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Non sono esistiti gli apostoli

Alfred Loisy, sacerdote cattolico francese (1857 - 1940), teologo esegeta di fama
internazionale, docente di ebraico e Antico Testamento, propugnava la critica storica
scientifica, applicata agli scritti neotestamentari, come primo metodo da seguire per la
ricerca sulle origini del Cristianesimo.
Con i suoi studi il biblista contestò la storicità della "Passione e Resurrezione di
Cristo" dimostrando, inoltre, che Gesù non volle essere il fondatore di una nuova
religione, tanto meno di alcuna Chiesa.
Lo storico esegeta, previa una corretta analisi filologica, si spinse ad affermare che
Gesù, storicamente, fu un "Nazireo" e non un "Nazareno" in quanto appartenente alla setta
dei Nazirei, i consacrati a Dio che fecero voto di mantenere capelli e barba intonsi e
astenersi dal bere bevande inebrianti (lo stesso voto di Sansone); pertanto non poteva
essere "abitante di Nazareth".
Secondo quanto riferito da Giuseppe Flavio, i Nazirei erano una setta di giudei
integralisti nazionalisti, avversari della dominazione pagana di Roma sulla terra
d'Israele e, come tali, perseguitati sia dalla aristocrazia sacerdotale opportunista
ebraica che dai Governatori romani o regnanti Erodiani.
Come prevedibile, nel 1908 Loisy venne scomunicato dalla Chiesa Cattolica ...
Un biblista non deve limitarsi a comparare fra loro la documentazione evangelica e le
testimonianze dei Padri della Chiesa per scoprirne le contraddizioni (e sono molte)
riscontrate nei testi dottrinali ad oggi pervenutici ma il metodo più proficuo, ai fini
dell’accertamento delle verità o delle falsificazioni, è quello di confrontare tali
scritti avvalendosi della storiografia laica per verificarne la corrispondenza attraverso
analisi testuali più avanzate escludendo, inderogabilmente, l'utilizzo di qualunque
dissertazione o ipotesi per cercare di "spiegare" determinate vicende descritte nei
vangeli.
Solo un presuntuoso sprovveduto può tentare di criticare i documenti neotestamentari,
fondamento della dottrina cristiana da oltre 1700 anni, anziché basare le sue analisi su
precise constatazioni di fatti realmente accaduti ma limitandosi ad inventare teorie
paradossali su cui costruire futili "verità".
I personaggi che interagirono con i protagonisti dei sacri testi furono uomini famosi,
esistiti realmente, e per questo rintracciabili nella storia vera supportata da
archeologia, epigrafi, numismatica.
Tacito, Svetonio, Giuseppe Flavio, Cassio Dione, Plinio il Giovane, gli Esseni dei rotoli
del Mar Morto, gli scribi patristi e molti altri, quando riportarono gli avvenimenti di
allora, inconsapevolmente, hanno tramandato testimonianze tali che oggi permettono di
ricostruire gli avvenimenti giudaici di duemila anni addietro e far luce sul vero
messianismo (cristianesimo) primitivo del I secolo che dette origine, in un
tempo successivo, al mito di "Gesù Cristo".

La conoscenza degli eventi, tramite le fonti dell’epoca, ci consente di dimostrare la


falsificazione di tutti gli “Atti del Sinedrio” di Gerusalemme riportati nei Vangeli e in
“Atti degli Apostoli” (le gesta di "Gesù", “san Pietro”, “san Paolo”, “santo Stefano”,
ecc.); ma la ricerca storiologica va oltre ed è in grado di scoprire il motivo delle
mistificazioni e perché l’unico “Atto del Sinedrio” a noi fatto pervenire nelle opere
dello storico Giuseppe Flavio, dalla morte di Erode il Grande sino al 66 d.C., risulta
essere soltanto quello di “Giacomo fratello di Gesù detto Cristo”. Dagli “Atti” di un
vero Sinedrio ebraico, mentre era in corso il “Processo a Gesù”, non sarebbe mai
risultato che i Giudei scagliarono contro se stessi e i propri figli la maledizione
riportata nei Vangeli (Mt 27, 25):

“E tutto il popolo rispose: il suo sangue (del Messia) ricada sopra di noi e i nostri
figli”

Un eminente sacerdote e principe ebreo, come Giuseppe, discendente dagli Asmonei e da


Sommi Sacerdoti, così come tutti i Giudei di allora e di oggi non avrebbero mai potuto
riconoscere verosimile questo paradosso: il popolo giudaico che, dopo averlo osannato, fa
crocefiggere il proprio “Messia” divino e nel contempo si maledice per l’eternità.
L'evento, se per assurdo fosse accaduto, sarebbe stato di una tale gravità che lo storico
giudeo, ligio al proprio credo, l'avrebbe riferito nelle sue cronache poiché, poco prima
della distruzione di Gerusalemme, provvide personalmente a recuperare gli Atti del
Sinedrio insieme a tutti i documenti conservati negli archivi pubblici. Fatto che
dimostreremo più avanti.
Questo aspetto, relativo alla mancata citazione di ulteriori Atti del Sinedrio di
Gerusalemme da parte dello storico, già evidenziato dagli studiosi in passato, ci porta
ad indagare su gli “Atti degli Apostoli” e sui Vangeli perché ciò che viene riferito in
tali documenti, in ultima analisi, avremmo dovuto trovarlo negli Atti di un vero Sinedrio
e da lui riportato nel XVIII Libro di “Antichità Giudaiche”: l'epoca di Gesù.
E’ grazie alla storia che possiamo dimostrare l’insussistenza degli Apostoli, pertanto
apriamo il sacro testo, redatto dall’evangelista Luca, che ne descrive le opere.
Atti degli Apostoli
Dopo l’ascensione di Gesù, gli Apostoli, rimasti nella Città Santa, danno inizio alla
diffusione della dottrina predicata da Cristo. Sotto il portico di Salomone e nelle
piazze, emulando il loro “Maestro”, si esibiscono in guarigioni straordinarie, esaltano
il popolo e attirano le folle delle città vicine “che accorrevano, portando malati e
persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti”.
Il Sommo Sacerdote e i Sadducei, “pieni di livore”, li fanno arrestare con l’accusa di
“aver predicato in nome di costui” (Gesù) e, convocato il Sinedrio di Gerusalemme, il
massimo Tribunale giudaico, avviano l’atto processuale minacciando di “metterli a morte”.
“Si alzò allora nel Sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, Dottore della legge, stimato
presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse:
«Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini. Qualche
tempo fa venne Theudas, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa
quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si
dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del
censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch’egli perì e quanti s’erano lasciati
persuadere da lui furono dispersi. Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi
dico: Non occupatevi di questi uomini (gli Apostoli) e lasciateli andare. Se infatti
questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; (come avvenuto a
Tèuda e Giuda il Galileo) ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi
accada di trovarvi a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e li rimisero in
libertà” (At. 5, 34-39).
Tutti i personaggi descritti nel brano erano veramente esistiti all’epoca, anche il
sacerdote Gamalièle il cui figlio diverrà Sommo Sacerdote del tempio nel 63 d.C.. Ma la
prima considerazione da fare è che questo evento, se fosse veramente accaduto, si è
verificato quando Re Erode Agrippa I era ancora vivo. Infatti al momento del sermone di
Gamaliele sono vivi tutti gli Apostoli e fra questi, oltre a Simone Pietro anche Giacomo
il Maggiore che, secondo l’evangelista, verrà ucciso successivamente dallo stesso monarca
(che regnò in Giudea dal 41 al 44 d.C.) prima del 44 d.C., anno della sua morte.
Seguiamo ora gli eventi accaduti in Giudea e descritti da Giuseppe Flavio nel XX libro di
“Antichità Giudaiche” (Ant. XX 97/102):
97. “Durante il periodo in cui Fado era Procuratore della Giudea, (44-46 d.C.) un certo
sobillatore di nome Theudas persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie
sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un Profeta al cui
comando il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. Con questa
affermazione ingannò molti.
98. Fado però non permise loro di raccogliere il frutto della loro follia e inviò contro
di essi uno squadrone di cavalleria che piombò inaspettatamente contro di essi
uccidendone molti e facendone altri prigionieri; lo stesso Theudas fu catturato, gli
mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme.
99. Questi furono gli eventi che accaddero ai Giudei nel periodo in cui era Procuratore
Cuspio Fado (44 – 46 d.C.).
100. Il successore di Fado fu Tiberio Alessandro (Procuratore dal 46 al 48 d.C.), figlio
di quell’Alessandro che era stato Alabarca in Alessandria.
101. Fu sotto l’amministrazione di Tiberio Alessandro che in Giudea avvenne una grave
carestia durante la quale la Regina Elena comprò grano dall’Egitto con una grande
quantità di denaro e lo distribuì ai bisognosi, come ho detto sopra.
102. Oltre a ciò, Giacomo e Simone, figli di Giuda Galileo, furono sottoposti a processo
e per ordine di Alessandro vennero crocefissi; questi era il Giuda che - come ho spiegato
sopra - aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirino faceva il
censimento in Giudea.”
Tali avvenimenti, separati fra loro da due o tre anni, sono la prova che il sacerdote
Gamalièle non ha mai potuto pronunciare nel Sinedrio quel discorso a difesa degli
Apostoli perché in quel momento il Profeta “Theudas” era ancora vivo. Infatti, facendo
attenzione alle date, seguiamo la storia di Giuseppe Flavio:
- nel 44 d.C. muore Re Erode Agrippa I ma, essendo il figlio troppo giovane per
governare, l’Imperatore Claudio decide di ricostituire la Provincia romana di Giudea,
Samaria, Idumea, Galilea e Perea; di conseguenza …
- nel 44 d.C. gli fa subentrare, come Governatore della Provincia, il Procuratore Cuspio
Fado che durante il suo incarico (44-46 d.C.) fa uccidere “Theudas”, la cui testa viene
portata ed esibita in Gerusalemme come monito rivolto a chi volesse seguire il suo
esempio;
- nel 46 d.C. il Procuratore Tiberio Alessandro sostituisce Cuspio Fado e, nel corso del
suo mandato (46/48 d.C.), dopo un processo, dà l’ordine di crocifiggere Giacomo e Simone.
Pertanto, all’interno del Sinedrio convocato in seduta deliberante per decidere sulla
sorte dei “dodici Apostoli”, da quanto abbiamo letto in “Atti”, come ha potuto
l’evangelista Luca far dire a Gamalièle che “Theudas” era morto (prima del censimento del
6 d.C. - At. 5, 36) mentre Erode Agrippa era ancora vivo? (lo ucciderà dopo un angelo –
At. 12, 23) ... e Cuspio Fado (che avrebbe poi ucciso Tèuda), non era ancora subentrato
ad Agrippa?
Noi abbiamo constatato, semplicemente, che quel discorso era falso: Gamalièle non poté
farlo perché il Re Erode Agrippa e “Theudas” erano ancora vivi entrambi. Fu scritto in
epoca successiva da uno scriba cristiano con lo pseudonimo “Luca” e lo mise in bocca a
Gamalièle, importante membro del Sinedrio vissuto realmente, per discolpare, in un
processo del Tribunale giudaico, gli Apostoli arrestati, fra cui Simone e Giacomo,
dall’accusa di istigazione uguale a quella di Theudas, Giuda il Galileo e i suoi figli
Giacomo e Simone; accusa che comportava la pena di morte da parte dei Romani.
Ma poiché il discorso era (ed è) un’assurdità è evidente che non fu fatto, pertanto era
falso sia l’arresto che l’assoluzione, quindi, a quella data, nessuno degli Apostoli era
ancora stato arrestato. Al contrario, al verso 102, come sopra abbiamo letto in
“Antichità”, sia Giacomo che Simone, figli di Giuda il Galileo, “furono sottoposti a
processo” e fatti giustiziare: quindi colpevoli e non più latitanti (nel 46/48 d.C., dopo
la morte di Erode Agrippa).
Contrariamente a quanto risulta dalle vicende reali, il vero scopo di san Luca era
far apparire ai posteri che il Sinedrio, supremo tribunale giudaico, aveva assolto gli
“Apostoli”, fra cui Giacomo e Simone, dall’accusa, così come articolata in ipotesi da
Gamalièle, di essere equiparati ai Profeti rivoluzionari Giuda il Galileo, i suoi figli
Giacomo e Simone e Theudas; accusa, come abbiamo visto, smontata da un Gamalièle che,
nella realtà, non avrebbe potuto prevedere la morte improvvisa di Re Agrippa I, né la
sostituzione del Procuratore Cuspio Fado, né che questi avrebbe poi ucciso Theudas.
Tale “Atto del Sinedrio”, inventato e riportato in “Atti degli Apostoli”, convocato
mentre Erode Agrippa era ancora vivo, è una falsificazione tesa a fugare ogni dubbio
sulla condotta zelota degli “Apostoli”, dissociandoli dai sobillatori Theudas e Giuda il
Galileo, e ad introdurre l’altra menzogna correlata: la “fuga” di Simone Pietro per opera
di Dio (At. 12,7) nonché l’uccisione di Giacomo ovviamente per volontà del Re, secondo
“l’evangelista”.
Risultato: un falso Atto del Sinedrio non poteva che essere nullo, pertanto, la sua
datazione e il suo scopo erano e sono nulli. Inoltre, introdurre in “Atti degli Apostoli”
un finto Atto del Sinedrio di Gerusalemme, il Supremo Consiglio del Sommo Sacerdote del
Tempio, con funzioni giudiziarie e amministrative (pur se asservito al potere imperiale
di Roma), operante nel I secolo, è un reato cui si deve rispondere di fronte alla storia.
Quando Luca inventò questo Atto del Sinedrio, nel cui interno fece testimoniare il
falso a Gamalièle sul Profeta Theudas, non si sbagliò ma vi fu costretto: voleva impedire
l’identificazione di un "Apostolo".
Infatti, uno studioso che, seguendo la narrazione di Giuseppe Flavio, giunge ai paragrafi
dal 97 al 102 del XX Libro di “Antichità”, laddove si parla di Theudas e di Giacomo e
Simone, i due figli di Giuda il Galileo, si rende conto che sono versi manomessi, il 101
addirittura tutto interpolato, ossia “incollato” in quel punto del libro come il
“Testimonium Flavianum”.
Esso si richiama ad una gravissima carestia che afflisse i Giudei, già descritta
dettagliatamente dall’ebreo qualche paragrafo prima. La datazione di quella carestia era
vitale per la dottrina cristiana: avrebbe permesso di individuare l’anno in cui fu
giustiziato “Gesù”, le cause e il contesto storico che le provocò.
Ma procediamo per gradi e ritorniamo al testo di Giuseppe Flavio sopra riportato di
(Ant. XX 97/102) sottoponendolo ad una analisi filologica. Notiamo che Giacomo e Simone
erano due veri nomi giudaici e indicati con il patronimico, mentre il Profeta Theudas
(Tèuda in italiano) non era un nome bensì un attributo che nel greco arcaico voleva dire
“Luce di Dio”. Esso rende l’idea di una traduzione corretta dall'aramaico (Giuseppe
Flavio scrisse le sue opere in aramaico poi ne curò la traduzione in greco) ma non è
accompagnato dal nome proprio né da quello del padre quindi non identificabile come dato
storico da tramandare ai posteri; pur essendo evidente che si trattava di una persona
importantissima se i Romani ne portarono la testa a Gerusalemme per esibirla alla
popolazione come monito. L’anomalia di questo attributo senza nome è condivisa sia in
“Atti degli Apostoli” (lo abbiamo visto col discorso di Gamalièle) che dal Vescovo
Eusebio di Cesarea (IV sec. d.C.), il quale, unico storico, riporta l’episodio nella sua
“Storia Ecclesiastica” (II 3,11).
Grazie alla sua carica di rilievo e all’influenza che esercitò sull’Imperatore Costantino
e la sua corte, Eusebio fu il primo cristiano ad aver la possibilità di accedere agli
Archivi Imperiali e far manomettere gli scritti dello storico ebreo Giuseppe allo scopo
di impedire il riconoscimento dei veri protagonisti evangelici.
Riguardo a Giacomo e Simone va rilevato che manca la motivazione per cui furono
uccisi; non era infatti sufficiente la semplice discendenza da Giuda il Galileo come
imputazione perché si sarebbe violato sia la legge romana che quella ebraica,
motivazione, peraltro, che sarebbe valsa subito anche per Menahem (il cui vero nome, come
vedremo, era Giuseppe), ultimo figlio di Giuda, ed Eleazar suo nipote (Lazzaro) figlio di
Giairo (tutti nomi evangelici), i quali moriranno molto tempo dopo in circostanze precise
e ben motivate.
Non solo, dal modo come viene introdotto il par. 102 (basta rileggerlo) risulta chiaro
che lo storico ebreo ne ha già parlato, pertanto i lettori sono stati informati in un
precedente passo delle gesta degli Zeloti Giacomo e Simone.
Lo stesso vale anche per Theudas: il fatto che “sobillasse” i suoi seguaci ad
attraversare il Giordano ai Romani non importava più di tanto, perciò anche questo
dimostra che la notizia originale è stata successivamente mutilata da scribi copisti.

Ma perché “l’evangelista Luca” era talmente interessato a lui al punto di farlo


dichiarare morto da Gamalièle, in Atti degli Apostoli, ancor prima di Giuda il Galileo?
Semplice: conosceva chi fosse realmente perché aveva letto “Antichità Giudaiche” prima
che venissero censurate dagli amanuensi e sapeva che era figlio di Giuda il Galileo ma,
facendo risultare che muore prima di lui, egli non potrà mai essere identificato come suo
figlio. Era una realtà in contrasto con la nuova ideologia, il cristianesimo come lo
conosciamo oggi, evolutosi da una dottrina primitiva filo giudaica zelota che postulava
una figura diversa di Messia.
L’evangelista sapeva che il nome di quel “Profeta” era “Giuda” ma in “Atti” lo chiamò
“qualcuno” per evitare che l’attributo “Profeta” potesse essere collegato ad
“Apostolo”. Allora diamo un’occhiata agli “Apostoli”.
Luca ignora la scelta dei “Dodici” voluta da Cristo, secondo Matteo e Marco, e chiama
Taddeo “Giuda, fratello di Giacomo” (At. 1, 13-14):

“Giuda di Giacomo. Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune
donne e con Maria, la madre di Gesù e con i suoi fratelli”
In questo passo in “Atti” rileviamo che Luca, citando “Giacomo”, non sente il dovere
di specificare a quale “Giacomo” si riferisce dei due che risultano nel suo Vangelo e ciò
significa che in origine c’era un solo Giacomo. Infatti in "Atti degli Apostoli" non
vediamo mai i due Giacomo interagire affiancati e, fatto gravissimo, non viene riportato
il "martirio" di Giacomo il Minore: il motivo lo accertiamo con apposita analisi tramite
la quale dimostriamo l’inesistenza di Giacomo “il Minore” o “il Giusto”. Infine, cadendo
nel ridicolo, i vangeli accreditano “Giacomo” di troppe paternità (Alfeo, Zebedeo,
Cleofa) per poter essere giustificato storicamente come persona reale.
Taddeo, ovvero Taddaios in greco e Taddaeus in latino, erano nomi inesistenti in quelle
lingue nel I secolo; si tratta di traslazione volutamente errata da una lingua all’altra
per impedirne l’identificazione col Profeta Theudas di nome Giuda, fratello di Giacomo, a
sua volta fratello di Giovanni e di Simone, chiamati anche “Boanerghes”.
O meglio, se leggiamo l’insieme dei fratelli riportati nei Vangeli, risulta:

“Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, Ioses


(Giuseppe), di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui con noi?” (Mc. 6,3);
“Non è forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli,
Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” (Mt. 13,
55).
Sono tutti nomi di tradizione giudaica ai quali manca “Giovanni” (boanerghes),
indicato con “costui” perché è lui il soggetto di cui parlano i Giudei. Se fosse stato
“Gesù” lo avrebbero chiamato così, senza problemi, come per i suoi fratelli, inoltre,
violazione gravissima al costume giudaico, non viene identificato con il patronimico
bensì col nome della madre: è evidente che il nome del padre non doveva apparire. Se i
passi di “Marco” e “Matteo” li avesse scritti un vero testimone ebreo avrebbe riferito
così:
“Non è Gesù il figlio di (bar) Giuseppe il carpentiere, il fratello di Giacomo, Ioses
(Giuseppe), di Giuda e di Simone?”
E' evidente che lo scriba cristiano non intese rivelare i veri nomi di “Gesù” e suo
padre. Il mito del Salvatore di Israele, evolutosi successivamente in un Messia ebraico
docile come un agnello, era in contrasto con le gesta dei veri protagonisti zeloti.
Infatti, come dimostriamo più avanti con apposito studio, le "Natività" di "Gesù" furono
inventate, con "san Giuseppe e Maria Vergine", ed aggiunte agli attuali vangeli canonici
in periodo successivo
I nomi dei fratelli sono anche nomi di “Apostoli” ai quali manca “Giuseppe” poiché,
ultimo di loro, era ancora troppo giovane (Menahem: lui agirà dopo) all’epoca di “Gesù”
per essere un capo carismatico trascinatore di uomini pronti a dare la vita per una causa
nazionalista.
“Apostoli” con qualifiche aggiunte come: “Zelota” o “Cananeo”, “Iscariota”, “Bariona” e
"Boanerghes", che significano “fanatico nazionalista”, “sicario”, “latitante, ricercato”
e "figli del tumulto" o "figli della collera".
Simone Pietro e lo stesso “Gesù” vengono chiamati “Galilei” nel vangelo di Luca; ma dallo
storico ebreo sappiamo che i Galilei erano gli ebrei più focosi e nazionalisti, pronti a
ribellarsi.
Comprendiamo che i Romani, dal loro punto di vista, avevano forti motivi per catturarli e
ucciderli, infatti, come proveremo con appositi studi, corrispondono tutti a quelli dei
figli di Giuda il Galileo.
Inoltre, sempre osservando la tabella degli “Apostoli”, si capisce che il Simone,
qualificato come zelota, cananeo e sicario, é replicato. E’ lo stesso Simone Pietro detto
“Kefaz” (in aramaico) o “Cefa” che vuol dire “pietra”, indicato anche come “bariona”, che
significa “latitante ricercato”: un sicario Zelota, una volta individuato, non poteva che
darsi alla latitanza per non essere catturato e ucciso dai Romani.
L’unico “Apostolo” di nome giudeo, non appartenente alla cerchia dei fratelli, è
Matteo. Esso viene indicato come “Pubblicano” e chiamato a testimoniare dal vero le
vicende di Cristo sin dalla nascita, ma nella tabella notiamo che l’Apostolo Matteo non
esiste nel vangelo di Giovanni.
E’ impossibile, non ha senso: se fosse stato uno dei “dodici Apostoli” avrebbe dovuto
riferirlo anche Giovanni, a maggior ragione poiché gli scribi cristiani li fanno apparire
entrambi "colleghi" redattori di vangeli. Nel vangelo di Matteo (lui stesso) si dichiara
“Pubblicano”: altra assurdità.
I Pubblicani riscuotevano i tributi dovuti all’Imperatore, pertanto gli altri “Apostoli”
zeloti e sicari, aderenti alla “quarta filosofia zelota contro la tassazione di Roma”,
ideata da Giuda il Galileo, lo avrebbero ucciso senza pensarci su due volte; sarebbe
stato un loro nemico ideologico, un obiettivo da eliminare (Ant. XVIII 5, 6):
“…e (gli Zeloti) non indietreggeranno di fronte allo spargimento di sangue che potrà
essere necessario”.

Matteo è un falso protagonista. Lo scriba cristiano che ideò quel nome, molto tempo
dopo i fatti descritti, operò al solo scopo di rendere più credibile la testimonianza
facendolo apparire un attore ebreo di quelle vicende.
In realtà, il redattore di questo vangelo in greco, ripreso da un vangelo primitivo
originale che fu tradotto, non poteva essere un giudeo, padrone dell’aramaico, perché non
comprese il significato di “cananeo” e lo lasciò in forma ellenizzata (Zelota) riferito a
“Simone”.
L’accostamento prospettico con il vangelo di Luca non lascia equivoci. Il vangelo di
“Giovanni” riporta “iscariota”, ma Giuseppe Flavio, in “Guerra Giudaica” riferisce nel
cap. 8° del VII libro, attraverso un ricordo lontano nel tempo, che i Sicari erano il
braccio armato degli Zeloti, i seguaci della “quarta filosofia” fondata da Giuda il
Galileo, ed agivano contro i propri connazionali filo romani sin dal 6 d.C..
Che l’evangelista “Matteo” non sia stato un ebreo, né mai vissuto in Giudea, è
dimostrato in altri molteplici passaggi del suo Vangelo, ad iniziare da quello
riguardante l’insieme dei fratelli di “Gesù” indicati col nome della madre anziché col
patronimico; inoltre, sulla “Natività” (come vedremo nel successivo studio), dimostra di
non conoscere i luoghi, la storia giudaica dell’epoca di Cristo e l’Antico Testamento,
cadendo, peraltro, in grave contraddizione con la sua qualifica di funzionario esattore
“Pubblicano”.
Giuda detto Theudas era un Profeta “sobillatore”, fratello di Giacomo, a sua volta
fratello di Giovanni (At. 12, 1-2) che insieme a Simone e Giuseppe (l’ultimo)
costituiscono la cerchia di fratelli evangelici tutti con nomi di tradizione giudaica.
Solo questi nomi, autenticamente ebraici - dalla lettura del “Novum Testamentum” A. Merk
S.I., Roma, Pontificio Ist. Biblico, Anno 1933; e, “Novum Testamentum” H. Kaine, Paris,
Edit. Ambrogio F. Didot, Anno 1861 – risultano accompagnati da qualifiche e attributi,
quindi da atti, conformi allo stesso Profeta “sobillatore” Giuda Theudas ucciso da Cuspio
Fado nel 45 d.C.:
“zeloti”, che, dall’interpretazione in greco di Giuseppe Flavio, significa “fanatici
nazionalisti”; “bariona”, in aramaico, significa “latitante fuorilegge”; “iscariot”
dall’aramaico “keriot”, omofono di sicario o sicariota; “boanerghes” *, significa “figli
dell'ira” o “figli del tumulto”; “cananeo” da “qanana” in aramaico, equivalente a
“zelota”, e “galilei”, come “fuorilegge”. Erano tutti figli di Giuda, ideatore dello
zelotismo antiromano, detto “il Galileo”.

* Il vangelo di Marco (3,17) riporta "figli del tuono" ma, in tutta la letteratura greca
classica, questo è l'unico caso in cui ricorre il vocabolo; ne consegue che la parola
non può avvalersi di alcuna etimologia in tale lingua, pur se scritta in greco. Infatti
essa è di origine aramaica, non greca, e il suo etimo si fonda su due segmenti del lemma:
“boane”, una forma di “benê” (figli di), e “rges”, la cui radice semitica significa:
tumulto, ira, collera, agitazione, eccitazione. Pertanto "figli del tuono" esprime un
concetto riduttivo e fuorviante rispetto all'originale vocabolo aramaico il quale,
effettivamente, rivela il medesimo intento ribelle nazionalista degli altri fratelli
Zeloti come nella tabella su riportata. Troviamo infine conferma nello stesso brano
evangelico ove i fratelli "boanerghes" intendono incendiare un villaggio della Samaria ma
vengono fermati da "Gesù"; nel contempo la storia ci insegna che i Giudei erano nemici
dei Samaritani e in guerra tra loro.

E’ d’obbligo evidenziare che queste qualifiche o attributi sono riferite solo ad


“apostoli fratelli” che hanno lo stesso nome, di stretta osservanza giudaica, dei
fratelli di Gesù. Attributi e qualifiche che richiesero un intervento “correttivo” da
parte degli scribi cristiani quando la Chiesa ne comprese il vero significato.
Un esempio di come sia stata eseguita la falsificazione di “Simone”, per trasformarlo in
“Pietro figlio di Giona” (San Pietro), lo troviamo nei due “Novum Testamentum” su
riferiti, di cui riproduciamo copia:

dove possiamo notare, nel testo centrale in greco a destra (Mt. 16, 17), il vocabolo
“bariona” riferito a Simone - che in aramaico significa “latitante, ricercato” - in greco
non viene tradotto ma traslato con la lettera maiuscola in modo da farlo apparire un nome
di persona: “Simon Bariona”. “Bariona”, come nome proprio di persona, nell’aramaico
antico non è mai esistito, tanto meno in greco o latino, e la falsificazione diventa
addirittura ridicola attraverso la comparazione delle traduzioni.
Infatti, a sinistra, nella traduzione latina, risalente almeno un paio di secoli dopo
quella greca arcaica, viene successivamente diviso in “Bar Iona”; per cui, Bariona
(latitante) diventa: Bar (“figlio di” in aramaico) Iona … filius Iona … figlio di Giona.
βαριωνα (latitante in aramaico diventa Βαρ Ιωνα “figlio di”), quindi Bar Iona,
infine, tramite un latino indeclinato, "filius Iona", tradotto in italiano "figlio di
Giona".
Se “Iona” fosse stato veramente il nome di una persona, avremmo dovuto trovarlo, sin
dall’inizio, sempre separato da “bar” minuscolo, come per “filius” latino o “uios” ύιος
greco; vocaboli usati spesso e senza problemi nei Vangeli … tranne in questo caso.
Nel testo del 1861, in basso a destra in latino, “Pietro” non esiste: solo Simon Bar-
Jona; e a sinistra, in greco, riporta Bar staccato. Nelle lingue latina e greca “Bar” e
Βαρ non esistono; allora sia nel testo latino che in quello greco Bar - Βαρ, come in
aramaico, vorrebbero apparire “figlio” ma, essendo traduzioni a suo tempo destinate a
fedeli di lingua greca o latina, è assurdo tentare di farli passare come tali sapendo che
in latino si dicono “filius” e in greco ύιος (uios).
In alto a destra, nel testo (Ioh.= Gv. 1,42), poiché il vocabolo “Cephas” in latino non
esiste, si dice che deve (sic!) essere “interpretato Pietro”; anche nel greco antico, in
alto a sinistra, “Kefaz” (Κηφας) non esiste, è aramaico (= sasso, pietra) ma “significa
Pietro”.
In latino pietra = lapis, saxum; in greco = lithos, petra (minuscolo e mai “kefaz”).
Le tre parole originali in aramaico erano Simon, kefaz, bariona che tradotte vogliono
dire: Simone, detto pietra (nel senso di “duro, massiccio”), latitante ricercato. Cioè:
Simone era uno dei fratelli già ricercato dai Romani quando “Gesù” era ancora in vita.
La mescolanza delle lingue e la manipolazione dei vocaboli tradotti furono, nel tempo,
sfruttati volutamente, per travisarne il senso, da professionisti consapevoli di trattare
con ingenui credenti.
Queste “tecniche” di traduzione sono soltanto uno dei modi con cui si può falsare il
significato della vita di una persona, e la puntigliosità con cui la Chiesa ha fatto,
letteralmente, carte false per trasformare “Bariona” sino a farlo sparire nelle versioni
evangeliche moderne, sta a dimostrare che il significato di “latitante ricercato”,
espresso dalla traduzione originale, è reale e pertanto Essa lo considera veramente
pericoloso. Ha sempre dovuto impedire che si scoprissero le vere gesta dei protagonisti
delle vicende che dettero origine al Cristianesimo primitivo, quello vero, inserito in un
contesto storico reale rappresentato dalla guerra di liberazione nazionale dei Giudei
contro l’occupazione romana della “Terra promessa da Dio al popolo di Israele”.

Paolo di Tarso: un super apostolo inventato. Ecco le prove.

