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Ermes Ronchi

“L'INFINITA PAZIENZA DI RICOMINCIARE”


Vivere credo sia davvero l’infinita pazienza di ricominciare. E quando quando sbagli
strada, ripartire da capo e là dove ti ha riseduto, rialzarti ma non per giorni che siano
fotocopia di altri giorni, ma giorni risorti passati al crogiolo di amore festa e dolore
che è la vita e restituiti un po più puri un po più leggeri e poi utilizzare gli ostacoli per
aprire le finestre dell'intelligenza. Le parole più caratteristiche della mia fede
cominciano tutte con un piccolo prefisso di due sole lettere “ri” e sono quelle parole
che sono a indicare di nuovo, da capo, ancora, un'altra volta. sono le parole
rinascita riconciliazione, risurrezione, rimettere il debito, rinnovamento, la stessa
parola religione, la stessa parola redenzione. Sono quelle sigla quella piccola
sillabari che vuol dire: non ti devi arrendere o ibe titoli scelti per questa nostra
chiacchierata, ricominciare a ritrovare. Io vorrei dirlo con una citazione di san
Gregorio di Nissa, il quale suggerisce: noi andiamo tutti di inizio in inizio, attraverso
inizi sempre nuovi perché con Dio c'è sempre un dopo lui non permette che ci
arrendiamo, offre una seconda possibilità ma non un una volta soltanto, ogni volta
di nuovo. E come se Dio perennemente mi dicesse “vieni con me, vivrai” solo inizi.
Non stileremo consuntivi ma tracciamo consuntivi per preventivi. Sono stato
recentemente in Mongolia, in una piccola comunità missionaria, una missione
veramente di frontiera dove il vangelo è presente solo da pochissimi anni 8 e lì in
quella comunità nascente, in quella chiesa sorgiva. Mi piaceva a domandare ai
cristiani e battezzati da poco: “Che cosa hai trovato nel cristianesimo? Che cosa ti
ha sedotto? Cosa ti ha preso?” Una
delle risposte più frequenti era questa: “Sono diventato cristiano perché ho
scoperto, ho capito, ho sperimentato che la mia vita può ricominciare. Ho sbagliato
ma non può non sono finito, posso ripartire.” Avevano intuito questa capacità di
rinascita. Questo ricominciare ha una direzione e non è
quella del criceto che gira impazzito nella ruota. La direzione, io la indico
con un'espressione di padre Giovanni Vannucci: crescere a più libertà, a più
consapevolezza, a più amore, questi tre termini: consapevolezza, libertà, amore.
Crescere a più libertà, liberi da che cosa? Soprattutto dalla paura. 365 volte ritorna
nella bibbia l'esortazione di Dio “Non temere, non
avere paura, non temete.” 365 una ogni giorno dell'anno, il buongiorno di Dio ad
ogni risveglio, “non temere.” E queste sono anche le tre semplici regole della umana
pedagogia dal testamento di un prete operaio di milano: “Non avere paura, non fare
paura, liberare dalla paura.” E la libertà che hanno insegnato i maestri dello spirito
la libertà dalla lettera ad operarla non per adorare la cenere ma per custodire il
fuoco, e poi la consapevolezza. C'è un’angrafe di Gesù, cioè, una di quelle
espressioni non scritte riportato da un codice greco al brano di luca, quando i
discepoli si fermano per strappare delle spighe mangiarle in giorno di sabato,
aggiunge un logo, un tratto dalla tradizione orale che dice così: il Maestro vedendo
un uomo lavorare di sabato che era il peccato più grave, disse “O uomo se sai perché
lo fai sei benedetto, se non lo sai sei colpevole, si può trasgredire ad essere
benedetti se sai perché.” E anche Bonhoeffer lo dice: “Qualche volta per essere
giusti bisogna commettere un peccato.” E poi più amore che è passione di unirsi che
desiderio di unione con l'oggetto del tuo amore essere innamorati è l'unica
prefigurazione del regno che abbiamo solo se ti esci da te stesso. Scrive Yannaras:
“Fosse pure per gli occhi belli di una zingara sai perché cerchi Dio, cosa cerchi da
lui è perché lo seguì?” Allora in principio, ecco, libertà, consapevolezza, amore,
crescerà questo: non c'è l’infinito quaggiù al di fuori di queste cose. Allora l'infinita
pazienza di ricominciare espressa nella bibbia con una idea di con due parole che
indicano un solo, una sola cosa scorrendo i 73 libri di cui è composta la bibbia ci si
