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Un grazie di cuore a Gianfranco Bologna per il suo incoraggiamento e a
Francesco Cattaneo per le bonarie critiche in materia economica
Silvana Galassi

Astronave Terra
Copyright © MMVI
ARACNE editrice S.r.l.

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info@aracneeditrice.it

via Raffaele Garofalo, 133 A/B


00173 Roma
(06) 93781065

ISBN 88–548–0425–8

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,


di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

Non sono assolutamente consentite le fotocopie


senza il permesso scritto dell’Editore.

I edizione: marzo 2006


Ai miei studenti
per i quali e con i quali
ho iniziato questo percorso
Indice

Premessa ........................................................................................ 9

Prima Parte
Biosfera–2 ...................................................................................... 13
Energia e informazione ................................................................. 16
Evoluzione ..................................................................................... 21
Il tempo degli uomini e quello delle stelle .................................. 26
Civiltà scomparse .......................................................................... 31
Ordine e disordine ......................................................................... 34
Contaminazione globale ............................................................... 38
Il costo del riordino ....................................................................... 41
La Terra non è fragile ................................................................... 46
L’Astronave Terra ......................................................................... 49

Seconda parte
Fare i conti col pianeta .................................................................. 55
L’illusione tecnologica ................................................................. 57
Economia ecologica ...................................................................... 60
L’impronta ecologica .................................................................... 65
Qualità o quantità .......................................................................... 70
Globalizzazione e saperi locali ..................................................... 76
Il costo del sapere .......................................................................... 80
Gli OGM salveranno il Terzo Mondo dalla fame? ..................... 84
Il decollo della nuova economia .................................................. 88
Un mondo migliore è possibile? .................................................. 91

Bibliografia .................................................................................... 95

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Premessa

La maggior parte di noi ha vissuto l’esperienza di guardare


la propria città dall’oblò di un aereo e di vederla rimpicciolire
fino a non distinguere le persone, le auto, le case, le strade. Ma
solo pochi esseri umani hanno avuto l’emozionante esperienza
di osservare la Terra dallo spazio e di percepire il nostro pianeta
come un’entità di dimensioni limitate che, fatte le debite
proporzioni, non era poi così differente dall’astronave sulla
quale stavano viaggiando.
I sei miliardi di passeggeri a bordo dell’astronave Terra a
quelle distanze scompaiono nella materia indistinta che è stata
immortalata nelle riprese dallo spazio.
È da qui che vi propongo di cominciare un viaggio comune,
da questa sfera rotante che solo da poche centinaia di anni
abbiamo cominciato a immaginare e da meno di mezzo secolo
abbiamo potuto fotografare, per rispondere a una domanda che
credo stia a cuore a tutti: quanti astronauti può trasportare la
Terra?
Quello che vi propongo è un viaggio che a volte richiederà
di andare a ritroso nel tempo per pescare nei nostri ricordi
personali o molto più indietro, fino all’origine della vita sul
pianeta. Altre volte si tratterà di spostarsi nello spazio in aree
remote dove nessuno di noi ha mai messo piede o in località più
vicine, anche molto familiari che vi chiederò di guardare con
altri occhi come è necessario fare per scoprire cose nuove.
Il viaggio si addentrerà nei sentieri di due discipline,
l’ecologia e l’economia per riflettere su quello che le accomuna
e le divide per tentare di arrivare a una sintesi che ci possa far
sperare in un futuro migliore o almeno non peggiore del
presente per noi e per i nostri discendenti.

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PRIMA PARTE

Quando è viva davvero, la memo-


ria non contempla la storia, ma
invita a farla. Più che nei musei,
dove la poveretta si annoia, la me-
moria è nell’aria che respiriamo; e
lei, dall’aria ci respira

Eduardo Galeano
Biosfera–2

Nel 1991 negli Stati Uniti fu avviato un grandioso espe-


rimento, denominato Biosfera 2, che doveva servire a riprodurre
su piccola scala l’ecosistema Terra (Biosfera 1) per studiarne le
capacità biorigenerative.
Si trattava di una serie di cupole ermetiche con la volta in
vetro (Fig. 1), per permettere il passaggio dei raggi solari, che
occupavano complessivamente una superficie di 1,27 ettari.
Nelle cupole furono trasportati suolo, acqua, piante e animali
in modo da ricostruire una porzione di foresta pluviale, una di
deserto, una di oceano e così via, arrivando a rappresentare 12
tipi di ecosistemi. Una porzione del suolo era dedicato all’agri-
coltura intensiva e all’allevamento di animali domestici perché
l’equipaggio di questa biosfera avrebbe dovuto essere indipen-
dente dal mondo esterno per i propri bisogni alimentari.
Gli otto “biosferiani” vissero due anni chiusi in questo pic-
colo mondo senza mai uscirne, lavorando alacremente per il suo
e proprio mantenimento, ricevendo dall’esterno solo l’energia
del sole e combustibili fossili.
Nell’autunno del 1993 l’esperimento fu sospeso perché la
composizione dell’aria si era alterata impoverendosi di ossigeno
e gli abitanti della “capsula terrestre” cominciavano a soffrire di
malori simili a quelli provocati dalle atmosfere rarefatte delle
quote elevate.
Nel complesso l’intera impresa fu considerata un grosso
spreco di denaro (4 milioni di dollari solo per il rifornimento
energetico) da gran parte del mondo scientifico con ben poche
ricadute di utilità pratica.
Probabilmente per questo ebbe ben poca risonanza e gli
abitanti di Biosfera 2 furono seguiti dai mezzi di divulgazione
di massa molto meno dei protagonisti del “Grande fratello” o di
analoghi esperimenti di coabitazione coatta.
Per amor di cronaca, i “biosferiani” non ebbero problemi
relazionali e godettero di ottima salute ma furono considerati
inadeguati dal punto di vista scientifico anche perché dovendo

13
14 Astronave Terra

dedicare metà del loro tempo di veglia alla coltivazione e alla


preparazione del cibo e quasi tutto il tempo restante ai lavori di
manutenzione e riparazione non erano in grado di monitorare
adeguatamente gli ecosistemi presenti nelle capsule.
Dal punto di vista del progresso nel campo dell’ecologia
umana Biosfera 2 fu giudicato, invece, un notevole successo
(Odum,1996).
Tanto per cominciare rivelò che solo il 4% dello spazio
disponibile poteva essere occupato dai bioferiani; tutto il resto
era necessario per l’auto mantenimento degli ecosistemi i quali
finirono per alterarsi probabilmente perché le proporzioni rela-
tive delle diverse componenti erano tali da produrre uno sbilan-
ciamento tra ossigeno prodotto dai vegetali e quello consumato
dagli animali e dai microrganismi del suolo.
Visto a più di dieci anni di distanza, questo costoso espe-
rimento rappresenta una lezione importante dal punto di vista
delle nostre capacità di controllo dei sistemi naturali. A questi
costi, ben poche persone potrebbero sopravvivere e se la vita è
invece possibile per miliardi di persone dobbiamo ringraziare i
sistemi naturali che svolgono gratuitamente i loro servizi di
rigenerazione dell’ossigeno e dell’acqua, di termostatazione e
umidificazione delle masse d’aria, di rifornimento di materie
prime e cibo per il nostro sostentamento e, infine, di smalti-
mento e riciclo dei nostri rifiuti.
Il fallimento di Biosfera 2 ci dovrebbe anche ammonire sulle
difficoltà che incontriamo ogni volta che tentiamo di controllare
i sistemi naturali e metterci di fronte all’amara conclusione che
evidentemente non li conosciamo abbastanza.
Negli anni più vicini a noi esperimenti di questo tipo non
sono stati ripetuti. Si preferisce lavorare con modelli matematici
in cui le ricostruzioni sono virtuali e non coinvolgono diretta-
mente attori umani.
Tuttavia, anche senza dichiararlo apertamente, la nostra spe-
rimentazione sull’ecosistema Terra sta continuando su scala
reale, come dimostrano alcuni cambiamenti globali, come l’au-
mento della concentrazione di anidride carbonica fino a livelli
mai raggiunti in decine di migliaia di anni prima dell’era
Parte prima 15

tecnologica o la riduzione dell’ozono stratosferico provocato


dai clorofluorocarburi.
Lo scopo della prima parte di questo libro, che vuole
semplicemente dare spunti di riflessione sul nostro modo di
abitare la Terra, è di capire perché la Natura sia così difficile da
riprodurre o, per usare le parole di Barry Coomoner (1977),
perché “la Natura sia l’unica a sapere il fatto suo”.

Figura 1. Biosfera 2 (www.informativos.telecinco.es).


16 Astronave Terra

Energia e informazione

In ultima analisi tutta la vita si origina dal Sole: la Terra è


quasi del tutto isolata per la materia ma riceve energia dalla sua
stella sotto forma di onde elettromagnetiche che noi percepiamo
come radiazioni luminose.
Siamo tutti consci di questa dipendenza e lo eravamo già
nell’antichità.
Quello che invece viene spesso ignorato è che l’energia ce-
duta dal Sole alla Terra prima che noi facessimo la nostra com-
parsa ha azionato il motore dell’evoluzione, trasformando un
pianeta inanimato nel mondo meraviglioso e pieno di forme di
vita di cui la nostra specie si è appropriata.
Howard H. Odum, ha chiamata eMergia o “energia emer-
gente” l’energia accumulata dagli e negli esseri viventi sia
attraverso i processi evolutivi sia grazie al flusso di energia che
costantemente attraversa gli ecosistemi attuali.
Forse in un modo del tutto intuitivo alcune culture conside-
rate primitive, come gli indigeni delle due Americhe o i seguaci
della “new age” si avvicinano maggiormente all’idea del valore
in sé delle opere della Natura, alle quali attribuiscono un conte-
nuto energetico, che si materializza come un’aura attorno alle
persone o un alone di luce che si diffonde attorno alle piante
secolari. Questo alone, del resto, rappresenta una sfumata regio-
ne di confine tra scienza e filosofia:
“Il sentimento della nostra evoluzione e dell’evoluzione di
tutte le cose nella durata pura è lì, e disegna intorno alla rappre-
sentazione intellettuale propriamente detta un alone, una frangia
di luce che sfuma a poco a poco nella notte” (Bergson, 1970).
Un albero, quindi, non racchiude solo quel poco di energia
che si sprigiona quando bruciamo il suo tronco ma è, come tutti
gli esseri viventi, un sistema che ha tradotto in organizzazione e
servizi l’energia che ha assorbito e le informazioni che ha eredi-
tato dal seme che l’ha generato.
È in grado di ospitare e mettersi in relazione con altre specie
viventi che dipendono energeticamente da lui per la loro so-
Parte prima 17

pravvivenza, fornisce ombra e contribuisce a regolare il clima


con la sua traspirazione, mantiene saldo il suolo e molte altre
cose ancora.
Un albero centenario ha accumulato molta più eMergia di un
giovane pioppo; non solo il suo legno è più compatto e prezioso
ma le relazioni con gli altri organismi del bosco o della foresta
sono molto più numerose e complesse.
L’accumulo di eMergia in Natura è avvenuto nel corso del-
l’evoluzione dalle semplici strutture che per prime hanno “in-
ventato” la fotosintesi, fissando negli zuccheri l’energia del
Sole, a ecosistemi complessi come la foresta tropicale.
La Natura ha speso l’energia a sua disposizione sostanzial-
mente in due modi: nell’aumento delle specie esistenti, la cui
varietà può essere definita “biodiversità”, o in complicati siste-
mi di regolazione che chiameremo “bioingegneria”.
Nella fascia equatoriale dove l’energia del sole è disponibile
in modo uniforme nel corso delle stagioni e le condizioni clima-
tiche sono stabili si realizza la massima biodiversità: è il trionfo
delle lussureggianti foreste tropicali che ospitano il più grande
numero di specie vegetali e animali del pianeta.
Dove il clima non è favorevole alla vita, la Natura seleziona
poche specie capaci di sopravvivere alla mancanza d’acqua, agli
sbalzi termici, alle temperature estreme, grazie ad adattamenti
fisiologici e metabolici complicatissimi.
Il cactus che comunemente vediamo nei film western, quello a
tuba d’organo, ha il fusto sviluppato in altezza per esporre la mi-
nima superficie al sole caldo di mezzogiorno e la massima ai rag-
gi obliqui delle prime e ultime ore della giornata. In questo modo
limita al massimo la traspirazione e la conseguente perdita d’ac-
qua. Ma non è tutto: il cactus, come tutte le piante grasse, non ha
foglie e la fotosintesi avviene nel tronco, riducendo al minimo la
superficie che traspira. Inoltre, la fotosintesi avviene in due tem-
pi: di notte la pianta apre gli stomi e lascia entrare l’anidride
carbonica, di giorno realizza la fotosintesi a stomi chiusi sempre
per evitare di perdere l’acqua accumulata nei suoi tessuti.
Il dromedario, corrispondente animale dell’adattamento al
clima del deserto, utilizza il contenuto della gobba come riserva
18 Astronave Terra

d’acqua, ricavandola dai grassi con un processo metabolico. La


pelle dura e lo spesso strato di grasso della schiena lo protegge
anche dai raggi del sole mentre la pelle nuda del ventre gli
consente di rilasciare calore. Il naso raffredda l’aria con un
sistema di passaggi convoluti, che funzionano da scambiatori a
controcorrente. Il rene produce urine molto concentrate.
L’investimento eMergetico in biodiversità si mantiene nella
foresta tropicale grazie all’autoregolazione degli organismi che
la compongono: la foresta funziona come un enorme climatiz-
zatore, all’interno del quale l’umidità è costantemente elevata
per effetto della traspirazione delle piante. Dalle chiome degli
alberi a decine di metri dal suolo verso la superficie del suolo
stesso si realizza una gradazione di microclimi in cui piante
rampicanti, insetti e organismi insettivori possono trovare le
condizioni ottimali per la loro esistenza. Questa enorme varietà
dona stabilità al sistema che è in grado di reagire alle perturba-
zioni esterne grazie alle molteplici interazioni che ne regolano il
funzionamento complessivo. Solo quando vaste porzioni di
foresta vengono eliminate si assisterà a variazioni irreversibili
del microclima che porterà alla desertificazione. In tutti gli altri
casi, come il verificarsi di un incendio spontaneo o la caduta di
un albero morto di vecchiaia o abbattuto da un fulmine, la
foresta riparerà spontaneamente i danni subiti, con un vigore
che le è dato dalla sua enorme forza vitale.
Gli ecosistemi energeticamente poveri non sono in grado di
esprimersi in una grande varietà di forme di vita e in questo
caso ogni singola specie risulta preziosa per il mantenimento
dell’assetto generale; in un deserto o nella tundra artica la scom-
parsa di una specie potrebbe significare una perdita eMergetica
molto ingente perché la Natura ha investito molto in bioinge-
gneria e impiegherebbe molto tempo per ripercorrere il cam-
mino evolutivo che ha generato quella forma vivente.
Il patrimonio naturale che deriva dalla trasformazione del-
l’energia del Sole in materia vivente si può misurare in “unità di
informazioni”, che negli esseri viventi sono codificate nel DNA
(acido desossiribonucleico) e nell’RNA (acido ribonucleico).
Queste macromolecole sono composte da triplette di piccole
Parte prima 19

molecole, che si ripetono in diverse combinazioni come le perle


colorate di una collana, creando un linguaggio chimico che si
traduce in forme e funzioni vitali.
Un paragone che può aiutare a capire come le sequenze
chimiche dei geni possano immagazzinare e trasferire informa-
zioni è quello della memoria dei computer, che si misura in bit
o Megabit o Gigabit. Anche in questo caso si tratta di sequenze
più semplici di quelle del DNA perché appartenenti a un codice
binario (sì–no, acceso–spento) ma pur sempre sequenze.
L’eMergia della Natura, dei suoi singoli componenti e dei
sistemi complessi, è memorizzata nei computer viventi, come la
foresta tropicale o il fondo dell’oceano, ma è anche in grado, a
differenza dei computer di crescere da sola perché i viventi
conservano e riproducono la memoria ricevuta.
La biodiversità è il frutto di un percorso di milioni di anni in
cui le informazioni si sono accumulate e trasmesse da un
organismo all’altro in una staffetta senza sosta e che ora ci ap-
paiono nella varietà delle forme viventi o nella molteplicità dei
loro sistemi di funzionamento e di risposta agli stimoli esterni.
Noi conosciamo per ora solo una parte del codice genetico
dei 30–60 milioni di specie che popolano la Terra e dei “ser-
vizi” svolti dagli ecosistemi ma, partendo da quel che è cono-
sciuto, possiamo immaginare l’enormità delle informazioni co-
dificate nella banca mondiale del DNA e dell’eMergia accumu-
lata dalla Natura nel corso dell’evoluzione.
Affinché il concetto di eMergia risulti familiare a tutti i let-
tori vale la pena di riportare un esempio che possiamo speri-
mentare su noi stessi.
Immaginate di quantificare il costo energetico necessario per
leggere e comprendere una pagina di questo libro; penso che
tutti convengano che si tratti di ben poca cosa. Ora provate a
pensare all’energia che è stata necessaria per imparare un lin-
guaggio scritto e per consentire la comprensione del testo a
livelli di difficoltà sempre maggiori. Senza queste solide basi
culturali il foglio che vi sta sotto gli occhi vi sembrerebbe un
inutile groviglio di segni. Tutti questi passaggi che apparten-
gono alla nostra formazione educativa e culturale saranno da
20 Astronave Terra

considerare nel costo eMergetico complessivo della lettura del


testo che state esaminando in questo momento.
Quando memorizziamo le nostre esperienze predisponiamo
la nostra mente a una maggiore capacità di comprensione e
aumentiamo la nostra eMergia mentale. Scambiandoci esperien-
ze e informazioni facciamo crescere l’eMergia delle persone
con le quali comunichiamo, l’eMergia del gruppo e della società
in cui viviamo.
Parte prima 21

