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Per capire un po’ meglio l’opera e la vita di Antonio
Stradivari, noi ci centreremmo nel XVII e nel XVIII
secolo. Ma per raccontare bene questi successi, do-
vemmo andare ancora un po’ più indietro, cioè, alla
fine della seconda metà del Cinquecento denomina-
ta Rinascimento.

Ormai, il Rinascimento sta per concludersi, lasciando


strada a quell'epoca che conosciamo come Barocco,
fine Cinquecento, inizio Seicento, ed è in quest’epoca
in quella che ci centreremmo di più. Il violino prese
un posto considerabile in quest’epoca. Utilizzato ini-
zialmente in piccoli gruppi e feste della borghesia,
via via si aprì passo in formazioni più grandi, fino
arrivare a formarne le grandi orchestre d’archi, che
nel trascorso del Seicento, del Settecento e ancora
nell’età Romantica, proseguirà espandendosi. In tutto questo tempo, il violino soffre varie modi-
fiche, ma non è niente comparato con le modificazioni che soffrirà alla fine del Settecento, quan-
do i musicisti chiedono molto più dal suo strumento, e i liutai sono in certo modo obbligati a fare
delle modifiche che cambieranno radicalmente lo strumento.

Nel 1540, nacque Gasparo da Salò (Brescia), a cui se li attribuisce il titolo di “padre” del violino
tale e come lo conosciamo oggi, ma tanti altri lo attribuiscono ad Andrea Amati (Cremona),
nato nel 1510. Le prime testimonianze documentate dall’esistenza del violino si trovano in Fer-
rara, nel dipinto di “Garofalo”, nel Palazzo di Ludovico il Moro, e l’altra, nel dipinto “Madon-
na degli Aranci”, di Gaudenzio Ferrari, nella Chiesa di S. Cristoforo in Vercelli. Una per la sua
antichità, e l’altra, per la sua indiscutibilità.

La prima volta che si scrisse la parola violino in italiano, si trova in un documento pontificio
del 1538, quando il papa Paolo III, organizza un incontro a Nizza tra Francesco I e Carlo V e si
porta con se trombonisti di Bologna, trombe, tamburi, suonatori di bombarde di Genova e vio-
lini Milanesi. Pochi anni dopo, Carlo V diventa il re di Francia, conosciuto come Carlo IX. La
sua madre, appassionata della danza e della musica, nel 1555 prende per la sua corte un grup-
po di musicisti lombardi, tra i quali si trovava il virtuoso Baldassare di Belgioioso, più cono-
sciuto con il suo nome francese Balthasar de Beaujoyeulx. Ed è a questo punto nel quale il re
Carlo IX, ordina al maestro liutaio Andrea Amati, un’orchestra. Si dice che fossero 24 violini, 6
viole e 8 violoncelli, tutti decorati con le armi reale e tutti pieni di ornamenti nelle fasce. Non si
sa con sicurezza, perché quasi tutti sono persi.

Lasciamo il Cinquecento e entriamo nel Seicento, il secolo di Stradivari. In questo secolo, la


musica conosciuta oggi come classica, si diffonde ancora di più, e nuovi musicisti cominciano
a sorgere. Nel 1619, Michael Prœtorius, pubblica un libro chiamato Syntagma Musicum, nel
quale posiamo vedere un disegno di vari strumenti, si può leggere anche “e dal momento che
tutti sanno tutto sulla famiglia del violino, non è necessario dire o indicare nulla di più al
proposito”.

Possiamo dire, dunque, che nel 1600 si conosceva abbastanza bene tutto quello che involtava il
violino e i suoi fratelli. Nel 1607, Claudio Monteverdi, scrisse per prima volta un’opera (l’Or-
feo) in cui c’erano inclusi due violini come melodia principale, e tutto seguito, il 22 d’agosto da
1609, questo pezzo fu suonato per prima volta in Mantova, dedicato al “Serenissimo Signor F.
Francesco Gonzaga”, principe di quella città. Nel 1610, troviamo la pubblicazione “Concerti
Ecclesiastici” di Giovanni Paolo Cima, nella quale ci sono quattro sonate per uno o due violini e
accompagnamento. Come dice il nome della pubblicazione, erano concerti ecclesiastici, quindi,
possiamo capire che il violino era già incluso nella musica sacra e nelle chiese. Ma non era così.

Le primiere mise con violino in Italia furono celebrate nel 1650 (con il fine di aiutare al coro
della chiesa) a mano del maestro musicista Tarquin Merula, a Bergamo. Prima, soltanto si
permettevano strumenti a vento. I preti, avevano paura che tutti quelli nuovi strumenti nella
chiesa facessero assomigliare la musica sacra alla musica secolare.

Allo steso tempo, a Bologna, si sviluppava una piccola scuola della basilica di S. Petrorio. Fu
una gran fonte di musicisti di strumenti ad arco; questi erano ragazzi orfani che la chiesa pre-
parava culturalmente tanto come musicalmente. I maestri più conosciuti furono Maurizio
Cazzati (1657-1671), Giovanni Colonna (1671-1696) e Giacomo Antonio Perti (1696-1756). La
basilica continuò prendendo orfani, e la scuola di musica fu aperta per tanti anni.

Ritornando alla liuteria, dovemmo sapere che, di Gasparo da Salò deriva la scuola bresciana, e
si pensa che fu attiva fino alla fine del Seicento circa, in cui i migliori alunni furono Giovanni
Paolo Maggini, e i membri della famiglia Rogeri.
Da Andrea Amati, invece, deriva la scuola cremonese, dalla che sono conosciuti la famiglia
Guarneri, e la sua stessa, i suoi figli Antonio Amati e Girolamo Amati, e il suo nipote Nicola
Amati; di quest’ultimo, Nicola, continua la scuola cremonese con alunni come Giovanni Gran-
cino, che fu dopo a Milano, Sanctus Seraphin, che lui se n’andò a Venezia, e qualche anni dopo
arriva Antonio Stradivari. In quell’epoca esisteva anche un’altra scuola di grande prestigio ol-
tre di quella di Cremona o Brescia. In Francia troviamo la scuola di liuteria dedicata al suo re
Luigi XIV. Questa scuola incarnava soprattutto la tradizione del suo equilibrio e la sua elegan-
za inaugurata da G. B. Lulli. Queste tre scuole scambiavano conoscimenti fra loro con le espe-
rienze dei viaggiatori, con le richieste dei musicisti, scambi di musiche e di abitudini e contatti.

