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ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE

STUDI DI CANTO GREGORIANO

CENTRO DI MUSICOLOGIA WALTER STAUFFER


CREMONA

STUDI
GREGORIANI

ANNO XXX - 2014


APPUNTI SULLA NONANTOLANA
COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA
ITALIANA*

Fu il solesmense Dom Mocquereau a coniare il termine di nonantolienne


nella prefazione al secondo volume della Paléographie musicale (1891),
il primo dei due dedicati al graduale Iustus ut palma.1 Ciò che forse
consisteva solamente nello stabilire una convenzione terminologica
ad uso degli studi semiologici finì per conferire alle forme neumatiche
nonantolane lo status di canone notazionale indipendente. Questo, unito
alla particolarità grafica che certamente contraddistingue la scrittura
musicale dell’abbazia padana, fece sì che da allora questa notazione
très curieuse, et si particulièrment exceptionelle abbia occupato sempre
un posto nelle maggiori trattazioni musicologiche del secolo scorso.
Tuttavia, sebbene a panoramiche di stampo quasi manualistico si siano
certamente affiancati negli anni studi specifici, due aspetti rimangono ad
oggi in attesa di una esauriente trattazione. Il primo concerne la necessità
di un censimento aggiornato e di una corretta cronologia delle fonti
più antiche.2 Tale indagine non può che coinvolgere considerazioni di
carattere propriamente storico-istituzionale, ma soprattutto paleografico-
testuale, ancor prima, in questa sede, che musicale. Il secondo riguarda
l’origine di tale grafia neumatica e i punti di contatto, o di divergenza,
con altre notazioni coeve, al fine di individuare da una parte possibili
*
Desidero ringraziare sentitamente Susan Rankin, Giacomo Baroffio, Cesarino Ruini,
Mauro Casadei Turroni Monti, Giulia Gabrielli, Gionata Brusa e Stefania Roncroffi per
aver, a vario titolo, contribuito alla realizzazione di questo breve scritto.
1
Paléographie Musicale (Solesmes: Imprimerie Saint-Pierre, 1891), vol. 2, pp. 23-25, tavole
11-18. «Il exsiste cependant en Italie une notation très curieuse, et si particulièrment
exceptionelle [...] elle n’est arrivée à sa perfection que dans le célèbre monastère de Saint-
Silvestre de Nonantola [...] c’est pourquoi nous donnerons désormais à cette notation le
nom de nonantolienne», pp. 23, 25.
2
Si intendono qui quelle in campo aperto, precentedi cioè l’adozione dei principi
guidoniani. In alcune fonti del secolo XII la notazione ritorna ad essere slegata dalla
diastemazia del rigo musicale. Esse, tuttavia, non costituiranno oggetto di questa
trattazione.

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influenze esterne, dall’altra l’apporto originale dei notatori nonantolani.


Il presente contributo verterà soprattutto sulla prima delle
due prospettive d’indagine. In particolare, nella prima parte sarà
delineato lo status quaestionis degli studi sulla notazione del cenobio
benedettino, mentre nella seconda, dopo un excursus sulle vicende
storiche dell’abbazia intrecciate a quelle dello scrittorio nonantolano,
verrà presentata una rilettura delle fonti più antiche, per le quali sarà
proposta una nuova datazione: le carte palinseste nel Vaticano, Biblioteca
Apostolica, Pal. lat. 862 (ff. 68r-108v) e il fascicolo del manoscritto Roma,
Biblioteca Nazionale Centrale, Sessoriano 96 (ff. 314r-320v). I dati forniti
dall’analisi della scrittura, collocati criticamente nel contesto storico e
politico, proporranno al lettore un nuovo scenario in cui si porranno le
basi per ulteriori studi.

***

Nel già citato intervento del benedettino Dom Mocquereau la neo-


designata notazione nonantolana viene posta in rapporto di filiazione
con la notazione detta comunemente ‘bolognese’ – es. Roma, Biblioteca
Angelica, MS 123 –, principalmente in virtù dell’aspetto allungato e del
carattere diastematico delle virgae.3 Questa relazione finirà per influenzare
studi seriori, generando uno degli aspetti forse più problematici nella
interpretazione dei segni nonantolani. Nel 1913 Johannes Wolf riprende
la posizione solesmense definendo i caratteristici neumi unisonici
nonantolani “lunghe virgae quasi verticali”, paragonandoli ai corrispettivi
segni nella ‘bolognese’ del tropario-prosario Bologna, Biblioteca
Universitaria, MS 2824.4 Nei Monumenti Vaticani di paleografia musicale,
Banniser propone una prima lettura dei neumi nonantolani, definiti qui
“punti misti”, in riferimento alla classificazione in neumi punti e accenti,
con interessanti valutazioni sulla diastemazia e sulle questioni ritmiche.5
Gregório María Suñol inizia la sua breve trattazione dei neumi nonantolani

3
Paléographie musicale, op. cit., vol. 2, p. 25.
4
J. Wolf, Handbuch der Notationskunde (Leipzig: Breitkopf & Härtel, 1913), p. 113.
5
H. M. Bannister, Monumenti Vaticani di paleografia musicale, 2 vols. (Leipzig: Otto
Harrassowitz, 1913), vol .1, pp. 97-8.

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APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

esprimendo un dubbio riguardo alla loro origine dovuto alla presenza


di questa notazione in altri centri dell’Italia settentrionale.6 La notació
primitiva italiana (es. Vaticano, Biblioteca Apostolica, Vat. 4770, 10646 e
Ottob. 167) sarebbe, secondo Suñol, alla base del canone nonantolano,
senza quindi una discendenza diretta dai neumi bolognesi.7 Ulteriori
riflessioni sono proposte da Paolo Ferretti, il quale dedica qualche pagina
nel suo Étude sur la notation Aquitaine ai membra disiecta di un graduale
in nonantolana ora tra Monza e Milano.8 Più che una analisi si tratta di
una descrizione della notazione e della sua portata diastematica, che viene
paragonata alla aquitana. Giuseppe Vecchi propende per una autonomia
genetica nel monastero padano ma individua nella bolognese la base
notazionale sulla quale si sviluppò il canone nonantolano.9 Di parere
diverso è invece Ugo Sesini che si esprime a favore di una derivazione
dalla metense.10 Vollaerts include la nonantolana tra le notazioni
‘ritmiche’ e condivide con Jammers un legame con la notazione del Sud
della Francia.11 Infine, con la metà del secolo scorso le ipotesi – a tratti
semplicistiche e con problemi di cronologia delle fonti – sulla origine
dei neumi dell’abbazia padana vengono abbandonate per concentrasi su
questioni più propriamente semiologiche.
Nel 1970 Ave Moderini pubblica la prima – e tuttora unica – trattazione
della notazione nonantolana, in forma di monografia.12 Ad un primo
censimento comprensivo delle fonti e analisi in due volumi si affiancano,
tuttavia, certi limiti nella lettura dei segni, e quindi dell’interpretazione

6
G. M. Suñol, Introducció a la paleografia musical gregoriana (Monserrat: Abadia de
Monserrat, 1925), p. 97.
7
Idem, Introducció, op. cit., p. 111, 115.
8
Paléographie musicale, op. cit., vol. 13, p. 82.
9
G. Vecchi, ‘La notazione neumatica di Nonantola: problemi di genesi’ in Atti e memorie
della deputazione di Storia per le antiche province modenesi (Modena, 1953) VIII. 5, pp.
326-31.
10
U. Sesini, ‘Per la storia delle notazioni italiane. Appunti sui neumi nonantolani’ in
Convivium 14 (1942), p. 111.
11
W. A. Vollaerts, Rhythmic Proportions in Early Medieval Ecclesiastical Chant (Leiden:
Brill, 1958), in particolare, pp. 9-10 e Cap. 3. E. Jammers, Tafeln zur Neumenschrift
(Tutzing, 1965), p. 51, tavole 32, 33.
12
A. Moderini, La notazione neumatica di Nonantola, 2 vols., (Cremona: Athenaeum
Cremonense, 1970).

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degli stessi, che sono stati ampiamente messi in luce da studi successivi.13
La Moderini non s’inoltra nel dibattito sui possibili rapporti con le altre
maggiori notazioni neumatiche se non in funzione dell’analisi comparativa
dei segni che, appunto, vengono letti così superficialmente da adombrare
le interessanti peculiarità della notazione del cenobio benedettino.
In Schriftbild der einstimmigen Musik, Bruno Stäblein propone una
periodizzazione del tipo notazionale nonantolano in due Epochen,
corrispondenti alle fonti in campo aperto (X-XI sec.) e su rigo (XIex-
XII).14 Nello stemma delle notazioni, lo studioso tedesco situa la fase
formativa della Nonantolana attorno al 900 (“um 900”) e individua nella
paleofranca (in particolare nella versione che si ritrova nella bretone in
Angers, Bibliothèque de la Ville, MS 91) il possibile substrato notazionale
di base dal quale fu elaborato il canone nonantolano – al pari delle altre
notazioni del gruppo Italienisch.15 In Die Neumen, la Corbin descrive
semplicemente la nostra notazione individuandola come appartenente al
gruppo dei neumi accenti. Una considerazione interessante riguarda la
difficoltà nel distinguere tra punctum e virga in inizio di neuma in quanto
entrambi sono graficamente collegati alla sillaba relativa. La studiosa
francese nota, inoltre, una forte somiglianza con l’aquitana, soprattutto
nei casi in cui i segni non sono legati alle sillabe.16
Di Nino Albarosa è lo studio ad oggi più esauriente di questa notazione;
esso costituisce un contributo fondamentale per la comprensione delle
dinamiche notazionali nonantolane.17 Nato come recensione critica

