Sei sulla pagina 1di 4

vol_1_05_vol_1_05 01/09/10 09.

41 Pagina 1

generi e forme
Il carnevalesco
sopravvive stancamente, spesso strappato alle sue
1. IL “CARNEVALESCO” SECONDO BACHTIN
basi popolari [...]). Ne ha influenzato i comportamen-
ti e ha spesso funzionato da valvola di sfogo per ren-
La nozione di “carnevalesco” è stata introdotta negli
dere accettabili situazioni di repressione ideologica e
studi letterari dal teorico della letteratura russo
sociale spesso dure e violente, ma ha anche prodotto
Michail Bachtin (1895-1975). Tale nozione appare
forme di espressione linguistica, teatrale, letteraria
strettamente connessa con lo studio della forma
che si sono poi diffuse negli strati sociali più elevati e
romanzesca, cui Bachtin si dedica a partire dalla

GENERI E FORME
acculturati, offrendo esempi di trascrizione immagi-
seconda metà degli anni Venti del Novecento, e viene
naria delle pulsioni istintuali, dei bisogni vitali e mate-
affrontata per la prima volta in un saggio sull’opera
riali, delle situazioni trasgressive, dei bisogni di conte-
del romanziere russo Fëdor Dostoevskij (Dostoevskij.
stazione ideologica e politica».
Poetica e stilistica, 1929) e poi in una monografia
Le forme espressive e i motivi simbolici del carnevale
dedicata a Rabelais (L’opera di Rabelais e la cultura
rispondono dunque tutti alla sua funzione ideologica
popolare, 1965). Bachtin parte dalla constatazione
e rituale: rappresentano, cioè, il modo in cui quell’i-
che il carnevale – in quanto forma di spettacolo a
deologia delle classi popolari si è tradotta in un lin-
carattere rituale – preesiste alla letteratura:
guaggio, in una serie di temi e motivi dominanti, in
Il carnevale in sé (intendendo [...] l’insieme di tutte le
particolari modalità espressive (la parodia, il rovescia-
varie feste di tipo carnevalesco) non è naturalmente un mento) che si possono ascrivere all’ambito del “car-
fenomeno letterario. È una forma di spettacolo sincreti- nevalesco”. Bachtin definisce a più riprese il comples-
stica di carattere rituale. È una forma molto complessa, so di elementi della cultura popolare che formano il
polimorfa, che ha, pur nella comune base carnevalesca, carnevalesco. Un punto essenziale è, per esempio, l’a-
diverse variazioni e sfumature a seconda delle diverse bolizione di leggi, divieti e limitazioni che vigono
epoche, dei diversi popoli e delle singole feste. Il carne- nella realtà, e, parallelamente, di ogni rapporto di tipo
vale ha elaborato tutto un linguaggio di forme simboli- gerarchico (legato a differenze di ceto, censo, età, pro-
che concretamente sensibili – dalle grandi e complesse prietà, ecc.); un altro, la realizzazione sistematica di
azioni di massa ai singoli gesti carnevaleschi. Questo lin- quelle che Bachtin definisce mésalliances carnevale-
guaggio esprimeva in modo differenziato, si può dire sche, cioè l’unione di elementi opposti, la mistione
articolato (come qualsiasi linguaggio), un unico (ma com- di valori di segno diverso: «Nei contatti e nelle combi-
plesso) senso carnevalesco del mondo, che penetrava nazioni carnevalesche entra tutto ciò che la concezio-
tutte le sue forme. ne del mondo gerarchica extracarnevalesca teneva
isolato, separato, diviso. Il carnevale avvicina, unisce,
Si tratta, insomma, di un fenomeno culturale in senso collega e combina sacro e profano, sublime e infimo,
lato, e anzi di una vera e propria concezione del grandioso e meschino, saggio e stolto, e così via». Un
mondo: quella delle classi sociali subalterne – stra- terzo elemento, palesemente legato al secondo, è la
ti popolari e masse contadine – che storicamente si profanazione: il carnevale riduce il sacro, lo ricondu-
sono servite di questa particolare forma espressiva ce a connotati terreni, lo rovescia nel suo contrario, lo
per elaborare modelli di conoscenza e di comporta- mescola all’osceno e ne fa la parodia (a questa cate-
mento alternativi a quelli della cultura ufficiale, gesti- goria appartiene anche la «principale azione carneva-
ta dalle classi dominanti. Il carnevale – scrive Remo lesca» secondo Bachtin, vale a dire la burlesca incoro-
Ceserani, sintetizzando le idee di Bachtin – era un nazione e scoronazione del re del carnevale). Ogni im-
«momento ritualizzato, e come tale tollerato, di magine carnevalesca, inoltre, è caratterizzata secon-
espressione delle forze antagonistiche, vitali e alter- do Bachtin da una fondamentale ambivalenza, che ri-
native al sistema ufficiale e dominante di vita e di pen- produce quella del riso rituale (da cui procedono il ri-
siero. Il carnevale ha avuto una presenza molto forte so e il comico carnevaleschi): «Il riso rituale era rivolto
nelle masse popolari del mondo premoderno (oggi verso qualcosa di superiore: si beffeggiava e derideva 1

