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Dominio veneto

Controllo delle acque, politica,


lavoro e ambiente nel territorio
adriese sotto il dominio veneziano
(1519-1797)
Dall’inizio del 1500 il Polesine e il territorio adriese sono soggetti al
dominio di Venezia, che ne terrà la giurisdizione sino al 1797, anno
dell’arrivo dei Francesi in Italia. E’ questo un periodo di intensa attività,
legata soprattutto al controllo delle acque del Po e dell’Adige. “Polesine”,
infatti, significa “terra circondata dalle acque”, ed è con esse che la
popolazione polesana deve misurarsi per la sopravvivenza di uomini, di
abitazioni, di attività lavorative.

E’ però verso la fine del secolo che Venezia ed Adria affrontano


insieme, attivamente, il problema posto dal grande fiume Po, per due
ordini di ragioni strettamente connesse e interdipendenti tra loro. Da una
parte c’è Venezia, che vede il minaccioso e inarrestabile avanzamento del
Delta e un’imminente ostruzione delle bocche meridionali della sua
laguna a causa degli apporti sedimentari del Po ; dall’altra Adria e tutto il
Polesine, minacciati all’interno dall’innalzamento del letto del fiume.

Per tutto il ‘500, in verità, sia Venezia sia Adria avevano dato il via a
lavori intensi di arginatura e di recupero di terre per le colture, i cosiddetti
“retratti”, ovvero terre sottratte alle acque e messe successivamente a
coltivazione, ma il problema non aveva sino ad allora trovato soluzioni
soddisfacenti.

La fine del ‘500 è invece segnata da un intenso fervore di studi e


ricerche tutti volti a discutere un progetto che avrebbe trovato la sua
definitiva applicazione nel famoso “Taglio di Porto Viro”. In questo
contesto di ricerca e di testimonianze sempre più allarmate circa il futuro
di Venezia, di Adria e del Polesine in generale, si leva la voce di Luigi
Groto, il Cieco d’Adria, il quale, in una famosa orazione, che si tramanda
( con qualche voce discorde) avesse tenuto di fronte al Senato Veneto, si
pone il problema circa “dove andranno tante acque”. Il Groto vede ormai
Adria avviata alla decadenza proprio a causa del progressivo aumento del
volume d’acqua dentro e fuori la città. D’inverno, sottolinea il Groto, non
v’è possibilità di “seminare; la state (d’estate) non è speranza di
raccogliere”. Le acque, prosegue, “riempiono i campi già divenuti laghi e
le case divenute cisterne”. “ Non nascono i semi già sotterrati, muoiono
gli alberi già cresciuti”. Per l’umidità eccessiva, conclude, gli abitanti
“contraggono lunghe e perniciose infermità”. E infine, con una nota
paesaggistica, osserva che a guardare Adria e Loreo “ non vi scorgete altro
intorno che ampio mare”.

Una soluzione a un simile stato di cose urge. Di fronte a un tale pericolo


Venezia dà quindi vita a un progetto che prevede lo scavo di un canale tra
Porto Viro e la sacca di Goro, per far ripiegare più a Sud le acque del Po
Grande. Venezia, pertanto, delibera l’opera nel 1599, che viene realizzata
in tempi rapidissimi, concludendosi nel settembre del 1604. L’imponenza
del progetto, la rapidità dell’esecuzione attestano dell’estremo interesse di
Venezia per il territorio palesano, tanto più se si tiene conto che di lì a
pochi anni le più facoltose famiglie veneziane avrebbero acquistato nel
Polesine terre specialmente demaniali, bisognose di lavori di bonifica, che
attirano manodopera la quale a poco a poco diventa sempre più numerosa,
e che trova fonti di sostentamento, oltre che nei lavori di bonifica e in
agricoltura , anche in altri settori strettamente legati all’ambiente palustre
in cui sono inseriti i numerosi paesi e la stessa città di Adria.

Il dominio veneziano sul territorio palesano ebbe però più ombre che
luci.

Cominciamo da queste ultime. Sotto il profilo strettamente


amministrativo, Adria poté contare su un formale rispetto da parte della
Serenissima degli antichi statuti (anche se Venezia si riservò sempre il
diritto di apportarvi modifiche), risalenti al 1300 e riconfermati da
Lionello d’Este nel gennaio del 1442. Attraverso tali statuti, che avevano
vigore di legge per Adria e Corbola, si dettavano le norme concernenti il
diritto civile e penale. Venezia rispettò le funzioni dell’Arengo, o
Consiglio Generale, assemblea composta da tutti i cittadini adriesi che
avessero compiuto i venticinque anni, e il cui ufficio principale era quello
di nominare gli ufficiali del Comune. Tra gli ufficiali di maggior prestigio
v’era il massaro, sostituito dal 1627 con il Camerlengo, al quale
spettavano compiti di riscossione delle entrate e, successivamente, di
tenere sempre aggiornato un registro, detto libro de’ pegni.
Il podestà o Capitano, che normalmente amministrava la giustizia nelle
principali città soggette al dominio veneto, fu designazione che venne
introdotta in epoca più tarda, esattamente nel gennaio del 1628, andando a
sostituire il Visconte, di origine ferrarese, volendo premiare Adria,
sottraendola così ad altri Rettori, per il fatto che sin dal 1509 la città si era
data spontaneamente a Venezia, mandando ambasciatori, sempre secondo
il Bembo, per “avere soccorsi contro il Duca [di Ferrara]”. Oggi
l’archivio dei podestà è consultabile presso la Biblioteca Comunale di
Adria, Archivio antico. Furono inoltre riconosciuti da Venezia alcuni
privilegi commerciali agli Adriesi, secondo i quali i mercanti potevano
navigare e commerciare liberamente con le loro barche su tutto il territorio
soggetto alla Serenissima.

Fra le luci, nel campo della letteratura, va sicuramente menzionata la


figura di Luigi Groto (1541-1585), “Cieco d’Adria”, uomo poliedrico,
fondatore dell’Accademia degli Illustrati, di cultura vastissima nei più
diversi rami dello scibile. Letterato e poeta prolifico, il
suo Canzoniere assomma a più di mille liriche, il Groto fu sottoposto a
processo per eresia dal vescovo Canani nel 1567, con interdizione
dall’insegnamento, perché trovato in possesso di opere ritenute eretiche
(Erasmo, Aretino) e anche per i contatti che egli intratteneva con numerosi
personaggi sospetti d’eresia del mondo vicentino, non ultimo Palladio,
con il quale aveva mantenuto nel tempo sinceri e proficui rapporti
d’amicizia e di studio. Non per nulla, nella rappresentazione inaugurale
del Teatro Olimpico di Vicenza (1585), ideato da Palladio, il Groto
interpreterà Tiresia, il Vate cieco, nell’Edipo re di Sofocle Interessanti
anche i rapporti che legavano il Groto a un altro famoso “eretico”, ovvero
il Tintoretto, che ebbe a subire un processo per eresia, e che eseguì,
probabilmente con vari aiuti, per il poeta adriese un ritratto che porta la
data del 27 luglio del 1572, recentemente restaurato e ora posto nel
Municipio. L’opera del Groto, vero faro della cultura non solo adriese del
‘500, sembra aver avuto una certa risonanza anche fuori d’Italia, e più
esattamente in Inghilterra, ove una sua tragedia, l’Hadriana, pare fosse
stata una delle (possibili ) fonti ispiratrici di Romeo and Juliet di
Shakespeare, in virtù, scrive G. Baldini, di “alcuni particolari che non
erano in altre fonti”.

