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SCARAMUZZO –

PAIDEIA MIMESIS

PRESENTAZIONE
È evidente che la potenza di quel rendersi simile propria della mimesi va incanalata, regolata,
sottomessa, indirizzata alla costruzione del sé e sottoposta della saggezza dell’educatore. Che deve
essere maestro di sé prima di essere maestro di altri. È così l’ascesi del maestro è la garanzia
dell’ascesi del discepolo.

PREMESSA
FILOSOFARE SULL’EDUCATIVO: è investigare appassionato e serio per guadagnare uno svelamento su
ciò che ha forza di rendere migliore l’uomo e la convivenza di cui questi è parte. Dove rendere migliore
vuole dire rendere più bello, più buono e più giusto. Dove la misura di questa riuscita è la felicità di
ciascuno.
In un moment di crisi come questo si rende necessario tornare ai grandi dinamismi che pertengono
all’umano nell’uomo per attingere energie radicali che consentano di dar fondamento solido e
procedere verso futuri equilibri che abbiano la forza di accendere il vivere dell’uomo con l’uomo. La
consapevolezza che ogni crisi che investe l’uomo è un problema del suo relazionarsi, tale
consapevolezza costringe chi si preoccupa dell’umanarsi dell’uomo al ricercare e all’indagare su di un
movimento che sia alla base del relazionarsi umano, e che esprima lì appartenenza dell’umano e del
non umano a un tutto.
L’opera la Repubblica di Platone si occupa del binomio paideia-mimesis

INTRODUZIONE
Esiste un gioco da bambini che tutti conosciamo: quello in cui si fa come se si fosse qualcun altro o
qualcos’altro. A questo gioco da bambino gli adolescenti e gli adulti, che sono li attorno, non giocano
più, leggono, passeggiano silenziosi, ma non atteggiano più il loro corpo, la loro voce, i loro gesti come
se fossero un animali, un personaggio o qualunque altra cosa che loro ben sanno non essere sé. Se
qualche adulto agisse così in un parco potrebbe incontro a conseguenze sgradevoli. TANTA PAIDEIA
IN OCCIDENTE SI È SPESA PROPRIO PER IMPEDIRE QUEL GIOCO; e che l’inibizione di quel gioco nel
singolo ha conseguenze serie nella convivenza umana. In questa ricerca si afferma implicitamente che
gi adulti non sanno + giocare a quel gioco appunto perché sono educati e che l’educazione che hanno
ricevuto se pur molto diversa, li ha resi adulti ed educati anche nella misura in cui è riuscita ad inibire
quel gioco. Ma se ciò fosse vero cosa nasconderebbe questo gioco di malvagio?
La mia tesi è che l’atteggiamento adulto sarebbe il risultato di una meticolosa azione educativa,
mentre, invece, il gioco in questione sia una dotazione naturale intrinsecamente umana

RAZIONALITÀ VERSUS MIMESICITÀ


Aristotele ha segnalato come la mimesis è caratteristica dell’uomo, l’uomo è l’animale mimesico per
eccellenza, si distingue dagli animali per l’intensità con cui quell’agire si manifesta. Attraverso la
mimesis l’antropos si procura le conoscenze principali e, inoltre, trae piacere dall’esercitarla. È facile
scorgere qui una stretta analogia tra l’agire dell’intelletto per conoscere e quell’agire globale attuato
dal bambino mentre gioca al gioco del come se, al gioco della mimesis, egli diventa le cose per
conoscerle, per riconoscerle. Non appena, però, si va a scuola questo gioco va interrotto perché essa
esclude la mimesis, facendo appello invece alla razionalità, che è caratteristica solo dell’uomo.
Al primitivo conoscere attuato dal bambino attraverso la mimesis, si deve sostituire il conoscere
logico-razionale. La mimesis trova qualche spazio istituzionale in luoghi marginali o elitari (es. attori).
Il mondo occidentale, però, è in una profonda crisi; è quando una intera società è in crisi è impossibile
non riconoscere l’esserci di un problema educativo. Sono in crisi i rapporti dell’uomo con la natura,
con gli animali, con gli altri uomini. Oggi la razionalità può servire all’uomo per ritrovare quel punto in
cui si è separata dalla mimesicità.
PAIDEIA E MIMESIS NELLA REPUBBLICA DI PLATONE
La riflessione sulla paideia con cui sarà necessario nutrire i cittadini della repubblica, ricopre un ruolo
cruciale ma il fatto che questa riflessione non possa procedere senza esaminare in profondità la
mimesis stupisce.
Platone inizia a parlare della mimesis nel libro II. Nel III la descrive ampliamente esemplificandola.
Nell’ultimo libro, dopo aver approfondito nel libro IV che cos’è paideia, e dopo aver distinto gli aspetti
dell’anima.
Le descrizioni presenti nella repubblica costituiscono il primo grande tentativo nella storia del
pensiero occidentale di cogliere questa attività umana della mimesis e di portarla alla coscienza
facendone oggetto di un’ampia e intensa riflessione.

