 77 t, incluso l’alternatore e il basamento unico, per quello di propulsione elettrica.
La turbina MT30 ha trovato impieghi su navi da crociera, traghetti veloci, metaniere e alcune
navi da carico veloci previste per traversate atlantiche alla velocità di 40 nodi.
Molte speranze sono puntate sulla MT50, considerata come il più grande modulo turbogas per
uso navale e costituita di un compressore a sedici stadi, una turbina di servizio a due stadi e una
di potenza a quattro stadi. Il regime rotazionale varia tra 500 e 3 600 giri/min e la potenza
massima sviluppabile è di 50 MW con un consumo specifico di combustibile di 0,205 kg/kWh e
un peso di turbina nuda pari a 12 t. La MT50 è destinata a navi da carico transoceaniche veloci e
grandi piattaforme petrolifere.
Va infine citata la Mitsubishi Heavy Industries la quale, oltre che svolgere un ruolo primario
nel settore delle turbine industriali, caratterizzate da potenze fino a circa 350 MW e da altissime
prestazioni tecnologiche, ha equipaggiato alcuni mercantili veloci con la turbina di derivazione
aeronautica MFT-8, in grado di sviluppare potenze nella fascia dei 26 MW con consumi
specifici di combustibile di circa 0,21 kg/kWh.
Va poi tenuto presente anche un secondo problema: proprio perché la turbina a gas rappresenta
una elevatissima concentrazione di potenza in poco spazio, è anche vero che questo risultato è
associato a un altrettanto elevato regime di portate in transito.
Non va cioè dimenticato che le enormi portate di aria e di gas
di combustione tipiche di un impianto turbogas comportano
che le condotte di aspirazione e scarico siano di sezione tanto
grande da non creare perdite di carico tali da pregiudicare le
prestazioni sia del compressore sia della turbina (fig. 14.23).
Si potrebbe infatti dimostrare che ogni 100 mm (≈ 0,01 bar)
di perdite di carico sull’aspirazione del compressore o sullo
scarico della turbina il ciclo subisce un calo di rendimento di
circa l’1%. Il problema è meno sentito se si riesce a evitare di
installare il gruppo di potenza nelle profondità dello scafo. In
alcune navi da crociera a propulsione elettrica il modulo
turbogas è addirittura sistemato nella parte alta delle
sovrastrutture, di fianco al fumaiolo, per non sottrarre spazio
prezioso interno allo scafo ed eliminare quasi completamente
le condotte di aspirazione e di scarico.
Figura 14.23 – Condotte di aspirazione
e di scarico di una TAG.
Va infine citato che al crescere della temperatura ambiente diminuisce la portata in massa di aria
entrante nel compressore, quindi la turbina risente di un calo di potenza. Per esempio la turbina
LM 2500 cala di potenza da 23 a 21 MW quando la temperatura ambiente sale da 25 a 35 °C.
Questo fatto diventa però un pregio se solo si pensa a un calo della temperatura ambiente, come
dimostrano molte navi rompighiaccio o chimichiere in rotta su mari artici.
Dopo le prime applicazioni sperimentali del 1958, la Rolls-Royce attrezzò con la turbina Proteus
una quarantina di battelli inglesi, danesi e svedesi, maturando un’esperienza che negli anni ’70
le permise di equipaggiare con successo tutte le navi di medio tonnellaggio della Royal Navy
(fregate, cacciatorpediniere, incrociatori). Con qualche anno di ritardo ma con un numero di
realizzazioni molto più consistente, la General Electric operò con pari successo nell’ambito
della marina militare degli USA e di quella di numerosi altri Paesi.
L’esigenza di aumentare l’autonomia delle navi in missioni compiute in località distanti dalle
basi nazionali o da porti di appoggio creò l’esigenza di sistemi di propulsione più flessibili, che
consentissero di passare da un’andatura di crociera caratterizzata da velocità contenute e bassi
consumi di combustibile a brevi periodi di andatura a tutta forza associata ad elevati consumi.
Sono stati così sviluppati sistemi di propulsione combinati, come per esempio i sistemi CODOG
e CODAG, che prevedono l’abbinamento della turbina a gas con il motore diesel (fig. 14.24) .
Figura 14.24 – Schema di impianto combinato con l’abbinamento di motore diesel e turbina a gas.
1 turbina a gas; 2 prima riduzione per la turbina a gas; 3 seconda riduzione per diesel
e turbina a gas; 4 motore diesel; 5 giunto disinseribile.
Negli impianti di propulsione di tipo CODOG (COmbined Diesel Or Gas) il motore diesel è
utilizzato per l’andatura di crociera e la turbina a gas lo rimpiazza nell’andatura a tutta forza.
Negli impianti di tipo CODAG (COmbined Diesel And Gas), invece, il motore diesel è sempre
incaricato dell’andatura di crociera ma, in quella a tutta forza, è affiancato dalla turbina a gas.
La scelta fra queste due soluzioni dell’impianto di propulsione dipende dal tipo di nave e dalle
desiderate velocità di crociera e a tutta forza, ma coinvolge problemi complessi che non si
intende affrontare in questa sede e che riguardano i tipi di riduttori, di giunti e di eliche.
La turbina a gas è presente sulle navi della Marina Militare Italiana con vari impianti combinati
diesel-turbogas con moduli LM 2500 sulle unità maggiori e turbine di Proteus su quelle minori.
L’ammiraglia della nostra flotta, la portaerei Cavour (lunghezza f.t. 244 m, dislocamento a
pieno carico 27 100 t, 1210 membri di equipaggio, velocità 28 nodi, autonomia di 7 000 miglia a
16 nodi), costruita dalla Fincantieri S.p.A. nel cantiere di Muggiano (La Spezia), è equipaggiata
con quattro turbine LM 2500 che sviluppano una potenza complessiva di 88 MW. Il
portaeromobili Giuseppe Garibaldi (fig. 14.25), costruito dalla Fincantieri S.p.A. nel cantiere di
Monfalcone (Trieste) e consegnato alla Marina Militare Italiana nel 1985 (lunghezza f.t. 180 m,
dislocamento 13 850 t, 825 membri di equipaggio di cui 230 del personale di volo, velocità di 30
nodi, autonomia di 7 000 miglia a 20 nodi), ha un apparato motore costituito di quattro turbine
LM 2500 che sviluppano la potenza complessiva di 60,4 MW su due assi con eliche a cinque
pale fisse e inversione del moto mediante giunti invertitori TOSI.
LA TURBINA A GAS NELLA PROPULSIONE NAVALE 289
Sono poi equipaggiati sempre con turbine a gas il cacciatorpediniere Durand de la Penne, otto
fregate della classe “Maestrale” (Maestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco, Aliseo, Euro, Espero e
Zeffiro), quattro fregate della classe “Lupo” (fig. 14.26) (Lupo, Sagittario, Perseo, Orsa), due
fregate della classe “Alpino” (Alpino, Carabiniere), cinque aliscafi della classe “Nibbio”
(Falcone, Astore, Grifone, Gheppio, Condor) e quattro pattugliatori di squadra della classe
“Soldati” (Artigliere, Aviere, Bersagliere, Granatiere).
Un nuovo impulso alla installazione di turbine a gas sulle navi passeggeri è derivato dalle leggi
sul contenimento delle emissioni atmosferiche (citate nel capitolo 7), che hanno indotto molte
compagnie di navigazione a installare impianti turbogas su navi destinate a fare rotta nei mari
dell’Alaska o dei paesi baltici. Per tale motivo la Fincantieri ha inserito, in parallelo con motori
diesel, il modulo LM 2500 su quattro navi da crociera a propulsione elettrica della classe Vista
costruite presso lo stabilimento di Venezia-Marghera per la Holland America Lines del Gruppo
Carnival, la Zuiderdam (2002), la Oosterdam (2003, fig. 14.28), la Westerdam (2004, fig.
14.29), con prevista consegna della quarta unità gemella, la Noordam, nel 2006.
Figura 14.29 – La nave da crociera Westerdam durante le prove in mare (foto Fincantieri).
292 CAPITOLO 14
15.1 GENERALITÀ
Negli impianti di propulsione navale ma anche nella maggior parte degli impianti ausiliari di
bordo si presenta la necessità di trasmettere potenza meccanica a una certa distanza perché la
sua fonte prima non è immediatamente vicina al carico che deve utilizzarla. Si aggiunga che tale
trasferimento a distanza della potenza meccanica richiede spesso anche la modifica dei suoi
parametri caratteristici, come il regime rotazionale (per esempio tramite i riduttori del numero
dei giri) o il tipo di moto, che magari può venire trasformato da rettilineo alternato a circolare
(per esempio tramite il sistema biella-manovella).
Senza entrare nella precisa classificazione dei sistemi impiegati per trasmettere la potenza
meccanica a distanza, questi verranno, per brevità, suddivisi in diretti e indiretti.
La trasmissione meccanica diretta avviene tramite:
- organi rigidi quali aste e alberi;
- ruote di frizione, ruote dentate e rotismi;
- organi flessibili (cinghie, funi, catene);
- sistema biella-manovella;
- sistema camma-punteria.
La trasmissione meccanica indiretta avviene tramite circuiti elettrici, idraulici e pneumatici, ai
quali si ricorre quando si devono risolvere problemi particolari dovuti alla necessità di servire
con un’unica centrale di potenza più utenti dislocati a varie distanze, o per esigenze di sicurezza
o ancora di regolazione.
Ognuno di questi sistemi di trasmissione è caratterizzato da perdite di potenza insite nello stesso
meccanismo scelto per conseguire lo scopo voluto, per cui, detta Pm la potenza motrice che si
vuole trasmettere a distanza e Pr la potenza resistente che raggiunge realmente l’utilizzatore, si
definisce rendimento meccanico della trasmissione il rapporto:
Pr
ηm =
Pm
Questo rendimento assume valori elevati, compresi di solito fra il 95% e il 99%, per i sistemi di
trasmissione meccanica diretta, valori minori (fino all’85%) per quelli indiretti, come nel caso
dei circuiti idraulici. La differenza fra la potenza motrice e quella resistente è una potenza
perduta Pp che viene trasformata in calore prodotto dalle resistenze passive e che può venire
ceduto naturalmente all’ambiente circostante o sottratto con voluta regolarità da una continua
circolazione di un fluido refrigerante o lubrificante.
Tralasciando i sistemi di trasmissione indiretta perché riguardano altre materie, si esamineranno
brevemente i sistemi di trasmissione meccanica diretta più frequenti a bordo delle navi.
294 CAPITOLO 15
Quando un corpo soggetto a carichi esterni inizia a deformarsi, al suo interno nascono reazioni
molecolari che originano caratteristiche interne della sollecitazione che tendono a opporsi alla
deformazione: questa si arresta quando la sollecitazione interna eguaglia quella esterna, sempre
che nel frattempo la struttura non sia incorsa in un cedimento strutturale.
Individuata la sezione più soggetta a sforzo, si calcola la distribuzione delle σ e delle τ , si trova
l’unità di superficie sulla quale agiscono le tensioni massime σMAX e τMAX e devono risultare
soddisfatte le seguenti equazioni di resistenza:
σMAX ≤ σamm e τMAX ≤ τamm
ove σamm indica la tensione normale ammissibile e τamm la tensione tangenziale ammissibile, le
quali dipendono dal materiale con cui è costruito l’organo meccanico e quantificano fino a che
punto esso si può utilizzare in condizioni di sicurezza. Le equazioni di resistenza servono per
risolvere problemi sia di progetto sia di verifica. Si ricorda ancora che:
- lo sforzo normale N e il momento flettente M f originano tensioni normali σ ;
- lo sforzo di taglio T e il momento torcente M t originano tensioni tangenziali τ .
Per definire fino a che punto è possibile sollecitare i materiali si fa riferimento alla tensione (o
carico) di rottura σR determinata sperimentalmente e si fa lavorare il materiale fino a una
tensione normale ammissibile σamm minore di un fattore n:
1
σamm = σR
n
Il fattore numerico n è chiamato coefficiente di sicurezza e assume valori che dipendono dal
materiale, dal tipo di costruzione e dalle condizioni di lavoro. La tabella 15.1 riporta il carico di
rottura σR di alcuni materiali insieme a valori molto orientativi del coefficiente di sicurezza n nel
caso di sole sollecitazioni statiche. Nel caso di sollecitazioni pulsanti si assumono per n valori
doppi e in quello di sollecitazioni alternative si assumono per n valori tripli.
Tabella 15.1 – Carico di rottura σR e coefficiente di sicurezza n per alcuni materiali usati nelle costruzioni
2
Materiale σR N/mm n
Ferro omogeneo 300 ÷ 450 (trazione); 250 ÷ 300 (compressione) 3,5 ÷ 4
Acciai legati 950 ÷ 1 600 (trazione) 3
Rame 200 ÷ 250 (trazione); 400 ÷ 600 (compressione) 5
Ghisa 120 ÷ 260 (trazione); 600 ÷ 900 (compressione) 5
Con una certa approssimazione da un materiale all’altro, il carico ammissibile a taglio e torsione
τamm vale l’80% di quello ammissibile a sforzo normale di trazione σamm .
Si conclude questo breve riepilogo con un cenno ad alcuni tipi di sforzo.
Mf
L’equazione di resistenza impone che sia: σMAX = ≤ σamm
Wf
con M f momento flettente sulla sezione critica e Wf suo modulo di resistenza a flessione.
Lo sforzo di taglio sollecita le sezioni trasversali di una struttura a scorrere parallele le une
rispetto alle altre e, se avviene un collasso strutturale, questo ha le caratteristiche di una
tranciatura, come nel caso di una lamiera che viene tagliata con una cesoia. Tipiche strutture
sottoposte a taglio sono i chiodi che uniscono lamiere sottoposte a trazione o a compressione.
Quasi sempre una struttura sollecitata a taglio lo è anche a flessione, ma l’effetto del taglio è
prevalente su travi corte e tozze e realizzate in materiali lapidei, mentre su travi metalliche
snelle e lunghe sono più evidenti gli effetti della flessione. La sollecitazione τ dovuta allo sforzo
di taglio varia sulla sezione da valori minimi prossimi a zero sul contorno fino a valori massimi
nel baricentro della sezione, con un andamento che tiene conto della forma e dell’orientamento
della superficie. Detti T lo sforzo di taglio e A l’area della sezione, per la sezione rettangolare la
tensione massima è pari a circa il 50% in più della tensione media, cioè τMAX = 1,5 τm = 1,5 T/A.