L'attività liutaria di Stradivari era coinvolta nella vita musicale dell’Italia centro-nord, cioè,
Milano, l’area lombardo-padana, il Piemonte e tutto il territorio di Venezia (in gran parte do-
minato dagli Spagnoli, e poi dagli Austriaci). È perciò che Stradivari era conosciuto in gran
parte d’Europa.

La musica più stesa nell'Italia centro-nord e il resto d’Europa era la musica conosciuta come
la Sonata violinistica “a solo” o “a tre”, nelle varietà di musica di chiesa e musica di camera.
La Sonata “a solo” (conosciuta anche come “a due”), era composta di un violino e di un vio-
loncello (qualche volta con una viola da gamba, ma meno spesso); invece, la Sonata “a tre” si
suonava con due violini, e con uno strumento che faceva di basso (il violoncello o la viola da
gamba). Nella borghesia, si stilava molto l’inculcare ai giovani una cultura elevatissima, e
quasi sempre era avviata verso la musica. Ed è perciò che i liutai avevano un’alta domanda
di strumenti.

Nel passo del tempo, la musica di camera, si apre strada tra la borghesia e prende un impor-
tante posto nella vita quotidiana. Ogni volta, la richiesta di musica era più notevole, ma le sale
per concerti si riempivano così tanto, che molto spesso la gente non poteva assistere ai concer-
ti, quindi si trovò una soluzione, cioè, fare più d’un concerto al giorno. Al principio fu una
buona idea, ma con il tempo, i musicisti si stancarono di suonare tante volte. Fu allora in Ro-
ma, quando nel 1666 si prese la decisione di doppiare la quantità di strumenti, riuscendo così
a suonare in luoghi più grandi con più pubblico. Quell’idea fu ben presa per tutti, e continuò
per qualche anno. La mostra di questo lo vediamo in una composizione datata dal 1685 del
bolognese Giacomo Antonio Perti “Oratorio della Passione”. Quindi, possiamo dire che con
questo fatto stiamo per dare la benvenuta all’”orchestra”.
Sappiamo da certo che nella zona lombardo-padana, lavoravano molti liutai, ed erano tutti
bravi, ma per chi sa cosa, Stradivari era quello più richiesto per i borghesi, marchesi e re, oltre
a Guarneri e Amati. Don Desidero Arisi, amico di Stradivari, riceve nel 1686 l’incarico d’un
violoncello dall’Altezza Serenissima Regnante di Modena, la quale chiede che, insieme con il
violoncello si presenti il maestro liutaio Antonio Stradivari per conoscerlo in persona. Nello
stesso anno, riceve un altro incarico di qualche violoncelli dal marchese Michele Rodeschini,
per la corte Spagnola, e un altro nel 1687 dal generale della Cavalleria dello Stato di Milano.
Sappiamo anche, che nel 1685, il cardinale Francesco Vincenzo Maria Orsini (arcivescovo di
Benevento, che poi diventò Papa Benedetto XIII, 1724-1730), incaricò la combinazione della
Sonata “a tre” (ricordiamo che cioè due violini e un violoncello), per essere donata al duca di
Natalona in Spagna. Nel 1702, ci troviamo altra volta con l’incarico d’una altra combinazione
“a tre”, richiesta dal marchese Toralba, conosciuto come “governatore in Cremona di Carlo II e
del re Luigi da Francia”, come dono al duca d’Alba.

Nel 1701, Stradivari riceve una lettera con il timbro reale Spagnolo. Questa lettera augurava a
Stradivari per il suo buon lavoro e per la sua maestosità nelle sue grande opere. In questa,
possiamo leggere una frase in qui si riflessa l’alta stima della borghesia e della Corona Spa-
gnola verso Stradivari: “Gli ho ricevuto per servizio di tutta la Corte, di molti Duchi, Principi
e Grandi di Spagna”.

Sembra che con tanti borghese, duchi, marchesi, principi e re, Stradivari non avesse avuto
tempo di costruirne altri strumenti. Ma la verità è che costruiva, e molti. Benché al suo tem-
po, i violini di Amati e Stainer fossero più costosi e a volte più quotati dei suoi, Stradivari
non si fermava nel suo lavoro. Come tutti sappiamo già, gli strumenti di Stradivari si carat-
terizzano nel suo suono forte e potente, brillante e perfetto.

Ed è per questo, che i suoi strumenti furono presi soprattutto per quelli musicisti sperimenta-
liszti e per quelli violinisti che cercavano un suono degno di un solista. Addirittura, Stradiva-
ri aveva tempo di sperimentare con nuovi suoni, nuove forme, nuove accordature; violini più
allungati, più pomposi, da cinque corde, viole d’amore a sei corde, e tanti altri. Oggi, disgra-
ziatamente, gran parte di questi strumenti sono distrutti, modificati in altri strumenti (come
per esempio le viole da gamba, che sono state tutte trasformate a violoncelli), o semplicemen-
te, non si sa dove si trovano, o se esistono ancor oggi.
Famiglia
Antonio Stradivari, nacque nel 1644 (qualcuno dice che fu nato nel 1948-49, prendendo di rife-
rimento un documento parrocchiale di matrimonio). Non si sa ne anche dove, perché non si
hanno trovato i documenti di atto di battesimo che lo dichiarino. Quello che sappiamo è che
secondo i documenti trovati, è figlio di Alessandro Stradivari e Anna Moroni (sposati il 30
agosto 1622); ma per mettere un altro punto di controversia e intriga a tutto quello che involta
a Stradivari, dovemmo sapere che, il 5 di settembre del 1630, Alessandro Stradivari morì colpi-
to probabilmente di peste. Quindi ci troviamo che Alessandro Stradivari non può essere il pa-
dre di Antonio Stradivari.

