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chiavacci leonardi

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Introduzione
Anna Maria Chiavacci Leonardi, gi docente presso lUniversit di Siena, si
spesa negli ultimi anni per il commento completo della Divina Commedia (fra i
pi usati nel mondo scolastico ed universitario, pubblicato prima per Zanichelli,
ora Oscar Mondadori). Fra le sue pi importanti pubblicazioni accademiche
bene ricordare La guerra della pietate; per il pubblico ha mandato alle stampe
lintroduzione alla Commedia Dante Alighieri per le edizioni San Paolo.
Incalcolabile il numero di interventi critici sul sommo Poeta.
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PERCH LEGGERE DANTE
Anna Maria Chiavacci Leonardi
Il tema proposto quest'anno per l'inserto monotematico della rivista ha
acquistato, nella nuova prospettiva storica che gli eventi degli ultimi mesi hanno
creato sulla scena internazionale, una particolare rilevanza. L'autore, o meglio il
libro di cui si intende parlare, ha infatti un posto del tutto singolare nell'ambito
dell'universo culturale dell'intero pianeta, luogo dove ormai soltanto un discorso
critico come quello che qui si vuol proporre pu essere fatto.
La Divina Commedia, il poema che il orentino Dante Alighieri scrisse sette
secoli fa, in un tempo che ci appare tanto diverso dal nostro, infatti oggi tra i
libri pi diffusi nel mondo dopo la Bibbia, tradotto in tutte le lingue dei paesi che
abbiano una struttura culturale, anche di popoli lontanissimi da noi per
tradizione e cultura - come il coreano, o il vietnamita - e appassionatamente
studiato nelle universit, in quelle del mondo orientale (come accade in
Giappone) non diversamente che in quelle del mondo occidentale. E subito ci si
pone la domanda di quale sia il segreto di questo testo, che non letto come un
antico, quale per esempio Omero, ma affrontato e discusso come ci si affronta
con un contemporaneo, che pone i nostri stessi problemi, che vive le nostre
stesse passioni.
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Una identit culturale
La risposta a questa domanda credo si possa trovare in una considerazione
che in certo modo risponde anche alla domanda che il nostro titolo pone. Il
poema di Dante, nato sulla ne dell'et medievale, di fatto la pi alta e
compiuta espressione - in forma di grande poesia - di quella identit culturale
che nel medioevo appunto si costru e che costituisce quella che detta la civilt
occidentale; civilt nata dall'incontro e dalla fusione delle due grandi tradizioni
culturali mediterranee, la greco-romana e l'ebraico-cristiana.
Di quella concezione dell'universo e dell'uomo, nella quale ancora affonda le
sue radici il nostro mondo, si fece voce il grande poema dantesco che ci quindi,
pur nella diversit delle condizioni storiche, in qualche modo contemporaneo.
Esso ci offre infatti l'idea (o meglio si direbbe l'immagine) di un universo
intelligibile, retto da leggi nalizzate, fatto a misura della nostra stessa ragione; e
in esso quella di un tempo storico - il tempo di quello spazio - che si muove
diretto a un ne, e nel quale agisce un essere dotato di ragione e libert
(superiore quindi alla natura) con un destino che oltrepassa gli stessi limiti
temporali.
Il razionale ordine del mondo, specchio della mente di un unico fattore, la
grande eredit della losoa greca, che gi riconosce anche la libert morale e
l'immortalit dell'uomo, unica tra le creature terrestri a cui fu concesso dagli dei
di non soggiacere alla caducit propria della natura. Ma il valore primario e
intangibile della persona, uguale in ogni uomo, in quanto dovuto alla immagine
di Dio che essa porta in s, e al suo destino divino ed eterno (al quale correlata
la nalit della storia) il segno proprio del cristianesimo.
Queste due realt sono ancora oggi alla base di ogni aspetto del vivere civile -
dalla scienza all'etica alla politica - anche se la coscienza comune non ne in
genere consapevole. E ci coinvolge anche i popoli che non appartengono alla
civilt dell'Occidente, in quanto il mondo ormai di fatto per molti aspetti
un'unica realt sociale. Sulla intelligibilit dell'universo si fonda infatti tutto lo
straordinario sviluppo scientico e tecnologico del nostro tempo, mentre solo nel
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valore assoluto della persona trova giusticazione quella dichiarazione dei
diritti umani che accettata oggi come base di convivenza da quasi tutti i paesi
del mondo.
Ma queste due certezze, no al nostro tempo radicate nella coscienza stessa
dei popoli dell'Occidente, non sono oggi pi cos sicure: il mondo sembra
dilatarsi e sfuggire alla mente dell'uomo, proprio mentre ne conquistato, e la
dignit della persona umana calpestata nei modi pi efferati, proprio mentre
ufcialmente proclamata. Le giovani generazioni si sentono come sospese
sull'orlo di questo discrimine, avvertono di non aver pi quella sicurezza che
sosteneva i loro padri.
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II soggetto del poema
Ora il poema di Dante presenta, in una costruzione in s perfetta, sia la
singolare bellezza dell'ordine dell'universo - racchiuso in un'armonia che
determina l'esatta inclinazione dell'orbita degli astri come il momento del
dischiudersi di un ore - sia la straordinaria qualit della persona umana,
quell'unico essere libero nella necessit che regola ogni moto del cosmo. L'uomo,
in quanto libero e padrone del suo destino, infatti l'oggetto primario del poema,
come l'autore stesso dichiara nell'epistola dedicatoria del Paradiso a Can Grande
della Scala (Ep. XIII 25).
E tutti i lettori conoscono la variet e la viva realt dei tanti, uomini e donne,
umili e potenti, che popolano la Commedia, il poema che per primo mise in scena
non solo eroi e principi, non personaggi della leggenda e del mito (come nei
poemi classici), ma uomini oscuri, ignoti alle cronache, in tutto uguali agli altri - i
grandi e famosi - per dignit e destino. Tale uguaglianza non esiste in realt in
nessuna cultura fuori del cristianesimo (anche il grande Aristotele considerava il
libero e lo schiavo come due diverse specie di uomini, e ancora oggi in ogni
civilt sono stabilite caste e differenze). Essa nacque quando furono scritte le
celebri parole della Epistola di san Paolo ai Calati: non c' pi n ebreo n
greco, n uomo n donna, n schiavo n libero, perch tutti sono ugualmente
gli di Dio. Ed oggi il cardine delle strutture civili del mondo occidentale.
La lettura di Dante dunque, per l'uomo dell'Occidente, la lettura, cio la
presa di coscienza, della propria identit, coscienza che sola permette di
intendere quella altrui. E ci tanto pi vero in Italia, paese che ha al suo centro
civile e culturale la citt di Roma, l'erede storica della tradizione greca come di
quella cristiana, e il centro politico che ne diffuse i valori in tutto il mondo
occidentale. Guardandosi intorno, dai monumenti dell'antica civilt greco-
romana, alle grandi chiese medievali, ai palazzi rinascimentali, all'immenso
patrimonio di arte gurativa che secoli di tradizione hanno espresso, ogni
italiano vede scritta la propria storia, ed quella storia che il libro di Dante
racconta e fa comprendere dall'interno, attraverso il solo linguaggio, quello della
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poesia, che ha questo potere, potere che nessun trattato n libro di storia
possiede.
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Un realismo umanissimo
E in particolare la poesia dantesca appare dotata di una singolare capacit di
penetrazione. La sua grande forza, il segreto della sua leggibilit da parte di
ogni cultura, sta nel suo oggetto primario, che , come si detto, la persona
umana: l'uomo di Dante vive nel tempo storico, nella realt concreta e
quotidiana, non ha nessuna connotazione speciale, nessun alone che lo distanzi
dal lettore; e pur essendo esattamente collocato nel tempo e nello spazio
geograco, anzi proprio per questa sua condizione, che quella di tutti gli esseri
umani, in tutto simile ad ogni altro uomo, di ogni luogo e tempo. La profonda,
partecipe conoscenza che Dante ebbe dell'uomo, di cui egli sa e ridice ogni moto
del cuore e ogni atto, sguardo, sorriso - dal gesto del lattante che svegliato in
ritardo cerca il seno materno, al sospiro dell'epilettico che riprende coscienza, al
pianto del morente - d alla sua poesia quel singolare fascino che conquista ogni
lettore.
Ma al fondo di tale attento, diremmo amoroso realismo, sta la concezione
dell'uomo per cui la vita nel tempo ha il suo compimento nell'eternit. Di qui
discende infatti l'estremo valore che acquista ogni gesto - sico o morale -
compiuto nella storia: una parola, una lacrima, un moto del cuore. quel ne
ultratemporale che d alla Commedia di Dante il suo carattere singolare e forse
unico. Essa racconta le vite umane da quella riva oltre il tempo, dove esse
trovano il loro senso. Quel mondo ultraterreno infatti paradossalmente il solo
che dia signicato alle storie della terra. Tutti gli uomini di Dante vedono la
propria vita all'indietro, ricordando i gesti compiuti nel tempo, quei gesti,
talvolta uno solo, e brevissimo, che decisero della loro sorte. Di quei gesti
intessuto tutto il poema, nel quale ogni lettore riconosce il suo, e ne misura il
valore.
Ricordiamo, nel primo regno, il bacio che perdette Paolo e Francesca - di cui
vediamo l'impallidire del volto, l'incontrarsi degli sguardi, il tremito di tutta la
persona - e l'alzarsi dei remi della nave di Ulisse nel varcare lo stretto di
Gibilterra (il limite posto dagli dei alla conoscenza dei mortali). Cos nel secondo
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regno, quello dei salvati, troviamo la gura emblematica del grande principe
Manfredi di Svevia, scomunicato dal papa e carico, come egli stesso dice, di
orribili peccati, che ferito a morte si rivolge piangendo a Dio, e viene accolto
tra le sue braccia misericordiose:
Orribil furon li peccati miei;
ma la bont innita ha s gran braccia,
che prende ci che si rivolge a lei (Purg. III, 121-123).
E come lui Buonconte da Montefeltro, ugualmente ucciso in battaglia, per
una sola parola - il nome di Maria - e una sola lacrima di pentimento, viene
strappato al demonio e portato in cielo da un angelo all'ultimo istante (Purg. V,
94-108). Non diverse situazioni Dante ci presenta nel regno dell'eterna felicit,
tra i beati del paradiso, dove si trovano anzi dei casi di salvezza che si possono
chiamare estremi. Qui incontriamo addirittura un pagano, l'imperatore Traiano,
salvato per un atto insieme di umilt e piet: egli ferm infatti l'esercito in
partenza per la guerra, cedendo alle preghiere di una povera vedova che lo
supplicava di fargli giustizia per la morte del glio (la vedovella consol del
glio: Par. XX, 45; cfr. Purg. X, 73-93). E - altro caso limite - vediamo
risplendere di straordinaria luce una celebre gura biblica, la prostituta Raab,
che a Gerico accolse nella sua casa e pietosamente salv da morte i messi di
Giosu, favorendo cos la vittoria del popolo eletto (Par. IX, 112-126).
Dal limite varcato da Francesca e da Ulisse, al pianto salvico di Manfredi e
Buonconte, agli atti misericordiosi di Traiano e Raab, la storia umana si rivela
cos nel poema portatrice di valori eterni, preziosa in ogni suo irripetibile
momento. Essa non si ripete ciclicamente, non svanisce nel nulla, non afdata
al caso, ma ha una sua durata, un principio e una ne, dove ogni singolo gesto
trova il suo compimento.
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Lo spirito e la lettera
In questo breve campionario dei molteplici casi della vita storica presenti
nella Commedia dove sottolineato il valore prezioso insito nel tempo,
possibile riconoscere un altro aspetto del poema dantesco, forse il pi
signicativo che segni la sua singolare modernit, sopravanzando in qualche
modo lo stesso tempo che chiamiamo moderno. Intendiamo il primato dato
sempre, e in modo ben evidente, allo spirito sulla lettera, alla coscienza del
singolo sulle istituzioni e la legge. Cos Manfredi, colpito dalla scomunica papale
con anatema, la pi grave, per cui era da tutti considerato dannato, si salva per
un solo moto del cuore pentito. E inversamente Guido da Montefeltro, che da un
papa stato assolto, si perde per la mancanza appunto del pentimento. Cos
accanto a Traiano un altro infedele, il virgiliano Rifeo, salvo senza il battesimo
sacramentale per un dono gratuito di Dio alla sua fedele osservanza della
giustizia. E la biblica prostituta Raab, come la nobile Cunizza da Romano, sono
accolte in Paradiso nonostante i loro gravi peccati per i loro gesti di piet.
Cose queste, dice Dante stesso, che parrebbero forse difcili ad accettare alla
gente del mondo (Par. IX 34-36 e XX 67-69). Difcili allora, come, crediamo,
ancora oggi per molti.
Ma tale la profonda convinzione di Dante, che n dal Convivio scriveva
non esser necessario farsi frati o monaci per essere religiosi, ma si pu esserlo
anche in matrimonio stando, perch Dio non volse religioso di noi se non lo
cuore. (Conv. IV XXVIII 9).
Come tutti sanno, tale convinzione, che ha le sue radici nel Nuovo
Testamento (cfr. Rom. 2, 28-29, passo da Dante espressamente ricordato nel
luogo citato sopra), non propria nemmeno nel mondo di oggi delle varie
culture e religioni, e nella stessa Chiesa cattolica - che pure la professa nella sua
dottrina - spesso ignorata o contestata dai cosiddetti benpensanti.
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Il motore dell'universo dantesco
Ma dietro a questo atteggiamento morale - che poi la molla che sola pu
unicare, a nostro parere, l'umanit nelle sue molteplici realt culturali e
istituzionali - sta l'elemento primario che muove tutto l'universo dantesco, e cio
l'amore, grazie al quale appunto ogni regola, ogni legge pu essere superata
(come i casi di Manfredi e Raab insegnano). L'amore infatti, nella Commedia,
come la luce che tutto illumina, la sorgente da cui ogni sua parte si alimenta. La
stessa parola amore tra le pi ripetute lungo i suoi quindicimila versi, e da essa
muove, e in essa termina, il cammino del poeta protagonista.
L'uomo smarrito che troviamo in apertura del poema soccorso per un
gratuito gesto di piet che dal cielo interviene a suo favore (Inf. II 94-96), e la
donna che scende a procurargli la salvezza colei che fu l'amore della sua
giovinezza, e che cos dichiara la ragione per cui ha lasciato il luogo della
beatitudine: amor mi mosse, che mi fa parlare. Cos alla ne, quando quello
stesso uomo giunge a contemplare la realt divina, il compimento di ogni suo
desiderio si realizza nell'identicarsi della sua libera volont con l'amore che
regge tutto l'universo: l'amor che muove il sole e l'altre stelle.
Lo stesso atto creatore di fatto pi volte denito, nella Commedia, come atto
di amore. Cos nel primo canto del poema ricordato il momento - l'inizio della
creazione - in
cui vennero creati gli astri: ,.. quando l'amor divino / mosse di prima quelle
cose belle (Inf. 139-40). E cos alla ne del Paradiso si descrive la creazione
degli angeli:
,.. in sua etternit di tempo fore, /fuor d'ogne altro comprender, come i
piacque, / s'aperse in nuovi amor 1'etterno amore (Par. XXIX 16-18).
Questo onnipresente amore quello stesso che raccolse il morente Manfredi,
pur maledetto dalla scomunica papale, nell'ultimo barlume di vita, e di speranza:
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Per lor maladizion s non si perde, /che non possa tornar, l'etterno amore, /
mentre che la speranza ha or del verde (Purg. III, 133-135).
In un tale universo, dove ogni minimo gesto di amore raccolto, e ogni uomo
- povero o potente - ugualmente prezioso e destinato a un glorioso destino,
forse i giovani del nostro tragico tempo possono trovare una risposta alla loro
domanda di signicato. Forse il poeta orentino del Duecento pu ancora
offrire, con la sua alta parola cos vicina all'uomo e cos immersa nel divino, una
indicazione di speranza.
Anna Maria Chiavacci Leonardi - Universit di Siena
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Meeting 2001
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Il poema di Dante: la storia nelleternit
Venerd 24, ore 18.30
Relatrice:
Anna Maria Chiavacci Leonardi,
Professore ordinario di Filologia e Critica Dantesca allUniversit degli Studi
di Siena
Moderatore:
Davide Rondoni
Rondoni: Questo incontro ha per tema Dante, la sua opera. Sono molto
contento che ci sia questo incontro e credo che lo sarete anche voi, avendo la
pazienza di ascoltare, perch la persona che oggi ci parler di Dante
sicuramente una delle voci pi autorevoli della critica dantesca; per questo
quarto dora che siamo stati insieme, anche una delle voci pi simpatiche della
critica dantesca. La professoressa Chiavacci Leonardi che insegna alluniversit
di Siena, autrice di molti studi su Dante; il primo e il pi importante ha
convinto molto come titolo: La guerra della pietate, saggio per uninterpretazione
del Paradiso, del 1979. Dal 1991 lautrice del commento a La Divina
Commedia de I Meridiani di Mondatori, la collana italiana pi prestigiosa.
Questo suo lavoro ha fatto in modo che la sua opera sia oggi uno dei riferimenti
pi importanti sia per gli studiosi, sia per tutti coloro che si avvicinano allopera
di Dante.
Sono molto contento anche perch, come potrete rendervene conto
personalmente, il modo di guardare e il modo di leggere lopera di Dante della
professoressa ha una particolare assonanza con il tema del Meeting, con quello
che ci siamo detti in questi giorni. Quando si pensa alla Divina Commedia, si
pensa ad unopera in cui il tempo e leterno sono messi sotto il fuoco dello
sguardo di un uomo come Dante, che era un cristiano che amava lavventura, e
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che, per questo, guardava il tempo nel suo incardinarsi nelleterno, guardava il
tempo cos profondamente, cos appassionatamente che non poteva che vederne
limmagine eterna. Questo ha a che fare con questi giorni, perch lo specico,
loriginale dellopera di Dante, perch lo specico e loriginale dellavvenimento
cristiano, che permette di guardare la storia nei suoi dettagli, avrebbe detto
Pasternak, nei suoi particolari in questo modo. Sono molto contento, quindi,
perch c una sintonia nello sguardo che la professoressa ha portato dellopera
di Dante da cui noi possiamo solo imparare. Ascoltiamo quindi la sua relazione,
poi se ci sar tempo e modo potremo anche discutere un po.
Chiavacci Leonardi: Grazie di questa introduzione cos lusinghiera, e forse
anche un po caricata nellinsieme, per la ringrazio molto. Vorrei cominciare da
questa considerazione: questo poema scritto da un orentino ormai circa sette
secoli fa, in un tempo che appare molto lontano dal nostro, oggi uno dei libri
pi diffusi nel mondo dopo la Bibbia. Non sostenuto dalla lingua, che non
certamente una delle pi note nel mondo, n dalla nazione, che non tra le pi
potenti; tuttavia tradotto in tutte le lingue, quasi tutte, nei paesi che abbiano
una qualche struttura culturale, anche di popoli molto lontani per tradizione e
cultura, come pu essere il vietnamita e il coreano, dove si intraprendono
traduzioni della Commedia. Studiata nelle universit con grande passione anche
in quelle orientali, come in Giappone, dove ci sono specialisti di Dante, come in
quelle occidentali. Ecco, c quindi da chiedersi il segreto di questo testo, che
non letto come pu essere un antico come Omero, ma viene affrontato e
discusso come si affronta un contemporaneo, che ha i nostri stessi problemi e
vive le nostre passioni. La risposta a questa domanda forse si pu trovare in una
considerazione che comunemente non viene fatta: questo poema, nato alla ne
dellet medievale, di fatto la pi alta, la pi compiuta espressione, in forma di
grande poesia, di quellidentit culturale che nel medioevo si costru, e che
costituisce quella che detta la civilt occidentale, civilt nata dallincontro e
dalla fusione delle due grandi tradizioni: la greco-romana e lebraico-cristiana.
Di quella concezione delluniverso e delluomo, nella quale affonda le sue radici il
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nostro mondo moderno, si fece voce il grande poema dantesco. Questo poema
offre da una parte lidea, o meglio, trattandosi di una poesia, limmagine di un
universo intelligibile, armonioso, regolato da leggi nalizzate, fatto a misura della
nostra stessa mente; dallaltra parte offre limmagine di un tempo storico, il
tempo di quello spazio, che si muove diretto ad un ne, secondo un suo interno
ordine. Questo ne come si vedr e si dir pi avanti, oltrepassa insieme il tempo
e lo spazio e li racchiude entrambi. Ora, quel razionale ordine del mondo che
specchio della mente del suo Fattore, che regge inne tutta la struttura del
poema, dal principio alla ne, la grande eredit della losoa greca, ma in quel
tempo storico, che entro luniverso si svolge, si muove un essere libero e
immortale, quella persona umana il cui valore primario e intangibile, dovuto
allimmagine di Dio che esso porta con s, il segno proprio del Cristianesimo.
Queste due realt sono ancora oggi alla base di ogni aspetto del vivere civile,
della scienza come delletica e della politica, anche se la coscienza comune in
genere non ne consapevole. Ci coinvolge anche popoli che non appartengono
alla civilt dellOccidente, in quanto il mondo ormai, di fatto, ununica realt;
infatti, sullintelligibilit delluniverso si fonda tutto lo straordinario sviluppo
scientico e tecnologico del nostro, e solo nel valore assoluto della persona trova
giusticazione quella dichiarazione dei diritti umani, che accettata oggi come
base della convivenza civile da quasi tutti i paesi del mondo.
Queste due certezze, no a questo tempo radicate nella coscienza stessa dei
popoli dellOccidente, non sono pi, oggi, cos sicure; il mondo sembra dilatarsi e
sfuggire alla mente delluomo proprio mentre ne conquistato, e la dignit della
persona umana calpestata nei modi pi efferati, proprio mentre ufcialmente
proclamata nei diritti umani. Le giovani generazioni si sentono come sospese
sullorlo di questo discrimine, avvertono di non avere pi quella sicurezza che
sosteneva i loro padri. Il poema di Dante ci presenta, in una costruzione in s
perfetta, sia la singolare bellezza dellordine razionale delluniverso, sia la
straordinaria qualit della persona e delluomo, unico essere libero nella
determinazione che regola ogni moto del cosmo. Ed presente in una forma in
cui il suo carattere primario quello di una totale certezza: il metro stesso, la
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terzina incatenata, la sintassi sempre perfettamente conclusa, la cadenza stessa
del ritmo ternario, racchiudono dal primo allultimo verso nella loro solidit,
quasi di un cristallo, un mondo sicuro, dove la nostra mutevole vita, pur
vivamente presente come un direttore della commedia sa, in ogni sua sfumatura
no alla pi drammatica, trova il suo senso e il suo valore. quel ne posto al di
l del tempo che d alla narrazione della commedia il suo carattere singolare e
unico. Essa racconta, infatti, le vite umane dalla riva oltre la storia; tutti gli
uomini di Dante, come i lettori sanno, vedono la loro vita allindietro, ricordando
i gesti compiuti nel tempo, quei gesti, talvolta uno solo e brevissimo, che decisero
della loro sorte; di quei gesti intessuto tutto il poema, nel quale ogni lettore
riconosce il suo e ne misura il valore.
Il tempo storico dove tutto si decide, ma che non ne a se stesso,
largomento proprio del poema di Dante, luomo della Firenze del 300, immerso
nella drammatica storia civile della sua citt (come sapete momento della lotta
tra guel Bianchi e Neri), quella storia civile da lui appassionatamente vissuta.
Dante fu cacciato in esilio, in certo modo posto come fuori dalla storia, e della
storia ricerca e ritrova il senso profondo con quello sguardo interiore che gli fu
dato in sorte e che la fede sostenne; ne ritrova il senso che oltrepassa lefmero e
lapparente per cogliere la realt del vivere umano. La Commedia si presenta,
allapertura del libro, come un testo pieno di storia, intessuto di storia come
nessun altro poema epico; non il mito e la leggenda proprio dellethos antico, non
i semidei, gli eroi e i re, che sono i protagonisti dellephos antico. Nel poema sono
indicate date precise, nomi di uomini sia antichi che contemporanei, illustri ma
anche oscuri, tutti esattamente collocati nel tempo e determinati
geogracamente. Si pensi allinizio: in un paesaggio ideale, la selva oscura, che
poi naturalmente simbolica, appare unombra, quella di Virgilio; questombra,
appena parla, fornisce date e luoghi: Non omo; omo gi fui,/ e li parenti miei
furon Lombardi,/ Mantovani per patria ambedui./ Nacqui sub Julio, ancor che
fosse tardi/ e vissi a Roma sotto il buon Augusto,/ al tempo degli Dei falsi e
bugiardi (Inf. I, 67-72). Virgilio indica la data e il luogo di nascita, parla dei
genitori, precisando che furono ambedue mantovani per patria. Data e luogo
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irrompono in questo paesaggio che sembra simbolico. Proseguendo, le
determinazioni sono continue; di tutti i personaggi sappiamo esattamente dove e
quando sono nati, in quali epoche e guerre si sono trovati. Spesso le
determinazioni geograche sono date dai umi, come ad esempio per Francesca
da Rimini: Siede la terra, dove nata fui,/ su la marina dove il Po discende/ per
aver pace co seguaci sui (Inf. V, 97-99), o come per Francesco dAssisi: Intra
Tupino e lacqua che discende/ del colle eletto del beato Ubaldo (Par. XI,
43-44); lo stesso vale per Canizza da Romano: In quella parte della terra prava/
italica che siede tra Rialto/ e le fontane di Branta e di Piava (Par. IX, 25-27).
Insieme a precise indicazioni geograche, vengono date quelle storiche e relative
alle famiglie di appartenenza: Io fui di Montefeltro, io son Bonconte (Pg. V,
88). Alcuni nomi, alcune determinazioni sono, a noi moderni, completamente
ignote, occorre cercarle nei libri di storia, negli archivi; pi sono determinate e
pi attraggono il lettore. Questo in genere tutto il tessuto del poema.
