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LOOPING EFFECT E MUTEVOLI CATEGORIE

Due sentimenti eterni in perenne lotta,


La ricerca dell'ordine e il fascino del
caos:
Dentro questa lotta abita l'uomo, e ci siamo noi, tutti, ordine e disordine.
Cerchiamo regole, forme, canoni, ma non cogliamo mai il
reale funzionamento del mondo.

MezzoSangue

Questa relazione si pone l’ambizioso obbiettivo di mostrare il “Looping Effect”; espressione coniata da
Ian Hawcking in riferimento alle interazioni tra la psiche dell’individuo e il sistema di credenze, che ne
modella l’identità. Quanto si dirà appare semplice e quasi banale una volta compreso, poiché come
disse Hawcking “è ovunque”. Il miglior modo per restituire concretezza alla questione è fornire esempi
presi dalla quotidianità, osservabili da chiunque, senza necessità di competenze specifiche. Basterà
fermarsi un momento e guardarsi attorno. Proporrò il caso delle donne rifugiate con riferimenti ad
un’etnografia delle Banlieues e poi tratterò le Psicopatologie soffermandomi sulla Schizofrenia. È
necessario fare delle premesse riguardo al posizionamento e alle lenti focali per indagare:

The canonical way to understand social constructionism about human traits is as


suggesting that human traits emerge from experience of the world and as
emphasizing the role of culture in structuring the world so experienced

Questa affermazione appare nella “Stanford Encyclopedia of Philosophy” sotto la voce “Naturalistic
Approches to Social Construction” e sembra in sintonia con Scott Harris che, nel suo libro “What is
Constructionism?”, parafrasa le parole di Berger e Luckman:

Constructionist admit that mental functioning may depend partly on


biological foundations internal to the individual. However, they suggest
that mind’s sources and applications are profoundly social. (Berger e
Luckmann 1966)

Ogni cosa per essere pensata deve essere identificata, descritta; deve possedere un nome ed
essere collocata in un gruppo; affinchè possa essere compreso, rielaborato ed assimilato.
Viene spesso sottovalutata la forza della parola, così come la concretezza delle interazioni
sociali che modificano il nostro sistema di credenze, cioè la cultura e cioè quel che siamo.
“Nothing has reality until it is spoken of, or written about”, scrive Hawcking, forte sostenitore
del Nominalismo, che però prende le distanze spiegando che “Moreover classifications do not
exist only in the empty space of language but in institutions, practices, material interactions
with things and other people”. Per questa ragione bisogna precisare che “Semantics intrigues
the logician, but the dynamics of classification is where action is” (I. Hawcking, The Social
Construction of what?, 1999). Ogni raggruppamento, come ogni oggetto veicola idee,
credenze e pregiudizi e segna i limiti di azione degli individui che vengono posti all’interno. Le
categorie sono trasmesse, quindi apprese e diventano strumento per indagare e dare una
spiegazione al mondo. Dinamico è l’aggettivo che Hawcking aggiunge alla sua etichetta di
Nominalista: la I raggruppamenti sono in continua interazione tra loro e si modellano a
vicenda, incessantemente. Non si può parlare di categorie statiche, l’oggetto di indagine per le
scienze sociali sono le persone, TIPI INTERATTIVI, da non confondere con l’oggetto di indagine
delle Scienze Naturali le quali si occupano di TIPI NATURALI o INDIFFERENTI (Hawcking). Le
persone al contrario di oggetti inanimati, rispondono alla categorizzazione. Ogni azione è carica
di costruzioni sociali e lo spazio che occupiamo è sempre un contesto sociale; perciò anche
“l’osservazione empirica è carica di teoria e le teorie scientifiche sono esse stesse soggette a
massicce influenze sociali” (I.H, Historical Ontology). “How can any man imagine that the
names of things were imposed by their natures 1?”; questa domanda vale anche per la
tassonomia scientifica, creata e adottata dalle Scienze Naturali, le quali si compongono di
individui; ognuno dei quali rientra in questi stessi meccanismi in cui siamo tutti imbrigliati.
Come detto: Nessuno escluso.

