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Il cammino si fa camminando

La realt non ci che ci accade, ma ci che facciamo con quello che


ci accade.
Aldous Huxley, L'arte di vedere

In queste pagine riporto la mia esperienza formativa del corso in


Gestalt Counseling-Scuola IBTG Gestalt di Torino, avvalendomi delle
parole di Carla, Hilda, Mariano, Marilisa e Stefania che costituiscono
la preziosa fonte di insegnamento che mi ha fatto crescere e che mi
accompagnano lungo questo scritto. Utilizzer gli appunti presi durante
i seminari, sviluppando alcune parti e permettendomi di dargli una
forma creativa: la mia. Descriver alcune delle principali tematiche
della Gestalt, con il sostegno delle esperienze apprese e condivise con
il gruppo di formazione che rappresenta la cassa di risonanza e il
contesto insostituibile per questo tipo di esperienza formativa. Far
riferimento, inoltre, alla bibliografia fornita dalla scuola che mi ha
permesso di comprendere meglio i caratteri essenziali e gli sviluppi di
questa caratteristica arte della relazione. Intendo costruire un percorso
che segua un flusso libero, nel quale lasciare spazio alle emozioni,
inserendo alcune poesie, citazioni, dialoghi, divagazioni e spunti di
riflessione che abbiano per me un suono ed un significato particolare.

1
Le parole e i pensieri si modellano
sciogliendo nellaria
faticose parole

Seguono umili tracce


raccolgono immagini,
custodiscono forme.

Sono visi e corpi


che respirano sogni
cercano speranze.

Si nutrono di verticalit,
vuoti, spazi ed orizzonti,
musica e silenzio.

Sono i riflessi di un mondo,


bagliori colorati
sullo sfondo del cambiamento.

M.P.

2
Conosci te stesso

Tutte le parti di un organismo formano un cerchio. Perci ogni parte


sia principio che fine.
Ippocrate

L'Organizzazione Mondiale della Sanit afferma che la salute non


l'assenza di malattia o infermit, ma uno stato completo di benessere
fisico, mentale e sociale.
Intendo partire da questo enunciato per introdurre la Persona quale
dimensione centrale per comprendere l'approccio della Gestalt: la
persona, quindi, intesa come un organismo completo volto al
soddisfacimento dei propri bisogni, alla ricerca di equilibrio,
autonomia, espressione di s. In breve, di un'armonia con se stessa e
con il mondo tesa allo sviluppo e all'affermazione delle proprie
potenzialit. Secondo questa prospettiva, la persona umana
considerata nella sua dimensione complessiva ed integrata sotto il
profilo fisico, affettivo, emotivo, spirituale, sociale e cognitivo. Questa
visione riconosce e valorizza il bisogno di sviluppare il proprio
potenziale all'interno del proprio ambiente o, per meglio dire in termini
gestaltici, campo. Questo concetto, centrale per la Gestalt, lo si deve a
Kurt Lewin, il quale afferm che una persona pu essere compresa
solamente osservandola nella sua interdipendenza con il contesto in cui
inserita e nel quale tesse legami.
Lo psicologo francese Serge Ginger rappresenta simbolicamente questa
pluridimensionalt con un caratteristico pentagramma: la figura
esprime un'immagine armonica dell'essere umano, organica ed unitaria,
in cui le cinque punte della stella definiscono schematicamente le
cinque dimensioni principali dell'attivit umana1. Questi poli
interagiscono fra loro in un sistema, determinando ed orientando scelte

1 Serge Ginger, Iniziazione alla Gestalt l'arte del con-tatto, Roma, 2005, Ediz.
Mediterranee, p 27

3
e comportamenti che variano in funzione della cultura di riferimento.
In un contesto europeo, la tendenza di valorizzare maggiormente la
parte razionale, mentre, nelle aree orientali, vi una certa preminenza
per la dimensione corporea e spirituale. Il vertice del pentagramma
rappresenta la testa, ovvero, la parte razionale, il mondo delle idee e la
parte creativa. Quelli laterali raffigurano le braccia, che restituiscono
l'idea della dimensione relazionale, in cui, da un lato, (quello sinistro)
troviamo l'affettivit, il cuore, il mondo dei sentimenti, dall'altro, la
dimensione propriamente sociale, i luoghi culturali, gli altri, la polis in
generale. I vertici inferiori rimandano alle nostre radici: quello
posizionato a sinistra si riferisce al corpo materiale, mentre spetta al
polo opposto condensare l'area metafisica e la capacit di attribuire
senso alla vita. Questa rappresentazione non solamente uno schema
astratto di carattere filosofico-concettuale. Per lo psicoterapeuta
francese uno strumento di conoscenza pratico e creativo che ha
suscitato in me vivo interesse. Egli lo utilizza adattandolo in contesti
anche molto differenti fra loro: individualmente, in ambito di coppia, in
azienda o in una istituzione e persino riferendolo ad oggetti. La visione
organica esplora le aree che compongono il pentagramma (che
rimangono gli assunti di base con i quali valutare una situazione),
riferendole al peculiare contesto preso in esame. In una coppia, ad
esempio, il polo fisico riguarder l'intimit tra i due partner, quello
affettivo si riferir alle modalit relazionali con le quali vivono il
rapporto, la parte razionale, invece, terr in considerazione le idee e gli
interessi condivisi. Quella sociale l'apertura con il mondo esterno e la
socialit, le interazioni con gli amici, le attivit interrelazionali. Il
mondo spirituale rappresenter la loro visione del mondo circa i valori
e le idee che orientano le scelte di fondo. L'obiettivo di questo
strumento quello di osservare le dinamiche per far emergere i bisogni
e se vi armonia, o meno, fra i poli che compongono l'organismo,
individuando l'area eventualmente problematica, o carente, e quale tipo
di sofferenza (bisogno) esprime. Accenno brevemente al concetto di
cambiamento, al quale dar ampio spazio in questo mio lavoro. Spesso
le persone che chiedono sostegno lamentano problemi sul luogo di
lavoro. Pensiamo, quindi, ad una azienda come ad un organismo in cui
una persona (un altro organismo) in movimento e vive. La prima
considerazione da fare semplicemente riconoscere che i lavoratori

4
sono, in primis, degli esseri umani, secondariamente delle persone che
hanno un determinato ruolo sociale. Da qui il valore dato alle relazioni
interpersonali all'interno dell'organismo/azienda. Secondariamente,
osservare da un punto di vista evolutivo l'organismo/azienda: a quale
fase di questo processo si trova? Per crescere si passa attraverso
l'incertezza. Pertanto, in che modo, per evolvere, l'organismo/azienda
attraversa o potrebbe attraversare una crisi? Il tema dell'incertezza
assume un ruolo fondamentale per la comprensione dei processi di
cambiamento. Vale la pena ricordare che la parola crisi intesa come
krisis, separazione, ovvero scelta, decisione. La crescita, secondo
questa prospettiva, quindi la capacit di rimanere centrati, attingendo
alle proprie risorse, nelle esitanti fasi di incertezza insiti in un difficile
momento. In un organismo/azienda, sostenere questa processo di crisi,
ovvero di cambiamento ed evoluzione, significa sostenere le persone
ad essere consapevoli della situazione che stanno vivendo, orientandole
verso il soddisfacimento dei loro bisogni. Creare la crisi vuol dire
favorire questo passaggio verso nuove scelte. In concreto, focalizzarsi
sulla situazione attuale, sulle relazioni/aspettative di cambiamento
possibili nell'organismo/azienda. In breve, alzare il livello di
consapevolezza rispetto ai bisogni non soddisfatti. Questo processo
permette di mettere in luce i vecchi schemi che impediscono di liberare
energie creative tali da generare nuovi e pi funzionali equilibri. Il
passaggio da un equilibrio ad un altro necessita l'abbandono della zona
di comfort a cui si era abituati: per questo serve fiducia e coraggio.

5
Pentagramma di Ginger

La testa
polo razionale
Il cuore
polo affettivo e relazionale

Gli altri
polo della socialit

Il corpo
polo fisico e materiale Il mondo
polo spirituale
metafisico
posizioni ideologiche

6
Per la Gestalt, il presupposto organismico evidenzia la necessaria
dipendenza dall'ambiente con il quale stabiliamo uno scambio
continuo. A livello fisico dobbiamo considerare il cibo, l'aria e tutte le
altre componenti biologiche necessarie alla vita, mentre, per quanto
riguarda la dimensione sociale, relazionale ed emozionale, ci troviamo
in un'altra situazione di dipendenza perch le azioni, gli atteggiamenti,
le considerazioni e le emozioni di un altro influenzano notevolmente le
nostre. La mia realt intersoggettiva e per conoscere il mondo ho
bisogno necessariamente degli altri, del loro sguardo e della loro
imprescindibile presenza. Questa interdipendenza trova espressione nel
concetto africano di Ubuntu, secondo il quale definisco me stesso e
cresco attraverso il dialogo ed il confronto con gli altri che alimentano
significativamente la costruzione della mia visione, identit e
comprensione del mondo. All'interno di questa dimensione troviamo la
dialettica fra dipendenza ed autonomia; bench differenti, sono
concetti in realt interrelati che formano una polarit. Costituiscono un
processo in cui gesti, azioni idee ed emozioni dialogano fra loro:
autonomia la libert di affermare me stesso e riconoscere che le
persone o altro da cui dipendo non sono in grado di soddisfare tutti
i miei bisogni e, pertanto, passo da una dipendenza ad unaltra;
indipendenza, significa che io vado da solo, scelgo e faccio a meno del
processo con cui interagisco con le mie dipendenze e autonomie. Un
legame dipendente limita la libert, genera insicurezza e fragilit,
poich una persona crede di non riuscire a farcela da sola: si svaluta e
autocensura. Si sente invischiata in legami limitanti, nei quali la novit
vissuta come una insidia ed un pericolo da evitare. Volgendo lo
sguardo al mondo mitologico, Atena, nascendo gi adulta dalla testa di
Zeus, l'immagine ideale di questa autonomia e libert. Se possibile
raggiungere un certo grado di autonomia, molto difficile realizzare
l'indipendenza, a causa dei bisogni e dei legami che instauriamo e che
sentiamo agire in noi continuamente. Questa dipendenza la sentiamo
nel momento in cui ci allontaniamo da norme, rapporti e regole sociali
ai quali siamo abituati, le quali tendono ad imporsi alla nostra
coscienza. Sono vincoli potenti, radicati nei nostri processi educativi.
Un bisogno di primaria importanza certamente quello di essere
riconosciuti e rispettati nella nostra unicit. I dubbi sulle nostre
capacit, alimentati da paure o limiti imposti dagli altri, sono i nostri

7
peggiori nemici capaci di condizionarci e oscurare parti del nostro s,
inibendo il nostro coraggio sociale di ricercare soddisfazioni, scegliere
obiettivi e vivere con passionalit. In gioco c' la nostra felicit e
salute.
Oscar Wilde diceva che la vita troppo breve per vivere quella degli
altri. Il suo pensiero uno stimolo a scegliere una direzione da seguire,
costruendo autonomamente il nostro cammino. A livello educativo e
relazionale, un atteggiamento che sostenga e rinforzi l'autostima e
l'espressione di s di fondamentale aiuto nel processo di crescita della
persona. Afrodite un altro esempio che incarna, da un lato,
l'esuberante e seducente bellezza, dall'altro, rappresenta la forza che
nasce dalla consapevolezza della propria indipendenza, alimentata da
quel complesso di forze vitali che costituiscono la sua prorompente
natura. Attingere alla fonte inesauribile del mito2 significa riconoscere,
in ognuno di noi, quella porzione di mondo alimentato da energie
potenti ed invisibili che le vicende mitologiche sanno sapientemente
svelare. E' un modo speciale per imparare a conoscersi. Jung parla di
archetipi, ovvero impronte, modelli, modi di essere che appartengono
ad una conoscenza universale che ci supera e che si perde agli albori
della nostra storia collettiva. Jean Bolen3 studia e descrive con abilit e
mirabile intuito questo universo affascinante e complesso, facendoci
specchiare nelle suggestive immagini degli dei, dee ed eroi che
metaforicamente vivono in noi, ora come preziosi alleati, ora come
agitatori inquieti del nostro spirito. Essere parte di un corpo significa
sentirsi in un contesto valoriale che esprime una tensione dialettica fra
etica ed estetica, capace di dare forma e orientare il nostro andare.
Attraverso i miei sensi/emozioni (la dimensione di percezione estetica)
entro in contatto con cosa sento e reputo importante per me, sino a
diventare etica scelta fra giusto/ingiusto, bene/male. Un corpo, con i
suoi organi, in realt un organismo/noi confluente con se stesso. Un

2 Il mito una forma di conoscenza e l'antropologo Bronislaw Malinowski, nel suo


libro Il mito e il padre nella psicologia primitiva, afferma che non solo una
storia raccontata, ma una realt vissuta; non un'invenzione, come potrebbe
essere un romanzo, ma realt vivente che si credeva accaduta in tempi
primordiali e che perdura tanto da influenzare i destini umani.
3 Jean Shinoda Bolen, Le dee dentro la donna e J. S. Bolen, Gli dei dentro l'uomo,
Roma, 1991 e 1994, Astrolabio

8
organismo non si rende conto di questa fusione e non stabilisce un
confine al suo interno. Spetta a noi percepirlo. Il
confronto/responsabilit nel contesto di un gruppo/noi deve alimentare
un dialogo per rompere la confluenza ed essere consapevole di s,
prendere decisioni, darsi dei confini: questa attivit pu indurre ad
esprimere (es-pressione, premere verso l'esterno, far uscire) esigenze
non sempre facili da declinare e da reggere emotivamente. Perls, alla
luce di questa concezione multidimensionale, sottoline l'importanza
dei bisogni umani e la capacit dell'organismo di selezionare ed
organizzare le proprie risorse, finalizzate alla crescita e alla
sopravvivenza. Seguendo quella che il noto esponente della Psicologia
Umanista Carl Rogers chiamava Tendenza Attualizzante, l'energia,
espressa per soddisfare i propri bisogni e le proprie potenzialit, uno
slancio vitale teso all'espressione e all'accrescimento di s. Questa
spinta connaturata in ognuno di noi: ogni individuo, ogni pianta,
ogni animale, ha solo una meta implicita, un solo obiettivo innato:
attualizzarsi per quello che .4 Ora mi accingo a delineare alcune
tematiche che costituiscono i presupposti di fondo metodologici,
epistemologici e concettuali della teoria e dell'approccio della Gestalt.
Al di l di una crescita individuale, attraverso il quale si acquisiscono
nozioni e tecniche, sperimentando allo stesso tempo metodi creativi e
lavorando su processi relazionali, la Gestalt pu essere definita una
vera e propria arte: arte del contatto e della consapevolezza, come ha
ben sintetizzato Serge Ginger e che utilizzo come titolo del presente
lavoro. La dimensione artistica e creativa, per me, molto importante,
perch la sento vitale, liberante ed esercita in me un forte fascino
attrattivo. Rappresenta una modalit polisemica da cui discende un
preciso modo di essere e di intendere i rapporti con me stesso, gli altri e
l'ambiente in cui vivo. Per Erich Fromm un'attivit collegata a "forze
insite nell'uomo, qualcosa che d vita, che fa da levatrice a
potenzialit sia somatiche che affettive, intellettuali ed artistiche.5 Per
quanto mi riguarda, il senso di questa prospettiva di sviluppare la mia
creativit per costruire me stesso come progetto di vita.

4 F. Persl, 1968, p. 23, in R. Zerbetto, La Gestalt Terapia della consapevolezza,


Milano 2008, Xenia, p 26
5 Erich Fromm, L'Amore per la vita, Milano, 1994, Mondadori

9
La consapevolezza: un percorso di risveglio emozionale alla scoperta
di noi stessi

Mi hai raccontato
della tua vita mai nata
specchio distorto di altre esistenze
perse in quei tumidi vicoli
lungo i quali
allimbrunire
si pensa di trovare ancora qualcosa.

Ma sono un crudele deserto


da cui non si sa pi come tornare.

Invano si insegue un miraggio


mentre un sole accecante
che si impara ad odiare
avvizzisce un fiore mai nato.

M.P.

Voglio inizialmente volgere lo sguardo al mondo complesso delle


emozioni, cercando una definizione che riconosca lo spazio e
l'importanza che assumono per la nostra esistenza. Sono il focus
centrale del percorso formativo intrapreso e dedicher loro ampio
spazio. In un certo senso, aprirsi al mondo emotivo come
intraprendere un cammino irto di ostacoli: un luogo di incontri (e
scontri), attese, scoperte, intuizioni, tanto sconvolgente, e a volte
doloroso, quanto pieno di gioia e bellezza. Certamente ricco di sorprese
e di molteplici possibilit da scoprire. E' un presupposto necessario per
sviluppare una capacit, tanto importante quanto complessa, come
quella di un autentico atteggiamento di ascolto. Perls considerava la
Gestalt una via al risveglio emozionale. Pelare la cipolla una
metafora che ben si presta ad esprimere il paziente lavoro necessario
per risalire dalle bucce di superficie ai vissuti pi profondi e primari
che generalmente si nascondono sotto strati sovrapposti di meccanismi

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evitativi ed automanipolatori.6 Marcel Proust affermava che il vero
viaggio di scoperta non vedere nuovi mondi, ma cambiare occhi. La
capacit di osservare e il lavoro sulla consapevolezza, pertanto, sono le
caratteristiche salienti ed epistemologiche della Gestalt: sono la chiave
attraverso la quale accedere al nostro multicolore universo emozionale,
per comprendere il nostro modo di funzionare e di essere nel mondo.

A Delfi, l'architrave del portale del tempio dedicato ad Apollo riportava


una frase che invitava l'uomo a conoscere se stesso. E' la metafora di
un viaggio. Forse, non sempre riusciamo a cogliere le profonde
implicazioni che comporta questa antica e saggia frase. Quelle parole,
che ancora oggi riecheggiano con voce sempre nuova e vibrante, ci
chiedono di scendere nei profondi recessi della nostra vita interiore per
comprendere ci che avviene in noi. E' questa la condizione necessaria
per imparare ad ascoltarci e ascoltare. Occupandomi di me stesso e di
cosa provo, in realt, posso scegliere di prendermi cura anche di un
altro e del mio ambiente. E' questo uno degli stimoli e dei messaggi pi
forti emersi qui a Torino. Il mito del centauro Chirone ricco di
simboli, metafore e di insegnamenti molto profondi. Lo rielaboro
fantasiosamente, utilizzando alcuni spunti presi da Piero Ferrucci.7 Lo
trovo interessante perch mi aiuta ad introdurre delle tematiche a cui
dar spazio pi avanti. Chirone, frutto di una violenza commessa da
Crono, met uomo e met cavallo, viene rifiutato da sua madre, la ninfa
Filira. Egli, tuttavia, accetta questa durissima situazione di cui non
responsabile e si impegna a sviluppare le proprie qualit,
creativamente. Coltiva con passione le abilit intellettive, emotive e
spirituali. Sa guardare alla terra e alla luna: diventa medico, impara a
conoscere le erbe, le stelle e la musica. Diventa molto abile ed esperto
nel tiro con l'arco. E' buono, saggio ed accogliente, tanto da essere
scelto come precettore di molti figli di dei ed eroi. Non nasconde a se
stesso la sua storia. E' un maestro di vita con il quale le persone a lui
affidate acquistano il sapere e la forza necessarie per diventare adulte
ed entrare a far parte della comunit. Un giorno, per, viene per sbaglio
ferito ad un ginocchio da una freccia, intrisa del velenoso sangue
dell'Idra di Lerna, scoccata dall'amico Eracle. Non muore, perch la

6 R. Zerbetto, La Gestalt Terapia della consapevolezza, op cit, p 57


7 Piero Ferrucci, La forza della gentilezza, Milano, 2006, Mondadori, p 85

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sua natura anche divina, ma non per questo gli viene risparmiata la
sofferenza. E' medico e sa formulare rimedi con le erbe, ma non riesce
a trovare una medicina che possa guarirlo e lenire il suo intenso dolore.
La ferita ha interessato una parte che cerca di dimenticare, poich gli
ricorda il trauma del rifiuto e dell'abbandono materno di cui stato
oggetto, a causa della sua duplice natura. E' una ferita nell'anima,
profonda e desolante, che porta consapevolmente. Ogni giorno, prima
di impegnarsi con i suoi allievi, costretto a dedicare del tempo a se
stesso per curarsi. Si ascolta. Impara ad aspettare, con pazienza, il
momento giusto e a mantenere il proprio orientamento interiore. E' una
responsabilit che accetta e che gli consente di sviluppare qualit come
l'empatia, l'ascolto, il coraggio di guardare la realt per quella che . La
sua forza consiste nella gentilezza, sensibilit ed apertura verso gli
altri, mantenendo il rispetto e la fiducia in se stesso.

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Esserci nella differenza. Identit, ascolto e osservazione

Portami con te
le tue note
oggi
vanno molto lontano

M.P.

Ascoltare non significa semplicemente udire, ma una forma


consapevole di accoglienza. L'ascolto un processo percettivo e
relazionale, attraverso il quale i miei sensi sono chiamati a raffinarsi
per sentire cosa avviene in me e in chi mi sta di fronte. E' una modalit
complessa e strutturata che richiede impegno ed esercizio. Necessita di
tempo e spazio da dedicare con pazienza costante. La consapevolezza
la chiave di lettura per comprendere cosa accade alla frontiera del
contatto8 fra me e l'ambiente. Questa frontiera, o confine di contatto,
come diceva Goodman, non un luogo ben preciso, ma costituisce un
processo percepito attraverso la dinamica figura-sfondo, con la quale si
delinea, assumendo forma, un'emozione. In un certo senso come se
cercassi di sintonizzarmi su delle frequenze per ascoltare una musica
che solamente io so riconoscere e danzare. Consapevolezza non
significa semplicemente presa di coscienza, ma ritenuta una

8 Il contatto un concetto paradigmatico chiave per la comprensione dell'approccio


della Gestalt. E' un processo attraverso il quale, nel campo/organismo/ambiente,
progressivamente si attivano energie che sostengono la formazione di una figura
emergente. Perls affermava che,Ogniqualvolta la figura appare scialba, confusa,
completamente priva di grazia e di energia (gestalt debole), questo dovuto a una
mancanza di contatto, a un determinato blocco nella situazione ambientale,
all'impossibilit a esprimersi di qualche vitale bisogno organico, ci significa che la
persona non 'tutta presente' ovverossia che il suo campo non pu cedere tutta la sua
forza di pressione e tutte le sue risorse per il completamento della figura (F. Perls-
R.F. Hefferline-P. Goodman, La terapia Gestalt, Roma 1997, Astrolabio, p 42). Come
delineer meglio nella parte relativa al ciclo del contatto e alle resistenze, questo
significa che una persona potr vivere un'esperienza di contatto viva ed appagante,
oppure utilizzare la propria energia per interromperla, al fine di non provare
sensazioni spiacevoli o dolorose.

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risoluzione o organizzazione creativa del campo.9 In altre parole,
esprime un'attenzione alla totalit del sentire nel momento presente,
sotto il profilo emozionale, corporeo e cognitivo. E', in un certo senso,
una rivelazione.

Durante la formazione ci siamo concentrati molto sulla consapevolezza


del qui ed ora attraverso molteplici esercizi provenienti da approcci ed
aree diverse. Tuttavia, lo spirito della Gestalt ha come presupposto la
creativit e la libera espressione di modi e sguardi. E' come un cielo
che pu essere dipinto con molteplici colori. Pertanto, gli esercizi e le
tecniche utilizzate rappresentano solamente delle modalit
sperimentabili a cui fare riferimento, da utilizzare come spunti per
costruirne altre, lasciando spazio all'intuito e alla situazione che si va
costruendo. Il cammino si fa camminando ed un sentiero non mai
uguale a se stesso. In realt, nemmeno i luoghi che appaiono conosciuti
lo sono. E' stato dato, quindi, ampio spazio alla fantasia e alla
sperimentazione, alla curiosit, all'intuizione e all'immaginazione.
Trovo molto suggestive e coinvolgenti le danze meditative. Sono uno
strumento armonioso, di rara bellezza ed efficacia che intendo
coltivare. Al termine di questi momenti seguivano i consueti giri di
feed-back, osservazioni e la condivisione di quanto provato durante
l'esercizio. L'obiettivo certamente formativo, ma coesiste, come in un
cerchio concentrico, la parte esplorativa ed introspettiva personale che
caratterizza questo genere di apprendimento esperienziale. Si danza in
cerchio e con la musica, tenendosi per mano, con passi e movimenti
semplici (anche se, a volte, possono essere piuttosto complessi) attorno
ad un centro ideale che si dilata, pulsa e trasforma il proprio spazio. La
danza diventa luogo di contatto e sacralit, incontro, ascolto ed
espressione del proprio s attraverso il movimento del corpo di cui si fa
esperienza: questi movimenti possono essere liberi e personali, intimi,
espressione diretta del proprio s, ma anche, come dei mudras,
prevedere delle coreografie composte da passi e gesti simbolici,
attraverso i quali creare una certa atmosfera, simboleggiare o facilitare
l'espressione di particolari disposizioni d'animo, bisogni, desideri. La
tematica del labirinto stata l'esperienza suggestiva di un seminario
che mi ha attratto veramente molto. Alle danze si alternavano momenti

9 Gordon Wheeler, Che cos' la terapia gestaltica, Roma, 1993, Astrolabio, p 90

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di confronto e meditazione che ho trovato molto intensi. Il labirinto
un simbolo antico e potente. Molte sono le metafore ad esso collegate,
ma in quel momento risuonata in me la dimensione del perdersi per
ritrovarsi. Evoca le svolte, gli incontri, lo smarrimento, l'orientamento,
il cambiamento. E' luogo di luci e di ombre. I suoi sentieri e le sue
volute riflettono il viaggio interiore verso il centro di se stessi. E' un
percorso che richiede tempo. Il proprio. La meditazione della danza si
svolge in un contesto di gruppo per utilizzarne la risonanza, le
vibrazioni, l'energia e la potenza comunicativa capace di sciogliere,
alimentare intuizioni, facilitare il contatto, aiutare a rielaborare vissuti.
Le emozioni trovano un proprio spazio dove espandersi e prendere
forma. E' come se fosse un mandala in movimento. Altre, pur
svolgendosi collettivamente, hanno una dimensione psichica differente
e sono centrate molto di pi a livello individuale, come la Kundalini, la
Marcia Tibetana, oppure la danza di Osho delle 4 vie. Queste sono
meditazioni dinamiche con le quali possibile sentire, esprimere e
scaricare molta energia. Anche la tradizione Sufi, con la vorticosa e
affascinante danza dei Dervisci, si inserisce in questo attraente filone.
La meditazione uno strumento che pu essere utilizzato con il cliente,
ma si medita, in primo luogo, per se stessi. Ho trovato particolarmente
coinvolgente la Vipassana, una pratica introspettiva che appartiene alla
tradizione buddhista e che abbiamo sperimentato a Rosta. La descrivo
brevemente. Si compone di due parti della durata complessiva di
quaranta minuti, ma il tempo pu essere variabile. Nella prima, dopo
avere trovato una posizione comoda, mantenendo gli occhi chiusi si
porta l'attenzione e si sostiene il respiro, percependo l'espirazione e
l'inspirazione: il ritmo aiuta a svuotare la mente dai pensieri, dai sogni
e dalla notte, con l'obiettivo di non lasciare spazio a quelli che premono
per affollarla e riconquistarla. L'aria deve essere percepita in quella
piccola superficie a triangolo, posta fra il labbro superiore e la base del
naso. Succede che i pensieri, instancabili compagni del nostro andare,
con la loro voce tornino a disturbare, arrecando fastidio e distrazione.
Non bisogna, per questo, giudicarsi, ma riportare nuovamente
l'attenzione sul respiro, cercando di dargli armonia ed un ritmo
costante. Concentrasi sul respiro la chiave della meditazione. Nella
seconda parte si utilizza la voce. Si inspira e, al momento
dell'espirazione, si emettono le cinque vocali utilizzandole come un

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mantra, pronunciandole senza una precisa sequenza, con tono, ritmo e
intensit variabili. Non si segue alcuna sequenza prestabilita. Ogni
vocale vibra in modo diverso e stimola differenti chakra, formando
un'armonia che entra in risonanza con il corpo. Si sperimenta questa
modalit vocale per percepire la vibrazione a livello individuale e di
gruppo, sentendo dove queste risuonano e quali effetti producono.
L'esercizio termina con il suono di una campanella, scossa dal
conduttore, che segnala, in realt, non la fine immediata dell'esercizio,
ma il momento in cui iniziare il distacco. La meditazione si conclude
con gradualit, lasciando ad ognuno la libert e lo spazio necessari per
seguire i propri ritmi. Osservare come interrompiamo un esercizio ci
pu dire molto di noi. Anche questa meditazione stata profonda ed
intensa. I miei polmoni li sentivo espandersi come mantici forti e
leggeri, mentre il respiro ritmato pervadeva il mio corpo. Mi ha
trasmesso un senso di armonia, facendomi percepire differenti
vibrazioni nel naso, in gola e nel plesso solare. Particolarmente intense
e vibranti erano quelle che sentivo nella zona del ventre. Ho anche
avvertito la potenza del gruppo, che lasciava tuttavia integra la
percezione del mio senso di identit.

Un esercizio, utilizzato molte volte all'inizio delle giornate di corso,


utilizza il movimento del corpo per stimolare il contatto con noi stessi e
con gli altri. Si interagisce lasciando emergere la sensazione che il
campo trasmette, ascoltando il clima interno e come questo flusso si
modifica muovendosi. Si presta attenzione ai gesti, ai movimenti, agli
sguardi, al respiro, acuendo l'osservazione: questi, molte volte, sono
molto sottili e quasi impercettibili. La musica un valido sostegno a
supporto di questo processo. La modalit con la quale esprimere le
emozioni (o i bisogni, desideri) consiste nel pronunciare, al tempo
presente e in prima persona, brevi, immediate e chiare frasi, se non
singole parole. Ma si liberi di non farlo. A volte, anche gli sguardi
muti e silenziosi sono voci intense che giungono direttamente al cuore.
Sanno comunicare con voce profonda e sincera. Il formatore stimola il
confronto con domande quali: Dove siete in questo momento? cosa
sentite? cosa vi impedisce di contattare le vostre emozioni? qual , ora,
il vostro bisogno? Ricordo un confronto con il gruppo sul tema
dell'alimentazione, al termine del quale mi ero sentito in balia di un

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vento urlante che deformava i miei pensieri, facendo tremare quelle che
erano diventate per me fragili pareti di carta. La figura emersa stata
una rabbia nera, intensa e dolorosa, collegata ad un vissuto che in quel
momento era riemerso con tutto il suo carico denso di ricordi, dolore e
pesanti emozioni. Mi sentivo allagato dalla rabbia, e quell'emozione
l'ho agita prendendo ripetutamente a calci la borsa di colore nero di una
mia compagna, scaraventandola da una parte all'altra della stanza. E'
stata una catarsi travolgente e liberante.

Ogni rosa, pregna di intenso profumo, narra,


quella rosa, i segreti del tutto.

Jalal ad-Din Rumi, Mathnawi

La visione olistica lo sguardo vivo della Gestalt. Holos, tutto, inteso


come un complesso organismico che ben si addice al termine campo,
utilizzato per definire l'interrelazione esistente fra tutti gli elementi che
compongono un sistema. Questo non la semplice somma delle parti
che lo costituiscono, ma definisce un corpo strutturato. Perls affermava
che l'uomo un organismo vivente: alcuni suoi aspetti sono chiamati
corpo, mente, anima.10 Una poesia risuona assumendo un senso ed
una forma che ci accompagna ad una dimensione differente, altra,
unica e lontana dalle singole parole con cui stata costruita. La
metafora secondo la quale un semplice battito d'ala capace di
produrre, in un altro luogo, un ciclone, ci aiuta a comprendere che ogni
azione, anche la pi piccola, ha sempre una conseguenza su tutto il
complesso. L'organismo, pertanto, necessiter di ritrovare un nuovo
equilibrio adattivo in funzione di questo cambiamento, anche se avr
interessato un solo singolo elemento. Isadore From e M. V. Miller,
nella loro introduzione alla nuova edizione del libro La terapia della
Gestalt, assumono come punto di riflessione lo scambio che
incessantemente avviene tra l'organismo umano e l'ambiente che lo
circonda, in tutte le aree della vita, che lega inestricabilmente la

10 Frederick Perls, L'io la fame e l'aggressivit, Milano, 2010, Franco Angeli, p 37

17
persona al mondo.11 Questa prospettiva risalta la complessit e
l'unicit dell'esperienza individuale. Due persone, pertanto, non
possono vivere e percepire allo stesso identico modo la realt di cui
stanno facendo entrambe esperienza.

La vita esige il suo tributo


L'inizio si chiama consapevolezza

Pensare alle emozioni significa, per ognuno di noi, assumere la


responsabilit di un atteggiamento di consapevolezza. Quest'ultima
una presenza mentale collegata ad un'esperienza immediata. In questa
prospettiva, riesco a definire meglio l'importanza dei sistemi percettivi
che coesistono nel mio ambiente e che interessano il lavoro della
Gestalt: l'empatia e la simpatia. Il significato dell'empatia dal greco
en-dentro e pathos-sofferenza, o anche sentimento un termine
introdotto dall'estetica romantica con Herder e Novalis che lo
utilizzarono per spiegare la risonanza interiore degli oggetti
estetici.12 Costituisce uno dei cardini dell'Approccio Centrato sulla
Persona di Carl Rogers. Le parole dello psicologo statunitense
descrivono l'empatia come un modo di essere con un'altra persona
(...) Significa entrare nel mondo percettivo dell'altro e trovarcisi
completamente di casa. Comporta una sensibilit, istante dopo istante,
verso i mutevoli significati percepiti che fluiscono in quest'altra
persona (...) Significa vivere temporaneamente nella vita di un altro,
muovendocisi delicatamente senza emettere giudizi; significa intuire i
significati di cui l'altra persona scarsamente consapevole () Essere
con un altro in questo modo significa che per il periodo in cui vi ci
trovate, voi mettete da parte le vostre concezioni e valori personali
onde entrare nel mondo di un altro, senza pregiudizi. 13 Rollo May14 la
considera uno stato di interazione profondo in cui, in un certo senso,

11 F. Perls-R.F. Hefferline-P. Goodman, La terapia Gestalt, Roma, 1997, Astrolabio,


p 17
12 Umberto Galimberti, Dizionario di Psicologia, Torino 1994, UTET, p 337
13 Carl R. Rogers, Un modo di essere, Firenze, 2001, PSYCO, pp 122-123
14 Rollo May, L'arte del counseling, Roma, 1991, Astrolabio

18
una persona entra nell'altra. Il processo di identificazione con le
emozioni di un altro. Con l'empatia io sento il tuo stato d'animo come
se fosse il mio e la tua storia diventa la mia storia, le mie corde vibrano
alla stessa frequenza delle tue. Una modalit empatica pu essere
vissuta anche attraverso un'esperienza estetica ed artistica, quando
sento un oggetto che si trova di fronte a me, o fremo in una tensione
teatrale che mi trasporta in un'altra dimensione. Se guardo un fiore, io
divento quel fiore che sto osservando. I miei confini si dilatano. E' una
confluenza, come una goccia che stilla solitaria e si fonde nel mare. In
realt, la Gestalt, con il suo sguardo fenomenologico, preferisce
maggiormente lavorare con la simpatia. Per Max Scheler, nella sua
Fenomenologia della vita morale la simpatia, al contrario della
fusione emotiva (o contagio emotivo) una forma di partecipazione
affettiva che non comporta l'assimilazione dello stato emotivo altrui.15
Simpatia significa, pertanto, essere in grado di entrare in contatto con
l'altro senza essere come lui. E' provare a comprendere l'altro da un
altro punto di vista, da una differente posizione, da un'altra storia.
Attraverso questo processo di contatto entro in risonanza sentendo
quanto sta provando l'altro, ma senza identificarmi in lui: io guardo
quel fiore, lo osservo, lo sento, lo accarezzo ma non divento come lui
poich ne sono comunque distante.

Se guardo attentamente
vedo il nazuna che fiorisce
accanto alla siepe.

Matsuo Basho

Il componimento haiku restituisce la delicatezza di un incontro, forse


casuale, fatto di immagini e di uno sguardo attento. Il fiore esistendo
mostra se stesso: la sua intenzione e il suo bisogno. Il poeta si
accorge di quell'esistenza, la accoglie finalmente con uno sguardo
nuovo che lo comprende dandogli valore. E' un soffio, il balenare della

15 Le Voci della Gestalt, a cura di A. Ferrara e M. Spagnuolo Lobb, Milano, 2008,


FrancoAngeli, p 247

19
stupefacente luce improvvisa del contatto. Tornando alle emozioni, in
termini generali una manifestazione emotiva una reazione
psicofisiologica a stimoli interni, o esterni, percepiti dai nostri organi
sensoriali ed elaborati dal cervello e dalla neocorteccia. L'insorgenza di
questa reazione a uno stimolo emotigeno di breve durata, ma pu
manifestarsi con grande intensit. Le radici pi antiche della nostra vita
emotiva affondano, agli albori della nostra esistenza, nell'organo
sensoriale dell'olfatto che si dimostr di importanza enorme ai fini
della sopravvivenza.16 E' uno strumento potente che pu riservare
inaspettate sorprese. Ricordo la soluzione creativa trovata il giorno in
cui, dopo le giornate di selezione per accedere al corso di counseling, si
dovevano costituire i gruppi di lavoro. E' una fase molto delicata e
complessa e, in quell'occasione, emergeva la difficolt di sceglierci.
Dopo un momento di contatto e ascolto di noi stessi, di osservazione e
movimento nella stanza, mi stup l'idea di bendarci e di annusarci per
cercare i compagni. L'effetto stato curioso e nello stesso tempo
sorprendente. Al termine di questa fase di interazione, durata alcuni
minuti, avevamo formato una figura che assomigliava ad una specie di
otto. Questa forma definiva chiaramente due insiemi di persone
piuttosto omogenei. La scelta si era delineata e in un modo
decisamente inconsueto.

16 Daniel Goleman, Intelligenza emotiva, Milano, 2004, RCS Libri, p 29

20
Dove siamo?

Il mio passato vive nel mio presente.


Porto dentro di me
tutta la pienezza della mia vita affettiva,
dei ruoli che ho interpretato,
dei luoghi che ho conosciuto,
delle case che ho abitato
con la stessa vivida memoria
con la quale conservo in me
la mia infanzia.

Valentina Cortese

Il linguaggio emotivo la modalit comunicativa principale con la


quale entro in contatto con il mondo. Sono le emozioni, in realt, a
guidarmi, suscitando risposte e suggerendomi comportamenti adeguati
e coerenti. Secondo la teoria della Gestalt la presa di coscienza, ovvero
la consapevolezza di come mi sento in un preciso momento (il qui ed
ora), costituisce la dimensione cardine su cui lavorare, fare esperienza,
interagire: da questo presupposto discende l'assunzione della
responsabilit della mia vita, nonch l'accettazione delle conseguenze
ad essa correlate. Consapevolezza significa gettare uno sguardo per
comprendere come funziono, dando senso e significato alle dinamiche
figura-sfondo che continuamente si alternano in me. La responsabilit e
la presenza consapevole del qui ed ora sono dimensioni interrelate fra
loro che comportano l'avere pieno contatto con quanto concretamente
stiamo sperimentando.17 La filosofia, l'arte, la poesia o il teatro, hanno
affrontato questa tematica da molteplici punti di vista, ognuno con il
proprio sensibile sguardo, attraverso il quale si scorgono innumerevoli
giochi di colore. Le opere di Van Gogh, Shakespeare, Schopenhaurer o
Ionesco solo per citare alcuni personaggi famosi esprimono questa
realt con vivida e lucida tensione, a volte persino irruente, aspra e
drammatica. La loro vita ci insegna quanto possono essere creative le

17 Le voci della Gestalt, op cit, p 217

21
nostre emozioni. Jung affermava che il problema questo, che alla
fine della mia vita non mi ritrovi con le mani vuote. Questa frase non
esprime unicamente un invito a riflettere sul tempo che inesorabilmente
scorre, ma ci pone di fronte ad una realt esistenziale: essere se stessi.
La prospettiva molto ampia. In gioco ci sono le nostre scelte e i nostri
valori. Essere se stessi, quindi, una responsabilit: significa che ho la
possibilit di scegliere chi essere, senza attribuire o proiettare ad altri
colpe o modalit che dipendono, in realt, da me. Io sono responsabile
delle scelte che continuamente opero e per le quali nessuno pu
sostituirmi. Lo sguardo duplice. Da un lato, significa cercare dentro
di me soluzioni adattive, dall'altro, comporta scoprire cosa mi
impedisce di trovarle e agirle.

Un racconto chassidico18 narra che Rabbi Shneur Zalman, il Rav della


Russia, un giorno venne chiamato a rispondere ad una domanda che
voleva evidenziare una contraddizione, ed un limite, in un racconto
biblico. Il passo quello della Genesi in cui Dio chiede ad Adamo dove
sei? e la questione la seguente: se il Creatore gli domanda dove si
trova perch evidentemente non lo sa, ma, se onnipotente, come fa
a non saperlo? Lo Zaddik, (pio, giusto, maestro nelle comunit
chassidiche) affronta la questione da un punto di vista dialogico,
centrandosi sulla persona. Nel rivolgersi al proprio interlocutore, non
interpreta il racconto cercando di argomentare per chiarire
teologicamente la controversia, ma cambia decisamente piano
comunicativo. Guarda direttamente chi si trova di fronte a lui, al suo
tempo, alla sua vita, ribaltando la prospettiva senza troppi giri di
parole, dicendogli: Ecco, sono quarantasei anni che sei in vita. Dove ti
trovi? La sua storia personale, in quel momento, si riflette in quella di
Adamo. Nel racconto, il personaggio biblico, dopo il fattaccio della
mela, nascondendosi agli occhi del suo creatore, in realt, si era
nascosto a se stesso. Questa fuga mette a nudo la sua fragilit e
smarrimento. Adamo cerca di occultare se stesso, nascondendosi dalle
conseguenze delle proprie scelte che non vuole vedere, n sentire:
fugge dalla propria responsabilit. E' nella prospettiva di un confronto
gestaltico porre domande quali: dove sei? ti sei nascosto? in quale
modo? e da cosa? a cosa ti serve? come ti fa stare? Dal mio punto di

18 Martin Buber, Il cammino dell'uomo, Magnano, 2004, Qiqajon, pp 17-18

22
vista, essere se stessi una consapevolezza nella quale mi sento
congruo ed autentico con quanto sto provando. Sono in sintonia nel
senso che quanto affermo ci che sto realmente sentendo in questo
preciso momento. Pertanto, non dissimulo manipolando, distorcendo,
oppure mentendo su quanto sta avvenendo in me, ma mi relaziono in
modo vero, assertivo e rispettoso di me stesso e di chi mi sta di fronte.
Se mi comportassi diversamente (e succede molto spesso...), dovrei
domandarmi a cosa mi serve dissimulare i miei sentimenti per
mantenere delle maschere, magari rinforzandole con robusti fili di ferro
perch non cadano. Nell'Amleto di Shakespeare, le parole di Polonio
esprimono poeticamente questa disposizione d'animo, capace di svelare
nuovi ed insperati orizzonti: "Questo ci che conta pi di tutto; sii
vero con te stesso, e ne seguir, come la notte segue il giorno, che tu
non potrai esser falso con alcuno." Quando mi permetto di essere me
stesso mi sento libero ed affrancato con il mondo.

Prenditi il diritto di sorprenderti

Milan Kundera

Da sempre ho sentito attribuire al termine responsabilit il significato


di colpa, impegno, dovere, sforzo, se non addirittura sacrificio. Questa
parola pesata molto nel corso della mia vita, facendomi sentire
impotente. E' riecheggiato in me, pesante come un macigno, il verbo
devi: devi essere, devi fare, non devi Spesso mi sono sentito come
Sisifo, faticosamente intento a spingere un pesante ed inutile fardello
lungo impervi ed ottusi sentieri. Sullo sfondo di questa realt emergono
importanti tematiche, quali il senso delle nostre azioni e la paura del
cambiamento. La mancanza di senso descritta da Qohelet con hebel,
un immenso vuoto, un gelido soffio di vento che porta con s il nulla,
lasciando unamara rabbia. La sua frase riecheggia disincantata e ci
restituisce il suo vissuto: io ho in odio tutta la fatica di cui ho faticato
sotto il sole. Perls intendeva la responsabilit come autonomia e
libert di seguire il flusso della vita. La prospettiva qui
completamente ribaltata ed aperta a soluzioni creative. La Gestalt pone
molto l'accento sull'assunzione della responsabilit intesa come res-

23
pondere: l'etimo ci porta al coraggio di operare delle scelte e ad
accettare le conseguenze delle azioni intraprese. Ma, nello stesso
tempo, inteso anche nel significato di abilit a dare una risposta
(respons-abilit) congrua, capace di dare valore anche a me stesso. Una
frase del famoso mito platonico di Er, posto alla fine de La Repubblica,
illuminante: la responsabilit di chi sceglie, il dio non
responsabile." Certamente ci sono state situazioni e persone che hanno
condizionato le mie scelte, impedendomi di agire come avrei voluto.
Ma, dipanare gli eventi del mio passato, significa fare luce sul mio
vissuto riconducendolo nell'alveo della consapevolezza del tempo
presente, riconoscendo le cose che sono mie e che sarebbe ingiusto
attribuire ad altri. Vuol dire gettare uno sguardo sul mio destino
personale cercando la ragione che regge la mia storia. Assumermi la
responsabilit comporta l'accettazione (o meno, perch potrei sentirne
il peso eccessivamente gravoso e, quindi, non riuscire a sostenerlo)
delle conseguenze dei miei comportamenti. Se, ad esempio, provo
rabbia verso me stesso, responsabilit significa osservare cosa avviene
in me e comprendere le mie reazioni: fuggo, aggredisco, mi paralizzo,
mi disprezzo, smetto di respirare? Un esercizio di consapevolezza
consiste nel pormi la seguente domanda: queste modalit cosa
comunicano di me? In genere la lotta rivolta contro i nostri difetti,
verso i quali difficile mantenere uno sguardo sincero. Se imparassimo
ad osservarli senza giudicarli malamente, riconoscendoli come alleati
in grado di comunicarci qualcosa di importante di noi, riusciremmo,
come in certe arti marziali, ad utilizzarli sfruttando a nostro vantaggio
l'energia utilizzata (e sprecata) nel giudicarci.

La relazione un incontro con un altro diverso da me. Molte volte,


per, la dinamica difficile, conflittuale, disarmonica. Quando sono in
conflitto come me stesso me ne accorgo? Cosa mi succede quando mi
trovo in questa situazione? Cosa mi suscita il modo di essere di quella
persona? Responsabilit, pertanto, significa cercare e sperimentare
strategie creative per giungere ad incontrare l'altro. Arthur
Schopenhaurer, nel suo scritto Parerga e Paralipomena, utilizza una
metafora molto bella e illuminante: una compagnia di porcospini, in
una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini per proteggersi, col
calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, per, sentirono

24
le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno
dall'altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li port di nuovo a stare
insieme, si ripet quell'altro malanno di modo che venivano sballottati
avanti e indietro tra due mali, finch non ebbero trovato una moderata
distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Il breve racconto mette in luce il bisogno di contatto e accettazione che
tutti noi sperimentiamo. Nel contempo, ci restituisce la difficolt,
spesso dolorosa, che comporta l'incontro con l'altro. La scoperta della
differenza, l'illusione che sia come vorremmo e la disillusione nello
scoprire che quella persona diversa da come l'avevamo immaginata,
destabilizzante. E' molto difficile accettare idee e modi di essere diversi
dai miei, ed un processo narcisistico tentare di rendere un altro uguale
me stesso. Molte volte la paura dell'aggressivit il timore di
incontrare la mia. Rimango in una zona laterale di apparente sicurezza
in cui retrofletto i miei bisogni, proiettando la mia aggressivit e
dicendo tu sei aggressivo! La relazione perde di significato diventando
vuota o, peggio ancora, rancorosa. A volte posso sentire di non
possedere strumenti sufficienti per confrontarmi. Altre volte
predominano sentimenti di orgoglio che mi impediscono di mostrare la
parte di me che stata ferita. In altri casi l'ambiente familiare che
struttura modalit relazionali di evitamento del conflitto. Uno di questi
rappresentato dall'introietto secondo il quale non si deve litigare.
Diventa importante, pertanto, contattare la mia paura accettando la mia
reattivit: necessario attraversare questo difficile ed incerto terreno,
lasciando andare ed allentando vecchi confini per cercarne di nuovi. Il
conflitto ha le sue radici nella differenza, la quale rappresenta tuttavia
anche il suo punto di forza: non ci pu essere vero contatto e crescita se
non sei diverso da me. Gli aculei non sono unicamente strumenti di
difesa, ma, in questa prospettiva, diventano un modo per conoscere e
stabilire giusti confini, per definire me stesso e non perdermi di vista.

25
Le emozioni: un mare vibrante nel quale navigare

Arrivati gli eroi allo stretto, tortuoso passaggio/chiuso da ambo le


parti dalle rupi scoscese,/ il vortice della corrente colpiva di sotto la
nave nel suo cammino,/ e andavano molto avanti ma con paura,/
perch gi colpiva gli orecchi il fragore tremendo delle due rupi,/ che
urtavano l'una sull'altra e urlava la spiaggia battuta dal mare (...). Ma
remando tremavano, finch il riflusso dell'onda/ li trascin tra le rupi e
tutti furono presi/ da atroce terrore: sopra le loro teste/ era la morte,
che non conosce rimedi/ (...) le rupi gemevano scosse, le tavole d'Argo
erano incatenate.

Apollonio Rodio, Le Argonautiche (II 549-606, passaggio delle rupi Simplegadi)

Le emozioni dipingono con i nostri colori la nostra esistenza... e quella


degli altri. Appartengono ad un mondo complesso e variegato, sovente
nascosto, sino a diventare in certi casi addirittura imbarazzante, da
cui dipende la nostra vita biologica, psicologica, sociale e spirituale.
Gioia, tenerezza, paura, tristezza, rabbia, disgusto, stupore, vergogna
sono soltanto alcune delle principali emozioni universalmente
riconoscibili in ogni comunit umana, a prescindere dall'et e dalla
cultura d'appartenenza. Nello specifico, la paura l'emozione pi
antica alla quale dobbiamo la nostra sopravvivenza. Spesso la metafora
del mare poeticamente efficace per definire i fluttuanti moti interiori
che ci accompagnano nel corso della vita. Mi piace molto anche la
metafora platonica del mito dell'Auriga, raccontato nel Fedro. L'auriga,
nel dialogo, incarna la parte razionale alle prese con due cavalli alati di
colore bianco e nero che rappresentano differenti forme di passione,
ambigue e contraddittorie. L'immagine rimanda all'istintivit selvaggia,
irrequieta, che solca i cieli della nostra vita interiore. Le emozioni, con
i loro moti, animano e fanno volare irresistibilmente la biga verso dove,
sovente, non si sa. In realt, queste pulsioni, sebbene oscure e alquanto
misteriose, non appartengono alla sfera dell'irrazionale, ma sono dotate
di senso e significato che necessita di essere svelato e compreso. La
loro dimensione semplicemente differente da quella puramente
cognitiva. Volute turbinose come gironi infernali o girandole luminose
che stillano gocce di luce? Vale l'affermazione di Pascal secondo la

26
quale il cuore conosce ragioni che la ragione non pu comprendere. Le
emozioni posseggono un volto, mascherato dalla mia personalit, che
rappresenta il mio modo adattivo di interpretare il ruolo pi funzionale
che ho scelto nel mondo.

Nel complesso, l'autoconsapevolezza emozionale ci invita ad un


atteggiamento di ascolto e dialogo con il nostro corpo, principale
interprete del nostro rapporto con il mondo. Ci conduce a considerare
le emozioni come espressione di un'intelligenza pi complessiva e di
una mente di cui siamo parte attiva, ma che non risiede unicamente
nella nostra testa, n nelle nostre viscere.19 L'etimologia ci aiuta a
comprendere le profonde implicazioni sottese: e-movere, emouvuoir,
emazia, emo-agere (agire sul sangue) definiscono il flusso interiore,
l'eccitazione prodotta, il coinvolgimento, la vitalit, l'energia, il
movimento circolatorio capace di mobilitare risorse, attivare risposte,
aggredire, prendere distanze, inibire, impedire, confondere. Anche
quando parlo di stati d'animo, oppure di clima, mi riferisco a moti
interiori di cui avverto la presenza, a qualcosa che sto vivendo
interiormente. Il vento un'altra immagine molto suggestiva, ricca di
simboli e significati, che ben si prestano ad essere evocati per definire
un clima interiore. Il vento sfuggente, ineffabile, misterioso: non
sappiamo da dove arriva e neppure dov' diretto, ma ne sentiamo gli
inconfondibili effetti. Il contenuto di frasi quali, sentivo un'atmosfera
pesante con quelle persone; tirava una certa aria! quella persona
veramente gelida; quell'ambiente mi mette i brivid;, c'era una tensione
che si tagliava con il coltello; di per se evocativo e non ha bisogno di
troppe parole per comprenderlo. Al contrario, le parole mi restituiscono
una dimensione di piacevole benessere quando affermo che quella
persona era calda..., quell'ambiente accogliente..., oppure che in quel
gruppo di persone mi sono sentito a mio agio. E' cosi bello sentirsi dire
sono stato bene con te.... Percepire un clima significa, pertanto,
stabilire un contatto con l'ambiente ed essere consapevoli di cosa
avviene alla frontiera del contatto con il mondo esterno. Da questa
percezione dipende il mio modo di relazionarmi con gli altri, di sentire
apertura, fiducia, sicurezza, oppure chiusura, distanza, tensione. Il
contatto un momento fragile come un filamento di seta. Tanto pu

19 M. Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili, Milano, 2005, Mondadori, p 126

27
unire generando apertura, quanto pu farci sentire soli ed in pericolo.
Ed proprio in un contesto di relazioni umane favorevoli, facilitanti,
impegnate a valorizzare l'altro, che la mia tendenza attualizzante trova
il terreno migliore per esprimersi. E' come creare il giusto contesto per
promuovere la crescita e prendersi cura di un bella piantina, per
consentirgli di germogliare e fiorire.

Dal mio punto di vista tutto questo importante soprattutto nelle


relazioni di aiuto e nel counseling, dove instaurare un clima favorevole
al contatto una delle conditio sine qua non per creare il contesto
necessario a condividere i propri vissuti. Ho sperimentato durante la
formazione l'importanza di creare un clima di apertura e accoglienza
funzionale alla costruzione di un rapporto counselor-cliente. E' un
modo di centrare la mia attenzione sulla persona che si trova con me,
accogliendo il suo bisogno, assumendomi la responsabilit di co-creare
una situazione relazionale aperta. Il filosofo del linguaggio Paul Grice,
nelle sue massime della comunicazione, evidenzia l'importanza di
dialogare qualitativamente, senza falsit, di essere chiari, pertinenti alla
tematica, di lasciare il tempo e lo spazio necessari per esprimersi,
rimanendo coerenti e fedeli a se stessi. La sua una logica che integra
il concetto di significato con la dinamica conversazionale.
Riconducendolo a livello personale, scelgo, pertanto, di assumere una
modalit comunicativa creativa e facilitante, ponendomi in un
atteggiamento di consapevolezza, ascolto, autenticit, congruenza ed
assenza di giudizio. Queste modalit sono i messaggi e i presupposti
relazionali fondamentali del corso sui quali mi sono confrontato.
Essere autentici un esempio che stimola l'autenticit anche nell'altro
ed strettamente legato alla consapevolezza. Il rapporto si trasforma da
una dinamica io/esso ad una io/tu capace di nutrire la nostra
soggettivit. Il punto focale di questa diade, che riprende la tematica
proposta da Martin Buber, assume una prospettiva relazionale senza
filtri di carattere normativo, impersonale o superficiale. E' una delle
chiavi di lettura del percorso che sto definendo. Dal mio punto di vista
rappresenta un'etica dell'esserci. Il rispetto e la concezione secondo la
quale la persona un valore assoluto e un fine, rappresentano
l'orientamento necessario per incontrare veramente l'altro. Assumendo
queste prospettive, l'altro non vissuto in funzione di un'esigenza

28
strumentale, manipolatoria o narcisistica, ma concretizza un'esperienza
autentica e disinteressata capace di illuminare ed espandere le
coscienze. La relazione con un altro parte da un ritorno a se stessi,
inteso come consapevolezza e dialogo: secondo le parole dello studioso
della cultura chassidica, non c' un Io senza un Tu che lo riconosca. E'
la storia di un incontro speciale, ed in quest'ottica che si pu anche
intendere la teshuv ebraica, il bisogno di ritornare alle proprie sorgenti
interiori. Il dialogo la dimensione centrale che caratterizza la realt di
un essere umano orientato ad una relazione responsabile: dialogare, per
Buber, significa accettare l'altro come condizione necessaria per
accettare se stessi e costruire la propria identit. Erich Fromm ritiene
che dialogare non sia solo un piacere nello stare insieme, ma una
condivisione. Per lui significa essere in contatto autentico con un'altra
persona (non avere, secondo la sua famosa dicotomia), senza imporsi a
tutti i costi e non escludere l'altro, isolandosi all'interno della propria
mente. Il dialogo un moto armonico, assume la forma di una danza
dove i tempi tendono a dilatarsi, lasciando ad ognuno quel giusto
spazio per esprimersi. Significa, molto semplicemente, parlare di s in
prima persona aprendo la propria anima, confrontandosi e facendo
cadere le maschere che normalmente indossiamo. E' un modo per
rispettare se stessi e gli altri, nel senso etimologico del termine
respicere, saper vedere, accogliere e restituire le qualit che vediamo
nellaltro, apprezzandone il giusto valore. Io mi sento invisibile e provo
una sensazione di vuoto inesistente quando vengo sminuito o, peggio
ancora, non riconosciuto. Quando non sono visto o ascoltato per quello
che realmente sono. Il mio senso di identit si costruisce e si sostiene
mantenendosi attraverso le conferme che ricevo dagli altri. E' un
bisogno vitale. Gli Zulu di lingua bantu sudafricani del KwaZulu-
Natal, quando si incontrano si salutano dicendosi Sawubona (ci sei),
ricevendo come risposta Sikona (sono qui). Larmonioso saluto
testimonia l'importanza dell'incontro ed esprime apertura e
riconoscimento verso i bisogni dell'altro: finch non mi vedi io non
esisto. Dialogare, per me, significa percorrere un pezzo di strada
insieme ad unaltra persona: le parole camminano e costruiscono un
percorso, creano realt, e noi ci muoviamo con loro.

29
Sono belli gli sguardi
come appunti solitari

del nostro quaderno di viaggio.


Come foglie
si adagiano
sullo stesso terreno
ai piedi dell'albero.

M.P.

Tutto questo mi induce a riflettere sul fatto che la dimensione umana


sensoriale, interiore, molteplice, occultata per lo pi anche a me stesso.
Coesistono in me, come cerchi concentrici, da un lato la materia
percepita dai miei organi sensoriali come reale. Dall'altra, ho la
sensazione di partecipare ad un mondo intangibile, ma non per questo
meno vero e reale, capace di orientare la mia direzione producendo
effetti. Include i nostri pensieri e sentimenti, amore, odio, invidia; la
capacit di leggere, di apprezzare musica... di essere consapevoli della
nostra esistenza e del fatto che siamo legati gli uni agli altri. 20 Ed
chiaro che si tratta di mente, poich le reazioni elettrochimiche alla
base del mio esserci si attivano in aree specifiche del cervello,
attraverso i miei sensi e l'attivit delle cellule cerebrali e nervose che ne
codificano, interpretano e trasmettono il linguaggio. Riprendendo la
prospettiva organistica, e facendo nuovamente riferimento al
Pentagramma di Ginger, la componente biochimica della nostra natura,
frutto di un lungo e complesso processo di forze evolutive, si intreccia
alla sfera psicologica nella quale agiscono, come in un gioco di ombre,
energie primordiali, ctonie, pulsionali, archetipiche. E' un terreno al
quale appartiene anche la dimensione sociale, educativa, valoriale,
spirituale. L'ambiente socializzante nel quale sono cresciuto parte
attiva ed integrante del mio modo di pensare ed agire. In questo sfondo
i miei tratti di personalit si manifestano, definendo me stesso in
funzione degli altri: sono caratterizzati da livelli di profondit, intensit

20 Adin Steinsaltz, Parole semplici, Torino, 2007, UTET, pp 57-58

30
e consapevolezza differenti. Pertanto, le manifestazioni emozionali, da
un lato, si radicano nel mio passato filogenetico, dall'altro sono frutto
del mio vissuto e della mia peculiare storia individuale. Una stretta di
mano va al di l del gesto in se stesso, che pu variare da cultura a
cultura, ma esprime una realt immateriale dotata di senso, percepita
soprattutto quando autentica. E' inserita in un contesto in cui sono, in
ultima battuta, l'unico interprete.

Pensando a tutte le mani gentili che ho incontrato mi addormenter,


un pomeriggio caldo: ecco, questo nuovo, un acquisto nelle strade.
Le mani entrano ed escono dal buio, i miei sogni brulicano di mani:
riescono, loro, ad amare anche involontariamente, si danno via. La
loro mancanza si fa sentire di sera, sento che sono tutte partite,
lontane, che ogni giorno nuovo per le mani: l'amore e lo scambio
sempre sono da ricominciare, per le mani, sulle strade.

Gratiliano Andreotti

Un'emozione vola con le ali del vento. Non palpabile ma, anche se ci
sfugge la sua reale ed impalpabile sostanza, produce effetti tangibili.
Un campo magnetico non lo posso toccare con mano, ma sono evidenti
i suoi effetti, cos come non possibile definire la forma di un
profumo, ma ne sento lo stimolo sensoriale capace di riportare alla luce
antichi ricordi. La domanda, tuttavia, la seguente: cosa significa
quanto sto provando, quali corde sta toccando in me? E' normale, per,
non avere chiaro cosa si stia realmente provando, poich difficoltoso
tradurre cognitivamente un processo che pu mantenersi per molto
tempo vago. La consapevolezza e la pazienza di rimanere su quanto
provato ancora la modalit e la chiave di lettura verso la quale
volgere lo sguardo. E' importante distinguere la sensazione provata
dall'emozione: da un lato posso avvertire e fornire una descrizione,
magari anche molto accurata, delle sensazioni corporee, ad esempio
un fremito caldo localizzato nel ventre, magari piacevole oppure
fastidioso , dall'altro posso incontrare difficolt a dare un nome a cosa
sto sentendo ed averne coscienza: provo tristezza, gioia, paura, etc. A
volte, alcune locuzioni comunemente utilizzate nel lessico quotidiano

31
per esprimere determinati stati d'animo, o il temperamento di certe
persone, rivelano una saggezza immediata che ci porta ad un livello di
intuizione pi profondo della personalit. Voglio richiamare la
metafora del sangue, ponendo in primo piano la sua etimologia -
emazia-globulo rosso - per evidenziare i simboli ad essa connessi. E'
questo un filone interessante da esplorare. Ad esempio, la locuzione mi
bolle il sangue restituisce efficacemente lo stato di rabbia che sta per
prendere il sopravvento e bruciare tutto. Anche quando definisco
qualcuno come una persona sanguigna, riconosco un particolare tratto
di personalit incline a manifestare senza troppi filtri le proprie
emozioni, se non addirittura propenso alla collera. Voglio ricordare che
il sostantivo simbolo, etimologicamente, rimanda al greco syn-ballein,
legare, unire insieme. Nell'antica Grecia era un mezzo di
riconoscimento tra famiglie, clan o citt. Spezzando in due parti un
oggetto permetteva, a chi ne portava una singola parte, di farsi
riconoscere facendola combaciare con chi ne portava laltra. Un
simbolo, pertanto, trasforma il fenomeno osservato in un'icona
portatrice di significato, condensando in una realt semantica
molteplici informazioni in grado di farci intuire un senso. Il contenuto
(il rapporto fra significato e significante) non univoco, ma pu
mutare in funzione del momento storico personale o culturale. La
scomposizione e ricomposizione dell'oggetto aiuta a comprendere che
si tratta di un mezzo per condensare una forza nascosta ai sensi, un
mezzo attraverso il quale una realt immateriale e interiore diventa
figura. Possiede una forma ed una sostanza che pu essere sonora,
tattile, iconografica ed una potente forma di linguaggio. Nella Gestalt
una modalit espressiva molto valorizzata. Una persona, un albero,
una musica, oppure un arcobaleno, sono segni che veicolano profondi e
molteplici significati, attivano sentimenti, suscitano emozioni. Nel caso
della rabbia, il liquido ematico, velocemente riscaldato dall'emozione
che divampa, coinvolge la persona con un flusso che pu diventare
inarrestabile. A livello fisiologico richiama un'energia formidabile e
travolgente come un ariete. Riempie in modo particolare i vasi
sanguigni delle mani, predisponendoci a sferrare con forza un attacco.
Utilizzando un riferimento mitologico, Ares che si attiva. La rabbia
un'emozione potente che fiammeggia e brucia tutto. E' vitale, ma
impulsiva e difficile da gestire. Quando le nostre aspettative vengono

32
frustrate oltre una certa soglia limite, che rappresenta il nostro punto di
non ritorno, la rabbia pu esplodere violentemente, incendiando tutto.
E' un meccanismo che cerca di riparare ad un sentimento di ingiustizia
che stiamo vivendo e, solitamente, si genera dopo avere provato un
altro sentimento: offesa, dispiacere, tristezza, frustrazione, imbarazzo,
impotenza, invidia, etc. E' un'emozione che pu sedimentare sino a
diventare rancore. Emblematica certamente la figura di Medea, in
coppia con l'altrettanto mitico Giasone. La figlia del re della Colchide,
che con la sua intelligenza e i suoi poteri magici aiut Giasone ad
impossessarsi del famoso Vello d'Oro, un'immagine possente,
complessa, carica di passione, magia, potere ed astuzia. Ma la vicenda,
nello svolgersi degli eventi, si tinge dei colori di una tragica ed
impietosa crudelt. Quando l'eroe degli Argonauti la tradisce, la rabbia
di Medea si trasforma in un desiderio inarrestabile di vendetta: le sue
emozioni divampano impetuosamente. E' una donna che agisce
violenza. Alla rivale Glauce invia una veste la quale, appena indossata,
prende fuoco uccidendola tra mille tormenti. Ma la sua ira non si placa.
E' una donna tradita, umiliata, arrabbiata, annullata, forse confusa, ma
certamente desiderosa di regolare i conti per l'infamia subita. La sua
brama di distruggere, annientare. Ancor pi spietata e terribile
l'azione riservata al suo uomo, leroe Giasone. L'azione che intraprende
assume i toni di una lucida, quanto orrenda follia: per punirlo uccide i
figli avuti con lui. Un modo con il quale affrontare la rabbia consiste
nel comprenderla, riportandola al sentimento originario che la suscita e
nell'imparare a gestirla. Accade di nasconderla sotto forma di senso di
colpa: , questa, rabbia passiva, repressa e non riconosciuta ma che
produce effetti. L'obiettivo di scioglierla, magari per recuperare un
rapporto a cui tengo, riaccendendo la speranza in quel legame. Una
strada speciale per andare oltre la rabbia perdonare, nel senso di avere
una visione pi ampia ed aperta per lasciare andare quanto mi sta
facendo soffrire. Il senso di cercare una via d'uscita, alternativa alla
fuga o alla vendetta, liberando la situazione senza trattenere
quest'emozione particolarmente coinvolgente, cieca e nociva. Non
significa di certo fingere che non sia successo nulla, consegnando il
torto subito all'oblio. Ma un dono autentico, gratuito, che innanzitutto
faccio a me stesso. La ruminazione ossessiva, il rancore e il desiderio
di vendetta possono, se covati per lungo tempo, diventare fonte di

33
malessere e nevrosi in chi stato ferito. Quando parlo di sangue e
cuore, il riferimento all'organo cardiaco e al liquido ematico mi
conduce a profondi archetipi. Questa parte liquida e vitale una linfa
nutriente che scorre e alimenta ogni cellula: mi rimanda al mare e ai
suoi molteplici moti, energie ed umori. Il mare una metafora efficace
per esprimere un cambiamento emotivo sostanziale, ed il movimento
delle onde simboleggia la mutevole natura umana incline al
cambiamento. La poesia, la filosofia o la religione considera, invece, il
cuore quale centro pulsante di vita, sede dell'anima, custode trepidante
dell'amore che movimenta liquidi tanto nutrienti, quanto densi di
significati. Le trame mitologiche e l'arte comunicano, con le loro
fantasiose immagini, questa vastit complessa carica di sogni ed intrisa
di grandi suggestioni. Il cuore rappresenta un luogo privilegiato da
visitare con attenzione e rispetto. E' uno spazio misterioso, vibrante,
mistico e poetico, capace tanto di suscitare movimenti impetuosi ed
incandescenti come lava, quanto sentimenti dolci, puri e vellutati come
il miele, tanto delicati e struggenti come l'aurora, quanto neri e crudeli
come uno sguardo invidioso e tagliente che non sa perdonare.
Conoscere il cuore di un uomo significa conoscerlo nella sua parte pi
intima, autentica e nascosta.

Non c' riposo


senza amore
non c' sonno
senza sogni
d'amore.
Pazzi o gelidi
ossessionati da angeli
o da macchine,
il desiderio estremo
amore
non pu essere amaro
non pu negare,
non pu contenersi
se negato.

Allen Ginsberg, Urlo e altre Poesie

34
Emozioni e cambiamento: appunti di un viaggio

Part la goccia
dalla patria, e torn
trov la conchiglia
e divenne una perla.
O uomo! Viaggia
da te stesso in te stesso
ch da simile viaggio
la terra diventa purissimo oro.

Rumi Galal Al-Din

Erich Fromm sosteneva che nell'arte di vivere, l'uomo insieme


l'artista e l'oggetto della sua arte. Questa attivit, o meglio, arte,
secondo lo psicologo tedesco necessita di un difficile lavoro di
apprendimento, composizione e ridefinizione di noi stessi. Agli inizi,
necessariamente, sono i genitori, gli educatori e tutti coloro che si sono
presi cura di noi ad orientare e formare la nostra personalit. La
tematica del rapporto genitori/figli molto presente nel nostro gruppo.
Sono immagini che ritornano vive con tutta la loro forte carica emotiva
che fa dilatare gli occhi, sudare, arrossire il volto, tremare la voce,
riempire il cuore di nostalgia, gioia. Sanno accendere gli animi di
rabbia, delusione, odio. I ricordi si attualizzano nel qui ed ora
assumendo forma, sostanza, significato. Jung affermava ci che
influisce nell'esistenza di un bambino la vita che non hanno vissuto i
genitori. C' bisogno di porre domande, chiudere sospesi, far uscire
sentimenti che possono aiutarci ad uscire dal pantano di una circolarit
ridondante. A volte la figura emergente quella di un genitore, ma la
stessa, in realt, si lega a qualcosa che stiamo vivendo, ma che affonda
le proprie radici nel nostro trascorso familiare.

Un racconto della tradizione Sufi, del ciclo di Mulla Nasrudin, narra


che un uomo vide Nasrudin che cercava qualcosa per terra davanti a
casa. Cosa hai perso, Mulla? le chiese. La chiave - rispose Mulla. Si
misero tutti e due in ginocchio a cercarla, ma non la trovavano. Dopo
un po' di tempo l'uomo le chiese: - dove ti caduta esattamente? In

35
casa, - rispose lei. Stupito l'uomo le disse - ma, allora, perch la cerchi
qua fuori. Perch c' pi luce che dentro casa. Per favorire e
stimolare lo sviluppo di una sensibilit emotiva, necessaria
un'educazione che inizi sin dai primi anni di vita fra il bambino e le
figure di attaccamento significative. Queste persone dovrebbero
insegnare un linguaggio appropriato ad esprimere, nominare e
riconoscere il proprio universo emozionale, al fine di saperlo gestire
come fonte di vita, energia e benessere interiore. A queste figure si
dovrebbero affiancare anche le istituzioni scolastiche e, pi in generale,
educative, ognuna con il proprio specifico ruolo. L'obiettivo di
sostenere un processo di comprensione di s e degli altri, centrato alla
contestualizzazione degli eventi per favorire relazioni adeguate,
creative e soddisfacenti, promuovendo, nel contempo, una sana ed
autentica espressione delle proprie potenzialit. La tendenza alla
autorealizzazione di ogni essere umano deve essere stimolata ed
assecondata, attraverso un processo che nutra l'autostima intesa come
valore dato a se stessi e favorisca la costruzione della propria
assertivit. I genitori sono chiamati, pertanto, a partecipare attivamente
a questo processo creando un clima di fiducia ed accoglienza dei
bisogni, di valorizzazione personale, sollecitando l'espressione verbale
deivissuti emozionali del figlio a cui egli non ancora in grado di
dare un nome e, nel corso della crescita, di parlare serenamente delle
emozioni e dei sentimenti propri e altrui, sottolineando risvolti e
sfumature.21 In altre parole, necessario un percorso di
alfabetizzazione emotiva e relazionale che inizi molto presto, attraverso
il quale i genitori siano un esempio concreto per il bambino e, nello
stesso tempo, un modello di riferimento valoriale verso il quale
tendere. In questo processo, spesso i bambini, se sono in disaccordo
con i genitori, nascondono i propri veri sentimenti per paura delle loro
reazioni e questi, di conseguenza, si trovano in una posizione falsa.22

Goleman evidenzia che le modalit con le quali i genitori trattano i


bambini, con dura disciplina o con una comprensione accogliente ed
empatica, con indifferenza o calore, e cos via, ha conseguenze

21 In Psicologia Contemporanea, maggio-giugno 2009, n. 213, p 74


22 Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Milano, 1987, Feltrinelli, p. 18

36
profonde e durevoli sulla loro vita emotiva.23 In gioco c' l'immagine
di se stessi ed il rapporto con i propri bisogni, gli altri e la propria
interiorit, poich, gi intorno all'et di tre anni, in un bambino si sono
impressi la maggior parte degli elementi caratteriali costitutivi che
determineranno il suo modo di reagire alle situazioni che incontrer nel
corso della vita. Ad esempio, un bambino che ha sperimentato
l'aggressivit eccessiva del suo ambiente pu sviluppare, per ridurla, un
meccanismo di inferiorizzazione che scatta automaticamente in certe
situazioni nelle quali c' da mettersi in gioco: se sono inferiore non
rappresento un pericolo e, quindi, non sono pericoloso. Al contrario,
potr sviluppare tratti caratteriali reattivi ed irascibili, se non violenti.
Per me, un metodo che rappresenta un valido strumento educativo
orientato in questa direzione quello centrato sul discorso attivo,
l'ascolto e la comunicazione empatica autentica, nutriente e non
giudicante, come quello sviluppato e suggerito da Thomas Gordon24 per
aiutare i genitori ad essere efficaci nella relazione con i propri figli.

Un sasso un fiore che ha paura

Lucia Marotto, Ascoltando gli alberi

23 D. Goleman, Intelligenza Emotiva, op. cit, p 226


24 Thomas Gordon, Genitori efficaci, Bari, 2011, Edizioni la Meridiana

37
Figura e sfondo

Il vero mistero non l'invisibile, ma ci che si vede.

Oscar Wilde, Aforismi

La teoria gestaltica offre un'interpretazione secondo la quale


l'emozione assume una determinata forma: la percezione soggettiva
ed attribuisce un significato intorno ad un dato esperienziale. Secondo
questa prospettiva, i termini verit e realt assumono una valenza
relativa in funzione della prospettiva con la quale osservo ed interpreto
l'ambiente che mi circonda. Quando osservo una scena ed un'immagine
cattura la mia attenzione, lasciando nello sfondo tutto il resto, io vedo
un insieme costituito dalle singole parti che si mostrano a me
simultaneamente, delineando ai miei occhi un'unica figura: una
Gestalt che acquisisce un significato soggettivo, il mio. Questa
dinamica quotidianamente presente attraverso una molteplicit di
gesti, parole, figure, scene che portano con s i segni distintivi del
tempo e dello spazio che veicolano differenti significati. Questi
dipendono dall'angolo di visuale che ho scelto e dal mio stato emotivo.
La Gestalt, a questo proposito, ha scelto come simbolo iconografico
che la contraddistingue l'alternanza della figura/sfondo del famoso vaso
di Edgar Rubin, o i differenti profili della donna ambigua di Leavitt (la
vecchietta con il mento prominente e il naso adunco o la ragazza con
una piuma in testa). La realt che osservo pu essere del tutto
differente da quanto percepito da un'altra persona in quel dato
momento e nello stesso luogo. Un bosco autunnale pu suscitare, con i
suoi caldi ed avvolgenti colori, un sentimento positivo di pace e
tranquillit in un escursionista che si trova a suo agio nella quiete
solitaria della natura. Al contrario, pu indurre un sentimento di rifiuto
in un boscaiolo impegnato faticosamente a tagliare legna ogni giorno.
Ancor di pi, capace di suscitare paura ed ansia in chi non abituato
al silenzio e ai luoghi solitari. Uno stimolo emotivo pu giungere
improvvisamente come un fulmine a ciel sereno, capace di risvegliare
un vissuto addormentato: un'espressione del volto, un tono di voce, una
poesia, una musica, sono in grado di farci volare molto lontano, cos
come possono squarciare un velo posto a sostegno di una fragile

38
illusione. La dinamica che sottende questo processo di tipo
esperienziale, simbolica ed associativa: elementi che simboleggiano
una realt o ne suscitano il ricordo equivalgono a quella stessa
realt.25 Un classico esempio letterario l'episodio contenuto
nell'opera monumentale di Marcel Proust Alla ricerca del tempo
perduto26. Il protagonista, nel riassaporare una dolce madeleine che
non mangiava dall'infanzia il sapore del pezzetto di maddalena
inzuppato nel tiglio che mi dava mia zia... sente riaffiorare dentro di
se un intero periodo della sua vita che risuona con un'eco forte ed
improvvisa. Nel racconto sono dipinte bellissime immagini, intrecciate
di ricordi e sensazioni, che sgorgano riportate alla luce dalla memoria
sensoriale viva e limpida come acqua di fonte. Il senso del tempo
trascorso, collegato ad un vissuto emotivo, riemerge in molteplici
forme: nostalgia, desiderio, inquietudine, etc. Passando ad un piano
relazionale e comunicativo, molto difficoltoso confrontarsi con chi
turbato emotivamente. Osservando il processo, le distanze possono
diventare fossati incolmabili. Le argomentazioni tendono ad irrigidirsi
autoconvalidandosi, restringendo di molto le prospettive sino a
deformarle. Una persona in preda all'ira, o innamorata, si dice che
cieca. Il luogo comune coglie il focus della situazione, nel senso che
una persona innamorata tender ad osservare nel suo amato solo certi
aspetti e non altri. L'innamoramento una specie di psicosi, una
distorsione travolgente nella quale percepisco l'altro in un modo
assoluto e privo di difetti. La realt, per, pu essere ben diversa,
poich i filtri che utilizzo sono in funzione del mio angolo di visuale: la
voce a cui do ascolto quella del mio bisogno e della mia
idealizzazione che prevale su tutto. Lo stesso processo avviene in senso
inverso: quando nei confronti di qualcuno nutro avversione, altre
persone possono, invece, riconoscere aspetti del tutto differenti dai
miei, magari belli o migliori di quanto io non riesca o non voglia
vedere.

25 D. Goleman, Intelligenza Emotiva, op cit, p 339


26 Volume I, La strada di Swann

39
Albero di sangue,
l'uomo sente, pensa, fiorisce e d insoliti frutti: parole.
S'intrecciano sensi e pensiero,
tocchiamo le idee: sono corpi e sono numeri

Octavio Paz

Gli eventi dotati di carica emotiva sono elaborati dai centri


sottocorticali dell'encefalo, in particolare dall'amigdala (il cui termine
rimanda alla sua forma a mandorla) che si attiva suscitando una prima
reazione in tutto il corpo. La sua funzione quella di mobilitare e di
mettere in allerta l'organismo. Daniel Goleman definisce l'amigdala
come un archivio della memoria emozionale depositaria del
significato stesso degli eventi, capace di influenzare enormemente la
nostra reazione ad uno stimolo. Questa pu manifestarsi molto
velocemente, anche prima di avere messo a fuoco ed elaborato, a
livello cognitivo, quanto sta avvenendo in quel momento. Si attiva un
fenomeno definito di retroazione: il riconoscimento dell'emozione ha
luogo in seguito alla risposta fisiologica e somatica scatenata
dell'emozione stessa. Pertanto, se qualcuno ci insegue scappiamo
prima di avere il tempo di riconoscere il nostro stato emotivo.27
Seguendo la prospettiva dell'antropologa ed etnologa Marianella
Sclavi, possibile interpretare le emozioni non come cause di azioni
future, ma come rivelatrici di azioni gi in atto.28 L'idea di base che
le emozioni sono informazioni relative a modelli di comportamento
pi o meno approfonditamente interiorizzati e inconsci che stiamo
attivando perch ritenuti i pi adeguati a una percezione largamente
inconscia e data per scontata di un ambiente. La funzione delle
emozioni quindi di fornire informazioni che uno di questi pattern in
atto.29

27 Dizionario di Psicologia, op cit, p 334


28 M. Sclavi, Arte di Ascoltare e mondi possibili, op cit, p 124
29 Ibidem, p 125

40
L'arte di incontrare l'altro

Per guardare veramente servono occhi diversi

Partendo dall'assunto di Paul Watzlawick sull'impossibilit di non


comunicare, continuo il mio percorso ponendo l'attenzione ai differenti
livelli con i quali comunico verbale, non verbale, corporeo e sugli
effetti osservabili. Tutto comunica qualcosa di noi: il nostro
atteggiamento, cosa facciamo e quanto omettiamo di fare,
l'abbigliamento che indossiamo, come costruiamo e riempiamo il
nostro spazio, etc. Questo insieme di segnali veicola l'immagine che
vogliamo comunicare al mondo. Cosa non diciamo, ovvero i nostri
silenzi, ci arrivano allo stesso modo e sanno colpirci con la stessa
intensit delle parole che invece esprimiamo. La massima formulata
dallo psicologo e filosofo austriaco, nella sua Pragmatica della
comunicazione, comporta che in ogni modalit comunicativa vi , nel
contempo, un effetto informativo ed uno relazionale. Osservare
significa anche porsi delle domande: dalla pi semplice cosa sta
succedendo? a quella pi complessa del tipo: quella modalit cosa mi
sta comunicando realmente? La Gestalt presta attenzione ai fatti,
interessandosi particolarmente ai livelli non sempre consapevoli o
controllabili. Il terzo quadrante della Finestra di Johari (il cosiddetto
punto cieco) mostra come, nostro malgrado, riveliamo parti di noi di
cui non abbiamo coscienza, ma che gli altri notano ed interpretano.
Sono tratti della nostra personalit capaci di stupirci quando ce li fanno
notare, perch non corrispondono all'idea che abbiamo di noi stessi. Il
nostro corpo una cartina al tornasole che mostra questi processi e
sintomi interiori. Lo sguardo da assumere fenomenologico e la
fenomenologia di Edmund Husserl, come metodo di pensiero,
rappresenta uno dei pilastri su cui fondato l'approccio della Gestalt: il
come precede il perch. L'attenzione quindi centrata sul processo.
Che cosa posso sapere? una delle tre domande formulate da Kant
nella sua Critica della ragion pura, con la quale l'intelletto cerca una
prospettiva razionale per dare una forma significativa alla realt. E' una
luce gettata sulle mutevoli incertezze della vita, cos come si presenta
ai nostri occhi nella sua fragile e contrastante mutevolezza. La

41
liquidit, secondo la famosa espressione di Bauman30, la caratteristica
che contraddistingue questa realt priva di punti di riferimento anche
dal punto di vista sociale. Imparare ad osservare, rimanendo a livello
dei fatti concretamente visibili, indipendentemente da una loro
interpretazione, la tematica di fondo di questo approccio che fissa il
suo sguardo sul fenomeno direttamente osservabile. Questa prospettiva,
tuttavia, considera da un lato lo sfondo e dall'altro osserva la trama
relazionale con l'ambiente. Il fatto stesso di partecipare come
osservatore mi inserisce nel campo e nelle sue dinamiche,
influenzandole. Se questo principio vale nell'ambito delle osservazioni
scientifiche, tanto di pi sar importante nelle relazioni umane. Questo
presupposto apre interessanti riflessioni. Ad esempio, riesco a cogliere
la realt? Che cos' realt? Ci che osservo soltanto apparenza?
Come dice lo psicoterapeuta Giulio Font, la fenomenologia
l'incontro con l'esperienza diretta, con ci che accade e si vive
all'interno di un incontro con il fenomeno stesso (es. nella
relazione).31 Il suo un invito ad esserci autenticamente, e in prima
persona, con quanto stiamo osservando e che vogliamo conoscere, a
vivere, prima di parlare, a sentire, prima di esprimersi32. E'
necessario, tuttavia, porsi unulteriore domanda. La mia comprensione
uno sguardo solitario, oppure necessita anche dei colori di altri
occhi? Io posso toccare il fenomeno, entrando in contatto con la realt
osservata, attraverso lo sguardo e i sensi degli altri. Posso sentire per
arrivare a com-prendere (prendere insieme) una verit comune
attraverso le emozioni, i sensi e la comunicazione capaci, nel loro
complesso, di ampliare il processo di conoscenza. Per la Gestalt la
coscienza una finestra dinamica aperta sul mondo che necessita di un
altro per assumere una forma. L'intersoggettivit di questa prospettiva
rappresentata dalla nota metafora dell'elefante e dei ciechi, la quale
insegna che, per comprendere quanto sto osservando, ho bisogno del
confronto e di prospettive sensoriali diverse che concorrono a
comporre un pi vasto quadro d'insieme.

30 Zygmunt Bauman, Modernit liquida, Bari, 2008, Laterza


31 Giulio Font in Gian Luca Greggio, Nei colori del tramonto, Milano, 2012, Imago
Edizioni, p 63
32 Ibidem, p 64

42
Un essere umano controllato dall'ambiente e controlla a sua volta
l'ambiente che influenza lui e gli altri.

Jon Elster, Ulisse e le sirene

Ritorno alla comunicazione veicolata dal corpo. Un corpo da un lato


un insieme meramente anatomico e biochimico. E' certamente questo il
modo in cui lo guarda un chirurgo intento ad eseguire un intervento in
camera operatoria. Ma un corpo anche un'entit vivente che parla di
noi, racconta la nostra storia, occupa una parte di mondo. Il filosofo
Umberto Galimberti evidenzia che nella lingua tedesca ci sono due
termini che definiscono questa duplice realt. Il primo korp e si
riferisce alla componente prettamente biologica. Il secondo leib e
viene utilizzato per riferirsi alla vita (la radice deriva dall'inglese live):
il termine, ad esempio, che viene impiegato nel rito eucaristico della
comunione cristiana con la frase il corpo di Cristo. E' anche simile a
liebe, amore, ma anche a freude, gioia, e freiheit, libert,33 termini
che per Fromm restituiscono l'importanza dell'esperienza di unit,
bellezza e gioiosa vitalit che sperimentiamo quando siamo in armonia
con il nostro corpo. Quando provo vergogna (o rabbia) e il mio volto
diventa rosso, l'epidermide comunica qualcosa che in me sta gi
avvenendo attraverso quella parte del corpo che rappresenta
l'interfaccia sociale, impossibile da dissimulare. Un altro classico
esempio la voce tremante, il nodo in gola, oppure la sensazione di
confusione che sale quando devo parlare o compiere un'azione in
pubblico. L'ansia da prestazione e la paura del giudizio sono le figure
che per lo pi emergono in questa situazione. Mi viene in mente anche
la mimica facciale corrosiva di un sorriso gettato di sbieco, come
quello di una persona invidiosa (in-videre, guardare di traverso).
Questo sentimento ben rappresentato dalla fiaba di Cenerentola: lo
sguardo malevolo che non accoglie, punitivo e cattivo della matrigna e
delle sorellastre ferisce, giudica, rifiuta e non riconosce. Da un
sentimento di vergogna possono scaturire impeti furiosi, capaci di
sfociare in manifestazioni violente nei confronti di chi l'ha suscitata.
Differente dalla vergogna il senso di colpa, un'emozione interiore,

33 Erich Fromm, L'arte di vivere, a cura di R. Funk, Milano, 2009, Mondadori, p 37

43
celata, logorante, dolorosa come una spina conficcata nell'anima che
pu essere occultata e retroflessa, anche per una vita intera. Altre
espressioni corporee sono manifestazioni, pi o meno permanenti, che
interessano direttamente la barriera fisica posta alla frontiera del
contatto. Ad esempio, la vitiligine o la psoriasi. Che significato pu
assumere quello sbiancamento? Cosa comunica l'ispessimento della
pelle? Hanno una storia? Portano un vissuto? Questo genere di
prospettiva appartiene alla psicosomatica che riconosce una soluzione
di continuit fra corpo e mente. Da questo punto di vista, ogni malattia
che affligge il corpo interessa, nel contempo, la psiche, o meglio, il s.
Un disturbo fisico un segnale che qualcosa sta avvenendo anche nella
mia vita. Cosa sta succedendo? Cosa vuol comunicare quella malattia?
E' chiaro che ci possono essere patologie o traumi non correlati
direttamente a sofferenti stati d'animo, ma le domande attraverso le
quali gettare uno sguardo potrebbero essere: perch ho avuto
quell'incidente, cosa mi stava distraendo? perch ho abusato di quello
stile di vita? cosa mi ha impedito di prestare ascolto ai miei bisogni?
perch sono cos distratto e disattento? da cosa sto sfuggendo? cosa mi
impedisce di smettere con una dipendenza che mi logora e mi fa
soffrire? che significato ha, per me, questa sostanza stupefacente o
alcoolica? qual la sua natura: alimentare, estetica, relazionale o
affettiva? Imparare ad osservare questi messaggi costituisce un'abilit
preziosa ed uno strumento utile per acquisire informazioni, le quali
possono rivelarsi fonti preziose nel processo di counseling.

Ascoltare un'arte e durante la formazione si lavorato molto sulla


complessit del processo di ascolto. Saper ascoltare significa assumere
un particolare atteggiamento e creare uno spazio speciale per un
incontro, al quale dedicare tempo ed energia. Il sentire emozionale, la
dimensione quella del qui ed ora, la consapevolezza la sorgente con
la quale fare luce, la sensibilit lo strumento principale con il quale
avvicinarsi. Il contatto con tutte le sue tre funzioni del s
l'osservazione, l'assenza di giudizio e l'autenticit dell'esserci sono i
pilastri su cui costruire la relazione centrata sulla situazione e sul
cliente. In questa accezione, relazione intesa come un esserci-con.
Nel corso del convegno tenutosi a Villa Gualino, nel febbraio 2011, ho
partecipato ad un seminario esperienziale sull'ascolto meditativo.

44
Questo tipo di ascolto non attivo: non si danno rimandi e non si
comunica, nemmeno con semplici cenni, di avere compreso quanto
viene riportato. Tuttavia, una presenza attiva che utilizza una
modalit relazionale particolarmente impegnativa: gli occhi sono lo
strumento di incontro e contatto privilegiato. L'esercizio prevede due
momenti della durata di pochi minuti ciascuno. Dopo una prima fase
preliminare di contatto e concentrazione su se stessi, chi ascolta cerca
una posizione comoda per rimanere con i piedi ben radicati a terra,
mantenendo la schiena comoda e diritta. Questa relazione
caratterizzata dalla centratura sul respiro che sostiene la percezione
visiva. Sono le condizioni essenziali per iniziare ad osservare, senza
fissare vacuamente il partner, ma ponendosi in un atteggiamento di
ascolto con la pancia per sentire cosa succede ed entrarne in contatto.
Si accetta e si accoglie semplicemente l'altro, permettendogli di
esprimersi senza mostrare alcun cenno di consenso o disapprovazione.
Ascolto, in questo esercizio, inteso come capacit di attivare i sensi:
pu colpirmi una piega del volto, il cambiamento del ritmo del respiro,
un fremito, il colore della pelle. Quello che conta l'esserci per
cogliere i segnali pi sottili con i quali il s si manifesta. Come esprime
con viva intensit Carl Rogers, ascoltare un arte che procura piacere
in chi ascolta e gioia in chi si sente ascoltato in un modo profondo ed
autentico. Sentire che qualcuno veramente interessato a noi, ancor
prima di un bisogno un desiderio. Ascoltare anche un'occasione
speciale per arricchirsi di quello straordinario bagaglio che solo
un'esperienza umana sincera sa donare: Credo di sapere perch mi
piaccia cos tanto ascoltare qualcuno. E' stato grazie all'ascolto delle
persone che ho imparato tutto ci che so circa gli individui, la
personalit, le relazioni interpersonali.34

34 C. R. Rogers, Un modo di essere, op. cit, p 13

45
Un battito dala
come un accordo di pianoforte
segna limpercettibile vibrazione del vento.

Gli fa eco lanima


da sola raccoglie il respiro del giorno
e i sogni degli uomini buoni
che planano
su questa fragile terra
a cercare volti e sorrisi nuovi.

M.P.

46
Il s gestaltico e la frontiera del contatto: io, es e personalit

L'uomo non capace di vivere il presente


egli si abbandona al ricordo del passato
e si protende verso appagamenti che risiedono nel futuro.
Pensa con nostalgia a ci che stato
e vagheggia ci che sar.
Crea il culto del tempo
crea i minuti, le ore, i giorni, gli anni e i millenni.
Inventa l'ieri e il domani.
Studia la Storia e il Progetto.
Vive con l'orologio, il calendario e l'agenda.
Abbandona dietro di s la giovinezza
e colloca avanti a s lo spettro della temuta vecchiaia.
Pensa ai piaceri che ha avuto o a quelli che avr
mai a quelli che pu avere subito.
Non sa che il domani
rester sempre domani
fino all'istante in cui diventer ieri.
L'uomo sempre dietro di s o avanti a s,
e non riesce a penetrare il presente
che la sua vera esistenza.
Egli rifiuta la sua vita,
che non quella che ha vissuto
n quella che vivr,
ma solo quella che sta vivendo.
La vita non il tempo,
la concentrazione del tempo
nel presente.
E noi viviamo un tempo senza presente
e rinunciamo all'oggi
che la coppa che contiene il piacere.

Marcello Bernardi

47
La teoria del s considerata un processo che caratterizza in modo
particolare ogni singola persona. Attiene al suo modo di essere nel
mondo e reagire, in un dato ambiente, alle situazioni che incontra
attraverso un adattamento creativo. Questa interazione direttamente
collegata alla formazione di una figura emergente. Il s, pertanto,
l'esserci al confine di contatto dove percepisco cosa sta avvenendo in
me e fra me e l'ambiente esterno. E' un luogo di incontro fra
intenzionalit. Questo confine non , come gi accennato, un luogo
fisico. Un esempio rappresentato dalla distanza invisibile che
intercorre fra un leone ed una zebra nella savana: in questo sottile
equilibrio si incontra, da un lato, l'intenzionarsi del predatore
(avvicinarsi), dall'altro, quello della preda (non farsi prendere). E' a
questo limes, dove ci sono completamente con le mie funzioni io, es e
personalit, che volgo lo sguardo per comprendere questo processo di
adattamento creativo che produce crescita e cambiamento,
caratterizzato da emozioni, pensieri, comportamenti che percepisco e
definiscono me stesso. In un contesto di confluenza (fluire-con,
insieme), dove i miei confini sfumano come nuvole ed il contatto
ridotto, o nullo (non tocco nulla), il s si riduce o minimo. Al
contrario, in una situazione conflittuale, o caratterizzata da forte
eccitazione, in cui sento con intensit l'emergere di una figura con la
quale tocco la realt, vi molto s. In base alla concezione
organismica, una membrana rappresenta un valido ed efficace modello
per definire il confine di contatto. Nello specifico, l'efficacia di questo
strumento concettuale consiste nel considerare proprio la funzione
peculiare di una membrana, ovvero la possibilit che questa permetta, o
impedisca, l'interazione e lo scambio fra mondo interno ed esterno.
Questa dinamica individua, nelle due modalit estreme della iper o
della im-permeabilit di membrana, la polarit fondamentale entro cui
le funzioni discriminative si debbono muovere per assolvere
efficacemente alla funzione fondamentale di frontiera/contatto, dove
frontiera sta per separazione, blocco nel passaggio di elementi concreti
o informazioni e contatto sta per facilitazione al passaggio degli
stessi.35 In particolare, la mia pelle un organo sensibile e di contatto
che ben si presta con le sue metafore a rappresentare, non solo a livello
epistemologico, ma concretamente, questo modello: ad esempio,

35 R. Zerbetto, La Gestalt Terapia della Consapevolezza, op cit, p 90

48
quando dico che a pelle quella persona proprio non la sopporto,
oppure in quella situazione mi si sono rizzati tutti i peli. Con queste
locuzioni comunico verbalmente cosa mi sta accadendo in termini fisici
alla frontiera del contatto, attraverso precise sensazioni trasmesse dal
mio corpo, ma che rimandano ad una percezione interiore.

Il s pu essere definito attraverso 3 livelli integrati fra loro che


interagiscono con differente intensit: la funzione io, la funzione es e la
funzione personalit. In una prospettiva temporale la funzione io,
essendo consapevole dello scorrere del tempo, fa la spola tra passato e
presente, mentre la funzione es e la personalit sono maggiormente
centrate sull'immediatezza del qui ed ora.

La funzione io il piano del pensiero logico. Con questo livello di


coscienza scelgo le strategie che ritengo adeguate per orientarmi
nell'ambiente. La sua funzione attiene alla responsabilit di accettare, o
rifiutare, in base ad una presa di coscienza dei miei bisogni o
desideri.36 Pertanto, una variabile che dipende dalle altre due
funzioni es e personalit. Lo strumento il pensiero logico-cognitivo.
In una nevrosi, nella quale Perls riconosceva un'accumulazione di
bisogni non soddisfatti, o Gestalt incompiute, l'elasticit della
formazione figura sfondo viene turbata37 L'adattamento creativo
inadeguato, o insufficiente, rispetto alla percezione trasmessa dalla
funzione es. La dinamica, in estrema sintesi, la seguente: nel corso
della mia vita ho trovato soluzioni per rispondere ai miei bisogni,
queste sono state il mio adattamento creativo funzionale per rispondere
ad una determinata circostanza. Ora, per, queste modalit mi
procurano sofferenza: risultano rigide, disarmoniche, inefficaci e
disfunzionali rispetto alle mie attuali necessit.

La funzione es rappresenta il livello del sentire, del contatto con l'altro,


dei bisogni e delle pulsioni vitali che si impongono senza una mia reale
decisione. E' il mondo delle emozioni e dell'interiorit veicolato dal
corpo: l'es dialoga continuamente con l'ambiente esterno e il mio

36 Serge Ginger-Anne Ginger, La Gestalt terapia del con-tatto emotivo, Roma 2009,
Ed Mediterranee, p 138
37 Perls-Hefferline-Goodman, La terapia della Gestalt, op cit, p 30

49
organismo manifesta questo tipo di confronto. Intuizione, analogia,
corrispondenza sono i caratteri di questa funzione. E' l'intelligenza
organismica, slegata dal pensiero o da scelte di tipo logico, che si
esprime attraverso la comprensione immediata di cosa sta avvenendo
nel mio ambiente: io provo paura perch sento che intorno a me c' un
pericolo. Oppure, mi comunica chiaramente quando ho necessit di
bere o dormire. Un evento psicotico caratterizzato da un disturbo, o
da una alterazione di questa funzione, che deforma di molto la
percezione della realt, sino a stravolgerla drasticamente nei casi pi
gravi. L'organismo consapevole di ci che succede, mentre la
funzione io pu non esserlo, alterando la visione d'insieme. Il controllo
che molte volte agisco il tentativo dell'io di gestire questa funzione o
di riappropriarsene.

La funzione personalit costituita dall'insieme dei dati e delle


esperienze che ho acquisito nel corso della mia vita e che rappresenta
l'immagine che ho di me stesso. E' una memoria strutturale, ci che
funziona per me, composto dal complesso di abilit, abitudini, norme
che si sono impresse (hanno lasciato una loro impronta) e strutturate e
di cui ho sperimentato l'efficacia. Quando guido l'automobile, i
movimenti e le manovre che metto in atto sono collegate a questa
funzione. Lo svolgersi della mia storia personale costruisce l'identit
con la quale funziono e mi relaziono con il mondo. E' il volto con cui ci
presentiamo e veniamo riconosciuti, il ruolo e la parte o meglio, la
molteplicit dei ruoli e di parti che decidiamo di recitare nel teatro
della nostra vita. Infatti, personalit un concetto legato alla persona e
nell'antichit si riferiva alla maschera teatrale di legno che veniva
indossata dagli attori durante le rappresentazioni e che aveva un grande
impatto scenico, oltre ad una valenza simbolica e comunicativa.

50
Il ciclo del contatto

Cadono i fiori di ciliegio


sugli specchi d'acqua della risaia:
stelle
al chiarore di una notte senza luna.

Yosa Buson, Cadono i fiori

Il ciclo del contatto rappresenta un concetto centrale nella teoria e nella


pratica della Gestalt. Perls defin questo processo come un'attivit del
s, in cui i bisogni personali affiorano, vengono percepiti, soddisfatti,
per poi dissolversi scivolando nello sfondo e lasciare spazio ad un altro
bisogno emergente. Questo importante processo pu essere
rappresentato attraverso un'immagine circolare, oppure sinusoidale:
simbolizza graficamente la formazione, dispiegamento e dissoluzione
della figura/sfondo. Il ciclo del contatto, pertanto, inizia quando
incomincio a percepire sensazioni e impulsi legati ad un bisogno, il
quale delinea una precisa figura, ad esempio fame, sete, rabbia,
nostalgia, gioia, caldo, freddo, etc. Un bisogno pu nascere dalla
visione di un'immagine, da una parola sussurrata, da un abbraccio
sognato. E' il modo con il quale incontro l'ambiente. E' molto bella
l'analogia di questo processo con i ritmi armonici del mondo naturale:
nelle piante il ritmo della crescita, della fioritura e della caduta dei
semi legato al tempo,38 allo spazio, alla ciclicit, al ritmo di una
danza vibrante e al suo movimento. E' un flusso organismico, ben
rappresentato dal ritmo armonico della respirazione/inspirazione, quale
metafora della ciclicit dell'esperienza, del fluire del tempo, dello
svolgersi delle stagioni e della vita. Pu essere interpretato anche in
chiave simbolica, mitica, fiabesca, sognante. La Regina delle nevi,
raccontata dai fratelli Grimm, adombra la concezione del ciclo
continuo di rigenerazione connesso alla divinit archetipica femminile:
con il gelo e la neve, che tutto ammanta, il tempo del sonno e della
morte. Ma una dimensione apparente e transitoria poich, in realt, d
alla natura il tempo necessario per rigenerarsi nel silenzio della umida

38 Petruska Clarkson, Gestalt-counseling, Roma, 2010, Sovera, p 48

51
madre terra. Il mondo naturale d forma e contenuto anche ai ritmi
umani e sociali che assumono simboli e rituali peculiari. Alla moglie di
Zeus era collegato il rituale del matrimonio, il parto, il legame con il
mondo femminile e ai cicli della sessualit. Come dea delle donne e del
matrimonio assumeva nel culto tre aspetti, corrispondenti ai cicli della
natura e messi in relazione a tre momenti fondamentali della vita di una
donna: nell'et primaverile era venerata come Pais, o Parthenia (la
fanciulla), come Antheia (quella in fiore) ed Ebe (la giovinezza); in
quella estiva, o della maturit, veniva contemplata come ninfomane
(colei che brama un compagno), come Teleia (la compiuta), Ilizia,
protettrice del parto; in ultimo, nella fase definita autunnale, Theria
(la vegliarda), la donna che ha amato, generato figli e vissuto la propria
vita facendo tesoro delle esperienze. In questo momento conclusivo
dell'esistenza veniva raffigurata con un melograno in mano (ultimo
frutto autunnale). E' il simbolo delle donne che vivono la loro
realizzazione e creativit attraverso lo stupefacente evento della
maternit. Anche la storia di Persefone-Kore, rapita e strappata anche a
se stessa da Ade, molto ricca di simboli e di suggestive metafore.
Rimanda alla tematica dell'eterno ritorno, che nel mito si traduce nella
spola che la figlia di Demetra costretta a fare tra la luce del sole, per
rivedere la madre, e le oscure tenebre degli inferi, per stare comunque
con il signore del sottosuolo. La dea, accettando i semi del melograno
sceglie di rimanere accanto al dio del mondo sotterraneo, negazione
dell'essere, della vita e della luce. La metafora ci porta all'alternanza fra
la soleggiata primavera ed il freddo e oscuro inverno, al difficile
confronto fra le nostre parti luminose e vitali e le zone d'ombra nere,
inquiete ed inquietanti. Ogni stagione della vita genera forze, differenti
consapevolezze, secondo una prospettiva dinamica. Creativit,
pertanto, significa aprirsi al nuovo che nutre e d la possibilit di
rigenerare la nostra esistenza. Ma, che cosa significa essere creativi?
Daniel Goleman39 d alcuni spunti interessanti sulla creativit e sulle
proprie risorse personali a cui attingere per cercare nuove idee,
considerandole un atteggiamento verso se stessi e lambiente, sia per la
soluzione di problemi quotidiani che relativamente a modalit
relazionali. La creativit un desiderio che sorge dallanima ed
39
D. Goleman, P. Kaufman, M. Ray, Lo spirito creativo, 1999, Milano, RCS Libri

52
innata, basta osservare lo spirito che anima un bambino e la naturalezza
con cui lo spinge a sperimentare, manipolare, inventare, scoprire cose
nuove. E anche un bisogno di comunicare autobiografico che definisce
un luogo, uno spazio da plasmare nel quale limmaginazione diventa
identit concreta fatta di corpo e mente. Esprime un contatto nel quale
si muovono calore ed energia e che si risolve in una tensione fra
lorizzonte della percezione interna e quella esterna. Ognuno possiede
affinit, predisposizioni e talenti peculiari che danno la misura della
propria originalit e che trovano un personale linguaggio estetico.
Soprattutto, bisogna credere nella loro evocativa presenza che si
trasfonde nella fiducia in se stessi e nelle proprie capacit. Non
appartiene solamente a pochi artisti, ma una qualit a tutto tondo che
trova espressione tanto nel comporre una poesia, quanto nel preparare
una ricetta in cucina o risistemare un vecchio mobile di casa. Anche un
semplice gesto, come potare una rosa, un atto creativo che necessita
cura, poesia e stupore. In realt, non si tratta di essere dei talentuosi
super-dotati, ma di aver chiaro che lo sfondo della creativit la
curiosit, la sensibilit, lesperienza e la passione verso qualcosa che ci
attira, che sentiamo appartenerci e che va sollecitata e nutrita. In
particolare, importante assumere quello che viene chiamato pensiero
laterale, ovvero la capacit di guardare da differenti angolature ed
assumere differenti punti di osservazione. Tuttavia, il sostegno nasce da
noi stessi, pertanto, necessario non autocensurarci (, questo, il vero e
subdolo limite che ostacola la propria espressivit) e credere nelle
nostre abbondanti risorse e alla possibilit di cambiamento. Alcune
componenti lo caratterizzano e sono essenziali. In primo luogo, bisogna
avere maturato una certa esperienza e capacit in unarea che sentiamo
particolarmente nostra, diventando consapevoli delle nostre abilit,
anche le pi semplici. Un dipinto, oppure una fotografia nasce con la
conoscenza tecnica di comporre i colori verso i quali siamo attratti,
oppure nellabilit di scegliere adeguate impostazioni della macchina
per ottenere un certo effetto. Secondariamente, importante avere una
mente proiettiva, aperta a soluzioni, idee, prospettive e possibilit
differenti da quelle che comunemente appaiono o che ci vengono
dette come la normale soluzione. Per questo necessario saper
osservare e darsi del tempo, lasciando che ci a cui stiamo pensando
assuma forma e significato: il nostro. La caratteristica essenziale

53
lesigenza impellente di fare qualcosa per il semplice piacere di farla e
non per ricavarne un premio o un consenso. Questultima affermazione
di Teresa Amabile , forse, il valore aggiunto a questa breve riflessione
che apre una prospettiva molto interessante sul senso e il valore che
diamo alle cose e ai nostri rapporti interpersonali.

Creativit solo un altro nome delle normali attivit. Qualsiasi attivit


diventa creativa quando chi la svolge ha cura di farla bene, o meglio.
John Updike

Abraham Maslow, importante rappresentante della Psicologia


Umanistica, quando insegnava psicologia alla Brandeis University
rappresent con una piramide, suddivisa in cinque livelli, la gerarchia
di bisogni che caratterizzano gli esseri umani. Fra i bisogni
fondamentali da lui enunciati, quelli fisiologici si trovano alla base di
questa ipotetica costruzione e sono prioritari rispetto a tutti gli altri.
Seguono, salendo verso l'alto, i bisogni di sicurezza (stabilit,
protezione, salute, ordine...), accettazione (relazioni sociali che
sappiano nutrire, valorizzare, costruire rapporti ed alleanze, riconoscere
la persona), stima ed emozionali (affetto, senso di appartenenza,
relazioni amicali pi profonde e sottili...). All'apice vi l'intima
esigenza, a cui tutti noi aspiriamo, di diventare ci che si capaci di
diventare. E' il bisogno di autorealizzazione. Per lo psicologo, alcuni
tratti caratteriali di una persona adulta (o forse tutti) dipendono dalla
soddisfazione, o meno, di questi bisogni e dal grado di
autorealizzazione ed espressione dei propri talenti. Poich la nostra
dimensione sociale e relazionale, accanto a questo bisogno ma,
forse, dovremmo parlare di desiderio, o complesso di desideri vi
anche quello di essere riconosciuti che ci accompagna, e prende forma,
nel corso della nostra vita, il quale orienta e sostiene le nostre azioni e
dal quale dipende l'immagine che abbiamo di noi stessi.

Il mio organismo dinamico, si attiva e mobilita energie, cerca


strategie utili a soddisfare bisogni e desideri: assume nuove prospettive
per rimanerne in contatto, gustarli pienamente, nutrirsi e, infine,

54
distaccarsene sino all'emergere di una nuova figura. E' questo
l'ipotetico percorso. In realt, questa suddivisione concettuale e
puramente metodologica: non vi un vero punto esatto di partenza, nel
senso che i vari momenti che compongono il ciclo di formazione della
Gestalt sono molti. Inoltre, queste stesse fasi sono fluide, possono
scivolare ed essere sfumate l'una nell'altra, seguire percorsi differenti,
confondersi, interrompersi per poi riprendersi. Nella prospettiva della
Gestalt, ovunque vi sia una fase in evidenza le altre sono in secondo
piano.40 Non hanno neppure una durata prestabilita: possono persistere
per una vita intera, oppure svanire sfumando in pochi brevi bagliori.
Infine, il processo del ciclo del contatto stato osservato, suddiviso ed
affinato in modi differenti da autori diversi. Perls e Goodman hanno
proposto di dividere ogni esperienza in quattro fasi principali
articolate intorno alla nozione di contatto: il pre-contatto, la presa di
contatto, il contatto pieno e il post-contatto.41 Altri ancora hanno
sviluppato ulteriormente questo processo, come Joseph Zinker che
distingue sei momenti: sensazione, presa di contatto, mobilizzazione
dell'energia, azione, contatto pieno, ritiro. Serge Ginger individua
cinque fasi principali, rappresentandole graficamente con l'immagine di
una sorta di greco: pre-contatto, engagement (impegno,
mobilitazione delle energie organismiche), contatto pieno,
desengagement (disimpegno, smobilitazione), assimilazione
dell'esperienza. Seguo, pertanto, un ideale sviluppo utilizzando il
modello circolare a sette stadi indicato da Petruska Clarkson, basato su
di una integrazione con quello di Zinker e Goodman.

La prima fase con la quale inizio quella del ritiro. In questa


situazione mi trovo in uno stato di quiete e l'organismo non avverte
alcun turbamento al suo equilibrio omeostatico. Nessuna figura tende a
delinearsi dallo sfondo il quale, in realt, aperto all'emergere di una
Gestalt.

Sensazione. In questo stadio un elemento, ad esempio il bisogno di


telefonare ad un amico che sento in questo momento, viene avvertito
(improvvisamente o con gradualit) ed emerge sottoforma di

40 P. Clarkson, Gestalt-Counseling, op cit, p 52


41 S. Ginger, Iniziazione alla Gestalt L'arte del con-tatto, op cit, p 51

55
percezione, segnando l'inizio della formazione di una figura.

Consapevolezza. La figura progressivamente si delinea e pu


manifestarsi pi o meno velocemente, tanto da essere pressante ed
intensa e richiedere una rapida ed energica mobilitazione di risorse. La
Gestalt assume toni e contorni sempre pi definiti, assumendo pi
significato.

Segue la cosiddetta mobilizzazione. Il mio organismo, con le sue parti


emozionali, cognitive e fisiologiche, si attiva eccitandosi e disponendo
le risorse necessarie per seguire opportune strategie. Il bisogno
centrato nel qui ed ora e richiede di essere espresso e soddisfatto. La
fase di contatto.

Con lazione sperimento invece modalit, lavoro con immagini


lasciando spazio alla fantasia e creativit. Aggredisco, nel senso
etimologico del termine ad-gressere andare verso ovvero mi muovo
per andare incontro a quanto mi interessa. In breve, la capacit di
prendermi concretamente ci di cui ho bisogno.

Goodman defin la fase successiva a quella appena descritta contatto


finale, pieno e vibrante. E' un momento denso ed importante che
percepisco alla frontiera del contatto fra il mio s e l'ambiente. In
questa dimensione, e per tutta la durata della figura che ho messo a
fuoco, vi una sola Gestalt sulla quale sono centrato: pu essere
l'ebbrezza e il trasporto di un abbraccio che mi d i brividi,
inondandomi di gioia; il dolore che avverto in una parte del corpo,
tanto intenso da togliermi il fiato; il piacere inebriante di una musica
che mi cattura, facendomi sognare sulle ali del vento. Potrebbe essere
un'emozione trattenuta da tempo che in quel momento si libera
sciogliendosi in un mare di lacrime. In questa fase la mia
partecipazione piena e pronta ad assimilare l'esperienza. Tutti i
multiformi elementi che compongo il resto del campo sono gi
scivolati, sfumando nello sfondo.

Il ciclo termina con la soddisfazione, quella che Perls chiam fase di


post-contatto. Sono i momenti, tanto unici quanto preziosi, che mi

56
separano dal distacco dalla figura con la quale, sino a quel momento,
ero in contatto e che ora va dissolvendosi. In questa fase, in cui il
tempo sembra sottile, sospeso e fluttuante, il processo di
metabolizzazione in atto: gusto ed assimilo (rendo simile a me)
l'esperienza che sta per esaurirsi, rifiutando quanto non considero
nutriente. A questa fase segue quella del ritiro, preludio ad un nuovo
ripetersi del ciclo.

Ciclo del contatto

Ciclo del Contatto

Mobilizzazione
Consapevolezza

Azione

Sensazione

Contatto finale

Ritiro
Soddisfazione

57
Il corto circuito della consapevolezza: le interruzioni disfunzionali
del contatto

Il buio non dice cosa la luce sa

Ho preso in considerazione quello che viene definito un sano ciclo di


formazione e dissoluzione della Gestalt. Ora prender in esame alcune
interruzioni del contatto, le quali suscitano disagio, disarmonia,
rigidit, malessere. Queste dinamiche disturbano l'espressione del s in
risposta alle situazioni e ai bisogni emergenti, sino a diventare
penalizzanti. Provocano rimpianto, risentimento, dolore e inibiscono il
flusso armonico dell'energia vitale. Ricercatori quali Bluma Zeigarnik,
hanno evidenziato una particolare caratteristica percettiva con la quale
siamo spinti a chiudere delle Gestalt non concluse (effetto Zeigarnik), o
sospese. Ad esempio, quando sentiamo un impulso a completare una
scritta parzialmente cancellata per comprenderne il significato. Questo
si riflette nel bisogno di affrontare situazioni di vita irrisolte, o chiuse
troppo in fretta, le quali, di fatto, creano ancora disagio sottraendo
energia fisica e mentale. Il senso quello di concluderle efficacemente.
Ma non sempre possibile. L'interruzione del contatto un
meccanismo che mi permette di evitare delle emozioni che non riesco a
reggere. Il segno dinamico, strategico, difensivo: rappresenta una
salvaguardia che mi protegge e che mi ha aiutato ad affrontare
funzionalmente difficili situazioni di vita. Tuttavia, se le modalit che
avevo assunto erano adeguate, di fatto, a lungo andare, possono
diventare sempre pi inefficaci, eccessive, addirittura inopportune e
controproducenti. Queste interruzioni, pertanto, sono processi che
fanno parte del percorso di crescita e di adattamento personale.
Possono essere considerati sani, o patologici, in funzione della loro
adattabilit e sintonia, oppure rigidit ed incongruenza rispetto ad una
situazione in atto. Perls definisce questi meccanismi chiamandoli
nevrotici solo quando vengono usati cronicamente ed in maniera
inappropriata. Ad esempio, se venissi fermato dalla polizia perch ho
commesso un'infrazione, non sarebbe di certo opportuno aggredire
fisicamente gli agenti solamente perch, in quel momento, sto
contattando la mia rabbia nei loro confronti. Il mal-essere si manifesta

58
quando il processo di riconoscimento/formazione/dissolvimento della
gestalt disturbato in qualche sua fase: il soddisfacimento del mio
bisogno , pertanto, reso difficoltoso, deviato, impedito. Una Gestalt
rimane sospesa, o aperta, quando un mio bisogno rimasto
insoddisfatto senza che io abbia utilizzato completamente, ed
efficacemente, la mia energia. La figura, pertanto, rimasta nel mio
organismo e non si , per cos dire, liberata in modo soddisfacente tanto
da fissarsi e rimanere bloccata. Un classico esempio rappresentato dal
bambino al quale non stato permesso di piangere ed essere triste (un
bel introietto!), con la motivazione che i bimbi non devono piangere
mai, perch, altrimenti, sono cattivi. Siccome stata impedita una sana
espressione dei sentimenti, questa inibizione pu causare con il tempo
problemi a contattare, manifestare e gestire le emozioni. Ancora di pi
quando un bambino non viene accettato o inibito nella sua sfera
emozionale, non riconosciuto per quello che , amato per le sue
potenzialit, la creativit e l'intelligenza di cui interprete e portatore.

Una Gestalt aperta rappresenta metaforicamente qualcosa che non ho


digerito. Questa situazione pu rimanere tale sinch non giunge il
momento di chiuderla, ed importante scegliere e sentire la circostanza
pi opportuna per affrontare e chiudere un sospeso. Fronteggiarlo
troppo precocemente potrebbe essere fuori luogo, poich l'ansia del
confronto potrebbe essere eccessiva, ma fa altrettanto male trattenerlo
dentro di s. Tanto un bisogno soddisfatto che chiude una Gestalt,
quanto una situazione disfunzionale del ciclo del contatto, sono
modalit auto-regolative messe in atto dall'organismo. Fra i teorici
della Gestalt, Perls pose maggiormente l'attenzione sulla confluenza,
proiezione, retroflessione e desensibilizzazione. Goodman evidenzi
anche l'egotismo, mentre i Polster rilevarono anche la deflessione. A
livello teorico le interruzioni al confine del contatto si attivano in
momenti precisi del predetto Ciclo del Contatto. Nello specifico, nella
fase di pre-contatto vengono evidenziate la confluenza e la
desensibilizzazione, nella presa di contatto abbiamo l'introiezione e la
proiezione, mentre nel momento di contatto pieno vengono rilevate la
retroflessione e l'egotismo.

59
Confluenza

E' una interruzione (con-fluire, fluire insieme) attraverso la quale perdo


i confini e non riesco a riconoscere cosa mi distingue da un'altra
persona: mi comporto come se entrambe fossimo una sola cosa. Non
emergono figure (non si delinea un'emozione chiara e distinta), non
esprimo gusti o preferenze. Il mio organismo non si differenzia e non
riconosce le differenze che si affacciano alla frontiera del contatto: non
so pi cosa mio e cosa invece appartiene allaltro. E' confluente (e
fisiologica) la relazione che si instaura fra una mamma ed il bimbo che
porta nel suo grembo; quando si dialoga a livello superficiale (del
tempo, di sport, etc); quando una coppia ha gli stessi gusti e lo stesso
modo di pensare e si identifica con un noi; quando si evita il conflitto o
uno scambio di opinioni. Evito il confronto ed instauro una piatta
calma relazionale. Durante questo processo, pertanto, non emergono le
mie sensazioni e non ascolto il mio bisogno. Non viene a fuoco nulla e
non permetto neppure che una Gestalt emerga differenziandosi dallo
sfondo. Una parte di confluenza certamente funzionale, ad esempio,
per entrare in empatia con un'altra persona. In alcune esperienze
creative l'assenza di confini pu rappresentare uno spunto per liberare
la creativit. Una relazione sana quando, in un contatto molto intenso
e caldo, si percepisce comunque la propria identit. Oltre una certa
soglia, in cui ci si dissolve e si ha paura di sentire la frontiera del
contatto, pu mettere in luce un'incapacit a tollerare differenze, la
difficolt a reggere il peso delle paure e l'impossibilit di stabilire un
confronto. Sono confluente quando devo fare ci che mi dicono i
genitori, perch cos mi comporto da brava persona e non litigo: non
metto, pertanto, confini e tendo a non vederne. Rompo la confluenza
quando permetto l'emergere di una figura, la sostengo e la difendo, se
necessario. Durante il corso ci stato detto di provare a sperimentare
fra di noi quanto apprendevamo, trovandoci anche al di fuori della
scuola, ma di fare attenzione ai sentimenti di amicizia. Questo monito
mi aveva lasciato sul momento perplesso ed aveva acceso una
discussione fra noi. In seguito, ho compreso che il rischio consiste nella
difficolt a confrontarsi in un contesto di relazioni amicali nel quale i
confini tendono a compenetrarsi. Potrebbero instaurarsi complicit non
volute, nascere sottogruppi con dinamiche proprie che potrebbero

60
indurre a non esprimere quanto si prova per paura di ferire o di essere
giudicati. In una relazione counselor-cliente, quest'ultimo tende a
portare la comunicazione dove vuole e a chiudere quando si arriva ad
un punto focale. Quando aggancia il counselor nella sua interruzione di
contatto, il cliente lo invischia in una dinamica di confluenza che
bene riconoscere. Nei momenti iniziali della seduta, tuttavia, questo
meccanismo pu essere considerato una modalit facilitante il processo
di contatto. La consapevolezza mi permette, pertanto, di gestire cosa mi
sta capitando: pu servirmi per mantenere la giusta distanza e sostenere
il cliente.

Proiezione

E' una modalit in cui vedo (proietto, pro-iacere gettare fuori) in


un'altra persona parti di me di cui non sono consapevole (o non del
tutto) e verso le quali non mi assumo la responsabilit di vedere: non
ho il coraggio di vivere tratti del mio s e di riconoscerle, alienandole.
E' l'opposto dell'introiezione ed una resistenza molto comune. Perls
affermava che dicendo proiezione, vogliamo intendere tutte le
manifestazioni del vostro comportamento (caratteristiche,
atteggiamenti, sentimenti, ecc.) che, pur appartenendo per intero alla
vostra personalit reale, non vengono mai sperimentate come tali; esse
vengono attribuite agli oggetti o alle persone che fanno parte
dell'ambiente e poi sperimentate come qualcosa che viene diretto da
parte loro verso di voi, piuttosto che viceversa.42 Se ho difficolt con
la mia aggressivit facile dire proiettare su di un altro l'idea che
aggressivo. La nevrosi pu giungere ad uno stato di paranoia quando
accuso continuamente gli altri di aggressivit che non mi riconosco e
che, di fatto, appartiene solo a me. Tanto maggiore il mio livello di
ansia, quanto pi interromper il contatto con questa modalit. Frasi
quali ecco ora stai per dire..., oppure ti sento proprio nervoso stasera,
nascondono stati d'animo che mi appartengono, ma che attribuisco
esternamente. Tuttavia, la proiezione sana quando sento me stesso e
questa percezione mi permette di vestire i panni di un altro,
comprendendo empaticamente i suoi stati d'animo. Proietto, ma in

42 Perls-Hefferline-Goodman, La Terapia della Gestalt, op cit, p 482

61
seguito verifico chiedendo se corretto, o meno, quanto sto pensando.
Pu essere funzionale quando cerco di immaginare situazioni future,
oppure quando lascia spazio alla fantasia artistica, progettuale e
creativa. Perls affermava che a caratterizzare in maniera particolare
gli individui nevrotici una fondamentale paura di essere respinti.43
La paura di non essere accettati dolorosa e condizionante. Inoltre,
quando proietto, tender a cercare elementi, a trovare giustificazioni,
individuare dettagli e prove che confermino la mia convinzione.
Quando non reggo l'ansia della mia aggressivit posso proiettarla
all'esterno sottoforma di aggressivit passiva. Anche in questo caso
non mi prendo la responsabilit e mi manca il coraggio, a causa del
livello d'ansia elevato, di riconoscerla. La dinamica secondo la quale io
in qualche modo te la faccio pagare, ma indirettamente, avviene molte
volte a livello inconscio e si traduce in svariati atteggiamenti: arrivare
in ritardo, non presentarsi ad un appuntamento, non fare qualcosa di
richiesto, non partecipare a qualche attivit alla quale avevamo dato la
nostra adesione. Ma, la possiamo riconoscere anche quando poniamo
delle condizioni: ad esempio, quando minacciamo di andarcene qualora
non si faccia quello che vogliamo.

Dimmi e io dimenticher
Fammi vedere e forse non me ne ricorder
Coinvolgimi e capir

Lao Tse

Uno strumento particolare con il quale confrontarsi sull'aggressivit,


attiva e passiva, consiste nel rappresentare teatralmente dei personaggi
delle fiabe44. Dedico uno spazio un po' ampio a questa tematica,

43 Ibidem, p 483
44 Generalmente si tende a considerare come sinonimi la fiaba e la favola, mentre, in
realt, queste due tipologie di narrazioni appartengono a differenti generi culturali,
costruite con differenti strutture comunicative. Una favola una narrazione
piuttosto breve, in versi o in prosa, in forma scritta e con un autore preciso. La
finalit di trasmettere un insegnamento etico o una morale, sovente sottoforma
di metafora e con l'uso di allegorie. Non comunica intense emozioni e non ha

62
inserendola nell'area della proiezione, perch la trovo molto
interessante per il counseling e perch mi piace molto. Mi soffermer,
in modo particolare, a descrivere in nota pi dettagliatamente l'invidia,
un sentimento che sviluppa un argomento, dal mio punto di vista,
importante per quanto concerne i desideri umani e, di conseguenza, i
rapporti interpersonali.

Se i miti, o le leggende, hanno una certa corrispondenza con la realt


umana e con il mondo naturale, con il tempo e lo spazio, anche se
lontano e misterioso, la fiaba, invece, appartiene alla fantasia e ad un
mondo remoto posto fuori dal tempo. La sua la dimensione del sogno
e della magia. Nessuno sa dove e quando si svolto il racconto di
Biancaneve o della Bella addormentata. Origina nella tradizione orale
popolare che si plasmata ed ampliata nel corso del tempo, attingendo
ad un patrimonio di leggende e storie che appartengono a tradizioni
culturali differenti fra loro, ma che rivelano una serie peculiare di tratti
in comune. Pensando alle fiabe, normalmente si pensa a storie per
bambini, ma questo tipo di narrazioni posseggono una forza ed una
portata evocativa molto pi ampia e profonda. Mito e fiaba sfumano e
si perdono sino a confondersi, come dice Joseph Campbell, nel mondo
dei sogni collettivi sino a diventare delle costanti universali delle
vicende umane, a cui ognuno di noi pu fare riferimento, sperimentare,
identificarsi. In un bambino, la fiaba risponde ad un bisogno di
contattare delle parti ombra di cui non consapevole, ma che ne
avverte l'esistenza. Differentemente da un adulto, i suoi sensi sono
estremamente dilatati come grandi occhi sgranati, colmi di fantastico
stupore e di intensa trepidazione. La fantasia si confonde con la realt e
i filtri con i quali legge ed interpreta il mondo sono molto limitati, se
non pressoch inesistenti. Non ci sono mezze misure. Tuttavia, tutto
cos vero, stupefacente e reale, che vuole continuamente risentire
quelle parole e riprovare quelle emozioni. La fiaba il mondo libero
della fantasia dove tutto pu cambiare e diventare possibile, nel quale
ognuno pu cercare e trovare quello che vuole. Ma la potenza
evocativa la stessa anche in un adulto. Ed questo il suo fascino.
Questo genere di narrazione ci proietta nel mondo dei personaggi e
degli eroi narrati, facendoci identificare, ora con uno, ora con l'altro,

come sfondo archetipi.

63
nei protagonisti. In questo processo culturale e sociale risuonano vivi i
tracciati delle nostre mappe relazionali, emozionali e valoriali. E'
l'immaginazione, e non la realt dei fatti, cos come vengono descritti,
la dimensione nella quale un bimbo ed un adulto si immergono, per
sentire risuonare quelle parti che desiderano ardentemente ascoltare. E'
come viviamo il racconto o una piccola parte di esso ad assumere
significato. Sean Hall analizza e compara, con altri racconti in cui
compaiono delle fate, le parole salienti della Bella Addormentata, le
quali rivelano una paura inconscia generalizzata (di cui v' traccia in
altri racconti del genere) che il male possa trionfare sul bene.45 Le
fiabe, con i loro riflessi, mettono in luce caratteri e polarit che
agiscono in ognuno di noi: in quella di Cenerentola la fata rappresenta
la mamma buona mentre la matrigna quella cattiva, archetipo della
madre che non ama il suo bambino; il leone simbolo di forza e
potere; la volpe di astuzia; l'agnello l'immagine di mitezza e candore,
mentre il lupo incarna quello dell'aggressivit e cattiveria. Un eroe
quel vessillo di bont e gentilezza che vorremmo vincesse sempre. Il
cattivo, invece, simboleggia quel male che ci aspettiamo, alla fine, sia
sconfitto senza alcuna possibilit di rivalsa. Una persona bella, l'altra
brutta; c tristezza e gioia, odio e amore. C' la vittima, il salvatore
ed il persecutore, il forte ed il debole, il dipendente e l'autonomo. Il
bello a volte cattivo e senza scrupoli, mentre il brutto pu essere
buono e pronto a sacrificarsi affinch il bene trionfi. Cenerentola mette
particolarmente in luce l'invidia46, un tratto che Melanie Klein

45 Sean Hall, Che cos' la semiotica?, Torino, 2012, Einaudi, p XXII-XXIII


46 Intendo descrivere questo sentimento utilizzando i contenuti emersi dai colloqui
con una persona con la quale mi sono confrontato e che si aperta molto con me.
Lo utilizzo come esempio di linguaggio comune e di scambio creativo che si
rivelato efficace. La tematica stata il focus degli incontri che ci hanno nutrito e
che mi hanno colpito particolarmente per l'intensit, il clima e la creativit messa
nel campo. E' stato un cammino che mi ha stimolato a compiere una fruttuosa
ricerca. Le parole in certe occasioni sono risuonate particolarmente vive in me:
hanno toccato ferite portandomi sul terreno dei ricordi, contribuendo ad ampliare
la consapevolezza di alcuni miei vissuti che hanno assunto una luce nuova e che
sono riuscito a portare nel confronto. Non intendo costruire un verbatim per
descrivere il processo, riportando il clima relazionale, ma rielaboro le dinamiche,
le riflessioni, le emozioni e i contenuti per restituirli in termini concettuali pi
astratti e generali. I riferimenti culturali, quelli attinti dal mondo della mitologia e
delle fiabe sono stati validi strumenti per facilitare il dialogo, costruire la

64
relazione, giocare e scendere in profondit con l'ausilio di questo genere di
linguaggio. Altre volte hanno permesso di risalire per alleggerire egoticamente le
emozioni legate a vissuti, a volte molto pesanti da sostenere. L'invidia, come la
vergogna, la vendetta, il senso di colpa o il sentimento di piet, sono frutto di un
processo cognitivo di elaborazione e sedimentazione di tipo culturale che pu
variare nel tempo. La trasformazione e ridefinizione simbolica delle Erinni
(Megera, Tisifone e Aletto) nelle Eumenidi (le benevole), cos come Eschilo ce la
rappresenta nell'Orestea, indica nella mitologia greca questo genere di evoluzione
sociale e culturale per interrompere il circuito distruttivo della vendetta che
caratterizzava le culture arcaiche. Queste emozioni vengono chiamate secondarie
o complesse e sono legate all'introiezione di norme e valori. Ognuno di noi
vive questo tipo di emozione, a vari livelli di intensit e gradi di consapevolezza,
ed certamente funzionale se gestito in modo consapevole e costruttivo. Tuttavia,
il superamento di una certa soglia diventa rigidit e sofferenza strutturando un
tratto di personalit. L'invidia invidere, guardare di traverso mira a ferire e
distruggere, ad annullare, e chi si sente invidiato prova un senso di svuotamento:
privato della sua identit e dei suoi sentimenti. Nel momento in cui invidiamo
sveliamo quello che non siamo e che non riusciamo ad essere: il nostro ideale si
consuma e si sfibra, specchiandosi narcisisticamente nell'oggetto vanamente
desiderato. Il desiderio rimane, pertanto, impotente e lontano, come le stelle di cui
vediamo il luccichio, ma che non brillano per noi. E' questa la consapevolezza
necessaria per comprendere cosa manca nella nostra vita. Cosa vorremmo? Cosa
sentiamo? Come ci fa stare invidiare ed essere invidiati? L'invidioso rifiuta ci
che gli stato dato in sorte per cercare qualcos'altro in qualcun altro, in un modo
per cieco, sordo e persino distruttivo. Ma, cos facendo, perde la propria
autenticit e inibisce lo sviluppo e l'espressione delle proprie potenzialit, vero
fulcro sul quale contare per affrontare e costruire la propria realt. Questo
sentimento, nero e sotterraneo, ben descritto nella letteratura ottocentesca russa,
sensibile rivelatrice dellanimo umano: avviluppa il giovane nichilista Bazarov nel
romanzo di Turgenev Padri e Figli, in Tolstoi gioca un ruolo importante nella vita
di Pierre Bezukhov e Andrej Bolkonskij, in Guerra e Pace. Emerge anche nei
tratti di Vronskij, il bell'ufficiale protagonista del romanzo Anna Karenina. E'
stato molto bello utilizzare questi riferimenti letterari durante i dialoghi. L'invidia
uno sguardo torvo, penetrante, giudicante. E' carica di tinte drammatiche
l'immagine degli invidiosi descritta da Dante, nel 13 Canto del Purgatorio.
Questi uomini, resi ciechi e febbrilmente anelanti la luce, sono intenti a girare
intorno ad una montagna, disorientati, ognuno con la testa appoggiata sulla spalla
dell'altro: "E come agli orbi non approda il sole, cos come all'ombre dov'io
parlav'ora luce del ciel di s largir non vuole, ch a tutti un fil di ferro i cigli fora
e cuce s, come a sparvier selvaggio si fa per che questo non dimora (...) che per
l'orribile costura premevan s, che bagnavan le gote". Per il sommo poeta la
condanna colpisce proprio lo sguardo: per chi nella vita ha avuto occhi invidiosi,
sono proprio le palpebre ad essere sigillate, in modo da non vedere la luce. E
nemmeno le stelle. Viene cos meno la bellezza e il desiderio. E' una sofferenza e,

65
considera una dimensione costitutiva del desiderio umano e illustrer
come in questa dimensione attecchiscano tutti i fantasmi di distruzione
pi arcaici.47 Ma, nella fiaba, emerge anche la forza della bont
perseverante che alla fine prevale sulla bieca cattiveria. In ogni cultura
questi racconti risaltano mettendo in luce le nostre ansie, paure,
desideri. Ci parlano della vita e del nostro bisogno di amare e di essere
amati, protetti e rassicurati. Desideriamo possedere proprio quella
forza, coraggio, seduzione e potere, bont e saggezza, fortuna e salute
che ci attira in quel racconto che ci emoziona e ci fa lungamente

in realt, l'invidioso soffre poich invidia quello che un altro possiede e che
invece lui non ha. Vive un senso di inferiorit, insoddisfatto di s ed
pessimista. Prova una bassa autostima e tende a non controllarsi, anche se appare
preciso e meticoloso. Soprattutto molto attento a cogliere negli altri i minimi
difetti, trasformandoli in frecce velenose da scagliare al momento opportuno.
Tipica espressione di questo sentimento , in primo luogo, l'esigenza di
distruggere. Secondariamente, la maldicenza ad essere inesorabilmente agita.
L'invidioso spera, con le sue azioni, di ristabilire una sorta di giustizia
ripristinando, dal suo punto di vista, una situazione di equit, rispetto a ci che
non o che non ha, ma che pensa sia suo diritto avere. Per l'invidioso il mondo
non lo riconosce come dovrebbe, poich pensa di esserne escluso. Considera la
realt sociale in cui vive un sistema perverso, dove il successo frutto di
favoritismi e privilegi. Si sente una vittima e prova una rabbia crescente. Egli,
perdendo lucidit nel valutare la realt, finisce per giustificare qualsiasi azione
senza attingere alle proprie risorse per far fronte alle difficolt e alle iniquit, che
certamente esistono, ma che potrebbero essere superate e gestite con un
atteggiamento responsabile e creativo. Se riesce ad ottenere un piccolo potere
diventa inesorabilmente spietato. Figlio dell'invidia il rancido respiro del
rancore, profondo e tenace risentimento capace anch'esso di accecare e di fare
molto male. Si pu invidiare un bene, o le capacit possedute da un altro, ma pu
esserci un'invidia anche di carattere sociale, quando l'oggetto invidiato
rappresentato da un determinato status. Si invidiano anche le qualit interiori.
Come nella fiaba di Cenerentola. Si pu invidiare il cuore, l'anima o lo spirito di
un'altra persona: l'invidioso vorrebbe anche lui essere cos, ma consapevole del
limite dovuto al proprio vuoto che non riesce a colmare. Il poeta e drammaturgo
inglese Christopher Marlowe, nel portare in scena individui isolati dal contesto
sociale e intrisi di passioni estreme, fa dire ad un suo personaggio: "non sono
capace di leggere, quindi vorrei che tutti i libri fossero bruciati", mentre il
filosofo tedesco Max Scheler, in un suo saggio sul risentimento, afferma che la
peggior forma di invidia quella "esistenziale": "potrei perdonarti qualunque
cosa, tranne il fatto che io non sono ci che tu sei, che io, in fin dei conti non sono
te".
47 Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio, Milano, 2012, Cortina Editore, p 36

66
sognare. Abbiamo paura di essere soli, al buio, di non essere voluti e
amati e di essere abbandonati come nella storia di Hansel e Gretel.
Essere abbandonati un dolore assoluto ed la paura pi grande per un
bambino. Essere amati e accettati, invece, il cardine su cui si fonda
un'esistenza sana ed armoniosa. Le trame fiabesche sanno illuminare
tratti di personalit con i quali possiamo identificarci. Ci parlano di
valori maschili e femminili, di conquiste, avventure, magie, poteri,
sogni, passioni, gioie e sofferenze. Come nei bambini, ci aiutano ad
elaborare le nostre ansie, contraddizioni, paure e desideri. Le fiabe
raccontano, con i loro simboli e le suggestive metafore, cose vere che
ci riguardano molto da vicino. Anche quelle terribili e considerate
detestabili, o proibite, come in Pelle d'asino di Perrault. Kafka diceva
che tutte le fiabe sono uscite dalla profondit del sangue e della
paura. Sotto la superficie delle trame e dei racconti svelano il nostro
teatro interiore. Possono condurci con il loro linguaggio sul terreno
della consapevolezza e del cambiamento, della ricomposizione di un
conflitto, suggerendoci vie di fuga e prospettive con le quali
confrontarci. La potenza della narrativa fantastica quella di
costituire un luogo dove conscio ed inconscio si incontrino48. Con le
fiabe, i sentimenti considerati negativi quali l'odio, l'invidia, la
vergogna, possono essere proiettati, vissuti e rielaborati attraverso le
parole e le vicende di un personaggio che le incarna attraverso la storia
narrata. Ma ci si pu lasciare andare a sentimenti caldi e amorevoli,
come l'abbraccio rassicurante di una mamma. Una fiaba uno spazio
speciale, nutriente, all'interno del quale emozioni forti ed intense
possono essere sperimentate e ritualizzate: l'ambiente fantastico, il
gioco di proiezioni, la dimensione onirica e la presenza della persona
che legge e che infonde sicurezza, nonch il lieto fine, garantiscono
un'adeguata protezione e contenimento alle emozioni che prendono
vita. I contesti e le tematiche sono molteplici e risentono del contesto
storico e dei mutamenti sociali e culturali. Queste sedimentazioni
creano, modellano e alimentano i racconti. Anche le paure, pertanto,
cambiano. La fiaba, pur nella sua dimensione fantastica, comunica con
una forma di linguaggio universale straordinariamente comprensibile
ad ogni latitudine. E' in assoluto la narrazione che pi vicina alla
realt storica: l'unica narrazione dove la realt storica, di qualsiasi

48 Silvana De Mari, Il drago come realt, Milano, 2007, Salani Editore, p. 22

67
tipo, sia stata rappresentata.49 Non vi solamente l'ancestrale timore
raggelante dell'abbandono, della fame, di diventare orfani o di non
sentire la protezione di cui abbiamo bisogno. Ora, la chiave di lettura
delle paure pu essere quella di non corrispondere adeguatamente alle
pressanti aspettative dei genitori, di non farcela a raggiungere
determinati traguardi sociali o di non essere accettati dal gruppo o,
peggio ancora, di sentirsi rifiutati, disapprovati, derisi o disprezzati
perch diversi, come nel Brutto Anatroccolo. La solitudine e
l'isolamento di questa societ liquida, l'insicurezza generalizzata e la
spinta alla ipercompetizione, nonch la mancanza di punti di
riferimento e di appartenenza sufficientemente solidi, generano ansia e
confusione, soprattutto in un adolescente che molto dipende dai giudizi
e dall'approvazione degli altri. E' difficile il percorso per giungere a
riconoscere che, quanto viene considerato e giudicato come un difetto e
che suscita solo derisione come nel film d'animazione Dumbo , in
realt possa ribaltarsi diventando una clamorosa opportunit e risorsa:
le sproporzionate e striscianti orecchie del piccolo elefantino, ad un
certo momento smettono di essere delle inutili ed abnormi appendici,
per diventare delle splendide ali che gli permettono di stupire e di
volare. La tematica ancora quella dell'accettazione del diverso. Nel
bellissimo racconto di Tolkien, Il Signore degli anelli, trovano spazio
molte altre tematiche quali la speranza, il sacrificio, l'amicizia, la
morte, oltre agli altri tipici elementi della mitologia celtica e norrena.
Ma, nella saga, la paura che la guerra conduca alla distruzione del
mondo e al genocidio di massa , forse, una delle tematiche pi forti e
sconvolgenti del racconto. La terra di mezzo ovunque ed ognuno di
noi ne pu fare parte, come tristemente ricordano le purtroppo
innumerevoli vicende della nostra recente storia.

Durante un incontro di formazione abbiamo sperimentato un gioco


psicologico molto interessante, attraverso il quale ci siamo specchiati e
confrontati con delle trame fiabesche sulle polarit. In una prima fase,
come di consueto, per alcuni minuti ci siamo messi in ascolto di noi
stessi, muovendoci ed osservandoci nella stanza con uno sfondo
musicale appropriato. Poi ci siamo divisi in piccoli gruppi (di
tre/quattro persone ciascuno) ed ognuno ha raccontato, o inventato, una

49 Ibidem, p 33

68
storia, soffermandosi su di un aspetto che sentiva particolarmente
significativo del racconto. Ci siamo identificati con il personaggio che
in quel momento risuonava vivo ed interessante. Una seconda fase
consistita nel travestirci per metterlo in scena, muovendoci tutti
insieme nella stanza ed interagendo fra noi, assumendo come meglio
credevamo il ruolo della figura scelta. In un terzo momento abbiamo
assunto il ruolo opposto a quello precedente (se prima avevo scelto di
diventare Cenerentola, ora interpretavo i tratti psicologici di una delle
sorellastre), travestendoci nuovamente. Al termine di quest'ultima fase
abbiamo ricostituito i gruppi e ci siamo dati del tempo per confrontarci.
Infine, ci siamo ritrovati tutti insieme, confrontandoci con i feed-bak ed
esprimendo i vissuti che per qualcuno sono stati molto vivi ed intensi.
Il lavoro di gruppo uno strumento molto efficace per lavorare sulla
consapevolezza della proiezione, data la possibilit di confrontare
immediatamente quanto viene detto: a chi afferma voi non mi capite,
magari con toni vittimistici, pu essergli chiesto di individuare la
persona che veramente gli suscita questa affermazione, su quali
elementi sorretta e come lo fa stare.

Per fare un prato bastano un trifoglio, un'ape e un trifoglio, un'ape e


un sogno. Pu bastare il sogno se le api sono poche.

Emily Dickinson

Pu essere doloroso riconoscere tratti di me che non mi piacciono. Se il


mio senso di responsabilit scarso sono incline a proiettare,
attribuendo la colpa ad altri di quanto mi succede. La tendenza quella
di cercare capri espiatori che mi sollevino dalla tensione di contattare
un'emozione che non voglio sentire. Se ho un atteggiamento razzista,
oppure manifesto l'abitudine ad esprimere pregiudizi, queste mie
modalit possono sottendere aspetti rifiutati della mia personalit che
non accetto ( la chiave di lettura con la quale iniziare ad esplorare) e
che non voglio vedere. Un introietto collegato ad una proiezione. Se
il mio introietto continua a dirmi non vali nulla, tender ad interpretare
anche negli altri il giudizio che mi dice non vali proprio nulla. E', per,
un mio costrutto mentale, attraverso il quale il mio giudice interiore mi

69
mi induce a sentire quel giudizio che, in realt, risuona solo in me: non
vali nulla, sei insignificante, non ce la farai mai. Il mio giudice
interiore, nel giudicarmi, proietta in realt l'idea che ho di me stesso
attribuendola agli altri: ecco, mi vedono cos; non ce la posso fare;
mi vergogno troppo..., etc. Il processo retto dalla paura che
costituisce, ancora una volta, il tratto dominante e condizionante: io
temo che se mi comporter in un certa maniera sar considerato
ridicolo, quindi, il mio bravo giudice stabilisce che non devo agire in
quella maniera. La realt che mi creo, pertanto, sorretta da una auto-
svalutazione. Quando mi trovo alla presenza di una persona con la
quale sento che mi vengono i nervi, l'irritazione pu essere dovuta a
qualcosa che si trova nel mio profondo e che impatta in me, di cui,
tuttavia, non sono consapevole. Se riconosco questo stato, ovvero se
riesco a svelarlo e mi confronto per imparare a gestirlo, si ridurr di
molto la possibilit di sentirmi irritato. Questa interruzione di contatto
mi fa venire in mente, come in un gioco di specchi, quante volte ho
vissuto le vite, i bisogni e le paure degli altri proiettati ed agiti su di
me. I meccanismi hanno assunto la forma e la forza di introietti
condizionanti. Un altro racconto chassidico narra che il saggio Rabbi
Sussja, in punto di morte, disse: nel mondo futuro non mi si chieder:
perch non sei stato Mos?; mi si chieder invece: perch non sei stato
Sussja.50 La mia unicit, secondo questo punto di vista, quanto mai
preziosa.

Sei tu o sono io,


volto di specchio che mi guardi ironico?
Pu darsi che sia un altro
ma non si deve dire:
sono cose che scottano e dilagano.
Si potrebbe insinuare che non sono
o che raccontano sgangherate ubbe.
E invece sono quello che divento
e divento soltanto quel che sono.

Claudio Mancini, I teatri della follia - essere o non essere

50 Martin. Buber, Il cammino dell'uomo, op cit, pp 27-28

70
Retroflessione

E' la forma di interruzione di contatto principale con la quale rivolgo


verso me stesso l'emozione che sto provando. L'energia mobilitata, e
l'azione che vorrei porre in essere, non trova espressione nell'ambiente
ma si scarica interiormente. Retroflettendo invado la parte interna del
mio mondo. Agisco rivolgendo verso di me quello che, invece, vorrei
fare a qualcun altro: retrofletto quando, piuttosto che assumere una
chiara posizione con chi mi sta irritando, assumendomi la
responsabilit di esprimere il mio fastidio, non ho il coraggio di
affrontare apertamente la situazione e me la prendo con me stesso. Ad
esempio, quando mi rimprovero o mi autocommisero di non essere
rispettato, ascoltato. E' un meccanismo con il quale mi difendo,
impedendo alle mie emozioni di manifestarsi e trovare uno sbocco
all'esterno. La dinamica in relazione al mio vissuto. Nel passato i
miei pensieri e i miei sentimenti non sono stati presi in considerazione,
le mie difficolt sostenute, oppure mi sono sentito deriso, giudicato,
sminuito o represso nei miei bisogni o desideri. La derisione e il
sarcasmo lacerano le carni e lasciano ferite profonde e distruttive. Perls
evidenzia che la punizione ha l'effetto non di annullare il bisogno di
comportarsi nel modo che suscit la punizione, ma di insegnare
all'organismo a trattenere le risposte punibili.51 L'energia attivata nel
mio organismo, pertanto, si scinde dando luogo ad un conflitto interno:
da un lato, tenta ancora di canalizzarsi per agire nell'ambiente e
soddisfare i miei bisogni frustrati, mentre, la restante parte, assume un
segno opposto per controllare quella orientata esternamente. In questo
modo mi divido in colui che agisce verso l'ambiente e in colui che
subisce. Il corpo testimone partecipe di questa tensione,
manifestandola con segni concreti. Un'altra modalit retroflessiva
consiste nel fare a me stesso quanto desidererei che mi facessero gli
altri: in questo caso, dato che non sono riuscito ad ottenere ci di cui
avrei avuto bisogno, trovo da solo una soluzione. Posso, pertanto,
rivolgermi quelle attenzioni che mi sono mancate da piccolo, dando
voce e prendendomi cura dei bisogni delusi del mio bambino interiore.
Alice Miller sosteneva che il modo con cui siamo stati trattati da
piccoli il modo in cui trattiamo noi stessi per il resto della vita.

51 Perls-Hefferline-Goodman, la Terapia della Gestalt, op cit, p 419

71
Trovo interessante l'affermazione di Perls secondo la quale quando
chiedete a voi stessi qualcosa (con espressioni tipo mi domando
perch..., oppure mi dico...) si tratta di una domanda retroflessiva.
Non conoscete la risposta poich altrimenti non sarebbe necessario
porvi la domanda. Chi nell'ambiente conosce la risposta o, a parer
vostro, dovrebbe conoscerla? Se potete identificare questa persona,
potete quindi essere consapevoli di voler porre la vostra domanda, non
a voi stessi, ma a questa persona? Cosa vi trattiene dal farlo?(...) al
posto di chi vi state sostituendo(...) chi volete criticare(...) chi
volete riabilitare.52 Queste modalit comunicative, secondo Perls,
testimoniano che la personalit sia divisa in due parti, come se due
persone vivessero dentro la stessa pelle e potessero sostenere delle
conversazioni una con l'altra.53 Quando accetto un invito, o
acconsento di fare qualcosa che invece non vorrei, pronunciando la
tipica frase ma certamente, lo faccio con molto piacere, manco
certamente di sincerit. Ma, ancor pi profondamente, sono incapace di
rompere la confluenza con regole sociali e convenzioni introiettate, le
quali mi spingono a fare ci che non desidero. L'impossibilit a dire dei
no, manifesta la mia incapacit a stabilire dei confini. Mi svaluto e non
mi curo di me stesso, dei miei bisogni, mancando di rispetto a quel
luogo della mia esistenza che andrebbe protetto come il sacro fuoco di
Vesta. La retroflessione sana quando consapevole e in sintonia con
il controllo necessario per vivere in societ: a volte necessario, per
stare con gli altri, tollerare alcune piccole frustrazioni. La funzione di
creare relazioni che non mi danneggino: non posso prendere a calci la
prima persona che incontro solamente perch mi infastidisce. E'
funzionale, pertanto, quando mi permette di sfuggire a dei pericoli. Se
rifletto posso considerare questa attivit mentale una forma
retroflessiva, in quanto interrompo il mio esserci spostandomi ad un
livello strettamente cognitivo, per poi rientrare nuovamente in contatto
con l'ambiente ed il mio s. Questa deviazione un modo per
prendermi uno spazio, staccandomi per un po' da una situazione che si
sta caricando eccessivamente. Con questa dinamica inizio un dialogo
interiore con il quale, anche in questo caso, mi divido in due parti. Ma
adeguata. La retroflessione diventa patologica ed insana quando

52 Ibidem, p 424
53 Ibidem, p. 423

72
inibisce sistematicamente i miei bisogni, impedendomi di esprimere
liberamente la mia vitalit. Molti studi sulle somatizzazioni hanno
rilevato che manifestazioni cutanee, crampi allo stomaco, ulcere, o i
famosi mal di testa del fine settimana, sino a considerare patologie ben
pi gravi, come ha rilevato la Simonton, molto spesso sono da porre in
relazione a modalit stressanti che comportano un'eccessiva inibizione
e controllo delle emozioni.

La Gestalt lavora sulla consapevolezza delle modalit retroflessive che


si manifestano anche con micro-gesti sottili, invisibili, dei quali non ci
accorgiamo ma che sono osservabili dall'esterno. La rigidit che
avverto in parti del corpo, l'abitudine a tamburellare con le dita, a
mordermi le labbra, trattenere il respiro, stringere i denti, agitare
nervosamente una gamba, corrugare la fronte, sbattere le ciglia, tossire
ripetutamente, provare conati di vomito, sono solamente alcuni degli
innumerevoli segnali fisici utilizzati per tenere a bada e contrastare le
mie emozioni. Il senso di colpa una forma di retroflessione, poich
rivolgo verso me stesso la rabbia che provo. Aiutare il cliente ad
esserne consapevole, procedendo a piccoli passi, parte essenziale del
rapporto di counseling che mette il suo fuoco sull'azione. Questo
processo offre un sostegno e lo spazio necessari per liberare
creativamente le emozioni, trovando un modo per orientare all'esterno
gli impulsi rivolti in senso opposto. Per confrontare il cliente con
questa interruzione di contatto posso utilizzare svariati modi, scelti in
funzione del momento. Se osservo che una sua mano si contrae a
pugno, posso rimanere a livello corporeo chiedendogli di mantenere
quel gesto ed amplificarne il movimento. In questo modo lo aiuto,
lentamente e con-tatto, a diventare consapevole del suo modo di fare,
esplorando cosa sente, a cosa gli serve, come si crea questa situazione.
Un altro modo per sostenerlo ad esprimere un vissuto emotivo, quello
di sollecitarlo ad instaurare un dialogo immaginario con un oggetto, o
una persona, per aiutarlo a liberarsi degli stati emotivi compressi
(tensione, odio, rancore), esprimere bisogni, manifestare desideri.
Posso utilizzare altre modalit espressive particolarmente evocative per
dare una forma alle emozioni, ad esempio, chiedendogli di disegnare,
oppure modellare dell'argilla. Per sostenere la consapevolezza di chi
retroflette con un tono di voce dimesso, posso verificare cosa succede

73
se lo invito ad esprimersi con pi energia, restituendogli cosa mi
suscitano le sua modalit. Se la relazione lo consente, ed il cliente
possiede le risorse per poterlo fare, potrei proporgli un piccolo compito
da svolgere nel quotidiano per provare, anche all'esterno del setting, un
modo di agire diverso.

Egotismo

Ad Atena si devono l'arte della scienza e delle attivit domestiche, dei


mestieri, della matematica e della strategia in tempo di guerra. Si
attribuiva alla dea vergine, protettrice della citt di Atene, la capacit di
dettare norme regolatrici della vita civile nella polis: simbolo di
intelligenza e dell'abilit mentale. Nell'iconografia quasi sempre una
dea guerriera rappresentata con la corazza, la lancia e lo scudo. Trovo
suggestivo leggere simbolicamente queste sue caratteristiche, in
funzione della tematica che sto sviluppando. Jean Bolen, nei suoi saggi
evidenzia che in ognuno di noi ci sono potenzialmente dei e dee che si
attivano o si inibiscono in particolari momenti e circostanze della
vita. Attraverso lo sguardo nel mito, con i suoi simboli e le metafore
capaci di proiettare immagini e dimensioni interne, introduco
l'interruzione di contatto denominata egotismo. La potente icona della
vergine guerriera, di tutto punto bardata, suggerisce simbolicamente la
difesa della sua castit, ma veicola anche l'idea della forte barriera
difensiva posta per non entrare in relazione con l'altro, per difendersi
psicologicamente dal coinvolgimento emotivo e da invasioni nel
proprio spazio interiore. Reich considerava questa struttura difensiva
psichica una corazza caratteriale. Essere come Atena significa
assumere l'atteggiamento psicologico di vivere con la testa,
mantenendo un distacco emotivo con la corazza dell'intelletto per
proteggere il proprio corpo ovvero, i propri confini essere
indipendente ed avere sempre sotto controllo la situazione.

L'eloquio intellettuale, i ragionamenti espressi attraverso un flusso


continuo di parole, i commenti rivolti a me stesso, o ad un'altra
persona, sono i tratti caratteristici di questa interruzione. Sono armi
molto potenti ed efficaci. Concentrandomi sul verbale, magari parlando
proprio di emozioni, in realt attivo una modalit di interruzione molto

74
incisiva perch tronco di netto le mie sensazioni. Sono nella testa, e le
continue parole non mi permettono di esserci pienamente
nell'esperienza che sto vivendo. E' adeguata quando vivo liberamente la
mia dimensione intellettuale, formulando e difendendo assertivamente i
miei pensieri, ponendo dei giusti limiti alle altrui richieste. Diventa
invece disfunzionale quando questa corazza, a causa di un ambiente
che mi ha procurato sofferenze e che ho vissuto come un pericolo ed
una minaccia (magari anche solo immaginari), diventa rigidit e
chiusura alessitimica al mondo esterno. Devo difendermi per non
sentirmi destabilizzato e minacciato dall'incontro con la diversit. Ed
proprio il mondo delle relazioni che pu fare pi male. Mi indurisco
ispessendo la mia pelle, sino a farla diventare una pesante armatura che
diventa insensibilit, freddezza e cinismo, esclusione e mancato
riconoscimento degli altri. E' importante che io porti la persona a
contattarsi emotivamente per confrontarla con le sue difese. Nella
relazione di counseling necessario bloccare il flusso verbale
sostenendo la persona a restare sull'emozione, a rimanere sul sentire
fisico e su cosa sente a livello corporeo, aiutandolo a dargli voce.
L'egotismo cronico pu sfociare in modelli stabili di personalit
descritti come disordini narcisistici di personalit, nei quali si
riscontrano irrigidite una mancanza di empatia ed una struttura
pervasiva di grandiosit e di ipersensibilit alla valutazione degli
altri.54 Attraverso questo processo cerchiamo di rendere gli altri
uguali a noi, perch non accettiamo le idee diverse dalle nostre. Nel
mito di Ovidio,55 Narciso si specchia nella limpida acqua di fonte e
questa visione lo turba. Questo sguardo ci costringe a riflettere sul
nostro orientamento in rapporto agli altri e sul nostro tipo di equilibrio
psichico. Chi , dunque, per noi, l'altro? Esiste veramente ai nostri
occhi? Quando ci relazioniamo con qualcuno lo ascoltiamo veramente,
lo riconosciamo, oppure lo consideriamo semplicemente uno strumento
per ottenere qualcosa? Attraverso queste domande possiamo
comprendere, in realt, chi siamo noi. In una relazione narcisistica, se
guardo unicamente me stesso gli altri diventano sfondi semplicemente
irrilevanti. Di conseguenza anche i loro bisogni. Sono come specchi
che ci servono per compiacerci di continuo, e per alimentare un

54 P. Clarkson, Gestalt-Counseling, op cit, p 83


55 Ovidio, Metamorfosi, III libro vv 316-510

75
sentimento idealizzato di superiorit che si nutre dei loro sguardi. La
nostra realt, pertanto, sostenuta da questi riflessi che diventano i
fragili piedistalli su cui poggia il nostro s e che necessita di continui
rinforzi. Oscar Wilde, nel cogliere questo aspetto, affermava che
l'egoismo non consiste nel vivere come ci pare, ma nell'esigere che gli
altri vivano come pare a noi. La polarit narcisistica si compone di una
diade in cui, da una parte, io non sono nulla, dall'altra mi sento tuttavia
grandioso. In questa dinamica il mio corpo esprime questa polarit
attraverso posture ed atteggiamenti che denotano rigidit e chiusura. Se
organismo ed ambiente non possono essere disgiunti, individuo ed
ambiente s, pertanto un'esperienza narcisistica quella di un individuo
separato dal proprio ambiente in chiave patologica. E una difesa e in
termini relazionali, legati alla percezione della sofferenza, questa
separazione crea una barriera che impedisce di sentirla. Ritornando
propriamente all'egotismo, riporto una dinamica emersa molte volte nel
nostro gruppo di formazione: io vorrei inserirmi in una situazione,
porre una domanda, schierarmi con qualcuno, intervenire ad alta voce,
ma dico molte volte a me stesso che non si deve fare, anche se nessuno
ha posto questa regola. Questa modalit , in realt, un introietto, e se
lo alimento giustificandomi con frasi del tipo non devo interrompere
perch..., utilizzo una modalit egoica che lo sostiene e lo rafforza.
Pertanto, alla frontiera del contatto, sono due le interruzioni che agisco:
un introietto e l'egotismo.

Introiezione

E' tutto ci che ho mandato gi senza averlo assimilato, scelto, fatto


mio, deciso. Si tratta di cibo, regole, idee, principi, modalit educative
e comportamentali. Questo complesso, che non ho masticato e digerito
bene, trasmesso dalle persone (o istituzioni) che sono state
significative nel corso della mia vita. Espresso in chiave simbolica, il
mondo esteriore che mi invade. Per Aristotele, nel secondo libro del De
Natura, il cibo qualcosa di non-simile che pu essere reso simile a
me, ovvero assimilato: la porzione di mondo esterno viene incorporata
e diventa parte sostanziale del mio organismo biologico e mentale.
L'analogia fra il cibo e un introietto significativa ed illuminante e
rappresenta un cardine per la Gestalt. Si devono a Perls le brillanti

76
intuizioni e le riflessioni sulla somiglianza strutturale delle fasi della
consumazione del cibo con il nostro assorbimento mentale del
mondo.56 E' molto interessante notare che un lattante, non avendo
dentizione, non pu scegliere ci di cui nutrirsi non avendo ancora una
parte attiva e discriminante su cosa ingerire: pu solo espellere,
sputando o vomitando cosa non gli aggrada. Con il manifestarsi
dell'aggressivit dentale57 e della masticazione, diventa possibile

56 F. Perls, L'io, la fame, l'aggressivit, op cit, p 138


57 Il tema dell'aggressivit rilevante per la Gestalt e viene inteso nel significato
etimologico di ad-gressere, andare verso il mio bisogno. Ho trovato molto
interessanti alcune distinzioni: la prima quella definita aggressivit dentale,
intesa come capacit di mordere, prendere, destrutturare. Quando svolgo un
lavoro agisco questo tipo di energia, ed il rischio concreto che faccia tutto io. Un
secondo tipo di aggressivit quella orale. In questo caso il mio atteggiamento
passivo ed aspetto che sia l'altro a prendere iniziative, a condurre, a venire verso
di me. Io non faccio nulla perch ho delle aspettative e ritengo che sia un altro a
dover soddisfare il mio bisogno. In quella anale, invece, espello ci che non
voglio, restituendolo all'ambiente, oppure trattengo ci che mi serve e che non
voglio lasciare andare allesterno. Una difficolt a dire no rappresenta un
problema nell'utilizzare l'aggressivit nellesprimere un rifiuto, ad esempio, nel
caso di una situazione indesiderata che sto subendo. La forma sessuale
caratterizzata dall'energia orientata verso l'ambiente che attiva un'eccitazione
verso un'altra persona, o un gruppo. Questa energia non finalizzata
necessariamente, anche se non la esclude, ad un rapporto di tipo sessuale, ma gli
elementi per comprenderla sono il piacere e l'eccitazione dello scambio tra pari.
Questo moto deve essere adeguatamente sostenuto con il respiro, il tono della
voce, lo sguardo, etc, poich il corpo la sostanza che portiamo. In primo luogo,
devo contattare e sostenere la mia eccitazione, o piacere, ed una modalit per
stimolarla consiste nel sedersi e percepire i propri genitali. Le dinamiche che
reggono questo tipo di scambio sono sottili e complesse. Ad esempio, un allievo
che pone delle domande all'insegnante esprime un'aggressivit di tipo dentale,
ma, se oltre alle domande commenta, fornisce o ricerca spunti, attivando un
interesse anche nel docente (e sentendo crescere in s il piacere di quanto sta
avvenendo), il rapporto fra i due cambia e linterazione esprime un'aggressivit di
tipo sessuale. Perls sosteneva che gli esseri umani sono fondamentalmente
aggressivi a causa della necessaria dipendenza dall'ambiente in cui vivono. Un
esempio dato dall'attivit respiratoria, automatica e perlopi inconsapevole. E
un fatto relazionale e di confini. Possiamo riconoscere alcune modalit che
contraddistinguono un superamento e un contrasto con questi ultimi:
l'invasione, la violenza ed il contatto. I primi due sono vissuti negativamente,
tuttavia sono inevitabili perch dobbiamo violare l'ambiente, o altri esseri viventi,
per vivere. In una relazione fra esseri umani l'invasione pu essere involontaria:

77
destrutturare il cibo che mi viene fornito, dividerlo, frantumarlo,
differenziarlo, rifiutarlo nelle parti che non voglio introdurre nel mio
organismo. Questa azione interessa il cibo, ma una metafora
applicabile anche alle relazioni interpersonali. La possibilit di
scegliere e di impegnarmi per ottenere il nutrimento di cui ho bisogno,
in sintesi, il mio modo di essere a tutto tondo, un aspetto che riveste
un'importanza fondamentale per la mia vita: coinvolge azioni, bisogni,
desideri, esperienze, emozioni. Quando vedo una scena ripugnante che
mi suscita disgusto, il mio organismo la rifiuta reagendo alla sola vista
di quanto mi genera repulsione. Metto in atto una modalit difensiva
naturale, come se la stessi di fatto ingerendo. Questa reazione ben
evidenziata da frasi quali quella cosa mi d il voltastomaco; quella
persona mi ripugna; non digerisco proprio questa situazione. Il cibo
che ci nutre, o che rifiutiamo, altro da noi. Molte sono le metafore,
espressioni o locuzioni verbali che lo richiamano traducendolo in un
esplicito linguaggio: ti mangerei...; me lo sono mangiato...; mi mangio
il fegato...; me lo sono cucinato per bene...; quanti bocconi amari...

Come ho descritto, cibandomi introduco una parte esterna del mondo


per destrutturarlo e scomporlo nei suoi vari elementi. Il mio organismo
si sostenta e cresce assimilando dall'ambiente il materiale di cui ha
bisogno per la propria crescita.58 Questa funzione vitale, volta alla
ricerca di energia, caratterizza la mia apertura e dipendenza da ci che
esterno e trova espressione organica nei miei apparati respiratori e
digerenti. Simbolicamente, assume importanza anche un'analoga
ricerca che mi vede impegnato a nutrire la mia mente, e il mio spirito,
attraverso ci che vedo e sento. Il risultato di questa incessante attivit

pu essere troppo, ma un rischio che dobbiamo correre se vogliamo entrare in


contatto. Si pu parlare di violenza (violare, entrare con forza nella parte protetta
e sacra di un altro) quando ci accorgiamo di superare i confini e, ignorandoli,
scegliamo di oltrepassarli mettendo in primo piano in nostro bisogno. Questa
azione, tuttavia, pu essere collegata ad una ricerca di contatto nel momento in
cui, dopo un nostro passo in avanti ne facciamo un altro indietro, per lasciare
spazio ad un reciproco avvicinamento. Io posso canalizzare la mia passionalit
nell'ambiente, riducendo i rischi di invasione o violenza, attraverso i feedback che
ricevo dal contatto e che mi fanno comprendere se e sino a dove posso scegliere
di avvicinarmi.
58 Perls-Hefferline-Goodman, La Terapia della Gestalt, op cit, p 28

78
sono parole, pensieri, emozioni, gesti, immagini, azioni quale risultante
della scomposizione e ricomposizione di tutto ci che introduco e che
diventa parte essenziale di me. Io sono e divento quello di cui mi nutro,
alimentando il mio organismo, leggendo, pensando, respirando,
attivando strategie e mobilitando energie. Definisco e comunico me
stesso in base a quali persone frequento, come mi vesto, quali simboli,
idee, modalit relazionali scelgo. In breve, manifesto il mio modo di
essere nel mondo.

Gli introietti sono memorie che si sono impresse e la figura con cui
identificarli quella dei giudici interiori. Questi censori, in certe
circostanze, agiscono attraverso imperativi quali devi essere, devi
fare..., questo non si deve..., non vai bene se fai cos.... Ne possediamo
molti e sarebbe molto importante dargli un nome e, soprattutto, un
volto. Quelli familiari sono i pi significativi e quelli assorbiti da
bambini i pi potenti. L'espressione non ci si alza dal tavolo se prima
non hai finito tutta la minestra, un classico esempio conosciuto
ovunque. Un bravo figlio deve essere cos, un altro potente introietto
genitoriale che comporta un'accettazione condizionata culturalmente,
soprattutto nelle culture maschiliste dove un bambino, in primo luogo,
deve comportarsi come vuole il padre. Questo imperativo pu imporsi
non solo in forma verbale, ma, anzi, forse ancora pi efficace e
condizionante se la regola interiorizzata attraverso un clima fatto di
sguardi, sensazioni, esempi, che plasmano atteggiamenti e visioni del
mondo. L'alimentazione forzata, l'educazione forzata, la moralit
forzata, le identificazioni forzate con i genitori e i fratelli o le sorelle,
finiscono per costituire in realt una enorme quantit di rifiuti non
assimilati, conservati dall'organismo psicosomatico come introietti.
Questo materiale non stato digerito, e allo stesso tempo, sotto la sua
forma attuale non digeribile. E cos uomini e donne abituati da tempo
a rassegnarsi al modo in cui stanno le cose, continuano a tapparsi il
naso, a desensibilizzare il proprio palato e a inghiottire sempre di
pi.59 Con un introietto posso sostenere una mia retroflessione. Se
ritengo che non si deve esprimere aggressivit introietto, sostengo
una retroflessione rivolgendo la mia rabbia verso me stesso. Mi divido
in due e scindo me stesso: da una parte sono arrabbiato verso qualcuno,

59 Ibidem, p 473

79
dall'altra rivolgo verso di me la mia rabbia. I miei introietti possono
essere anche sociali e culturali. Se da bambino ero spinto ad ingoiare
regole e ad assumere certi atteggiamenti, anche da adulto, se mi sar
richiesto un certo comportamento con espressioni cogenti quali
bisogna sacrificarsi...; devi assumerti le tue responsabilit...; prima il
dovere poi il piacere...; non bisogna farsi vedere deboli...; etc.
tender a mandare gi quanto mi viene domandato in un solo boccone.
Ci sono introietti che esprimono giudizi molto svalutanti, quali: tu sei
un inetto..., tuo fratello molto pi bravo di te... Questi imperativi
possono insinuarsi attraverso stereotipi culturali, o con la pubblicit, di
cui siamo circondati: la cultura giovanilista, con i suoi miti e simboli
che permeano il contesto sociale, un esempio molto attuale. La pi
rappresentativa senza dubbio quella del mito estetico giovanilista:
bisogna essere giovani e belli ad ogni costo, ben evidenziata dallo
slogan pubblicitario vietato invecchiare, utilizzato abilmente qualche
tempo fa da una famosa industria di cosmetici. Ma altrettanto
emblematico quello rappresentato dal devo essere sempre all'altezza in
ogni situazione, altrimenti non valgo nulla. Per una donna, invece, un
esempio di introietto che suona come un imperativo categorico sociale
: devi essere bella e seducente, altrimenti non otterrai mai nulla.

Perls, citando la storia di Cappuccetto Rosso, evidenzia che il lupo


introietta la nonna, la imita, si comporta come se fosse lei, ma il suo
vero s presto smascherato dall'eroina60 che mette in luce la sua
vera natura. Molti introietti sono certamente funzionali e gioiosi:
servono per stimolarci a raggiungere degli obiettivi, imparare delle
regole sane per relazionarci con rispetto ed assertivit intesa come
difesa dei propri diritti e bisogni nel rispetto degli altri per crescere e
diventare autonomi. Sono dei limiti rassicuranti che infondono
sicurezza. Altri, tuttavia, sono disfunzionali, perch inibiscono le
capacit adattive limitando l'autonomia nelloperare delle scelte. Il
lavoro di counseling sostiene il cliente nel difficile compito di
attraversare l'arduo terreno della paura, come quella suscitata dai nostri
spietati censori. Li oltrepasso correndo dei rischi, facendo anche solo
un piccolo passo lungo questo impervio ed incerto sentiero. Mi muovo
con molta pi sicurezza soprattutto quando ricevo un sostegno che

60 F. Perls, L'Io, la fame, l'aggressivit, op cit, p 143

80
alimenta la mia autostima. Un modo creativo per confrontare il cliente
quello di chiedergli di diventare l'introietto stesso, ovvero, di
riconoscere il volto del suo giudice interiore, impersonificandolo ed
esprimendo verbalmente il giudizio che sente risuonare dentro di s.

Come sar l'orizzonte che tracci, dipende da come mi abbracci.


Bruno Tognolini

Ci siamo confrontati in gruppo su questa resistenza orale. Riporto un


interessante esercizio su questa tematica, rappresentata dal cibo che
non mi piace, ma che non rifiuto, ovvero, in che modo accetto
situazioni che non voglio. La domanda posta in rilievo la seguente:
cosa mi impedisce a dire di no? Ci siamo procurati del cibo molto
semplice di varia densit e natura. Ci siamo divisi a coppie e, a turno,
ci siamo imboccati con un cucchiaio mentre chi riceveva il cibo era
bendato. La bocca serve per alimentarci, esplorare il mondo,
comunicare. E sede di intimit e suscita forti emozioni. La consegna
era di stare a sentire, provando a masticare a lungo e riducendo il bolo
il pi possibile in poltiglia, percependone la consistenza, il gusto,
l'odore, concentrandoci sulle modalit con le quali lo assumevamo, il
quantitativo ingerito ed il tempo dedicato alla masticazione. Abbiamo
sperimentato la capacit di rifiutarlo, di sceglierlo, ovvero la voracit o
l'impazienza nell'assumerlo, il senso di nausea, disgusto o vomito,
represso o assecondato. Al termine dell'esercizio seguiva il confronto e
la condivisione del vissuto. In primo luogo, fra le coppie che avevano
condiviso direttamente l'esperienza, secondariamente, a livello di
gruppo. Naturalmente, durante l'esercizio si era liberi di rifiutare
quanto veniva proposto dal compagno. Il confronto consiste nel far
emergere il livello di consapevolezza, le modalit ed il processo con il
quale introduciamo oppure rifiutiamo il cibo nel nostro organismo.
Ci siamo permessi ma non sempre di agire amplificando tanto il
nostro senso di disgusto, quanto la piacevole ed appagante sensazione
del mangiare. Il contesto protetto permette di affrontare argomenti
difficili, a volte dolorosi, che spesso si aprono con questo tipo di
esperienza. Perls proponeva di lavorare a questo livello anche con il

81
cibo mentale61, considerando la capacit di assimilare una pagina
di testo, o la capacit visiva di assimilare un film.62 La sua, per,
pu essere considerata anche una provocatoria e quanto mai attuale
riflessione: scegliamo veramente cosa leggiamo o vediamo? ne
traiamo piacere e nutrimento? ne siamo consapevoli? beviamo come in
una sorta di trance le scene o le pagine di un libro? e, in ultimo, qual
il nostro reale bisogno?

Cibandoci introduciamo in noi una parte del mondo affinch venga


sminuzzata, destrutturata, scomposta e ricomposta in molteplici
nutrienti ed assimilata, cio resa del tutto simile a noi.

E' una funzione necessaria e vitale, volta sostanzialmente alla ricerca


di energia, caratterizza la nostra apertura e dipendenza dalla Natura.

Questa dimensione trova espressione organica nei nostri apparati


respiratori e digerenti e negli altri organi sensoriali attraverso i quali
siamo in continuo contatto con il mondo, con le sue parti sottili,
nascoste, archetipiche, tangibili ed immateriali.
Siamo corpo e materia, ma anche spirito e consapevolezza.

Questo insieme, complesso e multidimensionale, riflette il nostro s e la


molteplice personalit individuale e sociale che ci caratterizza. Le
nostre forme e idee ripercorrono il cammino del mondo, corrispondono
alla materia universale con la quale siamo fatti e dalla quale
scaturiamo.

Riflettiamo leggi di cui siamo portatori e verso le quali siamo soggetti.


Assume importanza anche un'analoga ricerca che ci impegna a nutrire
la nostra mente e il nostro spirito.

Questo lavoro diventa esperienza capace di plasmare noi stessi. Il


risultato di questa complessa attivit relazionale fra mondo esterno ed
interno sono parole, pensieri, immagini, suggestioni, emozioni, gesti.

61 Perls-Hefferline-Goodman, La Terapia della Gestalt, op cit, p 464


62 Ibidem, p 464

82
E' la risultante di un processo caratterizzato dalla continua
scomposizione e ricomposizione di tutto ci che introduciamo e che
diventa, pertanto, parte essenziale di noi dotata di senso.

E' la consapevolezza di esserci che produce conseguenze


dinamicamente orientate, proietta nuovi orizzonti, determina
cambiamenti ed inversioni di traiettoria.

Siamo una parte organica dell'universo, concreta e spirituale, che si


consuma, si degrada e che ha bisogno incessantemente di rinnovarsi e
di essere ri-conosciuta.

Questo multiforme procedimento collegato a fenomeni mutevoli,


fluidi, creativi e vitali, ma che definiscono in modo diverso ed
inequivocabile chi siamo.

Io sono, quindi, ci che introduco nel mio organismo, cosa leggo,


penso, respiro, amo.

Sono traccia viva, cammino, voce, fisicit, ombra, sogno, idea,


immagine, azione, dolore, che riflette e sorregge fluide dimensioni
storiche, specchio della mia interiorit che si fa memoria, costruisce
senso, diventa identit. La mia.

Definisco e comunico me stesso in base a chi frequento, come mi nutro,


che abiti indosso, quali simboli e modalit di pensiero scelgo e da
quale parte decido di collocarmi nel mondo.

La mia responsabilit, tanto in termini di azione quanto di scelte e di


spazio, la mia condizione d'esserci che attiene ad una domanda di
senso: la risposta, qualunque essa sia, etica.

Io sono il mio vissuto costituito dall'insieme di tutti questi piccoli


frammenti posti gli uni accanto agli altri. Modellare la materia di cui
sono composto la mia arte di vivere.
M.P., Manifesto di me stesso

83
Desensibilizzazione

Quando, nella fase della sensazione ignoro i messaggi provenienti dal


mio corpo e dall'ambiente (dolore, paura, fame, sete, stanchezza,
stimoli di piacere), io mi desensibilizzo. Li deformo trascurandoli,
minimizzandoli sino a non considerarli del tutto. Un trauma lascia
impressi segni emotivi, pi o meno marcati, che cerchiamo di
allontanare per non soffrire. Reprimiamo il ricordo nascondendo, in
qualche angolo oscuro e remoto della mente, lo spavento e il dolore
della ferita subita, tentando di consegnarla all'oblio. Ma, possiamo
anche agire staccando dall'episodio la componente emotiva e facendo
come se non fosse accaduto nulla di rilevante. Anche in questa
interruzione di contatto un certo grado desensibilizzazione sano
quando consapevole e finalizzato al raggiungimento di un certo
obiettivo, come, ad esempio, contenere e gestire la fatica e durante
un'escursione in montagna.

Deflessione e formazione reattiva

Ho inserito in questo capitolo queste due dinamiche per le affinit che


possiedono con le altre e per dare una continuit al discorso che ho
delineato. Tuttavia, non sono considerate delle interruzioni di contatto.
Nella deflessione devio deliberatamente la mia sensazione ad un livello
mentale, per ridurne l'impatto diretto (non completamente, come nella
retroflessione) attraverso idee, ricordi, fantasticherie, astrattezze,
generalizzazioni, ma anche con ironia e humor. Come ho appena
accennato, riconosciuta come una protezione di una interruzione del
contatto: nel momento in cui vengo sollecitato a confrontarmi con
un'emozione, per la quale metto in atto una resistenza retroflessione,
introiezione, etc io defletto nel tentativo di deviare il confronto verso
qualcos'altro. Di fatto, cambio argomento per non esprimere le mie
idee o sensazioni, per non essere invaso o per non correre il rischio di
sostenere direttamente l'emozione ed il confronto diretto. E' come
trovarsi di fronte ad uno specchio che ti fa andare da un'altra parte: una
tipica espressione verbale s, per, Agisco questa dinamica quando
non accetto un complimento, oppure quando sminuisco l'importanza di
una mia azione, magari con eloquenti gesti accompagnati da frasi del

84
tipo non si preoccupi, non si preoccupi, non nulla. Questo
meccanismo, diminuendo l'intensit del contatto, mi impedisce di
accettare la restituzione nutriente che in realt desidererei. Ma,
possibile anche una modalit opposta con la quale accetto solamente
restituzioni positive, deviando con le stesse modalit le critiche
negative. Un'altra forma di deflessione viene attuata quando distolgo lo
sguardo per non entrare in un contatto visivo diretto con un'altra
persona.

La formazione reattiva, messa in evidenza da Anna Freud, molto


curiosa. Analogamente alla deflessione, una reazione ad una
interruzione gi avvenuta che mi spinge a comportarmi contrariamente
a quanto sento. Ad esempio, una persona non sta bene con altri, tuttavia
si impegna in attivit di volontariato in ospedale: non si permette di
assumersi la responsabilit della sua avversione, andando
paradossalmente nella direzione opposta, cos da sentirsi a posto con il
mondo e con le idee che ha introiettato. Se qualcuno mi dice di
smettere di mangiare, perch sono troppo grasso, la voce che mi suona
dentro (e che mi giudica) mi spinge a fare l'opposto, ad introdurre
ancora pi cibo. Quello che provo legato a come mi percepisco: non
voglio sentire il peso di sentirmi male con il mio corpo, di entrare in
contatto con gli altri che mi vedono grasso. Mi vedo in un modo che
non mi piace, ma per reazione faccio il contrario di quanto dovrei fare
per stare bene. E' una problematica molto difficile da affrontare nel
counseling, poich una persona posta di fronte a questa modalit
rischia di veder crollare la propria identit.

85
Camminare nel deserto

Noi apparteniamo alla nostra storia.

Ogni nostra singola azione


legata ad un'altra
tesse
la trama e l'ordito della nostra esistenza.

E' un insieme di forme


dai mutevoli occhi.

Si uniscono
lungo questo trascorrere
la Coerenza ed il Senso
compagni di viaggio
del nostro fragile e continuo divenire.

Mutevoli e sfuggenti
quasi sospesi
con le loro ali seguono il ritmo del Cambiamento
esuli eterni del nostro io.

Irraggiungibili
sono la mela di Saffo
intreccio dell'unico destino
di cui facciamo parte.

Muti come la notte


sono scintille del nostro fluire
fioco baluginare di vita.

E' un flusso
all'interno del quale continuamente scegliamo.
Scegliamo a chi appartenere
decidiamo chi essere
dove recitare.

86
Incessantemente chiediamo l'Armonia
per dividere il tempo
per poterci riconoscere
per non cadere nel nulla.

M.P., Anima Mundi

Ho accennato, nella parte relativa agli introietti, all'importanza di stare


su cosa mi succede e di attraversare terreni dolorosi cercando sostegno,
nutrimento e soluzioni creative per accrescere il senso di realt. Si
tratta di seguire la mia corrente personale, lasciandomi andare lungo il
flusso, a volte impetuoso, del cambiamento e cercando di superare le
resistenze e le paure che mi indurrebbero, invece, a non varcare soglie
oscure. A volte si vorrebbe procedere, ma, sovente, una forza opposta
ci soverchia frenandoci dall'intraprendere il cammino. Questa tensione
ambivalente si traduce nel timore di perdere i vantaggi secondari che
consistono nel rimanere in una posizione fissa e conosciuta, anzich
sperimentare il disagio e la fatica di assumersi la responsabilit di una
nuova situazione. Carl Rogers, nel raccontare alcune delle sue
esperienze umane e professionali, pone laccettazione di se stessi quale
presupposto chiave del cambiamento. E' un atteggiamento che richiede
coraggio. Traendo spunto dalla letteratura, l'esperienza dolorosa
vissuta dal timido, ed alienato, protagonista delle Memorie del
sottosuolo di Dostoevskij. Egli, cacciato al di sotto della soglia umana
dal gioco crudele degli uomini e del destino, vive una stracciata e
quanto mai disillusa realt. Per ribellione scende consapevolmente nei
fangosi sotterranei della sua desolata esistenza, addentrandosi nei
luoghi sospesi ed irrazionali della sua anima, pieni di tragiche
incertezze, ma anche di scoperte e rivelazioni. Con un gioco di parole
egli cerca, al di sotto di s, proprio se stesso. Quando sento
un'emozione che mi fa stare male e tento di dominarla, oppure cerco di
contrastarla impedendomi di vederla, in realt mi pongo nelle
condizioni peggiori, complicando la situazione. Paradossalmente, se la
sperimento lasciandola fluire dentro di me, permettendomi di viverla,
dandole voce e accettandola nella sua realt, anche corporea, restituisco
senso a quanto mi succede. Questa flessibilit un'arte ed una virt che
richiede una giusta dose di tenacia, la quale, secondo Salvatore Natoli,

87
vuol dire tenere stretto e, nel linguaggio marinaresco, far vela
verso una direzione. Ma un atteggiamento difficile, perch contattare
i nostri ricordi e sentimenti, soprattutto quando sono dolorosi, come
scendere nel regno invisibile di Ade, luogo oscuro e tumultuoso della
buia notte dell'anima. Ulisse, su consiglio della maga Circe, discese nel
mondo degli inferi per interrogare ed ottenere, dall'ombra dell'indovino
Tiresia, indicazioni sul proprio destino. La trasposizione simbolica del
racconto quella di ritrovare se stessi dopo tanto e faticoso
peregrinare. Il viaggio di Ulisse la metafora del ritorno, dello
svelamento, considerato nella sua circolarit composta da un inizio, un
cammino ed un rientro. Ma anche della capacit di utilizzare strategie
di coping e di essere resilienti alle avversit della vita.

Il coraggio di varcare soglie pericolose, di adattarsi creativamente, di


scoprire per entrare in relazione con mondi sconosciuti e con il diverso
da noi, lascia un segno indelebile. Ma non sempre ci si riesce da soli,
anche se si dispone di molte risorse. Occorre, infatti, una guida che
sappia tenerci per mano e, all'occorrenza, accompagnarci. Varcare
soglie burrascose corrisponde ad un travaglio esistenziale veramente
molto arduo da affrontare in solitudine. L'astuto ed intraprendente
Ermes, dio del passaggio e del cambiamento, nella sua veste di
psicopompo guidava ed accompagnava le anime nel regno degli inferi,
aiutandole nel difficile compito di trovare la via alla quale erano
destinate. Anche Dante, nel suo viaggio nell'inferno, non cammina da
solo ma accompagnato da Virgilio. E' l'immagine dell'aiuto che
solamente un esperto pu offrire per muoversi in oscuri sentieri. Nella
Gestalt, la teoria del paradosso postula che quando sono in contatto
con un sentimento doloroso, e me ne faccio carico, in realt sto gi
tentando di scioglierlo. Serve fiducia in questo processo. E' la premessa
al cambiamento per giungere ad una vera e propria rinascita interiore.
Al contrario, quando lo respingo cercando di allontanarlo, lo rendo
vivo e lo rafforzo. Questa esperienza in grado di produrre
cambiamenti radicali sino a farci riconsiderare completamente la nostra
visione del mondo.

88
Uno dei pi grandi regnanti dell'antica India, Ashoka, vissuto nel III
sec. a. C., profondamente scosso dalla sanguinosa e devastante
esperienza della guerra condotta a Kalinga, cambi completamente la
propria prospettiva promuovendo, ricercando e valorizzando il dominio
e la conoscenza di s attraverso la meditazione e l'introspezione.
Anzich perseguire e consolidare il proprio potere sugli altri uomini,
mettendo da parte il profondo turbamento provato dalla tragica realt
che lo ha visto protagonista, accett ed assunse la responsabilit di
quanto stava avvenendo dentro di s: comprese l'importanza del
rispetto per ogni forma di vita, quale sublime forma di bellezza e
premessa per essere felici. Successivamente, rielabor raccogliendo in
14 editti i fatti che riassumevano pubblicamente il prezzo pagato, in
termini di sangue e sofferenza, per le inutili e quanto mai effimere
vittorie. Rese pubblici gli editti in tutto il suo regno attraverso epigrafi
incise su rocce e colonne. La consapevolezza alla base del
cambiamento della sua vita personale e pubblica, libera da qualsiasi
costrizione e svincolata da opportunismo politico. Gli editti
rappresentano le conseguenze di una profonda riconsiderazione
interiore, capace di orientare un preciso progetto politico volto a
fondare l'ordinamento sociale su basi completamente nuove: indic
valori quali la verit, bont e giustizia che avrebbero dovuto costituire
le basi di una rinnovata etica pubblica da lui stesso definita Dhamma.
Questa norma disegna una regola di vita63 che promuoveva la
tolleranza religiosa, l'altruismo, la non violenza ed il rispetto e la
protezione di ogni forma di vita.

Il re Piyadassi caro agli Dei cos ha detto:


non v' dono pari al dono della Piet,
all'insegnamento della Piet,
alla generosit della Piet,
allo spirito fraterno della Piet.

In ci consiste il dono della Piet:


gentilezza verso gli schiavi e i domestici,
obbedienza al padre e alla madre,

63 Gli editti di Asoka, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano, 2003, Adelphi, p 18

89
liberalit verso gli umili e i conoscenti,
i parenti,i brahmani e gli asceti,
astensione dalla violenza verso gli esseri animati.

Pertanto un padre, un figlio, un fratello,


un signore o un amico,
un familiare e anche un vicino devono dire:
questo bene, questo deve farsi.

Quando cos si agisce


si ha profitto nel mondo presente
e si ottiene nell'altro mondo un merito infinito
per effetto di questo dono della Piet

RE XI (Shahbazgarhi editti incisi su rocce)

90
L'arte di costruire una relazione: il processo di counseling

Il cambiamento la sintesi dell'esistenza

Prima di parlare di counseling necessario porsi una domanda, anzi


due: chi un counselor e perch si sceglie di diventarlo? Un counselor
, innanzitutto, una persona che ha scelto di svolgere un lavoro su di s
per sviluppare le proprie potenzialit. Sia che decida di seguire un
percorso del tutto personale di crescita, oppure che voglia impegnarsi
per svolgere una professione nell'ambito delle relazioni di aiuto, un
counselor , in primo luogo, un essere umano che vuole incontrarne un
altro in un modo speciale. Un counselor non fornisce soluzioni, non
toglie la sofferenza, non d consigli, ma facilita e sostiene il cliente ad
essere consapevole di cosa sente e delle modalit che normalmente
mette in atto: osserva, entra in empatia, facilita il processo di
consapevolezza, consente di vivere le figure emozionali che sorgono.
Crea, o meglio, co-crea uno spazio in cui la persona pu permettersi di
essere se stessa, senza sentirsi giudicata. Rimane sul qui ed ora, su cosa
emerge in quel momento senza cercare il perch, ma volgendo lo
sguardo sul come. Nell'ambito di questa relazione, facilita il confronto
con ci che ostacola ed impedisce l'espressione delle proprie emozioni
e potenzialit. L'aiuto consiste nel promuovere e sostenere il
cambiamento attraverso la consapevolezza. Lavorare sul campo
significa sentire cosa sta succedendo al cliente nel qui ed ora, mettendo
in primo piano il suo vissuto e la sua storia personale.

La Gestalt costruisce un'esperienza credendo nelle risorse celate in ogni


persona, capaci di creare nuovi percorsi ed emergere nei momenti
difficili. Queste potenzialit sono la base per la messa in atto delle
strategie di coping, sforzi in costante cambiamento da mettere in atto
per affrontare concretamente le difficolt e gestire efficacemente le
situazioni stressanti della vita, vissute non tanto come problemi, quanto
come occasioni speciali di crescita. Come Kurt Lewin affermava, il
comportamento funzione della persona, dell'ambiente e della loro
interazione. Ne deriva che i modi con cui ognuno fa fronte ad una
situazione problematica sono il risultato di un'interazione complessa,

91
in cui non contano solo le caratteristiche della situazione in s, quanto
la persona, con il suo modo di considerarla, sia sul piano emotivo che
cognitivo.64 Il mio impegno, in qualit di counselor, di rimanere
attivamente in contatto con il cliente: cosa mi sta portando (paura,
frustrazione, ansia, senso di abbandono, confusione, rabbia,
insofferenza, etc), deve essere accolto restando in una dimensione
relazionale dialogica. Pertanto, anche io sono in contatto con il mio
mondo interiore e con le mie emozioni ed importante, in questo
processo, riconoscere la mia sofferenza e la forma che potrebbe
acquisire. Il contatto il cardine della psicologia della Gestalt. Essere
in contatto, in breve, significa restare nel qui ed ora con quello che c'.

Accompagnare qualcuno lungo questi luoghi impervi, significa


riconoscere in me la stessa dimensione e difficolt che mi accomuna
alla persona che mi sta di fronte. E' importante, pertanto, sostenersi con
il respiro, rilassarsi, sentirsi centrati, aprire il torace ed essere
disponibili ed aperti. Pu succedere di provare ansia: quando ne siamo
consapevoli il momento di agire sul respiro, per gestirla. L'obiettivo
non di non sentirla pi, ma di non rimanerne inchiodati. Il rischio di
dominare parti di noi di farlo anche con i clienti. Affermare che io mi
sono frenato/impedito a causa della mia ansia, ha un significato
differente dal sostenere che l'ansia che mi ha fatto... questa
asserzione mi permette di riconoscere realmente cosa mi succede,
senza prendere le distanze da ci che, in realt, appartiene a me. Anche
un'altra frase tipo ho visto una certa espressione sul tuo viso che mi ha
fatto allontanare da te..., pu essere ribaltata per riconoscere una
consapevolezza ed un'assunzione di responsabilit personale coerente,
poich, in realt, sono io che ho deciso di allontanarmi quando ho visto
quello sguardo.

64 In Psicologia Contemporanea, set.-ott. 2012, n. 233, p 26

92
Ascolto
il suono di musiche e danze.
Guardo
con gli occhi della poesia
per vedere oltre l'orizzonte
per credere che il mondo
non sia cos lontano.

M.P., La poesia di Chagal

Il processo di counseling costruisce un'esperienza fra due persone65, il


counselor ed il cliente: quest'ultimo al centro della relazione ed
accolto nel suo bisogno. Mi metto in contatto con l'altro cogliendo e
scegliendo dove canalizzare il mio interesse, ovvero, esplorando ci
che mi tocca e che rappresenta il focus in quel momento, mettendoci

65 Il sostantivo counseling deriva dal latino consulo, portare conforto e aiuto, ed


anche cum-solere, con il significato di aiutare a sollevarsi. Venne utilizzato da
Carl Rogers, cofondatore della Psicologia Umanistica, quando formul le sue
idee in Counseling and Psycotherapy: Newer Concepts in Practice (1942): questo
volume rappresentava una trattazione ancora in fase di maturazione dei principi
del counseling centrato sul cliente, mentre l'approccio veniva denominato non
directive counseling. Successivamente, la sua esperienza trover una maggiore
chiarificazione ed ampliamento con il libro Client-Centered Therapy (1951). Il
presupposto di fondo la fiducia negli esseri umani e, in generale, nel flusso
vitale che scorre in ogni organismo e che alimenta la sua tendenza attualizzante:
in ogni organismo esiste una forza interiore che preme per esprimersi, anche in
condizioni difficili ed apparentemente improbabili. Bello lesempio dei piccoli
alberelli che crescono sui massi erratici in montagna, nonostante dispongano di
pochissima terra e spazio per le radici. Sar con lo sviluppo della Psicologia
Umanistica, nel corso degli anni '50, che il counseling definir meglio il suo
peculiare ambito, trovando una sua giusta collocazione nelle relazioni di aiuto.

93
energia per sostenerlo. E' un esserci che coinvolge il mio corpo ed il
mio s consapevolmente orientato. Utilizzo anche quella delicatezza e
sensibilit che nasce da uno sguardo attento a cosa succede nell'altro.
La relazione di counseling un gioco di equilibri, sguardi, sensazioni,
intuito, metodo ed esperienza che si acquisisce col tempo attraverso
una costante crescita personale. E' un incontro in cui la partecipazione
unica e speciale, libera, aperta, senza barriere ed opacit. Pu essere
uno strumento di conoscenza, crescita, cambiamento per entrambe i
partecipanti, la cui caratteristica principale l'esserci. Ho sperimentato
che, se non sono autentico nei sentimenti che provo, corro il rischio di
inibire, diventare dominante e non accogliere l'emozione in procinto di
uscire. Al contrario, se non provo ad instaurare un confronto pi
impegnativo, fidandomi di cosa sta succedendo ed osando un po' di
pi, invece di grattare solamente la superficie, l'effetto sar comunque
quello di non permettere al cliente di esprimersi. Cosa mi attrae
legato alla mia sensibilit, del tutto differente rispetto ad un altro che
sentir, invece, di volgere lo sguardo in un'altra direzione. L'intuizione
e la metafora sono aspetti creativi che possono fornirmi interessanti
spunti su cui confrontare il cliente. Ad esempio, frasi del tipo mi sento
costretto, sento di girare a vuoto, possono suscitarmi l'immagine di un
criceto in gabbia che spinge una ruota. Questa figura la posso restituire
attraverso frasi del tipo mi sembra quasi che..., quanto mi dici mi
suscita la fantasia..., con le quali iniziare un percorso esplorativo.
Queste restituzioni mi permettono di accordare e focalizzare pi
chiaramente quanto sto intuendo e percependo. Le intuizioni sono
come il sale, ed importante che io le dia una forma ed abbia il
coraggio di seguirle, allenandomi ad assecondarle, per poi lasciarle
andare quando perdono intensit. Certamente possono essere frutto di
proiezioni, ma una buona cosa seguirle fidandomi di cosa sento,
superando la paura narcisistica di fare brutta figura, sbagliare, apparire
inadeguato o di essere fuori contatto. Possono rivelarsi sbagliate, ma
correre il rischio una responsabilit che mi assumo verso il cliente.
Pertanto, se avverto una resistenza (un tentativo del cliente di non
entrare nel terreno verso il quale, invece, io cerco di addentrarmi) che
mi induce a credere che la mia intuizione sia giusta, posso scegliere se
procedere forzando un po' le barriere che sta erigendo. Il cliente tende a
portarmi dove vuole, a chiudere in fretta o deviare quando si tocca un

94
punto focale che non vuole contattare. E' importante che non mi faccia
agganciare in questo schema, perch riprodurrebbe sterilmente lo
stesso meccanismo. Prestare attenzione alle parole significa andare
dove queste ci conducono, seguendo il saggio consiglio di Shakespeare
che rivela la complessit fuorviante del processo di conoscenza:
talvolta le parole ne nascondono altre. Una massima nel counseling
suggerisce di prendere sul serio il cliente, ma di non credere ad una
sola parola di quanto dice, nel senso che quanto viene detto pu anche
non corrispondere ad una realt fattuale, ma tuttavia vero, poich
quanto viene portato vissuto in quel momento come tale, diventando
pertanto, la sua verit psicologica.

Realt ci che riteniamo essere vero. Ci che riteniamo essere vero


ci in cui crediamo. Ci in cui crediamo si basa sulle nostre percezioni.
Ci che percepiamo dipende da ci che cerchiamo. Ci che cerchiamo
dipende da ci che pensiamo. Ci che pensiamo dipende da ci che
percepiamo. Ci che percepiamo determina quello in cui crediamo.
Quello in cui crediamo determina quello che riteniamo essere vero.
Quello che riteniamo essere vero la nostra realt.

Gary Zukav

La noia in una seduta considerata una formazione reattiva: io mi


sforzo nel dirigere e concentrare il mio interesse, ma in realt vorrei
andare in un'altra direzione. Rimanere sul piano fenomenologico
significa sostenere la mia fantasia, allontanandomi dal piano
interpretativo. Un esempio: un cliente ridonda l'affermazione che le
persone solitarie sono le pi felici. Riconosco una generalizzazione che
suscita la mia curiosit: esploro, pertanto, perch la porta con una certa
frequenza. Per osservare necessario che io diventi curioso di cosa mi
colpisce: gesti, movimenti, tonalit, impiego di certe locuzioni verbali,
categorie sociali, etc. Anche il modo di vestire pu suscitare spunti
interessanti. Tutti questi segnali possono rivolgersi concretamente alla
mia parte razionale, oppure impattare su di me emotivamente. E' un
punto di partenza che mi invita ad esplorare questi segnali, provando
ad individuare un focus sul quale concentrare la mia attenzione, senza

95
spiegare o fornire alcun giudizio. Lo sperimento rimanendo
semplicemente sull'ovvio. In realt, potrei anche utilizzare una
interpretazione, ma molto pi difficile seguirla perch corro il rischio
di difenderla e non usarla come un semplice stimolo o strumento di
indagine. A volte si tende a generalizzare: un modo per dialogare,
sostenendo un discorso, ma pu anche essere un meccanismo di
resistenza e difesa. In una generalizzazione non capisco dov' la
persona, cosa sente realmente. La persona non porta se stessa e non mi
dice nulla di s. L'arte del counseling consiste nell'aiutare a cambiare
registro, sostenendo il passaggio da un livello generico ad un altro di
tipo emotivo e personale. Con l'aiuto della precedente verbalizzazione
sviluppo questa dinamica: affermando che le persone solitarie sono pi
felici... generalizzazione io rimango su di un costrutto mentale; le
persone solitarie sono libere, ed io ho paura di perdere la mia libert
porto in primo piano le mie emozioni e le esprimo. Il mio livello
cambiato ed emerge cosa nasconde la mia paura. E questo il focus dal
quale posso partire. Posso iniziare da un bisogno esplicitato
direttamente dal cliente all'inizio della seduta, oppure attraverso un
messaggio inviato dal corpo che attiva un processo interattivo facendo
nascere la mia curiosit. Le domande attraverso le quali sondo ed
esploro sono certamente molte e non costituiscono un corpus
predefinito da utilizzare pedissequamente. Alcune, tuttavia, sono un
cardine a cui fare comunque riferimento: come ti crei questa
situazione? a cosa ti serve? come ti fa stare? Sostengo il cliente
efficacemente quando rimango sull'ovvio, osservando cosa accade sulla
superficie (ci pu dire molto su cosa succede in profondit), cio sulla
situazione cos come appare, senza tentare rielaborazioni complesse
che potrebbero rivelarsi voli pindarici infruttuosi e fuorvianti. La
domanda perch... molte volte sorge spontanea, ma difficile da gestire
poich, se non collegata ad una autentica curiosit, facilmente innesca
nel cliente una giustificazione che pu indurre una chiusura. Posso
esplorare il focus, ad esempio, amplificando la figura che sta
emergendo: se una persona parla continuamente (egotismo,
deflessione), posso confrontarla con questo suo bisogno (cosa
riempiono queste parole?) proponendole una situazione opposta,
invitandola a non parlare, sperimentando il silenzio. Se mi riconosco in
un vissuto del cliente non significa necessariamente che mi stia

96
identificando con lui. Semplicemente sto partecipando ai suoi moti
interiori. La mia esperienza pu essere una valida risorsa per entrare in
contatto e comprendere cosa sta succedendo: posso esplicitare cosa
provo sottoforma di rimandi verbali del tipo ti capisco, lo sento, mi
arriva.

Come detto, non importante interpretare ma osservare, rimanendo su


cosa succede nel campo. Se interpreto frettolosamente non guardo
veramente, ma integro cosa vedo per giungere ad una mia conclusione
e chiudere un ipotetico cerchio. In realt, si tratta di una mia
costruzione mentale precaria, priva di riferimenti solidi. Ad esempio,
anzich esprimermi dicendo ti sento o mi sembri triste, esprimendo con
queste parole una mia interpretazione (magari proiettiva), utile
rimanere su cosa si osserva restituendo limmagine: vedo i tuoi occhi
spenti, vedo il tuo viso contratto. Io non so cosa succeda realmente,
tuttavia i tratti che vedo evocano qualcosa in me di infelice: posso dire,
pertanto, le pieghe tuo viso in questo momento mi suscitano tristezza.
Contatto significa consapevolezza di cosa provo durante la seduta.
Perls chiamava concentrazione spontanea un particolare stato di
presenza in cui concentriamo la nostra attenzione su qualsiasi
fenomeno emerga alla nostra coscienza.66 Ad esempio, se vedo il
cliente abbassare lo sguardo ed io mi allontano per paura di esplorare
questo segnale, potrei esplicitare la mia difficolt andando in
trasparenza (apertura autentica e congrua con quanto sto sentendo)
dicendo: io ho paura del tuo sguardo. Questa modalit funzionale per
ristabilire il contatto con lui. Attraverso questo processo posso
interagire portando anche un aspetto educativo. Riprendendo l'ultimo
esempio, se io ho paura e la esplicito dimostro di rimanere con il
cliente anche se presente in me un turbamento: la componente
educativa consiste nel dimostrare che possibile convivere con quello
stato danimo attraverso la sua sincera espressione. Se la sento sorgere
in me, ma la devio o la blocco, io non mi assumo la responsabilit del
mio stato emotivo e non sostengo la persona ad affrontare la propria.
Questa modalit educativa collegata alla maieutica e al dialogo
socratico e si sostanzia quando presto ad un altro le mie competenze.
L'etimologia rimanda a ex-ducere, all'arte della levatrice di tirare fuori,

66 Perls-hefferline-Goodman, Le voci della Gestalt, op cit, p 260

97
dare alla luce attraverso la dialettica. Ma preferisco il termine greco
paideia, inteso come costruzione di un percorso, accompagnamento
per scegliere una strada. Ad esempio, se il cliente in quel momento non
riesce a scorgere soluzioni diverse, o esprime contraddizioni che
rappresentano la sua sofferenza, posso stimolare un confronto con le
sue resistenze mettendogli a disposizione le mie risorse per
prospettargli altre possibilit, magari da me gi sperimentate. Questo
non significa dare consigli o fornire soluzioni. Non confondo le mie
esperienze di vita identificandole con le sue. Non tento di persuaderlo
che una modalit sia migliore di quella che sta adottando, ma il mio
vissuto e le mie conoscenze sono strumenti indiretti che metto nel
campo per stimolare altre possibilit. Il senso del confronto quello di
sostenerlo a sperimentare nuove soluzioni che sappiano orientarlo e
siano per lui pi funzionali. L'esperienza di un confronto di counseling
uno spazio relazionale nel quale il tempo dato e rappresenta un
confine nel quale si manifesta il ciclo del contatto. Ma la sua
percezione sfaccettata e mutevole. In questo procedere Kronos, il
tempo cronologico che si sussegue facendo la spola fra passato e
futuro, pu scivolare sullo sfondo per lasciare emergere Kairos, il
tempo del qui ed ora, caratterizzato da un orientamento ed un ritmo
peculiare, influenzato dalle emozioni del momento che ne distorcono la
percezione. Questo tempo retto dal nostro corpo ed lui, infatti, che
scandisce tempi e mostra visibilmente i propri limiti, quali, ad esempio,
i disturbi psicosomatici. Quando diventiamo consapevoli del nostro
corpo, in termini di presenza, sensazioni, respiro, etc, percepiamo un
altro ritmo: il nostro.

Prestare attenzione ai registri comunicativi verbali modalit, timbro,


utilizzo delle parole e non verbali (linguaggio del corpo, gesti), di
fondamentale importanza nel processo di counseling e pu fornire
spunti rilevanti. Bisogna, tuttavia, prestare attenzione a non
generalizzare formulando facili inferenze, poich ogni espressione
solamente un segnale che non deve condurre ad alcuna conclusione
affrettata. Ho evidenziato che il corpo esprime una forma di
intelligenza e di linguaggio emozionale con il quale il mio essere
comunica e si manifesta. Ma non solo. Il mio corpo porta impressi i
peculiari segni della mia storia e del mio adattamento personale. E'

98
metaforicamente la copertina illustrata che illustra il libro della mia
vita a caratteri indelebili. Io, non posseggo solamente, ma sono il mio
corpo, oggetto della mia psiche che si relazione con il mondo. Ancora
di pi, come diceva Merleau Ponty, io vivo il mio corpo e non posso
fare altro per conoscerlo viverlo nella sua irripetibilit ed esclusivit.
Necessita di essere incontrato ed accettato. Con il mio corpo sento e
vengo percepito, tocco e vengono toccato, esisto e segnalo la mia
esistenza. E' spazio interno e luogo esteriore con il quale agisco sul
mondo, cercando di modellarlo in funzione delle mie esigenze. Le
contratture muscolari che si strutturano per bloccare emozioni,
sottendono un conflitto che mi frammenta e chiede di essere risolto. A
volte, veramente troppo pesante entrare in contatto con emozioni
logoranti. In modo particolare, il viso e gli occhi riflettono questi stati
d'animo con espressioni che lasciano poco spazio al dubbio in chi
osserva. Ascoltando con tutti i sensi mi incuriosisco di qualcosa che
cattura la mia attenzione: posso chiedere al cliente di ripetere quel
gesto per indagare un vissuto, domandare cosa rappresenta, se ne
consapevole, come lo fa stare, se aumenta, diminuisce, svanisce. In
breve, cosa sente. Tuttavia, pu non esserci sintonia in questi messaggi.
Se posso utilizzare parole che non corrispondono a quanto realmente
penso, e se queste possono sfuggirmi senza che io ne abbia realmente
intenzione, allo stesso modo il mio corpo pu non comunicare quanto,
invece, sta avvenendo silenziosamente nel mio organismo. Io stesso,
inoltre, lo posso utilizzare per camuffare artatamente i miei stati
d'animo e non mostrare le mie reali intenzioni. Un sorriso pu
esprimere dolcezza, oppure celare abilmente il desiderio di ferire.
Fidarsi del corpo, dunque, non n pi n meno ragionevole delle
parole del cliente,67 ma uno strumento molto proficuo, capace, nel
qui ed ora, di rivelare moti interiori.

Ogni volta che proponiamo esercizi sulle tensioni del corpo lavoriamo
anche sulle funzioni integrate es e personalit: da una parte entra in
gioco la sensibilit verso le mie parti fisiche, dall'altra ascolto le
emozioni cercando di interpretarle. Il processo si compone di parti
integrate fra loro, ma che posso scomporre nella seguente dinamica.
Inizio un processo di decodificazione quando sento, ad esempio, la mia

67 S. Ginger A. Ginger, La Gestalt terapia del con-tatto emotivo, op cit, p 174

99
mano tesa, il collo irrigidito, le gambe molli, per poi interpretare non
cognitivamente le sensazioni, ma rimanendo a livello di es: questa
interpretazione immediata e non integrata dal pensiero logico. Ad
esempio. Se mi comporto in un dato modo contatto la mia rabbia, noia,
oppure sento paura, pericolo, ansia. Se avverto paura emozione
significa che per me esiste un pericolo, ma rimango sulla sensazione.
Una interpretazione a livello cognitivo, invece, viene formulata quando
fornisco una spiegazione logico-razionale: mi succede questo perch ho
mal di testa a causa di... Questi tre livelli sensazione, emozione,
interpretazione cognitiva seguono un processo sequenziale da
rispettare: se inizio con il livello interpretativo blocco l'espressione
degli altri due. Contattare le tensioni corporee un metodo per scoprire
che funzioni svolgono nell'equilibrio complessivo del mio organismo:
le scopro, le contatto e poi decido cosa fare. Gli occhi sono il primo
elemento di contatto che abbiamo a disposizione. Noi guardiamo il
nostro mondo ed essere presenti significa osservare cosa ci succede.
Molto spesso, invece, vediamo senza esserne consapevoli, ad esempio
quando guidiamo l'automobile o camminiamo tranquillamente per
strada. Abbassare gli occhi (oppure ridere, grattarsi, etc.) un
meccanismo per abbassare l'intensit emotiva. E' da considerare nel
processo di counseling, perch, a volte, molto impegnativo reggere
uno sguardo. E' possibile ridurre questa intensit emotiva, quando
troppo elevata, suggerendo di trovare un luogo interiore (anche per il
counselor) protetto, una sorta di temenos, nel quale rifugiarsi e stare al
sicuro con se stessi, per tutto il tempo ritenuto necessario. La creativit
e l'intuito mi permettono di utilizzare parole e frasi per sostenere il
cliente, chiedendogli di diventare cosa sente. Posso invitarlo a rivivere
i panni di quel bambino che si sentito rifiutato e ferito, oppure
iniziare un dialogo con l'organo del corpo sofferente. Tuttavia, se
questa modalit conduce ad una dimensione troppo profonda, questo
tentativo di far regredire ad un livello intrapsichico non di
competenza di un counselor, ma sfocia nella psicoterapia.

Nel counseling importante il setting, inteso come contenitore


relazionale neutro, ovvero il luogo, lo spazio, il tempo concordato, gli
strumenti adottati ed il processo relazionale che si crea e che viene
messo a disposizione del cliente per la seduta. Questa dimensione

100
rappresenta una Gestalt, della quale anche noi, con la nostra presenza,
siamo parte integrante. Deve essere sufficiente, comoda, sostenente,
accogliente e trasmettere un senso di sicurezza e fiducia, sia per il
cliente che per il counselor stesso. In sintesi, significa disporre di un
luogo adatto per creare un clima di fiducia che faciliti l'iniziativa
verbale, la creativit e l'esplorazione per entrambe. Alcuni spazi
prevedono cuscini, materassini o tatami per lavorare con il corpo.
Anche i colori, i profumi, gli oggetti presenti nell'ambiente
rappresentano un modo personale altrettanto importante per
caratterizzare lo spazio. Nulla casuale e in questa dimensione la
prossemica molto indicativa. Saper osservare la distanza che
intercorre fra counselor e cliente, osservando se questa si modifica nel
corso della seduta e in quale occasione, uno sguardo capace di
rivelare utili informazioni. Il termine cliente non ha connotati di natura
economica, come forse potrebbe sembrare, ma si riferisce ad una scelta
autonoma e volontaria della persona che vuole intraprende un percorso
terapeutico. Inoltre, il termine non patologizzante come paziente,
comunemente affine alla pratica medica. Chi si rivolge per un
counseling non lo fa solamente per un problema personale, di coppia o
familiare, per difficolt nelle relazioni interpersonali o perch si trova
di fronte a difficili problemi esistenziali, lutti, situazioni conflittuali da
sciogliere. Chi sceglie di intraprendere questo tipo di cammino lo pu
fare semplicemente per acquisire una maggiore conoscenza di s e per
migliorare la propria qualit di vita.

Voglio evidenziare alcune differenze fra counseling e psicoterapia. In


primo luogo, per i motivi di responsabilit giuridica che potrebbero
sorgere qualora si sconfinasse nelle competenze di un altro ambito
professionale. Secondariamente, per le problematiche di natura
deontologica ed etica a cui un counselor soggetto: una
responsabilit verso chi soffre quella di riconoscere di non possedere le
abilit necessarie, o sufficienti, per sostenerlo adeguatamente. Un
counselor, pertanto, non si occupa di disordini mentali, o sofferenze
psichiche, collegate a disturbi di personalit, o ad altre gravi patologie,
diagnosticate in base al manuale DSM IV. Non insegna materie
psicologiche. Tuttavia, come professionista competente e responsabile,
deve saper identificare queste problematiche per prendere adeguate

101
decisioni68 su come gestirle e verso quale specialista, eventualmente,

68 La Gestalt non ha sviluppato sistemi psicopatologici che riguardano l'individuo,


ma lavora su patologie legate all'esperienza che non riguardano il valore della
persona. Questa prospettiva cambia le basi del sistema educativo secondo il quale,
se tu fai qualcosa che non va, in realt sei tu che non vai bene, ovvero non sei
degno di occupare quello spazio nel mondo. Un messaggio rivolto ad una persona
che veicola un giudizio vai/non vai bene, la colpisce ledendo la sua dignit.
Riguarda il suo essere e non in linea con la prospettiva secondo la quale la
persona al centro della relazione. Tratti di personalit borderline, nevrotici o
psicotici rappresentano tre differenti livelli di sofferenza, in relazione ad altrettanti
modi di gestire i propri confini quando il livello di ansia tende ad aumentare. In
genere, una persona borderline non ha una modalit stabile di relazionarsi. La sua
una difficolt a stare con i propri confini: ci sorprende per le sue imprevedibili
modalit, avvertiamo che si avvicina troppo e ci sentiamo invasi. Ma pu,
improvvisamente ed altrettanto velocemente, allontanarsi facendoci sentire soli: in
certi momenti irrigidisce i suoi confini verso una nevrosi, in altri questi tendono a
dissolversi verso una psicosi. Quando agisce questa dinamica, non in contatto
con le proprie emozioni. Un nevrotico si difende incominciando a ripetere le
stesse cose per sentirsi sicuro e controllare la situazione che sente vacillare. E'
molto importante assumere un atteggiamento percettivo che dia ascolto e valore a
cosa sentiamo. Ci possiamo sentire invasi o abbandonati con un borderline,
annoiati, infastiditi o privi di interesse con un nevrotico, mentre, quando ci
troviamo di fronte ad uno psicotico siamo in contatto con un senso di angoscia,
vuoto o spavento. Alcuni elementi, che potrebbero indicare uno stato psicotico,
sono caratterizzati da un eloquio continuo ed incontrollato, dal repentino
passaggio da un'emozione ad un'altra e dalla percezione di confini incerti. Uno
psicotico compensato ha confini rigidi, utilizza frasi schematiche e ripete le stesse
modalit: con l'aumentare dell'ansia i suoi confini vengono meno, pertanto, pu
lasciarsi andare a qualsiasi cosa. E' proprio l'ansia a caratterizzare cosa pu
succedere. Il lavoro con uno psicotico molto complesso e delicato, poich,
metaforicamente, come se fosse senza pelle: prova dolore ovunque viene
toccato. Non ci si concentra sulla figura che emerge e non si sostiene cosa sta
provando, ma si lavora sullo sfondo che non sorregge ( staccato) la figura. In
termini pratici si pu invitare la persona a percepire il proprio corpo, a toccare i
muri della stanza, a prendere radicamento cercando di accompagnarlo con i suoi
ritmi ad un piano di realt. E fondamentale sapere se un cliente ha un recente
vissuto psicotico e la competenza, in questo caso, certamente di uno
psicoterapeuta. Il rischio terapeutico di suscitare una nuova frammentazione
indotta dall'eccessiva ansia, stimolata dall'identificazione con determinati vissuti,
o con persone ad essi collegate, oppure di lavorare ad un eccessivo livello
intrapsichico. Ancora diversa l'esperienza che nasce dal contatto con una
persona gravemente depressa, in particolare quella cosiddetta melanconica (o
endogena o psicotica): il suo doloroso vissuto come un deserto emotivo privo di
orientamento e speranza. In questo caso possibile essere contagiati (se non ci si

102
indirizzare la persona. Inoltre, importante capire se il cliente in
grado di reggere il confronto per affrontare quanto gli viene chiesto. Se
lui stesso a riconoscere di non possedere le necessarie risorse, deve
essere indirizzato ad uno psicoterapeuta. Una persona non pu tirar
fuori ci che non possiede, o che non riesce proprio ad utilizzare in
quel particolare periodo della sua vita, come, ad esempio, quando sta
vivendo uno stato depressivo che gli sta consumando l'anima. Queste
informazioni si ottengono direttamente con i colloqui. Con un percorso
di counseling il cliente sostenuto e stimolato ad osservare con occhi
diversi la situazione che sta vivendo. Riveste molta importanza lo
spazio dedicato alla supervisione dei casi, che avviene con l'ausilio di
specialisti ed esperti in grado di dare un valido supporto: porto
problematiche, dubbi, tensioni, ripeto scene e fornisco le informazioni
emerse nel corso di una seduta, con lo scopo di mettere a fuoco
situazioni, contenere e dare un senso all'ansia, confrontarmi sulle
difficolt sorte durante il colloquio. La supervisione un sostegno
tecnico ed emotivo, ed il counselor ad essere al centro della relazione:
portando il caso, il counselor in realt dice molto di s. Un modo per
facilitare il processo consiste nel raccontare la tematica, la storia, il
vissuto in prima persona, identificandosi con la problematica per
entrare in contatto e cogliere l'alterit del proprio cliente: emozioni,
posture, gesti, espressioni del corpo. E' altrettanto fondamentale
mantenere un percorso formativo individuale che, di fatto, non
terminer mai. Infatti, se il counselor sente l'incertezza del cliente che

difende emotivamente) da una sensazione di paura e impotenza, di peso


esistenziale profondo, solitudine, confusione ed immobilismo nero e cupo. Questo
senso di svuotamento di energia pu suscitare, come reazione, aggressivit e
rabbia anche nei suoi confronti. Per quanto riguarda la depressione ho trovato
molto interessante il lavoro riportato nel libro, curato da Gianni Francesetti e
Michela Gecele, L'altro irraggiungibile la psicoterapia della Gestalt con le
esperienze depressive. In particolare, ho trovato interessanti le esperienze e la
descrizione dei vari stili relazionali. Ritengo, inoltre, rispettoso della persona e
della sua sofferenza l'utilizzo della dizione depressione melanconica, meno
patologizzante rispetto alla classica psicotica. Illuminante la sfaccettatura del
campo relazionale e, soprattutto, la tesi di fondo della scomparsa dell'altro, del
ritiro dell'intenzionalit di raggiungere l'altro irraggiungibile. Un cliente
depresso ha perso il senso vitale, isolato, desensibilizzato, vede la sua vita come
un film di cui lui non pi parte attiva e la difficolt proprio quella di entrare in
contatto con lui per aiutarlo a ritrovare nuovamente senso e significato.

103
gli sta chiedendo aiuto, dal lato opposto esiste l'incertezza personale di
chi vuole intraprendere una professione molto impegnativa che
richiede tempo, crescita, acquisizione di sempre maggiori esperienze e
capacit. Il vuoto fertile dell'incertezza il coraggio di stare con la
sofferenza del cliente e, nel contempo, essere consapevole delle ansie,
insicurezze, paure ed inadeguatezze che si annidano nei territori
sconosciuti che mi accingo ad attraversare. In questo senso, coraggio
non significa buttarmi nel vuoto, ma consapevolezza del percorso
intrapreso e dei miei limiti. In altre parole, mantenere il contatto con la
situazione che sto vivendo in quel momento, integrando le esperienze
che acquisisco. Concretamente, darsi sostegno significa continuare a
svolgere un lavoro personale, confrontarsi, sviluppare la propria
originalit, creativit e competenza, frequentare corsi di svariata natura,
crearsi una rete di collegamento e di appoggio con gruppi ed altri
professionisti, quali psichiatri, psicoterapeuti, counselors, etc.

In genere la seduta di counseling individuale, ma si lavora anche in


gruppi che si contraddistinguono per caratteristiche e tipologie anche
molto diverse fra loro: formazione, auto-mutuo aiuto, lavoro, et.
Inoltre, l'attivit pu essere svolta in contesti aziendali, istituzionali,
scolastici, socio-sanitari, interculturali, etc. In un gruppo le dinamiche
sono molto forti, intense e si sviluppano in un setting del tutto
particolare che varia in funzione degli obiettivi, delle caratteristiche e
della natura del legame dei membri che lo compongono. Un gruppo
(mi riferisco, ora, al nostro di formazione69, anche se questi principi

69 Il nostro gruppo di formazione costituito da 12 persone. Da un punto di vista


sociologico pu essere definito gruppo primario, o piccolo gruppo, compreso,
cio, tra gli 8 e i 25 membri, all'interno del quale si creano specifici livelli di
interazione e contatto. Le dinamiche e i giochi psicologici sono funzionali per
attivare processi di consapevolezza dinamici, facilitare l'apprendimento di
tecniche, metodi e teorie. Questi gruppi sono luoghi esperienziali dotati di una
vita propria: stimolano la responsabilit, promuovono nuovi modi di sentire,
pensare ed agire. Il focus su cui si basano la relazione, nella quale ogni membro
portatore di bisogni, desideri ed aspettative con i quali confrontarsi ed attraverso
i quali proporsi. In un gruppo le persone partecipano e cooperano in vista di un
obiettivo che definisce un'area comune, senza annullare le singole diversit, anzi,
esaltandole e mettendole in rilievo tramite il confronto diretto. Portano i propri
bisogni, esprimono modi di essere, valori e legami capaci di formare una cultura
nella quale riconoscersi.

104
valgono in generale) inserito in uno spazio condiviso che va protetto
con il rispetto e la consegna del riserbo di quanto viene detto. E' pi
della somma delle sue singole parti e rappresenta una forte cassa di
risonanza emotiva attraverso la quale imparare a conoscersi. E'
imprevedibile per la ricchezza di stimoli e per le possibilit che si
attivano attraverso la creativit dei giochi psicologici. Rappresenta
un'occasione per sperimentarsi concretamente (ed anche
simbolicamente), con l'ausilio degli altri, in situazioni temute o al
contrario desiderate. In questa dinamica, i bisogni individuali
influenzano il gruppo stesso e, quest'ultimo, a sua volta, condiziona
ogni singolo elemento. E' l'esperienza e la partecipazione il valore
fondante che permette di vivere sulla propria pelle l'unicit degli
incontri. Un noi gruppo, collettivit, polis, etc un'entit
interdipendente che muta ed assume forma, sostanza e significato
diversi. La presenza, o meno, di qualcuno dei singoli componenti
aggiunge, o toglie, energia, creativit e risorse a tutto il campo. Un
gruppo cambia ed diverso al cambiare/alternarsi delle persone. Offre
un luogo per confrontarsi, dialogare, scegliere, condividere,
confliggere, specchiarsi, scambiarsi ruoli. E' un'agor, uno spazio
abitato e costituito da scambi ed interazioni, energia e vitalit, nel quale
il fatto psicologico principale costituito dal complesso dei bisogni
individuali e dal rapporto che ogni singolo individuo ha con gli stessi.
Il gruppo il luogo, per certi versi privilegiato, nel quale si possono
esprimere e soddisfare, o veder frustrati, l'intera gamma dei bisogni
degli individui: il gruppo attrae, per le opportunit di soddisfazione
che offre e, allo stesso tempo, respinge per il limite che viene fissato
dalla presenza dell'altro.70 Tanto pu aiutare l'apertura e la relazione,
sostenere, proteggere e nutrire, quanto pu rappresentare un vincolo ed
un pericolo per la propria individualit. Pu inibire per il timore di
essere giudicati, svalorizzati, disconfermati, derisi. Pu attivare ansie e
paure, oppure innescare processi di identificazione capaci di toccare
corde molto profonde. Pu farci vacillare, facendo riaffiorare situazioni
laceranti del passato nelle quali ci troviamo ancora impantanati. Ma
possiamo sentirne il calore del sostegno, dellattenzione e dellarmonia
che pu sorgere al suo interno. A volte, durante gli incontri di

70 G. Quaglino, S. Casagrande, A. M. Castellano, Gruppo di lavoro lavoro di


gruppo, Milano, 1992, Cortina, pp 31-32

105
formazione, ho sperimentato il disagio di sostenere uno sguardo. Se
non avverto un clima di fiducia, o un legame sufficientemente saldo,
sicuro e condiviso, oppure se percepisco un livello di tensione o
aggressivit troppo eccessivo, per me molto difficile aprirmi.
Tuttavia, in un lavoro di gruppo sono tanto pi nutrito quanto pi
partecipo e mi metto in gioco in prima persona. L'atmosfera del gruppo
fondamentale: deve essere valorizzante, flessibile, genuina,
costruttiva, sostenente, autentica. Deve permettere la crescita, la
comprensione dei vissuti e dei processi in atto. Creare, o meglio, co-
creare questo clima una responsabilit verso noi stessi e verso gli
altri, poich, ognuno di noi parte attiva capace di agire ed influire
significativamente nel proprio ambiente. In un gruppo, un confronto
soddisfacente e costruttivo , in massima parte, legato alla disposizione
e motivazione dei partecipanti a sperimentarsi, mettersi in gioco
abbandonando vecchi schemi di comportamento e costrutti mentali. In
un contesto di gruppo fare delle richieste non semplice, per paura di
essere giudicati, di non ricevere ascolto o sentirsi rifiutati. In realt,
sono io che agisco un rifiuto (ed probabile che io stesso sia incline a
rifiutare) poich non do la possibilit agli altri di rispondere alla mia
richiesta. Lo spazio nel quale sono inserito assume un ruolo rilevante.
In generale, il setting nel quale si svolgono gli incontri deve garantire
silenzio, trasmettere accoglienza, sicurezza, armonia e riservatezza.
Durante le giornate di corso ci sediamo quasi sempre a terra, senza
scarpe e disponendoci in cerchio: questa circolarit una situazione
informale che sento libera e che mi trasmette armonia, fiducia ed un
senso di apertura che facilita la condivisione di quanto provo.

Quando la tua anima pronta,


lo sono anche le cose.

William Shakespeare, Enrico V

La conflittualit pu essere considerata anche da un'altra prospettiva.


Se non entro in conflitto ti svaluto perch ritengo che tu, i tuoi bisogni,
desideri, argomenti, motivazioni non siano importanti. Ma, nello stesso
tempo, svaluto anche me stesso perch, di fatto, disprezzo e non

106
considero i miei sentimenti come degni di valore e sostegno. La paura
di non essere ascoltati pu metterci sulla difensiva e bloccarci. La
fiducia e l'autenticit dei rapporti sono parte essenziale del processo,
anche quando si tratta di esprimere irritazione, critica, noia. Mi fido di
chi non mi dice cosa realmente pensa o sente? Se chiedo ad una
persona di proteggermi dalle mie paure devo potermi fidare di lei. Il
coraggio di esprimermi consiste sia nel criticare che nel riconoscere e
valorizzare un altro. In un contesto di gruppo, la conflittualit una
tappa del processo di crescita molto importante, fisiologica e salutare:
in questa fase, tuttavia, il formatore che deve essere abile a gestire
questo processo, canalizzando le energie che si attivano affinch non
diventino distruttive. Deve saper stimolare la consapevolezza delle
modalit comunicative, dei bisogni personali, del senso di
responsabilit, sostenendo la ricerca della propria assertivit. Il campo
rappresenta uno spazio in cui si pu collaborare ad un livello differente.
Di fatto, questo percorso apre ad un'esperienza autentica di s e
dell'altro. La Gestalt esprime una componente educativa anche nel
mostrare a chi mi sta di fronte cosa mi sta succedendo e cosa mi sto
aspettando da lui: l'invito quello di prendere spunto da quanto sto
facendo, mostrandolo in prima persona. E' una difficile posizione di
apertura, poich, spesso, le dinamiche conflittuali non sono del tutto
consapevoli e avvengono a livello di potere: l'imperativo che risuona
devo vincere il confronto, non posso permettermi di perdere, non gliela
devo dare vinta. Un confronto educativo, invece, un modo con il
quale abbasso le barriere difensive per esprimere autenticamente cosa
sento. Mantenendo, invece, una modalit di confronto nella quale mi
trincero dietro le mie idee egocentrate, irrigidisco ancora di pi la
situazione innalzando il livello di incomunicabilit. Nel caso di una
persona idealista le sue convinzioni diventano assolute, facendola
diventare reattiva verso chi la pensa diversamente. In questo caso le
distanze aumentano ancora di pi e si perde la possibilit creativa di
costruire un dialogo. Un modo per uscire da questa conflittualit di
potere quella di assumere una conflittualit dialogica, autentica, co-
creativa. Il fine di ribaltare la situazione mostrando, esponendo e
rivelando me stesso ed il mio cuore per uscire dalla trincea posta a
baluardo delle mie posizioni. Dialogo significa scambio, legame fra
intelligenze per giungere ad un punto di incontro. Scegliendo questa

107
prospettiva si accetta la differenza fra vincere e con-vincere, cio
vincere insieme, attraverso una modalit relazionale che sappia andare
oltre le apparenze, sapendo leggere fra le righe (intus-legere) per
cogliere un orizzonte pi ampio e libero. Se caparbiamente rimango
fisso su me stesso, difendendomi ostinatamente, in realt non mi
arricchisco della possibilit di crescita offerta da uno scambio
costruttivo. Rimango immobile su di un cono visivo ristretto.
Personalmente condivido l'affermazione di Borges, secondo la quale le
armi da guerra non presuppongono coraggio, ma buona mira. La
modalit dialogica sostiene l'espressione dei propri bisogni,
avvalendosi dellausilio di frasi del tipo: mi piacerebbe che...; vorrei
sapere che; mi sento di...

L'autenticit e la sincerit la conditio sine qua non di questo processo,


altrimenti le finalit manipolatorie verrebbero ben presto svelate. La
manipolazione71 consiste in una modalit disarmonica ed ambigua con
la quale cerco di soddisfare indirettamente un mio bisogno,
occultandolo e senza assumermi la responsabilit di dichiararlo
apertamente. Cerco un modo strategico per farlo passare come un

71 Le principali modalit manipolative con le quali una persona pu relazionarsi, per


lo pi inconsapevolmente e con meccanismi che hanno radici nell'infanzia, frutto
di strategie adattive all'ambiente, sono la vittima, il persecutore ed il salvatore. Lo
psicologo Giacomo Magrograssi, nel suo libro I giochi che giochiamo,
riprendendo Steve Karpman evidenzia che in questo triangolo, definito
drammatico, la dinamica sottesa a questi giochi comporta un certo grado di
svalutazione: chi assume il ruolo di persecutore, o salvatore, si pone al di sopra
degli altri considerandoli inferiori, mentre, chi si pone come vittima svaluta se
stesso ed alla ricerca inconsapevole o di un persecutore, con il quale
sminuirsi, sentirsi rifiutato o ferito, mantenendo di fatto la propria convinzione
che nessuno lo vuole veramente aiutare, oppure di un salvatore con il quale
colluder nel continuare a credere di non potercela fare da solo. Il salvatore,
apparentemente, si mobilita per offrire il suo aiuto mosso dalla convinzione che la
persona non sia in grado di cavarsela da sola: in realt, il bisogno che lo anima
di rinforzare la propria immagine, piuttosto di aiutare sinceramente l'altro. Una
dinamica vittima/persecutore una polarit che pu essere confrontata, ad
esempio, con la ricerca di un centro, sostenendo il cliente a muoversi verso una
direzione che in quel momento non vede, esagerando e frustrando la sua
situazione di vittima, facendolo dialogare con la parte opposta con l'utilizzo di una
sedia, o un cuscino: diventa vittima e diventa persecutore; prova a rimanere in
ascolto di cosa senti; come ti risuona? come ti fa stare?

108
bisogno dell'altro, ma che, in realt, mio. E' una modalit relazionale
attraverso la quale esercitare un potere. Una frase del tipo non andiamo
a trovare tua madre perch parla troppo, ti innervosisce e ti fa fare
tutto ci che vuole, potrebbe invece sottendere che io non voglio
incontrarla, perch le sue modalit mi irritano e mi sento impotente di
fronte a lei. Unaltra dinamica manipolatoria rappresentata dal
cosiddetto doppio legame. In questo tipo di relazione, qualsiasi cosa io
faccia per corrispondere al bisogno di un altro non va bene: una
persona attira in qualche modo l'attenzione su di s, ma, quando mi
avvicino, vengo respinto. Subito dopo, per, mentre mi allontano,
questa adotta altre modalit per indurmi nuovamente a ritornare da lei,
innescando un circolo vizioso che tende ad autoalimentarsi.

Rivelando parti di me certamente mi espongo. Questa apertura mette


nelle mani dellaltro un potere che potrebbe usare contro di me. E' un
pericolo ed un rischio certamente concreto. E', quindi, una scelta quella
del dialogo che richiede coraggio e fiducia, ma che deve essere
adeguatamente protetto. Quali confini pongo alla mia auto-
rivelazione? Accetto il rischio di non essere compreso? E se lo accetto,
sino a dove? Sento ed osservo che se adotto questa modalit la
relazione migliora, si arricchisce e si amplia con qualcosa di nuovo ed
importante? Il piano di ascolto/comunicazione migliora? L'altro come
reagisce? Si apre, oppure si pone ancora di pi sulla difensiva,
imbarazzandosi o irritandosi, aumentando la sua temperatura
emotiva? Se si attiva quest'ultima dinamica bene fermarsi, in quanto
la modalit non efficace e rischia di trasformarsi in reattivit,
peggiorando la situazione.

Se evito di manipolare gli uomini, essi si prendono cura di se stessi


se evito di comandare agli uomini, essi agiscono da soli
se evito di predicare agli uomini, essi migliorano da soli
se evito di impormi agli uomini, essi diventano se stessi.

Lao Tse

109
E' molto creativo ed efficace confrontarsi sulla consapevolezza e le
resistenze in un contesto di gruppo. Un gioco per confrontare la
capacit/incapacit di stabilire confini, cercando la giusta distanza,
consiste nel dare uno STOP efficace a chi si avvicina, comunicandolo
verbalmente, con il corpo o con altre modalit. Lo stop equivale a dire
no! basta, non invadermi. E' una responsabilit che corrisponde ad un
modo per salvaguardare me stesso. Chi si avvicina libero di fermarsi,
oppure di proseguire se lo stop non gli arriva, nel senso che la forza del
messaggio non percepita come autentica, chiara e risolutiva. Al
termine si condividono le sensazioni, emozioni, difficolt e quanto si
osservato. Definire dei confini significa che posso chiedere/esprimere
le mie esigenze, difendendole. L'assertivit la parola chiave per
difendere e far valere i miei bisogni. Ad esempio, posso domandare al
mio interlocutore di non continuare a inondarmi di parole perch mi
sento schiacciato. Analogamente ad un individuo, anche un noi
necessita di confini e cerca di mantenerli: questa tensione definisce una
forma. In un gruppo/noi, tuttavia, si pu acquisire consapevolezza di
un'assenza di confini (confluenza), oppure sentire che questi sono
troppo rigidi. Affrontare questo tipo di dinamica una responsabilit
che costa fatica ed impegno. Un gruppo un continuo processo
dialettico fra opposte polarit: io e noi. Se vedo solamente un noi,
rischio di non sentire i bisogni di esistenza dell'io e di non rispettare i
confini individuali. Viceversa, se tendo a focalizzarmi solamente su
questa singola dimensione, rischio di smarrire la consapevolezza del
noi. Erich Fromm, nel suo libro Dalla parte dell'uomo, sostiene che
non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te uno dei
principi etici pi fondamentali. Ma sarebbe ugualmente giustificabile
asserire: tutto ci che fai agli altri lo fai pure a te stesso. Questa
una regola aurea, ma anche un modo per stabilire dei confini e sentire
cosa succede alla frontiera del contatto. Aggiungo anche l'ironica
affermazione di Bernard Shaw:Non devi sempre fare agli altri quello
che vorresti che gli altri facessero a te: possono anche avere gusti
diversi.Voglio descrivere una danza meditativa che abbiamo utilizzato
per confrontarci su questa tematica. La danza una modalit espressiva
che mi piace e mi aiuta veramente molto. Inoltre, la formatrice che usa
questo strumento veramente brava.

110
Prima fase. Tutti in cerchio. Rivolgendo l'anca destra verso il centro,
nel quale pu essere posizionato un oggetto simbolico (una pianta, un
oggetto), ci poniamo in ascolto della musica che scandisce il ritmo
della meditazione. Si fanno quattro piccoli passi indietro, ci si ferma e
poi si aprono le braccia innalzandole, descrivendo pi volte un cerchio
fra la testa e le anche e si delimitano ipotetici confini. Nel contempo si
compie un giro completo su se stessi, pi un quarto, per posizionarsi di
fronte al centro. Poi, con le braccia conserte o con i gomiti ad angolo (i
palmi rivolti verso il corpo) si procede in avanti, ci si ferma un
momento, cercando di seguire il tempo scandito dalla musica, e si
ritorna indietro, per poi ripetere nuovamente la figura. Seconda fase. Ci
si muove liberamente nella stanza e ci si sofferma/incontra/evita gli
altri. Terza fase. Nuovamente in cerchio, in piedi, per rimanere in
contatto con quanto si percepito (consapevolezza). La musica pu
essere la cornice bellissima e facilitante per questa meditazione.
Quarta fase. Ognuno, scegliendo dei cuscini, piccole bandane o altro,
delinea un proprio confine in uno spazio che sente sia buono per lui. Ci
si siede all'interno di questa simbolica protezione ad osservare cosa
comunica, come si sta, se i confini rimangono tali, dove sono situati, se
questi si spostano, se si esce dalla delimitazione, se consentono
l'ingresso di altri, se li difendo o li apro per incontrare, se sono rigidi,
fluidi, etc. Al termine si condivide l'esperienza.

111
Sogno o son desto?

Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se


soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con
minuziosa interezza e imporlo alla realt...
Comprese che l'impegno di modellare la materia incoerente e
vertiginosa di cui si compongono i sogni il pi arduo che possa
assumere un uomo, anche se penetri tutti gli enigmi dell'ordine
superiore e dell'inferiore: molto pi arduo che tessere una corda di
sabbia o monetare il vento senza volto...
Sogn un uomo intero, un giovane, che per non si levava, n parlava,
n poteva aprire gli occhi. Per notti e notti continu a sognarlo
addormentato...
Nelle cosmogonie gnostiche, i demiurgi impastano un rosso Adamo che
non riesce ad alzarsi in piedi; cos inabile, rozzo ed elementare come
quest'Adamo di polvere, era l'Adamo di sogno che le notti del mago
avevano fabbricato... Nel sonno dell'uomo che lo sognava, il sognato si
svegli. () Prima (perch non sapesse mai che era un fantasma,
perch si credesse un uomo come gli altri) gli infuse l'oblio totale dei
suoi anni di apprendistato...
Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altro uomo:
che umiliazione incomparabile, che vertigine! And incontro ai gironi
di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e
inondarono senza calore e senza combustione... Con sollievo, con
umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che
un altro stava sognandolo...
Jorge Luis Borges, Finzioni

Altrettanto interessante ed originale stato confrontarmi e lavorare con


i sogni72. Io non li ricordo praticamente mai, ma, quando mi succede,

72 Per una interessante riflessione vedi l'articolo contenuto in Quaderni di Gestalt,


volume XXIV 2011/1, p 35. In particolare, il saggio presenta la tecnica della
concentrazione suggerita e sperimentata da Perls per lavorare con i sogni. Il focus
centrato sul processo, sul come, e sulla rivisitazione dettagliata del sogno e
sull'attenzione posta ad un particolare aspetto della struttura che attrae e che
emerge in quel momento come figura. Questa potr evolvere, mutare, diventando

112
riconosco tratti della mia personalit o situazioni che mi appartengono.
E una forma di linguaggio prevalentemente notturno che si esprime
con emozioni ed immagini. Un sogno un processo complesso e
misterioso intimamente intrecciato alla persona che lo racconta. Mi
successo che, da un momento iniziale di confusione, creassero una
forma sempre pi precisa, prefigurando ed inscenando simbolicamente
situazioni future. In altre occasioni hanno riattivato eventi sopiti del
mio passato, collegati, tuttavia, a vissuti quotidiani: situazioni che
apparivano sconnesse si sono ricomposte durante il sogno come puzzle,
nel quale i momenti sparsi hanno assunto gradualmente forma e
significato. Anche se legati a momenti trascorsi, Perls sosteneva la loro
valenza nel qui ed ora: da qui la sua insistenza, durante le sedute, per
narrarli al tempo presente per favorire l'attualizzazione dei contenuti.
Ancora secondo Perls, permette di liberare l'eccesso di energia
bloccata agitando il confine di contatto, promuovendo il potere
creativo della persona. Ampliando ancora la prospettiva, importante
tenere presente la tridimensionalit della dimensione temporale del
lavoro sul sogno per le implicazioni che esso comporta.73 Un sogno
dilata la possibilit di comprendere ed elaborare la realt, di sentire
empaticamente, di ritrovare sensazioni, suoni, immagini, volti,
emozioni, anche attraverso minuscoli frammenti. Altri studiosi, inoltre,
evidenziano unattivit autocurativa dei circuiti emozionali, collegata a
vissuti che necessitano di scaricarsi. Ma, centrale, come sempre, il
contatto nel qui ed ora fra il cliente ed il counselor. Un sogno pura
funzione es: arte, fantasia, desiderio e molteplici sono le sue

sfondo per lasciare spontaneamente il posto ad un'altra, sulla quale verr richiesto
nuovamente di concentrarsi. A sostegno di questo processo, il cliente viene
invitato a respirare, intensificando il ritmo per stimolare l'emergere di una nuova
figura. Richard Kitzler, testimoniando il lavoro dei coniugi Perls, descrive che La
psicoterapia della Gestalt rovesciava la situazione: non era il significato ad
essere cruciale, ma quello che il sognatore faceva con il sogno nella seduta,
ovvero nell'esperimento. L'enfasi era sul come del sogno, sulla sua costruzione, su
dove stava andando (autonomamente!): i suoi colori o il chiaroscuro, il
movimento, i suoni e le novit. Soprattutto le sue novit, quelle che non erano
apparse nel sogno, ma che si erano generate all'interno della struttura mentre
questa si rivelava (Ibidem, p 39). Una interpretazione pi fenomenologica ,
invece, meno attenta ai personaggi chiave del sogno, ma focalizza l'attenzione sul
campo, le strutture e al significato delle azioni che lo caratterizzano.
73 R.Zerbetto, La Gestalt Terapia della consapevolezza, op cit, p118

113
sfaccettature. In un gruppo, il confronto con l'ausilio di altre persone (a
scelta) consente di ampliare significativamente la narrazione onirica,
descrivendo ed inscenando personaggi, singole emozioni, sensazioni
fisiche della narrazione. Si pu scegliere di diventare anche un
semplice oggetto che fa parte della scena. E' bene ricordare che, al di l
dellingresso di altre persone e della dimensione estetico/teatrale, il
protagonista sul quale si fissa l'attenzione sempre chi porta il sogno.
Rappresenta, quindi, uno strumento potente e suggestivo per la
conoscenza di s, data la complessa polisemia e l'impatto delle figure
che possono emergere. Il lavoro molto fluido, coinvolgente ed
interattivo. Apre molteplici possibilit ad ognuno dei partecipanti,
offrendo un modo particolarissimo di elaborare e gettare ulteriori
sguardi dentro se stessi. Ogni modalit, posture, personaggi, scelta
verbale o situazionale, comunica qualcosa. La mia sensazione sempre
stata di varcare una soglia misteriosa, per entrare in una dimensione un
po' magica e fatata. A me piace molto ascoltare il racconto di un sogno,
immaginarlo come se stessi guardando un film, lasciandomi
coinvolgere dalle immagini e dalle emozioni, immergermi e farmi
trasportare dalla sua corrente. I sogni fatti nella notte da un membro del
gruppo, durante i giorni di formazione (o in quelli che li precedono o
che immediatamente li seguono), sono considerati sogni di gruppo e
portare a lavori collettivi che riguardano tutti i componenti. Prima di
qualsiasi decodifica e riformulazione bene rimanere sulle emozioni
suscitate, a come queste risuonano nel sognatore e nei protagonisti
della eventuale rappresentazione scenica. Il confronto pu terminare
quando si avverte la sensazione di aver toccato e liberato qualcosa di
importante, che sia avvenuto un cambiamento, che sia nata
un'intuizione.

Il sogno trova il proprio limite nel limite stesso del counselor e nella
complessit del materiale onirico. Un counselor lavora sul qui ed ora,
ed un eventuale scivolamento in aree intrapsichiche va ricondotto alla
consapevolezza del momento. Esplorare troppo in profondit, anche in
questo caso, di competenza di uno psicoterapeuta, peraltro ben
preparato.

114
Questa notte ho fatto un sogno.

Mi rifugiavo
come un tempo,
sotto il grande letto
luogo segreto che mi faceva grande
nascondiglio magico di trepidanti attese

Sotto le sue ali


scacciavo lignoto
facendo finta di non avere paura.

Piangevo.
La mia rabbia fiammeggiava di getto
impetuosa
insieme alle parole urlate
consumate dal pianto.
E tu mi asciugavi le lacrime
con i tuoi capelli
con il tuo sguardo
e il tuo sorriso
quello che avrei voluto sempre vedere
impresso
sul tuo bianco volto.

Molte volte ti ho incontrata


nel groviglio dei miei sogni
a ritroso nel tempo
diretto verso lignoto.

Parevano veri
tanto da poterli toccare
con queste mie mani
e molto mi sei mancata.

Mi mancano le parole
che non ho avuto il tempo di dirti.

115
Mi mancano gli abbracci,
ormai dimenticati
mi manca la tua voce
che sento meno vera.

Mi mancano quei giorni lontani


anche se erano spogli.
Mi manca quel tempo
che si fracassato contro la vita.

Vorrei che tu fossi qui


per un solo istante
per dirmi che un giorno ci rivedremo
anche solo per un minuto.

M.P., Questa notte ho fatto un sogno

Volgo nuovamente lo sguardo al lavoro con il corpo. Un esercizio


consiste nella scelta di un compagno e di farsi a turno dei massaggi,
sostenuti dalla musica. Guardarsi negli occhi per un certo periodo di
tempo un altro esercizio, in apparenza semplice, ma che, in realt,
risulta impegnativo. Generalmente, al termine dell'esercizio si
condivide l'esperienza fra coppie e poi con tutto il gruppo. Descrivo
un'altra meditazione: ad occhi chiusi ci si muove nella stanza,
ascoltando il proprio respiro, sostenuti da una musica e prestando
attenzione alle emozioni del qui ed ora. In un secondo momento,
sempre ad occhi chiusi, si cerca un compagno, ci si abbraccia non c'
mai obbligo e poi si riaprono gli occhi rimanendo in contatto con lo
sguardo. Successivamente, si cerca un altro partner e si ripete
nuovamente l'esercizio. La condivisione tende a far emergere cosa
abbiamo provato, le emozioni e le dinamiche collegate: come mi sono
sentito nel cercare, nell'essere cercato, nel guardare ed abbracciare?
Li ho incoraggiati, sostenuti e soddisfatti? Oppure me li sono negati?
Come sono stati per me? Mi lascio andare? Tendo maggiormente a
ricevere o a dare abbracci?

116
Nelle esperienze di gruppo si usano svariate tecniche e giochi. Al
termine si procede con la condivisione di cosa risuonato in noi
durante l'esercizio. Sono i cosiddetti feed-back (azione di ritorno) con
la quale restituisco cosa sento e cosa ho provato con un'altra persona.
Questa modalit favorisce una maggior consapevolezza in chi ha svolto
il lavoro, aiutandolo ad ampliare la prospettiva e facilitando una pi
chiara percezione dell'esperienza vissuta. uno spazio importante e
delicato con il quale si entra liberamente in relazione. Un momento
distinto da questo consiste nellesprimere osservazioni, comunicando
in forma diretta e in prima persona io ho visto/osservato... per
rendere chiaro quanto restituisco, assumendomi la responsabilit del
mio sentire.

Ricompongo schematicamente la trama di questo processo: io osservo


ed ascolto una scena che mi suscita emozioni provo delusione...
che esprimo attraverso il mio feed-back. Questo determina
conseguenze concrete che avverto in me mi sento lontano da te...,
non accolto..., irritato, deluso... Ma non solo una questione di
forma e metodo comunicativo. E' fondamentale che io presti molta
attenzione a non formulare giudizi attraverso i feed-back e le
osservazioni: se questo accade mi sento, appunto, giudicato, svalutato,
disconfermato. Non mi sento accolto e rispettato nel mio bisogno di
essere capito ed accettato. Essere giudicanti rappresenta una forte
barriera alla comunicazione, forse la pi carica di implicazioni
negative. Altre barriere sono senz'altro sminuire, minimizzare,
consolare, interpretare, mettere in dubbio, proporre soluzioni,
mantenere un atteggiamento presuntuoso. Con il giudizio si lede la
relazione, o non la si costruisce affatto. Chi si sente giudicato diventa
reattivo, sino a provare risentimento ed ostilit. Ad esempio. Se dico ho
provato dolore quando hai detto..., oppure ho provato piacere nel
vedere quella scena... sono restituzioni non giudicanti del mio vissuto
emotivo dolore, piacere. Un feed-back comunica e rivela una parte
del mio s. Deve riflettere autenticamente il sentimento che ho provato
in quel momento. Se dico, invece, mi sei piaciuto come hai svolto,
non sei per nulla sostenente..., oppure sei un buonista, esprimo una
serie di giudizi riferiti direttamente alla persona e al suo modo di
essere. E' una dinamica molto delicata, poich diventa rilevante non

117
tanto cosa restituisco, ma come lo porto all'altro e nella relazione. Se
affermo ho visto che non hai sostenuto in quel frangente la scena,
perch hai lasciato andare... limpatto differente, poich esprimo
un'osservazione circa un determinato comportamento: non ti giudico,
ma ti restituisco cosa ho visto. Con noi allievi i formatori hanno
insistito molto su questa dinamica. Inoltre, hanno sottolineato
l'importanza di non confondere cosa stiamo effettivamente
comunicando. Un'affermazione del tipo ho sentito la tua delusione
impropria ed errata (e pu anche celare una supponenza): io non posso
sentire cosa senti tu, in quanto la tua esperienza interiore. Certamente
posso decodificare i segnali osservati, interpretandoli come delusione,
integrandoli con le mie emozioni, ma una mia costruzione mentale
interpretativa che serve per orientarmi nel mondo. E' corretto restituire
nel seguente modo, dicendo: l'espressione del tuo viso e le tue parole
mi suscitano delusione... In una relazione la persona di fronte a me
piange e soffre, ma io in quel momento non sento nulla. Senza
giudicare il fatto che non sto provando niente, il feed-back io non ho
provato nulla del tuo pianto...: la mia risposta a ci che l'altro sta
manifestando con la sua sofferenza. Se non mi giudico fornisco a me
stesso un'indicazione importante: in quel momento, mentre soffrivi, io
non sentivo nulla.

E chiudo gli occhi per vedere


Paul Gauguin

Un esercizio per stimolare la capacit di osservazione che ha suscitato


vivo interesse (e che ho utilizzato molte volte nel corso delle sedute di
formazione), stato di seguire una seduta counselor-cliente con le
orecchie tappate. Invece, per lavorare ad un altro livello sensoriale,
stimolando la capacit di ascolto, ci siamo bendati gli occhi.
L'osservazione fenomenologica: non riporto ossessivamente tutti i
particolari che formano il complesso, piuttosto complicato, di una
scena, ma osservo cosa mi colpisce e che pu anche essere un solo
particolare. Perls definiva concentrazione spontanea l'abilit di
osservare in un modo molto pi ampio, per essere poi colpiti da un

118
movimento fra i tanti che cattura lattenzione. Quella analitica
un'altra modalit, ma che risulta, di fatto, troppo complessa per la
quantit di informazioni che si dovrebbe registrare: il rischio di non
cogliere sufficientemente cosa avviene e di perdere dettagli importanti.
E, questa, una difficolt che si presenta anche quando il
coinvolgimento dell'osservatore molto significativo.

119
Brevi cenni al counseling di coppia

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni


giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e
non cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Muore
lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i
puntini sulle "i", piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle
che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un
sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai
sentimenti...

Pablo Neruda, Chi muore (Ode alla vita)

Il counseling anche rivolto alla coppia, alla famiglia o, in termini pi


generici, ad un insieme di persone che formano e si riconoscono in un
determinato gruppo. Voglio, pertanto, riportare alcune brevi e
generiche tematiche affrontate durante la formazione, le quali
costituiscono alcune delle tipiche dinamiche che si possono incontrare
in questi peculiari contesti relazionali. Generalmente, le coppie
condividono obiettivi e progettualit comuni che caratterizzano in
modo circolare la loro relazione, sia che si tratti di genitori,
genitore/figlio, oppure amici, colleghi di lavoro, etc. Una distinzione
riguarda la famiglia, poich la relazione non solamente diadica, ma
coinvolge l'intero nucleo familiare che comprende anche i parenti, con
dinamiche, ruoli, modalit, giochi di potere e autorit che le sono del
tutto peculiari. In questa ampia tipologia di relazioni la dinamica fra
le persone l'aspetto su cui mi devo concentrare, osservando reazioni,
bisogni, tendenze. Lo sguardo, pertanto, certamente molto pi
complesso rispetto al counseling individuale. Deve saper intuire,
cogliere ed organizzare una pi ampia ed articolata fonte informativa
all'interno di un campo multidimensionale potenzialmente molto
problematico. Basti pensare ai cambiamenti sostanziali che avvengono
con l'arrivo di un figlio. Anche per quanto riguarda questa tipologia di
gruppi sociali, l'approccio che costituisce la chiave di lettura
sistemico: tutte le componenti del campo sono in comunicazione ed il
cambiamento in una sua singola parte coinvolge l'intero sistema. Si va
in terapia quando l'equilibrio si infrange e non si ricostituisce, quando

120
si perso il senso dello stare insieme e le tensioni si cristallizzano in
asimmetrie, crescono e non si intravedono soluzioni per ricomporle. La
terapia pu essere uno strumento per ridare libert al sistema di
riorganizzarsi creativamente. Alcune domande da porre con una coppia
possono essere: cosa dice la loro sofferenza? cosa li unisce? cosa li sta
allontanando? cosa li porta realmente in terapia. In un rapporto di
coppia ci sono due storie, due modalit di relazionarsi che risuonano.
Una coppia genera un mondo nuovo, nel quale ascoltare, creare e
ricreare queste risonanze che mutano e si evolvono impercettibilmente
nel corso del tempo. Noi tutti cambiamo e, conseguentemente, anche la
coppia.
In generale, vi sono delle tematiche fondamentali che la caratterizzano
e costituiscono ambiti specifici da esplorare.

Il confine di contatto: come la persona si differenzia o confluisce con


l'altra? esistono differenze o entrambe fanno le stesse cose? sono
confluenti oppure, anche se stanno insieme, sono divisi? se la coppia
soffre in questa zona, cosa sta succedendo?

La cura: prendersi cura l'un l'altro bello ed un aspetto che


caratterizza questo tipo di relazione. Se qualcuno ha cura di noi non ci
sentiamo soli. Se c' sofferenza cosa succede? c' rigidit, nel senso
che uno deve necessariamente prendersi cura e l'altro essere curato?

Il potere. Sovente ci sono rapporti di forza e spesso questi meccanismi


sono manifesti, ma, forse, il pi delle volte sono mascherati. Chi e in
che modo vengono prese le decisioni? Chi realmente domina e decide?
Quale spazio si prende?

Il tema del valore, dellintimit e della tenerezza: fra i due chi ha pi


valore? ci si lascia andare a intimit e tenerezze? ci si riconosce
valore, oppure la svalutazione dell'altro la sofferenza che caratterizza
questo ambito?

Il rischio del nuovo: semplicemente, accetto di uscire dalla ripetizione


sostenendo la fatica e la scommessa di cambiare prospettiva per
andare incontro alla novit?

121
Una coppia formata in realt, da una triade io-tu-noi interrelata: al
cambiare di un elemento cambiano, conseguentemente, anche tutti gli
altri. Pertanto, l'equilibrio cosiddetto omeostatico (ogni componente
presente contribuisce a mantenerlo) a sua volta muta ed il rapporto
tende a modificarsi. Il counselor, pertanto, si impegna per avere
un'ampia comprensione della vita di coppia e della famiglia, che vada
oltre i singoli componenti. Ad esempio, una famiglia in cui qualcuno
soffre di depressione pu essere vista nella sua globalit come una
famiglia che sta vivendo una situazione difficile, di cui la depressione
un sintomo. Senza negare la realt dell'esperienza dell'individuo, il
discorso pu essere allargato alle difficolt che incontra l'intero
gruppo familiare. Da questa prospettiva, un determinato sintomo pu
rappresentare una forma di comunicazione che consente di acquisire
consapevolezza di tutte le pressioni, interne ed esterne, che portano a
un unico elemento visibile74. Ritornando al counseling di coppia,
inizialmente la presenza del counselor rappresenta il vertice della
comunicazione che garantisce un'opportunit per incontrarsi e parlare
della realt che stanno vivendo. Di fatto, il ponte attraverso il quale le
persone possono comunicare: per fare questo deve offrire ad ognuno
uno spazio di ascolto sicuro ed efficace75. Deve saper tradurre la
modalit comunicativa, sovente conflittuale, giudicante, inesistente o
caratterizzata da irrisolti sospesi, in una forma che sia accettata. La
strutturazione del setting, pertanto, di massima importanza, cos come
lo sono i segnali che giungono da ogni componente che partecipa alla
seduta. Se il livello di scontro molto elevato, posso chiedere ad uno
dei partner di rivolgersi direttamente a me, in modo da fungere da
tramite per facilitare la comunicazione con laltro. Se il livello si
abbassa, importante far comunicare direttamente la coppia. Per la
costruzione di un confronto, centrale il clima empatico che si instaura

74 Charles J. O'Leary, Counseling alla coppia e alla famiglia, Trento, 2002,


Erickson, p 50
75 Lo psicoterapeuta della famiglia Ivan Boszormenyi-Nagy definisce parzialit
multidirezionale l'arte di porsi nei confronti dei partecipanti mantenendo per
ognuno di essi lo stesso atteggiamento di ascolto, attenzione e sostegno a quanto
viene portato singolarmente, come ad essere, in un certo senso, dalla parte di pi
di una persona nel medesimo tempo, mettendo da parte la tendenza a giudicare o
formulare valutazioni immediate. La tipica domanda esplorativa pu essere
riassunta nei seguenti termini: Cosa sta succedendo ad ognuna di queste persone?

122
fra i partner: come ci si sente nei panni dell'altro? cosa provi quando ti
dice queste parole Alcuni aspetti che posso esplorare per orientare il
lavoro sono: che tipo di sofferenza stanno portando? di quale conflitto
si tratta? quale episodio pu avere influito sulla loro relazione
cambiandone la struttura? sono consapevoli di questo cambiamento?
E' importante considerare l'asse temporale della coppia: dove si trovano
in questo momento? qual la loro storia? da quanto tempo in atto la
situazione che non viene digerita? Ma le domande sono rivolte anche
direttamente al counselor ed al processo di counseling: cosa/chi
rappresento per questo cliente/coppia? cosa sta avvenendo fra noi?
cosa sto comunicando o meta-comunicando in questo processo? la mia
una posizione orizzontale o di potere/dominanza?

In ogni coppia ci sono delle regole, queste possono essere esplicite,


implicite o nascoste. Nel primo caso sono la risultante di accordi
consapevolmente presi: ad esempio, io cucino e tu lavi i piatti. Nel
secondo caso si tratta di norme non concordate, generate da introietti,
che si ritiene debbano essere rispettate: ad una festa non si deve ballare
guancia a guancia con un'altra persona. In una regola segreta, invece,
non vi consapevolezza, ma la dinamica viene osservata esternamente:
il marito, ad esempio, boicotta la festa della moglie perch circondata
da amici ed invidioso del suo successo. Da queste premesse
possibile considerare che, se le regole sono concordate e il rapporto si
fonda sul dialogo e l'esplicitazione di bisogni, la comunicazione non ne
risente, mentre, quando sono implicite ma chiaro che si deve fare
cos...no? o nascoste, possono nascere difficolt foriere di ripicche e
conflitti. In breve, molte tensioni nascono proprio dal non condividere
o infrangere delle regole. Queste riguardano i confini, ovvero gli spazi
individuali e di coppia. Questa tematica riveste molta importanza nella
vita di una persona e suscita importanti riflessioni. Fino a che punto
siamo noi due e fino a dove gli altri amici, genitori, etc
entrano/devono entrare nel nostro rapporto? La comunicazione, in
questo caso, sottende ai bisogni individuali che vanno confrontati ed
esplicitati per definire, da un lato, delle regole condivise, dall'altro, per
stabilire i confini dei propri spazi personali e di coppia. Molte volte, in
una situazione di crisi, si parla molto ma non ci si ascolta veramente: i
bisogni non sono riconosciuti, rispettati, esplicitati, soddisfatti. Si

123
mantiene un atteggiamento di chiusura. Non si dialoga e non ci si
confronta sinceramente: prevalgono blocchi, inibizioni, rapporti di
forza e di potere, a volte molto sottili e sommersi. L'ascolto, ancora una
volta, la componente ed il focus centrale su cui facilitare il confronto.
Ci possono essere dei sospesi che non si vuole affrontare, ed un
sostegno consiste nel lavorare in termini proiettivi con l'ausilio, ad
esempio, della classica sedia. Modificare il proprio punto di vista, per
assumerne un altro, in circostanze conflittuali veramente molto
difficile. Nel counseling non viene di certo richiesto di essere
d'accordo, o di accettare quanto viene proposto, ma importante
facilitare l'esperienza di cosa pu provare l'altra persona. E importante
contattare i propri bisogni, impegnandosi a riconoscere/accettare
anche quelli dell'altro. In qualit di counselor procedo, pertanto,
offrendo uno spazio nel quale le persone possano comunicare,
sostenendole a capire/scoprire i loro bisogni, utilizzare nuovi modi per
comunicarli efficacemente, aiutandole a sperimentare soluzioni nuove e
concrete per esporli e soddisfarli. Altre volte, la diversa percezione ed
interpretazione della realt a mettere le persone sulla difensiva,
provocare rigidit, risentimenti e frustrazioni. Quando iniziano ad
ascoltarsi la mia figura lentamente scivola verso lo sfondo, per lasciare
lo spazio necessario al dialogo. E' un momento molto delicato ed
importante. Rimango, comunque, in contatto con il processo che segue
un suo libero percorso. Ritorno come figura se la coppia riprende a non
ascoltarsi, o se uno dei componenti tende a prevaricare nuovamente
sull'altro. Per quanto concerne la gestione del setting sconsigliato
iniziare un percorso con una persona per poi inserire successivamente
il partner: se inizio l'alleanza terapeutica con un cliente bene
mantenerla per tutta la durata del counseling, altrimenti potrebbe
sentirsi tradito e diventare reattivo. Se anche l'altra persona sente
lesigenza di intraprendere un percorso terapeutico, la devo indirizzare
ad un altro counselor. E' invece frutto di scelte condivise iniziare con
entrambe, per poi proseguire singolarmente. Il counseling di coppia
complesso ed impegnativo e il tempo per una seduta, che normalmente
con una singola persona pu variare da quarantacinque minuti ad
un'ora, pu essere ampliato di mezzora.

124
Normalmente il setting formato dalla coppia e da un counselor.
Tuttavia possibile che vi sia una co-conduzione (due counselor) che
rappresenta una modalit diversa, sostenente e creativa di co-terapia.
Certamente si intrecciano molteplici livelli relazionali, ma questa
possibilit interessante per il sostegno possibile fra i conduttori ed il
grande valore emotivo messo in gioco. In termini pratici, un aspetto
senz'altro funzionale dato dalla possibilit per uno dei counselor di
scivolare sullo sfondo, lasciando spazio all'altro e rimanendo ad
osservare sino a quando lo riterr opportuno. La coppia di counselor
rappresenta uno specchio ed unopportunit nella quale rispecchiarsi.
Al contrario, un rischio consiste nella rigidit che uno dei due pu
assumere nel corso della seduta, legata a vissuti personali. La posizione
assunta dalle persone nel setting sempre rilevante, ed un modo
funzionale per dare sostegno quello di posizionare i componenti della
coppia e i counselor uno di fronte all'altro, in modo da formare una
croce.

125
Le colonne su cui si regge il processo di counseling

Il saggio non ha una mente rigida:


egli capace di mettersi nei panni altrui.

Lao Tzu, Tao te Ching

Quando mi sento veramente compreso, quando lo spazio che ho a


disposizione lo sento sicuro ed aperto, avverto una sensazione di
benessere e fiducia in me stesso. Riesco a mostrare parti di me
altrimenti difese e ben nascoste. Il counseling un processo in cui
l'autenticit, la congruenza e l'assenza di giudizio, insieme alla
simpatia/empatia, costituiscono i cardini per creare condizioni
facilitanti l'apertura e l'accoglimento del bisogno che il cliente mi sta
portando. Sono congruo ed autentico quando sono in contatto con il
mio mondo interiore e lo porto, o meglio, trovo il modo per portarlo
nella relazione con il cliente in un modo efficace e costruttivo. Come
counselor non devo nascondere la mia natura e i miei valori, purch la
mia primaria intenzione sia quella di capire totalmente la natura e i
valori dei clienti.76 Il clima necessario per la costruzione del dialogo
si fonda sul rispetto e la delicatezza. Carl Rogers non le considerava
delle tecniche, ma delle qualit umane da coltivare. Dal mio punto di
vista, questo atteggiamento deve riconoscere, in primo luogo, valore e
significato a me stesso come presupposto per accettare un altro. E' un
modo di vedere ed ascoltare. Le dimensioni di ascolto e contatto
rivestono in questo spazio un ruolo fondamentale. Il mio modo di
ascoltare orienta la comunicazione e, di conseguenza, l'andamento
della seduta stessa. Ascoltare significa anche stare a sentire cosa provo,
fidandomi delle mie sensazioni ed intuizioni, senza giudicare o
interpretare: non so dove condurr la relazione e non sono di certo
interessato a saperlo. Se porto ci che sento, emozioni, sensazioni,
immagini, fantasie, mi assumo la responsabilit di esserci nel rapporto
che vado costruendo. Essere in contatto vuol dire molto semplicemente
fare esperienza di stare con quello che c', anche con il mio corpo, dato
che il mio modo di esserci e di sentire corporeo e fornisce una

76 Ibidem, p 9

126
rilevante risonanza per la relazione che si sta co-costruendo. Dando un
nome, riconoscendo, accettando le mie sensazioni corporee favorisco
un processo che tende a lasciar andare ci che trattengo e che inibisce
la mia eccitazione, bloccando la mia energia e le mie potenzialit. Tutto
questo si traduce in modalit creative che tendono a liberare le
emozioni intrappolate in blocchi muscolo-tensivi.

Alexander Lowen, padre della Bioenergetica, diceva che la capacit


di sentire ci che sta accadendo ad un'altra persona, capacit che ho
definito empatia, si fonda sul fatto che il nostro corpo entra in
risonanza con altri corpi viventi. Se questa risonanza manca vuol dire
che non siamo in risonanza con noi stessi. Chi dice non sento niente ha
spento non solo il senso della propria vitalit, ma anche qualsiasi
sentimento che possa nutrire per gli altri, uomini o animali che
siano.77Questultima frase ritengo sia di grande valore. Questo
processo, infatti, richiede sensibilit ed intimit con noi stessi quale
presupposto per entrare in contatto con gli altri. Anche per il counselor
che deve sostenersi nella seduta. Centrale, nell'esperienza di Lowen,
mantenere grounding. Noi siamo fra cielo e terra, radicati al suolo con i
nostri piedi e protesi verso l'alto con le nostre braccia, le mani, il nostro
corpo, la nostra dimensione interiore e spirituale. Ma, in primo luogo,
questo radicamento insito nella nostra corporeit sostenuta dal
respiro. Con le nostre radici traiamo forza e nutrimento dalla linfa
vitale che sale dalla terra; cresciamo facendo esperienza delle nostre
potenzialit che ci rinforzano. Lo sfondo la nostra storia, ineludibile
parte di noi. Il paragone con un albero, ma l'immagine non
puramente simbolica. Il suolo ci sorregge, ci d una posizione con la
quale orientarci, fornisce un appoggio sicuro per ritrovarci, per sentirci
saldi ed essere visti e ri-conosciuti. Il cielo contribuisce a donarci il
respiro dello sguardo che orienta la nostra direzione. Questa
dimensione un'arte che pu essere riassunta con le parole equilibrio e
bilanciamento.

77 Il nostro mare affettivo: la psicoterapia come viaggio, a cura di Patrizia Moselli,


2001, Roma, Alpes Italia, p. 58

127
Non il dolore che ci uccide ma quello che facciamo per evitarlo.
Non l'errore, la rottura, che ci traumatizza ma ci che costruiamo per
non accettare un evento che, pure, si gi verificato.

Nicoletta Cinotti, Rottura e riparazione nella regolazione degli affetti: l'esperienza


dell'analisi bio-energetica.

A volte posso provare un'emozione, ad esempio noia, senza che io sia


consapevole del motivo: ho perso interesse per la situazione? vorrei
andare da un'altra parte? cosa mi sta succedendo? avverto
irritazione? quali corde mi sta toccando il cliente con le sue parole o
con il suo atteggiamento? L'approccio sempre fenomenologico:
osservo e rimango in contatto con ci che provo. Osservarmi un
modo per essere consapevole, assumendomi il rischio dell'autenticit.
E' una responsabilit da cui discendono scelte creative ed etiche su
come utilizzare coerentemente il mio sentire: un conto dare valore
alle nostre emozioni e impulsi, qualunque essi siano, un conto agirli
automaticamente senza assumersi la responsabilit di contenerli e
scegliere la modalit relazionalmente pi efficace di portarli nel
contesto.78 E' questa, dal mio punto di vista, una responsabilit molto
importante, riassunta dalla frase penso a cosa dico e non butto fuori
tutto ci che sento. E' una scelta, dunque, quella di mantenere una certa
modalit consapevolmente lucida, centrata sul bisogno dell'altro e su
quanto sto provando, flessibile al flusso emotivo che si va creando. Si
tratta di gestire e portare le emozioni che sento, o di riconoscere che in
quel momento ci sono delle difficolt. Tutto questo come mi fa stare?
Cosa mi comunica? Cosa provo se non riesco a stabilire dei limiti?
Come percepisco l'altro? Qual il mio reale bisogno mentre pronuncio
certe parole? A cosa sono reattivo? Come dice Vito Mancuso,
l'autenticit (autentico-autos, fedele a se stesso) collegata ad una
relazione che costruisco in rapporto ad un altro, a qualcosa che si
muove, esattamente come si muove la vita, perch la verit la vita
buona, la vita autentica. La verit non riducibile all'esattezza;
saggezza nell'utilizzo del dato esatto. La verit l'intero delle relazioni
(), un'adeguazione che richiede grande intelligenza emotiva e grande

78 Le voci della Gestalt, op cit, p 249

128
umilt.79 Il suo pensiero mette in luce la qualit della relazione umana
capace di cogliere ed integrare una pi ampia prospettiva, nella quale
considero sinceramente quello che sento, ma che mi vede impegnato a
trovare una modalit costruttiva e rispettosa per portarlo nel confronto.
L'autenticit, secondo questa visione, differente dalla trasparenza con
la quale riverso direttamente all'esterno ci che provo, senza curarmi di
cosa succede nell'altro e in me. Secondo le parole del teologo e
filosofo, come comporre un'armonia fra il proprio livello di
sensazioni, bisogni ed impulsi interiori, combinando queste
ambivalenze con la necessit di elaborarle ed esprimerle
autenticamente in un pi ampio contesto.

79 Vito Mancuso, La vita autentica, Milano, 2009, Cortina Editore, pp 118-119

129
Tra arte e tecniche, esercizi, giochi e spazi da scoprire

Non trovo n nell'ambiente n nell'ereditariet l'esatto strumento che


mi ha formato, l'anonimo rullo che ha impresso sulla mia vita quella
certa intricata filigrana, il cui inimitabile motivo diventa visibile
quando dietro il foglio protocollo della vita si accende la lampada
dell'arte.

Vladimir Nabokov, Parla, Ricordo

La Gestal utilizza ed integra una serie di giochi, tecniche e procedure


espressive che provengono da approcci differenti, alcuni dei quali
formano un minimo comun denominatore che si potrebbe definire, in
senso lato, gestaltico. Tuttavia, la creativit e l'intuizione, come ho gi
ricordato, sono le chiavi di lettura per comprendere lo sguardo della
Gestalt che , per sua natura, dinamico, situazionale, legato al qui ed
ora e non , in senso stretto, una tecnica. Non vi , quindi, un corpus
precostituito di metodi e formule da utilizzare meccanicamente, ma il
counselor che porta la sua ricchezza umana, frutto del proprio sviluppo
e percorso personale che lo caratterizza. E' proprio la possibilit di
costruire percorsi liberi, creativi ed artistici il punto di forza della
Gestalt. Questa opportunit permette il concorso e l'impiego di
strumenti di varia forma ed impatto, molto particolari e diversi fra loro.
Il filo rosso che li unisce, tuttavia, la capacit di aiutare la persona ad
essere consapevole per promuovere una condizione di benessere,
sviluppo, equilibrio e salute. Il senso di lavorare con le emozioni
difficilmente verbalizzabili, facendone esperienza in modo diretto. In
particolare, chi pratica la Gestalt utilizza non solo la sua formazione,
che potremmo definire, in senso stretto, tecnica, ma attinge e porta
nella relazione anche se stesso e il suo modo di essere e di sostenersi.
L'analogia con l'arte della Metis, la divinit greca dell'astuzia e
dell'abilit nel trovare soluzioni coraggiose e stratagemmi pratici. Ci
che accomuna lo spirito della Gestalt con gli altri orientamenti
umanistici lo sviluppo del potenziale umano. Questo principio,
espresso nell'ambito della corrente della Psicologia Umanista, trova
una bella sintesi con le parole di Carl Rogers. Per lo psicologo
statunitense, la caratteristica centrale data dal fatto che Gli individui

130
hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per
modificare il loro concetto di s, gli atteggiamenti di base e gli
orientamenti comportamentali. Queste risorse possono emergere
quando pu essere fornito un clima definibile di atteggiamenti
psicologici facilitanti.80 La Gestalt si contraddistingue per lo stimolo ad
essere concreti, a mettere in scena, sperimentare, muoversi, evocare,
assumersi delle responsabilit nel qui ed ora, perch l'azione, e non
solo la comprensione ideale e teorica, il presupposto per un reale
cambiamento.

Un aforisma orientale recita che un uomo saggio vive agendo e non


pensando di agire, e ancor meno pensando a quello che penser
quando avr terminato di agire. Per me stato molto importante
conoscere e sperimentare questa creativit originale che lascia ampio
spazio allintuizione. Mi sono permesso di vivere quella bella
sensazione di un atto artistico che ti mette le ali e ti fa volare lontano.
Ho apprezzato particolarmente i lavori sul corpo e con il corpo. Ho
trovato suggestive le rappresentazioni di tipo teatrale come il
monodramma. Del resto, come diceva Artaud nel suo famoso testo Il
teatro e il suo doppio, il doppio proprio la nostra vita interpretata
dalla nostra presenza. Con questa tecnica mi identifico in qualcuno, o
qualcosa, polarizzando il vissuto attraverso una finzione che si
specchia, si intreccia, si plasma e si confonde con la realt a cui sto
ridando voce e vigore. Posso avvalermi di una sedia vuota (la
cosiddetta sedia calda) sulla quale sedermi, oppure utilizzare un
cuscino, o un altro oggetto simbolico, con il pi ampio margine di
libert espressiva: posso diventare una parte del mio corpo o una
emozione. La tecnica facilita la messa in atto delle fantasie, liberandole
da condizionamenti e impedimenti, aiutando a far emergere
consapevolezze e generando risposte dotate di senso. E' uno strumento
con il quale capirsi, calmare ansie, sfogare rabbia, sentire bisogni ed
umori. Nello stesso tempo, offre la possibilit di confrontarsi con quelli
degli altri e di gettare una luce diversa sulle nostre esperienze. Questa
modalit viene utilizzata per esplicitare un dialogo interno
caratterizzato da una polarit. L'espressione indica una tensione
interiore in cui non si delinea chiaramente una figura, ma si alternano

80 Carl. Rogers, Un modo di essere, op cit, p. 100

131
due o pi figure con le quali ci identifichiamo81, senza che ne prevalga
una. Ad esempio, da un lato vorrei restare in quel luogo, dall'altro non
lo voglio pi, vorrei lasciarlo ma subito dopo sento di mantenere la mia
idea. L'utilizzo della sedia vuota consente di dare voce a questo dialogo
interiore, confrontando il cliente e sostenendo l'identificazione fra le
parti frammentate e in contraddizione, prima con una e,
successivamente, con l'altra. Capita che la richiesta di sperimentare
questa modalit susciti nel cliente una resistenza dovuta a imbarazzo,
vergogna, insofferenza, etc. E' normale che questo accada, tuttavia
importante esplorare l'origine di questa difficolt e che significato
assume nel lavoro. Un'altra tecnica, usata nello psicodramma, consiste
nell'affiancare in una seduta il cosiddetto doppio: questa parte posta
sullo sfondo e la persona che la interpreta interviene esprimendo con
una parola cosa gli suscita il cliente, cosa gli evoca un gesto, quali
emozioni sente risuonare in se stesso e le verbalizza. Il counselor non
chiede meccanicamente di svolgere un esercizio, ma lui stesso parte
attiva del lavoro ed elemento sostenente del campo. Non tanto
importante cosa mi accaduto in una certa circostanza, ma come lo sto
vivendo, come si concretizza e come suona ancora in me in quel dato
momento e in quella determinata situazione. Le domande chiave, a
sostegno del processo, possono essere le seguenti: cosa senti nel
pronunciare queste parole al tuo parente..., che sapore ha dire questa
cosa..., cosa provi dopo avergli detto...., cosa vorresti dirgli...?, cosa ti
sta dicendo...?. Queste frasi sono evocative e possono essere utilizzate
anche per dialogare con il proprio corpo. Ad esempio, per ristabilire
un'unit frammentata a causa di una malattia. Una patologia importante
non produce solo sofferenza, ma rivoluziona l'esistenza di una persona
cambiandole radicalmente lo stile di vita e la scala valoriale. Un

81 In un lavoro di identificazione il counselor deve sostenere bene il cliente che


viene invitato ad esprimersi in prima persona e al tempo presente io sono...,
sono di colore..., sono morbido..., etc , con parole e domande adeguate che lo
accompagnino ad identificarsi e comunicare con l'oggetto, come se fosse presente
in quel momento. Questo processo, molto utile ed interessante con i sogni, pu
essere facilitato mantenendo gli occhi chiusi e concentrandosi sul respiro. Un
confronto di questo tipo, ancor pi se sostenuto ad occhi chiusi, unesperienza
profonda che pu condurre il cliente a livelli intrapsichici anche profondi, per i
quali necessario mantenere il contatto e prestare molta attenzione a cosa
succede.

132
confronto con una malattia tuttavia molto impegnativo, sia per la
persona che si trova a riaprire un vissuto doloroso, che per lo stesso
counselor, impegnato a sostenere emotivamente il peso del difficile
trascorso del cliente. Adriana Schnake esprime una visione olistica
quando afferma che in qualsiasi cellula c' la struttura genetica totale
dell'individuo, in ogni organo c' una informazione totale della
persona.82 La prospettiva della psicoterapeuta cilena quella di
mettere in relazione la malattia con il vissuto esistenziale di una
persona: da qui l'interessante metodo relazionale per ristabilire un
dialogo costruttivo con la parte malata (o che lo stata). L'obiettivo
ripristinare un equilibrio organismico, riducendo il senso di confusione,
incertezza e ritrovare un'unit. In altre parole, le persone vanno
considerate nella loro globalit, facendo in modo che diventino attori di
se stessi. Il senso promuovere il riconoscimento, la riappacificazione
e la comprensione del significato vero di quella malattia per quella
persona, in quel momento, e in quell'organo.83 Far parlare la malattia
che per un counselor sempre ricondotto al qui ed ora del vissuto
significa avere il coraggio e allo stesso tempo l'umilt di guardarla in
faccia, di conoscerla, di dialogare con la parte di noi che si
dichiarata in ribellione, un'occasione unica di crescita e sviluppo
personale.84

La follia della tua malattia


si consuma
nella follia della vita.

Quanta gente avr invocato


la propria mamma
mentre gli veniva inflitta
la sofferenza.

Ma
non gli stato tolto

82 Adriana Ashnake, I dialoghi del corpo, Roma, 2010, Borla, p 23


83 Ibidem, p 58
84 Ibidem, p 10

133
l'amaro calice.

La tragedia del silenzio


l'impossibile traccia
lasciata da chi non c' pi.

M.P., Nella notte il ricordo

Altre tecniche sono di stimolo e sostegno alla consapevolezza corporea


e al respiro. L'obiettivo quello di far sentire il proprio corpo. Un
esercizio che abbiamo sperimentato stato il seguente: posizione
sdraiata, testa a terra, ginocchia raccolte, ma non troppo, eventuale
musica a sostegno di sottofondo. Prima fase: si alzano i piedi mentre si
inspira e li si lascia andare facendoli battere a terra, espirando; si presta
attenzione al corpo, al ritmo del respiro, alle emozioni e ai pensieri.
Seconda fase: si pongono le braccia lungo i fianchi, si alzano le mani e
le si lasciano ricadere a terra utilizzando il ritmo del respiro, come nella
precedente fase; mantenere il contatto con il proprio s. Terza fase:
ruotare il bacino rivolgendo i genitali verso terra e poi ruotarlo
orientandolo verso il petto con un moto armonico; contatto con il
proprio s. Le fasi hanno la durata di alcuni minuti. Si conclude
rimanendo sdraiati, con gli occhi chiusi, fermi, mantenendo il contatto
con il respiro. Alla fine, lentamente, si riaprono gli occhi, liberamente,
ognuno con il proprio tempo. E' utile prestare attenzione alla zona dove
c' tensione, per collegarla ad uno stato emotivo (noia, paura,
eccitazione, rabbia, etc). Il presupposto per chiedere di confrontarsi col
proprio corpo quella di essere noi stessi, per primi, ad accettare
questa responsabilit. La respirazione ci mette direttamente in relazione
con l'esterno: nutriente, ricettiva e di contatto. E' una funzione vitale
che subisce importanti variazioni quando sono in ansia, diventando
panico quando diventa insufficiente: l'energia utilizzata per respirare
diminuisce, facendo diminuire l'apporto di aria sino ad innescare la
crisi. Per la Gestalt l'ansia l'eccitazione non sostenuta adeguatamente,
ed occorre respirare perch, inconsapevolmente, agisce sul respiro
bloccandolo o incrementandolo. La proviamo prima di un vero e
proprio coinvolgimento, prefigurandoci situazioni poste in un ipotetico
futuro. Quando sono coinvolto l'ansia si trasforma in eccitazione.

134
Un'esperienza molto forte legata alla paura e al terrore. Quest'ultimo
uno spazio estremo che necessita di molto sostegno. Metaforicamente
come scendere in un crepaccio ma, per fare questo, occorre una corda
di sicurezza che sappia mitigare il senso di inquietudine riportandolo
sul piano meno pericoloso dellincertezza. Il terrore un'esperienza che
procura eccitazione, ma una manifestazione estrema e pericolosa. E'
possibile suddividere la paura, dal panico e dal terrore. Nel primo caso
avvertiamo intorno a noi un pericolo per il quale attiviamo una serie di
risposte molto diverse fra loro: fuggiamo, ci paralizziamo, aggrediamo,
etc. Nel secondo, la scelta molto pi limitata: la tachicardia e il
respiro affannoso, collegato al senso di pericolo, ci blocca. Nell'ultimo
caso non ho pi possibilit e non sono pi in grado di scegliere. Se
proviamo una forte ansia per qualcuno meglio non toccarlo, perch
gliela trasmetteremo. Quando sostengo la mia eccitazione, il mio ritmo
respiratorio immette un quantitativo elevato d'aria per attivare ed
alimentare le necessarie funzioni corporee e biochimiche. Per
sostenere, e rimanere su questo livello respiratorio, posso chiedere di
aumentare la profondit e la regolarit della respirazione, invitando ad
utilizzare armonicamente l'addome sino a coinvolgere interamente
l'area polmonare. Voglio riportare un esercizio che mi ha stupito
quando stato proposto e per la sensazione che ho vissuto: far respirare
gli occhi. Si inizia sfregando le proprie mani, poi, tenendole concave e
senza premere i palmi, si coprono entrambi gli occhi. Bisogna
immaginare di farli respirare concentrandosi e prestando attenzione al
ritmo e al flusso circolare del respiro: inspiro/espiro entra aria
pura/esce aria impura, mantenendo un contatto con noi stessi. Accade
che, per effetto del rilassamento dei muscoli oculari, si avverte la
sensazione di un ampliamento del campo visivo, di sentirli pi freschi,
di percepire una maggiore nitidezza. E' un esercizio che possiamo
sperimentare anche con altre parti del corpo, mettendo le mani (oppure
una sola) sulla parte dolente, o di cui vogliamo prenderci cura. Altre
ancora suggeriscono di amplificare gesti, o movimenti, che
rappresentano un linguaggio corporeo molto fertile da esplorare. Con
questa modalit chiedo al cliente di rimanere sulla sua sensazione, di
intensificarla, descriverla, confrontarla. Un punto di riferimento per la
Gestalt dato dal pensiero e dalla tradizione orientale, fonte di
creativit a sostegno del counseling e, pi in generale, della persona.

135
Non solo parole

L'anima si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i bei


discorsi (Lgoi), da cui nell'anima si genera saggezza (Sophrosyne);
una volta che questa sia nata e si sia radicata, allora facile ridare la
salute alla testa e a tutte le altre parti del corpo () che nessuno ti
convinca a curargli la testa con questo farmaco, senza prima averti
affidato l'anima da trattare con l'incantesimo
Platone, Carmide 157 a-b

Nel dialogo platonico le parole hanno il potere di curare e di prendersi


cura. Agiscono rinfrancando lanima e sono capaci di svelare,
sciogliere, generare movimento. Non quelle sdolcinate, buoniste o
tediose, ma quelle autentiche, vive e che arrivano in profondit
sprigionando calore ed energia. Riconoscere l'importanza delle parole
e del linguaggio significa rispettare il bisogno di relazione,
accettazione ed autonomia di ogni essere umano. Un contatto pi
autentico ed aperto lo si ottiene chiedendo al cliente di esprimersi in
prima persona, parlando a..., invece che parlare di.... Per il counselor,
invece, saper utilizzare spontaneamente un linguaggio adeguato e
modulato su quello del cliente un'abilit senz'altro creativa e
facilitante, che denota rispetto e restituisce dignit e valore alla
persona. In questo processo, riveste importanza la riformulazione,
ovvero la restituzione da parte del counselor, per lo pi in forma
interrogativa, del contenuto e del significato di quanto ci sta dicendo il
cliente, per rassicurarlo che lo stiamo capendo e per mettere in luce gli
aspetti nodali del suo racconto. La ridefinizione, invece, utilizza gli
aspetti salienti della narrazione del cliente per aiutarlo, attraverso il
confronto dialogico, a mettere in luce i nessi, ad ampliare la prospettiva
per cogliere ulteriori aspetti di cui non aveva ancora consapevolezza.
Con le parole si pu dare spazio alle immagini, ai simboli e all'utilizzo
dell'universo variegato delle metafore e delle analogie quali strumenti
creativi per la seduta. Una seduta rappresenta uno spazio protetto per
osare pronunciare l'indicibile, nel senso di esplorare territori che non ci
siamo mai permessi di attraversare. Molta attenzione nel counseling
viene posta all'espressione, ai contenuti, ai tempi verbali, al modo con

136
cui vengono espressi e allo stile del discorso. Cosa mi sta comunicando
un cliente, che normalmente si esprime in dialetto, mentre con me, ora,
parla in lingua italiana? Freud diceva che impossibile conoscere gli
uomini senza conoscere la forza delle parole. Sono un ponte fra il
nostro mondo interiore e l'esterno: io non solo do valore e potere alle
mie immagini, ma creo e plasmo la mia realt attraverso ci che dico.
Se divento consapevole del mio linguaggio mi riapproprio di me stesso.
La consapevolezza consiste nell'essere coscienti della loro forza e
potenza: tanto possono accarezzare ed essere nutrienti, quanto possono
trasformarsi in lame affilate e fare molto, molto male. Perls
considerava ma e per parole killer, nel senso che queste congiunzioni
avversative, di cui per la pi incisiva, negano tutto quanto stato
detto in precedenza, lasciando il vero contenuto del messaggio e la
vera intenzione di chi sta comunicando nella locuzione che segue.

All'improvviso si fatto un po' pi tardi.


Ma non fare troppe domande
bello cos.

M.P.

137
Conclusioni

Agisci in modo da trattare l'uomo, cos in te come negli altri, sempre


anche come fine e non mai solo come mezzo.
Immanuel kant, Critica della ragion pratica

Quando maturato il momento di scegliere una scuola di counseling


non avevo le idee chiare verso quale approccio orientarmi. Inizialmente
volevo approfondire l'approccio Rogersiano, a me caro, ma poi ho
scelto di intraprendere un nuovo percorso con la Gestalt, nel quale ho
trovato con gioia modalit che sentivo in parte gi mie. Non stato
semplice, per me, iniziare, n, tantomeno, acquisire fiducia nel gruppo
con il quale sto condividendo questo impegnativo cammino. Ho sentito
(e a volte sento tuttora) il bisogno di difendere bene i miei confini.
D'altro canto, stupefacente come il clima muta con un giro di vento,
facilitando l'intima apertura, la condivisione ed il contatto luminoso ed
autentico, anche quando i vissuti sono molto forti e difficili da
sostenere. E una specie di magia e quando accade mi sento nutrito.
Soprattutto, avverto un intimo contatto con la mia interiorit, suscitato
dalla bellezza dell'incontro con unaltra persona. E' l'autenticit di
quanto viene condiviso a rendere l'esperienza vibrante, unica ed
arricchente. L'approccio si apprende direttamente, attraverso dinamiche
relazionali situazionali che si sviluppano di volta in volta nel campo nel
qui ed ora. Non si tratta di acquisire solamente teorie e tecniche di
base, ma la coerenza con lo spirito della Gestalt e, soprattutto,
lesperienza e limpegno diretto a rappresentare il cardine a cui fare
costante riferimento. Questa modalit esige fiducia nel suo originale
processo creativo. L'atteggiamento formativo lo percepisco pratico,
corporeo, aperto alla creativit e ricco di energia. In questa dimensione
dai confini dilatati, e a volte un po' incerti e sospesi, io mi ci trovo
bene. E' questa la peculiarit, la bellezza e la difficolt di questo tipo di
formazione esperienziale. Non si simulano delle situazioni, ma ci si
confronta realmente con i vissuti che vengono portati con molta
intensit. Per chi non abituato ad una certa fluidit pu essere difficile
partecipare ad un seminario che non segue la classica struttura della
lezione frontale, tipicamente scolastica, organizzata preventivamente in

138
termini di contenuti e tempi prestabiliti. Inoltre viene chiesto di
mettersi in gioco, lasciarsi andare, lavorare in prima persona. Trovo
molto coinvolgente sperimentarmi nelle sedute di counseling, ma ne
avverto anche la difficolt dovuta all'ansia che nasce dal timore del
giudizio e dalla paura di non essere all'altezza della situazione. Ricordo
come, per alleggerire l'ansia da prestazione e dal confronto con
emozioni forti, una formatrice, durante le giornate di corso residenziale
a Maruia, utilizz il termine apprendista counselor e come questo fu
molto apprezzato da tutti quanti noi.
Il percorso formativo, per me, stato come intraprendere un'escursione
in montagna molto impegnativa. Ho seguito consigli ed indicazioni e
sono andato per tracce di sentiero molto impervie. Ho sperimentato
attrezzature ed abiti differenti, incontrato persone, vissuto ambienti,
provato fatica, respirato climi e temperature diverse. La montagna, per
me, unesperienza vitale, nella quale si vive la fisicit di un ambiente
a tutto tondo. E una magnifica metafora. Insegna e dice molto di una
persona. Ho fantasticato, mi sono emozionato, ho sognato ed inseguito
pensieri. In montagna cambiano le prospettive, ci si libera del
superfluo, si impara a stare con quello che c, si osserva, si rimane
sull'ovvio e valgono le massime secondo le quali il cammino che si fa
camminando e la carta non il territorio. E lesperienza sul campo, la
strada percorsa, quindi, ad essere educativa e formativa.
I cardini della formazione sono stati: il ciclo del contatto e le sue
interruzioni, la funzione s e la relazione improntata sulla buberiana
dialettica io-tu. Centrale il lavoro sul corpo e la consapevolezza delle
emozioni e del proprio mondo interiore nel qui ed ora. Lungo questo
ipotetico sentiero voglio ricordare anche la Persona come centro e
valore, il campo, il concetto di processo, la dinamica figura/sfondo e la
visione olistica, intesi come esperienza di contatto umano ed interezza
organismica intimamente interconnessi fra loro. E' indispensabile citare
ancora l'osservazione fenomenologica quale caposaldo metodologico,
la visione umanistico-esistenziale, la comunicazione e l'ascolto (di se
stessi, dellaltro e dellambiente). Infine, la responsabilit dell'esserci,
la creativit, interpretati come modalit libere ed autentiche di
rappresentare ed esprimere me stesso, costituiscono altri fondamentali
argomenti sui quali ci siamo confrontati durante questo intenso ed

139
arricchente cammino. Il periodo che intercorre tra le giornate di corso,
per me, molto costruttivo: sento che le esperienze vissute continuano
a maturare producendo effetti dinamici che alimentano il mio bisogno
di creativit. Raccogliere in forma scritta quanto ho appena descritto
un modo con il quale confrontarmi. Mi aiuta a fissare l'esperienza che
sto vivendo e, nello stesso tempo, mi serve per rielaborare in un modo
speciale le emozioni, i vissuti e le idee che mi toccano in profondit e
che compongono l'insegnamento proposto dalla scuola.
Scrivendo organizzo e costruisco la mia realt attraverso un processo
che rivela me stesso. E' una sorta di terapia nella quale si fonde il mio
bisogno di raccontare e rievocare, insieme alla necessit di liberare la
fantasia, giocando con le risorse e gli strumenti di cui dispongo.

Sorride
quella camelia
di rosso fiorita
appoggiata al muro
un po' screpolato
mai stanco
di tanta solitaria bellezza.

M.P.

140