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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.

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Antonio Spinosa...
CESARE: UN GRANDE GIOCATORE...
ARNOLDO MONDADORI EDITORE.
Dello stesso autore nella collezione le scie murat: Tiberio...
(3 1986 Arnoldo Mondadon Editore S.p.A., Milano I edizione ottobre 1986.
SOMMARIO...
9 11 calcolo dei dadi.
Parte prima...
15 IL SEGNO DI VENERE.
La toga sconveniente.
Parte seconda...
145 IL SEGNO DI MARTE.
Il nuovo mondo.
Park krza.
259 IL SEGNO DI GIOVE.
L'alloro e il diadema.
445 Itinerario bibliografico.
IL CALCOLO DEI DADI
Ognuno ha il suo Cesare.
Questo apparente paradosso ha fatto nei secoli la fortuna d'uno dei massimi
protagonisti della storia e lo rende tuttora attuale, aperto alle più
contrastanti interpretazioni.
Cesare è un prisma: ogni faccia presenta una realtà diversa dalle altre.
Con lui si ha il sospetto che nell'enigma risieda l'immortalità.
La sua vita ci attrae col miraggio di scoprirne il segreto, mentre si ottiene un
risultato più esaltante, quello di veder sorgere dalle pagine del passato un
Cesare che è soltanto nostro, un Cesare come lo vede ciasc-uno di noi.
Con lui si capisce, come non mai, perché la storia si riscriva e si rilegga in
conti nuazione.
Cesare, chi sei?, chiedeva Cicerone, dubbioso intellettuale, e dirà che i
posteri avrebbero potuto rispondere meglio dei contemporanei, una volta
scomparsi sia l'odio sia l'amore che un personaggio così glorioso e discusso
suscitava nel mondo. Cicerone sbagliava.
Il giudizio su Cesare era destinato a oltrepassare i normali sentimenti, e
difatti hanno via via continuato a ripetersi la stessa domanda uomini d'azione,
pensatori, storici, letterati e poeti.
E arduo dire se egli sia stato soprattutto un conquistatore o il fondatore di un
nuovo ordine, o l'una e l'altra cosa insieme.
Aveva in mente fin dall'inizio l'idea di abbattere la repubblica già cadente o
si deve alle circostanze la costruzione d'una monarchia assoluta e personale?
Ognuno I O Ccsarc
risponde a suo modo a questi interrogativi, difficili di per se stessi, ma che
sono nulla di fronte al quesito dei quesiti: .< Cesare fu una fortuna per Roma o
una disgrazia? )~.
Di certo si può rispondere con un'altra domanda: < Se a Roma si toglie Cesare,
che cosa resta di Roma? ,.
Un grande filosofo diceva che quando rivolgiamo lo sguardo al passato, non
vediamo che rovine.
Può essere vero, ma dalle rovine emerge viva la figura di Cesare in
tutta la sua complessità, come una forza della natura che ha lasciato
l'impronta.
La sua costruzione politica è andata lontano, come arrivavano da lontano le sue
idee.
Forse non sapeva come e quando avrebbe potuto attuarle, ma certamente le aveva
ben ferme dentro di sé, sostenute da un'immensa sete di gloria e da una furiosa
ambizione.
Nel quadro della rivoluzione romana, quelle idee risalivano alle riforme agrarie
e sociali dei Gracchi, ed erano passate attraverso le realizzazioni di Mario,
suo zio, e di Cinna, suo suocero.
Cesare era un patrizio fattosi democratico che si batteva per il popolo
cercandone l'appoggio.
In nome dei populares, il nemico da sconfiggere era l'egoistica e rapace
oligarchia senatoriale, senza disdegnare il ricorso alle più plateali forme di
demagogia, favorendo più o meno segretamente l'eversione di Catilina e la
violenza di ribaldi come Clodio il bello , suo alleato e insidiatore della
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moglie Pompea.
Il suo fu un lungo disegno, tortuoso e assai contrastato, punteggiato di
complotti abortiti, fino a quando il pugnale di un controrivoluzionario, Bruto,
non colpì nel segno.
Cesare era uomo tenace e ostinato che non si lasciava scoraggiare.
Impassibile e paziente, al tempo stesso fantasioso e appassionato, tutte qualità
che egli poneva al servizio dei suoi obiettivi, a mano a mano che li
individuava.
Per prime rivelò le doti di uomo politico, capace di destreggiarsi tra le
rivalità, lefactiones del Foro, del Senato, delle Assemblee popolari salendo al
consolato
In gioventù aveva sì militato e vinto in Asia e in Spagna, meritando una corona
civica con le ambite fronde di quercia, ma solo a quarantadue anni apparve in
lui il grande generale e il conquistatore che sottomette la Gallia e raggiunge
la sconosciuta Britannia attraverso una estenuante guerra novennale.
Furono o no nove anni di preparazione al colpo di Stato? Prevedeva Cesare di
dover saltare un fiumicello per impossessarsi del potere e rincorrere dovunque
Pompeo in fuga e poi i superstiti difensori dell'oligarchia? Sulla scena
dominava ancora per quattro anni e mezzo di guerra civile la figura del generale
vittorioso che impediva all'uomo di governo di esprimersi compiutamente.
L'Europa, l'Asia, l'Africa lo tenevano lontano dall'Urbe.
I suoi nemici non vincevano, ma lo costringevano a una vita di soldato
errabondo.
Le vittorie definitive di Farsalo e di Munda arrivarono un po' troppo tardi.
Cesare tornava a Roma ~Il'età di cinquantacinque anni.
Doveva stringere i tempi di quella sua costruzione politica che, per quanto
affrettata e rimasta incompiuta, ha consegnato il suo nome ai posteri ogni qual
volta si voglia indicare la concentrazione di tutti i poteri dello Stato nelle
mani d'un'unica persona.
Nacque una forma di regime personale, sostenuto dalle armi e dal popolo, che
tuttavia fu chiamato cesarismo ~ molto dopo, a metà Ottocento nella temperie
napoleonica.
Strano destino per un grande innovatore, realizzatore della dittatura a vita,
unificatore del mondo, tanto che qualcuno ha visto in lui, sul terreno degli
ordinamenti civili, il precursore del cristianesimo.
Non meno singolare la sorte della monarchia di cui egli poté soltanto gettare il
seme, una soluzione istituzionale che si chiamerà impero e che gli sopravviverà
per cinque secoli.
Nemmeno il suo immediato successore, Ottaviana, poté fregiarsi con facilità del
titolo di imperatore e chiamarsi Augusto, tanto radicati erano in Roma i
sentimenti repubblicani.
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si lasciò guidare dagli eventi, privo di volontà.
Come dire.?: oLa bussola va impazzita all'avventura /e il calcolo dei dadi più
non torna~.
Appariva dominato da una sorta di fatalismo.
Non reagiva alle voci della più pericolosa congiura che mai gli avessero
scatenato contro.
Anzi, licenziò la guardia del corpo.
Si muoveva senza scorta Perché? Forse fidava negli astri che sempre lo avevano
protetto op pure era caduto vittima d'un improvviso taedium vi~ae.
Inesplicabile comportamento per chi si accingeva a partire di lì a qualche
giorno dalle Idi di marzo, quando sarebbe stato incoronato re, per una nuova
guerra di tre anni che vista dal di fuori si proponeva l'umiliazione dei popoli
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d'Oriente, ma che in realtà era diretta a fondare una monarchia universale, a
imitazione di Alessandro Magno.
Il biografo offre qui una traccia del personaggio perché il lettore partecipi al
grande gioco della storia e si costruisca, come con i pezzi d'un meccano, un
Cesare suo.
Bene o male che possa pensarne, egualmente si troverà al cospetto d'un gigante
che aprì un'era nuova.
Partc ~rima

IL SEGNO DI VENERE La toga sconveniente Cesare arse di rabbia, e scoppiò a


piangere.
Piangeva sulla sua ignavia, sugli anni filati via senza gloria.
Col dorso della mano si asciugò le lacrime che gli rigavano il viso e gettò
un'ultima occhiata alla statua di Alessandro il Grande che, immensa e imponente,
dominava il Foro della rocciosa Gades (Cadice), davanti al tempio di Ercole.
Sembrava soggiogato dalla figura del re macedone che quel marmo celebrava.
Alessandro, che due secoli e mezzo prima aveva illuminato il mondo, gli appariva
come qualcosa di ineguagliabile, un sogno, un modello irraggiungibile per virtù
militari, astuzia, magnanimità, eccellenza del sapere, bellezza della persona e
fortuna.
Ai seguaci che lo attorniavano stupiti, Cesare disse: Non vi pare causa degna
di do}ore che alla mia età Alessandro già regnasse su tanti popoli, mentre io
non abbia ancora compiuto nulla di glorioso? ".
A trentadue anni Cesare non era che uno dei venti questori annuali della
repubblica, ricoprendo appena il primo grado del cursus honorum, mentre
l'immortale Basileus alla stessa età aveva già esteso il suo dominio sull'intero
mondo orientale fondando città e dinastie, marciando nei deserti, scavalcando
monti e fiumi, non appagando mai completamente il suo sconfinato desiderio di
potenza e di novità.
L'universo gli sembrava stretto.
Che cosa avrebbe potuto ancora fare di grande Alessandro se non fosse stato
colto da morte prematura? La concezione imperiale veniva da lontano.
C'era stato l'impero degli assiri e quello dei persiani, prima che si arrivasse
al macedone.
In quella translatio imperii si sarebbe mai avuto un impero romano? Fino a quel
momento magico di Cadice, Cesare forse non si era mai soffermato a riflettere
compiutamente sui corsi della storia.
Fra lui e Alessandro c'era un punto in comune, la passione per Omero, solo che
mentre il macedone aveva elevato l'Iliade a sua lettura preferita, il romano
prediligeva l'Odissea.
Entrambi erano attratti dall'esaltazione degli ideali epici che in quei versi
sommi era contenuta.
Il romano, benché volesse emulare il macedone, si sentiva diverso.
Sapeva di essere meno violento e impetuoso, più dotato di audacia riflessiva, la
qualità che prevale nel poema di Ulisse.
La primavera era stata inclemente nel 68 a.C. e Cesare, nel percorrere le
regioni della Spagna ulteriore, al sud della penisola iberica, battuta dal
vento, aveva messo a dura prova il suo fisico di giovane patrizio romano non
ancora assuefatto alle fatiche d'una missione in terre lontane.
In pochi mesi aveva però percorso per intero la Betica e la Lusitania, province
di Roma, come amministratore di giustizia, secondo il mandato ricevuto dal suo
pretore.
Sanò contese; provvide a rifornire le legioni di grano e di vettovaglie; dispose
la vendita di schiavi, prede di guerra, a favore dell'erario.
Giunto a Cadice, agli estremi limiti del mondo allora conosciuto, volle per
prima cosa recarsi a rendere religioso omaggio al tempio di Ercole nelle cui
fondamenta si pensava fossero tumulate le spoglie del mitico eroe che,
innalzando la città, aveva posto le sue colonne a confine dell'universo.
Si diceva pure che lì si fosse eretta la statua di Alessandro, appartenendo il
macedone alla stirpe eraclea.
Tutto ciò aveva ricordato Cesare scrivendo in anni giovanili, alle prime prove
letterarie, un Elogio di Ercole - Laudes Herculis - in esametri.
La visita era doverosa per chiunque arrivasse su quel selvaggio promontorio
della Betica.
C'erano stati anche Annibale e Scipione l'Africano a sciogliervi voti e a
celebrare sacrifici.
Ora, davanti a quell'effigie, con alle spalle l'Oceano infuriato e bianco di
schiuma, il romano tracciava un bilancio a metà cammino della sua vita.
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Che cosa era per lui il presente, che cosa era stato il passato, quale sarebbe
stato il futuro.
Per la prima volta si trovava a fare i conti con se stesso in modo netto e
chiaro.
Certamente aveva fatto politica, ma senza prendere il volo, quasi che a Roma gli
intrighi del Foro gli avessero tarpato le ali.
Appariva schiacciato dal paragone con il macedone che a ventun'anni ereditava un
trono e che aveva avuto Aristotele per maestro.
Per meditare più profondamente sulla natura del personaggio, per scoprire i
segreti d'una così vasta gloria, si immerse nella lettura di un volume in cui se
ne narravano le gesta.
Cominciò pure a leggere Aristotele.
Il raffronto era stabilito.
In seguito non ci fu più alcuno che parlando del condottiero romano non lo abbia
paragonato o contrapposto all'antico re.
Già Plutarco nelle Vite parallele li accomuna in uno stesso capitolo.
A trentadue anni Cesare aveva concluso poco o nulla, sebbene fosse uomo
ambizioso e sicuro del suo talento.
Già qualche tempo prima, attraversando le Alpi, si era fermato in uno sperduto
villaggio barbarico e aveva assistito a una rissa fra gli abitanti del luogo
causata da una questione di preminenza d'una tribù sull'altra.
I maggiorenti del suo seguito trovavano ridicola l~ contesa e se ne burlavano,
ma lui li richiamò alla realtà esclamando:Ebbene, sappiate che io preferirei
essere il primo in questo villaggio che il secondo nell'Urbe! .
Certo, ora la grandezza di Alessandro gli suggeriva ben altri sentimenti di
supremazia e di potenza.
La statua lo aveva suggestionato, contagiato, gli aveva trasmesso la malattia
della gloria.
Ma gli anni erano trascorSi senza che egli vi avesse lasciato alcun segno
duraturo.
Urgeva muoversi per non perdere altro tempo.
Bisognava congedarsi dalla Spagna ulteriore per tornare a Roma e cogliervi le
occasioni di maggiori imprese.
Fece i bagagli senza godere nemmeno degli aspetti allegri della città che era
chiamata Gades iocosae per essere il luogo delle più incantevoli danzatrici
della terra.
Alessandro aveva mirato a una monarchia universale.
A quali obiettivi guardava Cesare nei giorni della sua piena presa di coscienza?
Indubbiamente aveva subito maturato per il futuro un piano ben preciso se egli
stesso aveva fatto diffondere la voce d'una terribile visione.
Si trovava ancora a Cadice quando una notte gli apparve in sogno la madre,
Aurelia, con la quale gli sembrò di unirsi incestuosamente.
Assai turbato, la mattina successiva si rivolse ai sacerdoti indovini del tempio
di Ercole affinché gli rivelassero il significato recondito della innaturale
violenza compiuta sulla propria madre.
I sacerdoti, dopo lunghe elucubrazioni, gli predissero un avvenire glorioso di
dominatore.
Gli dissero che avrebbe conquistato il mondo poiché la madre che aveva sognato
di possedere era la Terra, genitrice dell'umanità.
Con questo straordinario viatico tornò a Roma suscitando intorno a sé curiosità
e interesse, favori e timori.
Le matrOne lo corteggiavano, i senatori si mostravano guardinghi.
La voce della predizione che gli spalancava le porte dell'universo era arrivata
nell'Urbe più rapidamente di lui, ed egli pensava di sfruttare il momento in cui
aveva addosso gli occhi della città.
L'occasione gli fu offerta in maniera insperata da un evento luttuoso, la morte
dell'anziana zia paterna Giulia, vedova di Mario, il grande nemico
dell'oligarchia.
Cesare organizzò un fastoso funerale in onore dell'estinta, con l'idea di
trasformare le esequie in una manifestazione politica.
Nella sfilata funebre la salma di Giulia era preceduta da suonatori di flauti e
di corni, da portatori di fiaccole e dal corteggio delle maschere degli antenati
defunti La processione sostò nel Foro dove Cesare fece scoprire una statua
avvolta fino a quel momento in pesanti drappeggi.
Alto fu l'urlo della folla quando apparve da sotto gli addobbi l'immagine di
Mario, modellata in cera calcata sul volto del generale al momento della morte.
Si sollevarono anche proteste a quella visione, ma più numerosi e prolungati
furono gli applausi.
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La statua di Mario indossava gli abiti da parata, come fosse vivo, la toga
praetexta con l'orlo di porpora, ed era attorniata da un gruppo di littori con i
fasci.
I veterani, con le lacrime agli occhi, corsero a baciare le vesti del loro
antico generale.
L'immagine era applicata su un supporto che veniva fatto girare da un meccanismo
interno.
Riportare in pubblico quella maschera apparve una sfida.
Difatti, dai giorni della proscrizione imposta da Silla non si erano mai più
viste in pubblico le effigie di Mario, dichiarato nemico della patria.
Cesare, salito alla tribuna, i Rostri del Foro, prese la parola per pronunciare
la laudatio funebris.
Nel suo dire onorò la nobildonna scomparsa, come ~i conveniva a un elogio
commemorativo, ma si servì di quell'orazione soprattutto per esaltare le proprie
origini.
Si presentò come discendente della dea Venere e di molti re.
Discendente d'una divinità come l'invidiato Alessandro, sebbene il macedone
avesse preteso qualcosa di più.
Gran parte della tradizione faceva discendere il re dalla progenie di Ercole, ma
lui si diceva convinto di essere un figlio diretto del dio Ammone, Zeus per i
greci, che sotto forma di serpente aveva penetrato la madre terrena Olimpiade,
con grave scorno per il marito Filippo di Macedonia.
Cesare si richiamò a Enea nella ricerca di antenati divini.
Indicò a iniziatore della stirpe Giulia il giovane Iulo-Ascanio, figlio del
mitico eroe che fuggito da Troia era favolosamente approdato nel Lazio.
Enea era al tempo stesso figlio di Venere, la dea gioiosa, cara ai romani, e
progenitore dei fondatori dell'Urbe, Romolo e Remo.
Non si potevano avere origini più eccelse.
In Svetonio possiamo ancora oggi leggere il brano centrale, e assai efficace,
del discorso pronunciato in quella occasione dal giovane Cesare. ~.Mia zia
Giulia, da parte di madre, discende da sangue reale e, da parte di padre, è
imparentata con gli dèi immortali.
Da Anco Marzio, infatti, derivano i re Marzi, alla cui stirpe apparteneva mia
madre, mentre i Giuli, di cui porto il nome, discendono da Venere.
Confluiscono dunque nella mia casa la sacra inviolabilità dei re, che sono i
padroni
del mondo, e la santità degli dèi, che sono i padroni dei re. n

Dal giorno in cui pronunciò queste parole mise al dito, senza mai più
separarsene, un anello con l'effigie di Venere discinta e armata.
La dea recava nella mano destra una piccola statua della Vittoria, a somiglianza
d'una Venere greca detta Nicefora e cioè portatrice di vittoria.
Sotto la protezione di Venere si erano posti i romani fin dai tempi delle guerre
puniche, ed essa era perciò nelle sue varie figurazioni la dea dell'amore e del
successo.
Enea, come racconta Virgilio, incontrava sua madre in una densa nube perché
nessuno la scorgesse, e la descrive splendente come una rosa.
La chioma effondeva un odore d'ambrosia, una veste fluente le scendeva ai piedi,
il suo incedere era davvero divino.
Non è possibile dire se Cesare già pensasse di porre alla base della sua futura
azione politica i princìpi della teocrazia e della regalità, immaginando un
monarcato universale e assoluto come unica possibilità di salvezza per Roma,
sull'esempio del re macedone.
L'ascendenza divina lo avrebbe differenziato dagli altri uomini sui quali egli
avrebbe potuto esercitare il predominio proprio perché fornito di un dono
soprannaturale, d'una grazia celeste, il charisma di cui parlavano i greci.
Non c'era modo migliore per imporsi alle gigantesche figure di Pompeo e Crasso
che dominavano la scena politica, militare e finanziaria della repubblica.
Facendo risalire le sue origini alla più bella delle dee e al più saggio fra gli
antichi re di Roma, metteva in difficoltà un pomposo generale e uno spietato
affarista.
Egli era il primo romano a vantare origini divine e giocò tale carta con fredda
determinazione, spiazzando i due concorrenti che non potevano tenergli testa in
fatto di progenie divine e tanto illustri da confondersi con i fondatori
dell'Urbe.
Cesare sapeva bene quanto contassero in quei tempi a Roma la nascita e il nome
per chi volesse prevalere.
Altrimenti che ci stanno a fare gli alberi genealogici?, chiede Giovenale,
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stemmata quidfaciunt?
Il successivo funerale della diletta moglie Cornelia, morta a soli trent'anni,
non ebbe un palese rilievo politico, sebbene non fosse meno fastoso delle
esequie tributate alla vedova di Mario.
Anche in questo caso egli volle pronunciare una laudatio, e contravvenne alle
norme che consentivano di dedicare orazioni funebri soltanto alle donne morte in
tarda età.
L'iniziativa d'infrangere un'antica consuetudine e di recitare pubblicamente dai
Rostri le lodi alla giovane moglie scomparsa, gli guadagnò nuovi favori delle
masse che lo stimarono uomo compassionevole e affettuoso.
A questo risultato puntava il patrizio che cercava il consenso della plebe.
Il giovane Cesare aveva davvero attirato l'attenzione di tutta Roma.
Di alta statura, magro ma forte, elegante fin troppo, occhi scuri, fronte
spaziosa, guance pallide, zigomi sporgenti, naso diritto e largo, bocca grande,
capelli neri inanellati e odorosi di cinnamomum, questo un rapido ritratto
giovanile di Cesare che aveva aspetto aristocratico e voce vibrante.
Il suo sguardo era mutevole, dolce e severo.
Lo definivano folgorante come quello di uno sparviero.
Cicerone decantava la bellezza di Cesare.
Velleio Patercolo, di poco posteriore, scrisse di lui come del più bell'uomo di
Roma, del più acuto per ingegno e del più ricco per nobiltà d'animo.
Appiano lo paragonò ad Alessandro per avvenenza e vigoria fisica.
Intriso d'epicureismo, era pieno di debiti e di donne, più attento ai mutamenti
della moda che alle vicende politiche dell'Urbe.
Affascinante e assai raffinato portava la cintura della toga un po' lenta, con
gusto femminile; ed effeminato era pure il suo gesto usuale di grattarsi la nuca
con un sol dito, per non guastare la pettinatura, mentre teneva divaricato verso
l'alto il mignolo affusolato.
Per i licenziosi ephebi romani era un modello di accuratezza greco-ellenistica.
A lui si ispiravano i giovani per atteggiarsi, abbigliarsi, vivere mollemente
tra vizi raffinati, insoliti amori e debiti immensi.
Era sempre ammirato nei festosi ed eleganti conviti che si celebravano nelle
ville tra le ombre dei giardini in riva al Tevere o lontano da Roma, sul lido di
Baia, attratti dalla bellezza del luogo e dalle sorgenti d'acqua calda, pretesto
per bagni, chiacchiere e baci.
Era infinitamente preso dal suo aspetto esteriore, per cui non solo si faceva
spesso tagliare i capelli e radere la barba con grande accuratezza, diligenter,
ma si sottoponeva anche a frequenti depilazioni del corpo, compresi il petto e
le gambe.
Eppure offriva l'immagine d'un'eleganza involontaria, un po' pigra e indolente.
Anche in seguito la cur~ corporis lo occuperà quanto gli affari di Stato.
Fra gli storici di tutti i tempi che hanno descritto la giovinezza di Cesare, un
giudizio di Mommsen appare tra i più vivi: ..Cesare aveva trascorso gli anni
giovanili come allora solevano passarli i figli delle famiglie nobili.
Anche lui aveva libato dal calice della vita mondana tanto la schiuma quanto la
feccia, aveva recitato e declamato, studiato letteratura e fatto versi, avuto
amoretti d'ogni specie ed era stato iniziato in tutti i misteri della scienza
della toletta, come nell'arte ancor più misteriosa di sempre far debiti e di non
pagarli m~i ".
Prima di essere folgorato a Cadice dall'immagine di Alessandro Magno, si può
dire che, negli anni della svagata giovinezza, il modello di Cesare sia stato
Alcibiade, il geniale e stravagante generale ateniese dal f,ascino
irresistibile, l'androgino che indossava solo sopravesti di pregiatissima lana
di Mileto.
E anche i primi richiami a Enea ebbero nel suo animo un'origine estetizzante.
Il mitico progenitore del popolo romano arrivò sulle coste italiche già
preceduto da una fama di molle ed effeminato frigio, semiviri Phrygis.
I suoi nemici si proponevano di insozzare nella polvere i suoi capelli stillanti
mirra e arricciati con un ferro arroventato, crinis/vibratos calido ferro
murraque madentis, come scrive Virgilio.
Era entusiasmante sapere che Enea, in mezzo ai disagi dello sfollamento di
Troia, rluscisse egualmente a curare la propria persona, a usare il calamistro,
l'attrezzo necessario all'ondulazione della chioma.
Cesare nacque a Roma, nel misero quartiere della Suburra presso il Foro, il 13
luglio del 100 a.C., e ancora oggi c'è chi si chiede se la sua nascita sia stata
per Roma una fortuna o una disgrazia.
L'estate era torrida quell'anno.
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Il quartiere, che si stendeva in una vasta e cupa depressione della città, era
fittamente abitato da liberti, piccoli artigiani e commercianti, da schiavi
fuggitivi, imbroglioni e perdigiorno d'ogni risma.
Le strade, anguste e tortuose che risalivano verso il colle Esquilino, erano
oppresse dalla calura fra nugoli di mosche attratti da luride taverne e da
latrine puzzolenti, fra torme di cani e gatti che razzolavano nei mucchi
d'immondizie, accanto alle prostitute più derelitte.
Anche la casa di Cesare era modesta, sebbene si distinguesse dalle altre per un
atrio con giardino e fontana.
La sua famiglia, i Giuli, per quanto patrizia era decaduta da tempo e non
nuotava nell'oro; né suo padre, Caio Giulio Cesare, che secondo la costumanza
romana aveva dato a lui primogenito i suoi stessi nomi, rivestiva cariche
importanti.
Alla sua morte, avvenuta improvvisamente a Pisa una mattina mentre s'infilava i
calzari, era soltanto uno dei pretori mariani.
I Giuli ormai sfiguravano davanti alle venti o trenta grandi famiglie patrizie
dell'epoca, come quelle dei Domizi e dei Pompei.
Il nome di Cesare, in quegli anni, non aveva alcun valore politico; né era
ovviamente l'emblema del potere, il simbolo d'una monarchia personale che molti
secoli più tardi si chiamerà <-cesarismo", a indicare con magnificenza e
solennità, con spietatezza e violenza, la suprema dignità del capo assoluto.
Caesar allora, in punico, non significava altro che elefante, e un antenato dei
Giuli aveva ucciso uno di quei pachidermi in una battaglia contro i cartaginesi,
meritando l'appellativo.
Cesare stesso se ne gloriava e, da pontefice massimo, farà coniare una medaglia
con l'immagine di un elefante che schiaccia un serpente.
L'elefante come rappresentazione del dominatore e il serpente del dominato.
Secondo un'altra etimologia, il cognome di Caesar era stato imposto alla
famiglia poiché uno degli avi venne ~lla luce mediante la sectio caesarea, cioè
il taglio cesareo.
E il nascere così era considerato di buon augurio.
C'era anche chi diceva che un lontano progenitore avesse occhi azzurri (caesi
ocull) e una folta capigliatura (caesaries).
Nel Medioevo, in cui immensa e immaginifica fu la fortuna del condottiero, si
attribuivano direttamente a lui, e tutte insieme, queste qualità.
Unico figlio maschio, attirò le cure dei genitori, ma sarà soprattutto la madre,
la bella e virtuosa Aurelia, a imprimergli un segno duraturo di nobile
educazione, anche perché egli aveva perduto il padre alla giovane età di
quindici anni.
Aurelia fu paragonata a Cornelia e ad Azia.
Tacito scrive: Cornelia, madre dei Gracchi; Aurelia, madre di Cesare; Azia,
madre di Augusto, educarono i loro figli in modo da renderli grandi uomini .
Aurelia apparteneva alla famiglia dei Cotta, antica e patrizia.
Tre suoi cugini erano senatori, Caio, Marco e Lucio Cotta.
Aveva anche due figlie, Iulia maior e Iulia minor che sarà nonna di Ottaviano
Augusto.
Giovinetto, Caio Giulio andò presto a lezione presso un celebre grammatico del
tempo, Marco Antonio Gnifone, proveniente dalla Gallia e istruito ad
Alessandria.
Gnifone aveva aperto una scuola di ~rammatica e di retorica in Roma, e il
ragazzo fu il suo migliore allievo, rivclando eccezionale memoria e singolare
capaCità d'espressione.
Imparò a poetare in latino e rapidamente apprese il greco che divenne la sua
seconda lingua.
Seguì gli insegnamenti del poeta greco Archia che aveva lasciato Antiochia per
fondare nell'Urbe una pubblica scuola frequentata dai virgulti della nobiltà
romana.
Si appassionò infine all'astronomia, alla matematica e alle scienze naturali.
Scrisse in quegli anni il ricordato Elogio di Ercole, oltre a una tragedia,
Oedipus, che si ispirava al mito del figlioamante di Giocasta.
In poche settimane raccolse, trascrivendoli in versi, i motti più famosi che
passavano di bocca in bocca a Roma.
Primeggiò ben presto in eloquenza gareggiando con i migliori oratori e raccolse
in un volume, De Divinatione, i dibattiti preliminari alla scelta degli
accusatori nei processi.
Tutto ciò non lo teneva lontano dalle esercitazioni militari che si svolgevano
in Campo Marzio.
La madre sapeva bene che il mestiere delle armi avrebbe garantito a un romano il
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successo politico più che l'oratoria e il poetare.
In famiglia, Cesare godeva dell'esempio di un grande generale, Caio Mario, che
aveva sposato sua zia Giulia.
Egli non era ancora venuto alla luce quando Mario, guadagnandosi il titolo di
terzo fondatore di Roma dopo Romolo e Camillo, salvò l'Italia e l'Urbe dal
turbine barbarico dei teutoni e dei cimbri.
Tra il 102 e il 101 a.C. sconfisse gli invasori in due memorabili battaglie, ad
Aquae Sextia~ (Aix-en-Provence) nella Gallia meridionale e ai Campi Raudii nella
pianura di Vercelli.
Caddero complessivamente più di centosessantamila germani, una immane
carneficina compiuta con l'intento di distruggere le orde barbariche, terribili
e gigantesche, che cercavano un posto al sole e che nella loro marcia verso il
sud avevano già tutto devastato.
Mario era di umili origini, proveniva da un villaggio montuoso, Arpinum
(Arpino), in territorio dei volsci, i cui abitanti già godevano della
cittadinanza romana.
Da giovane fu contadino, (<stancandosi con l'aratro altrui,., ricorda Giovenale,
e, sotto le armi, cominciò la sua folgorante carriera da soldato semplice.
Si nobilitò sposando Giulia, ma trasse vera gloria dalle sue grandi ~mprese
militari, fin dalla vittoria in Africa contro il re numida Giugurta.
La gens Giulia, a dispetto delle origini patrizie, si associò politicamente al
gruppo popolare dei mariani.
Il generale arpinate si affezionò al nipote di cui lodava il talento guerresco,
e ne divenne il primo maestro nell'arte bellica, mentre risuonavano gli atroci
clamori della guerra sociale in cui gli alleati italici centro-meridionali, i
socii, erano insorti reclamando la concessione della cittadinanza romana per
aver sempre combattuto negli eserciti della repubblica vittoriosa.
Le diuturne esercitazioni in Campo Marzio rafforzarono il fisico del giovane che
per nascita appariva delicato e femmineo.
Caio Giulio amava soprattutto cavalcare, sapeva mantenersi in sella tenendo le
mani intrecciate dietro la schiena mentre il cavallo correva a tutta briglia.
In tal maniera aveva pronte ambo le mani all'uso della spada padroneggiando la
cavalcatura con la sola forza delle gambe.
Aveva carattere fermo e appariva ognora dominato dalla calma, anche nei momenti
in cui gli esplodeva nell'animo l'ira.
Era affabile con tutti e ciò gli procurava l'affetto di sempre più vasti strati
popolari.
Per essere più vicino al popolo percorreva a piedi le strade di Roma, anziché in
lettiga come invece usavano fare gli appartenenti alla sua classe sociale.
Egli, patrizio, era attratto dal partito dei populares il quale, pur nei limiti
della nomenclatura politica dell'antica Roma, difendeva princìpi di democrazia.
I populares si contrapponevano agli optimates che rappresentavano gli interessi
dell'oligarchia senatoria, aristocratica e conservatrice.
Gli ottimati accusavano i popolari di ricorrere alla violenza e alla demagogia.
Il legame con Mario aveva influito sugli orientamenti politici del giovane Caio
Giulio che del resto era nato sotto il sesto consolato del grande generale
arpinate.
L'homo novus Mario era il campione del popolo, a lui si doveva l'affermazione
dei populares fin dai giorni della guerra giugurtina.
Questo partito si proponeva la sconfitta dei nobiles che per irresponsabilità,
inettitudine e corruzione avevano gettato la repubblica in una crisi profonda.
Bisognava perciò cambiare metodo cominciando a preferire nelle persone il merito
piuttosto che la nascita.
Cesare ancora imberbe si schierò con Mario subendo in seguito le persecuzioni di
Silla quando questi, come capo dell'oligarchia senatoria, assunse definitiva
mente il potere e impose ai romani una spietata dittatura sostenuta dalle armi.
Da oltre un secolo Roma non aveva più visto un dittatore sulla sua scena
politica.
L'obiettivo di Silla era di abbattere per sempre il potere del popolo e di
consegnarlo interamente nelle mani dell'aristocrazia.
Egli aveva marciato per la seconda volta sull'Urbe travolgendo tutte le
resistenze in una estenuante e feroce guerra civile condotta contro il governo
dei popolari.
Era sbarcato a Brindisi dopo aver sconfitto Mitridate re del Ponto, non senza
aver saccheggiato le città asiatiche per infliggere una lezione al sovrano che
aveva sterminato in una sola giornata ottantamila soldati fra romani e italici.
In Grecia aveva devastato la stessa Atene per punirla di essersi associata al
feroce re e per rispondere con la violenza alla violenza.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Nella guerra civile apparvero al fianco di Silla due grandi generali, Pompeo e
Crasso, che acquis~eranno sempre più rilievo e potenza.
Silla, cui fu possibile conquistare il potere grazie al loro prezioso
contributo, impose la dittatura alla repubblica.
Disumana fu la sua vendetta contro i popolari attuata soprattutto con l'inaudita
emissione di liste di proscrizione da lui stesso escogitate e per la prima volta
poste in atto nella storia delle crudeltà politiche.
Figurarono negli elenchi quaranta senatori e milleseicento cavalieri.
Erano tanti, sicché, con coraggio, un certo Furfidio gli si rivolse gridando: <.
Lasciane vivere alcuni, almeno avrai su chi comandare ".
Ma Silla il salassatore replicava che doveva punire il partito popolare dei
mariani responsabile d'indicibili massacri e rovine.
Ogni giorno veniva pubblicata una tavola di proscrizrone con i nomi delle
persone da trucidare.
In forza di quelle liste tutti avevano il diritto di uccidere ovunque e comunque
i proscritti, i cui eredi perdevano i loro beni mediante confische e vendite
all'asta.
Erano previsti premi in denaro, due talenti, ai delatori e agli accusatori dei
proscritti; mentre erano minacciate gravi pene, compresa la morte, a chi si
azzardava a proteggerli.
Scattò in tanta ferocia una lunga spirale di delitti poiché in quell'immane
bagno di sangue si poterono attuare spietate vendette personali anche contro
cittadini del tutto estranei alle lotte politiche.
Caio Giulio qualche anno prima, quando era ancora forte il predominio dei
populares, aveva ricevuto dallo zio Mario la designazione a flamen Dialis,
sacerdote di Giove.
Ed era un ragazzo appena quindicenne.
Alta era la dignità del sacerdote di Giove riservata ai patrizi.
Insieme ad altri due sacerdo~es a ~ui inferiori e che erano chiamati a compiere
sacrifici in onore di Marte e di Quirino (Romolo), egli assisteva il pontefice
massimo nelle funzioni sacre.
Il nome di flamen derivava da un filo di lana bianca che ornava il berretto di
questi celebranti e che era tratto dal vello d'una pecora sacrificata al dio
supremo.
I flamines non potevano mai separarsi dal loro copricapo, e da esso pendevano
due lacci annodati sotto la gola, mentre alla sua sommità figurava un ramoscello
d'olivo.
La designazione a f7amen Dialis fu accolta con disappunto dal giovane poiché
l'incarico, per quanto prestigioso, contrastava con le sue aspirazioni e la sua
indole.
Troppi e paralizzanti erano gli obblighi cui doveva sottostare il sacerdote di
Giove, innumerevoli i divieti.
Non poteva cavalcare e ciò per lui, amante dei cavalli, sarebbe stato assurdo.
Né poteva allontanarsi da Roma per più di due giorni in considerazione degli
impegni d'ufficio.
Doveva essere ognora pronto a celebrare sacrifici e pertanto doveva mantenersi
sempre puro evitando di toccare carne cruda e di ingerire bevande o cibi
fermentati.
Per la stessa ragione era tenuto a star lontano dalle armi e dai morti.
Era inoltre obbligato a unirsi esclusivamente con la legittima consorte che non
avrebbe mai potuto ripudiare.
Non poteva infine candidarsi a cariche pubbliche, sebbene di tanto in tanto si
ammettessero eccezioni.
Morto Mario, alla testa dei popolari e alla guida della repubblica era salito
Cinna.
Cicerone, che non era certo un popularis per quanto dicesse talvolta di esserlo,
condannava Mario e Cinna come fautori della strage dei più illustri seguaci
sillani, e icasticamente scriveva: <.
Lumina civitatis exstincta sunt , i luminari dello Stato si spengono.
Il giovane Cesare, per volontà dei suoi familiari, strinse rapporti di parentela
con Cinna sposandone la figlia Cornelia.
Per contrarre questo matrimonio, che avrebbe dovuto aprirgli le porte della
carriera politica, fu costretto a divorziare da un'altra giovane donna,
Cossuzia, che la madre gli aveva fatto sposare un paio d'anni prima, attratta
dalla cospicua dote della fanciulla e incurante delle sue origini plebee.
Cesare, sposo di Cossuzia, era proprio un ragazzo e indossava ancora la veste
dei giovinetti, bordata di rosso, lunga fino ai piedi.
IlI
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Con Cornelia tutto andava meglio per Caio Giulio, ma di Iì a tre anni, in una
spaventosa alternanza di fazioni fra vittime a migliaia in uno Stato in preda al
terrore, Silla riconquistava con ferocia il potere.
Cesare venne a trovarsi in una situazione particolarmente difficile essendo
nipote di Mario e genero di Cinna.
Il giovane, pur non avendo avuto occasione di prendere parte attiva alle lotte
fratricide tra mariani e sillani, subì egualmente la vendetta di Silla che gli
ordinò di divorziare da Cornelia.
Cesare, mostrandosi irremovibile, non volle lasciare la moglie.
L'amava sinceramente e da lei aveva già avuto una figlia, la piccola Giulia.
Arrendevole fu invece Pompeo il quale, pur essendo potentissimo, si adeguò ai
voleri del dittatore sposandone la figliastra Emilia dopo aver ripudiato la
moglie Antistia.
Né si formalizzò davanti al particolare che la nuova sposa gli arrivava in casa
incinta, a sua volta costretta a un repentino divorzio.
Pompeo trasse considerevoli vantaggi dallo scambio, mentre Cesare pagò a caro
prezzo l'audace rifiuto.
Gli fu revocata la designazione a sacerdote di Giove, e non se ne dispiacque
molto perché la carica non gli era particolarmente gradita, ma non poté fare
buon viso a cattivo gioco quando gli sequestrarono il patrimonio insieme a
quello di Cornelia.
Inoltre il suo nome apparve nelle liste di proscrizione.
Silla di persona lo aveva aggiunto in coda all'elenco dei proscritti promettendo
una forte taglia a chiunque lo avesse catturato vivo o morto.
Non gli rimaneva altra scelta oltre quella di fuggire precipitosamente da Roma.
Si travestì da contadino e raggiunse i boschi della Sabina braccato dai sicari
del dittatore.
Trovò molte protezioni, asilo e sostentamento.
Vagava in continuazione da un rifugio all'altro e non dormiva mai due volte
nello stesso giaciglio.Durante l'affannoso girovagare cadde ammalato, in preda
alla malaria.
Negli incubi notturni gli appariva Silla, gli occhi fiammeggianti e crudeli, la
chioma rosseggiante, il volto scavato e cosparso di chiazze bianche.
Indebolito dalle febbri, i suoi spostamenti si fecero lenti e difficoltosi tanto
che gli inseguitori poterono una notte acciuffarlo.
Cesare aveva diciannove anni e già in quella circostanza dimostrò di possedere
una buona dose di sangue freddo e di abilità.
La sua personalità, sebbene ancora in formazione, ebbe il sopravvento sul capo
dei persecutori, Cornelio Fagita, che in realtà si rivelò un individuo venale e
pronto a ogni conveniente baratto.
Cesare gli propose un patto: gli avrebbe corrisposto egli stesso la taglia, lì
su due piedi, e Fagita avrebbe sempre potuto dire ai suoi compagni di non essere
riuscito a rintracciare il fuggiasco; così facendo Fagita si sarebbe oltre tutto
risparmiato la fatica di trasportare a Roma un prigioniero tanto malmesso in
salute da rendere difficoltoso il viaggio.
Il capo dei sicari si lasciò convincere e intascò il denaro, ma il giovane
dovette egualmente riprendere le sue peregrinazioni per sfuggire a numerosi
altri sicari che ancora perlustravano quei boschi alla ricerca dei proscritti
antisillani colà riparati.
A Roma, la madre Aurelia lo proteggeva amorevolmente.
Così, quando Caio Giulio già stava per lasciare l'Italia, volendo imbarcarsi a
Brindisi su una nave che avrebbe dovuto trasportarlo in Asia, fu raggiunto
dall'annuncio imprevisto del perdono.
Silla aveva revocato la proscrizione cedendo alle preghiere delle Vestali e di
un suo seguace, Caio Aurelio Cotta, celebre oratore e cugino di Aurelia.
Divennero famose le risentite parole rivolte dal dittatore agli intercessori di
Cesare nel concedergli la grazia dopo lunghe esitazioni: Sia fatta la vostra
volontà, una buona volta, e tenetevelo pure questo ragazzo.
Ve ne pentirete.
Lo volete salvo a ogni costo, ma prima o poi egli sarà la rovina del patriziato
che insieme abbiamo difeso.
Concluse l'intemerata con alcune parole profetiche: Io vedo molti Mari in un
solo Cesare~>, Nam Caesari mulJ;os Marios inesse.
Il ragazzo poté tornare a Roma dove la sua esistenza subì una prima svolta.
Era ancora il giovane elegante che frequentava i migliori salotti della città,
ma in lui maturò il disegno di impegnarsi in un'impresa militare.
La sua ricercatezza neghittosa infastidiva il dittatore, il quale ancora una
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volta espresse su di lui un giudizio che sarebbe passato alla storia: Guardatevi
da quel giovane che cinge la toga in maniera sconveniente, come una ragazza".
Erano parole tali da indurre lo stesso Cesare a non abbassare la guardia al
cospetto di Silla il quale, per quanto ora mostrasse di tollerarlo, nutriva pur
sempre nei suoi confronti un forte rancore.
Decise di abbandonare Roma una seconda volta e di cogliere l'occasione per
mutare vita.
Eppure quel suo comportamento frivolo ed effeminato nascondeva anch'esso un
significato politico.
Era una maniera per opporsi silenziosamente all'austerità dei repubblicani
barbogi.
Voleva dare di sé al popolo un'immagine lieta fra quei volti severi e uggiosi
degli ottimati.
Il terreno appariva fertile perché ormai l'Urbe, mediante le conquiste nel
Mediterraneo, si era aperta a nuove e licenziose concezioni.
Il rigoroso moralismo romano, quello antico del soldato e del campagnolo, veniva
scosso dall'irrompere di dissolutezze orientali.
Le tentazioni del piacere erano a portata di mano da quando in Grecia i leE ~
n~ri ~v~v~no mparato a Immergersmn ogm sorta dl godlmentl e a considerare la
stessa omosessualità una delle più voluttuose raffinatezze .
Il modo migliore per cambiare vita era di indossare le armi e di partire
volontario per una remota provincia.
Essendo figlio di senatore poté rivestire il grado di ufficiale.
Si mise agli ordini del propretore della provincia d'Asia, Marco Minucio Termo,
che pure era un fedele sillano, e ne divenne il suo aiutante, contubernalis.
Da Silla il propretore aveva ricevuto l'incarico di fronteggiare gli eserciti di
Mitridate di nuovo insorto contro Roma; doveva anche ridurre all'impotenza la
ribelle benché nobile Mitilene, capitale dell'isola di Lesbo.
La città rifiutava di pagare le gravose tasse che Roma le imponeva.
Fu quindi saccheggiata dai soldati del propretore, dopo un lungo assedio cui
partecipò attivamente anche Cesare mostrando doti di acutezza intellettuale, di
resistenza fisica e di coraggio.
Gli fu conferita la corona civica con fronde di quercia, una delle più ambite
ricompense alla virtù militare.
Cesare, che a Roma sfuggiva Silla, in Oriente, ponendosi al di sopra delle
parti, difendeva con lealtà la repubblica dalle minacce dei nemici esterni.
Minucio Termo prese a ben volere il giovane ufficiale e lo ammise rapidamente
nella cerchia dei collaboratori e degli amici.
Gli affidò missioni speciali di natura diplomatica come quando lo mandò in
Bitinia a sollecitare dal re alleato Nicomede IV l'invio della promessa
flottiglia di molti vascelli destinati a dar man forte ai romani nell'assedio
navale del porto di Mitilene~ Cesare conosceva ottimamente il greco, e questa
era la lingua in uso presso il re alleato.
Tra gli agi della corte orientale di Nicomede e i suoi paradisi risorse in Caio
Giulio, allora ventenne, tutto il gusto per la vita oziosa e dissoluta.
Si trovava nel suo ambiente fra marmi, ori, tappeti, giovani deliziosi e
mirabili fanciulle.
Nicomede mostrò di avere un debole per lui e gli concesse senza discutere la
flotta che prese il largo alla volta di ~itilene dove Minucio Termo l'attendeva.
Cesare però, consegnate le navi al propretore, fece all'istante marcia indietro
col prete~to di dover riscuotere certi denari in nome di un liberto suo cliente.
La notizia del ritorno in Bitinia fu sufficiente a scatenare un coro di commenti
maliziosi.
A Roma si mormorava che l'ufficialetto aveva ottenuto da Nicomede così
facilmente le navi per essersi donato a lui.
E senza molti complimenti lo soprannominarono la .< regina di Bitinia.
Lo immaginavano perfino n-elle succinte vesti di un Ganimede coppiere del re
durante un banchetto di corte, insieme ad altri viziosi giovinetti belli e
allegri quanto lui.
Svetonio non perde l'occasione di fare della maldicenza a buon mercato, anche
perché di tanto in tanto, a distanza di anni, rispuntava sulle labbra di
qualcuno il ricordo dei particolari rapporti intercorsi fra l'inviato romano e
Nicomede.
La familiarità col re di Bitinia, osserva Svetonio, espose Cesare a ogni
dileggio; fu quella una macchia che gli procurò grande e perenne obbrobrio.
L'antico biografo trascrive anzitutto i noti versi di Licinio Calvo che
dicevano: ..
Quanto oro ebbe la Bitinia / e quanto ne ebbe lo stuprator di Cesare ,>.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Aggiunge altre piacevolezze ripetute da questo o da quel personaggio in discorsi
pubblici o in conversari privati.
Caio Giulio di volta in volta è definito .~ rivale della regina di Bitinia , .
sponda interna della lettiga reale , stalla di Nicomede ~, .. bordello di
Bitinia ".
Dagli editti di un console, Marco Calpurnio Bibulo, il biografo estrae un
insulto cocente col quale si intendeva colpire la sfrenata ambizione di Cesare
che già manifestava tendenze monarchiche.
Bibulo infatti, suo sfortunato collega nel consolato del 59, riprenderà la
vecchia accusa che lo dipingeva come regina di Bitinia, per poi soggiungere: ..
Questa regina, una volta aveva voluto un re, ora vuole un regno .
Nella foga diffamatoria Svetonio cita i versi satirici d'un paio di canzonette
che i legionari un po' brilli cantarono il giornO del trionfo del condottiero
sui galli seguendone il carro lungo la via Sacra.
Da sempre i soldati romani avevano la piena libertà di intonare, fra gli inni di
gioia, versi piCCanti e scurrili all'indirizzo dei loro comandanti.
Il giorno del trionfo dei generali era il giocoso saturnale dei legionari.
Uno dei canti burleschi suonava così: ..Cesare ha SOttOmeSSO le Gallie,/ ma
Nicomede ha messo sotto lui./ Oggi trionfa Cesare che le Gallie ha sottomesso,/
non trionfa Nicomede che ha messo sotto lui .
E un altro diceva: .<cittadini~ badate alle vostre mogli: è arrivato l'adultero
calvo./ Si è fottuto, in Gallia, l'oro; qui, ciò che vuole lo prende a prestito
".
Il piatto forte dell'antico biografo era costituito da alcune affermazioni di
Cicerone.
Questi, riferendosi sempre ai fatti di Bitinia, aveva un giorno scritto in una
delle sue lettere che Cesare, .. il discendente di Venere, introdotto nella
Camera del re, si era coricato con indosso una veste di porpOra nell'aureo letto
regale, e colà aveva perso il fiore della giovinezza .
In un'altra occasione, replicando in pieno SenatO a Cesare che, nel raccomandare
la causa di Nisa figlia di Nicomede, ricordava i benefici ricevuti da quel re,
esclamò bruscamente: ..Lascia stare questi argomenti, te ne pregO, poiché
nessuno ignora che cosa egli ha dato a te e Ciò che tu hai dato a lui .
Infine sempre Cicerone, parlando dell'amore di Cesare per Servilia, madre di
Bruto, e richiamandosi alle voci secondo cui il suo avversario aveva fatto
assegnare per un nulla alla nobildonna vasti possedimenti messi all'asta, disse
con malizia: ..
In realtà l'affare è stato anche migliore poiché dal prezzo dichiarato bisogna
dedurre la Terza parte .
E ciò perché era opinione comune che Servilia arrivasse a favorire gli amori di
Cesare con la propria figlia Terzia.
Come si vede l'oratore si dilettava con giochi di parole: parlava di tertia
pars, che significava il .-terzo~ di un tutto, per far sì che i suoi ascoltatori
intendessero Terzia.
Insomma Caio Giulio, conclude Svetonio, era incline alle libidini.
Vi sciupava immense somme di denaro e, non avendo grandi beni di famiglia, era
costretto a indebitarsi.
-Disonorò numerose matrone del patriziato insieme ad alcune regine d'Africa e
d'Oriente; cedette a molti uomini e altri attrasse a sé, con la sua natura di
bisessuato.
Tanta era la sua fama di sodomita e di adultero che un consolare suo accanito
avversario, Curione padre, poté dire di lui in un pubblico discorso: ~<Egli è
marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti, omnium mulierum uirum ct
omnium virorum mulierem.
L'accusa di sodomia rimbalzò via via nei secoli fin nelle terzine del
Purgatorio. Cesar, triunfando,/ regina contra sé chiamar s'intese, >, scrive
Dante con chiara allusione ai canti dei legionari che ironizzavano sugli in
naturali rapporti del loro generale.
Sempre fuggendo da Silla, il giovane irrequieto prese ancora una volta il largo
passando in Cilicia dove si mise agli ordini del proconsole Publio Servilio
Isaurico il quale combatteva i terribili pirati che infestavano i mari asiatici.
Breve fu il servizio militare in Cilicia poiché, sopraggiunta la notizia della
morte del dittatore, egli stimò opportuno tornare a Roma sebbene la scena
politica fosse dominata dal Senato conservatore e i tribuni del popolo
apparissero del tutto esautorati.
Caio Giulio aveva ventidue anni.
Erano saliti al consolato Marco Emilio Lepido, incoerente e ribaldo che aveva
più volte cambiato partito, e Quinto Lutazio Catulo, onesto e pigro.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Essi militavano su sponde opposte.
Mentre il primo intendeva abbattere l'intera costruzione legislativa innalzata
da Silla e affermare il suo potere, il secondo, che aveva perso il padre in
seguito a un ordine di morte dato da Mario personalmente, rappresentava gli
ottimati e i sillani.
Lepido pose in atto una ribellione.
Allo scadere del consolato pretendeva con le armi in pugno che glielo
rinnovassero.
Aveva organizzato un esercito in Etruria e, sollevando il partito degli italici,
lo volse contro l'Urbe in una vera e propria marcia su Roma, mentre il Senato
tardivamente lo dichiarava nemico pubblico.
Ma venne sconfitto in Maremma dalle truppe di Pompeo e di Catulo, ambedue capi
della fazione di Silla.
Il ribelle, inseguito dalle truppe senatoriali, si rifugiò in Sardegna dove in
breve morì afflitto dall'irreparabile tracollo di tutte le sue speranze, e non
meno colpito dalla notizia d'un pubblico adulterio consumato dalla moglie
Apuleia, donna da lui molto amata.
Era la fine di ogni cosa.
Saggiamente Cesare aveva evitato di aggregarsi a Lepido che pure, al suo ritorno
a Roma, lo aveva accolto con onore dandogli la possibilità d'una rapida carriera
politica.
Tutti si aspettavano che il giovane si schierasse con questa opposizione, ma
egli temporeggiava.
Non si fidava di Lepido, e inoltre gli appariva chiaro che il colpo di Stato
antioligarchico era destinato all'insuccesso sia per le scarse capacità del
promotore sia per l'inadeguatezza delle forze sovvertitrici.
Eppure Lepido faceva grande affidamento su di lui, così ammirato dal partito
democratico.
Lepido pensava anche di offrirgli l'occasione di vendicarsi di Silla che aveva
vilmente oltraggiato la memoria di suo zio Mario facendone dissotterrare le
ceneri per disperderle nelle acque dell'Aniene.
Il fatto che il giovane non avesse seguito Lepido né approvato la folle
rivolta, non nascondeva un suo ripensamento politico.
Egli rimaneva un oppositore dell'oligarchia, ma un oppositore attento e
circospetto che non amava gettarsi allo sbaraglio.
In quei giorni, a sedizione repressa, preferì lottare contro i suoi avversari
con l'arma della parola.
In giudizio accusò di concussione un consolare sillano, Cneo Cornelio Dolabella,
che era strettamente legato agli esponenti più conservatori del Senato i quali
naturalmente, facendo blocco intorno a lui, ne ottennero l'assoluzione anche con
l'ausilio di due illustri avvocati, principi del Foro, Quinto Ortensio Ortalo e
Caio Aurelio Cotta.
Quest'ultimo che pure era imparentato con Cesare, essendo cugino della madre, e
che in altre occasioni gli aveva mostrato simpatia, non risparmiò nessuna delle
sue arti oratorie per salvare Dolabella.
E dire che il consolare sillano aveva davvero depredato la Macedonia
approfittando della sua carica di governatore d,ella provincia orientale.
Dolabella, sicuro di sé, ebbe l'ardire di riprendere nel corso del processo le
antiche ingiurie anticesariane, chiamando il suo accusatore cuscino della
lettiga di Nicomede .
L'anno successivo Caio Giulio tornò alla carica con una nuova azione
giudiziaria.
Davanti a Marco Lucullo, pretore di Macedonia, addebitò gravi colpe a un
comandante di cavalleria sillano, Caio Antonio Ibrida, zio del futuro triumviro
Marco Antonio.
Lo accusò di aver barbaramente saccheggiato le popolazioni greche durante il
rientro di Silla dall'Asia, e questa volta l'avrebbe avuta vinta se Caio
Antonio, vistosi alle strette, non si fosse improvvisamente appellato ai tribuni
della plebe sostenendo l'illegalità di un procedimento in cui egli, romano,
doveva difendersi in Grecia contro greci.
Cesare ottenne egualmente vasta fama da questi processi, tanto da essere subito
annoverato tra i maestri della parola.
Dimostrò qualità di oratore abilissimo, serrato ed elegante.
La sua eloquenza, priva di affettazioni, era definita splendida, magnifica e
piena di nobiltà.
I suoi gesti erano solenni e ampi, sebbene talvolta apparissero un po'
concitati.
Tacito scrive: .<Leggiamo sempre con ammirazione quelle orazioni .
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IV
Indispettito dalle sconfitte giudiziarie, Caio Giulio, sentendosi ancora
insicuro nell'Urbe, si decise a lasciare una terza volta l'Italia e s'imbarcò
per Rodi con l'intenzione di riprendere gli studi interrotti.
Del resto nell'isola greca, bella e ospitale, si recava la migliore gioventù
romana desiderosa di frequentare le scuole di filosofi e retori celebrati.
Tre anni prima vi si era fermato Cicerone abbeverandosi all'insegnamento di due
eccelsi maestri del tempo, Posidonio e Apollonio figlio di Molone.
Nel viaggio un po' tortuoso verso Rodi, l'esule volontario incappò in una brutta
avventura che avrebbe potuto avere serie conseguenze senza una sua forte
presenza di spirito.
Il giovane percorreva con circospezione i mari d'Asia sapendoli infestati da
corsari ferocissimi, ma, nonostante la sua prudenza, giunto con una piccola nave
davanti all'isoletta di Farmacussa, a sud di Mileto, fu scorto da una dozzina di
vascelli pirati che incrociavano quelle acque.
Venne catturato tra urla di gioia dei corsari i quali, considerando il cospicuo
seguito di quel viaggiatore, intuirono di avere a che fare con un personaggio
importante e danaroso.
Issarono la preziosa preda sulle loro spalle mentre si davano a canti e balli
sfrenati.
Quei pirati erano di nazionalità cilicia e appartenevano quindi alla peggiore
risma di malfattori.
Avevano fama di essere le genti più sanguinarie del mondo.
Cesare tuttavia fu all'altezza della situazione e, quando i sequestratori gli
chiesero il pagamento di un riscatto di venti talenti come prezzo della sua
libertà, scoppiò in una rumorosa risata.
Poi disse: Voi non sapete chi avete fatto prigioniero.
Venti talenti sono pochi.
Io ve ne darò cinquanta~>.
I corsari rimasero a bocca aperta.
Ripresisi dallo stupore consentirono al prigioniero di inviare i suoi servi in
diverse città vicine in cerca del denaro.
Ciò poteva avvenire in forza di una legge romana che imponeva l'esborso del
riscatto alle popolazioni dei luoghi antistanti alla zona di mare dove si fosse
verificato il sequestro.
Tale norma aveva per base la supposizione che i pirati provenissero dai lidi
vicini e che quindi fosse giusto costringere i loro connazionali di terra ferma
a pagare il prezzo delle aggressioni corsare.
I servi impiegarono una quarantina di giorni per reperlre la somma necessaria a
restituire la libertà al loro padrone.
La prigionia sulla nave pirata trascorse in un clima imprevisto grazie alla
straordinaria sfrontatezza di Cesare che con la sua condotta teneva a bada i
carcerieri.
Ed essi, un po' smarriti, un po' sorpresi, non sapevano che cosa fare.
Attribuivano l'impudenza di Cesare all'incoscienza della giovane età e
accettavano da lui rimbrotti e perfino ordini.
Sembrava che Cesare, osserva Plutarco, fosse circondato da una guardia del corpo
e non da feroci sequestratori.
Egli li trattava con tale disdegno che, quando aveva voglia di dormire, imponeva
loro di far silenzio.
Spesso li chiamava a raccolta perché ascoltassero le poesie che andava scrivendo
per impiegare le lunghe e pigre giornate di prigionia.
Se i pirati non si mostravano entusiasti dei versi, li accusava di essere dei
barbari, dei poveri ignoranti meritevoli solo della forca.
Esplicitamente li minacciò più volte di appenderli a un palo, e i carcerieri si
divertivano alle sue sfuriate.
Gli consentirono di prender parte alle loro esercitazioni marinare e alle feste
in cui il vino scorreva a fiumi tra montagne di carne arrosto.
Cesare fingeva di stare al gioco.
Dalle città costiere pervenne alfine il denaro del riscatto ed egli lo versò
nelle mani dei corsari i quali, mantenendo gli impegni, si affrettarono a
lasciarlo libero.
Durante i giorni di cattività aveva avuto tutto il tempo di ideare un piano di
vendetta che ora poteva mettere in atto Ripresa la sua nave raggiunse la vicina
Mileto dove con discorsi appassionati convinse le autorità a fornirgli
rapidamente una flotta e truppe armate allo scopo di assalire e sorprendere i
pirati nei loro covi, per annientarli e ammonire quanti altri mai ardissero
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attentare alla libertà dei cittadini romani.
In un solo giorno poté raccogliere uomini e vascelli, tanto che la notte
successiva, improvvisatosi duce e ammiraglio, fu addosso ai corsari che se ne
stavano allegramente e tranquillamente sulle loro imbarcazioni in una insenatura
di quelle coste a godersi il suo riscatto.
Molti ne uccise e numerosi altri ne imprigionò.
Li trascinò con tutte le loro navi e i grandi tesori, dei quali Cesare si
dichiarava legittimo proprietario considerandoli bottino di guerra, nella città
di Pergamo dove risiedeva Marco Giunio, il proconsole della provincia asiatica.
A lui infatti spettava il compito di condannare a morte i prigionieri, ma il
magistrato romano, che già pensava di ricavare dalla loro vendita all'asta come
schiavi consistenti somme di denaro, non lo ascoltava.
Cesare subodorò l inganno e tornò rapidamente nelle prigioni di Pergamo.
Battendo sul tempo il proconsole li tirò fuori dalle carceri e li fece tutti
impiccare, attuando così la minaccia che aveva spesso rivolto loro col sorriso
sulle labbra e nell'animo il desiderio di vendicarsi.
Compiuta questa impresa, Caio Giulio poté finalmente raggiungere l'isola di Rodi
e presentarsi all'illustre retore greco Apollonio di Molone.
Frequentò le sue lezioni traendo grande profitto dall'arte dell'eloquenza,
sebbene nei processi contro Cornelio Dolabella e Caio Antonio, avesse già
dimostrato di possedere, a detta dello stesso Cicerone, ccelse qualità di
oratore.
Del resto Apollonio non ammet:eva alle lezioni che giovani di raro talento
intellettuale e di ;traordinaria inclinazione per la retorica e l'eloquenza al
-me di godere del loro profitto.
Il maestro greco non aveva ~imestichezza con il latino, si richiedeva pertanto
che i ;uoi allievi romani fossero necessariamente bilingui.
Gli oratori in quei tempi erano assai stimati, e per i gio~ani l'oratoria era la
via migliore per acquistare il favore iel popolo.
Chi si presentava al magistrato nella veste di ccusatore col proposito di far
trionfare virtù e giustizia asiolveva a un compito di particolare rilevanza
sociale.
I ma3istrati della repubblica e ogni amministratore romano ~rano tenuti a freno
dal timore di un'accusa che in qualiasi momento avrebbe potuto sorprenderli
nell'esercizio ~elle loro funzioni.
In ragione di ciò un abile accusatore ~veva tutte le possibilità di assurgere
alla gloria di difensore della patria.
Breve fu la permanenza di Caio Giulio sull'isola, forse non più d'una ventina di
giorni.
Il giovane fu improvvisamente e nuovamente indotto a riprendere le armi dalla
notizia della invasione della provincia romana d'Asia da parte di Mitridate re
del Ponto i cui eserciti facevano strage di legionari.
Nicomede, morendo, aveva donato all'Urbe per testamento il suo regno di Bitinia,
e Mitridate reagiva con le armi all'annessione operata dai romani e da lui
ovviamente considerata un grave pericolo.
Di sua iniziativa, senza ricevere alcun incarico ufficiale, Cesare lasciò Rodi
e, raggiunta l'Asia, vi raccolse a sue spese e con straordinaria rapidità alcune
milizie volontarie anticipando l'arrivo delle più lente legioni romane.
L'azione ebbe successo, le truppe di Mitridate furono ricacciate indietro da
quei soldati raccogliticci e Roma approvò il gesto un po' avventato del giovane
ardimentoso, che ovviamente non mancò di lasciare il comando e di affidare il
suo piccolo esercito alle legioni che sopraggiungevano a operazioni concluse.
Cesare vagava in Asia senza una meta precisa, e aveva già ventisette anni.
Considerava i pirati tra i più pericolosi nemici della repubblica per essersi
impadroniti dei mari e volle perciò affrontarli nuovamente ponendosi questa
volta agli ordini di un magistrato romano, che però non meritava la sua fiducia,
il pretore Marco Antonio che doveva passare alla storia per le sue sconfitte,
con l'appellativo di Cretico, e per essere il padre del famoso triumviro.
Anche quest'ultima impresa, come le precedenti, non si protrasse a lungo poiché
Cesare, per intercessione dei suoi amici, fu richiamato nella capitale dove
inaspettatamente gli avevano conferito la sacra dignità pontificale in
sostituzione di suo zio Caio Aurelio Cotta recentemente scomparso.
Il giovane si mise subito in viaggio imbarcandosi su una navicella a quattro
remi con un seguito ridotto di due amici personali e dieci servi.
Attraversò l'Adriatico temendo di essere nuovamente aggredito dai corsari che
non gli avrebbero perdonato lo scherzetto delle impiccagioni.
Tanto era il timore del pur ardimentoso Caio Giulio che un giorno credette
confusamente di vedere alcune navi pirate all'orizzonte.
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Legò un pugnale alla coscia e afferrò una spada, pronto ad affrontare il nemico,
ma ben presto dovette constatare come quella visione fosse soltanto il frutto
della sua agitata immaginazione.
Gli alberi delle supposte navi non erano altro che quelli di un boschetto,
svettanti ai bordi d'una piccola isola in avvistamento.
Compiuta la traversata e sbarcato a Brindisi arrivò sano e salvo a Roma
percorrendo la via Appia.
Fu accolto con gioia dalla madre e dai sostenitori che lo presentarono al
collegio dei pontefici di cui era stato chiamato a far parte.
Accettò di buon grado la nuova nomina che gli conferiva prestigio e che, a
differenza della carica di flamen Dialis, non imponeva alcun sacrificio alla
carriera politica d'un giovane ambizioso come lui.
Quindici erano i pontefici.
Dipendevano dal pontefice massimo e a tutti loro spettava la promulgazione delle
leggi sacre, la giurisdizione sui sacerdoti, l'amministrazione dei riti pubblici
e privati.
Alla dignità di pontefice l'anno successivo Cesare aggiunse l'elezione a tribuno
militare, un avanzamento che si verificava con il consenso del popolo e che dava
la misura di quanto egli fosse amato.
In questo clima sconfisse con facilità il suo pericoloso concorrente, Caio
Popilio.
Con manifesto orgoglio infilò al dito l'anello d'oro e cinse alla vita la corta
spada detta parazonium, simboli esteriori d'una dignità tenuta in grande
considerazione tra i soldati.
Da tribunus militum aveva il comando di dieci centurioni e mille uomini.In
alternanza con altri ventitre tribuni militari, rientrava nei suoi compiti
addestrare i soldati, detenere le chiavi delle fortezze dove erano custodite
armi e munizioni, sorvegliare le sentinelle, soprintendere alla cura degli
infermi, intervenire nelle controversie dei militari.
La dignità di tribunus militum costituiva un passaggio obbligato per i giovani
nobili che ambivano alla vita pubblica.
Ottenuto questo incarico, il primo che egli ricevesse per suffragio popolare,
Cesare non prese però parte ad alcuna azione bellica, preferendo svolgere, nelle
sue vesti di ufficiale superiore, compiti sedentari in seno all'amministrazione
militare o azioni più propriamente politiche tendenti a rafforzare il partito
dei populares.
Difatti, scrive Svetonio, spalleggiò coloro che cercavano di restaurare il
potere dei tribuni della plebe scosso e indebolito dalla dittatura di Silla.
Si adoperò per la revoca dei provvedimenti d'esilio che erano stati conseguenza
della guerra civile.
Un giorno salì sui Rostri, e, sostenendo ardentemente una legge proposta dal
tribuno della plebe Plozio, ottenne il ritorno in patria d'un suo giovane
cognato, Lucio Cinna, insieme a tutti quei cittadini che avevano seguito Lepido
nella ribellione antioligarchica.
La Spagna romana era messa a rumore da un grande e valoroso generale di stirpe
sabina, Quinto Sertorio, seguace di Mario, che si era ribellato a Roma contro le
proscrizioni di Silla e che di fronte a quelle (< liste fatali era diventato
esule e fuggiasco.
Il giovane Cesare se ne stava nell'ombra mentre il governo senatorio, sconfitto
Lepido, volgeva tutta la sua attenzione alle gesta di Sertorio che in Spagna,
alla testa di un buon numero di emigrati democratici, aveva costituito un
controgoverno e teneva a bada con le sue truppe barbariche, inizialmente scarse
e malmesse, l'armata di Metello Pio inviato dal partito aristocratico dominante.
All'impotenza delle legioni romane il generale ribelle contrapponeva i più
efficaci metodi della guerriglia.
Disorientate, le truppe di Metello erano vittime di continui agguati e
trabocchetti.
Sertorio dominava su celtiberi e lusitani.
Volendo governare la Spagna con le leggi di Roma, di cui si sentiva il legittimo
rappresentante, aveva dato vita a un Senato composto da trecento personaggi
scelti tra le file dell'emigrazione.
Il suo esercito si era via via rafforzato e apparve addirittura invincibile con
l'apporto dei soldati di Lepido fuggiti dopo la sconfitta del loro capo e che un
altro generale ribelle, Marco Perperna, aveva condotto in Spagna.
Sertorio era pronto a passare le Alpi per marciare sull'Italia, e ~ià ~li
spa~noli lo chiamavano il secondo Annibale, a poco più di cento anni di
distanza dal primo, anche perché era cieco d'un occhio come il generale
cartaginese.
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In attuazione del suo piano si era accordato col re del Ponto Mitridate, sempre
ostile alla repubblica, che gli forniva quaranta navi e la considerevole somma
di tremila talenti per ottenere in cambio l'Asia in caso di vittoria.
Ma a Roma i patres si preparavano a inviare in Spagna l'uomo più ardimentoso del
momento, Cneo Pompeo, il giovane generale non ancora trentenne che già si era
ricoperto di gloria sconfiggendo in Sicilia e in Africa i seguaci di Mario.
Per queste imprese Silla gli aveva tributato un trionfo e lo aveva solennemente
appellato Magnus, mentre sceglieva per sé l'epiteto di Felix che stava a
significare Fortunato e dispensatore di fortuna.
Nonostante il minaccioso Pompeo, non poteva dirsi prossima la fine di Sertorio
la cui vita era stata una grande avventura.
Partito da Norcia nelle semplici vesti di eques, Sartorio rivelò fin da giovane
un grande valore militare e politico.
Combatté contro i cimbri e i teutoni; con Cinna partecipo all'occupazione di
Roma condannando tuttavia il terrorismo dei mariani.
Non eliminò mai nessuno per odio personale né commise alcuna violenza: questo
scrive di lui Plutarco ricordando gli anni terribili in cui Cinna e Mario si
abbandonavano a ogni soperchieria.
Fu pretore in Spagna dove si fece amare dalle popolazioni trattandole con
umanità, a differenza degli altri governatori che erano superbi, arroganti e
famelici.
Alleggerì il peso dei tributi, sollevò la gente dall'obbligo di alloggiare i
soldati nelle città, e costrinse infine le truppe a erigere i loro quartieri
invernali nei suburbi dei centri abitati.
Sertorio, che si aspettava di essere attaccato dai generali della restaurazione
sillana, cercava di ottenere l'appoggio degli iberici.
Approntò un esercito, ma non poté reggere al poderoso urto di Roma.
Costretto a fuggire dalla Spagna vagò a lungo senza una meta e sempre inseguito,
dovunque ponesse piede, dai soldati di Silla.
Fu sballottato in mare da furiose tempeste nel suo continuo andare ramingo.
Sbarcò in più porti della penisola iberica, anche sulle rive atlantiche, e alla
fine diresse le vele della sua piccola flotta verso l'Africa approdando sulle
coste della Mauritania.
Assalito dalla tribù del luogo, fu ricacciato in mare.
Durante la nuova peregrinazione unì le sue navi a quelle dei corsari cilici
compiendo con loro varie uscite piratesche.
Un giorno sentì parlare dell'esistenza di certe Isole Fortunate ,> che si
trovavano, a sentire i racconti dei marinai, oltre le Colonne d'Ercole, non
troppo distanti da Cadice.
Voleva raggiungerle preso da rapido entusiasmo per un luogo magico, dove il
clima era dolce, carezzevoli le brezze, rare le piogge, fertile il terreno, e
dove tra il fico e l'ulivo, tra il latte e il miele avrebbe potuto finalmente
vivere lontano dal frastuono delle guerre e dalle sopraffazioni dei tiranni.
Ma i pirati che non credevano alle favole, non vollero seguirlo.
L'esule, cui all'ultimo minuto mancò l'animo di gettarsi da solo in una impresa
un po' folle, non poté fare altro che riprendere con loro la strada dell'Africa
per tentare un secondo sbarco in Mauritania.
Sotto le mura di Tingi (Tangeri) si scontrò con l'esercito del generale Pacciano
che Silla aveva colà inviato in aiuto di Ascali, pretendente al trono dei
maurusi.
La sua vittoria fu completa e, a conclusione della battaglia, egli uccise lo
stesso Pacciano che aveva avuto l'ardire di affrontarlo con la spada in pugno.
Padrone ormai di Tangeri e dell'intera regione si comportò da principe liberale.
Ma fu anche indiscreto al punto da far scoperchiare un immenso sepolcro, lungo
sessanta cubiti, in cui, secondo una leggenda libica, doveva trovarsi lo
scheletro gigantesco del mitologico Anteo strangolato da Ercole.
Tangeri non era che una tappa del suo affannoso girovagare, sebbene avesse per
un attimo pensato di ritirarsi nella solitudine delle < Isole Fortunate .
Già progettava un altro viaggio quando dalla Spagna gli pervenne l'invito dei
lusitani i quali, entusiasti del suo travolgente successo sul generale sillano,
lo invitavano ad assumere il comando supremo delle loro forze armate con poteri
assoluti.
Tornare in Spagna, dopo esserne stato scacciato un anno prima dall'esercito del
Senato romano, lo riempiva di soddisfazione.
Corse tra i lusitani ed estese il suo potere ad altre regioni le cui tribù lo
accoglievano spontaneamente.
Diede vita a uno Stato romano-iberico che aveva per capitale la bella città di
Osca (Huesca), organizzò un forte esercito, istituì a sue spese una scuola
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militare, aprì un collegio dove si insegnava ai giovani il latino e il greco,
amministrò la giustizia sforzandosi di interpretare le usanze del luogo.
Sfruttò anche le superstizioni per accrescere la sua influenza, come avvenne con
il culto del cervo, un animale che i lusitani onoravano sommamente ritenendolo
incarnazione della loro grande dea cacciatrice.
Il caso volle che un contadino gli regalasse una giovane cerva bianca che gli si
affezionò docilmente.
La cerbiatta lo seguiva ovunque, ed egli colse l'occasione per far credere che,
attraverso la bianca bestiola, si teneva in contatto con le divinità.
La cerva gli prediceva il corso degli eventi, gli svelava molti segreti e gli
dava saggi consigli.
Ma non era che un trucco.
Grande era la potenza di Sertorio il quale ormai dominava su buona parte della
Spagna contrapponendosi a Roma.
Non appariva strano chiedersi chi fossero a metà degli anni 70 i padroni del
mondo, gli spagnoli o i romani, e quali dei due popoli dovesse obbedienza
all'altro.
Sertorio già si accingeva ad attaccare l'Italia quando Pompeo ottenne dal Senato
l'ordine di annientarlo.
Il Magno, pur essendo un semplice cavaliere, partì insignito di un'autorità
proconsolare.
La cosa era illegale, ma i senatori non avevano altra scelta nell'indicare lui,
in quanto i consoli in carica non vollero lasciare Roma per affrontare il
temibile Sertorio.
L'orgoglioso Pompeo, che aveva appena sconfitto gli antioligarchi in Etruria,
non si abbassò a rientrare nell'Urbe dove avrebbe dovuto rendere omaggio al
Senato.
Preferì subito arruolare nuovi legionari e prendere prima dell'inverno la via
delle Alpi, seguendo però, tra il Po e il Rodano, un percorso diverso da quello
prescelto a suo tempo da Annibale e indubbiamente sottoposto al controllo delle
truppe nemiche.
Sertorio oppose una resistenza accanita infliggendo varie sconfitte al grande
Pompeo, le più umilianti delle quali ebbero per teatro la città di Lauro (Puig)
nei pressi di Sagunto e il fiume Sucro Uucar) dove Pompeo ricevette un colpo di
spada a una gamba.
Ebbe salva la vita soltanto perché gli iberici si attardarono a depredare la
sella del suo cavallo tempestata di gemme.
La guerra fra i due generali romani si protrasse per più di tre anni sempre
sospesa tra sorti alterne.
Poi volse a favore del giovane proconsole, mentre le truppe sertoriane, che
cominciavano a disertare, venivano festosamente accolte nelle file pompeiane e
in quelle di Metello che pensava di potersi rifare dell'umiliazione subita in
precedenza.
Fu questa volta proprio Metello, più dello stesso Pompeo, a mettere alle strette
il generale ribelle il quale però cadde per mano di Marco Perperna che lo tradì
e lo fece uccidere a pugnalate durante un banchetto al segnale convenuto, cioè
al rumore d'una tazza che andava in frantumi sul pavimento.
Senza questo vile gesto istigato da Pompeo, ben più ardua sarebbe stata la
conclusione d'una guerra che si prolungava da otto anni.
E tale consapevolezza avviliva profondamente il popolo romano.
Caio Giulio, il cui nome non si ascrisse nella lunga avventura sertoriana,
rimase estraneo anche alla feroce guerra servile capeggiata da un abile e
atletico gladiatore trace, Spartaco, il quale dal 73 al 71, movendo dal ludus di
Capua, infiammò l'Italia con un esercito di disperati che si spinse a minacciare
le porte dell'Urbe.
Che cosa faceva Cesare in quegli anni? Il tribunato militare lo tenne occupato
soltanto per tutto il 73, poiché la carica aveva durata annuale.
La stessa dignità di pontefice non lo impegnava troppo, eppure egli preferì
trascorrere gran parte di quel movimentato periodo nella vicina cittadina di
Nemi, allietata da un piccolo lago sulle cui sponde si faceva costruire una
lussuosa casa di campagna, un edificio che ben presto volle abbattere essendogli
venuto a noia.
Svetonio, lungi dal rilevare l'assenza del giovane ventinovenne dai grandi
avvenimenti, preferisce ironizzare sul particolare che Cesare, sebbene ancora
non ricco e per di più carico di debiti, si desse alle spese pazze facendo e
disfacendo una villa.
In realtà Cesare non trovava modo di esprimersi.
I capi degli eserciti erano in quegli anni di fede sillana e ai loro ordini egli
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non intendeva più militare.
Né poteva seguire Sertorio in Spagna.
Pur considerandolo vicino a sé ideologiCamente~ giudicava senza dubbio le sue
gesta un'avventura priva di sbocchi.
Come non prenderne le distanze? Intuitive erano le ragioni che lo inducevano a
far da spettatore anche durante la contemporanea guerra di Spartaco.
All'inizio tutti sottovalutarono la ribellione degli schiaVi e pOi, mentre il
pericolo si faceva più sensibile, Cesare probabilmente pensava che la difesa
della repubblica spettasse al partito oligarchico su cui gravava la
responsabilità di governo.
La guerra degli schiavi esplose a Capua per iniziativa d'una settantina di
gladiatori che, nella più famosa scuola gladiatoria del tempo, si esercitavano
con le armi agli spettacoli popolari.
Stanchi di mettere a repentaglio la vita fra tante angherie e sofferenze, essi
decisero di sollevarsi in nome della libertà, giocando il tutto per tutto e
facendo leva sulla loro grande abilità di combattenti.
Del resto non avevano niente da perdere se non le loro catene.
Già si erano avute in Italia e nelle province altre sollevazioni di schiavi, più
gravi fra tutte quella esplosa in Sicilia alcuni decenni prima.
Mommsen scrive che il cancro del proletariato degli schiavi rodeva le midolla
di tutti gli Stati dell'antichità"; bastava una scintilla, prosegue, per far
divampare una materia così infiammabile, per mutare il proletariato in un
esercito insurrezionale.
La scintilla nel 73 ebbe nome Spartaco.
Egli fu l'animatore d'una rivolta che ancora oggi viene esaltata dai movimenti
rivoluzionari e che ha ispirato a Marx alcune sue pagine sulle origini del
comunismo.
Spartaco, che il filosofo di Treviri definisce come la genuina espressione del
proletariato antico , appare come il campione della libertà e dell'eguaglianza
nell'egoistico mondo dei latifondisti e dei capitalisti romani.
Proveniva da una nobile famiglia della Tracia.
Era stato arruolato fra gli ausiliari dell'esercito romano, ma poi, avendo
disertato, si era dato al brigantaggio sui monti.
Catturato era stato fatto schiavo e quindi inviato in Campania alla scuola dei
gladiatori tra i quali emerse, non solo per le doti fisiche, ma anche per
intelligenza e nobiltà d'animo.
Egli si pose alla testa della rivolta.
Intorno al nucleo iniziale dei gladiatori che senza armi erano evasi dalla
scuola di Capua, si riunirono ben presto più di duecento schiavi.
Tutti insieme, dopo aver rubato da una taverna della città spiedi e lunghi
coltelli da cucina e dopo aver assalito un piccolo presidio militare
asportandone le spade, ascesero le pendici del Vesuvio.
Vi si rifugiarono come belve rabbiose apprestandosi a rintuzzare un attacco
dei soldati romani ormai sulle loro tracce.
La loro impresa aveva già fatto rumore, tanto che Spartaco fu raggiunto da altri
schiavi fuggiaschi, da gente diseredata di ogni risma, da altri suoi
connazionali traci oltre che da germani e da galli come Crisso ed Enomao che
divennero i suoi luogotenenti.
Roma inviò ai piedi del vulcano il propretore Claudio Glabro forte di tremila
uomini con l'ordine di accerchiarli.
Il generale fu però giocato dai rivoltosi i quali, non visti, riuscirono
atleticamente a evitare l'assedio precipitando a rotta di collo per vie
sconosciute lungo le pendici del monte.
La sortita ebbe fortuna, e l'iniziativa tornò a Spartaco che con la sua banda
assalì di sorpresa i soldati romani cogliendoli alle spalle e battendoli in
poche ore.
I ribelli non credevano ai loro occhi per l'insperato successo ottenuto su
truppe disciplinate e giudicate invincibili.
La vittoria entusiasmò contadini, mandriani e pastori.
Essi Sl aggregarono ai rivoltosi e da quel momento le schiere di Spartaco non
erano più costituite soltanto da poveri schiavi, ma anche da liberi italici
stanchi di essere sfruttati dalle classi possidenti che dominavano la
repubblica.
Schiavi e liberi cittadini romani erano finalmente uniti.
I ribelli s'inorgoglirono e, mentre le loro orde continuavano a infittirsi fino
a costituire incredibilmente una forza di settantamila uomini, furono tentati di
marciare su Roma.
Avevano ancora sconfitto via via un pretore, Publio Varinio, e i due consoli in
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carica, Gellio Publicola e Lentulo Clodiano.
DisDonevano ormai d'una cavalleria avendo rapidamente domato alcuni branchi di
cavalli con i quali si erano imbattuti nel loro cammino.
Si fornirono di scudi intrecciando vimini e ricoprendoli con pelli di pecora.
Fusero il ferro delle loro catene per ricavarvi spade e dardi.
Spartaco avrebbe voluto risalire la penisola, valicare le Alpi e riacquistare la
libertà tornando nelle sue terre.
Ma gli era impossibile tenere a freno quell'orda famelica che seminava ovunque
lutti, razziava bestiame e raccolti, saccheggiava città e villaggi in Campania,
in Lucania, nell'Apulia, nel Sannio. I seguaci di Crisso si opponevano con
violenza ai piani di sganciamento e Spartaco decise di separarsi da loro.
Mentre Crisso, con i suoi celto-germani, riprendeva le scorrerie in Apulia, il
trace puntò risolutamente verso il nord con trentamila uomini.
Crisso fu sconfitto e ucciso in uno scontro nel Gargano.
Spartaco, dimentico della secessione, ne vendicò la memoria in maniera
spettacolare.
Impose a quattrocento soldati romani, suoi prigionieri, di sfidarsi in una
immane tenzone sacrificale in cui molti trovarono la morte.
Il trace, che nel suo cammino a ritroso era già entrato nella pianura padana, fu
affrontato nei pressi di Modena dal proconsole della Cisalpina, Caio Cassio
Longino, forte di un esercito di diecimila uomini.
Longino ebbe la peggio e l'orda dei rivoltosi, rincuorata dalla nuova vittoria,
impose a Spartaco di rinunciare all'idea di uscire dall'Italia perché si facesse
marcia indietro e si puntasse su Roma.
Il trace tornò sì sui suoi passi, ma, scendendo lungo il litorale adriatico,
preferì prudentemente non affrontare la capitale.
Nel Piceno sconfisse ancora una volta i romani aprendosi la via verso la Lucania
dove disponeva di sicure roccaforti.
Roma si sentiva minacciata né pvteva tollerare oltre quella orribile scorreria
di schiavi che avevano umiliato propretori e pretori, consoli e proconsoli
infliggendo loro terrificanti disfatte.
Il Senato tolse alfine il comando delle operazioni ai consoli Gellio e Lentulo
per affidarlo con poteri eccezionali a Marco Licinio Crasso che era un ambizioso
pretore di idee sillane e al tempo stesso un avido capitalista.
Crasso veniva colpito personalmente nei suoi immensi possedimenti dalle
incursioni dei rivoltosi e, come lui, subivano gli stessi danni tutti i ricchi
proprietari terrieri.
Questo era un motivo di più per affrontare Spartaco con estrema decisione.
Ma il trace continuò a vincere.
Crasso aveva armato a sue spese dieci legioni.
Nel Piceno uno dei suoi luogotenenti, Mummio, alla testa di due legioni
d'avanguardia, fu sbaragliato e i soldati superstiti si misero in salvo con la
fuga.
Il pretore reagì ordinando una folle e feroce decimazione.
Raccolse in un campo i cinquecento legionari che erano fuggiti per primi.
Li suddivise in cinquanta gruppi di dieci unità e mise a morte un soldato per
ciascuna decina, estraendolo a sorte.
Questo spietato sistema di punizione militare era caduto in disuso da tempo, e
il pretore volle esumarlo per dimostrare quanto fosse deciso a vincere la guerra
contro i rivoltosi.
Impartita questa dura lezione ai fuggitivi, Crasso assunse direttamente il
comando delle operazioni.
Spartaco, indebolito, arretrò fino a Reggio Calabria da dove, con l'aiuto
prezzolato di alcuni pirati cilici, pensava di attraversare lo stretto di
Messina per sbarcare in Sicilia e infiammarvi le masse degli schiavi isolani.
Ma i pirati, che pur avevano intascato il compenso pattuito, mancarono
all'appuntamento.
Erano scomparsi, scrive Plutarco, sulle ali del vento .
All'antico gladiatore non rimaneva che ripararsi nelle foreste dell'Aspromonte.
Già vi si sentiva al sicuro quando, con sua somma sorpresa, le sentinelle gli
portarono la notizia che i soldati ~i Crasso stavano scavando un colossale
fossato lungo l'intero istmo, alla strozzatura della punta dello stivale, da
mare a mare.
Quel fossato, rinforzato da un muro, imprigionava e isolava le orde dei
rivoltosi che, rinchiuse in una sacca tra il mare e la trincea, non avevano
possibilità di rifornirsi.
Non c'era altro da fare che sfondare il blocco.
L'inverno era rigido, alta la neve.
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Spartaco, in una notte di tempesta, osò il tutto per tutto e riuscì a portare
buona parte del suo esercito al di là dell'immane fossato dopo averlo ricoperto
per un tratto con terra e rami d'albero.
Grande fu il dispetto di Crasso.
Egli dovette riprendere a inseguire le orde nemiche temendo perfino che
tentassero nuovamente di marciare su Roma.
L'Urbe era sempre in agitazione.
Il Senato, sconvolto da una guerra di cui non si scorgeva la fine, accolse con
favore un'originaria richiesta di Crasso volta e far intervenire nel conflitto
le truppe di Lucullo dalla Macedonia e quelle di Pompeo dalla Spagna.
Spartaco, che si dirigeva su Brindisi, apprese che Lucullo stava effettivamente
per sbarcare nel porto di quella città dopo aver sconfitto Mitridate.
Fece allora una diversione prima verso la Campania e poi verso la Lucania, in
una continua e disperata scorribanda punteggiata di nuove razzie. Spartaco
vagante, lo chiama Orazio.
In Lucania, sul Bradano, entrò in contatto con le legioni di Crasso.
Intuì che quella era la battaglia decisiva.
Con gesto solenne ma non meno disperato, o per compiere un rito sacrificale? -
si avvicinò al suo cavallo e lo abbatté con un colpo di spada, mentre esclamava:
Se vincerò ne avrò di più belli e forti prendendoli ai nemici, se perderò non
avrò più bisogno di cavalli .
E si gettò alla ricerca di Crasso.
Nel pieno del combattimento fu ferito al pube.
Cadde in ginocchio e, appoggiandosi allo scudo, continuò a mulinare la spada
fino all'ultimo respiro.
Si spegnevano con lui i fermenti di rivoluzione sociale che tuttavia i ribelli
non erano riusciti a suscitare compiutamente in tre anni di stragi e di rovine.
Le spoglie del gladiatore, confuse in una moltitudine di sessantamila cadaveri
di rivoltosi, non furono mai ritrovate.
Crasso aveva vinto e già si amareggiava per essersi lasciato andare a chiedere
il rinforzo di Pompeo che egli non amava.
I soldati ricordavano un episodio che rendeva bene l'idea di quanto egli fosse
invidioso del giovane e fortunato Pompeo.
Un giorno a Roma, un tale in sua presenza aveva esclamato: <.
Ecco, arriva Pompeo il Grande ", e Crasso, di rimando, aveva chiesto un po'
indispettito: (<Grande quanto? .
Ora Pompeo era in arrivo.
Veniva a dargli man forte quando era tutto finito.
Il Grande si scontrò in Etruria con una retroguardia di cinquemila spartachiani
e ne fece strage.
Da maestro della propaganda inviò un messaggio al Senato per solennizzare
l'impresa con una frase a effetto: ..Crasso ha vinto il male battendo gli
schiavi in campo aperto, io ho estirpato la radice della guerra .
Gli diedero ragione accordandogli il trionfo, a un tempo per la vittoria sui
servi ribelli e per quella su Sertorio.
Crasso non ricevette che un'ovazione, ma, grazie alle sue aderenze, poté
egualmente fregiarsi d'una corona d'alloro e non di semplice mirto com'era in
uso per l'ovatio.
Per mostrarsi più grande di Pompeo tentò un recupero di ferocia teatrale facendo
erigere seimila croci lungo la via Appia da Capua a Roma sulle quali furono
affissi altrettanti rivoltosi.
VII

Metello, sconfitto Sertorio, aveva smobilitato il suo esercito, mentre Pompeo e


Crasso si guardavano bene dal seguirne l'esempio, e tutto sommato ciò piaceva ai
senatori, certi di poter evitare un eventuale colpo di Stato dell'uno
appoggiandosi alle coorti dell'altro.
Ostili fra loro, i due generali, col sostegno degli eserciti a loro fedeli, si
avvicinavano a Roma per chiedere o per strappare il potere, a seconda delle
circostanze che si fossero presentate.
Il popolo temette un ritorno ai giorni sciagurati di Mario e Silla.
Pompeo e Crasso pretendevano l'elezione a consoli, e ben presto capirono che non
avrebbero potuto raggiungere quel risultato senza unire i loro sforzi, almeno
formalmente.
Il Senato, che così perdeva qualsiasi possi~Uità di scatenarli l'uno contro
l'altro e che perdeva, di conseguenza, il sostegno degli eserciti, dovette alla
fine favorire la loro ascesa alla suprema magistratura.
Eppure nessuno dei due candidati aveva le carte in regola per concorrere alle
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ele zioni.
La costituzione sillana dettava norme precise: bisognava avere almeno
quarantatre anni per essere consoli, e Pompeo non ne aveva che trentacinque;
bisognava già essere stato questore, e ancora Pompeo, pur avendo goduto di
poteri straordinari, non aveva mai ricoperto alcuna carica ordinaria.
C'erano ostacoli anche per Crasso che aveva lasciato l'incarico di questore da
appena sei mesi, mentre ra richiesto un periodo di tempo più lungo per
progredire ella carriera.
Il Senato derogò a queste regole vulnerando er primo la costituzione sillana che
pure era alla base del ,uo restaurato potere, cosicché nel 70 Pompeo e Crasso fu
ono consoli.
Il potere dell'oligarchia senatoriale, che Silla aveva riristinato e che si era
protratto per una decina d'anni, ~adde effettivamente in crisi quando Pompeo,
per i suoi ,copi di affermazione personale, promosse la formazione ii
un'alleanza Ira cavalieri e plebei.
Crasso seguì il Granie, e ambedue, un generale di smisurata ambizione e un
~apitalista senza scrupoli, cercando strumentalmente il fa~ore del popolo,
rovesciarono le loro originarie posizioni ~olitiche e passarono all'opposizione.
In verità il ribaltanento non costò a nessuno dei due alcun sacrificio
ideolo,ico se non altro perché essi si sentivano legati esclusivanente al carro
della loro fortuna.
Ora Pompeo e Crasso si :rovavano dalla parte dei popolari dopo averli
combattuti.
~nche i popolari dovettero fare buon viso a cattiva sorte e rnettersi agli
ordini di chi li aveva fino a poco prima repressi e perseguitati.
I due consoli, travolgendo l'avversione di Lucullo, cominciarono col restituire
la piena potestà ai tribuni della plebe che Silla aveva umiliato privandoli del
diritto di veto ~ dell'iniziativa legislativa.
Ristabilirono inoltre, dopo un'interruzione protrattasi per diciassette anni,
l'autorità riei censori chiamati a controllare la pubblica moralità assai
scaduta.
I censori, appena eletti, diedero una grande soddisfazione a Cesare escludendo
per i suoi crimini dal Senato quel Caio Antonio Ibrida che egli non era riuscito
a far condannare.
A sessantaquattro ammontò il numero degli espulsi dai ranghi senatoriali, tutti
sillani.
Si riformarono le giurie giudiziarie che Silla aveva voluto composte da soli
senatori i quali però avevano abusato del loro potere proteggendo ladri e
assassini se appartenevano alla nobiltà.
Con le nuove riforme furono immessi nelle giurie in parti eguali, accanto ai
senatori, anche i cavalieri e i meno ricchi tribuni dell'erario per estendere la
base di rappresentanza.
La plebe tornò a godere delle distribuzioni gratuite di grano a spese
dell'erario e soprattutto delle province, mentre si procedeva all'assegnazione
di terre ai soldati di Pompeo e Crasso.
Per di più, sotto la pressione dei popolari, si richiamavano in patria dalle
province gli esiliati, si riabilitava la memoria delle vittime, si restituivano
i beni confiscati da Silla.
Si poteva pensare di essere tornati alla situazione che Silla aveva manomesso,
ma in realtà Pompeo, pur colpendo gravemente l'aristocrazia, aveva altre mire:
più che ristabilire una costituzione democratica, egli intendeva affermare una
nuova autocrazia, la propria.
Fra i populares faceva già spicco il giovane Cesare, nonostante la sua prudenza.
Egli diffidava di Pompeo e Crasso, così come aveva diffidato di Lepido, in tempi
ancora peggiori per il partito democratico.
Bisognava però uscire dal proprio guscio in maniera inequivocabile e cogliere le
occasioni che la coalizione antioligarchica offriva.
Essendo imminenti le elezioni alla carica di questore, decise di parteciparvi.
Le vinse facilmente e all'unanimità perché il fascino, il potere di seduzione
d'un giovane aristocratico che guardava al popolo era immenso.
Cesare, trentunenne, era un po' in ritardo rispetto ai tempi di accesso a questa
dignità per la quale era richiesto il compimento del ventisettesimo anno di età.
Quando si estrassero a sorte gli uffici o le province cui i questori erano
destinati, a lui toccò la Spagna ulteriore.
La cosa non gli piacque perché avrebbe preferito non allontanarsi da Roma,
tuttavia si acconciò a partire.
Si vivevano giorni di calma apparente.
Pompeo e Crasso avevano finalmente congedato i loro eserciti tenuti sul piede di
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guerra per l'intero anno di consolato.
Soltanto allo scadere delle loro magistrature vennero a miti consigli, e

nell'Urbe si dissipò il timore d'una nuova guerra civile e di un colpo di Stato


al quale Pompeo ognora pensava.
Fu
E Crasso a tendere per primo la mano al collega davanti a un popolo tumultuante
riunito nel Foro.
Pompeo, che era ancora capace di commuoversi, lo abbracciò, e ambedue
1~ consegnarono le legioni alla repubblica e l'esercizio del

3~ consolato ai loro successori.