“However once the distinctions were made, new realities effectively come into being 2”; però
“How do new ways to classify open up, or close down, possibilities for human action?” 3La
risposta è da ricercare nella psiche umana, lo stesso Durkheim disse che:

“se la società non è che un sistema di mezzi istituiti dagli uomini in vista di
certi scopi, questi ultimi devono essere individuali. […] Dall’individuo
derivano quindi le idee e i bisogni che determinano la formazione di società;
[…] di conseguenza le leggi sociologiche non potranno essere altro che
corollari delle leggi più generali della psicologia.4”

La fisicità della mente è rintracciabile nel cervello umano, mentre la concretezza dei
meccanismi psicologici è osservabile nell’interazione della psiche con la realtà. Mantenere un
approccio Naturalista ai fatti sociali vuol dire non escludere la fisicità della vita e dello stesso
corpo, mezzo con cui espediamo il mondo. Per molto tempo le scienze umane hanno cercato
di vincere il pregiudizio secondo cui esista una gerarchia tra le scienze: le scienze Naturali
considerate come “scienze dure”, esatte e concrete; le scienze dell’uomo come mera
letteratura d’intrattenimento. Da questo stereotipo sono nati in risposta atteggiamenti
differenti come i Costruttivisti più radicali che rinnegano la tangibilità della vita e degli stessi
atti sociali, non riconducibili in alcun modo, secondo loro, al piano fisico. Più ragionevoli sono i
Naturalisti, consapevoli che la realtà sia artefatto culturale e quindi sociale, affermano che ci
debba essere una base biologica o fisica su cui questi agiscono. In poche parole il “potere
costrittivo dei fenomeni sociologici attesta che essi esprimono una natura differente dalla
nostra, poiché penetrano in noi a viva forza”. 5 Bisognerebbe rammendare che il mondo non è
riducibile al bianco o al nero (se non in un mondo ideale, costruito solo di idee),la realtà che
viviamo è sempre sfumata. L’ossessione di raggruppare il mondo in base alla razionalità umana
comporta una semplificazione dell’esistenza. “We think of many kinds of people as objects of
scientific inquiry”, trattando “these kinds of people as definite classes defined by definite
properties.” Questo è il caso dell’obeso, dell’immigrato, dell’anoressico, del criminale e così
via. Tutti rientriamo in una categoria, tutti siamo infatti costretti in questo sistema di credenze,

1
Ian Hawcking parafrasa le parole di Hobbes, Hisorical Ontology, 1999.
2
Marshall
3
Ibidem
4
Durkheim, Le regole del mondo Sociologico,1963.
5
fatto di classificazioni che riduce l’individuo ad oggetto, bianco o nero. Questo “congegno” crea
persone, Make up people. “People spountaneously come to fit their categories”, dice Hawcking
osservando il costante lavorio dei modelli culturali nella costruzione dell’identità delle persone.
Gli individui non saranno più ciò che erano prima di venir classificati. Per comprendere come
avviene bisogna cercate nel Looping Effect.

“Il Looping effect è ovunque, […] se qualcuno parla di COSTRUZIONI


SOCIALI, dei geni dell’anoressia, parlano dell’IDEA. Gli individui CADONO
SOTTO l’IDEA, l’interazione tra idea e persone e le molteplici pratiche sociali
e istituzioni che queste INTERAZIONI COINVOLGONO: la matrice, in
sostanza”6

Per matrice Hawcking intende qualcosa che racchiude assieme elementi sociali e materiali.
Potremmo intenderla come il prodotto di Costruzioni sociali, intese a loro volta come idea o
concettualizzazione dell’oggetto sommate all’oggetto. Parlando di Looping Effect ci occupiamo
di tipi umani, cioè interattivi. Non ci riferiamo a cose come i quark, oggetto di studio delle
scienze Naturali, i quali esistono e funzionano allo stesso modo indifferentemente dal nome e
dalla spiegazione causale che gli attribuiamo; persino dal Sapere a cui li riconduciamo. Come
suggerisce la parola interattivi qui parliamo di oggetti in continuo mutamento, che prendono
forma in base al sistema di credenze in cui sono rinchiusi. L’esempio più eclatante sono proprio
le persone. Anche se l’espressione “libero arbitrio” suona un po' vecchia e biblica, l’homo può
scegliere come rispondere alle forze strutturali che fratturano quotidianamente la sua vita.
“People think of themselves as of kind, perhaps, or reject the classification” 7 ; però anche se
fosse in grado di rigettare la classificazione, questa lo pervade e contamina inconsciamente.
“What is curious about human action is that by and large what I am deliberately doing depends
on the possibilities of description”, secondo Hawcking infatti l’agency8 dipende profondamente
dalle descrizioni e idee veicolate alla categoria di appartenenza. Un esempio riportato nel suo
lavoro del 1999, “The social construct of what?”, parla delle donne rifugiate, “refugee woman”
come tipo umano. Il termine agency nel senso foucaultiano si lega sempre al discorso sul
potere.