Nei poemi antichi e anche medievali, come nel ciclo di Re Art e della Tavola
Rotonda, era sempre necessario che il protagonista fosse un eroe; luomo di
Dante non ha bisogno, per acquisire dignit, di un blasone terreno; ogni uomo,
infatti, ha una dignit suprema. Solo in questo poema gli oscuri e i grandi
(perch ci sono anche papi, re e imperatori) hanno la stessa identica dignit,
sono tutti uguali. Questa una grande rivoluzione nella storia della cultura
umana, tuttora riconoscibile, che distingue il Cristianesimo e la civilt che da
esso nata. Questo compare nella Lettera ai Galati di San Paolo: non c pi n
Ebreo, n Greco, n uomo n donna, n schiavo n libero; queste erano le
distinzioni fondamentali della cultura di allora. Gli Ebrei e i Greci erano due
popoli completamente diversi luno dallaltro; Aristotele pensava che luomo
libero e lo schiavo fossero quasi due diverse specie di uomini. Paolo, con queste
parole, introduce nella storia umana questa singolare rivoluzione. Cos sono gli
uomini del poema dantesco.
C poi unaltra fondamentale diversit che contrassegna il poema di Dante.
Dopo i fatti di Galilea, la stessa concezione culturale del mondo cambiata: la
differenza consiste nel ne. La struttura della narrativa del poema quella di un
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viaggio, elemento tipico dellephos mediterraneo, sia cristiano, che ebraico, e
classico. Potremmo riportare molti esempi: Abramo, che parte condando nella
parola di Dio, senza sapere neppure dove andr, per fondare un nuovo regno di
pace e di felicit; anche Enea parte perch crede nella parola degli dei, per
fondare a Roma, sulle coste italiche un nuovo regno di felicit; Mos porta il suo
popolo fuori dallEgitto, fuori dalla schiavit per andare nel paese promesso, in
un luogo di libert; Ulisse ritorna a casa dopo un lungo viaggio. C una doppia
congurazione in questi viaggi, di chi va verso un luogo ignoto e chi ritorna
verso la propria casa. Ogni popolo ha, inoltre, la propria determinazione e
congurazione geograca: i Greci vanno per mare, gli Ebrei per terra. Il ne,
inteso come luogo sico, della Commedia non raggiungibile n con i carri n
con le navi, ma posto oltre lo spazio; un luogo irraggiungibile, nelleternit.
Anche il poema di Dante, infatti, un viaggio che lautore compie, un viaggio
che inizia nella selva oscura e nisce nellempireo, nel luogo eterno. Questa
novit dipende da quel cambiamento culturale di cui si diceva, perch, cadute le
gure, resta la realt; quei luoghi dellepica antica, i luoghi darrivo storici, non
sono che gure del luogo che la commedia ci offre; sono le gure della vita
dolorosa delluomo che cerca di arrivare ad un luogo di felicit e di pace; invece,
il luogo offerto dalla Commedia la realt. Paradossalmente, quindi, luoghi
storici, concreti, toccabili sono gure; il luogo, invece, che non si vede la realt.
Tutto luniverso diretto ad un ne, un ne che lo trascende, come dice il primo
canto del Paradiso, con tono assertivo e sicuro: Le cose, tutte quante/
hannordine tra loro; /questo forma che luniverso a Dio fa simigliante (Par. I,
103-105).
In questordine stabilito in ogni dettaglio, Dante fa unosservazione curiosa
sul movimento degli astri: se un astro si muovesse diversamente e modicasse
linclinazione della sua orbita di un decimo di grado, tutto precipiterebbe. C,
quindi, una regola assoluta, un ordine nel quale si muove una creatura dotata di
libert: cos da questo corso si diparte/ talor la creatura, chha podere/ di piegar,
cos pinta, in altra parte (Par. I, 130-131): che ha il potere di piegare, pur cos
sospinta, in unaltra direzione. Questo naturalmente la descrizione delluomo,
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che vive nella storia, il cui gesto compiuto liberamente pu condurlo ad esiti
diversi. Per questo il gesto storico di ogni personaggio cos prezioso. Dante
conosce la realt delluomo nei suoi minimi dettagli, ed quello che affascina
sempre il lettore; tutti gesti che Dante conosce e rappresenta in maniera perfetta
e riempiono il poema, e questi gesti spesso decidono la vita dei suoi personaggi.
Alcuni esempi: il bacio tra Paolo e Francesca, che accade durante la famosa
lettura del libro: ma solo un punto fu quel che ci vinse (Inf. V, 132); il varco di
Ulisse alle colonne dErcole: de remi facemmo ali al folle volo (Inf. XXVI,
125); Bonconte da Montefeltro arriva, ferito a morte, sulla riva del ume, e con
una sola lacrima salva tutta la sua vita di peccatore; arrivano langelo e il diavolo
a contendersi lanima; langelo porta la sua anima in cielo e il diavolo replica O
tu del ciel perch mi privi?/ Tu te ne porti di costui letterno/ per una lacrimetta
che l mi toglie (Pg. V, 105-107). Sono gesti minimi, ma ogni gesto nella storia
ha questa risonanza e valore nelleternit.
Questo valore della storia come un germe che deve orire, quasi
germogliare nelleterno, come sar detto nella preghiera alla Vergine, nellultimo
canto; Dante, rivolgendosi nella preghiera a Maria, dice: Nel ventre tuo si
raccese lamore/ per lo cui caldo nelleterna pace/ cos germinato questo
ore (Par. XXXIII, 7-9). la oritura nelleterno di tutta questa storia umana
grazie allamore divino dellIncarnazione. Accade per questo valore di eternit
posto nella storia, che i due piani nel poema sembrano distinti, ma vicini tra di
loro; la morte, se si pensa agli incontri di Dante nel poema, sembra quasi non
abbia posto come quella barriera che noi avvertiamo. Dante si aggira nel mondo
dei morti, ma essi appaiono non diversi dai vivi; li riconosce e parla con loro con
tutta naturalezza. Ad esempio quando incontra lamico Forese Donati: Forese,
da quel d/ nel qual mutasti mondo a miglior vita,/ cinquanni non son vlti inno
a qui (Pg. XXIII, 76-78); c questo tono di amicizia, come quando parla con
Belacqua, o con Brunetto Latini nella grave condizione dellinferno, dove, dopo
il primo stupore: siete voi qui ser Brunetto, dopo il drammatico scambio di
battute, loro due si mettono a camminare tranquilli e luno chiede notizie
allaltro. C, quindi, una barriera infranta, invisibile, tra morti e vivi. Questo
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mondo di morti nellaldil un mondo di vivi, un mondo di corpi. Questi corpi
sono ttizi, perch devono attendere il giorno del giudizio universale, tuttavia
hanno una realt straordinaria e noi li vediamo come veri. Si pensi ai gesti con
cui si muovono i personaggi dellInferno, come ad esempio Farinata che sergea
col petto e con la fronte (Inf. X, 35). Questa loro realt, questa loro
consistenza, per cui sono indistinguibili dai vivi, viene dal dogma cristiano della
resurrezione dei corpi, perch tutte le anime dellaldil aspettano il corpo che un
giorno rivestiranno; questo essenziale per comprendere il poema di Dante; in
tutto il poema, n dai primi canti, viene ricordato quel corpo sepolto nella terra.
Nel sesto canto dellInferno Virgilio spiega a Dante che: Ciascun riveder la
trista tomba,/ ripiglier sua carne e sua gura (Inf. VI, 97-98). Pier delle Vigne,
il suicida, dice: Come laltre verrem per nostre spoglie, ma non per chalcuna
sen rivesta;/ ch non giusto aver ci chom si toglie (Inf. XIII, 103-104).
Ricordate lincontro con Catone, quando Virgilio, sulla riva del Purgatorio, gli
ricorda quella splendida veste che Catone lasci appunto suicidandosi in Utica:
Tu l sai, ch non ti fu per lei [la libert] amara/ in Utica la morte, ove lasciasti/
la vesta chal gran d sar s chiara (Purg. I, 73-74). Quella veste lasciata sulla
terra apparir nello splendore dellultimo giorno, che al gran d sar s chiara,
cio luminosa, splendente.
I corpi sepolti sono una traccia ricorrente durante tutto il poema, no nel
Paradiso, dove singolare lincontro con san Giovanni Evangelista. A proposito
della morte di San Giovanni Evangelista, cerano differenti opinioni; secondo la
credenza popolare, si pensava che fosse stato assunto in cielo con il corpo, come
Maria. Dante, quando vede la luce, la amma di Giovanni, perch in Paradiso le
anime appaiono come amme e non come fuochi, si sforza di vederne il corpo;
Dante autore nge, mettendosi nei panni del Dante personaggio, di
rappresentare il comune fedele, il cristiano comune, popolare, il semplice; sforza
la vista pensando di vedere il corpo. San Giovanni gli dice: Perch tabbagli/
per veder cosa che qui non ha loco?/ In terra l mio corpo, e saragli/ tanto con
gli altri, che il numero nostro/ con leterno proposito sagguagli (Par. XXV,
122-126): sar l e vi rester no a che verr il giorno della risurrezione. Fino
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nellalto Paradiso, quindi, torna il ricordo del corpo sepolto nella terra. Su questo
tema incentrato un grande canto, tra i pi belli del Paradiso, il XIV, nel quale si
affronta il discorso teologico della resurrezione; in questo canto si dice che lo
splendore del corpo risorto sar tale da oltrepassare addirittura lo splendore
interno dellanima: Ma s come carbon che amma rende,/ e per vivo candor
quella soverchia,/ s che la sua parvenza si difende;/ cos questo fulgore che gi
ne cerchia/ a vinto in apparenza dalla carne/ che tutto d la terra
ricoperchia (Par. XIV, 52-58).
un tema prediletto da Dante, perch sostiene tutto il suo grande poema,
come vedremo alla ne. Si potrebbe dire che la barriera che gli antichi hanno
posto nel cielo della luna qui infranta; infatti, gli antichi credevano che la
materia di cui erano fatti i cieli fosse immortale, eterna; si legge, infatti, in
unopera di Cicerone: al di sotto della luna tutto caduco, al di sopra tutto
eterno. Al di sotto della luna tutto caduco, ma con uneccezione: le anime degli
uomini date per un singolare dono degli dei; lanima era considerata, gi da
Platone, immortale, ma non il corpo; era comprensibile che lanima salisse alle
stelle, ma inammissibile considerare immortale il corpo. Nel primo canto del
Paradiso, invece, il corpo di Dante sale, insieme a Beatrice, e viene portato in
alto, verso lEmpireo. Quel corpo oltrepassa i cieli tolemaici, i cieli storici, i cieli
della sica di allora; giunge allEmpireo dove appare la vera realt della storia
umana. Arrivando allEmpireo, nella conclusione del poema, nella grande
immagine della Candida Rosa, Dante porta il signicato, il senso di tutta la storia
che noi abbiamo visto, nelle sue molteplici sfumature, lungo il racconto. Con
grande ardimento, direi teologico, Dante sostituisce limmagine biblica della
citt: non c una citt circondata da mura e con porte preziose, ma solo un ore,
una rosa, la cosa pi delicata della terra. Dante ha scelto una rosa per
rappresentare questa realt che corporea, ma spirituale insieme. Questa grande
rosa raccoglie tutta lumanit. Infatti lo dice: In forma dunque di candida rosa/
mi si mostrava la milizia santa/ che nel suo sangue Cristo fece sposa (Par.
XXXI,1-3). Quando si entra nellEmpireo, il famoso ne di cui parlavo in
principio, si esce dal tempo e dallo spazio; Beatrice lo dice con chiarezza: Noi
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siamo usciti fre/ del maggior corpo al ciel che pura luce (Par. XXX, 38-39);
per evitare equivoci specica che non una luce sica; infatti, continua dicendo:
luce intellettual piena damore;/ amor di vero ben, pien di letizia;/ letizia che
trascende ogni dolzore (Par. XXX, 40-42), cio ogni dolcezza conosciuta
dalluomo sulla terra. Quindi questa luce, questo cielo un cielo spirituale.
Ebbene qui troviamo i veri corpi del poema, i corpi storici appunto.
Il XXXII canto del Paradiso non molto amato dalla critica, ma se lo si
togliesse, svanirebbe tutto il poema. Nel canto, infatti, c una descrizione precisa
della divisione di questa rosa, la collocazione e la distribuzione storica dei
personaggi; questo canto porta, nella rosa, la storia. Maria e il Battista sono ai
due estremi della rosa e segnano la divisione tra lAntico e il Nuovo Testamento.
Dante non scende nel dettaglio, cita pochi nomi perch questi corpi restano
qualche cosa di trasumanato, come dice Dante, nel primo canto, con un verbo
di suo conio: sono corpi spirituali. Dante cita alcuni nomi di santi cristiani,
Francesco, Benedetto, Agostino, i grandi fondatori di ordini, le grandi donne
ebree Sara, Rebecca, Giuditta; pochi nomi, ma quanto basta per dare questa
congurazione storica alla grande Rosa dellEmpireo. Dante d ad uno dei
personaggi citati il suo carattere umano, attraverso una determinazione di affetto
terreno: santAnna che guarda la glia Maria. Dice san Bernardo a Dante: Di
contro a Pietro vedi seder Anna/ tanto contenta di mirar sua glia,/ che non
move occhio per cantare Osanna (Par. XXXII, 133-135): pur cantando Osanna
con tutti gli altri, non distoglie lo sguardo dalla glia, che nalmente vede. I beati
del Paradiso di Dante sospirano i corpi, perch, come osserva Benvenuto da
Imola, forse il pi acuto commentatore dal punto di vista della poesia,
desiderano vedere in carne coloro che amarono in carne. Quindi Anna, lass,
esprime questo sentimento tra i pi teneri e pi forti che ci siano nellumanit,
quello della madre per il proprio glio. Attraverso questo semplice gesto di
Anna, Dante afferma che nulla di quel che umano perduto, nulla di quel che
buono sulla terra, di quello che noi amiamo, di ogni nostra giornata quotidiana,
perduto.
Questa, per, non lultima immagine, c ancora un passo. Nel XXXIII
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canto Dante rimane solo davanti alla visione di Dio e gli sono mostrati tre grandi
misteri:
Il mistero dellunit nei molteplici, nel Creato, rappresentato con limmagine
del libro, un volume, ununit che raccoglie tanti fogli.
Il mistero della Trinit rappresentata da tre cerchi luminosi della stessa
dimensione, riessi luno dallaltro; unimmagine effabile, ma impossibile da
rappresentare.
Il terzo mistero conclude il poema; Dante vede, crede di vedere, nel
secondo cerchio della Trinit la Seconda Persona, il Verbo, limmagine
dellUomo: mi parve pinta della nostra efge;/ per che il mio viso in lei tutto era
messo (Par. XXXIII, 131-132). Mi parve: una visione un po vaga. Dante
immerge tutto il suo viso, cio il suo sguardo, nella contemplazione di questa
apparizione, cercando di capire questo mistero incomprensibile alluomo. Dante
usa un paragone per spiegare il tentativo di immergersi in questo mistero; dice,
infatti: Quel il geomtra che tutto safge/ per misurar lo cerchio, e non
ritrova,/ pensando quel principio ondelli indige (Par. XXXIII, 133-135). La
quadratura del cerchio un antico problema della geometria che permane. Se
si procede attraverso un calcolo matematico impossibile trovare questo numero
che, infatti, chiamato trascendente. Questo, per i geometri, il problema dei
problemi. Alano da Lilla, in un suo Ritmo della Incarnazione, scrive una
quartina sullIncarnazione, che ricorda il paragone che fa Dante: Suae artis in
mensura geometra fallitur dum immensus sub mensura terrenorum sistitur in
directum curvatura circoli convertitur: nel giudizio proprio della sua arte il
geometra si trova perduto, quando lImmenso, lImmensurabile, cio Dio, si pone
sotto la misura della cose terrene; in directum curvatura circuli convertitur: la
curva del cerchio si cambia in linea retta; la quadratura del cerchio. Alla ne,
un fulgore illumina Dante facendogli comprendere il mistero, ma Dante non ne
d spiagazione. A questo punto la fantasia non pu venir in aiuto di Dante; dice,
infatti: Allalta fantasia qui manc possa (Par. XXXIII, 142), perch non c
immagine a cui riferirsi. Lultimo Mistero la visione dellUomo, cio il tempo
storico, di cui il corpo delluomo il segno. Questo corpo caduco, destinato a
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morire, questo tempo storico abita allinterno delleternit.
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Domande
Rondoni: La ringrazio perch il suo non latteggiamento di un accademico,
cio di uno che cerca di tenere la distanza dalla materia di cui parla; per questo
ho avuto limpressione di ascoltare qualcosa di familiare e semplice.
Vorrei fare per primo una domanda. Con alcune persone abbiamo completato
da poco unedizione della Divina Commedia, che uscir nella collana dei libri
dello Spirito Cristiano. Abbiamo fatto un lavoro insieme, ci siamo divisi i
commenti. Il tema che lei ha messo al centro dei suoi studi, e che oggi ci ha
riproposto in versione familiare, buona e semplice anche da digerire, la
questione per cui il fulcro dellopera il mistero dellIncarnazione e della
Resurrezione; per cui il proprio cristiano, il corpo, ci che pi storico, che
pi dettagliatamente e fragilmente storico, centra con leternit. Questo il
punto che, nei commenti di molti critici, di molti grandi lettori della Commedia,
eccetto alcuni grandi come Eliot, Auerbach, Singleton, generalmente viene
saltato, o comunque non affrontato direttamente, come se lo specico non
venisse colto. Allora io le vorrei chiedere: che cosa occorre tenere presente,
portarsi dietro quando si comincia a leggere La Divina Commedia, oltre a questo
elemento che lei ha colto e ha messo in luce giustamente? Perch innegabile
che La Divina Commedia sia stata allontanata dalla scuola, sempre pi
allontanata dallattenzione, con un tentativo a volte anche becero di farla passare
come una cosa secondaria. Che cosa occorre, allora, portare con s nel momento
in cui ci si avvicina ad unopera cos grande e cos potente e per anche cos
lontana, o comunque che ci stata cos allontanata? Cosa stato importante per
lei, che cosa ha seguito lei nel leggere La Divina Commedia?
Chiavacci Leonardi: Intanto bisogna conoscere Dante a fondo; poi conoscere
il Medioevo latino che ci che manca in genere al lettore, al critico, al ragazzo,
al giovane, perch quello che principalmente si conosce della nostra tradizione
scolastica lantichit classica, Virgilio e Aristotele che Dante stesso indica come
suoi maestri. Quello che non si conosce, invece, la tradizione cristiana. Non
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dico che si debba conoscere san Tommaso, sebbene sia augurabile; ci che
occorre, in primo luogo, la conoscenza del Vangelo e di san Paolo. Il Vangelo,
le lettere di Paolo e lAntico Testamento, soprattutto i Salmi e i Profeti, sono tra i
testi che Dante meglio conosce. I salmi sono gli stessi che si recitavano in chiesa,
tutti i giorni, alle ore canoniche e che, quindi, il popolo cristiano conosceva bene.
Quello che quasi mai ho trovato nelle interpretazioni date a La Divina
Commedia il riferimento evangelico. In Dante presente, in maniera
straordinaria, uno dei tratti caratteristici del Vangelo: la prevalenza dello Spirito
sulla lettera, che in contrasto con gli ebrei, dove tutto si fa secondo la lettera. Il
Vangelo oltrepassa la lettera per lo Spirito: tutta La Divina Commedia
costruita su questo; le istituzioni sono sempre in seconda linea, la scomunica
papale non basta a dannare Manfredi, perch gli basta un gesto (che ricorda il
gliol prodigo; Luca sempre ben noto a Dante), gli basta un pianto per essere
salvato. Le prostitute, dice Ges nel Vangelo, vi precederanno nel Regno dei
Cieli; noi troviamo in Paradiso una prostituta, Raab. Volevo solo dare un cenno
di questo carattere evangelico del testo dantesco che spesso sconosciuto.
Domanda: Uno dei grandi temi affrontati al Meeting di questanno stato il
realismo, a cui sono dedicate diverse mostre. Mi piacerebbe se lei potesse
spiegare cosa vuol dire realismo nella Commedia dantesca. Grazie.
Chiavacci Leonardi: Le rafgurazioni, come quelle dellephos antico che ci
fanno vedere luoghi concreti come Gerusalemme, Cana, Roma, il Lazio, sono
gure di quello che la realt, cio la vita eterna. C, inoltre, un altro aspetto
relativo al realismo, in senso letterale, relativo, quindi, alla rappresentazione di
ci che si vede del reale che conosciamo. Questa capacit, in Dante,
straordinaria. Il realismo con cui lui rappresenta tutta la natura, i ori, i rami, gli
uccelli. Si prenda, ad esempio, allepisodio di Pier delle Vigne, quando il tronco
parla: Come dun stizzo verde, charso sia/ dallun decapi, che dallaltro geme/ e
cigola per vento che va via/ s dalla scheggia rotta usciva insieme/ parole e
sangue (Inf. XIII, 40-44); una rappresentazione perfetta. Ogni espressione,
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ogni realt delluniverso guardata con unattenzione e una precisione
straordinarie. Si potrebbe dire che questo grande realismo dipende anche dalla
consapevolezza della preziosit del reale del quale nulla va trascurato. La
caducit del reale abolita nella Commedia come nel cristianesimo. Potrei fare
un esempio; nel terzo canto dellInferno c una grande similitudine, che risale ad
Omero; Virgilio paragona lumanit a delle foglie che cadono: Come, dautunno,
si levano le foglie/ luna appresso dellaltra inn che il ramo/ rende alla terra tutte
le sue spoglie,/ similmente il mal seme dAdamo/ gittansi di quel lito ad una ad
una,/ per cenni, come augel per suo richiamo (Inf. III, 112-117). Questo il
cadere delluomo secondo gli antichi; ma, un aspetto che non si osserva che la
similitudine di Dante riferita allumanit che condannata allInferno. Laltra
immagine vegetale che Dante usa sono i petali della rosa dellEmpireo; in lei
riposto il germe delleterno.
Rondoni: Io vi auguro che vi succeda, quello che mi accade quando leggo La
Divina Commedia: non riesco a stare fermo. La Divina Commedia , infatti, la
relazione, il partecipare ad un grande movimento. Dante aveva una concezione
di s che si muoveva dentro tutto il movimento della storia; la scenograa dentro
cui luomo Dante sente di muoversi, sa di muoversi, ha dentro tutto: la storia, le
stelle, luniverso. Luomo che dentro al grande movimento della storia, che non
accetta che in questo grande movimento nulla vada perduto, scrive La Divina
Commedia perch vuole rivedere Beatrice, perch quello che lo ha colpito e che
gli ha fatto vedere la realt come buona non sia perso per sempre; vuole scrivere
per lei qualcosa che nessuno ha mai scritto per nessuno. Dante fa questo nel
modo che appunto ci stato indicato: alla ricerca di qualcosa che permetta che
tutto questo movimento non sia perso, non sia vano; per lui che amava la vita,
che amava la storia era inaccettabile, che qualcosa di questa storia si perdesse.
questo il viaggio di Dante, questo non poter star fermo, il vivere la propria vita
come un viaggio, unesperienza, vedendo tutto, anche il particolare, dentro la
luce delleterno. La poesia il modo con cui Dante ci ha raccontato queste cose;
non lo fa attraverso la losoa ma, come diceva Eliot, attraverso una losoa
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percepita. E lo fa perch la nostra vita venga presa da questo movimento, perch
andiamo a trovare qualcosa per cui tutto non sia perduto. La poesia, larte
produce questo movimento nella vita.
Se la vita chiede leternit non signica che chieda limmortalit della vita; ci
che chiede la resurrezione, o meglio, lentrata delleterno nella storia in un
punto, come lincarnazione. Questo il motivo per cui sentiamo, come diceva
Paolo VI in un suo documento, che Dante uno dei nostri, perch ha vissuto la
vita in questo modo, in un modo che a noi interessa.
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Meeting 2002
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CHIAMAVI IL CIELO E INTORNO VI SI GIRA,
MOSTRANDOVI LE SUE BELLEZZE ETTERNE, E
LOCCHIO VOSTRO PUR A TERRA MIRA.
LA BELLEZZA NELLOPERA DI DANTE
Domenica, 18 agosto 2002, ore 15.30
Relatori:
Anna Maria Chiavacci, professore Ordinario di Filologia e Critica Dantesca
allUniversit degli Studi di Siena; Giuseppe Mazzotta, docente di Lingua e
Letteratura Italiana presso lUniversit di Yale.
Moderatore: Roberto Vignali
Giuseppe Mazzotta: Nel Corpus critico della Divina Commedia manca
uninvestigazione esistenziale di ci che chiasmo Theologia ludens. La ragione di
questa lacuna da ritrovare nella comune percezione di Dante come austero
moralista, come poeta di umori severi che subordina i piaceri che il gioco
comporta alla maest dei valori morali. Tale percezione sintende, non erronea.
La condanna dei falsicatori di persone e di parole, dei mimi ed attori
nellInferno rassomiglia allattacco sferrato da apologeti cristiani come Cipriano,
Tertulliano e Giovanni di Salisbury, o anche quello di santAgostino contro i ludi
circenses dove la morte diventa spettacolo.
Il rigorismo degli apologeti viene, per, temperato da una tradizione che parte
dai Vittorini e giunge a San Tommaso. Le arti dello spettacolo, dir Ugo di San
Vittore che riassumono testi, ludi agonici, esercizi atletici, corse podistiche,
canti, processioni civili, musica e danza possiedono una loro dignit morale.
San Tommaso da parte sua sulla traccia dellEtica di Aristotele conferisce al
gioco e all eutrapelia (termine che comprende piaceri di conversazioni e
disposizione giocosa) una funzione terapeutica, necessario interludio o
provvisorio diletto che dia sollievo alle tensioni spirituali. Nella Divina
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Commedia si trova lintera gamma di queste posizioni classiche qui accennate, e,
in effetti, Dante si ispira ad esse ma va al di l. Egli rivaluta le intuizioni di gioco
espresse dai giullari, dai poeti giocosi con i loro temi goliardici della taverna. Ma
non da supporre che al pensiero del gioco segua una fuga nel frivolo. Al
contrario, la fruizione dantesca del mondo sub specie ludi scaturisce dalla
convinzione che il gioco sovrana attivit che meglio disocculta lessenza
profonda della divinit. Le metafore e il lessico del gioco appaiono con alta
frequenza in tutto il testo dantesco, viva traccia delleutrapelia e dei suoi limiti
morali si ritrova, per esempio, nel Limbo che il locus della sapienza classica,
dove Dante si imbatte nella bella scola dei poeti pagani. Con calcolata
simmetria nei canti XV e XVI delle tre cantiche - sono intessute le metafore
ludiche, dalla scena in cui incontra Brunetto Latini.
