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Introduzione allo studio della filologia classica

Fabio Macci
PREMESSA La scelta di un argomento cos poco scolastico per un sito dedicato alla didattica delle lingue classiche nella scuola superiore pu destare una certa sorpresa. Tuttavia, la stessa sorpresa mi si conceda il gioco di parole sorprendente, e al contempo indicativa della maniera di concepire l'insegnamento del latino e del greco nei nostri licei. Non dovrebbe esservi dubbio circa l'opportunit che tra gli obiettivi di un liceo scientifico (per il latino) e di un liceo classico (greco e latino) trovi posto, accanto e forse dopo molti altri, anche quello di fornire una preparazione per quanto possibile tecnica e specifica in queste discipline, corredata dalla conoscenza degli strumenti di cui si servono e del linguaggio che loro caratteristico, anche allo scopo di orientare future scelte professionali. Eppure la prassi scolastica non pare muoversi in questa direzione. La questione, a mio avviso, pu essere considerata sotto due punti di vista: il primo quello che riguarda la generalit degli studenti iscritti ai suddetti licei e il loro diritto ad uno studio quanto pi possibile approfondito delle lingue classiche. Mi spiego meglio con un esempio personale: mi capitato un giorno che un allievo, giunto ormai quasi al termine del suo regolare ciclo di studi liceali, mi abbia chiesto, del tutto innocentemente, di spiegargli, come cosa per lui nuova, che cosa fosse la filologia classica e di che cosa si occupasse specificamente. L per l mi sono stupito e ho pensato di chiedere ai compagni se qualcuno avesse le idee pi chiare in proposito: a parte pochissimi casi, ho ricevuto risposte confuse e poco soddisfacenti. Questo episodio mi sembra una piccola ma significativa dimostrazione di come una certa impronta data oggi alla didattica delle lingue classiche impedisca spesso di cogliere i contenuti e le finalit generali della disciplina, finendo per costruire faticosamente un edificio con fondamenta vacillanti. Quanto maggiore la ritrosia di noi docenti nel pronunciare parole in apparenza difficili per i nostri studenti, come che so edizione critica, lectio difficilior, codice palinsesto, per il timore che ci vengano richieste spiegazioni che non abbiamo il tempo di dare (c' il programma da svolgere, l'interrogazione da effettuare, ecc.), o peggio, per il terribile quanto ingiustificato sospetto che essi li considerino tecnicismi poco interessanti, tanto pi grande il rischio che si arrivi al caso limite non cos raro, contrariamente a quanto si potrebbe pensare dell'alunno o della classe che giunge al termine dei

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propri studi classici ignorando in che consista la disciplina che a quegli studi presiede. Un'eventualit che in tutta franchezza mi sembra anche pi preoccupante del sempre pi diffuso disorientamento dei nostri studenti di fronte all'interpretazione e decodifica dei testi greci e latini. Il secondo aspetto riguarda invece l'effettiva possibilit che viene concessa agli alunni pi brillanti e appassionati di osservare a distanza ravvicinata la materia che li appassiona, anche al fine di favorire una scelta universitaria in questo senso. Lo spunto iniziale per la stesura di questo contributo mi stato offerto per l'appunto da alcuni studenti del quinto anno da me conosciuti nella mia sia pure ancora limitata esperienza di insegnante nei licei torinesi, i quali, pur dotati di spiccato senso critico, di grande finezza interpretativa e sinceramente coinvolti nello studio dell'antichit classica, hanno infine deciso contro le mie attese e i miei non confessati auspici, di proseguire il loro percorso di studi nelle facolt di Medicina, o di Ingegneria, o di Giurisprudenza. Le ragioni a me manifestate di questa scelta, che li portava lontano dagli studi classici, erano sostanzialmente due: da una parte, la prospettiva di buoni / ottimi / eccellenti guadagni; dall'altra, la motivata speranza di un posto di lavoro stabile e sicuro. Come dar loro torto? era il mio primo pensiero. E tuttavia, in un secondo tempo, subentravano da una parte l'amarezza nel constatare come le motivazioni fossero essenzialmente economiche (tralascio su questo punto ogni considerazione riguardo al condizionamento dell'ambiente famigliare o sociale, del tutto indimostrata per quanto evidente), dall'altra la netta impressione che questi ragazzi conoscessero a sufficienza di che cosa si sarebbe dovuto occupare un medico, un ingegnere, un avvocato, ma non avessero le cognizioni necessarie circa il lavoro e le possibilit di uno studioso dei classici, da loro identificato, nella migliore delle ipotesi, con il proprio insegnante precario e malpagato. Mancavano loro, in definitiva, quegli elementi conoscitivi che avrebbero potuto alimentare la scintilla appena accesa della loro passione per le lingue e letterature classiche, indicando nel contempo le prospettive professionali di questi studi. Da queste riflessioni, dunque, l'idea di offrire un assaggio di ci che aspetta chi volesse intraprendere questa strada, presentando, senza alcuna pretesa di completezza, le discipline che afferiscono alla filologia, alcuni riferimenti bibliografici di base e naturalmente alcune nozioni imprescindibili, con un preciso orientamento in direzione della critica del testo (settore che pi di ogni altro ha la capacit di appassionare e tutti in fondo li riassume), allo scopo di suscitare l'interesse ad approfondire e, al tempo stesso, prefigurare le oggettive difficolt di un mestiere, quello del filologo, che necessita di metodo sicuro, notevole pazienza, vastit di conoscenze ed indubbia genialit. Come inquadrare questa proposta di lavoro all'interno delle strutture scolastiche e a chi rivolgerla
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nello specifico? Posto che per ovviare al primo dei due problemi cui sopra si accennato un'infarinatura sul lessico di base della filologia classica , a mio avviso, indispensabile per tutti gli allievi di un triennio di liceo classico o scientifico, e tutt'altro che impossibile da realizzare diluendo il lavoro in tre anni, un progetto pi organico e approfondito (nei limiti sopra indicati) potrebbe essere inquadrato come attivit di potenziamento, organizzata in un ciclo di lezioni (3, 4, 5, 6, a seconda della disponibilit dell'istituto: io proporr un modello del tutto soggettivo e teorico), da svolgere in orario extra-scolastico, nel corso del quinto e ultimo anno, e da rivolgere alla cosiddetta eccellenza. In altre parole, il corso dovrebbe essere dedicato a quegli allievi delle classi terminali di liceo classico o scientifico, i quali, a giudizio dei loro insegnanti, avessero dimostrato interesse e passione per il mondo classico, oltre che buone capacit traduttive e interpretative, e avessero desiderio di saperne di pi, di guardare oltre, anche per orientarsi di fronte alla scelta imminente della facolt universitaria. *****

PRIMA LEZIONE: Che cos' la filologia classica


La domanda in genere si affaccia alla mente dei nostri studenti liceali allorch sentono menzionare i cosiddetti filologi alessandrini. Gli allievi del liceo classico sono pi fortunati da questo punto di vista, perch l'opportunit si ripete in ben tre occasioni: nel corso del primo anno (IV ginnasio), quando, studiando epica, ricevono un'infarinatura sui poemi omerici e ne leggono alcuni brani; nel corso del terzo anno (I liceo), quando si occupano pi da vicino dell'epica greca arcaica e dell'esegesi omerica; infine, nel corso del quinto anno (III liceo), quando si dedicano allo studio dell'et ellenistica e in particolare si soffermano sulle molteplici attivit culturali che si svolgevano all'interno del Museo di Alessandria d'Egitto, dove, per l'appunto, i nostri filologi (Zenodoto di Efeso, Aristofane di Bisanzio, Aristarco di Samotracia, per fare soltanto i nomi pi famosi) operarono nel III e II secolo a.C.. Capire di che cosa si occupassero questi studiosi rappresenta il primo passo nel tentativo di rispondere alla domanda relativa allo statuto della filologia classica. Innanzitutto, essi non definivano se stessi filologi, che nome loro attribuito dai moderni, ma grammatici, in quanto, alla loro epoca, il termine filologi/a aveva assunto

