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Con l’ Alto Patrocinio della

Real Casa di Savoia

TORINO
Palazzo Saluzzo di Cardè
Piazza San Carlo
15 Aprile - 15 Giugno 2010

A cura di
www.mostracasasavoia.it Gustavo Mola di Nomaglio
Giuseppe Lazzaro Piano, Comentarii critico-archeologici sopra la SS. Sindone di N. S. Gesù Cristo venerata in Torino, Torino, 1833.



Casa Savoia
e l’Unità d’Italia


Ufficio Stampa:
Studio Puggina di Cristina Puggina

Progetto Grafico ed Espositivo:


Roberto Casanova

Tipografia e Composizione Grafica:


Lisa e Anna Scanferla - L’Artestampa (Limena - Padova)

Collaborazione Editoriale:

Centro Studi Piemontesi


Ca dë Studi Piemontèis

via Ottavio Revel 15, 10121 – Torino


www.studipiemontesi.it

ISBN: 978-88-8262-164-3

Finito di stampare: il 10 Aprile 2010, giorno dell’apertura dell’Ostensione della Sacra Sindone


Casa Savoia
e l’Unità d’Italia

Torino, Piazza San Carlo


Palazzo Saluzzo di Cardè
dal 15 aprile al 15 giugno 2010

Istituzioni ed Enti promotori:


Real Casa di Savoia
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Associazione Principe di Venezia
Comitato per il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia

Comitato Promotore:
Paolo Lasagna - Presidente, Ubaldo Revel Chion, Gustavo Mola di Nomaglio, Filippo Bruno di Tornaforte.

Comitato Storico e Scientifico:


Filippo Bruno di Tornaforte, Giulio de Rénoche, Waldimaro Fiorentino, Enrico Genta Tarnavasio,
Gustavo Mola di Nomaglio, Roberto Sandri Giachino.

Comitato d'Onore:
Carlo Alfonso Buffa di Perrero, Presidente - Guido Accusani di Retorto, Marco Albera, Alessandro Antonielli d’Oulx, Fabrizio Antonielli d’Oulx,
Maria Teresa Armosino, Giuseppe Balbiano d’Aramengo, Gherardo Balbo di Vinadio, Domenico Baldassarre, Simonetta Bella Gianelli, Ugo Berutti,
Edoardo Bodo di Albaretto, Ludovico Boetti Villanis-Audifredi, Giulio Bourbon, Dagoberto Brion, Gabriella Buffa di Perrero, Emanuela Cacherano
d’Osasco, Niccolò Caissotti di Chiusano, Emanuele Cardellino, Giuseppe Cassano, Alessandra di Castelbarco Visconti Simonetta,
Luca Cibrario Assereto, Arabella Cifani, Paolo Cisa Asinari di Grésy, Carlo Corporandi d’Auvare, Mario Coda, Rosa Anna Costa, Giorgio Cottrau,
Marco Dall’Oglio, Marco Datrino, Amelia della Croce di Dojola Toesca di Castellazzo, Adalberto Donna d’Oldenico, Fabio Falzoni,
Gianfranco Falzoni, Carlo Gustavo Figarolo di Gropello, Maria Chiara Gabotto di San Giovanni, Carlo Geisser di San Vito,
Filippo Gautier di Confiengo, Guido Gay di Quarti, Francesco Gianazzo di Pamparato, Piero Gondolo della Riva, Giuseppe Gorgoglione,
Elisa Gribaudi Rossi, Bruno Maria Guglielmotto-Ravet, Alessandro Guidobono Cavalchini, Guglielmo Guidobono Cavalchini,
Fabrizio Imperiali di Francavilla, Julia Langosco di Langosco, Giuseppe Lantermo di Torre di Montelupo, Alberto Licci, Giorgio Lombardi,
Damiano Lombardo, Carlo Luda di Cortemiglia, Francesco Malaguzzi, Albina Malerba, Pietro Marchisio, Camillo e Paola Mariconda,
Giancarlo Melano, Piergiuseppe Menietti, Nuccio Messina, Luigi Michelini di San Martino, Eugenia Mola di Larissé, Silvie Mola di Nomaglio,
Franco Monetti, Gherardo Morelli di Popolo, Niccolò Palici di Suni della Planargia, Italo Pennaroli, Giovanni Luca Pansoya di Borio, Benedetta
Peiretti Paradisi, Alessandro Perrone di San Martino, Beppe Pichetto, Enrico Prunas-Tola Arnaud di San Salvatore, Alberto e Paola Quaglino,
Giuseppe Reviglio della Veneria, Paolo Ripa di Meana, Alessandro Roccavilla, Alessandro Rosboch, Guido Rossi, Luigi Rossi di Montelera,
Andrea Rosso, Alessandro Sclopis di Salerano, Angelo Scordo, Giorgio Siniscalco, Teodoro Valfrè di Bonzo, Francesco zu Stolberg-Stolberg,
Paolo Thaon di Revel Vandini, Alberto Turinetti di Priero, Claudio Ventrice, Roberto Vittucci Righini di Sant’Albino, Guglielmo Zavattaro Ardizzi.

Ideazione e cura della mostra:


Filippo Bruno di Tornaforte

Prestatori:
Prince of Venice Foundation, Ordini Dinastici della Real Casa Savoia, Marco Datrino Antiquario, Piero Gondolo della Riva,
Movimento Monarchico Italiano, Diego Maria Bruno di Tornaforte, Julia Giavi Langosco di Langosco,
Flavia Sandri Giachino Commodo, Paolo Thaon di Revel Vandini, Silvie Mola di Nomaglio.

Direzione: Ubaldo Revel Chion

Squadra Tecnica: Giuseppe Duskovic

Il più vivo ringraziamento al Presidente del Comitato Promotore Cav. Uff. Paolo Lasagna.

Si ringraziano S.A.R. il Principe Vittorio Emanuele e S.A.R. la Principessa Marina di Savoia per la loro preziosa collaborazione.



Torino e Casa Savoia, un binomio inscindibile, due parti dello stesso albero che affonda le radici nel substrato culturale
e sociale del Piemonte e che ha portato, dopo secoli di prosperità e di sviluppo, alla nascita del Regno d’Italia con il
compimento dell’Unità Nazionale che iniziamo a celebrare quest’anno per concludere nel 2011. Questa è la premessa con
la quale il Comitato Promotore ha fortemente voluto portare questa mostra a Torino.

Ma la motivazione per cui Casa Savoia ha aderito con entusiasmo all’iniziativa è diversa, non nella sostanza, ma per i
sentimenti che Torino e il Piemonte evocano in tutti noi. Sentimenti di affetto, legami impossibili da spezzare nonostante
i lunghi e dolorosi decenni d’Esilio. Una vera forza latente che si sprigiona ogni qualvolta mi trovo a Torino. Credo che
sia quella stessa forza che riscontrarono i miei Avi nel reggere per tanti secoli, in costante dialogo con i loro Popoli, un
territorio vasto e sfaccettato come quello del Ducato di Savoia e del Regno di Sardegna, per giungere al Regno d’Italia.

Sono quindi molto soddisfatto, ed intimamente felice, per la scelta di portare a Torino la mostra “Casa Savoia e l’Unità
d’Italia” nel mese in cui iniziano i festeggiamenti per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia in coincidenza con la
partenza di Garibaldi da Quarto il 5 maggio del 1860.
Desidero inoltre ricordare un altro fatto, a Torino in questo stesso periodo ci sarà l’Ostensione della Santa Sindone, il
Sacro Lenzuolo che avvolse Gesù Cristo e che Casa Savoia conservò con dedizione e cura per oltre mezzo millennio e che
venne donata a Papa Giovanni Paolo II nel 1983 per lascito di mio nonno Re Umberto II.

Dunque Torino di nuovo Capitale, centro della Cristianità grazie alla Reliquia più venerata dal mondo cristiano e
grazie al fatto che fu prima Capitale d’Italia e motore della spinta risorgimentale che tanto bene fu guidata da Re
Vittorio Emanuele II tanto da arrivare alla proclamazione del Regno d’Italia nella sala della Camera del Regno a Palazzo
Carignano di Torino.

Il volume che vi apprestate a leggere, scritto da Gustavo Mola di Nomaglio, è a un tempo rigoroso e di gradevole lettura.
Fa parte di un percorso di approfondimento che tende a far emergere in modo chiaro che la volontà di Casa Savoia non
fu mai tesa soltanto alla conquista di nuovi territori, come molti “revisori” della Storia Patria vogliono farci intendere.
Fu piuttosto un’intelligente opera di sviluppo territoriale di uno Stato da secoli libero e tra i più floridi e sviluppati, non
solo della Penisola, ma dell’Europa intera. Uno Stato quindi esempio per gli altri Stati pre-unitari d’Italia i cui popoli
e intellettuali vedevano nella Corona dei Savoia un riferimento ideale per la guida del processo di unificazione che,
nell’epoca del Risorgimento costituiva una sfida affascinante e coraggiosa, capace di suscitare forti passioni contrastanti
ma ben più largamente condivisa di quanto oggi si vorrebbe far sembrare: anche nella Lombardia, nella Liguria, nelle
Venezie, nell’Italia Centrale e Meridionale, con cui intercorsero nei secoli rapporti costanti con Casa Savoia. Questo è un
fatto, e potrete rendervene conto leggendo questo volume, fondato su numerosi riferimenti documentali e bibliografici.

Ringrazio quindi di cuore il Comitato Promotore ed il Comitato Storico Scientifico per il difficile e complesso lavoro che
li ha visti impegnati per realizzare questa mostra.

Sono certo che questo contributo di Casa Savoia alle cerimonie per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia sarà apprezzato
e che potrà aiutare a far rinascere il sentimento di amor di Patria mai spento nel cuore di ogni Italiano.


L’Accademia Albertina, sodalizio tuttora di grande prestigio, ha sede nel vasto palazzo di via
Accademia delle Scienze che le fu donato nel 1833 da Carlo Alberto.
I Savoia la sostennero sempre come sostennero le arti in generale. Copertina del volume di Luigi
Cesare Bollea, che ne narra la storia, pubblicato nel 1930, in occasione delle nozze di «S. A. R
Umberto di Savoia Principe di Piemonte con Maria José Principessa del Belgio».


Casa Savoia e l’unità d’Italia

Indice

Una divagazione e una premessa, per cominciare 11

Le molte eredità della millenaria dinastia della Sindone.


Dal Piemonte alla Valle d’Aosta, dall’Italia all’Europa 13

Una nazione, un’identità in divenire,


popoli coesi tra le Alpi dei Savoia e il mare di Liguria e di Provenza 17

Il Piemonte da somma di Stati a nazione, a “regione - Stato” 21

Gli ambasciatori “più abili, più colti, più accorti”.


Il ruolo della diplomazia nell’affermazione sabauda 23

Giustizia, armonia sociale, spirito di servizio 25

Assistenza e carità nella Torino ottocentesca 29

XVIII secolo: grandi visioni riformistiche 31

Il prezzo dell’indipendenza: un popolo in armi 33

Cultura, istituti di formazione e intellettualità


dalla restaurazione filibertiana al Risorgimento 39

Vocazione italiana e supremazia politica 45

Per il futuro 49


Fig. 1 - Frontespizio di una monumentale opera di Nicola Brancaccio e Maria Adriana Prolo, nella quale gli autori partono dal presupposto che la
spinta espansiva della dinastia fosse “originaria” in essa, insita nell’azione congiunta di spinte derivanti dall’esigenza di conservazione dell’autonomia e
identità, nonché da un contesto geografico e economico che non poteva non indurre all’accrescimento territoriale, visto anche come strumento di durata
e sopravvivenza, dapprima sullo scacchiere internazionale, poi in particolare sul versante italiano.
(Dal nido Savoiardo al Trono d’Italia. Vita, ritratti e politica dei Savoia dall’anno 1000 al 1870, Milano, 1930).

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Una divagazione e una premessa, per cominciare
Prima di accennare alla storia e alle eredità dei Savoia, con riferimento all’Italia ma, in particolare agli antichi Stati della dinastia, sembra opportuna
una considerazione di fondo, che diviene quasi obbligatoria di fronte all’avvicinarsi del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Il fuoco unitario è certo
stato alimentato dai Savoia e dai piemontesi, con i loro patrimoni e col loro sangue, ma la moda odierna di contestare l’unità, al Sud come al Nord,
quasi questa fosse passata sopra le teste degli italiani al gran completo, ci sembra il frutto di semplificazioni non condivisibili e di disinformazione
costruita ad arte. I Savoia, come avremo modo di dire e documentare nelle pagine che seguono, accarezzarono un “programma italiano” sin da tempi
remotissimi e operarono concretamente per realizzarlo mediante la politica, la diplomazia, le alleanze matrimoniali, guardando realisticamente a un
certo momento a un modello federale, come si dirà in conclusione di questa premessa. Le modalità, più traumatiche, con cui quel programma giunse
alla fase realizzativa, nella prima metà del XIX secolo, furono adottate anche sotto la spinta di protagonisti stabilitisi a Torino da ogni parte d’Italia e
furono condivise da un gran numero di Italiani nelle rispettive regioni, che propugnarono l’unità e spesso versarono anche loro il proprio sangue per
essa. A fianco dei Piemontesi, nelle battaglie e nelle lotte risorgimentali vi erano, con mille motivazioni ma comunque insofferenti di governi stranieri
(forse degni di essere meno demonizzati di quanto fece la propaganda, ma pur sempre estranei e rapaci) cittadini lombardi, veneti, emiliani, liguri,
napoletani…, insomma vi era uno spaccato vivo e numericamente consistente dell’Italia intera. Altri italiani furono contrari all’unità (e molti ve ne
furono tra i piemontesi stessi); alcuni volevano mantenere lo statu quo, altri perseguire un modello federalista, altri ancora instaurare una repubblica
e via dicendo. Di conseguenza molti, e con differenti ragioni furono i delusi. Era indispensabile, era lecito “fare l’Italia”? Non lo era? Si può
rispondere con altre domande: che fine avrebbero fatto le piccole patrie italiane, che fine avrebbero fatto l’Italia e l’elemento italiano con l’incalzare
dei tempi nuovi, se la penisola non fosse divenuta una sola e forte nazione, pur con tutti gli scricchiolii derivanti da identità originarie anche assai
dissimili? Perché oggi accanirsi contro l’unità del paese, che pure conobbe in passato, almeno sino a che a capo dello Stato vi fu la dinastia regia che
aveva guidato il processo unitario, anche momenti alti e toccanti, come accadde nel 1921, quando attorno al treno che trasportò da Aquileia a Roma
la salma di un soldato ignoto, in rappresentanza di tutti i caduti senza nome della prima guerra mondiale, si raccolsero lungo il percorso milioni e
milioni di italiani legati in un unico grande abbraccio ideale?
Il corpo del milite ignoto fu scelto tra undici caduti sconosciuti da Maria Bergamas, madre di un soldato irredentista, disertore dall’esercito austriaco
per arruolarsi volontario in quello italiano, morto in battaglia e sepolto senza poter essere riconosciuto. Un giornalista del tempo, A. Belletti, testimone
del momento in cui la donna effettuò la scelta del feretro, scrisse: «Penso di aver vissuto l’attimo di più profonda e mistica commozione della mia vita,
un attimo che non si ripeterà mai più». Un articolo di fondo sulla Gazzetta del Popolo del 28 ottobre offre questa chiave di lettura degli avvenimenti:
«Finalmente l’Italia ritrova se stessa ... si raccoglie attorno alle memorie degli anni generosi e gloriosi e il popolo italiano si riaccosta alla grande luce
della vittoria».
Il 30 ottobre un treno speciale lasciò Aquileia, scortato da aerei in volo radente, salutato da salve di cannoni e dal suono di campane a stormo (così
come sarebbe accaduto lungo tutto il suo percorso), e partì alla volta della capitale. Lungo il suo passaggio (nell’arco di quattro giorni esso avrebbe
sostato più o meno a lungo in numerose città e almeno cinque minuti in quasi tutte le stazioni sul percorso) gli italiani diedero vita a immense
manifestazioni destinate a lasciare in loro un segno duraturo. I giornalisti stranieri avrebbero scritto di non avere mai visto nulla di simile nel resto del
mondo. A Venezia, il 30 ottobre, la cerimonia assunse, si legge sui giornali dell’epoca, «proporzioni fantastiche». Per dare sfogo a una «ressa paurosa»
si dovettero gettare d’urgenza sul Canal Grande ponti di chiatte, di fianco al ponte di ferro della stazione. La processione per rendere omaggio al
soldato sconosciuto durò tutta la notte.
Bagni di folla non dissimili si registrarono, dopo Padova e Rovigo, a Ferrara, Bologna, Pistoia e Prato, dove confluirono anche i rappresentanti di
tante città circostanti (al punto che un quotidiano intitolò un suo resoconto «L’intero popolo dell’Emilia e della Toscana saluta il passaggio del soldato
ignoto»). Nelle stesse "province rosse", nonostante il veto del loro partito, sindaci comunisti sentirono il dovere di essere presenti. A Firenze centomila
persone sfilarono davanti alla salma ma, quando il treno ripartì alla volta di Arezzo, erano ancora innumerevoli coloro che volevano renderle omaggio.
A Roma si svolsero cerimonie di grande suggestione, all’insegna di «un’austerità assoluta e religiosa», senza vaniloqui e retorica, accogliendo in parte
l’appello in tal senso di Gabriele D’Annunzio. Ovviamente, non tutte le città e paesi italiani furono toccati dal convoglio che portava il soldato ignoto,
ma tutti fecero a gara nell’unirsi idealmente al popolo di Roma, nel momento in cui questo era raccolto all’Altare della Patria.
Il 4 novembre grandi manifestazioni si tennero ad Aosta, Genova, Torino e in molte altre città. Nella prima capitale d’Italia le celebrazioni assunsero
dimensioni straordinarie. Alla Gran Madre, sul pronao della quale era stato realizzato un catafalco su disegni dell’architetto Ceppi, si svolse una
funzione religiosa alla quale parteciparono ben più di duecentomila persone, gremendo gli spazi antistanti alla chiesa, il ponte sul Po e l’intera
piazza Vittorio Veneto. L’Italia non sembrava così disunita come oggi molti la vorrebbero, preferendo rinnegare il passato piuttosto che guardarlo in
faccia: i mille motivi di disunione originari e storici che oggi copiosamente si rispolverano senza esitare a amplificarli o travisarli (come se già non
fossero di troppo quelli oggettivi e odierni) erano superati. Se poi l’evoluzione del paese prendesse un indirizzo federativo, come da più parti, non

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Fig. 2 - Gio. Ernesto Bonino, Susa culla della dinastia sabauda, Torino
1937. L’autore, soffermandosi sul castello di Susa, passato ai Savoia con
vasti territori subalpini in seguito al matrimonio tra Oddone e Adelaide,
figlia di Olderico Manfredi, scrive, col chiaro intento di fare rimarcare
ancora una volta l’italianità della dinastia, che dall’unione «vennero alla
luce nel castello di Susa i primi Principi Sabaudi di nascita veramente
italiana…» (p. 51).

Fig. 4 - Francesco Cognasso, I Savoia nella politica europea, Varese-


Milano, 1941: dopo secoli di progetti di espansione italiana la dinastia
uscirà dalla crisi rivoluzionaria e napoleonica «con un compito preciso che
il XIX secolo vedrà vittoriosamente attuato con l’incoronazione di Vittorio
Emanuele II a re d’Italia» (dalla presentazione del volume).

Fig. 3 - Ritratto calcografico di Oddone I di Savoia, da: Francesco Maria Ferrero Di


Lavriano, Augustae regiaeque Sabaudae domus arbor gentilitia…, Augustae Taurinorum,
1702.

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solo nel centro-nord, oggi si chiede, non vi sarebbe nulla di nuovo o di rivoluzionario: non si farebbe altro che tornare a un progetto originariamente
maturato proprio in seno alla corte sabauda. Questo, che poneva a capo della confederazione italiana, con fondati motivi storico-politici, i Savoia,
fu elaborato e presentato alla Segreteria di Stato nell’ottobre del 1791 dal conte Gian Francesco Galeani Napione, pensatore e letterato insigne e, ad
un tempo, alto funzionario del governo, tra i più ascoltati e apprezzati dai Savoia. La Rivoluzione francese e la successiva invasione del Piemonte e
dell’Italia causarono grandi e traumatici mutamenti. Dopo la Restaurazione, sotto il condizionamento di intellettuali, politici, “agitatori”, attori delle
lotte per l’indipendenza provenienti, si può dire, dall’intera penisola, del progetto di Confederazione sabaudo (e di altri poi formulati, sia pure con
caratteristiche diverse) non se ne fece nulla.