Pompeo rimaneva però all'er ' ta, in attesa di propizie occasioni.
Non volendo allontanarsi dalla capitale, dove si facevano e disfacevano le cose
del mondo, non sollecitò il comando della guerra in corso contro Mitridate così
come rifiutò il governo d'una provincia che pure gli sarebbe di norma spettato.
Caio Giulio tornava a Roma dalla Spagna ulteriore, prima che scadesse l'anno
della sua questura, deciso a bruciare le tappe e a guadagnare il tempo perduto,
come aveva promesso a se stesso davanti alla statua di Alessandro, volendo
emulare le imprese del grande condottiero.
Da questore, come egli stesso scrive, mostrò particolare affezione per gli
spagnoli, difendendo i loro interessi e avendo cura della loro sorte.
Imparò a conoscere quella provincia, cosa che gli sarà utile in seguito.
Durante il viaggio a ritroso si fermò a settentrione del Po, nelle colonie
latine della Gallia cisalpina per incoraggiare i transpadani che reclamavano a
gran voce la concessione della cittadinanza romana.
Quelle
popolazioni erano in subbuglio e lo accolsero con entusiasmo poiché già
conoscevano i suoi sentimenti a favore delle province.
Cesare, secondo le informazioni di Svetonio, ~- Ie uniche in proposito, le
avrebbe senz'altro .( spinte a osare qualche impresa ~ se i consoli, spaventati,
non lo avessero prevenuto ponendo in stato d'allarme e trattenendo a Roma due
legioni destinate alla Cilicia.
Il sostegno alle rivendicazioni dei transpadani rientrava nel suo piano diretto
a conquistare una sempre più vasta popolarità.
Messo nuovamente piede nell'Urbe, il giovane questore si avvicinò a Pompeo, più
di quanto non avesse fatto prima.
Non trascurava nemmeno di mantenere i contatti con Crasso, avendo bisogno dei
suoi prestiti per pagare i debiti.
Cesare favorì apertamente il ritorno in auge di Pompeo quando si trattò di
decidere a chi affidare il comando straordinario della guerra contro i pirati
che, da padroni, infestavano con sempre maggiore ferocia i mari e le coste, per
altro assistiti da Mitridate.
I pirati si erano impossessati di quattrocento città.
Con la loro flotta, che contava non meno di mille navi, avevano saccheggiato
anche il porto di Gaeta ed erano sbarcati a Ostia facendo numerosi ostaggi.
Riuscirono perfino a sequestrare autorevoli ambasciatori della repubblica
ottenendo per il loro rilascio il pagamento di forti riscatti.
Depredavano continuamente i vascelli romani provenienti dalla Sicilia con grandi
quantitativi di grano destinati al rifornimento delle città.
La situazione si era fatta insostenibile e richiedeva un'energica risposta.
La scelta di affidare il comando dell'esercito cadde su Pompeo, osteggiato dal
Senato, ma validamente sostenuto dal tribuno della plebe Aulo Gabinio e quindi
dai popolari di Cesare.
Era un comando della durata eccezionale di tre anni, ed era attribuito a un solo
generale che aveva giurisdizione nell'intero Mediterraneo, con alle dipendenze
uno stato maggiore di insolite proporzioni, composto di venticinque luogotenenti
di grado senatorio.
Si prevedeva una flotta di cinquecento navi e una forza di centoventicinquemila
uomini tra soldati e cavalieri.
Il comandante in capo non avrebbe avuto limitazioni nella disponibilità di
denaro.
Insomma si deponeva nelle mani dell'ambizioso Pompeo un potere immenso che egli,
a operazione compiuta, avrebbe anche potuto volgere come un nuovo Silla contro
Roma.
Il popolo, parteggiando per i suoi tribuni, inneggiava a Pompeo il quale però,
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in piena Curia, simulava magistralmente la massima indifferenza; anzi,
dichiarandosi stanco e ammalato, diceva di volersi ritirare a vita privata.
La plebe, conosciuta l'opposizione dei senatori, si gettò inferocita nella Curia
mettendone in fuga i presenti.
In Senato solo contro tutti, Cesare si era levato a parlare in favore della
proposta di Aulo Gabinio.
Alctmi senatori tentarono perfino di strozzare il tribuno in piena assemblea. I
padri coscritti, .> scrive Dione Cassio, ~. avrebbero preferito subire i più
gravi patimenti per mano dei pirati piuttosto che investire Pompeo di un così
grande potere. ..
Difatti con quella decisione si colpiva profondamente il sistema repubblicano,
si faceva di Pompeo l'arbitro dello Stato, e non era un nobilis, ma solo un
eques.
VIII
Pompeo si armava contro i pirati, mentre Cesare, ancora alla ricerca di un
ruolo, si sposava per la terza volta.
Morta a trent'anni l'amata Cornelia, la nuova moglie era Pompea, una fanciulla
di armoniosa bellezza, sensibile alla eleganza e alla fortuna del suo
pretendente.
La ragazza era soprattutto ricca.
Essendo figlia del consolare Pompeo Rufo vantava una parentela alla lontana con
Pompeo Magno, ma non fu questa circostanza a indurre il giovane alle nozze,
tanto più che Pompea era anche nipote di Silla.
La cosa non impressionò Cesare, nonostante le evidenti contraddizioni tra la
scelta matrimoniale e la sua posizione di autorevole popolare.
Il fantasma di Silla, dalla chioma rosseggiante, che si incuneava nel letto
coniugale, non lo preoccupò minimamente.
Egli andava con disinvoltura al concreto, avendo bisogno di soldi per reggere
nella vita politica alla concorrenza di amici e avversari più danarosi di lui.
Legarsi a Pompea, che gli portava un'immensa dote, significava risolvere in
buona parte i suoi problemi finanziari.
Il matrimonio non durò che cinque anni e si ruppe per uno scandalo che mise in
agitazione tutta Roma.
Un giovane patrizio, travestito da donna, era stato scoperto in casa di Cesare
sulla soglia della camera da letto di Pompea.
Il giovane l'amava e la matrona non se ne mostrava offesa.
Plutarco dedica alcune pagine al piccante episodio mo strando di divertirsi a
rovistare tra le pieghe della vita intima di così importanti personaggi.
Il patrizio si chiamava Publio Clodio, detto <-il bello, pulcher.
Elegante nelle fattezze, il volto perfetto, morbida la chioma.
Era ricco, arrogante, scellerato e nobile.
Portava uno dei più bei nomi dell'Urbe.
Altre volte aveva tentato di penetrare negli appartamenti riservati alle donne
in casa di Cesare, per gettarsi fra le braccia accoglienti di Pompea, ma la
stretta vigilanza di Aurelia, la suocera, rendeva difficili gli approcci fra i
due amanti.
Era imminente la festività della dea Bona e Clodio pensò di approfittarne con
uno stratagemma che gli avrebbe consentito di ingannare ogni sorveglianza.
La dea Bona era una divinità che a Roma corrispondeva alla Ginecea dei greci, e
come tale le donne l'avevano prescelta a loro protettrice elevandola a simbolo
delle virtù femminili.
La festa si svolgeva di anno in anno in casa d'uno dei più alti magistrati della
repubblica.
Nella casa prescelta, addobbata per l'occasione, si erigeva un padiglione, lo si
ornava con tralci di vite, e, ai piedi di un trono sul quale appariva l'immagine
della dea, si faceva strisciare un serpente sacro.
L'usanza vietava agli uomini di entrare in quei recessi, tanto che, per tutta la
durata dei festeggiamenti, ogni altro maschio doveva lasciare la casa e
affidarla alle donne le quali per nove notti continue si dedicavano alla
celebrazione dei riti somiglianti a quelli orfici.
L'ostracismo al sesso maschile era tale che si coprivano anche i ritratti degli
uomini, come satiricamente ricorda Giovenale.
Durante la festa veniva sacrificata una scrofa, mentre le celebranti si
abbeveravano ad anfore di vino che
_ più innocuamente chiamavano latte.
Le anfore erano denominate vasi di miele.
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Il tutto si svolgeva fra canti e suoni, con l'assistenza delle vergini vestali.
~ Quell'anno, il 62, i riti si celebravano nella casa che CeG` sare abitava
sulla via Sacra nella sua dignità di pontefice massimo.
Nella notte fra il 4 e il 5 dicembre, in piena festa, Clodio, ponendo in atto il
suo inganno, penetrò nel gineceo di Pompea.
Per non essere riconosciuto nelle sue fattezze di uomo aveva indossato un abito
femminile fingendo di essere una giovane suonatrice d'arpa.
Il suo volto ancora imberbe sembrava favorire la riuscita del piano.
Ma, una volta all'interno del padiglione centrale, il giovane attirò
l'attenzione d'un'ancella più guardinga e sospettosa delle altre.
E fu scoperto per quel che realmente era,
mentre la casa si riempiva d'urla di orrore.
Troppo tardi era intervenuta Aurelia nel tentativo di soffocare lo scandalo per
salvare, almeno in pubblico, non tanto la reputazione della nuora quanto l'onore
del figlio.
I riti furono sospesi mentre il giovane amante veniva accusato di empietà per
aver violato le leggi sacre.
Tutti a Roma seppero che Clodio si era macchiato di sacrilegio nel tentativo di
unirsi alla moglie di Cesare.
La città si divise in due: da una parte il Senato dove si svolgeva il processo
contro Clodio e che si accingeva a condannare a morte il reo, dall'altra il
popolo che rumoreggiava a suo favore.
Le udienze si protrassero per più mesi.
Cicerone fu un testimone a carico per sgretolare l'alibi prodotto dall'imputato.
Egli si opponeva a Clodio, così si diceva nei circoli romani, non per amore
della verità, ma per compiacere sua moglie Terenzia, donna energica e decisa.
La matrona aveva motivi personali per odiare il giovane.
Vedeva in lui un nemico tutto proteso a favorire un'unione matrimoniale fra la
sorella Clodia e l'oratore.
Ciò naturalmente non poteva risultar gradito a Terenzia che rischiava il
divorzio.
La posizione di Cesare era estremamente delicata.
Che fare? Non poteva accusare di adulterio la moglie perché in tal caso avrebbe
posto da se stesso s~llla propria testa un poco onorevole trofeo.
Né poteva accusare il giovane di aver violato i riti della dea Bona: avrebbe
contrariato le masse e mandato a morte l'imputato di cui aveva politicamente
bisogno.
Tuttavia non mancò di ripudiare la moglie, mentre attendeva di essere chiamato a
testimoniare.
Una volta davanti al magistrato dichiarò di non saper nulla a proposito di
Clodio e al tempo stesso negò di aver giudicato Pompea colpevole di adulterio.
Il magistrato, senza nascondere lo stupore, allora gli chiese perché mai avesse
ripudiato Pompea.
E Cesare rispose con un sofisma: .~ Perché voglio che i membri della mia
famiglia non siano neppure sospettati ~>.
Una frase, questa, che col tempo e con il lavorio degli storici, divenne più
icastica, trasformandosi così: ~ La moglie di Cesare deve essere al di sopra di
ogni sospetto ".
Quando si passò alle votazioni, i senatori diedero a loro volta prova di non
voler essere secondi a nessuno in quanto ad astuzia e prudenza.
E Clodio fu assolto.
La maggioranza dei giurati aveva presentato le schede con segni troppo confusi
per essere intelligibili.
Evitarono così di affrontare l'ira del popolo se avessero condannato il giovane,
e le rampogne della nobi~tà se lo avessero scagionato dalle colpe.
Pompeo Magno vinse in breve i pirati restituendo ai mari sicurezza e
tranquillità.
Egli faceva però paura sia agli oligarchi sia ai popolari.
Né gli uni né gli altri avrebbero mai pensato di accrescere ulteriormente la sua
potenza, ma le cose seguivano il loro inesorabile corso, e il generale si vide
attribuire anche il comando della guerra contro Mitridate con imperium su tutta
l'Asia Minore dove si trovava avendo inseguito le navi corsare.
L'iniziativa fu ancora una volta di un tribuno della plebe, Caio Manilio, un
uomo da nulla e venale che agiva col proposito di ingraziarsi il grande
generale.
Tuttavia quando si trattò di votare la legge da lui proposta, oligarchi e
popolari si mostrarono acquiescenti, o per debolezza o per disegni particolari.
Ad esempio il Senato, non solo credeva ancora possibile una rottura tra Pompeo e
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i popolari, ma pensava persino di poter attrarre a sé il comandante.
In realtà si scavava la fossa.
La repubblica veniva affidata nelle mani di un solo uomo, una repubblica che per
questa ragione assumeva sempre più le sembianze d'una monarchia, come era già
avvenuto ai tempi di Silla il quale, osserva Plutarco, si era impadronito di
Roma con le armi e la guerra, mentre Pompeo otteneva il potere assoluto con il
voto di tutti.
Molti tacquero durante la discussione al Senato sulla legge di Manilio, tacque
soprattutto Crasso sempre invidioso di Pompeo.
Per ragioni di convenienza politica parlò a favore Cesare, già designato alla
carica di edile, e parlò a favore Cicerone, il conservatore che, pronunciando
nelle vesti di pretore il suo primo discorso politico, si schierò per ambizione
da,la parte di Pompeo.
L'arpinate lo definì come colui che aveva superato la gloria di tutti i grandi
uomini di quel secolo e di tutti i secoli di cui si aveva memoria. -Pompeo,
esclamò Cicerone, ha fatto più campagne lui di quante gli altri non ne abbiano
lette; ha conquistato più province di quante gli altri non ne abbiano
desiderate. Si temeva un comando straordinario, come quello che si concedeva a
Pompeo? Ebbene, replicava l'oratore, la storia era piena di precedenti; bastava
fare i nomi di Scipione Emiliano e di Mario.
C'erano ragioni concrete, incalzava Cicerone, che obbligavano Roma ad affrontare
Mitridate con gli stessi metodi impiegati contro i corsari: bisognava
ristabilire il flusso regolare dei rapporti con le province d'Asia per evitare
a,la repubblica una grave crisi economica.
Si levò una sola voce contraria, quella di un ottimate.
Il vecchio Quinto Lutazio Catulo si rivolse ai senatori che se ne stavano
silenziosi e annunciò loro la morte della libertà.
..Se vorrete ancora goderne") aggiunse, dovrete rifugiarvi nei boschi o sui
monti.
Disse anche che oltre tutto, affidando ogni potere nelle mani di Pompeo, se ne
esponeva la vita a gravi rischi.
Concludendo, pose alla Curia con tono drammatico questa domanda: Chi potreste
mettere al suo posto se dovesse succedergli qualcosa? ),.
Dal fondo dell'aula salì una voce: Te, Quinte Catule~>.
E bastò questa esclamazione perché il tanto affannato oratore, che già si vedeva
al vertice dello Stato, si rimettesse a sedere, troncando il suo discorso, senza
tuttavia cogliere l'ironia delI ' interruzione .
Come era già avvenuto nella spedizione contro i pirati cilici, anche la guerra
contro Mitridate si concluse felicemente per Pompeo.
Con la lontananza da Roma di questo generale, maggior spazio di manovra aveva
Cesare che intanto accresceva attorno a sé il favore popolare.
Ottenne facilmente una nuova carica, quella di curator, cioè di ispettore della
via Appia.
Non badò a spese per far fronte alla manutenzione della grande arteria che
andava da Roma a Brindisi.
Si indebitò ulteriormente, ma apprezzati erano in Roma coloro che si prendevano
cura della viabilità, e ciò che egli perdeva in denaro acquistava in consenso.
Scrive Plutarco che ogni romano cercava di offrirgli nuove cariche per ripagarlo
dei benefici che egli apportava alla comunità.
Mantenne per due anni l'incombenza di ispettore prima di fare un altro passo
avanti con la elezione a edile curule, una denominazione derivata dal seggio
d'avorio su .cui quel magistrato sedeva.
Svolse anche questo incarico con l'ormai consueto obiettivo di acquistare una
popolarità sempre più vasta e profonda.
Quattro erano gli edili a Roma, due curuli espressione del patriziato e due
plebei eletti dal popolo.
Cesare, curule, aveva per collega il ricchissimo Marco Calpurnio Bibulo che
egli, pur avendolo nemico, seppe associare alle sue iniziative estorcendogli
grandi somme di denaro che poi impiegava nell'abbellimento dell'Urbe.
Agli edili spettava la cura della città, cosa che comprendeva la vigilanza sulle
strade, la circolazione, l'ordine pubblico nelle cerimonie religiose~
l'approvvigionamento dei mercati e delle acque.
Dovevano attendere alla cura degli edifici pubblici, dei templi e delle mura
della città, cosicché Cesare profuse grandi somme per ornare con fasto il Foro,
il porticato denominato comi~ium e le basiliche.
Sul Campidoglio espose, sotto portici innalzati per l'occasione, alcuni
esemplari della sua magnifica collezione d'arte accumulata durante i suoi
viaggi.
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Tale profusione di denaro fu molto apprezZata dal popolo.
Incoraggiò giochi pubblici andando incontro alle aspettative della plebe sempre
desiderosa di spettacoli.
Fece celebrare con magnificenza le feste della dea Cibele, di Giunone e di Giove
Capitolino, allestì banchetti di massa, offrì spettacoli nel circo in cui si
affrontavano uomini e belve.
Con una di queste manifestazioni fece impallidire il ricordo dei suoi
predecessori.
Organizzò infatti uno spettacolo cui prese parte un numero mai visto -di
gladiatori, pari a trecentoventi coppie.
Ne aveva chiamato a Roma un numero ancora maggiore, ma gli ottimati, che
temettero un colpo di Stato, ne impedirono l'arrivo.
Cesare fece scendere in campo le trecentoventi coppie rivestite di luccicanti
armature d'argento.
D'argento era anche l'impugnatura delle loro spade e perfino la pavimentazione
degli anf~teatri.
I combattimenti si svolsero in memoria di suo padre morto vent'anni prima, ma
non era mai troppo tardi spargere sangue per sollevare lo spirito dei defunti.
In seguito, volendo dare un'impronta politica all'esercizio della sua carica,
un'impronta che fosse chiara a tutti, fece un giorno erigere sul Campidoglio le
statue e i trofei di Mario.
Compiva un atto di audacia perché i sillani erano ancora forti a Roma, mentre
evanescenti erano i mariani.
Cesare, mostrandosi amico della plebe, intendeva restituire vigore e prestigiO
alla fazione dello zio.
Le statue erano bellissime e scintillanti d'oro, accanto a esse una Vittoria
alata porgeva all'eroe estinto un serto d'alloro.
Tutte le imma~ini recavano iSCrizinni rh~ r.olf hr~v~n~n le vittorie su
Giugurta, sui cimbri e sui teutoni.
Già quattro anni prima Cesare aveva onorato Mario, ma lo aveva fatto, come i
romani ricordavano, in un'occasione privata, durante il funerale della zia
Giulia.
Ora riportava le statue di quel grande generale nel luogo più solenne e sacro di
Roma, sul Campidoglio.
Era troppo.
Gli ottimati, i sillani protestarono fortemente poiché l'edile aveva osato
esumare emblemi sediziosi e banditi, da tempo sepolti.
Anche in questa occasione si alzò a parlare in Senato l'ottimate Lutazio Catulo,
il cui padre era stato una delle vittime di Mario.
Indicando Cesare, il vecchio esclamò: Tu non vuoi più abbattere segretamente la
repubblica attraverso i cunicoli, ma apertamente con macchine da guerra .
Il popolo parteggiava per Cesare e piangeva davanti ai simulacri di Mario.
Erano accorsi numerosi i reduci e gli invalidi che avevano partecipato agli
ordini dell'amato generale nelle guerre in Africa, in Gallia e nella Valle del
Po, in azioni che tanta gloria avevano conferito alla repubblica.
Parlò anche Cesare, dal suo scanno, e si difese con tale ricchezza di argomenti
da indurre i pa~Tes a votare in suo favore.
Plutarco commenta: Il popolo lo avrebbe visto volentieri superare gli avversari
e prendere il primo posto nello Stato~.
Lutazio Catulo l'ebbe vinta in una successiva occasione.
Cesare voleva finalmente compiere il grande balzo e tentò di ottenere con un
plebiscito, su proposta dei tribuni del popolo, un imperio straordinario in
Egitto per farne una provincia romana.
Sarebbe stato possibile, si diceva, prendere possesso di quelle terre in forza
di un testamento col quale il re egiziano Tolomeo XI Alessandro Il aveva
lasciato lo Stato in eredità ai romani.
Anche Crasso si era proposto di raggiungere l'Egitto, ma sia lui sia Cesare si
scontrarono con l'avversione degli ottimati le cui ragioni furono sostenute con
vigore da Cicerone.
Chi avesse avuto il mandato di proconsole in una così ricCa regione, avrebbe
raccolto nelle sue mani un immenso potere.
E il Senato cercava di evitare una nuova sciagura, una nuova ferita alla sua
potestà.
Per di più molti senatori difendevano l'indipendenza egiziana non volendo
perdere il beneficio dei doni che il successore Tolomeo Aulete elargiva ai
patres con generosità.
L'alleanza tra Cesare e Crasso era strana e labile.
I due personaggi, che capeggiavano la fazione dei popolari, erano assai diversi
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tra loro, se non altro perché l'uno era generoso e umano, l'altro avaro e
spietato.
Tuttavia cercavano d'intendersi: il ricco capitalista, in odio a Pompeo di cui
temeva il ritorno a Roma, si appoggiava a Cesare, e questi, che aveva sempre più
bisogno d'un sostegno finanziario, trovava nell'odioso plutocrate quanto gli
serviva.
Gli ottimati temevano quell'unione e facevano di tutto per porre in cattiva luce
l'uno e l'altro.
Ripresero a dire che erano venute nuove conferme a una voce in circolazione un
paio d'anni prima secondo cui i due personaggi avevano messo a punto un piano
per sovvertire lo Stato e usurpare il potere dopo aver trucidato i loro nemici.
Secondo quel progetto, Crasso, divenuto dittatore, avrebbe dovuto nominare
Cesare alla carica di magister equitum.
Ma poi non E se n'era fatto più nulla.
Ora si riparlava d'un nuovo complotto, sempre manovrato dai due soci, sebbene
apparisse come suo principale ispiratore un patrizio ambizioso e deluso, Lucio
Sergio Catilina.
Pompeiano prima e sillano poi, Catilina non era amato dagli ottimati che lo
ostacolavano nelle sue aspirazioni politiche per cui egli covava un profondo
desiderio di vendetta.
Proprio dagli ottimati si era visto respingere nel 65 la candidatura a console
con l'accusa di essersi arricchito depredando la provincia d'Africa sottoposta
alla sua autorità di governatore.
Catilina, a sentire ~allustio, era un cattivo soggetto.
Aveva partecipato alle atrocità della dittatura sillana, e questo sarebbe ancora
poco.
Pallido in volto, lo sguardo lascivo, gli occhi iniettati di sangue, il
portamento ora tardo ora sollecito, tutto rivelava la sua natura forsennata.
Egli era sì di nobile stirpe, vivace d'ingegno e vigoroso di corpo, ma il suo
animo era perverso.
Aveva avuto amori contrari alla legge e alla morale.
Si parlava d'una sua relazione con una vestale e di incesto consumato con la
propria figlia.
Si diceva anche che la seconda moglie, Aurelia Orestilia, fosse figlia d'una sua
amante.
Nessuna persona a modo trovava da lodare in Orestilia null'altro che la
bellezza.
La dama aveva un figlio di primo letto che si opponeva al matrimonio della madre
con Catilina, e questi, per aver libera la strada alle scellerate nozze, ordinò
di ucciderlo.
Tutto ciò si raccontava in una Roma dilaniata dalle fazioni in lotta.
Gli ottimati possedevano il Senato come arengo, mentre i popolari si esprimevano
in assemblea nel Foro e in Campo Marzio.
I primi non avevano più una guida autorevole da quando era scomparso Silla, e
anche i popolari, pur avendo già trovato in Cesare un capo affascinante,
continuavano ad annaspare nell'incertezza.
La crisi più profonda investiva però gli ottimati i quali non erano ormai che
un'oligarchia di mediocri e insignificanti personaggi.
Cicerone li chiamava i piscinari poiché s'interessavano soprattutto ai pesci
che nuotavano nelle loro piscine.
Ma di certo, nonostante l'ironia riduttiva dell'oratore, non perdevano di vista
gli immensi latifondi da cui traevano ricchezza e dominio.
C'erano infine i cavalieri che formavano una plutocrazia da sempre basata su una
vivace attività fondiaria e commerciale, e che da lungo tempo tiranneggiavano
Roma.
Erano i più illetterati.
Di loro si diceva che non avevano mai letto un libro, a meno che non fosse il
libro dei conti.
La lotta fra le fazioni avveniva più che mai senza esclusione di colpi, a metà
degli anni 60.
Il popolo era impaurito.
Accadevano in città fatti sconcertanti.
Le torri del Campidoglio erano continuamente raggiunte dai fulmini, le immagini
degli dèi e le statue degli antichi eroi si rovesciavano da sole, le tavole
delle leggi furono trovate fuse, la statua che su un piedistallo rappresentava
Romolo alla mammella della Lupa cadde al suolo.
In questo clima si diceva che Cesare, Crasso e Catilina si fossero accordati con
Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore, e con Publio Autronio Peto, i
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quali, accusati di aver comprato i voti nelle elezioni a consoli, erano stati
deposti dalla carica.
Silla e Autronio erano pronti a ogni impresa, pur disperata.
Tutti insieme avrebbero dovuto trucidare fra i primi i nuovi consoli, eletti al
loro posto, Lucio Aurelio Cotta e Lucio Manlio Torquato, al fine di
impadronirsi, con la violenza, di quel potere che non avevano potuto ottenere
per vie legali.
Le voci di questa prima congiura di Catilina del 65 non ebbero mai conferma, e
appariva improbabile la partecipazione di Cesare per il semplice fatto che il
complotto prevedeva l'assassinio di Cotta, suo zio materno il quale, giunto al
consolato, gli avrebbe garantito protezione e favori.
Non c'erano invece dubbi sulla sua ostilità nei confronti dell'oligarchia.
Condividendo i timori di Crasso pensava che Pompeo, cui però non mancava di
rivolgere pubbliche lodi, potesse instaurare una dittatura militare ~l suo
ritorno dalla guerra mitridatica.
Cesare e Crasso venivano accusati di essere degli eversori occulti, e del resto
essi si comportavano da rivoluzionari anche nell'esercizio delle loro funzioni
pubbliche, come quando tentavano di conferire la cittadinanza romana ai
traspadani e di proclamare l'Egitto provinCia romana per farne la base armata
della loro azione.
Le voci della congiura, amplificate da Svetonio, nemico di ogni forma di
monarchia, apparvero nella Storia di Gemino Tanusio, un personaggio che non
godeva di particolare credito soprattutto per la vuota verbosità.
Seneca ne dà un giudizio squalificante: ~.
Sapete quanto sia inutilmente voluminosa questa Storia e come venga chiamata.
Caca~a char~a, aveva già detto Catullo.
Sempre secondo Tanusio, fu Crasso a ritirarsi e a non mandare a effetto il
tentativo rivoluzionario.
Il giorno destinato alla strage egli, preso dal pentimento o dalla paura, non si
fece vedere in Senato e Cesare non poté dare il via alla sommossa.
Il segnale convenuto tra i congiurati era che Caio Giulio, al momento giusto,
dovesse lasciaFsi cadere la toga dalla spalla.
Si credeva che fra gli eventi collegati alla congiura potesse figurare anche il
fatto che Crasso, da censore, fosse riuscito a mandare in Spagna citeriore un
giovanissimo generale, Cneo Calpurnio Pisone, col compito inconfessato di
sradicarvi l'influenza di Pompeo.
Il Senato aveva favorito l'iniziativa sempre col segreto proposito di sminuire a
sua volta il potere del Magno di cui aveva una crescente paura, ma il propretore
Pisone trovò la morte in quella difficile impresa o per mano di emissari di
Pompeo o ad opera della sua stessa scorta.
Caio Giulio, al di là della pretesa sua partecipazione al primo complotto
eversivo di Catilina, aveva escogitato un modo più concreto per danneggiare
legalmente i suoi avversari.
Nominato a presiedere una commissione che doveva giudicare i reati e gli
assassinii compiuti da alcuni seguaci di Silla ai danni di esponenti del partito
mariano, svolse il compito con particolare severità.
Gli accusati furono tutti condannati, a esclusione di Catilina che pure era
stato il più sanguinario dei sicari sillani.
L'assoluzione da lui voluta offrì ai suoi nemici nuovi argomenti per denunciare
l'esistenza d'una segreta collusione fra accusato e difensore.
Cesare appoggiò più apertamente Catilina quando questi l'anno dopo, nel 64, poté
ripresentarsi al consolato essendo nel frattempo cadute nei suoi confronti le
accuse di malversazione e di corruzione, grazie a un sagace intervento di Clodio
.~ il bello )).
Concorrente di Catilina era Cicerone, e questo già bastava perché Cesare si
schierasse contro l'arpinate.
Allo stesso modo la presenza dell'uomo sospettato di aver voluto rovesciare la
repubblica era sufficiente al Senato per sostenere la candidatura di Cicerone
sebbene questi non appartenesse alla casta dei patrizi.
Non fu facile vincere l'iniziale ostilità dei nobili nei confronti di Cicerone,
homo novus.
Essi sostenevano che si sarebbe macchiata e avvilita la nobiltà consolare
concedendola a un uomo nuovo, per quanto egregio in fatto di dottrina ed
eloquenza.
Della dottrina e dell'eloquenza ciceroniane avevano fatto dura esperienza
proprio i nobiles predatori di province, quando l'oratore aveva inchiodato Caio
Verre alle sue responsabilità di saccheggiatore della Sicilia.
Faceva presa su di loro perfino un'espressione dell'odiato agitatore che
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definiva l'arpinate un inquilino dell'Urbe.
Ma la voce d'una nuova trama ordita da Catilina fece cadere alfine le loro
resistenze.
Si mormorava che lo scellerato, durante una riunione segreta, avesse imposto ai
suoi accoliti di bere coppe di sangue umano misto a vino per legare più
strettamente a sé i presenti che giuravano di abbattere la repubblica.
Si vociferava addirittura che i cospiratori avessero giurato sulle viscere di un
fanciullo da loro ucciso per l'occasione e che poi le avessero mangiate tutti
insieme

riuniti.
Catilina poteva contare sia sull'appoggio di Cesare, sia su quello di Crasso il
quale spingeva altresì la candidatura di Caio Antonio Ibrida a secondo console,
essendo questi rientrato nel Senato dopo l'espulsione.
Catilina e Antonio erano dunque i candidati dei popolari.
Tanto era forte la personalità di Catilina quanto era insignificante quella di
Antonio.
A Roma dicevano che mentre il primo non aveva paura né del cielo né della terra,
il secondo tremava perfino davanti alla propria ombra.
Cicerone, sostenuto dai nobili, pronunciò in Senato un abile discorso, in ~oga
candida come si conveniva ai concorrenti.
Chiamò Catilina bieco miserabile e gli ricordò tutti i suoi crimini.
Con lo stesso vigore richiamò alla memoria dei padri coscritti le ruberie di
Caio Antonio.
Vinse clamorosamente le elezioni con un subisso di voti, mentre Antonio,
battendo di poco Catilina, diventava suo collega al governo. Mi avete affidato
la repubblica, disse Cicerone rivolgendosi al popolo e ai senatori, una
repubblica turbata da leggi pericolose e da gesti sediziosi.
I buoni cittadini sono pieni di timore, e i cattivi pieni di speranza.
Dal Foro è fuggita la fiducia, dalla repubblica la dignità.
Ma ora risplende in tante tenebre la mia voce.

La contesa elettorale aveva messo l'uno di fronte all'altro Cesare e Cicerone,


il quale cominciava a guardare con sospetto l'avversario che pure si mostrava
sempre cortese e sorridente.
Plutarco osserva che fu Cicerone a saper leggere per primo nella personalità di
Cesare.
L'oratore lo temette come chi, mentre il mare sorride, già prevede la tempesta ,
e ne indovinò, nascosta dietro l'affabilità e la giovialità, la natura audace e
risolutao.
Acuto e geniale intellettualmente, in politica Cicerone si rivelava instabile.
Mommsen lo definisce una banderuola poiché teneva ora per l'una ora per l'altra
fazione.
Non apparteneva a nessun partito, dice ancora lo storico tedesco, se non a
quello degli interessi materiali.
Per nascita, essendo figlio d'un cardatore d'Arpino, ma pur sempre eques,
avrebbe dovuto militare tra i popolari, e del resto si chiamava vere popularis
solo per distinguersi da loro e non potendo chiamarsi pa~ricius, ma la labilità
del carattere e l'incapacità di resistere all'adulazione lo sospingevano ora di
qua ora di là.
Con una punta di sufficienza, i cesariani lo chiamavano il Cicer, dalla verruca
che, a forma di un cece, dominava vistosamente su una sua guancia.
Cicerone si illudeva che il suo consolato potesse riportare a Roma la concordia
fra i diversi ordini, e propugnava infatti la concordia ordinum.
Ma dovette amaramente ricredersi, tanto che il suo anno di governo fu tra i più
agitati.
Era sempre Pompeo lo spauracchio dei popolari.
Per metterlo in difficoltà in previsione del suo rientro, Cesare e Crasso
indussero il tribuno della plebe Servilio Rullo a presentare una speciale
proposta di riforma agraria.
La legge era diretta a danneggiare Pompeo in quanto, se approvata, gli avrebbe
sottratto la possibilità di reperire terre da assegnare ai suoi legionari che,
tornando a casa, pretendevano da lui un premio.
Con la proposta di Rullo invece si affidava per cinque anni esclusivamente a un
decemvirato di nuova costituzione la piena facoltà di distribuire a tutti i
cittadini poveri le terre pubbliche d'Italia, di Siria e di ogni altra regione,
comprese le conquiste effettuate da Pompeo.
Il decemvirato poteva altresì acquistare terreni per fondarvi nuove colonie.
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Il carattere rivoluzionario della legge, osteggiata da Cicerone, era anche
costituito dal fatto che i decemviri potevano processare ed esiliare chiunque,
prelevare fondi dal pubblico erario e arruolare soldati.
Per l'elezione dei dieci, i popolari avevano escogitato un sistema che
garantisse a priori il risultato da loro voluto.
Solo diciassette tribù estratte a sorte, su trentacinque, avrebbero potuto
attuare gli scrutini e inoltre potevano essere eletti esclusivamente i candidati
presenti a Roma: una clausola che metteva fuori gioco proprio Pompeo ancora
trattenuto in Oriente.
La plebe urbana non mostrò di interessarsi granché alla riforma.
La legge avrebbe favorito l'esodo dall'Urbe di vasti strati popolari
sottraendoli alla indigenza e alla fame.
Roma sarebbe stata ripulita da turbe di miserabili che l'affollavano e la
depredavano.
Ma questo fu l'aspetto che più di ogni altro portò paradossalmente al fallimento
dell'iniziativa.
Le masse non appoggiarono la riforma che le avrebbe costrette a raggiungere
lontani poderi dove sarebbero state costrette a guadagnarsi da vivere zappando e
arando; trovavano invece più semplice e comodo rimanere a Roma dove i governanti
garantivano gratuitamente grano e spettacoli.
Il Cicer, con l'orazione De lege agraria, svolse dal suo banco di console una
requisitoria così stringente da ammutolire i sostenitori della proposta i quali,
però, riavutisi dallo sconcerto, lo sfidarono ad affrontare direttamente il
popolo.
Egli non si fece ripetere due volte l'invito e raggiunse il Foro capeggiando
l'intero Senato.
Non parlò a lungo, ma seppe trovare argomenti decisivi.
A un certo punto disse: Volete sul serio approvare una legge che prevede la
spartizione dei terreni in cui si produce il grano des~inato alla distribuzione
gratuita e che vi permette di vivere? . No, no", rispose a gran voce la plebe.
L'oratore riscosse un tale trionfo da indurre il tribuno a ritirare una proposta
sbeffeggiata e derisa.
Cicerone si era buttato a capofitto nell'impresa, conquistando la fiducia degli
ottimati, ma anche senza le sue strabilianti orazioni, la legge non sarebbe
egualmente passata perché troppi erano gli interessi colpiti.
Già un tribuno, Lucio Cecilio, aveva interposto il veto, bloccandola.
In questa vicenda il Senato te~nette di perdere ogni potere, poiché attraverso
il cavallo di Troia d'una cosiddetta riforma agraria, Roma sarebbe passata sotto
il dominio d'una dittatura straordinaria a dieci teste.
Inoltre i senatori e i cavalieri avrebbero persondlmente subìto irreparabili
danni economici.
Agli occhi di Cesare il Senato meritava una lezione per la parte sostenuta
nell'affossamento della legge agraria.
Bisognava perciò trovare nuove vie per colpirne l'autorità, la tanto conclamata
Senatus auc~oritas.
Con questo obiettivo e~li isti~ò il tribuno della plebe Tito Labieno a
trascinare in giudizio un vecchio cavaliere sillano, Caio Rabirio.
Gli si rivolgeva l'accusa di aver trucidato trentasette anni prima, durante una
sommossa, il tribuno della plebe Lucio Saturnino, consumando così un delitto
contro la sicurezza dello Stato.
Ad avviso degli accusatori non era possibile invocare alcuna prescrizione per il
reato di un criminale che si era macchiato proditoriamente del sangue di un
cittadino romano.
Rabirio poté fortunosamente evitare il patibolo, ma non era questo il punto che
interessava Cesare.
Egli voleva piuttosto dare la dimostrazione di due fatti: primo, i tribuni della
plebe avevano riacquistato la loro intangibilità, tanto che Rabirio veniva
trascinato in giudizio per averne ucciso uno, e di questo dovevano tener conto
il Senato e il console Cicerone; secondo, il Senato doveva capire di aver
perduto l'antica onnipotenza e di non poter più abusare della sua forza; non
poteva quindi sperare di emettere ancora impunemente il sena~us consultum
ultimum che autorizzava i magistrati, senza ascoltare il popolo, a ricorrere a
ogni mezzo per fronteggiare i disordini ed eliminare gli avversari, anche se
cittadini romani.
Quella del senatus consul~um ul~imum era un'arma terribile che legittimava ogni
delitto in nome d'una pretesa salute pubblica, ma da quel momento in poi, come
appariva dal comportamento di Cesare, i popolari ne avrebbero impedito l'uso.
Quando Cesare influenzava le mosse del tribuno Labieno era già stato eletto
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all'eccelsa dignità di pontefice massimo, sconfiggendo concorrenti di grande
prestigio e autorevolezza.
Aveva trentasette anni e prendeva il posto del nobilissimo Metello Pio, da poco
scomparso.
Aveva ottenuto l'elezione anche grazie a una concertata iniziativa dello stesso
Labieno il quale aveva restituito al popolo il diritto di designare il pontefice
massimo, privandone il collegium pontificale che aveva ricevuto il privilegio da
Silla.
Cesare aveva per avversari nella contesa Publio Servilio Isaurico, consolare e
trionfatore sillano, al cui servizio aveva militato quindici anni prima in
Cilicia, e Quinto Lutazio Catulo, capo degli ottimati.
Concorrere a queste elezioni significava svenarsi finanziariamente, essendo
assai costose.
I candidati dovevano profondere notevoli quantità di denaro per accaparrarsi i
voti degli elettori.
Catulo tentò di corrompere lo stesso Cesare, sapendolo oltremodo indebitato.
Gli mandò a dire che era pronta per lui una grossa somma, in cambio del suo
ritiro dalla competizione.
Caio Giulio gli fece rispondere che era disposto a prendere in prestito una
somma doppia pur di non rinunciare allo scontro.
In quelle elezioni egli metteva in gioco, al di là d'una fortuna finanziaria, la
sua stessa reputazione politica.
Se avesse perso sarebbe stata la fine, avrebbe dovuto prendere la strada
dell'esilio non potendo né far fronte all'immane massa Eli debiti che lo
opprimeva né reggere al grave smacco della sconfitta.
La mattina delle votazioni, prima di raggiungere i comizi, si fermò un attimo
sulla porta di casa, e, abbracciando la madre in lacrime, esclamò con animo
triste: Oh madre, oggi vedrai tuo figlio o pontefice massimo o fuggiasco )>.
Vinse in maniera tanto strepitosa da ottenere fin nelle tribù elettorali dei
suoi avversari più voti di quanti essi ne ebbero in tutte.
Da centocinquant'anni nessun edile era più assurto a una carica così importante,
e tutti colsero il significato di una vittoria conseguita da un giovane che in
politica era ancora alle prime armi e che professava un distaccato epicureismo.
Lasciò la semplice casa paterna nel quartiere popolare della Suburra da lui
abitata fino a quel momento, per traslocare in un magnificc edificio pubblico,
la Regia, che sorgeva sulla via Sacra accanto al tempio di Vesta.
La dignità di pontifex maximus era a vita e non costituiva impedimento
all'assunzione di altre cariche.
Il suo prestigio era altissimo e la sua influenza non si limitava all'ambito
sacrale poiché a Roma religione e politica erano intimamente intrecciate.
Il sommo pontefice promul~ava le leggi che riguardavano i culti e le
interpretava, aveva autorità sul Senato, interveniva in tutti gli atti solenni
religiosi, nominava le vestali, consacrava le statue degli dèi.
Non doveva render conto a nessuno dei suoi atti né poteva essere chiamato in
g~udizio.
In questa sua nuova veste Cesare si comportava, pur mantenendo una naturale
affabilità, come un predestinato, come un discendente di dèi e di re.
Allusivamente riprendeva e sviluppava il tema che aveva lanciato sei anni prima
in occasione dei funerali della zia Giulia, quando parlò del divino antenato,
Iulo figlio di Enea.
E di Iulo scrisse una biografia con intenti autopropagandistici.
Per festeggiare l'elezione, Cesare imbandì un sontuoso banchetto.
Nel triclinio furono collocati letti d'avorio, mentre la lista delle vivande
comprendeva ricci di mare, ostriche crude, galline bollite, polli arrosto,
beccafichi, tordi, lombi di capriolo e di cinghiale, teste di cinghiale,
pasticci di pesci e di zinne di scrofa, anatre, lepri, asparagi, pane del
Piceno.
Roma attraversava una grave crisi morale.
In una città così grande e corrotta, in tanta tamque corrupta civitate, come
scrive Sallustio, non poteva non levarsi il genio malefico di Catilina.
Ambizioso e caparbio aveva tentato più volte la scalata al governo, ma senza
successo, o perché respinto dall'agone consolare con l'accusa di peculato o
perché bocciato dagli elettori.
Tuttavia non era uomo da perdersi d'animo, e difatti diede il quarto assalto al
consolato.
Pronunciava discorsi di fuoco.
Prometteva novae tabulae, cioè la cancellazione dei debiti, una riforma agraria,
l'abolizione dei privilegi ereditari, e intanto raccoglieva truppe e armi per
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prepararsi a qualsiasi evenienza.
Già non aveva più l'appoggio aperto di Cesare né dl Crasso il quale però
continuava occultamente a incoragglarlo con aiuti finanzlari.
I popolari avevano lo stesso obiettivo di Catilina, quello di abbattere il
potere oligarchico, ma i metodi erano diversi.
Eppure Cesare non sfuggì nuovamente all'accusa di guidare nell'ombra la
congiura.
Mentre si avvicinavano le elezioni, Catilina non mancava di preparare
l'insurrezione armata per arrivare magari con la forza al consolato del 62.
Di essa sospettò ancora una volta Cicerone.
Il piano dei rivoltosi prevedeva il concentramento di bande armate nell'Etruria
impoverita dalle vessazioni.
Di quelle formazioni, un po' raccogliticce, facevano parte ex mariani e veterani
di Silla, posti al comando di Caio Manlio, un vecchio centurione che a Faesulac
(Fiesole) era già all'erta.
Roma doveva essere messa a ferro e a fuoco se avesse opposto qualche resistenza.
Erano già stati individuati i luoghi, in tutto una dozzina, da dove sarebbero
partiti gli incendi.
Si approntava una carneficina in cui la prima vittima doveva essere lo stesso
Cicerone.
Il console frequentava la Curia e il Foro ostentando sotto la toga una corazza
per far capire ai congiurati che conosceva bene le loro intenzioni e per far
sapere al popolo quale pericolo egli corresse.
Gli mancavano notizie certe, ma volle egualmente molestare Catilina chiedendogli
in Senato di dire se rispondevano a verità le voci che lo indicavano come
ispiratore d'una congiura.
Catilina intrepidamente rispose affermando che i veri mali della repubblica
erano causati dalla tirannide di pochi sfruttatori egoisti i quali meritavano il
disprezzo di cui erano fatti segno.
E concluse la sua concione con parole che gettarono il Senato nello scompiglio:
Il popolo romano è un corpo robusto, ma senza testa.
Io sarò quella.
Nel dire così ancora mostrava di voler assumere il potere attraverso le elezioni
consolari, evitando la violenza.
I comizi preferirono a lui un altro console, e la nuova sconfitta gli fece
completamente perdere il ben dell'intelletto sicché decise d'impugnare la spada
per uccidere e la torcia per incendiare, approfittando della lontananza di
Pompeo.
Ordinò ai suoi luogotenenti di tenersi pronti alla rivolta ormai inevitabile e
di raggiungere i luoghi dove le bande armate erano concentrate, in Etruria, nel
Piceno, in Campania, in Apulia e dovunque aveva già piantato le sue aquile.
Una temibile flotta attendeva il segnale alla foce del Tevere per bloccare il
porto di Ostia.
Si aggregava a Catilina chiunque non avesse niente da perdere tra plebei,
disoccupati, schiavi, pastori, ma anche tra cavalieri e senatori screditati e
indebitati cui non pareva vero di potersi vedere annullata ogni pendenza
finanziaria come avveniva per Lucio Cassio Longino e Lucio Calpurnio Bestia.
Molti pensavano di riacquistare con quell'impresa un perduto prestigio, come
Publio Silla e Publio Autronio Peto, deposti dalla carica di consoli, e Quinto
Curione, espulso dal Senato; gente violenta come Caio Cornelio Cetego che aveva
assalito, ferendolo, Metello Pio, suo comandante in Spagna.
Lo seguivano molte donne che conducevano vita dispendiosa o che facevano mercato
del proprio corpo.
Fra le matrone che si unirono a lui, faceva spicco la bella Sempronia,
ardimentosa, colta e di spirito vivace, madre di Decimo Bruto Albino che sarà
uno dei pugnalatori di Cesare.
Scriveva versi in latino e in greco, cantava, suonava la cetra, ballava.
Ma il pudore e il decoro erano l'ultima cosa in lei, anzi era lussuriosa al
punto da prevenire la concupiscenza degli uomini.
Col tramite di questa gente Catilina pensava di poter indurre alla ribellione
gli schiavi della città e darle fuoco.
Non c'era degenerato, scrive Sallustio, adultero, dissipatore, non c'era
individuo condannato o in attesa di giudizio che non fosse dei suoi.
Aveva soprattutto cercato di conquistare i giovani attirandoli con blandizie, a
uno procurava donne, a un altro regalava cavalli, senza badare a spese.
A parte le affermazioni di Sallustio, molti giovani erano attratti dal fascino
naturale di Catilina condividendone genericamente la voglia di cambiare.
Ciò valeva anche per alcuni senatori e cavalieri in buona fede, oltre che per
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vari personaggi delle città alleate.
La guerra civile esplose improvvisamente in Etruria e l'indomani la rivolta
avrebbe dovuto infiammare Roma per mano d'un nugolo di gladiatori.
Crasso si precipitò in casa di Cicerone, svegliandolo in piena notte.
Doveva dargli la notizia che la capitale era in pericolo, come aveva appreso da
una lettera anonima ricevuta pochi minuti prima.
Anche Cesare si affrettò a fornire preziose informazioni che offrirono al
console la possibilità di far scattare tempestivamente quel modesto meccanismo
di cui disponeva per difendere la città.
Nell'interpretare la mossa dei due capi popolari, non molto dissimile da una
delazione, è facile intuirne le ragioni volte a dissipare il sospetto d'una loro
corresponsabilità nella sommossa, finalmente convinti del suo immancabile
fallimento.
Catilina lasciò temporaneamente Roma per raggiungere l'esercito ribelle
capitanato da Manlio, dopo aver preparato un agguato a Cicerone con l'ausilio
d'tln senatore, Lucio Vargunteio, e d'un cavaliere, Caio Cornelio, che si erano
offerti di uccidere il console.
Essi dovevano assalire e trucidare Cicerone con uno stratagemma.
Di buon mattino, essendo amici dell'arpinate, avrebbero dovuto presentarsi a
casa sua chiedendo alla servitù di volerlo salutare, pronti però a trafiggerlo
con le loro spade nascoste sotto le toghe.
Il console poté sventare l'agguato essendo stato avvertito di ciò che si
preparava ai suoi danni da una nobildonna di perduti costumi, Fulvia, amante del
congiurato Quinto Curione.
Questi, radiato dal Senato e privo di sostanze, era stato abbandonato da Fulvia.
Nel tentativo di riconquistarla, un giorno le confidò che la congiura di
Catilina gli avrebbe restituito onori e denaro.
Aggiunse che il complotto prevedeva anche l'assassinio di Cicerone fissato per
l'indomani, e che le cose si sarebbero svolte così e così.
Nei salotti dell'Urbe si commentava la soffiata di Fulvia, e ridacchiando si
diceva: .~ Fulvia ha svelato tutto al console, perfino se stessa.
Cicerone, sfuggito all'insidia, convocò immediatamente il Senato nel tempio di
Giove Statore, per motivi di sicurezza, e non nella consueta sede della Curia
Ostilia.
Catilina, che era tornato a Roma dall'Etruria, ~bbe l'impudenza di partecipare
alla seduta senatoriale con l'idea di disorientare l'assemblea sostenendo la sua
estraneità a ogni tentativo di rivolta.
I patres, scorgendolo nella sala, si allontanarOno da lui come fosse un
appestato, ed egli rimase solitario in un lontano seggio.
S'alzò egualrnente a parlare, ma poco dopo Cicerone lo interruppe esclamando: ..
Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra? Fino a quando, Catilina,
abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora la tua follia si farà
gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua condotta temeraria? Ti rendi
conto che i tuoi piani sono stati scoperti? Il Senato è al corrente di tutto, sa
che cosa hai fatto la notte scorsa e le altre precedenti, dove sei stato, chi
hai convocato, quale decisione hai preso".
Poi, rivolgendosi ai senatori, disse: Eppure un uomo simile è vivo ancora, anzi
viene perfino in Senato.
O tempora, o mores.
Catilina ebbe l'ardire di replicare, ma parlò a occhi bassi e con voce contrita.
Respingeva ogni accusa richiamandosi alla nobiltà dei propri antenati: il Senato
non poteva pensare, diceva, che un patrizio del suo rango avesse bisogno di
mandare in rovina la repubblica per farla salvare da Cicerone, un <. inquilino
dell'Urbe .
I senatori protestavano e gli rivolgevano sferzanti accuse, lo chiamavano
parricida e nemico della patria.
Allora, infuriato, furibundus, gridò: Sono circondato da nemici che mi spingono
verso il precipizio.
Voi avete acceso un incendio contro di me, ma io lo spegnerò sotto un cumulo di
rovine.
Cicerone disponeva di un senatus consultum ultimum, strappato ai padri
coscritti qualche giorno prima.
Il provvedimento gli conferiva la facoltà di reprimere nel sangue a rivolta, ma
egli aveva paura di servirsene dopo il processo intentato al vecchio Rabirio cui
era stata rivolta l'accusa di essersi macchiato di un delitto contro lo Stato.
Il console mtendeva ottenere l'assenso dei patres sui suoi atti di governo
contro la congiura di Catilina.
Nello stesso tempo voleva costringere il rivoltoso a prendere la via
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dell'esilio, e per ottenere questo risultato si mostrò in piena assemblea al
corrente dei particolari del piano eversivO.
Il fatto che Cicerone fosse a conoscenza di ogni cosa sconvolse Catilina il
quale si sentì mancare la terra sotto i piedi.
Cicerone, avendo alfine il Senato dalla sua parte senza le antiche riserve,
ingiunse al ribelle di lasciare Roma. Poiché uno di noi amministra lo Stato con
la parola e l'altro con le armi,~ esclamò, è necessario che un muro ci separi.
Il console sapeva che così facendo avrebbe gettato Catilina in braccio alle
bande armate dell'Etruria, tuttavia era convinto che non bastasse eliminare
soltanto il capo della congiura, ma tutti i congiurati: bisognava indurli a
venire allo scoperto e schiacciarli come serpenti.
Catilina uscì di notte da Roma attorniato da trecento seguaci armati, preceduto
da littori coi fasci come fosse un magistrato.
Si era infatti autoproclamato console.
Raggiunse il Forum Aurelium, nei pressi di Tarquinia, e poi Arezzo prima di
unirsi, a Fiesole, con i ventimila uomini di Manlio.
A questa notizia il Senato si risolse finalmente a dichiarare Manlio e Catilina
nemici pubblici e a ordinare il richiamo alle armi per fronteggiare la rivolta.
Le truppe di Metello Cretico furono inviate nell'Apulia, quelle di Pomponio Rufo
a Capua, quelle di Metello Celere nel Piceno.
Marco Tullio, per quanto llon si fidasse pienamente del suo collega, il console
Caio Antonio Ibrida, gli diede l'incarico più delicato che consisteva nel
marciare in Etruria contro il grosso dell'esercito nemico capeggiato da
Catilina.
Cicerone aveva attratto Antonio dalla sua parte assegnandogli la lucrosa
provincia di Macedonia.
Ma Antonio, al dunque, si sarebbe tirato indietro.
A Roma altri congiurati, che tramavano l'occupazione della capitale, erano in
attesa di ricevere il segnale convenuto.
Il loro capo era il pretore Cornelio Lentulo che aveva divisato di trucidare
tutti i senatori e di dar fuoco alla città non senza avere ucciso chiunque si
fosse opposto ai suoi voleri.
In programma era anche un nuovo attentato a Cicerone che sarebbe stato compiuto
dallo stesso Lentulo spalleggiato da Cetego.
Si sarebbe però salvata la vita ai figli di Pompeo per trattenerli come ostaggi
e ridurre a miti consigli il generale di cui era imminente il ritorno in patria.
I congiurati cercavano appoggi esterni.
A questo fine si misero in contatto con una delegazione di galli allobrogi
provenienti dalla Gallia narbonese, che in quei giorni si trovavano a Roma.
Gli allobrogi, oppressi dalla repubblica e dal governatore Lucio Murena,
sembravano anch'essi pronti alla rivolta per riacquistare la libertà di nazione,
ma la combutta venne scoperta.
Quei forestieri erano in realtà in contatto con Marco Tullio al quale fecero i
nomi dei congiurati.
Lentulo venne subito arrestato insieme ad altri quattro capi autorevoli del
complotto, Caio Cetego, Lucio Statilio, Publio Gabinio Cimbro e Marco Cepario,
senatori e cavalieri, trovati in possesso di armi.
Mentre si decideva la loro sorte, si prese una misura provvisoria affidando gli
arrestati alla vigilanza di alcuni illustri personaggi, compresi Cesare e Crasso
che ebbero in custodia Statilio, l'uno, e Gabinio, l'altro.
Perché furono prescelti anche i due capi popolari? Il governo si fidava
realmente di loro o intendeva metterli in difficoltà sospettandoli complici?
Mommsen ritiene che Cicerone, affidando a loro due Gabinio e Statilio, volesse
comprometterli: se li avessero lasciati fuggire sarebbero apparsi chiaramente
come correi davanti alla pubblica opinione, se li avessero realmente custoditi
avrebbero fatto la figura dei rinnegati nei confronti dei rivoltosi.
Cesare e Crasso svolsero bene il loro compito di custodi, così come avevano dato
man forte al console nella scoperta della congiura, ma ciò non li mise al riparo
dalle accuse di complicità provenienti da più parti e orchestrate, senza
successo, da due loro irriducibili avversari, Quinto Catulo e Caio Calpurnio
Pisone.
Il primo cercava ogni occasione per vendicarsi dello smacco riportato nelle
elezioni a pontefice massimo vinte da Cesare; il secondo non aveva ancora
digerito le accuse di ruberie in Gallia narbonese che fi Cesare gli aveva
rivolto.
Cicerone non si associò a Catulo e a Pisone, nonostante la loro autorevolezza.
Non si sa bene perché.
Non credeva nelle loro affermazioni o le lasciò semplicemente cadere temendo la
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
reazione di Cesare? Solo dopo la sua morte, riferisce Plutarco, Cicerone lo
avrebbe accusato di complicità pubblicando una vecchia orazione tenuta a lungo
nel cassetto.
All'arpinate conveniva separare Cesare da Catilina poiché si rendeva conto, come
del resto osserva ancora Plutarco, che se Cesare fosse stato accomunato nel
giudizio ai congiurati, li avrebbe salvati an~r~ ziché essere condannato al loro
fianco.
I senatori festeggiavano Cicerone allestendo in suo onore un fastoso banchetto:
ha salvato Roma, dicevano, meri ~ ta lo stesso ossequio di un generale
vittorioso.
Catulo lo 1~ chiamò padre della patria.
Il popolo invece si mostrava L'. scontento e si agitava.
Molti dicevano che si era usata vio4~ lenza a Catilina, costringendolo alla fuga
e alla ribellione ancor prima che avesse potuto difendersi e prima che si
~ provassero i suoi crimini.
Sallustio si mostra sdegnato del b~ la reazione popolare.
Tutta la plebe approvava Catilina
~ per amore di cose nuove, seguendo in ciò un antico costuy?~ me: o Chi non
possiede nulla, .> scrive lo storico municipale, <. invidia naturalmente i
ricchi ed esalta i turb~lenti, detesta il vecchio ordine, brama il nuovo.
Esasperato dalla
~,~ sua condizione, vuole che tutto cambi.
La plebe aveva ancora vivo il ricordo di come molti, essendosi legati a Silla,
da semplici soldati diventarono senatori, e sperava che si ripetesse con
Catilina la stessa fortunosa situazione...
Il governo emise un bando.
Chiunque avesse fornito in rt formazioni sulla congiura avrebbe avuto un
cospicuo premio.
Se schiavo, la libertà e centomila sesterzi; se libero, l'impunità e
duecentomila sesterzi.
Ma nessuno dei cittadini rivelò quel che sapeva né ci fu un disertore dal campo
militare di Catilina.
Tanta era la virulenza del morbo, dicevano gli anticatilinari, che, come una
pestilenza, esso aveva invaso l'animo di innumerevoli cittadini.
L'annuncio mutò comunque il volto di Roma poiché l'un cittadino non si fidava
dell'altro, temendone una delazione, vera o falsa che fosse.
Le voci d'un'invasione imminente impressionarono le donne che, lamentandosi,
alzavano le mani al cielo, compiangevano i loro figli, s'impaurivano a ogni
stormir di fronde, e, deposte alterigia e mollezze, si disperavano per sé e per
la patria.
j~` In Senato si doveva decidere che cosa fare dei cinque congiurati catilinari
caduti a Roma nella rete di Cicerone.
|~ Ben pochi senatori erano presenti nell'aula per timore di ~ ~ doversi
pronunciare.
Il dibattito fu egualmente animato, t: ma le conclusioni rimasero incerte fino
alla fine.
La seduta l` si svolgeva nel Tempio della Concordia ed era il 5 dicem|~ bre del
63.
Cicerone, disertando per prudenza il letto di casa, aveva trascorso la notte in
una caserma sul Campidoglio.
Cesare, benché sospettato era pronto a parlare, mentre Crasso, a sua volta preso
di mira, aveva preferito non partecipare alla riunione.
Il primo a intervenire fu l'aristocratico Giunio Silano, in qualità di console
designato.
Si sentenzi la pena di morte, .. fu la sua proposta.
Silano
~` aveva già riscosso qualche applauso, quando venne il turno di Cesare.
A questo punto Plutarco, nel raccontare la vicenda, invece di limitarsi a dire
che Cesare era allora un pretore urbano eletto, fa un balzo avanti e parla di
lui co ~- me del futuro dittatore, rivelando così i suoi preconcetti
anticesariani.
Quest'uomo, precisa, era già incamminato sulla strada che doveva condurlo a
trasformare lo Stato romano in una monarchia.
` Tutti coloro che ascoltavano Cesare non avevano ancora capito ciò, soltanto
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Cicerone nutriva molti sospetti.
Ed ecco perché Cesare non poteva non opporsi, come fece, alla richiesta della
Pena di morte che colpiva persona~,ri da lui Ccsa~ recorreva CeSare tanto in
seguito a un regolare processo in cui gli accusati 96 s reZzati- Catilina forse
P empre a Cicero- potessero difendersi.
Disse inoltre che il Senato non poteva
non del tuttO d Pmancava di riConoscere~tte le iniZiative e le assumersi la
responsabilità d'una esecuzione in quanto i E plutarC nonfi to per aVer colto In
tdu e una tirannide- Cinque accusati non erano stati colti in flagrante.
Diversane, un gradd ceSare l~intento d~ fon i etere un giudizio: mente si
sarebbe violata la costituzione romana e il tutto manVre ~ iù tardi il CiCer
amaVa rePcOsì perfettamente poteva rappresentare, in altri tempi e sotto altri
consoli, ~olti ann~ P iro la Chioma di CeSa n un sol dito per un pericoloso
precedente per mandare a morte innocenti ,< Quand a Imm do grattarsi la teStaico
e pOssibile che unqualora fossero prevalsi nella lotta politica l'odio e la
venpettinata e i la Capigliatura~ non, . ne tanto malvagialdetta

non guaSta~rl si sia proposto un aZdl llO StatO romanon Cesare chiedeva l'esilio
perpetuo, e così concluse il suo uOm Siml iare la costituzione e a parlare
Cesarediscorso: Voi, patres conscTip~i, potreste pensare che io voquella di rVed
I senato s'alzò dunqdue e la pena di mort~lia rimandar liberi costoro a
ingrossare le file dell'esercito ~ell a.ul,ui alcuni oratri~ nel ch on aCCenti
aCcorati ~di Catilina? No davvero.
Penso che sia giusto confiscare i Prima dl . avevanO elenCat C . .nti.
Vergini e adqoro averi, tenerli prigionieri lontani da Roma nei munici per i
Cngilulra uerra e le SVenture dellbVidine dei vincitor~i più sicuri, e che
nessuno possa per l'avvenire proporre crudelta de .at gmadri Costrette alla i
incendi, cadaverl.l Senato o trattare con l'Assemblea popolare la loro
libelescenfi rapl l; Saccheggiati~ maSSacr ~ si a queste immagazione.
Chi contravverrà a questa risoluzione, sarà dicase ue e lutt Ovunque ~el
riChffettiVamente i congiur~iarato dal Senato nemico dello Stato e del bene pub
sa g Cesare diSSe che al temP stessO i giud~iCo.
ni dl mrte' na pena severa~ mal llera ProV orr E difficile dire se l'orazione di
Cesare fosse ispirata merltaVa O farSi guidare dal a OnvintO che
qualSi~clusivamente dal desiderio di non violare le leggi e non

non dVevantà del Crimine e SnlCtti Commessi da quqlche dalla volontà di salvare
la vita ai congiurati.
Molti

per la g arebbe inadeguato ai de di morte- La condal~itici moderni non vedono in


quelle parole motivi segreti supPIlzl s~ tata prOposta la pena, Saremo mai ab~
collusione con gli autori del complotto, e le considerano

sCellerati- ~.S are crudele~ piChevn l o invece dire ch~gne d'un pontefice
massimo.
Mommsen invece ritiene in sé non ml 1 PcPon perSone Simili- Lg morte non è Che~e
Cesare abbia fatto di tutto per salvare i rivoltosi e giustanza crude I mi
appare inefficace Il sventura~ lungi l~a il suo discorso pieno di velate minacce
nel senso che pena di mrte E,ssa nel dolore e ne ia li affanni.
La m~ giorno i popolari si sarebbero inevitabilmente vendicati sonn ete mentO, è
la fine di c~è luog né p~3quel delitto.
I~essere un tor osa Oltre la tOmbalnonofferenze~ non i~l discorso raggiunse
l'effetto di disorientare l'assemdisSlve O~gn r la gioia.
Quanfi~ nel e? :R.
A cominciare dal proponente Giunio Silano, il quale dolore ne Pete COme una
liberaZilne d,un Coraggios~e tutto era il secondo marito di Servilia e sapeva
delcan la. md. orso d'un ate occu t ualunque cosa p~trigo che la legava a Caio
Giulio, molti senatori modifi~ra ll Isc Sfidare chiunque e q~ . unta di di~no il
loro iniziale punto di vista per rimettersi sul terfenSore pronto a luto? poi
parl In P mminat~ della legalità e intanto accettare un rinvio della sedu98
C~sa~ ll scgno di V ~ .
La toga sconvcni ~ 99

ta come aveva suggerito Tiberio Claudio Nerone (che sarà padre dell'imperatore).
Perfino Quinto Cicerone, fratello del console, sostenne l'esigenza di non
ricorrere a misure eccezionali.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Marco Tullio si allarmò, temette che Cesare potesse averla vinta e riprese la
parola per insistere nella richiesta di condanna a morte. ~ Sta a voi decidere,
>, disse, con lo stesso scrupolo e la stessa forza di quando avete iniziato
questa discussione.
E in gioco la vostra sicurezza e quella del popolo romano, delle vostre mogli e
dei figli, delle are e dei focolari, dei santuari e dei templi, delle case e
degli edifici di tutta la città, del governo e della libertà, è in gioco la
salvezza d'Italia e di tutta la repubblica.-

Nessun movimento si notò nell'aula, i padri coscritti apparivano definitivamente


attratti dalle argomentazioni legalitarie di Cesare, fino a quando non si levò
Marco Porcio Catone, tribuno designato, giovane senatore di trentadue anni, dal
pessimo carattere.
Egli riuscì a scuoterli con un poderoso discorso, rovesciando di nuoVo
l'orientamento del Senato.
Come il suo celebre prozio era stato di Scipione l'Africano l'irriducibile
avversario, così lui aveva già CminCiato a prendere instancabilmente di mira
Cesare.
Il giovane Catone - che univa in sé la fierezza repubblicana, 'idealismo
platonico e il rigore degli stoici - parlò da conserVatore a conservatori nel
chiedere l'applicazione della pena di morte: Per deos immortales, io mi rivolgo
a voi che sempre avete avuto a cuore le vostre case, le ville, i quadri, le
statue più che la repubblica.
Se volete conservare questi beni, quale ne sia il valore, e ai quali siete tanto
attaccati; se volete abbandonarvi ai vostri piaceri, svegliatevi e abbiate a
cuore una buona volta la repubblica.
Oggi non si tratta di frodare i dazi o di truffare i provinciali, oggi sono in
ballo la nostra libertà e la vita.
Stiamo dissertando sulla condanna da infliggere a coloro che preparavano la
guerra contro la patria, mentre la situazione ci ingiunge di difenderci senza
tanti complimenti.
Altri delitti si puniscono quando sono stati commessi; con questo, se non
provvedi in tempo affinché non avvenga, inutilmente invocherai i tribunali: se
una città è persa, nulla resta ai vinti.
Poi polemizzò esplicitamente con Cesare accusandolo sottilmente di aver
pronunciato un discorso astratto, una sorta di dissertazione sulla vita e sulla
morte: Molto bene e con eleganza, bene et composite, egli ha parlato davanti a
noi, stimando false, se ho ben capito, quelle cose che si raccontano sugli
inferi, e cioè che i malvagi, diversamente dal destino dei buoni, abiteranno
luoghi tetri, squallidi, orribili e spaventosi.
Catone, lo stoico, non poteva non rilevare l'epicureismo di Cesare, il suo
scetticismo nei confronti d'una vita ultraterrena, e detto questo, tornava al
nocciolo della questione: Non ascoltate quell'oratore.
Bisogna invece capire che ogni atto di debolezza nei confronti di Lentulo e
degli altri congiurati rafforza l'esercito di Catilina.
Se solo un poco vi vedranno esitare, d'un balzo vi saranno addosso con ferocia.
Catone, nel testo del discorso tramandatoci da Sallustio, è ironico ma misurato
nei confronti del grande avversario Cesare.
A leggere invece Plutarco egli espresse su di lui giudizi duri e pesanti.
Il biografo greco ricostruisce diversamente la concione catoniana: Sotto una
maschera democratica e con parole umanitarie, o Caio Cesare, tenti di sovvertire
lo Stato.
Tu intimidisci il Senato in una faccenda che dovrebbe intimidire te stesso.
Puoi rallegrarti se esci indenne da questa storia, senza essere seriamente
sospettato di quanto è accaduto, visto che tenti apertamente e sfacciatamente di
sottrarre alla giustizia i nemici della repubblica e ammetti di non provare
pietà per la patria, portata sull'orlo della rovina.
Versi invece lacrime e alzi lamenti per uomini che non sarebbero mai dovuti
nascere e la cui morte avrebbe risparmiato alla città stragi e rovine ".
Mentre Catone, al termine del discorso, si rimetteva a sedere, i senatori si
alzarono tutti in piedi apostrofandosi l'un l'altro.
Volavano ingiurie ed epiteti sferzanti.
Alcuni gli gridavano: ..
Sei grande! ", e altri replicavano con lunghe sghignazzate.
Cesare, in tanta confusione, pronunciò alcune parole inascoltate.
Rapidamente l'assemblea, avendo accolto il parere di Catone, decideva di mandare
a morte i cinque prigionieri la notte stessa, a scanso di sorprese.
Consumata l'illegalità, senza che i tribuni della plebe opponessero il veto, si
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
sciolse frettolosamente la seduta con l'usuale formula: ..
Nihil vos Ceneo, Quirites~.
I prigionieri furono trascinati nelle grotte del Tuuianum, il ripugnante e
spaventoso carcere nei pressi del Foro, e subito giu~tiziati con un laccio alla
gola.
Cicerone diede alla folla l'annuncio dell'esecuzione con una sola parola gonfia
di compiacimento: Vixerunt , Vissero! .
E i cavalieri lo portarono in trionfo.
Sembrava davvero un uomo coraggioso, ma in realtà era stata la moglie Terenzia,
autoritaria e volitiva, a incitarlo a disfarsi degli arrestati senza perdere
altro tempo.
Durante l'infuocato discorso di Catone si verificò nell'aula un singolare
episodio in contrasto con la gravità della situazione, ma che, oltre a
dimostrare l'irruenza del giovane senatore, mise anche in luce quanto fosse
preconcetta la sua inimicizia per Cesare.
Dunque, mentre Catone parlava, venne di nascosto consegnato al suo avversario un
biglietto proveniente dall'esterno del Senato.
Catone, cui non era sfuggito il movimento, interruppe bruscamente l'orazione per
gridare: Ecco, guardate.
Cesare riceve istruzioni dai suoi alleati catilinari in piena Curia.
Ciò è inaudito".
Cesare, senza battere ciglio, con un risolino a fior di labbra, gli passò lo
scritto al quale aveva già dato un'occhiata.
Catone lo lesse, arrossì, e mentre glielo restituiva, mormorò: Riprendilo,
pazzoide e ubriacone.
Il biglietto era vergato da sua sorella Servilia, follemente invaghita di
Cesare, e conteneva espressioni ardenti, un po' licenziose all'indirizzo
dell'amante.
Certo, Caio Giulio poteva mostrarsi più discreto e non servirsi del biglietto
del l~innamOrata per mettere in difficoltà l'avversario, ma neppure Catone, con
la sua avventatezza, aveva fatto una bella figura.
All'uscita dal Senato, Cesare fu accerchiato da numerosi giovani cavalieri
urlanti, che, a spada sguainata, senza alcun riguardo per la sua dignità di
pontefice massimo, cer ,~ carono di ucciderlo.
Si proclamavano esasperati da quanto aveva detto in difesa dei nemici della
patria, non potevano perciò non punirlo con la morte immediata.
Essi appartenevano al servizio di sicurezza addetto alla persona del console, e
fu proprio il sopraggiungere di Cicerone, che ordinò ai giovani forsennati di
riporre le armi, a salvare la
~ vita a Cesare, mentre il popolo accorreva e si stringeva in ,~ torno a lui per
difenderlo.
Caio Giulio se ne tornò sollecitamente a casa dichiarando che non avrebbe mai
più partecipato alle sedute del Senato fino a quando nuovi consoli

E. non avessero garantito l'incolumità degli onesti cittadini,

~` quasi presentendo la pericolosità di un luogo dove diciassette anni più tardi


doveva davvero cadere sotto pugnalate mortali.
Eppure Cicerone pensava di aver salvato una volta per tutte la repubblica.
Menava vanto di ciò con insistenza e petulanza.
La sua vanità fu sconfinata, egli non perdeva occasione per esaltare le proprie
gesta.
Plutarco lo
t condanna seccamente ricordando come si fosse reso odioso alla gente: non era
possibile recarsi in Senato o partecipare a qualsiasi altra riunione senza dover
sentire Cicerone che tirava in ballo Catilina e i catilinari.
| Il tentato assassinio di Cesare è riferito da Svetonio.
Ne dà notizia anche Plutarco, ma con qualche dubbio.
Il biografo greco scrive di non rendersi conto come mai Cicerone, se l'episodio
corrispondeva a verità, non ne abbia mai parlato nei suoi libri, tanto da essere
più tardi accusato sia di aver perso il momento propizio per sopprimere
l'avverL- sario, sia di aver avuto paura del popolo che si raccoglieva r con
devozione intorno al giovane capo dei democratici.
102 Ccsa~c 1~ scgno ~I Vcnnc.
La loga sconvcn~cmc lUa

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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Scoperta a Roma la congiura, giustiziato Lentulo e I suoi adepti, si diffuse il
panico fra i seguaci di Catilina in Etruria.
Molti si dileguarono avendo perduto la speranza di ottenere un premio dalla
rivolta.
Catilina si dispose disperatamente a marciare verso la Gallia narbonese per
costituire nella città libera di Marsiglia una base d'azione, ma fu raggiunto
dagli eserciti di Metello Celere e di Caio Antonio Ibrida il quale, sebbene
riluttante, aveva pur dovuto muoversi.
Ma al momento dello scontro, Antonio lasciò il comando al luogotenente Marco
Petreio, e per giustificarsi disse falsamente che la gotta lo costringeva a
letto.
Prima di far suonare le trombe di guerra, Catilina volle parlare ai suoi soldati
che vedeva timorosi e sfiduciati.
Disse di sapere che le parole non facevano d'un codardo un eroe.
Li riuniva solo per dar loro qualche consiglio e spiegare le ragioni della sua
decisione di accettare battaglia.
Avrebbero potuto trascorrere la vita in esilio con somma vergogna o vivere a
Roma di carità, ma ciò appariva intollerabile a veri uomini.
Nella situazione in cui si trovavano non potevano mancare di coraggio.
Non si passava infatti dalla guerra alla pace se non da vincitori, perché
sperare di salvarsi con la fuga era pura follia.
Solo l'audacia è come un muro incrollabile. ..Noi, milites, abbiamo un vantaggio
sui nostri nemici.
Essi non hanno alcun interesse a battersi per il potere di pochi, per la gloria
degli oligarchi; noi invece ci battiamo per la patria, la libertà, la vita. Nos
pro patria) pro libertate, pro vita certamus.
Si combatté con ferocia nelle valli presso Pistorium (Pistoia) fino a quando il
capo dei rivoltosi colpito da una freccia cadde a terra, accanto all'aquila
d'argento che si diceva fosse la stessa voluta da Mario nella guerra contro i
cimbri.
Con la scelta di quel vessillo Catilina intendeva collegare la sua impresa alle
gesta d'ispirazione popolare dell'eroico ~enerale arpinate.
Ma fu tutto inutile perché l'oligarchia sconfisse il ribelle.
Catilina fu trovato che respirava appena, mentre sul volto conservava l'indomita
fierezza che aveva avuto da vivo, come Sallustio volentieri gli riconosce.
La testa dell'insorto staccata dal corpo fu inviata da Antonio al Senato.
XII

Il grande assente era Pompeo, ma tutti agivano con l'idea, incubo o speranza,
del suo ritorno a Roma, un ritorno ormai imminente poiché Mitridate, il più
pericoloso nemicO esterno della repubblica, era morto e seppellito.
Cesare mostrava di volersi schierare con Pompeo e indurlo a prendere posizione
contro l'oligarchia.
Nella capitale, superato il primo momento di euforia per l'esecuzione dei
congiurati, riprese vigore l'opposizione al Cicer, anche nelle maniere più
plateali.
Un episodio suscitò particolare scalpore.
Il console, allo scadere della sua carica, era salito sui Rostri col proposito
di lodare anCora una volta il suo anno di governo.
Non aveva nemmenO aperto bocca quando il neotribuno della plebe Metello Nepote,
un filopompeiano che agiva naturalmente per conto del Magno, gli gridò: (< Chi
non ha permesso agli aCcusati catilinari di difendersi non può difendere se
stesso".
Gli ingiunse di pronunciare il semplice giuramento, richiesto ai magistrati in
procinto di lasciare la loro carica e che consisteva nel dire di non aver nulla
operato ai danni dello Stato.
Ma Cicerone, sorprendendo tutti, inventò lì per lì una nuova formula e giurò che
la repubblica era stata salvata unicamente dalla sua opera di statista.
Qualcuno poi scrisse che egli aveva salvato la repubblica soltanto per
Vantarsene.
Del resto egli aveva esclamato: Oh fortunata e rinata Roma sotto il mio
consolato ,>, o fortunatam natam me consule Romam.
Già prima che il capo dei rivoltosi cadesse nella battaglia di Pistoia, i
cesariani volevano che Pompeo e il suo esercito tornassero in patria armati per
difendere la repubblica dai catilinari, come dicevano, ma in realtà, come
pensavano, per mettere in crisi Cicerone e l'oligarchia senatoriale.
Secondo una proposta di Metello Nepote, il grande generale doveva essere
richiamato con un plebiscito alla testa del suo esercito, e a questo fine il
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
neotribuno sommuoveva le assemblee popolari.
Cesare era d'accordo, ma ancora una volta si levò contro di lui Catone il quale
con vigore esclamò in Senato: Fino a quando avrò un alito di vita, Pompeo non
entrerà nella nostra città con le armi in pugno, .
Convocata l'Assemblea popolare perché si votasse sulla proposta di Metello,
esplosero tumulti e disordini.
Metello, nel tentativo di garantirsi il controllo della situazione e
predisponendosi a carpire voti con ogni mezzo, aveva schierato nel Foro una
banda di uomini armati composta da forestieri, gladiatori e schiavi, tutti
prezzolati.
Il popolo ondeggiava nel Foro.
Ces~re e Metello erano vicini, seduti sui più alti gradini del tempio dei
Dioscuri.
Sopraggiunse Catone che, con fare arrogante, prese posto tra i due col fine
evidente di disturbare la loro assonante conversazione.
Intanto esclamava, protendendosi verso la fila sottostante:
Che uomo audace e vile, questo Metello: árruola una massa di persone contro una
sola, inerme e indifesa...
Un liberto fece per leggere la richiesta ~i plebiscito, ma Catone glielo impedì.
Metello prese lui il papiro per proseguirne la lettura, e ancora una volta
intervenne Catone strappandoglielo di mano.
Il tribuno, che ne conosceva a memoria il testo, continuò a recitarlo come se
niente fosse successo, fino a quando un seguace di Catone non lo fece tacere
mettendogli una mano sulla bocca.
Si scatenò una zuffa tremenda tra le fazioni contrapposte~ mentre Catone veniva
colpito da una gragnuola di pieI 06 Ccsa~

tre ~bbe però la peggio ~letello che fuiCostrett I ampo dl ll'i laSciò Roma per
ragg deva in pa pompe e metterl al Crrente ddaqva che si Sottraeva alla l ~;
Catone e alla cospirazionc~C c ~v~- ~b~

gar caro l'offesa inferta alla Phe abbandOnava l'Urbe per il prim caso di un
tribunl . armi 11 Senato reagìdpri rifugiar~Pt llo del tribunatO. sOspese anChe
aveva mOSsO i tratura. pOiche da pre.
Itra giasse la saCrSanta un dito per impedire che sl.n stgitO Catone.
Cesare non gnita di trilbunigiOrn~ tener cont dellia prie glustizia~ ma

nuO a Conservare i littorl e e o che il Senato si aCCingeVa a in Conclusione~


aVendo aPPIr .~ la carica, si tolse la tog con la lorZa~ asCl i i in casa
Il popolO manife il Senato non aVesse im di dar fuocO a mezZa Roma se dei
pOpolari la pretura~ gli diatamente restituit al cac are con avvedutezza~ pref
onori e le sue prerOgatlv~e- es induSse la plebe a dePrre non fOrzare la
situaZIc-~ impreSSionò pSitiVa

senatOri i qua d svetoniopalesemente


mis verbis conlaudatum, Ice e lsireccengtuava pero ~ one per ostacolarsi a so
cenda n giovane pretre' ned 1 62 Convocò il popol in i lavon, aveva egualmente
fatto scolpire sul frontespizio dell edlficio il proprio nome.
Era questa un'ambizione a cui i maggiorenti di Roma tenevano particolarmente, e
quindi Cesare puntava a far sì che sul tempio non apparisse più il nome di
Catulo, ma quello di Pompeo.
Con questo obiettivo accusò il suo avversario, non solo della grave scorrettezza
di aver anzitempo dedicato a sé il tempio, ma anche di essersi appropriato di
buona parte del denaro destinato alla ricostruzione.
Il Senato s'inquietò enormemente davanti all'accusa di peculato che colpiva il
suo massimo rappresentante e i pa~res in massa accorsero nel Foro per difenderne
la reputazione.
Arrivò lo stesso Catulo, ma Cesare gli impedì di ascendere alla tribuna, per cui
egli dovette parlare ai piedi dei Rostri.
Tuttavia Cesare, preoccupato e colpito da un così vistoso concorso di senatori,
rinunciò di punto in bianco alla battaglia.
Perché mai l'aveva ingaggiata, senza essere sicuro di vincerla? Ne dà una
spiegazione lo storico francese Carcopino il quale scrive: In quel periodo, pur
di dimostrare che si batteva per Pompeo, Cesare si accontentava di fare talvolta
dei buchi nell'acqu~a .
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Il pretore ebbe invece la meglio nel rintuzzare nuove accuse di complicità nella
congiura di Catilina che gli venivano ora rivolte da un losco individuo come
l'eques Lucio Vezio e da quel giovane sciagurato di Quinto Curione amante di
Fulvia, ben nota informatrice di Cicerone.
LuCi0 Vezio consegnò al questore Novio Nigro una lista di congiurati nella quale
appariva tra gli altri il nome di Cesare Questa accusa fu confermata innanzi al
Senato da Curlone, con la speranza di riscuotere una ricompensa Ambedue gli
scellerati sostenevano di aver appreso personalmente da Catilina la notizia
sulla complicità di Cesare Anzi Vezio rincarava la dose.
Si diceva pronto a mostrare un biglietto molto compromettente scritto da Cesare
al capo della cospirazione e caduto in suo possesso.
Cesare costrinse a testimoniare contro di loro lo stesso Cicerone il quale non
poté non dire quanto fossero state utili le informazioni sulla congiura da lui a
suo tempo avute.
Inoltre lo sbandierato biglietto si rivelò falso.
Curione, sconfitto, non ebbe alcun premio, mentre Vezio, che già davanti ai
Rostri aveva rischiato di essere sbranato da una moltitudine di plebei
infuriati, fu trascinato in prigione non senza aver subito il saccheggio della
casa.
La stessa sorte toccò al questore Novio il quale, privo di un esplicito mandato,
aveva promosso un giudizio nei confronti di un magistrato a lui superiore, cioè
Cesare.
La plebe continuava a tumultuare pericolosamente in favore dell'accusato, e
allora Catone, accantonando i suoi princìpi di austerità, propose al Senato di
distribuire gratuitamente ogni mese al popolo una razione di grano.
L'aggravio per lo Stato si rivelò pesante, ma con questo provvedimento
assistenziale si riuscì a placare l'irrequietezza delle masse.
Pompeo tornò a Roma durante la movimentata pretura di Cesare.
Sbarcò a Brindisi verso la fine del 62, vincitore in Asia e colmo di gloria dopo
una lunga guerra.
Aveva costretto alla resa e al suicidio Mitridate VI, il re del Ponto che,
attraverso la Tracia, la Macedonia e l'Illiria, intendeva gettarsi su Roma come
un Annibale d'Oriente; aveva ridotto alla condizione di province romane il
Ponto, la Cilicia, la Siria, la Fenicia ponendo le basi dell'intera
organizzazione romana in Oriente.
La città di Gerusalemme aveva dovuto aprirgli le porte, soltanto i parti
riuscirono a mantenere la propria autonomia.
Con chi si sarebbe alleato il grande generale? Chi avrebbe respinto come nemico?
Il Senato temeva che egli avrebbe condotto le sue legioni contro Roma per
impossessarsi della repubblica come aveva fatto Silla, per instaurare una
dittatura militare e farla finita con le suicide lotte delle fazioni.
Personalmente Cicerone sperava di non averlo contro, mentre Licinio Crasso,
temendo di essere da lui Perse~uitato~ si allontanò nottetempo da Roma con la
famiglia e gli averi per rifugiarsi in Macedonia.
Molti altri fuggirono dalla capitale, ma non mancarono nemmeno coloro che si
precipitarono tra le braccia del generale vittorioso.
Ed erano i più numerosi.
Cesare non si mosse e poté meglio disporre le cose a proprio favore con gli
intrighi e l'astuzia, approfittando soprattutto dell'assenza di Crasso che
lasciava nelle sue mani il partito popolare.
Una volta a Brindisi, Pompeo sciolse i dubbi che tormentavano se stesso e non
solo i romani.
Decise di congedare i suoi quarantamila soldati e di rientrare nell'Urbe come un
privato cittadino che tuttavia si aspettava il tributo del trionfo per le sue
imprese di condottiero e di conquistatore.
Tutti respirarono.
Essendo stato immenso il timore di vederlo minaccioso alla guida delle sue
legioni, più grande fu il piacere di saperlo senza gli armati e semplicemente
attorniato da una piccola scorta privata.
Quali considerazioni avevano indotto Pompeo a comportarsi in tal maniera? Forse
un errore di calcolo, ritenendosi già padrone della situazione per aver ottenuto
un vasto consenso.
Forse il rispetto della legalità o non piuttosto l'incapacità di progettare un
piano tanto ambizioso come quello di ridurre ai suoi ordini Roma e la
repubblica? O aveva immaginato una terza via, come suppone lo storico Carcopino,
il quale come altri ritiene che Pompeo non avesse l'intelligenza necessaria per
gettarsi in un'impresa colossale.
Pompeo è giudicato privo di idee politiche, desideroso non tanto di governare
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
quanto di essere riverito, di ricevere premi e ammassare onori.
Non è che al generale non piacesse l'idea di porsi alla testa d'una monarchia,
ma gli mancava il coraggio di conseguire questo risultato mediante un sanguinoso
e rischioso colpo di Stato.
Pensava di arrivarvi seguendo un'altra via, quella di un matrimonio politico.
Aveva avuto notizia delle ripetute infedeltà della sua terza mo~lie, Mucia,
donna dalla vita dissoluta e che aveva tra i suoi amanti anche Caio Giulio.
Le notti della bella Mecilia, come la chiamavano vezzosamente i romani, erano
sulle labbra di tutti.
Catullo, il poeta maldicente e libertino, più tardi le dedicò, con diletto,
alcuni versi degni della sua malizia nonché della fama di Mucia: Sotto il primo
consolato di Pompeo erano in due, o caro, / gli amanti di Mecilia; ora che
Pompeo è diventato console per la seconda volta / gli amanti sono rimasti due,
ma hanno aggiunto / tre zeri.
Prolifera la semenza delle corna~.
In navigazione per Brindisi, il generale inviò alla moglie un secco libello di
ripudio, non tanto perché offeso dagli adulterl di lei, quanto per avere la
possibilità di legarsi a un'altra donna che gli consentisse una proficua
alleanza politica, come del resto era già avvenuto con le due precedenti unioni.
Con la prima moglie, Antistia, si era garantito l'eredità del padre Strabone in
quanto la fanciulla era figlia del pretore che decideva in proposito; con la
seconda moglie, Emilia, si era ancorato a Silla; infine con Mucia si era
rappacificato con la potente famiglia dei Metelli, essendo la ragazza sorella di
Quinto e di Nepote.
Ora cercava la quarta moglie in casa di Catone con la speranza di attrarre dalla
sua parte l'inflessibile stoico.
Gli chiedeva la figlia maggiore per sé e quella minore per suo figlio Cneo.
Non si trattava soltanto di ammorbidirlo, ma di averlo come complice nel piano
che già aveva in testa, diretto a conquistare per le vie legali il potere e
magari a instaurare una monarchia senza spargimento di sangue.
Catone si confermò l'uomo tutto d'un pezzo qual era.
Mandò a dire al pretendente, pretendente in ogni senso, che non avrebbe mai
concesso le figlie né a lui né al giovane Cneo.
Queste furono le sue parole: <-Catone non lo si prende passando attraverso
l'appartamento delle donne.
Non darò mai ostaggi alla gloria di Pompeo a danno della patria .
Il secco rifiuto amareggiò Pompeo il quale, ripudiando Mucia, si era già fatto
nemici i Metelli, a cominciare da quel Metello Nepote che aveva riposto tanta
fiducia in lui.
Più che mai non si sentiva sicuro di poter usare la forza e rinunciò
definitivamente a cogliere l'occasione che finalmente gli si presentava e che
egli stesso aveva cercato di favorire di volta in volta con i matrimoni e le
alleanze, mutando fronte: sillano prima e senatoriale poi.
Ma altri cambiamenti lo attendevano.
Il generale, licenziate le legioni, si mise in viaggio alla volta di Roma.
Sulla via Appia il popolo lo acclamava e molti si univano a lui sorpresi e
ammirati di vederlo passare senza armi e con piccola scorta.
Il nucleo di accompagnatori festanti, a mano a mano che Pompeo si avvicinàva
alla capitale, si infolt;va e assumeva sempre più le proporzioni d'un esercito
di volontari. Un evento meraviglioso, commenta Plutarco.
Difatti il generale arrivò a Roma alla testa d'una forza più numerosa di quella
che aveva comandato in guerra.
Avrebbe certamente potuto suscitare un moto rivoluzionario, soggiogare l'Italia
e assumere tutti i poteri, ma non lo fece.
Questo suo comportamento è stato variamente giudicato attraverso i secoli,
riscuotendo elogi e condanne.
Tra i più severi censori figura Mommsen il quale scrive che Pompeo aveva la
corona di re ai suoi piedi, ma non seppe prenderla per mancanza di coraggio.
Lo storico tedesco lo definisce mediocre in tutto, meno che nelle pretese;
capace di commettere un delitto, ma non un atto d'insubordinazione.
Da perfetto militare, dunque.
La situazione richiedeva invece un uomo diverso.
La repubblica, in mezzo a profonde contraddizioni, era pronta a mutarsi in
monarchia affidando il potere a chi sapesse garantire allo Stato ordine e
sicurezza.Non avvenne niente di ciò.
Pompeo non era l'uomo giusto, sebbene avesse tutto a portata di mano. Il
destino, scrive Mommsen, non aveva mai fatto tanto per un uomo come per lui, ma
con i pusillanimi, con gli uomini senza coraggio, gli dèi sciupano i loro
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favori. A Pompeo fu tributato un trionfo incredibilmente fastoso.
Non ce n'era mai stato uno eguale, nemmeno quelli degli Scipioni, di Paolo
Emilio e di Silla potevano reggere al confronto.
Ma era fumo negli occhi.
Egli se ne rese conto ben presto.
Due cose voleva principalmente, e non le ottenne: l'approvazione di tutti i suoi
atti in Oriente per consolidarne il nuovo assetto, e la distribuzione delle
terre italiche promesse ai legionari veterani.
Ebbe contro tutti gli invidiosi delle sue conquiste e chiunque avesse da lui
subìto un torto.
Difatti suoi awersari furono Lucio Lucullo che si vendicava di avergli dovuto
cedere il comando in Asia, e i due Metelli offesi per il ripudio della sorella
Mucia.
Catone superò ogni limite, svalutò le imprese orientali proclamando che Pompeo
in Asia aveva combattuto contro un debole esercito di donnicciuole.
Il generale si pentì di aver licenziato i suoi quarantamila soldati a Brindisi.
XIII

