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LA BIODIVERSITÀ, L'USO,

L'AGRICOLTURA E LA SCUOLA

La complessità della realtà in natura è


sempre più elevata delle parole che usiamo per
descriverla.

Alessandro Cardarelli
Centro Internazionale Crocevia
Cooperazione e solidarietà internazionale
http://www.croceviaterra.it

La biodiversità A.Cardarelli P.1


INDICE
1. LA DIVERSITÀ' NELLE SCIENZE DELLA TERRA ..................................................................................................4

1.1. LE TENDENZE DELL'EVOLUZIONE..........................................................................................................................4

1.2. DIVERSITÀ' BIOLOGICA .................................................................................................................................................4

1.2.1. TIPI DI DIVERSITÀ' BIOLOGICA .............................................................................................................................6

1.2.1.1. LA DIVERSITÀ' INTRASPECIFICA O GENETICA..........................................................................................6

1.2.1.2. LA DIVERSITÀ' INTERSPECIFICA .......................................................................................................................7

1.2.1.3. LA DIVERSITÀ' DELLE COMUNITÀ O BIO CENOSI.....................................................................................7

1.2.1.4. LA DIVERSITÀ' DEGLI ECOSISTEMI..................................................................................................................8

1.2.1.5. LA DIVERSITA DELLA TECNOLOGIA E DELL'USO....................................................................................8

1.2.1.6. LA DIVERSITÀ IN UNA ACCEZIONE GLOBALE............................................................................................9

1.2.2. IMPORTANZA DELLA BIODIVERSITÀ' ............................................................................................................. 10

1.2.3. IMPORTANZA DELLA DIVERSITÀ' IN AGRICOLTURA............................................................................. 10

1.3. LA STABILITÀ' DEGLI ECOSISTEMI...................................................................................................................... 11

1.3.1. GENERALITÀ' SUGLI ECOSISTEMI NATURALI............................................................................................ 11

1.3.2. GLI AGROECOSISTEMI E GLI ECOSISTEMI ARTIFICIALI..................................................................... 14

1.3.3. STABILITÀ' ED EFFICIENZA PRODUTTIVA DEGLI AGROECOSISTEMI.......................................... 17

1.3.4. STABILITÀ' DI ECOSISTEMI COMPLESSI........................................................................................................ 18

2 USO E CONSERVAZIONE DEGLI AGROECOSISTEMI. ....................................................................................... 20

2.1. GENERALITÀ' E TIPI DI CONSERVAZIONE ....................................................................................................... 21

2.2. L'USO DI AGROECOSISTEMI NEI PAESI DEL TERZO MONDO ................................................................ 27

2.3. L'ESPERIENZA CINESE................................................................................................................................................. 29

2.4 USO DI ECOSISTEMI POCO MODIFICATI O SEMI-NATURALI .................................................................. 31

3. L'UTILIZZO DELLE RIS ORSE GENETICHE ........................................................................................................... 33

3.1. GENERALITÀ ..................................................................................................................................................................... 33

3.2. L'ORIGINE DELLE PIANTE COLTIVATE ............................................................................................................. 34

3.3. LA CONNESSIONE SOCIETÀ' UMANA-AMBIENTE-USO DELLE RISORS E.......................................... 36

La biodiversità A.Cardarelli P.2


3.3.1. GENERALITÀ' ................................................................................................................................................................. 36

3.3.2. DISPONIBILITÀ' DELLE RISORSE AMBIENTALI PER LA POPOLAZIONE ...................................... 37

3.3.3. QUALCHE NOZIONE ELEMENTARE DI GEN ETICA AGRARIA ............................................................. 39

3.3.4. CONSIDERAZIONI FINALI SU STABILITÀ', SOCIETÀ' E BIODIVERSITÀ' ....................................... 40

4. L'AMBIENTE, LA BIODIVERSITÀ' E LA SCUOLA................................................................................................ 40

4.1. LA FORMAZIONE ED INFORMAZIONE AMBIENTALE NELLA SCUOLA............................................. 40

4.2. ITINERARI DIDATTICI .................................................................................................................................................. 43

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE............................................................................................................................................. 46

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1. La diversità' nelle scienze della terra

L'argomento di cui trattiamo in questo scritto è tanto complesso, da un lato, per


quanto è importante e vitale per l'uomo oggi dall'altro. Richiede pertanto, una trattazione a più
livelli, che fornisca sia la definizione tecnica dei termini e delle problematiche di volta in volta
introdotte sia la loro valutazione scientifica e, limitatamente, morale.
L'esplicazione che segue potrà a tratti sembrare scollegata e dispersiva, ma ciò è
perché si è voluto toccare un poco tutti gli aspetti della questione trattata, anche se in forma molto
sintetica dato lo spazio del presente scritto.

1.1. Le tendenze dell'evoluzione

Dalla pubblicazione della "Evoluzione della specie" di Charles Darwin sono


state acquisite, ad oggi, molte nuove conoscenze. Queste possono essere riassunte nelle seguenti
tre grandi linee evolutive che hanno guidato i processi (Longo, Filippini 1991):

a) tendenza accentuata (che al momento sembra soddisfatta) ad un


passaggio dagli organismi unicellulari semplici ad esseri pluricellulari
sempre più complessi;

b) tendenza, imposta in buona parte dalla necessità di adattarsi ad


ambienti con molteplici caratteristiche, a passare dall’uniformità alla
varietà: la conseguenza è che all'interno dei grandi gruppi di esseri viventi
sono comparsi numerosi sottogruppi;

c) tendenza ad invadere, espandendosi e ad occupare quanti più ambienti


possibile.

Si rende subito necessario aprire una spiegazione, con le prime definizioni


terminologiche.

1.2. Diversità' biologica

Con il termine diversità biologica si fa riferimento all'intera varietà delle forme


di vita sulla terra. Essa è causa riflessa della seconda delle tre tendenza sopra richiamate. Il punto
è che nessuno conosce, neppure con un accettabile grado di approssimazione, quante siano le
forme di vita con cui l'umanità condivide il nostro pianeta. A tutt'oggi sono state identificate circa
un milione e quattrocentomila specie*, ma gli scienziati ritengono che il numero reale oscilli tra i

*Ricordiamo che il termine "specie" nella tassonomia è usato per raggruppare un gruppo di organismi così definiti: "Una unità
naturale, costituita da un gruppo di individui riproduttivamente isolati, cioè capaci di generare figli fecondi soltanto se accoppiati fra
loro".

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dieci e gli ottanta milioni. Si tratta in massima parte di animali piccoli o microscopici, come
insetti e molluschi, che vivono in ambienti poco esplorati quali la foresta tropicale fluviale o il
fondo degli oceani. La stessa situazione, si può anche trovare in luoghi a noi più familiari quali i
prati incolti di collina o i giardini vicino a casa. E' proprio in questi ambienti conosciuti che è
spesso individuata la presenza di specie assolutamente ignote, protagoniste o comprimarie di una
realtà che anche solo in termini di numeri ci sfugge.

Nonostante le lacune della scienza in materia, molti studi consentono di


affermare che c'è stata una diminuzione di specie esistenti di tipo vertiginoso. E' stato calcolato,
ad esempio, che a causa della scomparsa delle foreste pluviali nel mondo spariscono circa 140
specie di invertebrati al giorno (Wilson 1983).

Questa situazione è generalizzata a tutto il globo: in India 10 varietà di riso


occupano il 70% di un territorio dove prima erano coltivavate circa 30.000 diverse specie, mentre
in Europa si è estinta circa la metà delle razze di animali che esistevano all'inizio del secolo.

Per le piante, -circa 250.000 specie, di cui molte fanno parte della dieta
mediterranea- sia spontanee, sia coltivate, la diminuzione della diversità avviene per più ragioni,
alcune inevitabili perché legate ai processi evolutivi agricoli e al mutamento del clima; altre
senza dubbio evitabili, come l'eccessivo sfruttamento, il degrado e la distruzione degli habitat
naturali o l'inquinamento di varia natura.

Quanto appena affermato si può chiarire ricordando che la scomparsa della


specie non è né un fatto recente né una novità: la stessa cosa è accaduta ai dinosauri estintisi nel
corso dell'evoluzione geologica. Non possiamo però negare che i processi di trasformazione degli
ambienti naturali operati dall'uomo negli ultimi anni hanno raggiunto livelli preoccupanti e la
"spinta" data potrebbe essere decisiva. Detto in altri termini, sembra che l'uomo sia arrivato ad
"invertire la tendenza" di cui diceva al punto b) del precedente paragrafo.

Da quanto si evince dagli studi effettuati si stima che le specie commestibili


sono dalle 10 alle 50 mila. La perdita di questa variabilità alimentare è anch'essa causata dai
fattori suddetti. Se valutiamo i dati in nostro possesso, vediamo che gli indiani del Nord
dell’America si nutrivano di più di 1100 specie vegetali diverse ed ancor oggi in Sudafrica i
boscimani hanno una dieta variata che comprende circa 85 tipi di specie vegetali. Nel corso del
tempo un diverso uso del territorio rurale, di cui diremo in seguito, ha mutato radicalmente quello
stato di cose. Nell'agricoltura "evoluta" attuale, infatti, il numero delle piante che trovano posto
nelle coltivazioni arrivano al massimo alle 1500, e ciò non in un territorio ristretto, bensì
sull'intero globo.
Il dato diviene ancor più allarmante se consideriamo che circa il 95% del nostro
fabbisogno alimentare complessivo è assicurato da 30 specie di piante e almeno i tre quarti della
nostra dieta è costituito da solo 10 colture (Mooney 1979). Le specie di piante agrarie in
questione sono: grano, riso, mais, sorgo, miglio, patata, patata dolce e igname, canna da zucchero
e soia. Scendendo ancora nel dettaglio, tre sole specie - riso, mais e frumento - forniscono quasi il
60 % delle calorie ricavate dalle piante.

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La situazione sopra riportata, come abbiamo detto, è purtroppo generalizzata a
tutto il globo ed in parte è il risultato di un normale processo evoluzionistico. Principalmente,
però, avviene a causa del tipo di uso del territorio e degli ambienti naturali perpetrato
dall'umanità: si pensi tra gli altri alla diminuzione della frammentazione degli ambienti naturali.

Nel tempo una reale protezione degli ecosistemi, come strategia volta a
salvaguardare l'eredità biologica mondiale, richiederà di per sé profondi cambiamenti nel modo
di vedere e di utilizzare il territorio da parte dell'uomo. La scomparsa delle specie di insetti,
piante ed altri organismi è un fenomeno rilevante per tutti noi: è quello che cercheremo di
dimostrare strada facendo. Per adesso, ricordiamo che ogni specie è il prodotto unico ed
insostituibile di circa 3.000 milioni di anni di evoluzione*, e costituisce pertanto un oggetto di
valore inestimabile per le indagini scientifiche, per le caratteristiche proprie e per le interazioni
cui può dare luogo. La specie umana interagisce ovviamente con le altre specie del sistema e ne
dipende strettamente, per cui un corretto approccio con esse risulta nel nostro interesse.

1.2.1. Tipi di diversità' biologica

1.2.1.1. La diversità' Intraspecifica o genetica

Le SPECIE sono gruppi di individui che si riproducono o che possono


riprodursi tra di loro, e che sono isolati, dal punto di visto riproduttivo, da altri gruppi simili.
Potremmo definire la specie come un piccolo ramo di un albero, considerando il tronco il comune
progenitore che ha dato luogo per mezzo dei processi evolutivi a tutte le specie descritte. Il
rametto più piccolo ed il più facile da distinguere è l'unità sistematica* che rappresenta la specie.
Tutti gli organismi di una stessa specie sono tra di loro più simili di quanto non lo siano esseri di
specie diverse anche se affini. Questo non significa che si tratti di individui identici.

La diversità intraspecifica si manifesta allorché le caratteristiche degli individui


di una stessa specie sono più o meno variabili. Ad esempio, all'interno della specie cane esistono
varie razze, così come esistono le razze umane all'interno della specie "Sapiens" del genere
"Homo", e, nel regno vegetale, le varietà, indicate con nomi quali Majestic, Tonda di Berlino,
Bintje ecc., che si riferiscono alla specie "Solanum Tuberosum" meglio conosciuta con il nome di
Patata. Il numero delle varietà o razze oscilla moltissimo da una specie all'altra, passando dalle
migliaia di alcune specie a situazioni molto meno diversificate. La diversità intraspecifica si
manifesta in moltissime specie: si prenda in considerazione, per esempio, il mais che può
presentarsi con i semi gialli o bianchi o rossi; diversamente la patata mostra un’enorme gamma di
differenziazioni nella zona andina; la specie Brassica oleracea può apparire come cavoletto di
Bruxelles, cavolo cappuccio, cavolo verza, broccolo o cavolo-rapa, secondo le caratteristiche che
sono state preferite durante la selezione.*

*Per quanto riguarda le piante agrarie, ai 3.000 milioni di anni vanno "aggiunti" 12.000 anni circa di agricoltura e di domesticazione.
*
La sistematica o tassonomia è la scienza che si occupa di classificare (dare un nome) gli organismi viventi secondo l'origine dei
diversi gruppi nella storia dell'evoluzione.
*
Durante il processo di selezione, operata sia dagli agricoltori sia dai genetisti, alcuni geni che esprimono caratteristiche
indesiderabili vengono accantonati a vantaggio dell'espressione di altri più richiesti.

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Le specie che presentano una grande area di distribuzione geografica quasi
sempre evolvono naturalmente in POPOLAZIONI, o ecotipi (che nel caso dei vegetali coltivati
vengono più spesso chiamate cultivar, o varietà) adattate alle condizioni locali, rispetto alle quali
presentano picchi ottimali e limiti di tolleranza. La variazione del pool genico imposta dal nuovo
ambiente può rimanere entro i limiti dell'acclimatamento, senza mutamenti genetici o può
evolvere in razze o anche specie differenti.

