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Tratto dal sito http://www.riflessioni.it/enciclopedia/watts.

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Recensione: La via dello Zen di Alan W. Watts


di Diego Pignatelli

Leggendo l'opera di Alan Watts "The Way of Zen", si ha l'impressione viva che Watts
abbia colto nel segno. Entrando specificamente nel tecnico, con esaudente e meticolosa
indagine in quella che la panoramica Zen e del buddhismo cinese ed indiano, Alan
Watts apre a guisa d'introduzione uno dei lavori pi sorprendenti e brillanti che abbia mai
svolto. Nel "la Via dello Zen" il genio eclettico di Alan Watts si fa superbamente versatile.
Tutto spogliato sotto gli occhi attenti di un Watts fermamente deciso nel voler
sottoporre il lettore alla "verit" dello Zen.
Verit che il fulcro dello Zen, scevra di ogni dicotomia (dvandva) che la frappone alle
categorie del pensiero e che la separa dall'uomo. Le categorie concettuali sono quelle che
Alan Watts definisce "le rigide maglie del pensiero" che dividono in "classi fisse e
separate".
Sono ancor di pi astratti chiusi in termini e convenzioni. Ed proprio sulle convenzioni
che Alan Watts batte il tamburo. Le convenzioni sociali ed etiche non sono altro che
etichette, il "Letto di Procuste" ossia l'educazione sociale. Il concetto del linguaggio
composto di categorie mentali (vikalpa) che filtrano la realt effettiva.
L'illusione del linguaggio proprio questa; la presunzione di descrivere in termini
concettuali quella che la realt cos com' (yatabutham).
La verit non pu essere la descrizione, cos stringendo in un pugno l'acqua, essa scivola
via tra le dita.
Il pensare filosofico,metafisico o tecnologico tende a questa impossibilit di voler
catturare la realt fluida dell' l'acqua nelle reti del concetto.
Non a caso Alan Watts insiste nella metafora dell'acqua comunemente usata dai taoisti
come principio da rifuggere nella non resistenza e nella cedevolezza.
"Lasciare la presa" una delle esortazioni affrontate da Watts con grande maestria.
Lasciare la presa non solo un consiglio raccomandato dagli antichi ma anche un modo
per "non farsi ingoiare dalla vita". Il nostro modo di guardare la vita una percezione
ristretta rivolta al particolare. Ma in tale particolare non pu essere in-clusa l'unit, cos
l'attenzione rivolta ad un ambito ristretto la nostra stessa percezione dualistica
dell'unit.
Tutto ci spiegato benissimo nella filosofia dell'Advaita Vedanta come nel mito Ind del
brahman.
Brahman l'equivalente di Tao. A questo proposito Alan Watts che gi un abile
interprete della filosofia Cinese e del Taoismo, dimostra di cavarsela formidabilmente in
quella che la descrizione esaustiva delle origini del Buddhismo, ossia l'epoca ind.
Sappiamo bene che il panorama indiano, vasto come l'oceano, altrettanto irresistibile di
quello cinese ed Alan Watts non tradisce le sue doti di interprete del pensiero indiano,
veste questa inconsueta da parte di Watts che stato sempre strettamente legato al
pensiero ed alla cultura cinese.
Alan Watts si prester anche all'uso di una terminologia sanscrita relativa al buddhismo
ma lo zen ci che pi impressiona nel repertorio di Alan Watts. L'abile descrizione dei
koan (aforismi zen) dello stile Chan, nelle scuole dei suoi patriarchi come Hui-neng e Tao
Sheng e dei suoi predecessori taoisti come Lao-tze e Chuang-tze, sono il campo
d'elezione di Alan Watts. La Via dello Zen come tanti altri di Alan Watts un libro da
meditare. Lo scopo dello zen se non altro proprio quello di far riflettere.
Alan Watts spoglia la verit di ogni categoria e lo fa con sottile ironia e perfetta
trasparenza, esortando il lettore ad uscire al di fuori del comune autoinganno.
Prendendo di mira proprio l'illusione dell'autoinganno, Alan Watts si diverte a
smascherarne l'intera struttura dualistica proprio come il gioco del "lila" dell'Induismo.
Nell'induismo viene esplicitamente dichiarato che colui che gioca "il giocatore" il primo

attore che recita l'universo (atman-brahman).


Il lila nell'idea di gioco a nascondino lo stesso che far finta di nascondersi per poi
ritrovarsi completamente nella visione totale del brahman.
L'esperienza divisibile ed al contempo indivisibile, sono parte dell'unione con l'assoluto
(brahman).
Ed proprio quest'esperienza che completamente oscurata dalla visione dualistica della
disunione dell'universo.
Crediamo che questo mondo sia fatto di tante parti scollegate e che queste parti debbano
essere la nostra vera visione del mondo.
L'analogia di scambiare il cartello per l'indicazione stradale e cercare di arrampicarvisi
sopra, una di quelle allucinazioni sottolineate da Watts come "falsa percezione" del
reale.
La falsa percezione un gioco in maschera che l'ego mette in atto. Tutto ci riserva solo
autoalienazione. L'illusione di un io come centro separato di azione allo stesso modo
come percezione isolata di se stessi fa parte di quell'elusivo processo che ha al fine il
diretto vantaggio di riportare l'uomo alla libera coscienza del brahman.
Alan Watts calca spesso quest'affermazione soprattutto nel concetto del liberato in vita
(jivan mukta). Il liberato in vita sconfina in un oceano distante ma a se stante vicino che
quello della realt.
Lo jivan mukta non vede secondo una prospettiva dualistica, non fa differenziazioni ne di
tipo oggettivo ne di tipo soggettivo, egli vive senza coinvolgimento emotivo, quasi come
osservatore separato ed allo stesso tempo implicato in ogni processo della vita. Il jivan
mukta il navigatore esperto che sa riconoscere la longitudine ed i meridiani, il vento e
le onde ed il corso della natura e della vita (jiva).
In conclusione questo naturale distacco si pu riflettere nella stessa arte di Alan Watts,
che come esponente tra i pi illuminanti di questo filone ci accompagna nelle sue letture
come un amico lungo il grande fiume della saggezza zen.
Diego Pignatelli Spinazzola - Napoli 13/3/2004