Le molte eredità della millenaria


dinastia della Sindone.
Dal Piemonte alla Valle d’Aosta,
dall’Italia all’ Europa

La storia dei Savoia si confonde e s’intreccia sin dal medioevo con quella italiana e dell’intera Europa. Le loro memorie più remote sono da ricercarsi
in Savoia, dove essi erano già sovrani agli albori dell’undicesimo secolo, oppure in Valle d’Aosta, dove se ne registra la contemporanea espansione,
sempre al tempo di Umberto Biancamano, considerato come il capostipide certo della dinastia.
Non a torto Giulio Brocherel sottolinea che proprio la Valle d’Aosta fu la prima terra italiana a appartenere in ordine di tempo ai Savoia, e afferma
che nessuno potrebbe contestare il diritto di primogenitura dei Valdostani, che «da nove secoli … tengono fede a questa antesignana sudditanza» (La
Valle d’Aosta, Novara, 1932, vol. I, p. 70). Senza nulla togliere al primato aostano, l’espansione verso l’Italia fu di poco successiva, quasi contestuale,
dato che altrettanto antiche presenze e influenza sabaude si rilevano nella regione piemontese, e in particolare a Torino, già alla metà del Mille. Un
fatto, questo, che ha indotto più d’uno studioso a considerare il Piemonte (e quindi l’Italia), quasi al pari della Savoia, come la terra natale della
dinastia, oltre che come il cardine incontestabile della sua futura potenza politica. Con tutto ciò, se anche la matrice italiana fu sostanzialmente
“originaria”, con connotazioni chiare e concrete, resta del pari, quale segno distintivo dinastico, la dimensione continentale, che costituisce un tratto
distintivo del quale non può sfuggire la rilevanza e la suggestione, soprattutto negli anni in cui il continente europeo, avendo tra gli attori primari
l’Italia, unita un secolo e mezzo fa nel segno dei Savoia, tende a divenire un’omogenea entità politica e economica.
Nonostante l’Italia sia lungamente stata sede di potenze tutt’altro che secondarie, come, a puro titolo di esempio, le repubbliche di Genova e Venezia
o gli Stati mediceo, estense, napoletano, tutti autorevoli e con ramificate relazioni politico-commerciali internazionali, i Savoia primeggiarono nella
penisola, per la posizione strategica dei loro domini, punto di transito obbligato negli scambi tra Italia e Francia, in relazione al vicariato imperiale
loro concesso da tempi antichi, per alleanze matrimoniali e ancora per altri documentati motivi. Nei tempi più remoti si può individuare e misurare
la primazia savoina a partire proprio dagli elementi sin qui citati. Più avanti nel tempo essa è generalmente riconosciuta in modo evidente e pacifico.
Riferendosi a Carlo Emanuele I, Abramo de Wicquefort, giurista e maggiore storico della diplomazia europea del suo tempo, scrive nella seconda metà
del Seicento, nel volume L'Ambassadeur et ses fonctions (forse generando qualche gelosia peninsulare) «...ce Prince, … est, sans doute, le premier de
toute l'Italie...» (vol. I, La Haye, 1682, p. 314). Guardando al Settecento lo storico Mario Zucchi rileva non solo che i Savoia da secoli avevano ormai
«...preso il passo su tutti i principi italiani...», ma anche che essi rappresentavano da soli, «...come dinastia nazionale, il principio della sovranità e
dell'indipendenza d'Italia» (Lo stemma della Principessa di Piemonte nelle sue origini e nelle sue vicende, in: Belgio e Piemonte nel Risorgimento
Italiano, Pinerolo, 1930, p.10).
I Savoia sono in assoluto una tra le dinastie più longeve, geneticamente e politicamente e tra le poche i cui diritti non si estinsero con l’uscita di
scena “politica” dell’ultimo sovrano. Umberto II lasciò l’Italia nel controverso contesto seguito al referendum istituzionale, non compiendo atti di
abdicazione o dopo avere riconosciuto la validità degli esiti ufficiali della consultazione referendaria, ma per evitare al paese nuovi lutti e nuovo
sangue. Sotto la cenere covava un fuoco, le cui prime dolorose scintille si erano registrate già subito dopo il referendum, a partire dalle strade di
Napoli. Basti pensare ai martiri di via Medina, sul selciato della quale i sostenitori della Monarchia dovettero contare, nei primi giorni di giugno
1946, e in particolare l’11, parecchi ragazzi morti e 150 feriti nelle loro fila, vittime di sommarie azioni repressive, come ha recentemente ricordato
sulle pagine del “Corriere della Sera”, Antonio Carioti. «Quel giorno - scrive il noto saggista e redattore culturale del Corriere - a via Medina scoppia
infatti una violenta battaglia, risolta dalle mitragliatrici della polizia ausiliaria (composta perlopiù di ex partigiani), che falciano i dimostranti: sul
terreno restano diversi morti, tutti monarchici. Due giorni dopo Umberto II lascia l' Italia» (I dimostranti monarchici abbattuti dalla mitraglia, 6
giugno 2007, p. 41).

13
Fig. 5 - La vasta opera di Lucien Cramer, della quale è qui riprodotto il frontespizio del vol. IV, La seigneurie
de Genève et la maison de Savoie de 1559 à 1595 (voll. I-II, Genève- Paris 1912; voll. III-IV, Genève,
1950-1958) non si limita a indagare sulle relazioni tra i Savoia e Ginevra, ma mette a fuoco le ambizioni
sabaude di penetrazione nella regione rodaniana - lungo le direttrici ginevrina e provenzale - di pari passo
con le rivendicazioni alla successione al trono di Francia (in seguito alla morte di Enrico III) da parte di Carlo
Emanuele I e con l’irremovibile presidio dei domini sabaudi sul versante italiano, risoluto, senza lasciare spazio a
compromessi, anche se in alcuni momenti fu necessario, per consolidare lo Stato al di qua delle Alpi, rinunciare
a domini oltralpini, come accadde nel caso della Bresse e di altri vasti territori cui fu giocoforza rinunciare per
ottenere il marchesato di Saluzzo.

Fig. 6 - La Maison de Savoie en Pays de Vaud, catalogo della Mostra svoltasi a


Losanna dal 10 marzo al 4 giugno 1990, edito a cura di Bernard Andenmatten
e Daniel de Raemy. Parecchi autori mettono a fuoco nel volume l’impronta
dei Savoia, ancora profonda nel Vaud sotto vari profili (tra l’altro in campo
artistico e architettonico), quale esito di un periodo trisecolare di regno, che fu
oggetto di rimpianto dalle popolazioni. Non mancano sottolineature dei legami
e delle relazioni intercorrenti con Torino, con Aosta e col Piemonte.

Fig. 7 - Invito ufficiale del


Consiglio di Stato del Cantone del
Vaud e del Comune di Losanna
all’inaugurazione (venerdì 9
marzo 1990) della mostra La
Maison de Savoie en Pays de
Fig. 8 - Esistono numerose e preziose storie manoscritte e poi a stampa dei Vaud, significativamente posta
Savoia; qui è riprodotto un frammento della grande tavola genealogica a dalle massime autorità cantonali
sviluppo orizzontale, molte volte ripiegata (di cm. 32 x 320) unita alla storia «sous le patronage spécial de S.
dei Savoia di Filiberto Pingone (Philibertus Pingonius, Inclytorum Saxoniae M. la Reine Marie-José et de L. A.
Sabaudiaeque Principum Arbor gentilitia [...], Augustae Taurinorum, Apud R. Victor Emmanuel et Marina de
haeredes Nicolai Bevilaquae, 1581). Savoie».

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I matrimoni che mostrano personaggi sabaudi sui troni europei, uniti, uomini e donne, ai principali sovrani, cominciano a essere ben documentati
soprattutto a partire dagli anni dopo il Mille. Correva ancora l’XI secolo, quando la dinastia poté essere annoverata tra quelle più strettamente
legate all’Impero. Berta, figlia di Oddone I di Savoia (morto verso il 1060) andò in sposa a Enrico IV Imperatore e fu madre del futuro imperatore
Enrico V - morto senza discendenza - e di Agnese (dalla quale scesero le successive dinastie imperiali). Tra gli altri figli di Oddone, Pietro I sposò
Agnese di Aquitania, Adelaide si congiunse a Rodolfo di Svevia e Amedeo II a Giovanna di Ginevra. Già in quel tempo l’articolato reticolo di alleanze
matrimoniali poneva quindi i Savoia nella linea di successione a numerosi troni regi europei e a troni italiani.
Nel corso dei secoli rappresentanti della casa poterono rivendicare la corona di principali regni o domini. A livello di semplice, ma legittima e fondata
pretensione, guardando a alcuni esempi al di fuori dell’Italia (tutta predestinata a riunirsi alla Corona sabauda) essi poterono dirsi Re di Cipro (sia
per il matrimonio di Ludovico I di Savoia con Anna, figlia di Giovanni Re di Cipro, sia per quello tra il loro figlio, anch’esso di nome Ludovico, con
Carlotta di Lusignano, unica erede di quel Regno), di Gerusalemme, d’Armenia. Poterono rivendicare, inoltre, in forza di patti matrimoniali, i Paesi
Bassi e vari altri Stati. Non senza diritti e validi presupposti storico-giuridici, poi, Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, poté, di concerto col capo della
Casa, Re Umberto I, accettare nell’Ottocento la corona di Re Spagna e affrontare quella pur breve avventura di reggimento di una realtà davvero
complessa. Anche altri rappresentanti di rami secondogeniti della famiglia, come è accaduto per quello appena citato dei Savoia Aosta, ebbero diritti
o poterono aspirare concretamente a troni diversi, come, per fare un ultimo esempio, quello di Polonia. Prima che la scelta cadesse su Giovanni
Sobieski, Luigi Tommaso di Savoia Carignano-Soissons, fratello del celeberrimo Eugenio (annoverato tra i più grandi condottieri della storia e, ad
un tempo, uomo di cultura e collezionista d’arte straordinario) era uno dei candidati con maggiori possibilità di successo.
Il breve regno sulla Sicilia (1713-1718) costituì indubbiamente un passo avanti sulla strada di una ipotetica influenza su ampia parte d’Italia. Non
si tratta di una mera supposizione: con notevole lucidità ne intravedono già i potenziali sviluppi i contemporanei, come il marchese Carlo Rinuccini,
ambasciatore mediceo presso la corte di Savoia che, nel dicembre del 1712, invia un dispaccio a Firenze in cui sono contenute, tra l'altro, queste
considerazioni: «I Savoiardi pare che credino di potere conservare questo regno e conservandolo di farlo servire di scala a maggiori disegni».
Brevissimo, ma non per questo meno significativo, fu anche il primo periodo di vera e propria signoria sabauda sullo Stato ambrosiano (1733-1736),
strappato agli austriaci manu militari. Tuttavia le rivendicazioni sul Ducato di Milano avevano radici ben più remote nel tempo e più “naturali”:
a prescindere dagli anteriori matrimoni viscontei e sforzeschi, originavano giuridicamente dalle clausole stipulate in occasione del matrimonio di
Carlo Emanuele I con Caterina, figlia di Filippo II Re di Spagna (1585). Non meno remote le pretensioni su Genova e Savona, quali dipendenza del
Monferrato, cui erano state annesse nel primo Quattrocento da Teodoro II Paleologo.
Sempre più, nelle generazioni successive all’XI secolo, è del tutto usuale trovare, senza soluzione di continuità, donne sabaude al fianco dei regnanti
d’Europa (come Adelaide, moglie di Re Luigi VI, incoronato Re di Francia nel 1108, o Matilde, sposa di Alfonso I, acclamato Re di Portogallo nel
1139, dopo avere sconfitto i Mori). E non è meno abituale incontrare accanto ai conti e poi duchi di Savoia (creati principi del Sacro Romano Impero
nel 1313) le figlie dei sovrani più autorevoli. Notevoli alleanze matrimoniali si devono registrare anche per altri rami della casata, come quello dei
principi d’Acaia, non esclusi quelli secondogeniti e secondari: per i Savoia-Nemours, i Savoia-Soissons e, più avanti nel tempo pure per i Savoia-
Genova e i Savoia-Aosta. Una situazione che durò ininterrotta, sino a che ebbe un senso sotto il profilo politico-dinastico e dei rapporti internazionali,
nel corso dei quasi mille anni che videro la casa regnante sedere su un trono da cui dipesero “sempre”, a memoria d’uomo, Stati e territori vasti, che
giunsero a penetrare per lunghi tratti anche nelle attuali Francia, ben oltre i confini della Savoia, e Svizzera, dove la dinastia dominò sul Ginevrino, sul
Vaud, sul Vallese e non soltanto. Con riferimento a quest’ultima regione gli scambi restarono a lungo intensi attraverso il trait-d’union rappresentato
dalla Valle d’Aosta, con la quale i rapporti economici, culturali, linguistici, consuetudinari non cessarono certo sotto il peso dei mutamenti politici,
come poté sottolineare mezzo secolo fa Aimé Berthet in una sua apprezzata comunicazione, presentata al XXXI Congresso Storico Subalpino di Aosta
del settembre 1956 (Relations économiques et culturelles de la Vallée d’Aoste avec le Valais).
Mentre l’autorità e il prestigio dinastico potevano beneficiare dei legami con l’Impero e dei molteplici vicariati da esso ottenuti, i sabaudi tennero
sempre abilmente testa alle ingerenze imperiali. Se non bisogna dimenticare, come scrisse Giovanni Tabacco, che Savoia, Piemonte e Nizzardo
fecero parte del sacro Romano Impero sino alla rivoluzione francese, non si può non rilevare che, in forza della «vigile attenzione del governo di
Torino» l’Imperatore non poté mai esercitare un’autorità effettiva sugli Stati dei Savoia che, anzi, rintuzzarono con costante successo, garantendosi
un’ininterrotta e completa autonomia «i tentativi che gli Absburgo fecero per rendere efficaci e non solo nominali i propri diritti di alta sovranità».
Superfluo dire che una “definitiva” storia dei Savoia non è ancora stata scritta, nonostante la bibliografia sabauda sia di dimensioni letteralmente
sterminate e anche se esistono storie della casata ampie e documentate a datare già dal XVI secolo. E una storia pienamente obiettiva ancora si
attende, anche e soprattutto con riferimento agli ultimi decenni della Monarchia italiana, circa i quali le visioni di parte e i toni appassionati sono
tutt’altro che venuti meno, sino ad ora, nonostante il passare del tempo. A prescindere dalle visioni settarie, per definire e descrivere una dimensione
“europea” come quella sabauda occorre svolgere ricerche a 360° negli archivi di tutte le corti, capitali e paesi europei, dove le tracce, le eredità, le
impronte dinastiche sono suscettibili di essere studiate in contesti talora ricchi di esse in modo quasi inatteso.
Ma ovviamente la ricchezza delle eredità sabaude diviene addirittura straordinaria se ci si rivolge agli Stati che appartennero direttamente e più a

15
Fig. 10 - 23 marzo 1630: Lettere di
Carlo Emanuele I ai suoi Popoli, per
protestare contro i soprusi subiti da
altri potentati in ordine alla successione
del Monferrato; frontespizio. Il sovrano
non esitava a rivolgersi direttamente
ai propri popoli, senza intermediari,
coinvolgendoli nelle proprie scelte e
nelle proprie vicissitudini, non solo
per mezzo di testi giuridici (che non
erano alla portata di tutti, anche
se l’analfabetismo vero e proprio
era in Piemonte, come ci mostra un
gran numero di documenti, assai Fig. 11 - 23 marzo 1630: prime due pagine delle Lettere di Carlo Emanuele I ai suoi Popoli: «… è tanto notoria al mondo l’ingiusta usurpazione
meno diffuso di quanto la vulgata di del Monferrato…».
matrice illuminista pretenderebbe)
ma con parole e espressioni semplici e
accessibili a tutti.

Fig. 9 - Frontespizio della Fig. 12 - Frontespizio


celebre Chronique scritta del Coûtumier della Valle
da Guillaume Paradin, d’Aosta, pubblicato a
nell’edizione più pregevole Chambéry nel 1588 e
e ricercata per completezza riedito a Aosta nel 1684.
e correttezza (Chronique Le due edizioni, entrambe
de Sauoye, extraicte pour molto rare e ricercate, sono
la pluspart de l'histoire sostanzialmente conformi.
de M. Guillaume Paradin, L’applicazione delle regole
Troisième édition, enrichie in essi fissate, in alcuni
& augmentée en diuers casi peculiari della Valle e
endroits, et continuée frutto di una stratificazione
iusques à la paix de l'an di norme e consuetudini
1601, [s.l., Ginevra], de secolari, costituisce una
l'imprimerie de Iean de delle testimonianze della
Tournes, 1602). La prima libertà sostanziale dei popoli
edizione risale al 1552, nell’antico regime, ammessa,
anno in cui fu pubblicata quando non incoraggiata,
a Lione. Un’altra famosa dalla dinastia sabauda,
storia sabauda pubblicata a anche se con l’affermarsi
Lione è quella del Vander- dello Stato moderno e con
Burchius, uscita nel 1599. le consolidazioni legislative
settecentesche, fu inevitabile
l’applicazione di alcuni
limiti al particolarismo e
l’adozione di norme valide
nell’intero territorio statale.

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lungo alla dinastia. In queste pagine, che affiancano, con sguardo focalizzato sul Piemonte e su Torino, il catalogo della mostra “Casa Savoia. Storia
di una Famiglia Italiana”, curata da Filippo Bruno di Tornaforte, ci limitiamo a mettere a fuoco soprattutto i lasciti ai Piemontesi e ai Torinesi. Lasciti
che, come si vedrà, non si esauriscono nella loro portata storica ma si, enunciano e declinano anche, e ben di più, al presente e al futuro. Proprio su
di essi il Piemonte può fondare oggi e potrà conservare domani prospettive di rinomanza nel mondo, di prestigio, di richiamo turistico, di crescita,
in una parola, di benessere.

Una nazione, un’identità in divenire


e popoli coesi tra le Alpi dei Savoia e il mare
di Liguria e di Provenza

Le eredità sabaude che si possono agevolmente isolare e mettere a fuoco non sono soltanto quelle tangibili e misurabili, a cui anche si rivolge
quest’opuscolo, come i musei, le istituzioni, le opere d’arte, i palazzi e castelli, i lasciti culturali in generale. Ne esistono ben altre più impalpabili,
“immateriali”, ma non per questo meno concrete, meno “fondanti”, meno fondamentali.
In primo luogo si deve ai Savoia l’avere costruito, di concerto e con il coinvolgimento costante dei loro “diletti Fedeli” popoli (come si leggeva
frequentemente negl’indirizzi che aprivano editti e manifesti a essi rivolti) una riconoscibile identità, una coesione attorno a un nome e a una
“bandiera”, il senso di appartenere a una stessa nazione. E questa unione era ben percepita non solo all’interno ma anche all’esterno dei domini
sabaudi, al punto che ancora nell’Ottocento nel resto d’Italia e in Europa col termine “piemontesi” (ma talora anche “savoiardi”), ci si riferiva
spesso agli abitanti, in senso lato, dei due versanti alpini, piemontesi, valdostani o savoiardi che fossero e della Contea di Nizza, congiunti da una
sola storia e da una sola identità. Un’identità comune, beninteso, che non implicava che non esistessero precise distinzioni - e sotto diversi profili
- tra gli uni e gli altri, senza che queste però costituissero elementi di contrapposizione, come, tra le righe, vorrebbe, pur senza sbilanciarsi troppo
imprudentemente in questo senso, Lino Marini (Savoiardi e Piemontesi nello Stato sabaudo. 1418-1601, I, Roma. 1962, p. VII-XI). Il fatto che
al di là delle Alpi si parlasse il francese (come, frequentemente, in Valle d’Aosta), che nei confini geografici del Piemonte la lingua comune fosse, a
fianco di quella piemontese, l’italiano e che nel Nizzardo i due idiomi coesistessero, non compromise mai la complessiva coesione identitaria delle
popolazioni di una nazione che era a tutti gli effetti bilingue, nella quale le stesse leggi, consolidazioni, regolamenti pubblici, erano indifferentemente
promulgati e diffusi tanto in italiano quanto in francese. Il rispetto, del resto, degli usi, costumi, consuetudini, lingue era tipico dell’antico regime
che fu caratterizzato da un marcato particolarismo giuridico, e fu ancora più peculiare per i Savoia. Come scrive Carlo Guido Mor, riferendosi
ai primi momenti dell’affermazione sabauda lungo la Valle d’Aosta, registrando uno stile che fu a lungo applicato, la dinastia seppe assicurarsi
progressivamente i capisaldi strategici della Valle pur lasciando sussistere «autonomie quasi comunali e particolarismi feudali accentuati» (Conte di
Savoia, Feudali e Comunità in Valle d’Aosta nei secoli XI-XV, [Aosta], 1959). Autonomie e particolarismi che furono favoriti dai Savoia, anche se,
in generale col progressivo avvento dello Stato moderno e in particolare con la pubblicazione delle settecentesche Leggi e Costituzioni essi tesero a
uniformare l’impianto giuridico in vigore nell’intero Stato (ma nulla a che vedere, naturalmente, con quanto applicato dall’onnipresente e pervasivo
Stato contemporaneo e con il controllo che, potenzialmente, potrà essere messo in atto in futuro). L’omogeneo apparato di leggi, che pure limitava le
autonomie, non impedì ai valdostani di restare fedeli e legati a Casa Savoia nei secoli a venire, «Notre population - riferisce André Zanotto traendo
dal giornale l’ “Impartial” del 7 giugno 1860 - est profondément attachée à la glorieuse monarchie de Savoie» e attaccata resta anche di fronte alle
preoccupazioni che derivano dalla troppa attenzione che in quel periodo i consiglieri della corona riservano al resto d’Italia (Histoire de la Vallée
d’Aoste, Aoste, 1968, pp. 206-207). Un legame che non si è mai spezzato del tutto, come spiega efficacemente Lin Colliard (La Vallée d’Aoste et
la Maison de Savoie jusqu’à l’avènement de Charles-Emmanuel III, 1730, in “Le Flambeau”, 2, 1984) uno tra i più autorevoli e prolifici storici
valdostani, pur sottolineando che assai più avanti nel tempo la pretesa di abolire il francese da parte del governo di Mussolini suscitò una diffusa
irritazione. Da parte del regime fascista si trattò, d’altronde, di una presa di posizione assurda, dato che l’autonomia linguistica, sempre ammessa
senza alcuna contraddizione dai Savoia, non era mai stata, in alcun modo, un elemento di divisione in seno agli Stati savoini.
Ritornando lungo la corrente del tempo sino all’epoca risorgimentale, appare come strumentale e forzato, da parte di Camillo Cavour, alla luce di
quanto detto, l’avere fatto leva, anche per convincere Vittorio Emanuele II a procedere alla cessione, sul principio della nazionalità francese della Savoia
(necessariamente solo in base alla lingua) mentre la nazionalità della contea di Nizza sarebbe stata “dubbiosa” (Tutti gli scritti di Camillo Cavour,
raccolti e curati da Carlo Pischedda e Giuseppe Talamo, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1978, vol. IV, p. 1981). Interessanti, seppure da contemperare
in modo opportuno con la realtà storica, alcune considerazioni al riguardo di Friedrich Engels, che, parlando della cessione di Nizza e Savoia alla Francia,
afferma: «i savoiardi non mostrano la minima voglia di farsi rendere felici dalle istituzioni imperiali della grande madrepatria francese. Vive in loro il
sentimento nazionale che non l’Italia ha conquistato la Savoia, ma la Savoia ha conquistato il Piemonte […]» (Nizza, Savoia e Reno, Roma, 1955).

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Fig. 13 - Prima che si giungesse alle consolidazioni di leggi del XVIII secolo, di tanto in tanto erano singoli
giuristi che si occupavano di raccogliere la normativa giuridica emanata, sempre, però, con l’incentivo e il
sostegno dello Stato. Qui è riprodotto il frontespizio della raccolta di editti edita a Chambéry da Alexandre
Iolly, in francese. Quasi contestualmente, esattamente due anni più tardi, fu pubblicata la raccolta, alquanto
più ampia, del senatore Gio. Battista Borelli (Editti antichi e nuovi De' Sovrani Prencipi della Real Casa
di Savoia, Delle loro Tutrici, e de' Magistrati di quà da' Monti, Raccolti d'ordine di Madama Reale Maria
Giovanna Battista…, Torino, 1681). Risalendo sino al XIX secolo deve poi essere ricordata l’imponente
raccolta delle leggi, editti, manifesti e via dicendo avviata da Felice Amato Duboin che, per impianto, ricchezza
di prospettive di studio, metodologia, non ha - con i suoi 28 volumi in 30 tomi in folio e, indicativamente le ben
oltre cinquantamila fitte pagine – uguali in Europa. Frutto dell’iniziativa privata, l’opera ebbe l’incondizionato
sostegno (nell’oltre mezzo secolo che fu necessario per portarla a termine, a cura di più generazioni di autori)
dalla dinastia e dallo Stato, senza il quale questo autentico e lungimirante monumento alla civiltà savoina che
contiene le risposte a innumerevoli domande degli storici, non avrebbe mai visto la luce.

