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Capitolo XXXIII

Luoghi: Renzo, don Abbondio, don Rodrigo, il Griso, Bortolo, Tonio, l'amico di Renzo, i monatti

Tempo: il Paese di Renzo e Lucia, Milano, Bergamo,

Temi: Agosto 1630 (nel flashback: dall'autunno 1629 all'estate 1630)

Trama: La giustizia, La guerra di Mantova e del Monferrato, Nobilt e potere, La peste, Chiesa e
religione

Don Rodrigo, a Milano, scopre di essere ammalato di peste. Il Griso lo consegna ai monatti per
derubarlo, poi si ammala a sua volta e muore. Renzo, sempre rifugiato nel Bergamasco, guarisce dalla
peste e decide di andare a Milano per cercare Lucia. Il giovane torna al suo paese dove incontra
Tonio, la cui mente sconvolta dalla malattia, e don Abbondio, che lo informa della morte di
Perpetua. La casa di Renzo ormai in abbandono, come la sua vigna, cos lui chiede ospitalit a un
suo vecchio amico d'infanzia. Renzo parte alla volta di Milano.

Don Rodrigo manifesta i sintomi della peste

Una notte verso la fine di agosto, quando l'epidemia di peste al culmine, don Rodrigo sta tornando
alla sua casa di Milano accompagnato dal Griso, uno dei pochi bravi rimasti al suo servizio. Il nobile si
ritira dopo una serata passata in compagnia di alcuni amici, durante la quale stato molto allegro e
ha divertito tutti facendo un bizzarro elogio funebre del conte Attilio, morto due giorni prima di
peste: ora per accusa strani malesseri, tra cui la pesantezza delle gambe, una difficolt a respirare e
un'arsura interna che vorrebbe attribuire al vino e alla calura estiva. Arrivati a casa, ordina al Griso di
fargli luce per arrivare in camera e il bravo obbedisce tenendosi a distanza dal padrone, poich il suo
volto indica i segni della malattia e in questi tempi anche i criminali hanno affinato le capacit
mediche. Don Rodrigo si affanna a dire che sta bene e che tutto a causa del troppo vino bevuto,
tuttavia la luce del lume quasi lo acceca e non vede l'ora di mettersi a letto per la stanchezza. Si
caccia quindi sotto le coperte e ordina al Griso di venire subito nel caso lui suonasse un campanello
che tiene vicino a s, anche se il signorotto certo che non ci sar bisogno. Il bravo augura la
buonanotte al padrone e si ritira.

Il sogno di don Rodrigo

Le coperte sembrano una montagna a don Rodrigo, il quale ben presto si addormenta per poi
svegliarsi come per uno scossone, mentre sente aumentare il caldo e l'arsura. Rigirandosi nel letto, in
preda all'ansia, pensa che vorrebbe attribuire tutto al caldo e al troppo vino bevuto, anche se l'idea
della peste lo assale di continuo e diventa un pensiero impossibile da scacciare. Finalmente si
addormenta e inizia a fare sogni confusi, angosciosi; in uno di questi gli sembra di trovarsi in chiesa,
circondato dalla folla, senza sapere come arrivato l e arrabbiato di esserci andato. Intorno a lui
vede gente con i segni del morbo e i bubboni che traspaiono attraverso i vestiti sudici, per cui ordina
loro di allontanarsi cercando al contempo di arrivare alla porta della chiesa, che per troppo
lontana. La folla lo stringe sempre pi e a don Rodrigo sembra che qualcuno gli prema sotto l'ascella
sinistra, dove sente un forte dolore; cerca di afferrare la spada e gli pare che l'elsa sia salita in alto,
premendogli contro il fianco e producendo quel dolore cos fastidioso. A un tratto gli sembra che
tutti guardino verso l'alto e, facendo lo stesso, intravede un pulpito e una strana figura che si sporge
da esso, una figura che non tarda a prendere le sembianze di padre Cristoforo. Il frate rivolge
un'occhiata fulminea su tutti i presenti, quindi alza la mano e punta il dito come aveva fatto quel
giorno in quella sala del palazzotto del nobile: don Rodrigo, terrorizzato, cerca di afferrare quella
mano tesa in aria, ma lascia prorompere un grande urlo e si sveglia improvvisamente. confuso e
spaventato, la luce del giorno entra dalla finestra e lo infastidisce come il lume la sera prima; capisce
di aver sognato e realizza che tutto svanito, tranne il dolore che sente sotto l'ascella sinistra,
mentre evidente che sta molto peggio di quando andato a dormire e avverte una forte
palpitazione, un ronzio nelle orecchie, una pesantezza di tutte le membra. Esita a lungo prima di
guardarsi sotto l'ascella e quando trova il coraggio di farlo, con ribrezzo e spavento, vi scorge un
bubbone di colore livido e rossastro.

Don Rodrigo manda il Griso a cercare il medico

Don Rodrigo invaso del terrore di morire e, soprattutto, di essere preso dai monatti e trascinato al
lazzaretto: suona il campanello per chiamare il Griso, che infatti accorre subito pur tenendosi a
distanza dal padrone, avendo capito benissimo che malato di peste. Il nobile si rivolge al bravo in
modo insolitamente cortese e, dopo aver detto che si fida solo di lui, lo prega di andare a chiamare il
Chiodo chirurgo, un medico noto per non denunciare gli appestati in cambio di denaro. Don Rodrigo
disposto a pagarlo bene in cambio di cure e chiede al Griso di farlo venire subito, facendo in modo
che nessuno se ne accorga. Chiede al suo sgherro un po' d'acqua per placare l'arsura interna, ma il
bravo rifiuta di dargliela prima di aver sentito il parere del medico, in realt per paura di avvicinarsi a
lui e subire il contagio. A questo punto il Griso esce di casa e don Rodrigo rimane solo con le sue
paure, in attesa del ritorno del suo servo col medico: ogni tanto guarda il bubbone, per poi ritrarsi
con ribrezzo, quindi resta in silenzio con l'orecchio teso, per sentire se il Griso sta arrivando col
chirurgo.

Il tradimento del Griso: i monatti prendono don Rodrigo

A un tratto don Rodrigo sente il tintinnio di un campanello in lontananza, che tuttavia sembra
provenire dall'interno della casa e non dalla strada: resta attento e lo sente ancora e pi forte,
insieme a un rumore di passi affrettati, seguito da una specie di tonfo nella stanza attigua. colto da
un orrendo sospetto e cerca di buttarsi gi dal letto, quando vede entrare nella stanza due luridi
figuri vestiti di rosso con facce da criminali, riconoscendoli subito come monatti. Il Griso rimane
nascosto dietro un battente della porta e il nobile capisce che il bravo lo ha tradito: chiama a gran
voce altri uomini al suo servizio e cerca di afferrare una pistola che tiene a portata di mano, ma uno
dei monatti rapido a gettarsi addosso a lui e a disarmarlo, tenendolo fermo mentre gli dice parole
di scherno. Intanto il suo compagno si adopera insieme al Griso a scassinare lo scrigno in cui don
Rodrigo tiene il denaro, mentre il signorotto continua a invocare gli altri bravi che per sono stati
mandati via dal Griso con falsi ordini. Don Rodrigo urla minacce all'indirizzo del suo sgherro intento a
spartire il bottino con il monatto, mentre l'altro tiene fermo il nobile che si dimena come un invasato.
Dopo qualche minuto don Rodrigo perde i sensi e resta come sbalordito, quindi i due monatti lo
sollevano di peso e lo depongono in una barella che si trova nella stanza accanto. Uno dei due torna
indietro a prendere la sua parte di bottino, poi entrambi si allontanano portando via il povero
appestato e lasciando il Griso solo nella casa.

La miserabile fine del Griso

Il Griso si trattiene ancora qualche minuto a scegliere quali oggetti portar via dalla stanza, quindi
avvolge tutto in un fagotto e si prepara ad allontanarsi: l'uomo stato attento a evitare qualsiasi
contatto con i monatti, ma all'ultimo istante raccoglie vicino al letto i vestiti di don Rodrigo e li
scuote, per vedere se ci sia del denaro. Si allontana e il giorno dopo, mentre si trova a gozzovigliare in
una lurida taverna, colto da brividi improvvisi, la vista gli si annebbia e perde i sensi, evidentemente
contagiato dalla peste; viene raccolto da alcuni monatti che, dopo avergli rubato quello ha indosso, lo
caricano su un carro e lo portano al lazzaretto, dove si trova gi il suo padrone e dove lui non arriver
vivo, stroncato dalla malattia durante il tragitto.

Renzo "latitante" nel Bergamasco

Il narratore lascia per ora don Rodrigo al suo destino e torna ad occuparsi di Renzo, sempre fuggitivo
nel Bergamasco: il giovane rimasto nascosto nel nuovo filatoio per cinque o sei mesi sotto il falso
nome di Antonio Rivolta, poi (quando si sono aperte le ostilit tra Venezia e la Spagna, cessato il
rischio che la Repubblica possa consegnarlo ai Milanesi) il cugino Bortolo lo fa tornare con s alla
fabbrica, sia perch gli affezionato sia perch Renzo bravo nel suo lavoro e non pu aspirare a
diventare factotum, dal momento che analfabeta. Nei mesi successivi pi volte Renzo ha
manifestato il proposito di arruolarsi tra le file dell'esercito veneto, specie quando si parlato di
un'invasione del Milanese, anche se Bortolo sempre stato abile a distoglierlo da questi azzardati
progetti (l'uomo, interessato a non privarsi dell'aiuto di Renzo, gli prospetta mille difficolt in caso di
guerra e gli suggerisce di aspettare tempi migliori). In altre occasioni Renzo ha avuto l'idea di tornare
al suo paese travestito e con un nome falso, ma anche in questo caso Bortolo l'ha dissuaso con
argomenti fin troppo facili da indovinare.

Renzo si ammala di peste e guarisce

Quando poi scoppia la peste nel Milanese il contagio non tarda a superare il confine e a diffondersi
nel Bergamasco, anche se l'autore non intende certo raccontare la storia anche di questa epidemia:
sufficiente il libro scritto all'epoca da Lorenzo Ghirardelli, dove il lettore potr trovare tutte le
informazioni in merito. Anche Renzo si ammala ed ridotto in fin di vita, poi per guarisce e una
volta fuori pericolo sente pi forte che mai il desiderio di sapere cosa ne stato di Lucia, soprattutto
di scoprire la verit sulla questione del voto di cui Agnese l'ha informato confusamente per lettera.
L'epidemia rappresenta un'occasione propizia per tornare nel Milanese senza rischiare di essere
arrestato, poich - pensa Renzo - la giustizia ha ben altro da pensare che dare la caccia ai ricercati,
specie a Milano dove si dice che regni una enorme confusione. Appena in grado muoversi, Renzo si
reca da Bortolo (che non ha contratto il morbo e perci sta chiuso in casa) e lo informa che ha
intenzione di partire per cercare Lucia, questa volta senza ricevere obiezioni da parte del cugino.
Bortolo, anzi, lo esorta ad andare e gli raccomanda di essere molto cauto, quindi gli augura di
ritornare e spera di poter accogliere anche Lucia, una volta che la terribile pestilenza sar cessata.

Renzo parte per tornare nel Milanese

Per alcuni giorni Renzo attende di rimettersi in forze, poi, quando gli sembra di essere pronto, si
prepara ad affrontare il viaggio: indossa una cintura con i cinquanta scudi ricevuti da Agnese e di cui
non ha toccato nulla, prende altri soldi e un "benservito" rilasciatogli dal padrone dell'altro filatoio,
un fagotto con alcuni panni e un coltello in tasca, quindi si mette in cammino verso la fine di agosto,
tre giorni dopo che don Rodrigo stato portato al lazzaretto. Si dirige subito verso il territorio di
Lecco, con il proposito di passare per il suo paese e parlare con Agnese per avere qualche ragguaglio
prima di incamminarsi per Milano. Essendo guarito dalla peste, Renzo corre pochi rischi di
riammalarsi ed quindi immune al contagio, condizione rara a quei tempi e paragonabile, osserva
ironicamente l'autore, a quella degli antichi cavalieri erranti che nel Medioevo giravano armati di
tutto punto a fare sfoggio di magnificenza. Renzo cammina lungo strade deserte, non incontrando
quasi nessuno se non persone che portano cadaveri per una frettolosa sepoltura; a met strada si
ferma in una radura a mangiare qualcosa, raccogliendo anche la molta frutta che giace ai piedi degli
alberi (l'annata decisamente abbondante) e che nessuno si cura di prendere a causa della mora,
proprio come le uve nelle vigne che sono talmente grosse da nascondere le foglie.

