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Fabrizio De André secondo la Pfm

FRANZ - A mio avviso, tra tutti i cantautori, Fabrizio De André è quello che più di ogni altro
è riuscito a infondere poeticità nelle sue canzoni. Noi lo conoscevamo da tempo - avevamo
già lavorato con lui alcuni anni prima - e così, quando un giorno d'estate lo incontrammo a
un concerto in Sardegna gli buttai lì l'idea di fare qualcosa insieme. La collaborazione tra un
cantautore e un gruppo era comune in America e a noi sembrava che con Fabrizio si
sarebbe potuto svolgere un buon lavoro, offrendo al pubblico italiano qualcosa di nuovo. De
André aveva avuto un'esperienza simile solo con i New Trolls, che per certi versi era stata
positiva e per altri no, perché erano rimasti due gruppi di lavoro abbastanza divisi. Non
c'era stata una fusione vera e propria. Diciamo che loro avevano suonato le cose di De
André e De André aveva avuto un gruppo che lo accompagnava, tutto qua. Noi invece
avevamo in mente qualcosa di molto diverso, un vero e proprio progetto di collaborazione
artistica, dove ognuna delle due componenti, il cantautore e il gruppo, avrebbe influenzato
l'altra. Glielo spiegammo, ma lì per lì non la prese molto bene.
"Eh belin!" disse, "suonate troppo forte!"
"Ma no, ci adattiamo a te!"
"Arrivate con tutti vostri watt e mi uccidete!"
"Ascolta" disse Franco prendendo la chitarra, "io 'Il pescatore' la vedo così. Un po' più funky,
un po' più allegra..." e si mette a fare un giro di accordi.
Fabrizio ascolta e sorride. "E la batteria? Questo qui picchia forte, non so...."
Ci volle un po', ma riuscimmo a convincerlo, forse anche perché riuscimmo a comunicargli il
senso del gruppo. Fare una tournée però lo spaventava un po'. In generale Fabrizio è una
persona un po' schiva e l'idea di affrontare il pubblico tutte le sere, di viaggiare con noi e
con tutto l'annesso, non gli garbava molto. Ma riuscimmo a trasmettergli la carica giusta. Gli
garantimmo comprensione e collaborazione e alla fine, stringendoci la mano, suggellammo
l'accordo.
Scegliemmo un trentina di pezzi e ci suddividemmo il lavoro. Era una strategia che serviva a
non tradire lo stile dei pezzi. Per esempio le canzoni più franceseggianti sono state affidate a
Patrick, perché essendo vissuto in Francia poteva arrangiarle in linea con il loro sound.
Franco invece prese i pezzi dove poteva fare valere la sua dimestichezza con la musicalità
della chitarra. A Flavio vennero affidate le cose che ci sembravano richiedere
un'elaborazione più complessa, perché dal punto di vista degli arrangiamenti era il più
preparato di tutti. Mettemmo su un bel gruppo di lavoro e dopo qualche mese il materiale fu
pronto. Ne era uscita una cosa nuova e un po' strana, dove la poeticità dei testi di Fabrizio e
le sue belle e pulite linee melodiche si sposavano con una musicalità sognante, piena di
immagini, invenzioni e colpi di scena. La cosa funzionò a meraviglia: i pezzi, completamente
rivisti e rielaborati, assumevano un sapore nuovo e più pieno, mentre il dialogo tra testi e
impasti sonori risultava continuo ed equilibrato. In questo contesto, la voce calda e
affascinante di Fabrizio non veniva per nulla sacrificata, anzi. Tutto infatti era stato studiato
nei minimi particolari affinché noi non lo coprissimo mai. Gli arrangiamenti erano
stemperati: quando lui cantava, sembrava di vedere un acquerello, un dipinto molto bello
dai colori tenui. C'erano però anche momenti in cui si partiva forte in modo da far esplodere
la carica musicale della PFM. Ne fummo tutti molto soddisfatti. Anche il pubblico dimostrò di
apprezzare quello strano connubio, tra due realtà che allora, in Italia, erano considerate
assolutamente incompatibili. Invece la nostra idea funzionò, dimostrando che anche un
cantautore può avere da guadagnare dalla collaborazione con un gruppo. E viceversa.
FRANZ - La grande lezione che imparammo dall'esperienza con De André fu constatare che,
quando si attaccava un pezzo, il pubblico si alzava in piedi a braccia levate. Lui cantava:
"Questa di Marinella..", e la gente: "Uaaaaa!!!", perché riconosceva subito il brano. Così
abbiamo capito che il testo, se racconta una storia, soprattutto una storia vera, personale o
poetica, fa vivere le canzoni molto più a lungo, in una dimensione più dilatata. Per dirla
brutalmente, io avrò fatto nella mia vita 2000 assolo di batteria, ma non credo che la gente
se li possa ricordare. Si ricorderà l'energia, si ricorderà l'entusiasmo, la forza, il vigore... ma
nessuno potrà mai cantarti un assolo di batteria e se vuole riviverlo deve riascoltarselo sul
disco. Tutti invece sono in grado di cantare la Canzone di Marinella, magari sotto la doccia,
senza strumenti o impianti hi-fi.
Tutto questo ci spinse a riflettere sul senso del canto all'interno del gruppo. Non si trattava
più del problema di avere un cantante di ruolo, ma di trovare un veicolo più diretto nel
contatto con il pubblico. Forse un front man, pensammo, una persona che possa traghettare
il gruppo verso il pubblico e viceversa. Soprattutto avevamo bisogno di canzoni a presa
rapida, che potessero lasciare un segno.
Storie di uomini di nuvole e di cicale
TV Sorrisi & Canzoni - 1990
Amato, amatissimo De André. Oppure detestato. Amato dal suo pubblico, che lo segue da
25 anni, e dai critici. Detestato da coloro che odiano quelle persone che non si tirano
indietro quando si tratta di giocare duro con le parole. A sei anni all'uscita del precedente LP
ecco "Le nuvole", un disco che ti accarezza e, subito dopo, ti prende a schiaffi. Di lui si è
scritto tanto: della sua pigrizia, della sua rabbia e della sua indiscussa genialità. Ecco cosa ci
ha raccontato il cantautore più poetico e "feroce" dei nostri anni.
"Le nuvole" arriva a sei anni di distanza dal precedente. Come sono cambiati i tuoi ritmi di
lavoro e di vita?
"I ritmi di lavoro non si sono dilatati se è vero che "Le nuvole" le abbiamo pensate, scritte e
registrate nel giro di due anni. Sono stati piuttosto gli accadimenti della vita a lasciarmi
poco spazio per le canzoni. D'altra parte non mi è mai successo di produrre ai ritmi di una
gallina ovaiola e farò di tutto perché ciò continui a non accadere".
Hanno scritto che "la nuvole" è il più bel disco mai pubblicato in Italia, che è un
capolavoro... Non ti imbarazzano questi giudizi?
"Non mi sono mai ribellato al parere dei critici e tantomeno intendo farlo nel momento in cui
la maggioranza di loro afferma che il mio nuovo album è un capolavoro. Che poi io ne sia
altrettanto convinto è un altro paio di mie particolarissime maniche".
Lo hanno anche definito un disco coraggioso. Sei d'accordo?
"Il coraggio è un'altra faccenda e ognuno di noi spera di non dover essere mai costretto a
esibirlo. Il mio è soltanto un contributo minimo, quello che noi tutti dovremmo dare, nel
segnalare, per quanto ci è possibile e nelle forme che ci sono usuali, tutti i pericoli grandi e
piccoli che minacciano la nostra convivenza civile".
Alcune fra le tue canzoni prendono spunto dalla cronaca, e "Don Raffaé" e "la domenica
delle salme" ne sono un esempio. Immagini e parole per raccontare delle vicende, come
facevano i cantastorie. Ti riconosci nella definizione di cantastorie?
"Nel caso di alcune mie canzoni direi di sì, non dimenticando che i cantastorie, pur svisando
la realtà, supplivano con la loro cronaca alla penuria di informazioni o alla loro totale
mancanza. Di certi episodi del passato non avremmo neppure una memoria fantasiosa se
non fossero stati fissati nelle loro note e nei loro versi. Oggi certamente non si tratta più di
supplire, oggi la stampa esiste e in molti casi ci è suggeritrice: si tratta semplicemente di
darle una mano".
Quel è il tuo rapporto con i mass media? Guardi la TV? Quali giornali leggi?
"Dal 1985 non mi perdo una telenovela, "Solo i ricchi ruttano", ho dovuto abbandonarla alla
trentacinquesima puntata per esaurimento delle lacrime. Scherzi a parte, continuo a
preferire la lettura e anche per quanto riguarda l'informazione sono costretto a integrare le
scarne notizie dei telegiornali con un paio di quotidiani e settimanali".
Rabbia e malinconia sono due sentimenti che si sentono nelle tue composizioni. La
cosiddetta ispirazione nasce per rabbia o malinconia?
"Non mi sembra di aver scritto soltanto canzoni rabbiose o malinconiche; agisco sul
materiale che ho sottomano e mi pare che nell'ultimo decennio il repertorio di cronaca non
sia stato tra i più felici. Ma appena il "tourbillon" di avvenimenti drammatici di cui viviamo
quotidianamente al centro dovesse darci un attimo di tregua, sono convinto che riuscirei a
ritrovare attenzione ed emozione per i problemi minimali di "Bocca di rosa" e di "Carlo
Martello".
Nelle tue canzoni ci sono molte rime. Da cosa nasce questa passione per le rime?
"L'uso della rima o dell'assonanza, per quanto mi riguarda, nasce dal bisogno spontaneo di
creare già nei versi un'unità armonica, un effetto sonoro autonomo e indipendente dalla
melodia cantata. Ciò è particolarmente utile nel caso in cui di una canzone si voglia
privilegiare il contenuto: le parole le cui sillabe siano assonanti o rimate contribuiscono a far
rimanere i versi più impressi. Anche da questo punto di vista non faccio che seguire la
tradizione dei cantastorie".
"Voglio vivere in una città dove all'ora dell'aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di
detersivo", dici in "La domenica delle salme". Quali sono i luoghi dove vivi bene?
"Dovunque si facciano prima di tutto dei doverosi "distinguo" fra gli spargimenti di sangue e
quelli di detersivo".
"Le nuvole" non è un disco da ballare o da cantare, ma da ascoltare. Puoi dare qualche
consiglio sull'ascolto? Come, quando e con chi?
"Sul fatto che non siano canzoni da cantare ho i miei dubbi, soprattutto per alcune. Sul
come, quando e con chi ascoltare il disco non ho nulla da suggerire; ognuno è libero di
ascoltare e di non ascoltare e se ascolta lo faccia come e con chi gli pare".
Secondo la tua esperienza, il pubblico che compra i tuoi dischi oggi è lo stesso che
apprezzava "La canzone di Marinella" e "La guerra di Piero"? E i ragazzi, quelli che forse non
conoscono le tue vecchie composizioni, che cosa amano del De André di oggi?
"Leggevo l'altro giorno una recente intervista a Octavio Paz, premio Nobel 1990 per la
letteratura. Diceva che "la nostra società ha elevato i numeri al ruolo di idoli". Non ritengo di
primaria importanza il numero delle copie vendute o quello degli ascoltatori, anche se non
dimentico di vivere con questo mestiere. Ritengo di primaria importanza che coloro che lo
ascolteranno siano stimolati da una maggiore attenzione ai problemi sociali del momento in
cui viviamo, perché l'eventuale soluzione di quei problemi riguarda anche me. Per quanto
concerne il tipo di pubblico, penso che l'interesse raccolto dalla "Guerra di Piero" negli Anni
Sessanta non dovrebbe discostarsi molto da quello che susciterà "La domenica delle salme"
negli Anni Novanta. Si tratta pur sempre di critica sociale e non esistono stagioni che ti
consentano di astenerti, di disinteressarti della società in cui vivi. Da un punto di vista
formale, può darsi che larga parte dei giovani non sia attratta da questo tipo di musica, da
questo tipo di confezione canzonettistica. D'altra parte io ho 50 anni e, pur apprezzandolo,
non riesco a fare dell'heavy metal".
C'è un filo che unisce le canzoni di questo disco? Che cosa sono "Le nuvole" che danno il
titolo all'album?
"Queste nuvole non sono da intendersi come fenomeni atmosferici: queste nuvole sono quei
personaggi ingombranti e dannosi della nostra vita civile, politica ed economica che io cerco
di descrivere, insieme ad alcune delle loro vittime, nella prima parte dell'album: sono i
personaggi che detengono il potere con tutta la loro arroganza e i loro cattivi esempi. I
protagonisti della seconda parte sono invece i figli del popolo i quali, nella misura in cui è
loro consentito dai potenti descritti nella prima parte, continuano tranquillamente a farsi i
fatti loro, rinunciando a quella protesta, a quella indignazione collettiva di fronte al
malgoverno, indignazione e protesta che io ritengo le condizioni irrinunciabili per non
rischiarci la democrazia. Il coro di cicale che chiude la prima parte del disco, e al quale io
stesso mi unisco, sta appunto a significare come tali nostre proteste e indignazioni stiano
sempre più assumendo il sapore di un vago e rassegnato cicaleccio".
La tensione morale nell'opera di Fabrizio De André
di Mario Luzzatto Fegiz
Prefazione a "Fabrizio De André". Raccolta di testi e musiche delle canzoni di FDA edito da
Ricordi nel 1991.
Raccogliere testi e musiche di Fabrizio De André in un volume ha un senso preciso: offrire
non solo una testimonianza della poesia per canzone (e dell'evoluzione della stessa nel
corso di vent'anni) di uno dei più grandi cantautori italiani e internazionali, ma anche un
valido strumento di consultazione per chi suona, da dilettante o da professionista. Il
secondo potrà ovviare a quelle interpolazioni che canzoni così famose da essere affidate alla
memoria e/o alla tradizione orale possono generare passando da esecutore a esecutore; il
primo troverà una stimolante palestra di versi e accordi su cui esercitarsi, soprattutto alla
chitarra. Più generazioni infatti hanno mosso i loro primi passi alla chitarra su canzoni di De
André come La guerra di Piero, La ballata del Michè, Marinella, il testamento.
Scorrendo la vasta (ma non immensa né sterminata, come lui stesso ama sottolineare)
produzione di questo "poeta per canzone" raccolta nel volume, ci si può rendere conto come
ad una estrema varietà di ispirazioni corrisponda una totale unità di stile e soprattutto una
tensione morale che rimane intatta nel tempo. Che si tratti della fine di Piero, spedito ad
una assurda guerra e ucciso da un poveraccio mandato come lui a morire su "un campo di
grano in un bel giorno di primavera", o che si tratti dell'indiano truffato, beffato e alla fine
sterminato dalla violenza dell'uomo bianco, De André recepisce e suscita emozioni intense.
L'amore per l'uomo in De André travolge, con sincero spirito anarchico, ogni legge o
convenzione umana: la tragedia di Michè condannato a vent'anni per un delitto d'onore che
si uccide in cella assume un valore assoluto ne più ne meno della singolare missione di
"Bocca di rosa" (espulsa dalla comunità perché le donne, quelle perbene, giudicano le sue
arti erotiche troppo destabilizzanti). Né esiste contrasto con l'approccio che De André ha con
argomenti "seri" quali le Sacre Scritture(La buona novella), la storia degli Indiani d'America
analizzata in parallelo a quella dei Sardi di oggi o a quella della sua gente (la repubblica
marinara di Genova) in Creuza de ma.
Nella storia, nel sacro, nel mistico De André riesce sempre a individuare anche i lati comici
paradossali, talora boccacceschi (da Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poiters a
Jamina) senza mai dimenticare la morale che da certi fatti scaturisce e la propria totale
simpatia per l'uomo, il suo libero arbitrio, la sua capacità di salvare l'individualità (e anche la
pelle) dal labirinto delle convenzioni, dal cinismo dei potenti, o dell'avversa sorte.
Per anni la critica ha insistito soprattutto sui riferimenti classici e colti della poetica di De
André, nonché sulla carica provocatoria verso istituzioni e borghesia dei suoi versi. Elementi,
intendiamoci certamente presenti nella produzione del cantautore, ma tuttavia forse meno
importanti della tensione morale, dell'amore per la gente e per il prossimo, dell'odio per le
prevaricazioni (siano quelle del potere o dei rituali della borghesia) fusi in un misticismo
profondo che lo porta a guardare, ammirato, il santo e l'amorale, intesi entrambi come
supreme espressioni del libero arbitrio. A proposito di amoralità: fu forse proprio una
canzone come La cattiva strada ad accreditare una sua immagine di "maledetto", fra
Bukovski, Prevert e via Pré. Ma il fascino discreto della trasgressione, è, tutto sommato,
poca cosa nella personalità artistica di De André: domina invece una capacità di riferimento
ai classici senza la minima sfumatura cattedratica, un impegno civile e politico che non è
mai paludato e tanto meno "parrocchiale", una scrittura musicale e poetica sempre chiara,
comprensibile, alla portata di tutti, fortemente funzionale al testo (e, da un certo punta in
poi, in fusione totale col medesimo).
La poesia per canzone, si sa, non sempre ha una vita, autonoma rispetto alla partitura. E
comunque la lettura dei testi soli viene scoraggiata da molti autori. De André è, in questo
senso, l'eccezione che conferma la regola: come non godere della capacità di sintesi di testi,
anche non notissimi, come Parlando del naufragio della London Valour dove "la radio di
bordo è una sfera di cristallo: dice che il vento si farà lupo e il mare si farà sciacallo ",
mentre sulla riva un grande zoo umano si gode l'agonia del rottame che si fracassa sugli
scogli.
Le mie note a margine
di Alessandro Gennari
Panorama", 19/9/96; Rubrica "Idee Spettacoli" pp. 152-153
Papponi e zingari, contrabbandieri e viados. Sono i personaggi del prossimo disco di De
André: "I vinti che amo" spiega a Panorama. Parlandone con un intervistatore molto
speciale, assieme al quale ha appena scritto il suo primo romanzo.
Un viado brasiliano, un contadino dell'entroterra genovese, le faide, un'alluvione, una
zingara sono fra gli argomenti di Anime salve, forse l'album più atteso nella lunga
discografia di Fabrizio De André, che uscirà il 18 settembre. Scritto in collaborazione con
Ivano Fossati, arrangiato in modo magistrale insieme a Piero Milesi, racchiude cinque anni di
riflessione e di lavoro su quelli che Fabrizio chiama "spiriti liberi", relegati al ruolo di
minoranze da una società sempre più omogenea e normalizzata. E ogni canzone sembra un
mondo a sé, grazie anche all'inserimento di sonorità esotiche e strumenti della musica
popolare mirabilmente integrati con l'orchestra.
L'attività di Fabrizio non si ferma qui: negli ultimi sei mesi abbiamo scritto a quattro mani
un romanzo che uscirà in novembre per Einaudi, dal titolo Un destino ridicolo. Ecco in sintesi
il metodo di lavoro: quattro mesi di preparazione della trama e quattro mesi di scrittura, io
la mattina, Fabrizio la notte (abbiamo bioritmi differenti) e insieme, il pomeriggio, la
revisione. L'idea era arrivata improvvisamente, un giorno dello scorso inverno, quando ci
siamo ricordati di esserci già incontrati, vent'anni fa, e di due nostri amici che si
conoscevano e insieme avevano tentato un grosso colpo andato male: un pappone
genovese e un contrabbandiere marsigliese. Amici a loro volta della ragazza che sarebbe poi
diventata Bocca di rosa nella canzone eponima. Eroi sconfitti, personaggi che inseguono
invano la gloria, il sogno, o una donna. Gli stessi che popolano Anime salve.
Domanda. È come se l'individuo, il caso degno di nota, si potesse ormai trovare soltanto
nelle minoranze…
Risposta. Il meglio di una cultura, se ci fai caso, viene sollecitato da persone che si trovano
in minoranza e che proprio per i loro doni vengono emarginate e all'occorrenza perseguitate.
Un esempio classico sono gli individui che nascono con caratteristiche esteriori appartenenti
a un sesso che non corrisponde alla loro identità più profonda. Ne parlo nella canzone
Princesa, che ho attinto da uno splendido, breve romanzo di Maurizio Janelli e Fernanda
Farias, in effetti una biografia.
Nella musica di "Princesa" infatti ci sono improvvise, brevi variazioni che danno l'idea di un
doppiofondo, di un "a parte", che viene temporaneamente recuperato con il ritorno della
strofa e nel finale si risolve in un bellissimo canto festivo con una ritmica nordestina, una
variazione rispetto al samba classico. In questa specie di carnevale sonoro, poi, hai inserito
un elenco di parole portoghesi, una successione di scene.
È il riepilogo dei passaggi fondamentali della vita della protagonista, un elenco di gioie e
sfortune incontrate nelle tappe delle sue varie metamorfosi: da bambino si trova ad
assumere comportamenti femminili, poi da femmina malriuscita corre all'incanto dei
desideri, tentando prima con mezzi chimici e in seguito attraverso una vertigine di anestesia
chirurgica di assomigliarsi, di corrispondere a un profondo desiderio che la vuole donna. Per
mantenersi esercita la professione più antica del mondo, finché per volere del destino si
trasforma ancora, e per l'ultima volta, da prostituta nell'amante ufficiale di un avvocato.
Questa è l'ultima metamorfosi; la musica, grazie anche e soprattutto a Ivano Fossati,
accompagna questa evoluzione passando da tonalità maggiori a minori e sottolineando in
quel martellare di cembali il miraggio della felicità, fino a ritornare all'infanzia brasiliana.
Anche "Smisurata preghiera", la canzone che chiude l'album e ne è la sintesi, è una specie
di salmo di invocazione e di imprecazione sulle minoranze. Ed è costruita a partire da testi di
Alvaro Mutis, che in una intervista televisiva ha dichiarato che occorre un talento
straordinario per sintetizzare un'intera opera in una sola canzone.
Sì, me l'ha detto anche a tavola. Gli ho risposto che dai suoi scritti si possono ricavare
centinaia di canzoni. E lui ha replicato: "Bene. Allora, cosa aspetti?".
Il tuo elogio delle minoranze presuppone una critica alla nostra società dei luoghi comuni.
Quale aspetto di essa ti pare più inumano?
Il fatto che gli uomini valgono meno delle monete. Infatti il mercato del denaro è libero:
schiacci un pulsante e trasporti patacas da Macao a Madrid, ne schiacci un altro e le
obbligazioni della Repubblica ceca finiscono a New York. Gli uomini no: prima di presentarsi
ai punti d'imbarco e sbarco devono attraversare oceani di folla e di carte bollate. Va già
bene che non abbiano ancora istituito il marchio a fuoco. Ma chi la produce, questa
ricchezza? Gli uomini, che purtroppo da questo punto di vista si dividono ancora in due
categorie: quelli che del denaro approfittano, quelli che devono rimanere fermi e controllati.
Allora c'è anche la categoria di quelli che controllano.
Infatti, Pasolini si chiedeva stupito che cosa poteva spingere certe persone ad assumersi
l'incarico di occuparsi dell'amministrazione dei propri simili. E si rispondeva dopo aver capito
che insieme all'amministrazione queste persone elette dal consenso popolare esercitavano il
potere. Assunto il quale, per quasi tutti coloro che erano assurti a tali vertiginose cariche,
l'aspetto amministrativo diventava inesorabilmente un quotidiano fastidio.
Tu ne conosci?
Guarda, li incontri già a scuola. Raramente sono i primi della classe, ma del primo della
classe sono untuosi amici. Hanno sempre la mano alzata, per farsi notare o per fare la spia.
Si scrivono le risposte sulle mani, sono ignoranti e superficiali ma mai impacciati, dal primo