Nel ‘700 Adria diede i natali a Francesco Girolamo Bocchi (1748-1810),


membro di una illustre famiglia di studiosi adriesi, erudito di vasta fama,
storico appassionato e infaticabile ricercatore di documenti antichi,
nonché cultore di archeologia e vero e proprio fondatore del Museo
Archeologico di Adria, che egli volle all’inizio allestire nel proprio
palazzo, dove raccolse qualsiasi manufatto potesse essere ritenuto
importante sotto l’aspetto archeologico e artistico. In questo senso,
interessanti risultano alcune note di G. Fiocco su alcune statuine rinvenute
nel 1851 nel Museo Bocchi, e da lui attribuite al pittore di Lendinara
Sebastiano Filippi senior, “nonno di Sebastiano Filippi il giovane,
notissimo col soprannome di Bastianino” [1532-1602], e del quale si può
vedere una Madonna in gloria fra Santi nella Chiesa di S. Francesco a
Rovigo. Per il Fiocco Sebastiano Filippi Senior (Sebastianus pictor de
Lendenaria) di cui non si hanno più notizie dopo il 1525, sarebbe il
“Maestro dell’Altare delle statuine” del Duomo di Modena e avrebbe
lavorato anche ad Adria: di sua mano sarebbe infatti un frammento
“conservato sotto la mensa di un altare nella Chiesa di S. Maria Assunta
della Tomba… ad Adria…”.

Ma veniamo alle ombre.

Già la Pace di Bagnolo del 1484, che concludeva l’annoso conflitto tra
Ferraresi e Veneziani, consegnava a questi ultimi una terra sconvolta dalla
guerra, che aveva comportato, testimone il Bronziero, distruzioni di
raccolti e bestiame, violenze sulle cose e sulle persone, incendi di case e
ruberie, allagamenti provocati ad arte per ragioni strategico-militari,
pestilenze dovute a passaggi di eserciti e alle paludi malsane. Nonostante
Adria nel 1438 avesse patito la rovinosa rotta del Castagnaro, che,
secondo il Bocchi, “l’aveva ridotta a poche capanne di miseri pescatori”,
la conquista della città da parte di Venezia nel 1482 fu tutt’altro che
facile. Adria pagò a caro prezzo l’accanita resistenza contro i Veneziani, i
quali riuscirono a superare con estrema difficoltà la cinta muraria,
ulteriormente fortificata dagli Estensi ( lo stemma di Adria è infatti
costituito da tre torri). La città, racconta Marcantonio Sabellico, fu
abbandonata al saccheggio, agli incendi e alle stragi, e le cose
probabilmente sarebbero potute andare anche peggio se non vi fossero
stati gli autorevoli interventi di Cristoforo da Mula, che, narra il Silvestri,
“mosso a compassione di veder distrutta una città che aveva dato il nome
al Mare Adriatico [comandò] la sospensione d’ogni ostilità”, obbligando
l’esercito veneziano, costituito in parte da mercenari slavi e greci, gli
“stradiotti”, avidi di preda che spesso si abbandonavano a stupri, rapine e
ruberie, a una maggiore moderazione. Infatti durante l’accanito assedio
della città pare si fossero verificati episodi gravissimi di efferata crudeltà,
come quello ricordato da F. A. Bocchi, secondo il cui racconto i Veneziani
arrivarono al punto da massacrare i “fanciulli perché i padri non volevano
arrendersi”. Certo è che l’attacco veneziano su Adria fu durissimo,
lasciando la città prostrata. Su una situazione già di per sé estremamente
precaria, pesava poi una natura altrettanto inclemente. Gli anni del
dominio veneto vedono susseguirsi in tempi ravvicinati inverni
rigidissimi, come quello del 1492, che praticamente ghiacciò le paludi, al
punto che si ci poteva spostare a piedi, camminando sul ghiaccio, da una
località all’altra. Tra l’altro, nello stesso anno 1492, all’inverno
rigidissimo seguì anche una pestilenza, registrata dai canonici di Adria.
Poi, in rapida sequenza, i terribili inverni del 1503 e del 1561, quando si
videro scorrazzare i lupi per la campagna, e quelli del 1677, 1684, 1685,
1709, 1755, 1758, 1779.

Non meno mortifere alcune estati caldissime, che bruciarono i raccolti e


resero gli acquitrini ancora più malsani, provocando sulle popolazioni, già
di per sé stremate da una povertà degradante e assoluta, malattie esiziali,
quali la malaria e la tubercolosi, le malformazioni ossee e gravissime
malattie dell’apparato respiratorio, che mietevano vittime a ogni età, ma
facendo sentire il loro peso soprattutto sui bambini, provocando quindi
tassi altissimi di mortalità infantile. Essa era dovuta a morbi quali,
soprattutto, il tifo, il colera il vaiolo. Basti pensare che ancora lungo
l’Ottocento la vita media di un popolano di Adria oscillava tra un massimo
di 50 a un minimo di 24-25 anni, sempre ammesso che riuscisse a
superare le ricorrenti carestie e le conseguenti epidemie. Un adriese che
fosse quindi nato nel 1817 e fosse potuto vivere sino al 1885,
raggiungendo un’età di appena ( se rapportata a oggi ) 68 anni, avrebbe
dovuto sopravvivere a un’epidemia di tifo nel 1817, a una di colera nel
1835 e nel 1849, a due di vaiolo tra il 1841 e il 1870 e a un’altra di colera
nel 1885. Senza contare , infine, la peste. Quest’ultima fu avvertita con
estrema durezza ad Adria verso il 1630, ed ebbe il suo culmine nel luglio
caldissimo del 1631, tanto che il Governo Veneto mise la città in
quarantena, impedendo spostamenti via acqua di uomini e di merci.
Uomini, cose e paesaggi polesani devono anche misurarsi con un’altra
grave incombente calamità, anch’essa presente costantemente, nonostante
tanti studi e lavori idraulici portati avanti da Venezia e Adria: le alluvioni.
Il dominio veneto coincide infatti con un radicale peggioramento
climatico e un aumento notevole anche della piovosità. Le rotte del Po e
dell’Adige si fanno sempre più frequenti, oltre venti per il 1500, quasi un
trentina per il 1600, e più di trenta per il ‘700. Con un simile dissesto
territoriale è evidente che le uniche vie che sottraevano Adria
all’isolamento erano quelle d’acqua. I canali della Tomba e del Castello,
intersecati da fosse, penetravano fin dentro la città, tagliandola in due;
tutt’intorno le valli, e i lavori di bonifica.

Le strade, quelle che esistevano, erano pressoché impraticabili in vari


periodi dell’anno. Ci informa il Bocchi che “ Il Polesine da Sud a Nord
non poteva essere attraversato da strade in luogo alcuno… [anche se]
tronchi di strade trasversali partivano certamente da Adria e s’avviavano
per Gavello a vari punti occidentali della penisola”. Le provinciali erano
comunque disastrate, fangose, e soprattutto, né Venezia né il governo
locale stanziavano alcuna risorsa per la loro sistemazione. Abbandonate a
se stesse, provocarono un più marcato isolamento del Polesine e una
sostanziale paralisi della vita civile e culturale dei centri polesani, a partire
dai minori sino ad arrivare a Rovigo ed Adria. Di tale situazione disastrata
delle strade ebbe a far esperienza il 23 settembre del 1751 S.E. il Vescovo
Pellegrino Ferri che, dovendo essere presente ad Adria per il Giubileo del
1751, trovò “impraticabili” le strade di S. Apollinare, che avrebbero
dovuto essere “curate” dai fratelli Nadale e Francesco Franzosi, riuscendo
alla fine ad arrivare “passando di barcha in barcha [sic]”.

In effetti il sistema di governo di Venezia nel Polesine, e in tutto il


Veneto, si tradusse in una vera e propria politica di rapina e di spoliazione,
che andò a incidere su tutta la popolazione, ma in modo particolare sugli
strati popolari, urbani e delle campagne, che ebbero veramente a patire,
nel totale disinteresse del patriziato veneziano, della Chiesa, e, da ultimo
della nobiltà locale, che, come vedremo tra breve, ebbe pesantissime
responsabilità sullo stato di miseria in cui versavano le plebi palesane e
adriesi. Con tutto ciò, non si vuole adombrare l’impressione che il
Governo Veneto fosse peggiore rispetto a quello di altre regioni, da Nord a
Sud. Più o meno, le cose, specie in fatto di fiscalità, erano dappertutto
simili. L’appunto però che si può e si deve muovere a Venezia consiste nel
fatto che, mentre in altri Stati italiani, specie nel ‘700, come in
Lombardia, Toscana e Regno di Napoli, v’era tutto un fervore di studi e
discussioni circa il miglior sistema fiscale da adottare, la situazione in
Veneto era stagnante, e Venezia era sotto questo profilo arroccata su
posizioni di retroguardia. E la cosa era da attribuirsi al fatto che la
Dominante aveva, attraverso il suo patriziato di Terraferma, troppi
interessi da salvaguardare, per cui manteneva i tributi fondiari su valori
estremamente modesti, appunto per non andare a intaccare i profitti della
classe patrizia. La questione ha una sua rilevanza, e va analizzata pertanto
con una certa attenzione, se si vogliono capire le ragioni di fondo di tanta
arretratezza e miseria del popolo minuto palesano sotto la Serenissima, e
molte altre cose, quali, per esempio, il “senso” vero e profondo delle
epiche bonifiche veneziane.

