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Il

Wu Wei Taoista
di Roberta Bozza - 18/10/2005

Fonte: estovest.net

Nell'analisi del wu wei cercheremo innanzitutto di escludere i significati che non


corrispondono a quel che i Taoisti intendono designare con questo termine.
L'espressione cinese viene letteralmente tradotta con "non-agire"; ma wu wei non
corrisponde ad una sorta di invito alla passività, propone piuttosto una costante
attenzione al mondo circostante onde evitare interferenze con il suo inesauribile
intrecciarsi di rapporti. Un'attenzione che esige la massima lucidità mentale, senza
regole fisse e categorie immodificabili, stabilite secondo canoni esclusivamente umani,
che ostacolino il fluire spontaneo degli eventi naturali. Come possiamo leggere nel
capitolo IX dello Huai Nan Tzû, la posizione taoista sottolinea l'importanza di evitare
egoistiche interferenze sul Tao, il corso naturale dell'intero universo:

«...Ciò che, a mio avviso, è da intendersi con wu wei, è che nessun pregiudizio
personale (o volontà privata) interferisce con il Tao universale e che nessun desiderio
e ossessione conducono fuori strada il vero corso delle tecniche. La ragione deve
guidare l'azione affinché il potere possa essere esercitato in accordo con le intrinseche
proprietà e le tendenze naturali delle cose...»1.

Nella concezione taoista del wu wei bisogna quindi scartare un'interpretazione


meramente passiva dell'agire; va interpretata piuttosto come accettazione delle
trasformazioni della natura, diviene dunque una forma di attività che richiede di
essere ricettivi e attenti in ogni situazione.

A tale riguardo il Graham2 ha messo in luce i due modi opposti in cui Chuang-tzû
intende accettazione, in cinese shih. Da una parte parla di yin-shih, che significa
"accettare adattandosi alla situazione", quindi formulare opinioni relative a seconda
delle mutevoli condizioni; dall'altra di wei-shih, che equivale ad "accettare in base a
principi artificiosi", e perciò a distinguere le alternative scegliendole in conformità a
dei pregiudizi.

Yin corrisponde a basare le proprie azioni sulle situazioni che cambiano, come fa il
saggio taoista che si adatta alle circostanze senza ricorrere a dei fissi principi; wei
invece corrisponde ad agire secondo principi inflessibili. Quest'ultimo termine è lo
stesso che troviamo nella formula wu wei, di cui un'equivalente traduzione proposta
dal Graham potrebbe essere "agire senza artificiosità".

Secondo Chuang-tzû, quando un uomo aderisce fermamente alle proprie asserzioni,


nonostante le situazioni cambino, e insiste sulla loro assoluta validità scontrandosi con
quelle degli altri, cade nell'errore di attenersi al wei-shih; ma se cambia le sue opinioni
con il mutare delle circostanze e comprende che queste possono essere ugualmente
valide come non valide, pratica lo yin-shih. Quest'ultima è l'attitudine propria del
Taoista, che nell'azione non distingue le alternative considerandole alla stregua di
mete, non progetta il modo di conseguirle, ma reagisce di volta in volta nella piena
consapevolezza della situazione, come l'ombra segue la forma e l'eco il suono.

Numerosi interpreti del pensiero cinese si sono dedicati all'approfondimento del


concetto di wu wei. Ognuno di essi ha evidenziato uno o più aspetti particolari del
principio taoista d'azione; vogliamo qui riportare alcune delle loro considerazioni che
composte insieme aiutano ad arricchirne la comprensione.

Il Duyvendak3 ritiene innanzitutto che la dottrina taoista, in particolare quella di Lao-


tzû, nasca dalla caratteristica attitudine arrendevole della forma specificatamente
cinese di femminilità, per così dire passiva, che si esprime nel modo d'agire.

Il wu wei rappresenta un aspetto fondamentale per l'antica concezione cosmologica


cinese, che si fondava su di uno strettissimo legame tra il Cielo, la Terra e l'uomo, i tre
principali piani paralleli della realtà costantemente correlati. Dall'indissolubile
interrelazione e dalla vicendevole influenza di tutti i fenomeni, espressa attraverso il
simbolismo numerico della serie dei Quattro e dei Cinque, ne deriva un'azione che
presta la massima attenzione alla natura transitoria del cosmo.

La ricerca del Duyvendak si concentra in particolare sul Tao Tê Ching e sul Chuang
Tzû; in entrambi i testi è centrale lo sviluppo del wu wei, che viene identificato con uno
degli aspetti dello stesso Tao, la semplicità, p'u. Il carattere cinese usato per esprimere
la semplicità, indica il legno non intagliato, la materia grezza originaria non ancora
differenziata nelle diverse forme.

Nel Tao Tê Ching si legge:

«Il Tao è in eterno l'indicibile semplicità. / Per quanto sia piccolo / il mondo non osa
farlo suo servo...»4.
Questo passo mostra la necessità di attenersi al Tao, anche nel suo più semplice
aspetto, senza cercare di assoggettarlo a interessi egoistici. L'agire dell'uomo si
dovrebbe infatti adeguare, essere in questo senso arrendevole, e rispettare lo svolgersi
spontaneo di tutte le cose, senza interferire con eccessivi mezzi per raggiungere
obiettivi personali.

Il Duyvendak evidenzia poi altri esempi che Lao-tzû invita a seguire per essere in
accordo col Tao. Dalla natura trae la metafora dell'acqua, l'immagine perfetta della
forza della debolezza. Altri modelli più vicini all'uomo sono quelli del saggio e
dell'infante. Il primo è colui che si identifica con la Via e quindi mantiene in armonia
tutti gli opposti, senza favorirne alcuno:

«Conosci il maschile
ma attieniti al ruolo del femminile
e sii la gola dell'impero.
Se sei la gola dell'impero,
la costante virtù non ti abbandonerà
e tornerai ad essere nuovamente un bambino...»5.