accorge che il dialogo tra cielo e terra è tessuto con un filo molto fisico, un filo quasi
corporeo. I grandi tornanti della sacra scrittura sono indicati da una espressione che
è questa: “Àlzati e va.” Alzati dalla posizione seduta o arresa, dalla vita immobile e
mettiti in cammino. È detto nei momenti decisivi ad Abramo, al popolo in Egitto, al
popolo in esilio, ai profeti che si erano accomodati e omologati e detto a Giona e a
Elia, i grandi peccatori, a Giuseppe per la fuga per il ritorno dall'Egitto, la
risurrezione stessa di Gesù è detta con il verbi dell'alzarsi ed e svegliarsi. In tutti i
libri della bibbia, dalla Genesi all'Apocalisse, si trova
questo filo conduttore: “Alzati e va!” Ricomincia, ma l'espressione ricorre con più
frequenza in un libro quale quello degli Atti degli Apostoli, cioè, il libro sulla chiesa
nascente, sul tempo nostro, è il nostro libro quello degli atti di coloro che tentano di
seguire Cristo e per noi, detto che questo “Alzati e va!” da dove si eravamo fermati
ci fa ripartire. Dio è un colpo di vento nelle vele della mia nave, io la vela, Dio è il
vento. Come il vento che non sai da dove viene e dove va. Massai di sicuro questo
che lui è un
vento che non lascia dormire la polvere. E converso di padre Turoldo: “Lui è un vento
che non lascia dormire la polvere” e per contrasto a questo “Alzati e va!” mi viene
in mente un libro di Michele Serra sulla nuova generazione che ha questo titolo: “Gli
Sdraiati.” In opposizione alla vita
sdraiata penso alle beatitudini, nell'etimologia profonda del termine beati che
Andrea Shura chi conosce benissimo l'ebraico traduce così beati:

in piedi, voi i poveri alzatevi, Dio cammina con voi,


in piedi in marcia i nonviolenti, Dio vi dà la terra
in piedi per una vita verticale,
alzatevi per avviare processi per iniziare percorsi per un primo passo che è
sempre possibile in qualsiasi situazione vi troviate almeno un passo è sempre
possibile.

Anzi il salmo 84 canta con un'espressione stupenda: “beato l'uomo che ha sentieri
nel cuore.” Salmo del pellegrino: il vangelo apre sentieri nel cuore, fa andare. Noi
siamo programmati così, l'uomo per star bene deve andare. Già Aristotele diceva la
vita è nel movimento. Ma l'infinita pazienza di ricominciare, un secondo punto di
vista quando Gerimia, chiamato sulla porta della bottega del vasaio dice: io entrai
ed ecco il vasaio stava lavorando al tornio se un vaso se riusciva al male, come
capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come i
suoi occhi pareva giusto il vasaio non butta mai via la crepa, non ti butta mai via ti
riprende in mano, ti rimodella con la forza paziente delle mani, con il calore dei
polpastrelli, con la visione interiore di ciò che puoi diventare. C'è un detto rabbinico
che assicura questo per noi, immagino alle donne in cucina, per noi lavorare con
delle dei vasi rotti con delle pentole rotte è una sciagura; per Dio al contrario, è una
opportunità. Noi siamo le anfore rotte di Dio rimesse sul torneo un'altra volta.
Oppure seguendo un'altra bella metafora, le anfore che si rompono non possono
più contenere l'acqua, è vero, ma possono essere adoperate per fare da canale
attraverso cui l'acqua scorre arriva da altri. Ricominciare anche se siamo anfore
rotte, possiamo diventare canali con un altro ruolo. Allora il sottotitolo dice poi: ogni
giorno ritrovare se stessi. Io vorrei mettere due o tre passi che mi aiutano a
ritrovarmi. Il primo è le domande del cuore: la prima domanda la più vitale, quella
in cui ritrova il cuore, da cui inizia ogni incontro con la mia anima, qual è? Per me, è
questa, ma io sono contento, mi piace la mia vita. La prima domanda non è di tipo
morale, di tipo etico, sono buono o cattivo, credo poco o credo male, mi riguarda la
vita esterna di fede, ma la prima domanda ciò che si muove nel mio spazio vitale, è
questa, ma io sono felice? Il problema della felicità coincide con il problema
dell'esistenza diceva Nietzsche: “Allora in principio una domanda, anche Dio ci
educa la vita, la fede attraverso domande non attraverso risposte o formule.” La
prima del vangelo, nel vangelo di Giovanni, la prima parola
di Gesù è una domanda: “Che cosa cercate? Qual è il vostro desiderio profondo?”