Una struttura è soggetta a sforzo di torsione se alle sue estremità agiscono due momenti uguali
e opposti Mt contenuti in piani paralleli a quello della sezione. Tipiche strutture sottoposte a
torsione sono gli alberi rotanti che trasmettono potenza meccanica.
In questi casi il momento impresso a un’estremità dell’albero
dalla fonte di potenza è un momento motore Mm , il momento
uguale e contrario opposto da chi riceve questa potenza
trasmessa (carico) è detto momento resistente Mr , mentre
ogni sezione dell’albero rotante, che subisce la sollecitazione
connessa con il fatto di trasmettere questo momento, lo vede
come momento torcente Mt (fig. 15.5).
Figura 15.5 – Momento torcente.
COMPLEMENTI DI MECCANICA 297
Se il carico normale è minore di un certo carico critico FCRIT , anche al permanere delle cause
dell’inflessione iniziale, la trave raggiunge un equilibrio stabile e le deformazioni cessano al
cessare delle sue cause. Ma se il carico supera il valore critico, le deformazioni sono progressive
e la trave diventa instabile e arriverà a rottura. Il carico critico è dato dalla formula di Eulero:
π 2 E I MIN
FCRIT =
l 02
in cui E è una caratteristica del materiale detta modulo di elasticità normale, IMIN è il minimo
momento di inerzia assiale della sezione, mentre l0 vale l per una trave incastrata agli estremi,
2 l per una trave incastrata a un estremo e libera nell’altro, 0,5 l per una trave incastrata ai due
estremi e 0,67 l per una incastrata a un estremo e incernierata nell’altro.
Con la rotazione della girante (1) l’olio viene spinto per forza centrifuga verso la periferia, poi
percorre verso il centro i condotti della girante (2), che è trascinata gradualmente in rotazione
fino a una velocità pari al 97 ÷ 98% di quella del motore (cioè lo scorrimento è il 2 ÷ 3%) a causa
delle resistenze sull’asse condotto. Le due giranti risultano così accoppiate fluodinamicamente
per mezzo di anelli liquidi. Il giunto idraulico è in grado di trasmettere potenze elevate e trova
impiego nelle turbine a vapore e a gas e nei motori diesel. Il rendimento è del 97 ÷ 98% e le
perdite sono dovute all’attrito dell’olio nei condotti e a quello sui supporti (uno portante e uno
reggispinta per ogni lato del giunto).
La maggior parte dei giunti idraulici per motori diesel può funzionare anche come innesto, cioè
interrompere o inserire la trasmissione anche con il motore in moto. Poiché l’olio è mantenuto
in continua circolazione fra un refrigerante e il giunto, questo si può disinserire semplicemente
chiudendo la valvola di ingresso dell’olio e lasciandolo scaricare all’esterno attraverso gli ugelli;
a seconda delle modalità con cui è realizzato il deflusso dell’olio, l’operazione di disinserimento
del giunto avviene in un tempo compreso tra due minuti e pochi secondi. Inoltre, riducendo la
quantità di olio in circolazione, si riesce ad aumentare a piacere lo scorrimento tra le due giranti
e in tal modo si può ridurre gradualmente la velocità del propulsore, fino all’arresto.
Esistono anche giunti idraulici reversibili, cioè invertitori, grazie ai quali è possibile invertire la
spinta del propulsore in impianti turbogas o diesel, con motore ed elica entrambi in rotazione e
senza dover ricorrere ad eliche a pale orientabili o a riduttori invertitori. Questo tipo di giunto
porta una corona periferica di palette fisse che, disposte radialmente e comandate da piccoli
stantuffi azionati idraulicamente in parallelo, si muovono verso l’asse andandosi a posizionare
fra le due giranti e agendo come invertitrici del flusso di olio, con un’azione simile a quella
delle palette deviatrici nelle turbine Curtis. I giunti reversibili consentono di trasmettere potenze
fino a oltre 25 000 kW. Il rendimento del giunto in configurazione di invertitore è di poco
superiore al 50% ma, trattandosi di un impiego ristretto a sole situazioni di manovra, questo
fatto non rappresenta una limitazione grave.
COMPLEMENTI DI MECCANICA 301
ω1 n1 d2 z2
i = = = =
ω2 n2 d1 z1
Le ruote dentate con assi paralleli tra loro e i denti disposti in direzione parallela all’asse della
ruota vengono dette ruote dentate cilindriche a denti dritti.
COMPLEMENTI DI MECCANICA 303
I materiali impiegati per la costruzione delle ruote dentate sono molto variabili a seconda delle
potenze da trasmettere e delle condizioni operative: si va dalla plastica alle cuproleghe, alle
ghise, agli acciai di varia qualità.
Poiché non è possibile garantire il puro rotolamento di un dente sull’altro durante tutto il loro
contatto reciproco, la lubrificazione svolge un ruolo fondamentale agli effetti del rendimento
dell’ingranaggio e per prevenire o almeno ridurre i fenomeni di usura. Purtroppo una buona
lubrificazione è ostacolata dal meato che cambia forma di continuo, dalla pressione di contatto
fra i denti che tende a espellere il lubrificante dal meato e dalla forza centrifuga che tende a
proiettarlo verso l’esterno. Negli ingranaggi sottoposti ad elevato carico di lavoro, come per
esempio i riduttori del numero dei giri dei motori di propulsione, l’olio va lanciato in pressione
sotto forma di piccoli getti sui denti in procinto di entrare in presa e il circuito deve essere
provvisto di una pompa di circolazione, di filtri e di un refrigerante che asporti il calore prodotto
per attrito. Per basse velocità di rotazione e alte pressioni di lavoro si impiegano grassi o oli
lubrificanti più viscosi.
Se la lubrificazione è imperfetta i denti denunciano un logorio soprattutto nei punti più lontani
dalle circonferenze primitive, dove è massimo lo scorrimento fra le superfici in contatto, le quali
possono surriscaldarsi tanto da saldarsi temporaneamente fra loro e subire il distacco di minute
scaglie di materiale durante il successivo moto di allontanamento.
Un processo di usura che si verifica invece nelle zone più vicine alle circonferenze primitive
anche in condizioni di efficace lubrificazione è il fenomeno della butteratura o pitting, dovuto a
un sovraccarico di lavoro sui denti che provoca cedimenti del materiale a una certa profondità
della zona di contatto, con formazione di piccole crepe che via via si propagano fino alla
superficie; il lubrificante sotto pressione vi si insinua, le allarga e frantuma il materiale. Un
inizio di butteratura può essere evidenziato con l’impiego di speciali liquidi penetranti che
rendono visibili a occhio nudo le minuscole fessurazioni iniziali sulla superficie dei denti.
Il rendimento degli ingranaggi ad assi paralleli è generalmente compreso fra 0,96 e 0,99.
304 CAPITOLO 15
Si potrebbe invece dimostrare che nelle ruote dentate a dentatura elicoidale l’ingranamento
avviene con più denti contemporaneamente in presa, quindi la maggiore superficie di contatto
consente un carico minore e riduce il rischio che si strappi il film di olio lubrificante; è poi
possibile costruire la dentatura con un profilo ribassato senza che il fatto riduca l’arco di azione
dei denti. In conclusione l’avvicendamento degli ingranamenti è più dolce e graduale, senza urti
né vibrazioni e le perdite per attrito sono minori; chiaramente una dentatura elicoidale ha un
costo più elevato di una a denti dritti.
Un rotismo formato da più coppie di ruote in serie è detto riduttore quando i > 1, moltiplicatore
quando i < 1. Ricordando che, a meno delle perdite per attrito, la potenza meccanica trasmessa
P è data da P = M ω, il momento M sviluppato da ogni ruota varia con il numero di giri n con
legge inversamente proporzionale. È poi possibile che sia anche i = 1 se, come verrà chiarito di
seguito, il rotismo serve unicamente per trasferire un movimento di rotazione a distanza.
I rotismi trovano infatti impiego per tre scopi fondamentali:
- comandare contemporaneamente più ruote mosse agendo su un’unica ruota motrice, caso che
non ha molti impieghi a bordo delle navi (sempre che non si voglia intendere come rotismo
di questo genere il dispositivo di rotazione dei pompanti di più pompe del combustibile,
considerando la cremagliera come una prima ruota motrice di diametro infinito);
- coprire una certa distanza tra albero motore e albero mosso con più ruote poste in serie onde
evitare i diametri eccessivi che dovrebbero avere le ruote dentate qualora si volesse coprire
l’intera distanza con una sola coppia di esse (e questa è, assieme alla trasmissione con catene
o con un circuito idraulico, una delle possibili soluzioni per ottenere che l’albero motore
trasmetta il movimento all’albero della distribuzione di un motore diesel);
306 CAPITOLO 15
- ottenere, sempre con più coppie di ruote dentate poste in serie, un rapporto di riduzione del
numero dei giri tanto alto da non poter essere ottenuto con una sola coppia sia per l’eccessiva
disparità fra i diametri del pignone e della ruota sia per l’eccessivo diametro di quest’ultima
(e questo è appunto il caso dei riduttori del numero dei giri).
RIDUTTORI DEL NUMERO DEI GIRI
I riduttori di giri sono usati per ridurre la velocità con cui un asse trasmette potenza; un tipico
impiego si ha nella propulsione navale affidata a motori primi ad alto regime rotazionale (motori
diesel semiveloci e veloci, turbine a vapore e a gas) i quali devono azionare un’elica che, come
è noto, sviluppa al meglio il suo effetto propulsivo quando ruota da circa 60 a 130 giri/min.
Un riduttore a semplice riduzione è formato da una coppia di ruote dentate in cui un pignone
veloce mosso dal motore ingrana su una ruota condotta di maggior diametro, quindi più lenta.
Siffatti riduttori possono fornire rapporti di trasmissione massimi i ≈ 10 e trovano applicazione
nei motori diesel a quattro tempi semiveloci e veloci. Se, come nelle turbine a vapore o in quelle
a gas, l’elevato regime di rotazione impone rapporti superiori, si deve passare alla doppia o alla
tripla riduzione, che consente rapporti di trasmissione complessivi anche superiori a 60.
I riduttori sono sempre a dentatura bielicoidale. A causa del maggior numero di ripetizioni del
carico, i fenomeni di fatica e usura superficiale sono più marcati per il pignone veloce, che sarà
di acciaio legato di ottima qualità mentre la ruota lenta potrà essere anche di acciaio al carbonio.
La figura 15.20 mostra uno schema di
doppia riduzione in cui il pignone veloce
calettato sull’asse (1) della turbina di alta
pressione (avente regime rotazionale nTAP)
ingrana sulla ruota di un asse intermedio
(1') sul quale è calettato un pignone che
ingrana a sua volta sulla ruota lenta (con
regime rotazionale nE) collegata con l’asse
(3) dell’elica. Analogamente un secondo
pignone veloce calettato sull’asse (2) della
turbina di bassa pressione (avente regime
rotazionale nTBP) ingrana sulla ruota di un
secondo asse intermedio (2') sul quale è
ancora calettato un pignone che ingrana
sulla ruota lenta. Poiché la turbina di alta
pressione ruota a 6 000 ÷ 7 000 giri/min e
quella di bassa pressione a 3 000 ÷ 4 000
giri/min, il diametro del pignone veloce
della turbina di alta pressione è minore di
quello della turbina di bassa pressione.
Figura 15.20 – Schema di doppia riduzione.
(a) (b)
Figura 15.21 – Semplice e doppia riduzione.
L’ingombro dei riduttori ha sempre reso problematica la disposizione del gruppo di propulsione
per la difficoltà di arretrarlo verso poppa: si doveva scegliere se costruire questa tanto tozza da
creare una maggiore resistenza all’avanzamento o allungare l’asse dell’elica e il relativo tunnel
con tutte le conseguenze negative per lo spazio per il carico e la potenza perduta nei supporti. I
più moderni impianti a turbina a vapore e a gas adottano il riduttore epicicloidale che, incaricato
di effettuare una prima riduzione sulla turbina di alta pressione, consente di ottenere ingombri e
pesi molto minori, pur se con costi economici non indifferenti.
Tali ingranaggi sono speciali rotismi epicicloidali o treni planetari impiegati appunto come forti
riduttori della velocità. Senza addentrarsi nella teoria, si può dire che essi sono caratterizzati dal
fatto che alcune delle ruote dentate che li costituiscono sono trasportate da un equipaggio
mobile per cui risultano animate, oltre che da un moto di rotazione intorno ai propri assi, anche
da un moto di rivoluzione intorno agli assi fissi di altre ruote facenti parte dello stesso rotismo.
Il rendimento meccanico di un riduttore è molto elevato (0,98 ÷ 0,99), il che significa che solo
una piccola frazione (1 ÷ 2%) della potenza meccanica in arrivo è dissipata in attriti. Se però si
pensa alla considerevole potenza trasmessa e che le perdite si trasformano in calore sottratto
dall’olio di lubrificazione, risulta un consistente flusso termico, quindi grosse portate in
circolazione e idonei refrigeranti. L’olio viene spruzzato fra i denti in procinto di entrare in
308 CAPITOLO 15
presa da ugelli disposti sui due lati dei pignoni per garantire la lubrificazione anche in marcia
indietro, quindi ricade in un pozzetto sottostante. Da qui lo preleva una pompa a ingranaggi che
lo manda ai filtri, ai refrigeranti e di nuovo in circuito.
RUOTE DENTATE ELICOIDALI AD ASSI SGHEMBI
Sono ruote dentate elicoidali con alberi ad assi sghembi, cioè
contenuti in piani diversi (fig. 15.24). Se gli assi sono normali fra
loro si parla di ruote ad assi sghembi ortogonali. Poiché il
contatto fra i denti in presa, limitato a una zona molto ristretta,
dà origine a forti pressioni specifiche e il marcato strisciamento
longitudinale dei denti riduce il rendimento della coppia a circa
0,65 ÷ 0,75, il campo d’impiego di questi ingranaggi si limita alla
trasmissione di piccole potenze, per esempio negli organi di
comando di regolatori, pompe, alberi della distribuzione ecc. Figura 15.24 – Ruote ad assi
sghembi.
il comando della posizione angolare degli stantuffi delle pompe del combustibile nei sistemi di
iniezione meccanica tradizionali.