I Parte: sintesi.
San Paolo, come san Pietro, nei sacri testi cristiani vengono descritti dotati di
poteri divini miracolistici straordinari e, nel caso di san Paolo, addirittura superiori
a Gesù.
Sono personaggi di cui si narra esclusivamente nei Vangeli o negli scritti apologisti dei
Padri fondatori del Cristianesimo; cioè una dottrina creata per fare adepti grazie
all’illusione della vita eterna ed alla resurrezione del proprio corpo dopo la morte.
La domanda da porsi è se san Saulo Paolo sia esistito veramente oppure, come per gli
altri Apostoli, verificare se questi personaggi non siano piuttosto rappresentanti
ideologici di una dottrina che, obbligatoriamente, doveva essere “incarnata” in uomini
prescelti e ispirati da Dio.
Un non credente, che si accinge a leggere di questo san Saulo Paolo senza essere
condizionato da prediche confessionali, percepisce subito che la trovata “geniale”, di
san Luca, intesa a far creare un altro Apostolo dallo stesso Gesù Cristo “post mortem”, è
un contro senso assurdo sia storicamente, come intendiamo dimostrare, sia teologicamente,
in quanto palesemente finalizzata a revisionare la dottrina precedente.
Un Dio che, per riscattare l’umanità dal peccato, si fa uomo e come tale si sottopone ad
una passione di sangue ed estrema sofferenza, dopo aver predicato, istruito e scelto
dodici “Apostoli” con un preciso mandato, una volta salito in cielo, si accorge di aver
dimenticato “qualcosa d’importante”, allora scaraventa una folgore (a imitazione di
Giove) su un certo Saulo Paolo, accecandolo, e con la “Voce” nomina un altro Apostolo con
l’incarico di “aggiornare” la dottrina degli altri suoi “colleghi” che Lui stesso aveva
appena istruiti, è una logica che può stare in piedi solo previo millenario lavaggio del
cervello.
Nominati i dodici Apostoli ...
“Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «non andate fra i pagani e non entrate nelle
città dei Samaritani, rivolgetevi, piuttosto, alle pecore perdute della casa d’Israele»”
(Mt.10, 5-6).
Questo “comandamento” nazionalista, conforme alla missione di Gesù limitata alla sua
Patria (nulla avrebbe potuto impedire a Cristo di predicare ovunque volesse), andava
cambiato, ma la modifica di una dottrina non poteva risultare dipesa da una esigenza
umana, pertanto, bisognava “dimostrare” che fu la stessa divinità a “rivelarsi”
attraverso un altro super “Apostolo”, strumento della Sua Rivelazione e depositario della
nuova “verità” da divulgare fra i Gentili pagani.
Fu semplicissimo: bastò inventare “Saulo Paolo” e fargli scrivere alcune lettere per
testimoniare su se stesso e sul nuovo credo del “sacrificio del Figlio di Dio e la sua
resurrezione per la salvezza della vita eterna degli uomini” dimostrando, così, che il
nuovo Apostolo era esistito veramente.
“« Il vangelo da me annunziato non è opera d’uomo; perché io stesso non l’ho ricevuto né
imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo »” (Lettera ai
Galati 1,11).
L’esigenza di una seconda “Rivelazione” di Gesù portò a redigere degli appositi
manoscritti, successivi a Vangeli primitivi, poi distrutti, allo scopo di ufficializzare
un apostolato promotore della diffusione di una dottrina, evolutasi da quella originale,
e creare, artatamente, un nesso ideologico per farla apparire coerente sin dall’inizio. I
Vangeli che noi leggiamo non sono i primi: san Saulo Paolo è venuto dopo; come gli “Atti
degli Apostoli”.
Eusebio di Cesarea, Vescovo cristiano sotto Costantino, dal IV secolo, denuncia la
pubblicazione di un altro “Atti degli Apostoli”, che taccia come eretico (HEc. I 9,3-4).
Di tale documento non ci è pervenuta traccia ma è evidente che fu eliminato assieme ad
altri per cancellare gli insanabili contrasti, con quello fattoci pervenire, che
avrebbero palesato il fine della sua artificiosa redazione.
San Saulo Paolo, stiamo per provarlo con l’aiuto della storia, come persona non è mai
esistito: fu soltanto un’ideologia, “incarnata” in un uomo “discepolo apostolo di Gesù”,
resasi necessaria perché rappresentava la soluzione politica religiosa per quella parte
di ebrei della diaspora la cui esistenza, nelle Province dell’Impero Romano, era
diventata difficile in quanto seguaci di una fede nazionalista integralista che imponeva
loro di non sottomettersi ad alcuna dottrina, o “Padrone”, o “Signore”, se non al proprio
Dio: “Yahwè”.
Un’ideologia imposta dall’evoluzione politica e militare che vide sconfitti, atrocemente,
i patrioti yahwisti, di conseguenza voluta da una corrente religiosa ebraica che decise
di revisionare il messianismo zelota, sulla base di una logica opportunista, adeguata
alla realtà dell’epoca, rivedendo le profezie messianiche della Legge ancestrale e
aprendosi, infine, ai culti pagani della “salvezza” oltre la morte, grazie alla
resurrezione del corpo.
Nel I secolo le sette ebraiche, ufficialmente riconosciute, credevano solo
nell’immortalità dell’anima e non nella “resurrezione della carne”, e fra esse, i
Sadducei non confidavano neppure in quella. Per questo fondamentale motivo ideologico,
gli “Atti degli Apostoli” e gli stessi Vangeli, riadattati in tal senso successivamente,
divengono un vero e proprio atto di accusa contro il popolo ebraico. Pietro e Paolo
emettono continue sentenze di condanna contro gli Ebrei, contro il Sinedrio e contro le
Sinagoghe, scagliando vere e proprie maledizioni nei confronti dei Giudei facendo
ricadere su di essi, sui loro figli e le generazioni future, il “sangue di Gesù” da essi
fatto versare.
Ma ora mettiamo da parte l’escatologia e sottoponiamo ad una verifica storica le
vicende che vedono coinvolto, come uomo, san Saulo Paolo, ovvero “l’Apostolo delle
Genti”.
L’evangelista lo fece nascere a Tarso in Cilicia (At. 22, 3), poi lo spedì a predicare,
senza sosta, da una città all’altra dell’Impero. Nel 58 d.C. giunse a Gerusalemme - la
datazione è precisa e ricavabile in "Atti" (At 24, 27) ove si attesta che "trascorsi due
anni Felice ebbe come successore Porcio Festo" : infatti il passaggio di consegne fra i
due Procuratori avvenne nel 60 d.C.- In quell'anno (58), dopo aver offeso il Sommo
Sacerdote Ananìa all’interno del Sinedrio, secondo la sceneggiatura di san Luca, per
impedire che i Giudei “lo togliessero di mezzo, non facendolo più vivere” (At. 22, 22),
dichiara al Tribuno romano: “io sono un cittadino romano di nascita” (At. 22, 27-28).
Luca ci sta propinando che, nel I secolo, in Giudea, se un cittadino veniva accusato
dal Sinedrio di Gerusalemme di aver violato la Legge ebraica e offeso il Pontefice, per
evitare la lapidazione bastava mentisse spudoratamente, come fa Paolo, sul suo luogo di
nascita, dichiarando di essere un “cittadino romano”, e tutti erano tenuti a credergli
sulla parola, anzi, dovevano spaventarsi; addirittura un Tribuno romano doveva tremare:
“anche il Tribuno ebbe paura, rendendosi conto che Paolo era cittadino romano” (At. 22,
29). Ma il ridicolo diventa farsa per la dichiarazione opposta resa, poco prima, allo
stesso Tribuno: “Io sono un Giudeo di Tarso di Cilicia, cittadino di una città non certo
senza importanza” (At. 21, 39), riconfermata, subito dopo, davanti alla folla di
Gerusalemme ed in presenza, ancora, dello stesso Tribuno: “Io sono un Giudeo nato a Tarso
in Cilicia” (At. 22, 3). Peraltro il funzionario romano, poco prima, aveva sospettato che
Paolo fosse l’Egiziano, il capo di una ribellione appena scongiurata dal Procuratore
Antonio Felice (At 21, 38). E’ evidente che l’evangelista, quando scrisse queste
contraddizioni stupide, era convinto che anche i Tribuni romani erano degli stupidi, così
pure coloro che le avrebbero lette in futuro.
Un vero Tribuno, obbligato a conoscere le leggi imperiali per poterle far rispettare,
era consapevole che il Sommo Sacerdote del Tempio, che presiedeva il Sinedrio, era stato
insignito da un Procuratore o un Re voluto da Roma, pertanto, chiunque avesse offeso il
Pontefice, si sarebbe messo contro Roma, pagandone le conseguenze: il Procuratore aveva
il diritto di uccidere …
Secondo l’insulsa interpretazione del “diritto romano”, descritta negli “Atti degli
Apostoli”, in Giudea, tutti i trasgressori della “Legge degli antichi padri”, anche i
peregrini stranieri, era sufficiente dicessero “sono un cittadino romano di nascita” e le
autorità, in perfetta buona fede, anziché lapidarli, gli avrebbero messo a disposizione
una nave trireme per inviarli a Roma dove avrebbero trovato Nerone che li attendeva per
giudicarli; perché è al “Principe” dell'Impero che le massime autorità, preoccupate della
“cittadinanza romana” del Santo, invieranno Paolo. E’ così che ce la racconta Luca.
E’ il “diritto di mentire” a un Tribuno (Comandante del presidio romano di Gerusalemme)
sul proprio luogo di nascita e sulla “cittadinanza”, palesato da Paolo nella recita
inventata dall’evangelista, che dimostra la fantasiosa, puerile, dabbenàggine
dell’autore, il quale, ormai incapace di contenersi, degrada l’elevato ufficiale romano
ad un “subalterno” del super Apostolo:
“Il Tribuno fece chiamare due centurioni e disse: “Preparate duecento soldati, settanta
cavalieri e duecento lancieri perché Paolo sia condotto a Cesarea sano e salvo dal
Governatore Felice” (At 23, 23).
Ma questa paradossale scena si scontra con ben altra realtà. Tacito, (Annali XIII 34):
“Al principio dell’anno (58 d.C.) si riaccese violenta la guerra, iniziata in sordina e
trascinata fino allora, tra Parti e Romani per il possesso dell’Armenia”.
Giuseppe Flavio, (Ant XX 173), Guerra fra i Giudei e i Siri:
“Quando Felice si accorse che la contesa aveva preso forma di una guerra, intervenne
invitando i Giudei a desistere".
In una situazione simile, allorquando tutte le forze d’Oriente dell’Impero dovevano
rendersi disponibili per fronteggiare una guerra contro i Parti, mentre è in corso una
guerra civile fra Giudei e Siri … un Tribuno imperiale impiega una forza militare di
pronto intervento, di quella portata, per scortare san Paolo, dopo che gli aveva mentito
sul suo luogo di nascita e col dubbio, da lui stesso dichiarato, che potesse essere un
capo ribelle come “l’Egiziano” (At. 21, 38), un Profeta ebreo alla testa di migliaia di
ribelli zeloti intenzionati a liberare Gerusalemme dalla dominazione romana. La sua
azione fu anticipata e sgominata dall'intervento della cavalleria di Antonio
Felice, ciononostante l'Egiziano riuscì a dileguarsi evitando la cattura (Ant. XX 167-
172).
La persona che godeva della “cittadinanza romana” era sottoposta alla legge romana,
la quale, fra le varie possibilità di rilasciare (nel I secolo) questo privilegio, ne
contemplava il diritto a tutti i cittadini nati a Roma: diritto che Luca “accreditò” a
san Paolo. Ma non è plausibile che i Romani, nel I secolo, potessero concedere questo
“diritto”, con sciocca leggerezza, senza alcuna possibilità di riscontro (modalità che
stiamo per verificare), proprio perché avrebbero leso il diritto stesso, ma quello vero,
vanificandolo. Eppure tale assurdità, contenuta negli “Atti degli Apostoli” (che avrebbe
fatto chiudere il Sinedrio, impossibilitato a procedere per non competenza giuridica in
quanto chiunque si sarebbe avvalso di quel “diritto” mentendo), è ancora oggi
sottoscritta da alcuni storici ispirati i quali sanno perfettamente che a salvarli dal
ridicolo è solo l’ignoranza della gente sul contenuto di questo “Sacro Testo”.
Nel I secolo a.C. la cittadinanza romana venne estesa agli alleati Italici e
l’Imperatore, con un editto, aveva il potere di concedere agli abitanti delle Province
questo onore che comportava vari benefici fra cui l’impedimento ad essere sottoposti, nei
processi, a giurie non romane. Tale privilegio rimase in vigore sino al 212 d.C..
Ma nel I secolo d.C. (come sopra accertato l’episodio di san Paolo è stato ambientato -
Atti 24, 27 - nel 58 d.C.), gli Imperatori, secondo quanto riportato da Svetonio in
(Caligola 38), rilasciavano veri e propri “Diplomi di Cittadinanza”, cioè attestati
ufficiali che comprovavano il diritto a tale prerogativa ed era fatto assoluto divieto
appropriarsi di questo privilegio al punto che “coloro che usurpavano il diritto di
cittadinanza romana, (Claudio) li fece decapitare sul campo Esquilino” (Cla. 25).
Da quanto documentato, l’assoluzione di san Paolo, riferita da lui stesso nella sua II^
lettera a Timoteo (IV, 17), è puerile e falsa.

Peraltro va rilevato che, a seguito gravi disordini fra Giudei e Samaritani, il Sommo
Sacerdote Ananìa, figlio di Nebedeo, insieme ad Anano, Capitano delle Guardie del Tempio,
fu arrestato e inviato in catene a Roma, nel 52 d.C., dal Legato di Siria Ummidio Durmio
Quadrato (vedi Antichità Giudaiche XX 131), per rendere conto all’Imperatore Claudio di
quelle vicende (e Tacito Ann. XII 54).
Dalla lettura di “Antichità” e “La Guerra Giudaica” sappiamo che, dopo di lui, a
presiedere il Sinedrio, si succederanno, fra il 52 e l’inizio del 66 d.C., i Sommi
Sacerdoti: Gionata, figlio di Anano (fatto poi uccidere dal Procuratore Felice e fratello
del successivo Anano che avrebbe voluto lapidare Giacomo, fratello di Gesù figlio di
Damneo); Ismaele, figlio di Fabi; Giuseppe, detto Kabi, figlio di Simone; Anano, figlio
di Anano (è lui, per soli tre mesi); Gesù, figlio di Damneo (fratello di Giacomo); Gesù,
figlio di Gamalièle; e Mattia, figlio di Teofilo … “sotto il quale ebbe inizio la guerra
dei Giudei contro i Romani”, nel 66 d.C. (Ant. XX, 223).
Pertanto, nella scenetta inventata da San Luca, il litigio di Paolo Saulo che offende
Ananìa chiamandolo “muro imbiancato”, per poi ritrattare:“« Non sapevo che è il Sommo
Sacerdote; sta scritto infatti: Non insulterai il capo del tuo popolo»” (At. 23, 5),
collocato nel 58 d.C. si dimostra una frottola. Avrebbe avuto un senso (un errore in meno
fra i tanti) se fosse avvenuto con Ismaele, figlio di Fabi, nominato Pontefice dal Re
Agrippa II quando Antonio Felice era ancora Procuratore, dopo che questi aveva fatto
uccidere il Sommo Sacerdote Gionata fratello di Anano.
Una volta sfuggito di mano ai Procuratori di Roma il controllo politico della situazione,
Ananìa sarà rieletto Sommo Sacerdote nel 66 d.C. e verrà ucciso, poco dopo, dall’ultimo
dei figli di Giuda il Galileo (figli con i nomi dei fratelli di “Gesù”) il quale, a sua
volta, sarà ucciso da Eleazar, Comandante delle Guardie del Tempio e figlio dello stesso
Ananìa, per vendicare la morte di suo padre.
Da quanto esposto, la cronologia degli avvenimenti e delle investiture dei Pontefici
non ammette il “battibecco” intercorso, nel 58 d.C., fra san Paolo Saulo e il Sommo
Sacerdote del Sinedrio, Ananìa, già arrestato da un Luogotenente di Claudio (anche se,
per intercessione del Sommo Sacerdote Gionata, poi sarà liberato; ma Gionata, a sua
volta, verrà fatto uccidere da Felice), come dimostra la sequenza, ordinata nel tempo,
dei designati a ricoprire l’importante ufficio. Infatti, con simile fedina penale, pur se
appoggiato da una fazione politicamente importante, nessun Procuratore, gerarchicamente
inferiore ad un Luogotenente dell’Imperatore, come Ummidio Durmio Quadrato, in carica in
Siria sino al 60 d.C. (Annali XIV 26) e vincolato da precisi passaggi di consegne,
avrebbe più potuto confermare Ananìa “Sommo Sacerdote” del Tempio e del Sinedrio, neanche
se proposto da Re Agrippa II, fino alla rivolta contro i Romani, essendo le nomine dei
Pontefici sottoposte al “placet” dei Procuratori, a loro volta subordinati ai Legati
imperiali di stanza ad Antiochia in Siria.
A conclusione di questa prima analisi su san Paolo, come uomo veramente esistito, uno
storico deve constatare che a nessun suddito dell’Impero sarebbe stato possibile agire,
in modo così plateale, contro le leggi di Roma senza pagarne lo scotto immediato. Un vero
Tribuno romano, adempiendo al suo dovere, avrebbe messo subito in catene Saulo Paolo,
mentre Antonio Felice, agendo da accusatore e giudice, lo avrebbe decapitato dopo un
processo sommario: come previsto dalla legge.
Il battibecco intercorso fra un qualsiasi ebreo, o ex ebreo, ed un Sommo Sacerdote del
Tempio dimostra che il redattore di questa farsa, composta in un periodo storico
successivo, non sapeva o non riconosceva l’autorità, né il potere detenuto da chi
ricopriva tale sacro uffizio. Potere sottoposto soltanto all’autorità dei Legati romani o
Regnanti, designati direttamente dall’Imperatore.
Anche questo “Atto del Sinedrio”, come quello sopra riferito di Gamalièle, riportato in
“Atti degli Apostoli” è un falso conclamato, falso come il personaggio “san Paolo”:
incarnazione umana della dottrina, a lui “rivelata” da un “Gesù” dall'alto dei cieli, che
i fedeli cristiani seguono tutt’oggi.

Paolo di Tarso. Parte II


Sintesi.

Grazie al metodo storiologico che ci siamo prefissi di seguire, al fine di accertare


verità o falsificazioni attraverso la comparazione degli scritti neotestamentari con la
storiografia dell’epoca, possiamo dimostrare che san Paolo fu un personaggio inventato
ancora prima di essere trasformato in apostolo “folgorato” dallo stesso “Gesù” già
risalito in cielo.
E’ un criterio razionale da cui non si può prescindere, al quale ci siamo sempre
attenuti, ed è l’unico che ci permette di conoscere le origini del Cristianesimo.
Secondo i falsari redattori di questo documento, gli “Atti degli Apostoli” avrebbero
dovuto “testimoniare” la diffusione del messaggio teologico cristiano della “salvezza”, a
partire da Gerusalemme sino a travalicare gli estremi confini dell’Impero Romano.
Per “dimostrare” come ciò poté avvenire in un lasso temporale di appena un trentennio,
dalla morte di Cristo alla venuta di Paolo a Roma, oltre agli Apostoli furono inventati
anche altri protagonisti dotati di poteri taumaturgici straordinari col compito di
strabiliare le folle da convertire alla nuova religione.
Secondo gli esegeti credenti nella “tradizione cristiana” l’opera fu composta intorno
agli anni 80 d.C., ma la datazione tiene conto di riferimenti storici conseguenti alla
descrizione di personaggi famosi realmente esistiti e appositamente riportati da chi
compilò il testo. Sono conclusioni fideiste completamente errate, nonché scorrette sotto
il profilo deontologico professionale, e noi ci apprestiamo a provarlo documentandoci su
quanto sia stata diversa la realtà.

Saulo Paolo, san Filippo e santo Stefano

Atti degli Apostoli:

“Filippo incontra un eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia, Sovrintendente ai


suoi tesori, seduto su un carro… disse allora lo Spirito a Filippo …” (At. 8, 27/29).

Candàce fu Regina di Meroe, nella Nubia, un territorio nell’attuale Sudan e visse nel
I secolo a.C.. In realtà, il suo vero nome era Amanishaketo. Infatti “Candàce”, nella
lingua nubiana dell’epoca, voleva dire soltanto “Regina”: tale idioma, in quella regione,
si sostituì all’egiziano arcaico nel corso del IV secolo a.C.. Gli storici romani
dell’epoca sino a Cassio Dione, come pure il greco Strabone, non conoscendo la lingua,
ingenerarono l’equivoco scambiando il titolo di “regina”, cioè “candace”, per un nome
proprio riprendendo l’errore degli scribi che riportarono le cronache della famosa
Amanishaketo che osò sfidare l’Impero Romano.
Cesare Augusto, nelle sue “Res Gestae”, descrisse la campagna militare da lui ordinata al
Prefetto d’Egitto, Gaio Pubblio Petronio, per risottomettere parte della Nubia al dominio
di Roma nel 23 a.C. poiché, l’anno prima (24 a.C.), la Regina “Candace” (Amanishaketo),
una indomita guerriera, capeggiò personalmente la rivolta contro i Romani sino a
pervenire ad un trattato di pace, stipulato a Samo con l’Imperatore stesso, che fissò il
confine dell’Impero col Regno di Meroe. Essa morì il 7 a.C. e, come riferito da Svetonio,
i rotoli delle Res Gestae del divino Augusto, furono depositati in Senato dopo la sua
morte e divennero la fonte degli storici.
Gli importanti resti archeologici rinvenuti a Meroe e gli studi dei paleografi, che hanno
decifrato il vero nome della regina Amanishaketo, lo confermano.

L’episodio narrato in “Atti” è datato, ovviamente, poco dopo la morte di Cristo,


cioè entro gli anni 30 del I secolo; ne consegue che la scena descritta è una fandonia
poiché risale ad una quarantina d’anni dopo la morte della famosa Regina Candàce, il cui
vero nome era Amanishaketo, e questo, un evangelista, testimone oculare degli Atti, per
di più ispirato da “un angelo del Signore” (At. 8, 26) e dallo "Spirito Santo", avrebbe
dovuto saperlo prima di inventarsi un funzionario eunuco, “Sovrintendente” di una regina
defunta, e farlo dialogare con Filippo sul profeta Isaia per convertirlo annunziandogli
“la buona novella su Gesù” (At 8, 30/40). Infatti, lo stesso funzionario avrebbe dovuto
conoscere il vero nome della propria regina e riferirlo a Filippo, spiegandogli che i
vocaboli “Regina Candace” erano senza senso significando “regina … regina”, dal momento
che interloquiva col santo senza alcun problema di lingua.

Da questo sproposito si possono scoprire altre imposture derivate contenute nel


“sacro testo”.
Progredendo con gli studi possiamo dimostrare che gli “Atti degli Apostoli” furono creati
da scribi cristiani molto tempo dopo la datazione delle vicende in essi narrate.
Gli autori si prefissero di “comprovare”, rafforzandone il mito tramite un ausilio
mistificante della storia, l’Avvento di “Gesù Cristo” e degli Apostoli che ne diffusero
la dottrina, inventandosi una serie di personaggi di “contorno” con il compito di
“testimoniare” gesta miracolose straordinarie.
Questi importanti personaggi comprimari vennero creati artatamente, proprio come gli
“Apostoli”, e fatti interagire con uomini realmente vissuti, famosi, rintracciabili nella
storiografia dell’epoca, esattamente come le località in cui furono fatti recitare,
anch’esse notorie e descritte nei Vangeli.
In questo caso, l’errore “Candace”, fatto dagli storici imperiali i quali non sapevano
che nella lingua meroitica significava “regina”, fu ripreso, inconsapevolmente, dagli
scribi falsari cristiani; ma oggi, grazie ad archeologia e paleografia, insieme al dato
storico della morte della sovrana guerriera, siamo in grado di scoprire la
falsificazione e dimostrare l’invenzione di “Filippo”.

Ma non basta.
Leggendo gli “Atti” (6, 5), questo “Filippo” fu creato assieme ad altri sei santi
“colleghi” con i quali doveva operare, tutti dotati di poteri soprannaturali; fra questi
il primo martire della cristianità: santo Stefano “uomo pieno di fede e di Spirito Santo
che … faceva prodigi e miracoli tra il popolo” (At. 6, 5/8). Ne consegue che, se santo
Stefano era assieme ad un inesistente san “Filippo”, è ovvio che anche lui fu inventato,
come gli altri cinque.

Ma non basta.
Il martire Stefano, secondo gli “Atti”, venne fatto lapidare da un Sinedrio convocato da
un Sommo Sacerdote senza la presenza, e tanto meno autorizzazione, del Legato imperiale
romano (vedi Ant. XX 197/203), l’unico che avrebbe potuto consentirne la soppressione in
quanto detentore del “ius gladii” (diritto di uccidere) ... pertanto: falsa Candace,
falso Filippo, falso Sinedrio, falso Stefano, falso martirio e, superfluo a dirsi, falsi
miracoli.
Nota. Il corpo del protomartire santo Stefano fu “scoperto” e prelevato da Gerusalemme
nel 416 d.C da parte dello storico Presbitero Paulus Orosio, collaboratore di S.
Agostino, il geniale Vescovo Padre della Chiesa Cattolica. Un anonimo cadavere riesumato
venne fatto a pezzi, distribuititi a loro volta in molte Chiese d’Europa, e tutt’oggi
venerati da sprovveduti “beati poveri di spirito”.

E ancora.
In questa finta scena, che vede protagonista un finto martire, si introduce anche un
altro personaggio inventato, importantissimo per la Verità della Fede Cristiana: san
Saulo Paolo; ancora giovane, ai piedi del quale si compie il finto martirio di un finto
santo Stefano (At. 7, 58).
La sequela delle falsità sin qui evidenziate, confermate dagli studi riportati più avanti
e successivi, comprovano che san Saulo Paolo non fu una persona realmente esistita ma una
menzogna creata per fini ideologici dottrinali.

Proseguiamo.
Lo scenario si allarga alla Samaria e …
“Le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo e vedendo i miracoli che egli
compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi emettendo molte grida e molti
paralitici e storpi furono risanati” (At. 8 6/7)

dopodiché, si introduce un nuovo attore: Simone il Mago. Questi:“fu battezzato e non si


staccava più da Filippo” (At. 8,13). Un san Filippo inventato non può rimanere attaccato
ad alcun “mago”: anch’esso fu inventato.
La "cantonata" presa con san Filippo dagli scribi cristiani falsari, monastici molto
furbi ma poco pratici di storia, è paragonabile ad un'altra riferita nelle “Lettere” di
san Saulo Paolo (la II^ ai Corinzi 11, 32) e in “Atti” (12, 4/7), quando si fa dichiarare
all’Apostolo delle Genti:
“A Damasco il governatore del Re Areta montava la guardia per catturarmi”.
Secondo “Atti” siamo prima del 40 d.C. (anno della sua morte), pertanto questo monarca
poteva essere solo il Nabateo Re Areta IV di Petra, la cui figlia sposò Erode Antipa il
Tetrarca, il quale la ripudiò per sposare Erodiade. Ma il suocero di Erode Antipa non
regnò mai su Damasco che apparteneva alla Provincia romana di Siria: se ciò fosse
avvenuto, data l'importanza della notizia, gli storici imperiali lo avrebbero riferito.
Fatto che non risulta.
Al contrario, un antenato di questi, Re Areta III, regnò su Damasco oltre un secolo prima
che Cristo camminasse sulle acque.
Nell’ 85 a.C., Areta III, Re degli arabi Nabatei, conquistò Damasco e vi regnò sino a
che, nel 83 a.C., Tigrane II d’Armenia, detto il Grande, conquistò la Siria e Areta III
fu costretto ad abbandonare Damasco rifugiandosi a Petra. Dopo di lui regnò sui Nabatei
Obodas II, cui subentrò Malichus I, al quale succedette Obodas III, suo figlio e padre, a
sua volta, di Areta IV. Quest’ultimo regnò dal 6 a.C. sino al 40 d.C., ma mai su Damasco.
E' evidente che san Luca attaccò la sua eschetta storica ad un amo genealogico col numero
sbagliato.

Gli storici genuflessi, con una faccia tosta senza pari, pur di salvaguardare le
“Verità” evangeliche, dichiarano che, morto Tiberio nel 37, Gaio Caligola nominò
Governatore di Damasco Re Areta IV. Questa gente ci vuol far credere che un Re,
insediatosi sul trono, il 6 a.C., senza il preventivo “placet” di Augusto; quando nel 36
d.C., dopo aver attaccato e sconfitto Erode Antipa alleato di Roma, osò impadronirsi
di territori della Perea, gestiti da Erode ma di proprietà dell’Impero, durante il
conflitto tra Roma e i Parti; e di conseguenza costretto a fuggire a Petra per evitare
la decapitazione da parte del Luogotenente dell'Imperatore (Ant. XVIII 125) ... secondo
gli esegeti baciapile, avrebbe ricevuto in premio il trono di Damasco? Nella Siria?
Quando fra Damasco di Siria e Petra vi era un immenso territorio sotto dominio romano che
comprendeva Batanea, Gaulanitide, Decapoli e Perea … Ma quando! Che lo dimostrino con
dati storici! Che si faccia avanti un pio docente di storia e letteratura classica e lo
dichiari pubblicamente sottoscrivendo con tanto di nome e cognome.
Certa gente non arriva o finge, in mala fede, di non capire che “san Luca” ha infilzato
sull’amo della storia una serie di “eschette” proprio per farli abboccare: eschette che
si inghiottono, una dopo l’altra, come fossero ostie consacrate.
Questa colossale menzogna religiosa non può giustificare il diritto di cambiare il
passato: conoscere la realtà degli eventi accaduti è un patrimonio che appartiene a
tutti.
Un falso Gamalièle in un falso Sinedrio; inesistenti Apostoli che fanno miracoli
sotto un inesistente “portico di Salomone” (At. 5, 13-16 ; cfr. Antichità Giudaiche XX
220-222 e studio in apposito argomento); un falso san Saulo Paolo che offende un Sommo
Sacerdote allora inesistente, che si permette di mentire ad un Tribuno sul suo luogo di
nascita, e questi, ciononostante, crede alla sua “cittadinanza romana” senza pretendere
di vedere l’attestato a comprova, come previsto dalla legge che lui stesso è tenuto a far
valere; una falsa “folgorazione” (segue); Apostoli con lingue di fuoco sulla testa che
parlano tutti gli idiomi allora conosciuti (At. 2, 3-4), fanno resuscitare morti,
guariscono storpi e intere folle da ogni malattia (At. 5, 12-16).
Eppure, questa gente che fa “apostolato” si vergogna di far conoscere il contenuto di
questo “sacro testo” … i preti sanno benissimo che è ridicolo e lo tengono celato: in
realtà è Apocrifo. Sanno che anche i “beati poveri di spirito”, oggi, se fossero messi al
corrente delle sciocchezze in esso contenute … scapperebbero.
Docenti di fama, ispirati dallo Spirito Santo, discutono in congressi, vengono
scritte relazioni, pubblicati libri per “analizzare” gli “Atti degli Apostoli” sotto il
profilo storico, letterario, “tradizione giudaica” che incontra la “tradizione ellenica”,
“genialità della sintesi paolina”, “studi sulla probabilità che Seneca e san Paolo si
siano scritti lettere” (assurdità non comprovabili al limite della demenza), già le hanno
intitolate “Caro san Paolo … Caro Seneca”, un enorme pesce diventa san Giovanni fritto in
padella (sic!) e martirizzato da Domiziano (in Internet cliccare su “La Satira IV di
Giovenale ed il supplizio di san Giovanni a Roma sotto Domiziano”): sembrerebbe
impossibile che nei nostri Atenei circolino “analisi storiche” simili.
A volerli leggere tutti è impossibile … e lo sanno; ma quello che conta è far apparire la
“Mole” di studi fatti, una bibliografia pressoché infinita: devono impressionare gli
sprovveduti.
Ma nessun Papa che abbia mai detto in alcuna, delle infinite, “Udienza Generale in
Piazza san Pietro”: “cari fratelli e care sorelle, ora vi leggo gli “Atti degli
Apostoli”, iniziando dalla prima pagina, bastano un paio d’orette, e avrete diritto alla
vita eterna”.
No! Lo sanno: gli “Atti degli Apostoli” sono un puerile libello creato per convincere,
artatamente, i creduloni dolciotti con eventi storici inventati, come avvenne la
diffusione del Cristianesimo e la dottrina della Salvezza. Gente che nel lontano passato
non aveva la possibilità di documentarsi per verificare se quanto riportato nei Vangeli
sarebbe potuto avvenire nella realtà, ma oggi … san Pietro, si svuoterebbe.

III Parte, sintesi:


La “Folgorazione di san Saulo Paolo”

Attraverso il confronto della documentazione neotestamentaria con la storiografia,


nello studio precedente abbiamo dimostrato l’inesistenza di san Paolo, san Filippo e
santo Stefano: attori di primo piano fatti recitare dagli scribi cristiani nel “sacro
testo” di “Atti degli Apostoli”.
Ritorniamo su san Paolo, una persona inventata la cui esistenza è giustificata quale
movente evolutivo, base di un credo e, di conseguenza, documentata solo da scritture
dottrinali risalenti ad epoche successive ai fatti narrati.
Di lui, nonostante si sia esibito con miracoli vistosi nelle Province dell’Impero, non
esiste alcuna traccia se non quella creata da una “tradizione” posteriore appositamente
costruita sul suo culto.
E’ stato immaginato e dipinto in modo così puerile e con errori storici talmente
madornali, al punto che nessuno può affermare e tanto meno dimostrare che sia esistito,
al contrario, dovere di uno storico è dichiararne l’invenzione contraffatta; pertanto, un
uomo che non è esistito non può aver scritto nessuna lettera ed il fatto che ci sia
contrasto fra gli stessi filologi credenti su quali “lettere” gli vengano attribuite o
meno non fa che confermare quanto appena detto perché le “lettere” furono scritte da
altri a suo nome e in tempi diversi a seconda dell’evoluzione della dottrina.
Prima di verificare la narrazione della “folgorazione” di Saulo - che secondo quanto
scritto nella Bibbia, da feroce e zelante aguzzino, si spostava da una nazione all’altra
pur di far strage di Cristiani - è necessario calarsi, brevemente, nel contesto reale
dell’epoca per farsi un’idea più precisa di cosa stiamo parlando.

Tacito (Ann. IV 5) riferisce che ad Antiochia risiedeva il Quartiere Generale che


controllava tutto l’Oriente, un immenso territorio agli ordini del Governatore di Siria,
Luogotenente dell’Imperatore, al comando di quattro legioni più forze ausiliarie con
equivalente numero di uomini.
Ad esso erano subordinati, giuridicamente e militarmente, anche tutti i Procuratori, i
Prefetti, Tetrarchi, Etnarchi e Re vassalli con i rispettivi eserciti. Era una forza di
pronto intervento, dislocata in tempo di pace, per un totale non inferiore ai trentamila
uomini schierati in difesa di un limes che si dipartiva dal Mar Nero, il Ponto,
l’Armenia, l’alto corso dell’Eufrate, sino al Mar Morto comprendendo la Palestina.
Roma voleva garantirsi contro la potenziale minaccia dei Parti che avrebbero avuto tutto
l’interesse ad affacciarsi sul Mediterraneo, la via di comunicazione più efficiente per i
traffici e gli scambi commerciali fra le terre più fertili e ricche del mondo allora
conosciuto.
E’ questo contesto territoriale, militare e giuridico che ignorò, e fece male, Luca
quando si inventò

“la folgorazione di san Paolo sulla via di Damasco”

“Saulo, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al
Sommo Sacerdote e gli chiese lettere per le Sinagoghe di Damasco per essere autorizzato a
condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo” (At. 9,
1/4);
“Io (Saulo) perseguitai a morte questa nuova dottrina arrestando e gettando in prigione
uomini e donne, come può darmi testimonianza il Sommo Sacerdote e tutto il collegio degli
anziani (il Sinedrio). Da loro ricevetti lettere per i nostri fratelli di Damasco e
partii per condurre anche quelli di là come prigionieri a Gerusalemme” (At. 22, 4/5).

Questa “testimonianza”, sull’esistenza dei primi “seguaci di Gesù”, con il forzato e


ulteriore richiamo al Sommo Sacerdote del Tempio e del Sinedrio (per Luca era una
fissazione, ma non poteva fare a meno di inciamparvi), si dimostra un’altra messa in
scena sconfessabile dal diritto romano, funzionale a conservare il dominio imperiale
tramite un corpo di pubblici ufficiali, strutturato e rigidamente gerarchizzato.
Il Sommo Sacerdote che presiedeva il Sinedrio di Gerusalemme non possedeva il potere per
inviare suoi sgherri ad arrestare cittadini damasceni assoggettati alla giurisdizione
della Provincia di Siria, governata direttamente da Roma tramite il suo funzionario di
stanza ad Antiochia: il Luogotenente dell’Imperatore, subordinato solo a lui. La sua
autorità sarebbe stata scavalcata da quella di un Sommo Sacerdote e dal Sinedrio Giudeo,
per di più, col potere (esclusivo dei Romani) di fare “strage” di uomini.
Solo un asceta ignorante e al di fuori del contesto reale dell’epoca, poteva inventarsi
simili assurdità facendole apparire come una dottrina “dettata da Dio”. Era il Principe
dell’Impero Romano, o il Senato, che potevano mettere al bando o dichiarare legittimo un
culto; solo l’Imperatore o i funzionari da lui delegati nelle Province avevano il potere
di esercitare il “ius gladii”, cioè il diritto, egemone, di sottoporre a supplizio,
uccidere o reprimere gli abitanti responsabili di provocare tumulti, compresi quelli di
origine religiosa.
Nei territori, sottoposti al dominio romano, governati da Re nominati dall’Imperatore e
devoti a Roma, era concesso a questi monarchi il diritto di uccidere in funzione delle
proprie leggi patrie, ma nessun capo di qualsiasi culto o setta poteva perseguitare
seguaci di altri culti, tanto più se si trattava di religiosi cittadini residenti in
altri territori sottoposti a pubblici ufficiali nominati direttamente dall’Imperatore.
Il “cursus honorum” degli alti funzionari romani nelle Province imperiali imponeva loro
il rispetto di una gerarchia, rigidamente disciplinata, facente capo al Cesare.

In Giudea, all’epoca della “folgorazione di Saulo”, governava un Prefetto incaricato


dall’Imperatore e da lui delegato con pieni poteri e diritto di uccidere; solo lui, caso
per caso, poteva concedere al Sinedrio di Gerusalemme il permesso di riunirsi per
deliberare ed eventualmente, a suo insindacabile giudizio, di giustiziare, nel proprio
territorio, uno o più ebrei colpevoli di aver trasgredito la Legge ancestrale.
Perché potesse avviarsi tale procedura era indispensabile la presenza di un Prefetto o un
Procuratore e la violazione di tale norma comportava la destituzione immediata del Sommo
Sacerdote del Tempio che presiedeva il Sinedrio (Ant. XX, 202-203).
In Siria (ove sorgeva Damasco), i Presidii militari di Roma erano indispensabili per
tenere a bada i Parti e vi risiedevano contingenti con forze più numerose e
strategicamente più importanti della guarnigione di stanza a Gerusalemme agli ordini di
un Tribuno romano. Lui soltanto e non un Sommo Sacerdote giudeo, in linea teorica ma con
altre e ben più gravi motivazioni, avrebbe potuto richiedere - tramite il suo superiore,
Prefetto di Giudea, residente a Cesarea a Mare - l’autorizzazione al Luogotenente
dell’Imperatore, Comandante del Quartiere Generale romano di Antiochia, per poter
arrestare cittadini di Damasco ed estradarli a Gerusalemme, in Giudea.

San Luca progettò che la “missione” di Paolo, destinata a stroncare il movimento dei
seguaci di “Gesù”, si sarebbe trasformata in una “missione” a favore dei “Cristiani”
grazie ad un evento straordinario: la “folgorazione”.
Fu durante questo viaggio, fasullo sia per la motivazione che per la procedura (entrambe
in contrasto alla rigida struttura gerarchica, giuridico-militare, facente capo al
Cesare), che l’evangelista si inventò la “conversione di Saulo” (At. 9, 1/9) e, dopo
averlo fatto “folgorare” e accecare da un “Gesù risuscitato e già seduto sulla destra di
Dio Padre Onnipotente” (At. 2, 32), creò il nuovo Apostolo: “san Paolo”.
La nuova “Rivelazione” di Dio fu così incarnata in un personaggio inventato di sana
pianta da uno o più mistici, ignoranti di leggi, ma sufficientemente furbi da capire che
l’illusione della “resurrezione della carne” era un miraggio cui pochi uomini avrebbero
saputo resistere.

L'inesistente Giacomo il Minore


La trasmissione dei testi cristiani patristici antichi - dal Nuovo Testamento alla
Historia Ecclesiatica di Eusebio; dalle opere più importanti di Tertulliano e Origene a
quelle di molti altri "Padri della Chiesa" - è stata oggetto di studio da parte di
filologi classici, paleografi e biblisti.
Di tali lavori disponiamo soltanto trascrizioni su papiro e pergamena, le più antiche
risalenti al Medio Evo; esse sono costituite da un corpus di codici manoscritti i cui
originali non sono stati conservati gelosamente, come sarebbe stato logico fosse avvenuto
data l'estrema importanza storico documentale della dottrina in essi contenuta; al
contrario vennero distrutti deliberatamente per cancellare le prove della evoluzione di
una nuova religione, in origine totalmente diversa, ad iniziare dai protagonisti
teologici esclusivamente giudaici il cui mito si rese necessario modificare nel corso di
un progresivo cambiamento durato secoli. L'opera metodica di distruzione dei documenti
cristiani originali ebbe inizio sin da quando il Cristianesimo giunse al potere e
l'Impero Romano non era ancora crollato: era l'epoca di Eusebio di Cesarea, sotto
l'Imperatore Costantino, nel IV secolo, quando il potente Vescovo ebbe la possibilità di
accedere agli Archivi Imperiali.
Paleografi, papirologi, biblisti e filologi hanno svolto il loro lavoro ma l’enigma
“Gesù Cristo”, Apostoli e Sacra Famiglia non sono riusciti a risolverlo ... o non
vogliono. Adesso tocca agli storici analisti capaci di indagare, senza essere
condizionati dalla fede, le vicende evangeliche calandosi nel contesto dell’epoca con una
visione generale dei fatti.
A verifica di quanto testé affermato, prendiamo in esame la "prova", addotta dalla
Chiesa, sull’esistenza di Giacomo, fratello di Gesù, riferito dallo storico fariseo
Giuseppe Flavio. Infatti, se è esistito un fratello di Cristo, di conseguenza, secondo i
Cristiani, si dovrebbe ammettere che è esistito anche il Salvatore, ma …

Da “Antichità Giudaiche” XX, 197-203:

“Venuto a conoscenza della morte di Festo, Cesare (Nerone) inviò Albino come Procuratore
della Giudea. Il re Agrippa poi allontanò dal sommo sacerdozio Giuseppe, detto Kabi
figlio del sommo sacerdote Simone e gli diede come successore nell’ufficio il figlio di
Anano, il quale si chiamava anche egli Anano. Con il carattere che aveva, Anano pensò di
avere un’occasione favorevole alla morte di Festo mentre Albino era ancora in viaggio:
così convocò i Giudici del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo,
fratello di Gesù, detto Cristo, e certi altri, con l’accusa di avere trasgredito la Legge
e li consegnò perché fossero lapidati. Ma le persone più equanimi della città,
considerate le più strette osservanti della Legge (i Giudici del Sinedrio) si sentirono
offese da questo fatto. Perciò inviarono segretamente legati dal re Agrippa supplicandolo
di scrivere una lettera ad Anano dicendogli che il suo primo passo non era corretto, e
ordinandogli di desistere da ogni ulteriore azione. Alcuni di loro andarono incontro ad
Albino che era in cammino da Alessandria informandolo che Anano non aveva alcuna autorità
di convocare il Sinedrio senza il suo assenso. Convinto da queste parole, Albino,
sdegnato, inviò una lettera ad Anano minacciandolo che ne avrebbe espiato la pena dovuta.
E il re Agrippa, per la sua azione, depose Anano dal sommo pontificato che aveva da tre
mesi, sostituendolo con Gesù, figlio di Damneo.”

