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NUOVA SERIE

XL – 20191–2

LIBRERIA MUSICALE ITALIANA


Sommario

Giacomo Baroffio
La formazione di un cantore gregoriano 7

Pasquale Troìa
Canti e musicisti dell’Archivio Musicale dell’Archivio Storico della
Comunità Ebraica di Roma. Una prima presentazione per un repertorio
da custodire, valorizzare e rinnovare 19

Giacomo Baroffio
Individuare recuperare studiare valorizzare
i frammenti librari liturgici 59

Nicola Tangari
Testimonianze d’oltralpe e altri frammenti liturgico-musicali
nell’Archivio di Stato di Sciacca 149

Clarissa Cammarata – Giovanni Cunego – Pietro Moroni


Un frammento di Antifonario del xii secolo:
per una localizzazione 213

Pietro Moroni
I Graduali olivetani O, P, Q del museo della cattedrale di Chiusi 247

Marcello Mazzetti
Iter Cartusianum: Tracce di contrappunto alla mente
in una recensione dell’ut queant laxis 335

Livio Ticli
Peering into the 19th-century Tradition of the Miserere:
Traces of the Italian Falsobordone. Part 2 349

Aurelio Porfiri
The Struggle of Liturgical Music in Chinese
Between Self-identity and the Other After Vatican II 397
Sommario
Amina Fiallo
Un testimone francescano in Liguria: l’ufficio di sant’Antonio di Padova
nel Graduale ASD 268 dell’Archivio Diocesano di Savona 415

Segnalazioni

Nicola Tangari
La musica sacra in Italia in due recenti pubblicazioni a più mani 459

Recensioni

Serena & Gigliola Modigliani


Pasquale Troia, Gino Modigliani. Una vita per la musica, Roma, Gangemi
2018

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Giacomo Baroffio

La formazione di un cantore gregoriano

Nonostante tanti indizi sfavorevoli, oggi ci sono ancora persone che s’in-
teressano al canto gregoriano. Soprattutto tra i giovani, talora lontani dalla
Chiesa e dalla liturgia. Gruppi ristretti o singoli individui cercano di prati-
carlo. C’è una via sicura e facile da percorrere? C’è un metodo particolare
per divenire cantori? La soluzione si può riassumere con una sola parola,
lo studio. Che cosa comporta la studio del gregoriano? Quali sono le condi-
zioni, quali le tappe?
Cominciamo subito a liberare il terreno da un fraintendimento diffuso.
Fondamentale è un approccio esperienziale in una condivisione vissuta su
un piano che non degeneri in un impegno meramente intellettuale e tecnico.
In riferimento allo studio in senso comune, valgono sempre alcuni punti
chiave: la chiarezza della visione d’insieme, la costanza dell’impegno, la
tenacia nell’affrontare i problemi posti dall’oggetto della ricerca, problemi ai
quali devono essere subordinate le nostre eventuali prospettive. Il che signi-
fica che talora non solo è possibile, ma è doveroso correggere il tiro rispetto
alle nostre convinzioni e attese iniziali.
La nostra prospettiva è condizionata dall’esperienza pregressa che
abbiamo avuto del gregoriano. In quale circostanza abbiamo ‘scoperto’ il
canto gregoriano e in quale contesto sociale? Lo abbiamo ascoltato per puro
caso? Ci ha subito colpito? È riaffiorato dalla memoria dopo che l’avevamo
ascoltato senza neppure accorgerci che quella ‘musica’ era diversa dalle altre?
L’abbiamo scoperto all’interno di un discorso culturale come un’importante
tappa nella storia della musica occidentale? Abbiamo letto con curiosità
qualche accenno a livello di terapia psicoanalitica? Ci ha annoiati a morte o
ha galvanizzato la nostra attenzione durante una celebrazione liturgica…?
Queste, e molte altre ancora, sono situazioni ciascuna delle quali con-
diziona comunque il nostro sentire e plasma il desiderio di conoscere e
Giacomo Baroffio

praticare il gregoriano. Ogni situazione è legittima, spesso non è ricercata,


ma accade e si integra nel nostro cammino di vita, apre orizzonti e ci lascia
intravvedere qualche scenario con determinate connotazioni. Che cosa si
attende ciascuno di noi dal gregoriano? Privilegiamo un approccio storico,
estetico, ecclesiale, tematico liturgico, tecnico musicale…? Anche qui occorre
sottolineare che è possibile approfondire ogni singola prospettiva oppure,
con il tempo, possiamo integrare la nostra conoscenza teorica con l’esercizio
cantoriale, possiamo inoltrarci in ulteriori ricerche. Facciamo alcuni passi
prendendo decisioni chiare; altri percorsi ci sono preclusi, forse, soltanto
perché non possiamo dedicare al gregoriano tutto il tempo che nuove ricer-
che renderebbero necessario.