Conoscere il maschile e attenersi al femminile significa riuscire a mantenere in accordo


l'aspetto Yin e quello Yang; l'uomo pur essendo forte deve saper condurre la vita con
umiltà ed evitare di agire con violenza, solo così può ritornare all'originario stato del
neonato che vive in perfetta armonia con la natura:

«Chi possiede la virtù è come un bambino appena nato:


gli insetti velenosi non lo pungono;
gli animali feroci non lo predano;
gli uccelli rapaci non lo afferrano al volo.
Le sue ossa sono delicate e i suoi tendini flessibili, eppure la sua presa è salda.
Non conosce l'unione del maschio e della femmina,
eppure il suo organo sessuale conosce lo stimolo:
questo perché la sua virilità è al suo culmine.
Urla tutto il giorno eppure non diviene rauco:
questo perché la sua armonia è al suo culmine...»6.

Il neonato, che sembra l'essere maggiormente esposto ai pericoli, risulta invece il più
forte perché racchiude il vigore e la debolezza in misura armoniosa, è il portatore
ideale della forza della vita, in sé tutto il potere della Via è potenzialmente presente.

L'uomo dovrebbe perciò tendere a riacquistare la dimensione del bambino, che il


saggio è in grado di conservare astenendosi da qualsiasi azione guidata da regole
artificiose, tali perché unicamente fondate su principi umani che non rispettano lo
stretto legame dell'uomo con il corso naturale dei fenomeni.

Anche il Needham7 ritiene che il wu wei debba essere interpretato come l'azione che si
astiene da forzature sul corso della natura e degli affari umani. Per poter realizzare
tutto questo è indispensabile conoscere la natura e i suoi movimenti attraverso
osservazioni di impronta scientifica, che si possono conseguire solo mantenendo un
atteggiamento di passività ricettiva.

Il Needham ritiene infatti che alla base dello sviluppo del pensiero scientifico cinese ci
sia proprio questo approccio ricettivo e non aggressivo che coltiva la scuola filosofica
taoista. Le radici della scienza cinese vanno perciò ricercate nei Taoisti, in modo
particolare nella loro tendenza a osservare i fenomeni naturali con estrema attenzione
senza volerli dominare e regolare. Si spiega così anche la predilezione dei testi taoisti
per le immagini che richiamano qualità tipicamente femminili, come il simbolo
dell'acqua che nel suo fluire sempre si sottomette:

«La somma benevolenza è come l'acqua.


La benevolenza dell'acqua è
di recare beneficio a tutte le cose senza contesa.
Sta nei posti che l'uomo disprezza.
Perciò è così vicina al Tao...»8.

L'acqua si adatta a scorrere ovunque, anche nei luoghi più bassi che solitamente gli
uomini disdegnano; infatti viene associata al Tao che si trova in tutte le cose, e come lui
agisce senza recare conflitti perché umile e arrendevole:

«La cosa più sottomessa al mondo può sopraffare la più dura al mondo, quel che non
ha sostanza penetra in quel che non ha fessure.
Da ciò conosco il beneficio dell'attenersi al non-agire.
L'insegnamento che non usa parole, il beneficio dell'attenersi al non-agire, questi, al di
sopra della comprensione di tutti, sono solo per pochi al mondo»9.

L'arrendevolezza, jang, è dunque la qualità, propria dell'acqua e di tutto ciò che viene
associato al femminile, a cui l'uomo si dovrebbe adeguare sia nell'osservare la natura
sia nel conseguente modo di agire; in questo modo si evitano rovinose interferenze
sulla natura e sulla società umana. Non si tratta perciò di subire con inerzia, ma
piuttosto di rispettare gli eventi senza aggredirli e di conseguenza senza arrecare
squilibri.

Tan Chee Ing10 pensa che la dottrina del non-agire sia nata come risposta pacifista alla
situazione politica di quei tempi; un periodo travagliato che cominciò con il declino
della dinastia Chou a partire dal 771 a.C., a causa delle invasioni barbare dal nord, e
che si protrasse con la guerra civile.

Alla radice di ogni problema sociale Lao-tzû scorge infatti la bramosia di potere che
conduce all'aggressività e alla violenza; ogni aggressione e forza usata per controllare
e ordinare le cose porta ulteriore violenza e finisce quindi per fallire. Ecco che allora
Lao-tzû consiglia l'uomo di agire in accordo con la Via, avendo l'accortezza di non
trascurare il suo stretto legame con il mondo, di non alterare l'equilibrio delle parti Yin
e Yang, i due principi di cui sono composte tutte le cose. L'armonia, ho, risulta essere
infatti l'insieme di Yin e Yang; questi devono essere coltivati allo stesso modo senza
favorire l'uno o l'altro, solo così è possibile mantenere quell'equilibrio, che se
eccessivamente sollecitato può invece originare scompensi e disordini.

Tan Chee Ing identifica perciò il wei wu wei di Lao-tzû, il principio universale d'azione,
con l'applicazione della non-violenza a una situazione violenta storicamente concreta.
La traduzione che considera migliore è quella che accosta le parole opposte wei e wu
wei, proprio come Yin e Yang, e che suona come l'agire attraverso il non-agire, non nel
senso di completa inerzia ma di un'azione che punta all'attività del non-agire.

Il wei wu wei è la via per cui l'uomo può agire senza creare disordine in se stesso e nel
mondo; agire in accordo con il Tao significa agire in modo armonioso, imitare dunque
l'Assoluto che agisce armonizzando. La natura consiste infatti in una produzione
continua di armonia e la sua caratteristica fondamentale equivale alla spontaneità, tzu
jan, il naturale corso degli eventi. Se il movimento della natura è spontaneo, come la
crescita di un albero e lo scorrere dell'acqua, al contrario quello dell'uomo risulta in
gran parte artificioso, perché premeditato e intenzionale.

La spontaneità, a cui si dovrebbe conformare anche l'uomo, non corrisponde


banalmente al piacere di fare qualsiasi cosa si desideri, consiste piuttosto nel seguire la
propria natura in perfetto accordo con il cosmo e quindi con il Tao. L'azione ideale non
deve avere come scopo gli interessi del singolo, ma dovrebbe ricondursi
costantemente all'universalità del processo.