Evoluzione

L’energia fluisce negli ecosistemi dalle foglie delle foreste e


dalle alghe degli ambienti acquatici, che sono in grado di fis-
sarla in energia chimica, agli animali erbivori che a loro volta
costituiscono la preda di quelli carnivori o dei parassiti.
Tuttavia la complessa organizzazione dei viventi, fitta di
relazioni tra simili e tra membri di comunità, andrebbe perduta
se non ci fosse modo di trasmetterla ai propri discendenti.
Con la riproduzione, comunque essa avvenga, gli esseri
viventi assicurano la trasmissione di tutte le informazioni neces-
sarie alla sopravvivenza e alla vita di relazione con le altre
specie alla propria discendenza.
Dawkins, un genetista che io trovo un po’ cinico, arriva a
ridurre gli esseri viventi al ruolo di precari involucri utili solo a
propagare nel tempo e nello spazio il loro contenuto d’informa-
zione, cioè il loro patrimonio genetico. Nel “Gene egoista” la
lotta per la sopravvivenza, l’istinto materno, le cure parentali
sono viste come strategie messe a punto nel corso dell’evolu-
zione per rispondere alla prorompente necessità del DNA di
riprodursi e modularsi nel tempo, adattandosi ai piccoli cambia-
menti che avvengono all’interno degli ecosistemi o ai grandi
cambiamenti planetari che sono avvenuti in seguito a sposta-
menti della crosta terreste, eruzioni vulcaniche, urti di meteoriti.
Se le cose stessero così finiremmo per avvalorare la pessimi-
stica visione della Natura maligna di Leopardi.
In realtà l’egoismo della specie e la malvagità della Natura
vengono superati dal concetto stesso di evoluzione, che implica
qualcosa di più della necessità di sopravvivere nel tempo. Evol-
versi vuol dire cambiare e i cambiamenti sono il frutto di una
strategia di sopravvivenza collettiva che ci dovrebbe far pensare
a uno sforzo universale, non a una necessità individuale.
Effettivamente, l’osservazione delle comunità naturali porta
a concludere che le strategie di collaborazione tra specie rispon-
dano quasi sempre in modo più adeguato all’uso ottimale delle
risorse disponibili in un ecosistema rispetto alla lotta per la
22 Astronave Terra

sopravvivenza che si realizza più comunemente in situazioni


estreme e instabili.
Per rappresentare il cammino della Natura nel corso del-
l’evoluzione è stata usata la metafora della “Regina Rossa”
(Van Valen, 1973). La Regina Rossa è quella degli scacchi di
“Attraverso lo specchio” di Lewis Carrol, che prende Alice per
mano e la trascina nella sua corsa che le porterà sotto lo stesso
albero da cui erano partite. Quando Alice domanda alla Regina
perché corre, lei risponde che così deve fare se vuol rimanere
nello stesso posto, se volesse andare oltre dovrebbe correre an-
cora più forte.
Secondo questa ipotesi la selezione naturale sarebbe una
risposta all’ambiente che cambia e che obbligherebbe la Natura
a una corsa continua per mantenere la perfezione.
L’immagine della Natura che insegue la perfezione è indub-
biamente suggestiva e più gratificante dell’ipotesi genetica di
Dawkins. Tuttavia, mi è difficile condividerla perché sottinten-
de un progetto deterministico, mentre non c’è nessuna evidenza
di un obiettivo da raggiungere nel cammino dell’evoluzione.
Tra le ipotesi che ho incontrato sinora quella che mi con-
vince maggiormente è quella di Maturana e Varela (1987) se-
condo i quali il frutto dell’evoluzione non corrisponda al me-
glio in assoluto; la Natura non seleziona l’organismo più adat-
to, quello perfetto per le condizioni esistenti ma, più semplice-
mente l’adatto.
La sopravvivenza non viene realizzata in un solo modo e da
una sola specie: c’è una convenienza a creare tutto ciò che è
possibile e a investire in relazioni che regolano il funzionamen-
to dell’individuo, della popolazione, della comunità e dell’eco-
sistema. Nel processo creativo molto è affidato al caso.
Sgombrato il campo dalla convinzione di vivere nel migliore
dei mondi possibili, resta il fatto che si tratta pur sempre di
informazioni accumulate e selezionate nel corso del tempo, una
quantità enorme di tentativi riusciti e non riusciti di cui solo i
primi sono sopravvissuti alla verifica della loro funzionalità.
La vita, infatti, è il risultato non solo delle specie che abitano
ora il pianeta, un insieme di sistemi capaci di affrontare il
Parte prima 23

cambiamento, duttili e adattabili, molto complessi e impreve-


dibili cioè “vitali” ma anche di percorsi a fondo cieco di cui
molto spesso si sono perse le tracce.
L’ipotesi della Regina Rossa è contrastata anche dal fatto
che il cammino della Natura è stato più volte interrotto da “inci-
denti di percorso” che hanno distrutto gran parte del lavoro che
aveva costruito.
Secondo Jay Gould, che fu professore di geologia, biologia e
storia della scienza, il corso dell’evoluzione oscilla tra situa-
zioni di stabilità e instabilità che portano a equilibri temporanei,
definiti “equilibri punteggiati” (Gould, 1987).
Secondo questa versione, esiste una soglia minima di com-
plessità per dare origine alla vita, chiamato muro della minima
complessità; la maggior parte delle specie vissute nelle ere
passate e tuttora in vita è rappresentata da organismi molto
semplici, addossati al muro della complessità minima (Fig. 2),
che rappresenta il punto di partenza di ogni percorso evolutivo;
le specie più complesse, come la nostra o i grandi rettili estinti,
sono esperimenti costosi in termini eMergetici che sono in
grado di resistere solo in condizioni di stabilità climatica e di
abbondanza di risorse, prototipi di lusso, insomma.

Muro della minima


complessità
Distribuzione
delle specie

complessità

Figura 2. L’evoluzione secondo la teoria degli “Equilibri punteggiati” di


Gould. La linea spessa rappresenta un primo percorso evolutivo che
portò ai grandi rettili, la linea sottile il percorso più recente che ha
portato ai vertebrati attuali, tra i quali l’uomo.
24 Astronave Terra

La specie umana è forse la forma più complessa sinora ap-


parsa sul nostro pianeta ma, se la teoria di Gould è esatta, com-
plessità significa anche precarietà. Se si verificasse un’esti-
nzione di massa l’esperimento ricomincerebbe dai batteri e dalle
alghe ma difficilmente arriverebbe all’Homo sapiens.
L’idea che l’elevato investimento eMergetico che la natura
ha fatto per creare la specie umana possa essere giustificato da
un eventuale ruolo “di gestione intelligente” delle altre forme di
vita è una grossa forzatura non suffragata da evidenze scien-
tifiche.
In realtà, la forma di vita più intelligente che esiste attual-
mente sulla Terra svolge un ruolo distruttivo nei confronti delle
altre specie viventi con le quali condivide il pianeta, contri-
buendo più al loro degrado che al loro mantenimento.
Secondo Umberto Galimberti (2000) il mito dell’uomo “ga-
rante” del creato nacque col cristianesimo e si accentuò con
l’Umanesimo, l’Illuminismo e, infine, con la società tecnolo-
gica: “A questo punto la scienza da Dio passa all’uomo, e con la
scienza la sua onnipotenza, se non come dato di fatto senz’altro
come progetto, che è quanto basta perché l’uomo possa intra-
prendere la sua avventura di creazione di una nuova Terra, su
imitazione di Dio, anche senza di Dio”.
Ma Dio o, se preferite, la Natura ha un tempo per creare che
è commisurato al tempo per riparare: un esperimento mal riu-
scito viene eliminato e complessi equilibri si rompono e si ri-
creano in un arco temporale che sfugge alla nostra capacità di
osservazione. L’uomo, a differenza di Dio, non è immortale e,
ed è anche l’unica specie consapevole della propria condizione
mortale; per questo si affanna a ottenere il massimo della pro-
pria soddisfazione e affermazione.
Credo che sia proprio la fretta, che sempre più caratterizza la
cultura dell’uomo tecnologico, la causa maggiore dei nostri mali.
La concezione del tempo, che ha attraversato il pensiero filo-
sofico dall’antichità ai giorni attuali, è alla base del nostro modo
di rapportarci col mondo che ci circonda.
Nella mitologia antica e in molte filosofie orientali il tempo è
rappresentato da una ruota che riprende l’idea di alternanza del
Parte prima 25

giorno e della notte e del ripetersi delle stagioni, eventi che


scandiscono con regolarità il tempo della veglia e quello del
sonno, quello della semina e del raccolto. La ruota del tempo
macina la materia che si trasforma continuamente generando
nuova vita dalla morte. La reincarnazione delle anime è la lo-
gica conseguenza del pensiero ciclico per cui l’energia vitale
che scompare agli occhi di chi vede spegnere una vita deve ne-
cessariamente fluire in una vita nuova.
Il ciclo del tempo si è spezzato con le religioni monoteiste e
con l’idea stessa di creazione: “In principio Dio creò il cielo e la
Terra”, sta scritto nella Genesi.
Anche l’idea di evoluzione di Darwin e dei suoi seguaci è
proiettata nella direzione della freccia del tempo che si origina
con il “big bang” e finisce molto probabilmente con l’espansio-
ne dell’universo verso un caos infinito.
Lo sviluppo lineare del tempo sta alla base della nostra ansia
del vivere e, per molti di noi, del desiderio di lasciare tracce
tangibili del nostro passaggio.
Alcuni scienziati, come Einstein e filosofi ,come Bergson e
Husserl, hanno messo seriamente in discussione l’idea dell’ine-
luttabile scorrere del tempo indipendentemente dalla percezione
di chi lo vive, introducendo una concezione relativistica o sog-
gettiva fino ad arrivare al pensiero di Severino, filosofo contem-
poraneo che afferma che “tutto è eterno”.
Forse il modo più convincente di descrivere il concetto di
tempo è quello di sant’Agostino: “Se nessuno me lo chiede, lo
so. Se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”.
Su queste riflessioni torneremo poi. Per il momento possia-
mo accontentarci di affermare che gli avvenimenti che hanno
sinora caratterizzato la storia della Terra vanno seriamente ri-
considerati alla luce della velocità con i quali si sono manifesta-
ti, ricordando che la velocità non è altro che il numero o l’inten-
sità dei cambiamenti riferiti all’unità di tempo, così come noi
siamo abituati a misurarlo in ore, giorni, anni o miliardi di anni.
26 Astronave Terra

Il tempo degli uomini e quello delle stelle

Un giorno mia figlia, tornando da scuola, mi disse allarmata


che temeva di non rivedere più il sole. Pioveva da giorni e aven-
do sentito dire che il clima sta cambiando, si aspettava un nuovo
diluvio universale. Per tranquillizzarla le ho risposto che era
vero che il clima stava cambiando ma molto lentamente.
“C’è il tempo degli uomini e quello delle stelle” le ho detto,
“le stelle si accendono e spengono in tempi così lunghi che noi
non riusciamo neppure a immaginarli. Il sole splenderà ancora a
lungo e lo rivedrai molto presto”.
A un pubblico adulto, tuttavia, credo sia importante far ca-
pire che i cambiamenti climatici provocati dalle attività umane,
sebbene poco vistosi rispetto a quelli avvenuti nelle ere geolo-
giche passate e a cui si andrà incontro per effetto del continuo
riscaldamento del Sole, hanno la caratteristica allarmante di es-
sere la conseguenza del repentino cambiamento della composi-
zione atmosferica provocato dalle combustioni di riserve fossili.
Quando un fenomeno globale di verifica in pochi decenni non è
facile valutare le conseguenze che può generare a livello clima-
tico e per questo i modellisti sono alquanto incerti e discordanti
nelle loro previsioni.
Qualcuno addirittura contesta la credibilità dell’ipotesi che
l’aumento della CO2 provocherebbe variazioni climatiche, con-
fidando nelle capacità di compensazione del Pianeta.
Forse per questo vale la pena di soffermarsi sul perché la
scala temporale del cambiamento sia così importante.
La Terra ha circa 4,5 miliardi di anni ma per il primo miliar-
do si ritiene che non abbia ospitato alcuna forma di vita.
L’atmosfera di allora era quasi esclusivamente composta da ani-
dride carbonica, come quella di Venere e Marte.
Parte prima 27

Figura 3. Spirale del tempo dalla formazione del sistema solare a oggi. (Mo-
dificato da Cloud, 1989)

A partire da 2,5 miliardi di anni fa (Fig. 3) gli organismi


fotosintetici marini cominciarono a produrre ossigeno. Questo
gas di scarto della fotosintesi passò dagli oceani all’atmosfera
terrestre e quando la sua concentrazione arrivò attorno all’1%
formò lo scudo di ozono, in grado di proteggere le molecole
della vita dalle radiazioni ultraviolette contenute nelle radia-
zioni solari. Solo a partire da questo momento la vita fu pos-
sibile anche sulle terre emerse in cui si svilupparono estensioni
enormi di foreste. Questo è un classico esempio di feed–back
28 Astronave Terra

positivo in cui la crescita degli alberi accelera l’arricchimento


dell’atmosfera in ossigeno.
Questo gas, che è così necessario per la vita animale, è, tut-
tavia infiammabile e all’incirca 600 milioni di anni fa incendi
innescati da fulmini bruciarono grandi estensioni di foreste di
eucalipti e conifere. L’aumento della CO2 prodotto da questi in-
cendi catastrofici ebbe alla fine un effetto benefico per la vita
sulla Terra perché fu la causa dell’effetto serra, che portò la bio-
sfera, cioè la zona del Pianeta popolato da forme viventi, alla
temperatura media di 15 °C. Da allora in poi l’atmosfera è ri-
masta abbastanza stabile con circa 1/5 di ossigeno e 4/5 di azo-
to. La CO2 ha una concentrazione molto più bassa e proprio per
questo i nostri apporti sono in grado di farla crescere.
Come si può valutare percorrendo la spirale del tempo
(Fig. 3) gli avvenimenti che hanno portato a variare la composi-
zione dell’atmosfera terrestre furono molto lenti e molto lontani
rispetto alla comparsa dell’uomo sulla Terra, avvenuta circa
150.000 anni fa.
Se il tempo intercorso dall’inizio della vita sulla Terra al
momento attuale fosse rapportato a una sola giornata, la storia
dell’umanità sarebbe tutta concentrata nel quarto di secondo pri-
ma dello scoccare della mezzanotte.
Eppure in questo breve spazio temporale pare che siamo riu-
sciti a cambiare la composizione dell’atmosfera terrestre al pun-
to da modificare l’entità dell’effetto serra.
Grazie all’ostinazione di uno studioso dell’atmosfera che se-
guì per molti anni a partire dal 1957 le registrazioni delle con-
centrazioni di anidride carbonica dell’osservatorio di Mauna
Loa nelle Hawaii, noi sappiamo con certezza che la concentra-
zione dell’anidride carbonica nell’atmosfera terrestre è passata
da 310 a circa 380 parti per milione. Da indagini condotte sulle
carote di ghiaccio dell’Antartide che hanno intrappolato l’aria di
tempi ancora più lontani si è riusciti a ricostruire l’andamento
della CO2 dal 1700 (Fig. 4) quando la sua concentrazione era
270 ppm.
In anni più recenti gli scienziati sono riusciti a prelevare ca-
rote lunghissime perforando i ghiacci antartici e le analisi del-
Parte prima 29

l’aria intrappolata hanno permesso di ricostruire la storia del-


l’atmosfera terrestre fino a 160 migliaia di anni fa. I risultati di
queste analisi dimostrano che in questo lungo periodo ci sono
state variazioni notevoli della concentrazione dell’anidride car-
bonica che, tuttavia, non è mai arrivata a raggiungere i valori
attuali.

Figura 4. Aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera terrestre.

È ovvio che se l’anidride carbonica ha da sempre regolato la


temperatura terrestre grazie all’effetto serra, cioè rimbalzando il
calore emesso dalla terra sotto forma di radiazioni infrarosse, un
aumento della sua concentrazione dovrebbe comportare un sur-
riscaldamento climatico.
Del resto, nel 1800 Svante Arrhenius con un calcolo molto
approssimativo aveva previsto che un raddoppio dell’anidride
carbonica nell’atmosfera avrebbe causato un aumento di 4–6
gradi della temperatura media della superficie terrestre. I sofisti-
catissimi modelli attuali concordano, grado più o grado meno,
con queste previsioni ma non ci consentono di stabilire con
certezza quali saranno le conseguenze sull’innalzamento del li-
vello degli oceani e sullo spostamento delle fasce climatiche o
sulle variazioni dei singoli ecosistemi. Sistemi complessi come
30 Astronave Terra

il nostro pianeta sono poco prevedibili perché sono soggetti a


meccanismi di regolazione che possono contrastare o assecon-
dare la direzione del cambiamento, che si chiamano appunto
feedback, o retro–regolazioni, positive o negative. Il primo va
nella stessa direzione impressa dal cambiamento iniziale, ac-
celerando il fenomeno, il secondo lo contrasta rallentandolo.
L’aumento di temperatura, che si verrebbe a determinare
come conseguenza dell’aumento dell’anidride carbonica in
atmosfera, potrebbe produrre un feedback negativo perché la fo-
tosintesi delle foreste potrebbe aumentare oppure positivo, se
fosse la respirazione dei microrganismi del suolo, che produ-
cono CO2, a prevalere sulla fotosintesi.
Anche il sistema di regolazione oceanico degli equilibri
della CO2 verrebbe fortemente influenzato da piccole variazioni
di temperatura.
Molti scienziati in diverse parti del mondo stanno studiando
questi fenomeni e qualche risposta c’è già ma il ciclo del carbo-
nio è molto complesso e ancora poco conosciuto per alcuni suoi
aspetti.
Così, mentre molte risorse vengono spese per studiare come
stanno reagendo oceani e gli ecosistemi terrestri, continuiamo a
bruciare riserve fossili almeno fino a quando non saranno trop-
po difficili e costose da estrarre.
Stiamo assistendo in tempi storici e non geologici a un espe-
rimento geofisico planetario la cui portata potrebbe essere enor-
me ma che vede in gioco troppi interessi contrapposti per poter
essere gestito in modo razionale.
Forse la baldanza con la quale affrontiamo il futuro dipende
dal fatto che tante apocalissi annunciate non si sono poi veri-
ficate.
Va ricordato, comunque, che se la nostra specie è soprav-
vissuta a tanti cambiamenti ambientali da lei stessa provocati,
popolazioni intere sono scomparse per effetto della cattiva
gestione del territorio in cui vivevano.
Parte prima 31