giorno di scuola li vedi già seduti nei primi banchi guardare con timorosa, solerte attenzione
i professori, quasi per mettere in chiaro che, se di complicità si deve trattare, ne faranno
partecipi gli insegnanti, non certo i compagni.
E rispetto a loro come ti comporti?
Mi limito a osservare rendendomi testimone degli avvenimenti più felici e più drammatici,
degni di essere ricordati. E da osservatore mi rendo conto che nella necessità di scegliere è
meglio, malgrado tutto, essere governati da don Abbondio piuttosto che da don Rodrigo.
Nel frattempo…
La cosa che mi interessa al momento è il sogno di costruire una nuova struttura per ricevere
nel mio agriturismo almeno venti persone per notte. Mi esibisco malvolentieri in pubblico,
ma con l'intento di dare maggiore spazio ai miei ospiti in Sardegna farò una tournée tra
gennaio e marzo. Mi impegnerò comunque al massimo, per rispetto verso il pubblico e
anche perché non mi piacciono i lavori svolti in modo frettoloso e approssimativo.
Perché non ti piacciono i concerti in pubblico?
La nozione stessa di spettacolo si è deteriorata; una volta lo spettacolo era un avvenimento,
un fatto eccezionale. La televisione sta spettacolarizzando qualsiasi cosa, cosicché
l'eccezione, il sorprendente, si dovrà riandarlo a cercare, come del resto faccio, nei luoghi
più nascosti e segreti. Nella teoria di formiche che si arrampicano sulla corteccia di una
quercia, nel parto di una capra, parlando con te di romanzi e racconti o ascoltando la
conversazione di due contadini che parlano del tempo.
Fabrizio racconta Anime Salve (1)
Questo lavoro può sinteticamente definirsi come l'osservazione e la descrizione di svariate e
diseguali solitudini. Quella di chi scrive, che volontariamente si apparta dal contesto sociale
evitandone per quanto possibile i coinvolgimenti emotivi e gli aberranti schieramenti dettati
da convenzioni o convenienze.
Un estraniamento necessario per tentare una testimonianza, il più possibile equilibrata di
molte altre solitudini non vissute soltanto in funzione di una originaria libera scelta o di una
originaria diversità ma, proprio a causa di quella scelta e di quella diversità, imposte da un
mondo circostante e maggioritario che rifiuta di riconoscersi in quegli universi spirituali ed in
quei comportamenti differenti che appartengono alle infinite minoranze, costringendole in
uno status di isolamento più o meno tollerato.
Isolamenti o solitudini che vengono vissuti con dignità, con orgoglio e addirittura fierezza o
con il disperato sconforto di chi si sente abbandonato.
Il titolo dell'album si rifà all'etimo delle due parole, ANIMA e SALVO, e vuole mantenerne il
significato originario di SPIRITO SOLITARIO. Nel verso "mi sono visto di spalle che partivo"
della canzone omonima già si accenna al rifiuto della identità anagrafica, cioè del
personaggio costruito da una autorità che vuole imporre a ciascuno di stare al mondo al
proprio posto; la scelta della solitudine, ché in questo caso di autonoma scelta si tratta,
consente di non stare nel mucchio: la sola condizione idonea a non essere contaminati da
passioni di parte, uno stato di tranquillità dell'animo che permette di abbandonarsi
all'assoluto, alle sue immagini ed alle sue voci, interiori ed esterne, senza marchi posticci.
Ed il primo marchio che la società imprime consiste nell'impartire un sesso unico e definitivo
all'individuo senza tenere conto "del chiaroscuro dove si nasce", della complessità e del
malinteso che accompagnano la vita di tante PRINCESA; nella cosiddetta diversità si cerca
allora un riscatto, un modo per "correggere la fortuna" di fronte alla barriera delle
classificazioni sessuali. E l'emarginazione può essere il prezzo che si paga per assomigliare
al proprio desiderio. O alla cultura, laddove il potere ti impone fin dalla nascita la stigmata di
una cittadinanza, dell'appartenenza ad una nazione magari in vista di un tuo eventuale
futuro apporto in difesa dei suoi confini o nell'offesa di quelli altrui. Al contrario, se un
giorno ci trovassimo a scrivere la storia della pace, non potremmo dimenticare gli zingari
che a partire dalla citazione che ne fa Erodoto, girano il mondo da oltre venti secoli senza
armi. Il nomadismo dei KHORAKHANE' e di varie altre tribù del popolo Rom comporta
un'identità ridotta al nome, all'essenziale, intrisa di libertà, dove il controllo spetta soltanto
alla famiglia: l'economia delle pulsioni, la riduzione delle cose ad un principio unitario ed
assolutistico come lo Stato, nel movimento incessante risulta impossibile.
Può anche esistere uno status di isolamento, di autoemarginazione involontariamente vissuti
o volontariamente desiderati a seconda della lettura che si vuol fare di DOLCENERA: in
ognuno dei due casi, l'innamorato ed il tiranno (quando DOLCENERA voglia essere intesa
come metafora del potere) escludono ogni cosa che non si accordi alla loro passione, vivono
un sogno paranoico che elimina l'"altro", lo fa apparire o scomparire secondo i misteriosi
percorsi della propria follia, chiunque o qualunque cosa sia: la moglie di Anselmo o
l'alluvione di Genova nel 1972; quando l'"altro" è considerato come possibile ostacolo al
conseguimento del proprio fine, viene rimosso. Perfino il "tumulto del cielo" o lo straripare di
un torrente, "sbagliano momento" e l'amore, che non può arrivare all'appuntamento perché
coinvolto nello spettacolo dei vivi che si aiutano nella difficoltà del momento, viene vissuto
come presenza reale, rimuovendone l'essenza. La solitudine o meglio l'autoemarginazione
del protagonista di DOLCENERA è in apparenza la più difficile da sostenere come sinonimo di
libertà, eppure è opinione non solo di chi scrive che l'apice della libertà stessa sia
raggiungibile proprio attraverso la follia e ciò al di là di ogni valutazione di natura etica.
Di derivazione morale, cioè di coscienza collettiva o per meglio dire di cattiva coscienza
collettiva, è invece la solitudine, l'emarginazione del pescatore delle ACCIUGHE FANNO IL
PALLONE, al cui desiderio fa contrasto la povertà e la povertà è a volte la conseguenza del
vivere in una comunità che impone regole sbagliate, che non lascia all'individuo neppure lo
spazio per poter assomigliare a chi da quelle regole trae vantaggio: perché il pescatore di
acciughe le regole della società le accetta dal momento in cui il suo desiderio consiste nel
portare all'altare una donna che possa così diventare sua moglie; le accetta pur
conoscendole, nell'affidarsi al sogno di strappare alle fauci di un avido pesce grosso il mitico
pesce d'oro pescando il quale il suo desiderio potrebbe essere appagato.
Ma non tutti gli individui conviventi in una micro o macro società sono disposti a trasformare
il disagio in sogno, laddove "la corsa del tempo spariglia destini e fortune" mettendoli a
continuo confronto nella condivisione di uno spazio ristretto, nasce l'invidia; la
DISAMISTADE, la faida, nasce dal desiderio irrealizzabile di fermare il tempo e di eliminarlo
per riportare il mondo ad una ipotetica condizione originaria in cui tutti siamo uguali. La
faida consiste nel paradosso di ammazzare l'ultimo assassino e l'autorità interviene quasi
sempre a sproposito, giudicando frettolosamente in base a testimonianze equivoche,
penalizzando innocenti che scontata pena ingiusta diventano i nuovi luttuosi protagonisti
della carneficina: in particolare quel "disarmarsi di sangue" da parte dei componenti di due
famiglie è originato dalla costrizione alla convivenza all'interno di un esiguo territorio ma
quella manciata di case, quel piccolo paese con relativo tempio religioso non rappresenta
che il vetrino, la miniatura di più popolose società organizzate in territori di ben più vasti
confini.
Ed è proprio dall'antinomica DISAMISTADE che traggono la propria origine quell'elogio della
solitudine e quell'inno all'isolamento che sono il tema di tutte le altre canzoni dell'album.
Ché anzi nell'isolamento delle remote province dell'Impero dove i casolari sembrano
naufragare nello sterminato concerto della natura, ci si può ancora mettere d'accordo; lì
l'autorità del controllo centrale non arriva e fra gente semplice e comunque distante al
punto che l'incontro viene vissuto con l'entusiasmo di un avvenimento, il contratto si può
instaurare senza acrimonia seguendo la consuetudine di antichi rituali ricchi di rispetto e di
grazia e quindi di poesia: la CUMBA volerà di casolare del padre a quello dello sposo quasi di
nascosto, senza lasciare segni di torti o risentimenti.
Il contrasto dell'autorità, in questo caso quella paterna, ai desideri del giovane contadino
protagonista di HO VISTO NINA VOLARE, determina in lui una condizione di isolamento, di
totale abbandono: eppure si tratta di desideri più che normali che si esternano nel semplice
tentativo di rassomigliare a se stessi, come negli attori di PRINCESA, delle acciughe o di
KHORAKHANE'. In questo caso il desiderio di diventare adulto che trova ostacolo nella paura
dell'autorità del padre, si risolve in un primo momento nella determinazione dell'adolescente
a fuggire per recuperare da solo il proprio diritto a diventare adulto ed in seguito si sublima
in quella solitudine che lo mette a contatto con l'Assoluto nel contemplare il mistero della
creazione: "quale sarà la mano che illumina le stelle". Anche in questo caso la situazione di
isolamento, di estraniazione dall'"altro" produce una crescita, una maturazione spirituale
che si può ottenere trasformando l'apparente disagio dell'abbandono in una libera e statica
contemplazione.
SMISURATA PREGHIERA è l'epitome del disco, la summa dei tracciati che lo percorrono. Ed
è ancora un affresco sulle minoranze, sulla necessità di difendersi da parte di chi non
accetta "le leggi del Branco", su coloro insomma che devono pagare per difendere la propria
dignità: gli unici che attraversando l'emarginazione e la solitudine riescono ancora a
"consegnare alla morte una goccia di splendore". La musica dell'intero CD segue il
nomadismo delle parole (italiano, romanes, brasiliano e genovese) e dei personaggi
attraverso l'impiego di strumenti di diversa origine organica e di varia geografia conferendo
all'intero lavoro i connotati di un linguaggio sincretistico dalle sonorità etnico-classiche.
Fabrizio racconta Anime Salve (2)
Fabrizio De André entra nello spazio Gucciardini, a Milano, alla fine dell'ascolto del suo
nuovo album "Anime Salve" e della proiezione del video di "Ho visto Nina volare". Un
applauso fragoroso saluta il suo ritorno sulle scene dopo quasi sei anni (tanti ne sono
passati dall'album "Nuvole").
"Sono qui solo per ringraziarvi" dice. Ma poi risponde alle domande dei giornalisti per oltre
venti minuti. All'inizio ringrazia tutti quelli che hanno lavorato al suo album (dal
percussionista Naco, morto all'inizio dell'estate all'arrangiatore Piero Milesi, fino alla
compagna Dori Ghezzi e ai figli Cristiano e Luvi De André).
Ringrazia anche Fernanda Pivano ("Per avermi fatto scoprire Edgard Lee Masters") e l'amico
Beppe Grillo ("Ha sostituito in questi anni l'assenza di mio fratello"), entrambi presenti.
A chi gli chiede se il disco è un elogio alla follia come esempio massimo di libertà, De André
risponde: "Il massimo della libertà è il potere fuggire da ogni regola precostituita. E in
questo senso il folle è libero. Ma il mio non è un elogio alla follia, l'ha già fatto un certo
Erasmo. Comunque non capisco come chi esercita il potere non si renda conto di non essere
anche lui libero. Chi esercita il controllo sugli altri, infatti, non è libero. Basta vedere come
certe madri vanno in apprensione per i figli, perdendo così ogni libertà. Eppure ci sono
ancora del matti che si divertono ad esercitare il controllo sugli altri".
Il suo è quindi un elogio alla solitudine?
"Io sono uno che sceglie la solitudine. E che come artista si fa carico di interpretare il
disagio rendendolo qualcosa di utile e di bello. E' il mio mestiere".
Ma questo è un disco più anarchico o più mistico?
"Non c'è molta distanza tra certo anarchismo e certo misticismo. L'anarchismo affonda le
sue radici nel cristianesimo, visto che il Cristo filosofo è stato il più grande anarchico di tutti
i tempi insieme a Socrate. La solitudine a cui inneggio, comunque, non porta all'egoismo ma
diventa un mezzo per aiutare gli altri. Credo infatti che chi non sa aiutare se stesso non
possa aiutare gli altri".
Il suo elogio delle minoranze fa venire in mente anche la Lega...
"Io credo che ogni piccola etnia abbia diritto all'autodeterminazione, ma bisogna vedere
come la chiede. Bisogna che si comporti da minoranza, mentre la Lega è una minoranza che
si comporta da maggioranza, assumendone tutti i difetti".
Ma lei cosa ne pensa delle posizioni della Lega?
"A me piacerebbe tornare ai liberi comuni, alle città stato".
A questo punto l'anarchico De André parla del potere.
"Mi fa paura questo sistema che considera gli uomini meno importanti dei capitali: tant'è
vero che i primi sono molto meno liberi di circolare dei secondi. E' una cosa ignobile e
pericolosa".
Com'è andato veramente il rapporto con Ivano Fossati?
"Benissimo. Ci conosciamo e ci stimiamo da vent'anni. Lui ad un certo punto ci ha lasciati
perché doveva lavorare al suo nuovo album. Tutto qui. Stasera non c'è perché ha pensato
che questa doveva essere la mia serata, così a preferito stare a casa".
Lei dice che il suo album è una testimonianza di molte altre solitudini, ma anche un inno alla
solitudine. Non c'è il rischio che diventi anche un inno all'egoismo?
"No. Il mio è un inno alla solitudine come possibilità di riscatto da situazioni di disagio. Il
primo grande disagio l'uomo lo prova al momento della nascita quando passa dall'acqua
all'aria. Il secondo quando si rende conto che il suo destino è morire. Alcuni, poi, ne vivono
un terzo: il disagio dell'isolamento. Ebbene, secondo me, chi passa attraverso questi tre
disagi matura spiritualmente. La solitudine porta a contatto con l'Assoluto".
La sua è una solitudine più anarchica o più mistica?
"In fondo non c'è molta distanza tra certo anarchismo e certo misticismo. L'anarchismo
affonda le sue radici nel cristianesimo, visto che il Cristo filosofo è stato il più grande
anarchico di tutti i tempi insieme a Socrate. La solitudine a cui inneggio, comunque, non
porta all'egoismo ma diventa un mezzo per aiutare gli altri. Credo infatti che chi non sa
aiutare se stesso non possa aiutare gli altri".
Quando partirà il tour?
"Il 20 gennaio e andrà avanti fino al 20 marzo. Con me ci saranno i miei figli, Cristiano e
Luvi. Dori Ghezzi no: bisogna che qualcuno stia a casa. Comunque vorrei che mi aiutaste
convincerla ad usare più spesso e non solo nei miei dischi al sua splendida voce".
Poi, De André chiama l'amico Beppe Grillo presente. E lui dal fondo della sala gli risponde:
"Non vengo. Ti ho già tradito per Mina (ha appena inciso un duetto con la tigre di Cremona -
ndr)". E De André di rimando: "Beppe è un grandissimo cantante di rhythm and blues". E
lui: "Comunque una delle ragioni per cui non farò mai un disco è che non poteri mai fare un
incontro come questo. Ma come fai?". La conferenza finisce così, tra i sorrisi.
Fabrizio racconta anime salve (3)
Di Cinzia Marongiu
Fabrizio de Andrè ha accettato di parlare del suo ultimo disco uscito a sei anni di distanza da
"Le Nuvole". Fra un tiro all' ennesima MS blu, una battuta in gallurese ed un gesto
impaziente a tirarsi indietro i capelli fini e castani, da eterno ragazzo:
Ha definito il suo disco come la descrizione di svariate solitudini. La sua è una solitudine
cercata. Di cosa la nutre ?
"Di letture, di meditazione e di confronto con la memoria. Il ricordo del passato si distorce
nella misura del tempo ed è interessante cercare di capirne il motivo, anche con l' aiuto di
fotografie o di vecchie lettere. Coltivando la solitudine non sei ricattabile, non sei coinvolto
dalle pulsioni di gruppo, di chi ti ronza intorno dandoti e chiedendoti consigli o proponendoti
affari."
E gli svantaggi? Ce ne sono ?
"Sono soprattutto di natura economica .Non puoi approfittare della benevolenza e dell'
appoggio del clan,del partito politico,della parrocchia. Ma non sei obbligato ai compromessi,
alla regole. In arte, al contrario, da tempo mi sento gravato da notevoli responsabilità,
anche morali, nei confronti di chi mi ascolta .
Tendo quindi a dividere questo peso collaborando con chi sento a me affine, sia
spiritualmente, sia artisticamente, avvalendomi cosi di un'ulteriore censura."
I protagonisti di "Ho visto Nina volare ","Princesa",Khorakhanè", "Le acciughe fanno il
pallone" cercano semplicemente di rassomigliare a se stessi. Lei nel corso della sua vita ci
e` riuscito ? E com'è Fabrizio de André ?
"Ci sto appena riuscendo, anche perché da poco tempo comincio a conoscermi. E` un
ritorno all' infanzia , il sentirsi protetto dal circostante,l' abbandonarsi alle infinite voci della
natura, verso cui ti accorgi di essere stato sempre , in competizione, se non in conflitto.
Vivo con una donna di cui rispetto, e che rispetta il comune desiderio di estraniazione e che
mai mi verrebbe a parlare di mare mentre io sto pensando alle nuvole. Vivo in un paradiso
di acqua e di aria pulita, circondato da foreste, da essenze vegetali e da animali di cui
osservo le abitudini senza chiedermi il motivo.
Il motivo è semplicemente la vita."
In "Khorakhane`" parla di una tribù Rom. Cosa l' affascina negli zingari ?
"I dizionari di psicologia definiscono il continuo spostarsi senza altra meta che non sia lo
stesso movimento, "dromomania", attribuendole il significato di fuga dall'angoscia. Posso
accettare la definizione se per angoscia si intende il timore della morte, ma ben venga
questo popolo che la esorcizza con il suo eterno viaggio intorno al mondo. Senza armi."
Un giudizio che tiene conto del fatto che alcuni di loro rubino per vivere ?
"Certo, vero, gli zingari rubano. Neanche loro possono sottrarsi a quell'impulso al
saccheggio che è nel DNA della razza umana. Però non mi è mai capitato di leggere o
sentire di uno zingaro che abbia rubato tramite banca."
I suoni di questo disco arrivano e guardano in ogni direzione. Da dove è partita la ricerca ?
"È una ricerca di cui non ho l'intero merito. Anzi ne ho una modesta parte. Arriva da molto
lontano, dall'attenzione che ho prestato nel volgere degli anni alle esperienze altrui, da tutti
i musicisti e i gruppi con cui ho collaborato. A partire da Reverberi e dai New Trolls per
arrivare a Fossati e Milesi, attraverso il confronto con Piovani, Pagani e la PFM. Ognuno ha
portato il suo contributo, facendo sì che in questo disco si riunissero diverse tendenze e
svariati generi."
Lo si può definire in disco etnico?
"Non lo si può definire etnico perché emergono troppi elementi classici, non lo si può
etichettare come classico per il motivo opposto. Ma non mi sento neanche di classificarlo
come un disco pop, perché nel pop difficilmente convergono in misura cosi definita elementi
della musica etnica e di quella classica. Non mi resta che non definirlo, a meno che non mi
si voglia far passare questa definizione: è un disco fuori genere."
Portoghese, genovese, romanes: in che modo le lingue utilizzate nel disco seguono il
contenuto dei brani ?
"In modo estremamente naturale .Cosi come nel ricordo dell' alluvione che sommerse
Genova nel '72 mi e` sembrato quasi doveroso inserire il genovese,alla stessa maniera ho
voluto sottolineare la storia di un viado brasiliano che recitasse in portoghese una serie di
vocaboli emblematici del percorso della vita di "Princesa".E sempre per la stessa ragione ho
affiancato alla voce del vecchio zingaro che narra le proprie esperienze il canto di una donna
in romanes, la lingua di origine sanscrita con cui si esprimono i Rom"
La letteratura come fonte primaria di ispirazione. Si riconosce ?
" No.Solitamente traggo ispirazione dalla vita ,mia o degli altri.Anche se in qualche
occasione i sono ispirato direttamente a fonti letterarie: e` il caso dell' album tratto dallo
'Spoon River' di Masters e di pochi altri episodi, tra i quali 'Smisurata Preghiera' , l' ultima
canzone di Anime Salve, il cui testo èuna sintesi del pensiero letterario di Alvaro Mutis. "
So che ha appena finito di scrivere il suo primo romanzo. Di cosa si tratta?
" Non èil mio romanzo, o almeno lo èsoltanto per metà. Lo abbiamo scritto Alessandro
Gennari ed io. Il nostro romanzo si chiama 'Un destino ridicolo', è la storia di tre uomini che
il caso fa incontrare a Genova. Tentano un colpo che andrà male dal cui esito negativo
nasceranno occasioni di fortuna per altri personaggi, tra i quali gli stessi narratori,
Alessandro ed io."
Quando uscirà in libreria ?
" Credo il 22 novembre. Sara` pubblicato da Einaudi."
Secondo lei, la canzone è un genere letterario?
" Io intendo per letteratura l'arte di raccontare. Da questo punto di vista la canzone è
sicuramente un genere letterario che aggiunge alla narrazione la suggestione del canto. È
bene non dimenticare che l'intera opera poetica di Omero era cantata e cosi si può dire di
quasi tutta la poesia trovadorica."
Quali sono gli scrittori a cui è più affezionato ?
"Sarebbe un elenco troppo lungo. Preferisco quei romanzieri che da giovani hanno scritto
poesie, come Bufalino, Samarago e lo stesso Mutis."
Che cosa pensa dell' idea di assegnare a Dylan un Nobel?
"Bob Dylan è un grande artista e come tale merita un riconoscimento di livello mondiale.
Che glielo si voglia dare come poeta o come cantautore non fa molta differenza dal
momento che non esistono arti maggiori e arti minori. Esistono invece artisti maggiori e
artisti minori."
A quando la tourneé ?
"Dovrebbe essere tra la fine di Gennaio e i primi di Aprile del '97. Ci saranno anche i miei
figli Luvi e Cristiano."
A proposit , tutti e due e sua moglie hanno collaborato al disco. Com' è nata l' idea ?
"Niente di straordinario. Siamo evidentemente una famiglia di artisti e trovo logico che ci si
dia una mano."
Che cosa pensa delle lusinghiere critiche rivolte a Dori Ghezzi su alcuni quotidiani ?
"Curiose vicissitudini e imbarazzi di natura emotiva l'hanno portata ad abbandonare il canto.
Ogni volta che ci riprova dimostra di possedere doti interpretative eccelse sulle quali non ho
mai avuto dubbi. Rispetto totalmente le sue scelte ma continuo a sperare che ci ripensi"
Cosa la lega alla Sardegna?
L'aver ritrovato l'ambiente naturale della Liguria cosi com'era nell'immediato dopoguerra.
Inoltre, pare che il più antico insediamento in Sardegna sia stato operato da uomini dell'era
neolitica provenienti da Finale Ligure: i reperti sono stati portati alla luce nell'isola di Santo
Stefano, nell'arcipelago di La Maddalena. Un motivo in più per sentirmi a casa."
L' azienda agricola ricoprirà sempre più importanza nella sua vita ?
"Si, credo proprio che finirò per fermarmi qui, cercando di creare le condizioni ideali ad un
lentissimo passare del tempo".
Un poeta contemporaneo
di Gisella Castellina
News ITALIA PRESS