Dal momento che la Via è neutrale, perciò priva di risvolti morali che distinguono il
bene dal male in assoluto, quei canoni etici umani che l'uomo tende a proiettare su
tutto perdono ogni valida consistenza; a questo punto gli uomini non godono di alcun
privilegio e sono trattati come "cani di paglia"11:

«Il Cielo e la Terra non sono benevoli.


Per loro gli uomini sono come cani di paglia destinati al sacrificio.
Il saggio non è benevolo.
Per lui gli uomini sono come cani di paglia destinati al sacrificio...»12.

Qui Lao-tzû si scaglia contro l'antropocentrismo, propugnato dalla morale confuciana,


che diffonde l'illusione di occupare un posto di riguardo nel mondo, e di conseguenza
non porta ad agire in accordo con il Tao. Ancora una volta l'unica persona in grado di
seguire la Via è il saggio, che non si limita a una dimensione esclusivamente umana ma
rapporta tutto al processo universale di trasformazione che, non essendo regolato da
norme etiche umane, coinvolge allo stesso modo il Cielo, la Terra e l'uomo.

Anche Watts13 diffida dall'interpretare il wu wei come inerzia e mera passività, invita
piuttosto a considerarlo una forma di intelligenza, uno stile di vita. L'uomo che segue il
Tao conosce infatti i principi e le tendenze della natura, per cui si astiene da qualsiasi
forzatura o intervento. Il non-agire significa quindi seguire il flusso del Tao, o meglio le
venature di quel principio universale di organizzazione che è il li.
Se si rispettano le leggi di natura, lasciando che si esplichino liberamente senza
ingerenze da parte dell'uomo, non c'è bisogno di agire perché tutto si sistema da sé;
infatti all'interno di ogni fenomeno agisce il li, la forza che è in sintonia con il cosmo
intero e che rientra nell'universale processo di trasformazione.

Watts si sofferma inoltre ad analizzare i significati attribuibili alla metafora dell'acqua,


l'immagine preferita da Lao-tzû, e ritiene che sia senz'altro la più adeguata per
esplicitare il modo d'agire del Tao, la spontaneità stessa del processo.

L'ultima interpretazione di cui ci occupiamo è quella di Loy14, che sposta l'interesse


sul problema del rapporto tra soggetto e oggetto. Il wei wu wei, tradotto sempre come
l'azione della non-azione, rappresenta il paradosso centrale del Taoismo filosofico, da
cui derivano gli altri: la moralità della non-moralità, la conoscenza della non-
conoscenza, e così via.

Secondo il Loy prima di concentrare l'attenzione sugli aspetti che abbiamo appena
considerato, quali l'arrendevolezza, l'azione che deve essere naturale e spontanea,
l'astenersi da interferenze sul corso naturale, è fondamentale spingersi in profondità e
guardare alla radice; si scorge così un'azione non-duale, che è l'azione in cui non esiste
separazione tra il soggetto e l'oggetto.

L'azione della non-azione si realizza quando non c'è alcuna differenza tra il sé e il
mondo, tra la consapevolezza di un agente che compie l'azione e l'azione oggettiva che
è compiuta. L'agire risulta senza sforzo perché l'agente coincide con l'azione stessa.

Il wei wu wei taoista è il totale rifiuto da una parte di un'azione oggettiva e dall'altra di
un soggetto agente; il dualismo sorge perché l'agire tende a un risultato, alla
realizzazione di uno scopo che si ha in mente. L'unica via per trascendere il dualismo
del sé e dell'altro è di agire senza intenzionalità, senza l'attaccamento a un fine
progettato. Svanisce allora quella frattura tra la mente che si prefigge una meta e il
corpo utilizzato per ottenere quel risultato.

L'apparente paradosso del wei wu wei si risolve alla luce della non-dualità dell'agente
e dell'azione oggettiva; solo nell'agire non-duale scompare il senso di consapevolezza
dell'ego al di fuori dell'azione; risulterà a questo punto automatico l'adeguarsi al corso
naturale degli eventi e alla spontaneità della natura.

Da quanto abbiamo fino ad ora visto, appare chiaro che il wu wei, l'agire taoista,
richiede la massima attenzione in ogni circostanza; la mente, hsin, termine che in
cinese letteralmente significa cuore e che nell'antica Cina indicava l'organo di pensiero,
deve essere perciò sgombra da qualsiasi interferenza che ne oscuri la lucidità, e viene
così paragonata da Chuang-tzû a uno specchio che riflette chiaramente la realtà
circostante:

«...L'uomo sommo usa la mente come uno specchio; non accompagna le cose come
vanno o le accoglie come vengono, egli reagisce e non trattiene. Perciò è in grado di
conquistare le cose senza patire una ferita...»15.
L'uomo sommo è il saggio, la cui mente riflette come uno specchio la situazione che si
presenta di volta in volta senza trattenere le valutazioni che confondono la chiarezza
di visione.

I riferimenti a hsin sono quasi tutti associati al saggio illuminato, la cui differenza dagli
altri uomini risiede nell'uso della mente, nella sua capacità di rispettare lo spontaneo
armonizzarsi della natura, in grado di praticare l'atteggiamento mentale del "sedere e
dimenticare", consistente nel rimuovere quei pensieri che creano fratture tra l'uomo e
il corso naturale, tra l'Unità e la Molteplicità.

Il "dimenticare" o il "purificare la mente", renderla limpida come uno specchio, sono il


solo mezzo attraverso cui si possa realizzare il wu wei, e così conformare se stessi alla
spontaneità del Tao, evitando di stabilire distinzioni assolute e regole artificiose che
fanno perdere di vista l'Unità del cosmo e la sua fitta rete di correlazioni, le quali, se
rispettate, non possono non fare agire l'uomo nel modo migliore.