Terminata la pretura urbana, Cesare ebbe in sorte, nella distribuzione delle


province, la Spagna ulteriore dove era già stato otto anni prima svolgendovi
l'incarico di questore.
Breve era stata quella volta la sua missione preso dalla smania di rientrare
anzitempo a Roma dopo essersi impegnato con se stesso, davanti alla statua di
Alessandro, di recuperare il tempo perduto.
Ora, nel marzo del 61, tornava in Spagna da propretore, vale a dire da
governatore.
Stava già per salire sulla lettiga quando una gran massa di creditori, aizzata
dai suoi nemici, lo accerchiò impedendogli di muoversi.
La turba reclamava il pagamento immediato dei numerosi e consistenti debiti cui
egli non faceva fronte da anni.
A liberarlo dall'assedio accorse il ben noto Crasso, il più ricco dei romani, il
dives, che si assunse l'impegno di pagare un quinto dei debiti, pari alla
smisurata somma di ottocentotrenta talenti.
Crasso era tornato a Roma dalla Macedonia dove si era rifugiato paventando
l'arrivo in forze di Pompeo.
Il grande generale gli faceva ancora paura pur non avendo attuato il temuto
colpo di Stato.
Il dives, che cercava in ogni modo di indebolirlo, aveva bisogno dell'ingegno e
del vigore di Cesare, e ne pagò volentieri i debiti con l'idea di legarlo più
che mai a sé.
Il governatore poté partire, e lo faceva in tutta fretta, senza attendere le
istruzioni del Senato, contro ogni legge e usanza~, come scrive Svetonio in
tono di rimprovero.
Non si sa bene se egli fosse spinto dal desideric di accorrere presso le
popolazioni della provincia scosse da disordini o dalla necessità di sottrarsi
ad altri creditori che non avevano ancora ricevuto soddisfazione.
Raggiungere rapidamente la provincia spagnola gli avrebbe comunque offerto la
possibilità di mettere subito a frutto la sua carica rastrellando tributi e
procurandosi grandi quantità di oro, cosa che gli avrebbe consentito di pagare i
rimanenti debiti.
A un altro assedio cercava di sfuggire, quello delle matrone romane con le quali
era in intime relazioni.
Sensibile al fascino femminile si legava contemporaneamente a più donne, e non
tutte si mostravano remissive e docili, sebbene egli riuscisse il più delle
volte a dominarle con la sua forte personalità.
A ognuna di esse giurava amore eterno, e gli sembrava di essere in buona fede
ogni volta che ne stringeva una tra le braccia.
Una delle matrone sue amanti, che in quei tempi si mostrava più esigente e non
appariva disposta a dividere con altre l'amore di Cesare, era, per ironia della
sorte, proprio Tertulla, la bella, ma non più giovanissima moglie di Crasso suo
finanziatore.
Un giorno Cicerone, mentendo, era arrivato a definire Tertulla la più eletta fra
le donne , per accattivarsene il marito in un momento in cui i loro rapporti
erano meno tesi del solito.
Avanzando entro la Spagna, Caio Giulio raggiunse in poco meno di quattro
settimane Corduba (Cordova), sua residenza e capitale della Betica, e per prima
cosa rafforza il suo esercito aggiungendo dieci nuove coorti alle venti che
erano già nel paese: tre legioni in tutto.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Nelle vesti di propretore egli era il capo, il padrone della provincia.
Non gli spettava solo il grado di comandante militare, ma anche quello di
amministratore della giustizia civile.
Presiedeva altresì alla determinazione e alla riscossione dei tributi.
Sebbene questa fosse per ovvie ragioni l'incombenza preferita, Cesare non
perdeva di vista la necessità di affermarsi come comandante militare, o meglio
come conquistatore di nuove terre.
Compì una spedizione contro i popoli delle regioni montuose della Lusitania e
della Galizia dediti a scorribande e a ruberie ai danni dei paesi confinanti.
Attaccò anzitutto i lusitani mettendoli in fuga fin sulle coste dell'Oceano, da
dove i nemici, gettandosi in mare, si attestarono su un'isola vicina, Berlenga,
che divenne il loro ultimo baluardo difensivo.
Non diede loro pace e li sbaragliò anche sull'isola trasportandovi le legioni
romane su numerose navl che avevano preso le mosse da Cadice.
Poi incrociò le armi con i popoli della Galizia raggiunti anch'essi via mare,
riducendoli all'impotenza e costringendoli a riconoscere l'autorità di Ror~a.
Aveva così completamente soggiogato con qualche ferocia due nazioni e rafforzato
i confini della repubblica.
Era la prima volta che i soldati romani percorrevano le acque dell'Oceano, per
cui la notizia d'un'azione tanto temeraria e nuova entusiasmò l'Urbe.
I legionari, sbarcando molto a nord, a Brigentium (La Coruna), gli conferirono
tripudianti il titolo di imperator che il Senato ratificò.
Non solo onori ebbe Cesare in Spagna per le sue prime imprese di conqùistatore.
In quelle terre poté rastrellare, come bottino di guerra, grandi tesori che in
parte versò nelle casse dello Stato e in parte utilizzò per pagare i suoi
debiti.
Esperto in queste cose andò incontro alle esigenze degli spagnoli sopprimendo il
tributo che Metello Pio aveva imposto a quelle genti durante la guerra di
Sertorio.
Per poi sanare le contese che ogni giorno esplodevano fra creditori e debitori,
prescrisse che i debitori destinassero soltanto due terzi delle loro rendite
annuali alla estinzione dei debiti.
Con questo provvedimento impediva agli usurai romani di appropriarsi di tutto il
capitale nel riscuotere il dovuto.
Fu perciò assai lodato come saggio amministratore e le città gli mostrarono
gratitudine con regalie e donativi.
Si era arricchito lui, scrive Plutarco, e aveva arricchito i suoi soldati.
Nell'aver cura delle esigenze sociali di quelle genti, riuscì a eliminare le più
gravi e antiche barbarie dei loro costumi, come quella che a Cadice comportava
il sacrificio di vittime umane nella celebrazione di taluni riti.
Cadice, città alleata di Roma, riscosse le sue maggiori cure, in ciò sostenuto
da un illustre gaditano, Lucio Cornelio Balbo, che divenne suo fedele amico e
agente finanziario.
Irrequieto come sempre, rientrò in patria senza aspettare l'arrivo del
successore.
Era diventato famoso.
Conscio del suo peso reclamò il trionfo e al tempo stesso il consolato.
Per ottenere il trionfo, il generale doveva starsene obbligatoriamente fuori
Roma oltre il pomerio sacro con i littori e le armi, in attesa che si decidesse
il giorno della sua entrata in città.
Per concorrere alle elezioni consolari, il candidato, con indosso una veste
bianca, doveva invece essere presente nell'Urbe.
Non sempre si erano rispettate queste regole, e di un'eccezione aveva goduto lo
stesso Pompeo.
La pretesa di Cesare di chiedere il consolato in absentia non appariva quindi
assurda.
Ma ancora una volta egli incontrò l'ostilità di Catone il quale, per far scadere
i termini e impedire che il Senato si esprimesse sulla richiesta, pronunciò un
discorso interminabile.
Parlò per tutta la giornata, fino al momento in cui si dovette togliere la
seduta.
Cesare naturalmente rinunciò a reclamare il trionfo e all'improvviso si presentò
alle elezioni consolari, in quanto gli interessava più il conseguimento del
potere che la celebrazione d'una festa, essendo per altro certo che, salito al
vertice dello Stato, non gli sarebbero mancate le glorie.
Gli aruspici gli avevano nuovamente pronosticato l'impero del mondo, prendendo
spunto dalla nascita nelle sue stalle d'un cavallo straordinario dagli zoccoli
solcati a forma di piede umano, un cavallo indomito che nessun altro al di fuori
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di lui riusciva a cavalcare.
..La nave di Cesare va a piene vele, scrive Cicerone nel riavvicinarsi
temporaneamente a lui e allo stesso Pompeo Quest'ultimo, non meno di altri, era
capace di fiutare 1 arla.
Deluso e pieno di sdegno se n'era stato un po' in disparte.
Sua unica consolazione era di pavoneggiarsi in una bella veste ricamata~.
Ma si trasse alfine dallo sconforto e accettò il corteggiamento di Cesare che
gli offriva un'alleanza.
Poteva così vendicarsi di chi, volendo evitarne un pericoloso rafforzamento, gli
aveva rifiutato la ratifica dei suoi atti in Oriente.
Per ragioni d'opportunità politica accantonava l'inimicizia nutrita per Cesare,
dimenticava di averlo chiamato con dispetto il suo Egisto, alludendo alla di lui
relazione con Mucia, mentre egli, novello Agamennone, era lontano e combatteva
contro Mitridate.
Cesare a Roma, in mezzo a profonde e insanabili lotte di fazione, già appariva,
nota Carcopino, come l'uomo della provvidenza, in grado di risolvere in pochi
giorni una situazione inestricabile.
Con l'idea di estendere la propria base politica rappresentata dai populares,
egli propugnava una nuova coalizione e invitava a farne parte Pompeo che guidava
il ceto dei cavalieri.
Ma non poteva accordarsi con Pompeo senza averlo prima riavvicinato al suo
avversario Crasso, tanto più che, per essere certo della elezione a console,
aveva bisogno del sostegno di entrambi.
E ciò per neutralizzare l'ostilità dell'oligarchia.
Fra Cesare, Pompeo e Crasso venne sottoscritta un'intesa segreta per abbattere
la supremazia del Senato e conquistare il potere.
L'accordo prese successivamente il nome di .. primo triumvirato sebbene non
avesse alcun valore legale a differenza del secondo triumvirato che sarà poi
realizzato fra Ottaviano, Antonio e Lepido.
Con la loro intesa privata, che somigliava oltremodo a una cospirazione, Cesare,
Pompeo e Crasso cambiarono il corso della storia e rovesciarono la costituzione
di Roma.
Già gli annalisti antichi condannarono il patto scrivendo che esso fu cagione di
rovina per la repubblica, per il mondo e per i loro stessi autori.
Plutarco dà atto a Catone dell'acutezza di un giudizio espresso in proposito.
A chi diceva che ..
Ia città era stata rovinata dalla discordia esplosa più tardi fra Cesare e
Pompeo, Catone rispondeva che .. era un errore prendersela con gli ultimi fatti:
non il dissenso né l'inimicizia, ma il consenso e la concordia dei due generali
erano stati la prima e più grave disgrazia della città)~.
Nei particolari, con il loro segreto patto d'unità d'azione, conchiuso alle
porte di Roma con un solenne giuramento, i tre sottoscrissero vari impegni.
Crasso e Pompeo assicuravano il massimo sostegno a Cesare per l'elezione a
console, cioè a capo dello Stato; Cesare e Crasso si obbligavano a difendere
Pompeo nella richiesta di veder confermati dal Senato gli atti proconsolari
d'Asia e attuata la distribuzione delle terre italiche ai veterani; Cesare e
Pompeo si impegnavano affinché Crasso potesse ottenere il governo di una ricca
provincia e appalti vantaggiosi, il che andava a beneficio dello stesso Cesare
facendo egli parte delle società finanziarie e appaltatrici del dives.
Al di là di questi accordi, Caio Giulio aveva mire ben più ambiziose che certo
non rivelò ai suoi compagni.
Egli pensava di sfruttare l'uno e l'altro a proprio esclusivo vantaggio e di
superarli entrambi.
Per rafforzare il suo personale prestigio si sarebbe avvalso della reciproca e
sempre latente rivalità fra gli altri due triumviri, e avrebbe fatto in modo di
scaricare su Pompeo l'invidia suscitata dal loro comune potere.
Nello Stato, scrive Svetonio illustrando le finalità della triplice alleanza,
non doveva succedere nulla che fosse sgradito a uno di loro. In tal maniera
essi divennero i padroni di Roma, dominarono la repubblica e Cesare dominò
repubblica e triumvirato.
Eppure, soltanto alla vigilia del patto, egli era ancora in posizione
subordinata rispetto alla gigantesca figura di Pompeo.
Appiano ricorda come nel libello satirico di un oppositore l'alleanza venisse
raffrontata a un .- mostro a tre teste ~, ma in effetti il mostro aveva una sola
testa pensante, quella di Cesare, l'uomo politico per eccellenza, mentre Pompeo
svolgeva il ruolo del generale glorioso e Crasso quello del ricco capitalista.
Crasso, il dives, si appoggiava agli avveduti merca~ores e agli esosi publicani.
Aveva accumulato un'immensa fortuna fin dai giorni della dittatura sillana,
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rastrellando sottocosto i beni dei proscritti.
Acquistò miniere d'argento, mentre commerciava in giovani schiavi ai quali
forniva un'educazione nei più svariati campi.
Ne faceva dei medici, dei segretari, degli insegnanti, per poi rivenderli o
affittarli ad altissimo prezzo alle famiglie dei più danarosi patrizi.
Speculava sul grano e nel settore dell'edilizia.
Acquistava a prezzi irrisori, il decimo del valore reale, i resti delle case
distrutte dagli incendi che si sviluppavano continuamente e un po' dovunque in
una Roma povera fatta di legno.
Su quelle aree ricostruiva abitazioni più alte e con un maggior numero di stanze
per stiparle d'inquilini ai quali chiedeva pigioni sempre più insopportabili.
La ricostruzione degli edifici crollati era affidata a torme di schiavi cui
corrispondeva come paga un pugno di grano.
Egli, pur accettando di riappacificarsi con Pompeo e di far parte del
triumvirato, non contribuì alle ingenti spese che Cesare dovette sostenere
durante la campagna elettorale per garantirsi, anche attraverso profonde azioni
corruttrici, il voto favorevole degli elettori.
In questa occasione Caio Giulio fu finanziariamente aiutato dal suo collega
Lucio Lucceio, buon politico e fine scrittore, in corsa a sua volta per il
consolato, e amico di Pompeo.
Anche l'appoggio di Lucceio rientrava probabilmente nei patti segreti dei
triumviri.
Cesare sperava di essere eletto console insieme con Lucceio per quanto lo avesse
avuto temibile avversario in occasione della sua difesa di Catilina, ma ora le
cose erano cambiate.
Lucceio, che disponeva di immense fortune, fece correre molto oro.
Gli ottimati se ne allarmarono, temendo che Cesare, giunto al governo, non
avrebbe più avuto freni se affiancato da un console suo alleato.
Fornirono quindi a loro volta di una grande quantità di denaro il loro
candidato, Marco Calpurnio Bibulo, e questi, imitando Lucceio, si diede a
comprar suffragi.
L'incorruttibile Catone mostrò finalmente di avere una doppia morale non
mancando di versare la sua quota in sostegno di Bibulo, il quale avrebbe poi
distribuito ai votanti le somme raccolte.
Eppure il giovane stoico aveva sempre giurato di denunciare chiunque avesse
usato denaro per corrompere gli elettori.
Il predicatore rinunciava alla severità dicendo che il sacrificio dei suoi
princìpi era richiesto dal bene pubblico.
Di tutto ciò non si stupiva Cicerone che ad Attico scriveva come ci si dovesse
adattare alla situazione: ..Tu dirai che avremo i cavalieri dalla nostra parte
soltanto a prezzo di denaro.
Che cosa possiamo farci? Abbiamo forse la scelta dei mezzi? .
Il Senato era in agitazione per la candidatura di Cesare.
Agli aruspici, che prevedevano un successo strepitoso del candidato, se ne
aggiunsero altri che interpretavano come un segno premonitore di sciagure una
terribile inondazione che aveva colpito Roma.
Le acque del Tevere, gonfie di pioggia, strariparono dagli argini, travolsero il
ponte Sublicio, abbatterono le strutture lignee di un teatro della città e
strapparono dal molo di Ostia le navi che vi erano attraccate.
Cesare e Bibulo vinsero le elezioni, mentre Lucceio ne uscì sconfitto.
Il popolo festeggiò il capo dei dernocratici e lo attorniò sul Campidoglio
durante il rito che prevedeva il sacrificio di un toro a Giove.
Poi fu accompagnato in corteo nella domus publica da lui abitata sulla via
Sacra.
Nelle vesti di neoconsole, ricorse immediatamente all'arte della simulazione di
cui era maestro.
Nel discorso inaugurale in Senato tese la mano al collega avversario Bibulo.
Come a ogni inizio di consolato la Curia era particolarmente affollata.
Cesare sostenne che persistere nella loro inimicizia sarebbe stato oltremodo
dannoso per la repubblica.
Ma in seguito la sua condotta rivelò in lui un animo diverso.
Era il primo gennaio del 59.
Aveva quarantuno anni, e non era ancora trascorso un decennio dal giorno in cui
a Cadice, davanti alla statua di Alessandro, aveva pianto sulla sua Ignavia.
Alcuni credevano alle sue parole e chiamavano guastafeste Catone che si mostrava
invece quanto mai sospettoso.
Caio Giulio diceva di voler rispettare le tradizioni e ne diede una prova
riportando in vigore un'antica consuetudine.
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I consoli esercitavano il potere a mesi alterni, pertanto solo il magistrato per
così dire in servizio aveva il diritto di far sfoggio dei simboli esteriori
della piena potestas che consistevano nel farsi precedere in lunga fila da
dodici littori armati di fasci, mentre l'altro rimaneva del tutto privo delle
insegne del potere.
In passato però ambedue i consoli, fossero o no in servizio, erano ognora
seguiti o preceduti dai littori in omaggio alla loro dignità.
Cesare tornò all'antico dando a vedere di voler recuperare la tradizione, ma in
realtà così facendo egli si adornava delle insegne del potere anche nel mese in
cui il governo della repubblica spettava al collega.
La cosa ovviamente poteva andare a vantaggio dello stesso Bibulo il quale però,
essendo privo d'un piano politico, non seppe utilizzarla adeguatamente, mentre
Cesare, con una serie di azioni, spinse la situazione a un punto tale da
costringerlo a non uscire di casa per lungo tempo e a non farsi più vedere in
giro.
Nuove accuse si addensavano su Caio Giulio.
Lo chiamavano già despota ed egli nel rispondere ai suoi denigratori decise di
dare pubblicità agli atti del Senato e ai dibattiti popolari, attraverso gli
Acta senatus e gli Acta diurna da lui ideati, per dare l'impressione che il suo
governo avesse porte e finestre aperte, ma col fine recondito di tenere sotto
controllo magistrati e senatori e di orientare secondo i propri intendimenti
l'opinione pubblica.
Nessun altro prima di lui aveva avuto l'idea di dar vita a iniziative così
straordinarie.
Le due pubblicazioni erano giornaliere, apparivano in grandi riquadri sui muri e
poi venivano conservate nel tempio di Saturno.
Esse contenevano, insieme agli atti ufficiali, le più svariate notizie non
escluse quelle relative alle nascite, alle morti, ai matrimoni, ai divorzi dei
personaggi più illustri.
XIV

Plutarco scrive che il console Caio Cesare si diede ad adulare i più poveri e a
sollecitare la distribuzione di terre.
Bastava ciò per riconoscere in lui un pericoloso rivoluzionario e per
scatenargli contro l'irruenza di Catone.
Il neoconsole formulava una nuova riforma agraria, ed era deciso a tutto pur di
evitarle la fine ingloriosa della legge proposta da Rullo quattro anni prima.
Molti ed immensi possedimenti erano nelle mani di pochi e, mentre crescevano le
ricchezze di questi, diminuivano le già scarse sostanze d'una plebe vastissima e
affamata.
Ben trecentoventimila miserabili cittadini romani non vivevano che d'un pugno di
grano gratuitamente distribuito dalla repubblica.
La riforma proposta da Cesare era ispirata alle riforme dei Gracchi tanto che lo
accusarono di comportarsi più da tribuno della plebe che da console.
I patricii e gli equites, danneggiati dalla legge, si agitavano come ossessi e
gli rovesciavano addosso tutto il loro odio.
Roma tornava ai tempi impetuosi dei Gracchi, quando, sei-sette decenni addietro,
i due tribuni avevano cercato di scardinare il sistema del latifondo.
Lo stesso destino che aveva travolto Tiberio e Caio Gracco poteva da un giorno
all'altro abbattersi anche su Cesare perché immensi erano gli interessi che la
riforma colpiva.
Egli aveva la sensazione di muoversi fra cospiratori pronti ad attentare in ogni
momento alla sua vita.
C'era una logica nella sua azione politica.
Ideologicamente discendeva da Mario il quale aveva tratto ispirazione proprio
dai Gracchi.
Chi ha scritto che l'ultimo dei Gracchi, raggiunto dal colpo mortale, gettò
contro il cielo un pugno di polvere e che da quella polvere nacque Mario? Caio
Gracco trovò la morte in un tumulto.
La sua testa divelta dal tronco fu svuotata e riempita di piombo fuso da un
persecutore perché gli ottimati avevano promesso di pagarla a peso d'oro.
Cesare, con la nuova riforma, si richiamava ai Gracchi, pronto a sfidare ogni
pericolo.
Come loro aveva sofferto allo spettacolo desolante delle deserte terre d'Etruria
dove lavoravano pochi diseredati.
Era necessaria una legge che cedesse ai cittadini romani le terre usurpate dai
ricchi e dai possidenti, che sanasse ingiustizie e speculazioni.
Leggeva le frementi orazioni dei due tribuni.
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Esaltanti erano alcune parole di Tiberio Gracco rivolte alla plebe e ai soldati
che non ricevevano il dovuto: Perfino le fiere hanno una tana e un ovile per
ripararsi, mentre coloro che hanno combattuto per l'Italia e sono andati
incontro alla morte, non hanno altro da godere che l'aria e la luce: non hanno
casa, e senza abitazione vanno errando con le loro donne e i figli.
I comandanti li ingannano quando, prima delle battaglie, li esortano a
combattere per i loro templi e i loro sepolcri, perché in tanta moltitudine
della plebe romana non v'è chi abbia un altare domestico o una tomba in cui
possano riposare le ceneri degli antenati.
Essi combattono e muoiono per difendere il lusso e le ricchezze altrui.
Sono chiamati i padroni del mondo, e non posseggono nemmeno una zolla di terra.
La nuova legge proposta da Caio Giulio prevedeva la distribuzione di terre, sia
per andare incontro alle esigenze dei più poveri proletari urbani sia per
consentire a Pompeo di tener fede alle promesse fane ai suoi veterani.
Con questa legge si ripartivano le terre di proprietà statale in Italia, l'ager
publicus, a esclusione delle fertili distese della Campania e dei demani di
Volterra sottoposti a particolari norme.
Poiché il territorio pubblico non era sufficiente, si prevedeva l'acquisto di
possedimenti privati a prezzi equi evitando espropriazioni forzate.
Il denaro necessario all'acquisto dei lotti lo si doveva reperire dalle
conquiste di Pompeo e dalle pubbliche rendite.
Ai beneficiati si faceva divieto di alienare le terre fino a quando non fossero
trascorsi vent'anni dall'assegnazione, e ciò per evitare possibili speculazioni.
Una commissione composta di venti persone aveva l'incarico di attuare la legge.
La commissione doveva attenersi scrupolosamente alle prescrizioni, non disponeva
di poteri speciali e la sua stessa ampiezza doveva essere una garanzia di
democraticità.
La precedente rogatio di Rullo prevedeva invece una commissione di dieci
componenti con vastissimi poteri decisionali.
Come ulteriore prova di obiettività, Cesare non volle entrare a far parte dei
venti .
Vi incluse tuttavia Marco Azio Balbo, suo cognato per aver sposato sua sorella
Giulia minore, e ovviamente gli stessi Pompeo e Crasso.
Nel presentare al Senato la Lex Iulia Agraria invitò calorosamente i padri
coscritti a studiarla con attenzione e serietà, poi concluse dicendo: ..
Sono pronto ad apportarvi le modifiche che voi suggerirete.
Il dibattito andò ben diversamente poiché la legge faceva paura di per sé agli
ottimati, con o senza emendamenti.
Le si oppose con violenza l'altro console, Bibulo, mentre i pa~res con meschini
espedienti ne ritardavano la discussione.
Quando alfine non fu più possibile rinviarne l'esame, Catone tornò alla sua
vecchia tattica dilatoria.
Ripeteva di continuo che nulla si doveva mutare nella costituzione della
repubblica e che le novità erano dannose.
Parlava da più ore ed era chiaro che la sua orazione aveva un unico scopo,
arrivare al termine della seduta senatoriale per impedire che si prendesse una
decisione.
Così aveva fatto quando, parlando per un'intera giornata, aveva sottratto il
trionfo a Cesare.
Ma ora il suo avversario era più forte, si tro~aVa al vertice dello Stato e
disponeva di ben altri poteri: quelli che la carica gli attribuiva e quelli che
si prendeva da se stesso. ];)ifatti Cesare al colmo dell'irritazione, pur
mantenendo una calma apparente, chiamò un accensuS, un usciere, e gli diede un
ordine: <.Arrestate Catone~.
L'oratore venne allontanatO dalla Curia e condotto in carcere.
Alcuni senatori, abbandonando rumorosamente l'aula, lo seguirono a testa alta.
Uscì anche Marco Petreio il quale, nel rispondere al console che lo rimproverava
di lasciare il Senato senza attendere la conclusione della seduta, disse:
Preferisco di~ddere il carcere con Catone anziché rimanere in quest'aula con
te~.
Cesare, sorpreso dal coraggio di Petreio e pentito di essersi lasciato
trascinare dall'ira, fece scarcerare all'istante il suo ostinato oppositore.
Ma congedando i senatori non rinunciò a pronunciare parole sferzanti e
minacciOse: Patres conscripti, vi avevo chiamato a giudici e arbitri assoluti di
questa legge per consentirvi, prima di presentarla al popolo, di modificarla
qualora non vi fosse piaciuta.
Voi non vi siete nemmeno degnati di darle uno sguardo, e quindi sarà soltanto il
popolo a decidere su di essa.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Convocò rapidamente l'Assemblea popolare.
Bibulo e Catone rinnovarono in questa sede le loro critiche nient'affatto
intimoriti dalle urla e dagli schiamazzi della plebe.
Bibulo pensava di poter bloccare il cammino della riforma opponendole il veto,
ma si ingannava.
La pressione popolare era insostenibile.
Ci furono incidenti a ripetizione.
Catone, che aveva cominciat a vomitare ingiurie contro Cesare, fu assalito e
malmenato~ mentre Bibulo inseguito dalla folla dovette rifugiarsi nel tempio di
Giove Statore.
Cesare chiamò davanti all'Assemblea popolare Pompeo e Crasso i quali difesero
pubblicamente la rogatio che, com'era naturale, avevano apprOntato da triumviri
insieme con il console.
Sui Rostri, Cesare aveva alla sua destra il grande generale e alla sinistra il
dives.
Erano osannati da un'immensa folla ondeggiante, in preda a profonda agitazione.
Il console chiese a gran voce a Pompeo: Approvi tu questa legge? ~>.
Il generale di rimando, orgoglioso di essere nuovamente acclamato come un eroe,
esclamò: Sì, l'approvo~. Se qualcuno userà la forza per impedirne il passaggio,
scenderai in campo dalla parte del popolo? chiese ancora il console.
E Pompeo: Certamente, lo farò.
A chi minaccerà con la spada, opporrò spada e scudo ~>.
Le strade di Roma già brulicavano dei suoi veterani pronti a riprendere le armi.
Amaro è il commento di Plutarco: Mai Pompeo aveva detto o fatto in tutta la sua
vita, fino a quel giorno, cosa tanto odiosa~.
E ciò avveniva perché ormai il grande generale era interamente succube della
volontà sovvertitrice del giovane console.
La plebe a Roma era ancora padrona della piazza.
Bibul~ riprese tuttavia coraggio e, lasciato il tempio di Giove Statore dove si
era rifugiato, corse verso il tempio di Castore e Polluce con l'idea di
interporre il veto alla legge.
Egli stava osservando il cielo, diceva, e lo vedeva carico di nubi per una
pioggia imminente.
Ciò bastava per bloccare una legge poiché una disposizione religiosa prescriveva
che mentre Giove vibra la folgore e lascia cadere la pioggia, non è permesso
trattare di affari con il popolo .
I consoli, i pretori, i tribuni potevano opporre l'intercessio dopo aver letto
nel gran libro celeste.
Se poi piovesse realmente o no era cosa del tutto trascurabile.
Cesare, benché pontefice massimo, non si lasciò fermare da quegli ostacoli
d'ordine religioso e diede egualmente l'avvio alle votazioni.
La plebe stringeva da presso Bibulo il quale andava gridando: Per quest'anno,
almeno fino a quando io sarò console, non avrete la riforma.
No, non l'avrete~.
Ma subì nuove aggressioni, ancora più cruente e umilianti.
Alcuni scalmanati bastonarono i suoi littori riducendo in pezzi i fasci; altri
giovinastri ~ ettarono in pieno volto un canestro di escrementi umani.
Quest'ultimo assaltc della folla lo mise definitivamente in fuga e segnò la
vittoria di Cesare, l'indomani confermata dal voto favorevole delle tribù.
Al testo della legge vi era stato aggiunto un codicillo col quale si imponeva ai
senatori, pena la squalifica e l'esilio, un giuramento di obbedienza nei
confronti della riforma.
Tutti piegarono la testa, perfino l'irremovibile Catone su consiglio suadente e
interessato di Cicerone. Catone forse non ha bisogno di Roma"> gli diceva il
Cicer, ma Roma ha certamente bisogno di Catone"> non si poteva rischiare di
essere banditi dall'Urbe proprio nel momento in cui essa era in balìa di quanti
ne tramavano la rovina.
Tutta la plebe seguiva il triumvirato.
Cesare era in esso il personaggio più affascinante sebbene molti, compreso
Cicerone, fossero convinti che Pompeo ne decidesse le linee d'azione.
Ora più che mai, parte dell'aristocrazia era schierata con Pompeo e i cavalieri,
mentre affaristi e capitalisti erano con il dives Crasso.
Bibulo, sconfitto da Cesare, si sentì tradito dal suo partito e dalla codardia
dei senatori.
Il triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso aveva funzionato ottimamente mostrando
vitalità e pericolosità tanto sconfinate che i romani cominciarono a capire di
vivere sotto una nuova tirannide.
Fu allora che Bibulo si chiuse in casa senza più uscirne per i rimanenti otto
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
mesi del suo consolato. Da quel momento Cesare, nota Svetonio, governò lo
Stato da solo e secondo il proprio arbitrio. ~ Di fatto c'era un console unico
al vertice della repubblica.
Alcuni begli spiriti appartenenti all'antica nobiltà repubblicana, un giorno
fecero trovare affisso nel Foro un documento che recava a mo' di firma non già i
nomi dei due consoli Cesare e Bibulo, bensì quelli di Giulio e di Cesare per
ironizzare sul dispotismo cesariano.
Anche il popolo faceva del sarcasmo sulla situazione e circolarono due versetti
così concepiti: Nulla accade sotto Bibulo~ ma tutto sotto Cesare succede~ / non
riesco a vedere proprio nulla che sia fatto sotto Bibulo.
Bibulo stesso, dal suo ritiro, vergava libelli ingiuriosi contro il più abile
collega ed emetteva proclami che però sbiadivano senza effetto sui muri della
città.
Fu proprio lui a coniare in quei mesi il ricordato insulto col quale accusava
Caio Giulio di pratiche omosessuali cui si era abbandonato venti anni prima in
Asia alla corte di Nicomede.
Un insulto che diceva: Cesare, cioè la regina di Bitinia, una volta aveva voluto
un re, ora vuole un regno~.
Già di larvata monarchia si poteva parlare in un consolato in cui il solo a
comandare era Cesare avendo platealmente esautorato il più debole collega di
governo.
L'opposizione di Bibulo si esauriva in una sterile esercitazione verbale e
verbosa, per quanto Cicerone se ne mostrasse entusiasta nelle sue lettere ad
Attico.
Paragonava il console sconfitto a un nuovo Archiloco, ritenendolo come lui
mordace.
Affermava che Bibulo, grazie ai suoi editti, era arrivato all'apice della gloria
per una strada insolita, poiché oggi nulla è più popolare quanto odiare i
popolari ~>.
Gli editti di Bibulo erano inefficaci, ma Cicerone gioiva solo a vedere che
piacevano alla gente.
Scrive: Sono affissi dovunque e la folla s'addensa a tal punto da arrestare la
circolazione.
Curiosità vana, la gente guardava e passava oltre.
Chi rinunciò del tutto alla vita politica fu il generale Lucio Lucullo che
appoggiava Bibulo e Catone.
Era accorso in loro aiuto ai comizi elettorali, ma Cesare lo affrontò duramente
rivolgendogli gravi minacce e non meno gravi accuse di concussione.
Il generale si gettò ai suoi piedi implorando perdono e giurando che si sarebbe
ritirato a vita privata.
Cosa che fece dedicandosi nelle sue magnifiche ville a un'esistenza punteggiata
di pranzi fastosi com'era costume degli arricchiti, senza più seguire gli
avvenimenti di Roma fino a quando non uscì di senno sotto l'azione di droghe e
filtri d'amore che un liberto gli somministrava.
Ormai padrone del campo, Cesare diede mano a una seconda legge agraria che
danneggiava la nobiltà ben più profondamente di quella appena approvata.
Essa sanciva la distribuzione ai plebei dell'agro campano, quel territorio
fertilissimo che, per non ferire troppo violentemente il Senato, era stato
escluso dalla precedente riforma e che comprendeva buona parte della Campania.
La terra veniva distribuita ai diseredati e ai poveri, ai padri che avessero tre
o più figli, i proletarii.
In pochi giorni si presentarono ben ventimila capi famiglia indigenti che si
trovavano nelle richieste condizioni.
L'ager Campanus, mediante antiche e nuove usurpazioni, era nelle mani dei ricchi
senatori e pertanto Cesare, con la nuova legge, colpiva al cuore gli
aristocratici privandoli della loro maggiore fonte di guadagno e di potenza.
Circa centomila persone popolarono quelle terre alleggerendo Roma dei più
sediziosi nullatenenti.
Capua, che da oltre centocinquant'anni era stata privata della propria autonomia
amministrativa per aver fiancheggiato Annibale, poté nuovamente costituirsi in
città.
Divenne una fiorente colonia romana, colonia Iulia Feltx, risalendo dalla
condizione di semplice magazzino dell'Urbe in cui era caduta, secondo
un'espressione dell'arpinate.
Si levò ancora una volta a protestare Catone, ma per breve tempo poiché Cesare
lo fece di nuovo trascinare in prigione strappandolo a viva forza dalla tribuna
del Senato.
Mentre tra le guardie percorreva la strada che lo conduceva al carcere, Catone
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
continuava a inveire contro i suoi persecutori.
Molta gente si mostrava sensibile alle sue parole, ed era quella, dice Plutarco,
la parte migliore del popolo.
Tuttavia, era gente che taceva e non muoveva un dito per scongiurare la
paventata caduta della repubblica.
Lo stesso Cicerone non aveva difficoltà a riconoscerlo: Perché tentare di
illuderci? Roma è perduta e ogni cosa peggiora.
Tota periit.
Dove andremo a finire? .
xv
Cesare diede in sposa a Pompeo la sua unica figlia Giulia,
per suggellare mediante un legame matrimoniale l'alleanza con un così autorevole
collega del triumvirato.
Da tempo questo tipo di affari apparteneva al costume romano, e spesso avveniva
che un matrimonio precedesse, anziché seguire, una unione politica.
Il console si mostrò incurante del fatto che la ragazza fosse appena
diciassettenne e che il marito avesse trent'anni più di lei.
Giulia, che Cesare aveva avuto da Cornelia, era già fidanzata con l'eccellente
Servilio Cepione, ma ciò non costituì un ostacolo ai progetti del padre tanto
più che al giovane fu promessa in cambio la figlia di Pompeo, la quale a sua
volta avrebbe dovuto rompere il fidanzamento con Fausto figlio di Silla.
Cesare stesso, che tre anni prima aveva ripudiato Pompea per non essersi
dimostrata al di sopra di ogni sospetto, convolò a nuove nozze unendosi, sempre
per ragioni politiche, con la giovane e affascinante Calpurnia, figlia di
Calpurnio Pisone Cesonio.
Era il suo quarto matrimonio, e sarà l'ultimo.
L'anno successivo, secondo i piani, al consolato salì proprio Pisone che si
prodigò per far ottenere al genero importanti comandi militari.
Cosa assolutamente necessaria a Cesare perché, al termine del consolato, non Si
ritrovasse privo di poteri, nel momento in cui i suoi atti di governo potevano
essere impugnati dagli avversari come ant ~ titll7i~n~li Catone levò una fiera
protesta definendo intollerabile il sistema di prostituirsi l'un l'altro il
potere a prezzo di matrimoni e di procurarsi scambievolmente incarichi, province
ed eserciti per mezzo di donne.
Ma nemmeno Catone era immune da colpe in questo campo.
Egli stesso per ragioni politiche aveva dato sua figlia Porcia in sposa a Bibulo
ed era arrivato addirittura a prestare sua moglie Marcia a Quinto Ortensio.
Nei suoi libelli intitolati gli Anticatones, Cesare se ne scandalizza, e
Plutarco invece definisce questi fatti di difficile spiegazione quanto
l'intreccio di un dramma.
Quinto Ortensio, celebre oratore e spirito bizzarro, era un grande estimatore di
Catone, tanto che un giorno gli chiese in moglie la figlia Porcia, che pure era
già sposata a Bibulo, desiderando anch'egli ~. seminare ~ nel generoso terreno
di Porcia.
Fece uno strano discorso a Catone.
Se più uomini degni, disse, hanno discendenti comuni, le loro virtù si
moltiplicano.
E se Bibulo era ancora affezionato alla moglie, egli gliel'avrebbe restituita
non appena Porcia gli avesse dato un figlio.
Catone nicchiò e allora Ortensio rivelò le sue vere intenzioni: voleva sua
moglie Marcia, per la stessa esigenza di moltiplicare le loro virtù.
Non si sa bene come l'irreprensibile Catone, che aveva rifiutato di dare in
prestito al <.degno>) Ortensio la figlia Porcia, gli concedesse invece la moglie
Marcia che in quei giorni aveva messo incinta per la quarta volta.
Durante il suo consolato del 59 Cesare esplicò un'attività frenetica dormendo
poche ore per notte, accantonando perfino il suo interesse per le belle matrone
romane che figuravano tuttavia fra i suoi più accesi sostenitori.
Dovette continuare a rivolgersi alle Assemblee popolari per far votare le sue
leggi ostacolate dal Senato.
Fece ratificare gli atti proconsolari di Pompeo in Oriente; gratificò Crasso, e
se stesso perché cointeressato negli affari del dives, riducendo di un terzo le
somme che gli appaltatori delle imposte dovevano versare all'erario; affrontò la
questione dell'Egitto dichiarando Tolomeo Aulete amico e alleato di Roma e
intascando, insieme a Pompeo, i seimila talenti che il re egizianO offriva per
ottenere questa sistemazione contrastata dai patres.
Accordò privilegi ai municipi e si mostrò longanime con le province, ponendo un
freno ai latrocini dei governatori.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
La legge in proposito ottenne perfino l'appoggio di Catone, di Cicerone e del
Senato, oltre che della plebe.
Elargì favori a chiunque potesse essergli utile.
Offriva denaro, cene e benefici.
Era quello l'.. indoramento dei seguaci, l'inauratura dai risultati sicuri.
E, scrive Svetonio, se c'era qualcuno che osasse opporglisi, sapeva ben farlo
desistere col terrore.
La sorte subita da Lucullo ne era un chiaro esempio.
Agli occhi dei nemici di Cesare la situazione si era fatta insostenibile.
Cesare, più che come un console, si comportava da monarca.
Cicerone se ne lamentava nelle sue lettere ad Attico e parlava esplicitamente di
regnum: Ora viviamo proprio nella tirannia di un regno, ed è una tirannia
insopportabile.
Non voglio più occuparmi di politica .
L'arpinate tremava di paura per la sua sicurezza.
Dice ad Attico: Ti scriverò in modo velato, e tu mi capirai.
Nelle nostre lettere io mi chiamerò Lelio e tu Furio.
Scriverò per enigmi.
Mehercule, non vi fu mai nulla di più vile, turpe e odioso per gente di ogni
classe e ogni età rispetto ai tempi che viviamo.
Tutto è perduto .
Cesare, incurante delle vociferazioni e del malcontento, pensava solo e
perennemente al futuro, a consolidare il suo potere.
Indusse perciò un tribuno della plebe, Publio Vatinio, a proporre una legge
plebiscitaria che gli assegnasse il governatorato della Gallia cisalpina e
dell'Illiria, con tre legioni stanziate ad Aquileia, non appena fosse uscito dal
consolato.
La proposta, che veniva presentata all'Assemblea popolare, contrastava di netto
con una precedente decisione riduttiva e sommamente ridicola presa dai patres
per umiliarlo.
I senatori avevano escogitato il trucco di dichlarare province proconsolari due
miserablll reglom al sud d'Italia, Silvae Callesque, Boschi e Sentieri, e gliele
avevano attribuite come proconsolato.
Con la legge di Vatinio, che passò trionfalmente, si bloccò la manovra degli
ottimati.
E Cesare ebbe inoltre sia la facoltà di nominare a piacimento i propri legati
sia il potere di fondare una colonia di cinquemila cittadini ai piedi delle Alpi
cui si diede il nome di Novum Comum (Como).
Pompeo fu particolarmente lieto della nuova colonia avendo suo padre Strabone
già ripopolato quel luogo, e peraltro la cosa riaccendeva in tutti i transpadani
la speranza di ottenere la cittadinanza romana, il che avvenne in seguito
proprio per iniziativa dello stesso Cesare.
Fra i cinquemila coloni stanziati in Como figuravano anche cinquecento greci.
L'aspetto più rilevante della Lex Vatinia de provincia Caesaris, già di per sé
sovvertitrice, era costituito dal fatto che il comando sarebbe durato cinque
anni invece di uno solo come imponevano le norme.
Il potere del proconsole si estese ulteriormente essendo venuto a mancare
Metello Celere che aveva ottenuto la Gallia transalpina.
Gli fu affidata anche questa terza provincia con l'aggiunta di una quarta
legione, e stavolta per volere del Senato che intendeva evitare di trovarsi
ancora davanti a un plebiscito dal quale sarebbe uscito perdente.
Svetonio commenta che Cesare, gonfio d'orgoglio, non seppe contenersi.
In piena Curia si vantò di aver ottenuto ciò che desiderava nonostante
l'opposizione e le lacrime dei suoi nemici, e aggiunse: Da questo momento in
poi potrò camminare da padrone sulle vostre teste .
Un senatore, richiamandosi alla vecchia accusa di omosessualità, disse, per
denigrarlo, che la cosa non sarebbe stata facile a una donna.
E Cesare, con un placido sorriso sulle labbra,
rispose: In Siria regnò Semiramide e le Amazzoni dominarono gran parte
dell'Asia.
Dione Cassio non crede che Cesare abbia potuto dire di essere pronto a camminare
~ lle teste dei senatori.
Era una frase più gratuita che impudente: .Sempre in grado di controllare le sue
reazioni egli non avrebbe mai offeso qualcuno a vuoto~>.
Il console, ognora guardando al futuro, mise in atto un piano per far eleggere
un suo uomo alla carica di tribuno così come mediante nozze politiche s'era
garantito un successore amico nella persona di Calpurnio Pisone Cesonio, di cui
aveva impalmato la figlia.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Per il tribunato la scelta cadde sul tristemente noto Publio Clodio il bello
che appena due anni prima aveva compromesso la reputazione di Pompea penetrando
travestito da donna nei suoi appartamenti.
Clodio aveva scandalizzato tutta Roma, ma Cesare lo aveva egualmente difeso,
nascostamente, e con lungimiranza poiché pensava che un giorno gli sarebbe
servito.
E quel giorno arrivò.
Clodio apparteneva al patriziato discendendo dai Claudi, ma in realtà era un
accanito avversario degli ottimati.
La sua aspirazione era di diventare tribuno della plebe, dignità cui non poteva
ascendere essendo patrizio.
C'era un modo per aggirare l'ostacolo: diventare plebeo.
La traductio ad plebem era possibile mediante una richiesta di adozione da parte
di una famiglia plebea.
Fu un giovanissimo plebeo, Publio Fonteio, a richiedere l'adozione di Clodio Non
fu difficile a Clodio trovare chi fosse disposto tra i ple bei ad adottarlo.
Difatti la scelta era caduta su Publio Fonteio per il semplice fatto che i due
erano notoriamente legati da vincoli omosessuali.
Fonteio era appena ventenne, e quindi il figlio che adottava aveva diciotto
anni più di lui.
A Clodio non mancava che l'assenso di Cesare il quale, nella veste di pontefice
massimo, doveva esaminare la questione.
Il console temporeggiava.
Voleva sì servirsi del giovane, ma ne temeva la violenza e lo spirito di
vendetta.
Divenuto plebeo e investito dell'autorità tribunizia, uno dei primi bersagli di
Clodio sarebbe stato Cicerone che gli aveva sgretolato l'alibi nel famoso
processo di sacrilegio.
Cesare, che ancora cercava di ~uadagnare a sé il Cicer, tardava a emettere il
parere sulla richiesta di adozione.
Ma Cicerone fece un passo falso.
Proprio in quei giorni, parlando in un processo per concussione contro Caio
Antonio Ibrida, lungi dal limitarsi a difendere l'imputato, rivolse nella foga
oratoria pesanti accuse all'indirizzo di Cesare.
Il console non mancò all'istante di ripagarlo rompendo ogni indugio e approvando
la traductio ad plebem di Clodio.
Il neoplebeo saliva al tribunato mentre Caio Giulio esauriva l'anno di consolato
e si accingeva a partire per le Gallie.
L'opera del nuovo tribuno gli fu sommamente utile in quanto gli sbarazzò la
scena politica romana di due pericolosi avversari quali erano Catone e lo stesso
arpinate.
Questi erano i capi dell'opposizione senatoria.
Bisognava a ogni costo separarli e renderli innocui.
Catone fu allontanato dall'Urbe con un pretesto.
Gli fu infatti assegnata una missione all'estero: egli doveva recarsi nella
ricchissima Cipro per detronizzare il re Tolomeo, fratello dell'Aulete, e
ridurre l'isola nella condizione di provincia.
Il tribuno mandò a chiamare il suo nemico e con fare mellifluo gli disse che si
fidava solo di lui, uomo onesto, nell'impresa di Cipro cui erano connesse
rilevanti operazioni finanziarie.
Catone gli rispose che aveva capito tutto: l'offerta della missione in terra
lontana nascondeva un tranello per scacciarlo da Roma, era una beffa, non un
favore né un riconoscimento delle sue capacità.
L'ottimate aveva alzato la voce nel fare le sue rimostranze, ma Clodio, urlando
più di lui, gli disse: Se non accetti la missione come un favore, dovrai
subirla come una punizione .
Detto questo, sottopose al popolo la relativa legge e Catone, senza alcun
seguito e privo di protezione, dovette imbarcarsi alla volta di Cipro dove
rimase per più di due anni e dove poté solo godere per qualche tempo della
compagnia del nipote giovinetto Marco Giunio Bruto.
Poi, per allontanare Cicerone, l'irrequieto tribuno propose una legge con la
quale si condannava all'esilio, alla
famosa pena dell'interdictio aquae et ignis, chiunque causasse o avesse causato
la morte di un cittadino romano negandogli la possibilità di difendersi.
La legge non faceva nomi e tanto meno si riferiva apertamente a Cicerone, ma il
reale bersaglio era proprio lui.
Si intendeva colpirlo rifacendosi alla sua condotta di cinque anni prima quando,
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investito dell'autorità consolare~, aveva voluto l'esecuzione dei seguaci di
Catilina senza istruire un regolare processo.
Il Cicer credeva di essere ancora forte e di poter contrastare i piani di
Clodio: Se egli mi chiamerà in giudizio ", scriveva al fratello Quinto, .<tutta
l'Italia si leverà come un sol uomo in mia difesa e io ne uscirò con
moltiplicata gloria .
L'arpinate s'illudeva che la popolarità dei triumviri fosse già in declino.
Esagerava nel valutare la portata e il significato di alcuni episodi in cui
Cesare e Pompeo non avevano riscosso il consueto entusiasmo cui erano abituati.
Si beava nel raccogliere e diffondere le battute corrosive che circolavano sul
conto di Cneo.
E scriveva: ..Quanto odio suscita Pompeo, il cui soprannome di Magno invecchia
già come quello di Ricco, di Dives, dato a Crasso.
Non c'è più nessuno che sopporti l'attuale penosa situazione con la mia stessa
pazienza ~.
Talvolta ai giochi gladiatorii avveniva che si levassero fischi all'indirizzo
dei triumviri, e Cicerone era pronto a commentare: ..
I nostri demagoghi, questi democratici dei triumviri, hanno costretto ormai
anche gli uomini più schivi a imparare l'arte del fischio ".
'` Un giorno, ai giochi Apollinari, l'attore tragico Difilo . alluse a Pompeo
gridando: ..Con la nostra miseria ti sei fatto Magno , nostra miseria tu es
Magnus.
Ci fu un profluvio di applausi, e Cicerone osserva compiaciuto che Difilo
~- dovette ripetere quel verso un migliaio di volte.
Mentre ancora il pubblico applaudiva entrò nel teatro Cesare.
Come per incanto, tutti smisero di battere le mani e sul teatro cadde un
silenzio glaciale.
Alcuni minuti Pi~ tardi scoPPiO invece un nuovo lunghissimo applauso quando
apparve sugli spalti un giovane ottimate, Scribonio Curione, che sarà poi
sospettato di voler uccidere Pompeo.
Sembrava di essere tornati, nota Cicerone, ai tempi in cui si soleva
entusiasticamente applaudire ai grandi personaggi quando ancora esisteva una
repubblica.
E aggiunge: ..Cesare andò su tutte le furie.
Ora i demagoghi sono diventati di colpo nemici dei cavalieri, poiché questi
hanno osato alzarsi in piedi ad applaudire Curione.
Minacciano di abrogare la legge Roscia [che riguardava i posti a teatro
riservati agli equites] e la stessa legge frumentaria.
XVI

La situazione .-è orribilmente tesa~, scrive Cicerone addossandone la


responsabilità ai .. crudeli re , cioè ai triumviri.
Sperava in una loro imminente crisi, ma i tre personaggi erano bene in sella, a
parte alcuni episodi di impopolarità forse orchestrati dagli avversari.
Anzi il corso degli eventi prese una piega nettamente sfavorevole all'arpinate
che dovette lasciare Roma e rifugiarsi a Thessalonica (Salonicco).
Cicerone fece di tutto per contrastare la legge preparata da Clodio ed evitare
l'esilio, arrivando a chiedere aiuto agli stessi triumviri.
Ma inutilmente.
Pompeo, che si trovava nella sua villa di Albano, non volle nemmeno riceverlo
sebbene l'oratore battesse di persona alla sua porta.
Il Cicer ormai supplicava anche il popolo.
Per muoverlo a pietà si era vestito a lutto lasciandosi crescere la barba e i
capelli.
Molti giovani in segno di solidarietà vestivano mestamente come lui e lo
seguivano in silenzio nel Foro e fin sulla soglia della Curia.
Clodio non gli dava tregua.
Aveva assoldato una turba di facinorosi che sbeffeggiavano i ciceroniani e
spesso li malmenavano.
Disperato e impaurito, Cicerone si rivolse alla stessa Clodia, sorella del
terribile tribuno.
Clodia era la Lesbia di Catullo, e l'arpinate la chiamava con un termine greco
boopis per glorificare la bellezza dei suoi grandi occhi.
Tempestava di lettere l'amico Attico, implorandolo di tornare subito a Roma e
dirgli che cosa fare contro il .. nostro bel giovane , il Pulchellus che lo
teneva in ansia.
<.
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Se mi vuoi bene, Attico, vieni.
Se dormi, svegliati; se stai per muoverti, corri; se corri, vola. ~

Clodio si faceva forte dei nuovi consoli e degli stessi triumviri, benché questi
mostrassero pubblicamente di non appoggiare le sue azioni terroristiche.
Ma ora bisognava prendere una decisione sulla sua legge contro le esecuzioni
decretate senza processo.
Il giovane e vendicativo tribuno convocò l'Assemblea del popolo alle porte di
Roma dove Caio Giulio, in veste di proconsole, era trattenuto dal comando
militare che gli vietava l'ingresso nell'Urbe in preparazione della partenza per
la Gallia.
L'assemblea si svolse nel Circo Flaminio.
Cesare, pur confermando quanto aveva detto cinque anni prima nell'opporsi al
procedimento sommario voluto da Cicerone e che aveva portato alla morte dei
catilinari, non mancò di disapprovare la legge in quella parte che puniva fatti
appartenenti al passato.
A Clodio questo bastava.
A lui interessava che il proconsole ribadisse la condanna della illegalità
commessa da Cicerone contro i congiurati di Catilina.
Ma ebbe anche di più perché la legge fu approvata nella sua interezza.
L'oratore non aveva più vie d'uscita, e fu cosa completamente vana che anche
molti senatori si vestissero a lutto per dimostrargli la loro solidarietà.
Sfiduciato, egli decise di partire volontariamente per l'esilio, ancor prima che
venisse ufficialmente decretata la sua sorte.
Nel lasciare la città ascese al Campidoglio dove depose in onore di Minerva
un'immagine della dea fino a quel momento custodita e venerata nella sua
abitazione.
Il simulacro recava la scritta: A Minerva guardiana di Roma~, custodi Romae
Minervae.
L'atto di devozione gli servì poco.
Clodio, saputo che l'oratore aveva abbandonato l'Urbe, ordinò alla sua marmaglia
di saccheggiargli la casa sul Palatino e la villa di Tuscolo.
Subito dopo lo fece bandire con un decreto del PoPolo cui a~iunse un editto in
forza del quale nessuno, entro cinquanta miglia dall'Italia, poteva prestargli
assistenza: gli si negava cioè ogni forma di riparo, l'acqua e il fuoco.
L'esilio di Cicerone si prolungò per poco meno di un anno e mezzo.
SPirava il consolato del 59 quando riapparve sulla scena la bieca figura di
Lucio Vezio che quattro anni prima aveva accusato Caio Giulio di complicità
nella congiura di Catilina.
Ora, a detta di Svetonio, Vezio si presentava in un ruolo dlverso, come
partigiano e agente segreto cesariano.
Durante un'Assemblea popolare, in una grigia giornata d'autunno, venne sorpreso
nel Foro con indosso un pugnale.
Condotto in giudizio davanti al Senato disse che si apprestava ad assassinare
Pompeo su istigazione di alcuni giovani ottimati, organizzatori di una congiura,
e fece i nomi di Scribonio Curione, il loro capo; di Marco Giunio Bruto, figlio
di Servilia amante di Cesare; e di Lucio Emilio Paolo, che già si era scagliato
contro il Magno.
Aggiunse che ll pugnale gli era stato fornito da Caio Settimio, scrtba del
console Bibulo.
A queste parole <. tutti si misero a ridere ~" scrive Cicerone, perché parve
assurdo che l'attentatore non potesse procurarsi da solo un pugnale e dovesse
riceverlo dal console.
Inoltre accusare Bibulo non aveva senso perché, qualche giorno prima, era stato
proprio lui a mettere sull'avviso Pompeo.
Per quanto riguardava poi l'asserita partecipazione di Lucio Emilio Paolo,
bastava osservare, per far cadere l'accusa, che Paolo in quel periodo si trovava
in Macedoma con l'incarico di questore.
In Senato il giovane Curione, chiamato a deporre, si difese brillantemente
dimostrando l'infondatezza di tutte le accuse del perfido agente il quale fu
condotto in prigione se non altro perché trovato m possesso di un'arma.
Cesare volle che Vezio parlasse davanti al popolo.
Dall'alto dei Rostri il provocatore modificò la versione del giorno prima.
Non ripeté il nome di Bruto, e ciò fece pen nostro bel gio <~ Se mi vuoi bel per
muoverti, c
Clodio si fac, triumviri, bencì non appoggiare gnava prendere I cuzioni
decretate tribuno convocò ma dove Caio Gi dal comando mil in preparazione d si
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
svolse nel Cir( quanto aveva dett cedimento somma tato alla morte dei legge in
quella par1 to.
A Clodio quest console ribadisse la Cicerone contro i c più perché la legge
L'oratore non av, tamente vana che al per dimostrargli la I di partire
volontarial nisse ufficialmente c città ascese al Camp nerva un'immagine ~ dita
e venerata nella; scritta: A Minerva Minervae.
L'atto di de~ che l'oratore aveva a marmaglia di saccheg di Tuscolo.
Subito dol: popolo cui aggiunse u.
142 C~lat i beccato durante la notte,eVan mformato su tutto, e si serviva di un
codice cifrato
sare che ll Consolef a i ali quelli di Lucio Lucullo e dilui pazlentemente
formulato per inviare e rice ne aggiunse altr 'barb q A C~icerone riservò un
aCCenn(gi inComprensibili a chi non fosse della cio do di un consolare, oratore
abilissim~he assoldare maZzieri in ,~rado di f diretto parlanl paIatino A
sentire ~lezio, il consolarcce degli avversari che aggredivanO in o i d e zadi
reclutare unapersonadis~li seguaCi Gli rendeVanO la i diffi aveva espresS I eslg
nl repubblica da una tirannia mdeva d'ammo, anzi riusciva a chiudere i conti in
tti
cidere per salvare a ~uando si concluse il suo consolato, i nuovi pretori Caio

c nei sotterranei del Tullianum. fu trtnmio e Lucio Dmizio Enobarb li f


~lezio, rlspedlt rivo divita Avvelenato? Edaclo, come era preVedibile.
Essi proposero al S t di qualche giorno dPhPe ebber mai riSpOsta, comre un
inchiesta sostenendo l'incostituzionalità dei suoi
s nascondesse Veramente dietro Soprattutto per non aver mai i

si è mai SaputO I Foro con un pugnale e dichiara di mentre Bibulo proclamava di


osservare il i I enta ne 11 a ancor plù i inficiare m qualche modo l'attività
dell'irrefrenabile
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Gl storicihannoviaviaavanzatocontraceva riforme che SCuot meVa Roma- I d


Plutarco l'ordine di uccidere Ve~rvatorismO senatoriale.
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cOngetture.
Secon f d to da PompeO- SVetom;e non meno pesanti: aveva dissipato i fondi
pubblici

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calunniatore per fargli dlreame dorato~ aveva nell~ann d I Giulio aveva a t Ii
aveva armat la mano, e clò Fotere assOluto cui aspirava fin dai tem i i gruppo
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appell d i 1 ,eSecutOre materl ;i Vigenti che vietavano di perseguire un
cittadino as parte di neSsuno . .n Cui si svolgevan le lotte pO~a Roma al
serviziO della repubblica ne bloccò l'ini
~ra queStlil Cll bblica 11 cOnSolato di Cesare - Il prOCOnsole era infatti alle
porte dell'Urb tramonto del a r P anche se la popolarità dell'uo~P pOteva
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
vedere~ in procinto di raggiungere 1 G lli mente CntraStat' d- Cicerone era
sempre alta- ~e SCriVe che vi si trovava cum magnO exercitu I 1; SpettO delle
llluslm I . iOne e sapeVa contene~to da lui capeggiato in quel momento era di
modeste
lio aveva in P g om lotti OSCuri e le pubbliche ~ini, formatO da veterani e
volonta i renti aVverse~ I Cs P a Scegliere i suoi agenti seg g qu e a e sul
Rodano.
G ~un~.
IL SEGNO Dl MARTE Il nuovo mondo Il proconsole Caio Cesare sostò per più di due
mesi alle porte di Roma, protetto dall'imperium, il potere che lo metteva al
sicuro da qualsiasi incriminazione. Impiegò tutto quel tempo a difendersi dalle
accuse e a tessere una rete di relazioni che gli consentisse di raggiungere la
provincia con una certa tranquillità.
Cercava insomma di guardarsi le spalle.
I suoi avversari non avrebbero lasciato nulla di intentato pur di colpirlo e di
ferirlo nel prestigio.
Al vertice della repubblica figuravano due consoli, otto pretori e dieci tribuni
della plebe.
I consoli gli erano favorevoli, anche perché dovevano in gran parte a lui
l'elezione, il suocero Calpurnio Pisone e il pompeiano Aulo Gabinio.
Fra i pretori gli erano apertamente ostili Memmio e Domizio.
Amico gli era il tribuno Clodio e nemico un altro tribuno, Antistio.
Doveva assolutamente mantenere legati a sé tutti gli altri e convincere gli
incerti.
Fu prodigo di doni e di promesse.
Lo sarà sempre, scrive Svetonio, per rendere possibile l'elezione di magistrati
suoi partigiani e impedire l'ascesa dei candidati che non si impegnavano a
sostenerlo durante le sue lunghe assenze da Roma.
Pretendeva dagli alleati giuramenti e impegni scritti.
Cesare si attardava ancora a poche miglia dall'Urbe quando gli arrivò la notizia
che il popolo nordico degli elvezi, premuto dai germani, stava per invadere la
provincia narbonese al fine di raggiu~gere e occupare le fertili regioni
galliche della costa oceanica.
Era il marzo del 58.
Bisognava muoversi subito.
A quarantadue anni, indossato il purpureo manto proconsolare e accompagnato dai
littori
con i fasci, partiva per le Gallie.
Era elegante e raffinato anche nell'abbigliamento militare.
Smaglianti erano i suoi mantelli e preziose le armature per rendere omaggio
all'irrinunciabile gusto estetico che lo animava e per farsi meglio riconoscere
dai suoi soldati.
L'eleganza era un vessillo e un messaggio di potere.
Anche alle sue truppe imponeva armature cesellate, dorate e argentate, perché in
battaglia le difendessero con maggiore accanimento.
Non lo attendeva una guerra di conquista, ma soltanto un'azione difensiva, come
appariva dalle prime avvisaglie.
Certamente però egli era pronto a ogni sviluppo.
Nonostante l'ostruzionismo degli avversari poteva disporre di tutto il
necessario: uomini, denaro, armi, cavalli, muli, vestimenti.
Partiva con l'idea di aver ottenuto un potere straordinario che lo distanziava
dai suoi stessi alleati Pompeo e Crasso, oltre che dal Senato e dagli altri
magistrati romani.
In particolare gli eventi gli avevano conferito un ruolo imprevisto.
Egli non era soltanto il proconsole che lasciava l'Urbe per prendere possesso
della provincia, ma il generale che si accingeva a difendere con le armi i
confini dei possedimenti romani.
Il popolo celtico degli elvezi - stanziato fra il lago di Costanza, il Rodano e
la catena del Giura - si preparava da più di due anni alla trasmigrazione deciso
a uscire dalle aspre montagne e dalle mortali paludi delle regioni native alla
ricerca di terre allietate dal sole.
Durante la preparazione dell'esodo gli elvezi persero in un complotto il loro
capo e ispirat6re, il nobile Orgetorige, ma non rinunciarono alla colossale
impresa.
Si era messo in marcia un popolo intero.
Gli elvezi, prima di muoversi, diedero alle fiamme le città e i villaggi, dove
avevano abitato, per non lasciar nulla ai germani e per impedire a se stessi di
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
essere presi dalla tentazione di tornare indietro.
L'orda si rifornì di farina per tre mesi e si pose in cammino su innumerevoli
carri carichi di masserizie.
Trasmigravano in più di trecentosessantamila tra uomini, donne e bambini.
Novantamila erano abili alle armi, più che sufficienti a mettere in agitazione
Roma, i cui cittadini si appassionarono immediatamente alla vicenda seguendola
con curiosità mista a timore.
Più che di un'invasione si poteva parlare di un passaggio che gli elvezi
pretendevano di attuare attraverso la provincia narbonese per raggiungere le
terre della costa oceanica.
Ma Cesare, che si rendeva conto della pericolosità della gigantesca
trasmigrazione, fu d'un balzo sul Rodano, pronto a impedire la violazione del
suo territorio.
In solo otto giorni, a marce forzate, fu a Genava (Ginevra) dove gli elvezi
intendevano attraversare un ponte di pietra sul fiume.
Il viaggio poté essere così rapido poiché Cesare aveva già pensato di istituire
lungo il percorso che collegava l'Urbe alla provincia romana una serie di
stazioni per il cambio dei cavalli.
Si crede che sia stato lui, da console, a inventare questo servizio per rendere
più sollecite le comunicazioni.
Gll elvezl gh mviarono degli ambasciatori, nobilissimos civita~is, per
chiedergli l'autorizzazione a transitare sul ponte, pacificamente.
Il proconsolé prendeva tempo.
Aveva già mosso l'unica legione, la Decima, di cui disponeva nella provincia
narbonese.
Mentre gli elvezi attendevano impazienti la risposta, ordinò di abbattere il
ponte e di costruire bastioni e muraglie turrite dal Rodano ai monti Giura per
un tratto di diciannove miglia.
Alla fine disse: ..
No, non si passa ".
Ai trasmigranti non rimase da fare altro che provare una nuova via.
Presero un cammino duro e difficile, a differenza del primo tragitto che sarebbe
stato certamente agevole.
Tentarono cioè di scavalcare la catena del Giura e di procedere verso l'Oceano
penetrando nelle terre abitate dai sequani (Besancon) e dagli edui (Bibracte).
A rigore il proconsole non aveva più alcun motivo di impedire l'avanzata degli
elvezi poiché l'evento si svolgeva al di fuori della sua provincia, nella Gallia
indipendente.
Ma affrontò egualmente gli invasori col pretesto che gli edui, antichi alleati
dei romani, gli avevano chiesto di intervenire in difesa del loro territorio.
Inoltre egli considerava che per la Gallia narbonese, una regione aperta, tutta
in pianura e oltremodo ricca di grano, fosse estremamente pericoloso avere come
confinante un popolo bellicoso e ostile.
Non si poteva lasciare spazio a gente che in passato si era già macchiata di
molti delitti ai danni dei romani.
Parlando con efficace commozione, Cesare ricordò ai legionari come la tribù
elvetica dei tigurini (Zurigo) avesse ucciso cinquant'anni prima il console
Lucio Cassio e costretto il suo esercito a passare sotto il giogo, sub iugum
m~ssum.
Quel popolo era ancora guidato da un principe assai coraggioso, Divicone.
Il generale romano e il capo elvetico, ormai vecchissimo, si scambiarono alcuni
messaggi in cui ognuno esaltava a suo modo il remoto scontro.
Fu proprio sui tigurini che Cesare diresse le sue legioni.
Li sbaragliò, e al termine della battaglia esclamò con soddisfazione: Questa
tribù elvetica umiliò il popolo romano.
Ora, per caso o per volontà degli dèi immortali, essa è la prima a pagare la
pena>).
Disse pure che finalmente aveva avuto modo di vendicare sia le offese pubbliche
sia quelle private, poiché per mano dei tigurini era caduto anche il legato
Lucio Pisone, avo della sua nuova moglie Calpurnia.
Non gli mancava la memoria e sapeva metterla a frutto.
Mentre lasciava sul posto il legato Tito Labieno, decise di rientrare con veloci
marce nella Gallia cisalpina per arruolarvi due nuove legioni e trarre dai
quartieri d'inverno le tre formazioni dislocate ad Aquileia, senza chiedere
alcun permesso al Senato.
Con una considerevole forza di quarantamila uomini, attraversando le Alpi per la
via più breve, tornò a fronteggiare i trasmigranti.
I due eserciti si scontrarono davanti a Bibracte (Autun), capitale degli edui.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Nel corso d'una battaglia interminabile ci fu un momento in cul i romani stavano
per avere la peggio.
Cesare dovette rifugiarsi in una piazzaforte da dove, rincuorati i soldati, poté
riprendere il combattimento.
Gli portarono il cavallo che egli rifiutò esclamando: Lo prenderò dopo la
vittoria, quando inseguiremo il nemico.
Ora si deve andare all'attacco , e, ordinando anche ai tribuni militum di non
montare a cavallo, si mise alla testa dei legionari che con le spade in pugno
muovevano a piedi.
Aveva voluto lasciare i cavalli negli stazzi affinché tutti, soldati e
ufficiali, fossero eguali nel pericolo e nessuno fosse tentato di fuggire.
Avevano ingaggiato una battaglia troppo importante per poterla perdere, ne
sarebbe seguita la rovina dell'esercito romano.
A notte fonda furono gli elvezi a subire una grave e definitiva sconfitta.
I trasmigranti dovettero rinunciare al loro sogno solare.
Cesare costrinse i superstiti, ridotti a un terzo delle forze iniziali, a
tornare con le donne e i figli da dove erano venuti: vi dovevano ricostruire le
città e i villaggi che partendo avevano incendiato.
Ciò per impedire che la terra disertata richiamasse i germani d'oltre Reno, i
quali, attraversando il fiume, sarebbero diventati confinanti della Gallia
narbonese.
Il territorio degli elvezi venne poi annesso alla provincia romana.
Si chiudeva così la prima delle otto guerre galliche, e in essa Cesare aveva
pienamente dimostrato di possedere eccezionali doti di condottiero.
Aveva già compiuto i quarantadue anni e, fino a quel momento, il suo campo
d'azione era stato la politica.
Rapidi e brevi erano stati i suoi precedenti impegni di carattere militare, ma
nella Gallia rifulse il suo genio di ~rande ~enerale.
Un generale che però faceva politica, che poneva le sue battaglie al servizio
d'un piano più vasto.
In Gallia aveva saputo cogliere prontamente l'occasione che gli si era
presentata trasformando in guerra di conquista l'azione bellica che aveva avuto
un'origine difensiva.
Estendeva così senza pari il suo potere personale; rastrellava, nelle antiche
province e nelle nuove terre, oro e argento per l'erario e per se stesso.
Metteva in moto un grande meccanismo che lo avrebbe condotto lontano sulla
strada della gloria e del potere assoluto, la meta da lui perseguita.
Certo, egli non poteva immaginare che cosa gli avrebbe riservato il futuro, ma
indubbiamente sapeva inserirsi nel corso degli eventi nel tentativo di piegarlo
al suo gioco.
Roma si era estesa in Oriente grazie alle imprese di Silla, Metello Cretico,
Lucullo, Pompeo, e aveva posto i confini sull'Eufrate.
La repubblica aveva però tralasciato di rafforzare la sua presenza nei territori
al di là delle Alpi verso Occidente, e a essi il nuovo proconsole aveva rivolto
lo sguardo.
Occorrevano nuove terre per fare Roma più grande e poi si doveva reagire alle
minacciate invasioni dei germani.
Il piano strategico non sorse nella mente di Cesare in un solo giorno, furono
gli eventi a determinarne la formazione.
I romani possedevano al di là delle Alpi soltanto la Gallia narbonese, bagnata
dal Mediterraneo.
Era questa la provincia per antonomasia, da cui il successivo nome di Provenza.
A nord, la Gallia ancora indipendente, terra incognita a Roma, era assai più
vasta, abitata dai celti che i romani chiamavano galli, dai belgi e, a ovest,
dagli aquitani. Gallia est omnis divisa in partes tres", scrive Cesare nella
prima riga del De bello gallico, come ogni scolaro, per quanto svogliato e
disattento, ricorda per tutta la vita.
Il proconsole aveva prescelto come provincia da governare la Gallia cisalpina
per non essere troppo ~ontano da Roma e poter tornare d'un balzo nella capitale
in caso di necessità.
Inoltre in quella zona risiedevano i transpadani.
Cesare era molto legato a quel popolo e agiva affinché ottenesse la cittadinanza
romana.
La Gallia cisalpina equivaleva all'Italia settentrionale, comprendeva tutta
l'opulenta vallata del Po; il confine con il territorio della repubblica romana
era segnato a est da un fiumicello destinato a diventare famoso, il Rubicone, e
a ovest dal Magra.
Sgominati gli elvezi, rimaneva aperto il capitolo del popolo svevo (Brandeburgo)
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
capitanato da Ariovisto, il re germanico che aveva ottenuto dallo stesso Cesare,
durante il suo consolato, il riconoscimento delle conquiste in Gallia e il
titolo di amicus dei romani.
Nella guerra contro gli elvezi il proconsole, pur difendendo gli interessi di
Roma, aveva salvato la Gallia dagli invasori.
I capi tribù galli gli riconoscevano apertamente questo merito e vollero
incontrarlo tutti insieme per tributargli un solenne ringraziamento, ma
soprattutto per discutere con lui, e segretamente, il modo di arrestare le mire
espansionistiche di Ariovisto.
I celti gli chiedevano addirittura il permesso di indire un concilio gallico per
poi sottoporgli i loro problemi.
In tal maniera Cesare, che non aveva più alcun motivo plausibile per trattenersi
nel territorio indipendente della Gallia, veniva a trovarsi nella posizione di
protettore personale di quelle genti spaurite.
Acquistava il diritto di intervenire contro l'iniuria di Ariovisto, e di
conseguenza metteva l'Urbe al ripa~o dal pericolo germanico.
Tutto ciò gli faceva enormemente piacere poiché coincideva con la sua voglia di
predominio.
Sciolto il concilio, il capo eduo filoromano Diviziaco narrò al proconsole tutta
la storia delle infiltrazioni germaniche, mentre gli altri principi gli si
gettavano ai piedi piangendo.
I capi sequani si dicevano pentiti di aver chiamato, per volontà di egemonia nei
confronti di altre tribù, la gente di Ariovisto che in breve aveva occupato un
terzo della loro regione e ora reclamava altri spazi.
I galli temevano di essere del tutto scacciati dal loro territorio sotto la
spinta degli invasori germanici i quali, in centoventimila~ avevano traversato
il Reno attratti dalla fertilità dell'agro gallico rispetto alla povertà di
quello germanico.
In pochi anni, dicevano, la Gallia sarebbe diventata Germania.
I capi tribù gallici parlarono di Ariovisto come di un uomo barbaro, iracondo e
temerario che li dominava con superbia e crudeltà.
Imponeva pesanti tributi, prendeva in ostaggio i figli delle persone più nobili
e li sottoponeva a ogni tortura se ai suoi ordini e alle sue ingiunzioni non
fosse seguita la più assoluta obbedienza.
Caio Giulio, rassicurati i galli, inviò ambasciatori ad Ariovisto per proporgli
un incontro a metà strada fra le loro due residenze, ma il capo svevo rispose
con disprezzo che non si sarebbe mai mosso. Chi è Cesare?, chiese con superbia.
E che vuole da me? Se io avessi avuto bisogno di qualcosa da questo Cesare,
sarei andato da lui.
Ma visto che è il romano a chiedere di parlarmi, venga lui da me. Nonostante
l'insolenza e l'arroganza del barbaro, il proconsole si astenne dal compiere per
primo un gesto di ostilità.
Tanto più che formalmente ancora sussisteva il patto di amicizia fra Ariovisto e
Roma.
Spedì invece nuovi messaggeri al re per mostrargli tutto il suo stupore: così
poco riconoscente era Ariovisto che pure aveva avuto dall'Urbe e da Cesare
stesso grandi attestazioni di stima? Come era possibile che il re si rifiutasse
perfino di incontrarlo? Ma se le cose stavano così, aggiunsero gli ambasciatori
romani, Cesare era costretto a esternargli a distanza le sue ingiunzioni: non
fare attraversare il Reno da altri germani; restituire tutti gli ostaggi;
restaurare la pace.
Anche nella nuova risposta Ariovisto mostrò tutta la sua traCotanza.
Anzitutto si mise superbamente all'altezza di Roma dicertdo: Io comando nella
Gallia da me sconfitta, come voi romani comandate nella vostra Gallia.
I miei diritti sono eguali ai vostri n. Ius esse belli, era diritto di guerra,
proprio come gli avevano insegnato i romani.
Poi sfidò apertamente Cesare a dargli battaglia: Se mi lascerete in pace,
avrete tutto da guadagnare.
Ma se volete attaccarmi, fatelo pure.
Chi si è scontrato con me ha avuto sempre la peggio, e anche Cesare si accorgerà
quale sia il valore degli invitti germani, esercitatissimi nelle armi, rotti a
tutto poiché da quattordici anni conducono una nomade esistenza ~.
Gli uomini di Ariovisto avevano infatti migrato a lungo fra inenarrabili
privazioni e si erano poi stanziati nelle regioni dei sequani per averli difesi
dagli edui alleati di Roma.
Accorsi i romani in aiuto dei loro protetti, Ariovisto prudentemente non era
intervenuto.
Fu in quella occasione che Cesare, console, e il Senato gli concessero il titolo
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
famoso di rex amicus et socius po~puli romani.
Ora Ariovisto si mostrava ostile.
In quei giorni non si arrivò all'incontro fra il generale romano e il capo
barbaro il quale continuò imperterrito a devastare i territori delle tribù
galliche e a perseguire l'obiettivo di raggiungere le coste dell'Oceano.
Cesare disse di non poter sopportare oltre la iattanza del nemico, e passò
all'azione.
In verità non si aspettava da Ariovisto che quel comportamento per sentirsi
legittimato ad attaccarlo in nome del Senato e del popolo romano.
Raggiunse a marce forzate Vesontium (Besancon), la capitale dei sequani, e vi
stabilì un presidio per evitare che fosse Ariovisto a occuparla, poiché,
possedendo quel fortino, si godeva d'un enorme vantaggio strategico.
Mentre si preparava ad affrontare gli svevi, divampò tra i legionari, fomentati
da elementi anticesariani, un'ondata irresistibile di panico all'idea di doversi
battere con genti sconosciute di cui si favoleggiava la possanza e la ferocia.
I mercanti che avevano avuto la ventura di incontrarsi con i germani parlavano
di loro come di uomini giganteschi incredibilmente crudeli e valorosi in guerra.
Dicevano che essi al loro cospetto non erano riusciti a sopportarne lo sguardo
belluino.
Spaventati da queste descrizioni, molti legionari decisero di fare testamento.
Nei Commentari Cesare illustra fin nei minimi particolari la situazione di
terrore che si era creata tra le file del suo esercito.
I primi a spaventarsi furono i tribuni militari e i prefetti che avevano voluto
seguirlo per amicizia benché privi di esperienze belliche.
Invasi dalla paura chiedevano di potersene tornare a casa e intanto se ne
stavano rimpiattati nelle loro tende.
Cesare, pur trattando la questione con insofferente sarcasmo, parla di amicitiae
causa, ma Plutarco è più severo e scrive che a mostrar paura furono specialmente
i giovani nobili che si erano aggregati alla spedizione con la speranza di
passarsela bene e di far quattrini.
Il panico si diffuse a poco a poco anche tra i vecchi soldati, tra i centuriones
e i prefetti di cavalleria.
Deciso a porre un freno a ciò, il proconsole riunì il consiglio chiamando a
parteciparvi anche i centurioni.
Li rimproverò e li lusingò.
Fu minaccioso e suadente.
Perché tanta paura?, chiese.Non avete più fiducia nel vostro valore e
nell'abilità del vostro generale? Al tempo dei nostri padri, i soldati romani
già sbaragliarono questo nemico, e ora voì avete dimenticato questo fatto. Caio
Mario respinse cimbri e teutoni, per cui egualmente gloriosi furono l'esercito e
il comandante.
Anche nella sollevazione degli schiavi di Spartaco, i germani furono sgominati.
Poi, perché temerli se di recente sono stati sconfitti dagli elvezi i quali, a
loro volta, sono stati battuti dai romani? State certi, milites, Ariovisto non
vincerà! Qualcuno teme che voi non mi seguirete? Ebbene io darò l'ordine di
muovere e vedrò subito se in voi prevale il senso dell'onore e del dovere o la
paura.
Se davvero nessuno dovesse seguirmi, partirò con la sola Decima legione sul cui
valore non ho dubbi.
Questa legione diventerà allora la mia coorte pretoriana. ~> A sentire Dione
Cassio ben altre furono le ragioni che condussero i legionari sull'orlo della
sedizione.
Lo storico greco premette che non fu tanto l'esigenza di contenere l'avanzata
degli svevi a costringere Cesare a prendere le armi contro quel popolo, quanto
la sua smisurata bramosia di gloria: il generale non cercava che pretesti per
impossessarsi di nuovi territori e passare alla storia come un grande
conquistatore.
Dione incalza perciò affermando che i legionari romani mormoravano contro la
pretesa del loro comandante di voler scatenare una nuova guerra senza averne il
diritto, senza aver ottenuto un decreto del Senato: e per questi motivi stavano
per abbandonarlo, decisi a non più eseguire gli ordini di un folle ambizioso.
Sia stata l'una o l'altra la ragione della minacciata rivolta, resta il fatto
che Cesare, grande oratore, riprese con il suo discorso il controllo
dell'esercito.
Tutti confermarono la volontà di combattere ai suoi ordini, non soltanto contro
soldati, ma anche contro bestie feroci come sembravano essere i temuti germani.
Alzate le insegne, signa ferentes, le legioni romane erano nuovamente in marcia
e in soli sette giorni si approssimarono alle truppe di Ariovisto, dislocate in
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Alsazia.
Questa volta fu il re svevo ad aver paura.
Fece sapere al proconsole di essere disposto a incontrarlo, e per giustificare
il suo ripensamento disse che accettava il colloquio poiché Cesare era arrivato
fino a lui.
Il proconsole, evitando di sottilizzare, si mostrò lieto dell'iniziativa del
barbaro e si preparò al convegno.
Il re svevo gli offriva finalmente l'occasione sperata, un incontro che avrebbe
dimostrato a tutti quanto provocatorio fosse l'atteggiamento dei germani e
quanto fosse necessario l'intervento delle legioni romane.
Cesare non doveva convincere di ciò soltanto il Senato, ma anche i suoi stessi
soldati.
Catone tuonava contro di lui.
Già aveva cominciato a dire che bene avrebbero fatto le legioni a consegnarlo al
nemico.
Come luo~o dell'incontro dei due comandanti, fu prescelta una collinetta che, a
eguale distanza dagli accampamenti contrapposti, dominava la vasta pianura
d'Alsazia.
E Caio Giulio che descrive il sito: Planities erat magna et in ea tumulus
terrenus satis grandis ~..
In una giornata plumbea, sia Cesare sia Ariovisto mossero verso la collina
scortati dagli squadroni di cavalleria, più di quattromila uomini per parte.
Lo scenario e il movimento delle truppe avevano qualcosa di teatrale, e anche
questo rientrava nel gioco di Cesare affinché i suoi soldati avessero
l'impressione di partecipare a un grande evento che in realtà ai suoi occhi era
già scontato.
Le due formazioni di cavalieri si arrestarono ai piedi della piccola collina,
mentre i due generali raggiungevano lo spiazzo soprastante scortati solo da
dieci cavalieri ciascuno.
La tensione era grande.
Tutti apparivano inquieti, ma Ci fu egualmente un attimo di ilarità quando il
proconsole decise di sostituire i dieci cavalieri galli della scorta con
altrettanti soldati della Decima legione.
Lo scambio era dettato dall'esigenza di essere accompagnato in quel frangente da
uomini più che sicuri, e uno dei dieci prescelti trovò il modo di scherzare su
quella decisione.
Fra l'allegrezza generale disse che Cesare dava ai soldati della Decima più di
quanto aveva promesso.
Aveva detto di volerne fare i suoi pretoriani e invece li promuoveva addirittura
cavalieri.
L arguto legionario giocava sul doppio senso dell'espressione.
Diventar cavaliere, se equivaleva a entrare nella cavalleria militare,
significava anche ottenere l'iscrizione all'ordine equestre che era secondo
soltanto a quello dei senatorn

Sul breve spiazzo della collina il proconsole romano e il re svevo


parlamentavano senza scendere da cavallo.
Quei due uomini, i due condottieri, rappresentavano mondi contrapposti.
Davanti agli eserciti percorsi dall'agitazione Si levavano le immagini
dell'antica civiltà romana e della giovane vitalità barbarica dei ~ermani.
Cesare~ minuto nella persona, volto pallido e sguardo d'acciaio, pochi i capelli
neri sulla testa scoperta.
Ariovisto dalle membra gigantesche, foltissima la capigliatura bionda sotto un
elmo immenso, sprezzante lo sguardo.
Un Cesare ben modellato dalla lunga storia del suo popolo, un Ariovisto ancora
rozzo e ruvido.
Qualcosa però li rendeva simili, li accomunava, ed era il grande fascino che
emanava da entrambi.
Prese per primo la parola Cesare, usando il latino, la lingua che il suo nemico
conosceva bene.
Si mostrò accomodante.
Ricordava ad Ariovisto come lui stesso e Roma lo avessero proclamato rex et
amicus colmandolo di ricchissimi doni.
Ma si diceva anche legato al patto di amicizia con gli edui per cui era tenuto a
difenderli.
Ariovisto rispose invece in maniera dura.
Diceva di essere entrato in Gallia prima dei romani e di aver passato il Reno
chiamato dai galli.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Cesare gli ricordava l'amicizia del popolo romano? Ebbene, se gli si negavano i
propri diritti, rinunciava a quell'amicizia non meno volentieri di come l'aveva
chiesta.
Se chiamava in Gallia altri germani, non lo faceva per aggredirne i popoli, ma
per garantire la propria sicurezza.
Insomma che cosa voleva da lui Cesare? Perché aveva invaso i suoi domini? Non
sapeva il proconsole che le zone della Gallia in cui si trovavano gli svevi
erano province dei germani, come del resto le altre zone erano province di Roma?
Se a lui non era lecito attaccare i territori romani, a Cesare non era
consentito ostacolare gli svevi nei loro domini.
Il capo barbaro, a mano a mano che proseguiva nel suo discorso, diventava sempre
più insolente.
Prese infine a giudicare con asprezza la condotta del romano.
Diceva che Cesare andava in cerca di pretesti e che, in nome dell'amicizia con
gli edui, aveva portato le sue legioni in Gallia proprio allo scopo di opprimere
gli svevi.
Il generale romano doveva perciò ritirarsi.
Ariovisto alzò il tono della voce, e concludendo, esclamò: ..
Potrei ucciderti.
So bene che, se lo facessi, a Roma ne gioirebbero.
Molti nobili e grandi personaggi romani mi hanno inviato importanti messaggeri
per farmi sapere che con la soppressione di Cesare mi guadagnerei la loro
imperitura riconoscenza.
Eliminando Cesare potrei godermi indisturbato il potere della Gallia ~.
Ariovisto parlava con la burbanza di chi volesse proporre al condottiero romano
la spartizione del mondo, per tenersi l'intera Gallia e le regioni del nord,
lasciando all'Urbe le terre del sud.
Il colloquio si rivelava inutile e inconcludente.
I cavalieri svevi già lanciavano pietre e dardi sui legionari romani.
Non si può escludere, come scrive Mommsen, che Ariovisto avesse alfine voluto il
convegno col proposito di coprire un attentato al proconsole.
Comunque la gragnuola di dardi indusse Cesare a interrompere bruscamente
l'incontro e a raggiungere al galoppo il grosso delle sue truppe.
Due giorni dopo il capo barbaro sollecitò un nuovo abboccamento, ma Caio Giulio
prudentemente non si mosse.
Preferì inviare presso di lui due suoi fiduciari che furono subito messi in
catene dagli svevi delusi e irritati.
D'improvviso il barbaro decise di togliere il campo.
Fece avanzare minacciosamente le sue truppe fermandole a sole sei miglia
dall'accampamento romano.
Lo scontro era ormai inevitabile.
Cesare manovrava per bloccare un'abile mossa del re diretta a isolarlo e a
tagliargli i rifornimenti.
Sulle prime il germano evitava di entrare in contatto col nemico, e Cesare, un
po' stupito, ne chiese le ragioni ad alcuni svevi suoi prigionieri.
Gli parlarono di un antico rito.
Gli dissero che presso il loro popolo le madri di famiglia in veste di
sacerdotesse, esaminando i mulinelli che si formavano nelle acque dei fiumi,
erano in grado di predire il futuro e quindi di conoscere il momento propizio
alla battaglia.
In quei giorni le matres familiae vaticinanti avevano letto dai ghirigori delle
acque che i germani avrebbero potuto vincere il nemico solo dopo l'imminente
plenilunio.
Il mistero era chiarito.
A metà settembre si arrivò al momento dello scontro frontale fra i due grandi
eserciti.
All'inizio le sorti del combattimento rimasero incerte.
Svevi e romani si affrontarono in un sanguinoso corpo a corpo.
Favoriti erano i romani in grado di maneggiare con destrezza, a distanza
ravvicinata, i loro corti gladi, mentre gli svevi, non potendo più usare le loro
lunghe spade, combattevano a pugni e a morsi.
Le donne sveve, che a distanza assistevano alla battaglia sui carri,
incoraggiavano i loro uomini e li imploravano a non abbandonarle nelle mani del
nemico.
Risolutiva fu l'azione del giovane comandante della cavalleria romana, Publio
Crasso, figlio del plutocrate, il quale intervenne in forza e sfondò le linee
nemiche volgendole in fuga verso il Reno.
La sconfitta gettò il panico fra gli svevi che fino a quel momento avevano
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
trionfato in tutte le loro battaglie.
Ben pochi furono i germani che, inseguiti e massacrati dai romani, riuscirono ad
attraversare il fiume.
Plutarco parla d'un eccidio di ottantamila persone.
A stento il capo barbaro poté tornare nelle sue terre, dove poco dopo morì a
causa delle ferite riportate in combattimento.
Egli aveva con sé due mogli, una sveva e l'altra norica.
Lo avèvano seguito nell'avventura, e perirono entrambe nella fuga, insieme a una
delle due giovani figlie, mentre l'altra cadeva prigioniera.
Era la definitiva disfatta degli svevi.
Napoleone, che nell'esilio di Sant'Elena dettò un sunto delle guerre di Cesare
aggiungendovi alcune personali osservazioni, disse che la sconfitta dei germani
.. fu la salvezza dei galli ),.
Il còrso era lieto che si fosse scongiurato il pericolo germanico.
Difatti per quattro-cinque secoli, fino ad Alarico e ad Attila, il Reno sarebbe
stato la barriera naturale contro l'espansione dei popoli dell'est.
Poco importava che ad Ariovisto si fosse sostituito Cesare a signoreggiare nelle
terre galliche, e con ben altra forza di dominio e di penetrazione.
Dalla vittoria di Cesare cominciava la romanizzazione della Gallia.
E Cesare, con quella stessa vittoria, considerò raggiunta la prima tappa del
cammino che lo avrebbe portato molto più avanti, anche se per ora evitava di
porre troppo scopertamente il suo diritto a governare da padrone assoluto su
quel vasto territorio.
C'erano le sue truppe a presidiarlo, attestate presso i sequani che dovevano
contribuire al loro sostentamento.
Quale il minore fra i due mali, il male romano o quello germanico? Lo storico
Giulio Giannelli non ha dubbi in proposito.
La vittoria di Cesare, che arrestò per allora i tentativi germanici di invadere
la Gallia, fu di vitale importanza, egli scrive, per l'avvenire dei celti: Senza
l'intervento di Cesare e dei romani, la civiltà celtica, già avviata alla
decadenza, non avrebbe potuto a lungo resistere alla pressione delle fresche e
vigorose orde germaniche e ne sarebbe rimasta in non lungo volgere di tempo
fatalmente assorbita: la Francia deve a Roma e a Cesare non solo il suo ingresso
nell'orbita della civiltà mediterranea, ma anche la salvezza e la conservazione
di quegli elementi celtici, cioè nazionali, che rimasero a far parte della sua
cultura romanizzata>).
IlI