1–
MIMESIS

UNA DEFINIZIONE INTRICANTE


Una rivalutazione della mimesis fondata su una rilettura dalla pagina platonica potrebbe aprire a una
riconsiderazione del suo valore in ambito educativo e forse al guadagnare una certa sveltezza
relativamente alle cause di aspetti radicali dell’attuale crisi. Tre cause del disprezzo per la mimesis:
1) Legato al contesto dove la definizione è inserita.
In questa definizione l’attività che descrive il significato di mimesis ci si presenta dimensionata
e calibrata su di un’altra realtà, quella realtà che per eccellenza era paideia in Atene: il poeta
Omero. Ricostruiamo il percorso che fa Platone per giungervi: nella prima parte della
Repubblica egli sta idealmente costruendo uno Stato che sia veramente giusto, le persone
diventano eccellenti nella misura adeguata al ruolo che dovranno svolgere per la convivenza,
se ricevono una retta paideia; la poesia nell’Atene in cui vive Platone, è la paideia + autorevole
per la formazione dei cittadini. È dunque necessario stabilire di cosa dovrà parlare, o come
dovrà essere la poesia per ottemperare alla funzione di essere retta paideia n grado di formare
cittadini e governanti e guardiani giusti. Dopo aver chiarito di cosa dovrà parlare la poesia, per
essere retta paideia, è importante stabilire quale forma dovrà assumere la poesia per svolgere
al meglio la sua funzione. È a questo punto che viene chiamata in causa la mimesis. GRAZE
ALLA MIMESIS è POSSIBILE RICONSOCERE 3 FORME DI POESIA:
- Mimesis sempre presente
- Non è mai presente
- Mista: la presenza e l’assenza si alternano.
Per giudicare della validità e dell’utilità di un forma di poesia rispetto a un’altra, Platone
articola il suo discorso esclusivamente intorno alla mimesis. GIUNGE A CONSIDERARE GRAN
PARTE DELLA POESIA MIMESICA QUALE NUTRIMENTO NON ADATTO A EDUCARE BENE,
PROPRIO IN VIRTÙ DI UN CERTO SINISTRO POTERE DELLA MIMESIS.
Socrate impegnato a dialogare sullo stile che i poeti e i narratori utilizzano per esercitare la
loro arte sviluppa il suo ragionamento prendendo a esempio la prima pagina dell’Iliade:
quando nell’opera il poeta fa parlare un personaggio in prima persona il poeta rende simile il
proprio modo di parlare a quello del personaggio che introduce a parlare e qui fa di tutto per
non mostrarsi: per suscitare l’impressione, in chi gode dell’opera.
La mimesis non interessa a Platone per se stessa, ma soltanto in quanto essa può aiutare a far
luce su quella che deve essere la retta paideia, cioè quella necessaria alla costruzione di una
convivenza bella, buono e giusta.
2) Legata al fatto che la definizione stessa chiama in causa una particolare competenza pratica
che ne impedisce la reale comprensione a chi non è esperto di quella pratica.
3) Legata alla tradizione invalsa di tradurre mimesis con imitazione.
Ad oggi è impensabile, in occidente, pensare una seria formazione culturale che escluda ogni rapporto
con la poesia e con le altre arti