13
Si veda qui la nota 17.
14
B. Stäblein, Schriftbild der einstimmigen Musik (Leipzig: Deutscher Verlag für Musik,
VEB, 1975), pp. 34-7, 124-5.
15
Vi è un aspetto problematico in questa classificazione in quanto Stäblein parrebbe
sostenere che attorno all’anno 900 furono elaborate notazioni ‘bolognese’, della Novalesa,
Mantova/Verona, dell’Italia centrale e beneventana le quali, tuttavia, non appaiono nelle
fonti prima della fine del X secolo, o in alcuni casi prima dell’inizio dell’XI.
16
S. Corbin, Die Neumen (Cologne, 1977), pp. 150-5.
17
N. Albarosa, ‘La notazione neumatica di Nonantola: critica di una lettura’ in Rivista
Italiana di Musicologia 14 (1979), pp. 225-310; Id., ‘La virga liquescente in due frammenti
nonantoani’ in Studi Musicali 8 (1979), pp. 3-39; Id., ‘Un elemento liquescente nella notazione
nonantolana’ in Rivista Internazionale di Musica Sacra 1/2 (1980), pp. 171-89; Id., ‘Sul valore
ritmico dei frammenti nonantolani’ in Studi Musicali 10/2 (1981), pp. 181-96; Id., ‘Sulla grafia
del quilisma nonantolano’ in Rivista Italiana di Musicologia 16/1 (1981), pp. 11-5.

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APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

dei volumi della Moderini, lo studio analizza nel dettaglio ogni forma
neumatica, mentre – per gli obiettivi prevalentemente semiologici
dell’analisi – la discussione non si inoltra nella valutazione del ruolo e del
peso storico di ogni singola fonte notata.18 Infine, per Baroffio «Nonantola
potrebbe aver conservato e sviluppato una tipologia neumatica parallela
ad un antico repertorio musicale italico» di cui il Cantatorio, databile tra
la fine dell’undicesimo e l’inizio del dodicesimo secolo, ora esposto nel
museo abbaziale, costituirebbe una preziosa testimonianza.19
Si è insinuata, poi, fra le righe di alcuni recenti scritti sulla presenza di
neumi nonantolani vagantes – o, più propriamente, extra muros –, l’ipotesi
che metterebbe in discussione l’origine di tale notazione nello stesso cenobio
benedettino. Kitty Messina pubblica due studi sui membra disiecta ora situati
a Monza e Milano, provenienti da un graduale che fu conservato nel centro
brianzolo, e probabilmente smembrato nel medesimo luogo.20 Per quanto
riguarda l’ambito scrittorio d’origine di questo graduale, la Messina da un
lato riconosce nei segni il carattere specifico che “orienta verso Nonantola”,
dall’altro contempla un’origine in un diverso centro, menzionando Verona.21
Non si comprende, tuttavia, la ragione per scartare un’ipotesi di compilazione
del graduale in ambito monzese, dal momento che la Biblioteca del
Capitolo conserva almeno altre due testimonianze della presenza di neumi

18
Ciò comporta necessariamente una lettura troppo omogenea e unitaria delle diverse
forme e manifestazioni del fenomeno grafico nonantolano.
19
G. Baroffio, ‘Frammenti liturgici nell’Ambrosiana’, in Nuove ricerche su codici in scrittura
latina dell’Ambrosiana, Atti del Convegno (Milano, 6-7 ottobre 2005) Milano 2007, p.
105 nota 33. Si veda inoltre G. Baroffio, ‘Ipsi canamus gloriam’: I frammenti liturgici
latini dell’Archivio Storico Comunale di Nonantola (Nonantola–Modena, 2000) (Archivio
Storico Nonantolano, 4); Id., Appunti di viaggio. Cantatorium Abbazia di Nonantola
(Nonantola: Comune di Nonantola, 2002), indice e facsimile; Id., ‘La vita musicale a
Nonantola’ in Lo splendore riconquistato: Nonantola nei secoli XI-XII. Rinascita e primato
culturale del monastero dopo le distruzioni a cura di M. Parente e L. Piccinini (Modena:
Franco Cosimo Panini, 2003), pp.63-98; Id., ‘Notazioni neumatiche (secoli IX-XIII)
nell’Italia settentrionale: inventario sommario’ in Aevum 83/2, pp. 529-579; Id., ‘Music
Writing Styles in Medieval Italy’ in The Calligraphy of Medieval Music a cura di J. Haines
(Turhout: Brepols, 2011), pp. 101-24.
20
K. Messina, ‘La tradizione liturgica di Nonantola nei frammenti monzesi’ in Rivista
Internazionale di Musica Sacra 23 (2002), pp. 149-69; Ead., ‘I neumi nonantolani nel
patrimonio frammentario monzese’ in Studi Gregoriani 20 (2004), pp. 85-125.
21
Ead., ‘La tradizione’, op. cit., p. 153.

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GIOVANNI VARELLI

nonantolani: i marginalia del sacramentario Monza, Biblioteca Capitolare,


MS f 1/101, databili alla metà del decimo secolo, e il rituale MS b 15/128,
più tardo e databile ai primi anni dell’undecimo.22 Su queste fonti Messina
non si esprime – né pure vengono, al vero, citate –, ma uno studio specifico
sarebbe utile per capire se vi siano prove, come sembra, di una evoluzione
monzese o se quella nonantolana fosse invece una fase isolata e responsabilità
di poche mani, o codici, advenae. Al momento, la cronologia delle fonti
notate dimostra che a Monza esistono tracce della presenza di notazione del
monastero di San Silvestro già nel decimo secolo e che solo successivamente,
nel secolo undecimo, la notazione diventa di chiara matrice germanica.23
L’arrivo della nonantolana a Monza potrebbe forse essere spiegato con la
presenza in loco di monaci formatisi nel cenobio padano e rifugiatisi a Monza
dopo la distruzione dell’abbazia nel 899 – o in un secondo momento, cioè
durante la successiva fase di abbandono del monastero nella prima metà del
decimo secolo. In questo modo avrebbe preso avvio una tradizione locale
monzese dei segni nonantolani. Quest’ultima tipizzazione si discosta poi dalle
testimonianze veronesi che, non solo non appaino prima dell’undicesimo
inoltrato, ma ad una prima analisi concordano più con le fonti superstiti
coeve per le quali è certa una origine nonantolana che con alcune forme
neumatiche presenti nelle fonti monzesi.
Uno studio approfondito della nonantolana a Verona sarebbe altresì
auspicabile. Molte testimonianze databili dalla metà del secolo undicesimo
in poi sono attribuibili alla presenza del cantor Stefano, responsabile del
Carpsum e del tonario nel MS XCIV (89).24 Una volta rinato il monastero
22
R. Dalmonte, Catalogo musicale del duomo di Monza (Bologna: Forni, 1969), pp. 20-3, 28.
23
Si vedano, ad esempio i codici c 12/75 (antifonario, sec. XI), c 13/76 (graduale, sec. XI)
e l’annotazione in b 20/136, f. 135v. Cfr. Dalmonte, op. cit., rispettivamente pp. 17-20,
10-2, 36.
24
Per la presenza di neumi nonantolani a Verona si riporta la lista di Baroffio (‘Music
Writing Styles’, op. cit., p. 111, nota 36): LXXXVI (81) (sacramentario + incipit dei canti,
sec. X-XI, notazione nonantolana e veronese); LXXXVII, addenda (sec. X, notazione
nonantolana e veronese); LXXXVIII (83) (ufficio s. Giovanni ev., sec. XI); XCIV (libro
ordinario “Carpsum”, Verona Duomo, sec. XI m, notazione nonantolana); XCVIII (92)
(antifonario, Verona, sec. XI, notazione alfabetica, nonantolana e veronese); CII (messale,
sec. XI-XII); CIII (antifonario innario, sec. XII-XIII); CIV (framm. palinsesto antifonario,
sec. XI, notazione nonantolana); CV (98) (messale, sec. XI-XII, notazione nonantolana e
veronese); CVIII (salterio innario, sec. XII 2); CIX (102) (innario, sec. XI-XII); CIX, f. 72v
(inno, sec. XII); aggiunte al messale CV (98), XCIV LXXXVII marginalia. Per le descizioni

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APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

padano, anche altre personalità provenienti da Nonantola si spostarono


verso centri vicini, come dimostra lo studio di Brusa del messale
dell’undicesimo secolo e di probabile origine bergamasca, ora nel codice
composito Vercelli, Biblioteca Capitolare, MS CLVI.25 Vennero raggiunte
anche Mantova, come si può notare dalle aggiunte al graduale-tropario-
sequenziario Verona, Biblioteca Capitolare, MS CVII (105), e Torcello
(es. Bologna, Biblioteca Universitaria, MS 2679), alle cui testimonianze
vanno aggiunti quattro bifogli palinsesti recentemente emersi nella
biblioteca dello Studio Teologico Accademico di Bressanone/Brixen.26
Scarse sono comunque le fonti superstiti, spesso fra l’altro frammentarie,
che rendono difficoltosa la ricostruzione del fenomeno grafico-musicale
nonantolano, rispetto ad altre tradizioni. La discordanza di opinioni e
interpretazioni delineata finora non solo rivela un’evidente problematicità
nella classificazione e collocazione di questa tipologia neumatica, ma
impone altresì la necessità di riconsiderare il problema da un’altra
angolazione, cioè ripartendo dallo studio delle vicende storiche e delle
testimonianze manoscritte.27