In via preliminare si osserva che il patriziato veneziano e locale, nonché


gli enti ecclesiastici erano possessori di immensi latifondi, ed era nelle
loro mani che gravitava tutta la ricchezza dei commerci e delle poche
industrie locali, come quella ad esempio della canapa, mentre il popolo si
trovava in condizioni di povertà assolutamente degradanti. Il cibo del
contadino, per esempio, come quello del proletariato urbano, fatto di una
folla di nullatenenti il cui unico impegno quotidiano era quello di far
fronte, inutilmente, a una fame congenita, era costituito pressoché
esclusivamente di mais, usato per fare la polenta o, miscelato con segala e
miglio, per fare un pane scuro, poco nutriente, scarsamente digeribile, e
soprattutto, data la monotonia della dieta, apportatore di malattie tipiche
del mondo contadino palesano, ovvero la pellagra. Era questa una grave
malattia che incideva particolarmente nelle campagne venete e anche
lombarde. A dire il vero la medicina del tempo fu oltremodo incerta circa
l’individuazione delle cause di un così grave morbo, anche se alcuni
medici, incaricati di un’indagine più attenta del fenomeno, ne sospettarono
la causa, oltre che nel clima palesano, fittissimo di nebbie, soprattutto
nell’alimentazione, essenzialmente a base di mais, nonché nelle precarie
condizioni di vita dei contadini, costretti a vivere in capanne umide e
malsane. Questo popolo miserabile conduceva infatti una vita tribolata in
veri e propri tuguri, i cosiddetti “casoni” costruiti con fango, argilla e
canne palustri. I casoni erano privi di pavimento, costituito solo di terreno
umido, con alcuni fori in alto per far uscire il fumo; una sola stanza con
due o tre pagliericci, e gli animali domestici vivevano promiscuamente
con gli uomini in un ambiente saturo di umidità, dove l’aria ristagnava e le
malattie incombevano. I casoni o altre case coloniche un po’ più
“raffinate”, appartenenti a contadini più benestanti, e perciò dotate di
pavimenti e camini in pietra erano dunque tipici della campagna polesana
e non solo. Anche ad Adria, che contava all’inizio del ‘500, secondo le
stime del Bocchi, circa 2000 abitanti e il doppio verso il 1780, le
abitazioni del popolo non erano molto dissimili rispetto a quelle della
campagna, tanto è vero che il Bocchi attesta che ancora nel 1817 v’erano
ad Adria circa 200 case fatte di canna. Di tale edilizia “povera” non è
rimasto più nulla; ha invece superato l’esame del tempo l’ “edilizia di
lusso” della nobiltà locale (Palazzo Bocchi) e quella ecclesiastica,
quest’ultima rappresentata ad Adria dalla chiesa della Tomba, rifatta nel
‘700, e riconsacrata dal vescovo Speroni nel 1784, nonché dalla Cattedrale
Nuova, la cui prima pietra, teste il Bocchi, “fu collocata il 27 ottobre
1776”.

In una situazione sociale comunque caratterizzata dal sottosviluppo, la


popolazione si arrangia come può. Il popolo delle valli adriesi si dà a un
mestiere antico, quello del cannarolo. Si tratta di un mestiere cui si dedica
gran parte della popolazione adriese, poverissima, che trova nella raccolta
delle canne e nella manifattura delle stuoie l’unica fonte di guadagno. Il
lavoro del cannarolo si fa nel corso dei tempi sempre più difficile, in
quanto decisamente osteggiato dai proprietari terrieri, che vedono in esso
un attentato contro la proprietà privata. Il conflitto
tra patroni e cannaroli è presente ovunque. Ad Adria il Consiglio cittadino
si sforza di proteggere il lavoro dei poveri cannaroli dalle pretese dei
proprietari, ma con scarso successo. L’attività dei cannaroli scompare tra
Ottocento e Novecento, quando si prosciugheranno ulteriormente le valli
con tecniche sempre più moderne, e quindi, verrà a mancare la materia
prima.

Altra importante attività legata alla presenza abbondante di acque fu,


dal ‘600 all’800, quella del mugnaio (munaro), che operava sui mulini
natanti lungo i corsi del Po e dell’Adige, nonché dei numerosi canali del
Polesine. Anche il lavoro dei mugnai troverà il suo limite e la sua
definitiva scomparsa con l’opera intensa di bonifica che disseccherà valli
e canali, preludendo alla scomparsa definitiva dei mestieri strettamente
legati all’ambiente acquatico e palustre. Di qui la pressoché simultanea
scomparsa anche dei munari, i quali, è bene ricordarlo, erano abilissimi
non solo nella pesca, strettamente connessa al mestiere, ma praticavano
altre attività, specie quella dei fornai o degli ortolani. In linea di massima,
come si può facilmente intuire, i mestieri dei popolani adriesi erano tutti
legati alla presenza dell’acqua o all’attività agricola strappata ad essa per
via di bonifiche. Quindi, in primo luogo v’erano la pesca e tutte le attività
ad essa connesse, dalla lavorazione del pesce alla sua esportazione. Fra le
coltivazioni, al primo posto il mais, introdotto nel territorio adriese ai
primi del ‘600 (1603), e poi il riso e la vite: il vino faceva anzi sempre
parte del “salario” del lavoratore della terra. Oltre all’agricoltura,
variamente praticato era l’allevamento, soprattutto bovino e ovino, sempre
precario per via delle frequenti epidemie e delle inondazioni, che si
portavano via, con le misere capanne, decine di migliaia di capi di
bestiame, rendendo così insostenibile per le popolazioni rurali palesane
l’iniqua tassazione del patriziato veneziano e quello connivente del luogo.
Altri mestieri legati all’acqua erano quelli riguardanti la costruzione di
barche e barconi, battelli e mulini. A proposito dei mugnai adriesi un
antico proverbio diceva: “ A l’astuzia del munaro, non ghè mai nessun
riparo” ( Contro l’astuzia del mugnaio non v’è alcun riparo). In effetti, ad
Adria, v’erano molti mugnai contro i quali furono intentati processi per
alterazioni di farine o per tentativi, spesso riusciti, di aggirare le tasse cui
erano sottoposti. L’astuzia del mugnaio nasceva dalla necessità di
difendere il proprio reddito dalla politica di rapina non tanto di Venezia,
quanto del suo patriziato e della nobiltà locale, che a partire dai primi del
‘500 sottopongono ogni mestiere svolto dalle classi più umili a
imposizioni fiscali gravosissime, contribuendo così ad allargare il solco
che separa il popolo minuto dalle classi agiate. La tassazione nobiliare era
letteralmente vessatoria, e nulla sfuggiva all’occhio acuto dei dazieri:
animali, persone, campi, acque, pascoli, vitto, vino, sale. Si applicava il
cosiddetto “dazio grande” su mulini, carri, carrette, pollame, farine,
animali macellati, mercanzie, pesce, miele, uva, frutta in genere. Era reato
passibile di multa o, in caso di mancato pagamento di essa, di due tratti di
corda colui che veniva sorpreso a cacciare con reti e cani pernici e
quaglie, o chi, per non pagare il dazio, tagliava per i campi senza pagare le
bollette previste agli ufficiali preposti lungo la strada. Si pagavano 50 lire
di multa se si andava a pesca senza licenza; in caso di mancato pagamento
la barca e l’intero carico erano sequestrati dagli ufficiali. Siamo pertanto
in grado di affermare, sulla scorta di indagini storiche molto accurate, che
quasi l’80% delle entrate dell’erario della Serenissima era costituito dalle
imposte indirette, ovvero dai dazi d’importazione, sul transito e consumo
di merci, sul monopolio del sale e del tabacco, sulle imposte di
macellazione di animali. Si fa notare che i dazieri preposti alla riscossione
dipendevano dalla nobiltà locale o veneziana con interessi locali, che era
unica proprietaria dei cosiddetti “diritti daziari”. I dazieri erano pertanto
potentissimi, abusavano spesso del loro potere per manipolare le tariffe e
per arrivare al sequestro delle merci; in questo senso i mercanti erano i più
esposti agli abusi.