***

Un fatto dovrebbe essere chiaro sin dal principio. È una questione assai deli-
cata e si può delineare partendo da un esempio concreto della vita quoti-
diana. Immaginiamo un gruppo di giovani amici che in una ricerca scolastica
s’imbattano nella foto di uno sconosciuto e desiderino sapere qualche cosa
sul suo conto. Giovannino Rossi risulta essere il suo nome. Durante le inve-
stigazioni, i discepoli di Sherlock Holmes e della Signora in Giallo raccol-
gono una serie di informazioni. Si scopre qualche particolare della sua vita,
ad esempio, che era stato il sindaco del paese. Era però conosciuto meglio
perché da ingegnere aveva costruito un canale. Aveva provveduto anche
all’edificazione dei ponti sui quali tutti gli abitanti continuavano a transitare
e dove gli studenti si fermavano spesso per gettare l’amo nelle acque piene
di pesciolini. Con la fantasia sono state reintegrate le parti mancanti nella
narrazione e ogni ragazzo ha scoperto un aspetto particolare. Chi ha messo
a fuoco l’attività amministrativa del sindaco, chi ha compreso il contributo
sociale dell’ingegnere. Tutti sono fieri delle loro scoperte. Pierino si è ricor-
dato vagamente che Giovannino Rossi era suo nonno. Guardando la foto
non pensa né al paese né al canale, ma è tutto preso da quella figura. Sembra
prenda vita, esca dalla cornice per guardare il nipote e lasciarsi ammirare,
senza registrare le benemerenze civiche. L’attenzione è rivolta agli occhi, alle
labbra… sino a vederlo e sentirlo vicino, presente, vivo.
Qualche cosa del genere succede anche con il gregoriano. Lo si può stu-
diare fino a conoscere bene tanti aspetti storici, melodici, modali, ritmici
e quant’altro. Sono tutti gradi di una conoscenza interessante, opportuna,

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La formazione di un cantore gregoriano

giusta; ma decisamente inadeguata. Si conosce il gregoriano quando ci si


muove su un altro piano, quello dell’identificazione dovuta all’appartenere
del canto e del cantore alla stessa famiglia, dove ci si riconosce uniti nel vin-
colo di sangue che è la Parola di D-i-o. Con tutti i corollari e le conseguenze
del caso.
Ci sono persone che non sanno nulla di neumi e di modi, ma vivono poche
e semplici melodie gregoriane come profonda espressione della loro fede.
Il gregoriano non è per loro canto, bensì preghiera. Altre persone sanno
più meno tutto del canto gregoriano, ma senza la fede e senza l’esistenza
ravvivata dalla Parola, non capiscono purtroppo nulla. Non è un verdetto
ingiusto e implacabile contro l’intelligenza e il nozionismo degli interessati.
È semplicemente la costatazione del fallimento di un approccio bloccato a
metà del percorso, perché non si è in grado di raggiungere la meta e a supe-
rare una soglia che esige la fede. D’altra parte, chi è estraneo alla famiglia
potrà immaginare la relazione tra nipote e nonno? Potrà tentare di avvi-
cinarsi al mistero dell’amore ripensando ai propri cari; ma non potrà mai
vivere il fremito e la scintilla che agita e riaccende l’amore tra Giovannino e
suo nipote Pierino.
***
Non bisogna pensare che un cammino spirituale, cioè vissuto nella forza
dello Spirito, resti precluso a chi non frequenta la Chiesa e forse non ha mai
partecipato a un’azione liturgica. Per avvicinarsi al canto gregoriano, la cui
patria è la liturgia e la cui sostanza è la Parola di D-i-o, è opportuno non
pensare subito alla melodia liturgica e a un percorso didattico musicale. Il
primo passo è rivolto alle Scritture, a quelle espressioni attraverso le quali
D-i-o rivela all’uomo il suo cuore, dice prima di tutto chi è in modo da farci
acquisire una prima confidenza per crescere nell’amore per Lui. Con ciò,
sia chiaro, non si prospetta un cammino prestabilito nei dettagli. Non è in
modo automatico e meccanico che dalla lettura della Bibbia si venga con-
dotti alla (ri-)scoperta della fede. Può darsi che il testo rimanga cristallizzato
in un’opera letteraria, susciti al massimo una certa curiosità, lasciandoci del
tutto indifferenti sul piano della religione. Ma non è escluso che la stessa
lettura squarci i veli dell’indifferenza agnostica e lasci intravvedere scenari
imprevisti e inediti. Oppure confermi il lettore nella ricerca appassionata
di D-i-o nella storia, dal patto con Abramo fino al nostro battesimo e al
momento presente. In ogni caso con fede o senza fede, documento storico-
letterario del passato o confidenza sempre attuale nel dialogo tra il Creatore