Renzo giunge al suo paese: l'incontro con Tonio

Verso sera, Renzo giunge in vista del suo paese: rivedere i luoghi della sua vita passata risveglia in lui
tanti ricordi dolorosi, come il suono delle campane a martello la notte in cui ha dovuto lasciare la sua
casa, mentre ora il luogo dominato da un lugubre silenzio. Si dirige alla casa d'Agnese, in fondo al
paese, dove spera di trovare la donna viva e in salute; prende una viottola per non dare troppo
nell'occhio e si avvicina in tal modo alla propria casa e alla vigna, cui vorrebbe dare un'occhiata prima
di proseguire. Dopo pochi passi vede un uomo in camicia che sta seduto per terra, appoggiato a una
siepe e con un'aria inebetita: sulle prime pensa che possa trattarsi di Gervaso, ma poi, avvicinandosi,
scopre che suo fratello Tonio, cui la peste ha evidentemente ottenebrato la mente. Renzo cerca di
scambiare qualche parola col suo vecchio amico, ma l'uomo non lo riconosce neppure e continua a
ripetere la frase "A chi la tocca, la tocca"; il giovane capisce che sarebbe penoso e inutile insistere,
per cui si allontana dopo aver provato una stretta al cuore.
Renzo incontra don Abbondio

A un tratto Renzo vede avvicinarsi un uomo vestito di nero, che il giovane riconosce subito come don
Abbondio: il curato cammina lentamente, appoggiandosi al suo bastone come se fosse senza forze, e
il suo volto emaciato rivela che stato anche lui vittima della peste. Don Abbondio crede di
riconoscere a sua volta Renzo e alza il bastone con un gesto di sorpresa e di impazienza, poich
evidentemente la presenza del giovane non lo tranquillizza. Renzo lo saluta con rispetto e poi gli
chiede notizie di varie persone, al che il curato, non nascondendo la sua preoccupazione, risponde
dicendogli che Lucia a Milano e non se ne sa nulla, Agnese viva ed andata dai suoi parenti a
Pasturo, per sfuggire al contagio, infine padre Cristoforo stato allontanato da Pescarenico. Il curato
esorta Renzo ad andare via subito e a non esporsi al rischio di essere arrestato, poich su di lui pende
ancora un mandato di cattura, ma il giovane ribatte che non si cura della giustizia e chiede se per
caso don Rodrigo sia ancora in paese. Dopo qualche schermaglia don Abbondio risponde che il
signorotto se n' andato, quindi Renzo gli chiede se lui sia stato ammalato e il curato risponde che la
peste lo ha ridotto a mal partito; informa in seguito il giovane di tutti quelli che sono morti per il
contagio in paese, un lungo elenco di vittime che comincia col nome di Perpetua. Don Abbondio
rinnova ancora una volta le sue esortazioni a Renzo perch torni subito nel Bergamasco, onde evitare
di mettere se stesso e soprattutto lui negli impicci, ma il giovane risponde che sa cosa fare e prega il
curato di non volerlo tradire, essendo pur sempre un suo parrocchiano. Don Abbondio risponde
borbottando qualcosa tra i denti e si allontana lasciando l Renzo, che si chiede dove possa ricoverarsi
per la notte.

Renzo nella sua vigna

Renzo pensa di chiedere ospitalit a un vecchio amico d'infanzia, la cui famiglia, come lo ha
informato don Abbondio, stata sterminata dalla peste; si mette in cammino per raggiungere la sua
casa e strada facendo passa di fronte alla propria vigna, che fin dalla prima occhiata si rivela in
condizioni penose. Dal muro non sporge neppure un ramoscello degli alberi che Renzo aveva piantati
e il cancello tutto sgangherato; il giovane si affaccia da esso e d un'occhiata in giro, vedendo tutto
in stato di abbandono. Per due inverni la gente del paese andata l a far legna, approfittando della
sua assenza, dunque gli alberi che fanno da sostegno alle viti sono strappati o tagliati alla radice; ci
sono giovani tralci che tentano di svilupparsi, ma sono soffocati da una selva di ortiche e piante
selvatiche, tra cui spiccano l'uva turca, il tasso barbasso, il cardo. Una zucca selvatica ha intrecciato i
suoi viticci con una giovane vite e dappertutto vi sono rovi, che danno al luogo un aspetto
disordinato, caotico, trasandato. Renzo, sconsolato, non pensa neppure di entrare in quella che
stata la sua vigna e procede verso la sua casa, attraversando l'orto (anch'esso invaso da ogni sorta di
erbacce) ed entrando dalla soglia principale. Al suo arrivo, i topi che popolano l'abitazione corrono a
nascondersi e Renzo vede tutto anche qui in stato di abbandono, col pavimento ricoperto del
sudiciume lasciato dai lanzichenecchi, le pareti affumicate, il soffitto invaso da ragnatele. Se ne va
ancor pi amareggiato e si dirige alla casetta del suo amico, che dista pochi passi dalla sua.

Renzo incontra il suo vecchio amico


quasi buio e Renzo si avvicina alla casetta del suo amico, che siede pensieroso con le braccia
conserte: il giovane sente qualcuno avvicinarsi e scambia Renzo per il becchino del paese, che viene
sempre a tormentarlo perch lo aiuti a seppellire i morti. Renzo si fa riconoscere e, una volta chiarito
l'equivoco, i due scambiano affettuosi saluti, mentre l'amico lamenta il fatto di essere rimasto solo a
causa dell'epidemia. I due entrano in casa e l'amico di Renzo inizia a preparare della polenta,
procurandosi poi carne secca, formaggio, fichi e pesche e dar qualcosa da mangiare al suo ospite. Il
giovane informa Renzo di varie cose, incluso il fatto che don Rodrigo ha lasciato il paese in seguito
alla liberazione di Lucia, poi gli dice precisamente il nome del casato di don Ferrante nella cui casa di
Milano ospite Lucia, informazione preziosa giacch Renzo non lo aveva capito bene nella lettera
ricevuta da Agnese e senza indicazioni pi precise non saprebbe trovare la casa del nobile milanese.
L'amico rassicura Renzo circa il fatto che non deve temere della giustizia, anche perch il podest
morto di peste e i pochi birri rimasti hanno altro da occuparsi che dar la caccia ai ricercati come lui.
Renzo racconta a sua volta all'amico tutto quello che gli successo durante la sua assenza,
ascoltando cento storie sul passaggio dei lanzichenecchi e sulla peste.

Renzo lascia il paese e si incammina per Milano

L'amico ospita Renzo per la notte e il mattino dopo, alle prime luci dell'alba, il giovane filatore si
prepara a partire alla volta di Milano, per appurare il destino di Lucia e accertarsi della questione del
voto, prima di andare da Agnese a portarle notizie. Lascia il suo fagotto all'ospite e promette di
ritornare nel caso trovi Lucia ancora in vita, in caso contrario non sa cosa far ma di certo non
torner in paese. L'amico gli d qualcosa da mangiare e lo accompagna per un breve tratto di strada,
quindi i due si separano e Renzo si mette in viaggio.

Il progetto di Renzo di arrivare prima di sera nelle vicinanze di Milano, per poi entrare in citt il
giorno seguente; il viaggio non incontra ostacoli e il giovane si ferma nuovamente in un boschetto a
mangiare un boccone. Una volta ripartito, giunge a Monza dove trova una bottega di fornaio aperta e
decide di acquistare due pagnotte: il fornaio gli intima di non entrare e gli dice di gettare le monete
in una ciotola con acqua e aceto, quindi gli porge i pani con delle molle. Renzo mette le pagnotte in
tasca e si allontana.

Renzo giunge in vista di Milano

Verso sera Renzo giunge in un paesino poco distante da Milano, Greco, di cui ignora il nome: il
giovane tuttavia ricorda i luoghi dal tempo del suo primo viaggio due anni prima e intuisce che la
citt debba essere non lontana. Decide pertanto di lasciare la strada principale e andare nei campi in
cerca di un cascinale abbandonato dove passare la notte, dal momento che non intende rivolgersi a
un'osteria. Trova una siepe che circonda una cascina e che ha un'apertura, vi si inoltra e, senza
incontrare nessuno, trova un portico con del fieno ammucchiato e una scala a pioli che conduce al
piano superiore. D un'occhiata in giro e poi sale, accomodandosi alla meglio per dormire e
prendendo subito sonno. Si sveglia all'alba e si affaccia fuori per vedere se c' qualcuno in giro; non
vedendo anima viva, scende lungo la scala e poi esce dalla siepe da dove era entrato, riprendendo il
viaggio lungo i sentieri e cercando di scorgere il Duomo come indicazione della strada da seguire.
Non passa molto tempo prima che veda in effetti le mura di Milano e giunge ben presto vicino ad
esse, tra Porta Orientale e Porta Nuova .

Capitolo XXXIV

Renzo, il passante, la donna sequestrata, i monatti, il prete, la madre di Cecilia, l'accusatrice di Renzo,
la folla di Milano, appestati

Luoghi: Milano

Tempo: Agosto 1630

Temi: La giustizia, La cultura del Seicento, La peste

Trama: Renzo entra a Milano passando per Porta Nuova. Incontro col passante che lo scambia per un
untore. Una donna sequestrata in casa chiede aiuto a Renzo, che le d i due pani. I carri coi morti,
condotti dai monatti. Renzo chiede indicazioni a un prete, che gli indica dov' la casa di don Ferrante.
Lo squallore della citt desolata. L'episodio della madre di Cecilia. Renzo incontra dei monatti che
portano malati al lazzaretto. Giunge alla casa di don Ferrante e apprende che Lucia, malata di peste,
stata condotta al lazzaretto. scambiato per un untore da una donna e sfugge per miracolo al
linciaggio della folla, rifugiandosi su un carro di morti con i monatti. Arriva in compagnia di questi al
lazzaretto e si prepara a entrarvi.

Renzo entra a Milano da Porta Nuova

Renzo sa che in teoria nessuno potrebbe entrare a Milano senza certificato di sanit, anche se in
realt tale prescrizione non eseguita alla lettera data la noncuranza e l'impotenza delle autorit,
dunque per entrare basta un po' di destrezza. Il suo intento tentare dunque di passare per la prima
porta trovata e costeggia la cinta delle mura in cerca di un'indicazione; non trova per nessuno e
vede solo una colonna di fumo nero e denso che si alza da un terrapieno, proveniente da un rogo di
masserizie e abiti infetti. Il tempo brutto e il cielo grigio e tetro, con l'aria pesante che non
promette pioggia e la campagna tutt'intorno appare brulla e desolata. Dalla citt non giungono
rumori, il che accresce l'inquietudine del giovane.
Renzo si avvicina senza saperlo a Porta Nuova, che vede solo dopo aver superato un baluardo
difensivo: il varco presidiato da una guardia dall'aria stanca e il cancello aperto, occupato in quel
momento da una barella su cui due monatti depongono il capo dei gabellieri, caduto vittima della
peste. Renzo attende che la barella si allontani, quindi pensa di attraversare il cancello: viene subito
richiamato dalla guardia, che per acconsente a farlo passare quando il giovane gli lancia una
moneta. Renzo entra in citt e, fatti pochi passi, viene chiamato da un'altra guardia, alla quale non
risponde e che lo lascia andare senza curarsi troppo di lui.

L'incontro con il passante

Renzo percorre una strada che conduce al canale del Naviglio e al cui centro c' la croce di S. Eusebio,
che troneggia in mezzo alla desolazione della citt. Arrivato a un crocicchio, il giovane vede arrivare
da destra un uomo che percorre la strada di Santa Teresa, al quale pensa di chiedere un'indicazione
per raggiungere la casa di don Ferrante. Gli va incontro e si toglie il cappello in segno di rispetto,
tenendolo con la mano sinistra e mettendo la destra all'interno del copricapo: il passate si spaventa,
fa un passo indietro e minaccia Renzo con un bastone appuntito, gridandogli di allontanarsi subito. Il
giovane montanaro non capisce il motivo di quel gesto e tuttavia se ne va senza esitare, continuando
a camminare per la sua strada. Il passante torna a casa e racconta la sua disavventura, ovvero di
avere incontrato un untore (evidentemente aveva scambiato Renzo per uno di questi fantomatici
personaggi) che aveva tentato di gettargli addosso dell'unguento o della polvere che teneva nascosta
in una scatola dentro il cappello. Purtroppo non c'era gente intorno, altrimenti avrebbe chiamato
aiuto e l'untore sarebbe stato catturato, invece si dovuto accontentare di sottrarsi a lui e scappare.
L'autore osserva ironicamente che l'uomo vivr ancora molti anni e continuer a raccontare
l'episodio, portandolo come prova inconfutabile dell'esistenza degli untori.

La donna sequestrata in casa

Renzo continua a camminare, pensando all'inspiegabile comportamento dell'uomo e ignorando il


pericolo corso, concludendo che il passante era probabilmente un mezzo matto. Imbocca la strada di
S. Marco e prosegue cercando in cerca di qualcun altro cui rivolgersi, senza peraltro vedere nessuno
se non un cadavere deforme che giace in un fosso. A un tratto si sente chiamare da una donna, che
vede affacciata dal terrazzino di una modesta casa isolata insieme a diversi figli: si avvicina e la donna
gli spiega che lei e i bambini sono chiusi in casa per ordine del Tribunale di Sanit, poich il marito
morto di peste e l'uscio stato inchiodato, ma i commissari l'hanno dimenticata e dal mattino
precedente nessuno venuto a portar loro da mangiare. Lamenta che i figli rischiano di morire di
fame, al che Renzo, colpito, decide di donare loro i due pani che ha acquistato il giorno prima e glieli
porge in un paniere, che la donna cala dall'alto con una fune. Il giovane soddisfatto dell'opera di
misericordia compiuta, che gli sembra una riparazione per non aver restituito i pani trovati in strada
durante il primo viaggio a Milano, durante il tumulto. Si scusa col dire che straniero e che non
saprebbe dove trovare un commissario di Sanit, ma promette che parler della donna alla prima
persona ragionevole che incontrer; la donna lo ringrazia e gli dice il nome della strada, perch possa
indicarla per i soccorsi. Renzo le chiede a sua volta un'indicazione per la casa di don Ferrante, ma la
donna non in grado di aiutarlo. A quel punto il giovane si allontana.
I carri con i cadaveri degli appestati

Renzo sente un rumore di ruote e cavalli, accompagnato da tintinnii di campanelli, urla e schioccare
di fruste, per quanto ancora non veda nessuno. Percorre tutta la strada e arriva in piazza S. Marco,
dove vede ergersi al centro dello spiazzo l'orribile macchina della tortura, spettacolo frequente a quei
tempi. Ve ne sono in tutte le piazze e gli spazi vuoti di Milano e servono a incutere timore a tutti
quelli che infrangono la legge, pur essendo un rimedio eccessivo e inefficace in questi tempi di
disordine e anarchia. Mentre osserva lo strumento, Renzo sente avvicinarsi sempre pi il rumore e a
un tratto vede un apparitore che avanza scuotendo un campanello, seguito da due cavalli che
trainano a fatica un carro coi cadaveri degli appestati. Dietro il primo carro ce ne sono molti altri e
alle ali del triste corteo ci sono monatti che spingono e frustano i cavalli tra le bestemmie. I poveri
corpi sono in gran parte nudi o avvolti in luridi cenci, intrecciati tra loro come un gruppo di serpi e
pronti a scuotersi a ogni sussulto dei carri, a lasciar cadere le teste fino a sbattere sulle ruote. Renzo
osserva quel triste spettacolo e prega per i morti, cercando di allontanare il pensiero che, forse,
insieme a quei cadaveri potrebbe esserci anche il corpo di Lucia. Una volta passato il convoglio
funebre, Renzo attraversa la piazza e imbocca la strada alla sua sinistra, senza altra ragione se non
quella che i carri sono andati dalla parte opposta.