Il Graham16 ha insistito sull'importanza della metafora dello specchio; l'azione


spontanea si può realizzare soltanto nel caso in cui la mente percepisca con perfetta
chiarezza le diverse situazioni come fossero riflesse in uno specchio. L'uomo che
reagisce con pura spontaneità lo può fare in un solo momento e in un solo modo;
osservando infatti la situazione che lo stimola, egli scopre che la sua reazione è
inevitabile, in cinese pu te yi, ciò che non ha alternative, proprio come un riflesso fisico.

Il Graham osserva che i Taoisti parlano di spontaneità con una terminologia


curiosamente simile a quella della psicologia comportamentista; la coppia kan,
provocare, e ying, rispondere, richiamano infatti lo stimolo e la reazione di Pavlov:

«...Così è detto del saggio: nella sua vita procede con il Cielo, nella sua morte si
trasforma con le altre cose. Nella calma condivide il Potere di Yin, nel moto condivide
l'impulso di Yang. Non si muove per primo per trarre vantaggio, non prende
precauzioni per evitare guai: solo se stimolato reagisce, solo se spinto si muove, solo se
è inevitabile si erge. Rifiutando la sapienza degli antichi, prende a modello il Cielo...»17.

Prima di reagire il saggio rispecchia ogni situazione com'è obiettivamente; come uno
specchio quindi riflette solo il presente, non è saturo di informazioni trattenute dal
passato con il rischio di rimanere intrappolato in atteggiamenti obsoleti; e non è
neppure proteso verso il futuro, con l'intenzione di raggiungere una meta
precedentemente stabilita. Il saggio allora non viene distratto da fuorvianti tensioni e
percepisce ogni circostanza come nuova:

«...Kuan-yin diceva: "Non fermarti in posizioni fisse: le cose come prendono forma si
manifestano. In moto sii come l'acqua, in quiete sii come uno specchio, rispondi come
un'eco"...»18.

Il consiglio dell'autore è di abbandonare i punti di vista fissi e di attenersi a una visione


obiettiva; la situazione esterna, come prende forma, si presenta di momento in
momento in modo obiettivo. Il saggio è fluido come l'acqua, la quale non incontra
impedimenti perché si adatta alle curve del suolo; nel reagire la mente del saggio non è
soggetta alle agitazioni che oscurano la chiarezza di visione, egli svuota la mente e
lascia che le cose esterne entrino in lui, coglie le relazioni e poi agisce, o meglio
reagisce, la sua risposta è immediata come quella dell'eco ad un suono.

Secondo il Graham, dal punto di vista dei Taoisti, non si pensa nei termini di una
dicotomia tra l'agente razionale e la natura; per cui il primo valuta i fatti che accadono,
fa le sue scelte e resiste agli impulsi fisici e animali; oppure nel caso contrario il
soggetto si abbandona all'idea Romantica di spontaneità, come libero gioco di impulsi,
emozioni e fantasie. Nella mente del Taoista non si verificano separazioni né in un
senso né nell'altro, piuttosto è costantemente in atto una mediazione tra il sé e la
natura, dal cui ambito il primo non cerca di sottrarsi per dominarla ma si fonde
spontaneamente in essa. Il rispettare le cose nella loro obiettività implica che la mente
sia limpida come uno specchio, quindi neutrale e sgombra da valutazioni morali.

La chiarezza mentale, che consente il naturale svolgersi del wu wei, diviene anche il
presupposto della pratica quotidiana degli artigiani, protagonisti di molte storie del
Chuang Tzû; una tra le più famose è quella del cuoco Ting:

«...Ciò a cui il tuo suddito fa attenzione è la Via, ho abbandonato la tecnica. Quando


cominciai a tagliare i buoi, non vedevo altro che questi. Tre anni più tardi non vedevo il
bue come un intero. Oggi, entro in contatto attraverso il mio spirito, e non vedo con gli
occhi. Con i sensi so dove fermarmi, desidero seguire il corso dello spirito. Faccio
affidamento sulla struttura del Cielo, taglio lungo le giunture principali, mi lascio
guidare dalle principali cavità, mi regolo su ciò che è così per sua natura. Non ho mai
toccato un tendine o un legamento, mai un osso. Un buon cuoco cambia la sua mannaia
una volta all'anno, perché squarta grossolanamente. Un cuoco comune la cambia una
volta al mese, perché riduce in pezzi malamente. Io ho questa mannaia da diciannove
anni, e ho tagliato parecchie migliaia di buoi, ma la lama è come se fosse appena stata
affilata. In quel punto di congiunzione c'è un interstizio, e il filo della lama non ha
spessore; se inserisci ciò che non ha spessore là dove è un interstizio, poi, cosa potresti
chiedere di meglio, certamente c'è ampio spazio per girare la lama. Questo perché
dopo diciannove anni il filo della mia mannaia sembra fresco di affilatura. Comunque,
ogni volta che arrivo a qualcosa di intricato, io vedo dov'è duro da maneggiare e con
cautela mi preparo, il mio sguardo lo fissa, l'azione rallenta, a mala pena si vede il
movimento rapido della mannaia -e ad un sol tocco il groviglio è districato, come una
zolla si sgretola al suolo. Tengo la mannaia in mano, mi guardo orgogliosamente
tutt'intorno, mi compiaccio fino ad essere del tutto soddisfatto, poi pulisco la mannaia
e la ripongo...»19.

Molti degli episodi sugli artigiani sono impostati secondo uno schema che vede sempre
il sovrano nella posizione di chi impara dalle semplici parole di uomini umili; anche le
parole del cuoco Ting sono infatti indirizzate ad un principe che ammira la sua abilità e
che dopo averlo ascoltato dichiara di sapere finalmente come nutrire la vita,
praticando il suo stesso metodo nel governare l'impero. Il cuoco, quando incontra un
nodo specialmente intricato di ossa e muscoli, si ferma finché non ha assimilato tutte le
informazioni e poi taglia con un solo abile tocco.
Possiamo definire l'arte di vivere taoista come una sensibilità massimamente
intelligente, che sarebbe indebolita dall'analizzare e dal porre alternative, in
particolare nel caso di pratiche fisiche; se il funambolo per esempio si chiedesse in
continuazione dove muovere il passo successivo alla fine cadrebbe dalla fune.

