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E PROV COMPASSIONE.
I SENTIMENTI NELLA VITA DEL PRETE
Nella filiera della sensibilit un ruolo importante giocato dai sentimenti.
Grazie a essi il processo emotivo diventa sempre pi personalizzato e
consapevole, in qualche modo voluto dallindividuo stesso e orientato verso i
suoi scopi.
I sentimenti sono emozioni che tendono a divenire sempre pi stabili, come un
modo di sentire sempre pi abituale, in cui lindividuo riconosce la propria
interiorit, quel che e quel che chiamato a essere, ne sono lespressione
sensibile. grazie a essi che egli ha accesso al suo cuore e si conosce. E
proprio perch certo di ritrovarvi la propria identit, pi o meno esplicita, egli
stesso traduce in azione quellemozione. Interessante, per la nostra categoria,
la differenza tra sacerdote/levita e samaritano nella parabola di Luca: stessa
emozione da parte dei tre, dinanzi al povero malcapitato, ma diversi sentimenti
alla fine, ruotanti attorno a quel lapidario e ne ebbe compassione (Lc 10,33).
I sentimenti appartengono al nucleo di noi stessi. Oltre a dire qualcosa della
nostra identit sono anche una realt piuttosto complessa: sono un fatto di
cuore, ma anche di testa e di mani, in ogni caso non (solo) di pelle. Per questo
mentre non abbiamo problemi a esprimere le emozioni e a scaricarle nei
comportamenti, siamo molto pi discreti nel manifestare i sentimenti e spesso
ce ne vergogniamo perch ci mettono a nudo. Per questo, ancora, verso le
sensazioni-emozioni siamo piuttosto passivi, verso i sentimenti siamo pi attivi.
Molte emozioni, pochi sentimenti
molto significativo un fenomeno dei nostri giorni: i giovani oggi hanno molte
emozioni, ma pochi sentimenti. Ovvero, fanno grandi esperienze emotive, sono
esposti ad es.- al mondo della sofferenza nelle sue molteplici versioni, vedono
attorno a s o attraverso i mass-media le situazioni pi dolorose, avvertono una
certa emozione, ma continuano poi a vivere la loro vita senza esserne dentro
particolarmente toccati. Cos anche sul piano della fede: quanti giovani sono
invitati a fare una quantit incredibile di esperienze (dalla GMG allesperienza
in missione, dal gruppo di preghiera fervoroso alla testimonianza shoccante),
ma senza che poi tutto ci incida sulla persona, la sua identit e vocazione.
Giovani interessati alla proposta, ma non da giocarci la vita; o rotti alle
esperienze dogni genere (scafati), ma senza che queste si strutturino in
sentimento, cio in modo stabile emotivo di affrontare la vita, in sapienza
personale.
E allora c da aspettarsi che quelle emozioni si perdano e alla lunga- che si
smarrisca la stessa capacit di provare emozioni e, tanto pi, sentimenti, come
una terribile atrofia emotivo-sentimentale. Per cui si fa labitudine a vedere la
sofferenza senza provar pi nulla dentro di s, in quellassuefazione che uccide
in ciascuno la parte pi umana di noi stessi, la pi bella e ricca.
Fenomeno solo giovanile?
vide e pass oltre
No, non sono solo i giovani che rischiano questa terribile atrofia. il rischio che
corriamo tutti, ogni giorno, ogni qualvolta lemozione non si traduce in azione

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corrispondente. Lemozione preziosa, ma ha vita breve e incerta, solo una
scintilla, e se non seguita da unoperazione che la confermi e se ne lasci
accendere, svanisce e sparisce. un principio psicologico di solare evidenza,
eppure chiss quante volte ignorato.
Torniamo alla parabola evangelica: i due ufficiali del culto vedono il malcapitato
a terra, provano una certa pena, ma poi non la confermano con lazione
corrispondente, e passano oltre la loro buona emozione e oltre quel
poveraccio. Riprendono la loro strada ove lemozione del dolore per laltro
abortisce; la loro valutazione razionale li ha tenuti legati al dovere del culto da
celebrare, pretendendo in tal modo di nascondere la povert del cuore dietro lo
zelo rituale. Non saccorgono che, mettendo Dio e il suo culto contro il servizio
alluomo bisognoso, si mettono anche contro se stessi, violentano la propria
identit e cancellano una parte di s, sono meno uomini, e tanto meno possono
presumere di celebrare riti graditi al Dio che soffre per luomo.