Civiltà scomparse

Nel libro “Collasso”, pubblicato in Italia nel 2005, Jared


Diamond documenta come il degrado ambientale e il conse-
guente esaurimento di risorse indispensabili per il mantenimen-
to di alcune comunità umane sia stato una delle cause, a volte
quella principale, del declino di intere civiltà.
I polinesiani colonizzarono l’isola di Pasqua, che si trova
3700 km a ovest del Cile, Stato al quale oggi appartiene, nel
900 d.C., sviluppando una fiorente civiltà come dimostrano le
testimonianze architettoniche e soprattutto i Moai, statue di
dimensioni enormi raffiguranti divinità o personaggi importanti.
Il primo europeo che la esplorò era un olandese che, avendo
avvistato l’isola nel giorno di Pasqua del 1722, la ribattezzo con
questo nome. Ai suoi occhi l’isola si presentò brulla e poco
abitata; gli isolani erano piuttosto arretrati e si spingevano nel-
l’oceano con piccole imbarcazioni che facevano acqua perché
non erano altro che assi tenute insieme da fibre vegetali.
Fino a che non furono avviate ricerche scientifiche per rico-
struire la storia dell’isola attraverso l’analisi dei pollini conser-
vati nei sedimenti dei laghi vulcanici e dei resti delle ossa che
costituivano la dieta delle popolazioni che si sono succedute in
quel territorio, agli occhi degli occidentali Pasqua apparve come
l’isola misteriosa.
Non si riusciva a capire da dove potessero essere arrivati gli
uomini che l’abitavano dal momento che anche nell’altra dire-
zione, l’isola abitata più vicina dista 2100 km e, soprattutto era
difficile immaginare chi potesse avere scolpito e issato, i Moai,
pesanti da 10 a 270 tonnellate e alti fino a 21 metri (più di un
palazzo di dieci piani). Alcuni misteri sono stati svelati dal-
l’analisi dei pollini, la quale ci dice che prima dell’insediamento
umano, questa isola era coperta di foreste di palme, tra cui una
specie tipica di questa latitudine con tronchi che potevano ar-
rivare a due metri di diametro. Il legno di palma fu usato per
costruire case e canoe con le quali gli isolani potevano praticare
la pesca e spingersi sulle isole vicine, per procurarsi i materiali
32 Astronave Terra

che non erano disponibili sull’isola. Quanto alle statue, esse


venivano scolpite all’interno di cave di roccia vulcanica, tra-
sportate a braccia sulle piattaforme di pietra per esse predi-
sposte e issate mediante rampe di pietra con una tecnica che gli
isolani attuali furono in grado di mostrare agli archeologi che si
erano posti questo problema.
La crescita della popolazione, avvenuta fino al 1600, com-
portò la distruzione delle foreste e il passaggio dalla pesca al-
l’agricoltura, dal momento che senza imbarcazioni robuste non
era possibile avventurarsi nell’oceano. Probabilmente in seguito
il suolo finì per diventare poco produttivo e l’economia locale
non fu in grado di sostenere i clan che popolavano l’isola con
un’èlite al potere che a, quanto pare, viveva alle spalle degli
agricoltori.
Carestie, guerre, cannibalismo furono gli ultimi atti del crol-
lo demografico aggravato dalle visite dei viaggiatori occidentali
ai quali fu attribuita la diffusione di un’epidemia di vaiolo e
dalla tratta degli schiavi che furono imbarcati su navi prove-
nienti dal Perù dall’inizio del 1800 fino al 1863.
Ma non crediate che sia necessario andare sempre così
lontano per documentare i disastri ambientali compiuti dalla
nostra specie.
I pollini fossili sepolti nei sedimenti dei laghi ci dicono, ad
esempio, che 10000 anni fa la Grecia era coperta di foreste che
furono tagliate per far posto a campi coltivati, per ricavare legna
da ardere e per costruire la flotta necessaria per le guerre di con-
quista del Mediterraneo. Se ora sorvoliamo il Peloponneso in
aereo ci appare un paesaggio brullo, quasi lunare. Quelle foreste
non potranno più risorgere come la civiltà che le ha distrutte,
perché il suolo che le sosteneva è stato eroso dal vento.
Prima dei Greci altri popoli come i Sumeri e i Babilonesi,
insediatisi nella Mezzaluna fertile, dove scorrono il Tigri e l’Eu-
frate, avevano inventato tecniche di canalizzazione per irrigare i
campi coltivati, creando civiltà leggendarie che scomparvero
anche per effetto della progressiva desertificazione del suolo.
Non sarebbe onesto attribuire la scomparsa o il declino di
intere civiltà al solo degrado ambientale. Secondo Diamond
Parte prima 33

sono almeno cinque i fattori tra i quali suddividere questa re-


sponsabilità: il danno involontario causato al territorio, il cam-
biamento climatico naturale, la presenza di nemici invasori,
l’esistenza di popoli amici o partner commerciali, il tipo di
comportamento e l’organizzazione sociale.
Per quanto riguarda le isole, probabilmente la distanza dal
continente gioca a favore rendendo più difficili le invasioni
nemiche e a sfavore per l’aiuto e lo scambio commerciale.
Per i continenti tutti questi fattori hanno un ruolo rilevante
soprattutto nell’era moderna, con l’elevata densità di popo-
lazione presente sulla Terra e la sua mobilità, facilitata dai mez-
zi di trasporto sempre più veloci.
D’altra parte anche la nostra capacità di provocare cambia-
menti sempre più rapidi del mondo che ci circonda si è note-
volmente accresciuta nell’era tecnologica, soprattutto in quelle
società dove la tecnologia è diventata motore dello sviluppo e
stile di vita.
Nell’era della globalizzazione anche i problemi ambientali e
sociali si manifestano su scala globale; per questo la ricostru-
zione delle ragioni del crollo di antiche civiltà può aiutarci solo
parzialmente a capire e risolvere la crisi epocale che il pianeta
sta vivendo.
34 Astronave Terra

Ordine e disordine

Tutti sperimentiamo quotidianamente quanto sia faticoso


combattere il disordine o semplicemente mantenere l’ordine,
due approssimazioni rispettivamente del concetto di eMergia ed
entropia.
Simone de Beauvoir nel libro “Il secondo sesso” scriveva:
“Pochi compiti si avvicinano al supplizio di Sisifo più di quello
della massaia; giorno per giorno bisogna lavare i piatti, spolve-
rare i mobili, rammendare la biancheria, tutte cose che domani
saranno di nuovo sporche, polverose, rotte. La massaia segna
sempre il passo; non fa niente: perpetua soltanto il presente, non
ha l’impressione di conquistare un Bene positivo ma di lottare
continuamente contro il Male. È una lotta che si rinnova ogni
giorno.”
Questo esempio rende molto bene l’idea di come sia facile
identificare l’entropia con qualcosa di maligno e distruttivo.
D’altra parte è vero che nella lotta per scacciare il disordine, che
inevitabilmente tende a prendere il sopravvento nelle nostre
abitazioni, spendiamo molte energie che sottraiamo ad attività
più piacevoli e interessanti.
Se questi compiti sono assegnati solo alla casalinga, è
facile immaginare come essi possano dare origine a una con-
tinua frustrazione, dal momento che, dissipando quasi tutte le
proprie energie per scacciare il disordine, gliene resteranno
ben poche per aumentare la sua eMergia costruendo qualcosa
di positivo.
D’altra parte non solo la nostra casa ma anche l’intero uni-
verso procede nella direzione del caos. Se la Terra riesce a op-
porsi temporaneamente a questo destino è perché sfrutta l’ener-
gia del Sole per contrastare l’entropia.
Molto prima che l’uomo pensasse ai pannelli solari come
superficie di captazione e concentrazione di energia, la Natura
aveva inventato le foglie che, come i pannelli solari, trasfor-
mano l’energia diluita proveniente dal Sole in energia chimica
concentrata sotto forma di zuccheri. La fotosintesi dà da
Parte prima 35

vivere a tutto il pianeta, fornendo il cibo necessario al sosten-


tamento delle catene alimentari e producendo ossigeno per la
respirazione degli animali e dei batteri. Il ruolo degli spazzini
è svolto da piccolissimi e numerosissimi organismi che si
nutrono del materiale morto o di scarto proveniente da piante e
animali.
D’altra parte, il ruolo del lavoro svolto dai sistemi naturali è
stato considerato sia dai filosofi antichi sia dagli economisti del
1800 e del 1900, che hanno posto le basi della moderna eco–
economia.
Secondo i fisiocratici, economisti del diciottesimo secolo,
l’agricoltura è il dono gratuito della natura, in cui l’attività uma-
na è ben poca cosa rispetto al lavoro degli altri esseri viventi.
James Lovelock, rifacendosi al mito greco della madre terra,
ha chiamato Gaia questo nostro pianeta, che, come ogni altro
essere vivente, lotta per mantenersi vivo e scacciare il caos.
Affinché Gaia si mantenga viva è necessario che gli equilibri
stabilitisi nel corso dell’evoluzione tra “produttori”, “consuma-
tori” e “decompositori” siano rispettati.
Riconducendo le attività umane al principio dell’ordine e del
disordine possiamo dire che esse possono originare, consape-
volmente o no, effetti opposti: generare energia positiva, cioè
eMergia o degradare l’eMergia accumulata in Natura, produ-
cendo un aumento di entropia.
Le creazioni dell’ingegno, le opere d’arte, le piccole azioni
quotidiane come il riordino della nostra scrivania sono eMer-
getiche perché contrastano il caos e sono in grado di creare
cultura.
Le attività che distruggono gli ecosistemi e la biodiversità
animale e vegetale e quelle che consumano le risorse non rinno-
vabili, come i combustibili fossili, sono entropiche perché can-
cellano il lavoro svolto dalla Natura in milioni di anni.
Purtroppo anche nel rapporto dell’uomo con l’ambiente si
verifica quello che ognuno sperimenta a casa propria: tutti
amano fare ma a nessuno piace riordinare.
Tutte le attività umane, del resto, a partire dalle nostre fun-
zioni vitali, generano rifiuti che vanno allontanati dalle nostre
36 Astronave Terra

abitazioni. Per molto tempo si è pensato che bastasse diluire le


acque fognarie nelle acque superficiali per renderle innocue:
“dilution is solution of pollution”, era il motto in voga negli
anni ’60.
Le acque fognarie venivano scaricate nei corsi d’acqua, la-
sciando agli organismi il compito di depurarle. In effetti negli
ecosistemi acquatici esistono organismi decompositori per i
quali i nostri metaboliti sono cibo di cui nutrirsi. Poco a valle
dell’immissione degli scarichi i fiumi erano in grado di recu-
perare la loro purezza e di essere utilizzati dalle città che si
susseguivano lungo il loro percorso. Ma quando le città sono
cresciute, il sistema di depurazione naturale è risultato insuf-
ficiente: i fiumi sono diventati asfittici e puzzolenti, inutilizza-
bili dalle comunità che si trovavano a valle dei grossi insedia-
menti civili e industriali. La diluizione si rivelò una grossa fre-
gatura perché per queste ultime risultava impossibile ripulire
l’intera massa d’acqua del fiume. D’altra parte la diluizione
corrisponde a un aumento di entropia e dell’energia necessaria
per eliminarla.
È un po’ come cercare di acchiappare una mosca: per prima
cosa chiuderemo porte e finestre per limitare le sue possibilità di
fuga.
Nacque, quindi, l’idea degli impianti di depurazione delle
acque di scarico, che realizzano in poco spazio il lavoro biologi-
co necessario per depurare le acque di fogna, prima che queste
raggiungano laghi e fiumi.
Questa soluzione tecnologica può sanare, almeno in parte, il
problema dell’asfissia dei fiumi e dei laghi e, dove viene appli-
cata correttamente, dimostra la sua efficacia.
Il grande Reno, che attraversa tante capitali europee, è rinato
a nuova vita grazie agli interventi per intercettare e depurare le
acque di scarico.
Ogni soluzione tecnologica, tuttavia, ha i suoi costi energe-
tici e genera nuove forme di inquinamento; un impianto di de-
purazione consuma energia per pompare aria compressa nelle
vasche e per rimuovere i fanghi di depurazione, che rappresen-
tano il prodotto di scarto del processo.
Parte prima 37

Questi ultimi, vanno a loro volta smaltiti e se non sono debi-


tamente trattati e controllati finiscono per contaminare il suolo
che nella maggior parte dei casi è il loro recapito finale.
Così ogni problema ne genera inevitabilmente un altro senza
che si possa raggiungere una soluzione definitiva. Nella mag-
gior parte dei casi questo avviene perché le soluzioni tecnolo-
giche rappresentano un tentativo di forzare i tempi e le modalità
di funzionamento degli ecosistemi con dispositivi quasi sempre
parziali e limitati rispetto alla complessità di questi ultimi per-
ché, in ultima analisi, non ci preoccupiamo di studiarli abba-
stanza a fondo.
I problemi vengono compresi con ritardo e affrontati con i
mezzi al momento disponibili: alla base c’è un’enorme igno-
ranza alla quale si aggiunge l’incuria di chi deve attuare le mi-
sure di controllo e gestione delle risorse comuni.
Finora si è preferito demandare alle generazioni future il dif-
ficile ruolo del riordino ambientale.
Se questo è vero per le alterazioni prodotte nella composi-
zione dell’atmosfera con l’immissione dell’anidride carbonica
generata dalla combustione delle riserve fossili, il fenomeno è
ancora più evidente per i nostri rifiuti che in grande quantità
riversiamo nelle acque correnti e smaltiamo nel terreno e per
tutte quelle sostanze inventate dall’uomo ed estranee alla mate-
ria vivente che le società tecnologiche hanno prodotto in gran
quantità nell’ultima metà del secolo che ci siamo lasciati alle
spalle e il cui destino è ancora in gran parte sconosciuto.
È importante, invece, che anche questi processi vengano
messi nel novero dei costi ambientali e il solo modo di farlo è
quello di considerarli nei termini di dell’aumento entropico da
essi generato.
38 Astronave Terra

Contaminazione globale

Sebbene sia consuetudine consolidata considerare ecosi-


stema un lago o una foresta perché così nettamente distinguibile
dal resto del territorio da sembrare un’entità indipendente, in
realtà l’unico ecosistema vero è il nostro pianeta. Gli altri, sep-
pure caratterizzati da rapporti e scambi più fitti al loro interno
rispetto al mondo che li circonda, non sono mai sistemi isolati.
Un lago, ad esempio, riceve l’acqua dai suoi affluenti e cede ac-
qua ai suoi emissari. Se gli oceani non cedessero parte del loro
vapor d’acqua alle terre emerse, non esisterebbero fiumi e laghi
a cui è legata ogni forma di vita sulle terre emerse.
Le sostanze indispensabili alla vita circolano anch’esse pas-
sando da un organismo all’altro, trasformandosi e ritrasforman-
dosi in una giostra che si ripete più o meno inalterata da milioni
di anni.
Le attività umane, alterano questi cicli perché il gettito di
rifiuti è troppo consistente per essere riassorbito dai normali
sistemi di regolazione del pianeta.
Se questo è vero per l’anidride carbonica e gli altri prodotti
del metabolismo umano, la situazione è ancora più allarmante
per le nuove molecole di sintesi.
Questi composti, chiamati xenobiotici perché completamen-
te estranei alla composizione delle molecole della vita, hanno
fatto il loro ingresso nel pianeta in poco più di mezzo secolo,
mettendo a dura prova le sue capacità di autodepurazione.
Persino i Batteri, coi loro meccanismi adattativi molto rapidi
ed efficienti si trovano in difficoltà davanti ai clorofluorocarburi
(CFC), al diclorodifeniltricloroetano (DDT) ai policlorodifenili
(PCB), molecole che contengono molti legami tra atomi di
carbonio e atomi di cloro, che non esistevano nelle molecole
naturali e che richiedono nuovi sistemi enzimatici per essere
spezzati.
I CFC resistono per centinaia d’anni alla degradazione bio-
logica e fotochimica e stanno distruggendo parte dello scudo di
ozono stratosferico che ci protegge dai raggi ultravioletti prove-
Parte prima 39

nienti dal sole. I PCB e il DDT, che sono più pesanti dei CFC e
non volano nella stratosfera, viaggiano insieme all’aerosol e al
pulviscolo atmosferico e vengono trasportati dai venti o dalle
correnti oceaniche per migliaia di chilometri.
C’è una teoria (Wania e Mackay,1993), ormai verificata da
molti dati sperimentali, secondo la quale i PCB e i DDT sono in
grado di percorrere grandi distanze sia in direzione orizzontale
che verticale, spostandosi dalle basse latitudini ai poli e dal li-
vello del mare alle quote elevate per effetto di successivi pro-
cessi di distillazione e condensazione, con salti successivi simili
a quelli di una cavalletta (Fig. 5).
Alcune aree inquinate degli Stati Uniti e dell’Europa in cui
questi composti, usati per decenni a partire dal secondo dopo–
guerra e vietati negli anni ’70, si vanno ora ripulendo ma i ve-
leni si sono trasferiti nelle zone fredde dove la persistenza è più
elevata. Questo fenomeno è irreversibile e preoccupante perché
va a intaccare ecosistemi particolarmente delicati.
Le concentrazioni di questi tossici sono aumentate nelle fo-
che, nelle balene, negli orsi e negli Eschimesi, che si nutrono di
questi animali. Compaiono articoli scientifici che parlano di una
maggiore incidenza di attacchi di virus e batteri nelle popola-
zioni di foche, dovuti alla diminuzione di difese immunitarie
provocata dall’accumulo di inquinanti e della comparsa di or-
setti ermafroditi per effetto dell’azione di interferenza sugli
ormoni sessuali esercitata dai pesticidi e agli altri idrocarburi
clorurati.
Questa fuga di molecole dalle zone di fabbricazione e d’uso
alle zone artiche è un esempio di aumento di entropia planetaria
prodotto dalle attività umane, un problema la cui soluzione è
praticamente impossibile e le cui conseguenze sono in gran par-
te sconosciute.
Il rischio chimico si aggiunge ad altre minacce, come i cam-
biamenti climatici e la perdita di biodiversità che diminuisce sia
per la caccia intensiva sia per la distruzione degli habitat. È
sempre più difficile prevedere il futuro del pianeta proprio
perché i possibili fattori di stress vanno aumentando interferen-
do tra di loro in modo molto complesso.
40 Astronave Terra

Figura 5. “Effetto cavalletta” per il trasferimento di composti clorurati persi-


stenti (OC) dalle zone temperate alle regioni polari (www.itk.ca)
Parte prima 41

Il costo del riordino

Quando un metallo è concentrato nel minerale di origine è


una risorsa da cui si possono ricavare oggetti utili. Lo stesso si
può dire per un composto sintetico, che viene creato espressa-
mente per soddisfare i bisogni umani.
Dopo l’uso, tuttavia, quando i prodotti diventano rifiuti, essi
vengono mescolati con altri materiali e diluiti in modo da ren-
dere difficile e poco conveniente il loro recupero.
A questo punto minerali e prodotti sintetici diventano poten-
ziali inquinanti. I chimici, ai quali si deve la scoperta di tante
nuove molecole, conoscono bene questo fenomeno, noto come
Legge di Boltzmann, secondo la quale l’entropia aumenta con la
diluizione e il mescolamento.
Una legge che viene solitamente illustrata con questo esem-
pio: si immagini di avere un recipiente diviso in due parti
uguali da una parete interna in cui viene praticato un foro. In
uno dei due scomparti viene immessa una certa quantità di gas
che tenderà a passare attraverso il foro per riempire lo scom-
parto vuoto fino a che entrambe i settori conterranno lo stesso
numero di molecole.
Poiché le molecole si muovono in tutte le direzioni in modo
casuale, esse potrebbero ritornare tutte nello scomparto di prove-
nienza, ristabilendo la condizione iniziali. Questa situazione non
è da escludere in via del tutto teorica ma è estremamente impro-
babile. In pratica, non avverrà mai; le molecole continueranno a
passare avanti e indietro ma la condizione di equilibrio corri-
sponderà a un’equidistribuzione delle molecole nei due scom-
parti. In questo modo esse avranno a propria disposizione un vo-
lume doppio rispetto a quello occupato quando stavano nel pri-
mo scomparto con una maggiore possibilità di movimento.
Si potrebbero fare molte riflessioni sull’anelito di libertà che
ci accomuna tutti dalla singola molecola al vivente ma, volendo
rimanere ancorati all’argomento “rifiuti”, la legge di Boltzmann
serve a dimostrare che aumentare il volume in cui si disperdono
significa aumentare l’entropia.
42 Astronave Terra