MIMESIS: RENDERSI SIMILE SIA NELLA VOCE CHE NEI GESTI A QUALCUNO O QUALCOSA DISTINTO
DA NOI
La più grande condanno operata da Platone alla poesia si è trasformata col tempo alla condanna della
sola mimesis, condanna che si è spinta fino alla messa al bando.
Cos’è far la mimesis?
Rendersi simili a qualcuno è fare la mimesis di quel qualcuno o di quel qualcosa a cui si assimila.
Socrate introduce la mimesis quando è impegnato a distinguere le varie forme di poesia:
 Forma DRAMMATICA: totalmente mimesica in quanto il poeta non sembra parlare ma fa come
se fossero i vari personaggi a parlare.
 DESCRITTIVA: il poeta non fa alcuna mimesis, ma ci si mostra apertamente come colui che
racconta
 MISTA: il poeta mentre interpreta alterna la mimesis al racconto
Per definire questo stile, relativo alla poesia, Platone non si basa sull’osservazione della composizione
dell’opera in quanto oggetto in sé, ma sposta la sua attenzione sul piano dell’interpretazione
dell’opera. L’opera poetica viene riconosciuta attraverso il movimento dell’interpretazione attoriale
dell’opera stessa.

Ma SCARAMUZZO CREDE: sia sufficiente tornare a far rivivere in noi, da adulti, quella capacità che era
viva in noi quando eravamo bambini, e che ci consentiva di giocare a tutti quei giochi in cui si faceva
come se fossimo questo o quell’altro personaggio reale o fantastico. In assenza di un esperire adulto di
questo atto, si corre il rischio di fraintendere completamente cos’è mimesis, e di confonderla con
imitazione.

Si è appena sostenuto che se non si ha un’esperienza adulta dell’energheia in questione, si rischia di


confondere il rendere simile a un altro sia nella voce che nei gesti col l’imitarlo, cioè di confondere
l’atto mimesis con un altro atto umano: quello di RIPRODURRE L’ESTERIORITÀ DELL’AGIRE, del dire
di qualcuno, SENZA COINVOLGERE LA PROPRIA INTERIORITÀ.
C’è una immedesimazione nella mimesis. Nella mimesis si ha un atto creativo, vitale, che porta a delle
nuove conoscenze, cosa che non avviene quando si imita semplicemente.

Platone riconosce alla poesia, nell’attualità in cui vive, lo status di paideia più autorevole e influente ed
è la poesia a dover essere, prima di ogni altra forma di paideia, misurata a fondo e ortogonalizzata e se
necessario anche vietata in talune sue forme, al fine di rendere presente nello stato ideale soltanto
retta paideia.

LE DIMENSIONI PAIDEUTICHE
La mimesis non è qualcosa che concerne soltanto l’agire di chi è poeta, ma il far la mimesis può
appartenere all’agire degli uomini. Platone fa questa semplice scoperta: tutti gli uomini possono fare
quella mimesis che concerne il conformarsi nei gesti e/o nella voce.
La mimesis è qualcosa che si innesta nella paideia o viceversa?
Le due realtà si trovano intrecciate. Anche quella mimesis che si sarebbe portati a valutare come gioco
infantile si rivela infatti paideia che struttura radicalmente il soggetto fino a modellarne la voce, il
pensiero, corpo. Nell’organare platonico paideia e mimesis ci appaiono annodate: si diventa uguali a
ciò di cui si fa la mimesis ma non superficialmente, ma nelle nostre fibre + intime.
È proprio grazie all’approccio corporeo che Platone ci propone una sorta di antropomorfizzazzione di
tutto ciò che per l’uomo è oggetto di conoscenza.
NON SI TRATTA DI UMANIZZARE CIÒ CHE NON È UMANO, QUANTO PIUTTOSTO OFFRIRSI COME
MATERIA PLASMABILE IN QUELLA FORMA CHE PER CERTI VERSI È CREATA E PER ALTRI È PATITA
DAL SOGGETTO.