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passando da quello originario di amore della parola, del discorso1 il pi ampio significato di amore di dottrina, erudizione, tanto che il primo ad autodefinirsi filo/logoj fu Eratostene di Cirene (275c.-195 a.C.), una sorta di tuttologo, i cui interessi spaziavano dalla letteratura, alla critica del testo, all'astronomia, alla geografia, alla cartografia. Il campo di azione dei grammatici alessandrini era invece pi limitato e riguardava la difficilissima opera di ricostruzione del testo genuino non solo dei poemi omerici (che comunque rimasero sempre il fulcro della loro attivit), ma di tutta la letteratura greca delle epoche precedenti, dalla tragedia alla commedia, dall'oratoria alla storiografia, alla lirica, le cui opere circolavano in molteplici copie, non sempre attendibili e soggette a fluttuazioni anche di notevole portata. All'opera di ricomposizione di un testo quanto pi possibile vicino all'originale si associava l'altrettanto meritorio lavoro di interpretazione e di commento (famosi, tra gli altri, i commentari all'Iliade e all'Odissea di Aristarco, in gran parte confluiti nell'opera monumentale dell'arcivescovo bizantino del XII secolo Eustazio di Tessalonica). Ebbene, questo esattamente il compito che oggi, e a partire dalla fine del Settecento, pertiene alla filologia in senso stretto2, definita da S.Battaglia, nel Grande Dizionario della lingua italiana, disciplina che, mediante la critica testuale, si propone di riprodurre o ricostruire e interpretare correttamente testi o documenti letterari3 e da R.Pfeiffer, nella sua History of Classical scholarschip, the art of understanding, explining, and restoring the literary tradition4. Naturalmente, nel caso della filologia classica, i testi letterari in questione sono quelli risalenti all'antichit greca e romana. In questo significato specialistico che sar al centro dei nostri interessi in questo breve ciclo di lezioni la filologia viene di fatto quasi a coincidere con la critica del testo (la cui nozione viene introdotta dalla definizione del Battaglia), la quale consiste nella serie di procedimenti tecnici cui demandato il restauro di uno scritto, nel senso di ripristinare, per quanto possibile, il suo stato primitivo5. Esiste, tuttavia, anche un senso lato6, pi ampio e generale, del termine filologia, affermatosi sempre pi nel corso del Novecento, secondo il quale essa va intesa come disciplina che si occupa di una determinata civilt (nel caso della filologia classica, quella greco-romana) in tutti gli aspetti e manifestazioni della sua vita culturale e, come tale, abbraccia un gran numero di sotto-discipline specialistiche (archeologia, paleografia, diritto, filosofia, ecc.), tra le quali la stessa critica testuale

1 Un significato che si in parte mantenuto nella cultura inglese, dove il termine philology vale appunto scienza del linguaggio, mentre quella che noi chiamiamo filologia, ed ora andremo a definire, viene pi comunemente detta scholarschip (cfr. B.Gentili, p.1). 2 Gentili, p.11. 3 Vol. V, Torino 1958, s.v.. 4 Oxford 1968, p.3. 5 Marina Scialuga, p.9. 6 Gentili, p.9.

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cui abbiamo poco fa accennato. In questa definizione di largo respiro riconoscibile il tentativo di fare del filologo uno studioso a tutto tondo, il quale, pur nell'impossibilit di essere esperto in ognuna delle discipline specifiche, ha la capacit di inserire il proprio sapere tecnico in uno o pi settori, all'interno di un corpo pi vasto, servendosi dei contributi provenienti dagli altri campi di studio e fornendone a sua volta, in un fitto e proficuo scambio di competenze. C' un passo illuminante della Geschichte der Philologie (1927) del grande filologo classico U. von WilamowitzMoellendorf, opportunamente ricordato dal nostro Bruno Gentili nella parte iniziale della sua prolusione tenuta ormai pi di trent'anni fa (ottobre 1979) al Convegno Internazionale di Napoli, che meglio di ogni altro chiarisce in che cosa consista l'attivit del filologo nel suo senso pi esteso:
La filologia che tuttora si definisce classica [...] determinata dal suo oggetto: la civilt greco-romana nella sua essenza e in tutte le espressioni della sua vita. Questa civilt un'unit, anche se non pu essere nettamente delimitata all'inizio e alla fine. Il compito della filologia di far rivivere con la forza della scienza quella vita scomparsa, il canto del poeta, il pensiero del filosofo e del legislatore, la santit del tempio e i sentimenti dei credenti e dei non credenti, le molteplici attivit sul mercato e nel porto, in terra e sul mare, gli uomini intenti al lavoro e al gioco. Poich la vita che noi ci sforziamo di comprendere un'unit, anche la nostra scienza un'unit. L'esistenza di discipline distinte come la filologia [la filologia in senso stretto, s'intende, n.d.r.], l'archeologia, la storia antica, l'epigrafia, la numismatica, ora anche la papirologia, giustificata soltanto dai limiti delle capacit umane e non deve soffocare, neppure nello specialista, la coscienza dell'insieme7.

Un'impostazione storicistica, quella del Wilamowitz, che suscit dissensi, ma fece anche numerosi proseliti, tra i quali il filologo italiano Giorgio Pasquali, che la riprese e rafforz, discostandosi dallo studioso tedesco soltanto nel negare alla filologia classica lo statuto di scienza, ma allo scopo di considerarla tout court come disciplina storica. Ad oggi questa visione del filologo classico a 360 gradi, capace di unire alle competenze tecniche la visione d'insieme del contesto storico-culturale, pare essere la pi ragionevole e moderna. Cos intesa, la filologia classica appare come un mare magnum estremamente variegato, in cui ciascuno, a patto di non perdere di vista l'insieme, ha la possibilit di trovare il proprio canale preferenziale, la propria specializzazione, scegliendo, tra le diverse opzioni, quella che pi gli si addice, o anche, pi prosaicamente, quella che gli pu garantire una maggiore stabilit economica perch offre un numero superiore di sbocchi lavorativi (fermo restando che con questo genere di attivit difficilmente ci si arricchisce).
7 Da Storia della filologia classica, Torino 1967, p.19, traduzione italiana ad opera di F.Codino della Geschichte der Philologie del Wilamowitz (Liepzig 1927).