Le domande sono la bocca affamata e assetata attraverso la quale gli uomini
mangiano, bevono, respirano, baciano. Questa domanda, ma io sono contento è
come un punto da co puntura che attivato contribuirebbe a guarire l'intero corpo e
la seconda domanda è un approfondimento di questa: “Quali sono le cose che mi
procurano gioia?” Ma gioia che duri. Lo specifico metro della gioia non è l'intensità
può essere una fiammata che brucia tutto ma è la durata. Don Michele Do, grande
prete di montagna della Valle d'Aosta amava ripetere un suo slogan: “dura ciò che
vale e vale ciò che dura.” È il primo esercizio per casa , allora per me, per ritrovare il
cuore e stilare l'elenco ed è preve delle cose che mi danno gioia che dura. Forse mi
accorgerò che la gioia viene dai volti, non c'è infinito quaggiù al di fuori delle
relazioni umane e questo è il perno attorno al quale la vita ritrova
se stessa l'ho imparato leggendo ignazio
di loyola cavaliere di spagna ferito
all'assedio di pamplona e in un piccolo
ospedale per la convalescenza
e si fa portare dei libri da leggere i
libri sono di due tipi storie di
cavalieri ed eroi e storie di santi lui
dice mi piacevano tutti e due i libri ma
c'era una differenza
uno di questi mi procurava un piacere
che durava più a lungo che non l'altro
ed erano le vite dei santi allora lui
comincia a domandarsi che cosa mi dà
gioia che duri ed è il punto di partenza
della sua conversione anche
sant'agostino alla sua teoria della ciò
che vince nella vita e la gioia la tele
tazio victrix l'uomo segue quella strada
dove il suo cuore mi dice che trova la
felicità
ma che cosa fa uscire la vita la vita
che non è statica e estatica esce da se
un uscire un andare oltre che cosa la fa
uscire la vita nostra non è la mia
almeno non avanza per divieti o per
obblighi ma per attrazione avanza per
una passione e la passione nasce da una
bellezza almeno intravista e la bellezza
e profezia di gioia per me la cosa più
bella è comunque sempre l'atto d'amore è
la cosa più bella della storia è l'atto
da mura accaduto fuori dalla mura di
gerusalemme
su quella collina dove il signore gesù
povero si fece crocifiggere in un po di
legno e di terra quel tanto che bastava
per morire e secondo passo lo vorrei
indicare con tre verbi vedere fermarsi
toccare sono tre dei dieci verbi con cui
è descritto il buon samaritano che
incrocia l'uomo incappato nei briganti
10 verbi che mi piace sentire e leggere
come fossero i nuovi dieci comandamenti
il nuovo decalogo possibile a tutti a
chi ha una vita religiosa e chi non ce
l'ha perché la terra sia abitata da
prossimi e non da avversari vive ebbe
compassione si fermò versò fascio caricò
portò fece tutto il possibile pagò fino
al decimo
se non basterà ti pagherò il resto al
mio ritorno e le prime tre azioni sono
vedere fermarsi toccare questo serve a
noi per ricominciare
ci sono invece nella vita tra verbi
maledetti che sono avere salire
comandare ad essi gesù oppone tre verbi
benedetti dare scendere servire se fai
così tocchi le sorgenti della felicità
vedere primo vide l'uomo il samaritano
ed ebbe compassione vide le ferite
perché la compassione lasciarsi ferire
dalle ferite dell'altro
il mondo è un immenso pianto ed io
naviga in un fiume di lacrime invisibili
a chi ha perduto se stesso o perduto il
cuore aprire gli occhi come fa il
signore con agar nel deserto con il
bambino ismaele che le muore che vede un
pozzo d'acqua dove prima c'era solo
sabbia in ebraico occhio si dice che
indica anche sorgente se apri gli occhi
si aprono sorgenti negli altri e inter
uno sguardo che giudica paralizza separa
uno sguardo non giudicante ma includente
che cosa fa disseppellisce sorgenti
negli altri spighe luce talenti futuro
gesù sapeva guardare negli occhi di una
persona e scoprire
dietro un centimetro quadrato di iride
ulcere una promessa boccioli gonfi un
desiderio energia trattenuta futuro
questo era lo sguardo liberante di gesù
è una frase che mi piace tanto di matteo
è questa
l'occhio e la lucerna dell'anima
noi abbiamo occhi di lucerna che vuol
dire che non solo vedono ma come la