Renzo chiede indicazioni a un prete

Renzo supera il ponte Marcellino e sbuca in Borgo Nuovo, sempre in cerca di qualcuno cui chiedere
un'indicazione: a un certo punto vede un prete che indossa un farsetto e tiene in mano un bastone,
intento a confessare qualcuno attraverso l'uscio socchiuso di una casa. Decide pertanto di rivolgersi a
lui e si avvicina con cautela, mentre il religioso punta a terra il bastone per far capire al giovane che
non deve avvicinarsi di pi. Renzo gli domanda della casa di don Ferrante e il prete non solo gli
fornisce precise indicazioni, ma gli spiega anche un itinerario che gli consenta di arrivare
all'abitazione, essendo il giovane nuovo della citt. Renzo ringrazia e riferisce al sacerdote della
povera donna sequestrata in casa che ha incontrato poco prima, al che l'uomo promette che si
rivolger a chi di dovere e poi si allontana. Anche Renzo si rimette in marcia e se anche ha ottenuto
l'indicazione sperata, tuttavia il fatto di poter trovare la casa di don Ferrante lo riempie di
inquietudine, in quanto l sapr la verit, ovvero se Lucia ancora viva o meno. Il giovane cerca
comunque di farsi coraggio e di non perdersi d'animo, mentre continua a camminare.

Lo squallore e la desolazione della citt

Renzo attraversa il carrobio di Porta Nuova, ormai una delle zone pi squallide e desolate di tutta
Milano: la furia del contagio stata tale che i cadaveri hanno ammorbato le strade per molti giorni e i
vivi se ne sono dovuti andare, mentre le orribili tracce della pestilenza sono ancora visibili nelle vie.
Dopo pochi passi il giovane arriva in un'altra zona meno spopolata ma non meno triste a vedersi,
dove infatti gli usci sono in gran parte inchiodati, altri sono segnati con una croce fatta col carbone
per indicare ai monatti la presenza di cadaveri da portare via; in ogni angolo vi sono cenci, fasce
piene di marciume, paglia infetta, lenzuola buttate dalle finestre; si vedono cadaveri ammassati in
strada, di persone morte all'improvviso, o cadute dai carri, o gettate dalle finestre delle case; per
tutto regna un silenzio spettrale, rotto solo dal rumore dei carri funebri, dai lamenti dei malati, dalle
urla dei monatti. Del resto i due terzi dei cittadini sono morti e i pochi rimasti girano in strada
sospettosi, inselvatichiti; tutti camminano con vesti corte senza mantelli, per non toccare niente e
soprattutto per non esporsi alle aggressioni dei temuti untori. Gli uomini portano le barbe incolte e i
capelli lunghi, non solo per trascuratezza ma anche perch i barbieri sono individui sospetti, specie
dopo l'arresto di Gian Giacomo Mora poi condannato come untore. Molti tengono in una mano un
bastone o una pistola e nell'altra pastiglie odorose e spugne intrise d'aceto che si crede possano
tenere lontano il contagio, cos come ampolle di argento vivo che molti tengono appese al collo; i
conoscenti si salutano frettolosamente e da lontano, tutti camminano badando a non inciampare in
qualche cadavere e schivando quel che possa venire gettato dalle finestre, moltiplicando le cautele
specialmente nei confronti dei famigerati untori. Questo il triste e squallido spettacolo dei vivi e dei
sani, dal momento che l'autore intende per ora risparmiare al lettore quello miserevole dei malati e
dei poveri, che sar mostrato a sufficienza all'interno del lazzaretto.

I monatti al lavoro

Renzo ha ormai compiuto buona parte del cammino e sta per svoltare in una strada, da cui sente
arrivare un gran frastuono mescolato al solito lugubre tintinnio di campanelli. Arrivato all'angolo il
giovane vede quattro carri fermi in mezzo alla via, intorno ai quali diversi monatti sono all'opera per
caricare i cadaveri che portano fuori dalle case e che vengono buttati sui carri come fossero sacchi, in
un mercato di granaglie. Molti monatti indossano la loro divisa rossa, altri portano abiti qualunque e
altri ancora sfoggiano pennacchi e fiori di vari colori, come se per loro fosse festa in mezzo alla
dolorosa epidemia. Ogni tanto da una finestra si affaccia qualcuno che richiama l'attenzione dei
monatti e questi rispondono con bestemmie, accingendosi a entrare per compiere il loro squallido
lavoro. Renzo allunga il passo e cerca di allontanarsi senza guardare i carri, se non quanto
necessario per scansarli.

La madre di Cecilia

A un tratto, per, Renzo vede qualcosa che attira la sua attenzione e che non pu fare a meno di
osservare, quasi senza volerlo: da una delle case esce una donna ancor giovane, la cui bellezza
offuscata da un grande dolore e dai segni della peste, che procede a fatica ma non senza dignit
verso uno dei carri. Essa porta in braccio una bambina di circa nove anni, morta, ma con i capelli ben
pettinati e indosso un vestitino bianco, come se la madre l'avesse preparata per una festa; la tiene
sorretta e come seduta e appoggiata al suo petto, tanto che sembrerebbe viva se non fosse per una
manina bianca che le cade da una parte e il piccolo capo reclinato sulla spalla della madre. Uno
squallido monatto le si avvicina per prendere il corpicino, ma la donna dice di voler essere lei a
deporre la figlia sul carro e d all'uomo una borsa con del denaro, chiedendo che la bambina venga
seppellita cos com', senza essere denudata. Il monatto promette mettendosi una mano al petto,
quindi (con rispetto e quasi commosso da quell'insolita scena) consente alla donna di deporre la
morticina sul carro, dove essa la lascia dopo averle steso sopra un panno bianco. La donna dice addio
alla figlia chiamandola per nome (Cecilia) e poi dice ai monatti di andare, preannunciando che a sera
verranno a prendere anche lei insieme all'altra figlia superstite: infatti rientra in casa e dopo pochi
momenti si affaccia alla finestra, con in braccio un'altra bambina pi piccola, ancora viva ma con i
segni della malattia in volto. La donna osserva il carro lasciare la strada, poi rientra e con ogni
probabilit va a stendersi sul letto insieme alla figlia, aspettando di morire insieme, come un fiore gi
rigoglioso cade sul prato insieme al fiorellino appena sbocciato, tagliati entrambi dalla falce.

La condotta di ammalati al lazzaretto

Renzo, profondamente toccato da quella scena, prega per l'anima della donna e delle figlie, quindi
supera la commozione e riprende la strada cercando di ricordare l'itinerario per giungere alla casa di
don Ferrante. A un tratto da un angolo di strada sente giungere un rumore insolito, un suono confuso
di grida minacciose e lamenti mescolati a un pianto di donne e a voci di bambini: va avanti e, giunto
all'incrocio, vede un gruppo di ammalati che viene condotto al lazzaretto, per cui si fa da parte per
lasciarli passare. Alcuni appestati si ribellano invano ai monatti e gridano di voler morire a casa
propria, altri camminano in silenzio e come istupiditi; vi sono donne coi bambini in braccio, bambini
spaventati dalle urla e che invocano la madre, forse rimasta a casa preda della peste e destinata a
morire da sola, oppure dimentica persino dei figli a causa della malattia. Nella confusione non
mancano esempi di sollecitudine, come padri e madri che confortano con buone parole i loro cari, e
anche ragazzetti e fanciulle che guidano i fratellini pi piccoli, raccomandando loro di essere
ubbidienti e rassicurandoli circa il fatto che il luogo in cui andranno li accoglier per farli guarire.
Renzo sente una stretta al cuore, pensando che la casa di don Ferrante vicina e che Lucia potrebbe
anche essere tra quei malati; superato dalla triste processione, si rivolge a un monatto chiedendo
un'indicazione, ma la risposta che riceve solo un insulto. Il giovane vede poi in coda al convoglio un
commissario dal viso pi umano e gli rivolge la stessa domanda, al che l'uomo indica con un bastone
la direzione da cui proviene spiegandogli come arrivare a destinazione.

Renzo giunge alla casa di don Ferrante ed scambiato per un untore

Con una certa ansia in cuore, Renzo segue l'indicazione e non tarda a scorgere la casa di don
Ferrante, pi alta e maestosa di quelle accanto. Il portone chiuso e il giovane vi si accosta,
prendendo il martello e sollevandolo per bussare, esitando per come chi sta per ricevere una
risposta temuta e che pu determinare la vita o la morte. Alla fine si fa coraggio e bussa con
decisione: si apre una finestra e, dall'interno, una donna fa capolino guardando fuori con gran
diffidenza, come se chiunque nascondesse una minaccia. Renzo le domanda se tra la servit c' una
giovane campagnola di nome Lucia e l'altra risponde che non c' pi, invitandolo ad andarsene.
Renzo, costernato, chiede ulteriori spiegazioni e la donna risponde in modo sbrigativo che Lucia al
lazzaretto, ammalata di peste, poi richiude la finestra senza dar retta alle domande insistenti del
giovane. Questi, sconvolto dalla notizia ricevuta e irritato dai modi della sua interlocutrice, afferra
ancora il martello della porta e lo tiene per un po' sospeso in aria, stringendolo e storcendolo in
mano; si volta per cercare qualcun altro cui chiedere informazioni, ma l'unica persona che vede
un'altra donna poco distante da lui, la quale con sguardo stravolto apre la bocca come per gridare,
senza per emettere un suono, e agita le braccia e le mani grinzose come per attirare l'attenzione di
qualche passante. Quando si accorge che Renzo la sta guardando la donna si scuote e, prima che il
giovane possa dire qualunque cosa, lascia uscire il grido che aveva trattenuto a stento fino a quel
momento, accusando Renzo di essere un untore.

Renzo rischia il linciaggio della folla

Renzo sbalordito e tenta di correre verso la donna per farla stare zitta, ma non tarda ad accorgersi
che alle urla di lei si radunata in strada una piccola folla, non molto numerosa ma sufficiente per
sopraffare facilmente un uomo solo. Allo stesso tempo la finestra della casa di don Ferrante si riapre
e la donna di prima torna ad affacciarsi, accusando anche lei Renzo di essere un untore e incitando la
folla a catturarlo. Il giovane capisce che non il caso di trattenersi a dire le sue ragioni, quindi guarda
il lato della strada in cui c' meno gente e corre subito in quella direzione. Respinge con violenza due
uomini che gli sbarrano il passo e si allontana di corsa, inseguito alle spalle dalla folla che grida "Dagli
all'untore"; il giovane non vede dove trovare scampo e allora, angosciato e disperato per la
situazione, si ferma su due piedi e si volta sfoderando il suo coltello, che brandisce all'indirizzo degli
inseguitori invitando chi ha coraggio a farsi avanti.

Renzo salta sul carro dei morti

Renzo vede con sorpresa che i suoi inseguitori si sono fermati e sembrano guardare spaventati
qualcos'altro che arriva dietro di lui: si volta e vede avanzare alle sue spalle un corteo di carri funebri
condotti dai monatti, mentre dietro di essi c' un altro gruppo di gente che vorrebbe dare addosso al
presunto untore, ma si trattiene per lo stesso motivo. Vistosi tra due fuochi, Renzo pensa che i carri
possono diventare la sua salvezza: rinfodera il coltello, prende la rincorsa verso un carro su cui ha
intravisto un po' di spazio tra i cadaveri ammassati, spicca un gran salto e balza su di esso, accolto
dagli schiamazzi e dai complimenti dei monatti. Uno di questi lo rassicura dicendogli che come se
fosse in chiesa, mentre un altro, per allontanare i popolani che ancora imprecano all'indirizzo di
Renzo, afferra un lurido cencio di un cadavere e minaccia di scagliarlo verso di loro, cosa che induce
gli ultimi ostinati a voltarsi e a scappare di corsa. I monatti prorompono in risa fragorose e Renzo,
timidamente, li ringrazia dell'aiuto ricevuto, mentre loro si congratulano con lui credendolo davvero
un untore e gli dicono che fa bene a spargere la peste e a sterminare la popolazione di Milano.

I monatti conducono Renzo al lazzaretto

Uno dei monatti porta un fiasco di vino alla bocca e, dopo una gran sorsata, lo porge a Renzo perch
beva a sua volta: il giovane declina timidamente l'invito e un altro compagno osserva che il giovane
sembra impaurito e non ha esattamente l'aria di un untore. Uno dei monatti che segue il carro a
piedi chiede il fiasco per fare un brindisi alla salute del padrone del vino, il cui corpo giace nel carro
pi avanti: l'uomo fa un beffardo inchino da quella parte e dice parole irriguardose all'indirizzo del
povero morto, osservando che il vino spetta loro come compenso delle fatiche compiute; poi si
rivolge a Renzo e avanza dubbi sul fatto che sia davvero un untore, dato che ha rischiato seriamente
la pelle. Mente tutti ridono, il monatto tracanna il vino e poi porge il fiasco ai compagni su un altro
carro, che se lo passano l'un l'altro e infine lo scagliano sul selciato, inneggiando in modo atroce alla
mora. A questo punto i monatti intonano una canzonaccia volgare e le loro voci risuonano nel
silenzio spettrale delle strade, insieme al tintinnio dei campanelli, agli zoccoli dei cavalli e al cigolio
dei carri, riempiendo di sgomento quei pochi che ancora vivono nelle case circostanti. Renzo,
tuttavia, pensando al pericolo corso trova quella musica persino piacevole, anche perch lo esime
dall'imbarazzo di rispondere alle domande dei monatti; ringrazia in cuor suo la Provvidenza per
averlo salvato e spia il momento propizio per andarsene alla chetichella dal carro, senza che i suoi
liberatori facciano troppo schiamazzo col rischio di attirare contro di lui le ire di qualche
malintenzionato.