"Appartarsi il più possibile. Solo attraverso la solitudine possiamo leggere in noi stessi e
riprendere contatto con ciò che ci circonda. Risolte le nostre situazioni interiori saremo forse
in grado di risolvere grane più grandi". Dialoga con il pubblico Fabrizio De André durante i
suoi spettacoli (limitativo parlare di concerti), regala perle di saggezza semplici, immediate,
non solo tramite la forza delle sue canzoni. Un inno alla solitudine, "Anime Salve", l'ultimo
lavoro, dedicato a tutti i diversi e approdato sul palco del Palastampa martedì 25 marzo.
Grande cura per la scenografia ispirata a un paesaggio marittimo con scogli e vele mosse
dal vento, due ballerini che incantano con la loro mimica, giochi di luci con il rosso sempre
predominante, i musicisti tutti in nero. Due ragazzi pieni di talento, Cristiano e Luvi che, che
"...per puro caso portano il mio stesso cognome". E le sue canzoni. Quelle recenti di "Anime
Salve", e le sue vecchie poesie in musica. Il commento prima di ognuna di loro: "Quando
l'uomo si aggrega e inizia a guardarsi attorno nasce il sentimento dell'invidia che porta alle
faide, in sardo disamicizia, DISAMISTADE.." Il commento alle canzoni di creuza de mà,
album in dialetto genovese uscito 14 anni fa: "In quel periodo uscirono dei pezzi stranieri
terribili, ho pensato: incomprensibile per incomprensibile, tanto vale far rivivere il dialetto,
devo dire con grandi lacrime dei discografici. Invece il disco andò bene..". E il commento
finale alle canzoni dei suoi 20 anni, La canzone di Marinella, Andrea, La guerra di Piero, Via
del Campo: "Di allora rimpiango l'ingenuità e l'entusiasmo. Dall'entusiasmo nascono piccoli
miracoli o grandi stronzate..". Nel caso di De André, nessuna piccola stronzata, solo grandi
miracoli....

Quattro mani per nove ballate


di Roberto Gatti
L'espresso 19/9/96

SUL MURO DI FRONTE ALLA casa milanese di Fabrizio De André un bel manifesto a colori,
sicuramente affisso ai primi di maggio, annuncia ai passanti distratti l'uscita del nuovo
album di Ivano Fossati, "Macramè": e forte è il sospetto che quel poster non sia stato
collocato lì a caso. Forse vuol ricordare che i due cantautori hanno lavorato gomito a gomito
alla stesura di quasi tutte le canzoni dell'ultimo ellepì di Fabrizio: in uscita il 18 settembre, a
sei anni esatti di distanza da "Le nuvole". Il nuovo album s'intitola "Anime salve" e contiene
nove canzoni, per un totale di 46 minuti abbondanti. I testi sono redatti con il cipiglio
consueto, noto fin dal tempi lontani della "Ballata di un impiegato", e le musiche continuano
a svolazzare sopra quella terra di nessuno che sta fra Genova e Parigi, il Mediterraneo e il
lago Balaton: come accadeva anche a "Creuza de ma", l'album della svolta etnica.
Il primo brano si chiama "Princesa", una canzone in forma di ballata che racconta la
sconvolgente vita di un transessuale brasiliano. Una storia vera liberamente tratta dal
romanzo-intervista raccolto nel carcere di Rebibbia dal brigatista Maurizio Jannelli dalla voce
di Fernanda Farias, la "Princesa" della canzone (edizioni Sensibili alle Foglie). Il pezzo
ricorda una storica ballata del primo De André, come "Bocca di Rosa". Allora la protagonista
era una puttana. Adesso un travestito. I tempi sono cambiati. L'ultima canzone ha un titolo
alquanto ineffabile, "Smisurata preghiera", e versi in splendida sintonia: "Ricorda, Signore,
questi servi disobbedienti alle leggi del branco". E anche per questo il regista Sergio Cabrera
l'ha voluta inserire nel suo film "Ilona arriva con la pioggia", appena proiettato a Venezia.
Però in lingua spagnola, "Desmedida plegaria": dal momento che sia il film che la canzone
trovano il loro terreno di coltura nelle opere di Alvaro Mutis, il grande scrittore colombiano.
Partiamo proprio da Mutis. Come è arrivato a conoscerlo?
"Per una di quelle gradevoli coincidenze che il destino, ogni tanto, si diverte a mettere in
scena. Nel 1991 il mio amico Vittorio Bo mi regalò un suo romanzo, "La neve
dell'ammiraglio", che trovai semplicemente straordinario. Allora cominciai a divorare tutti i
altri suoi scritti, e quando arrivai alla raccolta di poesie "Summa di Maqroll-il gabbiere" presi
il coraggio a quattro mani: gli domandai se avesse nulla in contrario a che mi appropriassi di
qualche pezzo pregiato della sua sterminata gioielleria, per incastonarlo in una canzone che
avevo in mente. In questo modo è nata "Smisurata preghiera", e devo confessare che mai
parto fu tanto soddisfacente".
Anche l'incontro con Cabrera può essere ricondotto a una "semplice danza del destino",
come direbbe Bob Dylan?
"Naturalmente. Lui stava già lavorando a "Ilona arriva con la pioggia", quando, un bel
giorno, gli capita sotto gli occhi la notiziola riportata da un quotidiano: dalla quale apprende
che abbiamo in comune la medesima ispirazione letteraria. Ci troviamo, chiacchieriamo un
bel po', e alla fine mi chiede se può utilizzare la canzone che sto scrivendo per i titoli di coda
del suo film. Gli dico di sì, ci mancherebbe altro. E così comincia anche il secondo atto della
danza".
Il terzo dovrebbe riguardare li suo incontro con Ivano Fossati...
"Infatti. Ci conosciamo da vent'anni, ci annusavamo già da tempo. Forse perché amiamo gli
stessi autori, per esempio Gesualdo Bufalino, o forse perché siamo due solitari: anzi,
creature della notte: ed è veramente piacevole collaborare con chi, come me, fatica a
svegliarsi prima delle due del pomeriggio. A questo, ovviamente, occorre aggiungere la mia
stima incondizionata nei suoi confronti. Ivano possiede una capacità stupefacente di cucire
fra loro musica e parole. Di fare musica cantata, insomma...".
Non c'è dubbio. Ma i giornali hanno anche parlato di notevoli screzi fra di voi. Di un feeling
non sempre armonioso.
"Niente di più falso. L'avranno scritto perché, forse, hanno male interpretato le nostre
discussioni di carattere musicale: non è un mistero per nessuno che Ivano ami soprattutto il
jazz, mentre io prediligo la classica. Ma litigare con lui è assolutamente impossibile. Dirò di
più: questo è l'unico punto su cui, entrambi, siamo in totale disaccordo con quel che afferma
Bufalino: "Non si può diventare amici se non si è coetanei". Non è così. Io ho una decina
d'anni più di lui, ma riusciamo ugualmente a stimarci e apprezzarci. Lui sopporta di buon
grado le mie geremiadi sui disastri della prostatite, e io tutte le sue disquisizioni a proposito
di nuovi amori e nuovi viaggi. A un'amicizia disinteressata, non si può davvero chiedere
molto di più".
Questo, insomma, è lo zoccolo duro su cui avete edificato l'album senza nome...
"Sì. E' stato un gioco di botta e risposta, Ivano al pianoforte e io alla chitarra Certo, in
alcune canzoni si sente la mia prevalenza, in altre la sua. Ma, nel complesso, il lavoro è
stato pensato, architettato e realizzato a quattro mani. Senza alcun ammiccamento, al
contrario di quanto era avvenuto in passato".
A che cosa si riferisce, in particolare?
"A un paio di episodi del mio album precedente, "Le nuvole". Lì, senza magari esserne del
tutto cosciente, qualche piccola astuzia me l'ero concessa. Per esempio la poesiola iniziale,
che è piaciuta tanto al bambini: e che mi ha permesso di vendere più dimezzo milione di
copie del disco, una quantità per me straordinaria. O la stessa "Don Raffaé", che tutti hanno
immediatamente interpretato, con piena ragione, come una canzone essenzialmente
politica. In questo disco, invece, la politica è sempre presente, ma molto metaforizzata. Sta
rigorosamente dietro le quinte, insomma, e cede il ruolo di protagonista ad altri attori ben
più dignitosi. Come è giusto che sia".
In parole povere, il destino ritorna di nuovo in scena...
"Certo. E devo dire che non trovo alcuna contraddizione di rilievo tra questo senso
dell'immanenza e i postulati fondamentali della mia fede anarchica. Se, come diceva quel
tale, la vita è una lunga fuga dalla nascita, più che una corsa verso la morte, allora tanto
vale trasformare questa angoscia perenne in un sentimento positivo: per sé e per gli altri.
Detto in termini brutali, la merda è sempre merda. Ma se la smettiamo di tirarcela in faccia,
e cominciamo invece a utilizzarla per coltivare fiori, allora diventa infinitamente più utile.
Addirittura gradevole".
Mi par di capire che, in questi ultimi anni, il destino le ha riservato altre sorprese...
"Certo. La prima, assolutamente positiva, riguarda il libro che sto scrivendo a quattro mani
con Alessandro Gennari, l'autore di "Le ragioni del sangue". Si tratta di un romanzo
apparentemente leggero, che parla di tre balordi - un sardo, un genovese e un mantovano -
che tentano un colpo che poi andrà a finire male. Un romanzo nato per caso, diciamo così:
in seguito a un'amicizia vecchia di vent'anni - avevo conosciuto Gennari a Mantova, nel
1975, perché la sua faccia era identica a quella di mio figlio Cristiano - e ravvivatasi negli
ultimi mesi. Dopo la sua vittoria al Premio Bagutta nella sezione Opera prima".
E la sorpresa negativa?
"Quella riguarda il fatto che, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di darmi delle
scadenze. Vede, il mio contratto con la Bmg-Ricordi prevede altri due dischi, oltre a questo
in uscita: e in un momento di grande entusiasmo ho accettato di pubblicare il primo nel
2000 e il secondo nel 2003 Non so se ho fatto bene, visto che i tempi mi sono sempre
andati un po' di traverso. Ma, d'altra parte, ormai è troppo tardi per piangere sui latte
versato. Qualcosa accadrà".