In sei mesi, dalla fine di marzo alla metà di settembre del 58, il condottiero
romano aveva vinto due grandi guerre e segnato un confine che durerà più secoli.
Quei sei mesi gli sembrarono probabilmente troppi, tanto che nei Commentari amò
accorciarli e scrivere di aver compiuto l'impresa in una sola estate, una
aestate duobus maximls bellis confectis.
Conclusa la campagna condotta contro gli svevi, in nome dell'indipendenza degli
edui, si guardò bene dal ritirare le sue truppe dalla Gallia libera.
Le acquartierò nei pressi di Besancon ponendole agli ordini di Labieno, senza
che nessun decreto del Senato lo autorizzasse a ciò e senza preoccuparsi di
ferire la coscienza e gli interessi di popoli indipendenti.
La sua decisione poteva essere considerata come un colpo di Stato, oltre tutto
assai originale perché compiuto contro Roma lontano da Roma.
Così disposte le cose nella Gallia centrale ripartì verso la Cisalpina a nord
del Rubicone, il fiume che divideva quella provincia dall'Italia.
Qui svolgeva le funzioni di governatore presiedendo le assise giudiziarie,
conventus; ma il suo pensiero dominante era di tenere sotto controllo la
situazione politica interna, il che gli era attualmente più facile essendosi
riavvicinato a Roma.
Plutarco è duro con Cesare.
Senza mezzi termini scrive che il proconsole accentuava nella Cisalpina la sua
politica demagogica alla ricerca di nuovi consensi e sempre più vaste clientele:
era riverito e corteggiato, diventava sempre più popolare.
Molti personaggi romani andavano a fargli visita ed egli li colmava di doni o li
irretiva con grandi promesse.
Era la solita azione di indoramento.
Insomma <. quando Cesare non sbaragliava i nemici con le armi dei romani,
attirava e soggiogava al suo volere i romani con le ricchezze dei nemici ~..
Non si trattenne a lungo nella Cisalpina poiché gli giunse la notizia che i
belgi, il popolo stanziato al nord della Gallia, si stavano preparando alla
guerra per fronteggiare una temuta invasione del suo esercito.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Era, quella, una logica conseguenza del suo comportamento.
Tuttavia furono proprio i belgi, con i loro fondati timori, a offrirgli il
pretesto per riprendere le armi.
I belgi possedevano un terzo della Gallia, ed erano popolazioni forti e
bellicose.
Insieme ad altre tribù, si riunirono in concilio istigati da coloro che
rifiutavano sia la dominazione dei germani sia quella dei romani, e anche da
coloro che non sopportavano il predominio degli edui alleati di Cesare.
Il concilio decise la costituzione d'una lega e l'arruolamento di un formidabile
esercito di trecentomila soldati per contrastare omnium furorern gli intuibili
piani d'invasione cesariana.
Il comando supremo venne affidato a Galba, valoroso re della tribù dei suessioni
(Soissons) che schierava cinquantamila uomini, pareggiando da sola le forze
romane.
Cesare, per eccitare gli animi dei suoi legionari, parlava di un complotto del
nemico, di una cospirazione contro Roma.
Poi trasse rapidamente due nuove legioni dalla Cisalpina inviandole nella
primavera del 57 a Tito Labieno in territorio dei sequani.
Ancora una volta agiva di propria iniziativa senza autorizzazioni, il che
comportava, come prima conseguenza, l'assunzione personale di tutti gli oneri
finanziari per il sostentamento e l'equipaggiamento delle truppe: grano, armi,
vestiario, carri, cavalli, muli.
Poteva però prelevare a piene mani somme immense dai bottini bellici, dai
tributi dei provinciali, oltre che dal ricavato dei molti prigionieri venduti al
mercato degli schiavi.
Come era già avvenuto nelle guerre contro gli elvezi e Ariovisto, tornò a
giocare sulle divisioni politiche che dilaniavano anche al loro interno le tribù
galliche fra partiti filoromani e partiti antiromani.
Avute dal popolo filoromano dei senoni (Sens) preziose informazioni sul luogo di
concentramento delle forze nemiche, si risolse egli stesso a partire.
In quindici giorni fu ai confini dei belgi ottenendo subito che il popolo dei
remi (Reims), abbandonata la lega antiromana, si ponesse sotto la sua
protezione.
I remi festeggiavano l'arrivo delle truppe giuliane e ne accettavano l'egemonia
offrendo ostaggi pur di scuotersi di dosso il dominio dei confinanti suessioni,
cosa che aveva già fatto la tribù degli edui nella Gallia centrale per opporsi
ai sequani, loro tradizionali avversari.
L'alleanza con i remi gli consentì di attaccare i belgi nei pressi del ponte sul
fiume Axona (Aisne), di sconfiggerli, di incalzarli, di battere e di mseguire a
una a una tutte le tribù che avevano preso parte al famoso concilio antiromano,
a quella conferenza che egli chiamava propagandisticamente il complotto contro
l'Urbe per offrire a se stesso un pretesto all'aggressione.
Alcune di quelle tribù, come i nervi (Bavai), combatterono strenuamente, altre
si arresero senza ingaggiare battaglia.
Furono fatti prigionieri a migliaia e ridotti in schiavitù.
Cesare si mostrò spietato con gli aduatuci (Mosa) che ai suoi occhi avevano
troppe colpe: discendevano dai cimbri e dai teutoni, erano di razza germanica,
erano dei ribelli avendo ripreso le armi dopo essersi arresi.
Anche i legionari attraversarono momenti critici, come quando i nervi, forti di
sessantamila uomini, costrinsero in un'imboscata la cavalleria romana alla fuga.
Soltanto il coraggio personale di Caio Giulio riuscì a salvare la situazione e a
rovesciare le sorti dello scontro.
Il gener~le, accortosi della situazione, scese da cavallo.
Strappò uno scudo dalle mani d'un soldato e si gettò furente nella mischia
raggiungendo la prima linea della Dodicesima legione.
I militi incoraggiati dalla presenza del comandante, in conspectu imperatoris,
affrontarono l'esercito nemico e lo sbaragliarono.
Ripresero forza perfino i feriti che si alzarono da terra per ricominciare a
combattere.
La rotta dei belgi fu completa: di sessantamila combattenti ne rimasero in vita
cinquecento.
Il proconsole fa di questo episodio cruciale, in cui rifulse la sua temerità e
che si svolse sul fiume Sambre, una descrizione impareggiabile per densità
drammatica, concisione stilistica e ritmicità del periodare.
L'effetto si dissolve in ogni possibile traduzione, eppure l'operazione va
tentata a vantaggio di chi non conosce l'antica lingua del Lazio: Cesare,
arringata la Decima legione, era accorso all'ala destra dello schieramento dove
vide che i suoi erano incalzati da presso e che i soldati della Dodicesima
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
legione, per aver raccolto in un sol luogo i vessilli, si ostacolavano l'un
l'altro nel combattimento.
Altre cose vide: tutti i centurioni della Quarta coorte erano stati uccisi,
trucidato l'alfiere e smarrito il vessillo.
Quasi tutti i centurioni delle altre coorti erano stati uccisi o feriti e il
valoroso primipilo Publio Sestio Baculo aveva ricevuto tanti e così gravi colpi
da non potersi più reggere in piedi.
Tutti gli altri erano spauriti, alcuni delle ultime file già si ritiravano per
sottrarsi ai dardi, mentre i nemici avanzavano e ci spingevano ai fianchi.
La situazione si era fatta critica e non c'erano rinforzi da far intervenire.
Allora Cesare, non avendo con sé lo scudo in quel momento, ne strappò uno dalle
mani di un soldato delle ultime file e avanzò fino alla prima linea.
Chiamati per nome i centurioni, or questo ora quello, esortati i militi, diede
l'ordine di riportare avanti i vessilli e di allargare le file dei manipoli
perché si potessero maneggiar meglio le spade.
La sua apparizione infuse speranza e ridiede coraggio ai soldati; ciascuno di
essi, in presenza del proprio comandante, volle fare del suo meglio anche allo
stremo delle forze, e l'impeto del nemico venne arginato ~>.
Le foreste erano le naturali difese dei barbari, le paludi erano immense
trappole per l'esercito invasore.
I belgi intrecciavano tra loro i rami degli alberi per ostacolare la marcia dei
legionari che si dovevano aprire la strada a colpi d'ascia.
Cesare procedeva a piedi alla testa delle truppe affaticate e usava una scure
bipenne.
La sua forza e la sua resistenza erano inimmaginabili in un uomo emaciato,
languido e pallido in volto.
Tutta la sua energia sembrava esclusivamente racchiusa nei neri occhi lucenti.
Egli era il primo a calarsi nel fango delle paludi o ad attraversare i fiumi a
nuoto, quando l'urgenza impediva di gettare un ponte.
Ma i romani, appena potevano, costruivano formidabili macchine da guerra che
gettavano lo sgomento tra le file nemiche le quali, nella loro barbarica
fantasia, le consideravano opere sovrumane.
Sbigottiti rimasero gli aduatuci quando per la prima volta videro entrare in
azione le torri semoventi.
All'inizio, spiando i legionari intenti a costruire una torre colossale, li
avevano derisi.
Dall'alto delle loro fortificazioni si rivolgevano ironicamente a quegli uomini,
la cul bassa statura, brevitas corporum, era tale da farli sembrare dei nani al
loro confronto.
Come avrebbero mai potuto mettere in movimento quel gigantesco mostro di legno?
Ma quando videro che quegli ometti riuscivano davvero a muovere la torre con
l'ausilio di rulli e di corde e che il mostro meccanico si dirigeva
minacciosamente verso le loro fortificazioni, furono assaliti dal panico e
gettarono le armi dal sommo delle mura dell'oppidum che non li avrebbe più
potuti difendere.
Si diedero alIa fuga urlando che certamente i romani facevano la guerra con
l'aiuto degli dèi, poiché mettevano in moto con t~nta rapidità ed efficacia
macchine così alte e terribili.
Senza falsa modestia Cesare si gloria delle sue vittorie.
Soggiogata tutta la Gallia, omni pacata Gallia, scrive nei Commentari, grande
divenne la sua fama presso i popoli barbari che gli offrivano ostaggi e
promettevano ubbidienza.
In realtà egli aveva vinto non soltanto sulla Gallia, ma anche sul Senato.
I patres, accantonate le esitazioni sulla illegittimità del suo operato,
decretarono feste di ringraziamento della durata di quindici giorni, un onore,
sottolinea Cesare, che non era mai stato tributato a nessun altro .
Per lo stesso Pompeo era stata decretata alcuni anni prima una supplicatio agli
dèi di appena dieci giorni.
Come era avvenuto nel 63 per il Magno, che aveva sconfitto Mitridate, ancora una
volta la proposta era partita da Cicerone, nel frattempo riammesso a Roma
proprio grazie all'opera svolta in suo favore dal proconsole.
Non solo per riconoscenza l'oratore chiedeva che si concedesse quell'onore a
Cesare, ma anche perché ciò rientrava in un suo tortuoso gioco politico, come
appare dalle sue lettere e come riferisce Dione Cassio.
Tra l'altro lo storico greco testimonia di un Cicerone che andava scrivendo
segretamente in quei tempi un libello volto a screditare Cesare.
E Cesare lo ripaga con eguale moneta dimenticando di fare nei suoi Commentari il
nome dell'infido avvocato cui malgrado tutto doveva l'onore della lunga
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
supplicatio.
Una supplicatio, lo dicevano tutti, che però il Cicer aveva sollecitato in odio
a Pompeo.
Gallia pacata, ma non completamente poiché scoppiavano dovunque rivolte e
disordini, mentre Caio Giulio tornava in Italia a nord del Rubicone, e poi si
recava in Illiria con il desiderio di conoscere nuovi popoli e altre regioni.
Rimanevano in Gallia i suoi luogotenenti a presidiare le terre sottomesse.
Contemporaneamente una legione veniva inviata a liberare i passi alpini dai
briganti che rendevano pericoloso il transito dei mercatores italici.
Era questo un intervento di rilevanza economica teso a facilitare i commerci e
le comunicazioni a beneficio di Roma.
La legione giuliana operò soprattutto nelle zone degli attuali Gran S.
Bernardo e Sempione.
Plutarco, nell'accennare al ritorno del generale al di qua delle Alpi, riprende
il tema della politica demagogica e corruttrice di Cesare; lo accusa di lavorare
ancora e sempre per avere l'Urbe dalla sua parte appoggiando con ogni mezzo,
lecito e illecito, con denaro e altro, i candidati alle cariche pubbliche, i
quali una volta eletti lavoravano per accrescere la sua potenza.
A Roma le vittorie in Gallia avevano reso ancor più popolare la figura di
Cesare, un grande condottiero che sconfiggendo in soli due anni nemici
estremamente pericolosi come gli elvezi, gli svevi, i belgi - aveva esteso i
domini della repubblica e portato le insegne romane in fertili e ricche terre
dell'Occidente sconosciuto da cui si potevano ricavare larghe messi e
consistenti tributi.
Nei conversari delle matrone si ironizzava sul fatto che ciò si doveva
nientemeno che a un generale su cui gravava la taccia di effeminatezza.
Si stentava a credere che Cesare non fosse più quello di una volta, che avesse
abbandonato le vecchie abitudini e abbracciato una nuova vita di combattente
tenace e di stratega geniale.
Ora egli non conquistava più cuori, ma terre.
Ben presto Caio Giulio fu richiamato in Gallia dall'esplosione d'un nuovo
conflitto, quello causato dalla potente tribù atlantica dei veneti insediata
nell'odierna Bretagna.
Nell'inverno del 56 la tribù, col sostegno della non lontana isola della
Britannia, si ribellava alle truppe del giovane Publio Crasso cui aveva mostrato
di sottostare.
Il proconsole si sorprese della nuova rivolta, per quanto potesse aspettarsela
avendo assoggettato i veneti senza alcuna provocazione da parte loro.
Sorse una nuova lega antiromana, non paragonabile per potenza a quella dei
belgi, ma egualmente temibile.
La coalizione fu chiamata armoricana, dal nome della re~ione costiera in cui
agiva.
Il proconsole avanzava con l'esercito, ma le truppe anfibie dei veneti avevano
lasciato le loro città per asserragliarsi con ogni risorsa su alcuni promontori
che sorgevano all'estremità di sottili lingue di terra difficilmente accessibili
per il gioco delle maree.
Con la bassa marea le navi si incagliavano sui fondali, e con l'alta marea
veniva preclusa agli assalitori ogni operazione via terra.
Cesare, intuendo che avrebbe potuto battere i nemici solo per mare e non
investendo le loro fortezze terrestri, diede ordine di costruire rapidamente una
flotta sulle rive della Loira, il fiume che sfocia nell'Oceano.
Le navi romane furono però approntate con criteri mediterranei, cioè con legni
leggeri come l'abete e il faggio, e si rivelarono inadatte al grande mare.
Era la prima volta che imbarcazioni romane combattevano sull'Oceano, in acque
così diverse e tempestose.
Le navi dei barbari erano invece fatte di quercia, un legno robusto, assai
resistente ai colpi dei rostri; i loro bordi erano tanto alti da rendere
difficile l'uso degli arpioni a chi avesse voluto agganciarle.
Avevano vele fatte con pelli e cuoi flessibili.
Non disponevano di rematori, e questo era il loro unico punto debole.
Il giovane luogotenente Decimo Bruto Albino, che comandava la flotta giuliana,
trascorse alcuni mesi in infelici scaramucce con i veneti, fino a quando il
proconsole non ebbe l'idea di colpire il nemico proprio nel punto debole.
Pensò che, essendo le navi dei barbari prive di rematori, per immobilizzarle
sarebbe bastato abbatterne le vele.
Ma come? Impiegando contro di esse, appositamente adattate, le famosefalccs, le
affilate falci murali che negli assedi terrestri servivano a sloggiare dalla
sommità delle fortificazioni i soldati difen sori.
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Cesare, ammiraglio, fece preparare un gran numero di falci speciali inchiodate
in cima a lunghe pertiche.
Ne illustrò l'uso ai legionari i quali con entusiasmo montarono sui loro
vascelli e affrontarono la flotta nemica impugnando le nuove armi.
Le agitavano intrepidamente e a colpo sicuro recidevano a una a una le funi che
legavano le vele agli alberi delle navi celtiche.
Le vele prive di sostegno cadevano e le imbarcazioni non potendo più sfruttare
la forza dei venti, rimanevano immobili alla mercé degli assalitori.
Nella decisiva battaglia navale, che si svolse presso il fiordo DarioTitum, la
vittoria arrise a Cesare, e i veneti rinunciarono a compiere altre azioni
belliche piegandosi nuovamente alla potestà romana.
Come era già avvenuto con gli aduatuci, Cesare anche questa volta fu spietato
nel colpire il nemico sconfitto.
E molti secoli dopo Napoleone gli rivolse un meritato rabbuffo.
Arrivato nella città di Vannes, capitale dei veneti atlantici, il proconsole
disse che era suo dovere vendicare la morte degli ambasciatori romani avvenuta
per mano della lega: non c'era da fare altro che giustiziare i cittadini veneti
più autorevoli, omni senatu necato, e vendere tutti gli altri come schiavi.
Anche questo comportamento sarà preso di mira da Napoleone.
Nelle sue osservazioni dirà che Cesare si era comportato in maniera detestabile
non avendo alcun diritto di abusare così atrocemente della vittoria.
Ne giudicherà ingiusta e politicamente errata la condotta: la giustizia e la
politica consentono di punire soltanto alcuni capi, mentre impongono di
rispettare la regola di non infierire sui prigionieri.
Napoleone si addentrò nella ricerca delle ragioni che portarono alla sconfitta
della Gallia, e nella sua argomentazione non mancò di fare un accenno
all'Italia.
Sono ragioni difficili da individuare, diceva, ma non si può escludere che la
causa principale della sconfitta risieda nello spirito di isolamento dei popoli
gallici i quali non avevano né senso di nazione né di provincia essendo dominati
dall'amor di municipio, un amore individualistico che più tardi tanto nocque
anche all'Italia: lo spirito di famiglia o di municipio sarà sempre il maggiore
ostacolo allo spirito nazionale e alle idee di libertà.
Da quella divisione derivava il fatto che i galli non avessero un esercito ben
addestrato e quindi né arte né scienza militare.
Tutto ciò portava Napoleone a concludere che, se la gloria di Cesare si fosse
fondata esclusivamente sulla conquista delle Gallie, non sarebbe stata una
grande gloria.
Sui sentimenti libertari dei galli, Caio Giulio sostiene qualcosa di diverso.
Nel tentativo di giustificare la sua aggressione, afferma di essere stato
costretto a muovere l'esercito perché solo così avrebbe potuto impedire ad altre
genti galliche di unir~i alla lega dei veneti.
Egli capiva come mai i galli fossero pronti a levarsi in armi.
Non c'era nulla di più logico, osserva, <~in quanto tutti gli uomini aspirano
naturalmente alla libertà e odiano la schiavitù ".
Nonostante la vastità delle conquiste giuliane, la situazione in Gallia rimaneva
tesa anche perché sia i britanni, che avevano dato man forte alle tribù galliche
dell'Atlantico, sia i germ~ani, in continua pressione sul Reno, si mostravano
irrequieti e pronti a fomentare nuove ribellioni antiromane.
Cesare però conferiva scarso peso a queste minacce, e sollecitava il Senato ad
annettere le terre conquistate erigendole a province.
Aveva bisogno di ciò per mettere in imbarazzo gli avversari politici che
nell'Urbe avevano ripreso a tramare contro di lui con maggiore pericolosità.
Alcuni di essi, opponendosi alla costituzione in provincia delle nuove terre,
ironizzavano sulla sua richiesta.
Mettevano in luce come la conquista non fosse minimamente consolidata, come la
penetrazione fosse tanto superficiale che in ampie zone della Gallia non avevano
mai visto un legionario romano, e come molte nazioni si erano dichiarate alleate
di Roma, ma non schiave di Cesare.
IV
Il generale tornò ancora una volta nella Cisalpina, che era la base del suo
potere militare, per meglio tenere sotto controllo gli avvenimenti di Roma e
cercare di volgerli a proprio favore.
Nell'Urbe, se da una parte cresceva la sua popolarità, dall'altra si
approfondiva la divisione fra democratici e ottimati.
Cresceva la confusione, e sempre più numerosi si facevano i tumulti nelle
pubbliche piazze, fomentati sia dai gladiatori al soldo di Clodio il ribaldo -
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il quale, esaurito il tribunato era stato eletto edile - sia dalle bande del
nuovo tribuno della plebe Tito Annio Milone che gli contrapponeva i suoi stessi
metodi di violenza delinquenziale.
I partigiani di Clodio erano finanziati da Crasso, quelli di Milone da Pompeo, e
anche questo contrasto dimostrava quanto il triumvirato fosse ormai in criSl.
Una crisi accentuata dal fatto che il Magno e il dives erano entrambi ingelositi
dai successi cesariani.
Caio Giulio si serviva sfrontatamente di Clodio, che gli avversari definivano
suo agente provocatore.
Ma non sempre Clodio stava ai suoi ordini, anzi una volta arrivò a proporre
l'annullamento degli atti del generale.
Un bel paStiCCio.
Nel frattempo era tornato Cicerone dall'esilio, e subito l'oratore cercò di
riavvicinare il Magno al Senato e di trarlo dall'isolamento agro-dolce che egli
consumava tra le braccia della giovane Giulia nella villa albana.
In quegli anni Pompeo, scrive Plutarco, si lasciò infiacchire dalla
passione che nutriva per la bella sposa.
Cicerone proponeva di affidare al Magno la cura dell'annona, essendo assai
critica la situazione alimentare della capitale.
L'incarico

doveva però essere integrato da particolari poteri degm del generale, come un
imperium proconsulare di cinque anm, la disponibilità dell'erario, il comando
d'una flotta per garantire i rifornimenti e combattere i pirati che assalivano
le navi onerariae.
Era una buona occasione che avrebbe potuto riportare il generale tra le file
degli ottimati, ma il Senato, per gelosia nei suoi confronti, non seppe
coglierla, e gli concesse solo la cura dell'annona, umiliandolo profondamente.
In quel frangente tornò alla luce un'aspirazione di Pompeo che nessuno più gli
attribuiva: egli voleva nuovamente un comando militare.
Ne fece esplicita richiesta quando nell'Urbe apparve a reclamare soccorso il re
d'Egitto Tolomeo Aulete che i suoi oppositori avevano scacciato dal trono con un
colpo di mano.
Il Magno chiese di comandare l'esercito destinato a restaurare il re ..
flautista~ in Alessandria, ma ancora una volta i padri coscritti gli negarono
l'incarico.
Pompeo entrò in collisione con Crasso il quale a sua volta pretendeva lo stesso
comando.
Il triumvirato si era frantumato, e in più le inaudite violenze di Clodio
screditavano sensibilmente i popolari.
Il Magno era tornato in pieno nella lotta politica dopo l'eclissi albana e, per
dar prova di essere a cinquant'anni sempre in possesso d'una giovanile energia,
si gettò a capofitto a procurar derrate ai romani.
Le sue navi viaggiavano in lungo e in largo per il Mediterraneo cariche di grano
proveniente dalla Sardegna, dalla Sicilia, dall'Africa.
Egli appariva come invaso da un delirio, e in quei mesi di frenetica attività
marinara se ne usCì con una esclamazione che ebbe un'immensa fortuna tanto da
arrivare in tutta la sua freschezza ed efficacia fino ai nostri tempi:
..Navigare necesse est, uivere non est necesse~.
E~li navi~ava sì perché Roma non morisse di fame, ma~soprattutto per imporre il
suo dominio che ormai impallidiva al confronto delle conquiste di Cesare.
Caio Giulio si rese conto che bisognava correre ai ripari per restituire un
minimo di vitalità e unità al morente triumvirato, tanto più che all'orizzonte
si profilava per lui personalmente una grave minaccia: il pernicioso Lucio
Domizio Enobarbo, cognato di Catone e suo vecchio avversario, nel candidarsi al
consolato del 55, aveva fatto sapere che era sua ferma intenzione proporre, una
volta eletto, la revoca del governatorato di Cesare in Gallia e in Illiria allo
scopo di impugnarne gli atti e di trascinarlo in giudizio.
Tale pericolo non era da sottovalutare.
I triumviri, pensò Cesare, dovevano assolutamente incontrarsi per discutere
insieme la situazione e quindi adottare energiche contromisure.
Egli si trovava a Ravenna, ma come luogo della conferenza propose Luca (Lucca),
la città più a sud della Gallia cisalpina.
Crasso aveva già raggiunto il proconsole a Ravenna per fargli un quadro della
confusa situazione romana e per metterlo al corrente di un'ultima novità
negativa: Cicerone, ~ssecondando i nemici di Cesare e di Pompeo, aveva sostenuto
con vigore in Senato la necessità di abolire la legge che sanciva la
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distribuzione delle terre in Campania, e ciò con il pretesto di procurar denaro
fresco all'erario esangue.
Cesare si sdegnò per l'ingratitudine dell'oratore che doveva a lui il ritorno a
Roma, e non durò fatica a convincere il dives dell'utilità dell'incontro a tre.
Fu assai meno semplice persuadere Pompeo.
Caio Giulio gli faceva sapere da ambasciatori fidati che volentieri, in
compagnia di Crasso, gli sarebbe andato incontro nella città di Lucca, dove il
Magno di lì a poco sarebbe passato diretto in Sardegna a rastrellar derrate.
Dopo lunghe tergiversazioni anche Pompeo accettò la proposta del collega, e la
conferenza poté svolgersi a metà aprile.
Roma fu messa a rumore dalla notizia della risor~ente alleanza.
Bastò l'annuncio della riunione perché molti personaggi, che apparivano incerti
o addirittura nemici del triumvirato, corressero nuovamente a schierarsi con
Cesare, Pompeo e Crasso.
A Lucca, durante le riunioni dei tre grandi, convennero più di duecento senatori
per fare atto di omaggio nei loro confronti e dichiararsi disponibili a seguirli
ovunque.
Numerosi erano i magistrati presenti che disponevano d'imperio, come Appio
Claudio Pulcro propretore della Sardegna e Quinto Metello Nepote proconsole
nella Spagna citeriore, tanto che per le strade della città cisalpina
circolavano più di centoventi littori, quando non stazionavano davanti alla casa
del proconsole.
C'erano anche uomini e dame d'ogni ceto, provenienti dall'Urbe e dalle province,
che volevano festeggiare il condottiero.
Cesare colmò tutti d'oro e di speranze, come scrive Plutarco che definisce
l'incontro di Lucca una cospirazione volta a una nuova suddivisione del potere
fra i tre congiurati e all'abolizione della costituzione romana.
I colloqui fra i tre grandi si svolsero a porte chiuse, lontano da orecchie e
occhi indiscreti, per cui non si venne subito a conoscenza dell'intesa colà
raggiunta.
Grande fu egualmente l'agitazione in Senato.
Cesare, Pompeo e Crasso salvarono il triumvirato, anzi lo rafforzarono
sottoscrivendo un nuovo impegno di collaborazione diretto a impedire che le più
importanti leve del potere cadessero nelle mani degli avversari.
E il miglior modo per scongiurare tale iattura consisteva nell'impossessarsene
saldamente.
Così venne stabilito che Pompeo e Crasso avrebbero presentato la loro seconda
candidatura al consolato per l'anno seguente; un loro successo avrebbe non solo
comportato la fine di Lucio Domizio Enobarbo, il più pericoloso dei nemici, ma
soprattutto il prolungamento di altri cinque anni del proconsolato di Cesare
nelle Gallie, un incarico già vicino alla scadenza del primo quinquennio; in più
si sarebbe consentito al generale di portare a dieci il numero delle legioni a
lui sottoposte e sostenute a spese delle finanze pubbliche.
Al termine del consolato, Pompeo avrebbe ottenuto il governo della Spagna per
cinque anni e Crasso quello della Siria insieme al comando della guerra contro i
parti, mentre Cesare, conclusa la sua decennale esperienza nelle Gallie, si
sarebbe riservato il diritto di chiedere un secondo consolato.
Infine il consolare Aulo Gabinio, il più smodato adulatore di Pompeo, avrebbe
ricondotto Tolomeo Aulete sul trono di Alessandria senza ascoltare il Senato e
intascando i grossi donativi offerti dal re flautista,> a lui e al Magno.
Firmata l'intesa, Cesare riprese la via della Gallia transalpina richiamato
dall'esplosione di altre rivolte, mentre Pompeo e Crasso, nuovamente
rappacificati, tornarono insieme nella capitale dove si misero subito al lavoro
per la realizzazione del loro piano.
Tutti e tre erano i veri padroni di Roma; la loro forza li metteva in condizione
di decidere a tavolino la spartizione del potere, sicuri del successo e
indipendentemente dalla volontà del Senato che sapevano di poter piegare ai loro
disegni.
Insomma il triumvirato, quella sorta di alleanza privata, aveva nuovamente nelle
mani i destini della repubblica potendone orientare a proprio piacimento le
scelte e i programmi.
Nei giorni in cui erano ancora incerte le voci sulle possibili candidature dei
due triumviri al consolato, si svolgevano ovunque animate discussioni. -Vogliono
la fine della repubblica, >, urlavano gli ottimati.
In piena Assemblea del popolo il console Lentulo Marcellino, ch'era stato legato
di Pompeo contro i pirati e che ora lo accusava di tradimento, chiese al
generale di dire una volta per tutte se aspirava o no alla suprema magistratura,
e Pompeo gli rispose senza rispondere, come una sibilla: .-Forse che sì, forse
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che no .
Più apprezzato fu Crasso il quale alla stessa domanda disse: ~ Farò ciò che mi
sembrerà utile alle fortune di Roma .
L'atteggiamento assunto da Cicerone all'indomani dell'accordo di Lucca, fece
capire anche ai più svagati come davvero i tre grandi avessero riconquistato
tutto il potere e come la sorte di ogni romano dipendesse nuovamente dalla
vitalità della loro intesa.
Quindi Cicerone, con uno dei suoi consueti voltafaccia, si schierò con i
triumviri, prendendo pubblicamente posizione in Senato fra lo smarrimento e la
rabbia degli ottimati che credevano di averlo dalla loro parte.
Egli sapeva di essersi cacciato in un .. ginepraio~, e lo scrive all'amato
fratello Quinto: ..Mi carissime et suavissime frater~, gli diceva.
Proprio del giovane Quinto si era servito Pompeo per inti~orire il Cicer,
un'operazione che gli riuscì con facilità avendo il triumvirato ripreso il
sopravvento.
Quinto, nel chiedere a Cesare e a Pompeo il sostegno per far rientrare
dall'esilio il fratello ne aveva garantito la condotta, nel senso che l'oratore
non si sarebbe più opposto agli atti dei tre personaggi e che anzi li avrebbe
difesi.
Pompeo pretendeva ora da Quinto che il Cicer rispettasse questi impegni.
Cicerone cominciò ad appoggiare i triumviri con una semplice omissione:
disertando cioè la seduta del Senato dove, in seguito a una sua precedente
proposta, si sarebbe dovuto discutere la revoca della legge cesariana sulla
divisione dell'Agro romano.
Bastò la sua assenza a bloccare ogni tentativo di revisione della riforma
agraria, in una seduta senatoriale che fu così tumultuosa da sembrare
un'Assemblea del popolo.
C'era in ballo un'altra questione: addossare all'erario, secondo le richieste di
Cesare, il costo delle quattro legioni che egli aveva arruolato senza
autorizzazione assumendone personalmente il peso finanziario; bisognava inoltre
accordargli la disponibilità di dieci legati, da lui nominati, invece degli otto
che gli erano già stati concessi.
Questa volta l'appoggio di Cicerone fu netto e scoperto.
Altrettanto chiaro fu il suo atteggiamento quando si dovette decidere
sull'assegnazione delle province per il 55, e c'era, con Catone in testa, chi
voleva sottrarre a Cesare le Gallie.
L'oratore pronunciò in Senato un formidabile discorso a favore del suo vecchio
nemico ricorrendo ad argomentazioni giuridiche - non erano ancora scaduti,
disse, i cinque anni dell'imperium - ed esaltando la figura del proconsole, un
conquistatore che .~ portava tutta la Gallia sotto il dominio di Roma.
Lo interruppero: .(Non eri nemico di Cesare? .
Rispose: (( Posso mai essere nemico di chi con lettere, con annunci, con la fama
fa continuamente arrivare alle mie orecchie i nomi di nuove genti e nazioni
vinte, di nuove terre conquistate? .
Il Senato tumultuava, la discordia era grande, summa dissensio, ma Cicerone
vinse facendo perfino arrestare il catoniano Favonio che pretendeva di rimettere
la questione al giudizio del popolo.
Nell'intimo, si vergognava un po' del voltafaccia.
Lo scrisse in una lettera all'amico e suo editore Attico- chiamava palinodia,
usando un termine greco, la sua orazione sulle province consolari, il discorso
col quale sosteneva la necessità di confermare al proconsole l'incarico nelle
Gallie.
Aveva avuto motivi di dissapore con Cesare, aggiunse, come in occasione del suo
esilio, ma l'interesse pubblico doveva prevalere sui rancori privati.
Era passato dalla parte dei triumvi~i? Lo rimproveravano per questo? Ebbene, era
tempo che lo facesse. (( Era inutile che io continuassi a girare intorno al
boccone che mi toccava inghiottire. Cicerone cercava di giustificare la nuova
alleanza con la perfidia degli ottimati: (( Mi hanno tradito.
E visto che coloro i quali non hanno più alcun potere non mi vogliono per amico,
devo cercare amici fra coloro che possono.
E ora che io cominci ad amare me stesso, dal momento che non riesco a farmi
amare da quella gente .
Nel riconoscere di aver sbagliato a opporsi tanto a lungo ai triumviri, conclude
così la lettera: (( E vero, sono stato proprio un bel 1 asino ".
L'orazione sulle province consolari eccitò i romani per tutto l'inverno del 56.
In essa Cicerone riconosceva al condottiero di aver scoperto un nuovo mondo, di
essersi inoltrato in terre del tutto sconosciute.
Cesare aveva condotto la guerra contro i galli, mentre prima di lui, diceva
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l'oratore, i romani si erano limitati a respingerne gli attacchi.
Perfino Mario non penetrò in quei territori. (( Ben diverso è il piano di Caio
Cesare.
Egli non solo pensa che si debba far guerra a chiunque sia in armi contro il
popolo romano, ma anche che tutta la Gallia debba esser ridotta sotto il nostro
dominio.
Così, mentre ha sbaragliato in combattimento le grandi e bellicose genti dei
germani e degli elvezi, ha atterrato gli altri popoli, domandoli e
soggiogandoli.
Quelle regioni e quelle genti, che nessuna memoria letteraria, nessuna voce,
nessuna fama aveva reso note, il nostro condottiero, il nostro esercito e le
armi del popolo romano le hanno percorse in lungo e in largo.

Ed ecco la figura di Cesare che dona a Roma nuovi e più remoti confini.
Possedevamo, patres conscripti, soltanto un sentiero nella Gallia.
Le altre zone erano occupate da genti o nemiche al nostro dominio o infide o
addirittura sconosciute e in ogni caso da popolazioni spietate, barbare e
bellicose.
Oggi finalmente i confini di quelle regioni sono le frontiere del nostro impero.
La natura, non senza una provvidenza divina, aveva dato all'Italia il baluardo
delle Alpi.
Se quella via di accesso fosse stata aperta alla ferocia delle orde galliche,
mai l'Urbe sarebbe potuta essere la sede del sommo imperio.
Ma queste Alpi ora si abbassino.
Al di là di esse fino all'Oceano non vi è più nulla che l'Italia possa temere.

Cesare poteva dirsi soddisfatto di avere dalla sua l'insigne oratore il quale
naturalmente garantiva col nuovo atteggiamento la propria incolumità, nei
confronti del sempre minaccioso Clodio, e un sicuro avvenire all'amato fratello
Quinto che era legato di Pompeo in Sardegna.
Il Cicer, suo tramite, offriva al proconsole e all'intero triumvirato il
sostegno di larga parte degli intellettuali romani per natura critici e
diffidenti d'ogni sorta di predominio Inoltre, con la sua riconosciuta abilità
oratoria, avrebbe difeso gli amici del triumvirato, onesti o truffaldini che
fossero.
Il giovane Quinto, ch'era poi divenuto luogotenente di Cesare in Gallia, offrì
all'oratore nuovi motivi per far mostra della sua riconoscenza.
Cicerone parlava continuamente dell'((indimenticabile e divina generosità del
proconsole, ne esaltava i successi, le (( tante vittorie ~, le grandi gesta>,.
Il più autorevole difensore del regime repubblicano, nota Carcopino, era
passato al campo nemico, trasformandosi nel portavoce dei triumviri e nello
strumento per l'esecuzione dei programmi cesariani".
I triumviri facevano paura, tanto che il semplice annuncio delle candidature a
console di Pompeo e Crasso, indusse i <. galantuomini e i ben pensanti ,>, come
li chiama Plutarco, a ritirarsi dalla competizione.
Rimase in lizza soltanto Lucio Domizio Enobarbo, istigato da Catone di cui aveva
sposato la sorella Porcia.
Lo stoico gli diceva che era in gioco la libertà dei romani minacciata dai
tiranni e non soltanto la conquista d'una carica.
Le elezioni a console si svolsero in un clima di violenza, mentre Cesare inviava
nell'Urbe un gran numero di soldati affinché votassero per Pompeo e Crasso e
inceppassero la macchina elettorale di Domizio.
Esplosero qua e là sanguinosi conflitti.
Pompeo temeva la concorrenza di Domizio e tramò un agguato ai suoi danni.
Volendo impedirgli l'ingresso ai comizi gli lanciò contro una banda di
prezzolati che con le armi in pugno gli sbarrò il passo mentre di buon mattino,
quasi al1 alba, si accingeva a metter piede nel Foro.
Il servo che lo precedeva con una fiaccola per illuminargli la strada, cadde a
terra colpito a morte.
Domizio aveva al suo fianco Catone, tornato nel frattempo dalla bugiarda
missione di Cipro.
Lo stoico fu a sua volta ferito.
Benché sanguinante esortava il cognato a non disertare il campo e a farsi
coraggio.
Ma Domizio non fu all'altezza della situazione e fuggì per chiudersi in casa.
Nulla poteva più frenare in quelle elezioni Pompeo e Crasso che infatti
trionfarono ottenendo il consolato, ed era la seconda volta che raggiungevano il
massimo incarico di governo.
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La vittoria rivestiva un particolare valore perché i due magistrati, legati da
un patto di ferro, non si sarebbero ostacolati nell'esercizio del loro potere,
come invece avveniva quando i consoli militavano in partiti opposti.
I triumviri si assicurarono anche l'elezione di tutti i pretori e di otto
tribuni della plebe su dieci.
Catone, che puntava a una pretura straordinaria, fu invece bocciato.
Il tribuno Caio Trebonio, attuando le intese di Lucca, facilitò l'assegnazione
della Spagna a Pompeo e della Siria a Crasso.
I due tribuni che avversavano il triumvirato opposero inutilmente il veto e
altrettanto inutilmente Catone cercò di prendere tempo con uno dei suoi discorsi
fiume.
Trebonio, irritato dalle sue lungaggini, lo fece condurre in prigione.
La proverbiale onestà dell'ottimate si era alquanto offuscata poiché, al ritorno
da Cipro, non aveva saputo produrre un quadro esatto del suo bottino: aveva sì
impressionato il popolo mostrando nel Foro innumerevoli oggetti d'oro, grandi
quantitativi di gemme e di stoffe preziose, tutta roba radunata durante la sua
missione che aveva per scopo l'annessione dell'isola sottratta a Tolomeo, ma
nessun documento ufficiale attestava che non gli era rimasto niente fra le dita.
I rendiconti, giurava e spergiurava Catone, erano stati inghiottiti dalle acque
del mare durante il tempestoso viaggio di ritorno.
Ma gli credevano in pochi.
A completare l'opera dei triumviri, Cesare ottenne la richiesta proroga di
cinque anni del suo proconsolato.
Già si trovava in Gallia, mentre Pompeo aveva inviato suoi luogotenenti nella
provincia spagnola, preferendo compiere brevi viaggi in Campania accanto alla
giovane moglie o starsene a Roma a presiedere i lavori di costruzione di un
immenso teatro per ventimila persone da lui voluto.
Ed era il primo teatro in pietra che si elevava nella capitale.
Pompeo aveva un debole per i giochi, gli spettacoli musicali, i combattimenti di
belve.
Consacrando il teatro, che prese nome da lui, organizzò un combattimento in cui
i gladiatori uccisero cinquecento leoni e diciassette elefanti.
Caddero anche alcuni gladiatori.
Si assistette per cinque giorni consecutivi al più terrificante spettacolo mai
visto prima, e la plebe portò alle stelle la sua popolarità, mentre Cicerone e
le persone colte arricciavano il naso.
Che piacere può esserci, si chiedevano, nel vedere un povero uomo sbranato da
una belva o qualche belva trafitta da un ferro? Quegli uomini e quelle bestie
non avevano forse un triste e comune destino?
Crasso aveva fatto vela per la Siria, con la certezza, nella guerra contro i
parti, di moltiplicare le sue già cospicue fortune e di rafforzare la sua
posizione politica con una gloria militare, perché allora come non mai soltanto
le armi davano in Roma un effettivo potere agli ambiziosi.
Si doveva essere alla testa di un esercito per dettare legge.
Egli aveva indubbie capacità militari e intendeva sfruttarle, sebbene avesse
oltrepassato la sessantina e all'aspetto sembrasse più vecchio.
In realtà avrebbe preferito puntare sull'Egitto ritenendolo una regione ancor
più ricca, ma Cesare lo aveva indotto ad accettare il proconsolato d'Asia.
Mosse da Brindisi piuttosto alla leggera e durante la traversata, affrontata in
pieno inverno, perse molte navi e molti soldati.
Invase senza sforzo la Mesopotamia, ma si attardò a razziarne le popolazioni
tanto a lungo da lasciare ai parti tutto il tempo per prepararsi al
contrattacco.
Quando si scontrò con il nemico si accorse dell'errore compiuto.
Per di più i parti erano guidati da un geniale Surena il quale, oltre ad aver
costituito un esercito di professionisti, aveva mirabilmente addestrato
diecimila arcieri a cavallo.
Il Surena si rivelò imbattibile e Crasso subì una spaventosa sconfitta nella
battaglia di Carre.
La disfatta dei romani fu irreparabile.
Crasso vi perse il figlio Publio, che Cesare gli aveva inviato dalla Gallia alla
testa di mille valorosi cavalieri, e cadde egli stesso in un'imboscata tesagli
dal comandante nemico, sicché i parti poterono riprendersi la Mesopotamia.
Crasso fu il primo dei triumviri a perdere la vita in un attentato, una sorte
cui sarebbero tragicamente soggiaciuti anche gli altri due, Pompeo e Cesare.
Da precise informazioni dei suoi agenti segreti, Caio Giulio aveva avuto
notizia, nell'inverno del 55, di un nuovo movimento di germanici: soldati, donne
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e bambini.
Le tribù degli usipeti e dei tenteri, tallonati dagli svevi, avevano
oltrepas~ato in massa il Reno nei pressi della foce penetrando in Gallia.
L'invasione, diceva il proconsole romano, era realmente minacciosa perché si
erano messi in viaggio non meno di quattrocentomila persone.
Così giustificava il suo nuovo intervento con la pericolosità del movimento
migratorio.
Il generale lasciò subito Ravenna, dove si trovava, per raggiungere il suo
esercito.
Questa volta i galli, invece di chiedere l'aiuto di Roma contro l'invasore come
avevano fatto per opporsi ad Ariovisto, si accordarono con i germani.
Cesare temeva una simile evenienza poiché considerava le tribù galliche volubili
e sempre desiderose di novità.
Era gente curiosa e credula che, al passaggio dei mercanti, si raccoglieva
intorno a loro nelle piazze per ascoltarne i racconti e poi prendeva l'una o
l'altra decisione sulla base di ciò che aveva udito, senza preoccuparsi d'altro.
I galli avevano inviato messaggeri ai germani per incitarli a passare il Reno,
unire le loro forze e affrontare i romani.
Potevano anche contare sul sostegno dei britanni i quali, a loro volta,
attraverso l'Oceano avrebbero spedito armi e uomini, come avevano già fatto
nella guerra dei veneti.
Cesare, che si era posto l'obiettivo primario di scoraggiare le mire
espansionistiche dei germani, nascose il suo sdegno e non rinfacciò ai galli di
aver favorito l'invasione.
Anzi, invitò i loro capi a una conferenza per mettere a punto un piano d'attacco
e ricacciare i germani.
Sosteneva la necessità di difendere insieme il paese dalle orde barbariche e,
dopo qualche discussione, ottenne dai belgi un cospicuo reparto di cavalleria
che egli unì alle sue forze.
Mosse contro il nemico il quale, sorpreso e intimidito dalla rapidità della sua
avanzata, gli inviò un'ambasceria.
I germani, dissero i messaggeri, erano venuti in quei luoghi perché scacciati
dalla loro patria; essi offrivano ai romani la loro amicizia, pronti tuttavia a
prendere le armi se attaccati.
Cesare intendeva il Reno come una frontiera invalicabile in difesa delle sue
conquiste, e perciò rispose che non era possibile un'amicizia con loro fino a
quando rimanevano in Gallia; tutto al più avrebbe potuto aiutarli a sistemarsi
nelle terre degli ubi, sulla destra del fiume, ai quali avrebbero potuto dare
man forte contro le violenze degli svevi.
I germani chiesero tre giorni di tempo affermando di voler riflettere sulla
proposta, ma in realtà per attendere l'arrivo della loro cavalleria già in
marcia.
Cesare, cui non sfuggirono le intenzioni del nemico, non concesse la tregua.
Annunciò che comunque sarebbe andato avanti per non più di quattro miglia al
solo scopo di rifornirsi d'acqua.
Il che equivaleva ad accordare una sospensione di un giorno, e quello fu per lui
un giorno fatale: la cavalleria gallo-romana v~nne attaccata a tradimento dalla
cavalleria nemica e riportò una grave sconfitta pur essendo in cinquemila,
mentre i germani avevano gettato all'attacco appena ottocento cavalieri.
La reazione di Cesare fu tanto pronta quanto spietata, mentre i germani ebbero
un comportamento piuttosto ingenuo.
All'indomani dell'agguato i capi e gli anziani delle due tribù germaniche si
presentarono al proconsole dicendo di voler spiegare i motivi dell'accaduto: i
comandanti della cavalleria avevano dato battaglia senza sapere della tregua.
Ora i germani se ne scusavano e chiedevano di aprire una nuova trattativa per
una reale sospensione dei combattimenti.
In effetti, come subodorava il generale, essi proseguivano nella loro <. perfida
simulazione o, cioè chiedevano ancora tempo per ordire altri inganni.
Cesare li fece arrestare tutti, e rapidamente fu addosso ai nemici senza che
questi potessero rendersi conto di ciò che succedeva e senza poter decidere che
cosa fare essendo i loro capi lontani e prigionieri.
Gli accampamenti dei germani furono rasi al suolo e innumerevoli - forse
quattrocentomila, a sentire Cesare - furono i morti e i feriti; ben pochi, e fra
essi donne e bambini, riuscirono a passare il Reno, anche perché molti vennero
travolti dalle acque impetuose del fiume.
Il proconsole si era sentito autorizzato a dare quella risposta annientatrice
dalla rottura della tregua.
L'eco della strage si ripercosse a Roma dove Catone, sempre in agguato non meno
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di un nemico in armi, ripeteva a gran voce in Senato la sua singolare proposta
di consegnare il folle generale ai germani da lui massacrati in dispregio dei
diritti delle genti.
Coloro che invece volevano ringraziare gli dèi con pubblici sacrifici per le
vittorie romane si compenetravano delle ragioni del condottiero che in piena
tregua era stato aggredito a tradimento.
Catone perseverava nelle denunce: il pericolo per la repubblica non proveniva
dai germani o dai galli, ma da Cesare; offriamo sì sacrifici agli dèi, diceva,
ma per farci perdonare di aver dato i natali a un simile uomo e affinché non
ricada sui nostri soldati la punizione che deve colpire lui, unico responsabile
d'una guerra ingiusta, bellum iniustum.
Il proconsole non desistette dall'attuazione del suo programma bellico e
attraversò il Reno dopo aver fatto costruire nei pressi dell'odierna Coblenza un
ponte in legno sulle violente acque del fiume.
Fu un'opera Immane, condotta a termine in soli dieci giorni dall'abbattimento
degli alberi al legamento dell'ultima travicella della carreggiata.
Era il primo ponte che veniva gettato su quel fiume, come era la prima volta che
un esercito romano passava il Reno, e a comandarlo era Cesare.
Egli entrava in territorio germanico con l'intento di compiervi un'azione
dimostrativa, non per occuparlo stabilmente.
Il Reno era per lui il confine a difesa naturale della zona d'influenza romana,
e difatti per secoli non si ripresentò su quelle acque la minaccia germanica.
Voleva provare al nemico di essere in grado di inseguirlo fin sulla porta di
casa, di dargli una severa lezione per dissuaderlo dal ritentare un'invasione.
Penetrò nel territorio dei sicambri che, presi dallo spavento, gli lasciarono
libero il passo.
Ordinò di incendiare i villaggi e di razziare i raccolti di grano, poi fece
marcia indietro.
Dopo diciotto giorni - certo di aver raggiunto tutti gli obiettivi: incutere
paura ai germani, vendicarsi dei sicambri che li avevano sostenuti, aiutare gli
ubi suoi alleati a liberarsi dalla pressione degli svevi - era già nuovamente in
Gallia col suo esercito.
Tornava indietro non volendo peraltro inoltrarsi in terre sconosciute,
disseminate di foreste impenetrabili e di immense paludi.
Diede l'ordine ai soldati di distruggere il ponte che pure era una delle sue più
mirabili opere d'ingegneria militare.
Plutarco giudicava la rapidità di costruzione del ponte come qualcosa del tutto
incredibile anche a chi vi avesse personalmente assistito.
Napoleone, in un acre commento, critica l'entusiasmo del biografo greco per il
ponte e sostiene che quell'opera non aveva nulla di straordinario.
Essa poteva essere condotta a termine non in dieci, bensì in sei giorni.
Non soltanto al ponte sul Reno s'interessa l'imperatore nelle pagine dedicate
all'attraversamento del fiume e al successivo balzo in Britannia, ma ancora una
volta definisce ingiuste e contrarie al diritto delle genti le repressioni
operate da Cesare.
Non ne approva la condotta nei confronti dei germani, e si mette dalla parte di
Catone.
Altri, come Camille Jullian nella sua monumentale storia della Gallia, chiama
l'attacco alle due tribù germaniche la più volgare delle operazioni di Cesare e
la più vile delle sue azioni .
Agli occhi di Napoleone le scorrerie di Cesare oltre il Reno e oltre l'Oceano
furono del tutto premature.
L'imperatore afferma che il proconsole dovette abbandonare la riva destra del
fiume dopo soli diciotto giorni, senza aver fatto nulla di notevole, perché gli
svevi corsero alle armi, si riunirono in assemblea generale e lo minacciarono da
presso costringendolo a uscire subito da quelle terre.
Alla stessa stregua definisce un insuccesso la tentata invasione della
Britannia, un'azione del tutto improvvisata che ridondò a suo disonore.
Aggredì l'isola con due legioni appena, mentre ne sarebbero occors~ almeno
quattro, ed ebbe solo la buona idea di ritirarsi, il che poté fare senza
perdite.
Napoleone si inserisce fra coloro che considerano le incursioni in Germania e in
Britannia come il fallimento dei grandi progetti cesariani, volti alla conquista
di quei paesi.
In verità non era questo l'obiettivo del proconsole.
Egli, più realisticamente, intendeva rafforzare il suo dominio in Gallia, non
solo aggravando la soggezione dei celti con nuove imprese militari, ma anche
dimostrando loro di essere in grado di colpirli come e quando voleva.
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Ecco che Cesare tornando sulla riva sinistra del Reno pensava di aver fatto
abbastanza, come scrive nel Bellum gallicum, per la propria gloria e
nell'interesse di Roma.
Lo aveva fermato il timore dell'ignoto? Forse no.
Se a trattenerlo dal proseguire l'avanzata nelle terre germaniche era stata la
paura di inoltrarsi in regioni sconosciute, un sentimento opposto lo indusse
subito dopo ad affrontare l'0ceano e a mettere piede in Britannia.
Diceva di essere attratto dall'idea di capire l'indole di quei popoli, gli
ultimi, ai confini del mondo~>, e di voler imparare a conoscere un'isola ancora
misteriosa agli stessi galli dirimpettai.
Tutto questo sapeva di retorica o di affermazioni poste a contorno di qualcosa
di più sostanzioso.
La realtà era infatti un'altra, e nemmeno Cesare la nascondeva interamente:
urgeva dare testimonianza della potenza dell'Urbe anche s~ quelle terre.
Troppe volte i barbari che vi abitavano avevano sostenuto i galli nelle loro
ribellioni antiromane.
E a lui personalmente non bastavano gli allori mietuti ricacciando indietro i
germani.
Sebbene affermasse il contrario, ne cercava altri volgendo sempre più l'occhio a
Roma per rafforzarvi, con l'eco di tante azioni vittoriose di condottiero e di
conquistatore, la sua popolarità, mentre si precisava in lui il progetto di un
dominio assoluto su una repubblica da abbattere e da trasformare.
Come una furia ripercorse tutta la Gallia, a velocità portentosa.
Nemmeno in quei giorni mancò di tenere impegnati gli uffici della sua
segreteria.
Stando a cavallo dettava contemporaneamente cinque o sei lettere a più scribi
che lo seguivano in lettighe colme di carte e di documenti.
Dormiva sempre meno, poche ore per notte, e sempre in viaggio, su un carro o in
una lettiga.
La grande mole di lavoro che egli riusciva a svolgere con rapidità
impressionante e la molteplicità degli interessi politici, militari, storici,
letterari, cui dedicava quotidianamente l'attenzione, erano le più evidenti
caratteristiche che rivelavano la forza del genio.
Anche di notte consultava i messaggi dei luogotenenti o prendeva i primi appunti
per una sua opera, in due volumi, De analogia, dedicata a Cicerone, in cui
affrontava sottili questioni grammaticali.
Un lavoro da linguista compiuto nel fragore della guerra.
I suoi primi lettori erano i generali che lo attorniavano, appassionati
anch'essi di lettere, poeti come Quinto Cicerone, o storici come Aulo Il zio .
A Roma erano in polemica tra loro due scuole lin~uistiche.
L'una propugnava le regole dell'analogia e aveva Cesare tra i suoi fautori;
l'altra, rappresentata da Cicerone, difendeva i princìpi dell'anomalia.
Al De analogia di Cesare si contrapponeva il De oratore dell'arpinate.
Nel suo trattato il generale suggeriva agli scrittori di seguire la via della
ratio che conferiva alla lingua basi solide e certe.
La consue~udo invece induceva all'arbitrio personale, alle anomalie
ingiustificate e alla retorica.
L'indipendenza dalle regole, sostenevano gli analogisti, impediva la chiarezza
espressiva e intorbidava la lingua.
Celebre divenne una perentoria esortazione cesariana: Ricordalo sempre e
imparalo a memoria: evita le parole strane e inusitate come il navigante sfugge
gli scogli ,>.
Il trattato grammaticale era per Cesare anche la sua preparazione stilistica ai
Commentari che scriverà con agile penna: il Bellum gallicum nel 52, sconfitto
Vercingetorige, e il Bellum ciuile nel 46 alla vigilia della battaglia africana
di Tapso.
Il De analogia, pur essendo un testo d'erudizione, non poteva probabilmente
essere del tutto alieno da preoccupazioni politiche, in quanto Cesare non
cessava mai di sentirsi un soldato e un capo partito.
E verosimile che egli volesse attaccare Cicerone e Catone per via indiretta,
fingendo di parlare d'altro.
Nell'agosto del 55 Cesare decise di salpare diretto in Britannia.
Era necessario affrettarsi per non essere sorpresi dall'inverno.
L'impresa appariva entusiasmante e al tempo stesso paurosa.
La gente non sapeva nulla di quelle terre, nemmeno se fossero un continente o
un'isola.
Si credeva che oltre l'Oceano la notte avesse la durata di tre mesi.
Il generale chiese notizie sulla Britannia ad alcuni mercanti, gli unici che vi
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si erano avventurati, ma nessuno seppe dire qualcosa di preciso sull'estensione
del territorio, sul numero degli abitanti e i loro costumi di guerra, sulla
conformazione dei porti.
Caio Cesare, come aveva avuto la gloria di passare per primo il Reno con un
esercito, ora si accingeva a cogliere un altro primato: solcare l'Oceano ed
entrare per primo in un mondo sconosciuto, alla ricerca di
nuovi orizzonti.
Fece scendere la flotta lungo il Reno, e la notte del 27 agosto mosse dal porto
di I~ius (Boulogne-surMer) a una distanza di circa trenta miglia dall'isola.
Aveva caricato le truppe su ottanta navi leggere, le ac~uariae, e i cavalli su
diciotto vascelli speciali chiamati appunto hippogogae.
Con due legioni affrontò i britanni che già s'erano preparati a ostacolare le
operazioni di sbarco sulle scoscese coste dell'isola.
I legionari temevano la profondità del mare e indugiavano a saltar giù dalle
navi, fino a quando l'aquilifero della Decima leE~ione li incora~iò urlando: Oh
commilitoni, vogliamo portare l'aquila romana in una nuova terra o vogliamo che
il nemico ce la strappi di mano? ".
Raggiunta la spiaggia, a nord della odierna Dover, i legionari ebbero la meglio
sui britanni, ma non poterono inseguirli mancando di cavalieri le cui navi si
erano perdute nell'attraversamento del mare.
Il nemico, che subito aveva chiesto di trattare la pace, si riebbe poco dopo
dallo spavento constatando che i romani erano in difficoltà: in una furibonda
tempesta molte navi al largo della costa erano state danneggiate e rese
inutilizzabili; altre, soprattutto quelle che trasportavano la cavalleria e che
finalmente erano arrivate in vista della Britannia, erano state risospinte verso
la Gallia con tutti i loro occupanti.
Come portare avanti la spedizione e rifornirsi di vettovaglie, ora che il numero
delle navi a disposizione era così ridotto? Per prima cosa bisognava gettarsi
sui campi di grano del nemico, ma i britanni erano all'erta.
I romani avevano falciato il grano un po' dovunque nella zona.
Solo un campo era ancora intatto e i barbari, intuendo che presto anche quello
sarebbe stato invaso, si erano nascosti in armi nottetempo per attaccare di
sorpresa i mietitori.
Difatti i soldati romani, arrivati sul posto, già falciavano il grano quando
furono circondati dalla cavalleria e dai carri

nemici.
Erano carri da guerra a due ruote, assai robusti, trainati da cavalli veloci.
L'apparizione di quegli strumenti bellici, sconosciuti agli invasori, gett-ò lo
scompiglio tra i mietitori che nel frattempo avevano deposto le armi per meglio
operare nella raccolta.
I britanni impiegarono i loro carri in altre azioni.
Ogni carro trasportava più soldati i quali, giunti con gran frastuono e
lanciando dardi nel mezzo delle truppe nemiche, saltavano a terra e combattevano
a piedi, per poi risalire sui cocchi.
In tal maniera, osserva Cesare, i britanni univano alla mobilità della
cavalleria la stabilità della fanteria.
I le~ionari si disorientarono. non solo per la novità della tattica, nouitate
pugnae, ma anche per l'orribile aspetto dei britanni, horridiores adspectu, che
si tingevano d'azzurro il volto, il petto e le braccia.
Si radevano le guance e l'intero corpo, mentre portavano i capelli lunghi e i
baffi spioventi.
Molti soldati romani caddero su quel campo di grano e il rosso del loro sangue
apparve come il rosso dei papaveri.
Accorse Cesare che però ancora una volta dovette rinunciare a inseguire il
nemico.
I britanni tornarono all'attacco, ma la loro sortita si risolse in una disfatta.
Chiesero nuovamente di aprire trattative di pace, al che il proconsole si fece
anzitutto consegnare un gran numero di ostaggi.
Alcune usanze di quel popolo lo impressionarono particolarmente.
Annotò che avevano mogli in comune a gruppi di dieci o dodici persone, specie
tra fratelli, tra padri e figli.
I nati dalle loro unioni molteplici erano considerati figli di colui che per
primo aveva posseduto la donna ancora vergine.
Non mangiavano carne di lepre, di gallina e di oca come imponeva la loro
religione.
Si nutrivano soprattutto di latte.
Non c'era tempo perché Caio Giulio ingaggiasse una vera guerra, magari chiamando
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rinforzi dal continente.
L'equinozio d'autunno era vicino e tutto consigliava di limitare l'azione romana
a una ricognizione dell'isola, ripromettendosi di tornare con un esercito ben
altrimenti poderoso.
A soli quindici giorni dallo sbarco, Cesare e i suoi soldati, il 12 settembre
facevano nuovamente vela per i porti della Gallia, con le rimanenti navi
rappezzate alla meglio.
L'audace spedizione in Britannia entusiasmò il popolo romano sebbene alcuni
parlassero di fuga dall'isola attuata, dicevano, con la stessa precipitazione
con cui i cesariani vi erano sbarcati.
Ma i più mostravano una piena esultanza.
La gente apprendeva i particolari dell'impresa dalle lettere del vittorioso
proconsole, ex litteris Caesaris.
Cicerone disse che al cosPetto di questa impresa, impallidiva anche la figura
di Caio Mario .
Il Cicer non stava più nella pelle.
Aveva perfino accantonato il timore d'una ventilata dittatura.
Scrive al fratello Quinto, che seguiva Caio Giulio: Fammi dipingere questa
Britannia.
Tu mi dai i colori, io userò il pennello.
Lo stesso Catullo, il poeta che non amava Cesare e che sempre lo punzecchiava
con versi scurrili, quella volta lo chiamò grande, colpito dalla temerità
dell'azione compiuta tra i britanni così orribili e lontani, hoJribilesque
ultimosque britannos.
Il Senato, sempre più prono e avvilito, decretò un rito di ringraziamento agli
dèi ancor più prolungato dei precedenti.
Le manifestazioni durarono venti giorni, ma a esse non partecipò Cesare che si
era fermato nel quartiere generale della Gallia cisalpina a presiedervi le
sessioni giudiziarie e a preparare i piani di costruzione di una nuova e ben più
robusta flotta in vista d'un secondo attacco contro l'isola misteriosa, l'ultima
Britannia virgiliana.
Breve fu la sosta.
Egli dovette partire sollecitamente per l'Illiria avendo appreso che il popolo
dei pirusti, stanziati nell'Albania settentrionale, operava incursioni
devastatrici ai confini della provincia.
Al suo cospetto i pirusti si scusarono, ma il generale pretese la consegna di
ostaggi e il risarcimento dei danni accertati da un apposito comitato.
Sistemata la questione tornò, altrettanto fulmineamente, sulle coste dell'Oceano
dove, mentre preparava la nuova invasione della Britannia, teneva a bada le
bellicose tribù della Gallia che non gli ubbidivano.
I galli si rifiutavano di prestargli aiuto.
Tacevano su tutto ciò che sapevano dell'isola.
Il più infido degli edui, Dumnorige, non volle seguirlo nella spedizione
affermando che gli dèi glielo proibivano, essendo la Britannia la terra madre
del druidismo.
Cesare pretendeva assolutamente di averlo con sé, ed egli non ebbe scelta che
fuggire.
Ma, inseguito dalla cavalleria romana, fu ra~iunto e trucidato.
In compenso Cesare aveva un'altra valida guida in un principe britannico che
aveva lasciato la sua terra per unirsi a lui.
Il proconsole aveva già ordito un pretesto per aggredire l'isola una seconda
volta: due sole tribù della Britannia gli avevano inviato gli ostaggi pattuiti,
tutte le altre se ne erano astenute.
Ciò andava punito.
Più di ottocento vascelli erano pronti a salpare, ed erano assai diversi dalle
fragili navi della spedizione dell'anno prima, più bassi e larghi, adatti ai
mari del nord e alle coste rocciose dell'isola dov'era arduo sbarcare.
A favorire la partenza, sul far della sera del 20 luglio 54 si levò un leggero
vento, l'Africo famoso e beneaugurante.
Partirono cinque legioni e duemila cavalieri pieni di entusiasmo.
I cavalieri erano in massima parte di nazionalità gallica.
Delle ottocento navi della flotta, ben duecento appartenevano ad affaristi
privati che si erano aggregati alla spedizione con la speranza di sfruttare
nuove popolazioni e conquistare nuovi mercati.
Tanta era la fiducia che le imprese di Cesare ormai suscitavano nella gente.
Il nemico, che occupava le alture della costa britannica, fu preso dallo
sgomento allo spettacolo di quell'immensa parata di navi e fuggì riparandosi
all'interno dell'isola.
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Nella tarda mattinata del giorno successivo Cesare poté sbarcare senza alcuna
difficoltà su di una spiaggia in pianura da lui individuata durante la
precedente esplorazione.
Scelto un luogo adatto per erigervi l'accampamento, s'inoltrò di notte per
dodici miglia alla ricerca di un contatto con le armate britanne.
All'alba ci fu subito uno scontro che Sl concluse con fl successo deglmnvasorl
grazle ad abili manovre della cavalleria.
I britanni si rifugiarono nelle selve vicine e Cesare per il momento non li
inseguì non conoscendo i luoghi.
L'indomani, quando aveva già iniziato l'inseguimento, gli arrivò la notizia che
durante la notte una tempesta violentissima aveva distrutto quaranta navi della
sua flotta.
Accorse sul posto e diede ancora un po' di respiro al nemico, dovendo impiegare
il maggior numero di legionari a riparare rapidamente i guasti provocati dal
fortunale.
Era bastata quella sosta, che si protrasse per una decina di giorni, a rianimare
i britanni.
Quando il generale riprese a combatterli si avvide che essi si erano rafforzati:
molte genti avevano rinserrato le file affidando il comando supremo della guerra
a un capo valoroso, Cassivellauno, e accantonando antiche rivalità per
affrontare uniti le legioni romane.
Cesare avanzava, sebbene lentamente, tra imboscate e azioni di guerriglia che
disorientavano i suoi soldati e li esponevano a gravi rovesci.
I britanni non combattevano mai in grosse formazioni e la loro cavalleria
fingeva di ripiegare per ingannare gli inseguitori.
Il proconsole riconosceva che i legionari erano impreparati ad affrontare un
nemico mobile e imprevedibile.
Egli reagiva devastando i raccolti e provocando incendi dovunque.
Istruiva lestamente i suoi uomini a compiere azioni di guerriglia per tenere
testa alle truppe di Cassivellauno le quali si erano nel frattempo riparate
oltre il Tamigi in una zona che poi prese il nome di Londinium.
In un solo tratto il grande fiume poteva essere passato a guado.
Cassivellauno fece disseminare quel punto di pali aguzzi conficcati sotto le
acque e nascosti dalla corrente per bloccare l'invasore, ma Cesare condusse
egualmente il suo esercito al di là del Tamigi.
I legionari, immersi fino al collo nelle gelide acque del fiume e impediti nei
movimenti, erano bersagliati dai dardi del nemico.
Incitati dal loro generale non si persero d'animo e poterono mettere in fuga i
britanni che però nel ritirarsi tendevano sempre nuovi agguati; si nascondevano
in selve intricate e all'improvviso assalivano con i loro carri micidiali la
cavalleria di Cesare quando osava spingersi troppo avanti.
Gli ardimentosi isolani disponevano di ben quattromila carri da guerra, e questa
era la loro arma se~reta.
Tra uno scontro e l'altro i legionari s'inoltrarono in quel territorio
sconosciuto fino a prendere d'assalto la principale fortezza di Cassivellauno,
eretta nei pressi d'una località che prenderà il nome di Verulamium (Saint
Albans).
L'oppidum era ottimamente difeso da boschi e paludi, da trinceramenti e fossati.
Cesare lo attaccò da due lati con una irresistibile manovra a tenaglia,
infliggendo ai britanni una sanguinosa sconfitta.
Il nemico tentò ancora una mossa a sorpresa.
Volendo tagliare ai romani la via del mare e dei rifornimenti si gettò numeroso
sul loro accampamento navale, ma ancora una volta fu battuto.
Finalmente Cassivellauno - preoccupato del fatto che altre genti isolane si
erano unite a Cesare un po' per paura degli invasori, un po' in odio
all'egemonia esercitata dalla tribù dei catuvellauni - inviò ambasciatori al
generale per offrire la resa.
Cesare non ebbe difficoltà ad accettare l'atto di sottomissione.
Il suo maggior timore era che tra i popoli gallici scoppiassero nuove rivolte,
ed aveva perciò fretta di tornare sul continente prima che le acque della Manica
fossero sconvolte dalle furiose tempeste invernali.
Il 21 settembre era di nuovo in Gallia nel sicuro porto di Itius, al termine
d'una spedizione ch'era durata due mesi.
Aveva dimostrato ai britanni, e non solo a loro, la potenza e l'audacia di Roma,
aveva per primo messo piede su una terra nuova, ed ecco che poteva lasciarla non
senza aver imposto gravosi tributi annui alle popolazioni sconfitte e ordinato
la consegna di molti ostaggi e di grandi quantitativi di grano.
Non ritenne tuttavia opportuno stabilire un contingente di truppe romane a
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presidio dell'isola.
Trovò Cesare in Britannia le smisurate perle di cui parla Svetonio e che
avrebbero addirittura indotto il proconsole, bramoso di ricchezze, a compiere la
traversata? Non si è mai saputo nulla di preciso in proposito.
Tuttavia Cicerone scrive che sull'isola non si rinvenne neppure un'oncia
d'argento né alcun'altra preda preziosa.
Era però noto a tutti che, con le azioni in Britannia, in Gallia e in Spagna, il
generale aveva ammassato grandi tesori.
In Britannia catturò migliaia di uomini e li vendette come schiavi; in Gallia
rastrellò oro a non finire per smerciarlo in Italia e nelle province a tremila
sesterzi la libbra, tanto che i britanni e i galli immiseriti .< battevano i
denti , secondo un'espressione di Catullo.
Cesare era ormai l'uomo più ricco del mondo.
Con una parte delle sue sconfinate risorse poté abbellire Roma.
Fin dal 54 ordinò la costruzione dei Saepta lulia, i recinti marmorei in cui si
riunivano i comizi elettorali, ai piedi del Campidoglio, e di un nuovo
Diribitorium, il grande edificio adibito allo spoglio dei voti.
Proprio in mezzo al Foro restaurava la Basilica Emilia utilizzando antiche
colonne, ed erigeva la Basilica Giulia.
Contemporaneamente incaricò Cicerone e l'amministratore dei suoi beni, il
cavaliere Caio Oppio, di acquistare un terreno per costruirvi il Foro Giulio
volendo ampliare l'antico Foro ormai insufficiente alle funzioni di una Roma
capitale di un dominio che si estendeva dalla Gallia transalpina alla Siria.
Si dovettero espropriare numerose abitazioni private, e agli iniziali sessanta
milioni di sesterzi da lui stanziati fu giocoforza aggiungerne altri quaranta,
molti dei quali finirono certamente nelle tasche di Cicerone e di Oppio.

L'insigne oratore, che si rivelava anche un astuto affarista, decantava le


bellezze di queste monumentali opere, anche perché suo fratello Quinto,
luogotenente di Cesare, contribuiva validamente al rastrellamento dei bottini.
Cicerone, scrivendo ad Attico sugli edifici gloriosi in costruzione a Roma,
pensa che l'amico gli possa fare un'obiezione: ..A che ti servono questi
monumenti?, e dà una risposta elusiva: ..
Perché prendersi pena di ciò! .
Se avesse dovuto dire la verità non avrebbe potuto tacere sulla sorte di quei
quaranta milioni di sesterzi aggiuntivi.
E allora era opportuno cavarsela con una battuta.
VII
Cesare era in Gallia.
Già nell'autunno le popolazioni galliche avevano ripreso le armi contro di lui,
il che gli impedì di recarsi a svernare nella Cisalpina com'era sua
consuetudine.
Il primo segnale di un persistente malessere partì dai carnuti, stanziati tra la
Loira e la Senna, i quali, volendo dimostrare il loro odio contro l'occupatore,
trucidarono il re Tasgezio che Cesare aveva posto sul trono per premiarlo della
sua fedeltà a Roma.
Alla immediata reazione del proconsole e all'invio d'una legione con scopi
punitivi, i carnuti rinunciarono ai propositi bellicosi.
Il proconsole in Gallia aveva suddiviso il suo grande esercito in otto quartieri
invernali, lontani tra loro, per meglio tenere sotto controllo la difficile
situazione militare e potersi più agevolmente rifornire di vettovaglie.
Proprio quegli accampamenti divennero l'obiettivo delle rivolte che esplodevano
qua e là nel paese.
Pericolosamente si mossero gli eburoni, i belgi germanizzati che abitavano tra
la Mosa e il Reno.
Avevano saputo dell'assassinio di Tasgezio e, incoraggiati dal gesto, avevano
preso le armi agli ordini d'un formidabile generale, Ambiorige, che si era
strettamente collegato con il re dei treveri, Induziomaro.
Chiesto anche l'aiuto dei germani d'oltre Reno che però non ottenne, Ambiorige
assalì di sorpresa il campo romano di Aduatuca (Tongres) dove si trovavano le
quindici coorti comandate da Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta.
I romani non solo seppero resistere agli attaccanti, ma riuscirono anche a
metterli in fuga e a disperderli.
Gli eburoni, ritirandosi, gridavano di voler parlare con i capi dei legionari
per fare la pace.
Furono inviati presso Ambiorige due ambasciatori i quali, dopo un lungo
colloquio, tornarono al campo recando notizie incredibili che gettarono lo
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scompiglio in seno al consiglio di guerra dei romani.
Sorse un profondo contrasto fra i due comandanti, Sabino e Cotta.
Essi si trovavano di fronte a uno sfacciato racconto di Ambiorige il quale,
dichiarandosi amico di Roma - e inizialmente lo era stato davvero - annunciava
che tutte le popolazioni della Gallia erano in armi e che entro due giorni
avrebbero simultaneamente assalito i vari alloggiamenti invernali di Cesare.
Si attuava un attacco simultaneo allo scopo di impedire che alcune legioni
accorressero in aiuto di altre, dovendo difendere se stesse.
Annunciava inoltre che i germani avevano già oltrepassato il Reno intenzionati a
sostenere la rivolta antiromana dei galli.
Poi spiegava i motivi per cui egli stesso aveva assalito il campo di Sabino e di
Cotta: aveva dovuto farlo sotto la spinta della sua gente.
Ma ora trionfava la sua riconoscenza per Cesare di cui si confermava sincero
amico.
Si diceva quindi disposto a salvare i soldati del campo e a favorire il loro
trasferimento in quelli di Quinto Cicerone e di Tito Labieno, distanti fra loro
non più di cinque miglia.
Sabino e Cotta vennero a diverbio.
Il primo prestava fede alle parole del nemico, mentre il secondo capiva che si
trattava di un inganno.
Ebbe la meglio Sabino, e si decise di far uscire le legioni dalle trincee del
campo fortificato per raggiungere l'armata di Labieno.
All'impudenza di Ambiorige corrispose la dabbenaggine di Sabino, sicché le
quindici coorti, ormai allo scoperto, giunte in un'ampia e chiusa spianata,
vennero assalite dai soldati nemici in agguato alle due imboccature della valle.
I romani, che non potevano opporre una valida difesa, cadevano numerosi sotto i
dardi degli assalitori celati nel folto d'un bosco soprastante.
Cotta, che si batteva valorosamente, fu raggiunto da un colpo di fionda alla
bocca, ma continuò a incoraggiare i soldati.
Sabino, che vagava smarrito, chiese al nemico di parlamentare.
Ambiorige, pronto all'ultimo inganno, gli concesse il colloquio, e, mentre
fingeva di discutere le condizioni della tregua, diede il segnale di ucciderlo.
I galli esultarono e annunciarono la loro vittoria.
Le coorti romane furono interamente massacrate.
Cotta, che aveva respinto l'idea di Sabino di chiedere la tregua, combatté fino
a quando non fu raggiunto da un colpo mortale.
Alcuni legionari si trascinarono fino al campo da cui erano partiti e l'alfiere
difese strenuamente, ma invano, l'aquila romana.
I superstiti, visto che ogni resistenza era inutile, si diedero la morte con il
corto brando che non avevano mai abbandonato.
Ben pochi arrivarono al campo di Labieno, dove narrarono l'accaduto.
Cesare si fece crescere i capelli e la barba giurando a se stesso che non
avrebbe più tagliati gli uni né rasata l'altra se non a vendetta consumata.
Esaltati dalla vittoria gli eburoni presero di mira anche il campo sulla Sambre
di Quinto Cicerone, seguiti dai nuovi insorti, gli aduatuci e i nervi.
Ambiorige, prima di sferrare l'attacco, aveva tentato di ripetere
l'operazione-inganno che gli era riuscita così bene con Sabino, ma Quinto non
abboccò.
Il luogotenente romano resistette all'assedio e diede tempo a Cesare di
accorrere in forze.
Gli eburoni e i loro soci furono sconfitti, ma si sollevavano altri popoli, come
gli armoricani e i senoni, che assalirono altri campi.
Si era di nuovo costituita una coalizione antiromana.
I legionari combattevano strenuamente nei vari luoghi dove esplodevano le
ribellioni.
Combattevano nelle peggiori condizioni, ma egualmente mettevano a segno qualche
buon colpo, come quando i cavalieri di Tito Labieno riuscirono a catturare il
terribile Induziomaro. ancora alla guida dei treveri, facendogli pagare con la
decapitazione il suo ardire libertario.
La testa fu esposta nell'accampamento romano, e intorno a essa i legionari
festeggiarono la vittoria.
Cesare arruolava nella Gallia cisalpina nuovi soldati.
Pompeo, rispondendo al suo pressante appello, gli cedette una delle sue legioni.
I cisalpini accorrevano alla chiamata, desiderosi di ottenere la cittadinanza
romana.
Infatti se in passato bisognava essere cittadini romani per far parte
dell'esercito, ora, e ciò valeva per i provinciali, si doveva entrare
nell'esercito per diventare cittadini.
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Nella primavera del 53 Cesare disponeva complessivamente di dieci legioni, pari
a cinquantamila soldati, una forza sufficiente a sferrare un contrattacco in
grande stile in ogni direzione, manovrando con audacia e scaltrezza.
Prima di indire il consueto concilio dei popoli galli e belgi suoi alleati,
volle affrontare i nervi non ancora completamente domati, invadendo il loro
territorio con quattro legioni.
Le devastazioni di villaggi e campagne non ebbero termine fino a quando i
ribelli non si arresero a discrezione.
Ora si poteva tenere il concilio, ma a esso non parteciparono i popoli dei
senoni, dei carnuti e dei treveri.
La loro defezione fu subito considerata un segno di aperta ribellione, e contro
queste tribù Cesare scagliò il suo esercito.
Il primo obiettivo fu il popolo dei senoni.
Per essere più vicino alla zona delle operazioni, il proconsole decise di far
proseguire le riunioni del concilio non più a Samarobriva (Amiens) ma a Lutecia
Parisiorum, l'odierna Parigi.
Ai senoni bastò l'approssimarsi clelle legioni romane per chiedere la pace,
subito imitati dai carnuti.
Rimanevano da colpire i treveri che già si accingevano ad attaccare le legioni
di Labieno.
Il comandante romano usò l'astuzia per trarsi d'impaccio.
Finse di abbandonare il campo come se fosse spaventato dal loro sopraggiungere.
Ma improvvisamente, dopo aver percorso poche miglia, ordinò alla legione di
arrestarsi in un luogo adatto al contrattacco.Di qui i legionari cominciarono a
lanciare dardi e giavellotti contro il nemico il quale, sorpreso, non riuscì a
sostenere l'urto, si spaventò e si disperse cercando rifugio nelle selve vicine.
I treveri si arresero e i germani, che erano accorsi in aiuto, tornarono
indietro.
Cesare, riunite le sue forze a quelle di Labieno, si gettò oltre il Reno, dopo
avervi costruito, come aveva già fatto due anni prirna, un grande ponte in
legno, nei pressi dell'odierna Bonn.
Era nuovamente in territorio germanico per rivolgere di persona a quelle genti
un avvertimento, per compiere al di là del confine un'azione dimostrativa di
forza e di risolutezza.
Intendeva dissuadere i germani dall'intervenire a sostegno degli eburoni contro
i quali avrebbe subito dopo portato la guerra.
Era completamente preso, totus et mente et animo, dall'idea di colpire Ambiorige
per quella strage da lui compiuta ai danni dei legionari di Sabino e di Cotta.
Ancora portava in segno di lutto la barba e i capelli lunghi.
Il popolo degli svevi, che temeva l'attacco dei romani, si raccolse, in una
grande trasmigrazione, nella regione più interna del paese sui monti della
Turingia dominati da una selva immensa, Bacenis silva.
Il proconsole, che considerava raggiunto il suo scopo, non volle inoltrarsi in
zone sconosciute dove non avrebbe potuto rifornirsi di grano.
Fece marcia indietro.
Questa volta non distrusse del tutto il ponte sul Reno, ma ne abbatté solo il
tratto verso la riva germanica.
In tal modo diede a vedere che era sempre pronto a tornare, e difatti sulla
sponda sinistra del fiume eresse una torre a quattro piani attorniata da un
contingente di dodici coorti.
Ora conosceva meglio i germani che indossavano pelli e corti rivestimenti di
renna lasciando scoperta gran parte del corpo.
Passavano la vita in cacce e in attività guerriere.
Era tra loro maggiormente stimato chi si manteneva più a lungo vergine, qui
diutissime impuberes permanserunt, nella convinzione che ciò facesse crescere la
statura, irrobustire il corpo e rinsaldare i nervi; fra loro nulla era più
disonorevole dell'aver conosciuto la donna prima dei venti anni.
Nel Bellum gallicum, il generale dedica una quindicina di paragrafi a illustrare
gli usi, le superstizioni, gli ordinamenti dei germani e dei galli, ponendoli a
raffronto.
In Gallia ogni nazione, anzi ogni famiglia era dilaniata da lotte intestine.
Due erano le classi dominanti, i druidi e i cavalieri.
La plebe non contava nulla né partecipava ad assemblee.
La religione gallica, il druidismo, appariva torva e sanguinaria, punteggiata di
sacrifici umani.
In pubblico innalzavano enormi simulacri costruiti con vimini intrecciati.
Introducevano al loro interno uomini vivi, forse colpevoli di qualche delitto o
anche innocenti, e poi, come veri e propri sacerdoti della morte~, davano fuoco
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
a tutto l'insieme lasciando perire tra le fiamme le povere vittime.
Cesare fu il primo, insieme al viaggiatore greco Posidonio di cui aveva con sé
i libri, a descrivere i sacrifici druidici.
E lo fece con animo di esploratore.
Egli era particolarmente attratto da una consuetudine in auge fra i druidi,
quella di non affidare i loro insegnamenti a testi scritti.
Seguivano questa condotta per impedire che le dottrine si divulgassero tra il
popolo e per evitare che, fidando troppo sullo scritto, si trascurasse di
esercitare la memoria.
Il generale, nel condividere questa seconda preoccupazione, annota: Accade ai
più che, per l'abitudine di scrivere ogni cosa, non si sforzino di ritenerle a
mente, e quindi la loro memoria si indebolisce.
I druidi credevano all'immortalità dell'anima.
Dicevano che, dopo la morte, lo spirito passava dall'uno all'altro corpo.
Con questo insegnamento cercavano di sopprimere la paura della morte e di
incitare la gente al valore.
Il proconsole, sconfitti gli svevi, poteva finalmente vol~ersi a~li eburoni.
La sua idea fissa era ancora Ambiori~e.
Si gettò sulle tracce del capo nemico, e lo raggiunse nella selva delle Ardenne.
I romani lo avevano sorpreso indifeso e impreparato, attorniato solo da pochi
cavalieri.
Con rapidità straordinaria aggredirono il piccolo drappello, ma a conclusione
della zuffa dovettero constatare che l'eburone era riuscito chi sa come a
mettersi in salvo. ..
Molto può la fortuna in ogni cosa, commenta Cesare, .~e più ancora nelle azioni
militari.

Amareggiato mise a ferro e a fuoco l'intera regione, attuando una guerra di


annientamento.
Ardeva dal desiderio di vendetta, e lo scrive a tutte lettere nel Bellum
gallicum.
Parla esplicitamente della necessità di .. sterminare quella gente scellerata,
di .<cancellare la stirpe degli eburoni e il loro stesso nome.
Per tre mesi, nell'estate del 53, impegnò tutte le sue forze a inseguire in ogni
dove il nemico che cercava rifugio nelle foreste, nelle paludi, nelle isole
dirimpetto alla costa.
Avvilito, uno dei più austeri capi eburoni, il vecchio Catuvolco, si uccise col
veleno delle foglie di tasso maledicendo la follia di Ambiorige che, per
cupidigia di potere, aveva portato alla rovina il suo popolo.
Altre tribù si arresero e più agili divennero i movimenti dei romani.
Cesare poté arrivare nel territorio di Aduatuca che era stato il teatro
dell'agguato teso a Sabino e a Cotta.
Trovò ancora intatto il campo fortificato che le legioni avevano abbandonato
pochi mesi prima, e tornò a occuparlo.
Invitò i popoli confinanti a saccheggiare la regione degli eburoni; come premio
consentiva loro di impossessarsi di ogni bene.
Accorsero numerosi i predatori, facendo man bassa di bestiame.
Arrivarono anche i sigambri dalla riva destra del Reno, forti di duemila
cavalieri, i quali non si limitarono a razziare gli averi degli eburoni, ma si
gettarono anche sul campo di Aduatuca che Cesare aveva temporaneamente lasciato
affidandone il comando a Quinto Cicerone.
Nel campo erano raccolte tutte le provviste e le vettovaglie dei romani, e ciò
fece gola ai saccheggiatori.
I sigambri sferrarono un micidiale attacco che costò a Quinto la perdita di due
coorti.
Poi, appreso che Cesare stava per tornare, riattraversarono precipitosamente il
fiume con le loro prede.
Sconfinata fu la rabbia del proconsole.
Indisse un nuovo concilio e annunciò pesanti misure punitive cui seguì
un'immediata esecuzione. La più grave delle ritorsioni investiva il capo dei
senoni, Accone, che aveva istigato il suo popolo alla rivolta, e che ora si
trovava prigioniero dei romani.
Accone fu condannato al supplizio.
Secondo le antiche usanze della repubblica fu denudato, fustigato e decapitato
con un colpo di scure.
Molti altri prigionieri destinati a pene minori riuscirono a fuggire col favore
delle tenebre, e Cesare decretò ai loro danni la famosa interdictio aquae et
ignis.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Ancora una volta il generale poteva dire di aver domato la Gallia.
Lo diceva, ma forse non lo pensava.
Difatti, in quella Gallia che egli chiamava quieta solo per ragioni di
propaganda, si preoccupò di dislocare le legioni in luoghi cruciali: due nelle
terre dei treveri a guardia della frontiera germanica; due presso i lingoni
(Langres e Digione) di cui si fidava pienamente; le rimanenti sei legioni furono
acquartierate presso i senoni che erano le popolazioni più temute.
Riprese quindi la strada della Cisalpina poiché doveva occuparsi un po' di Roma
la cui situazione era grave al punto da rasentare l'anarchia.
VIII
Caio Cesare era riuscito a mantenere il predominio sostanziale sugli altri due
colleghi del triumvirato, ora appoggiandosi all'uno ora all'altro.
Pompeo, che pure era potente, doveva sottostargli.
Crasso era geloso di entrambi, ma di entrambi aveva bisogno.
Si era ormai nell'inverno degli anni 53-52.
Durante la lunga assenza di Cesare dall'Urbe si erano susseguiti molti
avvenimenti, alcuni dei quali luttuosi, tali da riflettersi sul triumvirato e
sulle stesse sorti della repubblica.
L'assenza di Cesare da Roma e la partenza di Crasso per l'Oriente, dove trovò la
morte a Carre combattendo contro i parti, offrirono a Pompeo il destro per
rafforzare la sua posizione e dominare quasi incontrastato nell'Urbe fin dalla
fine del 55.
Si era già aperto il fatale dualismo tra lui e Cesare quando la scomparsa di
Giulia approfondì il contrasto.
Il Magno amava sinceramente la figlia di Cesare, morta di parto a soli ventinove
anni nel settembre del 54, e quel matrimonio felice aveva salvaguardato anche i
rapporti politici fra genero e suocero.
Venendo a mancare un legame così particolare, Pompeo si sentì più libero di
agire in nome di un esclusivo e personale interesse di predominio.
La stessa cosa valeva per Caio Giulio.
Anneo Lucano lamenta la morte di Giulia: ~.Se il fato ti avesse consentito una
più lunga vita, avresti potuto tu sola trattenere la pazzia furiosa di un padre
e di uno sposo, strappare la spada dalle loro mani e congiungerle, come le donne
sabine sepperO unire i generi ai suoceri,..
Roma fu sconvolta al pensiero che si spezzava un vincolo in grado di conservare
la pace in uno Stato malfermo.
Nella città esplose la tempesta, tumulti e sommosse si verificavano ogni giorno
e in ogni luogo.
E quando sopraggilmSe anche la notizia della morte di Crasso, tutti si dissero
convinti dell~ineluttabilità dello scontro fra i due triumviri superStiti.
Dando un esempio di sconfinata ambizione, i tre perSonaggi s'erano divisa la
repubblica in tre parti, annota PlutarCO richiamandosi ai versi di Omero, come
aveVano fatto Zeus (la terra), Posidone (il mare), Plutone (gli inferi); ma ora,
essendo rimasti in due, volevano molto di più.
CeSare cercò di allacciare un nuovo legame sentirnentale con l'altro triumviro
offrendogli in sposa una pronipOte~ OttaVia~ e chiedendogli la mano della figlia
PomPea.
Si sOrprese sommnamente quando Pompeo rifiutò di rinnovare con lui un patto
privato a carattere matrimoniale L'altro triumviro preferì infatti scegliere
Cornelia come n~lova moglie, la quinta della serie.
Cornelia, figlia di Scipione ~etello, era la vedova del giovane Publio Crasso
cadllto col padre in Asia, ed era soprattutto una patrizia, il Clle rendeVa
chiaro come il Magno intendesse riavvicinarsi all~ari5tocrazia mediante le
influenti famiglie degli Scipioni e dei ~etelli
Lo straordinariO intreccio matrimoniale vagheggiato da Cesare COmportava la
rottura di altri legami in atto: OttaVia doveva divorziare da Claudio Marcello,
mentre la figlia di pompeo doveva rompere il rapporto con Fausto Silla Lo stesso
Cesare avrebbe dovuto lasciare Calpurnia con la quale era unitO da cinque anni.
Ed egli non avrebbe esitatO a sacrificarla sull'altare della convenienza
politica.
AnCOra una volta la scelta di Pompeo fu sentimentalmente felice.
Cornelia era colta e bella, praticava le lettere, la fisofia e la musica~
conosceva la geometria.
Il suo carattere, osserva Plutarco, si era conservato immune dalla disgustosa
affettazione di cui sono vittime le giovani donne fornite d'istruzione.
Fallito questo intricato piano matrimonial-politico, non poterono non essere
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estremamente contrastate le nuove elezioni alle alte magistrature, tanto che non
fu possibile eleggere i consoli per il 53.
Pompeo tramava per danneggiare i candidati di Cesare.
Inoltre si serviva degli auspici e dei veti tribunizi al fine di provocare il
rinvio dei comizi.
Roma rimase lungo sette mesi senza governo e bastò questa situazione perché si
cominciasse a sostenere l'esigenza di eleggere al più presto un dittatore, un
uomo forte che concentrasse nelle proprie mani il potere e riportasse un po'
d'ordine.
Se ne faceva anche il nome che naturalmente era quello di Pompeo il quale già
godeva d'una situazione di privilegio essendo l'unico magistrato in carica,
presente a Roma in veste di proconsole.
Difatti, per meglio manovrare a favore di se stesso, si era ben guardato dal
raggiungere la Spagna, luogo del suo proconsolato.
Un tribuno osò avanzare apertamente la proposta di eleggerlo dittatore e si
prese in piena Curia le rampogne di Catone.
Il virtuoso oratore, che contrastava ogni forma di potere straordinario, attaccò
anche Pompeo invitandolo a fare qualcosa di buono esclusivamente per la salvezza
della repubblica e non nei suoi interessi personali.
In realtà non si sapeva bene che cosa il grande generale volesse, ma per il
momento egli diede astutamente l'impressione di accantonare i supposti propositi
dittatoriali. La voce d'una dittatura, > scriveva Cicerone al fratello Quinto
in Gallia, non piace alla gente perbene: la situazione è piena di incertezze.
Pompeo dice apertamente di non aspirare alla dittatura, ma con me, prima,
parlava in maniera diversa.
E davvero difficile capire come la pensi, questo Pompeo; se vuole o non vuole.
>~
L'esortazione catoniana ebbe successo al punto che nel mese di luglio fu
possibile procedere alla tanto ostacolata elezione dei consoli.
Pervennero al governo un neocesariano, Cneo Domizio Calvino, pentito di essersi
opposto in passato a Caio Giulio, e un conservatore estremista sostenuto dal
Senato, Valerio Messalla, che sconfisse un altro candidato neocesariano Caio
Memmio.
Cesare, sempre pronto a passare su ogni ingiuria pur di guadagnare alleati,
aveva perdonato a Calvino e a Memmio, ma quest'ultimo perse egualmente le
elezioni essendo caduto in un tranello tesogli da Pompeo che sosteneva un
proprio uomo.
Il proconsole gli suggerì malignamente di rivelare un patto segreto che lo
stesso Memmio e Domizio Calvino avevano raggiunto con i consoli uscenti per
garantirsene l'appoggio.
In base all'accordo ciascuno dei due candidati, in caso di elezione, avrebbe
versato ai consoli una somma di quattrocentomila sesterzi.
Uno dei consoli uscenti era Lucio Domizio Enobarbo, irriducibile anticesariano,
e Memmio, pensando di poterlo colpire una volta per tutte, diede retta a Pompeo.
Mal gliene incolse.
Difatti, in seguito alla sua denuncia, scoppiò uno scandalo che, oltre a
provocare tumulti in quantità, lo travolse in una sarabanda di accuse che ne
causarono la sconfitta elettorale.
Per fortuna di Cesare, asce~e tuttavia al consolato l'altro concorrente, Domizio
Calvino.
Sia per la rivelazione di quel broglio elettorale sia per il rastrellamento del
denaro liquido investito nelle elezioni, il tasso d'interesse balzò in quei
giorni dal quattro all'otto per cento.
I due consoli erano appena saliti al potere quando nuovi sommovimenti turbarono
la vita della capitale.
Bisognava già prepararsi alla elezione dei governanti per l'anno successivo,
poiché, tra un rinvio e l'altro delle precedenti votazioni, si era arrivati al
mese di luglio.
Pompeo naturalmente sosteneva Metello Scipione di cui stava per sposare la
figlia, e poi un suo ex aiutante, Plozio Ipseo.
Loro temibili avversari erano Annio Milone e Publio Clodio o il bello~, l'uno in
corsa per il consolato e l'altro per la pretura.
Pompeo aveva appoggiato le bande armate di Milone, ma in queste elezioni lo
osteggiava. Milone e Clodio erano sempre in lotta aperta tra loro, e ciò rendeva
esplosivo il clima della battaglia elettorale, anche perché quel ribaldo di
Clodio temeva che con Milone console ben poco avrebbe potuto fare da pretore.
In Senato si susseguivano gli incidenti.
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Le sedute erano violentissime.
I patres si accapigliavano, si chiamavano <.porco, ..sacco di carne fradicia ~,
si sputavano l'un l'altro in faccia.
Clodio veniva ricoperto di contumelie e oscenità, lo accusavano pubblicamente di
unirsi incestuosamente con sua sorella Clodia, la Lesbia amata da Catullo.
Nelle strade i tafferugli fra le opposte fazioni spesso lasciavano sul terreno
morti e feriti.
Durante un tumulto esploso sulla via Sacra stava per essere ucciso lo stesso
Cicerone che si trovava a passare di lì.
Clodio lo aveva inseguito armi in pugno. ..Grida, sassate, bastonate, spade al
sole , ricorda l'oratore atterrito.
Poi si chiede se si dovesse reagire con la violenza alla violenza.
E si risponde dicendo che era bene cominciare a preferire la medicina poiché
troppi ricorrevano alla chirurgia, ego diaeta curari incipio, chirurgiae taedet
.
Difatti, aggiunge, sulle acque del Tevere galleggiavano i cadaveri; nel Foro
scorrevano rigagnoli di sangue che venivano asciugati con grandi spugne.
Lo scontro più grave avvenne sulla via Appia, nei pressi di Bovillae, proprio
fra Milone e Clodio.
Essi capeggiavano due squadre di gladiatori con le quali terrorizzavano
magistrati in carica, candidati ed elettori.
Un giorno, il 18 gennaio del 52, i due gruppi si trovarono per caso di fronte,
appunto nelle vicinanze di Bovillae, e fatalmente incrociarono le armi.
Più numerosi erano in quell'occasione gli uomini di Milone che ebbero la meglio.
Lo stesso Clodio, fu ferito nell'urto.
Mentre veniva medicato in una locanda fu nuovamente assalito dalla squadra di
Milone che aveva dato l'ordine di finirlo Avveniva a Clodio ciò che Cicerone gli
aveva predetto non più di quattro anni prima: .~ Sei la vittima destinata alla
lama di Milone~.
Il cadavere di Clodìo fu portato a Roma dai suoi fidi.
Ci fu una sollevazione Popolare fomentata dalla vedova dell'ucciso che fra le
lac~ime e le impreCaziOni mostrava alle masse il corpo esanirne di Clodio
straZiatO dalle pugnalate mortali.
La plebe, infuriata e commossa, trasportò la salma nella Curia dove la cremò
gettando sulla pira i banchi dei patres e le carte dell'archivio senatorio.
Poi estese le fiamme del rogo all'interO edificio e ad altri palazzi del Foro.
L'Urbe viveva nel terrore, la patria veniva dichiarata in pericolo, per cui
PompeO vedeva aVvicinarSi la realizzazione del suo sogno dittatoriale.
Il Senato si accingeva ad attribuirgli i pieni poteri ~a i repubblicani si
sdegnavano solo a sentir parlare di dittatura, e, cercando di scongiurare una
così grave minaCcia~ esCogitaronO una nuova formula.
Proposero di nCminare il Magno console unico, cioè console senza collega, pur di
non chiamarlo dittatore.
La formula era inCOStituziOnale e tuttavia passò.
Catone a malincuore appoggiò l'idea dichiarando di preferire qualsiasi governo
alla m~nCanza di un governo.
Pompeo diventava console per l~ terza volta, ma ora disponeva di un potere
straordinario Poiché, oltre ad essere consul unicus a Roma, conservava il suo
imperium in Spagna.
Era autorizzato ad arruolare tnlppe per difendere Roma in piena ebollizione,
mentre i senatori tremebondi se ne stavano rinchiusi in un piccolo tempio sul
Palatino.
Pompeo aveva anC~ra bisogno di Cesare, per quanto la sua condotta fosse
P~lesemente anticesariana.
E neppure Cesare poteva fare a meno del nuovo console.
Avvinti in questa logica di potere, i due maggiori personaggi della repubblica
tornarono ad accordarsi.
Si amavano sempre meno, ma le circostanze più che separarli li riavvicinavano
Per attuare una leva di soldati, il Magno doveva appoggiarsi a Cesare che
disponeva della Cisalpina, terra di arruolamenti, così Cesare aveva bisogno del
console unico per raggiungere i suoi due obiettivi più urgenti, come la condanna
esemplare di Milone e l'assicurazione di ottenere un secondo consolato alla
scadenza dell'imperium nelle Gallie.
Al consolato sarebbe poi seguito un nuovo proconsolato militare, e il tutto
avrebbe dovuto mettere Caio Giulio al riparo dal pericolo di ritrovarsi un
giorno spogliato d'ogni potere.Si poteva star certi che i suoi avversari lo
avrebbero condotto davanti a un tribunale con le più svariate accuse, se fosse
tornato nelle vesti di privato cittadino.
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Una sorte che da poco aveva subìto Gabinio al termine del suo proconsolato in
Oriente.
Cesare si trovava al campo di Ravenna e di lì seguiva gli avvenimenti romani
cercando in qualche modo di influire su di essi e di attutire gli effetti di una
diffusa ostilità.
Le notizie della situazione caotica in cui si trascinava la capitale, motu
urbano, erano rimbalzate ingigantite fra i galli transalpini i quali ripresero
coraggio all'idea che il proconsole, immobilizzato dai disordini di Roma, non
avrebbe potuto allontanarsi dalla Cisalpina per accorrere alla testa del suo
esercito.
I principi della Gallia si riunirono nelle selve in segreti conciliaboli,
Gonciliabula, e decisero di sbarrare al proconsole la strada verso le sue
legioni prima che sapesse dei loro piani di rivolta.
Bloccare gli accessi non era difficile perché, in assenza del generale, le
legioni non osavano uscire dai quartieri d'inverno.
Caio Giulio registra tutto ciò nei Commentari e ancora una volta non manca di
ravvisare neI nemico un empito di indipendenza.
Non gli sfuggiva che tutta la Gallia era percorsa da un fremito di ribellione.
Quei principi coraggiosi proclamavano
. che era meglio morire se non si poteva riconquistare la libertà ereditata
dagli avi ~>.
Ma egualmente il proconsole si accingeva, in nome di Roma, a riprendere le armi
contro i popoli ribelli d'oltralpe.
La Gallia tutta intera si rivoltava.
Era sospinta da un naturale e insopprimibile fervore d'indipendenza o reagiva
alla condotta di Cesare che aveva cercato di reprimere spietatamente a una a una
le ribellioni esplose qua e là nella regione? Il proconsole diceva di non avere
alcuna responsabilità nella nuova guerra.
A suo modo di vedere, essa nasceva istintivamente dallo spirito di mdipendenza
dei popoli desiderosi di difendere o di riconquistare la propria libertà.
Alcuni gli danno torto.
Jules Michelet, storico ardente in lotta contro ogni dispotismo, scrive: <~ In
seguito alla crudele condotta di Cesare, tutta la Gallia si ritrovò unita contro
di lui, e ne nacque una nuova e generale guerra .
I primi a insorgere, nel febbraio del 52, furono i carnuti.
Sempre loro.
Rispondendo a un segnale prestabilito, assalirono numerosi cittadini romani e
italici giunti come mercanti o funzionari a Cenabum (Orléans), capitale della
regione.
Li trucidarono a uno a uno barbaramente.
Cadde anche il cavaliere Caio Fufio Cita, che Cesare aveva inviato a coordinare
i rifornimenti di grano.
Da Cenabum scoccò la scintilla della rivolta armata che si estese come un
incontenibile incendio in tutta la Gallia.
Cominciava una grande tragedia.
I capi dei popoli antiromani, riuniti segretamente nelle grotte dei santuari in
cui i druidi celebravano i loro riti, si costituirono in lega e scelsero
l'inverno per attaccare, certi che la neve sulle Alpi avrebbe impedito o
ritardato l'arrivo del proconsole.
I sentieri erano cancellati, i fiumi ghiacciati.
Ma Cesare con rapidità impressionante, confermando le sue eccezionali capacità
di movimento, piombò in Gallia come un uccello rapace attraverso le gole delle
Cevenne.
E portava con sé nuove legioni appena arruolate nella Cisalpina.
La notizia del massacro dei romani a Cenabum entusiasmò l'animo d'un giovane
principe degli arverni, Vercingetorige, uomo, a detta di Floro, terribile per
corpo, armi e ardire, corpore, armis spirituque terribilis.
Il suo stesso nome, vercingetorix come lo trascrive Cesare, aveva un suono che
da solo incuteva timore.
Era il figlio trentenne d'un personaggio d'immenso prestigio, Celtillo, che
aveva dominato su gran parte della Gallia essendone anche il capo spirituale
nella veste di sacerdote supremo dei druidi.
Triste però era stato il destino di Celtillo il quale, conscio della sua
superiorità, aveva aspirato alla corona di re.
Il popolo, fomentato dai suoi avversari, lo uccise.
Ciò che non era riuscito al padre riuscì a Vercingetorige, ma per breve tempo.
Il giovane capo colse l'occasione dei profondi fermenti antiromani della Gallia
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per condurre le sue genti alla riscossa.
Molto forte tuttavia era in quelle regioni anche la fazione filoromana,
rappresentata dall'oligarchia del paese, che contrastò il suo progetto di
ribellione generale e riuscì a scacciare l'ardito principe dalla sua città,
Gergovia, a sud dell'attuale Clermont-Ferrand.
Il giovane ben presto riprese in mano la situazione dopo aver chiamato a
raccolta nelle campagne i più poveri, gli schiavi e gli sbandati.
Intorno a questo gruppo di disperati radunò altra gente e l'infiammò in nome
della libertà: bisognava tutti insieme prendere le armi e scacciare l'invasore.
Per prima cosa si pose l'obiettivo di rientrare in forze in Gergovia, la
capitale da cui era stato espulso.
Il colpo di mano gli riuscì perfettamente e i suoi partigiani, sempre più
numerosi, lo proclamarono re; ben presto lo chiamarono solennemente il .< grande
re dei guerrieri .
Sul nome di Vercingetorige e sul suo significato si discuteva molto.
Tra gli arverni esso stava per duce supremo, e difficilmente Cesare poté
prendere un abbaglio scambiandolo per un puro e semplice nome proprio.
Vercingetorix appariva in effetti composto da un nome proprio e dal suffisso rix
che equivaleva al rex latino, cosa che del resto avveniva anche per i possessori
di altri nomi di re gallici come Ambiorix e Dumnorix.
Numerosi popoli si unirono a Vercingetorige dalle rive del Reno alle coste
dell'Oceano, affidandogli il comando unico dell'esercito rivoltoso.
Non vollero aderire alla federazione soltanto tre popoli, gli edui, i remi e i
lingoni, mentre i biturigi si dichiaravano neutrali.
La Gallia era in fiamme.
Dopo sei anni di guerre il condottiero romano si trovava al passaggio più
delicato delle sue imprese che potevano concludersi nel nulla e svanire come un
sogno.
Da quel momento in poi poteva perdere quanto aveva faticosamente conquistato.
Aveva battuto capi coraggiosi e scaltri, come Ariovisto, come Ambiorige.
Che cosa sarebbe successo con Vercingetorige di cui conosceva il valore avendolo
avuto in passato al suo fianco come comandante d'uno squadrone di cavalleria
gallica?
Il giovane era valoroso e spietato.
Patriotticamente infatuato dall'idea di riunire tutta la Gallia in una
federazione antiromana, perseguiva questo scopo con estrema durezza.
Doveva anzitutto arruolare una grande quantità di soldati.
Inviò ambasciatori a tutte le tribù alleate da cui pretese forti contingenti di
truppe e di cavalli; imponeva a ciascuna di esse la fabbricazione d'una certa
quantità d'armi; prelevava ostaggi per assicurarsi della loro fedeltà.
Teneva sotto di sé con un pu~no di ferro quell'esercito eterogeneo e
istintivamente indisciplinato.
Impartiva punizioni terribili.
Condannava al rogo chi si rendeva colpevole di gravi mancanze.
Ai responsabili di reati minori faceva tagliare le orecchie o cavare un occhio;
poi rimandava nelle loro case quei poveri disgraziati, come sanguinoso
ammonimento per i più tiepidi.
Con questi metodi terroristici, commenta Cesare, il capo arverno formò in breve
un grande esercito.
Vercingetorige era pronto alla riscossa.
Attuando il suo piano di guerra, col quale prevedeva di attaccare i romani su
tre fronti, penetrò egli stesso con una prima colonna nel paese dei biturigi per
unirli a sé.
Contemporaneamente la seconda formazione dei coalizzati marciava verso la Gallia
narbonese, mentre la terza colonna affrontava le sei legioni di Labieno
stanziate ad Agedincum (Sens).
Cesare accorse in difesa della Narbonese.
Raggiunta la capitale della provincia vi collocò nuovi presìdi armati,
intimorendo la colonna nemica che fece dietrofront all'istante.
Falliva così la prima parte del piano ideato dal grande re dei guerrieri , il
quale intendeva impegnare Cesare nella Narbonese per tenerlo lontano dal grosso
delle sue legioni e per riunire nel frattempo in un solo blocco le forze degli
arverni con quelle dei carnuti.
Ora Vercingetorige faceva affidamento sulle difficoltà che il generale romano
avrebbe trovato in un eventuale tentativo di attraversare i monti Cevenne
ricoperti di neve.
Il capo barbaro considerava quel massiccio boscoso come qualcosa d'insuperabile
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poiché mai nessuno d'inverno era riuscito ad aprirsi un sentiero fra quelle
gole.
Ma Cesare lo deluse.
Invece di inseguire il nemico che abbandonava la Narbonese, affrontò
risolutamente proprio i valichi del Vivarese.
I legionari, spalando la neve alta sei piedi, fecero strada alla cavalleria che
penetrò di sorpresa nel territorio degli arverni dove sparse il terrore tra le
popolazioni.
Troppo tardi Vercingetorige, che si trovava fra i biturigi, seppe di
quell'azione fulminea, e non avrebbe mai potuto tornare in tempo tra i suoi.
Il suo piano si sfaldava ulteriormente.
Il condottiero romano, che lo aveva preso alle spalle, poté alfine con nuovi
movimenti unirsi al grosso delle sue truppe nella zona di Agedincum, nel cuore
della Gallia.
Con spirito di vendetta si gettò su Cenabum, la città dove i mercanti romani
erano stati massacrati a tradimento e da dove aveva avuto inizio la rivolta.
La rase al suolo dopo averla saccheggiata.
Lasciò il bottino nelle mani dei legionari impazziti di gioia.
A questo punto non poteva non rivolgere la sua furia contro i biturigi che
meritavano anch'essi una lezione.
Vercingetorige, disorientato, tolse l'assedio alle mura di Gorgobina, la città
dei boi, e accorse in difesa dei suoi alleati che avevano assoluto bisogno di
rinforzi, ma quando arrivò in vista di Noviodunum (Nevers) Ie sorti di questa
città erano già segnate.
Atterriti, i rappresentanti dell'oligarchia di Novioduno consegnarono al
proconsole i capi del movimento libertario che fomentavano la guerra antiromana.
Mentre Cesare partiva verso il sud alla volta di Avaricum (Bourges), capitale
dei biturigi, Vercingetorige convocò i suoi a concilio.
Sostenne che la situazione reclamava l'adozione di una diversa strategia: aUa
guerra si doveva sostituire la guerriglia, fare terra bruciata intorno
all'invasore, devastare il territorio nazionale anche se ciò costava
inenarrabili sacrifici alle popolazioni, intercettare con la cavalleria i
rifornimenti di viveri diretti ai distaccamenti romani.
Parlò con vigore ispirato e fu convincente anche quando diede un grido: Se
vogliamo essere liberi dobbiamo distruggere le nostre città .
Sembrava una pretesa pazzesca, ma tutti accettarono di compiere il più doloroso
atto della loro vita.
In un solo giorno furono date aUe fiamme venti città dei biturigi, le regioni
confinanti ne seguirono il crudele esempio.
Dovunque si vedevano incendi, nota Cesare; tutta quella gente ne provava un gran
dolore, ma si consolava con la speranza d'una vittoria vicina.
Tentarono tuttavia di salvare una sola città dall'autodistruzione, proprio
Avarico verso la quale Cesare si dirigeva.
Non era grande Avarico, ma era riconosciuta come la più bella e nobile città dei
galli, pulcherrimam prope totius Galliae urbem.
Era la vecchia fortezza dei biturigi, da loro sommamente amata.
In ginocchio implorarono il duce supremo di risparmiarla. Resisteremo,
dicevano; la nostra Avarico non cadrà mai nelle mani del nemico. ~> Erano in
grado di difenderla, aggiungevano, grazie alla sua posizione, circondata com'era
da un fiume e da paludi.
Vercingetorige respingeva sdegnato le suppliche che si facevano sempre più
pressanti, ma alla fine consentì ai biturigi di non appiccare il fuoco alla
città.
Cesare portò rapidamente le sue truppe sotto le mura di Avarico, accerchiandola.
Eresse un terrapieno e due torri.
Il grande re dei guerrieri, che seguiva da presso il proconsole senza
attaccarlo, pose a sua volta le tende a poche miglia dalla città, protetto da
boschi e acquitrini.
Incomprensibilmente Vercingetorige stava a guardare.
L'assedio durò venticinque giorni e si concluse so,tto una pioggia da diluvio
universale con la vittoria dei romani.
Gli abitanti di Avarico vennero sterminati.
Non fu risparmiato nessuno, né vecchi né donne né bambini.
Su quarantamila persone, solo ottocento superstiti poterono raggiungere
l'accampamento del re arverno che li aveva soccorsi producendosi a malapena in
qualche scaramuccia fra le paludi o nei luoghi dove i romani si provvedevano di
foraggio.
Il suo comportamento sorprese tutti.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
I biturigi gli rivolsero l'accusa di tradimento: sospettavano che egli
preferisse ottenere il regno della Gallia dalle mani di Cesare, col quale
pensavano si fosse segretamente accordato, piuttosto che continuare una guerra
di liberazione dall'esito dubbio.
Il giovane re seppe difendersi dalle imputazioni e rimal po
dava u preso a grosso ~ della G