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Mi sembra opportuno, a questo punto, fornire una panoramica completa del complesso di discipline incluse nell'ambito della filologia classica in senso lato. Un modo per farlo e insieme mettere a conoscenza gli studenti di uno strumento fondamentale per gli studi classici potrebbe essere quello di sfogliare insieme a loro le tre pagine dell'indice generale di un volume dell'Anne Philologique. Quest'ultimo un repertorio bibliografico, ossia una pubblicazione che si propone di raccogliere sistematicamente l'intera bibliografia (edizioni critiche, saggi, articoli, interventi in convegni, opere monografiche, ecc.) relativa agli autori e argomenti della classicit, e dunque rappresenta la base per qualsiasi tipo di ricerca. Fondato dal francese J.Marouzeau, l'Anne, il cui primo volume, comprendente la bibliografia degli anni 1924-25-26, risale al 1928, e giunto al LXXVIII volume a stampa (pubblicato nel 2009 e comprendente la bibliografia dell'anno 2007, con integrazioni degli anni precedenti), indubbiamente ad oggi il pi completo repertorio esistente. Viene pubblicato annualmente e raccoglie la bibliografia risalente a due anni prima quello della pubblicazione; questo ritardo cui lo studioso che avesse bisogno delle pubblicazioni pi fresche pu supplire rivolgendosi ad altri strumenti, dedicati proprio alla raccolta della bibliografia pi recente, o alla stessa edizione in rete dell'Anne, la quale mostra un certo anticipo rispetto all'edizione a stampa dovuto alla grandissima mole di materiale, proveniente da ogni parte del mondo, che deve essere spogliato, classificato e messo a disposizione8. anche questa la ragione per cui il lavoro suddiviso in sei centri di studio, collocati in Francia, alle dipendenze del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique), dov' la direzione generale, negli Stati Uniti, presso l'Universit di Cincinnati; in Germania, presso l'Universit di Heidelberg; in Italia, dove si sono creati diversi gruppi di lavoro, presso le Universit di Genova, Bologna, Pavia (sezione di Cremona) e Pisa; in Svizzera, sotto la responsabilit delle Universit di Losanna e Ginevra; e infine in Spagna, presso l'Universit di Granada9. A partire dal 2002, disponibile, come sopra si accennava, anche un database in rete, dal titolo L'Anne Philologique sur Internet (http://www.annee-philologique.com/aph/), la cui consultazione a pagamento: si tratta di un supporto estremamente agile, che consente un notevole risparmio di tempo rispetto alla consultazione dei ponderosi volumi; oggi si ha la possibilit di consultare on-line i volumi dal I (1924-26) fino al LXXIX (2008), mentre si prevede che il volume LXXX (2009) sia a disposizione
8 Basti pensare che soltanto l'elenco dei periodici spogliati, posto in apertura dei volumi, subito dopo l'indice generale, comprende all'incirca 1200 voci. 9 La redazione statunitense si occupa dal 1965 delle pubblicazioni di Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda, e paesi del Commonwealth, come Australia, Nuova Zelanda, Canada, Sudafrica; quella tedesca (dal 1972) delle pubblicazioni tedesche e austriache; quella svizzera (dal 1977) delle pubblicazioni elvetiche; quella italiana (dal 1995) delle pubblicazioni italiane; quella spagnola (dal 2000) di quelle della penisola iberica. La redazione francese tratta le pubblicazioni del resto dell'Europa, quelle dell'Asia, e quelle dell'Africa (escluso il Sudafrica).

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a partire dal settembre 2011. All'interno dell'opera, il materiale bibliografico organizzato in maniera sistematica: la prima parte, intitolata Autori e testi (Auteurs et textes) raccoglie tutto ci che stato pubblicato autore per autore procedendo in ordine alfabetico. La seconda parte quella maggiormente interessante per i nostri scopi, in quanto le pubblicazioni sono distribuite per sezioni e sottosezioni, le quali rappresentano tutte le ramificazioni del sapere filologico legato al mondo classico. Scorrendo l'indice, troviamo: sez. I: Letteratura (a. Storia letteraria; b. Teoria ed analisi letteraria; c. Generi letterari); sez. II: Linguistica (a. Linguistica comparata; b. Miceneo; c. Greco; d. Latino; e. Altre lingue; f. Metrica, g. Onomastica); sez. III. Trasmissione dei testi (a. Cataloghi dei manoscritti; b. Paleografia, Codicologia, Storia del manoscritto e delle biblioteche; c. Storia dei testi, critica testuale e tecnica dell'edizione); sez. IV: Fonti non letterarie (a. Archeologia; b. Epigrafia; c. Numismatica; d. Papirologia); sez. V: Storia e civilizzazione (a. Storia generale; b. Vita pubblica. Istituzioni; c. Economia e societ; d. Storia regionale, geografia storica e topografia; e. Mentalit e costumi. Quadro materiale e forme della vita quotidiana; f. Religioni; g. Cultura); sez. VI: Diritto e giustizia (a. Nozioni generali; b. Diritto greco; c. Diritto romano; d. Diritto di altri popoli); sez. VII: Filosofia e storia delle idee; sez. VIII: Scienze e tecniche (a. Nozioni generali; b. Matematiche; c. Scienze e tecniche fisiche; d. Scienze e tecniche della terra; e. Scienze e tecniche della vita; f. Tecnologia); sez. IX: Gli studi classici (a. Storia e tradizione degli studi; b. Documentazione e ricerca). La seconda parte si chiude con una sezione (X) dedicata alle miscellanee e alle raccolte di scritti10. A conclusione di questa prima lezione, due considerazioni a margine, che scaturiscono da quanto finora abbiamo detto. La prima riguarda la necessit, per chi si dedica a questo genere di studi, di acquisire con il tempo buone competenze nel campo delle lingue straniere moderne, in particolare inglese, francese, tedesco e, in second'ordine, spagnolo, le quali, insieme all'italiano, rappresentano le lingue della comunicazione filologica. In questo senso, il progressivo potenziamento dell'apprendimento della seconda e terza lingua nella scuola secondaria, se continuer ad essere perseguito dal Ministero dell'Istruzione, risulta assai utile, pur mirando di per s a tutt'altri obiettivi, anche nel settore degli studi classici. Esso andr comunque completato (penso soprattutto al
10 Sarebbe quanto mai utile che gli allievi potessero toccare con mano e sfogliare un volume dell'Anne o perlomeno consultare l'edizione on-line: in tal caso, si potrebbe fare cenno anche al linguaggio, apparentemente piuttosto complesso, che correda ciascuna voce. Non mi nascondo che in entrambi i casi potrebbero esserci difficolt notevoli: nel primo perch le biblioteche dei Dipartimenti di studi classici non consentono nessuna forma di prestito su questi volumi, data la loro importanza, il loro costo e la necessit di lasciarli sempre in consultazione; nel secondo perch si tratta di un servizio a pagamento. Si potr ovviare con la distribuzione di fotocopie tratte dai volumi a stampa.

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tedesco, raramente imparato a scuola eppure cos fondamentale nell'ambito della filologia classica) e perfezionato, per avere la possibilit, da una parte, di leggere e comprendere agevolmente, senza eccessive perdite di tempo e senza ricorrere ad aiuti esterni, pubblicazioni edite nelle diverse lingue; dall'altra, ad un pi alto livello, di confrontarsi con studiosi stranieri nell'ambito di convegni, tavole rotonde, o, pi semplicemente, scambi epistolari. La seconda considerazione, che ci traghetta verso la seconda lezione, riguarda il tipo di approccio mentale necessario al filologo classico. La lettura dei testi, letterari e non, e l'interpretazione dei fenomeni culturali del mondo greco e latino abbisogna di riflessione, di profondit, di delicatezza, di gusto, di precisione, di rigore; tutte qualit il cui sviluppo richiede tempo e pazienza. In tal senso la filologia si pone agli antipodi rispetto al modo moderno di vivere e di pensare e anche, talvolta, di realizzare prodotti culturali. La capacit di soffermarsi ad ascoltare la voce degli antichi, isolandosi dal frastuono e dalla vorticosit del mondo che lo circonda, la pi grande conquista del filologo. Vengono in mente le parole di Nietzsche nella prefazione della sua opera dal titolo Morgenrthe (= Aurora), distanti da noi centoventicinque anni, eppure cos attuali; le cita ancora Gentili11, dalla traduzione italiana di F.Masini12:
Filologia ... quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un'arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto oggi pi necessaria che mai; proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un'epoca del lavoro, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol sbrigare immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cio a leggere lentamente, in profondit, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita e occhi delicati ....