Addirittura, il 3 di settembre dello stesso anno, dal notaio Galeazzo Baderni, si scrisse il testa-
mento di Alessandro Stradivari. Chiama eredi universali ai suoi figli: Giuseppe Stradivari
(“maior natus” nato il 20 marzo 1623), Carlo Stradivari (nato il 2 settembre 1626), Pietro Marti-
no Stradivari (nato il 7 ottobre 1628), nati dalla moglie Anna de Moroni, nominata tutrice e
amministratrice dei figli. Possiamo pensare che, probabilmente, Anna si fosse sposata per se-
conda volta con qualche familiare consanguineo dal suo sposo, ma non ci sono documenti che
lo dimostrino. Anna de Moroni morì nel 1647.

C’è ancora un’altra possibile risposta. Ci sono une serie di lettere, delle quali si può capire che
Stradivari nacque nella Piazza San Agostino, e che gli venisse imposto il cognome del parroco
di quella chiesa, che era il Padre Nicola Stradivari, cugino di Alessandro Stradivari, supposto
padre di Antonio Stradivari. Dopo questo, quindi, siamo fronte una grande incognita che sicu-
ramente mai sapremo risolvere con certezza.

Stradivari, a l’età di 23 anni, il 4 luglio di 1667, si sposa con Francesca Ferraboschi (7/10/1640 -
20/5/1798) nella Chiesa Santa Agata di Cremona. Insieme con lei, ebbe 6 figli. Giulia Maria
(21/12/1667 - 7/8/1707), Francesco (6/2/1670 - 12/2/1670), Francesco Giacomo (1/2/1671 -
10/5/1743), Caterina Annunciata (25/5/1674 - 17/6/1732), Alessandro Giuseppe (25/5/1677 -
26/1/1732) e Omobono Felice (14/11/1679). La sua casa, che si trova ancor oggi in Corso Ga-
ribaldi nº 55, vicino a la Chiesa Santa Agata, fu abitata per Stradivari e la sua famiglia dal 1667
al 1680. Fu giusto in quest’anno, quando Stradivari lascia quella casa per comprarne un’altra
(a la famiglia cremonese Picenardi) davanti alla Chiesa di San Domenico, nella Contrada Ma-
gistra nº 2 (oggi Corso Campi con Corso Stradivari, dove c’è la Galleria XXV Aprile), esatta-
mente il 3 giugno, in quale atto notarile si può leggere che pagò 7.000 lire imperiali. 2.000 le
pagò subito, e le 5.000 restanti le messi in ratti per quattro anni. Stradivari, seguendo un’antica
tradizione medievale, la quale stabiliva la riunione in uno stesso quartiere di tutti gli artigiani
che svolgevano la stessa professione, era in compagnia di Amati, Guarneri, e gli altri liutai.
Nel 1875, fu ordinato di abbattere la Chiesa San Domenico, che aveva stato la sede della Santa
Inquisizione a Cremona, e il Convento vicino alla Chiesa, giunto a tutto l’edificio dov’erano
tutte le botteghe dei più grandi liutai di tutti i tempi. Là si trovano oggi i giardini della Piazza
Roma, e da qui, guardando verso la Galleria XXV Aprile, il quarto arco corrisponde al posto
dov’era la casa di Antonio Stradivari. Finita la costruzione della galleria, fu messa una lapide
murata nella parete che diceva:

“Qui si ergeva la casa ove Antonio Stradivari portò il violino al più alto della perfezione
legando così a Cremona il nome imperituro di un maestro senza rivali nella sua arte”

Nei seguenti anni, l’epigrafe fu trasferita al primo arco, e ne fu cambiata anche l’iscrizione, che
dice così:

“Qui sorgeva la casa dove Antonio Stradivari recando a mirabile perfezione il liuto legava
alla sua Cremona nome imperituro di artefice sommo”

Nel 1698, Francesca morì, e un anno dopo, giustamente il 24 agosto da 1699, Stradivari si spo-
sò per seconda volta all’età di 55 anni con Antonia Zambelli (che n’aveva 35) nella parrocchia
di San Donato. Insieme ad Antonia, ebbe cinque figli in più. Francesca, G. B. Giuseppe, G. B.
Martino, Giuseppe e Paolo. Insomma, Stradivari aveva undici figli. Di questi undici, Francesco
Giacomo, Omobono Felice e Paolo, furono quelli che seguirono il mestiere del padre. Tutto e
che Paolo cominciò a lavorare insieme con il padre sin da piccolo, non ci sono strumenti al suo
nome. Possiamo capire, quindi, che Paolo non fu liutaio come suo padre?

Una “Nota Prothocolorus” datata 16 febbraio da 1733, dei notai Imerio Maffi Maffino Mathei
de Civitis e Roccho Ludovico, dimostra che pochi anni prima della morte del gran maestro
Antonio Stradivari, padre e figlio firmarono un atto ante notaio, dove Stradivari cede e per-
mette a suo figlio Paolo Stradivari il carico di negoziante e di mercatura, con il previo pago di
20.000 lire, mettendolo insieme ad un altro mercante vicino, Lorenzo Berzio.

In seguito vedremo alcune parti di quest’atto notarile.


Dettaglio della prima pagina, dove si vedono le due parti firmanti e i notai.

Contratto notarile del permesso di vendita di Paolo Stradivari.

Archivio dello Stato di Cremona

Dettaglio della pagina dove si leggono tutte le firme delle entrambe parti interessate nel
contratto e dei notai.

Contratto notarile del permesso di vendita di Paolo Stradivari.