Ho trovato una canzone tra le nuvole


di Pietro Acquafredda
Specchio 30/11/96

Sei anni di silenzio e dl lavoro. Qualche rarissima apparizione in pubblico. Una lunga
stagione di isolamento, di creazione e di avventura. Ma ora, sul finire di questo 1996,
Fabrizio De André come per un incanto ha rotto gli indugi: prima un disco, Anime salve,
tante volte annunciato e tanto sospirato dai suoi fans. Poi anche un libro, Un destino
ridicolo, scritto a quattro mani con un amico psicoanalista e scrittore, Alessandro Gennari. E
non è finita qui: per il '97 è prevista anche la tournée che porterà De André in giro per
l'Italia. Ma anche se cambia il ritmo della vita, il suo sguardo pacato, il suo modo di
soppesare le parole restano invece quelli di sempre. E se gli domandi cosa c'è di speciale, di
straordinario nel suo mondo ti risponde così:
"Al di fuori dei miei sogni. del mio contatto con qualcosa che altri hanno voluto definire
"assoluto", vivo normalmente come credo la maggior parte dei miei simili. Delle mie canzoni
non mi ritengo neppure totalmente responsabile: vengono con le idee, forse sono idee, forse
qualche altra cosa che non so definire".
Ma come nasce, come si diventa cantautore? Ad esempio, come nacque il De André
cantautore?
"La mia famiglia, dal lato paterno, è di origine francese: provenzale perla precisione. Mio
padre, durante l'intero arco della vita, non perse mai i contatti con i luoghi d'origine.
Ritornando dai suoi viaggi portava a me e a mio fratello Mauro qualche regalo, in particolare
dischi di musica popolare. Fra questi, a 14 anni, scoprii le canzoni di Brassens. A scuola, al
contrario di mio fratello, non primeggiavo. Così in famiglia avvertivo un clima di
competizione, che mi metteva ansia".
E la sua vocazione musicale scaturisce da quest'ansia?
"Da un certo senso sì. Lo specchio in cui riflettevo le mie angosce era rappresentato da mia
madre. La quale nel 1954 pensò di regalarmi una chitarra e trovò anche un maestro
colombiano che mi insegnasse a suonarla. Posso dire che i doni di mia madre e di mio padre
si sommarono miracolosamente per indirizzarmi a quello che gli altri riconoscono come mio
mestiere".
La sua scelta di diventare cantante venne accettata senza problemi in famiglia?
"All'uscita del mio primo disco mia madre si dimostrò subito entusiasta. Mio padre lo fu solo
qualche anno dopo, quando, stando già fuori casa, avevo dimostrato di sopravvivere più che
dignitosamente con un'attività che ai tempi veniva considerata più un espediente che un
vero lavoro".
Lei parla di suo padre con una sorta di venerazione. Quanto è stato importante per lei
questo rapporto?
"E' una persona di cui parlo molto volentieri. Si laureò in Lettere a Torino studiando di notte
e lavorando di giorno per pagarsi gli studi. Dove riuscisse a trovare il tempo per dormire
non me lo ha mai raccontato. Tra i frammenti dei tanti ricordi che mi confidò quando negli
Anni Settanta diventammo intimi amici, ce n'è uno che ricordo nitidamente. Quando le leggi
razziali vennero estese anche in Italia, mio padre ricevette la visita di due gentiluomini che
lo pregavano di stilare l'elenco degli studenti di origine ebraica che frequentavano la sua
scuola a Sampierdarena. Mio padre li rassicurò. Poi il mattino seguente fece il giro delle
classi raccomandando a tutti i ragazzi che avevano ascendenti ebrei di rifugiarsi da qualche
parente in campagna fino alla fine della guerra. Un paio di giorni dopo i due compari si
fecero di nuovo vivi, intimandogli di seguirli, perché il questore desiderava parlargli. Lui li
tranquillizzò. Chiese solo di poter avvertire la segretaria. Naturalmente li ingannò e uscì da
una porta secondaria. E i fascisti devono ancora trovarlo adesso...".
Poi, dopo la guerra, entrò in politica...
"Sì, divenne vicesindaco di Genova nelle file del partito repubblicano. I comunisti
tappezzarono la città con un fotomontaggio in cui appariva vestito da prete. Per lui fu uno
choc, ma confesso che io e mio fratello ci facemmo - naturalmente di nascosto - un sacco di
risate. Poi si schierò con il presidenzialismo di Pacciardi e venne espulso dal partito. La
motivazione suona ancora al mio orecchio come la nota di un corno stonato: "Indegnità
politica". A proposito, signor La Malfa junior, dal momento che avete riabilitato Pacciardi,
perché non fate lo stesso per mio padre?".
Torniamo a lei. Cosa resta del contestatore di un tempo?
"La politica in questo momento e in questo Occidente che ha scelto il capitalismo non solo
come sistema economico ma anche come teorema filosofico e morale, non esiste più. Chi
guida il Paese, chi muove le leve dell'informazione è il grande capitale. I numeri sono
diventati più importanti degli uomini. Chi paga le conseguenze
più dure sono le minoranze politiche, religiose, culturali o anche solo comportamentali:
proprio quelle da cui si potrebbero attingere nuove idee".
Questo influisce anche sulla musica. Si scorge una certa stanchezza e una povertà di
ispirazione...
"La poesia e la canzone non hanno mai goduto di tangibili privilegi. Non è quindi una
genetica mancanza di ispirazione quanto la scarsa considerazione da parte dei
contemporanei ad ingenerare in molti artisti una profonda sfiducia nel proprio lavoro. Gli
uomini sono tutti potenziali artisti, ma devono fare i conti con esigenze di vita che con il
tempo si sono moltiplicate, trasformando semplici orpelli in insopprimibili necessità. Per gli
artisti troppo ricchi vale il discorso contrario. E, nel nostro tempo, cantanti e autori ne sono
un innegabile esempio: avendo troppo coltivato il gusto per il superfluo e dato eccessivo
riscontro alla parte più rozza della loro esistenza hanno perduto, insieme al rispetto per la
propria arte, il gusto e la capacità di esercitarla".
Dopo Anime salve l'attende una faticosa e lunga tournée. Con che spirito l'affronterà?
"Cercherò di impegnarmi al massimo per difendere il rispetto che devo al pubblico e che
intendo mantenere anche nei confronti di me stesso, anche se le esibizioni non sono mai
state al vertice dei miei desideri. Sarò confortato, oltreché dalla presenza di ottimi musicisti
con cui ho una lunga consuetudine di lavoro e di amicizia, dall'intervento di entrambi i miei
figli: Cristiano con il compito tutt'altro che facile di sostituire in grande polistrumentista
come Mauro Pagani e Luvi, mia figlia, come corista. Cristiano non ha ormai bisogno di
affettuosi encomi paterni, mentre Luvi penso rappresenterà una piacevole sorpresa per
tutti".
Intervista alla Gazzetta di Parma
di Cesare Pastarini
Intervista rilasciata da Fabrizio De André alla Gazzetta di Parma e pubblicata il 4 marzo
1997.
Lei canta le minoranze, il rispetto: si considera trasgressivo?
Trasgressivo a ogni regola consuetudinaria, basti pensare alla sacralità dell'ospite in ogni
civiltà arcaica, sono semmai le maggioranze con la loro pessima abitudine di contarsi, di
rilevarsi numerose e potenti e quindi con il consenso peloso delle autorità di sentirsi in
diritto di vessare e umiliare chi abbia comportamenti divergenti dai loro.
Cantando, cosa risolve?
Risolvo soprattutto due necessità comuni a tutti gli uomini: quella di potermi esprimere, e la
canzone me lo permette attraverso un genere letterario e musicale a me congeniali; e di
guadagnarmi da vivere con un'attività anche divertente e gratificante.
All'archivio del nostro giornale si è aggiunta recentemente una fotografia: Adriano Sofri
seduto sul divano di casa assieme ai giornalisti, alcuni istanti prima di entrare in carcere. In
mano tiene "Anime salve". Un caso?
Sofri molti anni fa dichiarò a un quotidiano che qualche mia canzone dei primi anni '60
aveva anticipato alcuni degli argomenti che sarebbero diventati in seguito temi fondamentali
della rivolta del '68. Può quindi trattarsi di un caso il fatto che sia stato fotografato con
Anime salve, ma non è affatto un caso che era nella lista delle persone che io desideravo
ricevessero il disco".
Con Alessandro Gennari ha scritto "Un destino ridicolo", sancendo il suo debutto
nell'editoria. Non dev'essere stato facile, per un cantante abituato a scrivere testi di quattro
minuti, lavorare con uno psicoanalista, dai tempi decisamente diversi.
Il testo di una canzone si muove negli spazi stretti che gli vengono lasciati dalla musica: è
quindi necessario raccontare in modo coinciso, adoperando un linguaggio simbolico, quasi
da ideogramma. La prosa ti concede tutto lo spazio che vuoi, ma quello che può sembrare
un vantaggio rischia di diventare una trappola, tanto più in una forma letteraria come il
romanzo, dove, se non sei più che abile, nello spazio di una decina di pagine ti puoi mettere
con le spalle al muro , come Shultz fa dire all' improvvisato romanziere Snoopy. Non a caso
accanto a me c'era Alessandro, che nel la vita avrà fatto lo psicoanalista una decina di volte.
Il nostro è stato un incontro tra un romanziere con disposizioni analitiche e un cantautore
necessariamente dotato di capacità di sintesi. Due orribili e marginali personaggi del
romanzo descrivono, anche se frettolosamente, il senso di una collaborazione tra differenti
attitudini: ….dicevano di lavorare bene in coppia perché uno di loro, quello che portava luna
cravatta da colori vivaci, sapeva inventare e l'altro sapeva mettere in ordine. Poi, scrivendo
insieme, i ruoli si sono sovrapposti, si sono incrociati fino a invertirsi. Anche per questo è
stata una splendida esperienza, decisamente evolutiva
Torniamo alle sue origini: il prossimo album uscirà nel terzo millennio?
Non guardo mai l'orologio quando scrivo: purtroppo lo guarda la casa discografica e ci punta
sopra gli occhi come se tosse un tassametro. E' probabile, quindi, che entro il Duemila
uscirà un mio nuovo album.
Come immagina la società del Duemila?
Una società per lo per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell'economia. Da
una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall' altra
un'economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso
che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi
degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale.
Sempre più spesso leggiamo che lei salpa per la Sardegna: una fuga da Genova?
Tutt'altro; è proprio il ritorno a una Liguria più antica, come me la ricordavo alla fine degli
anni '40, quando c'erano ancora più alberi che case, più animali che uomini. La natura sarda
è molto simile a quella ligure, o per meglio dire la ripropone come era una volta con il
vantaggio di essere un piccolo continente di 24.000 kmq, abitato da poco più di un milione e
mezzo di persone. Un paradiso quasi disabitato dove non si riesce semmai a capire come
possa esistere un 16% di disoccupazione.
Con "Anime salve" prosegue il discorso della musica etnica. Ma i dialetti secondo lei,
separano o uniscono?
Devo dire che solitamente sono le imposizioni autoritarie a disunire, anche all'interno di una
nazione: così, per via di un editto di molti secoli fa che obbligò tutti i francesi ad adottare
nelle scuole la sola lingua d'oil buttando a mare il provenzale, ancora oggi i cittadini del sud
della Francia, che per strada parlano la lingua d'oc, hanno atteggiamenti politici contrastanti
con il resto della nazione: votano per Le Pen, molti sono inspiegabilmente accesi
monarchici; tutto ciò, probabilmente, per esibire un'identità differente, un'identità perduta
molti secoli prima con il tentativo di sopprimere la loro lingua, la loro madre lingua.
Pensa che stiamo perdendo gli idiomi locali?
Esiste soprattutto il pericolo di perdere un enorme patrimonio linguistico con la soppressione
o la repressione degli idiomi locali, un patrimonio da cui la lingua italiana si nutre
costantemente per non scadere a linguaggio esclusivamente mercantile o giudiziario. Il
discorso sarebbe interessante, ma non credo possa essere argomento per una breve
intervista.
Federalismo, secessionismo, Lega Nord: c'e' chi prosegue con la sua opera di
sgretolamento….
Non necessariamente la richiesta di autodeterminazione di un popolo, di un'etnia, porta allo
sgretolamento. E poi lo sgretolamento di che cosa? Dello Stato? Ma lo Stato non e' che il
pesantissimo involucro burocratico di una nazione, ne e' l'organizzazione verticistica, con la
divisione dei sudditi in classi sociali. C'e' chi Io vorrebbe più grande come gli europeisti e chi
lo vorrebbe più piccolo come i secessionisti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei di
sentirmi partecipe di un grande privilegio: l'appartenenza alla razza umana. Per il resto,
facciano pure loro. Certo uno Stato europeo mi fa paura come me la farebbe uno Stato
padano, come ci ha fatto paura lo Stato italiano, basti pensare alle ultime due guerre:
perché sa, non sono mica i popoli, come vogliono farci credere che si dichiarano guerra,
sono proprio gli Stati. E d' altra parte una nazione europea, a ben vedere esiste già e questi
miei connazionali li frequento da decenni; pure con la. gente padana ho consuetudini
pluridecennali, anche se mi riesce difficile individuarli come entità nazionale a se stante.
Comunque, facciano come credono, io mi riconosco in ogni mio simile, ricco o povero che sia
perché questa opera di sgretolamento, o quell'altra di megastatalizzazione, seguono
soltanto il ritmo convulso delle pulsioni economiche.
Permetta un'ultima battuta. Tutta la famiglia De André sul palco: siete un po' come i
Maldini...
Anche come i fratelli Marx, o magari gli Strauss o i Mozart. Voglio dire che mi sembra
normale che se i componenti di una famiglia svolgono la stessa attività si ritrovino insieme
sul posto di lavoro. Forse per la prima volta, grazie a un calendario che ci obbliga a, un
percorso comune, riesco a parlare' di più con entrambi i miei figli. E anche questa è una
grande fortuna.
Anime da salvare
di Gino Castaldo
"Sto maneggiando la chitarra, perché prima di un tour devo sempre recuperare un po' di
esercizio. Anche con la voce ci sono dei problemi, in concerto devo cambiare tre modi di
cantare". Il tour è imminente, quando scoviamo Fabrizio De André nella sua casa in
Sardegna, ma a lui interessa parlare di tutt'altre cose, di fatti che lo preoccupano, come il
caso Sofri: "Mi è tornato alla memoria un libro scritto vent'anni fa da Leonardo Sciascia,
Todo Modo, in cui si parlava di transustanziazione della legge. Perfino la Chiesa oggi ritiene
che non sia fondamentale credere alla transustanziazione, cioè nella trasformazione
dell'Ostia e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Invece lo Stato ci erede ancora. Il caso
Sofri mi sembra proprio un caso di transustanziazione della legge. La legge si trasforma in
una esibizione del potere dello Stato. Non è importante che colpisca il colpevole o
l'innocente, che nella sentenza si trasferisca la giustizia, ma solo che colpisca e che i
cittadini ne siano terrorizzati. Non è più un atto di giustizia, ma semplicemente un'esibizione
di forza. Non riesco a definire le tre sentenze Sofri se non come terroristiche, ma del resto
questo fenomeno dello Stato che deve mostrare i muscoli è ricorrente. Pensiamo al caso
Tortora, ma anche a molti innocenti che non hanno un nome noto".
Però è curioso dover ricucire queste considerazioni per fatti accaduti tanti anni fa.
Molti, i giovani, ne hanno perso la memoria…
"Ma anche oggi c'è uno status di disagio, con molta disoccupazione, che fa presumere a chi
metta fuori un po' di antenne che ci possano essere di nuovo fenomeni di terrorismo. Non
riesco a pensarla diversamente...".
Eppure la giustizia non è sempre e solo questo...
"Ma certo. Eppure anche un magistrato come D'Ambrosio, che comunica molta fiducia e
serenità, lui stesso ha detto che non bisognerebbe fidarsi di un pentito su un fatto di sedici
anni fa, come minimo bisognerebbe chiedergli perché ha aspettato tutti questi anni, o
almeno confrontarlo con un altro testimone".
Girare in tour è anche un modo per conoscere, per vedere l'Italia attraversando le
sue diversità. In questi casi cosa le viene da pensare, che l'unità nazionale sia un
mito o una cosa reale?
"Il concetto di nazione è semplice: un popolo che parla la stessa lingua, su uno stesso
territorio. In questo senso credo che gli italiani abbiano dimostrato di esistere. Quantomeno
lo si nota all'estero quando gli italiani cercano di ricreare una piccola nazione in territorio
straniero. Purtroppo sopra di questo esiste una realtà molto più astratta concettua1mente,
ma molto più concreta e penalizzante nella sua presunta efficienza, e questa realtà si
chiama Stato, e cresce, si rafforza attraverso gli assiomi della filosofia idealistica, diciamo
pure da Platone fino a Hegel. Attraverso il concetto di Stato gli appartenenti a una nazione
vengono divisi in classi sociali, organizzati non solo per combattere contro altri stati, ma
anche per combattere tra di loro".
Come si inserisce il dialetto in questa logica?
"La lingua nazionale è imposta ai sudditi dall'alto. I dialetti sono il frutto della tradizione e
della invenzione costante dei popoli che li parlano, delle etnie che li hanno creati e
continuano a inventarli. I dialetti sono ricchi di figure retoriche, di proverbi, di aforismi
ingegnosi e anche memorabili. Se la lingua italiana non fosse continuamente nutrita dalla
enorme varietà di frasi idiomatiche rubate ai dialetti sarebbe da tempo una lingua adatta a
vendere patate o per litigare nei tribunali".
Qual è la lingua che parlano le "anime salve" del suo ultimo album?
"Quando ho dato questo titolo, consenziente Ivano Fossati, ho pensato all'etimo delle
parole, vuol dire spiriti solitari, ma detto così suona male; la voce di queste anime salve,
solitarie, è quella di chi cerca di trasformare il disagio in qualcosa di bello e di utile, non
fosse altro il fatto dì rassomigliare a se stessi. Quindi è proprio attraverso le difficoltà che le
minoranze emarginate, o autoemarginate, come molti artisti che vivono in solitudine,
rendono palese la differenza tra la razza umana e le altre specie animali. Sono convinto che
sono i comportamenti diversi dalla regola comune che sono evolutivi e questi
comportamenti sono esecrati dalle maggioranze, ma sono quelli che riscattano l'intera
umanità dal rischio di addormentarsi, di fermarsi".
E allo stesso modo possiamo immaginare qual è la voce del dolore?
"E quella di chi non riesce a scrollarsi di dosso regole e comportamenti uniformi, omologanti,
quella di chi non ha il coraggio di opporsi, di chi ha paura di rassomigliare a se stesso, è la
voce delle maggioranze normalizzate e vigliacche".
I dischi di oggi, le canzoni, portano ancora coscienza? La canzone è ancora viva?
"La canzone ha una sua considerevole parte letteraria, anche se con l'aiuto della magia della
musica, di quella che chiamiamo suggestione del canto, e può esprimere diversi punti di
vista, differenti dalle verità che si spacciano come assolute. Se per letteratura intendiamo
arte del raccontare non vedo perché il testo di una canzone non possa essere un genere
letterario. Una canzone può riuscire a far comprendere che di verità assolute non ce ne
sono. Ogni autorità costituita pretende di dare a ogni individuo una precisa identità
anagrafica che non tiene conto di chi nasce in una condizione di chiaroscuro, quando il suo
corpo non corrisponde alle sue aspirazioni. Di fronte a queste verità il potere ha sempre
usato la persecuzione la violenza. La canzone può continuare a fiorire per evidenziare
queste minime differenti realtà contro cui si scatenano smisurati soprusi".
