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Il dominio veneziano nel Polesine in età moderna (1519-

1797) [ di Enzo Sardellaro ]

Dall’inizio del 1500 il Polesine e il territorio adriese sono soggetti al dominio di Venezia, che ne
terrà la giurisdizione sino al 1797, anno dell’arrivo dei Francesi in Italia. E’ questo un periodo di
intensa attività, legata soprattutto al controllo delle acque del Po e dell’Adige. “Polesine”, infatti,
significa “terra circondata dalle acque”, ed è con esse che la popolazione polesana deve misurarsi
per la sopravvivenza di uomini, di abitazioni, di attività lavorative.
E’ però verso la fine del secolo che Venezia ed Adria affrontano insieme, attivamente, il problema
posto dal grande fiume Po, per due ordini di ragioni strettamente connesse e interdipendenti tra loro.
Da una parte c’è Venezia, che vede il minaccioso e inarrestabile avanzamento del Delta e
un’imminente ostruzione delle bocche meridionali della sua laguna a causa degli apporti
sedimentari del Po ; dall’altra Adria e tutto il Polesine, minacciati all’interno dall’innalzamento del
letto del fiume.
Per tutto il ‘500, in verità, sia Venezia sia Adria avevano dato il via a lavori intensi di arginatura e
di recupero di terre per le colture, i cosiddetti “retratti”, ovvero terre sottratte alle acque e messe
successivamente a coltivazione, ma il problema non aveva sino ad allora trovato soluzioni
soddisfacenti.
La fine del ‘500 è invece segnata da un intenso fervore di studi e ricerche tutti volti a discutere un
progetto che avrebbe trovato la sua definitiva applicazione nel famoso “Taglio di Porto Viro”. In
questo contesto di ricerca e di testimonianze sempre più allarmate circa il futuro di Venezia, di
Adria e del Polesine in generale, si leva la voce di Luigi Groto, il Cieco d’Adria, il quale, in una
famosa orazione, che si tramanda ( con qualche voce discorde) avesse tenuto di fronte al Senato
Veneto, si pone il problema circa “dove andranno tante acque”. Il Groto vede ormai Adria avviata
alla decadenza proprio a causa del progressivo aumento del volume d’acqua dentro e fuori la città.
D’inverno, sottolinea il Groto, non v’è possibilità di “seminare; la state (d’estate) non è speranza di
raccogliere”. Le acque, prosegue, “riempiono i campi già divenuti laghi e le case divenute
cisterne”. “Non nascono i semi già sotterrati, muoiono gli alberi già cresciuti”. Per l’umidità
eccessiva, conclude, gli abitanti “contraggono lunghe e perniciose infermità”. E infine, con una
nota paesaggistica, osserva che a guardare Adria e Loreo “non vi scorgete altro intorno che ampio
mare”.
Una soluzione a un simile stato di cose urge. Di fronte a un tale pericolo Venezia dà quindi vita a un
progetto che prevede lo scavo di un canale tra Porto Viro e la sacca di Goro, per far ripiegare più a
Sud le acque del Po Grande. Venezia, pertanto, delibera l’opera nel 1599, che viene realizzata in
tempi rapidissimi, concludendosi nel settembre del 1604. L’imponenza del progetto, la rapidità
dell’esecuzione attestano dell’estremo interesse di Venezia per il territorio polesano, tanto più se si
tiene conto che di lì a pochi anni le più facoltose famiglie veneziane avrebbero acquistato nel
Polesine terre specialmente demaniali, bisognose di lavori di bonifica, che attirano manodopera la
quale a poco a poco diventa sempre più numerosa, e che trova fonti di sostentamento, oltre che nei
lavori di bonifica e in agricoltura , anche in altri settori strettamente legati all’ambiente palustre in
cui sono inseriti i numerosi paesi e la stessa città di Adria.
Il dominio veneziano sul territorio palesano ebbe però più ombre che luci.
Già la Pace di Bagnolo del 1484, che concludeva l’annoso conflitto tra Ferraresi e Veneziani,
consegnava a questi ultimi una terra sconvolta dalla guerra, che aveva comportato, testimone il
Bronziero, distruzioni di raccolti e bestiame, violenze sulle cose e sulle persone, incendi di case e
ruberie, allagamenti provocati ad arte per ragioni strategico-militari, pestilenze dovute a passaggi di
eserciti e alle paludi malsane. Nonostante Adria nel 1438 avesse patito la rovinosa rotta del
Castagnaro, che, secondo il Bocchi, “l’aveva ridotta a poche capanne di miseri pescatori”, la
conquista della città da parte di Venezia nel 1482 fu tutt’altro che facile. Adria pagò a caro prezzo
l’accanita resistenza contro i Veneziani, i quali riuscirono a superare con estrema difficoltà la cinta
muraria, ulteriormente fortificata dagli Estensi ( lo stemma di Adria è infatti costituito da tre torri).
La città, racconta Marcantonio Sabellico, fu abbandonata al saccheggio, agli incendi e alle stragi, e
le cose probabilmente sarebbero potute andare anche peggio se non vi fossero stati gli autorevoli
interventi di Cristoforo da Mula, che, narra il Silvestri, “mosso a compassione di veder distrutta una
città che aveva dato il nome al Mare Adriatico [comandò] la sospensione d’ogni ostilità”,
obbligando l’esercito veneziano, costituito in parte da mercenari slavi e da “stradiotti” greci, avidi
di preda che spesso si abbandonavano a stupri, rapine e ruberie, a una maggiore moderazione.
Infatti durante l’accanito assedio della città pare si fossero verificati episodi gravissimi di efferata
crudeltà, come quello ricordato da F. A. Bocchi, secondo il cui racconto i Veneziani arrivarono al
punto da massacrare i “fanciulli perché i padri non volevano arrendersi”. Certo è che l’attacco
veneziano su Adria fu durissimo, lasciando la città prostrata. Su una situazione già di per sé
estremamente precaria, pesava poi una natura altrettanto inclemente. Gli anni del dominio veneto
vedono susseguirsi in tempi ravvicinati inverni rigidissimi, come quello del 1492, che praticamente
ghiacciò le paludi, al punto che si ci poteva spostare a piedi, camminando sul ghiaccio, da una
località all’altra. Tra l’altro, nello stesso anno 1492, all’inverno rigidissimo seguì anche una
pestilenza, registrata dai canonici di Adria. Poi, in rapida sequenza, i terribili inverni del 1503 e del
1561, quando si videro scorrazzare i lupi per la campagna, e quelli del 1677, 1684, 1685, 1709,
1755, 1758, 1779.
Non meno mortifere alcune estati caldissime, che bruciarono i raccolti e resero gli acquitrini ancora
più malsani, provocando sulle popolazioni, già di per sé stremate da una povertà degradante e
assoluta, malattie esiziali, quali la malaria e la tubercolosi, le malformazioni ossee e gravissime
malattie dell’apparato respiratorio, che mietevano vittime a ogni età, ma facendo sentire il loro peso
soprattutto sui bambini, provocando quindi tassi altissimi di mortalità infantile. Essa era dovuta a
morbi quali, soprattutto, il tifo, il colera il vaiolo. Basti pensare che ancora lungo l’Ottocento la vita
media di un popolano di Adria oscillava tra un massimo di 50 a un minimo di 24-25 anni, sempre
ammesso che riuscisse a superare le ricorrenti carestie e le conseguenti epidemie. Un adriese che
fosse quindi nato nel 1817 e fosse potuto vivere sino al 1885, raggiungendo un’età di appena ( se
rapportata a oggi ) 68 anni, avrebbe dovuto sopravvivere a un’epidemia di tifo nel 1817, a una di
colera nel 1835 e nel 1849, a due di vaiolo tra il 1841 e il 1870 e a un’altra di colera nel 1885.
Senza contare , infine, la peste. Quest’ultima fu avvertita con estrema durezza ad Adria verso il
1630, ed ebbe il suo culmine nel luglio caldissimo del 1631, tanto che il Governo Veneto mise la
città in quarantena, impedendo spostamenti via acqua di uomini e di merci. Uomini, cose e paesaggi
polesani devono anche misurarsi con un’altra grave incombente calamità, anch’essa presente
costantemente, nonostante tanti studi e lavori idraulici portati avanti da Venezia e Adria: le
alluvioni. Il dominio veneto coincide infatti con un radicale peggioramento climatico e un aumento
notevole anche della piovosità. Le rotte del Po e dell’Adige si fanno sempre più frequenti, oltre
venti per il 1500, quasi un trentina per il 1600, e più di trenta per il ‘700. Con un simile dissesto
territoriale è evidente che le uniche vie che sottraevano Adria all’isolamento erano quelle d’acqua. I
canali della Tomba e del Castello, intersecati da fosse, penetravano fin dentro la città, tagliandola in
due; tutt’intorno le valli, e i lavori di bonifica.
Le strade, quelle che esistevano, erano pressoché impraticabili in vari periodi dell’anno. Ci informa
il Bocchi che “ Il Polesine da Sud a Nord non poteva essere attraversato da strade in luogo
alcuno… [anche se] tronchi di strade trasversali partivano certamente da Adria e s’avviavano per
Gavello a vari punti occidentali della penisola”. Le provinciali erano comunque disastrate, fangose,
e soprattutto, né Venezia né il governo locale stanziavano alcuna risorsa per la loro sistemazione.
Abbandonate a se stesse, provocarono un più marcato isolamento del Polesine e una sostanziale
paralisi della vita civile e culturale dei centri polesani, a partire dai minori sino ad arrivare a Rovigo
ed Adria. Di tale situazione disastrata delle strade ebbe a far esperienza il 23 settembre del 1751
S.E. il Vescovo Pellegrino Ferri che, dovendo essere presente ad Adria per il Giubileo del 1751,
trovò “impraticabili” le strade di S. Apollinare, che avrebbero dovuto essere “curate” dai fratelli
Nadale e Francesco Franzosi, riuscendo alla fine ad arrivare “passando di barcha in barcha [sic]”.
In effetti il sistema di governo di Venezia nel Polesine, e in tutto il Veneto, si tradusse in una vera e
propria politica di rapina e di spoliazione, che andò a incidere su tutta la popolazione, ma in modo
particolare sugli strati popolari, urbani e delle campagne, che ebbero veramente a patire, nel totale
disinteresse del patriziato veneziano, della Chiesa, e, da ultimo della nobiltà locale, che, come
vedremo tra breve, ebbe pesantissime responsabilità sullo stato di miseria in cui versavano le plebi
polesane e adriesi. Con tutto ciò, non si vuole adombrare l’impressione che il Governo Veneto fosse
peggiore rispetto a quello di altre regioni, da Nord a Sud. Più o meno, le cose, specie in fatto di
fiscalità, erano dappertutto simili. L’appunto però che si può e si deve muovere a Venezia consiste
nel fatto che, mentre in altri Stati italiani, specie nel ‘700, come in Lombardia, Toscana e Regno di
Napoli, v’era tutto un fervore di studi e discussioni circa il miglior sistema fiscale da adottare, la
situazione in Veneto era stagnante, e Venezia era sotto questo profilo arroccata su posizioni di
retroguardia. E la cosa era da attribuirsi al fatto che la Dominante aveva, attraverso il suo patriziato
di Terraferma, troppi interessi da salvaguardare, per cui manteneva i tributi fondiari su valori
estremamente modesti, appunto per non andare a intaccare i profitti della classe patrizia. La
questione ha una sua rilevanza, e va analizzata pertanto con una certa attenzione, se si vogliono
capire le ragioni di fondo di tanta arretratezza e miseria del popolo minuto polesano sotto la
Serenissima, e molte altre cose, quali, per esempio, il “senso” vero e profondo delle epiche
bonifiche veneziane.
In via preliminare si osserva che il patriziato veneziano e locale, nonché gli enti ecclesiastici erano
possessori di immensi latifondi, ed era nelle loro mani che gravitava tutta la ricchezza dei commerci
e delle poche industrie locali, come quella ad esempio della canapa, mentre il popolo si trovava in
condizioni di povertà assolutamente degradanti. Il cibo del contadino, per esempio, come quello del
proletariato urbano, fatto di una folla di nullatenenti il cui unico impegno quotidiano era quello di
far fronte, inutilmente, a una fame congenita, era costituito pressoché esclusivamente di mais, usato
per fare la polenta o, miscelato con segala e miglio, per fare un pane scuro, poco nutriente,
scarsamente digeribile, e soprattutto, data la monotonia della dieta, apportatore di malattie tipiche
del mondo contadino polesano, ovvero la pellagra. Era questa una grave malattia che incideva
particolarmente nelle campagne venete e anche lombarde. A dire il vero la medicina del tempo fu
oltremodo incerta circa l’individuazione delle cause di un così grave morbo, anche se alcuni medici,
incaricati di un’indagine più attenta del fenomeno, ne sospettarono la causa, oltre che nel clima
palesano, fittissimo di nebbie, soprattutto nell’alimentazione, essenzialmente a base di mais, nonché
nelle precarie condizioni di vita dei contadini, costretti a vivere in capanne umide e malsane. Questo
popolo miserabile conduceva infatti una vita tribolata in veri e propri tuguri, i cosiddetti “casoni”
costruiti con fango, argilla e canne palustri. I casoni erano privi di pavimento, costituito solo di
terreno umido, con alcuni fori in alto per far uscire il fumo; una sola stanza con due o tre
pagliericci, e gli animali domestici vivevano promiscuamente con gli uomini in un ambiente saturo
di umidità, dove l’aria ristagnava e le malattie incombevano. I casoni o altre case coloniche un po’
più “raffinate”, appartenenti a contadini più benestanti, e perciò dotate di pavimenti e camini in
pietra erano dunque tipici della campagna polesana e non solo. Anche ad Adria, che contava
all’inizio del ‘500, secondo le stime del Bocchi, circa 2000 abitanti e il doppio verso il 1780, le
abitazioni del popolo non erano molto dissimili rispetto a quelle della campagna, tanto è vero che il
Bocchi attesta che ancora nel 1817 v’erano ad Adria circa 200 case fatte di canna. Di tale edilizia
“povera” non è rimasto più nulla; ha invece superato l’esame del tempo l’ “edilizia di lusso” della
nobiltà locale (Palazzo Bocchi) e quella ecclesiastica, quest’ultima rappresentata ad Adria dalla
chiesa della Tomba, rifatta nel ‘700, e riconsacrata dal vescovo Speroni nel 1784, nonché dalla
Cattedrale Nuova, la cui prima pietra, teste il Bocchi, “fu collocata il 27 ottobre 1776”.
In una situazione sociale comunque caratterizzata dal sottosviluppo, la popolazione si arrangia
come può. Il popolo delle valli adriesi si dà a un mestiere antico, quello del cannarolo. Si tratta di
un mestiere cui si dedica gran parte della popolazione adriese, poverissima, che trova nella raccolta
delle canne e nella manifattura delle stuoie l’unica fonte di guadagno. Il lavoro delcannarolo si fa
nel corso dei tempi sempre più difficile, in quanto decisamente osteggiato dai proprietari terrieri,
che vedono in esso un attentato contro la proprietà privata. Il conflitto tra patroni e cannaroli è
presente ovunque. Ad Adria il Consiglio cittadino si sforza di proteggere il lavoro dei
poveri cannaroli dalle pretese dei proprietari, ma con scarso successo. L’attività
