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Gustavo Mola di Nomaglio

I Savoia, Milano e l’Italia

Estratto da:
Centro Documentazione Residenze Reali Lombarde
“Lionello Costanza Fattori”

La Villa Reale di Monza reggia estiva del Regno d’Italia


a cura di
Giovanna D’Amia e Marina Rosa con Paolo Paleari e Lucia Tenconi

Viterbo, BetaGamma editrice, 2012


(ISBN 978-88-86210-75-1), pp. 51-60
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I Savoia, Milano e l’Italia

Gustavo Mola di Nomaglio

I Savoia e l’Italia nezia. Merita di essere ricordato, con rife-


Nel 1372 l’imperatore Carlo IV, creando rimento a quest’ultima, che i Savoia, al pa-
Amedeo VI di Savoia proprio vicario in ri di altri principi e regnanti di primo pia-
Italia1, con ampia autorità e con ordine a no, erano stati ricevuti, con reciproco ono-
tutti i sudditi imperiali di obbedire a lui re, nel novero prestigioso dei patrizi
«come allo stesso Imperatore», compì un veneti3. I rapporti sabaudo-veneti, talora
atto di rilevanza politica, giuridica e persi- anche alquanto tesi (come quando entram-
no profetica. Altri rappresentanti della di- be le potenze rivendicavano la corona di
nastia sabauda erano già stati vicari del- Cipro), diedero lo spunto per specifici stu-
l’Impero, sin dal XIII secolo, ma era que- di, tra i quali il volume La Venezia e Casa
sta la prima volta in cui lo divenivano per di Savo ia. Es tim azio ne, c o m p arazio ni,
«l’Italia intera»2. simpatie, colleganze d’interessi {...} dal se-
A nessuno sfugge il fatto che sciogliere i colo XIV sino ad oggi (Venezia, 1866), in
binomi storico-geografici Casa Savoia/Pie- cui si documenta che nei secoli furono i
mo nte, Casa Savo ia/ Valle d’Ao sta, Casa sentimenti d’amicizia, assai più di quelli
Savo ia/ Nizza oppure, ancora più ovvio, d’antagonismo, a caratterizzare i rapporti
Casa Savoia/Savoia sia, praticamente, im- tra Venezia e Savoia.
possibile, esattamente come sarebbe im- E situazioni non dissimili e trasversali di
proponibile immaginare di sciogliere il bi- alleanze matrimoniali e di articolati rap-
nomio Casa Savoia/Italia unita. Ciò che, a
prima vista, appare meno lampante sono,
invece, le presenze forti e remote che i Sa- 1
G. TABACCO, Lo Stato sabaudo nel sacro romano impero,
voia ebbero, anche ben anteriormente al- Torino 1939, p. 42.
2
l’unificazione, nella storia di gran parte «In omnibus partibus totius Italiae quae nos et Sacrum Roma-
num Imperium iure vel consuetudine {…} conspiciunt». Il va-
delle regioni e degli Stati che formavano lore del vicariato, con riferimento a varie aree non aveva deter-
l’Italia. minanti valenze “pratiche”, tuttavia la sua portata simbolica era
I Savoia furono in Italia primi, o primi in- grande. Le considerazioni che formano il presente paragrafo so-
no in parte tratte dal mio breve scritto Storia di casa Savoia /
ter pares, sin dal medioevo. Un fatto, que- Story of the House of Savoy, edito in F. BRUNO DI TORNAFOR-
sto, non irrilevante, se si pensa che nella TE (a cura di), Casa Savoia. Storia di una Famiglia Italiana -
The Royal House of Savoy. Story of an Italian Family, Milano
penisola avevano sede potenze non secon- 2009, pp. 17-25.
darie nello scacchiere europeo, tra le quali 3
Pier Alessandro Paravia si domandò, nel 1849, se Venezia,
i domini viscontei, la Repubblica di Geno- dandosi il 4 luglio 1848 a un Savoia «ricordava che questo suo
nuovo sovrano era un suo antico patrizio» (Sul patriziato ve-
va (anche se quest’ultima dovette adattarsi neto dei reali di Savoia e sulle relazioni tra Venezia e Piemon-
dopo un polisecolare periodo di indipen- te a tempo di Emmanuele Filiberto. Discorso recitato alla R.
Accademia delle scienze di Torino la sera de’ 19 aprile 1849,
denza e di gloria all’alternarsi del dominio estratto dalle Memorie della R. Accademia delle Scienze di
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francese e spagnolo) e la Repubblica di Ve- Torino, s. 2, t. 11, pp. 25-37).


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porti le incontriamo un po’ dovunque lun- Traiano Boccalini. La supposizione, co-


