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Volume pubblicato con

il contributo del
Dipartimento di Scienze dellAntichit
e del Vicino Oriente
SOCIET PER LA PREISTORIA E PROTOSTORIA
DELLA REGIONE FRIULI-VENEZIA GIULIA
QUADERNO - 13
Carlo FranCo
la Fine del MesolitiCo in italia
Identit culturale e distribuzione territoriale
degli ultimi cacciatori-raccoglitori
A curA di
Paolo Biagi
TRIESTE
2011
ISSN 1124-156X
SOCIET PER LA PREISTORIA E PROTOSTORIA
DELLA REGIONE FRIULI-VENEZIA GIULIA
QUADERNO 13 - 2011
c/o Museo Civico di Storia Naturale
Via dei Tominz 4 - 34139 Trieste (Italia)
REDATTORE
Paolo Biagi
Fotografia di copertina: Val Civetta (fotografia di P. Cesco-Frare).
ad Hussein

IndiCe
Prefazione .................................................................................................................................. page 9
Ringraziamenti ........................................................................................................................................ 11
CApitolo I - introduzione
1.1. Prefazione............................................................................................................................... 13
1.2. Storia degli studi sul Mesolitico in Italia ............................................................................... 14
1.3. Inquadramento scientifico della ricerca ................................................................................. 18
CApitolo II - il Mesolitico recente nelleuropA MediterrAneA
2.1. Premessa................................................................................................................................. 23
2.2. La Francia sud-orientale......................................................................................................... 23
2.3. La Francia sud-occidentale .................................................................................................... 25
2.4. La Spagna mediterranea ......................................................................................................... 28
2.5. I Balcani e lEgeo ................................................................................................................... 32
2.6. La castelnovianizzazione dellEuropa meridionale ............................................................ 39
CApitolo III - lA culturA MAteriAle degli ultiMi cAcciAtori-rAccoglitori dellA penisolA itAliAnA
3.1. Tendenze evolutive delle industrie litiche tra Tardoglaciale e Boreale .................................. 45
3.2. Lineamenti tecno-tipologici dei complessi mesolitici dellAtlantico iniziale ....................... 52
3.3. Lo stato della ricerca sulla cultura materiale del Mesolitico Recente.
Bilancio archeologico e censimento dei siti ........................................................................... 62
3.4. Industrie su materiale organico e culto dei morti ................................................................... 9
3.5. Considerazioni sulle forme di comunicazione non verbale nelle societ di caccia e raccolta,
tra presente e passato.............................................................................................................. 85
cApitolo iV - uno sguArdo nuoVo AllA tipologiA liticA del Mesolitico recente itAliAno
4.1. Le ragioni di un approfondimento ......................................................................................... 91
4.2. Metodologia ........................................................................................................................... 93
4.3. I siti selezionati ...................................................................................................................... 99
4.4. Analisi tipologica ................................................................................................................... 111
4.5. Analisi tipometrico-statistica delle armature trapezoidali ..................................................... 142
4.6. Confronti e considerazioni ..................................................................................................... 149
CApitolo V - AnAlisi dellA distribuzione dei siti nel loro contesto pAleoAMbientAle
5.1. Ambienti peninsulari allinizio dellAtlantico ....................................................................... 159
5.2. Distribuzione territoriale degli ultimi cacciatori-raccoglitori. Analisi geografica dei siti e ag-
aggiornamento cartografico ................................................................................................... 164
5.3. Osservazioni ........................................................................................................................... 15
cApitolo Vi - Conclusioni e prospettiVe .................................................................................................. 191
RiferiMenti bibliogrAfici .......................................................................................................................... 199
suMMAry .................................................................................................................................................... 253
Appendice - CAtAlogo dei siti ................................................................................................................... 263
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prefAzione
Una delle sfide permanenti dell'archeologia della preistoria quella di restituire il funzionamento e il
mutamento delle societ umane a partire dai resti materiali che esse hanno lasciato, e che di per s sono muti.
Che in talune parti del mondo l'impresa sia cominciata quasi un secolo fa, e sia quindi tutt'altro che nuova,
significa poco, visto che in certe regioni o per certi capitoli della preistoria essa ancor oggi un programma
irrealizzato. Irrealizzato perch misconosciuto: perch troppo spesso lo sforzo dell'archeologo si esaurisce nel
dipanare e nel descrivere la complessit dei dati di scavo, la massa dei reperti, le infinite minuzie del come,
e ci appare bastante. O irrealizzato perch non si conosce il modo di andare oltre, di interrogarsi con efficacia
circa i perch. Uno dei pregi di questo lavoro di Carlo Franco consiste appunto, al contrario, nell'affrontare il
tentativo, nel rinunciare a eluderlo, l'autore sapendo bene d'altra parte che nell'economia dell'opera il tentativo
preliminare e l'esito incerto. Una trattazione esauriente potrebbe alimentare da sola un progetto di ricerca
del tutto autonomo, egli avverte. L'esercizio tanto pi apprezzabile in quanto applicato a un problema e a
regioni che sono nello stesso tempo importanti e difficili.
Importante il problema generale, una delle trasformazioni fondamentali della nostra storia di esseri uma-
ni. Pochi millenni orsono le societ di cacciatori e raccoglitori esistite da sempre cominciarono a rarefarsi, o
a mutare, ed ebbero inizio le comunit sedentarie di agricoltori e allevatori in cui scorgiamo noi: l'umanit
che siamo ancor oggi, o che siamo stati tutti quanti fino a uno ieri recente. Un avvicendamento di modi di vita
che definisce due epoche dell'evoluzione umana, l'et paleolitica e il dopo. Dell'et paleolitica il Mesolitico
l'ultima frangia, e quest'opera sottopone a scrutinio la frangia della frangia, un breve e variabile arco di secoli
nei quali persistenza e mutamento criticamente s'intrecciano. Ma come avvenuto l'avvicendamento? Oltre al
rarefarsi e all'evolvere si possono contemplare spiegazioni diverse, fra cui addirittura il soccombere dei meso-
litici sotto la pressione di nuovi arrivati, o fatti e percorsi pi complicati di quanto non dicano queste risposte
schematiche. In effetti, riesaminato il quadro della tecnologia litica, Franco favorevole a tesi di quest'ultimo
genere. Muovendosi controcorrente, egli sostiene uno scenario di discontinuit in cui il mondo mesolitico
avrebbe visto finire i suoi giorni all'avvento di una colonizzazione di agricoltori e allevatori dilaganti dai Bal-
cani. L'autore non esita a menzionare la possibilit di pandemie simili a quelle che hanno accompagnato non
poche colonizzazioni umane del passato recente (per esempio gli Europei nelle Americhe).
Si tratta nello stesso tempo di un problema delicato e quindi difficile. Il titolo del lavoro parla di fine, poi-
ch per brevit e per consuetudine lo sguardo puntato sul destino finale del primitivo modo di vita: in retro-
spettiva pare ovvio giudicarlo condannato. Ma il soggetto numero uno in realt il suo successo, l'apogeo delle
societ di cacciatori e raccoglitori. Il Mesolitico recente costituisce il culmine di una success story millenaria,
se lecito come indica giustamente l'autore rintracciare un unico filo conduttore con la fioritura paleo-
litica di et tardiglaciale (l'ultimo Epigravettiano italico). Apogeo dal punto di vista della diffusa padronanza
ecologica, della versatilit e dell'inventiva nel dialogare materialmente e ideologicamente con il paesaggio e
con l'ecosistema. Tutt'altro che uno spettacolo di penuria o di marginalit di fine annunciata. Si pensi alla fre-
quentazione e alla esplorazione della montagna alpina di alta quota. Nell'indagare per un quindicennio il feno-
meno, tra il 1985 e il 2000, salendo ogni estate in un'area individuata dal nulla in prossimit dello spartiacque
alpino dello Spluga, i collaboratori e io non abbiamo avuto dubbi che i mesolitici circolassero in quel mondo
estremo con fini di tipo ideologico e sociale: non certamente per un chilo di carne in pi. Si generalmente di
fronte a gruppi popolosi, intraprendenti e flessibili, per cui tanto pi ci si domanda quando, come e perch un
mutamento di economia e di vita si sia fatto avanti e sia stato a un certo punto abbracciato o subito.
Gran parte del volume riguarda la materia archeologica che serve da base per questa storia. Materia mai
come prima diligentemente compilata: il catalogo archeologico aggiunge almeno 130 siti nuovi al numero prece-
dentemente conosciuto, registra l'autore, il che rappresenta un ampliamento enorme della base-dati di partenza.
Chi anche ritenesse di non potere seguire l'autore nelle sue conclusioni di tipo storico, o nella sua lettura di singoli
siti o rapporti o distretti, trover comunque nel catalogo uno strumento di lavoro insostituibile. A ci si affianca-
no come corredo analitico la distribuzione geografica e territoriale desunta dai siti, nonch le osservazioni circa
l'identit culturale dei gruppi locali desunta dai manufatti e dagli avanzi animali. Ci che il titolo promette l'opera
mantiene, grazie a un impianto meditato e funzionale. La cartografia di esemplare limpidezza e le oltre cinquan-
ta pagine di riferimenti costituiscono un apparato bibliografico imponente, oltrech di insolita apertura.
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Il lavoro di Franco verte su regioni che sono anch'esse importanti e complesse, come accennavo: il proble-
ma esaminato dall'osservatorio dell'Italia. Un'Italia che pagina dopo pagina, nell'analisi paziente e inesorabile,
rivela tutte le contraddizioni del paese reale, un osservatorio nel medesimo tempo privilegiato e diciamo pure
difficile (questo secondo un aggettivo eufemistico). Potr stupire i non archeologi che ben prima dell'essere un
paese variegato e non facile per cose di oggi, come la scena politica, l'Italia sia stata variegata e non facile nel
Mesolitico, e certamente lo sia oltremodo per l'indagine sul Mesolitico. Talmente variegata e originale, anzi,
che Franco non solo si sente in dovere di criticare la dipendenza terminologica da ambienti preistorici esteri,
perlopi francesi (da cui le importazioni di Tardenoisiano e Castelnoviano), ma ha l'audacia di sopperire
proponendo nomi nuovi e improponibili. Un Castelpadano ha scarse probabilit di entrare in letteratura, io
temo, ma ci non toglie che l'appello di Franco sia giustificato e benvenuto. Il coraggio terminologico scarseg-
gia da tempo nell'archeologia preistorica italiana.
Che l'Italia geografica sia complessa non cosa nuova, ma all'atto pratico non sono molti gli studiosi di
preistoria che sanno guardare alla elevata variet ambientale del paese, e quindi alla multiforme vocazione
storica delle sue regioni, come usavano dire i vecchi geografi. Diversit di ambienti e di geometrie, di paesaggi
sia oggettivi sia percepiti dall'uomo, vuole dire grandi possibilit di studio comparativo dei fatti archeologici,
ma anche notevoli difficolt di sintesi e di spiegazione. Bisogna inoltre potere contare su un buon controllo
cronologico: su date numerose e affidabili, rigorosamente associate al fatto archeologico o allo specifico pro-
blema in esame. Nella pletora di misure radiocarboniche queste date utili non sono che una frazione, e il loro
uso critico purtroppo ancora pi raro. Ulteriore e non trascurabile fonte di ostacoli, che nella nostra penisola
lo studioso del Mesolitico costretto a fronteggiare e a risolvere, la molteplicit delle tradizioni di scavo e di
pubblicazione, la dissonanza dei linguaggi. A tutte le questioni ora accennate Franco riserva pensiero costante,
espresso per esempio nella attenzione vigile e viva per la cornice ambientale e nella utilizzazione avveduta
delle misure di et. In quest'ultimo settore la lezione di Paolo Biagi ha esercitato un'influenza palese.
Questa Fine del Mesolitico un caposaldo in termini di aggiornamento e di chiarificazione, oltre a essere
un prezioso repertorio fattuale. Ma si finisce di percorrere l'opera con la sensazione che i suoi pregi risiedano
non di rado pi nelle domande che nelle risposte. Nelle ipotesi, nella formulazione delle incognite come
agenda per il lavoro futuro, pi che non nei risultati netti, sebbene questi non manchino. Piace seguire l'autore
mentre dipana con polso la farragine dei dati e va in cerca dei fatti e dei processi sociali, del disegno storico
complessivo dopo quello locale, affrontando il tema con spirito di oggi e adoperandosi di avere occhi nuovi.
Piace condividere l'ansia, la pazienza e le impazienze di un giovane autore che pensa.
Francesco Fedele
Ordinario di Antropologia e di Ecologia preistorica,
Universit di Napoli Federico II,
I - 80134 Napoli
e-mail: fedele0@yahoo.it
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ringrAziAMenti
Questa ricerca stata possibile grazie al sostegno e alla collaborazione di tante persone. A vario titolo, e
sotto diverse forme, sono state tutte importanti, sia prima che durante la lunga avventura vissuta. Tra queste, il
primo pensiero corre al Prof. Paolo Biagi, da cui ho sentito la parola Mesolitico per la prima volta, ormai tredici
anni fa. Egli il mio maestro. Mi ha aperto gli occhi sui problemi dellarcheologia preistorica, inducendomi a
maturare autonomamente gli strumenti per capirli e affrontarli con rigore scientifico. Mi ha guidato nel rispetto
delle mie pi intime motivazioni, sorvegliando paziente sulle scelte metodologiche personalmente operate.
Ho imparato tanto, in Italia e allestero, e spero di averne ripagato la fiducia. A lui affianco la mia famiglia e
Michela, mia moglie, che non ho mai smesso di preoccupare per lidealismo e la testardaggine che mi rendono
la persona che sono. A loro e agli amici pi cari le mie scuse, per non aver saputo trovare un modo diverso per
arrivare sin qui.
Per il supporto bibliografico, e il prezioso confronto scientifico a me offerti, un ringraziamento doveroso e
sincero va anche al Prof. Stefan K. Kozowski, dellUniversit di Varsavia, e al Prof. fabio Martini, dellUni-
versit di Firenze, le cui idee e suggestioni hanno alimentato infinite riflessioni sui temi affrontati, innescando
nuovi spunti dindagine.
Per i consigli, lesempio, la competenza, la collaborazione, lospitalit e, in molti casi, anche la semplice
esistenza, sono altrettanto debitore nei confronti di Elisabetta Starnini, Giovanni Boschian, Barbara Zamagni,
Giampaolo Dalmeri, Michele Lanzinger, Renata Grifoni Cremonesi, Carlo Tozzi, Elisabetta Gerhardinger,
Augusto Sartorelli, Giorgio Bartolomei, Domenico Nisi, Francesca Nicolodi, Thomas Perrin, Renato Nisbet,
Manuela Fano Santi, Lawrence H. Barfield, Francesco Fedele, Alberto Mottura, Roberto Maggi, Fabio Negrino,
Angelo Ghiretti, Maria Bernab Brea, Vanni Donato, Antonio Quintana, Elodia Bianchin Citton, Marco
Peresani, Giuseppe Vicino, Stefano Ursino, Bruno Volla, Rachele Valentini, Giuseppina Spadea, Giuliano De
Marinis, Luigi Malnati, Franco Zeni, Martina Benati, Giovanni Ridolfi, Pierre Bintz, Didier Binder, Barbara
Voytek, Mario Dini, Malcolm Young, Stefano Pase, Giuliano Gallina, Diego Grasso, Paolo Schirolli, Domenico
Lo Vetro, Isabella Caneva, Nikos Efstratiou, Michela Spataro, Mir Farooq Talpur, Denis Anastasia, Andrea
Pessina, Paola Visentini, Nicola Dal Santo, Dalia Toffoli, Giovanni Tasca, Fiorenzo Fuolega, James Tirabassi,
Mauro Calattini, Iwona Modrzewska, Franco Pianetti, Marta Filipek, Karol Szymczak, Vitek Miga, Jared
Diamond, Gabriele Fogliata, Carlo Mondini, Piergiorgio Cesco-Frare, Norma Cossetto, Maria Sartor, Vincenzo
Tetto, Francesco De Crescenzo, Loris Lunardi, Luca Gaiola e tutti gli altri, con me, quel 12 Novembre 2003.
Inevitabilmente, se volgo meglio lo sguardo alle spalle, vedo sempre Elda Pregeli, Massimiliano Rinaldi,
Gianluca Rinaldi, Matteo Querini, Gabriele Bacchi, Stefano Tursi, Gianluigi Sarais, Franco Cecchini, Francesca
Cecchini, Franco Agnoletti, Francesca Agnoletti, Danila Zanello, Antonietta Morosiol, Carlo Zambelli,
Alessandro Boiti, Giada Quaino, Alessandro Pradal, Gabriele Zenarola, Giorgio Marassi e tanti luoghi di un
tempo perduto. Il loro ricordo mi accompagna sempre.
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CAPITOLO I
1. INTRODUZIONE
1.1. PreFazione
Nel titolo di questopera sono racchiuse le motivazioni che sin dallinizio degli studi universitari mi hanno
avvicinato e legato alla preistoria antica. Descrivere, conoscere e capire gli aspetti archeologicamente rilevabili
della vita degli ultimi cacciatori-raccoglitori europei mi ha regalato senza sosta lillusione di poter cogliere la
fine di un mondo perduto per sempre. Il successivo avvento del Neolitico, recando in s il germe della com-
plessit sociale e dellasservimento dellambiente a fini sussistenziali, avrebbe infatti posto le condizioni per
linesorabile declino di un equilibrio ecologico rimasto immutato per centinaia di migliaia di anni, animato
da piccole unit sociali egalitarie e in totale armonia con le risorse naturali. Nelle mie pi intime convinzio-
ni, questo cambiamento irreversibile fa del Mesolitico Recente limmagine pi vicina a noi di un paradiso
terreno che ai miei occhi esistette davvero e di cui questo lavoro, limitatamente allItalia, vuole ricomporre i
frammenti recuperabili.
I quesiti che incoraggiano da anni il personale approfondimento di questa fase della preistoria riguarda-
no, dunque, le popolazioni indigene peninsulari che subirono le conseguenze della neolitizzazione, o quanto
meno quelle cronologicamente pi prossime allo stesso evento. I punti insoluti su queste bande nomadi sono
tuttora numerosi, a partire dallesigenza di comprenderne la reale distribuzione sul territorio, le strategie di
sussistenza, la cultura materiale e la sorte allarrivo delle prime comunit agricole nei loro territori. Con queste
premesse, il progetto di ricerca sembrerebbe innestarsi appieno nella problematica della cosiddetta transizio-
ne Mesolitico-Neolitico in Italia, da anni al centro di unaccesa disputa accademica. Tuttavia, come si vedr,
non esattamente cos. Salvo rarissime eccezioni (biAgi, 2001; 2003a), molti lavori su questo tema si sono
basati su di argomentazioni caratterizzate da un elevata genericit sulle genti pre-neolitiche effettivamente
coinvolte, spesso tratte in causa senza chiare suddivisioni culturali e temporali al loro interno (lewthwAite,
1986; zVelebil, 1986). Nelle pubblicazioni di matrice anglo-americana non mancano nemmeno casi in cui, per
relativa vicinanza al Neolitico, siano stati inclusi tra gli ultimi cacciatori-raccoglitori anche gruppi umani
culturalmente riferibili al Tardoglaciale Wrmiano (zVelebil e lillie, 2000). Questo dovuto al fatto che mol-
ti studiosi, per troppi anni, si sono interessati a questi soggetti non tanto per ci che erano, ma piuttosto per ci
che sarebbero dovuti necessariamente diventare. Se, da un lato, sospettabile che questa indefinitezza sia
stata strumentale allargomentazione di tesi altrimenti smontabili alla luce della realt archeologica, dallaltro,
si deve altres ammettere lindisponibilit di aggiornate sintesi sullargomento ad opera dei preistorici italiani.
Spesso, il contributo scientifico di questultimi si poi concretizzato in monografie riguardanti un solo sito o
regioni limitate, la cui divulgazione ha oltrepassato di rado i confini nazionali. Convinto che il dibattito teorico
si sia a lungo alimentato di domande mal poste o di unincompleta conoscenza di quanto precedette in Italia
la diffusione di uneconomia di produzione, ho ritenuto perci opportuno limitare lattenzione, per una volta,
al solo Mesolitico Recente, cercando di fornire un riferimento inedito a sostegno di ipotesi meno speculative
sulla neolitizzazione stessa. Prima di spingermi oltre nella presentazione degli obiettivi di questa ricerca,
bene per inquadrare alcuni punti essenziali.
Con la fine dellEra Glaciale, convenzionalmente fissata a ca. 10800 uncal BP, la Penisola Italiana con-
divide con il resto dellEuropa meridionale un progressivo miglioramento climatico, accompagnato dalladat-
tamento della fauna ad una rapida evoluzione del contesto vegetazionale. lavvio dellOlocene, le cui linee
evolutive sembrano condurre sin dallesordio a condizioni sempre pi favorevoli alle economie di sussistenza
mobili. Laumento della temperatura globale, causa di un deciso ritiro dei ghiacciai e di unembrionale rifore-
stazione del paesaggio montano gi a partire dallinterstadio Blling-Allerd (ca. 13500 uncal BP), assume ora
un andamento pi omogeneo, privo di fasi regressive in senso freddo e pi incisivo nelle modificazioni a lungo
termine degli ecosistemi peninsulari e della morfologia costiera. Attraverso un progressivo incremento delle
condizioni di umidit, tale processo conduce quindi al cosiddetto Optimum climatico dellAtlantico iniziale
(ca. 8000-6500 uncal BP), durante il quale la copertura arborea raggiunge ovunque la sua massima espansione
postglaciale. In questo quadro evolutivo, prima della diffusione di uneconomia di produzione agro-pastorale
lungo le coste del Mediterraneo settentrionale, fioriscono e si diffondono in Italia complessi litici la cui evo-
luzione tecno-tipologica, condivisa in parte con altre regioni sud-europee, consentirebbe una suddivisione del
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Mesolitico in due stadi culturali distinti: il Sauveterriano, nel corso del Preboreale (ca. 10800-9000 uncal BP)
e del Boreale (ca. 9000-8000 uncal BP), e il Castelnoviano, in corrispondenza del citato Optimum climatico.
Il secondo, isolato inizialmente in Provenza (Francia) nella Baume de Montclus (escAlon de fonton, 196c;
rozoy, 1978) e nel sito eponimo di Chteauneuf-Les-Martigues (escAlon de fonton, 1967; 1976a; 196b),
caratterizzerebbe pertanto le popolazioni oggetto di questa ricerca, le uniche cio in grado di stabilire even-
tuali contatti con le comunit neolitiche. Ciononostante, per una precisa ragione, il titolo di questo lavoro non
contiene riferimenti ad alcuna tradizione litica. Nellintento di restituire unimmagine fedele ed esaustiva del-
lItalia allinizio dellAtlantico, la ricerca doveva difatti svincolarsi dallobbligo di considerare il territorio di
studio come una mera appendice della Cultura Castelnoviana transalpina. Questo assioma avrebbe reso di fatto
necessaria unanalisi esaustiva (verosimilmente de visu) delle industrie provenzali, avviando il progetto ad
uno sterile percorso di verifica a ritroso di quanto gi apparentemente assodato. Oltretutto, si sarebbero dovuti
escludere dalle indagini diversi settori peninsulari dove il Castelnoviano stesso sembrerebbe non essersi mai
manifestato. Sebbene le collezioni litiche siano spesso la sola testimonianza pervenuta sino a noi da quel mon-
do lontano, si voleva inoltre affrancare la presentazione dei risultati raggiunti da unaccezione strettamente
tecno-tipologica, a vantaggio di una sintesi di pi ampio respiro, che desse uguale peso alla distribuzione delle
popolazioni sul territorio e alle loro modalit insediative. La strada intrapresa quindi alternativa a quanto si-
nora pubblicato, poich la ricostruzione dellidentit culturale italiana acquisisce unautonomia che prescinde
momentaneamente dal confronto con aree limitrofe, pur essenziale.
Malgrado la sua importanza, la questione della castelnovianizzazione delle regioni a sud della Catena
Alpina non mai stata adeguatamente discussa in ambito scientifico. Ne consegue come non sia stato affronta-
to il problema di quali e quante siano le eventuali peculiarit del Mesolitico Recente italiano rispetto alle coeve
manifestazioni archeologiche dellEuropa mediterranea, apparentemente descrivibili come versioni regionali
di un fenomeno culturale comune. Nella stessa epoca, dal Portogallo ai Balcani occidentali, si assiste, infatti,
alla comparsa di strumentari litici del tutto similari (J.G.D. clArk, 1958: fig. 2), attecchiti sulle tradizioni lo-
cali preesistenti a formare varianti stilistiche di una condivisa metamorfosi tecnica.
Come si colloca lItalia allinterno di questi processi? Sebbene gli studiosi della neolitizzazione europea
abbiano da tempo assegnato un ruolo chiave (attivo o passivo) agli ultimi, autentici, cacciatori-raccoglitori,
la quantit di informazioni acquisite su di essi lungo la penisola pare ancora piuttosto scarsa. In tal senso,
sembrerebbero aver pesato le condizioni di ritrovamento dei reperti (quasi mai in situ), lesiguit di scavi siste-
matici e leccessiva attenzione rivolta nelle ricerche ai soli aspetti crono-tipologici anzich paleoeconomici o
ambientali. Nelle poche sequenze stratigrafiche disponibili, a differenza di quanto generalmente avviene per il
Mesolitico Antico, i livelli pre-neolitici dellAtlantico iniziale sono inoltre raramente attestati e, in questi casi
fortuiti, quasi sempre limitati allavvio della nuova fase culturale, come se chi li produsse fosse di l a poco
scomparso nel nulla.
Oggigiorno, se lecito sostenere che la complessiva penuria di dati sia in parte attribuibile alla carenza
di ricerche mirate, si deve al contempo evidenziare che nellItalia centro-meridionale e nord-occidentale non
sono rare le presenze pre-neolitiche di et Preboreale e Boreale. Nelle stesse regioni, lesito negativo delle
ricognizioni finalizzate a colmare il vuoto informativo sul Mesolitico Recente ha quindi indotto alcuni studio-
si a ritenere che diverse porzioni della penisola siano state abbandonate ben prima dellinizio dellAtlantico
(pluciennik, 2000; BiAgi e spAtAro, 2002; biAgi, 2003a). Da ci risulta evidente che, piuttosto di verificare se
e come gli ultimi cacciatori-raccoglitori italiani siano stati o meno assorbiti dal mondo neolitico, sia forse
prioritario scoprire chi essi fossero e dove realmente si trovassero alla met del VII millennio uncal BP, po-
nendo solo allora le condizioni per successive indagini sulla loro apparente scomparsa da territori sfruttati per
generazioni e ricchi di risorse primarie.
1.2. storia degli studi sul MesolitiCo in italia
Il percorso teorico di definizione e affermazione del concetto di cultura mesolitica in Italia si a lungo
concretizzato in un dibattito sulle trasformazioni vissute di fatto dalle comunit di caccia e raccolta al termine
dellEra Glaciale, nellintento di riconoscere gli elementi culturali in grado di segnare sul territorio il supera-
mento del Paleolitico Superiore. Almeno sino alla fine degli anni 60, una buona parte dei preistorici italiani,
seguendo gli orientamenti teorici di G. lAplAce (1964; 1968) e una prospettiva crono-stratigrafica basata sulla
sola tipologia delle industrie litiche, non riconosceva unet intermedia e culturalmente autonoma tra Paleoliti-
co e Neolitico. Ci port a considerare tutti i complessi pre-neolitici come la naturale estensione nellOlocene
delle linee evolutive proprie dellEpigravettiano finale, senza evidenziarne caratteri tecno-tipologici di reale
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rottura. Da qui, in attrito con le precedenti idee di A.C. blAnc (1938; 1939) e P. grAziosi (1949), ne derivava
luso del meno impegnativo aggettivo epipaleolitiche in riferimento alle prime collezioni litiche postglaciali.
Di orientamento diverso era la scuola pisana orbitante attorno alla figura del prof. A. M. Radmilli. Questi, sulla
base delle esperienze accumulate a Grotta La Porta (SA) (rAdMilli e tongiorgi, 1958) attribuiva al termine
Mesolitico un significato economico, riconoscendovi inizialmente la definizione pi consona alle culture di
transizione da modi di vita paleolitici ad un sistema di produzione neolitico. Per lo stesso studioso, queste
culture sembravano caratterizzarsi per un incremento dellattivit raccolta dei molluschi marini e terrestri, ad
integrazione di strategie venatorie evidentemente messe in crisi dalla scomparsa delle steppe planiziali e dalla
conseguente estinzione delle grandi mandrie di ungulati gregari (rAdMilli, 1960; 1963). Questo quadro fu poi
ulteriormente ampliato, differenziando tra aree umide continentali e costiere le risposte strategiche dei gruppi
umani coinvolti. Oltre alla malacofauna, tra le risorse alimentari integrative furono allora riconosciuti i pesci,
gli uccelli e i micromammiferi (grifoni e rAdMilli, 1964), il cui approvvigionamento sembrava tradire anche
una progressiva attenuazione del nomadismo stagionale. Seguendo questo modello interpretativo, si poneva
per il problema dei confini cronologici entro cui collocare le descritte modificazioni paleoeconomiche. Sulla
base dei criteri discriminanti prescelti, risultava infatti possibile definire mesolitici anche diversi siti del Tar-
doglaciale Wrmiano, svincolandone linquadramento culturale dalla tipologia delle industrie litiche o dalle
datazioni assolute.
Una linea interpretativa alternativa fu allora tracciata da M. tAschini (1964) sulla base delle ricerche ar-
cheologiche da essa condotte al Riparo Blanc, presso il Promontorio del Circeo (LT). Da un lato, la studiosa
inquadrava il Mesolitico come linsieme delle diverse reazioni delle comunit di caccia e raccolta peninsulari
al rapido mutamento ambientale avviatosi con la fine del Dryas Recente, accordando pertanto a tale fase una
netta autonomia culturale rispetto al Paleolitico. Dallaltro, ribaltando la prospettiva di Radmilli, la stessa ri-
conosceva nelle novit sussistenziali osservate un opportunistico ampliamento delle risorse, proporzionale al
miglioramento ambientale e non un ripiego causato dalla rarefazione delle prede tradizionali. Allo stesso tem-
po, la tAschini (1968) assegnava a questo processo una precisa collocazione cronologica nellOlocene Antico
e ne faceva il presupposto per una transizione indigena verso uneconomia neolitica. In seguito, queste idee
sembrarono trovare favorevoli conferme nelle prime datazioni assolute provenienti dalla ricerca sul campo,
dalle quali sembrava emergere, a partire dal Preboreale, una specializzazione delle strategie di sussistenza in
relazione alle biomasse localmente disponibili.
In tale contesto, si inserirono le prime ricerche estensive alla Grotta Azzurra, Benussi e Tartaruga sul Car-
so Triestino (cAnnArellA e creMonesi, 196; creMonesi, 196b; Andreolotti e gerdol, 193), seguite dalla
scoperta dei stratigrafie atesine di Vatte di Zambana e Romagnano III (broglio, 191) e da un primo bilancio
di Cremonesi, Radmilli e Tozzi (creMonesi et al.,193) sulle conoscenze complessivamente acquisite. Questi,
proseguendo nel solco dei precedenti contributi scritti della scuola pisana, enfatizzavano laccezione economi-
ca del concetto di cultura mesolitica, sottolineandone ancora una volta lindipendenza da un rigido inquadra-
mento cronologico. Gli stessi autori, sostenendo che le variazioni climatiche postglaciali non dovevano aver
avuto uguali intensit e conseguenze lungo la Penisola Italiana, avanzavano lipotesi che le comunit indigene
di caccia e raccolta potessero aver manifestato reazioni culturali eterogenee e asincrone. Si negava quindi la
tesi di una contemporaneit tra lavvento del Mesolitico e linizio dellOlocene, pur ammettendo che lattivit
di raccolta sensu latu poteva non essere lunico tratto culturalmente discriminante, bens quello documentabile
per limitate aree peninsulari. Per altre regioni, si ammetteva cos lesistenza di modelli di sfruttamento alterna-
tivi, pur sempre legati alle risorse localmente disponibili (creMonesi et al., 193).
A causa della mancanza di sequenze stratigrafiche associate ad attendibili datazioni radiocarboniche, il
Mesolitico risultava comunque un fenomeno di imprecisa collocazione crono-culturale, inteso come semplice
transizione verso modalit insediative pi stabili, avviate alla spontanea ricezione delle imminenti novit neo-
litiche dallesterno. Di conseguenza, le variazioni tipologiche visibili nelle industrie litiche italiane a partire
da ca. 9000 anni uncal BP non sembravano ancora adeguate ad isolare una tradizione mesolitica autonoma
da quella epigravettiana, ma venivano semplicemente attribuite al frazionamento e allisolamento dei diversi
gruppi umani sul territorio. In tal senso, creMonesi et al. (193), pur osservando la comparsa di alcune interes-
santi modifiche negli strumentari di limitati giacimenti, ne evidenziavano anche una distribuzione geografica
del tutto secondaria rispetto alle pi importanti differenziazioni paleoeconomiche allora rilevate. Sebbene per
lintera penisola fosse sostenibile una generale persistenza di tradizioni paleolitiche senza particolari innova-
zioni, fu in ogni caso avviata una prima generica classificazione del Mesolitico peninsulare (sensu Radmilli) in
tre grandi tradizioni culturali: il Bertoniano, caratterizzante gran parte del Bacino del Fucino (AQ) in Abruzzo;
il Romanelliano, allora riconosciuto nel Salento (BR, LE), sul Carso Triestino, a Grotta La Porta nel Cilento
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(SA) e alle Arene Candide nel Finalese (SV); un terzo complesso ad industrie particolari, contraddistinto
da manufatti non inquadrabili nei due insiemi precedenti e attestato al Riparo Blanc (LT) e nelle stazioni
abruzzesi di Capo dAcqua, Ripoli e Ortucchio (creMonesi et al., 193). Ad di l degli elementi propri di
ciascuna delle tradizioni enucleate, ci che in quella preliminare classificazione si ignorava era per la portata
dei ritrovamenti effettuati a Vatte di Zambana e a Romagnano III tra il 1968 e il 191, lungo il margine destro
della Valle dellAdige, presso Trento (broglio, 191; 193a). Come noto, gli scavi ivi condotti, unitamente
alle preliminari analisi delle rispettive collezioni, misero in luce industrie litiche assimilabili, per la prima
volta in Italia, a due complessi transalpini gi noti: il Sauveterriano, dal sito eponimo Sauveterre-La-Lemance
nel Perigord (coulonges, 1935), e il Tardenoisiano, da Fere-en-Tardenois nel Bacino di Parigi (dAniel, 1948;
dAniel e VignArd, 1953; 1954; bArrire, 1956; J.G.D. clArk, 1958; pArent, 196; 192). Attraverso lausilio
di prime datazioni assolute e losservazione dei mutamenti tipologici lungo le sequenze citate (Alessio et al.,
1969; 190), A. broglio (191) fu quindi non solo in grado di collocare con certezza le industrie epipaleoliti-
che atesine nellOlocene Antico, ma di individuarne anche una possibile scansione secondo un orizzonte pi
antico, definito allora Sauveterroide e inquadrabile tra 9800 e 8000 uncal BP (Preboreale e Boreale), e uno
Tardenoide pi recente, esteso nellAtlantico iniziale sino alla comparsa della ceramica (ca. 6500 uncal BP).
Cos come visibile in Francia (vedi parag. 2.3.), il primo si caratterizzava per una fase iniziale ipermicrolitica
a punte allungate a doppio dorso (tipo Sauveterre), geometrici triangolari isosceli e segmenti, seguita da una
fase media e recente entro le quali comparivano e si affermavano, in particolare, triangoli scaleni a tre lati
ritoccati (tipo Montclus); il secondo orizzonte, mostrava invece la diffusione di armature trapezoidali e lame
ad incavo o denticolate (tipo Montbani). A. broglio, che per la nomenclatura preliminare fece ricorso alla tipo-
logia francese proposta dal Groupe dtude de lEpipalolithique-Msolithique (G.E.E.M., 1969), individu
da subito significativi punti di contatto tra il Mesolitico della Conca di Trento e gi strumentari di altri siti noti
allepoca, come Sopra Fienile Rossino sullAltipiano di Carideghe (BS) (biAgi, 1972) o le grotte triestine
Azzurra (cAnnArellA e CreMonesi, 1967), tartaruga (creMonesi, 1967b) e Benussi (broglio, 1971). Per lo
studioso, tali analogie tipologiche tradivano fenomeni evolutivi evidentemente comuni a gran parte dellItalia
nord-orientale (broglio, 193b).
A seguito di queste scoperte, fu chiara da subito la possibilit di collocare la penisola tra i territori europei
attraversati nel Postglaciale da correnti interculturali a larghissimo raggio (S.K. KozowsKi, 196), proiet-
tando il dibattito teorico sul Mesolitico peninsulare allinterno di un confronto scientifico extranazionale. Ci
avvenne ufficialmente nel 196, in occasione del Congresso U.I.S.P.P. di Nizza, durante il quale M. Taschini
(1983) propose una revisione di tutte le informazioni allora disponibili sui siti italiani considerati in letteratu-
ra come mesolitici o epipaleolitici, sintetizzandone la cultura materiale, le datazioni assolute e i risultati
derivanti dalle eventuali analisi polliniche e archeozoologiche. Fu cos evidenziata uneterogeneit ben pi
articolata di quella proposta da creMonesi et al. (193), sia nelle strategie di sussistenza che nelle tradizioni li-
tiche. Dopo aver limitato lestensione dellautentico Romanelliano al solo territorio pugliese, la stessa Taschini
propose infatti una suddivisione delle generiche industrie particolari in diverse facies specifiche, separando
nettamente le collezioni del Riparo Blanc (LT) (tAschini, 1964; 1968) o della Grotta della Madonna (CS)
(cArdini, 1970) sia dalle industrie siciliane o liguri di tradizione epigravettiana, sia dai nuovi complessi atesini.
Nel corso del medesimo congresso, A. broglio (1976) conferm la diffusione territoriale di questultimi tra
Lombardia e Carso Triestino, proponendo per le industrie di et Preboreale e Boreale la piena applicabilit del
termine Sauveterriano. Determinante, in questa fase, fu il ruolo di S.K. KozowsKi (193) dellUniversit
di Varsavia (Polonia), allepoca gi autore di una prima sintesi sulla geografia culturale del Mesolitico euro-
peo. Lo studioso, infatti, riconoscendo altres le affinit tecno-tipologiche tra gli strumentari provenzali di
Chteauneuf-Les-Martigues e della Baume de Montclus e quelli pre-neolitici di et Atlantica di Romagnano
III (escAlon de fonton, 196; 196a; 196b; 196c), propose linquadramento di questultimi nellambito del
Castelnoviano, superando quindi luso del pi vago tardenoide e ponendo in luce unestensione geografica
dello stesso fenomeno dalla Penisola Iberica al Montenegro, senza apparente soluzione di continuit, estesa
(S.K. KozowsKi, 1976).
A sostegno di questi riassestamenti terminologici, validi soprattutto per lItalia centro-settentrionale, si
aggiunsero in seguito i dati archeologici provenienti dai Laghetti del Colbricon (TN) (bAgolini, 192) e dai
ripari trentini di Pradestel (TN) e Gaban (TN) (bergAMo decArli et al., 192; bAgolini e broglio, 1975; ber-
gAMo decArli, 1976). Non tard nel frattempo il riconoscimento di parallelismi tra le tradizioni transalpine e le
industrie rinvenute a Sammartina (FI) (pAlMA di cesnolA e dAni, 193) e Isola Santa (LU) (biAgi et al., 199),
in Toscana o, ancora pi a sud, in Basilicata, al Tuppo dei Sassi (PZ) (borzAtti Von lwenstern, 1971) ed in
Puglia, a Torre Testa (BR) (creMonesi, 1967a; 198a).
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Come descritto, la questione mesolitica si era quindi sviluppata per anni attorno allindividuazione del
sostanziale elemento di rottura con il precedente mondo paleolitico, ponendo di volta in volta lattenzione
sulle modalit di sussistenza o sulla cultura materiale. Ciascuna corrente di pensiero esaltava o ignorava le
evidenze archeologiche rispettivamente a favore o contro le proprie posizioni, argomentate peraltro su una
base dati ancora scarsa. Quel che pose fine ai giochi, rappresentando forse il vero punto di svolta teorica, fu
la comprensione delle potenzialit intrinseche nellapplicazione di una metodologia di scavo rigorosa, come
immediatamente emerso nei ripari della Conca di Trento. Nello specifico, i fattori determinanti risultarono, da
un lato, il vaglio ad acqua dei depositi scavati con setacci adeguati al microlitismo delle industrie, dallaltro,
lacquisizione di nuovi e pi accurati riferimenti di cronologia assoluta. Un ulteriore passo verso quella che
potremmo definire la fase contemporanea della storia degli studi fu rappresentato anche dal riassestamento
delle datazioni preesistenti, grazie al quale molti dei siti considerati epigravettiani olocenici si rivelarono in
realt appartenenti al Tardoglaciale (Alessio et al., 1969; 190; 198; Bietti, 1987; 1990; 1994).
Dalla met degli anni 0, si cominci a proporre un inquadramento crono-culturale delle collezioni liti-
che di presunta et mesolitica attraverso un confronto tipologico con le sequenze di Vatte e Romagnano III, le
quali iniziarono a rappresentare il riferimento immediato per la datazione relativa dei crescenti ritrovamenti di
superficie o dei depositi antropici privi di materiale organico databile. Sapendo cosa cercare e come cercarlo, il
numero dei siti, specie nellItalia settentrionale, cominci infatti ad aumentare, grazie anche al massiccio con-
tributo di decine di appassionati locali. Questa rapida impennata nella quantit di dati port naturalmente con
s lamara consapevolezza che in passato, per metodi di scavo inadeguati, unenorme porzione di componenti
diagnostiche iper- e microlitiche si fosse irrimediabilmente smarrita, con le relative ripercussioni sulla storia
stessa della ricerca mesolitica. Ne sarebbe in seguito scaturita lesigenza di ritornare su alcuni vecchi siti per
nuove verifiche stratigrafiche, come ad esempio alla Grotta Azzurra di Samatorza (TS) nel 1982 (creMonesi
et al., 1984a) e alla Grotta dellEdera di Aurisina (TS) (biAgi et al., 1993; 2008; BiAgi, 2003b) nel decennio
successivo.
Improvvisamente, la controversia sul significato del termine Mesolitico e sulla sua riconoscibilit ar-
cheologica sembr quindi risolversi a favore delle industrie litiche. La possibilit di assegnare con certezza
le collezioni a tradizioni ben codificate, vale a dire sicuramente oloceniche e condivise con altre regioni del
Mediterraneo nord-occidentale, si rivel di fatto come il criterio pi valido, rapido e meno arbitrario per una
determinazione crono-culturale degli episodi di occupazione, svincolato oltretutto da qualsiasi forma di de-
terminismo ambientale. Inoltre, col parallelo sviluppo degli studi archeobotanici (cAstelletti et al., 196;
CAttAni, 1977a) e archeozoologici (boscAto e sAlA, 1980), fu possibile dimostrare come le differenze nelle
strategie di sussistenza dei cacciatori-raccoglitori peninsulari tra Tardoglaciale e Preboreale non risiedessero
tanto nelle modalit di approvvigionamento delle risorse, quanto piuttosto in un ampliamento del loro spettro
in relazione allevoluzione del paesaggio. In questo, trovarono conferma le iniziali idee della tAschini (1968),
rafforzando lipotesi di unespansione dei territori antropizzabili e di unaccentuata stagionalit venatoria a
seguito della forestazione dei rilievi.
Nel corso della fase di affermazione della tipologia come strumento di datazione relativa, si collocano
le decisive ricerche nei siti di Monte Netto (biAgi, 195) e Provaglio dIseo (biAgi, 196) nel Bresciano,
alla Grottina dei Covoloni del Broion sui Colli Berici (VI) (cAttAni, 19b), al Passo della Comunella
(creMAschi e cAstelletti, 195) e Lama Lite (cAstelletti et al., 196) sullAppennino Tosco-Emiliano e
a Isola Santa (LU), in Garfagnana (biAgi et al., 199). In tutti questi casi, il modello interpretativo costruito
per la Valle dellAdige incontr progressive conferme, aumentando il proprio raggio di applicabilit sino
alla Toscana settentrionale. La voce di questo continuo aggiornamento scientifico fu rappresentata allepoca
dalla rivista Preistoria Alpina, edita dal Museo Tridentino di Scienze Naturali (Trento) sotto la direzione
di B. Bagolini.
Con la fine degli anni 0, comparvero in letteratura i primi tentativi di sintesi sul Mesolitico italiano,
attraverso i quali diversi studiosi si proposero di delineare una geografia culturale dellintera penisola o di
limitate regioni, seguita da nuove idee sulle strategie adottate dagli ultimi cacciatori-raccoglitori. Allo stesso
tempo, fu avviato un importante dibattito sullorigine stessa dei complessi pre-neolitici olocenici, con parti-
colare riferimento al possibile rapporto di filiazione tre le industrie sauveterriane e il substrato epigravettiano
preesistente (biAgi et al., 199; broglio, 1980; bietti, 1981). Punto di arrivo di questa ulteriore fase della
ricerca fu la redazione, da parte di A. broglio e S.K. KozowsKi (1983), di una lista tipologica finalizzata alla
classificazione delle industrie mesolitiche peninsulari sulla base della serie stratigrafica di Romagnano III. Con
questo nuovo strumento di studio, gli autori superavano cos la tradizionale metodologia analitica di G. lAplA-
ce (1964; 1968), considerata valida ai fini della descrizione morfo-tecnica del ritocco dei singoli strumenti, ma
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incompleta e non attagliata alle caratteristiche tipologico-tipometriche delle collezioni oloceniche. Un chiaro
elemento di novit fu, ad esempio, la creazione di riferimenti tassonomici specifici per le armature microlitiche
e per i pre-nuclei/nuclei.
Per tutti gli anni 80, la storia delle ricerche fu quindi caratterizzata da un continuo aggiornamento della
lista dei ritrovamenti, grazie soprattutto a nuovi scavi sistematici e numerose raccolte di superficie mirate.
Le collezioni riferibili al Sauveterriano e al Castelnoviano divennero decine, sparse tra Salento (BR-LE)
(ingrAVAllo, 19; 1980; ingrAVAllo et al., 2004), Lucania (PZ) (creMonesi, 1978b; 1987-1988), Garfa-
gnana (LU) (notini, 1973; 1983; guidi et al., 1985; cAstelletti et al., 1994), Liguria di Levante (biAgi e
MAggi, 1983), Lombardia (Accorsi et al., 198; biAgi, 1980; 1981; 1984; 1990) Veneto (broglio, 1984),
Trentino-Alto Adige (bAgolini e nisi, 1981; broglio et al., 198; bAgolini e pAsquAli, 1983; BAgolini et
al., 1983; bAgolini e broglio, 1986; lunz, 1986), e Friuli-Venezia Giulia (bressAn et al., 1981; bressAn,
1983; rAdMilli, 1984; cAndussio et al., 1991; grillo et al., 1993; MontAgnAri kokelj, 1993; guerreschi,
1998).
A questepoca di grande sviluppo ed entusiasmo fece seguito un periodo di progressiva stagnazione dei
dati acquisti, causato da una rapida rarefazione delle ricerche sul campo. Difficile individuarne le ragioni reali,
pur ammettendo il peso della scomparsa di figure chiave come B. Bagolini e G. Cremonesi. possibile che
non si sia verificato un cambio generazionale negli appassionati locali o che, nel mondo accademico, sia lenta-
mente venuto meno linteresse verso questa cruciale fase preistorica, a vantaggio esclusivo della transizione
al Neolitico. Ad ogni modo, pur essendo ancora molte le questioni insolute sugli ultimi cacciatori-raccoglitori
della penisola, gli ultimi ventanni hanno apportato pochi contribuiti decisivi alle conoscenze preesistenti.
Tra essi si segnalano le indagini estensive nella stazione dalta quota dei Laghetti del Crestoso (BS) (bAroni
e biAgi, 199) o sullAltipiano del Cansiglio (BL) (peresAni, 1999; 2003); le nuove campagne di scavo alla
Grotta dellEdera (TS) (biAgi et al., 1993; 2008; biAgi 2003b); la revisione delle industrie atesine del Riparo
Gaban (TN) (S.K. KozowsKi e dAlMeri, 2000) e di Pradestel (TN) (dAlMeri et al., 2008); la pubblicazione
integrale delle serie stratigrafiche di Isola Santa (LU) (S.K. KozowsKi et al., 2003), Grotta della Serratura
(SA) (MArtini, 1993), Grotta 3 di Latronico (PZ) (dini et al., 2008), Grotta Marisa (LE) (Astuti et al., 2005);
la prosecuzione delle ricerche sistematiche a Grotta delle Mura (BA) (cAlAttini, 1996; CAlAttini com. pers.,
2006). Eppure, anche senza nuovi scavi, se si prendessero oggi in esame le numerose collezioni litiche giacenti
inedite da decine di anni nei depositi museali, universitari o delle soprintendenze archeologiche, il bilancio
della ricerca potrebbe arricchirsi in modo esponenziale.
Leredit che questa lunga catena di eventi consegna allo studioso odierno un quadro archeologico
parziale, segnato da estesi vuoti cartografici nella distribuzione delle testimonianze. Allo stato attuale delle
conoscenze, le industrie mesolitiche dellItalia settentrionale evidenziano una forte omogeneit tecno-tipolo-
gica, scandita dal diretto sviluppo di un complesso a trapezi su un comune substrato sauveterriano. Pi a sud,
almeno sino al Boreale, questo processo evolutivo sarebbe accompagnato dallaffermazione di tradizioni liti-
che inquadrabili in due filoni tipologico-strutturali apparentemente distinti: il primo, caratterizzato da marcate
persistenze epiromanelliane in associazione con armature sauveterriane (MArtini e tozzi, 1996); il secondo,
segnato da tecniche di scheggiatura poco elaborate, dalla diffusione di uno strumentario macrolitico su scheg-
gia e dallassenza di microliti geometrici (MArtini, 1996; 2000). Nella stessa area, il solo sito contenente un
ricco complesso di tipo Castelnoviano autenticamente collocabile nellAtlantico iniziale sembrerebbe quello
della Grotta 3 di Latronico (PZ), in Basilicata (dini et al., 2008).
Alla luce di quanto descritto e di quanto emerso, si vedr, nel resto dellEuropa meridionale, non sono po-
che le problematiche bisognose di approfondimenti. Tra queste, in particolare, il dubbio che dietro laccennata
unit culturale di talune regioni si nascondano in realt differenziazioni stilistiche sinora sfuggite agli studiosi,
perch mai cercate o per un approccio errato alla cultura materiale. Ci si chiede, infatti, se laver relazionato
per anni tutte le industrie litiche alla serie di riferimento di Romagnano III non abbia in qualche modo distratto
la ricerca dal riconoscimento di identit minori, forse nascoste dietro variazioni tipologiche di dettaglio. In
tale direzione, alcuni passi sono stati recentemente compiuti da S.K. KozowsKi et al. (2003) per la tradizione
sauveterriana dellItalia centro-settentrionale, ma la strada verso una migliore comprensione del Mesolitico
Recente pare ancora del tutto inesplorata.
1.3. inquadraMento sCientiFiCo della riCerCa
Se il fine ultimo di questo lavoro far luce sullidentit culturale e sulla distribuzione territoriale degli ul-
timi cacciatori-raccoglitori italiani, il suo raggiungimento doveva passare attraverso lacquisizione di almeno
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tre obiettivi intermedi: 1) il censimento di tutte le informazioni, pubblicate o inedite, relative ai ritrovamenti
mesolitici datati allet Atlantica o ad essa riferibili su basi tipologiche; 2) la revisione delle caratteristiche
generali e di dettaglio delle industrie litiche del Mesolitico Recente peninsulare; 3) lanalisi preliminare della
distribuzione degli insediamenti nel loro contesto paleoambientale.
Presupposti essenziali allavvio delle indagini sono stati linquadramento cronologico e geografico del-
la ricerca e la realizzazione di un catalogo aggiornato delle testimonianze archeologiche, mediato questo dal
recupero di tutti i dati editi e dalla revisione delle collezioni litiche accessibili. La determinazione dei limiti
cronologici del Mesolitico Recente italiano ha comportato dunque la necessit di fissare larco temporale
entro cui collocare esattamente gli eventi studiati. Poich tendenzialmente viziata da un fuorviante e sterile
determinismo ambientale, in questa sede stata accantonata lipotesi di una coincidenza tra linizio della
fase culturale in esame e lavvento dello stadio climatico Atlantico. In risposta a questa prassi frequente, e
al fine di superare la genericit e la superficialit di precedenti contributi scientifici sugli stessi temi, si
invece proceduto alla precisa identificazione delle popolazioni presenti lungo la penisola alle soglie della
sua neolitizzazione. Osservando le sequenze mesolitiche di riferimento, i soggetti cercati sembrerebbero
coincidere con le bande caratterizzate dalle innovazioni tecno-tipologiche che segnano il superamento della
tradizione litica dello stadio Boreale, a partire dalla repentina affermazione del dbitage laminare, delle ar-
mature di forma trapezoidale e delle lame/lamelle ad incavo o denticolate. Questi elementi, apparentemente
concentrati nelle regioni centro-settentrionali, consentono di riconoscere gruppi umani ben distinti dagli
esponenti della pi antica Cultura Sauveterriana, la quale mostrerebbe oltretutto una diffusione geografica
sensibilmente pi estesa, comprendente Abruzzo, Lazio, Campania, Sicilia e Puglia. A corroborare lidentifi-
cazione proposta interviene anche il fatto che, ove attestati e datati, i livelli stratigrafici aceramici contenenti
trapezi sono sempre i pi prossimi a quelli del Neolitico e non precedono mai il passaggio Boreale-Atlantico
(8000 uncal BP). Ne consegue che il limite cronologico superiore non poteva che essere rintracciato nella
pi antica comparsa crono-stratigrafica delle nuove componenti tipologiche, attualmente corrispondente ai
9142 uncal BP (KIA-10364) dello strato FA del Riparo Gaban (TN) (KozowsKi e dAlMeri, 2000). In via
preliminare, questo riferimento assoluto ritenuto applicabile a tutta la penisola giacch, nellItalia centro-
meridionale, le testimonianze mesolitiche dellAtlantico iniziale sono pressoch sconosciute o, se ritenute
tali, prive di datazioni radiocarboniche.
La definizione del limite inferiore della ricerca ha richiesto una riflessione diversa, esistendo lopportunit
di trarre in causa anche la comparsa della ceramica. Questa soluzione stata tuttavia scartata per almeno tre
motivi: 1) essa avrebbe comportato una valutazione dellevento da regione a regione, rendendo impossibile
lindividuazione di un periodo di studio valido per tutta la penisola; 2) nelle prime regioni in cui compare la
ceramica (vedi Puglia e Liguria) i siti mesolitici di presunta et Atlantica non sono datati o sfruttabili per un
reale confronto cronologico con i corregionali siti del Neolitico Antico; 3) si sarebbe impostato il lavoro sul-
lerroneo presupposto che non esista mai un gap cronologico tra la presenza degli ultimi cacciatori-raccoglitori
e larrivo dei primi agricoltori. Di conseguenza, seguendo il principio iniziale, la fine del Mesolitico coincisa
con la pi recente e sicura datazione assoluta associata ad uno strumentario a trapezi proveniente da un conte-
sto aceramico. Questo termine ante quem stato cos individuato nel sito di Lama Lite II (RE) sullAppennino
Tosco-Emiliano, datato 662080 uncal BP (R-394) (cAstelletti et al., 1994).
Per la finalit del progetto, larea di studio corrisponde allItalia nella sua interezza, delimitata a est, sud e
ovest rispettivamente dai mari Adriatico, Ionio e Tirreno e, a nord, dallo spartiacque alpino. Sardegna e Sicilia,
la cui occupazione nel Mesolitico Recente tuttora in corso di verifica, sono state prese in considerazione
proporzionalmente alla quantit e alla sfruttabilit dei dati ad oggi disponibili.
Dalle Alpi alla costa meridionale della Calabria e dal Piemonte orientale a Capo dOtranto, lodierno
paesaggio della penisola, al centro della fascia climatica temperata, il risultato di un lungo processo evo-
lutivo. Fattori tettonici, processi erosivi e sedimentari, ma soprattutto i mutamenti climatici e lintensa e
millenaria azione delluomo sullambiente, hanno modificato il contesto naturale che fu teatro delle vicende
studiate, costringendo lo studioso di oggi ad un attento lavoro di ricostruzione paleoambientale. Circondato,
isole incluse, da oltre 7000 km di coste, il territorio dinteresse prevalentemente montuoso/collinare (ca.
%), ad eccezione della grande Pianura Padano-Veneta, del Tavoliere e del Salento pugliesi e della Toscana
nord-occidentale. Una fascia di rilievi prealpini e collinari, compresa tra Piemonte e Friuli, si interpone tra
il versante meridionale delle Alpi e la grande piana alluvionale settentrionale. Pi a sud, la sponda Adriatica
e Tirrenica sono separate tra loro dalla Dorsale Appenninica, estesa dalla Liguria centro-orientale ai mar-
gini occidentali della Calabria. Per la sua posizione rispetto al Mar Mediterraneo e la sua ampia estensione
latitudinale, la penisola ricca di nicchie ecologiche e microclimi estremamente variegati, offrendo spesso
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la compresenza di ecosistemi marini e dalta quota entro un raggio anche di 70-80 km. Escludendo in parte
la Puglia e il Carso Triestino, lItalia possiede inoltre una buona idrografia superficiale, uniformemente di-
stribuita. La tipologia dei corsi dacqua di norma torrentizia, accompagnata in area planiziale da una fitta
idrografia di risorgiva. Il fiume Adige separa la Pianura Padana in senso stretto dalla Pianura Veneto-Friu-
lana, mentre, per quanto concerne la presenza di laghi, si individuano numerosi bacini di origine glaciale tra
lo spartiacque alpino e il margine inferiore delle Prealpi. Nel settore centro-meridionale, gli specchi dacqua
naturali paiono decisamente minori nel numero e nelle dimensioni, attestandosi principalmente nelle aree
montane dellAbruzzo, della Basilicata e della Calabria settentrionale. Nel Lazio, infine, si segnalano alcune
tipologie lacustri di origine vulcanica.
Alla luce delle modalit di approvvigionamento delle risorse litiche e alimentari nelle societ di caccia e
raccolta sub-attuali (lee e de Vore, 1968; sAhlins, 1972; binford, 1980; winterhAlder e sMith, 1981; PAn-
ter-brick et al., 2001), il potenziale paleoeconomico della penisola durante il Mesolitico pare dunque elevatis-
simo. Sono infatti numerose le situazioni topografiche cui larcheologia preistorica ha accordato da tempo un
ruolo chiave nelle strategie di sussistenza pre-neolitiche. Le zone prealpine, alpine e appenniniche, ad esempio,
sono costellate di sorgenti, laghi, valichi, passaggi obbligati, altipiani, posizioni panoramiche, valli fluviali,
ripari sottoroccia e cavit carsiche. Nelle aree planiziali, le stesse potenzialit si estendono ai terrazzi, alle
confluenze e ai paleoalvei della ricchissima idrografia superficiale, nonch alle migliaia di polle di risorgiva
ai margini dei megafans alluvionali padano-veneti. Non meno evidente la ricchezza di risorse marine offerta
da centinaia di chilometri di linea costiera. Nel corso dellAtlantico iniziale, questa variet geomorfologica
doveva garantire unampia disponibilit di ecotoni, ampiamente sfruttabili in chiave sussistenziale e utili nella
determinazione delle scelte insediative.
Una volta isolato il contesto cronologico e geografico della ricerca si potuto intraprendere il censimento
bibliografico di dettaglio, condotto nelle principali biblioteche archeologiche italiane, universitarie o appar-
tenenti ad altri importanti centri di ricerca. La verifica della cultura materiale ha invece comportato la visita
dei magazzini di Soprintendenze, musei e antiquaria, allo scopo di accertare lo stato di conservazione dei
materiali dinteresse e la veridicit dellattribuzione culturale per essi proposta nelle pubblicazioni recuperate.
Durante questo processo, di particolare importanza si rivelata la collaborazione degli studiosi/scopritori delle
collezioni visionate e degli appassionati locali con cui si potuto stabilire un contatto. Attraverso gli ultimi
sono state inoltre recuperate informazioni su numerosi manufatti inediti e sono state quindi poste le condizioni
per un resoconto archeologico realmente aggiornato. Previa autorizzazione degli enti depositari, gran parte
degli strumentari litici personalmente esaminati sono state misurati e documentati graficamente, al fine di
agevolarne ogni successiva analisi comparativa.
Allo scopo di sintetizzare la mole di informazioni accumulata e conferirne unimmediata fruibilit,
stato parallelamente predisposto un database informatico contenente i dati geo-topografici dei singoli siti e
ogni aspetto essenziale relativo alle ricerche rispettivamente condotte. Avendo cos posto le condizioni per
lanalisi geografica di tutte le attestazioni antropiche dinteresse, stato dunque possibile avviare la creazione
delle nuove mappe di distribuzione, garantita, si vedr, dallutilizzo di selezionati temi cartografici ed appositi
applicativi GIS.
Il secondo passo verso gli obiettivi prefissati stata la creazione del contesto culturale in cui collocare
lItalia allinizio dello stadio climatico Atlantico. Questa parte necessaria e propedeutica, affrontata nel Capi-
tolo II, quindi coincisa con una panoramica sulle tradizioni mesolitiche note nellEuropa mediterranea tra
la fine del IX millennio uncal BP e la prima met del VII. Attraverso i relativi lavori stranieri di riferimento,
si voluto cos ripercorrere parte della storia degli studi sul Mesolitico Recente della Penisola Iberica, della
Francia, dei Balcani occidentali e del Bacino dellEgeo, facendo il punto sullorigine e sul significato concreto
del termine Castelnoviano e testando la realt e la portata delle correnti interculturali riconoscibili nel
continente prima del Neolitico (J.K. KozowsKi, 2005).
Il Capitolo III dedicato alla cultura materiale ricostruibile sulla base dei dati complessivamente censiti.
Nel testo, la descrizione dei lineamenti tecno-tipologici delle industrie sar preceduta da un rapido excursus
sui complessi litici diffusi in Italia tra Tardoglaciale Wrmiano e Boreale, atto a rintracciare i legami filetici
tra Epigravettiano e Sauveterriano e a restituire i substrati e le tendenze evolutive regionali su cui, in seguito,
si sviluppano i complessi mesolitici di tipo Castelnoviano. Nello stesso ambito, ci si voluti soffermare sulla
presunta esistenza di tradizioni pre-neolitiche alternative a quelle sin qui citate, entrando nel merito delle teorie
di F. MArtini (1993; 2000) sul cosiddetto Epipaleolitico indifferenziato. Nello stesso Capitolo, il bilancio
delle ricerche sulla fase studiata quindi introdotto dal quantitativo aggiornato dei siti e dalla descrizione dei
criteri adottati nella compilazione del relativo Catalogo (in appendice). Nella riorganizzazione sintetica delle
21
conoscenze acquisite, arricchite anche da diversi dati inediti, maggiore cura stata rivolta alle tecniche di
indagine applicate nei singoli giacimenti e alle scoperte rispettivamente effettuate. Questa parte del lavoro ha
condotto ad un totale riassetto delle informazioni scientificamente sfruttabili, sia in chiave paleoeconomica
che paleoambientale. A questo passaggio si voluto aggiungere un ulteriore affinamento dellinquadramento
cronologico delle popolazioni studiate, garantito dal riesame complessivo delle datazioni
14
C disponibili e da
una loro comparazione a livello regionale. Il Capitolo si conclude dunque con una disamina delle industrie in
materiale organico e di ogni possibile testimonianza archeologica ricollegabile al mondo spirituale dellepoca.
Nello specifico, si voluto fare il punto sui manufatti duso quotidiano in materia dura animale e sugli oggetti
dornamento o darte mobiliare, affiancati dalla descrizione della sepoltura di Mondeval de Sora (BL) e
da alcune considerazioni sulla collocazione temporale delle attestazioni funerarie di Vatte di Zambana (TN)
e Mezzocorona-Borgonuovo (TN). Lassoluta povert di informazioni su questi aspetti della vita mesolitica,
unitamente allapparente mancanza di pitture/incisioni rupestri e di una differenziazione stilistica nelle varie
produzioni, ha incoraggiato quindi un approfondimento sulle forme di comunicazione non verbale nelle so-
ciet di caccia e raccolta sub-contemporeanee, allo scopo di comprendere le cause che, in passato, avrebbero
potuto favorirne lo sviluppo o la contrazione.
Nel quadro culturale ricostruito, il Capitolo IV apre una via nuova alla comprensione del Mesolitico
Recente, basata su un approccio inedito alle collezioni di riferimento. Osservando, per la stessa epoca, la
convivenza transalpina di complessi litici tra loro differenziati, si voluto appurare se e perch le analisi
sinora effettuate in Italia non avessero condotto alla scoperta di unanaloga diversificazione regionale. Al
fine di testare a fondo la forte omogeneit culturale desumibile dalle pubblicazioni, stato quindi avviato
un confronto tipologico-tipometrico di dettaglio tra le industrie provenienti da selezionati siti-tipo: Grotta
Azzurra di Samatorza (TS), Pradestel (TN), Fienile Rossino (BS), Lama Lite (RE) e la Grotta 3 di Latronico
(PZ). Per le finalit che si proponeva, questo momento della ricerca si concentrato sui gruppi tipologici
pi caratteristici delle tradizioni litiche continentali dellAtlantico iniziale o, comunque, sugli strumenti cui
era tradizionalmente associata la pi alta variabilit morfologica nel tempo e nello spazio: le armature, i
grattatoi e le lame ritoccate. Per lo stesso motivo, particolare attenzione stata dedicata allanalisi tipome-
trico-statistica dei soli geometrici trapezoidali, nella speranza di coglierne eterogeneit stilistiche sfuggite
sinora ad ogni classificazione per tipi secondari sensu lAplAce (1964). Lorientamento prescelto, potenzial-
mente in grado di sostanziare lautonomia e lidentit culturale italiana nellEuropa mediterranea, ha posto
le condizioni non soltanto per un concreto rinnovamento delle conoscenze sulla litotecnica degli ultimi
cacciatori-raccoglitori, ma ha anche per la scoperta di possibili suddivisioni etnico-culturali interne alla pe-
nisola. I risultati emersi nel confronto tra i 5 siti selezionati saranno naturalmente preceduti da unaccurata
presentazione delle scelte metodologiche effettuate.
Lultima parte del volume stata interamente riservata allanalisi della distribuzione degli insediamenti,
mediata da una sintesi statistica di tutti i dati topografici raccolti. Posticipando a futuri progetti di ricerca ogni
esaustivo approfondimento sulle strategie di sussistenza, il Capitolo V punta dunque ad un primo riordino defi-
nitivo delle presenze archeologiche sul territorio, restituendo una visione completa delle preferenze insediative
dellepoca nel loro contesto paleoambientale. Le valutazioni paleoeconomiche essenziali che ne conseguono,
coadiuvate dallaggiornamento cartografico, focalizzeranno lattenzione sulle possibili relazioni tra la localiz-
zazione dei siti, la disponibilit di risorse archeologicamente e geograficamente determinabili e lattuazione di
sistemi logistici ad andamento stagionale.
23
CAPITOLO II
2. IL MESOLITICO RECENTE NELLEUROPA MEDITERRANEA
2.1. PreMessa
Come precedentemente accennato, per comprendere i fenomeni culturali attivi nella Penisola Italiana
tra la fine del Boreale e linizio dellAtlantico, e cogliere le eventuali relazioni tra larea di studio e quelle
immediatamente limitrofe, si ritenuto opportuno ricostruire un quadro sintetico delle tradizioni litiche pre-
senti nellEuropa Meridionale nello stesso periodo, con particolare riferimento ai territori affacciati sul Mar
Mediterraneo. In questo modo, sar successivamente possibile osservare i risultati acquisiti nella ricerca in un
contesto geografico pi ampio, capace di rendere lo spettro e lestensione reale delle analogie tecno-tipologi-
che distribuite sul continente alle soglie della neolitizzazione.
2.2. la FranCia sud-orientale
I fondamenti crono-culturali del Mesolitico Recente della Francia sud-orientale furono stabiliti per la
prima volta da M. escAlon de fonton (1956), sulla base degli scavi e degli studi da lui condotti nel sito di
Font-des-Pigeons, a Chteauneuf-les-Martigues (Bouches-du-Rhne). La tradizione litica ivi riconosciuta fu
inizialmente inquadrata nel cosiddetto Tardenoisiano costiero, per le analogie con il Tardenoisiano recente
a trapezi della Francia settentrionale allora gi noto. In seguito, per i numerosi caratteri di originalit e lalta
standardizzazione tipologica degli strumentari litici, fu invece riconosciuta e codificata una tradizione del
tutto autonoma, riscontrabile su unarea comprendente allinizio la sola Provenza litorale. Dal nome della se-
quenza di riferimento, nasceva quindi il Castelnoviano (escAlon de fonton, 196). Levoluzione completa di
questultimo fu successivamente osservata anche nella pi ricca e omogenea sequenza del Riparo di Montclus
(strati 14-5), che, unitamente a Chteauneuf (strati F8, C8, F e C), contribu a fissare i riferimenti crono-
stratigrafici per lo studio della cosiddetta facies classica della Cultura Castelnoviana (escAlon de fonton,
196a; 196b; rozoy 198). A Montclus, essa sembrava manifestarsi dallo strato 14, datato 020140 uncal
BP (Ly-496), mentre a Chteauneuf lo stesso passaggio avveniva ai 88019 uncal BP (Ly-438) dello strato
C8. Apparentemente, ci faceva del sito eponimo un testimone pi fedele dellesordio del Mesolitico Recente
nella regione.
Secondo J.G. rozoy (1978), il Castelnoviano evidenzierebbe sin dallinizio caratteri tecno-tipologici di
rottura rispetto al Montclusiano Recente (facies provenzale del Sauveterriano francese) degli strati 16 e 15 di
Montclus, ad eccezione del dbitage. Questo infatti, pur tendenzialmente laminare, non sembrerebbe affatto
assimilabile allo stile Montbani da lui codificato per la Francia settentrionale (a moduli regolari e standar-
dizzati, con margini e nervature sub-parallele e sezione triangolare/trapezoidale), ma si connoterebbe invece
per un carattere ibrido, pi vicino ad un stile arcaico di tipo Coincy e denominato Montclus (rozoy, 1968).
Lelemento distintivo primario rispetto alla tradizione litica precedente sarebbe rappresentato, alla Baume de
Montclus, dalla presenza di soli trapezi allinterno delle armature dello strato 14 (rozoy, 1978), a sostituzione
di tutte le morfologie microlitiche del Montclusiano recente. Sul piano morfologico, essi erano gi comparsi
alla fine della sequenza sauveterriana dello stesso sito (strati 16 e 15), seppur con caratteri assai differenti.
Risultavano infatti ricavati da supporti laminari irregolari, mostrando una forma generalmente simmetrica
a troncature rettilinee. Nel Castelnoviano iniziale, i nuovi geometrici presentano invece una standardizzata
morfologia asimmetrica, accompagnata da una maggiore regolarit nei moduli di scheggiatura e nello spes-
sore dei supporti impiegati. Si rileva inoltre limpiego sistematico della tecnica del microbulino nella loro
confezione.
Oltre alle armature trapezoidali, gli strumentari della tradizione castelnoviana provenzale si caratterizzano
sin dalle fasi iniziali per lalta rappresentativit di lame/lamelle ad incavo, denticolate o a ritocco irregolare di
tipo Montbani (rozoy, 1968), per le quali sembrerebbe osservabile un frequente accorciamento volontario per
flessione (binder, 198). A queste si affiancano principalmente grattatoi frontali su supporti laminari, spesso
frammentari per frattura duso, e troncature su lamella. A fronte di schegge ritoccate e bulini privi di caratteriz-
zazione tipologica, emerge invece il rinvenimento, pressoch unico nellEuropa meridionale, di peculiari valve
di Mytilus e Unio dentellate (binder, 2000). Nel corso del tempo, gli strumenti comuni del Mesolitico Recente
24
locale non manifestano particolari mutamenti, evidenziando una sostanziale inerzia strutturale e tecno-tipo-
logica sino alla comparsa della ceramica nellarea. Nelle fasi pi evolute, pur senza significative modifiche
morfologiche, sembrerebbe documentata soltanto una lieve flessione percentuale dei grattatoi e un maggiore
ricorso a supporti normolitici per le lame/lamelle Montbani (binder, 198). Diversamente, le armature mi-
crolitiche mostrano unelevatissima dinamica interna, attraverso la quale stato possibile riconoscere precisi
stadi evolutivi in entrambe le sequenze di riferimento. Tale metamorfosi attiva tra ca. 800 e 6500 uncal
BP, sino cio allinterruzione delle tradizioni litiche locali per diffusione del Neolitico Cardiale nella Francia
mediterranea (binder, 1989). Nel Castelnoviano iniziale, i trapezi, quasi sempre asimmetrici, presentano una
piccola troncatura concava o molto concava, associata a una grande troncatura ad andamento generalmente
rettilineo. Su di essa, la visibilit di un piquant-tridre non ritoccato ricorre esclusivamente in questa prima
fase (binder, 2000).
Risalendo le stratigrafie-tipo, la proporzione dei trapezi asimmetrici a due troncature concave aumen-
ta progressivamente sino a costituire il carattere esclusivo delle armature microlitiche. Secondo la tipologia
G.E.E.M. (1969), si diffondono quindi i trapezi di Teviec (asimmetrici normali a troncature concave) e i trapezi
di Montclus (rettangoli o asimmetrici a basi decales, sempre a troncature concave). Accanto a questi, compare
e si afferma lentamente un ulteriore geometrico, derivante dallevoluzione stessa dei trapezi per progressiva
riduzione/scomparsa della base minore. Il tipo che ne risulta definito triangolo di Chteauneuf e si caratte-
rizza per una grande troncatura sinuosa e una piccola troncatura concava (escAlon de fonton, 196a; 196b;
196c; rozoy, 1978).
Altrettanto distintivo nelle armature castelnoviane sembrerebbe il ritocco inverso piatto applicato per
pressione sulla piccola troncatura, documentato sin dalle fasi iniziali. Secondo D. binder (2000), la visibilit
archeologica di questo ritocco crescerebbe con il progressivo accorciamento della base minore nei trapezi,
diventando quindi la norma in corrispondenza del predominio finale dei triangoli di Chteauneuf. Nella serie
di Montclus, prima della comparsa stratigrafica della ceramica, questultima morfologia verrebbe a sua volta
sostituita da un particolare tranciante trasversale chiamato fleche di Montclus. Questo microlito, di forma
triangolare isoscele, a base molto piccola e lati generalmente concavi, fu inizialmente interpretato come una
derivazione diretta del triangolo di Chteauneuf per progressiva riduzione della base maggiore e affermazione
di un ritocco coprente diretto (rozoy, 198). Tuttavia, osservando come nel sito costiero di Chteauneuf la
diffusione delle stesse fleches avveniva solo in un contesto ceramico, parve assai pi verosimile che queste
peculiari armature fossero penetrate nelle aree pi interne attraverso un contatto con i primi gruppi di neolitici
insediatisi lungo la fascia litorale e non costituissero affatto lesito finale di una metamorfosi in loco delle
morfologie castelnoviane (binder, 198).
Un quadro descrittivo pi completo del Castelnoviano provenzale, rispetto a quanto inizialmente proposto
da J.G. Rozoy e M. Escalon de Fonton, stato in seguito ricostruito sulla base degli scavi condotti nel 199
da J.-L. Courtin nel sito eponimo di Chteauneuf (courtin et al., 1985). Da un lato, la nuova scansione stra-
tigrafica (strati 18-20) e le successive datazioni radiocarboniche hanno confermato le affinit di massima con
Montclus, sia nello stile di dbitage che nello sviluppo degli strumentari. Dallaltro, lanalisi tecno-tipologica
della collezione ha per affinato le conoscenze di dettaglio, evidenziando diverse discrepanze rispetto a quanto
originariamente assodato. emersa, ad esempio, una rappresentativit maggiore dei bulini, pur sempre privi
di una standardizzazione stilistica. Con una frequenza costante nel tempo, ad essi si affiancherebbero anche
numerosi denticolati su scheggia e particolari grattatoi unguiformi/frontali corti a ritocco piatto sulla faccia
dorsale. Un dato ancor pi significativo affiorato in merito al rapporto reale tra Castelnoviano e la prece-
dente tradizione locale, alla luce della netta persistenza di armature del Montclusiano Recente alla base della
sequenza di et Atlantica, come dorsi bilaterali e triangoli scaleni a tre lati ritoccati (courtin et al., 1985). Ci
ha demolito lidea di una cesura tra Mesolitico Medio e Recente della regione (rozoy, 198), rivalutando al
contrario le convizioni a riguardo da parte di M. escAlon de fonton (196a; 196b).
Grazie ai nuovi scavi, stato possibile fare il punto anche in ambito tecnologico, a partire dal rilevamento
di una standardizzata produzione laminare sin dai livelli pi bassi della sequenza castelnoviana di Chteau-
neuf. Il rinvenimento di un numero di lame e lamelle regolari ben pi significativo di quello descritto da J.G.
rozoy (198), associato oltretutto a numerosi nuclei sub-conici a stacchi laminari, avrebbe inoltre indotto
ad una sostanziale rettifica dellinquadramento dello stile di dbitage provenzale, a favore di una sua piena
assimilabilit a quello Montbani (binder, 198). Lanalisi tipometrica dei manufatti non ritoccati ha di fatto
evidenziato una costante uniformit nella larghezza e nello spessore dei supporti laminari, suffragata ancora
una volta dallelevata standardizzazione dei moduli impiegati nella confezione delle armature trapezoidali e
delle lame/lamelle Montbani. Secondo D. binder (1987), la somma di questi caratteri metterebbe in luce cate-
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ne operative basate sul possibile ricorso alla tecnica a pressione, nella quale lo stesso studioso individuerebbe
il solo vero scarto rispetto alla soggiacente tradizione sauveterriana.
Sulla base delle informazioni accumulate a partire dagli anni 50, oggi assodato che la facies classica
del Castelnoviano si estende dalla media-bassa valle del Rodano sino ad una parte del versante francese della
Catena Alpina (bintz, 1999). La stessa tradizione non mai stata identificata nella Provenza orientale, sugge-
rendo in tal senso un orientamento preferenziale degli insediamenti verso le zone costiere pi ricche di affiora-
menti selciferi. I rapporti tra la Cultura in esame e il Mesolitico Recente delle aree pi interne del Bacino del
Rodano non sono ancora del tutto chiari, sebbene sia stata ipotizzata lesistenza di rifugi epi-castelnoviani nei
comprensori montani di pi tarda neolitizzazione (bintz, 1992; binder, 2000). I dati pi sicuri sulla diffusione
verso nord della tradizione provenzale provengono dai siti di Charmate - Strato C1 (820120 uncal BP: Ly-
386), Coufin I - Strato F11 (810140 uncal BP: Ly-3648), Grande-Rivoire - Strato B2b (600140 uncal
BP: Ly-5099) e Aulp-du-Seuil 1 - strato C2 (non datato), compresi tra il Vercors e lo Jura meridionale (bintz
et al., 1991; 1999; bintz, 1992; picAVet, 1999), nonch, pi recentemente, dal sito dalta quota di Faravel
XVIII (raccolta di superficie non datata), nel Freissinires (Alpi meridionali francesi) (wAlsh et al., 200).
Meno certe sembrerebbero invece le testimonianze provenienti dallo strato B2a del riparo di Grande-Rivoire
(614580 uncal BP: Ly-5185) (picAVet, 1999) e dagli strati F3-F2 di Coufin I (6230240 uncal BP: Ly-130)
(bintz et al., 1995). Accettandone le datazioni, queste tardive attestazioni potrebbero effettivamente tradire la
sopravvivenza di gruppi mesolitici in un settore continentale dove, fino a prova contraria, animali domestici e
ceramica non compaiono prima di 6000 uncal BP (bintz, 1992).
A molta distanza dal versante francese delle Alpi, ulteriori industrie di tipo castelnoviano sono emerse a
Mesocco Tec Nev, nei Grigioni (Canton Ticino, Svizzera) (dellA cAsA, 1995), e a Kessel, in Carinzia (Austria)
(pessinA, 2005). Per entrambe le localit, lassenza di datazioni radiocarboniche non consente una collocazione
cronologica di dettaglio delle rispettive frequentazioni, resa peraltro ancor pi ardua, nel caso svizzero, dalla
commistione di sicuri manufatti mesolitici (triangoli isosceli e scaleni ipermicrolitici, punte a due dorsi, trapezi
asimmetrici, lamelle denticolate, microbulini su lamella) con numerosi frammenti ceramici e punte foliate del-
lEt del Rame/Bronzo Antico (dellA cAsA, 1995). La posizione di questi siti, appena al di fuori del confine ita-
liano, ne suggerirebbe comunque un legame con circuiti stagionali a baricentro pi meridionale, sebbene pessinA
e bAssetti (2006) individuino per Kessel un diffuso impiego di rocce silicee nord-alpine.
Il carattere preliminare delle informazioni disponibili e la mancanza di disegni, non consente invece di
chiarire linquadramento culturale di altri trapezi mesolitici segnalati da W. leitner (1983) a Elsbethen, Mhl-
feld e Burgschleinitz, sempre in territorio austriaco.
2.3. la FranCia sud-oCCidentale
Secondo una schematizzazione proposta da J. roussot-lArroque (1987), la fine del IX millennio uncal
BP coinciderebbe in Aquitania, Dordogna e Languedoc occidentale con lavvio di repentina metamorfosi
nella tradizione litica locale, connotata, tra 9500 e 8400 uncal BP, da una radicata omogeneit culturale di
matrice sauveterriana (roussot-lArroque, 1985; VAldeyron, 2000; Philibert, 2002). Tale evoluzione
osservabile a partire dallo stile di dbitage e dalla morfologia delle armature microlitiche. I prodotti della
scheggiatura di stile Coincy o Rouffignac (rozoy, 1968) si trasformano, divenendo pi regolari, a margini
sub-paralleli e profilo longitudinale meno arcuato. In Aquitania, questo dato si accompagna ad una parallelo
cambiamento nella tipologia dei nuclei, avviati a prevalenti forme sub-coniche ad un piano di percussione
(roussot-lArroque, 19; 1985). La standardizzazione dei prodotti laminari posta in diretta relazione con
la fabbricazione dei trapezi e delle tipiche punte a base larga che, in questa fase, sostituiscono quelle sauve-
terriane senza apparenti stadi transitori. Al contempo, negli strumentari comuni si diffondono lame/lamelle
a ritocco irregolare/denticolato di tipo Montbani, gi accennate alla fine del millennio precedente, bench
elaborate su supporti irregolari in stile Coincy. Nella regione, la prima attestazione di questi tratti innovativi
proverebbe dallo strato 3 delle serie stratigrafica di Grotta Rouffignac (Dordogna), datato 85050 uncal
BP (Ly-n.d.) (BArrire, 1975).
Stando ad una recente revisione critica delle principali collezioni mesolitiche dAquitania (VAldeyron,
2000), provenienti dai siti Le Martinet a Sauveterre-La-Lemance (giacimento eponimo del Sauveterriano clas-
sico), Borie del Rey e Cuzoul de Gramat (bArrire, 1963; 195; coulonges, 1935; lAcAM et al., 1944; kerVA-
zo e MAziere, 1989), la transizione tra Mesolitico Medio e Recente nella regione non si realizzerebbe nella rot-
tura proposta inizialmente da J. Roussot-Larroque, ma assumerebbe al contrario i connotati di un passaggio pi
graduale, mediato dalla persistenza di alcuni caratteri della tradizione sauveterriana. Questo dato era gi stato
messo in luce da R. lAcAM et al. (1944), scavatori del sito di Cuzoul de Gramat, il pi ricco e rappresentativo
26
di questo stadio pre-neolitico. Nel giacimento, lorizzonte associato alla comparsa di nuovi tipi di armature, de-
finito allepoca Tardenoisiano I secondo la nomenclatura proposta da L. coulonges (1935) per la sequenza
di Le Martinet, mostrerebbe infatti laffiancamento di trapezi asimmetrici e trapezi/punte Martinet (G.E.E.M.,
1969) alle lamelle a dorso e ai triangoli scaleni ipermicrolitici. Sebbene, lungo la sequenza, gli stessi trapezi
assumano un ruolo progressivamente maggiore nello strumentario, la loro associazione ad elementi arcaici
permarrebbe anche nel successivo Tardenoisiano II sino alla sostituzione di tutte le morfologie microlitiche
da parte delle fleches di Montclus. Unanaloga evoluzione, a partire dalle prime fasi post-sauveterriane, emerge
anche nella vicina sequenza stratigrafica di Le Martinet (lAcAM et al., 1944).
Ulteriori conferme di una possibile continuit tecno-tipologica tra IX e VIII millennio uncal BP provengo-
no dal summenzionato sito di Rouffignac, in Dordogna (bArrire, 1975), il cui strato 3 sembrerebbe caratte-
rizzarsi per la presenza di armature trapezoidali (simmetriche e asimmetriche), trapezi Martinet e lame/lamelle
Montbani, unitamente a triangoli scaleni ipermicrolitici, lamelle a dorso, punte di Sauveterre e punte a base
ritoccata. Per C. bArrire (1973), che scav il sito tra il 195 e il 1962, la filiazione diretta del Mesolitico
Recente dal soggiacente substrato sauveterriano sarebbe inoltre confermata anche sul piano tecnologico, per
il palese attardamento di un dbitage di stile Coincy. In base a queste stesse testimonianze, J.G. rozoy (198)
postul dunque lesistenza di unoriginale facies di transizione, denominata Sauveterriano a trapezi, mentre
S.K. KozowsKi (196; 1980), riconoscendo nelle industrie litiche dAquitania differenze sostanziali rispetto
al Castelnoviano provenzale e al Tardenoisiano Recente del Bacino di Parigi, ne propose un personale inqua-
dramento nel cosiddetto Gruppo di Cuzoul.
Sullo sfondo di queste prime posizioni teoriche sui rapporti evolutivi tra il Mesolitico Antico/Medio e
le industrie della fase successiva, J. roussot-lArroque (1985) osservava tuttavia che le forme trapezoidali
del Sauveterriano finale dAquitania, analogamente a quelle del Montclusiano Recente provenzale (binder,
198), non erano mai riconducibili allapplicazione della tecnica del microbulino, risultando spesso meglio
classificabili come bitroncature simmetriche allungate su supporto Coincy. Distaccandosi delle idee di J.G.
rozoy (1978) sullesistenza di una transitoria facies sauveterriana a trapezi, la studiosa francese sottolineava
inoltre che nei siti pi rappresentativi (Martinet, Borie e Cuzoul), il passaggio dalle armature arcaiche a quelle
innovative non pareva affatto graduale, bens drastico e completo (roussot-lArroque, 1980; 1985). Esaspe-
rando lattenzione sugli aspetti evolutivi nello stile di dbitage e sulla comparsa delle lame/lamelle Montbani,
la stessa autrice ribadiva cos le sue convinzioni su una cesura sostanziale tra Mesolitico Medio e Recente.
Al contrario, lo sviluppo dei locali complessi a trapezi sembrava proseguire linearmente nella successiva fase
di neolitizzazione, a chiusura di quello che fu da lei denominato Ciclo Roucardouriano. Gli stadi aceramici
al suo interno, noti come Pre-Roucadouriano I e II, inquadravano dunque il Mesolitico Recente della Francia
sud-occidentale (roussot-lArroque, 1987).
Seppur parzialmente in attrito con recenti revisioni dei dati originali di scavo e le acquisizioni scientifiche
successive alla sua teorizzazione, il modello teorico del Ciclo Roucadouriano proposto da J. Roussot-Larroque
costituisce ancora oggi un buon punto di partenza per la ricostruzione culturale post-sauveterriana della regione
(VAldeyron, 2000). Nel Pre-Roucadouriano I scomparirebbero, in primo luogo, le punte/bipunte a dorso bilate-
rale di tipo Sauveterre (G.E.E.M., 192), le armature triangolari ipermicrolitiche, scalene o isosceli, e con esse il
dbitage tipicamente sauveterriano di stile Coincy. A essi si sostituisce lo stile Montclus/Montbani (rozoy, 1978),
accompagnato da unapplicazione sistematica della tecnica del microbulino e dal dominio assoluto dei trapezi
nella categoria delle armature. Queste si suddividono cos in trapezi rettangoli o di Vielle, trapezi asimmetrici cor-
ti, trapezi a basi decales, trapezi simmetrici corti e trapezi Martinet (G.E.E.M., 1969). Lultimo tipo, peculiare
del Mesolitico Recente dAquitania, presenta di norma una morfologia rettangolare, caratterizzata da una grande
troncatura marcatamente concava, tendente alluncino, accompagnata da una base minore di ridotte dimensioni
e da una piccola troncatura rettilinea o leggermente convessa. Su di essa, gi in questo stadio evolutivo, compa-
rirebbe un ritocco inverso piatto (roussot-lArroque, 1985). Tra le armature stesse compare poi la punta trian-
golare larga di tipo Martinet, derivata probabilmente dalla definitiva scomparsa della base minore dellomonimo
trapezio e, per questo, leggermente asimmetrica (G.E.E.M., 1969). Al ritocco inverso piatto sulla nuova base
di questa forma evoluta, si aggiunge nel tempo un ritocco analogo sulla faccia dorsale, tale da determinarne un
certo assottigliamento. In tutte le principali collezioni litiche della regione, il piquant tridre su punte e trapezi
in genere non ritoccato, mentre i microbulini sono sempre ben rappresentati. Oltre alle numerose lame/lamelle
Montbani, frequentemente accorciate per flessione, gli strumentari comuni non mostrano ulteriori tratti caratteriz-
zanti. Fa forse eccezione la progressiva tendenza allutilizzo di supporti non laminari per i grattatoi, spesso corti
su scheggia, in rari casi unguiformi o sub-circolari. In tutte le serie stratigrafiche di riferimento le troncature e i
bulini sono regolarmente scarsi e poco diagnostici (VAldeyron, 2000).
2
Nel Pre-Roucadouriano II si affermano le tendenze evolutive della fase precedente, accompagnate dalla
comparsa di alcuni elementi innovativi. Nelle armature, i trapezi giocano sempre un ruolo essenziale, suddivisi
tra morfologie rettangolari (generalmente a piccola troncatura concava), a basi decales e pi rari tipi simme-
trici corti. Si afferma nel frattempo, diventando pi frequente, il trapezio Martinet, caratterizzato ora da una
concavit tale della grande troncatura da formare con la piccola una sorta di peduncolo laterale. Sul piano mor-
fotecnico, persiste limpiego della tecnica del microbulino, mentre il ritocco inverso piatto diviene la norma
su trapezi e punte Martinet. Alle ultime si affiancano ulteriori componenti inedite, comuni nel Mesolitico
Recente/Finale di altre aree transalpine: particolari flechettes a base concava o rettilinea, simili per proporzioni
e silhouette alla punta Martinet ma interamente ritoccate sulla faccia dorsale; i segmenti/triangoli di Betey,
con ritocco a doppio biseau e lato tranciante non ritoccato. Anche in questa fase, gli strumentari comuni
dAquitania sono dominati dalle lame/lamelle Montbani, abbondanti in tutte le varianti (incavi, raschiatoi den-
ticolati o a ritocco irregolare, supporti laminari accorciati per flessione). Ad esse fanno generalmente seguito,
per rappresentativit, i grattatoi frontali su lama o corti su scheggia, ben rappresentati in tutti i siti principali.
Secondo un trend gi avviato dal Pre-Roucadouriano I, sono rarissimi i bulini, le troncature, i perforatori e le
schegge ritoccate, per i quali sembrerebbe oltretutto osservabile uno stile di dbitage in netto contrasto con
quello regolare e standardizzato delle armature microlitiche (roussot-lArroque, 198).
Allo stato attuale delle ricerche, sono disponibili informazioni in grado di rettificare in parte il modello
evolutivo originariamente proposto per la regione in esame. Fatta salva la descrizione delle modificazioni dia-
croniche allinterno degli strumentari litici, la principale critica mossa al Ciclo Roucadouriano fa particolare
leva sulleffettiva attendibilit (metodi di scavo impiegati, parzialit delle sequenze) dei siti su cui esso si basa-
va (VAldeyron, 2000). A ci si aggiunge la constatazione, allinterno delle stratigrafie-tipo di Roussot-Larro-
que, del forte gradiente cronologico tra le ultime fasi sauvetteriane e quelle della tradizione successiva (bArbA-
zA, 1989). Questi aspetti vengono tratti in causa soprattutto per smentire la tesi di una rottura tecno-tipologica
tra Mesolitico Medio e Recente. Sia per i depositi archeologici pi rappresentativi e attendibili (vedi Cuzoul),
sia per quelli pi recentemente scavati secondo criteri sistematici (vedi Escabasse), stato innanzitutto veri-
ficato che le armature triangolari sauveterriane accompagnano sempre la comparsa dei trapezi e delle altre
armature evolute a ritocco inverso. Una compresenza documentata, come noto, anche alla base delle sequenze
castelnoviane di Monclus e Chteauneuf nella Provenza rodaniana (rozoy, 198; courtin et al., 1985; binder,
198). Ulteriori considerazioni interessano le tecniche di scheggiatura. Contrariamente a quanto affermato da
J.G. rozoy (1991), si pu effettivamente osservare come lo sviluppo dei trapezi coincida in Aquitania con la
comparsa di un dbitage pi regolare e a margini sub-paralleli, in parte assimilabile a quello Montbani/Mon-
tclus. Tuttavia, revisionando i dati e i disegni originali degli scavi di Cuzoul e Le Martinet (coulonges, 1935;
lAcAM et al., 1944), si potuto osservare come il numero dei pezzi ricavati su tali supporti laminari risulti in
forte minoranza rispetto a quello impiegato nelle armature e negli strumenti comuni (lame/lamelle Montbani
comprese), ricavati di norma da elementi pi irregolari (VAldeyron, 2000).
Unopportuna integrazione al Ciclo Roucadouriano, quale modello evolutivo del Mesolitico Recente della
Francia sud-occidentale, oggi possibile grazie ai dati sulle industrie litiche dei siti di Dourgne e Grotta Gazel,
nel Languedoc occidentale (bArbAzA et al. 1984; guilAine, 1993), attraverso cui stato possibile riconoscere