Ma in fin dei conti il mondo sta migliorando o peggiorando? Cage una volta ha
detto sì, ma così lentamente che non ce ne accorgiamo...
"Ma penso anche io che le cose non possano fare altro che migliorare. In occidente la gioia
del denaro, del consumo facile è già finita. Già in molti stanno vivendo il dolore della
povertà. Ma credo che riemergeranno impulsi non cancellati, come quello della
compassione".
De André cambiò Bocca di rosa per non offendere i
carabinieri
di Mario Luzzatto Fegiz
Pochi lo sapevano, ma "Bocca di rosa" di Fabrizio De André, venne censurata dallo stesso
autore. E non per le prestazioni sessuali della protagonista, bensì su cortesi pressioni
dell'Arma, per un verso che riguardava i carabinieri. Il testo cassato diceva: "Spesso gli
sbirri e i Carabinieri al loro dovere vengono meno, ma non quando sono in alta uniforme e
l'accompagnarono al primo treno" e diventò: "Il cuore tenero non è una dote di cui sian
colmi i Carabinieri, ma quella volta a prendere il treno l'accompagnarono malvolentieri".
Lo ha rivelato ieri De André nel presentare il suo nuovo tour nei teatri che partirà il 2
novembre ("roba da toccare ferro: visto che è il giorno dei morti vorrà dire che anziché
"Anime salve" canteremo "salve Anime ") e un'antologia di brani trascurati di alcuni LP ("La
città vecchia", "Se ti tagliassero a pezzetti", "Bocca di rosa" versione originaria, "La canzone
dell'amore perduto", "Il bombarolo") e, chicca, una "Canzone di Marinella" completamente
riarrangiata a jazz eseguita in duetto con Mina ("Lei ha cantato in cinque minuti la sua
parte, io ci ho messo due giorni. Cantiamo un verso a testa, lei in 4/4 io in 3/4 finché poi ci
uniamo"). L'album s'intitolerà "Mi innamoro di tutto" da un verso di una canzone dell'album
"Storia di un impiegato".
E sempre ieri, De André ha presentato un saggio colto intitolato "Accordi eretici" (Euresis
ed.) dove Mario Luzi, Bruno Bigoni, Franco Fabbri, Luigi Pestalozza, Liana Nissin, Roano
Giuffrida e altri dissertano sulla poetica del cantautore.
"In realtà non esiste una gran connessione tra il tour teatrale e il disco -spiega De André -.
Nel tour la novità è costituita da una rilettura e un rilancio della "Buona novella" un disco
ispirato ai vangeli apocrifi pubblicato nel '69. Canterò, uniti in una suite realizzata da Mark
Harris, "L'infanzia di Maria", "Il ritorno di Giuseppe", "Il sogno di Maria", "Le tre madri" e "Il
testamento di Tito". Sono canzoni molto attuali che però avevano bisogno di un po' di
ritmica. Io scelsi i Vangeli apocrifi scritti da autori armeni, bizantini, greci perché era una
versione laica della storia di quell'eroe rivoluzionario che era Cristo che predicava la
fratellanza universale. Solo che Marco e gli altri erano un po' l'ufficio stampa, gli apocrifi,
invece, vanno a ruota libera. I sinottici risentono dell'influenza del Vecchio Testamento.
Negli altri c'è più umanità. "L'opera, pubblicata in piena contestazione studentesca - spiega
ancora De André -non fu capita. Perché fra la rivoluzione di Gesù e quella di certi casinisti
nostrani c'era una bella differenza: lui combatteva per una libertà integrale piena di
perdono, altri combattevano e combattono per imporre il loro potere".
Fabrizio De André ha presentato la band, di primissimo ordine, che lo accompagnerà
nell'avventura nei teatri che durerà fino al febbraio: fra gli altri Ellade Bandini alla batteria,
Mark Harris alle tastiere, Mario Arcari ai fiati, Stefano Cerri al basso, i due figli Cristiano e
Luvi De André (rispettivamente polistrumentista e corista) per un totale di undici elementi.
Scenografia suggestiva con un castello di tarocchi genovesi con le carte più significative (le
stelle, la morte, la carrozza, il diavolo, il sole).
De André riscopre il Gesù guerriero di Renato Tortarolo
Il secolo XIX 3-11-97
PARMA - "Fabrizio, sei grande!" tuona una voce nel buio. Una voce allegra, tenorile. Quasi
golosa. E lui: "Vado per i 58, certo che sono grande...". E tutti ridono, e-una lama di luce
sfarfalla sugli stucchi degli ori del Teatro Regio. Ma dov'è l'imbronciato Fabrizio che incuteva
timore? Venerato dagli studenti, insopportabile a certi benpensanti: con il ciuffo ribelle, e la
faccia di traverso? Gli anni sono scivolati via, e l'artista di oggi è pacato, solido come una
roccia, fra le sue canzoni, la sua musica.
Domenica, al Teatro Regio è cominciato il nuovo tour teatrale: approderà all'Ariston di
Sanremo il 28 novembre, e al Carlo Felice il 10 e 11 dicembre. La prima cosa che vedi sono
giganteschi tarocchi genovesi, che sembrano merli di una cittadella fortificata: una bella
idea di Emilia Pignatelli Morgia.
Ma è De André lo specchio che riflette una concentrazione assoluta: con il suo golf blu, il
mandolino del '700, la voce dalla sinuosa bellezza delle onde. "Vi canterò la solitudine e
l'emarginazione. Quelle delle minoranze, come gli zingari di cui ci parla già Erodoto che
difendono la propria libertà. C'è gente che non riesce a tenersi compagnia. Ma il silenzio non
è un orrore. In una notte come questa, possiamo ascoltare mille voci dell'universo. E
scoprire che il silenzio è meraviglioso...".
E il pubblico applaude. E capisce che De André li sta prendendo per mano, per portarli in un
viaggio nella coscienza degli uomini, ai margini frastagliati del deserto arido del potere:
"Che fa le leggi, ma non le rispetta mai...". In questo senso, la prima parte affidata alle
canzoni di "Creuza de ma" e del recente "Anime salve", il cantautore affronta "La Buona
Novella": "Nel '69, cercai di spiegare agli studenti che anche Gesù di Nazareth aveva lottato
contro i soprusi del potere...".
E quando dà voce a Tito, uno dei ladroni crocifissi sul Golgota, De André assicura uno dei
momenti più alti dello spettacolo: "io, nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo
dolore, nella pietà che non cede al rancore, madre, io ho imparato l'amore...".
Più tardi, rilassato e in forma (" Ho perso sette chili...") dice: "Gesù rimane un esempio da
imitare. Ama il prossimo tuo come te stesso è un principio bellissimo...". E la Chiesa cosa
dirà di questo recupero dei Vangeli Apocrifi? "A suo tempo, l'album fu accettato...". Cosa
pensa dell'incontro fra il Papa e Bob Dylan? "Una bella sponsorizzazione... reciproca".
Dopo le quattro ballate della "Buona Novella", De André affronta "... una carrellata di vecchi
ronzini da battaglia. Canzoni che peccavano d'ingenuità ed entusiasmo, decidete voi...". E
vengono "La canzone di Marinella", "Amico Fragile", "Via del campo". "Bocca di Rosa". Uno
show ricco di "genovesità", con la bella "Invincibili" interpretata da Cristiano De André che,
alle spalle del padre, intreccia melodie suggestive. Bravissima anche la figlia Luvi che, dopo
"Khorakhané", duetta col padre in "Geordie": "Una ballata del '700 che m'insegnò la
professoressa d'inglese di uno degli istituti privati di mio padre...".
Il pubblico va in delirio, e lui, più tardi, dirà: "Troppi riconoscimenti: non vorrei finire in un
museo o in. una piazza, come una statua, alla mercé dei piccioni...". Può sempre continuare
a scrivere canzoni... "E invece, noi cantautori ci troviamo un po' alle strette. Giornali e
televisione ci rubano il mestiere. I tempi dei cantastorie sono finiti. E non vorrei cantare di
me, odio l'autobiografismo...".
Il Teatro Regio lo richiama in scena, lo coccola pieno di gratitudine: "E pensare che mi
accusano di non essere un musicista. D'accordo, un esimio collega come Paolo Conte gira
con la carta da musica in tasca: io non sarei capace...". E allora? Allora ci rimane questo
genovese corsaro, che canta: "Che bell'inganno sei, anima mia, e che grande questo tempo,
che solitudine, che bella compagnia...". E noi con lui.
De André, ciak su Bocca di rosa
di Mario Luzzatto Fegiz
Corriere della sera 1/11/97
PARMA. Il re dei cantautori "storici" Fabrizio De André, per la prima volta nella sua carriera,
approda al cinema. Il suo romanzo "Un destino ridicolo", scritto insieme con Alessandro
Gennari e pubblicato da Einaudi nel '96, diventa un film con la regia di Claudio Bonivento e
la colonna sonora in parte scritta dallo stesso De André. La storia parte dalle esperienze
autobiografiche del De André giovane e scapestrato: fra ambizioni musicali, bettole e tante
donne. Tra queste una timida prostituta d'angiporto e la mitica Mariza, una istriana
disinibita, l'ispiratrice di "Bocca di rosa". Poi la trama si snoda in un giallo che ha per
protagonisti un intellettuale marsigliese passato dalla resistenza al mondo della malavita, un
"pappone" sognatore e un pastore sardo scampato per un soffio a una pesante condanna,
che cercano di fare il colpo che li metterà a posto per tutta la vita.
"Questo romanzo - spiega De André, impegnato nelle ultime prove del nuovo tour al via
domani dal Regio di Parma - mi sta molto a cuore: c'è dentro un pezzo della mia vita.
Ciascuno dei tre protagonisti maschili accetta di entrare nel colpo, un furto di pellicce,
perché è convinto che da quel momento la sua vita cambierà. Il pastore sardo sogna di
aprire una grande fattoria e sposare la prostituta di cui si è innamorato, il protettore di
prostitute che sogna di girare per il mondo insieme a Mariza, la prima donna che non riesce
a dominare (esiste veramente e gode di ottima salute anche se non è più giovanissima). Il
contrabbandiere ambisce ad aprire un centro internazionale di studi anarchici. Il colpo
fallisce e uno dei tre ci lascia le penne. Questo e il seguito fanno capire che la vita è un
chiaroscuro, che non esistono colpi risolutivi e nessuna svolta è definitiva. Il difficile sarà
rendere l'incrocio fra realtà e finzione letteraria nel momento in cui entrano in scena
Alessandro e Fabrizio, cioè Gennari e io. Il libro è già di per sé una sceneggiatura, molto
ricco di descrizioni e dialoghi. Scriverò senz'altro qualche musica o canzone originale per il
film, non certamente tutta la colonna sonora che dovrà attingere, a mio avviso, al repertorio
degli Anni '50, con dovizia di guarrache e mambi".
Se potesse scegliere a chi affiderebbe la parte di Mariza - Bocca di rosa? "In linea
puramente teorica e se riuscisse a mostrare con qualche espediente parecchi anni di meno,
vedrei Brigitte Bardot". E per la parte del contrabbandiere - anarchico? "Per lui vorrei far
resuscitare Jean Gabin". "Sarebbe fantastico anche Lino Ventura" interviene Gennari. E il
regista Claudio Bonivento, 47 anni, comasco, 57 film all'attivo di genere vario, da
"Ecceziunale veramente" a "Pasolini", sottolinea: "L'idea mi è piaciuta subito. Non è usuale,
è ricca di tensione e atmosfere. Una di quelle che hanno bisogno di protagonisti importanti e
magari una voce narrante. E che si presta ad ambientazioni stimolanti come Genova (una
città assai poco usata fino ad oggi come set cinematografico), Marsiglia, Nizza e la
Sardegna".
Intanto, il 6 novembre, arriva nei negozi "M'innamoravo di tutto", nuova raccolta di Fabrizio
De André con il duetto con Mina nella "Canzone di Marinella". E ieri è uscito "Accordi eretici",
il primo studio comparato sulla poetica musicale di Fabrizio De André, introdotto da un
omaggio del poeta Mario Luzi.
De André, due figli e cento canzoni
di Elia Perboni
Corriere della sera 7/12/97
Il botteghino ha già esposto il cartello del "tutto esaurito" per i due concerti, in locandina
lunedì e martedì, che Fabrizio De André terrà allo Smeraldo alle ore 21. Per i suoi estimatori
milanesi, evidentemente numerosi, altra replica il 2 febbraio, sempre allo Smeraldo. Il
cantautore è già da qualche giorno a Milano dove, mercoledì scorso, ha partecipato, presso
la libreria Utopia, alla presentazione del libro "Accordi eretici" (Euresis edizioni), una
raccolta dl piccoli saggi, elaborati dai diversi autori (tra questi Franco Fabbri, Umberto Fiori
e Romano Giuffrida) dedicati alla sua opera. Ma veniamo al recital di De André. Intitolato
"Mi innamoravo dl tutto", come la recente raccolta, lo show teatrale ripercorre alcune tappe
della sua storia partendo dalla città natale, Genova: si navigava tra le onde di "Creuza de
Ma" guardando a "Le Nuvole", due album nei quali si attinge ai colori, ai suoni del dialetto e
della tradizione genovese. L'ossatura del concerto è costituita da "Anime salve", disco che
mette anch'esso in luce il gusto per le radici popolari, un intreccio di sonorità etniche che
fondono la vena acustica con la melodia e il canto. Poi si torna ancora al passato, viene
rivisitato un album importante come la "Buona novella", realizzato nel 1970, che il
cantautore scrisse ispirandosi al vangeli apocrifi, un progetto realizzato sotto forma di suite
con ballate quali L'infanzia di Maria, Il ritorno di Giuseppe, e le Tre Madri.
Il viaggio di De André mira a periodi precisi per costruire uno spettacolo nel quale emergono
i personaggi che danno vita e ispirano, da sempre, la sua canzone, quel mondo costituito
dalla solitudine dei diversi, emarginati, maledetti immorali che De André rende protagonisti
della vita. Infine alcune tappe essenziali della sua discografia, le canzoni famose come
"Bocca di rosa", "Canzone di Marinella" (reinterpretata recentemente assieme a Mina nella
raccolta che dà il titolo allo spettacolo), "Il Pescatore" e "Amico fragile". La band che
accompagna De André è composta da Mark Harris (tastiere), Ellade Bandini (batteria),
Stefano Ceni (basso), Rosario Jermano (percussioni), Michele Ascolese e Giorgio Cordini
(chitarre). Si aggiungono il figlio Cristiano, che si divide tra canto, violino e strumenti etnici
e la figlia Luvi, nel ruolo di corista. E mamma Dori? Applaudirà la sua famiglia dalla platea.
De André, Genova per lui
di Renato Tortarolo
Il secolo XIX 11/12/97
GENOVA - Fabrizio De André, ieri sera, ha fatto due belle sorprese ai genovesi. Ha tenuto
uno splendido concerto al Carlo Felice, applaudito da una folla commossa ed entusiasta. E al
Secolo XIX ha rivelato che tornerà a vivere a Genova. E che ha già trovato casa al Porto
Antico: "Al Molo Morosini dove, quand'ero ragazzo, andavo a pescare i cefali...".
Per la prima volta di De André al Teatro dell'Opera, sono venuti i suoi grandi amici Beppe
Grillo e Renzo Piano: "Col tempo, la voce di Fabrizio è sempre più bella...". E c'era anche
Giorgio Forattini: "Sono turbato, è uno spettacolo straordinario...".
E sono venuti i vecchi fans, studenti all'epoca di "Tutti morimmo a stento" e "La Buona
Novella". Con i loden perfetti, e le mogli eleganti. E c'erano molti giovani, che hanno
scoperto un De André divertente:
"Pasolini diceva che il dialetto è il popolo, e che il popolo è autenticità. Ora, Pasolini ha detto
anche delle "bélinate", ma in questo caso aveva ragione...".
De André ha ricordato ai genovesi una stagione indimenticabile, quando si entrava al liceo
con le sue canzoni in testa: e la nostalgia ha cominciato a volteggiare, come nuvole ostinate
sopra una mare increspato.
In due ore di concerto, assieme ai figli Luvi (molto brava in "Khorakhané" e "Geordie") e
Cristiano (che interpreta le sue "Nel bene e nel male" e "Invincibili") e con una band di
grande livello, Fabrizio De André canta il suo impegno morale, in favore degli emarginati di
ogni latitudine e confessione. Facile dire che i brani più applauditi sono "Bocca di Rosa", "Via
del Campo" o "La città vecchia": ci sono momenti durante il concerto (che replicherà
stasera, tutto esaurito, e il 20 dicembre) di grande tensione drammatica. E' il caso di
"Anime salve", splendido manifesto sulla solitudine. O, ancora, di "Dolcenera": storia
d'amore e di follia sommersa dalla grande alluvione del 1972; o di "Disamistade" dove si
ascolta il miglior De André di sempre: solo a raccontare le ferite dell'odio del rancore.
L'unica volta che De André non ha raccolto l'ovazione spontanea è stato quando parlando
del rispetto che i musulmani hanno per Gesù Cristo ha detto: "a differenza del mondo
cattolico che continua considerare Maometto poco più che un cialtrone. E questo è un punto
a favore del mondo islamico. .". E l'applauso ha dovute essere incoraggiato.
Un fascino particolare per le cinque ballate tratte dalla "Buona Novella", con "Il testamento
di Tito" che rimane un grido forte di libertà contro qualsiasi istituzione, in nome dell'amore e
della tolleranza. Così come "Fiume Sand Creek", dove la crudeltà delle "giubbe blu" è resa
ancora più vana dall'ultimo, dolente messaggio dell'indiano. Anche quando una freccia
spezza la vita, dice De André, i sogni rimangono per le prossime generazioni. Il Secolo XIX,
prima del concerto, ha intervistato il grande cantautore.
De André è emozionato, per il suo esordio al Carlo Felice?
"Mi fa piacere: soprattutto di essere a Genova. E sono contento perché la mia città
finalmente può vantare un Carlo Felice ristrutturato in maniera così sontuosa. E' il più bel
teatro lirico d'Europa...".
Che ormai apre le porte alla grande canzone d'autore: lei, Fossati, Springsteen...?
"Credo che la musica sia un fiume, che si nutre di tanti affluenti, di tanti rigagnoli: pop,
classico, jazz, rock, musica etnica. Nessuno è ancora riuscito ad imbrigliare questo fiume,
però è giusto che qualsiasi musica abbia la possibilità di esprimersi negli spazi idonei...".
E il Carlo Felice, per vocazione operistica, lo è...?
"Sicuramente sì, perché c'è un'acustica perfetta: si sentono benissimo pregi e difetti di
quello che si va a fare sul palco...".
Nel corso del tour, ha cambiato la scaletta...
"All'inizio del concerto, ho eliminato "Megu Megun" perché quattro canzoni in dialetto erano
un po' troppe da portare in giro per le province italiane. Il genovese non lo si capisce da
nessuna parte, già a Savona stentano, figuriamoci a Palermo..".
A Savona stentano...?
"Potrebbe anche succedere...".
Nello show ci molte canzoni su Genova e la genovesità...
"Io mi considero a tutti gli effetti ancora genovese, tanto è vero che ho cominciato a
rimetterci un piede...".
Dove?
"A Ponte Morosini, mi sto organizzando per tornare ad abitare a Genova: ho trovato casa nel
Porto antico dove andavo a pescare i cefali quando avevo 18 anni...".
Cosa l'è successo...?
"Ho sempre provato una forte nostalgia, ma per vari motivi non riuscivo mai a tornare. Un
po' perché ho sposato una milanese, e perché mia figlia ha messo radici a Milano. Un po'
perché c'eravamo spostati in Sardegna. Ma io sono sempre stato addolorato dalla difficoltà
di ritornare...".
Ma non era lei a preferire la natura selvaggia della Sardegna...?
"Sì, ma di porti belli come quello di Genova non ce ne sono. E nemmeno di ambienti portuali
così suggestivi.. .".
A proposito di angiporto, dal suo libro "Un destino ridicolo" si girerà un film...
"Claudio Bonivento mi ha portato Io "story board" del film, praticamente sarà girato.; per
tre quarti a Genova...".
Lei parteciperà alla sceneggiatura...?
"Più che metterci una mano, darò dei consigli. Aiuterò gli sceneggiatori ad inquadrare
meglio le situazioni....".
Farà anche dei sopralluoghi...
"E' molto probabile che li. faccia...".
Come definirebbe il suo nuovo show?
"Un concerto difficile, perché si passa dal canto gregoriano dell'Infanzia di Maria, nella
"Buona Novella", al rock di "Amico Fragile", passando per molti specifici generi del pop…".
E i suoi temi preferiti?
"Vede, gli artisti hanno una strana caratteristica: e me ne sono reso conto parlando anche
con i pittori, osservando le loro opere. Gli artisti hanno poche idee, ma fisse: nel mio caso è
sempre quella dell'emarginazione...".