Lattivit ludica di Dio emerge esplicitamente nel sedicesimo canto del
Purgatorio dove Marco Lombardo spiega - contro ogni teoria deterministica-
prima di tutto le ragioni della libert umana e lorigine del male che non va
attribuita allinuenza degli astri. Al momento della creazione, Marco dice,
lanima esce dalla mano di Dio come una fanciulla che poi fuorviata da falsi
piaceri:
esce di mano a lui che la vagheggia prima che sia, a guisa di fanciulla che
piangendo e ridendo pargoleggia, lanima semplicetta che sa nulla salvo che,
mossa da lieto fattore volentieri torna a ci che la trastulla (Purg. XVI, 85-90)
Questo quadro idillico della creazione dellanima, pi precisamente
larmoniosa innocenza che lega creatore e creatura rappresenta in miniatura la
theologia ludens lidea di Dio come ludimagister che attende, ed il senso
autentico della redenzione, che lanima torni a casa, come una fanciulla nel fare
della sera, per giocare con Dio. Il ritorno dellanima a Dio allude al platonico
reditus animae, ma il pensiero del gioco come elemento vitale della divinit
implica alcune questioni storiche e teologiche su cui brevemente mi soffermer.
In termini storici, la metafora ludica ha origini mitiche e platoniche, mentre le
componenti bibliche sono meno evidenti ma non meno importanti. Il mito della
festa degli dei un lone della teologia del gioco. E bench la festa sia
chiavacci leonardi
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unesperienza radicalmente cristiana c poco gioco e quasi niente riso nella
Bibbia. Veniva spesso ripetuto nel Medioevo laneddoto di un teologo, Petrus
Cantor, che ruminava se Cristo avesse mai riso. Ma non mancano nella
normativa biblica resoconti di occasionali danze, canti e feste di popolo. E
almeno due brani biblici sono il terreno su cui germoglia lidea cristiana della
Theologia ludens. Il primo si ritrova nei Proverbi (8, 27-31) Quando egli cre i
cieli, io ero con lui.... Quando egli segn i conni della terra, io gli ero a anco
come un bambino, ed ero quotidianamente il suo diletto, godendo sempre di
fronte a lui.
Il secondo, che ispirer a Dante degli esempi umilt nel decimo canto del
Purgatorio, si ritrova, invece, nel secondo Libro dei re (6,5) dove si racconta di
Davide davanti allarca.
Questi due brani ripresi dai Padri della Chiesa, greci e latini, per giusticare
la loro visione che Dante abbraccia della creazione come costruzione estetica,
con la sapienza che gioca e danza. Tertulliano, che pur sente ripugnanza per gli
spettacoli umani, proclama il principio
dei giochi di Dio; Gregorio Nazianzeno cristallizza le sue speculazioni
estetico-teologiche allorch scrive che il logos in alto gioca, movendo luniverso
intero avanti e indietro a suo piacimento.
Un mistico di Clairvaux rafgura Ges come un arlecchino o signore della
danza.
In termini teologici la metafora ludica adombra la convinzione che la
creazione non un atto di necessit, ma affermazione di libert. Lidea del deus
ludens implica anche che il gioco fondazione e nalit della vita. Si sa che
Platone denisce luomo un giocattolo nelle mani di Dio. La denizione segnala
che la nobilt delluomo si evidenzia allorch luomo gioca. Ma questo non vuol
dire che gli uomini siano delle marionette. Per Dante luomo non
semplicemente spettatore n giocattolo del divino gioco del Logos. Lattivit
ludica coinvolge il fare estetico degli uomini e le attivit degli angeli e dei
demoni.
Il luogo dove la gioia del gioco divino si esprime compiutamente il Paradiso
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che organizzato da metafore ludico-estetiche.
Qui si sente la musica delle sfere; la citt di Dio un giardino di delizie e a
forma di anteatro; i beati cantano e danzano; luniverso ride; le stelle si
corteggiano amorevolmente; i cieli ruotano ritmicamente attorno al creatore.
Queste attivit giocose comunicano la beatitudine delle anime. Esse marcano
anche le dimensioni della bellezza estetica, che il principio della
rappresentazione dantesca del Paradiso della sua forma e del suo ordine due
termini traducibili come bellezza.
Poich nel medioevo non si trovano discussioni teoriche sullautonomia della
bellezza stato spesso ripetuto che questo periodo storico non ha prodotto una
genuina trattazione estetica. Ma chiaro ormai che in nessuna epoca storica il
pensiero teologico stato maggiormente permeato dallestetica quanto il
medioevo.
Luniverso una costruzione estetica eseguita con rigore matematico; la sua
simmetria ed armoniosa relazione sono celebrate dal versetto del libro della
Sapienza: Omnia in mensura, in pondere, in numero fecisti
Il pensiero politico di Dante rivendica la preminenza dellaisthesis nel
momento in cui rende visibile nello spazio della rappresentazione lincantesimo
della bellezza nellInferno e la bont della bellezza la kalokagathia nel
Paradiso. Ma se c unetica della bellezza, lestetica allora diventa suprema
teoria dei valori. Poich la facolt che trasforma le essenze in immagini,
lestetica la concezione preliminare per ogni percezione del reale. Qui risiede in
effetti lorigine della radicale sovversione che la bellezza ha il potere di operare.
Come per effetto magico la bellezza trasforma le apparenze in abbaglianti
apparizioni. Ai lettori della Vita Nuova non il caso di ricordare il potere che ha
limmagine della bellissima Beatrice: pu disorientare lamante e dissolvere la
solidit del reale.
Nella Divina Commedia Dante riaffronta questi corollari della bellezza. Nei
canti XXI e XXII dellInferno, la commedia dei diavoli o nuovoludo
trasmette il loro comico giocare come grottesca mescolanza di orrore, riso e
gioco, scandita dallo stile triviale dei carmina potatoria (Ah era compagnia! Ma
chiavacci leonardi
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ne la chiesa /coi santi, e in taverna coi bricconi)
Dante riuta la profanit e limplicita abiezione morale del sermo yocosus
di cui i poeti Folgore, Cecco, e Dante stesso si erano serviti. Ma Dante intuisce
anche che la metafora del gioco legata allesperienza dellarte e delle
manipolazioni dellapparenza. Nel canto degli alchimisti e falsicatori (Inf.
XXIX) incontra Griffolino che parlando a gioco promette di consegnare a
Albero da Siena larte del volare, di essere Dedalo. Griffolino un ludimagister e
il suo gioco incarna lillusione-duplicazione e contraffazione dellessere. Al pari
degli attori sulla scena e degli ipocriti essi violano il principio di identit e la loro
arte articio di sterile simulazione.
Nel canto XXIX del Paradiso in simmetrica antitesi alla scena infernale
Dante affronta il potere delle apparenze nel derealizzare la consistenza del male.
Dopo la interpretazione del modo di esistenza angelica, in cui Dante parla di
angelici ludi, di triunfo che lude e degli angeli come esistenze gioconde che
si dilettano nella danza attorno a Dio, arte de circuire, Beatrice sferra un
attacco contro i falsi loso che amano le apparenze e i simulacri ma trascurano
la verit che sta dietro ad essi.
In un certo senso, i peccatori fraudolenti percorrono lo stesso sentiero dei
mistici (e i diavoli quello degli angeli), bench si muovano in direzioni contrarie.
I mistici sono convinti che le immagini sono irreali e essi cercano, perci, di
perforare le immagini onde aver accesso alla visione immediata di Dio, che vuol
dire che niscono con l essere accecati dalla luce. I peccatori fraudolenti,
egualmente convinti che le immagini sono illusorie e che, in aggiunta, non c
niente dietro di esse, si sprofondano in esse, le manipolano a volont, e nei falsi
bagliori delta loro notte, attraverso le loro alchemiche simulazioni, essi svelano
lillusoriet della materia, solo per scoprire la resistenza della materia. Una cosa
certa: allorch i fraudolenti tentano di svuotare la solida costruzione del mondo,
essi effettivamente intendono dissolvere le sostanze nel nulla. In breve, questi
contraffattori sono la versione trecentesca degli esteti, le cui vaporose
simulazioni distruggono lordine naturale del lavoro e della natura.
Come spesso succede in ogni discussione sulla Divina Connmedia,
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cominciando a parlare di un problema si approda a quello opposto: la riessione
sulla problematica storica conduce alla pastorale (e viceversa), lutopia allesilio,
letica all estetica, il gioco al lavoro. Nei capovolgimenti metaforici dal gioco alla
moralit del lavoro e della natura, sembra che il problema si sia perduto per via.
Pi precisamente: ho argomentato che lestetica la libert, il diletto, il gioco
lattivit di Dio; che la fondazione delletica e della conoscenza; e che,
paradossalmente, nello sciogliersi del poema lestetica subordinata alletica. Si
costretti, pare, allinevitabile conclusione che laddove Dio gioca, luomo deve
lavorare, e che una tragica lacerazione esiste tra Dio e luomo.
Laporia che tale formulazione implica non blocca il discorso, perch Dante
esplora possibili continuit tra i giochi di Dio e quelli degli uomini. Nel mondo
della storia la virt della cortesia, il cui raggio di signicazione dopo Cicerone,
Quintiliano, i poeti Provenzali e Dante stesso racchiude urbanitas, curialitas,
iocunditas, facetiae ecc. il valore centrale della vita della corte ideale. Nei canti
XV e XVI di ciascuna cantica questa categoria politico-morale, che equivale all
eutrapelia, si eclissata, ma limpegno di Dante ai valori etici di Aristotile e San
Tommaso resta costante. Afanco a questa virt sociale-politica, lesperienza del
gioco accessibile ai cristiani nella liturgia della Chiesa. Nella Divina Commedia
registrata unaltra, pi fondamentale versione del gioco. La spiritualit
francescana, la pratica dei ioculatores domini, come i francescani vengono
chiamati, incarnano la teologia del gioco in atto. Il modello di questa teologia e
Ges stesso sulla via della crocissione: il suo mantello romano e la corona di
spine sono lo scherno alle insegne regali del mondo e del potere. Ma i
francescani, i frati della cornetta come vuole una lunga tradizione che si snoda
da Salimbene in poi sono i veri mimi del Signore della danza. La loro
reputazione emana dalla leggenda di San Francesco stesso come giullare di Dio,
formula che deriva dal suo modo di intuire e vivere lessenza festosa di Dio. Nel
canto XI del Paradiso Dante coglie pienamente lo spirito di questa poetica,
francescana intuizione. La rappresentazione di San Francesco mette in evidenza,
attraverso il suo mimare il Cristo, attraverso la parodie delle istituzioni della
famiglia, del rito del matrimonio, delle cerimonie sociali, delle pratiche
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dellamore cortese, dei valori mondani della ricchezza, dei vestiari ecc., la visione
comica della letizia francescana. Essa la visione militante e profetica
dellimmaginazione religiosa capace di andare oltre i conni dei comuni valori.
La Commedia di Dante, che riassume lavoro e gioco, scaturisce da una
visione propriamente esilica e utopica. Mai prima di Dante e mai dopo di lui la
poesia ha giocato tale ruolo visionario nel racchiudere in s le pi contraddittorie
esperienze della vita degli uomini. La Divina Commedia testimonia il crollo degli
umani progetti, degli umani vincoli e dellumana giustizia. Ma il poeta sa cosa la
sua visione comica signica. Egli sa, attraverso le sue meditazioni sui sensi pi
diversi del gioco, che le umane tragedie non sono reali, non pi reali, ad ogni
modo, di quanto la notte sia reale per il mistico, che sa sempre che te tenebre non
sono tenebre e che la notte non la notte, ma sono lombra fugace della luce. Il
gioco per Dante, per concludere, evoca la festa del pensiero attraverso cui gli
uomini giocano ed incontrano il grande giocatore.
(La relazione di Anna Maria Chiavacci non disponibile)
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Meeting 2003
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Il poema dantesco, la felicit oltre la storia
Anna Maria Chiavacci Leonardi
tratto da: meetingrimini.org
Meeting di Rimini, luned, 25 agosto 2003, ore 11.00
Relatori:
Anna Maria Chiavacci Leonardi, Professore Ordinario di Filologia e Critica
Dantesca presso l'Universit degli Studi di Siena;
Andrea Carabelli, attore.
Moderatore: Camillo Fornasieri
Camillo Fornasieri:
Questo incontro riguarda la grande gura, la grande opera di Dante
Alighieri.
Abbiamo tra noi Anna Maria Chiavacci Leonardi, Professore Ordinario di
Filologia e Critica Dantesca presso l'Universit degli Studi di Siena, e Andrea
Carabelli, attore.
Insieme daranno vita ad una conversazione-lettura attorno al poema
dantesco. Noi siamo felici che la professoressa Chiavacci Leonardi sia tra noi
ancora, l'abbiamo incontrata lo scorso anno qui al Meeting, e vogliamo
oltremodo ringraziarla perch oggi proporr una originale lettura del poema
dantesco proprio alla luce del tema del Meeting. La felicit oltre la storia il
tema di questo incontro.
Dante proprio quell'uomo che in modo straordinario e stupefacente ha
risposto al tema del Meeting, ha risposto attraverso la testimonianza di vita e
perci anche di scrittura. Possiamo dire che Dante proprio un uomo che ha
voluto parlare a s e agli altri uomini dell'Eterno. Ne testimonianza il fatto che
in questo tempo c' una grande attenzione attorno alle sue parole e al contenuto
della sua esperienza, perch proprio un'esperienza quella di Dante.
Io do subito la parola alla professoressa Chiavacci Leonardi, che intervaller
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un commento alla lettura di alcuni brani tratti da tutte e tre le cantiche. A lei la
parola.
Anna Maria Chiavacci Leonardi:
Il tema della felicit un tema molto importante, pi di quello che si pensi.
Perch porre il problema della felicit, vuol dire porre il problema stesso del
senso della vita dell'uomo.
La felicit cos'? La realizzazione della persona. Ci che ogni essere umano
ricerca con tutta la forza del desiderio. Compiere questo desiderio la felicit per
la quale nato. La stessa essenza dell'uomo pu dirsi desiderio. Se non desidera
non vive. L'oggetto stesso del desiderio determina la persona.
Gi Dante nel Convivio osserva che il bambino comincia subito a cercare
dei beni, piccoli beni; l'adulto beni pi grandi, via via no a che si arriva
all'ultimo desiderabile, come Dante si esprime, che il Dio stesso. Del resto,
l'idea di felicit dipende dall'idea che l'uomo ha del mondo e di s.
Presso i popoli antichi, essa dipendeva dagli dei o dal fato. Ma l'uomo stesso
non pu niente contro il dolore, neppure il fato n gli dei, come sappiamo
dall'antica letteratura latina e greca.
Nel mondo moderno, sostituita a Dio la ragione, si cercata la felicit nel
seguire la ragione, sia per il singolo che per il collettivo, per lo Stato. Ma cadute
le ideologie, la ragione stessa si dimostrata oggi insufciente. Cos il concetto
stesso di felicit oggi si va vanicando: se non c' senso alla vita, non c' felicit.
Ora nell'ambito biblico, dove noi ci poniamo e dove appunto situata l'opera di
Dante, la cosa denita con chiarezza. L'uomo fu creato da Dio per la felicit,
posto nel giardino d'eterna primavera, dove aveva tutto ci che poteva
desiderare, ma lo perse per sua scelta. Scelse se stesso facendo dio di se stesso.
Satana disse appunto sarete come Dio. Non sopportando alcuna sottomissione o
divieto, Dante dice appunto di Eva: "Non sofferse di star sotto alcun velo", cio
non sopport di dipendere da qualcuno. Cos cadde nel luogo del dolore e della
morte, e da questo sospira di uscire per tornare alla felicit perduta. Ma il mito
dell'Eden non soltanto biblico; per restare nella nostra civilt; anche nella
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cultura classica, tutti sanno che canta l'et dell'oro, il regno di saturno perduto
per sempre. Tale stato felice prende la gura, nell'immaginario appunto, di un
luogo, un luogo dove poter tornare, un luogo dove si realizzer nalmente un
regno di pace e giustizia. Tutto l'epos antico narra un viaggio verso un luogo
felice indicato dagli dei, dove gli uomini troveranno la loro condizione felice.
Nell'epos classico, tutti sanno che Enea nell'Eneide su indicazione divina, lascia
la sua patria in amme per fondare un nuovo regno: Roma. Ma non
diversamente accade nell'epos biblico; cos Mos porta i suoi fuori dall'Egitto per
tornare alla terra dei padri dove si stabilir il nuovo regno nella citt di
Gerusalemme. Ma ecco che il Nuovo
Testamento porta una rivoluzione, un cambiamento totale. Dio stesso
interviene per salvare l'uomo e per rifare pace con Lui, e gli d qualcosa di pi di
quello che aveva prima.
Felix culpa, scrisse appunto Sant'Agostino. Non pi la felicit naturale
dell'Eden, ma quella soprannaturale, la stessa vita divina. La grande decisione,
come scrive Dante immaginosamente nel Convivio, fu presa nel concistoro
della Santissima Trinit. Cos appunto Dante si esprime sempre creando cose
concrete di questi suoi pensieri: "Volendo la smisurabile Bont divina l'umana
creatura a se riconformare, eletto fu nell'altissimo consultorio divino della Trinit
che il Figliolo di Dio in terra discendesse a fare questa concordia". Lo immagina
come un concistoro della Trinit dove viene decisa questa operazione. Questa
salvezza per comporta un alto prezzo: il sacricio di Dio che si fa uomo e
accetta la morte dell'uomo, perch l'uomo possa divenire come Lui. Tutto ora
cambia.
Nell'Antico Testamento dove vige ancora l'economia della felicit naturale,
Dio promette al giusto prosperit, gli, lunga discendenza, potenza. Gli ebrei
aspettano un nuovo re terreno che governi con pace in terra, come ben appare
chiaramente quando viene Ges sulla terra. Ma Ges cambia le cose, Egli non si
fa re, i beni mondani non saziano pi l'uomo, ed Egli dice: "Che giova all'uomo
possedere tutta la terra se poi perde la sua anima?". L'uomo creatura ormai
spirituale non pi carnale. La sua felicit solo nell'unione con Dio, suo Padre e
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sua Patria. Ci dato gi nella vita del tempo, soltanto in forma interiore nel
rapporto mistico con Dio e con il suo Amore. E' ci che dichiarano le beatitudini
come ora si vedr. Ma la felicit trova la sua pienezza solo oltre il tempo, oltre la
storia come dicevo nel titolo, dopo la morte, nella visione diretta di Dio e
nell'unione con Lui.
Questa grande storia quella appunto narrata nella Divina Commedia, che
esprime l'idea contenuta nel Nuovo Testamento. Scritta con l'intento preciso da
Dante dichiarato di removere viventes in acqua vitae cio di togliere i viventi dal
loro stato di infelicit, e condurli ad uno stato di felicit. Cos scritto con
precisione nell'Epistola dedicatoria a Cangrande nel Paradiso.
Ma il viaggio che narra la Divina Commedia seguendo lo schema dell'Eneide,
in qualche modo, e della stessa Bibbia, un viaggio che nisce oltre il tempo,
nell'eternit: il primo poema epico che ha questo nuovo termine, non pi
Gerusalemme, n Roma: si va in un'altra dimensione dove carri e navi non
possono arrivare. Questo viaggio parte nel primo canto, il solo canto che si
svolge in una scena allegorica che appunto presenta questa idea di ritorno alla
patria. Parte dall'oscurit, la selva oscura, gura dell'assenza di Dio, verso il
colle illuminato dal sole. gura di Dio.
Inferno Canto 1 (v. 1-30)
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ch la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant' amara che poco pi morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dir de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
Io non so ben ridir com' i' v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
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Ma poi ch'i' fui al pi d'un colle giunto,
l dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto, guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite gi de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
cos l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasci gi mai persona viva.
Poi ch'i posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta,
s che 'l pi fermo sempre era 'l pi basso.
Ecco, gi in questo voltarsi indietro a guardare l'acqua pericolosa da cui
appena uscito ("si volse indietro a rimirar lo passo"), alcuni critici hanno visto un
accenno, un ricordo della situazione dell'esodo quando gli ebrei, varcato il Mar
Rosso si voltano a guardare le acque tremende che hanno superato per grazia di
Dio. Ma il tema dell'esodo, ritorno alla patria, poi citato espressamente
all'apertura del Purgatorio, quando arriva l'Angelo, molti lo ricorderanno, con la
nave dei salvati che intonano il Salmo 113 "In exitu Isrel de Aegypto", l'esodo di
Israele dall'Egitto. Salmo che Dante stesso spiega in due luoghi nel suo valore
allegorico, quasi volendo citare il suggerimento per poter seguire poi il poema. E'
il tema dell'uscita, del ritorno in patria, questo cantato all'inizio del Purgatorio
dove comincia la storia del rientro, che Dante spiega nel suo valore allegorico
come l'uscita dal peccato, dal dolore di questa vita e l'arrivo alla felicit eterna.
Leggiamo quindi nel Purgatorio questo arrivo dell'Angelo.
Purgatorio Canto 2 (v. 1-63)
Gi era il sole all'orizzonte giunto
Lo cui meridian cerchio coverchia Gerusalem col suo pi alto punto;
e la notte, che opposita a lui cerchia, usca di Gange fuor con le bilance,
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che la caggion di man quando soverchia; s che le bianche e le vermiglie
guance, l dove io era, della bella Aurora,
per troppa etate divenivan rance.
Noi eravam lunghesso mare ancora, come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.
Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
gi nel ponente sovra 'l suol marino, cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir s ratto,
che 'l muover suo nessun volar pareggia. Dal qual com' io un poco ebbi
ritratto l'occhio per domandar lo duca mio, rividil pi lucente e maggior fatto.
Poi d'ogne lato ad esso m'appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui usco.
Lo mio maestro ancor non facea motto, mentre che i primi bianchi apparver
ali; allor che ben conobbe il galeotto,
grid: Fa', fa' che le ginocchia cali.
Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di s fatti ofciali.
Vedi che sdegna li argomenti umani,
s che remo non vuol, n altro velo
che l'ali sue, tra liti s lontani.
Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo, trattando l'aere con l'etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo.
Poi, come pi e pi verso noi venne l'uccel divino, pi chiaro appariva:
per che l'occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a
riva con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che parea beato per iscripto;
e pi di cento spirti entro sediero.
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'In exitu Isrel de Aegypto'
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo poscia scripto. Poi fece il segno lor di santa croce;
ond' ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen g, come venne, veloce.
La turba che rimase l, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.
Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch'avea con le saette conte
di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno, quando la nova gente alz la fronte ver'
noi, dicendo a noi: Se voi sapete, mostratene la via di gire al monte.
E Virgilio rispuose: Voi credete forse che siamo esperti d'esto loco; ma noi
siam peregrin come voi siete.
Questo canto, questo passo, ci dice diverse cose. Prima di tutto questo
richiamo all'esodo che intona tutto il viaggio della commedia. Poi il tema del
pellegrino, queste anime si rivolgono per sapere la strada a Virgilio che gli
risponde: "Ma noi siam peregrin come voi siete". Tutta la strada per tornare a
Dio come un pellegrinaggio, un pellegrinaggio per tornare nel luogo sacro. I
pellegrinaggi nel tempo in cui fu immaginato il viaggio della Commedia nel 1300,
si svolgeva il primo grande Giubileo con il primo pellegrinaggio a Roma. Questa
Roma non altro che la gura del Paradiso, e questo pellegrinaggio si svolge
nella commedia, quello vero, diciamo cos, non quello simbolico. Pi volte torna
questo tema dei pellegrini. Anche nel primo canto Dante ricorda: "Noi andavam
per lo solingo piano com'un che torna alla perduta strada ...". Questo ritorno alla
strada della felicit.
Questo cammino che quello degli uomini che hanno gi accettato Dio,
riutando l'altro principe di questo mondo, scandito dalle Beatitudini
evangeliche. Dante ha avuto questa invenzione, questa intuizione cos
profondamente teologica, per cui mentre l'Inferno segnato girone per girone
dai vizi e virt aristoteliche, questo cammino del Purgatorio scandito dalle
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Beatitudini. Il grande manifesto del cristianesimo per cui felici non sono pi gli
uomini ricchi, potenti che hanno beni di questo mondo, ma sono appunto gli
umili, i poveri, gli amanti di pace, i misericordiosi. Cosa che sembra incredibile,
addirittura rivoluziona tutta la cultura antica, che pur nell'etica vede come prima
virt la giustizia e come segno distintivo dell'uomo la magnanimit. Ma nessuno
considera il povero ed il piangente. Perch questo? Questa la sola felicit di
questo mondo, perch anche i ricchi e i potenti sono infelici come tutti sappiamo.
Nelle case di ognuno c' la sofferenza, stato scritto da un grande moderno di
cui ora non ricordo il nome.
In quella condizione, essi partecipano interiormente della vita divina e si sono
fatti simili a Cristo a come Cristo visse sulla terra, rinunciando al potere, alla
ricchezza, ai beni di questo mondo. Questa una felicit, diciamo cos, nascosta
e interiore come si diceva. Si potrebbe dire che Dio d la sua
consolazione a tutti gli uomini che lo accettano, lo riconoscono. Venite a Me
voi tutti che siete affaticati e stanchi, scritto nel Vangelo. C' questa
consolazione per qualunque sofferenza, a cui l'uomo risponde assomigliando a
Cristo, nell'amore, nell'umilt, nella misericordia.
Ci sono molti esempi nel Purgatorio: ad ogni cornice ci sono esempi della
beatitudine corrispondente. Io ne ho scelti due particolarmente signicativi, tra i
pi belli. Il primo riguarda la virt dell'umilt (beati i poveri di spirito), tra i
quali Dante pone quello del grande Imperatore Traiano, un episodio abbastanza
noto, che ferma l'esercito in marcia per venire incontro alla richiesta di una
povera vedova. Cio rinuncia alla sua maest imperiale: ci sono le bandiere al
vento, l'esercito sta in partenza, come si fa a fermarlo? Da principio Traiano
obietta. Ma alla ne umilmente si lascia vincere. Questa poveretta che vince il
grande Imperatore anche un segno della potenza degli umili sul cuore di Dio.