“Nel XIX secolo il potere non si esercita più attraverso la forma solenne,
visibile, rituale della sovranità, bensì attraverso l’abitudine imposta ad
alcuni, o a tutti […]. A queste condizioni, il potere può abbandonare del tutto
la sontuosità dei rituali visibili, tutti i suoi drappeggi e i suoi marchi.
Prenderà la forma insidiosa, quotidiana, abituale della norma ed è così che
si nasconderà come potere e si presenterà come società”

Foucault parla delle nuove tecniche di controllo degli individui spiegando che creare categorie
e gruppi rende più facile governare le persone. Da queste premesse torniamo al tipo umano di
“donne rifugiate”. L’esempio di Hawcking viene preso da un lavoro di Moussa (1992) che si
intitola “The social construction of woman refugees”. Come suggerisce il nome, anche la
studiosa tratta la questione del rifugismo mettendo in luce come le donne (in questo caso)
siano un gruppo socialmente costruito. Ian sottolinea che “By living that life, she […] become a
certain kind of person”. La necessità di sopravvivere e il desiderio di avere un’esistenza
dignitosa è la ragione per cui sono disposte a scendere a compromessi, incarnando una figura
che non gli appartiene. Ogni donna ha storia e identità differenti che improvvisamente devono
6
Ian Hawcking, The social construction of what?
7
Ibidem
8
Con il termine agency intendo allo “spazio delle possibilità di azione di un individuo”, la capacità di
agire in risposta a qualcosa. In particolare mi collego al discorso Foucoultiano, in cui si parla di agency in
riferimento al rapporto uomo – potere.
modificare più o meno consapevolmente pur di non esser rispedite indietro. “The matrix can
affect an individual woman. She need to become a refugee woman in order to stay in Canada
[…]. She learn how to live her life”.9 I programmi di protezione, la burocrazia e i processi per
dimostrare di esser realmente in fuga da una guerra, la ricostruzione di episodi di vita che
devono soddisfare i criteri per essere riconosciute come “refugees woman”, accettare di farne
parte è solo la prima e l’ultima di tante pratiche che modificheranno per sempre come queste
donne si identificano e si riconoscono all’interno della nuova società in cui vivranno. Questo
caso non è confinato al Canada, ma è la storia di tante altre donne e persone che arrivano in
posti come l’Italia. Non stupisce che “This classification […] changes how some refugees feel
about themselves […] Hence in hat indirect way people themselves are affected by the
classification”.10 Il Looping Effect è come un circolo vizioso, un cerchio chiuso in cui le persone
e le cose sono inevitabilmente risucchiate. Questi cerchi si sovrappongono e si generano da
altri. Il Looping Effect è la causa della creazione di nuove persone attraverso l’interazione tra la
mente e il sistema di credenze di riferimento. Proprio in questo modo avviene che una donna
arrivi in un altro continente chiedendo asilo, qui entrerà in un nuovo contesto sociale in cui
risulta “deviante”, nella misura in cui è diversa per caratteri somatici, per provenienza e per
bagaglio culturale. In questa nuova nazione vi è un sistema di pensiero che veicola dei
significati ed ha accumulato dei saperi che a loro volta permettono di “interpretare” la nuova
figura estranea sotto una determinata luce: la visione è spesso quella (quando va bene), di una
donna vulnerabile. Quindi arrivando in un'altra nazione entrerà in una nuova identità
preesistente e preconfezionata in cui il sentimento di sopravvivenza (e quindi il non esser
espulsa) la spinge ad accettare di far parte di quel tipo umano, qui per esempio in quello di
“donna rifugiata”. Essendo tipi interattivi risponderanno rinegoziando la loro immagine giorno
per giorno, dando vita a identità diverse, che mai saranno quella in cui si identificavano prima
di partire. A loro volta il cambiamento di comportamento, legato al cambiamento interiore,
legato alla modifica di come sono viste, porterà ad elaborare di vivere nel nuovo paese
differenti. Restituirà immagini diverse al gruppo sociale che si trova nel nuovo contesto,
modificando di nuovo il loro modo di interpretare non solo la donna nella sua individualità, ma
tutto il gruppo stesso di donne come lei “rifugiate”. Questa ridefinizione delle credenze
comuni, dell’opinione pubblica, modificherà il modo in cui gli autoctoni interagiranno con le
nuove arrivate, modificando a loro volta anche queste ultime. Anche nel descrivere le
dinamiche del processo, pare di star disegnando un cerchio: ogni parte modifica e si modifica
incessantemente. Alcuni antropologi che si occupano di migrazioni hanno mostrato come