De André, genovesità e orgoglio


di Francesco La Spina
Il secolo XIX
L'ipocrisia al potere. Sfacciata e beffarda , la borghesia genovese applaudiva, mercoledì
sera, Fabrizio De André che le aveva appena lanciato un messaggio di sfida niente male: la
cultura Rom è millenaria, uguale a se stessa nel suo pregio di rinnovarsi nei secoli e nel
nomadismo, ben più importante del meschino concetto di "ladri" che facilmente viene oggi
appiccicato ai suoi rappresentanti, tenuti a distanza, disprezzati, cacciati. "Lode" agli
emarginati che, dice De André, rubano sì l'oro e i denari (ma non l'argento) ma rischiano in
prima persona e non accumulano malloppi tramite banca o saccheggiando a man bassa
come hanno fatto le ultime amministrazioni. Il guanto di sfida non viene raccolto. O. meglio,
è subito trasformato in assenso, fastidioso ma dovuto nel "tempio" della musica cittadina. O,
forse, quasi per reazione naturale del "Dna" cultural-sociologico della platea della "prima",
finisce immediatamente assimilato.
Chissà che, metabolizzandosi, i concetti del ribelle De André (figlio degenere, trent'anni fa,
della Genova-bene, capace di scendere dalla collina di Albaro ai vico dell'angiporto, di
preferire alla tranquillità della tradizione dello "scragno" l'avventura dell'emarginazione e,
poi, imparata l'arte, di diventare alfiere, con lo strumento canzone, dei diritti degli ultimi,
ladroni biblici o transessuali di fine millennio che siano) non colpiscano nel segno.
Risvegliando qualche coscienza addormentata sul cuscino del benessere che ignora quanto
accade al di là della parete del proprio appartamento o che preleva dal Bancomat e neppure
mille lire concede al barbone seduto, quasi ascetico, sullo scalino lì accanto.
Potrebbe avvenire, forse è già avvenuto. De André, che dalla via dell'artista sregolato ma
fedele alla "non linea" mai ha deviato, pagando in prima persona e comprendendo anche gli
ultimi che della sua vita si sono persino impossessati, ha colpito al cuore (o speriamo che
sia così) la Genova che, quasi al 50% del suo elettorato attivo, non più tardi di 12 giorni fa,
ha votato quel Castellaneta che "gli zingari proprio no, con loro è partita persa, non vogliono
capire" che ha scelto la logica dell'ordine sociale più importante delle persone singole, della
dignità umana (di qualunque origine, con qualunque realtà alle spalle) subordinata alla
società delle regole assolute.
Quella Genova, però, sempre profondamente amata sottilmente rimpianta da quando De
André ha scelto la Sardegna o Milano come residenze stabili, lungamente inseguita con il
sogno di reimpossessarsene che presto potrebbe diventare realtà (con una casa sulla
Darsena, finestre sul bacino d'attracco delle piccole dolci navi viniere, destinata a diventare
"buon retiro", sublimazione della nostalgia del sangue). La Genova che persone come De
André ha saputo solo espellerle, chiusa, infastidita, renitente a qualunque scelta che
andasse un po' più oltre l'orizzonte. Cristoforo Colombo ricevette credito in Portogallo, mica
al Molo Vecchio... La storia insegna. In qualunque campo. E sempre più nell'ultimo mezzo
secolo. Con i bastimenti, nel dopoguerra, per le Americhe partivano i senza lavoro di
un'Italia diseredata; con i treni e gli aerei, negli anni Sessanta, hanno lasciato Genova tanti,
troppi "cervelli". Dell'arte, della cultura, dell'ingegno e persino della politica. Per Milano, per
Roma, per Parigi... Per diventare l'architetto Renzo Piano, creatore di meravigliose
costruzioni di poetico e coraggioso equilibrio. Per diventare il comico Beppe Grillo,
fustigatore di una classe politica puntualmente dissoltasi nel gorgo perverso del potere per il
potere da lei stessa creata... Due esempi qui citati solo perché presenti mercoledì sera, al
concerto del Carlo Felice, numeri uno in un "parterre de roi" che ospitava anche Giorgio
Forattini, matita "antiregimi" (di qualunque colore) per antonomasia. Ma nomi che
capeggiano una lunga lista di "cervelli" esportati per ricolma sopportazione da una città
troppo miope, oppure "rubati" da chi, nei campi dell'arte, dello spettacolo, del1a creatività
più in generale (basti pensare alla nostra città fucina inesauribile di capitani di mare), ha
capito come il clima di Genova, la centralità di Genova, la multietnicità di Genova,
garantissero freschezza di idee e genialità superiori. Un fenomeno spesso chiamato "fuga
dei cervelli". Una fuga però provocata, quasi pilotata, sotto sotto accettata con
soddisfazione dietro coccodrillesche espressioni di rimpianto.
E così la "genovesità" tanto decantata è spesso caduta nel macchiettismo, nell'ironico rilievo
dei difetti, considerato che i pregi erano diventati ormai preda di altre città, di altre società
pronte ad assimilarle. O a tentare di farlo.
"Ma io mi riconosco sempre in questa etnia genovese - ha detto De André - e ho scritto un
disco come "Creuza de ma" per inserirla in un universo più vasto, quello del bacino del
mediterraneo. Perché il nostro è un dialetto particolare, che ho estremizzato cercando col
lanternino termini dalle evidenti radici arab-oturche. Perché come diceva, a ragione, Pier
Paolo Pasolini, il dialetto è il popolo. E il popolo è l'autenticità. Di qui il sillogismo che vuole il
dialetto sinonimo dl autenticità
Un'autenticità di cui solo da poco, ma finalmente, la classe dirigente genovese sembra abbia
capito la sostanzialità. "Se l'italiano non avesse sempre attinto ai dialetti - ha sottolineato
De André - sarebbe un linguaggio decaduto da tempo". Genova, nobile decaduta
(espressione classica dello sport, ma fateci caso, anche nel calcio la nostra città sta
conoscendo una svolta grazie a scelte coraggiose ma che trovano linfa nelle forze
imprenditoriali del territorio), rialza la testa proprio nel momento in cui non si guarda dietro
le spalle, timorosa e inconcludente, ma alza i piedi, scava il terreno, lo trova ricco di humus
ideale. E fa rinascere un teatro dell'Opera di livello architettonico -qualitativo mondiale; e
riapre un Palazzo Ducale che solo l'insipienza aveva mandato in malora; e si riprogetta polo
tecnologico avanzato di pieno affidamento; e si scopre centro di ricerca scientifica di
avanguardia. Sventola, con orgoglio, la propria bandiera. E la propria lingua. De André
docet; i Sensasciou e i Blindosbarra (tanto per fare l'esempio di complessi sulla cresta
dell'onda musicale fondandosi sulla parlata e la tradizione genovese) imparano la lezione e
la applicano alla grande. E se dopo Villaggio e Grillo salgono alla ribalta, nel cabaret "I
Cavalli marci", non è certo per caso. E se si chiama Fabio Fazio, laurea a Balbi,
l'intrattenitore televisivo del futuro, non è combinazione. E se la Finmeccanica chiama alla
sua guida Sergio Maria Carbone non è per alchimie politiche, quanto per acquisita
esperienza su un territorio tanto ricco di scontri ma anche di idee forti in campo industriale.
E se ancora una delle teste pensasti della Chiesa italiana è Dionigi Tettamanzi, non
genovese di nascita ma che proprio dall'esperienza di nostro Arcivescovo trae spunti e
insegnamenti per la linea pastorale nazionale, non è solo per imperscrutabile disegno.
"Il tempo spariglia destini e fortuna" cantava ancora l'altra sera De André. Specie quelli
degli ultimi, degli emarginati, dei dimenticati, dei non considerati. Il tempo, troppo a lungo,
ha sparigliato i destini e la fortuna anche della nostra città. Che ora, con forza, rivendica
(portavoce i suoi figli più "grandi") un proprio indiscutibile valore: la "genovesità" più forte
di vedute troppo a lungo meschinamente limitate, a una "genovesità" che ha ancora bisogno
di cantori. A tutti i livelli, in tutti i campi. Alla sfida che Fabrizio De André lancia con la
propria arte e che, senza timori, ripropone dal palco di un teatro, occorrono nuovi testimoni.
In quali forme? Con che strumenti? Con quali dimostrazioni può diventare stabilmente viva
e vitale? Il dibattito è aperto.
Fabrizio De André tra canzoni e poesia
GENOVA. Un nuovo disco, un nuovo tour, un nuovo libro. Persino una ritrovata amicizia con
Mina, complice quel capolavoro della Canzone di Marinella e gli anni di Bocca di rosa e di
tanti altri successi.
Un anno davvero prolifico di impegni, di eventi, di grandi soddisfazioni per Fabrizio De
André, dallo splendido album "Anime salve", premiato recentemente al "Tenco" al bel libro
"Un destino ridicolo", scritto a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicato da Einaudi.
Ma non è finita. In attesa di vederlo tornare in tour (ai primi di dicembre terrà anche un
doppio, attesissimo concerto al Teatro Carlo Felice), il cantautore genovese torna in libreria.
Lo fa con la raccolta di saggi ("Accordi eretici" dedicata alla sua figura e alla sua opera
scritta da Romano Giuffrida, Bruno Bigoni e Fulvio De Giorgi.
Un libro che scava in profondità sul De André autore e poeta, attraverso diverse chiavi di
Lettura, da quella sociologica a quella culturale e storica.
Nel volume, pubblicato dalla casa editrice Euresis, Fabrizio De André viene studiato e
analizzato come cantautore e come in moderno pensatore.
Responsabilità, per quanto riguarda questo secondo ruolo, che Fabrizio De André non vorrà
sicuramente accollarsi, ma che, tracciando un bilancio della sua lunga carriera artistica, non
sarebbe poi così lontana da una realtà artistica impossibile da confinare nella cittadella della
musica e della canzone d'autore.
Sta di fatto che oggi Fabrizio De André è un grande anche in libreria, come dimostra la
premiazione del libro "Accordi eretici" firmata dal poeta Mario Luzi.
Luzi, con la simpatia che da sempre lo contraddistingue e con la quale ha accolto sull'uscio
di casa quei matti di "Striscia la notizia", andati a Firenze a consegnarli il Tapiro d'oro per il
mancato Premio Nobel per la Letteratura, dopo l'incoronazione di Dario Fo, nell'introduzione
si rivolge direttamente al cantautore genovese. Un affettuoso saluto in cui il grande poeta
ammette di non aver mai ascoltato le canzoni di Fabrizio prima di accettare l'invito degli
autori del saggio. "Non mi è stato facile scrive Mario Luzi risalire come avrei voluto il filo
delle sue canzoni e, tanto meno farlo ordinatamente".
Poi, dopo una riflessione sul suo ruolo di fruitore dell'opera dell'artista, si complimenta con
De André per non aver mai soverchiato l'ascoltatore con il pathos. "La soccorrono argomenti
migliori", afferma il poeta.
Un grande riconoscimento, quello di Mario Luzi, un poeta legatissimo a Genova, fra i
protagonisti del Festival Internazionale di Poesia organizzato dal Circolo Viaggiatori nel
Tempo, che sicuramente finirà per invogliare Fabrizio De André a non fermarsi in questa
nuova fase artistica che, complice la sua amicizia con Beppe Grillo, si è così riavvicinato alla
sua città.
Non ancora al punto di trascurare l'amata Sardegna, la sua fattoria di Tempio Pausania, per
tornare a vivere al "Paradisetto" di Albaro, ma i segnali di un possibile ritorno a casa più
assiduo che in passato sono evidenti.