1.2.1.2. la diversità' interspecifica

Il termine si riferisce alla diversità che intercorre tra le specie: possiamo, infatti,
avere specie molto distanti tra loro, sia sistematicamente che morfologicamente, come la patata
ed il frumento, e specie più vicine, come il frumento e l'orzo. Un maggior numero di specie
all'interno del genere* (o di specie affini) conferisce maggior biodiversità.

1.2.1.3. la diversità' delle comunità o biocenosi

Rappresenta il naturale proseguimento del precedente tipo di diversità, con


qualche complessità in più.
Dobbiamo fare a questo punto una piccola introduzione in merito ad alcuni
concetti di ecologia che risalgono a più di un secolo fa. La COMUNITA' (o BIOCENOSI), dal
punto di vista ecologico, comprende tutte le popolazioni che vivono nella stessa area. Si tratta di
una serie di individui legati tra di loro da rapporti regolati dalle condizioni medie delle situazioni
ambientali. L'aspetto importante è relativo alle interazioni che si instaurano tra esseri viventi della
stessa comunità, per cui le rispettive linee evolutive sono regolate dai rapporti che intercorrono
tra i vari organismi.

Un esempio tipico è quello del proliferare della fauna selvatica erbivora nei
boschi, la quale impedisce lo sviluppo del novellame ed il rinnovo del bosco. Tra le specie che
interagiscono in questi processi annoveriamo, per gli scopi che ci prefiggiamo, anche quella
umana che interagisce con il resto.

Uno dei metodi di studio più interessanti delle comunità è quello che si basa
sull'esame dei flussi energetici e di materia, il quale offre la possibilità di cogliere il senso
generale dell'organizzazione del sistema. Spesso la natura delle comunità è influenzata dal
biotopo*, e tuttora anche un solo componente dei fattori abiotici può modificare radicalmente il
numero di forme di vita presenti in un determinato luogo. Così, ad esempio, uno stagno africano
avrà una diversità tutta sua, distinta da quella di uno stagno europeo o nordamericano.

*
Nella scala della sistematica rappresenta il gradino immediatamente superiore a quello della specie, così se il nome latino della
specie può essere considerato il nome il genere può rappresentare il cognome. Es Solanum Tuberosum (Genere Solanum Specie
Tuberosum).
*I
ll Biotopo costituisce l'ambiente fisico (o fattore abiotico) che accoglie la vita.
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1.2.1.4. la diversità' degli ecosistemi

La comunità e le componenti abiotiche dell'ambiente (materia, energia)


costituiscono l'ECOSISTEMA. All'interno degli ecosistemi esiste la diversità più macroscopica
ed evidente: la palude, la foresta o la spiaggia marina. Contrariamente alle altre, questa è anche
quella più difficile da misurare, perché non esiste un criterio certo per determinare i confini tra gli
ecosistemi.

Negli ecosistemi e tra gli ecosistemi esistono interazioni di grande importanza.


Gli organismi vivi e i componenti non vivi sono inseparabilmente relazionati tra di loro e
interagiscono influenzandosi reciprocamente. Gli esseri viventi non sono semplicemente schiavi
dell'ambiente fisico, ma si adattano e lo modificano per ridurre gli effetti limitanti della
temperatura, dell'illuminazione, dell'umidità o di altri condizioni fisiche*. Questa compensazione
è particolarmente evidente a livello delle comunità, ma avviene anche all'interno delle specie.

1.2.1.5. la diversita della tecnologia e dell'uso

All'enorme diversità che può essere ritrovata in natura va aggiunta la creatività


dell'uomo, che interviene nell'ambiente per ottenere il massimo godimento dei suoi sforzi con i
fini più disparati. All'interno di ecosistemi simili, si sono quindi differenziati diversi sistemi di
sfruttamento delle risorse. Per esempio i cereali possono essere coltivati in consociazione * con
altre colture leguminose e sfruttando la trazione animale, ma possono anche essere coltivati in
monocoltura con l'aiuto di maggiori investimenti in fertilizzanti e macchine agricole; altresì, si
possono deforestare i boschi per ottenere legna da costruzione o si possono tagliare solo gli alberi
maturi e raccogliere frutti o prodotti del sottobosco.

La TECNOLOGIA è la forma attraverso la quale gli uomini sfruttano


l'ambiente. La scelta tra diverse tecnologie possibili è determinata dal tipo di organizzazione
sociale e di evoluzione di ogni particolare gruppo di individui: vogliamo dire che ogni epoca,
cultura e società hanno creato una loro determinata tecnologia di gestione delle risorse.

Si pensi al chicco di riso, che per essere reso commestibile, deve essere
raccolto, seccato e pulito delle glumette* che lo ricoprono. Questo medesimo ciclo di lavorazione
può variare da una società all'altra. Nella Pianura padana ed in Italia in generale il processo di cui
si parla è compiuto da grandi mietitrebbiatrici*, che entrano nei campi tagliando le spighe e
separando immediatamente i chicchi. Questi, poi, sono avviati al molino, dove sono essiccati

*
Gli esempi in materia sono vastissimi: nell'alveare le api ventilatrici modificano il microclima creando una corrente d'aria allo scopo
di ottenere la concentrazione del nettare in miele; nella formazione del terreno agrario assieme ai fattori fisici e chimici intervengono i
microorganismi e le piante inferiori che portano dalla roccia madre alla formazione di un substrato adatto alla vita delle piante
superiori.
*
La consociazione in agricoltura consiste nel coltivare, ad esempio a file alterne, sullo stesso appezzamento di terreno più di una
specie. Così facendo si ottiene un miglior sfruttamento del substrato ed un miglior equilibrio generale del sistema. Questo in
contrapposizione alla monocoltura che prevede la coltivazione di una sola specie su grandi appezzamenti.
*
Si tratta di foglie modificate e coriacee che ricoprono il grano di riso.
*Q
uesta macchina effettua due operazioni: la mietitura che consiste nel taglio dello stelo della pianta e la trebbiatura con la quale si
separano le cariossidi (chicchi) di riso dal resto della pianta che viene lasciato sul terreno.

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artificialmente in corrente di aria calda, separati per dimensione, sfregati tra due mole cilindriche
che ne rimuovono le glumette esterne e anche il primo strato commestibile esterno, il quale si
degraderebbe più facilmente, in modo da prolungare la durata della conservazione.
L'utilizzazione di questa tecnologia è giustificata dalla volontà di ridurre le spese di produzione
eliminando il costo della forza lavoro, nonché dalla scarsità della manodopera disponibile a
compiere questo tipo di operazioni. Nelle colline delle Sud-Est asiatico, invece, il riso continua
ad essere falciato a mano e messo a seccare all'aria. Una volta secco sarà battuto con bastoni
snodati in modo da separare le spighe dai chicchi. Questi ultimi saranno immagazzinati e solo nel
giorno della preparazione saranno pestati con un mortaio dalle donne, pulite dalle glumette e
cucinati. Questa tecnologia è giustificata dalla presenza di una grande quantità di manodopera
nelle aree rurali e dalla mancanza di capitali da investire per l'acquisto di macchine.

La scelta della tecnologia, originata dal tipo di società che la deve utilizzare, a
sua volta esercita un'influenza sull'ambiente. Prendendo sempre il caso della raccolta del riso, nel
primo caso sopra analizzato, saranno privilegiate le varietà con altezza uniforme, maturazione
simultanea, glumette ridotte, ridotta quantità di paglia; nel secondo caso l'altezza non costituisce
un problema per il taglio manuale, e anche l'intervallo di maturazione potrà essere più ampio, le
glumette dovranno essere resistenti e la paglia in eccesso servirà per la nutrizione degli animali
che aiutano nel lavoro in campagna.

Una vecchia classificazione dell'economia agraria, che rimane tuttora


validissima, suddivide i sistemi agricoli in due grandi gruppi:

- quelli estensivi, nei quali è prevalente il fattore terra e il grado di


investimento sull'unità di superficie è minimo

- quelli intensivi ed attivi, in cui assumono rilievo notevole il lavoro ed in


generale i capitali investiti sull'unità di superficie.

In passato si riteneva che il primo tipo di agricoltura fosse arretrato, ma oggi è


chiaro che vi sono situazioni ambientali delicate dove l'estensività è l'unica forma in equilibrio
con l'ambiente, avendo fallito miseramente gli interventi intensivizzanti (vedi rivoluzione verde).

I sistemi intensivi sono spesso in equilibrio instabile e si attuano in varia forma:


un ecosistema di questo tipo che tutti conosciamo è la monocoltura di mais, estesa in pianura
padana e nella "corn belt" americana. Per mantenersi, siffatta monocoltura ha necessità, appunto,
dell'investimento di ingenti capitali per arrivare a delle produzioni ragguardevoli.

1.2.1.6. La diversità in una accezione globale


La biodiversità, in un'accezione più ampia, può essere considerata il risultato
dell'interazione di un triangolo di forze: ambiente-tecnologia-società.

In effetti, anche in ecologia le nuove tendenze cercano di interpretare l'ambiente


in senso "olistico", non riducendolo a meri rapporti causa-effetto.

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1.2.2. Importanza della biodiversità'

La diversità biologica è di fondamentale importanza per tutti gli ecosistemi e


per tutte le economie. Talvolta tale importanza sfugge agli scienziati perché la complessità, come
dicevamo in apertura, è molto elevata. Sono tuttavia i dati storici a dimostrare che organismi
ritenuti insignificanti hanno poi in realtà svolto funzioni importantissime per l'equilibrio dei
sistemi. Gli esempi in questo senso sono innumerevoli: basti pensare ai predatori che svolgono un
controllo demografico delle popolazioni o agli organismi demolitori che assicurano la
trasformazione della sostanza organica in humus. In molti casi si conosce purtroppo anche il
danno che segue a tali fenomeni: è il caso degli erbicidi e insetticidi, che hanno causato la morte
di lombrichi e termiti i quali assicuravano una corretta aerazione del suolo; è il caso anche delle
mangrovie che, tagliate per far posto agli allevamenti piscicoli, non hanno più potuto svolgere
funzione protettiva con conseguente erosione delle coste.

Le perdite di questi organismi, specie, varietà ecc., rappresenta un danno


irreparabile per tutta l'umanità: i patrimoni genetici di questi esseri, costruiti da millenni di
evoluzione naturale saranno persi per sempre.

La "diversità della natura: un patrimonio prezioso" è stato il tema scelto


dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Agricoltura e l'Alimentazione (FAO) per la
"Giornata mondiale dell'alimentazione", tenutasi a Roma il 16 ottobre 1993 a testimonianza di
come questo argomento sia considerato di importanza massima per tutta l'umanità.

1.2.3. importanza della diversità' in agricoltura

L'attività umana messa maggiormente a repentaglio dal fenomeno di perdita


della biodiversità è senza dubbio quella agricola. In agricoltura, infatti, la diversità genetica
consente alle specie coltivate di adattarsi alle più varie condizioni ed ambienti di crescita: la
capacità che alcune varietà possiedono di crescere in condizioni di carenza idrica o di terreni
anomali, di resistere alle aggressioni di insetti nocivi e di malattie, di produrre elevate quantità di
olio o di proteine, dipende dalle caratteristiche fornite dai geni propri della varietà, della specie o
del genere. Tale materiale genetico rappresenta la materia prima che i genetisti, i biotecnologi ed
i riproduttori di piante ed animali in generale usano per produrre nuove varietà e razze. Senza
variabilità genetica perderemmo, dunque, la possibilità di rispondere alle mutevoli esigenze
dell'agricoltura ed alle difficoltà che in generale l'ambiente frappone periodicamente tra l'uomo
ed il cibo.

La perdita più elevata di risorse genetiche nelle colture deriva dall'introduzione


di moderne e uniformi varietà di piante al posto di un eterogeneo insieme di quelle tradizionali.

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Quanto affermato è vero soprattutto nei paesi più poveri dove il controllo della biodiversità da
parte della popolazione è meno stretto.

L'uniformità genetica e le alte rese produttive rendono le piante sensibili agli


attacchi dei patogeni e dei parassiti e le malattie, in questa situazione, assumono facilmente
carattere epidemico data l'uniformità genetica degli ospiti.

Per chiarire meglio tali aspetti e dare una chiara dimostrazione del problema ci
avvarremo dell'esempio di alcuni fatti reali (Stowe FAO 1993):

- Negli anni '70 il virus del rachitismo devastò le risaie dall'India all'Indonesia
compromettendo la più importante coltura alimentare del mondo. Dopo una lunga ricerca di
quattro anni che vide l'esame di circa 17.000 campioni di riso coltivato o selvatico, fu trovato un
tipo di riso resistente alla malattia. Solo una varietà della specie "Oryza nivara", che cresce
selvatica nel nord dell'India, aveva un gene capace di conferire la resistenza al virus del
rachitismo. Mediante il miglioramento genetico tale gene fu introdotto in tutte le varietà coltivate
nella zona.

- Nel 1840, in Irlanda, la cui popolazione per l'alimentazione dipendeva in larga


misura dalla patata, le poche varietà di questo tubero, introdotte 300 anni prima dal nuovo
mondo, risultarono sensibili alla peronospora, un fungo che causò la falcidia delle coltivazioni
provocando la morte e l'emigrazione di circa due milioni di persone.

- Nel 1970 negli Stati Uniti le coltivazioni di mais molto uniformi dal punto di
vista genetico furono attaccate dal fungo elmintosporium, o nebbia del granoturco, che distrusse
mais per un miliardo di dollari e ridusse la resa del 50 %. Alla fine il gene di resistenza a questa
malattia fu trovato in una varietà di mais africano, la Mayorbella. Mediante incroci, questa
caratteristica fu introdotta nelle varietà commerciali.