Fig. 14 - Anche nel campo della scuola e dell’Università era usuale nello
Stato sabaudo pubblicare normative in italiano e in francese: l’uso di
due distinte lingue non ha mai costituito un elemento di divisione o di
allontanamento tra le diverse “patrie” in cui esso si articolava, anche
grazie al rispetto e alla tutela garantiti a entrambe. Qui è presentato il
frontespizio dei regolamenti per l’Università di Torino, bilingui, pubblicati
in parallelo con la stesura delle Regie Costituzioni del 1772.

Fig. 15 - Nel 1912, non sono ancora sopite le rivendicazioni su Nizza


e Savoia. Nel presente testo biografico su alcuni tra i maggiori generali
savoiardi, nel quale si evidenziano, anche da parte del prefatore, Luigi
Pelloux, già Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia
- 1898/1900 - alcuni aspetti del piano destinato ad allontanare
artificialmente, quanto più possibile, Savoia e Piemonte.

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Certo se si prestasse fede a certi storici, soprattutto transalpini, ma non soltanto, si sarebbe tentati di trarre conclusioni ben differenti. Basti dire,
d'altronde, che in Savoia e nel Nizzardo, dopo le cessioni, le popolazioni sono state lungamente destinatarie della politica dei governi francesi che,
con il beneplacito di quelli italiani, hanno, ben comprensibilmente e prevedibilmente, inseguito e indotto una rapida integrazione, imponendo una
frattura col passato e letteralmente inventando un solco storico-culturale quanto più possibile profondo tra le due regioni e il Piemonte. Anche i
programmi scolastici hanno dato il loro contributo, ad esempio escludendo completamente dai testi di storia qualunque notizia riguardante il reale
passato dei paesi annessi ai territori francesi. In Savoia e a Nizza la storia che gli studenti conobbero, lamentarono molti studiosi (e lo ribadì anche il
savoiardo Luigi Pelloux, Presidente del Consiglio dei Ministri -1898/1900 -, i cui genitori, lui ragazzo, avevano optato per la nazionalità italiana), fu
la storia di Francia, gli eroi quelli della Francia, i sovrani che scandivano lo scorrere dei secoli, di padre in figlio, non più gli Amedei o gli Emanueli di
Casa Savoia, ma i Re o gli “imperatori” o i presidenti francesi, le cui armate avevano spesso, in realtà, versato il sangue savoiardo e nizzardo (Alfred-
Anthonioz, Généraux Savoyards, Genève, 1912, p. VIII). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi si pensa alle popolazioni degli antichi Stati sabaudi
di terra ferma quasi come estranee tra loro, separate non solo dalle montagne, ma anche dalla lingua (il che ancora non vale almeno per la Valle
d'Aosta dove l'uso del francese è tuttora abbastanza diffuso e, soprattutto, difeso). Otto o nove secoli (oppure cinque per i nizzardi che, con libero atto
di dedizione, si legarono ai Savoia "solo" nel 1388) di reggimento politico, costumi, tradizioni, attività, storia, interessi materiali e morali comuni e
condivisi sembrano essere sfumati nel nulla, soffocati e annientati dai successivi centocinquanta. Un percorso irreversibile? Oppure, come oggi pare
probabile, sarà possibile un giorno riannodare i fili della pregressa coesione? Il percorso di unificazione europea potrà forse, infatti, riavvicinare ciò
che si è voluto (o dovuto, sotto la spinta delle pressioni, per non dire del ricatto, bonapartista) artificialmente separare. Del resto le Alpi, non pochi
studiosi lo hanno evidenziato, non costituirono mai un vero elemento di divisione. Al contrario lo furono di unione, poiché una stessa latitudine per
i due versanti alpini, determinava un'identità di clima, di paesaggio, di prodotti del suolo, di abitudini alimentari, abitazioni, strumenti di lavoro e,
in complesso, di vita, che conduceva a un unico «pensiero direttivo - come scrisse lo storico Felice de Chaurand de Saint Eustache - nella famiglia
e nella società». Dunque, chi ha qualche rimpianto per la passata compagine statale può ora accarezzare l’idea che un comune barlume d'identità
“sabauda” e “piemontese”, esista ancora e sia tenuto vivo, nonostante certe reinvenzioni del passato, anche dal comune denominatore costituito
dall’ambiente alpino. In Savoia il senso di appartenenza ad una patria "altra" rispetto alla Francia sembra oggi, a un osservatore “esterno” esistere,
ma anche coesistere con un'innegabile e viva "francesità". Tuttavia campeggiano dovunque, quali simboli delle terre savoine, non i gigli dei Borbone,
non qualche rimasuglio simbolico della rivoluzione, ma le croci di Savoia, d’argento in campo rosso. Esse ricordano le antiche tradizioni del paese e
si trasformano, nel loro attuale manifestarsi, con moderno ricorso al linguaggio araldico, nell'onnipresente garante della qualità e dell'origine delle
produzioni regionali. Nel quadro dell’Europa politicamente unita, nuove leggi e norme condivise, nuovi collegamenti stradali e strade ferrate, interessi
comuni, non potranno non dare la sensazione che Chambéry, Nizza, Torino, Aosta siano più vicine.
Sempre che l’identità (un concetto a livello continentale un po’ stiracchiato, ma non privo di ragionevoli e condivisi capisaldi) stessa dell’Europa
non finisca per essere completamente snaturata e compromessa - e purtroppo non è propriamente indebito escludere che ciò possa accadere - si può
immaginare che possano instaurarsi, anche attraverso cooperazioni già in essere in vari campi, nuovi legami, progetti economici, culturali e di sviluppo
congiunti. Il tutto senza bisogno di ricorrere a quanti, in passato, pensarono di poter intravedere in Savoia barlumi di italianità (che al governo di
Mussolini, sembrarono, hanno sostenuto alcuni, abbastanza concreti per accarezzare progetti di rivendicazioni territoriali e per considerare la Savoia,
Nizza e la Corsica al pari di altre terre “irredente”).
Attualmente sono operanti piani di collaborazione “Interreg” tra aree transfrontaliere che quasi rispecchiano, pur con esclusioni o aggiunte, gli
antichi Stati sabaudi. Partners di queste collaborazioni sono i principali attori istituzionali e amministrativi, al di qua come al di là delle Alpi. Tra
Italia e Francia è attivo il programma Alcotra, che copre l'intera frontiera alpina tra i due Paesi, con l’obiettivo generale di migliorare la qualità
della vita delle popolazioni e lo sviluppo sostenibile dei sistemi economici e territoriali transfrontalieri attraverso progetti di cooperazione in ambito
sociale, economico, ambientale e culturale (cfr.: http://www.interreg-alcotra.org/2007-2013/?pg=presentazione). Tra Italia e Svizzera è attivo un
altro programma con obiettivi non dissimili (v. http://www.interreg-italiasvizzera.it/interreg/index.php?id=5).

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Fig. 16 - Cartina delle aree (in grigio scuro) ammesse al programma “Interreg” di Fig. 17 - Cartina delle aree (in grigio scuro) adiacenti a quelle ammesse programma
collaborazione transfrontaliera franco-italiana “Alcotra” “Interreg” di collaborazione transfrontaliera franco-italiana “Alcotra”.
(da http://www.interreg-alcotra.org/2007-2013/?pg=presentazione) (da http://www.interreg-italiasvizzera.it/interreg/index.php?id=5)

Fig. 18 - Uno tra i più autorevoli volumi pubblicati nel corso dei secoli sulla diplomazia
europea, in cui l’autore, Abramo De Wicquefort, descrive, tra l’altro, l’operato di vari
diplomatici sabaudi e consente di rilevare con chiarezza il peso e la considerazione in
Italia e in Europa della Monarchia piemontese (L'Ambassadeur et ses fonctions, vol. I,
La Haye, 1682).

20
Il Piemonte da somma di Stati a nazione,
a “regione - Stato”

Una Nazione può essere definita come il complesso di persone che hanno comunanza di origine, di lingua, storia, costumi, religione e che di tale
comunione hanno coscienza, anche indipendentemente dalla realizzazione in unità politica. Di fronte a questi riconosciuti requisiti, si può dire che
il Piemonte e larga parte dei Piemontesi, furono e si sentirono partecipi di una stessa nazionalità anche prima che si completasse l'espansione dei
Savoia nella regione. Poi, grazie all'azione uniformatrice della dinastia, essi poterono sentirsi a tutti gli effetti “nazione” precocemente e con più solido
fondamento rispetto a tutte le altre realtà italiane.
La “regione-Stato” prese forma nella sua interezza, stratificandosi progressivamente attorno all'originario nucleo dei possessi sabaudi, in tempi
lontani, anche se non propriamente remotissimi. Guardando non solo al Medioevo, ma ancora sino al XVI secolo sarebbe perciò assai difficile
affrontare una storia politica dei territori piemontesi in modo del tutto unitario e complessivo.
Inizialmente lo Stato sabaudo al di qua delle Alpi si estendeva sulla sola fascia centrale dell'odierno Piemonte, componendosi dell'area pressappoco
corrispondente all'attuale provincia di Torino (con l'importante eccezione della testa delle valli di Susa e del Chisone, gelosamente custodite e
fortificate dalla Francia, che di qui poteva controllare i Savoia e mantenere aperto un corridoio dal quale, all’occorrenza, irrompere agevolmente nella
pianura padana), di Cuneo e di parte del Cuneese, del Vercellese, del Biellese e del Nizzardo. Nel XV/XVI secolo, all'interno dei domini sabaudi si
incuneava ancora il marchesato di Saluzzo, già brevemente appartenuto a Carlo I di Savoia (1482-1487) e poi di fatto caduto, prima indirettamente
e poi in modo diretto, sotto il dominio francese. Anche quest’ultimo, estendendosi nelle valli Grana, Maira, Varaita e nell'alta Valle del Po, costituiva
per la dinastia sabauda e per i piemontesi una spina nel fianco, privandoli della protezione delle Alpi Cozie e rendendo più difficile la difesa dei confini
in caso di aggressione.
Tutt'attorno ai Savoia nell'area subalpina si estendevano i territori appartenenti a parecchi altri Stati grandi e piccoli. Innanzi tutto quello della
dinastia Paleologa, destinato poi a pervenire ai Gonzaga (con conclamata e riconosciuta lesione dei prevalenti diritti successori sabaudi). Questo
era formato dal Monferrato, il cui nucleo principale era costituito da Casale, con i territori limitrofi situati sulla sponda destra del Po, da importanti
località e centri abitati posti lungo il corso del Tanaro e della Bormida, quali Alba e Acqui, nonché, infine, da alcuni centri frammentariamente
infiltrati nei domini savoini, come San Giorgio Canavese, Trino e Saluggia.
Asti orleanese - destinata a pervenire in mani sabaude nel 1530 - i possessi genovesi nell'Oltregiogo Ligure, e i domini visconteo-sforzeschi (Alessandria
e le zone circostanti, congiuntamente ai territori sulla sinistra del fiume Sesia, formanti l'attuale provincia novarese) completavano, se si eccettuano
alcune enclaves di modesta importanza, quale il principato di Masserano e altre giurisdizioni di pertinenza pontificia, lo scenario geopolitico della
regione piemontese.
Nonostante l'articolazione di questo panorama storico e geografico, quella che abbiamo definito come la “regione - Stato”, iniziò ad essere pronosticabile
e fu ben presto perseguita. Le spinte verso una sua compiuta costruzione furono rafforzate dalla scelta di portare la capitale a Torino. Nella città
i conti e i duchi passavano da sempre, sin dai tempi delle corti itineranti, parte rilevante dell’anno, e ciò anche quando il loro potere emanava
convenzionalmente in primis da Chambéry. Lo stabilire la corte e la capitale a Torino fece dei Savoia una dinastia “piemontese” e poi a tutti gli
effetti “italiana”, il che avvenne, senza che essa perdesse, naturalmente, la propria cifra e dimensione cosmopolita, del pari con la propria rilevanza
sopranazionale, di cui si è già detto.

21
Donne sabaude, tra beneficenza e santità
A fianco dei loro consorti o fratelli, le principesse sabaude destinarono molto del proprio
tempo, attività umili e spesso silenziose (e, soprattutto, concrete e “misurabili” attraverso
i “fatti”) alle attività benefiche, sorrette da autentici tesori, a sostegno dei poveri, dei meno
fortunati e alla creazione di istituti destinati a durare nel tempo.
Tra tanti esempi, si possono ricordare per prime quelle donne dei Savoia che furono proclamate
“Sante” o “Beate” dalla Chiesa, come Sant’Anna Paleologo, l’Imperatrice bizantina (ovvero
Giovanna di Savoia, figlia di Amedeo V, che mutò il nome in Anna, abbracciando la fede
ortodossa del marito, l’imperatore Andronico III), oppure come le Beate Margherita di
Savoia-Acaia, Ludovica (figlia di Amedeo IX, monaca Clarissa), Caterina e Maria Apollonia
(figlie di Carlo Emmanuele I, monache francescane) e poi Maria Clotilde, Regina di Sardegna
e Maria Cristina, la “Santa Reginella”, come la chiamavano i napoletani.
A molte attività a favore di istituti di beneficenza, degli indigenti, dei carcerati, degli orfani,
può essere però collegato il nome di altre principesse, sia che siano state riconosciute quali
“testimoni della fede”, come accade per Maria Clotilde, moglie di Girolamo Bonaparte
(terziaria domenicana, interamente dedita ad attività benefiche negli ultimi decenni della sua
vita), la Regina Elena e Giovanna Regina di Bulgaria, sia prive di riconoscimenti “ufficiali”.
Molte non lesinarono il proprio impegno e denaro, come Maria Felicita (che fondò e dotò il
Convitto che oggi si denomina delle Vedove e Nubili, che pur essendo di “civil condizione”,
come si diceva una volta, erano in difficoltà economiche).
Tra le “testimoni della fede” vi sono poi due martiri il cui nome non può passare sotto
silenzio: Mafalda, uccisa da bombe inglesi mentre era nel campo di concentramento tedesco
di Buchenwald, vittima coraggiosa degli eventi bellici e Maria Teresa di Savoia Carignano,
moglie, nel 1767, di Luigi Alessandro di Borbone, principe di Lamballe. Essa andò incontro
al martirio durante la Rivoluzione francese con lucido coraggio. Riuscita ormai a mettersi
al riparo a Londra, quando apprese che i sovrani francesi, nel bosco di Varennes, non
avevano avuto altrettanta fortuna ed erano prigionieri, decise, al contrario di altre dame che,
legittimamente, restarono al sicuro oltremanica, di fare la strada a ritroso. Era ben cosciente
dei rischi che correva nel tornare tra sanculotti e giacobini assetati di sangue. Arrestata, divise
la prigione con la famiglia reale. Quando, durante un processo beffa, come tutti quelli che si
consumavano in quei giorni, le ordinarono di giurare fedeltà alla libertà e all'eguaglianza e
odio al re, alla regina ed alla monarchia rispose: «giurerò di amare la libertà, ma non farò
l'altro giuramento perché non è nel mio cuore». Firmò così la propria condanna: fu spinta
verso un gruppo di uomini armati di asce e picche. Sappiamo che Le strapparono i vestiti di
dosso (da vendersi al miglior offerente) ma non quanto durò il calvario a cui fu sottoposta. Il
suo corpo fu poi fatto a pezzi, il collo reciso e la testa conficcata sulla punta di una picca; altre
picche ne infilzarono il cuore e i genitali. I macabri trofei furono portati, simbolo del trionfo
repubblicano, per le strade di Parigi. Alla prigione del Temple Maria Antonietta fu costretta
ad affacciarsi, per vedere come «il popolo sapeva vendicarsi dei tiranni». Poco tempo dopo,
davanti al proprio patibolo la regina sarebbe rimasta imperturbabile, ma alla vista di ciò che
restava della sua amica più cara, non riuscì a dominarsi e cadde a terra svenuta. Ovviamente
qualche storico (tra i quali non figura, si badi bene, nessuno dei maggiori studiosi dell'epoca
rivoluzionaria) si sforzò, per coonestare l'operato degli assassini, ad inventare per Maria
Teresa un'immagine, completamente infondata, di donna arrogante e crudele. Seguendo i
loro ragionamenti la vittima diviene carnefice, l'assassinio una legittima vendetta e la storia,
ancora una volta, un racconto fazioso.

22
Gli ambasciatori “più abili, più colti, più accorti”.
Il ruolo della diplomazia nell’affermazione sabauda

In Europa la diplomazia piemontese godette nel corso dei secoli di grande considerazione. Per affermarlo possiamo avvalerci, anche tralasciando
l’opinione dei piemontesi, che potrebbero apparire parziali, di numerosi osservatori. Tre esempi: Abramo de Wicquefort, citato più indietro quale storico
della diplomazia, certifica l’abilità degli ambasciatori dei Savoia già nel Seicento, menzionando parecchi esempi: non potrebbe esserci testimone più
autorevole. In Francia fu niente meno che Luigi XIV a dichiarare il proprio vivo apprezzamento, come già ricorda Clemente Solaro della Margarita
nel suo Memorandum (1851). Al di là della Manica, qualche decennio più avanti, nel 1748, Lord Chesterfield ritenne opportuno raccomandare al
figlio, in una delle sue famose e più volte pubblicate lettere, di formarsi sul modello dei diplomatici piemontesi, esprimendosi in questi termini: «Ciò
che è certo è che in tutte le Corti, in tutti i Congressi ove si trovano molti Ministri, quelli del Re di Sardegna sono, in generale, i più abili, i più colti, i
più accorti». L'efficienza - secondo alcuni la spregiudicatezza - della diplomazia sabauda suscitò anche critiche, dato che questa dovette essere sempre
pronta a porre in discussione e a riformulare le strategie politiche e diplomatiche e il quadro complessivo delle alleanze. I duchi di Lorena, quelli di
Baviera e altre corti d'Europa, pur adottando un analogo approccio, non riuscirono comunque a non soccombere.
Il giudizio degli studiosi contemporanei - che non tacciono quanto scomoda e difficile fosse la posizione del Piemonte, circondato dagli appetiti dei
re di Francia, di Spagna ed anche dell'Impero - rimane sostanzialmente positivo. I Savoia «..., finchè hanno da guardarsi anche dalla Francia, -
scrive Friedrich Meinecke - devono tener cara la pericolosa amicizia della Spagna, benché più d'ogni altro stato italiano vengano da essa minacciati
nei loro possessi territoriali. E nel mantenere i patti sia con l'una che con l'altra potenza, i Savoia si devono guardare dall'essere troppo scrupolosi»;
«Stretto tra i possessi della Spagna e tra la Francia - annota Carlo Capasso parlando di Carlo Emanuele I - ... egli inaugurò l'unico metodo possibile:
mantenersi in equilibrio, ma essere contemporaneamente armato, partecipe a tutti gli avvenimenti della politica generale, divenire, in una parola,
necessario. Ora quando pensiamo che tutti gli altri Stati -italiani-, quali più, quali meno, si mantenevano in una neutralità disarmata e si ritiravano
da tutte le imprese, doveva avvenire che quanto più questi scadevano... tanto più... risaltava il valore del Piemonte».
Anche se non era indispensabile, la dinastia in questo campo fu, per così dire, difesa già in tempi più lontani da molte voci. Cesare Balbo, discorrendo
su Carlo Emanuele I, asserisce che fu:

«...forse il primo che fece alla sua casa e al suo popolo quella riputazione non dirò d'infedeltà, ma almeno di variabilità politica, che accresciuta poi da re Vittorio
Amedeo il grande, ci fu rimproverata da molti scrittori stranieri e principalmente da' Francesi. Ma io dico il vero; avendo più volte esaminato, e secondo mi pare,
imparzialmente ... i particolari di quelle variazioni, elle mi parvero, se non del tutto irreprensibili ... meno dannevoli che tante fatte o che si fanno tuttodì dalla Francia
e da ogni altra potenza grande. [...] Adunque noi posti tra Francia ed Austria, e non volendo farci ligi dell'una o dell'altra, e facendo benissimo a far così, or ci siamo
posti di qua or di là, secondo che ci parve la giustizia della causa e l'interesse dell'Italia...» (Cesare Balbo, Del naturale dei Piemontesi, in Lettere di politica e letteratura
edite ed inedite ... precedute da un discorso sulle rivoluzioni, Torino, 1859, pp. 245-269).

Ma vi fu anche tra gli stranieri e tra gli stessi francesi chi giudicò molto positivamente le strategie poste in atto, come Alphonse de Beauchampe, che
nel 1821 rilevò che non solo i Savoia erano riusciti a difendersi dalla potenza delle case di Francia e d’Austria, ma che erano riusciti a acquisire una
importanza politica tale da consentire loro di essere protagonisti «dans toutes les guerres, dans toutes les négociations qui agitèrent l'Europe pendant
le cours des deux derniers siècles».
Il merito dei successi dello Stato sabaudo in campo diplomatico a partire dal 1559 è certo da attribuirsi all'abilità dei singoli ambasciatori - spesso
coadiuvati da giuristi di grande competenza e profondità - dei segretari d'ambasciata e dei “ministri degli esteri”. Ma i grandi registi dei successi
dell'attiva, efficace e invidiata rete diplomatica piemontese furono, quasi sempre personalmente, i sovrani stessi, gli unici in grado, probabilmente
di avere una visione d’insieme esattamente corrispondente alla realtà. Questi tenevano direttamente sotto controllo tutte le scelte e le strategie
riguardanti i principali obiettivi, dal reclutamento e preparazione degli ambasciatori più abili e devoti, alla stesura di attente e minuziose istruzioni,
dall'organizzazione strategica complessiva al controllo trasversale dell'operato di ciascuno: ora erano i segretari d'ambasciata che vegliavano
sull'attività dell'ambasciatore, riferendone minuziosamente alla corte e, ove necessario, indirizzando o conducendo in prima persona negoziati
integrativi o alternativi; ora erano gli agenti diplomatici che prendevano ordini direttamente dal sovrano e si coordinavano con i colleghi sparsi per
l'Europa, onde orientare un'azione comune. Col trascorrere dei secoli, mentre il Piemonte riusciva a conquistare in Europa un forte e prestigioso
ruolo che consentiva di coltivare crescenti ambizioni, le diplomazie italiane (e in particolare quelle medicea e veneziana, dotate di davvero grandi
tradizioni storiche) andarono lentamente perdendo la loro incisività e proverbiale efficienza (v. ad es. Carlo Contessa, Per la storia della decadenza
della diplomazia italiana nel secolo XVII. Aneddoti di relazioni veneto-sabaude…, Torino, 1905).