Archivio dello Stato di Cremona


Dettaglio della pagina dove si espone la prima clausola delle 19 in totale del contratto

Contratto notarile del permesso di vendita di Paolo Stradivari

Archivio dello Stato di Cremona


Paolo diventò un gran commerciante, e questo ci lo dimostrano parecchie carte scritte da mano
sua, dove ci sono vende dettagliate; tra queste, le più conosciute sono quelle scritte al Conte
Ignazio Cozio di Salabue. Fu tanto l’impegno di venditore che presse, che non lasciò neanche
un solo strumento del padre o dei fratelli a Cremona. Vendesse anche strumenti degli Amati,
di Andrea e Giuseppe Guarneri, di Bergonzi e di tanti altri. Nel 7 settembre 1737, si sposò con
Elena Templari, figlia di Giorgio Templari, console dell’Universitas Mercatorum, e persona di
prestigio nel mondo mercantile cremonese. Paolo diventò anche notaio iscritto nel Collegio
Notarile, ma non esercitò mai questo titolo.

Il 3 di marzo di 1737, Antonia Zambelli muore con l’età di 73 anni. Nella casa Stradivari manca
un membro in più. Dovemmo ricordare che Stradivari, aveva visto come la morte li prendeva
due moglie e sei figli. Soltanto nove mesi dopo, lui vedrebbe la morte, il 18 dicembre dello
stesso anno, all'età di 93 anni (prendendo come anno di nascita il 1644). Dopo la sua morte, la
casa fu presa in affitto dal liutaio Carlo Bergonzi, il suo ultimo allievo, che l'abitò fino il 1746.

In una carta datata 24 di gennaio dal 1729, Stradivari scrisse quella che era la sua ultima volon-
tà. In questa, possiamo leggere un seguito di cose a fare per i figli, quanti soldi lascia per ogni
uno, e quali sono i compiti per Francesco, Caterina, Giuseppe, Paolo, Alessandro, Omobono e
la propria moglie. A Francesco lo lascia a carico del negozio, e li dà una stanza che si trovava
dietro del suo dormitorio. A Giuseppe e a Paolo, gli disse di restare sempre uniti. A Omobono
li concede il permesso per uscire di Cremona e andare a Napoli. Ma soprattutto, quello che ri-
pete sempre è di rimanere uniti nella stessa casa fino alla morte della madre.
Maestro
Si crede che Stradivari entrò nel laboratorio di Nicola Amati con l’età di 12 o 14 anni. Andrea
Amati (nonno di Nicola) fu un altro grande maestro della liuteria cremonese. Si dice che ave-
va fatto i suoi primi studi nella scuola di Brescia. Le forme e i disegni trovati, dimostrano che
si staccò della scuola Bresciana per cercare maggiore perfezione nei suoi strumenti. In quel-
l’epoca (XVI secolo), non si chiedeva una gran forza di suono per parte dei violini, come pri-
ma ha stato detto, non c’erano ancora i grandi teatri che esigevano una forte sonorità, perché
bastava che la musica piacessi agli udenti d’una piccola sala. Nella rivoluzione del 1789, la
Cappella Reale di Franca, possedeva una collezione di violini e viole fatti da Andrea Amati
per incarico di Carlo IX, chi fu un grande appassionato e amatore della musica. Nei seguenti
giorni, verso il 6 o 7 di ottobre del 1790, tutti questi strumenti disparirono da Versailles. Il si-
gnor Cartier, molti anni dopo, si trovò due di quei violini. Il suono era povero, ma d’una dol-
cezza indescrivibile, e di una finitura di lavoro straordinaria. Nicola Amati perfezionò ancora
di più il lavoro dei suoi antenati. Fece forme più grandi, e le vernici più pastose.

Nicola Amati, aveva più o meno 13 o 15 allievi, dei quali qualcuno rimasse a Cremona, e altri
furono verso Brescia, Milano, Venezia, Ferrara o Bologna. Ma di tutti quelli, il più grande allie-
vo fu Antonio Stradivari. Stradivari non c’era messo nel censo della casa Amati. Sappiamo che
altri ragazzi imparavano l’arte della liuteria insieme con Stradivari. Andrea Guarneri, France-
sco Ruger, Giovanni Battista Rogeri, il figlio di Nicola Amati, Hieronymus Amati, C. Railich,
Giovanni Gennaro, Francesco Mola, Giovanni Segher, Giovanni Fraiser, Giovanni Stanza, Bat-
tista Cristofori, e magari qualche altro. Nel violino più antico che si a trovato di Antonio Stra-
divari, possiamo leggere questa etichetta:

“Antonius Stradiuarius Cremonenfis Alumnus Nicolaij Amati, Faciebat Anno 1666”

Stradivari rimane lavorando per Amati fino al 1680 circa (anno della morte di Amati). Alla
morte del suo maestro, tutte le forme degli strumenti e tutti i documenti del laboratorio passa-
rono a mano di Stradivari, e no a mano del figlio di Amati, Hieronymus.
Nel trascorso della sua vita, Stradivari costruisse un gran numero di strumenti, fra i quali tro-
viamo violini, viole, violoncelli, viole da gamba, viole d’amore, viole da braccio, chitarre, arci-
liuti, mandolini, viole con gobba, arpe, liuti alla francese, mandole, pochetti; insomma, tantis-
simi strumenti variati, ma degli quali oggi i più conosciuti sono i violini, le viole, violoncelli e
l’arpa Stradivariana.

Disegni in carta dell’arpa Stradivariana


Museo Civico di Cremona (nº 386-387)

Per farci un po' l’idea da quanti strumenti costruisse, qui abbiamo una tabella con alcuni dati.

PERIODI DI LAVORO ANNI DI LAVORO STRUMENTI

Dal 1665 al 1684 19 76

Dal 1684 al 1725 33 825

Dal 1726 al 1736 11 132

Nel 1737 1 3

Otto anni di lavoro in violoncelli e in altri strumenti 8 80

Totale degli strumenti costruiti tra violini, viole, violoncelli e altri 1116
A questi 1116 strumenti, dovemmo mettere anche tutti quelli strumenti che non sono della
famiglia di strumenti ad arco, ma non sappiamo con certezza quanti potrebbero essere. Stra-
divari fece anche degli archetti. Si hanno trovato disegni di naselli e di “teste” degli archetti.
In seguito vedremo quattro esempi. Il primo, è l’archetto che accompagnava ai violini fatti
per il re FelipeV de España. Nel nasello, è incastrato in madreperla lo scudo delle “Reales
Armas” (armata reale). Il secondo, è un archetto comprato a Cremona nel 1884 per la famiglia
Hill, questo, molto più semplice. Li altri due sono i seguenti, che si trovano nel Museo Civico
di Cremona.