La diluizione è una pessima soluzione ai problemi di inqui-


namento perché prima o poi qualcuno dovrà pagare il prezzo del
recupero delle molecole fuggiasche.
Quando le molecole di un metallo o di una sostanza di sin-
tesi entrano in un lago o vengono mescolate con altri rifiuti per
essere smaltite in una discarica, si diluiscono e da soggetti eco-
nomici estratti o fabbricati per qualche scopo diventano soggetti
entropici, che peggiorano la qualità delle acque e del suolo.
Il loro valore economico diventa di segno negativo poiché la
loro rimozione dal mezzo in cui si trovano comporta un costo.
È facile intuire, con un esempio analogo a quello preceden-
te, che l’entropia aumenta anche col mescolamento. Se i due
scomparti fossero inizialmente riempiti da due gas di natura di-
versa, come azoto e ossigeno, tenderebbero a mescolarsi pas-
sando dal piccolo foro nelle due direzioni e molto difficilmente
tornerebbero a dividersi per ripristinare la condizione iniziale.
All’equilibrio nei due scomparti avremo una situazione simile
con la stessa proporzione delle di molecole di azoto e ossigeno.
Prigogine (1989) ha paragonato il secondo principio della
termodinamica, alla teoria di Darwin dell’evoluzione delle
specie.
In effetti l’intuizione, rivoluzionaria dal punto di vista del
pensiero scientifico, che accomuna entropia ed evoluzione con-
siste nel considerare le popolazioni e non i singoli individui.
I singoli individui chimici o biologici si muovono ed evol-
vono in modo imprevedibile; le popolazioni rispondono a leggi
dettate dal calcolo delle probabilità. Per questo così come le
molecole non torneranno a compattarsi in un solo scomparto
anche l’evoluzione non ripercorrerà a ritroso il suo cammino.
Questi percorsi sono segnati dalla freccia del tempo che nes-
suno è ancora riuscito a dirigere verso il passato.
Ricostruire l’ordine in questo mondo antropizzato e tornare
allo stato naturale è un processo praticamente impossibile per-
ché nel secolo scorso sono state prodotte decine di migliaia di
composti sintetici i quali, deliberatamente o inconsapevolmente,
sono stati diluiti nell’atmosfera, nelle acque, nei suoli aumen-
tando in modo incalcolabile l’entropia del pianeta.
Parte prima 43

È possibile valutare il costo del riordino per aree circoscritte


e per un composto alla volta ma non siamo in grado di farlo per
l’intero pianeta.
Giusto per dare un’idea dei costi del riordino cercherò di fa-
re un esempio pratico considerando una molecola di sintesi co-
nosciuta a tutti, la trielina, contenuta nella maggior parte degli
smacchiatori.
Questo composto appartiene alla categoria dei solventi clo-
rurati, che crearono grossi problemi alla falda milanese negli
anni ’70. La trielina raggiunse l’acquifero sia attraverso i pozzi
perdenti delle industrie sia per percolamento dai suoli dove
veniva smaltita dopo l’uso.
Poniamo che 10 litri di trielina abbiano un valore commer-
ciale di circa 3,5 Euro. Con questo modesto quantitativo di
composto puro possiamo inquinare 1 milione di m3 di acqua di
falda. Se si dovesse procedere alla rimozione dell’inquinante si
dovrebbe spendere 20000 Euro.
Ammettendo che dei 10 litri messi in commercio solo l’1%
sia disperso nell’ambiente e che di questa quota solo l’1%
finisca nella falda, dovremmo prevedere un costo ambientale di
2 Euro ogni 10 litri di trielina commercializzata. Se questa cifra,
che corrisponde al costo ambientale per la depurazione della
falda, fosse aggiunta al costo di produzione, dovremmo preve-
dere un aumento del 57% del prezzo di vendita. Un incremento
così significativo indurrebbe probabilmente gli utilizzatori della
trielina ad aumentarne al massimo il recupero o a sostituirla con
un altro solvente meno inquinante.
Un altro esempio è rappresentato dai pesticidi. Per produrre
mele perfette, senza segni di attacco da parte di insetti parassiti
e per avere tutto l’anno sulla nostra tavola quella frutta che una
volta era di stagione è necessario usare centinaia di pesticidi
sintetici.
Il costo dei pesticidi rientra, ovviamente, nel prezzo della
mela. Si tratta, tuttavia, anche in questo caso, di un costo che
non include i costi ambientali e quelli sulla salute del consu-
matore. Se il prezzo di vendita dei pesticidi dovesse includere i
costi ambientali, l’agricoltore si vedrebbe costretto a maggio-
44 Astronave Terra

rare il prezzo di vendita delle mele trattate che, a questo punto,


potrebbero risultare anche più care di quelle prodotte con siste-
mi naturali.
In questo caso il consumatore sarebbe invogliato all’acquisto
di mele biologiche non solo perché le considera più salutari ma
anche per convenienza economica.
Analogo discorso può essere fatto per le fonti energetiche
pulite che stentano a decollare perché impiegano tecnologie più
costose di quelle legate alla combustione dei combustibili fos-
sili. Queste tecnologie potrebbero diventare competitive se il
prezzo del petrolio fosse quello eMergetico e non quello deciso
dai Paesi indebitamente denominati “produttori”.
Il petrolio, infatti, non viene prodotto ma estratto dalle vi-
scere della Terra come ogni altra risorsa mineraria. Un’ulteriore
maggiorazione dei costi energetici legati all’uso di combustibili
fossili dovrebbe derivare, poi, dai costi ambientali dovuti al-
l’aumento dell’“effetto serra” e alla produzione di anidride
solforosa.
Il plus–valore entropico, che finora nessuno ha pagato, si
trasforma in perdita di specie e rischio per la salute umana. Se il
composto, come nel caso della trielina, finisce in un sistema re-
lativamente confinato come la falda, la stima del costo del rior-
dino è relativamente semplice. Ma quando le molecole da
molteplici fonti si disperdono nell’aria, nelle acque e nei suoli e
si mescolano, la situazione si fa più complessa, perché la rimo-
zione diventa impossibile.
Esula da questa trattazione la pretesa di fare di questo prin-
cipio uno strumento di calcolo generalizzabile a tutti i casi di
inquinamento. Resta però la consapevolezza che il disordine
che produciamo cambia l’ambiente in cui viviamo e che non
siamo in grado di comprenderne fino in fondo le conseguenze.
Qualcuno pensa, come il presidente Bush, che “la tutela del-
l’ambiente non deve subordinare lo sviluppo economico”, e che
introdurre ora i costi ambientali in un sistema di produzione già
in crisi provocherebbe un ulteriore tracollo.
Alcuni economisti, tuttavia, la pensano diversamente. Una
risposta al regime di concorrenza che il nuovo sistema di tutela
Parte prima 45

ambientale potrebbe instaurare viene da Hirsch (1976) col suo


principio della “ fallacia della composizione”, secondo il quale
il vantaggio individuale può essere annullato dal comportamen-
to collettivo, come succede per il comportamento degli spet-
tatori allo stadio. Se tutti gli spettatori si alzassero contempora-
neamente per vedere meglio, non si produrrebbe nessun vantag-
gio nonostante il tremendo sforzo collettivo.
Possiamo dedurre, dunque, che se venisse imposto a tutti i
produttori per legge di includere nei costi di produzione i costi
ambientali, si otterrebbe ancora un regime di concorrenza indu-
striale ma indirizzato finalmente verso ricerche di tecnologie più
moderne ed ecocompatibili.
E se risulta impossibile ripulire il pianeta da tutti i veleni coi
quali lo abbiamo contaminato, è sicuramente possibile evitare di
peggiorare la situazione usando i sistemi di prevenzione che la
scienza ha sviluppato in questi anni.
Il Parlamento Europeo nel dicembre 2005 ha approvato un
provvedimento, che introduce l’obbligo per le industrie chimi-
che di documentare le proprietà delle sostanze chimiche che
vengono prodotte e commerciate in quantitativi tali da poter
rappresentare un pericolo ambientale. Questa regolamentazione,
denominata REACH (Registration, Evaluation and Authorisa-
tion of CHemicals), ha avuto un iter travagliato e subirà ancora
modifiche da parte dei singoli governi perché contrappone
l’interesse degli industriali, molto potenti nei Paesi forti, come
Germania e Gran Bretagna, a quello dell’ambiente, difeso da
associazioni molto agguerrite, come Greenpeace e WWF.
Si tratta di un dispositivo teoricamente molto avanzato che
collocherebbe l’Europa in una posizione più protettiva nei con-
fronti del rischio chimico rispetto agli Stati Uniti e alle altre
super potenze. Si tratterà di vedere se i tempi di attuazione non
si dimostreranno così diluiti da renderlo inefficace. Dal punto di
vista economico rappresenta comunque una conquista di prin-
cipio perché prevede che gli oneri della sperimentazione e della
documentazione necessari per l’autorizzazione a produrre e
commerciare molecole potenzialmente pericolose ricadano sulle
attività produttive e non si tratta di oneri di poco conto.
46 Astronave Terra

La terra non è fragile

Il lettore si chiederà a questo punto quanto dobbiamo preoc-


cuparci per le conseguenze di tutte le alterazioni che abbiamo
sinora prodotto, soprattutto di quelle più recenti che coinvol-
gono le nostre società attuali, la loro organizzazione e il loro
benessere.
Non ho risposta per questa domanda ma, anche se questo
non vi potrà consolare, sono certa che la Terra sopravvivrà ai
nostri assalti.
Lovelock, l’inventore dell’ipotesi Gaia, presentò una lecture
al Linacre College di Oxford nel 1991 in cui disse che all’uomo
contemporaneo piace pensare che la Terra sia fragile, come una
donna dell’epoca vittoriana, un essere bisognoso di cure e
protezione.
Ma Gaia è tutt’altro che fragile; la sua forza vitale è enorme.
Ha superato catastrofi durante le quali molte specie sono scom-
parse e altre si sono evolute. Altri mondi sono possibili e altri
mondi sono già esistiti.
L’aumento dell’effetto serra provocato dall’uomo tecnolo-
gico è ben poca cosa al confronto dei cambiamenti climatici che
si sono succeduti dalla nascita della vita sulla Terra, preoccu-
panti solo sulla scala del tempo umana.
Anche se l’uomo ha distrutto molte foreste, mettendo a nu-
do la sottile scorza viva del pianeta la Terra brulica di vita e
nuove specie si succederanno per sostituire quelle estinte. La
produzione di sostanze chimiche con le quali stiamo avvele-
nato l’aria e l’acqua è un giochetto da apprendista stregone in
confronto all’arsenale chimico sviluppato da piante e animali
nel corso dell’evoluzione. Basti pensare alla perenne battaglia
grazie alla quale la crosta terrestre riesce a mantenersi verde
nonostante la presenza di tanti predatori. Il duello è così bi-
lanciato che piante e insetti continuano a rimanere i gruppi più
numerosi di esseri viventi.
La nostra specie, invece, è fragile davvero. Nuda contro il
caldo e il freddo, bisognosa di cibo e di energia, che può soc-
Parte prima 47

combere sia per effetto di cataclismi naturali sia per i cambia-


menti da lei provocati. L’eruzione dell’Huanyaputina, in Perù
nel 1601, o del Tambora a Giava nel 1815 sconvolsero il clima
di tutto il Pianeta, cancellando l’estate e annullando i raccolti.
Se eventi di questa portata furono tali da ridurre alla fame
l’intero pianeta, altri disastri più recenti di cui ognuno di noi
conserva memoria hanno devastato tante regioni della Terra
portando distruzione e morte.
E a questi rischi naturali, che a mala pena abbiamo imparato
a prevedere ma non certo a prevenire si aggiungono quelli
dovuti alle attività umane.
L’aumento dell’effetto serra, la distruzione delle foreste so-
no la conseguenza della crescita esponenziale della popolazione
umana e del suo incessante bisogno di cibo e combustibili.
Le nuove tecnologie di produzione sia in campo agricolo che
in tutti settori industriali hanno determinato l’immissione di
quantitativi enormi di sostanze di sintesi, chiamate xenobiotiche
in quanto completamente estranee alla chimica dei viventi. Da
70.000 a 100.000 nuove molecole sono state introdotte nel-
l’ambiente in poco più di cinquant’anni e ora fanno parte della
composizione dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo
e dei cibi di cui ci nutriamo.
Come risponderà la nostra specie e come risponderanno
quelle da cui noi così strettamente dipendiamo a tutti questi
cambiamenti?
A differenza della Natura che si affida al caso per inventare
nuove sostanze ma poi le seleziona buttando via gli esperimenti
inutili o dannosi, l’uomo continua a produrre detersivi, pesti-
cidi, solventi, composti tutti apparentemente utili per la sua eco-
nomia ma potenzialmente dannosi per molte specie viventi.
Purtroppo gli aspetti dannosi vengono quasi sempre scoperti
a distanza di tempo, quando i fiumi, i mari, l’aria e i suoli sono
ormai contaminati. A ogni generazione che si succede nel
nostro Villaggio globale appare un pianeta più spoglio di natura
e più ricco di veleni.
Sebbene i diversi campi della scienza dalla climatologia al-
l’ecotossicologia siano in grado di fare previsioni per il futuro
48 Astronave Terra

del pianeta e delle aree abitate dall’uomo, si tratta sempre di


previsioni incerte.
E questa incertezza non è dovuta all’incapacità dei rice-
rcatori, anche se spesso limitata dalle scarse risorse, ma è insita
nel sistema.
Non mi stancherò mai di ripetere che i sistemi naturali sono
molto complessi, molto più di quelli prodotti dall’uomo, che
ancora non è in grado né di capirli né, tanto meno, di governarli.
Parte prima 49

L’astronave Terra

Nel 1970, un anno dopo la conquista della Luna, partì un’al-


tra spedizione con l’obiettivo di “allunare” un modulo di esplo-
razione che avrebbe dovuto sostare per 33 ore. La navetta spa-
ziale, denominata Apollo 13, non riuscì mai a raggiungere il suo
obiettivo e lasciò i telespettatori di tutto il mondo col fiato
sospeso quando, proprio il giorno 13 Aprile, un venerdì, tanto
per non smentire i superstiziosi, per l’esplosione di un modulo
di servizio dovette ammarare nell’oceano dove l’equipaggio fu
fortunatamente recuperato.
Il modulo di servizio rimase nello spazio e fu impossibile
scoprire con certezza la causa dell’esplosione; gli astronauti
riferirono che, in seguito al guasto iniziale di un motore, saltò
una serie di regolazioni dell’astronave. La temperatura della
cabina si avvicinò allo zero, l’anidride carbonica aumentò per-
ché i desorbitori non funzionavano più e si verificò una perdita
d’acqua con parziale allagamento della cabina. Oltre a questi
guasti che procurarono non pochi disagi all’equipaggio, gli
astronauti dovettero scaricare nel Pacifico il plutonio che si
erano portati per alimentare gli strumenti che avrebbero dovuto
lasciare sulla luna. Tre chili e mezzo di materiale radioattivo so-
no da qualche parte nelle profondità dell’oceano.
Questa sfortunata spedizione, come l’esperimento parzial-
mente fallimentare di Biosfera–2, sono un monito che ci può
dire molto sulla condizione della specie umana sull’astronave
Terra.
La conoscenza approssimativa dei fenomeni che determine-
ranno il futuro del pianeta può far apparire il suo viaggio come
un percorso lineare verso la perfezione o una caduta verso la
catastrofe, a seconda dei punti di vista. Ma la teoria del caos
insegna che i disturbi prodotti dall’uomo potrebbero creare nuo-
vi attrattori e cambiare completamente il destino del pianeta.
L’insieme di variabili più o meno conosciute da cui dipende
la vita sulla Terra nella sua forma attuale crea un “iperspazio”
definito da traiettorie immaginarie.
50 Astronave Terra

Un moto di questo tipo può rispondere in modo esagerato a


un disturbo apparentemente di lieve entità perché è governato
dalle leggi del caos.
Molti conosceranno l’apparente paradosso secondo il quale
il battito di una farfalla a Hong Kong può generare un tornado
in California.
Piccole variazioni della composizione dell’aria o della sua
temperatura, per effetto di sistemi di amplificazione naturale
che sfuggono al nostro controllo, possono creare fenomeni vi-
stosi di enorme potenza.
La storia della Terra è piena di enigmi ancora irrisolti dovuti
verosimilmente ad alterazioni di grande portata che hanno
cambiato il volto del pianeta.
Nel 1946 in una località dell’Australia meridionale, chia-
mata “Giardini di Ediacara” furono scoperti fossili marini che
non somigliavano a nessun animale attuale e neppure agli altri
fossili dai quali i paleontologi cercano di ricostruire il percorso
della Regina Rossa.
Questi organismi, che risalgono a 600 milioni di anni fa,
comparvero agli albori della vita sulla Terra. Non si trattava di
un’unica cellula, come nel caso degli Archeobatteri o di alghe
marine ma di organismi pluricellulari, con soli tessuti molli, si-
mili a meduse o a vermi di grandi dimensioni. In qualche caso
erano costituiti da agglomerati di cellule che potrebbero essere
assimilati a un cervello animale e a sistemi vegetali in grado di
fare fotosintesi. Questi organismi dominarono la scena per una
cinquantina di milioni da anni, fino a quando comparvero ani-
mali predatori che spazzarono gli esseri di Ediacara dalla faccia
della Terra.
Una storia più recente e conosciuta è quella dei dinosauri.
Questi animali si estinsero 65 milioni di anni fa per ragioni che
non possiamo ricostruire con certezza. L’ipotesi più accreditata
è quella dell’urto contro la Terra di un asteroide che produsse
un effetto paragonabile a quello di molte bombe atomiche. Ani-
dride carbonica e ossidi di zolfo entrarono nell’atmosfera
producendo un raffreddamento tale da rendere impossibile la
vita di questi animali dai grossi appetiti. I coccodrilli, molto
Parte prima 51

simili ai grandi rettili preistorici ma meno esigenti dal punto di


vista energetico, sopravvissero fino ai giorni nostri.
Il Saltriosauro, chiamato così perché i suoi resti fossili sono
stati rinvenuti a Saltrio vicino a Varese, era un carnivoro di otto
metri di altezza e una tonnellata e mezzo di peso con un territo-
rio di caccia tale da sterminare ogni forma di vita per chilo-
metri.
Ogni volta che avvenimenti catastrofici modificano il nostro
pianeta in modo così radicale è come se il cronometro dell’evo-
luzione venisse azzerato per cominciare, come previsto dalle
teorie di Gould, dalle forme di vita più semplici. In un certo
senso sembra che l’evoluzione sia un processo ciclico e non li-
neare. La freccia del tempo fu più volte spezzata da avvenimen-
ti imprevisti verosimilmente dovuti ai moti di altri corpi che
vagano o ruotano nello spazio.
La condizione umana nelle società all’inizio del terzo mil-
lennio è molto simile a quella dei dinosauri. Siamo specie esi-
genti, difficili da mantenere nell’economia del pianeta; per que-
sto rischiamo di essere spazzati via da drastici mutamenti della
fisionomia terrestre.
La differenza sostanziale rispetto ai grandi sauri è che noi
siamo consapevoli e responsabili di molte alterazioni che po-
trebbero mettere a rischio la nostra stessa sopravvivenza: ulte-
riori pressioni sull’acceleratore di quello che noi ci ostiniamo a
chiamare progresso potrebbero far deviare l’astronave Terra
verso nuovi punti di attrazione senza darci la possibilità di ri-
prenderne il comando.
Più di metà della popolazione umana vive concentrata nelle
città, strutture assolutamente dipendenti dall’energia ausiliaria
per il proprio sostentamento. I cibi, le fonti di energia, i mate-
riali da costruzione e spesso anche l’acqua e ogni altro bene di
consumo sono trasportati nelle città da altri luoghi meno abitati
che possono offrire alla popolazione urbana quei “servizi” che
la città non è in grado di fornire.
Anche lo smaltimento dei rifiuti è un servizio reso agli eco-
sistemi urbani da parti disabitate del territorio alle quali viene
demandato il compito di accumularli e, possibilmente, riciclarli.
52 Astronave Terra