La mimesis è quella capacità che consente all’uomo di ricreare una qualsiasi realtà attraverso un
processo di trasfigurazione in una forma umana che si assuma in proprio. La mimesis segnala un poter
crearsi esteriore e certamente anche interiore a immagine e somiglianza di qualunque ente, anche
molto diverso da sé.
L’uomo ci mostra di possedere in sé tutte le armonie e tutti i ritmi che sono in natura, e mostra ciò
proprio perché possiede in sé e per sé la capacità mimesica, che gli consente di produrre con il
materiale che lo costituisce ogni genere di mutazione.
Platone tuttavia vede i pericoli della mimesis: nell’uomo dimostra sia la malleabilità sia la
proteiformità dell’uomo stesso, è dinamismo cruciale per la sua formazione, consente di suscitare
dall’esterno l’attivazione di dinamismi interno al soggetto, esponendolo al rischio di essere
manipolato.
In una modernità liquida potrebbe considerarsi come perfettamente educato un uomo in cui le
proprietà di malleabilità e proteiformeità fossero particolarmente allenate. La società della post-
modernità sembra richiedere ai suoi membri un perfezionarsi che è agli antipodi di quello che era
desiderato da Platone per i suoi cittadini. Si avverte qui la straordinaria attualità della riflessione
platonica: egli vede nell’azione paideutica della poesia, cioè nella mimesis che la poesia è in grado di
produrre il rischio di generare qualcosa di molto simile a una società liquida in cui si potrebbe
decretare la morte della paideia come sforzo di edificazione, in cui questa si ritroverebbe asservita a
quella stessa liquidità.
Il solo sviluppo della capacità mimesica non sembra però educare l’uomo e non lo rende una persona
utile per la convivenza anzi al contrario: il virtuoso nella mimesis sarà salutato come un grande artista
degno di molti onori, ma sarà considerato un pericolo sia per l’uomo che ignora la vera natura della
mimesis, sia per la convivenza.

Ma da 401b si apre un nuovo orizzonte: gli stessi effetti sull’interiorità del soggetto provocati dalla
mimesis poetica ci si presentano provocati, suscitati, accessi nel cittadino da qualcosa che non è la
poesia. TUTTE LE CREAZIONI UMANE CHE CI CIRCONDANO SONO MIMESIS.
Il relazionarsi del soggetto con l’opera dell’artefice viene qui svelata attraverso il concetto di
HOMOIOSIS che dice della modalità con cui il soggetto si crea interiormente. Homoiosis costituiva il
tratto essenziale della definizione di mimesis, viene così a distendersi su tutte le poiesi umane.
Anche se l’uomo non produce esteriormente una azione mimesica, sembra tuttavia patirla, la mimesis
sembra in qualche modo prodursi nell’uomo al semplice guardare o ascoltare quello che lo circonda.
Questo movimento ha la forza di creare conformando e opera senza che il soggetto stesso se ne
accorga (NEURONI A SPECCHIO).
Tutte le creazioni di un qualunque artefice sono mimesis, ogni essere umano subisce mimesicamente
qualunque creazione di artefice in cui si imbatte, perché è mimesica la modalità antropologica di
relazionarsi all’altro da sé.
Il bambino non è ancora pronto per vivere la verità ma può ugualmente attraverso la mimesis godere
della bellezza del logos, qui la mimesis avviene naturalmente attraverso il semplice contatto del
bambino attraverso la vista o l’udito con le belle poiesi umane.
In questo ultimo passaggio platonico troviamo esplicitata l’azione mimesica interiore attraverso 3
dinamismi:
1) HOMOIOSIS
2) PHILIA
3) SYMPHONIA
Che arricchiscono cos’è la mimesis di due delicate accezioni.

BINOMIO PAIDEIA-MIMESIS: se si fa la mimesis di qualcosa di bello si diviene belli se brutto si diventa


brutto.
La MUSICA che comprende anche i testi letterari sembra poter ricoprire un ruolo da protagonista
nell’azione paideutica: perché in grado di consentire al meccanismo mimesico di agire nelle maggiori
profondità dell’interiorità umana.