***

dei manoscritti fino al XI sec. si veda S. Polloni, I più antichi codici liturgici della Biblioteca
Capitolare di Verona (Secc. 5.-11.) (Verona: Archivio Storico Curia Diocesana, 2012).
25
G. Brusa, ‘La notazione nonantolana a Vercelli’ in Rivista Internazionale di Musica Sacra
30 (2009), pp. 119-40.
26
I bifogli, attualmente sine signa, provengono da un processionale (?) della fine del
secolo undecimo e ricuperati, forse sempre in area veneta, alla fine del secolo successivo
per la compilazione di un graduale. I frammenti mi sono stati gentilmente segnalati dalla
Dott.ssa G. Gabrielli (Libera Università di Bolzano/Bozen).
27
Oltre agli addenda di Baroffio (‘Music Writing Styles’, op. cit., p. 112 nota 38), alla
lista della Moderini (La notazione, op. cit., pp. 52-81) si aggiungano: Geneve, Fondation
Martin Bodmer, Cod. Bodmer, MS 177 (cc. palinseste di un antifonario in notazione
nonantolana, sec. XIin); Vienna, Österreichischen Nationalbibliothek, cod. 765 + Cod.
Ser. n. 11948 Han (due frammenti da un sequenziario-antifonario, sec. XIin); Fanano,
Archivio parrocchiale, coperte da Libro dei matrimoni 1594-1782 e Libro delle cresime
(1611-1772) (quattro fogli di antifonario, XIex-XIIin) segnalati gentilmente dalla Dott.ssa
S. Roncroffi. Si attende lo studio di S. Roncroffi, ‘Frammenti in notazione nonantolana
nell’archivio storico parrocchiale di Fanano’ in Celesti sirene. Musica e monachesimo dal
Medioevo all’Ottocento.  Atti del secondo seminario internazionale di studi (San Severo di
Puglia 11-13 ottobre 2013), a cura di Annamaria Bonsante e Roberto Matteo Pasquandrea,
attualmente in corso di stampa.

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GIOVANNI VARELLI

L’abbazia di Nonantola fu fondata nel 752 dal longobardo Anselmo, già


duca del Friuli, con il supporto di una considerevole donazione di terra
da parte del re Astolfo.28 Nel 751, Astolfo aveva occupato la capitale
dell’Esarcato d’Italia, Ravenna, e alcuni mesi più tardi pretese tributo da
Roma e prese controllo dei castra della Campania romana. In questa fase
il regno longobardo fu al picco della sua espansione.29 Anselmo aveva già
lasciato i suoi doveri come duca della parte nordorientale del Regnum
quando incominciò a guidare un gruppo di seguaci, al fine di bonificare
dalle paludi e dalla fitta vegetazione padana la terra dove avrebbe dovuto
sorgere il monastero. L’abbazia fu infine consacrata nel 753 alla presenza
dell’arcivescovo Sergio di Ravenna. L’anno seguente furono traslate da
Roma le reliquie di San Silvestro, che conferirono al monastero prestigio
e importanza.30 La traslazione ebbe anche come fine quello di supportare
l’acquisizione da parte del cenobio benedettino di un ruolo politico
influente, nonché strategico. Per le politiche longobarde, la fondazione
dell’abbazia di Nonantola in finibus Aemiliae – cioè al confine orientale
emiliano – costituì prevalentemente una scelta tattica. La decisione di
istituire un centro monastico a Nonantula fu presa probabilmente poco
prima della conquista longobarda di Ravenna, la cui sede arcivescovile
aveva giurisdizione su un vasto territorio che si estendeva dal fiume Po
a nord fino ad Ancona a sud, comprendendo l’Esarcato e il ducato della
Pentapoli. L’interesse di Astolfo fu quindi quello di creare un importante
e potente avamposto, al fine, forse, di demarcare il confine con il ducato
di Roma, rendere sicuri i collegamenti tra l’Emilia e la Toscana, e creare
una ‘fortezza’ amministrativa ancor prima che religiosa.31

28
M. Branchi, Lo scriptorium e la biblioteca di Nonanotola (Modena: Artestampa, 2011),
p. 15. Per gli studi sulla storia dell’abbazia precedenti il 1750 (Ughelli, Bollandistes,
Mabillon, ecc.) si rimanda a G. Tiraboschi, Storia dell’Augusta Badia di San Silvestro di
Nonantola (Modena, 1784-1785). Al momento manca ancora una completa e definitiva
monografia che ricostruisca le vicende del monastero padano. La bibliografia più
aggiornata è segnalata in Branchi, Lo scriptorium, op. cit., pp. 397-441.
29
C. Wickham, Early Medieval Italy. Central power and local society, 400-1000 (London:
Macmillan, 1981), p. 46.
30
P. Bortolotti, Antica Vita di S. Anselmo abate di Nonantola (Modena: Regia Deputazione
di Storia Patria, 1892), p. 259. Si veda anche Branchi, Lo Scriptorium, op. cit., p. 29.
31
V. Fumagalli, ‘Sacralità, politica, uso degli spazi nel medioevo: il caso dell’abbazia di
San Silvestro di Nonantola’ in Nonantola nella cultura e nell’arte medievale, a cura di

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APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

Quasi la totalità della penisola era ormai sotto controllo Longobardo,


e la politica longobarda permeava ogni strato della sua aristocrazia.
Anche se le motivazioni esatte sono tuttora oscure, fu probabilmente
a causa di un certo appoggio agli interessi carolingi e l’opposizione al
partito dell’ultimo re longobardo e successore di Astolfo, Desiderio, che
Anselmo fu esiliato nell’abbazia meridionale di Montecassino nel 756.32
Durante il periodo di esilio fu abate ad interim il prete Vigilanzio, a
proposito del quale conosciamo molto poco, ma il cui nome suggerisce una
possibile origine longobardo-italica. Vigilanzio, scelto probabilmente tra
i più stretti collaboratori di Anselmo, «feliciter Nonantolanum gubernavit
coenobium et multa commoda ibidem acquisivit in libris et in aliis multis
rebus».33 Risale, quindi, con ogni probabilità a questo periodo il primo atto
concreto per la formazione della biblioteca monastica. Molti dei volumi
acquisiti possono essere individuati nei codici in onciale provenienti da
centri vicini (Ravenna, Bobbio, Verona) e dimostrerebbero che negli
anni immediatamente seguenti alla fondazione non vi fosse ancora uno
scriptorium attivo all’interno dell’abbazia.34 Anselmo rimase in esilio per
sedici anni e poté tornare a Nonantola solo una volta che la Langobardia
maior cadde in mano ai Franchi.35 A Montecassino, l’abate fondatore
«beate vixit et multos codices adquisivit».36 Questa adquisitio anselmiana,

P. Golinelli e G. Malaguti (Bologna: Pàtron, 2003), p. 5. Si veda anche A. Belloni, ‘La


translatio Benedicti a Fleury e gli antichi monasteri dell’Italia settentrionale’ in Italia
medioevale e umanistica 27 (1984), p. 13.
32
Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, a cura di G. Waits,
(Hannover, 1887), p. 571. Si veda anche Branchi, Lo scriptorium, op. cit., p. 15.
33
Bortolotti, Antica vita, op. cit., p. 274.
34
Codici in onciale e semionciale superstiti appartenuti a Nonantola: Roma, Biblioteca
Nazionale Centrale, Sess. 13 (CLA IV, 418) (Castellum Lucullanum); Sess. 55 (CLA IV,
420a) (Italia settentrionale); Sess. 58 (CLA IV, 422) (Verona o Ravenna); Sess. 77 (CLA
IV, 423) (Bobbio o Novara); Sess. 128 (CLA IV, 428) (Verona o Bobbio).
35
Le fonti non concordano sul numero di anni che Anselmo passò nell’abbazia
meridionale. Il Catalogus abbatum dice sette anni, ma il Catalogus rerum langobardorum
afferma fino alla fine del regno di Desiderio, quindi circa sedici anni. Si veda Scriptores,
op. cit., pp. 571 e 503.
36
Scriptores, op. cit., p. 571. Quattro manoscritti della Nazionale romana Sess. 94, 590 e V.E.
1006, 1357 sono stati individuati come facenti parte dell’adquisitio di Anselmo (si vedano
qui gli scritti di Palma, nota 37). Lo scrivente considererebbe, invece, non improbabile che
il manoscritto londinese Add. 43460 sia un prodotto del primo scriptorium nonantolano.