Il sistema Terra finora si è si è in gran parte rigenerato grazie


alla ciclicità degli eventi e delle reazioni: i cicli biogeochimici
degli elementi sono ora tutti sbilanciati dalle attività umane.
I sistemi di sostentamento che venivano usati nei voli spa-
ziali per mantenere in vita gli astronauti venivano immagazzi-
nati prima di partire e consumati durante il viaggio mentre i
prodotti di rifiuto venivano trasformati ma non riciclati. Un
viaggio spaziale fatto in queste condizioni aveva i giorni contati
e se l’Apollo 13 non fosse rientrato rapidamente il suo equipag-
gio sarebbe morto. Molti segnali ci avvertono che anche per
l’equipaggio dell’Astronave Terra le cose si stanno mettendo
piuttosto male. L’unica nostra speranza è quella di raggiungere
un consenso sulla rotta da intraprendere.
SECONDA PARTE

Potremmo svegliarci una mattina


e scoprire di doverci impegnare
tutta la vita nel compito di elabo-
rare un’ingegneria della conser-
vazione planetaria. Ci troveremmo
a quel punto a bordo di uno strano
congegno: l’astronave Terra.

James Lovelock
Fare i conti col pianeta

Finora abbiamo confrontato la storia naturale del pianeta con


quella dell’uomo, sostenendo che il caso è stato l’artefice del-
l’evoluzione naturale mentre la creatività e il libero arbitrio
sono stati il motore dell’evoluzione culturale.
In realtà le società umane si sono sempre imposte regole di
comportamento governate dall’etica, dalla religione o da chi
riusciva a prendere il comando.
Nelle società moderne il motore del progresso è soprattutto
l’economia, disciplina che per definizione dovrebbe occuparsi
della gestione della “casa comune”. A questa scienza dobbiamo
rivolgerci, dunque, per realizzare qualunque cambiamento di
rotta dell’Astronave Terra.
D’altra parte non possiamo dimenticare che l’economia non
ha competenze specifiche in materia ambientale. La scienza che
conosce la struttura e il funzionamento degli ecosistemi e che è
in grado di valutare la gravità dei danni prodotti dalle attività
umane, avendone analizzato le cause e individuato i rimedi, è
l’ecologia. Solo dalla fusione di queste due discipline si può
sperare di trovare soluzioni accettabili sul piano scientifico e
condivisibili a livello sociale.
Le basi teoriche dell’economia ecologica sono state poste
secoli fa da David Riccardo, Thomas Malthus e Karl Marx che
nell’erosione della fertilità della terra, nella crescita demogra-
fica e nell’eccessivo sfruttamento delle risorse umane come di
quelle naturali avevano individuato i limiti della crescita eco-
nomica.
Purtroppo queste analisi hanno avuto ben poco seguito fino
alla seconda metà del secolo scorso, epoca in cui si osservò una
ripresa dell’economia ambientale coi primi strumenti di analisi
quantitativa. I limiti dello sviluppo vennero messi seriamente in
discussione nel 1970 con il rapporto del MIT di Boston per il
“Club di Roma” in cui si portò all’attenzione dei politici il
problema della “bomba” demografica e della prospettiva di un
rapido esaurimento delle risorse.

55
56 Astronave Terra

Nel terzo millennio le analisi economiche si sono spinte ben


oltre la messa in discussione delle possibilità di sviluppo. Il
principio di “sviluppo sostenibile” si è man mano andato sosti-
tuendo con quello della necessità di decrescita non solo nu-
merica ma anche produttiva in contro tendenza rispetto al mito
della crescita economica che ha caratterizzato il secolo passato.
Parte seconda 57

L’illusione tecnologica

All’inizio dell’800 l’economista inglese Thomas Robert


Malthus fece una profezia catastrofica sulle conseguenze del-
l’aumento della popolazione umana sulla Terra, basata su tre
considerazioni:
1. La popolazione umana ha bisogno di cibo
2. La passione tra i due sessi porta necessariamente alla ge-
nerazione di figli
3. La capacità di crescita della popolazione umana è enor-
memente più grande di quanto sia la capacità della Terra
per sostenerla

Secondo Malthus, carestie e guerre sarebbero state le logiche


conseguenze di queste tre circostanze.
La storia ci ha dimostrato, fortunatamente, che la sostenibi-
lità del pianeta può essere aumentata. Rispetto ai tempi di Mal-
thus si sono sviluppate nuove pratiche agricole, come la “rivolu-
zione verde” del secolo scorso, che hanno permesso di aumen-
tare la produzione alimentare. Così, le carestie e le guerre sono
state meno numerose e mortifere di quanto predetto e la popo-
lazione umana ha potuto accrescersi da meno di un miliardo al-
l’inizio dell’800 ai sei miliardi attuali.
Va ricordato, però, che le innovazioni tecnologiche che
hanno permesso il passaggio all’agricoltura intensiva utilizzano
risorse energetiche non rinnovabili e impoveriscono l’ecosi-
stema suolo. Ora che le riserve di combustibili fossili si assotti-
gliano e molti suoli sono diventati improduttivi il problema
della sostenibilità si ripresenta. Fame e guerre riappaiono ai
nostri occhi in tutta la loro inaccettabile brutalità dagli schermi
televisivi e dai giornali, facendoci temere che la profezia di
Malthus sia stata solo differita nel tempo.
L’umanità si trova all’inizio del terzo millennio a dover
decidere se dare retta a ottimisti come Julian L. Simon, econo-
mista dell’Università del Maryland, che ritiene che la continua
crescita economica e gli sviluppi tecnologici porteranno a un
58 Astronave Terra

mondo meno affollato, meno inquinato e più ricco di risorse


(1997) o a pessimisti come Paul R. Ehrlich, professore di studi
demografici presso la Stanford University, che sostiene che in
un pianeta di dimensioni limitate anche le risorse non possono
essere considerate infinite (1992). Secondo Ehrlich, le soluzioni
“tecnologiche” risolvono solo momentaneamente e in modo
parziale il problema della disponibilità di cibo e di energia, ri-
mandando al futuro quello del depauperamento dei suoli, dello
smaltimento di scorie pericolose e dell’inquinamento delle ri-
sorse idriche.
Per noi, che apparteniamo alla parte più ricca della popola-
zione della Terra, l’illusione tecnologica sembra ancora credi-
bile ma non lo è per i popoli assediati dalla povertà e dalla guer-
ra, per i quali la fame è la principale causa di morte prematura.
Non ci si deve stupire, dunque, se proprio nei paesi più po-
veri le foreste vengono abbattute per procurarsi legna da ardere
e per coltivare, distruggendo un patrimonio di biodiversità
accumulato in milioni di anni di evoluzione.
Noi non abbiamo un’idea concreta dei problemi che assil-
lano il nostro pianeta perché la nostra percezione è molto par-
ziale. La popolazione dei Paesi più sviluppati ha rallentato la
crescita e ora si interroga su come garantire un futuro accet-
tabile alle nuove generazioni.
Ma i poveri della Terra devono affrontare ogni giorno il pro-
blema di come riempire il piatto e sfuggire a persecuzioni poli-
tiche e religiose che rendono il presente così incerto e disuma-
no. Migrazioni, deportazioni, saccheggi, rapimenti, riduzione in
schiavitù sono ancora di grande attualità del Terzo mondo che,
nonostante tutto, si ostina a crescere a una velocità che dob-
biamo ritenere incerta, proprio a causa di tutte queste avversità
e di altre, come epidemie e cataclismi naturali, che per colmo di
sventura colpiscono soprattutto questi popoli.
Per questo non ci è dato di sapere con certezza se nel 2050 i
nostri figli divideranno la superficie del pianeta con altri 7 o 10
miliardi di persone.
La prima incognita per valutare la sostenibilità futura è rap-
presentata dalla crescita della popolazione umana per la quale
Parte seconda 59

non è possibile fare previsioni a lungo termine ma questa, che


chiameremo P, rappresenta una sola delle tre variabili in gioco
per valutare la pressione delle attività umane sul pianeta. Le
altre due sono rappresentate dai consumi pro–capite (C) e dalla
tecnologia usata (T).
Questi tre fattori vanno moltiplicati tra loro per ottenere
l’impatto di qualunque attività umana (I) sull’ambiente:

I=PxCxT

Se vogliamo far durare più a lungo le risorse del pianeta


possiamo diminuire i consumi pro–capite, cosa che si può rea-
lizzare sia col risparmio che col riciclo, o usare tecnologie più
eco–compatibili perché realizzate con minori consumi energe-
tici o inquinando di meno o utilizzando materie prime meno
preziose.
A questo proposito si deve fare una precisazione sul termine
“prezioso”, che assume un significato diverso in funzione del
sistema economico considerato. In economia si è realizzato un
“paradosso del valore” per il quale i beni più preziosi come
l’aria e l’acqua hanno un valore nullo di mercato mentre l’oro,
di cui la maggior parte di noi può fare a meno, ha un valore
elevato.
L’economia ecologica attribuisce, invece, a ogni cosa, anche
ai beni naturali, considerati finora liberi e privi di valore com-
merciale il giusto prezzo.
60 Astronave Terra

Economia ecologica

Nel 1988 H.T Odum compilò un rapporto per incarico del-


l’UNEP dal titolo “Energia, ambiente e amministrazione pub-
blica. Una guida all’analisi dei sistemi”.
La guida consente di calcolare il valore eMergetico dei beni
ambientali e di stimare quanto il capitale naturale sia utilizzato
dalle attività produttive. In questo conteggio il valore di un albe-
ro non viene valutato solo in funzione del prezzo del suo legno o
dei frutti che produce ma dell’energia che è stata necessaria per
la sua crescita e il suo funzionamento, cioè della sua eMergia.
Ci accorgiamo, così, che nel secolo che ci siamo lasciati alle
spalle il capitale naturale è stato consumato molto più rapida-
mente dei tempi necessari per rigenerarlo a partire dall’unica
energia rinnovabile di cui disponiamo, l’energia solare, perché
il valore attribuito al suolo, agli alberi, al petrolio era stabilito
da chi ne deteneva la proprietà o l’uso senza considerare il va-
lore eMergetico di queste risorse. Ecco allora che il fattore tem-
po riemerge per essere inglobato nel calcolo dell’eMergia.
La crescita economica, considerata come l’indicatore più im-
mediato della condizione di benessere di una certa comunità
umana, viene misurata attualmente come aumento del prodotto
interno lordo (PIL), che, a sua volta, è strettamente correlato al-
la produzione agricola e industriale e alle spese necessarie per
assicurare i servizi sociali, la salute e le varie infrastrutture.
Ma se noi provassimo a valutare il rapporto tra l’eMergia
che si fissa naturalmente in un anno in una nazione e il prodotto
nazionale lordo della stessa trasformato nella stessa unità di
misura energetica, ci accorgeremmo che molti Paesi, che da
millenni stanno sfruttando intensamente la potenzialità produt-
tiva delle terre e dei mari, sono già scesi al di sotto dell’unità e
stanno accumulando un “debito ambientale”.
Il PIL in questi stati cresce erodendo le risorse disponibili o
derubando altri stati delle loro risorse.
Odum prospetta uno scenario futuro che potrebbe essere
considerato una versione moderna della profezia di Malthus. La
Parte seconda 61

popolazione umana, continuando a consumare risorse ambien-


tali oltre il limite della loro rigenerazione, si troverà a oscillare,
come i lemming della tundra, tra periodi di grande crescita e
altri caratterizzati da crolli vertiginosi. “L’economia consumi-
stica attuale è come un fuoco o un’invasione di cavallette che
consumano quello che si è accumulato, dopo di che il sistema si
sposterà verso un lungo periodo in cui la produzione sarà mag-
giore dei consumi… Se noi siamo in grado di prevedere le nuo-
ve tendenze, possiamo preparaci ai cambiamenti. Possiamo edu-
carci a essere flessibili nella scelta del lavoro; essere pronti a
specializzarci in lavori tecnologici ma anche disporci a lavorare
in campi più generici. Dobbiamo essere pronti a costruire e
riparare da soli le nostre case, inventarci degli svaghi, ridurre i
trasporti, aiutare i nostri vicini e le comunità ed essere più
coinvolti nelle decisioni politiche locali”.
La sostenibilità ambientale, termine abusato e poco com-
preso, può acquistare un senso concreto se si riconosce il conte-
nuto eMergetico dei beni naturali.
Se si volesse, ad esempio, attribuire al petrolio il suo valore
eMergetico, dovremmo considerare l’energia accumulata nelle
foreste da cui si è formato, le forze che hanno generato il loro
sprofondamento nel sottosuolo, il lavoro dei batteri che hanno
trasformato il materiale organico di origine animale e vegetale
in idrocarburi fossili.
In questo caso si potrebbe davvero considerarlo “oro nero”
perché i suoi costi sarebbero ancora più elevati di quelli, peral-
tro in continua ascesa, di mercato.
La distruzione di risorse ad alto contenuto energetico, come
il petrolio, si accompagna alla produzione di anidride carbonica
a una velocità troppo elevata per essere riassorbita dagli organi-
smi fotosintetici. Il risvolto della medaglia è quindi inevita-
bilmente l’alterazione della composizione atmosferica che è
traducibile, come abbiamo visto, in un aumento di entropia.
Se il primo aspetto, quello della limitazione delle risorse era
già stato percepito dagli economisti fin dai tempi di Malthus,
quello dell’alterazione ambientale come inevitabile conseguen-
za del nostro modello di sviluppo è stato affrontato solo in
62 Astronave Terra

tempi più recenti. Negli anni ’60 del ventesimo secolo Geor-
gescu–Roegen scriveva:
• il processo economico assorbe materie prime e rigetta ri-
fiuti per cui più aumenta la produzione e più aumenta
l’entropia del sistema
• l’uso delle risorse fossili e minerarie aumenta l’entropia
della Terra.

Uno dei maggiori esponenti dell’economia ecologica attuale,


Bob Costanza, ha fondato una scuola che ha dato un grosso con-
tributo per il calcolo quantitativo del valore degli ecosistemi
della Terra, includendo non solo quelle componenti che hanno
un’utilità per le società umane come fornitori di materie prime e
cibo ma tutti i benefici o “servizi” utili alla conservazione del
Pianeta Terra. Queste analisi consentono finalmente di tentare
un bilancio complessivo dei costi e dei benefici prodotti dalle
attività umana.
Allo scadere del secondo millennio Bob Costanza (2000) ha
prospettato quattro scenari per il futuro dell’umanità:
• Star Trek: i problemi energetici sono risolti dalla fusione
fredda e l’uomo colonizza il sistema solare risolvendo
così il problema demografico
• Mad Max: non si trovano soluzioni all’esaurimento delle
riserve di combustibili fossili. Il mondo è governato da
corporazioni transnazionali i cui impiegati vivono in si-
tuazioni protette.
• Buon governo: il governo sanziona le imprese che non
perseguono gli interessi pubblici. Si attua la pianificazio-
ne famigliare per controllare la crescita della popolazione
• Ecotopia: intervenendo con la tassazione delle imprese
inquinanti si favoriscono le tecnologie ecologiche. Solu-
zioni abitative adeguate e l’aumento del capitale sociale
riducono la necessità di trasporti e di energia. I rifiuti
diminuiscono perché si riduce il consumismo.