APORETICITÀ DEL LIBRO III


Una radicale questione è la seguente: perché Platone non è diventato brutto anche se è stato esposto al
brutto? In quale modo ha conosciuto quelle realtà non belle e non buone e come le ha riconosciute tali
e ne ha scoperto i pericoli legate alla fruizione mimesica? La profondità del vedere ha un suo proprio
telos?
Le risposte a queste domande non sono nel libro III: in questo libro c’è la determinazione di mettere al
bando i poeti e tutti coloro che propongono la mimesis in maniera indiscriminata e la cittadinanza per
quei poeti che propongono la mimesis del bello, buono e giusto.
Più avanti nel libro VI e VII approfondirà paieia e nel X reintroduce la mimesis.
2–
LO SVELAMENTO DELLA PAIDEIA

IL MITO DELLA CAVERNA


Apre il libro VII: focalizza l’attenzione su paideia. È un mito che rappresenta l’allegoria della
condizione della natura umana rispetto alla paideia e alla mancanza di educazione.
“Immaginati uomini in catene dentro una caverna senza che si possano muovere. Dietro a loro brilla una
fiamma lontana. Tra la fiamma e gli uomini c’è una strada sopraelevata dove uomini portano ogetti le cui
ombre si riflettono davanti agli uomini in catene. Se questi stessi uomini parlassero tra di loro degli
oggetti li crederebbero sicuramente come veri. Immagina ora di liberare quegli uomini e cerca di
immaginare come reagirebbero allo scoprire la vera verità, il solo guardare la luce gli creerebbe dolore.
Avrebbe voglia di raccontare tutto ai suoi compagni ancora prigionieri. L’educazione non è quello che
alcuni declamano che sia. Essi pretendono di mettere la scienza nell’anima che ne è priva, come se
mettessero la vista in occhi ciechi.”
Nel mito non si parla né di mimesis né di homoiosis, in esso troviamo degli uomini che si relazionano a
qualcosa che si fa presente ai loro occhi per cui dobbiamo anche immaginare che essi relazionandosi a
questo qualcosa attraverso il vederlo, si assimilino a quel che vedono. Ora mettendo insieme la
mimesis e tutto il percorso sviluppato nel mito capiamo che la mimesis, per essere buona paideia, deve
poter essere esercitata, non sul divenire, ma sull’essere di quel qualcosa e perché questo possa
accadere è necessario un vedere appropriato, un vedere di chi non si ferma all’apparire del qualcosa
ma procede oltre fino a guadagnare la visione dell’essere/bene che in qualche modo è causa di quel
qualcosa. Inoltre l’agire che consente di arrivare al vedere l’essere/bene è estremamente faticoso e il
prigioniero non po’ realizzarlo senza aiuto, ma solo grazie all’intervento di qualcuno che inizialmente
lo libera dalle catene a cui è costretto e lo costringe al movimento.

GIRARSI DALLE TENEBRE ALLA LUCE


Metafora che chiude il mito: l’occhio non è separato dal corpo, quindi sì il corpo deve avvalersi
dell’occhio in grado di vedere la causa di qualcosa, ma l’occhio non deve perché non può, girarsi da
solo. NON LA SOLA PARTE RAZIONALE, CON IL SUO OCCHIO, PUÒ CONSENTIRE ALL’UOMO DI
RICEVERE RETTA PAIDEIA, MA NECESSITA ANCHE IL CORPO.
Sembra dunque possibile relazionarsi all’oggetto della nostra attenzione anche con la sola capacità
a-razionale dell’anima, l’oggetto della nostra attenzione non può però in questo caso essere visto
nell’intensità del suo partecipare all’essere/bene e quest’ultimo per essere visto gli richiede qualcosa
che è congenere. Dunque nella dimensione paideutica il corpo è chiamato per primo al movimento,
solo con lui l’occhio può arrivare a vedere il sole, e il soggetto che ne è portatore, può uscire dalla non
educazione e abitare la paideia.