1.3. la stabilità' degli ecosistemi

1.3.1. generalità' sugli ecosistemi naturali


Trattando la biodiversità e le sue modificazioni come sopra abbiamo fatto viene
al nostro scopo approfondire qualche concetto relativo agli ecosistemi.

Ciascun ecosistema rappresenta il risultato dell'adattamento delle forme di vita


presenti in un dato luogo all'ambiente stesso. E' in virtù di tale rapporto tra viventi ed ambiente
che esiste una forza che si oppone alle variazioni dello stato di fatto. In altre parole si dice che il
sistema è dotato di autoregolazione. Gli ecosistemi sono cioè stabili, ma allo stesso tempo in
continua evoluzione, trovandosi in una condizione di equilibrio dinamico definita spesso con in
termini inglesi "steady state". Gli equilibri che forniscono un certo grado di stabilità agli
ecosistemi sono dotati di forze che rendono vane le spinte modificative o che altrimenti le

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minimizzano. Questo fenomeno è spiegato in termini di retroazione (feed-back) che consiste,
praticamente, negli effetti di ritorno che i prodotti di un qualsiasi processo hanno sul processo
stesso. Gli esempi sull'argomento sono innumerevoli: in un sistema semplice come la
fermentazione alcolica i microrganismi responsabili della trasformazione di zucchero in alcool
dopo un certo periodo di attività sono inattivati dalla concentrazione di alcool da loro stessi
prodotta. Lo stesso accade nella fermentazione lattica, nonché in un sistema più complesso dove
gli individui di una determinata specie in crescita si trovano a competere con se stessi,
autolimitandosi quando "riempiono la loro nicchia ecologica". Il meccanismo di feed-back può
anche essere positivo, ma è raro perché questo tipo di ecosistema è instabile e porta ad una
crescita fino al collasso oppure ad un’involuzione fino alla scomparsa.
Il feed-back negativo è invece il solo responsabile della stabilità. Tale equilibrio
è il frutto di integrazioni tra organismi e l'ambiente e si attua soprattutto attraverso limitazioni
imposte alla crescita della popolazione di un organismo causate da altri organismi o
dall'ambiente.

Il motore della Biosfera*, quello che continua a sollecitare oscillazioni dal punto
di equilibrio, è l'energia. L'energia, sulla Terra, è fornita dal Sole, dalle reazioni geochimiche
interne alla crosta terrestre al nucleo, dalla decomposizione degli isotopi radioattivi.

Un esempio di equilibrio dinamico può essere rappresentato dall'acqua del


mare: senza scendere in dettagli possiamo affermare che l'acqua evapora continuamente, ma la
pioggia e i fiumi la rimpiazzano in modo che le singole molecole cambiano spesso di stato o
posizione all'interno del ciclo, ma la quantità di acqua nei mari, nei fiumi o nell'aria è sempre la
stessa.

In un ecosistema le relazioni tra le popolazioni che lo costituiscono fanno sì che


il numero di individui di ciascuna di queste sia perennemente oscillante intorno ad un valore
medio determinato dalle condizioni del sistema. Ciascuna popolazione determina a sua volta la
maggiore o minore presenza di individui delle altre, attraverso una rete di interrelazioni che
possono essere positive (aumentando una, aumenta anche l'altra: è il caso dei parassiti di una
coltura) o negative (aumentando una, diminuisce l'altra: è il caso dei predatori e delle prede). La
diversità insita nell'ecosistema fornisce una serie di limitazioni che trattengono l'oscillazione dei
componenti all'interno di certi margini di sicurezza e impediscono che uno di essi abbia il
sopravvento, con effetti devastanti. Il caso del rapporto tra prede e predatori è quello più studiato:
l'aumento del numero di predatori è limitato dal fatto che le prede cominciano a scarseggiare.

L'innumerevole serie di interazioni tra le popolazioni non solo mantiene stabile


l'ecosistema, ma ne permette un'evoluzione equilibrata. Tutte le specie, infatti, cercano di
migliorare la propria efficienza riproduttiva, sfruttando meglio le risorse disponibili, o
migliorando le proprie capacità di difesa dai competitori o predatori.

L'utilizzo di pesticidi, da un lato permette l'eliminazione di tutti i soggetti


avvelenati, dall'altro facilita e accelera la velocità di riproduzione dei pochi individui che sono
resistenti*.

*La biosfera viene definita come l'insieme di tutti gli ecosistemi i quali formano un intreccio senza soluzione di continuità.

La biodiversità A.Cardarelli P.12


La stabilità a sua volta può essere definita in due modi distinti, a seconda delle
capacità di risposta alle perturbazioni. Un pascolo di Graminacee mostra una buona STABILITA
DI ELASTICITA' quando nel periodo secco è facilmente distrutto da un incendio e riesce a
ricrescere rapidamente; la STABILITA DI RESISTENZA è quella di un bosco di Conifere, che
brucia più difficilmente, ma stenta molto a recuperare una volta che sia arso.

L'insieme dei meccanismi di regolazione di un sistema di questo tipo si dice


omeostasi. Anche l'omeostasi ha dei limiti, oltrepassati i quali non è in grado di fermare
l'instabilità e lascia via libera al collasso del sistema. Un facile esempio tratto dalla fisica è quello
di una pallina libera di oscillare in un avvallamento limitato da due picchi più elevati. Il peso
della pallina è la forza che il sistema può sfruttare per riportarsi in equilibrio, ma, se la spinta
applicata supera un certo limite, la pallina supera il picco e cade all'esterno, determinando il
collasso del sistema.

Nell'atmosfera, l'introduzione di anidride carbonica ha oltrepassato i limiti di


assorbimento da parte dei carbonati presenti nelle acque. Di conseguenza sta aumentando la sua
presenza nella composizione dell'aria.

Altri esempi possono essere citati, quali quelli dell'introduzione dei conigli o
dei giacinti d'acqua in Australia, l'introduzione dell'Ailanto in Italia o la cocciniglia della manioca
che sta devastando i raccolti di quella radice in Africa. In tutti questi casi, l'introduzione di una
nuova specie in un ecosistema che non ha i mezzi per regolarne la presenza si è risolta in uno
sviluppo abnorme e a volte incontrollabile, visto che non ci sono nemici naturali che le si
contrappongano. Può anche verificarsi il caso opposto, cioè che la specie non riesca a
sopravvivere perché priva, di nutrimento, o perché assalita da parassiti dai quali non sa
difendersi.

Negli ecosistemi, la complessità delle relazioni tra le popolazioni è tale che


spesso non è possibile seguire esattamente tutte le cause delle oscillazioni nelle popolazioni;
mano a mano che un ecosistema avanza con l'età, aumenta il numero di regolazioni che entrano
in gioco per mantenerlo stabile, mentre gli ecosistemi più giovani e semplici sono soggetti a forti
oscillazioni, che possono anche andare al di là dei margini di controllo dell'omeostasi e quindi
determinarne il collasso.

La storia evolutiva, il numero di interrelazioni e meccanismi di controllo


presenti e la diversità funzionale sembrano essere i tre punti chiave per determinare la stabilità di
un ecosistema.

*gli esempi in merito sono molteplici: le mosche e le zanzare resistenti agli insetticidi tipo DDT si riproducono più velocemente; la
Clorochina, un farmaco che ha sostituito il chinino nella lotta al Plasmodio della malaria trasmesso dalla zanzara anofele ha causato
una maggiore diffusione dei plasmodi resistenti a questo farmaco.
La biodiversità A.Cardarelli P.13
1.3.2. gli agroecosistemi e gli ecosistemi artificiali

Quanto descritto nel paragrafo precedente si verifica a carico degli ecosistemi


naturali, ma, a ben guardare, sulla terra di questi ecosistemi ne esistono ben pochi. Solo in alcune
zone tropicali interessate da foresta primaria, sulla cima delle montagne più alte del mondo o in
altre zone inospitali del nostro pianeta gli ecosistemi si possono considerare non modificati
dall'uomo.

In generale, invece, l'ambiente è il frutto della interrelazione con le attività


dell'uomo, che ha occupato la gran parte degli ecosistemi del nostro pianeta. L'integrazione delle
necessità dell'uomo con le risorse disponibili nella Biosfera (fino a che non sarà possibile
introdurne di nuove da altri corpi celesti) è una sfida che si pone da sempre, anche se oggi assume
toni più drammatici perché ci si rende conto della rapidità con cui lo sviluppo può influenzare la
Biosfera e, potenzialmente, oltrepassare i limiti dei meccanismi di controllo omeostatico,
causando il collasso del sistema.
Questa visione è centrata sull'Uomo, ma, se consideriamo la storia della Terra,
ci sono stati eventi che hanno avuto un impatto sulle forme di vita ben maggiore di quello che
potrebbero avere le peggiori invenzioni dell'uomo, comprese le testate nucleari. Abbiamo
ricordato la scomparsa dei Dinosauri dopo un periodo di dominio molto maggiore di quello
dell'Uomo, oppure, la comparsa dell'ossigeno nell'atmosfera, che ha cambiato totalmente i
meccanismi di funzionamento chimico necessari per la sopravvivenza sulla Terra determinando
la scomparsa di quasi tutte le forme di vita (primitive) esistenti all'epoca.

E' interessante notare che esiste una teoria molto antica che, partendo dal punto
di vista della Biosfera, ipotizza che questa sia un unico enorme organismo* (che viene chiamato
"Gaia") in grado di autoregolarsi a proprio vantaggio attraverso processi geochimici al confronto
dei quali la stessa attività dell'uomo assume dimensioni irrilevanti: come altrettanto irrilevante
sarebbe la sua estinzione.

Per ora, esiste una coscienza diffusa che la perdita della biodiversità si stia
manifestando con una rapidità inaspettata, determinando la scomparsa di specie ad una velocità
molto maggiore di quella con cui altre nuove specie si differenziano. La perdita della diversità
genetica, specifica e degli ecosistemi, si riflette ed è originata anche nella perdita di diversità
culturale: le 6000 lingue parlate attualmente nel mondo potrebbero ridursi a 3000 entro i prossimi
100 anni.

Dal momento in cui l'uomo si trasformò da raccoglitore e cacciatore in


agricoltore, il condizionamento da lui operato si aggiunse agli ecosistemi, che fino ad allora erano
interessati da un condizionamento macroclimatico. L'influsso antropico, con la nascita
dell'agricoltura e della pastorizia, si fece sempre più marcato con l'aumento della popolazione,
fino a modificare considerevolmente i flussi di materia e di energia.

*
Si tratta di una teoria molto antica che risale al tempo dei greci antichi. E' stata ripresa sia a livello letterario (Famoso il libro di Isaac
Asimov "Fondazione e Terra") sia a livello scientifico.

La biodiversità A.Cardarelli P.14


In talune zone del globo si diffuse un tipo particolare di agricoltura
apparentemente di rapina. Gli agricoltori o pastori nomadi, per mezzo dell'incendio della foresta,
rendevano disponibili spazi aperti per l'attività agricola: i terreni, resi per breve tempo fertili dai
sali minerali derivati dalle ceneri, venivano coltivati per pochi anni ed abbandonati di nuovo
all'invasione della foresta.
Un agricoltura siffatta era valida quando la popolazione era scarsa, ma in
condizioni di elevata pressione antropica sulla terra sarebbe impossibile far trascorrere i 15/20
anni necessari per la rigenerazione della fertilità dei terreni.

Con l'andar del tempo l'attività dell'uomo si rivolse sempre in maggior misura
alla modificazione della situazione esistente negli ecosistemi naturali, fino a raggiungere quella
odierna.

Nelle fasi intermedie della trasformazione dobbiamo rilevare che si generarono


una serie di nuovi ecosistemi con lievi variazioni rispetto alla condizione di partenza. Ciò perché
il livello di sfruttamento era complessivamente ancora accettabile, grazie alla presenza di fattori
di discontinuità come le siepi, zone arbustate, strade, boschi ecc. Anche le tecniche d'uso del
sistema miravano al riequilibro dell'ambiente e ad un uso diversificato delle risorse: erano, infatti,
molto in uso le rotazioni, le associazioni colturali, la restituzione della sostanza organica al
terreno ecc.

L'agroecosistema così come si è diffuso in tempi più recenti è invece


caratterizzato da un’antropizzazione molto spinta in cui i rapporti tra produzione agricola e fattori
ambientali sono mediati dagli imputs tecnici messi in atto per esaltare la resa delle colture.

Negli agroecosistemi gli imputs produttivi, siano essi materiali o azioni,


servono per mantenere o per stimolare la crescita biologica e l'immagazzinamento nei frutti e nei
semi delle componenti che ci interessano. Servono anche per proteggere le piante da possibili
danni di natura biotica o abiotica. In altre parole, gli inputs energetici sono indispensabili per
sostituire i meccanismi di organizzazione intrinseca che portano alla degradazione e riutilizzo dei
nutrienti nel sistema naturale.

Gli inputs hanno quindi un ruolo importante nel determinare gli equilibri di
questo sistema semplificato, che, se mal amministrato, può finire per portare alla degradazione
del sistema stesso. La produttività del sistema, infatti, può essere inficiata sia da un uso
squilibrato degli inputs sia da un eccesso di esportazione di prodotto. Ad esempio, le azioni di
inputs che provocano erosione del suolo portano a lungo andare la caduta della produttività,
mentre altri inputs che vanno nel senso opposto portano al mantenimento di elevate rese che a
volte superano quelle degli ecosistemi naturali.

Alla luce di quanto detto l'aggettivo "artificiale", riferito ad un ecosistema, sta a


significare che vi è stato l'intervento modificatore dell'uomo a seconda delle sue necessità
economiche, sociali e culturali. Tale intervento è in grado di mantenere una certa stabilità
nell'ecosistema, anch'essa artificiale. Fra i due estremi (ecosistema totalmente artificiale e
naturale) sopra ricordati esiste tutta una scala di grigi, dove gli ecosistemi sono "poco o
grandemente modificati" a seconda della storia evolutiva che li ha caratterizzati.