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SECONDA LEZIONE: La critica del testo. La trasmissione dei testi

11 Pp.21-22. 12 F.Niezsche, Aurora. Pensieri su pregiudizi morali, traduz. it. di F.Masini, Milano 19782, pp.8-9.

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Entriamo dunque in argomento. Come gi sopra accennavamo (vedi Premessa, p.2), vogliamo concentrare la nostra attenzione in questa sede sull'attivit che per eccellenza contraddistingue il filologo classico, ossia la critica del testo, la quale presuppone il dominio di quel tutto filologico di cui abbiamo parlato, e nel contempo rappresenta il presupposto di qualsiasi disciplina specialistica (filosofia, religione, diritto, scienze naturali, archeologia, ecc.), il cui punto di partenza siano i testi scritti dell'antichit greco-latina. Essa la disciplina che mira a ricostruire i testi antichi, restituendoli nella forma quanto pi possibile vicina a quella dell'originale, attraverso una serie di procedimenti tecnici, che uniscono scienza e sensibilit artistica, i quali si sono andati fissando nel corso della lunga storia degli studi classici dall'Umanesimo fino ai nostri giorni, e hanno ricevuto straordinario impulso dall'opera del tedesco Karl Lachmann (1793-1851). Fu lui, nella prefazione della sua edizione del Nuovo Testamento (dunque non un testo classico), datata 1842, a distinguere, nel processo di restituzione del testo antico, due momenti: 1. la recensio (dal lat. recenseo, passo in rassegna, esamino), ossia la raccolta e l'esame della tradizione, vale a dire delle testimonianze che di una determinata opera ci sono pervenute attraverso i secoli, al fine di giungere al testo originale. Non dandosi il caso, per quel che concerne il mondo classico, di testi di cui ci sia giunto l'autografo di mano dell'autore (il che eliminerebbe gran parte della fatica), queste testimonianze, sempre pi o meno distanti dalla stesura dell'originale, sono costituite o da manoscritti (papiri, pergamene e carte, in rotolo e in codice) di et tardo-antica e medioevale, e da edizioni a stampa di et umanistica13, che tramandano quell'opera e allora si parla di tradizione diretta; oppure da citazioni, commenti, imitazioni, allusioni, ecc., da parte di altri autori antichi e tardo-antichi e allora si parla di tradizione indiretta. 2. la emendatio (dal lat. emendo, correggo), attivit che di necessit deve seguire la recensio, e consiste nel correggere il testo emerso dall'esame della tradizione, nel caso in cui esso si riveli guasto al di l di ogni ragionevole dubbio, e/o nello scegliere, tra le diverse possibili lezioni di un passo, quella che abbia la maggiore probabilit di essere autentica, nel caso in cui la recensio non si sia mostrata in grado di giungere ad un testo univoco. Questi due momenti, cui ora abbiamo solo accennato e su cui ritorneremo, rappresentano il nucleo del modello lachmanniano, da lui applicato nella celebre edizione di Lucrezio del 1850, e divennero gli indiscutibili capisaldi della critica testuale, a fronte di altri aspetti di quello stesso metodo, risultati inadeguati con il procedere degli studi e alla lunga superati.

13 Assai meno frequente il caso di testi quanto meno di testi letterari conservati su pietra, marmo, cocci di vaso (ostraka), tavolette di legno, ecc..

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Gran parte dell'operazione di recensio occupata dalla raccolta e dall'esame comparativo della cosiddetta tradizione diretta. Essa deve il suo nome al fatto che contiene al suo interno quei testimoni intenzionalmente destinati alla conservazione o divulgazione o trasmissione di un testo14: per quanto riguarda le opere letterarie, si tratta quasi esclusivamente di copie di testi classici scritte a mano (donde il nome di manoscritti) in epoca tardo-antica o, prevalentemente, medioevale, sui tre generi di supporto del papiro, della pergamena e della carta, e nei due diversi formati del rotolo e del codice; ad esse vanno affiancate le prime edizioni a stampa di epoca umanistica dei medesimi testi. Di queste ultime ci occuperemo in un secondo tempo, mentre bene soffermarsi preliminarmente sui manoscritti, a comincaiare dai papiri, le cui caratteristiche materiali, ossia l'aspetto esterno e interno, costituiscono l'oggetto di studio della papirologia, la quale peraltro si occupa anche della loro trascrizione e interpretazione. La produzione della carta dalla pianta del papiro (o(, h( pa/puroj), che cresceva abbondante lungo le rive del Nilo, testimoniata in Egitto fin dal IV-III millennio a.C.. La procedura di fabbricazione, a noi nota solo attraverso un passo, peraltro piuttosto controverso, della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (XIII, 74-82), doveva svolgersi, secondo l'interpretazione pi accreditata15, con queste modalit: la parte inferiore del fusto della pianta veniva tagliata in pezzi, quindi scorticata fino ad arrivare al midollo morbido, il quale veniva tagliato in strisce lunghe e sottili; una parte di esse veniva distesa su di una tavola umida, una striscia vicino all'altra con i bordi leggermente sovrapposti; al si sopra di essa si disponevano, in senso ortogonale, altre strisce, anch'esse le une contigue alle altre; il reticolato cos ottenuto veniva pressato e il collante che fuoriusciva dagli stessi tessuti della pianta garantiva che le strisce aderissero perfettamente a formare un foglio, il quale veniva lasciato ad essiccare al sole e poi levigato e lucidato per essere pronto per la scrittura. Questa la fabbricazione di un singolo foglio; ma per produrre un libro? Esso aveva la tipica forma del rotolo, che sar chiamato dai Greci to/moj e dai Latini volumen (da volvo, volgere = ci che si avvolge, da cui il nostro volume): una serie di fogli, pare mediamente una ventina, venivano incollati gli uni agli altri, in modo che le strisce orizzontali, meno cedevoli, stessero all'interno, e quindi avvolti attorno ad una bacchetta di legno (greco o)mfalo/j; latino umbilicus), che aderiva all'ultimo foglio; il titolo del libro e il nome dell'autore venivano scritti su di un cartellino, spesso tinto di colore rosso, applicato alla parte esterna del

14 Scialuga, p.48. 15 Ma non da sottovalutare la cosiddetta teoria di Groningen, sostenuta da I.H.M.Hendriks (Pliny. Historia Naturalis XIII 74-82 and the Manifacture of Papyrus, in Zeitschrift fr Papyrologie und Epigraphik, XXXVII (1980), pp.121-136) e accolta da autorevoli esperti del settore. Per una sintesi della teoria, che qui non possiamo riassumere per ragioni di spazio, si veda Scialuga, p.15.