go il Paese. A Napoli fu amatissima la ve- munque, che all’opera di questi e altri auto-
nerabile Maria Cristina di Savoia, moglie ri non fossero estranei stimoli direttamente
di Ferdinando II, la “Santa Reginella”, co- provenienti dalla corte di Torino è del tutto
me la chiamavano i napoletani (e al suo verosimile e, talvolta, documentabile.
nome si ricollega il ricordo di molte atti- La stessa guerra del 1614-15, per strappare il
vità condotte a favore di istituti di benefi- Monferrato ai Gonzaga, pedine della poli-
cenza, degli indigenti, dei carcerati, degli tica spagnola, pur non avendo portato a
orfani)4; di indubbio rilievo e portata sono ingrandimenti territoriali, servì anche a
i legami intercorsi, sin da tempi remoti tra rappresentare il duca come il campione di
i Savoia e primarie casate dell’Italia meri- una desiderata emancipazione della peni-
dionale. Donne di Casa Savoia sedettero a sola italiana dai domini stranieri. Carlo
fianco di molti dei principali sovrani d’Ita- Emanuele, del resto, già da tempo guarda-
lia, come gli Este, i Gonzaga e i Farnese, va all’Italia. Gli scambi, per esempio, di
duchi di Parma e Piacenza; il loro ruolo in territori fatti con il Regno di Francia in se-
chiave storico-politica fu complessivamen- guito al trattato di Lione del 1601 (cessione
te rilevante. Anche tra Sicilia e Savoia nac- di estesi e floridi domini periferici al di là
quero precocemente e non s’interruppero delle Alpi in cambio del – territorialmente
mai del tutto intensi rapporti, che, natu- assai più modesto – Saluzzese) sembrava-
ralmente, s’intensificarono nei primi cin- no, a un’osservazione superficiale, svantag-
que anni di regno, tra il 1713 e il 1718 (pri- giosi per i Savoia. Lo stesso duca, però, ne
ma della “permuta” con l’amatissima e fe- spiega, nei suoi Ricordi, le ragioni, dimo-
dele Sardegna). Durante quella breve so- strando spirito pratico, previdenza e uno
vranità in particolare nacquero legami e
scambi culturali forti5: tre monumentali
volumi compilati dall’abate Stellardi6 illu- 4
E ci permettiamo di ricordare qui, anche se la presente car-
strano l’impegno profuso dalla dinastia e la rellata guarda in particolare agli anni anteriori al Regno d’Ita-
disponibilità dei siciliani a collaborare ai lia, la Regina Margherita, una sovrana nota per le sue vaste
suoi lungimiranti progetti di sviluppo. quanto silenziose elargizioni a favore di numerosi enti benefi-
ci ed assistenziali, le cui attività caritatevoli non potrebbero
Insomma, non vi è nulla di strano nel fatto essere adeguatamente ricordate, dato che al riguardo era mol-
che da antica data – è lecito dire almeno to riservata (si ricorda la sua frase «Gli antichi hanno insegna-
to di far la carità ai miseri: però è prezzo dell’opera che la sini-
sin dall’inizio del XVII secolo – i Savoia stra mano non sappia quel che la destra diede»). Luigi Set-
fossero visti, in molte zone del Paese non tembrini, riferendosi ad una visita della Regina nei quartieri
più poveri e degradati di Napoli, alla quale erano seguiti segni
soggette al loro dominio, come gli unici tangibili della sua generosità, aveva detto di lei, approssimati-
monarchi in Italia in grado di contrastare vamente, che «aveva posato il piede regale dove tante altre si-
l’invadente e talora arrogante politica di gnore avrebbero temuto di insudiciarsi le seriche scarpine».
5
Si pensi agli importanti ruoli immediatamente attribuiti ad
preponderanza sviluppata dalla Spagna e alcuni nuovi sudditi, come Filippo Juvarra o Francesco d’A-
da altre potenze. A formare l’immagine di guirre (che fu incaricato di riformare le istituzione universita-
rie sabaude).
Carlo Emanuele I come l’unico paladino 6
V. E. STELLARDI, Il regno di Vittorio Amedeo II di Savoia
dell’indipendenza italiana contribuirono nell’iso la di Sicilia, dall’anno MDCCXIII al MDCCXIX.
alcuni tra i maggiori letterati dell’epoca, Documenti raccolti e stampati per ordine della Maestà del Re
d’Italia Vittorio Emanuele (vol. III, Torino 1862-1866). Sulla
dal faentino Ludovico Zuccolo (che definì breve parentesi sabauda in Sicilia vedi anche I. LA LUMIA, La
Carlo Emanuele «lo scudo e la spada d’Ita- Sicilia sotto Vittorio Amedeo di Savoia. Narrazione istorica,
Firenze 1874, e S. CANDELA, I Piemontesi in Sicilia, 1713-1718,
lia») al modenese Alessandro Tassoni, dal in “Storia economica di Sicilia. Testi e ricerche”, n. 9, Calta-
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ferrarese Fulvio Testi al marchigiano nissetta – Roma 1996.