Credo che, se interpellati, tutti propenderemmo per l’ultimo


scenario. Ma la scelta è principalmente nelle mani delle grandi
Parte seconda 63

potenze economiche e dei Paesi più popolati della Terra. La


Cina ha già più di un miliardo di abitanti e, sebbene sia uno dei
più grossi produttori di cereali, sta per arrivare a una situazione
in cui il fabbisogno supera la produzione. Ha anche contratto un
grosso debito ambientale che potrebbe portare a una sostanziale
diminuzione della fertilità dei suoli e alla necessità di maggiori
quantità d’acqua.
Gli emungimenti d’acqua per irrigazione, uso industriale e
civile del fiume Giallo l’hanno letteralmente prosciugato. Nel
1972 questo enorme fiume non è stato in grado di raggiungere il
mare per 15 giorni all’anno e nel 1997 per 226 giorni in un’area
che era in grado di produrre un quinto del fabbisogno di grano
della Cina. Ricorrendo all’irrigazione con acqua di falda si sta
riducendo il suo livello di 1,5 m all’anno (Brown, 2001).
Anche l’India ha gli stessi problemi di suolo e di acqua e po-
trebbe in breve tempo superare il numero di abitanti della Cina.
Con l’aumento della popolazione umana, che è diventata
prevalentemente stanziale e cittadina, tutto il suolo deve essere
coltivato senza concedergli il tempo necessario per rigenerarsi.
Lo stesso discorso vale per le falde che vengono prelevate con
flussi superiori a quelli della ricarica. E poiché diventa sempre
più difficile recuperare altrove risorse che sono state esaurite
sul proprio territorio, la prospettiva è quella, come si direbbe
in ecologia, di una sempre maggiore competizione per le
risorse. I conflitti d’uso per l’acqua e il suolo sono già in atto
in molti luoghi del pianeta (Shiva, 2003), come quelli per
accaparrarsi il petrolio e le materie prime che cominciano a
scarseggiare.
Come in passato, i problemi ambientali si sovrappongono
alle tensioni politiche, rendendole più forti. Le stesse cause che
furono alla base del crollo di molte civiltà (Diamond, 2005)
determinano ora scontri tra popoli, malcelati dietro il pretesto di
ideologie e culture differenti.
In realtà ora come allora, quando le risorse locali comincia-
no a scarseggiare i popoli più intraprendenti cominciano a cer-
carle altrove mentre forse ci sarebbe ancora una soluzione inter-
na e meno conflittuale, che consiste nel loro uso razionale.
64 Astronave Terra

Per capire la dimensione del problema gli eco–economisti


hanno provato a calcolare non solo l’impatto delle attività uma-
ne e i loro costi ambientali ma anche il grado di sperequazione
nell’uso delle risorse tra i vari popoli della Terra.
Parte seconda 65

L’impronta ecologica

La Natura crea con quello che trova in giro senza generare


rifiuti. Ogni elemento si trasferisce continuamente dall’atmosfe-
ra all’idrosfera e alla litosfera per effetto di agenti fisici e di
attività biologiche; può combinarsi con altri elementi, entrare a
far parte della materia vivente, passare da un organismo all’altro
e infine ritornare alla terra, all’acqua o al cielo. Ma grazie al suo
percorso circolare ogni elemento si conserva e la composizione
elementare degli oceani e dell’aria non cambia, per lo meno in
un arco temporale di centinaia e, per alcuni elementi, di migliaia
di anni.
Nelle società umane, invece, l’attitudine al consumo è molto
forte e le trasformazioni tendono a essere lineari: molti dei ri-
fiuti che noi generiamo non possono essere riconvertiti in mate-
rie prime se non in piccola parte.
Chiaramente la situazione è molto diversificata nel nostro
pianeta sia per i consumi sia per i rifiuti. Basta guardare nella
borsa della spesa e nella pattumiera di un cittadino di New York
e di uno del Mali per farsene un’idea: la spesa settimanale di
generi alimentari per un componente di una famiglia Nord
Americana è di 36,5 Euro mentre per uno del Mali è di 2,58
Euro. Nella pattumiera di un nord americano troveremo soprat-
tutto plastica, carta e altri prodotti tecnologici, difficili da degra-
dare mentre la maggior parte dei rifiuti del Terzo mondo con-
tiene residui vegetali, facilmente riciclabili in agricoltura e, in
ogni caso, facilmente degradabili se abbandonati nell’ambiente.
Se questi materiali vengono esaminati in termini eMergetici
(energia necessaria per produrli) i prezzi più elevati possono es-
sere giustificati non solo in termini quantitativi (gli statunitensi
mangiano di più) ma anche qualitativi (le bistecche di manzo ri-
chiedono una maggiore superficie terrestre per essere prodotte
rispetto ai cereali che costituiscono la componente principale
della dieta dei Paesi poveri).
Per accumulare eMergia la Natura usa le reti trofiche: il
manzo, a parità di peso, è più energetico dell’erba di cui si nutre
66 Astronave Terra

ma per allevare un bovino fino alla taglia ideale per la macel-


lazione è necessaria un’area di pascolo che, utilizzata in agricol-
tura, potrebbe fornire molte più calorie vegetali di quelle dispo-
nibili in una quantità equivalente di bistecche. Il consumo ener-
getico per produrre 1kg di bistecche è pari a quello che si otter-
rebbe bruciando 9 litri di benzina.
Sul fronte dell’entropia, si può osservare un divario altret-
tanto evidente: nel 1995 l’India con più di 900 milioni di abi-
tanti ha immesso in atmosfera 0,81 tonnellate di anidride carbo-
nica mentre gli Stati Uniti che avevano meno di un terzo di
abitanti dell’India ne hanno immesse 19,5.
Uno strumento molto semplice per dare l’idea dell’impatto
che ogni abitante della Terra provoca col suo stile di vita è la
misura dell’impronta ecologica (Wackernagel e Rees, 1996), un
indice che viene calcolato tenendo conto sia dei consumi sia
delle necessità di eliminazione di ogni tipo di rifiuto. In termini
energetici potremmo dire che l’impronta ecologica calcola sia
l’erosione di eMergia che l’aumento di entropia.
È una metafora molto efficace che evoca l’idea del segno
lasciato dal nostro passaggio sulla Terra e proprio grazie alla
suggestione creata da questa metafora e alla facile comprensi-
bilità del suo calcolo, l’impronta ecologica è diventata uno stru-
mento molto utilizzato dagli enti locali.
Secondo le stime di Wackernagel e Rees, se tutto il terreno
ecologicamente produttivo venisse equamente diviso tra gli
attuali abitanti della Terra, a ciascuno di noi toccherebbe una
“legittima quota” pari a un cerchio di 138 m di diametro, un
sesto costituito da terreno arabile e il resto composto da natura
intatta che deve svolgere il suo servizio di riciclo degli elementi
e di fornitura di acqua e di altre risorse non strettamente alimen-
tari. Sempre secondo questi Autori, questa superficie sarebbe
appena sufficiente per garantire condizioni di vita decorose.
Il calcolo eseguito con i dati relativi al 1995 (Tabella 1)
dimostra che già allora l’Impronta Ecologica globale (126
milioni di km2) era superiore alla biocapacità disponibile del
pianeta (110 km2). In termini ecologici possiamo concludere,
quindi che la Terra ha già raggiunto la sua “capacità portante”
Parte seconda 67

che per ogni popolazione è il tetto massimo di individui che può


essere mantenuto da un determinato ecosistema.
In altri termini, l’Astronave Terra è già sovraffollata e per
sopravvivere tutti dobbiamo consumate un po’ meno.
Questo discorso vale considerando l’ecosistema Terra nel
suo complesso; localmente la disparità dell’uso delle risorse e
della generazione di rifiuti richiederebbe un’ulteriore metafora,
quella di un pianeta popolato da giganti e da lillipuziani.
Questa affermazione risulta più chiara confrontando le co-
lonne della Tabella 1: per ogni Stato si confronta il numero di
abitanti con l’impronta ecologica in ettari di ciascuno di loro
(ovviamente si tratta di un dato medio) e con la disponibilità di
risorse valutata sempre come superficie per abitante.
Da questo confronto risulta che un italiano medio sta utiliz-
zando le risorse disponibili sul pianeta quattro volte più velo-
cemente di un indiano. Forse questo dato non sorprende se si
consideriamo i diversi stili di vita: il dato più preoccupante è
che sia noi che loro stiamo consumando il doppio o più del
doppio delle risorse disponibili.
Applicando a tutti gli abitanti della Terra il modello di svi-
luppo che molti ritengono essere il più avanzato, cioè quello dei
Paesi più ricchi, non faremmo che aprire le forbici del divario
economico e aumentare le tensioni esistenti.
Per questo motivo mi piacerebbe che smettessimo di parlare
di sviluppo sostenibile per cominciare a pensare seriamente a
quale tipo di organizzazione sociale possa garantire la pacifica
coesistenza degli abitanti della Terra.
68 Astronave Terra

Tabella 1. Calcolo dell’Impronta ecologica (IE) degli abitanti


della Terra (modificata da Chambers et al., 2002)

Paese Popolazione IE

52 Paesi biocapacità
nel 1995 ha
(80% popolazione disponibile
in milioni pro–capite
mondiale) pro–capite (ha)
Argentina 34,768 3,0 4,4
Australia 17,862 9,4 1,9
Austria 8,045 4,6 4,1
Bangladesh 118,229 0,6 0,2
Belgio 10,535 5,1 1,7
Brasile 159,015 9,1 5,6
Canada 29,402 7,2 12,3
Cile 14,210 2,3 2,6
Cina 1,220224 1,4 0,6
Colombia 35,814 2,3 4,9
Corea del Sud 44,909 3,7 0,4
Costa Rica 3,424 2,8 2,0
Danimarca 5,223 5,9 4,2
Egitto 62,096 1,4 0,5
Etiopia 56,404 0,7 0,5
Filippine 67,839 1,4 0,8
Finlandia 5,107 5,8 9,9
Francia 58,104 5,3 3,7
Germania 81,594 4,6 1,9
Giappone 125,068 4,2 0,7
Giordania 4,215 1,6 0,2
Grecia 10,454 4,2 1,6
Hong Kong 6,123 6,1 0,0
Islanda 269 5,0 6,8
India 929,005 1,0 0,5
Indonesia 197,460 1,3 2,6
Irlanda 3,546 5,6 6,0
Israele 5,525 3,5 0,3
Italia 57,204 4,2 1,5
Malesia 20,140 3,2 4,3
Messico 91,145 2,5 1,3
Nuova Zelanda 3,561 6,5 1,9
Nigeria 111,721 1,0 0,6
Parte seconda 69

Norvegia 4,332 5,5 5,4


Paesi Bassi 15,482 5,6 1,5
Pakistan 136,257 0,9 0,4
Perù 23,532 1,4 7,5
Polonia 38,557 3,9 2,0
Portogallo 9,815 3,8 1,8
Regno Unito 58,301 4,6 1,5
Rep. Ceca 10,263 3,9 2,6
Russia 148, 460 4,6 4,3
Singapore 3,327 6,6 0,0
Sud Africa 41,465 3,0 1,0
Spagna 39,627 3,8 1,4
Stati Uniti 267,115 9,6 5,5
Svezia 8,788 6,1 7,9
Svizzera 7,166 4,6 1,8
Thailandia 58,242 1,9 1,3
Turchia 60,838 2,1 1,2
Ungheria 10,454 3,1 2,6
Venezuela 21,844 4,0 4,7
mondo 5,687114 2,2 1,9
70 Astronave Terra

Qualità o quantità

Secondo l’economista irlandese Richard Douthwaite (1999)


l’uomo ha avuto tre grosse occasioni per rendersi conto di non
essere padrone dell’Universo: la Rivoluzione Copernicana, la
Rivoluzione Darwiniana e quella contemporanea in cui deve
fare i conti con le leggi della natura e i limiti che queste leggi
impongono.
Se vogliamo essere ottimisti e continuare a pensare che la
prerogativa della nostra specie, la famosa scimmia nuda di
Desmon Morris, sia l’intelligenza e la capacità di trasmettere ai
figli il proprio bagaglio culturale dovremmo metterci d’impegno
per fare di necessità virtù. Come i nostri progenitori primati,
rimediarono con le prolungate cure parentali e lo sviluppo del
linguaggio alla loro fragilità fisica nei confronti dei progenitori,
all’inizio del terzo millennio possiamo e dobbiamo interrogarci
rispetto alla strategia più opportuna da adottare non solo per
assicurarci la sopravvivenza ma anche il nostro benessere:
dobbiamo decidere la rotta dell’Astronave Terra.
Secondo Lester Brown, direttore dell’“Earth Policy Insti-
tute” di Washington ci troviamo di fronte a una scelta epocale
(Eco–economy, 2001):dobbiamo decidere se l’ambiente è par-
te dell’economia o se l’economia è parte dell’ambiente. Ab-
biamo l’opportunità di costruire una “eco–economia” che, par-
tendo dalla constatazione di una situazione di difficoltà (scar-
sità di risorse, problemi legati all’inquinamento) crei nuove
opportunità.
Utopia o realismo? Credo che a noi tutti convenga lavorare
per rendere reale quello che ora sembra solo utopia dando
fiducia agli economisti che hanno voltato le spalle alle teorie più
tradizionali per abbracciare la causa dell’ambiente.
Crescita e sviluppo sono principi imperativi dell’economia
classica, una eredità che deriva dalla lettura semplicistica delle
teorie evolutive di Darwin secondo la quale solo chi cresce più
rapidamente appropriandosi in modo più efficiente delle risorse
si afferma e tramanda la propria discendenza.
Parte seconda 71

In modo altrettanto semplicistico, crescita e sviluppo di una


società vengono stimati, come si è visto, in base alla crescita del
suo PIL (Prodotto Interno Lordo) che corrisponde al valore
commerciale di tutte le merci e i servizi prodotti in un anno. Il
PIL considera solo le cose e i servizi che vengono comprati e
venduti, includendo spese che non implicano una relazione con
lo stato di benessere della popolazione e trascurando attività che
non comportano spesa ma sono essenziali per il funzionamento
della società.
I trasporti per andare al lavoro, la polizia, l’esercito, lo smal-
timento dei rifiuti, la manutenzione delle strade, sono spese ne-
cessarie per le comunità delle società moderne. Esse rendono
possibile lo svolgimento delle altre attività ma non dovrebbero
essere incluse nel PIL perché non sono motori della crescita ma
una sua conseguenza inevitabile.
William Nordhaus e James Tobin, premi Nobel per l’econo-
mia, hanno elaborato un nuovo indice, il MEW (Measure of
Economic Welfare) che considera i costi sociali delle società
moderne come un valore da sottrarre al PIL.
Al contrario, l’educazione, la cura dei bambini e dei vecchi,
il riordino che, come abbiamo visto, riduce l’entropia delle
nostre abitazioni mantenendole vivibili, dovrebbero essere con-
siderate nel PIL, anche se non sono attualmente soggette a con-
tribuzione, perché generano benessere e sviluppo culturale.
Anche il debito ambientale che viene accumulato utilizzando
risorse non rinnovabili o inquinando l’aria, l’acqua e il suolo
non viene conteggiato nel computo del PIL nonostante sia più
che evidente che in molti Paesi le risorse vengono utilizzate ben
più velocemente di quanto serva per la loro rigenerazione e che
prima o poi il debito accumulato dovrà essere pagato.
Apportando queste correzioni del PIL, Douthwaite, ha dimo-
strato che sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, dopo un pe-
riodo di crescita continua a partire dalla seconda guerra mondia-
le fino agli anni ’70, si è registrato un arresto negli anni ’80 e un
declino successivo fino ai giorni nostri.
Nel 2005 è stato pubblicato l’Indice di Sostenibilità Ambien-
tale (Environmental Sustainability Index, ESI) da parte del Yale
72 Astronave Terra

Center for Environmental Law and Policy della Yale University


e del Center for International Earth Science Information Net-
work della Columbia University (http://www.yale.edu/esi/).
Questo indice considera le componenti ambientali e socio–eco-
nomiche come descrittori della tipologia di sviluppo di un Paese
e del suo grado di sostenibilità. Una classifica fatta in base a
questi parametri (Tabella 2) vede la Finlandia come miglior
Paese in ambito europeo, mentre all’ultimo posto c’è il Belgio,
paragonabile al Bangladesh e al Togo se si prendono in consi-
derazione anche i Paesi extra–europei. L’Italia ha un punteggio
simile a quello della Gran Bretagna e della Grecia ma anche
della Bulgaria, della Mongolia e del Gambia. Questi dati sono il
risultato di un programma di calcolo piuttosto complesso che
considera non solo l’utilizzo delle risorse e la loro disponibilità
come nel caso dell’Impronta Ecologica, ma anche il livello di
benessere e di istruzione raggiunto da una popolazione. Per
questo la graduatoria è diversa da quella riprodotta nella tabella
del capitolo precedente.
Ci si può chiedere come mai queste analisi e questi indici
siano ignorati dai mass media quando periodicamente veniamo
aggiornati sull’andamento della crescita economica del nostro
Paese.
Credo che il motivo sia prevalentemente demagogico: se i
politici mostrassero ai propri elettori un andamento statico o ad-
dirittura negativo dello sviluppo economico perderebbero con-
sensi e porgerebbero il fianco a critiche che fino a questo
momento sono parzialmente sopite dall’illusione che il pros-
simo governo possa garantire una ripresa economica.
Questa illusione autoalimenta la crescita dei consumi dei
Paesi più sviluppati e in quelli che stanno industrializzandosi
senza generare un miglioramento degli standard di vita, anzi, in
molti casi, peggiorandoli.
Secondo Umberto Galimberti (2003) il consumismo è uno
dei nuovi vizi capitali della società moderna. A differenza di
quelli storici che definiscono tipologie umane con caratteri che
ne determinano le azioni su questa terra e il destino nell’al di là,
il consumismo è un vizio di massa che ci omologa in un destino
Parte seconda 73

di privazione di ogni capacità di scelta. Un po’ come per il “fast


food” inventato per adeguare le necessità di sostentamento di
individui che non hanno tempo da perdere per consumare il
cibo, la “fast growth” sarebbe un’invenzione finalizzata al man-
tenimento del potere economico attuale. Ma se, come sta av-
venendo in molte realtà locali, si cominciassero a usare i de-
scrittori giusti per valutare l’andamento della crescita economi-
ca la percezione del pubblico potrebbe essere meglio orientata.