Renzo arriva al lazzaretto

Renzo si guarda intorno e riconosce il luogo in cui passa il carro, ovvero il corso di Porta Orientale da
dove era entrato a Milano due anni prima, e da dove era dovuto fuggire in seguito al suo arresto. Gli
viene in mente che quella strada conduce al lazzaretto e infatti dopo un po' il carro si ferma e un
commissario si fa avanti iniziando a discutere con un monatto, mentre un altro salta gi dal mezzo. Il
giovane coglie al volo l'occasione per scendere anche lui, non prima di aver ringraziato i monatti per
l'aiuto ricevuto, quindi si allontana in tutta fretta. L'uomo risponde ridendo che non sar un
poveraccio di untore come lui a spopolare Milano, cosa che per fortuna di Renzo nessuno sente nelle
vicinanze.

Renzo, intanto, ha percorso la strada sino al borgo di Porta Orientale e passa ora di fronte al
convento dei cappuccini, raggiungendo in breve il recinto esterno del lazzaretto. Gi l, ancor prima di
entrare in quel luogo di sofferenza, si vede un'anticipazione delle miserie che deve contenere: ci sono
gruppi di malati che entrano nel recinto, altri che siedono privi di forze sulle sponde del fossato che
lo costeggia; altri appestati sono in preda al delirio, tra cui uno che dice cose senza senso a un
compagno di sventura e un altro che osserva la scena con viso sorridente, come privo di senno. Lo
spettacolo forse pi assurdo e penoso poi quello di un ammalato che siede in fondo al fossato,
intento a cantare a squarciagola una allegra canzone contadinesca di tema amoroso, che stride in
modo grottesco con lo squallore della scena. C' anche un forsennato che saltato in groppa a un
cavallo e lo sprona a forza di pugni, inseguito tra le bestemmie dai monatti che tentano inutilmente
di fermarlo, in un nugolo di polvere. Renzo si avvicina alla soglia del lazzaretto e resta un attimo l
fermo, come se esitasse a entrare in quello spazio di indicibili sofferenze.
Capitolo XXXV

Personaggi: Renzo, padre Cristoforo, don Rodrigo, monatti, commissari, appestati

Luoghi: Il lazzaretto

Tempo: Agosto 1630

Temi: La peste, Chiesa e religione

Trama: Renzo entra nel lazzaretto e inizia la faticosa ricerca di Lucia. Guarda nel recinto dove gli
orfani vengono allattati da balie e capre. Ritrova inaspettatamente padre Cristoforo, al quale
racconta le traversie sue e di Lucia. Il frate gli suggerisce di cercare la ragazza nella processione dei
guariti che sta per avviarsi dalla cappella e gli d comunque istruzioni su come accedere al quartiere
femminile. Renzo manifesta propositi di vendetta verso don Rodrigo. Il frate lo rimprovera
duramente, poi lo conduce a vedere don Rodrigo malato, ormai moribondo. Renzo, toccato, prega
per la salvezza del signorotto. Il giovane lascia padre Cristoforo e va verso la cappella.

Renzo entra nel lazzaretto

Renzo entra nel lazzaretto, un recinto contenente qualcosa come sedicimila appestati con al centro
un ammasso di capanne, baracche, carri, persone; i portici ai lati sono piene di malati o di cadaveri
stesi sulla paglia, mentre dappertutto come un brulicare di gente che va e che viene, di uomini
deliranti che si agitano, di medici o religiosi che corrono dagli infermi. Il giovane resta per un po' a
osservare il tutto sbalordito, fermo sulla porta da dove parte una specie di via sgombra che taglia lo
spazio in due e procede sino alla cappella centrale. Qui molti laici e cappuccini sono impegnati a
liberare la strada dagli ingombri e tengono alla larga chi li intralcia; Renzo, temendo di venire
scacciato a sua volta, preferisce andare tra le capanne alla sua destra, camminando a fatica in mezzo
ad esse e sbirciando alla meglio in ognuna, per vedere se all'interno ci sia la sua amata Lucia.

Renzo in cerca di Lucia

Dopo una lunga e infruttuosa ricerca tra le capanne, dove Renzo ha pure visto moltissimi malati e
cadaveri gi irrigiditi nella morte, il giovane si accorge di non aver trovato donne e immagina che
queste debbano stare in un luogo separato del lazzaretto. Incontra molti monatti e cappuccini,
animati da sentimenti completamente opposti, tuttavia rinuncia a chiedere indicazioni a qualcuno di
loro per non trovare ostacoli alla sua ricerca. Continua perci ad aggirarsi alla cieca, spesso ritraendo
lo sguardo dalle molte piaghe che vede, senza per poterlo posare su nient'altro che piaghe.

Il tempo atmosferico accresce a sua volta l'orrore di quelle visioni, poich il cielo scuro e gonfio di
nubi (da cui traspare un sole pallido) e tutt'intorno c' una calura pesante, opprimente. Ogni tanto in
mezzo al rumore del lazzaretto si sente il rimbombo di un tuono lontano, simile a un correre confuso
di carri; tutto sembra preannunciare la pioggia, ma non tira un alito di vento e solo le rondini
sorvolano il recinto scendendo di quando in quando nello spazio interno, per poi fuggire spaventate
da quella orribile confusione. come una di quelle giornate in cui il tempo minaccia tempesta e la
natura sembra opprimere ogni essere vivente con la sua immobilit, aggiungendo pesantezza a ogni
azione dell'uomo; nel lazzaretto un clima simile accresce a dismisura la sofferenza, fa peggiorare i
malati gi gravi, fa sembrare quel momento il peggiore forse mai vissuto in quel luogo di sofferenza.

Il recinto coi bambini e le balie

A un tratto Renzo, in mezzo al frastuono del lazzaretto, sente un suono misto di vagiti e belati,
proveniente da un recinto interno protetto da uno steccato sconnesso in pi punti. Il giovane si
avvicina e sbircia all'interno attraverso lo spiraglio tra due assi, vedendo uno spiazzo occupato da
molti bambini piccoli adagiati su materassi, guanciali, lenzuola distese; tra di essi vede aggirarsi molte
balie, aiutate da delle capre che (incredibile a dirsi) non solo porgono le mammelle a questo o quel
lattante, ma addirittura accorrono ai vagiti, quasi chiedendo aiuto agli esseri umani presenti. Molte
balie hanno i bambini al petto e dai loro atti spira una tale affezione che chi guarda incerto se siano
state attirate l dalla paga o, piuttosto, da una carit spontanea verso la sofferenza altrui. Una di loro
stacca il bambino dal petto ormai senza latte e cerca una capra che possa sostituirla; un'altra
accarezza il neonato che dorme sul suo petto, mentre lo porta in una capanna per adagiarlo su un
giaciglio; un'altra ancora, mentre allatta un bambino che non il suo, guarda pensierosa il cielo, forse
pensando a un proprio figlio da poco spirato sul suo petto o dopo averne preso il latte. Altre donne
pi anziane si preoccupano di portare i bambini a una capra, facendo in modo che l'animale assolva il
compito cui chiamato, oppure evitano che le capre calpestino i neonati che non stanno allattando.
A un certo punto arriva un cappuccino dalla barba bianca che porta in braccio due bambini che
strillano, le cui madri sono evidentemente morte da poco, e una donna corre a prenderli, per poi
cercare con lo sguardo dove trovare una balia o una capra che possa occuparsi di loro. Renzo osserva
a lungo quell'incredibile spettacolo e pi volte tentato di allontanarsi per proseguire la sua ricerca,
pure obbligato a guardare ancora per un po'.

Renzo ritrova padre Cristoforo

Alla fine Renzo si allontana da l e prosegue costeggiando lo steccato, finch un gruppo di capanne lo
costringe a svoltare; decide di superare l'ostacolo e di continuare a seguire il recinto, fino a trovare
un nuovo settore del lazzaretto. A un tratto, mentre guarda di fronte a s, il giovane vede in maniera
fulminea un cappuccino che passa tra le baracche, il cui aspetto ricorda in ogni fattezza padre
Cristoforo: ne quasi sconvolto e prende a correre verso quella direzione, cercando in modo
frenetico il frate e ritrovandolo poco dopo mentre va verso una capanna, tenendo in mano una
scodella che ha riempito di minestra da un calderone. Lo vede sedersi sull'uscio della capanna,
benedire la scodella e mettersi a mangiare, stando per sempre attento a quanto accade intorno a
s; lo osserva bene e conclude che si tratta senza dubbio di fra Cristoforo.

Il cappuccino, dopo essere stato trasferito a Rimini, sempre rimasto l e non ha mai pensato di
andarsene, finch scoppiata la peste e ha visto la possibilit di far ci che ha sempre desiderato,
ovvero sacrificare la sua vita per il prossimo. Ha chiesto di essere rimandato in Lombardia per
accudire gli appestati e la sua istanza stata accolta, specie perch il conte zio nel frattempo morto
e c' ora bisogno assai pi di infermieri che di politici. Si trova nel lazzaretto da circa tre mesi e
Renzo, che pure felice di averlo ritrovato, deve per constatare che cambiato moltissimo e che il
suo portamento curvo e affaticato, il viso pallido e smunto, il fisico duramente provato e sorretto
unicamente da una grandissima forza d'animo. Renzo si avvicina senza parlare e facendosi
riconoscere dal frate, finch il suo sguardo si incrocia con quello del cappuccino e lo chiama per
nome.

Renzo racconta al frate la storia sua e di Lucia

Padre Cristoforo posa a terra la scodella e si alza per andare verso Renzo, col quale scambia
affettuosi saluti: la voce del frate fioca, diversa da quella d'un tempo, mentre lo sguardo rimasto
lo stesso, solo reso pi vivo dall'ardore della carit presente in lui. Renzo spiega al cappuccino di aver
avuto la peste e di essere l per cercare Lucia, che non sua moglie come crede il religioso: questi
chiede al giovane delle sue traversie giudiziarie e lui gli assicura che durante il tumulto a Milano ha
certo commesso molte imprudenze, ma nessuna cattiva azione. Padre Cristoforo gli crede e, prima
che Renzo gli racconti ogni cosa, chiama dall'uscio della capanna un suo confratello (padre Vittore), al
quale raccomanda di badare ai malati in sua assenza e specialmente a uno di loro, chiamandolo
subito se per caso egli tornasse cosciente. Invita poi Renzo a entrare nella capanna e a prendere della
minestra in una scodella, dal momento che il giovane ancora digiuno; lo fa sedere su un saccone
che gli fa da letto, prende un bicchiere di vino da una botte in un angolo e la propria scodella, quindi
si mette a sedere accanto al giovane. Renzo racconta al frate tutte le vicissitudini di Lucia dopo essere
andata a Monza, il rapimento da parte dell'innominato, la sua liberazione e la sistemazione presso
donna Prassede; il frate costernato a sentire i pericoli corsi dalla ragazza nel luogo dove lui l'aveva
indirizzata, bench sia sollevato al pensiero che si sia poi salvata. Renzo gli racconta poi tutto quanto
successo a lui a Milano, durante la sommossa, la successiva fuga e la latitanza nel Bergamasco, fino
a quando ha appreso che Lucia nel lazzaretto, anche se ignora come e quando ci sia stata portata. Il
giovane immagina che le donne siano ospitate in un quartiere separato e chiede al frate di indicargli
dove si trova, al che il cappuccino oppone qualche resistenza giacch, com' ovvio, in quel luogo
vietato l'accesso agli uomini che non siano religiosi o funzionari della Sanit. Renzo obietta che Lucia
dovrebbe essere sua moglie e che i due sono stati separati con la violenza, dunque ritiene di avere il
diritto di cercarla per sapere se ancora viva, un argomento al quale fra Cristoforo non pu opporre
altre ragioni. Dal canto suo, Renzo decide di non informare per il momento il frate del voto
pronunciato da Lucia e di parlargliene solo nel caso in cui la trovasse, mentre in caso contrario
sarebbe del tutto inutile.

Padre Cristoforo indica a Renzo la cappella e il quartiere delle donne

Padre Cristoforo porta Renzo sull'uscio della capanna, che guarda a settentrione, mostrandogli la
cappella che sorge al centro del recinto: gli spiega che quel giorno padre Felice, capo dei cappuccini
del lazzaretto, porter a far la quarantena altrove i pochi guariti dalla peste, che adesso si stanno
radunando presso la chiesa per uscire in processione dalla porta da dove il giovane entrato. Renzo
dice infatti che ha sentito un rintocco di campana e il frate spiega che era il secondo e che al terzo
tutti i guariti saranno radunati l, perci il giovane dovr avvicinarsi e guardare se, per grazia di Dio,
Lucia si trovi tra i guariti della processione. Se non dovesse esserci, Renzo dovr allora recarsi al
quartiere delle donne (che il frate gli indica) che protetto da uno steccato in parte sconnesso, dove
il giovane non avr difficolt a introdursi. Una volta dentro, non facendo nulla che crei fastidi non
dovrebbe incontrare difficolt, e se qualcuno dovesse ostacolarlo potr sempre fare il nome del
cappuccino e dire che lui risponde delle sue azioni. Renzo potr cercare Lucia in quel luogo nella
speranza di trovarla, bench essa sia molto debole (trovare una persona viva al lazzaretto assomiglia
piuttosto a un miracolo) e dunque il giovane dovr essere pronto anche a un sacrificio.