punti di contatto tra la caratterizzazione culturale dAquitania e quella della fascia mediterranea francese.
Presso il sito di Dourgne, tra ca. 800 e 6900 uncal BP, si assiste ad una debole evoluzione del complesso
litico, sviluppatosi, anche in questo caso, su un tipico substrato di matrice sauveterriana (guilAine, 1993).
Allinizio dellVIII millennio uncal BP (strato 9), sono documentati uno stile di dbitage e uno strumentario
comune sostanzialmente invariati rispetto al soggiacente Mesolitico Medio, caratterizzati rispettivamente da
una produzione non laminare e da predominanti schegge ritoccate. A queste, per rappresentativit, si affianca-
no i trapezi a troncatura rettilinea e le punte triangolari corte o allungate. Nel dettaglio, tra le ultime compare il
tipo Gazel, cos isolato per lo specifico ritocco piatto assottigliante sulla grande troncatura (bArbAzA, 1981).
Per D. binder (2000), tale elaborazione, visibile anche nel Castelnoviano provenzale-rodaniano, verrebbe
impiegata a sopperire i limiti di un materiale scheggiabile inadatto ad una standardizzata produzione laminare.
Nelle fasi di occupazione successive (strato 8 e ), si confermano a Dourgne le linee evolutive precedentemen-
te accennate: la produzione laminare ancora minoritaria rispetto alle schegge, mentre nelle armature, a fronte
di una profonda inerzia tipologica e strutturale nello strumentario comune, si diffondono le punte triangolari di
tipo Gazel a scapito dei trapezi (bArbAzA et al., 1999).
Unanaloga situazione visibile anche alla Grotta Gazel, ove la fine della sequenza sauveterriana datata
8805 uncal BP (GrN-604). Anche in questo caso, nelle fasi successive non si rilevano drastiche modifi-
cazioni, n nello stile di dbitage, sempre segnato da forme laminari rare e irregolari, n nello strumentario
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comune, dominato da schegge laminari ritoccate, raschiatoi e grattatoi su scheggia. Significativamente, nel
livello aceramico pi recente della serie stratigrafica (strato 3), le armature sono costituite esclusivamente dalle
punte di Gazel (bArbAzA et al., 1984).
Rispetto al Mesolitico Recente/Finale dAquitania, entrambe le sequenze-tipo del Languedoc occidentale
mostrano quindi una scarsa rappresentativit delle lame/lamelle Montbani e delle morfologie trapezoidali. Ove
documentate, questultime presentano sempre grandi troncature ad andamento rettilineo, differenziandosi cos
dai trapezi/punte Martinet delle aree pi interne. Pur considerando queste divergenze, alcuni studiosi hanno
comunque sostenuto un certo parallelismo nellevoluzione dei due aspetti regionali, nello stile di dbitage e
nello strumentario comune (bArbAzA et al., 1984). Su queste basi, riprendendo in parte una precedente de-
nominazione di S.K. KozowsKi (1980), stato quindi definito il gruppo di Cuzoul-Gazel, generato da un
comune substrato Sauveterriano che perde la sua omogeneit a vantaggio di una diversificazione locale. La
relazione tra le varie componenti, e lesistenza dunque di correnti di influenza extraregionali, sarebbe compro-
vata dal ritrovamento di punte di Gazel in Aquitania (vedi a Martinet, Cuzoul e Escabasse), e di rari trapezi
Martinet nel Languedoc occidentale. NellVIII millennio uncal BP, la tradizione litica del gruppo di Cuzoul-
Gazel sembrerebbe diffondersi nei Pirenei, come testimoniato dal rinvenimento di unaltra punta di Gazel a
Buholoup, nellAlta Garonna (bArbAzA et al., 1999; VAldeyron, 2000). Daltro canto, lungo il versante spa-
gnolo della medesima catena montuosa, anche il Riparo dAizpea, pur caratterizzato da industrie di impronta
tipicamente levantina, restituirebbe, sin dalla prima fase di occupazione del sito (Orizzonte I: 900 uncal
BP: GrN-16620 e 1600 uncal BP: GrN-16621), alcune punte triangolari a ritocco piatto sulla base del tutto
assimilabili alle punte Martinet (cAVA, 199; bArAndiArn e CAVA, 2001).
Altrettanto possibili paiono i rapporti tra le culture del Mesolitico Recente del versante occidentale e orien-
tale della Francia mediterranea, come suffragato dal rinvenimento di punte di Gazel nel Languedoc orientale
(bArbAzA, 1993). Ciononostante, osservando lo stile di dbitage debolmente laminare, landamento sistemati-
camente rettilineo della grande troncatura nei trapezi e la scarsit di questultimi nelle collezioni di Dourgne e
Gazel, difficile riconoscere una qualche familiarit con la litotecnica del Castelnoviano Provenzale-Rodania-
no, paradossalmente pi vicina forse a quella aquitana (bArbAzA et al., 1984; binder, 2000).
2.4. la sPagna Mediterranea
La prima riorganizzazione teorica delle tradizioni mesolitiche del versante mediterraneo della Spagna
deve essere attribuita a J. forteA perez (193). Alla luce della rarefatta presenza antropica nelle aree pi
interne della penisola tra la fine dellEra Glaciale (ca. 10800 uncal BP) e ca. 6000 uncal BP (zilho, 2000),
i fondamenti crono-culturali da lui fissati conservano oggi una sostanziale validit (bArbAzA, 1984; juAn-
cAbAnilles, 1985; 1990; forteA perez et al., 198; juAn-cAbAnilles e MArt oliVer, 2002; AurA tortosA,
2004). Lo studioso inquadra le industrie oloceniche preneolitiche della regione nellambito del cosiddetto
Epipaleolitico geometrico, complesso culturale suddivisibile in due stadi evolutivi ben distinti: uno definito
Sauveterroide o di tipo Filador, laltro Tardenoide o di tipo Cocina. Il primo, codificato sulla serie epo-
nima di El Filador (Margalef, Terragona), rappresenta una produzione innestatasi tra Preboreale e Boreale sul
locale substrato magdaleniano-aziloide, caratterizzandosi per laffermazione di segmenti, dorsi e triangoli
ipermicrolitici nel gruppo delle armature (forteA perez, 193). La facies di tipo Cocina, contraddistinta dalla
comparsa di geometrici trapezoidali, si svilupperebbe invece tra la fine del Boreale e lAtlantico iniziale, arco
temporale in cui la stessa vivrebbe al suo interno unevoluzione suddivisibile in quattro fasi successive. In
origine, queste trovavano fondamento nella sequenza del sito eponimo della Cueva de La Cocina (Dos Aguas,
Valencia), priva di datazioni assolute ma prescelta da J. forteA perez (191) per la ricchezza della collezione
litica rinvenuta e per la disponibilit di unapparente continuit stratigrafica tra lorizzonte aceramico e quello
Neolitico cardiale. Grazie allanalisi tecno-tipologica delle industrie pre-neolitiche furono individuate le fasi
Cocina A e Cocina B, corrispondenti dunque al Mesolitico Recente della Spagna mediterranea e, di conseguen-
za, termine di paragone crono-culturale con quanto descritto per la Francia meridionale (forteA perez et al.,
198; juAn-cAbAnilles,1990).
Riprendendone oggi le linee evolutive, la fase Cocina A del Mesolitico mediterraneo spagnolo ripropor-
rebbe unassoluta irrilevanza dei bulini nello strumentario comune, dove anche i grattatoi su scheggia e le
lamelle a dorso paiono poco rappresentati. In questa prima fase, ben pi frequenti risultano le lame ritoccate di
tipo Montbani, pur ottenute su supporti laminari irregolari e dominate dai tipi ad incavi opposti. Per rappresen-
tativit, esse sono superate solo dalle armature geometriche, i pi autentici marcatori tipologici di questa facies
mesolitica. In Cocina A, a fronte di una sostanziale assenza di triangoli, rappresentati dal solo tipo scaleno a
29
lato corto concavo, dominano ampiamente i trapezi asimmetrici ad una o due troncature concave. Sebbene il
numero dei microbulini rinvenuti non sia di norma elevato, lalta proporzione dei piquant tridre visibili sugli
stessi trapezi evidenzierebbe il sistematico ricorso alla relativa tecnica. In questa fase, i nuclei sono princi-
palmente prismatici, associati ad una produzione laminare piuttosto irregolare in stile Coincy (forteA perez,
1973).
Riprendendo nuovamente la sequenza crono-culturale del sito eponimo, la fase Cocina B evidenzia una
contrazione tipologica nello strumentario comune, accompagnata da uno stile di dbitage analogo a quello
della fase precedente. Di fatto, bulini e grattatoi sono praticamente assenti, mentre tra le lamelle a dorso, an-
chesse presenti in percentuali insignificanti, si distinguono le prime attestazioni stratigrafiche del tipo a spi-
na laterale, definito da Fortea lamella di tipo Cocina. I soli elementi litici ben rappresentati in questa fase
sono le lame/lamelle ad incavo e denticolate di tipo Montbani, pur in proporzioni inferiori rispetto a Cocina
A, unitamente alle armature geometriche. Allinterno di questultime, i dati pi significativi consistono nella
comparsa dei segmenti di cerchio e nella diffusione di particolari triangoli isosceli allungati con lati concavi
congiunti in un peduncolo centrale. Rispetto a tali forme innovative, i trapezi asimmetrici, sempre ad una o due
troncature concave, risultano progressivamente minoritari (forteA perez, 1971).
Allo stato attuale delle ricerche, lEpipaleolitico Geometrico di tipo Cocina individuabile ad ovest sino
allAndalusia orientale, mentre lungo la costa orientale non sembrerebbe aver mai raggiunto la Catalonia
(gArcA-Argelles, 2004). Nei territori valensiani, conferme stratigrafiche sulla scansione crono-culturale
aceramica della facies Cocina provengono dai limitrofi siti di Casa de Lara, Cueva Pequea de la Huesa Ta-
caa, Sol de La Piera (forteA perez, 1973). Nella stessa area, attestazioni riferibili al solo stadio evolutivo
iniziale sono pi recentemente affiorate a Tossal de la Roca (livello I, datato 66080 uncal BP: Gif-6898) e
56080 uncal BP: Gif-689) (juAn-cAbAnilles e MArt oliVer, 2002). Oltre al gi citato sito pirenaico di
Aizpea (orizzonte I) (cAVA, 199; bArAndiArn e cAVA, 2001), la fase A risulterebbe quindi riconoscibile nei
siti di Botiqueria (strato 2, datato 550200 uncal BP: Ly-1198), Costalena (strato c3 inferiore), Pontet (strato
E, datato 3400 uncal BP: GrN-16313) nel Bajo Aragon (bArAndiArn, 198; bArAndiArn e cAVA, 1989;
juAn-cAbAnilles, 1990; MAzo e Montes, 1992); nei siti di La Pea (strato d, datato 890130 uncal BP: BM-
2363) e, sebbene privo di geometrici, Kanpanoste Goikoa (strato III inferiore, datato 762080 uncal BP: GrN-
20215) nellAlto Ebro (cAVA e beguiristin, 1991-92; AldAy, 199; StrAus, 2008); a Nacimiento (strato B,
datato 620140 uncal BP: Gif-341) nellAlta Andalusia; a Falguera (strato II, datato 4100 uncal BP: AA-
2295) e a Forcas II (strato II, datato 24040 uncal BP: GrN-22686) lungo il versante meridionale dei Pirenei
(rodriguez, 1982; utrillA et al., 1998; BernAbeu Aubn et al., 1999). La fase B poi documentata sempre a
Botiqueria (livello 4), Costalena (strato c3 superiore, datato 6420250 uncal BP: GrN-14098), Pontet (strato c
inferiore), La Pea (strato d mediano), Kanpanoste Goikoa (strato III medio/superiore, datato 6550260 uncal
BP: GrN-20289) e Aizpea (orizzonte II, datato 68300 uncal BP: GrN-16622 e 660050 uncal BP: GrA-9)
(bArAndiArn e cAVA, 2001; juAn-cAbAnilles e MArt oliVer, 2002; strAus, 2008; Meiklejohn, 2009).
Le collezioni attualmente disponibili per la Spagna settentrionale non sembrerebbero sufficienti a sostan-
ziarne un parallelismo tecno-tipologico col Mesolitico Recente del settore mediterraneo. Pur esistendo ampie
sequenze mesolitiche, le testimonianze della cultura materiale attribuibili allAtlantico iniziale sono infatti
scarse o non adeguatamente pubblicate. il caso, ad esempio, della Cueva de Los Canes nelle Asturie (AriAs,
1991) o della Cueva de la Garma A in Cantabria (AriAs et al., 1999), entrambe attribuibili alle fasi finali del
Mesolitico pi per le datazioni radiocarboniche che per la tipologia delle industrie. Allo stato attuale, questo
quadro incerto rimane invariato anche chiamando in causa i dati pre-neolitici ottenuti da altri siti in grotta come
El Mirn, Cubio Ridondo o Urratxa, distribuiti tra Cantabria orientale e i Paesi Baschi (strAus, 2008).
Una tradizione litica similare allEpipaleolitico di facies Cocina invece attestata lungo la costa occi-
dentale della Penisola Iberica, nellarea di Muge (Estremadura, Portogallo). Qui, sin dagli anni 50, J. roche
(1951) ha riconosciuto industrie immediatamente assimilabili alla tradizione mediterranea, provenienti dai siti
di Moita do Sebastio e Cabeo de Amoreira, lungo la valle del Tago. Questi insediamenti hanno inoltre resti-
tuito uneccezionale serie di sepolture (oltre 300) (fereMbAch, 194), sulle quali non ci si soffermer in questa
sede, ma le cui datazioni radiometriche hanno consentito un radicale affinamento cronologico degli ultimi
cacciatori-raccoglitori della regione (gonzles MorAles e ArnAud, 1990; zilho, 2000; strAus 2008).
Alle datazioni originariamente pubblicate per il sito di Moita do Sebastio, pi precisamente 350350
uncal BP (Sa-16) e 130130 uncal BP (Sa-1) (roche 192; 196), si sono successivamente aggiunte quelle
ricavate dallintero complesso sepolcrale, comprese tutte tra 2400 uncal BP (TO-131) e 68100 uncal BP
(TO-135) (zilho, 2000; strAus, 2008). Unitamente ad un originale insieme litico su quarzo e quarzite, com-
posto da choppers, schegge spesse ritoccate e denticolati, la collezione del sito si caratterizza per un altrettanto
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ricco strumentario su lamella in selce locale. Tra i prodotti della scheggiatura si segnala, sebbene in proporzioni
minori, anche una buona rappresentativit di schegge-laminari in stile Coincy. Sul piano tecnologico, i nuclei
si ripartiscono tra globulari, prismatici e sub-conici a uno o due piani di percussione, mentre, in analogia con
altre coeve tradizioni mesolitiche del continente, una discreta percentuale dei supporti laminari non ritoccati
sembrerebbe mostrare i segni di un accorciamento volontario per flessione (roche, 192). Nello strumentario
comune, abbondante nel sito in esame, le lamelle a dorso, i grattatoi, raschiatoi e i bulini sono scarsamente rap-
presentati, mentre abbandano le lame/lamelle ad incavo, denticolate o a ritocco irregolare duso. Altrettanto
diffuse paiono le troncature oblique o rettilinee su lama/lamella regolare, spesso interpretabili per casi come
geometreci in corso di fabbricazione. Nella categoria delle armature, per le quali lutilizzo della tecnica del
microbulino pare sistematico, si evidenzia lassenza di punte, con o senza base ritoccata (roche, 192). Que-
sto dato, essendo pienamente condiviso con lEpipaleolitico Geometrico di tipo Cocina, sembrerebbe costi-
tuire un tratto distintivo del Mesolitico Recente iberico. Pur dovendo segnalare la presenza di lamelle a dorso
e rarissimi triangoli scaleni microlitici, il tratto pi caratterizzante del complesso litico di Moita do Sebastio
risiede nuovamente nei geometrici trapezoidali, ripartiti in almeno quattro morfologie standardizzate. I trapezi
simmetrici a troncature rettilinee o concave e i trapezi rettangoli sono appena documentati, mentre altri tre tipi
sono cos abbondanti da legittimare il riconoscimento di un vero e proprio stile locale: i trapezi asimmetrici
a grande troncatura convessa, i trapezi asimmetrici a grande troncatura concava, generalmente assimilabili al
tipo Teviec (G.E.E.M., 1969), e i trapezi asimmetrici a grande troncatura rettilinea, dominanti sugli altri. Ri-
spetto alla tradizione spagnola, a Moita non si osservano tuttavia segmenti di cerchio (forteA perez, 193).
A completare la scansione crono-culturale della cosiddetta facies di Muge (S.K. KozowsKi, 1980) inter-
vengono le industrie del sito di Cabeo dAmoreira, datato 13565 uncal BP (Hv-1349) e 080350 uncal
BP (Sa-195) alla base della sequenza, e 6050300 uncal BP (Sa-194) nei livelli apicali (roche, 192; zilho,
2000; juAn-cAbAnilles e MArt oliVer, 2002). Sempre arricchito da uno strumentario grossolano in quarzite
scarsamente diagnostico sul piano cronologico, il complesso litico in selce connotato da una buona rappre-
sentativit delle schegge tra i supporti non ritoccati, spesso classificabili come scarti/incidenti di lavorazione o
ravvivamenti di nucleo. La proporzione di lame e lamelle pi regolari, allinterno dei prodotti della scheggia-
tura, leggermente inferiore, pur costante lungo tutta la sequenza. Anche in questo caso, la quasi totalit dei
supporti laminari non ritoccati sembrerebbe fratturata volontariamente. I nuclei si distribuiscono tra globulari
di tipo sauveterriano, associati ad uno stile di dbitage di tipo Coincy, e sub-conici a un piano di percussione
e stacchi laminari (roche, 1951). Nello strumentario litico in selce i punti di contatto con il sito di Moita do
Sebastio sono altrettanto chiari. Bulini e grattatoi paiono nuovamente irrilevanti e privi di una standardizza-
zione tipologica, mentre si ripropone la diffusione delle lamelle ad incavo o denticolate di tipo Montbani, in
flessione percentuale sono nei livelli superiori della serie. La differenza fondamentale tra le due collezioni di
riferimento risiederebbe nella struttura dei geometrici, osservando nellultima un rapporto triangoli/trapezi
opposto a quello di Moita, nettamente sbilanciato cio a favore dei primi. Questi, sempre accompagnati dal
rinvenimento di numerosi microbulini, mostrano di norma una forma isoscele a due lati concavi congiunti in
un peduncolo centrale, secondo una morfologia che J. roche (192) classific inizialmente come triangolo di
Muge. Per lo stesso gruppo tipologico, risalendo la sequenza di Cabeo osservabile una crescita percentuale
delle forme lunghe e molto lunghe risalendo la sequenza, parallela ad una progressiva diffusione del ritocco
bipolare. I trapezi, anchessi a troncature leggermente concave, sono praticamente assenti nel sito, mentre si
rileva la comparsa dei segmenti di cerchio. Questultimi furono interpretati da J. roche (1951) come una for-
ma perfezionata del triangolo lungo e molto lungo di tipo Muge, ove la riduzione progressiva del peduncolo
originario avrebbe dato luogo ad un unico bordo moderatamente convesso.
Negli anni successivi alle scoperte di Roche, nuove informazioni sul Mesolitico Recente del versante por-
toghese della Penisola Iberica sono giunte non soltanto dalla rivisitazione degli stessi concheiros della valle del
Tago (cArVAlho, 2002), ma soprattutto dalla scoperta e dallo studio di nuovi siti come Forno da Telha (datato
060210 uncal BP: ICEN-41 e 020200 uncal BP: ICEN-416) (ArAjo, 1993), nellEstremadura, Poas de
So Bento (datato tra 68065 uncal BP: Q-2494 e 6405 uncal BP: Q-2495) (ArAjo, 1999; ArnAud, 2000) e
Cabeo do Pez (datato tra 635080 uncal BP: Q-249 e 60500 uncal BP: Q-2496) (soAres, 1995) nella Valle
del Sado, ed, infine, Samouqueira I (datato tra 1400: ICEN-29 e 6300 uncal BP: TO-130) (soAres, 1995)
e Vidigal (livello 3, 664090 uncal BP: Ly-4695; livello 2, 603080 uncal BP: GX-1455) (VierrA, 1995; 2004)
sul litorale ajentelano. Le informazioni ivi accumulate hanno esteso la portata geografica della tradizione litica
originariamente individuata a Moita e Cabeo, anche se, in taluni casi, la scansione tecno-tipologica proposta da
Roche per larea di Muge, basata sullevoluzione nel tempo del rapporto quantitativo tra trapezi, triangoli e seg-
menti, non ha sempre incontrato unapplicabilit immediata. Nel sito di Forno da Telha, ad esempio, a datazioni
31
coeve a quelle di Moita non corrisponderebbe il predominio di alcun tipo specifico di armatura, ponendo cos
la questione del reale valore cronologico della tipologia e del rapporto tra questa e le possibili diversificazioni
funzionali latenti nei complessi litici (cArVAlho, 2002). A parziale supporto del primo aspetto sembrerebbe inter-
venire il confronto tra la facies di Muge e il Mesolitico Recente Valesiano. Esisterebbe infatti una forte analogia
tecno-tipologica tra le due regioni, a partire da uno stile di dbitage non ancora pienamente laminare in senso
Montbani e dallimpiego sistematico della tecnica del microbulino. Il parallelismo di dettaglio con Cocina A
e B interessa soprattutto levoluzione morfologica e strutturale delle armature microlitiche, ponendo in secondo
piano alcune lievi differenze nelle proporzioni di limitati gruppi di strumenti comuni. La somiglianza stilistica
tra le tradizioni di Moita do Sebastio e Cocina A sarebbe tale da spingere J. forteA perez (193) a sostenerne
addirittura lattribuzione a gruppi umani etnicamente assimilabili. Tralasciando i bulini, in entrambi i casi prati-
camente assenti, i veri punti di contatto tra le collezioni di riferimento sono rappresentati da unanaloga scarsit di
segmenti e triangoli e dal netto predominio di trapezi a una o due troncature concave. Secondo J. roche (1976),
la condivisione di tali geometrici a grande troncatura convessa, rarissimi nella Francia sud-occidentale, costitui-
rebbe un altro carattere peculiare della Penisola Iberica.
Nuove prove di una connessione diretta tra la tradizione litica lusitana e quella mediterranea spagnola
emergono anche nel confronto tra lorizzonte stratigrafico inferiore della sequenza di Cabeo dAmoreira e la
fase Cocina B. Le analogie tra le strutture interne dei rispettivi strumentari non sono cos strette come tra Moita
do Sebastio e Cocina A, non mancando sostanziali discrepanze nelle rispettive percentuali di lame ad incavo/
i, triangoli e microbulini. tuttavia significativo notare come, nei livelli superiori del sito portoghese, giunga
a compimento levoluzione dei triangoli di tipo Muge allungati ed inizi la diffusione dei segmenti di cerchio
da essi tipologicamente derivati. Osservando le datazioni
14
C disponibili, questo dato suggerirebbe lesistenza
di una linea evolutiva regionale, apparentemente analoga a quella della Spagna mediterranea, che condurrebbe
dunque il trapezio al triangolo, per progressiva riduzione della base minore, ed, in seguito, il triangolo al seg-
mento di cerchio allungato. Per le caratteristiche evidenziate, Moita do Sebastio sembrerebbe cos restituire
la parte iniziale di questa lunga metamorfosi, riferibile ad una frequentazione antropica dellEstremadura an-
tecedente a quella di Cabeo (forteA perez, 193).
Le differenze di dettaglio tra le armature presenti nei due settori iberici emergerebbero essenzialmente
nello stile, condizionato tuttavia dalla nomenclatura impiegata dagli studiosi nella classificazione tipologica.
Quelle che in Spagna J. forteA perez (193) definisce lamelle appuntite con spina centrale, ricordano in ef-
fetti da vicino alcuni triangoli di tipo Muge molto lunghi. Allo stesso modo, i triangoli a due lati concavi di tipo
Cocina risulterebbero identici ai triangoli di Muge normali. In questo quadro, laccentuata metamorfosi della
armature triangolari portoghesi potrebbe legarsi allarrivo tardivo dei influssi cardiali nellarea, gi responsa-
bili, tra le fasi Cocina B e C, della brusca interruzione dello sviluppo dei triangoli Valensiani. Queste osserva-
zioni rafforzano lipotesi di una comune origine etnica delle popolazioni associate alle due facies a confronto
(zilho, 2000). Per adattamento a differenti condizioni ambientali e diversit di strategie, possibile che una
tradizione litica di et Boreale si sia divisa in linee evolutive parallele, avviatesi a esiti differenti nel corso
della neolitizzazione della Penisola Iberica. Considerata la presenza di elementi di tradizione Sauveterriana in
Cocina A, sconosciuti invece a Moita do Sebastio, altres possibile che le influenze culturali a monte delle
analogie tecno-tipologiche evidenziate siano forse riconducibili a flussi migratori dalla Spagna al Portogallo,
attraverso la valle del Tago o dellEbro (roche, 1976; cArVAlho, 2002).
Come gi accennato, questi parallelismi sono stati spesso ridimensionati dagli odierni studiosi del Meso-
litico portoghese, secondo cui non sarebbero poche le perplessit derivanti dalle sequenze stratigrafiche anche
pi recentemente scavate, generalmente poche chiare, e dalle datazioni
14
C ad esse associate (ArnAud, 2000;
cArVAlho, 2002) Ciononostante, ancora oggi, sembrerebbe prevalere la tendenza a riconoscere sempre nella
diversit morfologico-strutturali tra le armature geometriche un indicatore crono-culturale piuttosto che fun-
zionale (ArAjo, 1999; juAn-cAbAnilles e MArt oliVer, 2002).
Non mancano similitudini tra il Mesolitico Recente levantino e transalpino, ad evidenziare lestensione
dei fenomeni condivisi in gran parte dellEuropa meridionale. Lelemento unificante individuato, in partico-
lare, nelle armature trapezoidali e nelle lame/lamelle di tipo Montbani, sebbene le seconde siano caratterizzate
in Spagna da una spiccata rappresentativit dei tipi ad incavi opposti. Le fasi A e B della facies Cocina condi-
vidono con le coeve tradizioni francesi la nascita su un comune substrato di tipo Sauveterriano, individuabile
in Spagna nellEpipaleolitico geometrico a triangoli di tipo Filador (forteA perez, 193).
Analogamente ai territori valensiani, il gruppo di Gazel-Cuzoul evidenzia poi la mancata montbaniz-
zazione dello stile di dbitage, a favore di una diffusa prevalenza di supporti laminari irregolari. Sotto altri
32
aspetti, si evidenzia invece una maggiore divergenza. La concavit della grande troncatura e la progressiva
riduzione della base minore nei trapezi Martinet perigordiani, ad esempio, ricordano solo da lontano la me-
tamorfosi delle armature cocinensi. Nel solo Languedoc occidentale, le differenze sono quindi accentuate
dalla persistenza di grandi troncature rettilinee nei trapezi asimmetrici e dalla comparsa delle punte di Gazel,
totalmente ignote ad occidente della catena pirenaica (bArbAzA et al., 1984; 1999). Pi interessanti paiono
invece le affinit tra le industrie levantine e il Castelnoviano, a partire dallanaloga scarsit di lamelle a dorso e
dallassenza di punte a base ritoccata. A ci si aggiunge limpiego sistematico della tecnica del microbulino,
lalta proporzione di lame/lamelle ad incavo o denticolate e laffermazione di trapezi a troncature concave.
Nello strumentario comune del sito eponimo di Chteauneuf la rappresentativit dei bulini e dei grattatoi tut-
tavia pi marcata (courtin et al., 1985; Binder, 1987). Sebbene nellEpipaleolitico Geometrico spagnolo non
emergano morfologie trapezoidali realmente classificabili come trapezi di tipo Montclus (G.E.E.M., 1969), il
Castelnoviano s.s. sembrerebbe quindi rappresentare il complesso litico culturalmente pi prossimo alla Peni-
sola Iberica. Il passaggio dai trapezi asimmetrici ai triangoli di Chteauneuf nella Francia sud-orientale pe-
raltro comparabile alla transizione dai trapezi ai triangoli di tipo Cocina/Muge. Altri aspetti similari emergono
dal confronto tra il Castelnoviano iniziale del sito di Montclus strato 14 (rozoy, 1978) e la fase Cocina A. In
entrambi non mancano armature a troncature rettilinee, mentre i microbulini sono ancora poco rappresentati e
si rileva la stessa persistenza di elementi microlitici di tradizione arcaica. Il solo tratto discriminante tra Meso-
litico Recente levantino e provenzale risiederebbe cos nello stile di dbitage, caratterizzato nel secondo caso
da una produzione laminare sempre pi regolare e standardizzata (rozoy, 1968).
2.5. i BalCani e legeo
Seppur in aumento, per una ripresa delle attivit di ricerca sul campo e la revisione di materiali archeolo-
gici provenienti da scavi e prospezioni del passato (MirAcle et al., 2000; MleKu, 2001; gAlAnidou e perls,
2003; turk, 2004; bonsAll, 2008; MleKu et al., 2008a; Runnels, 2009), la quantit di informazioni sugli ul-
timi cacciatori-raccoglitori di questo settore continentale ancora piuttosto scarsa (bAiley, 2000). Nonostante
ampie porzioni costiere e interne della Penisola Balcanica risultino tuttora prive di tracce archeologiche di et
Mesolitica, comunque possibile, sulla base dei dati disponibili, delinearne sinteticamente le trasformazioni
culturali vissute a partire dalla fine dellEra Glaciale.
Dal punto di vista tecno-tipologico, il substrato su cui si innesta il Mesolitico Recente in questampio terri-
torio sembrerebbe suddivisibile in due grandi filoni paralleli: uno di tradizione sauveterriana, omogeneamente
diffuso tra Slovenia e costa adriatica nord-orientale; laltro, di tradizione epigravettiana, caratterizzante il resto
della regione e il bacino dellEgeo (J.K. KozowsKi, 2005; 200).
Il fenomeno che, tra Pre-Boreale e Boreale, porta alla piena sauveterrianizzazione dei territori compresi
tra Francia e Slovacchia (S.K. KozowsKi, 1983; 1993; 2010), non sembra pertanto coinvolgere i Balcani me-
ridionali e continentali, dove invece osservabile lattardamento di forme saldamente ancorate al Paleolitico
superiore finale. A queste tuttavia associato un numero di siti nettamente inferiore rispetto a quello associato
ad altre tradizioni europee, a suggerirne forse lattribuzione a gruppi umani culturalmente isolati (perls,
1995; 2001). Sul piano strettamente tecnologico, si evidenzia la messa in opera di catene operative general-
mente finalizzate ad una produzione non laminare, cui si associa, nei rari giacimenti scavati, la preponderanza
di strumentari litici su scheggia. Nel Bacino Egeo e nelle zone costiere montenegrine o albanesi, questo dato
accompagnato da una generale flessione nel numero delle armature microlitiche, suggerendo un ridimensio-
namento del ruolo sussistenziale della caccia a vantaggio di pi specializzate attivit di pesca o raccolta (di
vegetali e molluschi) (J.K. KozowsKi, 2005; Runnels, 2009). Non detto infatti che gli attardamenti culturali
osservati siano per forza riconducibili ad un decadimento tecnico nelle tradizioni litiche di talune aree, come
ipotizzato da D. Mihailovi e V. DiMitrijevi (1999), ma piuttosto che essi siano tipologicamente indicativi di
una funzionalit specifica dei singoli contesti di rinvenimento, non ancora del tutto compresa per la scarsit
dei dati paleoeconomici (bietti, 1981). In Grecia, il progressivo predominio delle schegge tra i prodotti della
scheggiatura comunque visibile nella fase VII di Grotta Franchthi (ca. 9200 uncal. BP) (perls 1990, 1999);
allo stesso fenomeno si assiste a Padina, presso le Porte di Ferro (Serbia) (raDovanovi, 1981) e in Montene-
gro, nei giacimenti di rvena Stijena e di Trebaki Kr (Basler, 1975; Mihailovi, 1996; 2001). Allinterno
delle collezioni analizzate, questa lenta metamorfosi si traduce in una parziale sostituzione dei grattatoi cir-
colari o unguiformi con atipici grattatoi su scheggia e schegge a ritocco lineare o denticolato. A ci si unisce
una drastica diminuzione dei bulini tra gli strumenti comuni e la rarefazione di punte e lamelle a dorso, dorsi-
troncatura e geometrici nelle armature microlitiche. Nei Balcani centro-meridionali, il passaggio Paleolitico
33
Finale/Mesolitico mostra parimenti una modifica nella scelta delle materie prime impiegate nella produzione
litica, progressivamente locali indipendentemente dalle loro propriet di scheggiatura (J.K. KozowsKi, 1996).
Escludendo motivazioni di carattere culturale o il presunto isolamento dei gruppi umani distribuiti sul territorio
(J.K. KozowsKi, 2005), alcune studiosi attribuirebbero tale mutamento strategico ad almeno tre fattori ipoteti-
ci: lesaurimento delle risorse litiche tradizionali; loccultamento degli affioramenti a causa della forestazione
postglaciale del paesaggio; una minore mobilit dei cacciatori-raccoglitori olocenici (J.K. KozowsKi e S.K.
KozowsKi, 1983; Mihailovi, 2001).
Nel contesto evolutivo sin qui delineato, si avvia nella Penisola Balcanica il Mesolitico Recente, secondo
forme e tempi legati al substrato su cui si innestano le innovazioni condivise nel resto del Mediterraneo set-
tentrionale.
Nel settore nord-occidentale della regione in esame, i soli siti contenenti episodi di frequentazione auten-
ticamente collocabili tra la fine del Boreale e linizio dellAtlantico sono Pod rmukljo, Victorjev Spodmol
e Mala Triglavca sul Carso Sloveno (pohAr, 1986; leben, 1988; brodAr, 1992; turk, 2004; MleKu et al.,
2008a; 2008b), unitamente al sito di Breg, nei pressi della Palude di Lubiana (frelih, 1986; 198). Tutti gli
altri ritrovamenti sloveni pi recentemente effettuati lungo le valli del Reka (Timavo), della Vipava, del oca
e presso il Lago erknica paiono infatti attribuibili ad una tradizione sauveterriana di et Preboreale o Borea-
le (MleKu, 2001; turk, 2004). Un analogo inquadramento crono-culturale risulta valido per le attestazioni
mesolitiche sinora accertate in Istria e in Dalmazia (chApMAn e Mller, 1990) che, contrariamente a quanto
espresso da S.K. KozowsKi (2010), non mostrerebbero alcun carattere castelnoviano (o para-castelnovia-
no): Vela pilja, sullisola di Korula (euK e raDi, 2001), Kopaina pilja sullisola di Bra (euK, 1996;
Paunovi e Karavani, 1999), Grotta Pupiina (MirAcle, 199; forenbAher e MirAcle, 2006), Grotta Podo-
sojna (MAlez, 1981); ebrn Abri, Grotta Nugljanska e Grotta Klanjeva (MirAcle e forenbAher, 1998; Mi-
rAcle et al., 2000). Ad eccezione di Grotta Podosojna, la cui pi recente occupazione preneolitica sembrerebbe
collocabile a 646090 uncal BP (Z-198) (MAlez, 1981), questi depositi di grotta hanno restituito datazioni
radiocarboniche esclusivamente riferibili al Mesolitico Antico, testimoniato peraltro da scarsissime evidenze
archeologiche. A colmare questa sensibile lacuna informativa intervengono in parte i dati provenienti dal sito
di Vela pilja, dove, pur a fronte di una sostanziale assenza di reperti litici diagnostici, tre sepolture infantili e
una ricca industria su osso (ami e zagaglie) potrebbero riferirsi ad unoccupazione antropica datata 20030
uncal BP (VERA-2340). A questa si associano anche numerosi resti di ittiofauna dalto mare (vedi tonno e
pescespada), apparentemente indicativi di sviluppate pratiche di pesca a lungo raggio (euK e raDi, 2005).
Nel resto della Dalmazia, con particolare riferimento alle prospezioni di superficie condotte nella provincia di
Zadar, non si conoscono altre autentiche testimonianze del Mesolitico Recente (chApMAn et al., 1996).
Nellarea, le uniche tracce accertate della presenza di cacciatori-raccoglitori di et Atlantica provengono
dunque dalla Slovenia occidentale. A causa di inadeguate tecniche di scavo e della relativa sottorappresenta-
zione delle armature ipermicrolitiche allinterno degli strumentari originariamente campionati, le collezioni
disponibili sono state a lungo prive di valore scientifico e difficili da confrontare con le coeve testimonianze
litiche del Carso triestino (turk, 2004). Ancora oggi, a soffrire di queste limitazioni sono soprattutto i siti di
Pod rmukljo, inquadrato da M. brodAr (1992) come Tardenoisiano, e di Breg, datato 6630150 uncal BP (Z-
1421) e attribuito da M. frelih (1986) ad una tradizione castelnoviana sensu lato. Ben diversa la situazione
per i siti di Victorjev Spodmol, recentemente scavato sotto la direzione di I. turk (2004) e di Mala Triglavca,
di cui F. leben (1988) mise da subito in luce chiare similarit con le vicine tradizioni litiche italiane. Per la
ricchezza delle collezioni rispettivamente accumulate, specifici programmi di ricerca sono tuttora concentrati
su questi due siti, con la principale finalit di affinare linquadramento crono-culturale del Mesolitico Recente
sloveno (MleKu et al., 2008a; 2008b).
Per Victorjev, tuttora non datato, gli studiosi ipotizzano il ricorso al trattamento termico dei materiali
silicei in vista della lavorazione. A tale procedimento sembrerbbe associata una produzione laminare attua-
ta attraverso la tecnica a pressione, individuabile, per I. turk (2004), nella morfologia dei prodotti della
scheggiatura non ritoccati. Allinterno della stessa categoria di manufatti, emergerebbero numerosi casi di
segmentazione volontaria per frattura. La materia prima maggiormente impiegata consiste in piccoli ciottoli
silicei provenienti dai vicini sedimenti alluvionali del fiume Reka (Timavo), cui sono direttamente ricolle-
gate le dimensioni minute dei nuclei rinvenuti: prevalentemente sub-conici a lamelle e a un piano di percus-
sione. Nel povero strumentario comune si distinguono una singola lamella ad incavo di tipo Montbani ed
alcuni grattatoi corti su scheggia, scarsamente caratterizzati. Come attestato a Pod rmukljo (pohAr, 1986;
brodAr, 1992), anche in questo caso i bulini sono praticamente assenti. Nelle armature, meglio rappresenta-
te, rari trapezi accompagnano invece predominanti punte microlitiche a dorso unilaterale o bilaterale di tipo
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Sauveterre (G.E.E.M., 192). A queste fanno seguito dorsi e troncatura, triangoli ipermicrolitici, prevalen-
temente scaleni, e rarissimi segmenti. Per quanto concerne la confezione delle scarse forme trapezoidali, di
norma asimmetriche lunghe a piccola troncatura concava o simmetriche corte, si osserva il prevalente im-
piego di supporti normolitici e una regolare lateralit a destra. Quasi tutti i trapezi asimmetrici di Victorjev
recano un piquant tridre non ritoccato sulla grande troncatura, a testimonianza di un impiego standardizza-
to della tecnica del microbulino, mentre, per le forme simmetriche corte, il ricorso alla medesima tecnica
sembrerebbe pi sporadico (turk, 2004).
Dati altrettanto significativi, frutto di scavi condotti con criteri sistematici, provengono dalla sequenza
mesolitica del riparo di Mala Triglavca, per il quale si segnalano da subito materie prime e stile di dbitage
analoghi a quelle del sito precedente. Nello strumentario comune, altrettanto povero per variet tipologica,
spiccano in questo caso le lame/lamelle Montbani, presenti nella sola variante ad incavo isolato e a ritoc-
chi irregolari, piatti o invasivi sulla faccia ventrale (verosimilmente indicativi di un utilizzo dei supporti da
non ritoccati). Si segnalano poi grattatoi su scheggia, generalmente corti a fronte arcuata, unguiforme o sub-
circolare, confezionati spesso su calottina emisferica di ciottolo. Seguono rarissimi raschiatoi su scheggia e
schegge ritoccate. Nel gruppo dalle armature emerge la pi ricca collezione di trapezi per lintero territorio
sloveno, con ben 43 esemplari, sempre regolarmente riconducibili allimpiego della tecnica del microbuli-
no. Questi mostrano una prevalente lateralit a destra e si distribuiscono in asimmetrici/rettangolari lunghi
o corti, largamente predominanti, simmetrici lunghi o corti e tipi a basi decales. Gli esemplari asimmetrici,
a troncatura sempre concava o rettilinea, risultano del tutto assimilabili al tipo Montclus o al tipo Teviec della
tipologia G.E.E.M. (1969), dai quali si distinguerebbero solo per la visibilit del piquant tridre (turk, 2004).
In proporzioni minori rispetto a Victorjev, ai trapezi si accompagnano diversi dorsi e dorsi e troncatura, mentre
divengono decisamente pi rari i triangoli isosceli e scaleni.
Per la sequenza mesolitica di Mala Triglavca stata recentemente ottenuta una serie di datazioni assolu-
te, effettuate su resti ossei campionati nel corso degli scavi leben (1988), tra il 199 e il 1985. Senza entrare
nel merito delle osservazioni pedo-stratigrafiche di MleKu et al. (2008a; 2008b), forzatamente artefatte a
dimostrare una presunta continuit nella frequentazione del riparo tra Mesolitico e Neolitico, queste nuove
acquisizioni paiono ad ogni modo signficative. Le tracce dei cacciatori-raccoglitori di et Atlantica sembre-
rebbero individuabili a 95050 uncal BP (Poz-16341), 63050 uncal BP (Poz-14232), 25540 uncal BP
(OxA-15136), 22938 uncal BP (OxA-1513), 6643 uncal BP (OxA-15223) e 66023 uncal BP (OxA-
15134). Lordine con cui sono pubblicate tali date non corrisponde tuttavia alla realt stratigrafica, dovendo
di fatto rilevare come OxA-15134 provenga dai livelli pi bassi della serie, mentre Poz-16341 da quelli pi
elevati. Allo stesso tempo si sottolinea come OxA-15136 e OxA-15134, separate tra loro da almeno 500 anni
radiocarbonici, provengano praticamente dallo stesso settore di scavo (grid 5-6) e dal medesimo taglio. Lo
stesso dicasi per OxA-1513 e OxA-15223 (analoghi grid e profondit) o, al contrario, per OxA-1513 e Poz-
14232 (datazione similare da tagli diversi) (AMMerMAn com. pers., 2008). Per le anomalie rilevate e tenendo
conto che F. leben (1988) condusse le indagini stratigrafiche per tagli artificiali da 20 cm, e senza ricorrere
al vaglio sistematico dei sedimenti asportati, lenfasi attribuita al sito da MleKu et al. (2008a; 2008b) pare
piuttosto ridimensionabile. Ciononostante, le datazioni descritte, inutili ai fini dello studio della transizione
Mesolitico-Neolitico, conservano la loro importanza quali prove oggettive di una presenza antropica coeva
al Mesolitico Recente del vicino Carso Triestino (creMonesi et al., 1984b). In precedenza, nella sostanziale
assenza di riferimenti cronologici assoluti, la ricerca archeologica slovena si era esclusivamente concentrata
sulle caratteristiche e sulle tendenze evolutive interne alle collezioni disponibili, nella speranza di riconoscerne
parallelismi con le aree immediatamente limitrofe. Da questo punto di vista, in analogia con il resto dellEu-
ropa meridionale, lo spartiacque culturale tra Mesolitico Antico e Recente sembrava quindi coincedere con la
diffusione dei trapezi e delle lame/lamelle ritoccate negli strumentari. Da questo punto di vista, osservando
anche le datazioni provenienti dalla vicina Grotta Benussi (broglio, 191; Andreolotti e gerdol, 1973) e del
sito di Breg (frelih, 1986), la tradizione litica di Mala Triglavca e Victorjev Spodmol risultava gi pienamente
collocabile tra ca. 8000 uncal BP e i ca. 6800 uncal BP, sebbene, analogamente ai complessi triestini di tipo
castelnoviano, lalta rappresentativit di una componente microlitica pi arcaica, ne suggerisca oggi una pi
precisa frequentazione tra la fine del Boreale e linizio dellAtlantico.
Diversamente da quanto proposto inizialmente da M. brodAr (199; 1992), che vi individuava una com-
ponente di matrice tardenoisiana, un inquadramento sommario nella tradizione castelnoviana sembrerebbe
valido anche per il sito di Pod rmukljo. Per quanto impoverito degli elementi microlitici per le metodologie di
scavo adottate, il deposito restituirebbe di fatto microbulini e armature trapezoidali analoghe a quelle di Mala
Triglavca. Le industrie di Breg, diversamente dalle idee di M. frelih (1986), mostrerebbero invece sostanziali
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divergenze dal restante Mesolitico Recente sloveno, nellassenza di microbulini, nella morfologia dei grattatoi
e nella materia prima impiegata (alloctona) (turk, 2004).
Pi a sud, altre tracce degli ultimi cacciatori-raccoglitori postglaciali provengono dal Montenegro occi-
dentale, in particolare dalla grotta di Odmut (srejovi, 1974; J. K. KozowsKi et al., 1994) e dai ripari di Crve-
na Stijena (benAc, 195; benAc e brodAr, 1958; Basler, 1975; srejovi, 1989; BaKovi et al., 2009), Medena
Stijena (Mihailovi, 1996) e Trebaki Kr (Durii, 1996).
Per la disponibilit di attendibili datazioni assolute e per i risultati ottenuti nallanalisi tecno-tipologica
delle industrie litiche, la sola occupazione mesolitica autenticamente collocabile nellAtlantico iniziale emer-
gerebbe a Odmut, cui si associano livelli stratigrafici connotati da una forte omogeneit culturale. Lalto nume-
ro di schegge non ritoccate e scarti della lavorazione ha suggerito agli studiosi una lavorazione sul posto della
materia prima (di provenienza locale). Ci comprovato altres dalla presenza di numerosi nuclei, suddivisi tra
prismatici e subconici a uno o due piani di percussione. Sul piano strutturale e tipologico, lo strumentario co-
mune si mantiene sostanzialmente identico lungo tutta la sequenza aceramica della stratigrafia (strati XD, Ia e
Ib), per la quale sono disponibili almeno sei datazioni
14
C. Seppur riferibili al solo strato Ib, esse si distribuisco-
no tra 900 uncal BP (Si-2226) e 030160 (Z-45) (J.K. KozowsKi et al., 1994). Unitamente a numerosi
arponi unilaterali in osso o corno di cervo, la collezione mesolitica si distingue per una rilevante percentuale di
grattatoi, in larga parte corti sub-circolari, seguiti dai raschiatoi su scheggia. A questi si accompagnano, sempre
in proporzioni costanti nella serie, vari strumenti su lamella (troncature, lamelle a dorso, perforatori/becchi su
lamella) e qualche peculiare lama/lamella di tipo Montbani a doppio incavo opposto. Emerge, parallelamente,
una buona stabilit negli indici delle armature microlitiche, nelle quali si assiste nel tempo alla sola rarefazione
dei dorsi rispetto ai geometrici trapezoidali. Gli ultimi, pur mostrando nella fase aceramica la medesima mor-
fologia dominante (simmetrica, generalmente corta a troncature rettilinee), compaiono in un contesto tecnolo-
gico debolmente laminare (strati XD e Ia). Il dato significativo, corrispondente allunico vero tratto evolutivo
nelle industrie di Odmut, dunque rappresentato da un incremento dei supporti laminari regolari a partire
dallo strato Ib, accompagnato da un progressivo impiego delle radiolariti. Ci si traduce nel passaggio da un
predominio iniziale dei nuclei a schegge laminari irregolari (strati XD e Ia) a nuclei sub-conici e prismatici a un
piano di percussione, ovvero nella maturazione di uno stile di dbitage di tipo Montbani (Mihailovi, 2001).
Diversamente da quanto inizialmente proposto da S.K. KozowsKi (1980) sulla base dei dati disponibili
alla fine degli anni 0 (srejovi, 194), la revisione completa della collezione litica di Odmut non ne con-
sente pertanto la lettura come semplice manifestazione periferica della tradizione castelnoviana mediterranea.
La struttura dello strumentario (privo di grattatoi frontali su lamella e povero di lame/lamelle Montbani) e la
tecnologia impiegata sono infatti differenti. In nessun caso peraltro documentato limpiego della tecnica del
microbulino. Considerando la diffusione dei trapezi e la maturazione della produzione laminare nellAtlantico
iniziale, tuttavia possibile ammettere lesistenza di una tradizione montenegrina similare a quella provenzale
ma del tutto autonoma, istauratasi su un substrato olocenico di matrice epigravettiana (J.K. KozowsKi et al.,
1994). La stessa pare riconoscibile anche nei siti di Crvena Stijena (strati IVb1, IVb2e IVa) (benAc e brodAr,
1958; Basler, 1975; BaKovi et al., 2009) e Medena Stijena (strato IV) (Mihailovi, 1996). Nel primo caso,
si individuano le medesime linee evolutive di Odmut, a partire dalla mancata attestazione della tecnica del
microbulino e dalla comparsa di analoghi trapezi simmetrici in un contesto tecnologico non ancora laminare
(strato IVb1). Negli episodi di occupazione successivi, compaiono e si affermano le lame/lamelle tra i supporti
impiegati nello strumentario, allinterno del quale, oltre alle armature trapezoidali, si distinguono grattatoi cor-
ti sub-circolari, denticolati, lamelle ad incavi e troncature. Tale assetto evolutivo, ricostruito sulla base dei dati
relativi agli scavi effettuati tra il 1954 e il 1964 (bAsler, 1975), ha trovato sostanziale conferma nelle nuove
campagne di ricerca condotte allentrata del riparo tra il 2004 e il 2006. Lo strato 2, messo in luce in unarea
non intaccata da lavori precedenti, ha restituito materiali litici riferibili ad una prima fase di affermazione della
tecnologia laminare, visibile nella presenza dei primi nuclei subconici e di prevalenti lame/lamelle tra i sup-
porti rinvenuti. Questi elementi sono stati individuati in corrispondenza di un focolare datato 6510-6420 cal
BC (Beta-211504; Beta-211503) (BaKovi et al., 2009).
Pur contenente rari trapezi, lo strato IV del deposito di Medena Stijena, mostra invece una collezione
essenzialmente su scheggia, caratterizzata, nella fattispecie, da grattatoi corti irregolari e numerose schegge
ritoccate (Mihailovi, 1996). Su queste basi, sembrerebbe possibile suggerirne un accostamento maggiore alle
industrie litiche dello strato D del sito Mesolitico di Sidari, nellIsola di Corf (vedi in seguito) (sordinAs,
190; Mihailovi e DiMitrijevi, 1999). NellAtlantico iniziale, immediatamente al di fuori dei territori euro-
pei investiti da una castelnovianizzazione in senso stretto, il Mesolitico Recente montenegrino sembrerebbe
36
dunque collocarsi tra quei complessi definibili preneolitici mediterranei, imparentati tra loro da elementi di
tipo castelnoviano, ma differenziati al contempo da uno specifico set di tratti originali. Tra questi, per i tratti
tecno-tipologichi che li caratterizzano, alcuni autori inserirebbero anche il Capsiano superiore maghrebino
(grbnArt, 1976; RAhMAni, 2004) e la cultura di Murzak-Koba in Crimea (Ucraina) (S.K. KozowsKi, 1980),
a sottolineare lampiezza dei fenomeni culturali descritti.
Una linea evolutiva alternativa emerge altres alle Porte di Ferro, lungo il corso del Danubio, appena prima
della comparsa della ceramica. Nella regione, compresa tra Serbia e Romania, un debole sviluppo della tecno-
logia laminare, accompagnato dalla presenza di rari trapezi e tipici splintered pieces, documentabile a Icoa-
na a partire da 8000 uncal BP (Punescu, 1989) e, tra 7500 e 6800 uncal BP, a Vlasac I-III, Lepenski Vir I-II e
Schela Cladovei (srejovi et al., 1980; j.K. KozowsKi e S.K. KozowsKi, 1982; 1983; Bonsall, 2008; Bori
et al., 2008; Jovanovi, 2008). Ciononostante, lo scarso dbitage laminare non sembra ricordare in nessun caso
la standardizzazione visibile nella Slovenia occidentale o in Montenegro. Al contrario, i complessi mesolitici
delle Porte di Ferro si caratterizzerebbero per un pi marcato attardamento della tradizione epigravettiana,
perdurato secondo alcuni studiosi sino alla neolitizzazione del territorio (J.K. KozowsKi et al., 1994). Lintera
area danubiana ha di fatto fornito strumentari sempre scarsamente caratterizzati, in netto contrasto con la pi
sviluppata e ricca produzione locale in materia dura animale (bonsAll, 2008).
Scendendo lungo la costa adriatica orientale, ulteriori dati dinteresse sulla fase studiata provengono dal-
la Grotta di Konispol, localizzata nellentroterra costiero albanese, a pochi km in linea daria dallo stretto di
Corf (schulderein, 1998). Per lorizzonte mesolitico della serie messa in luce, estesa dal Paleolitico Finale al
Neolitico Antico, disponibile una buona serie di datazioni radiocarboniche, tutte inquadrabili nellAtlantico
iniziale: 060110 uncal BP (Beta-56415) (strato IX/20), 51090 uncal BP (Beta-6803) (strato XXI/39),
630140 uncal BP (Beta-6804) (strato XXI/39), 55080 uncal BP (Beta-80000) (strato XXI/41); 41080
uncal BP (Beta-9999) (strato XXI/42) (hArrold et al., 1999). Anche in questo caso, la materia prima impie-
gata nella produzione litica strettamente locale e di alta qualit, cui si associa, rispetto ai livelli paleolitici fi-
nali, un pi accentuato microlitismo dello strumentario, una maggiore elaborazione dello stesso e uninflazio-
ne laminare nei supporti non ritoccati. La collezione litica si caratterizza per nuclei sub-conici, accompagnati
da uno strumentario dominato, nellordine, da denticolati, incavi, perforatori, strumenti compositi, grattatoi
(talvolta a spalla) ed armature microlitiche. Questultime si compongono di un triangolo e almeno undici trape-
zi simmetrici, morfologicamente assimilabili a quelli di montenegrini. Osservandone la produzione laminare,
lassenza della tecnica del microbulino e la tipologia dei geometrici, il complesso mesolitico di Konispol
evidenzia di fatto vari punti di contatto con la Grotta di Odmut, dalla quale sembrerebbe distanziarsi soltanto
per la mancanza di uno sviluppato repertorio su osso o corno di cervo (hArrold et al., 1999; in stampa). Pi
sensibili paiono le differenze tra le industrie mesolitiche di Konispol e quelle documentate nel vicino sito co-
stiero di Sidari a Corf (livello D), datato 0340 uncal BP (GXO-0) (sordinAs, 1969). Stando alle scarse
informazioni disponibili, questultimo restituirebbe abbondanti scarti di lavorazione, accompagnati da uno
strumentario litico su scheggia caratterizzato da morfologie irregolari e scarsamente diagnostiche. Rarissimi
dunque i supporti laminari documentati, ritoccati e non, tra cui si rileva un unico elemento normolitico (AdAM,
1999). Per A. sordinAs (2003), stando alla frequenza di gusci di molluschi marini nel deposito scavato, tali
peculiarit tecno-tipologiche andrebbero attribuite a specifiche specializzazioni funzionali del sito, indirizzate,
nella fattispecie, allo sfruttamento delle risorse acquatiche. Nello stesso settore balcanico, la cui frequentazio-
ne mesolitica risulta tuttora oscura, migliori informazioni provengono dalle prospezioni di superficie e dagli
scavi recentemente condotti presso il sito di Kryegjata B (non datato), nella regione di Mallakastra (runnels
et al., 2004). Anche in questo caso, si rileva mostra una produzione litica prevalentemente non laminare, cui
si associano morfologie nucleari di piccole dimensioni e ad un piano di percussione, messe in opera per lot-
tenimento di piccole schegge. Su questi supporti, ricavati sempre da materia prima locale, confezionato lo
strumentario, allinterno del quale si distinguono grattatoi, prevalentemente unguiformi, schegge ritoccate,
bulini, troncature e denticolati, tutti contraddistinti da un ritocco marginale o inframarginale. I rari microliti
geometrici, trapezoidali irregolari e a margini sinuosi, sono sistematicamente ottenuti da piccole schegge o
frammenti di lamella e presentano una. In nessun caso, gli stessi recano le tracce di unapplicazione della tec-
nica del microbulino. Per i suoi caratteri, gli studiosi del sito hanno preliminarmente avanzato un parallelismo
tra loccupazione di Kryegjata B e il Mesolitico Antico della fase VII della Grotta Franchthi (vedi in seguito).
Altre similarit, specie nella tipologia dello strumentario, emergono con i siti adriatici di Konispol e Odmut
pi sopra descritti (runnels et al., 2004).
Attualmente, escludendo sporadici ritrovamenti di superficie a Tourkovouni, Preveza, Loutsa e Ammoudia
nellEpiro settentrionale, poco documentati ma parzialmente accostabili a quelli di Konispol e Sidari (runnels,
3
1995; wiseMAn, 1995; runnels e VAn Andel, 2003), la Macedonia e la restante Grecia occidentale non hanno
restituito significative testimonianze mesolitiche, fatta eccezione per il livello pi recente (IV) del Riparo di
Bola, datato a 95405 uncal BP (RTA-3529) (kotjAbopoulou e AdAM, 2004), da cui proviene unindustria
con triangoli ipermicrolitici ottenuti con la tecnica del microbulino e micropunte a dorso (kotjAbopoulou
et al., 1999). Nel Bacino dellEgeo e nella Grecia orientale il quadro non radicalmente diverso, potendo la
ricerca contare su rari insediamenti sistematicamente indagati (bAiley, 2000; perls e GAlAnidou, 2003). Tra
questi, in particolare, la Grotta 1 di Klisoura, nellArgolide settentrionale (kouMozelis et al., 2003), le Grot-
te Franchthi e Koukou, nellArgolide meridionale (jAcobsen e fArrAnd, 198; VAn Andel e sutton, 198;
jAMeson et al., 1994; perls, 1990; 2003), la Grotta Sarakenos, in Beozia (sAMpson et al., 2009) e la Grotta
del Ciclope, nellisola di Youra (Sporadi settentrionali) (sAMpson, 1998; sAMpson et al., 1998; 2003). Lunica
eccezione a fronte di una distribuzione sostanzialmente litoranea degli insediamenti sembrerebbe rappresen-
tata dalla Grotta Theopetra, nella Tessaglia occidentale (kypArissi-ApostolikA, 2003), con una stratigrafia
estesa dal Paleolitico finale al Neolitico Antico. In questultimo caso, loccupazione mesolitica si estende tra
921390 uncal BP (DEM-142) e 90129 uncal BP (DEM-918) (kypArissi-ApostolikA, 2000), restituendo
uno strumentario litico regolarmente su scheggia, privo di microliti geometrici e di microbulini (AdAM, 1999).
Nella stessa regione interna, a fronte di diverse prospezioni sistematiche, non si segnalano altre inequivocabili
testimonianze degli ultimi cacciatori-raccoglitori (bAiley, 2000; runnels et al., 2005).
Allo stato attuale delle ricerche, le informazioni quantitativamente e qualitativamente migliori per un
inquadramento del Mesolitico Recente della Grecia provengono dunque dalla sequenza stratigrafica di Grotta
Franchthi, il sito pi ricco, rappresentativo e studiato dei Balcani meridionali. Ripercorrendone la dinamica
evolutiva dal Paleolitico Finale al Neolitico Antico proposta da C. perls (198; 1990), si pu osservare come
le industrie dellOlocene Antico si caratterizzino per una marcata rottura tecno-tipologica rispetto alla tradizio-
ne epigravettiana dellEgeo e della fascia mediterranea della Turchia (j.K. KozowsKi, 2005; 2007), mostrando
caratteri in controtendenza rispetto al resto dellEuropa occidentale. Nella cosiddetta fase VIII, compresa tra
9430160 uncal BP (P-222) e 9060110 uncal BP (P-2228), i microbulini, la tecnica ad essi riconducibile, le
lame/lamelle ritoccate e i geometrici diminuiscono infatti drasticamente. Allinizio della sequenza mesolitica,
lo strumentario litico quindi essenzialmente costituito da manufatti su scheggia di fattura grossolana, a ritoc-
co prevalentemente denticolato (perls, 198). A partire da 9000 uncal BP (fase VIII, da 8940120 uncal BP:
P-1664 a 853090 uncal BP: P-210), osservabile un lieve recupero della componente microlitica a ritocco
erto sul sempre maggioritario substrato ad incavi, denticolati e grattatoi. Nelle armature compaiono ora le pri-
me morfologie trapezoidali, corte asimmetriche a troncature concave, generalmente ottenute su microschegge
o schegge laminari. Ad esse si affiancano lamelle e piccole punte a dorso, unitamente ad altri microliti non
geometrici ottenuti per varie combinazioni di dorsi e troncature. La tecnica del microbulino non sembra
diffusa, cos come non attecchisce ancora una tecnologia laminare (perls, 1990). Nel corso della successiva
fase IX (fine del IX millennio uncal BP), connotata da una nuova flessione nel numero dei microliti e da un
predominio dei denticolati e degli incavi su scheggia, si osserva lesordio dei primi trancianti trasversali a
ritocco bifacciale semi-erto.
I primi elementi assimilabili alla tradizione castelnoviana occidentale compaiono solo in corrispondenza
della fase X, allinizio dellVIII millennio uncal BP. Sebbene ancora dominato da uno strumentario su scheg-
gia, questo stadio, definito dalla perls (1990) neolitico preceramico, sembrerebbe in effetti allinearsi ai
fenomeni culturali attivi nel Mediterraneo settentrionale, distaccandosi dai precedenti per il debutto di una
produzione laminare assai pi regolare, su selce e ossidiana. Da questi supporti, la cui morfologia suggeri-
rebbe un ricorso alla tecnica pressione, sono ricavati anche rarissimi trapezi simmetrici a troncature rettilinee,
profondamente diversi da quelli della fase VIII (perls, 198). Al di l dei caratteri propri di ciascun orizzonte
stratigrafico, si deve qui sottolineare come la variabilit strutturale osservata tra gli strumentari pre-neolitici
delle varie fasi sia stata recentemente attribuita anche a possibili mutamenti funzionali nelloccupazione del
sito, anzich ad un esclusivo processo evolutivo in seno alla tradizione litica egea (perls, 2003).
Pi recenti scavi presso la Grotta Sarakenos, la Grotta del Ciclope e la Grotta 1 di Klisoura hanno in parte
ampliato le conoscenze sul Mesolitico di questo settore europeo. Nel primo sito, allintensa antropizzazione
degli orizzonti pre-neolitici (Trincea A, US 4) risponde in realt un complesso litico piuttosto esiguo e scarsa-
mente diagnostico, composto da rari nuclei discoidali a schegge, alcune schegge ritoccate ed ununica lamella
in ossidiana. Questi pochi elementi sono tuttavia riferibili ad una precisa fase di occupazione del sito a cavallo
tra Boreale e Atlantico, comprovata da una serie di datazioni radiocarboniche distribuite tra 859050 uncal
BP (Poz-21360) e 95050 uncal BP (Poz-22649) (sAMpson et al. 2009). NellIsola di Youra, la frequenta-
zione mesolitica della Grotta del Ciclope (tagli 20-8) collocabile invece tra Preboreale e Boreale, ovvero tra
38
942852 uncal BP (DEM-59) (taglio 14) e 821843 uncal BP (DEM-368) (taglio 6) (sAMpson et al., 1998;
fAcorellis, 2003). Sul piano culturale, la stessa sembrerebbe allinearsi alle fasi VII-IX dellArgolide, delle
quali riproporrebbe lo stile di dbitage e la tipologia dei manufatti caratterizzanti. A fronte di una totale di
mancanza di nuclei, i prodotti della scheggiatura non ritoccati sono dominati dalle schegge, mentre il limitato
strumentario litico, di chiara matrice epigravettiana, si compone essenzialmente di splintered pieces, grat-
tatoi frontali o carenati su scheggia e schegge ritoccate (J. K. KozowsKi, 2007). Nella parte superiore della
sequenza mesolitica compaiono invece rarissimi segmenti, lamelle a dorso e un trapezio ricavati da supporti
microlamellari in ossidiana, materiale gi diffuso nellEgeo a partire dal Paleolitico Superiore finale (sAMpson
et al., 2003; J.K. KozowsKi, 2005).
La recente edizione della collezione litica proveniente dalla complessa stratigrafia della Grotta 1 di Kli-
soura ha consentito di affinare ulteriormente la scansione crono-culturale della regione. Anche in questo caso,
ricorre lutilizzo di materiale scheggiabile locale, accompagnato dalla comparsa di selce alloctona e ossidiana
solo nei livelli mesolitici superiori (kouMouzelis et al., 1993). I pochi nuclei rinvenuti rientrano generalmente
nella tipologia a schegge a singolo piano di percussione, seguiti dai poliedrici e sub-discoidali a schegge. I pro-
dotti della scheggiatura non ritoccati sono nuovamente dominati dai supporti non laminari, anche se, rispetto
alla Grotta del Ciclope, lame e lamelle paiono maggiormente rappresentate. Ricorrono sempre gli splintered
pieces, comuni in altre aree balcaniche (J.K. KozowsKi, 2005) e derivanti dalla preparazione dei nuclei o dal
loro ravvivamento. Lo strumentario comune si compone essenzialmente di grattatoi su lama o su scheggia,
anche carenati sub-circolari, seguiti da raschiatoi, schegge ritoccate, denticolati, incavi, bulini e perforatori.
Nel gruppo delle armature microlitiche, pi frequenti nelle fasi mesolitiche iniziali (livello 6, datato 9150200
uncal BP: Gd-390) si riconoscono segmenti, punte di Sauveterre e lamelle a dorso, a rappresentare, secondo
kouMouzelis et al. (2003), la prova di un possibile legame con la sfera culturale adriatica. Ciononostante, il
carattere prevalentemente non laminare del complesso litico, costante sino ai livelli terminali della sequenza,
ne evidenzia la migliore corrispondenza con la fase VII della Grotta Franchthi. Nei livelli superiori, 5 e 3, non
datati ma confrontabili con le fasi VIII e IX della sequenza di riferimento, si rileva la presenza di un unico
trapezio atipico su scheggia.
Pi recentemente, nuove prospezioni sistematiche nellArgolide meridionale hanno portato alla scoperta
di stazioni allaperto lungo larea costiera di Kandia. Le industrie ivi rinvenute hanno mostrato uno stile ana-
logo a quelle di Grotta Klisoura 1, mentre la totale assenza di elementi inquadrabili nella fase X di C. perls
(1990) alimenterebbe lidea di un abbandono della zona ben prima dellavvento del Neolitico (runnels et
al., 2005). Queste rilevanze hanno indotto ad una revisione completa dei materiali provenienti da pregresse
indagini nella stessa area, ritenuti in passato non classificabili. Lesperienza oggi accumulata sulle propriet
tecno-tipologiche delle industrie pre-neolitiche egee, ha quindi consentito il riconoscimento di almeno ul-
teriori localit caratterizzate da elementi litici assimilabili alle descritte fasi culturali VIII e VII, confermando
preferenze insediative orientate verso lecotono racchiuso tra il litorale s.s. e la fascia arborata retrostante, ricca
di zone paludose, sorgenti e corsi fluviali (runnels, 2009).
Ampliando larea di indagine, sorge spontaneo il confronto tra il Mesolitico Recente di Grotta Franchthi e
di Konispol, la pi vicina frequentazione raffrontabile su basi radiocarboniche. Da subito, le similitudini sem-
brerebbero tuttavia minori delle divergenze, a partire innanzitutto dalle datazioni assolute. A Konispol, infatti,
esse sono disposte su una finestra temporale contemporanea alla piena neolitizzazione del sito dellArgolide.
Sul piano tecno-tipologico, il cosiddetto Mesolitico Recente e Finale di Grotta Franchthi (ca. 800-8000 uncal
BP) si caratterizza inoltre per la presenza di trapezi prevalentemente ricavati da supporti non laminari, simil-
mente al resto dello strumentario. Le sole lamelle ivi rinvenute non rientrano mai nello stile Montbani, mentre
una rappresentativit di incavi e denticolati analoga al sito albanese sarebbe visibile a Franchthi soltanto tra ca.
9500 e 9000 uncal BP (hArrold et al., 1999). I due siti mostrano maggiori similarit in corrispondenza della
fase X, contemporanea alla frequentazione mesolitica di Konispol. La comparsa di una produzione laminare
standardizzata, associata a rari trapezi su supporti regolari, simmetrici e a troncature rettilinee, costituisce di
fatto lunico vero legame.
A conclusione di questa panoramica sul Mesolitico Recente dei Balcani e del Bacino dellEgeo, a fronte
anche della distribuzione dei siti descritti, utile menzionare un ultimo aspetto di natura paleoeconomica,
ovvero lo sviluppo postglaciale della navigazione marittima. Non stupisce, per paralleli etnografici, che tale
pratica abbia fatto la sua comparsa in un contesto paleolitico di caccia-raccolta, come evidenziato dallimpor-
tazione di ossidiana dallIsola di Melos gi nella fase VI (datata ca. 10260-10880 uncal BP) (perls, 199;
1995; PickArd e bonsAll, 2004). Decisamente pi significativo invece limpiego che tale mezzo di trasporto
39
sembra conoscere nelle strategie sussistenziali della successiva fase VIII, in corrispondenza cio della com-
parsa dei primi trapezi su scheggia a Grotta Franchthi. Vi difatti documentata unintensiva attivit di pesca
daltura al tonno, segno di un probabile mutamento tecnico-organizzativo rispetto alla navigazione sottocosta
paleolitica; dato, pi recentemente osservato anche nei livelli mesolitici di Vela pilja (euK e raDi, 2005).
comunque altrettanto noto che, a partire dal Pre-Boreale, vengano altres colonizzate le isole di Kythnos
nelle Cicladi (sAMpson et al., 2002), Youra nelle Sporadi settentrionali (sAMpson et al., 1998; 2003) e Ikaria, a
nord del Dodecanneso, sino ad allora apparentemente disabitate (SAMpson et al., 2009). Dati analoghi, per lo
stesso periodo, provengono peraltro dalla Sardegna e dalla Corsica, a sottolineare lapertura pre-neolitica di
nuove rotte di colonizzazione (MArtini e ulzegA, 1990; J.K. KozowsKi, 2005)
2.6. la Castelnovianizzazione delleuroPa Meridionale
Dal quadro sin qui ricostruito evidente che il Mesolitico Recente della Penisola Italiana debba collocarsi
al centro, non solo metaforico, di un processo culturale ad ampissimo raggio, osservabile nella simultanea
affermazione, a partire da ca. 900 uncal BP, di similari innovazioni tecniche e stilistiche allinterno delle
tradizioni litiche dellEuropa meridionale (J.G.D. clArk, 1958; S.K. KozowsKi, 195). Presenti in proporzio-
ni e morfologie eterogenee, secondo una caratterizzazione regionale, questi caratteri comuni possono essere
schematicamente raggruppati nella seguente lista:
1) Comparsa e progressiva affermazione di un dbitage di stile Montbani, associato a nuclei sub-conici o pri-
smatici ad un piano di percussione preparato, messi in opera per lottenimento di supporti laminari micro-
e normolitici sottili, a margini sub-paralleli e sezione trasversale regolare (triangolare o trapezoidale) (ro-
zoy, 1968; 198). Lo sviluppo di questa tecnologia, apparentemente proporzionale alla standardizzazione
delle armature microlitiche, non soppianta del tutto la produzione su scheggia, stabilmente indirizzata al
confezionamento di determinati gruppi di strumenti comuni;
2) Diffusione dei trapezi simmetrici e asimmetrici allinterno degli strumentari, a progressiva sostituzione
delle armature geometriche e non-geometriche del Mesolitico Antico;
3) Impiego sistematico della tecnica del microbulino nella fabbricazione delle armature microlitiche;
4) Diffusione di supporti laminari a ritocco irregolare e/o marginale, ad incavi e denticolati, codificati nella
tipologia franco/belga di J-G. rozoy (1968) come lame/lamelle Montbani. Queste, spesso private della
parte distale e/o prossimale per frattura volontaria mediante flessione (S.K. KozowsKi com. pers., 200),
mostrerebbero caratteristiche morfo-tecniche riconducibili ad un loro utilizzo da non ritoccate, incorag-
giandone una classificazione come strumenti a posteriori a ritocchi duso.
5) Affermazione, specie in area alpina, in Slovenia e in Montenegro, di tipici arponi piatti su osso o corno di
cervo, dotate di una o due file dentate.
6) Diffusione dei grattatoi frontali di piccole dimensioni, elaborati a ritocco semierto e generalmente ripartiti
tra lunghi su lama/lamella e corti sub-circolari o unguiformi su scheggia;
) Rarit complessiva e debole caratterizzazione tipologica dei bulini, a fronte comunque di una generale
restrizione dei gruppi tipologici rappresentati tra gli strumenti comuni.
Ai punti enucleati, S.K. KozowsKi (195; 1980; 2010) aggiungerebbe lutilizzo della tecnica a pressione
nella catena operativa dello stile Montbani/Montclus, ma, alla luce dei dati provenienti dallarcheologia spe-
rimentale (pelegrin, 1991; 2000), tale assunto pare in realt discutibile e meritevole di ulteriori approfondi-
menti.
Come si potuto osservare, i caratteri descritti si presentano combinati tra loro in forme e proporzioni
diverse a seconda della regione esaminata, dando vita a pi facies di un fenomeno apparentemente omogeneo
e simultaneo. Allinizio degli studi sul Mesolitico europeo, poich il Castelnoviano provenzale appariva come
il complesso culturale pi esemplificativo e documentato dellevoluzione in atto, esso venne interpretato dagli
studiosi come la probabile matrice di base per la formazione delle varie combinazioni tecno-tipologiche del
continente, mediata da una progressiva espansione delle stessa verso nord. Secondo S.K. KozowsKi (196), in
particolare, le ultime tradizioni pre-neolitiche europee sarebbero quindi nate dallimpatto della stessa tradizio-
ne provenzale sui diversi substrati localmente preesistenti: 1) Sauveterriano sensu lato nellEuropa mediterra-
nea; 2) Epigravettiano Finale per il Mediterraneo nord-orientale e la Penisola balcanica; 3) Beuroniano per la
Francia nord-occidentale, le Alpi settentrionale e la Boemia. Per lo stesso autore, lespansione dei trapezi e del-
40
la tecnologia laminare dal supposto epicentro transalpino sarebbe stato favorita, o quanto meno accompagnata,
da aspetti di carattere ecologico, tra cui la progressiva migrazione verso nord degli ecosistemi termofili (S.K.
KozowsKi, 1980). Daltro canto per, la comparsa dei noti tratti innovativi precederebbe ovunque il miglio-
ramento climatico dellAtlantico iniziale, interessando contesti geografici piuttosto eterogenei e scoraggiando
dunque il riconoscimento di influssi ambientali sullevoluzione tecno-tipologica osservata. Per lentit e la
dinamica di questultima, la critica scientifica ha cos ipotizzato la presenza di vere e proprie correnti intercul-
turali, garantite sia dalla mobilit dei gruppi umani dellepoca, sia dalla permeabilit culturale delle barriere
geografiche (S.K. KozowsKi e J.K. KozowsKi, 1979; S.K. KozowsKi, 1993; J.K. KozowsKi, 2005).
Ancora oggi, a dispetto delle radicate convinzioni di S.K. KozowsKi (2010), pare ad ogni modo difficile
definire lorigine geografica dei processi esaminati, essendone constatabile una simultanea manifestazione
dallUcraina allAndalusia. Ciononostante, non lontano dalla linea interpretativa dello studioso polacco, anche
C. bArrire (1956; 195) individuava lepicentro dei complessi a lame e trapezi in Aquitania, alternativamen-
te fissato da altri autori nel Bacino di Parigi (rozoy, 198) o in Crimea (theVenin, 1991). Al di l di questi
aspetti, ben pi complessa e interessante la questione sulle reali cause di un cos marcato parallelismo cul-
turale. La relativa coincidenza cronologica tra la diffusione delle prime comunit neolitiche nel Mediterraneo
nord-orientale e laffermazione di industrie di tipo castelnoviano nel suo settore nord-occidentale indurrebbe
oltretutto a rintracciare una relazione tra i due fenomeni (MArchAnd, 2000).
Superficialmente, la sola componente autenticamente ereditata dalle tradizioni litiche del Mesolitico An-
tico sembrerebbe la tecnica del microbulino, esordita nel continente gi nel Paleolitico Finale. Tuttavia, si
visto come in tutte le culture del Mesolitico Recente dellEuropa mediterranea, le morfologie trapezoidali
compaiano sempre in associazione con armature pi arcaiche. Questo suggerisce un passaggio pi graduale
ai rinnovati strumentari, cui si accompagnerebbe (vedi in Francia) anche una pi lenta maturazione dello stile
di dbitage pienamente laminare. In questo articolato contesto, ogni valutazione sulla precoce apparizione di
trapezi atipici nel corso della fase VIII della Grotta Franchthi, (IX millennio uncal BP), dovrebbe tenere a men-
te le armature trapezoidali allapice della sequenza sauveterriana dei siti francesi di Montclus (strato 16) e di
Buholoup (bArbAzA et al., 1991) o, ancora, gli esemplari simmetrici e a troncature rettilinee del sito di Mirne,
presso la costa nordoccidentale del Mar Nero (Ucraina) (stAnko, 1982), ridatato tra 84545 (GrA-3312) e
828045 uncal BP (GrA-3313) (biAgi et al., 2008; biAgi e kiosAk, 2010).
Per sostanziale simultaneit di datazioni, pare quindi prematuro e inutile dire se e come dai complessi pro-
venzali sia dipesa levoluzione delle tradizioni pre-neolitiche limitrofe, cos come avanzare idee sul suo reale
ruolo nella formazione delle coeve tradizioni della Francia settentrionale. Tralasciando al momento la Penisola
Italiana, quel che emerge con forza comunque la buona assimilabilit dellEpipaleolitico Geometrico di tipo
Cocina e del Mesolitico Recente sloveno al Castelnoviano classico. A questultimo, sembrerebbe parzialmente
accostabile anche il gruppo di Gazel/Cuzoul.
Allontanando lo sguardo dalla regione mediterranea, altres interessante notare la presenza di simultanee
manifestazioni culturali similari, come il Montbaniano e il Tevieziano. Il primo, dal sito eponimo di Montba-
ni 13 nel Bacino di Parigi, si sviluppa su un substrato di tradizione Beuroniana e rappresenta, secondo varie
caratterizzazioni regionali, la tradizione litica del Mesolitico Recente della Francia nord-orientale (hinout,
1976; 1984; 1990; rozoy, 198; 1991; decorMeille e hinout, 1982; ducrocq, 1989; 1991; fAgnArt, 1991),
della Catena dello Jura, del Franche-Comt e della Svizzera nord-occidentale (bAndi et al., 1963; bAndi, 1983;
theVenin, 1990a; 1990b; 1991; 1996; 1998; cupillArd e richArd 1999; crotti, 2000; 2002; cupillArd e per-
renoud-cupillArd, 2000; perrin, 2002; Curdy, 2007). La fase iniziale del Montbaniano vede lo sviluppo mas-
siccio delle armature trapezoidali, in concomitanza con laffermazione dello stile di dbitage di tipo Montbani,
originariamente codificato nella Francia settentrionale proprio sulla base dello stesso sito eponimo (rozoy,
198). Come in gran parte dellEuropa occidentale, la comparsa di questa combinazione di caratteri avviene
sempre attorno ai 900-800 uncal BP, rendendone di conseguenza poco credibile unorigine alloctona per tra-
smissione culturale dal bacino mediterraneo. Su base tipologica, la fine del Mesolitico nella Francia settentrio-
nale stata suddivisa dagli studiosi in due stadi evolutivi ulteriori: uno recente, corrispondente grosso modo
allVIII millennio uncal BP, e uno finale, dallinizio del VII allavvento del Neolitico nella regione (fAgnArt,
1991; rozoy, 1991). Inizialmente, lintroduzione dei trapezi allinterno degli strumentari litici progressiva
e regolarmente associata allimpiego della tecnica del microbulino. Il debutto dei nuovi geometrici nella
regione si caratterizza per una buona omogeneit morfologica, connotata in dettaglio dalla prevalenza degli
esemplari asimmetrici rettangolari classificati dalla tipologia G.E.E.M. (1969) come Trapezi di Vielle (ro-
zoy, 1991). Nel gruppo delle armature, essi sono accompagnati da una componente microlitica di matrice beu-
roniana, composta da tipiche punte a base ritoccata di tipo Tardenois, triangoli scaleni microlitici e segmenti
41
di cerchio (G.E.E.M., 192). La durata di questa coesistenza varia a seconda dellarea di studio, senza tuttavia
superare il millennio. Gli strumentari comuni si caratterizzano quindi per la comparsa e lalta rappresentativit
delle lame/lamelle Montbani, affiancate in genere da grattatoi frontali, da schegge ritoccate e raschiatoi den-
ticolati su scheggia (rozoy, 198). Secondo le ricerche pi recenti, industrie similari si spingerebbero fino ad
alcuni ripari svizzeri, come Mollendruz-Freymond (Catena dello Jura) (crotti e pignAt, 1986; 1992; pignAt e
winiger, 1999) e Chteau-dx (crotti e pignAt, 1993) (Prealpi Vodesi), la cui frequentazione mesolitica
datata attorno ai 200 uncal BP (crotti, 2002). In questa fase, ai margini della catena alpina settentrionale si
affermano gli arponi in corno di cervo di tipo Birsmatten, che in taluni siti paiono diffondersi quasi a sostitu-
zione delle stesse armature silicee (bAndi et al., 1963; cupillArd e perrenoud-cupillArd, 2000).
Nello stadio finale del VII millennio uncal BP si assiste alla totale scomparsa delle morfologie del Me-
solitico Medio dagli strumentari, mentre i trapezi evolvono generalmente verso forme asimmetriche a basi
decales (G.E.E.M., 1969). Essi mostrano di norma un ritocco semi-erto sulla grande troncatura, in continuit
con piquant tridre non elaborato. Rispetto allo stadio evolutivo precedente, questo sembrerebbe caratterizzar-
si per unaccentuata differenziazione dei tipi caratteristici per ciascun territorio, quasi a delineare una qualche
separazione tra diverse unit etniche. In tal senso, paiono significativi gli studi che hanno evidenziato, per il
Tardenoisiano Classico (facies della Cultura Montbaniana localizzabile nel Bacino di Parigi) (rozoy, 1991),
lesistenza di due sottogruppi culturali eterogenei, separati da Fiume Somme e caratterizzati ciascuno da una
differente ed esclusiva lateralit nelle armature (gendel, 1984; loehr, 1990). Nello stesso periodo, fa la sua
comparsa il ritocco inverso piatto sulla piccola troncatura, nei trapezi e nei nuovi triangoli scaleni da loro
evoluti per progressiva riduzione della base minore (rozoy, 1991). Queste innovative morfologie triangolari
paiono assai differenti dalle analoghe forme del Mesolitico Antico e Medio della Francia settentrionale, nel-
lampiezza dellangolo formato dalle due troncature (>90) e nelle maggiori dimensioni generali (fAgnArt,
1991). La scomparsa della base minore nel Trapezio di Vielle, corto o allungato, determinerebbe quindi la
comparsa rispettivamente del Triangolo di Fere (G.E.E.M., 1969) e della Fleche di Belloy (gob, 1985; 1989).
Lo stesso fenomeno osservabile nel passaggio dai trapezi a basi decales alla cosiddetta Fleche di Dreuil,
conseguentemente contraddistinti da una grande troncatura convessa (Gob, 1990). Ulteriori tipi di armature a
ritocco inverso piatto, specifiche di limitati territori, sono anche le cosiddette Punte di Sonchamp e le Punte di
Bavans. Queste forme evolute, sconosciute a est del fiume Reno, sono spesso precedute anche da varie mor-
fologie di passaggio, a testimonianza di una loro origine/evoluzione in loco (fAgnArt, 1991; theVenin, 1996;
1999). Per quanto concerne gli strumentari comuni dello stadio evolutivo terminale del Montbaniano, si rileva
infine unaffermazione ulteriore delle lame/lamelle Montbani, le quali, in taluni giacimenti, raggiungono an-
che la met dei supporti ritoccati (rozoy, 1991).
Confrontando tra loro le collezioni-tipo del Montbaniano e del Castelnoviano provenzale, J.G. rozoy
(198) aveva inizialmente riconosciuto alcune divergenze qualitative e quantitative. Al di l delle palesi etero-
geneit nella tipologia dello strumentario comune e nellevoluzione di dettaglio delle armature microlitiche, lo
stile di dbitage provenzale fu riconosciuto meno regolare di quello originariamente codificato per il Bacino
di Parigi. Oltre a ci, lo studioso evidenziava, per il Montbaniano, una maggiore persistenza di armature della
tradizione Beuroniana precedente. Come si gi potuto constatare, pi recenti studi sulla sequenza eponima
di Chteauneuf hanno in parte ribaltato questa visione, mettendo in luce, anche nel Castelnoviano iniziale, una
buona frequenza di armature del Montclusiano Recente e una prima affermazione dello stile di dbitage di tipo
Montbani (binder, 198). Se si osservano le analogie tra Mesolitico Recente provenzale e lo stadio recente
della Cultura Montbaniana, tra cui il sistematico impiego della tecnica del microbulino e la presenza di lame/
lamelle Montbani, le due tradizioni sembrerebbero in effetti interpretabili come manifestazioni a distanza di
un analogo fenomeno.
Maggiori divergenze tecno-tipologiche rispetto al Montbaniano sono emerse nella coeva tradizione della
costa valensiana, notoriamente priva di punte a base ritoccata o di tipo Tardenois e caratterizzata da una minore
rilevanza dei triangoli. Lo stile di dbitage del Mesolitico Recente levantino, inoltre, non mai eccessivamente
regolare, e le lame/lamelle Montbani, per quanto concettualmente assimilabili a quelle del Bacino di Parigi
(rozoy, 198), sono tratte da supporti laminari poco standardizzati. Anche nel gruppo dei trapezi le differenze
morfologiche sono evidenti. Nel Montbaniano, il trapezio dominante difatti quello rettangolo, o di Vielle, a
grande troncatura rettilinea, fortememente minoritario in Cocina A rispetto al pi tipico trapezio a troncature
concave (forteA perez, 193). Per quanto contemporanee, le due tradizioni risultano quindi ben distinte.
Venendo al Tevieziano, si pu invece osservare come esso costituisca, parallelamente al Retziano, la
principale e meglio documentata tradizione litica del Mesolitico Recente della Bretagna e dei Paesi della
Loira (Francia), inquadrabile tra la seconda met e la fine del VII millennio uncal BP (pAiller, 200). Questa
42
produzione originale, basata sullo sfruttamento pressoch esclusivo di locali ciottoli di selce spiaggiati, stata
riconosciuta e isolata grazie soprattutto alle ricerche condotte negli shell middens dei territori di Finister e Mor-
bihan (kAiser, 1992; MArchAnd, 1999; 2000a; schulting e richArds, 2001; yVen, 2004). Le industrie dei siti
pi rappresentativi, vale a dire Tviec, Hodic, Beg-an-Dorchenn, Beg-er-Vil e Kherillio, sono caratterizzate
da uno strumentario comune pressoch privo di bulini, ma ricco di schegge e grattatoi a ritocco denticolato
ottenuti su prodotti secondari della catena operativa. Questa risulterebbe primariamente finalizzata al confe-
zionamento di standardizzati supporti laminari destinati alla produzione di armature geometriche. Nella fase
iniziale (ca. 6500-6200 uncal BP), si distinguono trapezi simmetrici, trapezi di tipo Teviec e triangoli scaleni
larghi, ottenuti sempre mediante ritocco erto e senza tecnica del microbulino. Nello stadio finale della sua
breve evoluzione (ca. 6200-6000 uncal BP), il Tevieziano caratterizzato da trapezi quasi esclusivamente sim-
metrici (kAiser, 1992) che, al contrario del limitrofo Retziano, non evolvono mai verso forme a ritocco inverso
piatto (MArchAnd, 1999; 2000b).
Secondo S.K. KozowsKi (1980), la formazione del complesso litico in esame sarebbe derivata dalla som-
ma di elementi alloctoni di tradizione mediterranea (trapezi simmetrici e asimmetrici, lame/lamelle a ritocco
encochante, dbitage laminare) e di origine beuroniana. Per J.G. rozoy (1978), il ricorrente impiego del ritoc-
co denticolato nello strumentario comune, scarsamente caratterizzato sul piano tipologico, ricollegherebbe in-
vece la litotecnica bretone a quella sauveterriana dAquitania, rendendone ipotizzabile una suggestiva origine
iberica. Questidea acquisisce particolare suggestione osservando la similarit tra i trapezi tevieziani e quelli
tipici della facies di Muge (MArchAnd, 2001; 2005).
I dati sin qui illustrati sostengono una collocazione delle principali tradizioni del Mesolitico Recente
dellEuropa Meridionale in una sfera interculturale comune. Seguendo una nomenclatura proposta rispetti-
vamente da S.K. KozowsKi (1980) e da A. gob (1985), questo contenitore pi ampio potrebbe essere de-
finito Cultura Castelnoviana in senso lato o Complesso Castelnovoide. Al suo interno, esasperando le
analogie tra i complessi descritti, sembrerebbe possibile separare una facies castelnoviana autentica, diffusa
essenzialmente tra la Spagna Mediterranea e la Slovenia occidentale, da alcune tradizioni similari, come il
Montbaniano, il Tevieziano e il Gruppo di Gazel/Cuzoul. Al di fuori di questi primi due raggruppamenti, a
dimostrazione dellampiezza dei fenomeni in atto nel continente alle soglie della neolitizzazione, non manca-
no per tradizioni e stili parzialmente accostabili alle precedenti, riconoscibili nella facies ellenica di Grotta
Franchthi, in quella balcanica di Odmut ed, infine, in quella lusitana del Muge. Per lultima, i legami con le
coeve collezioni andaluse sono stati ampiamente dimostrati, mentre, nel caso montenegrino, gli studiosi del
sito eponimo avanzerebbero addirittura la definizione di facies para-castelnoviana (J.K. KozowsKi et al.,
1996; J.K. KozowsKi, 2005; s.K. KozowsKi, 2010)
Allesterno dellEuropa, nuovi spunti di riflessione affiorano osservando le industrie del Capsiano Su-
periore maghrebino (grbnArt, 1976; rAhMAni, 2004), i cui rapporti le tradizioni litiche del Mediterraneo
settentrionale sono stati analizzati da J. forteA perez (193) e J. roche (192; 196). Effettivamente, gli
strumentari nord-africani si caratterizzano anchessi per la presenza di lame ad incavo e uno sviluppo qualita-
tivo delle armature geometriche. Al loro interno, dominerebbero i trapezi con una o due troncature concave,
seguiti da triangoli scaleni allargati e rarissimi i segmenti di cerchio. Valutando tali aspetti, J. forteA perez
(193) ammetteva dunque una certa familiarit con lEpipaleolitico Geometrico di tipo Cocina della Spagna
mediterranea, pur ammettendo innegabili differenze tra gli stessi complessi, sia nello stile, sia nei gruppi tipo-
logici rispettivamente caratterizzanti. In area valensiana, i trapezi possedevano infatti una visibilit maggiore
rispetto al Capsiano, dove risultavano invece largamente preponderanti le lamelle a dorso. Sul piano stilistico,
la tradizione maghrebina mostrava inoltre unestrema scarsit di triangoli a due lati concavi. In questambito,
pi radicale era invece la posizione di J. roche (1976), secondo cui che la facies di Muge e quella marocchina
sarebbero appartenute a due sfere culturali completamente autonome.
Altri elementi di confronto emergono ampliando ulteriormente lanalisi geografica. Tra la seconda met
del IX e la prima met del VII millennio uncal BP, una tecnologia laminare associata ad armature trapezoi-
dali compare infatti in regioni assai lontane dal Mediterraneo, come la Polonia (Cultura Janisawice) (S.K.
KozowsKi, 1975; 1980; 2010; SzyMczAk, 1996; Ws, 2005), la Crimea e la regione steppica del Mar Nero
nord-occidentale (Culture di Murzak-Koba e Grebeniki) (giMbutAs, 1956; J.G.D. clArk 1958; S.K. KozowsKi,
1980; 1989; stAnko, 1982; bibikoV et al., 1994; dolukhAnoV, 2008; biAgi e kiosAk, 2010). Allo stesso modo,
industrie affini al Mesolitico Medio e Recente europeo sarebbero recentemente affiorate nel Sindh meridionale
e nel Deserto del Thar (Sindh, Pakistan), dove si segnalano, a seconda della regione, triangoli allungati simili
a quelli della facies di Cocina B e trapezi simmetrici analoghi a quelli francesi, della regione nord-occidentale
43
del Mar Nero e della Crimea della fine del Boreale (biAgi, 2003-2004; 2008). Sebbene la mancanza di data-
zioni non ne permetta al momento un preciso inquadramento cronologico, tali convergenze stilistiche paiono
comunque sorprendenti.
Al di l delle peculiarit tecno-tipologiche di queste tradizioni orientali, persiste il dubbio se sia possibile
comprendere a pieno, sulla base delle sole industrie, gli eventi culturali che attraversarono lEuropa al termine
del Mesolitico, e soprattutto il ruolo dellespansione del mondo neolitico sullevoluzione sociale e culturale
degli ultimi cacciatori-raccoglitori. Su tali questioni, in effetti, la ricerca archeologica non sembra aver trovato
ancora soluzioni universalmente condivisibili.
45
CaPitolo iii
3. LA CULTURA MATERIALE DEGLI ULTIMI CACCIATORI-RACCOGLITORI DELLA
PENISOLA ITALIANA
3.1. tendenze evolutive delle industrie litiChe tra tardoglaCiale e Boreale
Tra linizio dellinterstadio Blling-Allerd (ca. 13500 uncal BP) e la fine del Dryas Recente (ca. 10000
uncal BP) (MAngerud et al., 1974; dAnsAgAArd et al., 1989; friedrich et al., 1999; grAdstein et al., 2004),
i complessi tardo-epigravettiani peninsulari condividono con altre zone dellEuropa mediterranea e centrale
alcune significative innovazioni tipologico-strutturali, nellambito di un processo evolutivo conosciuto
come azilianizzazione (bietti et al., 1983; bisi et al., 1983; djindjiAn et al. 1989; bietti, 1990; pAlMA di
cesnolA, 1993; broglio, 1996; 1999; MArtini, 1996; PeresAni, 2006). questo fenomeno, pur differenziandosi
in facies regionali, esordisce con una complessiva riduzione dimensionale dei supporti ritoccati, parallela
ad una degressione del Substrato sensu lAplAce (1964) e alla comparsa dei dorsi micro- e ipermicrolitici
nella categoria delle armature. Allinterno di questultime, si sviluppano le elaborazioni a ritocco bilaterale e
compaiono i primi geometrici (triangoli, segmenti arcuati o trapezoidali) ottenuti con la cosiddetta tecnica del
microbulino (broglio, 1996; MArtini e Tozzi, 1996; MArtini, 2008).
Questi cambiamenti risultano particolarmente accentuati nei depositi del Dryas Recente (ca. 11000-10000
uncal BP) di alcuni siti dellItalia nord-orientale, tra cui il Riparo di Biarzo (tg. 5) (UD) (Guerreschi, 1996), le
Grotte Verdi di Pradis (PN) (Azzi e gulisAno, 1979; corAi, 1980), Piancavallo (PN) (Guerreschi, 1975), Bus de La
Lum (PN) (peresAni et al., 1999-2000; peresAni, 2003), Riparo Soman (strati 23-12, riquadri 651-652-51-52-
851) (VR) (broglio e lAnzinger, 1985), Riparo Tagliente (tg. 5-4) (VR) (bArtoloMei et al., 1982; guerreschi,
1983), Val Lastari (unit 3) (VI) (broglio et al., 1992), Terlago (TN) (bAgolini e dAlMeri, 1983), Riparo Cogola
(US19) (TN) (dAlMeri et al., 1995; 2002a; DAlMeri, 2004), Laghetto delle Regole LR1-2 (TN) (dAlMeri et al.,
2002b; bAssetti et al., 2009) Andalo (tg. C-G, settore 4) (TN) (guerreschi, 1984) e Viotte di Bondone (strato 1)
(TN) (bAgolini e Guerreschi, 1978)
1
. tralasciandone le divergenze strutturali di dettaglio, legate verosimilmente a
specializzazioni funzionali dei contesti di rinvenimento, gli strumentari di questi giacimenti mostrano un riassetto
tipometrico e tipologico similare, segnato dalla rarefazione dei bulini, dal progressivo accorciamento dei grattatoi
frontali (tra cui si segnalano nuovi tipi corti unguiformi, a ventaglio e sub-circolari) e dalla comparsa dei coltelli
a dorso curvo. Nella stessa fase aumenta ulteriormente il carattere microlitico delle armature, accompagnato da
un lenta diminuzione delle microgravettes, da un incremento dei triangoli, dei segmenti e dei dorsi e troncatura
e dallintroduzione della variante fusiforme di tipo Sauveterre (G.E.E.M., 192) tra le punte e le bipunte a due
dorsi. Con laumento dei geometrici, tra cui si segnala anche la presenza di bitroncature trapezoidali su lamella
irregolare o scheggia laminare, si radica il ricorso alla tecnica del microbulino (pAlMA di cesnolA, 1993;
peresAni e ferrAri, 2003; cusinAto et al., 2005). Da un punto di vista tecnologico, si osserva nel frattempo la
persistenza di catene operative tipicamente epigravettiane, associate di norma a nuclei prismatici e finalizzate alla
produzione di lamelle irregolari o schegge laminari (broglio, 1996; peresAni, 2006).
Nel corso dellXI millennio uncal BP, unevoluzione analoga sembrerebbe investire le industrie litiche
di alcune aree centro-meridionali della penisola, segnate anchesse da una generale diffusione di innovative
morfologie di microliti (lamelle a dorso, punte a dorso, punte fusiformi a due dorsi, dorsi e troncatura e
segmenti e triangoli) a spese delle armature pi arcaiche e da una riduzione delle dimensioni e della laminarit
degli strumenti comuni. Queste tendenze sono evidenti nelle serie stratigrafiche di Isola Santa (LU) (strato 5)
(tozzi, 1980; 1984), Riparo Fredian (strato 5) (LU) (boschiAn et al., 1995), Riparo Piastricoli (LU) (livelli
820-826) (notini, 1983; Guidi et al., 1985), Podere Greppi Cupi 1 (LI) (SAMMArtino e tozzi, 1994), Grotta
Continenza (tg. 32-30) (AQ) (beVilAcquA, 1994); Grotta della Serratura (strato 8A-B) (SA) (MArtini, 1993)
e grotta Paglicci (strati -1) (FG) (MezzenA e pAlMA di cesnolA, 1967), dove, a differenza del Triveneto,
lEpigravettiano finale non introduce mai i coltelli a dorso curvo tra i supporti ritoccati e assegna a lamelle e
punte a dorso un ruolo maggiore rispetto ai geometrici e ai dorsi e troncatura. Tra i residui della lavorazione,
si riscontrano pur sempre i microbulini (bietti et al., 1983; MArtini e tozzi, 1996).