Tabella 2. Classifica e punteggio ESI 2005. La prima colonna


indica la posizione del paese riportato nella seconda
colonna, la terza colonna è il punteggio ESI la quar-
ta il punteggio OCSE e la quinta il punteggio dei
paesi non–OCSE.
1 Finland 75.1 1 38 Malaysia 54.0 23
2 Norway 73.4 2 39 Congo 53.8 24
3 Uruguay 71.8 1 40 Mali 53.7 25
4 Sweden 71.7 3 41 Netherlands 53.7 16
5 lceland 70.8 4 42 Chile 53.6 26
6 Canada 64.4 5 43 Bhutan 53.5 27
7 Switzerland 63.7 6 44 Armenia 53.2 28
8 Guyana 62.9 2 45 United States 52.9 17
9 Argentina 62.7 3 46 Myanmar 52.8 29
10 Austria 62.7 7 47 Belarus 52.8 30
11 Brazil 62.2 4 48 Slovakia 52.8 18
12 Gabon 61.7 5 49 Ghana 52.8 31
13 Australia 61.0 8 50 Cameroon 52.5 32
14 New Zealand 60.9 9 51 Ecuador 52.4 33
15 Latvia 60.4 6 52 Laos 52.4 34
16 Peru 60.4 7 53 Cuba 52.3 35
17 Paraguay 59.7 8 54 Hungary 52.0 19
18 Costa Rica 59.6 9 55 Tunisia 51.8 36
19 Croatia 59.5 10 56 Georgia 51.5 37
20 Bolivia 59.5 11 57 Uganda 51.3 38
21 lreland 59.2 10 58 Moldova 51.2 39
22 Lithuania 58.9 12 59 Senegal 51.1 40
23 Colombia 58.9 13 60 Zambia 51.1 41
74 Astronave Terra

24 Albania 58.8 14 61 Bosnia & Herze. 51.0 42


25 Central Afr. Rep. 58.7 15 62 lsrael 50.9 43
26 Denmark 58.2 11 63 Tanzania 50.3 44
27 Estonia 58.2 16 64 Madagascar 50.2 45
28 Panama 57.7 17 65 Nicaragua 50.2 46
29 Slovenia 57.5 18 66 United Kingdom 50.2 20
30 Japan 57.3 12 67 Greece 50.1 21
31 Germany 56.9 13 68 Cambodia 50.1 47
32 Namibia 56.7 19 69 ltaly 50.1 22
33 Russia 56.1 20 70 Bulgaria 50.0 48
34 Botswana 55.9 21 71 Mongolia 50.0 49
35 P. N. Guinea 55.2 22 72 Gambia 50.0 50
36 France 55.2 14 73 Thailand 49.7 51
37 Portugal 54.2 15 74 Malawi 49.3 52
75 Indonesia 48.8 53 111 Togo 44.5 84
76 Spain 48.8 23 112 Belgium 44.4 28
77 Guinea–Bissau 48.6 54 113 Dem. Rep. Congo 44.1 85
78 Kazakhstan 48.6 55 114 Bangladesh 44.1 86
79 Sri Lanka 48.5 56 115 Egypt 44.0 87
80 Kyrgyzstan 48.4 57 116 Guatemala 44.0 88
81 Guinea 48.1 58 117 Syria 43.8 89
82 Venezuela 48.1 59 118 EI Salvador 43.8 90
83 Oman 47.9 60 119 Dominican Rep. 43.7 91
84 Jordan 47.8 61 120 Sierra Leone 43.4 92
85 Nepal 47.7 62 121 Liberia 43.4 93
86 Benin 47.5 63 122 South Korea 43.0 29
87 Honduras 47.4 64 123 Angola 42.9 94
88 Còte d’Ivoire 47.3 65 124 Mauritania 42.6 95
89 Serbia &
47.3 66 125 Libya 42.3 96
Montenegro
90 Macedonia 47.2 67 126 Philippines 42.3 97
91 Turkey 46.6 24 127 VietNam 42.3 98
92 Czech Rep. 46.6 25 128 Zimbabwe 41.2 99
93 South Africa 46.2 68 129 Lebanon 40.5 100
94 Romania 46.2 69 130 Burundi 40.0 101
95 Mexico 46.2 26 131 Pakistan 39.9 102
96 Algeria 46.0 70 132 Iran 39.8 103
97 Burkina Faso 45.7 71 133 China 38.6 104
98 Nigeria 45.4 72 134 Tajikistan 38.6 105
Parte seconda 75

99 Azerbaijan 45.4 73 135 Ethiopia 37.9 106


100 Kenya 45.3 74 136 Saudi Arabia 37.8 107
101 India 45.2 75 137 Yemen 37.3 108
102 Poland 45.0 27 138 Kuwait 36.6 109
139 Trinidad &
103 Niger 45.0 76 36.3 110
Tobago
104 Chad 45.0 77 140 Sudan 35.9 111
105 Morocco 44.8 78 141 Haiti 34.8 112
106 Rwanda 44.8 79 142 Uzbekistan 34.4 113
107 Mozambique 44.8 80 143 Iraq 33.6 114
108 Ukraine 44.7 81 144 Turkmenistan 33.1 115
109 Jamaica 44.7 82 145 Taiwan 32.7 116
110 UnitedArabEm. 44.6 83 146 NorthKorea 29.2 117
76 Astronave Terra

Globalizzazione e saperi locali

Il condizionamento al consumismo, attuato con l’uso indi-


scriminato dei mezzi mediatici, ci impedisce di cambiare le re-
gole del mercato economico. Come dice testualmente Douth-
waite, “la promessa di marmellata per tutti domani ha abituato
le nostre coscienze ad accettare l’iniqua divisione del pane
oggi”.
Se questa è ancora la condizione attuale, possiamo cogliere i
segni di un fenomeno che sta infiltrandosi nelle nostre società in
modo molto invasivo e trasversale nell’economica, nella cul-
tura, nella politica e nei problemi ambientali.
Si tratta della globalizzazione, indubbiamente negativa sotto
certi aspetti come quello della contaminazione globale ma forse
positiva per il fatto che molti problemi vengono considerati
comuni a tutta l’umanità.
Questo fenomeno è stato reso possibile anche a causa della
diffusione delle informazioni attraverso la “rete” informatica
che aumenta la velocità di scambio e di condivisione delle in-
formazioni.
La rete, come molti strumenti della tecnologia, si presenta
come un’arma a doppio taglio perché potrebbe accelerare l’evo-
luzione culturale ma aumentare anche il divario tra società
informatizzate e quelle prive di strumenti di comunicazione. Un
ulteriore rischio della rete e degli altri mezzi di comunicazione è
quello di generare un appiattimento delle società su un unico
modello di tipo consumistico.
Se quest’ ultima tendenza dovesse prevalere, il processo di
globalizzazione finirebbe per erodere le culture che si sono
differenziate nel corso dei millenni in funzione di peculiari
condizioni ambientali. Ogni luogo della Terra è in grado di
sostenere un numero limitato di abitanti che dipende dalle
caratteristiche ambientali: questo è il significato della “bioca-
pacità”. Il Sahel, ad esempio, è un ecosistema a savana che può
mantenere un abitante per ogni km2 di superficie mentre un
pascolo mediterraneo ne può sostenere 14.
Parte seconda 77

I programmi di assistenza che hanno cercato di convertire i


pastori nomadi del Sahel in agricoltori hanno portato a una
rapida desertificazione dei suoli con conseguenze catastrofiche
sia ambientali sia umane. Tanti esperimenti di colonizzazione si
sono dimostrati fallimentari proprio per la mancanza di cono-
scenze di natura ecologica dei territori colonizzati. Ogni inva-
sore o esploratore portava con sé un bagaglio culturale acquisito
nel Paese di provenienza, spesso molto diverso da quello che
andava occupando o scoprendo.
Diamond (2005), studiando le conseguenze delle invasioni
vichinghe nelle isole del mare del Nord e in Groenlandia, con-
cluse che mentre alcune isole poterono essere occupate dagli
invasori che fecero del territorio un uso simile a quello dei luo-
ghi di provenienza, l’invasione della Groenlandia fu fallimen-
tare per i Vichinghi mentre i nativi Inuit riuscirono a soprav-
vivere fino ai giorni nostri.
Molto spesso, si è dovuto ammettere a posteriori che gli
indigeni, considerati selvaggi dai nuovi coloni, avevano rag-
giunto nel corso dei secoli un loro modo di ottimizzare le
risorse ambientali e di affrontare le avversità determinate da
annate particolarmente sfavorevoli dal punto di vista climatico.
Gli studi antropologici ed ecologici hanno dimostrato che que-
sto co–adattamento, evolutosi con modalità proprie nei diversi
ecosistemi della Terra, è stato ed è tuttora, dove è riuscito
mantenersi, un patrimonio culturale di grande portata.
Quando i primi esseri umani migrarono dall’Asia al Nord
America, 13.000 anni fa, è probabile che abbiano sterminato i
grandi mammiferi che popolavano quelle terre. Successivamen-
te, i sopravvissuti ai cambiamenti climatici verificatisi in quei
tempi, diventarono i popoli che ora chiamiamo “nativi america-
ni”. Per sopravvivere queste tribù dovevano incendiare piccole
porzioni di foresta, creando un paesaggio a mosaico, con appez-
zamenti a pascolo che assicuravano cibo alle mandrie di bisonti,
tipico erbivoro delle praterie Nord Americane. L’erbivoria del
bisonte non distrugge completamente le piante erbacee ma con-
tribuisce a formare la policoltura delle ventose praterie di quella
regione. Questi animali erano la risorsa principale degli indiani
78 Astronave Terra

che ne uccidevano solo un piccolo numero, utilizzandone ogni


parte non solo a scopo alimentare ma anche per ricavare indu-
menti e utensili.
Quando i coloni americani, subentrati ai nativi, sterminarono
i bisonti e trasformarono il pascolo in terre coltivate finirono per
impoverire il suolo, che rimaneva privo di erbe e radici dopo il
raccolto e veniva eroso dall’acqua e dal vento.
Nel 1934 gli Stati Uniti orientali furono invasi da una nube
di polvere (Dust Bowl) che si era originata nelle Grandi Pia-
nure per effetto dell’erosione del suolo e che veniva traspor-
tata dal vento, raggiungendo città distanti centinaia di chilo-
metri. A seguito di questo disastro ambientale, che provocò in
piena depressione economica la migrazione di migliaia di
famiglie di agricoltori verso le città, fu costituito il Servizio di
protezione del Suolo per promuovere azioni di recupero e
conservazione.
Questo è uno degli esempi più emblematici dell’era moderna
di come la sottovalutazione dei saperi locali e la illimitata e ir-
razionale fiducia nelle proprie capacità di dominare l’ambiente,
che caratterizzava i pionieri abbiano portato alla perdita di so-
stenibilità di enormi territori.
I ricercatori statunitensi stanno ancora cercando le strategie
più opportune per il recupero dei suoli; una di queste consiste
nella reintroduzione di piante perenni autoctone per ricostruire
la scorza di terra portata via dal vento un secolo fa; ma questa
rinaturalizzazione potrebbe richiedere tempi lunghissimi. Men-
tre la distruzione di un suolo può avvenire in pochi anni, la sua
ricostruzione può richiedere secoli.
Se possiamo scusare in parte i pionieri, molti dei quali spinti
dalla necessità e armati di buona fede, ben più grave è l’azione
di rapina perpetrata ai nostri giorni sui saperi locali. La biopro-
spezione è una pratica che consente alle multinazionali di de-
predare legalmente gli indigeni né più né meno di quanto av-
veniva ai tempi della colonizzazione dell’America cinque secoli
fa quando prima il Re Ferdinando e poi papa Alessandro VI
diedero ai colonizzatori il privilegio di scoperta e di conquista
di quelle terre (Shiva, 1999).
Parte seconda 79

Alcune varietà di riso, selezionate sul campo dagli agricol-


tori indiani nel corso dei secoli, sono state “copiate” mediante
ingegneria genetica e brevettate utilizzando il nome indigeno
della varietà naturale.
Secondo Vandana Shiva, in prima linea nella difesa dei
diritti dei popoli nativi, “Con sensibilità e responsabilità spetta a
noi — chiunque siamo e dovunque ci troviamo — riconciliarci
con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una
ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per
un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, eco-
nomici, politici e sociali. È la nostra unica strada per soprav-
vivere”.
D’altra parte, l’acquisizione e lo sfruttamento a scopo
commerciale del patrimonio naturale è un fenomeno sempre più
diffuso: si sta privatizzando la biodiversità, conservando in
provetta quello che andiamo distruggendo su scala territoriale o
globale.
Ad esempio, la multinazionale tedesca Merck ha pagato un
milione di dollari all’INBio, l’Istituto Nazionale di biodiversità
del Costarica, per analizzare campioni di piante delle foreste
pluviali, uno dei più grandi e antichi “laboratori di sintesi di
sostanze naturali” per la maggior parte ancora da scoprire per
sperimentare in campo farmaceutico.
Questo accordo comporta che l’eventuale scoperta del potere
curativo di essenze naturali darebbe all’azienda il diritto di
brevetto e di uso esclusivo di sostanze che sono state “inven-
tate” dalle piante e che potrebbero fare già parte dei medi-
camenti utilizzati dai guaritori del luogo.
80 Astronave Terra

Il costo del sapere

Se la cultura del mondo tecnologico si potesse valutare in


base alla quantità di informazioni rese disponibili dalla rivo-
luzione informatica, potremmo ritenerci molto più colti delle
generazioni che ci hanno preceduto. Ma la disponibilità è una
condizione necessaria, non sufficiente all’acquisizione delle
informazioni.
La globalizzazione del sapere rischia di diventare una trap-
pola per la rapidità con la quale le informazioni possono essere
scambiate. Abbiamo generato un mostro che corre ancora più
velocemente di noi stessi.
Forse in questo enorme bagaglio di dati abbiamo le risposte
a molti dei problemi che abbiamo generato ma sarà sempre più
difficile decifrarle. Credo che il nostro cervello stia per cadere
nella rete informatica che ha costruito semplicemente per il
fatto che l’evoluzione biologica è incredibilmente più lenta di
quella tecnologica e che la trasmissione di informazioni avviene
a una velocità molto più elevata di quella che ci occorre per
vagliarle e assimilarle. Un ulteriore problema è rappresentato
dal fatto che l’accesso alle informazioni è limitato a un esiguo
numero di abitanti del pianeta e la loro comprensione è appan-
naggio di settori ancora più ristretti di specialisti.
L’uomo non è un contenitore in cui i dati possano essere
“versati”: la comunicazione è prima di tutto un fatto emozionale
e determinata in gran parte dal bagaglio culturale in possesso di
chi riceve il messaggio.
Maturana e Varela (1987) sottolineano la peculiarità della
comunicazione tra gli esseri viventi con un esempio molto
efficace: supponiamo di dare un calcio a un sasso o a un cane
che si presentano sul nostro cammino. Nel primo caso, cono-
scendo il peso e la forma del sasso e le asperità del suolo, po-
tremmo prevedere gli spostamenti del sasso in base alle leggi
della fisica. Nel secondo caso la reazione dell’animale sarebbe
imprevedibile perché dipenderebbe dal suo carattere e dal suo
stato d’animo.
Parte seconda 81

È proprio questo l’aspetto affascinante dalla comunicazione


e dell’apprendimento nella specie umana; si tratta di processi
che generano cambiamenti reciproci, non sempre prevedibili
all’istante. Una conversazione stimolante può cambiare la no-
stra vita a distanza di tempo, lavora dentro di noi in modo
impercettibile fino a che non riemerge in tutta la sua chiarezza.
Se il ruolo dell’insegnante fosse quello di trasmettere infor-
mazioni, potrebbe essere sostituito molto più economicamente
da Internet.
In gran parte questo sta già avvenendo e indubbiamente il
modo di studiare di oggi è condizionato dagli strumenti infor-
matici ma spesso, o forse sempre, quello che ci spinge ad ac-
costarci al computer e a utilizzare un motore di ricerca è una
curiosità che qualcuno ha acceso in noi nel più antico e tradizio-
nale dei modi: la comunicazione orale e scritta.
Un’altra malattia di crescita della cultura è la sua frammen-
tazione.
Purtroppo l’estrema specializzazione del sapere scientifico
porta a sviluppare linguaggi settoriali che rendono difficoltosa
sia la comunicazione tra diverse discipline sia la “volgariz-
zazione” del sapere scientifico.
Certo è impensabile immaginare al giorno d’oggi scienziati a
360 gradi come Leonardo da Vinci ma non possiamo neppure
accettare che l’acquisizione di un nuovo linguaggio e di raffinati
strumenti di ricerca comporti l’isolamento dalla società e da
tutti gli altri campi del sapere.
Se questo problema diventa ogni giorno più presente nel
campo dell’educazione, a questo si deve aggiungere la privatiz-
zazione del sapere.
Un fenomeno preoccupante che si sta verificando nelle
società tecnologiche è la compravendita dei frutti dell’ingegno
umano e delle basi stesse dell’informazione genetica. La priva-
tizzazione del sapere avviene non solo a discapito dei saperi
locali ma anche di quello individuale.
L’economista Robert Solow ha detto che uno dei mali più
grossi che impedisce la realizzazione di un mondo più equo è
rappresentato dalla presenza dei brevetti. Il vincolo del brevetto
82 Astronave Terra

lega gli scienziati e ne condiziona la creatività e inchioda i


popoli poveri e malati a non poter usufruire di importanti sco-
perte che potrebbero alleviare i loro mali. I proventi dei brevetti
vanno alle multinazionali e ai colossi della finanza. Si tratta di
un’enorme ingiustizia nei confronti dell’umanità che si estende
dalle invenzioni del cervello umano al patrimonio genetico
esistente in natura.
Si stanno brevettando cereali geneticamente modificati ma
anche geni e cellule. Il 32% del mercato delle sementi è con-
centrato nelle mani di dieci multinazionali mentre le industrie
farmaceutiche, detengono le banche dati del DNA umano dalle
quali sperano di ricavare l’esclusiva per la cura di malattie che
dipendono da predisposizioni genetiche.
Chi stabilisce il prezzo di mercato di una scoperta scientifica
non tiene conto dell’enorme quantità di eMergia costruita nel
libero percorso del pensiero umano: una rete neurale senza solu-
zione di continuità dall’uomo primitivo agli scienziati contem-
poranei che può crescere in modo armonioso solo a condizione
di condividere e verificare di continuo il valore e l’utilità di ogni
nuova idea o prodotto della creatività umana.
Svevo scriveva nella coscienza di Zeno “… l’occhialuto
uomo inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute
e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa.”
Nel libro di Jeremy Rifkin l’Era dell’accesso (2000) si cita
un caso, portato in giudizio alla Corte Suprema della California,
in cui un privato cittadino denunciava la Clinica Universitaria
presso la quale era stato ricoverato per curare un tumore perché
si era accorto che le sue cellule tumorali erano state brevettate
senza riconoscergli alcun diritto di proprietà.
Non mi scandalizza l’idea che l’uomo possa manipolare il
patrimonio genetico di vegetali e animali, compreso quello del
genoma umano. E non sono neppure molto preoccupata per la
mia salute e quella dei miei famigliari al pensiero di aver
mangiato spaghetti geneticamente modificati. Se questa fosse la
strada per la soluzione della fame nel mondo e delle malattie
che affliggono milioni di persone vedrei positivamente questi
nuovi frutti della tecnologia.
Parte seconda 83

Ma come fidarsi di soluzioni tecnologiche che non fanno che


concentrare le proprietà economiche nelle mani di pochi a bene-
ficio di minoranze ricche?
Le ricerche condotte in campo medico sono rivolte soprat-
tutto alla cura del cancro, malattia comune nei paesi ricchi
mentre in alcuni paesi dell’Africa fino al 36 % della popola-
zione è affetta dal virus l’HIV e non ha i mezzi per curarsi.
L’investimento in sapere è sicuramente il più lungimirante e
proficuo che una società e un singolo individuo possano fare,
può liberarli dalla necessità di compiere lavori faticosi e perico-
losi, offrendo l’opportunità di dedicarsi a occupazioni interes-
santi e stimolanti. Ma dobbiamo stare attenti che anche il sapere
non si riduca a pura merce di scambio che finiremmo col pagare
con la perdita di uno dei valori più nobili che possediamo, forse
anche più importante della conoscenza: la libertà di pensiero.
84 Astronave Terra

Gli OGM salveranno il Terzo Mondo dalla fame?