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prese il controllo della situazione.
Disse che non aveva bipur senza attribuire eccessiva importanZa alla caduta di
sogno di ottenere da Cesare, con un tradimento, il poterAvarico~ partì convinto
di poter alfine reprimere l'insurreche gli sarebbe derivato da una vittoria
ormai certa, cons~zione Si sbagliava perché nuovi popoli si univano al capo
guita a beneficio suo e di tutti i popoli galli Aggiunse chbarbaro e perfino gli
edui fedeli a Roma si lasciavano affal'esercito invasore era alla fame e stava
per lasciare il pa~scinare dal sogno di libertà.
se, non avendo più nulla da mangiare, né grano né besti~ me.
Quindi esclamò: <.Se non credete a me ascoltate ci che dicono questi soldati
romani .
E fece entrare nella te da alcuni prigionieri i quali, minacciati a morte, confe
marono le sue parole, precisando che Cesare aveva già d~ ciso di ritirare
l'esercito se entro tre giorni non avesse tra to alcun vantaggio dall'assedio di
Avarico.
Altri interrogativi poneva la condotta di Vercingetorig~ Il suo comportamento,
se non dettato dalla volontà di tr< dire, era davvero incomprensibile, oppure,
come si conv~ niva alla psicologia di un capo barbaro esaltato ed ebbr
nascondeva la volontà di abbandonare al loro destino i b turigi che non avevano
evacuato Avarico per evitarne l'al todistruzione? O non piuttosto era in base a
un calco! strategico che aveva ritenuto inutile impegnarsi in ur battaglia persa
in partenza? Erano interrogativi che si i trecciavano e rimanevano senza
risposta, ma i fatti e il lo sviluppo davano ragione al capo barbaro, tanto che,
me tre si confermava la validità dei suoi metodi di guerrigli Cesare, pur avendo
espugnata Avarico, non poteva dire aver posto fine alla rivolta.
I soldati romani stazionarono per alcuni giorni nella ci tà di Avarico dove, in
piena baldoria, si rifornirono di fr mento e di ogni altre vettovaglie.
Ristorati, con l'inver finalmente al declino, si rimisero in marcia.
Quattro legi ni, agli ordini di Labieno, puntarono a nord su Lutec Parisiorum
per riconquistare quelle terre; Cesare invei prese il comando delle altre sei
legioni e si diresse a SF verso Gergovia, città natale di Vercingetorige,
divent~ nel frattempo la capitale della Gallia insorta.
Il proconso~ L'oppidum di Gergovia, guardato da massicce mura, sorgeva sulla
cima di un monte scosceso.
Era impossibile prendere d'assalto la città per cui il generale dispose le sue
truppe nella sottostante pianura e su una collinetta vicina.
Le distribuì in due accampamenti tra loro collegati da un doppio fossato ben
profondo.
Ricoprì i fossati per dar modo ai militi di muoversi al sicuro dai dardi nemici.
Ma Vercingetorige, che già aveva occupato i più alti colli intorno, dominava
meglio la zona e teneva sotto controllo le legioni romane.
Tra finte e controfinte delle due parti, tra scontri e scaramucce di cavalleria,
i romani tentarono di forzare la situazione e, approfittando di circostanze che
sembravano favorevoli, assalirono uno dei muraglioni che Vercingetorige aveva
innalzato a metà collina.
Travolsero tre accampamenti nemici, e l'azione fu tanto rapida che Teutomato, un
re alleato di Vercingetorige, dovette precipitosamente lasciare mezzo nudo la
tenda dove in quel pomeriggio riposava.
A stento sfuggì ai legionari che irrompevano nelle cerchie fortificate.
Grande fu lo spavento fra gli arverni.
Si sparse la voce che i romani erano riusciti a penetrare nell'oppidum, e
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difatti due o trecento di essi si erano arrampicati sulle mura di cinta della
città.
Le madri di famiglia urlavano in preda alla disperazione, lanciavano dalla
muraglia, a mo' di resa, vesti e denaro; a seno nudo e protendendo le mani
scongiuravano il nemico di non ripetere la strage di Avarico e di salvare i
bambini.
Alcune di esse si rotolarono giù dalle mura per darsi ai soldati.
Richiamati da quel trambusto accorsero sul luogo della battaglia anche le truppe
arverne che in un'altra parte della città stavano compiendo alcuni lavori di
difesa.
A sua volta Cesare inviò nuove coorti e lo scontro fra i due eserciti fu
violentissimo.
I romani erano assaliti da tutte le parti, scrive Cesare quasi a giustificare la
disfatta che dovette quel giorno subire e che gli costò la perdita di
quarantasei centurioni e di settecento soldati.
Ma non parla di sconfitta, dice solo che aveva già deciso di allontanarsi dalla
zona per cercare di riunirsi alle legioni di Labieno, prima che una paventata
rivolta degli edui impedisse l'operazione.
Volendo smorzare l'effetto della ritirata, il generale schierò l'esercito in
formazione di battaglia come a invitare Vercingetorige a misurarsi con lui.
Poiché le sue concioni sortivano il magico effetto di restituire fiducia agli
animi avviliti, volle parlare ai legionari e li incitò a non lasciarsi abbattere
dall'accaduto: Non ha prevalso il valore dei nemici". disse, ci è stato
sfavorevole il terreno , locus iniquus.
I romani erano di nuovo pronti allo scontro, ma il capo barbaro non accettò la
sfida.
Lo scrive Cesare con moderato orgoglio, senza tuttavia precisare che
Vercingetorige sapeva quel che faceva: non accettava gli scontri frontali
preferendo le azioni di guerriglia per rendere difficile la vita alle truppe
occupatrici.
Sull'infelice battaglia di Gergovia si racconta un episodio in cui il proconsole
appare per pochi minuti prigioniero del nemico.
Mentre il soldato che lo aveva catturato lo trascinava via sul proprio cavallo,
un altro soldato arverno, al co!mo della gioia, indicandolo a dito, si mise a
gridare una frase che in celtico poteva voler dire: Lascialo andare.
Seguì un attimo di smarrimento e il prigioniero ne approfittò per darsi alla
fuga.
Plutarco invece non parla della cattura, ma si limita a dire che Cesare,
aggredito da presso dal nemico, fu privato della sua spada.
Quell'arma fu poi appesa alla parete d'un tempio gallico e mostrata ai
visitatori.
La vide in seguito anche Cesare che sorrise.
I suoi amici volevano toglierla di là, ma egli si oppose dicendo ch'era ormai
diventata cosa sacra.
Nel giugno del 52, lasciata Gergovia senza averla ridotta in suo potere, si
diresse verso gli edui in fermento.
Vercingetorige, che pure aveva riscosso una bella vittoria davanti alla sua
capitale, non approfittò della ritirata dell'esercito romano e non si diede a
inseguirlo.
Cesare, separato dalle forze di Labieno stanziate a nord, si trovava in una
situazione critica.
Alle spalle aveva gli arverni che ancora festeggiavano il successo ottenuto a
Gergovia; a sinistra c'erano i biturigi; di fronte aveva gli edui ormai
anch'essi in rivolta.
Pensava di lasciare la Gallia e di ripiegare sulla provincia narbonese, ma
avrebbe aggiunto all'ultimo smacco una risoluzione disonorevole.
Già a Roma l'eco esasperata dei suoi travagli aveva inferto un grave colpo alla
sua popolarità.
Non poteva perciò assolutamente retrocedere verso la provincia narbonese
nonostante la situazione, ma doveva a ogni costo cercare di ricongiungersi alle
legioni di Labieno.
Ritirandosi avrebbe abbandonato al loro destino quelle truppe.
Non si sarebbe parlato d'una ritirata, ma d'una diserzione <disonorevole e
indegna, infamia atque indignitas, secondo le sue stesse espressioni.
E ciò era inconcepibile.
Nessuno più gli avrebbe cancellato di dosso quella macchia.
Aveva commesso un errore nel separare le forze sotto l'entusiasmo della caduta
di Avarico.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Solo riunendo in un unico corpo le dieci legioni avrebbe potuto riprendere
l'iniziativa e fronteggiare il movimento armato antiromano che si era diffuso in
tutta la Gallia e che aveva saldato tra loro in un unico sentimento nazionale
tante realtà rissose ed egoistiche.
Lo stesso Labieno, avvertito dai messaggeri di Cesare, tentava il
ricongiungimento.
Le dieci legioni romane fra mille difficoltà e con l'animo in tumulto riuscirono
nel loro intento e si riunirono nei pressi di Agedincum, dove arrivarono anche
in tutta segretezza degli squadroni di cavalleria provenienti da alcune tribù
germaniche amiche di Roma.
Superata la crisi, Cesare andava maturando un piano per attirare Vercingetorige
in un luogo dove i romani in forze avrebbero potuto in~liggergli finalmente una
sconfitta risolutiva.
Il miracolo dell'unità nazionale gallica lo aveva compiuto Vercingetorige, e lui
era l'uomo da abbattere.
La tragedia aveva raggiunto il culmine.
Sette anni di guerra si giocavano in pochi giorni, ora che il grande re ",
impetuoso e ispirato, aveva acceso nell'animo dei popoli gallici l'idea d'una
patria unita e libera.
Cesare pensava di sfruttare la condizione di euforia in cui si trovava il capo
barbaro il quale andava perdendo la sua sperimentata cautela.
Il proconsole conosceva troppo bene la Gallia per non individuare un monte, un
fiume, una città dove costringere il nemico a insediarsi convinto di ripetervi
le gesta di Gergovia.
Pensò che la città di Alesia sul monte Auxois sarebbe stata la nuova roccaforte
che il nemico avrebbe ritenuto inespugnabile.
Per un biografo è di prammatica paragonare questa intuizione di Cesare a quella
di Napoleone che sconfiggerà gli austro-russi ad Austerlitz con la sua
invincibile armata costringendo il nemico a battersi nel luogo da lui prescelto.
Il genio tattico di Cesare si rivelò in tutta la sua possanza poiché proprio ad
Alesia (Alise-Sainte-Reine, in Borgogna) si asserragliò Vercingetorige,
sovvertendo la tattica della guerriglia.
E commetteva l'errore che lo avrebbe perduto.
Forse lo annebbiava proprio il successo ottenuto nella sua Gergovia.
Inoltre Alesia era una città sacra per quelle genti poiché vi sorgevano i templi
maggiori degli dèi adorati.
E da questi dèi si aspettavano il trionfo sull'invasore.
Alesia, come Gergovia, era costruita sulla sommità di un colle molto alto.
Maestosa nel suo isolamento era attorniata da due fiumi.
Si affacciava su un'ampia pianura, e a distanza si elevavano altri colli.
Appariva imprendibile.
Vercingetorige raccolse nelle mura della città il suo esercito forte di
ottantamila uomini, e ancor prima che sopraggiungessero gli avamposti romani
ordinò ai suoi cavalieri, non potendo per altro nutrire i cavalli, di uscire
dalla città e di attraversare in più parti la Gallia per chiamare alle armi ogni
più lontano patriota.
Alesia, proclamavano i cavalieri al popolo, poteva resistere a lungo.
In quel frattempo si doveva formare un secondo esercito gallico che accorresse
per battersi tutti insieme in difesa dell'indipendenza nazionale.
I romani, raggiunta Alesia, si predisposero a un assedio di più mesi.
Innalzarono i loro accampamenti nella vasta pianura sottostante e cominciarono a
costruire opere di fortificazione che passeranno alla storia come una meraviglia
della tecnica militare antica.
Il proconsole non badava solo a elevare barriere che assediassero la città in un
colossale anello, ma costruiva altre opere non meno gigantesche che difendessero
i suoi soldati dagli attacchi esterni del nemico già in marcia verso Alesia.
Quir.di circondava la città con una linea di controvallazione, e si guardava le
spalle con una linea di circonvallazione, scavando trincee e fossati profondi,
elevando alte torri, terrapieni e palizzate, deviando le acque di un fiume per
allagare una delle due trincee contigue di controvallazione.
Tali opere, riportate alla luce con gli scavi archeologici ordinati da Napoleone
IlI, costituivano un doppio fronte in piena regola e ripetevano l'impresa di
Scipione Emiliano nell'assedio di Numanzia in Spagna.
Nella loro realizzazione furono impiegati complessivamente quindicimila uomini
per la durata di quaranta giorni sotto i continui attacchi del nemico.
Cesare instancabilmente seguiva i lavori ed era sempre in contatto con i due
comandanti del genio, Mamurra, il discusso Mamurra, e l'ottimo Balbo.
Il tutto era rinforzato da vere e proprie trappole per uomini ~> costituite da
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innumerevoli pali aguzzi che spuntavano di poco dal terreno, a cinque a cinque,
e che, per la loro apparente somiglianza coi fiori, i legionari, con atroce
sarcasmo, chiamavano lilia, gigli~.
Dopo sei settimane, quando il duplice sistema per l'assedio e per la difesa era
quasi compiuto, si ebbero le prime notizie dell'imminente arrivo dei
soccorritori di Vercingetorige.
Ma ora Cesare era davvero forte poiché disponeva di tutte le sue dieci legioni.
In più era sopraggiunta la legione avuta in prestito da Pompeo.
In complesso - compresi seimila cavalieri, duemila dei quali erano germani -
l'esercito romano contava settantacinquemila uomini ed era in grado di far
fronte a qualsiasi azione degli ottantamila sequestrati di Alesia.
Certo, il piano di Vercingetorige era più articolato poiché si basava
soprattutto sull'arrivo dei rinforzi dall'esterno.
Il suo appassionato appello era stato accolto con entusiasmo e difatti marciava
in suo aiuto verso Alesia un esercito di ben duecentoquarantamila soldati e
ottomila cavalieri.
Era gente un po' raccogliticcia, male armata, priva d'esperienza militare, ma
piena del fervore libertario e dell'impeto di riscossa che attraversava la
Gallia dalle coste dell'Oceano alle sponde del Reno.
La concentrazione delle forze era avvenuta nel territorio degli edui.
Ancora una volta Cesare, nel sottolineare l'adesione generale dei popoli galli
al grande disegno di Vercingetorige, parla di una lotta per l'indipendenza che
quelle genti conducevano per recuperare l'antica gloria militare.
Ma non si astiene dal soggiungere che così facendo i galli dimenticavano i
benefici ricevuti dai romani.
L'assedio di Alesia si prolungava oltre ogni previsione.
Nelle giornate di quella torrida estate, bestiali erano le condizioni di vita
entro le mura, in un grande scompiglio fra soldati e civili, in una promiscuità
estrema fra uomini e donne.
Troppo piccola era la città, costruita per non più di ventimila persone.
Ora se ne accalcavano nelle case e nelle vie non meno di centoquindicimila.
Mancava l'acqua e molti morivano per le malattie e le privazioni.
Enormi erano le difficoltà per rimuovere i cadaveri dalle strade, e su tutti
gravava l'incubo di pestilenze, tifo e dissenteria.
Un inferno.
Le scorte di grano a disposizione dei soldati erano terminate e i militari
depredavano i civili delle loro già scarse riserve alimentari.
Erano tutti alla fame e sempre più forte si faceva la tensione fra soldati e
cittadini.
I maggiori rappresentanti della città tennero consiglio.
Alcuni di essi, interpretando la volontà della cittadinanza, proponevano di
arrendersi, ma un loro capo arverno, Critognato, respingendo tale soluzione,
pronunciò parole di spietata crudeltà.
Ricordò il comportamento che i loro padri avevano tenuto nella guerra contro i
cimbri e i teutoni: chiusi e affamati nelle loro città assediate, si mantennero
in vita mangiando le carni di coloro che non sembravano adatti alla guerra.
Se non avessimo già un esempio di questo comportamento, esclamò Critognato,
sarebbe cosa bellissima darlo noi per primi e tramandarlo ai posteri per amore
della nostra libertà, per non piegarci alle scuri littorie. Non si arrivò al
cannibalismo, ma si scacciarono dalla città i civiles, i malati, i vecchi, le
donne, i bambini, insomma tutti coloro che, oltre a costituire un peso
superfluo, aggravavano le già insostenibili condizioni di carestia.
Quelle vaganti turbe di bocche inutili furono scacciate anche da Cesare il quale
a sua volta mancava di grano; respinte dagli uni e dagli altri perirono
miseramente fra gli assediati e gli assedianti.
Questo scrive Dione Cassio, ma è più probabile che si siano messe in salvo
attraverso un passaggio delle muraglie romane non ancora ultimate.
Al sopraggiungere dei rinforzi nemici Cesare si trovò tra due fuochi, come egli
del resto prevedeva.
Tutto il suo impegno fu rivolto a impedire che le truppe nemiche barricate
all'interno della città di Alesia si congiungessero con quelle di liberazione
che provenivano dall'esterno.
L'attacco dei galli nazionali, diretto a forzare il blocco, non si fece
attendere molto, mentre anche gli assediati uscivano armati dalle mura.
La battaglia si protrasse per quattro giorni con alterne vicende e si concluse
con una strepitosa vittoria delle legioni romane che fecero strage del nemico su
ambedue i fronti, ma non ne poterono distruggere interamente l'esercito essendo
esauste dalla fatica.
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A mezzanotte dell'ultimo giorno ancora si combatteva al chiarore della luna.
Cesare, riconoscibile dal suo purpureo paludamen~um, esaltante per quanto
impolverato, sembrava possedere il dono dell'ubiquità.
Sul cavallo di battaglia era sempre nei luoghi dove bisognava rincuorare i
soldati in difficoltà o dove erano all'attacco.
La disfatta di Vercingetorige fu totale.
Un'armata così grande, commenta Plutarco, svanì rapidamente come un fantasma.
Dall'alto delle mura gli assediati avevano assistito alla rotta del loro
esercito esterno; persa ogni speranza ritirarono le milizie che assalivano la
controvallazione, mentre i soldati romani portavano nei loro accampamenti
un'immensa quantità di scudi fregiati d'oro e d'argento, corazze insanguinate,
vasellame prezioso, insieme a settantaquattro stendardi gallici.
Il re barbaro, che era rimasto chiuso entro le mura della città, tenne subito
consiglio.
Ai principi gallici riuniti disse che aveva intrapreso la guerra non per un suo
interesse personale, ma per la libertà di tutti; e siccome bisognava arrendersi
al fato egli, come capro espiatorio, avrebbe accettato le loro decisioni: sia
che volessero placare i romani uccidendolo, sia che gli chiedessero di
consegnarsi vivo.
Il sacrificio di se stessi apparteneva alle pratiche religiose di quelle genti,
convinte di poter riscattare le loro colpe immolandosi agli dèi.
Vercingetorige proponeva dunque di riscattare il suo popolo dal castigo dei
romani con la propria umiliazione o con la morte.
I galli inviarono a Cesare degli ambasciatori per le trattative.
Il proconsole ordinò la consegna dei principi e delle armi, iubet arma tradt;
principes produci.
Il che fu fatto fra le grida di gioia dei legionari e la silenziosa prostrazione
degli sconfitti.
Affiancato dai littori con i fasci ornati d'alloro, Cesare aveva posto il suo
tribunale sulle fortificazioni, davanti all'accampamento.
Arrivò Vercingetorige al galoppo, splendente nella sua armatura, i capelli
biondi, gli occhi celesti.
Giovanissimo, sembrava quasi un ragazzo.
Giunto al cospetto di Cesare scese da cavallo, e ancora incuteva spavento con
l'alta statura che tutti gli altri sovrastava.
Si fece un profondo silenzio.
Il capo barbaro si gettò in ginocchio.
Strinse tra le sue le mani del vincitore, implorò la pace e il perdono per il
suo popolo, offrendo se stesso in olocausto, unico responsabile della fallita
insurrezione.
Cesare, nel riferire nei Commentari la scena dell'incontro, non indugia alla
teatralità per non fare del re gallico un eroe.
Il generale ne parla come d'uno dei tanti prigionieri e dedica scarne parole
all'intero episodio: gli furono condotti i capi; gli fu consegnato
Vercingetorige, gli furono portate le armi, duces producuntur~ Vercingetorix
deditur, arrna proiciuntur.
Una rapida frase di sei parole, tre soggetti e tre verbi in tutto.
Gli storici si sono sempre commossi alla scena di Ver ~\:
cingetorige che si getta ai piedi di Cesare.
Plutarco e Floro ne danno versioni dense di pathos. <.Vercingetorige che aveva
voluto la guerra, )> scrive il biografo greco, indossò l'armatura più bella,
bordò il cavallo, mosse al galoppo e fece un giro intorno a Cesare ch'era
immobile sul suo seggio.
Quindi balzò giù dal cavallo, si spogliò di tutte le armi che indossava e si
sedette ai piedi del vincitore, finché non lo consegnarono alle guardie. ~ Nella
descrizione di Plutarco, il re barbaro tace, mentre lo storico latino gli fa
pronunciare parole solenni: ~< Hai vinto un uomo forte, o uomo fortissimo ~.
Habe fortem virum, vir fortissime, vicisti.
Ciò detto depose ai piedi del ~incitore la spada, l'armatura, l'elmo.
In ogni tempo la scena di questo incontro ha ispirato la fantasia dei poeti, e
non sempre la loro simpatia fu per Cesare. Nell'Ottocento Lamartine scrisse che
il vincitore si mostrò meno grande del vinto ~ per non averlo graziato.
Cesare lasciò il prigioniero in ceppi, senza parlargli del suo destino.
Lo avrebbe giustiziato o tenuto in vita? Crudelmente non dava una risposta
all'interrogativo, mentre costringeva il re arverniate a seguirlo in catene, di
prigione in prigione, nei suoi spostamenti.
Con la decapitazione suonò l'ultima ora del barbaro, sei anni più tardi.
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Cesare, celebrando il suo trionfo a Roma, lo trascinerà per le vie della
capitale legato al suo carro, prima di consegnarlo al carnefice.
Vercingetorige era stato un eroe per pochi mesi, per meno di un anno, da un
inverno all'autunno successivo.
Ma la brevità stessa della sua avventura, contribuì a fare di lui un mito.
Il proconsole, sconfitto l'esercito nazionale dei galli, si mostrò pietoso
soltanto con gli edui e gli arverni cui ridiede la libertà.
Aveva una ragione per essere clemente con loro, quella di recuperarne
l'amicizia.
Tutti gli altri prigionieri furono ceduti come schiavi uno per uno ai suoi
soldati, e non erano meno di quarantamila persone.
I mercatores al seguito delle legioni subito acquistarono la moltitudine di
galli ridotti in cattività.
Inviati a Roma i littori con l'annuncio della disfatta di Vercingetorige, il
proconsole decise di svernare negli accampamenti di Bibracte, presso gli edui
rappacificati.
Nell'Urbe la popolazione era in festa.
Divorava, esaltandosi, i bollettini con le vittorie di Cesare e i tre capitoli
dei Commentari dedicati alle sue ultime imprese in Britannia e in Gallia.
I patres gli rendevano omaggio con un senatoconsulto che decretava una nuova
supplicatio eccezionale di venti giorni.
E ormai d'obbligo in questa narrazione ascoltare il parere di Napoleone sulle
imprese giuliane.
L'imperatore riconosce che i romani, combattendo i galli coalizzati, rifulsero
di gloria, ma obietta che il proconsole ebbe al suo fianco gli dèi.
Definisce Vercingetorige un intrepido e generoso difensore delle Gallie, poi
contesta la fondatezza di alcune informazioni fornite dal generale romano.
E proprio vero, si chiede, che Vercingetorige si sia rinchiuso con ottantamila
uomini nella città di Alesia che non era grande? Esprime l'opinione che il capo
gallico non disponesse di un così cospicuo esercito perché se lo avesse avuto
non si sarebbe imprigionato tra le mura dell'oppidum, ma ne sarebbe rimasto
fuori, coprendosi di trincee, pronto ad assaltare frontalmente il nemico.
Certo è, commenta infine con mestizia, che con la sconfitta di Vercingetorige
ebbe termine la libertà dei galli.
Poco dopo quella terra fu ridotta in provincla romana.
XII

Abbattuto Vercingetorige ad Alesia, Cesare si preparava a tornare nel quartier


generale della Cisalpina per riprendere più da vicino il controllo d'una
situazione che a Roma gli era sempre più sfavorevole, sebbene gli tributassero
grandi onori.
Ma la turbolenza di molte tribù nemiche lo costrinse a non muoversi dalla Gallia
per tutto il 51 e a ingaggiare con loro nuove battaglie.
Anche senza il duce supremo che li aveva unificati i galli resistevano.
Via via Cesare, coadiuvato dal questore Marco Antonio, dovette affrontare i
biturgi, i carnuti, i bellovaci, gli eburoni, i treveri.
Particolarmente prolungato fu lo scontro con i cadurci.
L'assedio della loro capitale, Uxellodunum (Puy d'Issolu), si protrasse per due
mesi.
Il proconsole fremeva di rabbia poiché si avvicinava la scadenza del suo
imperium, e ciò rendeva assolutamente necessario ristabilire i contatti con
Roma.
Quando riuscì a piegare la resistenza degli ostinati cadurci privandoli
dell'acqua, fu spietato nella vendetta.
Ordinò che fossero tagliate le mani a chiunque di loro avesse impugnato un'arma.
Voleva punire i combattenti di Uxellodunum e atterrire con quell'esempio ogni
altra tribù dai propositi bellicosi.
Tuttavia, al termine d'ogni battaglia e compiute atroci ritorsioni, egli mutava
stato d'animo, tanto da amministrare con spirito sereno le terre domate e da
rafforzare ovunque il partito dei filoromani.
Molte città prendevano il suo nome, Forum Iulii (Fréjus); Iuliobona
(Lillebonne); Caesarodunum (Tours); Caesaromagus (Beauvais) .
Nell'Urbe gli oligarchi erano spaventati dalla popolarità di un così grande
conquistatore.
Temevano il suo immenso potere personale, le sue legioni, la sua sagacia
politica.
Con le sue vittorie, Cesare aveva eclissato Mario, gli Scipioni, Pompeo.
Con la conquista del nuovo mondo, l'impero romano poteva vantare d'aver superato
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i domini di Ciro e dello stesso Alessandro che Cesare tanto invidiava.
Il Magno, ancora formalmente alleato del proconsole, era più che mai divorato
dalla gelosia.
Manovrando al coperto gli creava continue difficoltà poiché Cesare costituiva il
più serio ostacolo alla sua supremazia assoluta.
Lo appoggiavano gli oligarchi che intendevano ridurre il vincitore della Gallia
nella condizione di privato cittadino per renderlo vulnerabile alle loro accuse
infamanti e per impedirgli di accedere al secondo consolato.
Caio Giulio pensava di essersi messo al sicuro da questo pericolo con il
plebiscito della primavera del 52, voluto dai tribuni e sostenuto dallo stesso
Pompeo.
Legalmente egli non poteva ridiventare console se non nel 48, e quindi, per non
rimanere nel frattempo nella rischiosa condizione di privatus, doveva conservare
l'imperium della Gallia fino a tutto il 49.
Il plebiscito gli accordava il privilegio di candidarsi al consolato nonostante
la sua assenza da Roma, in absentia, e cioè prima che avesse termine il suo
comando.
Tutto sembrava in ordine, almeno temporaneamente, quando Pompeo, sempre in
maniera occulta, si avvicinò ulteriormente al Senato e al partito conservatore.
Prese come collega di governo un oligarca, il nuovo suocero Metello Scipione, di
cui aveva sposato la figlia Cornelia.
Ma soprattutto, nella sua ambiguità, fece approvare una legge con la quale in
pratica si rimangiava il privilegio concesso a Cesare di candidarsi in absentia.
Con la nuova legge richiamava in vigore l'obbligo della presenza a Roma dei
candidati alla suprema magistratura.
I seguaci di Cesare protestarono con violenza perché la norma colpiva
indirettamente il proconsole.
Pompeo si scusò con loro dicendo di aver dimenticato (dimenticato?) all'ultimo
momento di inserire in essa la clausola che dispensasse Cesare da quell'obbligo.
Sarebbe corso ai ripari, aggiunse, correggendo l'errore, ma in realtà si mosse
con tanta lentezza da arrivare tardi, per cui propose l'emendamento quando la
legge era già incisa nel bronzo ed esposta al pubblico nel tempio di Saturno.
Pompeo emise una seconda legge non meno pericolosa della precedente nei
confronti del proconsole.
In base ad essa gli ex consoli e gli ex pretori non potevano accedere a un
eventuale governo delle province se non a cinque anni dalla scadenza del loro
imperium.
Cesare era un magistrato in carica, e la legge non lo riguardava immediatamente.
Tuttavia egli si sentiva preso fra due fuochi.
E non aveva torto.
Il primo provvedimento lo obbligava a concorrere al consolato da privato
cittadino; il secondo gli faceva correre il rischio di rimanere per lunghi anni
senza alcun incarico se non fosse riuscito a farsi eleggere console.
E comunque, anche in caso di elezione, al termine del suo secondo consolato
sarebbe rimasto per un quinquennio privo di poteri.
Durante quel lasso di tempo poteva succedere di tutto.
Era evidente che le leggi avessero carattere generale.
Bisognava fare il processo alle intenzioni del console per accusarlo di averle
escogitate allo scopo di danneggiare Cesare, ma era facile leggerle in
controluce, e quindi in chiave anticesariana.
Tanto più che Pompeo mirava proprio a indeborire il suo naturale concorrente.
Se i suoi piani fossero andati in porto, Cesare si sarebbe ritrovato nudo e
crudo, mentre a lui il Senato aveva già prolungato di cinque anni l'imperium in
Spagna, fino a tutto il 47.
Erano sempre pendenti le imputazioni di Catone, perciò Cesare, una volta privo
di ogni potere, si sarebbe visto accusare davanti al luliobona (Lillebonne);
Caesarodunum (Tours); Caesaromagus (Beauvais) .
Nell'Urbe gli oligarchi erano spaventati dalla popolarità di un così grande
conquistatore.
Temevano il suo immenso potere personale, le sue legioni, la sua sagacia
politica.
Con le sue vittorie, Cesare aveva eclissato Mario, gli Scipioni, Pompeo.
Con la conquista del nuovo mondo, l'impero romano poteva vantare d'aver superato
i domini di Ciro e dello stesso Alessandro che Cesare tanto invidiava.
Il Magno, ancora formalmente alleato del proconsole, era più che mai divorato
dalla gelosia.
Manovrando al coperto gli creava continue difficoltà poiché Cesare costituiva il
più serio ostacolo alla sua supremazia assoluta.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Lo appoggiavano gli oligarchi che intendevano ridurre il vincitore della Gallia
nella condizione di privato cittadino per renderlo vulnerabile alle loro accuse
infamanti e per impedirgli di accedere al secondo consolato.
Caio Giulio pensava di essersi messo al sicuro da questo pericolo con il
plebiscito della primavera del 52, voluto dai tribuni e sostenuto dallo stesso
Pompeo.
Legalmente egli non poteva ridiventare console se non nel 48, e quindi, per non
rimanere nel frattempo nella rischiosa condizione di privatus, doveva conservare
l'imperium della Gallia fino a tutto il 49.
Il plebiscito gli accordava il pri~ilegio di candidarsi al consolato nonostante
la sua assenza da Roma, in absentia, e cioè prima che avesse termine il suo
comando.
Tutto sembrava in ordine, almeno ternporaneamente, quando Pompeo, sempre in
maniera occulta~ si avvicinò ulteriormente al Senato e al partito conser~atore.
Prese come collega di governo un oligarca, il nuovo suocero Metello Scipione, di
cui aveva sposato la figlia (~ornelia.
Ma soprattutto, nella sua ambiguità, fece approvare una legge con la quale in
pratica si rimangiava il privilegio concesso a Cesare di candidarsi in absentia.
Con la nuova legge richiamava in vigore l'obbligo della presenza a Roma dei
candidati alla suprema magistratura.
I seguaci di Cesare protestarono con violenza perché la norma colpiva
indirettamente il proconsole.
Pompeo si scusò con loro dicendo di aver dimenticato (dimenticato?) all'ultimo
momento di inserire in essa la clausola che dispensasse Cesare da quell'obbligo.
Sarebbe corso ai ripari, aggiunse, correggendo l'errore, ma in realtà si mosse
con tanta lentezza da arrivare tardi, per cui propose l'emendamento quando la
legge era già incisa nel bronzo ed esposta al pubblico nel tempio di Saturno.
Pompeo emise una seconda legge non meno pericolosa della precedente nei
confronti del proconsole.
In base ad essa gli ex consoli e gli ex pretori non potevano accedere a un
eventuale governo delle province se non a cinque anni dalla scadenza del loro
imperium.
Cesar,e era un magistrato in carica, e la legge non lo riguardava
immediatamente.
Tuttavia egli si sentiva preso fra due fuochi.
E non aveva torto.
Il primo provvedimento lo obbligava a concorrere al consolato da privato
cittadino; il secondo gli faceva correre il rischio di rimanere per lunghi anni
senza alcun incarico se non fosse riuscito a farsi eleggere console.
E comunque, anche in caso di elezione, al termine del suo secondo consolato
sarebbe rimasto per un quinquennio privo di poteri.
Durante quel lasso di tempo poteva succedere di tutto.
Era evidente che le leggi avessero carattere generale.
Bisognava fare il processo alle intenzioni del console per accusarlo di averle
escogitate allo scopo di danneggiare Cesare, ma era facile leggerle in
controluce, e quindi in chiave anticesariana.
Tanto più che Pompeo mirava proprio a indeborire il suo naturale concorrente.
Se i suoi piani fossero andati in porto, Cesare si sarebbe ritrovato nudo e
crudo, mentre a lui il Senato aveva già prolungato di cinque anni l'imperium in
Spagna, fino a tutto il 47.
Erano sempre pendenti le imputazioni di Catone, perciò Cesare, una volta privo
di ogni potere, si sarebbe visto accusare davanti al Senato di aver condotto in
Gallia una guerra di conquista senza esserne autorizzato e di avervi violato,
con i suoi massacri, i diritti delle genti.
Avrebbe potuto aspettarsi una condanna all'esilio perpetuO.
Ancora una volta, alle proteste dei cesariani, Pompeo rispose che non intendeva
minimamente colpire il conquistatore della Gallia.
Con la legge sui governatorati provinciali, dlceva, egli si proponeva di
stroncare la corruzione elettorale che derivava dalla possibilità per un console
o un pretore di Ottenere appena uscito di carica un comando in provincia.
Col nuovo imperium immediato i governatori potevano gettarsi sulla provincia e
quindi saccheggiarla dovendo pagare i debiti che avevano contratto nell'opera di
corruzione degli elettori.
Interponendo invece un lasso di tempo di Clnque anni si sarebbero scoraggiati
corrotti e corruttori.
Questo andava sostenendo Pompeo, ma nessuno gli crede~a.
A tutti era chiaro l'obiettivo reale della legge.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Cesare tace~,a _ parlavano per lui i suoi fidi a Roma poiché i due triumViri
apparivano ancora uniti, anche se sempre più debolmente.
Caio Giulio finse di credere che fosse sempre in vigore la legge in absentia e
chiese di presentarsi al Consolato per il 50, pur essendo ancora governatore in
Gallia I patres si mostrarono irremovibili: la successiva legge di Pompeo aveva
abrogato anche la norma che lo riguardava: se voleva candidarsi al consolato
doveva rinUnCiare al Conlando e venire a Roma.
Allora il generale si risolse a sollecitare l'estensione del suo impenum nelle
Gallie~ visto che il potere di Pompeo in Spagna era stato protratto per un
quinquennio.
Uno dei dlle consoli in carica nel 51, Marco Claudio Marcello, era suo acerrimo
nemico.
Apparteneva alla famiglia dei ~arce ~ illustre per quanto di origini plebee, ed
era temibile per la sua stringente oratoria.
Aveva conquistato la suprema magistratura con l'appoggio determinante di Pompeo.
Il nuovo console, alla richiesta del condottiero volta a ottenere il
prolungamento del suo comando, rispose in maniera spudorata, proponendo
addirittura di richiamarlo immediatamente dalla Gallia poiché, con la caduta di
Alesia, quelle regioni erano alfine pacificate.
Proponeva altresì di congedare l'esercito vittorioso che vi aveva concluso una
splendida missione.
A quel punto si poteva dare un successore a Cesare.
Il tutto andava fatto, concludeva Marcello, nell'interesse della repubblica.
Spinse tanto avanti la sua provocazione da far staffilare un colono di Como per
dimostrare quanto disprezzasse le leggi di Cesare.
Il generale aveva inviato a Como cinquemila coloni attribuendo loro la
cittadinanza romana.
Marcello aveva richiesto di abrogare tale concessione e, non essendo riuscito
nell'intento, sfogò il livore contro un malcapitato colono per mettere in
evidenza i suoi sentimenti anticesariani.
Questi era un pretore comasco disceso a Roma per ragioni d'ufficio; il console
lo fece arrestare e quindi fustigare con un pretesto qualsiasi, mentre
esclamava: Ora va da Cesare e mostragli le tue spalle piagate; così io tratto i
suoi cittadini, volendo dire che cittadini non erano gli abitanti di Como perché
se lo fossero stati nessuno avrebbe potuto infliggergli la pena delle verghe.
Cesare rimase in Gallia.
La proposta di Marcello, volta a richiamarlo in patria prima del termine, era
tanto assurda che il Senato la bocciò.
Egualmente però i patres si opposero alla richiesta di prolungargli il comando
che sarebbe scaduto il primo marzo del 50.
Si cominciò subito a discutere sul suo successore, e il generale non poté fare
altro che minacciare un veto dei tribuni.
Il Senato e lo stesso Pompeo reagirono dichiarando che avrebbero considerato un
grave atto di ostilità nei confronti della repubblica una iniziativa del genere.
Mentre passavano i mesi Cesare era sempre più avviluppato in una ragnatela di
leggi, norme e disposizioni che gli impedivano a poco a poco di muoversi e che
lo avrebbero lasciato senza alcun potere, mentre il Magno, che pure rimaneva
nell'ombra, avrebbe continuato a disporre di un imperium e di molte legioni.
Ora a Roma si cercava sempre più di oscurare le sue imprese in Gallia.
Si propalavano notizie di rovesci subiti dalle legioni in nuovi scontri con quei
popoli bellicosi.
Si diceva che il proconsole aveva perso la cavalleria e che i bellovaci lo
tenevano da tempo assediato.
Nell'Urbe c'era chi già si aspettava uno scontro sanguinoso fra i due maggiori
personaggi che dominavano la scena politica della repubblica.
Una nuova guerra civile era dunque alle porte? Molti temevano tale sciagura, ma
non pochi soffiavano sul fuoco che ancora covava sotto la cenere.
Un cugino di Marco Claudio Marcello, di nome Caio, ma non meno di lui ostile a
Cesare, divenuto a sua volta console l'anno successivo, il 50, rilanciò la
proposta di richiamare in patria il generale interrompendone l'imperium.
Ma una così estrema proposta rimase nuovamente lettera morta.
Caio Giulio aveva bisogno di appoggiarsi a qualcuno per sventare gli attentati
al .< suo onore e alla sua dignità , come egli stesso scrive.
Era destino che dovesse far perno su individui violenti e di scarsa tenuta
morale.
Era già successo con Clodio, ora succedeva con Caio Scribonio Curione, eletto
tribuno col sostegno degli oligarchi.
Velleio Patercolo lo definisce il più ingegnoso dei furfanti, homo
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
ingeniosissime nequam.
Suo padre era stato un accanito avversario di Cesare.
Era stato lui, fra gli altri, a rivolgergli le più sferzanti ingiurie ai tempi
della giovinezza, chiamandolo postribolo di Nicomede, e bordello di Bitinia,
stabulum Nicomedis, Bithynicum fornicem.
Il figlio non era meno insolente del padre, ma Cesare non si formalizzava:
guardando ai risultati, accantonava gli oltraggi.
Lo ricoprì d'oro e lo attirò sulla sua sponda.
Del resto Curione non era nuovo ai traghettamenti perché prima di associarsi
agli ottimati era appartenuto alla cerchia di Clodio (ne aveva sposato la vedova
Fulvia) e di Marco Antonio che in quel momento combatteva in Gallia accanto al
generale.
L'alleanza con Cesare permise al giovane, avido e scriteriato, di pagare i suoi
considerevoli debiti.
L'intesa col più ribaldo dei tribuni, come lo definisce Svetonio, rimase per un
po' segreta, il che dette a Curione una più ampia libertà di manovra nel
sostenere occultamente il proconsole.
Gli ottimati credevano che egli agisse in difesa dei loro interessi e non di
quelli dell'avversario.
Fu ancora creduto in buona fede quando si mise ad appoggiare il console Caio
Marcello che proponeva di richiamare Cesare dalla Gallia e di privarl~ dei suoi
legionari.
Né fu sospettato quando aggiunse che occorreva però indurre anche Pompeo a
lasciare imperium ed esercito.
Si sarebbe così ottenuto un disarmo generale, mettendo la repubblica al riparo
da entrambi i pericolosi personaggi i quali, senza le legioni, non avrebbero più
avuto alcuna possibilità di scontrarsi in una guerra civile da loro stessi
provocata.
Sia Cesare sia Pompeo avrebbero visto svanire i loro inconfessati progetti
dittatoriali, mentre il Senato avrebbe potuto recuperare la supremazia perduta.
I patres si illusero di poter realizzare l'ardito piano di Curione e si
mostrarono in linea di massima propensi ad accettarlo per tornare a essere
quelli di una volta, quando correvano gli anni migliori della repubblica.
La proposta di Curione era naturalmente sostenuta dai seguaci di Cesare, e da
elementi moderati.
Anche la plebe era schierata con il tribuno pacifista il quale, per estendere la
sua popolarità, aveva presentato una legge sulla manutenzione delle strade volta
a far pagare ai cittadini una quota di tasse proporzionata alla qualità dei
mezzi di trasporto utilizzati, e ciò per colpire i più ricchi.
In molti ammiravano Curione che aveva tanto coraggio da affrontare i due più
potenti personaggi della repubblica.
Al suo apparire lo applaudivano e gli gettavano fiori come usavano fare con gli
atleti vittoriosi.
Pompeo, temendo che il disarmo proposto dal tribuno ottenesse l'approvazione,
volle prendere tempo e si rifugiò nella sua villa di Napoli con la nuova moglie
Cornelia.
La lontananza si prolungò più del previsto a causa di una malattia che lo tenne
immobilizzato a letto.
Si parlava di febbri malariche e di un male allo stomaco che gli impediva di
toccare cibo.
Da Napoli inviò al Senato una lettera in apparenza accomodante.
In essa lodava le imprese di Cesare, ma non mancava di esaltare le proprie.
Soprattutto vi metteva in luce la propria ritrosia ad accettare incarichi e la
disponibilità a lasciarli.
Era una lettera scritta con astuzia, diretta a far rilevare quanto grande fosse
la differenza fra lui e Cesare il quale non aveva mai dato segno di voler
deporre l'imperium.
Insorse Curione che cominciava a scoprirsi e a rivelare il suo vero volto
cesariano. Oh Pompeo, disse, se vuoi che ti si presti fede, non parlare di
dimissioni, dàlle davvero. Era impensabile, aggiunse, che Cesare congedasse
l'esercito quando l'altro conservava il potere, e comunque, se c'era unO che
aspirava alla dittatura, questi era Pompeo e non Cesare.
Onestamente Plutarco osserva che non si poteva dar torto a Cesare: il proconsole
avrebbe deposto le armi se Pompeo avesse fatto simultaneamente la stessa cosa;
tornati entrambi cittadini privati, avrebbero potuto ottenere qualche onore
dalla repubblica, ma togliere solo a Cesare l'esercito e lasciarlo a Pompeo
equivaleva ad accusare l'uno di aspirare alla tirannia e fornire all'altro i
mezzi per ottenerla.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Le condizioni di salute di Pompeo erano migliorate ed egli poté riprendere la
strada verso Roma.
Fu il suo un viaggio trionfale.
I napoletani per primi e poi anche gli altri popoli manifestavano
entusiasticamente al suo passaggio, offrendo fiori, alla luce delle fiaccole.
In ogni città e borgo si facevano sacrifici agli dèi per aver restituito alla
repubblica il grande generale.
Quel trionfo popolare, scrive Plutarco riferendo un'opinione assai diffusa, non
fu l'ultima delle cause che portarono alla nuova guerra civile: <(Pompeo,
dimentico dell'antica cautela, si abbandonò a un'audacia sfrenata e sottovalutò
la forza di Cesare .
In verità il Magno non gettò all'improvviso la maschera.
Fu prudente ancora per qualche tempo, sempre con l'obiettivo di mettere fuori
gioco l'avversario.
Gli si presentò un giorno una buona occasione per indebolirlo.
Cicerone e Bibulo, che erano stati nominati proconsoli in Cilicia e in Siria,
sollecitavano l'invio di rinforzi paventando un'invasione dei parti.
Il Senato decise di togliere a Cesare e a Pompeo una legione ciascuno per
spedirle nelle province in pericolo.
L'operazione, che apparentemente non faceva distinzione fra i due grandi
generali, nascondeva in realtà un trucco.
Ed era q~esto.
Pompeo, invece di cedere i propri soldati, richiese a Cesare la restituzione
della legione che gli aveva prestato qualche anno prima, e così facendo
costringeva l'avversario a privarsi non di una ma di due legioni: una era quella
che Cesare doveva consegnare per ordine del Senato, l'altra era quella che
doveva restituire a Pompeo.
Ma anche Cesare aveva qualche freccia al suo arco.
Egli infatti staccava da sé i suoi soldati materialmente, ma nella sostanza li
manteneva legati al suo carro donando a ognuno di essi denari e terre.
In questo gioco pericoloso di colpi e contraccolpi, il Magno, d'accordo con il
console Caio Marcello, ordì un ulteriore inganno grazie al quale trattenne a sua
disposizione le due legioni che Cesare aveva spedito in Italia affinché
accorressero in Oriente a dar man forte ai proconsoli in difficoltà Cicerone e
Bibulo.
In realtà, le due legioni non partirono mai e rimasero alloggiate a Capua o in
altre località a seconda delle esigenze di Pompeo.
Per giustificarsi con Cesare, il Magno disse che la situazione in Asia era
migliorata e più non richiedeva l'invio di un nuovo esercito.
Il Bellum gallicum si conclude proprio a questo punto con poche righe che
appaiono come il tuono che annuncia la tempesta: <.
Le due legioni rimasero dunque agli ordini di Pompeo.
Sebbene non si potesse più dubitare delle macchinazioni ai suoi danni, Cesare
decise di sopportare ancora ogni affronto fino a quando gli rimaneva una sola
speranza di poter risolvere la questione sul piano del diritto, prima di
ricorrere alle armi.
XIII
A Roma si riteneva ormai imminente la guerra civile, un nuovo scontro civium cum
ciuibus.
L'edile curule Marco Celio Rufo, dal passato di catilinario, aveva appena
inviato a Cicerone, che operava in Cilicia, una lettera drammatica, in data 10
agosto del 50.
Vi riassumeva con acume e cinismo la situazione, dopo aver dato all'amico la
notizia che il candidato cesariano alla questura, Marco Antonio, era stato
eletto sconfiggendo l'uomo degli ottimati. Io non vedo la pace, il conflitto si
avvicina e lo ritengo inevitabile.
Si scontrano su questo punto i due che detengono il potere: Pompeo non vuole che
Cesare si presenti candidato a console se non dopo aver consegnato l'esercito e
le province.
Ma Cesare è certo che non v'è per lui salvezza se abbandona l'esercito.
Così quegli amori tra i due e quella loro detestata alleanza finiranno per
degenerare non in un segreto odio, ma in aperta guerra civile.

Fin qui le informazioni intelligenti e precise.


Seguivano poi le spregiudicate considerazioni di chi sta per decidere di
schierarsi con l'uomo ritenuto più forte: Io non so quale decisione prendere,
fra l'uno e l'altro, per tutelare i miei interessi; e penso che tu sia turbato
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
da eguale incertezza.
In caso di discordie intestine si deve seguire la parte più onesta finché si
lotta senza ricorrere alle armi; ma quando si arriva a una guerra aperta, si
deve seguire quella più forte e decidere che la soluzione migliore è la più
sicura.
Se guardiamo all'esercito non v'è paragone fra i due, a vantaggio di Cesare.
Non ci resta che il tempo necessario per valutare per bene le forze di ciascuno
dei due e scegliere il partito giusto .
La scelta cadrà su Cesare.
Non molti mesi prima, Celio aveva detto di lui: E un egoista.
Se la ride degli interessi della repubblica, e non pensa che a se stesso .
Pompeo tuttavia si illudeva di essere più forte del suo avversario e perfino più
popolare.
Il recente viaggio trionfale da Napoli alle porte di Roma lo aveva eccitato.
Credeva di avere tutti con sé.
A chi, più avveduto di lui, gli chiedeva dove avrebbe trovato tanti soldati da
contrapporre a Cesare in caso d'una guerra fratricida, egli rispondeva con fare
sprezzante: Perché ve ne preoccupate? Dovunque batterò il piede in terra,
sorgeranno schiere di soldati e di cavalieri .
A dargli una falsa idea della situazione era sopraggiunto anche Appio Claudio,
nipote del censore dallo stesso nome, l'ufficiale che riportava in Italia le due
legioni cesariane.
Egli aveva fatto a Pompeo un quadro disastroso delle condizioni e del morale di
quelle truppe che non vedevano l'ora di porsi ai suoi ordini.
Tanto odiavano Cesare quanto amavano lui, e bastava che il Magno si presentasse
a loro per guadagnarli alla causa.
Tutto questo Appio Claudio diceva rilanciando ancora una volta, per completare
l'opera, le voci infamanti che circolavano sul proconsole.
Pompeo si illuse di essere l'idolo dell'esercito di Cesare~, come scrive
Plutarco stupefatto.
Perché si poteva dire che i legionari, tanto fedeli a Cesare, ora gli si
mostravano ostili? Lo storico Appiano suppone che ciò facesse parte d'un
tranello escogitato dal proconsole ai danni del Magno: aveva pagato i suoi
soldati non solo per tenerli legati a sé, ma anche per fornire agli avversari
notizie ingannevoli sui loro reali sentimenti al fine di infondere negli
oligarchi e in Pompeo stesso un senso di sicurezza che non trovava ríscontro nei
fatti.
E più probabile però che Appio Claudio fosse stato rafforzato nelle sue idee da
persone ostili al proconsole.
Ce n'erano fra i suoi alti ufficiali, a cominciare dal luogotenente Tito Labieno
che da sempre era partigiano occulto di Pompeo, piceno come lui, e che si
accingeva ad abbandonare definitivamente Cesare, sebbene avesse accumulato al
suo fianco immensi bottini.
Per avere un quadro più realistico della situazione, che era ben diversa dalle
calunnie di Appio Claudio, Pompeo avrebbe dovuto ascoltare davvero la voce dei
soldati.
Alcuni di essi erano tornati a Roma e non era nemmeno necessario avvicinarli
direttamente per conoscerne i pensieri.
Difatti un episodio di cui parlava tutta la città dava la misura di quanto i
legionari fossero sempre legati a Cesare.
In un gruppo di cittadini si discuteva sulle trame dell'oligarchia e di Pompeo
tese a privare il proconsole del suo imperium, quando un centurione, portando la
mano alla spada, intervenne a dire: Sapremo ben usare questa.
La situazione politica nell'Urbe sembrò volgersi imprevedibilmente a favore di
Cesare.
Agli elettori non era sfuggita la malizia di Pompeo che aveva sottratto due
legioni al proconsole col pretesto di doverle inviare contro i parti, ma che poi
aveva trattenute ai suoi ordini nell'accampamento di Capua, allo scopo evidente
di prepararsi alla guerra civile.
Per sviare i sospetti, Pompeo le aveva infine ritirate dalla Campania,
dislocandole a Teano, a Larino, a Lucera, come se fossero davvero in procinto di
raggiungere la Partia.
La risposta degli elettori non si fece attendere.
E così vennero eletti tribuni per il 49 i fidi cesariani Marco Anton,io e Quinto
Cassio Longino.
Perfino Lentulo, eletto console per lo stesso anno, si avvicinava al proconsole.
Questi fatti spaventarono Pompeo e gli oligarchi.
In una lettera di Cicerone ad Attico, inviatagli da Efeso nell'ottobre del 50
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durante il viaggio di ritorno a Roma, traspariva una profonda preoccupazione per
la piega degli eventi.
Ma l'attempato governatore della Cilicia, anche in così brutto frangente, non
rinunciava né alle battutine maliziose né alla vanità.
Pretendeva un trionfo per la sua azione in Oriente e ironizzava sul
comportamento del collega Bibulo che si dava da fare per ottenere a sua volta un
trionfo pur senza aver mai messo piede fuori di casa fino al giorno in cui un
solo nemico era rimasto in Siria~>.
Caio Giulio a settembre tornò nella Cisalpina.
Se trionfale era stato il viaggio di Pompeo da Napoli a Roma, non meno
entusiasmanti furono le manifestazioni di giubilo che egli raccolse da un popolo
in pieno delirio.
Tutti gli andavano incontro con fiori e corone, le madri gli offrivano i loro
figli, dovunque si vedevano ardere i fuochi degli olocausti in segno di affetto
e venerazione.
Il suo quartier generale sorgeva sempre a Ravenna e di lì egli seguiva gli
sviluppi della situazione, tenendo ben celati i suoi propositi.
Non intendeva assolutamente allarmare gli avversari, ma, in preparazione di
piani segreti, non poté evitare di raccogliere a Placentia (Piacenza) quattro
delle nove legioni che gli rimanevano, lasciando le altre cinque nella Gallia
transalpina.
Provvide quindi a colmare con nuovi arruolamenti nella Cisalpina i vuoti delle
due famose legioni che aveva dovuto cedere a malincuore.
Seguirono aspri dibattiti in Senato.
Il tribuno Curione un giorno, per la rabbia, si stracciò la toga nel vivo d'una
discussione in cui difendeva Cesare.
Di scontro in scontro si pervenne alla più importante e tempestosa seduta,
quella del primo dicembre 50.
In essa il console Marcello, dopo aver rivolto un nuovo e durissimo attacco
contro Curione, osò affermare che Cesare si preparava ad abbattere le libertà
repubblicane e a instaurare la tirannide.
Definiva il proconsole un predatore e invitava il Senato a dichiararlo nemico
della patria, hostis publicus, qualora non avesse deposto immediatamente le
armi.
In ogni caso bisognava d'autorità strappargliele dalle mani.
A questo scopo pose ai voti del Senato due questioni.
Con la prima si chiedeva: Deve essere Cesare sostituito? ".
E con la seconda: Deve essere Pompeo sostituito? .
Alla prima questione la maggioranza dei senatori rispose affermativamente,
sicché i cesariani caddero in un indicibile sconforto che si tramutò in disfatta
nel momento in cui i patres risposero negativamente al secondo interrogativo.
Sembrava tutto finito, quando si levò a parlare Curione, indubbiamente un
ribaldo di scarsa moralità ma non meno abilissimo oratore e politico sagace.
Aveva intuito che nell'aria serpeggiava un certo nervosismo a sfondo pacifista
e, dopo un'orazione senza pari, giocò, con mossa geniale, il tutto per tutto
rilanciando la sua proposta di disarmare entrambi i generali.
Riuscì a imporre un terzo quesito: Devono essere Pompeo e Cesare egualmente
disarmati? .
A questo interrogativo la stragrande maggioranza del Senato mutò opinione e
rispose di sì, con trecentosettanta voti contro ventidue.
Ovviamente con questo responso si annullarono le prime due votazioni e ai
moderati parve di aver riportato la pace a Roma.
Il console Marcello schiumava di rabbia.
Togliendo la seduta esclamò: Se volevate un padrone ora lo avete in Cesare ~>.
Uscì dalla Curia accolto da salve di fischi, mentre a Curione gettavano fiori.
La gioia popolare ebbe brevissima durata poiché all'indomani Marcello, in una
nuova e non meno tempestosa assemblea senatoriale, diede un drammatico annuncio:
Le legioni di Cesare attraversano le Alpi.
Dobbiamo fermarle per la salvezza di Roma".
Detto questo fece cancellare la terza votazione del giorno prima.
E urlava: Con un ladrone come Cesare ci vogliono armi, non voti ,>.
Il popolo, impaurito, vestì a lutto, e Marcello, attraversando il Foro con una
lunga coda di patres conscripti, raggiunse Pompeo che dimorava alle porte
dell'Urbe.
Intendeva affidargli la difesa della repubblica.
I senatori lo seguivano sì, ma non avevano votato un senatus consultum ult~mum
per Pompeo.
Quindi tutto si svolgeva nella più completa illegalità.
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Di sua iniziativa il console investì il generale dei pieni poteri, e, nel
consegnargli una spada, esclamò: Oh Pompeo, ti ordino di prendere le armi contro
Cesare.
Sono tue le legioni di Capua e ogni altra che vorrai arruolare .
Il grande generale, che non rinunciava ancora alla sua ambiguità, rispose con
poche e generiche parole: Se non c'è un'altra soluzione... .
Non voleva dare l~impressione di precipitarsi sull'incarico, ma era anche
preoccupatO per la mancanza di un ordine legale, il senatus consultum ultimum.
A parte queste formalità, Pompeo si chiedeva realmente che cosa fare al cospetto
di una così grave responsabilità.
Dove lo avrebbero portato gli eventi? Qualche giorno dopo raggiunse gli
accampamenti di Capua per presiedere ai nuovi arruolamenti. ~Ia molte furono le
difficoltà da superare per la ritrosia dei gioVani a seguirlo: tutti volevano la
pace.
A nessuno sfuggi~a l'illegalità del potere affidato al generale, e Curione
chiedeva ai consoli di non levare nuove truppe.
Il tribuno si trovava in una situazione critica poiché mancava soltanto qualche
giorno alla conclusione del suo mandato.
Non appena rimase privo di poteri, corse a Ravenna nel campo cesariano.
Scongiurava il proconsole di radunare subito l'esercito e di marciare su Roma,
ma Cesare si mostrava prudente.
Il suo obiettivo appariva ancora quello di arriVare pacificamente al consolato,
di potervisi candidare sen2a lasciare il comando delle legioni, sempre per non
offrire, disarmato, il fianco agli avversari che lo avrebbero trascinato in
giudizio.
Attraverso il fedele tribuno Marco Antonio, propose nuove soluzioni concilianti.
Se i patres non gli ritirerannO l'imperium, egli ridurrà considerevolmente la
sua forza: rinuncerà a otto legioni e alla Gallia transalpina, per tenersi
soltanto la Gallia cisalpina e l ~ iria guardate complessivamente da tre
legioni.
Ciò in attesa di presentarsi al secon do consolato.
Pompeo insisteva però che gli si togliessero le truppe, e inoltre minacciava di
abbandonare Roma al suo destino e di andarsene definitivamente in Spagna se
Cesare fosse ridiventato console.
Era sua convinzione, come diceva in pubblico, che se Caio Cesare avesse
nuovamente ottenuto la suprema magistratura, anche dopo aver licenziato
l'esercito, grande sarebbe stato il rivolgimento della repubblica.
In realtà l'odio cresceva in lui, misto a gelosia, invidia e brama di potenza.
Cicerone, che era tornato in Italia dalla Cilicia, si adoperava per riportare
l'accordo tra i due, ma nei suoi incontri con Pompeo si convinceva che il
generale temesse per sé più la pace che la guerra, e che comunque considerasse
lo scontro inevitabile.
Pace opus est, scriveva l'avvocato nelle sue lettere private, ma poi non agiva
in conseguenza per timore di perdere l'agognato trionfo alienandosi il sostegno
di qualche tribuno.
Era Pompeo che gli consigliava di starsene buono e di non pensare ad altro che a
ottenere il trionfo.
L'arpinate continuava a macerarsi nelle sue lettere agli amici: chiunque avesse
vinto dei due generali avrebbe egualmente condotto Roma alla tirannide;
bisognava fare qualche concessione a Cesare essendo preferibile cedere a una
ingiusta imposizione pur di evitare la più giusta delle guerre.
I consoli si opponevano con accanimento alle proposte di Cesare tanto da evitare
di comunicarle ai senatori.
Insorse Marco Antonio con una bruciante orazione.
Il giovane tribuno, dopo aver dato lettura, a dispetto dei consoli, delle
concilianti proposte cesariane, attaccò Pompeo risalendo alla sua adolescenza.
Ne enumerò le infamie, le brutalità e gli atti di slealtà.
Ricordò come l'ultimo vergognoso episodio fosse quello delle due legioni
sottratte a Cesare e trattenute ai suoi ordini.
Pompeo era raccapricciato, e diceva a Cicerone: Che cosa farà mai Cesare se
riuscirà a impadronirsi della repubblica, se già ora un suo seguace
Senzaautorità e privo di mezzi osa comportarsi così?~..
CiCerne si mostrava preoccupato della piega degli avvenimentl politici, ma il
suo cruccio maggiore, scrive candidamente ad ~ttico, era di dover restituire il
denaro che Cesare gli aveva prestato e che doveva servirgli per celebrare
Sontuosamente il sospirato trionfo.
Pensava che Cesare fosse il più forte, ma egualmente propendeva per Pompeo.
Il Conquistatore della Gallia disponeva di nove legioni e di una i~bpetuosa
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
cavalleria.
Aveva dalla sua le città transpadane~ la plebe urbana, l'ordine dei cavalieri,
quasi tutti i trlbunj, la gioventù che l'oratore chiamava sregolata ~
CiCer non sottovalutava tutto questo.
Dava il giusto peso al glri90 nome del generale e alla sua singolare audacia.
ESclarnava: Ecco l'uomo che dobbiamo combattere.
Ha tutto, gli manca solo la buona causa".
Mapoi si chiedeva: che cosa fanno coloro che dovrebbero difendere la buona
causa? Ben poco, o nulla.
Difendeva la bUna causa il Senato se lasciava le province senza goVernatOri e se
non riusciva a privare Cesare delle sue legioni? Se il Senato non fosse così
imbelle, potrebbe Curione fare Ciò che fa? Si battono per la buona causa i
banchieri, i Comm~rcianti o la gente di campagna se non pensano che a ViVe~e
tranquilli? E lo fanno i cavalieri i quali non sono mai fedeli ad alcun
principio e che sono ora tutti devoti a Cesare~ Che dire degli usurai, dei
bancarottieri, degli arriV15 i. Sl spaventano tutti costoro all'idea del potere
consegnato llelle mani di uno solo, quando per loro ogni governo è b~ono purché
nessuno li disturbi? Di tutto ciò una sola è la ragiOne: non si è resistito a
Cesare quando era debole~ allora tutto sarebbe stato più facile.
Se Cesare dovesse VinCere, così concludeva Cicerone le sue lamentazioni, egli
noll sarà più clemente di Cinna nel massacro degli ottimati o piU moderato di
Silla nell'arraffare ricchezze.
I m~rgini per proseguire una qualsiasi trattativa erano ridotti a zero.
Ma Cesare volle e~ualmente scrivere al Senato.
Nel quartier generale di Ravenna consegnò la lettera all'ex tribuno Curione che
si rimise in viaggio e fu di nuovo nella capitale in soli tre giorni per poter
essere presente, il primo gennaio del 49, all'insediamento dei due nuovi
consoli, Lucio Cornelio Lentulo Crus e Caio Claudio Marcello che succedeva
all'omonimo cugino.
Tutti nemici di Cesare.
Difatti i consoli cercarono d'impedire la lettura in Senato del documento, e ci
volle l'irruenza dei cesariani Marco Antonio e Quinto Cassio Longino per
superare lo sbarramento.
In un grande silenzio si ascoltò la lettura della missiva.
In essa Cesare insisteva sulla proposta di un comune disarmo: non si poteva
pretendere che egli fosse il solo a consegnare gli eserciti.
Se questo non era possibile, si diceva disposto a ridurre al minimo il suo
potere accontentandosi d'una sola provincia, l'Illiria, e di una sola legione,
per arrivare all'epoca della candidatura a console, il luglio del 49, munito di
un potere e quindi al sicuro dalle vendette politiche dei suoi avversari.
Formulata questa nuova offerta di compromesso, concludeva la lettera con un
ul~imatum: Se non otterrò giustizia saprò ben io vendicare la patria vendicando
me stesso >..
Molti senatori come sospinti da una molla si levarono in piedi urlando: E una
dichiarazione di guerra . E una lettera impudente , diceva Pompeo. E una
lettera minacciosa , esclamava Cicerone.
Gli storici espressero altri giudizi. Cesare", dice Velleio Patercolo, fece di
tutto per mantenere la pace, mentre gli amici di Pompeo rifiutarono ogni
offerta.
Plutarco osserva che il proconsole sembrava essere nel giusto e che la lettera
era scritta assai bene, atta a trarre dalla sua nuovi consensi.
XIV
In Senato si susseguirono per una settimana molte sedute, una più tempestosa
dell'altra.
Le proposte provenienti da Ravenna apparivano sensate a un sempre maggior numero
di senatori, e gli stessi consoli cercavano di frenare gli estremisti che
volevano far dichiarare Cesare nemico pubblico senza perdere altro tempo.
Il più intemperante era Catone che pretendeva la destituzione immediata del suo
tradizionale nemico.
Scipione, l'ultimo suocero di Pompeo, proponeva che si fissasse una data precisa
entro cui Cesare doveva rinunciare alle truppe per non essere proclamato
fuorilegge.
Marco Antonio, in tanta confusione, rilanciava la richiesta di costringere
entrambi i generali a lasciare gli eserciti.
Si mise ai voti la proposta di Scipione che ottenne una stragrande maggioranza,
con i senatori impauriti dalle minacce di Lentulo e dalla presenza delle legioni
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già in armi alle porte di Roma dove le aveva condotte Pompeo.
Antonio e Cassio interposero il veto rendendo ancora più esplosiva l'atmosfera
della Curia che già sembrava un campo di battaglia.
Era accettabile o no il compromesso suggerito da Cesare? Le risposte erano le
più diverse, sebbene non fosse questo l'interrogativo al centro del dissidio.
Con il suo messaggio il generale intendeva raggiungere un ben diverso risultato:
far ricadere su Pompeo la responsabilità d'una inevitabile guerra civile.
Tutto il resto era fumo negli occhi.
Il proconsole sapeva che la transazione da lui proposta non sarebbe mai stata
accolta.
Un imperium per quanto limitato gli avrebbe consentito tranquillamente di
accedere al consolato, e ciò avrebbe ridotto in posizione subalterna Pompeo il
quale, una volta spedito in Spagna con l'incarico di governatore, non avrebbe
più avuto un peso determinante in una Roma dominata dal suo avversario tornato
al governo.
Cesare aveva avanzato le sue proposte in questo quadro, ma le aveva così
abilmente congegnate da farle apparire accettabili e moderate.
Erano da lui stesso definite lenissima postulata, e Pompeo nel respingerle non
sarebbe riuscito a far capire al popolo le sue buone ragioni, passando
automaticamente dalla parte del torto.
In questa schermaglia Cesare confermava le sue doti di grande giocatore.
Pompeo convocò presso di sé i senatori alle porte di Roma, fuori del pomerio.
Li incoraggiò tutti, lodò i più accesi, biasimò i tiepidi, promise a ognuno
onori e ricompense.
Lentulo, che con una nuova guerra accanto al Magno sperava di poter pagare i
suoi immensi debiti e di ottenere il controllo d'una provincia da depredare, era
il più infuocato.
Fece bocciare una nuova proposta conciliante avanzata dal censore Pisone e dal
pretore Roscio che si erano offerti di andare da Cesare, a Ravenna, per
informarlo di quanto accadeva.
Lo stesso Scipione sognava una provincia.
In quell'assemb~ea, il 7 gennaio del 49, i senatori, dopo aver rivestito il
lutto, votarono un senatus consultum ultimum de republica defendenda così
formulato: ..Vedano i consoli, i pretori, i tribuni della plebe, i proconsoli,
riuniti alle porte di Roma, di far sì che la repubblica non subisca danni ~.
Con questa frase sacramentale si conferivano tutti i poteri ai supremi
magistrati, e anche a Pompeo.
Proclamato lo stato di emergenza e di terrore, tumultus, i magistrati, seduta
stante, dichiararono Cesare nemico pubblico.
D'autorità lo privarono del proconsolato e del comando degli eserciti.
Il giorno dopo, in una nuova seduta del Senato, sempre al di fuori del pomerium,
si diede facoltà a Pompeo di arruolare centotrentamila uomini, di attingere il
denaro necessario dall'erario e dai templi, di suddividere l'Italia in comandi
militari.
I proconsolati provinciali furono così attribuiti: Lucio Domizio Enobarbo,
irriducibile anticesariano, ebbe la Gallia transalpina; Marco Considio Noniano
ebbe la Cisalpina dove Cesare si trovava.
A Scipione, finalmente soddisfatto, andò il governo della Siria.
A Catone fu assegnata la Sicilia; a Lucio Elio Tuberone l'Africa e a Publio
Sestio la Cilicia.
Senza aspettare che i loro comandi fossero confermati dalle Assemblee popolari,
i nuovi magistrati di guerra indossarono la porpora e si accinsero a partire.
Non valse a nulla il diritto di veto dei tribuni, sebbene sacro e inviolabile,
interposto da Marco Antonio e da Quinto Cassio Longino.
Esso fu sistematicamente calpestato in quei giorni di furia pompeiana.
Antonio e Cassio dovettero lasciare la Curia sotto le minacce. Ci trattate da
assassini, ma gli assassini siete voi, gridò Antonio ai senatori pompeiani che
lo assalivano.
Travestiti da schiavi, per non essere riconosciuti, si rifugiarono presso
Cesare, ed egli poté sfruttare propagandisticamente l'episodio a danno dei suoi
avversari suscitando indignazione nei suoi soldati ai quali mostrava i due
magistrati del popolo costretti nottetempo a fuggire in segreto da Roma come
ladroni.
Era palese a tutti l'illegalità compiuta dal Senato, e il generale si faceva
forte di ciò.
Insieme ai due tribuni si era messo sotto la protezione di Cesare anche Curione,
acCompagnato da quel Celio rivoluzionario che già aveva annunCiatO a Cicerone la
sua opposizione a Pompeo.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
I due eserciti si preparavano al peggio.
Pompeo, convinto che le truppe di Cesare fossero sull'orlo della rivolta, non
apprestava un piano. Abbiamo un capo, scriveva Cicerone, .. privo di strategia.
Tutto è vago e confuso.
Non vedo alle porte di Roma una difesa né un luogo né una sede per riordinare le
forze.
Tutta la speranza è nelle due famose legioni trattenute con l'inganno e ben poco
sicure. ~

Attraverso solleciti messaggi, Cesare ebbe nel campo di Ravenna la notizia del
senatus consul~um ultimum all'alba dell'I 1 gennaio.
Appresi i fatti di Roma, quibus rebus cognitis, il generale riunì l'esercito e
parlò ai veterani di Gergovia e di Alesia.
Li concionò con estremo vigore, ma brevemente perché non c'era tempo da perdere.
Egli era stato dichiarato nemico pubblico, disse, con una norma illegale, quella
del consultum ul~imum, di cui i patres già da molti anni si servivano per
calpestare l'autorità dei tribuni del popolo e il loro diritto di veto.
Addossò tutta la responsabilità della imminente guerra civile alle ingiustizie
del nemico perpetrate ai suoi danni in ogni occasione, ai danni di un generale
che con le sue legioni aveva combattuto per nove anni un gran numero di
battaglie vittoriose, sottomettendo la Gallia, tenendo a bada la Germania,
sbarcando in Britannia.
I soldati accolsero le sue parole con alte grida di approvazione per lui e con
urla di rabbia per Pompeo.
Giurarono di vendicare col sangue le offese al loro comandante e ai tribuni
delle plebe.
Cesare otteneva quanto voleva: aveva convinto i legionari della necessità di
difendere al suo fianco i diritti del popolo che i pompeiani avevano violato
come testimoniava la presenza dei due tribuni fuggiti da Roma.
Poteva così scrivere nel De bello civili che, conosciuta la volontà dei soldati,
cognita miliíum voluntate, mosse per la guerra.
Pur essendo pronto ad agire e avendo già l'esercito in armi, ostentava la
massima calma.
In segreto, in base ai suoi ordini, soltanto pochi centurioni, alla testa d'un
piccolo gruppo di valorosi militi, passarono il vicino confine tra la Gallia
cisalpina e l'Italia peninsulare entrando come truppe d'avanscoperta in Ariminum
(Rimini), la prima città nel territorio della repubblica.
Quei soldati si presentavano, alle popolazioni smarrite, con aspetto pacifico e
senza altre armi che il gladio.
Il generale non era ancora uscito da Ravenna dove finse di interessarsi in
un'arena al combattimento di gladiatori che si esercitavano nella loro arte.
A sera tornò a casa.
Fece un bagno più lungo e più caldo del solito, poi si mise a tavola per cenare
magnificamente in comp;3gnia di amici, magistrati e generali, parlando
serenamente con i commensali e ascoltando i musici.
Bevve
una sola coppa di vino, senza allontanarsi dalle sue abitudini.
Difatti Catone diceva: .<E il primo uomo che si sia messo a rovinare la
repubblica senza essere ubriaco.
A notte inoltrata Cesare lasciò il triclinio pregando gli ospiti di proseguire
tranquillamente a banchettare.
Sarebbe tornato di lì a poco.
Invece, non visto, saltò sù un cocchio tirato da due cavalli e si diresse alla
volta di Rimini.
Un forte vento aveva spento i lumi indicatori, sicché sbagliò strada.
La gravità del momento lo turbava.
Trattenne i cavalli nella loro corsa, quasi volesse trattenere se stesso.
Scese dal carro e proseguì a piedi, come a voler prendere tempo per riordinare
le idee.
Giunse alfine sulla sponda d'un fiumicello chiamato Rubico (Rubicone) dal colore
rossastro delle acque.
Era il fiume che cercava, quello del de ~ti ncl.
Partc tcrza

IL SEGNO Dl GIOVE L'alloro e il diadema Albeggiava.


Sorgeva il 12 gennaio del 49.
Lentamente le fedeli truppe giuliane si avvicinavano al fiume.
Cesare era nel cinquantunesimo anno di età.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Ne erano passati diciannove dal giorno in cui, davanti alla statua di
Alessandro, aveva promesso a se stesso di porsi grandi traguardi.
Il purpureo Rubicone non era più di un rigagnolo, ma gli appariva immenso nel
significato racchiuso da quelle acque, confine naturale tra una provincia e il
territorio di Roma.
Attraversare quel fiumicello, che per legge era vietato di valicare a chiunque
fosse in armi, equivaleva a insorgere contro la patria, a gettare fratelli
contro fratelli.
Al di là del Rubicone, ribellandosi agli ordini del Senato, sarebbe stato un
nemico di Roma.
Ma da chi era dominata l'Urbe? Non erano soltanto suoi nemici, quei governanti,
ma nemici del popolo intero.
Si facevano scudo d'una repubblica che essi avevano ucciso strozzandone le
libertà, imponendo il potere di pochi, un potere incapace di evitare allo Stato
di precipitare nell'anarchia.
Era lì pensieroso su quella riva con l'esercito che in silenzio, ma percorso da
brividi di rabbia contro Pompeo, attendeva un suo cenno.
Sebbene attorniato dá migliaia di persone, si sentiva solo come in un deserto.
Un suo consigliere, l'esimio storico Asinio Pollione, racconta di aver raccolto
in quel momento dalle sue labbra una frase quasi mormorata: ..
Se rinuncio a passare questo fiume, la rovi262 CaaT~

deciSo dalle armi >~ omnta un colpo di Stato- Il rapps


Cc-: -c ~"~ =

non aveva termine.


Storici, poeti, pittorl Sl sono lasclatl a fascinare da quegli attimi.
Anneo Lucano racconta con ac centi epici come al condottiero sia apparso il
fantasm gi

?~.
n i cOmmilitoni~ Scribonio CUrlnle lo ole << La
tua vittoria ci farà nuovamente cittadini dl Roma.
OInp gli indugi poiché il partito avverso vacilla.
Il rinvio an; neggia chi è pronto.
Il genero vuol scacciare dal potere I suocero, e tu non puoi dividere il mondo
con nessuno.
De ino ~ uny~ 11 generale era chiuso ir~ rn~io

l~io t
sciuto, assai bello e di alta statura, fu Vlsto sedere u gine del fiume, mentre
suonava un flauto.
Accorsero ad ascoltarlo pastori, soldati e trombettieri.
All'improvviso lo sconosciuto tolse di mano la tromba a uno di questi e,
suonando di gran forza il segnale di battaglia, si slanciò verso il fiume
raggiungendo d'un balzo l'altra riva.
Cesare allora si scosse e ordinò: Si vada.
Il dado è tratto ~>, alea tracta est.
E l'esercito passò il fiume, violando il confine ed entrando in territorio
romano.
La cavalleria era scesa in acqua per prima.
S'era fermata in mezzo al fiume, di traverso, per opporre un argine all impeto
della corrente e consentire ai fanti di transitare più facilmente.
Insieme ai legionari romani guadavano il fiume anche numerose coorti di galli e
di iberici.
Solenne era la scena e gravida di conseguenze, ma nel Bellum civile Cesare non
cita l'attraversamento del Rubicone, un attraversamento che invece tanto
infiamma ogni immaginazione poiché superare quel fiumicello significava passare
dalla repubblica alla monarchia.
Né vi appaiono le sue più celebri parole: <II dado è tratto, certamente
pronunciate in quanto riferite da Asinio Pollione, degno di fede.
Il generale, più semplicemente e concretamente, presenta se stesso già in marcia
verso Rimini: Ariminum cum ea legione proficiscitur.
Era alla testa di cinquemila legionari e trecento cavalieri.
Subito dopo chiamò dai quartieri invernali della Gallia le altre otto legioni,
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
con l'ordine di seguirlo.
La grandezza del momento, proiettata nel futuro, è evocata da Dante in una
celebre terzina: Quel che fe' poi ch'elli uscì di Ravenna/ e saltò Rubicon, fu
di tal volo,/ che nol seguiterìa lingua né penna>.
Alea tracta est, un'esclamazione che comunemente veniva pronunciata da coloro
che si gettavano in un'impresa rischiosa e disperata da cui non si poteva più
tornare indietro, e che Cesare, azzardando quel giorno la conquista del mondo,
rese famosa e immortale.
Essa sorgeva dall'ambiente militare in cui Caio Giulio era immerso.
I soldati romani usavano giocare a dadi durante le tregue e I turni di guardia.
Era il loro svago prediletto, e non c'era nulla di più naturale che Cesare si
richiamasse a quel gioco.
Rifacendosi ai dadi, egli si poneva inoltre implicitamente sotto la protezione
della dea progenitrice dei Giuli.
Venere era anche la dea della fortuna.
Tractus Venerius chiamavano i romani la migliore combinazione del gioco dei
dadi.
Il <. colpo di Venere garantiva la vittoria.
E poi, non diceva Platone che la vita dell'uomo è simile a una partita a dadi?
Cesare, nell'esclamare: Si vada.
Il dado è tratto , non mancò di premettere con sagacia a questa usuale battuta
altre parole ancor più dense di significato. Si vada dove i prodigi degli dèi e
l'ingiustizia dei nemici mi chiamano. Egli accomunava il colpo di Stato al
colpo di Venere.
Faceva appello al volere delle divinità che lo spingevano ad agire, ed era cosa
giusta per un discendente di Venere.
Ma ora, al di là del Rubicone, non si era più ai tempi della prima rivelazione
della parentela divina quando cercava semplicemente di affermare il proprio
prestigio personale.
Il gioco si era fatto pesante e la protezione degli dèi doveva calare su
un'impresa temeraria, degna del più grande giocatore d'azzardo della storia.
Un'impresa che aveva per scopo la fondazione d'una monarchia cui era necessaria
la legittimazione divina per essere sacra e inviolabile.
Rapidamente Cesare, guidando la Tredicesima legione, entrò in Rimini senza
incontrare resistenze.
Parlò alle truppe schierate.
Chiese ai soldati un giuramento di fedeltà, mentre si strappava le vesti sul
petto nello slancio del discorso, a testimoniare quanta pena costasse a un
romano prendere le armi cantro altri romani.
Fece grandi promesse.
Alzando la mano sinistra per mostrare l'anello con l'immagine di Venere che
aveva al dito, esclamò con commozione: Mi priverò volentieri di questo anello
pur di ricompensare tutti coloro che stanno per difendere il mio onore ~.
Così scrive Svetonio.
In realtà Cesare aveva saputo accendere lo sdegno dei legionari non Soltanto in
nome del suo onore offeso, ma soprattutto in difesa dei diritti del popolo che
Pompeo e una mostruosa oligarchia avevano così vilmente umiliati.
L'occupazione di Rimini gettò l'Urbe nella disperazione.
Tutti apparivanO sorpresi dal gesto di Cesare che aveva ardito violare i confini
dello Stato e che ora minacciava di marciare su Roma alla testa di un esercito
entusiasta.
Pompeo fu duramente biasimato in Senato.
Dove erano, gli chiedevano, le legioni sfiduciate e disfatte che non vedevano
l'ora di abbandonare Cesare al suo destino? Come aveva potuto credere alle
fand~nie di Labieno? E adesso come si sarebbero difesi se l'esercito di Pompeo
era in Spagna e le due legioni tolte a Cesare erano percorse da fremiti
antioligarchici? Il pretore Favonio gli si rivolse in piena Curia
rinfacciandogli ogni millanteria: Ebbene~ aspettiamo che tu batta la terra col
piede .
Il popolo manifestava nelle strade.
Molti volevano ancora che ambedue i contendenti lasciassero gli eserciti.
Non c'era altro modo per scongiurare una guerra fratricida.
La plebe era convinta che la crisi fosse precipitata solo perché Pompeo, per
superbia, per cupidigia di potenza e per cecità, non aveva voluto accettare le
proposte concilianti del proconsole.
Il Senato, sempre scosso dai tumulti, decise alfine di inviare ambasciatori a
Cesare, cosa che una prima volta era stata boriosamente respinta.
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Arrivarono nel campo di Rimini due messi: Lucio Cesare, congiunto del
proconsole, e il pretore Lucio Roscio.
Parlavano a nome di Pompeo, ma nel campo si diffondeva il sospetto che essi
perseguissero l'obiettivo di prendere tempo per consentire ai pompeiani di
riaversi dalla sorpresa e di organizzare un piano di riScossa.
Pompeo, dissero i due ambasciatori, si scusava con Cesare: il loro generale non
intendeva offendere il proconSole; il Magno aveva agito per il bene della
repubblica anteponendo l'utile dello Stato alle sue relazioni private; poi
soggiunsero che alla stessa stregua Cesare avrebbe dovuto deporre la passione e
non adirarsi così gravemente con i suoi nemici perché, credendo di colpire loro,
nuoceva alla repubblica.
Cesare ascoltò e, per quanto gli apparisse chiaro che quelle parole non gli
dessero soddisfazione, affidò ai messi una risposta molto lunga e articolata con
l'idea di far ricadere sempre più evidentemente su Pompeo ogni responsabilità
del conflitto. La dignità della repubblica, disse, è stata sempre per me la
prima cosa, preferibile alla vita. Ricordò il plebiscito che gli consentiva di
presentarsi al consolato in absentia e come i senatori gli avessero strappato
questa concessione volendo privarlo di sei mesi di governo per costringerlo a
tornare a Roma da privato cittadino.
Ricordò inoltre la sua proposta di lasciare insieme gli eserciti, lui e Pompeo,
e come non aveva potuto ottenere neppure questo.
Anzi i pompeiani arruolavano soldati e muovevano le due legioni sottrattegli col
pretesto della guerra contro i parti. A che cosa mirava tutto ciò se non alla
mia rovina? Comunque io sono ancora pronto a un compromesso e a tutto sopportare
per amore della repubblica. Detto questo, rinnovò le sue condizioni: Pompeo
parta per la provincia di Spagna, entrambi i generali congedino gli eserciti, si
sollevi Roma dalla paura, si liberino i comizi.
Infine propose un incontro tra lui e il Magno: Pompeo venga a me o egli mi
permetta di andarlo a trovare, forse con i nostri colloqui potremo comporre ogni
dissidio ~>.
Pur svolgendo questi tentativi formalmente diretti a raggiungere un compromesso,
Cesare non mancava di far avanzare i suoi eserciti, e faceva bene perché la
risposta di Pompeo non servì a sbloccare la situazione.
Pompeo e gli oligarchi chiedevano infatti una cosa impossibile, volevano che
fosse lui a compiere la prima mossa.
Doveva all~istante lasciare Rimini, riattraversare il Rubicone, tornarsene a
Ravenna e licenziare il suo esercito.
Solo allora il Ma~no, sospesi gli arruolamenti, se ne sarebbe andato a governare
la Spagna.
Era una condizione ingiusta, iniqua condi~to, dichiarò Cesare, che incaricava
Marco Antonio di prendere Arre~ium (Arezzo) con cinque coorti pronte a scendere
lungo la valle dell'Arno.
Altre coorti penetrarono nel Piceno, feudo personale dei Pompei.
L'Urbe era sempre più in subbuglio con il popolo in preda a un incontenibile
sentimento di paura.
La confusione cresceva per il continuo afflusso di fuggiaschi che,
all'avvicinarsi di Cesare, si gettavano in massa nella capitale come torrenti in
piena.
Gli sfollati dormivano sotto i colonnati e nelle strade, i rifornimenti
alimentari erano ormai insufficienti.
Roma già si sentiva aggredita dalle legioni giuliane il cui arrivo si diceva
imminente.
Si immaginavano saccheggi, stragi, stupri e vendette.
La popolazione temeva quei soldati poiché molti di essi, soprattutto i
cavalieri, erano stati reclutati nelle Gallie e fra le tribù germaniche fedeli
al generale. <Arrivano i barbari, urlava la gente nel Foro.
I capi pompeiani agitavano altri spauracchi e dicevano: .-Cesare non è più un
comandante romano, è un nuovo Annibale alle porte di Roma.
Potevano dirlo, anche perché il proconsole ripercorreva lo stesso cammino del
cartaginese.
Il governo dei pompeiani decise di abbandonare Roma senza combattere, e partì il
17 gennaio diretto al sud confessando di non avere le forze necessarie a
difendere efficacemente la città.
Cesare aveva passato il Rubicone da cinque giorni.
La decisione pompeiana di rinunciare all'Urbe fu assai contrastata.
Tutte le critiche si appuntavano ancora una volta sul Magno.
Alcuni lo accusarono di aver tradito la fiducia dei romani - ma non diceva di
avere ai suoi ordini dieci legioni? - e tornarono a proporre un accomodamento
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con l'altro generale.
Si alzò a parlare Catone, ancora offeso per aver perso le elezioni a console.
Gli occhi di tutti erano fissi su di lui.
Rimproverò i senatori di non avergli dato ascolto quando era ancora possibile
annientare Cesare.
Ricordò di averne previsto l'intento che era quello d'impossessarsi di Roma.
Avete trascurato le mie parole, non avete seguito i miei consigli.
E ora, oh cittadini, dovete temere un solo uomo e in uno solo dovete riporre le
vostre speranze di salvezza. Senza discostarsi dal consueto tono tenebroso
delle sue orazioni, concluse dicendo che si era fatto bene ad affidare il potere
assoluto proprio a Pompeo. ..
E dovere di chi compie i grandi errori, il porvi rimedio, esclamò lasciando
l'aula.
Pompeo in tutta fretta raggiunse Capua che era in pratica diventata la nuova
capitale della repubblica.
Doveva mettere in ~lv ~ ~n~rn~ leFittim ~ ;3F ~ lti
Lcll~usurpatore~ garantirgli le migliori e più prolungate ibilità d'azione.
Diceva che la repubblica non era den iro le mura di Roma, ma dove si trovavano i
consoli e i setori Obbligò molti patres e i personaggi più influenti delnobiltà
a seguirlo se non volevano incorrere nell'accusa

~di collaborare col nemico.


La fuga degli ottimati da Roma
~i svolse in maniera caotica, proprio come se Cesare fosse

~già alle porte.