Purgatorio Canto 10 (v. 70-97)
I' mossi i pi del loco dov' io stava,
per avvisar da presso un'altra istoria,
che di dietro a Micl mi biancheggiava. Quiv' era storata l'alta gloria
del roman principato, il cui valore
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mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i' dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
sovr' essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
pareva dir: Segnor, fammi vendetta
di mio gliuol ch' morto, ond' io m'accoro; ed elli a lei rispondere: Or
aspetta
tanto ch'i' torni; e quella: Segnor mio, come persona in cui dolor s'affretta,
se tu non torni?; ed ei: Chi a dov' io,
la ti far; ed ella: L'altrui bene
a te che a, se 'l tuo metti in oblio?; ond' elli: Or ti conforta; ch'ei convene
ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova: giustizia vuole e piet mi ritene.
Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare,
novello a noi perch qui non si trova.
Vedete la forza di questa scena, dove il grande Imperatore cede alla
vedovella. E vedete i diminuitivi che Dante adopera, la "vedovella" e poi la
"miserella intra tutti costoro", in tutta questa gente potente, questa miserella che
per ottiene ci che chiede.
Naturalmente Traiano la gura di Dio, la miserella la gura dell'umile e
dell'uomo che chiede. E Dio si lascia commuovere da questa miserella.
L'altra grande scena che vorrei ricordare sempre fra le beatitudini quella
che riguarda i pacici che non si adirano per l'offesa che ricevono, che
perdonano, che sono sempre pronti al perdono, come Cristo sulla Croce. Di
questo il pi grande esempio quello di Stefano, del martire Stefano che Dante
ci presenta con una potenza di poesia rara anche in lui stesso.
Purgatorio Canto 15 (v. 106-114)
Poi vidi genti accese in foco d'ira
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con pietre un giovinetto ancider, forte gridando a s pur: Martira, martira!.
E lui vedea chinarsi, per la morte
che l'aggravava gi, inver' la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte, orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
che perdonasse a' suoi persecutori,
con quello aspetto che piet diserra.
Qui tocchiamo il punto pi alto di questi esempi perch, Stefano appare la
gura gemella di Cristo, naturalmente, che perdona nel momento in cui messo
in croce che "orando a l'alto Sire, in tanta guerra", cio in tanto dolore, in una
situazione cos tragica, che perdonasse ai suoi persecutori. E'
questa la beatitudine del Vangelo e cio la felicit promessa in terra all'uomo
che segue Dio. E' la conformit a Cristo la vera felicit, quello che poi dato
all'uomo nell'eternit.
Proseguendo nel purgatorio quello che pi ci attrae per il nostro tema, noi
troviamo una dichiarazione che gi anticipa il Paradiso nella cornice degli avari.
Nella cornice degli avari che sono stesi proni a terra, si incontra un papa,
Adriano V, a cui Dante chiede chi fosse, perch sia cos punito. Nella risposta di
Adriano noi ritroveremo un eco che sottolineeremo nelle parole di
Sant'Agostino. Ma la risposta di Adriano, come sempre nella Divina Commedia,
un fatto che riguarda una persona storica.
Non enunciata una teoria, soltanto come nei trattati di teologia; sono
sempre persone con la loro vita, la loro sofferenza che nella Divina Commedia ci
presentano le grandi verit di Dio. Facciamo attenzione alla risposta di questo
papa.
Purgatorio Canto 19 (v. 70-114)
Com' io nel quinto giro fui dischiuso, vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso. 'Adhaesit pavimento anima mea'
sentia dir lor con s alti sospiri,
che la parola a pena s'intendea.
O eletti di Dio, li cui soffriri
e giustizia e speranza fa men duri, drizzate noi verso li alti saliri.
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Se voi venite dal giacer sicuri,
e volete trovar la via pi tosto,
le vostre destre sien sempre di fori. Cos preg 'l poeta, e s risposto
poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
nel parlare avvisai l'altro nascosto,
e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: ond' elli m'assent con lieto cenno
ci che chiedea la vista del disio.
Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
trassimi sovra quella creatura
le cui parole pria notar mi fenno,
dicendo: Spirto in cui pianger matura
quel sanza 'l quale a Dio tornar non pssi, sosta un poco per me tua maggior
cura.
Chi fosti e perch vlti avete i dossi
al s, mi d, e se vuo' ch'io t'impetri
cosa di l ond' io vivendo mossi.
Ed elli a me: Perch i nostri diretri
rivolga il cielo a s, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri.
Intra Sestri e Chiaveri s'adima
una umana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
Un mese e poco pi prova' io come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, che piuma sembran tutte l'altre
some.
La mia conversone, om!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
cos scopersi la vita bugiarda.
Vidi che l non s'acquetava il core,
n pi salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me s'accese amore. Fino a quel punto misera e partita
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da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son punita.
Questo grande discorso di Adriano anticipa gi il Paradiso. Si potrebbe dire
che anticipa le parole di Piccarda che tra poco leggeremo. Vedete che lui arriva
dove pi in alto non si poteva arrivare, almeno allora il ponticato era il punto
pi alto del potere terreno. Il papa comandava o per lo meno ci provava, anche
all'Imperatore. Ma quando arriva a questo punto, Adriano dichiara: "Vidi che l
non s'acquetava il core", il cuore umano non trovava pace, non si era saziato,
nemmeno nella pi alta carica della terra. Qui naturalmente, come dicevo prima,
c' un'eco precisa delle confessioni di Agostino che forse tutti conoscono, o forse
troppo sperare che tutti le conoscano, ma in somma in
parte, saranno note. "Fecisti nos ad Te", Tu ci hai fatto per Te, "et inquietum
est cor nostrum donec requiescat in Te", ed inquieto il nostro cuore nch non
riposi in Te.
Lo stesso stesso verbo di Dante "Vidi che l non s'acquetava il core", riprende
"inquietum est cor nostrum". C' un richiamo lessicale, addirittura, sempre
fondamentale in questi casi alle parole di Sant'Agostino. Questo il segno pi
alto che noi abbiamo nel Purgatorio come di gi dichiarazione anticipata dove
veramente pu arrivare a quietarsi il cuore.
Noi arriveremo s nel Purgatorio no all'Eden, no al giardino di eterna
primavera che l'uomo ha lasciato, per lo troveremo vuoto, non c' pi niente,
non serve pi, diventato inutile. Matelda che lo abita, come la gura di quella
felicit perduta. Ma Dante non si ferma qui, un luogo che ormai non serve
perch l'uomo cerca qualcosa di pi: non pi quella felicit di giardino, di
profumi, di bellezza, quella che cantano in genere altre visioni dell'aldil, non
quella cristiana. Quella cristiana pretende di pi. Entrando nel Paradiso,
sparisce il tempo, perch non c' pi un giorno segnato dal sole, non c' pi il
sole con la sua luce, la luce sempre uguale degli astri e dei cieli. E la pienezza
della felicit raggiunta viene signicata da un punto di vista poetico
sensibilmente, dalla luce e dalla musica, che raggiungono i due sensi ritenuti pi
nobili dell'uomo: la vista e l'udito. E' un mondo fatto solo di luce dove l'unica
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visibilit, anche per i beati che si incontrano la luce, essi sono amme con le
quali manifestano con il loro splendore, il diverso movimento e luccichio della
amma, i lori sentimenti.
L'unico volto visibile quello di Beatrice, che l'unico sostegno per Dante
terreno, che attraversa questa realt. Oltre alle luci ci sono dolcissime musiche: si
tratta molto spesso di musiche polifoniche, che cominciavano allora, al tempo di
Dante e di cui Dante godeva in modo particolare.
Ecco, queste sono le due forme in cui viene manifestata quell'altissima realt
in forma sensibile, ma nei vari incontri i dialoghi che si stabiliscono ci rivelano
sempre pi questa straordinaria realt. Il primo incontro, quello che denisce in
maniera centrale ed essenziale la felicit del Paradiso, quello con Piccarda, la
prima anima beata che si incontra, non a caso una donna, come nell'infermo la
prima anima dannata sar quella di una donna, Francesca; tutt' due legate
dall'amore e tutt' due parlano di questa loro condizione. Piccarda denisce la
condizione caratteristica di tutto il regno celeste; quando Dante chiede se non le
dispiaccia di essere posta nel gradino pi basso (infatti nel primo cielo, tra
quelli che hanno mancato in parte ai loro voti). Ma ecco, ella risponde con quelle
parole che fondano tutta la cantica e sono rimaste impresse in quasi tutti i lettori
del poema.
Ond' io a lei: Ne' mirabili aspetti vostri risplende non so che divino che vi
trasmuta da' primi concetti: per non fui a rimembrar festino; ma or m'aiuta ci
che tu mi dici, s che rafgurar m' pi latino. Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi pi alto loco
per pi vedere e per pi farvi amici?.
Con quelle altr' ombre pria sorrise un poco; da indi mi rispuose tanto lieta,
ch'arder parea d'amor nel primo foco: Frate, la nostra volont queta
virt di carit, che fa volerne
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta. Se disassimo esser pi superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri, s'essere in carit qui necesse,
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e se la sua natura ben rimiri.
Anzi formale ad esto beato esse
tenersi dietro a la divina voglia,
per ch'una fansi nostre voglie stesse;
s che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace com' a lo re che 'n suo voler ne
'nvoglia.
E 'n la sua volontade nostra pace:
ell' quel mare al qual tutto si move
ci ch'ella cra o che natura face.
Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d'un modo non vi piove.
Ecco, avete sentito nella risposta detto tutto quello che c'era da dire. Lass,
in questo regno - "essere in carit qui necesse" - cio necessit quando ci si
trova in questo regno essere stabiliti nella carit.
"Anzi formale ad esto beato esse tenersi dentro a la divina voglia" - cio
questa beatitudine, ha come forma, cio lo denisce in qualche modo, l'Essere
dentro la stessa volont divina. "per ch'una fansi nostre voglie stesse" - sono tutte
unite nella volont di Dio.
"E 'n la sua volontade nostra pace": - Ecco questo verso sembra quasi
rispondere a quello di Adriano: Vidi che l non s'acquetava il core - Qui il cuore
umano trova nalmente la pace, in quel mare, e torna la grande immagine del
mare, dove conuisce tutto l'universo in Dio stesso, trovando pace e riposo.
Questo testo messo all'inizio con la prima persona che s'incontra serve a
illuminare poi tutta la cantica.
Ora, vorrei per passare ad un altro esempio che qui nel Paradiso viene dato
della felicit terrena di cui gi abbiamo parlato, il pi alto che si possa trovare
(non per niente appunto posto nel Paradiso), ed la vita di Francesco d'Assisi.
In questa vita noi troveremo gi sulla terra quella grande felicit che la vera
aspirazione dell'uomo. Infatti egli trover nel distacco totale dai beni di questo
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mondo quella povert che lui simbolicamente sposa, come forse molti ricordano,
la gioia perfetta, la dolcezza, quella che splendendo nel suo volto attirava verso
di lui una larga schiera di seguaci. Quel distacco lo rende simile a Cristo nella
nudit della croce, nelle piaghe; le stigmate, chiamate da Dante l'ultimo sigillo di
Cristo, faranno di lui un re. Quando muore, Dante dice appunto che partendo
dalla terra Francesco si muove tornando al suo regno. Paragonato all'inizio ad
un sole che riscalda la terra con i suoi raggi, subito sul simbolo prevale nel testo
la persona di Francesco, con la sua dignit, la fermezza e la felicit che da lui
traspare, ma meglio leggere il testo.
Non era ancor molto lontan da l'orto, ch'el cominci a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto; ch per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte, la porta del piacer nessun diserra;
e dinanzi a la sua spirital corte et coram patre le si fece unito;
poscia di d in d l'am pi forte. Questa, privata del primo marito, millecent'
anni e pi dispetta e scura no a costui si stette sanza invito; n valse udir che la
trov sicura
con Amiclate, al suon de la sua voce, colui ch'a tutto 'l mondo f paura;
n valse esser costante n feroce,
s che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la croce.
Ma perch' io non proceda troppo chiuso, Francesco e Povert per questi
amanti prendi oramai nel mio parlar diffuso.
La lor concordia e i lor lieti sembianti, amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi; tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalz prima, e dietro a tanta pace corse e, correndo, li parve esser tardo.
Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro dietro a lo
sposo, s la sposa piace.
Indi sen va, quel padre e quel maestro, con la sua donna e con quella famiglia
che gi legava l'umile capestro.
N li grav vilt di cor le ciglia
Per esser ' di Pietro Bernardone,
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n per pare dispetto a maraviglia;
ma regalmente sua dura intenzione
ad Innocernzio aperse, e da lui ebbe primo sigillo a sua religione.
Poi che la gente poverella crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita meglio in gloria del ciel si canterebbe,
di seconda corona redimita
fu per Onorio da l'Etterno Spiro
la santa voglia d'esto archimandrita.
E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba predic Cristo e li altri che 'l seguiro,
e per trovare a conversione acerba troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l'italica erba,
nel crudo sasso intra Tevero e Arno
da Cristo prese l'ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno. Quando a colui ch'a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede ch'el merit nel suo farsi pusillo,
a' frati suoi, s com' a giuste rede, raccomand la donna sua pi cara,
e comand che l'amassero a fede;
e del suo grembo l'anima preclara mover si volle, tornando al suo regno, e al
suo corpo non volle altra bara.
Vorrei sottolineare quella terzina nella quale si vede la gioia che traluce dal
volto dei due amanti, dei due sposi - "La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo facieno esser cagion di pensier santi" -
Vedete la dolcezza e la felicit di questa scelta. Tutti gli corrono dietro infatti.
"Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!" - Ricchezza ignota ai pi di questa
terra che cercano i beni di questo mondo. Vedete invece la potenza che l'esempio
anche di uno solo ha sugli altri, trascina la gente come accadde appunto a
Francesco.
Ma procedendo un p nella cantica, verso i momenti pi importanti nali, di
questa felicit che offerta gi sulla terra come accadde a Francesco, abbiamo
qua invece la pienezza suprema nell'unione con Dio. Qui bisogna sottolineare un
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punto, molto importante ma pochissimo riconosciuto. Si tratta dell'importanza
che in tale condizione di felicit data al corpo. Alla felicit
dei beati prima della ne dei tempi manca qualcosa, manca il loro corpo che
dovr risorgere all'ultimo giorno. Questo tema svolto da Dante con grande
forza in tutto il Paradiso; c' un passo dedicato alla resurrezione dei corpi nel
canto XIV.
La cosa che manca ai beati il corpo, quello con il quale loro hanno in terra
vissuto ed hanno amato i loro cari. Leggiamo questo passo che un p difcile,
ma tutto sommato ci si rende conto del suo signicato principale.
E io udi' ne la luce pi dia
del minor cerchio una voce modesta, forse qual fu da l'angelo a Maria,
- risponder: Quanto a lunga la festa di paradiso, tanto il nostro amore
si ragger dintorno cotal vesta.
- La sua chiarezza sguita l'ardore; l'ardor la visone, e quella tanta, quant'
ha di grazia sovra suo valore.
- Come la carne glorosa e santa
a rivestita, la nostra persona
pi grata a per esser tutta quanta;
- per che s'accrescer ci che ne dona di gratito lume il sommo bene,
lume ch'a lui veder ne condiziona;
- onde la vison crescer convene, crescer l'ardor che di quella s'accende,
crescer lo raggio che da esso vene.
- Ma s come carbon che amma rende, e per vivo candor quella soverchia,
s che la sua parvenza si difende;
- cos questo folgr che gi ne cerchia a vinto in apparenza da la carne
che tutto d la terra ricoperchia;
- n potr tanta luce affaticarne:
ch li organi del corpo saran forti
a tutto ci che potr dilettarne.
- Tanto mi parver sbiti e accorti
e l'uno e l'altro coro a dicer Amme!, che ben mostrar disio d'i corpi morti:
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- forse non pur per lor, ma per le mamme, per li padri e per li altri che fuor
cari
anzi che fosser sempiterne amme.
Quest'ultima terzina, introdotta da Dante con un forse dubitativo, perch,
come spesso gli accade, si introduce nel grande discorso teologico con una sua
supposizione. "Tutti sono felici, quando parla Salomone, che ben mostrar disio
d'i corpi morti" - Forse non soltanto per loro stessi, come diceva la teologia,
l'uomo sar perfettamente felice solo quando avr il corpo parte integrante di lui
stesso. Ma Dante aggiunge questo forse, non tanto per loro,
"ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari anzi che fosser sempiterne amme".
Desideravano cio rivedere nella carne coloro che amarono nella carne.
Vedete com' potente questo brano; il corpo da Dante sempre ricordato; quel
corpo sepolto in terra; gi nell'inferno comincia Ciacco a ricordarlo, poi Pier
delle Vigne, che un giorno torneranno a riprendere il loro corpo. Nel Paradiso
stesso Dante due volte prova a vedere questo volto: una volta quando incontra
Benedetto glielo chiede: se potessi vederti con immagine scoperta; l'altro
risponde che non possibile ora, ma il desiderio sar accontentato nell'ultima
sfera; una seconda volta incontra Giovanni evangelista, che una credenza
popolare riteneva assunto in cielo con il corpo; Dante si sforza di vedere
attraverso la luce questo volto, ma Giovanni gli risponde: "perch t'abbagli per
veder cosa che qui non ha loco?. In terra terra il mio corpo". Quindi ci sono gi
due tentativi che signicano questo desiderio e servono a preparare la grande
scena del nale, quando Dante nalmente si trover nell'empireo. Lasciati i cieli
tolemaici, Dante esce dal tempo e dallo spazio con un ardimento che non si trova
in nessun altro testo letterario e non letterario, cio il tentativo di rafgurare
questo luogo oltre il tempo e lo spazio, che l'empireo divino. Ecco, nalmente
appaiono i corpi risorti, e questa visione distingue l'empireo dantesco da ogni
diversa descrizione dell'aldil; e offre la vera realt della vita a cui un giorno
l'uomo potr partecipare, partecipando dell'essenza divina non come puro
spirito, ma con il corpo, quel corpo che assunto dal glio di Dio porta con s
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tutta la storia nel Paradiso, cio oltre la storia, perch Cristo risorto ed salito
al cielo
con il corpo. (Questo si basa sull'epistola di Paolo ai Corinti al XV capitolo
dove si racconta di questo grande evento del corpo che risorger). Qui noi
abbiamo la scena che conviene leggere di questo spettacolo che gli appare
mentre lui si trova nalmente nell'empireo.
- In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa; - ma l'altra, che volando vede e canta la
gloria di colui che la 'nnamora
e la bont che la fece cotanta,
- s come schiera d'ape che s'inora
una fata e una si ritorna
l dove suo laboro s'insapora,
- nel gran or discendeva che s'addorna
di tante foglie, e quindi risaliva
l dove 'l so amor sempre soggiorna.
- Le facce tutte avean di amma viva
e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
- Quando scendean nel or, di banco in banco porgevan de la pace e de
l'ardore
ch'elli acquistavan ventilando il anco.
- N l'interporsi tra 'l disopra e 'l ore
di tanta plenitudine volante
impediva la vista e lo splendore:
- ch la luce divina penetrante
per l'universo secondo ch' degno,
s che nulla le puote essere ostante.
- Questo sicuro e gaudoso regno,
frequente in gente antica e in novella,
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viso e amore avea tutto ad un segno.
- Oh trina luce che 'n unica stella
scintillando a lor vista, s li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!
Vedete come Dante non dimentica mai il tempo in cui vive, la dolorosa storia
in cui vive: "guarda qua giuso a la nostra procella!"
Ecco, qui si vedono, sia pure in forma spiritualizzata, si vedono e si
riconoscono, in questa rosa con petali bianchi appunto, tutti i nomi della storia
cristiana che vengono additati prima,: Giovanni evangelista, Pietro, Francesco,
Benedetto, Agostino, vengono ricordati per vedere che nella rosa celeste la storia
presente. Troviamo soprattutto un tratto che diremmo di affettuosa umanit
quotidiana; sembra rispondere al canto XIV prima letta ("forse non pur per lor")
perch in questa grande rosa di fronte a Pietro si vede sant'Anna, e Dante
commenta: "tanto contenta di mirar sua glia, che non muove occhio per cantare
osanna". Non si distrae neppure un momento pur cantanto l'osanna con tutti gli
altri, dal guardare la propria glia nella felicit e gloria del Paradiso. Ci ci dice
appunto che tutto quello che accade in terra di buono non perduto: amore,
amicizia, tutto quello che ci consol nella vita presente qua nel grande
Paradiso, tratto proprio della poesia dantesca che mai dimentica la realt
quotidiana dell'umana condizione. Compiuta per questa visione, manca l'ultimo
atto del compimento dell'umana felicit. Si tratta sempre infatti di un fatto
personale; esso riguarda il singolo, e Dante rimane solo nell'ultimo canto.
Sparisce quel grande ambiente prima descritto; anche Bernardo che la sua
ultima guida si allontana; egli resta solo, solo di fronte al raggio della luce divina.
Qui si compie nalmente il suo desiderio; egli giunge come dir, al ne di tutti i
disii, quello che dicevamo in principio, all'ultimo desiderabile. Questa
difcilissima sda per il poeta viene appunto affrontata nel canto XXXIII con
questo incontro, con questo penetrare nel raggio della luce eterna.
Li occhi da Dio diletti e venerati, ssi ne l'orator, ne dimostraro quanto i
devoti prieghi le son grati; - indi a l'etterno lume s'addrizzaro, nel qual non si dee
creder che s'invii per creatura l'occhio tanto chiaro.
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- E io ch'al ne di tutt' i disii appropinquava, s com' io dovea, l'ardor del
desiderio in me nii.
- Bernardo m'accennava, e sorridea, perch' io guardassi suso; ma io era
gi per me stesso tal qual ei volea: - ch la mia vista, venendo sincera, e pi e
pi intrava per lo raggio
de l'alta luce che da s vera.
- Da quinci innanzi il mio veder fu maggio che 'l parlar mostra, ch'a tal vista
cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
- Qual coli che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa rimane, e l'altro a la mente non riede,
- cotal son io, ch quasi tutta cessa mia visone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa. - Cos la neve al sol si disigilla;
cos al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente ripresta un poco di quel che parevi,
- e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
- ch, per tornare alquanto a mia memoria e per sonare un poco in questi
versi,
pi si conceper di tua vittoria.
- Io credo, per l'acume ch'io soffersi
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
- E' mi ricorda ch'io fui pi ardito
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi l'aspetto mio col valore innito.
- Oh abbondante grazia ond' io presunsi ccar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Andiamo avanti perch importante aver toccato questo punto.
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- Oh abbondante grazia ond' io presunsi
ccar lo viso per la luce etterna,
A questa visione si accompagna, come avete sentito, la richiesta di poter
riferire qualcosa, almeno un poco, alla futura gente, ed quello che lui ha fatto,
l'ha lasciato alla futura gente che siamo noi. Grazie.
Camillo Fornasieri:
Vorrei ringraziare Anna Maria Chiavacci Leonardi per questo regalo, per
questo percorso e cammino dentro la Divina Commedia stessa, in un tempo di
incertezza e scetticismo, e anche di vanicazione dell'io, della vita, bruciato come
nell'istante, rischio che tutti i tempi forse corrono, ma che questo nostro tempo in
maniera pi forte racchiude come possibilit negativa.
Ascoltare Dante cos pone il tema della felicit che costituisce la vita della
persona e trapassa tutti i popoli, come ha detto nell'introduzione, ha segnato gli
antichi, ha segnato i moderni, segna questo nostro tempo. E la presenza di
questo desiderio come qualcosa di innito, che non si pu calmare, fermare,
soffermare, compiersi nelle cose, come richiamava Agostino, "Il nostro cuore
inquieto nch non trova riposo in te". Concludendo, Dante non dimentica mai il
tempo, la quotidianit, l'esistente, l'essere cos com', la forma, no a quel "forse"
che mi ha colpito moltissimo, delle anime che cercano il corpo, cio ci che ha
avuto rapporto con tutto, forse non pur per lor, ma per le mamme, per li padri e
per li altri che fuor cari prima che fossero in questa condizione eterna.
Dunque ci che si perde non sia qualcosa dell'aldil, ma ci che si pu
perdere la felicit, proprio perch il desiderio di innito indomabile riguarda
tutto il tempo, e quindi anche il tempo di quel che innito come il desiderio. Io
ringrazio la professoressa Chiavacci Leonardi perch un maestro, perch si
pone di fronte a Dante che ha amato n dall'inizio degli studi universitari e poi
per tutta la vita, e insegna in una delle pochissime cattedre di storia e critica
dantesca rimaste in Italia, con questa sua passione che non c' pi adesso.
Andando in pensione si toglie anche questa caratteristica che era rimasta ancora
nell'universit di Siena; per un maestro che noi possiamo rincontrare, un
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maestro sempre qualcuno che legge in modo autentico le cose giocando la sua
esperienza personale di fede come ci ha testimoniato. Grazie ancora.
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Meeting 2004
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La storia nelleternit
La Divina Commedia, il canto delluomo che torna a Dio
Venerd, 27 agosto 2004, ore 11.15
Relatore:
Anna Maria Chiavacci Leonardi, Docente di Filologia e Critica Dantesca
presso lUniversit degli Studi di Siena e Membro Onorario della Dante Society
of America.
Moderatore:
Davide Rondoni, Poeta e Scrittore.
Moderatore: Buongiorno. Come sapete questo un appuntamento oramai
tradizionale, se cos si pu dire, nella vita del Meeting ed anche uno dei
momenti di pi alto magistero, come direbbero i retori, cio un momento in cui
c un approfondimento e una lezione delle pi interessanti e profonde.
Volevo solo introdurre dicendo due cose: la prima una cosa che mi venuta
in mente laltro giorno la mattina presto, molto presto. Avevo la televisione
accesa e cera la pubblicit del Mulino Bianco, non so se lavete mai vista, quella
con le donne avete presente? Insomma cera questa pubblicit: ah le donne!,
inizia cos e c questo bambino piccolissimo, poi un po pi grande e c un
momento in cui dice: Le donne allinizio non ti guardano neanche, insomma
quando sei piccolino non sai cosa sono; poi c un momento, un po pi grande,
in cui dice: Le donne non ti guardano e si vedono queste bambine che parlano
fra di loro in macchina, con un maschietto in mezzo, e non se lo lano; poi c un
momento, ed il momento della giovinezza in cui dice: Le guarderesti sempre,
dice la pubblicit, e si vede il ragazzino che studia e la ragazzina che ha in mano
la Divina Commedia. Ecco, la pubblicit dice a volte anche cose intelligenti, non
solo strumentali, ed vero che in qualche modo questo le guarderesti sempre
perch un uomo vorrebbe sempre guardare leterno nella storia; e la bellezza
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uno di quei segni in cui qualche cosa di smisurato entra nella misura e non a caso
la Divina Commedia nata per una donna, per guardare sempre una donna.