1
Allinterno della stessa fase, per la presenza di due frammenti di microgravettes in un complesso tipicamente sauveterriano, potreb-
be altres collocarsi la collezione litica di Altino (VE) (broglio et al., 198).
46
Alla fine del Paleolitico superiore, una facies originale dello stesso fenomeno, convenzionalmente nota
come Romanelliano, si manifesta lungo la costa barese e salentina della Puglia, comparendo in forme similari,
secondo alcuni autori, anche nella Liguria di Ponente (pAlMA di cesnolA et al., 1983; pAlMA di cesnolA,
1993; MArtini, 1995; 1996). Questa tradizione litica, codificata inizialmente nel sito eponimo di Grotta
Romanelli (strati E-A) (LE) (blAnc, 1929), si caratterizzerebbe per la presenza di piccoli grattatoi circolari
nello strumentario comune e per una spiccata incidenza dei dorsi e troncatura allinterno delle armature. Nelle
stesse, seppur contraddistinte da un microlitismo meno spinto rispetto al nord, si assiste nuovamente alla
comparsa dei geometrici e alla diffusione di punte e lamelle a ritocco bilaterale. Durante il Dryas Recente, lo
sviluppo locale di tali tratti morfotecnici conduce alla formazione dellEpiromanelliano, ove si accentua la
rappresentativit e la riduzione dimensionale dei grattatoi circolari e si avvia laffermazione dei geometrici
triangolari. Questo stadio ulteriore visibile nelle serie stratigrafiche dellArma di Nasino (strati XIII-XI) (SV)
(MArtini, 1995), di Grotta delle Mura (strato 3) (BA) (cAlAttini, 1996b; 2005) e di altre cavit carsiche della
Baia di Uluzzo (LE): Grotta delle Cipolliane (strato 1), Grotta delle Veneri (orizzonte superiore) e Grotta del
Cavallo (strato B) (pAlMA di cesnolA, 1963; 1993; gAMbAssini, 190; MArtini, 1996).
Nel contesto sin qui delineato, alquanto originali paiono invece i caratteri dellEpigravettiano terminale
siciliano, i cui strumenti a dorso non soltanto sono estranei allipermicrolitizzazione altrove osservata, ma
mostrano anche morfologie totalmente ignote al resto del Mediterraneo settentrionale (Lo Vetro e MArtini,
1999-2000). In Sicilia, la litotecnica di questa fase quindi segnata dalla sostanziale assenza di geometrici
e di punte di Sauveterre tra le armature, nonch da un sensibile sviluppo del Substrato e dalla comparsa di
esclusive tipologie di grattatoi a muso e incavi laterali (MArtini, 1996). Allo stato attuale delle ricerche, queste
tendenze sembrerebbero ripercorribili nei principali giacimenti attribuiti al Tardoglaciale su basi tipologiche,
come Levanzo (strati 3-2), Grotta San Teodoro (strati superiori), Grotta Corruggi e la Sperlinga di San Basilio
(strato III) (bernAb breA, 1949; VigliArdi, 1968; 1982; biddittu, 1971; cAVAlier, 1971).
I complessi litici che si diffondono in Italia tra Preboreale e Boreale (ca. 10000-8000 uncal BP), pur
mostrando alcune componenti innovative rispetto al passato, si configurano come lo sbocco naturale dei
processi evolutivi sin qui delineati, che si compiono secondo forme e gradi legati alle diversificazioni regionali
attive sul territorio gi alla fine dellEra Glaciale (creMonesi et al., 1984b; MArtini e tozzi, 1996). Questi
mutamenti tecno-tipologici, conducono alla maturazione di una tradizione litica di tipo sauveterriano comune
a larga parte dellEuropa meridionale (J.K. KozowsKi, 2005).
Nel settore nord-orientale della penisola, il legame filetico tra le prime industrie postglaciali e il
substrato culturale locale si manifesta in primo luogo nellesasperazione delle tendenze accennate alla fine
dellEpigravettiano. Lesordio dellOlocene radica infatti una standardizzazione dimensionale in senso
ipermicrolitico delle armature geometriche e non geometriche, il cui processo di confezionamento perderebbe,
secondo gli studiosi, qualsiasi dipendenza dalla morfologia del supporto di origine. Questo passaggio
segnato dalla definitiva scomparsa delle microgravettes (broglio, 1980). Unevoluzione in loco verso siffatte
caratteristiche chiaramente osservabile nei siti veneto-trentini che restituiscono unapparente continuit
abitativa tra Dryas Recente e Preboreale, come il Riparo di Biarzo (strati 4-3b) (UD) (guerreschi, 1996), il
Riparo Soman (strati 4- nei riquadri 651-652-51-52-851 e strati 111-106 nei riquadro 559) (VR) (broglio
e lAnzinger, 1985), il riparo Cogola (TN) (US18) (dAlMeri, 2004; bAssetti et al., 2009) e Terlago (TN)
(BAgolini e dAlMeri, 1983). Nello sviluppo complessivo degli ipermicroliti ereditati dal millennio precedente,
si deve sottolineare la comparsa di alcuni tipi inediti, come segmenti e triangoli interamente ritoccati e doppie
punte bilaterali molto allungate. Tra ca. 9800 e 8200 uncal BP (Alessio et al., 1983), un assetto analogo
attestato sia nelle serie stratigrafiche atesine di Romagnano III (strati AF-AC1) (TN) (Broglio e KozowsKi,
1983), Pradestel (strati M-F) (TN) (dAlMeri et al., 2008), Riparo Gaban (strati FC30-FB29) (TN) (KozowsKi
e dAlMeri, 2000) e Vatte di Zambana (tg.10) (broglio, 1971), sia in altri depositi dellItalia settentrionale,
coevi per datazioni o affinit tipologiche. Tra quelli oggetto di scavi sistematici, vale la pena menzionare le
grotte Azzurra (tg.1-5, scavi 1982) (ciccone, 1992), Edera (strati 3c-3b, scavi Biagi e Voytek) (biAgi et al.,
2008), Tartaruga (creMonesi, 1984a) e Benussi (tg. 8-) (Andreolotti e gerdol, 1973) sul Carso Triestino; la
Grottina dei Covoloni del Broion (strato ) sui Colli Berici (VI) (cAttAni, 19b; broglio, 1984); le stazioni di
Casera Davi II (peresAni e Angelini, 2002) e Casera Lissandri L1 (peresAni e ferrAri, 2002) sullAltipiano
del Cansiglio (TV-PN); Mondeval de Sora VF1 (settore III) (BL) (FontAnA e Vullo, 2000), Laghetto delle
Regole LR3 (TN) (dAlMeri et al., 2004) Colbricon I (TN) (BAgolini e dAlMeri, 1987), pian dei Laghetti (TN)
(bAgolini et al., 1984), lago delle Buse (TN) (dAlMeri e lAnzinger, 1992), Plan de Frea I (BZ) (bAgolini
et al., 1982; lunz 1986) in area dolomitica; Dosso Gavia, in Val di Gavia (SO) (Angelucci et al., 1992);
Ciancivero, nellAlpe Veglia (VB) (guerreschi e giAcobini, 1998); Ferrada di Moconesi (SP) e Punta della
4
Mortola (IM), rispettivamente nella Liguria di Levante e di Ponente (MAggi e nebiAcoloMbo, 1987; BAroni
e biAgi, 1991). tra gli strumenti comuni di questa fase, si osserva ovunque la diffusione di grattatoi frontali
corti su schegge o schegge laminari sottili, seguiti dai primi esemplari su lamella irregolare. Nello stesso
gruppo tipologico, la Valle dellAdige sembrerebbe caratterizzarsi per esclusive morfologie a fronte ogivale,
tettiforme, a spalla o a muso (broglio e KozowsKi, 1983). In tutti i siti citati, i grattatoi sono normalmente
affiancati da numerose schegge ritoccate (raschiatoi, raclettes, skrobacz), coltelli a dorso curvo, attestati nel
Triveneto anche nella peculiare variante a tacche basali (tipo Rouffignac) (rozoy, 1968), e pi rari bulini su
placchetta o scheggia spessa. Troncature, lame ritoccate, becchi-perforatori e pices cailles, pur ricorrenti,
paiono ovunque poco significativi e scarsamente caratterizzati (broglio, 1980; 1996).
A fronte di chiari legami tipologici con la tradizione litica preesistente, il Mesolitico Antico del versante
meridionale delle Alpi evidenzierebbe dunque innovazioni assimilabili alla facies classica del Sauveterriano
francese (rozoy, 198; roussot-lArroque, 198; bArbAzA et al., 1991) o, ancor pi da vicino, a quella
montclusiana provenzale della stessa Cultura (escAlon de fonton, 1976; binder, 1987). Questi punti
di contatto affiorano anche nelle tecniche di scheggiatura, cui si associano, a partire dal Preboreale, nuclei
nettamente pi piccoli rispetto allEpigravettiano finale, ottenuti su placchette, piccoli noduli e schegge spesse.
Da un punto di vista morfologico, compaiono inoltre inediti esemplari discoidali e subconici, che si sviluppano
a spese dei pi tradizionali tipi prismatici e buliniformi (broglio, 1996). Lo stile di dbitage ricorda quello
transalpino di tipo Coincy (rozoy, 1968), associato alla produzione di micro- e piccole schegge, schegge
laminari e pi rare lamelle irregolari.
Come nelle altre regioni europee in cui si manifesta, la tradizione sauveterriana dellItalia settentrionale
vivrebbe al suo interno, tra X e IX millennio uncal BP, una metamorfosi ulteriore, originariamente rilevata
nellandamento strutturale delle armature lungo le sequenze crono-stratigrafiche della Valle dellAdige
(Romagnano III e Pradestel in particolare). A dispetto di una concreta inerzia tipologica negli strumenti comuni,
i microliti vedono infatti una continua crescita dei triangoli sulle altre morfologie, accompagnata inoltre da
un generale declino dei tipi isosceli a favore dei tipi scaleni allungati, a due o tre lati ritoccati (tipo Montclus)
(G.E.E.M., 1969; broglio e KozowsKi, 1983; DAlMeri et al., 2008).
Nella stessa epoca, uno sviluppo della tradizione litica in senso sauveterriano documentato anche
nelle collezioni toscane provenienti dallo strato 4 del Riparo Fredian (LU) (945891 uncal BP: AA-10951)
(boschiAn et al., 1995), dai tg. 4e-4b di Isola Santa (LU) (tra 942090 uncal BP: R-1529 e 859090 uncal
BP: R-152a) (tozzi, 1980; MArtini e tozzi, 1996; s.K. KozowsKi et al., 2003) e dagli strati 3I-3D di
Piazzana (LU) (tra 899090 uncal BP: R-399 e 808090 uncal BP: R-395) (notini, 1983; MArtini e tozzi,
1996), dove la comparsa di alcuni caratteri tipici del Mesolitico Antico aquitano o provenzale coinciderebbe
di fatto con lesito finale di una lunga evoluzione locale avviatasi nel XI millennio uncal BP. Sul piano
tecnologico, si osserva la messa in opera di catene operative prevalentemente indirizzate alla produzione di
supporti microlitici, cui si ricollegano residui della scheggiatura di dimensioni estremamente minute
2
, sia nella
variante buliniforme/prismatica a lamelle, sia in quella ovale/discoidale a schegge. Nelle armature, ad una
debole persistenza di lamelle e punte a dorso unilaterale rettilineo di retaggio epigravettiano, si contrappone un
radicamento definitivo della tecnica del microbulino e dellipermicrolitismo complessivo (apparentemente
pi spinto rispetto al nord). Si rileva dunque una rapida espansione dei triangoli a scapito degli altri gruppi
tipologici, che lentamente scompaiono (vedi punte a dorso e segmenti) o si mantengono su indici irrilevanti
(vedi le punte allungate a due dorsi, dorsi e troncatura e le punte su lama o scheggia laminare) (MArtini e
Tozzi, 1996; tozzi, 1996). Ad un livello pi dettagliato, osservando i dati relativi alla sequenza-tipo di Isola
Santa, il Mesolitico Antico toscano mostrerebbe una dinamica evolutiva similare a quella di Romagnano o
Predestel, soprattutto nella sostituzione dei triangoli isosceli con morfologie scalene allungate a due/tre lati
ritoccati e nella stabilit strutturale degli strumenti comuni. Allinterno di questultimi, caratterizzati ancora da
rarissimi bulini, perforatori, punte e pices cailles, gli studiosi hanno tuttavia osservato la mancanza di due
componenti essenziali delle collezioni atesine, ovvero i coltelli a dorso curvo di tipo Rouffignac e i grattatoi
tettiformi, ogivali e a spalla (S.K. KozowsKi et al., 2003). Nella Toscana centrale, collezioni analoghe sono
riscontrabili nei giacimenti non datati di Sammartina (FI) (gheser e MArtini, 1985) e del Riparo Cervini (SI)
(gAliberti et al., 1996).
lungo la penisola, ulteriori tracce di una sauveterrianizzazione in loco dei complessi epigravettiani
tardoglaciali affiorano dai tagli 25-29 della Grotta Continenza, nel Fucino (AQ), compresi tra 9680100

2
Secondo alcuni studiosi, il dato potrebbe essere ricollegabile anche alle propriet del materiale scheggiabile localmente disponibile
(cipriAni et al., 2001; S.K. KozowsKi et al., 2003).
48
uncal BP (R-556) e 9100100 uncal BP (R-553) (bArrA incArdonA e grifoni creMonesi, 1991; beVilAcquA,
1994; grifoni creMonesi, 2003). Secondo i dati disponibili, al di l di un riassetto tipometrico assimilabile
a quello toscano, il legame col substrato preesistente si paleserebbe soprattutto nella costante preponderanza
delle lamelle a dorso e delle punte allungate a dorso bilaterale allinterno delle armature microlitiche, dove
geometrici e dorsi troncati manterrebbero pertanto un ruolo secondario. Nello stesso comprensorio abruzzese,
una minore visibilit dei triangoli tra gli ipermicroliti si ripropone nel pur scarso insieme litico della Grotta di
Pozzo (AQ), datato tra 93080 uncal BP (TO-3422) e 811090 uncal BP (TO-3420) e segnato anchesso da
lamelle e punte a dorso (lubell et al., 1999; Mussi et al., 2003).
Procedendo verso sud, quindi possibile notare come le tradizioni litiche di et Preboreale e Boreale
smarriscano progressivamente i canoni del Mesolitico Antico transalpino o atesino, mostrando fisionomie sempre
pi legate alle peculiarit strutturali e tecno-tipologiche dei substrati preesistenti. Lungo la costa pugliese, ad
esempio, questo fenomeno evidente nello strato 2 di Grotta delle Mura (BA) (829050 uncal BP: UtC-141,
8240120 uncal BP: UtC-80) (cAlAttini, 1996a) e nei tg. 5-1 (non datati) di Grotta Marisa (LE) (Astuti et
al., 2005) che, parallelamente allaffermazione di elementi sauveterriani, mostrano unesasperazione di alcuni
caratteri essenziali dellEpiromanelliano. Da un lato, infatti, entrambi i siti mostrano uno stile di dbitage affine
a quello sud-alpino o toscano, accompagnato da una larga diffusione di ipermicroliti triangolari isosceli o scaleni
a tre lati ritoccati e punte/bipunte Sauveterre; dallaltro, restituiscono altres strumentari comuni ancora dominati
da minutissimi grattatoi circolari e totalmente privi di tipiche componenti nord-orientali come i bulini massicci
o su scheggia, i coltelli a dorso curvo, gli skrobacz, i perforatori e le punte su supporto irregolare. Al loro posto
acquisirebbero invece visibilit i raschiatoi corti e i pices cailes (cAlAttini, 1996c; MArtini e tozzi, 1996;
tozzi, 1996). Una maturazione autoctona dei complessi sauveterroidi pugliesi sembrerebbe comprovata dalle
armature delle serie citate, dove, al fianco di nuove morfologie, non soltanto permangono i microliti debuttati nel
XI millennio uncal BP (triangoli a due lati ritoccati, punte a dorso unilaterale e pi rari segmenti), ma sopravvivono
anche microgravettes, dorsi e troncatura e lamelle a dorso di eredit tardo-epigravettiana (Astuti et al., 2005).
Nel basso versante tirrenico, la cosiddetta koin sauveterriana (MArtini, 2008) interesserebbe ancora i
frequentatori della Grotta della Serratura, nel Cilento (SA), le cui industrie degli strati -6 (datati tra 9800
uncal BP: Bln-350) e 962060 uncal BP: Bln-3569) riprendono e amplificano le tendenze evolutive attive
nella tradizione litica azilianizzata del soggiacente strato 8A-B (MArtini, 1993). Le tecniche di scheggiatura
del Preboreale paiono in linea con quelle del Dryas Recente, sebbene tra i relativi residui si osservi una
riduzione dimensionale ed una specializzazione verso morfologie globulari o poliedriche. Da un punto di
vista tipometrico, prosegue la delaminarizzazione dei supporti ritoccati, dominati dagli strumenti a dorso, e
si generalizza il loro carattere micro- e ipermicrolitico (MArtini e tozzi, 1996). Questo aspetto ovviamente
preminente nella categoria delle armature geometriche e non geometriche, dominate dalle punte a due dorsi
di tipo Sauveterre e dai segmenti di cerchio. Come nella fase epigravettiana della stessa sequenza, permane
dunque una minore incidenza dei triangoli, generalmente isosceli e a due soli lati ritoccati, seguiti da rarissimi
dorsi e troncatura (MArtini, 1993).
Da quanto descritto, allora chiaro che le varie facies sauveterriane o sauveterroidi dellItalia centro-
meridionale si formino e si sviluppino in modo alternativo rispetto al Mesolitico Antico sud-alpino, con il quale
condividono solo alcune componenti diagnostiche. Le cause di queste divergenze paiono tuttora indecifrabili
dalla ricerca archeologica, essendo difficile comprendere come mai determinate innovazioni tecno-tipologiche
siano filtrate al contrario di altre. comunque innegabile che, nelle regioni tratte in causa, esista un chiaro
legame genetico tra i complessi litici del XI e del X millennio uncal BP, verosimilmente mediato da millenarie
generazioni di popolazioni indigene. In questottica, si rafforza lidea che le differenze strutturali di dettaglio
tra le collezioni peninsulari dellepoca potrebbero essere dovute ai caratteri originali dei singoli substrati
tardo-epigravettiani (MArtini e Tozzi, 1996: 53).
A sud, che si voglia parlare o meno di attardamenti dovuti alla distanza da un presunto epicentro
transalpino o di una maggiore resistenza alle novit condivise tra Carso Triestino e Appennino Tosco-Emiliano,
la perpetuazione di morfologie arcaiche potrebbe anche essere posta su un piano ecologico. Pare infatti
opportuno sottolineare che, con la fine del Pleistocene, Puglia e Campania non conobbero mai la drastica ed
estesa metamorfosi ambientale del versante meridionale delle Alpi (bon e BoscAto, 1993; 1996; MAzzetti et
al., 1995). Posto dunque che, a quelle latitudini, lEra Glaciale non dovette condurre ai paesaggi periglaciali
noti, ad esempio, per lAlta Pianura Padano-Veneta, lecito chiedersi se nella persistenza di microgravettes
e grattatoi epiromanelliani sino al Boreale non sia invece rintracciabile uninerzia tecnica proporzionale a
strategie di sussistenza e a risorse primarie fondamentalmente immutate. Lungi dal cedere a facili determinismi,
la questione pare destinata a rimanere aperta.
49
Ad arricchire il quadro, intervengono le industrie litiche provenienti dai livelli superiori (I-II, non datati)
della sequenza siciliana di Perriere Sottano (CT) (ArAnguren e reVedin, 1989-1990), dominate da raschiatoi,
lame a dorso e punte ipermicrolitiche a dorso bilaterale. Tra questultime, gli esemplari assimilabili al tipo
Sauveterre sono piuttosto sporadici, surclassati quantitativamente da singolari bipunte corte a due dorsi convessi
o sinuosi molto accentuati (ArAnguren e reVedin, 1998). Questultima variante, del tutto originale rispetto alle
armature del Mesolitico Antico campano o pugliese, non mostra legami con la tradizione tardo-epigravettiana
insulare, gi peraltro lontana, come noto, da qualsiasi evoluzione in senso sauveterriano
3
(MArtini e tozzi,
1996; lo Vetro e MArtini, 1999-2000). Al di l delle proprie peculiarit, tra cui la totale assenza di geometrici
e il mancato ricorso alla tecnica del microbulino, il Mesolitico di Perriere Sottano (livelli superiori) presenta
ad ogni modo tecniche di scheggiatura in linea con quelle continentali, associate quindi a piccoli nuclei di
forma tipicamente poliedrica, subconica o discoidale.
Nella stessa isola, assai distanti dalle caratteristiche tecno-tipologiche di Perriere paiono invece le
industrie degli strati F16/18 della Grotta dellUzzo (TP), datati 833080 uncal BP (P-235) (piperno et al.,
1980; MeulengrAcht et al., 1981; tAgliAcozzo, 1993). Malgrado la collezione risulti tuttora sostanzialmente
inedita, la presenza di grattatoi frontali ad incavi laterali e di grandi punte a dorso incurvato sembrerebbe tradire
un maggior legame con le tradizioni siciliane del Dryas Recente; unipotesi confortata, in particolare, dalla
presenza di bitroncature trapezoidali e triangoli di grandi dimensioni caratteristici del Epigravettiano finale
della Sperlinga di San Basilio (MArtini, 1996). Lestrema scarsit di datazioni assolute per la preistoria paleo-
mesolitica della regione non consente per di chiarire la relazione crono-culturale tra queste convergenze.
La distanza geografica e culturale dellItalia centro-meridionale dalle tendenze osservate, a partire dal
Preboreale, dalla Provenza rodaniana alla Slovenia occidentale (S.K. KozowsKi, 1980; j.K. KozowsKi,
2005), ulteriormente acuita dal presunto riconoscimento di un filone evolutivo parallelo e alternativo a quello
sauveterroide sin qui descritto, attualmente noto come Epipaleolitico indifferenziato (MArtini, 1993). Al
suo interno si collocherebbero collezioni litiche contraddistinte dai seguenti aspetti essenziali: 1) dbitage
poco elaborato e scarsamente standardizzato; 2) netta inflazione degli strumenti comuni tra i supporti ritoccati,
dominati da raschiatoi e denticolati su piccole schegge; 3) irrilevanza della componente microlitica; 4) marcata
sottorappresentazione dei dorsi e dei geometrici; (MArtini, 1996; 2008). Strutture litiche di questo tipo, che
rimandano peraltro alle industrie particolari di creMonesi et al. (193) e tAschini (1983), sono effettivamente
riconoscibili al Riparo Blanc (LT), presso il promontorio del Circeo (tAschini, 1964; 1968), datato 856580
uncal BP (R-341); negli strati 5-4 della gi citata Grotta della Serratura (SA), compresi tra 10000200 (UtC-
50) e 90060 uncal BP (Bln-3568) (MArtini, 1993); nello strato L della sequenza calabrese della Grotta
della Madonna (CS), datato 90080 uncal BP (R-188) e 83580 uncal BP (R-18) (cArdini, 1970; MArtini,
2000; tin, 2006); nei livelli inferiori (IV-III) di Perriere Sottano (CT), datati 800150 uncal BP (UtC-1424)
e 84600 uncal BP (UtC-1355) (ArAnguren e reVedin, 1998); nella Sardegna settentrionale, allinterno dello
strato A3 (non datato) del sito di Sa Coa de Sa Multa (SS) (RAMbelli, 1997-1998; Fenu et al., 1999-2000).
Sebbene potenzialmente impoveriti da metodologie di scavo inadeguate al contesto mesolitico, industrie
similari emergerebbero anche nelle stazioni di Capo dAcqua (tozzi, 1966), Ortucchio e Ripoli (creMonesi,
1962; 1968) nel Bacino del Fucino (AQ).
Secondo F. MArtini (1996: 35), quindi, il modello proposto da A. Broglio, che identifica il Mesolitico
con i complessi ad armature, non si adatta del tutto alle regioni meridionali, in quanto nel sud i complessi
ad armature costituiscono solo uno degli aspetti derivati dai substrati epigravettiani. Nella fattispecie, lo
stesso autore individuerebbe lantecedente genetico dell Epipaleolitico indifferenziato nei complessi litici
tardoglaciali di Grotta del Mezzogiorno (tg. 6-4) (tozzi, 1986), Grotta di Santa Maria (SA) (bAchechi, 1989-
1990; MArtini e MArtino, 2005) e Levanzo (TP) (strato 2, taglio 4) (VigliArdi, 1982), ritenuti contemporanei
al processo mediterraneo di azilianizzazione seppur sprovvisti di datazioni assolute (MArtini, 2000).
Fino a che punto per lecito ricercare nei complessi indifferenziati peninsulari una vera e propria
unit tassonomica, riferibile cio a gruppi umani diversi da quelli portatori della tradizione ad armature
ipermicrolitiche? Questo interrogativo sorge alla luce delle ipotesi avanzate da alcuni studiosi per altre
regioni dellEuropa occidentale, dove le marcate variazioni tecno-tipologiche tra siti coevi, o allinterno di
una stessa serie stratigrafica, sono state talvolta ricollegate ad una diversificazione funzionale degli episodi di
frequentazione. il caso della ciclica inflazione della componente su scheggia (raschiatoi, denticolati e grattatoi)
lungo la sequenza mesolitica di Grotta Franchthi (Argolide, Grecia), coincidente con le fasi di occupazione

3
Sebbene ArAnguren e reVedin (1998) segnalino, tra gli strumenti comuni, la presenza di un coltello a dorso interpretabile come
derivazione diretta dalla punta a dorso incurvato tipica dellEpigravettiano finale siciliano (VigliArdi, 1968).
50
segnate da un intensivo sfruttamento delle risorse marine (ShAckleton e VAn Andel, 1986; perls, 1987;
1990). Per la perls (1999), questa periodica (e reversibile) specializzazione sarebbe dunque indipendente
da qualsiasi processo evolutivo in seno alla tradizione litica dei Balcani meridionali. Interpretazioni analoghe
sono state avanzate da J.K. KozowsKi (2005) per altre collezioni mesolitiche della costa greca o delle isole
del Mar Egeo, ove la sovrarappresentazione del Substrato, unitamente alla scarsit di armature microlitiche,
nasconderebbe una produzione litica finalizzata a pratiche non strettamente venatorie, tra cui il taglio o la
lavorazione in genere delle fibre vegetali. Vedasi, in tal senso, gli insiemi litici dei tagli 20-8 della Grotta del
Ciclope (Youra) (sAMpson et al., 1998; 2003; fAcorellis, 2003) e della stazione di Sidari strato D (Corf)
(sordinAs, 1970; 2003), cui si pu in parte accostare il sito di Medena Stjiena (strato IV), lungo la costa
montenegrina (Mihailovi e DiMitrijevi, 1999).
altres doveroso osservare come nel resto dellEuropa occidentale strumentari caratterizzati da
una debole standardizzazione tipologica, una scarsa laminarit dei supporti e un accentuato sviluppo della
denticolazione ricorrano quasi sempre lungo la fascia litoranea, spesso in associazione con le attestazioni di
una regolare pratica di raccolta dei molluschi. Per lepoca compresa tra Preboreale e Boreale, emblematico
il fenomeno dellAsturiano, nella Spagna settentrionale (G.A. clArk, 1983; gonzles-MorAles, 1989;
fAno-MArtnez e Gonzles MorAles, 2004), mentre, per lAtlantico iniziale, basterebbe ricordare la nota
componente macrolitica su quarzite di Moita do Sebastio e Cabeo de Amoreira (Estremadura, Portogallo)
(roche, 1951; 1972; 1976; strAus, 2008; ArAjo et al., 2009) o di Hodic e Teviec (Bretagna, Francia)
(kAiser, 1992; MArchAnd, 2000a). Nel valutare lEpipaleolitico indifferenziato di F. MArtini (2000) quale
tradizione autonoma del Mesolitico italiano, desta attenzione come, nelle regioni costiere appena citate, i
manufatti su scheggia convivano sempre con una controparte laminare ad armature microlitiche (geometriche
o non geometriche). A seconda dei casi, questa compresenza pu insistere su uno stesso sito, con una delle
due componenti predominante sullaltra, oppure a livello territoriale, con siti caratterizzati da una sola
delle stesse a seconda della localizzazione geografica. In Bretagna, in Cantabria e nei Paesi Baschi, stato
appunto messo in luce come le armature microlitiche sottraggano visibilit al Substrato proporzionalmente
alla distanza dalla costa (bArAndiArAn e cAVA, 1989; gonzles MorAles e MorAis ArnAud, 1990; strAus,
1991; fAno MArtnez e Gonzles MorAles, 2004; fernndez-tresguerres VelAsco, 2004). Ci suggerirebbe
lesistenza di un vincolo tra le strutture degli strumentari mesolitici e larea di rinvenimento, ricollegabile
ad una differenziazione funzionale (e non culturale) degli episodi di occupazione e, quindi, ad una ciclicit
stagionale delle scelte insediative (binford, 1980; g.A. clArk, 1989; 2004; MArchAnd, 2000b; VierrA, 2004;
plisson et al., 2009). Ne consegue che, in una data area, gruppi mesolitici esponenti di unanaloga tradizione
litica possano aver frequentato nicchie ecologiche distinte nel corso dellanno, adattando morfologicamente
gli utensili alle risorse primarie di volta in volta disponibili e preferenzialmente sfruttate: vegetali e acquatiche
lungo la costa (in inverno?), venatorie nellentroterra (Rowley-cowny, 2004; strAus, 2008). NellAtlantico
iniziale, un fenomeno similare affiora forse in Provenza, dove, a fronte di una buona visibilit di raschiatoi
denticolati nel sito costiero di Chteauneuf, se ne osserva la sostanziale assenza nella Baume di Montclus,
un centinaio di km pi interna (escAlon de fonton, 1976; rozoy, 1978; courtin et al., 1985; binder, 1987).
Queste diversificazioni sembrerebbero gettare nuova luce sulle idee di R. torrence (1983; 2001) sul rapporto
tra tool design, risk management e strategie mobili di sussistenza.
Senza approfondire ulteriormente queste suggestioni, dunque lecito interrogarsi sulla possibilit che
i complessi indifferenziati italiani rappresentino anchessi un adattamento tecnico ad esigenze specifiche
e non la traccia di unautonoma unit tassonomica, come gi sostenuto da A. bietti (1981). In effetti, le
ipotesi di F. MArtini (2000; 2008) sembrerebbero sorvolare sul fatto che i principali complessi mesolitici
su scheggia siano tutti localizzati in aree litorali ovvero, accettando le attribuzioni cronologiche di Capo
dAcqua, Ripoli e Ortucchio (tozzi, 1966; creMonesi, 1962; 1968), nei pressi di grandi bacini lacustri. In
queste stesse zone, i giacimenti sistematicamente scavati offrirebbero oltretutto regolari prove di unintensa
attivit di pesca e di raccolta dei molluschi a fini alimentari
4
, rendendo dunque plausibile la relazione tra i
due fattori. A tal proposito, ogni obiezione incentrata sul rinvenimento di unanaloga attivit di raccolta nei
livelli epigravettiani di Grotta della Serratura, estranei a qualsivoglia indifferenziazione degli strumentari
(MArtini, 1998), dovrebbero altres ammettere la totale incertezza sulle strategie e le tecniche realmente
adottate in et Tardoglaciale, rese irraggiungibili dallobliterazione delle stazioni rivierasche a seguito della
risalita delle linee di costa. Sebbene sia chiaro che tali limitazioni scoraggino qualsiasi presa di posizione, i
fatti archeologici e le datazioni attualmente disponibili rendono il parallelismo tecno-tipologico col Mesolitico

4
Per i siti della piana del Fucino (AQ), limportanza della pesca tra le attivit di sussistenza sostenuta da B. wilkens (1991).
51
Antico e Recente della costa atlantica franco-iberica assai meno speculativo. Nel Mezzogiorno, sarebbe perci
possibile attribuire ad una medesima popolazione siti (o periodici episodi di occupazione in uno stesso sito)
caratterizzati da una produzione litica di tipo sauveterriano, indicativa di pratiche venatorie/ittiche con armi da
getto, e siti (o porzioni specializzate di essi) a macroliti denticolati, destinati ad altre funzioni. Secondo questa
interpretazione, la compresenza di entrambe le componenti lungo la sequenza di uno stesso insediamento (vedi
Grotta della Serratura o Perriere Sottano) potrebbe essere spiegata con un temporaneo cambio di destinazione
duso
5
, comparabile a quelli proposti da C. perls (1990) per Grotta Franchthi.
Lungi dal proporre una soluzione alle problematiche sollevate, laver posto in discussione quella che per
alcuni sembrerebbe una verit consolidata (MArtini, 2008) ha qui evidenziato un quadro meno definitivo di
quanto largamente ritenuto, poich, accettando uninterpretazione dellEpipaleolitico indifferenziato come
coeva controparte dei complessi sauveterriani o sauveterroidi meridionali, se ne rivaluterebbero addirittura gli
aspetti distintivi. Di fatto, rispondendo tali industrie ad unipotetica specializzazione funzionale, non solo verrebbe
meno il carattere regressivo (rispetto a che cosa?) tradizionalmente attribuitogli (MArtini, 2000), ma perderebbe
anche significato la ricerca di un presunto scadimento tecnologico al loro interno, viziato forse da criteri estetici
contemporanei. Nella loro indifferenziazione, le stesse industrie acquisiscono invece una standardizzazione
propria, per nulla casuale. Su questa linea, la presenza di strumentari similari in varie isole del Mediterraneo,
non incoraggia affatto lipotesi di una capacit migratoria dei gruppi cui sono riferibili (Fenu et al., 1999-2000),
quanto piuttosto il riconoscimento di convergenze morfo-tecniche in risposta a similari attivit non venatorie.
Da qui, la difficolt di accettare una suddivisione dei complessi indifferenziati italiani secondo stadi evolutivi
basati, a partire dal XI millennio uncal BP, sulle sole differenze strutturali, e non tipologiche, tra i giacimenti di
riferimento (MArtini, 2000; fenu et al., 2002). Paradossalmente, invece, proprio la loro staticit morfologica a
corroborare lidea di una specializzazione funzionale, trasversale in Italia per almeno 1500 anni radiocarbonici,
mentre le eterogeneit di dettaglio tra gli strumentari potrebbero rappresentare fisiologici adattamenti locali.
Unanaloga continuit millenaria altrettanto osservabile nel gi citato Asturiano spagnolo, che, stando a pi
recenti sintesi, manterrebbe invariate le sue caratteristiche ben oltre linizio dellAtlantico (StrAus, 2008).
Certamente, a quanto sin qui sostenuto, potrebbe essere contrapposta largomentazione che, in determinate
regioni come la Calabria o il Lazio, il cosiddetto Epipaleolitico indifferenziato sia lunica manifestazione
mesolitica attualmente documentata. Sorgerebbe per un lecito interrogativo: ne sono state cercate altre?
Questo dubbio muove dalla constatazione che le sequenze-tipo della presunta unit tassonomica sono tutte
emerse in cavit carsiche o ripari a bassissima quota, localizzazione tradizionalmente associata a siti di
aggregazione, mantenimento o svernamento (Binford, 1980; broglio e lAnzinger, 1990). laver concentrato
per anni lattenzione esclusivamente su queste tipologie insediative, senza dubbio pi ricche e spettacolari da un
punto di vista della cultura materiale, potrebbe aver regalato alla ricerca archeologica un solo aspetto dei tanti
possibili, ovvero una singola componente del sistema logistico messo in opera dai frequentatori dellepoca.
Come appurato in Francia e Spagna, non infatti escluso che nel settore centro-meridionale della penisola i
siti ad armature oggi sconosciuti si nascondano nelle zone pi interne, a quote maggiori e nelle collocazioni
topografiche ad alto valore strategico (passi, laghetti, massi erratici, punti panoramici). Ci suggerito, ad
esempio, dalle attestazioni abruzzesi di Grotta Continenza (AQ) e Grotta di Pozzo (AQ). Di nuovo, la presenza
di una componente microlitica a Perriere Sottano e a Grotta della Serratura (nel secondo caso certamente coeva
ai complessi a denticolati), non indebolisce questidea, ma la corrobora, dimonstrando appunto la diffusione
di strumentari da caccia di tipo sauveterriano anche lungo il versante tirrenico e ionico. allora ragionevole
chiedersi se linvisibilit delle frequentazioni montane complementari ai siti costieri trascenda da aspetti
culturali e non dipenda invece dalla mancanza di prospezioni di superficie comparabili a quelle positivamente
condotte nelle Dolomiti e nelle Prealpi Veneto-Trentine.
Anche in questo caso, la presenza di insiemi litici di tipo sauveterriano allinterno delle cavit carsiche
del Basso e Alto Adriatico (Grotta delle Mura, Grotta Marisa e le numerose grotte del Carso Triestino), del
tutto prive di tracce di indifferenziazione, non pare in contraddizione con quanto proposto, non potendosi
escludere che una differente evoluzione paleoambientale e le specificit del paesaggio possano aver innescano
scelte tecniche e modalit di sfruttamento del territorio dissimili da quelle delle regioni tirreniche.
A conclusione di questa parte propedeutica allo studio del Mesolitico Recente italiano, trova spazio un
ultimo punto, volutamente posticipato per la sua importanza in seno alla questione dellorigine dei complessi

5
In Italia, il sito mesolitico di Pian dei Cavalli CA1 (SO) (vedi in seguito) restituisce il caso in cui una piccola componente a ma-
croliti in quarzite accompagna direttamente quella microlitica, rivelando pratiche di lavorazione del legno o della carne contestuali alla
caccia daltitudine (fedele e wick, 1996)
52
litici europei del VIII millennio uncal BP. Si tratta della scoperta di armature trapezoidali alla fine del Boreale
o allapice della sequenza sauveterriana di vari giacimenti peninsulari: Pradestel - strato F (TN), non associato
a datazioni assolute ma posteriore allo strato H, datato 820050 uncal BP (R-1149) (broglio, 1980; Alessio et
al., 1983; DAlMeri et al., 2008); Grotta dellEdera - strato 3b (TS) (biAgi et al., 2008), compreso tra 811090
uncal BP (GrN-25138) e 804540 uncal BP (GrA-14106), 80600 uncal BP (GrN-2513); Riparo Soman
- strati -4, riquadri 651-652-51-52-851 (VR) (broglio e lAnzinger, 1985); Grotta Continenza - tagli 23-
24 (AQ) (grifoni creMonesi com. pers., 200); Grotta Marisa - tagli 2-1? (LE) (S.K. KozowsKi com. pers.,
200). Sebbene si contino uno o due trapezi per ciascuno dei siti menzionati
6
, tutti mostrano una morfologia
ricorrente: simmetrica, corta o allungata su lamella, con frequente lateralit a sinistra e troncature rettilinee non
ottenute con la tecnica del microbulino. Pur essendo difficile avanzare ipotesi su tali singolari convergenze,
estremamente significativo notare come unidentica tipologia di armature compaia alla fine del Boreale anche
in altre regioni continentali, segnandone la fine del rispettivo ciclo sauveterriano o beuroniano: in Francia,
a Montclus strato 16 (Provenza) (rozoy, 1978) o al Riparo di Grande-Rivoire - Strato B3a (Vercors, Alpi
Francesi) (picAVet, 1999); in Germania, alla Grottina della Jgerhaus strati e 6 (Baden-Wrttemberg)
(tAute, 1974). Attorno ai 8300-8200 uncal BP, geometrici similari sono inoltre attestati nei siti ucraini di
Mirne (Ponto nord-occidentale) e Laspi (Crimea) (nuzhnyj, 1992; biAgi com. pers., 2008; dolukhAnoV,
2008).
Di fatto, le forme trapezoidali del Sauveterriano finale italiano ricordano in parte le bi-troncature su
lamella irregolare o scheggia laminare presenti, nel Tardoglaciale, in diverse regioni della penisola (ferrAri e
peresAni, 2003)
7
, sebbene ricompaiano a 1800 anni radiocarbonici dalla scomparsa di questultime alle soglie
dellOlocene. Stando allampiezza dei fenomeni culturali descritti, si potrebbe comunque affermare che alla
fine del IX millennio uncal BP sia gi in atto nellEuropa meridionale un processo di maturazione autoctona
verso le tradizioni litiche che accompagnano gli ultimi cacciatori-raccoglitori allincontro/scontro con il mondo
neolitico. In altre parole, se nelle facies epigravettiane peninsulari si potuto riscontrare una tensione evolutiva
verso le successive varianti locali della Cultura Sauveterriana, allo stesso modo essa sembrerebbe recare in s
il patrimonio genetico del Mesolitico Recente italiano.
3.2. lineaMenti teCno-tiPologiCi dei CoMPlessi MesolitiCi dellatlantiCo iniziale
Come si potr intuire, la ricostruzione di un profilo sintetico ed esaustivo delle tradizioni litiche degli
ultimi cacciatori-raccoglitori peninsulari pu rappresentare un problema pi o meno complesso a seconda
delle finalit per cui condotto e della scala di ingrandimento con cui si guarda alle conoscenze sinora
acquisite sul campo. Se, da un lato, gli ultimi 30 anni di ricerche sembrano restituire dati sufficienti a
delineare le caratteristiche generali della litotecnica (broglio, 1996; MArtini e tozzi, 1996), dallaltro,
unanalisi scientifica puntuale e di dettaglio evidenzia, in realt, una situazione molto meno stilizzabile
nelle sue articolazioni. Questa ricostruzione complicata dalle poche informazioni sullevoluzione delle
industrie nel tempo, sia per la scarsit di stratigrafie dellOlocene Antico, sia per la frequente mancanza, al
loro interno, della sequenza pre-neolitica di et Atlantica (biAgi, 2001). A ci si aggiunge la cronica carenza
di scavi sistematici e datazioni assolute per estese aree italiane, che, di fatto, non agevola qualsivoglia
approfondimento sulle diversit culturali e paleoeconomiche tra le regioni settentrionali e centro-meridionali.
Per le seconde, in particolare, la sostanziale assenza di depositi mesolitici in situ, corredati da informazioni
spesso parziali e lacunose, ha consentito la formulazione di ipotesi esclusivamente provvisorie e bisognose
di estesi riscontri archeologici (MArtini e tozzi, 1996; tozzi, 1996). Nonostante la difficolt di proporre
una scansione crono-culturale valida per tutto il territorio studiato, i dati provenienti da selezionati siti
di riferimento e le ipotesi avanzate dai relativi studiosi non impediscono tuttavia la composizione di un
contesto funzionale agli obiettivi della ricerca proposta.
In Italia, ladattamento delle strategie di sussistenza alle modificazioni ambientali postglaciali
accompagnato dallaffermazione di aspetti culturali condivisi con altre regioni dellEuropa sud-occidentale
(broglio, 1980), dove il passaggio tra Mesolitico Antico e Recente convenzionalmente individuato nella
comparsa di armature trapezoidali di tipo castelnoviano allinterno degli strumentari. A partire dai primi

6
Cui A. broglio (1980) aggiungerebbe il singolo esemplare recuperato nel sito allaperto di Passo Occlini, non datato (broglio e
lunz, 1978).

G. creMonesi (1978a; 1981) segnalerebbe in verit la presenza di trapezi di tipo tardenoide anche nei livelli epigravettiani della
Grotta del Cavallo strato B I (LE) e della Grotta Polesini.
53
secoli dellVIII millennio uncal BP
8
, il versante meridionale delle Alpi, analogamente allAndalusia (Spagna),
il Languedoc orientale e la Provenza (Francia), vive cos la progressiva diffusione di una tecnologia litica
orientata al confezionamento di lame/lamelle pi regolari e standardizzate (uniformemente sottili, a sezione
simmetrica, con bordi e nervature dorsali sub-parallele e profilo leggermente arcuato). Questa evoluzione del
dbitage in senso Montbani (rozoy, 1978; binder, 1987) si accompagna allaffermazione di morfologie di
nuclei solo accennate nella precedente tradizione sauveterriana, tipicamente prismatiche o subconiche, a un
piano di percussione preparato e stacchi laminari
9
(bisi et al., 198; broglio e lAnzinger, 1990). Accanto a
queste forme innovative, lanalisi tecnologica degli strati AB3-AA (ca. 8100-6500 uncal BP) di Romagnano
III ha rivelato la ricorrente compresenza di piccoli nuclei ovali a microlamelle o microschegge, a uno o due
piani di percussione, accompagnati altres da numerosi frammenti non meglio classificabili e nuclei globulari
totalmente sfruttati (Alessio et al., 1983; broglio e KozowsKi, 1983; Bisi et al., 198). NellItalia settentrionale,
analoghe caratteristiche dimensionali e tipologiche contraddistinguono i residui della scheggiatura di altri siti
datati allAtlantico iniziale, come Pradestel (strati E-D) (TN) (dAlMeri et al., 2008), Riparo Gaban (strati
FA28-E2) (TN) (KozowsKi e dAlMeri, 2000; perrin, 2005), Mondeval de Sora (BL) (AlciAti et al., 1992;
FontAnA, 2006), Sopra Fienile Rossino (bs) (Accorsi et al., 198) e Laghetti del Crestoso (BS) (bAroni e
biAgi, 1997). Significative similarit emergono anche dai numerosi nuclei provenienti dai depositi antropici
non datati di Fontana de La Teia (VR) (frAnco, 2001-2002; 2007), Riparo Soman (tg. 61-63, riquadri 256-
355-356-455) (VR) (broglio e lAnzinger, 1985) e Provaglio dIseo (BS) (biAgi, 1976), comunque ascrivibili
al Mesolitico Recente su basi analogiche.
Dal trend evidenziato tra Lombardia, Trentino e Veneto, devierebbero in parte i complessi a trapezi
della Grotta Benussi (tg. 6-3) (Andreolotti e gerdol, 1973), della Grotta Azzurra (tg. 4-1, scavi 1982)
(creMonesi et al., 1984a; Ciccone, 1992) e della Grotta della Tartaruga (tg. 2-1, scavi Cremonesi) (creMonesi,
1984a) sul Carso triestino
10
, dove a rarissimi nuclei subconici si affiancherebbero numerosi piccoli esemplari
a microlamelle e microschegge laminari, di forma generalmente prismatica, globulare o poliedrica irregolare
a pi piani di percussione. Per la stessa epoca, significative indicazioni provengono anche dai 240 nuclei di
Bosco delle Lame (SP) (biAgi e MAggi, 1983), attualmente il pi ricco complesso ad armature trapezoidali
della Liguria. Sul piano strettamente tecnologico, questi manufatti sembrerebbero porsi a met strada tra il
dbitage atesino e quello giuliano, mostrando unequa rappresentativit di tipi prismatici a stacchi laminari,
a un piano di percussione, e tipi ovali, globulari o irregolari di dimensioni estremamente minute (MAggi e
negrino, 1992).
Allo stato attuale della ricerca in Italia, pare avventato proporre una schematizzazione definitiva
del dbitage del Mesolitico Recente, sia per la rarit di pubblicazioni specifiche sullargomento, sia per
limpossibilit di sistematici raffronti a largo raggio. Nel contesto di una complessiva affermazione di tipi
prismatici o subconici a lamelle, comunque probabile che le differenze stilistiche e tipometriche di dettaglio
tra i nuclei dei complessi citati siano legate anche alle propriet delle rocce scheggiabili impiegate o alle
relative strategie di approvvigionamento (cAstelletti et al., 196; cipriAni et al., 2001). Considerando la
diffusa ricorrenza di piccoli residui irregolari, o globulari, interpretabili come nuclei della Classe I di broglio e
KozowsKi (1983) ad uno stadio terminale di sfruttamento, non si pu infatti escludere che la loro visibilit sia
talvolta riconducibile alla mancanza di affioramenti selciferi sul posto, seguita da un grado di esaurimento dei
supporti proporzionalmente pi spinto (dini et al., 2008). Questo probabilmente il caso delle stazioni alpine
dalta quota, come suggerito da Plan de Frea II-IV (fase 5) (BZ) (Alessio et al., 1994; Angelucci et al., 1998)
e dai Laghetti del Crestoso (BS) (bAroni e biAgi, 1997), ma si tratta di un aspetto poco approfondito dalla
ricerca archeologica. Allo stesso modo, in alcune regioni settentrionali, sembrerebbe sussistere una relazione
diretta tra il ritrovamento di residui della scheggiatura di minute dimensioni, spesso corticati e caratterizzati da
due/tre negativi di lamelle o piccole schegge laminari, e il sistematico impiego di selce locale tratta da depositi
alluvionali o morenici. Questo fenomeno, in attrito con la necessit di large-size raw material proposta
per questa fase da S.K. KozowsKi (2010: 428), ben rintracciabile in larga parte delle collezioni mesolitiche
del Friuli-Venezia Giulia
11
, dal Carso ai Colli orientali, dallanfiteatro morenico del Tagliamento a tutta la

8
Per un quadro cronologico completo e una presentazione puntuale delle datazioni assolute disponibili vedi parag. 3.4.
9
Classificabili con le varianti della Classe I nella lista tipologia proposta da broglio e KozowsKi (1983).
10
Cui si potrebbe aggiungere, per analogia tecno-tipologica, il deposito mesolitico non in situ della Cavernetta della Trincea (An-
dreolotti e strAdi, 1964),
11
Vedi il caso emblematico di Corno di Rosazzo - Loc. Gramogliano (UD) (bAstiAni et al., 199), caratterizzato da ben 500 piccoli
nuclei poliedrici e irregolari su ciottolo.
54
fascia pedemontana pordenonese. Non mancano documentazioni analoghe in territorio benacense o nelle aree
planiziali lombarde ed emiliane (biAgi et al., 199; BiAgi, 1976; 1980; 1981; 1986; nenzioni, 1985; bAroni e
biAgi, 1987).
Allargando lanalisi a latitudini inferiori, una tecnologia litica comparabile a quella veneto-trentina
emerge nei complessi litici di Lama Lite II
12
(RE) (cAstelletti et al., 196) e Passo della Comunella (RE)
(creMAschi e cAstelletti, 1975) sullAppennino Tosco-Emiliano, datati alla prima met del VII millennio
uncal BP e caratterizzati da piccoli nuclei quasi esclusivamente prismatici a lamelle. Nella stessa area,
diverso invece il caso di Monte Bagioletto Alto (orizzonte IV B21 Terre Rosse) (RE), dove un dbitage di
dimensioni minutissime, contraddistinto da morfologie poliedriche, prismatiche, subconiche a piccole schegge
o a microlamelle, stato preliminarmente interpretato da creMAschi et al. (1984) come il risultato di uno
sfruttamento estremo di materia prima alloctona. In questo caso, osservando tuttavia la presenza di due sole
armature trapezoidali allinterno di un pi ricco strumentario di matrice sauveterriana, non si pu tuttavia
escludere che tali residui della scheggiatura tradiscano forse catene operative di passaggio tra Mesolitico Antico
e Recente. La legittimit dellidentificazione di un indice crono-culturale nella tipologia dei nuclei, capace
cio di differenziare esemplari semplicemente esauriti da altri pienamente diagnostici nella loro minutezza,
sembrerebbe rafforzata dalla recente revisione integrale della collezione litica di Isola Santa in Garfagnana
(LU), alcuni chilometri a sud della dorsale appenninica (biAgi et al., 199; notini, 1983; s.K. KozowsKi et
al., 2003). Anche qui, lo strato pi alto della serie mesolitica (4a), il solo di et Atlantica, restituirebbe difatti
un unico nucleo subconico a stacchi regolari, accompagnato ancora una volta da numerosi pezzi di tradizione
pi arcaica: globulari o discoidali a schegge, buliniformi o su placchetta a stacchi laminari. Sebbene la brusca
interruzione della sequenza alla comparsa delle armature di tipo castelnoviano non consenta di ripercorrere
levoluzione del dbitage nel corso del Mesolitico Recente toscano, essa suggerirebbe per lindividuazione
di stadi tecnologici coevi nei giacimenti italiani contraddistinti da un analogo andamento stratigrafico. Tra
questi, unitamente alle gi citate Grotta Azzurra (tg. 4-1, scavi 1982) (ciccone, 1992) e Grotta della Tartaruga
(tg. 2-1) (CreMonesi, 1984a), si segnalano la Grotta dellEdera (strato 3b, scavi Biagi e Voytek) (biAgi et al.,
2008) e la Grotta VG4245 di Trebiciano (tg. 28) (MontAgnAri kokelj, 1984) nello stesso Carso Triestino.
Accettando questa linea interpretativa, acquisirebbero altrettanto interesse le collezioni litiche dello strato AB3
di Romagnano III (broglio e KozowsKi, 1983) e di Monte Cornizzolo (CO) (cAstelletti et al., 1983) che,
al di l della loro effettiva rappresentativit culturale, mostrerebbero entrambe rari trapezi in associazione con
nuclei ovali, poliedrici e globulari a schegge e predominanti armature sauveterriane.
Senza avanzare interpretazioni affrettate, si alimenta dunque lidea che, con la fine del Boreale, lItalia
settentrionale viva una transizione assai meno drastica verso un dbitage pienamente laminare, mediata forse,
analogamente a quanto proposto da roussot-lArroque (1985; 1987) per il Languedoc occidentale e da rozoy
(1978) per la Provenza rodaniana, da stili intermedi di tipo Coincy o Montclus.
Nei supporti non ritoccati delle collezioni sin qui menzionate il microlitismo una diffusa costante,
individuata sin dalle prime analisi tipometriche condotte sui prodotti della scheggiatura delle sequenze
mesolitiche atesine (Romagnano III e Vatte di Zambana) (bAgolini, 1971; broglio, 1971) e triestine (Grotta
Benussi, Grotta Azzurra, Grotta della Tartaruga, Cavernetta della Trincea) (cAnnArellA e creMonesi, 1967;
CreMonesi, 1967b; Andreolotti e gerdol, 1973; gerdol, 1976). Nel complesso, questo aspetto si lega ad
una parallela rarefazione della componente ipermicrolitica pi arcaica, scortata da una crescita degli indici
di allungamento propri delle lame e delle schegge laminari. Tra queste, indipendentemente dalla classe
litometrica, dominano ovunque i supporti piatti e molto piatti. Un assetto analogo nei moduli di scheggiatura
riscontrabile a Plan de Frea II-IV (BZ) (fase 5) (Angelucci et al., 1998), Riparo Gaban
13
(strati FA28-E2) (TN)
(KozowsKi e dAlMeri, 2000), Fontana de La Teia (VR) (frAnco, 2001-2002; 2007), Provaglio dIseo (BS)
(biAgi, 1976), Sopra Fienile Rossino (BS) (Accorsi et al., 198), Laghetti del Crestoso (BS) (bAroni e biAgi,
1997), lama Lite II (RE) (cAstelletti et al., 196), Passo della Comunella (RE) (CreMAschi e cAstelletti,
1975), Monte Bagioletto Alto (IV B21 - Terre Rosse) (creMAschi et al., 1984), piazzana (tg. 3A1) (LU) (Notini,
1983; guidi et al., 1985) e Isola Santa (strato 4a)
14
(biAgi et al., 199; S.K. KozowsKi et al., 2003). Negli

12
Il numero romano qui inserito ripreso da P. notini (1983), e vuole differenziare il sito analizzato da unaltra area di ritrovamenti
limitrofa, denominata appunto Lama Lite I e localizzata leggermente pi a monte sul medesimo crinale.
13
Nella stessa Valle dellAdige, nulla si pu dire purtroppo sulla tipometria dei prodotti della scheggiatura (ritoccati e non) di Prade-
stel (strati E-D) (TN), tuttora inspiegabilmente inedita.
14
In questo caso, si deve per evidenziare un pi sensibile ipermicrolitismo delle lame rispetto agli altri siti, in linea, secondo
S.K. KozowsKi et al. (2003), con un arcaismo documentato alla Grotta Azzurra (tg. 4-1) e alla Grotta della Tartaruga.
55
stessi giacimenti, pi articolato il dato relativo alleffettiva rappresentativit delle classi di allungamento
dei prodotti della scheggiatura non ritoccati, dove, a fronte di una graduale laminarizzazione dei supporti
rispetto al Sauveterriano, le schegge risulterebbero pur sempre maggioritarie. Ci non tutttavia in attrito con
levoluzione tipologica dei nuclei, dovendosi sottolineare che lanalisi degli indici L/l, applicabile, secondo
il metodo di B. bAgolini (1968), ai soli elementi integri, ha spesso falsato le caratteristiche della produzione
litica realmente messa in opera nei siti studiati. Questo problema, gi a met degli anni 0, fu sollevato per
i complessi di Lama Lite II e Passo della Comunella, dove il predominio delle schegge parve effettivamente
ricollegabile al mancato conteggio di numerosissimi supporti laminari frammentari (cAstelletti et al., 196).
Riproponendo le considerazioni recentemente formulate da T. perrin (2005) per gli strati pre-neolitici della
sequenza del Gaban, inoltre probabile che le micro- e ipermicroschegge spesso dominanti nelle collezioni
di riferimento non siano da interpretare come il risultato di una produzione specifica, ma rappresentino di
norma scarti o prodotti secondari derivanti dalla preparazione dei nuclei laminari. Questa possibilit pare
dunque estendibile agli orizzonti a trapezi delle grotte triestine, cos come alle collezioni di Fontana de La
Teia, Provaglio dIseo, Sopra Fienile Rossino, Laghetti del Crestoso e Isola Santa (4a), dove, ad una regolare
prevalenza delle schegge sulle lame tra i supporti non ritoccati, si contrapporrebbe sempre una piena laminarit
dello strumentario.
Ripercorrendo le idee di J.G. rozoy (1978) e D. binder (1987; 2000) sul Castelnoviano provenzale,
il rilevamento di una crescita degli indici di allungamento non sembra per sufficiente a identificare
unevoluzione tecnologica in senso Montbani. Per cogliere la vera metamorfosi del dbitage tra Boreale e
Atlantico, laspetto su cui puntare lattenzione dovrebbe essere invece la maggiore o minore regolarit dei
manufatti esaminati, realizzata dalla simultanea combinazione di tre caratteri essenziali: parallelismo di bordi e
nervature, sezione simmetrica geometrizzante e spessore uniformemente sottile. Nella definizione degli stili di
scheggiatura, la ricerca preistorica italiana si raramente soffermata sulla morfologia delle lame/lamelle prive
di ritocco (bisi et al., 198), limitando spesso lanalisi alla tipologia dei nuclei e alle tendenze evincibili dai
soli indici L/l. Malgrado la carenza di datazioni assolute renda ulteriormente arduo il riconoscimento di stadi
tecnologici intermedi tra Mesolitico Antico e Recente, positive suggestioni in tal senso provengono da Isola
Santa e Romagnano III. Nel primo caso, documentata infatti una marcata irregolarit nelle lame del livello
4a, a riprova di una loro debole standardizzazione alla comparsa dei trapezi nella sequenza (S.K. KozowsKi
et al., 2003); nel secondo, sembrerebbe invece possibile seguire una vera e propria linea evolutiva. Rispetto
al controverso strato AB3, i successivi strati AB2-1 mostrano il superamento delle schegge laminari e delle
schegge da parte delle lame (nella fattispecie microlamelle e ipermicrolamelle), seguito da una progressiva
crescita percentuale dei supporti normolitici. Queste tendenze si sviluppano negli strati AA2-1, segnati da una
parallela affermazione delle lame strette e da una prima sensibile flessione nel microlitismo delle industrie. Sul
piano stilistico, effettivamente significativo denotare come B. bAgolini (1971) si soffermasse sulla regolarit
dei supporti laminari solo allapice della sequenza mesolitica, come se negli orizzonti soggiacenti tale carattere
non fosse degno di menzione. In seguito, la stessa impressione fu ripresa da bisi et al. (198), che verificarono
un effettivo shift verso lame pi lunghe, grandi e regolari solo alla fine delloccupazione pre-neolitica di
Romagnano III, culminante nei successivi strati ceramici T4-3. Dai supporti non ritoccati emergerebbero dunque
interessanti prove di una trasformazione in loco del dbitage, la cui piena montbanizzazione sembrerebbe
compiersi, di fatto, soltanto nel VII millennio uncal BP.
Nel quadro qui proposto, riflessioni a parte meritano certamente le tecniche di scheggiatura impiegate
dagli ultimi cacciatori raccoglitori peninsulari, pur costatando la mancanza di lavori esaurientemente dedicati
a tali aspetti. Il problema pi dibattuto sembrerebbe quello del presunto utilizzo della tecnica a pressione,
gi chiamata in causa da D. binder (1984) per il Mesolitico Recente provenzale. Questa possibilit stata
recentemente avanzata per le collezioni del Riparo Gaban (KozowsKi e dAlMeri, 2000; perrin, 2005) e di
Pradestel (dAlMeri et al., 2008), malgrado ne emergano pi convincenti prove di un ricorso alla percussione
diretta o indiretta (questultima verosimilmente attuata mediante luso di un punzone, o punch) (MArchAnd,
1999; pelegrin, 2000). In assenza di argomentazioni solide da parte degli studiosi italiani, nonch di dati
sufficienti ad alimentare analisi comparative estese sul territorio nazionale, la questione sembrerebbe destinata
a rimanere insoluta. Ciononostante, pare doveroso avanzare in questa sede una breve riflessione personale sul
tema.
I risultati ottenuti da J. pelegrin (1991) in archeologia sperimentale di fatto evidenziano come sia possibile
ottenere lame morfologicamente identiche con modalit diverse. Sembrerebbe dunque rischioso basare ipotesi
sulla tecnologia litica del Mesolitico Recente italiano sulle sole caratteristiche dei supporti non ritoccati
(forma, profilo, sezione e tallone). Le conclusioni formulate dallo stesso studioso francese alimentano semmai
56
lidea che, in passato, un dato gruppo umano potesse sfruttare pi tecniche (per percussione diretta, indiretta,
pressione) in relazione alla quantit e alla qualit della materia prima localmente disponibile (Miga com.
pers., 2006), anche nellambito di unidentica fase culturale. Di conseguenza, volendo puntare sulla tipologia
dei nuclei per una soluzione al problema, immediato rilevare la totale assenza in Italia di qualsiasi residuo
inequivocabilmente riconducibile alla tecnica a pressione o ad analoghi esemplari della Cultura di Janisawize
(Polonia) (ws, 2005). In attesa di future scoperte o conferme, la possibilit che una parte dei tipici nuclei
subconici a lamelle del Mesolitico Recente sia il risultato di catene operative altamente specializzate rimane
pertanto una teoria no ancora dimostrata
15
.
Nelle regioni settentrionali, la lenta trasformazione dei prodotti della scheggiatura accompagnata (o
causata?)
16
dallaffermazione di indici di allungamento laminari tra i supporti ritoccati, che perdono il carattere
ipermicrolitico delle fasi precedenti (broglio, 1980; 1996). Si diffonde quindi una generale preferenza per
le microlamelle e le lamelle nel confezionamento degli strumentari, sebbene nelle collezioni di riferimento
non venga mai meno una minima, ma costante, percentuale di manufatti su micro- e piccole schegge
1
. Questi
aspetti si riscontrano negli elementi ritoccati di Romagnano III, dove il graduale sviluppo della classe delle
lame tra AB3 e AA effettivamente affiancato da una complessiva propensione al normolitismo (BAgolini,
1971; biAgi, 1977; bisi et al., 198). Analoghe caratteristiche sono ben documentate in tutti i siti sin qui
tratti in causa, ad eccezione forse di Isola Santa (4a), Monte Bagioletto (IV B21 - Terre Rosse) e delle grotte
triestine Azzurra (tg. 4-1, scavi 1982), Tartaruga (tg. 2-1) e VG4245 di Trebiciano (tg. 28) (creMAschi et al.,
1984; creMonesi, 1984a; creMonesi et al., 1984a; Montagnari KoKelj, 1984; ciccone, 1992; s.K. KozowsKi
et al., 2003). In questi casi, accomunati da unapparente interruzione delloccupazione mesolitica allesordio
dellAtlantico (vedi in seguito), lanalisi tipometrica porrebbe in luce la persistenza du un lieve sbilanciamento
a favore dei supporti iper- e microlitici, sia nella categoria delle armature (ricollegabile alla netta prevalenza
di triangoli, dorsi e troncatura e punte a due dorsi), sia tra gli strumenti comuni (grattatoi in particolare),
contraddistinti questultimi da un maggiore ricorso alle microschegge e alle microschegge laminari rispetto
allarea veneto-trentina.
Sullo sfondo appena descritto, ha dunque luogo levoluzione tipologica che consent a broglio (1980) di
stabilire un primo parallelismo tra le industrie atesine e triestine dellAtlantico iniziale e la Cultura Castelnoviana
della Baume de Monclus (rozoy, 1978) e del sito eponimo di Chteauneuf-les-Martigues (escAlon de fonton,
196; 1968; 196). Nella sequenza-tipo di Romagnano (broglio e KozowsKi, 1983), questa fase dunque
segnata da uno sviluppo dei grattatoi e delle troncature su supporto laminare
18
, accompagnata da una rapida
crescita delle lame/lamelle a ritocco lineare semierto, ad incavo o denticolate. Laffermazione di tali componenti,
ricollegata dagli studiosi alla diffusione di una tecnologia litica consacrata al confezionamento delle armature
trapezoidali (broglio, 1996; perrin, 2005)
19
, avverrebbe tuttavia allinterno di strumentari in chiara continuit
con la tradizione sauveterriana preesistente, della quale permangono alcune tipologie di grattatoi su scheggia/
scheggia laminare sottile (a ventaglio, corti o molto corti, a spalla, a muso, ogivali) e giungono a compimento
le tendenze evolutive. Al contrario dei supporti laminari ritoccati e degli stessi grattatoi, i bulini e le schegge
ritoccate (skrobacz, raclettes e raschiatoi) assumono un ruolo marcatamente secondario rispetto al passato,
mentre le punte, i becchi-perforatori e i pice cailles confermano la loro sostanziale irrilevanza. Nel corso
dellVIII millennio uncal BP, scompaiono del tutto dalla serie atesina i coltelli a dorso curvo di tipo Rouffignac
(broglio, 1980).
Dal Carso Triestino allAppennino Tosco-Emiliano, indipendentemente dalla localizzazione geografica
e dallattitudine funzionale degli insediamenti, linizio dellAtlantico accompagnato ovunque da una

15
Ricerca, come noto, ostacolata dallampia diffusione di piccoli residui irregolari o globulari, sostanzialmente esauriti, in tutti i siti
di riferimento.
16
Secondo A. broglio (1996), la metamorfosi del dbitage deriverebbe infatti dalla necessit di lame regolari per il confezionamento
dei trapezi, invertendo cos il tradizionale nesso causa-effetto tra i due fattori.
1
A tal proposito, si segnalano le interpretazioni avanzate da T. perrin (2005) per il Mesolitico Recente del Riparo Gaban, dove, a
fronte di catene operative specializzate in senso laminare, la presenza di minoritari strumenti su scheggia sarebbe attribuibile al recu-
pero funzionale di scarti o prodotti secondari, derivanti dalla messa in forma dei nuclei, dalla loro progressiva riduzione o da incidenti
di scheggiatura.
18
A seguito della revisione di molte collezioni e di tutte le pubblicazioni disponibili, si deve per ammettere che il descritto sviluppo
delle troncature su lamella, apparentemente comune a tutto il nord Italia, sia pi spesso dovuto, in fase di classificazione, allinserimen-
to dei trapezi frammentari o in corso di fabbricazione allinterno di questo gruppo di strumenti.
19
Dato ben evidenziato anche da bAroni e biAgi (1997) ai Laghetti del Crestoso (BS), alla luce della ricostruzione delle catene ope-
rative attraverso il rimontaggio dei prodotti della scheggiatura.
5
semplificazione della variet tipologica degli strumenti comuni, a favore soprattutto dei grattatoi frontali su
lamella (spesso rinvenuti nella forma di frammento distale) e delle lame/lamelle ritoccate. Nella stessa categoria
litica, le schegge ritoccate e i bulini, ove sporadicamente attestati, paiono sempre privi di caratterizzazione
stilistica. Limitando lattenzione ai soli siti datati, ci visibile alla Grotta Benussi (tg. 4-3) (Andreolotti e
gerdol, 1973); a Pradestel (strati E - D) (Bisi et al., 198; dAlMeri et al., 2008); al Riparo Gaban (strati FA28
- E2) (KozowsKi e dAlMeri, 2000); a Plan de Frea II-IV (fase 5) (lunz, 1986; Alessio et al., 1994; Angelucci
et al., 1998); alla Grottina dei Covoloni del Broion (strato 6) (VI) (CAttAni, 1977; broglio, 1984); a sopra
Fienile Rossino (Accorsi et al., 198); ai Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997); a Pian dei Cavalli
CA1 e CA13 (SO) (fedele et al., 1991; 1992); Passo della Comunella (creMAschi e cAstelletti, 1975); Lama
Lite II (CAstelletti et al., 196); Piazzana (tg. 3A1) (biAgi et al., 199; notini, 1983; guidi et al., 1985).
A conferma delle linee evolutive osservate nel dbitage, dal siffatto quadro generale devierebbero in parte i
livelli a trapezi della Grotta Azzurra (tg. 4-1, scavi 1982) (ciccone, 1992) e della Grotta Tartaruga (tg. 2-1)
(creMonesi, 1984a) che, pur sprovvisti di riferimenti cronologici assoluti, mostrerebbero ancora la prevalenza
di grattatoi corti o molto corti su scheggia. Senza sorpresa, un assetto alternativo parimenti osservabile nello
strato 4a di Isola Santa (S.K. KozowsKi et al., 2003), segnato da una debole rappresentativit delle troncature
su lamella e dallassenza di esemplari ad incavo o denticolati tra le rare lame ritoccate, nonch di tipi ogivali,
a spalla e tettiformi tra i grattatoi. Oltre a ci, lapice della sequenza toscana si connoterebbe per un numero
insolitamente alto di micro- e piccole schegge ritoccate, seppur scarsamente caratterizzate.
Allinterno degli strumentari, un altro dato essenziale per lidentificazione di un parallelismo culturale
tra lItalia centro-settentrionale e parte dellEuropa mediterranea coincide con le trasformazioni tipologico-
strutturali riscontrabili nella categoria delle armature. Nelle sequenze stratigrafiche datate della Valle dellAdige
(Pradestel, Gaban e Romagnano III), della Grotta Benussi (TS) e della Grottina dei Covoloni del Broion (VI)
(broglio, 1971; 1980; Andreolotti e Gerdol, 1973; cAttAni, 1977; Broglio e KozowsKi, 1983; Broglio,
1984), i primi secoli dellVIII millennio uncal BP vedono la progressiva rarefazione dei tipi caratteristici
della tradizione sauveterriana (punte su scheggia laminare, dorsi e troncatura, segmenti, punte a due dorsi e
triangoli), contemporanea ad una rapida inflazione di forme trapezoidali (simmetriche e asimmetriche) tratte
da lame/lamelle sottili e regolari attraverso la tecnica del microbulino. Alla loro diffusione va attribuita la
complessiva attenuazione del carattere ipermicrolitico dei complessi litici, in linea con la parallela metamorfosi
dei prodotti della scheggiatura osservata a Romagnano III (bAgolini, 1971; Bisi et al., 198). Sotto il profilo
morfologico, le nuove armature trapezoidali si allontanano da quelle apparse in Italia nel Sauveterriano finale,
sia per la minore rappresentativit dei tipi simmetrici a troncature rettilinee, sia per la ricorrente visibilit
del piquant tridre sulle troncature oblique, a conferma di un differente standard di confezionamento. A
questultimo deve essere ricondotta la presenza di grandi troncature normalmente concave, formate appunto
da una porzione dellincavo originariamente praticato sulla lama in continuit lineare con un piquant tridre
intatto o parzialmente ritoccato. La troncatura opposta quasi sempre pi corta, spesso ottenuta mediante
un singolo contraccolpo su incudine, secondo una tecnica cui broglio (1984) collegherebbe il ritrovamento
di tipici scarti ipermicrolitici a forma di chevron. in questambito, deve essere detto che T. perrin (2005)
non individuerebbe alcun particolare significato culturale nella variet dei modi di confezionamento attestati,
quanto piuttosto una risposta tecnica dello scheggiatore alle circostanze contingenti (forma voluta, natura del
supporto e incidenti di lavorazione).
Nel Triveneto, come in Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, la presenza di geometrici del tipo appena
descritto accomuna tutti i principali giacimenti pre-neolitici di accertata et Atlantica, rappresentando ancora
oggi il pi valido criterio per linquadramento di collezioni prive di riferimenti cronologici assoluti nel
Mesolitico Recente
20
. Non mancano tuttavia siti le cui armature trapezoidali risultano nettamente minoritarie
rispetto a quelle pi arcaiche, a tradire lesistenza di stadi intermedi e graduali nella formazione dei complessi
litici di tipo castelnoviano lungo la penisola. Ci visibile nelle collezioni di Monte Bagioletto Alto (RE)
(IV B21 Terre Rosse) (creMAschi et al., 1984) e a Isola Santa (4a) (LU) (S.K. KozowsKi et al., 2003), dove i
trapezi sono praticamente irrilevanti rispetto alle morfologie ipermicrolitiche pi arcaiche, dominate da triangoli
scaleni a due lati o tre lati ritoccati (spesso ad estremit ottusa), dorsi e troncatura obliqua, punte allungate
a due dorsi leggermente convessi e pi rari segmenti. Una simile sproporzione altres rilevabile al Riparo
Gaban (strato FA28) (KozowsKi e dAlMeri, 2000) e in alcuni depositi privi di datazioni radiocarboniche,
come le grotte triestine Azzurra (tg. 4-1, scavi 1982) (ciccone, 1992), Tartaruga (tg. 2-1) (creMonesi, 1984a)

20
Questo criterio ha condotto al riconoscimento di frequentazioni mesolitiche di Et Atlantica in decine di localit tra le Alpi e la
Toscana centrale, del tutto sconosciute invece in Umbria, Lazio ed Abruzzo.
58
e VG4245 di Trebiciano (tg. 28) (MontAgnAri kokelj, 1984), le stazioni dolomitiche di Colbricon IX (TN)
(bAgolini e DAlMeri, 1987) e Plan de Frea IV (fase 5) (Angelucci et al., 1998) e il sito prealpino di Monte
Cornizzolo (CO) (cAstelletti et al., 1983).
Osservando i dati disponibili sui geometrici trapezoidali delle sequenze della Valle dellAdige,
sembrerebbe al momento difficile individuarne una chiara evoluzione morfologica nel corso dellAltantico,
al contrario quindi dei coevi complessi transalpini (broglio e KozowsKi, 1983; KozowsKi e dAlMeri,
2000; perrin, 2005; dAlMeri et al., 2008). Pur mostrando un incremento dei tipi asimmetrici e una lenta
affermazione delle forme allungate e normolitiche al loro interno (bisi et al., 198), i ripari della Conca di
Trento si caratterizzerebbero infatti per la costante compresenza di esemplari di pi tipologie e dimensioni sino
alla comparsa della ceramica. Come si vedr nel Capitolo IV, questa variet si ripropone in altre zone della
penisola, dove lidentificazione di una linea evolutiva nelle armature oltretutto scoraggiata dalla ricorrenza
di giacimenti attribuibili a singoli episodi di occupazione o comunque privi di una successione stratigrafica.
Ciononostante, come suggerito originariamente da P. biAgi (1976: 90) comparando i trapezi di Provaglio
dIseo con quelli allora noti in Lombardia e Trentino, comunque possibile che esistano differenziazioni
locali che possono anche probabilmente attribuirsi a differenziazioni culturali oltre che cronologiche, che per
il momento ci sfuggono.
NellItalia settentrionale, il solo sito i cui trapezi siano di fatto divisibili secondo tipologie cronologicamente
distinte la stazione dalta quota dei Laghetti del Crestoso (BS), lungo lo spartiacque Val Camonica Val
Trompia (bAroni e biAgi, 1997) (fig. 1). Le datazioni assolute ricavate dalle strutture antropiche ivi rinvenute
hanno consentito di isolare due eterogenee fasi di occupazione: una pi antica, datata a 8050 uncal BP
(GrN-21889) e 85080 uncal BP (Beta-35241), ed una notevolmente posteriore, compresa tra 690120
uncal BP (HAR-881) e 6800 uncal BP (GrN-18091). Attraverso il rimontaggio dei reperti e lanalisi della
loro distribuzione intra-sito, a ciascuna di queste fasi stato quindi possibile associare uno specifico insieme
litico, rilevando come, in origine, le armature comprendessero trapezi esclusivamente isosceli a troncature
rettilinee e lateralit a sinistra, mentre, nel VII millennio uncal BP, gli stessi si caratterizzassero per morfologie
rettangolari o scalene con troncature concave, con piquant tridre non ritoccato e regolare lateralit a destra.
Questa differenziazione cronologica orizzontale
21
rappresenta un caso unico per i siti alpini e prealpini

21
La sua apparente invisibilit in sede di scavo induce ad interrogarsi su quanti siano ad oggi i siti non datati in cui sarebbe stato
possibile ottenere risultati analoghi.
Fig. 1 - Il comprensorio del Crestoso, lungo lo spartiacque Val Camonica - Val Trompia (Alpi Bresciane) (fotografia di P. Biagi).
59
italiani, sia sul piano metodologico, sia per la capacit di alimentare prime ipotesi sul reale ritmo evolutivo
dei geometrici. A riguardo, infatti interessante notare come gli esemplari riferibili alloccupazione pi
antica del Crestoso siano effettivamente similari a quelli documentati allapice della sequenza sauveterriana
di Monclus (strati 15-16) (rozoy, 1978), Pradestel (strato F) (Broglio, 1980; dAlMeri et al., 2008), Riparo
Soman (strati -4) (broglio e lAnzinger, 1985), Grotta dellEdera (strato 3b) (biAgi et al., 2008), Grotta
Continenza (tg. 23-24) (grifoni creMonesi com. pers., 2007) e Grotta Marisa (S.K. KozowsKi com. pers.,
200). Su queste basi, emergerebbero dunque ulteriori prove a favore di una continuit culturale nellOlocene
Antico, durante il quale, in alcune regioni, il passaggio tra Boreale e Atlantico potrebbero essere avvenuto
in maniera assai graduale, realizzandosi essenzialmente nellestensione della tecnica del microbulino alla
produzione in serie dei trapezi
22
. Questi aspetti aprono la strada ad inediti indirizzi di ricerca, motivatamente
concentrati sulla posizione crono-culturale di complessi litici caratterizzati da uno o pi trapezi arcaici
(anomali o simmetrici a troncature rettilinee, senza piquant tridre e con prevalente lateralit a sinistra)
23
in associazione con standardizzati tipi asimmetrici o lame ritoccate di indubbia tradizione castelnoviana.
A seguito di un controllo mirato delle collezioni dellItalia centro-settentrionale, sia de visu, sia attraverso
la raccolta dei disegni pubblicati, questa compresenza osservabile nel Friuli-Venezia Giulia, alla Grotta
Azzurra (TS) (tagli n.d., scavi 1961-1963) (CAnnArellA e CreMonesi, 1967), alla Grotta di Cladrecis (strati
2-3) (UD) (stAcul e MontAgnAri kokelj, 1984), a Corno di Rosazzo Loc. Gramogliano (UD) (bAstiAni et
al., 199), Molin Nuovo (UD) (cAndussio, 1981; frAgiAcoMo e pessinA, 1995), Aviano Colline di Giais (PN)
(grillo et al., 1993), Borgo Ampiano (PN) (AnAstAsiA et al., 1995; Visentini, 1999; AnAstAsiA com. pers.,
2006), San Vito al Tagliamento Prodolone (PN) (DestefAnis et al., 2003; inediti del Museo di San Vito al
Tagliamento) e San Vito al Tagliamento Santa Petronilla (PN) (DestefAnis et al., 2003; inediti del Museo
di San Vito al Tagliamento); nel Veneto, a Sorgenti del Sile Via Santa Brigida (TV) (gerhArdinger, 1984-
1985; inediti del Museo Civico di Treviso), Biadene - Presa 19 (TV) (gerhArdinger, 1984-1985; inediti del
Museo Civico di Treviso), Morgano Le Vallazze (TV) (gerhArdinger, 1984), Cornuda Fondo Zambon
(TV) (broglio e pAolillo, 1989), Soprapiana Fondo Bernardi (TV) (broglio e pAolillo, 1989), S. Antonio
di Tortal (BL) (Mondini e VillAbrunA, 1989) e Col Cavalin Monte Serva (BL) (inediti del Museo Civico di
Belluno), Meolo A (VE) (broglio et al., 198), Malandrina (PD) (AllegrettA e pellegAtti, 1992; pellegAtti
e Visentini, 1996) e Fontana de La Teia (frAnco, 2001-2002); in Trentino-Alto Adige, a Romagnano III (strati
AB2-1) (TN) (broglio, 1984) e Riparo Gaban (strato FA28) (TN) (KozowsKi e dAlMeri, 2000), Laugen I
(BZ) (lunz, 1986); in Lombardia, a Lonato Case Vecchie (BS) (biAgi, 1986), foppe di Nadro Riparo
2 (BS) (BiAgi, 1980; 1983); in Piemonte, ad Agrate Conturbia (NO) (biAgi, 1988); sullAppennino Ligure-
Tosco-Emiliano e in Garfagnana, a Sasso Fratto Monte Vecchio (RE) (notini, 1983), Monte Molinatico (PC)
(ghiretti e guerreschi, 1988; ghiretti, 2003), Prato Mollo (SP) (BiAgi e MAggi, 1983), Isola Santa (4a) (LU)
(S.K. KozowsKi et al., 2003) e Le Coste (LU) (guidi et al., 1985); nella Toscana centrale e nelle Marche, ad
Acqua Marcia (PT) (guerrini e MArtini, 199), Podere le Marie (PI) (sAMMArtino, 2005) e Pievetorina (MC)
(broglio e lollini, 1981; silVestrini, 1991)
24
. Malgrado limportanza di queste ricorrenze, la mancanza di
datazioni radiocarboniche per quasi tutte le localit citate, rappresentate quasi sempre da semplici raccolte
di superficie, non consente al momento un migliore approfondimento. Stando ai dati editi, stupisce per che
Romagnano e Gaban, pur mostrando entrambi singoli esemplari di trapezi arcaici attorno ai 900-500 uncal
BP, non ne restituiscano alcuno nel corso del Sauveterriano finale
25
(broglio e KozowsKi, 1983; KozowsKi
e dAlMeri, 2000).
Rispetto a quanto visto sinora, molto pi complesso il quadro evolutivo delle industrie riferibili agli
ultimi cacciatori-raccoglitori dellItalia meridionale. Come accennato in apertura, ci dovuto alla complessiva

22
Sulla base di osservazioni analoghe anche F. fedele (1991) rilevava: si tratta di rari trapezi pi o meno isosceli, che allinizio
affiancano poi sostituiscono le vecchie armature sauveterriane. La compresenza di trapezi simmetrici a troncature rettilinee e
di punte a due dorsi a base naturale larga sarebbe altamente diagnostica del Sauveterriano finale. I trapezi rettilinei, specialmente
se isosceli, non sembrano comunque perdurare oltre la fase antica del Castelnoviano, cos come diventano rarissime le semilune e i
segmenti di qualsiasi tipo.
23
In questo contesto, intessante rilevare come la stessa morfologia in esame sia altres la sola attestata nei livelli di et Atlantica
delle grotte di Konispol, Odmut, Crvena Stijena (strati IVb1, IVb2e IVa) e Franchthi (fase X) (bAsler, 195; perls, 1990; KozowsKi
et al., 1994; hArrold et al., 1999).
24
In questo caso, la presenza di due trapezi unicamente a troncature rettilinee, in associazione con maggioritari triangoli e punte
bilaterali di tipo Sauveterre, potrebbe anche supportare un pieno inquadramento nel Sauveterriano finale.
25
Strato AC1 a Romagnano III e FB29 al Riparo Gaban.
60
scarsit di insediamenti mesolitici nellintera area, la cui attribuzione culturale, in mancanza di riferimenti
cronologici assoluti, si spesso basata su soli paralleli tipologici con le collezioni centro-settentrionali. Inoltre,
al di l dei casi esposti qui di seguito, Molise, Campania e Calabria non sembrerebbero restituire alcuna
attestazione mesolitica databile allAtlantico iniziale.
Per la fase studiata, lunico vero riferimento crono-stratigrafico costituto dallampia sequenza mesolitica
della Grotta 3 di Latronico (PZ) (tg. 68-33), in Basilicata, estesa almeno tra 80090 uncal BP (R-449) e
40090 uncal BP (R-44)
26
(creMonesi, 1978b; 1987-1988). Pur nella sua straordinariet, il complesso
litico scoperto evidenzia caratteri tecno-tipologici estremamente interessanti se accostati alle coeve industrie
sud-alpine. Tra i pochi nuclei rinvenuti, generalmente di piccole dimensioni, dominano i tipi prismatici e
subconici a stacchi laminari unipolari, associabili, secondo dini et al. (2008), a sequenze di riduzione attuate
per percussione diretta. Tra i prodotti della scheggiatura non ritoccati, conteggiando anche i frammenti, netta
la prevalenza dei supporti laminari, dove si individuano numerosi esemplari sottili e fortemente standardizzati.
La loro rappresentativit aumenta risalendo la sequenza, seppur accompagnata da uno stabile microlitismo
nei moduli dimensionali (Terenzi, 1994). Questo si ripropone nello strumentario, dove risultano assenti
componenti normolitiche su scheggia o lama (accennate solo allapice della sequenza). In linea con quanto
evidenziato nellarea veneto-trentina, la struttura elementare dello stesso strumentario contraddistinta da
una chiara prevalenza delle lame ritoccate, seguite dai grattatoi, normalmente su lamella, o corti su scheggia,
e dalle troncature su lamella. Queste proporzioni si ripetono con sorprendente omogeneit lungo lintera
serie, ponendo contemporaneamente in luce una sostanziale irrilevanza dei bulini, delle schegge ritoccate, dei
becchi-perforatori e delle punte per tutto lAtlantico iniziale. Sono invece assenti i coltelli a dorso e i pezzi
scagliati. A differenza del Mesolitico Recente settentrionale, le armature della cavit lucana si compongono
esclusivamente di trapezi, equamente suddivisibili, per dini et al. (2008), in forme simmetriche e asimmetriche.
Al loro confezionamento si lega nuovamente il ricorso alla tecnica del microbulino, comprovato dai relativi
residui sin dai tagli basali della serie.
Nella stessa regione, importanti similarit con il complesso mesolitico di Latronico sono riconoscibili
nellorizzonte aceramico (strati E1-C) del Riparo Ranaldi (o Tuppo dei Sassi) (PZ) (borzAtti Von
lwenstern, 1971), caratterizzato da un forte microlitismo complessivo e dalla presenza di diversi frammenti
di lame regolari, ritoccate e non ritoccate. Un maggior parallelismo tra i due giacimenti per invalidato dalla
sostanziale mancanza di troncature e grattatoi tra gli strumenti comuni, nonch da uno scarso numero di nuclei.
Nelle armature, tra le quali si riconoscono piccoli trapezi assimilabili a quelli del sito precedente, non mancano
per alcuni dorsi microlitici e un triangolo scaleno a base lunga. Lindisponibilit di datazioni radiometriche per
queste singolari industrie non consente purtroppo di chiarirne lesatta posizione crono-culturale nellOlocene
Antico.
Altri elementi di tipo castelnoviano sono noti da tempo presso i Laghi Alimini (LE), in Puglia, sebbene
riferibili a semplici prospezioni di superficie e non corredati da alcun riferimento di cronologia assoluta. Anche
in questo caso, gli insiemi litici di Alimini B (Milliken e skeAts, 1990) e Masseria Pagliarone I (ingrAVAllo
et al., 2004) si compongono di standardizzati trapezi su lamella, in associazione con numerose lame ad incavo
o denticolate di tipo Montbani e ben rappresentati nuclei prismatici e subconici a un piano di percussione. Si
pu inoltre osservare la diffusione di elementi piatti e molto piatti tra i supporti ritoccati e non ritoccati, seppur
contraddistinti da una spiccata tendenza allipermicrolitismo. Queste caratteristiche complessive si affermano
tuttavia in un contesto culturale ancora fortemente legato alla tradizione epiromanelliana, visibile nella
persistenza di numerosi piccoli grattatoi circolari tra i supporti ritoccati. Ci suggerirebbe che, analogamente
ai locali complessi sauveterroidi, anche il Mesolitico salentino di (presunta) et Atlantica vive forse una
trasformazione diversa da quella atesina,di cui mostrerebbe parte dei caratteri innovativi nel contesto di un
radicato substrato locale (di lerniA, 1996).
Nello stesso settore geografico, collezioni similari sembrerebbero emergere a Torre Testa (BR) (creMonesi,
1967; 1978a), oria (BR) (ingrAVAllo, 1977) e s. Foca (LE) (ingrAVAllo, 1980). A dispetto delle interpretazio-
ni preliminari dei rispettivi studiosi, unattribuzione crono-culturale di questi siti pare oggi assai difficoltosa
(se non improponibile), sia per la sottorappresentazione dei microliti tipica delle raccolte di superficie, sia
per levidente commistione di manufatti riferibili ad epoche diverse
2
(dini et al., 2008). In attesa, anche in
questo caso, di comprovanti datazioni assolute, il riconoscimento di una diffusa componente epiromanelliana,