Il problema sorge quando prevale la dicotomia tra il soggetto e l'oggetto, allora


l'agente comincia a porre le alternative e a chiedersi quale potrebbe essere la
soluzione migliore; in questo modo non fa altro che disperdersi in innumerevoli
direzioni con il rischio di non riuscire più ad individuare la giusta via.

Il segreto degli artigiani del Chuang Tzû è di non trattenere alcuna regola imparata da
apprendista come qualcosa di separato a cui si debba tendere -subentra in tal caso
l'intenzionalità e lo sforzo di raggiungere un fine prefissato- ma di fare attenzione
all'intera situazione e reagire affidandosi a una pratica che non si esaurisce nelle
parole ma che richiede la massima concentrazione per lasciare interagire
costantemente il piano interiore con l'esteriore.

L'errore fondamentale è quello di farsi distrarre dai pensieri che oscurano lo specchio
della mente; ma essere senza pensieri non significa essere sbadati, al contrario
corrisponde al più alto grado di concentrazione. Prima di agire, allora, è senz'altro
necessario pensare nel senso di riorganizzare; questo modo di pensare viene infatti
inteso in modo positivo ed espresso dal termine lun, che va distinto da pien, il porre le
alternative. In realtà le alternative non esistono, perché si escludono l'una con l'altra;
si realizza unicamente l'inevitabile, nel senso che, se gli elementi di ogni fenomeno
vengono ordinati secondo le loro interazioni e interrelazioni, il movimento dell'azione
non può che risultare spontaneo e naturale.

L'ideale di Chuang-tzû è di non avere scelte, perché riflettendo qualsiasi situazione con
perfetta chiarezza si può reagire in modo automatico in una sola direzione. Il Tao non è
quel che l'uomo desidera egoisticamente ma il corso in cui si trova anch'egli a scorrere,
e se rispetta l'evolversi naturale non ha alcun bisogno di pensare a cosa deve fare,
piuttosto si lascia agire da atti spontanei.

Il Graham ritiene che sia allora possibile rintracciare, al di là del rifiuto taoista di
imperativi etici, un unico sfuggente imperativo: «vivere in accordo con la Via», oppure
«vivere spontaneamente». Dovrebbe ormai essere chiaro che questo non è un invito ad
abbandonarsi alle emozioni e all'immaginazione soggettiva, ma piuttosto un richiamo
alla consapevolezza di tutte le interrelazioni cosmiche. L'ideale taoista è dunque una
spontaneità disciplinata dalla consapevolezza dell'oggettivo; l'imperativo di «seguire
la Via» può infatti essere tradotto con «reagire con consapevolezza» di ciò che è così
obiettivamente.

La consapevolezza sarà della situazione rispecchiata e di come si possono svolgere i


fatti nella loro obiettività, non di come devono essere fatte le cose in base a
motivazioni morali e prudenziali. I Taoisti non hanno scopi prefissati, ma solo mete
fluide a cui tendono spontaneamente, le quali sono in accordo con la Via a tal punto da
riuscire ad essere consapevoli dei fattori rilevanti per realizzare un'azione in armonia
con il cosmo.

L'azione risulta spontanea ed efficace soltanto se è presente quell'assenza di scopi che


si traduce in vuoto. Il vuoto è infatti una delle condizioni necessarie per poter praticare
il wu wei; lasciare agire il vuoto significa purificare lo specchio della mente da tutte le
motivazioni intenzionali che mirano sempre all'ottenimento di qualcosa. Nel momento
in cui svanisce l'idea di ottenere e si realizza un vuoto di finalità, l'intervento di chi
agisce è minimo e senza tensioni che sbilancino l'esecuzione.

Proprio come fa il cuoco Ting, il quale primeggia nella sua arte perché sa sfruttare il
vuoto; la carne si separa senza difficoltà quando muove la mannaia attraverso i suoi
interstizi, ed è come se non agisse, visto che il filo della lama resta sempre affilato.

Possiamo dunque scorgere nel vuoto, il Non-Essere, la massima utilità, il presupposto


necessario della realizzazione dell'Essere:

«Trenta raggi cingono il mozzo:


nel loro vuoto consiste l'utilità del carro.
Si rende cava l'argilla e le si dà la forma di vasi:
nel suo vuoto consiste l'utilità del vaso.
Si ricavano porte e finestre per fare una stanza:
nel loro vuoto consiste l'utilità della stanza.
Perciò: quel che esiste è tangibile.
Quel che non esiste è utile»20.

Notiamo che è attraverso la presenza del vuoto che le cose concrete soddisfano la
ragione del loro essere; la possibilità di utilizzarle deriva massimamente dal loro non-
essere, dal loro vuoto; Essere e Non-Essere, yu e wu, sono in costante relazione.

L'artigiano eccelle perciò nella sua pratica quando realizza il vuoto, non solo a livello
interiore, purificando la mente da pensieri premeditati, ma anche nel rapportarsi con
l'esterno, cogliendo l'utilità del vuoto e di conseguenza nell'utilizzo degli strumenti di
cui si serve. Ecco che tutti i livelli, dell'Essere e del Non-Essere, del pieno e del vuoto,
dell'esteriorità e dell'interiorità, risuonano armoniosamente nella dinamica
dell'alternanza degli opposti.

La pratica del wu wei, l'agire che ottiene il massimo effetto attraverso il minimo
intervento sul corso naturale degli eventi, viene applicata dai Taoisti non ultimo nel
modo di condurre la comunità umana; anche se non si può propriamente parlare di
politica perché il Taoismo si è sempre contrapposto ad un governo autoritario, tanto
da inclinare all'anarchismo21. L'unica alternativa all'assolutismo non era infatti
riposta nella democrazia ma nella totale abolizione dello stato centralizzato, e di
conseguenza di qualsiasi interferenza negli affari privati, di famiglia e dei villaggi.