Perché ho deciso di non bere più


di Carlo Silvestro
Fabrizio De André sembra andare e venire e poi tornare... come le nuvole.
Sembra sparito, inghiottito, dissolto tra i crepacci della Gallura, mentre segue le orme di
una mucca o l'odore di un cespuglio.
Una presenza che per anni è rimasta soltanto nell'immaginario collettivo e poi è ricomparso.
E ogni volta vien voglia di chiedergli: "Perché l'hai fatto? Perché sei riuscito dal crepaccio a
cantare speranze e maledizioni che sembravano sopite per sempre?"
E c'è un senso di rassegnazione, di cosmica ineluttabilità nel suo risponderti: "Non faccio
nulla. Sono come una nuvola che si riempie di pioggia e quando è gonfia deve scoppiare e
spandere la sua acqua ai quattro venti..."
Quasi sessant'anni ormai, una chitarra, una città come Genova, di poeti e navigatori, una
bottiglia di whisky, anzi una fila, un sentiero per amico. Poi, come in tutte le storie, un
grande padre che muore. Gli chiese solo, in punto di morte: "Figliolo, buon figliolo, fammi
una promessa. Non ti ho mai chiesto nulla"
"Certo, padre mio, cosa vuoi dal tuo figliolo?"
"Promettimi che smetterai di bere, bambino mio, promettilo."
"Ma padre, o belin, non mi puoi fare uno scherzo del genere proprio sul punto di morte, e
con che cosa brinderò a questa tua dipartita?"
Ma le promesse sono promesse, almeno nel regno degli uomini e così Fabrizio ha smesso di
bere. Altre ombre si agitano nei suoi occhi di mare in tempesta, nomi di gente come si
trovano solo nei racconti di Pavese, un eterno giaccone blu, una barba come sempre lunga,
un letto sempre sfatto ma cosparso di poesia e frammenti di vita e sapere come una
biblioteca alessandrina. I capelli sempre spettinati, un volto che molta gente nemmeno
conosce, ma un volto sempre incazzato, un sorriso sempre nascosto da cose impossibili a
dire, perché tutto è già stato cantato. Un'anarchia portata sempre a bandiera, un rapimento
e tre mesi vissuti all'addiaccio con gli occhi bendati..."Ti chiudono gli occhi e sei costretto a
guardare dentro di te. Ah gli occhi... se non mi fossi messo a cantare , sarei stato un
pittore. Anche perché mi piace considerare una canzone simile a un dipinto, dove alcuni
elementi stanno in primo piano, altri in secondo piano, altri svolgono la funzione di fondale.
Così la voce, il tema e la melodia potrebbero assumere le sembianze figurative della donna
con il bambino in La Tempesta di Giorgione. Laddove l'arrangiamento, nei suoi piani
strumentali, potrebbe rappresentare i vari elementi del paesaggio...
Rigore e ambiguità, mani lunghe e affusolate da nobile, con vene da contadino, voce da
portuale con espressioni da nouveau philosophe, tenerezza e insofferenza, da Porta a Penna
alcuni dei versi più belli di questa generazione, una generazione di amanti e di sfigati, di
ribelli e di pantofolai, di artisti col desiderio di anonimato e di anonimi col desiderio di essere
segno e simbolo, di idealisti pronti a rinunciare a tutto e di rivoluzionari non disposti a
rinunciare a niente...
"Io passo la maggior parte della mia vita in solitudine. Non mi capita spesso di essere
coinvolto da questo tipo di sentimenti. Mi capita più sovente di essere emozionato, o di
provare meraviglia e stupore come un bambino. Oppure, quando scende la notte dell'anima
cado in uno stato di atarassia, di totale assenza di partecipazione emotiva".
Poche amicizie, ma come si suol dire sincere, voglia di avventura e nido di famiglia, grande
vecchio ed eterno bambino, passare dalle favole all'analisi e ritorno senza soluzione di
continuità. Passare dal futuro attraverso il tempo perduto, quando le cose avevano un
nome, nascevano e morivano con te e nessuno poteva portartele via. Il pudore estremo dei
propri sentimenti, un amore per Dori che va oltre la parola e che nessuna parola d'amore
potrebbe mai descrivere o contenere.
"Sarei forse morto: di amarezza, di alcol, di autodistruzione, di pessimismo, di dolore. Ma
Dori è una fonte perenne di creatività, ottimismo, positività e confronto con la vita. L'ho
sposata, sì, dopo quasi vent'anni, per motivi giuridici, perché la legge italiana non equipara
ancora completamente i diritti della convivente a quelli delle mogli. Ma c'eravamo già
sposati sull'addiaccio del Supramonte. Una comunione ad occhi chiusi. Vivere fianco a fianco
per ventiquattro ore al giorno. Che stupenda metafora! Nessuno conosce l'altro come ci
conosciamo noi."
Parole strappate. Parole monche, trattenute. "La mia risposta a qualsiasi domanda sarebbe
in ogni caso il frutto di un interesse simulato." Però abbiamo continuato a parlare, con
lunghe parole inutili, davanti a un fuoco e a una bottiglia di vino rosso di Sardegna fatto a
quattro mani con Filippo, molto più di un nome tutelare, un fratello di pietra, di sangue,
carne e coscienza. Fare il vino per lui, per gli amici, per la gioia di vederli bere e schioccare
le labbra, che lui Fabrizio non schiocca più. Ricordando la promessa. Abbiamo parlato
davanti al mare e alla nostra impotenza , davanti a contadini con occhi trasparenti che
ridevano di noi, davanti alla pioggia e davanti al camino, seduti sull'erba, sulla sabbia e sulle
nostre sterili convinzioni. Abbiamo parlato fingendo di non conoscerci, perché non c'era
niente da dire e, se avessimo potuto dirlo, la deontologia professionale ci avrebbe costretto
a darci del lei. Ma ve lo immaginate? Signor De André, perché lei ora canta in dialetto?
"Intanto non è dialetto, casomai un idioma. In ogni caso i dialetti assurgono a dignità di
lingua e le lingue decadono a indegnità di dialetto, tra parentesi, solo per motivi politici. Le
lingue che parliamo sono i dialetti dell'Impero. Il genovese o il napoletano hanno una tale
quantità di vocaboli, di costruzioni linguistiche, possiedono delle sonorità così belle da
farmeli preferire a qualsiasi lingua imperiale. Si sente sempre parlare di cultura
mediterranea, da contrapporre in qualche maniera al modo di fare musica e di cantare
dell'Impero...Ne sento parlare da vent'anni, e non ho ancora sentito un disco che
rappresenti o che esprima questo suono, questa policromia mediterranea".
Ed eccomi qui a pungolarlo, a provocarlo, a estorcergli il "frutto di un interesse dissimulato".
Ma è finalmente vero che quanto più un artista si esprime, meno gli resta da dire, o almeno
a parole. O, detto altrimenti, se uno ha dato tutto nella sua opera, non gli rimane più
energia per parlare, spiegare, commentare o giustificare. Diffido di coloro che parlano
abbondantemente delle loro opere, che spiegano, che ti aiutano a trovare gli (imprecisi)
significati, e infatti oltre al bicchiere di vino rosso e alle barbe lunghe non c'era niente da
dire, e così ecco la provocazione per rompere il guscio di silenzio.
"Io intendo più semplicemente la musica, il canto, come espressione dei propri sentimenti:
della propria gioia, del proprio dolore...A volte può essere addirittura un tentativo di
autoanalisi. Siccome tutti gli individui in fondo sono fatti delle stesse cose, analizzando te
stesso offri anche una via agli altri per conoscersi, per scoprirsi."
Ma mi dica ancora, signor De André, mi parli di questa sua scelta di solitudine, e come soli
compagni il vento e le pietre, la mano rugosa di Filippo. Mi dica cosa cerca tra gli astri e tra i
segreti della sua fascinazione per l'astrologia; "ah, scienza metafisica", lei dice, "o
metascienza", e anche che "parlarne è involgarirla, perché tutto ciò che è intimo nel tuo
cuore non deve diventare argomento di conversazione..." Come la capisco, signor mio, e
guardi che professione mi sono scelto! Pertanto le farò un'ultima domanda:
"Di che cosa ha paura?"
"La cosa che mi spaventa di più è rincoglionire. Il fatto di non essere più cosciente di me
stesso, degli accadimenti che mi circondano. Ma anche di impoverirmi sentimentalmente,
nelle emozioni. Mi spaventa questa disidratazione del cuore, di cui tutti sono vittima. Da
questo punto di vista mi spaventa anche una vecchiaia lucida, cinica, priva di sentimenti...
perché ho notato che in molte persone, con l'andare degli anni, si sviluppa una tendenza ad
affezionarsi alle cose, e a disaffezionarsi alle persone"
Ma, come dice l'adagio, finché c'è Dori, c'è speranza. Di più: Dori è il massimo
dell'immaginario possibile per un uomo mediterraneo: una madre col volto da bambina, non
solo, una bambina con un corpo di donna, e una donna con un corpo da odalisca... Credo
proprio che ci sia almeno una speranza.
De André, quella volta ho copiato Prévert
di Mario Luzzatto Fegiz
Corriere della sera 28/7/97
AULLA. Sì è vero, confessa Fabrizio De André: quando sostenni l'esame d'ammissione come
autore alla SIAE di Roma scrissi una poesia che per metà rubacchiava dalle "Foglie morte" di
Prevert. I commissari non ci fecero caso. Gli altri candidati non conoscevano Prevert e
avevano grossi problemi con l'ortografia".
La rivelazione di un testo inedito di De André, scritto per l'ammissione alla SIAE nel '64, è
arrivata l'altra sera ad Aulla durante la seconda edizione del "Premio Lunezia", che viene
assegnato ogni anno al miglior testo di canzone.
La serata si era già riscaldata: De André è personaggio schivo che odia, da sempre, premi e
festeggiamenti. L'altra sera, contro ogni aspettativa, aveva accettato di partecipare anche
per la presenza di una sua vecchia amica, Fernanda Pivano. Si erano conosciuti ai tempi
dell'Antologia di Spoon River" e la scrittrice era riuscita a strappargli un'intervista, poi usata
per la copertina del disco, nascondendo un registratore sotto il suo letto. Nel reggere la
motivazione del "Premio Lunezia" per il testo del brano "Smisurata preghiera" la Pivano
aveva così concluso: "Non voglio che De André venga definito il Bob Dylan italiano.
Preferirei dire piuttosto che Bob Dylan è il De André americano". E De André si era
commosso.
Ma la commozione si è ben presto mutata in stupore quando la conduttrice della serata,
Luciana Damiano, ha annunciato una sorpresa. Latore della stessa un dirigente della SIAE di
Roma, che dopo aver premiato De André con una statuetta raffigurante un albero, ha
annunciato di aver ritrovato negli archivi l'originale della canzone poesia scritta da De André
nel 1964 come "prova d'esame" d'ammissione. Il manoscritto viene consegnato a Ugo
Pagliai e Paola Gassman che, per tutto lo spettacolo, hanno letto i testi premiati. Quando
Pagliai, con voce impostata, enuncia il ,titolo, "Spiaggia d'autunno", De André si impossessa
del microfono e precisa: "Il titolo non è mio, l'avevano deciso i commissari". Dopo la lettura,
fra le risate di Dori Ghezzi e il divertito imbarazzo di De André, il cantautore confessa: "E'
una pagliacciata da non prendere sul serio, l'ho fatta solo per passare l'esame. Almeno la
metà è una furba scopiazzatura delle "Foglie morte" di Prevert".
A luci spente, De André dà libero sfogo alla memoria: "Ricordo quell'esame come se fosse
ieri: avevo già scritto canzoni importanti come "La ballata del Michè", 'La ballata dell'eroe",
"Il testamento" però non potevo depositarle alla Siae perché non ero iscritto. Mentre
scrivevo la canzone tema un ragazzo seduto sul banco dietro mi batte la schiena e mi chiede
con accento del sud: "Restano va con due enne, vero?".
C'erano due ore a disposizione per dimostrare di saper scrivere un testo poetico su un tema
prestabilito. Io consegnai dopo mezz'ora e poi aiutai altri candidati".
"Ancora più amena fu la prova, che consisteva nel riscrivere un testo di una canzone nota
rispettandone la metrica: mi capitò "Pinne, fucile ed occhiali" di Edoardo Vianello. Risate
ancora maggiori all'esame di melodista, dove un notissimo collega eseguì le 12 misure che
andavano aggiunte per completare le 4 proposte fischiettando, perché non era in grado di
accennarle su nessuno strumento".
Lei invece suonò? "Sì, il pianoforte. Conoscevo bene il pentagramma. A 12 anni la mamma
pensò bene di mandarmi a lezione di violino. Che io rifiutavo di suonare perché mi faceva
male al mento e alla clavicola e mi provocava ferite. Così corrompevo il maestro Gatti con
dolci alla crema, perché mi dispensasse da ogni tentativo e suonasse invece per me brani di
Tartini e Paganini. L'accordo finì quando la mamma scoprì queste "non lezioni". Per fortuna
conobbi Alex Hilralodo, maestro di chitarra colombiano che mi fece amare quello
strumento".
Quali erano i suoi modelli? "Amavo Paoli, Bindi, i grandi francesi e Tenco. Dicevo che la sua
canzone "Quando" l'avevo scritta io. Una sera lui mi becca in una balera di Genova e mi dice
minaccioso: "E vero che in giro ti vanti d'aver scritto "Quando?". E io: "Sì. Lo faccio per
portami a letto le ragazze". Diventammo amici". Dylan lo scoprii più tardi. Per merito di De
Gregori".
De André, ritorno ai vangeli
di Renato Tortarolo
Il secolo XIX 16/10/97
MILANO "Certe mie vecchie canzoni oggi non fanno più scandalo, ma a11'epoca...". Fabrizio
De André osserva divertito gli scherzi del tempo. Nel suo nuovo album antologico
"M'innamoravo di tutto", che uscirà il 6 novembre, ha inserito la versione originale di "Bocca
di Rosa", quella che dice: "Spesso gli sbirri e i carabinieri al loro dovere vengono meno/ma
non quando sono in alta uniforme/e l'accompagnarono al primo treno...."
"C'era da stare attenti: per "Carlo Martello" io e Villaggio siamo finiti in tribunale, a Verona.
Ma il pretore mi assolse: "Mi dica piuttosto quando uscirà il suo prossimo disco?"...".
Rilassato, con l'immancabile oxford azzurra e pullover blue marine, inforca gli occhiali e
legge qualche appunto. E il suo Genoa? Alza occhi: "Ci sarebbe da mettersi a piangere.
Quasi quasi, faccio finta di essere sampdoriano. La squadra non mi piace un granché. Ho
paura che il Genoa vada .in controtendenza alla città, che si sta risollevando molto bene...".
Pausa. Però, adesso, il Genoa è passato a Gianni Scemi... S'illumina in un sorriso: "Ecco,
questo mi rende felice. Siamo amici da trent'anni...".
Ma sì, questa benedetta genovesità gli rimane nel cuore. basta pensare alle canzoni infilate
nella "collection": "Dove ho recuperato "Jamina", messa in ombra da" Creuza de ma" e
"Sidan Capudan Pascià"...". O al programma della nuova tournée teatrale, che partirà il 2
novembre da Parma, per sbarcare il 10 e 11 dicembre al Carlo Felice.
E che si aprirà proprio con tre brani dall'album 'Creuza de ma": "Al quale sono molto
affezionato. Mi piacciono le canzoni in lingua minore, ho sempre cantato un'umanità
marginale, e i personaggi anonimi di "Creuza" parlano una lingua dell'anonimato. Infatti ho
anche inserito "Zirichiltaggia" e "Monti di Mola", che sono in sardo. Pasolini diceva che il
dialetto è il popolo, e il popolo è autenticità. Ne deduco che il dialetto è l'autenticità...".
In concerto seguiranno nove brani dal recente "Anime Salve": "Che ha per tema la ricerca
della libertà, anche attraverso la dolorosa esperienza della solitudine...". Seguiranno due
canzoni firmate dal figlio Cristiano, in scena con la sorella Luvi e poi la vera novità del tour
teatrale: "Cinque canzoni dall'album "La buona novella": "L'infanzia di Maria", "Il ritorno di
Giuseppe", "Il sogno di Maria", "Le tre madri" e "Il testamento di Tito". Secondo me, per
quei tempi, era un disco rivoluzionario, almeno per i contenuti. Avevo preso spunto dagli
evangelisti apocrifi, che non erano né cristiani né giudei. E tutti i personaggi dei Vangeli
erano riusciti meno sacrali e più umani. Ovviamente, non fu molto capito...".
Ha qualche rimpianto? "Ma no. Scrissi quelle canzoni nel '69. in piena rivolta studentesca: ai
meno attenti apparve anacronistico. Ma cosa predicava Gesù, se non l'abolizione delle classi
sociali? Ai miei coetanei che si battevano contro gli abusi delle autorità dicevo
semplicemente: guardate che, prima di voi, un rivoluzionario si è battuto per ideali che vi
appartengono...".
Ma lei crede ancora in qualche forma di lotta per questi valori universali? "Certamente sì,
ma va combattuta individualmente giorno per giorno, e non in branco come pecore...".
Proprio le canzoni della Buona Novella ispireranno il prossimo album del cantautore: "Che
sarà dal vivo...". Mentre quello inedito è previsto per il "giugno del 2000: anch'io, ormai,
devo sottostare alle scadenze...". E il duetto con Mina nella "Canzone di Marinella", che
appare nella "collection"? "Lei ci ha messo cinque minuti, io due giorni. Ma lei ha una marcia
in più: il Dna della musica nel sangue. E poi è molto simpatica. Devo aggiungere che suo
figlio Massimiliano Pani ha fatto un ottimo arrangiamento, con archi e corni nel momento più
suggestivo...".
"In "Mi innamoravo di tutto" ho privilegiato quelle canzoni considerate, a torto, minori:
"Coda di lupo", "Sally", "La cattiva strada' , "Il bombarolo", "Il canto del servo pastore", "Se
ti tagliassero a pezzetti", "Ave Maria sarda", "Jamina", "La canzone dell'amore perduto" e le
arcinote "Bocca di Rosa", in versione originale, e "Marinella" con Mina...".
Poi indica, orgoglioso, un plastico che raffigura la nuova scenografia dello show: creata da
Emilia Pignatelli Morgia, moglie dell'immancabile Pepi, raffigura due castelli di tarocchi
genovesi:
"Un'allegoria della vita, con il Diavolo, la Luna e le Stelle...". E giovedì prossimo andrà a
Sanremo per ritirare la targa Tenco:
"Il mio Nobelìn..." dice allegro, fiero come un patriarca dei due figli e della moglie Dori,
sempre più radiosa. Un patriarca simpatico, affabile. Ma non era burbero? Che sia stata
un'allucinazione? Per tutti questi anni?
Io che vivo fuori dal gregge
di Cesare Fiumi
Contromano. Se Sanremo, di questi tempi, è il senso unico di ogni nota (anche la meno
gloriosa e dimenticabile), beh, c'è pure chi continua a imboccare la canzone italiana nella
direzione opposta, mettendole in bocca le parole e le storie mancanti, quelle che di solito
non finiscono al Teatro Ariston. E a investire sulla propria storia di cantastorie solitario. Cosi
anche stasera, giovedì 20 febbraio, dentro un piccolo palasport di provincia sottratto
all'Auditel, che neppure se ne accorgerà.
Questa sera Fabrizio De André, 57 anni e 13 dischi, canterà a Treviglio la sua Princesa e le
altre "vite diverse" dell'ultimo lavoro, Anime salve, ennesimo viaggio nei disagi d'Occidente.
E pensare che trent'anni fa fu proprio il festival a ispirargli Preghiera in gennaio, la canzone
dedicata ai giovani suicidi che al cielo e alla terra preferirono il coraggio: era il 1967
officiava Mike Bongiorno e Luigi Tenco se n'era appena andato, colpito da un ictus alle sue
speranze. Ma Fabrizio De André a Sanremo non ha mai messo piede. "perché non si può
tare a gara con le emozioni. E le sensibilità personali. specie se sollecitate su uno stesso
tema. non possono avere un ordine d'arrivo. Le uniche classifiche accettabili sono quelle dei
dischi venduti. E poi, oggi, Sanremo è più indecifrabile di trent'anni fa: allora rappresentava
una certa Italia, era ancora uno specchio del Paese. Ora sembra avere meno radici, spesso
è solo brutta imitazione. Non si accorge di Vasco Rossi o di Zucchero, che magari, la volta
che decidono di passare al Festival, finiscono al ventesimo posto...".
Casa De André, verso sera: ultimo piano dell'ultima Milano, la periferia in fondo alla foschia.
I libri della Pléiade scorrono lungo le pareti, quinta francese d'antan. Amati classici
d'oltralpe, orfani di Villon l'ispirazione di Tutti morimmo a stento che non è stato accolto nel
pantheon rilegato in papier - bible. Fabrizio De André è già in tour ma ancora a due passi da
casa, ed è qui che rifà la storia della poesia in forma di canzone, partendo dalla sua Liguria,
nutrita dai trovatori provenzali, per poi scivolare indietro fino a Omero e risalire ai
cantastorie del secolo scorso. Un modo per ripercorrere i sentieri battuti dalla canzone
d'autore, che se ne va tranquilla in contromano in controtendenza. insomma anche nei
giorni gonfi di solo Sanremo. Capace comunque di farsi sentire. E farti sentire.
Sostiene De André che siamo pieni di lividi senza memoria, disegni che guardiamo fiorire
sulla pelle, ma che non riusciamo a ricordare da dove vengano, da quale spigolo della vita,
da quale indignazione giornalistica, da quale inquadratura di telecamera. "Ecco cosa ci sta a
fare oggi in Italia la canzone d'autore: dove l'informazione è carente, per distorsione
mercantile della notizia, addomesticata dalle leggi del profitto, la canzone d'autore riesce a
diffondere piccole e grandi verità che altrimenti andrebbero perdute. È un ruolo che la
canzone di consumo non riesce a svolgere. E un recuperare fatti memorabili, affrontati
magari come cronache minimaliste. per sottrarli al ronzio indistinta di un'informazione
frettolosa, che ci lascia solo tracce bluastre sulla pelle senza toccarci nel profondo. E sempre
più difficile leggere piccole storie umane di diversità con un linguaggio che non sia
provocatorio o ricattatorio.
Parole che sembrano uscire da un personaggio di Un destino ridicolo, il romanzo scritto a
quattro mani da De André con Alessandro Gennari, e uscito lo scorso autunno per Einaudi:
Che tristezza. Una volta erano i romanzi a ispirare le canzoni, non viceversa. Oggi, canzoni
supplenti. Ma cosa significa cantare il mondo dell'emarginazione oggi, rispetto a quando,
trent'anni fa. De André vibrava indignazione nel Corale supplicando: che la pietà non vi sia
di vergogna? "Allora invocavo ingenuamente un'improponibile pietà. Differenze? Ieri cantavo
i vinti, mentre oggi canto i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con
dignità e coraggio. I nomadi, per esempio. E tutti quelli che attraversano i disagi
dell'emarginazione e però non rinunciano ad assomigliare a se stessi. Sono loro, saranno
loro, i vincenti. Perché muovono la Storia. E l'umanità riesce a crescere proprio quando non
si omologa al gregge delle maggioranze. Ce ne renderemo conto molto presto: quando
accanto all'economia di mercato ne sorgerà un'altra, fondata sul dono. sullo scambio e sul
mutuo soccorso. Questione di tempo e il capitalismo andrà in pezzi. I perdenti? Gli ex ricchi
che non vorranno accettare economie diverse da quella fondata sul rapporto merce -
denaro. E si troveranno spiazzati".
Sembra una buona novella: l'annuncio di una rivoluzione imminente e immanente al
sistema. Qualcosa che riecheggia in un verso di Disamistade. una canzone dell'ultimo disco
del cantautore. dove la corsa del tempo spariglia destini e fortune. Continua De André:
"Quel ripetere '"li ultimi saranno i primi" forse non voleva essere una profezia metafisica.
Forse Gesù, che profeta lo era sul serio, era riuscito a individuare un futuro di moltitudini
tranquille, sganciate da ideologie assolutistiche come socialismo, capitalismo e dallo Stato
stesso. E soprattutto, da una morale imposta d'autorità, per sovvertire le leggi che le
popolazioni si erano date in maniera spontanea. Per me, ogni regola imposta si è rivelata
nefasta: dai dieci comandamenti fino alla legge sulla dissociazione". Riaffiora l'anarchico De
André, passato per Bakunin e Stirner, l'individualista tenace.
"In un mio vecchio album. La buona novella, mettevo in bocca a uno dei ladroni crocefissi
con Gesù, una lettura provocatoria dei dieci comandamenti, che il ladrone smontava uno per
uno, smascherando l'ipocrita convenienza di chi li aveva dettati: facile dire "non desiderare
la roba e la donna d'altri" quando si possiedono palazzi e concubine; oppure "non
ammazzare" quando hai le mani sporche del sangue di innumerevoli crocifissioni. E ancora:
se oggi fai il delatore sei un benemerito, mentre un tempo il peccato di Giuda era il
peggiore. Quando Sofri parla di delazione, riguardo al pentito Marino, fa benissimo: credo
che voglia dire proprio "Giuda". L'autorità, insomma, colpisce per farsi vedere, per
terrorizzare: potremmo chiamarla "transustanziazione della legge". Così, non posso che
definire terroristiche le tre sentenze che hanno condannato Sofri. E io stesso vale per il caso
Tortora". Sembra di risentire due vecchie canzoni di De André: Il Gorilla, da George
Brassens. e il giudice dall'antologia di "Spoon River". Gogne grottesche di magistrati
canzonati.
"E pensare che a sinistra, negli anni Sessanta, mi criticavano. Dicevano che ero di destra.
Eppure, a 25 anni, avevo già scritto La guerra di Piero, un manifesto pacifista. anteriore a
Blowin 'in the Wind di Bob Dylan. E anche Bocca di Rosa e Il pescatore. Figurarsi se ero di
destra. Avevo letto il Capitale e il Manifesto del Partito Comunista".
All'ombra dell'ultimo sole (dell'Avvenir...), sera schierato un cantautore. Ma la sinistra
marxista - leninista lo teneva fuori dai cancelli ideologici. "Mi dicevano: "Però ti ascoltiamo
lo stesso, perché sei trasgressivo". Trasgressivo. pensa tu..: E dire che avevo letto Bakunin,
Malatesta, la Luxemburg. E dal '57 frequentavo i circoli anarchici genovesi. Se sono ancora
l'anarchico di un tempo? Oggi ho capito che può dirsi anarchico soltanto chi non possiede un
territorio. perché nel momento stesso in cui possiedi un territorio devi organizzarti in
maniera verticistica. Meglio coltivare la solitudine, che ti permette di essere più attento a ciò
che ti circonda, e non solo agli uomini. Anzi, sono convinto che questo mondo non sia stato
creato per gli uomini, forse noi siamo solo un'occasione. Non voglio fare il panegirico
dell'anacoretismo e del romitaggio. però sono impaurito dalle organizzazioni sociali, perché
nel loro interno esistono i germi della violenza, dalla bocciofila valtellinese passando per i
Lions club di Tempio Pausania, fino allo Stato: i capi creano regole e per farle rispettare
creano le polizie. Poi, per farsi rispettare dalle altre organizzazioni. creano gli eserciti.
Anarco - individualista? Forse in passato. Se non fossi così attaccato alla vita e non so come
mai, forse perché ho avuto la fortuna di emergere presto e di non dover lottare contro
l'anonimato, oggi mi sentirei più vicino al nichilismo".
Mi sono visto di spalle che partivo, canta De André in Spirito solitario: senza anagrafe e
senza gregge appresso. Senza smettere di cantare e contare storie: si possono seminare
emozioni e speranze per almeno quattro generazioni dì giovani e finirla lì, andandosene in
pensione scoraggiati? "No. proprio no. Anche se la pensione per i cantanti c'è davvero: un
milione e centomila lire al mese dopo il sessantesimo anno di età. Ma come si fa a
smettere.., ti ritrovi sempre con una penna o una chitarra in mano. Magari resteranno solo
canzoni e non diventeranno dischi, ma certi personaggi della mente, quelle commistioni che
diventano storie, quelle non finiranno mai di bussare alla porta. Come la donna di Via del
Campo, per metà una ragazza di Asti conosciuta a casa di amici, per metà una donna di
Genova. O come la nonna delle Nuvole".
"Un tempo dentro le mie canzoni tutti ci leggevano di tutto, anche le cose che non c'erano,
ma era giusto così: una volta scritta, la canzone non deve più appartenerti e vanno bene
anche dieci interpretazioni diverse. Oggi che ho un pubblico che va dai 15 ai 60 anni, i
contatti con le persone, in camerino, sono sempre frettolosi. E chi viene a trovarmi
all'agriturismo in Sardegna, mi parla soprattutto dei concerti, dello spettacolo, delle luci,
della magia. Oppure dei dischi. I testi ormai sembrano interessare solo agli addetti ai lavori.
E a quelli che mi scrivono, che comunque sono sempre di meno. E poi. arrivano anche certe
lettere...".
E De André ne racconta una che viene da Verona, feroce con gli zingari e con lui che li canta
nel disco. "Non è anonima, per fortuna. Risponderò. Spiegherò che gli zingari sono stati
raccontati persino da Erodoto, che non hanno mai fatto guerre a nessuno, che la Mercedes
taroccata è tutto quello che possiedono. Che sentono l'impulso primario al saccheggio, di cui
parla Campbell, ma che non hanno mai rubato milioni alle banche. E aggiungerò che non ho
mai visto una zingara battere il marciapiede a differenza delle nostre donne. Dirò,
educatamente, che non sono abituato a prendere le cose alla leggera e che se decido di
parlare dei nomadi in una canzone, prima mi informo. Spero lo faccia anche il signore che
mi ha scritto. Si sono incattiviti i vecchi benpensanti dei miei primi dischi, ora che gli hanno
toccato anche la tasca. Questo signore. per esempio. ha allegato pure duemila lire per
umiliarmi, per essere sicuro di ottenere risposta. Mi auguro che la prossima volta quelle
duemila lire le metta nella mano di una zingara, senza storcerle il polso... Spesso si odiano
le cose soltanto perché non le si conoscono".
Come le parole più difficili e rare. "Perché anche le parole sono nomadi", dice De André.
Come le Nuvole del suo penultimo disco, come i Rom di Anime salve. "Le parole sono
affascinanti proprio perché cambiano continuamente di significato. Specie nei dialetti: la
bellezza degli idiomi locali è la loro mobilità. Basta un chilometro e la parola già se ne esce
storpiata e rinnovata: a Genova, il mare si dice u' ma; a Pegli, dove sono nato io e che oggi
è quasi Genova, si dice invece u' mo. Le lingue nazionali al confronto sono morte, non si
rinnovano e non si modificano. È sicuro che se un bambino provasse a scrivere u' ma in un
tema, prenderebbe un bel "2". Per questo uso spesso il dialetto: è una rivincita. Perché il
dialetto non va a morire ma riemergerà, dal disastro del capitalismo, nelle isole spontanee
dei contadini, dei pescatori, di chi lo sceglierà come codice, magari carbonato, dell'economia
"del dono" che già si annuncia. Cosa farò io? Me ne starò in disparte, perché un artista, che
canti o che scriva, deve trovare l'equidistanza tra chi lancia insulti e chi scaglia pietre, e
mantenere l'equilibrio del giudizio. Guardando la realtà dalla cima di una montagna.
Scegliendosi così una solitudine volontaria, responsabile, per quanto e possibile, soltanto di
se stessi". Senza gregge. Né legge.
Io, Mina e Marinella
di Cinzia Marongiu
Da TV sorrisi&canzoni
Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1968 "La canzone di Marinella", con
tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all'avvocatura. Ringrazio
Mina per aver truccato le carte a mio favore soprattutto a vantaggio dei miei virtuali
assistiti". Firmato Fabrizio De André. Il ringraziamento è sulla copertina di "Mi innamoravo di
tutto", raccolta antologica del cantautore genovese, in uscita il 6 novembre. All'interno, 11
pezzi scelti con un insolito criterio:
"Ho voluto rivalutare", spiega De André, "quei brani che hanno pagato lo scotto di essere
inseriti nello stesso disco con altri pezzi più fortunati". Accanto a illustri "dimenticati" come
"Coda di lupo", "La cattiva strada" e "Il bombarolo", c'è anche il duetto con Mina della
"Canzone di Marinella", lentissimo e arrangiato jazz da Massimiliano Pani.
Antologia e duetto a parte, in questo periodo parlare di De André è quasi d'obbligo. Da
novembre a febbraio l'autore di "Bocca di rosa", con band e figli musicisti al seguito, sarà in
tournée nei maggiori teatri italiani per riproporre il meglio del suo repertorio, con brani tratti
da "La buona novella", "Creuza de mà", "Le nuvole" e "Anime salve".
E proprio il suo ultimo e bellissimo disco gli ha consentito qualche giorno fa di stabilire un
piccolo record: nei 22 anni di storia del premio Tenco, prestigiosa rassegna della canzone
d'autore, De André è l'unico ad aver vinto per il miglior album dell'anno ("Anime salve",
appunto) e per la migliore canzone ("Princesa"). E non basta. Ora perfino la cultura
cosiddetta "alta" si occupa di lui. E appena uscito per le edizioni Euresis "Fabrizio De André -
Accordi eretici" (25.000 lire), dotta raccolta di saggi sulla sua poetica musicale. Un
riconoscimento importante, tanto più che l'introduzione al libro porta la firma del poeta
Mario Luzi. Fra l'altro, si legge: "Lei conscio della natura simbolica dell'arte demanda il
senso dei suoi canti. che è anche un senso generale della vita e della società, a motivi
verbali e musicali che hanno una preistoria popolare molto intensa e significativa". E scusate
se è poco.
Nel mirino di Dori
di Cinzia Marongiu
TV sorrisi&canzoni
"Sono contento che mi fotografi Dori. Nessuno mi conosce meglio di lei. La sua
interpretazione della realtà esprime un gusto simile al mio".
De André parla lentamente e soppesa le parole. Non si concede troppo volentieri al rito di
un'intervista. ma quando decide di farlo, lo fa alla sua maniera: con generosità, autoironia e
rigore. Questo è il suo momento d'oro. Premi. libri, film, una antologia di vecchi successi
("Mi innamoravo di tutto") e la tournée teatrale, ancora in corso, accolta trionfalmente.
Che effetto fa essere al centro dell'attenzione?
"Sono abbastanza spaventato dall'eccesso di lodi, perché dal colmo della grazia si può
prevedere di scivolare in disgrazia. Comunque. non me lo so spiegare neanch'io. Forse è un
periodo di combinazioni astrali favorevoli".
Durante i concerti presenta le canzoni di 'Anime salve. con un discorso sulla
solitudine e lo conclude sostenendo che forse non esiste. In che senso?
"Per solitudine non intendo il fatto di essere fisicamente da soli, ma quello di non sapersi
tenere compagnia. Se lino si impegna a tenersi compagnia, non è mai solo".
Lei se ne tiene, e come?
"Costantemente. Leggendo molto, suonando e, più raramente, pensando. Quando sono in
Sardegna, poi, mi occupo del giardino e dell'orto. Ma queste sono situazioni da miracolati. In
effetti, è la chitarra a tenermi molta compagnia Esercito la mobilità delle mani eseguendo le
scale cromatiche. Ogni tanto viene una sequenza di accordi interessante e la scrivo su un
foglietto".
Mai avuto problemi con l'ispirazione?
"E' un fluire improvviso di energia. Come quando a 15 o 16 anni, in occasione di un esame,
si ricorreva a sostanze anfetaminiche. Di colpo ti ricordavi tutto quello che avevi anche
soltanto letto. L'ispirazione è qualcosa di simile, che ti permette di attingere al serbatoio
della memoria. Questi momenti non arrivano a comando, bisogna saperli aspettare. A volte
è un emozione intensa a dare lo stimolo. Ma deve essere diretta. Non mi giunge attraverso i
media: la Tv, per esempio, spettacolarizzando un fatto, allontana le emozioni".
Nelle sue canzoni nasce prima il testo o la musica?
"Alcune volte ho vissuto quei momenti miracolosi in cui testo e musica nascono
contemporaneamente. Negli altri casi ti ingegni nel mettere insieme gli appunti che hai
buttato giù su determinati avvenimenti degni di memoria e quelle famose sequenze di
accordi, di cui parlavo. E' quasi un lavoro di assemblaggio".
Un'altra componente delle canzoni è la voce. Sulla sua si scrivono perfino dei
saggi. Vedi il caso del libro "Accordi eretici" . Come la coltiva?
"Non la coltivo affatto: fumo 40 sigarette al giorno. ho diminuito grazie ai concerti, durante i
quali non fumo, e poi perché dormo molto per recuperare il dispendio di energia. Ho la
fortuna di avere molti armonici in ogni nota che emetto".
Come definisce la sua voce?
"Evocativa".
Perché preferisce lavorare la notte?
"Mi succede da sempre, fin da quando studiavo. La notte è più facile concentrarsi, ci sono
meno rumori, le persone dormono, nessuno ti distrae".
Il disco "Anime salve" è dedicato agli emarginati. Però in tutta la sua opera sono
sempre stati loro i protagonisti.
"E' vero. D'altronde, la caratteristica degli artisti è di avere poche idee ma fisse".
Dal bombarolo ai transessuali, dalle prostitute agli zingari: nei suoi brani appaiono
diversi da come i vengono rappresentati di solito. Perché?
"E' la società che, emarginandoli. ne dà un'idea diversa da quella reale . Nella mia vita ho
avuto la fortuna di i viverci insieme. Quella che ne do è un'immagine molto più vicina alla
realtà di quanto non la dia la generalità delle persone che spesso parlano di cose che non
conoscono".
Lei ha smesso di averci a che fare?
"No. Anche quando mi sono trasferito in Sardegna non ho preso una villa in Costa Smeralda,
ma sono andato a vivere nel centro della Gallura, in mezzo ai pastori. Ho cercato di mettere
su un'azienda agricola e non un allevamento di aragoste".
Ha parlato dell'amore in modi differenti. Come lo definisce?
"E' l'equivoco della ragione. Un momento di grande ubriacatura che con l'andare del tempo
si trasforma e ci rende coscienti che in effetti è solo un equivoco. Contemporaneamente.
sorgono altri sentimenti meno nebulosi ed entusiastici, come l'affetto e il desiderio di
confidenza. Questo porta inevitabilmente a costruire una sorta di piccola società omertosa,
come è in fin dei conti la famiglia. Che offre molti vantaggi sul piano personale, ma che è
comunque un'istituzione antisociale, una sorta di rifugio antiatomico contro la società.
Questo per ben che vada. Se poi non ci sono affinità di carattere e finalità comuni si finisce
per dividersi".
Come mai, da qualche tempo, si concede con maggiore disponibilità?
"Con l'andare del tempo si scopre che gli uomini sono dei meccanismi talmente complessi
che agiscono tante volte in modo indipendente dalla loro volontà. Allora finisci per trovare
poco merito nella virtù e ben poca colpa nell'errore. Se estendi questo tipo di indulgenza
anche a te stesso, riesci ad avere un rapporto meno contrastato con il tuo prossimo. La cosa
curiosa è che questo l'avevo capito quando avevo 20 anni e scrivevo frasi come "Se non
sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo" . Evidentemente, malgrado
qualche eccesso alcolico, non l'avevo dimenticato".