“Almost like an essentialized anthropological “tribe”, refugees thus become


not just a mixed category of people sharing a certain legal status; they
become “a culture”, “an identity”, a social world”, or “a community”. There
is a tendency, then, to proceed as if refugees all shared a COMMON
CONDITION OR NATURE”11.

Sembra che ci sia consapevolezza che i fenomeni sociali di essenzializzazione dell’altro e


riduzione della sua identità in sterile figura che non gli appartiene. È in questo modo che nasce
lo stereotipo: descrizione e categorizzazione dell’altro sulla base di pre-giudizi; vale a dire pre-
concetti. Idee non riscontrate, ma che si possiedono a priori, nel proprio bagaglio culturale.
Così si nutre il razzismo: non conoscenza dell’altro abbinata a sentimenti dati dal timore
dell’ignoto che essenzializza la cultura altrui, con conseguente idea che le persone provenienti
dal posto X siano tutte uguali. Poiché le credenze si trovano in un gruppo sociale sono generate

9
Ian Hawcking, The social constructionism of what?, 1999.
10
Ibidem
11
Liisa H. Malkki, From “Refugee Studies” to the National Order of Things, 26/02/2013
e generano a loro volta questo stesso gruppo; bisogna ricordare il ruolo che occupano tutte le
figure istituzionali e di governo in questa costruzione a priori dell’altro. Tutti i soggetti sociali
sono attraversati e contaminati dal pregiudizio e questo si può osservare semplicemente
accendendo il televisore ed ascoltando i politici contemporanei.

Tra maggio 2005 e giugno 2007 un antropologo e sociologo francese, Fassin, svolge un’attività
di ricerca sul campo, producendo una brillante etnografia sul lavoro quotidiano della polizia
francese nelle Banlieues di Parigi. Questi sono i quartieri periferici dove risiedono i migranti di
vecchia e nuova generazione, per la maggioranza di origini magrebine e subsahariane. Appare
immediatamente agli occhi del lettore la tensione tra la polizia e i giovani con cui
interagiscono. Il governo francese persiste nel motivare l’impiego di militari con la necessità di
maggiore controllo del paese, ma soprattutto delle zone periferiche, dove si concentrano gli
“stranieri”. Quindi attraverso una “strumentalizzazione mistificante che il potere politico fa
della rappresentazione di questi fatti, per costruire una presunta emergenza securitaria sulla
base di processi di razzializzazione e criminalizzazione della questione sociale” cercano “di
giustificare il disimpegno dello Stato dalla tutela dei diritti sociali verso una politica di
repressione e militarizzazione dei quartieri popolari.” 12 Fassin precisa come le statistiche, in
realtà, dicono che i crimini in Francia sono in diminuzione, con l’eccezione di quelli meno gravi
(come i piccoli furti o il consumo di hashish), che non variano di molto. Gli interventi delle
pattuglie in realtà sono

un richiamo all’ordine sociale, impongono a ognuno di rimanere al proprio


posto, mostrano ai giovani delle cités che sono sudditi dello Stato,
controllabili a piacimento da coloro che detengono in suo nome il monopolio
della violenza legittima. (pp. 301-302)