lucerna la lampada gettano luce
irradiano luce avvalgono di luce le cose
che guardano troppo facile chiudere gli
occhi adducendo il grigiore della città
e dei volti
io so una cosa ogni volta che mi chino a
sorprendere germogli
ogni volta che mi succede di navigare
per occhi di persone che amo ogni volta
che pianto un seme e spio e il gonfiarsi
della terra
io esco con gli occhi che sorridono
riservano olmi per vedere bene un prato
bisogna inginocchiarsi non si può amare
questi posti bellissimi se li vedi solo
come una fabbrica di ossigeno l'amore
nasce da un rapporto diretto e c'è un
solo modo per conoscere il bosco per
conoscere il prato inginocchiarsi e
guardarlo da vicino forse potremmo
continuare all'infinito c'è un solo modo
per conoscere il tuo uomo la tua donna
di una città un prato una pieve
inginocchiarsi che guardarla da vicino
guardare gli altri a mm diviso di occhi
di voce e non da lontano guardare come
bambini e ascoltare come innamorati
se vedessimo la terra l'umanità la
nostra casa ogni creatura con gli occhi
che accarezzano in silenzio e illuminano
l'altro senza desiderio senza violenza
quante cose cambierebbero allora le
parole nascerebbero lievi e non di
pietra guardate il modo con cui gesù
guardava johann baptist match
l'ultimo grande teologo del concilio
ancora vivente fa un osservazione
straordinaria il primo sguardo di gesù
non si possa mai sul peccato di una
persona il suo primo sguardo va sempre
sulla sua povertà abbandonare lo sguardo
giudicante che classifica i buoni e
cattivi spezzare lo schema buoni cattivi
e acquisire lo sguardo includente di
gesù che non si possa mai sul merito ma
sul bisogno e lo illumina acquisire lo
sguardo del padrone del campo nella
parabola del buon grane della zizzania
che mette in scena un conflitto di
sguardi lo sguardo dei servi si fissa
sul male sulla zizzania vede le erbacce
lo sguardo del padrone vede il buon
grano illumina la spiga incamminata non
strappate le malerbe perché rischiate di
strapparmi via le sfighe è per me una
sfiga di buon grano vale più di tutta la
zizzania del campo
la luce conta più del buio il bene vale
più del male acquisire questo sguardo
che vede anche le ferite e se ne lascia
ferire e insieme lo sguardo che salva lo
stupore occhi di lucerna che illuminano
il bene il positivo l'estate profumata
di frutti l'autunno profumata di colori
che intuisce il domani nell'oggi
faticoso nessuno solo con le sue ferite
ben sapendo che nessuno coincide con le
sue ferite e poi fermarsi uno scalatore
dell'everest racconta un aneddoto mentre
saliva sull'himalaya accompagnata da uno
sherpa un portatore nepalese a un certo
punto lo sherpa si siede e si ferma e
allo scalatore che li chiede ma scusa
perché ti sei seduto l'altro risponde mi
siedo per aspettare la mia anima perché
è rimasta indietro
ecco la nostra vita senza tregua
una corsa una scalata senza respiro
senza pedalata assistita
al punto che spesso l'anima rimane
indietro che ti giova guadagnare
l'everest il mondo intero se poi perdi
l'anima o come suggerisce angelo sinesio
dove corri ma non lo sai che il mondo
non lo sai che il cielo è in te io ho
fatto molto per questo mondo quando
sospendo la mia corsa per dire grazie
fermarsi addosso alla vita vita che è
fatta di persone perché la vita non ha
senso cioè non ha nel senso vietato nel
senso obbligatorio e se non ha senso
vuol dire che va in tutti i sensi e che
trabocca di senso è tutto in onda fa
male tanto a lungo quanto le si vuole
imporre in senso piegarla in una
direzione un'altra e se non ha senso
significa che essa è il senso come dice
dostoevskij ama la vita più della sua
logica
solo allora ne capirai il senso o come
dice giovanni nel prologo in lui era la
vita e la vita stessa era la luce degli
uomini è una cosa straordinaria la vita
e la luce degli uomini vuoi lucio
fermati e guarda la vita
a noi spetta assecondare la sua
creazione come una nave che non è in
ansia per la rotta da seguire perché
tanto sa di avere su di sé il vento di
dio e la vita si rivela solo a coloro i
cui sensi sono vigilanti e che si