26
Vedi il paragrafo 3.3. per ulteriori commenti sulla stratigrafia.
2
Considerazioni probabilmente valide anche per Masseria Pagliarone I, dove si segnalano lamelle a ritocco erto profondo, grandi
raschiatoi su lama o su scheggia, punte, foliati del tutto estranei alla tradizione castelnoviana peninsulare (ingrAVAllo et al., 2004).
61
rappresentata da grattatoi circolari, punte a dorso, lamelle a dorso e dorsi e troncatura, al fianco di sporadiche
(e atipiche) armature trapezoidali, ne suggerirebbe un teorico parallelismo con le stazioni dei Laghi Alimini
(MArtini, 1996; MArtini e tozzi, 1996). Ciononostante, postularne legami reali o uneffettiva contemporaneit
richiederebbe forzature che esulano dagli obiettivi di questa ricerca.
Allo stato attuale delle conoscenze, lo stesso discorso pu essere esteso allorizzonte US5 del vicino
sito di Terragne (TA), datato Beta-nd: 2600 uncal BP, ma contraddistinto anchesso da un insieme litico
di ambigua attribuzione culturale (gorgoglione et al., 1995). Al suo interno, S. di lerniA (1996) evidenzia
la comparsa di trapezi e lame ritoccate allinterno di uno strumentario ancora dominato da grattatoi frontali
molto corti o circolari e da microliti di tradizione arcaica (soprattutto punte a dorso bilaterale). Malgrado nei
supporti ritoccati e non ritoccati lalto indice di frammentariet non restituisca unimmagine genuina degli
indici di allungamento, sembrerebbe comunque riconoscibile la tendenza verso una laminarit pi regolare e
standardizzata. Tra i residui della lavorazione, sempre ampiamente attestata la presenza di microbulini. A
scoraggiare lindividuazione a Terragne del pi recente Mesolitico meridionale interviene tuttavia un problema
essenziale. NellUS5, infatti, linnesto dei caratteri innovativi nel substrato epiromanelliano avverrebbe in un
contesto stratigrafico viziato dallintrusione di sporadici frammenti di ossidiana e ceramici dai sovrastanti
livelli neolitici (US3). Ci induce a trattare la stessa US5 con maggiore cautela, non potendosi escludere
che la datazione
14
C ad essa associata, effettivamente contemporanea alla prima neolitizzazione del Tavoliere
pugliese (BA-FG), sia stata ottenuta su carboni altrettanto intrusivi (MArtini e tozzi, 1996; pluciennik, 1997;
1998). Ad ogni modo, la ricerca di una frequentazione pre-neolitica a Terragne, dovrebbe altres tenere a mente
la persistenza di una componente epiromanelliana nel Neolitico Antico di Torre Sabea (LE) (guilAine, 2003),
dove si segnalano ancora piccoli grattatoi circolari e sporadici dorsi microlitici (bArzAzA e briois, 2003).
In Puglia, pur non mancando attestazioni culturali accostabili a quelle visibili allinizio dellAtlantico
nelle regioni settentrionali, la definizione dei caratteri autentici del Mesolitico Recente pare dunque prematura
e problematica. Per quanto ipotizzabili, le forme e i tempi della sua evoluzione in loco sono inoltre celati
dallinterruzione delle sequenze di riferimento di Grotta delle Mura (BA) (cAlAttini, 1996a) e Grotta Marisa
(Astuti et al., 2005) alla fine dello stadio climatico Boreale o alla comparsa delle prime armature trapezoidali al
loro interno; iato osservato anche nel Carso Triestino (Grotta Azzurra e Grotta della Tartaruga), in Garfagnana
(Isola Santa) e nel Cilento (Grotta Serratura). Pur volendo salvare le interpretazioni proposte dagli studiosi
per i siti di superficie salentini, non mancano per altri aspetti indecifrabili. A fronte di quanto descritto,
infatti, non si capisce come mai ad Alimini B (Milliken e skeAts, 1990) e Masseria Pagliarone I (ingrAVAllo
et al., 2004) manchino completamente i triangoli scaleni e le punte Sauveterre tipiche del Mesolitico Antico
dellattigua Grotta Marisa (Astuti et al., 2005).
Oltre allassenza di caratteri di tipo castelnoviano nelle serie stratigrafiche estese dallEpigravettiano al
Neolitico Antico/Medio
28
, i limiti a qualsivolgia chiarimento sul Mesolitico Recente del Mezzogiorno sono
aggravati dal fatto che, ove disponibili, i rarissimi depositi aceramici di accertata et Atlantica non sono mai
preceduti da orizzonti culturali pi antichi. questo il caso della Grotta 3 di Latronico (creMonesi, 1987-
1988), che, pur rappresentando il miglior riferimento crono-stratigrafico per il territorio in esame, non soltanto
priva di livelli pi antichi dellVIII millennio uncal BP, ma mostra altres una tradizione litica tipologicamente
svincolata dal Mesolitico Antico campano o pugliese (MArtini, 1996). Lungo tutta la sequenza, infatti, non
compaiono n armature di tipo sauveterriano, n grattatoi circolari di tipo epiromanelliano. La mancanza
di collezioni del Preboreale o del Boreale in Basilicata non consente poi alcuna indagine sulle cause di tali
divergenze.
Spostando lo sguardo ad altri territori, unoccupazione mesolitica datata allAtlantico iniziale emerge
esclusivamente alla Grotta dellUzzo (TP) (tAgliAcozzo, 1993), nella Sicilia occidentale, e alla Grotta Su
Coloru (SS) (fenu et al., 1999-2000), nella Sardegna settentrionale. Nel caso siciliano, la conoscenza della
tradizione litica associata agli strati aceramici F14-13, datati 9100 uncal BP (P-234) (MeulengrAcht
et al., 1981), ancora oggi ostacolata dalla carenza di studi specifici e pubblicazioni a riguardo. Stando ai
pochissimi dati editi, sembrerebbe possibile affermare che le industrie di questa fase perdano del tutto i caratteri
tecno-tipologici dei livelli pi antichi (F16/18)
29
, evidenziando sia una maggiore laminarit dei prodotti della
scheggiatura, sia una rinnovata rappresentativit dei dorsi e dei geometrici nella categoria delle armature. Tra

28
Ad eccezione forse della Grotta Marisa (LE), che nei tagli superiori 2-1 (malauguratamente non datati) mostrerebbe la comparsa di
tre trapezi e di due lame ritoccate (Astuti et al., 2005).
29
Minore tendenza allipermicrolitizzazione, sostanziale assenza di geometrici, buona rappresentativit delle troncature e presenza di
peculiari grattatoi a muso con incavi laterali opposti adiacenti alla fronte (MArtini e tozzi, 1996; MAnnino et al., 2006).
62
queste, comparirebbero particolari punte di freccia a tranciante trasversale (MArtini e tozzi, 1996; MAnnino
et al., 2006). Ulteriori dettagli sullo strumentario comune o sulla morfologia dei nuclei sono al momento
inaccessibili.
Secondo fenu et al. (2002), i tagli aceramici L1-L3 della Grotta Su Coloru, datati tra ca. 900 e 400
uncal BP, restituirebbero dunque la manifestazione archeologica pi recente dei complessi a schegge ritoccate
inquadrati da F. MArtini (1993; 2000) nel cosiddetto Epipaleolitico indifferenziato. Sorvolando per un attimo
sul reale valore culturale di tale unit tassonomica, comunque interessante notare come, in effetti, lorizzonte
mesolitico del sito sardo manifesti caratteri gi osservati, tra Tardoglaciale e Boreale, in alcuni siti dellItalia
centro-meridionale e delle principali isole del Mediterraneo occidentale: irrilevanza della componente
microlitica allinterno dello strumentario, netta inflazione del Substrato, sviluppo della denticolazione,
flessione della laminarit complessiva e tecniche di scheggiatura poco elaborate (MArtini, 1996). Questi aspetti
tecno-tipometrici e tipologici risultano fortemente omogenei lungo la sequenza, scoraggiandone ogni ulteriore
scansione evolutiva su basi strutturali o stilisticche (fenu et al., 1999-2000). Nel dettaglio, i nuclei risultano
sempre poco elaborati, pi spesso poliedrici, a tradire uno stile dbitage quasi esclusivamente finalizzato alla
produzione di piccole schegge. Queste si affermano tra i prodotti della scheggiatura ritoccati e non ritoccati,
mostrando forme generalmente irregolari e asimmetriche. Lo strumentario litico ampiamente dominato dai
raschiatoi corti, pur privi di una standardizzazione stilistica, cui si accompagnano minoritari denticolati su
scheggia e un piccolo chopper bifacciale a tranciante sinuoso. Non si riconoscono n dorsi n geometrici,
mentre paiono piuttosto sporadici i bulini, i grattatoi e i pezzi scagliati. Le troncature, i becchi e le lame ritoccate,
ancor meno caratterizzanti sul piano quantitativo, presentano ritocchi parziali marginali o inframarginali.
Partendo dal presupposto che i complessi a schegge ritoccate non rappresentassero strumentari
tipologicamente funzionali allo sfruttamento delle risorse acquatiche, P. fenu et al. (1999-2000) riconoscerebbero
peraltro nelle industrie di Su Coloru uno stadio terminale dellEpipaleolitico indifferenziato, visibile proprio
nellesasperazione di alcuni suoi caratteri fondamentali. Accanto ad unelaborazione sommaria dei manufatti
e al ricorrente impiego di supporti naturali nella produzione litica, gli autori rileverebbero infatti il Substrato
pi ricco tra tutti i siti investiti dalla tradizione mediterranea in questione. Lulteriore sviluppo pre-neolitico
della stessa, confortato dalle datazioni radiocarboniche disponibili, sembrerebbe ripercorribile anche nella
maggior visibilit dei raschiatoi corti rispetto ai denticolati, tradizionalmente dominanti nelle collezioni
indifferenziate di et Boreale (MArtini, 2000). Al di l di ogni valutazione preliminare, non comunque
chiaro il background culturale su cui si svilupperebbero in Sardegna tali manifestazioni mesolitiche, sebbene
siano note manifestazioni similari (non datate) nel vicino sito di Sa Coa de Sa Multa (SS) (RAMbelli, 1997-
1998). Pur tollerando azzardati parallelismi, basati oltretutto su esigui strumentari, il quadro appare assai
lacunoso ed forte la difficolt di ricostruire i legami filetici tra i giacimenti isolani citati e i complessi tardo-
epigravettiani continentali (fenu et al., 2002).
3.3. lo stato della riCerCa sulla Cultura Materiale del MesolitiCo reCente. BilanCio arCheologiCo
3.3. e CensiMento dei siti
Dopo aver gettato un primo sguardo sulle caratteristiche essenziali della litotecnica degli ultimi cacciatori-
raccoglitori, il seguito della ricerca stato indirizzato al censimento di tutti i siti italiani caratterizzati da
elementi litici assimilabili, sul piano tecno-tipologico, al Mesolitico Recente delle serie stratigrafiche di
riferimento. A partire dai preesistenti lavori di sintesi (BiAgi et al., 199; tozzi, 1980; broglio, 1984; dAlMeri
e pedrotti, 1992; cAstelletti et al., 1994; biAgi, 2001; 2003), stata cos avviata una capillare ricerca
bibliografica
30
, diretta al recupero di ogni pubblicazione contenente dati e disegni riferibili a localit interessate
da una frequentazione mesolitica nel corso dellAtlantico iniziale. In questottica, le fonti recuperate sono state
sottoposte ad un attento vaglio critico, finalizzato alla verifica degli inquadramenti crono-culturali avanzati
dagli autori per le collezioni non associate a datazioni assolute. Dovendo individuare un criterio oggettivo per

30
In momenti diversi, questa parte del lavoro si svolta presso biblioteche civiche o universitarie, Soprintendenze archeologiche, enti
museali ed antiquaria. Si citano, in ordine cronologico: la Biblioteca del Dipartimento di Scienze dellAntichit e del Vicino Oriente
dellUniversit Ca Foscari di Venezia; il Museo Friulano di Storia Naturale (Udine); il Museo Tridentino di Scienze Naturali (Trento);
il Museo Archeologico del Friuli Occidentale (Pordenone); lIstituto Italiano di Preistoria e Protostoria (Firenze); la Biblioteca della
Facolt di Lettere e Filosofia dellUniversit di Genova, la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Genova; il Museo Civico di
Sanremo (IM); il Museo Archeologico del Finalese (Finale Ligure, SV); il Museo Archeologico del Tigullio (Chiavari SP); lAnti-
quarium di Lestans (PN); il Museo Civico di Belluno; il Museo Archeologico Nazionale di Parma; lIstituzione Biblioteca-Museo di
Caprino Veronese (VR); il Museo Civico di San Vito al Tagliamento (PN); i Musei Civici di Reggio Emilia; il Dipartimento di Scienze
Archeologiche dellUniversit di Pisa; il Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia.
63
la risoluzione dei casi dubbiosi e la ricostruzione di un quadro affidabile delle conoscenze sinora disponibili,
si deciso di escludere dal censimento i depositi stratigrafici e le raccolte di superficie nei quali non fosse
possibile riconoscere (de visu o in pubblicazione) una o pi armature trapezoidali di tipo castelnoviano o in
cui questultime fossero associate a frammenti ceramici o altri elementi neolitici (vedi ad es. romboidi e bulini
di tipo Ripabianca nellItalia centro-settentrionale). Tutti i ritrovamenti esclusi dal conseguente catalogo, a
dispetto delle attribuzioni proposte dai rispettivi scopritori, non rispondevano pertanto a tali requisiti essenziali
o non mostravano caratteri sufficientemente diagnostici. Ciononostante, tralasciando le isole e i problematici
complessi salentini, si voluto fare eccezione per i seguenti siti: il riparo atesino di Vatte di Zambana, sia
per le datazioni radiocarboniche ottenute dai tagli superiori , 5 e 2-3, sia per le caratteristiche di alcuni
manufatti
31
sopravvissuti a precedenti scassi abusivi (broglio, 1971); il Riparo B di Villabruna in Val Cismon
(BL), per il quale ritenuta valida linterpretazione di una troncatura su lama ad incavi come trapezio in
corso di fabbricazione (broglio e VillAbrunA, 1991); la stazione inedita di Campo Carlomagno (TN) che,
pur in assenza di microliti caratterizzanti (bAgolini et al., 198d), ha mostrato
32
una produzione laminare in
pieno stile Montbani, difficilmente inquadrabile nel Neolitico Antico per laltitudine dei ritrovamenti (1600
m) (dati inediti del Museo Tridentino di Scienze Naturali); le raccolte di superficie della Valganna, grazie
al microlitismo complessivo dei reperti e lalta rappresentativit delle lame/lamelle ritoccate (BiAgi, 1980-
1981); i ritrovamenti di Colla di San Giacomo (SV), contenenti un piccolo trapezio di tipo non castelnoviano
e un lama a incavi bilaterali sfalsati (Vicino pers. com., 2006; materiali inediti del Museo Archeologico del
Finalese, SV); il sito planiziale di Gazzaro (RE), accettando le ipotesi formulate dagli studiosi sulla base dei
resti faunistici rinvenuti e per la presenza di un omogeneo strumentario laminare in associazione con una
spatola in corno di chiara tradizione mesolitica (CreMAschi, 195; BiAgi et al., 199).
I dati accumulati nel lungo processo di verifica delle fonti sono stati successivamente registrati e organizzati
allinterno di un apposito database informatico, allo scopo di rendere rapidamente accessibili le principali
informazioni relative alle attestazioni archeologiche accertate. Ciascuna localit stata quindi catalogata
secondo il nome tradizionalmente attribuitogli dallo scopritore, accompagnato dalla Regione, dalla Provincia
e, ove rintracciabile, dal Comune di appartenenza. In vista di un aggiornamento cartografico, la schedatura
degli insediamenti ha poi contemplato il rilevamento di specifici aspetti topografici, come le loro coordinate
geografiche, la quota sul livello del mare, lesposizione, la tipologia insediativa (allaperto, sotto riparo, in
grotta, ecc) e le caratteristiche geomorfologiche dellarea antropizzata.
Particolare attenzione stata altres dedicata alle ricerche condotte e alle scoperte effettuate in ogni singolo
sito. Nellimpostazione del database sono state dunque previste voci riguardanti le metodologie applicate sul
campo, la presenza di strutture antropiche, il recupero di resti faunistici (malacofauna, micro- e macrofauna) o
vegetali, leventuale esecuzione di analisi archeozoologiche e archeobotaniche (polliniche e antracologiche),
la disponibilit di datazioni radiocarboniche, di disegni delle industrie e di dati relativi allanalisi tecno-
tipologica condotta sulla stessa litotecnica. Il processo di informatizzazione si infine soffermato sui luoghi
di conservazione dei reperti (se rintracciabili), sulla bibliografia disponibile per ciascun sito e su altri aspetti
minori, racchiusi questi sotto la voce note: modalit e anno di scoperta, durata delle eventuali campagne
di scavo, rinvenimento di oggetti di ornamento o darte mobiliare, peculiarit di dettaglio dei reperti, i loro
quantitativi essenziali, commenti personali. Attraverso tale metodologia di rilevamento, si sono cos poste
le condizioni ottimali per ledizione di un catalogo dei siti aggiornato e per ogni esaustiva sintesi sullo stato
attuale della ricerca in Italia.
Su basi analogiche e grazie alle datazioni assolute raccolte, il censimento ha condotto alla scoperta di
almeno 244 episodi di frequentazione riferibili al Mesolitico Recente
33
. Questo numero, molto pi alto di
quello ufficialmente noto in letteratura (ca. 110 siti) (BiAgi, 2001), riconducibile a due fattori essenziali:
1) il capillare recupero di pubblicazioni strettamente locali e a bassissima diffusione (spesso edite da musei
civici o da societ archeologiche minori), ricche di dati pressoch sconosciuti alla comunit scientifica

31
Lanalisi tipometrica degli strumentari e dei supporti non ritoccati, in accordo con le datazioni, evidenzia inoltre forti caratteri evo-
lutivi in senso castelnoviano, con una progressiva diffusione di elementi laminari micro- e ipermicrolitici (bAgolini, 191).
32
Da un personale controllo della collezione presso il Museo Tridentino di Scienze Naturali.
33
Pur tralasciando, ad esempio, altre industrie segnalate a Fornasetta (115 m), presso Lonato (BS) (fonte WEB: http://www.onde.net/
desenzano/citta/museo), o a Madonna di Ripaia, presso Treggiaia (PI) (dAni e tozzi, 2003), o, ancora, a Pappad, nei dintorni di Oria
(BR) (coppolA, 1981). Le fonti da cui si evince una loro attribuzione al Mesolitico Recente non forniscono infatti alcun disegno dei
manufatti ritenuti diagnostici, suggerendone una momentanea esclusione dal conteggio complessivo. Da questultimo, per mancanza
di elementi di tipo castelnoviano, si altres escluso il sito 1 del Lago delle Buse (TN), ancorch datato 500130 uncal BP (Gd-6156)
(broglio, 1992; dAlMeri e lAnzinger, 1992).
64
internazionale; 2) la possibilit di accedere ad alcuni materiali archeologici inediti, offerta allo scrivente da
diverse Soprintendenze archeologiche ed atenei dellItalia settentrionale.
Nel dettaglio, sono stati cos individuati 32 siti in Friuli-Venezia Giulia, 50 in Veneto
34
e 48 in Trentino
Alto Adige. Pi a ovest e progressivamente verso sud, ne sono stati isolati altri 40 in Lombardia, 5 in Piemon-
te, 11 in Liguria, 28 in Emilia Romagna, 19 in Toscana, uno nelle Marche, 2 in Basilicata, 6 in Puglia, uno
in Sicilia e un altro in Sardegna. Ne consegue la presenza di una buona base di partenza ai fini di un bilancio
archeologico complessivo, a partire da una sintesi sulla tipologia delle ricerche.
Sul mero piano numerico, a fronte di ben 15 siti (1,%) consistenti di semplici raccolte di superficie,
sia casuali, sia frutto di prospezioni mirate, 69 (28,3%) sembrerebbero ricollegabili a interventi stratigrafici
di varia natura. Per ricostruire una situazione pi veritiera delle indagini effettivamente condotte, vale tutta-
via la pena soffermarsi non soltanto sui dettagli delle metodologie rispettivamente applicate, ma anche sulle
reali circostanze di rinvenimento. Non sempre, infatti, le testimonianze dinteresse sono emerse durante scavi
programmati o comunque innescati da ritrovamenti mesolitici superficiali, ma sono state casualmente messe
in luce nel corso di ricerche su culture diverse, spesso di et protostorica o romana, o nellambito di scavi di
emergenza a seguito di lavori edili. Poich, in sintesi, non tutto ci che scavo scavo archeologico, non tutto
ci riaffiora in superficie diviene automaticamente sfruttabile in chiave preistorica. Questo aspetto, insieme
al tradizionale disinteresse di chi opera sul campo verso cose che esulano dal proprio target archeologico
o dalla propria competenza scientifica, ha spesso condizionato la qualit dei reperti ottenuti in talune circo-
stanza, ridimensionando di molto il quadro delle fonti realmente utili alla ricostruzione della cultura materiale
mesolitica.
In tutto il Friuli-Venezia Giulia, ad esempio, i giacimenti estensivamente scavati sono solo , localizzati
tutti tra i Colli Orientali (UD) e il Carso Triestino: la Grotta Azzurra di Samatorza (cAnnArellA e creMonesi,
1967; creMonesi et al., 1984a; ciccone, 1992), la Grotta della Tartaruga (CreMonesi, 1967b; 1984a), la Grot-
ta dellEdera (boschiAn e pitti, 1984; biAgi et al.,
1993; 2008; biAgi, 2003b), la Grotta Benussi (An-
dreolotti e gerdol, 1973), la Grotta VG4245 di
Trebiciano (MontAgnAri kokelj, 1984), la Grotta di
Cladrecis (stAcul e MontAgnAri kokelj, 1984) e il
Riparo di Biarzo (bressAn et al., 1982; guerreschi,
1996). Tra questi, la Grotta Azzurra (scavi 1982),
la Grotta dellEdera (scavi Biagi e Voytek) (fig. 2)
e il Riparo di Biarzo (fig. 3), hanno certamente co-
nosciuto il vaglio ad acqua dei sedimenti asportati,
mentre per le restanti localit al momento attestato
un procedimento esclusivamente a secco.
Anche nel Veneto, a fronte di 11 insediamenti
messi in luce nel corso di un intervento stratigrafi-
co, unicamente 5 sono stati oggetto di campagne ar-
cheologiche estensive: Mondeval de Sora VF1 (BL)
(AlciAti et al., 1992; FontAnA, 2006) e Pian de La
Lra (BL), nelle Dolomiti (frAnco, 2008a; 2008b),
fontana de La Teia (VR), sul Monte Baldo (bAgoli-
ni e Nisi, 1976; frAnco, 2001-2002), la Grottina dei
Covoloni del Broion (VI), sui Colli Berici (cAttA-
ni, 1977; broglio, 1984), e il Riparo Soman (VR),
presso la Chiusa di Ceraino in Val dAdige (broglio
e lAnzinger, 1985). Altre localit sono state inve-
ce interessate da limitati sondaggi di verifica, come
Mondeval de Sora VF2 (BL), presso il pi impor-

34
Escludendo gli ultimi ritrovamenti mesolitici di Valle di Mondonego, presso i Colli Euganei (PD), resi noti durante la redazione di
questo volume ed in parte attribuibili allAtlantico iniziale (peresAni e perrone com. pers., 2010).
Fig. 2 - La Grotta dellEdera di Aurisina nel Carso Triestino, prima della
riforestazione spontanea dellarea (fotografia aerea di G. Marzolini).
65
Fig. 3 - Il Riparo di Biarzo (UD), nelle Prealpi Giulie (fotografia dellAutore).
tante VF1 (fontAnA e pAsi, 2002), il Riparo Gadena (VI) (dAlMeri et al., 2008) e il Riparo di S. Quirico (VI)
(broglio e Vison, 196; Vison, 198), nella fascia prealpina vicentina, e il sito di San Giuseppe Tarzo
(TV), lungo il margine pedemontano della pianura trevigiana (AVigliAno et al., 1998). Stando sempre ai dati
pubblicati, soltanto i depositi di Riparo Soman, Riparo S. Quirico e Pian de La Lra sembrerebbero essere stati
setacciati ad umido. Considerazioni a parte meritano poi la Grotta del Mondo sui Monti Lessini (VR) (bAgoli-
ni, 1980) e il Riparo B di Villabruna in Val Cismon (BL) (AiMAr et al., 1992). Nel primo caso, per quanto una
revisione dei materiali da parte di B. bAgolini (1980) abbia di fatto accertato una frequentazione del sito com-
presa tra Mesolitico Recente e Cultura VBQ, non si conoscono i criteri scientifici adottati da F. zorzi (1960)
durante gli scavi estensivi del 194 e del 1953; nel secondo, si deve invece ricordare che gli unici manufatti di
tipo castelnoviano non sono riconducibili ad un preciso livello stratigrafico, ma sono bens affiorati dal terreno
di riporto ai margini della trincea (Broglio e VillAbrunA, 1991)
35
.
Leggermente migliore il quadro archeologico del Trentino-Alto Adige, sebbene, tra i 1 siti scavati, non
siano pochi quelli tuttora in attesa di una pubblicazione esaustiva. Tra questi, diversi ripari della Valle del-
lAdige o del Sarca, come Paludei di Volano (BAgolini et al., 198c; R. ClArk, 2000), Acquaviva di Besenello
(Angelini et al., 1980), Dos de La Forca (strati D-B) (bAgolini et al., 198; 1991; R. clArk, 2000) e Moletta
Patone (BAgolini et al., 198b), tutti in Provincia di Trento. Nella stessa zona, diversa ovviamente la situa-
zione per i pi noti ripari di Gaban e di Romagnano III, per quanto la rappresentativit culturale di entrambi
debba oggi essere criticamente ridimensionata per il limitato areale dindagine o per il rimaneggiamento dei
livelli pi alti della sequenza mesolitica (BiAgi, 2001; 2003). Ancor pi problematici risultano peraltro i tagli
superiori (, 5, 2-3) della serie mesolitica di Vatte di Zambana, pienamente datati allAtlantico iniziale ma privi

35
Valutazioni analoghe non possono essere fatte n per il Covolo B di Lonedo (VI) (guerreschi e sAlA, 1976), n la Cavernetta della
Trincea (TS) (Andreolotti e strAdi, 1964; Gerdol, 196). In entrambi i casi, i materiali di risulta non sono infatti il frutto di uno scavo
sistematico come a Villabruna, bens il risultato di opere di trinceramento bellico o di scassi abusivi. I siti vengono quindi trattati come
semplici ritrovamenti di superficie.
66
di trapezi e devastati da scassi abusivi (broglio, 1971)
36
. Altri interventi mirati hanno interessato il sito di fon-
dovalle di Pr Alta (TN), presso la foce del Sarca (r. clArk et al., 1992; R. ClArk, 2000), il riparo di Pradestel
(bisi et al., 198; dAlMeri et al., 2008) e la Vela di Trento (TN), in Valdadige (bAgolini, 1990; BAzzAnellA,
et al. 199; 2002; bAzzAnellA, 2002), e il riparo di Mezzocorona-Borgonuovo (TN), ai margini nella Piana
Rotaliana (bAzzAnellA et al., 2000; dAlMeri et al., 2001; 2002; bAssetti et al., 2004). A questi si aggiungono
poi le stazioni dolomitiche di Plan de Frea (II-III-IV), nellAlpe di Siusi (BZ) (Alessio et al., 1994; Angelucci
et al., 2002), e Colbricon IX, sul Lagorai (TN) (bAgolini e dAlMeri, 1987). Piccoli sondaggi di verifica, pra-
ticamente inediti, sono stati condotti a Malga Romeno (TN), in Val di Non (dAlMeri e nicolodi, 2004), nel
riparo di Madonna Bianca (TN), poco a sud di Trento (Angelini et al., 2002), e a Madonna della Neve (TN), nel
settore trentino del Monte Baldo (bAgolini e nisi 1976, 1978). Avulsi dal contesto culturale di rinvenimento
sono invece i trapezi emersi tra le fondamenta di un edificio di Et Romana a Bressanone - Stufels A (bAgolini
et al., 198a) o durante le indagini estensive nelle stazioni tardo-epigravettiane di Terlago (TN) (bAgolini e
dAlMeri, 1984) e Andalo (settore 1) (TN) (guerreschi, 1984), o, ancora, nel sito neolitico di Villandro Plu-
nacker in Val dIsarco (DAl r, 1978; Nisbet, 2008). Nel quadro delle ricerche di questa regione, si rileva che
il vaglio ad umido dei sedimenti stato certamente eseguito a Romagnano III, Gaban, Pradestel, Mezzocorona-
Borgonuovo, Pr Alta, Paludei di Volano, Plan de Frea e Colbricon IX
3
. Negli altri casi, informazioni precise
a riguardo non sono al momento reperibili.
In Lombardia, almeno sono i siti che hanno restituito unoccupazione del Mesolitico Recente nel corso
di scavi estensivi: Riparo Valtenesi (o Sasso di Manerba) (BS), lungo la sponda occidentale del Lago di
Garda (BiAgi, 2007); Cascina Valmaione 2 e Laghetti del Crestoso, nelle Alpi Bresciane (BAroni e biAgi, 1997;
biAgi, 1997); Foppe di Nadro Riparo 2 (BS), in Val Camonica (BiAgi, 1983); Sopra Fienile Rossino (BS),
sullAltipiano di Carideghe (biAgi, 1972; Accorsi et al., 198); Pian dei Cavalli CA1 e CA13 (SO), presso
il Passo dello Spluga (Fedele et al., 1991, 1992). Da quanto noto, la setacciatura ad acqua dei suoli asportati
sarebbe avvenuta solo nelle ultime tre stazioni e in quella del Crestoso.
Nelle Prealpi comasche, i siti di Monte Cornizzolo (cAstelletti et al., 1983) e di Erbonne Loc. Cimitero
(biAgi et al., 1994a), sono stati oggetto di pi semplici sondaggi di verifica, mentre del tutto incidentale deve
essere intesa la scoperta di alcune armature nella Tomba 4 della necropoli romana di Angera, presso il Lago di
Varese (BiAgi, 1981a), e allinterno di una struttura della Cultura VBQ a Casatico di Marcaria, nel Mantovano
(BiAgi, 1981b; 1983).
Nella Pianura Padana, il rinvenimento dei bivacchi di Piacenza Le Mose (negrino, 1998; bernAb breA et
al., 2005) e di Madonna di Campiano (RE) (societ reggiAnA di ArcheologiA, 1975; biAgi et al., 199), ricon-
ducibile a scavi di emergenza susseguenti ad opere edili. Nellarea, paiono tuttora esigui invece i dati tecnici relativi
agli interventi archeologici che a Gazzaro (RE) (creMAschi, 1975) e a Pescale (MO) (MAlAVolti, 1952; ferrAri et
al., 2005) hanno condotto al riconoscimento di una presenza mesolitica, pur scientificamente attendibile.
In Liguria, nellambito della fase culturale studiata, lunico insediamento restituito da uno scavo sistema-
tico sembrerebbe quello inedito di Pian del Re (Apricale, IM), scoperto alla base (strato III) di una tomba a
tumulo del Bronzo Recente-Finale (biAgi et al., 1989). Nel versante centro-orientale della stessa regione, si se-
gnalano comunque alcuni sondaggi preventivi in localit Nasoni (GE), eseguiti in occasione della costruzione
di un metanodotto sullAppennino genovese (stArnini e tiscorniA, 198; stArnini e Menni, 1992).
Pi a sud, i siti estensivamente indagati sono quelli noti di Lama Lite II (RE) (cAstelletti et al., 196),
Passo della Comunella (RE) (creMAschi e cAstelletti, 1975) e Monte Bagioletto Alto (RE) sullo spartiacque
appenninico tosco-emiliano, unitamente a Isola Santa (LU), in Garfagnana (biAgi et al., 199; S.K. KozowsKi
et al., 2003). Nel medesimo territorio, pi speditivi sondaggi hanno invece interessato i siti di Corni Piccoli
(RE), Piazzana (LU) (biAgi et al., 199; cAstelletti et al., 1994) e Locanda Piastricoli (LU) (Guidi et al.,
1985). Lo stesso dicasi per il bivacco inedito di Levane Settore Est (AR), recentemente emerso lungo le
sponde del fiume Arno per un eccezionale abbassamento batimetrico (MArtini, 2004). Alla stessa latitudine,
nelle Marche, due armature trapezoidali sono casualmente affiorata durante lo scavo del sito di Pievetorina
Contrada Lucciano (MC) (broglio e lollini, 1981; silVestrini, 1991), al di sotto una struttura neolitica in-
taccata, a sua volta, da una necropoli picena.

36
Si deve inoltre sottolineare che, stando alle informazioni pubblicate, le serie mesolitiche di Romagnano, Gaban e Vatte di Zambana
sono state certamente scavate secondo tagli artificiali (Broglio, 1971; KozowsKi e dAlMeri, 2000).
3
Non si considerano in questa sede i dati relativi ai setacci impiegati, normalmente a maglie da 1,5-2 mm, pur considerando che, se
inadeguati al microlitismo mesolitico, essi abbiano potuto invalidare qualsiasi vaglio dei sedimenti. A Pr Alta (clArk et al., 1992), ad
esempio, le documentate maglie da 3 mm sembrerebbero gettare ombre sulla rappresentativit culturale e funzionale dei ritrovamenti,
pur altamente diagnostici.
6
Posto che sia stato o meno praticato, il vaglio dei sedimenti rappresenta un dato spesso trascurato dalle
pubblicazioni relative ai siti emiliani, liguri e toscani. In assenza di prove contrarie, per molti di essi tuttavia
ipotizzabile un procedimento a secco, essendo documentata una setacciatura ad acqua nei soli casi di Isola
Santa (leoni et al., 2002; S.K. KozowsKi et al., 2003) e Monte Bagioletto Alto (creMAschi et al., 1984).
Nel resto dellItalia, come precedentemente accennato, ricerche stratigrafiche che abbiano condotto alla
scoperta di tracce mesolitiche di et Atlantica (datate o presunte) sono note in Basilicata, alla Grotta 3 di Latro-
nico (PZ) (creMonesi, 1978b; 1987-88; tozzi, 1996; grifoni creMonesi, 2002; Dini et al., 2008) e al Tuppo dei
Sassi (PZ) (BorzAtti Von lwenstern, 1971), mentre si segnala un altro piccolo sondaggio presso San Foca
(LE), lungo la costa adriatica salentina (IngrAVAllo, 1980). Al di l del problematico inquadramento crono-
culturale in Et Mesolitica, indagini sistematiche sono state svolte anche a Terragne, nellentroterra tarantino
(gorgoglione et al., 1995) e alla Grotta dellUzzo (TP), lungo la costa occidentale della Sicilia (tAgliAcozzo
1993; tAgliAcozzo e piperno, 1993; borgognini tArli et al., 1993; MAnnino et al., 2006). Chiude il quadro
dei depositi stratigraficamente indagati la Grotta Su Coloru (SS), nella Sardegna settentrionale (fenu et al.,
1999-2000; 2002). Per quanto esigui, a fronte dellampio territorio considerato, tutti i giacimenti meridionali
e insulari citati, ad esclusione del Tuppo dei Sassi, sembrerebbero tuttavia aver conosciuto il vaglio ad umido
dei rispettivi sedimenti.
Da quanto osservato, dunque evidente che dietro la generica denominazione di siti scavati si nascondano
situazioni ben pi articolate. Non sono pochi, infatti, i casi in cui una frequentazione pre-neolitica sia venuta alla
luce nel corso di interventi di emergenza e/o diretti allo studio di fasi culturali pi recenti. Malgrado ci, sullo
sfondo dei reperti di superficie che sostanziano ancora oggi gran parte della preistoria antica italiana, quelle stesse
attestazioni mesolitiche fuori contesto rappresentano pur sempre un dato dinteresse. A ridimensionare il quadro
archeologico interviene inoltre, anche nel caso dei depositi scientificamente sfruttabili, la frequente mancanza
di una stratigrafia in situ. In Friuli-Venezia Giulia, questultima visibile in tutte le grotte triestine, ma non al
Riparo di Biarzo (guerreschi, 1996), il cui strato 3a, contraddistinto da sporadici elementi di tipo castelnoviano,
risulta infatti sconvolto da fenomeni di crollo, ruscellamenti e tane di animali fossoriali. Ampliando lo sguardo
al Triveneto e alla Lombardia, si pu constatare come depositi antropici in giacitura primaria siano emersi so-
lamente a Mondeval de Sora VF1, alla Grottina dei Covoloni del Broion (strato 6), al Riparo Gadena, al Riparo
Soman (strati 61-63, riquadri 256-355-356-455), nei ripari della Valle dellAdige e del Sarca (compresi quelli
inediti), a Plan de Frea II (US 3)
38
, al Sasso di Manerba (strato 13) e ai Laghetti del Crestoso. Procedendo verso
sud, unanaloga situazione documentata a Monte Bagioletto Alto (orizzonte IV B21 Terre rosse), Isola Santa
(strato 4a-4b), Piazzana (tg. 3A1), Grotta 3 di Latronico (tagli 68-33), Riparo Ranaldi (strati E1-C), Terragne
(US5), Grotta dellUzzo (tagli 14-13) e Grotta Su Coloru (strati L-L3). In tutti gli altri casi non citati, le indagini
hanno restituito depositi antropici quasi sempre rimaneggiati e impoveriti da profondi eventi post-deposizionali
di origine naturale, o evidentemente ricollegabili ad effimeri episodi di frequentazione
39
.
Sulla base di tali considerazioni preliminari, si pu allora ammettere che il numero dei siti scavati piena-
mente sfruttabili sul piano scientifico effettivamente inferiore alle ottimistiche 69 unit iniziali
40
, conferman-
do limportanza di una preventiva lettura critica delle fonti ai fini di una sintesi realistica dello stato della ri-
cerca. A tale riguardo, il bilancio complessivo delle informazioni accumulate ha offerto ulteriori dati di rilievo.
Trascurando le semplici concentrazioni areali e lenticolari di cenere o resti antracologici, comuni a gran parte
delle serie stratigrafiche enucleate, autentiche strutture antropiche o tracce di unorganizzazione dello spazio
abitato si sono conservate in pochissimi casi. Nel Carso Triestino, un focolare con base e margini in pietra
venuto in luce nello strato 3a della Grotta dellEdera. Pi a est, testimonianze similari ricompaiono solo a
Mondeval de Sora VF1, dove, alla fase di occupazione coeva alla nota sepoltura sembrerebbero ricollegabili
altre due due fosse sub-ellittiche dal contenuto fortemente carbonioso, delimitate da piccoli blocchi calcarei
(AlciAti et al., 1992). Nelle stesse Dolomiti veneto-trentine, il bivacco di Pian de La Lra ha recentemente
restituito una struttura di combustione a pozzetto (frAnco, 2008b), mentre le fovee rinvenute a Plan de Frea
apparterebbero tutte alla sottounit stratigrafica 3BIV del Riparo IV, datata allo stadio climatico Preboreale

38
Lo stesso non si pu dire per la Fase 5 (unit 3AI, 3AII e 3BI) del riparo Frea IV, profondamente impoverita sul piano archeologico
dallevoluzione dei suoli e da rimaneggiamenti post-deposizionali (Alessio et al., 1994; Angelucci et al., 1998).
39
A riguardo alla netta prevalenza di siti non stratificati tra Appennino Tosco-Emiliano e Pianura Padana, P. biAgi et al. (199: 32)
affermano: In buona parte dei siti montani i manufatti litici e i resti di carbone ad essi associati, che costituiscono la sola testimo-
nianza di insediamento, sono contenuti in un unico livello, dispersi su unampia area o concentrati in alcune aree ravvicinate; il che
fa pensare a zone preferenziali frequentate periodicamente per periodi relativamente brevi.
40
Nel conteggio critico non si peraltro tenuto conto dellampiezza planimetrica delle trincee di scavo, spesso insignificante rispetto
allareale potenzialmente abitato in et preistorica.
68
(988368 uncal BP: R-213) (Alessio et al., 1994). Nella Valle dellAdige, si segnala in questambito il solo
Riparo Gaban, con una buca di palo e un focolare nel settore IV strato FA, una piccola fossa nel settore V
- Strato 28 e unultima fossa pi ampia (2x1,2 m) nel settore III, attribuita dagli studiosi allo strato E2 e con-
tenente la nota statuetta femminile (KozowsKi e dAlMeri, 2000).
Fig. 4 - Buca di palo (?) allinterno di un pozzetto del sito di Sopra Fienile Rossino sullAltipiano di Carideghe (Prealpi Bresciane) (fotografia di P.
Biagi).
Fig. 5 - Buche di palo (?) del sito dei Laghetti del Crestoso (Alpi Bresciane) (fotografia di P. Biagi).
69
In Lombardia, si attesta la presenza di una buca di palo allinterno di un pozzetto a Sopra Fienile Rossino
(Accorsi et al., 198) (fig. 4), cui si affiancano altri sei focolari di varie dimensioni, tre buche di palo e una
fossa artificiale nella stazione alpina dei Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997) (figg. 5 e 6). in questo
secondo caso, eccezionale nel panorama delle ricerche ad alta quota, stato possibile associare le strutture
rilevate a due ben distinte fasi di occupazione, separate tra loro da circa 1000 anni radiocarbonici. Al confine
tra Italia e Svizzera, i siti del Pian dei Cavalli (SO) CA1 e CA13 si caratterizzano per attestazioni analoghe a
quelle del Crestoso, eccezion fatta per il presunto impiego di lastroni di pietra locale a pavimentazione de-
gli spazi abitati. Entrambe le localit alpine lombarde sono state inoltre interessate da prospezioni geofisiche
nellarea degli scavi, accompagnate da approfondite indagini sullarcheomagnetismo delle strutture di combu-
stione (fedele et al., 1991; 1992; fedele, 1999a; 1999b; teMA et al., 2006).
sullAppennino Tosco-Emiliano, le sole autentiche strutture antropiche provengono dal sito di Monte
Bagioletto Alto (RE), consistent di due pozzetti e un probabile fondo di capanna associato ad alcune buche di
palo. Queste attestazioni, tuttavia, non appartengono allorizzonte a trapezi (IV B21), bens esclusivamente a
quello pi antico (IV B22) di et Boreale, datato 826060 uncal BP (Bln-2839) (creMAschi et al., 1984). Nel-
lItalia meridionale, testimonianze similari si limitano ancora oggi alla sola Grotta dellUzzo, dove si segnala
una paleosuperficie (Q) composta da un accumulo di resti di pasto in associazione con un focolare ed una
piastra circolare di argilla concotta (tAgliAcozzo e piperno, 1993). Anche in questo caso, tale struttura sem-
brerebbe per coeva alle sepolture mesolitiche del sito e pertanto genericamente inquadrabile tra Preboreale e
Boreale (tAgliAcozzo, 1993; piperno, 1985; BiAgi e spAtAro, 2001; MAnnino et al., 2006).
Dallesame critico delle fonti pubblicate, il quadro delle conoscenze acquisite pare quindi piuttosto lacu-
noso e bisognoso di nuove ricerche sul campo. Questa convinzione si rafforza conteggiando anche le informa-
zioni ricavate dai siti a favore di una ricostruzione paleoeconomica e paleoambientale. Lanalisi della distri-
buzione intra-sito delle industrie litiche, ad esempio, stata condotta in rarissimi casi: Sopra Fienile Rossino
(Accorsi et al., 198), Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997), Fontana de La Teia (FrAnco, 2007), Pian
de La Lra (frAnco, 2008), Lama Lite II (cAstelletti et al., 196) e Monte Bagioletto Alto (creMAschi et
al., 1984) e Terragne (US5) (gorgoglione et al., 1995). Per molto tempo, i primi due siti sono stati inoltre gli
unici interessati da un esame traceologico dello strumentario litico rinvenuto (leMorini, 1990; bAroni e BiAgi,
Fig. 6 - Struttura a pozzetto del sito dei Laghetti del Crestoso (fotografia di P. Biagi).
0
1997). A questi, solo recentemente, si aggiunto anche il Riparo Gaban, con uno studio funzionale limitato a
parte dei trapezi degli strati E2 e D (cristiAni et al., 2009).
Certamente migliore il dato relativo alle materie prime impiegate nella produzione litica, per le quali
stato condotto, o preliminarmente avviato, un approfondimento specifico in almeno 98 (40,2%) siti. Come si
vedr nel Capitolo V, i risultati complessivamente ottenuti hanno consentito la formulazione di varie ipotesi
sulle strategie di approvvigionamento e sulla circolazione delle pietre scheggiabili su scala regionale ed ex-
traregionale (biAgi et al., 199; broglio e lunz, 1983; FerrAri e pessinA, 1994; di lerniA, 1998; cipriAni et
al., 2001; negrino e stArnini, 2003; FerrAri et al., 2003; 2005; Dini et al., 2006; peresAni e bertolA, 2009).
Limitando ancora lattenzione ai dati quantitativi, si osserva che i siti ad aver restituito resti faunisitici sono
soltanto 38 (15,6%) (comprese le industrie e loggettistica mobiliare su materia dura animale): 19 di questi
sono caratterizzati da frammenti ossei riferibili esclusivamente a micro-macrofauna mammifera, altri 3 sol-
tanto da residui malacologici
41
; nei restanti 16 casi sono presenti entrambe le tipologie. Gli insediamenti per i
quali documentato il riconoscimento di resti antracologici risultano invece 40 (16,4%).
Nel complesso delle frequentazioni mesolitiche riconducibili allAtlantico iniziale su basi tecno-tipologi-
che, solo 26 (10,6%) sono corredate da comprovanti datazioni radiocarboniche. Dettagliate valutazioni sullat-
tendibilit scientifica di ciascuna di queste sono gi state esaustivamente esposte da numerosi studiosi, cui si
rimanda per ogni revisione critica singoli dei metodi di campionamento (Alessio et al., 198; 1983; MontA-
gnAri kokelj, 1993; pluciennik, 1994; 1997; skeAtes e whitehouse, 1994; biAgi, 2001; 2003; biAgi e spAtAro,
2001; skeAtes, 2003). Ciononostante, pare qui opportuno riproporne un inquadramento sintetico attraverso le
calibrazioni effettuate con lapplicativo OxCal v3.10. (Reimer et al., 2004; bronk rAMsey, 2005).
Volendo momentaneamente accettare i dati di cronologia assoluta provenienti dallo strato AB3 di Romagna-
no III (TN), segnato dalla comparsa stratigrafica dei primi manufatti di tipo castelnoviano, si potrebbe affermare
che il limite inferiore del Mesolitico Recente dellItalia centro-settentrionale coincide in effetti con la relativa
datazione 814080 uncal BP (R-1138) (Alessio et al., 1983) (tabella 1). A favore di questo inquadramento preli-
minare interverrebbe a distanza lo strato 3b della Grotta dellEdera (TS), contraddistinto dalla presenza di raris-
simi trapezi e datato 804540 uncal BP (GrA-14106) e 80600 uncal BP (GrN-2513) (biAgi e spAtAro, 2001;
biAgi et al., 2008). Ad uno sguardo pi attento per, riprendendo osservazioni gi avanzate da A. broglio (1980)
e P. biAgi (2001; 2003), le industrie provenienti dallo strato AB3 del riparo atesino
42
tradirebbero la commistione
tra due fasi di occupazione eterogenee, facendo sorgere seri dubbi sullaffidabilit della datazione in causa. Pa-
rallelamente, i trapezi (3) provenienti dallo strato 3b della cavit triestina citata mostrerebbero invece caratteri in
linea con una tipologia ricorrente nel Sauveterriano finale di altri depositi peninsulari. In attesa di dati esaustivi
sulla collezione mesolitica della Grotta dellEdera, e ripercorrendo le restanti datazioni italiane provenienti da un
contesto culturalmente omogeneo, il termine post quem ricercato sembrerebbe dunque provenire dallo strato FA
del Riparo Gaban (TN), datato 9142 uncal BP (KIA-10364) e 90255 uncal BP (KIA-1036) (KozowsKi e
dAlMeri, 2000). A questo, pur con le dovute riserve per lampia deviazione standard ad essa associata, si affianca
la datazione 960240 uncal BP (NA-159) del sito alpino di Pian dei Cavalli CA1 (SO) (fedele et al., 1991).
Nel settore centro-settentrionale della penisola, il limite superiore del Mesolitico Recente fissabile quindi ai
662080 uncal BP (R-1394) della stazione di Lama Lite II (RE) sullAppennino tosco-emiliano (cAstelletti
et al., 1994); riferimento assoluto immediatamente preceduto, pi a nord, dai 600130 uncal BP (GX-19569)
dello strato 3a della Grotta dellEdera (TS) (biAgi, 2003b; biAgi et al., 2008) e dai 690120 uncal BP (HAR-
881) del Focolare 1 ai Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997). Tenendo per buoni questi limiti cronologici,
valutazioni a parte meritano i 648050 uncal BP (R-1136) dello strato AA2-1 di Romagnano III (Alessio et al.,
1983) e 633045 uncal BP (GrN-20886) della stazione prealpina di Stanga di Bassinale (BS) (biAgi et al., 1994;
biAgi, 199a). Nel caso atesino, si tratterebbe di una presenza antropica ca. 1000 anni pi recente di quella di
AB2-1, datata tra 85060 uncal BP (R-113) e 50060 uncal BP (R-113a). Tuttavia, la scoperta in AA2-1 di
alcuni frammenti ceramici rimontanti su un vassoio dei sovrastanti strati neolitici T3-T4, ha da sempre alimentato
il dubbio che anche i carboni campionati per lanalisi fossero del tutto estranei agli strati apicali della sequenza
mesolitica (biAgi, 2001). Per questo, pur isolando come intrusivi i descritti resti ceramici ed ammettendo una
frequentazione di Romagnano nel corso del VII millennio uncal BP (vedi Pradestel D3-D1), la datazione R-1136
non pare realmente utilizzabile sul piano scientifico. Diverso e molto pi interessante il discorso per Stanga
di Bassinale, dove alcune prospezioni di superficie hanno condotto alla scoperta di un complesso mesolitico del

41
Nella fattispecie, Meolo A, Meolo B Ca Zorzi in area perilagunare veneziana (broglio et al., 198) e Prato Grande Monte
Ragola (PC) sullo spartiacque appenninico tra Liguria ed Emilia Romagna (ghiretti e guerreschi, 1990).
42
Scavato, come noto, per tagli artificiali da 10 cm (biAgi, 2001).
1
Tabella 1 - Datazioni radiocarboniche del Mesolitico Recente italiano, in ordine cronologico assoluto (elaborazione grafica dellAutore).
2
10000CalBC
Tabella 1 - continua.
3
Tabella 1 - continua.
4
tutto omogeneo, contraddistinto da almeno un trapezio isoscele di tipo castelnoviano. Stando ai dati pubblicati,
la datazione GrN-20886 stata effettuata su carboni di un focolare scoperto durante la pulizia di una sezione a
pochi metri dai ritrovamenti (BiAgi et al., 1994; biAgi, 1997a). Pur non essendo questultimi in diretta connes-
sione stratigrafica coi frustoli campionati, la loro contemporaneit troverebbe conferma nella totale assenza di
testimonianze archeologiche post-mesolitiche nellintera area. Una piena attribuzione del focolare al Mesolitico
Recente sembra oltretutto incoraggiata dalla quota di rinvenimento (1861 m s.l.m) e dalle specie arboree com-
buste (Larice/Abete Rosso). Se cos fosse, lepisodio di frequentazione di Stanga di Bassinale, rappresenterebbe
oggi la prova concreta della sopravvivenza di alcuni gruppi di cacciatori-raccoglitori durante la neolitizzazione
della Pianura padana. Un aspetto da approfondire seriamente negli anni a venire.
Distogliendo lo sguardo da un ordine cronologico generico, ulteriori spunti di indagine emergono suddivi-
dendo le date
14
C

disponibili per lItalia centro-settentrionale per aree di provenienza (tabella 2).
Sul Carso Triestino, oltre alla Grotta dellEdera, tra i siti mesolitici datati allAtlantico iniziale si segnala
la Grotta Benussi (broglio, 1971; Alessio et al., 1983), la cui collezione a trapezi collocabile tra i 620150
uncal BP del taglio 4 (R-1044) e i 05060 uncal BP (R-1043) del taglio 3. Nessun dato di questo tipo provie-
ne invece dalle altre quattro cavit giuliane contenenti attestazioni certe del Mesolitico Recente. Tra queste,
in particolare, la Grotta Azzurra di Samatorza (creMonesi et al., 1984a; Ciccone, 1992) e la Grotta Tartaruga
(creMonesi, 1984a). Secondo le informazioni edite, loccupazione mesolitica di entrambe sembrerebbe tutta-
via cessare alla comparsa delle componenti litiche di tipo castelnoviano nelle rispettive sequenze, sostanziando
lipotesi di P. biAgi (2001: 71) per la quale in the Trieste Karst, the Castelnovian sequence is not well re-
presented and that it is abruptly interrupted around the beginning of the Atlantic.... Effettivamente, nel terri-
torio in esame Continuous Castelnovian stratigraphies, spanning the entire Early Atlantic, are not attested
from any of the sites investigated... (biAgi, 2001: 74). Questo dato peraltro confermato da pi recenti analisi
sedimentologiche dei depositi di riempimento delle grotte in questione, secondo cui la manomissione delle pa-
leosuperfici tardo-mesolitiche potrebbe anche essere attribuita al cambio di destinazione duso delle cavit nel
corso del Neolitico Antico (brochier et al., 1992; boschiAn, 1997; boschiAn e MontAgnAri kokelj, 2000; An-
gelucci et al., 2009). Lidea di uninterruzione della presenza mesolitica nella regione sembrerebbe credibile
osservando singolarmente le stratigrafie disponibili, ma verrebbe viceversa ridimensionata dallaccostamento
della serie di Grotta Benussi con lo strato 3a della vicina Edera. Di fatto, questo passaggio metterebbe in luce
unapparente continuit tra la seconda met dellVIII millennio uncal BP e la prima del VII, incoraggiando
il recupero di nuovi dati di cronologia assoluta dai giacimenti limitrofi. Come precedentemente descritto, nel
resto del Friuli-Venezia Giulia il solo insediamento sistematicamente scavato il Riparo di Biarzo (UD), si-
tuato lungo le sponde del Torrente Natisone a poche centinaia di metri dal confine sloveno. Ciononostante, le
datazioni ivi ottenute si riferiscono esclusivamente alla frequentazione Tardoglaciale del sito, non consentendo
approfondimenti sullorizzonte apicale della sequenza mesolitica (guerreschi, 1996).
Pi a est, nelle Dolomiti, le datazioni effettuate paiono pressoch sincrone, comprese tutte tra 33059
uncal BP (R-1939) di Mondeval de Sora VF1 (AlciAti et al., 1992) e 000200 uncal BP di Plan de Frea II
(R-149) (Alessio et al., 1994). Nel comprensorio in esame, si evidenzia in particolare la strettissima contem-
poraneit tra il bivacco di Pian de La Lra (29050 uncal BP: GrN-31265) (frAnco, in corso di studio) e la
nota sepoltura cadorina, distanti tra loro non pi di 15 km in linea daria.
Nellalta Pianura Veneta, la presenza di comunit di caccia e raccolta accertata almeno fino ai 693060
uncal BP (R-892) dello strato 6 della Grottina dei Covoloni del Broion (Colli Berici, VI) (cAttAni, 1977), mentre,
nella sola Valle dellAdige, una valutazione simultanea delle serie stratigrafiche edite confermerebbe unantropiz-
zazione estesa dal Preboreale alla met del VII millennio uncal BP, senza soluzione di continuit (Alessio et al.,
1983). in questo settore prealpino, infatti, le datazioni inizialmente effettuate a Vatte di Zambana, Romagnano III
e Pradestel (Alessio et al., 1969; 1983; broglio, 1971) sono state in seguito affiancate da quelle del Riparo Gaban
(KozowsKi e dAlMeri, 2000) e di Mezzocorona-Borgonuovo (dAlMeri et al., 2002; BAssetti et al., 2004), in gra-
do di colmare le preesistenti lacune nella sequenza cronologica locale. cos possibile affermare che il Mesolitico
Recente interessa larea da 9142 uncal BP (KIA-10364) dello Gaban stesso, gi termine post quem per tutta
lItalia centro-settentrionale, ad almeno 68050 uncal BP (R-1148) dello strato D1-D3 di Pradestel. Pi a nord,
nel sito di Villandro-Plunaker (BZ), in Val dIsarco, una frequentazione mesolitica associata a 2/3 trapezi di tipo
castelnoviano sembrerebbe invece collocabile attorno a 692060 uncal BP (ETH-3005) (nisbet, 2008).
in Lombardia, possibile riconoscere due fasi di occupazione apparentemente eterogenee, a conferma di
quanto gi messo in luce dalle strutture antropiche dei Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997). Contem-
plando anche i siti del Passo dello Spluga, un primo stadio sembrerebbe compreso tra 8050 uncal BP (GrN-
21889) della stazione alpina bresciana e 540210 uncal BP (NA-192) di Pian dei Cavalli CA1 (fedele et al.,
5
Tabella 2 - Datazioni radiocarboniche del Mesolitico Recente italiano, suddivise per area di provenienza (elaborazione grafica dellAutore).
6
10000CalBC
Tabella 2 - continua.

Tabella 2 - continua.
8
1991); il secondo, tralasciando il bivacco di Stanga di Bassinale, si estenderebbe tra le datazioni dei focolari 10
(GrN-18091) e 1 (HAR-881) dello stesso sito dei Laghetti del Crestoso, abbracciando in s anche i 68100
uncal BP (Bln-32) di Sopra Fienile Rossino (Accorsi et al., 198). Allo stato attuale della ricerca, tra le due
fasi esisterebbe pertanto un gap di almeno 00 anni radiocarbonici.
Altri elementi dinteresse provengono dallo spartiacque appenninico tra Emilia Romagna e Toscana e
dallattigua Garfagnana. Anche in questo caso, se osservate nel loro complesso e in ordine cronologico, le
datazioni disponibili (6) evidenziano una sostanziale continuit insediativa allinizio dellAtlantico, com-
presa tra 60120 uncal BP (I-1268) di Monte Bagioletto Alto (orizzonte IV B21) (creMAschi et al.,
1984) sino a 662080 uncal BP (R-1394) di Lama Lite II (cAstelletti et al., 1994). In questi mille anni, si
pu tuttavia osservare uno scarto di ca. 300 anni radiocarbonici tra i 33085 uncal BP (R-400) di Piazzana
(tg. 3A1) (cAstelletti et al., 1994) e i 6960130 uncal BP (Birm-830) del Passo della Comunella (CreMA-
schi e CAstelletti, 1975).
Nella porzione centro-meridionale della penisola, lattribuzione di alcuni sporadici ritrovamenti al Me-
solitico Recente si basata, ad oggi, su analogie tecno-tipologiche rispetto ai siti atesini e appenninici di rife-
rimento (MArtini e tozzi, 1996). In attesa di maggiori dettagli sui trapezi mesolitici della Grotta Continenza
(AQ) (grifoni creMonesi com. pers., 200), le uniche attestazioni corredate da elementi di cronologia assoluta
si incontrano molto pi a sud, in Lucania (PZ), nella gi menzionata Grotta 3 di Latronico (dini et al., 2008).
Per i 4 metri di stratigrafia mesolitica portati alla luce da G. Cremonesi, sono state ottenute (da carbone?) nu-
merose datazioni radiocarboniche, cos distribuite: tg. 41-42, 42090 uncal BP (R-445); tg. 43-44, 62090
uncal BP (R-446); tg. 52, 40090 uncal BP (R-44); tg. 53-54, 5090 uncal BP (R-448); tg. 55, 80090
uncal BP (R-449); tg. 5, 04590 uncal BP (R-450); tg. 58, 16080 uncal BP (R-451); tg. 59-60, 69090
uncal BP (R-452); tg. 63-64, 8024100 uncal BP (R-453) (terenzi, 1994). Su questi dati, che lascerebbero
supporre unoccupazione ininterrotta della cavit almeno dallinizio alla met dellVIII millennio uncal
BP (tg. 55-41), purtroppo difficile esprimere giudizi di merito, soprattutto per limpossibilit di risalire a
pi dettagliate informazioni sui criteri adottati nel campionamento dei frustoli datati. Ciononostante, a fronte
di una sequenza cos ampia, sorprende (e sinceramente perplime) la ristretta finestra temporale racchiusa tra
loccupazione pi antica e quella pi recente e non si pu ignorare la palese anomalia dei tagli 60-5. Stando
sempre alle informazioni edite, le datazioni a questi potrebbero spiegarsi con la presenza intrusiva di fram-
menti ceramici e ossidiana nello stesso punto della serie, certamente ricollegabile allinfiltrazione di depositi
neolitici sottoparete e alle turbazioni provocate da intensi fenomeni di crollo (Dini et al., 2008: 52). Assodato
questo, molta attenzione desta altres la datazione R-453 dei tagli 63-64. Questa, pur ammettendo la difficolt
di estendere a lungo raggio le conclusioni deducibili da un solo sito, consentirebbe infatti di affermare che la
diffusione di una produzione litica laminare nel Mezzogiorno, accompagnata da trapezi, grattatoi su lama e
lame denticolate, sia avvenuta contemporaneamente a quella del bacino atesino e al resto dellEuropa medi-
terranea. La convalida di questa suggestiva ipotesi non ci pu essere fornita, purtroppo, dal vicino Tuppo dei
Sassi (PZ) (borzAtti Von lwenstern, 1971), n tanto meno dalla Campania, dalla Calabria e dalla Puglia, le
cui sequenze mesolitiche datate non superano mai lo stadio climatico Boreale.
Valutazioni a parte interessano il sito di Terragne, presso Manduria (TA), il cui livello inferiore (US5), datato
2600 uncal BP (Beta-n.d.), restituirebbe industrie a trapezi simmetrici e grattatoi circolari di tradizione epiro-
manelliana apparentemente coeve alla neolitizzazione del Tavoliere foggiano (Di lerniA, 1996). La presenza di
frammenti di ossidiana e sporadici resti ossei attribuibili a specie domestiche (gorgoglione et al., 1995), sugge-
risce per una certa cautela nellinquadramento crono-culturale dellunit stratigrafica in questione, pur priva di
elementi ceramici. Ne consegue che la datazione pi recente e attendibile per il Mesolitico Recente meridionale
corrisponde ancora oggi ai 40090 uncal BP (R-44) del tg. 52 della Grotta 3 di Latronico.
Nelle isole, una frequentazione mesolitica nel corso dellAtlantico segnalata, come accennato, alla Grot-
ta dellUzzo (TP) (tAgliAcozzo, 1993), in Sicilia, e alla Grotta Su Coloru (SS) (fenu et al., 1999-2000), in
Sardegna. Nel primo caso, tralasciandone gli aspetti culturali, lultima occupazione, prima della comparsa
della ceramica o di faune domestiche, corrisponderebbe ai tagli 14-13 della Trincea F (talus esterno) datati
9100 uncal BP (P-234) (MeulengrAcht et al., 1981; MAnnino et al., 2006). Questa presenza, definita di
transizione da A. tAgliAcozzo (1993) ma interpretabile per chi scrive come lautentico stadio finale del Me-
solitico dellUzzo, succede di almeno 400 anni radiocarbonici la cosiddetta Fase Mesolitica II (tg. F16/18), da-
tata 833080 (P-235)
43
(MeulengrAcht et al., 1981) (borgognini tArli et al., 1993; tAgliAcozzo e piperno,

43
Non chiaro, in effetti, perch cAssoli et al. (198), tAgliAcozzo (1993) e MAnnino et al. (2006) non parlino esplicitamente di
Mesolitico Antico in riferimento ai tagli F16-18, di et pienamente Boreale.
9
1993). Nel sito sardo, quelle che sembrerebbero le manifestazioni pi recenti della cosiddetta facies mediterra-
nea dellEpipaleolitico indifferenziato, compaiono attorno ai 92050 uncal BP (Beta-14595) dello Strato
L3, spingendosi anchesse sino ai 40040 uncal BP (Beta-16932) dello strato Strato L1 (fenu et al., 2002).
Pur nella sua sinteticit, il rapido excursus cronologico qui proposto sembrerebbe alimentare viarie rifles-
sioni inedite; non sono pochi i punti su cui varrebbe la pena soffermarsi, sebbene la scarsit dei dati e la loro
disomogenea distribuzione geografica non ne consenta sempre uninterpretazione di carattere non speculativo.
Diverse suggestioni emergono, ad esempio, dalla sostanziale mancanza di frequentazioni pi recenti di ca.
200 uncal BP sulle Dolomiti veneto-trentine
44
, o dallapparente abbandono di alcuni siti atesini tra VIII e
VII millennio uncal BP: da 500160 uncal BP (R-113A) a 648050 (R-1136) nel sito di Romagnano III;
da 2549 (KIA-10366) a 696841 uncal BP (KIA-10363) nel Riparo Gaban. Nella stessa area, loccupa-
zione mesolitica di Vatte di Zambana si interrompe nuovamente attorno a 200 uncal BP, come ad alta quota.
Tralasciando le datazioni di Pian dei Cavalli (SO), che ad ogni modo non superano la met del VIII millennio
uncal BP, uno iato similare a quello dei ripari della Conca di Trento stato riconosciuto sia nel sito alpino
dei Laghetti del Crestoso (BS), alla Grotta dellEdera (TS) (biAgi et al., 2008), e nel riparo sloveno di Mala
Triglavca (MleKu et al., 2008). Di riflesso, altres possibile che un fenomeno analogo interessi altre strati-
grafie carsiche tuttora non datate. Pur essendo difficile spiegare queste significative ricorrenze allo stato attuale
della ricerca in Italia, tuttavia curioso notare come, proprio tra 300 e 000 uncal BP, cada un fenomeno cui
sempre pi gli studiosi assegnerebbero un ruolo nellevoluzione delle scelte insediative degli ultimi cacciatori-
raccoglitori balcanici e nellespansione delle comunit neolitiche attraverso lEgeo, lAdriatico e il Danubio
(bonsAll et al., 2002; bonsAll, 2008; berger e guilAine, 2009). Si tratta del cosiddetto 8.2 ka cold event,
ovvero il raffreddamento climatico pi intenso dellintero Olocene (weninger et al., 2006). Pare impossibile
dire se e come esso abbia potuto influire sulle strategie del Mesolitico Recente italiano, poich, come si visto,
lunione dei dati radiocarbonici disponibili evidenzierebbe una presenza antropica generalmente costante a
livello regionale, oppure una brusca interruzione della stessa gi alla fine del Boreale. Nonostante che la ricer-
ca archeologica non abbia evidenziato, ad esempio, alcuna sensibile variazione nelle strategie epigravettiane
con lavvento del Dryas Recente, viceversa possibile che, in et Atlantica, unanaloga oscillazione in senso
freddo possa aver avuto conseguenze ben pi incisive sulle frequentazioni alpine dei cacciatori mesolitici,
normalmente al di sopra dei 1900 m s.l.m.. Allo stesso modo, sebbene sia prematuro avanzare idee ulteriori
su questo problema, non pare possibile ignorare lanaloga mancanza di datazioni appenniniche comprese tra
i 33085 (R-400) di Piazzana e i 6960130 uncal BP (Birm-830) del Passo della Comunella, finestra nella
quale trova significativamente posto larrivo, a Scamuso (FG), delle prime comunit neolitiche peninsulari
(biAncofiore e coppolA, 1997).
3.4. industrie su Materiale organiCo e Culto dei Morti
Nel delineare un quadro esaustivo ed aggiornato delle manifestazioni archeologiche del Mesolitico
Recente italiano, considerazioni a parte meritano certamente le industrie su materia dura animale. Al loro
interno, accettandone momentaneamente la moderna separazione dagli utensili ritenuti duso quotidiano,
particolare attenzione stata quindi dedicata ai cosiddetti oggetti darte mobiliare o dornamento personale,
passando in seguito alla disamina sintetica delle attestazioni funerarie disponibili. Testimonianze di questo tipo,
complessivamente scarse nellarea dindagine, si concentrano quasi del tutto nellItalia settentrionale. Il loro
numero e la qualit dei manufatti recuperati proporzionale alle caratteristiche chimiche e pedo-stratigrafiche
dei contesti di rinvenimento. Come noto, infatti, diversamente dalla maggioranza dei siti allaperto (specia ad
alta e media quota)
45
, i depositi di grotta o sottoroccia favoriscono la conservazione millenaria del materiale
organico. Non stupisce quindi come gran parte delle industrie non silicee associate agli ultimi cacciatori-
raccoglitori provenga dal Carso Triestino e dalla Valle dellAdige, non tanto per lintensit e la sistematicit
delle ricerche, quanto pi per la tipologia stessa degli insediamenti scavati.
Nella prima area menzionata, la Grotta Azzurra ha restituito attualmente la collezione pi ampia.
Nella pubblicazione relativa agli interventi di scavo del triennio 1961-63, cAnnArellA e creMonesi (1967)
non suddividono i reperti in materia dura animale secondo fasi culturali di appartenenza, divenendo oggi
difficile quantificare con certezza quelli provenienti dai tagli superiori a trapezi. Nel complesso, si segnalano

44
Escludendo linaffidabile R-149 (000200 uncal BP) di Plan de Frea II.
45
Nei comprensori montani a prateria alpina, lacidit tipica dei suoli consente normalmente la preservazione delle sole industrie
litiche e dei residui carboniosi (boscAto e sAlA, 1980).
80
genericamente 6 punteruoli, 5 in osso e 1 in corno di cervo, di forma normalmente appiattita e, in due casi, tinti
di ocra. A questi si aggiungono 3 frammentarie zagaglie in osso; altri frammenti ossei appuntiti non meglio
classificati; 2 spatole, rispettivamente in osso e in corno di cervo; alcuni rami di corno di cervo, sezionati
longitudinalmente o recanti semplici intaccature preliminari; 2 schegge di diafisi, sempre sezionate, ma con
chiare tracce di una levigatura iniziale; 4 frammenti di zanne di cinghiale, tagliati e in parte levigati. Tra gli
oggetti particolari o dornamento personale, pur sempre ignorandone la ripartizione per tagli, si contano ben
34 conchiglie di Columbella rustica forate e una valva di Mytilus recante, lungo il margine della faccia interna,
alcune sottilissime striature irregolari. Per gli scavi del 1982, al momento possibile risalire ai reperti non
silicei del solo quadrato A4 (creMonesi et al., 1984a). Per i tagli 4-1, attribuiti al Mesolitico Recente per la
comparsa di armature trapezoidali e lame ad incavo/denticolate, si segnalano un blocchetto sferoidale di ocra
rossa, 2 piccoli granuli della stessa sostanza e altri 9 esemplari forati di Columbella rustica. Dal taglio 1, due di
queste presentano unaccurata levigatura del foro. Nello stesso territorio, manufatti similari sono emersi dagli
strati 6-3 della Grotta Benussi, riassumibili in almeno 14 punteruoli in osso; 3 frammenti di spatola in osso; 6
zanne di cinghiale levigate, di cui 3 frammentarie; 5 lisciatoi, 4 in arenaria ed uno in osso; un frammento di
osso lungo recante 3 incisioni trarversali; conchiglie di Columbella rustica forate e svariati grumi di ematite
(ocra rossa) (Andreolotti e gerdol, 1973). Altri dati provengono dai tagli superiori della Grotta Tartaruga (tg.
1-2 Scavi 196 e tg. 1-3 Scavi Redivo), dai quali sono stati recuperati altri 4 esemplari di Columbella rustica
e 2 di Hixmia reticulata con foro di sospensione, accompagnati da un solo punteruolo in osso e da un ciottolo
piatto in arenaria inciso a reticolo su entrambe le facce (creMonesi, 1984a). Anche la sequenza mesolitica della
Grotta dellEdera ha restituito alcuni nicchi forati di Columbella dallo strato 5b/2 di boschiAn e pitti (1984)
e 3 vaghi di collana in arenaria dallo strato 3a di biAgi et al. (2008). Nello stesso sito, le uniche due punte
in osso interamente levigate, sono state rinvenute solo dallo strato 3b, datato alla fine del Boreale. Chiude il
quadro dei ritrovamenti triestini la Cavernetta della Trincea, con 3 punteruoli in osso a sezione circolare, un
frammento di zanna di cinghiale levigata, un canino atrofico di cervo e 3 conchiglie di Columbella rustica
forate (Andreolotti e strAdi, 1964; Gerdol, 1976). Per completezza, un esemplare di questultima specie
segnalato infine nel taglio 28 della Grotta VG-4245 di Trebiciano (MontAgnAri kokelj, 1984).
Oltre al Carso, sorprendentemente privo di autentici oggetti darte mobiliare, il Friuli-Venezia Giulia
restituisce ulteriori industrie in materiale organico nel problematico strato 3a del Riparo di Biarzo (UD) (bressAn
et al., 1982), non datato, ma segnato dalla presenza di trapezi in un contesto rimaneggiato da fattori naturali
(tane di animali fossoriali, ruscellamenti, crollo della volta). Accettandone un inquadramento provvisorio
nel Mesolitico Recente, ad esso potrebbero quindi riferirsi alcune conchiglie forate di Columbella rustica,
accompagnate da diversi grumi di ocra, 2 frammenti combusti di punteruolo in osso, un canino atrofico di
cervo forato ed, infine, da un frammento di arpone in corno di cervo a base tronca ed alette simmetriche incise
lateralmente (Guerreschi, 1996). Tenendo sempre per buono linquadramento culturale, ancor pi interessante
risulterebbe il ritrovamento (apparentemente unico in Italia) di almeno 3 ciottoli fluviali ad intaccature laterali
opposte, interpretabili come pesi di reti da pesca (cleyet-Merle, 1990).
Leggermente pi a ovest, lungo lanfiteatro morenico Tilaventino, un arpone in corno di cervo similare
a quello di Biarzo sembrerebbe essere affiorato nel sito allaperto di Cassacco (UD) (biAgi com. pers., 2006,
materiale inedito del Museo Friulano di Storia Naturale).
Nel Veneto, escludendo per un attimo il corredo della sepoltura di Mondeval de Sora VF1, manufatti in osso
e corno di cervo o di presunta decorazione personale sono praticamente sconosciuti. A ci contribuisce senza
dubbio il basso numero di insediamenti scavati (peraltro quasi tutti allaperto), cui si aggiunge la mancata edizione
dellimportante collezione mesolitica della Grottina dei Covoloni del Broion (VI) (cAttAni, 1977; broglio, 1984).
Stando alle informazioni inedite concesse dagli scavatori della cavit, sembrerebbe tuttavia possibile attribuire allo
strato 6, datato 693060 uncal BP (R-892), una punta in osso e una conchiglia di gasteropode marino (n.d.) con
foro di sospensione (fedele com. pers., 2006). Nella regione, il secondo sito dotato di una sequenza stratigrafica
altrettanto estesa, Riparo Soman (VR), restituirebbe invece qualche rara Columbella rustica forata solo dai livelli
sauveterriani (broglio e lAnzinger, 1985). A fronte di siffatto quadro lacunoso , si deve comunque segnalare il
riconoscimento di due ciottoli a incisioni nellalta pianura trevigiana, uno (inedito) alle Sorgenti del Sile Via S.
Brigida (gerhArdinger, 1984-1985), un altro a Morgano Le Vallazze (gerhArdinger, 1984).
Decisamente pi ricco linsieme dei reperti scoperti nei siti della Valle dellAdige, dai quali proviene
il maggior numero di testimonianze riconducibli alliconografia delle popolazioni studiate (bAgolini, 1977-
1979). Tra tutti si distingue il Riparo Gaban, contenente non soltanto vari oggetti in osso e corno decorati a
motivi geometrici, ma anche uneccezionale figurina femminile su corno cervino, lunga 10,2 cm (GrAziosi,
1975). Questa stata rinvenuta sul fondo di una buca artificiale nel settore III (scavi Bagolini) ed stata riferita
81
al Mesolitico Recente per le industrie di tipo castelnoviano ad essa associate. Pi recentemente KozowsKi
e dAlMeri (2000) ne hanno ulteriormente affinato linquadramento cronologico, proponendone una precisa
relazione stratigrafica con lo strato E2. Pur rimandando ogni dettaglio formale allesaustiva descrizione di P.
grAziosi (1975), si aggiunge che il manufatto sembrerebbe meglio classificabile come bassorilievo anzich
statuetta in senso stretto, e non ancora del tutto chiaro, per alcuni autori, se si tratti di un pezzo completo
o in corso di lavorazione (KozowsKi e dAlMeri, 2000). Sul piano formale, secondo F. MArtini (1996)
loggetto si inserisce nella tradizione della piccola plastica a soggetto femminile in stile naturalistico di
origine paleolitica in virt della posizione eretta, del modulo ovale della testa, nella posizione stessa delle
braccia, nellassenza dei dettagli anatomici non legati alla femminilit. Lo schema compositivo, lo standard
concettuale e formale rimandano al mondo mediterraneo ed occidentale in genere, escludendo ogni ispirazione
orientale [] La figurina del Gaban rappresenta lultima manifestazione ispirata alla tradizione dei gruppi di
cacciatori-raccoglitori prima della trasfigurazione schematica neolitica [] Un forte legame con la tradizione,
quindi, [] che potrebbe essere interpretato come naturale prosecuzione dellispirazione paleolitica.
Questa interpretazione concorda con le idee iniziali dello scopritore B. bAgolini (1977-1979: 48), che nella
figurina stessa riconosceva unattenzione verso la fertilit della donna ricollegabile, nel realismo della
sua riproduzione, alle tradizioni e alle credenze del Paleolitico Superiore europeo. Di diversa opinione
sono invece KozowsKi e dAlMeri (2000), secondo i quali loggetto in esame rappresenterebbe un unicum
nella cultura materiale mesolitica, privo di elementi formali tali da stabilirne la filiazione diretta da uno stile
arcaico. Nello stesso riparo, come accennato, la statuetta accompagnata da diversi altri manufatti decorati,
la cui determinazione culturale stata spesso ostacolata dalla loro raccolta allinterno di strutture antropiche
gi rimaneggiate in antico (dAlMeri, 1992a; Angelucci et al., 2009). Alle fasi pi recenti delloccupazione
pre-neolitica stata comunque attribuita una spatola in corno di cervo (lunghezza 24 cm), a sezione piatta ed
estremit espansa molto sottile e usurata, recante tracce di ocra rossa nella zona centrale (dAlMeri et al., 2000):
il manico ornato con un doppio registro a simmetria bilaterale di linee spezzate [] diviso da una banda
mediana di tre linee grosso modo parallele, secondo una sintassi decorativa accostabile al canone lineare
delle punte in osso e delle zagaglie dellEpigravettiano finale italiano (MArtini, 1996; 2002). A questo reperto
si aggiungono poi un grande frammento di osso lungo ricoperto da una serie di incisioni lineari sub-parallele;
3 frammenti di punteruoli in osso con incisioni analoghe, in un caso levigato; un frammento in osso levigato
con incisioni lineari convergenti; 2 ulteriori frammenti ossei levigati con intagli geometrico-lineari (dAlMeri,
1992a). Gli studiosi del Gaban distinguono infine altri pezzi ritenuti duso comune, tra cui 3 punte in corno di
cervo parzialmente levigate; unascia in corno di cervo con margine tagliente levigato, ottenuto per sezione
obliqua del ramo; almeno un frammento di punta sottile e allungata in osso, morfologicamente similare alle
zagaglie del Paleolitico Superiore; 2 scalpelli in osso (KozowsKi e dAlMeri, 2000). La distinzione tra oggetti
decorati e semplici strumenti (MArtini, 1996) pare tuttavia forzata e viziata da principi classificatori tipicamente
occidentali. Daltro canto, F. derrico (1992a; 1992b), suggerirebbe che le intaccature visibili su quasi tutti i
punteruoli noti (vedi anche Romagnano e Vatte di Zambana) non soddisfino affatto unesigenza estetica, ma
rappresentino in realt un sistema di conteggio comune ad altre regioni europee sin dal Paleolitico Superiore.
Nel Mesolitico Recente del Gaban non mancano manufatti destinati ad un verosimile ornamento personale.
Tra questi, un pendaglio cilindrico in corno di cervo decorato a zig-zag, a reticolo e a puntini allineati; un canino
atrofico di cervo con foro di sospensione; 4 vertebre di pesce (specie non specificata) e 22 conchiglie di Columbella
rustica sempre forate; un frammento di Cardium; un pendente in avorio (!) levigato. Nella collezione del riparo
trovano inoltre posto vari frammenti di ematite (ocra rossa) (KozowsKi e dAlMeri, 2000).
Reperti analoghi, seppur in proporzioni minori, sono documentati anche negli strati E-D del vicino riparo
di Pradestel, dai quali sono affiorati almeno 3 punteruoli in osso, la sola base di un arpone in corno cervino,
conchiglie di Columbella rustica, 2 di Cyclope neritea ed una di Theodoxus fluvialis (tutte forate), un
ciottolo piatto forato (pendaglio?) e, come al Gaban, diverse masserelle di ematite (dAlMeri, 1992b; CristiAni,
2009)
46
. Nelle stessa area, altre testimonianze in materia dura animale sono state pubblicate per i vicini siti
di Romagnano e Vatte di Zambana (broglio, 1971). Nel primo caso, la sequenza dinteresse (AB3-AA) ha
restituito uno splendido arpone in corno di cervo, stavolta completo e a denti alterni
4
; almeno 9 frammenti

46
Pur non rientrando nella categoria di oggetti qui in esame, tra le industrie particolari di Pradestel, A. broglio e M. lAnzinger (1987)
segnalarono anche una macina.
4
Loggetto fu rinvenuto alla superficie di un deposito di pietrisco compreso tra i depositi neolitici e quelli epipaleolitici
(broglio, 1971), venendo inizialmente attribuito ad una fase mesolitica non meglio specificabile. In seguito, per le strette analogie
morfologiche con arponi tipici del Mesolitico Recente svizzero e austriaco (wyss, 1966; 1976; leitner, 1983), ha trovato pi plausibile
collocazione nellAtlantico iniziale (bAgolini e broglio, 1986; broglio, 2002).
82
di punta in osso, di cui una decorata con 3 serie di tacche incise trasversalmente; un metacarpo di orso con
tracce di ocra rossa e tacche trasversali; 2 punteruoli in osso, uno dei quali nuovamente caratterizzato da 3 serie
di tacche leggermente graffite; un picchetto
48
frammentario in corno di cervo. Tra i probabili elementi di
collane si riconoscono poi 14 conchiglie, tra Columbella rustica e Cyclope Neritea, 2 perline in osso, un canino
atrofico di cervo e un canino di lupo, tutti con foro di sospensione. A Vatte, accettando un inquadramento dei
tagli superiori -5 nellAtlantico iniziale, si segnalano invece una zagaglia in osso ed un altro picchetto in
corno di cervo (broglio, 1971).
Nel complesso dei ritrovamenti trentini le testimonianze esterne alla Conca di Trento sono rarissime,
limitate ad un arpone in corno a Dos de la Forca, simile a quello di Romagnano (broglio, 2002); un altro
punteruolo in osso a Paludei di Volano (strati B-C) (bAgolini et al., 198c); singoli esemplari di Columbella
rustica a Plan de Frea IV (estremamente significativo per la quota di rinvenimento e la distanza dal mare)
(lunz, 1986) e a Pr Alta (R. clArk et al., 1992; R. ClArk, 2000). Estendendo lo sguardo al resto dellItalia
centro-settentrionale, conchiglie forate dello stesso gasteropode sono note esclusivamente al Sasso di Manerba
(BS) - strato 13 (1) (biAgi, 2007) e a Pievetorina (1) (MC) (broglio e lollini, 1981; silVestrini, 1991), mentre
ghiretti e guerreschi (1988) segnalerebbero alcune valve ritoccate di Lamellibranchi marini (specie n.d.)
nella stazione emiliana di Prato Grande (PC). Sempre in area emiliana, si segnala quindi un frammento di
spatola in corno a Gazzaro (RE) (creMAschi, 1975). Allo stato attuale delle conoscenze, nessuna testimonianza
analoga quindi conosciuta per il Mesolitico Recente del Piemonte, della Liguria e di tutta la Toscana, ivi
compreso lo strato 4a di Isola Santa (biAgi et al., 199; S.K. KozowsKi et al., 2003).
Nel settore meridionale della penisola la situazione assai pi lacunosa, proporzionalmente alla storia
delle ricerche sul campo. Bisogna infatti scendere fino alla Grotta 3 di Latronico per trovare le sole industrie
in materiale organico. Allo stesso tempo, secondo la pi recente pubblicazione del sito, i 4 metri complessivi
di stratigrafia mesolitica restituirebbero soltanto alcune conchiglie forate (specie n.d.), punte in osso, di cui
4 a levigatura totale e 3 a rifinitura distale duso, un frammento di zanna di cinghiale levigata e un frammento
di corno cervino (dini et al., 2008). Nulla del genere invece emerso al Tuppo dei Sassi (borzAtti Von
lwenstern, 1971) o a Terragne US5 (gorgoglione et al., 1995), n tanto meno tra i ritrovamenti salentini
attribuiti attualmente al Mesolitico Recente (ingrAVAllo et al., 2004). Stando ai soli dati editi, lo stesso si
pu affermare per la cosiddetta fase di transizione (strati aceramici F14-13) della Grotta dellUzzo (TP)
(tAgliAcozzo, 1993; MAnnino et al., 2006) e per la frequentazione pre-neolitica della Grotta Su Coloru (SS)
fig. - La sepoltura di Mondeval de Sora (Dolomiti Bellunesi) (da Fontana, 2006).