Innanzitutto Anano “consegnò” (stato di fermo momentaneo, affidamento) degli uomini


“perché fossero lapidati” e non “li fece lapidare ”. Su quegli uomini c’era un capo
d’imputazione gravissimo che prevedeva la pena di morte, ma Anano non poteva lapidare
nessuno senza il benestare del Procuratore e questo il Pontefice lo sapeva benissimo; si
limitò (e qui commise l’errore) a metterli in stato di fermo per anticipare i tempi in
attesa del suo arrivo.
Anano era consapevole che il “diritto di uccidere” era prerogativa assoluta del
Procuratore imperiale e il minimo che gli poteva accadere, se si fosse arrogato lui quel
potere, era di finire in catene come avvenuto dieci anni prima al Sommo Sacerdote Ananìa,
o, ancora peggio, poteva fare la fine del proprio fratello più anziano, Gionata, Sommo
Sacerdote prima di lui, fatto uccidere dal Procuratore Felice (Ant. XX 163) soltanto per
averlo contestato; ma soprattutto, sapeva che i Romani non si fidavano dei Sommi
Sacerdoti giudei … sino al punto di pretendere di essere loro, di persona, a “processare”
ed interrogare gli accusati, sotto tortura, per accertarsi se erano dei ribelli e farsi
rivelare i nomi dei complici prima di eliminarli.

Anano era certo, “col carattere che aveva”, che la logica della grave motivazione
prevalesse sull’iter formale della procedura la quale prevedeva la presenza del
rappresentante di Roma per poter convocare il Sinedrio. Questa norma consentiva
all’Imperatore, attraverso il suo funzionario di fiducia, di controllare politicamente
cosa decideva il Sinedrio fantoccio di Gerusalemme.
Della lapidazione di Giacomo o chicchessia, per aver violato la Legge ebraica, a
Lucio Albino non importava affatto. Quando il Sinedrio si riuniva, il Procuratore lo
voleva sapere e, preso visione di persona degli argomenti che venivano trattati, a suo
giudizio insindacabile, approvarli o meno prima di essere deliberati … Roma,
semplicemente, non si fidava: tutto qui.
La fazione sacerdotale in quel momento contraria al Sommo Sacerdote Anano colse
l’occasione per fargli le scarpe e alcuni di loro andarono ad Alessandria ad intercettare
Albino (lui era il vero detentore del potere), “informandolo che Anano non aveva alcuna
autorità di convocare il Sinedrio senza il suo assenso”; questo era l’oggetto del
contendere.

Al Procuratore non fu denunciata la gravità del reato di Anano per aver lapidato
alcune persone perché ancora non era stata eseguita la sentenza … impossibile senza la
ratifica del funzionario di Roma; la denuncia riguardava solo la convocazione del
Sinedrio avvenuta senza la sua approvazione e il romano “convinto da queste parole” non
volle sapere altro.
Giacomo non venne neanche nominato ad Albino, né avrebbe potuto conoscerlo; pertanto il
Procuratore fece intervenire il Re “vassallo” Agrippa II e gli ordinò di deporre Anano,
che aveva osato convocare il Sinedrio “senza il suo assenso”, e al suo posto fu nominato
l’altro “papabile” Sommo Sacerdote: Gesù, figlio di Damneo … fratello di Giacomo.

Infatti, dopo aver riletto il passo su riportato, se togliamo “detto Cristo”,


rimarrebbe solo “Giacomo, fratello di Gesù”, senza patronimico (d’obbligo in prima
citazione ebraica), di conseguenza, l’unico “Gesù” che ha il patronimico è “Gesù, figlio
di Damneo”, pertanto lo scrittore non riporta il patronimico di Giacomo perché, essendo
fratello di Gesù, figlio di Damneo, anche Giacomo è figlio di Damneo. Infatti, se fosse
stato un altro giudeo di nome “Gesù”, non figlio di Damneo, lo storico ne avrebbe dovuto
riportare l’altro patronimico.
Che non fosse Gesù “Cristo”, viene testimoniato anche dal Padre apologista cristiano
Orìgene che, nel III secolo, in due sue opere (Commentarium in Matthaeum X,17 e Contra
Celsum I,47), riferendosi a questo episodio dichiara candidamente, sorpreso e nello
stesso tempo dispiaciuto, che « Giuseppe (Flavio), non conosceva Gesù come “Cristo” ».
Particolare talmente importante che vale anche per il “Testimonium Flavianum”.

L’intromissione spuria di “Cristo” nella frase riportata “Giacomo, fratello di Gesù,


detto Cristo”, richiama, volutamente, Gesù Cristo e la sua famiglia, come ci è stata
descritta dai “Sacri Testi”, ma è proprio questo a dimostrarci che Giuseppe Flavio,
veramente, non conosceva affatto “Gesù Cristo” e quindi non poteva riferirsi a lui
perché, altrimenti, avrebbe dovuto scrivere:
“Giacomo, uno dei fratelli di Gesù, detto Cristo” … o, ancora meglio, secondo quanto
sostiene la Chiesa: “Giacomo, uno dei cugini di Gesù, detto Cristo” cui,
obbligatoriamente, avrebbe dovuto seguire … figlio di … ? … E qui iniziano i dolori, come
stiamo per vedere.

Giacomo, fratello di Gesù, figlio di Damneo, e certi altri, se la cavarono. Infatti,


se (per assurdo) fossero già stati uccisi, che bisogno c’era di correre ad Alessandria da
Albino?. L’accusa contro Anano di aver convocato il Sinedrio senza la sua autorizzazione
rimaneva e la avrebbero potuta usare dopo, aggravata dalla violazione del “ius gladii”
(diritto di uccidere, prerogativa conferita dai Cesari ai Prefetti e Procuratori romani),
giusto il tempo che il romano giungesse da Alessandria … e soprattutto, non “si sentirono
offesi” per il linciaggio: sarebbe una frase ridicola se fosse collegata all’eccidio di
molti uomini.
La mania del “martirio” è tale che la manipolazione della sua invenzione ci viene
testimoniata anche dal Venerabilissimo Vescovo Eusebio di Cesarea che, nel IV secolo,
nella sua “Storia Ecclesiastica” così la racconta:
“In realtà vi furono due Apostoli di nome Giacomo: uno il Giusto, fu gettato giù dal
pinnacolo del Tempio e bastonato a morte da un follatore; l’altro fu decapitato” (HEc. II
1,5) e, per dare maggior peso alla “testimonianza”, accredita a Giuseppe Flavio la falsa
affermazione che “il martirio di Giacomo causò la distruzione di Gerusalemme come
punizione divina” (HEc. II 23, 19-20).

Abbiamo visto che le “gesta” di questi due “Giacomo”, Apostoli inventati con fini
dottrinali, (il Tempio di Gerusalemme non aveva “pinnacoli”, le Chiese cristiane sì) non
sono rapportabili a “Giacomo, fratello di Gesù” riferito dallo storico ebreo; piuttosto
denunciano i tentativi, falliti, di costruire una vicenda religiosa alla quale dare
credibilità storica tramite un appiglio costituito dal nome “Gesù”, molto popolare fra i
Giudei dell’epoca.
E tutti gli esegeti mistici fanno finta di ignorare la “piccola contraddizione” contenuta
nel “sacro testo”: san Luca descrive gli Apostoli nei loro “Atti” fino al 64 d.C. ma non
riporta la morte di “Giacomo il Minore”… senza provare per lui alcuna “pietà”.
L’evangelista riferisce di Saulo Paolo e lo segue fino a Roma nel 63-64 d.C. (At. 28,
30), ma ignora il “linciaggio di Giacomo il Minore” che sarebbe avvenuto nel 62 d.C. …
eppure si trattava di uno dei “Dodici Apostoli”, Capo della Chiesa di Cristo e Vescovo di
Gerusalemme … ma, evidentemente, ancora non era stato inventato l’alter ego dell’unico
“Giacomo” esistente nei manoscritti originali. Questa lacuna negli “Atti degli Apostoli”
è talmente grave che il solito Eusebio di Cesarea decide di “correggerla” raccontandola
così:
“Poiché Paolo si era appellato a Cesare Nerone e Festo l’aveva inviato a Roma, i Giudei
si volsero contro Giacomo, fratello del Signore, al quale gli apostoli avevano assegnato
il trono episcopale di Gerusalemme” (HEc. II 23,1).
Visto come è semplice creare la “storia”, i Vescovi assisi sul trono e … la religione?

Giuseppe Flavio non riporta le motivazioni dell’accusa del Sommo Sacerdote limitandosi
ad un generico “per avere trasgredito la Legge” perché il procedimento contro gli
accusati, in stato di fermo, “consegnati”, fu annullato dalla rimozione di Anano.
Altro particolare importante da sottolineare è che, in “Atti degli Apostoli”, “Gesù” non
viene mai nominato nel Sinedrio, dai Giudei, se non con la generica definizione di
“costui”, pertanto, questo episodio, riferito a un vero Sinedrio, sconfessa gli “Atti
degli Apostoli” poiché si dimostra che i Sacerdoti Giudei non avevano problemi a nominare
“Gesù” … tranne negli “Atti” di Luca: per i Giudei “Gesù” ricordava “Giosuè” (colui che
salva), mentre per San Luca e gli altri evangelisti, non era un nome ma un attributo
divino “Salvatore” e, come tale, non riconosciuto dagli Ebrei. Inoltre, se fosse
veramente esistito il “cristianesimo gesuita” entro il I secolo, lo storico lo avrebbe
conosciuto e, parafrasando Eusebio di Cesarea, scritto così: “Giacomo l’Apostolo, Vescovo
assiso sul Trono episcopale di Gerusalemme, uno dei fratelli di Gesù, detto Cristo…”

Nelle sue opere, lo storico giudeo non accenna all’esistenza, nella sua città
natale, di un Vescovo, capo della Chiesa Cristiana e di una religione avversa
all’ebraismo. Come scriba l'avrebbe sicuramente riferito essendo suo dovere (nel 62 era
già un eminente Fariseo di 25 anni), né usa mai il termine “Apostoli”: non li conosce …
come non ha mai conosciuto o sentito parlare di “miracoli” spettacolari da loro esibiti
davanti al Tempio, sotto il portico di Salomone (allora distrutto), o nelle piazze di
Gerusalemme al cospetto di folle venute dalle città vicine (lui nacque nel 37 d.C.).
Ma ciò che rende veramente importante questo Atto del Sinedrio, risalente al 62 d.C., è
costituito dal fatto che è l’unico, registrato dallo storico, dalla morte di Erode il
Grande in poi, e il motivo per cui fu lasciato, ovviamente, è quello che stiamo
dibattendo.
Intanto, se abbiamo potuto leggere la cronaca di questo Sinedrio è per un solo scopo: il
nome “Gesù”; ma non il “Cristo” che tutti sappiamo, come ci si vorrebbe far credere con
la piccola manomissione, bensì un altro, uno dei tanti ebrei di nome “Gesù” (Giosuè) che
vivevano nella Giudea del I secolo. “Cristo” non può averlo scritto Giuseppe Flavio: è
stato aggiunto da un “pio” falsario, organizzato e diretto da mani forti.
Il primo cristiano che ebbe la possibilità di consultare gli archivi imperiali e
manometterli fu appunto il Vescovo Eusebio di Cesarea, data la posizione di privilegio
presso la corte di Costantino. Chi altri, se non uno scriba cristiano con un preciso
disegno, avrebbe potuto mettere nella penna di un eminente sacerdote fariseo la parola
“Cristo” equivalente a “Messia”, il prescelto da Dio come guida del suo popolo? … senza
minimamente riflettere che lo scrittore, come ebreo, si sarebbe sentito in obbligo di
riempire svariati rotoli manoscritti per descrivere la divinità che lui stesso attendeva

Sin dal lontano passato, la Chiesa, al fine di provare l’esistenza del suo “Salvatore”
come uomo, ha inteso supportare le verità evangeliche con una documentazione storica
inventandosi il “Testimonium Flavianum” e manipolando un episodio vero riferito ad un
tale Giacomo, fratello di Gesù, il Sommo Sacerdote figlio di Damneo, come si evince dallo
scritto dello storico.
La dimostrazione dell’alterazione del testo originale segue due percorsi:

1° La constatazione che la modifica introdotta varia, dai tempi più remoti, da


un manoscritto all’altro sempre sullo stesso punto, vitale per la “prova teologica”: la
parola “Cristo”.
Riproduciamo la fotocopia di un testo antico dello storico ebreo, tradotto dal greco,
risalente a cinque secoli addietro, come riportato sul frontespizio:

FLAVII IOSEPHII ANTIQVITATVM IVDAICARVM


Per Hier. Frobenium e Nic. Episcopium, Basileae, MDXLVIII (Lib. XX, cap. 8).
In esso è riferito, in baso a destra, “fratello di Gesù Cristo di nome Giacomo”.

Poiché queste traduzioni, provenienti da manoscritti “curati” da Episcopi motivati a far


risultare vera la dottrina che postulava l’avvento del Messia Gesù, essendo adulterate
con modalità diverse in quell’unico punto del brano, si dimostra che quella piccola frase
non era originale ma aggiunta posteriormente, pertanto, se si elimina “Cristo”, rimane un
solo Gesù, figlio di Damneo, con un fratello di nome Giacomo. Peraltro, dalla lettura
approfondita dei Vangeli, la presenza di un Giacomo, fratello di Gesù Cristo, in questo
Sinedrio è aggravata dalla impossibilità di individuarne il padre, come risulta dalla
stessa indagine apologetica fatta dal Pontefice, come stiamo per vedere.

2° L’analisi critica prova che non vi fu alcuna esecuzione della lapidazione delle
persone incriminate dal Sommo Sacerdote ma solo il decreto da lui emesso che viene
contestato ed annullato a causa della procedura errata seguita da Anano in contrasto con
la normativa voluta da Roma. Tale norma era vigente sin prima dell’epoca di “Gesù” (ad
iniziare dal Prefetto Coponio, il 6 d.C.), tanto è vero negli stessi Vangeli leggiamo che
“Cristo” fu prima consegnato e poi ucciso, ma solo grazie alla presenza del legato
imperiale Pilato ed il suo intervento nel “processo a Gesù”.
Almeno sotto questo aspetto (l’unico), l’evangelista, prima di inventarsi la
sceneggiatura generale, si è informato sulle leggi di Roma.

Una argomentazione che non è possibile condividere riguarda il deprezzamento (da parte
di alcuni, ma non del Papa) delle testimonianze storiografiche in generale e quella di
Giuseppe Flavio in particolare. Le vicende che oggi conosciamo ci provengono dagli
scrittori di quell’epoca e, soltanto laddove si riscontrano delle contraddizioni, si fa
ricerca per chiarire l’evento.
Per rimanere in tema, leggiamo cosa ha dichiarato Benedetto XVI (è in rete)
nella “Udienza Generale su Giacomo il Minore” tenuta il 28 Giugno 2006, a comprova di
quanto da noi sopra riportato, nell'apposito argomento, nella Tabella "Nominativi degli
Apostoli nei Vangeli Canonici":

“Cari fratelli e sorelle, accanto alla figura di Giacomo “il Maggiore, figlio di
Zebedeo”, nei Vangeli compare un altro Giacomo, che viene detto “il Minore”. Anch’egli fa
parte delle liste dei dodici Apostoli scelti personalmente da Gesù, e viene sempre
specificato come “figlio di Alfeo” (Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 5). E’ stato spesso
identificato con un altro Giacomo, detto “il Piccolo” (Mc 15,40), figlio di una Maria
(ibid) che potrebbe essere la “Maria di Cleofa” presente, secondo il Quarto Vangelo, ai
piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (Gv 19,25). Anche lui era originario di
Nazaret e probabile parente di Gesù (Mt 13,55; Mc 6,3), del quale alla maniera semitica
viene detto “fratello” (Mc 6,3; Gal 1,19).
…Tra gli studiosi si dibatte la questione dell’identificazione di questi due personaggi
dallo stesso nome: Giacomo figlio di Alfeo e Giacomo “fratello del Signore”. Le
tradizioni evangeliche non ci hanno conservato alcun racconto né sull’uno né sull’altro.
La più antica informazione sulla morte di questo Giacomo ci è offerta dallo storico
Flavio Giuseppe. Nelle sue “Antichità Giudaiche” (20, 201 s), redatte a Roma verso la
fine del I° secolo, egli ci racconta che la fine di Giacomo fu decisa con iniziativa
illegittima dal Sommo Sacerdote Anano, figlio dell’Annas attestato nei Vangeli, il quale
approfittò dell’intervallo tra la deposizione di un Procuratore romano (Festo) e l’arrivo
del successore (Albino) per decretare la sua lapidazione nell’anno 62.”…

Come i curiosi, ed anche i fedeli utenti possono constatare, l’impossibilità di dare


un certificato anagrafico è più che evidente allo stesso Papa. Infatti se quel “Giacomo”
fosse stato identificato dallo storico con il patronimico, prassi rispettata dall’ebreo
per tutti i protagonisti dell’episodio storico sopra esaminato (basta rileggerlo), in
riferimento al Giacomo, fratello di Gesù Cristo, Giuseppe Flavio avrebbe dovuto
dichiarare che erano entrambi figli di san Giuseppe, il quale, sappiamo tutti, era
sposato con Maria, perché la “maniera semitica” riferita da Papa Benedetto non ha
rappresentato alcun problema allo storico ebreo per distinguere tra numerosi fratelli,
cugini o fratellastri, da lui citati, poiché scrisse le sue opere prima in aramaico (la
lingua di Gesù) e poi le tradusse in greco come gli scritti evangelici.
Pertanto si è capito benissimo quale contraddizione si sarebbe palesata per la dottrina
cristiana se avessimo trovato scritto “Giacomo figlio di Cleofa”, sposato con “Maria”
sorella di “Maria” la Madonna (Gv. 19, 25) - che Benedetto XVI, consapevole del rischio,
ha opportunamente evitato di ricordare ai fedeli credenti - a sua volta imparentata , o
addirittura sorella di “Maria” moglie di Alfeo o di Zebedeo; uomini che diverrebbero
tutti potenziali padri di “Gesù”, essendo Giacomo loro figlio e nello stesso tempo
fratello di Cristo. Ricordiamoci che, da quanto sinora evidenziato dai Sacri Testi e
dalla Storia Ecclesiastica, stiamo parlando di un fratello di Cristo, suo Apostolo e
successore, Vescovo di Gerusalemme.

In sintesi: le deposizioni di Eusebio di Cesarea e degli evangelisti, già contrastanti


e quindi contraddittorie fra loro (oltre agli altri “Padri”), diventano incompatibili con
la testimonianza di Giuseppe Flavio che si rivela falsificata per fare apparire vera una
persona mai esistita: “Giacomo il Minore”, o "il Piccolo", o "il Giusto", un protagonista
teologico creato dai “Padri” del cristianesimo in modo scoordinato.
Di questo la Chiesa ne è consapevole, infatti, quando fu rinvenuto il finto “ossario di
Giacomo”, prima ancora che le autorità di Israele scoprissero l’inganno, senza scomporsi
più di tanto ne denunciò la menzogna: gli esegeti ecclesiastici sanno che Giacomo il
Minore, o il Piccolo, o il Giusto, furono inventati dai loro predecessori ideologici per
non far risultare che Giacomo, uno dei veri fratelli di “Gesù Cristo”, fu ucciso dal
Procuratore Tiberio Giulio Alessandro nel 46/48 d.C.
“Gesù” e “Cristo” furono appellativi scelti per designare con due titoli divini
“Salvatore” e “Messia” un potente ebreo zelota con un suo nome proprio: Giovanni.
Come si può affermare ciò ? Andiamo avanti con le analisi ...

La Nazaret dei vangeli non corrisponde alla città attuale, ma a Gàmala


Nazareth – Gàmala
Dalla comparazione dei personaggi evidenziati da san Luca, attraverso il discorso di
Gamalièle, con quelli riferiti da Giuseppe Flavio in Antichità XX 97/102, si è dimostrato
che “Theudas” non era un nome di persona nel I secolo, ma un attributo “Luce di Dio” dato
a un sedicente Profeta, famoso tra i Giudei. Ne consegue che la notizia, passata ai
posteri dallo storico, è stata censurata nel nome, nel patronimico e nel movente allo
scopo di impedirne l’identificazione con l’Apostolo “Taddaeus o Taddaios”, chiamato da
Luca “Giuda”, fratello di Giacomo. Il nome dell’Apostolo “Taddaeus” o “Taddaios”,
inesistente sia in latino che in greco del I secolo, è una parolaccia che comprova la
traduzione volutamente fuorviante dai Vangeli primitivi in quelli di Marco e Matteo
(Taddeo in italiano), ma Luca lo sostituisce con “Giuda”.
Rilevato che fra i tanti nomi possibili di padre, d’obbligo nella tradizione
giudaica, l’unico che avrebbe avuto un motivo per essere censurato dalla dottrina
cristiana era quello di “Giuda il Galileo”, e il perché stiamo per scoprirlo, ne deriva
che esso fu tolto dall’episodio del Profeta perché sarebbe stato troppo evidente e logico
sovrapporre i nomi di Giacomo, Simone e Giuda detto Theudas, con i nomi di tre fratelli
di “Gesù”, per poi indirizzare lo storico nella ricerca di Giuseppe, il quarto fratello.
Non doveva risultare che, nei versi dal 97 al 102, del XX Libro di Antichità Giudaiche,
lo storico ebreo riferì dell’uccisione di tre famosi giudei rivoluzionari che
corrispondevano ai fratelli di Gesù.
Dopo aver dimostrato con analisi specifiche che gli “Apostoli”, non furono fatti
arrestare da alcun Sinedrio in quanto mai esistiti, ad iniziare dai santi Pietro e Paolo,
per finire con Giacomo il Minore.
Dopo avere individuato e provato le falsificazioni introdotte dai fondatori della
nuova dottrina per dare credibilità a personaggi che avrebbero dovuto testimoniare
l’esistenza di Gesù Cristo; che lo stesso “Salvatore Messia” è attestato da una
documentazione contraddittoria e puerile, a partire da due “Natività” evangeliche
totalmente diverse a comprova che furono inventati il “papà” di “Gesù”, san Giuseppe, e
la madre “Maria S.S. Vergine” (vedi argomento specifico).
Rilevato, con apposito studio, che “Jeshùa” (Salvatore) e “Messia” (Cristo) non erano
due nomi ma due attributi divini.
Dopo aver scoperto che, sia in “Atti degli Apostoli” e, di logica conseguenza,
l’Episcopo storico cristiano, Eusebio di Cesarea, grazie alla sua presenza presso la
corte di Costantino che gli permetteva di accedere agli archivi imperiali, ha potuto
falsificare la datazione di una grave carestia, riportata dallo storico ebreo, che
afflisse i Giudei nel 35 e 36 d.C. (ne riportiamo l'analisi), carestia che scatenò la
rivolta dei Giudei a Gerusalemme mentre Roma era alle prese con Artabano III, Re dei
Parti, per il dominio sull’Armenia; falsificazione vitale per la nuova dottrina cristiana
che riformò il messianismo giudaico, testimone delle gesta dei veri protagonisti.
Constatato, attraverso la analisi sopra riferita di tali versi, che i Vangeli
originali vennero modificati e gli “Atti degli Apostoli” furono scritti da persone che
non risiedevano in Giudea ma si basarono sugli scritti di Giuseppe Flavio per definire
“storicamente” la dottrina come la conosciamo oggi, dopo aver distrutto i Vangeli
primitivi in quanto diversi nella raffigurazione della nuova divinità.
Prima di scoprire, con l’ausilio della storia, chi era il fratello Giuseppe e quale
fosse il vero nome di “Gesù”, è d’obbligo evidenziare l’attinenza fra Giuda il Galileo e
i suoi figli, con i fratelli di “Gesù”. La correlazione la troviamo in Gàmala, la città
di Giuda, il loro padre.
Ovvero: Gàmala sta ai figli di Giuda il Galileo, come “Nazaret” sta a “Gesù” e ai suoi
fratelli.
I “Padri” fondatori, attraverso un processo di adattamento dottrinale, ebbero la
presunzione di conservare la loro fede come una “Verità storica divina” per renderla
credibile e, partendo da una vicenda tutta ebraica, riferita a persone realmente
esistite, con tanto di nomi, località e date, si resero conto che, con l’evoluzione
politica dei tempi, per opportunismo, bisognava modificarla e, di conseguenza,
nascondere, sia il significato della esistenza dei protagonisti, sia il nome della patria
da cui provenivano.
Questo fu il “peccato originale” della nascente religione cristiano gesuita che,
oggi, si è trasformato in un “peccato mortale”, perché la storia, con l’aiuto
dell’archeologia, a volte anche per caso, si riappropria della verità scoprendo le
falsificazioni sino a mettere in crisi la stessa dottrina.
Allora soffermiamoci sulla città di Giuda, il fariseo rivoluzionario, Zelota come i suoi
figli, i veri protagonisti dei vangeli …
“Ma un certo Giuda, un Gaulanita della città chiamata Gàmala, che aveva avuto l’aiuto di
Saddoc, un fariseo, si gettò nel partito della ribellione” (Ant. XVIII, 4).
Gàmala
Questa città, le cui rovine furono scoperte in modo fortuito ed inaspettato nel 1967,
riconosciuta ufficialmente dagli archeologi nel 1976, l’unica della Palestra ad essere
stata costruita “sopra il ciglio di un monte”, nel Golan inferiore, a nord est del lago
di Tiberiade (o Genezareth), importante per la storia giudaica fin dal secolo precedente
a “Cristo”, fu attaccata nell’autunno del 66 d.C., invano per sette mesi, dalle truppe di
Re Agrippa II, e verrà distrutta, grazie, anche, all’intervento di tre legioni romane
agli ordini di Vespasiano e Tito, oltre un anno dopo. Teatro di una battaglia sanguinosa
che causò migliaia di morti fra la popolazione, di cui (secondo quanto riferito da
Giuseppe) più della metà suicidi, gettatisi in un precipizio con donne e bambini, pur di
sottrarsi a stupri e schiavitù. Questa città, sopra un monte vicino a Cafàrnao e al lago,
così presente nella storia … è ignorata dai Vangeli.
“Gesù Cristo” percorse, in lungo e in largo, la Palestina; ha navigato e passeggiato
su e giù per il lago di Tiberiade, ha fatto miracoli e discorsi in città e villaggi molto
meno importanti, ma a Gàmala no!: la evitava. Così come la evitava il geniale Apostolo,
da Lui nominato “post mortem”, Saulo Paolo, il quale, ligio alle consegne ricevute dal
Maestro al momento della “folgorazione”, doveva visitare tutte le Sinagoghe tranne quella
di Gàmala.
In quella città, Paolo, non doveva fare proselitismo, né miracoli da lasciare in
ricordo. Lo stesso dicasi per gli Apostoli, Simone Pietro, Giacomo, Giovanni “detto anche
Marco”, nonché i membri al completo della “prima comunità cristiana”, i quali, in
adempimento alle consegne ricevute dal “Maestro”, nessuno di loro poteva recarsi a
Gàmala.
Eppure questa città era (ed è) vicina al lago di Tiberiade, sul ciglio di un monte,
con un precipizio, Sinagoga, attività produttive, sembra, anzi è la descrizione della
“Nazaret” dei Vangeli.

I resti di Gàmala.

I lavori di scavo furono sospesi poco dopo l’inizio. Sono visibili i resti della
Sinagoga, vasche per le abluzioni rituali con parte delle mura e, in alto a destra, si
può vedere il "mare di Galilea" (lago di Tiberiade). Fra i reperti sono presenti mole di
pietra per frantoi e monete esclusive ebraiche. Storia e archeologia la identificarono
come imprendibile città zelota.

Carta della Palestina nel I secolo


“Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, come solito, di sabato nella
Sinagoga e si alzò a leggere…all’udire queste cose, tutti nella Sinagoga furono pieni di
sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del
monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli,
passando in mezzo a loro, se ne andò. Poi discese a Cafàrnao” (Lc. 4; 16-28/31).

“Discese a Cafàrnao” (a nord del lago). Questa frase ha un senso soltanto se la discesa
parte da Gàmala, “sul ciglio di un monte” sovrastante Cafàrnao, e distante da essa 15
Km.. Non può riferirsi alla Nazaret odierna, distante da Cafàrnao 32 Km. (in linea
retta), non sovrastante ad essa e piana, non posizionata sopra alcun monte, senza un
precipizio a ridosso, né vicina al lago. Infatti, in Matteo (8, 1-5) leggiamo:
“Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva…Entrato in Cafàrnao…” ;
“Quel giorno Gesù uscì di casa e sedutosi in riva al mare (il lago è a 24 Km in linea
d’aria dall'attuale Nazaret) cominciò a raccogliersi intorno a lui tanta folla che
dovette salire su una barca” (Mt. 13, 1-2).
“lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafàrnao, presso il mare (lago), nel territorio di
Zàbulon e di Nèftali, al di là del Giordano” (Mt. 4, 13/15).
Per recarsi da Nazaret a Cafàrnao non bisogna attraversare il Giordano, ma, se si parte
da Gàmala, si è costretti ad attraversare il Giordano; basta guardare la carta
geografica.
“Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea,
al di là del Giordano” (Mt. 19, 1). Per recarsi dalla Galilea alla Giudea, entrambe al di
qua, non si deve attraversare il Giordano; ma, se si parte da Gàmala, il territorio della
Giudea è al di là del Giordano. Verificare sulla carta geografica.
Al contrario di Gàmala, la località di nome “Nazaret” è totalmente sconosciuta dalla
storia sino al III, IV secolo dopo Cristo. La Nazaret che conosciamo, méta di pellegrini
e culto dei cristiani di tutto il mondo da oltre 1500 anni, non ha nulla a che vedere con
la Città dei Vangeli.
Secondo l’evangelista Giovanni detto anche Marco:
“Intanto si ritirò presso il mare (di Galilea) con i suoi discepoli…salì poi sulla
montagna, chiamò a sé quelli che egli volle…entrò in casa e si radunò attorno a lui molta
folla (è una città sul monte)…allora i suoi, sentito questo, uscirono (dalla casa in cui
abitavano) per andare a prenderlo…giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori,
lo mandarono a chiamare” (Mc. 3, 7/31).
La “Sacra Famiglia” abitava in una città costruita “sul ciglio di un monte” e non
poteva essere l’attuale Nazaret sita in una valle lievemente ondulata “al di qua del
Giordano”, ma Gàmala, “al di là del Giordano” rispetto alla Galilea.
Al contrario di Gàmala, la “città di Nazaret” è un nome totalmente sconosciuto dalla
storia sino al III, IV secolo dopo Cristo. La Nazaret che conosciamo, méta di pellegrini
e culto dei cristiani di tutto il mondo da oltre 1500 anni, non ha nulla a che vedere con
la Città dei Vangeli.
In base alle descrizioni evangeliche, avrebbe dovuto essere una città, sopra un
monte, con la sinagoga, le case…vicina al lago, (è a 24 Km. in linea retta dal lago), il
precipizio, dove avrebbero voluto gettarvi Gesù … niente: nulla che si riferisca ai
Vangeli.
Storia, geografia, archeologia: mancano i tre requisiti, tutti insieme
indispensabili, per dimostrarne l’esistenza al tempo di Cristo. E’ stata sondata nel
sottosuolo e studiata con le apparecchiature più moderne, ma tutto ciò che è venuto
fuori, di veramente databile al I secolo, è solo qualche “cripta tombale” scavata nella
roccia (qualche buco), per il resto solo ipotesi fideistiche, da “scoop”
mediatico, tutt'altro che archeologiche.
Ripetiamo: nel I secolo della nostra era dove oggi esiste Nazaret, secondo i Vangeli,
lì avrebbe dovuto esistere una CITTA’ con numero di abitanti adeguato e attività
economiche tali che giustificassero anche la presenza di una SINAGOGA, situata sopra il
ciglio di un MONTE, con un PRECIPIZIO e vicina al LAGO. Negli stessi Vangeli i “villaggi”
sono indicati con vocaboli distinti da “città”.
L’esistenza di una Sinagoga comportava la presenza di sacerdoti che dovevano essere
mantenuti, con i loro privilegi, insieme alla struttura ed una organizzazione ad essa
funzionale, da una popolazione con un numero di abitanti compatibile soltanto a quello di
una città.

La “Nazaret” creata dopo Cristo

Diversamente da Gàmala, Nazaret non è posizionata sul ciglio di un monte bensì in una
valle leggermente ondulata, non ha precipizio, non è vicina al lago, né rovine di una
autentica Sinagoga ebraica risalente al I secolo ... tanto meno barche vicine. Gli
edifici e i monumenti più antichi riferiti alla vita di “Cristo”, ammirati dai pellegrini
in devota contemplazione, risalgono ad epoche successive al Concilio di Nicea del 325
d.C..
E’ facile capirne il motivo: li fecero apposta, gradualmente nel tempo. In era bizantina,
durante le crociate cristiane, e in epoche successive.
La Chiesa è consapevole del vuoto storico del nome della “città di Nazaret” pertanto
ha cercato una giustificazione addirittura contraddicendo i Vangeli e, nell’ultimo
secolo, la ha declassata a “villaggio” perché, come tale, sarebbe passato inosservato
agli storici ed agli archeologi.
Al contrario, il sotterfugio è servito solo a confermare che la città di “Nazaret” non è
mai esistita, allora, archeologi, papirologi e paleografi, tutti filo clericali, si sono
messi a spulciare fra decine di migliaia di frammenti di papiro (ad iniziare da quelli di
Qumran), cocci di vasi o ceramiche, sparsi nella Palestina e, “finalmente”, nel 1961, a
Cesarea Marittima, fu trovato un rottame di pietra, grande quanto una mano, riportante
una epigrafe sulla quale, fra le altre parole, ne risulta una incompleta con la scritta
in ebraico “nzrt”. Ma, rendendosi conto che quattro lettere, in ebraico (era la lingua
usata nei documenti religiosi) anziché in aramaico (lingua di uso corrente), di un
reperto trovato in un'altra città distante oltre 60 km, al di là dei diversi significati
che un paleògrafo possa loro attribuire (“virgulto”, “verità” o altri), non rappresentano
una dimostrazione riferibile alla città di Nazaret; pertanto, tranne qualche “mistico
spiritualista”, nessuno le considera “prova”… al contrario, queste macchinazioni
evidenziano l’inconsistenza di riscontri sull’esistenza di una città chiamata “Nazareth”
antecedente e durante il I secolo della nostra era, sino al punto da rendere ridicola la
datazione dello stesso reperto.

Il nome di “Nazaret”, come città, era talmente “inesistente” che, dopo la morte di
“Gesù”, gli stessi Apostoli, discepoli e Padri Apostolici, nessuno di loro (come per
Gàmala), sentì il bisogno di recarsi alla sua Sinagoga, almeno per lasciare ai Nazaretani
qualche miracolo in ricordo … niente. Durante i trenta anni di “apostolato” e
“cristianizzazione” delle Province dell’Impero Nazaret fu ignorata da tutti i Santi,
Profeti e Discepoli.
I padri Apostolici e, prima di loro, san Pietro, san Paolo, san Giacomo, san Barnaba,
benché guidati dallo “Spirito di Gesù” e dallo “Spirito Santo”, non fecero mai rotta
verso Nazaret … come se non fosse mai esistita, o meglio, come se “Nazaret” sia esistita
solo per “Gesù”.
E’ Gàmala, la vera “Nazaret”dei Vangeli: la patria di Giuda il
Galileo.
E’ una città, su di un monte, ha un precipizio, la sinagoga, è a 9 Km. dal lago, con
case ed attività produttive (frantoi), tutto testimoniato da resti archeologici risalenti
al tempo di Cristo, conosciuta anche da Svetonio come una “città dei Giudei
importantissima” (Tito 4).
Geografia, storia, archeologia: tutto concorda. Giuseppe Flavio, nel suo impegno
letterario incentrato sulla Palestina del I secolo, con scrupolosità estrema, cita e
descrive alcune centinaia di villaggi e tutte le città della sua terra; eppure gli si
avvicina quando nomina Giaffa, che era un piccolo villaggio limitrofo all’odierna
Nazaret, ma su “Nazaret”, che secondo i Vangeli era una città, niente; nessuno storico o
geografo dell’epoca di Cristo, o antecedente, nomina Nazaret.
Lo storico ebreo spiega che “città corrispondeva ad un grado che, oltre ad indicare
un maggior numero di abitanti di un villaggio, ne prevedeva la fortificazione”. (Ant.
XVIII, 28).
Il Vangelo di San Tommaso, manoscritto ritrovato nel 1945 (non manomesso) risalente al IV
secolo dice: “una città costruita su un’alta collina e fortificata non può essere presa
né nascosta” (Tm. 32); In questo Vangelo è denunciato il tentativo, reale, di
“nascondere” una città, la quale, se fosse stata la “Nazaret” attuale, essa avrebbe
dovuto avere fortificazioni; infatti:
“La città di Gàmala, per le sue difese naturali, era imprendibile, cinta di mura e
rafforzata…” (Guerra Giudaica IV 9). Giuseppe Flavio, come sacerdote Comandante
dell’esercito rivoluzionario della Galilea, provvide a far ristrutturare le
fortificazioni, ad iniziare dalle mura, di tutte le città della regione, nominandole una
ad una, ma su Nazaret: silenzio assoluto!
“Dopo i successi ottenuti su Cestio Gallio (66 d.C.) racconterò come i Giudei
fortificarono le città, e con fedeltà descriverò per ogni città i patimenti dei vinti”
(Gue. I 20/22) …di Gàmala e di tutte le altre città, lo storico tramanda le sofferenze,
mentre “Nazaret”, non essendo nominata, fu l’unica città della Galilea che non soffrì …
dal momento che non esisteva ancora.
“La tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesù a Nazareth allo scopo di
spiegare così il soprannome di Nazireo, in origine unito al nome di Gesù … Nazireo è
certamente un nome di una setta senza rapporto con la città di Nazareth”. (La naissance
du Christianisme – Alfred Loisy, 1857-1940, sacerdote teologo e professore universitario
dell’Istituto Cattolico di Parigi).
“Nei vangeli non troviamo mai l’espressione “Gesù di Nazareth” ma soltanto Gesù il
Nazoreo, talvolta scritto anche Nazoreno o Nazareno… nessuno di questi appellativi, per
quanto si sia cercato di forzarne l’etimologia, può farsi risalire ad un nome come
“Nazareth”. E’ da questi termini che è derivato il nome della città di Nazareth e non
viceversa”. (Breve storia delle religioni, 1959 - Ambrogio Donini, professore
universitario).
Michail Bulgakov, nella sua opera “Il Maestro e Margherita”, considerata da molti il
miglior romanzo russo del XX secolo, così descrive l’incontro fra Pilato e Gesù:
“«Nome?» - «Yeshua» - rispose rapido l’accusato - «Hai un soprannome?» - «Ha Nozri» - «Di
dove sei?» - «…della città di Gamala» - rispose l’arrestato indicando con un movimento
della testa che laggiù, lontano, alla sua destra, verso nord, esisteva una città chiamata
Gamala…”.
Lo scrittore ucraino (1891–1940) ha potuto “immaginare” questo colloquio soltanto grazie
agli studi condotti da suo padre, Afanasij Ivanovic Bulgakov - docente di storia delle
religioni durante l’epoca zarista, condizionata dal potere religioso cristiano ortodosso
- che informò i familiari sulle conclusioni delle sue ricerche. Morì nel 1906 dopo aver
scoperto che “Nazaret” non fu la città di Gesù e perciò sapeva che i Vangeli contenevano
anche un’altra menzogna comprovata da quel “Nozri” (Nazireo).
E’ importante rilevare che questi ed altri studiosi giunsero a tali conclusioni molto
prima che venissero scoperti i resti della città di Gàmala. Ad essi va riconosciuto il
merito di avere compreso la verità storica senza l’ausilio dei nuovi dati archeologici,
essenziali alla ricerca critica.
Gesù “Nazaretano”, non Nazareno (Nazoraios) avrebbe dovuto essere la forma corretta, o
meglio “Betlemita”, in quanto, per i Vangeli, nativo di Betlemme.
“Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraeus, Nazarene, provano tutte che gli scribi
ecclesiastici conoscevano l’origine della parola ed erano ben consapevoli che non era
derivata da Nazareth. Il nome storico e la posizione geografica della città natale di
Cristo è Gamala. Questa è la patria del Nazoreo. La montagna di Gamala è la “montagna”
dell’evangelista Luca. La “montagna” di tutti i Vangeli che ne parlano senza nominarla”.
(The Essene Origins of Christianity, 1980; E.B. Szekely, teologo ungherese del Vaticano).
“In quei giorni (dopo il concepimento a Nazaret) Maria si mise in viaggio verso la
montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda” (Lc. 1, 26/39).
Una “città di Giuda” sopra la montagna, da raggiungere “in fretta” partendo dalla Nazaret
odierna, non ha alcun senso, né riscontro geografico, né storico. Nel I secolo non
risulta essere esistita in Galilea nessuna città “di Giuda” al di sopra di una montagna,
tanto meno vicina a Nazaret.
Proviamo a cambiare l’articolo indeterminativo e vediamo se la frase acquista un
significato:
“In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta la città
di Giuda” …il Galileo: Gàmala!; ora si che ha un senso!.
Una ragazza rimasta incinta fa un viaggio breve per recarsi dal suo uomo e il villaggio
più vicino era Bethsaida, sul lago, proprio sotto Gàmala, raggiungibile (in fretta), con
un paio d’ore di cammino al massimo, ovviamente … senza attraversare il Giordano.
(Controllare la carta).
Ma allora, se Nazaret è esistita solo per “Gesù” e Gàmala era la vera “Nazaret”, perché i
Vangeli canonici hanno mentito? Via!…non diteci che non lo avete capito: era la città di
Giuda il Galileo e dei suoi figli i quali avevano lo stesso nome dei fratelli di “Gesù”:
Giacomo, Simone, Giuda e Giuseppe … cui, come vedremo, si aggiungerà Giovanni, indicato
nel Vangelo con “costui” senza patronimico:
“Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, Giuseppe, di
Giuda e di Simone?” (Mc. 6,3).

Gli Zeloti di Gàmala

Gli Zeloti di Gàmala.

Dopo aver constatato che la città di “Gesù”, descritta nei Vangeli, non corrisponde alla
“Nazaret” odierna bensì a Gàmala, la città di Giuda il Galileo e dei suoi figli, i quali
avevano gli stessi nomi dei fratelli del “Signore”…abbiamo compreso che “Nazaret” servì a
giustificare il titolo di “Nazareno”, modifica letteraria di “Nazireo”, ossia il
consacrato a Dio tramite il voto “Nazir”.
Lo stesso voto di Sansone che lo obbligava a non bere vino e non tagliarsi i capelli.
La sacra promessa di nazireato era incompatibile con la nuova dottrina cristiano gesuita:
contrastava con il rito eucaristico della trasformazione del vino nel sangue.
Un vero “Nazireo”, vincolato dal voto “Nazir”, non avrebbe mai potuto bere il vino
nell’ultima cena per poi trasformarlo in sangue da far bere ad altri Ebrei “Apostoli”,
per giunta suoi fratelli.

In base alla Legge degli antichi Padri, i Giudei non attendevano “l’Unto di Yahwè” per
crocifiggerlo, mangiarlo e berne il sangue; il Messia che attendevano doveva essere un Re
condottiero: un Salvatore (Jeshùa) della terra d’Israele dalla dominazione pagana.
Il rituale teofagico eucaristico fu ripreso dalle dottrine pagane e innestato nella
religione ebraica; venne adottato dai primi cristiani gesuiti nella seconda metà del II
secolo, dopo la distruzione di Gerusalemme del 135 d.C. da parte dei Romani, mantenendo
la liturgia degli Ebrei Esseni come documentata nei rotoli di Qumran.
Monaci e alto Clero, sin dall’inizio, sapevano di discendere dagli Esseni Terapeuti
d’Alessandria come riferito, nel IV secolo, dai Vescovi Epifanio e Eusebio di Cesarea
(HEc. II 16, 1-2).
Poiché i Vangeli non riportano la descrizione dell’aspetto del “Salvatore”, nei secoli
futuri, “Gesù” fu da loro descritto, agli artisti che lo raffigurarono, vestito con il
semplice camice bianco usato dagli adepti alla setta (Gue. II 123) e con i capelli e
barba lunghi, obbligatori per un “Nazireo”, oppure con il manto color porpora come si
conveniva ad un Re.

Pur di non farlo apparire “Nazireo”, particolare che avrebbe messo in crisi “la dottrina
della salvezza”, i Padri fondatori vollero dimostrare che non lo era, ma esagerarono nel
senso opposto…e a un “Dio”, disceso sulla terra per “salvare” l’umanità, prima gli fanno
trasformare l’acqua in vino, poi, senza scrupolo alcuno, lo fanno passare per “beone” e
“mangione” insieme a “peccatori” (per gli Ebrei peccava chi mangiava cibi proibiti) e a
pubblicani, cioè gli esattori dei tributi dovuti dai Giudei a “Cesare”.
Al fine di impedirne la identificazione con gli Zeloti che lottarono contro i tributi, i
falsari ideologi, con volgarità, preferirono far passare “Gesù” per un ebreo “crumiro
mezzano” che, con i suoi “discepoli”, era dalla parte dei Romani anziché dei suoi
connazionali, sino al punto di nominare un pubblicano, Matteo, suo “Apostolo”:

“Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e
d’altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano
ai suoi discepoli: Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”. (Lc. 5, 29-
30).
Interrogato poi: “E’ lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?… egli disse: date a
Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Lc. 20, 22/25) …

Risposta evasiva che vuol dire: pagate le tasse all’Imperatore e poi pregate.

I Padri fondatori, in un futuro ormai evoluto e diverso politicamente, da una verifica


storica si resero conto che le vicende narrate traevano origine da una religione gnostica
primitiva contenente fatti reali e, anche se mitizzati, col tempo, erano entrati in
contrasto con la nuova dottrina proprio perché riguardavano persone veramente esistite e
di tutt’altri ideali.
Andavano apportati cambiamenti per rendere più credibile il sacrificio di un “Salvatore”,
in quanto incarnato in un vero uomo, diverso da quello delle religioni pagane basato solo
su miti; sacrificio teofagico avente per fine la vita eterna che, unito alla speranza di
guarigioni miracolose, era diventato il cavallo vincente del cristianesimo gesuita.

“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e
il pane che io darò è la mia carne” (Gv. 6,51).
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo resusciterò” (Gv.
6, 54).

Questa era la nuova dottrina che faceva presa su masse di nuovi proseliti: l’innesto del
sacrificio del “Salvatore” pagano nella religione ebraica tramite il “Messia”, Salvatore
dei Giudei … successivamente, non più “disceso dal cielo”, come postulato dai mistici
creatori dei Vangeli primitivi e profetato dagli Esseni nel frammento manoscritto di
Qumran (4 Q 286/7) “…lo Spirito Santo che si posa sul suo Messia…”, ma partorito in
terra da una “vergine”, in una grotta, come riferito da Orìgene nel III secolo, e come
avveniva in altri credi, con un sincretismo mirato, soprattutto con il Dio Mitra.
Ancora dopo, sconfitto e superato il mitraismo, la “grotta” sparirà dai Vangeli (quelli
attuali sono traduzioni di codici risalenti al V secolo) proprio per recidere una delle
matrici ideologiche pagane … ma essa rimarrà ugualmente nella memoria popolare, superando
i secoli, smentendo gli stessi Vangeli canonici.

Non era più necessario uccidere animali e berne il sangue, rituale sacro troppo costoso
per la plebe, ma bastava una liturgia con semplice frazione del “pane vivo consacrato”
per avere diritto alla vita eterna. La stessa liturgia descritta dagli Esseni nella
“Regola della Comunità” di Qumran.
Il Vangelo di Giuda, un manoscritto originale, sopravvissuto alle devastanti censure
ecclesiastiche, venuto alla luce di recente e datato, al radio carbonio, fra il 230 e il
330 d.C., ci descrive un “Gesù” e un Dio Creatore diversi da quelli raffigurati dalla
Chiesa: non parla di Pilato, né di rito eucaristico teofagico avvenuto nella “ultima
cena”, tanto meno di “Resurrezione”.
Siamo di fronte ad un “Salvatore” ancora in parte giudaico, ma non condottiero di un
popolo che lotta per liberare la sua terra invasa dai pagani.
Lo stesso vale per altri Vangeli scoperti a Nag Hammadi, in Egitto, nel 1945.
Questo per rimarcare le differenze teologiche, fra dottrine in embrione, seguite dai
primi “Cristiani”, e quanto fu necessario per la “Chiesa”, a partire dai primi “Padri”,
selezionare e unificare i diversi “Credi” cristiano-gesuiti con la distruzione dei
rispettivi Vangeli.

Ancora prima della vittoria di Costantino sul pagano Massenzio nel 312 d.C., svariate
correnti teologiche cristiane iniziarono una guerra fra loro, che si protrarrà per oltre
un secolo, nella convinzione che ognuna di esse fosse depositaria della vera
“Rivelazione” sulla “Verità della Salvezza”, o della vera “Sostanza del Salvatore”, o
della “gnosi” del “Figlio a forma del Padre” o di quante “Potenze o Sostanze” dovesse
essere composto “Il Verbo” o il “Logos”, se da un “Padre Ignoto, Infinito e Informe” o se
dovesse essere Dio, tramite un “Battesimo Illuminante” a creare suo Figlio come
“Umanizzazione dello Spirito”, o se dovesse essere lo Spirito Santo, in una “perfetta
ipostasi col Padre e col Figlio”, a far generare da una Vergine “secondo la carne, il
Verbo fatto carne”…“in una consustanziale e coeterna Trinità”… finché non fu coniato il
“Verbo” definitivo, quello che verrà descritto dettagliatamente nelle enciclopedie ed i
vocabolari di tutto il mondo: “Transustanziazione”, ovvero:

“Il rituale attraverso il quale si attua la presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù
nell’Eucaristia, con la conversione della sostanza: del vino nel Sangue e del pane nel
Corpo di Gesù Cristo…rimanendo immutate solo le apparenze del pane e del vino”.
E tutto ciò, grazie ad un universale lavaggio del cervello, fu introdotto in una “ostia”.
“Hostia”: Vittima sacrificale che i pagani offrivano agli Dei” sopra un “Altare”: lastra
di pietra, elevata dal suolo, su cui venivano consumati i sacrifici”.

Erano gli Episcopi, Patriarchi e Imperatori “Pontefici Massimi”, tutti auto nominatisi
“Venerabilissimi e Santi”, che, fabulando, creavano le divinità da fare adorare agli
uomini. Divinità così contrastanti fra loro, ideologicamente, da ingenerare tensioni e
guerre; conflitti talmente cruenti che si rese necessario indire Concili su Concili per
tentare di “conciliare” dottrine scismatiche che preferirono massacrarsi per eliminarsi,
accusandosi, reciprocamente, come “eretiche”, “apostate” o “folli”, le une contro le
altre…Santi contro Santi… uomini contro uomini, persecuzioni e martirii di cristiani
contro cristiani, seguaci di Cristi diversi…potere contro potere …morte contro morte…per
la vita eterna.

“Noi abbiamo sopportato da parte degli eretici le persecuzioni, le tribolazioni, le


minacce per la fede … Si deve anatemizzare ogni eresia, specialmente quella degli
Eunomiani o Amonei, degli Ariani o Eudossiani, dei Serniariani e Pneumatomachi, dei
Sebelliani, dei Marcelliani, dei Fotiniani e degli Apollinaristi” … Basilidiani,
Docetisti, Carpocraziani, Cleobiani, Cerintiani, Modalisti, Adozionisti, Dositei,
Marcioniani, Masbotei, Montaniani, Maniani, Novaziani, Simoniaci, Donatisti,
Priscilliani, Menandrianisti, Pelagiani, Monofisiti (Copti), Nestoriani, Abelliani,
Valentiniani, Saturnilliani ecc…

E il massacro fra i “cristiani” continuò, nel IV e V secolo, sino a che tutte le dottrine
cristiane dichiarate “eretiche” furono eliminate, con i rispettivi Vangeli, da quella
vincente sopravvissuta…come una sorta di “naturale evoluzione adattativa delle spècie
religiose”: il Cristianesimo odierno.
Concepire una nuova figura teologica di “Salvatore”, sin dall’inizio, non fu semplice per
le sette degli Esseni sparse a oriente dell’Impero … tenuto conto che, tutt’oggi, ognuno
(non gli atei) immagina il suo “Dio” secondo le proprie “esigenze” o fantasie …

I nuovi Padri “evangelisti” studiano i manoscritti disponibili; eliminano la paccottiglia


ridicola; dichiarano eretica quella astratta fondata su una “gnosi”, più adatta ad asceti
portati all’esaltazione mistica, ma poco richiesta e poco praticata, perché incompresa,
da un popolo bisognoso “di eternità” e di miracoli “terapeutici”.
Distruggono molti Vangeli con i relativi “Gesù”, diversi e in contrasto teologico fra
loro, che dimostrano, troppo apertamente, i molteplici tentativi di “costruzione” della
nuova religione. Li chiamano “apocrifi”, che vuol dire “celati”… sic! (locuzione ipocrita
come chi la coniò).
Scrivono gli “Atti degli Apostoli” per raccordare la dottrina dei Vangeli primitivi
giudaici alle esigenze “universali” del nuovo “Credo” e decidono di manipolare la
compromettente identità dei “fratelli di Gesù”, replicandoli e trasformandoli in
“Apostoli” incaricati di predicare e diffondere la Vera Fede voluta da Dio.
A conclusione di questa evoluzione adattativa dei manoscritti, nel tempo e nella
dottrina, sono rimasti, sino a epoche recenti, nei Vangeli, termini e vocaboli originali
(in passato non compresi) che denunciano l’origine zelota antiromana di una ideologia
inizialmente filo giudaica.

Infatti, Giuda Theudas era un Profeta “sobillatore”, il quale, come sopra visto, era
fratello di Giacomo, a sua volta fratello di Giovanni (At. 12, 1-2) che insieme a Simone
e Giuseppe (l’ultimo) costituiscono la cerchia di “fratelli” evangelici tutti con nomi di
tradizione giudaica.
Solo questi nomi, autenticamente ebraici - dalla lettura del “Novum Testamentum” A. Merk
S.I., Roma, Pontificio Ist. Biblico, Anno 1933; e, “Novum Testamentum” H. Kaine, Paris,
Edit. Ambrogio F. Didot, Anno 1861 – risultano accompagnati da qualifiche e attributi,
quindi da atti, conformi allo stesso Profeta “sobillatore” Giuda Theudas ucciso da Cuspio
Fado nel 45 d.C.:
“zeloti”, che, dall’interpretazione in greco di Giuseppe Flavio, significa “fanatici
nazionalisti”; “bariona”, in aramaico, significa “latitante fuorilegge”; “iscariot”
omofono di sicario o sicariota; “boanerghes”, significa “figli della collera” o “figli
dell’ira”; “cananeo” da “qan ana” in aramaico, equivalente a “zelota”, e “galilei”, come
“fuorilegge” (erano figli di Giuda, ideatore dello zelotismo antiromano, detto “il
galileo”).
E’ d’obbligo rilevare che queste qualifiche o attributi sono riferite solo ad “apostoli-
fratelli” che hanno lo stesso nome dei fratelli di Gesù.
Attributi e qualifiche che richiesero un intervento “correttivo”, da parte degli scribi
cristiani, mano a mano la Chiesa ne comprese il vero significato, come dimostrato nel
primo studio su riferito “Non sono esistiti gli apostoli”.
Le finte natività di Gesù Cristo, secondo Matteo e Luca

I parte
E’ ormai trascorso oltre un anno di silenzio dei “media” da quando, in data
15.11.2008, su invito rivolto dalla Rai nei confronti di qualsiasi storico intendesse
confutare il programma “Inchiesta su Gesù”, condotta in tutte le reti Rai TV nei periodi
natalizi a partire dal 2004, dal dott. Giovanni Minoli e “il vaticanista” Andrea
Tornielli.
Decisi di onorare la richiesta, unitamente al dott. Giancarlo Tranfo, chiedendo un
confronto con gli esegeti della Chiesa Cattolica nelle persone del sacerdote Gian Franco
Ravasi e Vittorio Messori.
Documento reso pubblico, riportato sul presente sito, cui non è stato dato seguito, se
non “ritirare”, tacitamente, il programma in oggetto.
E’ una strategia, ma la Chiesa e gli storici spiritualisti, per risolvere le
contraddizioni e le falsificazioni riportate nei “sacri testi” sono ora costretti a farlo
tramite canali destinati ai loro fedeli e, per confortarli, li accontentano con “ipotesi”
che, in un dibattito pubblico, verrebbero immediatamente smentite perché la Storia è
chiarissima e non si presta a equivoci.

Sin dagli albori del cristianesimo la Chiesa si arrovella per rendere compatibili due
“Natività” del Cristo inventate di sana pianta da evangelisti fantasiosi; nascite, per di
più, complicate dagli interventi dei Padri Apologisti che, già dal III secolo in poi,
tentarono maldestramente di conciliarne le contraddizioni ottenendo, invece, l’esatto
contrario.
Nel dicembre dello stesso anno, dal sito clericale di “cristianesimo primitivo”, rivolsi
un appello ai fedeli credenti affinché sollecitassero uno storico famoso vivente, magari
titolare della cattedra di Storia dell’Università Cattolica, e fargli dichiarare che
Publio Sulpicio Quirino effettuò un censimento in Giudea prima della morte di Erode il
Grande: silenzio assoluto!.
Riproposi la sfida in altri forum, pur frequentati da credenti, ma neanche la notoria
sicumera ostentata dai “ciellini” di “Comunione e Liberazione”, intende “percepire” la
realtà della Storia e confrontarsi con essa. Il silenzio, seguito al preciso richiamo
storico, già da solo dimostra come le nascite di Gesù, narrate dagli evangelisti Luca e
Matteo, non possono essere veritiere contraddicendo chi vuol far passare l’evento come un
fatto realmente accaduto.

Con il presente studio intendiamo dimostrare che la “Natività” di Cristo fu inventata nel
corso del processo evolutivo della primitiva dottrina gnostica esseno messianica. In essa
fu, successivamente, “innestato”, nel Messia divino giudaico, il sacrificio eucaristico
teofagico (l’Hostia Consacrata) pagano finalizzato alla risurrezione del fedele dopo la
morte.
I culti orientali pagani, preesistenti al cristianesimo, contemplavano l’adorazione di
Semidei “Soter” (Salvatori) generati da una Divinità che si accoppiava con una giovane
vergine. Erano per metà uomini e metà Dei, pertanto con la caratteristica di morire in
quanto uomini ma con il dono di risorgere, come Dei, dopo tre giorni trascorsi negli
“inferi”.
La verginità della fanciulla era condizione necessaria in quanto “garanzia di purezza”
durante l’accoppiamento col Dio: perché non nascesse un “bastardo” era obbligatoria una
… “Immacolata Concezione”.
Il cristianesimo gesuita riprese da questi miti la “Natività”. Fu un “involucro
ideologico” con cui rivestire il Messia divino giudaico ma … i Padri creatori fecero
molta, troppa, confusione: la presunzione di farla apparire “storia”, di una “vera”
nascita di uomo, sin dall’inizio, venne sconfessata a causa delle contraddizioni
riportate nei “sacri testi”.
Il “padre putativo” di Gesù, san Giuseppe, la S.S. Vergine Maria, e la “sacra famiglia”
tutta, divennero protagonisti di vicende assurde, fino al ridicolo … e all’offesa, da
parte dei Pagani e degli stessi Ebrei …
Le “Immacolate Concezioni”
In base alle descrizioni degli avvenimenti fatte dagli evangelisti Luca e Matteo, gli
unici che ne parlano, la nascita di Gesù risulta totalmente diversa, tranne i nomi dei
protagonisti.
Se togliessimo i nomi ci troveremmo di fronte a due eventi talmente estranei fra loro ed
incompatibili al punto di far decadere la testimonianza dell’Avvento del Messia
Salvatore, o meglio, anziché attestarne la “Rivelazione Divina”, ne dimostra l’invenzione
umana. Lo capirono, sin dall’inizio, i Padri Apologisti della Chiesa i quali, nel
tentativo di giustificare i contrasti insanabili contenuti nei due Vangeli, ottennero
l’effetto contrario; come testimonia Celso, il filosofo greco loro coevo, vissuto fra la
fine del II e inizi III secolo d.C. che dichiarò nel suo “Discorso Veritiero” contro i
cristiani:

“E’ noto a tutti che ciò che avete scritto è il risultato di continui rimaneggiamenti
fatti in seguito alle critiche che vi venivano apportate”.
Infatti Luca, facendo nascere Gesù il 6 d.C., anno in cui, Publio Sulpicio Quirino fece
il censimento in Siria e Giudea, cioè, 10 anni dopo la morte di Erode il Grande; condannò
la Madonna a rimanere 12 anni incinta rispetto alla nascita avvenuta, secondo Matteo, il
6 a.C., ossia, 2 anni prima della morte dello stesso Re ... sempre che i due evangelisti
di riferissero alla stessa donna, allo stesso parto e allo stesso “Figlio” di Dio.
“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò di fare il censimento di tutta la
terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirino” (Lc.
2, 1).
Il primo ad accorgersi della grave contraddizione (un censimento ordinato da Cesare
Augusto in tutto l’Impero sarebbe stato riferito da tutti gli storici dell’epoca, che in
realtà l'ignorano) fu Tertulliano, Padre apologista cristiano, il quale, sorvolando
l’assurdità che il Vangelo riporta un censimento di tutta la terra, nel III secolo, per
“eliminare” il problema, smentì Luca eliminando “Quirino” che sostituì con il Legato
“Senzio Saturnino”, Governatore di Siria durante gli ultimi anni di vita di Erode il
Grande:
“Risulta siano stati fatti censimenti sotto Augusto, in Giudea, con Senzio Saturnino, nei
quali è possibile sia stata ricercata la sua (di Gesù) origine” (Adversus Marcionem IV
19,10).
La titubante “testimonianza” di Tertulliano (ovviamente senza alcuna risultanza storica),
eliminato Quirino, smentì la “Nascita” di Luca senza risolvere il problema ... al
contrario: dimostrò che i Vangeli, “dettati da Dio”, erano incoerenti e dovevano essere
modificati. A complicare ulteriormente la data di nascita di Gesù ci si mise, nel III
secolo, il maggiore dei “Padri”, Orìgene, il quale affermò:
“nei giorni del censimento, quando con ogni probabilità nacque Gesù, un certo Giuda
Galileo conquistò al suo seguito un gran numero di Giudei…” (Contra Celsus I, 57).
Per Orìgene: censimento, nascita di Gesù e rivolta di Giuda il Galileo furono
contemporanei, come per San Luca, e sappiamo avvennero il 6 d.C.; e lo ribadisce, subito
dopo, cercando, comunque, di “coordinare” Luca e Matteo, ma:
“Erode il Tetrarca mandò degli uomini per uccidere tutti i bambini nati nello stesso
tempo, ritenendo di eliminare anche Gesù per timore che gli potesse occupare il regno”
(C.Ce. I, 58).
Orìgene, dando per scontato la nascita di Gesù il 6 d.C., come appena riportato, ne
dedusse, smentendo la “Nascita” di Matteo e di Tertulliano, che, a quella data, solo
Erode Antipa, Tetrarca della Galilea, avrebbe potuto fare la “strage degli innocenti”
poiché sapeva che Erode il Grande era morto il 4 a.C. e, essendo stato esiliato (il 6
d.C.) Erode Archelao da Cesare Augusto, in Giudea non c’era alcun Re a governare ma
Coponio, un Prefetto romano. Peraltro, Erode il Grande e i suoi discendenti sapevano bene
che solo l’Imperatore decideva se potevano continuare a regnare o destituirli e, in quel
caso, il Re poteva solo obbedire perché ad Antiochia stanziava il Legato di Siria, al
comando delle legioni di Roma, pronto a far rispettare i decreti imperiali.
Secondo Matteo la “strage” riguardava direttamente il neonato “Gesù bambino”; lui era
l’obiettivo di Erode e la conseguente “fuga in Egitto”, propiziata dalla omertà dei
“Magi” venuti ad adorare il “Re dei Re”, fu un evento drammatico per la “Sacra Famiglia”
al punto che l’esilio in quella terra si protrasse fino alla morte del Re “criminale”.
Dramma che finirà, alla morte di Erode, nella celestiale “Nazaret”, unica città
tranquilla della Galilea, ove la Madonna e San Giuseppe potranno accudire “Gesù bambino”
ignari (come Matteo evangelista) del sangue che scorreva sulla loro terra, messa a ferro
e a fuoco dalle legioni romane di Quintilio Varo, il Legato di Siria di Cesare Augusto,
inviato per domare, con migliaia di crocifissi e decine di migliaia fra morti in
battaglia e schiavi, la ribellione giudaica capeggiata da Giuda il Galileo, Re “pro
tempore” di quella regione.
La sempliciotta ignoranza, palesata da Matteo, sugli avvenimenti che sconvolsero la
Galilea dopo la morte di Erode il Grande, attesta la falsità del suo Vangelo ad iniziare
dalla “fuga in Egitto”; infatti “Nazaret”, dove ritornò la “Sacra Famiglia”, era
vicinissima (6 Km) alla capitale Seffori, che fu rasa al suolo e i suoi abitanti uccisi o
deportati come schiavi.
San Luca, al contrario, ignora il pericolo che corre il “bambin Gesù”; per lui “Erode”
non è un criminale: è un altro “Erode”… e la “Sacra Famiglia” può pensare al suo
tranquillo “mènage” domestico quotidiano senza avere la necessità di fuggire da alcuno.
Poiché gli evangelisti, Luca, Marco e Giovanni, non riportano il grave pericolo corso da
“Gesù bambino”, con la “fuga in Egitto” per sfuggirlo, ciò significa che è un’invenzione
… e il “Natale”, festeggiato da centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, è una
subdola montatura ideata dai “Padri” del cristianesimo per sostituire, sia la festa
annuale pagana del Dio Sole, resa ufficiale in tutto l’Impero da Aureliano a partire dal
25 dicembre del 274 d.C. (Dies Natalis Solis Invicti), sia quella del Dio Mitra, il
“Salvatore” con maggior seguito popolare prima del nuovo “Salvatore” Gesù … nati
entrambi, come il Dio Sole, nello stesso giorno dell’anno.
Accreditati di capacità profetiche e taumaturgiche miracolose (quasi quanto gli
Apostoli), i “Magi” erano i sacerdoti del culto del Dio Mitra, originario nell’antica
Persia, diffuso ed evolutosi nell’Impero Romano e anch’esso nato in una grotta (mitreo).
Sia la grotta che il bue e l’asino non compaiono nei Vangeli canonici, e la “grotta”, in
particolare, era un simbolo cultuale ricorrente in altre religioni orientali,
preesistenti al cristianesimo; religioni che contemplavano la nascita di una divinità
partorita in una grotta da una vergine, in fuga, cui le forze del male davano la caccia
per impedire che il bene potesse sopravvivere ad esse per poi sconfiggerle.
L’evangelista Matteo (Mt. 2, 9), dal lontano Oriente, con tanta fantasia, fece recare i
Magi a Betlemme - guidati da una stella che li precedette, lentamente, sino a
posizionarsi (vista solo da loro ma non da Erode e i suoi militi, diventati tutti miopi)
sulla casa dove era nato “Gesù bambino” - per sottomettersi al nuovo “Re dei Re” (era il
titolo degli imperatori Parti) offrendo i doni simbolici del potere regale (oro), di
quello spirituale (incenso) e della vita eterna (mirra). Ovviamente in casa mancavano il
bue e l’asino.
“Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si
fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Entrati nella casa…lo adorarono” (Mt. 2,
9/11).
Impossibilitata a rendere coerente la data di nascita di un “uomo”, per le contraddizioni
esistenti fra il Vangelo di Luca e quello di Matteo, agli inizi del VI secolo la Chiesa
incaricò un erudito monaco, Dionigi il Piccolo, di risolvere il problema attraverso
l’adozione di un nuovo sistema di riferimento per la numerazione degli anni della storia.
Anziché dalla fondazione di Roma, in vigore sino allora, tutte le vicende narrate
dovevano riferirsi all’anno della nascita di “Nostro Signore”: l’Anno Domini …
corrispondente al 753° anno dalla fondazione dell’Urbe. Dionigi fece i calcoli esatti ma,
di fronte alle contraddizioni di Luca e Matteo, posizionò “diplomaticamente” l’Avvento di
Gesù proprio a metà fra le due nascite, col risultato che … smentì entrambi gli
evangelisti.
La Chiesa non dette peso all’anacronismo e, contando sull’ignoranza delle masse dei
credenti, adottò tale calcolo pur sapendo che l’Anno Domini 1 aveva tagliato sia la
“strage degli Innocenti”, attuata da Erode il Grande (secondo Matteo) 6 anni prima, sia
“l’anno del censimento di Quirino”, riportato da Luca 6 anni dopo … inoltre, i mistici
inventori si prodigarono, nei secoli a venire, per arricchire la favola stabilendo in
“tre” il numero dei “Magi”, con tanto di nomi e doni: il tutto ignorato dai Vangeli.
Di fronte a queste incongruenze, gli esegeti “ispirati” odierni, stanno facendo
“miracoli” per falsificare la storia tentando di accreditare a Quirino un altro
inesistente censimento, basato su impossibili ipotesi, potendo contare sul silenzio dei
“media” e delle istituzioni scolastiche.
Sanno che la storia, così come risulta nella realtà, smentisce la realtà di “Gesù” e ad
essi non rimane altro che modificare la realtà della storia pur di “garantire” la loro
dottrina, ne consegue che, una volta fatta propria la “teoria” del “doppio censimento” di
Quirino, per esigenze di coerenza, devono insistere e mantenere la tesi basata su vuoti
sofismi.
Per la documentazione degli avvenimenti e i loro moventi, per l’archeologia, per la
semplice elementare logica, tutti gli storici (tranne i pochi mistici pervasi da profonda
fede), riconoscono l’unico censimento effettuato da Quirino il 6 d.C., quando, per la
prima ed unica volta, fu inviato da Cesare Augusto come suo Legato in Siria a
sovrintendere tale atto.
Roma deliberò il provvedimento finalizzato all’esazione diretta dei tributi come misura
amministrativa conseguente alla costituzione della nuova Provincia, annessa alla Siria,
sui territori della ex Etnarchia di Erode Archelao, appena deposto dall’Imperatore
Augusto ed esiliato in Gallia per inettitudine. (Ant. XVII 344).
Le reggenze di Archelao e di Antipa furono contrassegnate da numerose sommosse guidate da
ribelli che si proclamarono “Re”, non riconoscendo loro il diritto a sedersi sul trono
dei Giudei (Ant. XVII 271/285) e solo il continuo intervento delle legioni romane di
Siria riuscì ad eliminarli tutti, tranne Giuda il Galileo, ripristinando l’ordine,
finché, dopo dieci anni, Augusto, vista la incapacità di Archelao a governare, prese in
mano la situazione sottoponendo quel territorio alla diretta egemonia di Roma.
“La regione soggetta ad Archelao fu annessa alla Siria e Quirino, persona consolare, fu
mandato da Cesare a compiere una stima delle proprietà in Siria e vendere il patrimonio
di Archelao” (Ant. XVII 355). “Quirino vendette i beni di Archelao, e nello stesso tempo
ebbero luogo le registrazioni delle proprietà che avvennero nel trentasettesimo anno
dalla disfatta di Azio, inflitta da Cesare ad Antonio” (Ant. XVIII 26). La battaglia di
Azio avvenne il 31 a.C..
I territori dell’ex Etnarca, costituiti da Giudea, Idumea e Samaria, furono registrati
come possedimento di Roma e affidati con “pieni poteri”, il 6 d.C., al Prefetto Coponio,
di rango equestre, di stanza a Cesarea Marittima con guarnigioni militari dislocate anche
a Gerusalemme e a Sebaste, capitale della Samaria. (Ant. XIX 365).
Nell’ambito di quei territori, l’egemonia del Prefetto era subordinata solo al Legato di
Siria e all’Imperatore e contemplava il “ius gladii”, il diritto di processare,
sottoporre a supplizio (torturare) e condannare a morte anche i cittadini civili che si
fossero ribellati all’autorità del funzionario di Roma.
Queste furono le vicende che, da quella data, indussero i Giudei a ribellarsi nuovamente
a Roma, capeggiati dal potente Dottore della Legge, il fariseo zelota, Giuda detto “il
Galileo”…

Il cristianesimo (messianismo) gesuita primitivo, derivato, come abbiamo sopra


evidenziato, dall’innesto del rituale teofagico eucaristico pagano nel giudaismo
messianico, fece propria la “dottrina della salvezza”, o “soteriologia”, grazie alla
redenzione dal peccato e del destino umano dopo la morte.
Tale dottrina era contemplata da molte religioni dei misteri del mondo classico pre
cristiano e prevedeva anche “l’Immacolata Concezione” di una Vergine umana, fecondata
dalle variegate divinità pagane orientali, per generare il “Figlio Semidio”, chiamato in
greco “Sotère”, in italiano “Salvatore”, in aramaico “Jeshùa”… allora, i Padri, creatori
del nuovo “connubio” religioso, ebbero la pretesa di trasformare il mito in “storia” ma,
anziché storia ... fecero danni …

Le Natività

II parte.
Lettura comparata dei Vangeli con la storiografia.