Due archetti di Stradivari, uno con bottone d’avorio, e l’altro con riparazione in ebano alla punta.

Museo Civico di Cremona (nº 476-477)

Nel 1701 il re spagnolo Felipe V cominciò una ruta verso tutta l’Italia, ed era programmato che
nel 1702 arrivasse a Cremona, dove si stava preparando un atto commemorativo alla Corona
Spagnola. A questo fatto, Stradivari fece un set di concerto, che era composto da due violini,
due viole (una normale e l’altra tenore), e un violoncello. Non si sa come, il re fu tentato di non
andare a Cremona, e così fu. Felipe V, non arrivò mai, e perciò Stradivari prese gli strumenti
per sé stesso. Nel 1737 alla morte di Stradivari, gli strumenti gli prende suo figlio Francesco.

Nel 1742 alla morte di Francesco, Paolo, suo fratello gli prende per sé. Nel 1772, Paolo vende
questo set di concerto insieme ad altri due violini al Padre Brambilla. Il prete, lascia gli stru-
menti a mani della Monarchia Spagnola, che secondo Brambilla, è dove doverono essere. Il re
spagnolo gli regalò al suo figlio l’Infante Don Carlos, che suonava il violino. Nel 1776, Anto-
nio Stradivari, figlio di Paolo Stradivari, probabilmente preso per attacchi di nostalgia, provò
di ricomprare gli strumenti alla Corona Spagnola, ma il re non li permesse di comprarli.

Nella seguente pagina, possiamo vedere uno strato dell’atto ufficiale della vendita di questi
strumenti in un atto notarile datato dal 8 agosto 1772.
Atta notarile della vendita degli strumenti di Stradivari al Padre Brambilla.
Archivio dello Stato di Cremona
Gli strumenti di Stradivari, si considerano ancora oggi, come uni dei migliori strumenti mai
costruiti. Qualcuno dice che ciò è dovuto al legno di prima, qualche altro opina che forse fos-
se per il trattamento in “Cemento Romano” (Silicato di Potassio), tanti altri dicono e assicu-
rano che nella vernice si trova il segreto della perfezione degli strumenti, e addirittura, ci so-
no quelli che pensano che fu qualcosa di divino, come racconta un’antica leggenda italiana
che dice così:

Mentre Antonio Stradivari, appunto, vegliava per cercare la perfezione agognata,


e vegliando offriva a Dio tutto il tormento che gli costava quella sua opera di vita
e di passione, un Angelo gli apparve recando, nelle diafane mani, un violino stupendo.
E gli permise di guardarlo e di toccarlo, per vederne la forma e l’armoniosa combinazione
del disegno, poi gli disse, sorridendo:
˝Lavora e non sognare con ricchezze, ma dài al lavoro il frutto del lavoro. Allora vincerai˝.
Antonio, dopo lunga meditazione, comprese il significato di tale parole.
Via via che vendeva uno strumento, non adoperava il denaro ricavato dalla vendita
ma fondeva l’oro, lo mischiava alla vernice, e di essa imbeveva il legno vergine ancora.
Così, per questo suo miracolo di fare del lavoro un dono al lavoro,
ottenne la meravigliosa bellezza.

Gli studi moderni non trovano niente di speciale nella vernice, neanche nel legno; quindi, non
sappiamo cos’era quello che faceva Stradivari, nel caso, di certo, che facesse qualcosa.

Di tutti gli strumenti, c’è uno che è quello che si conosce di più. I liutai lo conoscono come il
“G” o il 1715, gli antiquari lo conoscono come l’”ex Joachim”, e i cremonesi, e la gran maggio-
ranza, lo conoscono come il nome che se li attribuì quando ritornò alla sua città natale, Cre-
mona, cioè “Il Cremonese”.
Il Cremonese
Violino 1715

Il Cremonese, è un violino di grande formato. La sua vernice arancia dorata, è ancora oggi
quella originale che Stradivari usò per una delle opere più conosciute. È uno strumento di vo-
ce potentissima ed generosissima, anche in quelle zone non così favorite. La sua tonalità mo-
stra un grande equilibrio tra le notte gravi e quelle acute. La corda Sol è dotata di una gran po-
tenza e una veloce risposta.

Quello che si sa, è che Il Cremonese era posseduto già negli anni Settanta dell’Ottocento, per il
violinista Darius Gras. Nel 1877 passò a mani di Jules Garcin. Dopo circa tre anni, lo prende
David Laurie, che lo cede a M. Labitte. Nel 1889 lo prende un comitato, e fu donato in occasio-
ne della festa del giubileo a Joseph Joachim. Un po prima di morire, il violinista tedesco regala
il violino al suo nipote Harold Joachim. Harold, vende il violino a Robert Brandt, che lo posse-
dette sino a che passò a farne parte della collezione privata Hill.

Nel 1961, l’Ente Provinciale per il Turismo di Cremona con l’aiuto del Ministero del Turismo
prendono il violino; essendo Harold Joachim l’ultimo violinista in possederlo, quando il violi-
no passò a essere della collezione Hill, lo chiamarono “ex Joachim”. Lo Stato di Cremona, ri-
battezzò l”ex Joachim” per “Il Cremonese” quando lo prenderono.

NOTE TECNICHE

Il legno usato per Stradivari in questo strumento, è di altissima qualità. Il fondo, è fatto di un
solo pezzo di acero a taglio radiale, con una marezzatura larga e profonda in senso orizzonta-
le. Il riccio e le fasce, sono anche di acero, ma con una marezzatura ancora più larga e profon-
da. La tavola, è della migliore qualità di abete rosso. La vernice, come già si a parlato, è di un
colore arancione dorato bellissimo, ed e tutta allo stato originale.