Molti si separarono dalle famiglie, dalle onne, dai bambini e dai loro beni.
Poterono appena invoare gli dèi e baciare il suolo, prima dell'ultimo addio.
Sa ~' rebbero mai più tornati a Roma? Come e dove avrebbero difeso la repubblica
se già si diceva che Pompeo intendesse lasciare l'Italia per attestarsi in
Grecia? I consoli non fecero in tempo a caricare il tesoro dell'erario sui loro
carri e fuggirono a mani vuote, come lamenta Cicerone, a sua volta spaventato.
L'arpinate rappresenta a tinte fosche la situazione.
Ai suoi occhi è la .< gente perbene che è costretta a lasciare l'Urbe, la casa e
la patria al saccheggio e all'incendio: (< Se non ci aiuterà qualche dio o la
fortuna, non ci salveremo .
Ricorda di aver sempre agito per la concordia.
Purtroppo uno strano furore aveva invaso non solo i malvagi, i cesariani, ma
anche i giusti, i pompeiani, tanto che tutti si az, zuffavano mentre lui gridava
che non v'era nulla di più triste della guerra civile.
Si è arrivati, soggiunge, a un punto tragico.
Da una parte Cesare, travolto da una spe~ cie di follia, dimentico del proprio
nome e dell'onore dei 1 suoi, ha occupato Rimini, Ancona, Arezzo; dall'altra i c
pompeiani hanno abbandonato Roma.Ma poi esclama: Se lasciare l'Urbe sia stata
una prova di saggezza o di coraggio non starò a discuterne ~.
Sempre incerto, quel Cicerone! Soltanto pochi giorni prima aveva condannato la
fuga di Pompeo definendola come la cosa più assurda.
Pur fuggendo a sua volta all'alba del 17 gennaio, non aveva ' mancato di
imDreCare contr~- il MaFno: Il nostro Cneo è disorientato.
Noi gli saremo vicini se terrà duro in Italia altrimenti dovremo rivedere la
situazione.
Finora, se non sono rimbecillito, ha fatto ogni cosa con stoltezza e
imprudenza,>.
Si consolava però osservando che l'immagine di Pompeo in fuga aveva turbato la
gente: tutti erano addolorati da quel tragico evento che era una diretta
conseguenza della imminente marcia su Roma.
Ora a Cesare non si poteva più fare alcuna concessione: E un miserabile che non
ha mai visto neppure l'ombra della moralità.
Caio Cesare dice di agire per difendere il prop~ío onore ferito, ma che cosa sa
dell'onore se non sa dove sia l'onestà.
E forse onesto tenere un esercito senza una pubblica deliberazione? .
Aggiungeva altre pesanti accuse.
Cesare si era fatto strada abolendo i debiti, circondandosi di banditi e
compiendo migliaia di crimini dello stesso genere .
Ricorreva infine a un verso di Euripide per rivolgergli l'accusa di considerare
la tirannide come la più eccelsa delle divinità".
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Fra i moralisti nemici di Cesare, si riprenderà in seguito contro di lui
l'eterna accusa di sodomia, per immaginare allegoricamente una sorta di sodomia
militare.
Caio Cesare sodomita per aver profanato il suolo di Roma, per aver rivolto le
armi contro i suoi concittadini.
La guerra civile, come una guerra contro natura, come una vera e propria
sodomizzazione.
Gli arruolamenti ordinati da Pompeo non riscuotevano successo.
E Cicerone era costretto a riconoscere che i consoli non erano buon,i a
nulla,>.
I soldati non accorrevano, e i reclutatori non avevano il coraggio di agire
apertamente: Quell'altro [Cesare] sta per arrivare e il nostro capo [Pompeo]
nessuno sa dove sia, non fa nulla, è inerte; non ha coraggio né decisione né
mezzi né attività~.
Fra le legioni capuane si diffondeva l'avversione alla guerra civile, mentre
falliva sul nascere un piano a tenaglia studiato dal Magno con l'intento di
rinserrare in una morsa le truppe giuliane durante la loro discesa.
Per il raggiungimento di queStO obiettivo dovevano entrare in azione, da una
parte i distaccamenti umbri e piceni, dall'altra gli eserciti di Capua.
Pompeo, che già aveva creduto alle informazioni di ~ppio Claudio sulla
demoralizzazione dell'esercito nemico e che ora ascoltava in proposito anche
Tito Labieno, pensava di poterne arrestare l'avanzata.
Labieno gettava il di~credito sulle truppe giuliane.
Egli in Gallia era stato il più autorevole generale di Cesare, ma al passaggio
del Rubicone, aveva lasciato il vecchio comandante per unirsi a Pompeo di cui da
sempre era un occulto partigiano.
Lo aveva raggiunto a Teano dandogli notizie disastrose sul morale dei cesariani.
I pompeiani, che salutavano Labieno un grande eroe, gioivano della sua
defezione. Labieno ci ha un po' risollevati, scrive Cicerone. Egli ha inferto
un colpo terribile a Caio Cesare, rifiutandosi di farsi complice delle sue
scelleratezze.
Altri lo imiteranno.

Non sarà così.


L'abile condotta di Cesare sconvolse ogni strategia da tavolino.
Lo strano è che mentre Cesare avanzava nel Piceno, il Magno ancora sperava di
poter raccogliere a Capua un consistente esercito per riprendere il sopravvento
nel suo feudo e addirittura per tornare a Roma.
Una grande illusione.
Infatti le truppe giuliane, invece di puntare direttamente sull'Urbe, come aveva
supposto Pompeo, affrontarono e sgominarono le roccaforti nemiche.
Con sagacia Cesare proclamava che egli non portava la guerra contro Roma, ma
contro i nemici di Roma per liberarla da loro.
Li avrebbe perciò inseguiti dovunque.
Sotto questo impulso le truppe pompeiane via via disertavano e si aggregavano ai
giuliani che ben presto disposero di quarantamila uomini.
Caddero miseramente i presìdi umbro-piceni sui quali Pompeo aveva basato il suo
piano a tenaglia.
Gubbio fu occupata da Curione, col favore del popolo.
La popolazione di Osimo scacciò le truppe di Publio Azio Varo che si diede alla
fuga.
Nessun caposaldo poté resistere all'impeto dei cesariani - Cingoli, Ascoli
Piceno, Camerino, Fermo mentre i soldati pompeiani sempre si univano al
vincitore che li accoglieva festeggiandoli.
Corfinium, capitale fortificata dei peligni, fu teatro d'uno scontro prolungato.
Vi si erano attestate venti coorti al comando di Lucio Domizio Enobarbo, mentre
Pompeo, ritirandosi, aveva già raggiunto Lucera, città dell'Apulia, dopo essersi
fermato brevemente a Larino.
Il proconsole Domizio, che aveva avuto il governo della Gallia transalpina in
sostituzione di Cesare e che era uno dei suoi più irriducibili avversari, si
mise all'erta e per prima cosa tentò di abbattere il ponte sul vicino fiume
Aterno volendo tagliare la strada al nemico.
Ma le avanguardie di Cesare, costituite da un valoroso reparto di cavalleria,
misero in fuga i guastatori sicché il grosso dell'esercito poté piantare le
tende sotto le mura della città.
Pompeo, da Lucera, si accingeva a ritirarsi ulteriormente per concentrare le sue
truppe a Brindisi con il progetto di prendere il mare e di approdare in Grecia,
a Dyrrhachium (Durazzo), da dove avrebbe potuto resistere in condizioni
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migliori, col sostegno dei popoli d'Oriente, alleati e vassalli, legati a lui da
saldi vincoli di amicizia.
Pensava quindi di ripetere le imprese di Silla che dall'Oriente era ripartito
alla conquista di Roma.
Nel frattempo, grave poteva diventare la situazione di Cesare il quale, oltre a
essere pressato alle spalle dalle legioni pompeiane di Spagna, avrebbe pOtuto
incontrare insormontabili difficoltà nell'approvvigionare l'Italia soffocata da
un blocco navale. <(Un piano obbrobrioso"> esclamava la gente, e lo diceva anche
Cicerone.
La causa di Pompeo è buona, osservava l'oratore, ma è difesa con i mezzi
peggiori.
Il Magno ~< vuole affamare Roma e l'Italia, saccheggiare le campagne, mettere la
penisola a ferro e a fuoco.
Se Pompeo avesse un partito forte non lascerebbe pietra su pietra.
Tutti i vascelli ch'egli raccoglie servono a non far passare viveri in Italia.
Attuando il suo - obbrobrioso piano ", Pompeo sollecitava Domizio Enobarbo a non
attardarsi in una inutile, anzi dannosa difesa di Corfinio e a raggiungerlo con
rapidità.
Gli scriveva che era assolutamente necessario riunire in un sol luogo a sud
tutte le loro forze prima che Cesare gli tagliasse la strada.
Taceva però la vera ragione del richiesto congiungimento per timore che Domizio
non eseguisse i .suoi ordini: imbarcarsi e prepararsi alla rivincita da una
sponda oltremare.
Tutto lasciava credere che Domizio avrebbe evitato il contatto con Cesare, ma
all'improvviso mutò parere, per cui esplose un tremendo contrasto tra lui e
Pompeo.
Domizio, non solo aveva deciso di difendere Corfinio fino all'ultimo uomo, ma in
più chiedeva dei rinforzi dall'Apulia dicendosi certo che tra i peligni si
sarebbe potuto arrestare l'avanzata del nemico e impedirgli di arrivare a Roma.
Tempestava di messaggi Pompeo chiedendo aiuto, ma non ottenne nemmeno un
soldato.
Cicerone prese fuoco. Per coprirsi del tutto d'infamia", scriveva, non resta
ormai al nostro amico [Pompeo] che negare rinforzi a Domizio.
Le colpe sono sue.
Egli [Pompeo] ha tirato su Cesare, poi d'un tratto ha cominciato a temerlo e non
ha approvato nessuna condizione di pace.
Non ha preparato nulla per la guerra, ha abbandonato Roma, si è lasciato
sfuggire il Piceno e poi si è fatto insaccare in Apulia.
Ora se ne va in Grecia senza dirci una parola, e con tanti saluti all'onore.
Domizio era solo con le sue poche coorti.
Nemmeno lui conosceva l'esatta entità delle legioni di cui Cesare disponeva, né
sapeva che le popolazioni erano ormai con l'invasore; si gettò quindi
nell'impresa con la convinzione che l'inespugnata piazzaforte di Corfinio, anche
nel caso in cui Cesare avesse occupato Roma, sarebbe stata una terribile spina
nel fianco dei cesariani.
Dalle dimensioni dello schieramento che assediava Corfinio~ Domizio si avvide
ben presto di aver fatto male i 274 (,~sa~
suoi conti.
I cesariani erano una valanga.
Strinsero in un assedio implacabile la città e con celerità infernale
costruirono tutto intorno alte muraglie.
Lo spettacolo di quelle opere colossali spaventò a tal punto gli assediati da
Indurh alla resa.
Essi avevano anche saputo che Pompeo non sarebbe accorso a liberarli e che
Domizio si apprestava a fuggire.
Il generale sconfitto appariva pallido e meditabondo, evitava di incontrarsi con
gli ufficiali, e a tutti risultò chiaro il suo vile proposito.
Una notte i soldati lo circondarono, e, mentre lo tenevano prigioniero,
inviarono un messaggio a Cesare: Siamo pronti ad aprire le porte, a fare ciò
che tu comandi e a consegnarti vivo Lucio Domizio .
Il prigioniero fu preso dallo sconforto temendo chissà quale vendetta da parte
di Caio Giulio.
E decise di togliersi la vita anziché affrontare a quattr'occhi il nemlco.
Tra le lacrime ordinò a uno schiavo, che era medico, dl dargli un veleno.
Aveva già ingerito la pozione, aspettando un po stordito la fine, quando gli
giunse la notizia che Cesare non solo usava clemenza a tutti i prigionieri, ma
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aveva fatto sapere che sarebbe stato generoso anche con lui.
Domizio, che già si sentiva più morto che vivo, maledì se stesso di aver preso
in fretta una così grave decisione.
Per sua fortuna il medico poté rassicurarlo dicendogli che non gli aveva
somministrato un veleno, ma un sonnifero.
Domizio si alzò dal letto e si consegnò a Cesare il quale, dandogli con la mano
un colpetto sulla spalla, gli disse: E tutto perdonato .
Spinse la sua munificenza al punto da restituirgli l'oro destinato a pagare le
truppe, ma si tenne le coorti, che si erano arrese, e le accolse nelle proprie
legioni.
Ridiede la libertà anche a un altro influente capo pompeiano, Publio Lentulo
Spintere che, scacciato da Ascoli, si era associato a Domizio.
Lentulo chiese umilmente di essere risparmiato e il proconsole gli rivolse
alcune parole le quali in realtà, più che al prigioniero, erano dirette a tutti
i romani.
Voleva ancora una volta mettere in risalto le ragioni per cui si era risolto ad
attraversare il Rubicone: lo aveva fatto per restituire al popolo i diritti che
gli oligarchi avevano calpestato.
Questo era il suo programma politico, semplice e chiaro. Io non sono uscito
dalla mia provincia, )> disse, per fare del male, ma per difendermi dagli
oltraggi dei nemici, per rimettere in carica i tribuni della plebe scacciati
dall'Urbe, per ridare la libertà a me stesso e al popolo romano oppressi dalla
prepotenza di pochi fa ~ ZIOSi.
Già dal momento in cui aveva occupato Rimini, il generale vittorioso aveva
dimostrato apertamente di voler trattare con spirito umanitario i prigionieri e
tutti coloro che cedevano le armi.
Egli combatteva l'oligarchia ottusa e reazionaria, non il popolo e nemmeno i
soldati di Pompeo che anzi accoglieva di buon grado nelle sue file.
Mostrandosi generoso con gli sconfitti, legava a sé intere città riconoscenti e
le popolazioni delle campagne da lui percorse.
Per conseguire il suo scopo non era necessario schiacciare i cittadini, anzi li
voleva suoi alleati contro gli ottimati.
C'era il rischio che alcuni personaggi, riacquistata la libertà, accorressero
nel campo di Pompeo, come infatti fece lo stesso Domizio, ma si trattava di un
rischio calcolato perché i beneficiati che lo tradivano accrescevano la sua
popolarltà fra i più onesti.
In una lettera a Cicerone parlava egli stesso della sua moderazione: Niente mi
è più lontano della crudeltà.
Tu me lo riconosci e questo mi riempie di soddisfazione.
Non mi inquieta il fatto che quelli da me liberati tornino a combattere contro
di me: l'essenziale è che io rimanga eguale a me stesso ed essi a se stessi ".
Cicerone era ammirato di tanta clemenza e anche disorientato.
Si trovava a Formia in quei giorni di grandi rivolgimenti, avvilito perché la
guerra faceva sfumare il suo trionfo e infastidito da un'infezione agli occhi.
In una lettera all'amico Attico esaminava i risultati della magistrale condotta
di Cesare. Dobbiamo riflettere", scriveva, con quale personaggio ha a che fare
la repubblica: che penetrazione, che attività, che previdenza.
Egli non mostra alcuna crudeltà né ingiustizia e si conquista l'affetto di
coloro che maggiormente lo temevano. ~> Gli abitanti dei paesi occupati e le
popolazioni delle campagne parlano di Cesare lodandolo. Quale mirabile
cambiamento: temono l'uomo che credevano il loro difensore [Pompeo] e amano
quello che giudicavano nemico [Cesare].
Le città lo ricevono come una divinità.
Che folla si presenta a lui, che onori gli fanno!
Cesare, dunque, guerreggiava ma nel frattempo cercava di patteggiare e
soprattutto di far politica.
La sua stessa generosità ne era una dimostrazione, e ciò significava anche
mantenere aperto uno spiraglio di pacificazione perfino con Pompeo al quale
inviò un ambasciatore personale.
Il suo obiettivo segreto era ardimentoso e pressoché irraggiungibile, era
addirittura quello di separare Pompeo dalla parte più retriva del Senato e della
nobiltà.
Ne parlava in una lettera ai suoi amici Caio Oppio e Lucio Cornelio Balbo,
rimasti a Roma: Bisogna riacquistare il favore generale, se vogliamo rendere
durevole la vittoria.
Io non imiterò Silla.
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Sia questo un nuovo modo di vivere e di governare, usando con gli sconfitti
clemenza e generosità.
Cicerone considerava questa lettera come l'unica cosa ragionevole in tanta
follia, e pensava, incoraggiato da Cesare, di assumersi il ruolo di mediatore
per svolgere un'iniziativa politica in favore della pace.
Sì, voleva fare qualcosa, ma senza dispiacere a Pompeo, il che era assurdo.
Temo il suo sguardo, più terribile di quello di Medusa, diceva, ripetendo un
verso di Omero.
E intanto lo accusava di voler essere un nuova Silla: Il nostro Cneo vuol
resuscitare la regalità sillana.
Da anni rumina questa idea vergognosa ~.
Pompeo, spiazzando tutti, si preparava a prendere il mare.
Era una decisione temuta, ma si sperava che egli non lasciasse l'Italia.
Uno scontro con Cesare a Brindisi, diceva Cicerone, avrebbe risolto rapidamente
il conflitto.
Probabilmente la vittoria sarebbe arrisa al proconsole, ma tale risultato
avrebbe comunque restituito la pace alla repubblica senza troppi lutti.
Se Pompeo si fosse invece imbarcato, ci si doveva aspettare il prolungamento di
una guerra ben più funesta.
Quando fu palese il disegno pompeiano di salpare per la Grecia, Cicerone inviò
al fuggitivo una lettera severa, pur confermandogli la sua fedeltà. Non crede`
vo, gli scrive, che saresti partito.
Avevo la più viva speranza che si potesse trovare una soluzione pacifica in
Italia ~i o che si potesse difendere la repubblica in modo più dignitoso, cum
dignitate defendere. Gli esprimeva tutto il suo allarme perché Cesare già
avanzava su Capua, dopo aver fatto una breve tappa ad Aesernia (Isernia): ciò
impediva il f~` suo progettato viaggio da Formia e Brindisi.
E difatti non si mosse per il momento dalla villa in cui si era rifugiato.
Il generale vittorioso aveva acSelerato la sua marcia al sud che fu compiuta in
due mesi.
Tutta l'Italia era sua.
I cesariani esultavano, e l'eco della loro gioia si rifletteva in ~; una lettera
di Celio a Cicerone: Hai mai visto una persona più sciocca del tuo Pompeo? Chi
migliore del nostro Cesare nell'azione? Chi più moderato nella vittoria? Che 278
C~sa~

dire dei nostri soldati i quali, nel pieno d'un inverno spaventoso, in regioni
selvagge e gelide, hanno concluso la guerra con una passeggiata? ,>.
Tutti scrivevano a Cicerone.
Pompeo gli ordinava di raggiungerlo a Brindisi: Prendi subito la via Appia;
Cesare lo pregava di non fargli mancare il suo aiuto: Vieni da me con i tuoi
consigli, il tuo nome, la tua gloria.
Cesare fu in vista di Brindisi il 9 marzo.
Da cinque giorni il Magno aveva fatto partire alla volta di Durazzo i due
consoli con gran parte dell'esercito, mentre lui si rinchiudeva nella città
difesa da venti coorti.
Cesare disponeva d'una forza di sei legioni, quindi ben superiore a quella del
nemico.
Si fronteggiarono per nove giorni.
Mentre Pompeo faceva murare le porte di Brindisi, b~rricare le vie e le piazze,
scavare fossati rendendoli invalicabili con pali aguzzi conficcati a terra,
Cesare ordinava di gettare nelle acque del porto grossi macigni per chiudere
alle rimanenti forze avversarie la via del mare.
Ma nei punti più esterni, essendo l'acqua troppo profonda, lo sbarramento dei
macigni si rivelò irrealizzabile, si dovette proseguire l'ostruzione con
zatteroni contigui sormontati da torri armate.
Intanto i soldati delle opposte schiere si lanciavano da lontano nugoli di
frecce.
Si intessevano nuovi tentativi di pace in extrernis, ma tanta era la confusione
delle iniziative che nemmeno Cesare ci si raccapezzava più, come dimostrano le
contraddizioni in cui cadde a proposito di una missione svolta da Numerio Magio.
In una lettera dice che fu Pompeo a inviargli questo messaggero, mentre nei
Comrnentari afferma il contrario.
Nella lettera agli amici Oppio e Balbo annuncia di essere arrivato a Brindisi,
di aver posto il campo sotto le mura della città e di aver ricevuto Numerio
Magio che andava a lui con proposte di pace a nome del Magno.
Nel De bello civili scrive tutt'altra cosa, e cioè di essere stato lui a mandare
Magio da Pompeo, e che si era sommamente sor presO di non vederlo tornare con
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una risposta.
Forse la se| conda versione era la più vicina al vero, anche pel'ehé PlutarCo
offre ulteriori particolari in proposito.
Scrive che Nu ~ merio Magio era un seguace di Pompeo caduto prigioniero r del
proconsole il quale gli aveva restituito la libertà incaricandolo di svolgere
una missione pacificatrice presso il fuggitivo.
Ma Numerio si era guardato bene dal tornare nel campo degli inseguitori.
Cesare cercava sempre un accomodamento, o fingeva di cercarlo, per cui inviò un
nuovo ambasciatore al nemico proponendogli ancora una volta un colloquio a
quattr'occhi.
Ma Pompeo rifiutò con il pretesto che, essendo partiti i consoli, non si poteva
in loro assenza trattare un accordo

Mentre arrivava questa risposta, le zattere di Cesare schierate sull'imboccatura


del porto venrvano speronate da grandi navi da carico che il Magno aveva fatto
sollecitamente preparare in quei giorni per forzare il blocco.
L'operazione di sfondamento riuscì in pieno e Cesare si convinse, lo scrive egli
stesso, che ormai si doveva seriamente pensare alla guerra, come se fino a quel
momento non avesse tanto seriamente guerreggiato da costringere il nemico a
lasciare il suolo d'Italia e a imbarcarsi per la Grecia.
Forzato il blocco, Pompeo, che aveva nel frattempo richlamato la sua flotta da
Durazzo, fece caricare in gran silenzio e in piena notte le ultime coorti
rimaste all'interno di Brindisi.
I soldati pompeiani passavano attraverso due camminamenti, difesi da alte
palizzate, che collegavano la città al mare.
Per nascondere a Cesare la fuga si diede 1 ordine a centinaia di militi di
fingere un'ulteriore e accanita resistenza sulle mura di Brindisi, quasi come
pupazzi All'alba, quando Cesare si accorse dell'inganno, cercò d rincorrere i
fuggiaschi, ma era troppo tardi.
Si lanciò al1 inseguimento con tale impeto che stava per essere infilzato in uno
dei pali aguzzi nascosti nei fossati.
Poté mettere le mani soltanto su due navi incagliate tra i macigni che egli
aveva inutilmente gettato in quelle acque.
Plutarco ha parole di lode per ambedue i contendenti.
Di Pompeo scrive che la sua partenza da Brindisi fu tra le più riuscite manovre
di guerra.
Magra consolazione per un generale che fugge vergognosamente.
Per quanto il biografo greco non si soffermi su questo genere di amare
considerazioni, evita di riconoscere che Cesare in sessanta giorni e quasi senza
spargere sangue era diventato il padrone dell'Italia intera.
Ma il mare di Brindisi impedì per qualche tempo al generale vittorioso di
proseguire l'inseguimento.
Cesare non aveva navi e, prima di ristabilire il contatto con il nemico, doveva
procurarsi una flotta.
Questo era il punto di forza del piano di fuga pompeiano, poiché, mentre i
giuliani allestivano le loro navi, i fuggitivi avrebbero potuto raccogliere
nuove forze con l'ausilio degli alleati orientali e mettere in movimento le
legioni di Spagna.
Questo pensava Pompeo, ma l'awersario ancora una volta ne scompaginò i
progetti.
Cesare, invece di attendere la costituzione d'una flotta per gettarsi
all'inseguimento del nemico, lasciò Brindisi con l'idea di muovere, dopo essersi
fermato brevemente nell'Urbe, alla volta della Spagna per affrontarvi le truppe
pompeiane.
Sceglieva la penisola iberica come suo primo obiettivo poiché vi si annidava il
pericolo più grave.
Insomma la guerra che doveva terminare a Brindisi, ricominciava da Brindisi, ed
era difficile dire quale ne sarebbe stato l'esito.
I segni del cielo non favorivano nessuno dei due contendenti.
Durante la traversata da Brindisi a Durazzo, si posarono sui vessilli delle navi
pompeiane grossi ragni, mentre alcuni serpenti tagliarono la strada al Magno che
scendeva a terra.
In quegli stessi giorni nelle strade dell'Urbe dominata dai cesariani apparvero
alcuni lupi e molte civette si appollaiarono sui tetti delle case.
La città fu inoltre scossa da un terremoto.
Una palla di fuoco attraversò l'orizzonte, i fulmini colpirono le statue degli
dèi sul Campidoglio frantumando lo scettro di Giove e il cimiero di Marte.
Volte le spalle al mare di Brindisi, Cesare puntò direttamente su Roma, dopo
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aver parlato con vigore al popolo e all'esercito.
Per impedire il ritorno dei fuggitivi, lasciò in Apulia alcune delle legioni che
lo avevano seguito fin su quella costa.
Ordinava ai cantieri dell'Adriatico e del Tirreno di allestire navi, mentre
richiamava altri vascelli dai porti del Piceno e della Cisalpina.
La flotta doveva tutta concentrarsi nel porto brindisino.
Inoltre, in attuazione di un piano diretto a liberare la penisola dal blocco dei
rifornimenti istituito da Pompeo, inviò i suoi luogotenenti a impossessarsi
della Sicilia, della Sardegna e dell'Africa nord-occidentale.
Curione strappò la Trinacria a Catone che si diede subito alla fuga per non
sottoporre le popolazioni ai patimenti d'una guerra.
Catone, pur raggiungendo il suo generale in Oriente, non mancò di rivolgergli
critiche e rimbrotti: Oh Pompeo, mi hai perfidamente abbandonato al mio destino.
Hai scatenato una guerra non necessaria.
Hai tradito tutti affermando in Senato di aver tutto predisposto per vincere ~>.
Un altro luogotenente cesariano, Quinto Valerio, era a sua volta già pronto a
partire con una legione per la Sardegna quando ricevette dai cagliaritani la
notizia della loro sottomissione anticipata.
Per avvalorare la scelta essi costrinsero il legato pompeiano Marco Cotta a
deporre il potere.
Questi non se lo fece ripetere due volte, saltò su una nave che lo portò in
Africa, lasciando i giuliani padroni dei granai sardi.
Caio Giulio, soggiogata rapidamente l'Italia, scrive poche e lapidarie parole
nel De bello civili: His rebus Gonfectis Gesar, messe a posto le cose, Cesare
parte verso Roma~>.
Era l'alba del 19 marzo.
Entrò nella capitale il giorno 30 dello stesso mese.
Vi mancava da dieci anni durante i quali non aveva pensato che al momento in cui
sarebbe tornato nell'Urbe da primo assoluto, da padrone.
E aveva agito in conseguenza, con quel pensiero, sua inseparabile ossessione.
Prima di recarsi in Spagna, doveva dare una parvenza di legalità al suo potere,
di costituire un controgoverno, anzi un governo che a Roma prendesse il posto
dei consoli lontani dalla capitale al seguito di Pompeo.
Non tutti i senatori, non tutti i cavalieri avevano abbandonato l'Urbe, e a essi
si rivolse il generale sollecitando sostegno e collaborazione.
A tale scopo, durante la sua marcia di avvicinamento, volle fermarsi a Formia
per incontrarvi Cicerone col quale si manteneva in rapporti epistolari.
Questi rapporti, pur lusingando il vanitoso oratore, non erano sufficienti né a
conquistarlo né a trarlo dalla nebbia delle sue incertezze, tipica espressione
di un intellettuale problematico e sottile.
Cesare sapeva quanto sarebbe stato importante averlo dalla sua parte, e, nel
colloquio di Formia, usò tutte le arti per convincerlo a tornare insieme a Roma.
Aveva bisogno dei suoi ammaestramenti e della sua opera per la pacificazione
degli animi.
Avvenne però che proprio in questo colloquio Cicerone rivelasse a se stesso una
fermezza e una temerarietà che gli erano quasi sconosciute.
Se prestiamo fede alla ricostruzione dell'incontro contenuta in una lettera che
in fretta egli inviò all'amico Attico, seppe tenere testa non solo
all'autorevolezza dell'ospite eccezionale, ma perfino al suo fascino e alla sua
adulazione.
Si potrebbe obiettare che l'oratore abbia un po' idealizzato il suo
atteggiamento al cospetto di un Cesare vittorioso che gli faceva un così grande
onore e che gli parlava anche con la forza di un esercito ormai alle porte di
Roma, rimane però il fatto che egli non gli si accodo.
Fin dalle prime battute del colloquio Cesare gli disse: Se non vieni a Roma ciò
equivale a una condanna della mia opera, e di conseguenza il tuo gesto
scoraggerà anche altri senatori ,>. Ma la mia situazione è del tutto diversa,
replicò Cicerone.
L'ospite illustre insisteva nella sua richiesta: Tu devi venire, devi trattare
la pace". Ho le mani libere? " Ma temi forse che io voglia dirti come devi
fare? Se è così, aggiunse Cicerone, chiederò al Senato di impedirti di
passare in Spagna e di trasportare le truppe in Grecia.
Né cesserò di fare molte deplorazioni a favore di Pompeo. E Cesare: Ma io non
desidero che tu dica queste cose. Lo immaginavo, ed è per questa ragione che non
voglio essere presente nell'Urbe.
O devo parlare come voglio e dire tutto ciò che non potrei tacere, o è meglio
che io non venga. Cesare appariva deluso e contrariato.
Assunse un tono odioso e disse: Se non potrò valermi dei tuoi consigli, li
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prenderò dove li troverò, e poi non lamentarti.
Non esiterò di fronte a nulla .
Alla fine si ricompose, e per tagliar corto alla discussione, lo salutò
esclamando: Ripensaci ~>.
L'arpinate non poté negargli almeno questo, ma anche dopo aver riflettuto sul
colloquio non mutò parere.
Nella lettera aggiungeva qualche osservazione in lode di se stesso: Forse non
sono piaciuto a Cesare, ma io sono contento di me come non lo ero più da molto
tempo .
Parlava infine dei seguaci del generale: Oh dèi, che compagnia, O Dii, qui
comitatus, che marmaglia infernale.
Oh causa malvagia, oh milizia infame.
Non vedo la fine dei nostri mali, nullum video finem mali.
Dalla lettera non affiorava la sostanza del problema: Cesare che cosa voleva far
dire a Cicerone se lo avesse avuto con sé a Roma? Voleva che trattasse la pace o
lo voleva suo sostenitore nella legalizzazione del nuovo potere, per fare di lui
il più autorevole collaborazionista del nuovo regime? Proprio a questo pensava
Cesare, e Cicerone lo aveva capito come appare da un'altra lettera che
precedette di due giorni l'incontro di Formia.
Il colloquio annunciato lo teneva in ansia, e i primi possibili atti del
generale lo spaventavano.
Cesare puntava alla dittatura, e quindi Cicero2H4 (,csa~

ne scriveva: Egli vorrà ottenere un senatoconsulto e un decreto degli auguri o


per far nominare i consoli dal pretore o per farsi proclamare senza indugio
dittatore.
Cose contrarie al d~ritto.
Ma se Silla poté farsi nominare dittatore da un interré, perché non potrebbe
fare altrettanto anche costui? .
Cesare, a Roma, dovette impiegare tutte le sue risorse intellettuali, del resto
sempre sorrette da una sottintesa forza delle armi, nel tentativo di imporre la
propria volontà.
Ci riuscì solo in parte e fallendo l'obiettivo principale del suo ritorno
nell'Urbe, quello di ottenere un primo riconoscimento formale della guerra
contro Pompeo.
La città era però tranquilla, più di quanto il generale potesse augurarsi.
I due tribuni cesariani che ne erano stati indegnamente scacciati, Marco Antonio
e Quinto Cassio Longino, lo avevano preceduto di un paio di giorni per radunare
i senatori che non avevano seguito Pompeo nella fuga al sud.
I patres superstiti, un po' tremanti, si riunirono fuori delle mura di Roma,
extra urbem, poiché Cesare, essendo a capo di un esercito, non poteva entrare in
città.
Il governo regolare della repubblica era fuggito e ora Cesare nella capitale
rappresentava il potere delle armi che tuttavia aveva bisogno di essere in
qualche modo legalizzato.
A questi senatori il generale rivolse un discorso apparentemente moderato e
cordiale, ma nella sostanza minaccioso.
Anzitutto disse che egli non aveva desiderato alcun potere straordinario: si
attendeva semplicemente di essere rieletto console, ma i suoi avversari lo
avevano ostacolato in tale legittima aspirazione.
L'intento di Cesare era sempre quello di addossare alla oligarchia la
responsabilità del conflitto al quale era stato costretto.
Ripeté altre cose egualmente note: l'avvenuto disconoscimento dei suoi diritti,
il tentativo di sottrargli il comando, gli oltraggi perpetrati ai tribuni della
plebe.
Ricordò come egli avesse avanzato proposte concilianti e come gli avversari, con
accaniment, le avessero respinte.
Parlò della sua pazlenza, patientiam proponit suam, e quindi esclamo: ~( Per
queste ragioni vi prego e vi chiedo di assumere il governo e di esercitarlo con
me.
Se vi fate indietro per paura, io non vi sarò di peso.
Governerò da soloo.
Pronunciate queste parole con fermezza, tornò al tono suadente rilanciando
l'eterna proposta di mandare ambasciatori a Pompeo alla ricerca di un'intesa.
I patres si dissero d'accordo, a parole, sull'invio degli emissari, ma, nei
fatti, nessuno accettava l'incarico di partire per la Grecia avendo paura delle
rappresaglie di Pompeo il quale aveva dichiarato suoi nemici i senatori che non
lo avevano seguito.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
La discussione su questo punto si protraeva all'infinito e per più sedute,
mentre Cesare si rivolgeva anche al popolo che era accorso a festeggiarlo.
Parlò della sua clemenza promettendo tranquillità.
Si mostrò generoso annunciando la distribuzione di trecento sesterzi a testa e
l'arrivo di grandi quantitativi di grano.
In quella gran massa di gente non mancavano gli agitatori.
Essi inquietavano gli animi dicendo che Cesare prometteva mari e monti, ma che,
una volta consolidato il suo potere, avrebbe dimenticato ogni cosa come avevano
già fatto Mario e Silla.
Tuttavia l'Assemblea popolare non mancò di applaudirlo e, lasciati gli abiti
luttuosi, tornò a indossare le vesti dei tempi gioiosi.
Sia il Senato sia il popolo gli concessero di utilizzare il denaro dell'erario
che i consoli poche settimane prima, nel frettoloso abbandono di Roma, non
avevano fatto in temP a caricare sui loro carri.
Il tribuno della plebe Lucio Cecilio Metello, che da Capua era tornato a Roma,
cercò di opporsi a questa deliberazione ponendosi personalmente a guardia del
tesoro pubblico custodito nei sotterranei del tempio di Saturno, nell'aerarium
sanctius.
Si richiamava a gran voce alle leggi che vietavano di toccare il denaro di
tutti.
La risposta di Cesare fu sprezzante e decisa: Il tempo delle armi è diverso dal
tempo delle leggi.
Può spiacerti, oh Metello, ciò che io faccio, ma per ora devi toglierti di
mezzo.
Il mio è il diritto di guerra.
Quando avremo concluso un accordo e avrò deposto le armi, potrai dirmi tutto ciò
che vorrai.
Non dimenticare infine una cosa: tu sei mio prigioniero per aver abbandonato il
mio partito".
Metello ardì replicare: ~< Il tesoro è sacro fin dai tempi in cui Roma fu
inva~sa dai galli ".
E Cesare: ..
Ora la Gallia è pacificata .
Detto questo ordinò ai suoi uomini di penetrare nell'erario senza perdere altro
tempo, poiché quel denaro gli serviva per difendere la repubblica.
I consoli fuggendo s'erano portate via le chiavi dei forzieri e si dovettero
violare le serrature a colpi d'ascia.
Metello si opponeva ancora all'asportazione, e Cesare gli lanciò un'ultima
fulminante minaccia: .Ti farò uccidere sul posto se non la smetti di seccarmi.
Sai bene, giovanotto, che mi costa più il dirlo che il farlo.
Il tribuno, che era convinto di ciò, si ritirò in buon ordine.
Nelle mani del generale caddero quindicimila sbarre d'oro, trentamila d'argento
e trenta milioni di sesterzi, insieme a una cospicua quantità di laserpi~ium,
una radice miracolosa che si coltivava in Africa.
Essa curava i mali più gravi, e poiché valeva tant'oro quanto pesava era
necessario conservarla nell'erario.
Il Senato continuava a discutere e a dividersi sulle questioni connesse alla
legalizzazione del potere che Cesare deteneva di fatto.
C'era chi parlava di lui come di un usurpatore e chi considerava pienamente
legittima la guerra a Pompeo intrapresa in nome dei diritti del popolo
conculcati da un'ottusa oligarchia.
Dopo tre giorni di dibattiti, il generale decise di tagliar corto e di partire
alla volta della Spagna ulteriore preferendo restituire la parola alle armi.
Ciò avveniva il 7 aprile, e non si era fermato nella capitale che una sola
settimana.
Aveva rimpinguato le sue casse col tesoro pubblico e confermato le decisioni
prese a Brindisi sull'attribuzione degli incarichi militari ai luogotenenti.
Marco Antnnio ehbe il comando dell'esercito in Italia; suo fratello Caio Antonio
fu inviato in Illiria; a Marco icinio Crasso, altro figlio del triumviro
scomparso, fu asgnata la Gallia cisalpina.
Il pretore Marco Emilio Lepido, amico d'infanzia del generale, ebbe la
responsabilità di governare Roma in sostituzione dei consoli che erano al
geguito di Pompeo.
Così facendo, Cesare si comportava da tiranno, dice Cicerone.
In dodici giorni il tiranno ~ fu alle porte di Massilia (Marsiglia) con l'idea
di farne un caposaldo per rifornimenti nella guerra contro le legioni che Pompeo
disponeva in Spagna agli ordini dei luogotenenti Lucio Afranio, Marco Petreio e
Marco Terenzio Varrone.
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Lasciando Roma, Caio Giulio aveva detto con ironia agli amici: Vado in Spagna a
combattere contro un esercito senza generale, per poi marciare in Oriente contro
un generale senza esercito ".
Aveva già valicato le Alpi quando la marcia verso la penisola iberica fu
ritardata proprio dai marsigliesi i quali impedirono l'accesso in città alle
truppe che sopraggiungevano speranzose di trovarvi ristoro.
Il tiranno ~ ne fu profondamente sorpreso poiché mai si sarebbe aspettato di
vedersi chiudere in faccia le porte d'una città tradizionalmente amica del
popolo romano.
Ma i marsigliesi, giocando capziosamente sull'antica amicizia, Si dlchlaravano
formalmente neutrali ed equidistanti fra l'uno e l'altro generale.
Questo dicevano, ma in realtà erano schierati con Pompeo.
Cesare cercò di parlamentare con loro nel tentativo di attrarli a sé.
Disse ai rappresentanti della città che era loro dovere seguire la volontà di
tutta l'Italia e non di uno solo, Pompeo, ma gli altri continuavano a
dichiararsi neutrali: Noi vediamo che il popolo romano è diviso in due partiti.
~on spetta a noi, e non ne avremmo neppure la forza, decidere quale dei due
ab~,bia ragione.
Cneo Pompeo e Caio Cesare sono entrambi noStri padroni: noi non possiamo aiutare
l'uno contro l'al~ tro e aprirgli la città e il suo porto".
i` Le loro parole furono smentite dai fatti e si capì che i i marsigliesi
intendevano esclusivamente ritardare la marcia di Cesare per consentire ai
pompeiani di organizzare meglio le loro forze in Spagna.
Il fatto più clamoroso che rivelò le loro intenzioni fu costituito dall'arrivo
di sette navi ~ pompeiane con i fianchi rinforzati da lastre di rame.
La t~ flotta, guidata da Domizio Enobarbo, fu subito accolta nel porto.
Domizio assumeva il comando di Marsiglia, ricompensando in tal modo il clemente
generale che gli aveva restituito la libertà a Corfinio.
Il voltafaccia della città sdegnò Cesare che con tre legioni pose l'assedio
sotto le mura, innalzando torri e scavando trincee.
Non poteva certo proseguire la marcia lasciandosi alle spalle una città che
seriamente minacciava le sue truppe.
Ordinò quindi di allestire vascelli da guerra, e con questa piccola flotta
costruita sul Radano in soli trenta giorni, bloccò il porto, sicché i
marsigliesi si videro sbarrare anche la via del mare.
Egli era contrariato.
Non sopportava l'idea di aver oc ~ cupato Roma senza incontrare alcuna
resistenza, mentre
E ora doveva segnare il passo davanti a Marsiglia, unica città in rivolta nella
Gallia interamente pacificata.
A loro vol ~; ta i marsigliesi erano irritati con l~i.
La conquista della Gallia aveva segnato l'inizio della fine della loro florida
economia di industriosa comunità autonoma, di costumi ellenici: Marsiglia non
era più l'unico centro commerciale dell'area, nuovi valichi alpini erano stati
valorizzati, i negotiatores trovavano sbocchi in nuove terre tra i germani al di

E là del Reno e i britanni d'oltre Manica.


I preparativi dell'assedio lo tennero occupato pe~ circa due mesi, dal 19 aprile
al 13 giugno, trascorsi in grande agitazione percl é era tutto tempo perduto.
Aveva fretta di gettarsi sull'esercito spagnolo dei pompeiani per poi volgere le
armi direttamente contro il Magno in Oriente, e farla finita.
Prima di lasciare Marsiglia affidò il comando delle truppe di terra a Caio
Trebonio e quello delle forze marittime a Decimo Bruto.
Poteva perciò rimettersi in viaggio con novecento cavalieri verso la Spagna dove
aveva mandato in avanscoperta il luogotenente Caio Fabio alla testa di tre
legioni, alle quali si unirono poco dopo le tre legioni provenienti dall'Apulia.
Ci si doveva affrettare.
Correva voce che Pompeo avesse in animo di raggiungere a sua volta la Spagna.
Anzi alcuni già lo segnalavano in Mauritania da dove avrebbe ben presto spiccato
il salto.
Cesare, nel preparare la sua spedizione, si rivolse ai tribuni militari e ai
centurioni chiedendo loro in prestito somme di denaro che distribuì ai soldati.
Gli parve una mossa molto abile.
Egli stesso scrive che in tal modo conseguì due risultati: obbligò a sé con
questo pegno gli animi dei centurioni e acquistò con l'elargizione la simpatia
dei soldati.
Il passaggio dei Pirenei fu estremamente faticoso.
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Il primo scontro di rilievo Cesare l'ebbe a Ilerda (Lérida, in Catalogna), una
roccaforte che si trovava in posizione vantaggiosa per i pompeiani.
Il suo arrivo fu provvidenziale poiché Lucio Afranio e Marco Petreio potevano
avere la meglio su Caio Fabio bloccato su una sponda del Sicoris (Segre).
Quel fiume, ben guardato dai pompeiani, fu un grave ostacolo anche per il
generalissimo.
Si fronteggiarono due poderosi eserciti.
Più forti numericamente apparivano i pompeiani con i loro cinquantasettemila
uomini, mentre i cesariani non superavano i q.uarantunomila effettivi avendo
dovuto lasciare tre legioni sotto le mura di Marsiglia che ancora resisteva.
Per molti giorni i combattimenti sul Sicoris ebbero esito incerto.
Pessime erano le condizioni climatiche fra tempeste di vento e piogge
scroscianti.
Le acque del fiume, ingrossate anche dalle nevi che si scioglievano sui fianchi
dei Pirenei, travolsero i ponti di legno, per cui i soldati di Cesare rimasero
isolati e pri vi di vettovaglie.
Afranio e Petreio si difendevano bene dagli attacchi del nemico e talvolta
godevano anche dell'appoggio delle popolazioni che ancora ricordavano le gesta
di Pompeo nella guerra contro Sertorio.
A Roma si diffusero in un lampo le notizie delle difficoltà in cui il
generalissimo si dibatteva.Gli avversari sfruttarono abilmente la situazione
parlando d'una sua imminente rovina.
Nell'Urbe i parenti di Afranio erano festeggiati come se fossero stati loro a
bloccare Cesare.
Molti senatori si piegarono verso Pompeo e, insieme ad altri autorevoli
personaggi, si affrettarono a raggiungerlo nei suoi accampamenti di Thessalonica
(Salonicco) non volendo dare l'impressione di aver atteso la fine della guerra
per schierarsi con lui.
In quel gruppo si trovava anche Cicerone, ma a onor del vero egli aveva preso il
mare ancor prima di conoscere gli ultimi eventi spagnoli, senza nemmeno
ascoltare l'amata figlia, Tulliola, deliciae nostrae, che lo pregava di non
muoversi.
La paura gli aveva provocato una gastrite dolorosissima, e la notte emette~
bile.
Si era clandestinae~ ~ mente imbarcato a Gaeta su una nave da carico per non L .
correre il rischio di essere riconosciuto dagli uomini del tribuno Marco Antonio
che deteneva il potere in Italia e che aveva ricevuto da Cesare l'ordine di non
lasciar partire nessuno.
Anche Antonio lo consigliava di non muoversi e di rimanere neutrale.
Gli scriveva lettere affettuose in cui, per commuoverlo, gli parlava con
ammirazione di Tullia, donna elettissima, <.
Tulliam tuam, feminam lectissimam .
Ma lui non gli dava retta.
Anzi per crearsi un pretesto morale

'i~ e una sorta di giustificazione si finse scandalizzato della condotta del


giovane tribuno che girava portando con sé in
'~j una lettiga aperta scortata da littori l'amante, . un'attricetta, Citeride,
bellissima ma priva del benché minimo talento artistico .
Eppure Antonio, insisteva Cicerone, la ostentava come una seconda moglie e le
aveva assegnato ~, un nutrito se~uito di servitori.
Giravano con lui altre sette lettighe con amici ed amiche peggiori della
commediante .
Infine, a un cocchio aveva legato due leoni, forse a dimostrazione della sua
crudeltà.
Ma non passerà molto tempo che Cicerone si acconcerà a banchettare con quella
stessa Citeride tanto spregiata.
Cesare nei Commentari non manca di riconoscere la situazione di crisi che lo
attanaglia.
Egli era chiuso da tutte la parti, mentre le scorte dei viveri volgevano al
ter~nine.
La mancanza di grano aveva indebolito il fisico dei suoi soldati.
Al contrario l'esercito pompeiano era immerso nell ' abbondanza .
Le inondazioni continuavano.
Per superare il Sicoris, poiché la violenza della corrente rendeva impossibile
la ricostruzione dei ponti crollati, Caio Giulio pensò di servirsi di
imbarcazioni leggere che però non possedeva.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Ma questo non era per lui un ostacolo.
Diede infatti ordine ai soldati di costruire in grande segretezza barconi in
legno sottile e vimini intrecciati a pelli sul tipo delle zattere felicemente
sperimentate in Britannia.
Benché debilitati dalle privazioni alimentari, i militi si misero al lavoro con
prontezza.
In quelle zattere vedevano la loro unica via di salvezza.
Pronte che furono, Cesare vi fece salire le truppe le quali poterono così
raggiungere la riva opposta del fiume e occupare una collina in posizione
vantaggiosa.
L'isolamento era alfine rotto. La fortuna cambia rapidamente aspetto". scrive
Cesare.
Celeriter fortuna mutatur.
L'andamento degli eventi bellici prese una nuova piega.
Il generalissimo riuscì a costruire un ponte sul fiume, deviò perfino il corso
delle acque per creare un guado e rendere più agevoli i movimenti dell'esercito.
Ora la situazione era rovesciata, si trovavano in difficoltà i pompeiani.
Afranio e Petreio erano disperati non potendo più rifornire di viveri i loro
soldati, e Cesare ancora una volta, con particolare soddisfazione, sottolinea il
mutamento della fortuna: <.
Grande e rapido cambiamento delle cose , Magna ce leriter commutatio rerum.
Aveva ben ragione di dirlo poiché da Marsiglia pervenne alfine una buona
notizia: Decimo Bruto aveva sconfitto in una decisiva battaglia navale la flotta
di Domizio Enobarbo.
Nello stesso tempo si rivelava infondata la voce che parlava di un Pompeo
presente in Mauritania con i rinforzi.
Sotto l'impeto delle truppe cesariane, i generali Afranio e Petreio dovettero
abbandonare nelle tenebre la fortezza di Ilerda con la speranza di potersi
attestare al di là di un secondo fiume più all'interno, l'Ebro.
Ma Cesare, aggirandoli, pervenne prima di loro in una gola che sbarrava
l'accesso all'Ebro e tenne sotto scacco il nemico.
Nell'inseguimento i suoi legionari si gettarono nel fiume attraversandolo a
guado con l'acqua fino al collo.
I due eserciti ancora una volta erano di fronte, ma la resistenza dei pompeiani
cominciava a scemare sotto l'irruenza giuliana.
Molti di loro si arresero e raggiunsero il campo di Cesare con alla testa
numerosi centurioni.
Afranio fu costretto a tornare sui suoi passi per rientrare a Ilerda.
A distanza Cesare lo teneva sotto controllo, e Afranio cercò disperatamente di
risolvere la questione dando battaglia.
Il proconsole, che pensava di stancare il nemico e di prenderlo per fame,
evitava lo scontro, anche per non sacrificare inutilmente vite umane. Era dovere
di un capo"> diceva, vincere non meno col senno che con la spada. Aveva pietà
anche dei concittadini che militavano nel campo avverso: perché ucciderli,
quando non era necessario?

Le fortificazioni dei due eserciti si fronteggiavano.


I pompeiani, commossi da tanta clemenza, cominciarono a parlare dall'alto delle
loro palizzate con i soldati giuliani attestati nei propri trinceramenti.
Prima in piccoli gruppi, poi sempre più numerosi scambiavano parole di fiducia
con i concittadini del fronte avverso.
Alfine, affamati e sempre più speranzosi di poter fare la pace, uscirono in
massa dal loro campo per entrare in quello del proconsole a ringraziare i
cesariani di avergli salvato la vita.
Molti si conoscevano ed erano vecchi amici.
Si riabbracciarono.
Con ansia i pompeiani chiedevano: ..Possiamo fidarci di Cesare? Che ci succederà
se ci consegnano a lui? .
Furono pienamente rassicurati sulla loro sorte e su quella dei generali Afranio
e Petreio.
I centurioni pompeiani delle prime file e i tribuni militari inviarono
ambasciatori a Cesare.
Perfino il figlio adolescente di Petreio partecipava a questi negoziati
spontanei e immediati.
Tutti si baciavano lamentandosi della guerra civile che li aveva divisi.
Ricordarono gli episodi più felici della loro vita; si invitarono a cena gli uni
nelle tende degli altri sicché sembrava che di due campi se ne fosse fatto uno
solo. .( Tutto era pieno di letizia e di felicitazioni, osserva Cesare.
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Erant plena laetitia et gratulatione omnia.
Ma la festa di fraternizzazione sboccò in tragedia.
Petreio, che si era allontanato dal campo insieme con Afranio in cerca d'acqua,
avuta notizia di quei fatti tornò rapidamente indietro per usare la maniera
forte.
Irruppe con le sue milizie più fidate fra i soldati delle due parti che ancora
discorrevano amichevolmente.
Ricacciò i cesariani nel loro campo uccidendo tutti coloro che era riuscito a
far prigionieri.
Cesare invece si confermò clemente lasciando liberi i pompeiani sorpresi nel suo
accampamento.
La cavalleria di Cesare impediva ai pompeiani qualsiasi movimento volto a
procurarsi acqua e vettovaglie.
Essi erano allo stremo.
A quaranta giorni dall'inizio degli scontri, Petreio, accettando le
sollecitazioni di Afranio, decise la capitolazione.
Negli ultimi quattro giorni le legioni pompeiane non avevano più toccato cibo né
bevuto una goccia d'acqua.
Anche le bestie erano senza foraggio.
I due generali sconfitti mandarono ambasciatori al generale vittorioso per
chiedergli un colloquio.
Afranio gli inviò in ostaggio suo figlio ch'era quasi un ragazzo.
Cesare accordò il colloquio, ma a condizione che si svolgesse in pubblico al
cospetto di ambedue gli eserciti schierati perché tutti potessero sentire e
farsi un'opinione diretta delle cose.
Parlò per primo Afranio, in tono sommesso. ~< Non possiamo essere rimproverati,
disse, ~ se siamo rimasti fedeli a Pompeo.
Abbiamo fatto il nostro dovere.
Ma ora, circondati da ogni parte quasi come belve, siamo rimasti perfino
senz'acqua.
Non possiamo sopportare oltre la sofférenza fisica né l'umiliazione morale.
Ci confessiamo vinti e ti scongiuriamo, Caio Giulio, se ancora v'è posto per la
pietà, di non farci arrivare all'estremo sacrificio.
.
Non ti si addice, rispose Cesare, la parte di chi chiede pietà.
Non si addice né a te né a Petreio.
Altri hanno fatto il loro dovere, non voi: io stesso che ho sempre cercato di
evitare il combattimento per non compromettere le possibilità di pace; il mio
esercito, che anche dopo le vostre uccisioni, ha salvato la vita dei vostri in
mio potere; infine i soldati del tuo esercito, che spontaneamente hanno avviato
trattative di pace.
Solo voi comandanti avete sdegnato la pace e crudelmente ucciso quegli uomini
semplici che erano convinti di poter deporre le armi.
Io non infierirò.
Chiedo soltanto che il vostro esercito sia licenziato.
Non pretendo di tenerlo per me, ma non voglio nemmeno che lo tengano coloro che
potrebbero usarlo contro di me.
Uscite dunque da queste province.
Se lo farete, io non nuocerò a nessuno. ~> Tutti i soldati acclamarono quel
generoso discorso.
Le truppe pompeiane erano addirittura invase dalla gioia.
Si aspettavano un castigo e ottenevano invece un premio, il congedo.
Con poche perdite umane Cesare aveva sconfitto il nemico sottraendogli il potere
della Spagna citeriore.
Non passò più di un mese che anche l'altra provincia, la Spagna ulteriore, cadde
nelle sue mani.
L'avanzata del proconsole verso il sud era resa assai più spedita
dall'atteggiamento delle popolazioni che gli aprivano le porte delle città e lo
applaudivano vedendo in lui il liberatore, il capo che li avrebbe sgravati dalle
opprimenti tassazioni ingiunte dagli amministratori pompeiani.
Lo ricordavano questore nel pur lontano 69.
Tanti anni non ne avevano cancellato la fama di ottimo magistrato.
In questa situazione disperata per i pompeiani, Marco Terenzio Varrone, legato
di CneO, si era illuso di poter opporre una certa resistenza, ma dovette ben
presto ricredersi.
Varrone era un insigne erudito più che un valente uomo politico.
Già avanti negli anni tenne in Lusitania un atteggiamento contraddittorio nei
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confronti di Cesare.
All'inizio, disperando della fortuna di Pompeo, si era detto estimatore di Caio
Giulio, ma, dai giorni in cui il proconsole si era trovato in difficoltà sotto
le mura di Marsiglia, aveva mutato parere pronunciando contro di lui violenti
discorsi.
Alla notizia che Cesare era in marcia verso la Lusitania tentò di asserragliarsi
nella roccaforte di Cadice concentrandovi truppe, vettovaglie e grandi quantità
d'oro.
Ma gli eventi lo travolsero e il suo piano andò in fumo.
Le città di Carmo (Carmona) e di Corduba (Cordova3 gli sbarrarono l'ingresso;
Hispalis (Siviglia) e la stessa Cadice scacciarono le guarnigioni che egli vi
aveva insediato.
Alfine una delle sue legioni decise di abbandonarlo e i soldati si ritirarono
entro le mura di Hispalis per attendervi l'arrivo dei giuliani cui si sarebbero
arresi.
I cittadini accolsero trionfalmente i secessionisti, li ospitarono nelle loro
case, li nutrirono e confortarono.
Il proconsole vittorioso emise un editto per convocare in Cordova un grande
concilium pacificatore.
Vi parteciparono tutte le città dell'Ulteriore.
Si presentò anche Varrone, pentito e contrito, che gli cedette l'altra legione
rimastagli e la flotta.
Gli consegnò l'oro e l'argento in suo possesso, compreso il tesoro sottratto al
tempio di Ercole nella città di Cadice.
Il proconsole lo lasciò libero di tornare da Pompeo.
Parlando al concilium, Cesare si confermò un comandante generoso e clemente.
Dispensò i cittadini romani dal pagare le tasse imposte da Varrone, restituì i
beni che erano stati confiscati ai suoi sostenitori, distribuì ricompense con
denaro pubblico e privato, a tutti fece sperare un futuro migliore.
Il concilio si protrasse per due giorni.
Al termine di esso il generale partì alla volta di Cadice, dove per prima cosa
riportò nel tempio di Ercole l'oro e gli arredi preziosi che Varrone vi aveva
tolto.
Alla popolazione gaditana concesse la cittadinanza romana, in ricordo di quella
lontana visita quando, da semplice questore, pianse per la sua ignavia davanti
alla statua di Alessandro Magno e giurò di scuotersi dal torpore.
Cesare poteva lasciare la Spagna ulteriore, dopo averne affidato il comando a un
personaggio discusso come Quinto Cassio Longino che infatti si rimise a
depredare la provincia, come aveva già fatto poco prima quando vi aveva
esercitato la questura da pompeiano.
Raggiunse Tarraco (Tarragona, in Catalogna) a bordo d'uno dei vascelli di
Varrone, navigando attorno alla penisola.
Proseguì poi via terra per Marsiglia.
Sui Pirenei sostò davanti ai monumenti trionfali che il Magno vi aveva innalzato
molti anni prima per celebrare la vittoria su Sertorio.
Ricordò le critiche che si erano appuntate su Pompeo per aver esagerato in
magnificenza, e volle quindi limitarsi a ordinare la costruzione d'una semplice
ara in pietra accanto ai trofei pompeiani.
Era antichissimo costume dei generali vittoriosi erigere monumenti a se stessi.
Un faraone egiziano, Sesostri, faceva scolpire sul marmo dei suoi trofei i
genitali maschili se il popolo vinto si era comportato con coraggio, mentre se
aveva avuto di fronte soldati pusillanimi le sculture rappresentavano la natura
femminile.
Superati i Pirenei, giunse a Marsiglia nei giorni in cui la città aveva esaurito
le provviste e persa la speranza di ricevere aiuti dall'esterno.
Da settimane la popolazione si nutriva di miglio stantìo e di orzo avariato.
Esplose una pestilenza che cominciò a mietere vittime su vittime, e ormai per i
superstiti non c'era altra salvezza che la resa.
Invia rono ambasciatori al vincitore il quale li accolse benevolmente, mentre
Domizio Enobarbo si dava alla fuga su una nave, certo che il proconsole, dopo
avergli restituito la libertà a Corfinio, non avrebbe ripetuto per una seconda
volta un gesto di clemenza mal ripagato.
I marsigliesi gettarono le armi, consegnarono il tesoro, e Cesare non infierì
contro di loro preservandoli dal sac ~k cheggio.
Concesse alla città il privilegio di continuare a vi~` vere in maniera autonoma
in base alle proprie leggi.
Di I t chiarò di essere indotto a fare questo non certamente per j - la loro
condotta, che gli era stata ostile, ma per rispetto dell'antica amicizia fra
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Marsiglia e Roma.
La mossa era abile e teatrale.
Rientrava pienamente nel gioco di mostrarsi clemente con tutti i popoli per
conquistarli alla sua causa.
Nella sostanza la sorte di Marsiglia era ben diversa dalle apparenze, come del
resto lasciava intuire il fatto che il proconsole ponesse a presidio della città
due sue legioni e la privasse di ogni possedimento all'esterno delle mura.
La libertà formalmente concessa ai marsigliesi si risolveva in una sorta di
sovranità limitata.
I cittadini, riconoscenti di essere stati salvati dal saccheggio, lo
festeggiarono.
Ebbero un ulteriore motivo di tripudio poiché da Roma era appena arrivata una
grande notizia: Cesare era stato nominato dittatore.
Era come dire che egli aveva attuato un colpo di Stato non direttamente, ma per
interposta persona.
Da quel momento si rovesciarono le posizioni.
Il fuorilegge non era lui, ma Pompeo il quale non impugnava più legittimamente
le armi.
Il Magno si trovava a essere il capo d'una banda di fuorusciti.
Nella capitale il potere politico era nelle mani del pretore Marco Emilio
Lepido, partigiano del generale vincitore e marito d'una figlia di Servilia, la
donna che Caio Giulio aveva amato.
Da lui Lepido era stato chiamato a sostituire i consoli pompeiani fuggitivi e
per lui ora lavorava.
Appena gli si presentò l'occasione propizia fece conferire al generale la
dittatura con un plebiscito, forzando la costituzione che attribuiva tale nomina
ai consoli i quali avevano il torto di essere assenti da Roma per aver seguito
Pompeo a Durazzo.
Secondo la tradizione la carica era limitata nel tempo.
Sarebbe perciò durata per i rimanenti mesi dell'anno in corso, il 49, e avrebbe
consentito a Cesare di preparare le elezioni consolari del 48 alle quali egli
intendeva presentare la propria candidatura.
Non tutti gli eventi erano però favorevoli al nuovo dittatore.
Cattive notizie provenivano dalle coste della Dalmazia, dall'Illiria,
dall'Africa, mentre egli stesso si trovava a fronteggiare in Piacenza un
ammutinamento dei suoi soldati che tornavano dalla Spagna.
Nelle acque dalmate l'armata navale di Pompeo aveva inflitto gravi perdite alla
flotta cesariana comandata da Cornelio Dolabella.
In suo aiuto era accorso Caio Antonio, fratello di Marco, ma era stato a sua
volta ridotto a mal partito.
Le truppe di Caio Antonio, rifugiatesi nella piccola isola di Curicta (Veglia,
nel golfo del Quarnaro), dovettero arrendersi al nemicO.
In pochi riuscirono a fuggire, altri preferirono il suicidio alla prigionia.
Nuovamente incoraggiati da questi fatti, i pompeiani cercarono di sollevare le
genti illiriche e di sottrarle all'influenza di Cesare.
L'operazione riuscì facilmente con la popolazione di Issa (Lissa), ma fallì con
gli abitanti di Salona che si mostrarono tanto forti da costringere gli
attaccanti a mollare la presa.
Eroiche furono le donne di Salona che si recisero i lunghi capelli per farne
corde da utilizzare nelle opere di difesa, e in ciò imitaronO le antiche gesta
delle donne romane nell'assedio del Campidoglio, poi celebrate con la
costruzione di un tempio a Venere calva.
Nella provincia d'Africa la situazione si era fatta drammatica per i cesariani.
Il propretore Caio Scribonio Curione, conquistata la Sicilia da dove era fuggito
Catone, aveva ricevuto da Cesare l'ordine di passare in Africa per scacciarvi le
forze pompeiane.
Era partito con due sole legioni sottovalutando il nemico agli ordini di Publio
Azio Varo.
Inizialmente mise a segno qualche buon risultato.
Ma quando fu sotto le mura di Utica, la capitale della provincia dove Varo si
era barricato, la sua buona stella si oscurò.
Un giorno, mentre durava l'assedio, si vide una gran nube di polvere
all'orizzonte: era l'avanguardia del re di Mauritania, Giuba, che, alleato di
Varo, sopraggiungeva in aiuto degli assediati.
Curione rintuzzò il primo urto, ma tra le file dei suoi legionari cominciò a
serpeggiare il malcontento, fomentato da alcuni agenti provocatori al soldo dei
pompeiani.
Un paio di centurioni e una ventina di capimanipolo lasciarono il campo di
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Curione per passare al nemico, mentre dovunque fra i suoi legionari si sentiva
esclamare: Questa è una guerra civile.
Possiamo fare ciò che ci piace e seguire chi vogliamo~.
Fu necessario convocare un consiglio di guerra e un'assemblea di soldati.
Curione, ottimo oratore, pronunciò parole convincenti.
Io non capisco, disse, come mai voi, che avete seguito Cesare quando la sua
sorte era dubbia, vogliate lasciarlo - ' ' ' ' I soldati q. ~uerra oggi che ha
dimostrato di saper vincere su tutti. si rincuorarono e si poté decidere di
proseguire la contro i pompeiani con maggior vigore.
Gli scontri si susseguivano con alterna fortuna, si avvicinava minaccioso il
~rosso dell'esercit~ d~l
mentre ~ re Giuba.
Curione ritenne prudente di ritirarsi entro gli steccati di Castra Cornelia, nei
pressi di Utica, chiedendo rinforzi in Sicilia dove aveva lasciato due legioni.
Ma cadde in un tranello tesogli dal re numida.
Gli avevano fatto credere che Giuba fosse tornato in patria chiamatovi da
un'altra guerra e che avesse lasciato sul vicino fiume Bagrada poche e spaurite
coorti agli ordini di un prefetto, Saburra.
Curione si gettò su queste truppe e si trovò di fronte l'intero esercito del
numida.
Benché fosse impossibile resistere, Curione non volle arretrare preferendo
affrontare la morte.
La sua testa, mozzata, fu portata al re Giuba.
Le sue legioni erano distrutte e ben pochi superstiti riuscirono a prendere il
mare. <.
Tutto era pieno di paura e di pianto, >, scrive Cesare, Plena eran~ omnia
~imoris et luctus.
L'Africa rimaneva ancora nelle mani dei pompeiani che potevano così far mancare
a Roma i rifornimenti di grano.
Cesare a Piacenza era alle prese con l'ammutinamento d'una sua legione, la Nona.
I soldati erano spossati dalle fatiche e non volevano più proseguire il cammino
verso Brindisi da dove avrebbero dovuto raggiungere la Grecia e affrontarvi le
truppe di Pompeo.
Questa sembrava la ragione della rivolta, ma era più probabile che i legionari
intendessero protestare contro le disposizioni del loro comandante che aveva
vietato di mettere a sacco le città e le campagne.
Molti soldati volevano gettare le armi, altri si sarebbero accontentati d'un po'
di riposo, altri ancora minacciavano di disertare e di unirsi a Pompeo.
Tra un tumulto e l'altro presero a saccheggiare Piacenza e i dintorni.
Cesare, per bloccare sul nascere la ribellione, dovette intervenire con forza.
Ordinò la decimazione della Nona e il suo immediato scioglimento, ma prima di
attuare questi drastici provvedimenti volle parlare ai soldati, non senza aver
precedentemente infiltrato tra le loro file alcuni suoi fidi agenti.
Pronunciò una delle sue più lunghe ed efficaci concioni, il cui testo è arrivato
fino a noi grazie a Dione Cassio.
Il generale non ne parla nei Commerl~ari, e ciò potrebbe far pensare che la
ricostruzione dello storico greco sia immaginaria.
Rimane il fatto che dopo questo discorso i legionari si prostrarono ai suoi
piedi.
Chiesero perdono e giurarono di proseguire il cammino verso Brindisi e oltre,
dovunque egli avesse voluto portarli per la maggior gloria di Roma.
I tribuni militari, i centurioni, i soldati piansero e pregarono.
Il generale aveva dato degli ordini e non poteva rimangiarseli.
Ne mitigò la durezza, limitando la decimazione ai
~;

~h~
!
soli sobillatori.
Se ne individuarono centoventi, e dodici di essi, scelti a sorte, furono
giustiziati.
Ogni altra decisione sul minacciato e infamante congedo della legione fu
rinviata al giorno dell'arrivo in Apulia.
Uno dei centoventi legionari destinati alla decimazione si fece avanti con
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coraggio dichiarando la propria innocenza.
Con molte prove alla mano dimostrò di essere stato incluso senza colpa nella
lista dei sobillatori da un mendace centurione.
E Cesare decise di giustiziare il malvagio ufficiale al posto dell'innocente
soldato fra le urla di gioia dei commilitoni.
Voglio certamente essere amato da voi, disse il generale nella sua concione,
ma non posso conservare questo amore, o milites, a prezzo delle vostre mancanze.
Anche io vi amo, come fossi vostro padre.
Voglio il vostro bene, e non dovete credere che vi lasci fare cose dalle quali
derivino infamia e pericoli. Li esortò a non lasciarsi trascinare da brame di
cui ci si potrebbe un giorno pentire: Chi ha vinto i nemici non deve lasciarsi
vincere dalle passioni insensate.
E aggiunse alzando la voce: Perché mai dico tutto questo? Perché voi non siete
contenti, sebbene siate nell'abbondanza, riceviate premi e compiate fatiche che
vi onorano.
Non mi rivolgo certamente a tutti, poiché non tutti siete dello stesso animo, ma
soltanto a quelli che con la loro cupidigia fanno disonore anche agli altri.
Voi per la maggior parte ubbidite ai miei ordini e osservate le leggi della
patria.
Io ben conosco chi vi disonora.
Nulla sfugge alla mia attenzione.
Ho finto di non accorgermi di loro con la speranza che si sarebbero ravveduti.
Ma ora, vedendo che essi ardiscono sobillare gli innocenti, devo affrettarmi a
castigare i responsabili.
Se non si interviene sulla parte malata, il morbo si propaga a tutto il corpo.
Questo accade tra gli uomini e non meno negli eserciti.
Là dove il castigo non segue subito il crimine, i buoni non ottengono il premio
.
Disse che non si potevano chiamare romani coloro che si comportavano da barbari,
né potevano vantarsi di aver passato per primi il Reno e solcato l'Oceano se poi
si davano al saccheggio della patria come se fosse la Bretagna.
.< Ci siamo astenuti dal danneggiare i galli debellati, e ora deprediamo le
terre al di qua delle Alpi come fossimo cartaginesi o cimbri.
Sono convinto che la mia causa sia quella giusta e spesso ho invitato Pompeo
alla pace.
Spero di attrarre dalla mia parte l'intero popolo romano e tutti gli alleati, ma
se noi ci macchieremo di scellerataggini, io stesso perderò il diritto di
combáttere. Poi disse qualcosa di eterno: ..
Dobbiamo avere grandissima cura della giustizia.
Con essa la potenza delle armi può aver speranza in ogni cosa, senza di essa
nulla è sicuro.
Per essere ancor più convincente, ricorse ad alcune immagini.
Una casa non può esser ben regolata se i maggiori sono spregiati dai minori, e
così come può funzionare una scuola se gli scolari non rispettano i maestri?
Quale speranza di guarire può avere un malato che non esegua le prescrizioni del
medico? Quanto sicura può essere una navigazione se i marinai non obbediscono a!
pilota? Proseguì affermando che la natura ha costituito nel genere umano due
cose necessarie: che gli uni siano posti al comando e che gli altri siano pronti
all'obbedienza: A che mi gioverebbe essere disceso da Enea e da Iulo, aver
esercitato la pretura e il consolato, avervi portato fuor della patria, tenere
il proconsolato per così lungo tempo, se fossi costretto a cedere a taluno di
voi? Qual è mai il terrore che mi ci potrebbe trascinare? Forse la paura che
qualcuno di voi mi uccida? Ecco, il mio petto è nudo.
Preferirei incontrare la morte piuttosto che distruggere la maestà dell'imperium
e rinunciare alla grandezza d'animo richiesta dalla dignità del proconsolato .
Sapeva bene, disse, che tra i suoi legionari c'era chi voleva deporre le armi
perché stanco di combattere e chi intendeva addirittura andarsene da Pompeo.
Concludeva perciò con queste parole: Chi non vuol tenere lontani da sé simili
uomini? Chi non desidera che corra presto dal nemico tale razza di soldati?
Ebbene, questa milizia io stesso licenzio perché non saprei come chiamarla.
Altre mani prenderanno le armi, e voi sarete trattati in base alle leggi della
patria che mi consentono di attuare una severa decimazione .
Sedato l'ammutinamento, Cesare entrò in Roma ai primi di dicembre in veste di
dittatore per iniziativa di Marco Emilio Lepido.
Tutti stavano col fiato sospeso temendo chissà quali vendette e sconvolgimenti.
Incarnerà Silla o Catilina?, si chiedeva la gente nelle strade e nei circoli.
Egli non fu né l'uno né l'altro.
Era Cesare! Tornò nella capitale senza soldati, che aveva fatto proseguire per
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Brindisi, e si diede a riorganizzare la cosa pubblica a suo modo.
Lavorava dall'alba a notte fonda, dormiva pochissime ore e riuscì a varare
un'immensa quantità di provvedimeIrti in soli undici giorni, dal 2 al 13
dicembre.
Tanto breve fu la sua permanenza nell'Urbe poiché grande era la fretta di
riprendere la guerra contro le legioni di Pompeo in Oriente che ormai da un anno
si preparavano allo scontro decisivo.
Per soli undici giorni Cesare fu dittatore, poiché volle ristabilire subito la
legalità nelle magistrature supreme.
Convocò i comizi elettorali che elessero i nuovi consoli per l'anno successivo
ormai alle porte.
Egli fu naturalmente e finalmente eletto al consolato, avendo come collega e
docile alleato Publio Servilio Isaurico, da lui stesso prescelto.
Ancor prima di ascendere alla carica di console, e quindi ancora in nome del
potere dittatoriale, diede luogo a una rapida distribuzione delle cariche più
importanti, secondo i suoi voleri.
Marco Emilio Lepido, che aveva ben governato Roma in sostituzione dei consoli
fuggitivi, fu ricompensato della fedeltà con il governo della Spagna citeriore;
Quinto Cassio Longino fu confermato nel comando della Spagna ulteriore e Marco
Licinio Crasso in quello della Gallia cisalpina; Decimo Bruto, che aveva portato
alla vittoria la flotta giuliana davanti a Marsiglia, ebbe la Gallia
transalpina; andarono infine ad altri suoi seguaci la Sardegna e la Sicilia.
Non si preoccupò soltanto di consolidare il suo potere, ma pose mano anche alla
costruzione di un nuovo Stato attuando le prime riforme politiche e sociali alle
quali mirava da tempo.
Realizzò il suo antico proposito di concedere la cittadinanza romana ai
transpadani e agli abitanti di Cadice; concesse un'ampia amnistia per cui
richiamò a casa gli esuli repubblicani, a esclusione di Milone cui non poteva
perdonare l'assassinio di Clodio, e restituì onori e averi ai figli delle
vittime di Silla.
La situazione economica dell'Urbe era però disastrosa.
Il prezzo del grano e di ogni altro genere alimentare era salito alle stelle, la
circolazione del denaro era scarsa per la tendenza a tesaurizzare come sempre
avviene in tempi di guerra, la moneta era supervalutata, esosi erano gli
interessi sui prestiti.
Il popolo era carico di debiti e non poteva farvi fronte, i creditori ne
pretendevano con asprezza il pagamento in moneta contante e inoltre i beni che i
debitori cedevano a scontare erano scesi a valori irrisori.
I ricchi ottimati erano sconvolti dal timore che Cesare procedesse a una totale
cancellazione dei debiti in ordine alle sue idee di popularis, ma egli si mostrò
moderato nelle soluzioni volendo favorire i poveri senza rovinare i ricchi.
E decise di nominare commissioni censorie con il compito di stimare il valore
dei beni in base ai prezzi d'anteguerra affinché si cedessero ai creditori
secondo questa valutazione.
La plebe mugugnò.
Per rabbonirla ordinò una distribuzione straordinaria di grano e pose un freno
all'usura.
Poi, per contrastare l'accumulo di grandi quantità di denaro che si
raccoglievano in tutta segretezza, emanò un editto che proibiva di tesaurizzare
una somma superiore ai sessantamila sesterzi in contanti.
Infine per rinsanguare la circolazione del denaro trasformò in monete i preziosi
doni sacri custoditi sul Campidoglio e in altri templi.
Poté ricorrere a una così estrema misura approfittando del suo potere di
pontefice massimo.
Quel denaro fresco fu da lui utilizzato anche per pagare le truppe che già
protestavano a causa dei ritardi nella corresponsione della mercede.
Sulle monete fece imprimere l'immagine della Pietas e il suo nome, Caesar, col
titolo di imperator.
Erano quelli i primi pezzi d'argento a lui intitolati e costituirono un momento
fondamentale della sua irresistibile ascesa.
Con l'animo tranquillo, certo di aver bene operato per riportare a Roma pace e
stabilità, il console riprese il viaggio verso Brindisi.
Gli auspici gli si erano mostrati favorevoli.
Prima di lasciare l'Urbe, aveva parlato al popolo dall'alto dei Rostri.
In quel momento uno sparviero, sorvolando il Foro, aveva fatto cadere dal becco
una fronda d'alloro che era andata a posarsi sulla spalla di un littore a lui
vicino.
Era un episodio beneaugurante, si disse, così come si trassero presagi felici
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dalla fuga di un toro destinato al sacrificio nel tempio della Fortuna.
Il toro si era gettato in una vicina palude e l'aveva attraversata a nuoto.
Gli indovini diedero il loro responso: se Cesare fosse rimasto a Roma sarebbe
stato ucciso, se avesse invece passato il mare avrebbe avuto salvezza e
vittoria.
Il console era partito con questo viatico.
In città i ragazzi, trascinati dal vortice degli avvenimenti, giocavano a
Cesariani.~ e Pompeiani.., dividendosi in due partiti che si affrontavano a
sassate, come avveniva ai tempi delle guerre puniche quando si dividevano in
Romani ~ e Cartaginesi ~.
Breve fu la sosta di Cesare nella roccaforte brindisina.
Vi aveva concentrato dodici legioni e la cavalleria, già pronte a salpare
sebbene a ranghi ridotti a causa delle perdite subite in Gallia e nel lungo
viaggio dalla Spagna.
Cesare si lamentava del malsano clima della paludosa Apulia e soprattutto dei
dintorni di Brindisi, un clima che aveva aperto altri vuoti tra le sue file.
Rimpiangeva la salubrità delle terre di Gallia e di Spagna.
La stagione invernale poteva apparire un ostacolo a prendere il mare, e in
verità Pompeo in Grecia contava su questo elemento per continuare in
tranquillità a prepararsi allo scontro.
Il console puntava invece sulla rapidità delle mosse e sulla sorpresa.
Non aveva molte navi a disposizione, un centinaio appena, ma egualmente si
dispose alla grande traversata.
Decise di farsi seguire da non più di sette legioni e mille cavalieri, lasciando
a terra gli schiavi e i bagagli per far spazio ai soldati.
Aveva con sé uomini d'ogni provenienza, e già quella formazione composita dei
suoi eserciti era un'anticipazione del suo disegno unitario, un primo passo
verso l'unificazione, sotto un solo potere, di genti così diverse tra loro.
Lo seguivano le fanterie della Gallia belgica e dell'Arvernia; gli arcieri
provenivano dall'Aquitania; i cavalieri erano galli, germani e ispani, e pure di
ispani era formata la sua coorte pretoria.
Numerosi gladiatori si erano uniti a lui, lo amavano riconoscenti per averli
ognora sottratti alla morte nell'arena dei circhi quando il popolo era
impaziente di veder scorrere il loro sangue.
Nel porto di Brindisi le navi di Cesare erano pronte a salpare le ancore.
Il generale arringò le truppe che si accingevano a inseguire Pompeo.
Le esortò a essere certe della vittoria e a fare affidamento sulla sua
generosità nella distribuzione dei bottini.
Poi, in una notte in cui si era levato un vento propizio, diede l'ordine di
partire.
Era il 4 gennaio del 48.
Il giorno successivo sbarcò sulle coste dell'Epiro a Palaeste (Paljasa).
Fu anzi sbattuto malamente sugli scogli dai venti dell'inverno che si erano
levati furiosi.
Si ritrovava a sud di Aulon (Valona), tra due forti basi navali pompeiane, tra
Corcyra (Corfù) e Oricum (Paleocastro).
Poteva perfino dire che gli era andata bene in quanto durante la traversata non
si era imbattuto nei vascelli nemici.
Del resto Bibulo, il comandante della flotta pompeiana, mai avrebbe potuto
pensare che C~esare si sarebbe azzardato ad attraversare il mare in una così
tempestosa stagione.
Il console, appena preso terra, rispedì le navi in Italia a caricare il resto
dell'esercito, e questa volta Bibulo, messo sull'avviso, poté intercettarne una
trentina.
Le trovò vuote avendo esse appena cominciato il viaggio di ritorno verso la
penisola.
Bibulo sfogò la sua rabbia incendiandole e lasciando morire tra le fiamme gli
equipaggi.
Con le sue sette legioni a ranghi ridotti, Cesare doveva affrontare il ben più
poderoso esercito pompeiano che si componeva di undici le~ioni al £~ran
completo, in parte arruola~e in ItAlia e in parte sul luogo.
La supremazia di Pompeo sui mari era poi assoluta.
Si basava su una flotta di seicento navi alle quali il console non ne
contrapponeva che un centinaio.
La spedizione di Cesare aveva dunque tutte le caratteristiche d'un'avventura,
d'un azzardo pericoloso.
Avveniva in una situazione particolarmente critica per l'esercito giuliano.
Ma il costume di Cesare era sempre quello di sfidare la sorte, di tentare
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l'impossibile.
Ben presto, con veloci manovre, il console fu sotto le città di Orico e di
Apollonia le cui popolazioni si arresero.
Marciò quindi su Durazzo dove Pompeo aveva apprestato le sue più valide difese.
I due eserciti si fronteggiarono a lungo, per oltre due mesi e mezzo, senza che
nessuno dei due generali ardisse dare battaglia per primo.
Cesare fece nuove profferte di pace cui però nessuno più credeva, e meno di
tutti Pompeo.
Il console con monotonia rifece per l'ennesima volta il conto dei vantaggi e
degli svantaggi che il proseguimento della guerra avrebbe comportato per l'una e
l'altra parte, rilevando che il bene della repubblica richiedeva una pace
immediata.
Ma la pace appariva ancora irrealizzabile condizionata com'era al contemporaneo
abbandono dei due eserciti entro tre giorni.
Sempre in base alla proposta di Cesare i due generali, deposte le armi,
avrebbero dovuto peraltro inchinarsi alle decisioni del popolo e del Senato.
Pompeo giudicò il tutto come un nuovo tranello, ed era difficile dargli torto.
Egli sapeva di non poter contare sull'appoggio del popolo romano e si rendeva
conto di quanto nella capitale sarebbe stata debole la sua posizione politica al
cospetto di un Cesare investito della potestà consolare.
All'ambasciatore di Cesare, il Magno rispose sdegnato: Che cosa mi importa di
una vita o di una pace se parrà che io l'abbia avuta dalla generosità di Cesare?
.
Pompeo sperava di poter fiaccare la resistenza del nemico tenendolo bloccato
davanti a Durazzo, sulle rive dell'Apsus (Semeni).
Gli impediva con la flotta di ricevere viveri e rinforzi armati dall'Italia,
mentre egli si riforniva dalla Macedonia dove aveva posto il suo quartier
generale elevando la città di Tessalonica a sede di quella parte del Senato che
lo aveva seguito.
Il nuovo comandante della marina pompeiana era Scribonio Libone, succeduto a
Bibulo che era morto per le tribolazioni della guerra.
Libone perlustrava le acque con accanimento, e quindi le residue legioni
cesariane non ardivano lasciare l'Italia.
Cesare temeva, come spesso avviene nelle guerre civili, che volessero rimanere
neutrali per poi gettarsi tra le braccia del vincitore.
E allora decise di attraversare l'Adriatico e di correre a Brindisi per condurle
egli stesso nell'Epiro.
Tenne però segreto il suo proposito.
Una sera a cena, dicendosi stanco, finse di ritirarsi anzitempo sotto la tenda.
Il suo viaggio doveva essere ignoto a tutti, anche agli amici, se voleva
sfuggire alla vigilanza delle spie pompeiane.
Raggiunte in piena notte le rive dell'Apsus, s'imbarcò travestito da schiavo su
un piccolo battello con destinazione Brindisi, noleggiato per l'occasione da tre
suoi servi.
Tempestose erano quella notte le acque del fiume, e all'uscita di esso la
tartana rischiò addirittura di essere capovolta dalla violenza delle onde marine
che la ricacciavano indietro.
Il pilota s'impaurì, e aveva già dato l'ordine di tornare a terra quando lo
schiavo sconosciuto, che se ne era stato fino a quel momento rannicchiato e
silenzioso in un angolo dell'imbarcazione, sorse in piedi.
Avvicinandosi al nocchiero esclamò con tono deciso: (<Coraggio, uomo valente,
non cedere.
Tu porti Cesare e il suo destino.>.
Il pilota, commosso, fece ogni sforzo per proseguire la navigazione, ma troppo
forte era l'impeto dell'uragano.
Un rapace turbine .> involò le fragili vele per cui si dovette rinunciare alla
traversata.
Il console era sempre in attesa che arrivassero le legioni ancora ferme a
Brindisi agli ordini di Marco Antonio.
Avevano sciupato troppo tempo e Cesare inviò una severa lettera ai suoi, ad suos
severius scripsit, come egli stesso ricorda, affinché cogliessero il primo vento
propizio senza perdere altre occasioni di navigare.
Nell'Epiro l'esercito giuliano era ancora trattenuto sulla sponda dell'Apsus a
fronteggiare le forze pompeiane.
Le piogge avevano allagato l'intera campagna e gli acquitrini rendevano
difficili i movimenti.
I soldati dalle opposte rive del fiume avevano cominciato a scambiarsi alcune
amichevoli frasi, da concittadini.
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I pompeiani sulla destra del fiume e i cesariani sulla sinistra.
Molti fra loro si conoscevano o erano amici, e si dolevano di doversi fare la
guerra in quelle regioni lontane, mentre a Roma sarebbero stati fratelli.
Dalla riva del fiume il legato di Cesare, Publio Vatinio, gridava speranzoso ai
soldati pompeiani: Vogliamo mandarvi degli ambasciatori, cari concittadini.
Dall'altra parte gli rispondevano: La cosa è possibile.
I legionari erano già invasi dalla gioia, quando sopraggiunse Labieno.
Prese a inveire contro Vatinio e poi, allontanandosi dal fiume, esclamò:
Smettetela di parlare di accordi.
Non si potrà fare la pace se prima non ci viene portata la testa di Cesare.
Col passare delle settimane la situazione dei cesariani peggiorava.
Scarseggiavano i viveri ed era sempre più difficile ottenere rifornimenti
dall'Italia.
Il morale delle truppe era assai basso, quando alfine si ebbe la notizia che
erano arrivati i soldati di Marco Antonio: quattro legioni e ottocento
cavalieri.
Lo sbarco era avvenuto a nord di Durazzo invece che a sud, a causa dei venti
contrari.
I due tronconi dell'esercito cesariano si trovarono così separati, avendo nel
mezzo le truppe di Pompeo.
Una condizione del genere poteva essere positiva o negativa al tempo stesso, ma
il console preferì puntare sul ricongiungimento delle due parti, cosa che
avvenne rapidamente.
Nelle manovre che ne seguirono il Magno perse il contatto con Durazzo, cioè con
il retroterra, mentre conservava lo sbocco al mare, per cui non gli mancavano i
rifornimenti essenziali alla sopravvivenza.
Cesare, visto che Pompeo evitava di accettare battaglia, ebbe tutto il tempo di
costruire intorno all'accampamento nemico una serie di fortificazioni come aveva
fatto contro Vercingetorige nell'assedio di Alesia.
Il lavoro di fortificazione era disturbato dai pompeiani che muovevano nuclei di
arcieri e di frombolieri.
I cesariani si riparavano dai colpi indossando imbottiture e tuniche di cuoio.
Pompeo continuava a sottrarsi a una battaglia generale sempre convinto che i
cesariani avrebbero alla fine ceduto per consunzione.
Nel campo di Cesare le scorte di viveri erano terminate.
I soldati ormai si nutrivano di foglie strappate agli alberi.
Mangiavano una sorta di radice di erbe chiamata chara.
La mettevano a macerare nel latte e ne facevano un pane dal sapore acre, non
proprio disgustoso, e che comunque, pur bruciando la gola, placava il tormento
della fame.
Quei pani diventarono uno strumento di propaganda cesariana.
Ai soldati di Pompeo che gridavano ai loro avversari: Arrendetevi.
State morendo di fame , i cesariani rispondevano lanciandogli contro i pani di
chara per dimostrare come fossero disposti a compiere qualsiasi sacrificio.
Pompeo capì il pericolo di quella strana arma propagandistica e ordinò di
raccogliere e di far sparire i pezzi di pane d'erba perché le sue truppe non si
scoraggiassero allo spettacolo di tanta tenacia offerta dal nemico.
Dando quest'ordine commentava: Abbiamo a che fare con delle belve ,>.
L'ostinazione dei giuliani stava per essere premiata.
Difatti già il grano cominciava a maturare e i soldati avrebbero potuto nutrirsi
più umanamente.
Con soddisfazione Cesare scrive nei Commentari: Iamque frumenta maturescere
incipiebant .
I cesariani ripresero coraggio, si misero di buona lena a deviare il corso dei
fiumi per togliere l'acqua all'accampamento nemico.
La situazione si rovesciava, ora in difficoltà erano i pompeiani così a lungo
assediati.
Le loro sofferenze crescevano paurosamente, la sete era ormai insopportabile, si
diffondevano le malattie, le carogne dei cavalli e dei muli morti di sete
spandevano tutto intorno un lezzo nauseante.
Pompeo si vide costretto a uscire dal suo immobilismo.
Aveva sperato di sconfiggere il nemico con la tattica del logoramento, e invece
era lui a dover subire le conseguenze di un assedio prolungatosi contro ogni
previsione.
Rischiava di cadere vittima della sua stessa tattica.
Così decise di tentare lo sfondamento del blocco.
Ciò comportava una battaglia generale, cosa che Pompeo per ben diciotto mesi
aveva evitato.
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Agli inizi di luglio attaccò le formazioni nemiche in più punti occupando
posizioni fa vorevoli.
In un solo giorno vi furono sei battaglie, sia sotto Durazzo sia sotto le
fortificazioni giuliane.
Fortissimo fu l'impeto dei pompeiani che lanciarono tremila frecce contro la
sola ridotta di Cesare.
Il generale si difese validamente, i suoi centurioni si coprirono di gloria.
Quattro di essi rimasero accecati dai dardi del nemico.
Cassio Sceva, un centurione già famoso per le gesta compiute sul Rodano e in
Britannia, incoraggiò i timorosi, benché gravemente ferito.
Dava l'esempio battendosi come una pantera.
Un dardo gli cavò un occhio, ma non ne arrestò la furia.
Sul suo scudo si contarono centoventi fori provocati dalle frecce pompeiane.
Il console lodò assai il giovane ed eroico Sceva per aver ben meritato della
repubblica, gli donò duecentomila sesterzi e lo promosse sul campo.
Quel centurione diventava il simbolo della vittoriosa difesa cesariana, e
difatti Pompeo a sera tornò nei suoi accampamenti senza aver potuto forzare
l'assedio.
Il Magno ritentò l'operazione pochi giorni dopo, e questa volta ebbe successo al
punto che Cesare, mutando tattica, tolse il blocco a Durazzo per ripiegare su
Apollonia e poi raggiungere la Tessa~lia dove si sarebbe incontrato col
luogotenente Domizio Calvino per sbarrare la strada ai rincalzi pompeiani che
provenivano dall'Asia.
Lo scontro di Durazzo, che chiudeva la prima fase della lotta frontale fra i due
grandi condottieri, segnava una pesante sconfitta per Cesare le cui perdite
furono sensibili: novecentosessanta legionari, trentadue centurioni, cinque
tribuni militari.
Il nemico si impossessò inoltre di trentadue insegne.
Molti soldati cesariani si diedero alla fuga, trovando in gran parte la morte
schiacciati nelle fosse o nei terrapieni o sulle sponde del fiume in un clima di
terrore.
Il console tentò di far rientrare i superstiti in battaglia, ponendosi davanti a
loro.
Ma tutto fu inutile.
Anzi un fuggiasco, per aver via libera, osò alzare la daga su di lui e lo
avrebbe certamente colpito se lo scudiero di Cesare non lo avesse anticipato
troncandogli di netto una spalla.
Labieno fece innumerevoli prigionieri e li trucidò con barbara ferocia.
Ancora una volta Pompeo non spinse fino in fondo la battaglia, non sfruttò
appieno la vittoria, non si pose all'inseguimento del nemico battuto.
E Cesare poté dire: Oggi i pompeiani avrebbero colto la vittoria definitiva se
avessero avuto dalla loro parte un generale che sapesse vincere .
Il grave rovescio non lo scoraggiò.
Aveva già in mente un nuovo piano.
Raccolse le truppe e le arringò con vigore, incoraggiandole a proseguire la
guerra verso la vittoria finale.
Fu molto persuasivo: Non lamentatevi.
Ringraziate piuttosto la fortuna per aver conquistata l'Italia senza perdita
alcuna; per aver sottomesso le due Spagne,
contro gente bellicosissima, esperta e addestrata; per esservi impadroniti delle
province confinanti assai ricche di grano.
Ricordatevi con quale fortuna, in mezzo alle flotte nemiche, avete sani e salvi
attraversato il mare.
Se non sempre gli eventi sono favorevoli, bisogna darsi da fare per riparare
alla malasorte.
Dei danni attuali si può incolpare chiunque, ma non me.
Io avevo ra~iunto una posizione vantaggiosa per combattere, mi ero impadronito
del campo, avevo scacciato e sgominato i difensori.
Se un nostro smarrimento o qualche errore o anche il caso vi hanno tolto una
vittoria già acquisita e sicura, tutti ora dovete con il valore fare il
possibile per rimediare al danno subìto.
Se faremo questo, la sconfitta si muterà in vantaggio come avvenne a Gergovia.
E quelli che hanno avuto paura di battersi si offriranno spontaneamente alla
battaglia~.
Pompeo, dunque, non si diede a inseguire le legioni di Cesare che lasciando
l'Epiro ripiegavano verso la Tessaglia.
I pompeiani, imbaldanziti dalla vittoria, erano già convinti di aver vinto la
guerra ed esaltarono il successo nei messaggi inviati agli alleati.
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Fra i duecento senatori al seguito del Magno, molti pretendevano che egli
approfittasse della situazione per tornare in Italia e riconquistare Roma.
Egli stentava a convincerli dell'assurdità di tali propositi.
Diceva di non poter lasciare la Grecia senza aver prima colpito al cuore Cesare.
Se fosse ripartito avrebbe perso la fiducia e il sostegno degli alleati
orientali e avrebbe corso il rischio di veder tornare in Italia quel Cesare che
credevano definitivamente sconfitto.
Non sarebbe stato difficile al console usurpatore~ risalire le terre
dell'Illiria che gli erano rimaste fedeli e accorrere ad affrontare i pompeiani
sot~o le mura dell'Urbe.
Si accendevano discussioni a non finire.
Pompeo era criticato da ogni parte per la conduzione della guerra, e non solo in
tema di strategia bellica si accapigliavano i senatori.
Tuttavia la certezza della vittoria li inebriava.
Già si spartivano le spoglie del potere che non avevano ancora strappato dalle
mani del nemico.
Chi sarebbe stato il nuovo pontefice massimo in sostituzione di Cesare
sconfitto? Tre erano i maggiori pretendenti alla dignità sacerdotale: Domizio,
Scipione, Lentulo Spintere, e ognuno di essi era convinto di averne diritto o
per il sostegno dell'Urbe o per essere suocero di Pompeo o grazie all'età.
Nei loro litigi

non avevano alcun ritegno di affrontarsi a gran voce con epiteti offensivi e
accuse infamanti.
Lentulo si mostrava particolarmente ingordo e fiducioso da assegnare a se
stesso, fin da quel momento sotto le mura di Durazzo, i giardini che Cesare
possedeva sul Gianicolo e la sua villa di Baia.
Molti ufficiali incaricarono i loro agenti di accaparrare a Roma belle
abitazioni consone alla dignità di un proconsole, certi com'erano di tornare
presto nell'Urbe da vincitori.
~, La tattica del Magno, anche dopo Durazzo, tendeva |,~ sempre a logorare il
nemico facendogli mancare, con le i~ ~ sortite della cavalleria, i rifornimenti
ed evitando di mettere tutto in gioco negli scontri frontali degli eserciti.
Cesare ripiegava verso la Tessaglia e Pompeo lo seguiva distanziato per aver
sciupato il vantaggio della recente vittoria.
Nel corso del ripiegamento Cesare seppe essere ancora una ~- volta clemente e
spietato.
Saccheggiò Gomphi (Palaeo-Epi'~ ~ skopis) che aveva osato opporgli resistenza,
usò invece ogni riguardo con tutte le altre città tessaliche che, intimorite,
gli avevano spalancato le porte.
Non assalì Larissa entro la quale si erano raccolte le legioni capeggiate dal
suocero di Pompeo, Metello Scipione.
Un po' più a sud di Larissa, nella valle del fiume Epineo, Cesare si dispose
nuovamente alla guerra in attesa del nemico il cui esercito si ricongiunse
appunto a Larissa con le truppe di Scipione,

C~ assumendo così proporzioni minacciose rispetto alle minori forze giuliane.