Il frate rimprovera duramente Renzo

Renzo, al pensiero di non trovar viva Lucia, cambia improvvisamente espressione e, con viso
stravolto, dice di essere pronto a cercare la ragazza in ogni luogo, ma nel caso in cui non ci fosse pi
sar pronto a cercare qualcun altro a Milano, o nel suo palazzotto, o in capo al mondo, a cercare quel
prepotente a causa del quale lui e la sua promessa sposa sono stati separati e non hanno avuto la
consolazione di morire insieme, se a ci erano destinati. Padre Cristoforo capisce che Renzo
manifesta il proposito di uccidere don Rodrigo e afferra il giovane per un braccio, guardandolo
severamente: Renzo non se ne d per inteso e prosegue dicendo che, nel caso in cui il signorotto non
sia morto di peste, ci penser lui a fare giustizia e a impedire a un tiranno di spadroneggiare coi suoi
bravi a danno della povera gente. A questo punto il frate sembra riprendere l'antico vigore e
rimprovera duramente Renzo, con una voce che ha ripreso l'empito e la sonorit di un tempo: mostra
al giovane tutta la sofferenza che li circonda e gli ricorda, scuotendolo per il braccio, che solo Dio pu
giudicare e che quella di Renzo non sarebbe giustizia, ma solo un'inutile vendetta. Lucia, aggiunge,
sicuramente morta, perch Dio non l'avrebbe lasciata in vita per darla in moglie a uno sciagurato che
pensa ad uccidere, che coltiva propositi sanguinosi: gli lascia il braccio e gli volta le spalle in modo
quasi sprezzante, dicendo che ha ben altro da fare che dar retta a lui, incamminandosi verso una
capanna di malati. Renzo, costernato, supplica il padre di non lasciarlo in quella maniera, ma il
religioso ribatte che non pu certo sottrarre tempo ai sofferenti per ascoltare i progetti di vendetta
del giovane, che ha ascoltato quando gli chiedeva consolazione e aiuto, mentre adesso non ha
davvero pi nulla da dirgli.

Il frate porta Renzo da don Rodrigo

A questo punto Renzo, quasi per scusarsi delle sue parole, si dice pronto a perdonare don Rodrigo,
ma padre Cristoforo fa notare al giovane che tale proposito, espresso in quel modo, appare ingenuo
e velleitario. Il frate gli ricorda poi per quale ragione egli indossa la tonaca e rammenta di aver odiato
anche lui e di aver ucciso l'uomo che odiava: poco conta che si trattasse di un nobile altero e
prepotente, non ci sono scuse n giustificazioni per l'omicidio che ha commesso trent'anni prima. Il
frate osserva che a lui non stato concesso ravvedersi prima di compiere quell'atto sanguinoso, ma
Renzo pu farlo e Dio gli concede una possibilit che forse non merita, ma che deve cogliere per
evitare di perdersi con propositi vendicativi, che saranno certamente colpiti presto o tardi dal castigo
divino. Renzo profondamente colpito da tali parole e si mostra pentito, esprime parole di perdono
per don Rodrigo che questa volta suonano sincere. Il frate gli chiede cosa farebbe se vedesse di
fronte a s il signorotto e Renzo risponde che pregherebbe Dio di dargli pazienza e di toccare il cuore
del nobile: allora il frate afferma che potr dimostrare coi fatti ci che ha detto a parole e che se
vuole trovare don Rodrigo sar accontentato, cos da vedere cos' diventato l'oggetto della sua
rabbia, il bersaglio della sua vendetta. Padre Cristoforo afferra la mano di Renzo con la forza di un
giovane sano e lo conduce con s, senza che l'altro osi opporre alcuna resistenza.

Renzo di fronte a don Rodrigo agonizzante

Padre Cristoforo conduce Renzo sull'uscio di una capanna distante pochi passi, quindi fa entrare il
giovane, non prima di averlo fissato con uno sguardo di severit e tenerezza. All'interno c' un
malato seduto su un pagliericcio, che vedendo il frate gli fa cenno di no con la testa (il religioso
annuisce con tristezza e rassegnazione); Renzo osserva gli altri malati e ne vede uno steso su una
specie di materasso, avvolto in un lenzuolo e con una cappa signorile che gli fa da coperta,
riconoscendolo come don Rodrigo. Il giovane istintivamente si ritrae, ma il frate gli stringe ancor pi
forte la mano e lo costringe ad avvicinarsi al giaciglio, indicando il moribondo che vi disteso. Il
malato immobile e tiene gli occhi aperti, vitrei; le labbra sono nere e gonfie, il viso sembra quello di
un cadavere, se non fosse per alcune contrazioni che ogni tanto lo attraversano; il petto squassato
da un respiro affannoso e l'uomo tiene la mano destra premuta sul torace, dalla parte del cuore, con
le dita livide e dalla punta nera. Il frate invita con tono perentorio Renzo a guardarlo e gli rammenta
che pu essere castigo o misericordia e che Dio avr verso il giovane lo stesso atteggiamento che ora
lui avr per il suo persecutore. Dice che il nobile qui da quattro giorni e che non ha mai ripreso
lucidit e, forse, Dio vuole che Renzo preghi per la sua anima e invochi il perdono per lui, per
concedergli un'ora di ravvedimento. Forse, conclude il frate, la salvezza di entrambi dipende da
Renzo, che pertanto invitato a compiere un atto di compassione e di amore verso il suo antagonista
e oppressore.

Renzo prega per don Rodrigo, poi se ne va

Padre Cristoforo tace e prega a mani giunte chinando il viso, imitato da Renzo. Dopo pochi momenti
si sente il rintocco della campana ed entrambi escono dalla capanna, senza bisogno di dire altro che
non sia gi espresso dai loro volti. Il frate invita Renzo ad andare e lo esorta ad essere pronto a
qualunque evenienza, soprattutto a lodare Dio qualunque sia l'esito della sua ricerca, dandone
comunque notizia anche a lui. I due si separano e mentre il cappuccino torna da dove venuto, Renz
Capitolo XXXVI

Personaggi: Renzo, Lucia, padre Cristoforo, padre Felice Casati, la mercantessa, monatti, commissari,
appestati

Luoghi: Il lazzaretto

Tempo: Agosto 1630

Temi: La peste, Chiesa e religione

Trama: Renzo cerca Lucia nella processione dei guariti, in ansia anche per don Rodrigo. Predica di
padre Felice ai guariti. Renzo non trova Lucia, quindi entra nel quartiere delle donne. Si finge un
monatto attaccandosi un campanello al piede. Trova finalmente Lucia guarita all'interno di una
capanna, in compagnia di una mercantessa. Il giovane tenta invano di distogliere Lucia dalla
promessa del voto. Renzo torna da padre Cristoforo e gli illustra la questione. Il frate parla con Lucia
e la scioglie dal voto. Renzo lascia il lazzaretto, dopo che fra Cristoforo ha donato a lui e Lucia il "pane
del perdono"

Renzo si reca alla processione

Renzo non avrebbe mai immaginato che, recandosi alla processione dei guariti per cercare la sua
Lucia, sarebbe stato in pensiero anche per il destino di don Rodrigo, che ha visto moribondo per la
peste: eppure proprio cos e il giovane non pu fare a meno di pensare anche al suo persecutore,
mentre in ansia per le sorti della sua amata. Si avvicina intanto alla cappella ottagonale che sorge al
centro del lazzaretto ed aperta da tutti i lati, dove si elevano colonne sormontate da archi con delle
aperture laterali che consentono di vedere l'altare all'interno da qualunque punto di vista (l'autore
ricorda che nell'Ottocento i vani delle facciate sono stati murati, tuttavia la struttura dell'edificio
rimasta simile a quella del tempo della narrazione). Renzo vede padre Felice apparire nel portico
della cappella e rivolgersi ai guariti che si radunano davanti a lui, mentre ha gi iniziato la predica. Il
giovane si porta in fondo al gruppo di persone e inizia in silenzio a scorrerle con gli occhi, specie le
donne, senza tuttavia riuscire per il momento a riconoscere nessuno; a questo punto dedica un po' di
attenzione alla parte finale della predica del religioso.

La predica di padre Felice

Padre Felice ricorda ai presenti che tante persone sono uscite dal lazzaretto per essere sepolte nel
cimitero di S. Gregorio, ridotto a un'unica immensa fossa, altrettante rimangono inferme nei loro
giacigli e incerte sul loro destino, mentre loro sono tra i pochi che ne usciranno guariti. Il cappuccino
ringrazia Dio per Sua misericordia, per averli voluti salvare e correggere attraverso la sofferenza, per
aver loro ricordato che la vita un dono prezioso dell'Altissimo e va spesa in aiuto del prossimo. Egli
raccomanda ai guariti di uscire dal lazzaretto con un contegno severo, senza gioire in modo sfacciato
della propria fortuna e con un pensiero a coloro che restano in questo luogo di dolore, pronti a
iniziare una nuova vita all'insegna della carit cristiana. Quelli che hanno riacquistato le forze sono
invitati a offrire il braccio ai pi deboli, i giovani a sostenere i vecchi, tutti ad essere caritatevoli verso
i propri fratelli. A questo punto il predicatore indossa una corda al collo in segno di penitenza e si
inginocchia, al che tutti fanno silenzio e lo osservano: padre Felice chiede a nome di tutti i suoi
confratelli perdono ai guariti se lui o altri ministri non hanno adempiuto pienamente ai loro doveri, se
la pigrizia li ha resi meno attenti alle loro necessit, se talvolta si sono mostrati infastiditi della loro
presenza, se la loro debolezza li ha indotti a comportamenti che possano averli irritati in alcun modo.
Il frate fa il segno della croce sull'uditorio e benedice tutti, quindi si rialza.

Renzo osserva il passaggio della processione

L'autore precisa che questo il senso del discorso di padre Felice, anche se impossibile descrivere il
modo in cui stato pronunciato: il frate ritiene un privilegio servire gli appestati, crede davvero di
non aver fatto fino in fondo il proprio dovere, chiede perdono perch pensa di averne bisogno; tutti i
presenti rispondono con singhiozzi e lacrime, perch essi hanno sempre visto i cappuccini impegnarsi
con tutte le forze per assisterli e padre Felice pi degli altri. Egli prende poi una grande croce
appoggiata a un pilastro e la erge di fronte a s, lasciando i sandali nella cappella e scendendo scalzo
in mezzo alle persone, pronto a guidare la processione verso l'uscita. Renzo, che ha ascoltato la
predica commosso come se anche lui fosse uno dei guariti, si mette accanto a una capanna e osserva
in silenzio il passaggio delle persone, con una nuova speranza in cuore che forse gli nata per le
parole accorate del cappuccino. Apre il corteo padre Felice, il viso pallido e smunto, debole ma a cui
la carit d la forza per adempiere il proprio compito; lo seguono i ragazzi pi grandi, la maggior
parte scalzi o vestiti di stracci, alcuni in camicia; poi le donne, quasi tutte tenendo per mano una
bambina e recitando in modo alternato il Miserere. Renzo esamina tutti i visi delle donne che
passano, con grande attenzione, senza tuttavia riconoscere Lucia in mezzo a loro; sconsolato, lascia
che passino gli uomini e vede poi che in fondo al corteo ci sono alcuni carri che trasportano i
convalescenti non ancora in grado di camminare, il che gli rid una debole speranza. La processione
cos lenta che il giovane ha tutto il tempo di esaminare anche questi visi, ma anche tale ricerca
infruttuosa e, passato l'ultimo carro, il corteo chiuso da un frate che tiene un bastone in mano (
padre Michele Pozzobonelli, l'assistente di padre Felice).

Renzo ha capito ormai che nella migliore delle ipotesi Lucia ancora ammalata, quindi si incammina
verso la cappella e si inginocchia sull'ultimo scalino, pronunciando una preghiera che un insieme di
parole confuse, dettate dalla speranza e dalla paura, incomprensibili all'orecchio degli uomini ma che
possono essere comprese da Dio. Si rialza rincuorato e gira intorno alla cappella, raggiungendo dopo
pochi passi lo steccato che separa il quartiere femminile indicatogli da padre Cristoforo.

Renzo entra nel quartiere delle donne

Lo steccato in effetti sconnesso in alcuni punti e Renzo riesce senza difficolt a passare per una
delle aperture, inoltrandosi nel quartiere femminile: fatti pochi passi, vede in terra un campanello
perso da uno dei monatti e decide di attaccarselo al piede, per fingersi uno di loro e poter girare
liberamente senza che nessuno lo ostacoli. A questo punto il giovane inizia a guardare dappertutto in
cerca di Lucia, vedendo miserie tanto simili a quelle viste nelle altre parti del lazzaretto e pure molto
diverse, perch diverso il modo di patire e di sopportare delle ammalate e diversa la piet di chi
osserva questo triste spettacolo. A un tratto Renzo si sente chiamare da qualcuno e, voltatosi, vede
un commissario che gli dice di andare in alcune capanne dove c' bisogno di aiuto; il giovane capisce
che a causa del campanello al piede stato scambiato per un monatto e questo gli pu procurare pi
fastidi di quelli che pu evitargli, dunque decide che meglio liberarsene. Fa cenno al commissario
che ha capito, si toglie rapidamente dalla sua vista e si caccia tra le capanne, andando poi a mettersi
in uno spazio tra due capanne che si voltano in un certo senso la schiena, chinandosi per togliersi il
campanello dal piede: mentre compie l'operazione con la testa appoggiata alla parete della baracca,
sente una voce che, incredibilmente, sembra quella di Lucia e che in effetti riconosce come tale,
sentendosi quasi mancare il respiro. Renzo riacquista subito le forze e guadagna in un balzo l'uscio
della capanna, affacciandosi e vedendo Lucia in piedi, chinata su un lettuccio dove distesa un'altra
ammalata: lei si volta e lo vede, restando attonita per la sorpresa e lasciandosi sfuggire
un'esclamazione di stupore.

Renzo ritrova Lucia

Renzo avanza tremante verso Lucia, felice di averla ritrovata viva e guarita: i due si salutano e
scambiano alcune brevi parole (lui le dice di essere guarito dalla peste, che sua madre Agnese
ancora in vita), poi la giovane chiede al suo promesso perch venuto a cercarla, visto che la madre
lo ha informato per lettera del voto. Renzo ribatte che la cosa non poteva fermarlo e che il voto non
conta nulla, perch la Madonna vuole aiutare i tribolati ma non accetta le promesse che si fanno a
danno del prossimo. Secondo lui sar sufficiente dare alla loro prima figlia il nome Maria e questa
sar una devozione assai pi gradita alla Vergine che non il voto di Lucia, che per lui non ha valore
perch vien meno a un'altra promessa fatta in precedenza. Lucia protesta ricordando le circostanze
drammatiche in cui lei si votata alla Madonna, tuttavia Renzo le chiede se, tralasciando il voto, lei
provi ancora per lui gli stessi sentimenti e la ragazza lo accusa di non avere cuore, di volerla indurre a
dire parole che la farebbero solo soffrire. Lo prega di andarsene e di tornare da Agnese, di informarla
che lei sta bene e che ha trovato una brava donna (l'ammalata stesa nel lettuccio) che le fa da madre
e che spera di riabbracciarla presto. Renzo deve andarsene e mettersi l'animo in pace, pensando a lei
solo quando prega il Signore.