Nell’etichetta si può leggere “Antonius Stradivarius Cremonensis — Faciebat anno 1715”.

Il certificato di autenticità è stato fatto per W. E. Hill & Sons, a London 1 gennaio dal 1962.

Le misure, come abbiamo detto, sono d’un strumento grande. La lunghezza totale è di 587
mm, la lunghezza del fondo è di 357 mm, e le misure delle fasce superiore, alle CC e inferiori
sono 30 mm, 31.9 mm e 32 mm correlativamente.

L’altezza dell’effe sinistra è di 70 mm.


Forma per la costruzione del violino Il Cremonese, 1715 di Antonio Stradivari.

Museo Civico di Cremona (nº 49-53)


Compositori italiani

Di tutti i compositori italiani da quell’epoca, vedremo soltanto alcuni da quelli più avvicinati a
Stradivari. Qui s'avvolgono due epoche, la conosciuta come Barocco (1600-1750 circa) e quella
chiamata Classicismo (1750-1820 circa).

Prendendo come nuovo luogo di scena i teatri e le sale grandi, i gruppi musicali si sparsero e i
compositori avevano più voglia d'affrontare e di sperimentare nuova musica, nuovi suoni,
nuove mischie tra strumenti, e così fu come, piano piano, entrando nel Classicismo, si formò
quello che oggi conosciamo come “orchestra”, ed è da qui, da dove ci arrivano quasi tutte le
partiture di musica classica.

In quel tempo, era molto normale che lo stesso compositore, fosse alla volta, capace di suonare
minimo uno o due strumenti, che a volte erano anche più di tre. Ciò si riflessa nelle lettere e
archivi antichi, dove ci sono le mostre che tante volte, i compositori suonavano insieme con
l’orchestra. Quello più conosciuto, forse, sia Antonio Vivaldi, che ogni volta che inaugurava un
pezzo nuovo, quasi sempre faceva il primo violino.

Antonio Lucio Vivaldi

(Venezia, 4 marzo 1678 – Vienna, 28 luglio 1741)

Conosciuto come uno dei violinisti più virtuoso dal suo tempo, e dei più ammirati, fu uno dei
più grandi compositori di musica barocca. Influì e contribuì nello sviluppo della musica con-
certistica. Le sue opere influenzarono numerosi compositori dal suo tempo, soprattutto tede-
schi, tra cui Bach, Pisendel e Heinichen.

La sua vita, non si conosce abbastanza bene ancora oggi. Questo si deve a che Vivaldi, fino al
XX secolo, era ancora nell’oblio, quindi, non ci sono tanti biografi che si avviano messo a ricer-
care.

Fu il primogenito della famiglia, e fu nato con qualche problema di salute; si pensa che fosse
asma bronchiale, lui stesso lo definiva come strettezza di petto. Si messe a studiare teologia nella
chiesa San Geminiano. Nel 1703, fu ordinato sacerdote, se li conosceva come il prete rosso, per il
colore della sua capigliatura. Quello stesso anno, fu ingaggiato come maestro di violino dalle
autorità del Pio Ospedale della Pietà. Nel 1704, presse anche la posizione d’insegnante di Viola
all’inglese. Ricevette nel 1705, l’incarico di composizioni, e addirittura, i concerti corrispon-
denti. In poco tempo, la fama delle ragazze dell’ospedale, si conosceva già anche fuori dei
confini dell’Italia. Avendo per sé tutti gli strumenti e i musicisti, e tutto il tempo che voleva tra
i ragazzi, sviluppò velocemente il suo talento, componendo tantissimi pezzi, concerti, quartet-
ti, opere, sonate, ecc.

Il catalogo delle opere di Vivaldi è particolarmente vasto e complesso. La grande fama di cui
godette in tutta Europa portò alla dispersione dei suoi manoscritti fino agli angoli più remoti
del vecchio continente. Il "corpus" delle composizioni vivaldiano, consta in circa 600 fra con-
certi e sonate, quasi 300 dei quali per uno o più violini, 30 circa per violoncello, 39 per fagotto,
25 per flauto, 25 per oboe, ecc. fino a toccare strumenti come il liuto, il mandolino e altri stru-
menti molto raramente utilizzati in funzione concertistica, all'epoca.

Alle composizioni strumentali, si affianca una notevole produzione di musica sacra, che consta
di poco meno di un centinaio di composizioni; notevole anche la produzione di musica vocale,
comprendente oltre cento cantate e arie. Infine la sua attività di operista è stata recentemente
riscoperta. Essa si compone di circa 45 titoli, di molti dei quali, purtroppo, si è perduta la parte
musicale.

Claudio Monteverdi

(Cremona, 15 maggio 1567 – Venezia, 29 novembre 1643)

Compositore, violinista e cantante, fu chi fece il passo dal rinascimento alla musica barocca.
Nel corso della sua lunga vita ha prodotto opere che possono essere classificate in entrambe le
categorie, e fu uno dei principali innovatori che portarono al cambio di stile. Monteverdi scris-
se una delle prime opere teatrali in cui fosse sviluppabile una trama drammatica, ovvero un
melodramma, “L'Orfeo”, e fu abbastanza fortunato da godere del suo successo mentre era in
vita. Fu proprio con quest’opera, che incluse nell’area musicale per prima volta i violini come
parte importante nella partitura.

Allievo di Marc'Antonio Ingegneri, nel 1589 Monteverdi fu assunto alla corte di Mantova in
qualità di corista e violinista e nel 1603 fu nominato dal duca Vincenzo Gonzaga maestro di
cappella. Durante la sua stanza nella cappella, Monteverdi compose vari pezzi, ma soprattut-
to, madrigali, arrivando a farne fino a otto libri. Il libro VIII, pubblicato nel 1638, comprende i
cosiddetti Madrigali guerrieri e amorosi che molti considerano la perfezione di questa forma.
Nel loro insieme, i primi otto libri di madrigali mostrano un enorme sviluppo dalla musica
polifonica rinascimentale allo stile monodico che è tipico della musica barocca. Il nono libro
di madrigali, pubblicato postumo nel 1651, contiene brani più leggeri, probabilmente compo-
sti nell'arco della sua vita, che rappresentano entrambi stili.