SANTAGATA-CAROTTI-CASADEI-TAVONI • © 2010, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI


vol_1_05_vol_1_05 01/09/10 09.41 Pagina 2

Il carnevalesco

il sole (dio supremo), gli altri dèi, il supremo potere ter- intersezione, connivenza: il comico, il romanzesco,
restre, per costringerli a rinnovarsi e a rigenerarsi. Tut- l’utopico, ecc. Il carnevale esalta le realtà “basse”, la
te le forme di riso rituale erano legate alla morte e al- vita del corpo, l’oscenità e il riso? Ecco i legami con il
la resurrezione, all’atto della riproduzione, ai simboli comico (il rapporto fra comico e carnevalesco è per
della forza produttiva. [...] In esso la derisione si fon- Bachtin sostanzialmente un rapporto di identità,
deva con il giubilo». anche se non tutti gli studiosi condividono questa
posizione). Il carnevale è il luogo della parola polifo-
nica e pluridiscorsiva, della mescolanza dei lin-
2. FRONTIERE DEL “CARNEVALESCO”: guaggi e della loro buffonesca delegittimazione?
IL COMICO, IL ROMANZESCO, IL PARODICO, Ecco la solidarietà ideologica fra il carnevalesco e il
GENERI E FORME

L’UTOPISTICO
romanzesco, proprio in quanto la parola romanzesca
nasce direttamente dalla piazza e dalla strada: il
Ma il termine “carnevalesco” non designa soltanto
romanzo cioè, come il carnevale, è legato alla rap-
l’insieme delle immagini e delle funzioni proprie della
presentazione delle classi popolari, alla varietà dei
concezione popolare del mondo, bensì, come si
suoi linguaggi, ai suoi spazi e tempi caratteristici.
accennava, la tradizione letteraria che nel corso dei
Il carnevale è fondato sulla logica del rovesciamento
secoli ha dato voce a queste costanti culturali in senso
e della profanazione? Ecco i legami strettissimi con la
lato. Nel saggio su Dostoevskij, infatti, Bachtin sostie-
parodia: tutte le forme parodiche sono per Bachtin
ne che il carnevale ha sempre trovato nella letteratu-
intrinsecamente carnevalesche, tanto che egli parla,
ra un canale espressivo privilegiato:
senza giri di parole, della «natura carnevalesca della
Questo linguaggio [del carnevale] non può essere mai parodia». In un certo senso, si potrebbe dire che lad-
tradotto completamente e adeguatamente nella lingua dove v’è rovesciamento parodico c’è anche presenza
comune, tanto meno nel linguaggio dei concetti astratti, del carnevalesco. Infine: il carnevale è un “mondo
ma permette una certa sua trasposizione nel linguaggio, alla rovescia” che si oppone al mondo quale real-
ad esso affine per il carattere concretamente sensibile, mente è, capovolgendone le caratteristiche per
delle immagini artistiche, cioè nel linguaggio della lette- instaurare una condizione di felicità e di giustizia
ratura. Questa trasposizione del carnevale nel linguaggio sociale, irreperibile nello spazio-tempo della quotidia-
della letteratura, è ciò che noi chiamiamo appunto car- nità? Ecco i contatti con la letteratura utopica, che
nevalizzazione di essa. rappresenta un mondo ideale, impossibile (o comun-
que molto difficile) da realizzare, sotto la forma di una
Da questo punto di vista, il carnevalesco può essere città o di uno Stato o di un’isola (o magari le tre cose
definito come una modalità letteraria capace di al tempo stesso). L’immaginario paese di Cuccagna
fecondare, nella lunga storia della letteratura occi- del carnevale dissolve la distanza che separa realtà e
dentale, svariati generi, staccandosi dalle sue origini utopia con la forza giocosa e dissacrante del riso: nei
popolari per confluire nell’alveo della cultura “alta”: testi che appartengono alla tradizione del carnevale-
in questa tradizione si inscrivono sia le «forme più sco la componente utopica è sempre molto forte.
dirette della letteratura carnevalesca», come per
esempio la farsa e la commedia, che «quelle indiret-
te della letteratura “carnevalizzata”», le quali «usano 3. LA TRADIZIONE LETTERARIA
il linguaggio più espressionistico, plebeo, burlesco, DEL “CARNEVALESCO”
giocoso [...], per dare espressione al mondo della vita
materiale, del corpo, degli istinti» (Ceserani). L’influenza del carnevale in campo letterario è stata,
In questo senso, i temi (il corpo, il cibo, l’ubriachezza, secondo Bachtin, enorme e insospettata, soprattutto
il sesso, la morte, gli escrementi) e i procedimenti in epoca antica, medievale e rinascimentale. Il carne-
(come il meccanismo del rovesciamento parodico o la valesco è attestato fin dall’antichità greco-latina, so-
rappresentazione ambivalente) tipici del carnevalesco prattutto nel teatro comico, dal greco Aristofane (445
si ritrovano anche in altri generi (o forme) letterari, a.C.-385 a.C. ca.) al latino Plauto (255/250 a.C. ca.-
2 che intrattengono con esso rapporti di contiguità, 184 a.C.). Nei testi di quest’ultimo, quali lo Pseudolus