La biodiversità A.Cardarelli P.15


Per indicare il livello di degrado dell'ecosistema esiste una semplice
classificazione che prevede cinque gradi di evoluzione (o involuzione) dell'ecosistema naturale
(Murolo, 1989).

Grado Descrizione
0 grado di modificazione nullo o assai debole; riguarda poche zone con
interventi dell'uomo assai limitati
1 situazioni con sfruttamento del soprassuolo limitato senza alterazione dei
parametri fisico-chimici ambientali
2 sfruttamenti semi intensivi con sostituzione della flora naturale con
piantagioni (anche con specie esotiche)
3 sfruttamento intensivo del suolo con specie da reddito soprattutto legnose
o frutticole (macroclima intatto)
4 sfruttamento intensivo suolo con colture erbacee e ortive con elevati
imputs: irrigazione, concim. minerale ecc.

Come si vede in questo quadro sintetico, il grado di utilizzazione del


territorio può variare molto. Affermavamo sopra che si sono creati nuovi ecosistemi (e quindi
maggiore diversità) che necessitavano di piccoli apporti energetici per mantenere attivi i
flussi energetici, i quali comunque erano sostenuti artificialmente.

E' il caso di ricordare come nelle zone montane si siano creati


agroecosistemi, dove si regolano le acque, si creano prati-pascolo, si sistemano le pendici
ecc., anch'essi dipendenti per la loro stabilità dall'attività umana, e che in mancanza di questa
precipitano con effetti catastrofici fornendo un esempio che "non tutto il naturale è bello"
almeno per l'uomo.

Le componenti di un ecosistema, biotiche ed abiotiche e le loro


interconnessioni costituiscono la sua struttura; la capacità dell'ecosistema di svolgere
determinate funzioni, consistenti nella quasi generalità nella successione delle trasformazioni
energetiche, costituisce la sua funzionalità. Nei processi descritti precedentemente vengono
modificate struttura e funzioni, il sistema viene mantenuto dall'uomo e risulta più instabile.

In questi gradi intermedi di quella che abbiamo definito "scala dei grigi"
gioca un ruolo fondamentale la biodiversità, perché è stato più volte dimostrato che gli
agroecosistemi, o ecosistemi che essi siano, risultano più stabili quando si è in presenza di
una variabilità genetica maggiore. Questo perché una maggiore variabilità è in grado di
fornire un numero di risposte maggiore alle domande poste dalle variazioni ambientali o dai
componenti vivi dell'ecosistema.

La biodiversità A.Cardarelli P.16


Agrosistemi a colture promiscue ed a produzioni differenziate, ad esempio,
sono molto più stabili di quelli basati sulla monocoltura (per tornare alla tabella precedente,
nello stadio 4). L'erosione ed eventuali contaminazioni* sono più probabili proprio dove la
coltura è più diffusa. Rispetto agli attacchi dei parassiti abbiamo già detto.

Oggi si parla molto di agricolture alternative, a basso impatto,


autosostenibili, biologiche, organiche, biodinamiche ecc. Tutte tendono a diminuire la
quantità di inputs e ad aumentare la diversità di intervento, soprattutto per quanto riguarda il
problema della difesa*. Questo tipo di agricoltura sfrutta le concimazioni letamiche, apporti di
sostanza organica al suolo sotto varia forma, viene praticata la rotazione, la consociazione,
utilizza pesticidi facilmente degradabili, ecc. Questi modelli agricoli sono attualmente in
espansione nelle aree più evolute dei paesi ricchi, ma rappresentano ancora una via praticabile
solo su piccole estensioni*.

Un ambiente semplificato, come quello di un campo o di un frutteto, non


permette una grande diversità, né una coesistenza delle popolazioni così a lungo da creare
delle interrelazioni che lo mantengano stabile. Di fatto, viene rinnovato ogni anno e sostenuto
dall'introduzione di componenti abiotici dall'esterno (fertilizzanti, prodotti chimici, selezione
delle sementi). La semplificazione del paesaggio agrario per fare posto alle macchine e la
conseguente eliminazione delle siepi, dei laghetti, dei boschi marginali, ha privato di rifugio
anche gli animali benefici che controllavano la popolazione dei predatori.

Teoricamente, in un campo coltivato, le specie agrarie e le specie di


parassiti e predatori ad esse legati si evolvono di continuo: in realtà, come abbiamo detto,
l'agricoltura cui siamo abituati in Italia non è più un ecosistema naturale, per cui l'evoluzione
dei predatori e parassiti prosegue, ma quella delle specie coltivate avviene solo in campi
sperimentali o laboratori.

1.3.3. Stabilità' ed efficienza produttiva degli agroecosistemi

Vogliamo qui chiarire che ciò che ci preme non è tanto l'efficienza
produttiva di questi ecosistemi modificati quanto la loro stabilità.
In effetti se consideriamo l'efficienza produttiva* per quanto riguarda il mais
(specie molto studiata sotto questo aspetto e molto efficiente: v. Pimentel 1980) rileviamo
quanto segue (Pimentel 1984):

*vedi il caso della contaminazione delle falde freatiche e delle fonti di acqua minerale con atrazina, un diserbante utilizzato per il mais nella pianura padana.
*Un esempio chiaro è quello della lotta integrata, dove si alternano mezzi di lotta chimica ad altri mezzi di lotta meno aggressivi per l'ambiente.
*Q uesta affermazione va intesa in senso oggettivo: per ragioni socioculturali ed economiche la diffusione delle agricolture alternative è ancora limitata e per le stesse ragioni
stenta a diffondersi. Non è questo il contesto per scendere nel dibattito sul flusso di energia in entrata ed in uscita in questo tipo di agricoltura.
*In altre parole la potenziale produzione di cibo realizzabile e quindi la capacità di sfamare le popolazioni più disagiate. Viene espressa calcolando l'ammontare della biomassa
prodotta dalla coltura come risultato della cattura dell'energia radiante (emessa dal sole) da parte della pianta e dell'interazione con terra, acqua, lavoro ed energia fossile
consumata nel processo.
La biodiversità A.Cardarelli P.17
a) Utilizzando un ibrido altamente produttivo in
condizioni di crescita ideali, la produzione di mais può raggiungere le 20
tonnellate per ettaro, che corrispondono a circa 40 tonnellate di biomassa
per ettaro;

b) la produzione di sistemi agricoli dove il lavoro è


manuale e la tecnologia è molto bassa, come in alcune zone del Messico e
di altri paesi poveri, è circa 4 tonnellate di biomassa per ettaro;

c) aumentando gli imputs energetici negli agroecosistemi


di mais, aumenta la conversione dell'energia solare in biomassa prodotta:
ciò naturalmente fino ad un certo punto in cui entra in gioco la nota legge
economica delle produttività marginali decrescenti, nonché la legge del
Liebig o dei fattori limitanti*;

Come si vede, non si tratta di un concetto legato alla produttività ma alla


sostenibilità ed alla stabilità. Gli agroecosistemi come sopra condotti sono molto instabili: non è
casuale che nello studio sopra riportato (Pimentel 1984) venga rilevato che negli Stati Uniti la
produzione del Mais oltre un certo limite venisse limitata dalla perdita, a causa dell'erosione,
degli strati superficiali e fertili del suolo. Il degrado dell'agroecosistema, sia esso dovuto ad
erosione, alla desertificazione, alla contaminazione delle falde freatiche*, all'invasione di
epidemie o a flagelli di insetti, risulta spesso irreversibile e di difficilissimo recupero, con un
danno che può essere irreparabile.

Da sottolineare che è soprattutto nei paesi del terzo mondo, dove il controllo
delle risorse è sovente esterno, che risulta estremamente più problematico mantenere stabili
siffatti sistemi.

1.3.4. stabilità' di ecosistemi complessi

La complessità che garantisce la stabilità degli ecosistemi si riflette (ed è anche


originata, come già detto) nella diversità della società che convive ed utilizza il sistema stesso.
L'organizzazione sociale tende a sviluppare tecnologie di sfruttamento
dell'ambiente in grado di ridurre i rischi per la sopravvivenza di se stessa. Questo è
particolarmente vero per le società rurali, che sono più esposte agli effetti delle variazioni
climatiche impreviste e che, pertanto, mirano a diminuire i rischi che potrebbero portare alla loro
estinzione, piuttosto che a massimizzare le quantità e quindi i profitti. Le società rurali del terzo
mondo sperimentano in modo estremamente brutale questo fatto: la figura del contadino stupido,

*Questa legge dice che la quantità di prodotto ottenuto è funzione dell'elemente presente in minore quantità o meglio più indisponibile. L'evento si presenta sempre negli
agroecosistemi perchè risulta impossibile tenere sotto controllo tutti i fattori della produzione.
*vedi l'esempio dell'atrazina nella valle padana. Questo principio attivo usato per il diserbo del mais ha contaminato numerose fonti di acqua potabile nel Norditalia.

La biodiversità A.Cardarelli P.18


pigro o ignorante, è già scomparsa da parecchie generazioni e l'agricoltore che ha resistito sa
relazionarsi molto bene con l'ambiente.

Coloro che hanno saputo superare i momenti difficili cui sono stati abituati
dalle disastrose politiche agricole lo hanno fatto grazie ad un principio economico semplice:
quello della diversificazione produttiva effettuata allo scopo di minimizzare le perturbazioni
esterne al sistema e, in tal modo, di garantire il reddito degli agricoltori stessi.

Cercheremo di analizzare due esempi volutamente semplificati per valutare le


differenti conseguenze alla variazione delle condizioni di partenza:

1) Un caso di studio può essere preso dalla composizione approssimativa del


reddito di una ipotetica famiglia contadina di collina in Italia:

Voce di bilancio Importo (Lire)


Vendita del latte 12.000
Vendita del vitello 1.000
Raccolta di noci, castagne, legna 2.500
Rendita dal macello di un maiale 2.000
Rendita dal macello di 25 galline 500
Reddito dai prodotti dell'orto 500
Affitto delle installazioni per agriturismo 3.000
Reddito da lavoro dipendente 18.000
Quota da tasse della Comunità montana sulla raccolta di funghi e diritti 500
pesca
Totale reddito familiare 40.000

Membri della famiglia (padre, madre, 2 nonni e 2 figli): 6

Reddito pro capite....................... 6.670

Vediamo adesso le variazioni indotte dall'esterno a tale sistema agroecologico


ed economico:
se uno dei componenti del reddito subisse una forte perturbazione, per esempio
il prezzo del latte cadesse del 20%, l'effetto sul reddito sarebbe il seguente:

Voce di bilancio Importo (Lire)


Ricavo della vendita del latte (-2.400) 9.600
Totale reddito familiare 37.600

La biodiversità A.Cardarelli P.19


Reddito pro capite 6.293

CADUTA DEL REDDITO PRO CAPITE 5%

2) Nel caso di una famiglia dedita a una monocoltura (per esempio quella del
riso), l'effetto sarebbe piuttosto differente:

Voce di bilancio Importo


(Lire)
Vendita del riso 30.000
Vendita dello sfalcio di foraggio 7.000
Affitto di macchine agricole 3.000
Totale reddito familiare 40.000

Membri della famiglia 6

Reddito pro capite 6.670

In caso di una riduzione del 20% del prezzo del riso, la diminuzione del reddito
procapite sarebbe:

Voce di bilancio Importo


(Lire)
Vendita del riso (- 6.000) 24.000
Vendita dello sfalcio di foraggio 7.000
Affitto di macchine agricole 3.000
Totale reddito familiare 34.000

CADUTA DEL REDDITO PRO CAPITE 15%

Ovviamente, non è il caso di considerare così semplicisticamente risolto l'esame


della società rurale, ma l'esempio sopra fatto calza per dimostrare l'affinità che il valore della
complessità riveste parlando di sistemi ecologici e di sistemi economico-sociali. E' proprio la
interdipendenza tra questi due sistemi che costituisce l'aspetto chiave della biodiversità e
giustifica l'importanza della battaglia per la sua conservazione e utilizzazione.

2 Uso e conservazione degli agroecosistemi.

La biodiversità A.Cardarelli P.20


2.1. Generalità' e tipi di conservazione

Uno dei fatti più significativi che ha portato l'ambiente alla ribalta delle
cronache internazionali è il problema delle foreste tropicali. Si sente parlare spesso del problema
della deforestazione, in particolar modo di quella delle foreste tropicali in Amazzonia, in Africa
centrale e nel Sud-est asiatico.

Al contrario si parla poco di deforestazione che ha ridotto ai minimi termini la


macchia mediterranea in Italia o la immensa foresta boreale che si estendeva secoli fa dalla
Francia alla Siberia: questo fenomeno è in effetti un esempio di "non protezione".

Quanto sopra nasce spesso non solo da cecità di gestione, ma anche e


soprattutto da precisi interessi economico-sociali. Non dobbiamo ignorare che le foreste
costituiscono una delle poche risorse accessibili, prima per i paesi sviluppati europei e
nordamericani, oggi per i paesi del Terzo mondo. Lo sfruttamento delle foreste, infatti, serve per
costituire un accumulo iniziale di capitali da investire nello sviluppo. Per paesi del terzo mondo,
inoltre, le foreste sono una ricchezza di relativamente semplice accesso, che non necessita, per lo
sfruttamento, di particolari investimenti o tecnologie avanzate.

Quanto abbiamo detto per le foreste è senza dubbio valido per le risorse naturali
in genere: così, l'industrializzazione dell'Europa è avvenuta proprio grazie all'uso, spinto fino
all'esaurimento, delle risorse minerarie dell'America latina (l'oro e l'argento delle regioni andine
hanno fornito i capitali necessari alla costruzione delle macchine).