IL COINVOLGIMENTO CORPOREO
Il permanere di un dinamismo corporeo interiore legato all’homoiosis ci apre l’ipotesi che la mimesis,
nel suo riprodursi interiore, unita alla filosofia consente il vero nutrimento.
Perché ci sia paideia l’occhio si deve girarsi con tutta l’anima.
Se il corpo è girato da un’altra parte non abbiamo paideia. Nello svolgere l’azione educativa a cui sono
preposte la scuola e le altre istituzioni educative, per sortire i risultati sperati per il soggetto di cui si
occupano, potrebbero forse, lasciarsi suggestionare dalla mimesis per ripensare un coinvolgimento
corporeo.
Forse a volte il corpo degli studenti a scuola si ritrova girato in un’altra direzione rispetto a quella in
cui si vorrebbe che l’occhio guardasse. Nodale è per noi preoccupati dell’educativo, capire come
costringere la parte a-razionale dell’anima al voltarsi, cioè come provocarla affinché si giri e si
direzioni liberamente verso il vero oggetto del vedere del logos.
3–
PAIDEIA – MIMESIS

QUEL FARMACO CON CUI LA MIMESIS SI FA PAIDEIA


Libro X. Della poesia Platone decide di non accogliere la parte mimesica. Tutte le opere di questo
genere costituiscono un grave danno per lo spirito degli ascoltatori che non dispongono del farmaco.
I poeti che creano possono procedere nella loro opera fermandosi all’apparenza del qualcosa che
descrivono senza bisogno di indagare i che relazione è quel qualcosa che è oggetto della oro poiesi con
l’essere/bene. E se hanno proceduto in questo modo anche gli spettatori, se non possiedono il farmaco,
sono costretti a procedere in modo analogo, nutrendosi di quella mimesi superficiale.
IL FARMACO CHE NON RENDE PERICOLOSA LA POESIA è LA CONOSCENZA DELLA VERA NATURA
DELLA POIESI MIMESICA. La mimesis dei poeti è veleno per chi non conosce le poiesi quali sono
effettivamente.
Diverso è invece il procedimento di chi ha visto il Sole/bene, questi può guardare le ombre e in verità
faticherà a vederle superficialmente impegnato com’è a vederle essenzialmente proprio per quella
guadagnata capacità di procedere fino a vedere il sole che ne è la causa e vederle per quel che sono:
ombre, cioè il risultato di un qualificato rapportarsi al bene.
La mimesis è il concentrarsi della retta paideia, assimilazione del nutrimento utile alla crescita
dell’uomo e del cittadino, soltanto se è unita alla filosofia sulla natura della mimesis stessa; è cattiva
paideia, assimilazione di un nutrimento tossico per l’uomo e per la convivenza, se esercitata da chi non
ha inteso la vera natura della mimesis.
La modernità liquida in quanto essa ci appare come null’altro che un prodotto della capacità mimesica
lasciata ineducata, libera di espandersi, ma sarebbe più esatto dire costretta a espandersi senza potersi
però direzionare. Platone sembra suggerirci un’uscita paradossale da questo stato di crisi:
intensificare la mimesis tanto da procedere oltre l’apparire, animati da un’accesa tensione verso
l’essere, un intensificare che per Platone ha la forma della filosofia.
LA MIMESIS PAIDEUTICA SARÀ QUELLA CHE REALIZZA CHI GUARDA INTENSAMENTE LA REALTÀ
FINO AL VEDERE LA VERITÀ DI CIASCUN ENTE; una mimesis assai più impegnativa di cui si rende
capace chi a fatto il percorso faticoso che comporta l’uscire dalla caverna.
L’ARTISTA MIMESICO NON È NIENTE AFFATTO UN AUTENTICO CREATORE, NÉ UN AMANTE DEL
VERO, MA È UN SOFISTA CHE È IN GRADO DI PRODURRE PER UNA SORTA DI MECCANICISMO. Poesia
tanto affascinante da apparire vera, tanto povera di verità da essere inferiore a un qualunque oggetto
prodotto da un artigiano. L’arte mimesica è quell’arte che produce le ombre dei manufatti che sono
proiettate sulla parete della caverna, quelle ombre che i prigionieri credono essere la realtà vera.