Il discorso politico a sua volta influenza le sentenze dei giudici che spesso scagionano i poliziotti
incriminati per atti di violenza nei confronti dei ragazzi, colpevoli solo di essersi trovati nel
posto sbagliato, al momento sbagliato. Finisce così che ci sono interventi mirati solo alle
Banlieues, a loro volta giustificati dalle statistiche che mostrano un maggior numero di crimini
nei quartieri popolari. È legittimo pensare che siano risultato della situazione economica degli
attori sociali (pensando ad esempio ai furti), e soprattutto dal fatto che gli unici crimini che
vengono verbalizzati sono quelli che avvengono là dove pattugliano: le Banlieues. Vi è almeno
un episodio riportato da Fassin in cui i poliziotti si trovano di fronte a dei giovani appartenenti
a classi sociali elevate che stanno fumando marijuana. Al contrario di come sono gli interventi
di fronte a dei ragazzi appartenenti a famiglie più umili (residenti delle Banlieues), le forze
dell’ordine si limitano a richiamarli e poi tornano al loro “dolce far nulla”. Niente viene inserito
nei verbali, nessuna conseguenza penale. Ogni azione sembra che ambisca a confermare il
pregiudizio dei poliziotti, ma anche degli organi di governo, che a loro volta influenzano e sono
influenzati dall’opinione pubblica. Nel 2005 due ragazzini “immigrati” muoiono fulminati in una
cabina elettrica dove si erano nascosti per sfuggire alla polizia che li inseguiva. Pare che
stessero giocando a calcio con dei coetanei e che l’intervento fosse per un controllo dei
documenti. Sono molte le storie simili a questa, episodi riportati dall’antropologo francese in
cui ragazzini vedendo le auto di pattuglia scappano, anche se non hanno commesso alcun
crimine, solo per il timore di essere l’ennesimo sopraffatto dalla violenza di questi uomini.
Spesso gli agenti ridono e deridono i giovani che li temono fino a questo, fino a morire pur di
nascondersi, nonostante siano “innocenti”. Temono le forze dell’ordine ed è quasi come se si
sentissero colpevoli. Anni dopo, tra il 2015 e il 2016, in Francia ci saranno diversi attentati
rivendicati dall’ISIS e quasi tutti per mano di figli di migranti, nati, cresciuti e formati in Francia.

12
Lorenzo Alunni, traduzione di La Forza dell’Ordine, Dieder Fassin, Pp. 204, La Linea, Bologna.
Se riconoscessimo che nella situazione parigina c’è un Looping Effect in cui i ragazzi dei
quartieri popolari sono considerati potenziali criminali dal Governo e trattati come tali dalla
polizia poiché esiste e persiste uno stereotipo, fatto di credenze e pre-giudizi in cui tutti loro
vengono considerati categoria o identità a sé stante (come nel caso delle donne rifugiate),
naturale, dettato da un fattore genetico; potremmo notare come lo stereotipo interagisce con i
ragazzi modificandoli nel profondo, portandoli al punto di mettere in dubbio la propria
identità: alcuni scappando quasi come fossero realmente dei criminali, altri risponderanno con
manifestazioni di odio e disprezzo, entrando in quella categoria in cui erano stati collocati
come “pericolosi” e affiliandosi poi a movimenti terroristici che a loro volta vedranno nei
“francesi parigini” persone degne di disprezzo, così come lo erano i poliziotti e gli stessi politici.
Se così fosse, potrei trovare conferma nell’idea che gli effetti dei circoli viziosi interagiscono tra
di loro, che si scontrano e si sovrappongono l’un sull’altro ed hanno effetti deleteri e diretti
nella vita del singolo, come sulla comunità. Su ognuno di noi.

Physical bodies are subjugated and made to behave in certain ways, as a


microcosm of social control of the wider population, through what he called
‘bio-power’.  Disciplinary and bio-power create a ‘discursive practice’ or a
body of knowledge and behaviour that defines what is normal, acceptable,
deviant, etc. – but it is a discursive practice that is nonetheless in constant
flux (Foucault 199113).

Devianza sembra essere il filo rosso del discorso e potremmo interpretarlo come il prodotto di
categorie confrontate ad un modello definibile “norma”. Focault parlava di nuove tecniche di
controllo, caratteristiche dei nostri giorni e nate nel XIV secolo. Il Potere per lui si concretizza
attraverso “boundaries that enable and constrain possibilities for action, and on people’s
relative capacities to know and shape these boundaries” 14; allo stesso modo Hawcking ritiene
che dare un nome, un’etichetta e riporre in un gruppo specifico le persone sia qualcosa di
Dinamico, che limita gli individui nella loro agency; preclude a priori sulla base di un’immobilità
sociale e fisica. Come per le “refugees woman”, I ragazzi delle balieues e ogni altra persona
“ways of being refers to the actual social relations and practices that individuals engage in
rather than to the identities associated with their actions, […] that generate 15categories of
identity”. Tutto ciò sembra innegabile alla vista di chi osserva le interazioni sociali.
Particolarmente suggestivo è pensare in questi termini le psicopatologie.