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Giacomo Baroffio

e la sua creatura, la Bibbia fornisce il contesto più ampio in cui s’inseriscono


sia il canto gregoriano sia la nostra esistenza.
Il colloquio con le Scritture non si esaurisce in un pomeriggio, ma esige di
essere prolungato nel tempo con incontri quotidiani lungo l’arco di alcuni
mesi, degli anni a venire. Nel leggere la Bibbia non dobbiamo avere fretta
di scorrere il testo più lungo possibile nel minor tempo disponibile. Anzi,
è bene leggere poco, forse una sola frase, rileggerla due o più volte ancora,
poi ripeterla attingendola dal pozzo della memoria. Sempre senza fretta, ma
facendo una pausa prolungata. Se siamo sulla buona strada, la pausa non è
avvertita come un’interruzione fastidiosa. Essa è l’occasione unica per spe-
rimentare una certa forma di silenzio. Il nostro spirito si dilata allora per far
posto, nel nostro intimo, alla Parola stessa, non per soffocarci con pensieri
più o meno peregrini e inutili. Anche il nostro cuore per essere attivo non
vive un unico battito infinito dalla nascita alla morte; ma pulsa con un ritmo
che vede l’alternarsi equilibrato di tensione e distensione, di lavoro e riposo.
La fase della lettura non si esaurisce nel tempo, ma si ripresenta periodi-
camente con modalità leggermente modificate. La lettura quotidiana può
attraversare varie situazioni: una visione e adesione al testo vissute con sem-
plicità, un soffermarsi puntiglioso su problematiche storiche e/o letterarie,
un rimanere come sospesi nel vuoto senza riuscire a darsi nessuna risposta,
una prontezza rassicurante nel formulare conclusioni e prevedere ulteriori
passi, un percorso esaltante perché chiaro e luminoso, un ostacolo invalica-
bile che scaraventa il lettore nella gelida opacità dell’acedia. È quest’ultima
una tappa, forse inevitabile, del cammino spirituale. Può raggiungere i ver-
tici della disperazione quando ci si trova di fronte al proprio nulla e all’as-
senza, anche solo apparente, di D-i-o…
A un certo punto del cammino, il lettore avvertirà il bisogno di porsi in
modo diverso davanti al testo: si ritrova non più a leggerlo, bensì a can-
ticchiarlo. Questo canto può interessare una frase intera, ma può limitarsi
anche a una sola parola. È il momento in cui la Parola si scuote e insieme
scuote tutto l’uditore. La res del vocabolo cerca di infrangere un guscio che
la rinserra, custodendola quando essa andava protetta, liberandola quando
essa diviene cibo e nutrimento della persona amata e amante. Quanto suc-
cede indica che è giunta l’ora per proseguire il cammino guidati dalla Parola
transverberata dal canto gregoriano. Il che non significa affatto che ormai
non occorra più leggere i testi come se avessimo raggiunto chissà quale
grado professionale. Sino alla fine dei nostri giorni saremo sempre umili udi-
tori della Parola, senza stancarci di leggerla, lasciarla affiorare nel silenzio,

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La formazione di un cantore gregoriano

permettere che la lettura si trasformi in ruminazione e che da essa sgorghi la


preghiera. La Parola si fa canto e diviene incanto.