Perch questa una esigenza che abbiamo tutti e anche la pubblicit se ne
accorge.
La seconda cosa che non credo non si possa dire oggi, che il fatto che la
storia centri con leterno, che leterno entri nella storia e che la storia entri
nelleterno esattamente il problema. la questione alla quale ci troviamo di
fronte quando vediamo, appunto, troncare ingiustamente la vita di qualcuno
come successo per il giornalista italiano, oppure, come molti di noi hanno nel
cuore oggi, per la morte di malattia di un ragazzo giovane di Milano, un nostro
amico di 21 anni. Ci sono dei momenti, dei punti inevitabili, come dice Eliot in I
cori dalla rocca, in cui uno si chiede che cosa vuol dire che leterno entri nella
storia.
Scusate per le citazioni che sembrano non avere nulla a che fare con Dante,
ma Dante serve per capire meglio la vita. Come, per esempio, una notizia sul
giornale di oggi di un uomo, Prandelli - conoscete lallenatore della Roma? - che
rinuncia appunto allincarico di allenare la Roma - potete immaginare cosa
signica rinunciare ad un incarico cos, cio lapice della carriera - perch deve
stare accanto alla moglie malata. Questi sono i momenti in cui capisci che
leterno deve entrare nella storia, perch la storia abbia un sapore, perch la
storia non sia solo una vaniloquio di vite e di parole che vanno via. La storia
deve entrare nelleterno e leterno deve entrare nella storia. In Dante noi
sentiamo un maestro in questo sguardo, in questo problema e sentiamo nella
professoressa Chiavacci una guida sicura nel leggerlo e nel capirlo. Per questo la
ringrazio di essere ancora con noi e voglio con voi ascoltare le sue parole.
Anna Maria Chiavacci Leonardi: Ringrazio lamico Rondoni della
presentazione e ringrazio voi dellafuenza e del generoso applauso.
Bisognerebbe aspettare la ne, tuttavia, per vedere se va bene.
Dunque, nella conversazione che si svolse qui al Meeting proprio qualche
anno fa, ci fermammo a considerare un aspetto del poema di Dante su cui in
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genere non si parla, non si discute, ma in realt lo caratterizza in modo rilevante.
Il viaggio che esso racconta, viaggio della vita umana, come dice il suo primo
verso, un cammino non afdato al caso, ma diretto ad una meta stabilita.
La vita del singolo, come quella dellumanit intera ha un inizio e un termine,
termine predisposto di pace e felicit. E la strada scelta per questo cammino pu
dunque essere diritta o sbagliata. La diritta via era smarrita, gi la prima
terzina ci dice che la via pu essere diritta o meno, quindi c un termine e un
termine felice. Ora questa prima idea, che per noi scontata, di un ne ssato
alla vita e alla storia non ritrovabile invece nelle culture e nelle religioni che
appartengono alloriente. Essa caratterizza in modo specico lepos occidentale,
sia classico che biblico. Le altre culture vedono la ne della vita come qualcosa
di incerto: o si va in forme di vita ciclica, continui ritorni, o si perde nel caos, non
c questa sicurezza di una meta. Nellepos occidentale, nei suoi due loni sia
classico che biblico, questo evidente: ricordiamo brevemente qualcuno di
questi grandi personaggi. Mos, con ispirazione divina, dando solo sulla parola
divina conduce i suoi dalla schiavit dellEgitto alla libert della terra dei padri.
Abramo, anche lui dando sulla parola di Dio, lascia il suo paese, lascia la sua
terra per una destinazione sconosciuta dove trover prosperit e discendenza,
labbondanza.
Non diversamente nellepos classico, Enea lascia Troia in amme, dando
nella parola della dea madre per fondare in un luogo ignoto, sulle coste del
Lazio, un regno di giustizia e di pace.
Inne ricordiamo Ulisse che, attraversando mille pericoli, perch sono
percorsi sempre difcili, come appunto la vita, torna alla propria casa, il luogo
del riposo per eccellenza, congurando cos, questa volta il viaggio, come un
ritorno. Cosa che del resto accade anche agli ebrei che tornano nella terra dei
padri, a Canaan.
Ora per questa terra di arrivo lontana promessa dagli dei e faticosamente
raggiungibile una evidente gura di un luogo di felicit anelato dopo i dolori e i
tormenti della vita. Speranza che appare propria dei popoli mediterranei.
Dopo pi di un millennio, la Divina Commedia porta in questo modello che
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pure esplicitamente segue, perch si ispira allEneide, una novit fondamentale.
Il luogo darrivo non pi sulla terra, ma oltre il tempo e lo spazio, nelleternit.
Non pi Gerusalemme n Roma, ma la dimora stessa di Dio. Tra quei poemi e
questo, qualcosa infatti accaduto. Qualcosa ha cambiato le sorti dellumanit.
Dio stesso intervenuto nella storia, prendendo la carne umana, nascendo da
una donna, morendo sulla terra e risorgendo nella gloria dove ha innalzato la
natura mortale delluomo. Egli ha posto cos nel tempo un seme, potremmo dire
un germe di eternit, per cui la meta di ogni uomo e della storia intera situato
ormai nella realt ultraterrena.
Quei poemi che i poeti cristiani e la stessa Bibbia soltanto pregurano in citt
felici della terra, Gerusalemme o Roma, ora fuori della portata dei carri e delle
navi oltre il tempo e lo spazio in una dimensione che ci sovrasta. Tale termine
ultraterreno d signicato, come osservammo appunto qualche anno fa, ad ogni
atto terreno; visto dallaltra sponda tutti gli uomini della terra vedono la loro vita
allindietro e dal luogo eterno dove sono ne comprendono il senso e ne misurano
il valore. Nessun gesto, anche minimo, perduto e tutto ci che fu caro e buono
resta per leternit dove il corpo stesso, il caduco per eccellenza, risplende nella
gloria.
Ma qual la forza che conduce luomo a questo suo ne? Su questo
vorremmo oggi riettere ispirandoci anche al tema proposto nel Meeting,
sullelemento traente che presiede a quel cammino e che di fatto governa tutto il
poema dantesco.
C nelluomo qualcosa, come un anelito, un sospiro che lo attrae verso quella
meta e non si placa no a che non lha raggiunta. Questo interno sospiro del
cuore umano, questa aspirazione sempre desta ha nellopera di Dante un nome
che la denisce: questo nome desiderio. Il desiderio come tensione verso ci
che attrae luomo per natura cio il bene che denito nel grande discorso
sullamore nel Purgatorio (Canto XVIII): cos l'animo preso entra in disire ch
moto spiritale, e mai non posa nch la cosa amata il fa gioire. Questo disire
moto spiritale, moto spirituale quindi, tuttavia gi un movimento di per s. Il
desiderio movimento. Ed il movimento di cui vive luniverso per opera di quel
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Dio in cui Dante crede. E cos lo denisce infatti: Io credo in un Iddio solo ed
eterno che tutto il cel move, non moto, con amore e con disio. Questo
movimento delluniverso tutto improntato da questo desiderio verso Dio detto
nel I Canto del Paradiso che canta lordine del mondo e il ne posto ad ogni
creatura.
Quellordine appunto che dicevamo in principio. Tutte quante le cose hanno
ordine fra loro. C una regola, un qualcosa di ssato. Questo porta tutte le
creature per lo gran mar dellessere, come si esprime appunto Dante. Tuttavia
diverso il movimento della creatura della natura dalle creature dotate, come
dice Dante, di intelletto e damore. In loro c una cosa diversa, diversa la
meta, come abbiamo ora detto, diversa la coscienza che ne hanno. Diversa la
libert di perseguirla o meno. Quella libert che fa la grandezza della natura
umana.
Questo desiderio, o disio, una forza che domin tutta la vita di Dante. lui,
infatti, il protagonista di quel cammino, del cammino del desiderio che nel poema
si compie, come sar detto, negli ultimi versi, insomma nellintroduzione
dellultimo canto E io chal n di tutti disii appropinquava, si comio dovea,
lardor del desiderio in me nii.
C una pagina del Convivio abbastanza nota - sembra quasi scritto in
contemporanea con quel I Canto di quel cammino, appunto, iniziato sbagliato -
dove si parla di questa situazione delluomo. Il sommo desiderio di ciascuna
cosa e prima della natura data ritornare allo suo principio. E per che Dio
principio delle nostre anime e fattore di quelle simili a s, quando disse facciamo
luomo a immagine e somiglianza nostra, essa anima desidera massimamente
tornare a quello. E si come peregrino che va per una via ed ogni casa crede che
sia quella dove arrivare e poi si sbaglia e prosegue e cos c limmagine
delluomo che cammina per una strada, cos luomo cerca il suo bene. Comincia
da piccoli beni, come i bambini che desiderano un frutto, una caramella, e
continua con desideri sempre pi grandi. Qui Dante denisce quasi una
piramide dei desideri dai piccoli ai grandi e crede sempre di trovarne uno pi
alto, sembra che luno stia dinanzi allaltro per modo quasi piramidale, il minimo
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li copre prima tutti ed quasi punta dellultimo desiderabile che Dio.
Questa ricerca dellultimo desiderabile quella che poi conduce il poema,
quella ne di tutti i disii. Sempre nel Convivio aggiunge: veramente questo
cammino si pu perdere per errore come le strade della terra, appunto come
accaduto a lui nellinizio dellInferno. Quel nale, io chal n di tutti disii
appropinquava, si comio dovea, lardor del desiderio in me nii, ci porta questa
parola, ardore, che caratteristica del desiderio dantesco e sempre molto
facilmente si trova nel poema unito al desio, al desiderio. Lardore, questo
desiderio ardente dellamore e di ogni altra cosa trascina luomo. Difatti lo
ritroviamo nelluomo che nellInferno, nella controgura di Dante stesso, cio
Ulisse. Vi ricordate certamente nella dolcezza di glio, nella pieta del vecchio
padre, pel debito amor lo qual dovea Penelope far lieta, vincer potero dentro di
me lardor chi ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore.
Questo ardore di conoscenza che affronta loceano, lalto mare aperto, cio
linnito, gura dellinnit divina, presumendo di raggiungere ci che proprio
di Dio stesso con le sue sole forze, presunzione che perse Ulisse, lo stesso che
porter alla nave di Dante, afdata ora alla guida divina sul mare del Paradiso:
lacqua chio prendo giammai non si corse. Per aggiunge: Minerva ispira e
conducimi Apollo, c una conduzione divina. Le parole di questo inizio del II
Canto, con quest acqua chio prendo somigliano in grande parte a quelle
usate da Ulisse nel suo breve discorso. C questo desiderio, dunque, che arde
nel cuore umano, e che lo porta verso la meta ultraterrena posta da Dio alla vita
delluomo. Per questo niente di ci che terreno pu saziarlo. Questo un punto
importante della Divina Commedia che, come sempre non si trova in un discorso
teologico, ma nella concreta esperienza di una vita.
Questo in genere il sistema, potremmo dire dantesco, che nei piccoli casi
della vita umana nella sua concretezza, si scopre la grandezza, diciamo teologica,
di queste idee che governano il mondo cristiano, che poi il mondo dantesco.
Ecco, qui si tratta del Papa Adriano V che si incontra nel Purgatorio nella
cornice degli avari. Questo era un Papa della nobile famiglia dei Fieschi che
ebbe un ponticato brevissimo ovvero di poco pi di un mese, alla ne del
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Duecento, quindi tempi ben noti a Dante; inserito tra gli avari, non per sete di
denaro - di cui non c notizia nelle cronache n Dante ne parla - ma di potere
come appare dalle sue parole. A Dante, infatti, che gli chiede chi fosse e perch
fosse cos punito, egli risponde con parole brevi ma profonde dunque lui arriva
al ponticato, come abbiamo detto e poi vi rimane per breve tempo e arriva
Vidi che l non si quetava il core, n pi salir poteasi in quella vita; onde di
questa in me saccese amore. Come tutti i lettori hanno riconosciuto, ci sono
dietro questi versi, le grandi parole delle Confessioni di Agostino fecisti nos ad
te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te, traduco per chi non
sapesse un po di latino, tu ci facesti per te ed inquieto il nostro cuore nch
non riposi che in te. Luso dello stesso verbo, inquietum, un sicuro rimando al
testo, ben noto allora, del Vescovo di Ippona. C proprio un incontro, come
molto spesso accade nel poema, fra Dante e Agostino, due dei pi grandi spiriti
dellOccidente.
Qui interviene un altro tema anchesso ben noto a tutta la tradizione cristiana:
se il luogo dove luomo possa trovare riposo non si trova sulla terra, luomo su di
essa come ospite e pellegrino. Luomo appartiene in realt ad un altro mondo,
discende dallanimo stesso, dal cuore stesso di Dio, al quale sospira di ritornare.
questo il grande motivo dellesilio. Gi denito del resto da S. Paolo nella
seconda lettera ai Corinti: "dum sumus in corpore peregrinamur a Domino",
nch viviamo nel corpo siamo come esuli di fronte a Dio. Come disse gi
Sapia, anche questa volta in una situazione concreta come accade per Adriano,
come i pi vivi degli incontri purgatoriali, ciascun uomo cittadino della sola
vera citt, cio del cielo. Nella patria terrena egli vive soltanto come pellegrino,
cio come esule, secondo un signicato che il termine pellegrino aveva. A Dante,
che le chiede se tra gli spiriti della cornice qui siamo tra gli invidiosi, forse
qualcuno ha letto questo episodio di Sapia vi sia qualche latino, cio qualche
italiano come allora voleva dire latino, la donna senese con una ne correzione,
che fa parte del suo carattere sottile e acuto, spiega: O frate mio, ciascuna
cittadina duna vera citt ma tu vuoi dire che vivesse in Italia peregrina. Cio tu
quando chiedi se c un italiano, non dici una cosa proprio esatta, tu vuoi
chiavacci leonardi
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intendere che vivesse in Italia pellegrino, cio esule perch la sua vera citt una
sola. Il viaggio della vita terrena di fatto un ritorno, un ritorno alla casa, al
luogo della propria origine dove il cuore pu riposare.
Unespressione di questo genere c nellInferno, pi precisamente
nellincontro con Brunetto Latini, quando questultimo gli chiede di questo che
laccompagna e lui risponde che gli apparso nella valle dove si era smarrito e
reducemi a ca per questo calle, mi riconduce a casa. Ecco, la sola volta che
viene detta questa espressione per Dante che torna a casa, quindi in questo suo
lungo cammino. Ora, non certo un caso che il doloroso destino dellesule sia
per lappunto quello che fu dato a Dante nella storia. Per cui le due voci vengono
a sovrapporsi nel poema con lo stesso struggente tono di rimpianto. Non si
distinguono a volte luna dallaltra. Non un caso che il pi grande testo dove si
canta il dolente sentimento di chi lontano dalla propria terra e dai propri cari
porti, quasi nel titolo, la parola che denisce nel poema la condizione delluomo
lontano dal cielo e cio il disio. Pi che desiderio, Dante usa laccezione di disio
nel poema che ha una altissima presenza no allultimo appunto. Tutti ricordano
lattacco dellVIII del Purgatorio: era gi lora che volge il disio ai naviganti e
ntenerisce il core lo d chan detto ai dolci amici, addio. Ecco, in quel momento,
in cui partono e si distaccano dalla propria terra ecco che si volge il loro
desiderio, il loro disio verso quella patria. Il momento serale della tristezza,
diciamo cos, ma esprime il sentimento delluomo che quello poi provato da
Dante verso la sua cara Firenze e provato da tutti verso la patria del cielo.
La stessa parola usata faccio due o tre esempi tanto per capire un po il
quadro per denire la condizione degli abitanti del limbo i quali sono appunto
in esilio dal cielo. Loro dicono infatti: per tai difetti semo perduti e sol di tanto
offesi che sanza speme vivemo in disio. Ecco tornare la stessa parola, anche gli
abitanti del limbo vivono in eterno disio della loro patria che non avranno mai; la
stessa espressione usata per Adamo che aspett per lunghe migliaia di anni la
venuta di Cristo; altra situazione di esilio e dice appunto: per morder quella
la famosa mela, appunto in pena e in disio cinquemilanni e pi lanima prima
bram colui che il morso che in s punio, cio la venuta di Cristo che pun su se
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stesso quel morso.
La situazione dellesule, come vedete, espressa da questa parola
fondamentale del disio. Su tutto il secondo regno del Purgatorio, posto su
questa condizione, perch quella simile a quella della terra, cio gli abitanti del
Purgatorio sono in qualche modo nella stessa situazione degli abitanti della terra;
anche loro sospirano la liberazione, sono in movimento. lunica cantica dove
gli abitanti non sono ssati per sempre nella loro condizione come lInferno e il
Paradiso, dove non si cambia. Nel Purgatorio camminano, progrediscono,
devono arrivare no alla liberazione.
Nel II canto del Purgatorio la nave che porta dei salvati risuona di un canto,
tutti cantano dentro questa barca, che appunto il salmo dellesodo, in exitu
Israhel de Aegypto, il salmo dellesilio per eccellenza. Dante si ritrova quindi fra
di loro proprio come uno di loro. Infatti, quando gli spiriti discesi sulla spiaggia
si rivolgono a Virgilio a chiedere la strada, Virglio risponde cos: Voi credete
forse che siamo esperti desto loco, ma noi siamo peregrin come voi siete. Noi
siamo come voi, nella stessa condizione. E lo stesso, quando Dante dopo lultima
notte passata nel Purgatorio, si sveglia sulla montagna al mattino e vede le luci
dellalba, queste gli appaiono gradite come allesule che vede prossima la patria:
E gi per li splendori antelucani, che tanto a pellegrin surgon pi grati, quanto,
tornando albergan men lontani le tenebre fuggian da tutti i lati. Vedete la
situazione opposta dellinizio del canto VIII: l la sera, sono appena partiti, c
questo disio pieno di uno struggente rimpianto, di melanconia; qua stiamo per
arrivare, gli splendori dellalba invece annunciano la terra vicina e danno gioia.
Vedete questa doppia situazione inizio/ne di quello che lesilio.
Il rapporto fra i due destini desilio, quello terreno e quello celeste di Dante
tocca il suo culmine nel canto XXV del Paradiso, canto poco letto a parte che
non si legge quasi pi niente, non si sa pi quali sono quelli letti ma insomma
diciamo nella tradizione poco letto, ma molto bello. il canto dedicato alla virt
della speranza. Nel celebre attacco che ora ricorderemo, Dante esprime come
mai altrove, il desiderio mai sopito nel cuore di poter ritornare nella sua citt che
crudelmente lo chiude fuori dalle sue mura. E comincia con un semmai che gi
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ci fa capire che lui stesso sa che non potr mai accadere: Semmai continga che il
poema sacro al quale ha posto mano e Cielo e Terra, s che mha fatto per pi
anni macro, vinca la crudelt che fuor mi serra dal bellovile ovio dormii agnello,
nimico ai lupi. Questo semmai continga, semmai possa accadere, gi dice che
ci, lui lo sa bene, non accadr mai. Ma ecco che al centro del canto, gli viene
fatta la domanda sulla virt teologale della speranza - non so se molti di voi
sanno che ci sono tre domande, tre interrogazioni, sulla fede fatta da Pietro, sulla
speranza fatta da Giacomo, sulla carit fatta da Giovanni, a cui il pellegrino deve
rispondere prima di entrare - e gli viene chiesto quale sia loggetto specico di
questa virt, che distingue le anime dei beati del Paradiso. Dante risponde che
essi appariranno nella loro patria rivestiti nel corpo ora sepolto nella terra. Lui
dice cos: Dice Isaia, che ciascuna vestita ne la sua terra a di doppia vesta e la
sua terra questa dolce vita. Isaia parla degli ebrei, quindi di un rientro terreno,
in patria, mentre Dante lo prende, come poi gli interpreti cristiani, come la patria
vera e propria cio il cielo. Che ciascuna sar rivestita di doppia vesta che
viene interpretato, sempre dagli interpreti cristiani, anima e corpo, che sono le
due vesti che ricoprono luomo in patria. Ed ecco lesulo costretto a salire e
scendere le sale dei potenti entrer rivestito del suo corpo divenuto immortale
nella sua vera terra, la citt celeste, in quella vita dolce, questa dolce vita, dolce
per sempre, che non conosce amarezze. Tuttavia gi prima di morire, in questo
viaggio raccontato, viaggio sognato, lesule della storia far lesperienza
dellentrare nella patria, nella vera patria, quando entrer fuori dal tempo nel
cielo divino. Infatti nch Dante attraversa i cieli tolemaici rimane su un terreno
abbastanza sicuro perch comunque un terreno storico. Ma qui egli tent una
sda - per un poeta la massima sda quando entra nellempireo - perch in questi
quattro canti nali, dal XXX al XXXIII, egli vuole narrare cose di per s non
narrabili, come egli stesso dice nel primo canto: nel ciel che pi della sua luce
prende, cio nel cielo dellempireo, fui io che vidi cose che ridire n sa, n pu
chi di lass discende. Ma egli racconter qualcosa, quel poco che rimasto nella
sua mente, come limpressione lasciata da un sogno.
Nellultimo canto c quella grandissima similitudine, qual colui che
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sognando vede, che dopo il sogno la passione impressa rimane, e laltro a la
mente non riede, cotal son io, che quasi tutta cessa mia visione, ed ancor mi
distilla nel core il dolce che nacque da essa. Ecco, quello che gli rimasto
questa impressione di chi si sveglia da un sogno. Ora, nel canto XXXI c gi un
primo saggio di questo conforto: la gioia del pellegrino arrivato nel tempio del
suo voto. Lui si paragona al pellegrino arrivato nella chiesa dove ha fatto voto di
andare. Egli guarda con tutta pace, passeggiando, come dice, attraverso la
luce che si estende al centro della grande rosa dei beati, dove vede i volti
nalmente visibili di quei beati n ad ora chiusi nelle loro amme. Gi si vedono
questi corpi, gli unici veri corpi del poema, gli altri sono ttizi come sapete.
Questo disteso guardare segna larrivo dellesule in patria dopo tante pene e
fatiche; ma questa non la ne del viaggio, e del poema. Lesperienza suprema
delluomo sempre fatta nellintimo del cuore, luomo in questo non pu essere
che solo. Cor ad cor loquitor, la bellissima insegna scelta dal cardinale
Newman - che voi forse conoscete, comunque io non so se lha inventata o lha
trovata da qualche parte, non sono riuscita a trovare la fonte, comunque me la
ricordo spesso. Cor ad cor loquitor, il cuore parla al cuore. Lincontro sempre
fra due persone, il rapporto con Dio passa da persona a persona. Ora Dante,
dopo la grande preghiera elevata da Bernardo a Maria, si ritrova solo nellultimo
canto come solo era nella selva allinizio del poema. Sparisce la rosa che si
contemplava prima, non si vede pi niente; il momento in cui tocca il ne di
tutti i disii. E porta al culmine quellardor di desiderio che ha consumato la sua
vita.
Ma se lesperienza della realt divina non pu essere che solitaria, ad essa
segue, immediata, lappassionata richiesta per gli altri, per le persone umane. O
somma luce, che tanto ti levi dai concetti mortali, a la mia mente ripresta un poco
di quel che parevi, e fa la lingua mia tanto possente, una favilla sol della tua
gloria, possa lasciare alla futura gente. ci che di fatto egli ha compiuto,
lasciando a noi, la futura gente, questo suo grande racconto.
Di ci che vide in questo estremo incontro ci d solo brevi e lampeggianti
ricordi di tre grandi misteri, tutti rafgurati con rapidissime immagini: il primo
chiavacci leonardi
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lunit del molteplice nel creato, la gura del libro che era riconosciuta ai suoi
tempi, legato con amore in un volume ci che nellUniverso si squaderna - sono
fogli tenuti insieme in un volume - cos per la Trinit c la grande immagine dei
tre cerchi uguali e distinti, unimmagine descrivibile a parole, ma non
disegnabile, perch sono di tre colori e una continenza, e non si possono
distinguere, in fondo, luno dallaltro. Ora, date queste due brevi pennellate,
resta lultimo mistero, non rappresentabile n descrivibile: quello dove egli ssa
lo sguardo affascinato. Egli scorge, infatti, nel secondo cerchio, cio nel Figlio,
quella che lui chiama la nostra efge: mi parve pinta della nostra efge, la
nostra immagine umana, cio il volto delluomo da Dante tanto amato e descritto
in ogni suo minimo particolare. Egli ne conosce ogni moto e ogni sospiro, si
potrebbe dire; dal lattante che si sveglia prima per fame, il piccolino che si
sveglia e cerca il latte per la fame, allepilettico riavuto, ai due amanti di Rimini, a
Francesco innamorato della povert. Dante ssa il mistero, ma non pu
intenderlo, nch un raggio divino non lo illumina; luomo , dunque, in Dio,
lesule ha raggiunto la patria. Come dice la ne dellepistola a Cangrande,
Invento principio, seu primo, videlicet Deo, nihil est quod ulterius quaeratur:
trovato il principio, cio Dio, non c altro che si possa cercare. Finito.
Lasciamo un po di posto a qualche eventuale domanda!
chiavacci leonardi
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Domande
Moderatore: S, perch credo che la sottolineatura del tema del deso e del
suo rapporto con la speranza, siano due sottolineature importanti per
comprendere meglio, non tanto di come si possa parlare di Dante, ma di come
Dante parla di noi. Perch come gi ho avuto occasione di dire in questi giorni
linteresse per un autore come Dante , come abbiamo avuto occasione di
ascoltare adesso, non perch parla di lui, ma perch parla di come siamo fatti.
Come la professoressa ha appena spiegato, questo mettere come forza traente del
viaggio il deso, signica parlare della condizione in cui noi viviamo e da cui ci
distraiamo, perch normalmente pensiamo che il carburante della vita possa
essere altro. Per questo Dante continua ad essere un padre, un grande maestro.
C tempo ancora un quarto dora e se c qualcuno di voi che vuole fare una
domanda; l c un microfono.
Domanda: Innanzitutto volevo ringraziare di questa lezione per la chiarezza
e la profondit con cui lei ci ha introdotto in questo tema. Mi ha colpito molto
soprattutto lultimo accenno a Dante come conoscitore delluomo, che conosce
ogni sospiro, ogni moto. Che cosa lo rende cos esperto conoscitore delluomo?