Lo scriba cristiano che introdusse “Matteo il Pubblicano” fra gli Apostoli di “Cristo” lo
fece al solo, unico, scopo di allontanare eventuali sospetti di zelotismo da “Gesù” e i
suoi discepoli. Ma fu una precauzione eccessiva … pertanto ingenua: in quanto “esattore”,
l’Apostolo avrebbe dovuto essere uno specialista in materia di tasse e, come tale, era
tenuto a sapere che l’Impero impose il tributo direttamente ai Giudei nel 6 d.C..
Ne conseguì una guerriglia, fomentata dalla “quarta filosofia” nazionalista di Giuda il
Galileo, che si protrasse per anni, al punto che le stesse autorità romane ed ebraiche
(Sinedrio) richiesero a Roma di alleggerire la tassazione nel 17 d.C., sotto Tiberio,
perché, come riferito da Tacito, "la popolazione era oppressa dai carichi fiscali” (Ann.
II 42). Intanto, a quella data “Gesù Cristo” era già adulto.
Come stiamo per documentare, l’esattore Pubblicano, Apostolo evangelista Matteo,
testimone della vita di “Gesù” … e sua Madre, secondo quanto riferito dallo scriba che se
lo inventò, non sapeva (lo scriba) che il censimento, decretato da Augusto per tassare i
Giudei, fu la causa del viaggio di san Giuseppe e la Vergine Maria Gravida da Nazaret a
Betlemme.
Ciò vuol dire che non vi fu alcun censimento quando Erode il Grande era ancora vivo,
altrimenti sarebbe stato Matteo, non Luca, a riferire la necessità di quel viaggio …

“Gaius Sentius Saturninus” e “Publius Sulpicius Quirinus” furono nominati consoli, da


giovani, rispettivamente: il primo, nel 19 a.C. ed il secondo, nel 12 a.C.. Entrambi
vennero inviati dall’Imperatore a governare la Provincia di Siria, come suoi
Luogotenenti, nel rispetto dell’anzianità di nomina e di carriera, per il cui fine,
raggiungere il consolato, sotto Augusto, era presupposto indispensabile a ricoprire
l’importante successivo incarico: il primo, Saturnino, nel 9 a.C. ed il secondo, Quirino,
nel 6 d.C.; quest’ultimo, con un titolo di eccellenza inerente al compito, pericoloso,
(al comando di più legioni) di effettuare, per la prima volta, il censimento della Siria
e dei territori ad essa annessi: Giudea, Idumea e Samaria (Ant. XVIII, 1,2).
Lo storico ebreo, in modo particolareggiato, riporta tutti gli avvenimenti antecedenti il
6 d.C., riguardanti la sua terra (lui e i suoi antenati erano di Gerusalemme) e,
soprattutto, i potenti Legati di Siria (con autorità militare e giuridica superiore agli
stessi Re palestinesi), che cita tutti e fra i quali non risulta che Publio Sulpicio
Quirino sia stato Legato di Siria prima del 6 d.C. e abbia avuto, in precedenza, un altro
incarico simile e tanto meno di fare un censimento anteriore; come non risulta dagli
scritti degli altri storici dell’Impero: non può risultare ciò che non accadde.

La capacità di Erode di curare le rendite della Palestina indusse Cesare Augusto, dopo
avergli ingrandito il regno tramite la concessione di nuove regioni, ad affidargli la
gestione di territori che andavano ben oltre i confini del suo reame (Gue. I, 396/404).
La qualifica o massimo ufficio, nell’ambito della gerarchia amministrativa imperiale di
Roma, fu riconosciuto, tra i monarchi giudaici, solo ad Erode il Grande quando venne
nominato da Cesare Augusto “Procuratore di tutta la Siria sì che nessuno dei Procuratori
poteva agire senza il suo assenso” (Gue. I, 399 e Ant. XV, 360) "con l’onere di
riscuotere i tributi in tutte le regioni di quella Provincia" (Gue. I, 428).
Pur essendo subordinato, giuridicamente e militarmente, al Legato di Siria
dell’Imperatore, Erode il Grande non fu mai sottoposto, amministrativamente, allo stesso;
e le entrate fiscali, in virtù dell’incarico, gli imposero di costruire, a nome di Cesare
Augusto e dei suoi familiari, opere grandiose, compresi Templi pagani, anche nelle città
fuori del suo Regno. (Gue. 422/425).
Finché Erode il Grande rimase in vita, essendo lui il “Procuratore di tutta la Siria”, né
in Siria, né in Giudea si rese necessario svolgere alcun censimento da parte di Roma: era
lui che, quale fiduciario di Augusto, si adoperava a riscuotere le tasse curando le
rendite dell’Imperatore.
Va notato che “La Guerra Giudaica” fu sottoposta alla verifica e approvazione degli
storici romani di Vespasiano e tale documento, depositato negli archivi imperiali, fu
consultato anche da Svetonio mezzo secolo dopo (Vespasiano, 4-5).

Per l’Imperatore nessuno, meglio di Erode, era in grado di amministrare e curare i suoi
interessi, i suoi beni e le sue rendite in Siria e in Palestina e, nessun Governatore,
senza un suo preciso mandato, lo avrebbe potuto fare. Le entrate erano valutate in
talenti d’oro e, alla morte di Erode il Grande, la rendita di quei territori ammontava
quasi a mille talenti l’anno (Ant. XVII, 317/323).
Morto il Re, Cesare Augusto provvide subito ad inviare Sabino, in Giudea, come nuovo
“Procuratore romano per la Siria”, a rilevare l’ufficio, svolto dal monarca
efficacemente, “per prendersi cura della proprietà di Erode” , cioè di tutto il Regno, ma
sottoposto, militarmente e giuridicamente, al Legato di Siria, Quintilio Varo. (Ant.
XVII, 221-222).
“Sabino, il Procuratore della Siria, si recò in Giudea per sottoporre a sequestro
conservativo le sostanze di Erode” (Gue. II, 16), appunto perché Erode era stato
“Procuratore di tutta la Siria” per conto di Roma. La nomina di Sabino a tale incarico
dimostra la continuità della “cura” delle rendite delle proprietà e dei beni, costituiti
dai territori sottomessi all’Impero di Cesare Augusto ad iniziare dalla riscossione dei
tributi, già compito di Erode, in tutta la Siria compreso il suo regno, fino alla sua
morte avvenuta il 4 a.C..

Giuseppe riporta tutte le iniziative prese dal Legato Senzio Saturnino (tirato in ballo
da Tertulliano e citato “underground” da clericali e accoliti per farlo poi interagire
con P.S.Quirino) il quale, giuridicamente e militarmente, pur essendo più potente di
Erode il Grande, tuttavia non poteva intromettersi nella sua amministrazione senza un
mandato specifico di Cesare Augusto; come avverrà poi con Publio Sulpicio Quirino, che lo
farà il 6 d.C. con un incarico imperiale speciale, più importante del precedente Legato
Saturnino. Del quale, comunque, leggiamo tutti gli interventi (miranti a sanare i
contrasti famigliari di Erode, in Ant. XVI, 277/283-344-368-369; XVII, 7-25-57-89; e Gue.
I, 538/554), senza registrare alcun censimento da lui eseguito; né altri avrebbe potuto
effettuare l’atto amministrativo per la gravità e la pericolosità insite nella reazione
del popolo giudeo avverso tale provvedimento senza passare inosservato allo storico
ebreo.
Erode il Grande, oltre ad essere stato un fedele alleato, in quanto nemico giurato dei
minacciosi Parti, si dimostrò una “gallina dalle uova d’oro” per l’Impero; infine, che in
Giudea non avvenne il censimento di Quirino, fintanto era vivo il Re, lo conferma il
Vangelo di Matteo nel quale, come appena detto, l’evangelista, non si sogna di citarlo,
ma avrebbe dovuto farlo se, come dice Luca, fu la causa del viaggio di Maria e San
Giuseppe da Nazaret a Betlemme.

“Quirino, senatore romano passato attraverso tutte le magistrature fino al consolato,


persona estremamente distinta sotto ogni aspetto, inviato da Cesare, (il 6 d.C.) visitò
la Giudea per fare una valutazione delle proprietà dei Giudei e liquidare le sostanze di
Archelao (Giudea Idumea e Samaria divennero possedimento di Roma) e nello stesso tempo
ebbero luogo le registazioni delle proprietà che avvennero nel trentasettesimo anno dalla
disfatta di Azio (31 a.C.), inflitta da Cesare ad Antonio” (Ant. XVIII 2 e 26).

Una descrizione del censimento così dettagliata, riportata molte volte dallo storico
fariseo, dimostra lo sconvolgimento economico sociale e religioso, causato da tale atto
nei costumi giudaici, in violazione della antica Legge che vietava la sottomissione,
all’invasore pagano, del popolo di Israele, della Terra Santa e del suo Dio, Jahwè.
Sotto Costantino, nel IV secolo, il Vescovo cristiano Eusebio di Cesarea così scrisse:

“Al tempo del primo censimento, mentre Quirino era Governatore della Siria, nacque a
Betlemme il nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo. Anche Flavio Giuseppe ricorda questo
censimento, sotto Quirino, quando parla della rivolta dei Galilei che accadde in quel
medesimo tempo e della quale fa menzione anche Luca negli Atti degli Apostoli” (HEc. I
5,2-3).

Eusebio testimonia le correlazioni fra, la nascita del “Salvatore”, il censimento di


Quirino di Flavio Giuseppe e la rivolta giudaica del 6 d.C. capeggiata da Giuda il
Galileo, con quelle riprese negli “Atti degli Apostoli” e nel Vangelo di Luca.
La storia non riporta altri atti amministrativi imperiali, in Giudea, prima di questo; se
i docenti mistici asseriscono il contrario, che lo dimostrino, facendoci leggere quello
che scrissero gli storici di allora, non sofismi personali, scritti oggi, e propinati a
giovani studenti portati a credere ai loro insegnanti, ignare vittime di un
indottrinamento religioso finalizzato a mascherare, rendendo artatamente coerenti, due
“Nascite” evangeliche in contrasto fra loro a comprova che furono inventate.

San Luca, per fare un dispetto agli esegeti baciapile, riporta due volte il censimento di
Quirino: la prima, nel suo Vangelo in occasione della “nascita di Gesù” (Lc. 2,1-2), e la
seconda nel discorso di Gamalièle (At 5,34/39), come già riferito. Se l’evangelista
intendeva citare due censimenti diversi, fatti da Publio Sulpicio Quirino in date
diverse, essendo uno riferito alla nascita del “Figlio di Dio”, l’avrebbe specificato
nelle sue opere e, per distinguerli, consapevole dell’equivoco che ne sarebbe scaturito,
avrebbe chiarito, in “Atti degli Apostoli” che, quello richiamato a Giuda il Galileo, del
6 d.C., era il “secondo” censimento.
Ma se Luca non lo ha fatto il motivo è evidente: il censimento fu il primo ed unico e
Gesù Cristo, per lui, nacque il 6 d.C.; pur se, va capito, gli esegeti mistici, prima di
riconoscere che la Madonna rimase incinta 12 anni, preferirebbero ... andare all’inferno.

Eppure la soluzione l’avevano a portata di mano: partorire un Dio “concepito da uno


Spirito Santo”, in fin dei conti, avrebbe richiesto un po’ più di tempo ad una “Vergine”;
nessun “credente” avrebbe trovato da ridire. Peraltro il censimento veniva fatto dai
Romani nel distretto dove si produceva, cioè quello di residenza; era lì che gli esattori
(i pubblicani) riscuotevano i tributi, e il luogo di lavoro della “Sacra Famiglia”
(secondo i Vangeli) era Nazaret, non Betlemme, pertanto la motivazione di quel viaggio
non è giustificata; come non è giustificata la “fuga in Egitto”; forzature ingenue che
dimostrano la macchinazione dei racconti. Tanto più, Maria non era obbligata a viaggiare
poiché non produceva reddito.
Altro dato contrastante, ma sottaciuto agli ingenui “credenti”, è il nonno di Gesù (il
padre di san Giuseppe), che per Luca è “Eli”, per Matteo è “Giacobbe” (Lc. 3,23; Mt.
1,16.).
Tali contraddizioni, anagrafico cronologiche genetiche e geografiche sulle “Nascite”,
riportate nei “documenti sacri”, dimostrano che sono invenzioni aggiunte,
successivamente, a testi in origine diversi; ne consegue che “Gesù”, “san Giuseppe” e la
“Madonna” non sono mai esistiti.
Infatti gli evangelisti “Giovanni detto anche Marco” e “Giovanni” saltano, prudentemente,
la nascita di Gesù.

In effetti i vangeli primitivi si limitavano ad un concetto di “Messia Salvatore” più


giudaico, che ancora non contemplava la nascita verginale nella grotta, adottata in epoca
successiva, destinata a generare un “Sotère” (Salvatore) con relativo sacrificio
teofagico ripreso dai riti pagani.
“Al tempo di Erode, Re della Giudea…” (Lc.1,5), “Avendo saputo che era Re della Giudea
Archelao” (Mt. 2,22). Sono gli evangelisti ad affermare che Archelao fu Re della Giudea.
Anche lo storico ebreo dice che Archelao, prevaricando i poteri di “Etnarca” concessigli
da Cesare Augusto dopo la morte del padre “aveva spinto alcuni a cingerlo del diadema e
si era assiso sul trono e agito con poteri di Re” (Gue. II,27). L’Episcopo Eusebio di
Cesarea scrisse:

“Erode, da Antonio e da Augusto con un senatoconsulto, fu scelto come re dei Giudei. I


suoi figli furono Erode e gli altri Tetrarchi” (HEc. I 7,12).

Il Vescovo cristiano chiama “Erode” Archelao (Etnarca) e lo distingue dai “Tetrarchi”,


Antipa e Filippo, che Giuseppe Flavio chiama entrambi “Erode” (Ant. XVIII 109). Pertanto,
quando nacquero, a questi tre figli maschi, potenziali eredi del regno di Palestina, fu
dato, come primo nome, quello del padre in onore del Grande Re.
Erode Archelao si proclamò Re della Giudea, diversamente da suo padre, Erode il Grande,
che fu Re di tutta la Palestina, della quale la Giudea era una parte. Solo suo nipote,
Erode Agrippa il Grande, nel 41 d.C., potrà anch’egli regnare su tutta la Palestina sino
alla morte, per concessione dell’Imperatore Claudio, e lo storico ebreo lo chiama Re
“Agrippa” o “Agrippa il Grande”, mentre in “Atti degli Apostoli” è chiamato semplicemente
“re Erode” (“In quel tempo re Erode” At. 12, 1) e sua sorella: “Erodiade”. Pertanto, come
le vicende narrate in “Atti degli Apostoli” di Luca ci permettono di capire che si
trattava di Erode Agrippa, anche le vicende narrate nel Vangelo dello stesso evangelista
si riferiscono ad Erode Archelao.

La nascita di Gesù “concepita” da Luca, almeno sulla “strage”, aveva ragione: sicuramente
si era letto il centinaio di pagine che Giuseppe dedicò a Erode il Grande, senza che gli
risultasse questo fatto gravissimo. Aveva torto, invece, quando, dopo essersi fatto
spacciare per “medico” tramite una lettera accreditata a san Paolo Saulo (Colossesi
4,14), decise, diversamente da Matteo, di far fare alla Madonna, mentre era prossima a
partorire, un tortuoso e impervio percorso di oltre 200 Km. sul dorso di un asino per
recarsi da Nazaret a Betlemme a farsi censire.
Il “medico” impostore, evidentemente, come un casto e pudico prete, in vita sua non aveva
mai visto il ventre nudo di una donna vicina a partorire; anche se, questo particolare
del “lungo viaggio” - imposto alla puerpera, appena partorito, fino in Egitto per altri
200 Km a dorso d’asino (secondo lo scriba di Matteo) - ne siamo certi, è ignorato
tutt’oggi dalle mamme inginocchiate a pregare sotto la sua statua o quella del “Bambin
Gesù”.
Donne opportunamente tenute all’oscuro su questi aspetti “apocrifi” e assurdi per impedir
loro di riflettere.

Abbiamo dimostrato le false nascite di Luca e Matteo i quali datano l’Avvento di Gesù,
l’uno il 6 d.C., l’altro il 6/7 a.C., due o tre anni prima della morte di Erode il
Grande.
Ma nel Vangelo di Giovanni si riporta un particolare sull’età del “Messia” che è doveroso
riferire per sottolineare la “confusione” fatta dagli evangelisti nel creare il
personaggio, (Gv. 8, 57) :

“Dissero allora i Giudei a Gesù: non hai ancora cinquanta anni e hai già visto Abramo?”

Ai lettori credenti tutti, ai ciellini spiritualisti in particolare, lasciamo loro il


tempo di … meditare “assidui e concordi nella preghiera”…

Il falso martirio dei cristiani di Nerone

Il Coodex Laurentianus Mediceus M II, conservato presso la Biblioteca Medicea


Laurenziana in Firenze, è il manoscritto più antico che attesta il famoso brano su Cristo
e i Cristiani, riportato nel XV Libro, cap. 44, degli Annales di Tacito. La sua datazione
è collocata dai paleografi intorno all’XI secolo, cioè un millennio dopo la morte dello
storico latino, ed è l'archetipo di altri codici copiati in epoca ancora più tarda.
Da oltre un paio di secoli la sua autenticità è oggetto di controversia fra i massimi
esperti della materia e, superfluo a dirsi, viziata da posizioni ideologico fideiste di
parte che rappresentano l’ostacolo principale a chiudere definitivamente la questione.
La posta in gioco è alta: si tratta della testimonianza più importante sull’esistenza di
Gesù e i suoi seguaci nel I secolo proveniente dalla più autorevole fonte extracristiana.
Ancor più significativa di quelle di Giuseppe Flavio, Svetonio e Plinio il Giovane.
Tutt’oggi il dibattito è ancora incentrato sull’analisi paleografica del documento e,
come appena rilevato, è sempre in fase di stallo, per di più, gli esperti sanno che "La
paleografia è una scienza fondata su stime di massima, insicure a causa dell’arco di
tempo trascorso così esteso; è un metodo che, troppo spesso, viene fatto passare come una
certezza per confondere i non specialisti, pertanto è storicamente scorretto”. (Robert
Eiseman, uno dei più importanti paleografi del mondo).
Tutto ciò premesso, sappiamo che esistono altre metodologie scientifiche basate su dati
oggettivi inconfutabili come archeologia, numismatica e testimonianze storiche comparate
le quali ci consentono di pervenire ad una conclusione storiologica definitiva.

Le “Testimonianze” di Tacito e Giuseppe Flavio su Gesù.

I parte: sintesi.

Con questo studio intendiamo mettere a confronto le informazioni, ad oggi pervenuteci


tramite copie manoscritte non originali, di Cornelio Tacito e di Giuseppe Flavio - gli
unici storici che citano “Cristo”, identificandolo esplicitamente col “Gesù” dei Vangeli
- per verificare se, dagli scritti tramandatici, viene effettivamente comprovata
l’esistenza del “Figlio di Dio” nel I secolo, oppure si tratta di menzogne apportate nei
documenti da copisti falsari allo scopo di rendere più credibile la dottrina cristiano-
gesuita.

Alla fine del I secolo, nelle sue opere, giunte sino a noi tramite manoscritti medievali,
il sacerdote fariseo Giuseppe Flavio riferisce gli atti basilari delle quattro correnti
religiose ebraiche esistenti in Giudea sino a quando rimase in vita: Farisea, Sadducea,
Essena e Zelota.
Viceversa lo storico ebreo non descrive i principi della religione chiamata
“Cristianesimo” o “Messianismo”, tuttavia, nella sua narrazione, in due brani cita “Gesù
Cristo” (Testimonium Flavianum) e “Giacomo fratello di Gesù Cristo”, pertanto, scopo
della nostra indagine è approfondire il motivo di questa incoerenza.
Contraddizione che ritroviamo anche in Tacito, quando, nella sua opera “Historiae”,
spiega i fondamenti della religione ebraica in Giudea, senza accennare ad alcun
“Cristianesimo” e, tanto meno, ai criteri essenziali della nuova dottrina (pur avendo
ricevuto l’incarico ufficiale di sorvegliare i culti stranieri); mentre nell’altro suo
lavoro, “Annales”, cita “Cristo” e “Pilato” quando narra il martirio dei cristiani a
Roma, in conseguenza del famoso incendio, ravvisando nella Giudea la terra d’origine del
“Cristianesimo”.

Come stiamo per verificare, entrambi gli storici avrebbero avuto forti motivazioni per
indagare sui precetti e le finalità del movimento cristiano gesuita, se veramente fosse
esistito nel I secolo.
Anche Gaio Svetonio Tranquillo parla di “cristiani” del I secolo e di lui riferiamo tra
poco perché la sua testimonianza, già da sola, comprova che “Cristo”, a se stante, non
distingue il “Cristo” giudaico dell’Attesa messianica ... dal “Cristo Gesù” dell’Avvento.
Lo stesso dicasi per Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto Plinio il Giovane, che,
all’inizio del II secolo, come vedremo più avanti, nella X epistola a Traiano, oltre a
“Cristo” cita i “cristiani” ma, l’assenza del nome di quel Messia significa che per quei
cristiani “Gesù” non era ancora venuto.

Nelle testimonianze storiche, la mancanza di “Gesù”, cioè “Salvatore”, è un particolare


di importanza fondamentale; infatti gli Ebrei chiamavano “Salvatore”, inteso come
attributo divino, i condottieri che riuscivano a liberare, come Giosuè, la “terra
promessa” dai pagani … salvo poi disconoscerli quando venivano sconfitti. Le locuzioni
“Cristo” e “Cristiani” sono generiche e si riferiscono a fedeli giudei, cioè Ebrei della
diaspora, esuli, promotori di sommosse, vittime di repressioni o guerre giudaiche, sparsi
nelle province dell’Impero in “Attesa” del loro Messia.

Il significato indeterminato di “cristiani” sarà sfruttato successivamente dalla Chiesa e


fatto passare come “credenti cristiani gesuiti” per i quali “l’Avvento” del Messia, cui
verrà dato nome “Gesù”, si era già concretizzato entro l’anno 30-31 del I secolo.
Qualunque dicitura come “Cristo” o “cristiani”, riportata dagli scrittori dell’epoca,
secondo la Chiesa, doveva riferirsi al loro unico Cristo: Gesù. La Chiesa ne ha sempre
riconosciuto solo uno e “doveva” essere Lui: era la sua dottrina ed è logico che sia
stato così. Non è logico, invece, che gli “storici” spiritualisti moderni avallino questa
“fede” facendola passare per “storia”.
Detto in parole più semplici: “cristiano” era colui che aspettava Cristo, e “cristiano”
era colui convinto che il Messia fosse già venuto. Ciò che li distingueva era il nome
“Gesù”, col quale i secondi battezzarono il Messia; mentre i primi non poterono
battezzare nessuno perché, per loro, non era ancora giunto il vero Messia divino.

I “cristiani” di Plinio il Giovane erano “messianisti” ebrei Esseni di Bitinia non ancora
raggiunti dal mutamento gnostico iniziale del “Messia Salvatore”, avviatosi lontano,
nell’alto Egitto, ove si erano rifugiati gli Esseni zeloti perseguitati da Vespasiano. In
Bitinia, i “messianisti” non sapevano nulla del “Dio universale” che verrà inventato
successivamente; erano sempre in “attesa” del “Messia davidico” giudaico, unica speranza
ad essi rimasta da contrapporre all’enorme potere militare romano che aveva distrutto,
quarant’anni prima, la Città Santa e il Tempio di Dio.
Praticavano la liturgia essena del pasto comunitaro, riportata nella loro “regola”
(Rotolo di Qumran) assieme agli altri principi che saranno mantenuti dai futuri cristiani
gesuiti; ma, se quei fedeli fossero stati seguaci di “Gesù”, appartenenti al nuovo
cristianesimo riformato in un Messia che, come una Hostia sacrificale pagana, si propose
per essere mangiato, corpo e sangue: cioè una fede diversa da quella ebraica … per
distinguersi ed evitare equivoci lo avrebbero chiamato col nome completo “Gesù Cristo”,
non soltanto “Cristo”, consapevoli che il “Messia” era la divinità che interessava anche
i Giudei, e da essi profetato, come dimostrano i rotoli del Mar Morto.

Essendo stato un suo compito specifico, per aver fatto parte di un collegio sacerdotale
designato a sorvegliare i culti stranieri, Tacito, nelle sue “Historiae“, dedica buona
parte del Libro V per descrivere la religione e le vicende del popolo giudaico, dal
lontano passato sino al 70 d.C..
Negli “Annales”, a seguito del devastante incendio di Roma, è scritto:

“coloro che, odiati per le loro nefande azioni, il popolo chiamava Cristiani. Il nome
derivava da Cristo, il quale, sotto l’imperatore Tiberio, tramite il procuratore Ponzio
Pilato era stato sottoposto a supplizio; repressa per il momento, quella rovinosa
superstizione dilagava di nuovo, non solo per la Giudea, luogo d’origine del male, ma
anche per Roma” (Libro XV, 44).

Ma nelle sue “Historiae” Tacito non fa il minimo accenno a Gesù Cristo, al cristianesimo,
al “Procuratore” Ponzio Pilato e agli “Apostoli”.
E’ impossibile non rilevare che la grave lacuna nelle “Historiae” diventa una esplicita
contraddizione degli “Annales”: Tacito avrebbe dovuto essere iper sensibilizzato al
problema del nuovo “cristianesimo gesuita” proprio per la gravità di quanto accaduto a
Roma, nel 64 d.C., ad epilogo del devastante incendio che vide - secondo lo scritto
pervenutoci dei suoi Annali - come vittime sacrificali, crocefissi una “ingente
moltitudine” di cristiani accusati da Nerone di avere incendiato l’Urbe.

Come! … Nella terra di Cristo, la Giudea, “luogo d’origine dove il male dilagava”, lo
storico non sente il dovere di indagare sulle misure repressive, messe in atto da un
“Procuratore” imperiale di Tiberio, tese a stroncare il “grave flagello” e culminate con
l’uccisione del capo di un “culto straniero”?. Racconta della Giudea, dei suoi abitanti,
del loro unico Credo ebraico, e non sente il dovere di approfondire quali furono le
motivazioni religiose, lì originate, che trascinarono “una ingente moltitudine” di
cittadini cristiani nel più drammatico martirio collettivo, da lui descritto negli
“Annali”, spettacolare e unico nella storia di Roma.
Niente! Nella sue Historiae non si parla di Gesù. Su ebraismo e Giudei: tredici capitoli;
su cristianesimo, Gesù Cristo e Apostoli: neanche una parola ... No! Tacito non scrisse
quel capitolo degli “Annali”! ...

Nel I secolo, dei tanti prodigi esibiti dal “Maestro” e dai “Dodici” non ne sentirono
parlare: né Tacito, nelle sue “Historiae”; né gli Esseni nei loro rotoli manoscritti; né
lo storico ebreo Giuseppe e … nessun altro. Ma, soprattutto, non ne sentirono parlare, e
tanto meno videro, i Giudei, abitanti nel “luogo d’origine dove il male dilagava ”…
troppo impegnati a combattere i pagani, invasori della loro terra.
Essi continuarono a sperare che un condottiero, il vero Unto Divino, li guidasse alla
vittoria … sino al 132 d.C., quando, sempre in “Attesa” del loro “Salvatore”, lo
ravvisarono in Simon bar Kokhba: fu su di lui che riposero le ultime speranze di
riscatto.
L’Avvento del “Salvatore”, identificato dai Giudei in Simone bar Kosìba, chiamato col
nome profetico messianico “Figlio della Stella” (Kokhba), dimostra che il messianismo
gesuita, conseguente all’Avvento di “Gesù” nella loro terra un secolo prima, è
un’invenzione che viene spazzata via dalla Storia come carta straccia a conferma delle
falsificazioni contenute nelle “Sacre Scritture”.

All’infuori della “vampata” di cristiani apparsa nel cap. 44 del XV libro degli Annali,
nelle opere di Tacito, nulla risulta che si riferisca al cristianesimo di “Gesù”, ai suoi
capi e i loro prodigi, alla sua ideologia ed ai decreti di Roma che, secondo i “Padri
della Chiesa”, ordinavano la persecuzione dei suoi adepti. No! Non fu Tacito lo scriba
dello spettacolare martirio ardente!
Un erudito “Padre”, l'apologeta cristiano Q. Settimio Valente Tertulliano, riferì
questa importante testimonianza su Tacito:

Apologeticum XVI: “ Stupida e falsa è l’accusa che i Cristiani adorino una testa d’asino.
E invero, come ha scritto un tale, avete sognato che una testa d’asino è il nostro Dio.
Codesto sospetto lo ha introdotto Cornelio Tacito. Costui, infatti, nel libro quinto
delle sue Storie, prendendo a congetturare quello che ha voluto sul nome e la religione
della gente, narra che i Giudei, liberati dall’Egitto o, com’egli credette, banditine,
trovandosi nelle vaste località dell’Arabia, quanto mai prive d’acqua, tormentati dalla
sete, su l’indizio di onagri che si recavano dopo il pasto a bere, poterono far uso di
sorgenti; e per questo beneficio la figura di una simile bestia consacrarono. Così si
presunse che anche noi Cristiani, come parenti della religione giudaica, alla adorazione
della medesima immagine venissimo iniziati. Vero è che Cornelio Tacito, pur essendo quel
gran chiacchierone di menzogne …”

Tertulliano (160 - 220 d.C.), senza rendersene conto, dimostra che i Cristiani (gesuiti),
erano equiparati ai Giudei dai Romani, e di questo incolpa lo storico Tacito … ma, nel
200 d.C., Tertulliano (che aveva letto Tacito), se avesse trovato scritto:

“…coloro che, odiati per le loro nefande azioni, il popolo chiamava Cristiani. Il nome
derivava da Cristo, il quale, sotto l’Imperatore Tiberio, tramite il Procuratore Ponzio
Pilato, era stato sottoposto a supplizio…”

come avrebbe potuto riportare le affermazioni di Apologeticum XVI, dal momento che lo
storico latino, secondo quanto interpolato dagli scribi falsari, sapeva perfettamente che
i Cristiani erano seguaci di Gesù Cristo?
E’ evidente che Tertulliano, quando scrisse l’Apologetico, non poté leggere il cap. 44
del libro XV degli Annali perché l’episodio dello spettacolare martirio non era ancora
stato inventato dai futuri, Venerabilissimi e Santi Padri, garanti della “Verità della
Fede Cristiana Gesuita”; ad iniziare proprio da Tertulliano.
Il “Padre” accusa Tacito di essere “gran chiacchierone di menzogne” … ma, più avanti,
saremo noi a dimostrare che il vero falsario fu proprio lui: sia quando si inventò il
decreto del Senato che vietava il culto di Gesù Cristo, sia per aver fatto “testimoniare”
a Tiberio l’Avvento di Gesù.

Ma non basta.
Se lo storico latino avesse compilato di suo pugno il brano su riportato nel cap. 44 non
avrebbe mai scritto che Ponzio Pilato era un “Procuratore”, bensì un “Prefetto”.
Il 6 d.C., esiliato da Augusto l’Etnarca Erode Archelao, sul suo ex territorio fu
costituita la Provincia romana di Giudea, Samaria e Idumea, annessa amministrativamente e
giuridicamente alla Siria. Venne affidata a Coponio, un governatore di rango equestre con
il titolo di “Praefectus”, al comando di più coorti ausiliarie formate da uomini
reclutati nelle province e due o più ali di cavalleria, col compito principale di
garantire l’esazione dei tributi dovuti a Roma e, nel contempo, mantenere l’ordine
pubblico.
L’annessione comportava una subordinazione giurisdizionale al Legato di Siria, sia
militare che amministrativa, come sopra visto, attuata, prima, con l’intervento di
“tassazione” effettuato da Quirino tramite il censimento e, dopo, con quello di
“detassazione”, effettuato da Vitellio nel 36.

Col titolo di “Praefectus” i Governatori della Provincia si susseguirono in tale ufficio


sino al 41 d.C., anno in cui Claudio decretò la riunificazione del grande regno di
Palestina sotto Erode Agrippa I … e i territori assegnati comprendevano la Giudea (Ant.
XIX, 351).
Era dall’epoca di Erode il Grande che la Palestina non veniva riconosciuta come grande
regno unificato e, in conseguenza di ciò, Roma smise di inviare i Prefetti che, sino
allora, avevano governato la Giudea da quando fu esiliato Archelao.
Claudio, proponendosi di rendere più efficiente il sistema burocratico amministrativo
dell’aerarium, (guerre e legionari costavano) lo centralizzò accentuandone il controllo
diretto e, alla morte di Erode Agrippa, nel 44 d.C., ricostituì nuovamente la Provincia
su tutto l’ex Regno, pertanto molto più estesa, incluse Giudea, Samaria, Idumea, Galilea
e Perea, poi “mandò Cuspio Fado come Procuratore della Giudea e di tutto il regno” (Ant.
XIX, 363) e da quel momento in poi, l’ufficio e di conseguenza il titolo dei Governatori
romani, in quel territorio, divenne “Procurator”, appunto per rimarcare la maggiore
responsabilità e cura amministrativa autonoma dei beni per conto dell’Imperatore.

I nuovi Procuratori, come prima i Prefetti, disponevano di “una schiera (due ali) di
cavalleria, composta da uomini di Cesarea e di Sebaste, e di cinque coorti” (Ant. XIX,
365) “alcune ali della cavalleria” (Svet. Cla. 28), ma, sotto il profilo giurisdizionale
e militare, rimanevano subordinati al Governatore di Siria, luogotenente dell’Imperatore
e comandante di almeno quattro legioni oltre ai corpi ausiliari.

Nel 1961, archeologi italiani, a Cesarea Marittima, in un anfiteatro di quella che fu la


antica capitale romana della Provincia di Giudea, rinvennero una lapide (di cm.82 x 65)
con scolpito nella pietra:

TIBERIEVM
PONTIVS PILATVS
PRAEFECTVS IVDAEAE

Inequivocabile!… Ma, allora, come è potuto succedere che Tacito - alto funzionario in
carriera, dopo ad aver ricoperto importanti incarichi, compreso il consolato, sino a
quello di Governatore d’Asia, e conosciuto, per esperienza diretta, i rapporti gerarchici
connessi a tale responsabilità - nel libro XV degli Annali al cap. 44, abbia potuto
scambiare un “Prefetto” per un “Procuratore”?.
Ci arriviamo subito. Lo stesso errore, guarda caso, lo commette san Luca nel suo vangelo,
di cui riproduciamo sotto i passi interessati (Lc. 3, 1), ripresi nel “Novum Testamentum”
Graece et Latine, H. Kaine, Paris: Ed. F. Didot, anno 1861 e, nel “Novum Testamentum”
Graece et Latine, A. Merk, Roma: Pont. Ist. Biblico, anno 1933:

http://www.vangeliestoria.eu/doc/procurante.pdf
I traduttori latini del vangelo di Luca dal greco, sin dall’inizio (Vulgata di san
Girolamo), riportarono la unica “qualifica precisa” di Pilato come “procuratore”,
nonostante provenisse da due vocaboli greci di significato diverso trascritti in due
codici distinti.
Successivamente, quando il copista falsario decise di introdurre nella storia
dell’incendio di Roma la notizia del “sacrificio” di Gesù, lo abbinò, ovviamente, al nome
del suo “sacrificatore”, cioè Ponzio Pilato, che sapeva essere “procuratore” dopo aver
letto il passo del vangelo tradotto in latino.
Era consapevole di manipolare lo scritto in latino dell’importante storico e questa
“precisazione storica” richiedeva un riscontro che trovò nello stesso Tacito (Ann. XII,
54 e 60) quando lo scrittore chiama (giustamente dal 44 d.C. in poi, ma non prima del 41,
come stiamo per dimostrare) “Procuratori” di Galilea e Samaria, Ventidio Cumano e Antonio
Felice.

Tutto doveva coincidere: la storia che Tacito aveva fatto conoscere agli uomini e la
storia che Dio aveva fatto conoscere all’evangelista. La storia doveva confermare la
parola di Dio: la Verità da Lui dettata all’evangelista e riportata nel Vangelo.
Verificata la corrispondenza fra san Luca e Tacito, “l’Abate Priore”, senza rendersene
conto, ordinò agli abatini amanuensi, di riprendere la qualifica, specifica ma errata,
del Vangelo di Luca trasferendola nella “testimonianza” di Tacito.
Scusate … scappa da ridere, ma accadde proprio così: gli ingenui copisti falsari rimasero
vittime della loro … “buona fede”.
Questo spiega perché, da mezzo secolo, cioè, da quando fu scoperta la famosa lastra di
pietra con scolpito il nome e la qualifica di Ponzio Pilato, gli storici “ispirati” hanno
iniziato a convocare congressi, scrivere libri, verbali e relazioni solo su questi
quattro vocaboli: Ponzio Pilato Prefetto di Giudea … mentre il popolo dei lavoratori,
impegnato a sbarcare il lunario, non si capacitava del perché tanto interesse.
Però loro, gli “esegeti genuflessi”, avevano già compreso il significato di quella
scritta e tratto le conclusioni: la “dimostrazione” storica dell’esistenza di Gesù,
testimoniata da Tacito nel cap. 44 libro XV degli Annali, era saltata … non solo, era
diventata una prova che, una volta scoperto l’imbroglio, gli si ritorceva contro
dimostrando che il cap. 44 fu una interpolazione creata da scribi falsari cristiani per
far risultare nella storia ciò che non era vero: a Roma, nel primo secolo, una “ingente
moltitudine di seguaci della setta di Gesù Cristo” era un falso conclamato.