Tutto il male stava a monte, ovvero nel sistema veneziano di governo


della Terraferma. Già nel 1545, a pochi anni dalla conquista del Polesine,
il podestà Marc’Antonio Priuli, aveva toccato il punto dolente, asserendo
che l’estrema miseria dei contadini era dovuta alle “gravezze”. Ora, con
questo termine si indicavano le imposte dirette, che, almeno teoricamente,
sarebbero dovute andare a gravare sulla grande proprietà dell’aristocrazia
veneziana, locale ed ecclesiastica. Venezia, ogni anno, stabiliva
preventivamente quanti ducati doveva ricavare da tutto il Veneto. Alla
metà del ‘500 (1542), la Dominante aveva stabilito in centomila ducati
l’introito che doveva venirle dalle città venete. Mentre Padova era gravata
di oltre 13000 ducati, e attorno ai 10000 pagavano Treviso, Udine, Verona
(14000) e Bergamo (8000), Rovigo, Adria e il Polesine dovevano far
pervenire nelle casse dello Stato Veneto più di 2200 ducati. Si deve per
altro considerare che il ducato d’oro e d’argento veneziano pesavano
rispettivamente oltre tre grammi (3,56) e un grammo e 36, possedendo un
eccezionale potere d’acquisto. Ricordava Caroselli che un cuoco di una
nave mercantile veneziana, nel 1400, poteva acquistare, con un solo
ducato dai 12 ai 30 montoni: una mandria. Ma è da considerare anche il
fatto notevole che l’estimo sulla terraferma era computato non tanto
sull’effettivo valore del terreno quanto sulle cosiddette “denunce”, ovvero
dichiarazioni spontanee rese dai contribuenti, che “di norma” erano false.
Accadeva che i membri delle famiglie patrizie sia veneziane sia palesane
letteralmente si sgravavano del peso tributario verso la Dominante in
alcuni semplici modi: evadendo le tasse e “truccando” gli estimi, cosa del
resto relativamente praticabile perché in terraferma le operazioni d’estimo
erano effettuate dalle singole città, ovvero dai nobili che avevano in mano
il potere politico e amministrativo. Gli estimi in terraferma erano eseguiti
su tempi lunghissimi: diciamo che, di norma, erano “previsti” ogni dieci
anni, ma di fatto si andava oltre il mezzo secolo, in taluni casi gli estimi
erano rinnovati dopo settant’anni. Nel frattempo, intere proprietà venivano
acquisite ma non erano registrate, per cui i proprietari non pagavano
alcuna imposta; quando anche fossero censite, erano spesso sottostimate,
per cui l’evasione fiscale era fortissima, divenendo prassi consolidata.
Nonostante le accigliate e furibonde “Grida” del Governo Veneto, la
Repubblica riusciva, sì e no, a riscuotere solo la metà delle tasse
preventivate. Di tale evasione era protagonista assoluta nel Veneto la
nobiltà di Terraferma; nel Polesine, sia la nobiltà locale sia quella
veneziana, che qui possedeva estesi latifondi. Altra prassi normale era la
dilazione “sine die” del pagamento, per cui i nobili proprietari
semplicemente rifiutavano di pagare le imposte, sicuri che nessuno li
avrebbe molestati, essendo tutti gli esattori, come diceva un arrogante
“contribuente” del ‘700, “ loro [della nobiltà] dipendenti”. Risulta a
questo punto evidente “come” venivano pagate le imposte a Venezia,
ovvero distribuendo gli oneri fiscali sui contadini e sui nullatenenti della
città, che tra l’altro per legge dovevano essere esentati. Erano pertanto
gravati oltre ogni dire i mercanti, e letteralmente brutalizzati i ceti
popolari, che furono iscritti nei ruoli dei contribuenti a forza. Di fatto, il
sistema tributario di Venezia non avrebbe dovuto andare a pesare sulla
misera plebe, ma a causa dell’inveterata abitudine all’evasione fiscale
della nobiltà, tutto il peso era sopportato dal popolo minuto: mercanti,
contadini e nullatenenti, sui quali pesava effettivamente la cifra
ragguardevole di 2200 ducati; una bella somma, se consideriamo che era
pagata da una popolazione che viveva stentatamente su un territorio tra i
più dissestati del Veneto, sempre sottoposto a calamità naturali come le
alluvioni che si portavano via tutto, specie i raccolti e il bestiame (più di
1200 bovini furono perduti dopo l’alluvione ad Adria nel 1751).

Se poi aggiungiamo il fatto che il mondo contadino aveva pesanti oneri


anche verso i padroni locali, spesso ecclesiastici, cui doveva affitti,
decime, oneri per il culto, elemosine per le visite pastorali, si può ben
capire che le condizioni di sussistenza per le plebi urbane e rurali erano al
limite di ogni capacità di sopportazione. Che poi gli ambasciatori veneti
facessero notare in Senato che gli animi erano “alterati”, e che si
temevano rivolte in città e nel contado era il minimo che ci si poteva
aspettare date le circostanze. Di qui la nascita e lo sviluppo un po’ in tutto
il Veneto, e anche ad Adria, di varie “Confraternite”, che avevano il
duplice scopo di assistenza ai poveri, ma anche di controllo dei ceti
popolari sempre sulla soglia della rivolta e della sommossa.

Il fatto è che anche le tanto decantate “bonifiche” veneziane, che pure


costituirono in sé un valore indiscutibile, di fatto non comportarono
miglioramenti sostanziali del reddito e delle condizioni di vita delle
famiglie contadine stanziate nelle terre di nuova bonifica, anzi.