48
Strumento definito anche ascia da A. broglio e M. lAnzinger (1987).
83
(fenu et al., 1999-2000). Vale la pena sottolineare nuovamente che le principali (sistematicamente scavate e
meglio documentate) serie mesolitiche del Mezzogiorno, nella fattispecie Perriere Sottano (CT) (ArAnguren
e reVedin, 1998), Grotta della Serratura (SA) (MArtini, 1993), Grotta delle Mura (BA) (CAlAttini, 1992;
1996a) e Grotta Marisa (LE) (creMonesi, 1992; s.K. KozowsKi et al., 2003), non supererano mai lo stadio
climatico Boreale. Fino a questo limite, in tutti i casi, gli studiosi seguono lo sviluppo di un linguaggio grafico
e di una sintassi tipici della cosiddetta produzione mediterranea, caratterizzata da una degressione e da un
irrigidimento stilistico delliconografia zoomorfa, accompagnata dallo sviluppo di decorazioni geometrico-
lineari, a scaletta, meandriformi, a greca e quadrettature (MArtini, 2002: 304). Pur non conoscendone lesito
nellAtlantico iniziale, questa tendenza stilistica contraddistingue nel Sauveterriano salentino la formazione
di una facies decorativa del tutto originale, caratterizzata da una reinterpretazione innovativa degli schemi
epiromanelliani preestistenti. Rispetto a questi, le manifestazioni figurative trentine e triestine mostrano dunque
un indirizzo evolutivo completamente differente, sterile e conservativo, segnato s da un attardamento di motivi
geometrico-lineari epigravettiani sino al VII millennio uncal BP, ma anche da una degenerazione della
composizione rigorosa, uno scadimento grafico e sintattico che sono esemplificati nei prodotti a incisione pi
sommaria di Romagnano III, di Pradestel e di altri manufatti del Riparo Gaban (MArtini, 2002: 309).
Per quanto concerne le attestazioni di pratiche funerarie, lunica sepoltura inequivocabilmente associata ad
industrie di tipo castelnoviano sembrerebbe quella dolomitica di Mondeval de Sora VF1 (BL) (2100 m s.l.m.),
scoperta alla base di unarticolata sequenza stratigrafica accumulatasi a ridosso di un enorme masso erratico
(settore I, sud-occidentale) (AlciAti et al., 1988; 1992; fontAnA e Vullo, 2000; fontAnA, 2006; FontAnA et
al., 2009). Lo scheletro, ben conservato al momento del rinvenimento, risultato appartenere ad un individuo
di sesso maschile di circa 40 anni, alto 16 cm. Questo si presentava in posizione supina e ben distesa, con
la porzione inferiore del corpo ricoperta da pietre apparentemente selezionate (esclusivamente marne o tufiti)
(fig. ). Gli arti superiori erano stati disposti lungo i fianchi, paralleli al terreno; la mano sinistra mostrava dita
leggermente contratte, come a trattenere qualcosa al momento dellinumazione, mentre in prossimit della
destra risultava ben distinguibile una chiazza di ematite. comunque sul lato sinistro che si riconoscono gli
elementi di corredo pi significativi, raggruppabili per gli studiosi in 3 insiemi distinti (AlciAti et al., 1992). Il
primo, allaltezza dellavambraccio, comprendeva almeno 3 frammenti di dolomite di differenti dimensioni, 9
nuclei a lamelle e 4 pre-nuclei su ciottolo, 2 noduli grezzi, 3 frammenti indeterminabili, 4 lamelle denticolate
di tipo Montbani, una lama a ritocco marginale, un piccolo grattatoio frontale su supporto laminare, altre 2
lamelle e 4 schegge non ritoccate (due delle quali rimontavano sui nuclei rinvenuti). Trovavano quindi posto
altri 9 manufatti in materia dura animale: 4 rami di palco di cervo, di cui 3 parzialmente usurati, 2 punte (una
in osso, laltra in corno di cervo), un arpone bilaterale completo a denti alterni (l. 18 mm), sempre su corno
di cervo, un ampio frammento di scapola e una vertebra dorsale di cervide recanti evidenti tracce duso.
Gli altri 2 insiemi di oggetti erano localizzati pi in basso, in prossimit della mano sinistra. In un caso, fu
possibile riconoscere un agglomerato terroso nerastro, una lama in selce e un piccolo nucleo; nellaltro, la
concentrazione era data invece da una seconda masserella di terra nerastra, una zanna di cinghiale con visibili
tracce duso, un nucleo riutilizzato come percussore, 2 frammenti laminari non ritoccati ed, infine, una scheggia
e una lamella ricoperte dalla stessa matrice resinosa delle citate masserelle. Al di fuori di questi distinguibili
raggruppamenti, 3 lame in selce gialla erano state deposte rispettivamente allaltezza di ciascuna spalla e al di
sotto del cranio. Si individuarono inoltre canini atrofici di cervo forati presso la scapola sinistra e sullo sterno,
unitamente a 2 punte in osso, una ancora sullo sterno
49
, laltra tra le ginocchia. La sepoltura, datata 33059
uncal BP (R-1939, su carboni di riempimento della fossa US-4B), rappresenta la sola effettiva traccia di una
frequentazione mesolitica del sito nel corso dellAtlantico iniziale, pur avendo il grande masso ospitato una
ripetuta occupazione preistorica tra Mesolitico Antico ed Et del Rame (AlciAti et al., 1992). La prosecuzione
delle ricerche, tuttora in corso nel settore III (parete nord), metterebbe effettivamente in luce una presenza
antropica molto pi intensa tra Preboreale e Boreale, di fatto associata a strutture artificiali ed un maggiore
record archeologico (fontAnA e Vullo, 2000; fontAnA e PAsi, 2002). Limitatamente al settore I, lattuale
parzialit delle informazioni relative alla collezione litica coeva allinumazione non consente comunque un
bilancio esaustivo delle testimonianze della cultura materiale. Stratigraficamente, la fossa intacca gli strati
sauveterriani della sequenza, il che spiegherebbe la fuorviante datazione di 83800 uncal BP (R-193) ottenuta
per lo stesso riempimento US-4B (AlciAti et al., 1992). Ciononostante, gli elementi funerari si differenziano
marcatamente dalle industrie esterne alla sepoltura, rispetto alle quali, specie sul piano tecnologico, paiono del
tutto intrusive nella loro omogeneit. Nel dettaglio, gli elementi posti sulla salma (vedi in particolare le lame

49
Loggetto, definito anche spillone da A. broglio (2002), confezionato su metapodio di Alce.
84
in selce gialla) verrebbero interpretati come doni specifici, mentre i pi numerosi manufatti del primo gruppo
a lato dello scheletro, meno curati nel loro confezionamento, potrebbero rappresentare lequipaggiamento
personale del cacciatore in vita; per la loro concentrazione areale, gli studiosi non ne escludono peraltro il
contenimento allinterno di un sacchetto in materiale organico poi deperito (fontAnA, 2006). Al loro interno,
particolare attenzione stata dedicata agli agglomerati terrosi di colore nero, significativamente similari a
quelli rinvenuti nella sepoltura epigravettiana del Riparo Villabruna A (broglio e VillAbrunA, 1991; AiMAr et
al., 1992). Secondo le analisi chimiche e polliniche effettuate da L. cAttAni (1992), essi rappresenterebbero un
composto di cera, resina, sostanze volatili e polline (Picea in particolare), assimilabile alla propoli usata dalle
api per rivestire le arnie. Sulla loro reale funzione lautrice non avanza ipotesi definitive, pur non escludendone
un possibile utilizzo a scopo terapeutico
50
. Allo stesso tempo, la natura resinosa degli agglomerati in questione
potrebbe altres ricollegarsi al confezionamento dello strumentario da caccia, in pieno accordo con la realt
di un corredo largamente rappresentato dallequipaggiamento duso quotidiano. Ulteriori dati dinteresse
emergono dallanalisi paleoantropologica e paleopatologica dello scheletro di Mondeval che, nella sua unicit,
ha consentito di ottenere una serie di preziosissimi dati sulle caratteristiche fisiche degli ultimi cacciatori-
raccoglitori italiani. A fronte di un notevole grado di robustezza complessiva, lanalisi osteologica ha mostrato
che il defunto soffriva in vita di displasia poliostotica (malattia pagetoide nota anche come sindrome di Rosy-
Cajal). La dentizione ha rivelato invece un uso prolungato della corona anteriore in intense pratiche extra-
masticatorie, confermando una tendenza alla riduzione strutturale delle corone stesse innescatasi in Europa gi
a partire dal Tardiglaciale (AlciAti et al., 1995). La morfologia craniale ha indicato infine la chiara persistenza
di tipi umani Cromagnoidi sulle Dolomiti sino a circa 000 uncal BP (AlciAti et al., 1992).
Nella tematica in discussione, trovano spazio alcune doverose considerazioni sulle sepolture femminili
di Vatte di Zambana (TN) (corrAin et al., 196) e di Mezzocorona-Borgonuovo (TN) (dAlMeri et al., 2002;
BAssetti et al., 2004), prive di corredo e riferite dagli studiosi ad una fase finale del Mesolitico Antico. Su
di essi, pur non potendo trattarne in questa sede le caratteristiche dettagliate, pare infatti opportuno sollevare
alcune problematiche di ordine culturale e stratigrafico.
Partendo da Vatte, si ricorda che alle due datazioni inizialmente disponibili per il riempimento della fossa
sepolocrale, ovvero 40150 uncal BP (R-491a) e 8000110 uncal BP (R-491) (Alessio et al., 1983), se
n recentemente aggiunta una terza, 94346 uncal BP (KIA-12442), ottenuta su un campione dosso del
soggetto inumato (dAlMeri et al., 2002). Nel caso di Mezzocorona, la sola misura radiometrica correlabile alla
sepoltura proverrebbe invece da un osso animale della (ritenuta coeva) paleosuperficie US148, datato 943
uncal BP (KIA-12446) (dAlMeri et al., 2002). Su basi tecno-tipologiche, i tagli I-II dello stesso sito sono
stati attribuiti dagli studiosi ad una tradizione mesolitica di tipo castelnoviano. Al contempo, per, si rileva la
presenza di sporadici trapezi e lame ritoccate anche nel taglio III ed, ancora, nei tagli IV-VII, stratigraficamente
in fase con linumazione. Alla luce di quanto osservato nei capitoli precedenti, la questione che emerge
dunque terminologica pi che sostanziale, non essendo chiaro perch mai, vista la datazione KIA-12446, non
sia possibile riferire il rito funerario di Mezzocorona ad una stadio iniziale del Mesolitico Recente piuttosto che
ad uno recente/finale del Sauveterriano. Lindividuazione di un contesto archeologico segnato da una maggiore
rappresentativit di armature tipologicamente pi arcaiche (triangoli e punte a due dorsi), peraltro quasi del
tutto estranei alla fossa, non pare del tutto convincente, considerandone la nota persistenza a Pradestel fino
al VII millennio uncal BP. Ricordando che i tagli I-II rappresentano inoltre il residuo di livelli mesolitici gi
asportati nel corso di scavi pregressi (bAzzAnellA et al., 1998; 2000), non si pu nemmeno escludere che
la salma sia stata deposta da frequentatori di un momento avanzato dellAtlantico iniziale. Ad ogni modo,
ladottata procedura di scavo per tagli artificiali non agevola verifiche in tal senso.
Osservandone i dati di cronologia assoluta, queste convinzioni paiono estendibili anche alla sepoltura di
Vatte di Zambana, le cui similarit rituali rispetto a Mezzocorona avvalorano semplicemente lipotesi di una
loro contemporaneit (dAlMeri et al., 1998).
Considerazioni a parte meriterebbero altres le 10 sepolture (due delle quali bisome) della Grotta dellUzzo,
le uniche per il Mesolitico dellItalia meridionale. Sebbene in gran parte sprovviste di corredo, esse rappresentano
uno dei maggiori complessi funerari di tutta lEuropa pre-neolitica (borgognini tArli et al., 1993; TAgliAcozzo,
1993; leighton, 1999; collinA, 2006). Le datazioni disponibili (racemizzazione aminoacidi su Uzzo I e IV),
comprese tutte tra 9500 e 8600 uncal BP (piperno, 1985), le collocano tuttavia al di fuori della fase crono-
culturale oggetto di questo lavoro e pertanto non riferibili alle comunit di caccia e raccolta contemporanee
alla neolitizzazione della penisola. Di qui la scelta di escluderle dal quadro analitico. Lo stesso dicasi per le

50
Sostanza dalle comprovate propriet antibiotiche, anastetiche e cicatrizzanti (AlciAti et al., 1995).
85
presunte serie di graffiti presenti nella grotta, distribuite su una fascia di parete raggiunta e superata dal
deposito mesolitico in formazione (tAgliAcozzo, 1993) e quindi solo genericamente inquadrabili.
Difficile esprimersi anche sulle pitture rupestri del Tuppo dei Sassi (BorzAtti Von lwenstern, 1971),
la cui contemporaneit rispetto agli orizzonti stratigrafici a trapezi plausibile, come gi suggerito da F.
biAncofiore (1965), ma non dimostrabile. Pur in assenza di termini di confronto stilistico nelle regioni limitrofe,
un accostamento cronologico allAtlantico iniziale ne farebbe comunque la sola manifestazione artistica di
questo tipo per tutto il Mesolitico italiano. Una situazione simile si riscontra, forse, sul Monte Baldo (VR-TN),
dove bAgolini e nisi (1981) segnalerebbero una serie di segni a graticcio o tettiformi sulla parete di un riparo
sottoroccia (localizzazione imprecisata), tipologicamente affini, secondo gli stessi autori, ad alcune incisioni
del Tardenoisiano del bacino parigino.
In conclusione, il quadro complessivo delle attestazioni archeologiche diverse dalle pi diffuse e comuni
industrie litiche pare piuttosto limitato, sia sul piano quantitativo, sia su quello geografico. Allo stato attuale
delle conoscenze, difficile non ricollegare la concentrazione delle testimonianze alla storia delle ricerche in
Italia, dimenticando le quali si sarebbe oltretutto tentati di assegnare al Riparo Gaban un posto speciale nella
sfera sociale e religiosa dellepoca; ruolo che, nonostante le manifestazioni decorative atesine non conoscano
alcun termine di paragone in tutta la penisola, pot anche non avere. Al di l delle modalit di rinvenimento,
sorprende comunque la semplicit e la monotonia morfologica dei manufatti in osso e corno di cervo accertati
(specie punte e zagaglie), al cui interno impossibile cogliere una qualsiasi differenziazione stilistica regionale.
Analoghe osservazioni paiono estendibili ai rarissimi oggetti dornamento personale, dominati ubiquitariamente
dai nicchi di Columbella rustica.
Ma allora perch questa povert nella cultura materiale? Come interpretare la scarsit di ritrovamenti
ricollegabili al mondo spirituale degli ultimi cacciatori-raccoglitori anche in aree intensamente indagate
come il Trentino e il Carso Triestino, cos ricche di contesti pedo-stratigrafici favorevoli alla conservazione di
materia organica, corredi e sepolture? In risposta a questi interrogativi giunge spontanea una breve riflessione
teorica sulle relazioni tra linguaggio simbolico e cultura materiale.
3.5. Considerazioni sulle ForMe di CoMuniCazione non verBale nelle soCiet di CaCCia e raCColta,
3.5. tra Presente e Passato
In ambito scientifico individuabile un diffuso accordo sullesistenza di due fondamentali caratteristiche
del linguaggio umano non riconoscibili nelle comunicazioni tra altre specie animali: i simboli e la sintassi
(dAVidson, 2003). In questa prospettiva, luomo stesso stato definito la specie simbolica (deAcon, 199), il
cui linguaggio stesso diviene appunto comunicazione mediante simboli, aperta, creativa, capace di esprimere
concetti astratti e di trasmettere messaggi nel tempo e nello spazio (noble e DAVidson, 1996). Essa consente
agli uomini di veicolare idee e informazioni, evolvendosi e diversificandosi con una velocit difficilmente
osservabile in altri fenomeni del regno animale (dunbAr, 1997). Alcune teorie avanzano lipotesi che tale
evoluzione, apparentemente esclusiva del genere umano, sia in parte ricollegabile alla funzione sociale di
facilitare i legami allinterno di una stessa unit etnica, identificandola al contempo nei confronti di quelle
confinanti (deAcon, 199). Se luomo, a differenza di altre specie sociali, ha sviluppato un linguaggio
simbolico, le motivazioni possono essere cercate nelle circostanze uniche che ne hanno caratterizzato
levoluzione, la visione del mondo, le strategie. Certamente, il dover far fronte al possibile fallimento delle
strategie sussistenziali in ambienti naturali altamente selettivi dovette rappresentare una buona spinta verso il
rafforzamento dei rapporti di interdipendenza tra i componenti di un gruppo di cacciatori-raccogliori. I simboli
e il loro vantaggioso utilizzo si svilupparono allora come un fatto culturale (bickerton, 2003).
Oggi, nel mondo, si ricoscono almeno 6000 lingue parlate, senza contare quelle estinte in epoche passate
e i vari dialetti presenti allinterno degli idiomi viventi (dunbAr, 2003). Come interpretare questa variet? Se
il linguaggio nascesse e si evolvesse solo per consentire agli individui lo scambio di informazioni utili alla
loro sopravvivenza, ci si dovrebbe aspettare una maggiore stabilit nello spazio e nel tempo, funzionale in
primo luogo alla trasmissione del sapere tra generazioni lontane. Nella realt, evidentemente, ci non sempre
avvenuto. Secondo R.I. dunbAr (2003), ad esempio, i dialetti troverebbero origine nella volont inconscia di
contrassegnare una specifica unit socio-culturale, ponendo le condizioni per un sostegno reciproco ed esclusivo
tra i suoi appartenenti, tale da garantirne la continuit. In determinati contesti ecologici la lingua diviene dunque
una sorta di carta di identit in difesa da elementi di intrusione che potrebbero minare allequilibrio sussistenziale
del gruppo, acquisendo un ruolo superiore al semplice mezzo di comunicazione. Lanalisi della distribuzione
mondiale dei linguaggi in relazione alle condizioni climatiche confermerebbe questa teoria, evidenziando
86
come una bassa variabilit idiomatica su un vasto territorio sia quasi sempre riconducibile ad una rete di
contatti sociali legata alla gestione di strategie sussistenziali ad alto rischio. Queste si realizzano generalmente
in condizioni estreme di sopravvivenza o a latitudini caratterizzate da una marcata variazione stagionale e
territoriale delle risorse (nettle, 1999). In suddetti contesti, la scarsa differenziazione culturale deve essere
letta come un meccanismo sociale di riavvicinamento. Al contrario, in ecosistemi pi ricchi e favorevoli, dotati
cio di risorse prevedibili e costantemente accessibili nel corso dellanno, si rileva una spiccata tendenza alla
territorialit da parte dei gruppi residenti, accompagnata da una maggiore affermazione dellidentit culturale
di ciascuno (dunbAr, 2003). Emblematico, in tal senso, il caso degli Aborigeni australiani. Le trib delle
difficili aree interne desertiche, hanno infatti evidenziato ladozione di uno stile comune nellarte rupestre su
vasti territori, indice di una coesione mediata da similari marcatori visuali. Nel repertorio iconografico della
lussureggiante fascia costiera orientale, pi densamente popolata, si potuto invece riconoscere un mosaico di
differenti stili regionali ed una contrazione dei singoli territori tribali, a tradire una competitivit sensibilmente
pi intensa (lorblAnchet, 1998). Sia le strategie sussistenziali, sia soprattutto il rapporto tra le varie bande
nomadi presenti su un dato territorio (serVice, 1971), sarebbero dunque intimamente vincolate alle condizioni
climatico-ambientali e alla distribuzione/qualit delle fonti di approvvigionamento alimentare (rowley-
cowny, 2001).
Alla luce delle osservazioni etnografiche, probabile che fenomeni similari si siano sviluppati anche in et
preistorica (conkey, 1978; dAVidson, 1997; Rowley-conwy, 2004), sebbene si ponga il problema di coglierne
le tracce sul piano archeologico. Accettando che il linguaggio simbolico nasce e si evolve per consentire
agli esseri umani di comunicare tra loro e identificare lappartenenza ad un determinato gruppo (deAcon,
199), si deve parallelamente ammettere che i simboli possono assolvere alla loro funzione indipendentemente
dal tipo di significante (suono, oggetto o disegno che sia) (tAborin, 2005). Pensando alla cultura materiale
paleo-mesolitica, ci si chiede quindi se alcuni manufatti avessero qualcosa da dire gi allepoca del loro
confezionamento, e cio se nella loro fisicit fosse intrinseco un messaggio muto ben codificato nella sfera
sociale ed economica di quelle remote comunit di caccia e raccolta. Oggi come allora, un oggetto poteva
non acquisire il suo valore simbolico solo al termine del suo confezionamento, bens gi nella tecnica e nella
gestualit attraverso cui veniva realizzato, cariche forse anchesse di uno specifico significato culturale e
sociale (torrence, 2001; derrico, 2002).
A. leroi-gourhAn (191; 19) associava la nascita dellarte paleolitica allo sviluppo del linguaggio,
intesi entrambi come trasposizione simbolica della realt. Per lungo tempo, gli studiosi di preistoria sembrarono
parimenti condividere lidea che le produzioni grafiche riportate alla luce si legassero esclusivamente ad aspetti
rituali finalizzati alla propiziazione delle attivit di caccia o alla magia da esse stesse evocata. Si cominci
cos ad interpretare le prime pitture rupestri scoperte in diverse grotte europee come un tentativo di cattura
ideale delle tradizionali prede venatorie. Di riflesso, tutte le immagini geometrizzanti di corredo agli animali
rappresentati venivano normalmente interpretate come stilizzazioni di trappole, capanne, armi o ferite. In altri
casi, leccessivo realismo di talune rappresentazioni, induceva gli archeologi a riconoscervi una fotografia di
cose e fatti cui lautore aveva assistito, sminuendone cos la capacit di astrazione simbolica (lorblAnchet,
1998).
Come la si veda, al di l di qualsivoglia impostazioni teorica, la cosiddetta arte rupestre o mobiliare
comparve comunque con la consapevolezza di riprodurre forme in modo libero (ma mai casuale) per esprimere
qualcosa. Luso e lo sviluppo di questo linguaggio doveva sempre rispondere ad unesigenza collettiva,
strettamente collegata ad un immaginario condiviso (Conkey, 2001). Ogni manifestazione figurativa, infatti,
non pu mai essere fine a se stessa, quale mera soddisfazione di un piacere estetico, ma destinata ad essere
fruita quale canale non verbale di comunicazione sociale, religiosa e simbolica. Su questa linea, recenti
posizioni teoriche porrebbero in discussione il significato stesso di arte preistorica, cos come lesistenza
di un concetto ad essa assimilabile tra i cacciatori-raccoglitori paleo-mesolitici. Sempre attraverso paralleli
etnografici, peraltro assodato come non sia affatto possibile separare certe manifestazioni estetiche dai
restanti aspetti della vita quotidiana (conkey et al., 199). Per luomo occidentale arte ovviamente il primo
immediato contenitore in cui inserire ogni determinata produzione tecnica, oggetto o disegno cui sia difficile
assegnare una destinazione pratica. Una semplice catalogazione estetica preclude per la comprensione del
ricco mondo di significati e di prassi socio-culturali celate al di l delle forme e dei segni (SpArshott, 1997),
senza considerare limpossibilit di accedere ai canoni estetici condivisi da una trib di migliaia di anni fa.
Lossessione di ricercare forme artistiche, cos come intese da un fruitore contemporaneo, allontana dalla
comprensione di determinate testimonianze archeologiche, che non dovevano essere affatto autonome rispetto
ad una cultura immateriale soggiacente ai rapporti tra i sessi, alla gestione delle risorse territoriali o agli
8
scambi di beni (Morphy, 1999). Scambi, questultimi, spesso alla base della stessa produzione artistica,
poich canale di approvvigionamento di pietre, vaghi di collana, conchiglie e coloranti. Allora arte e cultura
materiale coincidono e riscoprirne i rispettivi tratti distintivi diventa archeologicamente impossibile.
Raffigurazioni ed oggetti considerati tradizionalmente artistici tra le produzioni dei cacciatori-raccoglitori
sub-attuali comprendono di norma loggettistica mobiliare (o portatile) zoomorfa e antropomorfa in legno,
osso, avorio o corno di cervo, le incisioni e le pitture rupestri, i ciondoli, le collane di perline o conchiglie,
particolari tessuti o contenitori in fibre vegetali intagliate o particolarmente lavorate (Conkey, 2001). Detto
ci, guardando al passato, chiaro che la visione sar inevitabilmente parziale, assai condizionata della rarit
con cui i reperti in materiale organico si preservano nel tempo
51
. Illuminante, in tal senso, il caso delle trib
native americane (densMore, 1974; bAtes e lee, 1990; MowAt et al., 1992), dove gli oggetti pi carichi di
significato sul piano sociale e simbolico erano spesso realizzati su legno o foglie intrecciate. Oggi sappiamo
che, a distanza di millenni, gran parte di questi manufatti non solo sfuggirebbero ad una campagna di scavo,
ma non sarebbero nemmeno mai interpretati per la loro reale funzione.
A scoraggiare larcheologo da facili speculazioni interviene dunque un fattore determinante: limpossibilit
di ricostruire il contesto sociale e cosmologico in cui si realizz la cultura materiale studiata. Il peso di questa
lacuna osservabile nelle bande nomadi sopravvissute sino a noi, per le quali potuto dimostrare come oggetti
del tutto similari siano stati talvolta realizzati in luoghi e ambienti completamente diversi tra loro, e con finalit
altrettanto eterogenee (conkey et al., 199). Ciononostante, la scuola preistorica italiana ha fondato le proprie
interpretazioni della produzione mobiliare esclusivamente sulle decorazioni, sui colori, le forme e i supporti
impiegati (grAziosi, 1973), identificando nelle similarit stilistiche tra regioni differenti possibili interazioni
tra gruppi lontani, o addirittura la loro appartenenza ad una comune provincia culturale (VigliArdi, 1996;
MArtini, 1998; 2002; 2008). Fino a che punto questo sia lecito, difficile dirlo.
La condizione per la comunicazione non verbale attraverso un elemento darte mobiliare o dornamento
personale lesistenza di gruppi umani allinterno dei quali il significato ne sia immediatamente compreso. Il
messaggio intrinseco nelloggetto, per le sue caratteristiche e, molto spesso, per il portatore cui associato.
Ci visibile anche nel mondo occidentale contemporaneo, ricco di infiniti esempi in cui la fisicit del simbolo
assolve alla sua funzione solo se automaticamente riconosciuta allinterno di un determinato contesto sociale.
Basti pensare agli stemmi, alle divise, ai colori utilizzati in svariati campi della societ contemporanea per
comunicare, senza parole, determinate informazioni allosservatore. A questi si aggiungono ovviamente i beni
indossabili, in grado di sottolineare la posizione sociale o il livello economico di chi li porta (tAborin, 2005).
Anche per le societ di caccia e raccolta sub-attuali nota lesistenza di manufatti capaci di veicolare
gerarchie, classi det, differenze tra i sessi, valori personali e credenze. Come le lingue parlate, questi divengono
il segno di appartenenza ad una determinata trib, il marchio con il quale relazionarsi ad altre comunit nomadi
distribuite sullo stesso territorio. In tale direzione, gli oggetti hanno il vantaggio di parlare senza sosta a chi
li osserva, divenendo, al pari dellarte rupestre, veicolo di messaggi permanenti. Non dunque corretto
includere al loro interno le sole produzioni apparentemente prive di unutilit pratica (e su che basi?), ma
anche gli utensili ritenuti duso strettamente personale, spesso indice di un sapere e di un prestigio personale
ben codificati (tAon, 1991; wiessner, 1997). In merito interessante ricordare le conclusioni di Y. tAborin
(2005) sui pendagli e sulle collane rinvenute nelle sepolture paleolitiche e mesolitiche europee, raramente
inquadrabili come elementi creati ad hoc per il rituale funerario. In primo luogo, ci sarebbe comprovato
dallo stato di usura delle conchiglie forate associate agli inumati, tale da suggerirne un regolare uso quotidiano
(tAborin, 1993; bonnArdin, 2008). Inoltre, larea pi caratterizzata nelle inumazioni in esame normalmente
il cranio, parte del corpo al cui ornamento in vita, anche nelle societ di caccia e raccolta sopravvissute sino a
noi, conferita la maggiore carica sociale e simbolica. Occorre quindi prestare attenzione nel classificare gli
oggetti di ornamento come corredo funerario in senso moderno, poich poterono non costituire affatto un
tributo post-mortem per il gruppo che li confezion.
Da quanto osservato, credibile che nel mondo paleo-mesolitico linsieme dei significati intrinseci nei
singoli manufatti fosse altrettanto ricco e complesso. La difficolt di cogliere archeologicamente questi aspetti
acuita dalla mancata conservazione delle ossa o di altri supporti di origine organica, responsabile della
potenziale sottorappresentazione di intere attestazioni funerarie e di svariate componenti della cultura materiale.
A ci va aggiunto che, ogni attuale tentativo di ricostruzione delle identit tribali post-glaciali deve fare a meno
della musica, dei tatuaggi (vedi tzi) o di altre decorazioni corporali, la cui carica coesiva e simbolica stata
ampiamente dimostrata in campo etnografico (conkey, 2001).

51
Fatto cui deve ricollegarsi la sovra-rappresentazione dellapparato iconografico rupestre.
88
Questa lunga premessa ripercorre una lunga riflessione dello scrivente sulle possibili cause della mancanza,
nel Mesolitico italiano, di pratiche funerarie e di manifestazioni di arte parietale/mobiliare assimilabili a
quelle diffuse nella penisola nel corso del Tardoglaciale. Basti citare le eccezionali attestazioni epigravettiane
di Grotta Paglicci (FG), Grotta Romanelli (LE), Grotta delle Veneri di Parabita (LE) e Grotta Marisa (LE)
(creMonesi, 1992) in Puglia; Grotta del Romito (CS), in Calabria; Grotta di Levanzo (TP) nelle Isole Egadi
(MArtini, 1996; 2008; VigliArdi, 1996); Riparo Dalmeri (VI), Riparo Tagliente (VR) e Riparo Villabruna
A (BL) in Veneto (broglio e dAlMeri, 2005; DAlMeri et al., 2006); fino alla Caverna delle Arene Candide
(SV), nel Finalese (cArdini, 1980). Alla luce delle considerazioni sinora avanzate, sorgono quindi spontanei
alcuni quesiti. possibile che limpoverimento della cultura materiale rifletta un cambiamento nelle modalit
di relazione e comunicazione inter- o infra-tribali? Quali esigenze vennero meno? Quali le conseguenze
dellevoluzione ambientale postglaciale sulla territorialit delle trib dialettiche peninsulari? Pu una modifica
nelle strategie aver generato una ritualit diversa, non vincolata alla presenza di siti primari da un punto di vista
magico-religioso? Analoghi interrogativi sono stati sollevati da G.A. clArk (2004) per il Mesolitico di tutta
lEuropa meridionale.
per la complessiva scarsit di manufatti in materiale organico e di altri oggetti decorati o di ornamento
personale, pare inopportuno stabilire una connessione stilistica tra diverse aree italiane tra Preboreale e Atlantico
iniziale. Non conseguentemente possibile avviare il riconoscimento di identit e relazioni etniche sul territorio,
cos come proposto da R. newell et al. (1990) o da P. VAnhAeren e F. derrico (2006) rispettivamente per
il Mesolitico ed il Paleolitico Superiore di altre regioni europee. Prima di procedere nella ricerca di forzate
similitudini a lungo e lunghissimo raggio, si dovrebbe invece capire come e perch, durante lOlocene Antico,
si siano esaurite in Italia le forme e le esigenze paleolitiche di una comunicazione sociale mediata da elaborati
apparati iconografici. Una questione similare interessa poi la scarsit di sepolture nellarea di studio, 13 per tutto
il Mesolitico, nonch la sostanziale assenza di corredi funerari al loro interno. Come noto, questultimi sono
documentati solo in quattro casi: uno a Mondeval de Sora, contraddistinto in larga parte da un repertorio duso
quotidiano (AlciAti et al., 1992); tre alla Grotta dellUzzo, per le quali si segnalano soltanto due punteruoli in
osso e rarissime conchiglie forate (borgognini tArli et al., 1993; CollinA, 2006).
Come spiegare questa scarsa documentazione funeraria? tutto semplicemente riconducibile alla storia
e alla tipologia delle ricerche condotte? davvero sempre possibile giustificare le lacune esistenti con la
scomparsa della materia organica per fattori pedogenetici? Nel tentativo di inquadrare meglio il problema torna
nuovamente utile letnoarcheologia che, da tempo, ha sottolineato il nesso tra la presenza di sepolcreti e una
possibile crescita della territorialit dei gruppi umani relativi. Da un punto di vista ecologico, questa tendenza
al rapporto esclusivo con una determinata area di approvvigionamento sembrerebbe verificarsi in ambienti
caratterizzati da concentrazioni fisse di risorse altamente redditizie, capaci di sostenere un numero di abitanti
potenzialmente elevato (rowley-conwy, 2001). allora interessante osservare come, nellEuropa occidentale,
le sepolture collettive note si collochino tutte alle soglie della neolitizzazione e siano emerse soltanto lungo la
costa Atlantica o del Mar Baltico. Emblematici paiono gli esempi di Moita do Sebastio in Portogallo, Hodic e
Tviec in Bretagna o, ancora, Skateholm in Svezia, siti accomunati da una forte specializzazione sussistenziale
basata sulla pesca e la raccolta intensiva dei molluschi (fereMbAch, 1974; lArsson, 1984; 1988; zVelebil e
Rowley-conwy, 1986; lubell et al., 1989; AriAs e AlVrez-fernndez, 2004; blAnkholM, 2008; ZVelebil,
2008)
52
. Difficile dire se e perch, in quelle aree periferiche sia cambiato realmente qualcosa nel rapporto
trib-territorio durante il Mesolitico Recente, non potendo nemmeno escludere a priori che, nella stessa fascia
costiera, sepolcreti pi antichi siano stati sommersi dalla trasgressione marina postglaciale (Rowley-conwy,
2004). Ciononostante, alcuna manifestazione similare mai stata documentata in Italia per la stessa epoca.
Se vero che il miglioramento climatico olocenico favor nella penisola la diffusione della copertura
arborea e di una fauna pi ricca e diversificata, teoricamente possibile che si ponessero altres le condizioni
per una crescita della popolazione sostenibile a livello regionale. Come si visto per lAustralia del secolo
scorso, questo processo avrebbe potuto innescare una maggiore attitudine alla territorialit e allo sviluppo di
diversificazioni culturali. In realt, i dati archeologici sin qui presentati dimostrano esattamente il contrario.
Perch? Pur cadendo nel campo delle speculazioni, si potrebbe chiamare in causa la stessa evoluzione ambientale
postglaciale che, accompagnata da un ampliamento latitudinale e altitudinale dei territori antropizzabili,
potrebbe aver mantenuto bassi gli indici di densit demografica tra Boreale e Atlantico. Accettando questa

52
Nella ricostruzione dei fenomeni in esame, devono essere citate anche le sepolture e la ricchissima cultura materiale delle Porte
di Ferro, tra Serbia e Romania, lungo il corso del Danubio (bonsAll et al., 2002; Bori, 2005; Boronean e dinu, 2006; bonsAll,
2008).
89
ipotesi, lapparente uniformit tipologica delle industrie litiche, la scarsit di sepolture, corredi e oggetti in
materia dura animale, nonch lassenza di regionalizzazioni stilistiche nelle varie produzioni, potrebbero essere
riconducibili a due fattori: 1) la mancata necessit di una differenziazione culturale tra piccoli gruppi afferenti
a trib dialettiche molto diluite sul territorio, culturalmente permeabili e non in competizione tra loro sul piano
logistico; 2) lesistenza di una collaudata rete di contatti e scambi (di beni, informazioni e persone) funzionale
alla gestione dei rapporti sociali o alla salvaguardia delle strategie di sussistenza in circostanze sfavorevoli
(Moore, 1981). Per cause diverse, entrambi gli aspetti potrebbero anche aver convissuto, sebbene il teorico
aumento delle biomasse sfruttabili allinizio dellAtlantico induca a ipotizzare unampia autonomia delle singole
componenti sul territorio. Considerata la variet geografica e climatica della penisola comunque impossibile
avanzare uninterpretazione valida per tutta larea di indagine. Da un lato, infatti, le regioni meridionali non
dovettero conoscere i rapidi e drastici mutamenti floristici e faunistici del settore sud-alpino; dallaltro, ai fini
di uninterpretazione paleoeconomica, non rileva affatto la variet delle risorse potenzialmente disponibili in
una data area, quanto piuttosto la distribuzione e la concentrazione stagionale di quelle ritenute primarie o ad
alto rendimento (rowley-conwy, 2001). A riguardo, escludendo forse le fonti idriche perenni e gli affioramenti
selciferi attualmente noti, non si sapr mai abbastanza. La ricerca preistorica dovrebbe poi tenere a mente un
terzo fattore, legato allespansione tardo- e postglaciale della foresta e della fauna che le propria. Di fatto, ci
potrebbe aver favorito un utilizzo maggiore di supporti non silicei (rozoy, 1978), aumentando ipoteticamente
la mole di industrie su osso, corno di cervo e fibre vegetali obliterata per sempre da fattori pedogenetici.
Un aspetto chiave per la comprensione del mondo mesolitico rimane inoltre il suo dinamismo. Se larea
di approvvigionamento di una sola banda poteva mediamente estendersi per un raggio di 5-10 km (serVice,
1971; kelly, 1995), lo spazio culturale, mediato dal contatto tra gruppi diversi e dallo scambio di beni e idee,
poteva essere enormemente pi ampio e permeabile (tAborin, 2005; whAllon, 2008). Sebbene manchino in
Italia evidenze adeguate allaccertamento dellesistenza di territori tribali, positive suggestioni sullinterazione
sociale di allora sembrerebbero giungere dagli oggetti di provenienza geograficamente rintracciabile. Tra
questi, ad esempio, particolari tipi di rocce scheggiabili, cos come conchiglie marine prive di valore alimentare
e impiegate nella composizione di collane. In tal senso, significativo osservare la presenza di esemplari di
Cyclope neritea o Columbella rustica a centinaia di chilometri dalla costa adriatica di provenienza (borrello,
2004; Micheli, 2004), come nei ripari della Valle dellAdige e del Sarca, a Plan de Frea IV, in Val Gardena
(BZ) (Lunz, 1986) o al Sasso di Manerba (BS) (biAgi, 2007). Allo stesso modo, si ricordano i gasteropodi di
Latronico (dini et al., 2008), nonch rinvenimento di Lamellibranchi marini nel sito appenninico di Prato Grande
(PC) (ghiretti, 2003). A fronte di una produzione litica basata di norma su materia prima locale, non meno
interessante pare la scoperta di frammenti di quarzo ialino delle Alpi Aurine e della Carinzia rispettivamente
nel Trentino Meridionale (Riparo Gaban, Moletta Patone, Dos de La Forca e Terlago) (broglio e lunz, 1983) e
nel Friuli sud-orientale (Riparo di Biarzo e Corno di Rosazzo Loc. Gramogliano) (guerreschi, 1996; pessinA
e bAssetti, 2006)
53
. A ci si aggiungono gli elementi silicei delle Prealpi Venete rinvenuti in Garfagnana
(Isola Santa strato 4a), lungo lo spartiacque appenninico settentrionale (Lama Lite II, Corni Piccoli, Monte
Bagioletto Alto) e in altri siti emiliani (Gazzaro, Pescale) (biAgi et al., 199; Ghiretti, 2003; FerrAri et al.,
2005; dini et al., 2006) o, ancora, la condivisione di arponi similari tra i due versanti delle Alpi (bAndi et al.,
1963; wyss, 1966; 1976; leitner, 1983; cupillArd e perrenoud-cupillArd, 2000; broglio, 2002). Al di
l di questi casi emblematici, dunque evidente che gli oggetti alloctoni suggeriscano idee e riflessioni che
trascendono dalla ricerca di mere affinit stilistiche nella cultura materiale. Per questo, ogni serio tentativo di
ricostruzione della mobilit degli ultimi cacciatori-raccoglitori e delle loro relazioni intra- e intertribali non
dovrebbe mai fermarsi alla sola distribuzione dei siti (higgs e VitA-finzi, 1972; gAMble, 1982; 1998; Rozoy,
1998a; fedele, 1999b; whAllon, 2008).

53
Allo stesso tempo, non mancherebbero attestazioni di litotipi silicei veneto-trentini a nord dello spartiacque alpino
(leitner, 1997).
91
CAPITOLO IV
4. UNO SGUARDO NUOVO ALLA TIPOLOGIA LITICA DEL MESOLITICO RECENTE ITALIANO
4.1. le ragioni di un aPProFondiMento
Osservando la cultura materiale del Mesolitico Recente italiano, nel quadro dei fenomeni in atto nel
continente tra Boreale e Atlantico, sorge spontanea la necessit di affrontare lo studio delle sole industrie
litiche ad una scala di dettaglio maggiore, capace di testarne lapparente omogeneit tecno-tipologica sul
territorio e, conseguentemente, di far emergere differenziazioni regionali ad oggi sconosciute. Con la ricerca
di analogie e divergenze essenziali tra le collezioni di riferimento si potrebbero inoltre scoprire eventuali
peculiarit culturali della penisola rispetto ai territori limitrofi, ponendo cos le condizioni per una revisione
critica dellapplicabilit del termine Castelnoviano ad ogni sito di questa fase preistorica.
Alla luce della storia delle ricerche in Francia e in Spagna, questa parte del lavoro deve essere affrontata
attraverso lanalisi tipologico-tipometrica e statistica di quei manufatti che da sempre, nellEuropa meridionale,
identificano le tradizioni pre-neolitiche dellAtlantico iniziale, offrendo agli studiosi una variabilit morfologica
tale, nel tempo e nello spazio, da renderne riconoscibili levoluzione e le caratterizzazioni locali. Si tratta dei
grattatoi, delle lame/lamelle ritoccate e, naturalmente, delle armature microlitiche, regolarmente maggioritari
anche nei principali complessi litici dellarea di studio.
Nel tentativo di migliorare le conoscenze sulle pi diffuse e caratterizzanti testimonianze degli ultimi
cacciatori-raccoglitori, lanalisi proposta ha condotto alla selezione di alcune collezioni-tipo da avviare ad
un confronto tipologico a lungo raggio. A questo scopo, sono stati presi in esame i depositi sistematicamente
scavati, scegliendo tra questi i pi rappresentativi di differenti contesti regionali. La loro preferenza si basata
in primis sullaffidabilit delle ricerche rispettivamente condotte, cos come evincibili dai dati pubblicati,
unitamente alla disponibilit di datazioni radiocarboniche. In secondo luogo, si guardato alla dislocazione
geografica del sito, cosicch lesame comparativo potesse coprire la pi ampia area geografica possibile. La
scelta finale quindi ricaduta sugli strumentari quantitativamente pi ricchi tra quelli accessibili, provenienti
dalla Grotta Azzurra di Samatorza (Duino-Aurisina, TS), da Pradestel (TN), Sopra Fienile Rossino (Serle, BS)
Lama Lite II (Ligonchio, RE) ed, infine, dalla Grotta 3 di Latronico (PZ). Poich priva di dati di cronologia
assoluta, il solo insediamento a non soddisfare momentaneamente tutte le condizioni citate la Grotta Azzurra
(CAnnArellA e creMonesi, 1967; CreMonesi et al., 1984a; ciccone, 1992), il primo sito del Carso Triestino
in cui fu storicamente ammessa unoccupazione mesolitica, e divenuto, a partire dai primi anni 60, la serie
stratigrafica di riferimento per tutto il territorio giuliano
54
. Pur considerandone limportanza nella storia delle
ricerche, la sua scelta tuttavia legata allaccessibilit del complesso litico. Nellarea, infatti, una sequenza
altrettanto interessante sarebbe stata quella della Grotta Benussi (broglio, 1971; Andreolotti e gerdol, 1973;
Alessio et al., 1983), non soltanto per la collezione rinvenuta (stando ai dati editi), ma anche per le datazioni
14
C ad essa associate. Sfortunatamente, i materiali archeologici di questa cavit non risultavano accessibili
55
.
Nella Valle dellAdige, il riparo di Pradestel stato selezionato soprattutto per lomogeneit delle
industrie castelnoviane rispetto ad altri ripari della Conca di Trento (biAgi, 2001). Per la fase culturale in
esame, infatti, esso sembrerebbe restituire una sequenza stratigrafica pi chiara e affidabile di Romagnano
III (broglio e KozowsKi, 1983) e del Riparo Gaban (KozowsKi e dAlMeri, 2000; perrin, 2005), i cui
livelli mesolitici apicali risultano rimaneggiati, in entrambi i casi, dalle successive frequentazioni neolitiche
o da altri fattori naturali (BiAgi e spAtAro, 2001). Le industrie litiche di Pradestel, rimaste inedite per oltre
trentanni dal loro recupero (bisi et al., 198; dAlMeri et al., 2008), sono state inoltre preferite a quelle
degli altri giacimenti atesini per la possibilit di aggiungere alle conoscenze gi acquisite per larea nuovi
elementi di confronto.

54
tuttavia doveroso menzionare lattuale esecuzione di una serie di datazioni sullintera sequenza mesolitica della cavit triestina,
con la quale sar possibile far luce sullevoluzione della tradizione litica locale tra Mesolitico Antico e Recente (biAgi, com. pers.
2010).
55
Apparentemente, anche la Grotta della Tartaruga (CreMonesi, 1967; 1984a) poteva offrire un complesso litico utile ai fini della
ricerca, caratterizzato peraltro dal pi alto numero di trapezi in tutto il Carso Triestino. La scelta non tuttavia ricaduta su questo sito
per due motivi essenziali: 1) La mancata setacciatura ad acqua dei sedimenti, con le prevedibili conseguenze nella struttura interna al
gruppo delle armature; 2) Lirreperibilit degli stessi materiali archeologici.
92
Ampliando lo sguardo verso est e verso sud, la scelta dei complessi provenienti dalle stazioni di Sopra
Fienile Rossino, sullAltipiano di Carideghe (Prealpi Bresciane) (Accorsi et al., 198)
56
e di Lama Lite
II, sullAppennino Tosco-Emiliano (cAstelletti et al., 196; Notini, 1983), si basata essenzialmente
sullattendibilit delle ricerche rispettivamente condotte.
Il coinvolgimento della Grotta 3 di Latronico nellanalisi (CreMonesi, 1978b; 1987-88; terenzi, 1994; tozzi,
1996; Dini et al., 2008) infine riconducibile allo stato della ricerca sul campo nellItalia centro-meridionale.
Di fatto, nellintera area, il sito lucano il solo ad aver restituito una ricca serie pre-neolitica comprovata da
datazioni radiocarboniche
5
. La sua notevole collezione rappresenta quindi lunico vero elemento di confronto
con le coeve industrie litiche settentrionali (grifoni creMonesi, 2002).
Individuati i siti campione, si proceduto alla determinazione della metodologia pi utile al raggiungimento
degli obiettivi fissati. Ci ha immediatamente posto in evidenza come i siti prescelti non fossero mai stati
comparati tra loro a livello di tipi secondari (lAplAce, 1964; 1968), il solo in grado di trascendere le differenze
strutturali e porre le condizioni per un confronto tipologico di dettaglio. Conseguentemente, il primo passo
verso una migliore comprensione delle tradizioni del Mesolitico Recente italiano doveva e poteva essere
compiuto in quella inesplorata direzione.
Al di l dei risultati raggiunti, la ricerca non ha mai avuto la presunzione di cogliere autentiche territorialit
tribali attraverso le sole industrie litiche, quanto piuttosto di evidenziare le tendenze tipologiche generali e la
distribuzione geografica di alcune peculiarit stilistiche. Non si pu ignorare che nella forma e nella materia
prima dei reperti archeologici la capacit si nascondano pur sempre significati simbolici o messaggi ben
codificati allinterno della societ che li ha prodotti, come suggerito da numerosi casi etnografici (torrence,
2001). Per gli Aborigeni australiani, ad esempio, determinate fonti di selce non soltanto erano cariche di forze
soprannaturali, ma erano altres accessibili da pochissime persone che, attraverso lestrazione rituale della
pietra, la sua lavorazione e lutilizzo esclusivo degli oggetti da questa ricavati, legittimavano e perpetuavano il
proprio prestigio sociale (Jones e white, 1988; tAon, 1991). Altrettanto interessante il caso dei Boscimani
!Kung San del Deserto del Kalahari (Africa sud-occidentale), contraddistinti da una produzione di punte di
freccia e perline finalizzata allespressione dellidentit del singolo allinterno del gruppo o alla gestione
delle relazioni etniche ed economiche tra gruppi differenti (vedi lo scambio hxaro) (Wiessner, 1983; 1984).
A riguardo, P. wiessner (1997) ha inoltre rilevato come il potere informativo legato a determinati manufatti
non fosse costante nel tempo, bens proporzionale alle esigenze e alle condizioni che ne avevano giustificato
la produzione iniziale.
Stando a questi esempi, dunque accettabile che, anche nel Mesolitico, lo stile di uno strumento potesse
rappresentare in s una forma di comunicazione sociale non verbale, portatrice cio di implicite informazioni
su e per chi lo aveva confezionato (gendel, 1989). Resta tuttavia difficile valutare tali aspetti sul piano
archeologico. Varie ricerche hanno gi ampiamente dimostrato la difficolt di riconoscere significati, identit
e confini socio-culturali attraverso i soli manufatti in selce, pur costituendo questi le uniche attestazioni
generalmente disponibili per un confronto interregionale (jochiM, 2000)
58
. stato infatti dimostrato come
strumentari diversi provenienti da siti contemporanei, divergenti cio sul solo piano strutturale, possano riflettere
sia attitudini funzionali, strategie e stagioni di frequentazione altrettanto eterogenee, sia condizionamenti
tecnologici derivanti dalla materia prima impiegata e dalle tecniche di scheggiatura (bietti, 1981; Newell et
al., 1990). Tralasciando le particolarit topografiche di ciascun insediamento, ogni valutazione sulle relazioni
tra due o pi collezioni dovrebbe inoltre tener conto dei criteri di scavo applicati ai rispettivi depositi di
provenienza (la determinazione dei tagli, lampiezza planimetrica della trincea, il vaglio ad umido dei suoli
scavati ecc), nonch della durata delloccupazione da esse effettivamente rappresentata (JArMAn, 1972).
Entrambi i fattori potrebbero acuire erroneamente le differenze tra i complessi litici studiati, anche se prodotti
da esponenti di unidentica tradizione culturale. Queste variabili hanno messo in guardia lautore da ogni
sopravvalutazione della sola classificazione tipologica, ridimensionando altres le aspettative derivanti da un
mero confronto statistico tra supporti ritoccati. Fino allultimo, non potendo naturalmente contare su depositi

56
In Lombardia, il sito di Sopra Fienile Rossino stato preferito a quello alpino dei Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997),
anchesso datato al radiocarbonio, semplicemente per la maggiore ricchezza del suo strumentario.
5
Lo stesso non si pu invece affermare per la Grotta dellUzzo (TP) (tAgliAcozzo, 1993; MAnnino et al., 2006), datata ma priva di
una collezione litica altrettanto ricca (e comunque del tutto inedita e irreperibile), e per il Riparo Ranaldi (PZ) (BorzAtti Von lwer-
stern, 1971), caratterizzato da una buona collezione ma senza dati di cronologia assoluta.
58
Migliori potenzialit verso una ricostruzione dellidentit etnico-culturale di un territorio sono state individuate negli oggetti di arte
mobiliare o di ornamento (newell et al., 1990; VAnhAeren e derrico, 2006), tuttavia rarissimi tra le attestazioni archeologiche del
Mesolitico Recente italiano.
93
archeologici similari per posizione geografica, metodi di scavo e titolari delle ricerche, i manufatti sono stati
presi in esame quale aspetto parziale di fenomeni molto pi ampi, fotografie estemporanee di gruppi umani e
fasi culturali in continua evoluzione.
Alla luce delle limitazioni appena esposte, il confronto tra i siti campione stato avviato come un tentativo
rischioso, il cui successo sembrava tuttavia garantito dalla possibilit di restituire una visione comunque
inedita e aggiornata della produzione litica del Mesolitico Recente italiano. Da un lato, lanalisi poteva infatti
confermare idee gi da tempo diffuse sul quadro culturale in esame, dallaltro, far eventualmente affiorare
inaspettati elementi di novit. I paragrafi che seguono, riguardanti rispettivamente la metodologia applicata
nello studio delle industrie e la storia delle ricerche archeologiche sui depositi archeologici selezionati,
introducono ai risultati raggiunti e ad una loro valutazione comparativa.
4.2. Metodologia
Previa autorizzazione delle Soprintendenze per i Beni Archeologici competenti per territorio, unitamente
a quella delle istituzioni accademiche o degli enti museali titolari delle ricerche condotte nei 5 siti scelti, le
collezioni litiche sono state prese in esame nel loro attuale stato di conservazione attuale presso i rispettivi
luoghi di giacenza: Dipartimento di Scienze Archeologiche dellUniversit degli Studi di Pisa (Grotta Azzurra e
Grotta 3 di Latronico); Museo Tridentino di Scienze Naturali (Pradestel); Musei Civici di Reggio Emilia (Lama
Lite II); Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia (Sopra Fienile Rossino). Tenendo fede allobiettivo di
approfondire selezionati aspetti della tradizione litica del Mesolitico Recente italiano, questa parte della ricerca
esordita con la revisione integrale dei singoli complessi litici, sia per verificarne i quantitativi rispetto ai dati
ufficiali, sia per isolare i manufatti dinteresse e svincolarli da precedenti criteri classificatori. Rispondendo
alla volont di gettare uno sguardo totalmente nuovo sugli strumentari di tipo castelnoviano, nel corso della
verifiche progressivamente maturata la convinzione di inserire nellanalisi soltanto i reperti direttamente
visionabili, senza ricorrere ad interpretazioni di seconda mano estrapolabili da disegni e dalle strutture
tipologiche pubblicate.
Individuati per ciascun sito i grattatoi, i supporti laminari ritoccati e le armature, si quindi proceduto
alla loro documentazione grafica a mano, funzionale alla creazione di un primo record di supporto alla
classificazione tipologica e alla successiva illustrazione dei reperti studiati. Parallelamente, per ciascun
manufatto sono state rilevate le misure utili ad unanalisi tipometrica di base: lunghezza, larghezza e spessore.
Secondo i criteri tradizionali, queste misurazioni sono state effettuate orientando gli strumenti secondo il
proprio asse di percussione, facendo coincidere la lunghezza con la dimensione massima ad esso parallela e
la larghezza con quella massima perpendicolare. Come spessore stato sempre considerato quello assoluto di
ogni pezzo (bAgolini, 1968; lAplAce, 1968).
Per lanalisi dei manufatti selezionati stata utilizzata la lista tipologica ideata da A. broglio e S.K.
KozowsKi (1983) sulla base delle industrie mesolitiche di Romagnano III (di seguito abbreviata in BK83).
Questa decisione derivata inizialmente dalla specificit della stessa rispetto alla fase preistorica e ai territori
studiati. Allo stesso tempo, si voleva far dialogare i risultati conseguiti con quelli provenienti dal Riparo Gaban
(TN), da Isola Santa (LU) e dalla Grotta Marisa (LE), recentemente pubblicati secondo una metodologia
analoga (KozowsKi e DalMeri, 2000; s.K. KozowsKi et al., 2003; 2004)
59
.
Da un punto di vista strettamente analitico, la lista tipologica proposta per il Mesolitico della Valle
dellAdige sembrava prestarsi facilmente ad un confronto dettagliato tra siti geograficamente diversificati.
Nella fattispecie, essa propone una divisione dei supporti ritoccati in due grandi categorie, strumenti comuni
e armature, cos identificate sulla base di specifici criteri dimensionali e morfotecnici. Al loro interno, la
ripartizione dei manufatti organizzata per Gruppi tipologici, ciascuno dei quali composto da una lista di Tipi
predeterminati e codificati alfa-numericamente, raccolti per Classi e rispondenti a combinazioni fisse di tratti
caratterizzanti (rapporti L/l, spessore, forma, posizione e profondit del ritocco ecc). Siffatta impostazione
offriva dunque criteri classificatori pi oggettivi di quelli derivanti dalla tradizionale metodologia Laplace.
Questultima, infatti, dopo una ripartizione preliminare dello strumentario per Tipi primari, prevedrebbe un
intervento diretto dello studioso nella determinazione delle loro varianti stilistiche, attraverso una personale
identificazione/creazione dei cosiddetti Tipi e sotto-Tipi secondari (teoricamente diversi da sito a sito). La

59
Si deve aggiungere che la lista BK83 stata ultimamente sfruttata anche nelledizione preliminare delle collezioni mesolitiche
di Pradestel (dAlMeri et al., 2008) e della Grotta 3 di Latronico (Dini et al., 2008), avvenuta durante lelaborazione di questo stesso
lavoro.
94
stilizzazione tipologica presente nella lista BK83, secondo modelli convenzionali sistematicamente applicabili
a complessi litici diversi, sembrava invece limitare quel margine di soggettivit, presentando riferimenti
analitici in grado non soltanto di superare la genericit dei soli Tipi primari francesi, ma di rendere anche al
lettore le peculiarit e la forma esatta dello strumento descritto. Attraverso i tipi predeterminati proposti da A.
Broglio e S.K. Kozowski era inoltre possibile descrivere dettagli tipometrici apparentemente inesprimibili
dalla tipologia Laplace.
Nel corso dellanalisi, la lista BK83 ha messo tuttavia in evidenza alcuni limiti, derivanti primariamente
dalla sua strutturazione intorno al solo record di Romagnano III. Mancando al suo interno diverse varianti
riconosciute nei cinque siti a confronto, ne stata dunque ampliata lapplicabilit geografica attraverso
opportune integrazioni. Questa possibilit era offerta dalle caratteristiche stesse della lista, la cui organizzazione
secondo riferimenti fissi e non gerarchizzati sembrava, per sua natura, prestarsi ad estensioni successive. Per
conservarne al massimo lintegrit originale e non deviare dalle intenzioni metodologiche dei suoi ideatori,
non si mai puntato alla creazione di Classi tipologiche propriamente inedite, bens allisolamento e alla
codifica delle principali varianti stilistiche dei tipi preesistenti mediante laggiunta di suffissi alfabetici (A,
B, C, D, .). In tal senso, il precedente era rappresentato dalle integrazioni avanzate da S.K. KozowsKi e
G. dAlMeri (2000) per le industrie mesolitiche del Riparo Gaban, di cui si tenuto conto e sulle quali stato
impostato laggiornamento qui proposto:
Grattatoi:
A 1B: grattatoio integro, su lama o lamella, con fronte a muso o tendente al muso;
A 2A: grattatoio integro, su lama o lamella, a ritocco laterale denticolato;
A 2B: grattatoio integro, su lama o lamella, con ritocco laterale e fronte a muso o tendente al muso;
A 5A: frammento di grattatoio lungo o corto, su lama o lamella, con fronte a muso o tendente al
muso;
A A: frammento di grattatoio, su lama o lamella, con ritocco laterale diretto o inverso e fronte molto
arcuata;
A B: frammento di grattatoio, su lama o lamella, con ritocco laterale e fronte a muso o tendente al
muso;
A 11A: grattatoio integro, su lama o lamella, talora spessa, con fronte arcuata obliqua e ritocco laterale
denticolato;
A 1A: grattatoio integro, su lama o lamella, con fronte ogivale e ritocco laterale lineare o denticolato,
continuo o parziale;
A 28A: grattatoio con fronte a spalla o tendente alla spalla, su lama;
A 34A: tipo 34 su scheggia spessa;
A 3A: tipo 3 con un lato ritoccato;
A 42A: tipo 42 con un lato ritoccato;
A 42B: tipo 42 su scheggia spessa e a tallone stretto;
A 46A: tipo 46 senza lato ritoccato;
A 46B: tipo 46 su scheggia spessa;
A 54A: grattatoio di forma circolare o subcircolare, su scheggia o su calottina corticata di ciottolo,
generalmente a ritocco parziale o discontinuo;
A 54B: grattatoio circolare o subcircolare su scheggia spessa;
A 58A: tipo 58 allungato: ia 1,5;
A 59B: tipo 59 allungato: ia 1,5 e su scheggia spessa;
A 63A: tipo 63 con un lato ritoccato, anche su scheggia spessa.
Osservazioni
Per questo gruppo tipologico si ricorso alle Classi VI A (frammenti di grattatoi su lama) e XVII (frammenti
di grattatoi su scheggia) solo nei casi di assoluta incertezza, dando in genere pi peso caratterizzante alla natura
del supporto residuo e, ove visibile, alla forma del margine duso. Diversamente da quanto proposto dalla lista
BK83, non tutti i frammenti sono parsi classificabili in modo sommario. Considerando lalta percentuale di
esemplari frammentari, lutilizzo indiscriminato delle classi VI A e XVII avrebbe peraltro falsato la struttura
95
tipologica dei grattatoi analizzati. Tra i riferimenti classificatori aggiunti, si sottolineano in particolare quelli
della Classe I, necessari per lassenza di tipi cui riferire i grattatoi su lama/lamella con fronte a muso o tendente
al muso. Speciale menzione merita altres la variante su calottina di ciottolo tra i tipi circolari o subcircolari
(Classe XIII), nata per accertarne la sospetta diffusione nellItalia nord-orientale.
Lame/Lamelle ritoccate:
E 1A: tipo E 1 con ritocco unilaterale marginale o inframarginale;
E 2A: tipo E 2 con ritocco bilaterale marginale o inframarginale;
E 2B: tipo E 2 con ritocco lineare opposto a ritocco denticolato o ad un incavo;
E 5A: tipo E 5 con incavo o incavi isolati a ritocco marginale;
E 6A: tipo E 6 con incavi bilaterali a ritocco marginale.
Osservazioni
Per limitare laggiunta di nuovi tipi, specie nei casi in cui sussistessero combinazioni tipologiche non
esplicitamente contemplate dai riferimenti disponibili, si dato sempre la precedenza al carattere morfo-tecnico
predominante. Poich gi contemplato come tratto generico in BK83, lorientamento del ritocco (diretto,
inverso o misto) non ha costituito elemento fondante per la creazione di nuove varianti stilistiche. Analogo
il discorso valso per le caratteristiche del ritocco lineare, normalmente semierto. Attraverso laggiunta del
suffisso A ai tipi preesistenti, si voluto invece isolare una caratteristica piuttosto diffusa sui supporti
laminari del Mesolitico Recente europeo (Rozoy, 1968; 1978a), bench poco approfondita dallarcheologia
preistorica italiana: la presenza di unelaborazione marginale o inframarginale, spesso riconducibile ad un
utilizzo funzionale delle lame da non ritoccate
60
.
Ai tipi E 1 ed E 2, gi contemplando in s una tendenza al ritocco denticolato, sono state rispettivamente
riferite le lame E ed E 8 a ritocco marginale. Questo approccio semplificante non stato applicato alle lame
E 5 ed E 6, per le quali, attraverso le varianti E 5A ed E 6A, si voluto assegnare allincavo isolato un valore
tipologico indipendente dalla profondit del ritocco. Parallelamente, al tipo E a ritocco profondo si sono riferite
le lame ad incavo unilaterale in continuit con un ritocco semplice, erto e semi-erto (profondo o marginale)
sullo stesso bordo, mentre con il tipo E 8 canonico si proceduto alla classificazione delle lame recanti un
ritocco laterale denticolato opposto ad un incavo isolato. Come stabilito dalla lista BK83, la classificazione dei
supporti laminari ritoccati ha chiamato in causa i tipi U3 e U4 solo in presenza di microlamelle a ritocco lineare
marginale o inframarginale (erto o semierto). Ove osservabile un ritocco tendente al denticolato o un incavo
marginale, indipendentemente dalle dimensioni del manufatto, si comunque ricorso ai tipi del gruppo E.
Previo controllo mirato delle collezioni, sono stati espunti dallanalisi tutti gli incavi adiacenti a frattura,
qui intesi come i frammenti di lama/lamella recanti un incavo o incavi interrotto dalla frattura stessa del
supporto.
Armature:
Punte su lama o su scheggia laminare
N 8A: punta a due dorsi asimmetrici, parziali o totali, rettilinei o convessi, con punta nella parte distale
del supporto.

Punte a dorso
O 1A: microlito a due punte e un dorso similare al tipo O 1, ma con bordi leggermente
asimmetrici.

60
Ipotesi analoghe sono state ultimamente avanzate anche da M. dini et al. (2008) per le lame ritoccate della Grotta 3 di Latronico,
ma gi negli anni 60, D. cAnnArellA e G. creMonesi (1967: 316) segnalavano probabili tracce di strumenti ad incavo sulla superfi-
cie di alcuni manufatti in osso e corno cervino della Grotta Azzurra.
96
Segmenti
P 8A: segmento a dorso sinusoidale del tipo P 8, a ritocco marginale.
Dorsi e troncatura
Q 5A: microlito a due dorsi e troncatura del tipo Q 5 con dorsi parzialmente ritoccati;
Q 6A: microlito a due dorsi e due troncature del tipo Q 6 con uno dei due dorsi parzialmente
ritoccato.
Triangoli
R 1A: triangolo scaleno lungo a base lunga del tipo R 1 con il pi lungo dei due lati ritoccati
leggermente convesso o ad andamento sinuoso;
R 18A: triangolo scaleno lungo a base lunga del tipo R 18 con terzo lato parzialmente ritoccato
leggermente convesso o ad andamento sinuoso;
R 19A: triangolo scaleno lungo a base lunga del tipo R 19 con secondo lato ritoccato leggermente
convesso o ad andamento sinuoso;
R 21A: triangolo scaleno lungo a base lunga ed estremit ottusa del tipo R 21, molto allungato (ia 4);
R 24A: frammento di triangolo scaleno lungo a base lunga del tipo R 24, ma con terzo lato parzialmente
ritoccato;
R 25A: triangolo scaleno lungo a base corta similare al tipo R 25 ma molto allungato (ia 4), con
angolo tra i due lati ritoccato compreso tra 90 e 120;
R 26A: triangolo scaleno lungo a base corta del tipo R 26, con terzo lato parzialmente ritoccato
leggermente convesso o ad andamento sinuoso;
R 2A: triangolo scaleno lungo a base corta del tipo R 2, con terzo lato leggermente convesso o ad
andamento sinuoso;
R 29A: triangolo scaleno lungo a base corta ed estremit ottusa del tipo R 29, con terzo lato parzialmente
ritoccato.
Trapezi
T 3A: trapezio asimmetrico a basi decales con piccola troncatura (base) concava e grande troncatura
convessa o rettilinea;
T 3B: trapezio asimmetrico a basi decales con piccola troncatura (base) concava e grande troncatura
concava;
T 3C: tipo T 3A allungato (ia >1,5);
T 3D: tipo T 3B allungato (ia >1,5);
T 4A: trapezio asimmetrico lungo a base normale del tipo T 4, con grande troncatura convessa o
rettilinea;
T 4B: trapezio asimmetrico lungo a base normale del tipo T 4, con grande troncatura concava;
T 5A: trapezio asimmetrico lungo a base quasi normale, leggermente obliqua, del tipo T 5 con grande
troncatura convessa o rettilinea;
T 5B: trapezio asimmetrico lungo a base quasi normale, leggermente obliqua, del tipo T 5 con grande
troncatura concava;
T A: trapezio asimmetrico corto a base normale del tipo T , con grande troncatura convessa o
rettilinea;
T B: trapezio asimmetrico corto a base normale del tipo T , con grande troncatura concava;
T 8B: trapezio asimmetrico molto corto a base normale del tipo T 8, con grande troncatura convessa
o rettilinea;
T 8C: trapezio asimmetrico molto corto a base normale del tipo T 8, con grande troncatura
concava;
T 8D: trapezio asimmetrico molto corto similare al tipo T 8, ma con piccola troncatura (base) normale
rettilinea e grande troncatura convessa o rettilinea;
9
T 8E: trapezio asimmetrico molto corto similare al tipo T 8, ma con piccola troncatura (base) normale
rettilinea e grande troncatura concava;
T 9A: trapezio asimmetrico a base obliqua concava del tipo T 9, allungato (ia >1,5)
T 9B: trapezio asimmetrico a base obliqua concava similare al tipo T 9, con grande troncatura
rettilinea;
T 9C: trapezio asimmetrico a base obliqua concava similare al tipo T 9, ma con grande troncatura
rettilinea e allungato (ia >1,5);
T 10A: trapezio asimmetrico a base obliqua concava del tipo T 10, allungato (ia >1,5);
T 11A: trapezio simmetrico a troncature concave del tipo T 11, allungato (ia >1,5);
T 12B: trapezio simmetrico a troncature rettilinee del tipo T 12, allungato (ia >1,5);
Nuova classe VII: trapezi asimmetrici a piccola troncatura (base) obliqua rettilinea:
T 14: trapezio asimmetrico a piccola troncatura (base) obliqua rettilinea e grande troncatura rettilinea
o convessa;
T 14A: trapezio asimmetrico a piccola troncatura (base) obliqua rettilinea e grande troncatura
concava;
T 15: similare al tipo T 14 ma allungato (ia >1,5);
T 15A: similare al tipo T 14A ma allungato (ia >1,5).
Punte e lamelle a ritocco erto marginale
U 3A: lamella a ritocco erto marginale totale su due bordi;
U 4A: lamella a ritocco erto marginale parziale, mesiale o distale.
Osservazioni
Nei casi dubbiosi, o in presenza di pi tratti caratterizzanti su un singolo esemplare, la precedenza
stata data al principale tra questi, preferendo sempre una classificazione attraverso i tipi gia esistenti. Come
precedentemente accennato, laggiunta delle varianti stilistiche stata condotta tenendo conto degli innesti
alla lista da parte di S.K. KozowsKi e G. dAlMeri (2000), seguendo un ordine logico e intervenendo solo dove
strettamente necessario (vedi nuova classe VII nei trapezi).
Il carattere discriminante prescelto per la separazione dei triangoli a base ottusa dai dorsi e troncatura stato
il parallelismo dei bordi del manufatto, pur ammettendo un certo margine di soggettivit. Ove osservabile una loro
convergenza, anche lieve, si sistematicamente favorito lindividuazione di geometrici, anche in presenza del bulbo
del supporto. Nel caso della Grotta Azzurra, si vedr, questa scelta pu aver modificato la struttura delle armature
rispetto a quella pubblicata da A. ciccone (1992), basata sui riferimenti analitici di G. lAplAce (1964; 1968)
Per le punte a due dorsi si fatto ricorso ai generici tipi S6 ed S11 solo nei casi in cui non si osservasse alcun
traccia di morfologie pi specifiche, prestando particolare attenzione alla forma della base/punta prossimale.
Nella classificazione dei trapezi si voluto utilizzare il tipo generico T 13 solo in mancanza di una delle
due troncature. Essendo pi spesso presente la troncatura inferiore, normale od obliqua, tali esemplari non
sono mai stati interpretati come frammenti di troncature su supporto laminare (tipi D1-5 in BK83).
Lassenza quasi totale di romboidi (tipi T 1 e T 2) nelle collezioni a confronto non ne ha incoraggiato la
suddivisione secondo landamento delle troncature (concavo, rettilineo o convesso). Nella stessa Classe I,
cos come ideata da A. Broglio e S.K. Kozowski, non si individuava tuttavia alcuna differenziazione tra le
forme romboidali in senso stretto (con troncature a orientamento parallelo e basi equivalenti) e quelle a basi
semplicemente sfalsate (o decalles). Sia per le caratteristiche di questultime, peraltro ben codificate dal
G.E.E.M (1969), sia per la loro frequenza tra le armature analizzate, si invece deciso di approfondirne lo studio
attraverso i nuovi tipi T 3A-D. Nelle restanti Classi, lesasperata ricchezza di varianti stilistiche derivata altres
dalla volont di scoprire ogni ricorrenza morfo-tecnica tra i siti campione. In particolare, nei trapezi rettangoli
si osservato landamento della troncatura superiore e sono stati aggiunti nuovi riferimenti per gli esemplari
a troncatura inferiore normale rettilinea. Allo stesso modo si proceduto nelle altre forme asimmetriche e
in quelle simmetriche, per le quali ci si altres soffermati su aspetti tipometrici originariamente trascurati
dalla tipologia atesina, come la maggiore o minore tendenza allallungamento (ia1,5). Unica eccezione alla
98
metodologia descritta, tendente a preservare la struttura originaria della lista BK83, rappresentata dallaggiunta
della Classe VII, resasi necessaria per includere alcune varianti documentate nella sola Grotta 3 di Latronico.
In sede di impostazione metodologica emersa una parziale divergenza tra la terminologia geometrica
impiegata in BK83 e quella classica del G.E.E.M (1969)
61
. Riallineando la classificazione alla nomenclatura
tradizionale, la creazione delle nuove varianti tipologiche ha dunque suggerito la sostituzione del termine
punta con grande troncatura o troncatura superiore, mentre il termine base, virgolettato ad indicarne
laccezione erronea, stato mantenuto solo se gi fissato nel tipo preesistente in BK83. Ove possibile, esso ha
lasciato spazio alla parola piccola troncatura o troncatura inferiore, intendendo pi correttamente per basi
i bordi laterali dellarmatura trapezoidale.
Poich assolutamente ininfluenti ai fini di un confronto tipologico-statistico, i frammenti indeterminabili
di armatura (gruppo W) sono stati totalmente esclusi dallanalisi.
A parit di gruppo tipologico, le scelte metodologiche operate possono aver prodotto discrepanze tra
i quantitativi studiati e quelli ufficialmente noti per ciascun sito, soprattutto nella categoria delle armature.
Ciononostante, si sottolinea che lo scopo di questa parte della ricerca non risiedeva nello studio integrale ed
esaustivo delle collezioni tratte in causa, bens la scoperta di analogie o differenze stilistiche di dettaglio tra
cinque diverse aree peninsulari. Poich ogni criterio prescelto ha risposto a questa finalit primaria, non si
tenuto quindi conto n dei rapporti tra strumenti comuni e armature, da rimandarsi a lavori gi pubblicati o
in corso di pubblicazione, n della struttura interna ai singoli strumentari. Al contempo, sono stati trascurati
altri aspetti pi strettamente tecnologici (tecniche di scheggiatura, materie prime, usure), pur conoscendone le
potenzialit archeologiche nella definizione della geografia culturale mesolitica.
Lanalisi tipologica dei manufatti stata accompagnata dalla compilazione di un accurato database, suddiviso
per siti e categorie litiche. Al suo interno, ogni strumento stato associato al proprio codice di classificazione
e alle misure essenziali (lunghezza, larghezza e spessore). Per i grattatoi, complessivamente inferiori agli altri
manufatti esaminati, non si voluto raccogliere ulteriori dati a fini statistici. Diverso il discorso per le pi
abbondanti lame/lamelle ritoccate, delle quali stato sondato ogni dettaglio morfo-tecnico in grado di restituire
ricorrenze offuscate dalla stilizzazione per tipi. stato cos rilevato il lato ritoccato nei tipi unilaterali (destro o
sinistro), la posizione delle elaborazioni sui bordi del supporto e lorientamento del ritocco (diretto, inverso o
misto). Convenzionalmente, negli esemplari frammentari il ritocco stato descritto come prossimale in presenza
del bulbo sul supporto, distale in assenza della sola porzione prossimale, mesiale in tutti gli altri casi. A questa
norma generica, hanno fatto eccezione i pezzi privi dellestremo lembo distale del supporto o di una frazione
del bulbo/tallone, considerati integri. Per le stesse lame, ripercorrendo levoluzione del dbitage tra Preboreale e
Atlantico nellEuropa meridionale, si voluto infine rilevare il dato sulla regolarit dei supporti impiegati, cos da
verificarne la maggiore o minore divergenza dai caratteri del cosiddetto stile Montbani (Rozoy, 1968; 1978b).
Nella categoria delle armature particolare attenzione stata dedicata al gruppo dei trapezi, esaminandone
ogni aspetto potenzialmente non contemplato dalla differenziazione tipologica. Per ciascuno di essi si dunque
preso nota della lateralit, tenendo bene a mente le significative scoperte di P. gendel (1984) e H. loehr et al.,
(1990) in area franco-belga. A tal fine, lorientamento dei tipi asimmetrici stato stabilito posizionando verso
lalto la troncatura maggiore, mentre, per quelli simmetrici, sono state considerate le onde di riflessione sulla
faccia ventrale. Di norma, questo secondo criterio stato seguito anche nei frammenti di trapezi genericamente
classificabili (T 13), ad eccezione degli esemplari in cui fosse visibile una troncatura normale (presa sempre
per quella inferiore). Nellanalisi, si potuto verificare che lasimmetria tra le due troncature poteva non
necessariamente derivare da una differenza dimensionale, bens da un loro diverso andamento (rettilineo,
concavo o convesso). In questi rari casi, lorientamento del trapezio derivato dal posizionamento verso lalto
della troncatura pi slanciata o tendente alla punta
62
.
Allo scopo di mettere in luce unevoluzione tipologica analoga a quella attestata in Provenza durante
lAtlantico iniziale, lapprofondimento sui trapezi mesolitici italiani ha infine suggerito la ricerca di elaborazioni
complementari sulle basi o, a ritocco inverso, sulle troncature. A ci si affiancato anche il conteggio di tutti
gli esemplari recanti un piquant tridre non ritoccato.

61
Senza considerare i dubbi che ancora permangono sulla modalit di immanicatura delle armature geometriche (nuzhnyj, 1989;
leMorini, 1990; cristiAni et al., 2009). Nella lista BK83, una certa confusione generata anche dalluso dei termine basi decales
nella Classe I dei trapezi, in contrasto con la nomenclatura applicata ai restanti tipi asimmetrici.
62
In effetti, per lorientamento convergente delle basi in taluni esemplari, la troncatura superiore non risultata sempre la pi
lunga.
99
Gli strumenti selezionati per il confronto tra i cinque siti campione sono stati successivamente analizzati
sul piano tipometrico. Limitatamente ai grattatoi e alle lame ritoccate, laltissimo numero di elementi fratturati
ha scoraggiato approfondimenti sugli indici di allungamento o sui moduli dimensionali (BAgolini, 1968).
Questa restrizione comunque mitigata dai riferimenti della lista BK83, gi parzialmente indicativi delle
dimensioni dello strumento classificato. Per entrambe le categorie ci si dunque limitati al solo calcolo degli
indici di carenaggio, rappresentato dal rapporto tra la minore delle misure tra lunghezza e larghezza e lo
spessore massimo del manufatto.
Nelle armature, lanalisi tipometrica si concentrata sui soli trapezi, lelemento diagnostico essenziale
del Mesolitico Recente italiano ed europeo. Riprendendo le linee guida di uno studio recentemente proposto
per il Riparo Gaban (perrin, 2005), stata avviata una comparazione statistica tra singoli dati dimensionali:
lunghezza
63
, larghezza, spessore, piccola troncatura (o inferiore), grande troncatura (o superiore), base maggiore
e base minore. Queste misure, non tutte disponibili negli esemplari frammentari, sono state raggruppate e
analizzate per classi da 2 mm, cos da evidenziarne, attraverso appositi istogrammi, la tendenza complessiva per
sito. Per gli stessi trapezi, si quindi proceduto al calcolo degli indici di allungamento (lunghezza/larghezza),
dei moduli dimensionali (lunghezza+larghezza)
64
e del cosiddetto indice di simmetria orizzontale (grande
troncatura/piccola troncatura) (VAldeyron, 1991). Per lassoluta uniformit degli spessori misurati, interessante
in s sul piano tecnologico, parso invece inutile soffermarsi sugli indici di carenaggio.
4.3. i siti selezionati
grottA AzzurrA (scAVi 1982)
Il sito situato in localit Samatorza (Duino-Aurisina, TS) sullAltipiano carsico prospiciente il Golfo
di Trieste. La cavit si apre con esposizione SSO sul fondo di unampia dolina, a 20 m di quota e a circa
3 km dalla linea di costa attuale (coordinate 454510 N, 134217 E, WGS84). Per progressivo crollo/
arretramento della volta originaria, la sua lunghezza misura oggi 216 metri, distribuiti con pendenze medie del
5% fino a una profondit di -42 m rispetto alla soglia dingresso
65
.
Il sito attir linteresse di studiosi e appassionati di preistoria sin dalla fine del XIX secolo, periodo al
quale vanno riferiti alcuni saggi di Moser e Marchesetti. Per entrambi non oggi possibile risalire n al settore
indagato, n allesatta quantit e alla tipologia dei reperti rinvenuti, in parte dispersi e in parte depositati presso
il Museo di Storia e Arte di Trieste. Altre trincee furono aperte da Stradi nel 1955 e da Cannarella e Slongo tra
1958 e 1959, ma anche su questi interventi le informazioni disponibili si limitano a poche notizie preliminari.
Da queste si evince che le campagne pi recenti interessarono la parte interna del cono detritico allimboccatura
della cavit, intaccando, su un areale di 6x2,5 m, livelli ceramici di et non meglio specificata (cAnnArellA e
CreMonesi, 1967) (fig. 8). I primi scavi sistematici iniziarono quindi nel 1961, per volont del prof. Radmilli
dellUniversit di Pisa. Queste attivit si inserivano in un programma di datazione
14
C delle Culture neolitiche
dellAdriatico settentrionale e si protrassero sino al 1963
66
.
La prima campagna ampli direttamente la trincea del 1958-59, sia verso nord, sia verso est, aggiungendo
5 mq ai 15 precedentemente aperti. Nel corso dei lavori, gli scavatori osservarono tuttavia una problematica
destinata a scoraggiare lo sviluppo delle ricerche in quella parte della grotta: la decapitazione/manomissione
del deposito archeologico in diversi settori di scavo, ricollegabile a scavi clandestini od altre attivit antropiche
di et contemporanea. Nel biennio 1962-63, anche per gli scarsi ritrovamenti ceramici ottenuti nella campagna
precedente, venne aperta una trincea di 4x4 m leggermente pi esterna, in corrispondenza della porzione
meno inclinata del cono detritico. Come gi nel 1961, questa seconda trincea restitu industrie mesolitiche in
corrispondenza dei livelli F e G, mediamente compresi tra i 2 e i 3,5 m di profondit dal piano di campagna
(cAnnArellA e creMonesi, 1967).

63
La lunghezza stata considerata autentica solo nei casi di piena integrit del trapezio.
64
Pur non essendo in discussione la natura microlitica dei trapezi, attraverso questo dato si voleva mettere in luce ulteriori eteroge-
neit di dettaglio tra i complessi studiati, analizzando i valori L+l per classi di 5 mm.
65
Si rimanda a D. cAnnArellA e G. creMonesi (1967), per i dettagli storici sulluso della cavit in et moderna e contemporanea.
66
A dispetto di questa volont iniziale, le programmate datazioni non furono in realt mai effettuate dagli scavatori del sito.
100
Sulla base informazioni pubblicate, si pu dunque affermare che tra il 1961 e il 1963 furono recuperati ben
2356 strumenti accompagnati da altri 6560 elementi, denominati genericamente scarti. Questi quantitativi,
alla luce del fatto che i depositi furono sottoposti al vaglio solo nellultima stagione di scavo (peraltro a secco
e con setacci a maglie non meglio specificate), paiono privi oggi di sfruttabilit scientifica. Daltro canto,
in mancanza di datazioni assolute, tutte le testimonianze mesolitiche furono inizialmente studiate come un
unico insieme, senza distinzioni crono-stratigrafiche e indipendentemente dal settore di provenienza. Soltanto
nel 1963, allo scopo di rilevare una possibile evoluzione culturale e paleoeconomica al loro interno, i livelli
mesolitici F e G furono scavati e studiati per tagli artificiali da 10 cm. Ciononostante, dalle pubblicazioni
relative a questi tentativi traspare ancora una struttura dello strumentario falsata dalla sottorappresentazione
delle armature ipermicrolitiche, andate verosimilmente perdute nella setacciatura a secco (cAnnArellA e
creMonesi, 1967). Di conseguenza, non sembra utile addentrarsi nellanalisi tipologica proposta allepoca da
Cremonesi, bench sia doveroso citare i caratteri che gli consentirono di riconoscere un orizzonte culturale
superiore (tagli F5-F1 della serie 1963, spessore ca. 50 cm) assimilabile al Tardenoisiano francese: accentuato
microlitismo, applicazione sistematica della tecnica del microbulino, diffusione di elementi laminari tra i
supporti non ritoccati, comparsa dei trapezi asimmetrici e delle lame ad incavo/denticolate.
Le indagini sistematiche ripresero nellestate del 1982, con lapertura di un saggio di 3x1,5 m interposto
tra le trincee del 1958-61 e del 1962-63. Nelle intenzioni degli studiosi, le nuove ricerche avrebbero dovuto
chiarire il passaggio stratigrafico tra Neolitico e Mesolitico, approfondendo altres la scansione culturale della
serie mesolitica. Secondo quanto pubblicato, i depositi scavati furono ripartiti in 1 tagli artificiali di 5-6 cm,
totalmente asportati nei quadrati A4 e B4 e per met dei quadrati A3 e B3; nel quadrato C4 le attivit archeologiche
si fermarono alla base del taglio 5 (creMonesi et al., 1984a; Ciccone, 1992) (fig. 9). Nel corso delle indagini
fu applicato per la prima volta il vaglio ad acqua dei sedimenti asportati, effettuato, per fasi progressive, con
setacci a maglie da 1 cm, 2 ed 1 mm. Confermando le osservazioni avanzate nelle stagioni precedenti, lo studio
delle industrie rivel la presenza di due complessi litici differenti in successione stratigrafica: uno inferiore,
sauveterriano (tagli 1-5), caratterizzato da armature esclusivamente composte da dorsi e triangoli; uno
superiore (tagli 4-1), definito castelnoviano, dove ai microliti delle tradizione soggiacente si aggiungevano i
primi geometrici trapezoidali. Nei tagli 4-1, similmente a quanto gi documentato nel 1963, trovava conferma
lo sviluppo della tecnica del microbulino, accompagnato quindi da un aumento della laminarit complessiva
Fig. 8 - Planimetria degli scavi condotti nella Grotta Azzurra di Samatorza nel Carso Triestino (da CiCCone, 1992).
Grotta Azzurra di Samatorza
101
e dalla diffusione delle lame/lamelle ritoccate di tipo Montbani allinterno dello strumentario. Rispetto agli
antichi scavi, emersero per due importanti differenze. Da un lato, il ruolo spiccatamente maggiore degli
elementi microlitici tra i supporti ritoccati; dallaltro, la distribuzione dellorizzonte superiore su una sequenza
assai minore (circa 25 cm), a testimoniare linterruzione delloccupazione pre-neolitica allesordio della fase a
trapezi. Il primo aspetto fu messo in relazione con lavvenuta setacciatura dei sedimenti asportati, portando gli
studiosi ad una seria rivalutazione critica dei dati tipologico-statistici provenienti dalle campagne precedenti
(vedi la sovrarappresentazione dei grattatoi); il secondo, recentemente confermato dallo studio sedimentologico
e micromorfologico dei depositi del sito (BoschiAn e MontAgnAri kokelj, 1998), riproneva una decapitazione
della serie mesolitica riconoscibile in altri casi limitrofi, come la Grotta VG-4245 di Trebiciano (MontAgnAri,
1984) o la Grotta dellEdera (biAgi et al., 2008).
Secondo le indicazioni della A. ciccone (1992), gli scavi del 1982 restituirono complessivamente 380
nuclei, 50 schegge di ravvivamento, 182 residui di lavorazione (4 incavi adiacenti a frattura e 135 microbulini),
13498 manufatti non ritoccati (interi e frammentari) e 2132 strumenti. Ai fini dellanalisi proposta in questa
sede, lattenzione stata naturalmente rivolta ai soli supporti ritoccati provenienti dai tagli 4-1, testimoni
pi autentici della frequentazione mesolitica del sito allAtlantico iniziale. I 119 strumenti ad essi riferiti
in letteratura sono stati presi integralmente in esame presso il Dipartimento di Scienze Archeologiche
dellUniversit di Pisa, dove, tuttavia, la revisione della collezione ha evidenziato alcune problematiche.
stato infatti possibile accedere alle sole industrie provenienti dai quadrati A3, B3, C3 e B4, mentre quasi tutto
lo strumentario diagnostico del quadrato A4 risultato mancante. Nel tentativo di capirne le ragioni, ci si
soffermati sul fatto che gi la ciccone (1992) aveva trattato il settore in questione limitandosi alla tipologia
degli strumenti estrapolabile dalla precedente nota di G. creMonesi et al. (1984a), alimentando il sospetto
che fin dallora i reperti non fossero accessibili ai fini di uno studio tipometrico. Non potendo fare maggiore
chiarezza ed avendo preventivamente deciso di analizzare i soli pezzi direttamente visionabili, i dati pubblicati
sul quadrato A4 non sono stati sfruttati. A questa scelta metodologica fanno eccezione i 3 soli trapezi rinvenuti
al suo interno, ininfluenti sul piano statistico, ma utili di fronte alla scarsit di analoghe armature nei tagli
fig. 9 - Stratigrafia della Grotta Azzurra di Samatorza nel Carso Triestino (scavi 1982) (da CiCCone, 1992).
102
studiati. La loro classificazione tipologica, unitamente al rilevamento delle misure visibili, stata dunque
condotta sui disegni editi.
Dallanalisi sono stati naturalmente esclusi i materiali archeologici provenienti dagli scavi 1961-63, rite-
nuti statisticamente inaffidabili per le metodologie di scavo ad essi relative e per limpossibilit di risalire ad
una loro suddivisione per tagli di provenienza.
La revisione completa dello strumentario disponibile ha condotto allindividuazione di 26 grattatoi, 26
lame/lamelle ritoccate e ben 28 armature. Ogni differenza rispetto alle strutture tipologiche precedentemente
pubblicate deve essere ricollegata ad almeno tre precise metodologiche: 1) lespuzione di tutti i frammenti
indeterminabili; 2) la diversa definizione dei caratteri discriminatori tra dorsi e troncatura e triangoli; 3)
lesclusione delle industrie provenienti dal cosiddetto taglio di passaggio tra la serie mesolitica e il sovrastante
orizzonte ceramico (CreMonesi et al., 1984a), considerato archeologicamente inaffidabile. Ciononostante, il
campione di studio parso funzionale agli obiettivi della ricerca, pur in mancanza di una datazione assoluta.
prAdestel
Nella storia delle ricerche sul Mesolitico italiano, la scoperta e lo scavo di questo sito sono parte essenziale
delle indagini condotte nella Conca di Trento dal Museo Tridentino di Scienze Naturali e dallUniversit di
Ferrara. Tra il 196 e il 195, massicce opere di sbancamento del talus detritico ai piedi del versante destro
della Valle dellAdige (bArtoloMei, 1974) riportarono alla luce una serie di piccoli ripari sepolti, interessati
da frequentazioni antropiche collocabili, a seconda dei casi, tra Mesolitico ed Et Romana. Come noto, i siti
chiave per lo studio del popolamento pre-neolitico dellarea si rivelarono inizialmente Romagnano III (broglio,
1971; 1980; broglio e KozowsKi, 1983) e Vatte di Zambana (Broglio, 1971; corrAin et al., 196), le cui
attestazioni archeologiche contribuirono a determinare una prima sequenza crono-culturale per le industrie
mesolitiche dellItalia settentrionale (figg. 10 e 11). Ad essi, nel 193, si aggiunse quindi il riparo di Pradestel
(Loc. Ischia Podetti, TN 460643 N, 110454 E, WGS84), una nicchia sospesa lungo il fianco roccioso
della valle, a ca. 20 metri dal piano alluvionale attuale
(225 m s.l.m. assoluti). Per molti anni, sulle ricerche
operate in questo sito sono state reperibili soltanto poche
informazioni di carattere preliminare (Alessio et al.,
1983; bisi et al., 198; dAlMeri e nicolodi, 2004). Di
fatto, gli unici dati scientificamente sfruttabili si sono a
lungo limitati allanalisi dei resti faunistici (boscAto e
sAlA, 1980; R. clArk, 2000) e allindagine palinologica
dei sedimenti (cAttAni, 1977). Di recente, sebbene ad
oltre 30 anni dalla scoperta, si resa invece disponibile
una prima sintesi sugli aspetti tipologici delle industrie
litiche e in materia dura animale (dAlMeri et al., 2008;
CristiAni, 2009).
Secondo quanto appurato, la stessa avanzata della
cava che restitu il riparo ne intacc contestualmente la
stratigrafia originaria. Le indagini sistematiche successive
a questa scoperta fortuita furono condotte tra il 193 e il
194 (settori 1-4) da B. Bagolini (Museo Tridentino di
Scienze Naturali), protraendosi nel 195 (settore 5) sotto
la direzione di A. Broglio (universit di Ferrara) (fig.
12). Ad eccezione di un piccolo testimone lasciato in
posto, il deposito antropico fu interamente asportato. Ci
mise in luce una stratigrafia complessiva di ca. 4 metri,
caratterizzata da depositi detritici fortemente antropizzati
intercalati a ben distinguibili livelli sterili (dAlMeri et
al., 2008) (figg. 13 e 14). I 2,8 metri inferiori della serie
(strati M-F) restituirono un complesso litico di tradizione
sauveterriana, datato, almeno parzialmente, tra i 932050
uncal BP (R-1151) degli strati L8-L agli 820050 uncal
fig. 10 - Il riparo sotto roccia di Romagnano III, nella Valle dellAdige
(TN) (fotografia di P. Biagi).
103
BP (R-1149) degli strati H2-H (Alessio et al., 1983); nellorizzonte superiore, ma pi autenticamente negli strati
E-D (BiAgi, 2001), gli scavi attestarono una fase di occupazione associata ad industrie di tipo castelnoviano,
ben assimilabile a quella nota allepoca per gli strati AB3, AB1-2 e AA di Romagnano. Questo apparente
parallelismo fu confermato dalla datazione dei tagli D1-D3, pari a 68050 uncal BP (R-1148) (Alessio et
al., 1983). I sovrastanti strati C-A risultarono invece quasi sterili e di difficile inquadramento cronologico,
fatta eccezione per sporadici frammenti ceramico riferibili al Neolitico Antico (Gruppo del Gaban) nei tagli
apicali.
Lo studio preliminare della collezione archeologica di Pradestel, composta da 2403 elementi tra industrie
litiche e industrie su osso/corno (dAlMeri e nicolodi, 2004) stata condotta al Museo Tridentino di Scienze
Naturali. Analogamente a quanto recentemente proposto da G. dAlMeri et al. (2008), i materiali presi in esame
provengono da tutti i settori scavati, estesi su una superficie complessiva di ca. 5,5 mq. La conservazione delle
industrie litiche per gruppi tipologici, e non secondo un criterio stratigrafico, ha comportato unattenta revisione
nella sede di giacenza, volta al recupero capillare degli strumenti provenienti dagli strati pi autenticamente
collocabili nel Mesolitico Recente (E e D). A fini statistici, ciascuno di questi stato quindi studiato unificando
tra loro i manufatti dei rispettivi tagli interni.
Fig. 11 - Il deposito archeologico del riparo sotto roccia di Romagnano III, nella Valle dellAdige (TN) pochi giorni dopo la sua scoperta (fotografia di
B. Bagolini).
fig. 12 - Planimetria degli scavi condotti nel riparo sotto roccia di Pradestel, nella Valle dellAdige (TN) (da DalMeri et al., 2008).
104
Fig. 13 - Il deposito archeologico del riparo sotto roccia di Pradestel, nella Valle dellAdige (TN) (fotografia di P. Biagi).
Fig. 14 - Stratigrafia del riparo sotto roccia di Pradestel, nella Valle dellAdige (TN) (da DalMeri et al., 2008).
105
Rispetto a quanto ricavabile dal solo riferimento bibliografico disponibile al momento dellanalisi dello
strumentario (bisi et al., 198)
6
, cui si rimanda per una panoramica generale, la visione integrale della collezione
ha evidenziato alcune discrepanze quantitative nei gruppi tipologici dinteresse, a partire dalle armature. Pur
non rappresentando un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi della ricerca, la verifica incrociata tra gli
inventari cartacei di magazzino, i materiali accessibili e le relative siglature ha infatti rivelato lassenza di una
parte dei manufatti previsti, evidenziando invece, per lo strato D, un numero di geometrici addirittura superiore
a quanto pubblicato. Detto questo, potendo disporre di due fasi di occupazione chiaramente distinte, esse sono
state studiate separatamente, al fine di agevolare il riconoscimento di tratti evolutivi interni alla sequenza del
Mesolitico Recente atesino. Il lungo e meticoloso processo di selezione e controllo ha cos fornito una base dati
composta da 34 grattatoi, 21 lame/lamelle ritoccate e 6 armature per lo strato E; 33 grattatoi, 30 lame/lamelle
ritoccate e 6 armature per lo strato D.
soprA fienile rossino
Il sito (Serle, BS - 453555, N 102120,4 E, WGS84) situato a 925 m s.l.m., in prossimit del passo
che pone in comunicazione il margine settentrionale dellAltipiano di Carideghe con le Coste di S. Eusebio
(Accorsi et al., 198). La sua scoperta avvenuta nel 196, con il rinvenimento di alcuni reperti litici superficiali
allinterno di unarea ricca di pozze e sorgenti naturali perenni. Grazie a quei pochi manufatti, tra cui armature
trapezoidali, lame ad incavo e nuclei sub-conici, gli studiosi avanzarono da subito un inquadramento della
frequentazione antropica in una fase recente del Mesolitico italiano. La localit fu dunque oggetto di una prima
sessione di scavi nel 190, concretizzatasi nellapertura di una trincea di 3,2x1,5 metri (biAgi, 1972). Le ricerche
sistematiche ripresero poi nel 199, con piccoli sondaggi nei pressi della trincea precedente (fig. 15). A questi,
nel 1980, cui si aggiunsero infine 4 ulteriori mq una
decina di metri pi ad ovest (BiAgi e creMAschi,
1980). Al termine dellultima campagna di scavo,
lareale complessivamente indagato ammontava
quindi a 24,2 mq, distribuiti su un totale di circa 396
mq (fig. 16). Nel corso delle indagini stratigrafiche,
tutti i sedimenti asportati vennero sistematicamente
vagliati ad acqua con setacci a maglie da 1 mm.
Tra il 190 e il 199 si evidenziarono situazioni
pedo-stratigrafiche disomogenee, variabili da
settore a settore in proporzione allintensit dei
fenomeni post-deposizionali. Di fatto, allestremit
pi orientale del sito il deposito antropico mesolitico
sembrava affiorare in superficie, mentre risultava
sepolto da consistenti apporti colluviali nelle altre
trincee. I manufatti, distribuiti con concentrazioni
fortemente variabili in senso verticale (tra i 20 e
i 100 cm dal piano di campagna), furono quindi
considerati isocroni ed appartenenti ad una comune
paleosuperficie, originatasi in una fase di stabilit
dei versanti circostanti il sito (Accorsi et al., 198)
(fig. 1).
Le industrie litiche, la sola testimonianza della
cultura materiale, risultavano confezionate su rocce
silicee di origine quasi esclusivamente locale, ad
eccezione di rarissimi supporti in selce bionda
maculata attribuibile a fonti lessiniche/gardesane.
La collezione si componeva di 168 prodotti
delle scheggiatura non ritoccati, 99 strumenti,
19 prenuclei/nuclei, 80 scarti della lavorazione

6
Ledizione di G. dAlMeri et al. (2008) non varia comunque il quadro strutturale originariamente noto.
Fig. 15 - Sopra Fienile Rossino (altipiano di Carideghe, Serle, Brescia). Lo
scavo del 199 (fotografia di P. Biagi).
106
(microbulini e incavi adiacenti a
frattura), 2 ritagli di bulino e 4 residui
della lavorazione dei trapezi
68
. Secondo
gli studiosi, la dispersione areale dei
reperti (compresi quelli di superficie)
non forniva indicazioni utili al
riconoscimento di unorganizzazione
dello spazio abitato, obliterata dagli
eventi post-deposizionali descritti e
da alcuni lavori di sterro che avevano
decapitato parte delle trincee del 199-
1980.
Dalle pubblicazioni disponibili si
evince che il complesso litico fu sempre
considerato culturalmente omogeneo,
giustificandone lo studio senza alcuna
distinzione per fasi evolutive interne.
Oltre che a causa della situazione
pedo-stratigrafica rinvenuta, questa scelta era dettata dalluniformit tipologica e tecnologica delle industrie. Le
ipotesi di inquadramento cronologico avanzate per i primi reperti di superficie vennero ampiamente suffragate
dalle scoperte effettuate nelle successive campagne di scavo, trovando definitiva conferma nella datazione di
alcuni residui carboniosi provenienti da una struttura a pozzetto emersa nel 199: 68100 uncal BP (Bln-
32). Sul piano paleoambientale, la frequentazione del sito trov dunque piena collocazione nellAtlantico
iniziale, mentre per le industrie fu in seguito proposta unassimilabilit alla tradizione litica castelnoviana di
Romagnano III (Accorsi et al., 198)
69
.
Nellambito di questa ricerca, la revisione della collezione litica ha avuto modo di verificare la presenza
dei quantitativi effettivamente pubblicati e lattendibilit della classificazione tipologica proposta dagli studiosi
per lo strumentario. Rispettando le scelte degli scavatori di Sopra Fienile Rossino, i reperti di superficie sono
stati sommati a quelli provenienti dalle trincee di scavo, restituendo allanalisi 9 grattatoi, 12 lame/lamelle
ritoccate e 36 armature microlitiche. Lievissime divergenze strutturali rispetto ai dati ufficiali sono nuovamente
riconducibili ad una diversa interpretazione tipologica di alcuni strumenti, nonch alla totale esclusione di
quelli dubbi o indeterminabili.
Fig. 16 - Planimetria degli scavi condotti nel sito di Sopra Fienile Rossino (altipiano di Carideghe, Serle, Brescia) (da ACCorsi et al., 1987).
fig. 1 - Il deposito archeologico del sito di Sopra Fienile Rossino (altipiano di Carideghe,
Serle, Brescia) (fotografia di P. Biagi).