Figura 15.27 – Pignone-cremagliera.
15.7 ORGANI FLESSIBILI
Oltre che per mezzo di un rotismo costituito di più ruote dentate poste in serie, la trasmissione
del moto fra due alberi posti a una certa distanza fra loro può anche essere ottenuta per mezzo di
organi flessibili che si avvolgono su organi rotanti rigidi. Gli organi flessibili possono essere
cinghie o cavi e, se si decide di includere in questa categoria anche quelli costituiti di elementi
rigidi articolati fra di loro, catene. Gli organi rigidi rotanti possono invece essere pulegge o
tamburi e, nel caso che siano collegati da catene, particolari ruote dentate.
CINGHIE
Una cinghia (o cingolo) è un nastro flessibile continuo e chiuso (di cuoio, fibre vegetali, gomma
o altri materiali sintetici), avvolto su due pulegge, una delle quali è motrice e l’altra condotta.
Con riferimento alla rappresentazione schematica riportata nella figura 15.28, il motore primo
(1) aziona la puleggia motrice (2) che, tramite la tensione creata dal ramo conduttore (3) della
cinghia alimentata dal ramo condotto (4), trasmette il moto alla puleggia condotta (5) calettata
sull’albero (6) dell’utilizzatore; spesso si impiega una puleggia folle, detta tenditore o galoppino
(7) per aumentare l’angolo di avvolgimento della cinghia sulle pulegge.
La figura 15.29 mostra lo schema di trasmissione a cinghia incrociata (a) fra alberi paralleli che
ruotano in senso opposto e quello a cinghia semincrociata (b) fra alberi perpendicolari: in questo
secondo caso, per evitare che la cinghia sfugga, è necessario che la mezzeria del tratto di cinghia
che si stacca da una puleggia si trovi già sulla mezzeria dell’altra puleggia.
310 CAPITOLO 15
(a) (b)
Figura 15.29 – Schema di trasmissione a cinghia incrociata (a) e a cinghia semincrociata (b).
In una trasmissione a cinghia (fig. 15.30) si indichi con (1) la puleggia motrice e con (2) quella
condotta. Si ammetta poi che siano già verificate le condizioni affinché la puleggia motrice (1)
trascini con la forza tangenziale di attrito F1 la cinghia e che questa trascini a sua volta in
rotazione la puleggia condotta (2) esercitando su essa la forza tangenziale di attrito F2 senza che
la cinghia slitti su nessuna delle due pulegge. Se si trascurano le perdite meccaniche della
trasmissione, la potenza motrice P1 deve essere uguale a quella resistente P2 , cioè: P1 = P2 .
Poiché la velocità lineare w di ogni punto della cinghia è costante e pari alla velocità periferica
delle due pulegge e ricordando che la potenza è il prodotto di forza per la velocità, risulta:
F1 w = F2 w da cui: F1 = F2
Se poi si esprime la potenza come prodotto di momento angolare per velocità ancolare, risulta:
M1 ω1 = M2 ω2 cioè: F r1 ω1 = F r2 ω2 da cui: r1 ω1 = r2 ω2
Quanto alla cinghia, la tensione statica di montaggio To a cui essa è sottoposta a trasmissione
ferma è uguale in ambedue i rami; tale tensione si ottiene o montando una cinghia di lunghezza
un po’ minore di quella occorrente o distanziando opportunamente gli alberi dopo il montaggio.
Quando il sistema è in moto, nel ramo conduttore (che tende ad allungarsi) To aumenta fino a T1
mentre nel ramo condotto (che tende ad accorciarsi) To diminuisce fino a T2 . Tali variazioni di
tensione sono peraltro uguali e opposte, per cui:
T1 + T2
To =
2
Dall’equilibrio delle due pulegge risulta altresì: F1 = F2 = T1 – T2
In pratica, assumendo un tiro sull’albero pari a circa 4 F, valore che assicura un funzionamento
sicuro della trasmissione, risulta:
T2 ≈ 1,5 F T1 ≈ 2,5 F
L’elasticità delle cinghie deve essere tale da facilitare il loro montaggio ma non eccessiva, per
evitare una variazione del rapporto di trasmissione al variare della potenza trasmessa. A causa di
questa elasticità la velocità periferica della puleggia condotta è comunque il 98 ÷ 99% circa della
velocità della puleggia motrice.
Se le cinghie sono realizzate in cuoio il carico di rottura vale circa 3 ÷ 4 daN/mm2, si assume un
coefficiente di sicurezza pari a 10 e le giunzioni sono effettuate per incollatura, più raramente
con cuciture o ganci metallici. Se sono realizzate in nylon, il carico di rottura vale circa 6 ÷ 10
daN/mm2, si assume un coefficiente di sicurezza pari a 8 ÷ 9 e le giunzioni si effettuano per
fusione. Frequente è l’uso di cinghie di nylon con anima costituita di fibre metalliche o di resine
poliesteri ad alta resistenza a trazione e rivestite
di gomma sintetica o vari elastomeri. La sezione
delle cinghie può avere forma rettangolare o
trapezia; per aumentare l’aderenza sulle pulegge
sono impiegate cinghie con due o più gole
longitudinali ed anche cinghie dentate, le quali
garantiscono un rapporto di trasmissione esatto e
costante (fig. 15.31). Figura 15.31 – Cinghia dentata.
Le pulegge sono in genere di ghisa o di acciaio. Se la cinghia è piatta, si dà alla corona della
puleggia una leggera forma a botte perché la cinghia, durante il moto, tende a portarsi verso il
diametro maggiore e a mantenere così naturalmente la propria centratura. Le pulegge avranno
ovviamente corone di forma opportuna per cinghie a sezione trapezia, con più gole o dentate.
La trasmissione tramite cinghie si presta a rapporti di trasmissione anche elevati (fino a i = 20),
è silenziosa e morbida, quindi adatta perché un albero non risenta di eventuali irregolarità nella
rotazione dell’altro; consente di effettuare una variazione a gradini del rapporto di trasmissione
con semplici manovre di passaggio della cinghia su pulegge vicine, nonché la variazione
continua di velocità. Tale tipo di trasmissione è spesso usata a bordo delle navi per azionare
pompe, ventilatori e compressori d’aria e per gruppi frigoriferi. Può trasmettere potenze fino a
700 kW, con rendimenti da 0,95 a 0,98 e velocità periferiche da 0,5 a 50 m/s.
CAVI
A bordo delle navi i cavi (metallici, vegetali, sintetici) non trovano quasi mai impiego per il
trasferimento continuo di potenza meccanica a distanza quanto per lo spostamento saltuario di
pesi (carico della nave, organi di macchine ecc.) e per manovre di tonneggio.
I cavi metallici sono costituiti di un certo numero di fili di acciaio, avvolti ad elica intorno a
un’anima centrale di acciaio o di fibre naturali o artificiali. L’acciaio è di norma non legato,
molto omogeneo e reso resistente da successive operazioni di trafilatura che, passando dalle
vergelle ai fili, gli conferiscono un carico di rottura compreso fra 150 e 190 daN/mm2. Se è
previsto l’impiego in ambienti umidi e corrosivi, come è appunto il caso navale, i fili elementari
sono rivestiti di un sottile strato di zinco o di una lega cadmio-
zinco e i cavi vanno lubrificati a scopo protettivo. Se oltre allo
sforzo di trazione è anche significativo quello di flessione
(come nel caso in cui il cavo sia avvolto su tamburi di argani e
312 CAPITOLO 15
verricelli), conviene che la struttura del cavo sia a trefoli, cioè costituita di più cavi a loro volta
avvolti ad elica intorno a un’anima centrale (fig. 15.32).
Figura 15.32 – Cavi a trefoli.
Le pulegge su cui si devono avvolgere i cavi metallici sono provviste di opportune solcature a
sviluppo elicoidale aventi una gola di forma adatta ad alloggiare il cavo senza che questo possa
fuoriuscire né rimanervi incastrato. Il capo del cavo è fissato al tamburo in vari modi, per
esempio introducendolo in un foro praticato ad una estremità del tamburo e fissandolo con
speciali viti e cunei a chiavetta.
Negli apparecchi di sollevamento quali bighi e verricelli (fig. 15.33) i cavi metallici vengono
dimensionati con un coefficiente di sicurezza assunto da 4 a 10. Il calcolo viene fatto tenendo
conto delle caratteristiche della nave e sapendo che si deve contare su uno sbraccio (volata) che
consenta di prendere il carico a circa due metri dalla murata con una elevazione del bigo non
minore di quella minima di 15°.
La sistemazione e l’impiego dei mezzi di carico e scarico delle merci solide sono soggetti alle
norme ILO (International Labour Organization) e i Registri di Classifica (per l’Italia il [Link].)
provvedono all’approvazione dei progetti ed al successivo collaudo degli impianti. Questi vanno
utilizzati seguendo scupolosamente le prescrizioni riportate nei Piani di armamento dei mezzi di
sollevamento, che stabiliscono per ogni bigo le portate massime alle varie inclinazioni di lavoro.
Sono tuttora utilizzati i cavi di fibra: quelli vegetali (di canapa, juta,
cocco, cotone, manilla, sisal ecc.) sono soppiantati ormai da decenni
da quelli sintetici (poliammidici come il nylon e il perlon, poliesteri
come il dacron e il terylene, polivinilici come il movil o anche
polipropilenici come il meraklon). La struttura di tali cavi è simile a
quella dei cavi metallici (fig. 15.34). Frequente è l’impiego di cavi
misti, costituiti di fibre vegetali e sintetiche variamente intrecciate
con fili di acciaio. Rispetto ai cavi vegetali quelli sintetici sono più
leggeri, flessibili, elastici e meglio resistenti alla trazione, all’usura,
all’umidità, alle muffe ed a molti agenti chimici; i cavi sintetici sono
inferiori a quelli vegetali unicamente perché subiscono un maggiore
allungamento quando sono in tensione.
Figura 15.34 – Cavo di fibra.
COMPLEMENTI DI MECCANICA 313
I cavi di fibra presentano una resistenza alla trazione ovviamente minore rispetto a quelli
metallici ma, grazie alla loro maggiore leggerezza, possono arrivare a circonferenze di 65 cm, a
cui corrispondono carichi totali di rottura anche superiori a 1500 kN (circa 150 t).
I cavi di fibra sono impiegati con successo nei casi in cui risultano apprezzabili le loro maggiori
flessibilità ed elasticità, come nelle operazioni di tonneggio, ormeggio e rimorchio. I cavi usati
per sostenere installazioni fisse sono denominati manovre fisse, quelli usati per alzare, abbassare
o spostare pesi e per installazioni mobili in genere sono detti manovre correnti.
A seconda della circonferenza c, i cavi di fibra vengono suddivisi nel modo seguente.
Gomene: sono i cavi di maggiori dimensioni, con circonferenza superiore a 48 cm, utilizzati per
rimorchio e per ormeggio, soprattutto in porti con forti movimenti di risacca.
Gomenette (c = 32 ÷ 48 cm), gherlini (c = 16 ÷ 32 cm), cavi (c = 10 ÷ 16 cm), ghie (c = 3 ÷ 10 cm):
sono cavi usati per operazioni di tonneggio, ormeggio, rimorchio e altri servizi per i quali si
richiedono prontezza e grande maneggevolezza.
Minutenze (c < 3 cm): tale nome indica il cordame di dimensioni minori usato per vari lavori di
attrezzatura marinaresca, dalle sagole ai merlini, ai commandi, ai lezzini fino agli spaghi.
CATENE
Le catene sono organi di trasmissione in cui la flessibilità è ottenuta grazie a più elementi rigidi
variamente articolati fra loro. Le catene possono essere del tipo ad anelli o di tipo articolato.
L’avvolgimento delle catene ad anelli deve avvenire su tamburi o su pulegge ambedue provvisti
di scanalature di guida, spesso dotate di speciali impronte per l’alloggiamento degli anelli.
Tipiche catene ad anelli usate a bordo delle navi sono quelle delle ancore, composte da tratti di
27,50 m detti lunghezze. Le catene delle ancore, passando attraverso le cubìe, vengono salpate
passando su una ruota a impronte, detta barbotin, azionata da un argano o da un verricello e poi
abbisciate nel pozzo delle catene. Per dare invece fondo all’ancora si sgrana il barbotin e la
catena fila spontaneamente in mare grazie al proprio peso; con speciali arrestatoi e bozze si
provvede rispettivamente all’arresto ed al bloccaggio di sicurezza delle catene delle ancore. Si
314 CAPITOLO 15
ricorda che, oltre alle catene di posta richieste dai Registri a seconda del tipo di nave e delle sue
dimensioni, deve essere prevista un’ancora di riserva o ancora di speranza.
Rispetto alle ruote dentate sono più leggere, di miglior rendimento e le stesse ruote dentate sono
meno costose; rispetto alle cinghie non slittano e sono insensibili al calore e all’umidità. Sono
essenzialmente formate da perni su cui si articolano piastrine provviste di due fori. La distanza
fra gli assi di due perni consecutivi è il passo p della catena. I perni sono calcolati a flessione e
taglio, le piastrine a trazione. La spinta sui supporti è circa il 150% dello sforzo tangenziale
trasmesso. La lubrificazione avviene a gocce d’olio fino a velocità inferiori a 6 m/s, oltre la
quale è necessario provvedere alla lubrificazione in bagno d’olio. Il rendimento è molto alto e si
aggira su 0,99. I tipi più comuni di catene articolate sono i seguenti:
- catena Galle (fig. 15.37 a): poiché le piastrine sono articolate direttamente sui perni, gli
attriti e le usure non sono trascurabili, per cui è impiegata per basse velocità di trasmissione
(w < 0,5 m/s); è la comune catena usata per esempio nelle biciclette e nei ciclomotori;
- catena Zobel (fig. 15.37 b): le piastrine esterne sono fissate in modo rigido ai perni, quelle
interne lo sono a piccole bussole coassiali con i perni; il moto relativo avviene pertanto fra le
bussole e i perni, quindi la superficie di strisciamento è estesa, ben lubrificabile e meno
soggetta a usura; questa catena è impiegata per velocità di trasmissione medie (w < 3 m/s);
- catena Renold (fig. 15.37 c): è simile alla Zobel, ma ogni bussola è provvista di una seconda
bussola più esterna che striscia su quella interna ma rotola sul dente della ruota sulla quale si
impegna, per cui gli attriti sono ancora minori; è il tipo di catena più diffuso, si presta ad
elevate velocità di trasmissione (w = 4 ÷ 12 m/s) e per potenze fino a circa 1 000 kW;
- catena Renold-Morse (fig. 15.37 d): è pure essa del tipo a rulli ma la particolare forma delle
piastrine fa sì che queste si adattino perfettamente ai vani della ruota dentata, con il risultato
di un funzionamento spiccatamente silenzioso; queste catene non sono adatte ad elevate
potenze ma consentono alte velocità di trasmissione (w = 8 ÷ 16 m/s).
(c)
(a) (b)
È noto che la distanza C1C2 è la corsa del pistone e vale il doppio del raggio di manovella r.
Nell’ipotesi di ω costante, il perno di biella B si muove con moto circolare uniforme e, se si
conteggiano i tempi a partire dall’istante in cui il punto C si trova in C1 e si appresta a iniziare la
corsa verso C2 , l’angolo φ spazzato nel tempo t dalla manovella è dato da φ = ω t .
316 CAPITOLO 15
La velocità periferica del punto B è tangente alla sua traiettoria circolare e vale: wB = ω r.
L’accelerazione del punto B è centripeta, cioè rivolta verso il centro A, e vale: aB = ω2 r.
Si indica poi con θ (lettera greca theta) l’angolo compreso fra l’asse della biella e l’asse del
cilindro, cioè la retta congiungente i punti C1 , C2 e A.
Il primo obiettivo è quello di studiare il moto del punto C e della biella BC, allo scopo di capire
almeno in maniera qualitativa gli sforzi periodici e le conseguenti vibrazioni che il sistema
biella-manovella imprime alle strutture del motore e comprendere quali misure sono poste in
atto onde ridurre gli effetti negativi di queste azioni meccaniche.
Per cominciare si cercherà di trovare l’espressione dello spostamento sC (t) che il punto C
compie nel tempo al variare dell’angolo di manovella φ. Dalla figura 15.38 risulta che:
sC (t) = C1C = C1A – CA = l + r – (l cos θ + r cos φ)
Poiché conviene esprimere questo spostamento in funzione del solo angolo φ, si osservi che:
1 l
BB' = l sen θ = r sen φ da cui si ricava: sen θ = sen φ con µ =
µ r
r2 1
pertanto: cos θ = 1 − sen 2 θ = 1− sen 2ϕ = µ 2 − sen 2ϕ
l 2 µ
Sostituendo l’espressione trovata per cosθ nella relazione che esprime sC (t) si ottiene dunque:
A questo punto si può ricavare l’espressione della velocità wC (t) del punto C derivando rispetto
al tempo t e ricordando che φ = ω t , e si ottiene:
⎛ sen 2ϕ ⎞
wC (t) = ωr ⎜ sen ϕ + ⎟
⎜ 2 µ 2 − sen 2ϕ ⎟⎠
⎝
Anche in questo caso è facile verificare che nei due punti morti, dove il moto si inverte, la
velocità è logicamente nulla:
per φ = 0° : wC (0°) = 0
per φ = 180° : wC (180°) = 0
L’andamento della velocità ha una forma che
ricorda una sinusoide (fig. 15.39), però non
raggiunge il punto di massimo per φ = 90°, ma
per un angolo di poco minore, che comunque
dipende dal rapporto µ.
COMPLEMENTI DI MECCANICA 317
Figura 15.41 – Verso e segno del vettore accelerazione a C lungo le corse di andata e di ritorno.
Figura 15.42 – Andamento del vettore accelerazione a C lungo le corse di andata e di ritorno.
Si può concludere osservando che risulta interessante spaccare in due termini l’espressione
analitica dell’accelerazione aC :
dwC 1 1
aC = = ω2 r (cos ωt + cos 2ωt) = ω2r cos ωt + ω2r cos 2ωt = a'C + a''C
dt µ µ
Questi due termini sono detti accelerazione del primo ordine e accelerazione del secondo
ordine.
x l−x
a1 = aB a2 = aC Figura 15.43 – Accelerazione della biella.
l l
DINAMICA DEL SISTEMA BIELLA-MANOVELLA
Le varie masse che costituiscono il sistema biella-manovella reagiscono alle accelerazioni a cui
sono sottoposte con forze di inerzia che, applicate nei rispettivi baricentri, hanno la medesima
direzione delle accelerazioni ma verso opposto. Più precisamente:
- le masse del pistone, dello spinotto, del piede di biella e dell’eventuale asta con relativo
testacroce reagiscono con una forza d’inerzia diretta come l’accelerazione aC e di verso
opposto che, proprio in virtù dell’andamento di aC, prende il nome di forza alterna d’inerzia;
- le masse della manovella, del perno di manovella e della testa di biella reagiscono con una
forza d’inerzia diretta come l’accelerazione aB lungo il raggio della manovella, ma di verso
opposto, quindi rivolta verso l’esterno, ragione per cui tale forza è detta inerzia centrifuga;
- quanto alla massa del fusto della biella, si può fare l’ipotesi che circa un terzo di essa possa
considerarsi conglobata con quella della testa e circa due terzi con quella del piede.
● Poiché la forza alterna d’inerzia ha sempre verso opposto rispetto al vettore aC , favorirà il
momento motore (cioè il moto del punto C) quando aC è negativa, mentre lo sfavorirà (cioè si
opporrà al moto del punto C) quando aC risulta positiva.
● Mentre la forza alterna d’inerzia ha intensità
variabile da un massimo positivo a un minimo
negativo e agisce sempre nella stessa direzione
cambiando solo verso periodicamente, la forza
d’inerzia centrifuga ha sempre pari intensità
ma una direzione continuamente variabile, che
ruota con lo stesso numero di giri dell’albero
motore; tale forza d’inerzia non ha influenza
sul momento motore (la sua retta d’azione
passa infatti sempre per l’asse di rotazione) ma
è responsabile di spinte radiali sui cuscinetti di
banco, quindi di usure e di vibrazioni.
risultanti che agiscono lungo l’asse del cilindro (fig. 15.44 c).
Figura 15.44 – Forze agenti sull’asse
del cilindro.
IL MOMENTO MOTORE
Il momento motore Mm che il motore
a combustione interna alternativo
cede (in modo continuo nel tempo
ma purtroppo non regolare) all’asse
nasce dalla forza tangenziale T che,
tramite il sistema biella-manovella, si
trasmette fino al perno di manovella
(fig. 15.45).
Figura 15.45 – Forza tangenziale agente sulla manovella.
La variabilità nel tempo di T nasce sia dal fatto che la forza assiale F è già di per sé variabile, sia
a causa delle diverse configurazioni geometriche del sistema biella-manovella durante il ciclo.
Innanzitutto, poiché il pistone è vincolato alla biella e a dover scorrere lungo la camicia, come si
è visto nel capitolo 2 la forza assiale F si scompone in:
- una componente N perpendicolare alla camicia, inutile agli effetti della cessione di potenza
all’asse, anzi dannosa perché genera una spinta dinamica trasversale responsabile di sforzi e
vibrazioni nel blocco cilindri, oltre che di attriti e usure di fasce elastiche e camicie;
- una componente Fb diretta lungo l’asse della biella e che trasmette utilmente alla manovella
parte della spinta F.
Per una nota proprietà dei corpi rigidi, la componente Fb si trasmette inalterata lungo la biella e
arriva ad agire sul perno di manovella B, scomponendosi anch’essa in:
- una componente radiale R che agisce lungo la manovella, originando in questa sforzi ora di
trazione ora di compressione, anch’essa inutile agli effetti della cessione di potenza all’asse,
anzi dannosa perché genera sforzi e vibrazioni nel basamento e nell’incastellatura, oltre che
attriti e usure nei cuscinetti di testa di biella e di banco;
- una componente tangenziale T che, perpendicolare al raggio di manovella r, origina il
momento motore M = T r finalmente trasmesso all’asse.
In maniera non difficile anche se un po’ laboriosa, è possibile dimostrare che l’espressione del
momento motore Mm in funzione dell’angolo di manovella φ è la seguente:
⎛ cosϕ senϕ ⎞
Mm = T r = F r ⎜ senϕ + ⎟
⎜ µ 2 − sen 2ϕ ⎟
⎝ ⎠
Il bilanciamento delle forze alterne è più difficile perché riguarda forze legate alle accelerazioni
del primo e del secondo ordine, le quali richiedono di essere equilibrate con tecniche differenti.
Senza scendere in dettaglio su questo argomento abbastanza complesso, si può dire che anche
tale tipo di bilanciamento viene risolto con un opportuno sfasamento fra le manovelle, come
mostra per esempio la figura 15.50 relativa a un motore a quattro tempi con sei cilindri con
manovelle sfasate di 120°.
Figura 15.50 – Sfasamento delle manovelle in un motore con sei cilindri a quattro tempi.
Si conclude osservando che l’angolo di sfasamento delle manovelle viene calcolato anche in
modo che il momento motore complessivo risulti il più regolare possibile.
Si potrebbe dimostrare che, detti t il numero dei tempi e z quello dei cilindri, tale condizione
viene raggiunta quando le manovelle risultano sfasate di un angolo α dato dalla relazione:
t
α = 180
z
Dato che l’angolo ottimale di sfasamento agli effetti della maggiore uniformità del momento
motore non coincide sempre con quello che consentirebbe un bilanciamento statico e dinamico
ottimale, si ricorre comunque alla installazione di contrappesi sull’asse o alla realizzazione di
forature di alleggerimento in punti attentamente calcolati.
IL VOLANO
Come si è già accennato nel capitolo 2, le fluttuazioni del momento e della velocità di rotazione
possono essere ulteriormente smorzate montando sull’estremità motrice del motore un volano
COMPLEMENTI DI MECCANICA 323
opportunamente dimensionato il quale, grazie all’elevato momento d’inerzia che gli deriva dalla
massa ma soprattutto dal diametro, svolge appunto il ruolo di uniformare la velocità rotazionale.
Si considera in particolare il tipo di eccentrico rappresentato nella figura a sinistra per via delle
sue interessanti applicazioni nelle macchine esistenti a bordo delle navi.
(a) (b)
In genere il profilo di una camma è costituito (fig. 15.55 a) di un tratto di circonferenza di base
AA', due tratti simmetrici rettilinei o curvilinei AB e A'B' detti fianchi e da un tratto circolare
BB' detto testa; la porzione di camma delimitata dai fianchi e dalla testa è poi detta nasello.
Quando la camma ruota intorno all’asse e la punteria rimane in contatto con il profilo nel tratto
AA' della circonferenza di base, la valvola a comando diretto (cioè senza bilanciere) rimane
chiusa, durante i tratti AB e A'B' avvengono le fasi di apertura e chiusura (o viceversa) e, infine,
durante il tratto BB' la valvola rimane ferma al massimo della sua apertura.
Per consentire l’esistenza di un gioco tra le varie parti che costituiscono il meccanismo della
distribuzione, spesso si riduce il raggio della circonferenza di base e il profilo della camma
presenta due rampe di accostamento DA e D'A' (fig. 15.55 b).
Il rendimento della coppia camma-punteria non è molto alto (vale circa 0,90 ÷ 0,95) a causa
degli elevati attriti, ma la cosa ha scarsa rilevanza perché il sistema serve fondamentalmente per
trasformare il tipo di movimento, mentre la potenza trasmessa è sempre ridotta.
ESERCIZI
La soluzione proposta per gli esercizi di questo capitolo è solo indicativa e altre vie di calcolo o
altre assunzioni di dati possono portare a risultati differenti. Tale circostanza va ritenuta positiva
sotto il profilo didattico, perché il fatto che un esercizio possa essere risolto anche in un altro
modo stimola la flessibilità di ragionamento e contribuisce a sviluppare lo spirito critico.
Valgono i seguenti richiami su alcuni concetti utili per la risoluzione degli esercizi.
PERCENTUALI
Si ricorda che una percentuale può indicarsi come numero variabile da 0% a 100% (e oltre) o
come numero decimale variabile da 0 a 1 (e oltre), via più comoda in calcoli tecnici. Esempi:
- la percentuale di 15 rispetto a 750 è: 15 : 750 = 0,02 = 2%
- se una merce rincara da 20 € a 45 €, l’aumento percentuale è: (45 – 20) : 20 = 1,25 = 125%
- se la velocità di 12 nodi aumenta del 15%, la nuova velocità è: W = 1,15 × 12 = 13,8 nodi
PORTATA DI UN FLUIDO
Detti S la sezione del condotto in m2, w la velocità media del fluido nella sezione in m/s, ρ la
densità del fluido in kg/m3 e γ il suo peso specifico in N/m3, si ricordi che:
portata volumetrica o in volume: Gv = S w (espressa in m3/s)
portata massica o in massa: G m = S w ρ (espressa in kg/s)
portata ponderale o in peso: Gp = S w γ (espressa in N/s)
LEGGE DI CONTINUITÀ
In un condotto a regime permanente, senza perdite o ingressi di fluido dall’esterno, la portata (in
massa o in peso) resta costante di sezione in sezione; se la densità si può ritenere costante, come
nel caso dei liquidi, la legge di continuità si estende anche alla portata volumetrica.
S1 w1 ρ1 = S2 w2 ρ2 ovvero S1 w1 γ1 = S2 w2 γ2
TEOREMA DI BERNOULLI
Se un liquido passa fra le sezioni 1 e 2 di un condotto senza incontrare attriti né scambiare
energia con l’esterno, la sua energia meccanica totale (espressa in metri perché riferita all’unità
di peso) resta costante:
p1 w2 p2 w2
+ 1 + z1 = + 2 + z2
γ 2g γ 2g
ESERCIZI 327
PERDITE DI CARICO
Indicate con ∆ h, sono le perdite di energia che il fluido subisce lungo il percorso a causa di moti
vorticosi e attriti interni e nel contatto con la tubazione. Si esprimono esse pure in metri e la loro
entità dipende dal tipo di fluido, dal regime di moto e dalle caratteristiche del condotto.
∫
w22 − w12
Nel caso di aeriformi risulta: h = – v dp + + z 2 – z 1 + ∆h
2g
1
Se la trasformazione subita dall’aeriforme è adiabatica, il lavoro di compressione può essere
calcolato come uguale e opposto alla variazione di entalpia del fluido e risulta:
w 2 − w12
h = – ( h2 – h1 ) + 2 + z 2 – z 1 + ∆h
2g
Se il salto di pressione ∆ p che l’aeriforme deve subire è molto piccolo (come per esempio negli
impianti di tiraggio, ventilazione e condizionamento), è lecito usare l’espressione approssimata:
w 2 − w12
h = v ∆p + 2 + z 2 – z 1 + ∆h
2g
Figura 16.2 – Variabilità con la temperatura dei calori specifici cp , cv e del loro rapporto k per l’aria.
ESERCIZI 329
SCAMBIATORI DI CALORE
Sono detti scambiatori di calore le apparecchiature impiegate per realizzare un efficace scambio
termico tra due fluidi. Possono essere del tipo a mescolamento o del tipo a superficie.
In uno scambiatore di calore a mescolamento i fluidi confluiscono al suo interno e ne escono
sotto forma di miscela con temperatura compresa fra quelle delle correnti entranti (fig. 16.3).
Si indica con il nome di potenza entalpica il prodotto della portata massica di fluido G per
l’entalpia posseduta dal fluido rispetto allo zero convenzionale di riferimento, cioè:
G ( h – h0 ) = G ( h – 0 ) = G h
Se in uno scambiatore a mescolamento confluiscono le portate G1 e G2 di due fluidi aventi
temperature iniziali t1 e t2 ed entalpie h1 e h2 , nell’ipotesi che le dispersioni di calore siano
trascurabili, il bilancio termico si imposta nella forma:
somma delle potenze entalpiche entranti = potenza entalpica della miscela uscente
G1 h1 + G2 h2 = ( G1 + G2 ) h
con h entalpia della miscela uscente di portata G = G1 + G2 . L’entalpia h può essere un dato o
un’incognita da calcolare. Gli scambiatori a mescolamento non sono molto diffusi a bordo delle
navi. Come però si è visto nel capitolo 9, spesso il raffreddamento dell’acqua del circuito HT
viene effettuato tramite mescolamento con l’acqua del circuito LT.
In uno scambiatore di calore a superficie i fluidi interessati allo scambio termico non entrano
in contatto diretto perché sono separati da una superficie metallica avente buona conducibilità
termica. Per quanto riguarda il moto relativo dei due fluidi, questi scambiatori possono essere:
- a correnti incrociate: i due fluidi, sempre separati dalla superficie di scambio, si muovono
perpendicolarmente uno rispetto all’altro; questo tipo di scambiatore non è molto efficiente e
vi si ricorre solo quando tale scelta è imposta da vincoli esterni sul moto dei due fluidi, come
per esempio in alcuni tipi di condensatori del vapore;
- a correnti parallele in equicorrente: i due fluidi entrano nello scambiatore da una medesima
estremità, procedono fianco a fianco separati dalla superficie di scambio ed escono dall’altra
estremità; questo tipo di scambiatore trova applicazioni in alcune attività industriali terrestri
(nell’industria chimica, alimentare e farmaceutica ecc.) ma è poco diffuso negli impianti
tecnici perché la temperatura uscente del fluido inizialmente caldo è sempre superiore a
quella di uscita del fluido inizialmente freddo;
- a correnti parallele in controcorrente: i due fluidi entrano nello scambiatore da estremità
opposte, procedono uno incontro all’altro separati dalla superficie di scambio ed escono dalle
altre estremità opposte; questo tipo di scambiatore è impiegato quasi sempre per la sua più
elevata efficienza e compattezza e ad esso si farà riferimento di seguito.
330 ESERCIZI
Indicando il cosiddetto fluido caldo con il pedice C e quello freddo con il pedice F, in uno
scambiatore a correnti parallele in controcorrente (fig. 16.4) il fluido caldo entra da un’estremità
alla temperatura tCE incontrando il fluido freddo mentre esce alla temperatura tFU , attraversa
tutto lo scambiatore ed esce alla temperatura tCU dall’altra estremità, incontrando il fluido freddo
che vi entra alla temperatura tFE .
La figura mostra l’andamento approssimato della temperatura dei due fluidi (che in realtà non
varia con legge lineare) e la zona tratteggiata dà un’idea della differenza di temperatura esistente
fra i due fluidi nelle varie sezioni dello scambiatore.
Si definisce salto termico medio fra i due fluidi ∆ tm la media delle differenze di temperatura fra
essi nelle varie sezioni dello scambiatore. Ammesso per semplicità che le temperature dei due
fluidi varino con legge lineare, risulta:
t CE + t CU t FE + t FU
∆ tm = –
2 2
Sempre in prima approssimazione, affinché lo scambio termico sia valido il salto termico medio
tra i due fluidi deve essere superiore ai valori riportati nella tabella 16.1.
Tabella 16.1 – Minimo salto termico medio tra due fluidi
Coppia di fluidi ∆t min °C
aeriforme – aeriforme 30
aeriforme – acqua 20
acqua – olio 10
acqua – acqua 5
Si ricorda che, indicata con S [m2] la superficie di scambio attraverso cui si trasmette il flusso
termico Φ [kW] che il fluido caldo cede a quello freddo, vale l’equazione di scambio termico:
Φ = K S ∆ tm
2
ove K [kW/(m °C)] è un coefficiente di trasmissione totale, che dipende da numerosi parametri
dello scambiatore di calore (temperature, masse volumiche, conducibilità termiche, viscosità e
velocità dei due fluidi, natura e spessore del materiale metallico con cui è realizzata la superficie
di scambio, tipo e forma geometrica di tale superficie, suo orientamento, stato di pulizia ecc.).
Quando si vuole dimensionare uno scambiatore di calore, il flusso termico Φ da trasmettere è
noto dall’equazione di bilancio termico, le temperature entranti e uscenti dei due fluidi sono
note o assunte, K è calcolato o desunto da manuali tecnici e pertanto si ricava la superficie di
scambio S, punto di partenza per il calcolo delle dimensioni dei tubi e del loro numero.
ESERCIZI 331
Quanto alla struttura di uno scambiatore di calore, questo può essere a fascio tubiero o a piastre.
Uno scambiatore di calore in controcorrente a fascio tubiero (fig. 16.5) è costuituito di un
involucro cilindrico (1) provvisto di attacchi flangiati per l’ingresso e l’uscita di uno dei due
fluidi (nella figura il fluido freddo) e chiuso alle estremità da coperchi o fondi bombati (2) essi
pure provvisti di attacchi per l’ingresso e l’uscita dell’altro fluido. L’interno dello scambiatore è
attraversato da un certo numero di tubi (3) mandrinati, filettati o saldati a due piastre (4). Uno
dei due fluidi scorre all’interno dei tubi (in gergo tecnico si dice entro tubi), l’altro li lambisce
dall’esterno (in gergo fuori tubi) in controcorrente rispetto al primo e opportuni diaframmi (5) lo
obbligano a compiere un percorso tortuoso per aumentare la turbolenza e lo scambio termico.
Uno scambiatore di calore a piastre è costituito di un certo numero di elementi tenuti insieme da
lunghi tiranti. Ogni piastra è aperta su una faccia e, grazie a una guarnizione, fa da chiusura ad
una successiva. La figura 16.6 mostra il percorso del fluido caldo (indicato con frecce nere) e di
quello freddo (indicato con frecce bianche) attraverso sei piastre P1 , P2 , P3 , P4 , P5 e P6 : il fluido
caldo percorre internamente le piastre P1 , P3 e P5 mentre scavalca le piastre P2 , P4 e P6 , il
fluido freddo attraversa invece P6 , P4 e P2 mentre scavalca P5 , P3 e P1 . Risulta così un’elevata
superficie di scambio con una struttura poco ingombrante e molto compatta.
Qualora le dispersioni di calore non siano trascurabili e vi sia cioè un flusso termico disperso
Φdisp , il bilancio termico dovrebbe essere impostato nella forma:
GC (hCE – hCU) = GF (hFU – hFE) + Φdisp
Definendo rendimento di trasmissione η trasm il rapporto tra il flusso termico ralmente entrato nel
fluido freddo e quello uscito dal fluido caldo, cioè:
G F ( hFU − hFE )
η trasm = il bilancio termico si può scrivere nella forma:
GC ( hCE − hCU )
Le dispersioni di calore sono più marcate se il regime medio di temperatura è elevato e calano
con il grado di isolamento termico dello scambiatore. In una caldaia ausiliaria a gas di scarico il
rendimento di trasmissione è circa 0,96 ÷ 0,98 perché, anche se l’isolamento termico è discreto,
il regime di temperatura è alto. In un refrigerante di acqua dolce tramite acqua di mare le
dispersioni sono modeste e il rendimento di trasmissione è intorno a 0,99. Infine si può ritenere
unitario il rendimento di trasmissione di un condensatore del vapore di turbina perché il regime
di temperatura è bassissimo e il calore non tende a fuggire all’esterno ma entra tutto nell’acqua.
ESERCIZI 333
1. Esercizi di base
1.1
Calcolare il consumo di combustibile di un motore diesel a due tempi che sviluppa la
potenza di 12 000 kW, sapendo che il consumo specifico di combustibile è di 165 g/kWh.
Pe = 12 000 [kW]
Cc = 165 [g/kWh] = 0,165 [kg/kWh]
Dalla definizione di consumo specifico di combustibile è immediato risalire al consumo Gc :
Gc = Cc Pe = 0,165 × 12 000 = 1 980 [kg/h] = 0,55 [kg/s]
1.2
Stimare la capacità del serbatoio di gasolio in grado di assicurare una autonomia di 24 h al
motore diesel del gruppo di emergenza sapendo che questo sviluppa la potenza di 300 kW.
Si può assumere un consumo specifico di combustibile piuttosto elevato, tipo Cc = 0,2 [kg/kWh]
perché si tratta di un motore diesel veloce e, per di più, di piccola potenza.
Il consumo orario di combustibile varrà dunque: Gc = Cc Pe = 0,2 × 300 = 60 [kg/h]
La massa M di gasolio consumata nelle 24 h vale: M = Gc × 24 = 60 × 24 = 1 440 [kg]
Assumendo che la massa volumica del gasolio valga ρ = 850 [kg/m3], si può finalmente stimare
il volume V (che il testo indicava come capacità) del serbatoio:
M 1440
V = = = 1,7 [m3]
ρ 850
1.3
Un motore Sulzer 6RTA58 a sei cilindri sviluppa la potenza di 1 590 kW per cilindro con
un consumo specifico di combustibile pari a 175 g/kWh e un consumo specifico di aria di
7,5 kg/kWh. Determinare il consumo di combustibile e di aria e la produzione di gas di
scarico.
P1e = 1 590 [kW/cil.]
z = 6
Cc = 0,175 [kg/kWh]
Ca = 7,5 [kg/kWh]
La potenza effettiva complessiva del motore vale: Pe = z P1e = 6 × 1 590 = 9 540 [kW]
e il consumo di combustibile: Gc = Cc Pe = 0,175 × 9 540 = 1 670 [kg/h] = 0,464 [kg/s]
mentre quello di aria risulta: Ga = Ca Pe = 7,5 × 9 540 = 71 550 [kg/h] = 19,875 [kg/s]
La produzione di gas di scarico Ggs è logicamente la somma di queste due portate e vale:
Ggs = Gc + Ga = 73 220 [kg/h] = 20,3 [kg/s]
334 ESERCIZI
1.4
Con riferimento ai dati dell’esercizio precedente, calcolare il consumo di combustibile per
ciclo al regime rotazionale di 92 giri/min.
Il numero di cicli nc compiuti da questo motore a due tempi in un’ora vale:
2 2
nc = n 60 z = 92 × 60 × × 6 = 33 120 [cicli/h]
t 2
Il consumo orario di combustibile precedentemente calcolato era pari a Gc = 1 670 [kg/h], per
cui risulta un consumo di combustibile per ciclo gc pari a:
G 1 670
gc = c = = 0,050 [kg/ciclo] = 50 [g/ciclo]
nc 33 120
1.5
Calcolare il volume di cilindrata totale del motore diesel Wärtsilä 46GD nella versione a
12 cilindri a V sapendo che il diametro è 460 mm e la corsa 580 mm. Calcolare inoltre la
velocità media dei pistoni al regime rotazionale di 500 giri/min.
z = 12
D = 0,46 [m]
C = 0,58 [m]
D2 (0,46) 2
Il volume Vcg1 di un cilindro vale: Vcg1 = π C = π × 0,58 = 0,0964 [m3/cil]
4 4
mentre quello totale Vcg risulta: Vcg = z Vcg1 = 12 × 0,0964 = 1,1567 [m3]
Cn 0,58 × 500
La velocità media Wm dei pistoni vale infine: Wm = = = 9,7 [m/s]
30 30
1.6
Calcolare le dimensioni principali (corsa e diametro) del cilindro di un motore diesel a
quattro tempi medioveloce del volume di 0,12 m3 sapendo che il rapporto corsa/diametro
vale α = C/D = 1,2.
D2 D3 4 Vcg 4 × 0,12
Risulta: Vcg = π C = πα e si ricava: D = 3 = 3 = 0,50 [m]
4 4 πα π × 1,2
dopo di che si calcola: C = α D = 1,2 × 0,50 = 0,60 [m]
ESERCIZI 335
1.7
In un motore diesel a due tempi la pressione massima di combustione è pari a 130 bar e il
diametro dei pistoni è di 0,81 m. Calcolare il valore massimo della forza esercitata dai gas
di combustione sulla testa del pistone.
La sezione della testa del pistone S su cui agisce la pressione dei gas di combustione vale:
D2 (0,81) 2
S = π = π = 0,515 [m2]
4 4
Poiché la pressione massima esercitata dai gas di combustione vale:
pmax = 130 [bar] = 130 × 105 [N/m2]
la forza massima Fmax che questi esercitano sulla testa del pistone è data da:
Fmax = pmax S = 130 × 105 × 0,515 = 6,7 × 106 [N]
1.8
Nell’impianto di trattamento del combustibile destinato a un motore diesel a due tempi la
nafta pesante è prelevata dalla cassa giornaliera alla temperatura di 95 °C e la sezione di
riscaldamento finale la deve portare a 130 °C. Sapendo che la potenza effettiva del motore
è pari a 18 000 kW e assumendo che il calore specifico della nafta valga c = 1,9 kJ/(kg °C),
stimare il flusso termico richiesto dalla suddetta sezione di riscaldamento finale.