***

Una seconda dimensione del nostro approccio è più tecnico. Le singole


sezioni possono integrarsi tra di loro. I seguenti aspetti costituiscono la
struttura portante dello studio per divenire un cantore gregoriano:

Premessa
1] È opportuno iniziare lo studio del canto gregoriano con un primo orien-
tamento di fondo. Il che comporta, di solito, la lettura di qualche scritto
che offra una panoramica esaustiva. In seguito si potranno attingere nuove
cognizioni con lo studio di testi specifici e specializzati. Non mancano sus-
sidi per soddisfare ogni esigenza, da un articolo divulgativo di rivista e di
enciclopedia a un poderoso lavoro monografico di natura estremamente
tecnica. 1

2] Va da sé che sarebbe bene acquisire un minimo di cultura circa la lingua


latina. Anche chi ha una formazione latina di livello scolastico farà bene a
prendere in mano un’edizione latina della Bibbia, in particolare il salterio, e

1 Si segnalano pubblicazioni in italiano: una succinta panoramica d’insieme si


trova in Giacomo Baroffio – Eun Ju Kim, Cantemus Domino Gloriose. Introduzione
al canto gregoriano, Saronno, Ed. Urban 2003. Un manuale esaustivo e sempre utile
rimane Willi Apel, Il canto gregoriano. Liturgia, storia, notazione, modalità e tec-
niche compositive. Con due capitoli dedicati al canto ambrosiano e al canto romano-
antico di Roy Jesson e Robert J. Snow. Ed. tradotta, riveduta e aggiornata da Marco
Della Sciucca, Lucca, LIM 1998. Insostituibile per conoscere il lavoro composi-
tivo e le forme musicali è Paolo Ferretti, Estetica Gregoriana ossia Trattato delle
forme musicali, Roma, PIMS 1934. Sull’interpretazione della notazione cfr. Eugène
Cardine, Semiologia Gregoriana in collaborazione con Godehard Joppich Rupert
Fischer, Roma 1979 (ristampa 1987). Chiaro e approfondito il contributo di Enrico
De Capitani, Tropi, Sequenze, Prosule. Ornamento ed espansione del canto grego-
riano, in Fulvio Rampi (ed.), Cantori Gregoriani. Alla scuola del canto gregoriano.
Studi in forma di manuale, Parma, Musidora 2015, 713–807.
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Giacomo Baroffio

leggere testi patristici e liturgici in latino. Senz’altro è utile entrare nell’uni-


verso del latino patristico-liturgico con le sue proprie peculiarità. 2
È urgente recuperare una scioltezza nel pronunciare testi in latino, sia
nella proclamazione parlata sia nel canto. Questo ambito purtroppo trova
la gran parte delle persone impreparate; la pronuncia risulta oggi bistrattata
anche a tutti i livelli ecclesiastici. 3

Aspetti generali
3] La storia come Storia della salvezza
− Rivelazione e tradizione
− La Parola di D-i-o nella Bibbia
− I cicli letterari: i libri storici, sapienziali, poetici profetici…
− I salmi: preghiera e poesia, generi letterari; trasmissione latina (salterio
romano…)

4] L’universo liturgico
− Realtà e categorie fondamentali: Presenza operante di Cristo e del suo
Spirito, memoriale, benedizione, mistero pasquale…
− Silenzio, gesti, parole…
− Famiglie liturgiche, riti e usi in Italia
− Anno liturgico
− Azioni: Eucaristia, sacramenti, Ore…
− Elementi letterari: letture, orazioni (eucologia), canti, rubriche

5] Le fonti liturgiche
− Documentazione storica, letteraria, artistica
− I libri liturgici e loro funzione ministeriale

2 Ad esempio, levita nel tempo in ambito cristiano ha assunto il significato di


diacono (Stephanus levita, Laurentius levita…).
3 La sillabazione è quasi sempre errata e causa una fastidiosa confusione nelle ese-
cuzioni corali, come glo-ria invece di glo/ri/a, scien-tiam sci-en-ti-am (nel Benedictus),
a-do-ra-re ad/o/ra/re. Nel canto occorre fare attenzione alle vocali finali. È un punto
importante, ma disatteso. Basta pensare alla parola alleluia. In questo e in analoghi
casi, nel canto è necessario mantenere la bocca aperta sino alla fine del suono, altri-
menti il risultato pessimo è alleluiam… Al contrario, nel cantare finali come Deum si
deve tenere la bocca aperta o socchiusa, come si stava cantando. Qui, invece, si tende
a spalancare la bocca. Il risultato catastrofico è simile al botto quando si stappa una
bottiglia Deuummb…
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La formazione di un cantore gregoriano