Odio il brutto e l'inutile


di Laura Putti
La repubblica 16/10/97
MILANO. Fabrizio De André. E il suo momento. Ha vinto due Targhe Tenco, ha fatto un
duetto con Mina, sta per uscire un disco antologico, al quale seguirà un libro molto serio, su
di lui. E il 2 novembre inizierà un tour teatrale completamente nuovo. Volendo stabilire un
ordine cronologico, il Tenco, storica rassegna sanremese dedicata alla canzone d'autore, è il
primo appuntamento. De André parteciperà alla serata inaugurale, quella del 23 ottobre,
con un piccolo record personale: stato il primo nei 22 anni di storia del Tenco ad
aggiudicarsi la targa per il disco dell'anno ("Anime salve", scritto con Ivano Fossati) e per la
canzone dell'anno: la straordinaria "Princesa", che ha vinto dopo un serrato testa a testa
con "La cura" dl Franco Battiato. Dopo Sanremo, De André inizierà il suo tour, il 2 novembre
dal Regio dl Parma, che andrà avanti fino a febbraio '98 percorrendo l'Italia intera. Il 4
novembre sarà presentato "Fabrizio De André Accordi eretici", un libro (per la Euresis
Edizioni) che raccoglie scritti su De André (Romano Giuffrida, Bruno Bigoni, Luigi Pestalozza,
Liana Nissim, Franco Fabbri e altri), suoi manoscritti e una preziosa introduzione di Mario
Luzi su musica e poesia: "Per quanto il suo dono dl affabulazione crei una certa magia"
scrive il poeta, "non sarebbe in grado di soggiogare l'uditorio senza il foco di quella
concrezione e sintesi". Il 6 novembre uscirà "Mi innamoravo di tutto", raccolta antologica del
primo De André. Undici canzoni (un titolo, che è anche quello del tour, è tratto da "Coda di
lupo", brano dell'album "Rimini") tra le quali il duetto con Mina su "La canzone di Marinella",
arrangiata, lentissima e intensa, da Piero Millesi. Un capolavoro.
Insomma, c'erano motivi a sufficienza per chiedere un incontro a De André. Richiesta
candida, quasi ingenua: perché è noto che i riflettori non si addicono al musicista. Invece di
godere del suo momento magico, De André è nel panico assoluto, immerso nelle prove del
concerto, già ansioso per tutto quello ti che sta per scatenarsi attorno a lui. Ha quindi
chiesto di poter rispondere per iscritto alle nostre domande. E martedì i cinque fogli, in
leggibile stampatello sono arrivati in redazione. Ecco cosa ci ha risposto.
DEVE essere terribile, avendo scelto una vita appartata, trovarsi improvvisamente coinvolto
in così tante situazioni. Con quale spirito affronta concerti, premi e premiazioni?
"Non vedo contraddizione: se ho scelto una vita a margine è proprio perché non mi è quasi
mai riuscito di conciliare l'immaginario con il reale, i miei desideri con quelli di chi vorrebbe
impormene altri. Mi chiedo sempre se sia giusto andare contro i miei impulsi: poi cedo ai
ricatti della ragione che mi consentono di sopravvivere, sia pure nel disagio della
contraddizione.
Così mi chiedo se sia opportuno ritirare un premio, mi interrogo se sia giusto darlo a chi, in
fondo, è già stato abbastanza premiato dalla vita. Mi rispondo di no, ma poi vado a ritirarlo.
Forse perché razionalmente comprendo che la vita è anche fatta di rituali leggendari a cui
molti di noi, me compreso, attingono per riconoscere una parte di se stessi in un nostro
simile di successo, in un vincente. Ecco il problema: io non mi considero affatto un vincente,
perciò mi vergogno a sostenere un ruolo che non mi è naturalmente proprio. D'altra parte
mi rendo conto che questi riconoscimenti mi sono utili, come mi è assolutamente utile fare
concerti".
Che importanza ha nella sua vita il concetto del tempo? Non crede che parlare soltanto
quando si hanno cose importanti da dire, a un certo punto, possa ridurre l'uomo a1 silenzio?
"E molto probabile che finisca così. Nell'attesa continuo a pensare che l'unico tempo
veramente sprecato sia quello utilizzato in cose inutili o brutte. Un giovane sioux di undici
armi che aveva passato l'estate dai nonni, in riserva, interrogato, al suo ritorno a scuola, su
come avesse trascorso le vacanze, rispose: "Benissimo. Il tempo era ritornato a essere
intero". Appunto. Noi siamo troppo abituati a segmentarlo, a dividerlo in ore e minuti, in
ansie e angosce, dimenticandoci che da piccoli giocavamo intere giornate con un pezzo di
legno in cortile, avvertendo il passare del tempo solo al sopraggiungere della notte, allo
scroscio improvviso della pioggia: avevamo una pura nozione atmosferica del tempo".
Ha pensato che fosse tempo per un'antologia?
"No, sono i discografici che ogni tanto decidono di essenzializzarti. Se poi lasciano a te la
scelta dei brani non resta che baciar loro la mano".
Nella raccolta c'è il duetto con Mina. Perché la scelta è caduta proprio su La canzone di
Marinella?
"L'idea è stata di mia moglie Dori. Ho scelto Marinella per un mucchio di motivi, ma
soprattutto perché Mina l'aveva già cantata. Furono proprio i proventi Siae derivati dalla sua
interpretazione che mi orientarono nella scelta di continuare a scrivere canzoni. Ci sono
anche motivazioni meno venali e più complesse che mi legano a La canzone di Marinella, ma
non basterebbe una pagina a raccontarle".
Perché nella sua vita professionale, sempre di più, si circonda di familiari?
"Se fosse capace di usarlo, metterei al mixer anche la mia prima moglie. I miei familiari
sono le persone che meglio conosco e di cui meglio conosco le capacità. So che mia figlia sa
cantare, e Cristiano lo considero tra i più grandi polistrumentisti europei".
Saranno con lei anche nel nuovo tour? Quali le novità rispetto al precedente?
"Ho scelto canzoni mai troppo frequentate. Ne farò cinque, riarrangiate, da La buona novella
(1970, il disco ispirato ai Vangeli apocrifi1 N.d.R.); due o tre mai cantate in pubblico, come
Geordie e La città vecchia; quattro da Creuza de mà'. Canterò per intero Anime Salve, il
disco scritto con Fossati. E antichi ronzini da battaglia, gli "everbrown", come li chiama Mark
Harris. Che sarà alle tastiere e alla direzione musicale. Ci saranno inoltre Mario Arcari ad
ance e flauti, mio figlio Cristiano sommerso da bouzouki, oud, violino, chitarre e tastiere
aggiunte, Michele Ascolese e Giorgio Cordini ai plettri, Rosario Jermano alle percussioni,
Stefano Ceni al basso, Ellade Bandini alla batteria, mia figlia Luvi ai cori con Laura De Luca e
Danila Satragno, entrambe anche musiciste".
In Italia lei è stato il primo a utilizzare nelle canzoni un linguaggio crudo, realistico. Simile a
quello di molti giovani scrittori di oggi. Come giudica Brizzi e compagni?
"E' vero, conosco quel linguaggio. Anche se penso che le eventuali esagerazioni di questi
giovani scrittori, che oggi chiamano cannibali, abbiano una valenza diversa da quella
apparente. Un parallelo con le mie canzoni: erano diversi i tempi? Forse sì. Era diverso
l'uomo? Assolutamente no. Era semmai diverso l'approccio dell'autorità con i sudditi.
Soprattutto quelli che esprimevano il loro disagio attraverso le cosiddette opere
dell'ingegno. Nel mio piccolo fui processato per un testo innocuo e goliardico che avevo
scritto con Paolo Villaggio: "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers". Oggi, che tutto
è assorbito e giustificato in nome del dio dei mercati, gli artisti, a maggior ragione,
continuano a dissentire da chi organizza e controlla la società per i vantaggi propri e di una
minoranza elitaria. E continuano a farlo con gli strumenti dell'arte. Indipendentemente dalle
singole qualità letterarie, che non sta a me giudicare non mi dispiace affatto la
rappresentazione che del mondo ci danno Brizzi e compagni: la leggo come un'allegoria del
predominante pensiero "turbocapitalista" che tutto può comprare e vendere, anche un pezzo
alla volta; che tutto può barattare, umiliare e ferire, non importa se si tratti di oggetti, di
corpi o di anime".
Parole d'amore e d'anarchia
di Fernanda Pivano
Corriere della sera 3/9/97
TEMPIO PAUSANIA. A un'ora di macchina dall'Agnata, dove gli ospiti affollano la tenuta
agrituristica di Tempio Pausania cara a Fabrizio De André, si apre una baia più bella e più
tenera di quelle che ho visto nelle Isole Felici dei Mari del Sud.
Sul pendio di quella baia il poeta ha acquistato la casa di un'amica e lì si riposa con la
moglie Dori dalla fatica delle tournée. La mattina esce tardi dalla sua camera dove legge,
scrive, lavora; poi sie4de alla tavola patriarcale dove si alternano adolescenti ansiosi, figli di
complicate parentele e parenti complicati, tutti raccolti con un po' di soggezione intorno al
dolce menestrello della nostra giovinezza che ha osato denunciare morti innocenti tra i
mortali "papaveri rossi" e conformismi crudeli accaniti contro il sorriso dell'amore.
Si diverte agli scherzi dei ragazzi, ride con un amico che gli trucca i punti di una partita di
scopa, risponde col telefonino di Dori agli impresari del suo prossimo concerto. Quando cala
il sole va a nuotare o in pattino nell'acqua limpida come un cristallo, in un fondale basso con
lunghi, lenti frangenti che accolgono ragazzi felici immersi nell'acqua fino alle spalle senza
toccare il fondo, davanti a due isole, la Municca (che vuoi dire scimmia) e la Municchedda
(che vuoi dire scimmietta).
Parla volentieri della sua fazenda famosa di Tempio Pausania, che in realtà si chiama
l'Agnata, comperata una ventina d'anni fa quando era soltanto uno stazzu, un
appezzamento quasi abbandonato con un palazzotto tipico gallurese di blocchetti di granito
fine Ottocento affondato in una foresta di querce sempreverdi, senza fondamenta costruito
com'era sulle rocce, naturalmente con una sua leggenda di un enorme tesoro sepolto fra gli
alberi cercato invano per decenni.
L'appezzamento era nella vallata di Baldu: glie ne aveva parlato Giovanni Mureddu, un
autista di Tempio Pausania, e Fabrizio ne ha comperato 150 ettari, tre corpi di terreno con
nomi che sembrano usciti dalle sue canzoni, Tanca Longa, Donna Maria, l'Agnata. Tanca
Longa è un sughereto che ogni dieci anni produce il suo sughero in un piccolo pascolo
irriguo, che si può innaffiare; Donna Maria è un pascolo asciutto, che non si può irrigare, si
può usare solo a primavera e ha un suo rustico e un laghetto, resi maestosi da magnifiche
rocce di granito di fronte al monte Limbara, il secondo monte sardo più alto dopo il
Gennargentu.
Fabrizio ha scelto l'Agnata per realizzare il suo sogno di bambino cominciato quando aveva
cinque anni e la famiglia (la sua "grande" famiglia) lo aveva rifugiato dalla guerra nella
tenuta della nonna a Revignano d'Asti e lì aveva imparato ad amare la terra e le piante e le
erbe, fino a decidere che "da grande" avrebbe avuto una tenuta come quella tutta per se.
Così una ventina di anni fa è entrato a vivere con Dori nel palazzotto dell'Agnata, a lume di
candela perché non c'era la luce, senza telefono, in un terreno abbandonato,
completamente incolto, in un'asprezza da western americano, con una tenacia da pioniere
sardo, e quando è riuscito a ristrutturare la stalla ha cominciato ad allevare i vitellini da
carne, e poi maialini, e poi a seminare gli orti, e poi a produrre uova, e poi a coltivare ulivo
e vite e tutto quello che poteva alimentare un ristorante agrituristico, e intanto ha alzato il
solaio e ne ha ricavato una mansarda, e ha restaurato un'altra stalla diroccata attrezzandola
come dispensa e cella frigorifera.
Dopo tre anni il palazzotto è diventato quasi abitabile e Fabrizio caparbiamente è andato a
viverci con Dori tra una tournée e l'altra. In un altro piccolo rudere ha sistemato una cucina
e ne ha anche ricavato una camera per i custodi cuochi Agostino e Tonina. Così ha potuto
fondare il ristorante subito diventato famoso.
Fabrizio si divertiva a giocare con quella terra, e ha giocato anche col rio Caprineddu che
attraversa la tenuta, lo ha sbarrato e ne ha ricavato un lago per l'irrigazione ma anche per
accogliere una decina di trote trovate in una pozza d'acqua, che hanno attirato anatre e
gallinelle d'acqua e uccelli acquatici.
Ora sta costruendo con Dori sulla costa della collina un edificio di otto stanze e una piscina
ricavata nella roccia, e un campo per le bocce, e un campo da tennis. Dice Dori: "Finiremo
per cercare le palline da tennis nel bosco", e ride; ma c'è poco da ridere se si pensa che
senza interventi pubblicitari, senza telefono, solo attraverso il tam tam degli ospiti la storia
di questa fazenda è finita sul Financial Times.
Non ho capito se Fabrizio ha voglia di essere considerato un contadino, come faceva
Faulkner quando aveva una campagna a una trentina di chilometri da Oxford, Mississippi,
coltivata in realtà da un fratello e da quattro braccianti negri, che lo scrittore andava a
trovare nella loro baracca di tronchi per ubriacarsi con loro e farsi raccontare storie di caccia
o schiavitù. In realtà con Fabrizio si parla più di poesia che di agricoltura, nonostante le
centinaia di volumi che ha studiato per far coltivare la sua tetra, e non sempre i suoi ospiti
illustri sanno la storia di quella Agnata che lo ha ammaliato; ma per lo più quando è in
Sardegna i suoi ospiti sono legati alla storia sarda, come Salvatore Sechi di Tempio
Pausania, alto funzionario di Stato molto vicino alla presidenza della Repubblica, per Fabrizio
soprattutto musicista concentrato sullo studio del fagotto per ricreare con uno strumento
"colto" il suono etnico pastorale delle "lanneddas", le zampogne sarde senza mantice. Per
giocare a scopa si è scelto Alberto Santini, un amico che vive a Viterbo ma da una
quindicina d'anni lo aiuta nei lavori dell'Agnata, con abbastanza fanatismo da costruire a
Soriano nel Cimino, vicino a Viterbo, una villa sua chiamandola Agnatina. Le loro partite a
scopa sono molto serie: guai a chi li disturba. Ma se Fabrizio sì allontana un momento
Alberto gli trucca l'elenco dei punti e quando ritorna e non se se accorge ridono tutti come
ragazzi.
Si ride davvero, non soltanto come ragazzi, quando arriva Beppe Brillo amico d'infanzia e di
famiglia, caro a Fabrizio come un fratello. Con lui è come se uscisse dallo spesso involucro
di autodifesa che si è costruito addosso per schivare difficoltà fastidiose create
dall'invadenza dei curiosi: i suoi problemi somigliano a quelli di Beppe e fra loro si capiscono
anche soltanto con uno sguardo.
Ma a volte, quando il rosso mandala del sole cala nel mare, e nel crepuscolo dorato il
miracolo della baia si prepara alla notte, Fabrizio cede ai suoi fan e parla della sua voce
incantatora, di quel timbro ricco di armonici, dice: "Se faccio un do, lo faccio con la terza e
la sua quinta, e questo è un dono naturale"; ma, dice: "Da giovane non ero intonatissimo e
solo col tempo e l'educazione sono riuscito a intornarmi. Quando dicono che ho creato la
mia voce non posso negarlo".
L'ha educata cantando, quella voce maliarda, con l'aiuto di Alexandro Jiraldo, un maestro di
chitarra colombiano che gli aveva trovato la madre dopo il disastro delle lezioni di violino,
quando Fabrizio invece di suonare il violino mangiava i famosi "Cavolini alla panna genovesi
e pagava il maestro perché suonasse al suo posto": un trucco durato fino a che la mamma,
sentendo suonare il difficilissimo Trillo del diavolo di Tartini si era insospettita, aveva
spalancato la porta dello studio e aveva scoperto il tranello.
Con Alexandro Jiraldo con c'erano più stati tranelli. Fabrizio aveva quattordici anni e il
maestro gli faceva cantare canzoni sudamericane, senza dirgli niente di didattico: da sé il
giovane allievo, che sapeva cos'era l'intonazione ma non sapeva ancora usare la voce, ha
imparato a dominarla, o se si vuole a domarla.
Il punto di partenza di Fabrizio è dunque sudamericano: l'influenza francese è venuta dopo,
quando il padre gli ha portato i dischi di Brassens. Brassens a quattordici anni è diventato
un suo maestro di vita, che confermava scelte già maturate: era anarchico, viveva su un
barcone della Senna; ma non ha mai voluto incontrarlo per paura di restarne deluso.
Così, quattordicenne, aveva cominciato a cantare le canzoni di Brassens, ma anche quelle di
Aznavour, di Gilbert Bécaud, di Moulodji: solo a diciotto ne ha cantato una sua. Cantava
tutte le sere in un locale in piazza De Ferrari e gli davano settantamila lire la settimana, il
quadruplo di quello che prendeva un operaio. Già da adolescente era turbato dai problemi
sociali suggeriti da Brassens, ma anche da quelli morali che contrastavano con quelli sociali.
Ancora otto anni e Fabrizio, poco più che un ragazzo, avrebbe affrontato quello che sarebbe
rimasto il suo problema fondamentale, la morale come complesso di leggi istituito dalla
classe al potere: già allora ha fatto una critica dei dieci comandamenti della morale corrente
contrari a qualsiasi senso sociale.
Ancora adesso Fabrizio si accende quando spiega: "E' comodo dire "non rubare" o "non
desiderare la donna d'altri" quando si hanno soldi e concubine". I suoi interlocutori, a
diciassette anni, erano i compagni genovesi della Federazione Anarchica Italiana di Carrara,
senza nessuno che si comportasse da leader.
Brassens è stato per lui la conferma delle sue idee anarchiche, ma anche un esempio
musicale che gli ha dato aperture tecniche sull'uso della chitarra. Si è ritrovato a inventare
tarantelle non prendendo spunto dalla musica napoletana ma dalle canzoni di Brassens,
scoprendo solo più tardi, dieci anni fa, che lo stesso Brassens aveva avuto una nonna e la
mamma napoletane: cioè, imitando Brassens, imitava un italiano.
Quando, osservando la realtà, si è staccato da lui e dalla famiglia, ha inventato il suo stile:
ha inventato De André. Forse senza rendersene conto ha inventato il cantore delle più belle,
struggenti, sofisticate poesie - non soltanto canzoni - del nostro tempo.
Ha inventato un De André che ha dovuto fare i conti con la sua anarchia poetica che
precedeva il Comunismo e i movimenti operaio e sindacale: perché dal momento in cui negli
anni Cinquanta aveva preso piede il marxismo, chi non faceva coincidere la Sinistra col
marxismo era considerato di Destra alla maniera sovietica; mentre, dice Fabrizio, la
differenza tra comunisti e anarchici era che i comunisti si basavano soltanto su Marx e gli
anarchici si basavano su Bakunin e Stirner e la critica a Hegel.
I comunisti, dice Fabrizio, non sapevano che la guerra civile spagnola era stata perduta dai
Repubblicani perché nelle trincee gli anarchici (che costituivano il maggior numero di
combattenti) si trovavano a combattere due guerre: quella fuori delle trincee contro i
franchisti e quella dentro le trincee coi compagni delle Brigate Internazionali che seguivano
Stalin: questo, commenta Fabrizio, un anno e mezzo prima che Stalin, chissà perché,
firmasse attraverso Molotov e Ribbentrop il patto di non aggressione con la Germania.
Così nei primi mesi del 1936 le armi sovietiche avevano smesso di arrivare al fronte, il che
voleva dire che Stalin malgrado tutti i suoi proclami, aveva maggior convenienza a veder
instaurato in Spagna l'ordine di Francisco Franco. Le torve, orribili immagini della guerra, le
perverse, funeste immagini della politica avevano invaso la dolce baia col sole ormai
tramontato. I papaveri rossi della canzone di Piero erano ingigantiti nella mia memoria e
forse anche in quella di Fabrizio.
Mentre si alzava per rispondere al richiamo della dolcissima Dori, ha detto: "Quando è morto
Stalin nelle strade della Foce dove abitavo allora c'erano mazzi di fiori con la sua fotografia.
E' la prima volta che ho visto il lutto vestito di rosso".

Poesia in musica, canzoni corsare dell'altro mondo


CI SONO ZONE di mondo e di società dove "il sole del buon dio non dà i suoi raggi". Mai. Ed
è li che potete trovarci, sempre, Fabrizio De André, perennemente attento a cogliere ogni
lampo di luce interiore che comunque anima chi quelle zone abita. Viaggiatore irriducibile,
De André, tra i dannati della terra: ladri, suicidi, puttane, vagabondi, venditori di sogni,
recalcitranti a qualunque forma di conformismo. Schiva il vento di poppa e gira le vele. E
avanti così, "in direzione ostinata e contraria" attraverso quattro decenni ormai: gli anni 60
dei fermenti, i 70 della rivolta, gli 80 della restaurazione, i 90 della grande omologazione.
Cambiano i tempi e le geografie, ma l'esercito dei respinti non assottiglia le fila, anche se
mutano gli idiomi e i colori della pelle. E c'è sempre qualcuno che "tra il vomito dei respinti
muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di
verità", con accordi che inseguono sempre nuove sonorità e una voce profonda, calda,
solenne, che scrive Umberto Fiori "ridisegna lo spazio della musica leggera e lo sottrae alla
platealità, agli urli e ai sospiri, per portarlo a una concentrazione, a un raccoglimento e a
un'interiorizzazione estrema".
De André l'intellettuale, De André il poeta, De André il musicista, indagato al microscopio in
Fabrizio De André. Accordi eretici (Euresis Edizioni, pp. 222, L. . 25.000), curato da Bruno
Bigoni e Romano Giuffrida, con scritti di oltre il già citato Fiori Ezio Alberione, Fulvio De
Giorgi, Franco Fabbri, Liana Nissim, Luigi Pestalozza.
Saranno anche solo canzonette, ma sono canzoni dell'altro mondo, e già questo vale
un'indagine approfondita. E poi non é sempre vero che il contenitore determina il contenuto.
Certo non nel caso di De André, le cui canzoni Mario Luzi scopre con incantato stupore, e
nell'introduzione al libro gli scrive sotto forma di lettera aperta: "Lei è davvero uno
chansonnier, vale a dire un artista della chanson. La sua poesia, poiché la sua poesia c'è, si
manifesta nei modi del canto e non in altro; la sua musica, poiché la sua musica c'è, si
accende e si espande nei ritmi della sua canzone e non altrimenti. Per quanto il suo dono di
affabulazione crei una certa magia, non sarebbe in grado di soggiogare l'uditorio senza il
foco di quella concrezione e sintesi".
E con quel foco di concrezione e sintesi, De André illumina i sentieri che incrociano la sua
"cattiva strada", dove incontra Piero e Bocca di Rosa, don Raffaé e il Pescatore, Princesa e il
suonatore Jones, Teresa e Michè e quant'altri vivono e si muovono fuori dalle convenzioni
comunemente accettate per le quali ogni impulso e azione hanno per finalità il denaro, o
l'amore, o il cielo. Nell'ostinato rifiuto di ogni conformismo, qualunque sfumatura esso
abbia, sempre alla ricerca di quel che non galleggia, astuto e lieto, sulla schiuma dell'onda.
Sempre dalla parte dei non vincenti, che non vuoi dire perdenti. Per dare flato a un "altro
mondo", appunto, che non é meno reale ma è certo meno rappresentato di quello vociante
che si impone come "maggioritario". Per dare identità e dignità a un mondo dove si parla
sottovoce per farsi ascoltare, anziché urlare per farsi sentire. "La canzone si legge in Accordi
eretici è un oggetto ibrido e complesso". Quelle di De André sono "canzoni corsare", poesia
in musica e musica in poesia, che definiscono e descrivono un universo. E che qualcuno
chiama ancora "canzonette".
Quella voce che scolpisce le parole
di Gino Castaldo
Nella penombra del teatro gremito, la voce di Fabrizio De André risalta come un solido
blocco d'alabastro. E netta, forte, intransigente. Soprattutto bella, pulita, senza scorie, priva
di trucchi e virtuosismi d'impostazione. In fondo si è detto molto del De André autore,
dell'anarchico aristocratico che canta la voce delle minoranze culturali (siano esse indiane,
zingare, genovesi) e che invoca irriducibilmente il senso di libertà, ovunque esso si
nasconda. Molto meno si è detto della voce che è al servizio di questo progetto di poesia
libertaria. Pensare a un cantautore come a un grande cantante è un esercizio a cui siamo
poco abituati. Ma è così. Se l'effetto dei testi di De André è così penetrante, così forte, lo si
deve anche alla bellezza della sua voce. Non usa il vibrato, non ha bisogno di eccessi di
slancio sentimentale, pronuncia le parole in modo perfetto, con una nitidezza che le fa
percepire vere. La stessa accuratezza posta nello scriverle, De André la applica al canto.
Fateci caso, nelle sue canzoni una sillaba è sempre una sillaba, non viene mai storpiata,
deformata, rimane se stessa, dura quanto deve durare, termina in modo netto, assoluto,
senza tutti quegli strascicamenti che sono tipici della gran parte dei cantanti. Il timbro è
autorevole, appassionato ma controllato, esprime l'emozione dì un uomo che pesa
attentamente e con profonde meditazioni tutto quello che dice, anzi canta.
Il suo pubblico vive il concerto come una sorta di "reading" poetico. Assorbe silenzioso e
concentrato ogni sfumatura dei brani proposti. Non c'è una enorme differenza dalle versioni
che conosciamo sui dischi, ma il magnetismo fisico, la sensazione quasi di materia che
riesce a dare la sua voce, rende il concerto in ogni caso un incontro speciale.
Tutto questo è funzionale al mondo che De André racconta. Sono testi sofferti, spesso
violentemente iconoclasti, irridenti, talvolta perfino difficili, e da bravo autore De André
preferisce interpretare se stesso. Raramente ha cantato di altri, ma se pensiamo solo alla
sua versione dell'antica canzone. napoletana "Fenesta nova" ci rendiamo conto che se
volesse potrebbe essere anche un bravissimo interprete di canzoni altrui.
Non accade perché ha tante cose da dire in prima persona. E sono cose che molti farebbero
bene ad ascoltare, con attenzione.