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rotolo, che veniva infine levigato con pietra pomice16; per concludere, il rotolo veniva cosparso di olio di cedro per proteggerlo dalle tignole. Il rotolo poteva avere una lunghezza variabile tra i 35 e i 15 cm ed era scritto di solito solo nel lato interno, il recto17, le cui fibre scorrevano in senso orizzontale, parallelo alla lunghezza del rotolo, e in genere non continuativamente, ma in colonne parallele al lato corto (e dunque la scrittura risultava perpendicolare ad esso) a partire dalla sua estremit sinistra. Il volumen, pertanto, non si srotolava in senso verticale, ma in senso orizzontale, da sinistra a destra. L'uso della carta di papiro si diffuse, in tempi non sempre facilmente precisabili, grazie ai contatti commerciali con l'Egitto, nella Grecia continentale (VII sec. a.C.?)18, in Asia Minore e quindi in Italia e a Roma, fino a divenire il materiale scrittorio per eccellenza in et ellenistica, come dimostrano i famosi 500.000 volumina della Biblioteca di Alessandria d'Egitto al tempo di Tolomeo II Filadelfo (285-246 a.C.). La fortuna del papiro dur sostanzialmente fino al IV secolo d.C., anche se gi nei due secoli precedenti aveva cominciato a subire la concorrenza della pergamena. Il nome, che risale all'inizio del IV sec. d.C. (Edictum de praetiis di Diocleziano: 301) e deriva da quello della citt asiatica di Pergamo, che probabilmente ne fu il maggiore centro di produzione, sta ad indicare la carta ricavaata dalla pelle di animale, di solito capre, pecore e vitelli. In precedenza, essa veniva chiamata dia/fqera dai Greci e membrana dai Latini. Una volta scorticata, la pelle veniva lavata e ripulita, nella parte esterna, della lana e del vello (il cosiddetto lato pelo, pi ruvido e di colore giallastro), in quella interna, della carne (lato carne, pi liscio e di colore biancastro), quindi sottoposta ad un bagno di calce per eliminare i peli, e lasciata ad essiccare al sole; successivamente, veniva levigata con pietra pomice e raschiata e infine trattata allo scopo di eliminare l'untuosit e favorire l'applicazione dell'inchiostro19. Molto pi rispetto alla carta di papiro, le pergamene potevano differire quanto a sottigliezza, levigatezza e colore: un particolare rilevante, perch proprio dall'analisi di questi aspetti esteriori, possibile dedurre l'et della pergamena, l'area geografica di provenienza, il suo centro di produzione: elementi assai preziosi per il critico testuale. Inizialmente, anche la pergamena prese la forma del rotolo (poteva bastare una sola pelle per rotolo; in caso di necessit se ne cucivano insieme due o pi) e presentava rispetto al papiro qualche indubbio vantaggio, come il fatto di poter essere scritta su entrambi i lati e di consentire pi agevoli

16 Una chiara reminiscenza di questa levigatura finale proviene dai primi due versi del celebre carme di apertura del Liber catulliano: Cui dono lepidum novum libellum / dura modo pomice expolitum? 17 Il lato esterno, il verso, era lasciato in bianco. 18 Il primo papiro a noi pervenuto che conserva un testo letterario greco, risale al IV sec. a.C. ed il PBerol (= Papiro di Berlino) 9875, recante parte del testo (circa 250 vv.) del nomo citarodico I Persiani di Timoteo di Mileto (V-IV sec. a.C.). 19 Per ulteriori particolari, si veda Scialuga, pp.20-21.

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cancellature20. Tuttavia, proprio nel momento in cui la pergamena incominciava a contendere il campo al papiro, si verific gi alla fine del III sec. a.C. a Roma; all'inizio del II in Grecia un cambiamento epocale nel formato dei manoscritti: l'introduzione del codice, che fin via via col soppiantare il rotolo, il quale peraltro, sul supporto papiraceo, continu ad essere utilizzato per la trascrizione di opere letterarie ancora fino al VII sec. d.C.. Al successo del codice sul rotolo si accompagn il successo della pergamena sul papiro (per quanto esistano anche codici di papiro), al punto che, per quanto non si riesca a capire facilmente se i due fatti siano correlati e fino a che livello21, possiamo senza dubbio considerare il formato del rotolo legato al papiro e quello del codice alla pergamena (e pi tardi alla carta di stracci). L'utilizzo del codice, la cui natura fisica e materiale oggi studiata dalla codicologia22, attestato per le opere letterarie a partire da fine I - inizio II sec. d.C.23; esso, come dimostra la sua etimologia (dal latino caudex = pezzo di legno), rappresentava l'evoluzione delle tavolette di legno incernierate in uso a Roma fin dall'et arcaica24 e assomigliava molto pi da vicino a ci che noi intendiamo per libro: nella sua forma definitiva, era costituito da una serie di fascicoli saldati l'uno con l'altro lungo lo stesso dorso (la nostra rilegatura). Questi fascicoli erano per lo pi quaterniones, ossia quattro doppi fogli uniti; il doppio foglio (bifolium) era il risultato della piegatura in due di un folium, che dava origine a quattro pagine nella successione di recto (pagina) e verso (contropagina). Se ne deduce che il quaternio era un fascicolo di sedici pagine. Accanto ai quaterniones si usavano anche i terniones (tre doppi fogli = dodici pagine) e i quiniones (cinque doppi fogli = venti pagine) e, sebbene si tendesse a realizzare codici con fascicoli di ugual numero di fogli, non mancano esempi in cui si trovano mescolati fascicoli di tre, quattro o cinque doppi fogli. importante il fatto che dapprima solo i fascicoli, poi anche le singole pagine, venissero numerati: infatti, non solo le diverse modalit di numerazione consentono agli studiosi di codicologia di trarre significative deduzioni sull'et, l'area geografica e lo scriptorium di provenienza del codice, ma la stessa presenza di una numerazione rende possibile l'individuazione di perdite o trasposizioni di fogli o pagine. Quanto alle ragioni che permisero al codice di imporsi sul rotolo, esse risiedono nella maggiore

20 Non si pu invece affermare con sicurezza che la pergamena fosse meno costosa del papiro, anche se la possibilit non certo da escludersi. 21 L'ipotesi che la pergamena si adattasse meglio del papiro al formato del codice per esempio smentita da Scialuga, p.27. 22 Il termine stato coniato solo nel 1949 da Alphonse Dain (Les manuscripts, Parigi). 23 Diverse testimonianze provengono dalla raccolta di epigrammi di Marziale (vedi I 2, vv.1-4; XIV 184, 186, 188, 190, 192. 24 dunque altamente probabile che il codice membranaceo (ossia di pergamena, lat. membrana) sia nato a Roma (ipotesi occidentale), anche se non da escludere la sua nascita in Oriente (ipotesi orientale), ma prevedendo pur sempre come modello l'antico caudex romano in legno.

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funzionalit, maneggevolezza e fruibilit di un formato che poteva comodamente contenere al suo interno numerose opere (si pensi, per esempio, al codice Laurenziano 32, 9, che contiene tutto Eschilo, tutto Sofocle e le Argonautiche di Apollonio Rodio25), mentre i rotoli, almeno a partire dall'et alessandrina, ospitavano in media un migliaio di versi di poesia e tre-quattromila righe, ciascuna delle quali della lunghezza approssimativa di un esametro, di prosa. Infatti, proprio per evitare i problemi di maneggevolezza comportati da grossi rotoli recanti intere opere, i grammatici alessandrini incominciarono a dividere le opere in libri, ossia in numerosi volumina di dimensioni pi ridotte (pratica a cui da allora in poi si adeguarono gli stessi autori), che andavano ad occupare gli scaffali della Biblioteca. Gli innegabili vantaggi derivanti dall'introduzione del codice determinarono, oltre al resto, anche un fenomeno di notevole importanza per la storia degli studi classici, per quanto alcuni tendano oggi a ridurne la portata26: la traslazione della letteratura classica dai rotoli di papiro nei codici di pergamena27. Si tratta di un lavoro mastodontico che si comp nell'arco di circa due secoli (IV-VI d.C.) e vide impegnati gli scribi dei monasteri orientali ed occidentali, il quale da una parte garant la conservazione di un gran numero di opere (non dimentichiamo che i papiri avevano una durata massima peraltro assai rara di trecento anni), ma dall'altra comport l'inevitabile perdita di una quantit di gran lunga maggiore di esse, per ragioni diversissime: vuoi che fossero troppo estese, vuoi che fossero troppo complesse, vuoi che l'argomento fosse ritenuto poco interessante, vuoi che apparisse poco decoroso ai monaci addetti alla copiatura, fatto sta che moltissimo non si conserv. Dal momento che molto spesso non era la qualit dell'opera il criterio per la sua trascrizione, tanto pi che non di rado gli scribi erano privi di adeguata preparazione culturale, specie nel campo della letteratura pagana, si persero irrimediabilmente testi fondamentali, magari a vantaggio di altri per noi meno rilevanti. Ma c' di pi: anche le opere che ci furono conservate, vennero sostanzialmente deformate per una serie di errori, in parte connessi con la stessa attivit di copiatura, in parte dovuti all'ignoranza o, viceversa, all'eccesso di zelo da parte dei copisti. Sono proprio questi errori nella trascrizione dei testi a complicare maledettamente il percorso del critico testuale verso la ricostruzione dell'originale; ma al tempo stesso essi rappresentano anche, come vedremo, il filo conduttore per stabilire i rapporti di parentela tra i codici e dunque, in ultima analisi, per condurre a buon fine la recensio. Quanto abbiamo detto sul passaggio dal rotolo al codice port come conseguenza anche la distruzione della stragrande maggioranza della moltitudine di rotoli papiracei che contenevano opere classiche esistenti nel IV secolo d.C., ritenuti ormai inutili. Eppure si potrebbe obiettare