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GIOVANNI VARELLI

che andò ad aggiungersi alla prima biblioteca formatasi probabilmente


già sotto Vigilanzio, fu ritenuta portatrice non solo di nuovi testi per
lo studio monastico, ma anche di una scrittura che, elaborata in area
meridionale, avrebbe poi influenzato secondo la minuscola altomedievale
nonantolana.37 Quest’ipotesi, seppur interessante, sarebbe tuttavia
da rivalutare in senso opposto, per ragioni storiche, paleografiche e
decorative.38
Tra il 773 e il 774 Carlo Magno assediò Verona e conquistò la capitale
longobarda Pavia.39 Nella primavera del 776 Anselmo si trovò presso il
quartier generale di Carlo Magno; il fatto che l’abate di Nonantola fosse già
stato un influente comandante militare, e la sua conoscenza della politica
e tattica militare longobarda – nonché della geografia e infrastrutture del
territorio circostante – svolsero un ruolo determinante per il successo
delle operazioni belliche carolingie. Come conseguenza di questo nuovo
scenario geopolitico, Anselmo divenne uno degli ambasciatori fidati di
Carlo Magno, rinforzando ulteriormente i rapporti di Nonantola con la
corte dei Franchi. Privilegi ed esenzioni furono concessi al monastero

37
M. Palma, ‘Nonantola e il Sud. Contributo alla storia della scrittura libraria nell’Italia
dell’ottavo secolo’ in Scrittura e Civiltà 3 (1979), pp. 77-88; Id., ‘Alle origini del “tipo di
Nonantola”: nuove testimonianze meridionali’ in Scrittura e Civiltà 7 (1983), pp. 141-9;
L. Avitabile, La minuscola Carolina a Nonantola, (Tesi di Dottorato) Università di Roma
‘La Sapienza’, 1965.
38
Che il gruppo di codici sia stato copiato in area meridionale è stato provato da Palma in
modo ineluttabile. Che ciò significhi necessariamente che la mano responsabile fosse di
formazione meridionale è un passo che lo scrivente non ritiene così immediato, essendo
possibile riscontrare i medesimi caratteri grafici – in modo molto più diffuso e consolidato
– anche nella produzione manoscritta coeva della Langobardia maior. Si propenderebbe
qui per una diversa origine, già di cencettiana formulazione: alcune figure influenti, tra cui
lo stesso Anselmo e Paolo Diacono, scesero nell’abbazia cassinese dall’Italia settentrionale
portando con loro questi modelli grafici – novità per un’area che vedeva ancora un
frequente utilizzo di onciale e semionciale, con corsiva nuova utilizzata soprattutto in
ambito documentario. A tal proposito si veda G. Cencetti, ‘Scriptoria e scritture nel
monachesimo benedettino’ in Il monachesimo nell’alto medioevo e la formazione della
civiltà occidentale (Spoleto: CISAM, 1957), pp. 187-219. Certamente i modelli decorativi
dei codici dell’adquisitio non influenzarono significativamente la produzione nonantolana
come affermato da M. Branchi, ‘Le origini della miniatura nonantolana (secoli VIII-IX)’
in Il monachesimo Italiano dall’età longobarda all’età ottoniana (secc. VIII-X), a cura di
Giovanni Spinelli OSB (Cesena: Centro storico benedettino italiano, 2006), pp. 609-41.
39
B. Bachrach, Charlemagne’s early campaigns (768-777). A diplomatic and military
analysis, (Brill: Leiden, 2013), pp. 483-4.

56
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

padano, consentendo de facto una autonomia completa dell’abbazia


dai poteri locali.40 Gli stretti contatti di Nonantola con la corte di
Aquisgrana continuarono anche dopo la morte di Anselmo nell’803, con
i suoi successori Pietro e Ausfrido, durante quello che risultò essere il
periodo più fiorente nella storia antica dell’abbazia benedettina.41 Pietro
salì al soglio abbaziale nell’804 e rimase alla guida del cenobio padano
per circa un ventennio. Poco, tuttavia, si conosce degli anni precedenti
il suo abbaziato; Pietro fu forse di origine franca, o educato in qualche
centro transalpino, se non proprio alla corte imperiale. Certamente,
Carlo Magno intraprese un graduale e sistematico inserimento di nuove
figure reclutate tra i vassalli fedeli dalle regioni annesse ai Franchi come
la Borgogna, l’Alemannia e la Baviera. Ricordiamo qui il vescovo di
Verona, l’alemanno Egino, e il suo successore Ratoldo, entrambi in stretti
rapporti, come Waldo vescovo di Basilea e amministratore della diocesi
di Pavia, con l’abbazia franco-alemanna di Reichenau.42 Le relazioni tra
l’abate nonantolano e la corte carolingia si intensificarono ulteriormente
negli anni successivi. Nell’813 Aquisgrana richiese l’intervento dell’abate
Pietro e di Amalario di Metz, allora vescovo di Treviri, come ambasciatori
a Costantinopoli.43 Non vi è dubbio che Nonantola fu, in questa fase, un
centro religioso e amministrativo prominente non solo nella estremità
settentrionale della penisola italica ma nel panorama politico imperiale.
È in questi anni, cioè il primo terzo del nono secolo, che si deve
individuare la prima fase dell’attività del centro scrittorio nonantolano,
nonché dell’evoluzione del proprio canone grafico, riconosciuto dagli
studi paleografici del secolo scorso come ‘tipo di Nonantola’.44 La

40
La sapienza degli angeli. Nonantola e gli scriptoria padani nel medioevo, a cura di G.
Zanichelli e M. Branchi (Franco Cosimo Panini: Modena, 2003), p. 101.
41
Anselmo fu canonizzato verso la fine del decimo secolo, data alla quale risale l’inizio del
culto. Si veda P. Golinelli, ‘Nonantola nella lotta per le investiture da abbazia imperiale a
monastero esente’ in Nonantola nella cultura e nell’arte medievale, a cura di P. Golinelli e
G. Malaguti (Bologna: Pàtron Editore, 2003), p. 24.
42
M. Branchi, Lo scriptorium, op. cit., p. 29.
43
M. S. Zoboli, Il Monastero di San Silvestro di Nonantola all’epoca dell’abbaziato di
Pietro (804-824/825) (Nonantola: Centro studi storici nonantolani, 1997), pp. 164-75. La
relazione tra i due ambasciatori continuò anche dopo la missione diplomatica, seppure
in forma epistolare.
44
La scrittura nonantolana è classificata come tipo (o tipizzazione) indipendente inter alia

57
GIOVANNI VARELLI

precarolina altomedioevale elaborata nel cenobio padano si inseriva


appieno nella tradizione nord-italiana accogliendo, allo stesso tempo,
influenze d’oltralpe (Fig. 1).45 La creazione di un tipo di scrittura testuale
peculiare non rispondeva solamente a necessità pratiche, ma era destinata
a diventare uno dei tratti più distintivi dell’identità del monastero di San
Silvestro. In questo stesso periodo, inoltre, le reti di relazioni favorirono
scambi con centri alpini (Rezia) e transalpini, specialmente Alemannia,
Baviera e Austria.46 L’acquisizione di manoscritti per la bibliotheca del
monastero continuò anche sotto l’abate Pietro che, in una lettera ad
Amalario di Metz, richiese «codices ad aumentum [sic] et statum sanctae
nostrae ecclesiae».47 Uno scenario, quindi, di scambi e influenze che
viaggiavano attraverso i valichi alpini. Caratteristica di questa prima fase
della scrittura testuale nonantolana è un tipo di minuscola precarolina
che vede la presenza di numerosi elementi corsivi come a aperta o in
forma di c+c, legature +i (es. ri, ti, li) e e+ (es. es, ei), e alta, strozzata e
con tratto orizzontale sporgente, t con tratto orizzontale discendente a
formare un occhiello a sinistra, l’asta di r che scende sotto il rigo di base,
d onciale, I alta iniziale, g aperta e il dimorfismo per c e c alta e crestata
(Fig. 2).
Il successore di Pietro, Ausfrido, eletto abate nell’825, fu anch’esso
impegnato come ambasciatore a Costantinopoli assieme al vescovo di
Cambrai, Halitgar. Per la seconda volta, quindi, un abate nonantolano
venne richiesto per il delicato ruolo di responsabile della mediazione tra
Aquisgrana e Bisanzio.

in E. A. Lowe, Codices Latini Antiquiores (Oxford: Clarendon Press, 1934); B. Bischoff,


‘Panorama der Handschriftenüberlieferung aus der Zeit Karls der Großen’ in Karl der
Große: Lebenswerk und Nachleben. Teil II: Das geistige Leben, a cura di W. Braunsfeld
(Düsseldorf: Schwann, 1965), pp. 233-54; Id., ‘Manoscritti nonantolani dispersi dell’epoca
carolingia’ in La Bibliofilia 85 (1983), pp. 99-124; Cencetti, Scriptoria, op. cit.
45
Si veda lo studio di L. Schiaparelli, Influenze straniere nella scrittura italiana dei secoli
VII e IX (Roma: Biblioteca Apostolica Vaticana, 1927).
46
Per la minuscola retica si veda A. Bruckner, Scriptoria Medii Aevi Helvetica. Denkmäler
schweizerischer Schreibkunst des Mittelalters. Vol. I: Schreibschule der Diözese Chur (Genf:
Roto-Sadag, 1935).
47
Branchi, Le origini, op. cit, p. 622; Zoboli, Il monastero, op. cit., p. 181.

58
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

Fig. 1: Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Sessoriano 40, f. 122r.

Fig. 2: Ginevra, Fondazione Bodmer, MS 98, f. 60r.

Fig. 3: Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Sessoriano 95, f. 121v.

Come accennato, nel corso del secolo nono, Nonantola poté inoltre
beneficiare di una rete di relazioni con i più influenti monasteri
benedettini dell’impero, soprattutto Reichenau e San Gallo. Il legame
con San Gallo prese avvio al tempo dell’abate Grimaldo (841-872),
probabilmente attorno all’anno 865. Ciò è testimoniato dai libri vitae o
libri confraternitatum nei quali Nonantola figura con il più alto numero di

59
GIOVANNI VARELLI

nomi, tra cui si annoverano molti monaci franchi e alemanni.48 Il periodo


più fiorente per la minuscola nonantolana si può identificare nel secondo
terzo del nono secolo, fase nella quale la scrittura fu definitivamente
canonizzata. Gradualmente il tipo di minuscola passò da una scrittura
caratterizzata da numerosi elementi corsivi ad una più posata e
tondeggiante (Fig. 2).49 Con la divisio imperii e, in particolare, dopo la
morte di Carlo il Calvo nell’877, la crisi interna all’impero corrispose ad
un periodo di instabilità per il monastero padano che vide alternarsi al
soglio abbaziale non meno di dieci abati in poco più di sessant’anni.50
Nell’891 Nonantola fu seriamente danneggiata da un incendio che risultò
essere solo il primo di una serie di eventi catastrofici, che segnarono per
l’abbazia emiliana l’avvio di un lungo periodo di declino.51 L’incertezza
politica e la crescente perdita di influenza dell’abbazia nonantolana segnò
anche l’inizio di una fase di adeguamento della scrittura ai canoni grafici
d’oltralpe. Ciò che sopravvive di questa fase dello scriptorium monastico
mostra una carolina incipiente, seppur con persistenti elementi di
corsività precarolina anche in ambito di produzione ‘alta’ (Fig. 3).52

48
I manoscritti contententi i libri vitae sono St Gallen, Stiftsarchiv, MS C3 B55 e Zurich,
Zentralbibliothek, MS Rh. hist. 27. Si veda U. Ludwig, ‘I libri memoriales e i rapporti
di fratellanza tra i monasteri alemanni e i monasteri italiani nell’alto medioevo’ in
Il monachesimo, op. cit., pp. 145-64. Prima edizione critica in Libri Confraternitatum
Sancti Galli, Augiensis, Fabariensis, a cura di P. Piper, Monumenta Germaniae Historica
(Berlino, 1884).
49
Per una panoramica dell’evoluzione del tipo grafico si confrontino nelle Figg. 1-3
Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Sessoriano 40 (primo quarto IX sec.), Ginevra,
Fondazione Bodmer, MS 98 (prima metà IX sec.) e Roma, Bibl. Naz. Centr. Sessoriano
95 (metà IX sec.).
50
Si veda la lista di abati dal Catalogus abbatum nonantolanorum edito in Bortolotti,
Antica vita, op. cit., p. 275-8.
51
«[...] cessavit abbatiam annis quatuor. Regnante Berengario augusto, tertio imperii
eius [...] apparuerunt per totam noctem igneas in celo acies super universum orbem.
Et die septimo intrante mense Martio propter culpam incurie combustum est ab igne
monasterium Nonantule a summo usque deorsum [...]», cfr. Bortolotti, Antica vita, op.
cit., p. 277-8.
52
M. Palma, ‘L’origine del codice Vaticano del “Liber diurnus”’ in Scrittura e Civiltà 4
(1980), pp. 295-310. Non si arrestò, tuttavia, la richiesta di codici e abbiamo notizie di
acquisizioni fino alla fine del nono secolo sotto l’abate Leopardo, come dimostra l’ex
libris del Sessoriano 71 (f. 1r). Si veda M. Palma, Archivio paleografico italiano, vol. VIII
(Frammenti diversi – Centri scrittorii), fasc. 74 (Nonantola), (Roma: Istituto di Paleografia

60
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

Pochi anni più tardi, l’avanzata degli Ungari in territorio italiano


non risparmiò Nonantola. Dal Catalogus abbatum nonantolanorum
apprendiamo che l’abbazia fu quasi completamente distrutta, molti
monaci vennero uccisi e vi fu una ingente perdita di libri.53 La distruzione
di moltissimi codici nella devastazione ungara fa ora sì che la ricostruzione
del posseduto della biblioteca altomedievale sia un’impresa a dir poco
ardua. Dopo la distruzione da parte degli ungari, l’allora abate Leopardo
fuggì con i monaci sopravvissuti ed essi rimasero latitanti per qualche
tempo.54 È probabile che non molti anni dopo i monaci ritornarono
all’abbazia padana e incominciarono una lenta ripresa durante la
quale Nonantola fu ridotta ad un livello di amministrazione base e fu
governata ad interim da vescovi locali. Pochissimi sono i codici databili
al periodo di desolazione che ne seguì e quando, infine, la produzione
manoscritta dello scrittorio ripartì, si adeguò al resto dell’Europa: le
forme precaroline vennero abbandonate definitivamente, rimanendo solo
in ambito documentario.55 Ci vorrà più di un secolo perché Nonantola
ritorni finalmente alla normalità; il precetto di Ottone II del 982 descrive
il monastero come «desolatum et ad nichilum prope redactum».56 Fu
finalmente nell’undicesimo secolo, seppur iniziato nel 1013 con un grave
incendio, che il monastero incominciò a porre le basi per una grande
rinascita: lo ‘splendore riconquistato’.57

dell’Università di Roma, 1982), Tav. 48; V. Jemolo, Catalogo dei manoscritti in scrittura
Latina datati o databili per indicazione di anno, di luogo o di copista. Vol. I: Biblioteca
nazionale centrale di Roma (Torino: Bottega D’Erasmo, 1971), pp. 74-5, n. 51; Branchi,
Lo sciptorium, op. cit., pp. 191-3.
53
«[...] In ipso anno venerunt Ungari in Italia [...] et venerunt usque ad Nonantulam
et occiderunt monachos et incenderunt monasterium et codices multos concremaverunt
atque omnem depopulati sunt locum [...]», cfr. Bortolotti, Antica vita, op. cit., p. 279.
54
«[...] Leoparidus cum certis aliis monachis fugierunt et aliquandiu latuerunt [...]», cfr.
Bortolotti, Antica vita, op. cit., p. 279.
55
Si veda, ad esempio, la carta di guardia iniziale di Roma, Biblioteca Nazionale Centrale,
Sessoriano 94 ricuperata da un documento dell’epoca di Rodolfo I (1002-1032), del
quale contiene una sottoscrizione. La carta contiene inoltre probationes calami con neumi
nonantolani e scrittura databile alla fine del XI sec. (Venite exultemus domino).
56
Diplomata regum et imperatorum Germaniae (Monumenta Germaniae Historica, Berlin,
1888-93), II, 1, n. 282.
57
Lo splendore riconquistato. Nonantola nei secoli XI-XII: rinascita e primato culturale
del monastero dopo le distruzioni, a cura di M. Parente e L. Piccinini (Modena: Franco

61
GIOVANNI VARELLI

Qual è, per noi, il significato di questo excursus storico? Quello di


riaffermare che Nonantola, nel corso del nono secolo, fu un centro non
‘periferico’, ma un attore importante tanto quanto le zone più centrali
dell’impero. La sua posizione a sud delle Alpi e, strategicamente, al
centro della Pianura Padana fece sì che vi fosse un interesse manifesto
nel rafforzare le reti di potere e di scambio tra Aquisgrana e il cenobio
benedettino. Nonantola, inoltre, godette di una autonomia dalle
dinamiche politiche locali e fu più votata ad intessere relazioni con
l’ambito transalpino che con altri centri padani, come dimostrano in
particolare gli stretti rapporti con Reichenau e San Gallo. Il monastero
elaborò una propria scrittura testuale e fu fiorente centro di copia fin
dai primi decenni dopo la fondazione. Le acquisizioni degli abati, che
arricchirono la biblioteca monastica, dimostrano come vi fu un intenso
scambio di codici in entrambe le direzioni. In questo scenario, è verosimile
che la compilazione di libri di canto liturgico e l’elaborazione, in molti
dei più importanti centri carolingi, di notazioni neumatiche certamente
già nella seconda metà del secolo nono, possa aver coinvolto anche il
monastero di San Silvestro. Ecco quindi delineate le premesse storiche
attraverso le quali si debbono leggere le fonti che saranno analizzate qui
di seguito, al fine di valutare l’ipotesi che Nonantola, a differenza di altre
importanti istituzioni monastiche a nord della penisola italiana, possa
realmente aver costituito terreno fertile per l’elaborazione di un canone
notazionale peculiare.

***

Fino ad ora nessuno studio musicologico si è occupato di stabilire una


corretta cronologia delle fonti nonantolane antiquiores. In particolare,
due fonti notate potrebbero gettare luce sulle prime fasi dello sviluppo
del canone notazionale nell’abbazia padana, nonché fornire una nuova
prospettiva per l’inserimento della notazione nel panorama grafico-
musicale altomedioevale e tardo carolingio. La prima è cosituita da
alcune carte dei cinque fascicoli finali palinsesti del composito Vaticano
Pal. lat. 862 (ff. 68r-108v) contenenti tracce visibili di notazione

Cosimo Panini, 2003), pp. 17-8.

62
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

nonantolana.58 Anche se la leggibilità viene spesso compromessa da una


pesante rasura, è possibile riscontrare come la pergamena ricuperata per
la composizione dei fascicoli provenne da più di un manoscritto o, più
probabilmente, da diverse sezioni di un originale miscellaneo. Molte
carte contengono, infatti, sezioni di testo chiaramente attribuibili ad un
trattato di computo, mentre un intero fascicolo (ff. 93r-100v, qui Fasc. D)
contiene un calendario palinsesto e almeno una tabella per il calcolo delle
feste mobili.59 La ricostruzione delle sole sezioni musicali è la seguente:

Fasc. A (ff. 68r-75v)60


< (bifogli) ff. 68r-v, 75r-v; ff. 69r-v, 74r-v; ff. 71r-v, 72r-v:
notati, graduale, Nonantola, sec. IXex.

Fasc. B (ff. 76r-84v)61


< ff. 77r-v, 83r-v (bifoglio): notato, graduale, Nonantola, sec.
IXex.

Fasc. C (ff. 85r-92v)


< f. 91r-v: notato, graduale, Nonantola, sec. IXex.