− Libri d’orientamento: libro ordinario, calendario…


− Libri per celebrare l’Eucaristia: lezionari, sacramentario, graduale,
messale…
− Libri per celebrare le Ore: salterio, collettario, antifonario, innario…
− Libri per celebrazioni particolari: pontificale, rituale…
− Panoramica sulle principali notazioni musicali presenti nelle fonti
italiane

6] Formulari liturgici e principali formule/unità musicali


− Cantillazione biblica, toni di lettura, salmodia
− Antifona: salmica, ai cantici evangelici, introito, comunione…
− Responsorio: prolisso, breve, graduale, offertorio…
− Inno delle Ore, inno processionale
− Tropi e sequenze…

Aspetti specifici per preparare un’azione liturgica o un singolo canto


7] Individuare il contesto liturgico di un canto.
− L’esame contempla la realtà liturgica a cerchi concentrici, dal più ampio
a quello più ristretto:
− il tempo liturgico (avvento, Natale…);
− il giorno liturgico (feria, domenica, festa, solennità);
− l’azione liturgica (Messa, Ore, funerale…).
− Importante è riuscire a rilevare eventuali relazioni con gli altri canti del
medesimo giorno e/o della medesima azione. Ad esempio, nel mattu-
tino la concatenazione testuale tra il verso di un responsorio prolisso e
il responso successivo; la collocazione di un responsorio o di un’anti-
fona nella progressione modale…;
− il momento particolare e la funzione specifica del canto (per la Messa:
preparazione, introito, graduale, alleluia o acclamazione al Vangelo,
offertorio, comunione, canti dell’ordinario…);

8] il testo letterario
− contesto letterario e storico biblico (AT/NT, libro, capitolo, versi);
− aspetti filologici (ad esempio, quale recensione del salterio latino:
Romanum, Vulgata o altro?…)
− contesto liturgico (presenza del libro o dei versi in quale occasione
liturgica, nello stesso giorno o nella medesima azione…);

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Giacomo Baroffio

9] la melodia
− trasmissione neumatica;
− esame modale e ritmico;
− architettura e stile (elementi strutturali);
− tecniche di composizione (idiomelo, melodia-tipo, centone, maqam,
esposizione per inclusione, chiasmo, tono salmodico…);

10] l’esame melodico comparativo (vergleichende Choralwissenschaft)


− per conoscere meglio le melodie gregoriane nelle loro specifiche carat-
teristiche, è opportuno procedere a un confronto sistematico con i
testimoni di differenti recensioni musicali. Esse sono proposte quasi
sempre nel canto romano (romano-antico), nel repertorio romano-
franco (tradizionalmente chiamato ‘gregoriano’), in misura frequente
nella tradizione milanese (ambrosiana). Eccezionalmente si possono
trovare dei paralleli anche nei formulari locali beneventane e nelle tra-
dizioni ispaniche.
− Il confronto prevede la trascrizione delle varie recensioni, una sotto
l’altra. L’esame musicale si fa in primo luogo con l’esecuzione e l’a-
scolto. L’osservazione ottica può essere un aiuto complementare, ma è
sempre secondaria rispetto al canto.

11] la rielaborazione grafica


− dal Graduale Romanum del 1908 e le sue varie ristampe sino al Novum,
Restitutum, Turco…, per non parlare dei canti delle Ore dalle edi-
zioni solesmensi a quella di Praglia, nessuna edizione finora pubblicata
rispetta la fisionomia musicale specifica delle melodie gregoriane. Si
tratta di una situazione assurda, ma purtroppo reale. È pertanto oppor-
tuno che ogni responsabile di un coro gregoriano elabori una trascri-
zione strutturale o se la procuri; 4

4 Si tratta di rimediare al ‘peccato originale’ della fissazione delle melodie litur-


giche copiate nei codici manoscritti e successivamente negli stampati a riga piena. È
un fenomeno di massima irresponsabilità dovuta al fatto che probabilmente i libri
con musica allora non erano considerati libri di musica in senso moderno. È chiaro
un fatto. Si era in grado di cantare una melodia solo se la si conosceva già a memoria;
nessuno era in grado di cantarla leggendo la notazione in campo aperto (senza rigo) e
pure adiastematica (senza la minima attenzione agli intervalli).
Si veda l’evidenza del fenomeno, assente nella trasmissione dei testi poetici, con-
frontando due citazioni di Dante. La prima, della Divina Commedia (I, I terzine 2–4),
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12] la proposta esecutiva


− coro, solista, assemblea;
− individuazione della dinamica del canto e articolazione del fraseggio,
nel rispetto della reale fisionomia melodica dei singoli canti.