Una volta sconfessato dall’archeologia, l’attributo di “Procuratore”, riportato a suo


tempo su milioni di Vangeli di Luca in tutto il mondo, diventava, di conseguenza, la
conferma della falsificazione dello scritto di Tacito.
Allora gli ispirati storici baciapile corsero ai ripari studiando la strategia da
seguire: prima di tutto, per evitare confronti diretti, eliminare, nelle successive
edizioni dei Vangeli in lingua moderna, la qualifica di “procuratore”, sostituendola con
il più generico “governatore” e, per ovviare al passato, sminuire, sempre e il più
possibile, la differenza tra “Procuratore” e “Prefetto”… fino al punto da non poterli più
distinguere.

Sapevano e sanno che i vocaboli originali scritti in greco nei vangeli non importano.
La testimonianza di Tacito venne trascritta in latino da scribi falsari che si
susseguirono nei secoli e a loro risultava che Ponzio Pilato era “Procuratore” perché il
vangelo latino di Luca lo definì tale … e questo era quanto.
Agli storici mistici odierni interessa che i “beati poveri di spirito” continuino ad
inginocchiarsi davanti a statue, simulacri e feticci per conservare il potere secolare
della Chiesa; pertanto, poiché “Prefetto” e “Procuratore” sono troppo facili da
comprendere, derivando l’italiano dal latino, hanno riempito di chiacchiere complicate e
senza costrutto relazioni e libri, tirando in ballo il greco, che “ci entra come i cavoli
a merenda”, per concludere che Tacito, indifferentemente, avrebbe potuto scrivere sia
“praefectus” che “procurator” e, se scrisse “procurator”… fu un caso.
Finsero e fingono di ignorare che Tacito visse nel I secolo e conosceva per esperienza
diretta i compiti di entrambi i funzionari, lo stesso vale per Giuseppe Flavio, inoltre,
entrambi potevano consultare gli Archivi Imperiali e gli Atti del Senato. Non potevano
sbagliare sulla investitura di un funzionario che operava in una Provincia imperiale.
Incarico preciso e definito, vigente nel I secolo; come stiamo per dimostrare.

Dalla traduzione delle copie manoscritte dal greco delle opere di Giuseppe Flavio,
fatteci pervenire, oggi leggiamo che Pilato era “Procuratore”, ma … quali copie
manoscritte dell’ebreo lessero i primi traduttori in latino dal greco quando riportarono
che, Coponio, Marco Ambivolo, Annio Rufo, Valerio Grato e Ponzio Pilato, dal 6 d.C. in
poi, furono tutti “Praefectus” o “Praefes”?.
Come esposto in: FLAVII IOSEPHII “ANTIQVITATVM IVDAICARVM” Libri XX, "DE BELLO IVDAICO"
Libri VII, per Hier. Frobenium et Nic. Episcopium, Basileae, MDXLVIII (Lib. XVIII cap. I
e seg.), anno 1548, e come risulta in altri testi tradotti dal greco, risalenti allo
stesso secolo, che abbiamo copiato con fotocamera digitale.
Dagli stessi documenti risulta che, successivamente, Cuspio Fado viene indicato come
“Procurator”, distinguendo nettamente i due incarichi. Inoltre, P. Sulpicio Quirino,
l’esecutore del censimento voluto da Cesare Augusto il 6 d.C., giustamente, viene
indicato come “Procurator”.

Questa è la prova che cinque secoli fa erano ancora in circolazione copie di codici
manoscritti di opere dello storico ebreo non ancora “epurati” in questo particolare e,
nel contempo, è la dimostrazione che la documentazione, fattaci pervenire dal lontano
passato dagli esegeti credenti, fu “scelta” e “ufficializzata” allo scopo di depistare la
ricerca riportando appositamente, perchè risultasse come tale, “Procuratore” Ponzio
Pilato, in “Antichità Giudaiche” e in “La Guerra Giudaica”, e “coprire”, in tal
modo, l’errore contenuto nel vangelo di Luca, e quello, conseguente, del passo
falsificato di Tacito.

Il sistema di stampa di Gutemberg stava diffondendo, oltre la Bibbia, le opere di


Giuseppe Flavio e Tacito, ma, l’errore “dettato da Dio” all’evangelista Luca, dopo essere
stato riportato negli “Annales” dello storico latino, costrinse i copisti amanuensi a
correggere i manoscritti di Giuseppe Flavio, che ancora riportavano il vero titolo di
“Prefetto” da Coponio a Pilato ... e far sparire quelli già copiati correttamente.
Accortisi che l’errore riportato nei vangeli fu ripreso e riportato negli “Annali” di
Tacito, i falsari compresero che gli storici li avrebbero collegati e, scoperto
l’inganno, denunciato la falsità del martirio di cristiani fatto da Nerone … pertanto i
“Prefetti” citati da Giuseppe Flavio, nelle sue opere, dovevano diventare tutti
“Procurator”… come quello di Tacito falsificato.
E’ da molti secoli addietro che gli amanuensi decisero di “correggere” la storia per
salvaguardare la “credibilità” degli scritti sacri, poiché questi, con gli sbagli
contenuti, erano ormai enormemente diffusi e ricopiati dai religiosi che li diffondevano
in tutto il mondo. Al contrario, i manoscritti originali di Giuseppe Flavio, rarissimi ma
richiesti ed accaparrati esclusivamente da loro, furono riscritti e poi distrutti.
Errori e manomissioni coperti dagli esegeti genuflessi odierni, nonostante gli sia caduta
una lapide in testa, schiacciandone … la logica.

Dalla documentazione trasmessaci dagli scrittori d’epoca si possono definire in modo


preciso le funzioni e le responsabilità amministrative, giuridiche e gerarchico-militari
dei Luogotenenti, dei Procuratori e dei Prefetti che governarono nella Provincia
imperiale di Siria.
Durante l’epoca del Principato, a partire dall’incarico di “Procuratore di tutta la
Siria”, conferito da Augusto ad Erode il Grande, la differenza fondamentale tra la
funzione di “Procuratore” e quella di “Prefetto” consisteva nel fatto che, il primo -
oltre a governare, difendere e mantenere l’ordine pubblico nel territorio assegnatogli
(compito sin qui analogo al Prefetto) - come “curatore” aveva, in più, un “mandato” con
il potere di censire, stimare, espropriare, accatastare e prendere decisioni prettamente
amministrative, comprese quelle tributarie, finalizzate a migliorare le rendite dei
territori assoggettati al dominio dell’Imperatore.

Sotto il profilo economico-militare, un territorio sottomesso all’Impero poteva essere


governato, amministrato e “curato” da un Re indigeno (ovviamente insediato o ratificato
dal Cesare), oppure da un “Governatore” che poteva essere un funzionario romano,
incaricato dal Senato o dall’Imperatore, di rango equestre o di rango consolare o
pretorio; oppure, a partire dal 53 d.C., con un editto di Claudio (Ann. XII, 60),
addirittura un liberto fiduciario del Principe … da lui scelto a seconda della grandezza
o importanza economica del territorio o singola città.
“Le sentenze emesse dai suoi Procuratori dovevano avere la stessa efficacia di quelle
pronunciate da Claudio” (ibid.). Con questo decreto Claudio confermò Antonio Felice,
fratello del liberto Pallante, “Procuratore” della Giudea. Fatto non condiviso da Tacito
che contro di lui così si espresse:
“Claudio affidò la provincia di Giudea a cavalieri romani o a liberti. Uno di questi,
Antonio Felice, esercitò poteri regali con animo da servo, fra violenze e arbitrii di
ogni tipo” (His. V, 9).
Questo particolare sta a significare che i Romani e gli storici dell’epoca seguivano con
interesse il potere politico di chi amministrava quella Provincia.

Quando la costituzione del governo di un territorio, sottomesso all’Impero, da monarchica


veniva modificata in quella egemonica imposta direttamente da Roma, il Cesare, attraverso
un funzionario da lui delegato, era interessato a verificare o rivedere le stime delle
rendite precedenti. Quanto più l’estensione o l’importanza economica del territorio si
ingrandiva, tanto più le rendite dovevano aumentare.
Solo un “Legato di Augusto”, con mandato specifico, e un “Procuratore” potevano “curare”
amministrativamente tali interessi, assumere iniziative ed emettere norme a tal fine. Al
contrario, un cavaliere “Prefetto” aveva il dovere di applicare le normative e il potere
di farle rispettare; non di modificarle. Il compito di un Prefetto era preminentemente
militare e nella Provincia imperiale di Giudea l’incarico era ricoperto da cittadini
romani di rango equestre al comando di più coorti, ognuna delle quali agli ordini di un
Tribuno.
Nell’ambito del territorio della Provincia assegnatagli, il “Praefectus” agiva come un
Comandante di Brigata, inserito nella gerarchia militare e subordinato solo al
Luogotenente dell’Imperatore, Capo di Stato Maggiore, ed allo stesso Principe.
Come abbiamo visto nei due passaggi sopra riportati, Sabino (Ant. XVII, 221/223) fu il
primo “pro curatore romano che si prese cura del Regno alla morte di Erode il Grande” …
e, Cuspio Fado (Ant. XIX, 363) fu il primo “pro curatore” romano che si prese “cura” del
Regno alla morte di Erode Agrippa il Grande.

Dopo la morte di Erode il Grande e dieci anni di guerre e rivoluzioni giudaiche, Cesare
Augusto, esiliò Archelao e dette un incarico di eccellenza al suo Legato di Siria,
comandante di più legioni, Publio Sulpicio Quirino, per effettuare il censimento della
Siria (Erode ne fu Procuratore) e dei territori ad essa annessi, pertanto …
“Quirino visitò la Giudea, allora annessa alla Siria, per compiere una valutazione delle
proprietà dei Giudei e liquidare le sostanze di Archelao…e nello stesso tempo ebbero
luogo le registrazioni delle proprietà” (Ant. XVIII 1-2, 26); contemporaneamente
l’Imperatore inviò …
“Coponio, di ordine equestre, visitò la Giudea; fu inviato (da Cesare) con lui (assieme a
Quirino) per governare sui Giudei con piena autorità” (ibid.).
Lo storico, descrivendo i compiti assegnati da Cesare Augusto, è chiaro: al contrario di
Quirino, Coponio non ebbe l’incarico di “curatore” dei beni imperiali, così come, dopo di
lui, quelli che lo sostituirono si limitarono a difendere e conservare quei “beni”
essendo cavalieri “Prefetti”.
Lucio Vitellio, nel 36 d.C., Legato di Siria su mandato di Tiberio, con pieni poteri su
tutto l’Oriente, poté tassare i Cieti, detassare i Giudei e…destituire Pilato.

Gli scribi cristiani sostituirono “Prefetto” con “Procuratore”, come erroneamente


riferito nel vangelo latino di Luca, senza capire che gli storici del I secolo, in base
al volere dei Cesari, attribuirono compiti diversi ai due funzionari imperiali.

Ponzio Pilato fu un Prefetto, non un Procuratore, perciò Tacito non fu lo scriba del
martirio di

“Cristiani, il cui nome derivava da Cristo, il quale, sotto l’Imperatore Tiberio, fu


condannato a supplizio tramite il Procuratore Ponzio Pilato…”

… ma, ancora non basta …

II parte: sintesi.
Sin dall’inizio del III secolo i “Padri” Apologisti si sentirono in obbligo di far
“entrare” nella storia “Gesù”, al punto che, ad esempio, Padre Tertulliano si inventò una
discussione in Senato, su proposta di Tiberio (che morì il 37 d.C.), mirante a
legalizzare il messianismo gesuita.
“Essendo stati annunziati a Tiberio, al tempo in cui il Cristianesimo entrò nel mondo
dalla Palestina, i fatti che colà la Verità aveva rivelato della Divinità stessa, votando
egli per primo favorevolmente. Il Senato, poiché quei fatti non aveva approvati, li
rigettò ” (Apo. V, 2).
Lo scopo era duplice:
1°, far risultare che sin dalla sua morte si era affermato il movimento dei seguaci di
Gesù;
2°, mantenerlo fuori legge, con la bocciatura del Senato, per giustificarne le
persecuzioni, inventate, da parte degli Imperatori del I secolo … al contrario delle
altre religioni che non ebbero alcuna difficoltà ad essere riconosciute e legalizzate,
compresa quella giudaica, la più nazionalista.
Infatti, non si capisce perché il “cristianesimo gesuita” non potesse essere professato
nell’Impero se la sua dottrina, così come ideata dagli scribi che “crearono” san Paolo e
le sue lettere, non conteneva insegnamenti contro le autorità o il potere costituito,
semmai ne postulava il servilismo come un ordinamento dettato da Dio:

“E’ bene stare sottomessi e pagare i tributi perché quelli dediti a questo compito sono
funzionari di Dio” (Rm. 13)
“Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore” (Ef. 6, 5)
“Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite perché non c’è autorità se non da Dio,
e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone
all’ordine stabilito da Dio” (Rm. 13, 1/7).

La votazione del Senato, riportata da Tertulliano, ridicola nel contenuto perché nessuno
storico riferisce tale decreto avverso il “Cristianesimo”, e tanto meno “l’Annunciazione
a Tiberio” (del solito …“Angelo del Signore”?), dimostra l’ipocrisia di cui erano capaci
i “Padri”, sin dal III secolo, allo scopo di dare una base di “verità” alla nuova
dottrina che andava evolvendosi dalla primitiva esseno giudaica.
Questo “passaggio storico” di Padre Tertulliano è stato ripreso dagli esegeti
contemplativi odierni che hanno la sfrontatezza di sottoscriverlo, alcuni da docenti
universitari, come un “atto probabile di Tiberio”, ovviamente, con l’intento di
“dimostrare” che il “cristianesimo gesuita” già esisteva negli anni 30, e giustificarne
“giuridicamente” la persecuzione in virtù del voto negativo del Senato romano. Si, i loro
nomi rimarranno nella storia, smentiti sia dalla logica che dalla Storia.

Infatti, ancor prima che “Gesù” venisse crocefisso, Tiberio, nel 29 d.C. “facendo valere
l’autorità vincolante del principe privò il Senato di ogni potere” (Ann. V, 5) e fino
alla sua morte (37 d.C.), tale organo non votò più in sua presenza limitandosi ad
emettere delibere accertandosi, preventivamente, di non contraddirlo.
Il primo che avrebbe riportato il decreto inventato da Tertulliano, se il Senato lo
avesse emanato, sarebbe stato Tacito, appunto perché rientrava nella sua funzione di
“sorvegliante dei culti stranieri”, esattamente come riferì del decreto emesso da
Tiberio, nel 19 d.C., riguardante l’espulsione degli Ebrei con l’obbligo del servizio
militare.
Ma se Tacito avesse documentato una tale delibera, Tertulliano la avrebbe citata
sicuramente senza inventarla. Controprova: ammettiamo per assurdo (ma, solo per assurdo)
che il Senato, sotto Tiberio, avesse emesso un simile decreto … perché Plinio il Giovane
sentì il bisogno di scrivere a Traiano per sapere come regolarsi con i “cristiani”, e
perché l’Imperatore gli rispose senza fare cenno al decreto emesso dal Senato in
precedenza? E’ evidente che il problema “cristiani”, cioè “messianisti non gesuiti”, si
evidenziò successivamente.

“Unto”, a se stante, era un titolo e basta e, nel caso esaminato da Plinio il Giovane, il
nome di quel “Cristo” era essenziale per identificare il capo di una setta potenzialmente
nemica di Roma … ma, come abbiamo visto, “Gesù” non venne fuori dalle risultanze
dell’indagine che non fu affatto benevola con i “cristiani” dei quali molti furono
torturati e uccisi (erano ebrei messianisti) e, soprattutto, ignorava la relazione di
Tacito.
E’ come se Plinio il Giovane non avesse le stesse nozioni sui “cristiani” dello storico
di poco più anziano, o meglio … né Plinio né Traiano sentono il dovere di “ricordare”
quanto avvenuto a Roma in conseguenza del famoso incendio del 64 d.C. e la altrettanto
famosa persecuzione da parte di Nerone dei “cristiani”, i quali furono fatti descrivere
da Tacito come nemici affetti da una “smodata superstizione”.
Da rilevare che la testimonianza dello storico patrizio doveva essere offensiva verso i
“gesuiti” poiché era un sacerdote pagano, viceversa avrebbe palesato la sua falsità … e
questo gli scribi falsari lo sapevano.
No!, Tacito, alto funzionario di Roma era conosciuto da entrambi ma, nei suoi “Annales”,
non aveva riportato la persecuzione dei cristiani perché Plinio il Giovane e Traiano la
ignoravano.

Agli stessi Ebrei, fino al 70 d.C., non venne fatto obbligo di adorare i Cesari (tranne
per Gaio Caligola). Soltanto dopo la guerra, a partire da Vespasiano, come riporta
Giuseppe Flavio, i Giudei furono obbligati a “onorare” gli Imperatori (Gue. VII 417/19)
perché, secondo Tacito:
“Gli Ebrei non elevano statue, nemmeno templi e rifiutano queste adulazioni ai Re e onore
ai Cesari”. (His. V, 5).
Vespasiano non si considerava “Dio” ma, avendoli combattuti di persona, sapeva come fare
per distinguere gli Ebrei Zeloti integralisti, i quali, obbedendo alla propria fede
nazionalista, non si sarebbero mai sottomessi al dominio di nessun “Padrone” o “Signore”
se non al loro Dio Yahwé.
Sino a quella data nessun Imperatore, compreso Nerone, impose il proprio culto tranne
Gaio Caligola, dal 39 al 41 d.C.: lui era convinto di essere un Dio ma la sua insanità
mentale fu riferita da tutti gli scribi romani.
Poiché nessuno degli storici del I secolo accusa i “cristiani gesuiti” di rifiutarsi di
venerare “Cesare”, o il “Principe”, ne consegue che la mancata persecuzione dei seguaci
di Gesù, da parte del “Dio” Gaio Caligola che pretendeva di essere adorato come tale,
dimostra che, allora, la Sua setta non esisteva nell’Impero. Secondo lo stereòtipo del
"cristiano" inculcatoci nella mente sin da bambini, durante il regno di Caligola,
inevitabilmente, si sarebbe formata una lunga lista di martiri da venerare ... se fossero
esistiti i cristiani gesuiti.
Chi pagò un grave scotto furono soltanto gli Ebrei alessandrini e poco mancò che il
contrasto con la Giudea si trasformasse in conflitto aperto se Gaio Caligola non fosse
stato ucciso da un complotto di Stato.
Che i docenti genuflessi riportino i dati storici precisi prima di propinare sciocchezze
a giovani studenti, ignari di subire un lavaggio del cervello.

Ma, ancora non basta.

Capita, a volte, che il silenzio possa diventare una testimonianza.


Ci riferiamo al mutismo di tutti i Padri “apostolici” e “apologisti” della Chiesa
Cristiana, dalle origini al IV secolo, quelli cioè coevi o più vicini al grande martirio
neroniano: la spettacolare crocifissione di massa, non viene riportata da alcuno
scrittore dell’Impero Romano, all’infuori di Tacito, ma, contraddizione grave per la
verifica critica, è ignorata anche dagli stessi Padri apostolici e apologisti cristiani,
scrittori prolissi (i cui manoscritti risalgono al medio evo) pervasi da profondo
misticismo e tanta fantasia nell’inventarsi màrtiri, i quali, almeno quelli veramente
esistiti, avrebbero avuto, oltre che l’interesse ideologico fideista, anche il dovere
storico di riferire un genocidio così crudele che colpì direttamente fedeli adepti dello
stesso Credo.

Nessuno di loro relaziona dell’eccezionale martirio, nemmeno Padre Tertulliano, il quale,


all’inizio del III secolo, l’unico, riporta una persecuzione diversa di “cristiani”, non
crocifissi ma, tramite “spada” per ordine di Nerone, e senza rapportarli all’incendio di
Roma, né a Gesù Cristo né a Ponzio Pilato, come verrà fatto testimoniare da Tacito
successivamente e, soprattutto, non cita lo storico come testimone dell’evento,
nonostante, lo abbiamo già dimostrato con “Apologeticum XVI”, avesse letto le sue opere.
Inoltre, fatto di rilevanza primaria che si ritorce contro gli esegeti mistici odierni
(che fingono di ignoralo), Eusebio di Cesarea, lo storico Vescovo cristiano del IV
secolo, nella sua “Storia Ecclesiastica” - improntata ad inventare Vescovi e martiri
disseminati in tutto l’Impero sin dalla morte di “Gesù” - pur riferendo il passo di
Tertulliano (HEc. II 25,4), non riporta la cronaca di Tacito con le atrocità subite dai
“cristiani gesuiti” e i dettagli su Gesù, Tiberio e Pilato. Cronaca che non avrebbe
potuto sfuggirgli e tramandata ai posteri se Tacito l’avesse scritta, ma …
Nessuno poté scrivere nulla poiché, sino al 337 d.C. quando morì Eusebio, nessuno aveva
inventato nulla ... in coerenza col “Credo” di Nicea, del 325 d.C., che non prevedeva
Ponzio Pilato come “sacrificatore” del “Salvatore”.
I docenti spiritualisti riferiscano queste risultanze ai loro “discepoli”, non le
nascondano fingendo di ignorarle: il silenzio dei primi “Padri” è un’ulteriore
dimostrazione che non vennero crocefissi seguaci di Gesù da Nerone perché non esistevano
nel corso di tutto il I secolo. Le “prove” della loro esistenza verranno costruite,
successivamente, dai riformatori della nuova religione universale al fine di comprovare
l’Avvento di “Gesù”, Figlio di Dio, capo e iniziatore della setta dei cristiani …
gesuiti.
La “testimonianza” in esame, lo abbiamo dimostrato nello studio precedente, è stata
creata dopo la prima traduzione in latino dei Vangeli per mano di un “pio scriba” sotto
dettatura di un eminente “Padre Priore”, dopo che il Cristianesimo del Salvatore del
Mondo era ormai pervenuto al potere e diventato religione di Stato.

Ma ancora non basta

Il decreto di espulsione dei Giudei, emesso da Claudio nel 49 d.C., Svetonio lo liquida
in sette parole:

“Iudaeos impulsore Chresto adsiduae tumultuantes Roma expluit”: i Giudei, su istigazione


di “Chresto”, si sollevavano continuamente, (Claudio) li espulse da Roma”. (Clau. 25).

Lo storico Presbitero Paulus Orosio, collaboratore di S. Agostino, Vescovo Padre


e Dottore della Chiesa, quando riportò questo passo di Svetonio nelle sue “Historiae
Adversus Paganos” (VII, 6) affermò di esserne stato colpito perchè veniva
attestato “impulsore Christo” (non "Chresto") aggiungendo, in modo troppo sommario e
superficiale, che anche Giuseppe Flavio riferì che "Durante il nono anno dell'impero di
Claudio i Giudei furono espulsi da Roma" ...
Stiamo progredendo nella ricerca e non possiamo fare a meno di rilevare la mancata
cronaca, direttamente nei testi dello storico fariseo a noi trasmessi, di un episodio
realmente avvenuto. Un eminente sacerdote ebreo riferisce e commenta tutte le
persecuzioni subite dai Giudei da parte dei Cesari ma “dimentica” soltanto questa in cui
si parla di “Cristo” … Perché ? Era un caso grave che lo coinvolgeva direttamente (siamo
nel 49 d.C., quando lui aveva 12 anni) anche sotto il profilo religioso, poichè i Giudei
erano in attesa della venuta del Messia, e Giuseppe, possiamo dimostrarlo, riportò
l’evento spiegando chi era il “Messia” che “ispirava” i Giudei:

“Quello che maggiormente li incitò nella sovversione fu un’ambigua profezia, ritrovata


nelle Sacre Scritture, secondo cui, in quel tempo, uno proveniente dal loro paese sarebbe
divenuto il Dominatore del Mondo … così alcuni Giudei interpretarono i presagi come a
loro faceva piacere, altri non li considerarono”.
Questa testimonianza, documentata, riferita dallo storico alla fine de “La Guerra
Giudaica” (VI, 310/315), sul Messia (Christòs in greco), entrava in contrasto con
il Messia gesuita “Salvatore del Mondo” evolutosi dalla riforma iniziale essena; non
solo: ne comprovava la necessità di inventarlo dopo lo sterminio etnico subito dai Giudei
da parte di Roma. Viceversa, quello atteso "in quel tempo" dagli Ebrei e profetato dagli
Esseni avrebbe fatto Lui strage di "Kittim" romani. Infine, se fosse esistito un “Gesù
Messia” tipo quello dei Vangeli o del falso "Testimonium Flavianum", lo storico avrebbe
dovuto riportarlo e contrapporlo, ideologicamente, al “Dominatore del Mondo”.
Ecco spiegato perché gli scribi cristiani, successivamente, si vedranno costretti ad
eliminare questa testimonianza dell’ebreo, ad iniziare dal Vescovo Eusebio di Cesarea, il
quale, nella sua "Historia Ecclesiastica" evitò di riportare la persecuzione di Claudio
nei confronti dei Giudei: sapeva che quell'evento, testimoniato da Tacito, Svetonio e
Giuseppe Flavio, informava su un "Cristo" ideologicamente pericoloso perchè in contrasto
con quello della Chiesa.
Eusebio ignorò addirittura gli "Atti degli Apostoli", i quali narrano della persecuzione
rapportandola indirettamente a san Paolo (per creare prove sulla sua esistenza) ma
"sorvolano" su quel "Christo" evitando di mettere il dito nella piaga della dottrina.

“Christo” è il nome greco di “Christòs” traslitterato in latino in maniera errata


(l’accostamento “Christo e Giudei” non lascia dubbi che si trattasse di "Christos") e
contraddice il “Christus” corretto di Tacito … ma, era di Tacito?
Svetonio fu Segretario dell’Imperatore Adriano e addetto agli Archivi Imperiali; egli
scrisse in latino “Vita dei Cesari” intorno al 120 d.C.. Questo particolare induce
pensare che i “latini” di Roma, a quella data, non conoscevano la dizione latina corretta
di “Christus” … tanto meno “Iesus Christus”.
Poiché Tacito scrisse “Annales” diversi anni prima di “Vita dei Cesari” redatti da
Svetonio, la sua “precisione” della forma letteraria di “Christus”, dimostra che fu
introdotta da una “pia” mano qualche secolo dopo. Per inciso: il “Christo” di Svetonio
(come giustamente riferisce Orosio) è sincero, mentre il “Christus” di Tacito no!.
Infatti lo storico, come Segretario degli Archivi Imperiali, aveva già letto Tacito e, se
dagli “Annales” (come a noi risulta oggi) avesse saputo che “Christus” fu ucciso sotto
Tiberio (che morì nel 37), si sarebbe sentito in obbligo di chiarire chi potesse essere
quel “Christo” che nel 49 d.C. fu istigatore o ispiratore delle sommosse giudaiche …
No! Quando Svetonio lesse gli “Annales” non vi trovò l’episodio del cap. 44 del XV libro,
così come ci è stato tramandato dai pii copisti, desiderosi di creare testimonianze su
“Gesù” e i suoi màrtiri già dal I secolo.
Tacito, Plinio il Giovane, Svetonio e Traiano erano contemporanei e al vertice del
sistema imperiale romano, pertanto, non sono accettabili rapporti su quel “Cristo” che si
ignoravano l’un l’altro sino al punto di sottacere quel grave episodio.
Com’è possibile che Svetonio, quando scrisse “Vita dei Cesari”, non abbia connesso il
“Christo” del 49 all’incendio di Roma?. Il Segretario degli Archivi Imperiali sotto
Adriano, nel 120 d.C., non poteva ignorare, né la vicenda storica, né gli “Annales” già
scritti da Tacito pochi anni prima.
Per contro, com’è possibile che Tacito, al termine dell’incendio di Roma del 64, quando
gli fecero scrivere che “Christus” fu ucciso sotto Tiberio (l’Imperatore morì nel 37),
non sapesse che lo stesso fu il promotore dei moti giudaici nel 49, causa del decreto
d’espulsione? Perché Tacito non riferisce questo episodio, avvenuto realmente e
conosciuto dai suoi genitori o amici più anziani?
Esiste solo una risposta a queste contraddizioni: la vera cronaca di Tacito sulla
persecuzione dei Giudei nel 49 d.C. "impulsore Christo", sotto Claudio, doveva essere
censurata perché entrava in contrasto con l’altra “cronaca”, finta ma molto più
importante ai fini della “testimonianza cristiana”: il martirio dei cristiani gesuiti
perpetrato da Nerone riferiva che Christo era stato giustiziato sotto Tiberio.
Non è un caso se nessuno dei "Padri della Chiesa" riferì la testimonianza di Svetonio, ad
eccezione di Orosio, il quale affermò che anche Giuseppe Flavio la riportava ... senza
entrare nei particolari.

Ma … ancora non basta.

In quei fatidici giorni di Luglio del 64 d.C., mentre il fuoco, inesorabilmente, divorava
la Capitale del Mondo, un giovane “testimone”, aitante e di belle speranze, si
allontanava correndo dal “Palazzo” per sfuggire alle fiamme che avanzavano minacciose.
A volte si dice “guarda caso!”… Beh !... il caso successe veramente: il giovane in
questione era il “Testimonium” per eccellenza:… Giuseppe Flavio!
Nella sua autobiografia, (Bio. 3, 13-16) lo storico sacerdote fariseo, ebreo
conservatore, racconta che alla fine del 63 d.C., allora ventiseienne, su mandato del
Sinedrio di Gerusalemme, si recò a Roma a perorare, presso l’Imperatore in persona, la
liberazione di altri sacerdoti là inviati, in stato di arresto, dal precedente
Procuratore di Giudea, Antonio Felice, per giustificarsi da “accuse risibili”, e si
trattenne nell’Urbe sino a oltre la metà del 65 portando a termine la missione
affidatagli dopo che riuscì a far liberare i sacerdoti e …“ottenuto da Poppea non solo
questo beneficio, ma anche grandi favori, me ne tornai in patria”. Giunse a Gerusalemme
all’inizio del 66 d.C. e … “vi trovai i primordi delle agitazioni rivoluzionarie”.

Sì, nel 64 e nel 65 Giuseppe era a Roma e avrebbe dovuto vedere l’incendio e il martirio
di una “ingente moltitudine di cristiani” avvenuto fra cumuli di macerie riarse.
Solo che il “Testimonium” non ne parla. Niente. Né di incendio, né di martirio, né di
rovine riarse. Lui riferisce soltanto quello che vi abbiamo detto in poche righe. Lo
storico descrive, dettagliatamente, Nerone anche in “Antichità Giudaiche” e in “La Guerra
Giudaica”… ma di questo episodio, gravissimo, non fa alcun cenno, pur essendo stato
ospitato nella corte da Poppea.
Riflettiamo un momento: sappiamo che l’incendio è avvenuto, essendo troppi gli storici
d’epoca che lo citano e i reperti archeologici lo confermano; quindi è scontato che
l’ebreo lo abbia visto e ne sia rimasto sconvolto. Un fariseo filo romano ha avuto
l’occasione di andare, personalmente, a visitare “la capitale del mondo”, di conoscere
dal vero la potenza imperiale, i palazzi degli uomini che dominavano e governavano la
terra, l’organizzazione militare, il foro, i monumenti, i templi, i giochi, il circo, i
giardini, il Cesare, e … i resti inceneriti della metropoli distrutta dal fuoco ma …
nella memoria di quel viaggio non risulta nulla di tutto ciò.

Non torna! No, proprio non torna!. Proviamo a sentire cosa dicono “gli storici
spiritualisti” nel loro “Congresso”… sì, ne parlano: il silenzio di Giuseppe, sui martiri
cristiani e sull’incendio, per loro è “ininfluente”! Come, ininfluente?… No! Stanno
mettendo le mani avanti, hanno paura di cadere … ora iniziamo a capire: dietro tutto c’è
… l’Abate Priore Mistico.
Lui, leggendo la “Autobiografia” dell’ebreo, quando arrivò a questo capitolo che parlava
sì dell’incendio, ma senza citare il martirio dei cristiani, capì le gravi implicazioni
che ciò avrebbe comportato: diversamente da tutti gli storici (tranne Tacito già
“corretto”) che non avevano parlato del martirio correlato all’incendio, Giuseppe era un
Giudeo che veniva dalla terra dove “stava dilagando il cristianesimo, la rovinosa
superstizione” e come tale veniva chiamato in causa direttamente.

Se Giuseppe, veramente, avesse assistito allo spettacolare martirio dei “cristiani” -


nome che lui, a conoscenza del greco, intendeva “messianisti”, seguaci di un “Messia” già
venuto, l’Eletto di Yahwè, il cui “Avvento” fu annunciato dai Profeti … fondatore di una
nuova religione, originatasi nella sua terra - come sacerdote giudeo, avrebbe scritto,
scritto, e ancora scritto … molto più che il “Testimonium Flavianum”…
Il “Grande Martirio” doveva essere la “Grande Testimonianza” che lui, Abate Priore
Mistico Depositario della Verità della Fede Cristiana, aveva fatto rendere a Tacito, lo
storico più accreditato di tutto l’Impero! … Ma poi? Cosa ne avrebbero dedotto, un
domani, gli storici dal resoconto autobiografico di un sacerdote giudeo, innocente
testimone del solo incendio? … No, nessuna logica avrebbe potuto giustificare due
testimonianze così contraddittorie fra loro: quella di Tacito sui “cristiani” seguaci di
un “Messia” e il silenzio del giudeo Giuseppe sui “màrtiri ardenti” di Roma seguaci del
Messia che lui e il suo popolo stavano aspettando.

Ma questo ancora era niente. Sempre lui, Abate Priore, sapeva che l’altro “Santo
Episcopo, Eusebio di Cesarea, Venerabilissimo Padre della Fede Cristiana”, prima di lui
aveva incollato in “Antichità Giudaiche” il “Testimonium Flavianum” che parlava di “Gesù
Cristo”… ma, dopo un martirio di “messianisti” così clamoroso e spettacolare, un’altra
testimonianza su quel “Messia” giudeo e i suoi seguaci crocifissi in Roma, era d’obbligo
e avrebbe dovuto essere … molto, troppo, più impegnativa.
Testimonianza? Perché testimonianza!?! … Sotto la tortura, non testimonianza! Lui, come
Giudeo, proveniente dalla terra dove si era generata la “rovinosa superstizione”, già
“infiltrato” nel Palazzo, lo avrebbero preso e, prima torturato e poi crocifisso, anche
lui, insieme a tutti gli altri “cristiani” messianisti, compresi i sacerdoti che erano in
prigione, ma … in questo caso, le opere dell’ebreo non sarebbero giunte sino a noi …

A questo punto, l’Abate Priore, con le mani tremanti, la fronte imperlata di sudore,
decise che la cosa più saggia, per evitare brutte sorprese “storiche”, era … di togliere
il capitolo dell’incendio di Roma da tutte le opere dell’ebreo e, di “conservarlo”
nell’inceneritore, cioè di … renderlo ininfluente … come dicono gli storici baciapile
odierni: “ininfluente”, è ovvio.
E, no! Altro che ininfluente. Se Giuseppe, come giudeo, poté scrivere le sue opere, vuol
dire che non ci fu alcun martirio di cristiani, a Roma, nel 64 d.C., anche se, sappiamo,
i “beati poveri di spirito” dovranno rileggersi questo capitolo una dozzina di volte per
capirlo … forse.

…ma, ancora non basta…

III parte: sintesi.

Un’altro particolare accomuna gli scritti dei due storici e riguarda sia il “Testimonium
Flavianum” che questo capitolo degli “Annales”: entrambi sono interpolazioni inserite
cronologicamente in maniera errata.
Ora osserviamo nei particolari l’incendio di Roma avvenuto nel Luglio del 64 d.C.
descritto nel XV libro. I capitoli interessati vanno dal 38° al 44°.
Il 38, 39 e 40 descrivono l’enorme catastrofe e il dramma della popolazione in modo
realistico, particolareggiato ed efficace, quasi fosse un evento vissuto da Tacito;
quelli dal 41 al 43 parlano della ricostruzione di Roma e della edificazione della “Casa
Dorata” di Nerone, ed infine, ma dopo, quello del martirio e la testimonianza su Cristo e
Pilato: il famoso 44 controverso.
La capitale dell’Impero, all’epoca, contava circa un milione di abitanti distribuiti in
quattordici rioni di cui dieci finirono quasi interamente distrutti.
Lo storico, alla fine del 38° capitolo, riferisce che l’immane trappola di fuoco non fu
accidentale, ma voluta, e coloro che appiccavano il fuoco con le torce gridavano che
“avevano ricevuto l’ordine". Alla fine del 39° leggiamo:
“si era sparsa la voce che, mentre la città era in preda alle fiamme, (Nerone) era salito
sul palcoscenico del Palazzo a cantare la caduta di Troia, paragonando a quell’antica
sciagura il disastro attuale”;
e nel 40° vengono ribadite le “dicerie” che accusano Nerone di avere voluto l’incendio
per “cercare la gloria di fondare una nuova città e darle il suo nome”; poi, nel 41°,
valutazione dei danni; successivamente, nel 42° e 43°, edificazione della “Domus Aurea” e
ricostruzione di Roma.
Siamo arrivati al 44° capitolo e rileggiamo:

“Ma nessun mezzo umano, né largizioni del principe o sacre cerimonie espiatorie
riuscivano a sfatare la tremenda diceria per cui si credeva che l’incendio fosse stato
comandato. Per far cessare queste voci, Nerone inventò dei colpevoli…”.