Il nome che solitamente viene associato all'anarchismo cinese è quello di Lao-tzû, il cui
testo può anche essere inteso come un manuale di buon governo che invita al non-
agire e a lasciare che le cose trovino il loro ordine spontaneamente. La società ideale si
ispira a un tipo di vita molto semplice, in cui il saggio dà l'esempio senza regole
prestabilite e incoraggia le inclinazioni spontanee invece di soffocarle attraverso
convenzioni forzate.

«...Perciò nel governare il popolo, il saggio ne svuota le menti e ne riempie gli stomaci,
ne indebolisce la volontà ma ne fortifica le ossa. Egli lo mantiene sempre puro di
conoscenza e libero dal desiderio, e fa in modo che l'intelligente non osi agire. / Agire
nel modo del non-agire, e l'ordine prevarrà»22.

Il compito del saggio taoista, in quanto governante, è dunque di assicurare al popolo i


bisogni primari, vale a dire il nutrimento che ne riempie il ventre, e soprattutto di
distoglierlo da tutti quei desideri egoistici che gli impediscono di vivere in accordo con
il Tao. "Svuotare le menti" non significa mantenere il popolo ignorante per poterlo
manovrare, è semmai da ricondurre al concetto della mente limpida come uno
specchio.

«...Per questo il saggio dice,


io non agisco e il popolo si trasforma da sé;
io preferisco la quiete e il popolo si rettifica da sé;
io non mi intrometto e il popolo prospera da sé;
io sono libero da desideri e il popolo da solo diviene semplice come il tronco non
ancora intagliato»23.

L'intervento del saggio viene qui ridotto al minimo, egli ottiene il realizzarsi dei
migliori effetti con la sola semplicità. Dirigere e governare un popolo attraverso le
leggi significa corrompere il corso naturale degli eventi, quando invece per
organizzare una comunità in armonia con il cosmo intero, bisogna attenersi alle
inclinazioni naturali che si correlano spontaneamente:

«...Chiunque agisca manda in rovina.


Chiunque trattenga perde.
Perciò il saggio:
non agisce e nulla rovina,
non trattiene e nulla perde.
La gente che si occupa dei propri affari,
quando sta per ultimarli,
sempre li rovina.

Prestare attenzione alla fine come al principio:


poi niente sarà rovinato.
Perciò il saggio:
desidera ciò che è senza desiderio.
Non desidera i beni che sono difficili da ottenere.
Impara ciò che non è erudizione.
Ritorna su quel che la moltitudine ignora.
In tal modo favorisce il corso naturale delle cose
e non osa agire»24.

In questo brano l'arte di governo viene poi paragonata alla cottura di piccolissimi
pesci, che richiedono un'estrema delicatezza per non essere rovinosamente spappolati
rigirandoli troppo:

«Un grande paese deve essere condotto


nello stesso modo in cui si friggono piccoli pesci...»25.

Tutti questi consigli sul modo di condurre un paese sembra che mirino ad una
situazione politica e sociale decisamente utopistica, in cui ogni individuo, affidandosi
alla spontaneità sempre in accordo con il corso naturale del cosmo intero, sia in grado
di comportarsi nel modo migliore senza bisogno di regole e leggi.

Questa è senz'altro la soluzione più difficile a cui si possa tendere, perché implica che
ogni singolo uomo sia orientato nella stessa direzione di tutto il resto del mondo; può
risultare alquanto improbabile, se non addirittura impossibile, da realizzarsi,
soprattutto a causa delle inclinazioni poco pacifiste dell'uomo che non vive
conformandosi alla spontaneità della natura. I Taoisti ne erano certo consapevoli e per
meglio comprendere il loro punto di vista è necessario ricondurre il discorso al
contesto politico di quell'epoca, in cui prevaleva il potere feudale e la ricchezza era
concentrata nelle mani dei principi e delle loro corti. La corrente taoista, filosofica e
religiosa insieme, osteggiavano apertamente il feudalesimo e il sistema etico
confuciano, attaccandoli spesso con parole dai toni aspri e violenti:

«Quando il popolo è affamato,


è a causa delle troppe tasse
che vengono divorate da chi sta in alto ed è potente:
perciò il popolo ha fame.
Quando il popolo risulta difficile da governare,
è a causa delle troppe intromissioni
di chi sta in alto ed è potente:
perciò il popolo è difficile da governare...»26.

Il messaggio è qui esplicitamente diretto contro chi detiene il potere con


prevaricazione e ingiustizia. La battaglia taoista viene tenacemente condotta a tutti i
livelli, con l'obiettivo di tornare alla semplicità originaria attraverso la costante pratica
del wu wei, che sola consente agli uomini di vivere in armonia con il Tao, senza
forzature e abusi di potere.

Nei testi taoisti non vengono mai prescritte con precisione le azioni a cui il governante
si deve attenere; il sovrano, o meglio il saggio taoista, se comprende le molteplici
connessioni delle cose, sa agire spontaneamente secondo le interazioni cosmiche del
Cielo e della Terra, senza bisogno di quell'artificioso apparato di precetti morali e di
leggi.
Abbiamo visto come il wu wei, rovesciando l'abituale ordine di priorità della serie di
opposti, predilige Yin, il debole, l'arrendevole, il vuoto; in tal modo la componente
passiva non viene più ostacolata perché considerata vitale, fluida, feconda. La passività
dell'azione del saggio risulta in gran parte femminile, il suo contemplare la
sospensione del pensiero attraverso cui la mente controlla il respiro e le altre energie
fluide del ch'i, è un ritorno allo stato originario del neonato:

«...Nel concentrare il tuo respiro puoi divenire flessibile


come un bambino?
Puoi far brillare il tuo misterioso specchio
senza lasciare macchia?
Puoi amare le persone e governare lo stato
senza ricorrere all'azione?
Quando la porta del Cielo si apre e si chiude
sei capace di mantenere il ruolo della femmina?...»27.