25 Cfr. C.Giarratano, p. 76. 26 Cfr. Scialuga, pp.26-27. 27 Giarratano, p.76.

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negli ultimi tre secoli sono venuti alla luce centinaia di frammenti papiracei di contenuto letterario. Ebbene, si tratta per lo pi di papiri che erano andati perduti prima del IV secolo, e a quell'epoca non si conoscevano, i quali possono riportare testi nuovi oppure testi gi noti (in quanto riprodotti in numerosi esemplari, alcuni dei quali sopravvissuti fino al IV secolo): per la quasi totalit essi provengono da Ercolano, dove furono seppelliti, e quindi conservati, dall'eruzione del Vesuvio del 79 a.C., e dalle sabbie del deserto egiziano. Una tipologia del tutto particolare di codici in pergamena rappresentata dai cosiddetti palinsesti, che meritano una attenzione particolare. Come rivela l'etimologia della parola, dal greco pa/lin + ya/w = raschio nuovamente, si tratta di codici riscritti (donde la dicitura latina di codices rescripti), in cui cio il copista ha prima cancellato la scrittura precedente, per poi apporvi sopra il nuovo testo. Solitamente, essi risalgono ai primi secoli del Medioevo, quando i costi elevati della pergamena e la scarsit del materiale resero necessario il ricorso a questa modalit: i fogli venivano immersi nel latte, lavati e opportunamente raschiati con una spugna, quindi ulteriormente levigati con pietra pomice per far scomparire le ultime tracce di inchiostro; resi nuovamente utilizzabili, essi potevano accogliere la nuova scrittura. Tuttavia, il risultato dell'operazione spesso non era perfetto e anche ad occhio nudo si potevano intravedere tracce dell'antica scrittura; esse peraltro vennero ignorate almeno fino all'inizio dell'Ottocento, quando tra i primi il cardinale Angelo Mai (17821854), prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, poi custode della Biblioteca Vaticana di Roma, si diede ad una meritoria attivit di ricerca dei palinsesti28, intuendo la possibilit di far riemergere l'antico testo attraverso l'uso di reagenti chimici, come l'acido gallico, estratto dalle noci di galla polverizzate e inumidite. In questo modo, nel dicembre 1819, egli scopr, nel Codice Vaticano Latino 5757, al di sotto dei Commentarii in Psalmos di Sant'Agostino, il testo di parte del De Republica ciceroniano29, un'opera di fondamentale importanza per la letteratura e cultura latina. La tecnica utilizzata da Mai era ancora embrionale e soggetta a controindicazioni: i reagenti chimici, infatti, con il tempo annerirono i fogli del codice, rendendoli praticamente illeggibili. Al giorno d'oggi l'uso di lampade a raggi ultravioletti, della fotografia a raggi infrarossi, o l'ancor pi recente tecnica digitale multispettrale consente di leggere i palinsesti, nei limiti del possibile (in taluni casi la scrittura risulta cancellata o di difficile lettura anche a causa dei precedenti tentativi di decifrazione), senza provocare danni alla pergamena. Ma quali codici venivano riscritti? Di preferenza, i monaci degli scriptoria medioevali si servivano dei codici guastati da qualche
28 Giarratano (p.94), ricorda, in po' retoricamente, la triade gloriosa di ricercatori di palinsesti, formata da Mai, Amedeo Peyron e dal danese Barthold Georg Niebuhr. 29 Mai riport alla luce la parte iniziale dei libri II e III e il finale del II. La scoperta gli valse la dedica da parte di Leopardi nel gennaio 1820 della canzone Ad Angelo Mai, quand'ebbe ritrovato i libri di Cicerone della Repubblica.

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incidente materiale, oppure pieni di errori, o ancora, vergati in un tipo di scrittura passato in disuso e dunque non pi comprensibile. Proprio quest'ultimo caso particolarmente interessante per il filologo e il paleografo: infatti, dietro alle opere di argomento sacro riscritte dai copisti, possibile rintracciare opere classiche scritte in capitale o in onciale, ossia in due tipi di scrittura molto antichi (la capitale in uso fino al VI sec. d.C., l'onciale dal IV all'VIII), di cui abbiamo per il resto esempi molto rari. Evidentemente, dunque, i palinsesti sono stati scritti per la prima volta in epoca antica, e dunque sono spesso cronologicamente pi vicini di altri codici all'originale*. I testi letterari continuarono ad essere trascritti pressoch esclusivamente su codici di pergamena almeno fino al IX secolo, quando, specialmente nel mondo arabo, incominci a diffondersi l'uso della carta. La tecnica di fabbricazione della carta, ricavata dal lino e dalla canapa, nota in Cina, a quanto pare, fin dal II secolo a.C., venne appresa dagli arabi nel 751, quando, a Samarcanda (attuale Uzbekistan), alcuni cinesi la rivelarono al governatore di Baghdad, che li teneva prigionieri, in cambio del loro riscatto. Da quel momento, non solo a Samarcanda, ma anche in Siria, in Egitto, in Tunisia, in Marocco e quindi in Spagna, sorsero cartiere sempre pi specializzate, finch la produzione non giunse, nel XIII secolo, anche in Italia e progressivamente si impose su quella della pergamena. Non a caso, i primi codici cartacei, risalenti al IX secolo, sono greci, mentre per quelli latini si dovr aspettare per l'appunto fino al XIII. Tanto i papiri quanto i codici sono soggetti a norme di nomenclatura (di cui si occupano la papirologia e la codicologia), basate su alcuni criteri, che ora riassumeremo brevemente, non prima per di aver ricordato l'importanza del fatto che la sigla risulti chiara e inequivoca, al fine di facilitare il rinvenimento dei documenti. Per quanto riguarda i papiri, essi sono solitamente raccolti in collezioni, le quali ricevono il loro nome sulla base: a) del luogo antico di ritrovamento (es. POXY = The Oxyrinchus Papyri; PErc = Papiri Ercolanensi); b) del luogo moderno di ritrovamento (es. PHibeh = papiri ritrovati nell'attuale El Hibeh, medio Egitto); c) del luogo in cui si trova l'ente proprietario della collezione (es. PLond = papiri conservati al British Museum di Londra; PBerol = papiri conservati presso il Museo Egizio di Berlino30); d) dell'ente proprietario (es. PSI = papiri della Societ Italiana per la ricerca dei papiri greci e
* Non c' modo migliore per dare efficacia alla descrizione della lavorazione del papiro o della pergamena e dei loro formati (rotolo o codice) che accompagnarla con immagini tratte da manuali specialistici o dalla rete, sfruttando le risorse fornite dalla tecnologia. 30 Della collezione del Museo Egizio di Berlino fa parte il papiro dei Persiani di Timoteo, da noi gi ricordato (vedi nota 18 p.10).