***

Non entro in merito alle infinite interpretazioni delle melodie grego-


riane. Dirò soltanto che poche mi convincono fino in fondo. Alcune sono
purtroppo sconclusionate, forse perché sono o sembrano almeno essere il
risultato di un’accozzaglia di suggestioni e gesti vocali improvvisati, senza
coerenza tra le varie parti. Mi lascia perplesso, inoltre, l’assenza totale del
fraseggio imposto dalla simbiosi letteraria e musicale e non lo si deve isolare
dal conseguente ritmo che occorre comunque rispettare.
Infine, ma non ultimo, anzi forse è il primo, c’è un punto assai deli-
cato: l’uso corretto della voce nel dare spazio alla sua espressività naturale.
Abbondano solisti e cori che sembrano facciano di tutto per mortificare la
propria voce, mortificare, ripeto, proprio in senso letterale. L’avviliscono e
le tolgono ogni palpito vitale.
Succede qualcosa del genere: si canta in modo piatto, spesso tutto mezzo
forte o mezzo piano, talora riducendo l’intero canto a un bisbiglio soffocato
o, al contrario, a un urlo sguaiato. Graficamente si potrebbe rappresentare
un’esecuzione così:

bisbiglio: ______________________________________________________________________________________________

mezzo piano: ________________________


Queste due e altre possibili esecuzioni piatte rispecchiano dosaggi cristal-
lizzati del volume della voce. Si ha l’impressione che siano differenti, ma di

è un testo poetico. A nessuno è mai venuto in mente di trasmetterlo ‘a riga piena’ come
hanno fatto con il secondo testo, la prosa del Convivio (trattato I, cap. I, 5–6):
“Ahi quanto a dir qual era e cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel
pensier rinova la paura tant’è amara che poco è più morte ma per trattar del ben ch’i vi
trova, dirò de l’altre cose ch’i v’ho scorte io non so ben ridir com’i v’intrai tant’era pien
di sonno a quel punto che la verace via abbandonai…”.
“Dispregiar se medesimo è per sé biasimevole però che a l’amico dee l’uomo lo suo
difetto contare strettamente e nullo è più amico che l’uomo a sé onde ne la camera de’
suoi pensieri se medesimo riprender dee…”.
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Giacomo Baroffio

fatto coincidono. Il risultato è sempre lo stesso. È la rappresentazione di un


elettrocardiogramma piatto, sta cioè a significare che il muscolo cardiaco è
fuori gioco, non è più in grado di pulsare, non canta più. Nello stesso modo
si comporta la voce che perde vigore vitale, si appiattisce, mentre nella sua
vitalità espressiva dovrebbe abbandonarsi alle onde emotive con una ‘natu-
ralezza naturale’, senza forzature di sorta, senza esibizionismi. È quanto
dovrebbe accadere durante ogni celebrazione liturgica. È un’esperienza
che sul piano musicale si colloca nel solco aperto da grandi maestri, come
Arturo Benedetti Michelangeli che suona Chopin o Debussy oppure
Henrik Chaim Goldschmidt nel Gabriel’s Oboe di Morricone.
Il gregoriano è anche canto. Il fatto di essere in primo luogo preghiera
non soffoca la voce né tanto meno la paralizza. La libera, anzi, da ogni vin-
colo affinché si dilati e si muova nello spazio senza limiti della Parola di D-i-
o. Cavalcando le onde dell’anima in un moto perpetuo. Più o meno secondo
questa rappresentazione grafica, che permette a ciascuno di distinguerla
dalle due precedenti.

Il ‘tocco del pianista’ è un altro grave difetto da evitare nel cantare melo-
die gregoriane. Si tratta di una modalità esecutiva plasmata in genere dalla
noncuranza e, spesso, dall’imitazione (inconsapevole) di alcuni stilemi pro-
pri della musica colta occidentale. Il fenomeno si evidenzia chiaramente in
due situazioni.
1] si canta imprimendo pressione all’inizio delle (singole) note. Il suono
come succede quando si pigia il tasto di un pianoforte si esprime in un decre-
scendo inarrestabile. L’esecuzione finisce per risultare pesante e fastidiosa,
costituita da tanti > > > > > > > > > >. Una caratteristica della voce umana è
la modulazione libera del volume che si può esprimere con infinite sfuma-
ture. Alcune possibili rappresentazioni: <<>>> ><>> >><< …
2] non solo singole note, ma alcuni gruppi neumatico-melodici sono
trattati secondo la dinamica appena ricordata, del tutto estranea al grego-
riano fino a comprometterne l’esistenza. Il che avviene quando ci si limita
a eseguire solo delle note senza riuscire a creare la specifica realtà musicale.
Basti pensare al gruppo di tre note discendenti (climacus) quando lo si canta
appoggiando sempre la prima nota. L’estetica gregoriana prevede la nota
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La formazione di un cantore gregoriano