dei cannaroli scompare tra Ottocento e Novecento, quando si prosciugheranno ulteriormente le valli
con tecniche sempre più moderne, e quindi, verrà a mancare la materia prima.
Altra importante attività legata alla presenza abbondante di acque fu, dal ‘600 all’800, quella del
mugnaio (munaro), che operava sui mulini natanti lungo i corsi del Po e dell’Adige, nonché dei
numerosi canali del Polesine. Anche il lavoro dei mugnai troverà il suo limite e la sua definitiva
scomparsa con l’opera intensa di bonifica che disseccherà valli e canali, preludendo alla scomparsa
definitiva dei mestieri strettamente legati all’ambiente acquatico e palustre. Di qui la pressoché
simultanea scomparsa anche dei munari, i quali, è bene ricordarlo, erano abilissimi non solo nella
pesca, strettamente connessa al mestiere, ma praticavano altre attività, specie quella dei fornai o
degli ortolani. In linea di massima, come si può facilmente intuire, i mestieri dei popolani adriesi
erano tutti legati alla presenza dell’acqua o all’attività agricola strappata ad essa per via di
bonifiche. Quindi, in primo luogo v’erano la pesca e tutte le attività ad essa connesse, dalla
lavorazione del pesce alla sua esportazione. Fra le coltivazioni, al primo posto il mais, introdotto nel
territorio adriese ai primi del ‘600 (1603), e poi il riso e la vite: il vino faceva anzi sempre parte del
“salario” del lavoratore della terra. Oltre all’agricoltura, variamente praticato era l’allevamento,
soprattutto bovino e ovino, sempre precario per via delle frequenti epidemie e delle inondazioni, che
si portavano via, con le misere capanne, decine di migliaia di capi di bestiame, rendendo così
insostenibile per le popolazioni rurali polesane l’iniqua tassazione del patriziato veneziano e quello
connivente del luogo. Altri mestieri legati all’acqua erano quelli riguardanti la costruzione di barche
e barconi, battelli e mulini. A proposito dei mugnai adriesi un antico proverbio diceva: “ A l’astuzia
del munaro, non ghè mai nessun riparo” ( Contro l’astuzia del mugnaio non v’è alcun riparo). In
effetti, ad Adria, v’erano molti mugnai contro i quali furono intentati processi per alterazioni di
farine o per tentativi, spesso riusciti, di aggirare le tasse cui erano sottoposti. L’astuzia del mugnaio
nasceva dalla necessità di difendere il proprio reddito dalla politica di rapina non tanto di Venezia,
quanto del suo patriziato e della nobiltà locale, che a partire dai primi del ‘500 sottopongono ogni
mestiere svolto dalle classi più umili a imposizioni fiscali gravosissime, contribuendo così ad
allargare il solco che separa il popolo minuto dalle classi agiate. La tassazione nobiliare era
letteralmente vessatoria, e nulla sfuggiva all’occhio acuto dei dazieri: animali, persone, campi,
acque, pascoli, vitto, vino, sale. Si applicava il cosiddetto “dazio grande” su mulini, carri, carrette,
pollame, farine, animali macellati, mercanzie, pesce, miele, uva, frutta in genere. Era reato passibile
di multa o, in caso di mancato pagamento di essa, di due tratti di corda colui che veniva sorpreso a
cacciare con reti e cani pernici e quaglie, o chi, per non pagare il dazio, tagliava per i campi senza
pagare le bollette previste agli ufficiali preposti lungo la strada. Si pagavano 50 lire di multa se si
andava a pesca senza licenza; in caso di mancato pagamento la barca e l’intero carico erano
sequestrati dagli ufficiali. Siamo pertanto in grado di affermare, sulla scorta di indagini storiche
molto accurate, che quasi l’80% delle entrate dell’erario della Serenissima era costituito dalle
imposte indirette, ovvero dai dazi d’importazione, sul transito e consumo di merci, sul monopolio
del sale e del tabacco, sulle imposte di macellazione di animali. Si fa notare che i dazieri preposti
alla riscossione dipendevano dalla nobiltà locale o veneziana con interessi locali, che era unica
proprietaria dei cosiddetti “diritti daziari”. I dazieri erano pertanto potentissimi, abusavano spesso
del loro potere per manipolare le tariffe e per arrivare al sequestro delle merci; in questo senso i
mercanti erano i più esposti agli abusi.
Tutto il male stava a monte, ovvero nel sistema veneziano di governo della Terraferma. Già nel
1545, a pochi anni dalla conquista del Polesine, il podestà Marc’Antonio Priuli, aveva toccato il
punto dolente, asserendo che l’estrema miseria dei contadini era dovuta alle “gravezze”. Ora, con
questo termine si indicavano le imposte dirette, che, almeno teoricamente, sarebbero dovute andare
a gravare sulla grande proprietà dell’aristocrazia veneziana, locale ed ecclesiastica. Venezia, ogni
anno, stabiliva preventivamente quanti ducati doveva ricavare da tutto il Veneto. Alla metà del ‘500
(1542), la Dominante aveva stabilito in centomila ducati l’introito che doveva venirle dalle città
venete. Mentre Padova era gravata di oltre 13000 ducati, e attorno ai 10000 pagavano Treviso,
Udine, Verona (14000) e Bergamo (8000), Rovigo, Adria e il Polesine dovevano far pervenire nelle
casse dello Stato Veneto più di 2200 ducati. Si deve per altro considerare che il ducato d’oro e
d’argento veneziano pesavano rispettivamente oltre tre grammi (3,56) e un grammo e 36,
possedendo un eccezionale potere d’acquisto. Ricordava Caroselli che un cuoco di una nave
mercantile veneziana, nel 1400, poteva acquistare, con un solo ducato dai 12 ai 30 montoni: una
mandria. Ma è da considerare anche il fatto notevole che l’estimo sulla terraferma era computato
non tanto sull’effettivo valore del terreno quanto sulle cosiddette “denunce”, ovvero dichiarazioni
spontanee rese dai contribuenti, che “di norma” erano false. Accadeva che i membri delle famiglie
patrizie sia veneziane sia polesane letteralmente si sgravavano del peso tributario verso la
Dominante in alcuni semplici modi: evadendo le tasse e “truccando” gli estimi, cosa del resto
relativamente praticabile perché in terraferma le operazioni d’estimo erano effettuate dalle singole
città, ovvero dai nobili che avevano in mano il potere politico e amministrativo. Gli estimi in
terraferma erano eseguiti su tempi lunghissimi: diciamo che, di norma, erano “previsti” ogni dieci
anni, ma di fatto si andava oltre il mezzo secolo, in taluni casi gli estimi erano rinnovati dopo
settant’anni. Nel frattempo, intere proprietà venivano acquisite ma non erano registrate, per cui i
proprietari non pagavano alcuna imposta; quando anche fossero censite, erano spesso sottostimate,
per cui l’evasione fiscale era fortissima, divenendo prassi consolidata. Nonostante le accigliate e
furibonde “Grida” del Governo Veneto, la Repubblica riusciva, sì e no, a riscuotere solo la metà
delle tasse preventivate. Di tale evasione era protagonista assoluta nel Veneto la nobiltà di
Terraferma; nel Polesine, sia la nobiltà locale sia quella veneziana, che qui possedeva estesi
latifondi. Altra prassi normale era la dilazione “sine die” del pagamento, per cui i nobili proprietari
semplicemente rifiutavano di pagare le imposte, sicuri che nessuno li avrebbe molestati, essendo
tutti gli esattori, come diceva un arrogante “contribuente” del ‘700, “ loro [della nobiltà]
dipendenti”. Risulta a questo punto evidente “come” venivano pagate le imposte a Venezia, ovvero
distribuendo gli oneri fiscali sui contadini e sui nullatenenti della città, che tra l’altro per legge