Chiss perch Ges ha scelto proprio i preti (del suo tempo) per raccontare la
distonia tra emozione e sentimento!
vide e ne ebbe compassione
Ma c anche chi accoglie lemozione e la converte in azione, anzi, in una serie
di azioni. C un dinamismo dirompente e incontenibile nel samaritano, che
manifesta la ricchissima vitalit dellemozione e in qualche modo impone a
questuomo anzitutto di fermarsi, e interrompere il suo viaggio, di lasciarsi
ferire dalle ferite che vede. Se il mondo un immenso pianto, e Dio naviga in
un fiume di lacrime (Turoldo), chi crede in lui vede ferite e lacrime, che
restano invece invisibili a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e
il levita. Quel fermarsi, al contrario, dice la profonda libert di chi considera il tu
pi importante dellio, il dolore dellaltro motivo sufficiente per interrompere i
propri progetti, lascolto di chi geme sacrificio che val pi di tutti gli olocausti.
E se qualcuno pensa che laccoppiata emozione-sentimento sia qualcosa di
aleatorio, solo emotivo-sentimentale, continui nella lettura e si trover di fronte
a un filotto di verbi che dicono la frenesia appassionata e lestrema concretezza
duna emozione che diventa sentimento: il samaritano buono proprio per
questo- si fa vicino, versa olio e vino, tocca e si lascia toccare da questuomo e
dalle sue ferite, gliele fascia, se lo carica addosso, si prende cura, chiede che
anche altri lo faccia, paga per lui, in modo unilaterale ed esagerato, senza
condizioni. Anzi, in un crescendo di attenzioni che indicano come la pena
iniziale stia diventando lentamente compassione.
Sentimento divino
Compatire vuol dire esser preso alle viscere alla vista di qualcuno che soffre,
come un morso, un crampo allo stomaco, uno spasmo, una ribellione, qualcosa
che spinge e muove tutto lessere, dentro e fuori (=com-mozione). la
sorgente da cui scaturisce la misericordia fattiva (Ronchi), e che noi vediamo
mirabilmente realizzato nella storia della salvezza: compassione non solo
ascoltare e consolare, commiserare e aver pena, ma provare dolore per il
dolore dell'altro al punto che almeno un po desso possa passare, quasi un
travaso, nel proprio cuore, consentire a chi venuto a raccontarmi la sua
pena di andarsene alleggerito di quella pena, perch almeno un po lho accolta
io nel mio cuore. Infatti sto male, soffro per laltro e con laltro; torno ai miei
impegni, ma non dimentico quel dolore.

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Provare compassione uno dei vertici pi alti di umanit. O sentimento che
rende il cuore delluomo, delluomo-prete, come quello di Dio. Il contrario, o un
cuore incapace di ospitare la pena dun altro, vorrebbe dire la vergognosa
ipocrisia di chi compie un gesto (per quanto buono, come il consolare) meno
vero, non abbastanza supportato da unemozione-sentimento corrispondente.
Semplice variante del gesto del sacerdote e del levita che non si fermano e
tiran dritto verso il tempio dun dio che non esiste.
Formazione dei sentimenti
A volte si pensa che i sentimenti siano innati, o che s.Teresa di Calcutta, ad es.,
avesse una predisposizione particolare per i pi miserabili, che le rendeva
facile un servizio che ad altri verrebbe meno spontaneo.
Nulla di pi sciocco e infondato. Unemozione diventa sentimento solo
attraverso lazione, grazie allascesi discreta e ripetitiva dei gesti, magari
piccoli e inosservati, ma che vanno nella medesima direzione dellemozione. Il
segreto tutto qui, in questa coerenza di vita che creer poi continuit tra il
provar pena e il patire e il patire assieme, tra il sentir piet per qualcuno e
lesser libero di accoglierne il dolore per attenuarlo con gesti corrispondenti.
Questi sono passaggi tuttaltro che spontanei; nessuno nasce gi
compassionevole.
Ma tutti, e in particolare chi chiamato ad avere gli stessi sentimenti del Bel
Pastore, siamo tenuti a formare in noi tali sentimenti, attraverso un percorso
che possiamo sintetizzare cos.
1- Aprire bene gli occhi della mente e del cuore per vedere la realt, specie
quella pi dolorosa, che reclama un certo approccio (chi ama poco vede
pochi poveri attorno a s, Mazzolari);
2- Accogliere e favorire in noi unemozione corrispondente, imparando a
valutare le persone pi per quel che soffrono, che non per quel che
fanno (Bonhoeffer);
3- Imparare a tradurre in scelte concrete quellemozione e in genere
lemozioni tipiche del pastore, che cos divengono modi di sentire stabili e
coerenti con quel che siamo chiamati a essere e con le provocazioni della
realt;
4- Quando lemozione diventa sentimento, quel sentimento diventa parte
della sensibilit, come stile di vita abituale che render sempre pi facile,
naturale e creativo provar compassione e fermarsi.
5- Lalternativa un uomo senza sentimenti, un rito senza passione, un
pastore senza pecore.
Amedeo cencini