Il Taoismo ci mostra poi come sia possibile derivare un'intera filosofia di vita da un
singolo imperativo: quello di rispecchiare le cose come sono obiettivamente e non
come si vorrebbe che fossero. La chiarezza di visione si realizza soltanto quando
l'uomo è in grado di seguire spontaneamente la Via, l'ordine misterioso che scorre in
tutte le cose. Il presupposto di tale chiarimento gnoseologico va rintracciato
nell'abbandono di mete prefissate e nella dissoluzione di categorie rigide da parte
della mente; questa infatti, se stabilisce distinzioni assolute, impedisce il libero
movimento delle attitudini spontanee, e di conseguenza ostacola lo sviluppo del
processo naturale cosmico.

Dati i rapporti relazionali che intercorrono tra i molteplici livelli della realtà, il centro
dell'attenzione della mente si muove liberamente in un panorama che muta senza fine;
le azioni così scaturiscono direttamente dalle interazioni tra le energie interne ed
esterne senza l'ostacolo di calcoli premeditati.

Si è infatti notato che per i filosofi taoisti non sussiste alcuna dualità assoluta tra il
soggetto e l'oggetto: nessuna parte di una dicotomia appare totalmente vera, in
quanto, per sussistere, si relaziona di fatto a quella ad essa opposta. Dalla
consapevolezza di questa reciprocità non può che derivare un'azione spontanea, che il
Loy ha definito "non-duale". Ciò significa che se la situazione viene rispecchiata con
perfetta chiarezza, si verifica l'inevitabile senza le innumerevoli possibilità di scelta
che oscurano lo specchio della mente.

La spontaneità del Taoismo, quindi, non va semplicemente identificata con


l'abbandono a qualsiasi istinto che potrebbe interferire con la tendenza naturale, ma
coincide con la pratica del non-agire, con l'azione in armonia con i processi cosmici che
si realizza solo nella piena consapevolezza di ogni mutevole situazione. Ecco che
risulta del tutto inutile l'operazione di stabilire delle regole di condotta da assumere e
poi applicare, ciò non farebbe altro che provocare azioni forzate e acuire quella
frattura tra soggetto e oggetto all'origine di squilibri.
L'idealizzazione taoista di una spontaneità priva di interferenze da parte del controllo
razionale si trasforma, in termini politici, nella fiducia in forze spontaneamente coesive
all'interno della società, piuttosto che in un ordine deliberatamente imposto dall'alto.
La figura del principe saggio del Tao Tê Ching diviene quella di un soggetto
consapevole dell'inutilità di controllare la comunità: il suo compito è di cogliere i
momenti e i punti cruciali per esercitare la minima pressione ottenendo i massimi
effetti.

Nel Chuang Tzû è più che mai imperante l'aspirazione di tornare a quella comunità
ideale dell'età dell'oro in cui si viveva in spontanea unità senza alcun bisogno di leggi e
sovrani. Tutto ciò risulta realizzabile solamente a patto che ciascun uomo pratichi il
non-agire, il principio taoista d'azione per cui non si pongono scelte intenzionali in
vista di scopi, ma ogni azione rientra nei processi naturali del cosmo. L'azione del
saggio non trattiene residui di nozioni accumulate dalle passate esperienze, non
ostacola le reazioni spontanee, ma rispecchia obiettivamente gli eventi e reagisce ad
essi senza pensieri intermedi.

Il wu wei equivale quindi alla capacità di vivere in accordo con il Tao; possedere la Via
significa interagire senza sforzo con le cose e cogliere, o meglio rispecchiare
chiaramente, il perenne flusso delle infinite trasformazioni.

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Note
1- Questo brano è riportato da J. Needham in Science and Civilisation in China, cit., pp.
68-69, che si avvale della traduzione di E. Morgan in: Tao the Great Luminant; Essays
from "Huai Nan Tzû", with introductory articles, notes and analyses, Shanghai,
1933.torna al testo ^

2- Cfr. A. C. Graham, Chuang-tzû's Essay on Seeing Things as Equal, in "History of


Religions", OX, no. 2-3 (November 1969-February 1970), pp. 137-159.torna al testo ^

3- Cfr., J. J. L. Duyvendak, The Philosophy of Wu Wei, in "Asiatische Studien", Zürich,


1947, pp. 81-102.torna al testo ^

4- «Dao as the eternal is unutterable simplicity. / Even though it is small / the world
dares not make it its serf...». TTC, cap. 32, p. 41. Wilhelm ed.torna al testo ^

5- «Know the male / But keep to the role of the female / And be a ravine to the empire.
/ If you are a ravine to the empire, / Then the constant virtue will not desert you / And
you will again return to being a babe...». TTC, cap. 28, p. 33. Lau ed.torna al testo ^

6- «One who possesses virtue in abundance is comparable to a new born babe: /


Poisonous insects will not sting it; / Ferocious animals will not pounce on it; /
Predatory birds will not swoop down on it. / Its bones are weak and its sinews supple
yet its hold is firm. / It does not know of the union of male and female yet its male
member will stir: / This is because its virility is at its height. / It howls alla day yet
does not become hoarse: / This is because its harmony is at its height...». TTC, cap. 55,
p. 62. Lau ed.torna al testo ^

7- Cfr., J. Needham, Science and Civilisation in China, cit., pp. 56-63 e pp. 68-70.torna al
testo ^

8- «The highest benevolence is like water. / The benevolence of water is / to benefit


all beings without strife. / It dwells in places which man despises. / Therefore it stands
close to Dao...». TTC, cap. 8, p. 29. Wilhelm ed.torna al testo ^

9- «The most submissive thing in the world can ride roughshod over the hardest in the
world - that which is without substance entering that which has no crevices. / That is
why I know the benefit of resorting to no action. / The teaching that uses no words, the
benefit of resorting to no action, these are beyond the understanding of all but a very
few in the world». TTC, cap. 43, p. 50. Lau ed.torna al testo ^

10- Cfr., Paul Tan Chee Ing S. J., The Principle of "Acting by not Acting", Wei Wu Wei in
the Tao Tê Ching, in "International Philosophical Quarterly", Singapore, 1971, pp. 362-
371.torna al testo ^

11- I cani di paglia erano dei fantocci che fungevano da offerte nei sacrifici, prima dei
quali venivano custoditi con venerazione, infine buttati e usati come
combustibile.torna al testo ^