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Giustizia, armonia sociale, spirito di servizio

Gli scrittori illuministi e poi molti storici dall'Ottocento in avanti si sono adoperati per dimostrare, che già in un remoto passato, almeno sin dal
tardo medioevo, la società europea era per intero percorsa da correnti di odio tra poveri e ricchi, che già costituivano l'embrione e il presupposto
della lotta di classe destinata a esplodere solo dopo avere lungamente covato sotto le ceneri. Altri studiosi hanno delineato una visione della realtà
diametralmente opposta, secondo la quale durante l'antico regime i rapporti tra ceti, tra ricchi e poveri, tra signori e subalterni, sia pur in presenza
di circoscritte e regolate conflittualità, si svolgevano in un clima di complessiva armonia e pace sociale. Queste ultime tesi sembrano, meglio di altre,
adattarsi alla realtà piemontese. Ciò nondimeno continuano a essere rifiutate, anche con riferimento al Piemonte, da molti e in particolare dagli
studiosi di formazione e area marxista che, pur essendo, ormai da tempo, miseramente crollato il funesto sistema di cui sono stati i propugnatori e i
fiancheggiatori, continuano in taluni ambiti a padroneggiare quasi monopolisticamente gli spazi di espressione storiografica. Montesquieu nel 1728,
in occasione di una sua breve permanenza a Torino, annotava nel suo diario di viaggio, dopo avere rilevato la (relativa) povertà di molti nobili: «...
I contadini stanno bene in Piemonte: hanno tutti un pezzo di terra, che è fertilissima, e in alcuni casi sono ricchi quanto i loro signori». Capillari
ricerche direttamente condotte sui catasti, sugli archivi notarili e sui censimenti di un campione significativo di città e paesi della regione, unitamente
all'opinione di molti storici e degli economisti che più profondamente hanno studiato le vicende della regione subalpina, inducono a condividere
l'essenza delle considerazioni del celebre filosofo e letterato francese. Già nel Cinquecento i territori piemontesi avevano potuto suscitare non dissimili
impressioni: è ben nota una sintetica rappresentazione del Piemonte fatta sul finire del secolo da Giovanni Botero (al quale fece eco poco dopo
Francesco Agostino Della Chiesa), che scrisse, rilevando l'equità riscontrabile nella distribuzione della ricchezza:

«Non vi sono in Piemonte ricchezze eccessive perché i beni vi sono compartiti in maniera che ognuno quasi vi ha una parte: il che impedisce l'eccesso. Non vi mancano
però Signori di quattro, di sei, di oltre dodici e quindicimila scudi. Non vi sono città di straordinaria grandezza: perché sendo il paese tutto buono e copioso ogni uno
s'acconcia e si ferma ove trova commodità e, perché la commodità è in ogni luogo, non ha ragione d'andarla a cercar lungi da casa. Non v'è parte d'Italia dove le terre
e i castelli siano più spessi e più grossi. È, finalmente, paese tanto abitato che non fu impertinente la risposta che un cavaliere piemontese diede a un gentil huomo che
gli domandava che cosa fusse il Piemonte, dicendogli: essere una città di trecento miglia di giro».

Quando Giuseppe Prato pubblicò, nel 1908, il volume La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVIII, le sue conclusioni (contestate da
taluni studiosi successivi, ma oggettive, in quanto basate essenzialmente su colossali ricerche d'archivio nonché su approfondite indagini statistiche
e demografiche), non furono, si potrebbe dire, molto dissimili da quelle icasticamente espresse dal Montesquieu o dal Botero. Il Prato constata
nel Settecento un'uniforme distribuzione della ricchezza, forte frazionamento delle proprietà, scarsità di grandi patrimoni, esistenza di un carico
tributario in assoluto sopportabile (non esisteva ancora tra l'altro la tassa di successione). Anche tra i ceti dediti ad attività commerciali o produttive,
rileva ancora il Prato, i patrimoni cospicui o gli arricchimenti repentini erano nel 1750 un'eccezione. La nobiltà piemontese dal canto suo - al
contrario di quanto accadeva altrove anche in Italia - guardava ai traffici, ai commerci (se non dei prodotti delle proprie terre) e agli arricchimenti
troppo rapidi che ne derivavano con un certo sospetto e disprezzo, nonostante la dinastia avesse fatto quanto in suo potere per incoraggiare i nobili ad
abbracciare attività mercantili, rassicurandoli che queste non avrebbero pregiudicato il loro status (cfr. editti 19 agosto 1627 e 15 dicembre 1633).
Se lo Stato sabaudo non fu il terreno ideale per favorire una precoce nascita di quella borghesia industriale che in altri paesi andò sempre più
concentrando la ricchezza nelle proprie mani (anche a scapito di altre categorie di cittadini), lo fu invece per il mantenimento dell'armonia e della
pace sociale. E fu probabilmente anche un terreno ideale per favorire il cementarsi, nel carattere delle popolazioni, di uno dei punti di forza su cui i
Savoia fecero sempre leva: l'attaccamento alla dinastia e la disponibilità a seguirla nelle sue avventure; un attaccamento tanto forte da far dire a più
di uno studioso che la fortuna di casa Savoia era talmente amalgamata con quella del Piemonte che nulla poteva scinderle.
Sul rapporto tra i Savoia e i loro sudditi sono interessanti alcune considerazioni inserite da Cesare Balbo di Vinadio nel Sommario della storia d'Italia
per confutare un'asserzione di Carlo Botta, secondo il quale i paesi soggetti ai Savoia erano infelicissimi, in considerazione del fatto che i loro Sovrani
troppo si dilettavano di guerra. Ma per Balbo non era possibile che i piemontesi fossero infelici o vessati sotto il governo sabaudo, anzi, tra principe
e popolo esisteva un profondo legame che soltanto poteva basarsi su una spontanea fedeltà e su reciproca accettazione; come si sarebbe potuto, in
caso contrario, spiegare

«...tant'amore reciproco? Certo, o bisogna dire che i Piemontesi d'allora fossero il più vil popolo del mondo ad amar così i loro oppressori (il che è dimostrato falso dalla
loro perseveranza ed alacrità militari, che son qualità incompatibili coll'avvilimento de' popoli); o bisogna dire che alcun che fosse pure, che unisse que' principi e que'
popoli piemontesi sinceramente, strettamente, appassionatamente tra sè, a malgrado le gravezze. Nè è poi difficile scoprire quell'alcun che. Appunto, perchè non vili
originariamente, e non corrotti dalla invecchiata civiltà e dalle scellerate politiche del resto d'Italia, ma anzi nuovi, ma virtuosamente rozzi e quasi antichi erano que'

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Fig. 19 - Vittorio Amedeo II, da: Francesco Maria Ferrero di Lavriano, Augustae regiaeque Sabaudae domus arbor gentilitia..., Augustae Taurinorum, 1702.

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Piemontesi, perciò virtuosamente, alacremente soffrivano le inevitabili gravezze recate dagli stranieri, e pesanti sui principi loro non meno che su essi; e soffrendole
insieme, si compativano, si stringevano, si amavano; ed amorevolmente operando erano meno infelici nelle sventure, felicissimi ne’ ritorni di fortuna....» (Cesare Balbo,
Della Storia d’Italia dalle origini fino all’anno 1814: sommario, Torino, 1846 [3a], pp. 300-301).

Ovviamente, prosegue Balbo, anche i sudditi sabaudi pagavano le tasse e queste talora erano pesanti, però rimanevano nel paese e finivano per andare
a beneficio di tutti, al contrario delle tasse pagate agli spagnoli e agli austriaci che da secoli continuavano a esportare enormi ricchezze dall’Italia.
Seguendo Carlo Botta, con riferimento a un periodo in cui i dati si erano potuti ricostruire con ragionevole approssimazione (1631-1644), in soli
tredici anni furono sottratti ai sudditi italiani oltre cento milioni di scudi, vale a dire, precisa Balbo «un cinquecentocentocinquantamilioni di franchi,
che al ragguaglio del valor attuale [anni trenta dell’Ottocento] de’ metalli sarebbono un miliardo e più» di lire, mentre le spoliazioni fatte dai vicerè
stranieri e dai loro cortigiani non erano mai cessate e costituivano, anzi un fatto quotidiano. Se poi volessimo capire come rapportare quel miliardo
a una cifra attuale, probabilmente non saremmo lontani dai 6 miliardi di Euro, rastrellati in un territorio ben più ridotto rispetto all’attuale Italia,
con una media di poco meno di 500 milioni all’anno. Si tratta di una ragionamento alquanto empirico, che per essere suffragato scientificamente
richiederebbe ampi studi archivistici e bibliografici fuori luogo nel presente contesto. Tuttavia i dati citati, per quanto approssimativi, rendono bene
l’idea di alcuni dei motivi, concreti e pratici, che indussero tanti italiani a desiderare di affrancarsi dal dominio straniero e di avvicinarsi alla dinastia
sabauda e al Piemonte.
Forse solo grazie a considerazioni come quelle, appena riferite, di Cesare Balbo si può comprendere appieno quel granitico legame con la dinastia
e lo spirito di servizio (Oriani scrisse addirittura, parlando del popolo piemontese e non senza intenti critici, in realtà «...Nessuna guerra lo stanca,
nessuna sconfitta lo prostra, nessuna libertà lo tenta...»), che molti ritengono di poter definire radicati e sentiti in modo particolare tra le popolazioni
subalpine e savoiarde. Si può ritenere che proprio dalla diffusione di questo spirito di servizio concreto e duraturo derivò in parte l'eccezionale solidità
e stabilità delle istituzioni civili e militari della monarchia sabauda. Ciascuno era cosciente di far parte di una comunità «ben fazionata a governo» in
cui i ruoli erano ben chiari e definiti, mentre le relative funzioni si attuavano, come scrisse Renzo Gandolfo «... nel concerto del servizio...quel servizio
che subordina e coordina l'operare del singolo con la finalità comunitaria cui il servizio serve: così che chi governa possa governare, verbo che nella
parlata piemontese diventa usuale regola di vita...», nell'ambito di una «società dove c'è chi comanda e chi obbedisce, non per tirannia di despota ma
per convinzione dell'utilità del servizio, singolo e collettivo...».
I sovrani sabaudi avevano più volte dichiarato, con i programmi politici, e coi fatti, di ispirarsi a principi di equità. Non raramente negli editti
principeschi il bene del popolo, la tutela dei poveri e dei deboli sono enunciati come priorità per i discendenti della dinastia e per i loro ministri.
Vittorio Amedeo II nell'atto di abdicazione del 3 settembre 1730 raccomandava ad esempio al figlio, tra i primari obblighi di un principe, quello «...
di mantenere e far amministrare a tutti una retta ed incorrotta giustizia, singolarmente ai deboli e poveri, dovendo essere il principe padre e protettore
degli oppressi e il vendicatore ed inimico dei prepotenti». Nel 1821 al momento di prendere le redini del Regno Carlo Felice non si discostò di molto
dal pensiero dell'avo, rivolgendo ai magistrati le espressioni: «...siate i difensori dell'innocenza, ed il terrore de' rei; il povero al par del ricco trovi in
voi assistenza e sostegno, e lo spirito di cupidigia e di prepotenza s'arresti e tremi al vostro aspetto».
Vasti furono i programmi dei Savoia per il sostegno dei ceti e delle persone meno abbienti. Essi promossero o incoraggiarono la creazione sia di istituti
operanti come vere e proprie banche - ma senza fini di lucro - sia di ospizi e ospedali dei poveri; sostennero le iniziative benefiche pubbliche e private
più meritevoli, vollero che fossero smascherati gli impostori che praticavano l'accattonaggio solo perché trovavano comodo che altri lavorassero per
loro. Per spirito caritativo e anche concretamente intenzionati a tutelare l'ordine pubblico, diedero vita ad articolati programmi di assistenza. Le
iniziative intese a insegnare ai vagabondi e agli accattoni - volenti o nolenti - un mestiere che consentisse loro di sbarcare il lunario (e in certi periodi
vediamo i ricoveri configurarsi come vere e proprie manifatture o centri di produzioni artigianali) o a riportare delinquenti e prostitute nell'alveo
di una vita normale, ebbero sempre l'appoggio della dinastia e si inquadrarono all'interno di un progetto organico e articolato che diede eccellenti
risultati. A Torino l’istituto familiarmente detto dei “Poveri vecchi”, creato nel quadro di una vasta e lungimirante opera per il sollievo degli indigenti,
è rimasto a lungo operante, poi in tempi relativamente recenti i suoi edifici sono stati destinati a nuovi usi, in parte divenendo sede di aziende
pubbliche e di facoltà universitarie, in parte affidati alla gestione dell’Ospedale Molinette. Tra le istituzioni a beneficio e tutela dei deboli, deve
essere ricordata, poi, quella dell’Avvocato dei Poveri, figura antichissima (già menzionata negli statuti di Amedeo VI del 1379) con caratteristiche
peculiari – destinate a essere esempio per molti altri paesi -, autonomia e attribuzioni ampie, che ne fecero un modello di interesse non comune a
livello europeo. Coloro che venivano ammessi al “beneficio dei poveri” (e potevano essere sia persone fisiche, sia istituti aventi la finalità di sovvenire
la povertà) non solo potevano godere del gratuito patrocinio legale ma, nella maturità dell’istituto, anche dell’esenzione da spese legali, carte bollate,
iscrizioni ipotecarie, ricorsi e via dicendo. In questo modo anche il più povero tra i sudditi sabaudi aveva la possibilità di difendersi, confidando, con
la tutela e il sostegno dello Stato, di vedere trionfare i propri diritti contro chiunque, fosse anche il più ricco e potente ministro della Corona. Quasi il
contrario di quanto molti storici hanno voluto raccontare, parlando dell’antico regime.

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Fig. 20 - Nell’opera La Donna nella Beneficenza in Italia (in quattro volumi, Torino, 1910-1913),
il ruolo delle rappresentanti di Casa Savoia risulta tanto significativo e oggettivamente misurabile da
giustificare quale perimetro del volume I, mentre gli altri sono rispettivamente dedicati alle diverse
regioni (vol. II: Lombardia, Veneto, Trentino; vol. III: Liguria, Emilia, Toscana, Umbria, Marche,
Lazio; vol. IV: Italia Meridionale, Sicilia e Sardegna) le opere fatte da “Casa Savoia e Piemonte”.

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Assistenza e carità
nella Torino ottocentesca

Le opere promosse dalla dinastia a beneficio degli infermi e dei poveri dopo la restaurazione si intensificarono enormemente. Se ne potrebbero
fare innumerevoli esempi: anhe senza prendere in considerazione la vasta opera ospedaliera sviluppata attraverso l’Ordine Mauriziano, forse non
c’è ospedale torinese che non abbia avuto un sostegno per nascere o per ingrandirsi mediante elargizioni provenienti dal patrimonio personale
di rappresentanti della dinastia, altrettanto si può dire di tutti gli istituti benefici (non abbiamo sotto mano dati riguardanti il Piemonte nel suo
complesso ma si può immaginare che la situazione, anche a livello regionale non debba essere del tutto dissimile) le cui vicende consentono spesso di
registrare i successi quale esito della comunione d’intenti tra i ceti dirigenti i sovrani e i principi. L’iniziativa privata, senza il sostegno di differenti
esponenti sabaudi rischiava in più di un caso di arenarsi, talvolta bastava l’esempio, una piccola donazione, per generare un circolo virtuoso. Come
non tornare con la mente, quindi a un’altra eredità che è stata a lungo direttamente posta in rapporto con i Savoia, quella che ha fatto riconoscere la
Torino ottocentesca, non solo a livello italiano, un primato anche nel campo delle istituzioni sanitarie e caritative. Nell’ultimo scorcio del secolo la città
disponeva, sulla scia di radicate tradizioni e realizzazioni dello Stato sabaudo in campo assistenziale, di cui si è appena detto, di Ospedali efficienti per
la cura di ogni malattia, di sanatori e di floridi istituti per vecchi ed indigenti. Al mantenimento delle istituzioni esistenti e alla realizzazione di nuovi
progetti, non di rado con lo sguardo rivolto anche alla sperimentazione, come nel caso della fondazione, nel 1886, del primo ospedale omeopatico
italiano, contribuiva un ammirevole modello di collaborazione tra pubblico e privati, compresi tra i “privati”, come si è visto, diversi principi di Casa
Savoia. Sull’esempio della dinastia e della nobiltà (numerosamente rappresentata nei consigli d’amministrazione di tutti gli enti operanti con finalità
di carità/filantropiche, assistenziali e d’incremento della scolarità e dell’istruzione pubblica) la borghesia della terra, delle professioni, degli affari e
dell’industria, faceva a gara per dare il proprio contributo, non solo finanziario ma anche di operosità, generalmente declinata al femminile.
Un incremento demografico alquanto vertiginoso era destinato a creare in questo campo enormi difficoltà. Queste furono affrontate attraverso continui
adeguamenti degli organismi ospedalieri e con un complessivo successo, che rende addirittura scomodo il confronto, pur essendo completamente
mutato lo scenario, tra il passato e i nostri giorni, in cui talune disfunzioni della sanità pubblica, in uno scenario di decremento demografico, finiscono
per essere difficilmente spiegabili. Nel 1871 Torino contava 212.644 abitanti; nel 1881 252.832; nel 1891 329.724. Un incremento ancor più
notevole si registrò tuttavia, imponendo grossi sforzi organizzativi e il rafforzamento, anche, di tutte le strutture assistenziali e sanitarie, nel primo
decennio del Novecento, quando si passò dai 335.656 abitanti del 1901 ai 427.106 del 1911 (418.666, secondo i dati forniti dal quinto censimento
del Regno d’Italia del 18 giugno di quell’anno). Ma la crescita continuò ad essere tumultuosa : nel 1939 la città aveva 701.558 abitanti (rispetto a
cento anni prima la popolazione si era, quindi più che quintuplicata).
Se nel complesso il sistema “reggeva”, bisogna ammettere che ancora negli anni settanta dell’Ottocento rimanevano insufficienti le strutture
specificatamente destinate ai bambini, in linea, peraltro, con quanto accadeva in varie realtà europee. L’Ospedale di Santa Filomena, fondato nel
1843, era una tra le più antiche strutture ospedaliere esclusivamente infantili d’Europa, ma per la sua dimensione non poteva in alcun modo supplire
alle necessità che l’espansione demografica generava senza tregua; tra l’altro i 60 letti di cui disponeva, un numero di per sé non irrilevante, erano
statutariamente riservati alla degenza delle bambine povere. Dal canto suo l’Ospedale, operante dal 1838, Oftalmico e Infantile, pur essendo a
metà secolo ben strutturato e organizzato (sostenuto com’era finanziariamente da un’efficiente e generosa società di azionisti e oblatori, tra i quali
primeggiavano - per entità dei contributi, beninteso - vari rappresentanti di Casa Savoia) tendeva a focalizzarsi in particolare sulle malattie degli
occhi.
Pur non trattandosi, forse, di una vera emergenza, nella seconda metà dell’Ottocento appariva chiara la necessità di offrire ai bambini strutture
dedicate e specialistiche. La “propaganda”, svolta in particolare da vari medici, servì a far comprendere a fondo l’esigenza e l’urgenza di dare vita
ad istituti di cura infantili e a coagulare attorno ad alcuni progetti l’impegno di un buon numero di cittadini. L’iniziativa privata, sensibilissima, ieri
come oggi, di fronte alle sofferenze dei bambini, non tardò a farsi carico delle relative problematiche. Sul finire del decennio 1870 presero così corpo,
quasi contemporaneamente, due distinti progetti finalizzati a colmare una «dolorosa lacuna».
Nel 1887, promotore il clinico Giuseppe Berruti, nacque l’Ospedale Maria Vittoria, per la cura delle donne e dei bambini, protetto ed aiutato in ogni
modo, nei suoi primi sviluppi, dal Duca d’Aosta e beneficiario di una grande sottoscrizione popolare.
Già quattro anni prima, tuttavia, aveva già iniziato ad operare una struttura che, pur in minuscole dimensioni, rappresentava il primo vero ospedale
solamente infantile, strutturato con criteri moderni e in grado di assistere sia maschi sia femmine. Fondatore ne fu il medico Secondo Laura, definito
dai contemporanei “l’apostolo degli ospedali infantili in Italia”, il quale aveva dato vita ad un’opera pia che fu l’incubatrice del Regina Margherita
che prese il nome di una sovrana nota per le sue vaste, quanto silenziose, elargizioni a favore di numerosi enti benefici ed assistenziali. Non tutte le
attività caritative di Margherita possono, però, essere adeguatamente ricordate dato che era molto riservata; al riguardo si ricorda la sua frase «Gli
antichi hanno insegnato di far la carità ai miseri: però è prezzo dell’opera che la sinistra mano non sappia quel che la destra diede». Luigi Settembrini,

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Fig. 21 - Prima sede dell’Ospedale Infantile Regina Margherita, una delle innumerevoli istituzioni che poterono fare
affidamento sulla generosità e appoggio di rappresentanti della dinastia per nascere e per svilupparsi. Questa struttura,
che quando fu fondata, per iniziativa del medico Secondo Laura, era per vari aspetti all’avanguardia in Europa, fu, non Fig. 22 - La grande opera di perequazione dei tributi
per caso, intitolata al nome della Regina. fu condotta separatamente in Piemonte e in Savoia
lungo un arco di tempo quasi trentennale: consentì di
giungere ad un'equa ripartizione, anche con riguardo
alle comunità e corpi e ceti privilegiati.

Fig. 24 – Carlo Ricati, autore di questo volumetto


pubblicato anonimo (senza data ma uscito tra il 1816
e il 1820), sostiene nel suo scritto - che quasi pare
essere portavoce di un punto di vista "ufficiale" della
monarchia sabauda - l'importanza delle potenze di
“seconda classe” e la loro potenzialità espansiva: se
la tendenza ad un costante ingrandimento precipita
talvolta i grandi Stati nella rovina, altrettanto non
si può dire per quanto riguarda le potenze minori.
Fig. 23 - Nel Settecento si procedette alla consolidazione Sotto la guida di un principe abile infatti - sostiene il
della sterminata eredità di leggi stratificatesi nel corso Ricati - la tendenza all'ingrandimento può divenire
dei secoli. Ovviamente il testo era pubblicato in italiano per gli Stati intermedi, che possono cogliere molte
e francese, essendo il bilinguismo un elemento distintivo circostanze favorevoli per ingrandirsi, un germe di
e mai contraddetto degli Stati sabaudi. vera prosperità.