A parte le miniere, le altre fonti primarie di ricchezza sono la pesca e


l'agricoltura: ma entrambe queste attività, specialmente nei paesi del terzo mondo, sono
controllate da grandi imprese transnazionali e vincolate al mercato mondiale, lasciando poche
speranze per un'utilizzazione locale dei capitali generati. La pesca e l'agricoltura, inoltre,
richiedono investimenti in attrezzature, infrastrutture e in prodotti chimici per raggiungere livelli
di competitività internazionale, mentre le foreste possono ricrescere spontaneamente, se tagliate
con criterio.

La biodiversità A.Cardarelli P.21


DEBITO ESTERO E CONSERVAZIONE DELL'AMBIENTE

E stata sollevata da qualche tempo una proposta di scambio del debito estero
in cambio della conservazione dell'ambiente. Nei paesi amazzonici, la questione del debito
estero e quella ambientale sono in realtà espressioni di uno stesso modello di sviluppo.
Quest'ultimo è stato imposto dai paesi più ricchi, che avevano convenienza a ridurre le
economie dei paesi più poveri a economie di mera produzione di risorse. Convenienza almeno
per due motivi: il primo, sinteticamente, è che le risorse servono ai paesi ricchi per i prodotti
finiti, il secondo è che per estrarre le risorse stesse i paesi poveri devono acquistare da quelli
ricchi i mezzi tecnologici necessari ovvero i prodotti finiti. Poiché le materie prime vengano
esportate ad un prezzo molto inferiore a quello in cui vengono importate le tecnologie, i paesi
poveri hanno dovuto ricorrere al credito delle banche estere, finendo per cadere in un vortice
vizioso di un debito crescente: per pagare gli interessi del debito contratto, infatti, dovevano
accendere nuovi debiti. Ecco allora che lo sfruttamento selvaggio dell'ambiente è stato
utilizzato come mezzo per far fronte al crescente debito con le banche.
La relazione con l'ambiente è stata, in altre parole, svenduta alle tecnologie,
il cui obiettivo è la massimizzazione dei profitti e non la compatibilizzazione delle necessità
umane con le possibilità di rigenerazione dell'ecosistema.

Non si tratta quindi di limitare semplicemente gli effetti del disastro


ecologico, magari creando isole di preservazione ecologica, ma mettere in discussione il tipo
di sviluppo che sottopone le economie dei paesi poveri a quelle dei paesi ricchi.

Convertire una parte del debito estero in progetti ambientali significherebbe


non mettere in discussione le cause del debito e delle relazioni internazionali che portano a
questa situazione e conseguentemente legittimare lo sfruttamento e dipendenza di alcuni
paesi da parte di altri e la distruzione ambientale a ciò legata.

Le proposte che sono nate e portate avanti dagli abitanti delle foreste
tropicali attraverso i movimenti popolari vanno piuttosto nel senso di mantenere per se stessi
parte delle RISERVE ESTRATTIVE.
La proposta di convertire il debito estero dei paesi in via di sviluppo in
cambio della promessa di questi ultimi di conservare integralmente l'ambiente, non più visto
come risorsa economica, sarebbe l'errore opposto a quello che si sta perpetrando attualmente.
Significherebbe, infatti, considerare l'ambiente come museo in cui nulla può essere toccato
perché non deve essere modificato. Il concetto di museo, però, non prevede che qualcuno
debba viverci dentro, perché ci abita da sempre o perché quella è la terra verso la quale è
stato spinto dalla ricerca di un luogo di vita a lunga scadenza. E ciò stesso basta a capire
come, con tale tipo di proposte, si finirebbe comunque per svantaggiare i paesi poveri, ancora
una volta a scapito delle logiche approvate nei paesi ricchi.

I concetti di conservazione ed i criteri proposti dagli studiosi negli ultimi


decenni sono numerosi; i metodi adottati altrettanto vari. Cercheremo tuttavia di fornire un
quadro generale partendo dai problemi che si sono presentati.

In passato, le iniziative per la protezione dell'ambiente si sono concentrate


soprattutto sulla conservazione degli habitat attraverso la istituzione di parchi e altre riserve. In
questo modo l'ambiente può essere conservato integralmente, nelle riserve mondiali della

La biodiversità A.Cardarelli P.22


Biosfera. Ad oggi, nel mondo ci sono circa 651 milioni di ettari di aree nazionali protette, che
costituiscono circa settemila parchi o riserve (IUCN 1990) dove si effettua una protezione di
varia forma.

La biodiversità A.Cardarelli P.23


AREE NAZIONALI PROTETTE IN DIVERSI PAESI E NEL MONDO
PAESE AREA DI PARCHI % DEL TOTALE
1 2
VENEZUELA 20.265 22,2

BHUTAN 924 19,8

CHILE 13.650 18,2

BOTSWANA 10.025 17,4

PANAMA 1.326 16,9

CECOSLOVACCHIA 1.964 15,4

NAMIBIA 10.363 12,7

STATI UNITI 98.342 10,5

INDONESIA 17.800 9,3

AUSTRALIA 45.654 5,9

CANADA 49.452 5,0

MESSICO 9.420 4,8

BRASILE 20.525 2,4

MADAGASCAR 1.078 1,8

UNIONE SOVIETICA 24.073 1,1

MONDO 651.468 4,9


1
Comprende aree protette a vario titolo: Riserve Naturali, Parchi Nazionali, Monumenti
Naturali riserve di animali selvatici, aree naturali, Paesaggi Protetti terrestri o marini. Non
comprende le aree destinate alla produzione: es. legname.
2
Percentuale dell'area totale del paese in elenco.

Fonti: IUCN 1990 "United Nations List of National Parks NAD Protected Areas, Gland e
Cambridge; UN, FAO Production Yearbook 1989, Roma 1990.

La biodiversità A.Cardarelli P.24


I paesi sviluppati sottolineano come le zone elencate nel sopraesposto schema
debbano servire a garantire l'accesso, da parte delle popolazioni in maggior parte urbanizzate, al
territorio "naturale", cioè senza intervento dell'uomo.

Sul versante opposto , invece, gli studiosi dei paesi del Terzo mondo, non solo
dei paesi poveri, sottolineano la fondamentale importanza di assicurare una relazione non
distruttiva delle medesime aree con il processo di sviluppo. In pratica, si propone di comprendere
le zone e gli ambienti naturali nei processi di sviluppo, senza cancellarli.

Si sta verificando che ciò che una volta era "la natura" diventa un prodotto,
mentre il processo attraverso il quale la natura viene modificata diventa "naturale".

Per chiarire meglio questi concetti basta pensare che, sebbene la maggior parte
dei parchi nazionali sia stata istituita negli ultimi due decenni, è da migliaia di anni che molte
comunità svolgono opera di conservazione e protezione ambientale. In Asia gli agricoltori
rispettavano ed onoravano le foreste naturali ritenendole dimora di potenti divinità e per questo
assurgevano a luoghi di sacralità; così facevano e fanno gli indiani Kuna e Emberà-Chocò
dell'America centrale, ritenendo alcune foreste dimora di spiriti e strumento necessario per la
naturale rigenerazione della fauna selvatica; gli indigeni Tukano del Brasile proteggono e i fiumi
perché ritenuti luoghi sacri di rifugio dei pesci (Rush 1991, Chapin 1991, Clay 1988). Tali metodi
tradizionali di conservazione, che includono sia le aree protette sia le aree dove a vario titolo si
pratica la tutela della biodiversità, sono state in certi casi più efficienti dei luoghi di tutela imposti
per mezzo dei vincoli legali.

E' vero, si, che in molti casi le comunità native di determinati territori hanno,
purtroppo, dimostrato di saper esercitare una pressione esagerata sulle risorse naturali. Ciò non
toglie che la maggior parte degli ecosistemi ancora naturali o poco modificati si trovino in
massima parte in zone abitate da popolazioni indigene (Gomez Pampa, Kaus 1988, Mc Closkey,
Spalding 1989).

Queste ultime, purtroppo, oggi stanno scomparendo insieme ai sistemi di


conservazione di cui parlavamo sopra: in media dal 1900 è scomparsa una tribù amazzonica ogni
anno. Soprattutto per quanto riguarda le erbe medicinali, le piante di uso alimentare e per tutti gli
usi della biodiversità, si corre un pericolo costante dovuto alla contaminazione con le colture
"chimiche" che portano, in ultima analisi, ad una perdita delle conoscenze e quindi della
biodiversità (Schultes 1991).

Per scoraggiare la tesi dell'ambiente-museo si può sottolineare come i sistemi di


protezione ambientale comportino non soltanto costi, ma anche ricavi, individuabili con i
maggiori introiti ottenuti dai flussi turistici oppure con la disponibilità di risorse idriche
incontaminate per le comunità a valle dei territori di protezione*. Spesso, comunque, i vantaggi
ottenuti, specialmente nei paesi del terzo mondo, non ricadono direttamente sulle popolazioni
interessate dai vincoli di protezione. Ma ci sono esempi come l'Italia, in cui i parchi (nonostante
le iniziali miopi avversioni) hanno portato benefici diretti alla popolazione: si pensi al Parco
Nazionale D'Abruzzo, Parco Naturale della Maremma ecc.

*s i tratta di valle intesa considerando il bacino idrografico interessato.


La biodiversità A.Cardarelli P.25
Proprio in virtù di quanto sopra affermavamo, e cioè che il successo delle zone
protette, non dipende da lacci e laccioli legali bensì da una condivisione degli obiettivi e dalla
conoscenza dell'ecosistema, negli ultimi anni si è compreso quanto sia fondamentale la
partecipazione delle popolazioni interessate. Queste ultime possono essere coinvolte tramite la
corretta informazione oppure mediante l'istituzione di zone "cuscinetto" in cui effettuare un
passaggio tra le due forme di uso e soprattutto praticare le attività economiche interdette
all'interno dell'area protetta.

Una lista delle riserve istituite fino al 1985 è riportata di seguito:


Paese Numero Area totale in kmq.
Australia 12 47.231
Austria 4 276
Canada 2 581
Danimarca (Groenlandia) 1 700.000
Francia 4 3.448
Germania 1 131
Giappone 4 1.160
Grecia 2 88
Irlanda 2 88
Italia 3 38
Jugoslavia 2 3.500
Norvegia (Isole Svalbard) 1 15.550
Portogallo 1 4
Regno Unito 13 443
Spagna 9 4.250
Svizzera 1 169
USA 41 108.111

La biodiversità A.Cardarelli P.26


2.2. L'uso di agroecosistemi nei paesi del terzo mondo

Spostandoci di area geografica troviamo situazioni anche di molto differenti.


Così se prendiamo in considerazione il nostro pianeta si individuano essenzialmente quattro zone
agrogeologiche che interessano la gran parte dei territori dei paesi del terzo mondo che vengono
"usate" con altrettante diverse tecnologie (Da Shand "La diversità della natura un patrimonio
prezioso" FAO 1993):

PIANURE UMIDE ED IPER UMIDE

Popolazione: più di 1.000 milioni


Superficie: 3.100 milioni di ettari
Caratteristiche: superfici prevalentemente a foresta; degrado ambientale, causato principalmente
dalla perdita della protezione arborea; moderata sicurezza alimentare (80% della produzione di
radici e tuberi del mondo in via di sviluppo.

Sistemi principali:
- rotazioni di colture
- piantagioni (per esempio caucciù)
- orticoltura (largamente diffusa)
- pascolo estensivo (specialmente nell'America Latina)

AREE DI COLLINA E DI MONTAGNA

Popolazione: più di 500 milioni


Superficie: 1.000 milioni di ettari
Caratteristiche: gran parte della superficie con pendenza superiore al 30%; moltissime forme di
degrado ambientale, in particolare erosione del suolo; insicurezza alimentare in aumento.

Sistemi principali
- coltivazioni in collina (per esempio nell'Himalaya e nelle Ande)
- pascoli e produzione di latte e latticini (per es. nell'America Latina)

La biodiversità A.Cardarelli P.27


AREE IRRIGATE E CON INONDAZIONI NATURALI

Popolazione: più di 1.000 milioni


Superficie: 215 milioni di ettari
Caratteristiche: limitazioni dovute ad alti costi, ristagno d'acqua, salinizzazione e inquinamento
delle acque sotterranee; decisive per la sicurezza alimentare (60 % della produzione dei cereali
dei paesi in via di sviluppo)

Sistemi principali:
- pianure a riso
- coltivazioni irrigate (diversi raccolti per anno)
- acquicoltura (meno importante)
- allevamento intensivo
- orticoltura

TERRE ARIDE ED AREE CON PIOVOSITA' INCERTA

Popolazione: più di 500 milioni


Superficie: 3.400 milioni di ettari
Caratteristiche: meno di 500 mm. di precipitazioni annue nelle terre aride o semi aride con
piovosità leggera e variabile; 6 milioni circa di ettari resi inutilizzabili annualmente dalla
desertificazione; diffusa insicurezza alimentare.

Sistemi principali:
- pascolo
- altopiani a cereali
- alcune piantagioni (per es. Sisal)
- orticoltura (su poche aree irrigate)

La biodiversità A.Cardarelli P.28


2.3. l'esperienza Cinese

Trattiamo questo modello di gestione perché è stato studiato ripetutamente e


perché presenta caratteristiche molto interessanti di diversità di uso e di elevata produttività.

Prima della rivoluzione comunista del 1949, ogni anno nel paese morivano di
fame milioni di persone, il dissesto idrogeologico era diffusissimo e le piene, l'erosione e gli
smottamenti erano all'ordine del giorno. Questa situazione è oggi profondamente cambiata, tanto
da indurre a pensare che il modello cinese dovrebbe essere preso ad esempio dai paesi in via di
sviluppo, naturalmente non per ideologie politiche (che comunque giuocano un ruolo importante
nel fornire gli stimoli e gli entusiasmi necessari) ma esclusivamente per le tecniche agrarie e di
uso dell'ecosistema. Queste ultime, però, sono difficilmente esportabili, perché per ogni
situazione ambientale occorre una gestione diversa per la peculiarità di ogni ambiente: parlare di
"modello" è perciò senza dubbio eccessivo. Purtuttavia l'esperienza cinese rimane senza dubbio
un'esperienza singolare da conoscere e su cui riflettere.