Ci sono argomenti sui quali non è facile prendere posizione


neppure in qualità di esperti. Le Organizzazioni Internazionali
rimandano di anno in anno la decisione del definitivo divieto
d’uso del DDT in tutto il globo terrestre perché se è vero che si
tratta di un contaminante globale è altrettanto vero che attual-
mente salva la vita di milioni di persone che senza questo pesti-
cida sarebbero condannate a morire di malaria. Ci si può chie-
dere se è giusto farlo o se non sia il caso di accelerare quei pro-
cessi che hanno permesso di sconfiggere definitivamente il Pla-
smodium falciparum in Europa e in altre parti del mondo, ma
questo è discorso molto più ampio dietro il quale non ci si può
nascondere per evitare di affrontare i problemi così come si
presentano oggi.
Un argomento di portata ancora più ampia è quello della
fame del mondo. Un mondo civile non può sopportare 20 milio-
ni di morti per fame mentre il 18% della popolazione mondiale
soffre di obesità.
Le biotecnologie applicate all’agricoltura stanno tentando di
dare una risposta a questo problema aumentando le rese dei
raccolti grazie all’uso di piante geneticamente modificate. Io
credo, come ho già avuto modo di dire, che non possiamo avan-
zare riserve dovute alla nostra diffidenza per tutto quello che
non è naturale davanti a uno scenario in cui ne va della vita di
milioni di persone per la maggior parte bambini.
Il vero problema è che molti personaggi che hanno toccato
con mano le devastanti conseguenze della fame nel mondo non
sono convinti che gli OGM siano la risposta giusta a questo
problema.
Mentre il Vaticano starebbe esaminando attentamente la
questione degli alimenti geneticamente modificati, l’agricoltura
biotecnologica trova molte opposizioni nel mondo dei
missionari, uno per tutti Alex Zanotelli, missionario Combonia-
no che vive nella baraccopoli di Korogocho in Kenya. In una
recente intervista cita un documento dei vescovi del Sud Africa,
Parte seconda 85

in cui si mostra chiaramente come non siano certo gli Ogm a


risolvere il problema della fame nel mondo. Il pericolo, anzi, è
che poche multinazionali assumano il controllo della produzio-
ne di cibo, costringendo i contadini poveri ad andare a compe-
rare le sementi geneticamente modificate. Lui crede che non sia
la mancanza di cibo il vero problema.
La vera preoccupazione per Zanotelli è quella di dare a
poche multinazionali il controllo sull’elemento fondamentale
per l’uomo che è il cibo. Diventeremmo tutti prigionieri.
Sul fatto che di cibo ce ne sia in abbondanza sulla Terra io
ho qualche riserva ma quel che è certo è che molto di questo
cibo potrebbe essere utilizzato meglio. Gran parte del terreno
arabile viene oggi utilizzato per la coltivazione di cereali a uso
zootecnico piuttosto che per cereali destinati all’alimentazione
umana. In un’intervista rilasciata all’Espresso, Jeremy Rifkin
disse:
“Al momento, uno sconcertante 36 per cento della produ-
zione mondiale di grano è consacrato all’allevamento del bestia-
me. Nelle aree in via di sviluppo, dal 1950 a oggi, la quota–
parte di grano destinata alla zootecnia è triplicata e ora supera il
21 per cento del totale di grano prodotto. In Cina, dal 1960 a
oggi, la percentuale di grano da allevamento è triplicata (dall’8
al 26 per cento). Nello stesso periodo, in Messico, la percen-
tuale è cresciuta dal 5 al 45 per cento, in Egitto dal 3 al 31, e in
Thailandia dall’uno al 30 per cento”.
Come insegna l’ecologia, a ogni passaggio della materia at-
traverso la catena alimentare, si hanno perdite consistenti per-
ché ogni organismo ha bisogno di energia per mantenersi e
riprodursi che necessariamente ricava da quello che mangia se
non è in grado di fissare l’energia del sole come fanno i ve-
getali.
Quando un manzo di allevamento sarà pronto per il macello,
avrà consumato 1.223 chili di grano e peserà approssimati-
vamente 475 chilogrammi, non tutti utilizzabili per l’alimenta-
zione umana. La terra coltivata a legumi e verdure produce pro-
teine in misura 10 e 15 cinque volte maggiore rispetto quella
destinata all’allevamento di carni.
86 Astronave Terra

La nostra scelta alimentare condiziona pesantemente l’im-


pronta ecologica che lasciamo sul pianeta.
Non è difficile verificarlo usando un programmino disponi-
bile in internet (http://www.earthday.net/foodprint/quiz3.asp) in
cui vengono formulate 14 domande riguardanti le nostre abi-
tudini alimentari, i mezzi di trasporto usati abitualmente, la so-
luzione abitativa la cui risposta condiziona il risultato del
calcolo dell’impronta ecologica personale.
Prima di avviarci ad applicare soluzioni tecnologiche che, a
detta di molti non risolvono il problema alla radice, conviene
interrogarci su quello che è possibile fare qui e ora. E chi si
deve interrogare è chi ha una possibilità di scelta non chi è sotto
il ricatto della fame o della malattia.
Non si tratta di decidere per gli altri ma di decidere consa-
pevolmente.
Questa è una straordinaria occasione per recuperare le radici
della nostra cultura anche mediante la preparazione del cibo e il
suo consumo.
Nel nostro Paese dovremmo ritornare alla dieta mediterranea
di cui i cereali, gli ortaggi, il pesce azzurro, l’olio e il vino sono
i principali ingredienti
In un’indagine fatta dal Seven Countries study, studio
internazionale che ha confrontato per 30 anni le abitudini ali-
mentari di 7 nazioni, Olanda, Grecia, Italia, Finlandia, Stati
Uniti, Giappone ed ex Jugoslavia, è risultato che molte per-
sone, soprattutto giovani, preferiscono recarsi nei fast food o
mangiare alla spicciolata merendine industriali. Il consumo di
cibi contenenti grassi animali va aumentando sempre di più
con un conseguente aumento dei disturbi cardiovascolari e
delle patologie tumorali. Lo studio fu ulteriormente approfon-
dito coinvolgendo 12 mila persone tra i 40 e 59 anni di sette
diverse nazioni, residenti in agglomerati urbani e zone agri-
cole. Le conclusioni provano che le aree non mediterranee era-
no caratterizzate da un numero di decessi per malattie cardio-
vascolari doppi rispetto a quelle mediterranee. Le zone mi-
gliori furono decretate: le isole di Creta e Corfù in Grecia; il
paesino emiliano di Crevalcore (la classifica era stata redatta
Parte seconda 87

prima dell’incidente ferroviario del 2005!); il paesino marchi-


giano di Montegiorgio; Nicotera in Calabria e la Dalmazia.
Esiste addirittura un indice che, dividendo la percentuale
dell’energia fornita dai cibi, permette di valutare quanto la
nostra alimentazione sia corretta dal punto di vista dei rischi per
la salute.
Oltre a questo punto di vista salutista vorrei sottolineare il
valore aggiunto della soddisfazione del piacere della vista, del
gusto e della convivialità che il cibo mediterraneo procura.
Certamente la sua preparazione richiede tempo ed espe-
rienza, eMergia che è spesso il risultato di trasmissione orale
del sapere o della curiosità del viaggiatore attento. Ma se, oltre
a garantirci una salute migliore, è anche in grado di contribuire
a risparmiare le risorse, forse vale la pena di spendere un po’ di
tempo in più per fare la spesa, cucinare e cenare con gli amici.
88 Astronave Terra

Il decollo della nuova economia

Se riconosciamo all’economia un ruolo determinante nello


stile di vita adottato dalle società moderne, dobbiamo affidarci a
questa scienza per assicurare un futuro accettabile alle nuove
generazioni.
Secondo Lester Brown, si possono già leggere i segni dei
cambiamenti in atto in campo economico, generati non dalla vo-
lontà dei singoli ma dalle forze stesse che muovono i motori
dell’economia. I Paesi che hanno fatto scelte energetiche nei
settori dell’eolico, del solare, dell’idrogeno stanno conquistando
grosse fette di mercato proprio in quei Paesi in via di sviluppo
che non possono percorrere le stesse strade che abbiamo battuto
nei Paesi tecnologici nel secolo scorso. L’eco–economia si pre-
senta come un cambiamento rivoluzionario paragonabile alla
Rivoluzione Industriale e alla Rivoluzione Verde che darà un
nuovo impulso allo sviluppo di tecnologie avanzate sia per
generare energia rinnovabile sia per riciclare materiali esauriti
sia per creare nuovi prodotti che siano concepiti in modo più
ecologicamente compatibile dal punto di vista della loro produ-
zione, della durata e dello smaltimento a fine uso.
Non ci saranno settori dell’economia globale che potranno
stare al di fuori della Rivoluzione ambientale. Solo gli impren-
ditori che sapranno anticipare le problematiche emergenti e
investire in questa direzione potranno conquistare il mercato.
Sinora per contenere il danno prodotto dalle attività indu-
striali si è provveduto a sviluppare strumenti di controllo delle
immissioni di gas nocivi in atmosfera e di scarichi inquinanti
nelle acque superficiali. Sono stati posti limiti di accettabilità
dei potenziali veleni nei prodotti ortofrutticoli e in tutti gli altri
alimenti ma i costi dei controlli che salgono in modo verti-
ginoso col crescere del numero di sostanze immesse sul mercato
ricade sulla società che già ora non è in grado di sostenerli.
Si è arrivati a quotare in borsa i crediti ambientali dei Paesi
che producono meno anidride carbonica di quanto consentito
dai protocolli internazionali.
Parte seconda 89

Tutto ciò è paradossale se pensiamo che il rispetto di questi


protocolli non consente comunque il raggiungimento dell’obiet-
tivo di fermare l’aumento dell’effetto serra.
Uno strumento probabilmente più efficace, se non altro più
democratico, è quello del consumo responsabile che dovrebbe
di indirizzare i consumatori verso prodotti a minore impatto
ambientale.
L’eco–etichetta garantisce che una merce in tutto il suo ciclo
di vita, dall’estrazione delle materie prime di cui è composta al
suo smaltimento provocherà meno danni all’ambiente di una
merce analoga ma non etichettata.
Si tratta, in ogni caso, di fasce di mercato assolutamente
minoritarie legate alla sensibilità dei singoli individui ai pro-
blemi ambientali.
I comportamenti individuali, tuttavia, possono essere in-
fluenzati da quelli collettivi come sta avvenendo in alcune
comunità.
L’aumento del benessere nella seconda metà del secolo
scorso ha portato all’esplosione dell’acquisto di elettrodome-
stici; ora nelle società più organizzate si assiste a un’inversione
di tendenza e nei condomini di lusso si realizzano lavanderie
comuni in cui è possibile minimizzare i consumi e ammortiz-
zare rapidamente i costi oltre ad aumentare la sicurezza.
Servizi comuni per bambini e anziani possono alleggerire il
compito sostenuto con difficoltà dalle singole famiglie miglio-
rando la qualità della vita sia per chi assiste che per l’assistito.
Esperimenti di car–sharing sono una proposta sempre più
allettante per ottimizzare l’uso dell’auto privata mentre l’uso
della bicicletta e l’estensione delle piste ciclabili sono conside-
rati indici di benessere delle nostre città.
La riscoperta dell’uomo come parte di una comunità segnerà
il passaggio dalla fase più primitiva della colonizzazione della
Terra, definita da Boulding (1966) economia del cowboy a una
forma di organizzazione più evoluta definita economia del-
l’astronave.
L’uomo primitivo poteva immaginare il mondo a sua dispo-
sizione quasi infinito e la sua preoccupazione principale era
90 Astronave Terra

quella di contrastare gli elementi avversi della natura. Come


succede alle specie pioniere che colonizzano ambienti vuoti,
cercava di crescere rapidamente perché nel gruppo trovava il
modo di difendersi meglio e perpetrare la propria discendenza.
Il cowboy delle praterie del continente Nord americano, si
discostava dall’uomo primitivo solo per la sua stanzialità. In co-
mune avevano a disposizione spazi smisurati e risorse apparen-
temente illimitate.
La condizione dell’uomo moderno è invece di grande costri-
zione sia per quanto riguarda lo spazio sia per la limitazione
delle risorse. In questa situazione la coesistenza diventa più
difficile e la competizione aumenta.
Ma le comunità naturali sanno trovare situazioni di equili-
brio anche e soprattutto quando spazio e risorse cominciano a
scarseggiare.
Negli ecosistemi più maturi, in cui l’evoluzione ha potuto
dare libero sfogo alla sua creatività, prevalgono relazioni di coe-
sistenza e collaborazione rispetto alla lotta per la sopravvivenza.
Boulding già nel lontano 1966 era convinto che ci trovas-
simo nel mezzo di un guado in cui l’uomo avrebbe dovuto cam-
biare il suo modello concettuale rispetto al mondo in cui vive.
Come e quando si arriverà a questa transizione è difficile
prevederlo. Certamente i singoli individui, e le comunità umane
possono dare il loro contributo per accelerare questo processo.
Parte seconda 91

Un mondo migliore è possibile?

Abbiamo ripercorso la storia dell’evoluzione e alcuni episodi


della storia dell’umanità, abbiamo analizzato le contraddizioni
della società tecnologica e i problemi legati al sovraffollamento
del pianeta. Ci resta solo da domandarci se e a cosa è affidata la
speranza di migliorare la condizione umana negli anni futuri.
Le soluzioni possono essere affrontate da molti punti di vista
ma nessuno sarà in grado di prospettarci uno scenario credibile.
L’incertezza nasce dal fatto che tutti i fattori che determina-
no i cambiamenti delle società umane sono tra loro collegati.
L’evoluzione culturale non può essere considerata un pro-
cesso indipendente da quella naturale; se lo è stata finora, per-
ché non eravamo pienamente consapevoli delle conseguenze
delle nostre azioni, non abbiamo più giustificazioni per il nostro
comportamento attuale.
Io credo che un mondo migliore sia possibile ma è difficile
prevedere i tempi necessari per la transizione alla nuova econo-
mia e allo scenario di eco–compatibilità.
Il passaggio dalla vecchia concezione economica, basata sui
consumi indiscriminati, a quella eco–compatibile, in cui ognuno
di noi si dovrebbe convertire al consumo consapevole, potrà es-
sere graduale ma potrebbe essere più repentino di quanto
immaginiamo.
Possiamo ricercare le ragioni del cambiamento sia nella
legittima ricerca di migliorare le condizioni dell’“habitat” in cui
viviamo, che tutti vorremmo più pulito, gradevole alla vista e
fruibile per le nostre esigenze di sostentamento e di diver-
timento sia nel disagio da parte della parte più povera e sfruttata
della popolazione umana che non può spingere oltre i limiti
biologici il proprio grado di sfruttamento.
Se attualmente il commercio globale si regge su ritmi
lavorativi che arrivano fino a 20 ore al giorno e includono le
giovani generazioni e sul prelievo delle risorse e l’esportazione
dei materiali di rifiuto, questo squilibrio non ha margini ulteriori
di sbilanciamento a sfavore dei paesi sfruttati.
92 Astronave Terra

Il motore del cambiamento sarà azionato sia da chi vuole


stare meglio sia da chi non può stare peggio.
Singolarmente, le “insostenibilità” che il sistema capitali-
stico attuale ha generato potrebbero perpetrarsi a lungo eroden-
do lentamente le capacità autorigenerative del pianeta. Ma può
anche succedere che l’interazione reciproca di tanti disagi o
aspirazioni crei una grande sinergia.
La mia idea delle sinergie nasce dal paragone con tante
situazioni che si verificano in natura.
Pensate, ad esempio, alla massa d’acqua di un grande lago
profondo: per effetto del calore del sole lo strato superficiale si
riscalda d’estate, la densità dell’acqua superficiale diminuisce e
si creano due strati di cui quello più superficiale galleggia su
quello profondo. Quando arriva l’inverno l’acqua superficiale si
raffredda, diventa più densa e si rimescola con lo strato sotto-
stante ma difficilmente la massa d’acqua circola completamen-
te. Così lo strato più vicino al fondo, che può essere spesso
anche centinaia di metri rimane completamente isolato dal-
l’atmosfera.
Questa è la condizione che potremmo paragonare al “busi-
ness as usual”, una situazione di stagnazione economica appa-
rentemente immutabile che divide la parte ricca della società,
quella “ossigenata”, da quella povera, troppo asfittica per poter
raggiungere le condizioni di benessere.
Basta però la concomitanza di giornate molto fredde e di
vento molto forte perché il lago riceva la spinta sufficiente per
mettere in moto l’intera massa d’acqua. Il rimescolamento com-
pleto, che può essere paragonato a un enorme respiro del lago,
in cui ogni goccia d’acqua riacquista l’ossigeno necessario per
sostenere la vita, si verifica raramente nei nostri grandi laghi.
E quando avviene è improvviso e imprevedibile, come del
resto succede per molti altri processi naturali. Le leggi del caos,
secondo le quali piccoli cambiamenti possono produrre grandi
effetti, forse si imporranno anche nei riguardi dell’organizza-
zione socio–economica del pianeta.
La scarsità delle risorse, la tassazione per chi genera inqui-
nanti e rifiuti e l’atteggiamento dei consumatori che diventano
Parte seconda 93

più sensibili ai problemi ambientali e più solidali coi propri


simili, possono essere individuati come i motori del cambia-
mento del sistema economico (Fig. 6).
Finora non sono stati efficaci per produrre un cambiamento
globale delle condizioni economiche ma la spinta ulteriore di
uno o più di questi fattori potrebbe rivelarsi insperabilmente po-
tente per sconvolgere l’attuale assetto economico.
I meno giovani sono stati testimoni di mutamenti di abitudini
e stili di vita che non avrebbero potuto immaginare fino a qual-
che decennio fa.
Mi auguro che i nostri figli e i nostri nipoti possano assistere
ai cambiamenti radicali dettati dall’eco–economia dove a det-
tare le regole del mercato sia la qualità della vita piuttosto che la
quantità dei consumi.

Economia
Tradizionale

Scarsotà Tassazioni
di risorse Aumento per inquinamento
sensibilità
consumatori

Eco–economia

Figura 6. Fattori che dovrebbero cambiare il sistema economico.


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AREE SCIENTIFICO–DISCIPLINARI

Area 01 – Scienze matematiche e informatiche

Area 02 – Scienze fisiche

Area 03 – Scienze chimiche

Area 04 – Scienze della terra

Area 05 – Scienze biologiche

Area 06 – Scienze mediche

Area 07 – Scienze agrarie e veterinarie

Area 08 – Ingegneria civile e Architettura

Area 09 – Ingegneria industriale e dell’informazione

Area 10 – Scienze dell’antichità, filologico–letterarie e storico–artistiche

Area 11 – Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche

Area 12 – Scienze giuridiche

Area 13 – Scienze economiche e statistiche

Area 14 – Scienze politiche e sociali

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Finito di stampare nel mese di settembre del 
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 Ariccia (RM) – via Quarto Negroni, 
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