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latini); e) dal nome del privato proprietario della collezione o del singolo papiro (es. PChester Beatty = papiri appartenenti a sir Alfred Chester Beatty); f) del nome dell'editore del papiro (PGrenfell = papiro pubblicato dallo studioso Bernard Grenfell); g) dell'argomento dei papiri di una collezione (es. PGM = Papyri Graecae Magicae) o da una loro caratteristica comune (es. CPL = Corpus Papyrorum Latinarum); h) dal nome di una figura antica particolarmente rilevante il cui nome legato ad un gruppo di papiri (es. PZenon = papiri dell'archivio di Zenone, ministro delle finanze di Tolomeo II Filadelfo). All'indicazione pi o meno abbreviata della collezione viene poi fatto seguire nella sigla un numero arabo, che segnala la posizione occupata dal papiro in questione all'interno della collezione, a volte accompagnato da un numero romano, riferito al volume della collezione (qualora, evidentemente, ve ne sia pi di uno): il papiro recante il testo dell'elegia per Platea di Simonide di Ceo indicato dalla sigla POXY 3965 o, in maniera pi completa, POXY LIX, 3965. Il papiro occupa, dunque, il posto 3965 nel LIX volume della collezione di papiri ritrovati nella localit egizia di Ossirinco, circa 150 km a sud-ovest del Cairo31. Meno numerosi sono i criteri usati per la nomenclatura delle migliaia di codici membranacei o cartacei contenenti opere classiche sparsi in tutta Europa. Essi prendono il nome: 1) da quello delle biblioteche che li custodiscono (es. Bodleianus, dalla Biblioteca Bodleiana di Oxford; Palatinus, dalla Biblioteca Palatina di Heidelberg; Vaticanus, dalla Biblioteca Vaticana di Roma); 2) da quello della citt in cui si trova o si trovava la biblioteca che li custodisce o custodiva, espresso in latino in forma di aggettivo (es. Argentoratensis, ossia custodito a Strasburgo, l'antica Argentoratum; Guelferbytanus, dal nome latino della cittadina tedesca di Wolfenbuettel; Vindobonensis, custodito a Vienna, l'antica Vindobona); 3) da quello del loro antico possessore (es. Clarkianus, dallo studioso Edward Daniel Clark, 1769-1822; Gudianus, dallo studioso seicentesco Marquard Gude; Nicolianus, dall'umanista Nicol Niccoli, 1363-1437); 4) da quello della regione in cui sono stati ritrovati (es. Etruscus, codice contenente le tragedie di Seneca, rinvenuto in Etruria, oggi alla Biblioteca Laurenziana di Firenze); 5) dalla loro forma (es. Oblongus e Quadratus, rispettivamente i codici A e B del De rerum

31 Per una trattazione dettagliata dell'argomento, cfr. Scialuga, p.40.

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natura di Lucrezio). Come si pu vedere, il nome dei codici, greci o latini che siano, sempre espresso in latino, come aggettivo cui sottinteso il termine codex, di genere maschile; va rimarcato che, delle cinque categorie sopra elencate, le prime tre sono nettamente pi numerose (con prevalenza della seconda e della terza sulla prima), mentre assai pi di rado si indica il codice con il nome della regione o con la sua forma (ne abbiamo pochissimi casi). Anche il nome dei codici, come quello della collezione di papiri, viene per lo pi fatto seguire da un numero arabo, indicante la segnatura della biblioteca che lo conserva (la cosiddetta collocazione)32. Il lungo percorso della trasmissione dei testi classici nell'epoca antica e medioevale trova il suo punto d'arrivo in et umanistica, quando l'invenzione della stampa (Gutenberg, 1440) determina una vera e propria rivoluzione copernicana, segnando la fine dell'era del libro manoscritto e della trascrizione manuale, inaugurando quella della infinitamente pi comoda ed efficace riproduzione tipografica, la quale apre la via al libro moderno. La prima pubblicazione a stampa di opere scritte prima dell'invenzione della stampa (e dunque di tutti i testi classici) prende il nome di editio princeps. Generalmente, si considerano editiones principes tutte quelle pubblicate nel XV e XVI secolo, ma non mancano casi di prime riproduzioni a stampa di testi classici, specie greci, di epoca posteriore (per citare due esempi, la Te/xnh grammatikh/ [Techn! grammatich!] di Dionisio il Trace, esce per la prima volta nel 1715; il Peri\ e)qw=n [Peri eth"n] di Galeno nel 1832), ma ci sono casi di autori minori, in cui l'editio princeps deve ancora vedere la luce. Le stamperie quattrocentesche, tra cui quelle italiane di Venezia, Roma e Firenze facevano la parte del leone, si affrettarono a riprodurre le opere latine, a causa dell'indubbia preferenza concessa dagli umanisti al mondo latino, dovuta anche al fatto che molte opere greche, conservate nel mondo orientale in mano agli arabi, non erano conosciute; cos non ci si deve stupire che la prima edizione in greco di Omero (Firenze, 1488) sia posteriore a quelle di tutti o quasi i grandi della letteratura latina, da Cicerone, la cui edizione di De officiis e Paradoxa Stoicorum, datata 1465, la prima in assoluto, a Cesare (Roma, 1469), a Virgilio (Roma, 1469), a Livio (Roma, 1469), a Tacito (Venezia, 1470), fino a Catullo (Venezia, 1472) e Seneca (Epistole a Lucilio, Roma, 1475)33. Anzi, molte opere greche, che via via affluivano dall'Oriente, videro la luce prima nella traduzione latina approntata dai dotti umanisti che non nella versione greca originale.

32 Per un'ampia rassegna di esempi di codici appartenenti all'una o all'altra delle cinque categorie, vedi Giarratano, pp. 79-84, da cui sono tratti anche quelli qui citati. 33 Per un elenco pi completo, vedi Pasquali, in Enciclopedia Treccani, s.v. Edizione.

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Ci siamo fin qui occupati dei materiali e dei formati in cui ci sono state tramandate lungo i secoli le opere degli autori classici fino all'invenzione della stampa; ma altrettanto importante per lo studio della tradizione diretta l'indagine dei tipi di scrittura utilizzati, avvicendatisi nel tempo. Questo lo specifico campo di interesse della paleografia, ossia della scienza che indaga criticamente lo svolgimento dei vari sistemi di scrittura in uso nell'antichit e di tutte le loro manifestazioni34. Le competenze in questo settore sono indispensabili al filologo, anzi si pu dire che non esiste buon filologo che non sia anche buon paleografo. Ci per diverse ragioni, che qui possiamo solo sintetizzare. Innanzitutto, la conoscenza delle diverse scritture antiche ci consente, naturalmente associandosi ai criteri codicologici di cui abbiamo parlato, di datare i manoscritti e spesso di individuarne l'area geografica di provenienza. Per quanto riguarda i manoscritti in lingua latina, per i quali abbiamo a disposizione studi paleografici pi completi e soddisfacenti, possibile indicare questa successione, che tiene conto soltanto dei principali tipi di scrittura, ed dunque piuttosto esemplificativa che esaustiva: 1) capitale quadrata: scrittura maiuscola gi in uso per esemplari di lusso nella prima et imperiale (come dimostrano i papiri ritrovati ad Ercolano), frutto di una evoluzione della capitale attestata nelle iscrizioni di et repubblicana; di essa abbiamo soltanto tre esemplari, non anteriori al III sec. d.C.; 2) capitale rustica: scrittura maiuscola ma pi snella rispetto alla quadrata, di cui pure rappresenta una evoluzione, ne abbiamo 25 esemplari, risalenti ad un'epoca che giunge fino al VI sec. d.C.; anch'essa gi attestata nei papiri ercolanensi, quindi per un certo periodo dovette convivere con la quadrata; 3) onciale: scrittura maiuscola mista (l'iniziale talvolta pi alta del rigo), con linee pi ammorbidite, diffusa tra il IV e l'VIII sec., ne possediamo oltre 400 esemplari, di cui per solo 20 contenenti opere classiche35; 4) irlandese o schottica: scrittura semionciale in uso nei conventi fondati dai monaci irlandesi (Bobbio in Italia, San Gallo in Svizzera, Wrzburg in Germania, per citare solo i pi noti), in un'epoca compresa tra il VII e il IX sec.; 5) carolina: scrittura minuscola adottata per la prima volta dall'abate di Tours Alcuino, erudito originario di York, chiamato da Carlo Magno a dirigere la Schola Palatina, si diffuse in
34 G.Devoto-G.C.Oli, Vocabolario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier 19791, s.v.. Il testo fondatore della scienza paleografica, da cui essa deriva, tra l'altro, il suo nome, la Palaeographia Graeca di Bernard de Montfaucon (Parigi 1708). 35 In onciale , per esempio, il palinsesto contenente il De Republica ciceroniano scoperto dal Mai, di cui abbiamo parlato a pag.14 e nota 29.