Comparando ad esempio la Cina con una nazione limitrofa come l'India, che in
proporzione è dotata del doppio delle terre coltivabili*, si vede che quest'ultima ha molti più
problemi nello sfamare la popolazione e nel gestire il territorio stesso.

In effetti la Cina, una nazione molto popolosa, abitata da 1.188.629.000


persone (1993) e con una previsione per l'anno 2.000 di ospitarne 1.328.319.000, deve produrre
una quantità di alimenti consistente. La densità popolativa è elevata e anche se la media e di 120
abitanti per Kmq. in certe zone rurali si superano ampiamente i 200 ab/Kmq. Ciò nonostante, con
1/5 della produzione mondiale la Cina è riuscita praticamente ad eliminare la denutrizione. Il cibo
viene prodotto con forme diversificate a cui accenneremo e viene anche distribuito equamente tra
la popolazione.

L'agricoltura cinese è un esempio particolarmente interessante perché mette in


pratica molte delle moderne teorie sull'agricoltura ecosostenibile, volta al recupero totale dei
flussi di energia e dei materiali organici ed inorganici di scarto. La rete di irrigazione ad esempio
che è la più grande del mondo viene gestita manualmente e consente alla Cina di coltivare
praticamente un terzo del riso del mondo.

Il lavoro manuale* permette la coltivazione consociata delle colture: così


vengono coltivate a file alterne specie leguminose, come il fagiolo, che forniscono l'azoto alle
graminacee della fila accanto, ricorrendo in minima parte alle fertilizzazioni chimiche.
Ancora manualmente* i contadini controllano che le piante non siano invase dai
parassiti e utilizzano mezzi di controllo solo in caso di effettiva necessità.

Nelle "farms" cinesi è stato impostato tutto un sistema di riciclaggio ed uso


interno all'azienda dei prodotti e dei sottoprodotti agricoli. L'uso di energia è spesso effettuato

*s i riferisce alla terra arabile disponibile per abitante.


*
in questo esempio si parla di una situazione demografica e di quantità di occupati in agricoltura molto elevata in percentuale. Gli
stessi modelli colturali possono e sono praticati anche per mezzo dell'utilizzo della meccanizzazione.
*
Anche in questo caso è possibile meccanizzare il processo (vedi le centraline automatiche di rilevamento per gli attacchi della
peronospora della vite).
La biodiversità A.Cardarelli P.29
utilizzando quella prodotta da digestori di biogas che producono metano a partire dai
sottoprodotti aziendali. I sottoprodotti aziendali vengono anche usati per nutrire i pesci allevati
per mezzo dell'acquicoltura che permette di ottenere quantità molto elevate di proteine animali.

Una comunità autosufficiente


In una comunità di 90.00 persone sul delta del fiume Perla, varie comunità agricole, composte
da 89 famiglie, gestiscono un agroecosistemi costituito da coltivazioni, allevamento di
bestiame e di pesci, e impianti per l'energia. Ogni gruppo produce tutto il cibo, i fertilizzanti e
l'energia che le occorrono e vende il cibo in eccedenza nelle vicine città. Non viene sprecato
nulla: le foglie di banano e la fibra di scarto che rimane dopo l'estrazione dello zucchero dalla
canna vengono usate per l'alimentazione dei pesci e per le stufe a biogas.

Stufe e digestori a biogas


I biodigestori vengono riforniti con piante a rapida crescita come i giacinti d'acqua e l'erba di
napier.
Le stufe ed i biodigestori di cui abbiamo parlato vengono alimentati anche con rifiuti umani di
varia natura e con letame di maiale (molto diffuso in Cina). Essi producono energia che
soppianta progressivamente quella prodotta con i combustibili fossili. Attualmente i
biodigestori forniscono quasi la metà dell'energia elettrica consumata nelle zone rurali.

Integrazione tra la città e la campagna


Allo scopo di evitare le tensioni sociali che esistono in gran parte dei paesi del mondo tra gli
operai ed i contadini, in Cina si cerca di ridurre, anche per motivi politici, la differenza tra
queste due classi sociali: ciò si realizza mediante il decentramento delle attività industriali
verso la campagna. Così molte comunità hanno industrie di tipo leggero come quelle del
cemento o degli attrezzi agricoli, mentre molte città hanno campi coltivati.

Acquicoltura

In questo campo i cinesi sono maestri. L'indice di conversione degli alimenti* in questa attività
è molto più alto di quello che si realizza nell'allevamento di bestiame. La Cina produce un terzo
della produzione mondiale di pesce ottenuto con questo metodo, circa 2.000.000 di tonnellate.
Ogni stagno costituisce un sistema produttivo stratificato efficientissimo, dove le "carpe a
specchio" e quelle "dalla testa grossa" occupano gli strati superiori: le carpe a specchio si
nutrono di piante acquatiche, foglie di canna da zucchero ed erba, le carpe dalla testa grossa
si alimentano di plancton e alghe. Negli strati più profondi vivono altre specie di pesci che si
cibano di scorie (ciprinodontiformi). In questo modo si riesce a produrre una elevatissima
quantità di proteine nobili (circa 4,5 Tonnellate/ettaro/anno). Si ottiene anche una fanghiglia di
scolo per la fertilizzazione dei campi.
Un paesaggio giardino
La struttura del paesaggio cinese in questi luoghi è molto frammentata, molto diversificata, ma
soprattutto ben curata per il grado elevato di antropizzazione.

(da Myers 1985; a cura di)

*
Praticamente l'efficienza produttiva che consente la trasformazione del cibo in proteine animali.

La biodiversità A.Cardarelli P.30


Anche sotto il profilo energetico i risultati sono molto interessanti: in uno
studio relativo al bilancio energetico* del sistema in aziende agricole collettive del Nord della
Cina si è riesciti ad individuare un flusso simile a quello che si realizza in un ecosistema naturale
terrestre (Chun-Ru Golley 1984). Alcune differenze, o particolarità, vanno tuttavia evidenziate:

a).la sottrazione di nutrienti da parte dell'uomo nell'agroecosistema può


essere paragonata alla decomposizione in ecosistemi naturali mentre gli
imputs fossili (antiparassitari, combustibili, fertilizzanti) al risultato della
decomposizione;

b).il bilancio energetico tra output e input tra aziende agrarie e mercato è
di solito abbastanza in equilibrio (in molti casi nell'agricoltura
industrializzata non c'e equilibrio ma quest'ultima viene fortemente
assistita): vengono scambiati fattori della produzione con prodotti finiti
che mantengono la popolazione;

c).le produzioni vegetali hanno un livello di produttività relativamente


alto; può essere comparato con specie altamente produttive come il Mais.

d).esiste una correlazione positiva tra la quantità di biomassa e la materia


riciclata, benché le aziende con la produzione più elevata riciclano meno
energia (maggiore sfruttamento);

e).la quantità di materia riciclata permette di mantenere elevate


produzioni nel tempo.

2.4 uso di ecosistemi poco modificati o semi-naturali


Esistono ecosistemi che a questo punto dell'esplicazione, certi di essere
compresi, definiamo poco modificati o semi-naturali. Anch'essi sono sfruttati dall'uomo ma con
modalità d'uso diverse da quelle che hanno portato, altrove al degrado e che, in qualche modo,
servono da esempio per capire cosa significa usare in maniera equilibrata un ecosistema
mantenendone stabile la struttura.

BOSCO

Un caso in cui l'uso da parte della popolazione si rivolge alle popolazioni


vegetali è quello dello sfruttamento del bosco ceduo da parte delle comunità contadine
tradizionali: negli immensi boschi della Slavonia, alcuni abitanti cercavano nel bosco la legna
necessaria a costruire doghe per le botti, altri preparavano traversine di quercia per le linee

*
Entrate ed uscite energetiche dal sistema.
La biodiversità A.Cardarelli P.31
ferroviarie, altri bruciavano la legna per produrre carbone e altri, infine, si dedicavano alla
vendita della cenere per ottenere la potassa.
Questi diversi interessi convivevano con il bosco perché ne asportavano
equilibratamente diverse specie, che poi potevano riprodursi. Le loro specializzazioni si
riflettevano nell'organizzazione di gruppi di lavoro chiamati "partiti" e "compagnie" con proprietà
collettiva dei mezzi di produzione, istituite, per affrontare i mestieri a rischio maggiore.

Di seguito annotiamo i possibili prodotti ottenibili dal bosco, i quali visti in un


ottica globale di utilizzo diversificato renderebbero "sostenibile" l'uso del bosco stesso

Possibili utilizzazioni del bosco (FAO, 1993)

PRODOTTI VEGETALI
Alimenti, Piante, Funghi, Erbe, Fogliame degli alberi, Piante selvatiche,
Profumi, Fibre, Orticoltura, Prodotti da estrarre, Medicine.

PRODOTTI ANIMALI
Mammiferi, Rettili, Pesci, Uccelli, Insetti, Prodotti degli insetti, Altri animali
selvatici, Commercio di animali vivi.

FUNZIONI DI SERVIZIO
Pascolo Libero, Impollinazione, Occupazione, Protezione delle piante e del
suolo, Arricchimento del suolo, Protezione dei sistemi fluviali, Ecoturismo, Patrimonio,
Divertimento, Paesaggio, Parchi e riserve.

PALUDE

Questo tipo di ecosistema ha assunto una elevata varietà di nomi, a


testimonianza di altrettante caratteristiche diverse: può presentarsi più o meno coperto di acqua,
quest'ultima può essere più o meno salata, può essere periodicamente inondato oppure no, ecc.

Le paludi svolgono funzioni essenziali, fra cui ricordiamo la regolazione delle


inondazioni (grandi masse di acqua vengono assorbite velocemente per essere poi ricedute
lentamente), la ridistribuzione di nutrienti (offrono rifugio a molte specie di uccelli selvatici che
si alimentano e migrano), la funzione di fornire nutrienti e rifugio per la riproduzione ai branchi
di pesci (questo è particolarmente vero per le paludi del terzo mondo). Ultima ma non meno
importante è la funzione depurante che svolgono a carico delle acque.
Alcuni economisti americani hanno valutato il beneficio delle paludi in 400.000
dollari l'ettaro: tale sarebbe la spesa per la purificazione delle acque, parchi per gli uccelli ecc.

In diverse zone umide del Globo però le popolazioni hanno imparato a sfruttare
questi ecosistemi senza distruggerli bensì mantenendoli. Ciò accade, ad esempio, in Messico,
dove vengono costituiti i cosiddetti chinampas. Sul lago di Xochimilco, i contadini, sin dal

La biodiversità A.Cardarelli P.32


tempo degli aztechi, accumulano in certe zone limo e vegetazione palustre, per costituire gli orti
(chinampas) che, resi molto fertili dal limo, producevano gran parte degli ortaggi messicani. Oggi
i chinampas sono ridotti al minimo (siamo passati da 20.000 ettari a 200) perché le paludi sono
minacciate dalle reti fognarie di Città del Messico e nelle lagune vengono scaricati rifiuti di vario
tipo.

Altro caso è quello dell'Egitto. Qui, le piene del fiume Nilo, come tutti noi
abbiamo studiato sui libri di scuola, assicuravano fiorenti raccolti perché le acque creavano zone
umide che venivano arricchite lentamente da limo contenente nutrienti in buona quantità. Oggi,
per mezzo di dighe si ottiene il controllo del fiume ma occorrono consistenti fertilizzazioni
chimiche per ottenere buoni raccolti.

3. L'UTILIZZO DELLE RISORSE GENETICHE

3.1. Generalità

La forma più appariscente di sfruttamento delle risorse da parte dell'uomo è


quella della coltivazione delle piante. Le specie vegetali multicellulari, come ricordavamo in
apertura, sono circa 250.000, ma quelle usate per scopi alimentari sono meno dell'1%, e anche
quelle utilizzate per fini diversi da quelli nutritivi (medicinale, costruzione, fonte di energia,
culturale, ornamentale, conservazione dei suoli, alimenti del bestiame, protettivo etc.) si aggirano
intorno a quel medesimo valore.
La possibilità di rintracciare le zone che hanno dato origine a questa minima
percentuale di piante, cioè le aree del pianeta dove tali specie si sono differenziate e quindi
presentano il più ampio spettro di variabilità genetica, è importante proprio per poter attingere
alla riserva dei loro geni. Le zone dove la specie è stata introdotta e diffusa presentano
necessariamente un patrimonio di geni minore, perché comprendono solo quegli individui che
hanno saputo adattarsi a condizioni ambientali diverse da quelle ottimali* (e che hanno portato
alla comparsa della specie). Le limitazioni imposte dalle condizioni meteorologiche e
pedologiche dei vari ambienti dove la specie è stata introdotta hanno obbligato i genetisti ed i
miglioratori a favorire alcune caratteristiche a scapito di altre. In altre parole, le capacità delle
piante di adattarsi all'ambiente diverso nelle sue componenti, come la lunghezza del giorno*, la
diversità tra le stagioni, l'altitudine, oppure l'uso che ne viene fatto sono tutti elementi che
vengono sfruttati per rendere ottimale lo sfruttamento delle risorse da parte della specie, ma ne
limitano la diversità eliminando i geni non adatti.