Cesare aveva con sé ventiduemila fanti e
~, mille cavalieri, mentre Pompeo disponeva di quarantacin . quemila fanti e
settemila cavalieri oltre ai contingenti barbari in Tracia e in Asia.
Il rapporto era insomma uno a due per i fanti e uno a sette per la cavalleria.
VII
Gli eserciti si fronteggiavano in una vasta valle dominata dall'acropoli di
Farsalo.
Lo scontro avrebbe mutato le sorti del mondo, e i due generali ne avevano
coscienza.
Eppure il console - inesplicabilmente (o per l'errore di un copista?) - nel
Bellum civile non fa cenno di Farsalo, così come non aveva citato il Rubicone.
Parla del luogo in termini generici.
Non descrive la città che era costruita ad anfiteatro sul versante meridionale
della pianura tessalica, preoccupato solo di dare notizie sulla dislocazione
delle forze in campo. <.Pompeius, qui castra in colle habebat,>, Pompeo, che
aveva l'accampamento su un colle, schierava il suo esercito ai piedi delle
alture sperando che Cesare si mettesse in luoghi sfavorevoli, ma Cesare si
arrestò in posizione felice a poca distanza dal nemico.
Pompeo ancora intendeva evitare lo scontro aperto, tuttavia i suoi generali, in
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un drammatico consiglio di guerra, lo misero con le spalle al muro.
Chiedevano di incrociare le armi col nemico e di farla finita una volta per
tutte.
Il più acceso era Tito Labieno che comandava la cavalleria, e che già aveva
dimostrato tutta la sua ferocia contro i cesariani caduti prigionieri a Durazzo.
Chiamando per nome a uno a uno gli antichi commilitoni, li aveva fatti
trucidare.
Al consiglio di guerra partecipavano nobili, senatori, cavalieri, consoli ed ex
consoli.
Tutti erano certi della vittoria imminente.
Se essa tardava, dicevano, la responsabilità era di Pompeo.
Domizio Enobarbo chiedeva polemicamente quanto avrebbe temporeggiato ancora il
loro Agamennone, il loro re dei re.
Marco Favonio, interrompendolo, esclamava: <.
Per ora non mangeremo i fichi di Tuscolo~.
E Lucio Afranio, che pure aveva capitolato nella Spagna citeriore contro Cesare
ed era stato raggiunto dal sospetto di avergli venduto la provincia, parlò su
cose di cui si diceva buon intenditore: .< Cesare non è un conquistatore, ma
solo un mercante di province~.
I più impazienti di combattere apparivano i cavalieri, orgogliosi delle
splendenti armature e dei loro superbi destrieri.
Si discusse a lungo.
Il Magno si mostrava prudente, diceva di non voler spargere sangue romano e
italico in una guerra fratricida.
Alla fine si poté formulare un piano che prevedeva un impiego limitato di
truppe.
E in questo senso così parlò all'esercito: ~( Sto per farvi una promessa quasi
incredibile.
Udite il mio piano ed entrerete in battaglia con animo più sicuro.
Ho dato un ordine ai nostri cavalieri, ed essi mi hanno garantito di
rispettarlo.
Appena avremo preso contatto col nemico essi ne assaliranno l'ala destra dal
lato sguarnito.
Aggirato il grosso alle spalle, metteranno in fuga la fanteria cesariana, ancor
prima che da parte nostra si sia scagliato un solo giavellotto.
Senza rischio per le legioni e quasi senza spargimento di sangue, porremo in tal
maniera fine alla guerra.
Ciò non è di difficile attuazione poiché grande è la superiorità della nostra
cavalleria rispetto a quella nemica~.
Subito dopo prese la parola Labieno a eccitare l'animo dei soldati svalutando
l'esercito giuliano cui negava forza ed eroismo. Oh Pompeo, esclamò, non
dobbiamo credere di avere di fronte l'esercito che sconfisse la Gallia e la
Germania.
Di quell'esercito non ne rimane che una minima parte.
Molti sono morti in battaglia o vittime di ogni male, molti se ne sono andati a
casa.
Se ancora c'era in esso un po' di forza, l'ha perduta a Durazzo. ,> E, alzando
la mano, concluse con un impegno solenne: Giuro di non tornare al campo se non
vincitore
Non meno di Pompeo, Cesare proclamava di voler risparmiare il sangue dei
soldati.
Nel campo presso Farsalo enumerò per l'ennesima volta i suoi tentativi diretti
al raggiungimento della pace. Non ho mai messo in gioco inutilmente la vostra
vita né ho mai voluto privare la repubblica dell'uno o dell'altro esercito. " Ma
Plutarco gli fa pronunciare in questa occasione un ben diverso discorso, più
cinico e realistico: E alfine arrivata l'ora di combattere contro altri uomini
e non più contro la fame e ogni altra difficoltà ~>.
Ora i due più grandi condottieri di Roma erano di fronte per la battaglia che si
preannunciava decisiva.
Erano alla testa di due eserciti formati in gran parte da romani.
Molti dei soldati che militavano nei campi avversi si conoscevano fra loro,
erano amici, quando non erano legati da vincoli di parentela.
La loro patria era comune, come lo erano i loro penati.
Eppure dovevano combattersi da nemici perché così volevano i loro capi.
Non certamente la sola ambizione aveva portato i due generali su fronti opposti.
Essi erano dominati da due diverse concezioni del mondo che non potevano non
scontrarsi in una guerra civile.
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Dione Cassio li vede invece dorninati esclusivamente da cupidigia di potere:
Pompeo non voleva essere inferiore a nessuno, Cesare voleva essere il primo di
tutti.
Se esclusivamente questo antagonismo avesse portato cesariani e pompeiani fin
nella pianura di Farsalo, pronti a reciproca strage, ben tragico e spregevole
sarebbe il destino del genere umano.
Ai soldati non sfuggiva, magari per istinto, la gravità del dubbio, e per questo
una profonda tristezza gravava sui loro animi.
Dione Cassio insiste nel ricondurre il tutto alle ambizioni contrapposte dei due
condottieri.
Egli li immagina, al momento di darsi btttdglia, concentrtlti nel ricordo delb
glorie mietute.
Pompeo richiamava alla mente l'Africa, Sertorio, Mitridate, Tigrane, e il mare
cui aveva restituito la tranquillità debellando i pirati; Cesare correva col
pensiero alle Gallie, alle Spagne, al Reno, alla Britannia.
Nella battaglia imminente, accanto al loro passato, mettevano in gioco il loro
futuro.
E non era ancora tutto poiché ponevano in gioco anche il futuro di Roma.
A Farsalo poteva cominciare una nuova epoca per la romanità, così come per altri
secoli nulla sarebbe più mutato se non in negativo nella storia d'una repubblica
morente che si fosse ripiegata su se stessa.
In ambedue gli accampamenti la tensione era altissima.
A ogni stormir di fronde si attribuiva un significato.
Si susseguirono i presagi.
Pompeo sognò di essere a Roma e di entrare tra gli applausi nel suo grande
teatro dopo aver adornato di molte spoglie il santuario di Venere Vincitrice.
La visione lo turbò profondamente.
Si alzò dal letto rattristato e stanco.
Pensava che le divinità volessero metterlo sull'avviso e dirgli che con la
battaglia indifferibile sarebbe toccato proprio a lui dare lustro e gloria a
Cesare, il discendente di Venere.
Non si poteva però escludere che sul suo stato d'animo influisse un attacco di
malaria e non il sogno infausto.
Ancora più funesto fu un altro evento che non impressionò soltanto Pompeo, ma
anche i suoi soldati.
Il generale celebrava un sacrificio per propiziarsi gli dèi, quando alcuni degli
animali prescelti come vittime si svincolarono dalle mani dei sacerdoti e si
diedero alla fuga.
A quello spettacolo, una tremenda paura invase i legionari e Pompeo dovette
accorrere in diversi luoghi del campo per rincuorare i più disperati.
Cesare al contrario ebbe un segnale che poté essere interpretato favorevolmente:
all'alba un~ sfera di fuoco si levò dal suo accampamento, attraversò il cielo, e
andò a cadere tra le file pompeiane.
Egli stesso racconta di aver assistito al fenomeno durante l'ispezione mattutina
ai posti di guardia.
La palla di fuoco fu avvistata anche da Pompeo contFibuendo a peggiorarne
l'umore.
(~esare rompendo gli indugi stimolò il nemico allo scontro, mentre il Magno
ancora evitava di esporsi.
Si andò avanti per tre giorni con piccole schermaglie fino a quando, alle prime
ore del 9 agosto, Pompeo decise di scendere in campo.
Per una strana coincidenza, o in seguito a una mossa ben calcolata, lo fece
proprio nel momento in cui Cesare si accingeva a togliere le tende per mettere
in atto una più stringente manovra.
Naturalmente il console ritornò sulle sue decisioni e accettò di incrociare le
armi facendo esporre davanti alla sua tenda, come segnale di battaglia, una
tunica scarlatta che mandò in visibilio i soldati finalmente scossi dal lungo
torpore.
Cesare infuocò l'animo dei suoi soldati con poche e veementi parole: <.Oh
esercito domatore del mondo, domiíor mundi, e fortuna di Cesare.
Questa è l'occasione di combattere, questo è il momento da noi tanto atteso.
Affrettate con le vostre spade il compimento del destino.
Avete nelle vostre mani la grandezza di Cesare, e per me questo è il giorno che
mi fu promesso sulle rive del Rubicone.
E in gioco anche il vostro avvenire, perciò prego che siate sempre gente libera
con piena sovranità su tutti i popoli della terra)>.
Era una guerra fratricida, e anche di questo parla il generale: Vi chiedo,
soldati, di non colpire il nemico alle spalle.
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Chiunque fuggirà sotto il vostro urto sia considerato un cittadino, un amico.
Ma se vi affrontano non abbiate pietà di genitori schierati contro di voi: la
spada del figlio colpisca il volto del padre che pure voi amate .
Anche Pompeo parlò alle sue truppe: <~ Questo è il giorno che il vostro valore
attende.
La fine della guerra civile è vicina.
Combattete con tutto il vostro coraggio poiché questa è l'ultima impresa
guerriera.
In un'ora sola sarà decisa la sorte dei popoli.
Chi ama la patria la riconquisti ora.
Gli dèi sono con voi e guideranno i nostri dardi nelle viscere di Cesare.
Immaginate che le vostre madri, dal sommo delle mura dell'Urbe, vi incitino alla
battaglia e alla vittoria".
Era battaglia frontale.
Ormai risuonavano le trombe in ambedue i campi.
Cesare aveva dato alle sue legioni una parola d'ordine connessa alle sue
celebrate origini divine, Venus Victrix, mentre Pompeo ne aveva scelto un'altra
ad esaltare la superiorità dell'esercito da lui comandato, Hercules Invic~us.
Per quanto il Magno avesse avuto il vantaggio della sorpresa, cogliendo i
giuliani nell'atto di togliere le tende, le sorti della battaglia di Farsalo gli
furono drammaticamente sfavorevoli.
Abile fu Cesare a rovesciare i piani del nemico con una serie di agili manovre
che confermarono il suo genio militare.
I pompeiani si diedero alla fuga.
Si rifugiarono sulle montagne vicine abbandonando il campo, gettando le insegne
e le armi, spaventati, umiliati e sfiniti dalla stanchezza di un lungo
combattimento inglorioso.
Grande fu il valore dei cesariani, ma sull'esito della battaglia influì anche
un'astuzia del loro comandante.
Il console aveva ordinato ai suoi soldati di mirare al volto dei cavalieri che
appartenevano alla più elegante gioventù romana, proprio quei giovani orgogliosi
delle armature e dei cavalli, ganimedi tirati a lucido che però più di ogni cosa
tenevano alla bellezza del volto.
Al pericolo di essere sfregiati, preferirano volgere la briglia.
Di fronte alla rotta dei pompeiani e alla vista degli innumerevoli cadaveri
disseminati sul campo di battaglia, Cesare, propagandisticamente sempre pronto a
rigettare sugli avversari la responsabilità del conflitto, esclamò: Tutto questo
l'hanno voluto loro.
Mi hanno costretto a farlo perché, se io Caio Cesare, pur avendo compiuto tante
imprese, avessi congedato le mie armate, sarei stato processato e condannato".
Era il momento giusto per sferrare il colpo supremo ricorrendo all'arte
sopraffina delle frasi a effetto, st~ldiate per colpire l'uditorio.
Pompeo si sentiva colpevole di qualcosa? Al cospetto dell'immane sconfitta
subìta dal suo esercito egli quasi smarrì la ragione.
Raggiunta la sua tenda vi rimase solitario e stordito fino a quando non fu
avvertito dell'arrivo precipitoso del nemico che già aveva superato gli steccati
del campo.
Si strappò allora di dosso il mantello da generale per non essere riconosciuto
e, saltando in groppa a~ primo cavallo che ebbe a portata di mano, si lanciò a
spron battuto fuori della porta posteriore.
Corse tutta la notte e raggiunto il mare s'imbarcò su una nave che trasportava
grano.
I soldati di Cesare irruppero negli accampamenti nemici e da ciò che videro
ebbero chiara la sensazione di come i pompeiani fossero certi di vincere ~a
guerra.
Il lusso traboccava ovunque.
Le tende dei capi erano ornate di edera e tappezzate di zolle di terra fresca
per temperare la calura estiva, le tavole erano riccamente apparecchiate con
l'argenteria in bella mostra.
Il campo fu messo a sacco dai soldati rabbiosi che si attardavano nel caricar
bottini, e Cesare dovette convincerli a non perdere l'occasione di inseguire il
nemico.
Di malavoglia i cesariani ripresero la corsa.
Quando furono alle pendici del monte sul quale i pompeiani si erano rifugiati,
il console ordinò di costruire una trincea fra il colle e il fiume che scorreva
in pianura, per impedir loro di attingervi acqua.
Fu il colpo di grazia.
I soldati nemici scesero dalle alture a mani tese.
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Senza armi si gettarono a terra e piangendo implorarono di aver salva la vita.
La fuga di Pompeo aveva placato il furore di Cesare il quale trattenne i suoi
soldati dal fare strage dei concittadini.
Parce civibus, diceva.
I romani non dovevano uccidere i romani.
Se volevano potevano vendicarsi sugli orientali, ausiliari del nemico.
A quindicimila ammontarono i pompeiani uccisi, di cui seimila erano cittadini
romani, e la patria non doveva piangere altro sangue fraterno al di là di quello
sparso in batta~lia.
Domizio fu tuttavia ucciso durante la fuga.
I prigionieri erano ventiquattromila.
Mostrandosi clemente Cesare li arruolò fra i suoi soldati.
Gli furono consegnate centottanta insegne e nove aquile.
Le perdite del vincitore furono assai limitate.
Le sue truppe non lasciarono sul terreno più di trenta centurioni, fortes viros,
e di duecento militi.
Il console oltre che con le truppe fu pietoso perfino con molti dei senatori che
avevano seguito Pompeo.
Nei loro confronti applicò una sorta di amnistia in base alla quale consentì che
ognuno dei suoi soldati restituisse la libertà a un prigioniero pompeiano.
Sicché fra i personaggi che militavano con il Magno e che si erano nascosti in
una palude, passò libero tra le sue file anche Marco Giunio Bruto.
Questi, come sempre irresoluto, non aveva preso parte allo scontro.
Non si era mosso dalla sua tehda~ immerso in dolorose meditazioni.
Mentre Cesare chiedeva ansioso notizie sulla sua sorte, Bruto gli inviava una
lettera di spiegazioni che gli fruttò l'immediato perdono.
Il console si mostrava generoso con l'uomo che poco più di tre anni dopo lo
avrebbe pugnalato a tradimento.
Straordinario destino.
Proprio dalla battaglia che segnò la sua vittoria su Pompeo doveva sorgere il
suo assassino, l'uomo al quale in tanta carneficina aveva salvato la vita.
Velleio Patercolo impreca: .< Proh dii immortales, Oh dèi immortali.
Quale ricompensa ebbe Cesare per la sua clemenza con Bruto .
Una clemenza mal ripagata.
E di lì a qualche anno, il cesaricidio di Bruto acquisterà un più ampio
significato, quasi a dimostrare che la moderazione, usata da Cesare come
strumento di potere, la clementia Caesarts, non era servita a placare l'ira
degli sconfitti.
VII~
Per non essere indotto a compiere odiose rappresaglie, Caio Giulio non volle
leggere i documenti segreti scoperti a Farsalo negli archivi di Pompeo e che il
generale sconfitto aveva abbandonato nella fuga precipitosa.
Vi si trovavano attestazioni di fedeltà per il Magno e lettere ingiuriose contro
il console.
Tutti i documenti furono dati alle fiamme senza che si rovistasse negli scrigni
in cui erano contenuti.
Cesare si preoccupava soltanto di non dare respiro al nemico.
Riprese subito l'inseguimento per impedirgli di riordinare le idee e le forze.
Pompeo, imbarcandosi nascostamente, riuscì a far perdere per breve tempo le sue
tracce.
Aveva toccato l'isola di Lesbo e già i cesariani gli erano nuovamente vicini.
Sull'isola, a Mitilene, il generale fuggitivo si era appena ricongiunto con la
moglie Cornelia e il figlio minore Sesto, quando dovette rimettersi in
movimento.Proseguì per Attalia, sulla costa asiatica, dove si fermò una
quindicina di giorni.
Raccolse alla meglio un esercito di duemila uomini, tutti schiavi acquistati sui
mercati di quei luoghi, mentre cercava di riassestare la flotta che era ancora
ai suoi ordini.
Si erano ricongiunti a lui anche alcuni senatori, non più d'una sessantina.
Insieme discussero se recarsi in Siria, e quindi chiedere l'aiuto dei parti
benché ostili ai romani, o se preferire l'Egitto dove un re giovinetto, il
tredicenne Tolomeo XIII, gli dovev~ ri~on ~ n7~ Tnt~nto prose~uivano il via~io.
A Cipro appresero che sia l'isola di Rodi sia la città siriana di Antiochia gli
chiudevano le porte.
L'Egitto diventava così una scelta obbligata.
Pompeo approfittò della sosta a Cipro per racimolare un po' di denaro
strappandolo dalle mani degli appaltatori delle imposte.
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Dopo di che puntò direttamente verso la costa egiziana.
Dal momento della rotta di Farsalo, fuggivano ormai da più di un mese e mezzo.
Il 28 settembre avvistarono il porto di Pelusium (Pelusio) sul delta del Nilo.
Era il giorno in cui il Magno compiva il suo cinquantottesimo anno di età.
Ancora in mare, ebbe la sgradita sorpresa di apprendere che anche quella regione
era squassata da una guerra civile.
Il Magno fu invaso da una profonda tristezza al pensiero di un futuro ancor più
denso di incognite.
Caio Giulio proseguiva l'inseguimento, sebbene in un paio di occasioni perdesse
ancora le tracce del nemico.
Pompeo faceva tappa a Mitilene e Cesare raggiungeva via terra la zona di
Salonicco, da dove, sempre via terFa, proseguì per l'Ellesponto.
Ora il console doveva affrontare i mari nei quali dominava la flotta nemica, ma
non temette il rischio.
Solcava lo stretto (Dardanelli) su una imbarcazione da trasporto quando si
imbatté in una decina di vascelli pompeiani.
Lungi dal darsi alla fuga, si avvicinò con estrema audacia alla nave ammiraglia
chiedendo di parlare con il comandante.
Con poche frasi nette e decise convinse l'ammiraglio nemico ad arrendersi
volontariamente e a cedergli la piccola flotta.
Quelle navi gli furono preziose per proseguire il viaggio e per imbarcare la
legione inviata in Asia.
Benché impegnato a organizzare un esercito di modeste proporzioni ma efficiente,
volle egualmente fermarsi a visitare le rovine di Troia.
Lo fece con intenti propagandistici, volti a rinnovare il ricordo delle sue
origini divine e della legittimità provvidenziale della sua missione.
Inoltre gli piaceva toccare la stessa terra toccata dal piede di Alessandro
Magno.
Il poeta Anneo Lucano lo descrive mentre si aggira fra i ruderi memorabili
dell'arsa Troia ed erige un'ara di zolle ai suoi antenati, mentre sparge sul
fuoco l'incenso e prega: Dèi di queste ceneri, voi che abitate i ruderi frigi,
Lari del mio avo Enea, ecco l'illustre discendente della stirpe Iulia che offre
devoti incensi ai vostri altari e vi invoca ritualmente nell'antica sede.
Concedetemi prosperi eventi .
Promette infiIIe di restituire un popolo a quella terra e di farvi sorgere una
Pergamo romana.
Presagi a lui favorevoli si verificavano ovunque, e nelle ultime pagine del
Bellum civile sono scrupolosamente annotati.
Nel tempio di Minerva in Elide, la statua della Vittoria s'era voltata
benignamente verso la porta.
Ad Antiochia e a Tolemaide si sentirono squillare le trombe senza che si vedesse
alcuno intento a suonarle, e così a Pergamo rullarono da se stessi i tamburi
nella parte più segreta del santuario il cui accesso era consentito a una
ristretta casta di sacerdoti.
A Tralle gli era stata consacrata una statua nel tempio della Vittoria e proprio
davanti a quel simulacro era spuntata in quei giorni una palma dal terreno
roccioso del pavimento.
Cesare accompagnava questi prodigi, che gli dimostravano il favore della volontà
divina, con abili gesti di prodigalità che accrescevano all'infinito il sostegno
popolare.
Ad Efeso salvò il tesoro del famosissimo tempio di Diana sul quale aveva messo
le mani un agente di Pompeo.
In Tessaglia, dove aveva già dichiarato liberi i cittadini, diede la libertà
anche agli abitanti di Cnido per rendere omaggio a un celebre scrittore suo
amico, Teopompo.
A tutti gli abitanti dell'Asia condonò un terzo dei tributi che dovevano versare
a Roma, e fu la generosità più gradita poiché in quella provincia i gabellieri
si erano fatti odiare come in nessun'altra parte dei domini.
Tutto questo egli fece in pochi giorni, e tutto gli fruttò particolari onori in
quella provincia che pure era stata fino a quel momento la più fedele a Pompeo.
A Efeso gli eressero una statua che recava la più straordinaria iscrizione mai
sperata: A Caio Giulio Cesare, pontefice massimo, impera~or, due volte console,
discendente di Marte e di Venere, rivelatosi egli stesso dio e liberatore
dell'umanità".
Aveva riordinato l'esercito.
Disponeva di due legioni a ranghi ridotti per un totale di tremiladuecento
uomini cui si aggiungevano ottocento cavalieri.
Seppe che Pompeo era passato per Cipro e intuì che si sarebbe recato in Egitto.
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Essendo già pronta una flotta d'una trentina di navi, dispiegò a sua volta le
vele verso Alessandrra.
In soli tre giorni fu in vista dei fuochi di Faro.
Era l'alba del 2 ottobre.
Mentre Cesare si avvicinava alla costa egiziana, si consumava il destino di
Pompeo.
Ad Alessandria la situazione era in pieno sconvolgimento.
Il re fanciullo Tolomeo, per volere del padre, l'Aulete, aveva dovuto spartire
il trono con sua sorella maggiore Cleopatra, giovane donna seducente dalla forte
personalità e di straordinaria intelligenza.
I due fratelli avevano dovuto unirsi in matrimonio incestuoso al fine di rendere
più saldo il regno, seguendo una fosca consuetudine della loro dinastia.
Ma Tolomeo, e in verità soprattutto i suoi ministri, diffidavano di Cleopatra
certi che ella, servendosi pure della sua raffinata bellezza, tramasse per
eliminare il fratello-sposo e raccogliere nelle sue sole mani il potere
assoluto.
Tolomeo, sempre aizzato e pilotato dai suoi consiglieri, era riuscito a
prevenire gli intrighi della sorella e a scacciarla da Alessandria.
La regina non s'era data per vinta.
In Siria aveva arruolato un esercito di schiavi e già marciava sull'Egitto.
Il re giovinetto, per arginarne l'irruenza, aveva mobilitato le truppe egiziane
accampandole proprio a Pelusio dove era arrivato Pompeo.
Il generale romano non entrò in porto, ma, fermo con le navi a breve distanza da
terra, inviò con una barca suoi ambasciatori per chiedere ospitalità a Tolomeo.
La corte del re cadde in preda al timore e all'agitazione.
Si discusse per molte ore sulla richiesta di Pompeo.
Diversi pareri esprimevano i reggenti del sovrano fanciullo e i consiglieri.
Si accapigliarono fra loro tre perversi dignitari.
Potino, l'eunuco tutore del re minorenne; Teodoto di Chio, maestro di retorica;
Achillas, prefetto della regia milizia e uomo di singolare audacia.
C'era chi voleva riceverlo e chi scacciarlo, ma l'una e l'altra soluzione
presentavano gravi rischi.
Accogliendolo si sarebbe suscitata l'ira di Cesare; respingendolo lo avrebbero
indotto a schierarsi con Cleopatra.
Non c'era che una via, disse Teodoto, al termine d'un lungo discorso: rlceverlo
sì, ma ucciderlo.
Avrebbero così fatto piacere a Cesare ed eliminato il pericolo d'una vendetta di
Pompeo.
Insomma, diceva Teodoto, bisognava attenersi al fato, onorare il vincitorc e
abbandonare il vinto, cole felices, miseros fuge, anche perché Pompeo cacciato
dal mondo intero e senza più alcuna speranza sembrava cercare un popolo che
rovinasse con lui. E poi, tenete presente che un cadavere non morde. .~ Fu
questo l'argomento conclusivo del retore a sostegno della sua tesi.
Con un sospiro di sollievo Tolomeo - puer inprobe, come lo chiama Lucano - e la
corte accolsero questa soluzione che era la più sicura e la più indegna.
L'esecuzione del piano fu affidata ad Achillas affiancato da un ex tribuno
militare di Pompeo, Lucio Settimio uomo feroce, e da un ex centurione.
Saliti su una piccola imbarcazione i tre si avvicinarono alla trireme di Pompeo.
Settimio lo salutò chiamandolo imperator, romanamente, mentre Achillas lo
invitava a passare sul loro vascello, più adatto ai bassi fondali, per
raggiungere re Tolomeo che era in attesa, disse, di ricevere l'ospite gradito.
Mentre lasciava la trireme, Pompeo vide che gli egiziani armavano le navi nel
porto e disponevano sul molo una folta schiera di soldati.
Fu colto dal sospetto di essere più un prigioniero che un ospite gradito, ma
ormai era troppo tardi e bisognava affidarsi alla sorte, cedere al destino.
Baciando la moglie Cornelia che tendeva disperata entrambe le mani, pronunciò
due versi in greco: Chi va da un tiranno, diventa / suo servo, anche se vi
arriva liberoo.
Sulla barca tutti tacevano, i volti erano terrei.
Pompeo fece un movimento con la mano, quasi a salutare Cornelia che dalla
trireme lo seguiva con lo sguardo, e in quell'attimo Settimio, che si trovava
alle sue spalle, gli infilò la lama della spada nella schiena.
Un romano uccideva un romano.
Anche la spada era romana.
Pompeo, piegandosi su se stesso senza un lamento, poté appena coprirsi il volto
con la toga, mentre anche Achillas e il centurione lo colpivano.
Un rantolo fu l'ultimo suo segno di vita.
Lucano gli attribuisce un pensiero supremo: Non dolerti di chi esegue il volere
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del fato.
Qualsiasi mano ti colpisce, è la mano di Cesare ~>.
Gli assassini, non paghi del delitto, gli staccarono di netto la testa.
Questa operazione, la più crudele e barbara, fu compiuta dal degenere Settimio.
Il corpo fu gettato nelle acque del Nilo e poco dopo, martoriatO dai
flutti e dagli scogli, riapparve su una sponda del fiume.
Cornelia assistette dalla trireme impotente e in lacrime a quei tragici eventi.
L'ideatore dell'insidia sanguinosa era dunque stato il retore Teodoto e
l'esecutore materiale il tribuno Settimio, tuttavia la responsabilità morale del
delitto ricadde interamente sull'improbo fanciullo.
Dante lo condanna all'inferno e lo getta fra i traditori degli ospiti nel più
profondo della bolgia, imprigionati in immense lastre di ghiaccio, in posizione
supina sicché le lacrime che essi versano per il dolore ristagnano sui loro
occhi e raggelandosi fanno groppo", come visiere di cristallo".
Ben tormentOSo castigo: il pianto stesso, dice il poeta, impedisce il pianto.
Quella terribile zona del girone infernale è chiamata Tolomea,
significativamente dal nome del re traditore che lasciò trucidare l'ospite che
gli si era affidato.
Quando Cesare fu in vista di Alessandria, l'atroce assassinio era stato
consumato da pochi giorni.
Il generale si avvicinava con circospezione alla costa poiché scorgeva sul molo
una grande agitazione di popolo.
Le ceneri di Pompeo, il cui corpo era stato arso sulla spiaggia di Pelusio,
erano ancora calde.
Cornelia le raccolse in un'urna e le trasportò a Roma per tumularle nella villa
di Albano.
Sul luogo della pira fu tuttavia posto un sasso con la scritta: Hic situs est
Magnus ~.
Un cortigiano dell'empio Tolomeo andò incontro a Cesare su un vascello ornato a
festa.
Per incoraggiarlo a sbarcare gli portava un dono sinistro ~>, la testa di
Pompeo coperta da un sottile velo, insieme all'anello strappatO dalle dita
dell'estinto.
Era il celebre anello col sigillo che recava l'immagine di un leone armato di
spada.
Il cortigiano, nel racconto della Farsaglia, salutò Cesare chiamandolo terrarum
domitor, vincitore del mondo.
Tolomeo gli offriva l'unica cosa che ancora mancava alla sua vittoria: A tal
prezzo, Cesare, paghiamo l'amicizia con te.
L'alleanza è sancita da questo sangue.
Non credere l'uccisione un piccolo merito, essendoci facilmente riuscita.
Trova un nome per questo servigio, e, se si tratta di un crimine, riconosci che
ci sei maggiormente debitore non hai dovuto commetterlo tu .
Cesare guardò il capo mozzo di Pompeo e si sciolse in lacrime.
Grande fu la sorpresa degli egiziani quando videro il generale romano piangere
la morte del suo nemico.
Allontanando da sé il mostruoso spettacolo Caio Giulio disse: La vostra
scelleratezza ha offeso Cesare ancor più che Pompeo.
Ho perduto l'unico premio possibile in una guerra civile, donare la salvezza ai
vinti ".
Piangeva e gemeva, scrive Dione Cassio, chiamando Pompeo concittadino e genero,
ricordando come in passato si fossero scambievolmente aiutati.
Ma lo stesso Dione non può fare a meno di ag~iun~ere che il generale, come fu
lodato per il suo spirito compassionevole, così fu deriso per la sua finzione:
aveva forse dimenticato che era approdato su quei lidi proprio con l'intento di
eliminare Pompeo? Nel porre questo interrogativo, il grande storico greco non
faceva caso alla differenza fra la guerra che Cesare combatteva a viso aperto e
un infame delitto che macchiava per l'eternità la corte di Tolomeo.
Il poeta Lucano non è meno severo di Dione nel condannare l'ipocrisia" di
Cesare, e difatti nei suoi versi parla di lacrime insincere ,> sparse dal
generale con animo rallegrato ; proclama che qualsiasi impulso abbia spinto
Cesare a piangere, certamente esso era lontano dalla vera pietà.
Era difficile dire quali fossero i suoi reali sentimenti, ma certamente tutti
videro con quanta commozione egli rendesse gli onori ai miseri resti di Pompeo e
come ne seppellisse la testa con tenerezza in un tempio alle porte di
Alessandria.
Tuttavia ciò non gli impedì di inviare a Roma il sigillo dello scomparso perché
il popolo della capitale lo potesse vedere e toccare come simbolo del suo
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trionfo.
La morte di Pompeo non era stata opera sua, ma pur sempre coronava le sue
vittoriose azioni belliche che avevano costretto il Magno a fuggire e a
retrocedere fino a gettarsi nelle braccia d'un fanciullo traditore.
Cesare sbarcò ad Alessandria facendosi precedere dai littori con fasci e scuri,
fiero di entrare nella città fondata da Alessandro.
La sua apparizione in veste di console romano e quindi di dominatore contrariò
gli alessandrini che nelle strade tumultuavano contro di lui.
Alcuni suoi soldati furono uccisi nelle imboscate.
Il console si era installato nel palazzo reale, e di qui esercitava il suo
potere legittimamente perché l'Egitto era un paese sottoposto al protettorato di
Roma.
Anzi Cesare considerò giunto il momento di consolidare il dominio romano in
quell'opulenta regione.
Ritenne suo dovere intervenire nella controversia armata che opponeva i due
fratelli-sposi e di erigersi tra loro ad arbitro.
Tutto derivava dal fatto che durante il suo primo consolato egli stesso aveva
contribuito a salvare la dinastia dei Tolomei.
Inoltre il giovane re gli era debitore di cospicue somme di denaro.
Se ne fece subito restituire una parte per sfàmare le sue truppe alle quali
presto si aggiunsero altre due legioni provenienti dall'Asia.
Cesare chiamò alla reggia Tolomeo che ancora si trovava nell'accampamento di
Pelusio e gli ordinò di congedare l'esercito col quale il re intendeva
affrontare Cleopatra.
Anche la giovane regina ricevette lo stesso ordine dal console, ma Cleopatra,
pur avendo un grande desiderio di incontrare il generale vittorioso, temeva che
tornando al palazzo potesse cadere vittima d'un agguato del fratello.
I
soldati romani attraevano la regina che già era stata amante per breve tempo del
figlio maggiore di Pompeo, Cneo.
Per ingannare la vigilanza del fratello-sposo ricorse a un curiosO stratagemma.
Chiese l'aiuto di un suo fedele amico, Apollodoro Siciliano, e da lui si fece
avvolgere in un grande tappeto di Persia legato con una cinghia.
Apollodoro, corrotto il guardiano di Faro, giunse con quel prezioso e mentito
carico nel porto di Alessandria su una piccola bireme.
Lasciata la barca, si presentò a palazzo con il lungo involto sulle spalle.
Era il crepuscolo.
Penetrò fin negli appartamenti di Cesare chiedendo di parlare al console al
quale doveva consegnare un dono.
Introdotto al suo cospetto srotolò il tappeto.
Immensa fu l'emozione di Cesare nel veder comparire davanti ai suoi occhi
Cleopatra che, ammaliante, indossava gli abiti più sontuosi e succinti, i
gioielli più pregiati.
L'effetto fu irresistibile.
La fulgente bellezza della regina conquistò all'istante il console.
Cleopatra gli parlò in latino chiedendo protezione, ed egli non seppe nascondere
la sua ammirazione per quella donna che, oltre a essere d'incantevole aspetto,
aveva dimostrato con il seducente trucco del tappeto di possedere uno spirito
audace e scaltro.
Cleopatra aveva vent'anni, Cesare cinquantadue.
La notte stessa del loro primo incontro la regina d'Egitto, la Cleopatràs
lussuriosa, e il console romano divennero amanti.
Cesare si chiese se mai prima di allora avesse conosciuto l'amore.
Chi era Servilia? Chi era Calpurnia?
El Anneo Lucano arde di collera.
Nei suoi versi, Cleopatra è il disonore d'Egitto, l'Erinni fatale al Lazio, la
regina dissoluta a rovina di Roma.
Il poeta immagina così l'unio r~ ne fra Cesare e l'egiziana: ~.
In mezzo al furioso imperversare della guerra, l'adultero grondante sangue
ammise Venere fra gli affanni e mischiò alle armi gli illeciti amplessi avendone
prole illegittima".
Poi si rivolge a Giulia, la figlia di Cesare ch'era stata moglie di Pompeo, e
con accenti moralistici esclama: ..Oh, vergogna, pro pudor.
Dimentico di Pompeo ti diede, oh Giulia, fratelli da madre impudica ~.
Tolomeo, alla notizia di quella .. notte infame ~, gridò al tradimento.
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Alle prime ore del giorno successivo si gettò infiammato di sdegno nelle strade
di Alessandria per sollevare il popolo contro la folle unione che avrebbe
portato l'Egitto, diceva, alla rovina e alla schiavitù.
Davanti a tutti si strappò dalla testa la corona giurando che non l'avrebbe mai
più ripresa se non a vendetta compiuta.
Il popolo, seguendo Tolomeo, fece per irrompere nella reggia, mentre i ministri
alessandrini lo istigavano alla sommossa indicando in Cesare l'invasore che
aveva osato violare la sacertà dell'antico regno con i littori e le scuri.
Il generale romano riuscì a placare il popolo tumultuante annunciando il
proposito di voler riportare sul trono entrambi i fratelli-sposi in attuazione
del testamento del loro padre.
Come loro tutore egli eseguiva queste volontà, come console romano esercitava la
sua protezione sul regno.
A completamento dell'opera di sistemazione pacifica prometteva di attribuire ai
due fratelli minori dei regnanti, la bella Arsinoe e il più giovane Tolomeo, la
sovranità di Cipro che pure apparteneva a Roma da un decennio.
Festosa e lieta fu la cerimonia della riconciliazione che Cesare presiedette
appagato.
Ora il popolo mutevole esultava.
Il console poté visitare la città e le mura robuste, I suoi sacrari, i templi
dell antica potenza macedone per scoprire i segreti d'una civiltà misteriosa.
Discese nel sepolcreto di Alessandro sostando a lungo davanti al sarcofago del
macedone, con animo diverso di quando a Cadice, vent'anni prima, aveva giurato
di emularlo.
Ne fece aprire la tom~ba per deporvi una corona d'oro.
Come ad Alessandro, anche a lui gli dèi avevano affidato un grande ruolo, quello
del ..riconciliatore del mondo", un compito da predestinato, da fi~lio di un
dio.
Si esaltò davanti alle piramidi e alla Sfinge
gigantesca, memorie millenarie di antichi re.
Ormai viveva nel clima d'una monarchia divina.
Convocava a palazzo filosofi e sacerdoti coi quali discuteva di grandi
questioni, ma senza perdere di vista i problemi di tutti i giorni.
Non disdegnava perciò d'incontrarsi con gente d'ogni condizione sociale che
chiedessero di vederlo.
Era il padrone dell'Egitto.
Cleopatra si mostrava mansueta e innamorata.
Ostentava la sua bellezza ossessiva e il ~- lusso delirante della corte, un
lusso sconosciuto alla severità dei romani, ma che piaceva sommamente a Cesare.
La F reggia, che si protendeva alta sul mare, era fastosa.
Lucano la descrive minuziosamente attingendo alla sua fantasia e al suo odio per
l'ignominiosa coppia.
L'immenso edificio somigliava a un tempio, al tempio della corruzione, fra
soffitti ricoperti d'oro, pareti d'agata e di porfido.
I pavimenti erano d'onice, splendevano i tappeti.
Gli atrii erano rivestiti d'avorio, i letti rifulgevano di gemme.
In ogni dove si aggiravano turbe di ancelle e di servi.
Musici e danzatrici allietavano le mense.
Il clima di serenità fu ben presto turbato dall'insorgere d'una nuova guerra che
covava sotto la cenere.
L'ispiratore del conflitto fu quel Potino, l'eunuco tutore del re minof renne,
al quale non sfuggivano i retroscena e gli effetti perii versi dell'azlone
cesariana.
Egli vedeva riprodotta e peggiorata la situazione precedente all'arrivo del
console.
Cleopatra era di nuovo al potere, più forte che mai godendo della protezione del
console, una protezione non soltanto di natura politica.
Alla prima notte d'amore fra lei e il condottiero romano ne erano seguite altre,
sicché a corte si i; parlava di loro apertamente come di amanti.
Potino era in piena agitazione.
La sua influenza nel regno scemava di giorno in giorno e così quella degli altri
consiglieri.
Si doveva correre ai ripari.
Il vile eunuco divisò per prima cosa di avvelenare il console durante uno dei
grandiosi banchetti coi quali fra stoviglie d'oro e vivande sopraffine si
festeggiava la restituzione della sovranità sull'Egitto ai fratelli-sposi.
Ma il complotto degli avvelenatori fu scoperto dal barbiere di Cesare che
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avvertì in tempo il suo padrone.
Allora Potino non ebbe altra scelta che la guerra.
Inviò messaggeri ad Achillas, che ancora si trovava con l'esercito a Pelusio,
incoraggiandolo a prendere le armi contro la .. trista Cleopatra e i romani
invasori le cui armate non apparivano invincibili così ridotte nei ranghi.
Convinse Achillas della necessità di intervenire senza indugio facendo insorgere
in lui il sospetto che Cesare avesse riportato Tolomeo sul trono, accanto alla
sorella, soltanto per placare i tumulti, e che in un secondo tempo non molto
lontano, appena si fosse sentito sicuro di agire, avrebbe scacciato il re e
affidato la corona alla sola Cleopatra.
Il glorioso popolo egiziano, chiedeva Potino, non considerava più cosa indegna
essere governato esclusivamente da una donna?

Achillas mosse con più di ventiduemila uomini alla volta di Alessandria.


Cesare, ripetendo la sua collaudata tattica di mostrarsi sempre costretto a
guerreggiare, spedì due suoi ambasciatori al generale in armi proponendogli un
incontro pacificatore.
Per tutta risposta i messaggeri vennero trucidati.
Cesare, mentre chiedeva nuove legioni in Asia e riorganizzava la flotta,
fortificò i quartieri della capitale da lui occupati, eresse un alto muro che si
estendeva dalla reggia al mare, scavò profonde trincee.
Achillas cinse d'assedio Alessandria, ne occupò a sua volta alcuni quartieri col
sostegno della popolazione, un sostegno che invece mancava al console.
Si combatteva fra le strade della città.
La guerra alessandrina assumeva le sembianze di guerra civile.
Vi combattevano egiziani contro egiziani, e anche romani contro romani poiché
tra i seguaci di Achillas militavano i soldati di Gabinio che alcuni anni prima
avevano riportato sul trono il padre del giovane Tolomeo e si erano accasati in
Egitto.
L'assedio fu lungo e duro, insanguinato da scontri vioIenti.
Il generale egiziano faceva mancare l'acqua ad Alessandria ostruendo i canali di
rifornimento.
Il console doveva continuamente inviare la cavalleria fra mille pericoli a
ristabilirne il flusso e garantire la sopravvivenza di tanta gente, civili e
soldati, arnmassata in brevi spazi.
Achillas, che non rlusciva a scacciare i cesariani dalla città, mutò tattica e
cercò d'impossessarsi delle navi alessandrine che si trovavano nel porto in mani
romane.
Sperava di riconquistarle e con esse bloccare la via del mare al nemico, ma
Cesare riuscì a sventare quel rischio dandole alle fiamme.
L'incendio dagli arsenali marini si propagò alla città distruggendo mercati e
granili.
Andarono a fuoco le dimore più fastose e con esse la celebre biblioteca, una
vera gloria della cultura egiziana che perse tra le fiamme innumerevoli
manoscritti d'inestimabile valore e rinomanza.
Difficile era la situazione dei romani invasori che non godevano dell'appoggio
del popolo alessandrino.
Per di più i richiesti rinforzi tardavano ad arrivare, e il console si trovò a
fronteggiare per un periodo più lungo del previsto un esercito che disponeva di
forze preponderanti.
Decise allora di usare la scaltrezza.
Lasciò fuggire dalla reggia la piccola Arsinoe la quale, raggiunto il campo di
Achillas, fu subito proclamata regina.
Al tempo stesso a palazzo accusò Potino di aver lasciato fuggire la ragazza, e
con tale pretesto ne ordinò la decapitazione.
Si sbarazzava di un rivale che occultamente tramava ai suoi danni tra le mura
stesse della dimora reale.
A prima vista poteva sembrare che la fuga della sorella minore di Cleopatra si
risolvesse in un danno per Cesare in quanto i suoi avversari, elevando al trono
Arsinoe, avevano creato un contraltare alla sovranità di Tolomeo e Cleopatra da
lui restaurata.
In realtà, come il console aveva previsto, l'arrivo di Arsinoe gettò la
discordia tra i seguaci di Achillas.
La piccola regina era assistita e raggirata da un astuto consigliere, l'eunuco
Ganimede, il quale non fece fatica a provocare una lite per il primato tra la
nuova regina e lo stesso Achillas allo scopo di sottrargli il comando supremo
dell'esercito.
Con il consenso di Arsinoe, l'eunuco pugnalò l'avversario e si pose subito alla
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testa delle armate alessandrine.
L'artificio di Cesare ebbe solo in parte buon esito.
Riuscì a provocare tra gli alessandrini una lotta intestina per la supremazia,
ma portò in primo piano un uomo come Ganimede che imprevedibilmente si rivelò un
generale più abile e deciso di Achillas.
Infatti con una rapida azione il nuovo comandante dell'esercito inflisse una
severa sconfitta alle forze terrestri e marittime di Cesare che difendevano
l'isolotto di Faro.
Caddero ottocento legionari e molte furono le navi danneggiate.
Gli equipaggi dovettero lasciarle precipitosamente a nuoto, e anche Cesare,
assalito da ogni parte, fu costretto a gettarsi in mare per sfuggire a morte
sicura.
In quel momento aveva con sé un rotolo di carte importanti che non voleva
abbandonare.
Con la mano sinistra le teneva al di sopra del pelo dell'acqua cercando di non
bagnarle, con l'altra nuotava per raggiungere il luogo dove mettersi in salvo,
mentre veniva bersagliato dai dardi nemici.
Salvò le carte, ma lasciò cadere dalle spalle il purpureo manto da generale, il
famoso paludamentum, non solo perché lo impacciava nei movimenti, ma anche per
evitare di essere troppo facilmente riconosciuto in quelle sfavorevoli
circostanze.
Il nemico s'impossessò del manto, e Ganimede inorgoglito lo issò sul trofeo
della vittoria.
Poi cominciò a ricostruire la flotta per riprendere il soprawento sui mari e
bloccare ogni rifornimento a Cesare il quale con le sue scarse forze non era in
grado di passare al contrattacco: poteva solo tenere a gran fatica le posizioni
conquistate.
La situazione mutò alla fine di febbraio quando, con ben quattro mesi di
ritardo, arrivarono le sospirate truppe romane di Domizio Calvino, quelle
arabo-ebraiche di Mitridate il Pergameno e di Antipatro.
L'idumeo, consigliere del sommo sacerdote giudeo Ircano Il, combatté
personalmente alla testa di tremila agguerriti soldati ebrei.
Nemmeno questa volta Cesare rinunciò all'astuzia.
Ripeté, al maschile, l'artificio già sperimentato con la pi~cola Arsinoe e
lasciò che Tolomeo raggiungesse le truppe alessandrine.
Andava incontro ai desideri degli egizi che reclamavano il re non volendo più
sottostare ai capricci d'una bambina e alle crudeltà di un eunuco.
Gli egizi si dicevano inoltre pronti ad aprire trattative di pace.
Il console finse di cedere alle loro richieste e di credere alle loro buone
disposizioni, in realtà si aspettava solo che il congiungimento del re con gli
alessandrini provocasse fra loro un grande scompiglio, come era già successo con
Arsinoe.
Per di più, il sicuro tradimento di Tolomeo gli avrebbe offerto il pretesto per
tenere sul trono la sola Cleopatra.
Il re egizio e il console romano, al momento di congedarsi, si scambiarono
parole di saluto solenni e commosse in apparenza, ma bugiarde nell'intimo.
Il loro commiato fu un capolavoro di reciproca finzione. Va oh Tolomeo"> disse
Cesare, e abbi riguardo della tua patria illustre che ha sofferto incendi e
rovine.
Esorta i tuoi sudditi alla pace in nome della fedeltà al popolo romano.
Con questa fiducia nell'animo non ho alcun timore di restituirti al tuo
esercito. Gli teneva stretta la mano, mentre il giovane si scioglieva in
lacrime e diceva di allontanarsi dall'eccellente generale con dolore perché
vedeva in lui un padre e un protettore.
Tolomeo, non appena fu alla testa delle sue truppe, diede l'ordine di proseguire
la guerra contro i romani.
Cesare si aspettava questa decisione e non se ne meravigliò.
Anzi essa rientrava nel suo gioco, e si sarebbe sorpreso del contrario.
Ora il re, nei piani del console, doveva compiere un'altra mossa: quella di
esautorare Ganimede per concentrare nelle proprie mani tutto il potere.
Infatti il giovane re, sospinto da una sfrenata vanità, non perse tempo e subito
si sostituì all'eunuco nel comando dell'esercito.
Era questo un altro importante risultato che Cesare otteneva grazie alla sua
decisione di restituire Tolomeo agli egizi: non aveva più di fronte un generale
capace e ardimentoso come Ganimede, ma un re inesperto, sciocco e impreparato,
così che Tolomeo aveva inconsciamente svolto il ruolo di sua longa manus.
L'impreparazione del re emerse in maniera clamorosa fin dalla sua prima
battaglia che fu per lui anche l'ultima.
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Lo scontro insanguinò le acque del Nilo.
Nel possente fiume erano ancorate le navi egizie che i soldati alessandrini,
fuggendo davanti all'esercito giuliano, tentarono di raggiungere per mettersi in
salvo.
Molti caddero sotto i colpi del nemico e innumerevoli altri colarono a picco con
i vascelli che si sfasciarono sotto l'immane carico umano.
I morti ammontarono a venticinquemilacinquecento, e dodicimila furono i
prigionieri.
Era la fine dell'esercito alessandrino.
In quella ecatombe perse la vita anche il re fanciullo.
Il suo corpo insar~guinato e infangato fu rinvenuto sulle rive del fiume dove le
acque lo avevano sospinto esanime.
Fu possibile riconoscerlo dalla corazza d'oro che aveva indossato movendo per
l'infelice battaglia.
Cesare voltò le legioni verso Alessandria attaccando alle spalle le truppe
egizie che l'assediavano da sei mesi.
E riscosse la vittoria definitiva.
L'Egitto era suo, il calendario segnava la data del 27 marzo 47.
Che cosa fare di quella sterminatá e fertile regione? Il console poteva
incorporarla nella repubblica come provincia romana oppure lasciarla a
Cleopatra.
Scelse la seconda soluzione che egualmente garantiva a Roma di esercitare il suo
dominio sugli egizi ai quali in pratica concedeva una sorta di sovranità
limitata.
Si rendeva conto che il popolo egizio, retto per millenni da una monarchia
creduta di origine divina, non avrebbe sopportato un reE~ime troppo terreno come
quello di Roma, e quindi, sempre in attuazione del testamento di Tolomeo padre,
riportò sul trono una coppia di fratelli-sposi.
Unì cioè in matrimonio Cleopatra e suo fratello minore, un ragazzo di dieci anni
che prese il nome di Tolomeo XIV.
Cesare esercitava sull'Egitto sia il potere delle armi sia il potere dell'amore.
Aveva strettamente legato a sé la giovane regina.
Ne era il dominatore, avendola riportata sul trono, e l'amante appassionato
desideroso di avere da lei un figlio.
Pacificato l'Egitto, volle prendersi una vacanza per riposarsi dalle estenuanti
fatiche delle guerre continue.
Fu una vacanza itinerante compiuta al fianco dell'adorabile Cleopatra su una
nave sontuosamente addobbata e fornita di una piccola e preziosa camera da
letto, navis cubiculata, che tra broccati d'oro, splendidi tappeti e soffici
cuscini induceva alle più segrete intimità.
La giovane donna, realmente innamorata, era sempre di umore allegro e festoso, e
l'amante ne gioiva.
Cesare già pensava di sposare la bella regina per unirsi alla secolare dinastia,
cosa che avrebbe rafforzato il suo potere personale ed esteso il dominio di
Roma.
Lentamente risalirono insieme il Nilo fino a toccare i lontani confini
dell'Etiopia.
Il viaggio era destinato a stimolare la fantasia degli storici e di ogni altro
scrittore.
Ognuno l'ha raccontato a suo modo.
Ne hanno parlato come d'una raffinata vicenda erotica nell'esistenza d'un uomo
sensibile al fascino femminile e come d'una spedizione alla conquista di nuove
terre ideata da un condottiero instancabile.
Hanno detto che Cesare si era messo alla testa d'una flotta di quattrocento navi
cariche di soldati a migliaia col proposito di sottomettere l'Etiopi~, ma che,
pervenuto ai confini del paese, ne era stato dissuaso da una ribellione dei
legionari stanchi di combattere e di far da spettatori d'una scandalosa tresca
d'amore tra una giovane regina lussuriosa e un vecchio generale incontinente.
In realtà Cesare non si fece seguire dall'esercito perché avrebbe dovuto in tal
caso lasciare indifesa Alessandria.
Ma, per quanto considerasse il viaggio sul Nilo una parentesi amorosa,
egualmente non venne meno ai doveri di conquistatore.
Utilizzò infatti la crociera per conoscere quelle regioni e prendere contatto
con nuovi popoli.
Durante le soste s'interessò ai più vari aspetti del paese, indagò sui costumi e
sulle leggi ricevendo i personaggi più influenti dei luoghi toccati.
Visitò i templi e le antichità.
I segreti del Nilo, le ignote sorgenti, le tremende alluvioni, il fertile limo
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lo incuriosirono ed entusiasmarono.
Tra l'amore per Cleopatra e l'interesse per quelle nuove terre fiabesche
dimenticò Roma, dimenticò se stesso.
Da mesi nell'Urbe, dove l'agitazione e i tumulti erano al parossismo, non
avevano sue notizie, come rivelano le lettere di Cicerone.
Si trovava ancora ad Alessandria o era partito, e verso quali lidi? La capitale
mancava d'ogni sua comunicazione, e vi si facevano solo congetture.
Si temeva o si sperava che gli ozi di Alessandria fossero fatali a Cesare come
quelli di Capua lo erano stati per Annibale.
Al termine del viaggio delizioso, che si protrasse per sessanta giorni, i due
amanti tornarono nel palazzo reale di Alessandria, con il proposito di
continuare a vivere maritalmente.
Non si sa che cosa facesse e pensasse in tutto quel tempo lo sposo-fratello, il
re Tolomeo XIV.
L'idillio fra Cesare e Cleopatra fu interrotto dagli echi d'un nuovo conflitto.
Un sanguinario principe d'Asia, Farnace, che Pompeo aveva posto sul trono del
Bosforo, cercava con ogni mezzo di estendere i suoi possedimenti e di
ricostruire l'antico impero del padre, Mitridate re del Ponto, il grande sovrano
che egli stesso aveva trucidato dopo essersi posto alla testa d'una ribellione.
Approfittando della guerra civile fra Cesare e Pompeo si era impadronito di
altre regioni.
Aveva sconfitto Domizio Calvino, il luogotenente di ar~ in Asia: aveva
rioccupato il Ponto, sottraendolo a Roma e facendo strage dei residenti
cittadini romani con indicibili atti di crudeltà, non esclusa l'evirazione dei
giovani più nobili e avvenenti.
Aveva invaso infine la Bitinia.
Era dunque assolutamente necessario fermarlo e ricacciarlo indietro.
Caio Giulio non poteva più oziare in Alessandria.
Era il momento di riprendere il mare dopo aver trascorso nove mesi in Egitto.
Partì con poche navi e un migliaio di soldati nelle prime ore del 20 giugno per
ricongiungersi alle truppe di Domizio Calvino e affrontare Farnace.
Prese terra ad Antiochia sua alleata e s'inoltrò verso il Ponto.
Il re nemico lo attendeva ben difeso nella città fortificata di Zela sulla
sommità di un colle.
Cesare condusse il suo esercito su un monte vicino e cominciò a costruire alte
mura tutto intorno, ma Farnace non gli diede il tempo di portare a termine quei
lavori.
Attaccò di sorpresa i giuliani i quali già rischiavano di essere travolti
dall'impeto del nemico, quando il console prese il sopravvento accorrendo con le
coorti dei veterani.
I soldati di Farnace, sotto un diluvio di frecce, si diedero alla fuga, e in
sole quattro ore, tanto quanto durò la battaglia, Cesare colse una brillante
vittoria che segnò la definitiva sconfitta dell'ambizioso principe del Bosforo,
il ritorno del Ponto nell'ambito romano e la sistemazione dell'intera area
mediante protettorati e regnanti alleati.
Il console fu estremamente orgoglioso di questo successo che in realtà non aveva
nulla di eccezionale se non la rapidità d'una guerra lampo.
Annunciò a Roma la vittoria con tre sole parole di grande fascino nella loro
concisione: <( Veni, uidi, vici)>, che volevano dire: venni al co6petto del
nemico, lo vidi e lo vinsi.
Queste tre brevi parole ebbero un'eco strepitosa.
Non c'era un romano che non le ripe,ttesse ammirato e ammaliato nel leggerle su
un cartello posto davanti alle ricche prede che il grande generale aveva inviato
dal Ponto e che erano in mostra sul Campidoglio.
In seguito lo stesso Cesare ridimensionò implicitamente la portata di quella
vittoria pur di svalutare le imprese di Pompeo.
Disse: .< Immensa è stata la fortuna di Cneo che ha potuto ottenere la gloria
militare affrontando nemici così poco temibili come gli asiatici ".
I trofei esposti sul Campidoglio erano soltanto una piccola parte
dell'incalcolabile bottino accumulato da Cesare negli ultimi tempi e anche
durante il viaggio di ritorno in Italia.
A Tiro, sull'antica costa fenicia, spogliò di tutti gli oggetti sacri il tempio
di Ercole per punire gli abitanti della città che avevano soccorso la moglie e
il figlio di Pompeo fuggiaschi.
Giunse in Grecia dove umiliò i cittadini di Atene che non gli erano stati amici
e che ora gli chiedevano misericordia.
Si risolse a conceder loro l'amnistia con alterigia e sol~tanto nel ricordo dei
loro grandi avi.
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Li apostrofò con dure parole: ..
Fino a quando, pur meritando la morte, riuscirete a farla franca grazie ai
vostri antenati? .
Impose nuovi tributi a molte città ostili, mentre dispensò la Tessaglia da ogni
tassa per averlo sostenuto nello scontro di Farsalo.
Sua primaria preoccupazione era quella di rastrellare denaro e tesori un po'
dovunque.
Immani erano le spese di guerra e sempre maggiori erano le pretese dei
legionari, stanchi di essere trascinati in ogni dove.
Di fronte alla incontenibile valanga dei bisogni, egli esclamava con
rassegnazione: Per fare gli imperi grandi e forti ci vogliono soldi e
soldati)>.
Dopo aver visitato Atene e Sparta, raggiunse Corinto dove restaurò i giochi
istmici e fondò a beneficio delle truppe una colonia romana cui diede il nome di
Laus Iulia Corinthus.
Costeggiando il Peloponneso fu quindi a Patrasso per privarla del titolo di
civitas foederata poiché i suoi abitanti avevano favorito Pompeo.
Dispensava ricompense e punizioni, onori e biasimi per affermare la suprema
autorità di Roma in Oriente, così come aveva fatto in Gallia.
Il console, stanco ma soddisfatto, salpò da Patrasso diretto a Taranto.
Tranquille furono le acque dello Ionio nonostante la cattiva stagione e
tranquille poiché la flotta pompeiana aveva perso il suo iniziale vigore.
Da Taranto risalì la penisola per tornare finalmente a Roma dopo un'assenza di
quasi due anni.
Vi arrivò ai primi di ottobre del 47 tra l'entusiasmo del popolo.
Lo festeggiarono offrendogli corone d'oro e innumerevoli doni preziosi.
Lo acclamarono riponendo in lui la speranza di un domani meno turbolento.
La capitale aveva vissuto giorni convulsi.
Dal magma infuocato dei sommovimenti sociali era sorto un nuovo Clodio
impersonato da un agitatore ambizioso e violento, privo di scrupoli, quel Marco
Celio Rufo, pretore peregrino, scontehto della sua carica, banderuola politica
per essere stato di volta in volta ciceroniano e catilinario, partigiano di
Clodio e del suo mortale nemico Milone che ancora meditava una rivincita.
Celio si era aggregato a Cesare e lo aveva seguito nella guerra di Spagna.
Era però tornato anzitempo a Roma dove, approfittando dell'assenza del console,
spadroneggiava nel partito dei populares come se ne fosse diventato il capo.
Agitava l'insegna dell'estremismo, faceva di tutto per mettere il console in
cattiva luce.
Lo presentava come un moderato privo del necessario cora~io per attuare una vera
e propria rivoluzione sociale.
A questo scopo propugnava demagogicamente l'esenzione dai canoni d'affitto per
un anno e la totale cancellazione dei debiti.
Il collega di Cesare, il console Servilio Isaurico, impressionato da tanta
virulenza, riuscì a farlo destituire.
Diede ordine ai soldati di ridurre in pezzi la sedia curule sulla quale sedeva e
di trarlo giù a viva forza dalla tribuna che non intendeva lasciare.
La plebe assisteva immobile alla scena, anzi appariva divertita.
Celio passò all'insurrezione aperta ponendosi alla testa d'una banda di
gladiatori e di schiavi, ottenendo il consenso di alcune popolazioni del sud
d'Italia, come i pastori dell'Apulia.
Si unì a Milone e tentò di occupare Capua, ma la sua folle impresa si concluse
con la cattura e la morte a Turi, proprio quando Cesare vinceva a Farsalo.
Identico fu il destino di Milone che aveva lasciato l'esilio di Marsiglia
illudendosi di poter marciare vittoriosamente su Roma.
Sempre durante l'assenza di Cesare, scomparsi dalla scena Celio e Milone,
apparve in primo piano un altro giovane agitatore spericolato e facinoroso,
donnaiolo e dissipatore, il tribuno della plebe Publio Cornelio Dolabella, che
aveva sposato Tullia, la figlia di Cicerone, prosciugandone le sostanze.
Come Celio, anche Dolabella si mise a fomentare il popolo sostenendo la completa
abolizione dei debiti.
Il suocero ironizza con amarezza su queste iniziative e le definisce
eccezionali prodezze .
Esse si aggiungevano a tutte le altre disgrazie già abbattutesi su Roma.
Marco Antonio, al quale Cesare aveva affidato il controllo dell'Urbe e
dell'Italia come suo magister equitum, reggeva a fatica la situazione e il capo
ne era scontento.
Antonio da un lato usava la maniera forte, attuando sanguinose repressioni che
facevano di Roma un campo di battaglia, dall'altro si abbandonava a sbornie
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solenni e a luculliani banchetti notturni, allietati dalle esibizioni di belle
danzatrici.
Quotidiani erano gli scontri tra le fazioni di Antonio e di Dolabella, che
fecero in città non meno di ottocento
vittime.
La condotta del magister equitum, che si era insediato nella magnifica casa di
Pompeo, provocava ondate di malcontento fra i legionari i quali in segno di
protesta non

- intendevano partire per altre guerre.


Volevano che almeno i generali procedessero alla consegna dei premi annunciati e
alla distribuzione delle terre promesse.
Si rifiutavano di spostarsi in Sicilia da dove avrebbero dovuto raggiungere le
truppe di Cesare impegnate contro Farnace.
Tumultuavano negli accampamenti di Capua. ~<L'Italia si ribella"> scrive con
gioia Cicerone accennando ai disordini. La situazione a Roma è disperata,
aggiunge.
Anche la Spagna ulteriore era scossa dalle rivolte delle truppe, e il
governatore cesariano Quinto Cassio viveva giorni difficili.
Cassio, che già non era amato dalle popolazioni che egli depredava, aggravò
paurosamente la sua situazione.
Cercava di dominare le sommosse civili e militari con crudeltà ed esecuzioni
sommarie, ma non faceva altro che provocare nuove ribellioni e alla fine fu
fatto segno di un attentato dal quale uscì gravemente ferito.
La notizia della vittoria di Cesare a Zela contro Farnace, invece di rallegrare
i legionari stanziati in Italia, provo E cò tra le loro file gravi sedizioni.
Alcuni provocatori anticesariani seppero moltiplicare il malumore che
serpeggiava negli accampamenti annunciando nuove mobilitazioni.
La Dodicesima legione dislocata a Taranto, acconciamente manipolata dai
sobillatori, scacciò a sassate il messo di Cesare, Publio Silla, incaricato di
condurla in Africa per proseguire la guerra contro i pompeiani che si andavano
concentrando in quella lontana provincia.
i Cesare fu dunque a Roma ai primi di ottobre del 47.
Nell'ottobre precedente era stato nominato dittatore per il periodo eccezionale
di un anno, ma egli aveva continuato a farsi chiamare console.
In tutto quel tempo non vennero

t convocati i comizi centuriati che del resto dovevano essere Dresieduti da lui~
e non si poté procedere alla elezione dei consoli.
Aumentavano invece i suoi poteri per decisione dello stesso Senato che ormai si
mostrava docile e remissivo.
Gli era stata riconosciuta anche la facoltà di dichiarare
a piacimento lo stato di guerra e di decidere sulla sorte dei nemici pompeiani.
Col suo ritorno nella capitale si convocarono finalmente i comizi, ed egli
stesso fu eletto console, console unico, per la durata straordinaria di un
quinquennio, a cominciare dall'anno successivo.
I disordini andavano placandosi, l'immagine della città era meno fosca, sebbene
ancora covassero qua e là focolai di rivolta e fosse più che mai necessario
risalire alle origini delle inquietudini.
La sua sola presenza aveva indotto a miti consigli anche i più facinorosi e
ribelli, come lo stesso Dolabella che chiese perdono per i suoi indicibili colpi
di testa.
In Campania però le legioni ancora si agitavano.
Fu spedito presso di loro il neopretore Sallustio Crispo, che si sarebbe poi
dedicato alla storiografia e soprattutto alla vita sfarzosa attingendo alle
ricchezze accumulate con estorsioni e malversazioni d'ogni genere.
Tentò di rabbonire i rivoltosi con l'assicurazione di aggiungere ai premi già
promessi mille denari a testa.
Egualmente i legionari lo minacciarono di morte, e a stento riuscì a fuggire
dagli accampamenti e a mettersi in salvo nella capitale dove fece a Cesare un
quadro drammatico della situazione militare.
I suoi inseguitori lo tallonarono fino alle porte di Roma.
Lungo la strada sfogarono la loro rabbia su cittadini inermi uccidendo anche due
senatori.
Grande fu la sorpresa dei romani quando si avvidero che sotto le mura della
città si era raccolto un vero e proprio esercito in rivolta pronto a penetrare
nell'Urbe, armi in pugno.
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Tanti erano gli inseguitori di Sallustio.
Il dittatore inviò agli insorti alcuni messa~geri per chiedere che cosa
volessero.
La risposta fu: <.Vogliamo parlare con Cesare>,.
Era un buon inizio, e Cesare ne approfittò.
Giocò d'astuzia sapendo come prendere i suoi soldati.
Era pronto a incontrarli, disse, ad accoglierli in Campo Marzio, ma per entrare
in città dovevano deporre le armi fuori le mura.
I rivoltosi accettarono e si riversarono urlanti in massa nella grande piazza,
mentre le porte d'ingresso venivano presidiate dai pretoriani e dai fedeli
militi della Sesta legione.
Cesare si presentò a sua volta senza armi, con atteggiamento tranquillo.
Al suo apparire tutti ammutolirono, ed egli, dopo qualche attimo in cui rimase
pensieroso, esclamò: Parlate, vi ascolto .
Avanzarono in silenzio i più sfrontati fra i ribelli.
A pochi passi da lui presero a esporre le loro richieste e a lamentarsi con toni
drammatici.
Ricordavano le guerre combattute, le fatiche sostenute, i pericoli affrontati;
mostravano le loro ferite; chiedevano, alzando la voce, il pagamento del premio
cui avevano diritto e un immediato congedo.
Pensavano così facendo di spaventare il loro generale nell'imminenza d'una nuova
guerra in Africa.
Credevano di indurlo ad accettare qualsiasi condizione non potendo egli fare a
meno dei soldati.
Ma Cesare, mantenendosi quieto e sicuro, esclamò: Chiedete il congedo? Ebbene,
siete congedati, o quirites.
A quelle parole un moto di smarrimento attraversò i loro animi.
Cesare incalzò: Avrete i vostri premi quando avrò celebrato il mio trionfo con
soldati che non sarete voi ".
Nuovo moto di sconcerto e il gioco era fatto, i legionari erano ammansiti.
Cesare, fingendo di considerarli congedati all'istante, non li aveva chiamati
milites, come si usava con i soldati in servizio, ma semplicemente quirites,
come si conveniva a privati cittadini.
All'improvviso la scena mutò radicalmente.
I legionari smisero di protestare e cominciarono a implorare il perdono. .~Siamo
milites, gridavano, e vogliamo rimanerlo.
Cesare, portaci in Sicilia, portaci in Africa.
Siamo con te. "
Prima di muovere per la nuova guerra, cercò di riordinare a suo modo la macchina
dello Stato, dando ancora una volta prova d'una grande capacità di lavoro e
d'una inverosimile rapidità nelle decisioni, decisioni che però erano state a
lungo maturate Estese oltre misura il suo potere consolare sia favorendo
l'elezione di suoi sostenitori nei punti-chiave dell'amministrazione, sia
facendosi direttamente attribuire sempre nuove dignità.
Fu ascritto tra gli àuguri, fu autorizzato a sedere a vita fra i tribuni della
plebe, fu investito della facoltà di nominare i governatori delle province.
Al tempo stesso ampliò a proprio vantaggio il numerO dei pretori e dei
sacerdoti; fece entrare in Senato prefetti militari, centurioni, cavalieri di
bassa estrazione sociale e perfino provinciali come galli e spagnoli a lui
fedeli, rivoluzionando la composizione dell'assemblea tradizionalmente formata
da patrizi.
Infine tenne a bada la plebe, che ormai si aspettava la totale cancellazione dei
debiti, con misure parziali e moderate che però aprivano le porte a soluzioni
più radicali- Accolse solo in parte alcune delle proposte avanzate da Celio e
Dolabella, autorizzando la sospensione del pagamento degli affitti per un anno,
limitatamente agli inquilini più poveri.
I patrizi concentravano le forze dei fuorusciti pompeiani sia in Africa sia
nella Spagna ulteriore e Cesare avvertiva l'esigenza di affrontarli prima che si
riprendessero dall'intontimento di tante sconfitte.
Alla testa delle truppe anticesariane era asceso Tito Labieno, affiancato in
Africa da Catone, da Marco Petreio, dal suocero e da due figli di Pompeo.
Cicerone si era invece dissociato da loro, ma per farlo aveva atteso il rovescio
di Farsalo.
Non c'era più speranza di vittoria, diceva, e con questa convinzione rifiutò il
comando dell'esercito che gli offrivano.
Allora lo chiamarono traditore, lo assalirono con le spade sguainate e lo
avrebbero ucciso se non fosse intervenuto Catone a difenderlo.
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Cicerone corse sulla via di Brindisi per incontrare Cesare che tornava a Roma.
Fra i due personaggi si svolse un colloquio più cordiale e costruttivo
dell'incontro inconcludente che avevano avuto un paio d'anni prima a Formia.
Cesare fu gentile con lui.
Vedendolo arrivare scese da cavallo, gli andò incontro e lo abbracciò.
Poi si appartarono e parlarono a lungo passeggiando lentamente.
Cesare, che pensava di averlo conquistato per sempre alla sua causa, gli fece
molti complimenti e paragonò la sua eloquenza a quella dei grandi oratori greci.
In Africa gli anticesariani si erano uniti a Giuba, re di Numidia, personaggio
crudele e arrogante che sognava di annettersi l'Africa romana, mentre i nemici
di Cesare si illudevano di aver conservato su quei lidi la repubblica e di
poterla riportare, un giorno non lontano, a Roma.
Disponevano in effetti di forze considerevoli, pari a quattordici legioni, che
si erano affiancate alle truppe del sovrano numida.
Sempre con l'idea di sorprendere il nemico, Cesare, dopo essersi fermato a Roma
meno di tre mesi, mosse verso l'Africa in pieno inverno, quando nessuno pensava
che egli avrebbe osato affrontare i mari tempestosi nella cattiva stagione.
A qualche giorno dal solstizio d'inverno, il 25 dicembre, cogliendo il vento
favorevole lasciò Lilybaeum (Lilibeo, in Sicilia), per puntare sulle coste
africane.
Era partito da Capua.
Seguendo una strada militare lastricata raggiunse la punta estrema della
Calabria, per poi prendere il mare e approdare appunto a Lilibeo, luogo del
raduno, in preparazione del grande balzo.
Aveva con sé sei legioni e duemila cavalieri, ma durante la navigazione le navi
incapparono in un violento fortunale.
Metà della flotta andò dispersa.
Soltanto tremila soldati e millecinquecento cavalieri poterono prendere terra a
Hadrumetum (Susa, nell'odierna Tunisia).
Cesare scese dalla sua grande nave profondamente colpito da quegli eventi.
Pensieroso, nel toccare terra davanti alle truppe schierate, inciampò e cadde
prono.
I soldati diedero in un urlo giudicando la caduta un avverso segno del cielo, ma
il generale volse a proprio favore il presagio con una pronta esclamazione:
Teneo te, Africa, ti tengo, Africa, e così dicendo baciò la terra, come se non
fosse caduto, ma avesse voluto di proposito toccare il suolo con le mani e le
labbra per impossessarsene simbolicamente.
I legionari accolsero la scena con alte grida di gioia.
Il resto dell'esercito vagò per più giorni nei mari sulle navi sballottate dalle
onde, prima di poter a sua volta approdare e dar man forte a Cesare che era
impegnato in una difficile battaglia a Ruspina, nei pressi dell'attuale
Monastir.
Una profezia del luogo affermava che gli Scipioni in Africa erano destinati a
rimanere sempre invitti e felici.
Il comandante nemico era Metello Scipione, suocero di Pompeo, e allora il
console, tra il serio e il faceto, volle contrapporgli un altro Scipione il
quale, pur essendo un discendente dell'Africano, era un personaggio senza
valore.
Gli storici antichi riferiscono che questo Scipione era chiamato Salvitone in
segno di obbrobrio, ma non spiegano il significato del nomignolo.
Comunque Cesare, durante la guerra africana, lo mise alla testa del suo esercito
o per burlarsi dell'altro Scipione, il comandante nemico, o per tenersi
effettivamente al riparo della predizione.
Metello Scipione, il vero Scipione, ripeté in Africa la tattica di Pompeo Magno
per cercar di logorare Cesare privo com'era di rifornimenti.
Evitava di ingaggiare battaglie frontali che potevano avere esiti decisivi, e
nel frattempo le truppe giuliane vedevano aggravarsi i loro disagi.
Cesare mancava di foraggio per i cavalli.
In situazioni disperate li sfamava con alghe marine dissalate mediante lavaggi
in acqua dolce.
Finalmente Metello Scipione, inorgoglito dai danni inferti ai cesariani, decise
di affrontare il nemico in una grande battaglia.
In preparazione di ciò si mise a costruire fortificazioni nei pressi della città
di Thapsus (Tapso), per poter disporre d'un luogo dove raccogliere le forze e
quindi muovere all'attacco.
Ma il console fu più rapido di lui.
Era sì accerchiato dalle truppe di Scipione, di Giuba e di Labieno-Afranio, ma
con veloci azioni riuscì a sorprenderle.
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Si gettò su di loro sbaragliandole.
Gli elefanti da guerra del re Giuba, bersagliati dai cesariani, si spaventarono
e invece di avventarsi sul nemico retrocessero e travolsero infuriati la
fanteria di Metello Scipione.
Era il 6 aprile del 46.
L'impeto e la fulmineità con cui le legioni giuliane aggredirono i pompeiani
fecero supporre che quei soldati avessero attaccato il nemico senza attendere
l'ordine di battaglia del loro comandante.
Si diceva che il segnale fosse partito da un audace trombettiere che aveva
suonato la tromba avendo colto il momento favorevole all'assalto.
Ci fu in effetti una mossa istintiva, e Cesare probabilmente non la frenò
rendendosi conto che proprio quella spontaneità era la migliore garanzia di
vittoria.
Si affrettò quindi a urlare la beneaugurante parola d'ordine: Felicitas ~.
Plutarco riferisce l'opinione di alcuni storici secondo i quali Cesare realmente
non prese parte alla battaglia di Tapso perché, mentre schierava l'esercito, fu
colpito dal suo solito male, l'epilessia .
Ne aveva avvertito i sintomi e fece appena in tempo a farsi trasportare su
un'alta torre vicina, prima di cadere completamente in preda alle convulsioni.
L'espressione solito male fa pensare che Cesare fosse di frequente vittima di
attacchi epilettici.
In realtà ci sono poche testimonianze in proposito.
Lo stesso Plutarco, insieme a Svetonio, parla di altre due sole cadute e le
colloca nel 49, a Cordoba, e nel 44, a Roma, pur scrivendo più genericamente che
soffriva di frequenti mali di testa.
Ai tre casi ben individuati si aggiunge un quarto episodio cui si richiama Dione
Cassio localizzandolo nel 45 in Spagna.
Nel complesso si può dire che il temperamento di Cesare, ch'era quello d'un uomo
sommamente equilibrato, contrastasse con la natura propria degli epilettici
caratterizzata da irascibilità e repentini rnutamenti d'umore.
Né va trascurato il fatto che Cicerone nel suo attento e immenso epistolario non
abbia mai accennato a questo male in rapporto a Cesare.
I romani chiamavano l'epilessia morbus sacer.
Lo facevano dipendere dagli dèi, ma considerandolo un segno di malaugurio,
rimandavano i comizi quando uno dei suoi partecipanti veniva colpito da un
attacco epilettico.
Da questa usanza il male aveva preso anche il nome di morbus comitialis.
Sia stato o no Caio Giulio il protagonista principale della vittoria di Tapso,
rimane il fatto che luttuose furono per i pompeiani le conseguenze della
battaglia.
Metello Scipione e il re Giuba lasciarono sul campo cinquantamila morti, mentre
i giuliani non persero più di cinquanta uomini, a prendere per buoni i conteggi
di Plutarco.
Lo scontro ebbe altri esiti non meno drammatici per i nemici di Cesare.
Ci furono fughe disonorevoli e suicidi.
Metello Scipione prendeva il largo su una nave, ma, raggiunto dalla flotta
giuliana, si trafisse con la spada per non cadere prigioniero.
Lucio Afranio fu invece catttlrato e quindi sgozzato.
Marco Petreio e il re Giuba decisero di affrontarsi in un duello mortale al
termine d'un maestoso banchetto funebre.
All'incrociare delle armi, Petreio fu ucciso da Giuba, mentre questi, che a sua
volta non intendeva sopravvivere, si fece infilare da uno schiavo la spada nel
petto, quella stessa spada con cui un attimo prima aveva colpito Petreio.
Gli scampati da Tapso si riversarono nella vicina Utica, capitale della
provincia romana in Africa, governata da Catone.
Il popolo cadde in preda al terrore nell'apprendere la ferale notizia della
sconfitta di Tapso, e il governatore durò fatica a riportarvi un simulacro di
calma correndo da una parte all'altra della città.
Sperava di poter apprestare una resistenza riorganizzando le truppe sfuggite
alla carneficina di Tapso e liberando gli schiavi per farne nuove coorti.
Li esortava a tener duro, e si può credere che andasse ripetendo con ostinazione
un incitamento, Tyrannidem esse delendam ~>, come un'eco all'altro Catone che
reclamava la distruzione di Cartagine.
Urtò contro l'opposizione dei rappresentanti dei cittadini romani residenti in
Utica, e il suo piano fallì.
L'ira di Catone veniva sconfitta dal loro egoismo.
Quei romani d'Utica erano in gran parte negozianti, mercanti e banchieri che
prestavano il denaro a usura.
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Il governatore, avendo capito che non c'era più niente da fare, si ritirò nelle
sue stanze.
Era deluso e amareggiato.
Fece un lungo bagno, invitò gli amici migliori a cena e con loro parlò di
filosofia.
Aveva deciso di togliersi la vita quella notte stessa, ma durante il banchetto
tenne nascosto il suo proposito, sicché la discussione si svolse gradevolmente,
fino a quando gli ospiti cominciarono a intuire dalle sue parole la fine che
egli covava nell'animo.
Si diffuse nella sala l'afnizione, e tristi furono i commiati, sebbene Catone
desse a vedere di essere sereno e tranquillo.
Anche quella sera passeggiò lentamente per alcuni minuti in giardino, come usava
fare dopo il pranzo.
Poi si chiuse nella sua camera, dove s'immerse nella lettura d'un dialogo
platonico, 11 Fedone.
In esso Socrate, prossimo a morire per mano di un carceriere che gli porta la
cicuta, cerca di dimostrare l'immortalità dell'anima.
Come l'ateniese, anche Catone pensava che morendo sarebbe guarito dalla malattia
della vita.
Afferrata la spada che aveva in capo al letto, la estrasse dal fodero, se la
immerse nell'addome.
Emise un rantolo e cadde a terra insanguinato.
Al tonfo accorsero il figlio e il medico Cleante il quale cercò di salvarlo.
Rimise a posto le viscere uscite dallo squarcio che richiuse e fasciò.
Ma poco dopo Catone, ripresa coscienza, si tolse le bende e riaprì atrocemente
con le mani la ferita, per cui la morte ineluttabile lo colse fra strazianti
dolori.
Venne chiamato da quel momento con l'appellativo di Uticense che lo distingueva
dal bisavolo il Censore.
La sua scomparsa coincideva con il tramonto della repubblica che crollava sotto
i colpi di Cesare.
Egli aveva giudicato saggio togliersi la vita.
Cicerone commenta il fatto scrivendo che Catone aveva preferito darsi la morte
piuttosto che vedere il volto della tirannia, moriendum ei potius quam tyTanni
vultus adspiciendus fuit.
Altri dicevano che egli s'era tolta la vita temendo l'arrivo di Cesare.
Era più facile pensare che Catone con gesto stoico gettava il sangue del suo
sacrificio sul nuovo ordine nascente per mostrarne l'estrema pericolosità.
Cesare uccideva la libertà di Roma, Catone non aveva altra arma di denuncia che
il suicidio.
Se agli dèi, secondo Lucano, piacque la causa dei vincitori, a Catone piacque
quella dei vinti.
Victrix causa deis placuit, sed uicta Catoni.
In realtà la repubblica si era lentamente suicidata, e la libertà di Roma da
tempo non era che un ricordo.
Le responsabilità della fine ricadevano sul Senato, politicamente incapace,
moralmente corrotto, invaso dalla cupidigia di denaro.
Cesare nasceva dalla crisi stessa del mondo repubblicano, era l'uomo che i tempi
producevano.
Nel commentare il suicidio del suo avversario, egli volle privarlo d'ogni
significato politico, d'ogni valore emblematico per ridurlo a evento
strettamente personale.
Difatti entrando a Utica, così disse in greco: <.
Sono geloso di questa tua morte, Catone, che mi toglie la gloria di salvarti ".
La clemenza del dittatore si rivolse allora al figlio dell'irriducibile nemico,
lasciandogli il patrimonio di famiglia, e ad altri rilevanti pompeiani, compreso
suo cugino Lucio Cesare che, alla morte di Catone, gli si era prostrato ai
piedi, gettando le armi e aprendogli le porte di Utica.
Ma poco dopo il giovane Lucio fu egualmente trucidato.
La sua fine rimase misteriosa, non ne fu però incolpato il console sebbene il
giovane ne avesse fatto barbaramente uccidere i liberti e gli schiavi.
Svetonio aggiunge a questo proposito che Lucio fece fare a pezzi perfino >"
quoque, le belve che Cesare aveva apprestato per uno spettacolo pubblico.
E un quoque in grado di rivelare come presso i romani fosse più grave uccidere
gli animali di un circo che non i liberti e i servi.
Ancora clemente fu Cesare con i trecento mercanti romani di Utica che pure
avevano sostenuto finanziariamente Scipione.
Concesse loro la salvezza, previa confisca dei beni. Vi dono la vita, disse,
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ma ordino che i vostri beni in Utica siano posti in vendita.
Se vorrete, potrete riacquistarli voi stessi al prezzo che io dirò. " Dopo aver
sequestrato anche i tesori del re Giuba, divise in due la NumiJ ~ p p e o ne fu
presto allontanato con l'accusa di sfruttamento; la
parte occidentale fu attribuita a un re vassallo.
Alle città cadute in sue mani impose tributi in denaro, in frumento e olio.
Infine congedò i legionari più anziani premiandoli generosamente per il loro
lungo servizio.
La sua permanenza in Africa si era protratta per cinque mesi e mezzo.
Ripartì da quelle terre il 13 giugno del 46, ma invece di far subito vela verso
Roma si diresse sulla Sardegna dove giunse tre giorni dopo.
Sbarcato a Caralis (Cagliari) si trattenne sull'isola per tre settimane, assai
più del previsto poiché i venti contrari gli impedivano di riprendere il mare.
Con la visita alla Sardegna egli rendeva omaggio a un popolo da più di mezzo
secolo affezionato alla gens Iulia.
Prima di ripartire decise di conferire la cittadinanza romana ai cagliaritani e
di fondare una colonia a Turris (Porto Torres) col nome di Glonia Iulza Turres.
Ma anche su quell'isola non mancò di esercitare una rappresaglia imponendo una
multa ai maggiorenti di Sulci, colpevoli di aver ospitato la flotta pompeiana.
Sconfitti i pompeiani in Africa e visitata la Sardegna, Cesare rientrava
nell'Urbe il 25 luglio del 46.
Il popolo delirante invase le strade, riccamente addobbate, per farglisi
incontro e stringerlo in un grande abbraccio.
Ancor prima che egli tornasse in città, il Senato aveva deliberato una festa di
ringraziamento, lunghissima, di quaranta giorni, insieme all'attribuzione dei
pieni poteri.
Gli conferirono una nuova dittatura che questa volta aveva la durata di un
decennio, con il compito di riorganizzare lo Stato, rei gerundae causa.
Fu inoltre nominato per un triennio prefetto dei costumi, praefectus moribus,
affinché riformasse a suo piacimento le liste senatorie ed equestri, con
cancellazioni e nuove nomine.
Questa era una dignità inventata appositamente per lui, sembrando poca cosa
destinarlo all'antica carica di censore.
Inoltre non più il popolo, ma Cesare doveva indicare i magistrati.
Gli concessero la facoltà di esprimere in Senato, dove era assiso in posizione
elevata sullo scanno curule, il proprio pensiero prima di ogni altro oratore.
Poteva dare il via ai giochi circensi.
Sul tempio di Giove in Campidoglio si scolpì il suo nome e davanti alla statua
del dio supremo egli poteva lasciare il suo carro trionfale considerato oggetto
sacro.
Sempre in Carnpidoglio gli fu eretto un monumento equestre che recava la scritta
<~ E un semidio>) e che posava su un globo bronzeo in raffigurazione del mondo.
Cicerone era scontento. ..
Tutto dipende ora dalla volontà di uno solo.
Cesare non ascolta nemmeno i suoi.
Non prende consigli che da se stesso, così scrive non senza aggiungere però che
la situazione della repubblica non sarebbe stata migliore se avesse vinto
l'altro.
Anche molti cesariani erano preoccupati.
Sallustio infatti scrisse un'accorata lettera al dittatore per consigliargli la
clemenza. ..Sei tanto grande che la gente si è stancata di celebrare le tue
imprese e non tu di compierle.
Ora devi dare pacifico assetto a ciò che hai conquistato, e potrai farlo perché
fosti meno aspro tu nella guerra che altri nella pace.
Chi modera il suo potere con la clemenza è attorniato da uomini tranquilli, e
persino i suoi nemici sono con lui più sereni. "

Il clima generale era comunque di giubilo, e il Senato con decisione


straordinaria riconobbe al vincitore il diritto di celebrare ben quattro trionfi
che si svolsero via via nei mesi di agosto e settembre.
Altri ancora erano gli onori che il Senato e il popolo avevano stabilito di
tributargli, ma Cesare, giunto a Roma, temperò quell'entusiasmo che era anche
dettato dal desiderio di adularlo nel timore che egli tornasse da vendicatore.
Volle perciò subito rassicurare la cittadinanza e non suscitare nuove invidie e
preoccupazioni.
Pose un freno allo stesso processo di divinizzazione, che pure gli stava
particolarmente a cuore, e fece cancellare dal suo monumento equestre in
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Campidoglio quella dicitura che lo qualificava semidio.
Si presentò in Senato conciliante, parlò con accenti moderati, si disse fautore
d'una riconciliazione generale: .
Nessuno di voi, patres conscripti, deve pensare che io, essendo il vincitore,
calpesti la legge.
Nessuno sospetti che io voglia comportarmi come Mario, Cinna o Silla che
perseguitarono i loro avversari.
Non sono diventato un tiranno, a causa delle mie imprese felicemente concluse.
La tirannia contrasta con il mio carattere, e voi ben mi conoscete per avermi
già sperimentato .
Si richiamò alla fortuna che lo aveva sempre sostenuto: ~ Quanto più la fortuna
si mostrò benigna con me, tanto più non ne ho abusato.
Non mi sono mai insuperbito per le mie vittorie.
State perciò di buon animo.
Userò la moderazione.
Non sarò vostro padrone, e Giove mi aiuti, ma vostro difensore; non tiranno, ma
duce".
Poiché i soldati popolavano Roma, egli tranquillizzò l'assemblea dicendo: ..
Non abbiate paura di queste truppe.
Esse sono le custodi vostre e mie; non saranno utilizzate contro di voi,
consideratele piuttosto come vostro presidio.
Il Senato parve rassicurarsi, e particolare attenzione prestò a quanto diceva
sulla politica economica: ..
Nessuno di voi pensi che io intenda colpire i ricchi e imporre nuove tasse.
Sono contento dell'attuale situazione.
Anzi sarà mia cura accrescere il patrimonio dei romani e migliorarne le
condizioni .
Infine Cesare, tendendo la mano a tutti, esclamò: .Uniamoci in amicizia e con
fiducia.
Dimentichiamo il passato che è accaduto per fatale necessità.
Non mi sfiora l'idea della vendetta.
Se non fosse così, non avrei bruciato senza leggerli i documenti segreti di
Pompeo a Farsalo e quelli di Scipione in Africa.
Perciò come nuovi cittadini abbracciamoci.
Guardatemi come padre e guida, bandite ogni timore e accogliete il frutto dei
miei provvedimenti e della mia amministrazione.
I senatori lo festeggiarono a lungo.
Poco dopo il dittatore si recò nel Foro per incontrarsi col popolo che parve
impazzire alle sue parole.
Egli rassicurava la città sui grandi vantaggi delle sue conquiste.
Aveva esteso i confini della repubblica, disse; aveva trovato nuove fonti di
ricchezza che avrebbero migliorato le condizioni di tutti; dalla sola provincia
d'Africa, anch'essa ampliata, sarebbero arrivati annualmente nell'Urbe
quattrocentomila anfore di grano e tre milioni di libbre d'olio.
La pace era fatta, Cesare perdonava coloro che lo avevano combattuto e portava
nuovo benessere.
Il dittatore diede subito prova del suo spirito di conciliazione nei confronti
di tutti i vecchi nemici, a cominciare dagli esuli i quali, se pentiti, potevano
tornare tranquillamente a Roma.
Alcuni ne difese Cicerone in Senato, con fortuna.
Eppure c'era da temere che molti dei riabilitati avrebbero colto la prima
occasione propizia per colpire a tradimento il loro benefattore.
Con animo lieto si dava inizio alle celebrazioni trionfali.
Gli spettatori affollavano i margini delle vie e, perché non soffrissero sotto i
raggi del sole, Cesare aveva fatto innalzare immense tende di seta multicolori.
Ciò parve ai più severi un riprovevole spreco.
Particolarmente grandioso fu il primo trionfo inteso a celebrare la vittoria
sulla Gallia di Vercingetorige.
Il dittatore in piedi, il volto imbellettato di minio, avanzava su un cocchio
sfarzoso dal quale pendeva un amuleto contro l'invidia, un fallo eretto.
Cesare era incoronato d'oro, il metallo che simboleggiava la regalità divina.
Indossava una toga scarlatta ricamata con stelle anch'esse d'oro.
In una mano aveva un lungo scettro d'avorio, nell'altra un serto d'alloro,
simbolo di vittoria.
Attorniato da turiboli, era preceduto da un coro di citaredi e flautisti.
Al suo carro era incatenato Vercingetorige che procedeva a piedi, l'aspetto
barbaro, ancora feroce e sprezzante.
Il popolo salutava Cesare gridando ripetutamente: Io Triumphe, Evviva, oh
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Trionfo e insultava il prigioniero in una incontrollabile esaltazione.
Il principe gallico era seguito da quattro tori bianchi destinati al sacrificio,
ed egli stesso, a conclusione della sfilata, fu condotto a morte come ribelle e
traditore.
Erano trascorsi sei lunghi e umilianti anni dal giorno della sua cattura.
Cesare lo aveva lasciato marcire nella cella più nascosta dell'orrendo carcere
Mamertino.
Con lui il dittatore si mostrò spietato tanto da resistere a ogni preghiera
volta a moderare la sua durezza che tanto contrastava con la sua naturale
clemenza.
Ne ordinò la decapitazione, secondo il tragico e solenne uso romano.
Sulla moneta che Cesare fece coniare per celebrare la vittoria appariva
l'immagine di un barbaro, barba e capelli lunghi, nudo e carico di catene.
Nel corteo apparvero le immagini simboliche del Reno, del Rodano e dell'Oceano,
mentre sugli scudi dei Centurioni si leggevano i nomi di tutti i popoli gallici
soggiogati.
Per un attimo la festa sembrò guastarsi quando Cesare rischiò improvvisamente
nei pressi del Velabro di essere sbalzato a terra dal carro.
La rottura di un asse aveva fatto paurosamente sbandare il cocchio trionfale e
il dittatore poté mantenerne il controllo a fatica.
La plebe, dando un urlo, ravvisò nell'incidente un infausto segno del cielo,
tanto che Cesare per tranquillizzarla salì in ginocchio le scale del Campidoglio
facendo capire che con quel gesto mistico riacquistava la fiducia degli dèi.
Nei vasi bruciavano intensi aromi.
Seguì il trionfo sull'Egitto di Tolomeo XIII e di Arsinoe.
Anche la giovane usurpatrice egizia fu esposta in corteo al ludibrio della
plebe, mentre sfilavano le immagini del Nilo e del Faro di Alessandria
illuminato dal fuoco di una pira elevata al suo interno.
Ne gioiva Cleopatra che Cesare aveva accolto nell'Urbe col figlioletto Cesarione
nato dal loro legame amoroso e a lui somigliante.
La regina egizia era arrivata a Roma in compagnia del nuovo fratello-sposo e
insieme vivevano, ospiti di Cesare, in una villa degli hor~i Tiberini, oltre il
fiume, un po' fuori mano.
Raramente Cleopatra si faceva vedere in pubblico, se non nelle grandi occasioni,
come quelle dei trionfi del suo amante.
I romani non l'amavano, e Cicerone ne parla come d'una donna superba e
sprezzante che gli aveva sempre suscitato dispetto e rabbia.
Se alcuni compiangevano la piccola Arsinoe, costretta a subire l'onta dei lazzi
plebei, lo facevano in odio all'altera sorella che godeva della intimità del
nuovo padrone di Roma.
Gli altri due trionfi ebbero per oggetto il Ponto di Farnace e l'Africa di
Giuba.
Grande fu l'ilarità della plebe al passaggio d'un quadro che con piglio
tragicomico raffigurava la fuga di Farnace sotto l'incalzare di Cesare, e
incontenibili furono le urla di gioia quando spuntò il cartello con la già
famosa esclamazione: .< Veni, uidi, vici~>.
Nell'ultimo corteo apparve su una portantina un fanciullo di cinque anni, in
lacrime, l'innocente figlio del re numida.
I trionfi riguardavano le vittorie sui popoli stranieri poiché per tradizione
non si poteva gioire per aver fatto scorrere sangue fraterno.
Così non si festeggiarono le vittorie conseguite nelle guerre civili, a Farsalo
e a Tapso, dove Cesare, sbaragliando i pompeiani, aveva ottenuto successi
talmente risolutivi da renderlo signore assoluto.
Nel quarto trionfo erano tuttavia contenuti espliciti riferimenti alle più
illustri vittime pompeiane.
Apparvero tabelloni che raffiguravano Metello Scipione, Petreio e Catone
nell'atto di trafiggersi, ma il popolo non gradì lo spettacolo e mugugnò
irritato.
Solo all'ultimo minuto, prudentemente, il dittatore aveva evitato di far
rappresentare la fine di Pompeo Magno.
A rendere più vari e attraenti i cortei, in ognuna delle quattro celebrazioni
venne utilizzato un materiale diverso nella costruzione delle insegne e delle
immagini.
Il legno di tuia fu impiegato nel trionfo gallico, la tartaruga in quello
egiziano, il legno di mimosa nel pontico e l'avorio nell'africano.
Lo sfarzoso carro del trionfatore era tirato da quattro frementi cavalli bianchi
e seguito da settantadue littori.
Mai prima d'allora era stato attribuito a un conquistatore un così alto numero
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di apparitores di scorta, e mai più, dal trionfo di Furio Camillo, era stato
consentito a un trionfatore di impiegare cavalli bianchi.
Di per se stessi questi fatti, più di altri, davano al popolo il senso di quanto
fosse grande il potere accumulato da Cesare.
L'entusiasmo della plebe non ebbe più limiti quando per le vie di Roma sfilarono
i quaranta elefanti provenienti dall'Africa, catturati a Giuba.
Il trionfatore teneva particolarmente alla sfilata degli elefanti poiché i
pachidermi erano una gloria della sua progenie Giulia.
Intendeva rinnovare il ricordo di quel suo antenato che combattendo contro i
cartaginesi ne aveva abbattuto uno, meritando il nome di Caesar che, in punico,
significava elefante.
Altro elemento di attrazione fu il passaggio d'una lunga fila di mule bianche.
Esse trasportavano i preziosi bottini in oro e argento sottratti al nemico e i
doni stupendi con cui Caio Giulio era sato in ogni luogo onorato.
Entravano così nelle casse erariali duemilaottocentoventidue corone auree, del
peso complessivo di ventimilaquattrocentoquattordici libbre, e sessantamila
talenti.
Munifico fu il condottiero con i legionari.
Distribuì terre nel Lazio, nel Sannio e in Campania, diede a ogni soldato
cinquemila denari, ai centurioni diecimila, ai tribuni militari ventimila.
Anche i cittadini poveri ebbero premi in moneta, centocinquanta denari ciascuno,
insieme a un'ampia distribuzione di grano, vino e olio.
Ai più derelitti fu condonato un anno di pigione.
Ma fra i soldati si infiltrarono alcuni provocatori pompeiani i quali
sobillarono molte coorti.
I legionari cominciarono a rumoreggiare.
Si dicevano scontenti delle pur ampie elargizioni; pretendevano che ai donativi
militari Cesare aggiungesse una ulteriore quantità di vino e di olio in quanto
essi erano anche cittadini.
Il generale, contrariato, reagì con fermezza, e individuati tre dei principali
sobillatori li inviò a morte.
Nei secoli i trionfi di Cesare stimolarono l'immaginazione delle genti.
Via via gli scrittori, e particolarmente nel Medioevo, li descrissero
fantasticamente sia in versi sia in prosa.
I trovatori e i giullari narravano con scene vivissime la vita del più celebre
dei protagonisti della storia, le sue prodezze memorabili, le conquiste, la
fondazione dell'impero, i giorni in cui il dittatore cadde per mano di Bruto e
Cassio.
La grandezza di Cesare, dicevano gli scrittori medievali, era assurta ad altezze
tali che i romani non ebbero più l'animo di parlargli con l'antico e
confidenziale tu.
Ricorsero quindi all'uso del pronome onorifico vos, voi, pur rivolgendosi a una
persona singola.
Ma questa era una pura e semplice invenzione della fantasia di quegli scrittori
vivamente colpiti dalla grandezza di Cesare.
Ed erano pura invenzione anche le descrizioni dei suoi trionfi, tanto era la
forza evocativa dell'antica Roma che, proprio grazie a Cesare, passava dalla
repubblica all'impero.
In uno degli scrittori medievali, Giovanni dei Bonsignori da Città di Castello,
meglio noto come Can dal Chastello, la narrazione dei trionfi è tra le più
avvincenti per ricchezza d'immaginazione.
L'opera apparve nel Trecento e si intitolava Libro Imperiale. <.
Cessare, scrive Can dal Chastello sul primo trionfo, <~si misse uno vestimento
porporeo vermiglio tutto, hornato di margherite, e in chapo schoperto si misse
una chorona di foglie d'alloro.
Apresso salse in sun un charro tutto lavorato e messo ad oro, menato da quattro
destrieri bianchi.
Dinanzi andavano tutti i ballatori, armeggiatori, et ongni giente festa faceva
con infiniti stormenti.
Apresso al charro andavano tutti gli uficiali di Roma cho' luminari in mano, e
dall'altro lato andavano donne e giovane faciendo festa.
Drieto a lui venivano tutti li principi et baroni ch'erano stati presi nelli
assedi et nelle battaglie.
Et chosì andando tenneno verso el Chuliseo [l'autore lo riteneva già costruito a
quell'epoca], dove scese del charro et entrò dentro chon molta riverenzia
ringraziando gl'iddii di tanta vittoria.
Apresso donò alli sacierdoti quello chavallo chol quale avea sempre chombattuto,
el quale fu chosa mostruosa, perché aveva nel chapo un chorno chol quale senpre
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feriva gli nimici, ed avea due chode e fu di pelo baio...
Andando in Chanpidoglio siedé sulla sieda de' dittatori, et quivi per quella
notte albergò; lo giorno all'alba tornò alle sue proprie abitazioni.
Secondo trionfo. ..
El trionfo s'aparecchiò alla Minerva, dove andando Cessare, e pontefici el
choronaro per brivilegio di chorona d'alloro, et missogli in dosso un vestimento
biancho d'un drappo turchiesco, in abito pontifichale: poi salì Cessare in uno
destriere, al quale rechava e sachrifici al tenpio, nel quale non era lecito a
niuno salire.
Questo era choperto di porpora vermiglia... ,>
Terzo trionfo. ..Quattro chavagli portavano una sedia tutta lavorata ad oro,
nella quale sedeva Cessare vestito d'uno palio ad oro di nobile lavoro.
Sopra el chapo gli portava uno chavaliere uno standardo tutto ad oro con una
aquila nera, sotto la quale insegna aveva avute sue vittorie; et chosì cho molti
stormenti, et achonpagnato da tutti e chavalieri di Roma andò in Chanpidoglio,
dove, chome giunse, siedé nella sedia de' senatori, la quale dengnamente avea
aquistata per lo re Giubba, et levandosi disse di sua bocha: Grande fu la
potenzia de' mia chome la torre.
Questo volle dire richordandosi di quelli alifanti, e quali assenbrò lo re
Giubba a Chartagine, che per lo 'ngegno de' sua chavalieri furono tutti
spaventati. "
Quarto trionfo. ..
El quarto trionfo fu dì sei dopo il terzo, et questo si chominciò al tenpio di
Panteone, dov'era l'orrigine di tutti gl'iddii.
Oggi si chiama santa Maria Ritonda.
Cessare salì in un charro d'avorio intagliato cholle storie troiane, e tirato da
quattro alifanti tutti choperti di chandido ermellino, e 'ndosso avea uno
vestimento ad agho lavorato chon grande maraviglia, lo quale avea fatto la reina
Ames per amore che portava a Cessare.
Et andando a Chanpidoglio colli sopradetti honori, et cholle chorone dell'alloro
in chapo, nel salire di Chanpidoglio disse queste parole: Andai, viddi et vinsi.
A parte le fantastiche descrizioni medievali, le celebrazioni si conclusero in
effetti con feste religiose, giochi, balli, cavalcate, rappresentazioni
teatrali, combattimenti di gladiatori e con un interminabile banchetto di tre
giorni che Cesare offrì a centonovantottomila cittadini raccolti intorno a
ventiduemila tavole.
Si consumarono seimila pesci 370 C~sar~ ~ 11 s~gno ~ ov~.
L aU~lro ~ a~ma
e si bevve a fiumi vino di Falerno e di Chio.
In un grandioso spettacolo di battaglia navale, che si svolse in un lago
artificiale, furono impiegati quattrocento rematori.
Il lago fu scavato nei prati di Campo Marzio, detti Codeta minor, mentre i
vascelli provenivano dalle flotte di Tiro e d'Egitto.
Essi consistevano in bireme, trireme e quadrireme, per cui il popolo romano
aveva proprio l'impressione di assistere a una vera battaglia navale e non a una
semplice naumachia.
In un successivo scontro terrestre figurato si affrontarono mille soldati e
sessanta cavalieri con l'intervento dei quaranta elefanti che avevano già
gravemente sfilato nei giorni precedenti suscitando l'entusiasmo popolare.
I romani poterono anche vedere per la prima volta un animale a loro del tutto
sconosciuto, una giraffa che il dittatore aveva portato dall'Africa.
Nell'arena del Circo Massimo furono fatti scendere quattrocento leoni per un
applaudito spettacolo di caccia dedicato dal trionfatore alla.
memoria di sua figlia Giulia, quella Giulia che era stata moglie felice di
Pompeo.
Numerose furono le rappresentazioni teatrali.
A una di esse, per espresso desiderio di Cesare, prese parte un celebre attore e
autore teatrale, Decimo Laberio, che era stato cavaliere, ma che aveva perso
tale dignità a causa della sua passione per le scene considerata indegna in un
cittadino romano.
La recita, composta da lui stesso, piacque molto al dittatore che lo reintegrò
fra i cavalieri, gli donò un cospicuo fondo di sesterzi e un anello d'oro.
Laberio, scendendo dal palcoscenico, andò subito a cercarsi un posto fra i
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cavalieri ai quali erano riservati quattordici file nel teatro.
Macrobio, nei Saturnali, ironizza sull'episodio.
Immagina che Cicerone, rivolto a Laberio, dica: <~Ti farei mettere qui se io nbn
sedessi troppo stretto,>.
E il pungente motteggiatore, di rimando: Non mi stupisce che tu sieda troppo
stretto, essendo tua abitudine star sempre su due ~e~lie".
Macrobio intendeva ~nn rii3 ~ritir~re ~ia C~esare per gli onori che profondeva a
piene mani sia Cicerone per la sua incostanza nelle scelte politiche.
Da ogni parte della repubblica e delle province convennero a Roma in così gran
numero i forestieri da doverli alloggiare qua e là nelle vie e nelle piazze
sotto tende improvvisate.
Un pomeriggio ci fu una indescrivibile ressa fra le trecentomila persone che
affollavano le gradinate del Circo Massimo.
Nel parapiglia rimasero schiacciati alcuni forestieri insieme a due vecchi
senatori.
Altri lutti si dovettero registrare in quei giorni a causa dei numerosi
incidenti che si verificarono durante le gare, sia nelle giostre, sia nelle
corse dei cavalli cui partecipavano i più validi rampolli delle famiglie
patrizie, sia nei combattimenti più vari.
Fu infine inaugurato nel Foro Giulio un tempio con molte colonne corinzie
dedicato a Venere Genitrice a conferma delle origini divine della più nobile
gens romana.
All'interno del tempio erano esposte una statua marmorea di Cesare e una in
bronzo dorato raffigurante Cleopatra.
Nell'abside si onorava infine una statua della dea da cui l'edificio prendeva il
nome.
La costruzione del Foro Giulio si protraeva da otto anni.
Solo il terreno era costato cento milioni di sesterzi, e di tanto in tanto si
dovevano sospendere i lavori per mancanza di denaro.
Ora finalmente se ne poteva portare a termine la costruzione col ricavato degli
ultimi bottini.
Si procedeva anche al completamento della immensa Basilica Iulia, fabbricata a
più navate in uno stile magnifico con numerose colonne e due ampi porticati
sovrapposti.
Con il nuovo tempio nel Foro Giulio, il dittatore si richiamava alla
progenitrice della sua famiglia, mentre con la basilica intendeva rinsaldare il
legame ideologico fra lui e i Gracchi.
Difatti la basilica Giulia sorgeva sul luogo di un altro pubblico edificio
dedicato alle riunioni e a suo tempo costruito da Sempronio Gracco, padre dei
due grandi tribuni.
XIII

Lo Stato distribuiva gratuitamente razioni di grano a una sterminata massa di


cittadini nullatenenti che offrivano un indecoroso spettacolo di gente oziosa
nelle vie dell'Urbe.
Caio Giulio, procedendo per gradi nell'attuazione delle sue riforme, cominciò
proprio dallefrumentationes.
I beneficiati ammontavano a trecentosessantamila, ma, in base a un'indagine da
lui voluta, si accertò che non tutti avevano realmente bisogno dei sussidi.
Dal nuovo conteggio risultò che avevano diritto all'inclusione nelle liste
frumentarie non più di centocinquantamila persone, e soltanto a queste venne
riconosciuta l'assistenza pubblica.
Tutte le altre approfittavano dell'erario oppure, mediante la corruzione
elettorale, offrivano il loro voto in cambio d'un pugno di grano.
Per sanare la situazione diede lavoro ai più poveri, assegnò lotti di terreno in
provincia, favorì con particolari provvidenze le famiglie numerose.
Molti erano gli avventurieri che, provenienti da ogni luogo, piombavano su Roma
in cerca di fortuna.
Fomentavano disordini e tumulti, per cui Cesare costrinse gran parte di loro a
lasciare la capitale con la minaccia di gravi pene. Se si voleva abbassare il
costo della vita, era altresì necessario porre un freno al lusso e agli sprechi,
anche se ciò appariva in contrasto sia con la grande quantità di denaro profusa
nella celebrazione dei trionfi sia con il suo raffinato gusto personale che
faceva di lui il più elegante

uomo politico di Roma.