Si può sostenere che il lavoro principale di Monteverdi rimane il Vespro della Beata Vergine
del 1610. Questo è uno dei suoi pochi lavori sacri, ma rimane ancor oggi uno dei più grandi
esempi di musica sacra, importanti nella storia della musica quanto “Messiah” di Handel, e la
“Passione secondo Matteo” di J. S. Bach.

Durante gli ultimi anni di esistenza Monteverdi si ammalò, ma ciò non lo tenne lontano dalla
composizione dei suoi due ultimi capolavori, entrambi opere: “Il ritorno di Ulisse in patria”
(1641), e l'opera storica “L'incoronazione di Poppea” (1642). L'Incoronazione in particolare, è
considerata il punto culminante del lavoro di Monteverdi. Essa contiene scene tragiche e co-
miche (un nuovo sviluppo dell'opera), un ritratto più realistico dei personaggi, e melodie più
calde, che non si erano sentite prima. Richiedeva un'orchestra più piccola, e un ruolo meno
prominente del coro. Questo lavoro ebbe anche una considerevole influenza sullo sviluppo
della musica per chiesa.

Giuseppe Antonio Vincenzo Aldrovandini

(Bologna, 8 giugno 1671 – Bologna, 9 febbraio 1707)

Aldrovandini, è stato compositore, insegnante e maestro di cappella. Studiò in gioventù con


Giacomo Antonio Perti, che gli impartì lezioni di composizione e contrappunto. Nel 1691
compose il suo primo lavoro, l'oratorio “La guerra in cielo” e nel 1695 diventò membro del-
l'Accademia Filarmonica di Bologna, dove nel 1701 fu nominato "principe" dell'istituzione.
Nel 1696 debuttò come operista nella città natale con lo scherzo giocoso “Gli inganni amorosi
scoperti in villa”. Da questo momento fino alla morte, avvenuta prematuramente a 35 anni,
metterà in scena diversi lavori teatrali, privilegiando quelli di carattere serio. Dal 1702 fu
compositore onorario del Duca di Mantova e maestro di cappella dell'Accademia dello Spiri-
to Santo di Ferrara.
Le sue opere, soprattutto drammi, furono rappresentate in tutta Italia; egli compose anche tre
opere buffe che ebbero una certa importanza per lo sviluppo di questo genere operistico. Fu
notevolmente stimato soprattutto come insegnante di canto, tant'è che il Principe Ferdinando
de Medici era solito a mandare i propri cantanti a studiare dal compositore bolognese. Morì
annegato in un canale di Bologna mentre si stava preparando per andare a Venezia.

Tomaso Giovanni Albinoni

(Venezia, 8 giugno 1671 – Venezia, 17 gennaio 1751)

Compositore e violinista, nacque in una famiglia ricca. Sin da piccolo studiò violino e canto, e
li piaceva definirsi a se stesso come Musico di violino, dilettante Veneto. Compose la sua prima
opera "Zenobia regina de Palmireni" nel 1694 su libretto di Antonio Marchi, anno in cui uscì
anche la sua prima raccolta di musica strumentale le 12 Sonate a tre Op.1. Da allora divise nel-
lo stesso modo la sua attività tra le composizioni per canto (opere, serenate e cantate) e per
strumenti (sonate e concerti). Fino al 1709 anno della morte del padre, poté dedicarsi alla mu-
sica senza la necessità economica. Poi anche grazie alla volontà testamentaria paterna fu solle-
vato dal dover continuare l'attività affaristica familiare in quanto figlio maggiore lasciando tale
compito ai fratelli minori. Questo gli permise di dedicarsi alla musica a tempo pieno e di rag-
giungere una certa notorietà abbastanza rapidamente.

Sposò una cantante d'opera, Margherita Raimondi, nel 1721 e fu anche grazie a lei che cantò a
Monaco, nel 1722. Massimiliano Emanuele II, Elettore di Baviera, cui Albinoni dedicò dodici
concerti, lo invitò a Monaco per dirigere l'opera durante le celebrazioni per le nozze del Prin-
cipe Elettore Carlo Alberto di Baviera con Maria Amalia la figlia dell'ultimo Imperatore Giu-
seppe I. In tale occasione compose l'opera "I veri amici" e la serenata "Il trionfo d'amore".

Fu particolarmente attratto dall'oboe, uno strumento relativamente poco usato in Italia fino
allora, tanto che il suo è stato il primo concerto per oboe scritto in Italia. Mentre i concerti per
oboe da solo furono per la prima volta composti in Germania da Telemann e Haendel. Albi-
noni dopo aver composto quattro concerti per oboe da solo (N. 3, 6, 9, 12) compose quattro
concerti con due oboi (N. 2, 5, 8, 11) (Op.7) che furono i primi a essere pubblicati e che riscos-
sero un tale successo che Albinoni ripeté questa formula nel 1722 con l'Op.9.
Compositori europei

Tutto e che Italia fosse la culla della musica barocca e classicista, con i viaggi dei compositori e
le sue opere ad altri paesi vicini, la musica si diffuse velocemente, arrivando a consolidarsi, ed
essendo d’ispirazione ad altri compositori. Possiamo dire, che i più conosciuti sono i tedeschi e
gli austriaci.

Joseph Haydn

(Rohrau, 31 marzo 1732 – Vienna, 31 maggio 1809)

Figlio d’un fabbricate di ruote, era il grande dei due fratelli musicisti. All’età di otto anni, entrò
nella scuola corale della Cattedrale di Santo Stefano a Vienna. Dopo uscire della scuola della
cattedrale, presse qualche lezione con il gran maestro cantante e compositore italiano Nicola
Porpora. Nel 1755 lavorò per il barone Karl Josef von Fürnberg, epoca in qui compose i suoi
primi quartetti per corda. Nel 1759 fu nominato direttore musicale del conte Fernando Maxi-
milian von Morzin. Poco tempo dopo, nel 1761, fu nominato direttore musicale del principe
Pál Antal Esterházy, e l’anno dopo, maestro di cappella.