*
Per caratteristiche ambientali ottimali in questo contesto si devono intendere le caratteristiche ambientali in cui la specie si è
originata. Le varie specie sono poi state diffuse dall'uomo in varie parti del globo per le apprezzate caratteristiche merceologiche.
*
La lunghezza del giorno, come sappiamo, varia sia con la stagione climatica sia con la latitudine. A tal proposito le piante si
distinguono in Brevidiurne, Longidiurne e Neutrodiurne. Questa classificazione indica ad esempio che le piante inserite tra le
Brevidiurne (originarie di climi tropicali) necessitano un periodo breve di durata del periodo illuminazione per differenziare le gemme
per la fioritura e le riproduzione.
La biodiversità A.Cardarelli P.33
3.2. L'origine delle piante coltivate

L'identificazione delle zone di origine delle piante coltivate è stata iniziata da


un botanico russo, Vavilov, con il cui nome sono stati definiti dei centri di diffusione delle piante
alimentari, i quali presentano la massima diversità per ognuna delle specie prese in
considerazione. Il lavoro di Vavilov non ha potuto essere terminato da lui stesso, ma l'Istituto di
Leningrado che ancora porta il suo nome, ha continuato l'indagine. Secondo quanto elaborato dai
suoi successori nel 1969, ci sono 5 regioni di sviluppo storico della flora delle piante coltivate,
divise a loro volta in alcune sottoregioni.

A. La regione antico-mediterranea comprende i paesi situati intorno al Mediterraneo


in Europa, Africa e Asia, i paesi del Vicino e Medio Oriente e dell'Asia centrale. La
regione è divisa in tre sottoregioni:

A.1 - Anteroasiatica. E' la zona più antica di introduzione dell'agricoltura,


da cui hanno avuto origine alcune tra le specie più importanti e diffuse
oggi in tutto il mondo. Frumento, orzo, segale, alcune varietà di avena,
lenticchie, cece, pisello, lino, erba medica, alcuni trifogli, vite,
melograno, fico, mandorlo, olivo, susino, visciola, alcuni meli e peri,
ciliegio, cotogno, palma da dattero. Altre specie sono di importanza più
limitata, ma in totale si calcola che siano circa 70 le specie che hanno
avuto origine primaria o secondaria in questa sottoregione. In essa è
avvenuto il domesticamento delle capre, delle pecore e dei bovini.

A.2 - Mediterranea. Possiede solo poche specie autoctone, come il lupino,


alcune vecce e trifogli, alcuni cavoli, rape e insalate, carciofo, lavanda. E'
stato piuttosto un centro secondario di miglioramento e diffusione in
Europa delle specie arrivate dal Vicino Oriente.

A.3 - Centroasiatica. Comprende l'Afghanistan, l'India sud-occidentale,


l'Asia centrale cinese ed ex-sovietica (Turkmenistan, Tagikistan,
Kazakhstan, Kirghisiztan e Uzbekistan). Anche in tale sottoregione le
specie originate sono state relativamente poche, tra cui alcune di
frumento, di lino e di canapa. La sua importanza, ancora una volta, è
dovuta all'azione di diffusione verso il settentrione e l'oriente delle specie
di origine anteroasiatica.

B. La regione est-asiatica comprende i territori orientali della Cina, la penisola


coreana, il Giappone e i territori limitrofi della Russia. E' la zona di origine di alcune
specie di orzo e miglio, del panico, di alcuni fagioli come l'azuki e alcuni Dolichus,
del cerfoglio, della lespeza, la perilla, la senape, la colza, il tung, la ramia, il gelso e

La biodiversità A.Cardarelli P.34


molte piante coloranti e verdure a noi sconosciute. Tra gli alberi, alcuni generi di
pero, melo, susino, visciola, ciliegio, il pesco, l'albicocco, il caco, e alcune specie di
agrumi come il mandarino e la limetta.

C. La regione sud-asiatica si estende sulle penisole indiana, indocinese e malese,


l'arcipelago indonesiano e la Cina meridionale. Da questa regione provengono specie
di grandissima importanza quali il riso, alcuni generi di miglio, il grano saraceno, il
fagiolo giallo, la Canavalia, l'azuki verde, il Cajanus, la soia, molti tuberi come il
taro, il migo, lo yam, la colocasia, la canna, le melanzane, lo zenzero, il pepe, la
cannella, la noce moscata, la canna da zucchero, il tè, alcuni lini, il cotone, la canapa
indiana, la juta, il kapok, il kenaf, l’abacà, molti alberi da frutto quali l'arancio, alcuni
mandarini, i limoni, alcuni cachi, il banano, il mango, il mangostino, il durian, la
carambola, la palme da cocco e quella del sagù, dello zucchero, del vino e altre meno
conosciute.

D. La regione africana è quella meno studiata. L'ipotesi iniziale di Vavilov


considerava l'altopiano etiopico un punto importante di differenziazione, ma questo si
è rivelato piuttosto un punto di diffusione secondario di specie mediterranee e vicino-
orientale. Sicuramente originarie sono, invece, il caffè e il teff, il sorgo, il miglio
africano, il fagiolo cinese, il lablab, alcuni yam, il cocomero, le zucchine allungate, il
cavolo abissino, il sesamo, il ricino, il nug, la canapa gigante, la palma da olio e la
cola.

La biodiversità A.Cardarelli P.35


E. La regione americana si divide in tre sotto-regioni:

E.1 - Centroamericana-messicana. Da qui provengono il mais, il fagiolo


comune, le zucche, alcuni pomidoro, le patate dolci, la paprica, il
girasole, alcuni cotoni, l'agave fibrosa, il tabacco di machorka, il cacao, la
papaia, l'avocado, il sapote e altri alberi da frutto.

E.2 - Sudamericana montuosa. Da qui sono originate le patate, i


pomidoro, alcune papriche, l'olluco, l'agnu, l'oca, la quinua, il tabacco.

E.3 - Sudamericana pianeggiante. Vi sono state domesticate la manioca,


l'arachide, l'ananas, la malinga, la maranta, il mate e l'albero del caucciù.

3.3. La connessione società' umana-ambiente-uso delle risorse

3.3.1. Generalità'

L'ecosistema si evolve mantenendo il suo equilibrio dinamico quando viene


sfruttato appropriatamente da tutte le popolazioni che lo costituiscono. La legge non è diversa per
gli uomini, che creano delle forme sociali adattate ed integrate con l'ambiente in cui si
sviluppano. Le forme sociali si mantengono stabili fin tanto che le risorse su cui si basano
rimangono disponibili.

Nel 1973, nel momento in cui ci si rese conto per la prima volta che le fonti di
energia avevano un limite, cui ci si avvicinava in maniera piuttosto rapida e incontrollatamente
spensierata, l'intero pianeta venne scosso dalle ripercussioni dovute al rialzo del prezzo del
petrolio. L'impatto è stato più forte per quei paesi che non controllavano le fonti del petrolio
stesso o che ne facevano la sorgente di energia fortemente maggioritaria nei propri consumi. Chi
avesse avuto a disposizione una gamma più ampia di possibilità per attingere l'energia avrebbe
potuto organizzare più facilmente delle alternative. In altri termini, le società più adatte, più
adattabili o più diversificate che dir si voglia, avrebbero retto meglio l'impatto provocato dalla
crisi petrolifera, proprio come la famiglia contadina di cui si è riportato l'esempio in precedenza.

In piccola scala, una popolazione che sfrutti in modo appropriato le risorse


dell'ambiente che la circonda certamente non si concentra su un'unica fonte di sostentamento, ma
sviluppa al suo interno delle specializzazioni che suddividono la responsabilità del sostentamento
medesimo in diverse attività. La diversità della natura che circonda una popolazione ne determina
delle divisioni funzionali, quindi, che sono in rapporto di modificazione reciproco con le risorse
ambientali.

La biodiversità A.Cardarelli P.36


3.3.2. Disponibilità' delle risorse ambientali per la popolazione

Se una società è libera di relazionarsi con l'ambiente entro cui vive, può trovare
l'equilibrio necessario a mantenersi e a svilupparsi in modo da soddisfare le necessità che via via
sorgono. Gli esempi più vistosi possono essere riportati dall'esperienza di quei popoli che ancora
vivono in modo isolato o in ambienti che sono particolari e ancora sensibilmente diversi da
quello cui siamo abituati e a cui l'élite del mondo sembra fare da riferimento come modello da
imitare.

Oggi però si assiste al tentativo di conglobare le economie di quei paesi più


poveri, ma con non indifferenti capacità, nel sistema economico internazionale: la conseguenza è
la distruzione di conoscenze indigene importanti nel rapporto con l'ambiente.
La gestione "razionale" o "ottimale" dell'ambiente rende il mondo affidabile
per quanto riguarda lo sviluppo, ma non rende l'ambiente medesimo sicuro per i poveri. Sicuro
soprattutto per coloro che hanno sempre convissuto con esso e ne dipendono per la propria
esistenza.

Il controllo delle risorse genetiche attraverso i brevetti (vedi riquadro) e le


raccolte di germoplasma delle grandi banche genetiche internazionali fotografano una situazione
e la immobilizzano. Alcune comunità di uomini controllano il materiale genetico di partenza,
lasciando che il materiale di pubblico dominio rimanga libero....... di estinguersi espulso dalle
varietà migliorate.

La biodiversità A.Cardarelli P.37


Brevettazione e proprietà della biodiversità
L'industria sementiera negli ultimi anni ha tentato di appropriarsi dei
diritti relativi alle sementi da loro prodotte. Vogliamo dire che in qualche caso è stato
possibile brevettare, assoggettando la materia viva (brevetto sulla vita) alle norme
delle leggi sui brevetti industriali, piante ed animali.
Al momento la cosa è in realtà molto controversa perché in questo
caso brevettare corrisponderebbe ad ottenere una licenza d'uso, senza avere la
possibilità di riprodurre la semente ottenuta dopo la prima produzione. Ciò vorrebbe
dire che molti agricoltori, che hanno operato la selezione per tutta una vita, si
vedrebbero preclusa questa stessa attività e dipenderebbero in grande misura
dall'industria sementiera. In tal modo verrebbe disatteso il principio dell'accesso
illimitato da parte dei popoli alle risorse genetiche. Non dobbiamo dimenticare infatti
che i "mattoni*" di partenza sono da considerare di proprietà di tutta l'umanità;
negare l'accesso ad essi alla maggioranza degli agricoltori per una ricombinazione
effettuata dai genetisti* sarebbe un'ingiustizia scarsamente giustificabile.

Nel giugno 1992 nell'ambito della conferenza, tenuta dalle Nazioni


Unite a Rio de Janeiro sul tema dell'ambiente e dello sviluppo è stata siglata da 154
paesi la convenzione sulla diversità biologica. Essa disciplina in maniera consistente
l'utilizzazione della biodiversità dal punto di vista legale, sottolineando il diritto che i
paesi hanno di poter disporre pienamente della biodiversità. A tutt'oggi, però, deve
ancora essere ratificata dai paesi sottoscrittori.

Proprio per la continua interrelazione che esiste tra tutte le popolazioni umane
sulla Terra, ora che le comunicazioni di massa hanno portato i modelli di sviluppo anche nei posti
apparentemente più sperduti attraverso la radio, la televisione, il cinema e i giornali, aumenta il
numero di stimoli che ciascun individuo riceve. Viene sollecitata in modo continuo la stabilità
stessa, pur apparente, delle relazioni all'interno dell'ecosistema tra la società degli uomini e le
risorse naturali.

Solo chi è in grado di modificare le proprie relazioni con l'ambiente in modo


libero può cercare di trovare un nuovo equilibrio: ad esempio sfruttando il territorio in modo
differente e approfittando di nuove risorse. Se ci fossero delle limitazioni alla possibilità di
interagire con l'ambiente, necessariamente l'interesse delle comunità si concentrerebbe solo su
alcune particolari specie o risorse, che finirebbero per essere sfruttate eccessivamente, o
probabilmente causando uno squilibrio irrecuperabile nell'ecosistema.

*Per mattoni in questo caso intendiamo indicare i geni di partenza, provenienti dalle varietà tratte dai luoghi di origine, che
opportunamente ricombinati danno luogo alle varietà commerciali.
*
Nel frattempo magari i geni di origine sarebbero sopravvissuti in qualche banca del germoplasma di proprietà della suddetta ditta
sementiera.

La biodiversità A.Cardarelli P.38


Eppure non è difficile trovare esempi concreti di tale tipo di limitazioni, e
ancora più se ne incontreranno nel momento in cui la brevettazione di materiale vivo sarà
riconosciuta dalle Nazioni Unite o, per lo meno, da parte delle nazioni più influenti
economicamente. In questo modo, infatti, potrebbe essere limitato anche l'accesso alle proprie
pecore o olive.
Le prime avvisaglie si manifestano già da qualche tempo, tra gli altri, per la
selezione massale dei semi di alcuni cereali, come il frumento. I contadini sono soliti riseminare
una parte di quei raccolti che ancora permettono loro di farlo non presentando caratteristiche di
varietà ibride. Questo processo implica la capacità intellettuale del contadino di saper scegliere le
piante, il momento, le caratteristiche che egli desidera; presuppone, inoltre, capacità
organizzativa e disponibilità di capitale da investire immagazzinando scorte da un anno per
l'altro. Di fatto, tale processo di selezione in campo delle sementi è osteggiato dalle compagnie
sementiere, che pretendono di avere acquisito il diritto esclusivo di sfruttamento commerciale di
una tale varietà. Il contratto tacito che si sottoscrive al momento dell'acquisto di una semente
commerciale prevede che si acquisisca solo il diritto alla coltivazione della semente, senza che
questo comprenda la possibilità di sfruttare le sue capacità di moltiplicarsi e quindi produrre
nuova semente: è così che il beneficio economico è garantito alla società sementiera.