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riferendosi a una sua visita nei quartieri più poveri e degradati di Napoli, (alla quale erano seguiti segni tangibili della sua generosità, aveva detto di
lei, approssimativamente, che «aveva posato il piede regale dove tante altre signore avrebbero temuto di insudiciarsi le seriche scarpine». L’Ospedale
Regina Margherita mosse i primi passi in una modesta sede in corso Dante 5, verso il 1880. L’inaugurazione ufficiale si svolse il 9 dicembre 1883,
previo Regio Decreto costitutivo di Re Umberto I. Già l’anno seguente, con altro Regio Decreto datato 15 novembre, esso fu eretto in Ente morale.
Nel 1897 i letti erano già 61 e il Regina Margherita era insediato nella nuova e moderna sede di corso Galileo Galilei angolo via dei Fiori.
In quell’anno, nonostante le dimensioni ormai notevoli e l’impegno che derivava non solo dalla cura dei degenti ma anche dal gran numero di visite
ambulatoriali, tutti i sanitari prestavano ancora servizio a titolo completamente gratuito, affiancati, per le attività infermieristiche, dalle Suore della
Carità. Il nuovo edificio ospedaliero si poteva dire ultimato verso il 1901. Sotto la spinta di una domanda crescente di prestazioni e del progresso
medico esso fu, di fatto, in perenne evoluzione, oggetto di continui ampliamenti ed ammodernamenti. Attorno al ‘908 nell’ospedale, «costruito
secondo i più moderni dettami della scienza», erano disponibili 110 letti; la struttura era stata da poco completata con la costruzione di due Padiglioni
d’isolamento e coll’aggiunta di vasti ambulatori per le medicazioni ed i consulti gratuiti. Balzando in avanti di qualche decennio troviamo, sul finire
degli anni venti una struttura di nuovo notevolmente cresciuta, della quale fanno parte oltre alle Sezioni di Medicina e Chirurgia (dove possono
essere visitati e curati anche gli adulti feriti in infortuni sul lavoro) e alla Sala di pronto soccorso, un Istituto radiologico ed elettroterapico, un
Laboratorio di ricerche clinico-chimiche e un Laboratorio elettro-diagnostico. Da tempo sono pure annessi all’ospedale il Padiglione per la R. Clinica
Pediatrica Universitaria (in cui si formarono generazioni di grandi medici e si gettarono le basi di enormi progressi nel campo della cura delle malattie
infantili), nonché un Dispensario ed un Consultorio per lattanti (gestito dall’Opera Pia Aiuto Materno Achille Lenti). Negli anni trenta compaiono
pure, in forma ufficiale e ben definita, realtà già da tempo operanti in modo meno strutturato, quali la Guardia medica permanente e il Refettorio
Materno, riservato alle mamme dei piccoli degenti. Per complessiva visione e per capacità di risposta alle esigenze di cura dei bambini l’ospedale fu
all’avanguardia a livello internazionale.
Siccome queste note sono finalizzate a fornire solo alcuni spunti ci fermiamo qui anche se, come si è già detto, moltissime altre istituzioni potrebbero
essere ricordate in rapporto al sostegno avuto dai principi del sangue e dai sovrani.

XVIII secolo: grandi visioni riformistiche


Un fondamento del primato piemontese settecentesco risiede, ammettono molti storici, nella capacità dei Savoia di dare vita, unici tra gli antichi
sovrani italiani, ad un completo rinnovamento (cfr. Giorgio Spini, Storia dell'età moderna, vol. III, Torino, 1965, pp.996-997). Sotto Vittorio
Amedeo II, in particolare nel periodo compreso tra il 1713 e il 1730 (dopo una prima ondata di riforme tra il 1696 e il 1703) il fervore riformistico fu
straordinariamente intenso. Alcuni studiosi amano minimizzare l'apporto dei piemontesi alle trasformazioni (attribuendone la paternità direttamente
ai sovrani e a alcuni grandi personaggi da essi chiamati alla propria corte dal di fuori dello Stato). In realtà un’indagine minuziosa rivela che quando
i funzionari sabaudi non furono direttamente gli ideatori o gli artefici dei piani di rinnovamento, ne furono quanto meno i supervisori. Si può
dire che Vittorio Amedeo intervenne in ogni campo. Sovrano assoluto nel senso pieno del termine, non ammise condizionamenti di sorta: anche le
possibilità di porre effettivi limiti al potere regio da parte della nobiltà e del clero, documentate altrove, furono negli Stati sabaudi molto limitate. In
campo amministrativo il riordinamento culminò con la formazione del Consiglio di Stato, organo preposto alla discussione delle questioni politiche,
ecclesiastiche e militari; il Consiglio delle Finanze fu migliorato, mentre veniva perfezionata in termini complessivi l'amministrazione centrale, anche
attraverso la creazione delle quattro Aziende di Stato – ovvero ministeri- (delle Finanze, Guerra, Artiglierie e Fortificazioni e Real Casa). Sul terreno
della fiscalità la grande sfida costituita dalla perequazione dei tributi consentì di giungere ad un'equa ripartizione, anche con riferimento ai comuni e
ai corpi privilegiati. In ambito legislativo, il consolidamento cui si pervenne con la pubblicazione delle Leggi e Costituzioni unificò la legislazione che
era venuta stratificandosi nei secoli, apportando semplificazioni e contributi chiarificatori sia in materia civile sia criminale. Il risultato del riformismo
settecentesco fu un’omogeneizzazione del paese; la fisionomia stessa delle città assume caratteri unitari tipicamente “piemontesi”, che non di rado
traggono ispirazione dall'immagine della capitale.
Vi è chi sostiene che il carattere delle genti piemontesi ne uscì addirittura, in qualche modo forgiato, col consolidamento dei singolari caratteri di
severità, coscienziosità, laboriosità che tuttora si vuole ne siano segni distintivi. Una sostanziale concordia e solidarietà univa ormai le popolazioni,
costituendo in modo chiaro un grande elemento di forza e di compattezza.

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Fig. 25 – Ritratto di Carlo Emanuele I (“surnommé le Grand et le Père des soldats”) e riproduzione della sua
arma gentilizia, con a fianco quella della moglie. Tratto da Samuel Guichenon, Histoire Généalogique de la Royale
Maison de Sauoie […] Nouvelle édition […] Réimprimée sur l'édition de Lyon 1660, Turin, Jean-Michel Briolo
Imprimeur-Libraire près le clocher de S. François, 1778-1780.

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Il prezzo dell’indipendenza: un popolo in armi

Gli istituti e l’organizzazione militari costituirono un requisito primario per la salvaguardia delle istituzioni politiche, per la garanzia dell’attuazione
dei piani riformistici antichi e moderni, l’espansione dell’influenza sabauda, ma anche per la stessa sopravvivenza dello Stato e delle singole “patrie”
o regioni che lo componevano. Nella seconda metà del Settecento e dopo la Restaurazione in Italia e in Europa venivano riconosciuti al Piemonte,
inteso anche in generale come dominio sabaudo, un prestigio morale e militare non comune per uno Stato che, nel gergo politico del tempo, poteva
essere definito - al cospetto di Francia, Inghilterra, Spagna e Impero - come una “potenza intermedia”. Non per caso solo il Piemonte in tutta la
penisola, come scrive Nino Valeri, «aveva saputo [volente o nolente] rinnovare continuamente la sua energia vitale a quella "fontana di giovinezza"
che è stata sempre per i popoli la guerra», (recensione a Il nostro imminente risorgimento di Carlo Calcaterra, nel, un tempo autorevole, "Bollettino
storico-bibliografico subalpino", a. XXXVIII, 1936, p. 480), riuscendo di battaglia in battaglia a mantenere o, quando necessario, conquistare o
riconquistare la propria indipendenza. «Mentre tutta l'Europa si drizzava fremendo ai nuovi appelli di guerra ... - scrive Alfredo Oriani - in Italia
solo il Piemonte vigilava nell'armi. Da molti anni attraverso invasioni e conquiste, dalle quali usciva sempre maggiore e libero sotto il governo dei
propri duchi, esso rappresentava la vitalità e l'avvenire d'Italia...» (La lotta politica in Italia, Bologna, 1944 - 6a - vol. I, pp. 243-244). Non per
questo si potrebbe affermare che le popolazioni subalpine avessero per la guerra una connaturata vocazione. I piemontesi erano amanti, per loro
riconosciuta indole, della pace e non inclini alla violenza, ma amavano pure la propria indipendenza, evidentemente, e avevano dovuto abituarsi ad
affrontare molte guerre per tutelarla. Non è azzardato supporre che essi fossero precocemente consci che la loro patria - da taluni suggestivamente
definita come un bastione in armi - costantemente cinta d'assedio dall'espansionismo francese e spagnolo, «era destinata - proprio come pensavano
molti esponenti dell’intellettualità subalpina del Settecento - dalla natura e dalla storia ... d'Europa ad esser l'antemurale d'Italia contro i francesi
... e a far da baluardo contro qualsiasi altro predominio». Come scrive Vincenzo Gioberti ne Il primato morale e civile degli italiani, riferendosi in
particolare al XIX secolo, il Piemonte fu in sostanza chiamato «a schiacciare dalle sue forre ogni estraneo aggressore, facendo riverire dai suoi potenti
vicini l'indipendenza d'Italia».
Diffusa era la convinzione, e non solo nei ceti dominanti, che un popolo potesse durare nella storia e conservare libertà e benessere solo se considerava
proprio ineludibile dovere e interesse la difesa dei confini e del suolo della patria. Estesa era, conseguentemente, anche la coscienza che per vivere
in pace bisognava essere sempre ben preparati a combattere. All'occorrenza ogni cittadino - inquadrato nelle complessivamente efficienti milizie
paesane che, in seguito alle cinquecentesche riforme filibertiane, avevano impresso all'esercito un carattere sempre più nazionale e, per così dire,
patriottico - riusciva a trasformarsi (probabilmente non tanto per vera indole battagliera quanto per innato coraggio e per consapevole - o, secondo
alcuni, rassegnato - senso di obbedienza), in un soldato "capace e bellicoso". Non senza fondamento - anche se con non difficilmente riconoscibili
intenti intimidatori nei confronti delle altre potenze - Carlo Emanuele I aveva potuto dichiarare del suo popolo: «Quanti uomini, tanti soldati, poiché
son tutti soldati i nostri sudditi». A distanza di tanti anni questo potrebbe sembrare soltanto un luogo comune, degno più di essere ridimensionato
e smitizzato che riferito (e alcuni storici recenti, talvolta veicolati da eccellenti canali editoriali, nonostante sull’effettiva competenza e originalità
di taluni vi sia davvero molto da ridire, hanno fatto proprio della smitizzazione del valore e preparazione delle armi sabaude uno dei loro cavalli di
battaglia preferiti). Qualche esagerazione e toni retorici non mancavano in espressioni come quelle pubblicate dal sacerdote Maurizio Marocco in una
guidina della collina torinese:

«Classica è la terra del nostro Piemonte; fantastica natura lo abbellisce; la filosofia, la poesia, le scienze, le arti gli posero aureola di luce; ma la sua gloria maggiore
consiste nell'essere paese eminentemente guerriero. Togli al più pacifico de' mestieri il più mite degli operai piemontesi e mettilo innanzi a un reggimento, che sfili, e dal
modo con cui camminano in ordinanza i soldati, da quello con cui portano l'arma e la persona, egli saprà darti un giudizio giustissimo dell'istruzione e della disciplina
di quel reggimento; prendi un uomo dell'infima plebe, che tu sii per incontrare lungo della via, e caccialo dietro ad una batteria di tamburi, che suonino una marcia, e
tu lo vedrai aggiustare alla cadenza il suo passo, stare sulla persona e camminare come un veterano al suono del tamburo... Vesti un cappotto, copri con un kepy, arma
di uno schioppo il più misero di quei giovanetti, che fanno i birichini su per le nostre piazze, e sta certo che tu avrai in breve un valoroso e disciplinato soldato» (Da
Torino a Pecetto Torinese attraverso la collina…, Torino, 1870, pp. 65-66).

Eppure in modo non sostanzialmente diverso si esprimevano nel Sette/Ottocento non soltanto i contemporanei ambasciatori di altri paesi italiani e
europei, ma anche qualificati storici ben anteriori. Le stesse ricerche fatte condurre per il volume dedicato al ducato sabaudo - Lione, 1599 - (riedito
nella collana detta delle Repubbliche della tipografia elzeviriana, nota per la correttezza testuale e il rigore delle sue argomentazioni e descrizioni
storiche, geografiche, politiche ed economiche) giunsero alla conclusione, poi esplicitamente pubblicata, che il popolo piemontese non solo era nel suo
complesso coraggioso in modo non comune, ma anche che tra esso si contavano molti soldati particolarmente valorosi.
La convinzione che le popolazioni subalpine fossero singolarmente ardimentose e bellicose - giusta o impropria che fosse - durò nei secoli seguenti

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Fig. 26 – Regolamento per i reggimenti nazionali, 1716. Nella
continua ricerca di mezzi «atti ad apportare sollievo a’ nostri Popoli»
Vittorio Amedeo II, non volendo privare città, paesi, cascine di uomini
indispensabili per l’amministrazione, le coltivazioni, i commerci, ordina
che si formino alcuni “Reggimenti di Provincia” composti da uomini
che, restino «alle loro Case, godendo di parte della Paga, Vestiario,
Armamento e di altre soventioni a costo unicamente del nostro Erario,
che siano sempre armati e pronti per accorrere ove lo richiederà la difesa
di questi nostri Stati».

Fig. 29 – Alessandro Antonio Papacino d’Antoni e Ignazio Andrea


Bussolino, uno dei Trattati di architettura militare, che nel quadro
di più ampia bibliografia specifica, rivelano come il Piemonte fosse
all’avanguardia e modernamente organizzato in questo campo,
anche disponendo di eccellenti strutture formative.

Fig. 27 - Regolamento per i Reggimenti


Provinciali, 1737. Grazie a essi lo
Stato sabaudo poteva contare su
una capacità di mobilitazione che lo
metteva in condizione di difendersi
efficacemente dagli strapotenti nemici.
In apertura dell’editto si legge della
grande soddisfazione del sovrano
per il loro operato: «L’Istituzione de’
Reggimenti Provinciali, i di cui Soldati,
vivendo alle loro Case con parte della
paga, e vestiario, sono poi obbligati,
ove ne venga il bisogno, ad unirsi co’
Soldati veterani, per la difesa della
Patria […] non sarebbe giammai stata
giudicata sì utile e sì necessaria, se le
ultime contingenze non ce l’avessero
ampiamente […] dimostrato. Hanno
essi dati contrassegni di tale valore e Fig. 28 - Organizzazione militare: innovativo
bravura…» regolamento per la fanteria, 1777.

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senza che i momenti di sconfitta o di insuccesso militare potessero scalfirla. Ancora Napoleone dimostrava di esserne persuaso, rivolgendo nel 1805
ai soldati piemontesi, sia pur con l'intento di blandirli e di convincerli a combattere con la maggior convinzione - questa volta per lui - l'esortazione
«... giovani che desiderate seguire l'esempio degli avi ricordate che in ogni tempo i vostri padri si sono meritata la fama che ora illumina anche voi;
accorrete dunque alle gloriose bandiere, provandomi che non mi sono ingannato affermando che voi siete ancora gli stessi Piemontesi coraggiosi e
bellicosi».
Non molti anni dopo un noto esperto militare francese, il capitano d’artiglieria Favé, avrebbe scritto, sulle pagine di una tra le più autorevoli riviste di
studi militari che mai siano state pubblicate (nonostante l’innegabile sciovinismo che la caratterizzava):
«Un pays qui, comme le fait aujourd’hui le Piémont, déploie pendant la paix une grande activité pour perfectionner les arts de la guerre est en voie de progrès. On peut
sans crainte prédire que son rôle s’agrandira et que de belles destinées l’attendent»
(“Le Spectateur militaire […]” , vol. XLI, Paris, 1846, p. 468).

Ma anche molti anni più tardi, il valore militare veniva percepito, nell'immaginario collettivo dell'Italia unita, come uno dei principali segni distintivi
di quello che Ippolito Nievo chiamò l'«Armigero e fedele Piemonte», lasciandosi guidare forse, nell’uso di questi termini, dai numerosi autori che
già prima di lui li avevano fatti propri nei decenni precedenti. Tra tante definizioni dei piemontesi predominarono proprio quelle di “bellicosi”,
“tenacissimi”, retti da principi vigorosi e da una nobiltà «valorosa per indole» e acuta nel giudicare «della natura altrui». I popoli canavesani,
giusto per fare un paio di esempi, erano riconosciuti per la loro storia come «armigeri e fieri»; i monregalesi furono paragonati da Vittorio Amedeo
II ai suoi amatissimi purosangue, «obbedienti al freno dolce, restii al duro»; e nella capacità di ricorrere al primo, tralasciando il secondo, risiedeva
probabilmente il segreto per ottenere dai piemontesi una fedeltà un’adesione senza condizioni.
L'antica filosofia sabauda in materia militare - coraggio, previdenza e prudenza ad un tempo - era ancora ben viva nel 1861. Il 18 febbraio di
quell'anno, in occasione dell'apertura della prima sessione delle Camere, Vittorio Emanuele II tentava di trasferirla all'Italia unita, rivolgendosi ai
senatori e ai deputati con queste espressioni:

«...sono certo che vi farete solleciti a fornire al mio governo i modi di compiere gli armamenti di terra e di mare. Così il Regno d'Italia, posto in condizioni di non temere
offesa, troverà più facilmente nella coscienza delle proprie forze la ragione dell'opportuna prudenza. Altra volta la mia parola suonò ardimentosa, essendo savio così
lo osare a tempo, come lo attendere a tempo: Devoto all'Italia, non ho mai esitato a porre a cimento la vita e la corona; ma nissuno ha il diritto di cimentare la vita e le
sorti di una nazione...».

Subito dopo la cacciata dei francesi che avevano dominato in Piemonte dal marzo 1536 all'inizio dell'aprile 1559, Emanuele Filiberto si adoperò per
ricreare dalle fondamenta l'esercito sabaudo e per dargli un'impostazione e un'impronta di solidità e di efficienza durevoli. Dal momento stesso in cui
rientrò in possesso dei propri domini il duca sviluppò una politica militare metodica, partendo dal presupposto che era necessario affrancarsi quanto
più possibile dalle truppe mercenarie straniere, per ricorrere soprattutto, in caso di guerra, al braccio e alla fedeltà delle popolazioni del Ducato.
Con editto del 28 dicembre 1560 il sovrano creava una milizia conforme ai progetti, chiamando i sudditi a offrire il proprio braccio nel loro stesso
interesse, per la difesa del natural prencipe ma anche «...della patria, della moglie, de' figliuoli, de' parenti, degli amici e case...». Chi fosse entrato a
far parte della milizia avrebbe fruito di apprezzati benefici e prestigio: i soldati che la componevano vennero perciò posti sotto la diretta protezione
ducale e poterono godere di talune esenzioni fiscali, dell'insequestrabilità dei beni che possedevano, dell'immunità da arresti per debiti. Venne loro
inoltre concesso il diritto di portare armi, al pari dei nobili, dei laureati e di poche altre categorie privilegiate.
Attraverso la partecipazione alla milizia paesana i piemontesi vennero così, sin dal Cinquecento, e dunque in anticipo rispetto ad altri Stati, non solo
italiani, coinvolti e responsabilizzati direttamente nella strategia difensiva del paese, cooptati in un progetto di “solidarietà nazionale” e incisivamente
sensibilizzati non solo circa l'esistenza di un fine comune in grado di legare principe e popolo, ma anche resi consci che prestando il loro servizio,
sia pur nel ristretto ambito locale, servivano la patria, la collettività. Vari diplomatici rimasero impressionati in questi anni dall'attaccamento che il
popolo dimostrava alla dinastia e dalla quasi istintiva disponibilità a rischiar la vita per essa. L'ambasciatore veneto Barbaro, ad esempio, annotò
nel XVI secolo, non senza una punta di stupore, che «...i Piemontesi di altro non si gloriano che di essere sudditi del duca di Savoia, né vi è suddito
che per lui non si facesse martire...».
La milizia, pur essendo in congedo permanente, era in grado sin dai primi anni dalla sua costituzione di intervenire in modo estremamente rapido e si
sottoponeva a frequenti esercitazioni, che costituivano un eccellente presupposto sia ai fini tanto dell'inquadramento, sia dell'efficacia in battaglia.
Nella costruzione dell'esercito “nazionale” Emanuele Filiberto non trascurò la cavalleria, la marina, le fortificazioni. Queste ultime rappresentano,
anzi, l'elemento forse più spettacolare di tutta la sua opera in campo militare, poiché, nel volgere di breve tempo, il Piemonte si trovò ad essere
protetto da solide ed innovative fortezze e strutture difensive, capaci di fronteggiare i potenziali nemici su ogni versante. Con i suoi successori
l'esercito sabaudo, con progressione lenta ma costante, si consolidò e rafforzò sia dal punto di vista tattico e numerico, sia della disciplina e della

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Fig. 30 – L’occupazione straniera volge al termine e si apre l’epoca della Restaurazione che
oggi, dopo un periodo quasi bisecolare di disinformazione ideologica che la descriveva come
buia e nefasta conosce, in tutt’Europa, momenti di rilettura e di rivalutazione.

Fig. 31 – Editto di Vittorio Emanuele I del 3 gennaio 1815, al


momento di prendere possesso dei nuovi Stati assegnati ai Savoia,
in primis di Genova e del Genovesato.

Fig. 32 – La Monarchia è restaurata; il Piemonte è restaurato;


indirizzo di Vittorio Emanuele I ai soldati: «Riuniti sotto agli
Stendardi a cui acquistarono tanta gloria i vostri Padri, Voi
difenderete come essi la vostra Patria, i vostri interessi, il vostro
nome».

Fig. 33 – Tempo di Restaurazione: anche l’Università di Torino torna alle antiche glorie. Manifesto con cui
il Magistrato della Riforma degli Studi stabilì la riapertura della Regia Università; vi si leggono, in apertura,
le seguenti motivazioni: «La cultura della gioventù tanto nella pietà, che nello studio essendo la base su cui
essenzialmente riposano il bene delle famiglie, e la pubblica felicità, S. M. appena rientrata ne’ suoi Stati di
Terra ferma, ha rivolto le Sovrane, e Paterne sue sollecitudini a restituire all’Università degli Studj lo splendore,
e la confidenza, che ha sempre conservato sin all’epoca del succeduto infausto sconvolgimento di cose».