Qui entriamo in una questione di fondamentale importanza, se si vuole


intendere, al di là del “mito”, il significato reale e storico delle “mitiche”,
appunto, bonifiche veneziane, che furono attivate secondo ottiche spesso
divergenti: incremento della produzione agricola da un lato, affarismo più
o meno scoperto, e, dall’altro, interessi precipui della Serenissima, intesi
più che altro alla salvaguardia delle proprie funzioni portuali minacciate
dall’interramento, come ebbe a sottolineare nel 1960 Roberto Cessi, che si
faceva interprete acuto delle contraddizioni che generavano le bonifiche,
le quali, a volte, sfociavano, come vedremo, in danni sociali ed economici
per le popolazioni locali.
In realtà la vocazione di Venezia non era per la Terraferma, ma per il
mare. Correva a Venezia un detto, che ben riassume la vocazione politica
ed economica della Serenissima: “ Coltivar el mar e lassar star la terra”
[ Coltivare il mare e lasciar stare la terra]. Le cose cambiano
radicalmente però a partire già dal ‘500: la presenza turca nel
Mediterraneo costituì sempre per Venezia una spina nel fianco, nonostante
la vittoriosa battaglia di Lepanto del 1572. Fu quella una battaglia che
molti ritennero decisiva, e che pertanto fu salutata in tutta Italia e a
Venezia con festeggiamenti memorabili, alla esaltazione della quale
parteciparono poeti d’ogni parte, e tra essi il Groto. In effetti le cose
stavano diversamente: i Turchi erano lì vicino nei Balcani, e gli
approvvigionamenti agricoli erano per tale ragione molto incerti; gli
Spagnoli erano visti come un pericolo incombente; c’erano gli Austriaci
dei quali la Serenissima non si fidava, a ragione, perché di lì a poco essi
avrebbero fatto costruire l’imponente fortezza di Palmanova. Insomma,
molto pragmaticamente, parte del patriziato veneziano, specie quello delle
generazioni più giovani, vede nella Terraferma delle possibilità di
investimento lucrose e redditizie. Molto rapidamente gli investimenti si
spostano dal commercio all’acquisto di terre, poiché, come avvertivano
amaramente i “vecchi” mercanti, ancora legati alla tradizione marinara
veneziana, i giovani trovano nell’acquisizione delle terre “ingordi
guadagni”, con “rammarichi”, si specificava, “dei poveri”. Attraverso il
‘600, le difficoltà commerciali di Venezia si fecero più acute e le spese per
la difesa delle vie di navigazione pesantissime, a causa della guerra di
Candia (1645-69) e contro i Turchi, con la conquista e la successiva
rapidissima perdita della Morea. L’uscita dalla stagnazione commerciale e
dal peso insostenibile delle spese di guerra c’era, e molti patrizi veneti
imboccarono la via dell’investimento terriero che prometteva lucrosi affari
attraverso due strade: l’evasione fiscale e le bonifiche. Sull’evasione
fiscale abbiamo discusso di alcune cose che ben si legano a quanto
andremo adesso a dire. Per le bonifiche si fa notare in via preliminare che
lo Stato Veneto sostenne l’iniziativa del suo patriziato in Terraferma con
uno sforzo economico gigantesco, in quanto era ormai luogo comune a
Venezia sostenere che lo Stato doveva rendersi indipendente dai grani
esteri. La conquista di nuove terre all’agricoltura era, in quest’ottica, tutto
sommato giustificata, ragionevole e comprensibile. Si deve infatti tener
conto di un dato inconfutabile concernente tutta l’agricoltura del periodo
preindustriale, ossia che le “rese” agricole per ettaro erano a dir poco
miserrime se confrontate con quelle attuali. Se infatti oggi si possono
ottenere 50 o 70 quintali di grano per ettaro, nella realtà agricola polesana
di epoca preindustriale, fatta di “novali”, ossia terre appena bonificate e
con rese estremamente basse, la cosa era molto diversa. Anche nei campi
condotti al meglio, la resa “massima”, secondo le stime del prof. G.
Borelli, variava da un minimo di un quintale, circa, per ettaro, a un
massimo di tre quintali. La cosa, pertanto, creava una situazione di
estrema precarietà sia sotto il profilo alimentare, perché le carestie e le
conseguenti epidemie erano sempre alle porte, sia di ordine pubblico, in
quanto le popolazioni affamate scoppiavano in violente rivolte che erano
poi sedate con sistemi cruenti, con conseguente perdita di vite umane tra i
contadini e con ulteriori difficoltà per l’agricoltura, privata di preziose
energie, le uniche, sole e vere “energie”, accanto a quelle animali,
soprattutto buoi, su cui tale settore poteva contare in età preindustriale.

Il Governo Veneto s’impegnò pertanto a fondo e, secondo le stime di


Ventura, soltanto le bonifiche effettuate nel ‘500 costarono all’erario circa
un milione e mezzo di ducati, senza mai riuscire, tra l’altro, ad
ammortizzare la spesa poiché, come abbiamo visto, l’evasione fiscale era
capillare su tutta la Terraferma. Per il patriziato veneto la bonifica invece
si rivelò un affare senza precedenti, e risultano oltremodo evidenti i
profitti di un proprietario di terreno paludoso: un campo da bonificare era
comprato alla metà del ‘500 per un massimo di 5-6 ducati, e dopo 50 anni,
messo a coltura e ben lavorato, ne valeva almeno 120-130. L’estimo poi
era favorevole ai proprietari di terraferma ed era eseguito, mediamente,
ogni 50-60 anni. Il che significa che i proprietari terrieri pagavano tasse
assolutamente irrisorie per terreni che già da molti anni bonificati e resi
fertili risultavano invece, a causa di estimi condotti ogni mezzo secolo e
più, anche 62-63 anni in certe zone, come terreni “vallivi”. Ora, la tassa
(campatico) richiesta dal Governo Veneto ai proprietari per i terreni
vallivi, termine con cui si designavano i terreni paludosi, era, a partire dal
1617, di appena dieci soldi (mezza lira). Ovvio che il proprietario
continuava a pagare mezza lira sino al successivo estimo, che non arrivava
mai. Il Governo Veneto chiedeva un contributo ai proprietari dei terreni
che dovevano essere bonificati. Tale contributo era di un solo ducato se il
campo non era, come si diceva, “piantato e vitato”, e di due ducati se
possedeva tali requisiti. Il pur modesto contributo di un massimo di due
ducati, molto spesso, non era corrisposto all’erario. Il Governo Veneto
faceva lo stesso la bonifica, e non si può negare che lo sforzo veneziano
nel Polesine fosse stato men che poderoso, accanto a quello nel padovano:
tra il 1550 e il 1610 furono sottratti alla palude e messi a coltura circa
200.000 campi ( un campo padovano corrispondeva a circa mq. 3862). In
caso comunque di non corresponsione del “contributo”, la “vendetta”
della Serenissima era estremamente blanda, limitandosi essa a confiscare
la metà dei campi il cui contributo era stato a suo tempo fissato in due
ducati e confiscando un quarto di quelli a un ducato. Poi i campi confiscati
erano messi all’asta a Rialto a prezzi stracciati e con una nuova esenzione
decennale.

Attraverso simili comportamenti, assolutamente favorevoli alla proprietà


proveniente dalle bonifiche, si erano costituiti in Polesine dei veri e propri
“imperi”: basti pensare al Feudo dei Labia che, con l’acquisizione della
Frattesina, possedevano una proprietà che oscillava intorno ai 1500 campi,
ove erano incluse 15 possessioni, un paio di mulini e, infine, si erano
stipulati quasi ottanta contratti di affitto a livello. Le bonifiche, comunque,
non avevano di fatto comportato miglioramenti nella vita quotidiana dei
contadini. Date le rese, come abbiamo visto, molto basse, e i patti colonici
favorevoli alla proprietà, il mondo contadino palesano era costantemente
sul baratro della fame, ed essendo denutrito e al tempo stesso sottoposto a
un lavoro durissimo, esso semplicemente “collassava” di fronte a
fenomeni come le inondazioni, che lo gettavano sul lastrico (perdita delle
case, degli attrezzi, del bestiame). Per di più, tragedia si sommava a
tragedia, nel senso che il patriziato richiedeva egualmente, pur di fronte al
disastro, il pagamento degli affitti, pignorando, in caso, appunto, di
mancato pagamento, strumenti di lavoro, buoi e attrezzi e, persino, i letti.
In questo senso la Serenissima si rendeva conto dell’immane ingiustizia
perpetrata dalla nobiltà, proibendo, spesso con scarso successo, che
venissero sequestrati a mo’ d’indennizzo persino i letti, sui quali i
contadini “quiescunt a laboribus suis”[ riposano, dopo le dure fatiche].
Oppure, più semplicemente, il contadino soccombeva alle epidemie,
creando spaventosi vuoti demografici poi difficilmente colmabili. In
questo senso, diminuivano i matrimoni tra le classi rurali, a causa della
“miseria universale” e della “tenuità dei raccolti”, come recitavano
eloquentemente i documenti del tempo. Se infatti si analizza, sulla scorta
dei “Prospetti” stilati dal Bocchi dal 1540 al 1858, l’andamento
demografico adriese e del contado tra ‘6 e ‘700, a me pare che l’incidenza
della peste del 1630-’31 e le numerosissime devastanti inondazioni
fossero state foriere di una “rimonta” demografica estremamente lenta.
Mentre per il ‘500 il dato delle “anime” tra Adria Cattedrale e Adria
Tomba è stabile (2000 abitanti), due secoli dopo l’incremento sembra
risicato: a fronte, in città, di 2000 abitanti registrati nel 1540, più di due
secoli dopo, nel 1770, si registra appena un incremento di 2200 abitanti:
Adria Cattedrale 2866, Adria Tomba 1444. Stessa cosa nel contado:
l’incremento demografico registrato nel 1770 fra Bottrighe e Corbola
rispetto al 1540 (800) è di sole 850 persone circa, poniamo pure 1000,
poiché manca il dato del 1540 per Bottrighe. I dati testé offerti potrebbero
sembrare in contraddizione con quelli, molto più ottimistici, forniti da D.
Beltrami, che registra in tutto il Polesine 28000 abitanti per il 1548 e
63000 per il 1790. Quella del Beltrami è però una stima complessiva.
Scendendo nel dettaglio, il fenomeno assume un diverso aspetto. Anche in
zone molto vicine ad Adria il dato sembrerebbe ottimistico: Ariano, per
esempio, passa da 1550 abitanti (1540) a 6386 nel 1770; così Papozze va
dai 700 abitanti (1540) ai 2567 (1770). Per Adria e alcune zone limitrofe
si deve però considerare che il territorio, verso la metà del ‘700, fu
“vessato”, per usare le parole di un canonico della Cattedrale, G. L.
Guarnieri, da una serie di “disgrazie massime”. La rotta del Canale
Castagnaro del 27 maggio 1746, quella del 7 luglio 1747 presso
Bellombra, cui seguì un’ epidemia di bovini, che fece morire, nella sola
Adria, 1200 capi. Seguirono poi le rotte di Ca’ Emo (1748) e dell’Adige
(1748), che nel giro di pochi giorni sommersero Fasana e Baricetta,
distruggendo i “retratti”, ovvero i terreni bonificati di San Pietro e San
Paolo; poi furono inondati la Bortolina, Santa Maria “colli beni Nobili
Bocchi, Ronconi e Labia”. Secondo le stime proposte da Fiorenzo Rossi,
che si basa sui dati forniti da F. A. Bocchi, l’andamento demografico di
Adria sarebbe stato il seguente:

Anni Abitanti

1371 - 2000
1436 - 2000

1499 - 2000

1540 - 1800

1594 - 1000

1606 - 2500

1627 - 3000

1766– 5664

1770 - 4300

1792 - 6000

1795 - 9501

Come si può notare, la popolazione di Adria appare stabile, ma tendente


decisamente al basso fino al 1540. La cosa è facilmente comprensibile
considerando che tra il 1502 e il 1540 si contano sei rotte ( 1502-1515-
1516-1619-1523-1533). Si ha quindi una flessione verso la fine del ‘500,
probabilmente per il susseguirsi devastante di una serie ininterrotta di ben
12 inondazioni:

1542-1564-1566- 1569-1574--1584-1585-1587-1589- 1591-1596-1597.


Tra il 1627 e il 1766, in 139 anni, l’aumento è modesto, intorno alle 2500
unità, perché in mezzo vi furono la peste del 1630-’31 e alcuni eventi
catastrofici verso la metà del ‘700, come vedremo fra breve. Una
diminuzione si registra ancora tra il 1766 e il 1770. E infatti il 1770 è un
anno che vede in tutta Italia una recrudescenza del morbo, che nel
Polesine, a lume di logica, non poteva non farsi sentire, soprattutto per i
contatti commerciali con Venezia, estremamente esposta a causa dei
continui rapporti d’affari con tutta la penisola. A ciò si devono aggiungere
poi le epidemie di vaiolo, tifo e colera cui il Polesine era soggetto per il
particolare clima. Infatti “calure e siccità grandi”, nonché “carestia e
freddo straordinario” erano ritenute dai contemporanei i fattori
predisponesti per tali malattie. Tornando alle ondate di peste, se ne
seguiamo le fluttuazioni tra Sei e Settecento, intuiamo anche le ragioni
della stabilità verso il basso di Adria e Polesine. La peste dunque si
ripresentò con questa scansione: 1630 (in forma molto grave), 1637 (in
forma molto grave), 1643, 1650, 1656, 1657, 1673 (pericolosa per Venezia
in quanto il morbo si sviluppò a Corfù, Zante e Cefalonia), 1682, 1691,
1713, 1714, 1732, 1743, 1744 (peste a Messina) 1770, 1784 (Dalmazia e
Albania), 1787 (Dalmazia) “Sospetti” di contagio si nutrirono inoltre nel
1753 e nel 1755.

Un aumento consistente di popolazione si registra solo verso la fine del


‘700, in concomitanza con un periodo di stasi delle epidemie, che
ripresero nel 1801, e tale dato s’inserisce bene nella stima ottimistica di
Beltrami.

Il benemerito Canonico di Adria, G. L. Guarnieri, “en passant”, scrive


che ad Adria, il 16 settembre del 1751, un sacco di “formenton” (mais)
valeva ben Lire 21: una cifra spropositata pur tenendo conto dei tempi
duri che si vivevano ( passaggi di truppe straniere per le guerre di
Successione polacca e austriaca ); una cifra che ci dice, implicitamente,
che il proletariato cittadino e i contadini non potevano accedere a simile
alimento, il che ovviamente comportava che la dieta del popolo era del
tutto insufficiente a far fronte alle malattie. In tempi normali, un sacco di
“formenton” si aggirava intorno alle 10-13 Lire, con una punta massima
verso le 20 Lire (1744). Sospettare una crisi demografica più consistente
ad Adria rispetto ad altre zone è quindi ragionevole. Se confrontiamo i
prezzi dei generi alimentari in Polesine alla fine del ‘600 (1699),
possiamo renderci conto perfettamente dell’enormità di 21 Lire a sacco
per il “formenton”:

Frumento: 1 staio Lire 4

Segala : 1 staio Lire 3

Miglio : 1 staio Lire 2

Orzo : 1 staio Lire 2

Legumi : 1 staio Lire 3

Capponi : un paio L. 2

Galline : un paio L. 1, 10

Piccioni : un paio L. 0,18

Un prosciutto stagionato: L. 4

Anguille e ogni altra specie di pesce, una libbra: L. 0,9

Una spalla do porco: L. 3

Nel 1751, in pratica, a 51 anni dai prezzi del 1699, un sacco di mais
costava quasi come la metà di un affitto di una casa o di una bottega, che
era, nel 1699, di 48 Lire, oppure come un carro di fieno, che si pagava a
18 Lire. E’ evidente che mais e frumento sono consumati dai più abbienti,
mentre contadini e proletari scarseggiano di quelle che venivano definite
“munizioni da bocca”, specie di grano e cereali, alimenti che potevano
aiutare meglio l’organismo a superare le epidemie.

Fiorenzo Rossi, che ha compiuto accurati studi sulla mortalità ad Adria fra
‘5 e ‘600, sembra non dare particolare importanza alla questione
dell’alimentazione, anche dopo rotte rovinose, in quanto fa notare come,
intorno al 1580, v’era intorno ad Adria una “… straordinaria quantità d’
uccelli palustri nelle valli estesissime; e siccome gran parte di cittadini di
Adria… viveva di pesce e caccia, pròvasi anche da ciò il danno molto
minore che recavano le rotte d’allora…”. F. Rossi però non sembra tener
conto di un paio di importantissimi fattori; ovvero, da un lato, del dato
certo che verso il Seicento e oltre le paludi cominciano ad arretrare, e, con
esse, le canne e gli “uccelli palustri”, che davano rispettivamente lavoro e
sostentamento ai “cannaroli”. Dall’altro il fatto notevole che i proprietari
non permettevano più la libera circolazione degli uomini nelle loro
proprietà, e di conseguenza le stesse possibilità di alimentarsi
scarseggiavano per molti popolani. Infatti, a partire dal 1647 Venezia dà il
via alla vendita massiccia dei beni comunali, su cui aveva dominio e che
erano stati dati in concessione e in uso alle comunità della Terraferma.
Secondo le stime di Beltrami furono venduti nel Veneto tra il 1646 e il
1727, ben 89.088 ettari, dei quali il 39% venne acquistato dai patrizi
veneziani e il 3,4 % dal patriziato di Terraferma. Per le bonifiche palesane,
in una nota del 1601, vengono indicate, in moggia, la quantità di terre
bonificate con il concorso di privati, tutti o quasi appartenenti alla nobiltà
locale : Pontecchio 1117, Selva 1200, Gavello 800, Dragonzo 200 [Adria],
Cuorcrevà 200, Crespino 222, Villa nova 192, Canalnovo 104. Papozze
254, Corbola 450. Per un totale di 4799 moggia. Ciò era il risultato di
numerosi “Consorzi” di comunità, unitesi per dar vita alla bonifica
polesana: quello “di destra del Canalbianco” comprendeva Pontecchio,
Selva Veneta, Selva ferrarese, Gavello, Dragonzo, Bellombra, con
Panarella, Bosco del Monaco, Crespino, Acque dolci di Donada, Acque
dolci di Contarina. Il Consorzio “di sinistra del Canalbianco”,
comprendeva Santa Giustina, Bresega, Campagna Vecchia inferiore,
Campagna Vecchia superiore, Borsea, Stellà e S. Apollinare, i SS. Pietro e
Paolo, Valli d’Adria e Amolara, Baricetta, Valleselle, Vallona, Valdentro,
Vespara e Presciane, Tartaro Osellin, Dossi Vallieri. Abbiamo anche le
cifre che ogni comunità elargì per i lavori, in una nota del 24 settembre
1601: Pontecchio pagò Lire 127, Selva L.174, Cuorcrevà L. 20, Corbola e
Bellombra L. 45, Crespino L. 22 (24), Canalnovo L. 10, Papozze L. 25.