Assumendo che il consumo specifico di combustibile valga Cc = 0,165 [kg/kWh], la portata Gc
di nafta risulta:
Gc = Cc Pe = 0,165 × 18 000 = 2 950 [kg/h] = 0,825 [kg/s]
e il flusso termico Φ richiesto per il riscaldamento è pari a:
Φ = Gc c ( t2 – t1) = 0,825 × 1,9 × (130 – 95) = 55 [kW]
1.9
Un motore diesel a quattro tempi brucia una nafta pesante con aria teorica 14,2 ed eccesso
d’aria del 120%. Calcolare l’aria reale.
A r = A t (1 + e) = 14,2 (1 + 1,2) = 31,24 [kg aria/kg nafta]
1.10
In una turbina a gas l’aria reale è 57,6 e l’aria teorica 14,4: quanto vale l’eccesso d’aria?
Ar = At (1 + e) cioè: 57,6 = 14,4 (1 + e) quindi: 1 + e = 4,0 da cui: e = 3,0 = 300%
336 ESERCIZI
3,33 (0,58) 2
Pe = × 16,7 × π × 1,7 × 6 × 127 = 9 526 [kW]
2 4
2.2
Sapendo che il motore dell’esercizio precedente brucia una nafta pesante avente potere
calorifico inferiore Hi = 40 500 kJ/kg e che il consumo specifico di combustibile è pari a 175
g/kWh, determinare il rendimento termico effettivo e il consumo di combustibile per ciclo.
Indicando con Cc il consumo specifico di combustibile e con Pe la potenza effettiva del motore,
il consumo di combustibile Gc vale:
Gc = Cc Pe = 0,175 × 9 526 = 1 667 [kg/h] = 0,463 [kg/s]
La potenza chimica disponibile nel combustibile vale invece:
Gc Hi = 0,463 × 40 500 = 18 754 [kW]
Il rendimento termico effettivo η te vale infine:
Pe 9 526
η te = = = 0,508 = 50,8%
Gc H i 18 754
2 2
Il numero di cicli all’ora è dato da: nc = n 60 z = 127 × 60 × × 6 = 45 720 [cicli/h]
t 2
e risulta un consumo di combustibile per ciclo gc pari a:
Gc 1667
gc = = = 0,036 [kg/ciclo] = 36 [g/ciclo]
nc 45720
ESERCIZI 337
2.3
Stimare le dimensioni principali di un motore a quattro tempi medioveloce che, nella
versione a otto cilindri, possa sviluppare la potenza di 5 000 kW.
Nella relazione che esprime la potenza effettiva di un motore diesel:
3,33
Pe = pme Vcg z n
t
sono noti solo la potenza effettiva, il numero di tempi e quello dei cilindri. Gli altri dati devono
essere assunti con il miglior criterio possibile.
Si può assumere la pressione media effettiva pari a pme = 25 [bar], valore intorno al quale si
attesta ormai la grande maggioranza dei moderni motori a quattro tempi medioveloci. Inoltre si
può porre n = 500 [giri/min], regime rotazionale frequente per motori di questo tipo. Fatte
queste assunzioni, si calcola il volume di cilindrata geometrica Vcg :
3,33
5 000 = × 25 × Vcg × 8 × 500 e si ricava: Vcg = 0,06 [m3/cil.]
4
A questo punto non resta che assumere il rapporto corsa/diametro pari a un valore comune per
grossi motori a quattro tempi, cioè α = C/D = 1,25.
D2 D3 4 Vcg 4 × 0,06
Risulta così: Vcg = π C =πα da cui: D = 3 = 3 ≈ 0,4 [m]
4 4 πα π × 1,25
e di conseguenza: C = α D = 1,25 × 0,4 = 0,5 [m]
Per verifica si può calcolare la velocità media Wm dei pistoni, la quale risulta:
Cn 0,5 × 500
Wm = = = 8,3 [m/s] che è un valore pienamente accettabile.
30 30
2.4
Calcolare, al regime MCR di 1 000 giri/min, la potenza del motore a quattro tempi veloce
S.E.M.T. Pielstick SA6B (diametro 280 mm, corsa 330 mm) nella versione con 12 cilindri a
V, essendo la pressione media effettiva pari a 20,4 bar. Calcolare inoltre la velocità media
dei pistoni.
Dalla relazione:
3,33
Pe = pme Vcg z n
t
risulta direttamente:
3,33 (0,28) 2
Pe = × 20,4 × π × 0,33 × 12 × 1 000 = 4 140 [kW]
4 4
Si ha poi:
Cn 0,33 × 1 000
Wm = = = 11,0 [m/s]
30 30
338 ESERCIZI
2.5
Una nave da carico viaggia alla velocità di 16 nodi propulsa da un’elica a pale orientabili
azionata da un motore diesel a due tempi con 6 cilindri a corsa extralunga e alesaggio di
720 mm; il regime di rotazione del motore è pari a 94 giri/min. In navigazione l'energia
elettrica è prodotta da un alternatore-asse da 1000 kVA di tipo coassiale. Assumendo ogni
altro dato occorrente, si determini la potenza propulsiva della nave.
È lecito pensare che il motore sia un Sulzer RTA72, per il quale risulta: corsa C = 2 500 [mm]
Si può poi assumere la pressione media effettiva pme = 16,5 bar, valore molto comune per motori
a due tempi. Si può così calcolare la potenza effettiva lorda P* che il motore sviluppa:
3,33 3,33 (0,72) 2
P* = pme Vcg z n = × 16,5 × π × 2,5 × 6 × 94 = 15 787 [kW]
t 2 4
NOTA: il valore assunto per il rendimento dell’alternatore-asse è piuttosto basso perché questo
sviluppa una piccola potenza elettrica. Per macchine di maggiore potenza il rendimento varia
dall’88% per alternatori da 10 kVA fino al 99% per grandi generatori terrestri da 100 MVA.
Figura 16.7
ESERCIZI 339
3
G ⎛ 16 ⎞
= ⎜ ⎟ = 1,5 da cui si ricava: G = 1 440 × 1,5 = 2 160 [kg/h]
1440 ⎝ 14 ⎠
3.2
Di quanto si dovrebbe aumentare la potenza sviluppata dall’apparato di propulsione di
una nave se si volesse aumentare la sua velocità del 10%?
Indicate con W1 e W2 le velocità prima e dopo l’aumento di velocità del 10% e con P1 e P2 le
corrispondenti potenze effettive dell’apparato di propulsione, si applichi la relazione P = k W 3
prima al regime in cui, volendo aumentare la velocità del 10%, questa varrà W2 = 1,1 W1 e poi
al regime di partenza:
P1 = k W1 3
P2 = k (1,1 W1 )3
_______________________________________
P1
= (1,1)3 = 1,33 da cui si ricava: P2 = 1,33 P1
P2
cioè si dovrebbe aumentare la potenza del 33%.
3.3
Una squadra deve prelevare in un porto straniero una nave in disarmo acquistata dalla
compagnia per riportarla poi in Italia affinché possa subire i necessari lavori per essere
riarmata. Arrivati sul posto, il Comandante ordina di calcolare quanto combustibile va
imbarcato per il viaggio di ritorno di 900 miglia a 15 nodi, tenendo conto delle giacenze e
di una maggiorazione cautelativa del 20%. Sondando i depositi di combustibile, si appura
che ci sono 10 tonnellate residue, ma nella segreteria di macchina manca il diagramma
consumi-velocità. Però nel brogliaccio di macchina sono annotati i consumi totali durante
certi periodi di navigazione a varie velocità, sfortunatamente non a 15 nodi. Si decide
allora di costruire il diagramma e di trovare questo consumo per interpolazione. Prima si
riportino in una tabella i dati trovati e da calcolare, poi si costruisca il diagramma e si
trovi il consumo orario stimato a 15 nodi, infine si termini il calcolo.
340 ESERCIZI
Dopo aver trasformato le tonnellate di consumo in kilogrammi e averli divisi per le rispettive
ore di navigazione lette nel brogliaccio, la tabella si presenta così:
Figura 16.8
massa M ' compreso il 20% di scorta: M ' = 1,20 × 29 400 = 35 280 [kg]
3.4
Una nave da crociera è propulsa da due motori diesel a quattro tempi medioveloci per
ogni linea d’assi e ogni motore sviluppa 5 280 kW effettivi con un consumo specifico di
combustibile pari a 0,185 kg/kWh.
La crociera (fig. 16.9) prevede di toccare quattro località turistiche,
ed è quindi divisa in una tratta di andata di 500 miglia dal porto di
partenza fino alla prima località, tre tratte rispettivamente di 150,
180 e 160 miglia e una di ritorno di 1 050 miglia. Le tratte di andata e
ritorno vengono effettuate con tutti i motori in funzione alla velocità
di 22 nodi, quelle tra una località turistica e l’altra con un solo
motore per asse, con partenza alla sera e arrivo al mattino del giorno
successivo. Calcolare il consumo complessivo per ogni tratta e quello
per l’intera crociera. Figura 16.9
Per agevolare la soluzione conviene costruire una tabella che, per ora, si presenta così:
tratta lunghezza potenza velocità tempo consumo orario consumo totale
[miglia] [kW] [nodi] [h] [kg/h] [kg]
0-1 500 4 × 5280 22,0 22,7
1-2 150 2 × 5280
2-3 180 2 × 5280
3-4 160 2 × 5280
4-0 1 050 4 × 5280 22,0 47,7
totale 2 040 - - - -
3
⎛W ⎞
0,5 = ⎜ ⎟ da cui si ricava: W = 17,46 [nodi]
⎝ 22 ⎠
e così si calcolano i tempi di navigazione notturna e si aggiungono nella tabella.
Per calcolare i consumi per ogni tratta bisogna adesso conoscere quelli orari G, che valgono:
con due motori: G2 = Cc P2 = 0,185 × 2 × 5 280 = 1 953,6 [kg/h]
con quattro motori: G4 = Cc P4 = 0,185 × 4 × 5 280 = 3 907,2 [kg/h]
Moltiplicando i consumi orari per le rispettive ore di navigazione si ottengono così i consumi
totali per ogni tratta di navigazione, e si aggiungono anche questi nella tabella, che diventa:
3.5
La propulsione di una fregata bielica è assicurata da due impianti CODOG costituiti
ciascuno di un motore diesel veloce a quattro tempi che sviluppa 3 300 kW per l’andatura
di crociera e di una turbina a gas della potenza di 18 380 kW per la velocità di tutta forza
pari a 36 nodi. Si determini la velocità di crociera.
Poiché la propulsione è affidata o ai soli motori diesel (che sviluppano 2 × 3 300 kW) o alle sole
turbine a gas (che sviluppano 2 × 18 380 kW), si calcola la velocità di crociera con la relazione
che associa la potenza al cubo della velocità. Detta W la velocità di crociera, risulta dunque:
con i soli motori diesel: 2 × 3 300 = k W3
con le sole turbine a gas: 2 × 18 380 = k (36)3
____________________________________________
3
⎛W ⎞
0,18 = ⎜ ⎟ da cui si ricava: W = 20,3 [nodi]
⎝ 36 ⎠
3.6
A causa di un grave processo di instabilità avvenuto nei depositi del combustibile una nave
da carico si trova a 630 miglia di distanza dal suo porto di destinazione disponendo di sole
6 t di combustibile residue da una operazione di bunkeraggio ancora precedente. Poiché
alla velocità di 18 nodi il consumo orario di combustibile è di 300 kg/h, a quale velocità si
dovrebbe ridurre l’andatura per poter raggiungere l’approdo stabilito?
Il fatto di non poter continuare la navigazione alla velocità di 18 nodi appare evidente. Infatti il
tempo teorico t di percorrenza a questa velocità della tratta residua di 630 miglia sarebbe:
630
t = = 35 [h]
18
e la quantità M di combustibile necessaria varrebbe: M = G t = 300 × 35 = 10 500 [kg]
mentre sono disponibili solo 6 000 kg di combustibile. Pertanto si deve calcolare la cosiddetta
velocità ridotta go home o take home necessaria per raggiungere il porto di destinazione.
Questa velocità si calcola con un’equazione che uguaglia il tempo di consumo del combustibile
residuo (rapporto tra la sua massa M e la portata G di consumo) al tempo di raggiungimento
dell’approdo (rapporto tra la distanza D da percorrere e la velocità W cercata):
M D M D M
= che diventa: = cioè, semplificando: =D
G W kW 3 W kW 2
La costante k si ricava dal regime abituale di navigazione della nave:
G = k W3 che diventa: 300 = k (18)3 la quale fornisce: k ≈ 0,05
Si può così sostituire questo valore nell’equazione che uguaglia i due tempi e si ottiene:
6 000
= 630 da cui si ricava finalmente: W = 13,8 [nodi]
0,05 W 2
Ovviamente il Direttore di macchina, consapevole del fatto che questo calcolo è approssimato,
suggerirà che la velocità venga cautelativamente ridotta per esempio a 12 nodi (il ritorno durerà
52,5 h anziché circa 46 h, però si avrà una maggiore sicurezza di arrivo).
ESERCIZI 343
3.7
Una piccola nave da carico deve percorrere un tragitto abituale di 1200 miglia alla velocità
di 15 nodi, con un consumo previsto di 200 kg/h. Poiché il viaggio dura 1200:15 = 80 h, il
Direttore di macchina imbarca alla partenza 0,2×80 = 16 t di combustibile, giudicando che
le 3 t già presenti nei depositi siano una scorta sufficiente. Ma, dopo due giorni esatti di
navigazione a 15 nodi, per l’arrivo di una tempesta, il Comandante ordina di forzare la
velocità a 20 nodi. Dopo 14 h di navigazione a tutta forza il pericolo è scampato e il
Comandante ordina di ritornare alla velocità di 15 nodi. Il Direttore di macchina si chiede
però se il combustibile basterà. Come farà tale verifica e a quali conclusioni arriverà?