Lucia combattuta tra Renzo e il voto

Lucia si allontana da Renzo per avvicinarsi al letto, quando il giovane la informa che padre Cristoforo
al lazzaretto e di avergli parlato poco prima, lasciandogli il dubbio che sia ammalato di peste. Renzo
aggiunge che il frate vicino a loro, non pi distante delle loro case al paese (al ricordo Lucia ha un
tremito), poi le dice di aver visto nella capanna don Rodrigo, che lui ha perdonato e che forse pu
ravvedersi, se loro due pregassero insieme per lui come il frate si augurato che succeda. Lucia
afferma che il cappuccino non pu sapere in che circostanze lei ha pronunciato il voto, anche se
Renzo ribatte che fra Cristoforo ha parlato da santo ed destino che loro due tornino insieme,
poich questo sarebbe il suggello ideale al pentimento e alla salvezza del loro persecutore. Il giovane
intende ora tornare dal religioso e consigliarsi con lui sulla questione e a Lucia dichiara che non si
metter mai il cuore in pace, come lei gli aveva fatto scrivere per lettera, poich da quando si sono
separati ogni suo pensiero stato per lei e tutto quel che ha patito stato per lei, tanto che alla
prima occasione subito venuto a cercarla. Lucia prega la Vergine di aiutarla a superare questo
momento per lei drammatico, poi prega ancora Renzo di andarsene e di non tornare pi, dal
momento che la sua presenza l la riempie di dolore. Il giovane dice che andr da padre Cristoforo ma
torner, dovesse andare in capo al mondo, quindi esce.

Lucia e la mercantessa

Appena Renzo uscito, Lucia torna verso il lettuccio e si lascia cadere a terra, abbandonandosi a un
pianto dirotto: l'altra donna, che ha assistito a tutto il drammatico confronto senza dire una parola, si
chiede di cosa si tratti ed a dir poco sorpresa. una mercantessa di circa trent'anni, che in pochi
giorni ha perso il marito e tutti i figli a causa della peste e si poi a sua volta ammalata, finendo al
lazzaretto in quella capanna insieme a Lucia. La ragazza si stava allora riprendendo dalla malattia, che
aveva contratto in casa di don Ferrante restando nel delirio, e aveva in seguito assistito la donna in
preda al male, mentre ora sta guarendo anche lei. Tra le due nata un'amicizia e una confidenza
particolare, aiutata dalla sofferenza di cui quel luogo colmo, e si sono promesse di uscire dal
lazzaretto insieme e di non separarsi neppure per l'avvenire. La mercantessa ricca e si ritrova sola al
mondo, per cui sarebbe sua intenzione tenere presso di s Lucia come figlia o sorella, cosa che la
giovane accetterebbe dopo aver saputo notizie della madre Agnese e averla consultata sulla
questione. Lucia non le ha mai fatto parola di Renzo, o del promesso matrimonio o del voto, ora per
il bisogno di confidarsi tale che le racconta ogni cosa, parlando a stento tra i singhiozzi e le lacrime.

Renzo torna da fra Cristoforo

Renzo intanto tornato nel quartiere dove si trova padre Cristoforo, che non nella sua capanna ma
in un'altra baracca, chino su un moribondo che sta assistendo. Renzo attende in silenzio e, dopo che
il povero ammalato morto e che il frate ha pronunciato un'orazione, lo vede uscire e gli va incontro:
gli dice di aver trovato Lucia, viva e guarita, tuttavia c' un altro impedimento costituito dal voto, di
cui ora informa il frate sperando che lui gli dica che la promessa nulla. In realt il padre non pu
pronunciarsi prima di aver parlato con la giovane, per cui prega Renzo di aspettarlo e poi di seguirlo,
cos potranno andare insieme da Lucia. Il frate chiede ancora a padre Vittore di sostituirlo per
qualche momento, quindi torna nella sua capanna e prende una sporta, per poi andare nuovamente
alla baracca in cui c' don Rodrigo per sincerarsi delle sue condizioni. Entra da solo e ne esce poco
dopo, dicendo che il nobile ancora incosciente e bisogna pregare per lui, quindi si fa condurre da
Renzo alla capanna in cui ha visto Lucia. I due si avviano mentre il tempo sempre pi cupo e lampi
frequenti squarciano il cielo, minacciando pioggia nella calura soffocante, accompagnati da tuoni che
rimbombano da un lato all'altro dell'orizzonte. Renzo cammina svelto, impaziente di arrivare, ma
costretto a rallentare il passo per la lentezza di fra Cristoforo, oppresso dalla malattia e dall'afa.

Fra Cristoforo scioglie il voto di Lucia

Renzo e padre Cristoforo entrano nella capanna e il frate viene accolto da Lucia con grande affetto,
ricambiato dal religioso che sempre affezionato a lei. Il vecchio porta la giovane in un lato della
capanna e le chiede di confidarsi con lui, cosa che lei accetta di buon grado: Lucia parla dunque del
voto e padre Cristoforo osserva che la promessa di verginit fatta da lei contrastava con quella di
matrimonio fatta in precedenza a Renzo, anche se la Madonna avr certamente bene accolto il voto
in quanto fatto di cuore. Il frate chiede a Lucia se si consigliata con qualcuno sulla questione e la
ragazza risponde di no, e alla domanda se ci siano altri ostacoli a sposare Renzo oltre al voto, lei
risponde (non senza imbarazzo) che i suoi sentimenti sono immutati. Il padre spiega che in speciali
circostanze la Chiesa conferisce a tutti i religiosi i poteri che normalmente sono riservati alle alte
gerarchie, quindi, se Lucia lo chiede, lui in grado di scioglierla dal voto e di dispensarla da
qualunque obbligo lei abbia contratto in seguito ad esso. Lucia incerta e incredula, giacch le
sembra sacrilego rompere una promessa fatta di cuore, ma il frate la rassicura col dirle che la cosa
avrebbe tutti i crismi della regolarit, aggiungendo che se due persone sono destinate ad essere
unite in matrimonio quelli sono Renzo e Lucia, per cui pronto a sciogliere il voto purch lei lo
chieda. Lucia, col viso rosso di pudore, lo chiede e fra Cristoforo invita Renzo ad avvicinarsi (il giovane
stato in silenzio in un cantuccio), quindi recita la formula con cui scioglie il voto di Lucia grazie
all'autorit della Chiesa, perdonandola per la sconsideratezza che ha avuto nel pronunciarlo.

Il frate dona il "pane del perdono"

Padre Cristoforo si rivolge ancora a Lucia, dicendole di tornare a pensare serena al suo matrimonio
con Renzo, poi parla a quest'ultimo e gli raccomanda di accogliere la restituzione della sua sposa non
come una consolazione materiale, ma come l'inizio di una vita insieme che un giorno dovr finire,
invitando entrambi ad allevare gli eventuali figli nella carit e nell'amore di Dio. Chiede poi ai due di
pregare per l'anima di don Rodrigo e per la sua, quindi prende la sporta che ha con s e ne tira fuori
una scatola di legno: essa contiene il "pane del perdono", avuto tanti anni prima dal fratello
dell'uomo ucciso, e il frate lo dona ai due giovani, dicendo di serbarlo gelosamente e di farlo poi
vedere ai loro figli, insegnando loro a perdonare sempre tutte le provocazioni che subiranno in
questo triste mondo. Porga la scatola a Lucia, che la prende come una reliquia, quindi chiede alla
ragazza cosa pensa di fare a Milano dopo aver lasciato il lazzaretto: lei risponde che si affida alla
mercantessa e la vedova, dal canto suo, si dice pronta a riportare Lucia da sua madre al paese, una
volta guarite entrambe, e a donarle il corredo approfittando della molta roba rimastale che, ora, non
pu condividere con nessuno. A questo punto il frate invita Renzo a lasciare con lui quel luogo e i due
promessi si scambiano un ultimo saluto, con Lucia che raccomanda al giovane di informare Agnese di
quanto accadutole e augurandosi di potersi rivedere presto tutti insieme. Pressato dal religioso,
Renzo esce con lui dalla capanna.

Renzo si congeda da fra Cristoforo

Ormai quasi sera e il tempo minaccia seriamente un temporale, per cui padre Cristoforo propone a
Renzo di ospitarlo al coperto nella sua capanna: il giovane per rifiuta, soprattutto perch ha fretta di
lasciare il lazzaretto in cui, tra l'altro, non potr pi vedere Lucia. Dice al frate di voler andare subito
in cerca di Agnese e il religioso si congeda da lui, raccomandandogli di salutare in suo nome la madre
di Lucia e di pregare per lui. Renzo chiede se lo rivedr e il frate risponde che spera ci possa
avvenire in Cielo. Padre Cristoforo si allontana e Renzo lo guarda finch scomparso, poi si affretta a
uscire dal lazzaretto in cui tutti, monatti, malati, assistenti, si preparano a ripararsi dalla burrasca che
incombe.

Capitolo XXXVII

Renzo, Lucia, Agnese, don Abbondio, padre Cristoforo, la mercantessa, Bortolo, l'amico di Renzo,
Gertrude, donna Prassede, don Ferrante

Luoghi: Il paese di Renzo e Lucia, Milano, Monza, Pasturo, Bergamo, il lazzaretto

Tempo: Agosto-settembre 1630

Temi: La cultura del Seicento, La peste, Chiesa e religione

Trama: Renzo lascia il lazzaretto e torna al suo paese sotto un violento temporale. Viene nuovamente
ospitato dall'amico e va poi da Agnese, informandola di ogni cosa. Si reca ancora nel Bergamasco da
Bortolo, avendo ormai deciso di trasferirsi l con Lucia. Riporta Agnese a casa sua al paese e aspetta
insieme a lei il ritorno di Lucia. La giovane intanto fa la quarantena a Milano nella casa della
mercantessa, che la informa dell'arresto di Gertrude. Lucia apprende della morte per la peste di
padre Cristoforo, nonch di donna Prassede e don Ferrante. Le disquisizioni filosofiche di don
Ferrante sul contagio.

Renzo lascia il lazzaretto. Il temporale

Renzo esce dal lazzaretto e svolta a destra, per ritrovare la strada percorsa al suo arrivo a Milano
quella mattina, quando inizia a piovere in modo via via pi impetuoso e ben presto l'acqua cade
abbondantemente. Il giovane non se ne preoccupa e, anzi, rallegrato e rinfrescato dalla pioggia,
come se lo spezzarsi dell'afa per il temporale sottolineasse la soluzione di tutti i suoi problemi, l'inizio
di una nuova vita: e si sentirebbe addirittura pi sollevato, se sapesse che nei giorni seguenti la
pioggia porter via il contagio e tra una settimana riapriranno usci e botteghe, mentre non si parler
pi di peste ma soltanto di quarantena. Renzo cammina sotto la pioggia non preoccupandosi di nulla
se non di camminare e procedere, per arrivare il pi presto possibile al suo paese e poi ripartire per
Pasturo, in cerca d'Agnese. Ogni triste pensiero relativo a ci che ha visto, all'epidemia,
compensato dal sollievo di aver trovato Lucia in vita, di aver risolto ogni problema, di poter
finalmente sposare la sua promessa; il giovane sottolinea la sua soddisfazione sguazzando
allegramente nell'acqua, oppure strofinandosi le mani, continuando a camminare con maggior vigore
e mettendo ordine ai suoi pensieri, ancora in tumulto per le emozioni vissute nella giornata.

Renzo ripensa alla conclusione della vicenda. Il viaggio verso casa


Renzo ripercorre con la mente tutte le traversie passate e, soprattutto, i momenti pi terribili della
giornata trascorsa, quando ha bussato alla casa di don Ferrante, ha appreso che Lucia era al
lazzaretto, ha rischiato il linciaggio della folla; e poi la ricerca nel lazzaretto, la disperazione di non
averla trovata nella processione dei guariti, fino all'incontro inaspettato nel quartiere delle donne.
Renzo quasi incredulo di aver trovato Lucia viva e in salute, di aver potuto anche risolvere l'intralcio
del voto, di aver superato per sempre l'odio verso don Rodrigo, cosicch la sua felicit sarebbe piena
e completa se non ci fosse la preoccupazione per il destino di Agnese e per la salute di padre
Cristoforo che sa ammalato di peste. Verso sera giunge a Sesto, mentre la pioggia non cessare di
scrosciare, e poich si sente ancora in forze decide di proseguire e di non cercare alloggio; si procura
soltanto due pani da un fornaio, che attenuino il grande appetito che sente, quindi prosegue il
viaggio e a notte alta arriva a Monza, trovando la strada giusta nonostante il buio. La via si va
tramutando in un pantano a causa del temporale e Renzo avanza non senza fatica, tuttavia le
difficolt del viaggio sono niente rispetto a tutto quello che ha passato e il suo pensiero fisso
all'avvenire e alle nozze imminenti con Lucia. Indovina con molta fortuna e perizia le strade giuste da
percorrere, come anni dopo racconter minutamente agli amici e all'anonimo, e alle prime luci
dell'alba raggiunge le rive dell'Adda.