Anna Maria Chiavacci Leonardi: una domanda da milioni e milioni,
perch come facciamo a sapere che cosa lo rende cos? Certamente il suo animo
pieno di attenzione e di amore, perch ci che fa conoscere lattenzione: se uno
passa accanto a una persona dieci volte e non ne sa nulla, c chi passandole
accanto una sola volta, la guarda con amore e la capisce. Per la risposta
generica, ma che dentro lanimo di Dante cera questa amorosa attenzione per
luomo, per lessere umano, del resto il poema lo dimostra. Questa lunica
risposta che si pu dare.
Domanda: Volevo chiedere se per Dante gi nel desiderio delluomo gi
presente la grazia di Dio, se la grazia di Dio si manifesta anche nel desiderio
chiavacci leonardi
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delluomo.
Anna Maria Chiavacci Leonardi: Certamente. In origine presente
nelluomo un desiderio della natura senza bisogno della grazia. Occorre
distinguere: gi nella natura umana posto questo, nato con questo ne e c in
lui il desiderio di tornare alla propria patria, come c in tutti. Tuttavia la grazia
importantissima, come noi sappiamo, per lo meno nei cristiani, in quanto la
grazia viene sempre incontro, viene data sempre alluomo, basta che ci sia un
minimo, un briciolo di buona volont. Nelluomo che ha un minimo di
disposizione scende la grazia e talvolta anche gratis, come sappiamo, anche se
quello non la vuole, poi tocca a noi accettarla, naturalmente. Quindi credo che
questo deso pu essere il semplice desiderio naturale, che pu perdersi, pu
sbagliarsi, come dice lo stesso Convivio cammino che si perde per errore uno
crede che quello il bene e invece non e va sempre un po vacillante, come la
natura; poi c il soccorso della grazia, che deve, per, essere accettato. Questo
poi un mistero per ogni animo umano, non possiamo scendere no in fondo.
Domanda: Io sono un appassionato lettore di Dante. Una cosa che mi
colpisce personalmente che di Dante normalmente molto pi conosciuto,
anche a livello popolare, lInferno, un po meno, diciamo cos, il Purgatorio, ma il
Paradiso semisconosciuto. Ora, Dante apprezzato anche da molti laici, ma
perch in Dante vedono lesaltazione delluomo, per di quello che sta
allinferno, un uomo che ha riutato, in qualche modo, di alzare lo sguardo verso
il cielo? Ho detto bene?
Anna Maria Chiavacci Leonardi: Ma non si tratta soltanto di posizione
politica diciamo, largamente, questo accantonare il Paradiso; questo accade un
po a tutti, per la sua grande difcolt, perch tutte le cose grandi, come dicevo
anche ai miei scolari, richiedono fatica. Anche la grande musica di Bach, se viene
ascoltata la prima volta, viene spesso riutata, perch si stufa. Ci vuole un
allenamento, una fatica, uno sforzo per conquistare ci che veramente molto
chiavacci leonardi
76
grande e cos avviene per il Paradiso. Il Paradiso, a parte la sua connotazione
squisitamente cristiana, ha, per, questa difcolt intrinseca di lettura, di
comprensione del testo stesso, per cui stato quasi sempre penalizzato, non da
tutti, ma quasi: sono pochissimi i grandi estimatori, i rivalutatori del Paradiso,
cos pochi che forse si contano sulle dita di una mano.
Perch limmagine dellInferno attrae tutti? Perch tutti vi si riconoscono
facilmente, siamo tutti un po come questi infernali; tuttavia, questa grande
attrazione dipende anche dalla grande dignit che Dante ha voluto lasciare
alluomo infernale. un uomo, infatti, non come si vede tante volte nelle
rappresentazioni delliconograa antica, quasi bestia, travolto dai diavoli, che
non hanno carattere, non hanno dignit. Dante ha lasciato la dignit umana, che
del resto fa parte della persona; non si pu togliere limmagine dalluomo,
limmagine di Dio. Quindi luomo infernale di Dante ha una sua dignit, che
diminuisce sempre pi verso la ne. Nonostante ci quello che non viene
afferrato normalmente, che luomo stesso nella sua dignit riconosce la giustizia
della sua pena: questo in tutti i dannati danteschi, cosa singolare, che fa parte
della loro dignit di uomini.
Naturalmente, luomo normale somiglia di pi a quello infernale, o per meglio
dire a quello purgatoriale che a quello del Paradiso e per questo come pi
attratto. Ma niente ci vieta di approfondire la nostra stessa vita interiore, le
nostre conoscenze e camminare piano piano verso la ne e afferrare e gustare
questa, che una delle pi grandi pagine dellumanit proprio perch parla di
quella famosa meta posta alluomo, quella dove soltanto luomo si sazia e difatti,
come poesia, come testo poetico, certo, il Paradiso d una saziet che altri testi
non si sognano nemmeno. Una risposta un po cos, ma credo daltra parte che
non si possa fare molto di pi.
Ho dimenticato di dire una cosa: c un po di mancanza da parte dei cristiani,
di sostenere questo Paradiso, di spiegare, di far capire, di parlarne. Tacciono, in
genere; o non sanno, o non vogliono; ma qui ci vuole qualcosa. Qualcosa si sta
tentando - vero Davide? - comunque c una mancanza nella cultura cristiana,
del resto piuttosto debole dappertutto. Perch non mettersi a studiare,
chiavacci leonardi
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appassionarsi al Paradiso, cercare di capirlo e farlo capire? Scusate questa
aggiunta.
Domanda: Chiedo se Beatrice incarna, in un certo senso, la meta del viaggio
dantesco.
Anna Maria Chiavacci Leonardi: No, Beatrice di per s non pu incarnarlo,
perch una creatura. Beatrice una via, la controgura di Maria, si potrebbe
dire cos. la via che porta, chiama, attira con la sua bellezza, con la sua
dolcezza che sono caratteristiche della Madre di Dio la via che Dante
segue. E questo appare chiarissimo alla ne del Paradiso quando Beatrice lo
lascia, allultimo, alla rosa dei beati, va a sedere al suo posto e lui non la vede pi
vicino a s. Quando arrivato e lei, lultima guida lo lascia Bernardo non
neppure una guida, introduce con la preghiera, ma ormai Dante arrivato lui
allora le rivolge una preghiera: O donna in cui la mia speranza vige, che soffristi
per la mia salute in Inferno a lasciar le tue vestige , si ritrova quasi con le
stesse parole che poi verranno usate da San Bernardo per la preghiera alla
Vergine, in molte delle espressioni, in modo da far intendere che Beatrice ha
anticipato la gura di Maria stessa, che la vera motrice della stessa salvezza di
Dante. Beatrice scende nel limbo, lei che si muove e viene a chiamare Virgilio.
Ma Beatrice mandata a sua volta e lo dice: Donna gentil nel ciel che si
compiange di questo impedimento, io ti mando; si compiange a piet. Da qui
parte tutto il poema. Beatrice si muove mandata da colei che ha piet. Questa
donna pietosa quella che chiude, che far lultimo atto, perch sar lei che,
pregata da Bernardo, indirizza Dante alla vista suprema di Dio. Per rispondere
brevemente: Beatrice colei che lo trascina, che serve per chiamare, portare e
avviare sulla strada; questa la sua funzione principale.
Domanda: Sono americano e la stimo molto. Ho letto molte sue cose e la
ringrazio per quello che lei ha detto oggi. Volevo chiedere se c una differenza
fra i due ni delluomo, la monarchia limpero i due soli e come invece Dante
chiavacci leonardi
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vede luomo e il suo destino nella Commedia. In America si parla tanto del fatto
che la Chiesa ha un suo ruolo, cio portare luomo in Paradiso dopo la morte;
invece, limpero, lo Stato, la politica, hanno un altro ruolo, quello di portare
luomo in questo mondo, al paradiso terrestre. Volevo sapere che cosa ne pensa
lei.
Anna Maria Chiavacci Leonardi: Un argomento molto grosso su cui c
stato molta discussione. Io modestamente penso che oltre la monarchia stia la
Commedia. Non sono lo stesso discorso. L c questa distinzione fra i due poteri:
esiste la distinzione fra i due tipi di legislazione, e per fortuna che c distinzione.
Questa, fatta da Gregorio VII, per cui in Occidente c questa separazione ben
chiara, che non c in quasi nessun altra religione, dove una cosa sempre unita
allaltra. Per quello che sbagliato anche dal punto di vista cristiano, che la
giurisdizione ecclesiastica pensi solo a portare anime in Paradiso e non si
preoccupino assolutamente di quello che fanno sulla terra. Questo un errore
dal punto di vista teologico: Dante, infatti, nel Paradiso ha oltrepassato quella
distinzione.
Mentre alla ne della Monarchia c quel quodammodo che in qualche
modo luno soggetto allaltro - sembra quasi una piccola correzione che poi
viene sviluppata pi avanti nel suo pensiero - ma chiaramente dopo la cosa
cambiata. Segue quella che la posizione di Tommaso e di tutta la tradizione
teologica cristiana, no ad oggi almeno, cio che la Chiesa non ha poteri di un
esercito e di un regno direttamente sulla societ civile; ma il suo compito quello
di guidare gli uomini non solo a pensare al Paradiso, ma ad agire bene sulla
terra, quindi in tutte le circostanze terrene in cui luomo si trova. Questo un
compito che le perviene, che Dio stesso ha afdato ai suoi; altrimenti avremmo
questa chiesa volante, che non si occupa di quello che succede, ma sta solo a
pregare nei chiostri, nei monasteri; che era il tentativo di fuga dal mondo fatto da
tutti i movimenti monastici, che allora aveva le sue ragioni, ne avrebbe molte
meno questa che piuttosto prende un carattere di chiamata personale di alcuni.
Quindi la chiesa non deve fuggire nei monasteri, deve occuparsi del mondo, ma
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sempre con un occhio rivolto a Dio. Non so se sono stata abbastanza chiara,
perch il problema grosso, ma, insomma, qualcosa ho detto.
Domanda: Sono insegnante e lettore dilettante della Commedia. Se e quanto
una fede personale aiuta unintelligenza profonda della Commedia?
Anna Maria Chiavacci Leonardi: Credo di s, credo che sia sicuro che la
fede un aiuto. Per quanto uno possa spogliarsi dei propri convincimenti e
mettersi davanti al testo con tutta verginit culturale, certamente parte
svantaggiato, rispetto a chi parte gi con quel tesoro di pensiero di idee sul
mondo e sulluomo che proprio del cristiano. Certo, non sono molti quelli che
oggi, oltre alla fede, possiedono quellinsieme di dottrina che regge la Commedia.
Bisogna rendersi conto che c dietro un grande patrimonio teologico, da San
Paolo, che Dante conosceva perfettamente, e si vede dalle continue citazioni, ad
Agostino, Tommaso, Bonaventura Sono tutti testi che lui ben conosceva, e che
sostanziano tutto il poema, non solo il Paradiso, ma qualunque passo della vita
umana. C questo grande corpus di pensiero sulla vita umana anche
teologicamente svolto, che rende pi facile la comprensione e la penetrazione del
testo dantesco a chi gi lo possiede. Questo non toglie che non si possa acquisire
sul piano della cultura, ma non la stessa cosa che viverlo, e forse per questo
pi facile al commentatore che lo vive mettersi in sintonia con il verso di Dante.
Singleton disse che bisognava rifarsi, reimmergersi in questa cultura, rifare
questo animo cristiano. Di fatto lui uno di quelli che pi riuscito a
commentare e ad avvicinare la comprensione di questo mondo, ma quasi nessuno
lo fa.
Domanda: La ringrazio molto perch mi commuove sempre quando la
ascolto. Quello che lei ha descritto attraverso Dante la dimensione, che per me
sento molto vera, di essere pellegrina. una dimensione che uno sente pi sua;
eppure, parlo per me, quando a uno capita di perdere le persone, il primo
sentimento che vive dentro di s quello della perdita, non quello del pellegrino
chiavacci leonardi
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arrivato alla meta. Non so se una domanda opportuna, per Dante - cos come
lei lo ha colto - come vive ed esprime questo sentimento della perdita?
Anna Maria Chiavacci Leonardi: Ci sono pochissimi casi in cui quando
qualcuno muore lo vedono veramente arrivato e ne godono, ma sono eccezioni.
Questo non toglie che il sentimento umano non si possa togliere dal cuore, come
Ges stesso pianse quando mor Lazzaro. un dolore che appartiene alla natura
delluomo che non si pu togliere. Questo cristiano va oltre la nostra natura,
certamente. In molte persone di grande fede spesso afora e riesce a vincere
laltro, ma che non si possa eliminare questo sentimento una cosa evidente, fa
parte di quella natura che non viene mai abolita; viene oltrepassata ma non
abolita. Uno che non piangesse o non si rattristasse per la morte di un proprio
caro sarebbe un po strano, ma ci non toglie che laltro sentimento possa
convivere con il primo. Cio la fede che vede la persona partita, arrivata nel
luogo della gioia, della pace, della felicit, spesso accompagna il sentimento di
perdita: i due aspetti della natura umana e della grazia divina che accompagnano
e confortano il fedele. Alcuni riescono a sopportare con tanta serenit e calma
dei dolori che per altri sono insopportabili; quella fede serve a lenire il dolore
della natura. Credo che sar capitato a tutti voi di conoscere questo doppio
sentimento che addolcisce per quanto sia crudele per laltro.
Domanda: Una domanda sulla gura di Maria. Perch la gura di Maria
molto cara al Dante pellegrino? Nella cantica del pellegrino, cio nel Purgatorio,
a ogni cornice c un esempio della Madonna; come se Dante ad ogni passo
guardasse la Madonna, e volevo capire perch cos importante.
Anna Maria Chiavacci Leonardi: una bella domanda, perch la risposta
illumina ampiamente una zona della poesia dantesca non molto celebrata.
Questo rapporto con Maria altissimo, perch in tutta la Commedia ho scritto
un articoletto su questa cosa Maria una presenza molto discreta, non cos
invadente. NellInferno c quella prima terzina, ma tanto discreta quanto
chiavacci leonardi
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potente, come si vede c un rapporto molto delicato, lei apre e chiude il poema,
lei che d il movimento di salvezza: Donna e gentil nel ciel che si compiange
sicch duro giudicio lass frange, cio con la sua piet capace di rompere il
giudizio divino, cosa da non sottovalutare. Poi alla ne lei che va a chiudere la
storia dopo che San Bernardo la prega con un solo sguardo assente perch non
parla mai d con il suo sguardo dolce li occhi da Dio diletti e venerati diletti
come di sposa e venerati come di glio, stato giustamente commentato ssi
ne l'orator, ne dimostraro quanto i devoti prieghi le son grati, indi leterno lume
s'addrizzaro. C questo movimento dello sguardo prima verso Bernardo, come
ad accogliere la preghiera, poi si rialza verso Dio e crea questo passaggio, lei
stessa quasi la strada aperta con lo sguardo; lei quindi apre e chiude. Nellinterno
della Commedia c' solo la grande sequenza purgatoriale che lei ricordava, per
cui ad ogni balza il primo esempio della beatitudine che viene celebrata preso
da Maria. Questo indica, ancora una volta, la grande importanza di questa gura
nella storia cristiana, nella storia del cristiano. Le beatitudini sono tutte vissute in
maniera suprema nella gura di Maria, che per questo la guida del Purgatorio.
A lei bisogna guardare come dice San Bernardo. Non per niente Dante sceglie
Bernardo per il nale, non tanto per i suoi scritti, ma per la sua grande
devozione a Maria. Del resto Bernardo si presenta cos: Io sono la regina del
cielo, ondio ardo tutta damor ne far ogni grazia. Per chio sono il suo fedel
Bernardo. Lui si denisce cos, non come mistico, come politico, fondatore di
grandi ordini, lui il fedele Bernardo. Per questo la gura di Maria, pur cos
discretamente introdotta, cos potente nel poema. Questo lo chiaramente
nellanimo di Dante.
Domanda: Sono stata molto colpita dallaccenno sulla speranza e poi dalla
sua osservazione: come anche la chiesa trascuri il bagaglio positivo del Paradiso.
Volevo chiederle se lapprofondimento della speranza non pu essere la strada
per ritrovare tutto limpegno responsabile di Dante nella vita e nel mondo e
quindi per noi. Laccenno alla speranza che lei ha fatto, pu essere una strada per
rivivere tutto il messaggio di Dante nel Paradiso?
chiavacci leonardi
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Anna Maria Chiavacci Leonardi: Non saprei rispondere. Secondo me pu
essere la speranza, come anche qualunque altro punto. La speranza una strada
maestra, ma ce ne sono altre. Non saprei proprio risponderle, mi dispiace.
Domanda: Ritorno per il secondo anno a sentire parole molto commuoventi
ed emozionanti sulla Commedia. Devo dire che se sono qui oggi per amor di
Dante, che mi vince! Nella mia lettura scolastica e ora universitaria della
Commedia mi ha sempre profondamente colpito la forte consapevolezza di
Dante, del suo ruolo e della sua missione di poeta, come lei stessa citava
nellultima cantica fa la lingua mia tanto possente s chio possa tramandare alla
futura gente tutto ci che io ho di fronte a me. Ancora consapevolezza che gi
si evince nel colloquio che gi nellInferno Dante ha con Brunetto Latini, quando
gli dice: Tu sei colui che minsegnasti in terra comuom setterna e in questo
vediamo la ducia e la fede in Dante, nella possibilit che la scrittura possa
lasciare la memoria ed eternare luomo. Daltra parte, per, c un Dante pi
umile, quando vediamo nel Purgatorio, nella cornice dei superbi che dice che la
fama non altro che un mondan romor, ato di vento che or vien quinci, or vien
quindi, muta nome come muta lato. Questi due atteggiamenti come si possono
conciliare? Da una parte orgoglio nella propria missione di poeta; dallaltra
consapevolezza del limite umano.
Anna Maria Chiavacci Leonardi: Non c contraddizione fra le due cose. Lei
dice che lui ha consapevolezza altissima di questo compito, ed infatti lui si sente
profeta, lo dice pi volte. Era convinto, e difatti lo , perch se c una voce che
gira tutto il mondo portando la fede cristiana, la Divina Commedia. Del resto
lo dice papa Benedetto XV nella sua grande enciclica: il pi grande araldo della
fede cristiana nel mondo Dante, che viene letto e tradotto dappertutto. Sapeva,
si sentiva profeta, lo dice pi volte; poi se fosse o non fosse, di questo si pu
discutere allinnito, ma di fatto c una realt dietro al suo pensiero. Ora, laltro
aspetto della superbia superbia dellintellettuale che sa che dovr pagare e
chiavacci leonardi
83
restare un bel pezzo in quella cornice non in contraddizione con questo
primo punto; uno pu essere superbo o umile nel compito che gli afdato o di
cui cosciente; ma sono due cose diverse, non sono sullo stesso piano. Lui ha
questa coscienza, che pu essere vissuta umilmente; nello stesso tempo lui ha
coscienza di essere un grande scrittore cosa fra laltro vera ma che giunga
alla superbia, fatto questo del tutto personale, ma che non viene in
contraddizione con laltro. Pu dominare o abbandonarsi a questo sentimento
pericoloso, che, evidentemente ha gi superato, perch se scrive la Divina
CommediaNon vedrei contraddizione cos esplicita.
Moderatore: Due note per concludere questa ricchissima occasione che la
professoressa ci ha regalato. Questa lettura della Commedia come viaggio, come
qualcosa che si muove per il deso, quindi questa lettura che Dante ci fa e ci fa
fare della nostra vita. Il deso, il desiderio non una cosa automatica, non come
la corda dello ski-lift o della seggiovia comoda per salire. Non una cosa che
automaticamente conduce. C anche una saggezza popolare falsa, siam qui
provvisori si direbbe in Lombardia, e allora si desidera andare da unaltra parte.
Questo desiderio non una cosa che insorge e pu guidare luomo in modo
automatico, tanto vero come stato detto, meglio e pi chiaramente che
Dante conduce questo viaggio continuamente andando con la memoria a ci che
rimette in moto questo desiderio, che lo fa concentrare sul desiderio di felicit,
del suo principio. Il suo un viaggio pericoloso, non un viaggio automatico,
non procede in maniera necessaria, ha continuamente bisogno di qualcuno
Virgilio, certe presenze, persone che gli parlano che lo richiami a quello che
veramente pu muovere il viaggio, al desiderio di una felicit compiuta. Come
ricordate, egli si ferma di fronte ad una barriera di fuoco, ma gli dicono: guarda
che l c il sorriso di Beatrice, e allora va, rischia, perch il desiderio non
automatico, non muove automaticamente. Per questo, come stato giustamente
notato, Beatrice il miracolo, cio la Madonna, il punto in cui lincarnazione
avviene: sei, come donna, venuta dal cielo in terra a mostrare un miracolo. Sei
un miracolo. E guardando questo miracolo, facendone memoria che il desiderio
chiavacci leonardi
84
si ridesta. Non si ridesta automaticamente solo perch siamo provvisori, solo
perch sappiamo che qui non c qualcosa che ci compie, non basta questo.
Occorre un miracolo che continuamente ridesti il desiderio come regola di un
cammino. Petrarca, grande invidioso di Dante, nella sua preghiera dice: la vera
Beatrice la Madonna, polemizzando dice la verit. Per questo la memoria del
miracolo quello che muove il camminino e lo rende certo, e rende il desiderio
non appena qualche cosa di confuso. Il desiderio che ti costituisce non un
feeling che c o non c, ma la regola del cammino, e questo carburante del
cammino richiamato dalla memoria del miracolo. Questo ci che
continuamente ci fa vedere Dante con la sua grande poesia, avendo rischiato in
proprio questa questione e avendocela raccontata per nostra fortuna. Grazie e al
prossimo appuntamento.
chiavacci leonardi
85
LARDORE DELLA CONOSCENZA
Una lettura dantesca
Proponiamo una lettura del Ventiseiesimo canto dellInferno di Dante: il
canto in cui, allinterno della Commedia, il poeta incontra leroe greco Ulisse.
Ripercorreremo insieme il testo e cercheremo di capirlo, aiutandoci con
linterpretazione che di questa vicenda ha dato la professoressa Anna Maria
Chiavacci Leonardi
1
in un suo saggio
2
.
Perch Ulisse e perch la professoressa Chiavacci Leonardi?
Innanzitutto ci sembra utile riprendere lUlisse dantesco, consumatosi di
amore per la conoscenza, in un ambito come luniversit, di fronte a persone
impegnate in un cammino di studio appassionato delluomo e delle sue forme di
espressione culturale. Questo assume ancora pi rilievo di fronte alla scoperta
che molti di noi hanno fatto nella nuova riforma universitaria. Infatti le grosse
mutilazioni che i programmi hanno subito nel sistema dei crediti non hanno
risparmiato il poema dantesco; nato cos il desiderio di studiare ed
approfondire in maniera personale i contenuti che luniversit ci offre. Un lavoro
di questo tipo, soprattutto in una facolt come Lettere e Filosoa, pu rendere
ancora pi fruttuoso il percorso accademico.
Inoltre siamo stati colpiti dalla profondit con cui la professoressa Chiavacci
Leonardi legge e interpreta la Commedia; abbiamo quindi desiderato conoscerla
personalmente, per poter discutere con lei di alcuni spunti che oggi vi
riproporremo.
Lincontro con questa personalit avvenuto proprio nel periodo in cui alcuni
di noi stavano studiando la Commedia per sostenere lesame di letteratura
italiana. In questa circostanza ci siamo accorti che numerosi docenti del nostro
ateneo appartengono, continuando a farla vivere, ad una grande tradizione di
studi danteschi. I molti spunti e i suggerimenti metodologici che abbiamo colto
nelle lezioni universitarie hanno fornito gli strumenti indispensabili per
chiavacci leonardi
86
cimentarsi in una lectura.
Lardore della conoscenza dunque, ma anche la gura di un maestro da cui
poter imparare: ecco i motivi per cui la presentazione di questo canto, alla luce di
una proposta critica, ben ci sostiene nel nostro cammino universitario.
Abbiamo voluto concludere il viaggio nella Commedia con una lettura del
trentatreesimo canto del Paradiso, che corona il poema e che a noi sembra
concludere bene anche il nostro discorso attorno al viaggio di Ulisse.
Allesposizione dellinterpretazione della professoressa, seguir quindi questo
nostro tentativo.
Non resta che far parlare Dante.
chiavacci leonardi
87
I - LUlisse dantesco
Godi, Fiorenza, poi che se s grande,
che per mare e per terra batti lali,
e per lo nferno tuo nome si spande!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non chaltri, tagogna.
E se gi fosse, non saria per tempo.
Cos fossei, da che pur esser dee!
ch pi mi graver, compi mattempo.
(If. XXVI, 1-12)
Le prime quattro terzine del canto sono dedicate a Firenze, la terra tanto
amata da Dante. Proprio il forte attaccamento del poeta alla sua patria natia
spiega il duro richiamo espresso attraverso una tagliente ironia: Firenze ha giusti
motivi per vantarsi perch il suo nome molto famoso nellInferno. Dante,
infatti, ha appena incontrato cinque orentini tra i ladri del canto precedente e
questo ha suscitato la sua indignazione che sfocia in questa apostrofe dai toni
profetici. Non passer molto tempo, anche se agli occhi di Dante n troppo,
che Firenze sperimenter quei mali che le citt avversarie le augurano.
Dopo linvettiva riprende la narrazione: i due poeti si stanno arrampicando
sulle rocce, che prima avevano disceso per meglio vedere i dannati della settima
bolgia, proseguendo il loro cammino verso lottava.
chiavacci leonardi
88
Noi ci partimmo, e su per le scalee
che navea fatto i borni a scender pria,
rimont l duca mio e trasse mee;
e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra rocchi de lo scoglio
lo pi sanza la man non si spedia.
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ci chio vidi,
e pi lo ngegno affreno chi non soglio,
perch non corra che virt nol guidi;
s che, se stella bona o miglior cosa
mha dato l ben, chio stessi nol minvidi.
(If, XXVI, 13-24)
Dante sospende la narrazione per dichiarare di aver provato dolore di fronte
alla visione dei nuovi dannati e di provarne di nuovo ricordando ci che vide.
Insieme a questo ci dice anche di tener a freno lingegno, perch questo, che pure
un bene, non proceda da solo, senza la guida della virt nendo col perdersi.