Il Direttore fa i seguenti calcoli sulle masse di combustibile:
massa M0 inizialmente presente a bordo: M0 = 16 000 + 3 000 = 19 000 [kg]
massa M15 consumata a 15 nodi per 48 h: M15 = 200 × 48 = 9 600 [kg]
consumo orario G20 a 20 nodi: G20 = k (20)3
200 = k (15)3
_________________________________
G 20
= 2,37 da cui si ricava: G20 = 474 [kg/h]
200
massa M20 consumata a 20 nodi per 14 h: M20 = 474 × 14 = 6 636 [kg]
massa M ' ancora disponibile: M ' = M0 – M15 – M20 =
= 19 000 – 9 600 – 6 636 = 2 764 [kg]
Il tragitto residuo D da percorrere è pari a: D = 1 200 – 15 × 48 – 20 × 14 =
= 1 200 – 720 – 280 = 200 [miglia]
ed a 15 nodi servirebbe un tempo t pari a: t = 200 : 15 = 13,3 h
cioè un consumo complessivo M* di combustibile: M* = 13,3 × 200 = 2 660 [kg]
appena sufficienti per arrivare a destinazione.
4. Vapore ausiliario
4.1
Stimare la produzione di vapore saturo alla pressione di 10 bar di una caldaia ausiliaria
posta sullo scarico di un motore a due tempi che sviluppa la potenza effettiva di 15 787 kW
(esercizio 2.5) e alimentata con acqua preriscaldata a 50 °C.
Figura 16.10
Per calcolare la portata di gas di scarico Ggs si assume:
- consumo specifico di combustibile: Cc = 0,17 [kg/kWh]
- consumo specifico di aria: Ca = 7,5 [kg/kWh]
e risulta:
consumo di combustibile: Gc = Cc Pe = 0,17 × 15 787 = 2 684 [kg/h] = 0,745 [kg/s]
consumo di aria: Ga = Ca Pe = 7,5 × 15 787 = 118 402 [kg/h] = 32,89 [kg/s]
portata di gas di scarico: Ggs = Gc + Ga = 121 086 [kg/h] = 33,6 [kg/s]
Assunti infine il rendimento di trasmissione pari a ηtrasm = 98% = 0,98 e il calore specifico
medio a pressione costante dei gas di scarico pari a cgs = 1,05 [kJ/(kg °C)], il bilancio termico
della caldaia ausiliaria si scrive nella forma:
ηtrasm Ggs cgs (tic – tsc) = Gv (hsat – halim)
0,98 × 33,6 × 1,05 × (300 – 180) = Gv (2 776 – 210) da cui: Gv = 1,6 [kg/s] = 5 820 [kg/h]
NOTA: il rapporto tra la produzione di vapore della caldaia a gas di scarico e il consumo di
combustibile del motore risulta:
Gv 1,6
= = 2,15 e questo risultato è molto verosimile.
Gc 0,745
ESERCIZI 345
4.2
Con i medesimi dati dell’esercizio precedente, stimare la nuova produzione di vapore che
si otterrebbe nell’ipotesi di surriscaldare il 40% del vapore saturo prodotto, utilizzando
ovviamente una caldaia ausiliaria provvista di fascio tubiero surriscaldatore.
Valgono pertanto, con chiaro significato dei
simboli (fig. 16.11) , i seguenti dati:
Ggs = 33,6 [kg/s]
tic = 300 [°C]
tsc = 180 [°C]
pGV = 10 [bar]
halim = 210 [kJ/kg]
hsat = 2 776 [kJ/kg]
Galim = Gv = ?
Gsurr = 0,4 Gv
Gsat = 0,6 Gv
ηtrasm = 0,98
cgs = 1,05 [kJ/(kg °C)]
Figura 16.11
Prima di impostare il bilancio termico è necessario stabilire fino a quale temperatura si ritiene di
poter surriscaldare il vapore. Dal momento che i gas di scarico entrano nella caldaia a 300 [°C],
si può pensare di surriscaldare il vapore dalla temperatura di equilibrio di 180 [°C] fino ad
almeno 250 [°C] con un soddisfacente scambio termico nel fascio tubiero surriscaldatore.
Assunta pertanto tsurr = 250 [°C], alla pressione di caldaia pGV = 10 [bar] le tabelle del vapore
surriscaldato o il diagramma di Mollier forniscono l’entalpia:
hsurr = 2 945 [kJ/kg]
Se si considera il flusso termico ceduto al sistema acqua-vapore come somma di quello richiesto
per portare tutta l’acqua di alimento nello stato di vapore saturo secco e di quello richiesto dalla
sola frazione che si vuole surriscaldare, il bilancio termico si imposta nella forma seguente:
ηtrasm Ggs cgs (tic – tsc) = Gv (hsat – halim) + Gsurr (hsurr – hsat)
ηtrasm Ggs cgs (tic – tsc) = Gv (hsat – halim) + 0,4 Gv (hsurr – hsat)
0,98 × 33,6 × 1,05 × (300 – 180) = Gv (2 776 – 210) + 0,4 Gv (2 945 – 2 776)
da cui si ricava: Gv = 1,575 [kg/s] = 5 670 [kg/h]
e pertanto: Gsat = 0,6 Gv = 0,945 [kg/s] = 3 402 [kg/h]
Gsurr = 0,4 Gv = 0,630 [kg/s] = 2 268 [kg/h]
È logico attendersi che il rapporto tra la produzione di vapore della caldaia a gas di scarico e il
consumo di combustibile del motore sia leggermente minore, e infatti risulta:
Gv 1,575
= = 2,11
Gc 0,745
346 ESERCIZI
4.3
Il motore calcolato nell’esercizio 1.3 aveva le seguenti caratteristiche principali:
- motore a due tempi Sulzer 6RTA58 a sei cilindri;
- potenza effettiva: Pe = 9 540 [kW];
- consumo di combustibile : Gc = 1 670 [kg/h] = 0,464 [kg/s];
- consumo di aria: Ga = 71 550 [kg/h] = 19,875 [kg/s];
- produzione di gas di scarico: Ggs = Gc + Ga = 73 220 [kg/h] = 20,3 [kg/s].
Sapendo che la temperatura dei gas uscenti dalla turbina è 275 [°C], si calcoli l’aliquota
del flusso termico di scarico utilizzabile per produrre vapore in una caldaia ausiliaria.
Indicata con tsT la temperatura con cui i gas di scarico abbandonano la turbina e ammettendo
una temperatura ambiente esterna to = 20 [°C] e un calore specifico medio dei gas di scarico
pari a cgs = 1,02 [kJ/(kg °C)], il flusso termico Φgs perduto nell’atmosfera in assenza di forme di
recupero varrebbe:
Φgs = Ggs cgs ( tsT – to ) = 20,3 × 1,02 × (275 – 20) = 5 280 [kW]
Se invece si inviano i suddetti gas di scarico in una caldaia ausiliaria, ipotizzando che questi la
abbandonino alla temperatura di scarico caldaia tsC = 180 [°C] e assumendo un calore specifico
medio dei gas di scarico pari a cgs = 1,03 [kJ/(kg °C)], il flusso termico Φ' recuperato per
produrre vapore varrebbe:
Φ' = Ggs cgs ( tsT – tsC ) = 20,3 × 1,03 × (275 – 180) = 1 986 [kW]
vale a dire un’aliquota di circa il 37,6%.
Si noti che tale aliquota dipende fondamentalmente dalla temperatura di scarico dalla caldaia, a
sua volta imposta da esigenze di scambio termico ma soprattutto di protezione del fascio tubiero
economizzatore dalla corrosione chimica dovuta alla presenza di acido solforico nei fumi di
combustione.
Tale aliquota prescinde invece dalla qualità del vapore prodotto, cioè non dipende dalla sua
pressione, né dalla sua temperatura, né dal fatto che esso possa essere saturo o in parte
surriscaldato: questi fatti influenzeranno semmai la sua produzione, la quale dipenderà poi
anche dalla temperatura di alimento e dalle dispersioni termiche della caldaia.
ESERCIZI 347
5. Raffreddamento e lubrificazione
5.1
Calcolare il flusso termico sottratto dal circuito HT sapendo che la circolazione è affidata
a 90 m3/h di acqua dolce che entrano nel motore a 83 °C e ne escono a 90 °C.
5.2
La portata del circuito LT di una motonave è 144 m3/h, che devono essere raffreddati da
55 °C fino a 40 °C in un refrigerante ad acqua di mare. Sapendo che questa è disponibile a
20 °C, stimare la sua portata e la potenza assorbita dalla pompa che la fa circolare.
Con chiaro significato dei simboli, i dati forniti dal testo sono i seguenti (fig. 16.12):
Gvol-LT = 144 [m3/h]
tLT-E = 55 [°C]
tLT-U = 40 [°C]
tmare-E = 20 [°C]
tmare-U = ?
Si assumono poi i valori dei seguenti calori specifici: Figura 16.12
cLT = 4,19 [kJ/(kg °C)]
cmare = 4,0 [kJ/(kg °C)]
Si calcola subito la portata in massa Gm-LT del circuito LT, ponendo ρLT = 1 000 [kg/m3]:
Gvol-LT = 144 [m3/h] = 0,04 [m3/s]
Gm-LT = Gvol-LT ρLT = 0,04 × 1 000 = 40 [kg/s]
Per calcolare la portata Gmare dell’acqua di mare bisogna prima decidere a che temperatura si
vuole che questa abbandoni il refrigerante. Nulla vieta di assumere tmare-U = 35 [°C], valore che
assicura un valido scambio termico (∆ tm = 20 [°C]) e che non è nemmeno tanto elevata da far
temere eccessivi sviluppi di biomasse nella presa mare. Stabilito ciò e nell’ipotesi di trascurare
le dispersioni di calore, il bilancio termico del refrigerante è il seguente:
GLT cLT (tLT-E – tLT-U) = Gmare cmare (tmare-U – tmare-E)
40 × 4,19 × (55 – 40) = Gmare × 4,0 × (35 – 20) da cui: Gmare = 41,9 [kg/s]
348 ESERCIZI
Assumendo una massa volumica dell’acqua di mare pari a ρmare = 1 000 [kg/m3] risulta una
portata volumetrica Gvol-mare pari a:
G 41,9
Gvol-mare = mare = = 0,04088 [m3/s] = 147 [m3/h]
ρ mare 1025
Si può ritenere che, tra sopraelevazione e perdite di carico, sia sufficiente una prevalenza pari a
h = 20 [m], fornita senza problemi da un’elettropompa di tipo centrifugo monogirante.
La portata ponderale Gpeso-mare dell’acqua di mare risulta:
Gpeso-mare = Gmare g = 41,9 × 9,81 = 411 [N/s]
La potenza utile PU della pompa risulta dunque:
PU = Gpeso-mare h = 411 × 20 = 8 220 [W] = 8,2 [kW]
Assumendo il rendimento globale della pompa pari a η = 0,8 risulta la potenza assorbita PA :
P 8,2
PA = U = = 10,3 [kW]
η 0,8
Tenendo conto del rendimento del motore asincrono, risulterà una potenza elettrica assorbita di
circa 12 [kW] ma si installerà per prudenza un’elettropompa della potenza di almeno 20 [kW].
5.3
Calcolare il flusso termico che deve essere sottratto a 15 kg/s di aria di carica per portarla
dalla temperatura di 120 °C a cui esce dalla soffiante fino alla temperatura di 45 °C a cui
l’aria deve entrare nei cilindri.
Assunto il valore medio caria = 1,01 [kJ/(kg °C)], con chiaro significato dei simboli, risulta:
Φaria = Garia caria ( tU – tE ) = 15 × 1,01 × (120 – 45) = 1 136 [kW]
5.4
Un refrigerante ad acqua di mare, disponibile a 18 °C e che si vuole scaricare fuori bordo
a 35 °C, deve portare l’acqua del circuito HT di una nave da 65 °C a 45 °C. Sapendo che la
portata del circuito HT è di 45 kg/s, calcolare la portata del circuito dell’acqua di mare.
Indicate con tmE e tmU le temperature dell’acqua di mare entrante e uscente, con t1 e t2 quelle
dell’acqua dolce del circuito HT, con Gm e G le portate in massa e con cm e c i calori specifici
dei due fluidi interessati dallo scambio termico, i dati forniti sono i seguenti:
tmE = 18 [°C] t1 = 65 [°C] Gm = ? cm = 4,0 [kJ/(kg °C)]
tmU = 35 [°C] t2 = 45 [°C] G = 45 [kg/s] c = 4,19 [kJ/(kg °C)]
Ammettendo che, dato il modestissimo regime di temperatura, le dispersioni di calore siano
trascurabili, il bilancio termico fornisce, con i due membri in valore assoluto:
Gm cm ( tmU – tmE ) = G c ( t1 – t2 )
Gm × 4,0 × (35 – 18) = 45 × 4,19 × (65 – 45) da cui: Gm = 55,5 [kg/s]
ESERCIZI 349
5.5
In un motore diesel a quattro tempi della potenza
effettiva di 5 430 kW (fig. 16.13) l’acqua dolce del
circuito HT sottrae calore ai cilindri e quindi al 1°
stadio di raffreddamento dell’aria di carica, mentre
l’acqua dolce del circuito LT raffredda il 2° stadio
e quindi l’olio lubrificante. Le portate dei fluidi
coinvolti nel processo di raffreddamento hanno i
seguenti valori:
acqua dolce circuito HT: GHT = 30 [kg/s]
acqua dolce circuito LT: GLT = 35 [kg/s]
aria di carica: Ga = 10,6 [kg/s]
olio lubrificante: Go = 20 [kg/s]
e sono note le temperature indicate nella figura.
Assumendo per l’aria il calore specifico medio a
pressione costante ca = 1,01 kJ/(kg °C) e per l’olio
lubrificante co = 2,0 kJ/(kg °C) e trascurando le
dispersioni di calore, calcolare le temperature
ignote (indicate con un circoletto tratteggiato).