Renzo torna al suo paese. ospitato dall'amico

Ormai la pioggia sta scemando e all'incerta luce dell'alba Renzo intravede il paesaggio circostante,
distinguendo le cime del Resegone, Lecco e indovinando che l c' anche il suo paese (la vista dei
luoghi natii lo riempie di una gioia affatto nuova). La luce del giorno gli fa vedere il proprio corpo
tutto inzaccherato dalla pioggia, bagnato fradicio dalla cintola alla testa e pieno di fango dalla vita in
gi, tuttavia la sua felicit tale che non si d pensiero, n sente la stanchezza del viaggio ma
prosegue il cammino. Percorre gli ultimi tratti di strada, costeggiando l'Adda e vedendo Pescarenico
in lontananza (ha una stretta al cuore pensando a fra Cristoforo), quindi arriva nel suo paese alla casa
dell'amico che l'aveva ospitato. L'uomo gi in piedi fuori dall'uscio e, vedendo arrivare Renzo, gli
chiede subito com' andato il viaggio. L'altro ribatte che tutto andato bene e che ha trovato Lucia,
quindi l'ospite lo fa entrare e accende il fuoco per riscaldarlo, poi va a prendergli il fagotto di vesti
che gli aveva lasciato perch possa cambiarsi gli abiti zuppi d'acqua. L'amico mette infine della
polenta a cuocere sul fuoco e nell'attesa Renzo inizia a raccontargli per sommi capi tutto l'orrore cui
ha assistito per le strade di Milano, le brutte avventure subte, concludendo poi che Lucia grazie a Dio
viva e presto sar sua moglie, quindi l'amico invitato a fargli da testimone alle nozze.

Renzo in visita da Agnese

La giornata trascorre tranquillamente in casa, con Renzo che non smette di raccontare particolari del
suo viaggio all'amico mentre lo aiuta in piccoli lavori legati alla preparazione della vendemmia,
poich fuori continua a piovigginare. Verso sera va a dare un'occhiata alla casa di Agnese, rivedendo
la finestra da cui parlava a Lucia, quindi rientra e va a dormire. Il mattino dopo si alza di buon'ora e
approfitta del bel tempo per andare subito a Pasturo in cerca di Agnese, che non tarda a scoprire viva
e in salute: la raggiunge nella casetta isolata in cui vive e le parla attraverso una finestra, dicendole
subito che Lucia sta bene e presto sar di ritorno per le nozze. La donna cos stupita che vorrebbe
far entrare Renzo, ma il giovane si oppone in quanto Agnese non ha avuto la peste e lui appena
tornato da Milano, dove il contagio ancora infuria, quindi occorre essere cauti. Agnese gli indica
allora un orto dietro la casa con due panche dove potranno parlarsi senza correre rischi, ed qui che
Renzo la raggiunge poco dopo per metterla al corrente di tutti i dettagli. Il giovane spiega ad Agnese,
incredula, le motivazioni per cui il voto di Lucia stato sciolto da padre Cristoforo, quindi i due
concertano senza dubbio di trasferirsi dopo le nozze nel Bergamasco dove Renzo ha un lavoro
avviato, anche se il momento della partenza verr deciso in seguito, quando la peste sar cessata del
tutto. Prima di ripartire per il suo paese, Renzo offre ad Agnese un po' dei cinquanta scudi che ha
sempre portato con s, ma la donna dice di avere denaro a sufficienza. Felice in cuor suo di aver
trovato la madre di Lucia in buona salute, Renzo lascia Pasturo e torna a casa sua.

Renzo di nuovo nel Bergamasco

Renzo trascorre un'altra giornata e un'altra notte a casa dell'amico, quindi riparte alla volta del
Bergamasco: qui trova il cugino Bortolo in buona salute, poich nel frattempo la peste ha iniziato a
essere meno pericolosa e a mietere meno vittime, con i sopravvissuti che riprendono poco alla volta
le antiche occupazioni. Tutti parlano di ricominciare la lavorazione della seta e i pochi operai
disponibili sono molto ricercati, incluso Renzo che promette al cugino di tornare presto ad accasarsi
l, fatta salva naturalmente l'approvazione della futura moglie Lucia. Nel frattempo si occupa di
trovare una casa pi grande e di arredarla con lo stretto necessario, operazione facile e poco costosa
dato che la peste ha creato grande disponibilit di beni e pochi acquirenti, situazione di cui il giovane
pu approfittare. Dopo alcuni giorni di permanenza nel territorio di Bergamo, Renzo ritorna al paese
natale.

Renzo e Agnese di nuovo al paese. L'attesa di Lucia

Una volta di ritorno in paese, Renzo va di nuovo a Pasturo e poco tempo dopo conduce Agnese a
casa sua, dove la donna trova tutto come l'aveva lasciata (ed un dono del Cielo, trattandosi di una
povera vedova): Agnese si rallegra del fatto che dopo i guasti dei lanzichenecchi il denaro
dell'innominato le era stato di grande aiuto, mentre ora che il corredo destinato a Lucia non c' pi (
stato rubato dai soldati), ci penser la mercantessa a rifarlo di nuovo, per cui tutto opera della
Provvidenza. Renzo inganna l'attesa aiutando l'amico ospite nei lavori in campagna e talvolta dissoda
l'orto di Agnese, in disordine dopo tanto tempo, mentre nella propria casa e nel proprio podere il
giovane non rimette pi piede e ha ormai deciso di vendere tutto a qualunque prezzo, per stabilirsi
nel Bergamasco con il poco ricavato. Renzo riprende i rapporti con i vecchi amici e racconta a tutti la
sua storia, mentre si d poco pensiero dei suoi guai giudiziari e dell'ordine di arresto: infatti i ministri
della giustizia non se ne occupano pi e ci avviene sia per lo sconvolgimento causato dalla peste, sia
per la normale incuria che caratterizza nel Seicento le questioni legate alle gride e ai processi. Quanto
a don Abbondio, Renzo e il curato si evitano reciprocamente e il giovane decide di non parlare con lui
delle nozze se non al ritorno di Lucia in paese, poich teme che l'altro possa accampare nuovi
pretesti pur di non celebrare il matrimonio. Le sue chiacchiere le fa con Agnese, con la quale
condivide l'ansiosa attesa per il ritorno della sua amata.
Lucia a Milano. Gertrude e la morte di padre Cristoforo

Lucia intanto ha lasciato il lazzaretto insieme alla mercantessa pochi giorni dopo la visita di Renzo,
facendo la quarantena nella casa della vedova a Milano; in questo tempo la giovane collabora a
preparare il proprio corredo offertole dalla donna, la quale lascia poi la bottega in cura a un fratello e
prepara il viaggio per il paese dei due promessi. Durante la permanenza in casa della mercantessa,
Lucia ha modo di aggiungere ulteriori dettagli circa le sue passate traversie, accennando a Gertrude e
al suo soggiorno nel convento di Monza: la vedova la informa che la monaca stata nel frattempo
arrestata su ordine del cardinal Borromeo, in quanto sospettata di atroci delitti, e imprigionata in un
convento di Milano, dove alla fine si ravveduta e si sottopone ora volontariamente a supplizi tali
che nessun altro potrebbe essere maggiore, tranne la morte (apprendere questo riempie Lucia di
profondo sgomento). Inoltre la ragazza venuta a sapere dai frati cappuccini incontrati al lazzaretto
che padre Cristoforo morto di peste.

La morte di donna Prassede e don Ferrante

Prima di lasciare Milano, Lucia vorrebbe avere notizie dei suoi padroni e si fa accompagnare dalla
mercantessa alla loro casa, dove apprende che entrambi sono morti per la peste. Di donna Prassede
l'autore si limita a dire che passata a miglior vita, essendo inutili troppe parole, mentre di don
Ferrante intende riferire la trattazione dell'anonimo, poich questa interessante per pi aspetti.
All'inizio dell'epidemia don Ferrante stato tra i pi decisi a negare il contagio della malattia,
argomentando la sua opinione con dotte disquisizioni filosofiche: convinto infatti che, in base alla
dottrina aristotelica, in natura ci siano solo sostanze e accidenti, e il contagio non corrisponde a
nessuna delle due, il che dimostra la sua inesistenza. Le sostanze si dividono in spirituali e materiali, e
il contagio non pu essere spirituale, ma neppure materiale, in quanto, se fosse semplice, non
sarebbe sostanza aerea (volerebbe alla sfera celeste), n acquea (bagnerebbe), n ignea
(brucerebbe), n tanto meno terrea (sarebbe visibile agli occhi); se fosse sostanza composita,
dovrebbe comunque essere visibile o poter essere toccata, cosa che evidentemente non . Il
contagio non pu essere neppure accidente, poich i medici affermano che esso si propaga da un
corpo all'altro, ma chiaro che un accidente non pu trasmettersi da una sostanza all'altra; se fosse
poi un "accidente prodotto" dalla sostanza medesima, neppure in quel caso sarebbe trasmissibile e
dunque ecco l'inutilit delle prescrizioni mediche contro la malattia. Don Ferrante nega il contagio,
ma non nega l'esistenza della peste, di cui attribuisce la causa alle influenze astrali, alla congiunzione
di Giove e Saturno che, a suo dire, stata avvalorata anche dai medici che predicano poi contro il
contagio: per lui impossibile sottrarsi alle influenze delle stelle e dei pianeti, per cui del tutto
inutile prendere precauzioni contro la peste (come evitare il contatto coi malati o bruciare panni
infetti), giacch bisognerebbe addirittura bruciare Giove o Saturno. Convinto delle proprie ragioni,
don Ferrante non prende alcuna misura contro il contagio, si ammala di peste e muore come un eroe
di Metastasio, prendendosela con gli astri. Quanto alla sua famosa biblioteca, essa forse stata
venduta sulle bancarelle.

Capitolo XXXVIII

Personaggi: Renzo, Lucia, Agnese, don Abbondio, la mercantessa, l'amico di Renzo, il sagrestano
Ambrogio, l'erede di don Rodrigo, Bortolo, la gente del Bergamasco

Luoghi: Il Paese di Renzo e Lucia, il palazzo di don Rodrigo, Bergamo

Tempo: Dall'autunno 1630 fino ad alcuni anni dopo il matrimonio

Temi: La giustizia, Nobilt e potere, La peste, Chiesa e religione

Trama: Lucia e la mercantessa tornano in paese. Don Abbondio accampa nuovi pretesti per non
celebrare le nozze, poi giunge la notizia della morte di don Rodrigo. Il curato accetta di celebrare il
matrimonio e induce l'erede di don Rodrigo ad acquistare i poderi di Renzo e Agnese a un alto
prezzo. Renzo e Lucia si sposano, poi partono insieme ad Agnese per il Bergamasco. Iniziali amarezze
di Renzo nella nuova patria. Renzo e Bortolo acquistano un filatoio e iniziano una nuova attivit. La
vita matrimoniale degli sposi e i figli. Il "sugo della storia".

Lucia e la mercantessa arrivano in paese

Una sera Agnese sente un calesse fermarsi davanti casa e pensa subito possa trattarsi di Lucia: lei,
infatti, appena giunta in compagnia della mercantessa, entrambe ovviamente accolte dalla donna
con grandissima gioia. Il mattino dopo Renzo capita a casa di Agnese, per lamentarsi del fatto che
Lucia tarda a tornare, e la sorpresa e la gioia di trovare l la sua amata non si possono descrivere. La
ragazza lo saluta col suo solito contegno riservato, ma Renzo sa bene quel che le passa in cuore e che
lei non d a vedere, bench sia evidente che ha un modo di trattare il giovane diverso da quello che
usa con gli altri. Lucia lo informa, tra le altre cose, della morte di padre Cristoforo, che Renzo
purtroppo si attendeva, ma al di l di queste tristezze il tempo passato insieme alla promessa sposa
sembra volare e parlare con lei sempre piacevole. La mercantessa si dimostra poi un'ottima
compagnia, socievole e spiritosa, quale Renzo non avrebbe immaginato quando l'aveva vista al
lazzaretto; la donna diventata anche amica di Agnese e si intrattiene piacevolmente soprattutto
con Lucia, che stuzzica amabilmente riuscendo a farle dimostrare tutta l'allegria che ha in cuore.
Don Abbondio accampa nuovi pretesti

Renzo decide infine di recarsi da don Abbondio per concertare il matrimonio e una volta dal curato
gli chiede, in modo ironico, se il suo famoso mal di testa gli passato e pu finalmente celebrare le
nozze. Don Abbondio non dice di no, ma inizia ad accampare nuovi pretesti per rimandare la
cerimonia (Renzo pur sempre ricercato, non prudente dire il suo nome in chiesa...), al che il
giovane intuisce il vero motivo e gli spiega che don Rodrigo certamente morto di peste, avendolo
lui visto in fin di vita. Il curato protesta che questo non c'entra nulla, anche se non si pu escludere
che il signorotto si sia salvato nonostante le sue condizioni disperate, tuttavia lui parla per delle
buone ragioni e suggerisce a Renzo di sposarsi in un altro paese. Alla fine il giovane preferisce
andarsene prima di perdere la pazienza e torna dalle tre donne a riferire tutto, esprimendo anche lui
il proposito di sposare Lucia nel paese del Bergamasco dove gi deciso che andranno a vivere. A
questo punto la mercantessa propone che siano loro tre donne a tentare di convincere il curato pi
tardi e nell'attesa prega Renzo di portare lei e Lucia a fare una passeggiata per godersi il bellissimo
paesaggio del lago e delle montagne. Durante l'uscita si recano in visita anche dall'amico che ospita
Renzo, al quale propongono di venire a pranzare a casa di Agnese tutti i giorni.

Le tre donne dal curato. Renzo informa dell'arrivo del marchese

Dopo pranzo Lucia, Agnese e la mercantessa vanno da don Abbondio, che vedendole arrivare sfoggia
una gran faccia tosta e si prodiga in complimenti alle tre donne: le fa accomodare e inizia a portare il
discorso lontano dal matrimonio, parlando della peste e delle vicissitudini di Lucia e della vedova, di
quello che ha passato lui, rallegrandosi con Agnese del fatto che lei non si ammalata. Le due donne
pi anziane spiano il momento opportuno per parlare delle nozze, ma a quel punto il curato inizia a
dire che su Renzo pende ancora un mandato di cattura, che sarebbe meglio far in modo di revocarlo,
che meglio ancora sarebbe sposarsi nel Bergamasco, e via di questo passo. A un tratto sopraggiunge
Renzo, con passo deciso, il quale porta la notizia che giunto in paese un marchese che si
presentato come l'erede di don Rodrigo ed ha gi preso possesso del suo palazzotto: don Abbondio
stupito e incredulo, per cui Renzo gli propone di domandare al sagrestano Ambrogio, che aspetta di
fuori e che a conoscenza di maggiori dettagli sulla cosa. Ambrogio viene fatto entrare e scioglie tutti
i dubbi del curato, confermando che don Rodrigo effettivamente passato a miglior vita.