Questa ammonizione, per noi ancora misteriosa precede la descrizione
dellottava bolgia.
Quante l villan chal poggio si riposa,
nel tempo che colui che l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede alla zanzara,
chiavacci leonardi
89
vede lucciole gi per la vallea,
forse col dove vendemmia e ara:
di tante amme tutta risplendea
lottava bolgia, s comio maccorsi
tosto che fui l ve l fondo parea.
E qual colui che si vengi con li orsi
vide l carro dElia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea s con li occhi seguire,
chel vedesse altro che la amma sola,
s come nuvoletta, in s salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ch nessuna mostra l furto,
e ogne amma un peccatore invola.
Io stava sovra l ponte a veder surto,
s che sio non avessi un ronchion preso,
caduto sarei gi sanzesser urto.
(If, XXVI, 25-45)
Dante si trova sul ponte, attaccato ad una roccia per non cadere, e si sporge
guardando in basso. Quello che vede descritto dalle due similitudini. Quante
sono le lucciole che il contadino, che si riposa sul poggio allora del tramonto,
vede gi nella valle in cui lavora, cos numerose sono le ammelle che illuminano
lottava bolgia; come Eliseo vide il carro di fuoco, al suo decollo dal suolo, che
rap al cielo il profeta Elia, cos infuocato e veloce che egli non poteva veder altro
chiavacci leonardi
90
che la amma che saliva in s, come una piccola nuvola, cos si muove ogni
amma nascondendo al suo interno un peccatore.
Le due immagini insieme danno una potente e singolare apertura al racconto
di Ulisse. La prima, presa dal mondo agreste, pacata, di tono meditativo e di
stile alto; la seconda, ardente e violenta, rievocando un episodio biblico eleva
improvvisamente il tono del canto. Dante si trova davanti questo spettacolo
inatteso che contempla con attenzione.
E l duca che mi vide tanto atteso,
disse: Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel chelli inceso.
Maestro mio, rispuosio, per udirti
son io pi certo; ma gi mera avviso
che cos fosse, e gi voleva dirti:
chi n quel foco che vien s diviso
di sopra, che par surger de la pira
dovEtecle col fratel fu miso?.
(If, XXVI, 46-54)
Dante colpito da una amma particolare che arde divisa in due corni come
il fuoco prodotto dalla pira che bruci i corpi di Eteocle e Polinice, i due fratelli
gli di Edipo che si diedero la morte a vicenda e anche sul rogo furono divisi
dallodio vissuto in vita. Chi racchiude quella amma bipartita?
Rispuose a me: L dentro si martira
Ulisse e Diomede, e cos insieme
a la vendetta vanno come a lira;
chiavacci leonardi
91
e dentro da la lor amma si geme
lagguato del caval che f la porta
onde usc de Romani il gentil seme.
Piangevisi entro larte per che, morta,
Deidama ancor si duol dAchille,
e del Palladio pena vi si porta.
(If, XXVI, 55-63)
Sono Ulisse e Diomede, due campioni dellesercito acheo che espugn la citt
di Troia cantati da Omero nellIliade e nellOdissea. Sono puniti qui, fra i
consiglieri fraudolenti per linganno del cavallo di Troia, lo stratagemma per il
quale Deidamia si duole ancora, da morta, dellabbandono di Achille Teti,
infatti, per sottrarre il glio Achille alla guerra di Troia in cui avrebbe trovato la
morte, lo aveva nascosto, in abiti femminili, tra le fanciulle della reggia di Sciro;
ma Ulisse con lastuzia riusc a scoprire linganno e a portare Achille a Troia
provocando il dolore di Deidamia, glia del re di Sciro e innamorata di Achille,
che non lo avrebbe pi rivisto vivo e il furto della statua di Pallade Atena, che
proteggeva Troia ed era custodita nella rocca della citt, operato dai due con
linganno e la violenza.
Sei posson dentro da quelle faville
parlar, dissio, maestro, assai ten priego
e ripriego, che l priego vaglia mille,
che non mi facci de lattender niego
n che la amma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver lei mi piego!.
(If, XXVI, 64-69)
chiavacci leonardi
92
Subito Dante chiede con insistenza di poter parlare loro.
Ed elli a me: La tua preghiera degna
di molta loda, e io per laccetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, chi ho concetto
ci che tu vuoi; chei sarebbero schivi,
perche fuor greci, forse del tuo detto.
Poi che la amma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
O voi che siete due dentro ad un foco,
sio meritai di voi mentre chio vissi,
sio meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma lun di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi.
(If, XXVI, 70-84)
Virgilio accetta la richiesta di Dante e chiede lui stesso che uno dei due dica
dove per lui, perduto a morir gissi, come morto e come nito allInferno
(entrambi i signicati sono contenuti nella parola perduto). Qui inizia il racconto
dellUlisse dantesco.
Lo maggior corno de la amma antica
chiavacci leonardi
93
cominci a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e l menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gitt voce di fuori, e disse: Quando
(If, XXVI, 85-90)
Il corno pi grande della amma inizia ad ondeggiare come mosso dal vento.
Con fatica, lentamente inizia a produrre dei suoni, prima dei mormorii e poi
nalmente una voce distinta.
gitt voce di fuori e disse: Quando
Su questo attacco potente sta sospeso il primo periodo del discorso di Ulisse.
Per trovare la frase principale dobbiamo scorrere due terzine. La voce stenta
ad arrivare e linizio faticoso, la prima parola rimane quasi sospesa alla ne del
verso, ma subito dopo, andando a capo, il viaggio iniziato e il ritmo si fa
incalzante, quasi frenetico. Ulisse parler solo, senza interruzioni, per il resto del
canto, narrando il suo ultimo viaggio, la corsa precipitosa verso labisso.
mi diparti da Circe, che sottrasse
me pi dun anno l presso a Gaeta,
prima che s Enea la nomasse,
(If, XXVI, 91-93)
Il viaggio inizia con la partenza dallisola di Circe e Dante immagina che
Ulisse non sia pi ritornato a casa.
Enea ritorna per la seconda volta in questo canto, dopo laccenno al gentil
chiavacci leonardi
94
seme dei Romani, e non sono accenni casuali. Il viaggio di Enea, modello
fondamentale per il viaggio di Dante, si compie in contemporanea a quello di
Ulisse, le due navi partite da Troia corrono sullo stesso mare mancando per poco
lincontro, ma non si pu immaginare per essi destini pi diversi: uno fonder
lImpero Romano, compiendo cos il misterioso disegno divino nella storia; laltro
sar inghiottito dal mare e perduto per sempre allInferno.
n dolcezza di glio, n la pieta
del vecchio padre, n l debito amore
lo qual dovea Penelop far lieta,
vincer potero dentro a me lardore
chi ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
(If, XXVI, 94-99)
Nessuno dei vincoli pi sacri, la dolcezza del glio, la piet verso il padre e
lamore dovuto alla moglie fedele, lo ha potuto trattenere, eppure erano pi di
dieci anni che mancava da casa ma tutto ha vinto lardore, parola chiave
dellintero episodio, ardore della conoscenza del mondo e delluomo, dei suoi vizi
e delle sue virt.
ma misi me per lalto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
(If, XXVI, 100-102)
Ma misi ma per lalto mare aperto. In questo verso risuona la potenza della
decisione di Ulisse, sottolineata dallallitterazione e dalla concentrazione di vocali
chiavacci leonardi
95
di timbro aperto che sembrano dilatare lo spazio allinnito. Riprendendo
unimmagine di Roberto Benigni Ulisse, come un gigante afferra se stesso e si
pone nel bel mezzo del mare. Contrasta con tutta questa energia la povert
estrema dei mezzi a disposizione di Ulisse: egli solo, con una barchetta e quei
pochi compagni che non lo abbandoneranno no alla ne e che sono un tuttuno
con lui.
Lun lito e laltro vidi inn la Spagna,
n nel Morrocco, e lisola di Sardi,
e laltre che quel mare intorno bagna.
Io e compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dovErcule segn li suoi riguardi,
acci che luom pi oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da laltra gi mavea lasciata Setta.
(If, XXVI, 103-111)
La navigazione lo ha portato ai limiti estremi del Mediterraneo, del mondo
delluomo, e si trova ormai vecchio e con i riessi appannati in prossimit dello
stretto di Gibilterra. A destra la costa spagnola, a sinistra il Marocco e di fronte
lignoto e il limite posto dagli dei acci che luom pi oltre non si metta. giunto
il momento della decisione estrema: questo il punto di non ritorno. Dora in
avanti, per proseguire, occorrer abbandonare il cabotaggio, la sicura
navigazione lungo la costa, per avventurarsi nelloceano.
O frati, dissi che per cento milia
perigli siete giunti a loccidente,
chiavacci leonardi
96
a questa tanto picciola vigilia
di nostri sensi ch del rimanente,
non vogliate negar lesperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
(If, XXVI, 112-120)
Tre terzine costituiscono la celebre orazion picciola con cui Ulisse convince s
stesso e i compagni a varcare le colonne dErcole. E lo fa appellandosi a quanto
di pi alto c nelluomo: il desiderio di conoscenza.
Li miei compagni fecio s aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
(If, XXVI, 121-126)
Lultimo viaggio ha inizio. Da questo momento non potranno pi tornare
indietro ma correranno incontro alla ne.
Tutte le stelle gi de laltro polo
vedea la notte e l nostro tanto basso,
chiavacci leonardi
97
che non surgea fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ntrati eravam ne lalto passo,
quando napparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
(If, XXVI, 127-135)
la montagna del Purgatorio, a cui Dante giunger guidato da Virgilio,
simbolo della felicit naturale delluomo; la vera meta del viaggio di Ulisse che
nalmente, dopo cinque mesi, appare ai naviganti alta e minacciosa in
lontananza. Ma la gioia per la meta intravista subito si volge in pianto, perch un
vento vorticoso investe limbarcazione facendola girare per tre volte su se stessa
e inne affondare. Con lultimo verso, quasi una lapide, terminano, senza alcun
commento, il viaggio e il racconto di Ulisse:
Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto,
ch de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il f girar con tutte lacque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in gi, comaltrui piacque,
inn che l mar fu sovra noi richiuso.
(If, XXVI, 136-142)
chiavacci leonardi
98
II - Lardore della conoscenza
Una piramide piantata in mezzo al fango, con questa denizione il grande
Francesco de Sanctis immortalava la gura dellUlisse della Commedia. Una
piramide, cio un monumento alluomo che tutti ricorderanno e guarderanno
con stupore e ammirazione, ma immersa nel fango, che rappresenta la miseria
dellInferno, luogo dove luomo abbruttito no a somigliare ad una bestia ed
dannato per leternit. Grandezza e miseria: Ulisse racchiude il fascino
immortale della sua gura, conserva- tosi no ad oggi, accanto alla sua tragica
ne si trova infatti in uno dei punti pi bassi dellInferno vicino a ladri e
traditori.
Cos commenta la professoressa Chiavacci Leonardi in un suo saggio
sullInferno dantesco
3
, che seguiremo nel nostro percorso:
Sempre resta al fondo leterno problema della duplice risonanza del testo, che
propone quellumano valore di grandezza forse il pi grande dellInferno ed il
suo tragico dissolversi nel nulla
4
.
Come spiegare entrambi gli elementi? La critica si divide. possibile, allora,
vedere un Ulisse freddo calcolatore e fraudolento, chiudendo gli occhi davanti al
senso di grandezza che pure emerge dal testo, o, al contrario, eroe magnanimo e
senza colpa alcuna che perde la vita pur di rimanere fedele alla sua dignit
umana, dimenticando- ne leterna dannazione
5
.
Ma allora, come pu un dannato essere grande?
La professoressa Chiavacci Leonardi spiega nel suo saggio questo apparente
ossi- moro superando di un balzo la foresta di contraddizioni in cui la critica si
dibatteva da tempo senza trovar via duscita. Per far questo ripercorre lintero
passo osservando che:
... una passione (lardore) quella che muove Ulisse, ed una delle pi forti.
Una passione che trascina e travolge, per cui si lasciano anche gli affetti pi cari
[...] Quale essa sia detto apertamente: la passione di conoscere il mondo, e
luomo
6
.
Ed Ulisse parte con mezzi piccoli, inadeguati, come abbiamo gi visto. La
chiavacci leonardi
99
piccola imbarcazione, i pochi compagni: queste gure in fondo vogliono dire che
egli solo. E lui solo, che va e tenta limpossibile.
Ma si giunge alla frontiera del mondo conoscibile il Mediterraneo, sono le
colonne dErcole e qui c un divieto, che Ulisse non ignora, come invece
sostengono alcuni critici per scagionare leroe
7
, ma dichiara e sottolinea.
Sbaglia chi dice che Ulisse non ha colpa alcuna nelloltrepassare Gibilterra, egli
infatti sapeva che alluomo era vietata quella parte di mondo.
dovErcule segn li suoi riguardi, acci che luom pi oltre non si metta
(If, XXVI, 108-109)
E Ulisse oltrepassa questo limite, appellandosi a ci che di pi grande
luomo e proprio da questo appello noi siamo affascinati:
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza
(If, XXVI, 118-120)
Il grande appello alla pi alta essenza delluomo, che lo distingue dal bruto,
in- fatti ci su cui Ulisse fonda il suo prevaricare e trapassare il segno.
E questa la sua follia ed il profondo inganno della ragione umana. Luomo
inganna se stesso quando presume, con la potenza della mente, di conquistare e
quindi di dominare, non solo il mondo delluomo, ma quello di Dio
8
.
Questa esigenza di conoscenza legittima, quanto di pi alto ha luomo.
Dante ben lo sa, su questo costruisce il suo poema e da questo desiderio mosso
per tutta la sua vita, ma non cos che si trova la risposta.
La strada legittima ma i mezzi, gli argomenti umani, non sono adeguati:
quei remi che si alzano come ali, ma che delle ali non hanno che la parvenza,
sono fallaci.
chiavacci leonardi
100
A questo punto per procedere oltre ci utile rileggere due terzine che
fungono da introduzione allepisodio:
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ci chio vidi, e pi lo ngegno affreno chi
non soglio,
perch non corra che virt nol guidi;
s che, se stella bona o miglior cosa
mha dato l ben, chio stessi nol minvidi.
(If, XXVI, 19-24)
Questo lunico punto nellInferno in cui Dante medita a voce alta
linsegnamento che il suo viaggio gli ha offerto e, facendo questo, lega
indissolubilmente a s la gura di Ulisse. Dante ci dice infatti, in maniera
esplicita, che lui stesso stato molto vicino al peccato che ha dannato leroe
greco. Allora provai dolore dice Dante ed ora provo di nuovo dolore
ricordando quanto vidi, e tengo a freno il mio ingegno che la ragione,
lintelletto, la parte pi nobile delluomo pi di quanto sono solito fare, perch
non si abbandoni a correre a suo arbitrio senza che la virt gli sia di guida.
Anche lintelletto, dunque, deve essere guidato
9
. Cos che se linusso benevolo
delle stelle o cosa anche pi alta, cio la grazia divina, mi ha dato questo bene
10

la naturale altezza dingegno, che Dante era ben consapevole di avere che io
stesso non debba privarmene, non usandolo per il suo ne.
La mancanza del freno in uninclinazione di per s buona, il ben,
chiaramente indicata come il rischio che qui si corre, che Dante ha corso. Ed il
freno ci che domina le passioni.
Ulisse non dannato per il semplice desiderio di conoscenza: se non ci fosse
dellaltro lo troveremmo nel limbo insieme a Virgilio e agli spiriti magni che non
peccarono ma ebbero come unica colpa quella di non essere stati cristiani. Nella
chiavacci leonardi
101
vicenda di Ulisse c di pi; lumano desiderio di sapere qui diventato passione
rovinosa e inarrestabile che acceca chi lo possiede. Ulisse non vede pi le
persone care, non vede i limiti posti dagli dei, non vede lestrema povert dei
mezzi a sua disposizione e tenta con tutte le sue forze, che si riveleranno alla ne
insufcienti, di compiere un desiderio legittimo.
Il suo ardore in qualche modo paragonabile allamore di Francesca e alla
passione politica di Farinata, con lunica differenza che pi grave la sua colpa,
e pi grande Ulisse, perch consiste nellabuso di quella parte delluomo, la
mente, che il punto pi alto del suo essere.
Cos la professoressa Chiavacci Leonardi spiega la sua colpa:
Ulisse sda Dio; la sua una passione sulla quale si gioca la vita stessa, di
dominare ci che Dio ha sottratto alluomo, perch luomo lo abbia non con la
forza, ma con lamore, non per diritto ma per dono, altrimenti ne resterebbe
travolto come accade a Ulisse.[...]
Questo il punto. Questo valore [lingegno che fa desiderare alluomo di
conoscere], che fu gi espresso da tutto il mondo classico (e che Ulisse
impersona) positivo, anzi il massimo dei valori umani. Ma se preso come
termine assoluto e non riferito a Dio, esclude da Dio stesso.
Luomo posto, come sempre, di fronte ad una scelta: se stesso, le proprie
risorse, la propria grandezza (ed ci che resta anche ad Ulisse, nel verso di
Dante); o rinunciarvi, rinunciare a ci, a quellalto ingegno come mezzo diretto e
accettare unaltra strada: quel dono gratuito che nel secondo dellInferno fonda
una volta per tutte la storia della Commedia
11
.
La storia di Dante, infatti, illumina quella di Ulisse permettendoci di
comprenderne i limiti che hanno portato al nale tragico. Ulisse in un certo
senso Dante, la sua controgura abbiamo gi visto come egli comprenda la
passione di Ulisse dicendoci di aver corso il suo stesso pericolo.
La gura che Dante ha scelto, e modellato a sua misura, Ulisse, che mai
pago delle terre toccate e conosciute, cerca sempre nuovi approdi, ulteriori
realt. [...]
Per questo sulla storia di Ulisse e sulle parole e immagini che la narrano
chiavacci leonardi
102
Dante ha in realt incardinato il poema, come indicano esplicitamente gli inizi
delle tre cantiche
12
.
Questo forse il passaggio pi interessante del saggio perch lorizzonte si
allarga e la professoressa ci guida allinterno della Commedia per ritrovare la
presenza di Ulisse, incominciando dal II canto dellInferno. In questo canto, che
fa da proemio allintera opera, Dante interroga Virgilio sul viaggio che lo
attende; potr lui sostenere un simile viaggio compiuto in passato solo da
personaggi eccezionali come Enea e San Paolo, lo Vas delezione e il fondatore di
Roma? forse alla loro altezza?
Io cominciai Poeta che mi guidi
guarda la mia virt sell possente
prima cha lalto passo tu mi di.
Tu dici che di Silvio il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo and, e fu sensibilmente.
Per, se lavversario dogne male
cortese i fu, pensando lalto effetto
chuscir dovea di lui, e l chi e l quale,
non pare indegno ad omo dintelletto;
che fu de lalma Roma e di suo impero
ne lempireo ciel per padre eletto:
la quale e l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u siede il successor del maggior Piero.
Per questandata onde li dai tu vanto,
chiavacci leonardi
103
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.
Andovvi poi lo Vas delezione,
per recarne conforto a quella fede
ch principio alla via di salvazione.
Ma io, perch venirvi? o chil concede?
Io non Enea, io non Paulo sono;
me degno a ci n io n altri l crede.
Per che, se del venire io mabbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se savio; intendi me chio non ragiono.
(If, II, 10-36)
Il viaggio che Dante sta per incominciare chiaramente lo stesso viaggio che
poi ci narrer Ulisse: entrambi sono diretti alla montagna del Purgatorio,
simbolo dellumana felicit cui lardore della conoscenza tende, tant che
entrambi vengono chiamati alto passo. I due compiono lo stesso cammino, che
appare folle se compiuto afdandosi solo allumana virt. Cos sar il volo della
barca di Ulisse, e cos appare a Dante il suo cammino (me degno a ci n io n
altril crede). Luomo non pu con le sole sue forze sperare di giungere alla
salvezza. Cos, allansioso timore di Dante centrato tutto sulla propria indegnit,
Virgilio non risponde che egli sia in qualche modo degno, ma che qualcuno si
mosso per puro amore a renderlo tale. E la Madonna che manda Beatrice e
Beatrice che chiede aiuto a Virgilio.
Dante non avanza alcun titolo a quella salvezza che scende no a lui. Il valore
del gratuito, che proprio del divino, appare quindi primario nellinvenzione
stessa della Commedia.
chiavacci leonardi
104
Dante solamente domanda aiuto: Miserere di me, dice a Virgilio, prima
ancora di sapere chi sia lombra che gli viene incontro ai piedi del colle. Lunica
differenza tra Dante e Ulisse questa domanda a cui gratuitamente Virgilio e
Beatrice rispondono.
Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navigar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
Quivi mi cinse si comaltrui piacque:
oh maraviglia! ch qual elli scelse
lumile pianta, cotal si rinacque
subitamente l onde lavelse.
(Pg I, 130-136)
Anche in questi versi nali del I canto del Purgatorio non pu non tornarci
alla me- moria Ulisse: c infatti una citazione esplicita, e quellaggettivo
esperto che ricorda lardore di divenir del mondo esperto e lesperienza del
mondo sanza gente dellorazion picciola. Dante giunto a quella montagna
bruna, a cui anche Ulisse era arrivato senza per riuscire a tornare indietro, ma
vi giunge con mezzi diversi. Questa differenza sottolineata, in un esplicito
paragone con lepisodio delleroe greco, allinizio del canto seguente.
Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.
Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
gi nel ponente sovra l suol marino,
chiavacci leonardi
105
cotal mapparve, sio ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir s ratto,
che l muover suo nessun volar pareggia.
Dal qual comio un poco ebbi ritratto
locchio per domandar o duca mio,
rividil pi lucente e maggior fatto.
Poi dogne lato ad esso mappario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui usco.
Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,
grid: Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco langel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di s fatti ofciali.
Vedi che sdegna li argomenti umani,
s che remo non vuol, n altro velo
che lali sue, tra liti s lontani.
Vedi come lha dritte verso l cielo,
trattando laere con letterne penne,
che non si mutan come mortal pelo.
(Pg II, 10-36)
chiavacci leonardi
106
Dante e Virgilio sono sulla spiaggia del Purgatorio, smarriti e incerti non
sanno che direzione prendere, quando vedono un punto luminoso in lontananza
correre sulle acque ancora avvolte dai vapori dellalba. Si tratta della barca
dellangelo nocchiero che trasporta le anime al Purgatorio, che si avvicina a una
velocit tale che nessun volo di uccello pu eguagliare. Virgilio invita Dante ad
assumere un atteggiamento di preghiera e commenta cos la scena: Vedi che
riuta i mezzi umani, cos da non volere remo alcuno, o altra vela oltre alle sue
ali, per compiere una cos lunga traversata (dalla foce del Tevere allisola del
Purgatorio). Un simile viaggio sembra volerci dire Dante , tra liti s lontani,
ci fa venire in mente quellaltra navigazione: Lun lito e laltro vidi inn la
Spagna. Questo viaggio non si pu compiere con mezzi umani. Dei semplici
remi, come quelli di Ulisse che si ngono ali, non sono sufcienti, servono delle
vere ali.
Allinizio della terza cantica, puntualmente, il legno che naufrag
nelloceano, su cui si richiuse il mare in vista del mondo oltreumano, ricompare
con una sicurezza assoluta e trionfante
13
:
O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi dascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ch forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
Lacqua chio prendo gi mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove muse mi dimostran lOrse.
(Pd II 1-9)
chiavacci leonardi
107
Lintero passo costruito con le parole pronunciate da Ulisse nellInferno.
chiavacci leonardi
108
III - La meta del viaggio
Abbiamo deciso di terminare il nostro percorso con il XXXIII canto del
Paradiso che rappresenta il momento in cui si compie il viaggio di Dante-Ulisse,
dove nalmente lardore della conoscenza saziato.
Non dimentichiamo la memorabile chiusa dellEpistola a Cangrande, dove
lautore, esposto largomento e la ne del suo poema, che termina in Dio, pu
nalmente acquietarsi, poich, trovato quel termine (inventio principio seu
primo), nihil est quod ulterius queratur (Ep. XIII, 90)
14
.
Dante seguendo le sue guide, Virgilio e Beatrice, giunto dove da solo non
sarebbe mai potuto giungere: davanti a Dio.
Il canto si apre con la preghiera alla Vergine Maria fatta da San Bernardo,
perch conceda a Dante di vedere Dio e di mantenere puro il suo cuore per tutta
la vita.
Vergine Madre, glia del tuo glio,
umile e alta pi che creatura,
termine sso detterno consiglio,
tu se colei che lumana natura
nobilitasti s, che l suo fattore
non disdegn di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese lamore,
per lo cui caldo ne letterna pace
cos germinato questo ore.
Qui se a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra mortali,
chiavacci leonardi
109
se di speranza fontana vivace.
Donna, se tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanzali.
La tua benignit non pur soccorre
a chi domanda, ma molte ate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnicenza, in te saduna
quantunque in creatura di bontate.
Or questi, che da linma lacuna
de luniverso inn qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
pi alto verso lultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
pi chi fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perch tu ogne nube li disleghi
di sua mortalit co prieghi tuoi,
s che l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
chiavacci leonardi
110
ci che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!.
(Pd XXXIII, 1-39)
Beatrice e gli altri beati pregano per Dante, e la Vergine, con uno sguardo,
mostra a Bernardo di aver accettato la sua richiesta.
Li occhi da Dio diletti e venerati,
ssi ne lorator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
indi a letterno lume saddrizzaro,
nel qual non si dee creder che sinvii
per creatura locchio tanto chiaro.
E io chal ne di tutti disii
appropinquava, s comio dovea,
lardor del desiderio in me nii.
(Pd XXXIII, 40-48)
Dante ha capito che vedr Dio, il ne ultimo di tutti i desideri delluomo e n
dal- linizio la vera meta del suo viaggio, lunica possibile risposta allardore che
lo consumava e che qui giunto al suo culmine. Quanto la cosa desiderata pi
appropinqua al desiderante, tanto lo desiderio maggiore, spiega Dante stesso
nel Convivio
15
.
chiavacci leonardi
111
Bernardo maccennava, e sorridea,
perchio guardassi suso; ma io era
gi per me stesso tal qual ei volea:
ch la mia vista, venendo sincera,
e pi e pi intrava per lo raggio
de lalta luce che da s vera.