58
Il manoscritto è digitalizzato e visualizzabile on-line:
<http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/bav_pal_lat_862> (ultimo accesso: 31/05/15).
59
Questa tipologia bibliologico-liturgica, destinata all’uso probabilmente del cantor
dell’abbazia, non è rara soprattutto in area padana. Il paragone con Roma, Biblioteca
Angelica, MS 123 è, ovviamente, il più immediato. Nel manoscritto bolognese, infatti,
il celebre graduale-tropario è preceduto da una sezione computistica, comprendente
tabelle, un trattato, nonché il ritmo Anni Domini notantur. Si veda L. Robertini, ‘Un
nuovo testimone del ritmo mnemotecnico Anni domini notantur, attribuito a Pacifico di
Verona’ in Codex Angelicus 123. Studi sul graduale-tropario bolognese del secolo XI e sui
manoscritti collegati, a cura di M. T. Rosa-Barezzani e G. Ropa (Cremona: Una Cosa Rara,
1996), pp. 33-65. La presenza di un calendario a tale altezza cronologica è sicuramente
un altro aspetto estremamente interessante. In area italiana il più antico testimone è il
noto Berlino, Staatsbibliothek, Phillips 1831, di provenienza veronese e databile al primo
decennio del nono secolo. Esso riprenderebbe secondo Arno Borst il Lorscher Prototyps
nella sua redazione italiana. Per uno studio e inventario dei più antichi calendari si veda
Arno Borst, Die karolingische Kalenderreform (Hannover: Hahnsche Buchhandlung,
1998).
60
Carte non solidali: 70r-v, non mus.; 73r-v, illeggibile.
61
Ff. 76r-v, 84r-v (bifoglio): illeggibile + non mus. Ff. 78r-v, 81r-v (bifoglio): non mus.,
computus (?). F 80r-v; f. 82r-v (non solidali): scarsissima leggibilità, notate (?). F. 79r-v,
(non solidale): non mus., computus (?).

63
GIOVANNI VARELLI

Fasc. D (ff. 93r-100v)


< [scarsissima leggibilità, calendario, Nonantola, sec. IXex].

Fasc. E (ff. 101r-108v)


< f. 102r-v: notato, graduale, Nonantola, sec. IXex.

In A, la prima carta (f. 68) contiene, sul verso, alcuni brani notati tra i quali
si possono identificare il versetto alleluiatico Diffusa est gratia e l’offertorio
Offerentur regi per la messa di Santa Lucia, mentre al bifoglio successivo
(f. 74v) è appena visibile un Gloria tropato, Pax sempiterna per la messa di
Natale.62 Sempre da un graduale nonantolano proviene il bifoglio più interno
di A (ff. 71r-v, 72r-v). Nel margine inferiore di f. 71v – corrispondente al
margine superiore del palinsesto – emerge l’incipit del cantico Sicut cervus.63
Sul recto è visibile il versetto alleluiatico Confitemini Domino, frammenti
dell’antifona Stetit angelus ad sepulchrum (CAO 4858) e altre parti notate, ma
di ardua lettura.64 Il bifoglio alle carte 77r-v, 83r-v di B è la traccia più leggibile
e meglio conservata tra i quattro fascicoli (Fig. 4). Esso proviene dalla sezione
iniziale – quasi sicuramente il primo fascicolo – di un originale graduale in
notazione nonantolana (per i canti di sicura attribuzione, cfr. Tabella I).

f. 77r OFF Ad te Domine levavi


COM Dominus dabit benignitatem
INT Populus Sion

62
Questo tropo, per cui Pal. lat. 862 sarebbe la più antica fonte, è considerato di probabile
origine italiana. Si veda, in particolare, K. Falconer, ‘Early Versions of the Gloria Trope Pax
sempiterna Christus’ in Journal of the Plainsong and Maedieval Music Society 7 (1984), pp. 18-27.
63
Sicut c<ervu>s des<iderat ad f>ontes aqua<rum ita desiderat anima mea ad te deus
sitivit anima mea ad deum vivum quando veniam et a>ppa<rebo ante faciem dei mei
fuer>unt mihi <lacrime meae panes die ac nocte> dum di<citur mihi per singulos dies ubi
est deus> tuus. Il canto è seguito da una lunga rubrica, ma illeggibile.
64
S<tetit an>gelus ad s<epulchrum domini stola claritatis> coope<rtus videntes eum mulieres
nimio terrore perterritae astiterunt a longe tunc locutus est angelus et dixit eis nolite metuere
dico vobis quia illum quem qu>eritis mor<tuu>m iam <vivit et vita> hominum cum eo
su<rrexit alleluia> (CAO 4858). Il resto del bifoglio contiene altre tracce di notazione, ma i
frammenti di parole sono insufficienti per tentare una individuazione completa che vada oltre
la già menzionata provenienza e tipologia dell’originale notato. L’impostazione della pagina
sembrerebbe rispecchiare quella di San Gallo, Stiftsbibliothek, MS 339, p. 106.

64
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

f. 77v [cont.]
RG Ex Sion
All Alleluia
V. Letatus sum
V. Stante errant pedes
OFF Deus tu convertes
V. Benedixisti Domine terram tuam
[lacuna]
f. 83r INT Rorate celi [inc. <ger>minet]
RG Tollite portas
V. Quis ascendet
OFF Confortamini
f. 83v [cont.]
V. Tunc aperientur
V. Audite itaque
COM Ecce virgo concipiet
T<onus> iiii INT Prope es tu Domine

Tabella I. Canti notati dal bifoglio palinsesto 77r-v, 83r-v in Pal. lat. 862.

La metà superiore del palinsesto al f. 91r (Fasc. C), seppur contenente


tracce evidenti di notazione, è illeggibile, mentre nella metà inferiore sono
presenti alcuni Kyrie notati. Sul verso della medesima carta sono trasmesse
le antifone Adoremus crucis (CAO 1292) e Dum fabricator mundi (CAO 2453),
non notate ma con spazio interlineare ampio e destinato ad accogliere i
segni nonantolani. Il f. 102v (Fasc. E) vede nella metà superiore il Trisagion
(Agyos O Theos…) e, dopo una lunga rubrica illeggibile, l’antifona notata
Ecce lignum crucis (CAO 2522), mentre sul recto trasmette una serie di
antifone per l’Adoratio sanctae crucis del Venerdì Santo.65
Nonostante il complicato caso codicologico, è possibile ricostruire
il contenuto musicale e liturgico del manoscritto originario, ricuperato

65
È probabile quindi che f. 91r-v e 102r-v fossero parte dello stesso bifoglio originario.
Individuabili: Per signum sanctae et venerandae cruces (CAO 4858); Venite et videte omnes
populi (CAO 4858); Ego sum alpha et o(mega) (CAO 4858). Sul verso il versetto all’antifona
Ecce lignum crucis è illegibile.

65
GIOVANNI VARELLI

come supporto scrittorio per il palinsesto vaticano (cfr. Tabella II).


La data proposta per la scriptio inferior da Bannisert è decimo secolo.66
La Moderini non fa altro che riportare testualmente la descrizione dei
Monumenti.67 Tuttavia, la recente pubblicazione postuma del terzo ed
ultimo volume del Katalog der festlandischen Handschriften des neunten
Jahrunderts di Bernhard Bischoff contiene un dato estremamente
interessante. Non solo il paleografo tedesco attribuisce a Nonantola
la scriptio inferior del palinsesto vaticano, ma la datazione proposta
per le carte notate è fine nono, inizio del decimo secolo.68 Come per
molte descrizioni del catalogo, Bischoff non fornisce nessun commento
paleografico a supporto della datazione. Se tale lacuna costituisce un
limite del Katalog – che lo differenzia dai Codices latini antiquiores, per i
quali il Lowe correda spesso le descrizioni dei codici censiti con generose
analisi delle caratteristiche della scrittura –, allo stesso tempo ci invita ad
analizzare la scrittura delle carte vaticane con una attenzione particolare
al confronto con altri codici coevi prodotti nello scriptorium nonantolano.
Innanzitutto, lo studio delle vicende dell’abbazia può essere d’ausilio
qui per definire verso quale dei due termines cronologici volgere la nostra
attenzione. Come ricordato poc’anzi, la distruzione del monastero e
l’incendio della biblioteca abbaziale nel 899 non solo causò un’inestimabile
perdita di codici, ma portò all’abbandono dell’abbazia per almeno un
decennio. Non ci è dato conoscere la data di ripresa dell’attività di copia e
produzione di manoscritti, ma è lecito assumere che essa non riprese prima
di alcuni decenni, quindi fino al decimo secolo inoltrato – per il quale, infatti,
non possediamo che pochi codici, alcuni acquisiti ed alcuni databili vero la
fine del secolo.69 Le caratteristiche codicologiche e paleografiche delle carte
palinseste – soprattutto per quanto riguarda la presenza di rubriche, un
apparato decorativo e una mise-en-page regolare – sembrerebbero dimostrare
una compilazione mediamente formale, più che meramante d’uso e destinata

66
Bannister, Monumenti, op. cit., vol. 1, p. 98.
67
La Moderini non deve aver consultato l’originale, ma una riproduzione di qualità
infima se afferma che «dopo un accurato esame […] non siamo riusciti a scorgere traccia
di notazione nonantolana», op. cit., p. 55.
68
B. Bischoff, Katalog der festländischen Handschriften des neunten Jahrunderts, I-III,
(Weisbaden: Harrassowitz, 1998-2014), p. 417, n. 6564-6565.
69
Branchi, Lo scriptorium, op. cit., p. 49.