dovevano essere esentati. Erano pertanto gravati oltre ogni dire i mercanti, e letteralmente
brutalizzati i ceti popolari, che furono iscritti nei ruoli dei contribuenti a forza. Di fatto, il sistema
tributario di Venezia non avrebbe dovuto andare a pesare sulla misera plebe, ma a causa
dell’inveterata abitudine all’evasione fiscale della nobiltà, tutto il peso era sopportato dal popolo
minuto: mercanti, contadini e nullatenenti, sui quali pesava effettivamente la cifra ragguardevole di
2200 ducati; una bella somma, se consideriamo che era pagata da una popolazione che viveva
stentatamente su un territorio tra i più dissestati del Veneto, sempre sottoposto a calamità naturali
come le alluvioni che si portavano via tutto, specie i raccolti e il bestiame (più di 1200 bovini
furono perduti dopo l’alluvione ad Adria nel 1751).
Se poi aggiungiamo il fatto che il mondo contadino aveva pesanti oneri anche verso i padroni locali,
spesso ecclesiastici, cui doveva affitti, decime, oneri per il culto, elemosine per le visite pastorali, si
può ben capire che le condizioni di sussistenza per le plebi urbane e rurali erano al limite di ogni
capacità di sopportazione. Che poi gli ambasciatori veneti facessero notare in Senato che gli animi
erano “alterati”, e che si temevano rivolte in città e nel contado era il minimo che ci si poteva
aspettare date le circostanze. Di qui la nascita e lo sviluppo un po’ in tutto il Veneto, e anche ad
Adria, di varie “Confraternite”, che avevano il duplice scopo di assistenza ai poveri, ma anche di
controllo dei ceti popolari sempre sulla soglia della rivolta e della sommossa.
Il fatto è che anche le tanto decantate “bonifiche” veneziane, che pure costituirono in sé un valore
indiscutibile, di fatto non comportarono miglioramenti sostanziali del reddito e delle condizioni di
vita delle famiglie contadine stanziate nelle terre di nuova bonifica, anzi.
Qui entriamo in una questione di fondamentale importanza, se si vuole intendere, al di là del
“mito”, il significato reale e storico delle “mitiche”, appunto, bonifiche veneziane, che furono
attivate secondo ottiche spesso divergenti: incremento della produzione agricola da un lato,
affarismo più o meno scoperto, e, dall’altro, interessi precipui della Serenissima, intesi più che altro
alla salvaguardia delle proprie funzioni portuali minacciate dall’interramento, come ebbe a
sottolineare nel 1960 Roberto Cessi, che si faceva interprete acuto delle contraddizioni che
generavano le bonifiche, le quali, a volte, sfociavano, come vedremo, in danni sociali ed economici
per le popolazioni locali.
In realtà la vocazione di Venezia non era per la Terraferma, ma per il mare. Correva a Venezia un
detto, che ben riassume la vocazione politica ed economica della Serenissima: “ Coltivar el mar e
lassar star la terra” [ Coltivare il mare e lasciar stare la terra]. Le cose cambiano radicalmente però
a partire già dal ‘500: la presenza turca nel Mediterraneo costituì sempre per Venezia una spina nel
fianco, nonostante la vittoriosa battaglia di Lepanto del 1572. Fu quella una battaglia che molti
ritennero decisiva, e che pertanto fu salutata in tutta Italia e a Venezia con festeggiamenti
memorabili, alla esaltazione della quale parteciparono poeti d’ogni parte, e tra essi il Groto. In
effetti le cose stavano diversamente: i Turchi erano lì vicino nei Balcani, e gli approvvigionamenti
agricoli erano per tale ragione molto incerti; gli Spagnoli erano visti come un pericolo incombente;
c’erano gli Austriaci dei quali la Serenissima non si fidava, a ragione, perché di lì a poco essi
avrebbero fatto costruire l’imponente fortezza di Palmanova. Insomma, molto pragmaticamente,
parte del patriziato veneziano, specie quello delle generazioni più giovani, vede nella Terraferma
delle possibilità di investimento lucrose e redditizie. Molto rapidamente gli investimenti si spostano
dal commercio all’acquisto di terre, poiché, come avvertivano amaramente i “vecchi” mercanti,
ancora legati alla tradizione marinara veneziana, i giovani trovano nell’acquisizione delle terre
“ingordi guadagni”, con “rammarichi”, si specificava, “dei poveri”. Attraverso il ‘600, le difficoltà
commerciali di Venezia si fecero più acute e le spese per la difesa delle vie di navigazione
pesantissime, a causa della guerra di Candia (1645-69) e contro i Turchi, con la conquista e la
successiva rapidissima perdita della Morea. L’uscita dalla stagnazione commerciale e dal peso
insostenibile delle spese di guerra c’era, e molti patrizi veneti imboccarono la via dell’investimento
terriero che prometteva lucrosi affari attraverso due strade: l’evasione fiscale e le bonifiche.
Sull’evasione fiscale abbiamo discusso di alcune cose che ben si legano a quanto andremo adesso a
dire. Per le bonifiche si fa notare in via preliminare che lo Stato Veneto sostenne l’iniziativa del suo
patriziato in Terraferma con uno sforzo economico gigantesco, in quanto era ormai luogo comune a
Venezia sostenere che lo Stato doveva rendersi indipendente dai grani esteri.
La conquista di nuove terre all’agricoltura era, in quest’ottica, tutto sommato giustificata,
ragionevole e comprensibile. Si deve infatti tener conto di un dato inconfutabile concernente tutta
l’agricoltura del periodo preindustriale, ossia che le “rese” agricole per ettaro erano a dir poco
miserrime se confrontate con quelle attuali. Se infatti oggi si possono ottenere 50 o 70 quintali di
grano per ettaro, nella realtà agricola polesana di epoca preindustriale, fatta di “novali”, ossia terre
appena bonificate e con rese estremamente basse, la cosa era molto diversa. Anche nei campi
condotti al meglio, la resa “massima”, secondo le stime del prof. G. Borelli, variava da un minimo
di un quintale, circa, per ettaro, a un massimo di tre quintali. La cosa, pertanto, creava una
situazione di estrema precarietà sia sotto il profilo alimentare, perché le carestie e le conseguenti
epidemie erano sempre alle porte, sia di ordine pubblico, in quanto le popolazioni affamate
scoppiavano in violente rivolte che erano poi sedate con sistemi cruenti, con conseguente perdita di
vite umane tra i contadini e con ulteriori difficoltà per l’agricoltura, privata di preziose energie, le
uniche, sole e vere “energie”, accanto a quelle animali, soprattutto buoi, su cui tale settore poteva
contare in età preindustriale.
Il Governo Veneto s’impegnò pertanto a fondo e, secondo le stime di Ventura, soltanto le bonifiche
effettuate nel ‘500 costarono all’erario circa un milione e mezzo di ducati, senza mai riuscire, tra
l’altro, ad ammortizzare la spesa poiché, come abbiamo visto, l’evasione fiscale era capillare su
tutta la Terraferma. Per il patriziato veneto la bonifica invece si rivelò un affare senza precedenti, e
risultano oltremodo evidenti i profitti di un proprietario di terreno paludoso: un campo da bonificare
era comprato alla metà del ‘500 per un massimo di 5-6 ducati, e dopo 50 anni, messo a coltura e ben
lavorato, ne valeva almeno 120-130. L’estimo poi era favorevole ai proprietari di terraferma ed era
eseguito, mediamente, ogni 50-60 anni. Il che significa che i proprietari terrieri pagavano tasse
assolutamente irrisorie per terreni che già da molti anni bonificati e resi fertili risultavano invece, a