principale non all’inizio di una clivis, come verrebbe spontaneo cantarla


se fosse un moderna musica occidentale. La tradizione cantoriale liturgica
mette la nota perno alla fine della figura e prevede, pertanto, le note prece-
denti con funzione secondaria di preparazione. Si prenda l’inizio del respon-
sorio graduale della I domenica d’avvento:

C D DF GFD ECA CDCD


U-ni -ver- -si

Si può ascoltare questa successione di note eseguita in tre modalità:

1] piatta e insignificante, tutte le note uguali: C D DF GFD ECA CDCD;


2] con il ‘tocco del pianista’: C D DF GFD ECA CDCD. Si dissolve così la
struttura modale del brano grazie alla sottolineatura del G e del E all’inizio
delle due clivis;
3] nel rispetto dell’impianto modale, nell’osservanza della regola interpre-
tativa circa l’esecuzione della clivis, nel solco della prassi tradizionale: C D
DF GFD ECA CDCD.

***

Qualcuno obietterà che il programma, appena delineato per sommi capi, è


elefantiaco, con pretese esagerate. Occorre solo comprendere un fatto: l’im-
pegno dello studio si commisura non tanto alla miopia e ai limiti del ricer-
catore, quanto piuttosto alla natura e all’eventuale complessità della materia
che si vuole affrontare. La proposta è senz’altro controcorrente in un mondo
che cerca di imporre, anche nei programmi formativi, scorciatoie illusorie
con il miraggio di risparmiare tempo e denaro. Il fine di tante iniziative sem-
bra ridursi a consolidare una dilagante mediocrità e un disimpegno irre-
sponsabile. Un passo decisivo per tenere a bada e soggiogare le coscienze.
Se qualcuno vuole diventare un buon cardiologo, non può accontentarsi
di poche nozioni mediche previste per la formazione di un infermiere gene-
rico. La stessa situazione coinvolge anche la sfera del canto gregoriano. Esso
non può essere ridotto a una qualche melodia da fischiettare per strada o
sotto la doccia. Il gregoriano è proclamazione profetica della Parola di D-i-o
e della Chiesa. Questo è il punto fondamentale da tenere sempre presente

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Giacomo Baroffio

con tutte le conseguenze quando si decide di intraprendere la missione del


cantore.
Impegnarsi nello studio per divenire un cantore gregoriano significa
costruire in se stessi un edificio con una fisionomia chiara, un suo fascino,
una precisa ed efficiente funzionalità. Molte iniziative — siano brevi corsi
estivi o seminari accademici strutturati — non realizzano questo progetto.
In base alle proprie possibilità o alle offerte ricevute, si accumula con cura
tutto il materiale necessario per innalzare un edificio (metro, badile, calce,
tavole di legno, tondini di ferro, piastrelle, vetri…). Poi ci si mette all’opera.
Come? Spesso si realizzano due soluzioni del tutto inadeguate e ridicole, per
non dire scandalose:
1] si scelgono alcuni pezzi che destano curiosità, si procede al loro assem-
blaggio e alla fine… invece di una casa abbiamo soltanto un bagno, isolato,
spesso senza porta e senza finestre. Ma c’è di più: ci si è dimenticati di gettare
le fondamenta e il nostro bagno presenta crepe e dissesti che annunciano
un’imminente implosione e rovina;
2] come se si trattasse di preparare un polpettone, il nostro amico costrut-
tore ammucchia il materiale necessario. E con una ruspa cerca di mescolare
insieme tutti gli elementi… Di male in peggio.

Il canto gregoriano merita una ben diversa considerazione. Merita rispetto


perché è anche opera d’arte, ma soprattutto in quanto è proclamazione della
Parola di D-i-o. Ed è pure la voce della Chiesa. Ella risponde alle sollecita-
zioni dello Spirito con il canto, la carità, il martirio.

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