BIOLOOPING: quando le credenze lasciano segni sulla pelle


Negli ultimi periodi si parla spesso della malattia psichiatrica: nascono discipline come
l’Etnopsichiatria e l’Antropologia Medica in risposta ad una consapevolezza crescente che ci sia
ancora oggi, nel 2018, una tabuizzazione della psicopatologia. Nel vocabolario Treccani

Tabù (anche, ma solo nel sign. proprio e nell’uso scient., tabu) s. m. e agg.


[dal fr. tabou, ingl. taboo, adattam. di voce polinesiana]. – 1. s. m. a. In
etnologia e in storia delle religioni, interdizione o divieto sacrale di avere

13
Jonathan Gaventa (2003), Foucault: power is everywhere, www.powercube.net/other-forms-of-
power/foucault-power-is-everywhere/
14
Ibidem
15
Nina Glick Schiller, Conceptualizing Simultaneity: A Transnational Social Field, Perspective on Society,
2004.
contatto con determinate persone, di frequentare certi luoghi, di cibarsi di
alcuni alimenti, di pronunciare determinate parole, e sim., imposti per motivi
di rispetto, per ragioni rituali, igieniche, di decenza o per altri motivi […] In
psicanalisi, il termine indica ogni atto proibito, oggetto intoccabile,
pensiero non ammissibile alla coscienza, come nel caso emblematico
dell’incesto.
16

La definizione soddisfa il senso del termine tabù in riferimento alla malattia psichiatrica, un
“pensiero non ammissibile”, di cui “per motivi di rispetto” e quasi di “decenza” non si parla. Vi
è una forte ostracizzazione dei malati mentali; nessuno ne discute se non per luoghi comuni,
nessuno li vede perché, anche se son cambiati gli alloggi in cui risiedono 17, restano al margine
dei contesti sociali, confinati in spazi dove l’occhio del sano non può essere disturbato. Ancora
una volta ci occupiamo di una categoria confinata nello spazio dello stereotipo comune,
alimentato da pre-giudizi dei quali spesso le persone sono sicure a priori. Inizialmente si
potrebbe pensare che questa tematica debba essere rilegata al lavoro di dottori e psichiatri,
insomma alle Scienze Naturali. Al lettore attento sembrerà invece ragionevole che parlando di
psicopatologie convergano il “campo biologico” e quello “costruttivista”. Questo significa che:
se da un lato la malattia può essere trattata in termini di devianza biologica, quindi
considerazione dei disturbi come tipi naturali; dall’altro lato parliamo di persone: tipi umani,
quindi interattivi e l’oggetto principale è la mente. Queste persone non sane non fanno
eccezione nel possedere un certo (relativo) grado di agency, un “modo di stare al mondo” che
viene alterato e che continua ad essere rinegoziato. Il termine che Hawcking utilizza in questo
caso è Biolooping, che spiega come viene costruita la figura del malato mentale. In casi come
questo gli effetti del sistema di credenze ha sulla mente si manifestano attraverso il corpo, che
incarna le presunte o reali malattie. Il filosofo canadese spiega che i “cambiamenti [delle
nostre menti] idee può cambiare il nostro stato fisiologico 18”. Era il 1952 quando fu redatto il
primo DSM, (Diagnostic Statitical Mental Disorder), ovvero il manuale per la diagnosi
descrittiva dei disturbi mentali. Il DSM è ancora oggi il manuale più utilizzato al mondo in
ambito psichiatrico e psicologico. Nonostante le revisioni fatte negli anni, resta uno strumento
di dubbia utilità poiché essendo “Descrittivo” è una guida per classificare patologie e quindi gli
individui senza fornire spiegazioni causali dei disturbi; solo sintomi ricorrenti. Se si chiedesse a
degli studenti di psicologia cosa pensano della Schizofrenia (come ho fatto più e più volte io),
probabilmente la risposta rimarrebbe invariata: “una grave malattia”, “incurabile”. Questi
giudizi a priori erano di persone che non avevano conoscenza diretta di pazienti con questa
diagnosi e le loro posizioni nette rispecchiano il sistema di pensiero in cui siamo immersi. Il
nome schizofrenia fu impiegato per la prima volta nel 1908 da Eugèn Bleuler; però in
documenti che risalgono alla fine del 1700 19 appaiono descritti disturbi molto simili a questo. I
sintomi principali sono le psicosi, le allucinazioni uditive, difficoltà nel mantenere delle
relazioni affettive e momenti di forte aggressività. Come accaduto per tante altre malattie
anche per questa, nel tempo, è cambiato più volte il modo di vedere, etichettare, diagnosticare
ed in fine curare queste persone. Una conseguenza diretta è stato un cambiamento nel modo
in cui si manifestano le allucinazioni, il contenuto di queste e quindi l’importanza che gli si dà
nel diagnosticare il disturbo (Hawcking). Gli studi che formano le figure che si occupano di
queste persone si basano su un manuale ritenuto dalla maggioranza “non esaustivo”, i cui

