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Platone, il FILOSOFO

Il filosofo greco Platone, vissuto nel V secolo a.C., è uno dei pensatori dell'antichità che hanno
maggiormente influenzato la cultura occidentale. Rampollo di una famiglia aristocratica che
annoverava tra i discendenti il leggendario re ateniese Codro e il legislatore Solone, ricevette
un’educazione completa e raffinata all’insegna delle scienze artistiche e filosofiche; in particolar
modo fruì delle nozioni del seguace di Eraclito, Cratilo, per poi seguire Socrate e i suoi
insegnamenti, diventando il suo discepolo più fedele. In seguito ad un lungo pellegrinaggio, in cui
toccò i principali porti d’Egitto e della Magna Grecia, Platone ritornò ad Atene e ivi fondò una sua
scuola matematica - filosofica, denominata “Accademia”.
Il suo concetto di filosofia si basa sulla teoria della “reminescenza”, secondo cui “tutto quello che si
conosce è quello che si ricorda”: dunque non esiste un pensiero finito, ma bisogna sempre scoprire,
conoscere, memorizzare. Per questo motivo egli esprime una condanna alla scrittura – meglio
esplicitata nel mito di “Theuth” – in quanto questa comporta ad impigrire la mente, potendo
ricorrere costantemente a concetti scritti: la soluzione da lui adottata è quella di scrivere in
“dialoghi”, discutendo e criticando diverse posizioni filosofiche in una conversazione o in un
dibattito che coinvolge due o più interlocutori con l’intento finale di ricercare la verità. I 34 dialoghi
vengono suddivisi in 3 gruppi, secondo il periodo di composizione: 10 “dialoghi giovanili”, 16
“dialoghi della maturità” e 8 “ultimi dialoghi”.
Pilastro fondamentale della filosofia di Platone, è la “dottrina delle idee”, legata inscindibilmente
alla relativa teoria della conoscenza. Platone, allo stesso modo di Socrate, credeva nella possibilità
della conoscenza, ma che essa dovesse partire da una base certa: così come Socrate sosteneva la
facoltà di formulare validi giudizi etici, il suo discepolo si interrogò sull’eventualità dell’esistenza
di una conoscenza certa, sebbene fosse assistita da un mondo caratterizzato da apparenze in
continua mutazione. In contrasto a questi soggetti sensibili alla contingenza e alla corruttibilità,
Platone elaborò le “forme” o “idee” – situate nella zona dell’“Iperuranio” - che costituiscono gli
elementi stabili e permanenti del pensiero, gli archetipi che permettono di nominare, distinguere e
pensare gli esseri e gli oggetti del mondo fisico. Le idee sono inoltre i modelli delle creature e delle
cose fisicamente esistenti, che di esse sono invece copie imperfette e corruttibili; la realtà metafisica
degli archetipi, pur invisibile all'uomo comune, è dunque il fondamento dell'esistenza delle "copie"
che popolano il mondo visibile. Al “dualismo ontologico” fin qui analizzato è in stretto parallelismo
il “dualismo gnoseologico”, secondo cui l’epistéme (la scienza) rappresenta la conoscenza perfetta
ed immutabile e contrapposta ad una mutevole ed imperfetta definita come dόxa (l’opinione).
Platone concepì le idee gerarchicamente che potevano essere sostanzialmente di due tipi: le “idee-
valori”, corrispondenti ai supremi principi etici (bellezza, giustizia…) e le “idee matematiche”,
equivalenti alle entità dell’aritmetica e della geometria. Al di sopra di queste due categorie vi è il
Bene, l’idea suprema che irradia tutte le altre. Seguendo questa direzione, Platone raffigura il Bene
come quel principio ultimo ed unificante, poiché la dottrina delle idee è finalizzata alla spiegazione
della conoscenza e dell’entità delle cose.
Presentazione ed analisi della teoria della conoscenza sono contenute nel settimo libro della
Repubblica, e vengono semplificate per mezzo di una descrizione allegorica attraverso il “mito della
caverna”. All’interno di una caverna giace incatenato un individuo e alle sue spalle vi è un muro.