Si è già capito come andò. Il copista amanuense (era un artista e sappiamo come sono gli
artisti) si fece uno spinello d’incenso di troppo e dimenticò la raccomandazione che
l’Abate Priore Mistico gli aveva ripetuto cento volte:
“Fai attenzione fratello … non ti distrarre e rispetta, tassativamente, la cronistoria;
pertanto, questo capitolo inseriscilo subito dopo il 40° perché lì si citano le ultime
dicerie; occhio! E’ un passo molto importante, e se lo metti in fondo, dopo la
ricostruzione, si capirebbe che è passato troppo tempo e le “dicerie”, che devono
rappresentare il movente del principe per martirizzare i Cristiani, non avrebbero più
senso, e tieni presente che il “Nero” muore nel 68. Hai capito? … Vai! Datti da fare …
ah, un momento, quando hai finito portami il manoscritto originale di Tacito che ci
penso io a conservarlo … come tutti gli altri”.
L’abatino fece tutto quello che gli disse l’Abate Priore: gli riportò l’originale e
questi lo “conservò” subito nell’inceneritore; solo che l’amanuense, avendo capito fischi
per fiaschi, inserì il brano “dopo il 43°” anziché il 40°, così oggi leggiamo che il
“Nero” soffoca una “diceria” ormai sbollita da anni resisi necessari a ricostruire Roma.
L’interpolazione incollata dopo la ricostruzione “obbliga” il Principe a fare un
supplizio “a freddo” … che non ha più senso, se non per la spettacolare testimonianza
dottrinale.

Il vero significato di questo anacronismo saremo in grado di spiegarlo, dettagliatamente,


più avanti, con ulteriori informazioni storiche, consapevoli, sin d’ora, che la
ricostruzione non poté avvenire prima di due o tre anni.
Come vedremo, nel 66 d.C. si metteranno in moto avvenimenti di una valenza tale che,
sommati alle conseguenze economiche causate dall’incendio, porteranno alla caduta di
Nerone: la guerra. Vicende che non risultano riportate negli “Annales” di Tacito: fatto
di gravità estrema che si spiega solo con la censura praticata, nei secoli, dai copisti,
molto attenti a non lasciare tracce che permettessero di individuare nessi o correlazioni
storiche, pericolose per la credibilità della persecuzione dei cristiani a seguito
dell’incendio.

Ma ancora non basta.

Ci sono contraddizioni ideologiche, molto gravi, da chiarire. Proviamo a metterci nei


panni di quel milione di Romani di allora … anzi, ammettiamo per un momento che, nella
Roma di oggi, degli energumeni, agli ordini di un “potente” psicopatico, incomincino ad
incendiare le case della gente (anche quelle dei credenti), e immaginiamo quali
potrebbero essere le reazioni (anche quelle dei credenti) nel sentirsi dire “stiamo
eseguendo un ordine”: innanzi tutto gli “esecutori di ordini” verrebbero immediatamente
cotti alla brace (anche dai credenti) e, subito dopo, si scatenerebbe una guerra civile
contro il “Palazzo” dello psicopatico.
Stabilito ciò, ci sorgono dubbi atroci e …
La prima domanda è: perché un milione di Romani permisero, senza reagire, come inebetiti,
che degli uomini incendiassero le loro case provocando migliaia di morti nelle trappole
di fuoco create, contemporaneamente, in molti siti per impedire le vie di fuga?…
La seconda domanda è: perché, alla fine del capitolo 44°, dopo aver organizzato lo
“spettacolo” e “l’ingente moltitudine” di cristiani ardeva sulle croci per illuminare la
scena, il “Nero”, vestito da auriga, se la spassava tranquillamente, non protetto dalle
guardie pretoriane, in mezzo al popolo, senza che la plebe si vendicasse del male
sofferto facendo arrostire lui, il Principe?.
Eppure, “la diceria” popolare, che lo accusava come responsabile, appare ancora
(sic!) esplicita nel capitolo 44°.
La terza domanda è: se una massa di gente si convince che il “Cesare” ha bruciato le loro
case e i propri cari, come è possibile farla ricredere “inventandosi dei colpevoli” ?. Un
milione di Romani ha provato sulla propria pelle le conseguenze del fuoco e della
devastazione, sa chi è il colpevole … e lui cosa fa? : prende una “ingente moltitudine di
loro”, li incolpa, li crocefigge e tutto finisce con un bel baccanale “ardente”…
Chi ha scritto questo è un tarato mentale!: lo scriba falsario non ha riflettuto che fra
le case bruciate vi erano anche quelle di una “ingente moltitudine di cristiani” e questo
particolare, non solo li avrebbe assolti dall’accusa inventata contro di loro, ma avrebbe
promosso la solidarietà popolare in loro favore; anzi sarebbero stati “il popolo”, e
Nerone, attaccando loro, avrebbe nuovamente attaccato il popolo di Roma dopo avergli già
distrutto le case … No! non torna! : cosa aspettava quel popolo a reagire? … Qualora
fosse vero quanto descritto nel cap. 44°.
La quarta domanda verte sul dilemma basilare di “chi” avrebbe dovuto eseguire un ordine
simile, piuttosto su “chi” l’avrebbe dato. Gli storici mistici, da sempre, si arrovellano
per risolvere questo problema. Hanno dovuto scartare i militari, perché non avrebbero mai
eseguito l’ordine di attaccare e distruggere Roma, ordine a cui si sarebbero ribellati e,
anche ammesso (per assurdo) fosse avvenuto, tutti gli storici lo avrebbero riportato.
Inoltre, la conseguente guerra civile popolare contro il “Palazzo” sarebbe avvenuta
comunque e, sia Tacito che gli altri scrittori lo avrebbero riferito: ma niente di tutto
questo risulta dalla storia.
E allora, cosa studiare ? … Semplice: riprendere una “diceria” di Svetonio (Nero 38); un
brano così confuso che è doveroso dichiararlo manomesso perché in esso risulta edificata
la “Casa Dorata” (Domus Aurea) prima dell’incendio.
Lì si parla di “cubicularii”, cioè i camerieri! … sì: i “servi di camera” e, secondo gli
esegeti contemplativi ispirati, andò così …
Una mattina di Luglio del 64 (molto tardi), ad Anzio, il “Nero”, dopo una notte di
bagordi, si sveglia e incomincia a studiare come passare il tempo. Sbadiglia, é
profondamente annoiato, viziato, ha provato tutte le sensazioni possibili e non sa
cos’altro inventarsi … Dopo essersi grattato la “capoccia” una ventina di volte,
all’improvviso, gli si accende una torcia nel cervello … Sì, a quei tempi non c’erano le
lampadine …e questo fu la sfortuna di Roma.
Lui, con le torce, poteva risolvere tutti i problemi: avrebbe distrutto la città che,
essendo poco “ellenica”, gli faceva schifo. L’avrebbe ricostruita, a tempo di “record” e,
dopo aver fatto ricadere la colpa sui cristiani, li avrebbe “accesi” crocefissi; ultimo
ritrovato tecnologico per illuminare le nuove opere di urbanizzazione, “mox” (subito
dopo) la fine dei riti propiziatori e di ringraziamento agli Dei previsti
dall’inaugurazione.
Sì, la giornata prometteva bene, batté le mani e chiamò deciso: « cubicularii » e, ancora
più imperioso:« cubicularii !». Subito entrarono i camerieri e si inginocchiarono
dicendo: « comanda Divino Cesare ». E il Nero: « Prendete torce e stoppini e andate a
incendiare Roma !»…!?! « Ma, Cesare … hai detto di mettere a fuoco l’Urbe ? » … « Sì, e
sbrigatevi, che stanotte voglio vedere le lingue di fuoco alte fino in cielo » … « Ma, se
i romani fanno obiezione, cosa diciamo? » … « Ditegli che siete stati autorizzati! » … e
loro: « Ah … beh, se è così, eseguiamo ».
E così fecero … con un particolare che, quando poi avvenne il martirio, Tacito non notò:
fra la “ingente moltitudine” di croci ve n’era una infissa capovolta: quella di Simone
Pietro, Vescovo di Roma. Questi, infatti … evaso di prigione con l’aiuto di un angelo,
dopo aver:
“miracolato un cane, facendolo parlare con voce umana in latino ciceroniano”; “risorgere
un’aringa affumicata facendola sguazzare in una piscina natatoria”; “sconfitto il Mago
Simone, detto l’Angelo di Satana, facendolo schiantare al suolo in una gara di
levitazione”
(Atti di Pietro 9,2 e 13,1 - lettura evangelica che raccomandiamo ai beati credenti per
rafforzare la propria Fede nel “magnificare la Gloria del Signore”) ... Pietro, infine,
dopo aver incontrato per strada “Gesù”, nuovamente risorto e, come nulla fosse accaduto
(troppe resurrezioni erano diventate noiose), gli disse: “Domine, Quo vadis?” ...
proseguendo, comunque, senza neanche salutarlo; ultimata la missione assegnatagli da
Cristo in questo mondo, su consiglio del suo amico Eusebio di Cesarea (HEc. III 1,2), in
qualità di 1° “Papa”, chiese, ufficialmente, al “Nero”, di crocifiggerlo a testa
all’ingiù, poiché la sua umiltà gli impediva di paragonarsi a Gesù. Cosa che quel tarato
mentale del Principe approvò subito per verificare l’effetto scenografico di una croce
capovolta accesa.
Ma non gli bastò: alcuni istanti prima di issare la croce fece chiamare Caravaggio e
Michelangelo, fra i più grandi pittori di sempre, e ordinò loro di riprendere la scena di
quell’esperimento fatidico per tramandarlo ai posteri.
Questa è la ricostruzione scientifica ufficiale dei fatti riportata nel verbale
d’assemblea, sottoscritto alla unanimità nel congresso degli storici spiritualisti, che
abbiamo trafugato segretamente.
Ah, c’è anche una nota con scritto “classificato” ma, con l’impegno di non dirla a
nessuno, la passiamo ugualmente: “evitare di parlare dell’accusa di Padre Tertulliano a
Nerone (Apologetico 5,3): lui incolpa il “principe” di aver perseguitato i “cristiani”
con la spada, senza parlare di crocifissioni ardenti imputabili all’incendio e senza
riportare il particolare di Ponzio Pilato e di Gesù Cristo. Stiamo molto attenti a non
entrare in questo dettaglio perché, oltre a sconfessare “l’ingente moltitudine di
cristiani crocifissi”, dimostra che il cap. 44 nel libro XV degli “Annales” di Tacito,
sino al 220 d.C., non era ancora stato interpolato”.

La quinta domanda che poniamo agli esegeti mistici contemplativi è: di tutti gli
scrittori che narrano l’incendio di Roma, perché solo Tacito lo collega allo spettacolare
martirio?.
Noi sappiamo che i tre storici, Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane, si conoscevano.
Plinio il Giovane era amico di Svetonio e questi, a sua volta, come Segretario degli
Archivi Imperiali sotto Adriano, aveva letto gli Annali … allora, perché, dei tre, solo
Tacito ha trasmesso ai posteri un evento così eccezionale come la grande crocifissione
dei cristiani “ardenti”, incolpati di aver incendiato l’Urbe?. Un episodio di tale
gravità era d’obbligo venisse riportato, oltre da loro tre, anche da tutti gli scrittori
del I secolo ...
La fantasia dimostrata nell’inscenare il macabro spettacolo è derivata dall’esigenza
maniacale di ricorrere al “martirio”: il messaggio di “testimonianza storica” doveva
essere trasmesso col sangue arrostito; una “psicosi da esaltazione spirituale cruenta”
che dimostra una mentalità incapace di pensare ad altro che il “sacrificio rituale di
massa” per attestare la presenza di numerosi cristiani gesuiti, nel I secolo, addirittura
nella capitale dell’Impero.
E perché, solo per voi, storici genuflessi (e siete rimasti in pochi), quel martirio è
così necessario?. Mentre, per un semplice credente, pur sapendo che quel martirio non
avvenne, il suo credo non verrebbe intaccato … perché vi ostinate a sentire il bisogno
che Nerone abbia messo sulla griglia “una ingente moltitudine di cristiani”?.
Anziché rilassarvi, sapendo che non vi furono corpi straziati e dilaniati dalle fiamme,
perché, la semplice ipotesi che ciò non avvenne la rigettate come se vi dispiacesse?!.
Riempite le vostre relazioni di latinismi, ostentate un profondo sapere del “diritto”
della Roma imperiale e dei suoi storici, che citate connettendoli agli “Atti”, ai
“Vangeli”, alle “lettere”, ai “Padri apostolici” e ai “Padri apologisti”, in modo
talmente confuso e dogmatico che non ci si capisce nulla.

Sciorinando le vostre dotte conoscenze, in questo modo, dimostrate di usarle come


“scudo”; i fatti sono semplici, naturali, e voi la buttate sul difficile e, dopo il
vostro, fate in modo di “raggrovigliolare” il cervello della gente “dolciotta” che vi
ascolta … pur di non rispondere alla semplice domanda che, da sempre, vi viene rivolta:
perché, fra tanti storici, solo Tacito riferì di quel grande e spettacolare martirio? …
Possibile che non siate sfiorati da un minimo dubbio? … Possibile che non sentiate il
dovere, come studiosi, di valutare che il grande martirio di massa, con la testimonianza
di “Gesù Cristo”, non fu riportato sui manoscritti originali di Tacito, così come il
“Testimonium Flavianum” di Giuseppe ?
Ciò che leggiamo oggi proviene da copie; gli originali non esistono più: si sono persi
nella notte dei secoli e nei meandri dei monasteri e, questa mancanza contemporanea, da
sola, dovrebbe obbligarvi, professionalmente, a considerare il movente ideologico
religioso di parte, contenuto nei brani riportati, prima di sottoscriverli come “Storia”.
Oppure, ostentando le vostre certezze, intendete coprire, opportunamente, la semplice
verità che il fedele comune neanche si immagina? … Si, voi sapete tutto e non volete che
gli altri sappiano.
Fate come i preti di una volta: quando qualcuno poneva loro una domanda imbarazzante …
rispondevano in latino.

IV^ Parte. Sintesi

Allora, Nerone perseguitò o non perseguitò i “cristiani”?.


Svetonio dice di sì, senza collegare la persecuzione all’incendio dell’Urbe e,
particolare decisivo, senza parlare di crocifissioni ardenti e tanto meno di “Gesù” e
Pilato (ancora non erano stati interpolati negli Annali di Tacito). E anche noi siamo
convinti: erano messianisti giudei in “Attesa” del loro Salvatore.
I “cristiani gesuiti” se ne stavano sereni, con le mani giunte; guardavano fissi in
cielo, assidui e concordi in preghiera … e questo al “Nero” non dava fastidio
“Furono inviati a supplizio i cristiani (messianisti), razza di uomini dediti a una nuova
malefica superstizione” (Nero 16,2).
Come già rilevato, neanche Svetonio, alla pari di Tacito, fu chiamato a deporre come
teste di màrtiri cristiani dai “Padri Apostolici e Apologisti”, vissuti in quel periodo,
appunto perché i cristiani erano “messianisti” giudei … e i “Padri” lo sapevano bene.
Nemmeno Eusebio di Cesarea, nella sua “Storia Ecclesiastica”, rivendica Svetonio come
testimone dei suoi “màrtiri cristiani”, pur essendo un fantasioso inventore di
moltitudini di “beati”, tutti decisi a lasciarsi morire: arsi vivi, divorati dalle belve,
flagellati, bastonati, inchiodati, lapidati … piuttosto che “ripudiare la fede nel
Salvatore”.
Al contrario degli utopici “màrtiri” cristiani gesuiti, immaginati soltanto dalla futura
letteratura cattolica, i Giudei erano credenti poco sottomessi, molto irritabili e
portati a fare tumulti … per di più, convinti di avere ragione.
In conseguenza della guerra santa contro l’occupazione romana, iniziatasi nel 66 mentre
Nerone si trovava in Grecia, l’anno successivo, nel 67 d.C., il movimento messianista
giudaico dette luogo a sommosse per protestare contro l’ordine dell’Imperatore di inviare
le legioni romane, condotte da Vespasiano, a riprendersi quei territori della Palestina
che gli Zeloti avevano liberato “salvato” nell’autunno del 66 d.C., sconfiggendo le
armate del Legato di Siria, Cestio Gallo, a Beth Horon.

“Nerone, appena informato dei rovesci subiti in Giudea, fu colto da una segreta angoscia
e mentre in pubblico affettava noncuranza e disdegno, stimando che per il prestigio
dell’Impero gli conveniva mostrare disprezzo per i casi avversi, ostentava un animo
superiore ad ogni calamità; ma la sua ansia interiore era tradita dalla preoccupazione.
Egli valutava a chi affidare l’Oriente in sommossa per punire l’insurrezione dei Giudei e
impedire il dilagare della ribellione che aveva già contagiato i paesi circonvicini e
trovò che il solo Vespasiano era all’altezza del compito…” (Gue. III, 1-2).

“I Damasceni (di Damasco), venuti a sapere la disfatta subita dai Romani, si affrettarono
a sterminare i Giudei residenti nella loro città… Alla notizia della strage, i Giudei si
diedero a devastare i villaggi dei Siri e le città vicine, Filadelfia, l’Esebonitide,
Cerasa, Pella e Scitopoli. Poi piombarono su Gadara, Ippo, la Gaulanitide, mettendole a
ferro e a fuoco, quindi avanzarono contro Cadasa dei Tiri, Tolemaide, Gaba e Cesarea.
Neppure Sebaste e Ascalona resistettero al loro assalto e dopo averle date alle fiamme
distrussero anche Antedone e Gaza”…
“Tutta la Siria divenne teatro di orribili sconvolgimenti; ogni città si divise in due
accampamenti (Giudei contro Pagani) e la salvezza degli uni consisteva nel prevenire gli
altri. E passavano il giorno a scannarsi e a far strage degli avversari spinti dalla
cupidigia, infatti si appropriavano a man salva delle sostanze della gente ammazzata e,
come da un campo di battaglia, si portavano a casa le spoglie degli uccisi, e si copriva
di gloria chi aveva fatto più bottino. Si potevano vedere le città piene di cadaveri
insepolti, corpi di vecchi e di bambini gettati alla rinfusa, di donne senza il più
piccolo indumento e l’intera provincia (di Siria) piena di orrori indescrivibili”
(Gue. III 457 e segg.).
Ma i Giudei ne pagarono subito le conseguenze e la Storia, nella tarda primavera del 67
d.C., registra la stessa scena come quella riportata dallo scriba a nome di Tacito sulla
persecuzione dei “cristiani” seguaci di Gesù:

“Al tempo in cui era stata dichiarata la guerra, e Vespasiano era da poco sbarcato in
Siria, mentre dappertutto era salita al massimo la marea d’odio contro i Giudei…ad
Antiochia i Giudei furono accusati di aver tramato di dare alle fiamme tutta la città in
una sola notte…il popolo non seppe contenere il furore e si scagliò contro la massa dei
Giudei, convinti che per salvare la patria bisognava punirli e decretò che gli individui
consegnati morissero tra le fiamme e subito quelli furono tutti bruciati nel teatro”
(Gue. VII, 46/62).

Sì, proprio così, questo evento fornirà l’ispirazione della sceneggiatura del martirio
“cristiano” di massa ai futuri “Abati Priori” copisti falsari … manca solo Nerone sul
cocchio vestito da auriga.
E tutto ciò, come per i martiri riarsi “cristiani gesuiti”, avveniva nella indifferenza
dell’evangelista “Giovanni” (sulla mezza età all’epoca dei fatti … se fosse esistito) e
dei “Padri Apostolici” anch’essi ... inesistenti testimoni.
La rivoluzione popolare del 66 d.C. fu promossa e capeggiata dai sacerdoti giudei (erano
migliaia), farisei zeloti ed esseni zeloti, decisi, con una Guerra Santa, a liberare la
terra del popolo di Israele dal dominio pagano. Come riferisce Tacito:

“I Giudei assegnavano alla dignità sacerdotale il ruolo di sostenere la propria potenza”.

Giuseppe, discendente dalla “più elevata ed eccellente stirpe sacerdotale”, ormai famoso
per la sua impresa, essendo riuscito a liberare i sacerdoti giudei … con l’aria “di
fronda patriottica religiosa” che tirava, dopo un primo momento d’incertezza, ritenne più
igienico fingersi dei loro abbracciando la causa della “Salvezza” della Terra Santa.
Su mandato del Sinedrio, in virtù dei suoi titoli, fu insignito del comando delle forze
ebraiche della Galilea, costituite da alcune decine di migliaia di uomini ma, niente
affatto convinto di combattere contro le legioni romane, fu investito, anzi … se la
squagliò prima di farsi stritolare dal rullo compressore dei legionari del futuro
Imperatore.
“Giuseppe (lui) vedeva a quale triste fine stavano per andare incontro i Giudei e
riconosceva che l’unica salvezza per loro era cambiare politica. Personalmente egli si
aspettava di essere perdonato dai Romani, tuttavia preferiva mille volte morire che
tradire la patria e disonorare il comando affidatogli (?) piuttosto che far fortuna
presso coloro (i Romani) che era stato mandato a combattere” (Gue. III 136-137).
Lo storico la racconta così ma è fin troppo chiaro che gli interessò salvare la pelle e i
futuri personali interessi. Si rifugiò nella fortezza di Jotapata, dove, dopo un assedio
di quarantasette giorni si consegnò al nemico in modo vergognoso … e fu la sua fortuna di
ambizioso ruffiano, anche se rimase prigioniero sino al 70 d.C..
Tutto ciò avvenne nel 67 d.C., lo stesso anno in cui, nelle città orientali dell’Impero,
scoppiarono i tumulti degli ebrei “messianisti” che protestavano contro la missione di
Vespasiano; tumulti che, con motivazioni storiche concrete, avvennero anche a Roma

Da quanto sopra visto, nel cap. 44 del XV libro degli “Annali” di Tacito, la persecuzione
dei “cristiani”, così come riportata, venne eseguita dopo la ricostruzione di Roma,
ancora sotto Nerone. Ma la ricostruzione di una metropoli avrebbe richiesto anni, non un
periodo breve, addirittura un paio di mesi, come quello “ipotizzato” dagli storici
baciapile, che si citano l’un l’altro per farsi coraggio e sostenere una tesi assurda
(convinti che ci sia un mondo di grulli) finalizzata a giustificare la rabbiosa reazione
di Nerone che avrebbe avuto un senso soltanto se fosse avvenuta subito dopo l’incendio.
In realtà i messianisti giudei furono perseguitati nell’Impero per i loro moti contro
l’intervento militare dei Romani decisi a risottomettere la “Terra Promessa” nella
primavera del 67 d.C., non per aver incendiato Roma tre anni prima: il nesso fra
l’incendio e la repressione di Nerone fu artatamente creato da falsari copisti, secoli
dopo.
Traiano, Plinio il Giovane e Svetonio, pur avendo rapporti diretti fra loro e conosciuto
Tacito, non collegano mai le risultanze delle loro indagini sui “cristiani” a
quell’incendio, riscontro che sarebbe stato più che ovvio data la estrema gravità
dell’avvenimento … né a “Gesù”, nome che non avevano mai sentito pronunciare dagli stessi
cristiani; ma se non lo fecero è perché non vi fu alcun nesso fra l’incendio dell’Urbe e
la successiva repressione dei “cristiani giudei” attuata nel 67 d.C..
I messianisti Giudei, in quell’epoca tragica per loro, anelavano la venuta di un Messia,
non un “Gesù Salvatore” per crocifiggerlo, mangiarselo e berne il sangue, bensì quello
dei rotoli di Qumran, vero e proprio Dominatore del Mondo che, grazie alla sua
“Rivelazione”, avrebbe distrutto col suo esercito di angeli vendicatori, in una vera e
propria nemesi apocalittica, i Romani invasori pagani e la loro capitale: Roma, la
“Babilonia del peccato”.

Le sommosse giudaiche, nell’Impero, furono represse da un Nerone adirato da quanto


accaduto in Giudea, “luogo d’origine del male, la rovinosa superstizione che dilagava
anche per Roma…” vale a dire il “messianismo nazionalista” dei “cristiani zeloti”.
Giuseppe Flavio saprà dei moti da prigioniero, ma quando descriverà la guerra, nella sua
opera “dimenticherà” di trascrivere la persecuzione “di spada”, come riferita da
Tertulliano, del 67 d.C., dei cristiani giudei perché … fu l’Abate Priore a fargli venire
l’amnesia con “l’inceneritore”, in quanto sconfessava il cap. 44° del XV libro degli
Annali di Tacito.
Nerone, che agli inizi del 64 era a Napoli, ospitò Giuseppe nel Palazzo per quasi due
anni (fine 63, metà 65) e, dopo avere accertato la fondatezza delle sue tesi difensive
nella terra d’origine, ne accolse le suppliche e adulazioni liberando i sacerdoti giudei
verso la metà del 65, ovviamente dopo l’incendio del 64: fatto questo che non sarebbe
potuto avvenire una volta iniziata la guerra del 66 d.C.
Da tale data i Giudei, ormai in guerra contro l’Impero, erano visti come potenziali
nemici; al contrario, prima dell’inizio della rivolta giudaica gli Ebrei non erano
considerati ostili da Nerone, anche se spesso agitati.
Erano Giudei, irriconoscenti e tutti mentalmente tarati dall’ebraismo messianista, la
“rovinosa superstizione che si era dilagata dalla Giudea, loro terra d’origine”… solo una
cosa meritavano gli ingrati: il “ius gladii”. E così fu: il “Nero” strinse il pugno e,
col braccio teso in avanti, puntò il pollice verso … correva l’anno 67 d.C..

Negli “Annales” di Tacito, a noi pervenuti, non risulta la descrizione della guerra fra i
Romani e i Giudei, mentre, nelle sue “Historiae”, il racconto inizia … ma si interrompe
al momento in cui Tito predispone le opere d’assedio a Gerusalemme.
Fra gli scrittori dell’epoca, Tacito risulta essere stato il più preciso nel riportare le
vicende belliche e civili che coinvolsero l’Impero nel I secolo.
Quella vittoria e la conseguente celebrazione, cui probabilmente assistette di persona,
fu trasmessa ai posteri con l’erezione dell’Arco di Trionfo di Tito, esistente in Roma
tutt’oggi, ove sono scolpiti nella pietra i simboli religiosi a testimonianza perenne
della sottomissione dei Giudei che osarono ribellarsi all’Impero romano a causa di “una
rovinosa superstizione dilagante, non solo in Giudea, luogo d’origine del male, ma anche
a Roma”.
Sotto quell’arco lo storico romano transitò molte volte prima di morire … e scrisse, ne
siamo certi, tutti i particolari di quel conflitto.
Riferì che un popolo si ribellò a Roma motivato dal suo credo integralista: una
rivoluzione nazional religiosa che si propagò oltre i confini palestinesi e coinvolse la
Siria, l’Egitto ed altre regioni limitrofe. Ma Roma, forte del diritto di potenza
imperiale, represse tutti coloro che, in coerenza alla propria fede, non si sottomisero
al suo dominio.
Tacito scrisse che ebrei estremisti, integralisti religiosi, catturati durante e dopo la
guerra, furono sottoposti ad atroci supplizi, dati in pasto alle fiere o obbligati a
combattere contro i gladiatori nelle arene in spettacoli pubblici allestiti nelle città
orientali dell’Impero.
A conferma di quanto riportato da Giuseppe Flavio, anche Tacito espose tutto ciò nei suoi
“Annales”… ma i copisti amanuensi, in futuro, distrussero i manoscritti originali perché
dimostravano che, nel I secolo, in realtà, furono suppliziati soltanto Giudei fanatici
nazionalisti. Una storia che avrebbe palesato l’inesistenza dei cristiani gesuiti e
sconfessato il loro martirio.

Come abbiamo visto, furono molti e importanti gli avvenimenti connessi fra loro, in quel
periodo, alla base delle motivazioni storiche che inducono a pensare che Tacito, nei
manoscritti originali, abbia riportato la persecuzione dei messianisti giudei ordinata da
Nerone il 67 d.C..
Nel capitolo interpolato viene espresso un giudizio fortemente negativo contro i
cristiani che ricalca l’offensivo disprezzo dello storico manifestato verso gli Ebrei e
già riportato nel libro V delle “Historiae”. Le frasi, dovutamente ingiuriose contro
questi ultimi (fu sacerdote pagano di estrazione patrizia), rispecchiano fedelmente lo
stile di Tacito e molto probabilmente sono le stesse; fatto che non rappresentò una
difficoltà per i falsari; al contrario, divennero una guida per formare il senso compiuto
della narrazione rendendola “autenticamente” credibile.
Dopo di che al copista bastò “accostare” il brano alla fine della descrizione dei riti
purificatori e dei banchetti di ringraziamento agli Dei subito dopo la ricostruzione “et
voilà” : il gioco è fatto! … ma fatto male e fuori tempo.
Per rifinirlo bastò aggiungere il periodo degli esecutori, che “appiccavano apertamente
il fuoco gridando che questo era l’ordine ricevuto”, alla fine del 38° cap., per
incolpare direttamente Nerone, di stile letterario decisamente neutro, ma in stridente
contrasto con l’apertura dello stesso capitolo ove lo storico afferma che la causa del
disastro fu … “non si sa se accidentale o per dolo del principe”.
Inoltre, il copista falsario ha calcato la mano, tradendosi nuovamente, sul giudizio
esageratamente dispregiativo che ha fatto rendere a Tacito su una “… Roma, dove tutto ciò
che c’è al mondo di atroce e di vergognoso da ogni parte confluisce e trova seguito …”.
Lo storico, pur denunciando nelle sue opere una certa decadenza, soprattutto politica,
nonché il lassismo e la mancanza di disciplina nei costumi sociali dell’Urbe, ciò
nonostante, mai usa un linguaggio così offensivo, come in questo caso, da sembrare un
nemico di Roma.
Al contrario, il contenuto e lo scopo delle sue opere palesano la passione politica,
morale e patriottica per le sorti di Roma, la sua potenza e la sua gloria.
Questo passaggio - scritto sotto Traiano, all’epoca sarebbe stato pericoloso per il
contenuto ingiurioso verso la capitale di un Impero al massimo del suo splendore - è
falso e riflette una ideologia preconcetta, condizionata da un credo impregnato di
puritanesimo ed odio apocalittico tipo “la Babilonia del peccato” come quello che
ritroviamo nei continui attacchi contro “l’impudicizia” (lascivia), vera e propria
malsana fobia mentale, riscontrabile negli “Atti degli Apostoli” e negli scritti dei
Padri Apologisti del cristianesimo gesuita.
Nerone, motivato dal pretesto del disastro di Roma, colse l’occasione per rastrellare
enormi ricchezze personali; perseguitò i Senatori e in preda a megalomania si fece
costruire la fastosa “casa dorata” finendo con l’alienarsi anche il favore del popolo.
Ma gli costerà caro: una volta isolato politicamente non gli rimarrà che il suicidio.
Ecco perché le “dicerie” che lo incolpano di aver provocato l’incendio, riferite dagli
storici, sono autentiche: rispecchiano il pensiero della gente, in ogni tempo sino ad
oggi, palesato nella convinzione di un tornaconto personale da parte di chi detiene il
potere ed amministra i conti pubblici in conseguenza di catastrofi, guerre, alluvioni,
terremoti, eccetera …
Una carestia in Giudea originò il mito di Gesù Cristo

Sintesi

Come sopra dimostrato con lo specifico studio, abbiamo scoperto la effettiva identità
dell’ “Apostolo” chiamato, ancora oggi, Giuda Taddeo dalla nuova Chiesa cristiana
riformata, evolutasi da quella esseno giudaica.
Il nome autentico era Giuda detto “Theudas” che significa “Luce di Dio”: un titolo
messianico originale ebraico aggiunto al semplice appellativo. Era uno dei fratelli di
“Gesù” e figlio di Giuda il Galileo.
Fu un sedicente Profeta capo di guerriglieri Zeloti, protagonista della lotta di
liberazione nazionale contro i Pagani; una volta intercettato da uno squadrone di
cavalleria romana, i suoi uomini vennero sconfitti e lui decapitato. La sua testa fu
portata a Gerusalemme ed esibita alla popolazione come monito rivolto a chi intendesse
emularne le gesta.
Il “Taddaios” greco e “Taddaeus” latino dei Vangeli erano vocaboli inesistenti in
entrambe le lingue nel I secolo e questo aspetto, unitamente all’analisi storica, ci ha
consentito di accertare il motivo della falsificazione: la nuova dottrina del “Salvatore”
pacifico universale non poteva ammettere la propria genesi zelota integralista giudaica.
Tramite la lettura di “Atti degli Apostoli” abbiamo provato anche l’inesistenza di
san Paolo e degli altri protagonisti evangelici, tutti dotati di poteri soprannaturali
trasmessigli dallo "Spirito Santo", descritti in maniera talmente puerile e sciocca al
punto che i dotti esegeti ecclesiastici, ad iniziare dal Pontefice, si vergognano
di riferire questi particolari ai credenti per evitare di far cadere nel ridicolo i
"santi attori" ... ed essi stessi.
Purtuttavia, bisogna ammettere che sarebbe stato avvincente incontrare per strada uomini
con la barba lunga, lo sguardo fisso al cielo, con un un aspetto decisamente ieratico ed
una "lingua di fuoco posata sulla testa": lo "Spirito Santo" (At 2,3/4) che li
accompagnava nel loro incedere solenne ...
Stiamo per scoprire un altro di questi personaggi straordinari inventati da Luca : il
Profeta Agabo.
In Atti (At 21, 8/11), "a casa di Filippo, uno dei sette" tale Profeta predisse (sic!)
"Questo dice lo Spirito Santo" a san Paolo la sua cattura da parte dei Pagani (Antonio
Felice e Porcio Festo) ... ma, grazie allo studio su Paolo di Tarso, sappiamo che le
vicende e i personaggi tutti, compreso Filippo, furono inventati da scribi falsari
cristiani con lo pseudonimo "Luca".
La mistificazione che stiamo per accertare, come le precedenti, aveva un suo scopo ben
preciso e vitale per la nuova dottrina: nascondere, in questo caso, la data precisa e
relativo contesto storico che portò “Gesù” e i suoi fratelli, capi del movimento di
liberazione nazionale degli Zeloti, a prendere il potere a Gerusalemme, il 35 d.C.,
riuscendo a farsi incoronare Re dei Giudei, per poi essere là giustiziato dai Romani nel
periodo della Pasqua ebraica dell’anno successivo.

Continuiamo, dunque, a comparare fra loro gli scritti neotestamentari e la storia.


Dai "documenti sacri", anche se a prima vista potrebbe sembrare impossibile, siamo in
grado di far emergere la Storia, quella vera, dimostrando che gli eventi reali, connessi
a “Gesù Cristo”, riguardarono una semplice guerra, fra le molte sostenute dall’Impero
Romano, resasi necessaria per mantenere sotto il dominio di Roma una terra i cui
abitanti, Israeliti, consideravano “Santa” e inviolabile perchè assegnata loro da
Dio, pertanto non potevano accettare fosse sottomessa ai Pagani.
Giuseppe Flavio: “Antichità Giudaiche” (Lib. XX 101):
“Fu sotto l’amministrazione di Tiberio Alessandro (dal 46 al 48 d.C.) che in Giudea
avvenne una grave carestia, durante la quale la regina Elena comprò grano dall’Egitto con
una grande quantità di denaro e lo distribuì ai bisognosi, come ho detto sopra”.
Un lettore, dèdito alla lettura progressiva del testo, giunto a questo punto, si
rende conto di trovarsi di fronte ad una ripetizione, molto ridotta, di un grave evento
riferito, dettagliatamente, poco prima dallo storico … e non può fare a meno di chiedersi
il perché.
Ciò che colpisce è il risalto fatto alla datazione, vero scopo dell’introduzione spuria
di questo passo: sotto l’amministrazione del Procuratore Tiberio Giulio Alessandro (46-48
d.C.), quindi sotto il principato di Claudio.
In effetti cosa aveva “detto sopra” lo storico ebreo della regina Elena?:
" La sua venuta fu di grande utilità per il popolo di Gerusalemme, perché in quel tempo
la città era rattristata dalla carestia e molta gente moriva perché sprovvista del denaro
per acquistare ciò di cui abbisognava. La regina Elena inviò i suoi attendenti, ad
Alessandria, per acquistare ingenti quantità di grano, ed altri a Cipro per carichi di
fichi secchi. Quando Izate, suo figlio, seppe della carestia, anch’egli mandò ai capi di
Gerusalemme una grande somma di denaro. La distribuzione di queste somme ai bisognosi,
liberò molti dai disagi della carestia. Lascio a un altro momento il racconto dei
benefici compiuti da questa coppia reale per la nostra città." (Ant. XX, 51/53).