66
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

a colmare frettolosamente una lacuna per la ripresa dell’attività liturgica. Se


dovessimo, quindi, propendere per una collocazione cronologica nella finestra
temporale indicata dal Bischoff, dovremmo concludere che il periodo più
verosimile nel quale fu vergato e notato il graduale inferior del Pal. lat. 862 fu
prima dell’incursione ungara, e quindi verso la fine del nono secolo – ovvero
più vicino al terminus post quem del Katalog. L’analisi delle tracce visibili di
scrittura testuale rivela effettivamente convergenze con il tipo di Nonantola
prima dell’adozione definitiva dei canoni carolini e proprio di un periodo
di transizione, collocabile senza riserve nella seconda metà del secolo. Le
legature es ed er, che risaltano se precedute da t come in tes e ten, la e alta
e con il tratto orizzontale all’altezza delle aste di t e n, sono caratteristiche
tipiche della minuscola altomedievale nonantolana che convivono
Avvento Triduo Pasquale
Dom. I [...] [...]
Venerdì Santo
Off. Ad te Domine levavi f. 77r Agyos O Theos f. 102v
Com. Dominus dabit benignitatem [...]
f. 77v A. Ecce lignum crucis
Dom. II Int. Populus Sion A. Adoremus crucis f. 91v
Gr. Ex Sion A. Dum fabricator mundi
All. A. Per signum sanctae f. 102r
Vrs. letatus sum A. Venite et videte omnes populi
Vrs. Stante errant pedes A. Ego sum alpha et o(mega)
Off. Deus tu cinvertes
V. Benedixisti Domine terram tuam [...]
Sabato Santo
S Lucia [...] [f. 68] Sicut cervus f. 71v
All. f. 71r
Off. Offerentur regi f. 68v Vrs. Confitemini Domino
V. Diffusa est gratia
Pasqua [...]
[...]
f. 83r A. Stetit angelus ad sepulchrum
Dom. III Int. Rorate celi
Gr. Tollite portas
V. Quis ascendet
Off. Confortamini
V. Tunc aperientur
V. Audite itaque
Com. Ecce virgo concipiet
Dom. IV Int. Prope es tu Domine f. 83v

[...]
Natale
Gloria. Pax sempiterna Christus illuxit f. 74v

Tabella II. Contenuto identificabile del graduale nonantolano al Pal. lat. 862.

67
GIOVANNI VARELLI

Fig. 4: Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Pal. lat. 862, f. 83v.

Fig. 5a-c: Legature in Pal. lat. 862.

Fig. 5b. Fig. 5c.

con elementi già carolini come la a, spesso non più in forma di o+c e la d
diritta (Fig. 5a-c).70 Nella produzione ‘alta’ dello scriptorium nonantolano
certi elementi di corsività scompaiono già a metà del nono secolo.71 Se
concepissimo una compilazione a metà tra low e high grade, diversa,
quindi, dai canoni estetici in uso per la produzione ‘alta’ dello scriptorium
– ma al contempo non propriamente ‘d’uso’ –, potremmo ipotizzare la
responsabilità di una mano formatasi nella seconda metà del secolo e
quindi cautamente proporre una datazione attorno agli anni 880-890.72

70
Si veda M. Palma, Archivio paleografico italiano, vol. VIII Frammenti diversi – Centri
scrittorii, fasc. 74, Nonantola (Roma: Istituto di Paleografia dell’Università di Roma,
1982), Tavv. 45, 46.
71
Elementi di corsività permangono in area norditaliana più a lungo, ma in ambito
documentario o di ‘scrittura normale’ – per usare un termine del paleografo Giorgio
Concetti. Si veda M. Parente, ‘Notai e scrittura documentaria nonantolana’ in Nonantola
nella cultura e nell’arte medievale, a cura di P. Golinelli e G. Malaguti (Bologna: Pàtron
Editore, 2003), pp. 13-24.
72
La difficile lettura della scriptio inferior non permette di concludere con assoluta certezza

68
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

a.

che le sezioni notate siano opera di una singola mano. Tuttavia, determinate costanti
grafiche dimostrano una omogeneità di stile e formazione che, anche ammettendo uno o
più interventi di mani diverse in aggiunta a quella principale, confermano l’appartenenza
non solo ad un medesimo centro scrittorio – in questo caso indubbiamente Nonantola –
ma anche ad un ristretto arco cronologico.

69
GIOVANNI VARELLI

b.
Fig. 6a-b: Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Pal. lat. 862,
f. 102v, pima e dopo il restauro digitale del palinsesto.

Le legature es ed er, che risaltano se precedute da t come in tes e ten,


la e alta e con il tratto orizzontale all’altezza delle aste di t e n, sono
caratteristiche tipiche della minuscola altomedievale nonantolana che
convivono.
Un’altra fonte, che non è stata finora oggetto di studi approfonditi,
è l’ultimo fascicolo del codice composito Sessoriano 96 della Biblioteca
Nazionale Centrale di Roma.73 Ai ff. 314r-319v sono notati in neumi
nonantonali i canti per l’ufficio – prima i responsori e, a seguire, le antifone

73
La letteratura è ampia ma, trattandosi di un codice composito, gli studi si sono
prevalentemente concentrati su altri fascicoli. Si veda Sessoriana. Materiali per la storia
dei manoscritti appartenuti alla biblioteca romana di S. Croce in Gerusalemme, a cura di
M. Palma (Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1980); Sessoriani dispersi. Contributo
all’identificazione di codici provenienti dalla biblioteca romana di S. Croce in Gerusalemme,
a cura di M. Palma e V. Jemolo (Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1984); Bibliografia
dei manoscritti Sessoriani, a cura di M. Palma, F. Bianchi, V. Jemolo, L. Merolla, F. Tasselli
(Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1987).

70
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

– e la messa di San Benedetto (21 Marzo) (cfr. Tabella III).74 La datazione


del fascicolo del Sessoriano 96 è stata varia, a partire dal secondo volume
della Paléographie musicale che lo collocò alla fine dell’undicesimo, inizio
del dodicesimo secolo.75 Nei Monumenti, Bannister propone invece una
retrodatazione al decimo secolo, “probabilmente la seconda metà”.76
Nella prima ricostruzione della biblioteca medioevale di Nonantola,
Gullotta data la minuscola carolina al nono secolo.77 La Moderini definisce
la scrittura testuale una “minuscola carolina del sec. IX”, incrociando
forse l’opinione del Gullotta con quella del Lowe, il quale tuttavia si
espresse molto probabilmente sulla prima delle unità codicologiche del
codice Sessoriano, effettivamente più antica e contenente i Commentaria
in Epistolam ad Ephesos di San Gerolamo.78 Dalla pubblicazione nel
1970 dei volumi moderiniani, il più recente studio che si è espresso
relativamente alla sezione del Sess. 96, oggetto della nostra trattazione,
è il catalogo dei codici della biblioteca di Nonantola curato da Mariapia
Branchi e pubblicato nel 2011. Dopo una dettagliata descrizione del
codice composito, la Branchi afferma che la scrittura del fascicolo
musicale è una “carolina di più mani” e che la notazione musicale fu
“aggiunta nel sec. X-XI”.79 Quest’ultimo aspetto, tuttavia, è contraddetto

74
[f. 318v] INT Gaudeamus… Benedicti PS Eructavit cor meum, RG Domine prevenisti
eum V. Vitam petiit, TRAC Desiderium animae [f. 319r] V. Quoniam prevenisti V. Posuit
super caput, OFF Oratio mea munda est V. Probavit me dominus, COM Qui vult venire [f.
319v].
75
Paléographie musicale, op. cit., vol. 2, Tavola 11.
76
Bannister, Monumenti, op. cit., vol. 1, p. 97.
77
G. Gullotta, Gli antichi cataloghi e i codici della Abbazia di Nonantola (Città del
Vaticano: Biblioteca Apostolica Vaticana, 1955) [Studi e Testi 182]. Si veda anche J.
Ruysschaert, Les manuscripts de l’Abbaye de Nonantola (Città del Vaticano: Biblioteca
Apostolica Vaticana, 1955).
78
Già Bannister valutò la datazione dell’eminente paleografo, commentandola con
un “troppo presto”. Lowe non ebbe probabilmente accesso all’originale, ma si basò
su una riproduzione fotografica come indicato in E. A. Lowe, Studia Palaeographica:
a Contribution to the History of Early Latin Minuscule and to the Dating of Visigothic
MSS (München: Königlich Bayerischen Akademie der Wissenchaften, 1910), p. 45. Da
alcuni esempi forniti dal Lowe, ed assenti nei ff. 314-320 del Sess. 96, risulta evidente
che suddetta riproduzione non fosse delle carte notate, bensì, come già affermato, dai
Commentaria di San Gerolamo.
79
Branchi, Lo Sciptorium, op. cit., p. 189.