I contadini stanziali inoltre dovevano confrontarsi, già lo abbiamo


sottolineato, con patti agrari gravosissimi, tra i quali, “in primis” le
prestazioni personali nell’opera durissima della bonifica dei terreni, e tutti
favorevoli al patriziato veneto. Né le colture erano poi del tutto sicure,
anche a prescindere dalle frequenti inondazioni. Infatti, i patrizi veneziani,
locali e la stessa Chiesa godevano anche in Polesine di particolari diritti
come il cosiddetto pensionatico, che permetteva alle greggi anche non
stanziali nel Polesine, ma provenienti dalle zone montane, di pascolare,
nonostante le proteste vibrate di Adria, numerosissimi ovini ( oltre 22000
nel 1776) con grave danno delle colture agricole. Tale diritto del
patriziato, valevole per tutto il Veneto, durò fino alla caduta di Venezia, a
riprova della tenace difesa da parte del Senato Veneto di privilegi spesso
dannosi per l’agricoltura, ma pur tuttavia mai messi in discussione per
favorire la propria nobiltà terriera, quella locale della terraferma e, infine,
la Chiesa stessa. Le stesse bonifiche avevano alla fine creato anche un
ulteriore impoverimento, se mai ce ne fosse stato bisogno, di moltissimi
“cannaroli”, facendo a poco a poco sparire dalle valli adriesi, un tempo
lussureggianti e ricchissime di canne palustri, le uniche fonti di guadagno
per uno degli strati più miserabili della popolazione, i “cannaroli”
appunto, che dall’ uso civico del “tagliar canne” trovavano in parte
sollievo alla miseria e a una fame atavica. Venezia, quindi, con una
legislazione farraginosa ( l’unico tentativo, fallito, di unificare la
legislazione in tutti i territori soggetti alla Dominante fu tentato dal Doge
Gritti), aveva dato sì ampia autonomia ai territori soggetti, ma al tempo
stesso aveva creato le condizioni perché la nobiltà della terraferma
approfittasse della propria posizione per scaricare il peso fiscale sulle
popolazioni locali, fomentando rivolte, accentuando e allargando a
dismisura i disagi, già di per sé pesantissimi, cui erano sottoposti i poveri.

Quando nel 1797 la Serenissima Repubblica cadde, abbandonando il


Polesine ai Francesi, questi si trovarono di fronte a una terra che solo
eufemisticamente si può definire desolata e dove tutto era precario:
infrastrutture viarie dissestate per l’incuria dei governanti, una
popolazione completamente sfruttata e abbandonata a se stessa,
disoccupata la maggior parte dell’anno, analfabeta e provata da malattie
legate alla malnutrizione e all’ambiente malsano, e un territorio, per finire,
ancora molto, ma molto lontano da un minimo di sicurezza idraulica.

Enzo
Sardellaro

Appendice documentaria

Com’erano fatti gli estimi (in una pagina di A.


Frizzi)
Memorie per la storia di Ferrara, 1848, vol. II,
pp. 305-306
Il principal mezzo onde provvedere ai pubblici bisogni derivava
dall’estimo, o sia censo, al quale erano notati primariamente gli uomini
dai 20 ai 60 anni che erano atti alle armi, e ai pubblici lavori degli argini e
delle strade e a simili personali pesi, eccettuati, oltre alle donne e quelli
che non toccavano o che eccedevano quella età, i Giudici, i Fisici, i
Grammatici, i Chirurgi, i famigliari del Principe… Stavano iscritti
all’estimo, salvi alcuni privilegiati, tutti i capi famiglia co’ loro beni
stabili, cioè terreni, case, diretti e utili dominii, ed inoltre con le loro
fornaci, molini, e navi, e colle bestie grosse che possedevano, cioè bovi,
cavalli, asini, pecore, e porci. L’estimo si doveva rinnovare ad ogni cinque
anni, rispetto alle persone. E a ogni 10 rispetto ai beni. Esso era diviso in
civile e rurale. Il primo si distingueva per quartieri della città… l’altro
veniva ripartito per “polesini”; … ed ogni “polesine” comprendeva più
ville… Ogni “Polesine” conteneva ville di vario grado. Ogni villa aveva
terreni di varie specie, cioè aratori, prativi, boschivi, pascolavi, ortivi,
vignati, pescarecci, ecc. Ad ogni uno dunque, fatto il computo dei debiti
del Comune e delle spese ordinarie de’ bisognosi, s’imponeva una colletta
o tassa pecuniaria sopra i beni stabili descritti dall’estimo e si pagava in
proporzione. Alcuni pagavano in denaro, altri in generi somministrati al
pubblico, altri compensavano in opere meccaniche, o in liberali
incombenze. Lo stesso si praticava nei bisogni straordinari, quali:
pestilenze, carestie, rotte di fiumi, maritaggi di Principi, ecc. Delle
“collette” o “colte” si ha notizia fin dal 1230. Affare assai vasto e spinoso
appare questo, e fecondo di dubbi, errori, frodi e litigi… Nelle ville
esisteva un Lavorgellano, ad esso spettavano tra le pubbliche incombenze
anche quelle dell’ “estimo” e delle “colte”… Ci restano testimonianze di
questi nei libri scritti o fatti scrivere dalla Congregazione… datati 1527,
1576, 1577, 1598 nei quali sono riportate le vicende legate agli “estimi” e
alle “colte”…

Alcuni passi del processo


intentato dal Vescovo Canano a
Luigi Groto (Tribunale di Rovigo,
giugno 1567)
In N. Pozza, La Putina Greca, Milano, Mondatori,
1972, pp.183-203.

( Il Groto subì il processo a ventisei anni. Si salvò dal rogo perché fece
ammenda dei suoi “peccati” e negò tutto ciò che era possibile negare)
Vescovo- Groto, da quanti mai anni no’ ve comunicate? [Da quanti anni
non fate la comunione?]

Groto - Eh, sono quasi vinti [venti]…

Vescovo- Perché tanti?

Groto Perché… perché come ve ho ripetuto tante volte, il Santo


Tribunale no’ me ha mai assolto d’aver tegnìo [tenuto] in casa libri
eretici…

Vescovo – Che libri sono, questi eretici?

Groto - … Quasi tutte le opere di Erasmo, monsignor; quelle di


Cornelio Agrippa, Il Malchiavegli [Machiavelli], il De occulta filosofia,
molti libri dell’Aretino… i Sette Libri di Bernardo Ochino, La
Maccaronea, il Decameron.

Vescovo – E questi libri li avete per eretici, reprobati [condannati] da


Santa Madre Chiesa, o per Cattolici?

Groto- Per eretici…

Vescovo- Chi vi ha dato i Sette Libri di Bernardo Ochino?

Groto- Non mi ricordo, per la verità.

Vescovo- Pensateci.

Groto- Se me lo ricordo, lo dirò.

Vescovo- In che modo, voi, orbo, sapete tante cose della santa religione?

Groto- Son passionato. E i libri me li son fatti leggere.

Vescovo- Da chi…?

Groto- Dai miei scolari…

Vescovo- Che età avevano?

GrotoMah, dieci, dodici-tredici anni…

Vescovo- Avete mai dubitato essere la Santa Chiesa Madre Nostra e


Matrona del mondo?