spingono in avanti come fellini tesi
inattuato verso il minimo segnale tutto
sulla terra ci interpella ci chiama ma
così lievemente che passiamo mille volte
senza vedere alcun che noi camminiamo su
gioielli senza notarli vedere fermarsi
toccare faccio un riferimento a tre
episodi
di gesù marco 1 41 c'è un lebbroso che
grida aiutami davanti alle prose il
contagioso l'impuro il morto un cadavere
che cammina che non si deve toccare
cacciato fuori uno scarto e che chiede
da lontano di essere guarito gesù dice
il verbo greco franchezza ma è che vuol
dire prova compassione ma letteralmente
gesù sente un crampo nel ventre un morso
nelle viscere uno spasmo una ribellione
che dice no non voglio non deve essere
punito e che fa si ferma e poi cosa fa
lo tocca tocca l'intoccabile ogni volta
che ci si commuove tocca e parola dura
per noi per me ci mette alla prova non è
spontaneo toccare il contagioso
infettivo lasci cadere la moneta
dall'alto nella mano del povero per non
toccarlo perché non è tanto pulito
fai un gesto senza le viscere coinvolte
trovare l'anima ritrovare se stessi è un
fatto di grembo e di tatto di grembo e
di mani il tatto è tra i cinque sensi
quello che apre il cantico lo riempie e
un modo di amare il dato è il più intimo
e il bacio gesù tocca il lebbroso
toccando ama amando lo guarisce
la seconda scena a nine
quando gesù incrocia il corteo funebre
che porta la tomba l'unico figlio di una
madre vedova
che piange piange come può fare solo chi
è folgorato dal dolore più atroce e gesù
l'avete l'avete piangere e subito prova
compassione sente questo campo nel
ventre un gruppo allo stomaco e il verbo
splendiso ma e la compassione e
lasciarsi ferire dalle ferite dell'altro
gesù davanti al dolore a questa reazione
prima di tutto prova dolore per il
dolore dell'uomo che bella persona gesù
e la sua prima reazione si ferma non
tira via non passa oltre
magari dicendo come capita a noi non
disturbiamo la nel suo dolore
lui fede si commuove si ferma e la sua
prima parola non piangere
che bello il nostro dio l'abbiamo scelto
per questo permettetemi l'ossimoro
l'abbiamo scelto per la sua umanità che
gli causa dolore un morso un'unghiata un
graffio nel cuore davanti a quella madre
e che fa
tocca ancora viola la legge fa ciò che
non si può prendere il ragazzo morto lo
rialza lo dà a sua madre in un atto di
nascita gesù partorisce la misericordia
allora è tutto ciò che è essenziale alla
vita
la compassione e questo che ci fa
ritrovare la nostra anima rimasta
indietro se c'è una malattia che gesù
teme più di tutte che combatte più di
tutte questa malattia e la durezza di
cuore la sclera cardia lim pietri mento
del cuore l'incapacità di sentire il
morso
delle viscere e il rischio più grande io
lo sento come prete
il rischio più grande di diventare
analfabeti del cuore di essere burocrati
delle regole funzionali delle norme e
analfabeti del cuore di dio e del cuore
dell'uomo
allora ecco le prime tre azioni per
ritrovare se stessi vedere con
compassione fermarsi e toccare ritrovare
se stessi per ritrovare il proprio cuore
e ritrovare gli altri non c'è infinito
quaggiù al di fuori delle relazioni
umane perché esistere per noi e
coesistere e credo che la velocità
produce cecità e la cecità produce
durezza di cuore la cecità e la velocità
producono gli invisibili i tanti
invisibili delle nostre città ricordo un
crociara parigi che era seduto alla
metropolitana vedeva la gente passare ad
un certo punto fa ma guardatevi almeno
guardatevi non sono un manifesto sui
parina ficili ricorda le sue parole
precise lo sguardo spento produce buio e
poi produce un operazione devastante
rischia di trasformare gli invisibili
incolpevoli di trasformare le vittime
come ad esempio i profughi e migranti i
poveri che arrivano incolpevoli e in
causa di problemi così accade se non
vedi non ti fermi
non tocchi le persone sono declassate a
problema anziché essere fessure di
infinito che l'ultimo punto che tratto
ogni giorno abbracciare l'infinito io ho
un mio piccolo metodo che questo fare la
creatura noi plasmati dal mito dell'homo