causa di estimi condotti ogni mezzo secolo e più, anche 62-63 anni in certe zone, come terreni
“vallivi”. Ora, la tassa (campatico) richiesta dal Governo Veneto ai proprietari per i terreni vallivi,
termine con cui si designavano i terreni paludosi, era, a partire dal 1617, di appena dieci soldi
(mezza lira). Ovvio che il proprietario continuava a pagare mezza lira sino al successivo estimo, che
non arrivava mai. Il Governo Veneto chiedeva un contributo ai proprietari dei terreni che dovevano
essere bonificati. Tale contributo era di un solo ducato se il campo non era, come si diceva,
“piantato e vitato”, e di due ducati se possedeva tali requisiti. Il pur modesto contributo di un
massimo di due ducati, molto spesso, non era corrisposto all’erario. Il Governo Veneto faceva lo
stesso la bonifica, e non si può negare che lo sforzo veneziano nel Polesine fosse stato men che
poderoso, accanto a quello nel padovano: tra il 1550 e il 1610 furono sottratti alla palude e messi a
coltura circa 200.000 campi ( un campo padovano corrispondeva a circa mq. 3862). In caso
comunque di non corresponsione del “contributo”, la “vendetta” della Serenissima era
estremamente blanda, limitandosi essa a confiscare la metà dei campi il cui contributo era stato a
suo tempo fissato in due ducati e confiscando un quarto di quelli a un ducato. Poi i campi confiscati
erano messi all’asta a Rialto a prezzi stracciati e con una nuova esenzione decennale.
Attraverso simili comportamenti, assolutamente favorevoli alla proprietà proveniente dalle
bonifiche, si erano costituiti in Polesine dei veri e propri “imperi”: basti pensare al Feudo dei Labia
che, con l’acquisizione della Frattesina, possedevano una proprietà che oscillava intorno ai 1500
campi, ove erano incluse 15 possessioni, un paio di mulini e, infine, si erano stipulati quasi ottanta
contratti di affitto a livello. Le bonifiche, comunque, non avevano di fatto comportato
miglioramenti nella vita quotidiana dei contadini. Date le rese, come abbiamo visto, molto basse, e i
patti colonici favorevoli alla proprietà, il mondo contadino palesano era costantemente sul baratro
della fame, ed essendo denutrito e al tempo stesso sottoposto a un lavoro durissimo, esso
semplicemente “collassava” di fronte a fenomeni come le inondazioni, che lo gettavano sul lastrico
(perdita delle case, degli attrezzi, del bestiame). Per di più, tragedia si sommava a tragedia, nel
senso che il patriziato richiedeva egualmente, pur di fronte al disastro, il pagamento degli affitti,
pignorando, in caso, appunto, di mancato pagamento, strumenti di lavoro, buoi e attrezzi e, persino,
i letti. In questo senso la Serenissima si rendeva conto dell’immane ingiustizia perpetrata dalla
nobiltà, proibendo, spesso con scarso successo, che venissero sequestrati a mo’ d’indennizzo
persino i letti, sui quali i contadini “quiescunt a laboribus suis”[ riposano, dopo le dure fatiche].
Oppure, più semplicemente, il contadino soccombeva alle epidemie, creando spaventosi vuoti
demografici poi difficilmente colmabili. In questo senso, diminuivano i matrimoni tra le classi
rurali, a causa della “miseria universale” e della “tenuità dei raccolti”, come recitavano
eloquentemente i documenti del tempo. Se infatti si analizza, sulla scorta dei “Prospetti” stilati dal
Bocchi dal 1540 al 1858, l’andamento demografico adriese e del contado tra ‘6 e ‘700, a me pare
che l’incidenza della peste del 1630-’31 e le numerosissime devastanti inondazioni fossero state
foriere di una “rimonta” demografica estremamente lenta. Mentre per il ‘500 il dato delle “anime”
tra Adria Cattedrale e Adria Tomba è stabile (2000 abitanti), due secoli dopo l’incremento sembra
risicato: a fronte, in città, di 2000 abitanti registrati nel 1540, più di due secoli dopo, nel 1770, si
registra appena un incremento di 2200 abitanti: Adria Cattedrale 2866, Adria Tomba 1444. Stessa
cosa nel contado: l’incremento demografico registrato nel 1770 fra Bottrighe e Corbola rispetto al
1540 (800) è di sole 850 persone circa, poniamo pure 1000, poiché manca il dato del 1540 per
Bottrighe. I dati testé offerti potrebbero sembrare in contraddizione con quelli, molto più ottimistici,
forniti da D. Beltrami, che registra in tutto il Polesine 28000 abitanti per il 1548 e 63000 per il
1790. Quella del Beltrami è però una stima complessiva. Scendendo nel dettaglio, il fenomeno
assume un diverso aspetto. Anche in zone molto vicine ad Adria il dato sembrerebbe ottimistico:
Ariano, per esempio, passa da 1550 abitanti (1540) a 6386 nel 1770; così Papozze va dai 700
abitanti (1540) ai 2567 (1770). Per Adria e alcune zone limitrofe si deve però considerare che il
territorio, verso la metà del ‘700, fu “vessato”, per usare le parole di un canonico della Cattedrale,
G. L. Guarnieri, da una serie di “disgrazie massime”. La rotta del Canale Castagnaro del 27 maggio
1746, quella del 7 luglio 1747 presso Bellombra, cui seguì un’ epidemia di bovini, che fece morire,
nella sola Adria, 1200 capi. Seguirono poi le rotte di Ca’ Emo (1748) e dell’Adige (1748), che nel
giro di pochi giorni sommersero Fasana e Baricetta, distruggendo i “retratti”, ovvero i terreni
bonificati di San Pietro e San Paolo; poi furono inondati la Bortolina, Santa Maria “colli beni Nobili
Bocchi, Ronconi e Labia”. Secondo le stime proposte da Fiorenzo Rossi, che si basa sui dati forniti
da F. A. Bocchi, l’andamento demografico di Adria sarebbe stato il seguente:
Anni Abitanti
1371 – 2000
1436 – 2000
1499 – 2000
1540 – 1800
1594 – 1000
1606 – 2500
1627 – 3000
1766 – 5664
1770 – 4300
1792 – 6000
1795 – 9501
Come si può notare, la popolazione di Adria appare stabile, ma tendente decisamente al basso fino
al 1540. La cosa è facilmente comprensibile considerando che tra il 1502 e il 1540 si contano sei
rotte ( 1502-1515-1516-1619-1523-1533). Si ha quindi una flessione verso la fine del ‘500,
probabilmente per il susseguirsi devastante di una serie ininterrotta di ben 12 inondazioni:
1542-1564-1566- 1569-1574--1584-1585-1587-1589- 1591-1596-1597. Tra il 1627 e il 1766, in
139 anni, l’aumento è modesto, intorno alle 2500 unità, perché in mezzo vi furono la peste del
1630-’31 e alcuni eventi catastrofici verso la metà del ‘700, come vedremo fra breve. Una
diminuzione si registra ancora tra il 1766 e il 1770. E infatti il 1770 è un anno che vede in tutta
Italia una recrudescenza del morbo, che nel Polesine, a lume di logica, non poteva non farsi sentire,
soprattutto per i contatti commerciali con Venezia, estremamente esposta a causa dei continui
rapporti d’affari con tutta la penisola. A ciò si devono aggiungere poi le epidemie di vaiolo, tifo e
colera cui il Polesine era soggetto per il particolare clima. Infatti “calure e siccità grandi”, nonché
“carestia e freddo straordinario” erano ritenute dai contemporanei i fattori predisponesti per tali
malattie. Tornando alle ondate di peste, se ne seguiamo le fluttuazioni tra Sei e Settecento, intuiamo
anche le ragioni della stabilità verso il basso di Adria e Polesine. La peste dunque si ripresentò con
questa scansione: 1630 (in forma molto grave), 1637 (in forma molto grave), 1643, 1650, 1656,
1657, 1673 (pericolosa per Venezia in quanto il morbo si sviluppò a Corfù, Zante e Cefalonia),
1682, 1691, 1713, 1714, 1732, 1743, 1744 (peste a Messina) 1770, 1784 (Dalmazia e Albania),
1787 (Dalmazia) “Sospetti” di contagio si nutrirono inoltre nel 1753 e nel 1755.
Un aumento consistente di popolazione si registra solo verso la fine del ‘700, in concomitanza con
un periodo di stasi delle epidemie, che ripresero nel 1801, e tale dato s’inserisce bene nella stima
ottimistica di Beltrami.
Il benemerito Canonico di Adria, G. L. Guarnieri, “en passant”, scrive che ad Adria, il 16 settembre
del 1751, un sacco di “formenton” (mais) valeva ben Lire 21: una cifra spropositata pur tenendo
conto dei tempi duri che si vivevano ( passaggi di truppe straniere per le guerre di Successione
polacca e austriaca ); una cifra che ci dice, implicitamente, che il proletariato cittadino e i contadini
non potevano accedere a simile alimento, il che ovviamente comportava che la dieta del popolo era
del tutto insufficiente a far fronte alle malattie. In tempi normali, un sacco di “formenton” si
aggirava intorno alle 10-13 Lire, con una punta massima verso le 20 Lire (1744). Sospettare una
crisi demografica più consistente ad Adria rispetto ad altre zone è quindi ragionevole. Se
confrontiamo i prezzi dei generi alimentari in Polesine alla fine del ‘600 (1699), possiamo renderci
conto perfettamente dell’enormità di 21 Lire a sacco per il “formenton”:
Frumento: 1 staio Lire 4
Segala : 1 staio Lire 3
Miglio : 1 staio Lire 2
Orzo : 1 staio Lire 2
Legumi : 1 staio Lire 3
Capponi : un paio L. 2
Galline : un paio L. 1, 10
Piccioni: un paio L. 0,18
Un prosciutto stagionato: L. 4
Anguille e ogni altra specie di pesce, una libbra: L. 0,9
Una spalla do porco: L. 3
Nel 1751, in pratica, a 51 anni dai prezzi del 1699, un sacco di mais costava quasi come la metà di
un affitto di una casa o di una bottega, che era, nel 1699, di 48 Lire, oppure come un carro di fieno,
che si pagava a 18 Lire. E’ evidente che mais e frumento sono consumati dai più abbienti, mentre
contadini e proletari scarseggiano di quelle che venivano definite “munizioni da bocca”, specie di
grano e cereali, alimenti che potevano aiutare meglio l’organismo a superare le epidemie.
Fiorenzo Rossi, che ha compiuto accurati studi sulla mortalità ad Adria fra ‘5 e ‘600, sembra non
dare particolare importanza alla questione dell’alimentazione, anche dopo rotte rovinose, in quanto
fa notare come, intorno al 1580, v’era intorno ad Adria una “… straordinaria quantità d’ uccelli
palustri nelle valli estesissime; e siccome gran parte di cittadini di Adria… viveva di pesce e
caccia, pròvasi anche da ciò il danno molto minore che recavano le rotte d’allora…”. F. Rossi però
non sembra tener conto di un paio di importantissimi fattori; ovvero, da un lato, del dato certo che
verso il Seicento e oltre le paludi cominciano ad arretrare, e, con esse, le canne e gli “uccelli
palustri”, che davano rispettivamente lavoro e sostentamento ai “cannaroli”. Dall’altro il fatto
notevole che i proprietari non permettevano più la libera circolazione degli uomini nelle loro
proprietà, e di conseguenza le stesse possibilità di alimentarsi scarseggiavano per molti popolani.
Infatti, a partire dal 1647 Venezia dà il via alla vendita massiccia dei beni comunali, su cui aveva
dominio e che erano stati dati in concessione e in uso alle comunità della Terraferma. Secondo le
stime di Beltrami furono venduti nel Veneto tra il 1646 e il 1727, ben 89.088 ettari, dei quali il 39%
venne acquistato dai patrizi veneziani e il 3,4 % dal patriziato di Terraferma. Per le bonifiche
palesane, in una nota del 1601, vengono indicate, in moggia, la quantità di terre bonificate con il
concorso di privati, tutti o quasi appartenenti alla nobiltà locale : Pontecchio 1117, Selva 1200,
Gavello 800, Dragonzo 200 [Adria], Cuorcrevà 200, Crespino 222, Villa nova 192, Canalnovo 104.
Papozze 254, Corbola 450. Per un totale di 4799 moggia. Ciò era il risultato di numerosi “Consorzi”
di comunità, unitesi per dar vita alla bonifica polesana: quello “di destra del Canalbianco”
comprendeva Pontecchio, Selva Veneta, Selva ferrarese, Gavello, Dragonzo, Bellombra, con
Panarella, Bosco del Monaco, Crespino, Acque dolci di Donada, Acque dolci di Contarina. Il
Consorzio “di sinistra del Canalbianco”, comprendeva Santa Giustina, Bresega, Campagna Vecchia
inferiore, Campagna Vecchia superiore, Borsea, Stellà e S. Apollinare, i SS. Pietro e Paolo, Valli
d’Adria e Amolara, Baricetta, Valleselle, Vallona, Valdentro, Vespara e Presciane, Tartaro Osellin,
Dossi Vallieri. Abbiamo anche le cifre che ogni comunità elargì per i lavori, in una nota del 24
settembre 1601: Pontecchio pagò Lire 127, Selva L.174, Cuorcrevà L. 20, Corbola e Bellombra L.
45, Crespino L. 22 (24), Canalnovo L. 10, Papozze L. 25.
I contadini stanziali inoltre dovevano confrontarsi, già lo abbiamo sottolineato, con patti agrari
gravosissimi, tra i quali, “in primis” le prestazioni personali nell’opera durissima della bonifica dei
terreni, e tutti favorevoli al patriziato veneto. Né le colture erano poi del tutto sicure, anche a
prescindere dalle frequenti inondazioni. Infatti, i patrizi veneziani, locali e la stessa Chiesa
godevano anche in Polesine di particolari diritti come il cosiddetto pensionatico, che permetteva
alle greggi anche non stanziali nel Polesine, ma provenienti dalle zone montane, di pascolare,
nonostante le proteste vibrate di Adria, numerosissimi ovini ( oltre 22000 nel 1776) con grave
danno delle colture agricole. Tale diritto del patriziato, valevole per tutto il Veneto, durò fino alla
caduta di Venezia, a riprova della tenace difesa da parte del Senato Veneto di privilegi spesso
dannosi per l’agricoltura, ma pur tuttavia mai messi in discussione per favorire la propria nobiltà
terriera, quella locale della terraferma e, infine, la Chiesa stessa. Le stesse bonifiche avevano alla
fine creato anche un ulteriore impoverimento, se mai ce ne fosse stato bisogno, di moltissimi
“cannaroli”, facendo a poco a poco sparire dalle valli adriesi, un tempo lussureggianti e ricchissime
di canne palustri, le uniche fonti di guadagno per uno degli strati più miserabili della popolazione, i
“cannaroli” appunto, che dall’ uso civico del “tagliar canne” trovavano in parte sollievo alla miseria
e a una fame atavica. Venezia, quindi, con una legislazione farraginosa ( l’unico tentativo, fallito, di
unificare la legislazione in tutti i territori soggetti alla Dominante fu tentato dal Doge Gritti), aveva
dato sì ampia autonomia ai territori soggetti, ma al tempo stesso aveva creato le condizioni perché
la nobiltà della terraferma approfittasse della propria posizione per scaricare il peso fiscale sulle
popolazioni locali, fomentando rivolte, accentuando e allargando a dismisura i disagi, già di per sé
pesantissimi, cui erano sottoposti i poveri.
Quando nel 1797 la Serenissima Repubblica cadde, abbandonando il Polesine ai Francesi, questi si
trovarono di fronte a una terra che solo eufemisticamente si può definire desolata e dove tutto era
precario: infrastrutture viarie dissestate per l’incuria dei governanti, una popolazione
completamente sfruttata e abbandonata a se stessa, disoccupata la maggior parte dell’anno,
analfabeta e provata da malattie legate alla malnutrizione e all’ambiente malsano, e un territorio, per
finire, ancora molto, ma molto lontano da un minimo di sicurezza idraulica.