16
Dizionario Treccani
17
Con questa affermazione mi riferisco alla chiusura definitivamente dei manicomi in Italia dopo la legge
“Basaglia”, nel 1994.
18

19
La prima testimonianza di Schizofrenia risale al 1792, lavoro di James Tilly Matthews.
sintomi con cui venivano classificati i pazienti sono caratteristiche ricorrenti ora in altre
malattie (disturbo bipolare, disturbo della doppia personalità etc..). In sostanza quel che si è
fatto e si fa è solo dare un nome ad un disturbo di cui non si sa molto.Eppure “la classificazione
come Schizofrenia affligge sensibilmente le persone”. Lo stigma sociale e la consapevolezza di
questo si somma alla profonda sofferenza che spesso causa la necessità per la persona di
rifugiarsi in un mondo parallelo. Weinberg spiegava infatti che “gli studi costruzionisti
dimostrano la profonda rilevanza dei processi sociali nell’emergere e nella valutazione di
disordini mentali” (1997). Ogni epoca, come detto, ha utilizzato etichette diverse per definire le
patologie e lentamente “sono state associate ad un regime di trattamenti i quali hanno
influenzato le esperienze di inclusione/esclusione”, il rapporto dei pazienti con la propria
famiglia, risultato delle stesse credenze costruite nell’espedire la malattia del proprio caro, che
a sua volta è stato strutturato dal modo in cui è stata affrontata la malattia e da come è stato
percepito il soggetto nei diversi contesti sociali. Ancora oggi non si conoscono le cause
biologiche di questa malattia, ma solo alcune caratteristiche ricorrenti nei pazienti
schizofrenici: accorciamento dei neurotrasmettitori e diminuzione di materia grigia. Non in
tutti i casi questo avviene, ragion per cui ancora oggi, neanche coloro che stanno cercando
l’eziologia hanno certezze in merito. Per avere un quadro più chiaro bisogna inserire un nuovo
elemento: la cura. Abbandonati lobotomia ed elettroshock, oggi i pazienti schizofrenici sono
trattati con psicofarmaci cioè psicotropi. Queste sostanze sono conosciute per il loro uso a
scopo ricreativo. Tra i sintomi ricorrenti nelle pagine web di psicologia e psichiatria si parla
anche di depressione. Secondo alcuni studi la depressione è causata a livello biologico da una
diminuzione di serotonina, neurotrasmettitore che regola l’umore; gli psicotropi di cui si
parlava prima, sono responsabili della diminuzione di questa sostanza. Non sembra ci sia
bisogno di essere un medico o uno psichiatra per dedurre che qui potrebbe esserci un
fenomeno di Looping Effect. Pazienti che presentano dei sintomi non riconducibili a cause
biologiche, diagnosticati per la maggior parte nello stesso periodo 20 ( come del resto avvenne
per altre patologie, quali il disturbo di personalità multipla), su cui si agisce con degli
psicofarmaci in quanto “Chemical treatment of the mentally ill is now very much cheaper than
psychological treatment”. Queste parole sono dello stesso Bleuler, il quale fu grande
sostenitore dell’esistenza di una base biologica nei disturbi mentali e nonostante ciò preferì
sempre la psicoterapia ai farmaci. Lo psichiatra svizzero visse tra la fine del 1800 e gli inizi del
1900, affermava che “[…]. It’s a luxury for most clinician in public service, for they do not have
the time for intense psychological care of many clients”; sembra non sia cambiato nulla da un
secolo a questa parte. Gli interventi per mezzo di farmaci sono il modo più veloce ed
economico per “risolvere I problemi”.