La sua eleganza era sempre stata tuttavia una delle sue armi, forse la più
sottile, volta a ridicolizzare l'austerità dei repubblicani.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Al suo confronto come non sorridere di Catone che impersonava l'arcigna
repubblica quando attraversava il Foro a piedi nudi, arruffato e con indosso una
povera tunica? Catone non c'era più, ma era rimasto il ricordo del suo rigore.
E Cesare che cosa si era messo a fare? Attuava un precetto di colui ch'era stato
il suo più irriducibile nemico? Ciò poteva essere vero, ma, nonostante il volto
austero della repubblica, la gente ricca era sempre troppo numerosa, per cui
Cesare, ora che era un diverso Cesare, cercava di indurla a vivere meno
sontuosamente.
Non riuscì nell'impresa, malgrado la presentazione d'una severa legge suntuaria
che limitava le spese eccessive nella costruzione delle case e neIla elevazione
dei monumenti.
Voleva che i banchetti fossero più parchi, che le mense non fossero ornate con
oggetti preziosi.
Le sue guardie irrompevano nelle case a sequestrare cibi proibiti, posate e
stoviglie troppo costose.
Ancora con le armi reprimeva l'importazione delle merci straniere e l'uso di
gioielli e di abiti in seta.
Consentiva l'impiego delle lettighe soltanto alle persone di una certa età e in
alcuni giorni della settimana.
Cercò di frenare la cupidigia dei governatori lit~ mitando la durata e la
portata del loro incarico: un proconsole poteva detenere il governo della
provincia per non più di due anni e il propretore per un solo anno.
Ridusse il
potere giudiziario a due classi di giudici, senatori e cavalieri, abolendo
quella dei tribuni del fisco.
Promosse l'incre . mento delle nascite, offrendo premi alle famiglie numerose,
per ripopolare Roma decimata dalla lunga serie di guerre civili ed esterne.
In particolare due provvedimenti svelavano più di altri l'intima natura del
nuovo ordine che egli intendeva fondare.
Con uno di essi si condannava alla confisca totale dei 374 Ccsarc ~ Il scg;no di
Ciouc.
L'allo~o c il diadcma 375
beni chiunque attentasse alla sicurezza dello Stato; con l'altro si scioglievano
tutte le corporazioni, collegia, a esclusione delle più antiche, come quelle
degli àuguri, dei pontefici, dei tribuni.
Aboliva cioè le associazioni a sfondo politico che avevano grande influenza
nelle competizioni elettorali e di cui egli stesso si era ampiamente servito.
Quelle associazioni erano diventate una specie di esercito agli ordini del
partito popolare, con veri e propri arruolamenti e suddivisioni in centurie e
decurie, con il compito preminente di far confluire i suffragi sui candidati cui
si voleva garantire la vittoria.
Ora Cesare, dittatore incontrastato, non solo non aveva più bisogno di esse, ma
le riguardava come fonte di perturbazione dell'ordine pubblico e strumento di
demagogia.
Dodici anni prima, proprio il filocesariano tribuno della plebe Clodio aveva
concesso il riconoscimento giuridico alle più turbolente corporazioni, e adesso
Cesare le cancellava con un tratto di penna come si conveniva a un governante
assoluto.
Il nuovo ordine prevedeva anche una riforma del calendario.
Caio Giulio conosceva bene il valore del calendario come simbolo del potere.
Sapeva che il popolo ravvisava nei padroni del tempo il suo stesso padrone.
L'organizzazione del tempo era una facoltà divina, per cui soltanto personaggi
d'origine divina potevano essere chiamati alla creazione di un nuovo calendario.
La riforma nasceva da queste ispirazioni e aveva per scopo, nel momento in cui
Cesare assumeva una dittatura decennale e i pieni poteri, di dare una prova
universale e tangibile di come l'ordine giuliano sapesse sostituirsi
all'anarchia e potesse trasmettere nei secoli il ricordo di se stesso.
COII la riforma egli intendeva soprattutto rimuovere i tradizionali punti di
riferimento della repubblica contenuti nel vecchio calendario, seppellire il
passato, cancellare il ricordo di antiche ricorrenze e introdurne altre che
celebrassero il suo nome e la sua epoca.
Il nuovo calendario rientrava dunque in una vasta e sottile opera
propagandistica tendente a instillare nella coscienza popolare il senso della
grandezza cesariana.
Fino al momento della riforma giuliana la misurazione del tempo era avvenuta
sulla base del calendario ideato da ~uma Pompilio, secondo re di Roma.
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Il controllo del calendario, proprio per il suo carattere sacro, spettava ai
pontefici.
A essi era affidato il compito di inserire nell'antico calendario, regolato sul
moto della luna, i giorni intercalari per appianare le differenze fra il corso
lunare e quello solare.
Ma da tempo i loro interventi avvenivano arbitrariamente e con scarso rigore
scientifico, sicché in tanta confusione, scrive Svetonio, le feste della
mietitura non cadevano più in estate né quelle della vendemmia in autunno.
I pontefici, intercalando i giorni a piacimento, favorivano i loro amici
appaltatori delle imposte i quali godevano in tal maniera di dilazioni nel
pagamento delle somme di denaro dovute allo Stato in coincidenza con alcune
stagioni.
Cesare ebbe l'ispirazione di riformare l'antico calendario durante la sua
permanenza ad Alessandria, e senza la spedizione in Egitto non si sarebbe avuto
il nuovo sistema.
Studiò gli aspetti della riforma con un grande astronomo greco, Sosigene
d'Alessandria, che poi portò con sé a Roma proprio perché preparasse le nuove
regole fondate esclusivamente sul corso del sole.
L'arco di tempo annuale fu suddiviso in trecentosessantacinque giorni, invece
che nei precedenti trecentocinquantacinque, con la conseguente soppressione del
mese intercalare e con l'inserimento di un giorno ogni quattro anni.
La giornata suppletiva si aggiungeva al mese di febbraio col nome di bis sextas
kalendas mar~ias, da cui derivò la denominazione di anno bisestile.
Bisognava inoltre ristabilire la concordanza con le stagioni.
A questo scopo il dittatore inserì nell'anno in corso, oltre al mese intercalare
di ventitre giorni, un periodo ulteriore di sessantasette giorni, fra novembre e
dicembre, pari a due mesi, l'uno di trentatre giorni, l'altro di trer.taquattro.
L'anno 46 a.C. fu detto ultimo anno della confusione, ultimus annus confusionis,
e durò ben quindici mesi.
Il nuovo calendario fu chiamato giuliano dal nome del riformatore.
Resistette integro fino al 1582 quando si rese necessario un aggiustamento con
papa Gregorio XIII.
Alla morte di Caio Giulio, il suo nome natale di Quintilis assunse il nome di
Iulius, poi tradotto in luglio, mentre il giorno del suo genetliaco diventava
una delle più solenni ricorrenze dell'anno.
La sistemazione che Cesare diede al computo dei giorni ebbe valore universale e
ancora oggi, con le correzioni gregoriane, regola i ritmi temporali
dell'esistenza terrena.
Ma nemmeno questa grande riforma sfuggì alle critiche dei contemporanei.
Cicerone ironizza su di essa e ne trae pretesto per lamentare lo strapotere
cesariano.
Una mattina, avendo sentito dire da un amico che l'indomani sarebbe sorta la
costellazione della Lira, non poté trattenersi dall'esclamare con amarezza: Sì,
per editto di Cesare .
Plutarco commenta che Cicerone, così dicendo, intendeva rilevare che i romani
erano ormai costretti a soggiacere a ogni volere del tiranno.
XIV
Interamente assorbito dall'opera di costruzione di un nuovo Stato, Cesare non
prestava sulle prime molta attenzione ai rumori della guerra che i superstiti
pompeiani avevano intrapreso nella Spagna fuggendo dall'Africa con l'illusione
di sollevare le province iberiche e di portare le armi contro Roma per
abbattervi la dittatura giuliana.
Era un piano folle, sebbene i pompeiani fossero riusciti a formare tredici
legioni raccogliendo disertori e veterani sbandati, avventurieri e schiavi
fuggiaschi.
Alla testa di quel movimento erano i due figli di Pompeo, Cneo e Sesto, insieme
all'ostinato Labieno.
Il più rabbioso era Cneo, il primoge~` nito trentaduenne, stordito dall'idea di
vendicare il padre.
Si può ripetere con Floro e con Petrarca che Cesare, sconfitto un Pompeo, se ne
trovava di fronte due.
` Il dittatore però si avvide in tempo del pericolo che correva in Spagna, e,
con la consueta fulmineità, partì al contrattacco proprio nel momento in cui il
nemico non si aspettava una sua mossa.
Nel mese di novembre, secondo il nuovo calendario, quando nessun altro avrebbe
dato ini ~- zio a una spedizione bellica, lasciò Roma e si diresse verso il
nuovo fronte, facendosi seguire da due sole legioni.
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
Poteva disporre di altre sei legioni che, acquartierate in Iberia,
~- gli erano rimaste fedeli, e di un'altra ancora che soprag t giungeva dalla
Sardegna.
Con rapidità sorprendente fu addosso ai pompeiani i quali lo videro arrivare
ancor prima di saperlo in marcia.
Se ne sorpresero perfino i suoi stessi soldati di Spagna.
Era accompagnato da Ottaviano, il pronipote diciassettenne destinato a
proseguirne l'opera col nome di Augusto.
Su un agile cocchio gli bastarono diciassette giorni per toccare Saguntum
(Sagunto), e in altri dieci, ai primi del gennaio 45, fu ad Obulco (Porcuna)
sulla frontiera meridionale della Spagna citeriore dove le sue truppe colà
dislocate erano già pronte all'attacco.
Aveva percorso tanta strada più rapidamente d'un messaggero, in territori aspri
e montuosi, durante giornate fredde e ventose.
La marcia fu resa ancor più straordinaria dal fatto che, nelle brevi e convulse
soste, egli riusciva a scrivere o a dettare a un suo liberto il resoconto in
versi del viaggio.
In testa al poemetto, che non è giunto fino a noi, appose il semplice titolo di
Iter.
Cneo Pompeo il giovane spadroneggiava, occupava città e terre, batteva moneta.
Si mostrava crudele con chiunque sospettasse di fedeltà a Cesare, ma ora che il
generale era al suo cospetto evitava di accettare battaglia.
Cneo assediava da sei mesi la città filogiuliana di Ulia (Montemayor), e Cesare,
allo scopo di distogliere le truppe pompeiane da quell'assedio troppo penoso per
le popolazioni, finse di assaltare Cordova.
Cneo cadde nell'inganno.
Corse in aiuto di quella città da dove però il dittatore si allontanò per mutare
nuovamente obiettivo.
Puntò su Ategua (Teba la Vieja), posta su un affluente del Baetis
(Guadalquivir).
Ategua faceva gola ai giuliani che si trovavano in cattive condizioni.
Scarseggiavano di viveri e soffrivano il freddo sotto piccole tende, mentre
nella città assediata i pompeiani disponevano di frumento in grande quantità e
di ospitali alloggiamenti.
Cesare stesso, provato dal viaggio e dai rigori dell'inverno, era caduto
ammalato per più giorni.
Attorno ad Ategua il dittatore scavò trincee e innalzò torri, mentre da ambo le
parti si moltiplicavano gli atti di efferata crudeltà.
I cesariani fatti prigionieri venivano strangola 1l s~gno d~ oul!.
L'alloro ~ ll dladcma 379

.
t~, mentre al pompelam Sl tagliavano per ritorsione le

mani.
La guerra si faceva sempre più feroce.
Gli uni e gli altri si comportavano come belve, e ritenevano di averne tutte le
ragioni: i cesariani perché avevano dovuto riprendere a combattere quando
pensavano di aver già debellato il nemico, ai loro occhi rappresentato da una
masnada di ribelli e di banditi; i pompeiani perché, disperati, erano ormai alla
stretta decisiva oltre la quale c'era la morte e la fine dei loro ideali.
I pompeiani, nel loro furore, non risparmiavano le popolazioni civili
filocesariane.
Le massacravano barbaramente, gettando i cadaveri delle vittime dall'alto delle
mura delle città perché servissero da esempio a chiunque volesse ancora
sostenere Cesare.
Le città erano date alle fiamme nel momento dell'evacuazione.
A metà febbraio Ategua si arrese, e Cesare fu acclamato imperator dai suoi
soldati.
Era la terza salutatio, ma quella volta essa rivestiva un significato
particolare, un valore che superava i limiti d'una dignità militare.
Cneo ancora evitava di accettare battaglia insistendo nella tattica della
guerriglia fatta di insidie e di imboscate volte a sorprendere le truppe in
marcia e a impedire i vettovagliamenti.
Decise quindi di attestarsi un po' più a sud su un altopiano, nei pressi di
Munda (Montilla).
La sua era un'ottima posizione strategica, mentre le truppe cesariane apparivano
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Antonio Spinosa - Cesare un grande giocatore.txt
in difficoltà per la presenza di vaste paludi.
Il fatto incoraggiò Cneo a schierare le sue legioni e a mostrarsi pronto allo
scontro.
Cesare non si lasciò sfuggire l'occasione che il nemico gli offriva, e diede il
suo segnale di guerra, Venus GenetTix, al quale Cneo rispose gridando la sua
parola d'ordine, Pietas.
La battaglia fu asperrima, e all'inizio si presentava sfavorevole ai giuliani
che disponevano di otto legioni contro le tredici legioni pompeiane.
I soldati di Cesare arretravano e si disperdevano paurosamente.
La sconfitta sembrava a tal punto irreparabile da indurre il generale a gettarsi
nella mischia alla ricerca della morte per non sopravvivere all'onta d'una rotta
disonorevole.
Scese da cavallo, strappò uno scudo dalle mani di un legionario e, a capo
scoperto, raggiunse come un pazzo le prime file mentre da ogni parte era fatto
segno dai dardi nemici.
Correva a destra e a sinistra in preda al furore.
Afferrava i fuggiaschi per trattenerli, inCoraggiava i portatori delle insegne,
pregava, malediceva. (<Vergognatevi, gridava. Vergognatevi di accettare una
sconfitta da una banda di ribelli comandati da due ragazzini.
Chi sono Cneo e Sesto se non degli stupidi sbarbatelli? Ma io, a cinquantacinque
anni, preferisco morire anziché cader vivo nelle loro mani. Il suo coraggio,
quelle parole infuocate e al tempo stesso disperate operarono un miracolo.
I soldati ebbero quasi l'impressione di riprendersi da un torpore e passarono al
contrattacco.
Nella nuova fase dello scontro, decisivo fu l'intervento della cavalleria che
prese alle spalle il nemico costringendolo alla fuga.
La battaglia si combatteva in un tetro silenzio.
Nessun canto guerriero si alzava dalle file dei soldati.
S'udivano solo incitamenti sordi e rabbiosi, pronunciati a denti stretti:
Ferisci, uccidi.
Ferisci, uccidi.
I pompeiani lasciarono sul terreno trentamila morti, tra i quali Labieno, mentre
i giuliani non ne ebbero più di mille.
Le tredici aquile delle legioni nemiche caddero tutte nelle loro mani, insieme
alle bandiere e ai fasci.
Si chiudeva così la lunga giornata del 17 marzo 45.
Sul luogo dello scontro germogliò una palma.
Un buon segno per Cesare che disse di aver combattuto quella volta non per
vincere, ma per salvare la propria vita, negando così indirettamente di aver
cercato la morte.
Era la sua ultima battaglia, a conclusione della guerra civile.
Il fato aveva voluto che lo scontro finale si svolgesse a breve distanza da
Cadice, la città in cui ventiquattro anni prima egli aveva giurato, davanti alla
statua di Alessandro, di cambiare vita.
La guerra civile era durata più di quattro anni, durante i quali Caio Giulio
aveva sconfitto i pompeiani dovunque, in Italia e in Spagna, in Tessaglia e in
Egitto, in Asia, nell'Africa romana e infine nuovamente in Spagna per la
vittoria decisiva.
Orazio si chiede se c'è un fiume che abbia ignorato la lugubre guerra, se c'è un
mare che non ne sia stato turbato, se c'è un lido che non sia stato bagnato
dalle itale stragi.
Il dittatore non rientrò subito a Roma dovendo ridurre all'impotenza altri
focolai di rivolta.
Gli scampati dalla sconfitta di Munda tornarono a rifugiarsi nella città che i
giuliani assediarono circonvallando le mura.
Poiché mancavano i materiali da costruzione, Cesare ordinò di radunare i
cadaveri che disseminavano il campo e di formare una sorta di terrapieno coi
loro corpi tenuti insieme con lance e picche.
Era un'operazione mai tentata prima nemmeno contro i barbari.
Un suo luogotenente occupò Munda mentre egli riservò a se stesso la vicina
Cordova e poi Siviglia e Cadice.
Sesto Pompeo, fuggendo da Cordova, mise a ferro e a fuoco la città.
A loro volta i giuliani, davanti alle fiamme che distruggevano i depositi delle
vettovaglie, si vendicarono sugli inermi abitanti massacrandone ventiduemila e
mettendone all'asta come schiavi altre migliaia.
Cesare, preso da pietà, volle piantare un platano su quelle rovine e su quei
lutti.
Ma fu ancora severo con le città che avevano favorito i pompeiani, imponendo
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loro gravosi tributi.
Si mostrò invece clemente con le città che avevano sostenuto le sue truppe e
accolto di buon grado il suo dominio.
Le multe e i tributi gli procurarono seicento milioni di sesterzi.
Ristabilì il potere di Roma sulle province spagnole, riportò la concordia tra le
fazioni, cosa che usava fare al termine d'ogni conquista.
Prima di lasciare Cordova ricevette da un suo luogotenente la testa di Cneo
Pompeo.
Il figlio primogenito del Magno, sebbene ferito a una gamba, aveva tentato la
fuga, ma, raggiunto da una coorte giuliana chiuse ingloriosamente la sua
esistenza.
Riuscì invece a mettersi in salvo il fratello Sesto, come seme velenoso di nuovi
giorni funesti.
A Cadice, Cesare tornò a visitare il tempio di Ercole, ma ora all'omaggio reso
agli dèi aggiungeva la depredazione volendo con ciò punire gli abitanti che si
erano schierati col nemico.
Sottrasse dal tempio il tesoro ivi custodito e lo spedì a Roma.
In quei pochi mesi, fra le imprese militari e l'opera di riorganizzazione delle
province iberiche, trovò il modo e il tempo di dedicarsi all'attività di
libellista.
Cicerone aveva scritto l'anno prima un elogio in memoria di Catone.
L'oratore, che attraversava una grave crisi finanziaria e psicologica, trovava
sollievo nel lavoro intellettuale.
Era senza un soldo, avendo prestato una forte somma a Pompeo nei giorni di
Durazzo.
Aveva ripudiato Terenzia, la vecchia moglie sempre più intrigante, altezzosa e
bisognosa di denaro, che lo aveva riempito di guai e di debiti.
Ma anche con la nuova compagna, la giovanissima Publilia, tutto andava per il
peggio.
Aveva infine perduto di parto Tullia, la dilettissima figlia, e si disperava di
non avere i mezzi necessari per costruirle un sacrario alla memoria.
Il Cicer, nell'opera dedicata a Catone, esaltava l'uomo ch'era stato il più
irriducibile avversario di Cesare.
Lo paragonava a un nume, lo descriveva come il più intemerato e perfetto dei
romani.
Cesare avvertiva l'esigenza di dare una spallata a questo mito per lui
pericoloso, e si mise al lavoro dispiegando tutte le sue doti di polemista.
Alla laudatio scritta da Cicerone rispose con una vituperatio contenuta in due
grossi rotoli di papiro, e diede ai libri il titolo di Anticatones, avendo
l'arpinate chiamato Cato il proprio.
Gli ambienti politici e intellettuali della capitale furono messi a rumore da
questo vivace scontro.
Poco meno d'un secolo e mezzo dopo, Giovenale riprende in una ~tir~ il rirnr~ e
lihri ~i Cesare scrivendo del famo sissimo scandalo che esplose a Roma quando
Clodio s'infilò sacrilegamente in casa di Pompea durante i riti solenni della
dea Bona interdetti agli uomini.
In versi osceni il poeta parla per allusioni dell'arpista (Clodio travestito da
donna) che .. introdusse un membro più grosso dei due Anticatones di Cesare in
quel luogo donde fugge perfino il topo , penem maiorem, quam sunt duo Caesaris
Anticatones.
Il topo fugge essendo conscio della sua maschilità, testiculi sibi conscius.
In quei tempi i papiri erano ancora arrotolati intorno a bastoncini d'avorio o
di legno.
Soltanto in seguito Cesare stesso, fra le sue riforme, inaugurò un metodo che
poi s'impose universalmente e che consisteva nello scrivere su papiri tagliati
in fogli sovrapposti l'uno all'altro e quindi rilegati.
Nella voluminosa vituperatio Cesare, con lieve ironia, prega anzitutto il
lettore di non paragonare il suo stile, ch'era quello di un soldato, alle
raffinatezze letterarie di un retore che aveva studiato a lungo eloquenza.
Poi passò a smontare a una a una le argomentazioni ciceroniane.
Non sono veri, scrive, i mirabili fatti che l'arpinate attribuisce a Catone al
fine di lodarlo.
Comunque, anche se veri, quei fatti non meritavano tanti elogi perché erano
stati compiuti in maniera truffaldina solo per soddisfare l'apparenza.
Tutt'altro che onesto e disinteressato era per lui l'Uticense.
Non aveva forse venduto per avidità di denaro la moglie Marcia al ricchissimo
Quinto Ortensio? Non aveva passato al setaccio le ceneri del rogo su cui aveva
bruciato il corpo del fratello per recuperarvi, avaro e sacrilego, l'oro del
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funerale? E come mai le carte coi rendiconti della sua opulenta missione a Cipro
si erano perdute nel viaggio di ritorno a Roma? Non tutto il libello era però
un'invettiva aperta.
Talvolta esso dava dialetticamente l'impressione che il dittatore volesse lodare
e non accusare il virtuoso nemico.
Cesare libellista narra un episodio in cui alcuni conte~nosi cittadini rom~ni
e'imh~tton~ in lln Catone ubriaco che se ne andava barcollando di qua e di là.
Ma Cesare mostra quei morigerati cittadini confusi e pieni di rossore come se
fosse stato Catone a cogliere loro in fallo e non loro Catone.
L'opuscolo del Cicer dispiacque al dittatore anche perché egli non si attendeva
dall'arpinate uno scritto a favore dello stoico, ma piuttosto un'opera che
esaltasse la sua figura e la sua conquista, ora che si trovava incontrastato al
vertice dello Stato, così come aveva fatto Aristotele con Alessandro Magno.
xv
In tanto successo si preparava un complotto.
Cesare, dalla Spagna, si rimetteva in viaggio verso l'Italia.
Ancora una volta non puntò direttamente sull'Urbe.
Preferì fare una lunga sosta nella Gallia narbonese, onorato da numerosi
senatori che gli erano andati incontro insieme a Marco Giunio Bruto, Marco
Antonio, Caio Trebonio, tutti uomini del suo destino, in una maniera o
nell'altra.
Trebonio, che era stato duramente sconfitto dai pompeiani in Spagna, era
inquieto, ma teneva nascosti i suoi crucci.
Intorno a lui già si muovevano pericolose correnti anticesariane.
Egli stesso cercava di organizzare a Narbona un attentato alla vita di Cesare.
Aveva sondato con cautela la predisposizione di Antonio per attrarlo a sé, ma si
era reso conto della sua ostilità.
Stranamente Antonio non rivelò a Cesare l'approccio, e avrebbe avuto tutto il
tempo per farlo poiché da Narbona a Roma viaggiò accanto al dittatore sullo
stes~so cocchio.
Prima di entrare nella capitale, Cesare sostò per venti giorni nella sua villa
di Labicum (Labico) dove ricevette le maggiori personalità della repubblica che
gli rendevano omaggio.
Nella tranquillità del parco labicano scrisse segretamente il testamento con lo
scopo preciso di nominare suo erede principale Ottaviano, di adottarlo e di
trasferirgli il proprio nome perché gli succedesse nella guida del nuovo Stato
che stava costruendo.
Ottaviano era fi~lio di sua nipote Azia, e Cesare vedeva in quel giovane,
fragile e malaticcio, doti eccezionali che non si erano ancora rivelate a tutti.
Forse già leggeva in lui il nome di Augusto.
Intanto lo chiamava Caio Giulio Cesare Ottaviano, gli concedeva onori militari,
gli assicurava la successione anche alla carica di pontefice massimo e decideva
di inviarlo ad Apollonia in Illiria dove aveva concentrato un esercito pronto a
muovere contro i parti che minacciavano le province romane in Oriente.
Al termine della rapida parentesi labicana Cesare, ai primi di ottobre,
raggiunse l'Urbe.
Vi mancava da dieci mesi, e del resto sempre brevi erano state le sue permanenze
nella capitale.
Non gli rimanevano che sei mesi di vita, e quelli furono gli unici in cui dominò
davvero incontrastato su Roma.
Trovò tutto pronto per la solenne celebrazione del suo quinto trionfo.
Le insegne questa volta furono d'argento levigato.
Egli salì le scale del Campidoglio mentre il popolo lo acclamava .. liberatore .
Il Senato gli riconobbe quel titolo iscrivendolo nei fasti e decidendo la
costruzione d'un tempio alla Libertà.
Si rinnovarono gli spettacoli di gladiatori, le battaglie navali, le cacce ai
leoni, i combattimenti di fanti e cavalieri, gli scontri fra elefanti.
A chiusura delle feste si svolse un sontuoso banchetto di più giorni con la
distribuzione di quattro diversi vìni, il Falerno, il Chio, il Lesbo e il
Mamertino.
Cesare aveva ideato per sé una veste trionfale di porpora, ornata d'oro, le
scarpe erano rosse col tacco alto, sicché il suo nuovo abbigliamento era del
tutto ispirato a quello dei re romani.
Non si staccava mai dalla corona d'alloro, e la plebe maliziosamente diceva che
in tal maniera egli copriva la calvizie.
Gli onori e le cariche si moltiplicarono.
Nello scorcio del 45 ottenne una sorta di consolato continuo.
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Era già console per cinque anni e l'alta dignità gli fu rinnovata per un
decennio.
Gli fu altresì riservata la nomina di metà degli edili, dei pretori e dei
questori.
Poté anzi aumentare il numero di questi magistrati, sicché gli edili da quattro
divennero sei, i pretori da quattordici salirono a sedici, i questori da venti a
quaranta.
Il tutto gli servì per mettere suoi uomini nei posti chiave dello Stato e per
ricompensare, come dice Cicerone, l' infernale muta di cani che lo aveva
sostenuto nell'ascesa.
Il suo atteggiamento, il cumulo delle dignità, l'ultimo trionfo celebrato non
contro stranieri ma contro province romane, diventavano elementi di propaganda
anticesariana nelle mani dei pompeiani superstiti e dei più irriducibili
difensori dell'antica repubblica morente.
Anche gli Anticatones venivano utilizzati contro di lui.
Nell'aprile precedente, quando a Roma era arrivata la notizia della rotta di
Cneo Pompeo a Munda, gli anticesariani avevano rinserrato le file.
I romani avevano appreso della definitiva sconfitta di Cneo il 20 aprile, alla
vigilia cioè dei Palilia, giorno in cui si celebrava da più di settecento anni
la nascita dell'Urbe.
Il popolo considerò come un segno fausto del cielo la coincidenza dei due
eventi, e, durante i festeggiamenti del 21 aprile, Cesare venne acclamato
fondatore d'una nuova Roma, pater patriae.
Mentre il popolo gioiva nelle strade e plaudiva al secondo Romolo, nelle ville
degli ottimati repubblicani dominava la rabbia e la disperazione.
In un clima di parossismo si cominciò a preparare il mortale complotto.
Si svolse nell'Urbe una processione in onore di Cesare, e l'ondivago Cicerone la
definisce una pillola amara, acerba pompa.
Quella processione assumeva un valore particolare, celebrava Cesare come Dio
Invitto e dava sostanzialmente l'avvio ai riti di divinizzazione del dittatore.
Un'aura di divinità già aleggiava intorno alla sua persona.
Quell'acerba pompa esasperò enormemente l'animo
dei repubblicani.
L'arpinate dice che perfino il popolo, sebbene filogiuliano, rimase silenzioso
al passaggio della Vittoria affiancata dalle imma~ini di Cesare. Un popolo
magnifico, commenta Cicerone ammirato di ciò, che non ha oggi applaudito neppure
alla Vittoria, a causa dell'indesiderato vicino.

Il partito dei pompeiani assisteva però impotente alla glorificazione continua


del dittatore.
Ancora prima che Caio Giulio tornasse a Roma, gli erano stati attribuiti altri
onori, senza che nessuno potesse opporsi al volere delle Assemblee popolari e
del Senato ormai sottomesso ai cesariani.
Per cinquanta giorni si ringraziarono gli dèi con preghiere e sacrifici
pubblici, mentre gli elevavano nei ludi circenses una statua d'avorio da portare
su un carro accanto a q~uelle degli dèi.
Un'altra sua statua era posta nel tempio di Romolo nel Foro e un'altra ancora
sul Campidoglio.
Gli dedicarono un culto i cui riti si svolgevano in un tempio intitolato a Giove
Giulio, Iuppiter Iulius.
Mutarono anche la formula dei giuramenti aff~nché si pronunciassero in nome
della sua fortuna.
Dichiararono festivi tutti quei giorni nei quali egli aveva riportato una
vittoria.
Era questa una costruzione alla quale non era certamente estraneo Cesare,
sebbene fosse ancora assente da Roma.
Tale castello di onori preparava la sua divinizzazione, ma al tempo stesso
eccitava sempre più l'ostilità del partito repubblicano.
Anche Cicerone, nelle sue lettere, non nasconde una profonda contrarietà.
Magari se la cavava con una battuta, come quando scrive ad Attico che era pur
sempre preferibile avere la statua di Cesare nel tempio di Romolo che in quello
della Salute.
E con ciò intendeva fare due allusioni.
La prima per ricordare la scomparsa di Romolo avvenuta proprio alla vigilia
della deificazione, e quindi per augurarsi eguale destino per Cesare.
La seconda per dire che Cesare non aveva certamente recato salute alla
repubblica.
Formalmente i rapporti fra loro si mantenevano buoni.
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Quando già si addensavano le nubi della tempesta, Cesare trascorse nel dicembre
del 45 un paio di giorni quieti sulle dolci coste della Campania.
Fu ospite d'un suo parente a Baia e di Cicerone a Pozzuoli.
Erano con lui duemila soldati che si attendarono in un campo, mentre gli
ufficiali invadevano la villa dell'oratore, lasciando libera a malapena la sala
del triclinio dove Caio Giulio avrebbe cenato.
Si appartò col fido agente Balbo per rivedere alcuni conti arretrati, poi fece
una passeggiata sulla spiaggia.
Tornò a casa e s'immerse in una vasca per un lungo bagno.
Intanto gli leggevano alcuni versi assai pungenti rivolti a un suo protetto,
quel Mamurra che egli aveva lasciato arricchire in Gallia.
Cesare non si scompose.
Ascoltò e tacque.
Chiese più tardi un massaggiatore.
Finalmente si mise a tavola, non senza aver preso, secondo l'uso, un emetico per
liberare lo stomaco con il vomito.
La cena fu piacevole e sontuosa.
Cicerone ne scrisse ad Attico, .< il cibo era raffinato e ben cotto ; se ne
mostrò orgoglioso, lieto di aver ospi,~ato un così ragguardevole personaggio.
Non parlarono di politica, ma solo di letteratura: Cesare si divertì e si trovò
bene .
Nei pochi mesi che gli rimanevano, non poté più avere altri momenti così lieti.
I pompeiani, accortisi che l'eccesso di onori e l'avviato processo di
deificazione provocavano un certo malumore anche tra le masse popolari, si
diedero essi stessi a proporre e a favorire l'attribuzione di sempre nuove
dignità.
Lo facevano un po' per adulazione, un po' per denigrare più facilmente un uomo
così sensibile alle riverenze.
Speravano di rendere impopolare la sua figura per eccesso di popolarità, ma
soprattutto cercavano di influire su una latente e diffusa ostilità verso il
potere assoluto e la sua divinizzazione.
Nei loro piani egli doveva diventare il bersaglio dell'invidia e dell'odio per
accelerarne la rovina.
Era questa un'impresa difficile perché alle masse, nonostante certi turbamenti,
non sfuggiva che con Cesare al vertice dello Stato si assicurava la fine delle
sanguinose lotte tra fazioni e il raggiungimento d'una duratura pace interna.
Egli diede subito il segnale di ciò nel tornare a Roma.
Difatti, ..cosa umanamente incredibile, come scrive Velleio Patercolo, perdonò a
tutti coloro che lo avevano combattuto.
Le statue di Pompeo Magno, che i romani avevano abbattuto, furono riportate sui
loro basamenti.
Nel nome di questa pacificazione si iniziò la costruzione d'un tempio dedicato
alla Clemenza Giulia.
Si decise altresì di destinargli un sepolcro all'interno del pomerio, onore che
non era mai stato concesso a nessun altro prima di lui in quanto una legge
proibiva di seppellire i morti entro l'Urbe.
Tutti i decreti che lo riguardavano furono incisi a lettere d'oro su colonne
d'argento collocate ai piedi di ~iove Capitolino.
Il peso di Cesare cresceva.
Il Senato gli attribuiva il pieno controllo delle finanze e il comando supremo
degli eserciti, insieme al diritto di essere il solo a decidere della pace e
della guerra.
Raggiunse il culmine del potere quando il 14 febbraio del 44 il Senato, a lui
totalmente asservito, lo proclamò dittatore perpetuo, dicta~or perpetuus.
Ebbe altre dignità a vita: la censura che gli conferiva il potere di decidere
sulla concessione della cittadinanza romana, il diritto di coniare monete con la
propria effigie e il titolo ereditario di impera~or.
Il titolo era onorifico, non comportava alcuna potestà, tuttavia acquistava con
lui un nuovo e ben più vasto significato.
Non equivaleva più semplicemente a vittorioso condottiero di eserciti né
decadeva con la fine del comando militare.
Si protraeva nel tempo fino a trasferirsi ereditariamente ai figli e ai nipoti.
Il titolo di imperator, che aveva sempre seguito il nome dei generali per
glorificarne le azioni di guerra, fu attribuito a Cesare col valore di prenome.
Spettava soltanto a lui e ai suoi eredi, per cui il dittatore lasciò cadere il
prenome di Caius per sostituirlo con quello di imperator.
Ecco che Caius Iulius Caesar Imperator divenne Imperator Iulius Caesar.
Una differenza apparentemente trascurabile che, unita al perpetuarsi del nome di
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Cesare nei successivi imperatori, caratterizzò nei secoli l'impero romano e ogni
altra forma imperiale.
In varie lingue, ogni successiva potestà imperiale risale etimologicamente al
Caesar.
Lo si riscontra nel termine tedesco di Kaiser, imperatore, e in quello russo di
zar, autocrate, e ancor più esplicitamente nella grafia czar.
La storia ha prodotto in tutti i tempi e ovunque una grande quantità di Cesari,
veri e falsi, fino a un César de carnaval, come fu definito ]~ussolini in una
conferenza internazionale.
Solo a distanza di molti secoli sorse dal nome di Cesare il fortunato ma
fuorviante nuovo termine di ~ Cesarismo .
Esso indicò a metà Ottocento, nel clima di Napoleone IlI, una forma di potere
personale, una monarchia non legittima sostenuta dalle armi e dal popolo, come
quella che già Napoleone I aveva imposto alla Francia con il colpo di Stato del
18 brumaio.
Venne coniato anche il ~ cesaropapismo per condannare l'estensione della potestà
civile al campo religioso.
E infine, la forza evocativa del nome di Cesare e della funzione che vi era
connessa si confermò dal momento in cui la soppressione violenta di Cesare fu
detta cesaricidio )>, non solo in rapporto al dittatore roman ma anche per
indicare l'eliminazione di ogni altro tiranno.
Prima della comparsa del termine ~<cesarismo, che stava a dimostrare quanto
fosse ancora forte il segno lasciato da Cesare nella storia, si parlava
semplicemente di dispotiSmo per indicare un potere personale e assoluto.
Il potere personale era tale proprio perché il dominatore lo eserCitaVa con
tutto il peso della sua persona.
Egli era la legge, e ciò urtava profondamente col migliore spirito repubblican
dei tempi in cui ogni magistrato non era che un esecutore della legalità
codificata e si annullava in essa.
Per quanto quello spirito fosse ormai scompars in una repubblica moribonda, come
quella dell'antica Roma, l'idea che un solo uomo detenesse tutti i poteri, e per
altro senza limiti di tempo, turbava le coscienze di molti.
Non sempre l'opposizione al dominatore era quindi dettata da lotte di fazioni o
da interessi particolari di uomini e di gruppi.
Il già sovrano potere di Cesare fu ulteriormente esteso perché gli venne
riconosciuto il diritto di occupare tutte le cariche, non escluse quelle della
plebe, senza dover interrogare il popolo.
Dal 14 febbraio del 44, punta massima del suo potere, non gli restava che un
mese di vita.
Eppure la sua costruzione politica non era ancora compiuta.
Agli avversari era chiaro da tempo che egli non avrebbe mai più restáurato la
repubblica.
Grande era la delusione anche di molti cesariani al cospetto di abusi di potere,
discorsi tracotanti e arroganze d'ogni genere.
Se ne poteva fare un minuzioso elenco, a cominciare dagli onori che Cesare
attribuiva a se stesso a capriccio; all'immissione in Senato di persone prive di
nobiltà alle quali egli aveva concesso la cittadinanza romana, non esclusi
alcuni galli semibarbari; all'assegnazione di importanti incarichi ai suoi
schiavi; alla nomina di Rufione, figlio d'un suo liberto e suo amante, a
comandante delle tre legioni dislocate in Alessandria.
XVI

Che cos'era ormai la repubblica per Cesare? Nient'altro che un nome senza corpo
né forma.
Nihil esse rem publicam, appellationem modo sine corpore ac specie, sono le
parole che Svetonio gli fa pronunciare, così come gli fa dire che Silla si era
mostrato un incapace, un analfabeta, Sullam nescisse litteras, il giorno in cui
aveva rinunciato alla dittatura.
Insomma, a sentire l'antico biografo, la sua tracotanza non aveva più limiti,
tanto che ormai usava dire frasi come queste: I cittadini devono parlarmi con
grande deferenza e avere per legge le mie parole .
Un giorno in cui l'aruspice gli aveva dato l'annuncio che le viscere della
vittima sacrificale erano infauste perché prive del cuore, egli avrebbe risposto
così: Le farò io propizie, quando vorrò .
Poi avrebbe soggiunto, forse con una punta di non intesa ironia: <.
Non c'è da meravigliarsi se una bestia manchi del cuore .
Era proprio radicalmente mutato Cesare? Aveva del tutto perduto la eletta
affabilità che lo aveva reso tanto popolare~ Dove erano la clemenza e la
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bonarietà d'una volta? Lo storico antico Dione Cassio crede di aver individuato
il momento in cui ebbe inizio la sua trasformazione.
Scrive che Cesare non fece più nulla con moderazione, divenne orgoglioso quasi
fosse un dio immortale, da quando vide spuntare dalle rovine di Munda il
germoglio d'una palma, e cioè dal giorno della sua definitiva vittoria sui
pompeiani che la palma rendeva sacra.
394 Ctsa~c

Perse anche le più elementari forme di compitezza? Forse sì, a prendere per
buono un singolare episodio.
Egli, assiso al centro del tempio di Venere Genitrice, conces6e un'udienza al
Senato che gli si presentava al gran completo con nuovi decreti in suo onore.
Ebbene, all'apparire dei senatori, Cesare non si alzò dal seggio dorato su cui
era seduto né tributò loro il benché minimo segno di omaggio.
L'alto consesso se ne offese grandemente, non esclusi i senatori che dovevano a
lui personalmente la nomina, cioè quei famosi galli semibarbari.
Poteva arrivare a tanto il nobile Caio Giulio? Dione Cassio pensa di primo
acchito che egli abbia potuto compiere quell'errore fatale per distrazione, ma
poi offre una ben più curiosa e sommamente ridicola spiegazione.
Il dittatore soffriva in quei giorni di diarrhaea, e, a causa di questa
soccorrenza di ventre, non Sl era alzato dal seggio temendo di non riuscire a
trattenersi.
Così dicevano alcuni suoi amici intimi, ma non furono creduti perché al termine
della cerimonia Cesare lasciò il suo posto e se ne tornò senza fretta a casa.
Plutarco offre di tutto ciò un'ulteriore spiegazione e attribuisce lo sprezzante
comportamento del dittatore all'insorgere d'un attacco d'epilessia.
A detta del biografo fu lo stesso Caio Giulio a dare questa versione dei fatti.
Cesare si accorse subito di aver ecceduto con i senatori.
Tornando a casa, mostrava la gola a tutti ed esclamava: Sgozzatemi.
Sgozzatemin.
Non aggiunse altro.
Solo più tardi cominciò ad attribuire la colpa dell'accaduto alla propria
malattia.
Diceva che l'epilessia confonde le idee, il tremito ti prende all'improvviso e
non sei più responsabile di ciò che fai

In realtà l'episodio, a ben considerarlo, si rivelava estremamente


significativo.
L'aveva voluta Cesare quella riunione del Senato all'interno del tempio che
onorava la dea progenitrice della gens Iulia, e aveva scelto lui dove prendere
posto: proprio al centro dell'edificio.
Tutto ciò non poteva avere che il valore di mostrarsi ai patres come una
divinità vivente.
E un dio non poteva non rimanere seduto.
La plebe, o forse più verosimilmente i gelosi patrizi, celiavano sulle nuove
leve senatoriali.
I nuovi patres, provinciali o ancora selvaggi, non sapevano nemmeno dove si
riunisse il Senato, e giravano smarriti per le strade di Roma, sicché una
mattina apparve a un cantone un cartello con questa scritta: Bonum factum.
Bene, nessuno dica ai nuovi senatori dov'è la Curia>).
E sul fatto che ormai in Senato non sedessero soltanto i rappresentanti
dell'antico patriziato, ma anche i malvisti galli, si sentiva intonare nel Foro
una canzoncina: ~.
Dietro al suo carro trionfale Cesare ha portato in Senato i galli./ Ed essi si
sono tolti le brache per indossare il laticlavio~.
Somma ingiuria consentire che dalle volgari brache, il tradizionale indumento di
quelle popolazioni, si passasse alla nobile porpora senatoriale.
Questa era l'opinione degli ottimati, ma proprio i senatori bracati erano il
simbolo più appariscente delle riforme attuate da Cesare allo scopo
rivoluzionario di colpire l'antico monopolio dei patrizi e immettere nelle
istituzioni dello Stato i rappresentanti di nuove classi sociali e nuovi gruppi
etnici, in conformità ai princìpi del partito dei populares.
Inoltre la concessione della cittadinanza romana a popolazioni galliche e
spagnole rientrava nel processo di romanizzazione e pacificazione delle terre
conquistate.
Cesare pensava a un assetto unitario dello Stato, a una supernazione, da
raggiungere attraverso una sempre più stretta comunanza fra romani, italici e
provinciali.
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Guardò con occhi nuovi anche ad antichi popoli decaduti, ma sempre gelosi della
loro civiltà, come i greci e gli ebrei, per inserirli a loro volta nel grande
mosaico unitario del nuovo Stato.
L'obiettivo era l'impero.
La Gallia cisalpina entrò a far parte dell'Italia, la Sicilia ottenne il diritto
latino, nascevano nuove colonie in tutto il territorio, risorgeva Cartagine col
nome di Colonia lulia Carthago, Capua riprendeva l'antico vigore.
Cesare si proponeva di tagliare l'istmo del Peloponneso tra il mare Egeo e lo
Ionio; di prosciugare le paludi Pontine e il lago del Fucino; di aprire una
grande strada che dal Tevere attraverso gli Appennini toccasse l'Adriatico.
Il Tevere gli stava particolarmente a cuore.
Avrebbe voluto imbrigliarne le acque all'uscita dell'Urbe, incanalarle in una
fossa profonda e farle sfociare nel mare di Terracina affinché i mercanti
potessero disporre di una nuova via di comunicazione.
Alcuni suoi progetti riguardavano
anche Ostia per ingrandirne il porto e liberarlo dagli scogli che affioravano
alla superficie delle acque.
Nei suoi programmi Roma doveva assumere un volto nuovo e porsi, come capitale
d'un grande impero, all'altezza delle insigni città ellenistiche.
Bisognava decongestionare il centro urbano, munirlo di nuove strade, evitarne il
sovrapopolamento, migliorarne le condizioni igieniche.
Nel giugno del 45 il dittatore promulgava una legge de Urbe augenda, per una
Roma più grande, ma già da un decennio, quando ancora si trovava in Gallia, i
suoi pensieri erano rivolti all'abbellimento della capitale.
Aveva avviato la costruzione del nuovo Foro che prendeva il suo nome, Forum
Iulium, e di edifici monumentali, con l'obiettivo di attrarre a sé sempre nuovi
strati popolari offrendo lavoro ai più poveri e senza mai perdere di vista il
grande valore propagandistico insito in quelle opere marmoree.
Il suo piano urbanistico si sviluppava dunque in due direzioni, sia per
risolvere i problemi di edilizia civile, de instruenda Urbe, sia per innalzare
nuovi monumenti, de ornanda Urbe.
E del luglio 45 una lettera di Cicerone che fornisce qualche particolare sui
progetti di Cesare: ~.Si parla dell'ampliamento di Roma.
Si vuole deviare il Tevere dopo ponte Milvio e farlo passare presso i colli
Vaticani.
Si dice che il Campo Marzio diventerà area fabbricabile, Campum Martium
coaedificari, e il Campo Vaticano sarà ciò che oggi è Campo Marzio, quasi
Martium Campum~>.
Cicerone si mostra contrariato da tali progetti che danneggiano certe sue
speculazioni dirette all'acquisto di aree.
Cesare intendeva infine dotare la città d'una grandiosa biblioteca pubblica con
volumi greci e latini, simile per importanza a quella di Alessandria che, per
sua colpa, il fuoco aveva distrutto.
Affidò l'attuazione del progetto al celebre erudito Marco Terenzio Varrone, al
quale aveva perdonato i suoi trascorsi di pompeiano.
La biblioteca, che doveva sorgere nei pressi del Forum Iulium, era un segno
dell'interesse di Cesare per la diffusione della cultura.
Varrone aveva il compito di raccogliere e ordinare, comparare et digerere, i
libri allo scopo di offrire il più svariato materiale di studio agli
intellettuali.
Cesare rispondeva a un'esigenza profondamente sentita a Roma e a lui più volte
espressa dagli uomini colti che lo attorniavano, come il biografo Caio Oppio,
l'agile scrittore Aulo Irzio che completò il Bellum gallicum, e il diarista
Lucio Balbo.
Sebbene gli intellettuali dell'epoca non subissero grandemente l'influenza del
potere cesariano, e l'esempio massimo di ciò veniva fornito dalla sfrontatezza
di Licinio Calvo e di Catullo, il dittatore non mancò di blandirli.
Il suo era un corteggiamento tenue che non implicava una vera e propria
organizzazione del consenso, come invece avverrà sotto Augusto con l'ausilio di
Mecenate.
Con un gesto di liberalità, Cesare aveva infatti invitato a cena Catullo che
pure gli aveva rivolto uno dei suoi più offensivi e osceni epigrammi in cui lo
aveva chiamato frocio libidinoso o. Il dittatore aveva già avviato la
lottizzazione del nuovo Campo di Marte da costruire nella zona del Vaticano e i
suoi avversari mordevano il freno del tutto impotenti ad arginarne l'operosità.
In questo clima cominciò a serpeggiare l'idea d'una congiura per abbatterlo a
tradimento.
C'era già chi scriveva libelli anonimi diffamatori che venivano diffusi
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clandestinamente.
Qualche ardimentoso osava perfino mostrargli apertamente la propria ostilità,
come avvenne in occasione dell'ultimo trionfo.
Cesare sfilava con maestà divina sul suo cocchio lungo il Foro e aveva raggiunto
la via Sacra dove su un podio si trovavano i tribuni della plebe.
Uno di essi, Ponzio Aquila, per dimostrargli tutta la propria avversione, non si
alzò in piedi al suo passaggio né gli fece alcun cenno di saluto.
Il dittatore reagì dicendogli: Pensi, tribuno Aquila, di riconquistare così
facendo il potere? .>.
E in seguito, per più giorni, non prendeva una decisione senza aggiungere queste
parole ironiche e sdegnate: Naturalmente se piacerà a Ponzio Aquila,>, Si tamen
per Pontium Aquilam licuerit.
Non meno rivoluzionario egli era nella scelta dei più alti magistrati dello
Stato.
Gli accadeva di nominare un nuovo console anche per una sola giornata o di farsi
sostituire in quella carica per brevi periodi di tempo da un console suffectus.
Ciò con l'intento di svalutare le magistrature tradizionali e affermare sempre
più il ruolo di un capo unico e assoluto, insomma di Cesare.
Una volta si era fatto sostituire al consolato per tre mesi da un suo seguace,
Quinto Fabio Massimo, e quando il nuovo console fu presentato al popolo, ci fu
qualcuno che osò gridare in segno di disapprovazione: .<No, no, egli non è
console.,.
Andò ben oltre.
Morto improvvisamente Fabio Massimo, lo sostituì, per le poche ore che restavano
allo scadere del consolato, con Caninio Rebilio, suo fedele luogotenente in
Gallia contro Vercingetorige e a Munda.
Amaramente Cicerone osservò: ..Costui potrà vantarsi di non aver mai preso sonno
durante tutto il suo governo ~.
In vari altri modi i repubblicani esprimevano il loro dissenso.
Caio Giulio aveva rimosso dalla carica i tribuni della plebe Cesezio e Marullo,
ma quando poco dopo si convocarono i comizi per l'elezione dei consoli, si
constatò che molte schede portavano i loro nomi sebbene i due persona~i non
apparissero fra i candidati.
Cicerone, che aveva ripreso a osteggiare Cesare, deluso da lui, commentava: Per
quanto le leggi siano state sopraffatte da qualcuno [Cesare] e la libertà
vulnerata, c'è sempre chi si fa sentire con taciti giudizi o coi voti segreti
nelle pubbliche elezioni".
L'aver rimosso dalla carica i tribuni Cesezio e Marullo rivelava anche al più
indifferente dei romani quanto potesse Cesare.
Perfino quella forte magistratura popolare gli era subordinata.
Un plebiscito l'aveva autorizzato a partecipare alle decisioni dei tribuni.
Il loro veto non poteva esercitarsi nei confronti dei suoi atti, e, infine, egli
si era rivestito della loro stessa sacertà e inviolabilità.
Ormai Cesare figurava agli occhi di tutti come un antico re romano.
Il modo di governare, l'atteggiamento esteriore, l'abbigliamento stesso non
lasciavano più dubbi sulla natura del suo potere.
Abilmente alimentata dalla propaganda pompeiana cresceva l'ondata del
malcontento.
Gli anticesariani più audaci già s'incontravano segretamente.
La congiura era cominciata e la descrizione più fantasiosa del luogo in cui
avvenivano le riunioni appartiene naturalmente al Medioevo. ..
El chonsiglio ragunato era sotto terra, sotto el palagio della ragione, ed era
fatto in tondo.
Lo suolo di sotto era tutto lavorato a porfido, chosì erano le sedie d'intorno.
Di sopra avea una volta a musaico lavorata, nel mezzo della quale era scolpita
la 'magine del Sommo Giove.
E 'I detto posto stava sì per ragione e achoncio che giamai non s'udiva di fuori
chosa alchuna che dentro si facesse o dicesse. I congiurati decisero le prime
mosse.
Sulla statua di Giunio Bruto, il leggendario fondatore della repubblica, mani
misteriose apposero una mattina questa scritta: ..
Fossi tu vivo, e contemporaneamente apparvero sulla statua del dittatore i
seguenti versetti anonimi: ..Bruto fu per primo eletto console, avendo scacciato
i re./ Cesare, per aver scacciato i consoli, alla fine si fece re.
Era onorato e ubbidito come ~n monarca.
Si preparava una nuova guerra, quella contro i parti, e i cesariani soste,nevano
che bisognasse affidarne il comando a un monarca perché questo imponevano i
libri sibillini, in realtà opportunamente interpretati.
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Soltanto un re, si leggeva in essi, avrebbe potuto salvare Roma dalla minaccia
orientale, e quel re non poteva non essere Cesare.
I congiurati si aspettavano che da un giorno all'altro i giuliani cogliessero il
pretesto della profezia per incoronarlo.
Non c'era quindi altra via d'uscita, dicevano, oltre quella di uccidere al più
presto il dittatore anche per impedirgli di compiere una nuova impresa bellica
che già nelle intenzioni aveva qualcosa di colossale.
Era imminente una spedizione contro i daci e i parti, per vendicare la morte di
Crasso a Carre e per bloccare i loro tentativi di sconfinamento verso l'area
mediterranea.
Essa non sarebbe stata che l'inizio d'una guerra della durata complessiva di tre
anni.
Sconfitti quei popoli, Cesare in varie tappe si proponeva di attraversare
l'antica Persia costeggiando il mar Caspio, di aggirare il Ponto, sottomettere
gli sciti, invadere la Germania e tornare a Roma scendendo dalla Gallia.
Era un progetto, dicevano i congiurati, che avrebbe spostato verso l'Oriente
l'asse del mondo politico romano, con grave danno per l'Urbe che si sarebbe
trovata in posizione decentrata. .
C'è lo zampino di Cleopatra, esclamavano, che vuole portarselo ad Alessandria.
Cesare era divorato dal desiderio irrefrenabile di sempre nuove glorie.
La passione che lo animava, osserva Plutarco, era una sorta di gelosia che egli
nutriva nei confronti di se stesso, come verso un estraneo, come se corresse una
profonda rivalità fra ciò che aveva fatto e ciò che voleva fare.
Era prigioniero d'una ossessione.
Cesare contro Cesare, per superare se stesso.
Egli non pensava che alla costruzione di una monarchia universale per riprendere
il sogno di Alessandro.
Nonostante tutti gli onori regali che gli venivano tributati, serpeggiava tra le
masse popolari una diffusa ostilità alla eventuale rinascita dell'antico
attributo di rex.
Il dittatore non sottovalutava il peso di quello stato d'animo e si adoperava
per nascondere la sua intima aspirazione al supremo titolo.
Lasciava però che altri, fra i suoi seguaci, assumessero più o meno
esplicitamente iniziative tali da indurre il popolo a mutare opinione.
Intanto egli, in attesa della maturazione degli eventi, continuava a mostrarsi
avverso al discusso appellativo.
Si susseguirono vari episodi incentrati su questa contesa che appassionava e
divideva il popolo romano.
Non mancavano tra la plebe i cesariani disposti a vedere Cesare incoronato re.
Uno di essi, tornando il dittatore a Roma dai Monti, Albani dove aveva celebrato
le Ferie Latine introdotte da Tarquinio il Superbo, pose sulla testa d'una sua
statua una corona d'alloro con una fascia bianca ch'era chiamata diadema.
L'una e l'altra stavano a simboleggiare due diversi pOteri che si volevano
riunire nella persona di Cesare e farne un re: l'alloro dell'impera~or romano e
il diadema della sovranità vigente nei paesi d'Oriente verso i quali Cesare
stava per dirigersi alla guida di un'armata di sedici legioni e diecimila
cavalieri: ottantamila uomini in tutto.
I tribuni della plebe fecero immediatamente togliere dall'alloro il bianco
diadema e trascinarono in prigione l'uomo che aveva preso l'ardita iniziativa.
Il popolo applaudì più all'arresto dell'uomo che all'apposizione del diadema
sulla statua del dittatore.
E Cesare, intimamente contrariato dal fallito tentativo di accendere
l'entusiasmo popolare intorno all'idea del regno, rimosse dalla carica i due
tribuni volendo far credere di essere stato privato della gloria di rifiutare
personalmente un onore sgradito a lui e alla plebe.
In una successiva occasione, verosimilmente preparata dai cesariani, il
dittatore fu accolto in pubblico da alte ~rida che lo acclamavano re.
Alla dimostrazione partecipava una gran folla, ma non ancora plebiscitaria, al
che Cesare, facendo segno con la mano per ottenere il silenzio, disse a gran
voce: .~ Io sono Cesare, non un re ", Caesarern se) non regem esse.
La dichiarazione poteva apparire come una solenne riprova della sua modestia e
della ritrosia a cingersi del diadema regale, ma in realtà costituiva la
rivelazione più strepitosa del suo sommo orgoglio.
L'orgoglio di voler superare lo stesso potere dei re per imporre al mondo un
nuovo appellativo della suprema potestà che derivava dal suo stesso nome.
Naturalmente non tutto appariva chiaro e ben definito, con gli eventi tumultuosi
in pieno svolgimento.
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Nell'incertezza lo stesso Marco Antonio, il nuovo console, ancora operava
affinché Cesare potesse diventare re a furor di popolo, con l'idea inespressa di
ingraziarsi il sovrano e di farsi adottare come figlio.
Antonio colse l'occasione della grande festa dei Lupercali per ritentare
pubblicamente l'incoronazione di Cesare.
La festa si svolgeva il 15 febbraio, proprio all'indomani dell'ascesa di Caio
Giulio alla suprema dignità di dittatore perpetuo.
Gli avvenimenti si accavallavano.
I cesariani mostravano di aver fretta.
Il console Antonio era il massimo sacerdote cui erano affidati i riti
sacrificali d'un particolare sodalizio di luperci recentemente intitolato a
Cesare come ennesima prova di devozione nei suoi confronti.
Gli aderenti al nuovo sodalicium sacrale si chiamavano infatti luperci iuliani.
Antonio, insieme ad altri giovani con le membra nude e spalmate di oll, correva
per le strade del Palatino facendo rivivere un'antica festa di pastori, come ai
tempi in cui si scacciavano i lupi dai greggi.
Il console e i giovani luperci, ripetendo gesti ancestrali, frustavano con
strisce di pelle di capra tutti coloro che incontravano e in particolare le
donne le quali si offrivano volontariamente alla frusta, certe di poter rendere
meno doloroso il parto, se incinte, o di potere alfine concepire, se sterili.
Cesare assisteva a queste cerimonie un po' selvagge dall'alto dei Rostri, nel
Foro, su uno scanno dorato, in abiti trionfali di porpora.
Uno dei giovani luperci, affannato e sudato per la lunga corsa, giunto al
cospetto del dittatore, depose ai suoi piedi una di quelle corone, ormai ben
note ai romani, consistenti in foglie d'alloro intrecciate alla bianca fascia
del diadema.
Tra la folla che si accalcava nel Foro si levò un debole applauso al quale fece
eco un sordo mormorio dei più.
Il giovane, incurante della reazione popolare, raccolse la corona con
l'intenzione evidente di porla sulla testa di Cesare il quale però con prontezza
respinse l'omaggio, mentre buona parte della folla applaudiva.
In realtà il popolo appariva incerto e confuso, certamente diviso.
Sopraggiunse allora Antonio a forzare la situazione.
Prese la corona dalle mani del giovane e, facendo il gesto di porla sulla testa
di Cesare, esclamò con vigore ad alta voce perché tutti sentissero: .Salve rex.
In nome del popolo romano ti offro l'alloro col diadema,-.
Alle sue parole fecero eco pochi applausi, e Cesare non poté fare altro che
respingere ancora una volta il serto regale.
Anzi, afferratolo dalle mani di Antonio lo gettò alla folla.
Solo allora tutto il popolo esplose in un lungo applauso di soddisfazione.
Cesare parlò brevemente per nascondere la tristezza ch'era scesa nel suo animo:
<Giove è il vostro re.
Portate questa corona sul Campidoglio .
Poi diede ordine a un segretario di registrare negli atti pubblici come non
avesse accettato il titolo di re che il popolo gli aveva offerto per mano del
console Marco Antonio.
Troppi onori riceveva Cesare, e Floro, con accenti drammatici, osserva che
quegli omaggi si accumulavano come bende su una vittima destinata al sacrificio.
XVII
La congiura degli anticesariani prendeva sempre più corpo, mentre via via
fallivano i tentativi dei cesariani di proclamare re il loro capo.
I cospiratori formavano un gruppo d'una sessantina di persone guidate da Caio
Cassio Longino, Marco Giunio Bruto e Decimo Bruto Albino.
Con grande circospezione i fautori del complotto saggiarono l'animo di altri
amici prima di associarli all'impresa.
Scelsero i più decisi tra i repubblicani.
Scartarono Cicerone giudicandolo poco ardimentoso.
Tennero lontano anche il catoniano Marco Favonio poiché in un accorto sondaggio
preliminare aveva espresso l'opinione che era preferibile una monarchia illegale
a una guerra civile.
Fra i tre personaggi che si posero alla testa del complotto, Marco Bruto
garantiva la nobiltà dell'azione.
Alta era la sua reputazione, e dietro il suo scudo morale nessuno poteva
sospettare che il complotto non fosse dettato dai più elevati ideali di libertà.
Assai complessa era la sua personalità, austero il carattere che si rifletteva
su un volto tetro e pensoso.
Appassionato di politica, ma anche innamorato delle lettere e della filosofia,
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Bruto aveva trascorso alcuni anni della giovinezza ad Atene frequentando i
maestri del pensiero greco.
Era cresciuto fra le convinzioni popolari del padre scomparso, che la madre
Servilia tutelava, e le idee conservatrici di suo zio Catone.
Particolare era il suo rapporto con Cesare di cui si vociferava fosse figlio.
Lo credevano i romani basandosi sul fatto che Bruto era venuto alla luce nel
periodo più focoso dell'amore fra Cesare e la bella Servilia.
Eppure i due amanti non avevano allora che quindici anni.
Al di là di questa diceria, bastava la relazione ch'era intercorsa fra Cesare e
la madre a legarli in maniera speciale.
Ma questo legame non fu sufficiente a frenare Bruto sulla strada del complotto.
Anzi egli ne prese la guida morale e, se si presta ascolto ad altre
interpretazioni, sembra che si decidesse a ciò proprio in odio all'intrigo
amoroso che aveva unito la madre al dittatore.
Molte tempeste scuotevano il suo animo, non ultima quella che aveva avuto per
origine la sua decisione di affiancarsi a Pompeo sebbene questi gli avesse
assassinato a tradimento il padre quando nel 77 Lepido aveva tentato di marciare
su Roma.
L'azione politica s'intrecciava tragicamente con i rapporti umani e familiari.
Per anni non gli aveva mai rivolto la parola, considerando disonorevole avere
rapporti con l'assassino di suo padre.
Fin da ragazzo aveva vissuto sotto l'influenza di Cicerone e di Catone, e ora
subiva il fascino perverso di Cassio, il vero organizzatore della congiura.
I due erano imparentati, per aver Cassio sposato Terzia sorellastra di Bruto.
Da sempre Bruto si richiamava agli ideali di libertà, e già otto anni prima
aveva approvato l'assassinio di Clodio.
Diceva che Milone, trucidando quello sciagurato agitatore, aveva compiuto un
atto di giustizia: Clodio era un nemico dello Stato e doveva essere eliminato,
anche mediante un attentato politico.
Ciò dimostrava come egli credesse da tempo alla liceità dei complotti che
avessero per oggetto la soppressione dei prevaricatori.
Nessuno lo avrebbe fermato. <.
Avere maggiore autorità delle leggi e del Senato, è un diritto che non consento
nemmeno a mio padre"> scriveva, ed era difficile capire se intendeva riferirsi
implicitamente alle voci che lo volevano figlio di Cesare.
Si oppose al Magno, più fortemente che mai, mentre questi assurgeva alla carica
di console unico.
Ma poi, quando gli apparve ben più pericoloso il dispotismo di Cesare, tornò tra
le braccia di Pompeo.
Esplosa la guerra civile, lasciò la Sicilia dove era pretore e raggiunse Pompeo
in Macedonia, accanto a Cicerone.
Al suo arrivo, il Magno gli riservò un'accoglienza particolarmente calorosa.
Si alzò in piedi per salutarlo, mentre gli tributava onori che non riservava
nemmeno ai suoi più importanti generali.
Marco Bruto combatté con coraggio a Durazzo, meritandosi gli elogi del Magno.
Ma a Farsalo, dopo la tragica sconfitta dei pompeiani, non disdegnò di aver
salva la vita da Cesare che gli offriva nuovamente amicizia e protezione.
Fu Bruto a compiere la prima mossa e a inviare un'umile lettera al vincitore per
chiedergli un incontro e dirgli ch'era pronto a seguirlo.
Cesare si mostrò clemente con lui.
Accettò subito di r~vederlo.
Pompeo era appena fuggito e il campo di battaglia era ancora arrossato dal
sangue dei caduti.
Quando Caio Giulio e Marco s'incontrarono, il generale lo prese in disparte.
Fecero
un po' di strada insieme.
Bruto aveva l'atteggiamento del discepolo davanti al maestro, del figlio accanto
al padre.
Di che cosa parlavano? Cesare, ragionando col giovane pentito, si chiedeva dove
potesse mai dirigersi Pompeo fuggendo.
Bruto gli diceva che l'unica sua meta possibile era l'Egitto, e il generale,
forte dell'informazione che coincideva con altre notizie di fonte asiatica,
diresse in quella direzione l'esercito.
Esitante e irresoluto, Bruto aveva tradito Pompeo, così come più tardi tradirà
Cesare.
Quando Caio Giulio dall'Egitto tornò vittorioso a Roma, mantenne la promessa
fatta a Marco temporaneamente rappacificato, che gli era stato al fianco nella
guerra alessandrina e in quella contro Farnace.
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Lo nominò per l'anno 46 proconsole della Gallia cisalpina, la provincia ch'era
la pupilla dei suoi occhi.
Bruto governò con saggezza, e lungo fu il buon ricordo della sua presenza a
Mediolanum (Milano), dove per riconoscenza gli tributarono l'onore di una statua
che durò a lungo sul suo piedistallo.
Egli era riuscito a ottenere il perdono anche per Cassio.
Il dittatore intendeva inoltre designarli entrambi per il consolato del 41.
L'essersi riavvicinato a Cesare costò a Bruto il dileggio di Catone che aveva
continuato a combattere in Africa contro l'esercit~ giuliano.
Bruto, che aveva perso la stima di Catone, ritrovò l'amicizia di Cicerone e l'un
l'altro si dedicavano i loro libri.
Cicerone ancora credeva possibile, nonostante Cesare, una restaurazione della
libertà.
Ma nel 45, tornato il dittatore dalla Spagna e dalla definitiva vittoria di
Munda ottenuta sulle residue forze pompeiane, caddero anche le ultime illusioni
dei repubblicani.
Essi dicevano che Cesare aveva gettato la maschera rivelando in pieno il volto
del tiranno.
Bruto ripiombò in una crisi profonda.
Aveva oscillato fra Pompeo e Cesare.
Corteggiato da entrambi e da entrambi deluso, o era lui a non saper chi
scegliere? Il dittatore ne aveva penetrato l'indole, tanto che un giorno
parlando di quel giovane aveva detto: <.
Qualsiasi cosa voglia, la vuole intensamente, Quicquid vult, valde vult.
Tuttavia anche questa affermazione era vera solo in parte, perché assai incerto
si mostrò Bruto prima di aderire alla congiura attiratovi da Cassio.
Fra i capi del complotto anche Cassio e Decimo Bruto Albino dovevano la loro
fortuna a Cesare.
Anzi Cassio gli era debitore della vita essendo stato risparmiato all'indomani
del tracollo di Farsalo.
Decimo Bruto fino al momento della cospirazione aveva costantemente e fedelmente
militato nelle file giuliane, tanto che Cesare lo aveva incluso nel suo
testamento come secondo erede.
Insieme con Caio Trebonio, Minucio Basilo e Sulpicio Galba, egli apparteneva al
gruppo dei migliori generali di Cesare, ma ciò non lo fermava sulla via del
tradimento.
Al fianco di Trebonio si era comportato da eroe nell'assedio di Marsigl;a.
Cesare lo aveva nominato governatore della Gallia transalpina e prescelto per il
consolato del 42.
Fra i generali di Cesare, si era già profilata una prima congiura nella Gallia
narbonese, a opera di Trebonio.
E anche Cassio aveva architettato di pugnalare il dittatore in Cilicia, sulle
rive del Cidno, lo stesso fiume in cui Alessandro Magno aveva rischiato di
morire nuotando nelle sue gelide acque.
Ora i congiurati si erano riuniti in un unico complotto.
Marco Bruto rivestiva, nei giorni della congiura, la dignità di praetot urbanus
e Cassio quella di praetor pe~egrinus.
Ancora una volta Cesare aveva favorito Bruto conferendogli una carica
importante, anche a danno di Cassio che aveva sulla carta più meriti di lui.
La parzialità di Cesare irritò Cassio, e i rapporti fra i due amici si fecero
per qualche tempo difficili.
Non si può escludere che Cesare abbia umiliato Cassio per allontanarlo da Bruto,
poiché già si vociferava d'una loro misteriosa intesa.
Bruto e Cassio.
Due personaggi antitetici, sebbene associati nella stessa impresa.
Plutarco, pur prendendone le difese, non evita di presentarli sotto diversa
luce.
Dipinge Cassio come un uomo venale, pronto a deviare dal solco del~a giustizia
pur di conseguire interessi personali; parla di lui come di un generale odioso e
iracondo, uso a comandare con la violenza.
Bruto gli appare invece virtuoso, straordinariamente mite e magnanimo, amante
della giustizia e della libertà.
Nella visione del biografo antico, mentre Bruto cospirava contro Cesare con la
certezza di compiere un gesto nobile e necessario, - intriso com'era di cultura
greca per Cui considerava un gesto legittimo la soppressione d'un tiranno -, gli
altri si erano coalizzati per livore e invidia.
Giudizi comunque incompleti poiché non si può prescindere dal fatto che alle
origini della congiura figurava la volontà di riconquistare il potere che Cesare
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aveva sottratto al Senato e alla nobiltà.
Un altro storico, Nicola Damasceno, d'orientamento augusteo, non è meno severo
con Cassio.
Lo accusa addirittura di servilismo nei confronti di Cesare, al punto da
accomunarlo ad Antonio nell'atto di porre la corona di re sulla testa del
dittatore.
A Roma si supponeva che Marco Bruto fosse un lontano discendente di quel Giunio
Bruto leggendario cui si ascriveva il merito di aver scacciato i Tarquini e
abbattuto la monarchia.
Bruto era doppiamente imparentato con Catone l'Uticense poiché sua madre
Servilia era una sorellastra dello stoico e sua moglie Porcia una figlia.
Dalla frequentazione dello zio aveva contratto l'odio per i monarchi e le
monarchie, per tutto ciò che sapeva di potere assoluto e di tirannia.
Donna assai sensibile, Porcia capiva il dramma in cui Bruto, marito e cugino, si
dibatteva.
Lo vedeva sempre più assorto e cogitabondo, insonni erano le notti, ma non
riusciva a ottenere da lui altro che risposte evasive alle sue domande
preoccupate.
Pensò che il marito non la ritenesse tanto forte da conservare il segreto su ciò
che andava preparando di tanto misterioso.
E allora volle dargli una prova della sua tempra.
Si chiuse nella camera da letto e, afferrato uno di quegli affilati ferri che i
tonsori usavano per tagliare le unghie, si inferse nella coscia un taglio
profondo.
Si presentò sanguinante al marito e gli ripetette le inascoltate domande.
Non sono"> gli disse, una donna qualsiasi da non meritare la tua fiducia.
Sono moglie di Bruto e figlia di Catone, non una meretrice che debba dividere
con te il letto e il triclinio senza poter partecipare alle tue gioie e alle tue
pene.
Questa ferita ti dimostri la mia forza d'animo e la mia capacità di tenere la
bocca chiusa.
Nessuna tortura mi farà parlare, svelami perciò i tuoi occulti disegni. Bruto
non resse né allo spettacolo del sangue né all'invocazione e, alzando le mani al
cielo, le rivelò la preparazione del complotto.
Poi pregò gli dèi di renderlo degno d'una così coraggiosa donna.
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Tra la moglie-cugina e la madre Servilia correva una sorda ostilità che


accentuava i toni della sua naturale indecisione.
Porcia odiava Cesare.
In quell'odio si rifletteva anche tutto l'astio del suo primo marito, Bibulo,
che da Cesare era stato continuamente umiliato.
Servilia, si sentiva ancora attratta dal suo antico amante, da cui ancora
otteneva protezione e privilegi.
I congiurati, nei loro conciliaboli segreti, si mostravano invasati dall'idea di
dover assolutamente uccidere Cesare per restituire a Roma le antiche libertà
repubblicane, come se fosse Cesare il responsabile della morte della repubblica
e non piuttosto gli stessi repubblicani con gli egoismi, gli odl, le avidità, le
ruberie.
In realtà la repubblica si era suicidata, ma i congiurati indicavano in Cesare
l'assassino della repubblica per poterlo assassinare.
Non certo per far resuscitare l'antico Stato, quanto per restituire il potere a
se stessi e al patriziato cui appartenevano.
Eliminato Cesare dalla scena, gli ottimati avrebbero riconquistato la libertà"
di gettare nuovamente Roma in quella situazione di caos che già era stata
propizia ai loro affari e a ogni altra prevaricazione ai danni delle classi più
deboli.
Si può dire che dietro i congiurati, a ispirarli e a fomentarli, ci fossero gli
uomini più facoltosi di Roma: i latifondisti agrari; gli affaristi più
spregiudicati; i finanzieri più audaci che non sopportavano di essere
controllati nelle loro egoistiche operazioni; i grandi agrari che dovevano
restituire cospicue estensioni di quell'ager publicus di cui si erano
illegalmente impossessati; i governatori più esosi che, in base alle nuove leggi
restrittive, perdevano il diritto alla depredazione delle province loro
assegnate.
Fra questi ultimi figurava perfino qualche cesariano, e del resto non erano
pochi i cesariani a mugugnare contro la severità moralizzatrice del nuovo
ordine.
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Il patriziato, che si riconosceva nel Senato e che da esso aveva sempre tratto
forza e potenza, si sentiva mancare la terra sotto i piedi da quando Cesare
aveva fatto di quell'assemblea un semplice simulacro .
Il malcontento cresceva.
S'erano aggiunti al complotto altri personaggi che a loro volta dovevano tutto a
Cesare, perfino la vita e la riabilitazione dopo aver militato nelle file di
Pompeo, come Caio Trebonio e altri familiari del dittatore, come Tullio Cimbro,
come Quinto Ligario che anzi assillava Bruto perché si decidesse ad agire.
Al primo sondaggio, Bruto lo aveva trovato a letto con la febbre alta.
Gli disse: Oh Ligario, proprio in questo momento ti sei ammalato! ~.
Ed egli prontamente rispose: Oh Bruto, se mediti qualcosa degna di te, io sono
già guarito~.
C'erano cesariani dichiarati, ma delusi, oltre Decimo Bruto Albino, e
rispondevano ai nomi di Lucio Minucio Basilo, Publio Servilio Casca.
Tra i pompeiani irriducibili figuravano Ponzio Aquila, Cecilio Buciliano, Rubrio
Ruga, Sestio Nasone, Marco Spurio.
Fra i congiurati c'era qualche idealista che credeva nella possibilità di
restaurare la sacrosanta repubblica, ma molti di loro agivano per se stessi, in
difesa di piccoli e di grandi interessi personali e per restituire il potere al
Senato.
Lo stesso Bruto, sebbene uomo d'onore e nobile d'animo, non era alieno da
lucrose operazioni affaristiche e finanziarie.
Ne fanno buona testimonianza le lettere di Cicerone che nell'anno 50, da
governatore della Cilicia, si trovò a trattare alcuni affari di Bruto pendenti
in quella provincia.
Bruto si comportava come un usuraio e Cicerone non si astiene dall'ammettere che
il giovane gli appariva ben diverso da come lo aveva fino a quel momento
giudicato.
Il giovane aveva concesso forti prestiti al re di Cappadocia, Ariobarzane, e
alla città di Salamina, in Cipro, l'isola che rientrava nell'amministrazione
della provincia affidata all'oratore.
Chiedeva che Cicerone prendesse le sue difese nella riscossione di interessi
molto forti e perfino contrari a un editto promulgato dallo stesso governatore
che era animato dalla volontà di frenare l'usura.
Il tasso ordinario dei prestiti era del dodici per cento l'anno, ma Bruto aveva
preteso interessi ben più elevati, pari al quarantotto per cento l'anno.
Solo da questo prestito egli ricavava una consistente rendita.
Nella vicenda di Salamina, Bruto cercò d'ingannare Cicerone il quale, scoperto
il gioco, andò su tutte le furie.
In un primo tempo il giovane non rivelò di essere il titolare del prestito, ma
preferì mandare avanti due suoi amici, Marco Scapzio e Publio Ma tinio.
Questi due personaggi si presentarono al governatore come raccomandati di Bruto.
Chiedevano man forte per
ottenere il pagamento degli interessi, come era già awenuto col predecessore di
Cicerone, Appio Claudio.
Bruto in prime nozze ne aveva sposato una figlia e pertanto i suoi amici, che lo
rappresentavano negli affari, avevano potuto ottenere da lui ogni sorta di
aiuto.
Appio Claudio aveva loro concesso perfino uno squadrone di cavalleria col quale
tennero per più settimane sotto sequestro il Senato della città, col risultato
che l'assedio provocò la morte per fame di cinque senatori.
Ora i prestanome di Bruto reclamavano dal nuovo governatore la stessa libertà di
manovra, ma Cicerone si opponeva a queste pretese.
Marco Scapzio, volendo ancora disporre della cavalleria e tiranneggiare i
debitori, chiedeva per sé la dignità di prefetto, cosa che Cicerone gli rifiutò
non avendo mai affidato cariche pubbliche a uomini d'affari.
I rapporti fra il governatore e il giovane Bruto furono per qualche tempo assai
tesi.
Bruto, svelato il suo reale ruolo nella vicenda, inviava all'oratore lettere
insolenti, arroganti, insopportabili.
I congiurati e i loro sostenitori, con l'intento di sobillare il popolo e di
prepararlo all'evento criminoso che stavano preparando, misero in moto in quei
giorni una massiccia campagna denigratoria anticesariana.
Riportarono a galla tutte le voci diffamatorie che da sempre avevano fatto da
contrappunto alla gloriosa vita di Caio Giulio e che avevano avuto in Catullo,
in Memmio, in Licinio Calvo, in Scribonio Curione, in Bibulo, in Cicerone, i più
accaniti propalatori.
Cesare il debosciato, lo stupratore, l'adultero vorace, ~< marito di tutte le
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mogli e moglie di tutti i mariti~; il Romolo invertito~, cinaedus Romulus, che
lasciava ai suoi amanti la piena libertà di depredare, e predatore egli stesso.
Si tornava a parlare di quel Mamurra, che Catullo aveva soprannominato Mentula,
attributo maschile.
Si diceva che Cesare fosse perdutamente innamorato di lui.
Lo aveva perciò nominato generale in Gallia, e per tenerlo legato a sé lo
ricopriva d'oro.
Si diceva ancora che, grazie ai favori del suo protettore, il Mentula aveva
potuto per primo a Roma possedere una casa con le pareti rivestite di marmi, e
che un altro suo generale, Balbo, si era fatto costruire grandi palazzi in cui
si dava alla dolce vita, quae coenae.?, quae deliciae? ~.
Cesare era il corrotto libidinoso, il giocatore baro, l'uomo privo di ogni
scrupolo morale che aveva sempre raccolto attorno a sé i violenti, i disperati,
il peggiore canagliume d'ogni razza; l'uomo capace di compiere ogni
scelleratezza, omnia ~aeterrime fac~urum.
E non era una scelleratezza convivere con la pazza Cleopatra, colmandola sempre
più di onori fino a farle erigere sacrilegamente una statua dorata nel tempio di
Venere Genitrice? Furono nuovamente e più aspramente che mai prese a bersaglio
la sua raffinatezza e l'eleganza. ~ornò in voga l'antica imputazione di Silla
sulla sua toga sconveniente.
Come non deridere un condottiero che perfino in guerra portava con sé una
magnifica lastra di mosaico per farne il pavimento della sua tenda, grande e
superba? E come aveva vinto le sue battaglie se non seminando rovine? Un
giudizio, questo, che riapparirà un secolo dopo nei versi del fiero Lucano,
quando già aveva cominciato a odiare Nerone di cui era al servizio e che
indubbiamente attaccava Cesare per colpire il suo imperatore: Gaud~nsque viam
fecisse ruina ~ .
Il dominio assoluto di Cesare aveva messo fuori gioco la vecchia classe
dirigente.
Il Senato, la cui avidità era stata fra le maggiori cause della crisi della
repubblica, aveva perso il suo secolare e lucroso predominio; non aveva più il
potere di nominare i governatori delle province, personaggi che si servivano del
proconsolato esclusivamente per accumulare ricchezze con depredazioni e
saccheggi.
I latifondisti erano stati colpiti al cuore, costretti a cedere a prezzi
accessibili le terre, quei possedimenti pubblici che illegalmente avevano
trasformato in proprietà privata.
I Gracchi erano vendicati e le loro riforme diventavano realtà.
L'usura e la schiavitù venivano rigidamente imbrigliate.
La congiura era insomma una risposta alla rivoluzione giuliana, una reazione al
nuovo ordine.
E difatti i congiurati sempre meno sopportavano il potere di Cesare.
Odiavano Cesare.
Lo consideravano, come aveva loro insegnato Catone, un sovvertitore della
propria classe.
Egli, figlio d'una delle più grandi famiglie romane, aveva preferito appoggiarsi
al popolo, tradendo i propri padri e il Senato.
Nelle loro riunioni i congiurati esaminavano varie ipotesi di delitto e
studiavano le occasioni utili all'attuazione dell'agguato.
Si poteva sorprendere il dittatore all'ingresso del teatro, aggredirlo sulla via
Sacra o gettarlo giù da un ponte.
Ognuna di quelle ipotesi non presentava particolari difficoltà, anche perché
Cesare negli ultimi tempi si muoveva senza guardie di scorta, sebbene i suoi
fidi gli consigliassero di badare maggiormente alla propria incolumità fisica.
Aveva licenziato la pattuglia di soldati spagnoli che lo attorniava a spade
sguainate, insofferente all'idea di dovere la vita alle armi della guardia del
corpo, pago del fatto che i senatori avessero giurato di proteggerlo.
Eppure si facevano più insistenti le voci d'una congiura e si sospettava di
Bruto.
Un giorno gli fecero quel nome, ma Cesare
senza scomporsi, toccandosi il petto, esclamò: Bruto saprà aspettare la fine di
questo corpo malaticcio ".
Intendeva dire, come osserva Plutarco, che Bruto aspirava giustamente al
governo, ma che per raggiungere lo scopo non si sarebbe macchiato né di
ingratitudine né di delitti.
Fra i cesariani s'era diffusa la psicosi dell'attentato.
Essi vedevano complotti ovunque e gettavano accuse indiscriminate.
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Dubitavano anche di Antonio e Dolabella, non soltanto di Cassio e Bruto.
Ne parlavano con Cesare il quale si mostrava insofferente a quei discorsi.
Comunque, se era disposto a riflettere sulle accuse contro Bruto e Cassio,
respingeva i sospetti che riguardavano Antonio e Dolabella.
Anche in quelle circostanze non certo piacevoli, non rinunciava alla sua innata
ironia, e diceva: Se proprio devo temere qualcuno, temo le persone pallide e
sottili, non quelle grasse e con i capelli lunghi, intendendo riferirsi da una
parte agli spiritati come Bruto e Cassio e dall'altra ai corpulenti come Marco
Antonio e Dolabella.
Il dittatore, per quanto pensasse a nuove colossali imprese belliche tali da
oscurare la fama di Alessandro, sentiva che la sua fibra si era indebolita e che
forse la fine era prossima.
Ammalandosi di frequente, si diceva stanco di vivere, ma non credeva possibile
un attentato. <~ La mia vita, )~ diceva, è più utile allo Stato che a me
stesso.
Io sono salito al massimo della potenza e della gloria, lo Stato, invece, se
dovessero uccidermi, sarebbe travolto da guerre civili ben più sanguinose di
quelle trascorse. .,
Non avevano torto i cesariani fedeli a temer