68
Ipermicrolitiche schegge di scarto a forma di chevron.
69
Allanalisi tipologica e tipometrica delle industrie si aggiunse in seguito lesame traceologica di selezionati elementi dello strumen-
tario, dal quale tuttavia non emersero dati significativi (leMorini, 1990).
10
lAMA lite ii
Il sito (Ligonchio, RE - 441540 N, 102441 E, WGS84) localizzato a 140 m s.l.m. lungo
il versante reggiano della catena appenninica, presso un piccolo ripiano glaciale ai piedi del Monte Prado
(2054 m). Scoperto nel 192 nel corso di alcune prospezioni di superficie (Notini, 1983), linsediamento fu
interessato nel 195 da un primo saggio di verifica a ridosso del limite occidentale del pianoro (zona C), il
cui esito positivo giustific un successivo intervento ad opera dei Musei Civici di Reggio Emilia. La sola
fonte informativa su queste ricerche estensive, avvenute nel 196, costituita ancora oggi dal resoconto di L.
cAstelletti et al. (196). Secondo quanto pubblicato, lintervento interess 12 mq di un pi ampio areale (ca.
198 mq), suddiviso in quadre alfanumeriche di 1 mq. Le trincee si distribuirono cos su tre diversi lotti della
quadrettatura totale (fig. 18): uno occidentale, pi ricco di reperti litici e residui carboniosi, comprendente le
quadre C12, D11, D12, E12, E13, F13, G13; uno centrale, 8 metri a pi est, in corrispondenza delle quadre
Q13, Q14 e Q15; e un terzo, 5 metri a sud-est dal precedente, composto dalle sole quadre W19 e Y19. In tutti i
casi fu restituita la medesima sequenza stratigrafica, articolata, sino alla roccia di base, in tagli non artificiali
distribuiti su 90 cm.
Lanalisi pedologica del deposito individu una paleosuperficie dellOlocene Antico interessata, almeno
dallEt del Ferro, da un lungo e continuo accumulo di sedimenti colluviali dai versanti circostanti. A questo
fenomeno, dovuto a processi erosivi a monte del sito, fu imputata la commistione di industrie mesolitiche
con testimonianze archeologiche pi recenti nei tagli superficiali (vedi un acciarino nel Taglio 1 ed alcuni
frammenti ceramici di Et del Ferro nai tagli 2 e 3) (CAstelletti et al., 196). Sebbene le armature trapezoidali
di tipo castelnoviano si attestassero anche in superficie e nella parte alta della stratigrafia, lorizzonte riferibile
alla frequentazione mesolitica fu individuato tra i tagli 4 e 6 (da 4 a 80 cm dal piano di campagna attuale),
dove la frequenza di manufatti diagnostiche si faceva nettamente pi marcata (fig. 19). A conferma di questo
inquadramento preliminare, i carboni provenienti dallorizzonte stratigrafico inferiore restituirono una
datazione pari a 662080 uncal BP (R-1394) (cAstelletti et al., 1994).
Fig. 18 - Planimetria degli scavi condotti nel sito di Lama Lite II (Appennino Reggiano) (da Castelletti et al., 1976).
Ad eccezione dei rarissimi reperti protostorici e storici pi sopra citati, il complesso litico presentava una
sostanziale omogeneit, rivelandosi privo di elementi culturalmente anteriori allo stadio climatico Atlantico.
Nellimpossibilit di riconoscere eterogenei episodi di occupazione, questa uniformit trovava conferma
nella tipologica delle industrie, la cui suddivisione analitica per gruppi di tagli, superficiali (1-3) e profondi
(4-), fu avanzata sulla base della presenza o meno di testimonianze estranee alloccupazione pre-neolitica.
Complessivamente, compresi i ritrovamenti di superficie, la collezione litica del Mesolitico Recente risult
composta da 2149 prodotti della scheggiatura non ritoccati, 13 strumenti, 229 residui di fabbricazione
(prevalentemente microbulini), 26 nuclei e 19 schegge di ravvivamento. A causa dellimpoverimento
pedogenetico e degli intensi processi post-deposizionali, gli scavi non restituirono n materiale organico, n
strutture antropiche.
Ai fini della ricerca, le industrie di Lama Lite II sono state sottoposte a revisione integrale presso la sede
di giacenza. Nellanalisi non sono stati contemplati i reperti riferibili alle raccolte di superficie, ma soltanto
quelli provenienti dal saggio del 195 (Zona C) e dalla campagna di scavo del 196. Seguendo limpostazione
degli scavatori del sito, i tagli 1- sono stati attribuiti ad ununica fase di occupazione.
108
Avendo di fatto rivolto lattenzione alle armature, ai
grattatoi e alle lame/lamelle ritoccate, non si entrer nel
merito della descrizione tipologico-strutturale proposta
per lintero strumentario da L. cAstelletti et al. (196).
Rispetto a quanto pubblicato, il vaglio della collezione ha
tuttavia evidenziato alcune lievi differenze, restituendo
allanalisi comparativa 3 grattatoi, 58 lame/lamelle
ritoccate e 83 armature. Il particolare aumento dei supporti
laminari ritoccati rispetto ai quantitativi noti (distribuiti tra
lame a dorso, lame-raschiatoio e denticolati su lama sensu
Laplace) legato alla personale verifica dei manufatti
originariamente classificati come non ritoccati. Al loro
interno sono emersi infatti numerosi frammenti di lama a
ritocco marginale/inframarginale parziale, probabilmente
esclusi dallo strumentario per una lettura originaria delle
loro elaborazioni come ritocchi duso o pseudo-ritocchi. In
assenza di dati traceologici esaustivi, ma considerandone la
loro ricorrenza nei complessi litici del Mesolitico Recente
europeo, si voluto reintegrare questi elementi quali
strumenti a posteriori sensu rozoy (1968).
grottA 3 di lAtronico
La grotta (Latronico, PZ - 400514 N, 155841
E, WGS84) si affaccia a sud-est lungo il versante sinistro
dellAlta Valle del Sinni, in Lucania (Basilicata), a ca. 60
m di altitudine e in prossimit di una zona ricca di sorgenti
sulfuree perenni (grifoni creMonesi, 2002). Il sito parte
di una serie di cavit carsiche che sin dai primi anni del
XX secolo attirarono lattenzione di diversi studiosi, tra cui, in primo luogo, L. pigorini (1911; 1914). Su sua
segnalazione, nel biennio 1912-13, si avviarono le ricerche di V. Di Cicco, direttore del Museo di Potenza
(dini et al., 2008). Questi si occup della cavit pi ampia, denominata allora Grotta Grande, nella quale si
rinvennero strutture sepolcrali ed una quantit tale di reperti ceramici da indurlo a coinvolgere altri studiosi in
pi approfindite indagini. Nella fattispecie, gli scavi successivamente condotti da U. Rellini incoraggiarono
un inquadramento iniziale del sito allEt del Bronzo, epoca in cui larcheologo riconosceva una relazione tra
loccupazione antropica e il probabile uso terapeutico delle vicine acque termali (Rellini, 1916).
le ricerche sistematiche ripresero solo nel 192, sotto la direzione di G. Cremonesi, protraendosi in varie
tappe sino al 1988 (terenzi, 1994). Allinizio dei lavori, la situazione risult assai differente da quella descritta
dal Rellini, giacch larticolato sistema di grotte era stato letteralmente sventrato da unarteria stradale. A
seguito di questi lavori erano sopravvissute soltanto le porzioni terminali delle cavit preesistenti, ridotte a
poco pi che un riparo. Queste furono numerate da 1 a 5, per poi essere sottoposte ad un sondaggio preliminare
diretto a verificarne le stratigrafie. Tra tutte, nonostante la devastazione dellambiente ipogeo originario, la
grotta n. 3 restitu da subito la serie pi ricca, con una sequenza crono-culturale estesa dal Mesolitico allEt
dei Metalli (fig. 20). su di essa, a partire dal 193, furono dunque concentrate le indagini sistematiche pi
rilevanti (creMonesi, 198b; dini et al., 2008).
Lareale di scavo fu suddiviso in 5 differenti settori, resi necessari dalla messa in opera di una canaletta
per il deflusso dellacqua piovana. Il deposito archeologico del settore I, maggiormente interessato dal taglio
stradale, fu ripulito e parzialmente scavato, restituendo scarsi frammenti ceramici inquadrabili tra Neolitico
antico/medio e lEt del Rame. Pi ricchi livelli di analoga attribuzione affiorarono altres dal settore II, scavato
nel 195. Nel 1983, le indagini si estesero quindi ai settori III e IV, mettendo per la prima volta in luce industrie
di tradizione mesolitica. A causa della grave instabilit dei depositi, le successive ricerche del 1984 e del 1988
si concentrarono su questa pi antica fase di occupazione. Lultima campagna di scavi vide cos lampliamento
di trincee gi parzialmente esplorate e lapertura del nuovo settore V, ove fu possibile indagare la porzione pi
bassa dellintera serie stratigrafica (creMonesi, 198-1988; terenzi, 1994) (fig. 21).
Fig. 19 - Stratigrafia del sito di Lama Lite II (Appennino Reggiano)
(da Castelletti et al., 1976).
109
la sequenza mesolitica della Grotta 3 di Latronico stata per molti anni sostanzialmente inedita, cono-
scendo una prima edizione solo in tempi recentissimi (dini et al., 2008). Secondo le informazioni pubblicate
o recuperate presso il Dipartimento di Scienze Archeologiche dellUniversit di Pisa, essa fu inizialmente
isolata da Cremonesi nei tg. 35-25 del
settore II e 40-26 del settore III. In en-
trambi i casi, rispettivamente nei tg.
30-25 e 33, si rilevava tuttavia la pre-
senza di rarissimi frammenti cerami-
ci e ossidiana di tradizione neolitica.
Lorizzonte mesolitico fu successiva-
mente documentato nei tg. 35-20 del
settore IV, del tutto privo di elementi
intrusivi, e nei pi profondi tagli 68-
41 del settore V, con infiltrazioni neo-
litiche solo in corrispondenza dei tg.
60-5. Da quanto noto, i settori com-
plessivamente pi ricchi di manufatti
in selce e di resti faunistici risultaro-
no il II e il V; questultimo soprattutto
nei tg. 54-41.
Sul piano metodologico, non
stato possibile risalire allampiezza
dei singoli tagli stratigrafici, vero-
similmente artificiali, ma stata ac-
certata lapplicazione sistematica del
vaglio ad umido di tutti i sedimenti
(grifoni creMonesi com. pers., 200).
Seguendo le osservazioni pedologiche
di Cremonesi, il settore V rappresenta-
va la continuazione in profondit della
serie inizialmente esposta nel II e nel
III (terenzi, 1994). Ulteriori paralleli-
smi furono stabiliti col settore IV, seb-
bene planimetricamente separato dagli
altri. Il riconoscimento di questa con-
tinuit sembrava offrire agli studiosi
la possibilit teorica di osservare una
sequenza mesolitica di quasi 5 m di
potenza (fig. 22), estesa su un totale di
almeno 42 tagli, dal 26 al 64 (terenzi,
1994; dini et al., 2008). Tra questi, ai fini della ricerca proposta, lattenzione stata rivolta allorizzonte stratigra-
fico pi ricco di industrie litiche e del tutto privo di frammenti ceramici ed ossidiana, individuato nei tagli 54-41
del settore V. Al suo interno, data la consistenza del relativo insieme litico, si deciso di selezionare un campione
ancor pi rappresentativo, rispettando la ripartizione per tagli proposta da M. dini et al. (2008). Stando alle os-
servazioni preliminari degli autori, lintero complesso mesolitico sembrerebbe caratterizzato da una sorprendente
omogeneit culturale nel corso dellAtlantico, priva cio di una chiara evoluzione tecno-tipologica. Questa ap-
parente indifferenziazione ha pertanto legittimato la restrizione dellanalisi ai soli tg. 44-41 (Livello D), i pi alti
della serie aceramica associati a datazioni assolute. Gli strumenti ad essi relativi sono stati presi in esame nel loro
stato di conservazione attuale. Anche in questo caso, la revisione dei gruppi tipologici dinteresse ha evidenziato
alcune divergenze dalla classificazione proposta nelle fonti disponibili. Si deve ad esempio sottolineare che di-
versi manufatti precedentemente inquadrati come lame ad incavo sono stati riconosciuti come incavi adiacenti
a frattura, e pertanto esclusi dallanalisi. Ulteriori difformit rispetto ai dati ufficiali devono essere ricondotte ad
una diversa interpretazione tipologica delle armature dei tipi U3-U4 (BK83).
Il vaglio accuratamente condotto sui 222 manufatti provenienti dal Livello D (dini et al., 2008) ha cos
fornito allanalisi tipologico-tipometrica 28 grattatoi, 101 lame ritoccate e 9 armature.
Fig. 20 - Sequenza stratigrafica completa della Grotta 3 di Latronico - settori I-V (da Dini et
al., 2008).
110
Fig. 21 - Planimetria degli scavi condotti nella Grotta 3 di Latronico - settori III e V (da Dini et al., 2008).
Fig. 22 - Sequenza mesolitica della Grotta 3 di Latronico - settore V (da terenzi, 1994).
111
4.4. analisi tiPologiCa (tabb. 3-5)
4.4.1. Grotta Azzurra, tagli 4-1 (scavi 1982)
Grattatoi (26)
I tipi pi rappresentati sono i frontali di forma circolare o subcircolare, su scheggia o su calottina corticata
di ciottolo, con ritocco parziale o discontinuo (A 54A), con 4 esemplari (15,4%) (fig. 23). Ad essi si affiancano
3 grattatoi frontali subcircolari, pi genericamente inquadrabili nel tipo A 53; 2 grattatoi frontali circolari o
subcircolari su scheggia spessa (A 54B); 2 grattatoi su scheggia a muso isolato e largo (A 63) e 2 grattatoi
frontali su scheggia allungata, con lati convergenti verso la base, fronte arcuata normale e un lato ritoccato
(A 34). Ripercorrendo i riferimenti tipologici della lista BK83, sono stati altres riconosciuti un frammento di
grattatoio frontale su lama, con fronte a muso o tendente al muso (A 5A); un frammento di grattatoio frontale
corto su lama, senza ritocco laterale (A 6); un frammento di grattatoio frontale su lama con ritocco laterale
(A ); un grattatoio frontale su lama, con fronte arcuata e obliqua e ritocco laterale denticolato (A 11A);
un frammento di grattatoio frontale su lama, con fronte arcuata e obliqua, senza ritocco laterale (A 12); un
frammento di grattatoio su lama non meglio classificabile (Classe VI A); un grattatoio frontale su scheggia
allungata, con lati convergenti verso la base, fronte arcuata normale e lati non ritoccati (A 33); un grattatoio
frontale corto su scheggia, fronte molto arcuata e un lato ritoccato (A 42A); un grattatoio unguiforme su
scheggia a tallone stretto (A 43); un grattatoio frontale molto corto su scheggia spessa, con fronte arcuata e un
lato ritoccato (A 46B); un grattatoio frontale su margine laterale di scheggia (A 55); un grattatoio ogivale su
scheggia spessa allungata, ad ogiva larga (A 59B); un grattatoio su scheggia a muso isolato e largo, con un lato
ritoccato (A 63A).
Lanalisi degli indici di carenaggio ha evidenziato la prevalenza di supporti piatti (12=46,2%), seguiti da 5
esemplari carenati (19,2%), 4 spessi (15,5%), 3 molto piatti (11,5%) e 2 soli pezzi supercarenati (,%).
Lame/Lamelle ritoccate (26)
Allinterno di questo gruppo tipologico il tipo E 1A (lama a ritocco unilaterale marginale o inframarginale)
il pi rappresentato, con 5 esemplari (19,2%) (fig. 23). Per visibilit emergono poi 4 lame ad incavo o ad
incavi isolati su un bordo (E 5), 4 lame ad incavo o ad incavi isolati marginali su un bordo (E 5A), 3 lame a
ritocco uniterale (E 1) ed, ancora, 3 lame a ritocco bilaterale marginale o inframarginale (E 2A). A queste si
affiancano infine 2 lame a ritocco denticolato unilaterale (E ) e 2 lame a ritocco denticolato bilaterale (E 8),
seguite da singoli esemplari di lama a ritocco bilaterale (E 2), di lama a ritocco bilaterale misto, lineare su un
bordo e denticolato sullaltro (E 2B) e di lama ad incavi isolati su due bordi (E 6).
15 lame ritoccate (5,6%) sono state confezionate su supporti laminari irregolari, sia nella forma che
nella sezione. 16 esemplari (61,5%) sul totale sono invece risultati frammentari: 8 privi della porzione
distale, 6 di quella prossimale e 2 di entrambe. Tra gli elementi integri, 2 presentano un ritocco unilaterale
totale, una un incavo isolato prossimale, 3 unelaborazione mesiale, unaltra ancora un ritocco bilaterale
distale. A queste si aggiungono 2 esemplari a ritocco sempre bilaterale ma asimmetrico: in un caso totale
opposto a prossimale, nellaltro, distale opposto a prossimale. Nei 18 supporti a ritocco unilaterale, integri
o frammentari, 11 (42,3%) sono caratterizzati da una elaborazione sul bordo destro, (26,9%) su quello
sinistro. 23 lame ritoccate sul totale (88,4%) sono interessate da un ritocco diretto, 2 (,6%) da ritocco
inverso e una sola (3,8%) da ritocco misto.
La maggioranza dei strumenti esaminati ha evidenziato indici di carenaggio superiori a 2,5. In dettaglio,
il 61,5% (16) stato tratto da supporti laminari piatti, molto piatti invece nel 30,8% (8) dei casi. A questi si
aggiungono un esemplare spesso (3,9%) e uno carenato (3,9%).
Armature (278)
I tagli 4-1 della sequenza mesolitica della Grotta Azzurra hanno restituito 28 microliti inquadrabili nella
categoria delle armature codificata da A. broglio e S.K. KozowsKi (1983) (figg. 24 e 25). Lanalisi ha messo
112
Tabella 3 - Tipologia dei Grattatoi analizzati (elaborazione grafica dellAutore).
ciassi
BK81
1ipi
secondari
BK81
Varianti
aggiuntive
GRG11A
AZZuRRA
tg +-1
PRADIs1II

I D1-D
sGPRA
IIINIII
RGssING
IAMA II1I
II
GRG11A 1
IA1RGNIcG
tg ++-+1
I A 1
A 1A
A 1B
A 2
A 2A
A 2B
A 1
A +
A +A
A +B
A s
A sA
A o
A 1
A 1A
A 1B
A 8
II A 9
A 10
III A 11
A 11A
A 12
A 11
A 1+
A 1s
A 1o
IV A 11
A 11A
A 18
A 19
113
A 20
A 21
A 22
V A 21
A 2+
A 2s
A 2o
A 21
VI A 28
A 28A
VI A
VII A 29
A 10
VIII A 11
A 12
IX A 11
A 1+
A 1+A
A 1s
A 1o
A 11
A 11A
A 18
X A 19
A +0
A +1
A +1A
A +2
A +2A
A +2B
A +1
A ++
A +s
XI A +o
Tabella 3 - continua.
114
A +oA
A +oB
A +1
A +1A
A +8
A +9
XII A s0
A s1
A s2
XIII A s1
A s+
A s+A
A s+B
XIV A ss
XV A so
A s1
XVI A s8
A s8A
A s9
A s9A
A s9B
A o0
A o1
A o2
A o1
A o1A
A o+
A os
XVII A oo
1G1AII 2o 1+ 11 9 1 28
Tabella 3 - continua.
115
in luce una netto predominio dei triangoli, con 149 esemplari (53,6%), seguito, nellordine, dalle punte a due
dorsi (49=1,6%), dai dorsi e Troncatura (31=11,1%), dalle punte a dorso (15=5,4%) e dai segmenti (14=5%).
Pur fondamentali nellinquadramento crono-culturale del sito, i trapezi sono pi rari, con soli 10 esemplari
accertati (3,4%), cui si affiancano altrettante punte e lamelle a ritocco erto marginale.
Nei triangoli, il tipo pi rappresentato quello dei frammenti di triangolo scaleno lungo a base lunga
con due lati ritoccati (R 23), con 18 esemplari. Ben documentati (16) sono anche i tipi scaleni lunghi a base
lunga ed estremit ottusa, con terzo lato non ritoccato o parzialmente ritoccato (R 20). Per rappresentativit, si
segnalano poi 15 frammenti di triangolo scaleno lungo a base corta con due lati ritoccati (R 30); 12 frammenti
di triangolo scaleno lungo a base lunga con tre lati ritoccati (R 24); 10 frammenti di triangolo scaleno lungo
a base corta con tre lati ritoccati (R 31); 10 triangoli scaleni lunghi a base lunga ed estremit ottusa, con
terzo lato totalmente ritoccato (R 21) ed, infine, 9 triangoli scaleni lunghi a base corta ed estremit ottusa (R
28). Seguendo la lista BK83, ai tipi caratterizzanti si aggiungono quindi 2 triangoli isosceli corti (R 4); un
triangolo scaleno corto con terzo lato totalmente ritoccato (R 11); 3 triangoli scaleni corti ad estremit ottusa
con terzo lato totalmente ritoccato (R 13); 3 frammenti di triangolo scaleno corto a due lati ritoccati (R 14); un
frammento di triangolo scaleno corto con tre lati ritoccati (R 15); 3 frammenti di triangolo scaleno corto con
uno dei due lati corti a ritocco parziale (R 16); 3 triangoli scaleni lunghi a base lunga (R 1); 2 triangoli scaleni
lunghi a base lunga, con il pi lungo dei due lati ritoccati leggermente convesso o ad andamento sinuoso (R
1A); 2 triangoli scaleni lunghi a base lunga con terzo lato parzialmente ritoccato (R 18); 3 triangoli scaleni
lunghi a base lunga con terzo lato parzialmente ritoccato leggermente convesso o ad andamento sinuoso (R
18A); triangoli scaleni lunghi a base lunga a tre lati ritoccati (R 19); un triangolo scaleno lungo a base lunga
a tre lati ritoccati, con secondo lato leggermente convesso o ad andamento sinuoso (R 19A); 2 triangoli scaleni
dei tipo R 21, molto allungati (ia 4) (R 21A); 2 triangoli scaleni lunghi a base lunga, con troncatura obliqua
sulla punta formante angolo ottuso con il lato ritoccato pi lungo (R 22); 5 frammenti di triangolo scaleno
lungo a base lunga con terzo lato parzialmente ritoccato (R 24A); un triangolo scaleno lungo a base corta (R
25); 5 triangoli scaleni lunghi a base corta, molto allungati (ia 4) (R 25A); 3 triangoli scaleni lunghi a base
corta con terzo lato parzialmente ritoccato leggermente convesso o ad andamento sinuoso (R 26A); 2 triangoli
scaleni lunghi a base corta con terzo lato totalmente ritoccato leggermente convesso o ad andamento sinuoso
(R 2A); 6 triangoli scaleni lunghi a base corta ed estremit ottusa con terzo lato totalmente ritoccato (R 29);
2 triangoli scaleni del tipo R 29, con terzo lato parzialmente ritoccato (R 29A).
Nelle punte a due dorsi dominano nettamente i frammenti di punta allungata a due dorsi leggermente
convessi (S 6), che con ben 22 esemplari rappresenterebbe, se preso singolarmente, larmatura pi frequente
Tabella 4 - Tipologia delle Lame ritoccate analizzate (elaborazione grafica dellAutore).
ciassi
BK81
1ipi
secondari
BK81
Varianti
aggiuntive
GRG11A
AZZuRRA
tg +-1
PRADIs1II

I D1-D
sGPRA
IIINIII
RGssING
IAMA II1I
II
GRG11A 1
IA1RGNIcG
tg ++-+1
I I 1 ! 1 ! ! - 10
I 1A . 1 ! 1. 1
I 2 1 1 ! -
I 2A ! ! 1 ! .
I 2B 1 o ! 1 1
I 1
I +
II I s + ! + . - 1
I sA + ! + 10 11
I o 1 1 1 o
I oA 1 .
I 1 ! ! o ! + 11
I 8 ! ! o 1 ! -
1G1AII 2o 21 10 12 s8 101
116
ciassi
BK81
1ipi
secondari
BK81
Varianti
aggiuntive
GRG11A
AZZuRRA
tg +-1
PRADIs1II

I D1-D
sGPRA
IIINIII
RGssING
IAMA II1I
II
GRG11A 1
IA1RGNIcG
tg ++-+1
PuN1I su IAMA G scHIGGIA IAMINARI
I N 1
N 2
N 1
N +
N s
N o
N oA
II N 1
N 8
N 8A
N 9
N10
PuN1I A DGRsG
I G 1
G 1A
G 2
G 1
G +
G s
sIGMIN1I
I P 1
P 2
P 1
P +
P s
II P o
P 1
P 8
P 8A
III P 9
P 10
P 11
P 12
IV P 11
P 1+
DGRsI I 1RGNcA1uRA
I Q 1
II Q 2
Q 1
Q +
III Q s
Tabella 5 - Tipologia delle Armature analizzate (elaborazione grafica dellAutore).
11
Q sA 1 1
IV Q o 1
Q oA 1
Q 1
Q 8 !
V Q 9
Q 10 ! 1
1RIANGGII
I R 1
R 2
R 1
II R + !
R s
R o
III R 1
R 8
IV R 9
R 10
R 11 1
V R 12
R 11 !
VI R 1+ !
R 1s 1 1
R 1o !
VII R 11 ! 1 1
R 11A ! 1 1
R 18 !
R 18A !
R 19
R 19A 1 1
VIII R 20 1o + !
R 21 10
R 21A !
R 22 !
IX R 21 1 + 1
R 2+ 1! 1
R 2+A .
X R 2s 1
R 2sA .
R 2o
R 2oA !
R 21 1 ! 1
R 21A !
XI R 28 -
R 29 o !
R 29A ! ! 1 !
XII R 10 1. 1 !
R 11 10 1
Tabella 5 - continua.
118
PuN1I A DuI DGRsI
I s 1 !
s 2 . !
s 1 ! !
s + + ! 1
s s 1 . !
s o !! ! 1
II s 1
s 8 1
s 9
s 10 1
s 11 1! 1
1RAPIZI
I 1 1 1 1 +
1 2 1
1 1
1 1A
1 1B ! 1 ! !
1 1c 1 1
1 1D + 1o ! 1
II 1 +
1 +A 1 ! 1
1 +B . 1
1 s
1 sA 1
1 sB
1 o
III 1 1 1
1 1A 1 1 ! !
1 1B ! 10 1
1 8
1 8A
1 8B 1
1 8c ! 1 1 1 .
1 8D 1
1 8I 1
IV 1 9 ! 1
1 9A 1
1 9B 1 1 !
1 9c 1 ! !
1 10 ! ! . 1+ 1!
1 10A ! - 1 .
V 1 11 1 1 10
1 11A 1
1 12 +
1 12A 1
1 12B 1
VI 1 11 - 1! ! ! !
Tabella 5 - continua.
119
VII 1 1+
1 1+A
1 1s
1 1sA
PuN1I I IAMIIII A RI1GccG IR1G MARGINAII
I u 1
u 2
II u 1
u 1A
u +
u +A
III u s
DIVIRsI
I V1
V2
1G1AII 218 o1 1o 1o 81 19
nei tagli esaminati. Ad essa si affiancano 12 frammenti di punta corta a due dorsi subrettilinei (S 11), seguiti
da 5 punte allungate a due dorsi con unestremit assente per frattura (S 2), 4 punte allungate a due dorsi, con
unestremit troncata (S 4), 3 microliti a due punte e due dorsi totali simmetrici, leggermente convessi (S 1), 2
punte allungate a due dorsi, a ritocco parziale su uno o entrambi i bordi (S 3) e una punta allungata a due dorsi
con unestremit naturale di forma ottusa (S 5).
I dorsi e troncatura rinvenuti rientrano nella maggioranza dei casi (20) nel pi semplice tipo a singola
troncatura obliqua (Q 1). Tra gli altri esemplari si riconoscono un microlito a un dorso e due troncature oblique
di diverso orientamento (Q 4), 4 microliti a due dorsi e una troncatura obliqua (Q 5), un microlito a due dorsi e
due troncature, una normale e una obliqua (Q 6), 2 microliti a due dorsi e due troncature oblique orientate nello
stesso senso (Q 8) e 3 frammenti di microliti a un dorso e troncatura obliqua (Q 10).
Nelle punte a dorso prevalgono nuovamente gli elementi frammentari, genericamente inquadrati nel tipo
O 5. Ad essi si affiancano un solo esemplare di punta a dorso unilaterale, leggermente arcuato, a base naturale
non acuta (O 2) e 4 punte a dorso unilaterale rettilineo totale o parziale (O 4). Segue, per rappresentativit,
il gruppo dei segmenti, tra cui emergono in particolare 5 tipi corti a dorso arcuato (P 3). Si segnalano poi un
segmento corto a dorso curvo e bordo opposto a ritocco marginale parziale (P 4), un segmento corto a dorso
curvo e bordo opposto a ritocco erto totale (P 5), 2 segmenti a dorso sinusoidale (P 6), un segmento a dorso
sinusoidale e bordo opposto a ritocco totale erto marginale (P 8A), un segmento trapezoidale allungato (P 9),
2 segmenti trapezoidali corti (P 10) e un segmento trapezoidale corto con bordo opposto a ritocco totale erto
profondo (P 12).
Le rare armature trapezoidali riconosciute nella collezione sono rappresentate da un romboide allungato
con due troncature rettilinee (T 1), un trapezio asimmetrico a base obliqua concava e grande troncatura rettilinea
(T 9B), 3 trapezi asimmetrici a base obliqua concava e grande troncatura concava (T 10), 3 trapezi asimmetrici
a base obliqua concava e grande troncatura concava, allungati (ia >1,5) (T 10A), un trapezio simmetrico a
troncatura concave (T 11); un trapezio asimmetrico a piccola troncatura (base) obliqua rettilinea e grande
troncatura concava, allungato (ia >1,5) (T 15A). Chiudono la categoria dei microliti due punte a ritocco erto
marginale parziale (U 1), una lamella a ritocco erto marginale totale (U 3), una lamella a ritocco erto marginale
totale su due bordi (U 3A), 4 lamelle a ritocco erto marginale parziale prossimale (U 4) e 2 lamelle a ritocco
erto marginale parziale, mesiale o distale (U 4A) (vedi anche fig. 23). Lanalisi tipologica di dettaglio effettuata
sui 10 trapezi ( integri) ha evidenziato una lateralit a destra per tutti gli esemplari e lassenza di elaborazioni
laterali (sulle basi sensu G.E.E.M.) o di un ritocco inverso sulle troncature. Si potuto riscontrare la visibilit
del piquant tridre su quasi tutti i pezzi (9). 8 di questi recano una porzione visibile dellincavo praticato sul
supporto originario nella tecnica del microbulino, a determinare una sorta di cran adiacente allo stesso
piquant tridre.
Tabella 5 - continua.
120
fig. 23 - grotta Azzurra di Samatorza, tagli 4-1 (scavi 1982): Grattatoi (1-26); Lame/Lamelle ritoccate (2-58) (disegni dellAutore, lucidi di G.
Almerigogna) (scala 1:1).
121
Fig. 24 - grotta Azzurra di Samatorza, tagli 4-1 (scavi 1982): Armature (1-140) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
122
27
55
Fig. 25 - grotta Azzurra di Samatorza, tagli 4-1 (scavi 1982): Armature (1-11) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
123
4.4.2. Pradestel, strato E
Grattatoi (34)
Non stato possibile riconoscere un tipo prevalente. Con 3 rappresentanti ciascuno si segnalano forse
i tipi A 6 (frammento corto di grattatoio frontali su lama senza ritocco laterale) e A 59 (grattatoi ogivali su
scheggia, a ogiva larga); questultimo affiancato da singoli esemplari delle varianti A 59A (grattatoio ogivale
su scheggia, a ogiva larga e ritocco laterale) e A 59B (grattatoio ogivale su scheggia spessa allungata, a ogiva
larga) (fig. 26). Nel gruppo si segnalano quindi 2 grattatoi frontali corti su scheggia, con fronte molto arcuata
e tallone stretto (A 42B), 2 grattatoi frontali su scheggia massiccia allungata (A 56) e 2 grattatoi su scheggia
a muso isolato e largo (A 63). Sono stati infine riconosciuti un grattatoio frontale integro su lama corta, con
fronte arcuata (A 1A); un frammento di grattatoio frontale su lama con ritocco laterale (A ); un frammento di
grattatoio frontale su lama con ritocco laterale diretto o inverso e fronte molto arcuata (A A); un frammento
di grattatoio frontale su lama con ritocco laterale, a muso o tendente al muso (A B); un grattatoio frontale su
lama larga (A 8); un grattatoio frontale integro su lama spessa (A 9); un frammento lungo di grattatoio frontale
su lama, con fronte arcuata e obliqua, senza ritocco laterale (A 12); un frammento corto di grattatoio frontale
su lama, con fronte arcuata e obliqua, senza ritocco laterale (A 14); un grattatoio ogivale integro su lama, con
ritocco laterale denticolato (A 1A); un grattatoio frontale su scheggia spessa allungata, con fronte arcuata
normale e uno dei due lati convergenti verso la base ritoccato (A 34A); un grattatoio frontale su scheggia
allungata, con fronte obliqua ad andamento sinusoidale e uno dei due lati convergenti verso la base ritoccato
(A 3A); un grattatoio frontale corto su scheggia, con fronte arcuata obliqua (A 41); un grattatoio unguiforme
su scheggia a tallone stretto (A 43); un grattatoio frontale molto corto su scheggia, con fronte arcuata e un lato
ritoccato (A 46); un grattatoio frontale su margine laterale di scheggia (A 55) e un grattatoio a muso isolato
e largo, con un lato ritoccato (A 63A). A questi, pur poco sfruttabili nel confronto tipologico proposto, si
aggiungono tre frammenti di grattatoio su scheggia non meglio classificabile (A 66).
Lanalisi degli indici di carenaggio ha messo in luce un chiaro dominio dei supporti piatti (16=4%) e
molto piatti (11=32,4%), accompagnati da qualche raro esemplare spesso (5=14,8%) o carenato (2=5,9%).
Lame/Lamelle ritoccate (21)
Sei esemplari paiono riferibili al tipo E 2B (lama a ritocco bilaterale misto, lineare su un bordo e denticolato
o ad incavo sullaltro) (figg. 26 e 2). Con 3 esemplari ciascuno si segnalano anche i tipi E (lame a ritocco
denticolato unilaterale) ed E 8 (lame a ritocco denticolato bilaterale). Ripercorrendo i riferimenti tipologici
proposti dalla lista BK83, si rileva quindi la presenza di una lama a ritocco unilaterale (E 1); una lama a ritocco
unilaterale marginale (E 1A); 2 lame a ritocco bilaterale marginale o inframarginale (E 2A); 2 lame ad incavo
o ad incavi isolati su un bordo (E 5); 2 lame ad incavo o ad incavi isolati marginali su un bordo (E 5A) ed una
lama ad incavi isolati marginali su due bordi (E 6A).
Nellorizzonte stratigrafico in esame, 8 esemplari (38%) sono tratti da supporti irregolari, mentre la restante
parte (62%) ricavata da lame con caratteristiche ben assimilabili ad un dbitage di tipo Montbani. 12 pezzi sul
totale (5%) risultano tuttavia frammentari, 9 dei quali privi della porzione distale, uno di quella prossimale e 2
di entrambe le porzioni del supporto. Tra le lame integre, 2 mostrano unelaborazione prossimale, mesiale in 3
casi e distale su un solo esemplare. A queste si aggiungono altri 2 strumenti a ritocco bilaterale e asimmetrico,
normalmente parziale o discontinuo su entrambi i bordi
0
. Nelle lame a ritocco unilaterale (lineare, ad incavo o
denticolato), il bordo interessato dallelaborazione il destro in 5 casi, il sinistro in altri 4. Sul totale dei pezzi
determinati, il ritocco infine diretto su 15 esemplari, misto su 5 e bifacciale su una lama E .
Osservando gli indici di carenaggio, emerge ancora una marcata prevalenza di supporti laminari piatti
(13=61,9%) e molto piatti (=33,3%), mentre si rileva una sola lama spessa (4,8%) e lassenza di supporti
carenati.

0
Sebbene la lista BK83 gi contempli nei tipi E 1 ed E 2 la ricorrenza di un ritocco discontinuo, essa non si sofferma invece sulla
ricorrenza di elaborazioni parziali sui bordi delle lame. Questo aspetto, al contrario, parso in tutti i siti come un diffuso tratto caratte-
rizzante, specie nellambito dei tipi E ed E 8.
124
Fig. 26 - Pradestel, strato E): Grattatoi (1-34); Lame/Lamelle ritoccate (35-40) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
125
Fig. 2 - Pradestel, strato E: Lame/Lamelle ritoccate (1-15); Armature (16-56) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
126
Armature (67)
Nella categoria delle armature dominano i geometrici trapezoidali (23=34,3%), seguiti da 19 triangoli
(28,4%)
1
, 11 punte a due dorsi (16,4%), 10 dorsi e troncatura (14,9%), 2 punte a dorso (3%) e 2 diversi (3%)
(figg. 2 e 28).
Nei trapezi, 12 dei quali integri, spiccano per numero i frammenti non meglio classificabili (T 13), con 9
esemplari. Ad essi si affiancano 4 trapezi asimmetrici allungati (ia >1,5) a basi decales, con piccola troncatura
(base) concava e grande troncatura concava (T 3D); 2 trapezi asimmetrici a basi decales, con piccola
troncatura (base) concava e grande troncatura concava (T 3B); 2 trapezi asimmetrici molto corti a base
normale concava, con grande troncatura concava (T 8C). Completano il quadro un romboide corto (T 2); un
trapezio asimmetrico allungato (ia >1,5) a basi decales, con piccola troncatura (base) concava e grande
troncatura convessa o rettilinea (T 3C); un trapezio asimmetrico corto a base normale concava, con grande
troncatura convessa o rettilinea (T A); un trapezio asimmetrico a base obliqua concava, con grande troncatura
rettilinea (T 9B); un trapezio asimmetrico a base obliqua concava allungato (ia >1,5) e con grande troncatura
rettilinea (T 9C); un trapezio simmetrico a troncature rettilinee, allungato (ia >1,5) (T 12B).
Nei triangoli si rileva una maggiore rappresentativit dei triangoli scaleni lunghi a base lunga ed estremit
ottusa, con terzo lato non ritoccato o parzialmente ritoccato (R 20) e dei frammenti di triangolo scaleno lungo
a base lunga con due lati ritoccati (R 23), entrambi i tipi rappresentati da 4 esemplari. Ad essi si aggiungono 2
triangoli scaleni lunghi a base corta ed estremit ottusa, con tre lati ritoccati (R 29), e 2 triangoli scaleni lunghi a
base corta ed estremit ottusa, con terzo lato parzialmente ritoccato (R 29A). Con singoli esemplari si segnalano
un frammento di triangolo scaleno corto a tre lati ritoccati (R 15); un triangolo scaleno lungo a base lunga, con
il pi lungo dei due lati ritoccati leggermente convesso o ad andamento sinuoso (R 1A); un triangolo scaleno
lungo a base lunga con tre lati ritoccati e secondo lato leggermente convesso o ad andamento sinuoso (R 19A);
un frammento di triangolo scaleno lungo a base lunga con tre lati ritoccati (R 24); un triangolo scaleno lungo
a base corta, con tre lati ritoccati (R 2); un frammento di triangolo scaleno lungo a base corta con due lati
ritoccati (R 30); un frammento di triangolo scaleno lungo a base corta con tre lati ritoccati (R 31).
Le punte a due dorsi sono prevalentemente del tipo S 5, a dorsi simmetrici leggermente convessi,
con unestremit naturale di forma ottusa, affiancate da 2 punte a due dorsi totali simmetrici leggermente
Fig. 28 - Pradestel, strato E): Armature (1-18) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).

1
Rispetto a quanto pubblicato in F. bisi et al. (198) e G. dAlMeri et al. (2008), il numero dei triangoli rilevati nellanalisi dello stra-
to E molto minore. Si deve tuttavia ammettere che, nel corso della revisione della collezione, alcuni microliti originariamente schedati
come armature del gruppo R sono stati classificati dallo scrivente come dorsi e troncatura obliqua del tipo Q 1. Le restanti incongruenze
quantitative devono essere imputate al mancato reperimento di parte dei materiali precedentemente pubblicati.
12
convessi, con unestremit assente per frattura (S 2); 2 punte a due dorsi simmetrici leggermente convessi,
con unestremit troncata (S 4); una forma aberrante di punta corta a due dorsi (S 10) e un frammento di punta
corta a due dorsi (S 11). Nei dorsi e troncatura sono pi frequenti i tipi a dorso singolo e troncatura obliqua
(Q 1), mentre si rilevano singoli microliti a un dorso e due troncature oblique di diverso orientamento (Q 4),
a due dorsi parzialmente ritoccati e troncatura obliqua (Q 5A) e a due dorsi e due troncature, una normale e
laltra obliqua, con uno dei due dorsi parzialmente ritoccato (Q 6A). A questi si aggiunge infine un frammento
di dorso e troncatura obliqua formante un angolo ottuso (Q 10).
Completano la categoria delle armature un microlito a due punte e un dorso, a bordi leggermente
asimmetrici (O 1A), una punta a dorso unilaterale leggermente arcuato e a base naturale non acuta (O 2) e 2
microliti su lamella, con troncatura obliqua opposta a troncatura normale (V 2). Sui 16 trapezi dello strato E di
cui stato possibile determinare la lateralit, essa risultata esclusivamente a destra. Nel complesso, un solo
esemplare ha mostrato un ritocco supplementare, nella fattispecie irregolare parziale destro, mentre in nessun
caso si potuto riconoscere un ritocco inverso sulle troncature. I trapezi con piquant tridre visibile sulla
grande troncatura sono 9. Tra questi, come gi riscontrato alla Grotta Azzurra, tutti i tipi a grande troncatura
concava () presentano una sorta di cran in continuit con lo stesso piquant tridre.
4.4.3. Pradestel, strato D
Grattatoi (33)
In questo orizzonte stratigrafico sono pi frequenti i frammenti corti di grattatoio frontale su lama senza
ritocco laterale (A 6), rappresentati da 5 esemplari (fig. 29). Ad essi si affiancano, per rappresentativit,
2 grattatoi integri su lama o lamella, con fronte a muso o tendente al muso (A 1B), 2 grattatoi frontali
molto corti su scheggia, con fronte arcuata e senza lato ritoccato (A 46A) e 2 grattatoi frontali circolari o
subcircolari su scheggia spessa (A 54B). Scorrendo la lista BK83, sono stati quindi riconosciuti un grattatoio
frontale integro su lama, a ritocco laterale denticolato (A 2A); un frammento di grattatoio frontale su lama
lunga (A 5); un frammento di grattatoio su lama o lamella, con fronte a muso o tendente al muso (A 5A); un
frammento di grattatoio frontale su lama con ritocco laterale (A ); un frammento corto di grattatoio frontale
su lama, con fronte arcuata e obliqua, senza ritocco laterale (A 14); un grattatoio ogivale integro su lama,
senza ritocco laterale (A 1); un frammento di grattatoio ogivale corto su lama, senza ritocco laterale (A 20);
un frammento lungo di grattatoio tettiforme su lama (A 26); un grattatoio su supporto massiccio a fronte
arcuata, senza ritocco laterale (A 31); un grattatoio frontale su scheggia allungata, con fronte arcuata normale
e lati convergenti verso la base non ritoccati (A 33); un grattatoio frontale su scheggia allungata, con fronte
arcuata obliqua e lati convergenti verso la base non ritoccati (A 35); un grattatoio frontale corto su scheggia,
con fronte arcuata (A 39); un grattatoio frontale corto su scheggia, con fronte arcuata obliqua (A 41); un
grattatoio frontale corto su scheggia, con fronte arcuata obliqua e un lato ritoccato (A 41A); un grattatoio
frontale molto corto su scheggia, con fronte arcuata e un lato ritoccato (A 46); un grattatoio frontale doppio
corto, con ritocco laterale (A 51); un grattatoio circolare (A 54); un grattatoio frontale su scheggia massiccia
allungata (A 56); un grattatoio tettiforme su scheggia allungata (A 58A); un grattatoio ogivalr su scheggia,
a ogiva larga e ritocco laterale (A 59A); un grattatoio su scheggia a spalla, con appendice larga (A 61); un
grattatoio a muso isolato e largo, con un lato ritoccato (A 63A); un frammento di grattatoio su scheggia non
meglio classificabile (A 66).
Anche nello strato D, gli appartenenti a questo gruppo tipologico sono stati prevalentemente confezionati
su supporti piatti (1=51,6%). Seguono esemplari spessi (8=24,3%) e molto piatti (=21,2%), cui si aggiunge
un solo elemento carenato (3%).
Lame/Lamelle ritoccate (30)
La classificazione ha posto in evidenza un chiaro predominio dei tipi denticolati unilaterali (E ) e
bilaterali (E 8), rappresentati da 6 esemplari ciascuno (figg. 29 e 30). Si segnalano dunque 4 lame ad incavo
o ad incavi isolati su un bordo (E 5) e 4 lame ad incavo o ad incavi isolati marginali su un bordo (E 5A).
In ordine decrescente, sono state documentate 3 lame a ritocco unilaterale marginale o inframarginale (E
128
1A); 3 lame a ritocco bilaterale misto, lineare su un bordo e denticolato o ad incavo sullaltro (E 2B); 2
lame a ritocco uniterale (E 1); una lama a ritocco bilaterale (E 2) ed, infine, una lama a ritocco bilaterale
marginale (E 2A). Nei tagli D3-D di Pradestel, (23,3%) strumenti sono tratti da supporti irregolari, mentre
la restante maggioranza (6,%) ricavata da lame ben inquadrabili nello stile Montbani. Venti elementi sul
totale (66,6%) sono inoltre frammentari, 9 dei quali privi della porzione distale, 5 di quella prossimale e 6 di
entrambe le estremit naturali. Tra i pezzi integri unilaterali, ununica E 1 presenta un ritocco totale, mentre
negli altri 6 esemplari si osserva unelaborazione parziale: mesiale in tre lame, distale in due e discontinua
in solo caso. A queste se ne affiancano altre tre a ritocco bilaterale asimmetrico, denticolato o lineare, pur
sempre parziale su entrambi i bordi. Mancano del tutto esemplari a ritocco esclusivamente prossimale. Nelle
lame a ritocco unilaterale (unicamente diretto), il bordo interessato dallelaborazione e il destro in 10 casi,
in 9 il sinistro.
Dallesame degli indici di carenaggio emerge un equilibrato dominio dei supporti laminari piatti (15=50%)
e molto piatti (14=46,%), seguiti da un solo pezzo spesso (3,3%). Analogamente allo strato E, mancano del
tutto le lame carenate.
Armature (76)
Al loro interno dominano i trapezi (53=69,%), seguiti da 9 triangoli (11,8%), 6 punte a due dorsi (,9%),
4 dorsi e troncatura (5,3%), 3 punte a dorso (3,9%) e una sola punta a ritocco erto marginale parziale del tipo
U 1 (1,3%) (figg. 30 e 31).
Esclusi 12 frammenti non meglio classificabili (T 13), nelle armature trapezoidali prevalgono
nettamente gli esemplari asimmetrici allungati (ia > 1,5) a basi decales, con piccola troncatura (base)
concava e grande troncatura concava (T 3D), seguiti da ben rappresentati (9) tipi asimmetrici a base
obliqua concava e grande troncatura concava, allungati (ia >1,5) (T 10A). Si rilevano inoltre 5 trapezi
asimmetrici lunghi a base normale concava, con grande troncatura concava (T 4B), 3 trapezi asimmetrici
corti a base normale concava, con grande troncatura concava (T B) e 2 trapezi asimmetrici a base obliqua
concava e grande troncatura concava (T 10). Il gruppo in esame si completa con un romboide allungato (T
1); un trapezio asimmetrico allungato (ia > 1,5) a basi decales, con piccola troncatura (base) concava
e grande troncatura convessa o rettilinea (T 3C); un trapezio asimmetrico corto a base normale concava,
con grande troncatura convessa o rettilinea (T A); un trapezio asimmetrico molto corto a base normale
concava, con grande troncatura concava (T 8C); un trapezio simmetrico a troncature concave, allungato
(ia >1,5) (T 11A); un trapezio simmetrico a troncature rettilinee, allungato (ia >1,5) (T 12B); un trapezio
asimmetrico a piccola troncatura (base) obliqua rettilinea e grande troncatura rettilinea, allungato (ia
>1,5) (T 15).
Senza particolarit di rilievo, i triangoli si compongono di un frammento di triangolo scaleno corto
a tre lati ritoccati (R 15); un triangolo scaleno lungo a base lunga (R 1); un triangolo scaleno lungo a
base lunga, con il pi lungo dei due lati ritoccati leggermente convesso o ad andamento sinuoso (R 1A);
2 triangoli scaleni lunghi a base lunga ed estremit ottusa, con terzo lato non ritoccato o parzialmente
ritoccato (R 20); 2 triangoli scaleni lunghi a base corta, con tre lati ritoccati (R 2); un triangolo scaleno
lungo a base corta ed estremit ottusa, con terzo lato parzialmente ritoccato (R 29A); un frammento
di triangolo scaleno lungo a base corta con due lati ritoccati (R 30). Tra le punte a dorso rinvenute si
segnalano 2 esemplari a dorsi simmetrici, leggermente convessi e parzialmente ritoccati (S 3), 3 a dorsi
simmetrici leggermente convessi, con unestremit naturale di forma ottusa (S 5) e una punta corta a
due dorsi subrettilinei, con base naturale e punta laterale rispetto allasse del supporto (S 8). Le restanti
armature comprendono un microlito a due punte e un dorso, a bordi leggermente asimmetrici (O 1A), una
punta a dorso unilaterale leggermente arcuato e a base naturale non acuta (O 2), un frammento di punta
a dorso unilaterale (O 5), 3 microliti a un dorso e troncatura obliqua (Q 1) e un microlito a due dorsi
parzialmente ritoccati e troncatura obliqua (Q 5A).
Nonostante la frammentariet di 23 esemplari, stato possibile determinare la lateralit di quasi tutti i
trapezi, destra su 46 esemplari, sinistra su altri 3. Per lo strato D, si potuto osservare la presenza di un ritocco
laterale destro su 4 armature trapezoidali, pi specificamente parziale erto inframarginale o irregolare. In
nessun caso si sono invece riconosciute elaborazioni a ritocco inverso sulle troncature. La verifica di dettaglio
sui 34 trapezi recanti un piquant tridre non ritoccato ha infine riproposto la presenza di un cran sulle grandi
troncature ad andamento concavo.
129
Fig. 29 Pradestel, strato D: Grattatoi (1-32); Lame/Lamelle ritoccate (33-40) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
130
Figura 30. Pradestel (strato D). Lame/Lamelle ritoccate (1-23); Armature (24-58) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
131
Fig. 31 - Pradestel, strato D: Armature (1-33) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
4.4.4. Sopra Fienile Rossino
Grattatoi (9)
Tra i pochi esemplari rinvenuti non emergono ricorrenze particolari (fig. 32). Si rilevano infatti singoli
rappresentanti di varie tipologie: un frammento di grattatoio frontale su lama con ritocco laterale diretto o
inverso e fronte molto arcuata (A A); un frammento corto di grattatoio frontale su lama, con fronte arcuata
e obliqua e ritocco laterale (A 15); un grattatoio a spalla o tendente alla spalla su lama (A 28A); un grattatoio
frontale corto su scheggia, con fronte arcuata e un lato ritoccato (A 40); un grattatoio unguiforme su scheggia
a tallone stretto (A 43); un grattatoio di forma subcircolare, su calottina corticata di ciottolo, a ritocco parziale
e discontinuo (A 54A); un grattatoio frontale corto su scheggia massiccia (A 5); un grattatoio tettiforme su
scheggia allungata (A 58A); un grattatoio ogivale su scheggia spessa allungata, a ogiva larga (A 59B).
I pezzi analizzati sono stati quasi esclusivamente confezionati su supporti piatti (6=66,%) e molto piatti
(2=22,2%), mentre, in apparente disaccordo coi risultati della classificazione tipologica, un solo esemplare ha
mostrato un carenaggio maggiore.
Lame/Lamelle ritoccate (12)
Le tipologie pi frequenti sono quelle ad incavo o ad incavi isolati su un bordo (E 5) e quelle a ritocco
uniterale (E 1), rappresentate rispettivamente da 5 e 3 esemplari ciascuna. A questi elementi si affiancano una
lama ad incavi su due bordi (E 6), 2 lame a ritocco denticolato unilaterale (E ) e una lama a ritocco denticolato
bilaterale (E 8) (fig. 32).
132
Nel complesso, soltanto 3 pezzi (25%), e tutti del tipo E 5, sono stati ricavati da supporti irregolari. Dieci
lame (83,3%) sul totale sono invece frammentarie: 5 prive della loro porzione distale, 3 di quella prossimale e
2 di entrambe le estremit. Nei 2 unici esemplari integri, una E 5 e una E 8, il ritocco mesiale nel primo caso,
totale opposto a discontinuo nel secondo. Nei tipi a ritocco unilaterale, il bordo elaborato quello destro su 4
strumenti, sinistro negli altri sei. A fronte di un solo esemplare a ritocco misto, nella fattispecie diretto opposto
ad inverso, su tutte le altre lame il ritocco esclusivamente diretto. Osservando gli indici di carenaggio, i
supporti impiegati si dividono tra piatti (=58,3%) o molto piatti (5=41,%).
Armature (36)
Nellinsieme dei microliti tipologicamente determinabili, il gruppo pi rappresentato quello dei trapezi
(1=4,2%), cui si affiancano 6 punte o lamelle a ritocco erto marginale (16,%), 5 triangoli (13,9%), 3
segmenti (8,3%), 3 punte a due dorsi (8,3%), una punta su lama (2,8%) e una punta a dorso (2,8%) (fig. 32).
Nelle armature trapezoidali (9 integre) prevalgono lievemente i tipi asimmetrici a base obliqua concava
e grande troncatura concava (T 10), seguiti da 3 trapezi asimmetrici allungati (ia > 1,5) a basi decales, con
piccola troncatura (base) concava e grande troncatura concava (T 3D), 3 trapezi asimmetrici corti a base
normale concava e grande troncatura rettilinea o convessa (T A) e 3 frammenti di trapezio non meglio
classificabili (T 13). Sono dunque documentati singoli esemplari di trapezi asimmetrici a basi decales, con
piccola troncatura (base) concava e grande troncatura concava (T 3B), trapezi asimmetrici lunghi a base
normale concava e grande troncatura rettilinea (T 4A) e trapezi asimmetrici molto corti a base normale concava
e grande troncatura concava (T 8C).
Nelle punte/lamelle a ritocco erto marginale, il secondo in ordine di rappresentativit, si riconoscono
3 lamelle a ritocco totale (U 3) e 3 lamelle a ritocco marginale parziale prossimale (U 4). Altre tipologie
di armature risultano del tutto sporadiche. Nellordine di classificazione si segnalano una punta a due dorsi
asimmetrici, totali, convesso opposto a rettilineo, con punta nella parte distale del supporto (N 8A); un microlito
a due punte e un dorso, con bordi leggermente convessi ma asimmetrici (O 1A); 2 segmenti a dorso sinusoidale
(P 6); un segmento trapezoidale corto (P 10); un triangolo scaleno lungo a base lunga (R 1); un frammento
di triangolo scaleno lungo a base lunga, con due lati ritoccati (R 23); un triangolo scaleno lungo a base corta e
tre lati ritoccati (R 2); 2 triangoli scaleni lunghi a base corta ed estremit ottusa, con terzo lato parzialmente
ritoccato (R 29A); una punta allungata a due dorsi leggermente convessi con unestremit troncata (S 4); due
frammenti di punta allungata a due dorsi leggermente convessi (S 6);
Nei trapezi, ad eccezione di un solo esemplare asimmetrico molto corto a piccola troncatura normale
concava e grande troncatura concava (T 8C), si attesta una lateralit esclusivamente a destra. In quattro casi
si osserva infine un ritocco marginale parziale sul lato destro del supporto, di norma irregolare. Ancora, quasi
tutti ( su 8) i geometrici con piquant tridre non ritoccato mostrano un cran sulla troncatura superiore.

4.4.5. Lama Lite II
Grattatoi (3)
Nella collezione litica studiata sono stati riconosciuti solo 3 manufatti (fig. 33), vale a dire un grattatoio frontale
integro su lama corta, con fronte arcuata (A 1A), un frammento corto di grattatoio frontale su lama, senza ritocco
laterale (A 6), e un frammento corto di grattatoio ogivale su lama, sempre privo di ritocco laterale (A 20). Per quanto
statisticamente irrilevanti, si osserva che 2 esemplari sono stati confezionati su un supporto laminare piatto.
Lame/Lamelle ritoccate (58)
La classificazione ha posto in luce una chiara prevalenza dei tipi a ritocco unilaterale marginale o
inframarginale (E 1A), rappresentati da 15 esemplari (figg. 33 e 34). A questi si affiancano ben documentate
(10) lame ad incavo o ad incavi isolati marginali su un bordo (E 5A), 9 esemplari dello stesso tipo ma a ritocco
profondo (E 5) e altrettante lame a ritocco uniterale (E 1). Seguendo i riferimenti tipologici, sono dunque
133
Fig. 32 - Sopra Fienile Rossino: Grattatoi (1-9); Lame/Lamelle ritoccate (10-26) Armature (2-59) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna)
(1:1).
134
riconoscibili anche 3 lame a ritocco bilaterale (E 2); 3 lame a ritocco bilaterale marginale o inframarginale
(E 2A); una lama a ritocco bilaterale misto, lineare parziale prossimale opposto ad incavo mesiale (E 2B);
una lama ad incavi opposti (E 6); 4 lame a ritocco denticolato unilaterale (E ); 3 lame a ritocco denticolato
bilaterale (E 8). Undici esemplari (18,9%) sono tratti da supporti laminari irregolari, poco assimilabili ai
prodotti della scheggiatura dello stile Montbani; 51 (8,9%) lame sul totale risultano invece frammentarie.
Pi in dettaglio, si evidenzia la mancanza della parte distale in 29 casi, di quella prossimale in 5 e di entrambe
sui restanti 16. Tra i pochissimi elementi integri, una E 1A presenta un ritocco prossimale sul bordo sinistro,
mentre altre 4 lame sono elaborale nella porzione mesiale del supporto; in altri due casi, una E 2B ed una E ,
si osserva rispettivamente un incavo mesiale opposto a ritocco prossimale e un ritocco denticolato discontinuo.
Ventisei delle lame a ritocco unilaterale sono elaborate sul bordo destro, 21 su quello sinistro. Nel complesso,
39 esemplari mostrano poi un ritocco esclusivamente diretto, 16 inverso, 3 misto (in due casi bifacciale).
Rispetto ai grattatoi, pi consistenti sono infine i risultati dellanalisi degli indici di carenaggio. Anche in
questo caso, gli strumenti sono stati normalmente confezionati su supporti laminari piatti (30=51,) o molto
piatti (24=41,4%), mentre del tutto insignificanti paiono gli esemplari spessi (3=5,2%) o carenati (1=1,%).
Armature (83)
Le armature determinabili sono composte quasi esclusivamente da trapezi (4=89,1%). Ad essi si
aggiungono un singolo (1,2%) frammento di punta allungata a due dorsi leggermente convessi (S 6) e 8 punte
o lamelle a ritocco erto marginale (9,6%) (figg. 34 e 35).
Nei geometrici trapezoidali, 42 dei quali integri, sono pi frequenti i tipi asimmetrici a base obliqua
concava e grande troncatura concava, sia nella versione predeterminata dalla lista BK83 (14), sia soprattutto
nella variante allungata T 10A (18). Ben rappresentati sono anche i tipi asimmetrici corti a base normale concava
e grande troncatura concava (T B), con 10 esemplari, seguiti da trapezi asimmetrici lunghi a base quasi
normale, concava e leggermente obliqua, con grande troncatura concava (T 5B). Questi sono accompagnati da
2 esemplari asimmetrici a basi decales con piccola troncatura (base) concava e grande troncatura concava
(T 3B); 3 asimmetrici lunghi a base normale concava, con grande troncatura convessa o rettilinea (T 4A);
un trapezio asimmetrico lungo a base normale concava, con grande troncatura concava (T 4B); un trapezio
asimmetrico lungo a base quasi normale, concava e leggermente obliqua, con grande troncatura convessa o
rettilinea (T 5A); un trapezio asimmetrico corto a base normale concava (T ); 3 trapezi asimmetrici corti a base
normale concava e grande troncatura rettilinea o convessa (T A); un trapezio asimmetrico molto corto a base
normale concava e grande troncatura concava (T 8C); 2 trapezi asimmetrici a base obliqua concava e grande
troncatura convessa (T 9); un trapezio asimmetrico a base obliqua concava e grande troncatura convessa,
allungato (T 9A); 3 trapezi asimmetrici a base obliqua concava e grande troncatura rettilinea (T 9B); 3 trapezi
asimmetrici a base obliqua concava e grande troncatura rettilinea, allungati (ia >1,5) (T 9C); un trapezio
simmetrico a troncature concave (T 11); 3 frammenti di trapezio non meglio classificabili (T 13).
Le armature del gruppo U sono composte infine da una lamella a ritocco erto marginale totale (U 3), una
lamella a ritocco erto marginale totale su due bordi (U 3A), 2 lamelle a ritocco marginale parziale prossimale
(U 4) e 4 lamelle a ritocco erto marginale parziale, mesiale o distale (U 4A).
Nei dettagli morfo-tecnici dei geometrici trapezoidali si evidenzia una lateralit a destra su ben 2 esemplari,
attestata invece a sinistra soltanto su un frammento non classificabile (T 13) e su un T 10 morfologicamente
anomalo. Un ritocco laterale destro, sempre erto inframarginale o irregolare, visibile su 3 pezzi, mentre il
gi citato T 10 atipico lunico a mostrare unelaborazione a ritocco inverso sulla troncatura minore. Anche in
questo sito, lesame delle troncature ha rilevato una visibilit del piquant tridre su ben 55 trapezi. Per 45 di
questi si osserva regolarmente un cran sulla troncatura superiore.
4.4.6. Grotta 3 di Latronico, tagli 44-41
Grattatoi (28)
Non si segnalano tipi chiaramente predominanti, ad eccezione forse di 3 frammenti di grattatoio su lama
o lamella, con fronte a muso o tendente al muso (A 5A), e 3 frammenti di grattatoio frontale su lama, con
135
Figura 33. Lama Lite II. Grattatoi (1-3); Lame/Lamelle ritoccate (4-45) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
136
Fig. 34 - Lama Lite II: Lame/Lamelle ritoccate (1-22), Armature (23-65) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
13
Fig. 35 - Lama Lite II: Armature (1-33) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
ritocco laterale (A ) (fig. 36). Per ordine classificatorio, si potuto quindi riconoscere un grattatoio frontale
integro su lama, con fronte a muso o tendente al muso (A 1B); un grattatoio frontale integro su lama, con
ritocco laterale e fronte a muso o tendente al muso (A 2B); un frammento di grattatoio frontale su lama,
probabilmente a frattura volontaria (A 3); 2 frammenti corti di grattatoio frontale su lama, senza ritocco
laterale (A 6); un frammento di grattatoio frontale su lama spessa (A 10); 2 frammenti corti di grattatoio
frontale su lama, con fronte arcuata e obliqua e ritocco laterale (A 15); un grattatoio ogivale integro su lama,
con ritocco laterale denticolato parziale (A 1A); un frammento di grattatoio ogivale corto su lama, senza
ritocco laterale (A 20); un frammento corto di grattatoio tettiforme su lama, senza ritocco laterale (A 2);
un grattatoio a spalla su lamella (A 28); un grattatoio frontale su scheggia allungata, con lati convergenti
verso la base e fronte con prominenza centrale (A 38); un grattatoio frontale corto su scheggia, con fronte
arcuata obliqua e ritocco laterale (A 41A); un grattatoio frontale corto su scheggia, con fronte molto arcuata
(A 42); un grattatoio frontale subcircolare (A 53); un grattatoio tettiforme su scheggia allungata (A 58A);
un grattatoio a spalla su scheggia, con appendice larga (A 61); 2 grattatoi a muso isolato e largo su scheggia
(A 63); un frammento di grattatoio su scheggia non classificabile (A 66). Lanalisi degli indici di carenaggio
ripropone un sostanziale predominio dei grattatoi piatti (20=1,4%), seguiti da alcuni esemplari molto piatti
(=25%) e da un solo pezzo spesso (3,6%).
Lame/Lamelle ritoccate (101)
Stupisce lo sviluppo di questo gruppo rispetto ai grattatoi e alle armature, osservando soprattutto la
rapprentativit delle lame ritoccate anche nelle altre collezioni a confronto (fig. 36 e 3). Le tipologie pi
diffuse sono quelle a ritocco unilaterale marginale o inframarginale (E 1A) e ad incavo/i isolati (E 5), entrambe
rappresentate da 1 esemplari. Seguono, per quantit, 11 lame ad incavi unilaterali marginali (E 5A), altrettante
lame a ritocco denticolato unilaterale (E ), 10 lame a ritocco lineare su un bordo (E 1), 9 lame a ritocco
bilaterale (E 2) e 9 lame a ritocco denticolato bilaterale (E 8). Il quadro si completa con 5 lame a ritocco
bilaterale marginale o inframarginale (E 2A), una lama a ritocco bilaterale misto, lineare prossimale opposto
138
Fig. 36 - Grotta 3 di Latronico, tg. 44-41: Grattatoi (1-28); Lame/Lamelle ritoccate (29-54) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
139
ad incavo mesiale (E 2B), 6 lame ad incavi isolati su due bordi, sfalsati od opposti (E 6) e 5 lame ad incavi
isolati marginali bilaterali (E 6A).
Ventisei (25,%) strumenti sono confezionati su supporti irregolari, mentre l85,1% (86) di tutti gli
esemplari frammentario: 48 lame/lamelle sono prive della loro porzione distale, 12 di quella prossimale e 25
di entrambe. I 15 (14,8%) supporti integri presentano unelaborazione prossimale in un solo caso, mentre su
il ritocco localizzato sulla porzione mesiale. Tra gli integri si riconoscono inoltre 2 lame a ritocco unilaterale
totale, 3 a ritocco discontinuo unilaterale ed una a ritocco distale opposto a discontinuo. Nel complesso, 36
pezzi a ritocco unilaterale presentano unelaborazione sul bordo destro (35,6%), altri 30 su quello sinistro
(29,%). Si sottolinea infine che 84 lame/lamelle ritoccate (83,1%) presentano un ritocco esclusivamente
diretto, 8 inverso e altre 9 misto, in composizioni diverse. I supporti impiegati nel confezionamento di questi
strumenti sono quasi sempre piatti (48=4,5%) o molto piatti (46=45,5%). A questa tendenza generale, fanno
eccezione 3 sole lame spesse (3%) e 4 carenate (4%).
Armature (79)
Fatta eccezione per 3 punte a ritocco erto marginale del tipo U 1 (3,8%), le armature determinabili sono
costituite interamente da trapezi (6=96,2%), 63 dei quali integri (fig. 38). Al loro interno, emergono per quantit
(12) i tipi asimmetrici a base obliqua concava e grande troncatura concava (T 10). Seguono ben rappresentati trapezi
simmetrici a troncature concave, 10 nella variante corta (T 11) e 8 in quella allungata (T 11A). Leggermente meno
frequenti paiono i trapezi asimmetrici a base obliqua concava e grande troncatura rettilinea (T 9B), rappresentati
da esemplari. Seguono nellordine 5 trapezi asimmetrici molto corti a base normale concava e grande troncatura
concava (T 8C); 4 romboidi allungati (T 1); 3 trapezi asimmetrici a basi decales con piccola troncatura (base)
concava e grande troncatura concava (T 3B); 3 trapezi asimmetrici a base obliqua concava e grande troncatura
rettilinea, allungati (ia > 1,5) (T 9C); 3 frammenti di trapezio non meglio classificabili (T 13); un trapezio
asimmetrico allungato (ia > 1,5) a basi decales, con piccola troncatura (base) concava e grande troncatura
concava (T 3D); un trapezio asimmetrico lungo a base normale concava e grande troncatura convessa (T 4A); un
trapezio asimmetrico corto a base normale concava e grande troncatura concava (T B); un trapezio asimmetrico
molto corto a base normale concava e grande troncatura convessa (T 8B); un trapezio asimmetrico molto corto a
base normale rettilinea e grande troncatura rettilinea (T 8D); un trapezio asimmetrico molto corto a base normale
rettilinea e grande troncatura concava (T 8E); un trapezio asimmetrico a base obliqua concava e grande troncatura
convessa (T 9); 5 trapezi asimmetrici a base obliqua concava e grande troncatura concava, allungati (ia >1,5) (T
10A); 4 trapezi simmetrici a troncature rettilinee (T 12); un trapezio simmetrico a troncature rettilinee, allungato
(ia >1,5) (T 12A); un trapezio asimmetrico a base obliqua rettilinea e grande troncatura rettilinea (T 14); un
trapezio asimmetrico a base obliqua rettilinea e grande troncatura concava (T 14A); un trapezio asimmetrico a
base obliqua rettilinea e grande troncatura rettilinea, allungato (ia >1,5) (T 15); un trapezio asimmetrico a base
obliqua rettilinea e grande troncatura concava, allungato (ia >1,5) (T 15A). Nei tagli 44-41 non si segnalano
esemplari a ritocco laterale, n tanto meno inverso sulle troncature
2
. Seguendo con attenzione i criteri prescelti
nellorientamento dei geometrici (reso arduo nei simmetrici per la scarsa visibilit delle onde di riflessione sulla
faccia ventrale), si potuto osservare in 0 casi una lateralit a destra, a sinistra nei restanti 6. Nei 23 trapezi
caratterizzati da piquant tridre non ritoccato, esso, a differenza degli altri siti, non mai accompagnato da un
cran sulla grande troncatura.

2
Due trapezi rettangoli con ritocco inverso piatto sulla piccola troncatura ricorrono solo nel successivo Livello E della
sequenza mesolitica di Latronico (tg. 40-26), non datato e contraddistinto dallinfiltrazione di frammenti ceramici e di
ossidiana del tutto intrusivi (dini et al. 2008). Nel quadro evolutivo delle armature mesolitiche italiane, questa presenza,
apparentemente trascurabile, acquisisce tuttavia un notevole interesse alla luce dalla scoperta di tipi praticamente identici
in altri siti meridionali, come Tuppo dei Sassi (strato E1) (1) (borzAtti Von lwenstern, 1971), Terragne - US5 (3) (gor-
goglione et al., 1995) e Alimini Masseria Pagliarone I (1) (ingrAVAllo et al., 2004). Nel resto della penisola, singoli
esemplari con una o due troncature a ritocco inverso sono segnalati anche a Romagnano (strato AA) (1) (broglio, 1971),
Monte Netto (1) (biAgi, 1975; 1979), Grotta Azzurra (1) (cAnnArellA e creMonesi, 1967) e Grotta Tartaruga (tagli 1-2)
(1) (creMonesi, 1984a) e Pagnano dAsolo (1) (MArtinelli, 1984).
140
Fig. 3 - Grotta 3 di Latronico, tg. 44-41: Lame/Lamelle ritoccate (1-38) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
141
Fig. 38 - Grotta 3 di Latronico, tg. 44-41: Armature (1-9) (disegni dellAutore, lucidi di G. Almerigogna) (1:1).
142

3
Le percentuali (per sito) e le quantit espresse nei Grafici 1-13 fanno riferimento agli esemplari in cui il dato tipometrico di volta
in volta in esame risultava misurabile (o calcolabile nel caso degli indici). Salvo diversa indicazione, sono stati sfruttati tutti i 253
trapezi.
4.5. analisi tiPoMetriCo-statistiCa delle arMature traPezoidali
4.5.1. Indici di allungamento
Analizzando gli istogrammi predisposti per il confronto tra i siti campione, una visione genuina della
distribuzione dei trapezi per classi di allungamento condizionata dalla frammentariet di numerosi
esemplari (90 su 253 totali). Ciononostante, limitando le osservazioni ai soli pezzi integri (grafico 1)
3
,
stato possibile riconoscere alcune tendenze generali. Nel complesso, ad esempio, si rileva che le armature
sono normalmente caratterizzate da indici di allungamento (L/l) compresi tra 1 e 3. Esemplari inquadrabili
nella classe delle Schegge larghe (1IA>0,75) (bAgolini, 1968) sono presenti a Fienile Rossino, Lama
Lite e Latronico, pur sempre in proporzioni inferiori rispetto ai tipi pi allungati. Se per, nel sito lucano,
si segnala un trapezio ancora pi corto, con un indice di allungamento assimilabile a quello delle Schegge
molto larghe (0,75IA>0,5), a Predestel e a Lama Lite la presenza di elementi pi allungati (3IA>2)
invece pi marcata. Nello Strato D del riparo atesino, questultimi rappresentano la tipologia addirittura
pi frequente, quando nello Strato E, su ben documentati trapezi con IA superiore a 2, prevalgono tipi
comunque pi corti. Lo stesso dato osservabile alla Grotta Azzurra, a Fienile Rossino e a Lama Lite,
ove emergerebbe un generale predominio di geometrici con indici IA assimilabili a quelli delle Schegge
laminari. Da questo punto di vista, i numerosissimi trapezi della Grotta 3 di Latronico sembrano distaccarsi
nettamente da quelli dellItalia settentrionale, evidenziando una sostanziale assenza di esemplari con IA
superiore a 2. Prevalgono al contrario indici compresi tra 1 e 2, secondo una standardizzazione dimensionale
apparentemente sconosciuta in altre regioni peninsulari.
4.5.2. Moduli dimensionali
Pi significative differenze tra i siti campionati emergono dallosservazione dei moduli dimensionali
(grafico 2). NellItalia settentrionale, esemplari integri inquadrabili nella categoria degli ipermicroliti (L+l
2 cm) si segnalano soltanto alla Grotta Azzurra e nello strato E di Pradestel, pur non rappresentando, in
entrambi i casi, la classe pi frequente. Di fatto, in tutti gli strumentari a confronto sono invece pi diffusi
gli esemplari di dimensioni maggiori, seppur raramente caratterizzati da un valore L+l superiore a 3,5 cm.
Eccedono questultimo limite soltanto alcuni geometrici di Lama Lite e dello strato D di Pradestel.
In quesambito, le differenze tra i trapezi dei siti settentrionali e di quelli provenienti dai tagli 44-41
della Grotta 3 di Latronico paiono ancora pi ampie di quanto osservato negli indici di allungamento.
In primo luogo, e a conferma di una pi elevata standardizzazione, tutti i geometrici del sito lucano si
concentrano quasi esclusivamente tra le classi L+l comprese tra 2,5 e 1,5 cm. Nel contesto di armature
omogeneamente pi piccole, si nota inoltre come il 48, % degli esemplari integri ricada pienamente nella
categoria degli ipermicroliti. Non di meno, la scoperta di due esemplari con un valore L+l inferiore a 1,5 cm
sembrerebbe collocare il Mesolitico Recente di Latronico su una linea evolutiva apparentemente opposta a
quella di Pradestel - strato D.
4.5.3. Lunghezza
Lanalisi statistica di questo dato certamente la pi condizionata dalla frammentariet delle armature
esaminate, cui va imputata lirregolarit nella distribuzione per classi in alcuni siti. Valutando i soli pezzi
integri (grafico 3), tra le tendenze generali dellItalia nord-orientale si segnala, ad esempio, lassenza di trapezi
pi corti di 10 mm. Nello specifico, gli esemplari presenti nei tagli 4-1 della Grotta Azzurra e a Fienile Rossino
sono caratterizzati da lunghezze sempre comprese tra i 10 e i 20 mm; per il sito triestino, non tuttavia possibile
riconoscere una classe dominante, mentre, nel caso bresciano, sembrerebbero pi frequenti i geometrici da 16-
18 mm. A Pradestel, trova conferma il limite dimensionale inferiore (10 mm), ma emergono anche interessanti
peculiarit. Nello Strato E, a fronte di un predominio delle classi da 14 a 18 mm, compaiono infatti trapezi con
143
lunghezze comprese tra 22 e 26 mm, cui, nello strato D, si affiancano esemplari ancora pi lunghi (28-30 mm).
Caratteristiche similari allo strato E di Pradestel sono altres riconoscibili sullAppennino Tosco-Emiliano,
dove il giacimento di Lama Lite ha restituito esemplari integri con lunghezze normalmente maggiori di 12 mm,
ma solo in due casi superiori ai 22 mm.
Osservando gli istogrammi della Grotta 3 di Latronico, la distribuzione per classi dimensionali appare
nuovamente difforme da quella dei siti settentrionali. La lunghezza massima delle armature non supera
mai i 18 mm, mentre la pi frequente si assesta tra 10 e 12 mm. Il dato certamente pi sorprendente
tuttavia la buona rappresentativit di trapezi integri ancora pi corti: 11 (14,5%) con lunghezze comprese
tra 8 e 10 mm, 2 addirittura inferiori a 8 mm. Tutto ci contrasta con lipotesi di M. dini et al. (2008) su
144
una relazione dimensionale (e funzionale) tra le armature e i frammenti mesiali di lamella
4
rinvenuti nel
deposito. Queste, limitatamente ai tagli studiati, mostrano infatti una lunghezza compresa di norma tra
11 e 25 mm, ben in eccesso rispetto a quella pi diffusa nei trapezi. Pur non mettendone in discussione la
standardizzazione, la rappresentativit e la fatturazione volontaria, le prove a favore di un impiego delle
stesse gilettes come armature immancabili non paiono al momento convincenti, soprattutto in mancanza
di prove traceologiche. Gli stessi frammenti di lama alimenterebbero semmai lidea di un utilizzo dei
supporti da non ritoccati.
4.5.4. Larghezza
Essendo lunico aspetto regolarmente misurabile, la larghezza si prestata ad una migliore analisi statistica
(grafico 4), consentendo una verifica del grado di standardizzazione dei supporti impiegati nel confezionamento
delle armature trapezoidali. Di fatto, nei siti settentrionali, questi geometrici hanno mostrato larghezze quasi
sempre superiori ai 6 mm e generalmente inferiori ai 12 mm. Esemplari leggermente pi larghi compaiono in
quasi tutte le collezioni, sebbene in percentuali molto basse. Un trapezio con larghezza maggiore di 14 mm
stato riconosciuto soltanto a Fienile Rossino. Nel complesso, la classe dimensionale pi rappresentata al nord
compresa dunque tra gli 8 e i 10 mm, immediatamente seguita da quella tra 10 e 12 mm. Questi dati paiono
in linea con la larghezza osservabile nelle lame/lamelle ritoccate precedentemente analizzate (grafico 13).
Dal quadro complessivo divergono in parte le collezioni di Pradestel strato D e della Grotta Azzurra. Nel
caso atesino risultano difatti pi frequenti gli esemplari ottenuti da lamelle pi larghe di 10 mm, misura che,
nella cavit giuliana, pare invece eccezionale. Nello stesso sito, daltro canto, si segnala un valore inferiore
addirittura ai 6 mm. Su questo sfondo, spicca ancora una volta la diversit tipometrica dei trapezi di Latronico,
la cui larghezza sistematicamente inferiore ai 12 mm e, nel 51,3 % dei casi, compresa tra 6 e 8 mm. Sono 5,
inoltre, gli esemplari che non superano la soglia dei 6 mm.