Figura 16.13
I dati forniti consentono di calcolare il flusso termico sottratto all’aria nel 1° e nel 2° stadio:
Φa1° = Ga ca ( tE – tU ) = 10,6 × 1,01 × (140 – 90) = 535,3 [kW]
Φa2° = Ga ca ( tE – tU ) = 10,6 × 1,01 × (90 – 50) = 428,2 [kW]
In modo analogo è poi possibile calcolare il flusso termico sottratto all’olio lubrificante:
Φo = Go c ( tE – tU ) = 20 × 2,0 × (78 – 63) = 600,0 [kW]
Noto il flusso termico sottratto all’aria nel 1° stadio si calcola la temperatura uscente dell’acqua
del circuito HT:
Φa1° = GHT cHT ( tU – tE ) cioè 535,3 = 30 × 4,19 × (tU – 80) da cui tU = 94 [°C]
Noto invece il flusso termico sottratto all’aria nel 2° stadio si calcola la temperatura uscente
dell’acqua del circuito LT all’uscita di questo secondo refrigerante dell’aria:
Φa2° = GLT cLT ( tU – tE ) cioè 428,2 = 35 × 4,19 × (tU – 40) da cui tU = 43 [°C]
Noto infine il flusso termico sottratto all’olio di lubrificazione si calcola la temperatura uscente
dell’acqua del circuito LT all’uscita di questo refrigerante:
Φo = GLT cLT ( tU – tE ) cioè 600,0 = 35 × 4,19 × (tU – 43) da cui tU = 47 [°C]
350 ESERCIZI
5.6
Il circuito di lubrificazione generale di un motore diesel medioveloce a quattro tempi della
potenza effettiva di 5 430 kW ha le seguenti caratteristiche:
- volume di olio nel pozzetto: V = 8 [m3]
- portata di olio al motore: Golio = 90 [m3/h]
- temperatura dell’olio all’aspirazione della pompa: t1 = 80 [°C]
- temperatura dell’olio inviato al motore: t2 = 65 [°C]
Il separatore dell’olio, provvisto di una propria pompa e di un proprio riscaldatore, è poi
caratterizzato dai seguenti dati:
- portata di olio al separatore: Gsep = 3,5 [m3/h]
- temperatura dell’olio entrante nel separatore: tE = 80 [°C]
- temperatura dell’olio uscente dal separatore: tU = 95 [°C]
Gli schemi del circuito di lubrificazione generale e della parte di circuito che riguarda il
solo separatore dell’olio lubrificante sono riportati nelle figure 16.14 e 16.15.
Per prima cosa, assunta una massa volumica dell’olio pari a ρ = 950 [kg/m3], si calcolano le
portate in massa dell’olio inviato al motore Golio e trattato dal separatore Gsep :
Golio = 90 × 950 = 85 500 [kg/h] = 23,75 [kg/s]
Gsep = 3,5 × 950 = 3 325 [kg/h] = 0,92 [kg/s]
A questo punto, assunto il calore specifico dell’olio colio = 2 [kJ/(kg °C)] e note le temperature
fornite dal testo, si determina il flusso termico Φrefr di refrigerazione dell’olio:
Φrefr = Golio colio (t1 – t2) = 23,75 × 2 × (80 – 65) = 712,5 [kW]
e il flusso termico di riscaldamento Φsep fornito all’olio dal separatore:
Φsep = Gsep colio (tU – tE) = 0,92 × 2 × (95 – 80) = 27,6 [kW]
Poiché il flusso termico di refrigerazione deve essere la somma di quello fornito dal separatore e
del flusso termico Φmotore che l’olio sottrae al motore, risulta:
Φmotore = Φrefr – Φsep = 712,5 – 27,6 = 685 [kW]
Si può così calcolare la temperatura t dell’olio che ricade dal motore al pozzetto perché dell’olio
si conoscono portata, temperatura d’ingresso nel motore e flusso termico ricevuto:
Φmotore = Gmotore colio (t – t2) = 23,75 × 2 × (80 – 65)
685 = 23,75 × 2 × (t – 65) da cui: t – 65 = 14,4 e infine: t = 79,4 [°C]
quindi l’apporto di olio più caldo da parte del separatore incide in misura trascurabile sulla
temperatura del pozzetto, e ciò perché la portata elaborata dal separatore è modesta (meno del
4%) rispetto a quella inviata al motore e che ricade nel pozzetto.
Il tempo che il separatore impiega per trattare l’olio contenuto nel pozzetto è dato da:
volume pozzetto 8 [m 3 ]
tempo = = = 2,3 [h]
portata separatore 3
3,5 [m /h]
NOTA. I costruttori consigliano che il volume minimo del pozzetto dell’olio di un motore diesel
a quattro tempi sia di 1,5 l per ogni kW di potenza effettiva del motore. In questo caso:
Vpozzetto = 1,5 × 5 430 = 8 145 [l] ≈ 8 [m3]
Va però aggiunto che conviene che il pozzetto sia pieno per circa il 75%, per cui risulta:
Volio = 75% Vpozzetto = 0,75 × 8 = 6 [m3]
pertanto il pozzetto è stato calcolato con una prudente maggiorazione.
352 ESERCIZI
6. Turbine a gas
6.1
Per imparare a prevedere l’ordine di grandezza della temperatura a cui si porta l’aria al
termine di una compressione adiabatica ideale, costruire un diagramma che riporti come
varia tale temperatura con il rapporto di compressione β variabile da 1 a 20, nell’ipotesi
che la compressione parta dalle condizioni iniziali t1 = 15 °C e p1 = 1,0 bar ed assumendo
per il rapporto dei calori specifici fondamentali k = cp/cv il valore teorico 1,40.
La compressione adiabatica ideale si calcola con l’equazione di Poisson valida per i gas perfetti:
T1 p1 (1– k) / k = T2 p2 (1– k) / k
in cui k = cp /cv è il rapporto dei calori specifici fondamentali e vale, per gas perfetti biatomici,
come si considera l’aria, k = 1,40. Pertanto l’esponente a cui sono elevate le pressioni vale:
1− k 1 − 1,40
= = – 0,2857
k 1,40
Figura 16.16
ESERCIZI 353
6.2
Il compressore di un impianto turbogas comprime 50 kg/s di aria, inizialmente a 15 °C e a
1,0 bar, fino alla pressione di 16 bar. Assumendo con ragionato criterio altri dati ritenuti
necessari, calcolare:
- la temperatura teorica e reale di fine compressione;
- il lavoro unitario teorico e reale di compressione;
- la potenza teorica, interna e reale del compressore.
Potenza reale (o assorbita) del compressore (assunto un suo rendimento meccanico ηmC = 0,99):
P 19 370
PaC = iC = = 19 566 [kW]
ηmC 0,99
354 ESERCIZI
6.3
Con riferimento ai dati forniti, assunti e calcolati nell’esercizio 6.2, calcolare la portata di
combustibile (di potere calorifico inferiore pari a 42 000 kJ/kg) necessaria per produrre
gas di combustione a 900 °C e l’eccesso d’aria.
Con chiaro significato dei simboli, i dati necessari per affrontare questo esercizio sono:
Ga = 50 [kg/s]
Hi = 42 000 [kJ/kg]
t2 ' = 393 [°C]
t3 = 900 [°C]
La camera di combustione si calcola con un bilancio
termico di tipo additivo il quale, nella sua formulazione
più semplice, afferma che la potenza entalpica entrante
con la portata in massa di aria compressa Ga ad entalpia
h2 ' , sommata con la potenza entalpica entrante con la
portata di combustibile Gc di potere calorifico inferiore
Hi , dà origine alla potenza entalpica che esce con la
portata di gas di scarico Ggs ad entalpia h3 (fig. 16.18). Figura 16.18
Per tenere conto del flusso termico Φd disperso dalla camera di combustione (B) si moltiplica la
potenza entalpica in arrivo col combustibile per un rendimento di dispersione ηd = 0,98. Ciò
premesso, il bilancio termico, con i termini espressi in kW, si presenta nella forma:
Ga h2 ' + Gc Hi ηd = Ggs h3
Il bilancio termico ora scritto è piuttosto approssimato ma ha il pregio di essere molto semplice
e si presta abbastanza bene per gli scopi di questo esercizio.
Assumendo le entalpie convenzionalmente uguali a zero alla temperatura di 0 [°C], si ottiene:
Ga ca t2' + Gc Hi ηd = Ggs cgs t3 con Ggs = Ga + Gc
Con ca = 1,025 [kJ/(kg °C)] e cgs = 1,08 [kJ/(kg °C)] e passando ai numeri, risulta:
50 × 1,025 × 393 + Gc × 42 000 × 0,98 = (50 + Gc) × 1,08 × 900
da cui: Gc = 0,708 [kg/s] = 2 549 [kg/h]
Per calcolare l’eccesso d’aria con cui avviene la combustione, ricordiamo che nella relazione:
Ar = At (1 + e )
l’aria reale A r è appunto il rapporto fra la portata di aria e quella di combustibile, cioè:
G 50
Ar = a = = 70,6
Gc 0,708
Assumendo un’aria teorica pari a A t = 14,5 si ottiene:
70,6 = 14,5 ( 1 + e ) da cui: 1 + e = 4,8 e cioè: e = 3,8 = 380%
ESERCIZI 355
6.4
I gas di combustione calcolati nell’esercizio 6.3 vengono fatti espandere in turbina fino alla
contropressione di scarico di 1,1 bar. Calcolare:
- la temperatura teorica e reale di fine espansione;
- il lavoro unitario teorico e reale di espansione;
- la potenza teorica, interna ed effettiva lorda della turbina.
I dati necessari per affrontare questo esercizio sono:
Ggs = Ga + Gc = 50 + 0,708 = 50,71 [kg/s]
t3 = 900 [°C]
p3 = 12 [bar]
p4 = 1,1 [bar]
Preventivando una temperatura di fine espansione compresa fra 350 e 400 [°C], si assume un
valore medio del rapporto dei calori specifici fondamentali pari a k = 1,34 e risulta pertanto:
1− k 1 − 1,34
= = – 0,2537 e, con T3 = 900 + 273 = 1 173 [K], si ottiene:
k 1,34
1 173 × (16 × 105)– 0,2537 = T4 (1,1 × 105)– 0,2537 e si ricava T4 = 595 [K] cioè t4 = 322 [°C]
Per la compressione reale si assume un rendimento isoentropico della turbina η sT = 0,91:
∆hr c p (t 3 − t 4 ' ) t −t 900 − t 4 '
η sT = = ≈ 3 4' cioè: 0,91 = da cui t4 ' = 374 [°C]
∆h c p (t 3 − t 4 ) t3 − t4 900 − 322
Potenza effettiva lorda della turbina (assunto un suo rendimento meccanico ηmT = 0,99):
P*e = PiT ηmT = 30 142 × 0,99 = 29 840 [kW]
356 ESERCIZI
6.5
Utilizzando tutti i dati forniti, assunti e calcolati negli esercizi 6.2, 6.3 e 6.4, calcolare per
l’intero impianto turbogas:
- la potenza effettiva netta ceduta all’asse del propulsore;
- il rendimento termico effettivo;
- il consumo specifico di combustibile.
I dati forniti, assunti e calcolati, a cui si fa riferimento nel testo sono i seguenti:
potenza reale (o assorbita) del compressore: PaC = 19 566 [kW]
potenza effettiva lorda della turbina: P*e = 29 840 [kW]
consumo di combustibile: Gc = 0,708 [kg/s] = 2 549 [kg/h]
potere calorifico inferiore del combustibile: Hi = 42 000 [kJ/kg]
La potenza effettiva netta ceduta all’asse del propulsore Pe si determina sottraendo la potenza
reale assorbita del compressore da quella effettiva lorda della turbina:
Pe = P*e – PaC = 29 840 – 19 566 = 10 274 [kW]
Il rendimento termico effettivo η te è il rapporto fra la potenza effettiva netta ceduta dalla turbina
all’asse del propulsore e la potenza chimica disponibile nel combustibile G c H i e risulta:
G c H i = 0,708 × 42 000 = 29 736 [kW]
Pe 10 274
η te = = = 0,345 = 34,5%
Gc H i 29 736
6.6
Nell’ipotesi che il circuito dell’olio di lubrificazione attraversi in serie sia i supporti della
turbina e del compressore sia il riduttore del numero dei giri, stimare la portata richiesta
di olio lubrificante e la potenza assorbita dalla pompa che lo fa circolare.
L’olio deve sottrarre tre flussi termici prodotti dalle seguenti potenze meccaniche perdute.
- La potenza meccanica perduta nei supporti del compressore è data dalla differenza fra quella
assorbita e quella interna, cioè:
ΦC = PaC – PiC = 19 566 – 19 370 = 196 [kW]
- La potenza meccanica perduta nei supporti della turbina è data dalla differenza fra quella
interna e quella effettiva lorda , cioè:
ΦT = PiT – P*e = 30 142 – 29 840 = 302 [kW]
ESERCIZI 357
- La potenza meccanica perduta nel riduttore è data dalla differenza fra la potenza effettiva
netta ceduta al riduttore Pe e la potenza Pa trasmessa dal riduttore all’asse del propulsore;
assumendo che il rendimento meccanico del riduttore valga ηmR = 0,99 risulta:
ΦR = Pe – Pa = Pe – ηmR Pe = 0,01 Pe = 0,01 × 10 274 = 103 [kW]
Indicando con Golio la portata in massa di olio in circolazione, con colio = 2,0 [kJ/(kg °C)] il suo
calore specifico e assumendo che, nell’attraversare i tre impianti sopra citati, l’olio subisca un
rialzo termico pari a ∆tolio = 20 [°C], vale il seguente bilancio termico:
Φ = Golio colio ∆tolio cioè: 601 = Golio × 2,0 × 20 da cui si ricava: Golio = 15 [kg/s]
Per quanto riguarda la pompa che deve assicurare la circolazione di questa portata fra l’impianto
e il refrigerante dell’olio, si tratterà ovviamente di una pompa volumetrica rotativa (a viti o ad
ingranaggi) trainata dal medesimo asse motore. Assumendo che la prevalenza che la pompa
deve garantire valga h = 80 [m] e sapendo che la portata in peso di olio vale:
Gpeso = Golio g = 15 × 9,81 = 147 [N/s]
la potenza utile PU della pompa di circolazione vale:
PU = Gpeso h = 147 × 80 = 11 760 [W] = 11,76 [kW]
Assumendo infine il rendimento globale della pompa pari a η = 0,8 la potenza assorbita PU vale:
P 11,76
PU = A = = 15 [kW]
η 0,8