faber dell'uomo che deve fare produrre
creare e inventare e lavorare tornare a
essere non il vasaio
ma il vaso l'argilla creatura fra le
creature invece di essere sempre autori
e vittime di una vita di scopi da
raggiungere
tornare come bambini c'è una metafora
bella di heidegger che dice l'uomo e
come un'isola la mia vita è come un
isola io percorro l'isola tutta la
spiaggia i promontori le insenature e
quando terminato il periplo dell'isola e
torno al punto di partenza
mi accorgo di una cosa che mi era
sfuggita che là dove finisce l'isola
comincia l'oceano che il confine
dell'isola e l'inizio dell'infinito che
il confine dell'uomo è dio che tu
confini con dio la tua isola nell'oceano
ho preso da due teologi australiani che
sono edwards e elizabeth johnson un
testo magnifico che vi propongo per
capire cosa intendo col sentirsi creati
noi siamo una forma di vita basata sul
carbonio
le molecole dei nostri corpi sono
composte di atomi di carbonio idrogeno
ossigeno e azoto con piccole quantità di
altri elementi mentre gli atomi di
idrogeno provengono dall'universo
iniziale il carbonio l'ossigeno e
l'azoto provengono tutti dalle stelle ma
io non lo sapevo
la storia della stelle è una parte
centrale della storia di ogni uomo
una stella e una fornace termonucleare
nella quale l'idrogeno si converta in
elio quando l'idrogeno si è esaurito
ulteriori reazioni nucleari possono
trasformare lelio in materiali più
pesanti tra i quali il carbonio l'azoto
è l'ossigeno dai quali noi siamo
costituiti le stelle molto grandi
finiscono nelle esplosioni di supernova
che producono gli elementi più pesanti
disseminando il vicino universo di
elementi utili per la formazione di
altre stelle dei loro pianeti ci
vogliono 10 miliardi di anni di
combustione stellare per produrre il
carbonio e gli altri elementi di cui io
sono costituito sono state necessarie da
due a tre generazioni di stelle per
provvedere gli elementi chimici per i
delfini per i passeri per gli esseri
umani ogni ogni atomo di carbonio
presente nel sangue che scorre nelle mie
vene proviene da una stella
noi siamo radicalmente in relazione con
tutto l'universo un atomo di carbonio in
una cellula del cervello umano ha un
pedigree che risale indietro a prima
della nascita del sistema solare 4
miliardi e 500 milioni di anni fa gli
atomi ora sono riuniti in una singola
stringa del dna umano sarebbero stati
disseminati miliardi di anni fa in
differenti stelle sparse per la galassia
e lo spazio la materia prima della vita
arrivo sulla terra i minuscoli granelli
grazie alle collisioni delle comete col
nostro pianeta e notate la bibbia dice
che dio creò l'uomo non con l'argilla
non con la creta con polvere del suolo
con polvere cosmica
noi siamo un impasto di polvere cosmica
e di fiato di vino
quando mi sento creatura in questo modo
quando sento di condividere con tutte le
altre creature viventi un patrimonio
genetico che risale agli organismi
primordiali dei mari antichi allora
capisco che batteri pini mirtilli
castagne cavalli le balene grigie della
grande comunità della vita
siamo tutti parenti questo fa degli
essere umani e cantori dell'universo e i
custodi capaci di cantare le lodi e di
rendere grazie a nome dell'intera
comunità
tutto questo ci rende distinti ma non
separati la nostra piccola pepita la mia
piccola pepita di tempo storico
concentra in sé
l'impresa impetuosa in corso nella
natura stessa
noi siamo tutti interconnessi nell'unica
storia dell'universo e siamo tutti i
fatti di polvere di stelle in noi
l'infinito ci abbraccia l'infinito ci
abbraccia dobbiamo prendere
consapevolezza di quella per abbracciare
a nostra volta l'infinito
non esiste materia scrive niels bohr un
fisico vi è solo un tessuto di relazioni
noi siamo creature vedete la stessa
parola creatura è un participio futuro
passivo del verbo creare come altri
partecipi ad esempio nascituro che sta
per nascere o il celebre ave cesare
morituri te salutant
noi siamo creature cioè coloro che non
hanno finito di essere creati che sono
ancora nelle mani di dio che non hanno