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formazione. Per limitarci a alcuni esempi possiamo ricordare il perfezionamento della milizia paesana voluto e realizzato da Carlo Emanuele I con
la creazione della milizia scelta; Carlo Emanuele II istituì i reggimenti nazionali d'ordinanza e creò il battaglione Piemonte, premessa che consentì
a Vittorio Amedeo II di dare vita ai reggimenti provinciali, che in tempo di guerra potevano essere, senza particolari difficoltà, inquadrati in quelli
d'ordinanza. Tutti i rappresentanti della dinastia dimostrarono inoltre di avere di generazione in generazione sempre ben presente il principio che
prescriveva «...l'affetto per le truppe e la buona disciplina di esse, essendo quelle che col proprio sangue mantengono l'autorità del governo e la quiete
dello Stato...», dall' applicazione del quale derivava in parte anche il diretto attaccamento dei soldati di ogni grado al sovrano.
Rispetto alla sua relativamente modesta dimensione territoriale lo Stato sabaudo poteva contare così, in tempo di pace come di guerra, grazie
all'insieme delle strategie che concorrevano ad organizzare e motivare l'esercito, su una consistenza militare e una capacità bellica tali da poter
preoccupare qualunque potenza avversaria. Nel 1634 si riteneva che il duca di Savoia fosse in grado di mettere in campo circa ventimila soldati scelti
e ben addestrati nel mestiere delle armi. Nel 1690 la sola levata di massa della milizia ordinaria ne valse a Vittorio Amedeo II, che ancora una volta
doveva fronteggiare un'aggressione francese, ben trentamila, molti dei quali poterono essere dotati con moderni armamenti, grazie al contributo di
tutta la popolazione, che concorse coralmente, come afferma Luigi Einaudi rievocando il valore dimostrato da popolo e principe in questi anni, «...
nell'opera meno chiara, ma non meno necessaria, di apprestare ai combattenti il nerbo della guerra...» (La finanza sabauda all'aprirsi del secolo
XVIII e durante la guerra di successione spagnuola, Torino, 1908, p. 1).
Nel 1747, al tempo della guerra di successione di Spagna, Carlo Emanuele III poteva ormai fare assegnamento su un esercito di cinquantaseimila
uomini in servizio (volontario) permanente, grazie al quale era possibile limitare il ricorso alla milizia soltanto più per eventi eccezionali o in
caso di concrete minacce d'invasione. Proprio a questo sovrano si devono altri significativi progressi della macchina bellica, con modifiche della
complessiva organizzazione, articolate attraverso perfezionamenti della fanteria, progettualità per la cavalleria che troveranno piena applicazione
dopo la Restaurazione, l’istituzione delle scuole d'artiglieria, la creazione del corpo degli ingegneri militari, il completamento e consolidamento del
sistema fortificato e l'incremento numerico degli opifici, dei polverifici, degli arsenali.
Secondo alcuni l'efficienza dell'esercito piemontese non fu sempre eccellente (ma occorre dire che esistono vari detrattori preconcetti, circa l’effettiva
competenza di alcuni dei quali cfr. anche il saggio recentemente pubblicato dall’estensore di questi appunti, congiuntamente a Roberto Sandri
Giachino, Un primato piemontese in Europa. Venaria e la Cavalleria sabauda alla vigilia del Risorgimento, Torino, 2009). Al contrario nessuno ha
potuto negarne l'eccezionale affidabilità, fedeltà e solidità, che solo i moti del ’21, presto evaporati, non rivolti contro il trono e assi meno “impattanti”
di quanto una storiografia consenziente abbia tramandato, hanno rischiato di incrinare. Molte critiche sono state rivolte in particolare alle armi
sabaude che non riuscirono a impedire, nonostante il loro valore e i grandi sacrifici di vite umane, il dilagare delle armate della Francia rivoluzionaria.
Ma ci si rende conto della dimensione del nemico e della reale affidabilità, determinazione e efficienza degli alleati del Piemonte di quegli anni? Oggi
è in corso un momento di revisione di molti giudizi e anche talune valutazioni negative iniziano ad essere riconsiderate. Era, ad esempio, pressoché
impossibile per un' armata del vecchio regime adeguarsi rapidamente ai metodi dei soldati di Napoleone. Questi, innanzi tutto, pare che fossero
stati inviati a portare la “libertà” in Italia perché stava divenendo praticamente impossibile mantenerli (nel senso di sfamarli) e remunerarli sui
territori francesi. Nelle fertili pianure piemontesi i soldati della Rivoluzione avrebbero invece trovato il modo, mediante i saccheggi sistematici e
brutali a cui erano incitati dai loro stessi superiori, di sostentarsi e, magari, di arricchirsi. Secondariamente l'esercito del Piemonte si ispirava a modi
di guerreggiare di antico stampo. Guidate - quasi al contrario delle armate repubblicane - da gentiluomini, le truppe piemontesi non riuscirono a
comprendere fino a che punto fossero cambiate le regole del gioco. Non era più in campo la Francia di un tempo, con i suoi irreprensibili e coraggiosi,
quanto prevedibili, ufficiali; non era più pensabile che le modalità e i momenti di battaglia e di riposo fossero scanditi dal rispetto di consuetudini o
regole dell'onore ormai superate dagli avvenimenti ed estranee alla mentalità della maggior parte degli avversari. Lo stesso - tutt'altro che astratto
- diritto di guerra, teorizzato nei secoli precedenti dai giuristi e rispettato, pur nel quadro di opinioni e teorie non univoche, dai combattenti, era
divenuto lettera morta.

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Fig. 34 – Hugues Grotius, autore di un classico trattato di diritto della guerra. Pur non esistendo tra i
trattatisti in questo campo una vera e propria omogeneità di vedute, Napoleone stravolse alcuni principi
riconosciuti del diritto della guerra e le usanze consolidate, fatto che lo fece considerare in taluni momenti
alla stregua più di un bandito che di un gentiluomo, anche se aveva compiuto i suoi studi in un’esclusiva
accademia militare riservata ai nobili.

Fig. 36 – Un classico studio che indaga sulla cultura e su alcune istituzioni


scolastiche e universitarie nei territori delle monarchia sabauda, sino alla
fine del XVI secolo.

Fig. 35 – Ritratto di Emanuele Filiberto, da: Francesco Maria Ferrero Di Lavriano, Augustae regiaeque
Sabaudae domus arbor gentilitia…, Augustae Taurinorum, 1702.

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Cultura, istituti di formazione e intellettualità
dalla restaurazione filibertiana al Risorgimento

Dopo le devastazioni cinquecentesche Emanuele Filiberto si trovò di fronte, non appena recuperati i propri domini, a un'impresa ciclopica. Ad un
tempo dovette riedificare lo Stato dalle fondamenta, infondere nelle diverse regioni che lo componevano un'unica anima, stimolare la vita economica
e risvegliare quella civile e culturale. Secondo taluni storici moderni e contemporanei, critici nei confronti dell'antico Piemonte, in campo culturale
vi sarebbe stato però assai poco da risvegliare. A parte i danni della più che ventennale dominazione francese, alcuni vorrebbero che non vi fossero
tradizioni culturali, particolarmente degne di essere salvate.
Ma le accuse di arretratezza culturale non si limitano a un solo periodo del passato piemontese. Anche nel Settecento e nel primo Ottocento le terre
e le genti subalpine subivano il biasimo di qualche intellettuale italiano, da Muratori a Giannone, e piemontese, come il velenoso Baretti o Denina,
Alfieri e pochi altri, con riferimento alla vita e al clima culturali. Vi è chi sostiene che soprattutto la grandezza di Vittorio Alfieri facesse da contraltare,
tra XVIII e XIX secolo, alla pretesa piattezza spirituale e culturale del Piemonte. Questo modo di vedere - invariabilmente basato su circoscritti e
ripetitivi esempi tratti da alcune isolate esperienze, documentabili invidie e asti o personali vicissitudini negative (come si può sottoscrivere per
Giuseppe Baretti) - si è poi affermato, sino a divenire quasi un luogo comune. E anche se documentati studiosi (Ferdinando Gabotto, Vittorio Cian,
Carlo Calcaterra, Francesco Cognasso...) ne hanno già dimostrato l'infondatezza, continua a non essere fuori luogo parlarne.
Lodovico Sauli d'Igliano argomentò, in un volume pubblicato nel 1843, come i centri culturali del Piemonte medievale non avessero sostanzialmente
nulla da invidiare, per vivacità e qualità, alle regioni circonvicine sia al di qua che al di là delle Alpi. Quando la cultura umanistica penetrò in
Piemonte, i diversi centri vitali del sapere subalpino, non essendo ancora saldati in un unica unità statale, non erano collegati tra loro con stretti
scambi o relazioni di interdipendenza, ad eccezione, forse, delle città sede di corsi di studio superiori e universitari, che erano in qualche modo
in “comunicazione” tra loro. Probabilmente fu questo il motivo per cui i fermenti culturali tipici dell’umanesimo si affermarono nella regione
lentamente, rispetto a altre zone d'Italia; ma dopo che si fu diffuso nelle città o nelle corti, esso più non si distinse - secondo il parere di Gustavo
Vinay, autore di un fondamentale saggio sulla cultura umanistica nel mondo subalpino - dal restante umanesimo italiano: l'alta cultura letteraria
piemontese del Quattrocento era tutta “umanistica”; gli studi grammaticali ed esegetici erano aggiornati, il greco era ben conosciuto dagli umanisti
che qui operarono, mentre la produzione in prosa e poesia era frutto di una pratica umanistica discreta. Va detto inoltre che all'umanesimo subalpino
viene riconosciuto per tutto il XV secolo un tono morale particolarmente elevato, che non è facile riscontrare in altre regioni della penisola.
Emanuele Filiberto ridivenendo padrone dei suoi Stati, poté su queste basi dare il via a un articolato piano di promozione della cultura e di riforma
degli studi. Il principe stesso era, del resto, un uomo poliedrico e di vasta istruzione, conoscenze e curiosità. Molti contemporanei ne esaltavano con
enfasi la versatilità; così ne traccia il profilo un ambasciatore veneto:

«...parla italiano, francese, spagnuolo, tedesco e fiammingo sì che par nato in mezzo a loro ... a tavola si fa leggere sommarii di storie, delle quali si diletta moltissimo: a
tempo mio si faceva leggere le morali d'Aristotele; poi si ritira a lavorar d'artiglierie, di modelli di fortezze, di fuochi artificiali con bravi artefici che trattiene; pare che
a tutto sia nato, di tutto s'intende e parla come se fosse sua professione...».

Pur essendo amante della storia, delle arti, della letteratura, Emanuele Filiberto manifestò una spiccata propensione per gli studi scientifici e chiamò
attorno a sé, da tutt' Italia famosi matematici, architetti, ingegneri. Durante il suo regno fece affluire in Piemonte, promuovendone la ricerca e
l'acquisto in tutt'Europa, innumerevoli testi scientifici manoscritti e stampa, nonché strumenti e congegni meccanici di ogni tipo. Finanziò egli stesso
l' elaborazione di studi originali, come pure la costruzione di macchine da calcolo e di orologi ad acqua e solari. Il Piemonte - e in particolare la capitale
- divennero ai suoi tempi un centro significativo nel circuito degli studi scientifici europei e una delle capitali degli studi ermetici ed alchemici.
Il sovrano, quando Torino era ancora in mano francese e l’antica e prestigiosa Università che qui aveva sede non poteva riprendere a vivere, considerò
prioritaria, nel quadro dei vasti progetti di riorganizzazione dello Stato la fondazione di un'Università. Questa fu tempestivamente istituita, in seguito
ad una serie di valutazioni di ordine politico e geografico, in Mondovì, dove vennero chiamati ad insegnare professori di gran nome dall'Italia e dalla
Francia, mentre severe disposizioni imposero a tutti i docenti che per nascita appartenevano allo Stato sabaudo di recarvisi a prestare la propria
opera, anche se si trovavano già al servizio di altri Paesi. L'Università di Mondovì durò poi, con altalenante fortuna, per oltre centocinquant'anni,
affiancando quella di torinese, che dal 1567 ritornò ad essere la principale dello Stato. Questa era stata fondata all'inizio del Quattrocento, e si era
rivelata sin dai suoi esordi un qualificato centro di cultura in Europa, che progressivamente divenne il punto di riferimento quasi esclusivo degli
studenti piemontesi e di molti savoiardi, nonché un luogo di studio prescelto anche da parecchi stranieri, dei quali Erasmo da Rotterdam è l'esempio
più illustre. Nel corso del Cinquecento l'Università torinese ebbe tra i suoi docenti vari professori di fama ed autorità europee, come Jacques Cujas (=
Cuiacio, di Tolosa, già professore a Cahors, Bourges e Valenza), Guido Panciroli, di Reggio Emilia e il pavese Giacomo Menochio, da molti considerato

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Fig. 37 – Foggia dello scudo usato dalle donne sabaude, da un disegno di un grande disegnatore araldico recentemente scomparso, Salvatorangelo Spanu.

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il maggior giurista italiano e tra i maggiori nell' Europa del suo tempo.
Grazie anche all’impulso dato da Emanuele Filiberto agli studi e allo sviluppo culturale dello Stato e, in particolare della capitale, la corte del suo
successore, Carlo Emanuele I, può essere considerata dai moderni studiosi, ancor più da taluni stranieri che dagli italiani, il centro intellettuale più
vigoroso d'Italia, il che è condiviso anche da un osservatore di indiscussa autorità quale Rudolph Wittkower. Emanuele Filiberto aveva chiamato
attorno a sé alcuni notevoli intellettuali subalpini e italiani, affiancando la corte all'Università in tutte le attività di sviluppo della vita culturale,
letteraria, artistica. Il figlio, non meno colto e curioso del padre, ne seguì la scia e alla sua corte giunsero, attratti dalla munificenza sovrana, pittori,
scultori, musicisti, letterati di fama.
Nel lento processo che portò il Piemonte soprattutto nel corso del Settecento ad acquisire sempre maggiore peso e prestigio in Europa (mentre
numerosi altri Stati minori seguivano un percorso di progressiva decadenza o soccombevano sotto la spinta espansionista o assimilatrice delle
maggiori potenze), notevole rilevanza deve essere attribuita al ruolo degli ambienti intellettuali, culturali e "tecnici" dell'epoca. Eredi della vivacità
cinque/secentesca, questi dimostrarono di possedere una solida preparazione e di essere capaci, con la propria opera, di esercitare profonda influenza
- anche spirituale - sull'intero paese, dando vita a quella sorta di idealizzazione subalpino-italiana in base al quale si voleva che il Piemonte di
allora potesse rappresentare per l'Italia la mente e il braccio capaci di progettare e realizzare l'unione e la libertà. È opportuno precisare che nel
parlare di milieu intellettuale piemontese con riguardo al Settecento ci si può riferire non a una ristretta piattaforma di reclutamento o a una
ristrettissima élite, ma ad un campione consistente dei sudditi sabaudi. Gli uomini istruiti, "di cultura" (se ci è consentito di definire tali oltre agli
"intellettuali", letterati, storici, scrittori, artisti e via dicendo, anche coloro che possedevano la preparazione e l'apertura mentale - complessivamente
più che valide - garantite in quegli anni dagli studi universitari) erano nel Piemonte settecentesco, anche se l'istruzione era ben lungi dall'essere un
fenomeno di massa, numerosissimi (nel 1730, a titolo di esempio, l'Università di Torino contava oltre duemila iscritti). Particolarmente numerosi,
tra i frequentatori dell' Università, erano i rappresentanti del ceto nobiliare, nonostante taluni storici, amando ricorrere ad antiquate e tendenziose
generalizzazioni, definiscano la nobiltà sabauda, se non propriamente rozza ed ignorante, di certo poco amante della cultura, nonché incline e
predisposta essenzialmente a combattere. Per i sudditi sabaudi le finalità dello studio si configurarono assai presto (pur restando valide, spesso sotto
la guida e l'influenza dei padri gesuiti e barnabiti, le tipiche priorità d'antico regime nel corso del quale l'obiettivo fondamentale da raggiungere non
era l'istruzione fine a se stessa, ma l'educazione, la formazione morale e civile, la trasmissione di valori) in chiave, per così dire, moderna; ciascuno
doveva essere consapevole che con gli studi si preparava ad una precisa funzione da compiere a favore della collettività e dello Stato.
Anche grazie alla presenza di una vasta base di uomini colti, preparati e innestati nel solco di salde tradizioni culturali si poté costruire nel corso del
Settecento una nuova consapevolezza e una rinnovata forza spirituale attraverso le quali letterati, storici e eruditi diedero vita ai momenti preparatori
di quella che era destinata a divenire l'età del Risorgimento.
Mentre lentamente si destava la coscienza del ruolo unificatore che lo Stato sabaudo poteva giocare nei confronti dell'Italia, si andarono ricercando
nel passato piemontese gli elementi culturali e sociali che, nel corso dei secoli, erano stati capaci di saldare in modo definitivo il nome “Piemonte”
ad un concetto di Stato e di nazione, piuttosto che ad una semplice espressione geografica. Il rinnovamento culturale del Piemonte settecentesco, di
norma caratterizzato da un'attenzione a porre in rilievo gli elementi originali ed autoctoni, abbracciò tutti i campi di studio e di indagine; letteratura,
Belle Arti e studi storici, economia e filosofia, politica e diritto, studi giuridici e scientifici, studi militari e musicali. E in ognuno degli ambiti citati
sono numerosi i nomi di pensatori e studiosi degni di essere ricordati. Il rinnovato impulso del mondo intellettuale subalpino è in parte il risultato del
preciso ed articolato piano di riforme voluto dai Savoia e in particolare da Vittorio Amedeo II, il cui ruolo di protettore delle lettere e di propulsore
del risveglio culturale è già chiaramente percepito e affermato dai suoi contemporanei.
A fianco delle istituzioni universitarie riformate dal Sovrano, operavano altri centri di formazione importanti, il Collegio dei Nobili, l'Accademia
Reale (voluta da Carlo Emanuele II e istituita poco la sua morte dalla moglie Maria Giovanna Battista) frequentata precipuamente - quando non
esclusivamente - da allievi appartenenti alla nobiltà titolata e destinati alla carriera delle armi), la Scuola d'Artiglieria, creata per formare nuove
generazioni di ingegneri, architetti e tecnici militari da cui l'esercito sabaudo avrebbe tratto uno dei suoi maggiori punti di forza, scuole di equitazione
militare prestigiose.
Per quanto riguarda il sistema scolastico, Vittorio Amedeo II affidò ai siciliani Francesco d'Aguirre e Nicolò Pensabene, unitamente a Bernardo Lama,
l'incarico di essere gli «esecutori intelligenti» del suo piano di riforme. L'Università fu oggetto delle maggiori cure ma il progetto complessivo fu assai
articolato, prevedendo anche la creazione di nuovi corsi di studio preparatori a quelli universitari. Una delle principali iniziative amedeane per quanto
riguarda la riforma degli studi, se non la principale, fu la creazione, nel 1729, del Collegio delle Province, un'istituzione universitaria per borsisti
provenienti da ogni città e terra del Piemonte, della Savoia e del Nizzardo. Il collegio nasceva per promuovere la formazione di vasti settori dei ceti
dirigenti subalpini; tra Sette e Ottocento esso riuscì a infondere il seme di un saldo comun denominatore negli allievi, i quali, al termine del corso di
studi facevano ritorno ai propri luoghi d'origine con un collettivo patrimonio di cultura e di idee, divenendone i diffusori ai quattro angoli del Paese.
Attraverso il Collegio delle Province i governi sabaudi riuscirono in parte ad attuare un piano di orientamento professionale, modificando in base ai
propri bisogni il numero delle borse di studio attribuite a ciascuna facoltà. Vittorio Amedeo del resto aveva voluto che la scuola riformata divenisse

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Fig. 38 – Frontespizio del volume dedicato al primo secolo di vita della Reale Accademia
delle Scienze di Torino. Attraverso l’indice degli studi fondamentali promossi e
pubblicati dall’Accademia e le importanti collaborazioni scientifiche di cui essa poté
avvalersi, ci si rende ben conto della sua rilevanza nel panorama culturale europeo
sette/ottocentesco.

Fig. 39 – In questo volume di Tommaso Vallauri è delineato il fascinoso


panorama storico delle società letterarie piemontesi, alcune delle quali ebbero
uno ruolo rilevante, alla fine del Settecento e nel primo Ottocento nel formare
passioni e mentalità di molti degli intellettuali destinati a essere protagonisti
dell’epoca risorgimentale.

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lo strumento di una formazione solida e utile, lontana dall'astrattezza e propedeutica ad operare in modo concreto nella realtà amministrativa ed
economica del paese.
Notevole, nel Piemonte del cosiddetto secolo dei lumi, fu anche la rinnovata attenzione per gli studi scientifici che generò le premesse per la
fondazione di accademie destinate a conseguire autorità e considerazione non solo a livello italiano ma anche europeo. Ne è l'esempio più importante
la Società Privata, fondata da Cigna, Saluzzo e Lagrange nel 1757 la quale si trasformerà, nel 1783, nella Reale Accademia delle Scienze di Torino,
la cui produzione culturale e scientifica avrà diffusione e rilievo europei. Non meno significativo, nel proprio specifico ambito, fu il ruolo e il prestigio
internazionale della Reale Accademia di Agricoltura, costituita come Società Agraria nel 1785, mutando poi la propria denominazione nel 1843.
Sul terreno degli studi economici il Piemonte aveva antiche tradizioni e alcuni personaggi maiuscoli a cui fare riferimento; secondo gli economisti
settecenteschi dello Stato sabaudo gli "inventori" della moderna scienza economica non erano stati, come generalmente si asseriva in Europa, né
gli inglesi né i francesi bensì, nel Cinquecento, un piemontese, Giovanni Botero, la cui opera era ben nota ed era stata tradotta, studiata e più volte
ristampata tanto in Francia quanto in Inghilterra. Era questa interpretazione ispirata da un certo spirito campanilistico ma non priva di fondamento.
Nel Settecento il pensiero degli economisti sabaudi fu influenzato da autori quali Giovanni Battista Vasco, Gian Francesco Galeani Napione di
Cocconato, Prospero Balbo di Vinadio, Felice San Martino della Motta, i quali, avversari delle dottrine economiche protezionistiche, fecero una scelta
di campo favorevole, in pratica, al liberismo o, quanto meno, ad un liberismo moderato. Il Piemonte divenne in breve tempo, per il valore della sua
scuola economica (sostenuta in ogni modo dalla dinastia) e per le esperienze pratiche una realtà all'avanguardia a livello europeo. Ne abbiamo precisa
e convincente documentazione soprattutto grazie a Giuseppe Prato e a Luigi Einaudi che, nei loro ancor oggi preziosi studi sull'economia piemontese
nei secoli XVII - XIX, riuscirono a far riconoscere al Piemonte non pochi primati in campo economico e a rievocare l'opera, umile ma acutissima, dei
cameralisti sabaudi, che seppero teorizzare e rendere applicabile una coraggiosa politica economica capace di tradursi in una buona amministrazione
dello Stato, in una valida bilancia commerciale e in un efficace contributo al benessere collettivo.
Anche gli studi giuridici fecero, nel corso del Settecento, progressi che consentirono alla monarchia dei Savoia di continuare a avvalersi di una
preziosa base di funzionari fedeli e competenti. Ai membri della nobiltà, da sempre dediti in Piemonte - a differenza di quanto accadeva in Francia -
in gran parte allo studio del diritto (e nel Sei/Settecento, incontriamo anche militari e alti ufficiali appartenenti al ceto nobiliare che potevano fregiarsi
del titolo di “dottore in leggi”, un fatto che parrebbe peculiare del Piemonte) si affiancheranno giuristi non nobili, provenienti pur sempre, di norma,
dalle categorie economicamente più forti e socialmente più influenti. Questi uomini "nuovi" non costituiranno tuttavia un elemento di frattura al
vertice della società. Anzi, molti entreranno a far parte della nobiltà e si troveranno rapidamente a essere amalgamati all'interno di una compagine
sociale assai diversificata ma, complessivamente, tutt'altro che eterogenea - come taluni vorrebbero - grazie alla condivisione di una molteplicità
di valori e stili di vita. Rivolgendo la propria attenzione agli studi giuridici gli intellettuali piemontesi, e in particolare quelli più strettamente legati
alle accademie letterarie e di cultura, come la Filopatria e la Sampaolina valorizzarono gli autori in cui maggiormente era riconoscibile un pensiero
originale "subalpino" e "italiano", anteponendoli a quelli stranieri.
In massima parte le accademie di cultura nacquero, godendo della protezione sovrana, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo; gli appena
citati sodalizi, la Filopatria e la Sampaolina coagularono attorno a sé i più attivi intellettuali del tempo. Entrambe rivolsero la propria attenzione, sia
pur da posizioni differenziate e, su taluni temi, discordanti, oltre che agli studi giuridici - di cui si è appena detto - anche a quelli filosofici, politici
e letterari dando un contributo, di non marginale rilevanza al loro sviluppo. Nei soci della Filopatria e della Sampaolina germogliò un progetto
originale in Europa, che bene si attagliava essenzialmente alla società piemontese e difficilmente avrebbe potuto calarsi nella realtà di altre nazioni.
Le linee guida sono riassunte negli scritti di molti "filopatridi " e "sampaolini", che auspicavano di veder affermarsi in Piemonte, senza che venissero
trascurati lo spirito e le capacità militari, una civiltà sempre più raffinata e sensibile, capace di coltivare in parallelo spirito guerriero raffinate
passioni letterarie.
Secondo Carlo Calcaterra «Il passato del Piemonte, ora "ruvido e disadorno" ora magnifico e cavalleresco, appariva a costoro come una preparazione,
soltanto una preparazione, lunga e laboriosa, tenace e assidua, a un avvenire più alto e più vasto. In quel secolo "sì dilicato e così culto", quale
era il Settecento, il Piemonte e la Sardegna erano un regno di ferro, che per le sue forze crescenti tendeva a nuovi sviluppi» («Il nostro imminente
risorgimento». Gli studi e la letteratura in Piemonte nel periodo della Sampaolina e della Filopatria, Torino, 1935, p. 2).
Poiché la storiografia piemontese non aveva ancora dato vita a una raccolta organica di notizie biografiche i membri della Sampaolina e della
Filopatria promossero l'edizione di repertori biografici in cui, nel delineare l'elogio dei personaggi di cui maggiormente la regione poteva andare
fiera, vennero messe in risalto le principali qualità che si accompagnavano al carattere del popolo subalpino. Si intendeva così, ora con trasparente
consapevolezza, ora inconsapevolmente, stimolare la nascita e il consolidamento di un sentimento nazionale, suscitando un generalizzato senso
di fierezza di essere piemontesi italiani – e sudditi sabaudi - contribuendo ad un tempo a diffondere l'attesa di un nuovo primato da conquistare
all'Italia per opera del Piemonte. Uno dei principali frutti della ricerca biografica fu Piemontesi illustri, una raccolta di Elogi (Torino,1781-1787)
scritta a più mani e definita, sin dalle prime righe della prefazione, come «un tributo di gratitudine che si paga agl'estinti i quali hanno giovato alla
Patria, ed un eccitamento che si porge a' viventi, onde siano mossi ad imitarli». Piemontesi illustri (a cui ben presto si affiancarono, in un momento

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Fig. 40 – Al principe Eugenio di Savoia, uno tra i maggiori condottieri della storia e ad un tempo grande collezionista e uomo di cultura, è dedicata una
bibliografia vastissima. Qui è riprodotta una delle prime biografie pubblicate poco dopo la sua morte.