SANTAGATA-CAROTTI-CASADEI-TAVONI • © 2010, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI


vol_1_05_vol_1_05 01/09/10 09.41 Pagina 3

Il carnevalesco

(191 a.C.) o Il soldato fanfarone (Miles gloriosus, fine coincide con l’epoca umanistico-rinascimentale: a
III secolo o inizio II secolo a.C.), il punto di vista carne- partire dalla seconda metà del Trecento, un numero
valesco sul mondo è prerogativa di un servo che gioca sempre maggiore di testi letterari adopera la catego-
con le parole, esibendosi in un fuoco d’artificio di me- ria del carnevalesco per far esplodere la visione teo-
tafore, doppi sensi, allusioni, che mescolano tutti i lin- cratica medievale dell’uomo e dell’universo, fondata
guaggi e tutti i registri. Un altro genere in cui questa cioè su una gerarchia degli esseri viventi rigidamente
modalità trova espressione è quello della satira menip- finalizzata a Dio e agli aspetti trascendenti della
pea latina, cioè un genere misto di prosa e versi, carat- realtà, che ne mortificano la componente materiale.
terizzato da un contenuto di critica sociale, che si fa ri- All’idea della vita terrena come lunga espiazione,
salire al filosofo greco Menippo di Gadara (III secolo valle di lacrime e prigione dell’anima, finalizzata alla