4
Denominate anche gilettes in F. bisi et al. (198) e in S.K. KozowsKi e G. dAlMeri (2000).
145
4.5.5. Spessore
In tutti i casi lo spessore massimo misurato non supera i 4 mm (grafico 5). A fronte di questa norma,
comunque interessante osservare, per ciascun sito, la ripartizione tra le due classi dimensionali proposte,
0<S2 mm e 2<S4 mm. A Pradestel strato E, Fienile Rossino e Lama Lite prevalgono, ad esempio, spessori
superiori a 2 mm, mentre a Pradestel strato D, entrambe le classi risultano equamente rappresentate. Diversa
la situazione alla Grotta Azzurra, dov invece pi frequente limpiego di supporti laminari pi sottili di 2
146
mm. La stessa tendenza trova la sua massima visibilit nel sito di Latronico, dove, con sorprendente livello di
standardizzazione, il 93,4% dei trapezi ricade sempre nella classe dimensionale pi piccola.
4.5.6. Grande troncatura (o superiore)
Pur non potendo essere misurato in tutte le armature, questo dato si rivelato utile nellisolare ulteriori
eterogeneit tra i siti a confronto, consentendo lanalisi statistica di aspetti tipometrici sinora poco noti (grafico
6). Ancora una volta, i trapezi integri della Grotta Azzurra e di Pradestel strato E mostrano un buona similarit,
con una troncatura superiore sempre compresa tra i 6 e i 16 mm. Nel sito triestino non si riconoscono tuttavia
misure ricorrenti, mentre, nel caso atesino, osservabile una maggiore proporzione delle classi superiori ai 12
mm. Non si discosta da questo quadro Fienile Rossino, dove gli esemplari integri non mostrano mai grandi
troncature al di sotto degli 8 mm ed nuovamente ben rappresentata la classe tra 10 e 12 mm. A Pradestel
strato D, si evidenzia invece un shift verso classi dimensionali pi alte. Sebbene siano pi comuni misure
tra 10 e 16 mm, compaiono infatti troncature superiori ancora pi lunghe, in 4 casi maggiori di 16 mm e, in 2,
addirittura oltre i 18 mm. A Lama Lite, la classe pi rappresentata sempre quella dei 10-12 mm, seguita da
quella degli 8-10 mm. Nello stesso sito, dimensioni superiori ai 16 mm si limitano ad un solo esemplare, ma si
segnalano anche due trapezi con grandi troncature comprese tra 6 e 8 mm. A differenza dei siti settentrionali, a
Latronico non si rilevano misure superiori ai 12 mm e la classe dominante si rivela quella degli 6-8 mm. Nove
troncature superiori mostrano inoltre una lunghezza compresa tra 4 e 6 mm.
4.5.7. Piccola troncatura (o inferiore)
Nei tagli 4-1 della Grotta Azzurra e negli strati E-D di Pradestel, la troncatura inferiore misura pi
frequentemente 6-8 mm (grafico ). Se per, nel primo sito, questa non supera mai i 10 mm, nel secondo
acquisiscono visibilit anche classi dimensionali superiori. In questo caso, misure maggiori si rilevano nello
Strato E, ove rappresentata la classe dei 12-14 mm; paradossalmente, trapezi con troncature inferiori da 4 a
6 mm compaiono soltanto nel sovrastante orizzonte stratigrafico. Tra Fienile Rossino e Lama Lite le similarit
sono curiosamente forti, sia nelle classi dimensionali rappresentate, sia nelle loro percentuali. In entrambi
i siti, infatti, i trapezi sono caratterizzati da piccole troncature comprese tra 8 e 10 mm, nel 43,8% dei casi,
per la stazione prealpina, e nel 45,2 % di quella appenninica. Con proporzioni altrettanto similari, seguono le
14
classi da 6-8 mm, 10-12 mm e, come a Pradestel - strato D, da 4-6 mm. Il sito bresciano si segnala tuttavia per
un singolo esemplare con piccola troncatura superiore ai 12 mm. Nei trapezi integri di Latronico si ripropone
una pi alta rappresentativit delle classi dimensionali minori, tra cui spicca nettamente quella dei 6-8 mm
(56,6%). Non mancano altres troncature inferiori ancora pi corte, finanche sotto i 4 mm.
4.5.8. Base maggiore
Landamento statistico di questo dato riprende quello della lunghezza assoluta, discostandosene in relazione
alla rappresentativit, per ciascun sito, dei trapezi a basi decales. Considerando i soli pezzi integri (grafico 8),
si pu affermare che nei siti settentrionali la base maggiore lunga di norma 10-20 mm. Rari esemplari con
misure minori sono documentati esclusivamente alla Grotta Azzurra e a Fienile Rossino. A Pradestel - strato
E la classe dimensionale pi rappresentata quella dei 12-14 mm, ma non si segnalano 3 misure superiori
ai 20 mm. Nel sovrastante Strato D, si ripropone una crescita dimensionale gi documentata per altri aspetti
tipometrici: si diffondono trapezi con base maggiore pi lunga di 12 mm, spesso compresa tra 16 e 18 mm,
mentre acquisiscno visibilit anche le classi comprese tra 20 e 30 mm. Caratteristiche analoghe si riscontrano
in parte a Lama Lite, dove trapezi integri con base maggiore inferiore ai 12 mm sono praticamente assenti
e sono equamente ben documentate le classi fino ai 22 mm; sono 2 esemplari hanno mostrato dimensioni
superiori. Nel sito meridionale di Latronico, al contrario, non si rilevano mai misure superiori ai 16 mm e gran
parte delle armature trapezoidali contraddistinta da una base maggiore di 10-12 mm. Compare qui, daltro
canto, la classe dei 6-8 mm.
4.5.9. Base minore
Alla Grotta Azzurra le basi minori dei trapezi non superano gli 8 mm, misurando, nella maggioranza
dei casi, 2-4 mm. Nello strato E di Pradestel, non si scende invece mai al di sotto dei 4 mm e la classe pi
rappresentata quella degli 8-10 mm; non mancano inoltre misure comprese tra 12 e 14 mm. Nello strato D si
ossrva una distribuzione per classi similare, fatta eccezione per la comparsa di alcuni esemplari con basi minori
di 2-4 mm; a Fienile Rossino esse mostrano infine una lunghezza mediamente compresa tra 4 e 10 mm, senza
tuttavia evidenziare una dimensione ricorrente (grafico 9).
Spostando lo sguardo pi a sud, significativo rilevare una certa similarit tra Lama Lite e Latronico.
In entrambi i siti, infatti, non mancano rilevazioni inferiori ai 4 mm e, in netto contrasto con quanto visto a
148
Pradestel, le classi dimensionali pi rappresentate sono quelle immediatamente successive, da 4 a 8 mm. Nel
caso appenninico prevalgono basi minori da 4-6 mm, superate in Lucania da quelle di 6-8 mm. Dimensioni
maggiori sono progressivamente pi rare e non superano comunque i 14 mm.
4.5.10. Indice di simmetria orizzontale
Lanalisi statistica del rapporto grande troncatura/piccola troncatura apporta positive conferme alla
classificazione tipologica delle armature, gettando luce sulla distribuzione percentuale dei trapezi rispetto
ad una forma isoscele pura (grafico 10). A Pradestel - strato E, Fienile Rossino e a Lama Lite prevalgono
149
complessivamente valori GT/pt compresi tra 1 e 1,25, a testimoniare la diffusione di trapezi dallasimmetria
mai eccessivamente marcata. Negli stessi siti sono comunque ben documentati indici da 1,25 a 1,50, e non
mancano esemplari ulteriormente scaleni. Questa tendenza vede il suo massimo sviluppo nello strato D di
Pradestel, dove i geometrici con un rapporto GT/pt superiore a 1,25 rappresentano la norma. Opposto invece
il caso di Latronico, dove, pur a fronte di un predominio di indici compresi tra 1 e 1,25, il 39,2% dei trapezi
integri ha mostrato un rapporto GT/pt inferiore o uguale a 1, mentre indici superiori a 1,25 paiono del tutto
eccezionali.
4.6. ConFronti e Considerazioni
Lanalisi condotta sembra fornire positivi aggiornamenti alle conoscenze sulla tipologia litica del Mesolitico
Recente italiano, alimentando nuove riflessioni sulle manifestazioni archeologiche pi tipicamente associate
agli ultimi cacciatori-raccoglitori dellAtlantico. Ciononostante, il confronto tra i 5 insediamenti scelti si
rivelato soltanto un primo passo verso una definizione della geografia culturale pre-neolitica e le considerazioni
avanzate devono essere accolte nella loro necessaria provvisoriet. In tal senso, non mai venuta meno la
consapevolezza che talune differenze tra i siti potessero derivare da una loro diversa attitudine funzionale o
che la rappresentativit dei complessi litici studiati fosse condizionata da un areale di scavo infinitamente pi
piccolo del potenziale spazio abitato (MontAgnAri kokelj, 1993; biAgi, 2001). I risultati raggiunti, sebbene
basati su selezionati gruppi di strumenti, restituiscono tuttavia una sintesi mai tentata prima.
Il 2,8 % dei 133 grattatoi analizzati rientra nella Classe I della lista BK83, confermando la progressiva
diffusione dei tipi su lama a fronte arcuata nel corso lAtlantico iniziale. Seguono, per rappresentativit, i
grattatoi ogivali o a muso su scheggia (Classe XVI, 16%) e i grattatoi circolari e sub-circolari (Classe XIII,
10,5%). Nel complesso, sono ben documentati anche i tipi frontali corti su scheggia (Classe X, 9,%), seguiti da
esemplari su lama a fronte arcuata e obliqua (Classe III, 6%) o su scheggia allungata con lati convergenti verso
la base (Classe IX, 6%). Altre Classi si sono rivelate sempre poco rappresentative. A fronte di una tendenza
generale, pur ammettendo la scarsa sfruttabilit statistica dei grattatoi di Fienile Rossino e Lama Lite, non
mancano per alcune peculiarit. I tipi frontali su lama, al cui interno spiccano i frammenti corti senza ritocco
laterale (A 6) e i frammenti con ritocco laterale (A ), sono visibili in tutte le collezioni. Nello specifico, tuttavia,
essi risultano percentualmente rilevanti solo a Pradestel strato D e a Latronico, mentre alla Grotta Azzurra
e nello Strato E del riparo atesino paiono molto pi sporadici. Sempre a Pradestel, altrettanto interessante il
passaggio dallorizzonte stratigrafico pi antico a quello pi recente, connotato da una flessione dei grattatoi a
muso e ogivali su scheggia e dalla comparsa di esemplari su supporto laminare con fronte a muso o tendente
150

5
Sul Carso, tipi analoghi si segnalano peraltro nei livelli sauveterriani della Grotta Lonza (Meluzzi et al., 1984), della Caverna Ca-
terina (CAnnArellA e pitti, 1984) e della Grotta VG-4245 di Trebiciano (MontAgnAri kokelj, 1984).
76
Senza considerare che certe variazioni stilistiche tra siti coevi o tra diversi settori di uno stesso insediamento, possono essere ricon-
ducibili a differenti specializzazioni funzionali dellarea intercettata dallo scavo.
al muso. Questultimi sembrerebbero accomunare nuovamente lo strato D del riparo atesino e i tagli 44-41 di
Latronico. Per lestrema caratterizzazione dei riferimenti classificatori prescelti, dati significativi emergono
altres dal confronto tra le sole Classi tipologiche, a patto di evitarne laccorpamento schematizzante di alcune
pubblicazioni (bisi et al., 198; KozowsKi e dAlMeri, 2000; DAlMeri et al., 2008). Esemplari circolari o
subcircolari, specie del tipo su scheggia o su calottina corticata di ciottolo (A 54A), acquisiscono un certo
rilievo soltanto alla Grotta Azzurra, dove i grattatoi corti su scheggia sono nel complesso pi numerosi di quelli
su lama/lamella. Queste caratteristiche, in parte rilevate da G. creMonesi (1984a) anche nella vicina Grotta
della Tartaruga, destano singolare interesse osservando la tipologia dei grattatoi provenienti da altri siti friulani
ritenuti coevi. Nella fattispecie, si sottolinea la ricorrenza di esemplari su calottina (sub-circolari o molto corti,
talora con fronte tendente al muso) alla Grotta Benussi (tg. 6-3), e alla Cavernetta della Trincea sullo stesso
Carso triestino
5
(Andreolotti e strAdi, 1964; Andreolotti e gerdol, 1973; creMonesi, 1984); a Cassacco,
Corno Ripudio e Fornaci de Mezzo sullanfiteatro morenico del Fiume Tagliamento (UD) (cAndussio et al.,
1991); a Molin Nuovo e Corno di Rosazzo Loc. Gramogliano, in provincia di Udine (frAgiAcoMo e pessinA,
1995; BAstiAni et al., 199); a Borgo Ampiano e San Vito al Tagliamento Loc. Prodolone, in provincia di
Pordenone (AnAstAsiA et al., 1995; MontAgnAri kokelj, 2003; AnAstAsiA com. pers., 2006).
Particolarmente degno di attenzione parso il raffronto tra i grattatoi di Pradestel e quelli del Mesolitico
Recente di Romagnano III (strati AB3, AB2-1 e AA) e del Riparo Gaban (strati FA28, E2). Anche in questi
due siti dominano i tipi su lama (Classe I), specie i frammenti corti senza ritocco laterale (A 6), e sono
altrettanto ben documentati i grattatoi a muso od ogivali su scheggia (Classe XVI). Tralasciando il comune
primato della Classe I e considerando separatamente le Classi dei grattatoi su lama e su scheggia, Pradestel
mostrerebbe tuttavia una complessiva prevalenza dei secondi, in apparente attrito coi ripari limitrofi. A ci
si deve aggiungere una bassissima percentuale di tipi ogivali e tettiformi su lama, ritenuti tradizionalmente
peculiari del Mesolitico atesino (broglio e KozowsKi, 1983; KozowsKi e dAlMeri, 2000). Posto il margine
di soggettivit sempre presente nella classificazione dei manufatti, non escluso che le divergenze rilevate
siano attribuibili alla sproporzione quantitativa tra le collezioni della Valle dellAdige
6
, che comunque,
diversamente dalle convinzioni di S.K. KozowsKi (2010), non possono essere assunte a paradigma di tutta
lItalia settentrionale. Nella buona visibilit dei tipi frontali corti (Classe X) e molto corti (Classe XI) su
scheggia o dei tipi frontali su scheggia allungata con lati convergenti verso la base (Classe IX), Pradestel (strati
E-D) presenterebbe ad ogni modo una certa familiarit col Riparo Gaban.
per la scarsit di dati disponibili, davvero difficile proporre delle considerazioni puntuali sui grattatoi
di Fienile Rossino e Lama Lite. Per la stazione bresciana, vale per la pena soffermarsi sulla presenza di
almeno un esemplare per ciascuna delle Classi pi comunemente documentate nel settore atesino (I, X e XVI),
ad eccezione, come per la Grotta Azzurra, dei tipi ogivali e tettiformi su lama. Nello stesso sito prealpino si
potuto inoltre rilevare una certa visibilit dei grattatoi su scheggia, tra i quali si segnala, in particolare, un
esemplare subcircolare su calottina del tutto assimilabile a quelli del Friuli orientale.
Come al nord, per la Grotta 3 di Latronico si ripropone un chiaro dominio dei grattatoi su lama, tra cui
risaltano ancora i tipi a fronte arcuata o tendente al muso (Classe I). quindi documentata la presenza di alcuni
rappresentanti della Classe XVI (a muso o ogivali su scheggia) e, pi sporadicamente, di grattatoi ogivali
(Classe IV) su supporto laminare o corti su scheggia. I tagli 44-41 della cavit lucana si differenziano invece
dai siti settentrionali per una sostanziale assenza sia di esemplari molto corti su scheggia, sia, in apparente
contrasto con quanto sostenuto da M. dini et al. (2008), dei tettiformi su lamella (Classe V).
Altri dati di rilievo affiorano dagli indici di carenaggio dei grattatoi (grafico 11), a conferma di un
generalizzato impiego preferenziale di schegge o lame/lamelle piatte o molto piatte. Da questa tendenza
diverge in parte la Grotta Azzurra, ove si segnala altres una buona visibilit di esemplari confezionati su
supporti carenati.
Volgendo lo sguardo alle 248 lame ritoccate provenienti dai 5 siti campione, si rilevano immediatamente
due dati essenziali: 1) la rappresentativit di questi strumenti nel sito di Latronico, contenente il 40,% di
tutti i pezzi analizzati; 2) lubiquitario predominio dei tipi unilaterali (68,1%). Tra questi, esclusi i manufatti
su lama larga E 3 ed E 4 (ovunque assenti), il primato assoluto spetta alle lame a ritocco semierto marginale
o inframarginale E 1A (16,5%) e alle lame ad incavo isolato E 5 (16,5%). Per ordine quantitativo, seguono
151

Nel corso della ricerca, maturata la personale convinzione che possa esistere una sorta di relazione prima/dopo tra lutilizzo dei
supporti laminari da non ritoccati e la produzione dei trapezi attraverso la tecnica del microbulino. Rimane questa unipotesi tutta da
dimostrare, che portata alleccesso potrebbe tuttavia identificare nelle stesse armature il recupero funzionale di elementi di scarto.
complessivamente i tipi ad incavo marginale E 5A (12,5%), quelli a ritocco profondo E 1 (11,3%) ed, infine, le
lame denticolate E (11,3%). Tra gli esemplari bilaterali si segnalano soltanto i tipi E 8 a ritocco denticolato
(9,%), mentre le varianti delle lame a ritocco lineare o misto (E 2, E 2A ed E 2B) sono decisamente pi
sporadiche, attestandosi in ciascun sito al 5-6%. Del tutto eccezionali, a sorpresa, paiono invece gli esemplari
ad incavi sfalsati od opposti, sia a ritocco profondo che a ritocco marginale (E 6, E 6A).
Sin da un primo esame, sembrerebbero possibile cogliere significative prove a sostegno di un utilizzo
dei supporti laminari da non ritoccati (juel jensen, 1988), suggerito dalla diffusa visibilit di elaborazioni
discontinue, parziali, irregolari e/o marginali assimilabili a ritocchi duso (Rozoy, 1968; bisi et al., 198).
Questa possibilit, peraltro incoraggiata da alcuni studi traceologici condotti da C. leMorini (1990) sullo
strumentario di Sopra Fienile Rossino e dei Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997), conforta le aggiunte
apportate alla lista BK83, attraverso le quali si voleva appunto rilevare aspetti poco noti del Mesolitico Recente
italiano. Parallelamente, lalta frequenza dei tipi E 5/E 5A potrebbe ricollegarsi alla sistematica applicazione
della tecnica del microbulino nel confezionamento dei geometrici

.
Ad un livello di dettaglio maggiore, non si segnalano marcate eterogeneit tra i siti studiati, a suggerire
la diffusione di limitate tipologie sul territorio italiano. Alla Grotta Azzurra tg. 4-1 e a Fienile Rossino, gli
esemplari esaminati non sono numerosi, ma sufficienti ad indicare una maggiore rappresentativit delle lame
a ritocco lineare unilaterale, profondo o marginale (E 1, E 1A) e delle lame ad incavo isolato (E 5, E 5A).
Unanaloga ripartizione tipologica ben visibile a Lama Lite e a Latronico, dove gli esemplari a ritocco
unilaterale marginale sono sempre i pi documentati. Nel sito appenninico la somma delle E 1 e delle E 1A
ammonta precisamente al 41% delle lame ritoccate, mentre le E 5/E 5A rappresentano il 32%; i tipi bilaterali
e/o denticolati sono invece pi rari. Nei tagli 44-41 della cavit lucana, le E 1 e E 1A rappresentano invece
il 26% dellintero gruppo tipologico, cui si affiancano numerose lame ad incavo profondo E 5 (16,8%) o
marginale E 5A (10,9%). A differenza delle collezioni settentrionali, a Latronico sono maggiormente attestati
i tipi a ritocco unilaterale denticolato E (10,9%), cos come i supporti laminari a ritocco bilaterale lineare E
2 (8,9%) e denticolato E 8 (8,9). Apparentemente, le lame ad incavi opposti E 6/E 6A acquisiscono visibilit
soltanto in questo sito.
152

8
Vedasi, ad esempio, il Riparo Gaban, con 18 (8%) lame ritoccate integre su un totale di 224 (perrin, 2005).
In questambito, osservazioni a parte merita certamente il riparo di Pradestel, anche alla luce dei dati
tipologici provenienti da Romagnano III (strati AB3-AA) e dal Gaban (FA28-E2). Tra i tipi rappresentati negli
strati E e D non sono riconoscibili marcate eterogeneit, bens semplici variazioni quantitative proporzionali
allaumento delle lame ritoccate risalendo la sequenza. Nellorizzonte stratigrafico inferiore sembrerebbero
comunque pi frequenti gli esemplari a ritocco bilaterale misto (E 2B); nellorizzonte superiore prevarrebbero
invece i tipi a ritocco denticolato unilaterale e bilaterale (E , E 8), seguiti dai supporti laminari ad incavo
isolato profondo o marginale (E 5/E 5A). A fronte di queste caratterizzazioni generali, le analogie coi siti
atesini limitrofi paiono dunque significative, soprattutto assommando tra loro le lame ritoccate degli strati D-
E e riunendo le varianti stilistiche sotto il tipo originariamente proposto dalla lista BK83. Questa operazione
evidenzia come Pradestel condivida con Romagnano III e il Riparo Gaban una buona diffusione degli esemplari
denticolati e ad incavo isolato unilaterale, pur mostrando una percentuale di lame a ritocco bilaterale, lineare
o misto, nettamente maggiore (25,5% del totale). Analogamente al Gaban, la collezione analizzata si connota
inoltre per una complessiva scarsit di lame a ritocco lineare unilaterale, in contrasto col ruolo assunto da
questultime a Romagnano, Lama Lite e Latronico.
Ulteriori dati dinteresse sono emersi dallo stato di conservazione e dai dettagli morfo-tecnici delle
lame ritoccate. Di fatto, riproponendo un aspetto gi sottolineato per altri strumentari coevi
8
, si rilevata
unaltissima percentuale di esemplari frammentari: il 61,5% del totale alla Grotta Azzurra; 5% a Pradestel
- strato E; 66,6% a Pradestel - strato D; 83,3% a Fienile Rossino; 8,9% a Lama Lite; 85,1% a Latronico.
Da un lato, ci ha invalidato la ricerca di preferenze nella porzione di utilizzo del supporto (distale, mesiale
o prossimale), dallaltro, ha condotto alla singolare scoperta del netto predominio di elementi privi della
sola estremit distale. Difficile dire, al momento, se questo dato sia riconducibile al caso o ad ragioni
funzionali.
Un aspetto altrettanto degno di approfondimento lo stile di dbitage, nella maggioranza dei casi ben
assimilabile al tipo Montbani (rozoy, 1968). Supporti pi irregolari in stile Coincy prevalgono soltanto alla
Grotta Azzurra (5,6%), rappresentando invece il 38% a Pradestel - strato E, il 23,3% a Pradestel - strato D
(suggestivo indizio di una graduale evoluzione tecnologica nel bacino atesino), il 25% a Fienile Rossino, il
18,9% a Lama Lite ed, infine, il 25,% a Latronico. Come rilevato dal calcolo degli indici di carenaggio (grafico
12), sono dunque pi comunemente sfruttate le lame piatte e molto piatte. Supporti pi carenati compaiono
eccezionalmente alla Grotta Azzurra, a Lama Lite e a Latronico, mentre risultano del tutto assenti a Pradestel
e Fienile Rossino. Sul piano tipometrico, si osserva che i manufatti analizzati mostrano una larghezza pi
frequentemente compresa tra 8 e 14 mm. Lama Lite e Pradestel strato D eccedono questo range con alcuni
esemplari, mentre, ribadendo una tendenza gi osservata in altri aspetti dimensionali, il 10% delle lame di
Latronico si caratterizza per valori inferiori agli 8 mm (grafico 13).
Nelle lame a ritocco unilaterale (lineare o denticolato), non mai emerso un bordo chiaramente
preferenziale tra destro e sinistro. Quali caratteri specifici sono invece affiorati lorientamento del ritocco,
quasi sempre diretto, e la diffusa ricorrenza di elaborazioni parziali o discontinue (duso?) sui bordi del
supporto. A differenza delle altre collezioni esaminate, le lame di Pradestel - strato D non sono interessate da
ritocchi inversi o misti. In questambito si segnalano piuttosto Pradestel - strato E e Lama Lite, caratterizzati
rispettivamente dal 28,6% e 32,% di esemplari con un ritocco inverso (pi spesso semierto o irregolare), in
rarissimi casi anche bifacciale.
Ancor pi significative, ma proporzionalmente pi complesse, sono le informazioni relative alle armature
analizzate, al cui interno, limitando lattenzione alla rappresentativit dei soli gruppi tipologici, costante mla
persistenza di ipermicroliti geometrici e non-geometrici propri della tradizione sauveterriana: punte a dorso,
punte a due dorsi, dorsi e troncatura obliqua, segmenti e triangoli scaleni a due o tre lati ritoccati. Questo dato
non rappresenta in s una sorpresa, essendo stato gi osservato da G. creMonesi (1981; 1984) e A. broglio
(1980; 1996) in altri contesti stratigrafici, ma vale la pena approfondirne alcuni aspetti.
Di fatto, in apparente contrasto con quanto proposto da S.K. KozowsKi (2010) per tutta lEuropa
mediterranea, la presenza di trapezi di tipo castelnoviano o di lame denticolate/ad incavo in associazione con
almeno unarmatura di tradizione pi arcaica (punte a uno o due dorsi, triangoli e segmenti ipermicrolitici)
ricorre in tantissimi siti peninsulari, rafforzando lidea di uno sviluppo autoctono del Mesolitico Recente sul
substrato culturale preesistente. Questo fatto trova riscontri, sul Carso Triestino, alla Grotta dellEdera (taglio
5b/2) (boschiAn e pitti, 1984), alla Cavernetta della Trincea (Andreolotti e strAdi, 1964), alla Grotta Benussi
(tagli 6-5) (Andreolotti e gerdol, 193), alla Grotta della Tartaruga (tg 1-2 Scavi 196 e tg. 1-3 Scavi Redivo)
153
(creMonesi, 1984a) e alla Grotta VG-4245 di Trebiciano (tg. 28) (MontAgnAri kokelj, 1984); in altre aree del
Friuli, al Riparo di Biarzo (strato 3a) (UD) (Guerreschi, 1996), a Corno di Rosazzo Loc. Gramogliano (UD)
(bAstiAni et al., 199), alla Grotta di Cladrecis (strati 2 e 3) (UD) (stAcul e MontAgnAri kokelj, 1984), a
Muzzana Loc. La Favorita LF1 (UD) (pessinA et al., 200), alle Sorgenti del Livenza Loc. Santissima (PN)
(gerhArdinger, 1984-85); nelle Prealpi Venete, a Fontana de La Teia (VR) (frAnco, 2001-2002; 2007), Riparo S.
Quirico (VI) (broglio e Vison, 1976; Vison, 1978), Riparo B di Villabruna (BL) (Broglio e VillAbrunA, 1991),
154
sul Monte Faverghera (BL), a Fiammoi (BL) e Melei (BL) (fontAnA et al., 2002; cesco-frAre e Mondini, 2006);
nella Pianura Veneta orientale, alle Sorgenti del Sile (siti di Via S. Brigida, Loc. Fontanazzo e Le Motte) (TV)
(gerhArdinger, 1984-1985), a Montebelluna - Capo di Monte (TV) (broglio e pAolillo, 1989), Falz di Piave
Ca Mira (TV) (gerhArdinger, 1984-1985) e a Meolo - Sito A (VE) (broglio et al., 198); nellarea dei Colli
Euganei (PD), a Valcalaona Casa del Ricovero, Valcalaona Le Basse (PD) e a Malandrina (PD) (pellegAtti
e Visentini, 1996; PeresAni et al., 2000); nel Bacino Atesino (TN), a Romagnano III (strati AB3-2-1) (broglio
e KozowsKi, 1983), al Riparo Gaban (strato FA28) (KozowsKi e dAlMeri, 2000), ad Acquaviva di Besenello
(Angelini et al., 1980), Bus de La Vecia (lAnzinger e pAsquAli, 1978), Mezzocorona-Borgonuovo (US 131, 132)
(dAlMeri et al., 1998), a La Vela di Trento (bAzzAnellA et al., 199; 2002), Terlago (bAgolini e dAlMeri, 1984) e
Riparo Soman (strati 61-63, riquadri 256-355-356-455) (broglio e lAnzinger, 1985); nel sito di Stufels A (BZ),
alla confluenza Isarco-Rienza (BAgolini et al., 198a; Lunz, 1986); in Val di Non (TN), ad Andalo (settore 1)
(guerreschi, 1984); nella Valle del Sarca (TN), a Moletta Patone (strati C1-D) (bAgolini et al., 198b); sul Passo
della Mendola (BZ), a Malga Romeno (dAlMeri e nicolodi, 2004); nelle Dolomiti, nei siti di Val Dona S. Dos
(TN) (AVAnzini, 1994), Sella Joch IV (BZ) (lunz, 1986), Seiser Alm XII (BZ) (lunz, 1986), Plan de Frea III
(lunz, 1986), Plan de Frea IV (BZ) (fase 5: unit 3BI, 3AII e 3AI) (Angelucci et al., 1998), Cobricon IX (TN)
(bAgolini e dAlMeri, 1987) e Pian de La Lra (BL) (frAnco, 2008b); nel Bresciano, dai Laghetti del Crestoso
(bAroni e biAgi, 1997), a Cascina Navicella 2 (coloMbo, 1991), Monte Netto I (biAgi, 1975) e Lonato Case
Vecchie (biAgi, 1986); nel Piacentino, nella stazione de Le Mose (negrino, 1998); nelle Prealpi Comasche, a
Erbonne Loc. Cimitero (biAgi et al., 1994) e a Monte Cornizzolo (cAstelletti et al., 1983); nel Varesotto,
presso i Laghi di Torba e Ganna (BiAgi, 1980-1981; 1984); nelle Alpi centro-occidentali, al Pian dei Cavalli
CA1 (SO) (Fedele et al., 1991; 1992); nella Liguria di Ponente, a Pian del Re (IM); sulla catena appenninica
tra Liguria, Emilia e Toscana, a Prato Mollo (SP), Bosco delle lame (SP), Colmo Rondio (SP) (biAgi e MAggi,
1983), Piazzana (tg. 3A1) (LU), Sasso Fratto Monte Vecchio (RE), Lama Lite I (RE) (notini, 1983), Monte
Bagioletto Alto (IVB 21 Terre Rosse) (RE) (CreMAschi et al., 1984), Passo della Comunella (RE) (creMAschi
e cAstelletti, 1975); in Garfagnana, a Isola Santa (strato 4a) (LU) (S.K. KozowsKi et al., 2003), Locanda
Piastricoli (LU), SantAnastasio (LU) e Forcola (LU) (notini, 1973; 1983; Guidi et al., 1985); ad Acquamarcia
(PT) in Valdinievole (guerrini e MArtini, 1997); nelle stazioni di Fontanelle (AR), Monte Fontanella (AR) e
Poggio di Scanno (AR) in Valdarno (bAchechi, 1995-96; 2005); sui Monti Livornesi, a Poggio alla Nebbia I
(sAMMArtino, 2005); nelle Marche, a Pievetorina (silVestrini, 1991); in Basilicata, al Tuppo dei Sassi (strato E1)
(PZ) (borzAtti Von lwenstern, 1971); in Puglia, ad Alimini Masseria Pagliarone I (LE) (ingrAVAllo et al.,
2004) e Terragne (US5) (TA) (Di lerniA, 1996).
Tra i siti oggetto di questo approfondimento, il fenomeno macroscopicamente evidente nei tagli 4-1 della
Grotta Azzurra, dove triangoli, punte a uno o due dorsi, segmenti, dorsi e troncatura e lamelle a ritocco erto
marginale non soltanto accompagnano i trapezi, ma addirittura li sovrastano sul piano numerico. Ripercorrendo
nellordine la lista BK83, tra i tipi pi caratterizzanti si individuano, in particolare, le punte a dorso rettilineo e
bordo opposto parzialmente ritoccato (O 4) e i frammenti generici di punta a dorso (O 5), seguiti da segmenti
corti a dorso arcuato (P 3), dorsi e troncatura obliqua (Q 1), triangoli scaleni lunghi a base lunga, estremit ottusa
e terzo lato non ritoccato o parzialmente ritoccato (R 20), triangoli scaleni lunghi a base lunga, estremit ottusa
e terzo lato ritoccato (R 21), frammenti di triangoli scaleni lunghi a base lunga, con due o tre lati ritoccati (R
23 e R 24), frammenti di triangoli scaleni lunghi a base corta, con due o tre lati ritoccati (R 30 e R 31), triangoli
scaleni lunghi a base corta ed estremit ottusa (R 28), frammenti di punta allungata a due dorsi leggermente
convessi (S 6) o di punta corta a due dorsi subrettilinei (S 11). In mancanza di dati di cronologia assoluta,
armature cos strutturate sembrerebbero identificare una fase iniziale del Mesolitico Recente del Carso, o
comunque uno stadio evolutivo intermedio tra Boreale e Atlantico. Questipotesi, in linea con le osservazioni
formulate da G. creMonesi (1981) sulle grotte Benussi (tg. 6-5) e Tartaruga (tg. 2-1) o da I. turk (2004) sui
siti sloveni di Mala Triglavca e Victorjev Spodmol, resa ancor pi interessante dalla rappresentativit dei
grattatoi carenati nello strumentario e dalla prevalenza di supporti in stile Coincy tra le lame ritoccate
9
. Detti

9
A titolo di completezza doveroso menzionare che, durante ledizione del presente volume, sono state finalmente effettuate le
prime due datazioni radiocarboniche AMS su campioni di carbone vegetale provenienti dai depositi mesolitici della Grotta Azzurra di
Samatorza (TS). Queste si riferiscono allo strato 5, quadrato C4, datato 809545 uncal BP (GrA-4520) e allo strato 3, quadrato A4,
datato 69045 uncal BP (GrA-45269) (biAgi com. pers., 2010). Questultimo risultato sembrerebbe collidere con la collocazione pro-
posta per il complesso, sebbene lo studio unitario delle industrie ne abbia impedito la potenziale scansione cronologica. Ciononostante,
in attesa dei decisivi riferimenti assoluti dello strato 4, interessante rilevare come la datazione dello strato 3 rafforzi alternativamente
lidea della netta persistenza di elementi sauveterriani nei complessi mesolitici del VII millennio uncal BP, essenziale a confutazione di
numerose ipotesi sulla transizione al Neolitico (vedi in seguito).
155

80
Analogamente alla Grotta Benussi (taglio 3), datato 05060 uncal BP (R-1043) (broglio, 1971), al passo della Comunella (Birm-
830: 6960130 uncal BP) (CreMAschi e CAstelletti, 1975) e al Riparo Gaban (strato E2) (KIA-10363: 696841 uncal BP) (KozowsKi
e dAlMeri, 2000).
81
Dato ampiamente confortato dagli strati FA28-E2 del Riparo Gaban (perrin, 2005).
82
Almeno un trapezio a basi decalles nella variante atesina (su supporto normolitico, con piccola troncatura (base) concava
e grande troncatura concava, IA solitamente maggiore di 1,5) stato riconosciuto anche nei seguenti siti: Sorgenti del Sile Via dei
Muli (TV), Sorgenti del Sile Loc. Fontanazzo (TV), Capo di Monte (TV), Cornuta Fondo Zambon (TV), Cornuda Casa Castagna
(TV), Biadene - Presa 19 (TV), Pagnano dAsolo Fondo Bavaresco (TV), Falz di Piave Ca Mira (TV), SantAntonio di Tortal
Col de Varda (BL), Passo Rolle (TN), Plan de Frea IV (BZ), Lonato - Case Vecchie (BS), Monte Gabbione (BS), Monte Netto I (BS),
Provaglio dIseo (BS). Al di fuori di questa singolare concentrazione tra Veneto e Lombardia, si segnalano singoli esemplari solamente
a Monte Stena - Area 1a (TS), a Erbonne Loc. Cimitero (CO), a Piazzana (tg. 3A1) (dati inediti Universit di Pisa) (LU) e Monte
Molinatico 3 (PR). Vedi Catalogo per i riferimenti bibliografici.
caratteri ricordano da vicino le collezioni di Monte Bagioletto Alto (IV B21 Terre Rosse) (RE) e di Isola Santa
(4a) (LU) (S.K. KozowsKi et al., 2003), con le quali, unitamente ad altri aspetti tecnologici, affiorerebbe un
reale parallelismo crono-culturale.
Una situazione similare documentata a Pradestel - strato E, a parziale conferma di quanto recentemente osservato
anche da G. dAlMeri et al. (2008). In tal caso, pur essendo i trapezi il gruppo tipologico pi rappresentato, essi sono
minoritari rispetto alla somma delle altre armature, nelle quali si distinguono particolarmente i dorsi e troncatura
obliqua (Q 1), i triangoli scaleni lunghi a base lunga, estremit ottusa e terzo lato non ritoccato o parzialmente
ritoccato (R 20), i frammenti di triangoli lunghi a base lunga e due lati ritoccati (R 23) e le punte allungate a due dorsi
leggermente convessi ed estremit naturale ottusa (S 5). La possibilit di riconoscere nella Valle dellAdige stadi
evolutivi coevi a quelli carsici, troverebbe conferma nello strato FA28 del Riparo Gaban che, tra 900 e 00 uncal
BP, mostra una netta sproporzione dei geometrici a favore dei triangoli (KozowsKi e dAlMeri, 2000).
Dato per certo il rapporto quantitativo tra gli elementi tipici del Mesolitico Antico e Recente possa
talvolta costituire un indice cronologico per strumentari non associati a datazioni radiocarboniche, sorge per
linterrogativo di come interpretare la scoperta di microliti di tradizione sauveterriana a Pradestel - strato D,
Lama Lite e Fienile Rossino, la cui frequentazione indiscutibilmente collocabile nel VII millennio uncal BP
80
.
Nel caso appenninico, si riconoscono soltanto alcune lamelle a ritocco erto marginale e un frammento di punta
allungata a due dorsi (S 6), ma ben pi articolata la situazione per il riparo atesino e la stazione bresciana.
In entrambi i siti, infatti, si rilevano diversi esemplari di punte a dorso, triangoli scaleni lunghi a base lunga o
corta e punte allungate a due dorsi. Pradestel strato D si caratterizza inoltre per sporadici dorsi e troncatura,
mentre Fienile Rossino restituirebbe anche 3 segmenti. NellItalia settentrionale, queste persistenze tradiscono
un legame assai pi forte tra i complessi a lame e trapezi (J.G.D. clArk, 1958) e il substrato Sauveterriano,
di cui sembrerebbero sopravvivere alcuni caratteri essenziali sino alle soglie della neolitizzazione. Di pi
difficile lettura pare la linea evolutiva delle industrie meridionali dove, a differenza del territorio salentino
(BR-LE) e del sito di Tuppo dei Sassi (PZ), gli strati 44-41 della Grotta 3 di Latronico non restituiscono alcuna
armatura di tipo sauveterriano.
Ulteriori dettagli e novit sulla tradizione litica del Mesolitico Recente italiano provengono altres dalla
tipologia e dalla tipometria dei 253 trapezi analizzati. Esclusi i frammenti non meglio classificabili (T 13), si
rilevano alcuni tipi comuni a pi siti. Tra questi spiccano soprattutto i trapezi asimmetrici a base obliqua
concava e grande troncatura concava (T 10) e la loro variante allungata (T 10A), che sembrerebbero imporsi
quali forme pi diffuse nellAtlantico iniziale
81
. Esse predominano nei pur scarsi esemplari delle Grotta Azzurra,
mentre a Pradestel sono ben documentate nello strato D. Il T 10 corto il pi attestato anche a Fienile Rossino,
mentre entrambe le varianti costituiscono da sole il 43,2% dei trapezi a Lama Lite e il 22,4% a Latronico.
Nel complesso, i romboidi s.s. sono praticamente sconosciuti in tutte le collezioni, ad eccezione forse di
quella lucana, dove si contano 4 piccoli esemplari. Pi interessante la distribuzione dei tipi a basi decales,
assenti solo alla Grotta Azzurra. Essi contraddistinguono in assoluto il sito di Pradestel, specie nella variante
allungata a troncature concave (T 3D), rinvenuta in genere con grande troncatura a piquant tridre non ritoccato.
Essa rappresentata dal 29,6% dei trapezi nello strato D, rimanendo la pi frequente anche tra gli esemplari
determinabili dello strato E. Stando ai disegni complessivamente disponibili per le armature del Mesolitico
Recente italiano, questultimo aspetto sembrerebbe meritare ulteriori indagini, osservandone la ricorrenza in
unarea geografica curiosamente circoscritta, compresa tra Veneto (vedi Trevigiano), Trentino Alto Adige e
Lombardia orientale
82
. Nello specifico, una particolare incidenza di esemplari a basi decales emergerebbe
in limitati siti del bacino dellAdige e del Sarca, tra cui Monte Baone (bAgolini, 1985), Pr Alta (bAgolini,
1985; r. clArk et al., 1992; R. ClArk, 2000) Paludei di Volano (BAgolini et al., 198c; R. clArk, 2000),
156
Riparo Gaban (strato E) (KozowsKi e dAlMeri, 2000; perrin, 2005), Romagnano (strati AB3, AB2-1 e AA)
83

(broglio, 1971; 1984), San Giacomo di Bolzano (NiederwAnger, 1988) e Fontana de La Teia (frAnco, 2001-
2002; 2007).
Le armature trapezoidali a basi normali sono assenti alla Grotta Azzurra e rari a Fienile Rossino e
Pradestel- strato E. Nello strato D dellultimo sito rappresentano invece il 18,5% dei pezzi esaminati,
pi frequenti nella variante allungata con grande troncatura concava (T 4B). Daltro canto, la Classe II
rappresentata in proporzioni similari anche a Romagnano (AB2-1AA) (broglio e KozowsKi, 1983) e al
Riparo Gaban (FA28E2) (KozowsKi e dAlMeri, 2000), sebbene caratterizzati entrambi da unapparente
crescita dei simmetrici lungo la sequenza mesolitica. Questa anomalia non trova per alcun riscontro in altri
contesti atesini o dellItalia settentrionale, alimentando alcuni dubbi sui criteri adottati dagli studiosi nella
classificazione.
I trapezi rettangoli acquisiscono una visibilit nettamente maggiore a Lama Lite, dove si evidenzia una
chiara prevalenza dei tipi lunghi a base leggermente obliqua e grande troncatura concava (T 5B) e dei tipi
corti a grande troncatura sempre concava (T B). Non mancano tipologie similari alla Grotta 3 di Latronico
(13,1%), pur sensibilmente minoritarie rispetto a quelle a due troncature oblique. Al loro interno interessante
la rappresentativit dei trapezi rettangoli molto corti (T 8 e varianti, 10,5%), del tutto sporadici nelle altre
collezioni esaminate.
Sul piano strettamente tipologico, il sito lucano ha offerto ulteriori dati di interesse, che ne acuiscono
profondamente leterogeneit rispetto ai siti settentrionali. In primo luogo, si rileva una maggiore visibilit dei
trapezi a base obliqua concava e grande troncatura rettilinea (T 9B), che unitamente ai T 10/T 10A portano
i tipi asimmetrici a troncature oblique al 50% del totale. Si evidenzia inoltre un ruolo dei trapezi simmetrici
(30,3%) altrove sconosciuto, nei quali spiccano in particolare gli esemplari a troncature concave, corti (T 11)
o allungati (T 11A).
Per quanto riguarda i trapezi della Classe VII, aggiunta alla lista BK83 in funzione del sito meridionale,
non ne emerso il peso caratterizzante inizialmente ipotizzato. Ciononostante, i tipi asimmetrici a piccola
troncatura (base) obliqua rettilinea sono pressoch ignoti in altre regioni della penisola, costituendo con
quelli asimmetrici molto corti a piccola troncatura (base) normale e rettilinea (T 8D/T 8E) le vere unicit di
Latronico
84
. Stando ai disegni attualmente editi, morfologie similari sembrerebbero curiosamente riconoscibili
soltanto nel vicino sito del Tuppo dei Sassi (PZ) (borzAtti Von lwenstern, 1971) e nella stazione di terragne
- US5 (TA) (gorgoglione et al., 1995).
Osservando i risultati dellanalisi morfotecnica, si deve sottolineare luniforme lateralit dei trapezi italiani,
quasi esclusivamente a destra. Ci visibile per il 100% degli esemplari alla Grotta Azzurra e a Pradestel -
strato E, il 92,4% a Pradestel strato D, il 94,1% a Fienile Rossino, il 9,3% a Lama Lite ed, infine, il 92,1%
a Latronico.
In questo contesto, le rarissime armature trapezoidali con lateralit a sinistra paiono dunque incidentali.
Una forte omogeneit analogamente osservabile nellassenza di un ritocco inverso sulle troncature (visibile
su un singolo esemplare di Lama Lite, peraltro anomalo) e nella complessiva scarsit di elaborazioni sulle
basi. Questultime ricorrono in sporadici trapezi a Pradestel strato E (4,3%) e strato D (,4%), a Lama Lite
(4%) e in qualche caso pi frequente a Fienile Rossino (23,5%). Ove presenti, interessano inoltre il solo lato
destro e sempre con ritocchi parziali, irregolari e/o inframarginali. Ci scoraggia il riconoscimento di una
loro volontariet o funzionalit specifica - vale a dire antecedente e strumentale allimmanicamento - pur
ammettendone la lateralit ricorrente. Piuttosto, riprendendo una ricca letteratura sperimentale a riguardo,
sembrerebbe possibile avanzarne uninterpretazione quali tracce duso o dimpatto ai danni dellarmatura
immanicata (fischer et al., 1984; AlbArello, 1986; nuzhnyj, 1993; rots, 2008; CristiAni et al., 2009; lo

83
A causa delleccessiva stilizzazione tipologica della lista di riferimento, verosimile che quasi tutti i trapezi a basi decales di
Romagnano III siano stati inglobati da broglio e KozowsKi (1983) nei cosiddetti romboidi (T 1 e T 2), non a caso sovrarappresentati
nella pubblicazione del sito.
84
Si nota una discrepanza tra le interpretazioni tipologiche qui proposte e quella avanzata da M. dini et al. (2008) per i tipi asim-
metrici, ove si segnalerebbe una netta prevalenza dei T lungo in tutta la sequenza di Latronico. La mancanza di tavole esaustive
nella pubblicazione citata non consente una discussione puntuale di suddetta diagnosi, ma limitatamente ai tagli studiati (44-41) si
deve escludere la presenza dei dieci T avanzata dagli autori. Tali divergenze possono risiedere in un diverso criterio di orienta-
mento dei pezzi o un soggettivo calcolo degli indici di allungamento. Nella presente ricerca, questultimi sono stati calcolati mate-
maticamente, seguendo fedelmente la ripartizione per classi proposta da broglio e KozowsKi (1983). Non si pu quindi escludere
che, in M. dini et al. (2008), i T 8B-E qui riconosciuti siano stati fatti ricadere nel tipo T per il ricorso a classi di allungamento
alternative.
15
Vetro et al., 2009; yArosheVich et al., 2009)
85
. Alla luce del bassissimo numero di pezzi interessati, non si
pu nemmeno escludere che, in taluni casi, siffatti pseudo-ritocchi siano altres riconducibili ad intaccature
preesistenti sul supporto laminare impiegato.
Un altro aspetto ricorrente nei trapezi del Mesolitico Recente peninsulare consiste nella visibilit di piquant
tridre non ritoccato sulla grande troncatura. Ci si osserva nel 90% degli esemplari della Grotta Azzurra, nel
39% di quelli di Pradestel - strato E; nel 63% dei casi nel sovrastante strato D; il 4% a Fienile Rossino e
nel 4,3% dei trapezi di Lama Lite. Le prove di unapplicazione sistematica della tecnica del microbulino
diminuiscono in parte nei tagli 44-41 di Latronico, interessando soltanto il 30,3% dei numerosissimi geometrici
rinvenuti. Nello stesso sito, questa flessione si accompagna alla mancanza di un secondo tratto ricorrente
negli altri complessi esaminati, ovvero un cran tra la punta e la base minore dei trapezi
86
. Inteso come
porzione residua dellincavo praticato sul supporto originario, esso di fatto compare in quasi tutti gli esemplari
settentrionali recanti un piquant tridre non ritoccato.
Ad oggi, siffatti aspetti morfotecnici non conoscono approfondimenti specifici in letteratura, n sul
piano tecnologico, n funzionale (microusure). Al di l dei dati descritti, questa ricerca solleva dunque inediti
interrogativi, a partire dal dubbio se la mancata normalizzazione delle grandi troncature corrisponda ad una
caratteristica di esemplari finiti (e tipologicamente ben codificati) oppure, pi semplicemente, ad uno stadio
intermedio del processo di fabbricazione dei trapezi. Non va dimenticato, infatti, che gran parte delle armature
rinvenute in un deposito archeologico sono quelle che non svolsero mai il loro compito.
Lanalisi tipometrica dei geometrici ha fornito ulteriori elementi di interesse, sottolineando come sia
possibile riconoscere, attraverso un confronto statistico tra selezionati aspetti dimensionali, dettagli latenti
nella classificazione tipologica (decorMeille e hinout, 1982; VAldeyron, 1991). Esaminando i risultati
complessivamente ottenuti, i siti settentrionali paiono infatti accomunati da almeno due caratteristiche
fondamentali. In primo luogo, per ciascun aspetto o indice osservato, sono sempre rappresentate pi classi,
evidenziando la costante compresenza di trapezi dimensionalmente variegati. In secondo luogo, le classi pi
frequenti sono sostanzialmente le stesse in tutti le collezioni. Sullo sfondo di questa omogenea variet, gran
parte degli esemplari di Pradestel e Lama Lite mostrano una spiccata tendenza allallungamento e a dimensioni
maggiori, mentre gli unici rari tipi ipermicrolitici sono emersi soltanto alla Grotta Azzurra (tg. 4-1) e nello
strato E di Pradestel. Questi dati indurrebbero a riconoscere una proporzionalit tra la dimensione dei trapezi
e la loro posizione cronologica nellAtlantico iniziale, quanto meno nelle regioni settentrionali. Lo stesso non
si pu dire per le armature di Latronico tg. 44-41, dove, a differenza degli altri siti, i trapezi rappresentano per
altro il 96% dei microliti rinvenuti. Lungo tutta la sequenza Lucana, infatti, la tendenza allipermicrolitismo
non costituisce pi uneccezione, ma diviene ampiamente la norma; allo stesso tempo, si perde del tutto
lassortimento dimensionali altrove attestato, a vantaggio di una standardizzazione praticamente sconosciuta
dalle Alpi allAppennino Tosco-Emiliano. In altre parole, i geometrici dellunico sito meridionale studiato,
sono uniformemente molto pi piccoli e, di conseguenza, regolarmente pi corti e stretti
8

Nel confronto statistico tra singoli aspetti tipometrici, la distribuzione per classi riprende ovviamente,
in ciascun sito, quella dei moduli dimensionali. Non sorprende dunque che Pradestel e Lama Lite abbiano
restituito gli esemplari con lunghezze maggiori. Pi interessante osservare invece le caratteristiche dei
supporti laminari impiegati, indirettamente evincibile dalla larghezza e dallo spessore dei trapezi studiati.
Da questo punto di vista, si confermano le divergenze tra le tradizioni litiche del nord e del sud, ma anche
possibile avanzare qualche inedita precisazione. Nel dettaglio, si rileva che nei siti settentrionali i trapezi sono
tratti da lame larghe mediamente 8-12 mm, mentre, alla Grotta 3 di Latronico, esse mostrano una larghezza pi

85
Si segnalano altri sporadici trapezi con una delle due basi ritoccata anche a Sorgenti del Sile Via dei Muli (TV) (un esemplare a
ritocco marginale diretto totale sulla base minore), Santa Mama del Montello (TV) (un esemplare a ritocco irregolare diretto parziale
sulla base maggiore), Pagnano dAsolo Fondo Bavaresco (TV) (due esemplari, uno a ritocco inverso piatto sulla base minore, laltro
a ritocco inframarginale inverso parziale sulla base maggiore), Meolo A (VE) (un esemplare a ritocco denticolato diretto parziale sulla
base maggiore), Fontana de La Teia (VR) (due esemplari, uno a ritocco marginale inverso totale sulla base maggiore, laltro con incavo
marginale diretto sulla base maggiore), Monte Baone (TN) (un esemplare a ritocco diretto totale sulla base minore), Riparo Gaban
(TN) (un esemplare a ritocco diretto totale sulla base minore), Paludei di Volano (TN) (un esemplare a ritocco marginale diretto parziale
sulla base maggiore), Laghetti del Crestoso (BS) (un esemplare a ritocco inverso parziale sulla base maggiore), Monte Netto I (BS) (un
esemplare a ritocco marginale inverso totale sulla base minore), Ciliverghe (BS) (un esemplare con incavo marginale diretto sulla base
maggiore), Mergozzo - Loc. Ronco (NO) (un esemplare a ritocco diretto parziale denticolato sulla base maggiore) e a Prato Mollo (SP)
(due trapezi a ritocco irregolare parziale diretto sulla base maggiore). Vedi Catalogo per i singoli riferimenti bibliografici.
86
Caratteristica peraltro ben distinta da T. perrin (2005) anche nei livelli mesolitici del Riparo Gaban.
8
Da un punto di vista tecnologico, questo dato sembrerebbe ricollegabile alle propriet della materia prima localmente disponibile,
dalla quale sembrerebbe non fossero ottenibili supporti normolitici in stile Montbani (dini et al., 2008).
158
frequentemente compresa tra 6 e 8 mm. Dagli spessori emergono altres conferme su unevoluzione del dbitage
in senso Montbani lungo tutta la penisola, a conferma di quanto osservato nelle lame ritoccate. Tralasciando la
regolarit complessiva nelle sezioni trasversali, quasi sempre triangolari e trapezoidali, i supporti non sono mai
pi spessi di 4 mm, evidenziando ovunque una marcata uniformit. In questambito, senza sorprese, la Lucania
mostra comunque una standardizzazione a favore di lame pi sottili.
Meno caratterizzate sul piano tipometrico sono parse le troncature superiori e inferiori dei trapezi integri,
le prime generalmente comprese tra 10 e 16 mm, le seconde, tra 6 e 10 mm. Nelle varie collezioni, le deviazioni
da questi ranges riflettono tendenze gi evidenziate nei moduli dimensionali. In fase con la diffusione a nord
di indici di allungamento pi alti, a Pradestel strato D e a Lama Lite le troncature sono dunque pi lunghe,
mentre a Latronico risultano costantememente pi corte. Per quanto concerne le basi, solo quelle minori hanno
offerto dettagli degni di attenzione. Nella fattispecie, si sottolineano le divergenze tra Pradestel E-D e Lama
Lite, caratterizzati da basi minori concentrate rispettivamente tra 8 e 10 mm e tra 4 e 8 mm.
Lo studio degli indici di simmetria orizzontale ha posto in luce una crescente rappresentativit delle
forme scalene in tutti i siti settentrionali, comprovando il quadro delineato nella classificazione tipologica.
Questevoluzione palese nel passaggio tra i due orizzonti stratigrafici di Pradestel, che rappresentano il punto
tipologicamente e tipometricamente pi lontano dai tagli 44-41 di Latronico. Qui, la distribuzione statistica dei
valori Gt/pt mostra invece una chiara affermazione dei trapezi isosceli o tendenzialmente isosceli.
In conclusione, le differenze e le analogie di dettaglio restituite dal confronto tra le componenti litiche pi
diffuse negli strumentari del Mesolitico Recente italiano sembrerebbero porre le condizioni per un concreto
perfezionamento delle conoscenze tradizionalmente assodate, sia consolidando aspetti gi noti, sia apportando
concreti elementi di novit. Rispetto alle armature, ricordando come la compresenza di pi morfologie in
uno stesso sito sia riconducibile a funzioni altrettanto variegate (clArke, 1976; biAgi, 1980; lo Vetro et al.,
2009), difficile dire fino a che punto sia lecito ricercare nei trapezi lesistenza di facies locali di una pi ampia
tradizione pre-neolitica. Questa difficolt certamente parallela a quella di collocare i complessi studiati nel
proprio contesto regionale, spesso caratterizzato da numerosi siti allaperto non scavati e non datati. Su un
piano crono-culturale, spicca soprattutto limpossibilit di relazionare la collezione di Latronico ai ritrovamenti
meridionali ritenuti coevi su basi esclusivamente tipologiche
88
. Emerge altres lesigenza di decifrare i legami
tra la cavit lucana ed i siti settentrionali, accostabili tra loro nella tipologia dei grattatoi e delle lame ritoccate,
ma totalmente estranei nella tipometria e nella morfologia dei trapezi. Ci si accompagna infine alla necessit di
confrontare le peculiarit italiane con quelle degli altri complessi litici continentali, con particolare riferimento
al Castelnoviano classico francese. In tal senso, immediatamente palese la staticit tipologica delle armature
italiane nel corso dellAtlantico iniziale, estranee a qualsivoglia triangolarizzazione
89
e allo sviluppo di forme
complesse a ritocco inverso piatto sulla troncatura inferiore. Quale sia la causa di questa mancata evoluzione,
in parte condivisa coi territori nord-alpini ad est del Fiume Reno (theVenin, 1999), difficile dirlo. Pare infatti
illecito ricercarne la spiegazione nella precoce neolitizzazione della penisola (grifoni creMonesi, 1998),
dovendo ammettere che i primi siti provenzali a ceramica impressa sono praticamente coevi a quelli liguri e
solo due secoli pi recenti di quelli pugliesi (pluciennik, 1997; binder, 2000).

88
Specie alla luce dei legami certi tra il sito lucano e la costa adriatica e/o tirrenica, evidenziati dalle conchiglie marine campionate.
89
Allo stato attuale delle ricerche, un triangolo di tipo Coincy (G.E.E.M., 1969) sembrerebbe provenire dal solo taglio 2 della Grotta
della Tartaruga (Scavi Redivo) (creMonesi, 1984a).
159
CAPITOLO V
5. ANALISI DELLA DISTRIBUZIONE DEI SITI NEL LORO CONTESTO PALEOAMBIENTALE
5.1. aMBienti Peninsulari allinizio dellatlantiCo
Ogni approfondimento sullidentit culturale e paleoeconomica degli ultimi cacciatori-raccoglitori non
pu prescindere dal contesto ambientale entro cui si distribuiscono le testimonianze archeologiche ad essi
riferibili. Un resoconto sintetico sulla flora, sulla fauna e sulle linee di costa dellAtlantico iniziale pare
infatti propedeutico a qualsivoglia approfondimento sulle strategie del Mesolitico Recente, nonch sulla
relazione tra queste e la variet microclimatica propria dellarea di studio, per conformazione orografica,
estensione latitudinale e posizione centrale nel Mar Mediterraneo. Sulla base dei dati provenienti dalle analisi
archeozoologiche e archeobotaniche condotte nei siti catalogati
9
e, limitatamente allo studio dei pollini, presso
selezionati depositi lacustri e torbosi della penisola, si cos cercato di ricostruire un quadro essenziale del
paesaggio contemporaneo ai fenomeni e ai gruppi umani oggetto di questa ricerca.
Presentandosi come lo sviluppo di tendenze climatiche affermatesi alla fine dello stadio Boreale, lesordio
dellAtlantico, convenzionalmente fissato a ca. 8000 uncal BP (MAngerud et al., 194), affianca, allaumento
della temperatura media annua, una progressiva crescita dellumidit. In questa fase, nota anche come periodo
ipsotermico (oroMbelli e rAVAzzi, 1996), si completa dunque il superamento delle pi antiche condizioni
di aridit degli ambienti e si istaura il cosiddetto optimum climatico dellOlocene Antico. Unitamente
allaffermazione di condizioni temperato-umide, prosegue la risalita delle linee di costa, in seguito allo
scioglimento dei ghiacciai continentali. Il livello marino mediterraneo, gi assestatosi sui -40 m al passaggio
Preboreale-Boreale (ca. 9000 uncal BP), raggiunge rapidamente i - m alla fine del IX millennio uncal BP (de
luMley et al., 196; shAckleton e VAn Andel, 1984). Per le differenze batimetriche tra Tirreno e Adriatico,
questo processo ha per effetti eterogenei sulla conformazione costiera dei due versanti peninsulari. Per quello
orientale stato infatti ipotizzato che, tra 9000 e 8000 uncal BP, la trasgressione postglaciale abbia sommerso
una fascia planiziale ampia almeno 20-25 km, fissando la riva a ca. 5 km da quella oggi compresa tra la
Laguna di Venezia e la foce dellIsonzo (bortolAMi et al., 19; CreMonesi, 198; 1981; CorreggiAri et al.,
1996). Lungo la costa occidentale, escludendo le aree soggette ad intensi movimenti tettonici, stato invece
dimostrato come gli stessi fenomeni eustatici abbiano obliterato lembi litorali di poche decine o centinaia di
metri (lAMbeck et al., 2004).
Ai mutamenti climatici che ebbero luogo tra Boreale e Atlantico fa seguito un proporzionale adattamento
degli ecosistemi italiani. Lungo il versante meridionale delle Alpi, analogamente a quello francese (tessier et
al., 1993), le analisi polliniche effettuate in torbiere dalta quota del Veneto e del Trentino-Alto Adige mostrano
la graduale affermazione dellabete rosso (Picea) sui preesistenti consorzi forestali a larice (Larix) e pino
(Pinus cembra/sylvestris), che migrano a altitudini maggiori o verso le condizioni edafiche a loro favorevoli
(dAllA fior, 1969; horowitz, 1975; seiwAld, 1980; pAgAnelli e bernArdi, 1981; cAttAni, 1983; huntley,
1990). Lo sfruttamento dei bacini lacustri in ambito palinologico ha tuttavia evidenziato come, in presenza di

9
Allo stato attuale della ricerca, malgrado siano numerose le localit per le quali noto il ritrovamento di reperti archeozoologici e
antracologici, solo una parte di queste stata interessata dalla determinazione delle specie animali o vegetali campionate. Dei 35 siti
con resti faunistici, ad esempio, quelli accompagnati da dati archeozoologici utili per una ricostruzione paleoeconomica e paleoambien-
tale, sono solamente 28: Grotta Benussi (TS), Cavernetta della Trincea (TS), Grotta Azzurra (TS), Grotta della Tartaruga (TS), Grotta
dellEdera (TS), Grotta VG4245 di Trebiciano (TS), Riparo di Biarzo (UD), Mondeval de Sora (BL), Covolo B di Lonedo (VI), Riparo
Soman (VR), Romagnano Loc III (TN), Acquaviva di Besenello (TN), Doss de La Forca (TN), Vatte di Zambana (TN), Pradestel
(TN), Riparo Gaban (TN), Paludei di Volano (TN), Mezzocorona-Borgonuovo (TN), Pr Alta (TN), Moletta Patone (TN), Plan de Frea
II-III-IV (BZ), Sasso di Manerba (BS), Erbonne Loc. Cimitero (CO), Madonna di Campiano (RE), Gazzaro (RE), Terragne (TA),
Grotta 3 di Latronico (PZ) e Grotta dellUzzo (TP). Allo stesso modo, rispetto alle 40 localit mesolitiche di Et Atlantica con resti
archeobotanici (carboni e/o pollini), solo per 2 sono oggi reperibili determinazioni archeobotaniche: Grotta dellEdera (TS), Riparo di
Biarzo (UD), Mondeval de Sora (BL), Pian de La Lra (BL), Grottina dei Covoloni del Broion (VI), Romagnano Loc III (TN), Vatte
di Zambana (TN), Colbricon IX (TN), Plan de Frea II-III-IV (BZ), Villandro-Plunacker (BZ), Sopra Fienile Rossino (BS), Laghetti
del Crestoso (BS), Cascina Valmaione 2 (BS), Stanga di Bassinale (BS), Erbonne Loc. Cimitero (BS), Pian dei Cavalli CA1 (SO),
Pian del Re (IM), Lama Lite II (RE), Sasso Fratto Monte Vecchio (RE), Corni Piccoli (RE), Monte Bagioletto Alto (RE), Passo della
Comunella (RE), Isola Santa (LU), Piazzana (LU), Terragne (TA), Grotta 3 di Latronico (PZ) e Grotta dellUzzo (TP). Vedi Catalogo
per i singoli riferimenti bibliografici.
160
zone umide, fosse garantita la sopravvivenza di latifoglie igrofile come lontano (Alnus) anche a quote elevate
(bergAMo de cArli, 1991; CAttAni, 1992c; BiAgi, 1997).
Nella fase in esame, la copertura arborea quindi aumenta la sua densit e la sua estensione, superando
mediamente di ca. 200-300 m il suo attuale limite superiore. Secondo numerosi studi, le foreste potevano
spingersi sino ai 1900-2300 m s.l.m., oltre i quali dovevano sopravvivere le ultime porzioni delle antiche
steppe periglaciali (kofler e oeggl, 2002; tinner e VescoVi, 2007). Nelle Dolomiti veneto-trentine e nelle
Alpi Bresciane, la contrazione degli ambienti aperti suffragata dalla rarefazione delle specie erbacee nei
diagrammi pollinici disponibili (bergAMo decArli, 1991; kofler, 1992; oeggl e wAhlMller, 1992; oeggl,
1994; soldAti et al., 199). Negli stessi comprensori, la sovrarappresentazione delle Graminaceae e delle
Compositae, in taluni depositi del Mesolitico Recente, non smentirebbe levoluzione descritta, giacch
ricollegabile ad una localizzazione dei siti al di sopra del limite delle conifere o, pi probabilmente, sulla
fascia di transizione tra queste e la prateria alpina. il caso dei bivacchi di Mondeval de Sora (BL) (AlciAti
et al., 1992), Colbricon IX (TN) (cAttAni, 1983), Cascina Valmaione 2 (BS) (BiAgi, 1992; 1997) e Laghetti
del Crestoso (BS) (scAife, 1991; bAroni e biAgi, 1997), dove la percentuale pollinica relativa alle essenze
erbacee (NAP) di fatto equivale o supera quella del consorzio a Picea/Larix. Per questi insediamenti, la relativa
prossimit a zone densamente arborate comunque testimoniata dal rinvenimento di macroresti carboniosi
riferibili alla raccolta di combustibile legnoso nei pressi dellarea antropizzata. Ove effettuate, tutte le analisi
antracologiche confermano la diffusione dellabetaia almeno sino ai 1900 m s.l.m. (cAstelletti, 2006).
Unulteriore prova a sostegno di preferenze insediative orientate verso lecotono foresta/prateria
individuabile nelle specie mammifere associate ai livelli a trapezi di Plan de Frea IV (BZ) (Alessio et al., 1994)
o al deposito di riempimento della sepoltura di Mondeval de Sora (BL) (AlciAti et al., 1992). In entrambe
le localit, la compresenza di resti faunistici riferibili a stambecchi e lepri, da un lato, e a cervi e cinghiali,
dallaltro, rifletterebbe appunto la simultanea prossimit ad ambienti aperti, ricchi di zone rocciose, e ad
estese coperture arboree. Nel caso alto-atesino, la scoperta di resti ittici di Ciprinidi suggerirebbe inoltre la
vicinanza ad una ricca idrografia superficiale, mentre, a Mondeval, il rinvenimento di oggetti di corredo in
osso di alce tradirebbe lesistenza di zone paludose a quote minori. Al di l della determinazione delle singole
specie rinvenute, pi significativo infine il calcolo dellet di morte degli ungulati cacciati a Plan de Frea,
che comproverebbe la sistematica occupazione dellarea tra la fine della primavera e linizio dellautunno
(Angelucci et al., 1998).
Lassetto floristico alpino ulteriormente ribadito dai dati ottenuti dalla torbiera di Malga Rondeneto,
in Valcamonica (BS) dove si segnalano alcuni tronchi sepolti di abete rosso datati ai primi secoli del VIII
millennio uncal BP (biAgi, 1998). In questa stessa fase, similmente ai Laghetti del Crestoso (BS) (scAife,
1991), sembrerebbe essersi avviato laccumulo di materiale organico allinterno del bacino, da cui si evince
peraltro la locale sopravvivenza di associazioni a tiglio (Tilia) e frassino (Fraxinus) (scAife e biAgi, 1994).
nel settore occidentale delle Alpi, buone informazioni sulla trasformazione postglaciale del paesaggio
provengono dalle analisi archeobotaniche condotte presso il Passo dello Spluga (SO). Sulla base dei carboni
campionati nei siti di Pian dei Cavalli CA1 e CA13 (fedele et al., 1989; 1991) e ripercorrendo le sequenze
polliniche estrapolate dai vicini Lago Grande e Lago Basso (Wick, 1994; fedele e wick, 1996), si osserva la
permanenza di una rada copertura a Pinus cembra, Larix e vari arbusti xerofili per tutto il VIII millennio uncal
BP. A tali essenze, lAbete Rosso si aggiungerebbe solo a partire da ca. 6800 uncal BP
98
. Questa sensibile
differenza rispetto ai comprensori dolomitici pare riconducibile alla maggior quota dei depositi indagati (ca.
2200 m s.l.m.), a suggerire lipotesi che, in questarea, i cacciatori-raccoglitori dovettero accamparsi oltre il
limite delle conifere (fedele et al., 1992; Fedele, 1999).
NellAtlantico iniziale, Picea lessenza principale lungo lintera fascia prealpina (rAVAzzi, 2002), dove
sostituisce la pineta e si combina a latifoglie come lolmo (Ulmus), lontano (Alnus) o il nocciolo (Corylus
avellana) a seconda dellaltitudine, dei suoli e di altre variabili edafiche (kofler e oeggl, 2002). Leco di questa
metamorfosi a media-bassa quota, del tutto analoga a quella del versante francese della Catena Alpina (bintz,
1999; thiebAult, 1999), troverebbe conferma in alcuni diagrammi pollinici delle Alpi Bresciane (bAroni e
BiAgi, 1997), del Lagorai (TN) (kofler, 1992) e delle Dolomiti occidentali (bergAMo decArli, 1991). Pur
a distanza, queste analisi suggerirebbero una transizione conifere-querceto attorno ai 900/1000 m s.l.m..,
accompagnata, in limitati comprensori, dalla comparsa dellabete bianco (Abies alba) e del faggio (Fagus
sylvatica). Ci attestato, ad esempio, nelle Prealpi Lombarde, nelle stazioni di Erbonne Loc. Cimitero (CO)

98
Nella stessa zona, un quadro floristico similare stato recentemente ricostruito anche per la vicina Val Febbraro (so) (Moe e
hjelle, 1999).
161
(biAgi et al., 1994a), Monte Cornizzolo (CO) (cAstelletti et al., 1983) e Sopra Fienile Rossino (Accorsi et
al., 198).
Laffermazione di un bosco a caducifoglie termofile ben osservabile nella Valle dellAdige (TN-VR)
e nella Valle del Sarca (TN), dove si perde ogni traccia dei pi antichi consorzi a Pinus sp. (cAttAni, 1977;
cAstelletti, 1983; nisbet, 2008). Queste modificazioni del paesaggio sono supportate dai resti di pasto relativi
agli ultimi frequentatori mesolitici di Mezzocorona-Borgonuovo, Vatte di Zambana, Pradestel, Romagnano,
Gaban, Acquaviva di Besenello, Moletta Patone e Riparo Soman (sAlA, 1977; bAgolini et al., 198b;
boscAto e sAlA, 1980; riedel, 1982; tAgliAcozzo e cAssoli, 1992; clArk, 2000; KozowsKi e dAlMeri,
2000; dAlMeri et al., 2002; BAssetti et al., 2004). In tutti questi siti, infatti, la supremazia del cervo (Cervus
elaphus), del capriolo (Capreolus capreolus) e del cinghiale (Sus scrofa) ribadisce la diffusione di una fitta
copertura boschiva sul fondo e lungo i versanti dei bacini prealpini, mentre la rarefazione/scomparsa dello
stambecco e del camoscio comproverebbe laccresciuta distanza dagli habitat steppici-periglaciali favorevoli
alle specie rupicole. Negli stessi giacimenti, il quadro evolutivo poi sostenuto dal rinvenimento di roditori
e carnivori tipici degli ambienti forestali temperato-umidi, come castori, martore, volpi, linci, orsi e gatti
selvatici. Indipendentemente dal loro significato paleoeconomico, lattestazione di valve di molluschi dulcicoli
(Unio), accompagnati da resti di tartaruga palustre (Emys orbicularis), pesci
99
, uccelli acquatici (e uova ad essi
riferibili), suggerirebbe infine lesistenza di uno o pi laghetti allinterno o nei pressi della Conca di Trento, la
cui biodiversit doveva garantire ambienti ad altissima produttivit primaria (bAgolini et al., 198c; Venzo,
1979; boscAto e sAlA, 1980; Broglio, 1980; riedel, 1982). La diffusione del querceto misto nelle Prealpi
orientali, al di sotto dei 1000 m s.l.m., supportato dalle analisi polliniche effettuate in alcuni depositi torbosi
del Monte Baldo (VR-TN) (dAllA fior, 1940; beug e firbAs, 1961; cAnepel, 1988) e dai dati antracologici
disponibili per lo strato 3a del Riparo di Biarzo (UD). Pur riproponendo un consorzio a latifoglie dominato da
Quercus, Corylus, Ulmus e Fraxinus, entrambi i territori non restituiscono alcuna traccia dellabete bianco,
manifestando in questo una sensibile diversit dal paesaggio prealpino lombardo (cAstelletti et al., 1996). da
un punto di vista archeozoologico, Biarzo ribadisce inoltre laffermazione della triade cervo-capriolo-cinghiale
(rowley conwy, 1996), attestata anche al Covolo B di Lonedo (VI), lungo la fascia pedemontana del Veneto
(guerreschi e sAlA, 1976).
Pi a est, il quadro paleoambientale dei rilievi affacciati sulla pianura friulana corredato dalle informazioni
provenienti dalle grotte Benussi, Edera, Azzurra e Tartaruga sul Carso Triestino (fig. 39). Anche in questo
settore, gli orizzonti mesolitici datati allAtlantico iniziale, o ad esso riferibili su basi tipologiche, restituiscono

99
Normalmente Ciprinidi, sebbene per il sito di Paludei di Volano (TN) si segnalino anche resti di Abramidi (BAgolini et al.,
198c).
Fig. 39 - Paesaggio odierno del Carso Triestino nei dintorni di Aurisina con il Carso Sloveno sullo sfondo (fotografia di P. Biagi).
162
dunque la supremazia di una copertura boschiva termofila, dominata da Quercus, Acer, Ulmus e Fraxinus, e
arricchita, in proporzioni minori, da Corylus, Tilia e Alnus. La specie faunistica pi rappresentata sempre
il cervo, seguita da capriolo, cinghiale, tasso, martora e volpe (cAnnArellA e creMonesi, 1967; creMonesi,
1981; 1984a; MontAgnAri kokelj, 1993; boschin e riedel, 2000; nisbet, 2000; girod, 2001-2002; biAgi,
2003b; biAgi et al., 2008). Il rinvenimento della lepre tra le specie cacciate suggerisce tuttavia la disponibilit
di radure sullo stesso altopiano, dove, stando ai frequenti resti di castori, lontre, tartarughe palustri, pesci
(Ciprinidi) e molluschi dacqua dolce (Unio), non dovevano mancare neppure laghetti di fondo dolina o punti
di affioramento della falda acquifera (creMonesi et al., 1984b; boschiAn, 2003). La simultanea abbondanza di
valve e nicchi di molluschi marini (in particolare Patella caerulea, Trochus sp. e Monodonta sp.) e di vertebre
di pesci marini (Sparidi), alimenta lidea di una assoluta vicinanza dei siti triestini alla linea di costa che
doveva ricalcare allepoca la sua attuale posizione (bortolAMi et al., 19; creMonesi, 1981). Le condizioni
ecologiche sin qui descritte riprendono da vicino quelle ricostruite per i coevi siti mesolitici di Victorjev
Spodmol e Mala Triglavca, nel Carso sloveno (tokAn e Dirje, 2004).
In questo periodo, la Pianura Padana e Veneto-Friulana devono essere immaginate come un fitto mosaico
di boschi a latifoglie (PAgAnelli, 1996). Querce, tigli, olmi, ontani, frassini e noccioli si combinano tra loro in
proporzioni e associazioni variabili a seconda delle caratteristiche dei suoli, delle condizioni di esposizione/
umidit e dellidrografia superficiale (MArchesoni, 1959; pAgAnelli, 1984; schneider, 1985; cAttAni, 1992a).
La persistenza di limitati spazi aperti per comprovata dagli studi pollinici effettuati alla Grottina dei
Covoloni del Broion, la cui frequentazione nellAtlantico iniziale (strato 6) sembrerebbe avvenire a ridosso di
unarea dominata da essenze non arboree (cAttAni, 1977b). Rileggendo i dati archeobotanici disponibili per
lattuale fascia perilagunare del Veneto, un paesaggio analogo sembrerebbe contemporaneo alle frequentazioni
mesolitiche di Meolo A e B Ca Zorzi, seppur accompagnato da unomogenea presenza del nocciolo (broglio
et al., 198). Per le restanti zone planiziali orientali, recenti resoconti ribadiscono la generale egemonia delle
caducifoglie a definitiva sostituzione della pineta tardo- e postglaciale, ribadendo altres la ricorrenza di
associazioni arboree a ontano, frassino, salice e pioppo nelle aree depresse acquitrinose o sulle sponde dei
maggiori corsi fluviali (MiolA et al., 2005). Questultimo aspetto ben osservabile alla Torbiera dIseo (BS)
lungo la fascia pedemontana lombarda (fig. 40), presso la quale, nel VIII millennio uncal BP, attestata una
copertura arborea a Quercetum mixtum-Alnetum (horowitz, 195; bertoldi e consolini, 1989). Molto pi a
sud, i carboni della stazione di Gazzaro (RE) tradirebbero infine una visibilit dellabete bianco, del frassino e
dellacero anche ai margini dellAlta Pianura Reggiana (biAgi et al., 199).
fig. 40 - la Torbiera e la Lametta di Iseo con il Monte Alto (BS) ripresi da nordest (fotografia di P. Biagi).
163
In tutta larea in esame, la sola controprova
100
del quadro vegetazionale descritto costituita dalla faune
rinvenute nel sito di Gazzaro, appena citato, e in quello limitrofo di Madonna di Campiano (RE), alle pendici
della Dorsale Appenninica. In dettaglio, le industrie a trapezi del primo giacimento risulterebbero associate a
resti di pasto riferibili a cervo, cinghiale, capriolo e martora (BiAgi et al., 199); nel secondo caso, alle stesse
specie si affiancherebbe una discret rappresentativit della lepre, riconducibile allesistenza di lembi boschivi
verosimilmente pi radi (ferrAri et al., 2005).
Rispetto allarea planiziale padano-veneta, le informazioni sullassetto paleoambientale dellAppennino
settentrionale sono molto maggiori, sebbene non supportate da alcuna controparte archeozoologica. Per lepoca
studiata, ricerche palinologiche effettuate nei depositi lacustri di Prato Spilla A, Lago di Bargone, Lago Padule
e Lagdei, distribuiti tra la Liguria di Levante e lo spartiacque tosco-emiliano-romagnolo, indicano un paesaggio
sensibilmente diverso da quello alpino, contraddistinto da unespansione dellabete bianco (Abies alba) a spese
dei pi comuni consorzi a latifoglie. Questa metamorfosi, parallela ad una forte contrazione della variet
arborea, conduce alla formazione di consorzi forestali pi densi ed omogenei, dominati alternativamente da
Quercus o da Abies alba a seconda della quota e delle condizioni microclimatiche (Bertoldi, 1980; cruise,
1987; huntley, 1990; lowe, 1992; lowe e wAtson, 1993; lowe et al., 1994; wAtson et al., 1994; Cruise et
al., 2009). Nella regione, similmente a quanto proposto da K. oeggl (1994) e da P. biAgi et al. (1994a) per
la Catena Alpina, non si rileva alcun intervento antropico a modifica della copertura vegetale (lowe, 1992).
NellAtlantico iniziale, labetaia prenderebbe il sopravvento sul querceto misto e sul nocciolo soprattutto nella
bassa-media montagna, dove farebbe la sua comparsa anche il faggio (biAgi et al., 199; cAstelletti et al.,
1994). In Garfagnana (LU), ci confermato dai carboni campionati nei siti di Piazzana e Isola Santa (leoni et
al., 2002). Al di sopra dei 1500 m s.l.m. e nelle zone di crinale, i dati antracologici relativi ai bivacchi di Passo
della Comunella (RE), Lama Lite II (RE), Monte Bagioletto Alto (orizzonteIVB21Terre Rosse) (RE), Corni
Piccoli (RE) e Sasso Fratto Monte Vecchio (RE), evidenziano invece una generale sostituzione delle conifere
con un bosco rado a frassino (Fraxinus cf. excelsior), laburno (Laburnum) e acero (Acer cf. pseadoplatanus);
combinazione in genere non registrata dai diagrammi pollinici lacustri, per la scarsa produzione pollinica delle
specie citate (creMAschi e cAstelletti, 1975; cAstelletti et al., 196; creMAschi et al., 1984; CAstelletti,
2006). In questo quadro complessivo, interessante osservare come il sito di Corni Piccoli restituisca lesatta
transizione tra le due fasce vegetazionali descritte, mettendo in luce una copertura mista ad abete bianco,
frassino e faggio esattamente attorno ai 1400 m s.l.m. (biAgi et al., 199; cAstelletti et al., 1994). Nella
stessa fase, la fascia costiera tosco-ligure sembrerebbe conoscere unanaloga contrazione della pineta e degli
ambienti pi aperti, sostituiti da estesi boschi misti ad Abies, Quercus, Tilia, Ulmus e alnus (brAnch, 2004;
Colombaroli et al.,2007; mariotti lippi et al., 200).
Procedendo verso sud, una situazione similare attestata nelle zone litoranee della Toscana meridionale,
dove, al fianco del querceto misto e di alcune specie igrofile come lontano e il carpino bianco (Carpinus
betulus), si riconosce una prima affermazione di essenze arbustive di tipo mediterraneo (biserni e VAn geel,
2005; drescher-schneider et al., 200; coloMbAroli et al., 2008). La trasformazione della flora al diminuire
della latitudine e allaumento dellinfluenza marina sul clima pi evidente nelle sequenze polliniche
provenienti dai laghi di Vico, Albano, Nemi, Mezzano, Martignano, Lagaccione e Valle di Castiglione, nel Lazio.
Queste infatti, pur mostrando la persistenza di una copertura a caducifoglie nelle aree pi interne e rilevate,
suggeriscono listaurarsi di condizioni leggermente pi aride rispetto alle regioni settentrionali, rintracciabili
nella spiccata rappresentativit delle erbacee in limitati comprensori e nella crescente diffusione di arboree
sempreverdi come il leccio (Quercus ilex), il carpino nero (Ostrya) e lulivo selvatico (Olea sp.). Nelle aree
pianeggianti dellItalia centrale, questa tipologia boschiva accresce la propria visibilit in proporzione alla
vicinanza della costa, affiancandosi di norma ad una macchia/gariga mediterranea a pistacchio (Pistacia), cisto
(Cistus) e bosso (Buxus) (kelly e huntley, 1991; lowe et al., 1996; MAgri, 1999; MAgri e sAdori, 1999;
RAMrAth et al., 2000; Allen et al., 2002). Il quadro proposto per lintera regione trova parziale supporto nelle
faune degli strati 24-22 della Grotta Continenza, datati al VIII millennio uncal BP, per i quali si segnala una
relativa abbondanza di cervi e caprioli (wilkens, 1991).
Ulteriori indicazioni sullevoluzione del paesaggio pre-neolitico provengono dalle analisi palinologiche
eseguite nei sedimenti del Lago Grande di Monticchio (PZ), nel cuore dellAppennino Lucano (huntley et al.,
1999). Qui, sin dalla fine del Boreale, emergono ecosistemi diversi da quelli laziali e molto pi simili a quelli
tosco-emiliani. Probabilmente a causa della quota del bacino (656 m s.l.m.) e del suo maggior isolamento dal

100
Manca ancora oggi un resoconto ufficiale sulle faune della Grottina dei Covoloni del Broion (cAttAni, 1977; Fedele com. pers.,
2006), utili a sostanziare il quadro paleoambientale della pianura attorno ai Colli Berici (VI).
164
mare, si attesta infatti lespansione di una foresta mista ad abete bianco, quercia caducifoglie, ontano, carpino
bianco e carpino nero, rispetto alla quale il leccio e altre essenze xerofile (vedi Phillyrea) paiono ancora
insignificanti (wAtts et al., 1996; Allen et al., 2002). Questo assetto sembrerebbe protrarsi nellarea per tutto
lAtlantico, come dimostrato dai dati antracologici relativi alloccupazione neolitica della Grotta 3 di Latronico
(PZ) (cAstelletti, 1978). nello stesso sito, i resti faunistici provenienti dai livelli apicali della sequenza
mesolitica (tg. 40-26) sono prevalentemente composti da cinghiali e caprioli, largamente maggioritari su altre
specie forestali come il cervo, luro, la martora, il gatto selvatico e il ghiro (dini et al., 2008). si segnalano al
contempo numerosi resti di lepre e sporadiche tracce di camoscio, a suggerire la disponibilit di ambienti aperti
a prateria nelle zone pi elevate dei rilievi circostanti (wilkens, 1996; grifoni creMonesi, 2002).
Nel resto del Mezzogiorno, a dispetto della sostanziale assenza di indagini paleoambientali, unidea della
flora coeva al Mesolitico Recente di Latronico e dellItalia centro-settentrionale potrebbe forse provenire dal
villaggio neolitico di Scamuso (Bari, Puglia), la cui datazione pi antica corrisponderebbe, forse (?) a 290110
uncal BP (Gif-6339). Pur mostrando un paesaggio prevalentemente steppico-mediterraneo, gi apparentemente
condizionato dallintervento delluomo sulla vegetazione (RenAult-MiskoVsky e bui-thi-MAi, 1997), gli
spettri pollinici indicherebbero la vicinanza del sito ad associazioni miste a Quercus (caducifoglie), Alnus e
Corylus, affiancate da essenze sempreverdi come Quercus ilex, Olea sp., Cistus, Phillyrea, Pistacia ed Erica.
Nella stessa regione, la presenza di ampi spazi aperti ad erbacee, alternati a coperture arboree xerofile, querceti
e faggete, affiorerebbe anche dallUS5 di Terragne (TA), di fatto contraddistinta dalla commistione di resti di
pasto attribuibili a mammiferi forestali (uro, cervo e cinghiale) e steppici (lepre e cavallo) (Gorgoglione et al.,
1995)
101
.
Per la Sicilia, dati utili alla ricostruzione proposta provengono soprattutto dai Monti delle Madonie (PA) e
dal Lago di Pergusa (EN), nelle aree pi interne e rilevate dellisola, dove si osserva unestesa supremazia del
faggio e del querceto misto per tutto lOlocene Antico (bertolAni MArchetti et al., 1984; sAdori e nArcisi,
2001; sAdori et al., 2008). Le indagini archeobotaniche condotte al lago di Gorgo Basso (TP), mostrano
tuttavia una parallela espansione della macchia mediterranea nelle zone costiere, caratterizzate quindi da un
paesaggio aperto ad essenze arbustive sempreverdi come Olea sp., Pistacia e Phillyrea (Tinner et al., 2009).
I dati archeozoologici provenienti dai tagli mesolitici 14-11 della Grotta dellUzzo (TP) evidenziano pratiche
venatorie attuate in un habitat preferenzialmente boschivo, popolato, in et Atlantica, da cervi, cinghiali, volpi
e gatti selvatici. Per la stessa epoca, intuibile la definitiva scomparsa delluro dai comprensori prossimi alla
cavit, mentre il rinvenimento di resti di tartaruga palustre tradirebbe lesistenza di acquitrini a ridosso della
fascia litoranea trapanese (cAssoli et al., 198; tAgliAcozzo, 1993; TusA, 1996).
In Sardegna, poco o nulla si pu attualmente affermare sugli ecosistemi circostanti la Grotta Su Coloru
durante la sua frequentazione pre-neolitica, per la quale non si dispone n di dati antracologici, n di resoconti
preliminari sulla microfauna rinvenuta, la sola tipologia di resti organici ad oggi resa nota (fenu et al., 1999-
2000).
5.2. distriBuzione territoriale degli ultiMi CaCCiatori-raCCoglitori. analisi geograFiCa dei siti e
5.2. aggiornaMento CartograFiCo
Delineati gli ambienti peninsulari allinizio dellAtlantico, pare ora possibile avanzare unanalisi
geografico-statistica delle testimonianze archeologiche relative alle popolazioni studiate. Questa parte della
ricerca, naturalmente strumentale alla comprensione delle scelte insediative e delle strategie di sussistenza
dellepoca, coincide dunque con un primo tentativo di sintesi dellenorme quantit di dati topografici raccolti
nel catalogo dei siti (in Appendice), grazie ai quali stato altres avviato laggiornamento delle mappe di
distribuzione. La relativa produzione cartografica (mappe 1-11) si avvalsa degli applicativi GlobalMapper
9 e Esri ArcMap 9.2, in gradi di proiettare i ritrovamenti nel loro contesto altitudinale, geomorfologico e
idrografico (attuale). Previo recupero del necessario DTM (Digital Terrain Model) e di un apposito shapefile
tematico dei fiumi e del laghi italiani (fonte ArpAV, 2006), tutte le elaborazioni GIS sono state necessariamente
precedute dalla raccolta e dalla verifica sistematica delle coordinate di ogni singolo insediamento, evinte in

101
Questo assetto faunistico riprende significativamente quello noto per lo strato 2 della Grotta delle Mura (Monopoli, BA), che
associa alla fine del Boreale un graduale aumento degli ungulati e dei carnivori forestali (Cinghiale, Capriolo, Cervo, Uro, Gatto selva-
tico e Tasso). Secondo M. bon e P. boscAto (1993), questi cambiamenti indicano lespansione delle aree boschive a svantaggio della
prateria-steppa, la cui sopravvivenza tuttavia tradita dalla persistenza del Cavallo tra i resti ossei determinati.
165
gran parte dalle pubblicazioni disponibili. Ove riferite al sistema Roma 40
102
, queste state convertite al sistema
internazionale WGS84 tramite applicativo Franson CoordTrans 1.0.14., cos da agevolarne una successiva
sfruttabilit extranazionale. Per le attestazioni non associate in letteratura ad alcun riferimento geografico, esso
stato calcolato mediante un controllo incrociato tra le informazioni edite (mappe, foto, quota, esposizione,
elementi del paesaggio, ecc) e i rasters georeferenziati delle tavolette IGM (scala 1:25000) contenenti larea
di interesse
103
. Nei casi pi complessi, si quindi proceduto allapprossimazione delle coordinate mancanti
sulla localit eponima del sito, oppure, ove possibile, al loro diretto rilevamento sul campo tramite dispositivo
portatile Garmin GPS2. Perseguendo il massimo livello di accuratezza, le verifiche tramite tavolette IGM
sono state effettuate anche sui dati pubblicati, rivelando localizzazioni talvolta incompatibili con la realt
topografica. In questi rari casi, attribuibili a misurazioni grossolane da parte degli autori o a possibili errori di
stampa, sono state apportate le necessarie correzioni.
Questo lungo processo si concluso con la creazione di un unico shapefile georeferenziato dei 244
insediamenti rilevati, numerati secondo lordine di catalogazione. La loro proiezione sulle predisposte carte
fisiche digitali ha cos restituito la visione panoramica utile allinquadramento dei territori trattati nella
ricerca e allanalisi stessa della distribuzione dei siti. Da un punto di vista metodologico, questultima stata
motivatamente ripartita in tre momenti, seguendo una suddivisione per settori della penisola aventi caratteristiche
orografiche e paleoambientali similari: Regione A, comprendente Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino-
Alto Adige, Lombardia e Piemonte; Regione B, comprendente Liguria, Emilia Romagna, Toscana e Marche;
Regione C, comprensiva delle isole e dei restanti territori centro-meridionali interessati da frequentazioni
mesolitiche di et Atlantica, autentiche o presunte (Basilicata e Puglia). Tutto ci, allo scopo di evitare la
commistione di informazioni e valutazioni su sistemi logistici potenzialmente eterogenei.
Su un piano strettamente quantitativo, la Regione A mostra da subito una chiara sproporzione (ca. 3:1) tra
la densit di testimonianze archeologiche nel quadrante nord-orientale (130) e in quello nord-occidentale (45),
esponenzialmente pi rare avanzando verso i territori piemontesi (mappa1). Osservando le quote s.l.m. dei 15
siti complessivamente attestati, sono inoltre riconoscibili tre distinti raggruppamenti, separati tra loro da un gap di
circa 160-200 m. Il primo restituisce una concentrazione di ben 114 localit (65%) tra 0 e 00 m s.l.m., mentre nel
secondo se ne contano 20 (11,5%) distribuite tra 903 e 1611 m s.l.m.. Ad eccezione delle aree del Friuli - Venezia
Giulia e del Piemonte, per le quali noto un solo sito montano ciascuna
104
, lo scarto tra le due fasce altimetriche
effettivamente maggiore prendendo in esame singoli settori del versante meridionale delle Alpi: 403 metri in
Lombardia (da 500 a 903 m s.l.m.), 385 metri in Veneto (da 660 a 1045 m s.l.m.) e 310 metri in Trentino Alto
Adige (da 00 a 1010 m s.l.m.). Un terzo gruppo di 41 (23,5%) stazioni alpine si assesta infine tra 10 e 2400 m
s.l.m. Al suo interno, in provincia di Brescia, spicca la differenza di almeno 833 metri tra le presenze mesolitiche
dello spartiacque Valcamonica-Valtrompia e quelle immediatamente inferiori dellAltipiano di Carideghe.
Soltanto il 1,% (31) degli insediamenti dellItalia settentrionale s.s. pienamente planiziale, compreso cio
tra il corso del Po, la costa dellAlto Adriatico e i primi rilievi ai margini della Pianura Padana e Veneto-Friulana
(mappe 2-6). Da un esame pi accurato, i ritrovamenti si concentrano in situazioni topografiche significativamente
ricorrenti, posizionandosi su dossi, confluenze, isole e terrazzi fluviali, in prossimit di paleoalvei o su culminazioni
morfologiche a ridosso di paludi oggi bonificate. Un parte consistente (18) di queste frequentazioni allaperto si
allinea lungo la cosiddetta fascia delle risorgive che, tra Friuli e Lombardia, segna il confine tra Bassa e Alta
Pianura e segue gli affioramenti della falda freatica ai piedi delle grandi conoidi alluvionali (megafans) (fontAnA
et al., 2004). Al di sotto di questo limite virtuale, le testimonianze paiono decisamente pi rare, 4 delle quali
collocate a breve distanza dallodierna Laguna di Venezia o di Marano (UD)
105
.
Verso nord, si individuano altri 44 (25,1%) siti sulla striscia collinare a ridosso delle Prealpi, distribuiti,
nell81,8% dei casi (36), tra 100 e 300 m s.l.m.
106
. Da un punto di vista tipologico, la larga maggioranza di
queste attestazioni allaperto (39), accompagnate da 4 episodi di occupazione in grotta e uno sotto riparo.

102
Basato sul meridiano nazionale di Monte Mario, convenzionalmente fissato a 12278,40 E di Greenwich.
103
Lo stesso procedimento, a partire per da coordinate note, ha consentito di ricavare la quota di diversi siti pubblicati senza dati
altimetrici.
104
Rispettivamente Casera Valbertad Alta (UD) (1510 m) e Pian dErbioi (NO) (2330 m).
105
In merito, vale sempre la pena ricordare che nellarco di tempo durante il quale furono abitati i siti mesolitici perilagunari le
condizioni paleogeografiche, certamente in evoluzione, erano notevolmente diverse dalle attuali: le lagune che noi conosciamo non
esistevano ancora e la linea di costa, pur avvicinandosi sempre di pi, era, fino allinizio dellAtlantico, notevolmente spostata verso
il mare rispetto alla posizione attuale (broglio et al., 198: 202).
106
Tra un minimo di 30 m s.l.m. delle Sorgenti del Livenza Loc. Santissima (PN) e un massimo di 516 m s.l.m. del sito di Travesio
Ancona SS. Trinit (PN).
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16
Anche in questo caso, si osservano localizzazioni ripetitive, concentrate su terrazzi e confluenze dei principali
fiumi di origine alpina, presso la sponda meridionale dei grandi laghi prealpini, in prossimit delle torbiere e
dei bacini lacustri intermorenici e nelle aree paludose o ricche di sorgenti lungo il margine pedemontano. Da
questa distribuzione generale, si discostano esclusivamente la Grottina dei Covoloni del Broion (120 m s.l.m.,
VI) (cAttAni, 1977), affacciata dai Colli Berici sulla Bassa Pianura Veneta, e la stazione piemontese di Molino
di Tigliole MT1 (160 m s.l.m., AT) (MotturA, 1985; 1993).
Procedendo nellanalisi, si riconoscono 45 (25,%) insediamenti interni alla fascia prealpina, contraddistinti
da quote complessivamente comprese tra 95 m e 1611 m s.l.m.. Al loro interno tuttavia netta la separazione in
due gruppi altimetricamente distinti: uno inferiore, sino ai 660 m s.l.m., uno superiore e minoritario, a partire
dai 903 m s.l.m.. Al di l di questo primo dato, il 0,4% (31) delle localit antropizzate comunque vallivo o
adiacente alle principali vie di accesso ai comprensori alpini dalle aree planiziali (ad es. Valcamonica, Valle
del Sarca, Valle dellAdige, Valle del Piave, Val Cismon)
10
. Si evidenzia, in particolare, la predilezione per le
nicchie e i ripari sottoroccia di fondovalle, spesso in prossimit di terrazzi e confluenze fluviali o allapice delle
conoidi di versante (18 siti) (bAgolini, 1976). In tal senso, esemplare il caso atesino, con ben 11 frequentazioni
attestate tra la Piana Rotaliana (TN) e la Chiusa di Ceraino (VR), superficie che, come noto, poteva allepoca
ospitare diversi piccoli laghetti di origine glaciale. Una collocazione perilacustre (compresi i bacini intorbati)
altrettanto osservabile per il riparo di Pr Alta (190 m s.l.m., TN), prossimo allimmissione del Sarca nel Lago
di Garda (clArk et al., 1992), cos come per le stazioni allaperto di Cavalea (1045 m s.l.m., BL) (cesco-frAre
e Mondini, 2006), Terlago (414 m s.l.m., TN) (bAgolini e DAlMeri, 1984), Valganna (450 m s.l.m., VA) (biAgi,
1980-1981), di Mergozzo Loc. Ronco (210 m s.l.m., NO) e Mergozzo - Loc. Pravillano (225 m s.l.m., NO)
(De giuli, 1980). In altri casi, le scoperta di siti su ripiani di versante, anche in grotta, sembrerebbe suggerire
il ricorso alternativo a posizioni vallive panoramiche o rilevate su ampie zone umide, forse raggiungibili e
collegate tra loro da itinerari a mezza costa (bAgolini e Broglio, 1986; broglio e LAnzinger, 1990). In area
prealpina, inoltre ricorrente la relazione diretta tra le scelte insediative e la disponibilit locale di pozze
naturali o sorgenti perenni, come riscontrato nelle stazioni di Fontana de La Teia (1201 m s.l.m.), Madonna
della Neve (1100 m s.l.m.) e Piani di Festa (660 m s.l.m.), su ripiani intervallivi del Monte Baldo (TN-VR)
(bAgolini e nisi, 1981; frAnco, 2001-2002; 2007); Porcarina 1 (1400 m s.l.m.) e San Giorgio (1462 m s.l.m.),
sui Monti Lessini (VR) (chelidonio et al., 1992); Fienile Rossino II (903 m s.l.m.) e Sopra Fienile Rossino (925
m s.l.m.), sullAltopiano di Carideghe (BS) (Accorsi et al., 198). I siti di questultimo settore sottolineano il
valore strategico delle ubicazioni adiacenti ai passi di bassa e media quota (biAgi, 1980), ribadito dalle coeve
presenze mesolitiche a S. Antonio di Tortal Col de Varda (550 m s.l.m., BL) (Mondini e VillAbrunA, 1989),
Andalo (1010 m s.l.m., TN) (guerreschi, 1984), Bocca di Bordala (1260 m s.l.m., tn) (dAlMeri com. pers.,
200, materiale inedito) e Monte Cornizzolo (1110 m s.l.m., CO) (cAstelletti et al., 1983).
A margine delle frequentazioni sin qui descritte si affiancano quelle dellaltopiano carsico prospiciente
il Golfo di Trieste (fig.41). Le 6 cavit occupate nel Mesolitico Recente, distribuite secondo un allineamento
NO-SE sub-parallelo alla costa, si aprono tra 230 e 390 m s.l.m., la pi alta delle quali (Cavernetta della
Trincea) anche lunica propriamente valliva (Andreolotti e StrAdi, 1964). Da questo assetto, si discosta il
bivacco recentemente individuato sul Monte Stena (Area 1a), affacciato sulla Val Rosandra da una quota di
420 s.l.m. (bernArdini, 2006).
Nella Regione A si contano quindi 48 siti alpini. Tra questi, per la loro ubicazione incuneata allinterno
dei comprensori montani, sono state inquadrate anche le stazioni di fondovalle di San Giacomo (BZ)
(NiederwAnger, 1988), Stufels A (BZ) (bAgolini et al., 198a), Vahrn Gols (BZ) (lunz, 1986) e Villandro-
Plunacker (BZ) (DAl r, 1978; Nisbet, 2008), ripartite tra 240 e 00 m s.l.m.. Queste si posizionano allaperto,
su terreni ben esposti, ai piedi delle conoidi di versante o in corrispondenza di terrazzi e confluenze fluviali.
Le restanti evidenze archeologiche si attestano da un minimo di 1300 m s.l.m. a un massimo di 2400 m s.l.m.
Solo in 3 casi si rileva per una quota inferiore ai 10 m, mentre sono 16 i siti sino ai successivi 1990 m
s.l.m. e 25 quelli ripartiti tra 2003 e 2400 m s.l.m.. Dal Friuli-Venezia Giulia al Piemonte, le preferenze
insediative sono chiaramente orientate verso le selle, le forcelle e i valichi di collegamento intervallivo (fig.
42), presso i quali si riconoscono ben 2 presenze. Queste affiorano spesso a ridosso di polle sorgive e bacini
intorbati, oppure al di sopra di emergenze topografiche panoramiche sulle zone di passaggio obbligato. Un
legame forte con le fonti dacqua altrettanto evidente per i restanti 1 insediamenti individuati nelle valli
di accesso alle creste dolomitiche dalla fascia prealpina (8) o su ripiani e crinali daltitudine (9), sempre in

10
Per la loro estensione latitudinale, non si pu escludere che il Lago Maggiore, Lago di Como e il Lago di Garda abbiano anchessi
assolto a questa preziosa funzione, come suggerito dai siti rinvenuti in prossimit delle rispettive sponde.
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13
prossimit di laghetti, sorgenti perenni e pozze stagionali. Al loro interno ricorrono gli unici siti sotto riparo
delle Alpi meridionali (8), tutti localizzati a ridosso delle pareti aggettanti di enormi massi erratici, tra 185
m e 2212 m s.l.m. (fig.43).
Spostando lattenzione alla Regione B (mappe -9), si riscontra a subito un numero di testimonianze
assai minore della precedente, sino a un massimo di 59. Questi, tutti allaperto, si distribuiscono tra 40 e
164 m s.l.m., senza tuttavia evidenziare una netta suddivisibilit per clusters altimetrici. Nel complesso, si
riconosce un andamento ondulato nella ripartizione delle quote, con lievissimi addensamenti soltanto tra 40
e 105 m s.l.m., 665 e 916 m s.l.m. ed, infine, tra 1400 e 1650 m s.l.m.. Il 18,6% (11) delle stazioni rinvenute
fig. 41 - Il Golfo di Trieste nei pressi di Sistiana (fotografia di P. Biagi).
fig. 42 - Tipica localizzazione in quota delle stazioni mesolitiche. Esempio del sito di Pian de La Lora nelle Dolomiti Bellunesi, indicato dalla freccia
(fotografia di P. Cesco-Frare, modificata).
14
fig. 43 - Il sito di Plan de Frea (Val Gardena, BZ). Esempio di masso erratico alpino frequentato in et mesolitica (fotografia di P. Biagi).
localizzato in aree planiziali, quasi esclusivamente su terrazzi fluviali della fascia pedeappenninica o a
ridosso di paleoalvei e paludi bonificate della Pianura Padana meridionale. Qui, a differenza di quanto
osservato per le piane alluvionali lombarde o veneto-friulane, gli unici ritrovamenti a mostrare una
sovrapponibilit ad accertati affioramenti della falda freatica sembrerebbero quelli di Razza di Campegine
(50 m s.l.m., RE) (biAgi et al., 199). In Toscana, una chiara relazione con la disponibilit di acqua sorgiva
invece documentata per il sito di Sesto Fiorentino Loc. Il Neto (58 m s.l.m.), ai margini orientali della
Piana Fiorentina (FI) (giAchetti e gioVAnnoni, 1980). Per altri 11 insediamenti si osserva poi unubicazione
valliva pi interna ai comprensori appenninici, tra 15 e 820 m di quota. il caso, ad esempio, del solo
sito marchigiano di Pievetorina (520 m s.l.m., MC), poco distante da una serie di bacini lacustri (broglio
e lollini, 1981; silVestrini, 1991), mentre pi numerose () sono le tracce mesolitiche emerse lungo i
versanti e sui fondovalle del Bacino del Serchio, in Garfagnana (LU) (cAstelletti et al., 1994). Ad queste si
affiancano le attestazioni di Fontanelle (240 m s.l.m, AR) (bAchechi, 1995-96), Levane (200 m s.l.m., AR)
(MArtini, 2004), Pescale (195 m s.l.m, MO) (ferrAri et al., 2005) e Madonna di Campiano (15 m s.l.m.,
RE) (biAgi et al., 199), tutte su terrazzo fluviale.
Nella Regione B, buona parte delle testimonianze archeologiche ha dunque una collocazione pi strettamente
montana, distribuendosi nel cuore della Dorsale Appenninica secondo due distinguibili raggruppamenti: il
primo, comprendente la Liguria di Levante e lAppennino Parmense
108
(mappa ), con 15 siti ripartiti tra
i 695 m s.l.m. di Cabriolini (PR) (ghiretti e guerreschi, 1988; ghiretti, 2003) e i 1600 m s.l.m. di Prato
della Cipolla (SP) (biAgi e MAggi, 1983); il secondo, con altre 11 presenze sullo spartiacque tosco-emiliano
109

(mappa 8), comprese tra i 1398 m s.l.m. di Corni Piccoli (RE) (biAgi et al., 199) ed i 164 m s.l.m. di
Lama Lite I (RE) (notini, 1983). Per entrambi, un esame complessivo delle localit antropizzate mostra una
marcata preferenza per i crinali e i ripiani sommitali o di versante, normalmente adiacenti ai passi intervallivi o
panoramici su laghi, torbiere e zone ricche di sorgenti. Nel settore appenninico reggiano-modenese, un legame
con la disponibilit di piccoli bacini lacustri altrettanto visibile per i bivacchi attestati ai bordi delle conche
glaciali e sui depositi morenici adiacenti ai valichi dello spartiacque.