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di fervore editoriale davvero notevole, alcuni repertori biografici generali, quali la Biografia Piemontese di Carlo Tenivelli, ed altri ancora riferiti a
specifiche categorie - poeti, medici, scrittori e via dicendo -). Nell'ambito dei primi due volumi della raccolta vasto spazio fu dedicato soprattutto
a «...due preclari e magnanimi cittadini. Il Principe Eugenio di Savoja delle Truppe Austriache Generalissimo e Pietro Micca, semplice soldato
e minatore». I due eroi sono additati all'ammirazione di tutti i piemontesi e non pare dubbio il fatto che la loro celebrazione sia funzionale allo
sviluppo del progetto preparatorio dell' «imminente risorgimento» annunziato da Benvenuto Robbio di San Raffaele nel 1769, come l'aprirsi di un'era
nuova per il Piemonte e per l'Italia.
L'opera della Sampaolina e della Filopatria fu interpretata in modo discordante da studiosi che rappresentano opposte correnti di pensiero. Se
Carlo Calcaterra, lo si è accennato, vede nelle accademie il preannuncio di un nascente spirito italiano in Piemonte, Franco Valsecchi afferma che
le Accademie non sono la fucina dell'«imminente risorgimento» ma «... rappresentano le cittadelle del vecchio spirito subalpino, assai più che il
preannuncio di un nuovo spirito italiano». Nelle stesse affermazioni di italianità del Galeani Napione, nel suo richiamo alla missione del Piemonte
nella storia d'Italia e nel progetto di federazione italiana, Valsecchi vede con tono critico, più che la evidente lungimiranza o una vocazione unitaria,
«una preoccupazione del tutto conservatrice: raggruppare le forze della penisola contro il pericolo rappresentato dalla rivoluzione» (Dispotismo
illuminato,in Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell'unità d'Italia, Milano, 1961, pp. 189-241).

Vocazione italiana e supremazia politica

Si è già accennato alla storica primazia dei Savoia in Italia, ma su quali punti di forza essi potevano contare per trasformare il prestigio in poteri
concreti e espandere la propria influenza sulla penisola, in uno scenario costantemente complesso e affollato di forti contendenti quale lo scacchiere
politico italiano anteriormente all’unificazione?
L'invasione del marzo 1536 del Piemonte da parte degli eserciti di Francesco I di Francia, della quale si è detto parlando della restaurazione
filibertiana, non aveva soltanto lo scopo privare Casa Savoia dei suoi diritti, ma mirava anche a porre una definitiva ipoteca sulla conservazione della
“nazionalità piemontese” e sulle propensioni “italiane” del paese e dei suoi sovrani. Francesco I intendeva mantenere il possesso dell'area subalpina
sabauda in via definitiva; questa, nel quadro del grande progetto di espansione francese, doveva costituire la testa di ponte per riconquistare il ducato
sforzesco, caduto in mano imperiale e per estendere da Milano l'influenza oltralpina ad altre zone della penisola. La Francia intendeva, applicando in
Piemonte le proprie leggi, creandovi scuole francesi e abolendo l'Università di Torino, cancellare per sempre la cultura italiana dall'Italia Occidentale.
Per la regione subalpina dovette essere un momento di netta decadenza. «Se voi foste venuti in questo paese prima che la guerra si facesse - scriveva
con rimpianto e lode del passato il Bandello, attribuendo la frase ad un gentiluomo chierese - avreste veduto tanta nobiltà e tanti bei luoghi e tanta
fertilità ed abbondanza e delicatezza del vivere, che forse in tutta Italia non è contrada...». Secondo Francesco Cognasso effettivamente «Attraverso
le guerre erano impallidite le tradizioni di civiltà, di vita economica che si erano formate dal secolo VI al secolo XV nelle città piemontesi». Ma
l’occupazione francese, bene o male accetta che fosse, non solo non soppresse i vaghi sensi di identità italiana che percorrevano le terre piemontesi:
persino li risvegliò e rafforzò, al punto che si vuole che la volontà di espansione in Italia sia divenuta un elemento permanente della politica sabauda
già con Emanuele Filiberto. Al riguardo tra gli storici si riscontrano opinioni divergenti. Se alcuni affermano che il principe fu il fondatore della
politica di espansione italiana di Casa Savoia, altri ritengono troppo prematuro attribuirgli progetti miranti alla rapida acquisizione di Stati della
penisola; altri ancora ritengono riduttivo definirlo un principe "italiano", riconoscendo in lui una figura di rilievo ed influenza europea. Probabilmente
il principe fu sia l'una che l'altra cosa. La sua dimensione "italiana" e, ad un tempo, "europea" è sottolineata dagli ambasciatori veneti:

«Nella Germania è stimato Tedesco per essere della casa di Sassonia; da Portoghesi, Portoghese per sua madre; tra Francesi, Francese per i parentadi vecchi e nuovi:
Ma Lui è Italiano e vuol essere tenuto per tale».

Anche ammettendo che l’avvio di un percorso unitario lineare e ininterrotto non si debba situare nel tempo filibertiano, a noi pare che un termine a
quo indiscutibile sia rappresentato, con buona pace di quanti sono di parere del tutto contrario, dall’epilogo dell’assedio di Torino del 1706.
Un dibattito al riguardo dura da tempo e non cesserà tanto presto. Solo qualche “retrivo” e poco aggiornato sabaudista può affermare qualcosa
di simile, sostengono alcuni, per i quali il momento iniziale dell’unità italiana non fu l’esito della guerra di successione di Spagna, né Utrecht, né
altri fatti connessi con la storia del Piemonte o dei Savoia. L’unità fu indotta e abilitata (a mano armata e a suon di rapine a danno dell’Italia
intera, verrebbe da dire) dalla Rivoluzione francese che ne esportò i germi, una visione non condivisibile. Per questo affacciandoci, ad esempio, nel
Museo Civico del Risorgimento di Bologna vediamo un percorso espositivo che si apre con un “albero della libertà” e leggiamo nella descrizione del
percorso museale fornita nel sito internet dell’ente che «Con l'arrivo delle truppe francesi comandate dal generale Bonaparte, Bologna cominciò

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Fig. 41– In apertura di questi Traités publics raccolti e pubblicati da Clemente Solaro della
Margarita, si spiega la loro utilità, sia in vista di futuri trattati e azioni diplomatiche, sia per la storia
della Patria. L’autore sottolinea che, in particolare dopo la pace di Cateau-Cambresis (1559) i Savoia
«aussi chéris de leur peuple, que respectés par les autres Puissances de l’Europe», hanno avuto una
parte importante in tutte le transazioni politiche del continente. La bandiera di Savoia ha sempre
sventolato, nella buona e nella cattiva sorte, senza mai perdere il suo splendore; sotto di essa il paese
è uscito dalle crisi più grandi, «le plus souvent avec succès, toujours avec honneur».

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a conoscere le forme giuridiche dello Stato moderno, e la società nel suo complesso fu sospinta verso l'acquisizione di una nuova cultura politica
ed economica», mentre «La nascita di un esercito nazionale, la vendita dei beni ecclesiastici, la democratizzazione della società, l'ampio uso della
simbologia repubblicana e rivoluzionaria, costituiscono alcuni importanti aspetti di tale rinnovamento». Ma anche altri musei del Risorgimento si
aprono sul periodo rivoluzionario e napoleonico, senza il quale, lasciano intendere alcuni, di Italia unita non se ne sarebbe parlato. Il conformismo
in questo senso è abbastanza diffuso. Sarebbe fuori luogo passarne in rassegna i capisaldi; basti un solo altro esempio, riferito alle collezioni
risorgimentali del Museo Storico della Città di Bergamo, con riguardo alle quali si può leggere, sempre navigando in internet: «Fin dall’inizio del
percorso museale la ricostruzione dell’Albero della Libertà indica, con tutta la carica simbolica che emana, lo spirito informatore dell’esposizione
museale: la partecipazione della comunità locale a quella rottura storica che sostanzierà il risorgimento italiano e la sua celebrazione».
Non so se per i francesi sia del tutto fuori luogo celebrare l’albero della libertà o ispirarsi ad esso. Gli spaventosi eccidi, gli stermini di massa (come
in Vandea), la ghigliottina manovrata senza risparmio sotto gli ordini dei capi rivoluzionari, la resistenza accanita di vasti strati della popolazione
inducono a dubitarne. Ciò che pare non discutibile è il fatto che per gli italiani l’albero della libertà non può rinviare né essere associato a altro che non
sia occupazione straniera, soprusi e spoliazioni. Naturalmente chi si riferisse a interpretazioni di fazione, come all’intensa produzione bibliografica
dei fiancheggiatori e collaborazionisti del regime giacobino prima e “imperiale” poi in Italia e in Piemonte, avrebbe un quadro ben diverso della
situazione (basti pensare all’abbondante proliferare contemporeaneo di opuscolame politico, e alla successiva adesione ideologica di tanta parte delle
scuole storiografiche dominanti, École des Annales in testa).
Sarebbe, anche per questi motivi, triste pretendere di riconoscere nell’invasione nemica la principale, se non l’unica matrice dell’unità italiana. Certo
essa è stata all’origine di un modello di percorso verso l’unità, un modello, è lecito congetturare, ben più sanguinoso di quanto potesse esserlo quello
che già era in corso di realizzazione lungo un tragitto che attraversava i secoli: quello dei Savoia soprattutto del ramo primogenito, certo indisponibili
ad andare a braccetto con forze rivoluzionarie, ma con lo sguardo rivolto all’Italia da lungo tempo, come si è appena accennato. Un percorso scandito
non da guerre d’aggressione, ma da episodi difensivi, alleanze matrimoniali, trattati dinastici, relazioni diplomatiche, cooptazione o ricerca di
dedizioni spontanee da parte di popoli e paesi. Lungo il cammino i Savoia seppero destreggiarsi abilmente, trasformando la loro relativa debolezza
(di fronte alle maggiori potenze) nella forza che derivava dal poter essere in taluni momenti e scenari ago della bilancia. Stretti, come già si è detto,
tra la Francia e l'Austria, seppero trarre partito dalle rispettive brame di predominio, fluttuando abilmente tra i due contendenti (che ne ricercavano
l’alleanza, evidentemente preziosa sullo scacchiere europeo). Mentre molti altri Stati in tutt’Europa si accingevano a essere fagocitati dalle maggiori
potenze e a scomparire per sempre quali entità autonome, i Savoia riuscivano a ottenere da ciascuno nuovi possessi, in riconoscimento della loro
alleanza o defezione.
Oggetto di attenzione interessata anche da parte dell’Inghilterra, che più volte tentò di interferire negli affari interni degli Stati sabaudi, i Savoia
seppero spesso avvantaggiarsene senza pagare dazio. Dall’inizio del Settecento in avanti la dinastia fu protagonista in tutte le guerre, turbolenze e
negoziati d’Europa. Nel contesto del gioco delle parti non si potrebbe dire che Francia e Impero si astenessero dall’offrire pretesti atti a motivare
cambiamenti di fronte. Allo scoppio della guerra di successione di Spagna Vittorio Amedeo II si trovava al fianco della Francia (secondo qualcuno
suo malgrado, dato che vi è chi, come lo storico e letterato savoiardo Jules Philippe, lo dice (nel noto opuscolo I lupi di Savoia…, Firenze, 1868)
«costretto di tenere le parti di Luigi XIV contro l’imperatore». Quando questa, forse temendo una segreta intesa tra Vittorio e il principe Eugenio,
disarmò l’esercito sabaudo, il Duca (sommando all’episodio altri fatti e valutazioni) voltò con pieno diritto le spalle a Luigi e si dichiarò a favore
dell’Imperatore, con «mutamento naturalissimo», come scrive ancora il citato Philippe.
E il termine naturalissimo non pare scelto per caso, dato che l’alleanza Savoia-Impero era davvero, naturale e aveva radici remote nel tempo come si
è già visto in apertura delle presenti note.
Attorno agli eventi costitutivi del Regno d’Italia operarono, tornando all’argomento toccato in apertura di questi appunti, forze in genere inconciliabili
tra loro. Persone, correnti di pensiero, pulsioni e passioni contrastanti e persino opposte si trovarono a coagire, incanalate nella stessa corrente di un
torrente in piena, destinato a travolgere schemi e barriere che sino a un certo momento parevano inamovibili o insormontabili.
Troppi elementi contrastanti costituiscono il puzzle dei fermenti risorgimentali a Torino per giungere agevolmente a un’univoca o, per così dire,
finale interpretazione, anche tenendo conto del fatto che la storiografia, nel guardare all’epoca risorgimentale non può facilmente affrancarsi dalla
tentazione di propendere per una o per l’altra delle tesi che, mano a mano che la penisola progrediva verso la propria unificazione politica, si
contrapponevano.
Difficile capire come abbiano finito per conciliarsi le visioni dei torinesi, per natura moderati (non, naturalmente, in senso politico, ovvero di legati
al “partito” moderato, ma puramente nel senso lessicale - e la storia intera della città ne dà testimonianza -) e degli emigrati “politici” da ogni
parte della penisola, in gran numero ospitati in città (spesso, ma non sempre, legati a sette che agivano per sovvertire l’ordine interno dei loro paesi
d’origine) e senz’altra occupazione che quella di soffiare sul fuoco dell’unificazione, vigilando che la tensione unitaria non subisse pause.
Si sono oggi create alcune nicchie editoriali, al Nord come al Sud, pronte a offrire ampio spazio a studiosi che contestino l’unificazione, generalmente
in chiave antisabauda e, ovviamente, antirisorgimentale. Il processo unitario può essere condiviso o no, ma chi si dimentica che esso non fu soltanto

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Fig. 43 – Amedeo Di Castellamonte, Venaria reale…, riproduzione calcografica dell’Ingresso
principale della reggia.

Fig. 42 – Amedeo Di Castellamonte, Venaria reale palazzo di piacere, e


di caccia, ideato dall'altezza reale di Carlo Emanuel II duca di Savoia,
re di Cipro & c. disegnato, e descritto dal conte Amedeo di Castellamonte
l'anno 1672, In Torino, per Bartolomeo Zapatta, 1674, Antiporta.

Fig. 44 – Amedeo Di Castellamonte, Venaria reale…, frontespizio. Carlo Emanuele II, nell’affidare
la realizzazione della Venaria all’architetto Amedeo di Castellamonte, a partire dal 1659, intendeva
dare prova dell’opulenza e della magnificenza della propria corte e dei propri Stati. Alcuni storici
riferiscono di un costo complessivo (anche con riferimento all’impianto urbanistico a contorno)
superiore ai 4 milioni di lire piemontesi, una cifra oggettivamente enorme, in quel tempo, che
rende bene l’idea dell’impulso che il cantiere della “Reggia di Diana” dovette dare all’economia
della regione. Splendidi giardini, serre e fontane contornavano i vasti edifici, al completamento dei
quali lavorarono alcuni tra i maggiori architetti europei, Michelangelo Garove, Filippo Juvarra (che
tra l’altro realizzò la suggestiva Cappella di Sant’Uberto, dalla pianta originalissima, a croce greca
smussata), Benedetto Alfieri, che progettò la chiesa parrocchiale, curò ampliamenti e ricostruì la
piazza dell’Annunziata.

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frutto di un’azione unilaterale dei Savoia e dei Piemontesi è fuori strada: certo questi ultimi ne pagarono il prezzo, o quanto meno il prezzo di
gran lunga più alto, ma al loro fianco vi erano gli altri italiani veneti, lombardi, emiliani, napoletani …. nessuna regione, probabilmente non fu
rappresentata tra quanti tramarono, lottarono, combatterono per l’unificazione.
Circa il fatto, invece, che sia difficile comprendere le scelte di certi ministri piemontesi, intimamente “reazionari” nella propria patria e collegati in
una catena “rivoluzionaria” fuori dai suoi confini non si potrebbe che convenire e non sarebbe facile darne una spiegazione univoca.
Problematico spiegarsi, inoltre, l’operato dei sovrani postisi, in un certo senso, al fianco della “rivoluzione” (forse nell’illusione di poterla cavalcare e
orientare, mentre, nella migliore delle ipotesi, sovrani e rivoluzione finirono per cavalcarsi e orientarsi a vicenda). Probabilmente, mentre percorrevano
un tratto di strada insieme, tanto i sostenitori del trono quanto - e soprattutto - i seguaci delle rivoluzioni nelle loro diverse tonalità - liberali,
repubblicane in genere, mazziniane o proudhoniane e marxiane che fossero - si preparavano segretamente ad armare la mano dei sicari che dovevano
liberarli dalla presenza di uno scomodo compagno di viaggio.
Come spiegare, poi, una nobiltà e un popolo pronti, per un saldo, sino a essere quasi misterioso e arcaico, vincolo di fedeltà, a agire, anche a costo del
proprio sangue e della propria vita, a favore di un processo di sviluppo, alleanze, amicizie molto spesso non condivisi?
Certo la lotta per l’unità d’Italia doveva avere un fascino vigoroso per il quale valeva la pena, lo si è già detto più indietro, di rischiare la pelle e il
patrimonio, come fecero molti. Ma agli stimoli ideali, condivisibili o no, si dovette affiancare lentamente la coscienza che poche erano le alternative:
se il paese non riusciva a divenire una sola e più forte realtà politica, rischiava di restare per sempre avviluppato nella morsa dei domini, talora con
chiare connotazioni coloniali, a cui era sottoposto: forse i tempi nuovi che incalzavano non lasciavano intravedere un’altra scelta possibile.

Eredità tangibili: per il futuro

La linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione può rappresentare un elemento di svolta per il Piemonte. È difficile entrare nel merito della spinosa
questione se essa sia lesiva di diritti e interessi delle popolazioni o di singole persone e famiglie della Valle di Susa. Esistono, infatti, in seno agli
stessi abitanti dei territori valligiani posizioni variegate e contraddittorie che rendono davvero difficile ricavarne un minimo comun denominatore.
Il fatto, però, che la TAV possa avere un impatto positivo per la regione nel suo complesso sembrerebbe scontato, sia per i posti di lavoro derivanti
nell’arco di molti anni dai cantieri, dalla logistica e via dicendo, sia per la centralità europea che avrebbe il Piemonte di fronte ai prospettici intrecci
con altre vie di traffico, quali il corridoio Genova-Rotterdam e altre linee che potranno essere frutto di ancora più ambiziosi progetti. Nel frattempo
il declino dell’industria automobilistica ha lasciato il segno, costringendo i territori piemontesi e Torino a cercare nuovi spazi di sviluppo, tra i quali
un posto rilevante non può non spettare al turismo, il cui incremento (di cui si è potuto e forse anche voluto fare a meno in passato) rappresenta oggi
un’opportunità alla quale forse non è lecito, di fronte alle generazioni future, rinunciare.
Qualunque piano che abbia lo scopo di accrescere i flussi turistici verso il Piemonte e la Valle d’Aosta, non può prescindere dall’avere al centro molte
eredità che si ricollegano direttamente ai Savoia. Alle straordinarie ricchezze naturali delle due regioni, le montagne con le invidiate celebri piste di
sci, i laghi famosi e gli splendidi parchi naturali, tra i quali quello del Gran Paradiso, di oltre 70 mila ettari, donato allo Stato nel 1922 da Vittorio
Emanuele III.
Ben altri sono però i poli d’attrazione da porsi direttamente in relazione con i Savoia, con la loro sensibilità culturale e lungimiranza, nonché con
l’intelligenza dei ministri e funzionari di cui hanno saputo circondarsi nel corso dei secoli. Limitandoci in queste pagine a guardare principalmente
al Piemonte, possiamo dire, senza timore di essere smentiti che è di incomparabile interesse l’eredità rappresentata dalle Residenze sabaude. Se
si confronta l’itinerario che le collega, senza tralasciare gli ormai numerosi palazzi e castelli privati aperti al pubblico che si incontrano lungo la
strada, ci si rende rapidamente conto che il circuito non ha nulla da invidiare a rotte frequentate, altrove, da milioni di visitatori, come quelle che
raggiungono i castelli della Loira o della Baviera. Se esiste una differenza a sfavore delle mete piemontesi, questa risiede soprattutto nella capacità di
comunicazione. A Torino, Palazzo Reale, con i palazzi Madama, Chiablese, Carignano, il Castello del Valentino e la Villa della Regina costituirebbero,
congiuntamente alle residenze che sorgono tutt’attorno alla città, nelle sue immediate vicinanze (la Palazzina di caccia di Stupinigi, la Reggia di
Venaria Reale, i castelli di Rivoli e Moncalieri) già un circuito di importanza e attrattive uniche, anche senza considerare che in più di un caso gli
edifici sono lo scrigno di tesori di grande fascino. Basti fare l’esempio di Palazzo Madama, che racchiude un museo di importanza mondiale, di
Venaria il più grande cantiere di restauro d’Europa, che si presta come pochi altri luoghi a essere sede di mostre e eventi temporanei di richiamo
internazionale. Quanto a Palazzo Carignano, ospita un museo fascinoso, dedicato a un’epoca controversa come il Risorgimento; se ne prevede la
riapertura nel 2011, dopo febbrili lavori di restauro dell’edificio e di risistemazione delle collezioni. Un po’ più lontano dalla capitale i castelli di Agliè,
Racconigi, Pollenzo, Govone e la Reggia di Valcasotto “meritano il viaggio”.
Parlando di Musei, il pensiero non può non correre all’Egizio, che deve la sua origine, come altri impulsi culturali in vari ambiti, a Re Carlo Felice,

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Fig. 45 – Deliziosa legatura con monogramma di Vittorio Emanuele II. Le legatorie pubbliche
e private che lavorarono per i Savoia hanno prodotto per secoli splendidi e innumerevoli
esempi di legature decorate con le armi o con monogrammi dei rappresentanti della dinastia.
Queste legature arricchiscono oggi non soltanto le biblioteche che devono la propria nascita o
formazione ai Savoia (come la Reale e la Nazionale di Torino che sono straordinari monumenti
di cultura, storia e arte) ma anche quelle di numerosi collezionisti in tutto il mondo.