GENERI E FORME
a.C.): pensiamo a testi che oggi sarebbero definiti “ro- beatitudine dell’altra vita, quella eterna, subentra
manzi” come il Satyricon (I secolo d.C.) di Petronio e Le dunque una concezione festosa e carnale dell’uomo
metamorfosi (Metamorphoseon Libri XI, posteriori al (un tempo confinata nei generi “bassi”), incentrata
158 d.C.) di Apuleio. L’episodio petroniano della Ma- sul corpo come misura di tutte le cose. Ciò è visibilis-
trona di Efeso, una vera e propria novella inserita nel simo in François Rabelais (1494-1553) e nel ciclo di
corpo del romanzo, è assunto da Bachtin proprio co- Gargantua e Pantagruele (Gargantua et Pantagruel,
me testo esemplificativo di quegli elementi che costi- 1532-64), ispirato alla cultura comica popolare del
tuiscono il “complesso folclorico”, vale a dire l’insieme Medioevo e del Rinascimento; ma se Rabelais è il cen-
delle tradizioni popolari e delle loro manifestazioni che tro del canone bachtiniano, altri autori pre- e post-
sopravvivono all’interno di un sistema culturale. Tali rabelaisiani ci consentono di osservare lo stesso feno-
elementi – il mangiare e il bere, l’accoppiamento, la meno. Pensiamo a Giovanni Boccaccio (1313-1375),
morte, il riso – si trovano infatti riuniti nella novella di l’autore del Decameron (1349-51), che fornisce otti-
Petronio in un intreccio che rappresenta «una ininter- mi esempi di carnevalesco: dalle industriose beffe
rotta serie di vittorie della vita sopra la morte» (Bach- della terza giornata (come quella del palafreniere di
tin). In area greca, l’uccisione comica dei miti e degli III, 2, che si sostituisce al re e giace con la regina) al
dèi nei dialoghi di Luciano (120 ca. d.C.-dopo il 180 rovesciamento delle pratiche religiose e devozionali
d.C.) mostra in modo eloquente la forza corrosiva del nelle novelle di Ser Cepparello (I, 1) e Frate Cipolla (VI,
carnevalesco nei confronti dell’ideologia ufficiale. 10), alle terre di Cuccagna, esotici reami di Truffia e
La letteratura medievale è ricchissima di forme comi- Buffia, evocate nel discorso ingannevole dell’astuto
co-parodiche che possono essere ascritte al carneva- frate. Al pari della novella, altri generi comici forni-
lesco e che preparano, d’altra parte, il grande roman- scono un humus particolarmente favorevole al carne-
zo rinascimentale di Rabelais e il Don Chisciotte di valesco: il poema eroicomico, che vanta l’anteceden-
Cervantes. Un testo rappresentativo è la Coena te del Morgante (1483) di Luigi Pulci (1432-1484); o
Cypriani (nota già in epoca carolingia e rielaborata, la poesia burlesca di Francesco Berni (1497-1535) e
nella seconda metà del IX secolo, da un diacono di delle sue Rime (1518-35); per arrivare alla tradizione
nome Giovanni), in cui ritroviamo le categorie carne- maccheronica di Teofilo Folengo (1491-1544) e del
valesche del rovesciamento e della profanazione: in Baldus (1517-52).
un grandioso, buffonesco banchetto bevono, man- Dopo questa stagione, il carnevalesco sembra com-
giano e si divertono tutti i personaggi della storia plessivamente recedere, come già avvertiva Bachtin:
sacra, da Adamo ed Eva fino a Cristo e agli Apostoli. «Il Rinascimento è la vetta della vita carnevalesca. Più
«In quest’opera» scrive Bachtin «la corrispondenza di oltre comincia il declino». Se ne trovano tracce, nel
tutti i particolari alla Sacra Scrittura è rigorosa e pre- Seicento, nella letteratura eroicomica (la Secchia rapi-
cisa, ma nello stesso tempo tutta la Sacra Scrittura qui ta di Alessandro Tassoni), nei romanzi picareschi
è trasformata in carnevale o, più esattamente, in (come Il trafficone di Francisco de Quevedo) e nel
saturnali», versi faceti composti in occasione delle Cunto de li cunti di Giambattista Basile, che scrive in
feste popolari dedicate a Saturno, caratterizzate da dialetto napoletano un testo capace di mescolare car-
baldoria e licenze sfrenate. nevalesco e fiabesco, spirito popolare e raffinata spe-
Ma il momento di maggior fioritura del carnevalesco rimentazione linguistica. Nel Settecento il carnevale- 3

SANTAGATA-CAROTTI-CASADEI-TAVONI • © 2010, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI


vol_1_05_vol_1_05 01/09/10 09.41 Pagina 4

Il carnevalesco

sco può emergere nelle sperimentazioni sul romanzo, consente lo sviluppo di forme narrative che si inscri-
come i Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (1667- vono nella linea carnevalesca: l’esempio obbligato è
1745). Un altro momento privilegiato, forse l’ultimo, quello dei romanzi di Fëdor Dostoevskij (1821-
di reincarnazione del carnevalesco è rappresentato 1881), tra cui una menzione particolare meritano I
dalla letteratura di epoca romantica, che spesso lo demonî (1871-72).
combina con elementi grottesco-fantastici abbastan- Nel Novecento il carnevale, smarrite le sue radici uto-
za eterogenei: ne sono esempi alcuni racconti di Niko- pico-popolari, legate alla visione del mondo delle clas-
laj Gogol’ (1809-1852), Ernst Theodor Amadeus Hoff- si subalterne che prefiguravano, nella rappresentazio-
mann (1776-1822), Edgar Allan Poe (1809-1849). ne del “mondo alla rovescia”, un’ansia di cambia-
Ecco un esempio gogoliano, tratto da un episodio mento e di riscatto, sembra avviarsi a una estenuata
GENERI E FORME

delle Veglie il cui protagonista scende all’Inferno sopravvivenza, sempre più superficiale e sempre meno
come il Pantagruele di Rabelais nel quarto libro, ma autentica; e il carnevalesco declina inesorabilmente.
per sfidare i diavoli e tener fede alla sua parola di Le poche eccezioni rimangono legate alla letteratura
cosacco: fantastica, che talora mette in scena sarabande not-
turne che stanno a metà fra sabba (i convegni inferna-
Mio nonno restò allibito nel guardarsi intorno: che razza li delle streghe) e saturnali: così nella Notte di Valpur-
di ceffi mostruosi! C’era una tal folla di streghe, quanti so- ga (Walpurgisnacht, 1917) di Gustav Meyrink (1868-
no i fiocchi di neve che cadono in certe notti di Natale; tut- 1932), o nella più recente Notte del ragno mannaro
te agghindate e dipinte come donzelle alla fiera. E tutti i (1970) di Carlo Sgorlon (nato nel 1930). Per restare in
demoni presenti ballavano come ubriachi una loro danza Italia, una reviviscenza del carnevalesco si è avuta an-
infernale, tanto da sollevare un polverone indicibile! Qual- che in corrispondenza del rinnovamento del sistema
siasi cristiano sarebbe rabbrividito nel vedere come salta- dei generi letterari cui si assiste nel secondo dopo-
va alto quella genia di demoni. Nonostante tutta la paura guerra: alludiamo al mondo dai caratteri spiccata-
che si sentiva in corpo, mio nonno si scompisciò dalle risa
mente carnevaleschi di Spaccanapoli (1947). In questa
nell’ammirare quei demoni dai musi canini, con le gam-
raccolta di racconti, Domenico Rea (1921-1994) si ri-
bette a roncolo come tedeschi, strofinarsi vicino alle stre-
chiama esplicitamente, e non a caso, alla tradizione
ghe arrotolando le loro code, come giovanotti vicino a del-
“popolareggiante” e “napoletana” di Boccaccio (si
le belle ragazze, mentre altri demoni, che fungevano da
pensi alla novella di Andreuccio da Perugia, Decame-
musicanti, si picchiavano le guance con i pugni, come se
ron, II, 5, ambientata appunto a Napoli) e del già cita-
battessero dei tamburi, e strombettavano con il naso co-
to favolista secentesco Giambattista Basile.
me se soffiassero in un corno da caccia.

In questa breve scena parecchi elementi rinviano al


carnevalesco: i motivi dell’ubriachezza e della baldo-
ria (alla pagina seguente compariranno il mangiare e Bibliografia essenziale
il bere, le beffe, le percosse), il gusto della maschera-
ta festante e metamorfica (i corpi dei diavoli quasi si M. Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica (1929), Einau-
mutano in strumenti musicali), il saturnale e la danse di, Torino 1968; Id., L’opera di Rabelais e la cultura popo-
macabre (una danza infernale di demoni), il riso ambi- lare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e
valente del nonno di fronte alle personificazioni della rinascimentale (1965), Einaudi, Torino 1979; Id., Estetica
morte, ecc. Tipicamente ottocentesca è la forte com- e romanzo (1975), Einaudi, Torino 1979; R. Ceserani,
Guida allo studio della letteratura, Laterza, Roma-Bari
ponente grottesca della rappresentazione. Ma anche
1999.
il modello del grande romanzo “realista” ottocente-
sco, almeno se ci atteniamo alle analisi di Bachtin,

SANTAGATA-CAROTTI-CASADEI-TAVONI • © 2010, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI