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INDICE La mia introduzione

Cap. 1 La Sclerosi Multipla 1.1 Cos' la Sclerosi Multipla 1.2 Implicazioni di Vita

Cap. 2 Cosa c'entra la PdG 2.1 Figura-sfondo 2.2 La consapevolezza 2.3 La teoria del s 2.4 Il contatto 2.5 Le polarit 2.6 Il corpo

Cap. 3 Un terapeuta sclerato 3.1 3.2 Premessa Io e Luca ci confrontiamo

Considerazioni finali Il regalo di Luca Bibliografia

LA MIA INTRODUZIONE

Ho scoperto di essere malata di Sclerosi Multipla troppo tardi: sapevo gi con certezza di voler diventare una

psicoterapeuta. Ho saputo di avere delle macchie al cervello una settimana prima della laurea, e ho avuto la diagnosi certa un mese prima dell'inizio della scuola di specializzazione. Non sapevo cosa fosse e ho voluto rimanere nell'ignoranza che ha alimentato i miei pensieri paranoici, per circa un anno. I pensieri si sono accavallati senza lasciarmi respiro, cos come ho cominciato ad affrettarmi nelle cose della vita, come se il mio tempo si fosse contratto. La paura che mi ossessionava era soprattutto la possibilit di perdere la mia capacit di pensare. Temevo che la Sclerosi Multipla portasse alla demenza. stato un anno terribile, in cui mi sono concessa poco o niente per pensare, per sentire la tristezza e il dolore. Quando ho avuto il primo sintomo, la diplopia, dovevo partecipare al mio ultimo gruppo di Psicoterapia. Dopo quasi 10 anni di percorso individuale e di gruppo, stavo per concludere.
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Mi era venuto persino il dubbio che potesse trattarsi di un sintomo isterico a causa di questa separazione. Invece no. L'ho quasi sperato, invece si tratta di una malattia terribile, progressiva, cronica e invalidante, di cui non si conoscono le cause, n si ha la certezza dell'andamento. Non si sa quale funzione colpir, se la vista, la parola, l'equilibrio, se ti lascer in sedia a rotelle, se ti trasformer in un corpo di cui non avrai pi il controllo. Si sa solamente che questa spada di Damocle rimarr per sempre l, sospesa sulla testa. Avevo 29 anni e soprattutto stavo per realizzare il primo step del mio Sogno. Il primo passo verso un vissuto consapevole di questa malattia, dopo la lettura di un opuscolo che mi chiarisse le idee sulla Sclerosi Multipla, stata la scoperta di un forum di sclerati. Si chiama Entrisolosesorridi1. Ho letto tanto delle esperienze di queste persone e mi sono sentita meno sola e soprattutto ho potuto ridimensionare la mia esperienza e non sentirmi pi l'unica a vivere quello che in quel momento mi sembrava in incubo. Quando cominciato il mio percorso di Specializzazione in
1 www.entrisolosesorridi.it Tutte le citazioni che portano la sigla ESSS sono state tratte dal sito.

Psicoterapia della Gestalt ero terrorizzata dalla paura che tutti si potessero accorgere che ero malata. Il fatto di non poterlo dire (in quel momento non mi fidavo abbastanza) mi teneva in una situazione di lontananza dal mio gruppo. Ero presente solo in parte, e pensavo solamente al fatto che questo percorso mi avrebbe dato la specializzazione, senza la necessit di dover attraversare le mie cose pi importanti, compresa la SM, all'interno del gruppo. In realt non pensavo neanche al fatto che alcuni concetti che avrei studiato, alcune esperienze che avrei ascoltato, avrebbero allargato la mia visione di ci che mi stava accadendo. Facevo e non vivevo. Avevo troppa paura che potesse accadere qualcosa che avrebbe interrotto il mio percorso verso il risultato: l'esame che mi avrebbe dato la qualifica di

Psicoterapeuta. Nessuno poteva accorgersi, anche perch tutte le mie ricadute avvenivano in Agosto quando non c'erano incontri, e mi riprendevo Settembre. stato per proprio in Settembre del 2 anno che l'ho detto.
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sempre

in

tempo

per

il

primo

seminario

di

Credo di avere scelto un docente che sentivo potesse capire, sentire il mio vissuto di handicap e che infatti ha accompagnato con una grandissima dolcezza e una forza che sentivo come saldo appoggio, tutto il mio racconto 2. Gli occhi che ho incontrato quel mattino hanno posto fine a tutte le mie paure. Nessun giudizio, tanta commozione ma nessuna sensazione di essere vista come la povera malata, cosa che temevo. Tanti sguardi di stima e incoraggiamento, tanti abbracci e che mi hanno in quel fatto sentire quanto fossi

importante

quanto,

momento,

stessi

davvero

cominciando il mio percorso da Psicoterapeuta. Dopo aver guardato la Psicoterapia della Gestalt con la lente della SM il mio tentativo, con questa tesi, di guardare la SM con la lente della Psicoterapia della Gestalt. una tesi del tutto autocentrata. Cos come autocentrata l'esperienza che vi ho raccontato.

Ecco che incontriamo larchetipo del guaritore ferito. Chirone, il centauro ferito che insegn a Esculapio larte di guarire, era affetto da piaghe incurabili. A Babilonia cera una dea cane con
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Un Grazie speciale a Giuseppe Armenia

due nomi: con quello di Gulla era la morte, con quello di Labartu era la guarigione. In India, Kali la dea del vaiolo e anche colei che lo cura. Limmagine mitologica del guaritore ferito molto diffusa e, da un punto di vista psicologico, ci significa non solo che il paziente ha un medico dentro di s, ma anche che nel medico esiste un paziente. (Guggenbuhl-Craig, 1987, 76-77)

CAP. 1 LA SCLEROSI MULTIPLA

1.1 Cos' la Sclerosi Multipla La sclerosi multipla (o a placche) una frequente causa di disabilit acuta e cronica in persone di giovane e media et. Generalmente si manifesta per la prima volta tra i 15 e i 50 anni con una massima incidenza in giovani adulti, colpendo due volte pi le donne che gli uomini. Essa dovuta alla nascita spontanea e acuta di circoscritti focolai infiammatori in cui il sistema immunitario promuove un attacco (reazione

autoimmune) verso una proteina (mielina) del sistema nervoso centrale. L'infiammazione acuta rallenta la trasmissione degli impulsi elettrici lungo le connessioni nervose, preservandone comunque la struttura. Non si conoscono ancora le cause specifiche e quindi non si ha ancora la cura definitiva, solo farmaci che pare rallentino la progressione. Esistono 3 tipi di Sclerosi Multipla: 1. SM Recidivante-Remittente: in circa il 40% dei pazienti
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con sclerosi multipla, i segni e i sintomi tendono a comparire e a scomparire (recidive e remissioni),

soprattutto in una fase iniziale della malattia. Con il termine recidiva si intende una situazione di fase attiva della malattia che clinicamente si manifesta con la comparsa di nuovi sintomi o con l'aggravarsi di sintomi preesistenti. Al termine di questo attacco acuto, le condizioni generali possono ritornare allo stato precedente (recupero totale) oppure il recupero dell'attacco non completo e permane una residua addizionale invalidit (recupero parziale). La fase di remissione corrisponde ad uno stato di quiescenza della malattia, in cui non vi progressione della disabilit. L'intervallo di tempo che intercorre tra due ricadute variabile, ma soprattutto imprevedibile, perch pu andare da alcune settimane ad alcuni anni. Attualmente impossibile prevedere quando avverr una ricaduta e conoscerne le sue cause. Un particolare stato di stress del paziente o un episodio di stress sono stati riconosciuti fattori in grado di scatenare le recidive. Questa variante clinica nell' 80% dei casi
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evolve nella forma secondaria progressiva. 2. SM Secondaria Progressiva: caratterizzata da una

progressione dei deficit anche nei periodi che intercorrono tra una ricaduta e l'altra. Riguarda circa il 30% delle persone affette da sclerosi multipla. 3. SM Primaria Progressiva: questa forma caratterizzata dal fatto che i segni e i sintomi si accumulano nel tempo in modo graduale senza la comparsa di un vero e proprio attacco e senza remissioni. Di solito il decorso molto lento, ma in alcuni casi invece particolarmente

aggressiva e porta in poco tempo all'invalidit. Questa forma colpisce circa il 10% dei malati. I sintomi dipendono dalla localizzazione dei focolai

infiammatori; possono essere colpite tutte le regioni del sistema nervoso centrale che contengono mielina (encefalo, nervi ottici e midollo spinale). Nella fase iniziale sono transitori e spesso vengono confusi o possono passare inosservati. Molti malati si sono sentiti fare le diagnosi pi disparate, dalla nevralgia per il freddo, all' esaurimento nervoso.
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I sintomi pi frequenti riguardano: - la visione: visione appannata e offuscata (sensazione di vedere attraverso un vetro offuscato), causata dalla neurite ottica retrobulbare (NOR) che si accompagna anche a dolore. La NOR solitamente regredisce totalmente in quanto dovuta ad una temporanea infiammazione del nervo ottico. La neurite ottica retrobulbare il secondo pi frequente sintomo d'esordio della malattia. Altri sintomi che possono comparire, soprattutto nelle fasi di progressione della malattia, sono la visione doppia (diplopia), tremore oculare (nistagmo), scotoma centrale. - la coordinazione: perdita parziale o completa dell' equilibrio, nausea e vertigini; tremori e incapacit di coordinare i movimenti di locomozione (atassia) sono invece segni e sintomi dovuti all'interessamento cerebellare. Nelle forme avanzate della malattia frequente l' andatura atassico-spastica (la cosiddetta camminata a falciata). - la forza: la facilit all' affaticamento nel compiere movimenti o lavori anche non particolarmente impegnativi, dovuta alla debolezza muscolare (ipoastenia o astenia) il pi frequente
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sintomo d'esordio della malattia. Debolezza soprattutto alle gambe e calo del toni muscolari. I pazienti spesso trovano giovamento con una diminuzione della temperatura ambientale che determinerebbe un miglioramento della velocit di

conduzione nervosa. La febbre invece, come pure temperature ambientali particolarmente elevate, peggiorano la

sintomatologia. - la sensibilit: perdita della sensibilit al tatto, sensazione di bruciore in un'area del corpo (parestesia dolorosa), dolori muscolari, senso di intorpidimento e maggiore sensibilit al caldo o dolore al freddo (ad un arto, ad entrambi gli arti di un lato, al tronco, alla faccia...), dovuti alle placche lungo il midollo spinale. Paresi (soprattutto facciale) dovuta all'interessamento nel nervo facciale. Segno di Lhermitte, cio sensazione di scossa elettrica al tronco e agli arti inferiori (che talora pu propagarsi anche agli arti superiori) in seguito a movimenti di flessione ed estensione del tratto cervicale della colonna vertebrale, sintomo di danno midollare posteriore a livello cervicale. Frequente ma non patognomonico di sclerosi

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multipla. - il controllo della vescica: disfunzioni vescicali come minzione frequente e/o impellente oppure incompleto svuotamento della vescica. - la parola: difficolt a parlare fino a perdita della parola, difetti nella pronuncia e cambiamenti nella cadenza vocale; parola scandita, disartria, disfonia e parola esplosiva. - funzioni psico-cognitive: in alcuni pazienti si osserva una riduzione, nel corso della malattia, delle funzioni cognitive (attenzione, apprendimento e memoria a lungo termine,

capacit di critica, capacit di cogliere analogia e metafore) fino alla vera e propria demenza, in 1/5 dei pazienti. Il

deterioramento cognitivo pu anche configurarsi come demenza corticale (caratterizzata da disinteresse per la malattia e uno stato di euforia) o con la sindrome pseudobulbare caratterizzata da crisi di pianto spastico e di riso, deterioramento intellettivo, disfagia, disfonia e disartria. Frequente inoltre la comparsa di depressione anche grave (con aumentata frequenza di tentativi suicidari) sia come risposta alla riduzione della qualit di vita
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indotta

dalla

malattia,

sia

come

manifestazione

di

un

deterioramento del tessuto cerebrale. - l'intestino: costipazione e, pi raramente, perdita di controllo dello sfintere. - la sessualit: perdita di sensibilit, impotenza. - crisi epilettiche, contrattura della muscolatura del viso, di un arto, di met corpo generalmente scatenati da un atto volontario come un movimento o uno sforzo. - parestesie dolorose agli arti, nevralgia trigeminale e altre manifestazioni dolorose facciali e/o del capo. Recenti studi hanno evidenziato la ricorrenza frequente di cefalea nei pazienti affetti da sclerosi multipla recidivante-remittente con un picco di insorgenza della sintomatologia dolorosa in corrispondenza dell'inizio della terapia con interferone. Lombalgie croniche soprattutto da posture anomale. Spasmi muscolare soprattutto notturni. La durata della malattia estremamente variabile. Di sclerosi multipla non si muore, salvo alcune rare eccezioni (casi
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rapidamente

progressivi-forma

maligna).

La

sopravvivenza

media superiore ai 30 anni. Al termine di un recente studio sui malati d SM durato 25 anni, un terzo dei pazienti lavorava ancora e due terzi conservava comunque la capacit di camminare. I casi di mortalit di persone con sclerosi multipla sono legate per il 50% a disabilit di grado elevato o problematiche infettive, mentre nell'altra met dei casi dipendono dalle stesse cause che la provocano in tutte le persone. Hanno solitamente una prognosi migliore le forme: ad esordio giovanile, con un solo sintomo (forme monofocali) o pochi sintomi, che presentano un recupero completo dell'attacco acuto (recidiva), con periodi lunghi tra un attacco e l'altro. Hanno una prognosi sfavorevole le forme: ad esordio tardivo, con molti sintomi diversi (interessamento multifocale del sistema nervoso centrale), con sintomi cerebellari e motori all'esordio.3

Tratto da

www.wikipedia.it

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1.2 Implicazioni di vita Ammalarsi di SM a 30 anni (la maggior parte delle diagnosi) ha una forte implicazione emotiva e una terribile ricaduta sulla progettualit e le scelte di vita. Una tegola, diceva una donna intervistata.4 come prendere un treno espresso che va lentissimo, quando sei abituato ad andare sui Freccia!, diceva un uomo malato da 15 anni. Mi sembrato utile descrivere, seppure in modo sommario, i sintomi che possono accadere ad un malato, perch mi sembra evidente come qualsiasi parte del corpo e delle funzioni che tutti diamo per scontati, possano essere colpiti. La diagnosi infatti spesso tardiva e difficile. Tutti noi ci siamo sentiti dire che eravamo particolarmente stressati, alcuni sono stati curati per depressione o per altre malattie rare per anni. Spesso i malati di SM cominciano a non credere pi a ci che sentono. Non capiscono quanto possono fidarsi delle loro percezioni, che sono strane, non naturali, visto che chi

Alessandro Galante (2007), A Nervi scoperti. Film Documentario sulla Sclerosi Multipla. Tesi di laurea.

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all'esterno, i medici e anche i familiari, dicono che non nulla. Spesso non si riesce a dare una spiegazione chiara a quello che si sta sentendo. Mi sembra di camminare su un materasso ad acqua, scrive un forumino. Alda Visconti, nel suo libro L'Ospite Molesto. Diario di un'esperienza (Visconti, 2009, 6-7), racconta dell'iter che ha dovuto subire per arrivare ad una diagnosi:
Ho 46 anni, da dieci ho smesso di insegnare per un malessere mal definito che si concretizzer con una diagnosi per una patologia seria, a me fino allora sconosciuta: Sclerosi Multipla. [..] La Fisiatra mi ha dotato di sedia a rotelle, canadesi e deambulatore: saranno gli ausili che mi semplificheranno la vita nelle ricadute della malattia. La diagnosi allora provvisoria fu di una probabile e rara malattia genetica che forse lentamente mi avrebbe portata allo sfacelo psichico e fisico. [] Verr vagliata, giudicata isterica, ritenuta sana nel mio

malessere fisico,

ma non con quello psichico, io smaniosa di

attenzioni che forse ritengo mai ricevute. Mi porter a peregrinazioni costose, estenuanti, dove se come donna ti presenti da sola, vieni in automatico catalogata

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nevrotica!

Alda non la sola a raccontare esperienze di questo tipo. Prima di diagnosticarmi la SM, per due anni i medici mi han mandato in giro per psichiatri, convinti che fosse depressione post-partum, dice Fitna di ESSS. I medici sono molto cauti prima di dare una diagnosi definitiva e, per protocollo, comunque si tende ad aspettare almeno il secondo episodio. In questo periodo le fantasie su quello che potr accadere sono varie e le emozioni inondano lo spazio. Il mio percorso di diagnosi stato pi breve di quello di Alda, solo 7 mesi. Tra la mia laurea e la mia iscrizione alla Scuola di Specializzazione. cominciato con hai delle macchie nel cervello, passato da sospetta malattia demielinizzante per arrivare a Diagnosi di Sclerosi multipla definitiva. I pregiudizi e i fantasmi relativi a questa malattia sono terribili. Io non sapevo bene cosa fosse la SM. Avevo solo in mente la sedia a rotelle e la spasticit. Per un lungo periodo ho creduto che sarei diventata demente ed ero terrorizzata dall'idea di chiedere informazioni. Ho notato che questo atteggiamento
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molto pi frequente di quanto mi aspettassi. La paura tende a farti rimanere nel bozzolo, convinto che se non sai non ti pu accadere niente. Mi viene in mente uno studio, pubblicato in una rivista psicologica americana (Jama), molto interessante e simpatico che stato postato da Tartarox di ESSS: il titolo Strepitosa scoperta: la sclerosi multipla sviluppa l'intelligenza. In sintesi, in un laboratorio di Phoenix si stavano conducendo degli esperimenti su cavie (topi) nei labirinti. Durante lo studio si sono accorti che una di queste trovava l'uscita in modo decisamente pi veloce rispetto alle compagne. Ad uno sguardo pi attento si sono resi che si trattava di Algernoon, una cavia a cui era stata iniettata una malattia demielinizzante (la nostra SM), messa per errore nei labirinti. La cosa che davvero simpatica che il topo trovava l'uscita velocemente, senza il classico tentativi-ed-errori, non per arrivare al cibo ma per ritornare nel suo lettino, nella sua gabbietta sicura. 5

www.entrisolosesorridi.it

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CAP. 2 COSA C'ENTRA LA PDG

2.1 Figura-Sfondo Se un'angoscia viene tollerata, ci non dovuto a una fortezza spartana anche se il coraggio una virt bellissima e indispensabile quanto piuttosto al fatto che l'energia che recava disturbo finita in una figura nuova (Perls, 1971, 43). La dinamica figura-sfondo un concetto chiave della

Psicoterapia della Gestalt, preso in prestito dalla Psicologia della Gestalt e dagli studi sulla percezione (Spagnuolo Lobb, 2007; Spagnuolo Lobb, 2008). L'individuo si rapporta con la realt, interna ed esterna, continuamente. necessario affinch ci sia sanit che sia fluido il passaggio da un piano all'altro, in modo che le sue energie possano concentrarsi su ci che pi carico di significato in quel momento. La diagnosi di SM comporta l'emergere prepotente di una figura che sporcher molto lo sfondo e che render complesso il fluire. Dicono i Polster: la reversibilit figura-sfondo alla radice
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della fluidit della vita (Polster-Polster, 1986, 31). Il senso dello sfondo del malato di SM cambia, diventa di un altro colore. Sempre i Polster: Compito della psicoterapia quello di modificare il senso che l'individuo d al suo sfondo, in modo che simili esperienze nuove possano armonizzarsi con la sua natura adesso (Polster-Polster, 1986, 31).

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La Consapevolezza

Scrive Sergione, un partecipante a ESSS: Direi che anche io, all'inizio, l'ho affrontata in piedi, con cipiglio, con

aggressivit, ritenendo appunto di essere io la roccia, la montagna, lo scoglio che non deve arrendersi alla magnificenza dei flutti. Con il passare del tempo, sono cambiato. Mi sono reso conto che pi forte il giunco che si piega flessuoso, che il vento che vuole spezzarlo. Che pi versatile l'acqua, che ha la capacit di raggiungere il pi piccolo anfratto, di accrescere la propria conoscenza, di accrescere LA CONSAPEVOLEZZA. E paradossalmente... mi sono accorto che Lei la mia amica pi
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sincera, in questo momento della vita, la forza, che sento di avere, la debbo a Lei. Non la amo, la rispetto! La consapevolezza uno dei concetti base su cui si fonda la Psicoterapia della Gestalt. Consapevolezza significa entrare in contatto naturale, spontaneo, nel qui ed ora, con ci che uno , sente e percepisce (Spagnuolo Lobb, 2005, 59-71). La Psicoterapia della Gestalt ha come obiettivo di far s che la persona divenga consapevole della sua propria forma, del suo modello e della sua interezza tramite lintegrazione di tutti i suoi aspetti, soprattutto di quelli meno consapevoli. La terapia centrata su tentativi di allargare la consapevolezza del s delle persone, mediante il ricorso alle esperienze passate, ai ricordi, agli stati emotivi, alle sensazioni corporee, ai sogni, affinch lindividuo possa far emergere liberamente tutte le proprie potenzialit rimaste, fino a quel momento, sopite o represse. Uno dei primi aspetti che Perls, Hefferline e Goodman

sottolineano nel loro testo fondamentale sulla Psicoterapia della Gestalt (1971), la differenziazione tra consapevolezza ed introspezione. Distinguono questi concetti proprio per porre
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laccento sul senso spontaneo di cosa emerge alla coscienza di un individuo (cio ci che consapevole), piuttosto che riferirsi ad unazione deliberata, volta a porre lattenzione attiva nel monitorare e valutare intellettualmente il proprio

comportamento, ci che lindividuo sta facendo, sentendo e pianificando. Questo secondo processo intenzionale, uno sforzo di attenzione, ed ci che chiamiamo introspezione. La consapevolezza un po' come l'incandescenza di un pezzo di carbone che gli viene dalla propria combustione;

l'introspezione simile invece alla luce riflessa da un oggetto a sua volta illuminato da una lampada Goodman, 1971, 347). Dicono i Polster (Polster-Polster, 1986, 205): In senso ottimale, la consapevolezza serve per mantenerci costantemente aggiornati su noi stessi. un processo continuo, accessibile in qualsiasi momento, e non un'illuminazione (Perls, Hefferline,

esclusiva o sporadica che come l'insight pu essere raggiunta solo in momenti o condizioni particolari. Alle critiche poste alla Psicoterapia della Gestalt sull'eccessiva attenzione alla consapevolezza, a discapito della spontaneit di
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ci che emerge, i Polster (Polster-Polster, 1986, 201-206) rispondono che in alcuni casi, nel ripristino dell'intenzionalit di consapevolezza, non si possa fare a meno di essere

eccessivamente consapevoli. Per esempio le persone che sono costrette a stare per molto tempo a letto, nel momento in cui metteranno i piedi a terra, dovranno necessariamente essere pi attenti e consapevoli di come muovono le gambe. Questo ci che accade ai malati di SM: prima un periodo di eccesso di consapevolezza, dovuto a sintomi non chiari, e poi la consapevolezza della connessione sinaptica tra sensazione e azione. Avrei voluto gli occhi azzurri, mi sono sempre piaciuti. Invece li ho castani con i bordi piu' verdi. A volte sono piu' verdi, a volte piu' marroni, dipende dal tempo. Ho imparato ad apprezzarli, mi piacciono, ma non sono azzurri. Avrei voluto essere sana, invece ho la sclerosi. a volte sto meglio, a volte sto decisamente male, ma non sono sana. (Sinisa, ESSS)

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2.3 La teoria del s Il s il processo che esiste ogni volta che si verifica effettivamente un'interazione fra organismo e ambiente e perci, allo stesso tempo, funzione del campo organismoambiente (Spagnuolo Lobb, 2001). In questo senso il s viene definito anche come il sistema di contatti che hanno luogo in ogni momento, e poich esso cambia in relazione ai bisogni organici dominanti, nonch con gli stimoli ambientali pi pressanti, risulta estremamente vario. Quando il pollice viene pizzicato, il s esiste nel pollice che duole dice Aristotele. (Perls, Goodman, Hefferline, 1971, 180). In questo senso potremmo dire che, nel caso di una persona malata di SM, il s si trova a balzare tra una parte e l'altra del corpo continuamente! Perls, Hefferline e Goodman elaborano la Teoria del S (1971, 177-271) e descrivono tre strutture che lo compongono: la funzione es, la funzione personalit e la funzione io. - La funzione es ("Che cosa sento ora?") riguarda lo sfondo da cui l'esigenza emerge (Spagnuolo Lobb, 2001). In essa

rientrano perci i vissuti corporei, l'ambiente percepito ancora


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indistintamente, le situazioni passate irrisolte e lo sfondo di contatti scontati, i sentimenti ancora vaghi, tutto quello che insomma consente all'organismo di dirigere il contatto prossimo verso l'ambiente. Quello che mi sembra interessante il concetto di contatti scontati: sono quei contatti che, grazie allo sviluppo, non dobbiamo pi costantemente verificare. Se sono in piedi e sto camminando non devo stare costantemente attenta al mio equilibrio, scontato! Se sono in auto e guardo la strada, non mi preoccupo che tutto diventi improvvisamente buio. Se sto parlando a qualcuno non succeder che penser che di botto io diventi muta o che, ascoltando, io non capisca pi il senso delle parole. Trovo interessante questo aspetto perch la persona malata di SM si trova spesso e volentieri proprio in scacco su questo. Pu succedere che mentre cammini tu abbia la sensazione fisica che i piedi siano su un materasso ad acqua, o che mentre parli, ti renda conto che chi ti sta di fronte non ti capisce perch il tuo cervello ha deciso di non connettere pi il pensiero con ci che dici. Pu succedere ancora che la strada su cui cammini diventi improvvisamente due strade, e senza aver bevuto superalcolici!
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- La funzione personalit, dice Margherita Spagnuolo Lobb (2001, 97-98), esprime una capacit dell'organismo di entrare in contatto con l'ambiente in base alla definizione che si d di s. Informa il s su chi , su cosa diventato e

contemporaneamente su cosa non ("Chi sono io?"; "Cosa sono diventato?"), concerne le esperienze dell'identit

personale, quelle appena vissute e quelle passate, la storia assimilata, i ruoli, la percezione di s come personalit complessa e articolata. Tempo fa stato inserito un post nel forum che si intitolava: Cosa vi ha tolto la SM? Ci sono risposte interessanti che possono essere lette secondo la funzione personalit. Risposte che confermano come la SM possa togliere certezze che si avevano fino ad allora, e altre che invece mettono in evidenza come possa dare un contenuto diverso alla domanda chi sono? Stuart per esempio dice che dopo aver saputo di essere malato di SM, formai un gruppo di sostegno, ma volevo ottenere di pi. Entrai in contatto con lAssociazione Nazionale di SM, ed un anno dopo diventai coordinatore del comitato organizzatore, nella Florida del sud, dellevento che si chiama Coral Gables MS
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Walk (Camminata per la SM). Ogni anno la mia squadra, il Team Hot Shots, ha raccolto molti soldi, 36.000 dollari nel 2006. Luca mi scrive che una sua collega del corso di specializzazione in Psicoterapia, in sedia a rotelle, ha deciso di non completare il corso. Sophie scrive: Oggi, nonostante la mia SM, continuo ad essere il genitore single dei miei due figli, Charles, di 22 anni, ed Agathe, di 13. Ancora Rosellina scrive: Ieri sera le mie gambe non ne volevano sapere di piegarsi per salire sul letto...Il mio bambino era disteso e aspettava che mi stendessi accanto a lui per le coccole della sera, ma ogni tentativo di era inutile.... Ad essere compromessa, in questo caso, il modo di Rosellina di sentirsi mamma. Io ero (prima di ammalarmi 25 abbi fa) un uomo che faceva di tutto e di pi. (Gius, ESSS) - La funzione io infine, la capacit di scelta di fare contatto con l'ambiente, con il sostegno della funzione es e personalit (Spagnuolo Lobb, 2001). da intendersi come un potere
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decisionale

volontario,

un

agire

attivamente

ed

intenzionalmente affinch in un momento specifico l'organismo possa scegliere, nel contatto con l'ambiente, ci che buono e "nutriente" ("Come posso arrivare a ci che voglio, attraverso quali mezzi, ecc."), oppure rifiutare ci che indesiderato, spiacevole o "tossico". questa funzione del s che identifica l'azione e d alla persona il senso di essere attiva e di realizzare una compiutezza intenzionale. La necessit di controllare continuamente che la mia faccia non fosse storta (cosa accaduta durante una ricaduta della

malattia), faceva emergere dallo sfondo e metteva in allerta la mia funzione es. Immediatamente il pensiero stato: sono una terapeuta! Non pu essere evidente che sono malata! (funzione personalit). chiaro che, in quel momento avevo perdunto la mia funzione io. Tutte queste strutture esistono solo in contatto con

l'ambiente, nel qui e adesso dell'esperienza.

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2.4 Il Contatto Perls ha elaborato uno dei concetti pi geniali della psicoterapia contemporanea: il confine di contatto. In accordo con la riflessione fenomenologico-esistenziale, che va oltre la vecchia filosofia dellisolamento e della sostanzialit, lessere umano concepito, fondamentalmente, come un essere

relazionale ed esperienziale (Perls, 1971). La persona diventa se stessa facendo esperienza e lesperienza si realizza al confine di contatto, quella linea immaginaria che separa, ma unisce anche, il nostro organismo allambiente. Il confine non mai stabile e rigido, ma fluido e mutevole: nel processo vitale si creano costantemente nuovi confini. La Psicoterapia della Gestalt vuole evidenziare il continuo processo alternato di presa di contatto e ritiro, che struttura la vita. E questo processo avviene nel qui ed ora (Perls, 1980, 49-63). Dicono i Polster (Polster-Polster,1986, 97): Il contatto la linfa vitale della crescita, il mezzo per cambiare se stessi e la propria esperienza nel mondo. E Margherita Spagnuolo Lobb (2001, 100) aggiunge: Il processo di contatto-ritiro dal contatto il viaggio che definisce
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il s, che lo porta al confine di contatto con l'ambiente e che, dopo la pienezza dell'incontro, lo fa ritirare da esso. Tutti noi siamo sempre in contatto, il nostro s costantemente in contatto con l'ambiente, e la possibilit dell'attivarsi delle diverse parti di questo confine la vita. Se si tratta di un contatto sano, il bisogno emerge con il precontatto, si muove verso il contatto, arriva al contatto pieno, per poi dissolversi nel post-contatto. Il processo di adattamento creativo e di crescita della persona si realizza al confine di contatto, che determinato dalla sua esperienza di vita. La possibilit di crescita in relazione alla sua capacit di assimilare le esperienze nuove o di identificarle, attraverso un momento inevitabile di distruzione e/o di

trasformazione delle vecchie modalit oramai inadeguate in nuove. Ogni volta che lorganismo non riesce a portare a termine l'intenzionalit di contatto si interrompe una gestalt ed il contatto con lambiente. Linterruzione del ciclo di contatto costituisce un blocco della maturazione dellorganismo il quale si nutre del contatto con lambiente. Linterruzione del contatto
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avviene quando bloccata leccitazione che dovrebbe sostenere lazione nellintero ciclo. Lenergia che dovrebbe sostenere il processo viene utilizzata per bloccare il processo ed evitare il contatto. A seconda del momento del ciclo di contatto in cui leccitazione viene bloccata, lorganismo mette in atto diverse modalit di resistenza: confluenza, introiezione, proiezione, retroflessione (Salonia, 1989, 55,64). - Confluenza: viene a mancare la percezione del confine, si produce una identificazione tra organismo ed ambiente. La persona confluente non sa chi , non conosce le proprie possibilit n quelle degli altri, non sa prendere la necessaria distanza dalle cose e dagli altri e, dunque, non riesce a diventare autonomo. - Introiezione: si lascia oltrepassare il proprio confine ed invadere il proprio organismo dallambiente con una forte compromissione dello sviluppo della propria autonomia. Si ingeriscono, senza discriminazione, norme, valori,

atteggiamenti, pensieri altrui. Mancano le dimensioni attiva e creativa del contatto sano. - Proiezione: in questo caso lorganismo che oltrepassa il
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confine, invade lambiente, attribuisce allaltro ci che suo. Tende a rendere lambiente responsabile di tutto ci che si origina nel s. - Retroflessione: ad un certo momento dellazione risolutoria, lorganismo, prima del contatto, inverte la direzione del proprio comportamento e rivolge lenergia verso se stesso. Nella retroflessione lorganismo fa a se stesso ci che vorrebbe fare agli altri o ci che vorrebbe gli altri facessero a lui. Il contatto con l'esperienza della diagnosi di SM davvero terrificante e angosciante. Qualcosa che rimane l fermo, bloccato per un tempo, pi o meno lungo, che consenta di vederlo. Guardando la curva di contatto, mi sono chiesta in che modo io possa portare la mia esperienza o provare ad usare esempi di persone che condividono con me questa malattia. Voglio provare a considerare le resistenze al contatto con la SM, utilizzando anche qualche frase tratta dal Forum ESSS. Confluenza: Poi nel 2000 dopo una ennesima ricaduta ho iniziato a " sentirmi malata" e ho cominciato a non fare pi tante cose. Oggi penso che questa malattia pi che nel fisico ce
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l'ho in testa e la sto subendo, mi autocensuro e penso a priori che ormai tante cose non le posso pi fare. Il mio un problema di testa ma non so come uscirne. (Maidiremai, ESSS) Introiezione: quanto grave l'SM. Forse, senza forse

ovviamente, aveva ragione il primo neurologo che incontrai che mi disse: era meglio se avevi un tumore. (Cirli, ESSS) Proiezione: La odio questa malattia, per tutto quello che mi sta facendo, per le gioie che mi ha negato e sta negando a chi amo pi della mia vita, per quello che mi ha tolto e quello che ancora mi toglier... Per la vita che distrugge a troppe persone, per il ruolo importante che nostro malgrado riveste nelle nostre esistenze...perch allontanarla un sogno che sembra

un'illusione. (Rosellina, ESSS). Retroflessione: Pensavo non mi avesse cambiato la vita di tanto! Sto bene... credevo, non mi avesse cambiata molto! anzi... mi dicevo ( e mi sento dire ancora!): sei forte, sei brava, niente ti ferma! e infatti, tutto quello che mi ero ripromessa di "fare", l'ho fatto! lanciatissima nel mio lavoro, lanciatissima! lavoro, progetto, elaboro, ascolto, "curo"!
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In questi ultimi mesi mi sono sentita triste... profondamente triste! continuo a "fare", ma la tristezza c' sempre... "cosa mi manca?" mi chiedo non senza la rabbia verso me stessa! ho tutto quello che ho sempre desiderato: ammirazione per quanto sono brava. intelligente e creativa... porca puttana! SONO SOLA!!!! (Magicagiulia, ESSS).

2.5 Le polarit Luce e oscurit, opposti non riconoscibili visti dal punto di vista astratto. Come pu esserci luce dove c oscurit, lessenza stessa del nulla? Luna esclude laltra. Ora guarda quellalbero alla luce del sole vedi lombra, Ombra senza luce, luce senza lombra? Impossibile! In questo caso la luce ed il buio si determinano reciprocamente; si includono

reciprocamente (Perls, 1969, 82-83). Un altro concetto chiave della Psicoterapia della Gestalt sicuramente l'integrazione delle polarit. Perls profondamente affascinato dalla filosofia orientale e da Friedlander6, in particolare alla sua nozione di indifferenza
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S. Friedlander, L'indifferenza creativa. Non possibile risalire con precisione all'anno di pubblicazione (anni '30) n all'Editore, in quanto la sua intera opera fu distrutta dai nazisti. (Conferenza di Claudio Naranjo, Madrid, 8 ottobre 1996).

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creativa. Port una semplice modalit fondamentale di orientamento. Tutto ci che si differenzia in opposti. Se vieni preso da una delle due forze che si oppongono sei in trappola, o sei comunque sbilanciato. Se stai nel nulla del centro zero, sei equilibrato e nella giusta prospettiva. (Perls, 1969, 81). Ecco quindi l'obiettivo dell'integrazione degli opposti, che siano diventati tali per da una condizione di pre-differenza (Cavaleri, 2003). La possibilit per l'individuo di sperimentarsi nelle diverse polarit, lo porter ad una pi fluida capacit di adattamento. Mi viene in mente, e voglio riportarlo per intero, il racconto di Toni64 di ESSS: Prima che mi ammalassi lavoravo tantissimo ed ero molto ambizioso di fare una certa carriera. Il mio tempo libero lo dedicavo allo studio e allo sport. Il lavoro era la cosa pi importante, lo studio era lo strumento per fare carriera. Quello che restava di tempo libero lo dedicavo al tennis, al jogging, al nuoto, al karate e al trekking. Dal 1991 in poi il lavoro occupava la maggior parte della mia vita. In questi 6 anni ho
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praticato poco sport, qualche passeggiata e qualche partitina a tennis e basta. Nel 1997 mi sono sentito male e, dopo una settimana di ricovero e tutte le analisi possibili, mi stata diagnosticata la SM. I primi due anni li ho passati a pensare come sarebbe stato brutto il mio futuro. Nel 1999 ho avuto una ricaduta, molto pi leggera dellesordio. Dopo un paio di mesi i sintomi erano spariti. Avevo solo lievi disturbi alla sensibilit di mani e piedi che duravano al massimo un paio di giorni. Nella sala di attesa del mio neurologo conobbi una donna, ammalata di SM che mi raccont di aver avuto allinizio una ricaduta ogni 1-2 anni per qualche anno, poi il nulla, erano 25 anni che non aveva pi avuto ricadute. Questo mi ha fatto riflettere, stato come un flash che mi ha cambiato radicalmente la prospettiva. Mi sono detto: perch dovrei rinunciare a vivere, rinunciare a tutte le cose che mi piacciono fare per aspettare che le cose peggiorino, rischiando di arrivare a 70 anni e scoprire che tanto male le cose non sono andate. Quindi ho iniziato a

riprogrammare le mie priorit. La cosa pi importante la famiglia e gli amici ed infatti passo pi tempo con loro. Poi il tempo libero che sfrutto per andare a fare delle belle
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passeggiate sia a piedi che in mountain bike, fare nuoto e andare in giro, al cinema, in birreria, al teatro, in vacanza, ecc.. Poi ai lavori di casa e intorno a casa. Infine il lavoro, allultimo posto, perch lavoro solo quanto basta per vivere agiatamente. In azienda ho puntato sulla qualit del lavoro delegando dove potevo in modo da non avere mai il problema del troppo. Si rivelato che sono un maestro. Faccio anche il consulente e riesco a farlo senza che ci pesi. Il sabato e la domenica sono sempre libere. Toni64 ha potuto sperimentare quello che per lui erano gli estremi di un continuum: il suo essere molto sportivo e dinamico e il suo essere, al contrario, fermo e spaventato. Probabilmente la possibilit di sperimentarsi agli opposti lo ha portato a trovare un equilibrio in cui le sue forze possano essere ben distribuite. Un concetto che ho trovato molto interessante, relativamente alle polarit, quello messo in luce da Antonowsky (1987) il quale propone una diversa prospettiva che pone il binomio salute/malattia costantemente lungo un in continuum esso. e vede sotto lindividuo il profilo
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collocato

Anche

strettamente fisiologico, lorganismo umano non dispone infatti delle caratteristiche necessarie per potersi collocare stabilmente all estremit salute. Ci nonostante la persona, in qualunque fase e circostanza della vita, ha sempre la possibilit di orientarsi verso il conseguimento di un livello superiore di benessere. Questa particolare coppia di opposti, mi sembra essere molto importante per le persone con SM, che non si sposteranno mai totalmente sul polo salute, ma che potrebbero imparare a muoversi fluidamente lungo il continuum, senza rimanere rigidamente incastrati sul polo malattia.

2.6 Il Corpo J. I. Kepner nel descrivere il rapporto esistente tra S e corpo afferma che la nostra esistenza unesistenza incarnata (Kepner, 1997, 29) in cui i pensieri e gli atteggiamenti sono corporei e muscolari, ed influenzano le secrezioni dei nostri organi ed i ritmi delle nostre cellule cos come i nostri stati danimo (1997, 14). Il nostro corpo in realt il veicolo fondamentale per il nostro
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andare nel mondo e relazionarci con esso. Il veicolo principale dellesperienza e ci aiuta a dare il vero nome ai nostri bisogni. Nellottica gestaltica separare la nostra parte corporea da noi significa in qualche modo sabotare la nostra funzione

organismica. La Psicoterapia della Gestalt una terapia olistica che considera la persona formata da mente, corpo, sensazioni, emozioni, movimento, immaginario, come totalit che pi della somma delle singole parti. Lo psicoterapeuta della Gestalt interessato all'esperienza che il paziente fa del suo corpo, il modo in cui lo usa per contattare l'ambiente (Spagnuolo Lobb, 1988, 159-166). Gran parte delle strutture corporee sono inconsapevoli, il primo passo per una terapia notare cosa accade, ovvero far prendere consapevolezza al paziente di quello che . A partire da questa consapevolezza poi, si pu iniziare un processo di riappropriazione, per cominciare ad identificarsi con la sua struttura corporea. Come ho gi fatto per gli altri concetti basilari della Psicoterapia della Gestalt, volevo riportare, a chiarimento dei vissuti
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corporei dei malati di SM, alcuni stralci ricavati da ESSS. Non stato facile. Mi sembrato che i vissuti corporei, i sintomi, fossero descritti come fatti non integrati con il proprio stato mentale. Per usare la modalit di Kepner, molli, non Io sono le mie gambe molli. Mi sono chiesta, da psicoterapeuta prima che da malata, in che modo si possa lavorare sul corpo con una persona affetta da SM. Prendere consapevolezza di essere un corpo malato, a volte storpio e in qualche modo condannato a peggiorare, un passaggio davvero doloroso. Dice Rosita di ESSS: L 'altro giorno mio figlio mi ha detto di non ricordarsi pi di quando stavo in piedi... ...il piccolo ogni tanto mi chiede se l'ho tenuto in braccio quando era piccino... Cos mi sono armata di coraggio e ho preso le videocassette dei bei tempi andati...Rosita che gioca con i bambini nel parco, Rosita con la famiglia e gli amici al mare, Rosita a giocare a pallone con i bimbi in terrazza, Rosita con i due cani pi belli del mondo...
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Io ho le gambe

Una Rosita sana che avevo dimenticato fosse esistita, abituata a vedermi sempre mezza ho dimenticato cosa vuol dire essere intera... Era bello stare in piedi, scendere le scale di corsa perch ero in ritardo, ballare la lambada sul bordo piscina, fare il bagno di mezzanotte... Ma di quella vita alle volte neanche il ricordo sovviene pi... Un pensiero che mi piaciuto molto e che credo si avvicini a quello a cui potrebbe aspirare uno psicoterapeuta della Gestalt nel lavoro con un malato di SM, quello di Lyncius: La rielaborazione la faccio ogni giorno. Parto dai miei punti fermi e uno di questi : io sono lei e lei me! Non ho da combattere nessuno, anche perch se cominciassi a combatterla distruggerei me stessa! Sarebbe tempo rubato alla vita. La vedo in questo modo: io rispetto lei e lei rispetta me, perch siamo la stessa persona.

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Cap. 3 UN TERAPEUTA SCLERATO?

3.1 Premessa Questa parte della tesi mi venuta in mente 2 anni fa, quando ho conosciuto Luca Tartaro, sul forum ESSS. Abbiamo in comune la SM e la nostra professione. Per me stato davvero importante conoscerlo, perch in quel momento stavo mettendo realmente in discussione la possibilit di diventare psicoterapeuta, e parlare con lui mi ha dato tanto. Ci siamo confrontati tantissime volte sulla SM e sulla professione e quindi vorrei riportare qui degli spunti, che possano essere di riflessione e di apertura per chi legge, come lo sono stati per me nel corso di questi anni. Mi sono chiesta mille e una volta in che modo posso essere psicoterapeuta con la SM. Ho letto tanti libri, mi sono appassionata alla storia di Milton Erikson, di Victor Frankl, cercando forse la storia dell'Eroe che fa della sua disgrazia la sua forza. Questa modalit, che mi stata sicuramente utile, non mi permetteva per di vedere me con le mie caratteristiche,
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compresa la SM, nel ruolo di Psicoterapeuta. Ecco perch il confronto con Luca, pi grande di me, con pi esperienza in entrambi i campi, mi ha aiutata.

Qui, accanto allaspetto demiurgico del sapere e dellarte, emerge il dolore contenuto nella comune matrice umana, corporea e mortale, che unisce, al di l dei ruoli, medico e paziente. Per poter curare, il medico non deve mai pensarsi separato dal suo aspetto di paziente. La repressione di questo polo della coppia porterebbe il medico a una soglia pericolosa caratterizzata dalla convinzione di non avere nulla a che fare con la malattia. Analogamente, quando una persona si ammala, importante che venga alla luce la figura del paziente/medico, cio il fattore di guarigione interno al paziente, la cui azione curativa uguale a quella del medico che compare sulla scena esterna. Un medico senza ferita non pu attivare il fattore di guarigione nel paziente e la situazione che si crea tristemente nota: da un lato sta il medico sano e forte, dallaltro il paziente, malato e debole. (Introduzione al Saggio Dove si nasconde la salute di Gadamer, 1994)

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3.2 Io e Luca ci confrontiamo

IL TERAPEUTA MALATO (introduzione di Luca) Che depressione. Pensavo di trovare qualcosa che mi aiutasse e invece sono riuscito (e a fatica) a scovare qualcosa che mi avrebbe affondato definitivamente. Per per un campo quasi vergine e c ancora molto da dire. Ma veramente. Allora, la mia ricerca stimolata dalle tue domande voleva per ora rispondere a questa semplice domanda iniziale: UNO PSICOTERAPEUTA DI ORIENTAMENTO PSICODINAMICO MA FISICAMENTE MALATO PUO FARE IL TERAPEUTA? Non mi sono limitato alla SM, ho cercato di delineare linee generali nel mio campo, quello della psicoterapia psicodinamica. Partirei da una premessa: nella psicoanalisi ortodossa

qualunque cosa interferisca con la serenit e regolarit del setting diventa oggetto di discussione. Sono stati scritti fiumi di parole. Una componente del setting il corpo del terapeuta. E ovviamente una componente essenziale e ineliminabile, ma
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nella parola ovviamente si cela un tranello. Se il corpo infatti una componente nella psicoterapia di cui non si pu fare a meno (e in tempi di internet la domanda ha un suo senso), bisognerebbe allora definire questa componente, e in ogni aspetto, dal portamento al look, dalla gestualit al linguaggio etc. Molto stranamente per c poco in letteratura sullargomento corpo del terapeuta. Non ci sono regole precise, anche se tutti concordano su alcuni aspetti: che bisogna dare di s una immagine sicura, controllata, strutturata, pacata, sana e

professionale insomma. Questo vale per tutto, dal tono di voce allabbigliamento, che bene sia costante etc . E un aspetto importante, che viene dato quasi per scontato, rispetto ad altre interiori di cui si parla moltissimo. Fa parte dellhabitus deontologico del professionista. Non da trascurare poi un dato storico, che fa pensare: pare che allinizio i primi psicoanalisti ricevessero in camice, poi

abbandonato dato che sempre pi ricevevano i pazienti in ambito privato e non ospedaliero. Sembrano dettagli ma sono importanti, hanno una loro logica: il
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terapeuta, pur nella sua professionale cordialit, deve essere il pi possibile neutro per favorire lemergere del paziente. Non intendo per approfondire questi concetti, volevo solo dartene unidea volante. Perch quando quando il terapeuta si ammala questo quadro di neutralit viene sconvolto, e bisogna parlarne. Mi vengono in mente cinque situazioni diverse: 1. il terapeuta che ha un malanno passeggero (sciando si

rompe un braccio e riceve col gesso o influenzato o incinta, bel malanno passeggero) 2. quello che invecchiando presenta leggeri acciacchi

irreversibili (Freud divent sordastro ma si limit a voltare il lettino), 3. il terapeuta che inizia gi da malato la sua attivit (una

mia compagna di corso era in sedia a rotelle), 4. quello che si ammala ma non si vede nulla esteriormente

(come te) 5. quello che invece si vede (come me, o come Freud quando

si ammal di cancro), (io e il vecchio Sigmund siamo due pellacce!).


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Per le prime due nessun problema se il terapeuta sa fare il suo lavoro: se ne parla e si trovano aggiustamenti, in fondo lessere umano un animale adattabile. Pu darsi anzi che si trasformino in occasioni per un approfondimento inaspettato, addirittura una svolta. Il vero terapeuta trasforma gli svantaggi in vantaggi. Il problema si pone con le ultime tre. Io noto una grande somiglianza tra i punti 3 e 5, perch in fondo per il paziente non cambia molto (ma se ne deve parlare). Un esempio di 3 Milton Erikson, lipnotista americano, poliomielitico grave sin da piccolo. Lui anzi usava, e nei suoi scritti ne ha dato un creativissimo esempio, il suo status di malato durante i trattamenti. Un genio. Ma ho detto ipnotista, non psicoanalista. In psicanalisi infatti lo status di salute fisica del terapeuta una condizione iniziale . E il dato di realt dalle radici mentali profondissime da cui non si pu prescindere. Tanto varrebbe fare le psicoterapie al telefono o via chat (c chi ci ha provato). La realt dei corpi pazienteterapeuta troppo importante e ineliminabile nel processo in cui verr formandosi il transfert. Lanalisi sembra un rapporto
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tra due persone fortemente intellettualizzato e astinente (e per molti versi lo ), ma il fatto che non si possa mai eliminare il corpo dalla scena fa capire quanto sia un rapporto anche fisico. Il discorso delicato e il rischio di fraintendimento altissimo, ma la comunicazione non verbale in una psicoterapia non si pu abolire, complementare alla parola. Senza di essa il transfert terapeutico non si instaura. Il corpo di entrambi i soggetti non si pu eliminare in una terapia. Non si pu far finta che non abbia importanza. Ma in questi casi solo il corpo del terapeuta ad essere malato, non la sua mente si potrebbe obiettare. Sar anche vero, ma il fatto che nellanalisi vengano coinvolti (a livello simbolico ma comunque arcaico) anche i corpi significa che nelle caratteristiche iniziali del terapeuta psicoanalitico si comprenda anche la sua salute fisica. Non una cosa per che si ammette volentieri (il terapeuta non pu essere molto malato), e infatti se vorrai farai fatica a trovare qualcosa in letteratura a riguardo. I motivi di questo non-parlarne possono essere diversi, ma sta di fatto che di psicoanalisti disabili e portatori di handicap non ne ho mai
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trovati. La ragazza in sedia a rotelle smise presto di frequentare il corso, e su Erikson ne ho sentite di ogni: che compensava il suo handicap, che aveva un complesso di inferiorit mostruoso, che voleva dimostrare a tutti di essere il pi bravo etc. A parte poi che ci sono sempre i cretini a insinuare, anzi a dire che ti sei ammalato perch hai somatizzato un conflitto interiore invece di reprimerlo. Notare la delicatezza: oltre ad essere ammalato era pure colpa mia. Becco e beffato. Non fa molto piacere essere osservati dai colleghi diffidenti in un certo modo. Se uno non paranoico lo diventa. Un giorno vi ammalerete anche voi e, ma s, in fondo avete ragione: chi si ammala diventa scontroso e cattivo, non pu pensare di curare! Io devo dire che sono relativamente fortunato perch non sono uno psicoanalista e nemmeno un medico, ma un semplice psicoterapeuta. E non essendo uno psicoanalista il setting e le interpretazioni per me non sono cos importanti, faccio leva su altri aspetti quali lempatia, lascolto, il lavoro sul sintomo, laneddotica. Non interpreto un sogno da mesi. Per anchio, nel mio piccolo, mi rendo conto di quanto il mio
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corpo sia importante in una relazione terapeutica. A volte mi vedo costretto a parlarne (e non sempre vorrei). Non un caso che ultimamente io abbia optato sempre pi per lavorare in Tribunale: un magistrato pu essere ammalato, non ha lobbligo di curare ma solo di decidere, e pu lasciare il suo corpo fuori dalla stanza. Un lusso che un terapeuta non pu permettersi. Avendo potuto scegliere avrei fatto anche lartista, ma si sa che carmina non dant panem e non pagano laffitto. Basta parlare di me. Parliamo di te, del tuo caso, che rientra nel n 4. E il pi delicato di tutti. Ho conosciuto tempo fa un terapeuta che si scopr sieropositivo. Tenne ovviamente (ancora questo maledetto avverbio) nascosto il suo male ai pazienti ma mi confid un giorno che non sapeva cosa avrebbe fatto quando fosse diventato visibile. E c da dire anche che in sede di supervisione era trattato stranamente: apparentemente molto bene ma appena erano liberi, i colleghi sussurravano tra loro di chiss che fantasmi e vissuti di morte. E se i colleghi la pensavano cos chiss i pazienti. E uno dei motivi che mi sta facendo tirare i remi in barca come psicoterapeuta, che il paziente esiti nel suo transfert negativo a
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darmi in faccia dellhandicappato. Una volta successo, poi si vergognato molto, io ero dispiaciuto per lui. Poi ne abbiamo parlato e straparlato. Non per una bella cosa la piet nei pazienti. Forse quegli psicanalisti avevano ragione. Spero che nella Gestalt le cose vadano diversamente. Ora per lasciami parlare degli aspetti positivi. S, ce ne sono. Acquisti una sensibilit alla sofferenza incredibile, non ti batte nessuno nel cogliere certe sfumature. E lempatia, che per me cos importante, raggiunge livelli sublimi. E certo difficile con i nuovi pazienti, ma con i vecchi pazienti la sincerit cordiale e autentica. E smetti, perlomeno nel mio caso, di essere rigido e orgoglioso, la bellezza nel rapporto aumenta. E gli inconvenienti possono essere fonte di nuove aperture. Una volta caddi rovinosamente davanti ad una paziente (s, mi successo anche questo), e riprendendo lequilibrio commentai dicendo rialzarsi. scherzosamente Ancora oggi limportante quella non mi cadere ripete ma che

paziente

quellepisodio le rimase cos impresso che ancora oggi davanti ad ogni difficolt della vita ci ripensa e le d forza.
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Ci mi consola, si pu dare lesempio anche da malati.

Grazie Luca, sempre bellissimo leggerti e ascoltarti. Prendendo spunto dai tuoi 5 punti, ho pensato che, per me che sto al 4 (Quello che si ammala ma non si vede nulla esteriormente), si aprivano 3 strade possibili:

1. Smettere di fare la psicoterapeuta. 2. Mettere da parte la malattia e far finta che non ci sia...
dimenticarla.

3. Integrare la mia malattia nel mio modo di essere


Psicoterapeuta. Non ho mai accettato la possibilit di rinunciare alla mia professione, per quanto nei baratri del dolore e della tristezza io l'abbia temuto. Ho messo da parte la mia malattia perch ho potuto permetterlo, ma devo dire che all'inizio lo sforzo era talmente forte che rimaneva sempre in primo piano, qualsiasi cosa io facessi, anche nella stanza di terapia. Ho potuto metterla sullo sfondo solo quando l'ho integrata. Prima era sempre figura, e questo disturbava parecchio la possibilit di essere col paziente.
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Ricordo che una volta una giovane paziente si lamentava che suo padre perdeva un sacco di tempo a fare volontariato all'AISM e non si interessava a lei. Mi venuta una fitta alla pancia. In quel momento non l'ho vista pi. Non ho visto il suo bisogno di vicinanza con il padre, ma solo la paura che si accorgesse della mia emozione. Sento di avere scelto la terza possibilit, per quanto a volte io pensi che questo sia possibile perch non si vede ancora niente. Il lavoro che sento di dover fare, come psicoterapeuta della Gestalt, ci che poi sar capace di proporre ai miei pazienti: lasciare spazio all'adattamento creativo.

Tu pensi che in una psicoterapia ci sia spazio solo per l'adattamento creativo? No, non credo sia cos, e te lo dico in base alla mia esperienza. Quando nel terapeuta sopravviene la "malattia" (ci che turba dall'interno l'equilibrio del nostro benessere) anche le altre due hanno una loro non piccola importanza nella sua vita. Si inizia
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un percorso, e tanto pi la malattia ingravescente e cronica tanto pi bisogna intraprenderlo. Me ne sono accorto fin da subito, dopo la catastrofe personale della diagnosi. Secondo la mia esperienza infatti tutte e tre le possibilit che hai elencato, e in fila, hanno fatto parte della mia vita professionale, e per riprendere le tue parole in quest'ordine 1.Mettere da parte la malattia e far finta che non ci sia... dimenticarla! 2.Integrare la mia malattia nel mio modo di essere

Psicoterapeuta. 3.Smettere di fare lo psicoterapeuta La prima fase la chiamo ironicamente quella dello "struzzo" e ha un suo senso. La malattia solitamente viene ignorata, si continua a vivere "come se" non ci fosse, cercando di non pensarci pi di tanto e di non darle un gran peso. E in verit la malattia non c' ancora nelle sue manifestazioni pi clamorose. Ci sono solo leggeri disturbi facilmente camuffabili. Al giorno d'oggi si vede che sono malato, la mia stampella, la mia postura, la mia andatura lo rendono evidente anche ad un bimbo. Ma non sempre stato cos. Per molto tempo, il mio
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male insorto lentamente, non si vedeva granch. Nei giorni brutti dicevo di avere male al ginocchio e che non potevo fare lunghi tragitti (tutto verissimo). Del resto il nostro lavoro si svolge principalmente seduti ed ero facilitato. Insomma, l'adattamento, lo sforzo creativo, era principalmente interiore. Mi sforzavo di mantenere la mia immagine abituale in modo che non interferisse con il lavoro, reprimendo (non rimuovendo) il fastidio e gli eventuali sintomi. Tutto ci ha un senso e, a guardarmi indietro, penso di avere dato una risposta corretta. Il mio atteggiamento ha impedito quella che io chiamo una "deriva isterica" disfunzionale a me e al mio lavoro, una eccessiva e ingombrante invasione di campo nei confronti della fisicit. Discorso delicato, in cui facile essere fraintesi. Inoltre non dimenticare che in ogni diagnosi "seria" c' sempre la possibilit pur piccola che si tratti di un falso allarme. Per cui la prudenza e il silenzio sono d'obbligo in certi casi. Questo non vuol dire che io non ci pensassi, tutt'altro. La diagnosi di sclerosi multipla mi aveva scatenato una ridda di pensieri, tra il depresso e il rabbioso, tra il malinconico e il
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negazionista. Come minimo, ero preoccupato. Spesso sognavo di piangere, ma al mattino il cuscino era asciutto. Ne ho discusso molte ore con il mio supervisore dell'epoca. All'epoca non concepivo ancora la malattia fisica come una "forza", ma come qualcosa di "vergognoso" che ero tenuto, se non a nascondere, perlomeno a non esibire. Non ne parlavo con facilit, se non in ambiti riservati. Mi riconosco molto in quello che hai detto tu, che hai aspettato il secondo anno per dirlo. Nel frattempo... ci si adatta. E si resiste. Resistenza creativa, chiamiamola. Cosa pi facile a definirsi che a farsi, ma l'essere umano un animale estremamente adattabile. Mille

accorgimenti misi in pratica per far s che il mio stato di salute cagionevole non si notasse. Avevo 37 anni, ero in piena corsa professionale e personale e non volevo restare indietro n rinunciare a priori a qualcosa. Per cosa poi? Per una malattia che magari tra qualche anno poteva rivelarsi un falso allarme? Ho fatto male a incaponirmi cos? A resistere adattandomi sinch ho potuto? Non lo so, ma forse oggi, a mente fredda, rifarei la stessa cosa. Sarebbe stato forse pi logico, alla notizia della diagnosi,
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rinchiudersi

cercando

di

delineare

una

propria

"nicchia

ecologica" in cui sopravvivere, e capisco chi ragiona cos, ma non nel mio stile personale. Ma il giorno fatidico arriv. La diagnosi di sclerosi multipla venne confermata. Ora sapevo il destino che mi aspettava. Il declino era cominciato e inarrestabile. Non ero pi come gli "altri" (per favore, non equivocare, so che ognuno ha il suo dolore segreto), se del resto lo ero mai stato. Guardavo la realt e bisognava farci i conti. Inizi cos la terza fase.

Mi interessa molto il tuo percorso. C' qualche concetto del tuo approccio che ti ha aiutato nell'integrazione? Se il concetto di adattamento creativo non lo trovi adatto, quale della Psicodinamica trovi pi appropriato?

Francamente non tirerei in ballo la psicodinamica, non l'ho mai tirata dentro. Se dopo la scoperta di essere gravemente malato mi comporto in un dato modo invece che in un altro io l'ho sempre attribuito
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al mio "carattere" di base (inteso in senso ampio). Ho infatti notato che ho continuato, pur tra mille difficolt e ancora continuo dopo tanti anni, ad adattarmi, nel senso di continuare a farmi vedere anche se in teoria sarei un handicappato (bisogna avere il coraggio di dirla questa parola). Lavoro, e per evitare pietismi ci d dentro come un

ippopotamo, sorrido, mi relaziono, faccio l'amore (poco), viaggio (molto poco), per mi sposto e vivo in autonomia. Stringo i denti insomma anche se il mondo diventato piccolo. Resto un "inguaribile ottimista". A volte sono stanco ma poi mi passa. Ma perch? Io ero fatto cos. In un certo senso la malattia non mi ha spaventato a morte, non l'ho vissuta come una catastrofe irrimediabile. Non so che impressione danno queste parole. Ovvio, c'entrano molto le prime impressioni, l'imprinting che ho ricevuto da bimbo. Da piccolo sono stato, per un periodo, molto malato. Paradossalmente ci da adulto mi ha aiutato, perch la diagnosi non stata un'esperienza completamente nuova. Era un colpo che avevo gi ricevuto.
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Conoscevo gi da piccolo l'esistenza del male e del dolore nel mondo, senso sia un'ombra che mi accompagna da sempre. Era dunque il mio destino, pensiero che mi accompagnava anni f, ogni tanto salta su ancora, quello di essere malato? Sono sopravvissuto a 4 anni per morire a 38? Questo vuol dire forse che posso vivere solo se sono anche malato? E' questo il mio karma? Piuttosto l'analisi mi ha aiutato a non cadere nella spirale depressiva inevitabile in chi si ammala, nel non chiudermi, nel restare aperto al mondo, alla relazione. Ringrazio tantissimo i miei maestri per avermi capito, per avermi aiutato a non sprecare energie, che gi erano poche. Cosa sarebbe stato se, ipotesi, non avessi gi "temprato" (diciamo cos) il mio carattere nella malattia infantile? E se non avessi trovato persone che mi aiutavano? Non lo so. Veramente non lo so. Forse mi sarei isolato, lasciato andare, pieno di odio e rancore contro un destino bastardo. O forse mi sarei depresso, quella vocina che dentro sempre dice "Lo vedi cosa succede a non fare il bravo bambino? E' colpa tua colpa tua..." sarebbe diventata assordante e mi avrebbe
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schiacciato. Penso anzi che sarebbe un buon titolo per il tuo libro: "Lo vedi cosa succede a non fare la brava bambina?"

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CONSIDERAZIONI FINALI

Rileggendo mi rendo conto di come questa tesi sia fatta di accenni timidi. Mi sento timida in quanto malata, perch ancora sana. Mi sento timida in quanto Psicoterapeuta della Gestalt, perch all'inizio della professione. Nella integrazione di questi due aspetti rimane la timidezza, anche se sento il coraggio. Il tentativo stato quello di guardare alla Sclerosi Multipla utilizzando la chiave di lettura della Psicoterapia della Gestalt, che stata tanto utile per vedermi e per vedere. stato entusiasmante rileggere i post di ESSS con questa chiave, che ha trovato la sua forma via via che andava avanti il training consentendomi di assaporare il cambiamento. Molte delle cose che ho scritto sento che potrebbero essere approfondite. Penso al lavoro sul corpo e soprattutto all'ultimo capitolo. Sono andata a pranzo con Luca, a Milano qualche domenica fa. Volevo vederlo e sincerarmi che la sua mano fosse tornata calda, dopo il trattamento a cui si sottoposto. Abbiamo parlato tantissimo di corpo. Di quanto e come un terapeuta
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senta il suo corpo in terapia... peccato non averlo registrato! Mi rimasta forte una sensazione per. Mi dispiace che Luca non abbia scelto la Psicoterapia della Gestalt. Forse non avrebbe rinunciato a fare lo psicoterapeuta. Un'altra forte sensazione, che giustificherebbe la timidezza: ho sentito che non potevo capirlo fino in fondo. Che non avevo l'esperienza che lui ha del suo corpo. Luca ha scritto una storia per la mia tesi. Un regalo che avrebbe voluto che io completassi. Non mi permetto e la riporto qui cos com'. Grazie Luca.

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IL REGALO DI LUCA
(Colonna sonora: Slow water di Peter Gabriel) Entrai curiosa nella grotta completamente scura. Percepivo all'interno un odore selvatico ed era tutto silenzioso. Mi fermai dopo pochi passi. In fondo alla grotta, che in teoria doveva essere nera, si distingueva un chiarore. Un riflesso? Una illusione? Come era possibile? Avanzando lentamente nel buio, per non inciampare in qualche sasso, arrivai in fondo. La luce era diventata pi intensa e anche l'odore purtroppo, tanto penetrante e acre che mi tenevo il fazzoletto profumato sul naso. Forse la tana di una bestia selvatica? Per sentivo dei gemiti indiscutibilmente umani. C'era qualcuno l in fondo che stava soffrendo. Dovevo andare ad aiutarlo. Continuai a camminare stendendo una mano davanti a me e con l'altra tenevo il fazzoletto. Abbassai la testa sempre pi bassa per non urtare con i capelli contro il soffitto, che non vedevo ma percepivo vicino. Quando arrivai alla fine del cunicolo c'era una curva, e dopo di questa la grotta si apriva, si allargava, ora c'era spazio per alzare la testa. Entrai in una sorta di stanza dalle pareti di pietra, illuminata dalla luce di una candela. Ci che vidi l dentro mi lasci senza fiato. Vidi un cavallo e sopra un cavaliere, immobile e nudo. Non c'era altro nella stanza, ma poi guardai meglio e mi accorsi che cavallo e cavaliere erano una cosa sola. Una cosa sola? Possibile? Era un... un centauro, con i capelli ricci e la barba, come quelli che vedevo da bambina nei libri illustrati del nonno. Non si muoveva, teneva gli occhi chiusi e intanto gemeva, le braccia abbandonate sui fianchi. Ero talmente sconvolta dalla visione che mi lasciai scappare un grido di sorpresa. Lui apr gli occhi e mi vide. Con voce bassa chiese "Chi sei?" "Giulia." "Giulia, mi hai portato le medicine?" C'era un fetore insopportabile. Scossi la testa per dire no. Il centauro si accorse che mi coprivo bocca e naso col fazzoletto. Mi venne anche un conato di vomito, forse per la tensione, non saprei dirlo. Lui intuii il motivo e se ne dispiacque. Sospir. "Scusa, non mi ero accorto che l'odore della ferita potesse essere cos rivoltante. Io ne sento solo il dolore. Usciamo fuori all'aria aperta che meglio. Vai avanti tu, indicami la strada per favore. Conosci la via per uscire?" Feci segno di s con la testa e mi voltai subito per tornare indietro. Mentre mi giravo vidi che all'altezza di un ginocchio aveva una brutta ferita purulenta, da cui emanava il cattivo odore.

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Andando verso il biancore dell'uscita mi imposi di non mettermi a correre, anche se ne sentivo una voglia matta. Ma avevo una paura terribile. Per rischiavo di inciampare e cadere, o sbattere contro qualcosa di duro e tagliente e non volevo assolutamente cadere. Sentivo gli zoccoli della bestia dietro di me che mi seguiva ed ero troppo terrorizzata per pensare di fermarmi. L'uscita distava solo pochi metri, mi parvero lunghissimi. Uscii all'aria fresca -veramente era fresca, quel giorno stava per nevicare- e respirai a pieni polmoni. Dopo pochi secondi, scostando con le braccia dei rami, usc dalla grotta e apparve zoppicante il centauro. Diede una lunga occhiata in giro. "E' tutto cambiato qui", poi mi guard. Alla luce del sole mi accorsi che tutto sommato non era molto alto. Ci guardammo a vicenda, forse lui era stupito quanto me dal vedermi. Il primo sguardo, che mondo affascinante. "Sei giovane -mi disse-. Che stravaganti vestiti hai." Ebbi modo di guardarlo bene, la sua figura si stagliava contro lo sfondo verde della collina. Il suo manto era pezzato, bianco con macchie nere. Stranamente fu ci che all'inizio mi colp di pi, non so perch ma avevo sempre immaginato i centauri scuri. Invece in questo modo il pelo bianco del corpo di cavallo si confondeva con quello del tronco umano. Portava la barba folta e aveva gli occhi neri. Il suo sguardo non era cattivo e la paura mi pass. Era nudo, provai piet per lui, doveva sentire molto freddo con quel tempaccio. Lo so che pu sembrare strano, e se ci penso mi dico che potevo usare tante altre parole migliori per presentarmi, ma mi usc questo dalla bocca "Se hai freddo ti posso prestare la mia giacca". Di solito sono le donne a sentirselo dire (di solito, ma questi sono tempi villani). "No ti ringrazio, sono abituato a non portare vestiti -rispose garbato; il tono era molto cortese, quasi timoroso; poi prese coraggio e mi chiese-. Per favore Giulia, se ho capito bene il tuo nome, mi accompagneresti nella casa di medicina pi vicina a prendere delle bende?" "Certo, come vuoi. Penso che tu intenda una farmacia. Volentieri." "Sei una cara fanciulla. Vedr di ricompensarti un giorno. Dimmi solo da che parte dobbiamo andare. Scusami se non ti porto sul dorso, ma non riuscirei a reggerti. Mi hanno ferito tempo fa con una freccia avvelenata, e la gamba fatica a guarire. Anzi... ti chiederei un ulteriore piccolo favore se non scortesia" "Dimmi." "Non camminare troppo in fretta, questa gamba mi tormenta. E'... molto lontana questa... farmacia?"

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"No, proprio subito dopo l'uscita del parco. Andiamo!" Io che parlavo con un centauro vero. Era la vita reale, era un sogno? Se era un sogno non ho mai fatto un sogno pi freddo in vita mia. In giro non c'era nessuno che ci potesse vedere, una donna e un centauro che camminavano lenti. Eravamo una strana coppia ma se devo essere sincera in quei momenti non pensavo troppo alla assurdit della situazione. Era capitata, e bisognava viverla. Lui trotterellava zoppicando, ogni volta che lo zoccolo della gamba colpiva la strada emetteva un piccolo gemito. Ad un certo punto si blocc. Mi voltai verso di lui, forse non ce la faceva pi a camminare per il dolore. Invece si era fermato a guardare con stupore un albero. "Un tiglio..." mormorava. Arrancando si avvicin all'albero e prese a toccarlo, sussurrando qualcosa. Vivessi cent'anni non dimenticher mai quella scena, un centauro che accarezzava in silenzio e con riconoscenza un grande tiglio immobile. Anche perch non capivo cosa ci fosse di speciale. Non sono una grande esperta di piante, ma quell'albero senza foglie per me non aveva proprio nulla di particolare. Per il centauro invece sembrava un sorta di miracolo. Appoggi entrambe le mani alla corteccia e chin il capo, sembrava quasi che stesse pregando. Poi quando rialz la testa prese con delicatezza dei pezzi di corteccia dal fusto, pi in alto possibile, e tenendoli tra le mani me li port come un dono prezioso. "Tieni fanciulla, questi sono per te." Io durante tutto questo ero rimasta stralunata, non sapevo bene cosa fare. "Grazie" risposi, ma francamente non sapevo neanche di cosa lo stavo ringraziando. Mentre prendevo i pezzi di corteccia con le dita gli chiesi che cos'erano. Sopra il pi grande c'era una coccinella, che vol via. "Ho scelto le parti della corteccia pi tenere e pulite -la sua voce era calda-. Se le cuoci nell'acqua otterrai un infuso che calmer tutte le tue paure. E durante la notte i tuoi sogni saranno meravigliosi." "G...grazie -dissi ancora, riponendole con cura nella mia borsetta di tela-. Non lo sapevo. Ma tu come mai conosci tutte queste cose?" "Mia madre si chiamava Filira, tiglio nella sua lingua dei suoi padri. E' stata lei ad insegnarmi tutto su questo meraviglioso albero, ad amarlo e rispettarlo. E ogni volta che ne vedo uno penso a lei. " "Filira? Che strano nome per una donna, non l'avevo mai sentito. Ma era come te un... un..." Il cosiddetto centauro non rispose subito. Prima si rimise al mio fianco e riprendemmo a camminare piano. Intuivo che stava pensando. Dopo qualche metro mi chiese:

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"Mi chiedo come mai hai paura a dire il mio nome. Non mi hai riconosciuto? Lo sai chi sono io e come mi chiamo?" "No. Non sapevo nemmeno esistessero persone come te." "Ah, tutto pi chiaro. Capisco adesso. Pensavo di essere in Mesopotamia durante il grande freddo, ma sono pi lontano. Io sono Chirone, di mia madre ti ho parlato, ma mio padre non so chi fosse. Tutto ci che mia madre mi raccontava che dopo averla presa con forza su una spiaggia si mise a piovere forte, scoppi un tuono e lui scapp via. Mia madre allora non si accorse di nulla, era troppo sconvolta e tutto era avvenuto troppo rapidamente. Lui non si rivide mai pi. Solo nove mesi dopo, quando mi partor, si accorse che era stata violentata da un centauro. Ne ebbe paura." "Perch?" (che domande sciocche che fai a volte, Giulia) "Non lo sai? I centauri sono sempre stati esseri violenti, crudeli, irascibili. Sono capaci di ogni nefandezza e non provano rispetto. Potevo essere un figlio terribile, forse un assassino. Ma lei mi amava cos tanto che giur sui suoi antenati che io sarei stato diverso. E mi allev con cura, incanalando i miei istinti nella sete di conoscenza. Lei e la nonna erano due guaritrici, che conoscevano il potere benefico di ogni pianta, ogni fiore. Nonna, cara nonna." "E' grazie a loro che conosci le piante." "S. Ogni giardino per me come per voi umani girare in una biblioteca, ogni pianta mi racconta una storia diversa. Ma se devo essere sincero qui intorno a noi vedo piante sconosciute. Che pianta quella?" "Ehhh non lo so, non ne ho idea." "Non ne hai idea? -Mi guard stupito, poi tacque per qualche istante-. S, non tutti siamo uguali. Meglio riprendere la mia storia: a 15 anni decisi di andare in cerca di mio padre." "Perch?" "Perch era mio padre, naturalmente. E quando mia madre mi parlava di lui mi rendevo conto che, se ero diverso dagli altri ragazzi, se mi stupivo del mio corpo specchiandomi nell'acqua, doveva essere per lui. Quando mia madre, il fiore, mor nessuno mi tratteneva e decisi che mi sarei recato nella terra dei centauri. Molto lontana. Dovevo lasciare la casa dove ero cresciuto, ma nessun ragazzo di 15 anni per la prima volta libero veramente triste. Quando finalmente arrivai nella terra dei centauri era per nel momento peggiore, durante una festa. Ho scoperto subito che i centauri non sopportano il vino. Gli piace, ma quando riescono a procurarselo non si trattengono, lo bevono tutto subito e diventano ancora pi selvaggi. Gridano come forsennati e si divertono ad incendiarsi la testa. Ci credi? Girano con i capelli in fiamme gridando come pazzi e dandosi dei gran colpi con delle enormi clave. Pazzi, ero arrivato in un mondo di pazzi." "Allora te ne sei tornato indietro."

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"No, sono rimasto. Capivo che ero diverso e nello stesso tempo simile a loro, l'ho sempre saputo, ma volevo capire, ero curioso. E cercavo sempre mio padre. Il giorno dopo con un unguento ho curato le loro ferite. Ma non mi hanno mai detto grazie, nemmeno uno. Venivano nella mia caverna doloranti ma appena stavano bene saltavano in piedi e scappavano via. Anzi dovevo stare attento che non mi mordessero." "Ma erano proprio tutti cos?" "Bene o male s. Trovai quella grotta e ogni giorno venivano da me. Guarivano in fretta, troppo in fretta. Ho capito poi perch, erano immortali. E quindi pure io." "Veramente anche tu sei immortale?" "Temo di s. O forse no. La mia ferita non guarisce, ma neanche si estende. Vedremo cosa succeder, ho paura che soffrir a lungo. Comunque torniamo ai miei simili: tempo pochi giorni, ti ho detto, e ritornavano come prima. Non invecchiavano mai... ma non maturavano nemmeno. Forse era questa la differenza tra me e loro. A volte mi lanciavo in sfrenate corse con il gruppo, ed era bello. Molto bello. Ma dopo avrei voluto parlare. E invece niente. Ululando ne iniziavano un'altra. Insomma, mi stancavo presto e rientravo nella mia grotta, dove mi lasciavano in pace." "Quindi eri da solo. " "Oh no, cara amica. In poco tempo la fama si sparse, non so come. La mattina avevo sempre qualcuno davanti alla caverna. Contadini, viaggiatori, nobili, bambini. Io per tutti avevo, se non proprio un rimedio, almeno una buona parola. Ho visto gente molto sofferente, che aveva fatto un lungo viaggio per venire da me, e sentivo che dovevo far qualcosa per loro. Si erano addentrati in quella terra pericolosa, dove una bastonata era sempre in agguato. Ho curato anche Achille, sai?" "...Chi?" "Era un guerriero molto valoroso, il pi famoso di tutti... ai miei tempi. A poco a poco la folla per diminu, e alla fine non venne pi nessuno. Che dolore. Ma un guaritore che non riesce a guarire non ispira molta fiducia, mi rendo conto. Guarda, vedo una scena insolita, un uomo portato a spasso da un cane." Mi indic un anziano che teneva un cane al guinzaglio. "No, l'uomo che accompagna il cane e lo guida. Lo sta portando a fare un giro nel parco. Sai, da noi si usa cos." Mi voltai verso il centauro e vidi che mentre parlavo mi osservava assorto. "Da molto tempo -disse- qualcuno non veniva a trovarmi. Eppure tu sei venuta da me, come mai?" "Non lo so, forse un caso..." "No, non un caso. Tu mi cercavi, tu stai soffrendo. Ma visto che all'apparenza tu sembri stare bene, forse tu hai un dolore segreto."

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"Io?" "S. Lo tieni segreto, ma qualcosa a ben guardare dal tuo volto trapela. C' qualcosa di insolito. Qual il tuo dolore segreto?" "Io...forse s... s. (tocca a te)................................................................................... ............................................................................................................................ ..........................................................................................................................." A quel punto, senza rumore, mentre stavo parlando cominci a nevicare. Grandi fiocchi che appena cadevano per terra si scioglievano. Il centauro appena se ne accorse mi ferm con la mano. "Guarda, stanno cadendo delle piume dal cielo." "E' neve, tra poco qui sar tutto bianco."

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