mai finito di nascere sempre nelle mani
del creatore che vengono dal futuro
ancor più che dal passato con l'esterno
con l'esterno e l'interno che confinano
tra loro infinito e l'infinito con
l'eterno che si insinua nell'istante è
l'istante che fiorisce nell'eterno
stiamo sempre nascendo siamo sempre
nella preistoria di noi stessi
ricominciano sempre l'uomo non è tanto
un essere mortale ma bisognerebbe dirlo
è un essere natale
allora dobbiamo essere indulgenti con il
nostro lungo nascimento lungo nascimento
e la vita è un secondo passo per
abbracciare l'infinito perché c'è un
altro infinito in me che cosa mi aiuta a
ritrovare quel respiro quel pezzetto di
dio che in me io dicevo prima che noi
siamo come
anfore che si svuotano rapidamente siamo
vasi che si disidratano perdono l'acqua
come faccio io per rimettere acqua
dentro questo vaso
io vado sotto una fontana sotto una
sorgente che ed io ci vado con la
preghiera e dio viene e porta se stessa
e dandoci se stesso ci dà tutto ci dà
gioia pienezza libertà pace ci dà
energia coraggio futuro ecco andare
sotto la fontana con la nostra anfora
che si è svuotata e se si è rotta quella
anfra può ancora diventare un canale io
amo le preghiere brevi però quelle
lunghe no mi sono sempre sentito in
colpa davanti alle preghiere lunghe
perché mi pesano e questo questa colpa
mia durata fino che ho sentito un padre
del deserto e patrio il pontico che dice
non compiacerti del numero dei salmi che
dici
vale di più una sola parola
dell'intimità che mille stando lontano
allora non la quantità delle parole del
tempo nella preghiera ma l'intimità
anche di un solo istante
allora io guardo la mia vita la mia
giornata e mi accorgo che ogni giorno
dio stesso si incarica di seminare
piccoli semi di preghiera in me un
pensiero buono
un brivido di gioia uno sguardo a una
persona o un crocifisso sulla parete
quando qualcuno mi fa una gentilezza
immeritata uno sconosciuto o la bellezza
del creato all eco di un canto la paura
per me o per un mio caro il silenzio di
una notte d'inverno tutte piccolissime
corse
e per rispondere a questo basta poco un
battito del cuore
un brivido un pensiero una carezza nell
intimità con dio io credo che la grande
parola pregata e senza interruzione sia
possibile non nell'estensione ma solo
nell'intensità
allora se rispondi si aprono freccia nel
cielo finestre di luce che forse si
chiudono presto ma intanto hai respirato
mistero io amo le preghiere brevi le
formule lampeggianti come lucciole nella
notte come un morso di luce sul cuore
preghiere leggere come fili di seta che
lancio oltre il muro non possenti come
una fune su cui arrampicarmi ma leggere
così numerose da creare come un tappeto
su cui sento posarsi lieve il piede di
dio
e poi basta perché il tempo fa è certo
ci sarebbero molti altri modi per
abbracciare l'infinito e io non indicati
due sentirsi creatura e poi questo delle
preghiere brevi come lucciole nella
notte ci sarebbe la poesia la bellezza
un verso di padre turoldo
lo dice in un modo magico un solo verso
fessura aperta sul costato di cristo un
solo verso può fare più grande
l'universo e qui ce l'avete la fortuna
di avere un poeta come don gigi che ha
professore di infinito e fa più grande
il nostro mondo di questo possiamo
soltanto ringraziarla allora io chiudo
con una poesia che mi ha inviato un
amica la prima poesia di alda merini
scritta probabilmente a 17 anni
giovanissima e sin city si collega bene
a ciò che abbiamo tentato di dire
bisogna essere santi per essere anche
poeti dal grembo caldo da ogni nostro
gesto ogni nostra parola che sia sobria
procederà la lirica perfetta in modo
necessario e distintivo noi ci perdiamo
a volte ci affanniamo per i vicoli
ciechi del cervello sbriciolati in
miriadi di esseri senza vita durevole
completa noi ci perdiamo a volte nel
peccato della tease conoscenza di noi
stessi ma con un gesto calmo della mano
con un guardar volutamente buono noi ci
possiamo sempre ricondurre sulla strada
maestra che lasciamo e nulla è più
fecondo e più stupendo di questo tempo
di conciliazione alda merini a 17 anni