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breve in tutto il mondo carolingio in un arco di tempo compreso tra il IX e il XII sec.; 6) gotica: scrittura minuscola alquanto rozza, in uso dal XII al XIV sec. Soprattutto nei monasteri di area germanica; 7) umanistica: utilizzata a partire dal XV sec., rappresenta una evoluzione della minuscola carolina; serv da modello per i caratteri tipografici delle prime edizioni a stampa. In secondo luogo, lo studio delle scritture antiche indispensabile per essere in grado di leggere il testo riportato dai codici. Pu forse apparire strano, ma la semplice lettura di un codice (o di un frammento papiraceo), ossia la decifrazione dei caratteri, delle sillabe, delle parole, delle frasi, un'operazione spesso assai difficile, per una molteplicit di ragioni. Per esempio, nei manoscritti latini fino all'introduzione della carolina non esisteva divisione di parola, la quale fece la sua comparsa per i testi greci solo nelle prime edizioni a stampa; nei manoscritti greci, soltanto verso la met del X sec. si adott un rigido sistema di accentuazione, mentre in precedenza costituisce evento raro trovare spiriti, accenti e altri segni ortografici (e, quando ci sono, sono per lo pi usati scorrettamente). Ma si pensi anche al sistematico uso di abbreviazioni, pi o meno numerose e decifrabili a seconda del tipo di scrittura, resesi necessarie per velocizzare la copiatura: esse sono gi presenti in buona quantit nella capitale per i prenomi, le magistrature, le misure, per la congiunzione que (abbreviata Q!, talvolta anche all'interno di parola, come in NEQ!O [= nequeo] e in Q!AT [= queat]), per la desinenza di dativo e ablativo della terza declinazione -bus (abbreviata B!, talvolta anche in altre circostanze, come in PHOEB! [= Phoebus]), o per le nasali m e n finali di parola, che non vengono scritte, ma sostituite da una linea con sotto un puntino (per la m), da una linea (per la n), da sovrapporre alla vocale precedente; le abbreviazioni diventeranno numerosissime nella gotica, rendendo questa scrittura talvolta pressoch indecifrabile. Per non parlare di una scrittura come la irlandese o schottica, di difficilissima lettura per via della diversa pronuncia del latino da parte dei monaci di origine irlandese, la quale determina frequenti scambi di vocali e consonanti e un uso improprio delle doppie (occorre tener presente che talvolta lo scriba copiava sotto dettatura e, in ogni caso, anche trascrivendo direttamente dal testo da copiare, poteva modificare la forma delle parole perch, prima di copiarle, le ripeteva mentalmente secondo la pronuncia che gli era pi abituale). In terzo luogo, la paleografia fornisce al filologo gli strumenti per riconoscere alcuni caratteristici errori prodottisi nella copiatura dei manoscritti, e dunque collabora alla ricostituzione del testo pi vicino possibile all'originale. Evidentemente, anche gli scribi medioevali si trovavano di fronte ai nostri stessi problemi nel decifrare scritture di epoche lontane e dunque disusate, o di aree geografiche diverse dalla propria: frequentissimi sono, per esempio, gli errori dovuti alla mancanza di divisione delle parole, o alla confusione tra lettere o gruppi di lettere diversi ma scritti in modo
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assai simile (nella capitale si confondono facilmente A e M, B e R, C e G, C e O, ecc.; M con IN e NI; nella minuscola a con e, a con o, a con ae e oe ecc., e l'elenco potrebbe essere molto lungo), oppure allo scorretto scioglimento delle abbreviazioni o dei simboli stenografici, o ancora alla cattiva lettura di lettere maiuscole indicanti numerali, con conseguenti imprecisioni, anche grossolane, nelle cifre, importanti soprattutto in opere a carattere economico o militare. Va infine ricordato che un momento cruciale, almeno per l'Occidente, nella storia delle scritture antiche, come in quella della trasmissione dei testi, rappresentato dall'epoca carolingia (VIII-IX sec.), quando un complesso di fattori politici, economici e culturali condusse ad una colossale opera di trascrizione delle opere classiche dalle scritture precedenti alla nuova scrittura minuscola carolina, la quale era dotata, oltre che di una notevole quantit di pregi grafici (come la chiarezza con cui erano scritte le lettere, ben distinte le une dalle altre, la scarsit di abbreviazioni, la divisione delle parole tramite spazi, l'estrema cura dell'ortografia e dell'interpunzione), anche di una estrema funzionalit, dal momento che scrivere in minuscola era molto pi rapido. Questo meritorio lavoro dei monaci carolingi ebbe rilevanti conseguenze. Innanzitutto, una inevitabile selezione dei testi da trascrivere, attraverso una scelta necessariamente arbitraria, che caus la perdita di un gran numero di opere ritenute di minore interesse, determinando un ulteriore assottigliamento quantitativo dei testi classici, dopo quello operato dalla traslazione della letteratura antica dai rotoli di papiro ai codici di pergamena (vedi pag.12). Secondariamente, la caduta nel dimenticatoio o la distruzione materiale di manoscritti in capitale e onciale, cronologicamente pi vicini agli originali; e ancora, l'intrusione all'interno dei testi di molti errori, dovuti a cattiva lettura delle scritture precedenti (capitale, onciale, irlandese), con i quali i moderni filologi devono fare i conti (sostanzialmente, la quasi totalit della letteratura classica latina deriva da manoscritti in capitale o onciale, direttamente, oppure, indirettamente, attraverso la trascrizione in carolina). Tuttavia, a fronte di questi effetti collaterali per certi versi inevitabili, l'opera di copiatura dei monaci carolingi ha significato per lo studioso moderno la possibilit di avere tra le mani un'altissima percentuale di testi classici tra quelli conservati (circa il 50 per cento), redatti in un tipo di scrittura, la carolingia appunto, di altissima qualit, con indubbi vantaggi per il suo faticoso lavoro*.

* Sarebbe consigliabile, nell'affrontare il tema della paleografia, accompagnare la pur sintetica descrizione delle varie tipologie di scrittura e delle loro peculiarit con la loro visualizzazione, avvalendosi di fotocopie o, se possibile, di un proiettore; in questo modo il discorso non resterebbe a livello puramente teorico e al contempo potrebbe essere stimolato l'interesse degli allievi, cui potrebbe essere richiesto di decifrare qualche passo di autore classico vergato nell'uno o nell'altro dei tipi di scrittura affrontati.

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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