“Non ci sono differenze nitide tra il funzionamento di una mente normale e il


processo coinvolto nei disordini mentali […]. Tutti i fenomeni mentali sono
gerarchicamente organizzati, multidimensionali […] caratteristiche che non
aderiscono bene al modello medico su cui si basa DSM pratica” 21;

In parole povere molte persone si trovano ad essere etichettate come malate della patologia X,
di cui per ora non sono state riscontrate cause biologiche, ma si sa con sicurezza che la sfera
sociale, quindi quella emotiva e della psiche, sono fortemente tra i fattori che portano a
pscicosi. L’attenzione va all’individuo categorizzato: anche in questo caso si troverà a mettere

20
Come avvenuto per il disturbo di personalità multipla, pare che gli psichiatri che esercitavano la
professione quando i primi casi di personalità multipla furono diagnosticati, furono cosi affascinati dalla
patologia che cominciarono a suggestionare i pazienti fino a che questi entrarono “nel ruolo”. Intervista
a due studentesse, maggio 2018, Università Bicocca-Milano.
21
Nick Haslam, Classifyng Psychopatolhology, 2014
in discussione la sua identità, cercherà di resistere al vortice che “fa diventare quel che gli altri
pensano che siamo”; si scontrerà con un sistema di credenze in cui viene fortemente
ostracizzato, assumerà dei farmaci che modificano fortemente la sua personalità (e spesso lo
“atrofizzano”), con il conseguente cambiamento di interazione con tutti gli altri individui, in
qualsiasi contesto sociale, che a loro volta modificheranno le idee e i giudizi legati a quella
malattia con conseguente cambio di atteggiamento che modificherà per l’ennesima volta la
risposta del paziente al disturbo X. E così all’infinito prosegue il Looping Effect, ci saranno però
delle risposte concrete nella fisicità della persona, ecco perché Biolooping sembra ad
Hawcking un termine più esatto.

I Looping effect si configurano come cerchio chiuso in cui l’individuo spesso sarà portato a
confermare i pre-giudizi legati alla sua categoria. La struttura biologica ha un ruolo chiave:
studi sulla memoria in ambito cognitivo mostrano che le “persone tendono a dare un peso
maggiore alle prove che confermano le proprie ipotesi piuttosto che a quelle che le
contraddicono22”. Assieme ai sistemi di credenze veicolati dalla cultura di riferimento quindi,
la natura dell’uomo crea questi processi di costruzione dell’individuo: Appare inscindibile la
sfera fisica, biologica da quella sociale. Nel caso della Schizofrenia abbiamo prove fisiche degli
effetti delle interazioni e di quanto sia difficile spezzare un circolo vizioso. Questi pazienti infatti
vengono curati con dei farmaci psicotropi, che agiscono direttamente a livello psicologico ed
emotivo, modificando per sempre la sfera cognitiva. Non vi è una causa riscontrabile
biologicamente però la categoria è consolidata: sintomi come la depressione sono effetto
diretto dell’uso di psicofarmaci che in modo naturale diminuiscono la serotonina, quindi è
causato dalla prassi di cura e non dalla malattia in sé. Nonostante ciò la depressione rientra tra
i sintomi diagnostici, confermando il pre-giudizio, la descrizione della patologia e il sistema di
credenze è rinforzato. In tutto questo le persone che avrebbero bisogno di aiuto, devono
lottare e trascinar con sé il fardello di una diagnosi “ingombrante”, scontrandosi con i
pregiudizi del contesto sociale.

“Molti diedero al mio modo di vivere un nome


e fui soltanto una isterica.” 23
Alda Merini

22
Stereotipi e pregiudizi, Sapere.IT, www.Sapere.it
23
Alda Merini, Alda Merini, La gazza ladra.