3.3.3. Qualche nozione elementare di genetica agraria

Nel caso delle varietà ibride, il processo di risemina richiamato nel precedente
paragrafo è di fatto impedito perché la rendita della nuova generazione di piante ottenute da quei
semi sarebbe molto variabile e imprevedibile in termini di qualità. Questo succede perché i semi
di varietà ibride vengono ottenuti incrociando tra loro due linee pure (maschile e femminile) che
danno origine ad una popolazione geneticamente instabile e quindi rischiosa da riseminare. La
produzione di sementi ibride è possibile e semplice per quando riguarda piante che si incrociano
con individui diversi, cioè specie allogame* (nel mais, per esempio, è particolarmente semplice
perché i suoi fiori maschili e femminili sono ben differenziati, separati e facilmente accessibili).
Negli altri casi, nelle piante autogame (frumento, riso, sorgo, fagioli etc.) la produzione di
sementi ibride è più difficile da ottenere perché richiede l'identificazione di linee con particolari
caratteristiche genetiche di autosterilità. Per queste specie, quindi, si procede alla
commercializzazione di ibridi solo quando si prevede un valore commerciale molto alto (per
esempio con alcune specie orticole: i semi di pomodoro o cetriolo arrivano a costare più di 1
milione al chilo). Quando esso non è giustificato o ipotizzabile, le varietà vengono
commercializzate sotto forma di popolazioni geneticamente uniformi, ma sufficientemente pure
da essere in grado di mantenere le proprie caratteristiche per più di una generazione o anche per
molti anni, se vengono applicati, da parte di chi la coltiva, una serie di accorgimenti che
eliminano continuamente le piante fuori tipo.

*
La fecondazione allogama o incrociata consiste nello scambio di gameti (polline) con altre piante; solo in questo caso si ha
fecondazione ed è in contrapposizione con la fecondazione autogama o autofecondazione. La fecondazione allogama può avvenire
per mezzo del vento (anemofila) o per mezzo di insetti (entomofila).
La biodiversità A.Cardarelli P.39
3.3.4. Considerazioni finali su stabilità', società' e biodiversità'

Alla luce di quanto sin'ora detto, le ditte che pretendono di brevettare le varietà
a pollinizzazione aperta esercitano un sopruso accollandosi la responsabilità di eliminare la
variabilità genetica che potrebbe essere racchiusa in una varietà e che ogni contadino potrebbe
voler sfruttare in modo differente da quello ipotizzato da chi la commercia.

Quando tali limitazioni vengono applicate a gruppi sociali in cui la


differenziazione è alta, possono esserci, si, degli scompensi (per esempio, la continua coltura
della stessa varietà di riso sullo stesso territorio) che impoveriscono i campi, ma i medesimi
scompensi possono essere controbilanciati cambiando tattica: un certo numero di contadini, ad
es., sarà costretto ad abbandonare la coltura del riso e cercherà delle alternative, quali la
foraggicoltura.

Quando la società, invece, vive in condizioni al limite dello stress perché


l'ambiente non le permette molta elasticità (tipicamente, le foreste tropicali) e le limitazioni a cui
va incontro sono eccessive (proprietà privata della terra tribale, concessioni esclusive a terzi dello
sfruttamento del taglio della legna o di alcuni prodotti, come il caucciù o il cacao o il caffè) non
può trovare facilmente soluzioni che la riportino in equilibrio aumentando il rischio di un collasso
finale. I membri di tali società, infatti, sono obbligati a sfruttare in modo eccessivo le poche
risorse che rimangono disponibili, le esauriscono con una velocità maggiore a quella di
riproduzione fino a farle sparire. La sparizione può non essere in senso fisico totale: scompare un
tipo di cultura, di organizzazione sociale, di lingua, di modalità di affrontare la vita e di
relazionarsi tra uomini che non può essere ricostruito, esattamente come non si possono
ricostruire i Dinosauri.

4. L'ambiente, la biodiversità' e la scuola

4.1. la formazione ed informazione ambientale nella scuola

Da una analisi dei curricoli scolastici, ma soprattutto dei programmi,


specialmente negli istituti tecnici, vengono a galla due diverse concezioni sulla natura e sul modo
di relazionarsi con essa.

La prima tesi esalta l'uomo in quanto dominatore, che tende a considerare la


natura come entità da conquistare o comunque dominare. Questa concezione è molto radicata
nella nostra cultura perché risale a filosofi quali Cartesio o Bacone: per essi ed altri la natura, le
avversità climatiche, le catene orografiche, gli oceani dovevano essere "Piegati" alle necessità
umane.

La biodiversità A.Cardarelli P.40


In antitesi a quanto detto si dirige invece l'approccio che vede la natura come
sovrana, armoniosa, "entità" in grado di autoregolarsi e di autoregolare, che non deve essere
influenzata da nessuna azione umana volta a perturbarla.

Questi concetti durante l'iter formativo dei giovani nella scuola si ripresentano a
più riprese nelle varie materie dei piani di studio. Per fortuna, la seconda concezione negli anni
recenti ha in qualche modo messo gravemente in discussione la prima.

Dobbiamo dire che se nessuna delle due tesi suddette presenta presupposti
risolutivi, insieme consentono un proficuo dibattito. Vogliamo dire, così come aprivamo questo
scritto, che la realtà è molto più complessa di semplici schematismi: stimolare il ragionamento è
già un obiettivo importante ed è quello che ci prefiggiamo. Ovviamente si tratta di un ragionare
consapevole, sulla base delle conoscenze approfondite all'interno delle quali gli allievi si
muovono.

Negli ultimi anni nel corpo docente, ma anche diffusamente nella società civile,
il dibattito sulla natura ha portato alla proposta di inserimento dell'educazione ambientale nelle
scuole italiane di ogni ordine e grado. Naturalmente per un sistema così "bloccato" come la
scuola italiana questa proposta rappresenta una "grande rivoluzione", al punto che ancora non ne
è stato fatto ancora!
Dobbiamo però dire, a parziale giustificazione, che la novità rappresenta un
cambiamento di difficile realizzazione per una scuola, come è quella italiana, iperregolata da
leggi e circolari analitiche e vincolanti.
Un timido segnale di inversione di tendenza alla eccessiva regolamentazione
della scuola si è verificato nei primi mesi del 1994 con l'accordo tra i rappresentanti sindacali e
quelli del ministero: esso permette una migliore utilizzazione dei fondi di incentivazione, per cui
questi possono, ad esempio, essere usati per effettuare corsi integrativi della preparazione
curricolare e quindi anche per i corsi nel settore ambientale.

La formazione ecologica nel settore ambientale non è cosa da poco. Poiché lo


scopo è quello di giungere ad evidenziare i rapporti uomo-natura non può bastare una
preparazione tecnica troppo specialistica: si dovrebbe partire, piuttosto, da un approccio olistico
del complesso settore ambientale, al fine di mettere in nuova luce i rapporti tra cultura, scienza e
tecnica.
Tale "modus operandi" è anch'esso di difficile realizzazione perché fino ad oggi
si è fatto esattamente il contrario: l'educazione ambientale è stata svolta in maniera restrittiva e
limitata. Gli ambienti naturali sono stati concepiti un poco in funzione contemplativa e non come
territorio con il quale interagire. Così la geografia nella sua branca dello studio del paesaggio
intendeva quest'ultimo come una entità da illustrare mediante mezzi descrittivi ed estetici ed
ancora una volta non partecipativi.

In epoche recenti dalla visione di ambiente sopra descritta siamo passati ad una
concezione maggiormente partecipativa, potremmo dire più democratica o comunque più
integrata. Questo è successo con l'introduzione del concetto di territorio, il quale si è sviluppato
dagli anni 60 in poi, quando nuove frange di popolazione richiedevano una formazione di massa.

La biodiversità A.Cardarelli P.41


Si è giunti, in pratica, non ad una visione distaccata dell'ambiente, ma ad una in intimo contatto
con il mezzo stesso.
In questo momento di riformulazione del concetto di ambiente si sviluppano
anche nuove concezioni oggi ampiamente radicate; la inculturazione e la crescita singola deve
avvenire in gran parte fuori delle aule scolastiche, sul territorio: se questo è vero per altre
discipline risulta indispensabile per l'educazione ambientale.

La biodiversità A.Cardarelli P.42


4.2. Itinerari didattici

Nel presentare alcune proposte relative ai percorsi didattici dobbiamo dire che
forniremo solamente alcuni spunti relativi all'argomento perché fondamentale risulta
l'elaborazione di un progetto, la costruzione di un curricolo* di estensione e durata assai ampie,
che parta dalla scuola elementare, si sviluppi nella media inferiore e termini nel biennio della
secondaria superiore. In realtà il curricolo prosegue poi verso la maturità e l'istruzione
Universitaria e questo non solo negli indirizzi di tipo tecnico e scientifico. Diremmo anche che
questo processo per una concezione moderna di "uso del territorio" non si arresta mai.

All'interno della disciplina della educazione all'uso del territorio dobbiamo


procedere alla suddivisione in Unità Didattiche*.

Per ogni Unità Didattica devono essere stabiliti:

1. i particolari costrutti concettuali e metodologici da seguire;

2. la definizione dei prerequisiti cognitivi necessari per affrontare la Unità Didattica;

3. la selezione dei materiali e l'individuazione delle attività da utilizzare nell'attività


didattica;

4. La definizione delle finalità generali e dei particolari obiettivi didattici;

5. le prove di verifica dei risultati ottenuti.

Ogni studio dell'ambiente che si rispetti deve coinvolgere i discenti nella realtà
della comunità in cui vivono. Lo studio dell'ambiente circostante permette di prendere in esame
tutte le relazioni che esistono al suo interno, siano esse biologiche, sociali, storiche, culturali,
economiche ecc. In questo modo l'alunno comprenderà la realtà in cui vive come prodotto del
risultato di queste interrelazioni: solo così potrà svolgere un ruolo attivo. Il percorso didattico
quindi dovrà privilegiare il lavoro sul campo, anche se in altre occasioni sarà necessario che gli
alunni imparino a leggere e comprendere testi ed articoli e ad usare terminologia appropriata e
dati che in questo campo svolgono un ruolo fondamentale.

*
Insieme selezionato in modo organico, di contenuti e di attività di insegnamento apprendimento di cui da sempre gli studenti fanno
esperienza in tutte le tappe della loro vita scolastica.
*
Si tratta di una dizione molto diffusa, la quale consiste nell'organizzare la programmazione in moduli allo scopo di produrre risultati
quanto più possibile prevedibili e verificabili da parte degli insegnanti.
La biodiversità A.Cardarelli P.43
Tra gli obiettivi (punto D) da raggiungere nel processo formativo scriviamo i
seguenti:

1. Conoscere e distinguere le forme di antropizzazione del territorio


oggetto di indagine;

2. identificare le caratteristiche del verde agricolo (tipo di coltivazione,


sistemazione del terreno, di drenaggio ecc.) e comprendere le
differenze tra le principali tecniche utilizzate nel passato e nel
presente per modificare il naturale in senso agricolo;

3. riconoscere la tipologia del paesaggio rurale nel quale l'alunno è


inserito e confrontarla con quella di altre zone italiane e dei paesi
esteri, con particolare riguardo ai paesi sottosviluppati; (ad esempio il
paesaggio della monocoltura specializzata a confronto con quello
delle coltivazioni promiscue, il paesaggio monocolturale a Mais ed il
paesaggio delle colture a strisce o mescolate o comunque con struttura
frammentata);

4. interpretare il fenomeno ambientale anche in prospettiva


socioeconomica, dopo averne ricostruito in laboratorio il modello ed
averne studiate le caratteristiche biologiche (realizzazione di una
piccola serra o una coltivazione).

5. saper riprodurre mediante schemi (vedi teoria dei sistemi) tutte le


interazioni occorrenti nel territorio. Per interazioni si intendono sia
quelle biologiche sia quelle chimiche, sociali, economiche ecc., così
come evidenziato nel presente testo.

6. individuare i livelli di diversità che intervengono ai vari livelli del


sistema e saperli paragonare con altri territori;

7. capire gli effetti che la variazione delle condizioni di partenza può


provocare a carico delle precedenti cognizioni.

Sostanzialmente vengono incrociati concetti geografici con conoscenze di tipo


biologico, agronomico, chimico, economico, politico, sociale ecc., che i docenti dovranno
affrontare sia singolarmente sia in copresenza allo scopo di raggiungere gli obiettivi suddetti.

La biodiversità A.Cardarelli P.44


Nel proporre ai ragazzi questi concetti si può procedere attraverso vari mezzi
didattici sia di tipo audiovisuale sia partecipativo.
In questa sede non possiamo che limitarci a fare qualche esempio, rimandando
ad una trattazione più ampia i necessari approfondimenti. Per quanto riguarda i materiali e gli
spunti da seguire e quindi soprattutto il sopradetto punto C), annotiamo alcune proposte
didattiche:

1) lettura di libri specifici (Es: E. Sereni, "Storia del paesaggio agricolo


italiano", Laterza); osservazione di foto d'epoca di ambienti agresti;
Quadri di Bruegel di vita agreste; audiovisivi riguardanti il mutamento del
paesaggio agricolo (G. Cherubini, "Città e campagna nel medio evo", "Il
paesaggio Agricolo del trecento" Ed La Nuova Italia) e audiovisivi su
varie tematiche riguardanti l'utilizzazione agraria del territorio (Vedi
elenco CIC ed aggiungi titoli);

2) analisi di carte di uso del suolo: confronto di una zona pianeggiante dei
paesi sviluppati con un comprensorio andino e relativa discussione;
analisi delle foto aeree di vari luoghi e discussione-decifrazione;

3) analisi e discussione della zona in cui i discenti vivono o di una zona a


loro nota per evidenziarne le caratteristiche dal punto di vista agricolo,
nonché la diversità o omogeneità o stabilità o suscettibilità alle
perturbazioni e al tracollo dei sistemi;

4) raccolta di dati attraverso ricerche specifiche relativi alla biodiversità


alimentare presente nei mercati delle città. Gli alunni dovrebbero fare un
inventario delle varietà e delle specie di vegetali e animali che sono in
vendita in diverse stagioni dell'anno nei mercati rionali, nei supermercati
o nei negozi sotto casa con relativa discussione.

5) Visita di due aziende agrarie scelte appositamente per evidenziare


uniformità e diversità, relativa analisi e discussione.

La biodiversità A.Cardarelli P.45


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