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sguardo che già scrutava le possibilità di fa- energie di espansione verso l’Italia. Ne
re propri i potentati, le valli, le pianure, i emerse una certa interdipendenza tra l’Ita-
monti italiani: «è molto meglio aver uno lia e la dinastia. Anche se non si può pre-
Stato unito tutto, come è questo di qua da’ sumibilmente dire che senza l’una l’altra
monti, che due, tutti due mal sicuri, tanto non sarebbe mai esistita, la proclamazione
più che, ritenendo il marchesato di Saluz- del Regno può apparire persino come la
zo, si difficoltà assai ai Francesi la calata in naturale conclusione di un viaggio multi-
Italia»7. Ma anche nella sua veste di poeta secolare il cui esito ci consente di suppor-
Carlo Emanuele I esplicitò la volontà di re, nel bene o nel male, che la realtà che
essere un principe innanzi tutto italiano e oggi conosciamo, la nostra libertà, il com-
di accarezzare già, forse, progetti di unifi- plessivo benessere, la nostra coesione di
cazione sotto il proprio scettro della peni- popolo, avrebbero contorni diversi e radici
sola, ad esempio quando scrisse: «Havemo difficilmente più forti anche se, certo, l’u-
il sangue gentil et no vilan / Credemo in scita di scena della dinastia sabauda, sim-
Dio et si semo cristiani / Ma sopra il tutto bolo vivente dell’unità, ha agevolato le
boni italiani». spinte disgregatrici.
Di un ruolo fatale dei Savoia in rapporto
La dinastia sabauda è universalmente rico- all’unificazione italiana parlò Antonio Ca-
nosciuta come una delle più antiche e rile- sati, esponente di una famiglia estrema-
vanti d’Europa (e tra le pochissime che ab- mente rappresentativa dell’identità milane-
biano regnato nel corso di quasi mille an- se e lombarda, il cui pensiero si presta be-
ni); una sua cifra peculiare è proprio la di- ne (anche se tanti altri testimoni di analo-
mensione europea. Sin dal primo apparire go sentire potranno essere ricordati) a in-
documentato della casata all’orizzonte del- trodurre il tema dei rapporti tra Savoia e
la storia, nel X secolo, lasciando da parte il Milano in particolare. Casati, nel volume
dibattito sulle sue origini più lontane, fu dedicato al proprio padre Gabrio, pubbli-
naturale per i suoi rappresentanti, uomini e cato nel 1853, Milano e i Principi di Sa-
donne, unirsi in matrimonio essenzialmen- voia, scriveva, tra l’altro, ancora in pieno
te con i rappresentanti delle altre famiglie regime austriaco: «potess’io scolpire nell’a-
principali di sangue regio. Attraverso le al- nimo agli italiani tutti la fede che ci anima
leanze matrimoniali con figlie e figli di Re e e la fiducia nostra in questa stirpe di prin-
di Imperatori d’Occidente e d’Oriente sor- cipi a cui Dio destina la corona d’Italia!
se una dinastia che poté anche, in più di Forse alcuno ripensando con me agli sforzi
un’occasione, rivendicare legittimamente la loro di quattro secoli, agli sforzi che, con-
titolarità di primari Regni o Principati.
La dimensione “internazionale” dei
Savoia8 non costituisce un fatto inatteso o 7
Cfr. G. MOLA DI NOMAGLIO, Di Sparta gli spiriti bellicosi,
nuovo. Siccome nessuna potenza riuscì a di Atene la civiltà {…}, Savigliano 1996, pp. 17-22.
8
La casa fu sovrana in vari tempi, non bisogna dimenticarlo,
soggiogare la dinastia, la cui eccezionale vi- anche di vaste regioni oltralpine: a fianco del Nizzardo e della
talità non venne meno di secolo in secolo, Savoia, ad esempio, della Bresse, del Bugey (a lungo vere spi-
era evidente che i continui attacchi ai suoi ne nel fianco della Monarchia francese), del Ginevrino, del
Vaud, del Vallese. Anche se per dimensione territoriale lo
Stati al di là delle Alpi, dove francesi, ber- Stato sabaudo poté comunque essere considerato in determi-
nesi e ginevrini facevano a gara per sottrar- nati periodi come una “potenza di seconda importanza”, i Sa-
voia ebbero nel corso della storia, ininterrottamente, ruoli e
le territori e giurisdizioni, la inducessero a forze che consentirono loro di andare sempre del pari con i
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concentrare i propri sforzi e le proprie maggiori Re e Principi sovrani.


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sci talvolta, talvolta inconsapevoli, opera- revoli elementi di continuità storico-politi-


rono ad attuare la futura unione d’Italia, ca della storia milanese. La tesi potrebbe
crederà meco che la missione di Casa Sa- apparire eretica, eppure non mancano ele-
voia è provvidenziale». menti per sostenerla. In primo luogo attra-
verso la presenza di sovrane appartenenti
I Savoia e Milano alla dinastia sabauda a fianco dei Visconti
La storia politica di Milano è caratterizza- (Caterina, figlia di Ludovico I di Savoia,
ta, tra medioevo e prima età moderna, dal- moglie di Azzone nel 1330; Bianca, figlia di
l’alternarsi, in successione piuttosto rapida, Aimone, sposa di Galeazzo II nel 1335; Ma-
di numerose forme di governo e di diffe- ria, figlia di Amedeo VIII, sposa tormenta-
renti poteri. I Conti, Arcivescovi-conti, i ta di Filippo nel 1427) e degli Sforza (Bona,
capitani e i valvassori, il “popolo”, il Co- figlia di Ludovico di Savoia, moglie di Ga-
mune autonomo, i governi consolari e po- leazzo Maria nel 1468, fu reggente, scom-
destarili, le Signorie si sono sostituiti o al- parso il marito, per quattro anni; morì nel
ternati all’insegna di una marcata disconti- 1503 lasciando una forte impronta persona-
nuità. Anche il dominio delle casate autoc- le). Agli stessi anni di dominio francese i
tone, che pur hanno lasciato, detenendo Savoia non sono estranei, ad esempio con-
poteri sovrani, un’impronta profonda nella siderando che Margherita di Valois, figlia
storia della città (e dello Stato milanese), di Francesco I era moglie di Emanuele Fili-
risulta perlopiù relativamente breve e in- berto, non senza che balenassero ipotesi re-
termittente. I Torriani, in varie forme, du- lative a sviluppi favorevoli a quest’ultimo in
rano al potere pochi decenni. I Visconti ne ordine ai domini oltralpini dei Re Francesi.
sono detentori nell’arco di tre secoli, tra E quando fu Filippo II d’Austria, Re di
XIII e XV, ma in tutto sovraneggiano – Spagna, figlio di Carlo V, a essere Duca di
variamente e tra non rare turbolenze – per Milano (per oltre un cinquantennio) con-
poco più di centocinquanta anni. La glo- servando il dominio alla propria discenden-
riosa Repubblica Ambrosiana ha vita bre- za, i Savoia non erano certo estranei al Du-
ve. Gli Sforza, sono presenti nel corso del cato, essendo Caterina di Spagna, figlia di
XV e XVI secolo ma non raggiungono, nel Filippo II, la sposa di Carlo Emanuele I.
complesso, i cento anni di dominio, tra Più avanti nel tempo le presenze sabaude
l’altro con le inframmettenze dei Re di restano articolate e costanti; il ricercarle,
Francia (Luigi XII e Francesco I). La stabi- metterle a fuoco, enumerarle e documen-
lità, relativa, si preannuncia solo con una tarle per l’intervento al convegno del mag-
dominazione, diciamo, “estranea” a Mila- gio 2011 ha comportato letteralemente
no e ai Milanesi (troppi distinguo e caute- l’“esplosione” di quelli che dovevano essere
le, con riferimento all’epoca di cui si parla, solo pochi appunti, trasformandoli, sulla
sarebbero necessari per definirla “stranie- base di ricerche piuttosto allargate, seppure
ra”), instaurata da Carlo V Imperatore e in parte rilevante soprattutto bibliografi-
poi evolutasi, in relazione agli sviluppi po- che, in un libro, del quale la presente stesu-
litici e militari d’Europa, lungo la traietto- ra non è altro che una mera anticipazione –
ria di governo spagnola prima e austriaca neppure un abstract – forzatamente, in
poi. Le relazioni tra i Savoia e Milano, se particolare in talune sue parti, generica, da-
rilette alla luce di tante intermittenze, qua- to che sarebbe impossibile in poche pagine
si fanno apparire le presenze sabaude in as- rendere conto del risultato di letture e ri-
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soluto come uno dei più significativi e du- cerche estese, delle quali si relazionerà, in-
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vece, in modo adeguato in un volume che fatto che Carlo Emanuele III sia stato, sia
prossimamente sarà dato alle stampe. pure per breve tempo, signore di Milano
Non sarebbe azzardato dire che se i pro- (con riscontri positivi di lungo termine,
speri e orgogliosi milanesi e lombardi, ave- dopo iniziali momenti di freddezza, in se-
vano notevole dimestichezza con i principi no alla società milanese e lasciando, come
sabaudi sin dai primi passi del Regno d’I- riferiscono alcuni storici milanesi un’im-
talia, lo si doveva al fatto che, come si è ri- pronta durevole) dal 1733 al 1736?
cordato, “da sempre” gli uni non erano af- Come si può anche solo immaginare che
fatto estranei agli altri. Non certo per caso nella prima metà del Settecento il passag-
i Savoia poterono, nel corso dei secoli, ri- gio di vaste aree del dominio milanese
vendicare - legittimamente e più volte - il “geograficamente” piemontesi (Novara e il
dominio dello Stato milanese (e andarono Novarese, Alessandria e l’Alessandrino,
a un passo dall’ottenerlo anche nel Sette- Tortona e il Tortonese) o anche solo affe-
cento). Le loro rivendicazioni si basavano renti alla regione subalpina, non abbia co-
anche sulle alleanze matrimoniali citate, stituito una svolta epocale, guardando spe-
ma non solo. In un volume ampiamente e cificatamente all’intensificarsi dei rapporti,
in più lingue divulgato in Europa nel 1741 anche se vi è chi afferma l’esatto contrario?
i Savoia documentarono i loro diritti so- Regioni che già avevano stretti legami col
vrani sul Milanese in modo inequivocabi- Piemonte sabaudo si trovarono sotto il do-
le, precisando che anche se le pregresse cir- minio dei Savoia, ma innumerevoli loro
costanze non avevano favorito le proprie abitanti e famiglie (che già non orbitassero
rivendicazioni, un atteggiamento troppo in diversi modi sulle aree di pertinenza sa-
accomodante e l’assenza di azioni forti e voiarda – e gli esempi non scarseggiano –),
perentorie a sostegno delle loro legittime trovando la strada per Torino non persero
pretensioni non potevano che essere lesivi certo quella per Milano, dove solidi legami
degli interessi dinastici. di ogni tipo, a partire da quelli mercantili,
I giuristi sabaudi ricordano che nel 1700 i non si potevano certo spezzare in un atti-
Savoia erano stati chiamati, in forza di titoli mo. Come si può, ultimo esempio, ritene-
incontestabili, alla successione del Ducato re poco eloquenti, a metà Ottocento, gli
di Milano, ma non avevano potuto fare va- appelli del Governo Provvisorio milanese a
lere il proprio buon diritto «contre un Con- Carlo Alberto, affinché marciasse su Mila-
current aussi puissant, que l’étoit le Chef de no, in occasione delle gloriose Cinque
l’Empire»9. Anche se il cardine delle richie- giornate, nel marzo 1848? Tra l’altro, non
ste sabaude è soprattutto rappresentato dal- si deve dimenticare che questi appelli, for-
la discendenza in linea femminile da Carlo temente critici per modalità di comunica-
V, attraverso «la Duchesse Catherine fille zione e per i tempi d’intervento che s’im-
en premier degré de Philippe II»10 si potreb- ponevano, furono all’origine del fallimento
bero isolare ben altri elementi di valutazio- di un’impresa arrischiata e comprometten-
ne a favore della potente dinastia alpina.
Si potrebbe considerare trascurabile il fatto
che il primo scorcio del Settecento abbia 9
Deduction des droits de la Royale Maison de Savoye sur le
visto il Principe Eugenio e Vittorio Ame- Duché de Milan, Turin 1741, p. 3.
deo II11 arbitri in Lombardia – e a un pas- 10
11
Ibidem, p. 4.
Al quale in modo speciale fu conferita amplissima autorità
so dal portarla sotto lo scettro savoiardo –? per far rispettare la convenzione del 13 marzo 1707 riguardante
55

Si potrebbe ritenere poco significante il l’evacuazione della Lombardia da parte dei Francesi.
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te in cui generosamente (ma purtroppo la- storica e giuridica, campato in aria o privo
sciandosi trascinare dagli eventi) il Re si di concreto fondamento (anche se gli avve-
gettò, pur tra molte e legittime perples- nimenti non favorirono subito i Savoia).
sità12. Altro che Re Tentenna, altro che In ogni caso, per avvalorare più gli elemen-
“italo Amleto”: per Milano, per solidarietà ti di coesione che quelli di contrasto, an-
nazionale (e, sarebbe sciocco negarlo, an- che una nutrita, imparziale e convincente
che per non mettere a repentaglio le possi- sequenza di vincoli e trait-d’union, antichi
bilità di espansione dinastica) il sovrano fu o no, rischierebbe di risultare, se enucleata
indotto ad agire in tempi diversi da quelli, dal generale contesto storico-politico, fine
più opportuni e maturi, sino a quel mo- a se stessa e sterile. Senza una premessa
mento previsti. Si può dire che Carlo Al- “destruens” di talune odierne sovrastruttu-
berto per Milano – e guardando al raffor- re, in cerca di quelle fondamenta, vale dire
zamento della proprie prospettive di sovra- di quei contesti storici e sociali originali
nità in Lombardia – sacrificò il trono. che hanno dato buoni motivi e stimoli ai
Abbiamo visto che porre in luce l’esistenza nostri predecessori di inseguire, con mag-
di antichissime relazioni, intensi legami sto- giore coralità di quanto oggi si ammetta, si
rici e di una complessiva e diuturna dimesti- voglia e si apprezzi, il sogno unitario, la
chezza tra i Savoia e Milano, costituisce, di pars costruens dei legami lombardo-sabau-
per sé, un compito facile. Se in questi legami di sarebbe, se non inutile, insignificante.
si volesse ricercare e riconoscere, però, quasi
una predestinazione della Lombardia e del Risorgimento da buttare?15
Piemonte a trovarsi fianco a fianco a precor- In Italia, proprio mentre il paese celebra il
rere in Italia, associati da cemento dinastico, centocinquantenario della proclamazione
i fermenti unitari, l’esercizio sarebbe oggi
più arduo e più complesso che in passato.
Pochi oggi si sentirebbero, probabilmente, 12
Gioacchino Volpe scrive al riguardo, tra altre considerazioni,
di ripetere le espressioni pronunciate nel che quando Carlo Alberto, di fronte all’imperativo di interveni-
Parlamento italiano da Pier Carlo Boggio13 re immediatamente a Milano, si mosse con l’armata: «Vedeva
che non tutto era pronto; molte cose per l’esercito bisognò farle
(accolte dalla generale approvazione) il 16 in fretta e furia e perciò non bene. Ma il Re si mosse lo stesso fi-
aprile 1861:«Nel s ec o lo dec im o quinto , dando nell’aiuto di Dio. Era lieto che gli Italiani facessero da sé,
morto Filippo Maria Visconti, il voto con- senza sperare, senza aspettare aiuti stranieri» (Principi di risorgi-
mento nel Settecento italiano, “Quaderni della Rivista Storica
corde delle popolazioni lombarde procla- Italiana”, Torino 1938, p. 88). Tra gli storici milanesi si veda, su
ma l’unione ai popoli d’oltre Ticino sotto questo periodo, lo studio di L. MARCHETTI, I moti di Milano e
il problema della fusione col Piemonte, in E. ROTA (a cura di),
lo scettro dei Principi Sabaudi, ed inizia Il 1848 nella storia italiana ed europea. Scritti vari, Milano s. a.
quella fusione d’aspirazioni, d’interessi e di {prob. 1948}, pp. 653-723. Il pensiero e le testimonianze dell’au-
vita, che, ritentata nel 1848, dovea trovare torevole studioso, espressi in parecchi studi, sono stati preziosi,
insieme alle visioni di tanti altri autori lombardi per la stesura
il suo finale appagamento nell’unità d’Ita- del già ricordato volume in preparazione.
13
lia che stiamo proclamando e compiendo. Sensibile alle istanze lombarde anche attraverso anche attraverso
le sollecitazioni ricevute dalla principessa di Belgioioso, collabo-
Questa mutua tendenza dei popoli italiani rando alla “Gazzetta italiana” da lei fondata, con altri, a Parigi.
{e} della Dinastia Sabauda ad associare i 14
Atti del Parlamento Italiano, Sessione del 1861, 1° periodo dal
propri destini è sentita, è riconosciuta dai 18 febbraio al 23 luglio, seconda edizione riveduta da Giuseppe
Galletti e Paolo Trompeo, Discussioni alla Camera dei Deputa-
popoli e dai Governi forestieri»14. Sicura- ti, Torino 1861, p. 545.
15
mente nell’intervento non mancavano enfa- Gli appunti che seguono traggono spunto, nell’attuale con-
figurazione, da G. MOLA DI NOMAGLIO, Nazionalità, identità
si, retorica e qualche esagerazione, tuttavia e ragion di Stato. La cessione di Nizza e Savoia alla Francia,
56

esso non era, come si è visto, in prospettiva Torino 2011.


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del Regno (vale a dire dell’unità), fiorisco- larmente fosse diffusa in Lombardia la
no fermenti antiunitari, sino a rimpiangere proprietà privata, Jacini scrive: «Sulla pro-
la dominazione austriaca o di matrice au- prietà in Lombardia pesano gravissime im-
striaca. Un’analisi di questo complesso te- poste. Prima del 1802 non si pagava più di
ma condurrebbe lontano, tuttavia il risorto 11 centesimi per ogni scudo d’estimo, com-
amore per quelli che (magari anche con presa ogni specie di imposte fondiarie, il
qualche esagerazione) venivano general- che assorbiva dal 20 al 22 per % della ren-
mente considerati – e fondamentalmente dita. Ma i carichi pubblici aumentarono in
erano in realtà – degli “oppressori”, non è seguito»19.
facilmente spiegabile. Per inquadrare rapi- Procedendo lungo un articolato conteggio
damente un complessivo atteggiamento ed elencando altri oneri, l’autore perviene
prevaricatorio austriaco con riferimento al- a calcolare un costo fiscale complessivo
l’Italia si possono utilizzare, tralasciando esorbitante per tutte le classi sociali, di ric-
innumerevoli scritti eminentemente pro- chezza e di reddito e, soprattutto, dimostra
pagandistici, vari studi ben documentati16. che il gettito imposto alla Lombardia dal-
Per Milano e la Lombardia basti ricordare l’Austria era notevolmente superiore a
quanto sentenziarono nel 1859 i compo- quello che dovevano sobbarcarsi altre pro-
nenti della Commissione Giulini, creata vince dell’Impero; in sostanza parlare lette-
per affrontare gli aspetti amministrativi ralmente di oppressione straniera e “colo-
dell’annessione al Piemonte. La Commis- nialista”20 non sembra per nulla fuori luo-
sione – seppure segretamente cooperante go. Un’oppressione che fece rilevare a Pier
con Cavour che l’aveva sostenuta – era Carlo Boggio che, di fronte al sovrapporsi
profondamente “milanese” e “lombarda”; di balzelli a balzelli, tasse a tasse, «intere
essa operò in piena autonomia e diede tan- provincie protestavano al Governo, essere
gibili frutti, anche se alcuni progetti che ne preferibile per i loro abitanti lo assoluto
scaturirono furono presto superati; ne fa- abbandono delle proprietà al pagamento
cevano parte, è ben noto ma vale la pena delle imposte che, assorbendone tutto il
di ripeterlo, sotto la presidenza di Cesare
Giulini Della Porta, personalità come Lui-
16
gi Torelli e Emilio Broglio, profondamen- Vedi, ad esempio il ponderoso lavoro di N. BIANCHI, Storia
della politica austriaca rispetto ai sovrani ed ai governi italiani
te rappresentative dell’anima di Milano e dall’anno 1791 al maggio del 1857, Savona 1857 (in conclusione
della Lombardia17. In merito al dominio del quale si deve segnalare l’Appendice di Documenti diploma-
“straniero” nelle terre lombarde la com- tici relativi alle controversie austro-sarde dopo la conclusione
del Trattato di Pace del sei agosto 1849, pp. 537-603).
missione concluse, significativamente, 17
Anche se vi è chi segnala la presenza in essa di “esuli” con –
che:«La dominazione austriaca potrà avere presuntamente – allentati contatti con le terre d’origine.
18
N. RAPONI (a cura di), Atti della Commissione Giulini per
altro ve c arattere e influenza di c iviltà, l’ordinamento temporaneo della Lombardia (1859), Milano
quando agisca sulla docile natura di popoli 1962, p. 214.
19
agresti e primitivi. Qui essa ha per corolla- S. JACINI, La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in
Lombardia: studj economici, Milano 1854, p. 82 (cfr. anche la II
rio la degradazione economica, morale, in- ed., corretta e accresciuta dall’autore, Milano - Verona 1856, e
tellettuale ed amministrativa del paese»18. varie successive ristampe - 1857, 1864 - con varianti talora di
qualche interesse. Da segnalare, inoltre, un’edizione del 1996,
Sotto il profilo economico, varie analisi e curata da Franco Della Peruta). Del Jacini si veda inoltre, alme-
indagini, tra le quali meritano una specifi- no, il saggio Sulle condizioni economiche della provincia di
ca menzione quelle di Stefano Jacini, han- Sondrio nell’anno 1858. Memoria, Milano 1858.
20
Nel senso più negativo del termine, dato che si conobbero
no dimostrato quanto fosse opprimente la forme di dominio coloniale non solo finalizzate allo sfruttamen-
57

fiscalità austriaca. Premesso quanto capil- to e non prive di pregi per le popolazioni interessate.
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reddito , null’altro lasciavano al padro ne nel 1814. Tuttavia, continua l’autore, avva-
che l’onere delle spese di conservazione»21. lendosi di dirette testimonianze scritte de-
Boggio ritiene che «questi carichi incom- gli stessi massimi rappresentanti dell’Au-
portabili, cadendo non solamente sopra i stria in Lombardia e in Veneto, «co n il
cittadini più agiati e colti, ma sullo univer- 1820-21 tale favorevole opinione era già ra-
sale, hanno contribuito non poco a forma- dicalmente mutata. Poco dopo lo scoppio
re l’opinione italiana nelle campagne e nei della rivoluzione napoletana del ‘20 il conte
monti del Lombardo-Veneto»22 e afferma Giulio di Stras s o ldo , g o vernato re della
che «dai barabba di Milano ai contadini Lo mbardia, il co nte Ferdinando Bubna,
della Brianza, dai carbonai del Bergamasco co mandante delle truppe asburgiche del
agli alpigiani del Friuli ed ai gondolieri di Lombardo-Veneto, ed il barone Giovanni
Venezia l’odio alla dominazione tedesca è Sardagna, osservatore speciale di Metterni-
universale»23. ch per l’Italia settentrionale, erano d’accor-
Di fronte a simili dichiarazioni anche Ce- do nell’affermare che la pubblica opinione
sare Correnti, certo non tenero con gli au- era diventata a tal punto antiaustriaca da
striaci, quasi appare come un moderato far sì che, fatta eccezione per la Valtellina,
(ad esempio quando, in una sua nota in- tutte le categorie sociali fossero, per un ver-
vettiva contro l’Austria, parla di «astiosa so o per un altro, ostili alla politica del go-
parsimonia austriaca»24 o di «schiavitù di verno e che solo l’esercito avrebbe potuto
un popolo sotto un altro popolo»25) e mo- reggere le province austriache in Italia»27.
derati, con lui, tanti altri milanesi, lombar-
di, veneti che si scagliarono contro la do-
minazione straniera, sostanzialmente sotto- 21
P. C. BOGGIO, Fra un mese!... Ipotesi di Pier-Carlo Boggio,
scrivendo idealmente il ben noto verdetto deputato, Torino 1859, p. 29.
correntiano: «Chi scrisse queste pagine ha 22
Ibidem.
23
esitato lungamente, come esitò il nostro Ibidem, pp. 28-29. Boggio vede l’oppressore negli austriaci ma
non, con una certa ingenuità {?}, in Napoleone III, che considera
popolo, a pronunciare questa sentenza: che un alleato affidabile e che ritiene mosso soprattutto dal desiderio
il governo austriaco in ogni circostanza ci è di mettere la Francia in condizione di esercitare la propria in-
fluenza morale (cfr. pp. 53-56). Una recente messa a fuoco dell’av-
nemico per natura, nemico per elezione, versione all’Austria, a livello soprattutto “politico”, si deve a D.
nemico per necessità; sentenza tanto più ORTA, Le piazze d’Italia 1846-1849, Comitato di Torino dell’Isti-
irrevocabile quanto più tarda, quanto più tuto per la Storia del Risorgimento Italiano; {Roma}, Torino
2008, in partic. cap. 4, Dalla piazza antiaustriaca alla rivoluzione:
involontaria a formarsi in noi e nel popolo Milano e Venezia (settembre 1847-marzo 1848), pp. 135-184.
24
fu questa dolorosa convinzione che la pace C. CORRENTI, L’Austria e la Lombardia, Italia {luogo di
stampa falso, probabilmente stampato in Svizzera}, {s.n.},
presente ci costa quanto una guerra disa- 1847, pp. 17, 86. L’autore formula interessanti approfondi-
strosa, e ci conduce poi davvero verso una menti economici, che documentano la rapacità austriaca. Egli
guerra terribile e sanguinosa»26. già auspica, sostanzialmente, l’unione della Lombardia col
Piemonte, del quale mette a fuoco le potenzialità, la ricchez-
A conclusioni non dissimili giungono, so- za, le prospettive future e la reale capacità di affrontare l’Au-
stanzialmente, rendendo ancora più diffici- stria, rivelata anche attraverso il commento dei dati raccolti
nella Statistica comparata della monarchia austriaca e degli
le comprendere le nostalgie filo-austriache, Stati sardi che è inserita nel volume; questa, mettendo a con-
storici ed economisti contemporanei e do- fronto la «piccola monarchia sarda colla grandissima austria-
cumentati; tra essi Ranier Rath, studioso ca», mostra «quanto s’inganni la statistica grossolana e mate-
riale che confonde la forza colla corpulenza».
che evidenzia che al loro ingresso in terri- 25
Ibidem, p. VII.
26
torio veneto, nel 1813, le truppe asburgiche 27
Ibidem, pp. VII-VIII.
R. F. RATH, L’amministrazione austriaca nel Lombardo
furono salutate quali liberatrici ed emanci- Veneto (1814-1821), “Archivio Economico dell’Unificazione
58

patrici. Altrettanto accadde in Lombardia Italiana”, vol. IX, Fasc. I, Roma 1959, pp. 1-2.
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Con riferimento all’atteggiamento austria- no già preso in considerazione un indirizzo


co in Lombardia e Veneto, meritano di es- federativo. Nel 1791 Gian Francesco Ga-
sere prese in esame alcune valutazioni di leani Napione aveva elaborato un progetto
Vincenzo Cesati, uno studioso e funziona- di confederazione italiana (assai diverso da
rio che conosceva bene e dall’interno la altri che sarebbero stati concepiti più avan-
macchina amministrativa, già allievo, a ti nel tempo, a partire da quelli di Carlo
Vienna, presso il Collegio Teresiano. Do- Cattaneo) che, con fondati motivi storico-
po avere passato in rassegna gli uffici del- politici, vedeva quali capi della nuova isti-
l’apparato burocratico imperiale, nei quali tuzione i Savoia.
si concentravano «in ultima istanza gli af- Dopo la Restaurazione, presero il soprav-
fari risguardanti i comuni interessi di tutte vento i “liberali”, gli “agitatori”, le sette,
le pro vinc ie dell’Impero », il poliedrico che indussero a seguire un itinerario ben
scienziato avverte – nel paragrafo Esclusio- diverso. Demonizzare, oggi, Cavour, Gari-
ne degli Italiani dai Superiori e Supremi baldi, i Savoia, il Piemonte, Mazzini, que-
Centri d’ogni ramo di Governo, riferendo- gli Italiani di ogni regione che vollero l’u-
si a questa «interminabile congerie di dica- nità dell’Italia e che per essa lottarono è
steri centrali {…} costituita da 1023 funzio- persino troppo facile (e in qualche caso
nari {…} con corrispondente importanza quasi fatale). Pretendere che essi abbiano
gerarchica ed egregi emo lumenti» – che fatto tutto da soli è però azzardato e infon-
«da tutti quei benefici e da quelle onorifi- dato: esistono forti ed estese responsabilità
cenze sono e rimasero mai sempre esclusi (“meriti” o “colpe” che siano, a seconda
gli Italiani»28. dei punti di vista) collettive e condivise
Non è questa la sede per parlare degli au- che tanti italiani, guardandosi indietro,
striaci in Toscana, ma basterebbe un’oc- non possono non attribuire anche ai pro-
chiata a una documentata, ponderosa e
scrupolosa, opera di Antonio Zobi, per
avere qualche dubbio circa il fondamento
28
di eventuali rimpianti austrofili anche in V. CESATI, Commenti e riflessioni sulle condizioni della
Lombardia e Venezia e su alcuni scritti che delle medesime
questa regione storica29; per quanto riguar- trattarono, per Vincenzo Cesati, già I. R. Aggiunto dirigente
da i “rimpianti” di altre terre italiane, ci li- la Delegazione provinciale di Como, poscia Presidente al-
l’Amministrazione e Congregazione della medesima provin-
mitiamo a rinviare alle considerazioni cia, Vercelli 1854, p. 26.
esposte in un recente volume dedicato alla 29
A. ZOBI, Memorie economico-politiche o sia de’ danni ar-
cessione di Nizza e Savoia alla Francia da recati dall’Austria alla Toscana dal 1737 al 1859 dimostrati con
documenti officiali, raccolti e pubblicati dal cav. Antonio Zo-
parte del Regno di Sardegna, dal quale so- bi, Firenze 1860, seguita dal Sommario di documenti officiali
no pure riprese, come accennato, alcune a dimostrazione delle Memorie economico-politiche, o sia dei
danni arrecati dall’Austria alla Toscana dal 1737 al 1859. Con
delle considerazioni sin qui fatte30. tutto ciò non si deve tacere che voci si alzavano talora anche
In ogni caso, tornando al processo unita- in difesa della dominazione austriaca, sia in Toscana, sia in
Lombardia, sia, in alcuni casi, nello stesso Piemonte; secondo
rio, non si potrebbe negare che vi furono l’opinione di Giorgio Briano, esposta anche nell’opuscolo L’I-
in esso storture e ingiustizie. Anteriormen- talia vera e il falso italianismo (Apparecchio alle elezioni gene-
te alla Rivoluzione francese e alla sua rali, Giugno 1857 – Pubblicazione VIII), Torino 1857, il presi-
dio austriaco e francese era cresciuto proprio a causa dell’azio-
esportazione a mano armata, i Savoia (che ne dei “sovversivi”, perlopiù non sudditi sabaudi, che voleva-
all’espansione in Italia guardavano sin dai no la rivoluzione a ogni costo e per i quali il Piemonte altro
non era «che terra di sosta e di apparecchio» (p. 19).
tempi di Emanuele Filiberto e più concre- 30
G. MOLA DI NOMAGLIO, Nazionalità, identità e ragion di
59