71
GIOVANNI VARELLI

da chiare prove interne, come lo spazio dilatato tra le sillabe del testo se
riservato ad accogliere i passaggi melismatici – fatto, questo, già notato
dal Bannister – e, in particolare, da una aggiunta interlineare testuale e
musicale indubbiamente attribuibile alla stessa mano che verga il testo
(Fig. 7).80
La notazione quindi fece parte della compilazione fin dall’inizio, anzi,
fu forse proprio per tràdere la serie di canti che fu allestito il fascicolo del
Sessoriano.81
Ogni datazione si è rivelata parziale o non definitiva, essendo mancata
l’osservazione in dettaglio delle forme della grafia testuale e, cosa ancora
più problematica, il confronto con la scrittura rintracciabile nella
produzione manoscritta superstite – prassi questa fondamentale per
situare la scrittura nel suo corretto contesto cronologico. All’attenzione
degli studiosi, infatti, sembra sia sfuggita la presenza di certi elementi
della scrittura, quali il dimorfismo per a corsiva in forma di o+c e a
carolina, la g aperta e la e alta e con tratto orizzontale sporgente e ricurvo
verso l’alto (Fig. 8: cfr. gratias, vita). Le legature ti e ri, anch’esse in forme
caratteristiche del tipo di Nonantola, si possono riscontrare soprattutto
in contesti privi di notazione e che richiedevano una certa brevità, mentre
sono praticamente assenti nel testo dei canti (Fig. 8: cfr. fratribus; Fig. 9).
La scarsa presenza di elementi corsivi è quindi dovuta principalmente
alla necessità di una chiarezza nell’esposizione delle vocali, determinanti
per il canone notazionale utilizzato, in quanto esse forniscono il supporto
dal quale traggono origine graficamente i segni neumatici.82

80
Si noti la forma di de in de\side/rium.
81
Non è chiaro, però, se esso fu concepito in forma di libello o se fu parte di un progetto
più ampio.
82
Si può supporre che in contesti non musicali la mano responsabile della compilazione
avrebbe utilizzato più frequentemente tali legature. Ciò confermerebbe che la scrittura
individuale dello scriba nonantolano risentisse ancora molto delle forme grafiche
precaroline.

72
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

In nativitatis sancti Benedicti


In vigilia ad vesperas
A. Recessit igitur scientes [Quattro salmi]
[Compieta]
[Lodi]
A. Preoccupemus faciem domini PS. Venite exsultemus
[Primo notturno]
A. Fuit vir vite venerabilis PS. Beatus vir
A. Nurpscie provincie PS. Quare fremuerunt
A. Relicta domo rebus PS. Cum invocarem
A. Ab ipso puericie sue PS. Verba mea
A. Dum in hac terra esset PS. Domine dominus noster
A. Conpassus nutricis PS. In domino confido
R. Fuit vir vite venerabilis VR. Recessit igitur
R. Domine non aspicias peccata mea VR. Et regrediente anima
R. Inito consilio venenum vino miscuere VR. Intellexit protinus vir dei
R. Quidam rusticus defuncti corpus filii VR. Vir autem domini
[Secondo notturno]
A. Electus a fratribus PS. Domine quis habitabit
A. Cumque sibi conspiceret PS. Domine in virtute
A. Puer quidam parvulus PS. Domini est terra
A. Orabat sanctus Benedictus PS. Exaudi Deus deprecationem
A. Tantam graciam dei virtus PS. Exaudi Deus orationem
A. Cumque in specu posito PS. Te decet hymnus
R. Domine non aspicias peccata mea VR. Et regrediente anima
R. Pater sanctus dum intenta VR. Factumque est
R. Cumque sanctus Benedictus VR. Qui tante eius glorie
R. Eodem vero anno VR. Presentibus indicens
[Terzo Notturno]
A. Vix obtinuit [tre cantici]
R. In tempesta noctis VR. Omnis etiam mundus
R. Erat vultu placido canis decoratus VR. Vir autem domini Benedictus
R. Ante sextum vero exitus sui VR. Cumque per dies
R. Sexto namque die VR. Erectis in celum
R. O beati viri Benedicti VR. Cui vivere Christus

73
GIOVANNI VARELLI

[Lodi]
A. Hic itaque cum iam relictis PS. Dominus regnavit
A. Predicta nutrix illius PS. Iubilate deo
A. Qui dum heremum PS. Deus deus meus
A. Inito consilio venenum PS. Benedicite omnia
A. Benedictus dei famulus PS. Laudate dominum
R. Pater sanctus dum intenta [Capitolo]
[Secondi vespri]
A. Beatus Benedictus per spiritum PS. Dixit Dominus
A. Exitus sue anime PS. Confitebor tibi domine
A. Aqua de montis vertice PS. Beatus vir
A. Frater Maure curre velociter PS. Laudate pueri
A. Hodie sanctus Benedictus [Magnificat]

Tabella III. L’ufficio per San Benedetto in Sessoriano 96, ff. 314r-318v.

Fig. 7: Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Sessoriano 96, f. 317v.

Fig. 8: Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Sessoriano 96, f. 315r.

Fig. 9: Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Sessoriano 96, f. 317r.

Tali atteggiamenti grafici sono tipici di una scrittura di transizione che


per Marco Palma si dovrebbe collocare a Nonantola tra la fine del nono

74
APPUNTI SULLA NONANTOLANA COME PIÙ ANTICO CANONE NOTAZIONALE DI AREA ITALIANA

e l’inizio del decimo secolo.83 Contrariamente, però, alla scrittura inferior


del Pal. lat. 862, ci troviamo qui in presenza di una fase successiva, che
si muove verso una quasi completa adozione dei modelli carolini. Il
contenuto, poi, delle carte finali del Sessoriano 96, nella sua omogeneità
e importanza liturgica per un cenobio benedettino come fu Nonantola,
potrebbe indurre a pensare ad una compilazione atta a colmare una lacuna
causata dalla devastazione ungara. Infine, la scarsa qualità della pergamena
utilizzata è quella tipica di una fase di ristrettezza di risorse che, unita alla
necessità di ricreare gli strumenti essenziali per la ripresa della pratica
liturgica, potrebbe collocare la realizzazione del fascicolo della Nazionale
romana al periodo di ripopolamento dell’abbazia nei primi anni del secolo
decimo.

***

In conclusione: quali sono le premesse per la nascita di una notazione


musicale? Quale contesto politico, ecclesiastico o culturale può favorire
l’adozione e il conseguente sviluppo di un canone notazionale nell’alto
medioevo? In particolare, il monastero di Nonantola nel nono secolo
possedeva le condizioni necessarie? La risposta a quest’ultimo quesito
sembra affermativa, o almeno ciò è quello che inducono ad ipotizzare
le testimonianze manoscritte superstiti. Lo studio storico e paleografico
delle fonti fin qui analizzate ha dimostrato come i due testimoni notati
siano databili con certezza rispettivamente alla fine del nono e l’inizio
del decimo secolo. Il palinsesto vaticano è, quindi, la più antica fonte
contenente neumi nonantolani e tra i primi esempi di graduale notato
– e non solo per quanto concerne la penisola italiana. Compilato non
più tardi dell’ultimo ventennio del nono secolo, il graduale alla scriptio
inferior del Pal. lat. 862 dimostra come il canone notazionale del cenobio
padano fosse già elaborato e in uso prima dell’anno 900. Il fascicolo
della Nazionale romana, seppur di qualche anno più tardo e vergato
probabilmente nei primi anni dopo il ripopolamento dell’abbazia in
seguito alla distruzione ungara, trasmette una grafia testuale e musicale
che affondano pienamente le loro radici nella tradizione scrittoria e

83
M. Palma, Archivio, op. cit., Tavv. n. 46-48.

75
GIOVANNI VARELLI

notazionale locale del secolo precedente. Nonantola entrerebbe quindi


pienamente a far parte del gruppo di notazioni emerse nel corso del nono
secolo come la paleofranca, la metense, la bretone, l’aquitana, e quella
che si potrebbe definire come notazione dell’Europa centrale, nei due
rami francese e germanico.84
Dal decimo secolo in poi nessun canone notazionale dell’Italia
settentrionale si distinse dalle altre famiglie in modo così sostanziale,
soprattutto per quanto riguarda la costruzione dei segni. Pensiamo alla
notazione ‘bolognese’ e della Novalesa e i loro punti di contatto con
i modelli del centro Francia; Bobbio e Aquileia come rappresentanti di
modelli germanici; le notazioni ‘miste’ di Vercelli, Mantova e Verona che
mostrano influenze mitteleuropee (germaniche e del centro Francia);
Pavia e Ivrea che accolgono una matrice bretone, e infine la tipizzazione
metense dell’area comasca.85 In diverse misure e forme queste notazioni
si discostano, certo, dai loro modelli originali, ma difficilmente si potrà
affermare che si tratti di canoni notazionali creati in loco.86 Anche senza
considerare la cronologia delle fonti nonantolane emersa in questo studio,
risulterebbe assai sorprendente che tale caratteristica notazione si sia
sviluppata così indipendentemente e in una fase così tarda. Il periodo,
invece, in cui in diversi centri influenti dell’impero carolingio vengono
elaborati quasi contemporaneamente tipi notazionali così differenti tra loro
fu proprio la seconda metà del nono secolo. In questo contesto dovremmo,
quindi, considerare il peso storico dei neumi nonantolani, e sotto questa
luce analizzarli. Stabilire, poi, i caratteri e le forme di una possibile matrice
comune dalla quale si siano essi sviluppati – ovvero diradare la zone
brumeuse di Froger, almeno per quanto concerne la notazione nonantolana
– sarà obbiettivo, ambizioso, di un prossimo lavoro.

GIOVANNI VARELLI

84
Ciò che Stäblein chiama “Zentraleuropäische Familie”, Schriftbild, op. cit., p. 27.
85
Per una recente panoramica e abbondante bibliografia si rimanda a Baroffio, Music
writing, op. cit.
86
Senza voler addentrarsi in una discussione dettagliata, parrebbe allo scrivente che pure
la celebre notazione beneventana potrebbe essere considerata una canonizzazione di
tipologie presenti in Italia centrale a partire dal secondo terzo del X sec., a loro volta
influenzate da modelli transalpini.

76