Note
Per i temi trattati nella presente ricerca, si rimanda alla seguente bibliografia:
Per una conoscenza generale degli eventi riguardanti il taglio di Porto Viro, cfr. AA.VV., Padus, La
lunga storia del Delta, Piazzola sul Brenta (PD), 1990, pp. 101 sgg.

Per l’ordinamento amministrativo di Adria, cfr. C. Tognon, Adria, in Bonfiglio-Dosio-Covizzi-


Toso, L’amministrazione del territorio sotto la Repubblica di Venezia. Gli archivi delle comunità e
dei rettori, Fiesso Umbertiano, 2001, vol. 2, pp. 83-110.

Per le date sugli inverni nel Polesine, cfr. L. Caniato, Rovigo, una città inconclusa, Canova,
Treviso, 1975, pp. 13-14.
Per le notizie sulla popolazione adriese, le abitazioni, la Cattedrale, cfr. F.A. Bocchi, Il Polesine di
Rovigo, ristampa anastatica dell’ediz. Di Milano del 1861, Forni, Sala Bolognese, 1975, pp. 85, 83,
225.

Per i dati sui beni comunali cfr.D.Beltrami, Forze di Lavoro e proprietà fondiaria elle campagne
venete dei secoli XVII e XVIII, 1961, p. 69.