Dall’altro lato di questo, alcune persone trasportano degli oggetti dei quali una fiamma proietta le
ombre sulla parete di fondo della caverna. L’uomo incatenato reputa le ombre in un primo momento
gli oggetti reali; ma riuscendo a liberarsi dalle catene e, una volta visto che vi sono altri individui
incatenati, può distinguere i veri oggetti e trovare una via d’uscita, uscendo poi alla luce del sole di
cui i raggi gli permettono di contemplare per la prima volta il mondo reale. Questo mito è basato su
una profonda simbologia, secondo cui il prigioniero rappresenta l’anima che, nel caso venisse
liberata, potrebbe conoscere le idee; gli oggetti, o meglio le loro ombre, che gli incatenati vedono
non sono altro che le opinioni, lo stadio più mutevole e imperfetto della conoscenza; il mondo che il
liberato ammira raffigura il mondo delle idee e il sole che lo illumina il Bene, l’idea suprema.
Secondo Platone tutti sono in grado di conoscere le idee perché l’anima, prima di congiungersi al
corpo, risiede nel modo imperituro dell’Iperuranio e dove quindi ha potuto rimirare le idee.
Altro fondamento della teoria filosofica platonica è la tripartizione dell’anima: si riconoscono
un’anima “razionale” (residente nella testa), un’anima concupiscibile (situata nel ventre) – che
simboleggia il desiderio e l’irrefrenabilità degli istinti – e un’anima irascibile o “carnale”
(localizzata nel petto). La relazione presente tra queste è chiarita attraverso la narrazione del “mito
dell’auriga e dei cavalli”. L’auriga, metafora della ragione, ha il compito di guidare il cavallo buono
(l’anima razionale) per soggiogare il cavallo cattivo (l’anima irascibile), e così condurre il carro
(l’uomo) sul sentiero che porta all’Iperuranio. Con questo racconto, Platone vuol far capire come
non si possono negare le passioni interiori, ma che occorre dar forza alla ragione affinché riconduca
queste nella giusta direzione.
Fra i seppur tanti, uno dei libri di basilare importanza è certamente la Repubblica in quanto
permette di percepire e comprendere la posizione platonica sulla politica e sulla società. Egli
delinea un modello ideale di società perfetta dove la popolazione è ripartita in tre classi che devono
uniformare il proprio comportamento ad una particolare virtù, nel bene dell’intera città: i
governanti, a cui spettava il compito di interessarsi della cura dei cittadini, devono nutrire la virtù
della saggezza, indispensabile per adempiere alla loro funzione; i guerrieri, che devono essere dotati
del coraggio, al fine di proteggere la città dai nemici con l’audacia e il giusto sprezzo per il
pericolo; i lavoratori manuali, i quali devono infine possedere la temperanza, ovvero ciò che
permette di moderare e contenere gli istinti per favorire l’armonia tra i membri della società. Ogni
individuo della comunità fa parte di una classe, per mezzo di un lungo processo di formazione che
inizia sin dalla nascita e che è funzionale al raggiungimento dell’armonia e dell’equilibrio tra le
categorie, procedendo fino a quando l’individuo riesca a sviluppare al massimo le sue qualità inclini
al bisogno comune. Gli uomini che riescono nel compiere questo lungo percorso educativo
diventano filosofi, ovvero considerati come coloro che sono in grado di cogliere le idee e che
devono agire saggiamente secondo il principio di giustizia, perché indirizzati e guidati dal Bene e
pronti a sacrificare l’individualità per la comunità.
Interessante è la posizione di Platone circa le scienze ausiliari e propedeutiche alla filosofia.
Esempio: al contrario di quasi tutta la comunità greco – ellenistica, egli aveva un giudizio
sostanzialmente negativa sull’arte. Ricollegandosi alla teoria delle idee, il filosofo afferma che un
qualsiasi oggetto presente in natura costituisce solo la copia, l’imitazione dell’idea universale
dell’oggetto stesso; essendo dunque l’oggetto un’ imitazione, tutto ciò che rappresenta in un quadro
un pittore non è altro che una “copia della copia”. Secondo il pensiero platonico, qualsiasi forma di
arte mimetica non può che essere di ostacolo per la formazione dei giovani, i quali devono essere
istruiti e fare esperienza non dalle copie, ma dalla realtà delle idee.
Uniche scienze che fanno eccezione sono la matematica e la dialettica: l’aritmetica e la geometria
sono funzionali a stimolare la capacità di astrazione, di memoria e di penetrazione logica. Questa
disciplina costituisce un ruolo fondamentale nella selezione dei filosofi; non a caso sull’ingresso
dell’Accademia si sconsigliava l’accesso a chi non possedesse nozioni matematiche.
La dialettica invece si propone agli occhi di Platone come quella tecnica propria della filosofia volta
a costruire tutte le possibili connessioni tra le idee attraverso i procedimenti di analisi e sintesi e
anche come parte integrante della filosofia stessa in quanto scienza degli uomini liberi tesi
unicamente alla conoscenza dell’essere.