Rileviamo subito un primo dato che rende incongrue le due notizie: quella appena
letta, molto più circonstanziata, parla di "capi di Gerusalemme" , mentre la precedente,
laconica, ci informa che vi era un solo "capo", ovviamente romano: il Procuratore Tiberio
Alessandro. Allora proseguiamo nell'indagine.
Elena e suo figlio Izate furono rispettivamente Regina e Re, ebrei, dell’Adiabene,
una regione a sud dell’Armenia e ad est dell’alto corso del fiume Eufrate, confine
concordato fra l’Impero Romano e la Parthia.
Subito prima di questo episodio leggiamo che, appena nominato Re:
“Quando Izate giunse ad Adiabene per prendersi il regno e vide i suoi fratelli,
giudicando cosa empia ucciderli, tenendo presente gli affronti ricevuti, ne mandò alcuni
a Roma da Claudio Cesare, con i loro figli come ostaggi; e con la stessa scusa altri
( fratelli) li mandò da Artabano re dei Parti” (Ant. XX 36-37).
L’accostamento cronologico dei due “Grandi” nella vicenda è un errore storico
gravissimo che Giuseppe Flavio non ha potuto commettere: lui sapeva benissimo che
Artabano sarebbe morto nel 38 d.C. perché lo riferisce più avanti dopo aver descritto la
carestia e la guerra contro Tiberio; così come sapeva che Claudio fu proclamato
Imperatore nel 41 d.C. (ne riporta la cronaca). Peraltro i suoi scritti, nel I sec.,
furono sottoposti alla verifica degli storici romani prima di essere approvati e
depositati negli Archivi Imperiali ... e questa è storia di Roma.
Essendo Artabano vivo, l’unico Imperatore avente causa con lui fu Tiberio e non altri.
Che si trattasse dell’imperatore Tiberio lo conferma inequivocabilmente ancora la storia,
infatti: in (Ant. XX, 92) Giuseppe scrive: “Izate morì, avendo l’età di cinquantadue anni
e ventiquattro di regno”. Sapendo da Tacito (Ann. XII, 13-14) che nel 49 d.C. Izate era
sempre vivo, ne ricaviamo che fu nominato Re prima del 30 d.C. ma, avendo letto che,
appena insediato nel regno, mandò i suoi fratelli come ostaggi all’Imperatore di Roma,
questi non poteva essere che Tiberio.
La sostituzione del nome dell’imperatore Tiberio con quello di Claudio la
effettuarono degli scribi impostori per farci credere che l’episodio della carestia
avvenne sotto Claudio, esattamente come è riportata negli “Atti degli Apostoli” (XI 28-
29), che ci condiscono “l’eschetta storica” della carestia col trucchetto della profezia:
“E un Profeta di nome Agabo, alzatosi in piedi, annunziò per impulso dello Spirito Santo
che sarebbe scoppiata una grave carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne
sotto l’impero di Claudio. Allora i discepoli si accordarono per mandare un soccorso ai
fratelli abitanti nella Giudea, indirizzandolo agli anziani per mezzo di Bàrnaba e Saulo
(Paolo)”.

Da evidenziare che i redattori di “Atti degli Apostoli”, così come quelli delle
"lettere di Paolo", dopo averci passata questa informazione, si dimenticarono di riferire
la conclusione della “missione” di san Saulo Paolo in Giudea, pur motivata da una causa
ben specifica e importante per la gravità della sciagura, abbattutasi su quella regione,
cagione di numerose vittime fra la popolazione.
Ciò che importava agli amanuensi cristiani era solo far risultare che avvenne sotto
Claudio, pertanto … perché sprecare altro prezioso papiro e inchiostro? Senza contare il
rischio di prendere qualche svista storica.
Infatti il riferimento a Claudio non fu accidentale ma mirato. “Luca”, spulciando fra
gli eventi accaduti alla ricerca di un alibi per sviare gli studiosi, dopo aver scartato
una carestia avvenuta a Roma sotto Tiberio nel 32 d.C. (Ann. VI, 13) poiché troppo vicina
all’epoca del “Gesù” evangelico, lo trovò in un’altra carestia che afflisse Roma durante
l’Impero di Claudio, riportata da Svetonio e da Tacito:

“…l’addebito avanzato contro uno dei due fu d’aver visto, in sogno, Claudio cinto di una
corona di spighe volte all’indietro, con conseguente predizione di una carestia” (Ann.
XI, 4).
Questo “sogno profetico” servì a “Luca” per farsi “dettare da Dio” il vaticinio del
Profeta Agabo e depistare, cronologicamente, la vera carestia, molto più grave, avvenuta
in Giudea ove raggiunse l'acme negli anni 35 e 36 d.C.; ma, essendo i due territori
troppo lontani fra loro, per contenerli entrambi fece dichiarare al Profeta che “una
grave carestia sarebbe scoppiata su tutta la terra”, evento di una drammaticità tale da
dover essere riferito da tutti gli scrittori dell’epoca, fatto che non si è verificato,
ovviamente, perché quella di Roma, più che di una grave carestia si trattò di carenza di
cibo, di breve durata, risolta senza che nessuno morisse di fame.
L’Eminente Episcopo, Eusebio di Cesarea, grazie alla sua posizione presso la corte
del Pontefice Massimo, l’Imperatore Costantino, fu il primo cristiano che poté accedere
agli Archivi Imperiali per consultare i rotoli e falsificarli laddove si rendeva
necessario. Quando si inventò la sua “Historia Ecclesiastica”, in essa riferì di tale
carestia in modo particolareggiato e, per renderla più credibile, non poté fare a meno (e
lo ringraziamo!) di collegare le “testimonianze” di Giuseppe Flavio e degli Atti degli
Apostoli, riportando la profezia di Agabo con l’intervento della regina Elena, il tutto,
ovviamente, sotto Claudio (HEc. II 12, 1/3).
Con la sua “testimonianza” Eusebio intese “garantire” le menzogne di “san Luca” in
“Atti” facendo manomettere l’opera dello storico Giuseppe Flavio, nei punti sopra
riferiti, allo scopo di nascondere i veri protagonisti delle vicende e la loro datazione,
ma commise l’errore di specificare che quella era “la carestia della regina Elena” e la
storia prova essere avvenuta sotto Tiberio anziché sotto Claudio. Si trattò di
falsificare lo stesso rotolo manoscritto contenente la cronaca, in origine completa, del
vero nome con patronimico, riguardante il Profeta Theudas di nome Giuda, uno dei fratelli
di “Gesù”; non solo, fu costretto ad eliminare anche la notizia, sopra annunciata, di
ulteriori elargizioni a beneficio di Gerusalemme:

“Lascio a un altro momento il racconto dei benefici compiuti da questa coppia reale per
la nostra città” (ibid).
San Paolo Saulo, “il Segretario di Stato” senza jet-executive, fu lui ad occuparsi
della “colletta” per gli aiuti e possiamo star certi che i Giudei si rimpinzarono a
sazietà e gli storici mistici contemplativi odierni, allibiti dalla suddetta profezia, si
inghiottono l’eschetta infilzata sull’amo del “Profeta”, quasi fosse un’ostia consacrata
e, all’unanimità, si danno subito da fare per “interpolare” con note, allusive alla
carestia sotto Claudio e agli “Atti degli Apostoli”, i testi didattici e “Antichità
Giudaiche” allo scopo di indottrinare i giovani in ossequio alla veridicità storica di
san Luca evangelista … l’impostore.
Ma perché questa menzogna?
Della carestia lo storico ebreo ne parla in “Antichità” all’inizio del XVIII Libro, par.
8, nel preambolo riferito agli Zeloti e così introduce:

“Per colpa loro ribollirono sedizioni e si sparse molto sangue civile, sia per i massacri
che facevano i nazionalisti fanatici (gli Zeloti), sia per la strage che facevano dei
loro avversari. Venne poi la carestia che li rese sfrenati in modo travolgente…”
Se gli “Atti degli Apostoli” ed Eusebio di Cesarea hanno sentito la necessità di mentire
sulla datazione di questa carestia è evidente che era vitale per la dottrina cristiana e
doveva essere depistata per impedire la ricostruzione delle vicende che coinvolsero i
veri protagonisti col rischio che venissero identificati in “Gesù Cristo” e gli
“Apostoli” suoi fratelli.
Dal 34 al 37 d.C. si aprì un conflitto fra Roma e il Regno dei Parti perché Artabano
III, il loro Re dei Re, come riferito da Tacito (Ann. VI 31) “Si impossessò dell’Armenia
minacciando di invadere le terre già possedute da Ciro e Alessandro”, fra le quali era
compresa la Palestina. Per impedirlo Tiberio inviò ad Antiochia il suo Luogotenente, il
Proconsole Lucio Vitellio, con pieni poteri su tutto l’Oriente, e questi, durante la
crisi bellica, trovò il tempo di recarsi a Gerusalemme con le sue legioni per la Pasqua
del 36 d.C., 600 km più a Sud, per:
“Intanto Vitellio giunse in Giudea e salì a Gerusalemme dove i Giudei stavano celebrando
la loro festa tradizionale chiamata Pasqua e accolto con molti onori, rilasciò in
perpetuo agli abitanti tutte le tasse sulla vendita dei prodotti agricoli e che l’abito
del Sommo Pontefice, e con esso i suoi arredi, fossero custoditi dai sacerdoti nel
Tempio” (Ant. XVIII 90/95).
Questo evento ha un prologo: in “Antichità” lo scrittore spiega che la “Sacra Veste”,
appartenuta ai Re e ai Sommi Sacerdoti della famiglia Asmonea, fu tolta ai Giudei alla
morte di Re Erode il Grande. Da allora i Romani la custodivano nella fortezza Antonia e
la concedevano ai Sommi Sacerdoti solo per le festività ebraiche (Ant. XV 403/409). E’
evidente l’alto valore simbolico, e di potere, che tale paramento sacro rappresentava
per il popolo giudeo … e i Romani ne erano consapevoli.
Ciò si protrasse fino alla Pasqua del 36 d.C., appunto, quando Vitellio riconsegnò la
sacra veste alle autorità religiose dopo aver nominato un nuovo Sommo Sacerdote filo
romano. Lo storico conclude il prologo dicendo che: “Questa digressione è stata
occasionata dalla triste esperienza che si ebbe dopo” (ibid). Ma quale “triste
esperienza” si ebbe dopo? E perché fu la causa della “digressione”?: in “Antichità” non
troviamo la spiegazione, che avrebbe dovuto essere nel XVIII libro ... perché verrà
censurata anch’essa.
Nel corso di una guerra contro il Regno dei Parti (un immenso Stato orientale, da
sempre rivale di Roma, governato da un “Re dei Re”) non è credibile che l’uomo più
potente dell’Impero Romano dopo Tiberio, in virtù del mandato ricevuto, si sia recato
tanto a Sud, a Gerusalemme, solo per detassare i Giudei sui prodotti agricoli perché
affamati dalla carestia.
Che bisogno c’era per Vitellio, Luogotenente di Tiberio, Comandante di tutte le
forze romane d’Oriente, di recarsi personalmente in Giudea durante un frangente
bellico rischioso, e lasciare Antiochia, sede del più importante presidio militare anti
partico? Sarebbe bastato inviare corrieri al Prefetto Ponzio Pilato, suo subalterno, con
l’ordine di detassare i Giudei. Al contrario, per imporre le tasse sarebbe stato
necessario l’impiego della forza … non per abolirle.
Quando un Generale romano, Capo di Stato Maggiore, al comando di più legioni, si
muoveva in un momento così difficile e pericoloso, voleva dire che era accaduto qualcosa
di grave e, per l’Impero Romano “grave” significava “guerra”.
Approfittando del momento politico internazionale favorevole, nel 35 d.C., mentre
Vitellio era alle prese con Artabano III, Re dei Parti, i Giudei colsero il momento
propizio del conflitto fra Roma e la Parthia per liberare Gerusalemme, la Santa, dalla
dominazione pagana.
Era in atto una grave carestia e il popolo affamato e “vessato dai tributi dovuti a
Cesare” si ribellò alla guarnigione romana che stanziava in città, massacrandola.

Un discendente di stirpe reale, asmonea, l’influente rabbino di Gàmala, Giovanni


detto il Nazireo, (siamo in grado di identificarlo attraverso un lontano ricordo riferito
da Giuseppe Flavio alla fine della Guerra Giudaica) figlio primogenito di Giuda il
Galileo, dopo aver capeggiato la rivolta riuscì così ad essere riconosciuto, alla stessa
maniera degli antenati Asmonei, come Re dei Giudei e insieme Sommo Sacerdote, “il
Salvatore” della terra Santa, “Jeshùa”, facendosi ungere “Messia”, nel rispetto della
ancestrale Legge, e dare inizio ad un nuovo Regno, senza schiavi, in cui “solo Dio era
Padrone”.
Ma non durerà a lungo. Entro la fine dell’anno 35 d.C., Vitellio riuscirà a mettere in
crisi Artabano, momentaneamente, costringendolo alla fuga, e, dopo aver assoggettato
nuovamente l’Armenia al dominio di Roma, da oltre il fiume Eufrate, ove si era spinto,
rientrerà in Antiochia con le sue legioni. Quando raggiungerà il Presidio verrà informato
degli eventi accaduti in Giudea e, dopo aver fatto riposare l’esercito nei quartieri
invernali, si rimetterà in marcia alla testa del suo esercito per riprendere Gerusalemme
e giustiziare il monarca che, illegittimamente, si era proclamato Re dei Giudei.
E lo fece. Un paio di giorni prima della Pasqua del 36 d.C., Lucio Vitellio, dopo aver
cinto d’assedio la Città Santa, impossibilitata a resistere senza scorte di viveri (gli
aiuti di Elena non poterono sfamare un popolo intero), ne otterrà la resa e la consegna
del Re abusivo.
Per Giovanni non vi fu alcuna possibilità di scampo e accettò il suo destino: la
crocifissione.
Era il capo dei Farisei Zeloti, la setta fondata da suo padre … e gli Zeloti, come gli
Esseni, erano votati al martirio pur di “salvare” la Terra Promessa da Dio al popolo
d’Israele…
Giunti a questo punto dello studio abbiamo individuato tre figli di Giuda il Galileo:
Giacomo, Simone e Giuda, i cui nomi erano uguali a quelli di tre fratelli di “Gesù”.
Uomini che si impegnarono, come loro padre, in una guerra contro il dominio di Roma.
Un contesto storico perfettamente compatibile con le vicende reali di quegli anni,
riferite, soprattutto, da Tacito e Giuseppe Flavio, ma confermate, pur con descrizioni
ridotte, anche da Svetonio e Cassio Dione.
Gesù e Cristo: due attributi divini.

“L’angelo Gabriele fu mandato da Dio a una vergine che si chiamava Maria. Entrato da lei
disse: Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc. 1, 26-31).

“Gesù”: tale nome - giunto sino a noi attraverso il latino “Iesus”, traslitterato dal
greco “Iesous”, a sua volta dall’aramaico “Jeshùa”, forma contratta dell’ebraico
“Jehoshùa” - è il nome biblico di Giosuè, l’eroe dell’Antico Testamento e significa
“Colui che salva” o “Salvatore”.
“Gesù” e “Giosuè” sono due nomi resi dissimili, volutamente, nelle traduzioni da una
lingua all’altra ma, inizialmente, il vocabolo era uguale.
I manoscritti originali in greco di “Antichità Giudaiche” e “La Guerra Giudaica” dello
storico ebreo Giuseppe Flavio, ricopiati dagli amanuensi cristiani secoli dopo, chiamano
“Gesù” anche il condottiero biblico che conquistò la terra di Canaan. Ciò vuol dire che,
in prima stesura, a partire dall’Antico Testamento, in tutte le opere di Giuseppe Flavio
era presente un solo identico nome: Giosuè.
“Mosè, ormai vecchio, designò Gesù a succedergli sia nella funzione profetica sia come
comandante in capo per qualsiasi occorrenza: e a lui, per ordine di Dio, affidò la
direzione di tutti gli affari” (Ant. IV, 165).
“Jehoshùa” o “Jeshùa” (contratto), come per noi “Salvatore”, aveva un doppio significato:
come nome proprio di persona, oppure come titolo divino. Il titolo, attribuito a chi si
rese protagonista di gesta “per ordine di Dio” , fu “Colui che salva”, “Jehoshùa”,
proprio come “Giosuè”.
Le molte persone di nome “Gesù” che incontriamo nelle opere dello scrittore ebreo, in
quelle originali erano tutti “Giosuè”. Gli Ebrei che adottavano quel nome lo facevano per
onorare la memoria del conquistatore della Terra Promessa a loro da Dio e questo spiega
perché incontriamo tanti “Gesù” nelle opere di Giuseppe Flavio: i Giudei si riferivano al
successore di Mosé, che “salvò” i loro padri dando ad essi una Patria, non alla nuova
divinità “Gesù detto il Messia” che non avevano mai sentito nominare.
Il titolo divino di “Salvatore” fu conferito a Giovanni - figlio primogenito di Giuda
il Galileo e martire ebreo della guerra di liberazione contro Roma nel 35 d.C. - in epoca
successiva all’olocausto di Gerusalemme del 70 d.C.. Esso fu riconosciuto come tale
(oltre due generazioni dopo) da una corrente religiosa essena che aveva già profetato
l’avvento del Messia di Dio (come risulta dai rotoli del Mar Morto). L'appellativo non
corrisponde ad un semplice nome proprio di persona e la prova consiste nel fatto che, in
“Atti degli Apostoli”, i Sadducei e i Farisei del Sinedrio, sempre, lo chiamano “costui”,
mai “Gesù”.
Coloro che trascrissero i vangeli e “Atti degli Apostoli” sapevano che “Gesù” era un
attributo divino e quando ravvisarono in Giovanni un “Salvatore” (Gesù) scelto da Dio
erano consapevoli che solo chi lo riconosceva come tale poteva chiamarlo “Gesù”, pertanto
ne conseguì che gli Ebrei, seguaci di una fede diversa, non potevano ammettere né quel
titolo, tanto meno la divinità.
Se “Gesù” fosse stato un semplice nome di persona, e ve n’erano molti fra i Giudei, nelle
riunioni del Sinedrio e all’interno delle Sinagoghe, come riportato in Atti e nei
Vangeli, i sacerdoti, anziché indicarlo con “costui”, non avrebbero avuto alcun problema
a chiamarlo “Gesù”, col patronimico, obbligatorio per gli Ebrei, ma sempre assente per
“Gesù”, e soprattutto non risulta che lui stesso si sia mai chiamato o presentato a terzi
con tale nome.
Controprova: come sopra riportato, nell’unico Atto del Sinedrio autentico, (tranne per
l’aggiunta di “Cristo”) riguardante Giacomo fratello di Gesù (figlio di Damneo), fattoci
pervenire nelle opere di Giuseppe Flavio, i Giudei lo chiamarono per nome senza indicarlo
con “costui”, sconfessando gli Atti degli Apostoli e dimostrando, al contempo, di non
essere il “Gesù” che la Chiesa ha voluto farci credere, ad iniziare dal falsario Vescovo
Eusebio di Cesarea, autore dell'introduzione spuria di Gesù "detto Cristo".

In conseguenza alla contrazione subita dal vocabolo iniziale, derivato da Giosuè,


“Jehoshùa”, questi, essendo uguale, “coerentemente”, fu riportato dai copisti cristiani,
nelle opere di Giuseppe, col nome greco “Iesous”.
In realtà, “Gesù Cristo”, l’essere soprannaturale descritto nei Vangeli, non è mai
esistito. E' solo un involucro ideologico costruito sul nuovo mito del Messia "Salvatore
del Mondo" riformato dagli Esseni per sostituire il pericoloso "Dominatore del Mondo"
carico di odio contro Roma e, successivamente, evolutosi ulteriormente nel tempo con
l'innesto del rito pagano teofagico dell'eucaristia ... ed infine con la "Natività",
anch'essa pagana, attraverso una "Immacolata Concezione" di un Dio partorito dalla "Madre
Vergine" del Dio stesso.
Le testimonianze "storiche" sulla Sua nascita sono talmente contraddittorie da
rappresentare solo una delle molteplici prove di come sia stato “costruito” questo mito
evolutosi nel corso dei secoli.

La lettura comparata dei vangeli con la storiografia ci consente di individuare e


dimostrare una serie di falsificazioni di eventi, create allo scopo di celare una vicenda
reale che vide nel Rabbino fariseo Giovanni, alla testa del Movimento Zelota di
Liberazione Nazionale fondato da suo padre - uno dei cinque fratelli citati nei vangeli
di Marco e Matteo (lui è chiamato “costui”), figlio primogenito di Giuda il Galileo,
discendente degli Asmonei (una stirpe di sangue reale giudaica) - prendere il potere a
Gerusalemme nel 35 d.C. con l'aiuto dei suoi fratelli capi zeloti, facendosi eleggere Re
dei Giudei mentre Roma era impegnata in una guerra contro i Parti di Artabano III.
Dopo aver momentaneamente sconfitto il "Re dei Re" Artabano, il Comandante in capo di
tutte le operazioni d’Oriente, Lucio Vitellio, Luogotenente di Tiberio, con le sue
legioni si recò da Antiochia a Gerusalemme, in quell’occasione afflitta da una gravissima
carestia, risottomise la Città Santa al dominio di Roma e fece crocefiggere il monarca
abusivo, Giovanni.
Fu lui - eroe sacrificato alla causa giudaica, in un periodo successivo alla distruzione
del Tempio da parte di Tito - ad essere riconosciuto dagli Esseni, una delle quattro
correnti religiose ebraiche dell’epoca, come il “Salvatore” Messia prescelto da Dio, da
essi profetato nei rotoli di Qumran, con uno dei nomi più popolari fra gli ebrei sino a
tutto il I secolo.
Ma, soprattutto, era il significato del lemma, con cui fu chiamato, che interessò i
futuri cristiani gesuiti: “Salvatore”; equivalente al “Soter” dei pagani, in particolare
il Dio Mitra, il culto del quale ebbe maggior seguito popolare prima del cristianesimo.
Ciò avvenne in un periodo successivo al secondo grande olocausto di Ebrei perpetrato da
Adriano fra il 132 e il 135 d.C., costato ad essi la perdita di 580.000 morti (Cassio
Dione) che, sommati a quelli causati dall'intervento di Vespasiano e Tito, avvenuto 60
anni prima, la cifra complessiva ammontò a ben oltre un milione di vittime, senza
considerare gli schiavi, il cui numero fu talmente elevato da far crollare il mercato.
L'odio di Roma verso questa etnia arrivò a superare quello contro i Cartaginesi "
cosicché quasi tutta la Giudea rimase spopolata" (Cassio Dione); nell'Impero chiunque
veniva additato come ebreo correva il rischio di essere perseguitato: ad essi non rimase
che la "diaspora" verso i più remoti confini della terra. Fu allora che iniziò a
diffondersi una nuova dottrina che postulava una diversa figura di "Messia" ebraico
universale, non più nazionalista zelota. Non un "Dominatore del Mondo" ma un "Salvatore
del Mondo".
Nel corso del III secolo si manifestò l’incapacità militare dell'Impero Romano a
difendere i propri confini e questo evento, gravissimo, fu all’origine della perdita di
credibilità popolare nei confronti delle Divinità capitoline tutelari di Roma,
propiziando la diffusione di molteplici religioni orientali.
Una volta riunificato l’Impero, Costantino, nella veste di Pontefice Massimo, decise di
sincretizzare, in un solo Credo e unico “Salvatore”, i “Soter” delle più importanti
religioni esistenti nelle Province imperiali e il Cristianesimo, risultato vincente dopo
oltre un secolo di lotte, gradualmente, per distinguersi dai “Soter” pagani, fece passare
il titolo divino di “Salvatore” come semplice nome proprio di persona: “Gesù”.
Ma “Gesù” con aggiunto “il Salvatore” significa “Salvatore, il Salvatore”.
Giovanni, il vero nome del “Messia”, non fu citato dagli evangelisti Marco e Matteo,
insieme ai suoi fratelli, perché lui era il soggetto. Giovanni è il vero protagonista dei
vangeli in cui si equivoca volutamente fra Giovanni Battista e “Gesù”, sovrapponendo le
due figure ideologiche, fino al punto che san Luca inizia la sua novella con la “nascita”
di
“Giovanni, egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande
inebrianti” (Lc. 1, 13/15).
Mentre il Vangelo di Giovanni così inizia:

“Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni…venne fra la sua gente, ma i
suoi non lo hanno accolto” (Gv. 1, 6/11).
Questi non può essere Giovanni Battista, lui aveva un solo nemico: Erode Antipa Tetrarca.
E lo uccise proprio perché il popolo lo accolse e seguì con troppo favore (Ant. XVIII,
118). Giovanni Battista, inoltre, non era un Nazireo (anche se i vangeli vorrebbero farlo
apparire come tale), altrimenti Giuseppe Flavio sarebbe stato obbligato a riferirlo nel
lungo capitolo a lui dedicato (ibid), perché i Nazirei erano perseguiti in quanto tali
(lo afferma lui stesso), essendosi consacrati a Dio tramite un voto, come quello di
Sansone, che li vincolava a combattere contro gli invasori della “Terra Santa” per
liberarla dai pagani Romani e le caste aristocratiche religiose opportuniste.

Il vero Giovanni di Gamala era un Nazireo che doveva mantenere intonsi barba e capelli,
inoltre non poteva bere vino, ma questo aspetto - gravissimo per la dottrina della
“salvezza” fondata sul rito teofagico eucaristico (di origine pagana) che, per il modo in
cui fu ripreso dalla nuova dottrina prevedeva la trasformazione del vino (che Gesù e
Apostoli stavano bevendo nella “Ultima Cena”), nel Suo sangue - costringerà i Padri
creatori della fede cristiana riformata a farlo diventare “Nazareno”:

“Avvertito in sogno da un angelo, (san Giuseppe) si ritirò nelle regioni della Galilea e,
appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che
era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno”
(Mt. 2, 19/23).

Va rilevato che il vaticinio dei Profeti sul nome “Nazareno” è inesistente nell’Antico
Testamento, a riprova che lo scriba cristiano auto nominatosi “Matteo” non poteva essere
ebreo: nessun Giudeo si sarebbe permesso di inventarsi “La Legge”.
Successivamente, quando il Cristianesimo andò al potere, Nazaret (odierna) iniziò ad
essere edificata, nel IV secolo, a 6 Km dalla capitale Seffori che, all’epoca del
racconto “evangelico” di un finto giudeo “Matteo Pubblicano”, fu rasa al suolo dai
legionari di Quintilio Varo in una Galilea in fiamme con migliaia di Ebrei morti in
combattimento e duemila crocifissi come monito rivolto a chiunque non si sottometteva al
dominio di Roma.
Ma chi scelse il sito commise un errore gravissimo: la descrizione di Nazaret e la sua
ubicazione, nei Vangeli, corrisponde a quella di Gàmala, la città di Giuda il Galileo e
dei suoi figli: Giovanni (non “costui”), Simone, Giuda, Giacomo e Giuseppe.
Il Tempio di Gerusalemme e i falsi miracoli
Approfondimento

Con gli studi sopra pubblicati abbiamo dimostrato l’invenzione di un finto “Atto del
Sinedrio” che vide protagonisti inesistenti Apostoli fatti arrestare dal Sommo Sacerdote
per “essere messi a morte”. I Santi furono accusati per “aver predicato in nome di costui
(Gesù)” ed aver fatto troppi miracoli davanti al “portico di Salomone”.
Sono accuse ridicole: perché mai un Sommo Sacerdote del Tempio avrebbe dovuto uccidere
chi aveva poteri divini simili?
Siamo di fronte a un “Credo” basato sulla unica testimonianza trasmessa da “sacre
scritture”.
In esse si narra di uomini, come Gesù e Apostoli, vissuti circa duemila anni fa, dotati
di poteri sovrumani e autori di prodigi straordinari; uomini che, secondo le narrazioni
evangeliche interagirono con altri uomini famosi, realmente esistiti, pertanto
rintracciabili nella storiografia dell’epoca.
Nel caso sopra riportato l’indagine sulla testimonianza di Theudas, fatta rendere a
Gamalièle, è basata su un profilo esclusivamente storico, semplice da verificare perché
la data della morte di Erode Agrippa I la si trova in una qualsiasi enciclopedia; lo
stesso vale per i dati dei Procuratori romani Cuspio Fado e Tiberio Alessandro.
C’è un altro aspetto, concernente l’informazione “teologica” riportata in questo falso
Atto del Sinedrio, da verificare: secondo quanto descritto da san Luca gli “Apostoli”
furono fatti arrestare dal “Sommo Sacerdote e dai Sadducei pieni di livore” perché:

“Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli Apostoli. Tutti erano
soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a
loro (gli Apostoli), ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli
uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati
nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo
la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme
accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano
guariti” (Atti 5, 12/16).

L’assurda esagerazione di quanto descritto si commenta da sé (è solo un piccolo esempio),


ma va sottolineato un importante particolare: il “portico di Salomone”, dove si
riunivano gli Apostoli fautori di miracoli, non esisteva al tempo in cui san Luca
inserisce l’episodio (subito dopo la morte di Cristo). Vediamo perché.

Il Tempio

In “Antichità Giudaiche” (Luigi Moraldi, UTET 1998), il curatore, a piè di pag. 980
(Libro XV), nota n° 96, riporta vari autori di studi sul Tempio di Gerusalemme basati,
tra l’altro, su scavi archeologici. Va aggiunto che, secondo i ricercatori odierni
israeliani dell’Israel Antiquities Authority, di resti del Tempio erodiano non è rimasto
quasi nulla tranne qualche pietra ed epigrafe.
Alla pag. 984, nota n° 104, riferita alla “velocità del lavoro del Tempio”, iniziato nel
23/22 a.C. e inaugurato da Erode il 18 a.C., lo stesso Moraldi afferma che “in realtà
l’intera opera fu completata fra il 62 e il 64 d.C.”, quindi sotto il Procuratore Albino
al tempo di Nerone.
Questa è la tesi prevalente fra la maggioranza degli archeologi da oltre mezzo secolo e
condivisa da molti esegeti credenti i quali, però, evitano di approfondire per non
evidenziare le gravi contraddizioni con le “testimonianze evangeliche”. Come fa lo stesso
Moraldi quando, nella suddetta nota n° 104, si limita a citare il Vangelo di Giovanni
(Gv. 2, 20) ma “dimentica” di riferire i miracoli fatti dagli Apostoli sotto il “Portico
di Salomone” del Tempio in Gerusalemme.
Dalla documentazione storica non risulta che, dopo l’inaugurazione del Tempio, i lavori
vennero sospesi e non furono realizzati i porticati sotto lo stesso Erode il Grande; al
contrario non si può concordare con le conclusioni riferite dal Moraldi perché, come
sempre precisato, le informazioni pervenuteci dalla storia siamo tenuti a rispettarle.

Poco dopo la morte di Erode il Grande (Libro XVII par. 254/264), per la Pentecoste del 4
d.C. scoppiò una violenta rivolta in Gerusalemme contro il Procuratore romano Sabino
(divamperà poi in una guerra allargata anche alla Galilea), cui aderirono Giudei, Galilei
e Idumei. Nel corso dei combattimenti:
“i ribelli montarono sui portici che circondano il cortile eterno del Tempio (par. 259) …
allora i Romani, trovandosi in una situazione disperata, diedero fuoco ai portici, …e il
tetto, saturo di pece e cera si arrese alle fiamme e quell’opera grandiosa e magnifica fu
completamente distrutta” (par. 262).

Le colonne in monolito del porticato erano “legate” da una struttura di legno su cui
poggiava il soffitto secondo quanto descritto dallo storico ebreo: “I soffitti del
portico furono fatti di legno massiccio…” (Ant. XV, 416).
Il crollo delle altissime colonne fu conseguente al precipitare della pesante
soffittatura in maniera irregolare travolgendo le stesse con un effetto a cascata, le une
addosso alle altre. Da notare che il portico di Salomone era a picco su di una profonda
valle (valle del Cedron) in cui finirono molte, disintegrandosi irrimediabilmente.

Lo storico ebreo descrive dettagliatamente il Tempio anche in “La Guerra Giudaica”, la


sua prima opera completata negli anni settanta sotto Vespasiano, nel Libro V dal par. 184
al 226.
La disamina descrive le tre cinta murarie di Gerusalemme nei par. 136/183. Dal par. 142
al 145 leggiamo: “Il più antico dei tre muri, partendo dalla Torre Ippico raggiungeva il
portico orientale del Tempio”.
In “Guerra”, le esposizioni del “muro antico” e del Tempio sono “statiche”, non essendo
collegate ad azione di guerra contingente che coinvolge tutti i porticati, diversamente
da quanto riferito sopra nell’episodio della rivolta in Gerusalemme, dopo la morte di
Erode il Grande, quando vennero distrutti completamente. Giuseppe Flavio scelse di
descrivere quelle opere imponenti nel Libro V di “Guerra” (Tempio e cinta murarie) prima
che venissero demolite definitivamente da Tito. Il condottiero romano lasciò in piedi
solo alcune torri fortificate per scopi militari.

Le descrizioni del Tempio e delle mura con le imponenti torri, così dettagliate, Giuseppe
ha potuto farla solo guardando i progetti esecutivi. E’ impossibile, per chiunque,
riferire misurazioni così precise, tali da permettere la ricostruzione esatta di modelli
in scala ridotta.
Infatti, quando lo storico ebreo scrisse, negli anni novanta sotto Domiziano, “Antichità
Giudaiche”, la sua opera più particolareggiata, dedicò un intero capitolo al “Portico di
Salomone” riferendo che Re Erode Agrippa II - alla fine del 63, inizi 64 d.C., poco
prima dell’arrivo del nuovo Procuratore Gessio Floro, inviato da Nerone in sostituzione
di Albino - decretò che non venisse eretto per il costo eccessivo (Ant. XX 215).
Questa datazione ci obbliga ad evidenziare un fatto importante: Giuseppe Flavio non era
in Gerusalemme quando il Re decise di non ricostruire il portico. Come riferisce nella
sua “Autobiografia” (3, 13/16), alla fine del 63 fu inviato a Roma, dal Sinedrio, per
chiedere a Nerone la scarcerazione di alcuni sacerdoti ebrei arrestati dal precedente
Procuratore Antonio Felice … e vi rimase almeno sino a metà 65 d.C. (ibid 4, 17). Quando
rientrò in patria, nel 66 d.C., la tensione rivoluzionaria era già in atto: gli eventi
stavano precipitando, e Giuseppe, come tutti, era preoccupato più del futuro che del
passato.

Verso la fine della procura di Albino (Ant. XX 219/223), in merito al portico di


Salomone Re Agrippa II dichiarò: “E’ sempre facile demolire una struttura” … Questa frase
non si riferiva ad una demolizione da effettuarsi, ma già avvenuta nel passato: la
distruzione dei portici, causata dal fuoco dei Romani per difendersi dagli insorti.
E aggiunse il Re: “…è difficile erigerne (non “sostituirne”) un’altra e ancor più questo
portico”. Il portico di Salomone non avrebbe avuto alcun motivo per essere più difficile
degli altri due già eretti se non per il maggior numero di colonne che andarono distrutte
precipitando nella valle del Cedron. Semmai il portico più impegnativo avrebbe dovuto
essere quello Reale, a sud, ma già ricostruito.
Al di là di qualsiasi considerazione, ciò che rende inconfutabile la prova
dell’inesistenza del portico di Salomone durante il periodo “apostolico” è l’affermazione
lapidaria dello storico:
“…(i Gerosolimitani) spinsero così il Re ad innalzare il portico orientale”, che si
conclude con il decreto reale (lapidario anch’esso) di Agrippa II:“…respinse (il Re)
perciò la loro richiesta”.

Buona parte degli storici credenti riconosce “l’errore” dell’evangelista Luca (che
riferisce i miracoli degli Apostoli al Portico di Salomone), altri, viceversa, cerca di
porvi rimedio con tergiversazioni ingenue e superflue … Beh, vanno compresi! Non è così
facile ammettere di essere stati “dolciotti” e aver subito un lavaggio del cervello
basato sull’illusione della vita eterna.
Soprattutto coloro che, dopo essersi sottoposti, si sono dedicati ad una propaganda
capillare intesa a fare nuovi proseliti facendo il lavaggio del cervello ad altri: lo
chiamano, ipocritamente, “apostolato”…

“Il popolo fuor di sé per lo stupore (di un miracolo) accorse presso gli Apostoli al
portico detto di Salomone. Vedendo ciò Pietro disse al popolo: Uomini d’Israele, il Dio
di Abramo e Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi
avete rinnegato e consegnato a Pilato, mentre egli (Pilato) aveva deciso di liberarlo;
voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete ucciso l’autore della vita. Ma
Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni.” (At. 3, 11/15)

Inesistenti Apostoli, autori di miracoli e sermoni, inventati sotto un inesistente


portico: con una testimonianza simile anche gli atei non potranno esimersi dal credere
nella “Risurrezione di Gesù”.
Quando i Padri fondatori del nuovo “Credo” fecero scrivere a “san Luca” gli “Atti degli
Apostoli”, molto dopo l’epoca dei fatti narrati, non potevano che essere atei. Normali
uomini che, non avendo voglia di farsi venire i calli alle mani, per sbarcare il lunario
preferirono vendere un prodotto molto richiesto, allora come oggi: l’illusione della vita
eterna. Bastava promettere a uomini e donne di sopravvivere alla morte attraverso la
“risurrezione” … e la gente accorreva ad ascoltare quello cui aspirava.
Chiunque si inventa una divinità, contornandola di santi e profeti, facendo fare e dire a
tutti loro cose che, lui personalmente, sta creando con la fantasia … altri può essere se
non un ateo: un furbo ed ipocrita ateo…