108
Pi precisamente, i siti si distribuiscono al confine tra le province liguri di Genova e La Spezia e quelle emiliane di Parma e Pia-
cenza.
109
In questo caso, tra le province emiliane di Reggio Emilia e Modena e quelle toscane di Lucca e Pistoia.
15
Lontano dalle concentrazioni descritte o da un contesto strettamente vallivo, si segnalano ulteriori 11
frequentazioni allaperto in altre localit isolate della Liguria e della Toscana (mappe e 9). Partendo da
ovest, si incontrano ad esempio le stazioni di Pian del Re (IM) (850 m s.l.m.) (biAgi et al., 1989) e di Colla
di San Giacomo (SV) (90 m s.l.m.) (Vicino com. pers., 2006; materiale inedito) tra il confine francese e
il Finalese, seguiti da quelli di Nasoni (GE) (49 m s.l.m.) (stArnini e tiscorniA, 198; stArnini e Menni,
1992) e Passo Bastia (GE) (46 m s.l.m.) (del lucchese e sAlonio, 1987; stArnini e reMbAdo, 1992),
sullAppennino Genovese. Per tutti, pur in prossimit del mare, si denota una collocazione sommitale o di
crinale ben assimilabile a quella degli insediamenti montani pi interni, sempre peraltro nei presii di polle
sorgive e selle di collegamento. In provincia di Pisa, il probabile sito di Bivio Montefalcone (PI) (105 m
s.l.m.) (dAni, 1974) poggia su un rilievo collinare adiacente alla piana alluvionale dellArno, mentre altre
armature trapezoidali di tipo castelnoviano sono state recentemente raccolte sulla sommit dei Monti di
Castellina Marittima, in localit di Podere Le Marie (PI) (455 m s.l.m.) e poggio alla Nebbia 1 (PI) (553 m
s.l.m.) (sAMMArtino, 2005). Lungo la costa tirrenica, si segnalano quindi le industrie di Fosso del Boccale
1 (LI) (60 m s.l.m.), affiorate su un terrazzo fluviale ai piedi dei Monti Livornesi (Andreo e sAMMArtino,
2003-04). Pi a sud, unultima serie di ritrovamenti stata accertata su alcuni ripiani di versante dellAlpe
di Poti (AR), a Monte Fontanella (65 m s.l.m.), Poggio di Traverseto (85 m s.l.m.) e Poggio di Scanno
(916 m s.l.m.) (bAchechi, 2005).
Per quanto poco rappresentativa, la localizzazione topografica dei 10 siti della Regione C ripropone alcuni
aspetti gi osservati nel resto della penisola (mappe 10 e 11). Di fatto, ad esclusione di quella di San Foca (5
m s.l.m, LE) (ingrAVAllo, 1980), le stazioni allaperto della costa adriatica salentina (BR-LE) si collocano
su terrazzi fluviali prossimi alla foce o sulle sponde di bacini lacustri (piccinno, 198; Milliken e skeAtes,
1990; ingrAVAllo et al., 2004), pur non restituendo alcuna traccia di uno sfruttamento alimentare delle risorse
acquatiche. Sempre in Puglia, il sito di Terragne (98 m s.l.m., TA) (gorgoglione et al., 1995) si posiziona su un
dosso planiziale isolato, mentre quello di Oria Loc. Pappad (110 m s.l.m, BR) (ingrAVAllo, 1977; coppolA,
1981) sembrerebbe affiorare in unarea collinare costellata di sorgenti. In Basilicata, il riparo di Tuppo dei
Sassi (850 m s.l.m, PZ) (borzAtti Von lwenstern, 1971) e la Grotta 3 di Latronico (62 m s.l.m., PZ) (dini et
al., 2008) si aprono entrambe su valli fluviali di accesso ai comprensori montani. Per la seconda peraltro nota
la vicinanza a fonti termali perenni (grifoni creMonesi, 2002). Tralasciando la Grotta dellUzzo (65 m s.l.m,
TP), la cui occupazione mesolitica ampiamente chiarita dal quadro archeozoologico (tAgliAcozzo, 1993),
personali controlli cartografici metterebbero in luce la presenza di polle sorgive anche nei dintorni di Grotta
Su Coloru (340 m s.l.m, SS) (fenu et al., 1999-2000) (mappa 11).
5.3. osservazioni
Se, sulla base delle evidenze archeologiche, rintracciabile la posizione degli ultimi gruppi mesolitici
peninsulari, altra questione spiegarne le ragioni e le modalit insediative, entrando cio nel merito delle
strategie di sussistenza nascoste dietro la distribuzione dei siti. Per la sua complessit, la trattazione esaustiva
di questa problematica esula dagli obiettivi primari di questopera, essendo oltretutto sufficiente ad alimentare
da sola un progetto di ricerca del tutto autonomo. Ciononostante, previa una piccola premessa, doveroso
avanzare alcune semplici considerazioni di carattere paleoeconomico e geografico.
Seguendo la definizione di R. lee e R. dAly (1999: 3), uneconomia di caccia e raccolta pura inquadrabile
come ...subsistence based on hunting of wild animals, gathering of wild plant foods, and fishing, with no
domestication of plants, and no domesticated animals, except for the dog.... Stando alla mancanza di indizi di
segno contrario, in disaccordo dunque con i recenti assunti di S.K. KozowsKi (2010), la vita delle trib/bande
studiate doveva dunque basarsi su un approvvigionamento alimentare estraneo ad ogni controllo diretto sulla
riproduzione e sulla distribuzione delle specie animali e vegetali consumate (pAnter-brick et al., 2001). Nella
fascia temperata, ci poteva comportare un periodico spostamento delle sedi residenziali nel corso dellanno,
al fine di fronteggiare le naturali variazioni stagionali nella quantit, nella localizzazione e nella tipologia delle
risorse sfruttabili (higgs e VitA-finzi, 1972; binford, 1980; torrence, 2001). Questa visione trova fondamento
nei resoconti disponibili su varie popolazioni nomadi sopravvissute sino allet contemporanea, per le quali,
a parit di tipologia economica, tuttavia nota unestrema variabilit nello spettro dei cibi consumati, nelle
soluzioni tecniche a problemi similari, nel grado di mobilit o di territorialit, nelle forme di scambio allinterno
di un gruppo o tra gruppi diversi, nella struttura e nella grandezza delle singole componenti demografiche (lee,
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181
1968; serVice, 1971; kelly, 1995; Kuhn e Stiner, 2001). A questa eterogeneit, fisiologicamente ricollegabile
a fattori ecologici e socio-culturali, si contrappone per lattestazione di alcune ben definite costanti:
1) sistematica sottoproduzione, ovvero gestione delle strategie al di sotto del livello di sfruttamento massimo
delle risorse; 2) netto antagonismo allaccumulo di un surplus e al possesso materiale; 3) attitudine innata alla
condivisione delle risorse; 4) uguaglianza sociale; 5) divisione del lavoro; 6) consapevole mantenimento di un
basso livello delle nascite (SAhlins, 1972; winterhAlder, 2001). pur potendo teoricamente assegnare queste
propriet anche ai gruppi del Mesolitico Recente italiano, difficile spingersi a conclusioni generalizzanti
sullassetto socio-economico dellepoca. In primo luogo, una loro formulazione dovrebbe tener conto della
profonda articolazione microclimatica dellintera area di studio; secondariamente, pur decidendo di procedere
a valutazioni su scala regionale, ci si scontrerebbe di fatto con lesiguit di indicatori paleoeconomici relativa
ad estese porzioni territoriali. Ciononostante, questa ricerca ha posto in luce significativi aspetti su cui riflettere,
a partire dalla mancanza di prove di unorganizzazione sociale superiore alla banda sensu serVice (1971)
o di qualsivoglia incremento demografico rispetto al Mesolitico Antico, unitamente allinvisibilit di segni
culturali indicativi di una qualche territorialit e allindisponibilit di depositi archeologici o strutture abitative
riconducibili a modalit insediative di tipo sedentario o semi-sedentario (pur ammissibili per le societ di caccia,
pesca e raccolta) (rowley-conwy, 1983; 2001). Da ci ragionevole credere che i cacciatori-raccoglitori pre-
neolitici si muovessero in piccoli gruppi, numericamente assestati sulla soglia media di 25 persone proposta da
R. kelly (1995) per le bande ad elevata mobilit stagionale.
Pur limitata a pochissimi giacimenti di riferimento, la determinazione dei resti di pasto tradisce ovunque
una dieta ad ampissimo spettro, focalizzata sulla caccia agli ungulati forestali ma ben integrata, a seconda
delle localit, dalla raccolta dei molluschi, dalla pesca, dalluccellagione e da altre pratiche accessorie (vedi
consumo di uova o tartarughe). Esemplari, in tal senso, i record faunistici del Carso Triestino (CreMonesi,
1981; creMonesi et al., 1984b), della Valle dellAdige (boscAto e sAlA, 1980) e della Grotta dellUzzo (tg.
14-11), dove si segnalano anche piccoli carnivori ricercati per la loro pelliccia (tAgliAcozzo, 1993; clArk,
2000; griMAldi, 2005). Per il sito siciliano si evidenzia un eccezionale sviluppo delle attivit di sfruttamento
delle risorse marine, comprendenti, oltre alle pi classiche Patella sp. e Monodonta, numerose specie di pesci
(vedi Serranidi, Sparidi, Labridi e Murenidi), cetacei (verosimilmente recuperati a seguito di spiaggiamento)
e crostacei (cAssoli et al., 198; tAgliAcozzo, 1993). In Italia, sono invece esigue le prove di un consumo
alimentare di cibi vegetali, notoriamente essenziali nelle economie non produttive (sAhlins, 1972; Kelly,
1995). Il loro ruolo comunque intuibile dai gusci carbonizzati di nocciole scoperti a Monte Cornizzolo (CO)
(cAstelletti et al., 1983), Sopra Fienile Rossino (BS) (Accorsi et al., 198), Isola Santa (strato 4a) (LU)
(Leoni et al., 2002) e Monte Bagioletto Alto (orizzonteIVB21Terre Rosse) (RE) (creMAschi et al., 1984). Il
rinvenimento di questi frutti, ben conservabili per essiccazione/tostatura e di facile trasportabilit, sembrerebbe
pi spesso riconducibile ad episodi di occupazione contemporanei alla stagione di maturazione (tarda estate),
sebbene ne sia altres postulabile il consumo posticipato previo immagazzinamento (Leoni et al., 2002). Il caso
reggiano tra quelli citati ne attesterebbe peraltro il trasporto in quota dai luoghi di raccolta.
Pur essendo possibile ricostruire gli ambienti dellAtlantico iniziale, intuendone finanche la potenziale
produttivit primaria, non facile proporre una lettura dei dati archeologici e cartografici secondo i dettami
della Optimal Foraging Theory (WinterhAlder e sMith, 1981). Pur conoscendo la tipologia e la stagionalit
delle risorse sfruttabili nel Mesolitico, poco si pu dire sulla loro gerarchizzazione in termini di costi e benefici,
spesso influenzata anche da fattori culturali, nonch sulla loro concreta distribuzione, densit e prevedibilit
nello spazio e nel tempo (ad eccezione forse delle risorse idriche perenni). La mancata conoscenza di questi
aspetti cruciali ostacola seriamente una differenziazione delle popolazioni studiate tra foragers e collectors
secondo la denominazione di L.R. binford (1980), rendendone di fatto inaccessibile il reale grado di mobilit
e organizzazione logistica. A peggiorare il quadro interviene inoltre la totale incertezza su quante delle
frequentazioni scoperte fossero effettivamente contemporanee, unitamente allassenza di dati archeozoologici
per ben 209 (85,6%) giacimenti (di cui 196 allaperto). Malgrado, dunque, la site catchment analysis sia
foriera di numerosi spunti di riflessione, si deve infatti ammettere che la migliore fonte di informazioni
paleoeconomiche rimane sempre lo studio dettagliato dei resti faunistici (rowley-conwy, 1993).
Osservando le sintesi etnografiche del secolo scorso comunque noto che non tutti i gruppi nomadi di
caccia e raccolta sviluppano raggi di approvvigionamento alimentare di estensioni analoghe. Lo sfruttamento
del territorio difatti strettamente correlato a fattori climatici e, di conseguenza, alla frequenza con la
quale gli stessi gruppi devono spostarsi nel corso dellanno (groVe, 2009). In merito, L.R. binford (1980)
suggeriva che ambienti omogenei, caratterizzati da una bassa variet di risorse, condurrebbero ad una
mobilit complessivamente pi spinta, mentre regioni connotate da risorse altamente diversificate nello spazio
182
supporterebbero una mobilit minore, integrata da spedizioni logistiche finalizzate al recupero di beni specifici.
Conferme, in tal senso, giungono dalle analisi di R.Kelly (1995),secondocuilafrequenzadeglispostamenti
deicacciatori-raccoglitoriosservatiinetcontemporaneasarebbemaggiorenelleareeadelevataproduttivit
primaria,segnatedaunospettrodipiantecommestibilinormalmentelimitatomarelativamentecostante.Per
lo stesso autore, sarebbe infatti lesaurimento delle risorse vegetali a determinare il ritmo migratorio nelle
societinesame,mentreleesigenzeelestrategievenatoriedeterminerebberolentitdelmovimentodaun
accampamentoallaltro.
Forzando necessariamente i limiti descritti, molti studiosi italiani hanno costruito modelli interpretativi
basati di fatto sulla sola localizzazione degli insediamenti e sulla struttura tipologica dei relativi strumentari
(biAgi et al., 199; broglio, 1980; 1992; lAnzinger, 1985; bAgolini e dAlMeri, 1987; broglio, 1992; dAlMeri
e lAnzinger, 1992; bAroni e BiAgi, 1997; Angelucci et al., 1998). Daltro canto, se vero che un gruppo umano
poteva occupare nel corso dellanno un certo numero di siti in un dato territorio, lecito aspettarsi che a luoghi
diversi corrispondessero funzioni specifiche o comunque attivit similari condotte in proporzioni differenti
(higgs e VitA-finzi, 1972). In effetti, le industrie litiche dei siti scavati hanno offerto positive suggestioni in
questa direzione, consentendo una loro discriminazione preliminare tra campi base, o di supporto logistico a
carattere pi residenziale, e bivacchi estemporanei dalla spiccata specializzazione funzionale, normalmente
venatoria. Indipendentemente dalla tipologia abitativa (allaperto, in grotta o sotto riparo), i primi sono stati
tradizionalmente identificati nei depositi stratificati riconducibili a ripetute fasi di occupazione e contraddistinti
da un maggiore equilibrio tra strumenti comuni e armature; i secondi comprenderebbero invece le stazioni pi
effimere, normalmente prive di una stratigrafia verticale, segnate da un netto predominio dei microliti geometrici
e/o da una produzione litica legata al loro confezionamento/ripristino (broglio e lAnzinger, 1990; GriMAldi,
2005). Nel Trentino-Alto Adige, in particolare, queste distinzioni hanno incoraggiato il riconoscimento di un
sistema di sfruttamento del territorio organizzato attraverso lo spostamento stagionale dalla fascia prealpina ai
comprensori dalta quota, messo in atto dalle bande mesolitiche per trarre vantaggio da un preciso fenomeno
naturale: la migrazione estiva degli ungulati gregari verso i pascoli alpini liberi dalle coperture nivali (bAgolini
e broglio, 1986; broglio, 1992). Questidea, suffragata oggi dallet di morte dei cervi e degli stambecchi
rinvenuti a Plan de Frea IV (Angelucci et al., 1998), spiega non soltanto il contrasto numerico (e archeologico)
tra i ripari del fondovalle atesino e quelli dolomitici, ma anche le ricorrenze topografiche evidenziate nella
distribuzione dei siti daltitudine lungo tutto il versante meridionale delle Alpi: la vicinanza a laghetti, sorgenti
e zone umide (favorevoli alluomo tanto quanto alla concentrazione delle sue tradizionali prede venatorie),
la preferenza per le emergenze panoramiche su zone di passaggio obbligato (valichi e selle intervallive) e
la sistematica collocazione sulla fascia di transizione tra la foresta e la prateria, finalizzata al migliore
sfruttamento delle rispettive potenzialit. Pur ignorandone le modalit concrete, dunque possibile che, tra la
fine della primavera e linizio dellautunno, questo ciclico slittamento altitudinale/latitudinale del baricentro
sussistenziale avvenisse analogamente in Lombardia, Veneto e in gran parte del Friuli-Venezia Giulia, a partire
forse dalle zone planiziali o dalla fascia collinare pedemontana. Meno scontato avanzare invece soluzioni sul
numero e sulla tipologia dei soggetti coinvolti, che potevano comprendere intere unit familiari o piccoli gruppi
specializzati (task groups) distaccatisi da una cellula pi ampia assestata a bassa quota. La seconda ipotesi,
assimilabile al modello di sfruttamento tipico dei collectors di L.R. binford (1980), sembrerebbe ampiamente
sostenibile dalle evidenze alpine del Mesolitico Recente, nonostante che la carenza di siti scavati scoraggi
tuttora conclusioni inappellabili. In molti casi, queste sono altres ostacolate dalle modificazioni ai danni della
giacitura primaria dei reperti, forte impedimento al riconoscimento delleventuale organizzazione spaziale
intra-sito o di fasi di occupazione tra loro eterogenee. Stante la frequente mancanza di riferimenti cronologici
assoluti o di depositi stratificati, queste limitazioni sembrerebbero superabili dal rimontaggio dei manufatti
litici e dalla ricostruzione delle catene operative (cusinAto et al., 2003), come dimostrato con successo, ad
esempio, ai Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997).
La distribuzione dei siti catalogati, oltre a decisive conferme del modello descritto, ha tuttavia fornito
alcuni elementi di novit al quadro delle conoscenze attuali. In primo luogo, pur ammettendo un addensamento
e unulteriore risalita in quota delle arboree rispetto allo stadio Boreale, lAtlantico mostra una buona stabilit
nelle frequentazioni dalta quota rispetto alla fase culturale precedente. Le stesse, a dispetto di una linea
di pensiero consolidata (cusinAto et al., 2003), non subirebbero infatti alcuna drastica flessione rispetto ai
siti inquadrabili nella Cultura Sauveterriana, pur sempre lievemente maggiori. Nuovi ritrovamenti, emersi
soprattutto nelle Prealpi e Dolomiti Bellunesi (Veneto) (FontAnA et al., 2002; FontAnA e pAsi, 2002; cesco
frAre e Mondini, 2006; frAnco, 2008), ridimensionano lidea di un abbandono inevitabile dei comprensori
montani alla fine del Mesolitico, convenzionalmente ricondotta alla forestazione dei rilievi e al conseguente
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mutamento delle strategie di caccia (broglio e bAgolini, 1986; broglio e lAnzinger, 1990; broglio, 1992;
dAlMeri e pedrotti, 1992). Al contrario, proprio in area alpina, pare invece osservabile una concreta continuit
archeologica, sia a livello regionale, sia sul piano altimetrico, a pieno sostegno della sostanziale sopravvivenza
di itinerari venatori millenari. Non possono essere dunque accettate acriticamente le conclusioni di R. clArk
(2000: 133), secondo cui: ...the high altitude sites were occupied mainly in the early Mesolithic period.
Although there is some evidence for later Castelnovian use at these altitudes, most of this occupation dates to
the very early Castelnovian period and is associated directly with earlier Sauveterrian material...[...]...This
supports the interpretation that the high altitude were no longer exploited during this later period.... In effetti,
non si capisce a quali datazioni faccia riferimento lo studioso, essendo solo gli insediamenti montani datati
sui 48 totali della Regione A. Sebbene siano comunque rare le determinazioni posteriori ai 300/200 uncal
BP, il Focolare 1 dei Laghetti del Crestoso, datato 690120 uncal BP (HAR-881) lascia totalmente aperta
la questione sulle forme e i tempi del declino strategico dei distretti dalta quota. La dimostrata persistenza di
elementi litici di tradizione sauveterriana sino ai primi secoli del VII mill. uncal BP (vedi, in particolare, Pradestel
- strato D, Laghetti del Crestoso, Passo della Comunella e Lama Lite II) scoraggia oltretutto lautomatico
inquadramento delle collezioni da questi caratterizzate ad una fase iniziale del Mesolitico Recente, tanto pi
se riferibili a semplici raccolte di superficie (il 9,1% degli stessi 48 siti). Se, da un lato, accettabile che
le Atlantic forested conditions increased the travel costs for hunting... (clArk, 2000: 137), dallaltro,
bisognerebbe inoltre ammettere che cervi e caprioli non dovettero perdere affatto la loro stagionalit e che,
diminuendo gli spazi a prateria alpina, la loro prevedibilit nellepoca studiata pot teoricamente divenire
ancora pi alta e redditizia (jArMAn, 1972).
Nella fase di massima espansione della copertura forestale termofila, diversi ripari della Valle dellAdige
e del Sarca conoscono la loro prima occupazione (ad es. Paludei di Volano, Dos de La Forca, Moletta Patone,
Monte Baone e Pr Alta). Anche questo dato stato preliminarmente interpretato come il risultato del graduale
distacco dal nomadismo verticale di matrice tardo-paleolitica, seguito da un complessivo restringimento
dei territori di approvvigionamento alimentare e da un accentramento dei sistemi logistici attorno alle
biomasse offerte dagli ecotoni di fondovalle (boscAto e SAlA, 1980; bAgolini e broglio, 1986). Tale visione,
apparentemente viziata dalla storia delle ricerche e dalla progressiva sopravvalutazione archeologica della
direttrice atesina, sembrerebbe confermata dalla maggiore rappresentativit dei giovani cervi tra i resti faunistici
determinati nellarea. Secondo R. clArk (2000: 136): ...An increase in younger red deer could represent
evidence for less selective hunting strategies. This may be expected in forest based encounter hunting, where
the risk of not killing a particular animal is compounded by the uncertainty of not knowing what age, sex or
species the next animal encountered will be.... Su queste stesse basi, lo stesso autore avanzerebbe altres
unipotesi sullo sviluppo delle armature trapezoidali, interpretate come soluzione tecnica alle modificazioni
del paesaggio. Al limite del determinismo ambientale, e riprendendo la visione di M. jochiM (1976), p. bleed
(1986) e R. torrence (1983; 1989a; 2001) sui concetti di time and risk management e maintainable and
reliable technology, R. Clark riconoscerebbe dunque nel design innovativo delle frecce una specializzazione
atta a minimizzare il rischio di fallimento nel corso di battute venatorie in contesti densamente arborati. Dice
infatti lo studioso: ...[due to stand-by components] these new weapons may have continued to function if
damaged through deflection from trees. In addition, trapezes may have provided more cutting edges to
projectiles, thus creating more muscle damage or bleeding. It is argued here that this may have been important
when tracking wounded animals through woodland... (clArk, 2000: 119). Questo tipo di caccia, diverso da
quello Epigravettiano o Mesolitico dalta quota, tipicamente selettivo e rivolto ai grandi branchi di ungulati
(intercept/ambush hunting), definito encounter hunting o random hunting (Torrence, 1983; 1989b).
Ad oggi, tuttavia, pur essendo sostenute da appropriati paralleli etnografici, queste interessanti posizioni
teoriche sembrerebbero necessitare di adeguati riscontri traceologici.
A fronte di una profonda dicotomia altimetrica degli insediamenti dellItalia settentrionale, al di sotto dei
660 m o al di sopra dei 10 m s.l.m., piuttosto spontaneo soffermarsi sui 1 bivacchi prealpini emersi tra
903 e 1611 m s.l.m.. In via preliminare, la loro ricorrenza in prossimit di selle e passi intervallivi, spesso in
posizione panoramica o adiacente a risorse idriche perenni, potrebbe essere letta come la traccia di itinerari
stagionali di media montagna verso le zone pi interne, la cui attuazione, in alternativa alle pi agevoli
direttrici di fondovalle, poteva rispondere funzioni diverse da quelle strettamente alimentari. Sfortunatamente,
la mancanza di scavi sistematici in gran parte delle stazioni in questione ci impedisce di conoscere le
funzioni svolte nei siti stessi oltre che il loro rapporto di possibile complementariet rispetto ad altri coevi
caratterizzati da industrie non necessariamente del tutto identiche (biAgi, 1980: 74). ciononostante,
si rafforza limpressione di una regolare frequentazione montana nel Mesolitico Recente, seppur in zone
184
apparentemente trascurate nello stadio Preboreale e Boreale, come lAltipiano di Carideghe (BS), il Monte
Baldo (TN-VR), i Monti Lessini (VR) e il Vallone Bellunese (BL).
Nel quadro delineato, le grotte del Carso Triestino sembrerebbero estranee al nomadismo verticale
prospettato per le altre regioni, malgrado insistano sulle probabili rotte di accesso allAdriatico dalle Alpi
Dinariche. Per tutte, possibile osservare un sensibile incremento delle pratiche di sfruttamento delle risorse
marine allinizio dellAtlantico, riconducibile alla risalita delle linee di costa (creMonesi, 1981; creMonesi
et al., 1984a), ma la cultura materiale e le caratteristiche stratigrafiche dei livelli a trapezi ne escluderebbero
luso come campi base residenziali a lungo termine. Allo stato attuale delle conoscenze, e alla luce dei pi
recenti ritrovamenti del Monte Stena (bernArdini, 2006), pare invece pi plausibile che le cavit carsiche
rappresentassero una minima parte delle soluzioni insediative allora disponibili e che la loro occupazione
rispondesse ad esigenze estemporanee (Girod, 2001-2002). Sebbene la complessit del problema sia acuita
dalla probabile perdita dei bivacchi litoranei a seguito della trasgressione Versiliana, un approccio metodologico
adeguato al territorio in esame dovrebbe oggi tener conto dellesempio fornito dal sito epigravettiano di Riparo
Dalmeri (Piana della Marcesina, VI) (dAlMeri et al., 2006), le cui testimonianze incoraggiano a credere che,
anche nel Mesolitico, le principali attivit quotidiane dovessero svolgersi immediatamente allesterno delle
grotte o dei ripari. L potrebbero concentrarsi le future ricerche.
Un altro aspetto di rilievo per la Regione A la concentrazione di testimonianze archeologiche nella Media
Pianura Padano-Veneta e lungo lintera fascia collinare pedemontana. Essendo numericamente superiori a quelle
del Mesolitico Antico nelle stesse zone, esse sembrerebbero corroborare lidea di un mutamento diacronico
delle strategie. Tuttavia lincremento delle presenze a bassa quota dovrebbe essere letto attraverso levoluzione
geomorfologica delle piane alluvionali nel Postglaciale olocenico. In tal senso alcuni studi hanno evidenziato
che, sino alla stabilizzazione dei versanti montani e alla formazione dei suoli nel corso dellAtlantico, legate
entrambe ad una progressiva riduzione delle portate fluviali e alla diffusione della copertura arborea, il Preboreale
e il Boreale erano stati caratterizzati da un massiccio apporto sedimentario in pianura, concretizzatosi nella
formazione degli attuali megafans (guzzetti et al., 199; MArchetti, 2002; fontAnA et al., 2004; Angelucci
e bAssetti, 2009). allora lecito chiedersi se, a parit di intensit di ricerche sul campo, la minor visibilit dei
ritrovamenti sauveterriani non rientri tra le conseguenze di una fase segnata da pi intense avulsioni fluviali,
responsabili di una disomogenea aggradazione del paesaggio e di un seppellimento pi profondo delle tracce
archeologiche. A livello regionale, infatti, la distribuzione dei siti del Mesolitico Recente riprendebbe, in parte,
quella del Mesolitico Antico, suggerendo una certa sovrapponibilit tra le rispettive rotte logistiche. Illuminanti,
in proposito, le stazioni di Dese (VE) e Altino (VE) lungo lattuale fascia perilagunare del Veneto (broglio et
al., 198). Ad ogni modo, pur ammettendo una teorica intensificazione delle frequentazioni planiziali, si deve
tuttavia rilevare come le industrie a trapezi affiorino sempre su forme rilevate di origine sedimentaria o tettonica,
ovvero nelle localit dove un minor accumulo di depositi alluvionali ha favorito una copertura solo superficiale
dei reperti o, ancora, in corrispondenza dei lembi a cielo aperto delle antiche piane pleistoceniche (FontAnA et al.,
2004). Tra queste ubicazioni a basso tasso di sedimentazione rientrano appunto le aree palustri e lacustri ai margini
dellAlta Pianura od interne ai rilievi morenici pedemontani, unitamente alla fascia delle risorgive e alle sponde
degli alvei da questa alimentati. La densit di insediamenti in queste particolari zone non ribadisce soltanto la
centralit delle fonti idriche nelle strategie dellepoca, ma anche la profonda conoscenza dei territori antropizzate
e delle opportunit strategiche da questi offerti. I fiumi di risorgiva, ad esempio, si caratterizzano per una portata
fissa nel corso dellanno e sono esenti da fenomeni di esondazione; mantengono inoltre una temperatura costante
che ne impedisce il congelamento invernale in prossimit della sorgente e garantisce favorevoli condizioni
microclimatiche. Per queste peculiarit, essi potevano dunque rappresentare utili vie di comunicazione in contesti
densamente arborati, costeggiate da dossi altrettanto sfruttabili come stabili direttrici di transito (fontAnA, 2000).
Per il Mesolitico Recente, una simbiosi cos evidente tra uomo e zone umide continentali indurrebbe a ricercare
un parallelismo tra lo sviluppo delle armature trapezoidali e lo sfruttamento delle risorse acquatiche.
Malgrado le apparenze, le diffuse attestazioni a bassa quota non delineano pertanto un declino del
nomadismo verticale, ma ne ampliano semmai gli orizzonti, evidenziando i limiti di ogni schema esplicativo
focalizzato sui soli fondovalle prealpini. poco chiaro infatti il motivo per cui si sia raramente guardato ai siti
delle zone planiziali o pedemontane come i principali punti di partenza per gli spostamenti stagionali o, se non
altro, come tappe di pi ampi circuiti logistici annuali. Ci, senza contare che R. kelly (1995) ha chiaramente
dimostrato la diretta proporzionalit tra le dimensioni di un territorio di approvvigionamento e la dipendenza
alimentare dalle risorse venatorie.
Stando alle evidenze descritte, il ruolo dei ripari della Valle dellAdige o del Sarca quali presunti campi
base invernali alimenta allora il dubbio che le varie teorie su di essi incentrate possano aver incautamente
185
trascurato la realt archeologica extra-regionale. Ci spiegherebbe le diffuse argomentazioni a sostegno di
unestrema circoscrizione locale delle strategie dellAtlantico iniziale, a dispetto di una realt archeologica
di segno opposto, in linea semmai col modello di nomadismo circolare recentemente avanzato da S.
griMAldi (2005; 2009). Daltro canto, anche secondo P. biAgi et al. (1993), limportanza dei siti prealpini
localizzati ad un giorno di cammino dal margine dellAlta Pianura Padana non si esaurirebbe nella loro
scoperta, quanto pi nella possibilit di decifrare, attraverso di essi, le economie mobili dei gruppi stanziati
in prossimit dei bacini lacustri intermorenici o pedemontani. In area bresciana, questi orizzonti interpretativi
sono ulteriormente ampliati dal sito del Sasso di Manerba che, essendo raggiungibile esclusivamente via lago
nellOlocene Antico, testimonierebbe altres a favore di collaudate capacit di navigazione fluviale e lacustre
(bArfield, 2007). Nonostante che la carenza di ricerche sistematiche non consenta un approfondimento
di questi aspetti cruciali, lanalisi dei dati topografici imporrebbe inoltre la necessit di verificare se la
prevedibilit e la fissit dei punti di affioramento della falda freatica non abbiano potuto dar vita a tipologie
abitative pi stabili di quelle sinora riscontrate. In linea teorica, la percepita ubiquit delle fonti idriche
perenni escluderebbe comunque qualsiasi forma di competizione o territorialit ad esse riconducibile
(rowley conwy, 2001).
Le considerazioni sin qui formulate sono applicabili solo in parte alla Regione B, per la quale, diversamente
dai settori prealpini e alpini, il passaggio dal Boreale allAtlantico sembrerebbe accompagnato da un
complessivo incremento degli insediamenti daltitudine. Questo trend gi visibile nella Liguria di Levante e
nellAppennino Parmense, dove i siti a trapezi, pur sempre localizzati al di sotto del potenziale limite superiore
delle arboree, sono tutti pi alti e pi distanti dalla costa rispetto a quelli sauveterriani (biAgi e MAggi, 1983;
ghiretti e Guerreschi, 1988; ghiretti, 2003). Anche in questo caso, possibile che la distribuzione ricalchi
la risalita di sopravvissuti lembi a prateria o di coperture boschive pi rade, ma il fatto che tutte le principali
collezioni rinvenute siano caratterizzate da una maggiore rappresentativit del dbitage e del substrato sulle
armature suggerirebbe specializzazioni funzionali alternative a quelle esclusivamente venatorie (MAggi e
negrino, 1992). In mancanza di dati archeozoologici, ad ogni modo difficile esprimersi oltre, specie in
merito alla stagionalit delle frequentazioni.
Pi assimilabile al modello paleoeconomico proposto per lItalia nord-orientale invece il dato archeologico
relativo allo spartiacque tosco-emiliano, interpretabile come il prodotto di spedizioni di caccia a partire dalla
Valle del Serchio o dalla fascia pedeappenninica reggiano-modenese (biAgi et al., 199). In questambito, il
regime stagionale delle pratiche sussistenziali intuibile dalla quota dei siti ad armature dominanti, unitamente
al rinvenimento di gusci di nocciole a Monte Bagioletto Alto (cAstelletti et al., 1994; leoni et al., 2002) (fig.
44). Ai bivacchi appenninici di cresta, apparentemente associabili alla residua disponibilit di ambienti pi aperti,
paiono contrapporsi quelli planiziali situati in posizione prospiciente le antiche paludi della pianura emiliana
che nellOlocene antico, quando il Po scorreva molto a meridione dellattuale corso, dovevano lambire i limiti
delle formazioni wrmiane (biAgi et al., 199: 32).
Pur essendo prematuro proporne un approfondimento,
la ricerca ha potuto inoltre cogliere presenza di cacciatori-
raccoglitori dellAtlantico anche in aree peninsulari
diverse da quelle tradizionalmente studiate. Tra queste, in
particolare, spiccano i rilievi preappenninici dellAretino,
nella Toscana centro-orientale, i cui ritrovamenti ampliano
sensibilmente lareale di espansione della tradizione litica
castelnoviana. Pi cauto deve essere invece il giudizio
sui siti della Liguria di Levante e dei territori livornesi
o pisani, il cui inquadramento nel Mesolitico Recente,
pur ammessa in questa sede, pare bisognosa di maggiori
riscontri. Nel resto dellItalia centrale, dove non mancano
stratigrafie e datazioni di et Preboreale e Boreale,
lassenza di testimonianze dello stadio successivo deve
essere ricondotta a fattori sfuggenti alla ricerca sul
campo, comunque ostacolata dallindecifrabilit delle
conseguenze dellevento climatico 8.2 ka sulle strategie
e sulla distribuzione delle popolazioni mesolitiche del
Mediterraneo (berger e guilAine, 2009).
fig. 44 - Localizzazione del sito di Monte Bagioletto Alto
nellAppennino Reggiano (fotografia di P. Biagi).
186
Nella Regione C, dove la Grotta 3 di Latronico lunico sito ad offrire reali termini di paragone con il
resto della penisola, lindividuazione di forzate relazioni culturali e paleoeconomica tra i rarissimi ritrovamenti
individuati attualmente sconveniente. Almeno per la Puglia, una lettura delle attestazioni non dovrebbe
tuttavia trascurare alcune idee di G. MAstronuzzi e P. sAns (2002), secondo cui una parte dei siti litoranei
potrebbe essere stata sepolta dalle dune formatesi in alcuni settori della costa ionica e adriatica proprio a partire
dallOptimum climatico dellAtlantico, allapice cio della trasgressione marina Versiliana
110
.
In chiusura di capitolo, trova spazio un ultimo tema decisivo, volutamente posticipato per il suo ruolo
nella comprensione della scelte insediative e nella dimostrazione dei modelli di sfruttamento territoriale
sin qui proposti. Si tratta delle materie prime adottate nella produzione litica del Mesolitico Recente. Come
altri, anche questo aspetto meriterebbe certamente un approfondimento pi esteso e dettagliato, che tuttavia
trascenderebbe gli obiettivi primari di questopera. Tralasciando dunque la nomenclatura delle singole
formazioni selcifere italiane e le specifiche propriet petrografiche delle rocce scheggiabili in esse contenute,
pare invece utile e sufficiente limitare lattenzione al confronto tra la distribuzione dei siti e la provenienza
della selce rispettivamente rinvenuta
111
.
Nelle Regione A, il primo dato essenziale laccertamento di un largo impiego di materia prima di
origine locale in quasi tutti i siti delle Prealpi, della fascia collinare pedemontana e della Pianura Padana e
Veneto-Friulana. A fronte di questa tendenza generale, estremizzata nei casi di uno stanziamento sovrimposto
o adiacente alle fonti di approvvigionamento, non mancano per collezioni caratterizzate da una compresenza
di litotipi alloctoni, indicativa di spostamenti, scambi o contatti a medio o lungo raggio. Nel Carso Triestino,
si attesta un diffuso utilizzo di piccoli ciottoli silicei raccolti nei depositi fluviali del Timavo e dellIsonzo o
nella zona di Seana e Divaa, in Slovenia, unitamente a liste e noduli estratti dellarea di Komen (Aurisina,
TS) e a sporadici pezzi di origine indeterminata e di migliore qualit (Andreolotti, 1965; BoschiAn, 2003;
biAgi et al., 2008). Anche nel resto del Friuli, sullo sfondo di un uso sistematico di rocce selezionate da
depositi alluvionali, morenici e fluvioglaciali dellAlta Pianura e dellAnfiteatro morenico del Tagliamento
(FerrAri e pessinA, 1994; frAgiAcoMo e PessinA, 1995; guerreschi, 1996; peresAni, 2000; dAl sAnto, 2003),
diversi siti manifestano tracce di circuiti logistici pi ampi. Si segnalano, ad esempio, alcuni manufatti in selce
veneta a Corno di Rosazzo - Loc. Gramogliano (UD) (bAstiAni et al., 199), sito che, assieme a Biarzo (UD)
(guerreschi, 1996) e Casera Valbertad Alta (UD) (BressAn, 1984; VAnnAcci lunAzzi, 1990), restituirebbe
inoltre frammenti di quarzo ialino di presunta provenienza austriaca (Carinzia) (pessinA e BAssetti, 2006).
Pi a est, gi le collezioni della fascia pedemontana pordenonese mostrano una prima intrusione di litotipi
riconducibili alle Prealpi Bellunesi (CAstiglioni et al., 2003; DAl sAnto et al., 2006). Questultimi divengono
naturalmente maggioritari tra i ritrovamenti dellAlta Pianura trevigiana (gerhArdinger, 1984-1985; broglio
e pAolillo, 1989; AVigliAno et al., 1998), delle risorgive del Sile (TV) (gerhArdinger, 1984) e della fascia
perilagunare del Veneto (broglio et al., 198), dove si rileva altres lo sfruttamento di ciottoli silicei riferibili
ai corpi sedimentari del Piave e dei suoi affluenti. Allo stesso modo, una qualche relazione con la disponibilit
di materie prime sul posto (o il pi semplice ricorso a quelle localmente disponibili, invertendo lordine di

110
La progradazione del delta del Po, avviatasi nella stessa fase (AMorosi et al., 2004; 2005) potrebbe spiegare lanaloga mancanza
di tracce mesolitiche tra Polesine e Romagna.
111
Dati relativi alla provenienza delle materie prime impiegate sono noti per i seguenti siti: Cavernetta della Trincea (TS),
Grotta Azzurra (TS), Grotta della Tartaruga (TS), Grotta dellEdera (TS), Molin Nuovo (UD), Riparo di Biarzo (UD),
Ragogna Loc. Palus (UD), Cassacco Mulino Ferrant (UD), Corno Ripudio (UD), Muzzana Loc. La Favorita (UD),
Corno di Rosazzo Loc. Gramogliano (UD), Centernos (PN), Borgo Ampiano Braida di Mestron (PN), Zoppola (PN),
S. Giovanni Anaret (PN), Borgo Ampiano (PN), Capo di Monte (TV), Cornanese San Giuseppe (TV), Cavalea (BL),
Forcella Aurine (BL), Mondeval de Sora - VF1, (BL), Mondeval de Sora VF18 (BL), Mondeval de Sora VF2 (BL),
S. Antonio di Tortal - Col de Varda (BL), Col Moscher del Garda (BL), Pian de La Lra (BL), Melei 2- (BL), Meolo A
(VE), Meolo B Ca Zorzi (VE), Malandrina (PD), Valcalaona Le Basse (PD), Fontana de La Teia (VR), Romagnano
Loc III (TN), Pradestel (TN), Riparo Gaban (TN), Vatte di Zambana (TN), Pr Alta (TN), Plan de Frea II-III-IV (BZ),
Cascina Navicella (BS), Sopra Fienile Rossino (BS), Monte Netto (BS), Sasso di Manerba (BS), Laghetto del Crestoso
(BS), San Glisente (BS), Lonato Case Vecchie (BS), Monte Gabbione (BS), Foppe di Nadro - Riparo 2 (BS), Monte
Cornizzolo (CO), Castelleone (MN), Pian dei Cavalli CA1 (SO), Pian dei Cavalli CA13 (SO), Valganna Laghi di
Torba e Ganna (VA), Molino di Tigliole MT1 (AT), Agrate Conturbia (NO), Passo dello Zovallo 2 (SP), Prato della
Cipolla (SP), Groppo Rosso (SP), Bosco delle Lame (SP), Colmo Rondio (SP), Prato Mollo (SP), Pian del Re (IM), Passo
Bastia (GE), Podere Riola (BO), Podere Stanga (BO), Pescale (MO), Passo del Lupo (MO), Lago Baccio (MO), Spilam-
berto San Cesario VI (MO), Monte Molinatico 3 (PR), Cabriolini (PR), Monte Camulara (PR), Lama Lite II (RE), Lago
del Caricatore (RE), Corni Piccoli (RE), Monte Bagioletto Alto (RE), Passo della Comunella (RE), Locanda Piastricoli
(LU), Le Coste (LU), Isola Santa (LU), Piazzana (LU), Podere le Marie (PI), Poggio alla Nebbia 1 (PI), Fontanelle (AR),
Terragne (TA), Grotta 3 di Latronico (PZ), Grotta su Coloru (SS). Vedi Catalogo per i singoli riferimenti bibliografici.
18
causalit) credibile per i siti dei Colli Euganei (PD) (AllegrettA e pellegAtti, 1992; pellegAtti e Visentini,
1996; peresAni et al., 2000), dellAnfiteatro morenico del Lago di Garda (BS) (biAgi, 1980; 1984; 1997) e
di Monte Cornizzolo (CO) (cAstelletti et al., 1983), mentre lubicazione delle stazioni del Monte Baldo
(VR-TN) (bAgolini e nisi, 1981; frAnco, 2001-2002) e del versante sinistro del Vallone Bellunese (BL)
(Cesco frAre e Mondini, 2006), collimerebbe esattamente con gli affioramenti selciferi dellarea antropizzata
(finotti, 1981; bertolA et al., 199; PeresAni e bertolA, 2009). Analogo forse il caso di Porcarina 1 e San
Giorgio (chelidonio et al., 1992), la cui effimera frequentazione comunque sufficiente a sfatare il mito della
mancanza di tracce mesolitiche in una fondamentale area di approvvigionamento litico come i Monti Lessini
(VR) (bArfield, 1990; 1994). Daltro canto, proprio nel settore prealpino, la presenza di siti a quote intermedie
potrebbe spiegarsi con la conduzione di attivit specializzate (locations) (binford, 1980), legate allestrazione
della selce nellambito degli spostamenti stagionali in quota o di spedizioni a breve termine a partire da quote
minori (frAnco, 2007).
In questo quadro sintetico, maggiore attenzione deve essere prestata ai siti delle Dolomiti, geologicamente
prive di selce di buona qualit. Non a caso, Mondeval de Sora (BL) restituisce la messa in opera di catene
operative su pietra quasi esclusivamente alloctona, trasportata dagli affioramenti primari delle Prealpi Bellunesi
o, sotto forma di ciottoli o blocchetti, dalle conoidi e dai cordoni morenici del Piave (bertolA et al., 199;
peresAni e bertolA, 2009). Dal deposito di riempimento della sepoltura emergerebbero oltretutto frammenti
di quarzo ialino (o cristallo di rocca) delle Alpi Aurine (Val di Vizze, Val di Fundres e Val Aurina Alto
Adige nord-orientale) (AlciAti et al., 1992). Questo materiale, estremamente eloquente sul grado di mobilit
delle bande dellepoca, pure attestato a Plan de Frea IV (BZ) e in altri siti altoatesini (Wrzjoch I e Cisles)
(broglio e lunz, 1983), pur sempre nellambito di una produzione litica largamente basata su rocce di varia
origine prealpina: Monte Baldo, Val di Non, Altopiano di Folgaria, Val Cismon e Vallone Bellunese (lAnzinger,
1985; AVAnzini, 1992; Angelucci et al., 1998; AVAnzini et al., 2002; CusinAto et al., 2003). Almeno una parte
di queste stesse fonti attestata nei ripari di fondovalle trentini, (broglio, 1980; 1992; bAgolini e Broglio,
1986; clArk et al., 1992; ClArk, 2000), alcuni dei quali (vedi Riparo Gaban, Terlago, Dos de La Forca e
Moletta Patone) restituiscono nuovamente elementi di quarzo ialino importato (bAgolini et al., 195; bAgolini
et al., 198b; broglio e lunz, 1983; KozowsKi e dAlMeri, 2000). Un impiego di materia prima alloctona,
proveniente in particolare dalla fascia pedemontana, osservabile anche nelle Alpi Bresciane. Nellarea, di
segnala in particolare lo sfruttamento delle formazioni selcifere del Monte Alto, a sud ovest del Lago dIseo
(o Sebino) (BS) accompagnate, in proporzioni minori, da blocchetti e ciottoli attribuibili ad affioramenti della
Franciacorta (BS) e ai depositi dellAnfiteatro morenico del Lago di Garda (biAgi, 1980; 1984; 1992). Questa
specializzazione rappresenta un netto cambiamento di rotta rispetto al Mesolitico Antico locale, sia nei raggi
dazione, sia nelle direttrici di movimento, venendo meno luso di selce prealpina bellunese regolarmente
osservato nei siti sauveterriani dello spartiacque Valcamonica-Valtrompia e del Passo Gavia (Angelucci
et al., 1992; BiAgi, 1997). Pur tuttavia, alcune componenti silicee di presumibile derivazione lessinica,
sembrerebbero sopravvivere nella collezione dei Laghetti del Crestoso (bAroni e biAgi, 1997). Leggermente
pi a sud, il giacimento Sopra Fienile Rossino offre litotipi in larga parte affioranti a pochi km dal sito, ma non
mancano tracce di raccolte pi ampie, comprendenti le morene benacensi e i depositi del Monte Alto (Accorsi
et al., 198). Una relazione diretta con la selce reperibile lungo la sponda meridionale del Sebino infine
inequivocabile nel sito di Provaglio dIseo (biAgi, 1976).
nel restante quadrante alpino nord-occidentale, le fonti informative sui possibili circuiti di rifornimento
litico si limitano ai bivacchi del Passo dello Spluga, per i quali comprovato un utilizzo esclusivo di quarzo
o quarzite di origine autoctona (fedele et al., 1991; 1992; fedele, 1999). In merito, F. fedele e L. wick
(1996) individuerebbero una circolazione di materie prime attraverso lo spartiacque Valle Spluga/Val
Mesolcina, ammettendo quindi la possibilit di un trasporto in quota a partire dal territorio elvetico. Questa
ipotesi troverebbe conferma nel sito vallivo di Mesocco Tec Nec, nei Grigioni (Svizzera), dove P. dellA
cAsA (1995) ha riportato alla luce un complesso a trapezi composto al 43% da elementi in cristallo di rocca
localmente affiorante.
Nella Regione B, una relazione tra la disponibilit di risorse litiche facilmente accessibili e le modalit
insediative archeologicamente documentate evidente nella Liguria di Levante, dove la localizzazione dei siti si
sovrappone in pieno alle aree di affioramento dei diaspri adottati nella produzione litica. Al diffuso predominio
di questultimi si affianca un parziale utilizzo di piccoli ciottoli silicei estratti da depositi fluviali spiaggiati,
seguiti infine da sporadici elementi silicei riconducibili allAppennino Parmense (biAgi e MAggi, 1983; biAgi
e nisbet, 1987; del soldAto et al., 198; ghiretti, 2003; negrino e stArnini, 2003). Altrettanto interessanti
paiono i dati relativi ai complessi litici della Garfagnana e dello spartiacque tosco-emiliano, caratterizzati da una
188
regolare commistione di selci e diaspri provenienti da varie formazioni calcaree dellAppennino settentrionale
e delle Alpi Apuane (LU), oppure, sotto forma di ciottoli, dai depositi alluvionali del Bacino del Serchio (LU)
e dalle spiagge fossili del margine pedeappenninico padano-romagnolo (biAgi et al., 199; CipriAni et al.,
2001; Dini et al., 2006). Nellambito delle componenti litiche identificate nello stesso territorio, particolare
attenzione desta leccezionale scoperta di alcuni manufatti attribuiti, da un punto di vista petrografico, alle
Prealpi Venete. Questo dato non stupisce solamente a Gazzaro (RE) e a Pescale (MO), relativamente a nord
del crinale appenninico, quanto piuttosto a Lama Lite II (RE), Corni Piccoli (RE), Monte Bagioletto Alto
(orizzonteIVB21Terre Rosse) (RE) eIsolaSanta(strato4a)(LU)(biagi et al.,1979;Ghiretti, 2003; Ferrari
et al., 2005; Dini et al., 2006). Allo stesso modo, non meno significativa pare la presenza di elementi di
derivazione toscana nella collezione reggiana di Madonna di Campiano, ai piedi del versante appenninico
(Ferrari et al.,2005).
Allo stato attuale delle ricerche, quasi tutti i siti della Regione C mostrano il ricorrente sfruttamento
di materiali litici di scarsa qualit, conseguenza forse di un approvvigionamento locale e diretto, basato
essenzialmente sulla raccolta di ciottoli di origine fluviale (borzAtti Von Lwenstern, 1971; di lerniA, 1996;
1998). Uneccezione a questa norma sembrerebbe rappresentata dal sito di Latronico, dove si segnalano isolati
manufatti in selce di presunta origine garganica (dini et al., 2008). Anche a Grotta Su Coloru invece attestato
un approvvigionamento di blocchetti silicei reperibili presso alcuni affioramenti circostanti (fenu et al., 1999-
2000).
Da questo rapido excursus intuibile come le materie prime rappresentino oggi uneccellente (lunica?)
fonte di informazioni sulla mobilit reale delle bande nomadi studiate, il cui spazio vitale sembrerebbe spesso
oltrepassare gli orizzonti del mero soddisfacimento di esigenze primarie. Lungo la Catena Alpina, il trasporto
della selce in quota sigilla lipotesi di uno spostamento stagionale a fini venatori, ma ne amplia enormemente
la visione. La frequente compresenza di materiali provenienti da differenti settori prealpini e pedemontani
demolisce infatti la visione di uno shift prettamente verticale tra la stagione estiva e quella invernale, tradendo
al contrario una rete di relazioni dinamiche che coinvolgono regioni molto pi estese nel corso dellanno. A
conferma di questo, basterebbe soltanto ricordare il rinvenimento di conchiglie marine (Columbella rustica) a
Plan de Frea IV (Angelucci et al., 1998). Tutto ci contraddice dunque la tesi di un restringimento delle aree
di approvvigionamento litico a causa della forestazione del paesaggio (clArk, 2000), sebbene sia teoricamente
ammissibile che questo processo abbia potenzialmente favorito lobliterazione di affioramenti sfruttati tra
Tardoglaciale e Boreale (KozowsKi e KozowsKi, 1983). Stando ai soli dati petrografici, pertanto postulabile
che i cacciatori daltitudine portassero con s materiali raccolti da zone note e diversificate o che le stesse
posizioni siano state occupate, allesigenza, da gruppi differenti, anche a distanza di generazioni (cusinAto et
al., 2003). Un terza ipotesi tuttavia offerta dalla possibile esistenza di rapporti di scambio tra bande o trib
contemporanee, fruitrici di zone e fonti di materie prime altrettanto eterogenee. Come sostenuto da S. griMAldi
(2005; 2009) per il Mesolitico Antico dellItalia nord-orientale, anche la fase culturale successiva potrebbe aver
vissuto un dilatato nomadismo circolare, basato su sistemi logistici estesi dai distretti montani pi interni
alla Media Pianura Padano-Veneta, attraverso i fondovalle prealpini e la fascia pedemontana. In questottica,
se si accettasse lidea di uneffettiva flessione nelle frequentazioni alpine durante il Mesolitico Recente, essa
andrebbe vista come il naturale venir meno di una componente strategica meno critica e vincolante rispetto al
Boreale, accessoria cio nei confronti dei pi ampi e ricchi ecosistemi planiziali.
A bassa quota, luso ricorrente di selce locale mette sicuramente in luce una profonda conoscenza del
territorio e delle sue prerogative, ma suggerisce allo stesso tempo una maggiore indipendenza dalle risorse
minerali di alta qualit, a favore di modalit di approvvigionamento incorporate (embedded) negli
itinerari di spostamento (cusinAto et al., 2003: 138). Di fatto, in alcuni casi, le scelte insediative paiono
riconducibili allimmediata accessibilit di rocce scheggiabili; in molti altri, si ha viceversa limpressione che,
indipendentemente dalla loro qualit, venga opportunisticamente adottata la selce disponibile nei pressi di pi
decisive risorse sussistenziali. Quali? La sola geograficamente determinabile lacqua, paragonabile, per la
sua ubiquit e omogeneit sul territorio dindagine, alle resource patches introdotte da L.R. binford (1980)
quale elemento costituente delle strategie dei foragers. Per quanto scontata a prima vista, questa affermazione
pu contare oggi su precise conferme geografico-statistiche, secondo le quali, escludendo dai 244 siti catalogati
quelli alpini o lontani da accertati affioramenti selciferi, si individuerebbero almeno 6 frequentazioni ubicate
in prossimit di fonti idriche attive nellAtlantico iniziale. E ci, senza contare le localit a ridosso della fascia
costiera, lungo le sponde di paleoalvei o su terrazzi e confluenze fluviali. allora chiara la difficolt di capire
quale, tra acqua e selce, al di l delle naturali risorse alimentari, condizionasse maggiormente i ritmi e le forme
189
della mobilit mesolitica, bench la ridondanza di entrambe, tra le Prealpi e la fascia delle risorgive, non si
opponga allipotesi di unequilibrata combinazione tra i due fattori. Sullo sfondo di unapparente assenza di
competizione sussistenziale tra le bande attive sul territorio, questa presunta abbondanza spiegherebbe altres
la bassissima visibilit archeologica delle presenze mesolitiche planiziali, non vincolate allo sfruttamento
ciclico e sistematico di aree limitate. Detto ci, a fronte di una ricchissima idrografia superficiale, la mancanza
di tracce mesolitiche in Piemonte non sembrerebbe trovare altra spiegazione che nellindisponibilit di rocce
silicee sfruttabili. Lo stesso limite, oltre alla cronica carenza di ricerche sul campo, potrebbe chiarire lanaloga
assenza di ritrovamenti in larga parte dellItalia centro-meridionale.
La presenza di sporadici elementi litici alloctoni nei siti non alpini alimenta la sensazione che nelle
evidenze archeologiche siano latenti motivazioni non utilitaristiche (whAllon, 2008), estranee cio alla logica
dellottimizzazione teorizzata da B. winterhAlder e E. sMith (1981) e R. kelly (1995). Un dubbio nondimeno
accresciuto dallampia distribuzione geografica di conchiglie marine impiegate a scopo ornamentale. Non si
spiegherebbe altrimenti il quarzo ialino austriaco rinvenuto a Corno di Rosazzo Loc. Gramogliano, o quello
delle Alpi Aurine raccolto al Riparo Gaban e in altri siti limitrofi, senza dimenticare le attestazioni di un costante
movimento longitudinale di ciottoli e blocchetti silicei tra Veneto e Friuli o tra Veneto e Trentino meridionale.
Come accennato in precedenza, ancor pi incredibile e degna di approfondimenti la scoperta di selce di
origine prealpina (Veneta?) lungo lo spartiacque tosco-emiliano, a comprovare lesistenza di contatti tra i
due lati della Pianura Padana a scala molto pi estesa di quella abituale, segno di rapporti il cui motore va
cercato in esigenze che travalicano la pura sussistenza (FerrAri et al., 2005: 3). Per la stessa area sono
peraltro emerse chiare relazioni tra la fascia pedeappenninica emiliana e la Valle del Serchio, indecifrabili in
chiave esclusivamente venatoria.
191
CAPITOLO VI
CONCLUSIONI E PROSPETTIVE
Alla luce dei dati raccolti e analizzati in questa ricerca, limmagine del Mesolitico Recente italiano sembra
assumere contorni inediti, aggiornati e alternativi rispetto a quelli tradizionalmente noti. Sin da subito, il vaglio
critico delle fonti bibliografiche e, ove possibile, laccesso alle collezioni private e museali hanno ampliato
enormemente la base dati di partenza, aggiungendo almeno 130 nuovi siti al numero precedentemente conosciuto.
Da qui, la possibilit di imbastire ogni approfondimento culturale e paleoeconomico su un quantitativo di
informazioni statisticamente rilevante. In entrambe le direzioni, i risultati sono stati diversi e interessanti, non
soltanto nei casi in cui si potuto rilevare aspetti sconosciuti, ma anche in quelli in cui sono state rafforzate
e dimostrate, con percorsi innovativi e sperimentali, alcune posizioni teoriche comunemente assodate. Di
fatto, la sintesi ragionata delle informazioni accessibili sulla cultura materiale dellepoca, seguita dallanalisi
comparativa degli strumentari litici selezionati, ha posto le condizioni per una revisione reale dellidentit
paletnologica dei territori esaminati.
Sino ad oggi, la tradizione litica associata agli ultimi cacciatori-raccoglitori peninsulari stata
convenzionalmente identificata come castelnoviana, intesa cio come proiezione indifferenziata di tratti
tecno-tipologici propri dellarea provenzale-rodaniana (escAlon de fonton, 1967; 1968; 1976b; rozoy, 198;
binder, 198). Questa linea interpretativa, accettabile al momento della sua formulazione negli anni 0,
ammetterebbe dunque analogie tali tra le collezioni sudalpine e transalpine da autorizzarne un inquadramento
sotto ununica denominazione comune (broglio, 1976; 1980; S.K. KozowsKi, 1975; 1980). Sebbene, in origine,
i propositori di questa visione intendessero soltanto rimarcare alcune innegabili similitudini, lungi dal relegare
la penisola a mera appendice di una provincia culturale pi ampia, la loro visione preliminare ha assunto nel
tempo il valore di assioma, acriticamente applicato nella classificazione di tutti i complessi mesolitici a trapezi
dellarea in esame. Le indagini condotte dimostrano la fallacit di tale inerzia metodologica, evidenziando
invece lopportunit di assegnare alle industrie del Mesolitico Recente italiano una ragionevole autonomia
nel panorama europeo. Lo stesso gi avvenuto da tempo in Portogallo, Spagna, Aquitania e Bretagna, dove
unevidente familiarit coi complessi litici provenzali non ha affatto precluso il riconoscimento di alternative
unit tassonomiche. Di conseguenza, bench lItalia sia pienamente coinvolta dalle correnti interculturali
che attraversano lEuropa meridionale nellAtlantico iniziale (S.K. KozowsKi, 1976; j.K. KozowsKi, 2005),
piuttosto banale riconoscere che i suoi abitanti, per strategie, distanza geografica e densit demografica,
condividessero ben poco coi frequentatori di Chteauneuf o Montclus, anche chiamando in causa motivazioni
di ordine non sussistenziale. Daltro canto, la lontananza fisica e culturale tra le due realt sembrerebbe acuita
dalla pressoch totale assenza di testimonianze mesolitiche nel Piemonte e nella Liguria di Ponente. Sotto il
profilo della nomenclatura, si deve poi considerare un altro dato essenziale, finanche paradossale pensando alla
storia degli studi. Se si volesse infatti parlare di Castelnoviano s.s. anche nei territori sud-alpini, lo si dovrebbe
fare tenendo a mente che il numero di tracce archeologiche ad esso attribuibili enormemente superiore a
quello provenzale, facendone quasi un fenomeno primariamente italiano. Superando allora linutile questione
di rintracciare chi sia lepicentro di cosa, questa ricerca ha mostrato invece differenze tipologiche sostanziali
tra le due regioni, la pi occidentale delle quali non pu che coincidere con lareale della facies pi classica
della tradizione tratta in causa.
Sul piano tecnologico, il dbitage delle collezioni italiane evolve molto pi lentamente di quanto
osservato in Provenza con lavvio del VIII mill. uncal BP (binder, 2000). Nellarea di studio, in particolare,
laffermazione di una produzione laminare in senso Montbani pare assai graduale, giungendo a compimento,
attraverso stili intermedi di tipo Monclus (rozoy, 1978), soltanto nella prima met del VII mill. uncal BP.
Allo stesso tempo, nessun sito peninsulare restituisce nuclei o prodotti della scheggiatura inequivocabilmente
riconducibili allimpiego della tecnica a pressione, diversamente ammessa da D. binder (1984; 1987) per la
sequenza di Chteauneuf. Negli strumentari del sito eponimo e della Baume de Montclus (escAlon de fonton,
196b; rozoy, 1978), i grattatoi frontali e troncature su lamella non assumono mai il ruolo evidenziato nella
Valle dellAdige, sullAppennino Tosco-Emiliano o a Latronico. Lo stesso si potrebbe affermare per le lame
ad incavi isolati, normalmente surclassate in Francia dai tipi a ritocco lineare unilaterale e bilaterale. A fronte
192
dei caratteri che ne determinano la generica assimilabilit alle coeve tradizioni dellEuropa meridionale, le
collezioni provenzali mostrano inoltre alcune peculiarit totalmente sconosciute in Italia, come la presenza di
valve di Mytilus e Unio dentellate (binder, 2000), una maggiore rappresentativit dei bulini (pur sempre privi
di tipizzazione stilistica), la ricorrenza di denticolati su scheggia e di particolari grattatoi unguiformi o frontali
corti a ritocco piatto sulla faccia dorsale (courtin et al., 1985).
Nella Francia sud-orientale, la categoria delle armature mette inizialmente in luce una chiara relazione
filetica tra Montclusiano Recente e Castelnoviano, il cui esordio segnato da una buona persistenza di dorsi
bilaterali e triangoli scaleni a tre lati ritoccati di tipo Montclus. Malgrado ci, tra 900 e 6500 uncal BP, i trapezi
delle serie stratigrafiche di riferimento vivono unevoluzione completamente estranea al versante sud-alpino,
sia tipologicamente, sia nella dinamica interna. Questa ricerca ha difatti dimostrato come il Mesolitico italiano
sia sostanzialmente privo di esemplari asimmetrici e rettangoli con grande troncatura allungata rettilinea o
a concavit esasperata del tipo Martinet/Montclus (g.e.e.M., 1969). Nella penisola, non si segnalano poi
trapezi asimmetrici con basi ridotte a formare unappendice, n, conseguentemente, alcuna tendenza alla
triangolarizzazione. Anche sul piano morfotecnico, i trapezi provenzali si differenziano da quelli italiani per
almeno tre tratti essenziali: 1) la rarissima visibilit complessiva del piquant tridre sulle troncature, accertata
soltanto nelle fasi iniziali della sequenza eponima (binder, 2000); 2) la regolare assenza di un cran sulla
grande troncatura; 3) la ricorrenza di elaborazioni a ritocco inverso piatto sulla piccola troncatura. Questultimo
aspetto, proporzionale allaffermazione delle cosiddette armature evolute, sembrerebbe non diffondersi mai
ad est del fiume Reno (theVenin, 1999).
Sino alla fine dello stadio Boreale, le due regioni vivono dunque una storia comune, parallela nei ritmi e nelle
forme, e contraddistinta dallo sviluppo di complessi litici del tutto similari. Questa uniformit tecno-tipologica,
non offuscata dalluso di denominazioni diverse (Montclusiano e Sauveterriano), si manifesta massivamente
nella categoria delle armature che, negli ultimi secoli del IX millennio uncal BP, condividono altres la medesima
comparsa dei trapezi simmetrici a troncature rettilinee. Eppure, varcata la soglia dellAtlantico, questa simmetria
sembra perdersi in modo irreversibile, avviando i microliti provenzali e peninsulari su due percorsi evolutivi
divergenti. Al di l della ragione di questa cesura, le analisi condotte in questa sede hanno potuto rilevare come
i trapezi dellItalia centro-settentrionale, una volta affermatisi nella loro forma tipica, giungano alle soglie del
Neolitico sostanzialmente immutati, eccezion fatta per una progressiva crescita degli indici di allungamento e
dei moduli dimensionali. In netta antitesi col Castelnoviano classico o il Gruppo di Gazel-Cuzoul (bArbAzA et
al., 1984; VAldeyron, 2000), questa elevata staticit morfologica si accompagna ad un altro dato dinteresse,
ovvero la sopravvivenza di microliti geometrici e non geometrici della tradizione sauveterriana sino al VII
millennio uncal BP. Il fenomeno ampiamente attestato a Sopra Fienile Rossino (Accorsi et al., 198), ma
contando la singola punta di Sauveterre di Lama Lite II, il suo limite superiore potrebbe addirittura assestarsi ai
662080 uncal BP (R-1394) (cAstelletti et al., 1994). Laccurato vaglio delle fonti bibliografiche ha condotto
alla scoperta di svariate decine di siti a trapezi contraddistinti dalle medesime persistenze, sebbene svincolate
da riferimenti cronologici assoluti. Alla luce delle tradizioni litiche affermatesi nella penisola tra Dryas
Recente e Boreale, stato possibile riconoscere in questi arcaismi lesistenza di un unico filo conduttore, teso,
senza apparenti salti tecnologici, tra Epigravettiano finale, Sauveterriano e Mesolitico Recente. Questultimo
rappresenterebbe dunque lo sbocco finale di un millenario processo evolutivo in loco. Pur perdendosi nel tempo
la diversificazione regionale visibile al termine dellEra Glaciale, ciascuna fase di questa lunga maturazione
autoctona riprende, radica e sviluppa le tendenze avviate dalla precedente, aggiungendovi di volta in volta
alcuni elementi innovativi. Ciononostante, tralasciando il graduale e fisiologico rinnovamento morfologico
al loro interno, le punte bilaterali, i triangoli e i segmenti ipermicrolitici del Tardoglaciale accompagnano
lo strumentario dei cacciatori-raccoglitori sino alla loro pi recente manifestazione archeologica. Un dato
analogo si riscontra nei siti a trapezi della Slovenia occidentale (Breg, Pod rmukljo, Victoriev Spodmol e
Mala Triglavca), che, sotto vari punti di vista, sembrerebbe formare con la Penisola italiana unarea culturale
comune, popolata da trib dialettiche socialmente permeabili e coinvolte in un esteso sistema di interazioni.
Lassenza delle medesime componenti microlitiche arcaiche nella litotecnica dei pi antichi siti peninsulari
a ceramica impressa (bAgolini e biAgi, 1987) alimenta la convinzione di unorigine esclusivamente alloctona
delle prime comunit agricole italiane, a dispetto cio di ogni ipotesi di neolitizzazione delle popolazioni
mesolitiche preesistenti. A lungo, lidea di un legame di filiazione diretta tra gli strumentari del Mesolitico
Recente e del Neolitico Antico si basata sulla persistenza di nuclei, trapezi e lame di tipo castelnoviano nei
siti ceramici del VII millennio uncal BP (bAgolini, 1978; bAgolini et al., 198; bisi et al., 198; broglio e
lAnzinger, 1987; BAzzAnellA et al., 1998, 2000; KozowsKi e dAlMeri, 2000; pedrotti, 2002; S.K. KozowsKi,
2010). Pur accettando superficiali similitudini morfologiche tra le due tradizioni, diversi lavori di sintesi hanno
193
per sottolineato come, in una data regione, le prime collezioni neolitiche siano sempre confezionate su litotipi
alternativi a quelli localmente sfruttati nella fase precedente e si caratterizzino per la presenza di manufatti
assolutamente estranei ai complessi mesolitici: bulini su lama del tipo Ripabianca, perforatori, romboidi ed
elementi laminari di falcetto (biAgi et al., 1993; StArnini e Voytek, 1997). Oggi, a questo quadro si aggiunge
un nuovo elemento di riflessione . A prescindere dalle datazioni assolute riferibili ai due stadi culturali
(pluciennik, 1997; biAgi e spAtAro, 1999-2000; 2002; biAgi 2003a; 2003b), si osserva infatti che ammettendo
una derivazione degli strumentari neolitici da quelli immediatamente pi antichi, riconducibile cio ad una
qualche acculturazione o ceramizzazione dei cacciatori-raccoglitori, si dovrebbero necessariamente
isolare al loro interno alcune tracce di quella tradizione indigena millenaria che, in tanti casi, ha restituito
atavismi sauveterriani sino a ca. 6600 uncal BP. Sul piano archeologico, ci non si invece mai verificato,
inducendo a credere che le collezioni litiche associate alla prima diffusione di uneconomia agro-pastorale in
Italia siano regolarmente riferibili a popolazioni avulse da qualsiasi processo evolutivo autoctono. Ne consegue
che il termine castelnovianizzazione, precedentemente citato in questopera, non equivalga affatto alla pre-
neolitizzazione proposta da S.K. KozowsKi (2010), imponendosi semmai la necessit di chiarire la sorte
vissuta dalle trib mesolitiche peninsulari a partire dalla met del VII mill. uncal BP.
Tornando alle differenze tecno-tipologiche tra Italia e Provenza, emerge quindi una sostanziale
inadeguatezza della nomenclatura tradizionale ai complessi litici studiati, legittimando, come avvenuto in altre
regioni europee, lopportunit di identificarli per quello che rappresentano autenticamente. Ripercorrendo i
risultati di questa ricerca, paiono maturi i tempi per un definitivo aggiornamento terminologico, appropriato
alla realt archeologica e strumentale allinquadramento delle questioni insolute sugli ultimi cacciatori-
raccoglitori. In riferimento al Mesolitico Recente del versante meridionale delle Alpi, D. binder (2000) ha
gi introdotto la nozione di Castelnoviano Padano. Considerando le peculiarit riconosciute, sostanziali
e non di dettaglio, essa non pare tuttavia sufficiente a sottolineare lidentit italiana, inquadrandone ancora
la tradizione litica come variante periferica di quella provenzale. allora opportuno individuare un nome
nuovo, che sancisca le indiscutibili analogie a lungo raggio, ma assegni altres alle industrie sud-alpine
la stessa autonomia tassonomica del Montbaniano, del Tevieziano o dellEpipaleolitico geometrico di
facies Cocina. Per non eccedere nel distacco dalle impostazioni metodologiche tradizionali, una soluzione
pi sfumata, equilibrata e, al contempo, rispettosa della storia degli studi, sembrerebbe realizzarsi nel
termine Castelpadano. In questo, bench la ricerca condotta assegni alle aree planiziali e pedemontane
settentrionali un ruolo effettivamente essenziale nella mobilit e nelle strategie delle bande pre-neolitiche, il
suffisso padano non vorrebbe rimandare ad alcun epicentro culturale, quanto piuttosto al baricentro delle
analogie tecno-tipologiche osservate dalla Slovenia occidentale alla Liguria di Ponente e dalla Toscana
centrale allo spartiacque alpino. Senza dubbio, Romagnano o Cultura Romagnana rappresenterebbero
interessanti alternative in tal senso, se non altro per limportanza del sito eponimo nel riconoscimento
delle prime affinit con larea provenzale e nella definizione della lista tipologica di A. broglio e S.K.
KozowsKi (1983). Ciononostante, soprattutto allestero, lassonanza con la tradizione tardo-paleolitica del
Romanelliano pugliese potrebbe forse innescare una certa confusione.
Al Castelpadano cos individuato si oppone la collezione mesolitica della Grotta 3 di Latronico, che
pur manifestando palesi relazioni con i complessi settentrionali deve essere intesa come esponente di una
simultanea via alternativa. A maggior ragione, quindi, diversamente da quanto espresso da S.K. KozowsKi
(2010), il Mesolitico Recente lucano non Castelnoviano, come non lo alcuna tradizione esterna alla regione
provenzale-rodaniana. Loriginalit di Latronico postulabile sulla base dellanalisi comparativa condotta
sugli strumentari litici dei 5 siti campione, condizione propizia verso un esame inedito della cultura materiale
dellepoca. Attraverso laggiornamento dei riferimenti tassonomici tradizionali, funzionale alla loro applicabilit
su tutto il territorio nazionale, stato possibile cogliere numerosi spunti di riflessione, dalla circostanziata
conferma di alcuni aspetti gi noti, fino allindividuazione di probabili indizi di una differenziazione stilistica
regionale. Rimandando al Capitolo IV la trattazione esaustiva dei dati acquisiti, si vuole qui sottolineare il largo
predominio dei grattatoi su lama a fronte arcuata in quasi tutte collezioni studiate, seguiti in genere dai tipi
ogivali o a muso su scheggia. Uneccezione a questa tendenza complessiva rappresentata dalla sola Grotta
Azzurra, dove, al contrario, acquisirebbero maggior visibilit gli esemplari circolari e subcircolari. Questa
peculiarit, gi colta in passato da G. creMonesi (1984a) nelle industrie della vicina Grotta della Tartaruga, ha
acquisito particolare valore alla luce dei grattatoi provenienti da molti altri siti friulani e sloveni, per i quali si
riconosciuta una curiosa ricorrenza di tipi sub-circolari su calottina di ciottolo. Difficile dire se queste similarit
siano la traccia di tradizioni locali o vadano invece attribuite al materiale litico localmente accessibile, ma
sussiste limportanza di un fenomeno apparentemente circoscritto. Un dato similare, pur non approfondibile
194
in questa sede, emerge altres dalla singolare frequenza di grattatoi su scheggia a muso o tendenti al muso in
limitati siti del Veneto orientale, preliminarmente desunta dalle pubblicazioni ad oggi disponibili.
Nelle lame ritoccate tipiche di questa fase preistorica si riconosce una spiccata rappresentativit dei tipi
unilaterali, soprattutto nella variante a ritocco lineare o ad incavo isolato. Al loro interno, sin da un primo
esame, sono emerse propriet morfotecniche spesso riconducibili ad un uso dei supporti da non ritoccati,
coglibile nelle frequenti elaborazioni parziali, irregolari e/o marginali classificabili come ritocchi duso.
Altrettanto caratterizzante parsa lelevata percentuale di esemplari frammentari, largamente maggioritari in
tutti i giacimenti affrontati. A differenza specialmente dei complessi levantini e montenegrini, in Italia sono
inoltre rare le lame ad incavi bilaterali, sfalsati od opposti. Ad un livello di dettaglio superiore, non si segnala
alcuna eterogeneit regionale, a sottolineare la diffusione peninsulare di limitate varianti tipologiche. Sia in
questo gruppo di strumenti che nei precedenti grattatoi, la Grotta 3 di Latronico mostra affinit tali con le
collezioni settentrionali, da suggerirne quasi una latente identit culturale. Questo passaggio scoraggiato
dallanalisi delle armature lucane che, pur essendo costituite quasi esclusivamente da forme trapezoidali, non
mostrano alcun legame filetico col substrato sauveterriano meridionale, ben attestato in Puglia e Campania.
Nellambito di questultima categoria litica, gli indizi di diversificazioni stilistiche locali sono forse pi concreti,
sebbene a fronte di una ripetitiva lateralit a destra, di unubiquitaria prevalenza di trapezi scaleni a troncature
concave e di una sostanziale assenza di romboidi propriamente detti. In tutto il settore centro-settentrionale, ad
esempio, si rileva una curiosa concentrazione di trapezi a basi decales nel Bacino dellAdige e lungo la fascia
pedemontana Bresciana o del Veneto orientale. In via preliminare e in attesa di ulteriori riscontri sul campo,
altre circoscritte similarit si rilevano poi tra le armature trapezoidali nellarea del Montello (TV) o, ancora,
tra alcuni esemplari rettangoli a grande troncatura rettilinea rinvenuti al Sasso di Manerba (strato 13) (BS),
alla Grottina dei Covoloni del Broion (VI) e a Pian de La Lora (BL). Altrettanto interessante la forte analogia
tipologica tra peculiari trapezi scaleni allungati distribuiti tra Bosco delle Lame (SP), Le Mose (PC), Passo
della Comunella (RE), Piazzana (LU), Fontanelle (AR), Monte Fontanella (AR) e Poggio di Traverseto (AR),
a suggerire quasi i confini di una tradizione orbitante attorno lAppennino settentrionale. Tipi specificamente
rettangoli spiccano nei siti di Pradestel (strato D) e Lama Lite II, offrendo forse le prove pi autentiche di uno
sviluppo delle armature nel corso dellAtlantico iniziale. Sulla base delle datazioni disponibili, trova infatti
conferma lidea che, alla fine del Mesolitico, i trapezi tendano ad una maggiore asimmetria, proporzionale ad
una crescita degli indici di allungamento. In questambito, Latronico mostra la maggiore divergenza dagli altri
strumentari esaminati, caratterizzandosi per tipologie asimmetriche significativamente condivise con i soli siti
di Tuppo dei Sassi e Terragne (US5). A differenza dei trapezi settentrionali, regolarmente assortiti secondo
classi dimensionali altamente variegate, quelli lucani mostrerebbero sia un microlitismo pi spinto, sia una
maggiore standardizzazione tipometrica.
Allo stato attuale della ricerca, malgrado le suggestioni fornite dalla realt etnografica sub-contemporanea,
lindividuazione di una possibile differenziazione etnica dellarea di studio in et Mesolitica pare comunque
lontana. La complessiva omogeneit rilevabile tra almeno quattro dei siti selezionati, incoraggerebbe invece
ipotesi di segno contrario, a favore cio di unassoluta permeabilit culturale tra le componenti demografiche
dellepoca, mediata da canali comunicativi a lunga distanza. Daltro canto, unapplicabilit delle conclusioni
maturate alle intere regioni di rinvenimento dei manufatti analizzati necessiterebbe di pi estese indagini
sistematiche, in grado di far luce su tanti territori tuttora conosciuti sulla base dei soli ritrovamenti di superficie.
In attesa di progressi in tal senso, il lungo approfondimento sin qui affrontato non pu che proporsi come un
primo bilancio critico della cultura materiale degli ultimi cacciatori raccoglitori peninsulari.
Senza dubbio, molte altre riflessioni e domande emergono dalla distribuzione dei siti e dalle relazioni
riconosciute tra le preferenze insediative e le risorse localmente disponibili. Lidea che ne traspare
di un sistema collaudato ed efficiente, garantito da una conoscenza profonda del territorio e basato su un
dinamismo stagionale che sfugge in parte alle indagini sul campo. Ciononostante, le strategie intuibili dalla
realt archeologica si prestano ad una interpretazione illuminata da numerosi paralleli etnografici, per i
quali, osservando i risultati dellanalisi geografico-statistica dei dati topografici, sembrerebbero individuabili
modelli di nomadismo strutturati su una composizione mista di foraging e collecting (binford, 1980). Il primo
comportamento, attuato nel corso della stagione invernale, avrebbe interessato piccoli gruppi disseminati nelle
aree planiziali, pedealpine e pedeappenniniche, contraddistinti da unalta mobilit residenziale, riconducibile
allomogeneit degli ambienti antropizzati, nonch al numero, alla fissit e allubiquit delle fonti idriche
perenni. Nella stagione estiva, pur permanendo la modalit appena descritta, una parte delle stesse popolazioni
avrebbe vissuto invece un temporaneo spostamento verso i distretti alpini, prealpini e preappenninici, dove, a
partire da campi base situati in favorevoli localizzazioni vallive o perilacustri, avrebbe avviato estemporanee
195
spedizioni venatorie al di sopra della copertura forestale. Poich imprescindibile da interventi di scavo mirati
e dallacquisizione di nuove ed affidabili datazioni assolute, rimane tuttavia aperta la comprensione delle
differenze nella complessiva distribuzione dei siti tra Boreale e Atlantico, unitamente allindividuazione del
limite cronologico delle frequentazioni castelpadane nella Catena Alpina.
Superando un orizzonte meramente sussistenziale, si potuto inoltre evidenziare lesistenza di relazioni
sociali potenzialmente pi estese, intuibili dal rinvenimento di conchiglie e materie prime a decine o centinaia
di km dalla loro fonte naturale di raccolta. Questa movimentazione di beni alimenta la volont di seguire il
destino vissuto delle trib indigene alla met del VII mill. uncal BP, chiarendo ogni eventuale relazione tra
la loro scomparsa archeologica e lavvento delle prime comunit neolitiche in Italia. Agli archeologi odierni
si impone, infatti, la necessit di far luce sul declino delle popolazioni autoctone in un contesto di massima
produttivit primaria degli ambienti, individuando il fattore che pot intervenire dallesterno a condizionarne
laccesso alle risorse e il millenario assetto territoriale (higgs e VitA-finzi, 1972).
Un buon punto di partenza capire come la mobilit dei cacciatori-raccoglitori non risponda sempre
alla mera soddisfazione di bisogni primari. Numerosi resoconti etnografici documentano infatti lesistenza
di frequenti movimenti territoriali di carattere non utilitaristico, finalizzati alla raccolta/condivisione di
beni o informazioni e, di conseguenza, al mantenimento di relazioni sociali infra- o inter-tribali (kent, 2004;
whAllon, 2008). Siffatti spostamenti, paralleli e alternativi ai circuiti logistici stagionali, non sarebbero pertanto
inquadrabili sotto un profilo strettamente sussistenziale, sebbene, al di l della loro forma e natura, realizzino
contatti implicitamente funzionali alla perpetuazione del sistema economico. stato effettivamente dimostrato
come questi social networks agevolino la cognizione dei gruppi presenti in un dato territorio, scongiurandone la
sovrapposizione e consentendo una migliore pianificazione delle strategie future in relazione alla distribuzione
ed alla concentrazione delle risorse alimentari (Moore, 1981). A garanzia della sopravvivenza a lungo termine
delle popolazioni coinvolte, questi tessuti sociali vanno per alimentati attivamente, stimolando la circolazione
di informazioni accurate e costantemente aggiornate. Condizione essenziale per questi meccanismi dunque la
mobilit, e pi grande la rete di contatti esistente, pi critico risulterebbe il suo mantenimento a salvaguardia
delle strategie sussistenziali (whAllon, 2008). Frequentemente, a fianco di una informational mobility,
allora emersa una network mobility a sostegno di rapporti a largo o larghissimo raggio, utili nel superamento
di possibili fasi di stress alimentare attraverso la movimentazione di beni o persone, la cognizione delle risorse
accessibili in territori lontani e leventuale controllo a distanza sui movimenti migratori delle principali prede
venatorie (groVe, 2009). in questambito, letnologia ha inoltre suggerito come gli scambi matrimoniali ed
altre forme di interdipendenza pongano spesso le condizioni per unintegrazione socio-economica a livello
macroregionale, trascendente cio i confini territoriali propri delle trib dialettiche e comprensiva di molteplici
campi di interazione (MAdden, 1989).
Parallelamente, comprovato che le aree di approvvigionamento possiedano spesso un contenuto simbolico
per le popolazioni nomadi che le attraversano, racchiuso in rotte, reti e localit preferenziali tramandate per
generazioni e non necessariamente spiegabili in soli termini utilitaristici. Quasi sempre, a determinati luoghi
antropizzati ne corrisponderebbero altri totalmente negletti, pur ricchi delle medesime risorse (yVen, 2004),
corroborando lidea che il territorio sia al contempo una costruzione mentale delluomo, uno spazio culturale
che, attraverso miti, riti e memorie, consolida e rigenera lidentit etnica dei suoi fruitori (bonneMAison,
1981).
Guardando al passato, quindi ragionevole credere che le bande nomadi studiate, analogamente a quelle
sub-contemporenee, non potessero sopravvivere in assoluto isolamento, dipendendo esse da alimenti selvatici
che potevano variare di anno in anno, da zona a zona, da stagione a stagione. Da ci intuibile che la loro
esistenza, naturalmente vincolata alla necessit di spostamento e di accesso a beni variegati, fosse altres
caratterizzata da un certo grado di flessibilit demografica e da rapporti strutturati sui principi di scambio e
reciprocit (bender, 1978). Detto questo, emerge allora una questione decisiva. Prescindendo da qualsiasi idea
di acculturazione o assimilazione delle popolazioni indigene ad opera delle prime comunit agro-pastorali,
peraltro indimostrata nella Penisola italiana (biAgi, 2001; 2003a), spontaneo chiedersi quali furono le prime
conseguenze reali dellavvento di questultime sui ritmi e lampiezza dei circuiti logistici mesolitici e sulle
preesistenti relazioni sociali.
Lattestazione di un ampio nomadismo circolare in seno alle trib dellItalia settentrionale , accompagnato
da presunti scambi di materie prime tra le Prealpi Veneto-Trentine e lAppennino Tosco-Emiliano, sostiene
lesistenza di una mobilit complessa anche nel Mesolitico Recente. Altra questione conoscere e comprendere
le ragioni di tali fenomeni. Su basi etnologiche, si pu affermare che pi grande lomogeneit ambientale di
una data regione, per tipologia/prevedibilit delle risorse disponibili e comuni livelli di rischio nelle strategie
196
sussistenziali, minore dovrebbe essere il grado di competitivit tra le bande residenti, mentre pi marcato e
indispensabile risulterebbe il dinamismo richiesto per mantenere contatti e flussi informativi a tutela da sincrone
variazioni ecologiche su vasta scala. A determinate condizioni, dunque, sembrerebbe lecito aspettarsi relazioni
socio-economiche a lunghissima distanza, stabilite cio tra territori e gruppi umani sufficientemente lontani
tra loro da non subire analoghe crisi sussistenziali (groVe, 2009). Se cos fosse per una parte delle popolazioni
mesolitiche dellAtlantico iniziale, come suggerito da precise ricorrenze archeologiche e dallassetto naturale
ricostruito, immediato interrogarsi su cosa pot accadere a determinati equilibri con lintrusione di fattori
esterni nel sistema. Ci si chiede in sostanza se, e come, lingresso dei primi villaggi neolitici nel paesaggio abbia
potuto interferire con legami e strategie preesistenti, aumentando la distanza tra le componenti indigene sino a
rendere impraticabile qualsiasi tipo di contatto o diminuendola al punto da innescare una sovrapposizione di aree
di approvvigionamento. Di certo, noto che nelle societ di caccia e raccolta il costo economico legato a livelli
di integrazione superiori a quello della banda sensu serVice (1971) e allo sviluppo di confini socio-culturali,
renda di norma insostenibile un restringimento forzato della mobilit, sia essa di natura sussistenziale o non
utilitaristica, spiegando come particolari condizioni di stress abbiano condotto piu spesso alla migrazione
e allestinzione dei gruppi coinvolti piuttosto che a strutture sociali complesse (MAdden, 1989). Non a caso,
si ricorda come, in et contemporanea, i cacciatori-raccoglitori africani conservarono il loro stato di salute
complessiva e le loro tradizioni culturali proprio nelle aree in cui riuscirono a preservare la loro dispersione e
mobilit originarie a dispetto della colonizzazione europea (vedi Kalahari, Africa Meridionale) (kent, 2004).
Immaginando unespansione neolitica dai Balcani sul modello della leap-frog colonisation di J. zilho
(1997, 2001, 2003) e J. guilAine (2003) quindi possibile, o quanto meno postulabile, che larrivo ed il
progressivo avanzamento delle prime enclaves nelle zone costiere italiane abbia immediatamente prodotto,
anche in forma latente, una qualche interferenza nei circuiti mesolitici. In che modo? Indirettamente, con
linsediamento in territori apparentemente esterni a quelli sfruttati dagli indigeni, ma pur sempre attraversati da
questi e pertanto essenziali nelle dinamiche del loro esteso nomadismo. Oppure, pi concretamente, con luso
opportunistico delle aree tribali, ad integrazione di uneconomia di produzione ancora fortemente dipendente
da fonti alimentari di origine selvatica. Quale il potenziale lesivo di questa intromissione nellequilibrio e nella
prevedibilit delle risorse di una data regione? Quali le restrizioni alla libert di scelta e spostamento rispetto
alle generazioni precedenti? Quali infine le conseguenze a lungo termine sulla pianificazione dei movimenti
stagionali praticati per millenni dalle popolazioni nomadi locali? A prescindere dalla densit demografica
peninsulare nel Mesolitico Recente, queste domande si giustificano ritornando allesistenza di una rete di
contatti ad ampio raggio, avente scopi precisi, necessari e noti ai suoi partecipanti e realizzata mediante lo
scambio costante di informazioni, beni e persone. Al di l di aspetti prettamente strategici od ecologici,
plausibile che la comparsa delle comunit neolitiche abbia infatti sortito effetti negativi anche su un piano
sociale, obliterando o recidendo ancestrali rotte di interazione e sostegno reciproco (Moore, 1981; 1985).
Avendo accennato alla variet di forme e scopi della mobilit nelle societ egalitarie di caccia e raccolta,
non difficile immaginare gli esiti nefasti di qualsivolgia condizionamento alla loro libert di movimento
e di accesso alle risorse naturali. Daltronde, quanto pi spinta era la dipendenza sussistenziale delle bande
mesolitiche dallattivit venatoria, tanto maggiore doveva essere il loro areale annuale di approvvigionamento
e la distanza minima da interporre tra i vari accampamenti stagionali (binford, 1980; groVe, 2009).
Sullo sfondo di un contatto reale tra Mesolitico e Neolitico, si inserisce inoltre il problema del possibile
impatto psicologico di un simile evento sulle trib indigene peninsulari, il cui apparato cosmologico, al
cospetto di un mondo alieno e indecifrabile, pot altrettanto andare in crisi. In altre parole, conoscendo il
contenuto simbolico-religioso spesso intrinseco nei luoghi attraversati e sfruttati dalle popolazioni nomadi,
giusto chiedersi come queste, alla met del VII mill. uncal BP, ne abbiano vissuto limprovvisa occupazione da
parte di elementi radicalmente estranei alla loro esperienza e al paesaggio conosciuto, per strutture abitative,
rapporto con lambiente, mezzi, usi, costumi, lingua e, chiss, colore della pelle. Si alimenta cos lidea che, in
certe regioni italiane, alcuni fattori culturali possano essersi innestati su altre interferenze logistiche gi in atto,
accellerando il potenziale decadimento della dieta, delle strategie e delle societ mesolitiche.
Tra le conseguenze sfavorevoli dellarrivo in Italia delle prime comunit agro-pastorali, va infine
contemplata la possibile diffusione di malattie infettive sconosciute agli indigeni; circostanza che richiama alla
memoria le vicende e gli esiti della conquista moderna delle Americhe. In effetti, alcune forme virali derivanti
da una millenaria promiscuit uomo-animale, animale-animale e uomo-uomo interna ai villaggi neolitici
(diAMond, 1997), potrebbero essere sbarcate sulle coste peninsulari al seguito dei nuovi giunti dai Balcani,
ponendo le condizioni per pandemie (o epizoodemie) cui le trib locali, e il loro sistema immunitario, dovevano
essere geneticamente impreparate (zAMMit, 2005). Pur rimanendo indimostrabili le cause e le direttrici di
19
questo contagio, chiaro che la dispersione di agenti patogeni pot giocare un ruolo decisivo sugli originari
equilibri demografici, traendo addirittura vantaggio da canali di scambio e comunicazione preesistenti. Per la
profonda scarsit di sepolture mesolitiche nellarea di studio, comunque impossibile approfondire tali ipotesi
paleopatologiche. Ciononostante, senza contare che molte infezioni si manifestano osteologicamente solo a
determinati livelli di cronicit, si rammenta che i resti umani preistorici recano raramente i segni delle patologie
subite dalla persona in vita, finanche causa della stessa morte (cohen e ArMelAgos, 1984). Di conseguenza,
sebbene lo stato di salute delle inumazioni di Mondeval de Sora (BL), Mezzocorona-Borgonuovo (TN) e Vatte
di Zambana (TN) non tradisca alcuna epidemia, auspicabile che future scoperte possano gettare luce su
scenari sinora inesplorati.
Che fine fecero dunque le trib mesolitiche peninsulari, considerandone lubiquitaria invisibilit
archeologica a partire da 6600-600 uncal BP? Da quanto emerso in questa sede, non si pu escludere che
lintervento di uno o pi fattori di disturbo tra quelli descritti possa averne causato la graduale estinzione,
soprattutto nelle aree interessate dalla prima colonizzazione neolitica. Nello stesso contesto, altri gruppi
potrebbero aver intrapreso una migrazione forzata verso nuovi territori, alla ricerca di ambienti favorevoli alla
loro sopravvivenza e ancora lontani da condizionamenti esterni. Questa opzione dovrebbe per esplicitarsi in
un incremento sensibile delle attestazioni castelpadane in determinate aree, che in realt non si manifesta.
Prima del declino, malgrado manchino tuttora le prove di un contatto diretto, altrettanto accettabile che
le bande nomadi native abbiano stabilmente convissuto con le comunit agro-pastorali a livello regionale.
Eppure, come dimostrato dalla ricerca, questa vicinanza n produsse adattamenti culturali sui nativi stessi, n
mai li condusse ad uneconomia di produzione, a conferma dellinnecessariet di tali mutamenti emersa in altri
casi etnografici (olsen, 1988; Rowley-conwy, 2001).
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