L’agire mimesico nell’aedo è contestato da Platone in quanto egli produce mimesis senza preoccuparsi
di contattare l’essenza di ciò di cui si fa la mimesis. Il poeta come l’attore, così come lo spettatore, sono
contestati in quanto non fanno la mimesis con la profondità esigita dl vero: non ricercano il
rapportarsi al bene in quel qualcosa di cui producono la mimesis e perciò non colgono la relazione
essenziale che realizza quel qualcosa e lo fa un ente, proprio perché considerano quel qualcosa sotanto
per quel che in esso è apparenza.
LA MIMESIS SI PUÒ FARE IN + MODI, ED È UNA CERTA MODALITÀ DI FARE CHE VA CONDANNATA E
ALLONTANATA, NON LA MIMESIS IN QUANTO TALE: QUELLA CONDANNATA È QUELLA CHE HA
COME OGGETTO CIÒ CHE APPARE COSÌ COME APPARE.
L’importante è essere capaci di conoscere, non di fare la mimesis, perchp imprta non il saper far bene
la mimesis ma il fare la mimesis del bene. L’utopia platonica, per quanto concerne la paideia, opera su
due piani qualitativamente distinti ma che richiedono entrambi il ricorso alla mimesis: un piano
 TEORETICO: in cui si procede unendo la mimesis alla filo dell’educazione
 PRATICO: in cui si procede unendo la mimesis alla paideia che può prodursi anche senza il
piano teoretico, cioè senza preoccuparsi se sia buona o cattiva la paideia che si propone.
Un agire che avrebbe risposto ad entrambi i piani avrebbe fatto di Omero un vero educatore, invece
egli si è limitato ad abitare soltanto il secondo.
ABITARE ENTRAMBI I PIANI È L’IMPEGNO CHE PLATONE PESEGUE PER SE’ E CHE SUGGERISCE A CHI
VUOLE OPERARE PER IL SUO STESSO FINE: RENDERE BELLO E BUONO L’UOMO E LA POLIS.
È la capacità MAIEUTICA che consente a chi e è esperto di riconoscere se l’altro ha generato qualcosa
di vivo che risulta essere determinante per valutare se una azione è per l’uomo e per la convivenza
oppure non lo è.
La più pesante accusa di Platone alla poesia è quella di dire che essa riesca addirittura a guastare le
persone dabbene, eccetto ben poche. Nello Stato va ammessa solo quella poesia costituita da inni agli
dei ed elogi agli onesti.

LA MIMESIS CHE FA BELLI E BUONI


La mimesis paideutica è quella che si fa dopo aver guadagnato lo sguardo sinottico fuori dalla caverna,
quando si guarda ogni cosa alla luce del bene. Essa svela l’esserci dell’uomo attraverso l’atto con cui
egli può attingere soggettivamente alla verità dell’ente ed essa è al contempo anche quel movimento
tramite cui l’essere dell’ente e l’essere nell’uomo guadagnano una manifestazione oggettiva.
Poeta Platone lo è nel momento in cui canta di un uomo onesto quale è Socrate.
I discorsi presentati nei dialoghi sono mimesis e immagine di qualcos’altro. Il fatto che Platone critichi
la mimesis e poi sviluppi i suoi ragionamenti attraverso di essa è facilmente rilevabile all’interno della
stessa Repubblica: il mito della caverna è chiaramente un dipinto, una mimesis di qualcos’altro, non
però il frutto di un’arte puramente imitativa, ma piuttosto, di un’arte mimesico-creativa, paideutica.
L’uomo quando si fa ricercatore dell’essenza si edifica attraverso la mimesis: guardando al bene
realizza necessariamente la mimesis in grado di essere vera paideia per l’uomo.
È IL BENE CHE SI AFFERMA COME CAUSA DI TUTTO.
La mimesis mostra tutto il suo splendore solo quando incontra la NATURA FILOSOFICA che è propria
dell’anima che vuole tendere assiduamente all’interezza e alla totalità del mondo divino e umano. È la
retta paideia che eleva la parte migliore dell’anima alla contemplazione della parte migliore degli enti.
ALLORA LA MIMESIS UNITA ALLA FILOSOFIA O FORSE UNA FILO MIMESICA IN GRADO DI
INTENDERE SEMBRA ESSERE LA SOLUZIONE PROPOSTA.