Groto- Signor no.


Vescovo- Tenete voi il Pontefice Romano essere il Vicario di Cristo in
terra, Sposo, Pastore e Capo della Chiesa?

Groto- Signor sì.

Vescovo- Tenete voi che questo Pontefice Romano possa ragionare di


Concilii, distruggere le liti fra i vescovi, scomunicare i delinquenti?

Groto- Signor sì.

Vescovo- Per che causa voi non avete ubidito [sic] ai vostri confessori?

Groto- Non ho obedito, ma mi sono confessato, anzi ho mostrato di fare


una vera confessione.

Vescovo- Che pena merita uno che non voglia ascoltare queste
scomuniche, ma anzi le disprezza?

Groto- Credo che meriti pena, ma non so di che sorte…

Note
Per i temi trattati nella presente ricerca, si rimanda alla seguente
bibliografia:

Per una conoscenza generale degli eventi riguardanti il taglio di Porto


Viro, cfr. AA.VV., Padus, La lunga storia del Delta, Piazzola sul Brenta
(PD), 1990, pp. 101 sgg.

Per l’ordinamento amministrativo di Adria, cfr. C. Tognon, Adria, in


Bonfiglio-Dosio-Covizzi-Toso, L’amministrazione del territorio sotto la
Repubblica di Venezia. Gli archivi delle comunità e dei rettori, Fiesso
Umbertiano, 2001, vol. 2, pp. 83-110.

Per le date sugli inverni nel Polesine, cfr. L. Caniato, Rovigo, una città
inconclusa,, Canova, Treviso, 1975, pp. 13-14.

Per le notizie sulla popolazione adriese, le abitazioni, la Cattedrale, cfr.


F.A. Bocchi, Il Polesine di Rovigo, ristampa anastatica dell’ediz. Di
Milano del 1861, Forni, Sala Bolognese, 1975, pp. 85, 83, 225.

Per i dati sui beni comunali cfr.D.Beltrami, Forze di Lavoro e proprietà


fondiaria elle campagne venete dei secoli XVII e XVIII, 1961, p. 69.

Per gli anni della peste, cfr. A. Corradi, Annali delle epidemie occorse in
Italia, Bologna, 1876, pp. 91-92 dell’indice.

Per le rotte, cfr. C. Silvestri, Istorica e geografica descrizione delle


Paludi Adriane

Manoscritto dell’Accademia dei Concordi, Riassunto del Tomo II, Lib. III.

Per le strade, F. A. Bocchi, Trattato geografico economico comparativo


per servire alla storia dell’antica Adria e del Polesine di Rovigo, Adria,
Guarnieri, 1879, p. 115.

Per le stime sulla popolazione adriese, F. Rossi, Storia della popolazione


di Adria dal XVI al XIX secolo, estratto da Genius, vol. XXVI, nn. 1-2,
1970, pp. 75-167, in particolare le pp. 82-83.

Per gli eventi bellici di Adria contro Venezia, cfr. ancora C.


Silvestri, Istorica Descrizione…, ediz. A stampa del 1756, p. 136.

Per i dati sulle bonifiche del 1601, cfr. M.F. Turrini, Il Consorzio di scolo
e bonifica di Pontecchio, Due Selve ed aggregati, Rovigo, Ist. D’arti
grafiche, 1941, pp. 83, 108, 110.

Per le rese in agricoltura nel Veneto, cfr. G. Borelli, Del far bonifiche
nella Repubblica veneta, in Economia e Storia, 3, 1982, pp. 409-412.

Per gli estimi sulla Terraferma, cfr. ancora G. Borelli, Il problema degli
estimi, in Economia e Storia, n.1, 1980, pp. 127-130.

Per i mugnai e i cannaroli adriesi, cfr. il saggio di A. Lodo, Testimonianze


e considerazioni su mestieri delle acque, in Uomini, terre e acque,
Minelliana, 1990, pp. 315-346.

Per le informazioni desunte dal canonico G. L. Guarnieri, cfr. Annali di


Adria di G.L. Guarnieri…, in I quaderni del “Bocchi-Badini”, Adria, n. 4,
2001, pp. 83, 96, 102.

Per l’evasione fiscale e le bonifiche, cfr. G. Gullino, I patrizi veneziani di


fronte alla proprietà feudale (secoli XVI-XVIII), in Quaderni Storici, n.
43, 1980, pp. 162-193. Per le proprietà dei Labia in Polesine, p.187, nota
15.

Per l’affarismo del patriziato veneziano, cfr. W. J. Bouwsma, Venezia e la


difesa della libertà repubblicana, Bologna, Il Mulino, 1977, in particolare
le pp. 92-95.

Per i calcoli sulla tassazione veneziana della Terraferma, cfr. A.


Ventura, La nobiltà al governo del Comune e l’opposizione dei popolari,
in Potere e società negli stati regionali italiani del ‘500 e ‘600, a c. di E.
Fasano Guarini, Bologna, Il Mulino, 1978, p. 174, nota 2.

Per il valore dell’antico ducato veneziano, cfr. M.R. Caroselli, Uomini e


ricchezza per il trionfo di Venezia sul mare, in Economia e Storia, n. 4,
1983, p. 471, n. 69.

Per ulteriori notizie demografiche, economiche e culturali, cfr. i saggi


contenuti in AA. VV. F.A. Bocchi e il suo tempo, 1821-1888, a cura di A.
Lodo, Rovigo, Minelliana, 1993. In particolare, sul pensionatico, cfr. M.
Costantini, Proprietà fondiaria e pensionatico…, pp. 233-242. Per la
popolazione ad Adria nell’800, cfr. F. Rossi, La popolazione di Adria e del
Polesine nell’Ottocento, in particolare le pp. 221-222. I “Prospetti” del
Bocchi si leggono alle pp. 230-231.

Per il cenno alla pestilenza ad Adria nel 1492, cfr. B. Rigobello, F. A.


Bocchi e la formazione dell’Archivio Antico di Adria, p. 170.

Per il Groto, oltre alle notizie fornite da F. A. Bocchi ne Il Polesine di


Rovigo, op. cit., pp. 206-210, cfr. anche L. Puppi, Breve storia del Teatro
Olimpico di Vicenza, Vicenza, Neri Pozza, p.27 e il catalogo approntato a
cura di A. Ceccotto-A. Turri, I volti del Groto, Adria, s.d., in cui è
contenuto parte dell’articolo di A. Romagnolo sul ritratto del Tintoretto,
p.14. A p. 15 si legge una lettera del Groto al Tintoretto, del 27 luglio
1582. Per l’orazione in Senato del Groto, cfr. M. Zambon, Crisi
dell’assetto territoriale deltizio alla fine del ‘500, in Uomini terra e
acque, op. cit., pp. 81-82. Per il Groto fonte di Shakespeare, cfr. G.
Baldini, Manualetto Shakespeariano, Torino, Einaudi, 1964, pp.209-210.
Sulla poesia del Groto, cfr. il saggio di F. Ersparmer,Luigi Groto
rimatore, in Luigi Groto e il suo tempo, Rovigo, Minelliana, 1987, vol. I.
Sulle rime V. anche E. Sardellaro, Ars rhetorica e potere nelle “Rime” di
Luigi Groto, all’indirizzo Web http:// digilander.iol.it/studipolesani.

Per la formazione del Museo Archeologico, cfr.L. Sanesi Mastrocinque, Il


Museo Archeologico Nazionale di Adria e la collezione Bocchi, in F.A.
Bocchi e il suo tempo, op. cit., pp. 113-122 e U. Dallemulle, Visitatori
illustri del Museo Bocchi fra Settecento e Ottocento, ivi, pp. 123-161. Per
gli studi del Fiocco, cfr. L’Arte ferrarese nel Polesine, in Cronache d’arte,
1925, pp. 121-126 dell’estratto e l’articolo successivo, sempre in
Cronache d’arte, 1925, fasc. III, pp.1-4. Per la “Madonna” del
Bastianino, Cfr. C. Semenzato, Guida di Rovigo, Vicenza, Neri Pozza,
1966, p. 129 e fig. 82.