12- «Heaven and Hearth are not benevolent. / To them men are like straw dogs
destined for sacrifice. / The Man of Calling is not benevolent. / To him men are like
straw dogs destined for sacrifice...». TTC, cap. 5, pp. 28-29. Wilhelm ed.torna al testo ^

13- Cfr., A. W. Watts, Tao: The Watercourse Way, New York, 1975; tr. it., Roma, 1977,
pp. 54-91.torna al testo ^

14- Cfr., D. Loy, Wei wu wei: Nondual action, in "Philosophy East and West", 35/1,
1985, pp. 73-86.torna al testo ^

15- «...The utmost man uses the heart like a mirror; he does not escort things as they
go or welcome them as they come, he responds and does not store. Therefore he is
able to conquer other things without suffering a wound...». CT, cap. 7, p. 98.torna al
testo ^

16- Cfr., A. C. Graham, Taoist Spontaneity and the Dichotomy of "Is" and "Ought", in V.
H. Mair (ed.) Experimental Essays on Chuang Tzû, cit., pp. 3-23.torna al testo ^

17- «...Hence it is said that the sage: in his life proceeds with Heaven, in his death
transforms with other things. In stillness shares the Power in the Yin, in motion shares
the surge of the Yang. He will not to gain advantage make the first move, will not to
avoid trouble take the first step: only when stirred will he respond, only when pressed
will he move, only when it is inevitable will he rise up. Rejecting knowledge and
precedent he takes his course from Heave's pattern...». CT, cap. 15, p. 265.torna al testo
^

18- «...Kuan-yin said: "Within yourself, no fixed position: things as they take shape
disclose themselves. Moving, be like water, still, be like a mirror, respond like an
echo"...». CT, cap. 33, p. 281.torna al testo ^

19- «... What your servant cares about is the Way, I have left skill behind me. When I
first began to carve oxen, I saw nothing but oxen wherever I looked. Three years more
and I never saw an ox as a whole. Nowadays, I am in touch through the daemonic in
me, and do not look with the eye. With the senses I know where to stop, the daemonic I
desire to run its course. I rely on Heaven's structuring, cleave along the main seams, let
myself be guided by the main cavities, go by what is inherently so. A ligament or
tendon I never touch, not to mention solid bone. A good cook changes his chopper once
a year, because he hacks. A common cook changes it once a month, because he
smashes. Now I have had this chopper for nineteen years, and have taken apart several
thousand oxen, but the edge is as though it were fresh from the grindstone. At that
joint there is an interval, and the chopper's edge has no thickness; if you insert what
has no thickness where there is an interval, then, what more could you ask, of course
there is ample room to move the edge about. That's why after nineteen years the edge
of my chopper is as though it were fresh from the grindstone. However, whenever I
come to something intricate, I see where it will be hard to handle and cautiously
prepare myself, my gaze settles on it, actionslows down for it, you scarcely see the flick
of the chopper - and at one stroke the tangle has been unravelled, as a clod crumbles to
the ground. I stand chopper in hand, look proudly round at everyone, dawdle to enjoy
the triumph until I'm quite satisfied, then clean the chopper and put it away...». CT, cap.
3, pp. 63-64.torna al testo ^

20- «Thirty spokes surround the hub: / In their nothingness consists the carriage's
effectiveness. / One hollows the clay and shapes it into pots: / In its nothingness
consists the pot's effectiveness. / One cuts out doors and windows to make the
chamber: / In their nothingness consists the chamber's effectiveness. / Therefore:
what exists serves for possesion. / What does not exist serves for effectiveness». TTC,
cap. 11, p. 31. Wilhelm ed.torna al testo ^

21- Sulla questione dell'anarchismo taoista cfr. R. T. Ames, Is Political Taoism


Anarchism?, in "Journal of Chinese Philosophy", 10, 1983, pp. 27-47,e J. P. Clark, On
Taoism and Politics, ivi, pp. 65-88.torna al testo ^

22- «...Therefore in governing the people, the sage empties their minds but fills their
bellies, weakens their wills but strengthens their bones. He always keeps them
innocent of knowledge and free from desire, and ensures that the clever never dare to
act. / Do that which consists in taking no action, and order will prevail». TTC, cap. 3, p.
7. Lau ed.torna al testo ^

23- «...Hence the sage says, / I take no action and the people are transformed of
themselves; / I prefer stillness and the people are rectified of themselves; / I am not
meddlesome and the people prosper of themselves; / I am free from desire and the
people of themselves become simple like the uncarved block». TTC, cap. 57, p. 64. Lau
ed.torna al testo ^

24- «...Whosoever acts spoils it. / Whosoever keeps loses it. / Thus also is the Man of
Calling: / He does not act, thus he spoils nothing. / He does not keep, thus he loses
nothing. / People go after their affairs, / and always when they have nearly finished /
they spoil it. / Pay attention to the end as much as to the beginning: / then nothing will
be spoiled. / Thus also is the Man of Calling: / He desires desirelessness. / He does not
desire goods that are hard to attain. / He learns non-learning. / He turns back to that
which the multitude passes by. / Thereby he furthers the natural course of things /
and does not dare to act». TTC, cap. 64, pp. 56-57. Wilhelm ed.torna al testo ^

25- «A great country must be led / the way one fries small fish...». TTC, cap. 60, p. 54.
Wilhelm ed.torna al testo ^

26- «When the people go hungry, / this comes from too much tax / being devoured by
the high and mighty: / therefore the people go hungry. / When the people are hard to
lead, / this comes from too much meddling / by the high and mighty: / therefore are
they difficult to lead...». TTC, cap. 75, p. 61. Wilhelm ed.torna al testo ^

27- «...In concentrating your breath can you become as supple / As a babe? / Can you
polish your mysterious mirror / And leave no blemish? / Can you love the people and
govern the state / Without resorting to action? / When the gates of heaven open and
shut / Are you capable of keeping to the role of the female?...». TTC, cap. 10, p. 14. Lau
ed.torna al testo ^