Durante i suoi ultimi anni a Vienna, Haydn cominciò a comporre messe e grandi oratori come
“La creazione” (1798) e “Le stagioni” (1801, basato nel poema dello stesso nome dello scozzese
James Thomson). È in questo periodo in qui fece anche l’“inno dell’imperatore” (1797), che nel
trascorso degli anni, si convertì nell’inno di Austria.

Le 107 sinfonie (104 sono le tradizionalmente conosciute; ma altre tre ci sono incluse poste-
riormente) e gli 83 quartetti per corda, che rivoluzionarono la musica, sono prove della sua
originale approssimazione a nuovi materiali tematici e diverse forme musicali, se anche come
della sua maestria nella strumentazione. Le sue 62 sonate, e i suoi 43 trii per pianoforte, ci mo-
strano un ampio campo, da quelli composti per gli appassionati della musica, come quelli che
erano destinati ai più virtuosi musicisti.
Johannes Chrysostomus Wolfgang Amadeus Mozart

(Salzburg, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791)

Mozart, imparò sin da piccolo dal suo gran maestro Leopold Mozart, suo padre, conosciuto
violinista e compositore che lavorava nell’orchestra della corte dell'arcivescovo di Salzburg.
Ai sei anni, Mozart era già un gran virtuoso con li strumenti di tasto e un buon violinista, e
vantava di leggere perfettamente partiture, e addirittura, improvvisare con qualsiasi pezzo.
Circa il 1760, Leopold Mozart, prese suo figlio e lo fece suonare e figurare nelle corti d’Euro-
pa. Così diventò famoso.

Ma allo stesso tempo di andare qua e là, il piccolo genio fece anche della musica, cioè, compo-
se qualche sonata per clavicembalo e per violino, una sinfonia, un oratorio, e l’opera comica
“La finta semplice”, quest’ultima con soltanto dodici anni. Inoltre, arrivato a Milano per fare
scala nel suo viaggio con suo padre, nel 1769, il Papa, li fece cavaliere dell’“Ordine dello spe-
rone dorato”. L’anno dopo, riceve l’incarico di comporre la sua prima Gran Opera, “Mitrídate,
re del Ponto”, che compose a Milano. Mozart, ancora essendo stato famoso nelle corti d’Euro-
pa, e uno dei musicisti e compositori più noto nell’Europa classica, lui e sua moglie, Constanze
Weber, furono poveri e pieni di debiti, fino alla morte di Mozart.

Tutto e che la sua vita fu corta, Mozart riuscì a mettersi tra i grandi geni della musica. Con più
di 600 opere musicali, vediamo in lui una grande persona, che già sin da piccolo mostrò una
grande capacità musicale e intellettuale. Le sue opere includono sinfonie, divertimenti, sonate,
musica di camera per diversi tipi di congiunti strumentali, concerti, opere vocali, ecc. Nella
sua musica, possiamo vedere la dolcezza della musica italiana, e la forma e contrappunto della
musica tedesca.

Ludwig Van Beethoven

(Bonn, 16 dicembre 1770 – Vienna, 26 marzo 1827)

Già da piccolo, il suo padre, cantante tenore nella cappella della corte, lo istruisse nell’arte
della musica. All’età di vent’anni, cominciò a comporre insieme con il suo maestro Christian
Gottloß Neefe. Quelli pezzi mostravano già una grande intelligenza verso la musica, quindi,
Gotltoß voleva che andasse a Vienna a studiare e imparare da Mozart, ma non fu possibile per
la morte di Mozart nel 1791. In fronte a quest’imprevisto, Beethoven fu all’Austria a studiare
con il maestro Joseph Hydn. Beethoven rinunciò allo stilo locale di strutture debili, come quel-
lo che appare nel “Opus 20” in mi bemolle per corda e vento, e da questo legato da Haydn e
Mozart, creò un nuovo linguaggio musicale. Beethoven assimilò subito il classicismo viennese
in tutti i generi strumentali: sinfonia, concerto, quartetto di corda e sonata. La maggioranza
delle opere che s’interpretano oggi, gli compose durante gli anni trascorsi tra la “Sinfonia nº3”
in mi bemolle maggiore, Opus 55 (1803), e la “Sinfonia nº8” in fa maggiore, Opus 93 (1812),
periodo denominato come la sua “decada eroica”.

Poco tempo dopo, perse la capacità auditiva progressivamente, e quello li fece diventare un
uomo solitario e di pochi amici. Si dice che negli ultimi anni, si comunicava con un taccuino di
notte, dove la gente scriveva quello che voleva comunicare a Beethoven. Non potendo dirigere
le sue opere, i suoi concerti furono diminuendo fino ad arrivare a farne l’ultimo l’anno 1814.

Le opere più importanti di Beethoven si possono riassumere in nove sinfonie, sete concerti,
dei quali cinque sono per piano, uno per violino, e un triple concerto per piano, violoncello e
violino), sedici quartetti di corda, trentadue sonate per piano, dieci sonate per violino e piano,
cinque sonate per violoncello e piano, un’opera, “Fidelio”, due messe, e la “Messa Solenne”
Opus 123, varie aperture e numerose variazioni per piano. Se li considera come il ponte tra il
barocco e il romanticismo.

L’abitudine di prendere note delle sue composizioni mentre le lavorava, si fece più accentuata
con il passare dal tempo. Così ci ha lasciato più di settemila copie che scrisse in pezzi di carta
e piccoli taccuini mentre viaggiava. La sua fama fu indiscutibile, e la gente lo amava per quel-
lo che era, fino al punto in qui si dice che al suo funerale assisterono più di mille persone, tra
familiari, amici, conosciuti e gli amanti della musica del gran maestro.
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