PRO-PROLEGOMENI (trattato introduttivo) PER UNA PEDA DELL’ESPRESSIONE


Ipotesi/domande:
1) E se una spiegazione a questa crisi fosse intimamente nascosta in quel gioco concesso ai
bambini e negato agli adulti?
2) E se l’attuale crisi potesse essere letta come crisi di un paradigma educativo fondato sulla
contrapposizione tra razionalità e mimesicità?
3) E se un’uscita, umanamente bella e buona, da questa crisi fosse in un’azione educativa che
riconsiderasse radicalmente la valenza della mimesicità per l’umanizzazione dell’uomo?
Credo si debba azzardare a rispondere sì alle 3 domande. L’autore crede che sia proprio la
non-educazione-a-direzionare la nostra mimesicità che ci consente di mettere in atto comportamenti
che non tengono conto della gravità delle conseguenze negative che questi stessi comportamenti
hanno per altri esseri umani. E che è il non saper padroneggiare la mimesis che è alla radice
dell’esprimersi e del formarsi umano a impedirci di incontrare veramente una cultura diversa da
quella in cui siamo cresciuti. E che sia sempre questa mancanza che ci consente di distruggere la
natura o di distorcerla fino a straziarla.
DEPRIVATI MIMESICAMENTE, INCAPACI DI RENDERCI SIMILI NELLA VOCE E NEI GESTI, E
IGNORANTI DEI DINAMISMI MIMESICI MOLTI INSEGNANTI E EDUCATORI FATICANO A VIVERE, E A
FAR VIVERE QUELLO CHE VORREBBERO INSEGNARE; E STUDENTI E EDUCANDI FATICANO A VIVERE
QUEL CHE SI VORREBBE INSEGNARE LORO PERCHÉ PRIVO DI ENERGIA MIMESICA E SI RIVOLGONO
COSÌ VERSO QUEI MEDIA MIMESICAMENTE EFFICACISSIMI CHE POPOLANO L’ATTUALITÀ.
L’umanità rischia di consegnarsi, così liquida e priva di qualunque farmaco, nelle mani di poteri forti
che programmano ordigni mimesici, troppo spesso senza nessuna passione per la bellezza umana.
Bisogna avere la certezza che se si migliora la sinergia vedere-mimesis si migliora la capacità di vivere
veramente in sé l’altro da sé, e si lavora per la costituzione di un convivenza globale e multietnica che
aspiri all’utopia di una felicità condivisa.
Si troverebbe così anche un strada per rendersi capaci di quella tanto nominata EMPATIA.
QUESTA NUOVA PEDA DEVE SAPERE ATTINGERE A TUTTI I CAMPI DELLA CONOSCENZA UMANA, MA
ANIMATA DA UN RESPIRO SCHIETTAMENTE ANTROPOLOGICO DEVE TROVAE LE SUE ENERGIE
FONDANTI IN LUOGHI PRECISI: FILO DELL’EDUCAZIONE, AZIONE DIDATTICO/FORMATIVA,
DANZA/MIMO E TEATRO.

1) FILO DELL’EDUCAZIONE: consente di guadagnare il farmaco attraverso il quale la mimesis può


farsi paideia. Essa è ricerca appassionata e disinteressata per i dinamismi che regolano lo
sviluppo dell’umano nell’uomo.
2) AZIONE DIDATTICO/FORMATIVA: momento sperimentale applicativo in cui la realtà della
mimesis può incontrare esseri umani che si vogliono essere educati e in cui se ne può
misurare l’impatto umanamente formativo a cominciare da quegli aspetti dell’educabilità che
concernono l’istruzione e l’apprendimento.
3) DANZA, MIMO E TEATRO: perché attraverso l’opera degli artisti è possibile vedere in atto la
capacità mimesica nella sua modalità più incarnata e da queste discipline muovere verso tutte
le altre materie artistiche in cui la mimesis ha le sue manifestazioni + intense e pure.