tamente sin dall’inizio del Seicento) aveva- Stato, cit., pp. 27-39.
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pri predecessori o diretti antenati, ovvero, in gli Italiani nel loro complesso a vincere la
qualche modo, a se stessi31. Un solo esem- partita, ciascuno, certo, sacrificando un trat-
pio: Garibaldi sarà pure stato un gran con- to delle proprie radici. Sarebbe auspicabile
dottiero32, ma in Sicilia (e non si deve di- superare ora le polemiche e guardare realisti-
menticare che poco prima dei Mille era stata camente in avanti. Si deve ricordare che in
offerta la corona dell’Isola a un Savoia che brevissimo tempo l’Italia unita realizzò a
non aveva potuto accettarla essenzialmente 360° un’uniformazione estremamente com-
per non compromettere delicati equilibri in- plessa (l’unificazione “politica”, di per sé
ternazionali) e nell’avanzata al Sud, se non non avrebbe portato lontano il nuovo Re-
avesse potuto contare in modo preponde- gno) e fu riconosciuta come una delle gran-
rante sulle popolazioni locali e sullo stesso di potenze mondiali. Si deve ricordare che i
comportamento delle armi borboniche (così sacrifici diedero frutti, che il paese, pur con
poco efficace e convinto da suscitare seri tutte le sue contraddizioni e differenze, an-
dubbi circa la reale volontà di ostacolare l’a- che profonde, pur con caratteristiche dei di-
vanzata garibaldina) non avrebbe fatto, pro- versi popoli stridenti tra loro, ha conosciuto
babilmente, molta strada. Furono, quindi, anche momenti alti di coesione.

31
Molti esempi si potrebbero citare di un’adesione vasta e tra- volume, più volte ristampato, anche in Inghilterra, I volontari
sversale, la si capisca o no, la si apprezzi o no. Un filtro può es- ed i bersaglieri lombardi. Annotazioni storiche, Torino, 1849;
sere rappresentato dalla massiccia presenza a Torino e in Pie- di quello toscano Cesare De Laugier in Le milizie toscane nel-
monte di italiani provenienti da ogni parte d’Italia per coagu- la guerra di Lombardia del 1848. Narrazione istorica del gene-
larsi attorno all’azione sabauda (per un inquadramento vedi rale De Laugier, Capolago 1850. E si tratta a malapena di “as-
G. B. FURIOZZI, L’emigrazione politica in Piemonte nel de- saggi”, che possono, affiancati in campo bibliografico da studi
cennio preunitario, Firenze 1979 e le Rubriche della polizia idonei, mettere a fuoco l’impegno diretto e diffuso dei veneti,
piemontese 1821-1848, a cura del R. Archivio di Stato di Tori- emiliani, romagnoli, napoletani, siciliani, marchigiani e via di-
no, Roma 1938). Un altro punto d’osservazione è quello costi- cendo.
32
tuito dai 9694 volontari italiani arruolati nel 1859 nell’esercito Anche se non va trascurata la mitizzazione del personaggio,
sardo e dai 4153 volontari inquadrati nel Corpo Cacciatori del- lucidamente commentata, ad esempio, da Umberto Levra, se-
le Alpi (vedi A. M. ISASTIA, Il volontariato militare nel Risor- condo il quale «Il Garibaldi reale fu {…} meno importante del
gimento. La partecipazione alla guerra del 1859, Roma 1990, personaggio leggendario, sempre più indefinito e aleggiante
pp. 309-630). Ancora si potrebbe guardare alla fitta pubblici- nei cieli della retorica, perché era il secondo, ben più del pri-
stica storica che pone in risalto il ruolo delle diverse regioni, mo, utile ai fini della costruzione di un culto della patria» (Fa-
ad esempio in campo militare: del contributo della Lombardia re gli italiani. Memoria e celebrazione del Risorgimento, Tori-
60

si è occupato, giusto per citare un nome, Emilio Dandolo, nel no 1992, p. 358).