Il sollievo di don Abbondio per la morte di don Rodrigo

Don Abbondio, alla notizia della morte di don Rodrigo, preso da un gran sollievo si lascia andare ad
affermazioni poco lusinghiere sul defunto signorotto, dicendo anche che c' la Provvidenza e che la
peste, oltre che un flagello, stata anche una scopa che ha spazzato via malvagi e prepotenti
destinati a vivere ancora molti anni. Il curato felice che il nobile non infastidir pi nessuno coi suoi
bravi e la sua arroganza, anche se Renzo ribatte che lui lo ha perdonato di cuore. A questo punto don
Abbondio si dice pronto a celebrare le nozze, poich all'improvviso la "cattura" di Renzo non pi un
problema (c' stato anche un decreto di amnistia emanato per la nascita dell'infante di Spagna) e del
resto la peste ha cancellato cose ben pi importanti. Il curato esorta addirittura i due promessi a
sposarsi nella sua chiesa, cosa che Renzo evidentemente accetta ( venuto per questo...) e manifesta
il proposito di informare del matrimonio anche il cardinal Borromeo, cui ora, spiega, deve essere
dato il titolo di "eminenza".

Le chiacchiere di don Abbondio con Renzo e le donne

Agnese osserva sommessamente che quando ha incontrato il cardinale le era stato detto di
chiamarlo "monsignor illustrissimo", tuttavia don Abbondio le spiega che il papa ha deciso che ai
cardinali ora spetta il titolo di "eminenza", a suo dire perch quello di "illustrissimo" dato ormai a
tutti e ha perso importanza; tra un po' vorranno essere chiamati "eminenze" anche vescovi e abati,
non per i curati che sono l'ultima ruota del carro e ai quali spetta solo del "reverendo". Tornando al
matrimonio, il curato si dice pronto ad annunciarlo in chiesa gi la domenica seguente e propone di
chiedere la dispensa per gli altri due annunci, cosa che la Curia accorder in quanto a causa della
peste ci sono molte richieste di matrimoni. Quello di Renzo e Lucia solo uno dei tanti che ci saranno
in paese e persino Perpetua, se fosse ancora viva, troverebbe un pretendente; la mercantessa
conferma che anche a Milano la stessa cosa e si schermisce poi all'osservazione del religioso,
secondo il quale anche lei trover presto molti corteggiatori, come pure la stessa Agnese. Don
Abbondio aggiunge poi ironiche osservazioni sulla sua et avanzata e parla latino, suscitando le
bonarie proteste di Renzo che lo invita a parlare in quella lingua quanto vuole, perch ora non gli
importa pi nulla; il curato rimprovera a sua volta in modo scherzoso il giovane e Lucia per il
"matrimonio a sorpresa" (e Agnese, che li aveva ammaestrati), aggiungendo poi cento altre
chiacchiere con una disinvoltura e una parlantina che non dimostrava da tempo, come se si fosse
tolto dalle spalle un peso enorme.

Don Abbondio riceve la visita del marchese

Il giorno dopo don Abbondio riceve l'inaspettata e gradita visita del marchese erede di don Rodrigo,
un uomo maturo il cui aspetto testimonia la fama di persona dabbene che nota a tutti. Il nobile
porta al curato i saluti del cardinal Borromeo e chiede notizie di Renzo e Lucia, poich il prelato gli ha
spiegato che hanno avuto guai a causa di don Rodrigo: il curato conferma che sono vivi e in procinto
di sposarsi, quindi il nobile chiede se possa esserci per lui un modo per riparare ai torti subti dai
giovani, tanto pi che egli, rimasto vedovo e senza figli a causa della peste, e con un cospicuo
patrimonio, fin troppo ricco per le sue necessit. Don Abbondio coglie al volo l'occasione e spiega al
marchese che i due sposi hanno intenzione di trasferirsi nel Bergamasco e dunque vogliono vendere
le case e i terreni, che ovviamente non hanno un grande valore; dati i tempi, inoltre, per i poveri
difficile vendere le loro propriet a un prezzo ragionevole, per cui il curato propone al nobile di
acquistare i poderi per fare un favore ai due giovani (e anche a lui stesso, che si trover un illustre
possidente nella sua parrocchia). Il marchese non solo accetta la proposta, ma chiede a don
Abbondio di fissare lui il prezzo e poi chiede di andare subito assieme a casa di Lucia e Agnese,
lasciando il curato di stucco. Lungo la strada, don Abbondio ne pensa un'altra e chiede al nobile se gli
sia possibile intercedere a favore di Renzo e far revocare la "cattura" che ancora pende sulla sua
testa per i fatti del tumulto di S. Martino, nei quali il ragazzo si trovato immischiato per ignoranza e
ingenuit: il curato assicura che Renzo un bravo giovane e ormai nessuno si cura pi di quel fatto,
per cui il marchese garantisce che si assume l'impegno di fargli avere l'assolutoria.

Il marchese da Renzo e Lucia

Don Abbondio e il marchese giungono a casa di Agnese e trovano anche Renzo insieme alle tre
donne, lasciando tutti stupiti per quella visita straordinaria: il nobile conduce la conversazione in
modo molto garbato e accorto, parlando del cardinal Borromeo ed evitando di toccare tasti troppo
dolorosi per i due giovani; poi parla della proposta di acquisto dei poderi, pregando il curato di fare
da arbitro e proporre un prezzo per le propriet. Don Abbondio fa mille complimenti e infine
suggerisce una cifra che a suo dire spropositata, tuttavia il marchese finge di aver frainteso e la
raddoppia, non volendo poi sentire altre obiezioni. Invita infine la coppia a pranzo al suo palazzo il
giorno dopo le nozze, dove tra l'altro si rediger il contratto di compravendita con tutti i dettagli. Don
Abbondio, una volta tornato in canonica, riflette tra s che la peste ha davvero rimesso le cose a
posto e quasi bisognerebbe che ce ne fosse una per generazione, a patto per di salvare la pelle.

Renzo e Lucia finalmente sposi

Giunge la dispensa dagli altri due annunci in chiesa e l'assolutoria di Renzo, quindi il giorno fissato per
le nozze i due promessi si presentano trionfalmente all'altare davanti a don Abbondio e diventano
finalmente marito e moglie. Il giorno dopo la cerimonia, i due si recano in compagnia del curato, di
Agnese e della mercantessa al palazzo di don Rodrigo, dove li attende il marchese suo erede: a
entrambi sembra ben strano percorrere quella salita, varcare quella soglia, mentre ovvio che la
gioia di quella giornata sia in parte attenuata dall'assenza di padre Cristoforo, anche se sono certi che
ora il frate sta assai meglio di loro. Il marchese li accoglie benevolmente e fa loro molti complimenti,
quindi li conduce in un tinello e mette a tavola gli sposi, insieme ad Agnese e alla vedova; si ritira poi
a pranzare in un'altra sala in compagnia del curato, bench sarebbe molto pi semplice preparare
una sola tavola (il marchese, osserva ironicamente l'autore, un brav'uomo ma non un originale, per
cui non si pu pretendere che si metta sullo stesso piano di tre popolani e di una borghese).

La vendita dei poderi e i preparativi per la partenza

Dopo i due pranzi viene redatto il contratto di compravendita, non per per mano dell'Azzecca-
garbugli ma di un altro avvocato: l'amico e complice di don Rodrigo morto e la sua salma sepolta
a Canterelli, un cimitero che sorge poco distante da Lecco e dove riposano i morti di una celebre
peste, che secondo l'autore senz'altro quella narrata nel romanzo. Renzo lascia poi il palazzo
insieme alle donne col peso del denaro che ha ricevuto, facendo serie riflessioni intorno alla sua vita
futura e alle scelte migliori: optare per l'agricoltura o darsi all'industria della seta, impiegando i
denari ricevuti dal marchese? Nella sua mente i pro e i contro alle due attivit economiche vengono
soppesati come nelle discussioni di due accademie del Settecento, ma per Renzo il problema pi
pressante perch, avendo necessit pratiche, non gli si pu dire semplicemente che agricoltura e
industria hanno entrambe lati positivi e sono ugualmente utili all'economia di una nazione.

Renzo, Lucia e Agnese partono per il Bergamasco

A questo punto tutto pronto per la partenza, dei coniugi Tramaglino e di Agnese per il Bergamasco
e della mercantessa per Milano: la separazione avviene con molta commozione e promesse di
andarsi a trovare, mentre non meno accorato il commiato dall'amico ospite di Renzo. E anche
l'addio a don Abbondio tutt'altro che freddo, dal momento che i tre popolani hanno sempre avuto
rispetto per il curato e costui, dal canto suo, ha sempre voluto bene a loro (sono i contrasti della vita
che rendono tutto difficile). La partenza dal paese natio provoca in Renzo e nelle due donne un po' di
pena, tuttavia non dev'essere insopportabile dato che potrebbero restare, ora che don Rodrigo
morto e il bando contro Renzo stato revocato; e comunque sono ormai decisi a stabilirsi nel paese
di Bortolo, decantato dal giovane come un luogo ideale e con condizioni di lavoro molto favorevoli
per gli operai della seta, ed pur vero che nella loro terra hanno vissuto momenti molto amari, per
cui il distacco meno doloroso di quanto si potrebbe pensare (forse, osserva l'autore, i dispiaceri
provati nei luoghi dell'infanzia sono anche pi tristi da ricordare, per cui la partenza la soluzione
migliore). Una volta trasferitisi nel Bergamasco, tuttavia, le cose non vanno inizialmente nel migliore
dei modi, sia pure per questioni di poca importanza.

Le amarezze di Renzo nel paese di Bortolo

Il fatto che nel paese di Bortolo si fatto un gran parlare di Lucia e delle sue traversie, perci si
creata un'ansiosa attesa per l'arrivo della ragazza e una grande curiosit di vedere la sua bellezza che
si crede straordinaria: quando per i paesani vedono che la giovane una contadina dotata di
modesta bellezza si fanno commenti non proprio lusinghieri, trovandole ora un difetto ora un altro,
se non dicendo che addirittura brutta. Qualcuno riporta questi giudizi a Renzo e il giovane se la
prende a male, osservando spesso che Lucia in fondo non certo una principessa e che tanta
aspettativa era ingiustificata, e cento cose simili. Alla fine il giovane si rende conto che trascorrere la
vita in quel paese, cos come aveva pensato all'inizio, sarebbe forse la scelta peggiore, anche perch
diventato sgarbato con tutti e trova a sua volta sempre qualcosa da criticare nel posto, cosicch
potrebbe persino arrivare alle vie di fatto con qualche compaesano. Fortunatamente la peste a
risolvere ogni cosa: l'epidemia ha infatti ucciso il padrone di un filatoio alle porte di Bergamo, il cui
figlio un giovane scapestrato che non ne vuol sapere e intende vendere a qualunque prezzo, a
patto di avere tutto il denaro in contanti. Bortolo viene a sapere la cosa e va a vedere la fabbrica,
arrivando a pattuire un ottimo prezzo con il proprietario, tuttavia l'uomo non dispone di tutta la
somma necessaria per concludere l'affare e propone a Renzo di mettersi in societ con lui, cosa che il
cugino accetta prontamente. Renzo decide insomma di dedicarsi all'industria della seta e non pi
all'agricoltura e, dopo la stipula della compravendita, lui e le due donne vanno a stabilirsi nel nuovo
paese, dove Lucia ben accolta e non suscita alcuna critica, cosa di cui l'uomo pi che soddisfatto.

La vita degli sposi nel nuovo paese


Naturalmente non tutto va sempre per il verso giusto neppure nella nuova patria, ma come osserva
l'anonimo, l'uomo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo ed simile a un malato che cambia
spesso letto, trovando il nuovo sempre pi scomodo del vecchio. Per questo, conclude il secentista,
meglio fare opere di carit piuttosto che cercare il benessere, cos si potrebbe migliorare la propria
condizione. A dispetto di piccole difficolt, comunque, la nuova vita di Renzo e Lucia scorre tranquilla
e sarebbe assai noioso raccontarla tutta. Gli affari vanno presto a gonfie vele, specie grazie a decreti
del governo veneto che agevolano i forestieri emigrati, e prima che passi un anno dal matrimonio
nasce una bambina, alla quale viene dato il nome di Maria. La coppia ha anche altri figli,
amorevolmente accuditi da Agnese ed educati nel migliore dei modi, tanto pi che Renzo vuole che
imparino a leggere e scrivere per approfittare di una cosa che pu portare indubbi vantaggi.

Il "sugo della storia"

Renzo ama raccontare le sue passate avventure e, soprattutto, elencare le molte cose che ha
imparato per l'avvenire, tra cui non mettersi nei tumulti, non predicare in piazza, non bere troppo,
non tenere in mano il martello delle porte quando c' intorno gente malintenzionata, non attaccarsi
un campanello al piede senza prima aver riflettuto, e molte altre cose simili. Lucia, per, trova che
nel ragionamento ci sia qualcosa di sbagliato, e a furia di sentirlo ripetere osserva che lei, i guai, non
andata a cercarli ma ne stata vittima innocente, a meno di non considerare un errore l'essersi
innamorata di Renzo. Dopo qualche discussione, i due coniugi concludono infine che i guai capitano
spesso a chi si comporta in modo incauto, ma anche a chi non ne ha alcuna colpa, e che in un caso e
nell'altro la fiducia in Dio li rende pi sopportabili e li rende utili per una vita migliore. Questa
conclusione, trovata da poveri contadini, sembra all'autore come "il sugo di tutta la storia" e perci
gli sembra opportuno metterla alla fine del romanzo: se l'opera, osserva con ironia, piaciuta ai
lettori, questi dovranno voler bene a chi l'ha scritta e un po' anche a chi l'ha rimaneggiata, se invece
ne sono stati annoiati credano che non stato per volont dello scrittore.