Fig. 46 – Avviandosi alla conclusione dei quest’opera, in cui sono descritte sinteticamente le principali
tappe storiche, politiche, militari e istituzionali della Monarchia, il Cibrario sottolinea la lucidità e
lungimiranza della dinastia sotto vari profili, anche traendo spunto dal fatto «che la Casa di Savoia ha
sempre agevolato agli uomini d’ingegno, a qualsivoglia classe appartenessero, l’accesso agli uffici più
elevati»; un fatto del quale «Dal secolo XIV ai tempi presenti sovrabbondano gli esempi».

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ovvero a quel sovrano che una storiografia faziosa prima e pedissequa poi ha preteso di consegnare ai posteri come l’artefice di un periodo buio
e plumbeo. Restando a Torino, come non ricordare l’Armeria Reale (che un giorno, si spera vicino, potrà “fare sistema” coll’imponente Museo
dell’Artiglieria, del quale si attendono la riapertura e spazi espositivi adeguati, onde evitare che i reperti si affollino nuovamente l’uno addosso
all’altro come in un magazzino), interamente costituita dai sovrani nei secoli e arricchita anche nel tardo Ottocento col dono delle raccolte personali
di Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II e, in tempi ancora più recenti, con oltre 1500 nuovi oggetti provenienti dalle collezioni di Umberto I e Vittorio
Emanuele III. Tra altre proprietà e raccolte donate da quest’ultimo sovrano, non si deve dimenticare la vasta collezione di monete che gli servì di
base per la stesura del suo Corpus Nummorum Italicorum, una delle più importanti opere di numismatica mai pubblicate, che ha fatto di Vittorio
Emanuele III uno tra i più illustri e raffinati cultori della materia di tutti i tempi a livello mondiale. Nonostante gli impoverimenti postbellici, dovuti
a furti, dispersioni varie, incuria, il valore della raccolta era ancora, al momento della donazione, enorme.
Tra le Pinacoteche primeggia la Galleria Sabauda, costituita per volere di Carlo Alberto nel 1832. Essa conta tra le sue raccolte, tra l’altro, dipinti
provenienti da Palazzo Reale, Palazzo Madama, Palazzo Carignano e dalle splendide raccolte del Principe Eugenio. Nel 1860 fu donata allo Stato
da Vittorio Emanuele II.
Occorrerebbe parlare ancora di Biblioteche (come la Nazionale e la Reale che contengono tesori di inestimabile valore raccolti per secoli dai Savoia),
di Archivi (scrigno di patrimoni documentali e artistici di grande rilievo), di fortezze (quali Exilles, Fenestrelle, Bard, Gavi e via dicendo) oppure
ancora di numerosi musei, a partire, a Torino, da quello Antichità, le cui raccolte si stratificarono a partire dal 1572 per volere di Emanuele Filiberto.
Ma non vogliamo dilungarci si tratta di lasciti e testimonianze che sono sotto gli occhi di tutti e di cui tutti possono fruire oggi e potranno fruire
domani purché opportunamente conservate e valorizzate.
Nella collana delle eredità e presenze sabaude ve n’è ancora almeno una di cui non si potrebbe tacere: si tratta del tesoro che per i Savoia, fu più caro
d’ogni altro: la Santa Sindone. La custodia, per mezzo millennio, del lenzuolo che avvolse il corpo di Gesù, conferì alla nostra dinastia una carisma
del tutto speciale. I numerosi esami scientifici a cui è stato sottoposto il Lenzuolo evangelico hanno portato a risultati discordanti: continuano a
sussistere incertezze circa la sua datazione; la teoria sostenuta da alcuni, pur sulla base di prove scientifiche, che si tratta di un falso medievale sembra
tramontare, mentre altri, con argomentazioni di non minore dignità scientifica, ne confermano l'autenticità e la datano attorno agli anni in cui visse
Gesù Cristo, anche sulla base di sempre più ampi riscontri storici. Di fronte alla passione e interesse che la Sindone ancor oggi suscita non è difficile
immaginare quale enorme suggestione essa potesse esercitare, con il suo struggente significato, sui credenti dei secoli passati. I Savoia, che secondo
antiche cronache erano in un certo senso stati “scelti” per conservare il Lenzuolo (che sarebbe rimasto in Chambéry in quanto a nessun costo il mulo
che la trasportava volle lasciare la capitale savoina), non ne sfruttarono mai troppo apertamente il fascino per scopi politici. Tuttavia essi, che erano
inevitabilmente associati alla reliquia, consentirono di venerarla ai loro ospiti e agli ospiti illustri di Torino, promuovendone il culto in ogni modo. La
veneravano essi stessi con profonda devozione, certi che non esistesse nulla di più prezioso. In un pregevole studio storico-archeologico sulla reliquia
padre Lazzaro Giuseppe Piano, scrive che i Savoia «...a misura che ... andavano col loro senno e militari virtù ampliando lo Stato, pare, che nel tempo
stesso andassero dilatando la propria verso la SS. Sindone...».
Il sacro lenzuolo è stato assegnato nel 1983, per disposizione testamentaria di Re Umberto II, al Pontefice, ferma restandone la sede. Esso sarà
venerato tra il 10 Aprile e il 23 Maggio 2010, si stima, da ben più di due milioni di pellegrini. Cronologicamente si tratta dell’ultima eredità dei Savoia
al Piemonte. Ma la complessiva eredità sabauda, come si è sin qui detto, continua a operare nel quadro di un legame che neanche il tempo potrebbe
spezzare. D’altronde le dinastie al pari delle famiglie che sappiano conservare le memoria, i valori, le tradizioni del passato, durano nel tempo come
le pietre, le città, le nazioni, opponendo alla brevità ingannevole di una singola vita umana, come hanno scritto vari studiosi in passato, la lunga
continuità del succedersi delle generazioni.

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Il duello tra il Conte di Torino e il principe
d’Orléans: un altro passo verso l’unità degli
Italiani

Nell’agosto del 1897 il pubblico europeo - italiano e francese in particolare -


seguì con emozione gli sviluppi di un avvenimento destinato ad essere a lungo
ricordato come “il duello dei principi”. Il 3 luglio di quell’anno il “Figaro” aveva
pubblicato una lettera dall’Abissinia del principe Enrico d’Orléans (gran viaggiatore,
scapestrato e scialacquatore, nonché corrispondente lautamente pagato di vari
giornali), considerata calunniosa nei confronti dell’Italia e dell’onore e coraggio del
suo esercito, che usciva in quel momento da sanguinose sconfitte.
Oggi tutto si risolverebbe con scambi di battute, per quanto veementi. Chi si ricorda
del battibecco tra Schulz, che insultò il governo italiano – e l’Italia - e Berlusconi
nel Parlamento europeo? All’epoca la caustica reazione di Berlusconi alle violente
espressioni di Schulz fu stigmatizzata, non solo dai compagni di partito di Schulz,
ma, con tutta la possibile faziosità anche dal collaborazionismo nostrano.
Anche solo cent’anni fa, invece, un qualunque Schulz, avrebbe probabilmente
frenato la propria violenza verbale, conscio che, “offendendo” l’Italia, rischiava di
non cavarsela troppo a buon mercato. Proprio come accadde al Principe d’Orléans,
che si vide piovere addosso parecchie sfide a duello, a una delle quali almeno non
poté sottrarsi. Attorno al suo sfidante l’Italia intera fu coesa e vibrante.
Il ventiseienne Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, figlio del duca d’Aosta e della
Principessa Dal Pozzo della Cisterna, per breve tempo sovrani di Spagna, apparteneva
a uno di quei rami secondogeniti di Casa Savoia che, nel corso dei secoli, avevano
saputo coprirsi di gloria (come i Savoia-Soisson o i Savoia-Nemours) e portava il titolo
di conte di Torino. Letta sul Figaro la corrispondenza dell’Orléans, inviò all’autore
una lettera con richiesta di scuse e smentite, invitandolo ad anteporre la verità
al suo amor proprio, com’era obbligato in quanto gentiluomo. Non giungendogli
alcuna risposta, il conte di Torino la sollecitò l’11 agosto con un telegramma. Questa
volta Orléans rispose immediatamente, con lo stesso mezzo, dicendosi disponibile
più a un’inchiesta su quanto da lui scritto, se richiesta, che a una ritrattazione.
Nella notte, dal telegrafo di Torino partì la replica di Vittorio Emanuele, laconica,
ma chiarissima “deux Messieurs partent par le premier train pour se présenter à
Vous de ma part”, ovviamente si trattava dei padrini. E con i padrini e un piccolo
seguito, partì il principe stesso, in gran segreto, il 12 agosto, col treno per Parigi
delle 14,20. Arrivata in stazione alle 7 ½ della mattina seguente la comitiva prese
alloggio all’Hotel d’Albe e i padrini del conte di Torino, Felice Avogadro di Quinto e
Francesco Vicino Pallavicino, non persero tempo a contattare Orléans, che fu costretto
a nominare i propri. Questi, dopo vari tentativi di evitare il duello o di ritardarlo (i
piemontesi pensarono col duplice scopo di far esercitare Orléans nella spada, e di
lucrare sulla vendita del “Figaro”, che in quei giorni andava a ruba grazie alla
vicenda), si rassegnarono a concordarne le regole. Dopo varie discussioni si scelse
l’arma bianca: appartenendo gli avversari “a due famiglie sovrane e di guerrieri”
la spada era “la naturale loro arma” mentre la pistola era consacrata dall’uso “ai
duelli per i mariti traditi”. La scelta del luogo, rifiutate dai piemontesi due zone
affollate e malfamate di Parigi - un principe di Casa Savoia non dà spettacolo a
nessuno e non si batte in luoghi screditati, affermarono i padrini - cadde sul Bois des
Maréchaux, a circa un’ora e mezza di carrozza dalla capitale. Altri aspetti furono
minuziosamente discussi: la durata dei singoli scontri, il tipo di camicia e di guanti
da usarsi, i presupposti necessari per porre fine allo scontro e via dicendo. Orléans
decise di pernottare a S.t-Claud, all’Hotel du Pavillon Bleu, nei pressi del luogo
del duello; il conte di Torino, pur consigliato dai suoi padrini di fare altrettanto
(il duello era fissato per le 5 del mattino), restò a Parigi. Il 15 agosto, poco prima
delle tre, Vittorio sgusciò da un’uscita secondaria dell’hotel. Le carrozze necessarie
a trasportare lui e il suo seguito non erano state posteggiate nei pressi dell’albergo,
dove la loro presenza avrebbe attirato l’attenzione dei cronisti appostati, ma fatte
passeggiare a vuoto per buona parte della notte. Poi, al momento giusto, via a gran
velocità, cogliendo tutti impreparati.
In 25 minuti di accaniti combattimenti l’offesa all’onore italiano era “lavata”: Vittorio
Emanuele inflisse all’avversario, subendone soltanto una alla mano destra, tre ferite,
l’ultima delle quali ne provocò lo svenimento e, con esso, la fine vittoriosa del duello.
Poi i due principi si strinsero cavallerescamente la mano e il conte di Torino rientrò
in Piemonte, celebrato come un eroe dagli italiani del tempo, raggiungendo subito il
suo reggimento, impegnato nei campi estivi in montagna.

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I Savoia e l’Italia meridionale:
un interesse antico

Spesso si danno per scontati l’interesse e le aspirazioni espansive dei Savoia nei confronti degli Stati più prossimi ai loro domini. Aspirazioni che nel corso dei
secoli ebbero in più di un caso e in più di un momento margini concreti di successo, talora naufragati contro lo scoglio rappresentato dalle volontà politiche
delle maggiori potenze, che hanno sempre osservato con una certa preoccupazione le capacità di affermazione e di ampliamento dei propri poteri e autonomia
dei Savoia.
Meno appariscenti risultano spesso le ambizioni e le rivendicazioni “antiche” riferite all’Italia meridionale: in questa pagina sono riprodotti i frontespizi di
alcuni dei molti volumi e studi che consentono di metterle a fuoco.

A B C

D E F

Fig. A - Frontespio di uno splendido volume illustrato pubblicato dall’Abate Pietro Vitale per ordine del Senato Palermitano, per celebrare l’arrivo nell’isola e l’incoronazione a Re di Sicilia
di Vittorio Amedeo II.
Fig. B - Antiporta del volume di Pietro Vitale, La felicità in trono…: Vittorio Amedeo II e la moglie, Anna d’Orléans, ricevono le chiavi di Palermo e, idealmente della Sicilia, accingendosi a
cingerne la corona regia.
Fig. C - Frontespizio della vasta opera in tre volumi di Vittorio Emanuele Stellardi, Il regno di Vittorio Amedeo II di Savoia nell'isola di Sicilia, dall'anno MDCCXIII al MDCCXIX. Documenti
raccolti e stampati per ordine della Maestà del Re d'Italia Vittorio Emanuele, Torino, Tipografia degli eredi Botta, 1866, che consente di mettere a fuoco l’enorme sforzo organizzativo,
amministrativo, legislativo e restauratore sabaudo sviluppato nel breve periodo di regno sulla Sicilia (1713-1718). Uno sforzo che mirava a consolidare il rapporto tra il Sovrano e i Siciliani,
che lasciò durevoli tracce.
Fig. D - L’autore mette a fuoco la determinata azione politica e diplomatica di Vittorio Amedeo II le cui aspirazioni erano rivolte «non solo alla Sicilia ma addirittura ai due regni meridionali
d’Italia». Secondo il Contessa, Vittorio Amedeo II sarebbe stato pronto anche a rinunciare ai domini subalpini per più vasti regni; in realtà sappiamo che il sovrano progettava di conservare
gli uni e acquisire gli altri.
Fig. E - Uno dei più noti studi sul primo breve regno sabaudo in Sicilia.
Fig. F - Uno sguardo sulla Sicilia postunitaria.

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Bibliografia Integrativa
Il testo trae spunto in particolare da alcuni studi del curatore e in particolare da:
Di Sparta gli spiriti bellicosi, di Atene la civiltà. I fondamenti del primato piemontese in Italia, in Governare lo sviluppo. La Regione Piemonte dal 1970 al
1995: studi e testimonianze, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1996, pp. 13-107.
Il primato piemontese. Dal Medioevo al Risorgimento, Torino, Gribaudo Paravia, 1996.
Feudi e nobiltà negli Stati dei Savoia…, Lanzo Torinese, Società Storica delle Valli di Lanzo, 2006.
1706: Torino assediata e soccorsa dall’Impero. Terzo millennio: chi soccorrerà l’Europa sotto assedio?, in: Torino 1706: memorie e attualita dell’assedio di
Torino del 1706 tra spirito europeo e identità regionale. Atti del Convegno, Torino 29 e 30 settembre 2006, a cura di Gustavo Mola di Nomaglio, Roberto
Sandri Giachino, Giancarlo Melano, Piergiuseppe Menietti, Torino, Centro Studi Piemontesi, 2007, vol. I, pp. XXXIII-XLVIII.
Torino tra sviluppo e crisi. Emanuele Luserna di Rorà e la Convenzione del 15 settembre 1864, in: Prove di Risorgimento su uno scenario europeo. Emanuele
Luserna di Rorà, la famiglia e il suo tempo da Bene Vagienna a Torino all’Italia, Atti del Convegno, a cura di Albina Malerba, Gustavo Mola di Nomaglio e
Roberto Sandri Giachino, Torino, 2008, pp. 132-230.

Congiuntamente alla bibliografia citata in questi lavori, si vedano, inoltre:


Paola Astrua, Le scelte programmatiche di Vittorio Amedeo duca di Savoia e re di Sardegna, in Arte di corte a Torino da Carlo Emanuele III a Carlo Felice,
a cura di Sandra Pinto, Torino, 1987.
Cesare Balbo, Del naturale dei Piemontesi, in Lettere di politica e letteratura edite ed inedite ... precedute da un discorso sulle rivoluzioni. Torino, 1859.
Luigi Bulferetti, Assolutismo e mercantilismo nel Piemonte di Carlo Emanuele II (1663-1675) , Torino, 1953.
Carlo Calcaterra, “Il nostro imminente risorgimento”. Gli studi e la letteratura in Piemonte nel periodo della Sampaolina e della Filopatria, Torino, 1935.
Valerio Castronovo, Carlo Emanuele I di Savoia, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 20, Roma, 1977, pp. 326-340.
Vittorio Cian, Vita e cultura torinese nel periodo albertino e post-albertino. Dal carteggio edito ed inedito di P.A. Paravia, in “Atti della Reale Accademia delle
Scienze di Torino” Classe di scienze morali, storiche e filosofiche, LXIII, XV; LXIV,XV; LXV, XIII-XIV; LXVI,X-XIII,Torino, 1927-28, 1928-29, 1929-30,
1930-31, pp. 355-388, 385-450, 333-390, 245-316.
Francesco Cognasso, Vita e cultura in Piemonte dal medioevo ai giorni nostri, Torino, 1983.
Marco Cuaz, Accademie in provincia: cultura e istituzioni nella periferia alpina (Nizza, Savoia e Valle d’Aosta), in I primi due secoli dell’Accademia delle
Scienze di Torino. Realtà accademica piemontese dal Settecento allo stato unitario (Atti del Convegno 10-12 novembre 1983), Torino, 1985.
Carlo Gustavo Figarolo di Gropello - Enrico Genta, La nobiltà piemontese: lineamenti per una sua storia, in Interviste nel passato.Catalogo Bolaffi della
Nobiltà Piemontese, a cura di Enrico Genta e Gustavo Mola di Nomaglio, Torino, 1993, pp.13-24.
Gian Biagio Furiozzi, L’emigrazione politica in Piemonte nel decennio preunitario, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1979.
Ferdinando Gabotto, Lo Stato sabaudo da Amedeo VIII ad Emanuele Filiberto, Torino, 1892-1895.
Renzo Gandolfo, Conoscenza -e coscienza- attuale del passato piemontese, in “Studi Piemontesi” vol.XIII (1984) pp. 279-294.
Enrico Genta, Princìpi e regole internazionali tra forza e costume: le relazioni anglo-sabaude nella prima meta del Settecento, Napoli, Jovene, 2004.
Vittorio Leschi, Gli istituti di educazione e di formazione per ufficiali negli Stati preunitari, Roma, 1994.
Umberto Levra, Fare gli italiani. Memoria e celebrazione del Risorgimento, Torino, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano,
1992.
Alberico Lo Faso di Serradifalco, La difesa di un Regno: il sacrificio dell’esercito del Regno di Sardegna nella guerra contro la Francia (1792-1796), Udine,
Gaspari editore, 2009.
Giorgio Lombardi, I comuni della provincia di Cuneo nello Stato Sabaudo: problemi evolutivi delle autonomie locali, in “Bollettino della Società per gli Studi
Storici, Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo”, n° 89 (2° sem. 1983), pp. 73-97.
Sabina Loriga, Soldats,un laboratoire disciplinaire: l’armée piémontaise au XVIIIe siècle, Paris, 1991.
Antonio Manno, Ermanno Ferrero, Pietro Vayra, Relazioni diplomatiche della Monarchia di Savoia dalla prima alla seconda restaurazione (1559-1814),
Torino, 1886-1891.
Giuseppe Maranini, Storia del potere in Italia, 1848-1967, Firenze, 1967.
Vittorio Marchis, L’istruzione (e la cultura) scientifica in Piemonte in età napoleonica, in All’ombra dell’aquila imperiale. Trasformazioni e continuità
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Pierpaolo Merlin, Emanuele Filiberto. Un principe tra il Piemonte e l’Europa, Torino, 1995.
Gustavo Mola di Nomaglio - Roberto Sandri Giachino, I Savoia sotto attacco, in Torino 1706, 300 anni dall’assedio e dalla battaglia di Torino. L’alba di un
regno, una Mostra evento per ricordare, a cura di Roberto Sandri-Giachino, Giancarlo Melano, Gustavo Mola di Nomaglio, Catalogo della Mostra tenuta a
Torino nel 2006-2007, Torino, 2006, pp. 19-26.
Gustavo Mola di Nomaglio - Roberto Sandri Giachino, Un primato piemontese in Europa. Venaria e la Cavalleria sabauda alla vigilia del Risorgimento, “I
Quaderni di Vivant”, 2, Torino, 2009.
Cristina Mossetti, La politica artistica di Carlo Emanuele III, in Arte di corte a Torino da Carlo Emanuele III a Carlo Felice, a cura di Sandra Pinto, Torino,
1987, pp.11-64.
Alfredo Oriani, La lotta politica in Italia, Bologna, 1944 (6a).
Ettore Passerin d’Entrèves, L’ultima battaglia politica di Cavour. I problemi dell’unificazione italiana, Torino 1956.
Gian Savino Pene Vidari, Il Regno di Sardegna, in: Atti del LII Congresso di Storia del Risorgimento italiano, Pescara, 7-10 novembre 1984, Roma, Istituto
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Giuseppe Prato, La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVIII, Torino, 1908.
Claudio Rosso, Il Seicento, in Il Piemonte sabaudo, Stato e territori in età moderna, in “Storia d’Italia” Utet, diretta da Giuseppe Galasso, vol. VIII, tomo I,
Torino, 1994, pp. 173-267.

54
Giuseppe Lazzaro Piano, Comentarii critico-archeologici sopra la SS. Sindone di N. S. Gesù Cristo venerata in Torino, Torino, 1833.

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