Per gli anni della peste, cfr. A. Corradi, Annali delle epidemie occorse in Italia, Bologna, 1876, pp.
91-92 dell’indice.

Per le rotte, cfr. C. Silvestri, Istorica e geografica descrizione delle Paludi Adriane. Manoscritto
dell’Accademia dei Concordi, Riassunto del Tomo II, Lib. III.

Per le strade, F. A. Bocchi, Trattato geografico economico comparativo per servire alla storia
dell’antica Adria e del Polesine di Rovigo, Adria, Guarnieri, 1879, p. 115.

Per le stime sulla popolazione adriese, F. Rossi, Storia della popolazione di Adria dal XVI al XIX
secolo, estratto da Genius, vol. XXVI, nn. 1-2, 1970, pp. 75-167, in particolare le pp. 82-83.

Per gli eventi bellici di Adria contro Venezia, cfr. ancora C. Silvestri, Istorica Descrizione…, ediz.
A stampa del 1756, p. 136.
Per i dati sulle bonifiche del 1601, cfr. M.F. Turrini, Il Consorzio di scolo e bonifica di Pontecchio,
Due Selve ed aggregati, Rovigo, Ist. D’arti grafiche, 1941, pp. 83, 108, 110.

Per le rese in agricoltura nel Veneto, cfr. G. Borelli, Del far bonifiche nella Repubblica veneta,
in Economia e Storia, 3, 1982, pp. 409-412.

Per gli estimi sulla Terraferma, cfr. ancora G. Borelli, Il problema degli estimi, in Economia e
Storia, n.1, 1980, pp. 127-130.

Per i mugnai e i cannaroli adriesi, cfr. il saggio di A. Lodo, Testimonianze e considerazioni su


mestieri delle acque, in Uomini, terre e acque, Minelliana, Rovigo, 1990, pp. 315-346.

Per le informazioni desunte dal canonico G. L. Guarnieri, cfr. Annali di Adria di G.L. Guarnieri…,
in I quaderni del “Bocchi-Badini”, Adria, n. 4, 2001, pp. 83, 96, 102.

Per l’evasione fiscale e le bonifiche, cfr. G. Gullino, I patrizi veneziani di fronte alla proprietà
feudale (secoli XVI-XVIII), inQuaderni Storici, n. 43, 1980, pp. 162-193. Per le proprietà dei Labia
in Polesine, p.187, nota 15.

Per l’affarismo del patriziato veneziano, cfr. W. J. Bouwsma, Venezia e la difesa della libertà
repubblicana, Bologna, Il Mulino, 1977, in particolare le pp. 92-95.

Per i calcoli sulla tassazione veneziana della Terraferma, cfr. A. Ventura, La nobiltà al governo del
Comune e l’opposizione dei popolari, in Potere e società negli stati regionali italiani del ‘500 e
‘600, a c. di E. Fasano Guarini, Bologna, Il Mulino, 1978, p. 174, nota 2.

Per il valore dell’antico ducato veneziano, cfr. M.R. Caroselli, Uomini e ricchezza per il trionfo di
Venezia sul mare, inEconomia e Storia, n. 4, 1983, p. 471, n. 69.

Per ulteriori notizie demografiche, economiche e culturali, cfr. i saggi contenuti in AA. VV.
F.A. Bocchi e il suo tempo, 1821-1888, a cura di A. Lodo, Rovigo, Minelliana, 1993. In particolare,
sul pensionatico, cfr. M. Costantini, Proprietà fondiaria e pensionatico…, pp. 233-242. Per la
popolazione ad Adria nell’800, cfr. F. Rossi, La popolazione di Adria e del Polesine nell’Ottocento,
in particolare le pp. 221-222. I “Prospetti” del Bocchi si leggono alle pp. 230-231.

Per il cenno alla pestilenza ad Adria nel 1492, cfr. B. Rigobello, F. A. Bocchi e la formazione
dell’Archivio Antico di Adria, p. 170.

Per il Groto, oltre alle notizie fornite da F. A. Bocchi ne Il Polesine di Rovigo, op. cit., pp. 206-210,
cfr. anche L. Puppi, Breve storia del Teatro Olimpico di Vicenza, Vicenza, Neri Pozza, p.27 e il
catalogo approntato a cura di A. Ceccotto-A. Turri, I volti del Groto, Adria, s.d., in cui è contenuto
parte dell’articolo di A. Romagnolo sul ritratto del Tintoretto, p.14. A p. 15 si legge una lettera del
Groto al Tintoretto, del 27 luglio 1582. Per l’orazione in Senato del Groto, cfr. M. Zambon, Crisi
dell’assetto territoriale deltizio alla fine del ‘500, in Uomini terra e acque, op. cit., pp. 81-82. Per il
Groto fonte di Shakespeare, cfr. G. Baldini, Manualetto Shakespeariano, Torino, Einaudi, 1964,
pp.209-210. Sulla poesia del Groto, cfr. il saggio di F. Ersparmer,Luigi Groto rimatore, in Luigi
Groto e il suo tempo, Rovigo, Minelliana, 1987, vol. I. Per la formazione del Museo Archeologico,
cfr.L. Sanesi Mastrocinque, Il Museo Archeologico Nazionale di Adria e la collezione Bocchi, in
F.A. Bocchi e il suo tempo, op. cit., pp. 113-122 e U. Dallemulle, Visitatori illustri del Museo
Bocchi fra Settecento e Ottocento, ivi, pp. 123-161. Per gli studi del Fiocco, cfr. L’Arte ferrarese
nel Polesine, in Cronache d’arte, 1925, pp. 121-126 dell’estratto e l’articolo successivo, sempre
in Cronache d’arte, 1925, fasc. III, pp.1-4. Per la“Madonna” del Bastianino, Cfr. C.
Semenzato, Guida di Rovigo, Vicenza, Neri Pozza, 1966, p.129

Nell'immagine, lo stemma della città di Adria, con le tre torri, che simboleggiano le potenti
fortificazioni che circondavano la città prima della conquista veneziana.
Documento inserito il: 23/12/2014