(Pd XXXIII, 49-54)
Quanto ha visto non pu essere espresso a parole, eppure Dante prova
ugualmente, rimanendo fedele no allultimo al compito assegnatogli dalla divina
provvidenza: raccontare a tutti quello che ha visto. Qui la poesia dantesca tocca
picchi insuperati.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che l parlar mostra, cha tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual colui che sognando vede,
che dopo l sogno la passione impressa
rimane, e laltro a la mente non riede,
cotal son io, ch quasi tutta cessa
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da
(Pd XXXIII, 55-66)
Con queste tre similitudini Dante cerca di descriverci la situazione in cui si
chiavacci leonardi
112
trova: non pu raccontarci quello che ha visto ma solamente la sensazione di
dolcezza che ancora gli rimane in cuore. Per esprimere questo Dante, con quella
acutezza e attenzione per ogni aspetto della vita, anche il pi banale, che gli
propria, evoca limmagine di chi svegliatosi ha perso il ricordo di quanto ha
sognato ma reca ancora in cuore lemozione. Due terzine occupa la prima
similitudine, la pi estesa, le altre due condensate in ununica terzina non sono
per meno affascinanti. Cos la neve si scioglie al sole lasciando solo la traccia
umida della sua presenza; e cos uguale consistenza aveva la profezia della Sibilla
cumana che, scritta su foglie, era perduta da un semplice sofo di vento.
O somma luce che tanto ti levi
da concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
chuna favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ch, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
pi si conceper di tua vittoria.
(Pd XXXIII, 67-75)
Unaltra sezione formata da tre terzine: qui dante si rivolge direttamente a
Dio, chiedendogli la capacit di comunicare agli uomini almeno una favilla della
sua gloria, perch, tornando alla memoria di Dante e risuonando anche
confusamente nei suoi versi, sar chiara testimonianza della grandezza divina.
Qui, ancora, Dante sottolinea il compito ricevuto, che quello di comunicare
attraverso la sua poesia la visione avuta.
chiavacci leonardi
113
Io credo, per lacume chio soffersi
del vivo raggio, chi sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E mi ricorda chio fui pi ardito
per questo a sostener, tanto chi giunsi
laspetto mio col valore innito.
Oh abbondante grazia ondio presunsi
ccar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che sinterna
legato con amore in un volume,
ci che per luniverso si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conati insieme, per tal modo
che ci chi dico un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo chi vidi, perch pi di largo,
dicendo questo, mi sento chi godo.
(Pd XXXIII, 76-93)
Dante, ssato lo sguardo nel vivo raggio della luce divina, inizia nalmente a
descriverci quanto visto. Egli ha tre visioni successive e la prima volta vede
legato insieme in un unico volume tutta la realt delluniverso: sostanze e
accidenti e il loro modo di essere (il loro rapporto reciproco) fusi in unit in una
maniera che non si pu esprimere. Dante vede ogni cosa, quello che stato, che
chiavacci leonardi
114
e che sar, dal pi piccolo granello di sabbia allultima stella della galassia, il
tutto raccolto insieme in un ordine misterioso.
Un punto solo m maggior letargo
che venticinque secoli a la mpresa,
che f Nettuno ammirar lombra dArgo.
(Pd XXXIII, 94-96)
Ancora unimmagine per sottolineare limpossibilit a ricordare quanto visto:
un unico momento causa di maggiore oblio dei venticinque secoli passati da
quando per la prima volta una imbarcazione Argo, la nave degli Argonauti
guidati da Giasone alla ricerca del vello doro , solc il mare suscitando lo
sguardo stupito di Nettuno, che vedeva dal fondo delloceano unombra passare
sul suo capo.
Cos la mente mia, tutta sospesa,
mirava ssa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
impossibil che mai si consenta;
per che l ben, ch del volere obietto,
tutto saccoglie in lei, e fuor di quella
defettivo ci ch l perfetto.
(Pd XXXIII, 97-105)
Dante ssa immobile la luce divina e intanto cresce sempre pi il desiderio di
chiavacci leonardi
115
guardare. impossibile distogliere lo sguardo perch in essa tutto concentrato
il bene, oggetto ricercato dalla volont umana, dalla ragione umana e da Ulisse
che lascia la sua casa per soddisfare la sua brama di conoscenza. Qui, in quella
luce, contenuta la risposta ad ogni desiderio delluomo, per questo impossibile
guardare altrove, fuori di quella difettivo, imperfetto, ci che l perfetto.
Omai sar pi corta mia favella,
pur a quel chio ricordo, che dun fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
(Pd XXXIII, 106-108)
Nuova dichiarazione dineffabilit: dora in avanti il suo parlare sar talmente
inadeguato rispetto a quanto a visto, da essere superato dal balbettio di un
infante che bagni ancora la lingua al seno della madre.
Non perch pi chun semplice sembiante
fosse nel vivo lume chio mirava,
che tal sempre qual sera davante;
ma per la vista che savvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandomio, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de lalto lume parvermi tre giri
di tre colori e duna contenenza;
e lun da laltro come iri da iri
parea reesso, e l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
chiavacci leonardi
116
(Pd XXXIII, 109-120)
Ora davanti agli occhi di Dante appare una nuova visione ed egli spiega: non
che il vivo lume contenga immagini diverse, ma la sua vista che guardando
acquista potenza e capacit di vedere pi in profondit. Non loggetto che
cambia, dunque, ma il soggetto. Ora Dante vede tre cerchi di tre diversi colori,
ma di una stessa dimensione; e uno di essi sembra riesso da un altro come un
secondo arcobaleno si genera dal primo, e il terzo assomiglia ad un fuoco che
provenga, in modo uguale, da entrambi. limmagine della Trinit: Padre, Figlio
e Spirito Santo.
Oh quanto corto il dire e come oco
al mio concetto! e questo, a quel chi vidi,
tanto, che non basta a dicer poco.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola tintendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che s concetta
pareva in te come lume reesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da s, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra efge:
per che l mio viso in lei tutto era messo.
(Pd XXXIII, 121-132)
Il cerchio che appare riesso porta dipinta in s, del suo stesso colore,
chiavacci leonardi
117
limmagine del volto umano. il volto di Cristo, il mistero pi grande, il Verbo
che si fatto carne che rivela lo stretto legame di amore tra il creatore e la sua
creatura, che contempla il proprio volto in Dio stesso.
Qual l geomtra che tutto safge
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ondelli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
limago al cerchio e come vi sindova;
ma non eran da ci le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
(Pd XXXIII, 133-141)
Come il matematico, che si sforza di trovare la misura della circonferenza e
vede tutti i suoi tentativi svanire nel nulla di fronte ad un problema destinato a
rimanere irrisolto, cos Dante, nella stessa condizione di sforzo mentale e di
impossibilit a comprendere, di fronte a questultima visione, il mistero del Dio
incarnato. Voleva vedere: Dante non rinuncia a capire, il disio di possedere ogni
cosa, che sempre lo guida, non viene meno neppure allultimo. Ma lumana
ragione scontta, non c soluzione se non lintervento gratuito di Dio che
illumina con un fulgore la mente di Dante facendogli comprendere
lincomprensibile.
Solo ora capiamo no in fondo la follia di Ulisse che con una semplice barca e
dei remi camuffati da ali voleva giungere n qui per conoscere Dio.
A questo punto non si pu dire pi niente, la poesia scontta e lascia il
posto al silenzio proprio nel momento in cui desiderio e volont, per Dante,
chiavacci leonardi
118
nalmente coincidono grazie allintervento divino.
A lalta fantasia qui manc possa;
ma gi volgeva il mio disio e l velle,
s come rota chigualmente mossa,
lamor che move il sole e laltre stelle.
(Pd XXXIII, 142-145)
chiavacci leonardi
119
Conclusione
Speriamo che questincontro vi sia servito per comprendere e amare di pi
lUlisse dantesco, questa pagina di straordinaria poesia che affascina ogni suo
lettore perch parla con verit al cuore di ogni uomo.
Vogliamo lasciarvi leggendovi una pagina del romanzo di Primo Levi Se
questo un uomo che ben testimonia quanto detto. Lautore, rinchiuso in un
lager nazista, cerca di spiegare ad un compagno il canto di Ulisse, traducendolo
stentatamente in francese.
...Forse nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e
frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che
riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda
noi due, che osiamo di ragionare di queste cose con le stanghe della
zuppa sulle spalle. [...] E assolutamente necessario e urgente che
ascolti, che comprenda questo come altrui piacque, prima che sia
troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci
mai pi, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del cos umano e
necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa
di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nellintuizione di un
attimo, forse il perch del nostro destino, del nostro essere oggi
qui...
16
.
chiavacci leonardi
120
Come una postfazione
...Ma la montagna di Ulisse sempre pi precisa,
davanti al mio sguardo. E grazie a Lui, so che
non folle volo. Volo sarebbe grottesca
pretesa, se non fosse, coscientemente, metafora.
Volo a colpi, come gallina e tacchino: ma non
importa importa lanelito nella direzione esatta.
L. Giussani, Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo, Milano, 1997, p.
77.
chiavacci leonardi
121
Lezioni sulla Commedia
Anna Maria Chiavacci Leonardi
chiavacci leonardi
122
Inferno
Incontri sulla Commedia di Dante con la prof.ssa Anna Maria Chiavacci
Leonardi (Universit di Pisa)
Inferno - Liceo Parini 25 novembre 2002
Innanzitutto grazie a tutti per queste parole lusinghiere di benvenuto e di
presentazione. Fa molto piacere parlare in questo liceo; come sempre parlo
volentieri a chi comincia a studiare Dante, perch un autore sul quale
volentieri si passano, poi, gli anni... io ho incominciato cos, facendo la mia tesi di
laurea su Dante e poi non lho pi lasciato, e ancora non ho nito di studiarlo,
perch si trovano sempre cose nuove.
Oggi si vorrebbe fare un po un discorso introduttivo, visto che ci sono
soprattutto le prime.
Ci si domanda sempre: questo libro cos antico, di secoli cos lontani... che
oggi sembrano ancora pi lontani, vista la velocit con cui corre il tempo in
questi ultimi scorci, in questi ultimi ventanni, diciamo cos; prima si andava pi
lenti, ora sembra che tutto il tempo precipiti, tutte le cose nuove cambiano... per
cui sembra pi lontana questa et di Dante. Tuttavia anche vero che questo
libro, stranamente, letto in tutto il mondo, uno dei pi diffusi, forse il pi
diffuso dopo la Bibbia. Popoli lontani da noi come tradizioni culturali e come
storia, lontanissimi direi, lo leggono, lo traducono e lo studiano praticamente in
tutte le Universit: per esempio, da poco stato tradotto in Vietnamita, in
Coreano, in Pakistano, Turco... qualunque lingua culturale, ormai, traduce
Dante. Quindi la lontananza, in qualche modo, oltrepassata, c qualcosa che
attira... va bene, si leggono, certo, i grandi poeti di tutti i tempi ! quando sono
grandi !: leggiamo Omero, Virgilio; ma questo un fenomeno un po diverso,
perch viene affrontato, discusso come se fosse ancora un contemporaneo: non
c una frattura di tempo tale da considerarlo un grande antico. Dante discusso
per esempio in Giappone, dove c proprio una cattedra e oriscono gli studi
danteschi, dove gli studenti sono appassionatissimi: anche l si discute del
chiavacci leonardi
123
mondo dantesco con grande entusiasmo e interesse. Un giovane giapponese !
questo un fatto, cos, di cronaca ma interessante ! venuto a Firenze con
una borsa di studio apposta per studiare Dante, e ho avuto molti colloqui con lui
perch veniva a discutere varie cose; mi sono resa conto, parlando con lui (un
ragazzo molto intelligente, gi laureato in letteratura italiana) di che cosa poi
fosse ci che effettivamente li attraeva in questo mondo di Dante: naturalmente
la gran poesia che, per prima cosa, attrae le persone, leggendo la poesia [Dante]
ha un richiamo che nessun altro testo ha; un testo di teologia, di losoa o di
storia non cos attraente, la poesia s. Ma in questo mondo poetico lui trovava
qualcosa... Dunque, questa singolarit del testo e questa attrazione per i Paesi
lontani... e infatti questo: che il poema di Dante rappresenta non solo quello
che eterno nelluomo, che sempre la poesia rappresenta (i sentimenti delluomo,
lamore, il dolore, le sofferenze, le speranze) ma ci offre qualcosa di organico, un
universo interamente organizzato, concluso, quasi tutto un mondo, dagli astri
no ai ori pi piccoli, un grande cosmo ordinato, e ci presenta la storia, il
destino, in qualche modo, delluomo. Le due cose che il giapponese mi diceva,
erano: uno, la razionalit delluniverso; ch per noi occidentali, normale lidea
che il mondo sia intelligibile alluomo, che ci siano delle leggi razionali che
corrispondono alla nostra mente, che la nostra mente pu comprendere... per
altri popoli no, una scoperta, lintelligibilit delluniverso. E laltro il valore
primario della persona delluomo: la sua libert, la sua dignit. Ora, se noi
guardiamo questi due o tre elementi fondamentali che mi diceva il giovane
giapponese, nella Commedia viene, di fatto, espressa lidentit della nostra
cultura e civilt occidentale. Noi sappiamo, voi sapete certamente, che due
grandi tradizioni sono conuite, poi, nel Medioevo formando quella che oggi
chiamata la civilt occidentale, europea come nascita naturalmente: la tradizione
greco-latina e la tradizione biblica, ebraico-cristiana, che si sono lentamente, nel
medioevo poi, fuse, con grande sforzo dei grandi pensatori cristiani tra laltro; e
la Divina Commedia, che nasce proprio, come forse tutti sanno alla ne dellet
medioevale, esprime questa concezione delluniverso e delluomo, che ! per
questo la sua attualit ! tuttora quella a cui tutto il mondo civile fa
chiavacci leonardi
124
riferimento... la tavola dei diritti umani ad esempio, che accettata praticamente
da tutti i Paesi del mondo, si fonda su questo valore della persona di cui si
diceva. Lo sviluppo tecnico e scientico si fondano sulla razionalit delluniverso,
questo deriva in gran parte dai Greci, che poi naturalmente a loro volta
attingevano da precedenti culture, come quella babilonese per lastronomia,
ecc... . Ma quello del valore della persona invece eredit Cristiana, il valore
primario della persona, che non va sottoposto a nessun altro: la sua dignit
suprema, la sua inviolabilit e la sua libert. Questi concetti sono nuovi, ancora
oggi sono nuovi, perch luguaglianza degli uomini non esiste in nessuna cultura
allo stato naturale; voi certamente lo sapete: in ogni cultura ci sono queste caste,
divisioni tra specie, caste sociali come in India, divisioni tra uomo e donna, molto
forti in alcune culture; lidea delluguaglianza non c nemmeno nella grande
losoa greca, che pure ha fatto grandi passi, come tutti sanno, soprattutto con
Socrate, Platone, Aristotele... ma anche il grande Aristotele nella Politica scrive
che il libero e lo schiavo sono quasi due specie diverse di uomo; non sono uguali
il libero e lo schiavo per Aristotele, quindi... intendiamoci: il culmine del
pensiero antico. Nessuna cultura riconoscer nemmeno la libert, libert intendo
come quella predicata nel Vangelo cristiano, grande rivoluzione che allora fu
lidea di essere superiori alle leggi: le leggi sono fatte per luomo, e non luomo
per le leggi; come scritto nel Vangelo, forse voi non lo sapete, non lo so se lo
sapete, comunque, non che luomo fatto per il sabato ! il sabato che
nellebreo il giorno, appunto, che bisogna rispettare in tutti i suoi dettagli !
ma il sabato per luomo, cio luomo in qualche modo padrone delle leggi, il che
vuole dire il primato dello spirito sulla lettera: anche questo tuttora
rivoluzionario. Voi tutti sapete quante prescrizioni, quante cose bisogna
osservare in ogni diversa religione o cultura che sia, gli ebrei ancora stanno
attenti a spazzare tutte le bricioline minime sotto i letti nel giorno pasquale, come
in altre prescrizioni o Paesi non si pu mangiare una certa carne, alcuni cibi sono
vietati, e cos via... tutto questo insieme di regole, che fatto appunto per dare
una regola alla vita civile, superato in questa diversa concezione delluomo per
il quale luomo padrone delle regole, e questo evidentissimo nella Divina
chiavacci leonardi
125
Commedia.
Ora appunto veniamo al nostro argomento. Lidea della libert, della grande e
perfetta razionalit delluniverso, dominano tutto il poema di Dante; ora, chi non
lha ancora cominciato non ha unidea, ma presto se ne accorger! Tutto
luniverso appare ordinato: il Paradiso, nel famoso attacco di quel bel discorso
che fa nel primo canto Beatrice: le cose tutte quante, hanno ordine tra loro, c
un ordine nelluniverso, e questo forma che luniverso a Dio fa somigliante....
Questa lidea: che il Creatore, secondo la concezione Cristiana naturalmente,
dove Dante si pone, impone nelluniverso la sua somiglianza, quindi tutto
simile alla mente creatrice. Questo ordine straordinario nella Commedia regge
tutto, ogni movimento degli astri, delle orbite degli astri che Dante tante volte
descrive, ogni piccola cosa che accade sulla terra, come tra i ori e le erbe, su cui
tante volte si ferma, tutto perfettamente ordinato in questo modo supremo di
grande armonia, e in questo universo si muove questa persona, questo uomo
libero; e, voi ancora non lo avete letto ma qualche cenno si pu dare !
importante ! di questo valore del primato dello spirito sulla lettera; di questo
gi ci si accorge nellInferno e poi pi avanti: cio in Dante ! fatto apposta
ovviamente ! questo mondo dellaldil, di cui ora parleremo, racconta le storie
dellaldiqu naturalmente, racconta le storie della terra, per laldil, le racconta
vedendole quindi da un punto di vista esterno. Si racconta la storia, ma dal di
fuori, non dallinterno. Questo, diciamo, punto di vista dove ci si pone, permette
di dare senso e signicato e valore alla storia: bisogna essere al di fuori per
giudicarla, naturalmente, nch si sta dentro la cosa sfugge di mano. Ora, lidea
di questo vedere dallaldil, di tutte le vite che voi incontrerete leggendo
nellInferno i vari personaggi che si incontrano, sono vite viste allindietro:
ognuno vede la propria vita, diciamo cos, voltandosi indietro, e ora ne
comprende il senso. E qui, appunto, ci sono alcuni episodi che ci possono
denire, determinare meglio quello che si diceva di questa libert dello spirito;
per esempio, si considerava la scomunica, allepoca di Dante, la scomunica
papale, come una cosa gravissima, per la quale uno che morisse scomunicato era
certamente dannato agli occhi della gente; Dante invece, nel Purgatorio, salva il
chiavacci leonardi
126
grande principe Manfredi di Svevia che era morto scomunicato, ma lo salva
come e perch? Perch allultimo momento Manfredi si rivolge a Dio con un
momento solo, con il gesto di un momento, con il cuore pentito, piangendo, e
viene accolto e perdonato; tanto la cosa era difcile da digerire da parte della
gente, che Dante fa apposta a far dire a Manfredi: Vai di l, e dillo a mia glia
che sono salvo!, perch nessuno avrebbe potuto crederci. Orribil furon li
peccati miei! dice il principe Manfredi, uno dei personaggi pi potenti di quel
tempo, ma la bont innita ha s gran braccia, che prende ci che si rivolge a
lei...; cosa signica questo: basta un momento in cui c un movimento del cuore
umano per oltrepassare la regola della grande scomunica papale; il cuore che
conta, infatti Dio parla al cuore. Al rovescio, nellInferno ! faccio questo caso
limite perch, appunto sono gli opposti ! nellInferno, chi lo legger lo trova,
c un personaggio anche questo molto noto in Italia, Guido da Montefeltro, un
grande condottiero, che, per salvarsi lanima come si diceva, ad un certo punto
della sua vita, quando let comincia ad avanzare, si fa frate, cos sperando di
salvarsi, per, senza un pentimento vero; quando si arriva allultimo momento...
ah, il Papa Bonifacio, questo, scusate, non lho detto, quando gli chiede il
consiglio per vincere in battaglia i Palestrina, i suoi nemici, gli dice: Non ti
preoccupare se il consiglio (come lo era), un inganno, tanto io ti perdono n
dora, tu vai tranquillo...; ma, quando si arriva alla ne, arriva il diavolo e arriva
anche [San] Francesco per prendersi il suo fraticello, ma il diavolo porta via
Guido da Montefeltro, e gli dice: Assolver non si pu chi non si pente, per la
contraddizion che non consente.... Quindi abbiamo il caso opposto a Manfredi,
luno e laltro: questo era stato assolto dal Papa, per viene portato via dal
diavolo, e laltro era stato scomunicato e viene salvato. Per dire, questo un
caso, ma ce ne sono altri; ma, ora, per il momento fermiamoci, se no si va troppo
in l con questo argomento... per per dire come, appunto, nella Commedia,
molte volte accade, proclamata questa straordinaria primaria dello spirito sulla
lettera. Questo incontro e praticamente ! vantaggio della concezione cristiana
sullantica, cominci, si pu dire, quando san Paolo and ad Atene a parlare
allAreopago: parl, appunto, del suo Dio Cristiano, e l comincia, si pu dire
chiavacci leonardi
127
simbolicamente si fa cominciare di l, questa lenta fusione fra le due civilt.
Questo concetto Cristiano, che Dante assume naturalmente, tuttora tante volte
non accolto; resta indigesto un po a tutti tante volte, vedere salvato un peccatore
dellultimora, questo d fastidio ancora ai benpensanti, diciamo, di ogni tempo,
di allora come di adesso. Dunque, sorvolando adesso un momento su questo
aspetto, questo dicevo, che questa singolare potenza con cui la Commedia offre
al mondo, a tutti i popoli, insomma, questa idea del mondo e delluomo, ancora
nuova, si pu dire, ancora insolita, perch non ancora accolta veramente, come
si diceva un momento fa, da tutti i popoli, e neppure dai popoli occidentali che
pure ne sono eredi e che lhanno, diciamo cos, nel sangue. Voi siete cresciuti in
questa civilt, non ce ne si rende conto, ma per noi normale; certe cose sono
tutte normali, queste cose che invece per altri popoli sono strane: che gli uomini
siano uguali come diritti gli uni agli altri, che non ci siano differenze di caste, di
nessun tipo: per noi sembra una cosa ovvia perch ci siamo cresciuti, ma non lo
. Ora, dunque, questo grande poema offre cos questo al mondo. !
Luomo di Dante conquista poi perch naturalmente c, da parte di Dante,
una tale penetrazione, conoscenza, amore per luomo che il suo uomo, la persona
che lui rappresenta, di una tale vitalit e somiglianza a quello che noi
conosciamo, luomo di tutti i tempi naturalmente, con tutti i suoi sentimenti, no
ai pi delicati, dai pi tremendi ai pi sottili, delicati e dolci che ci presenta la
Commedia, e questo affascina, naturalmente. Questuomo, Dante lo considera la
sua grande dignit. Lui scrive il suo poema, e lo dice, per indicare alluomo il suo
destino di suprema gloria e toglierlo dalla sua infelicit, e ne fa una specie di
viaggio, come voi sapete, questo racconto di viaggio nellaldil, cio dalla selva
oscura, dal momento del dolore, della pena che della vita umana, al momento
della gloria e della felicit. Il tema del viaggio proprio ! per tornare al nostro
discorso sulla civilt ! della civilt mediterranea; pensiamo ai grandi poemi
epici antichi, tutti sono viaggiatori: il grande viaggio di Ulisse, nel pi famoso,
per lo meno, dei viaggi, dei nstoi, dei ritorni; il viaggio di Enea, che parte da
Troia per arrivare ad approdare a un posto dove fondare un nuovo regno di pace
e di felicit; ma anche gli Ebrei hanno il viaggio, partono dallesilio, dalla terra
chiavacci leonardi
128
doverano schiavi in Egitto, per andare in un posto felice seguendo lispirazione
di Dio; il viaggio, in fondo, di Mos con i suoi, assomiglia un po al viaggio di
Enea voi forse un po questi li conoscete, il viaggio di Enea certamente !: si
afda agli dei, alla voce della madre, ma non sa nulla, neppure dove andr; cos
anche Abramo parte senza sapere dove andr; partono da un luogo di schiavit e
di pena, come quelli dallEgitto, per arrivare in un posto di felicit. Quando
Dante scrive la Commedia si inserisce in questa tradizione di viaggi, che
propria delloccidente appunto, per cambia la meta, cio non pi sulla terra la
meta della Commedia, ma , come sapete, nellaldil; c un cambio che non da
poco, si esce dalla storia e si trova la meta nellaldil; di fatto, se vogliamo, questa
meta quella che le altre terrene, come era Gerusalemme per gli Ebrei o Roma
per Enea per esempio, sono mete sulla terra, dove fondare questo nuovo regno di
pace e di felicit; ma in fondo quelle mete terrene coserano? Non erano altro che
un simbolo, una gura della vera felicit che luomo cerca, che di certo non
trover e non trov n a Roma n a Gerusalemme, perch i dolori e le pene del
genere umano sono pur continuate. Quando Dante sceglie la meta oltre la storia
con questo singolare, come dire, tratto di invenzione, lui sceglie quella che era la
realt, quella realt che le mete terrene volevano rafgurare, diciamo cos;
paradossalmente ci che non si vede, ci che sembra quasi intoccabile,
inafferrabile, questa meta dellaldil, la vera realt; quelle terrene, sono, in
fondo, dei simboli; dunque, questo viaggio sceglie unaltra meta, come gi
appunto si osservava. A questo punto ogni cosa acquista il suo valore; tutta la
storia presente nella Commedia, pi storica di qualunque altro antico poema
epico, nel quale ci sono sempre miti, la storia con le date non entra quasi mai;
invece qua, la Commedia piena di date, di luoghi geograci ben precisi, i umi,
i monti, sono tutti nominati, ogni personaggio ricorda dov nato, c questa
continua determinazione storica, la storia presentissima in tutto il poema, in
ogni momento, per la storia acquista un valore straordinario: ogni gesto
minimo, visto dallaldil, diventa prezioso; perch questo gesto quello che
conta. Come abbiamo visto ora, bastato un gesto del cuore di Manfredi per
salvarlo, una lacrima basta a Buonconte; e cos ricordiamo il bacio di Francesca,
chiavacci leonardi
129
ognuno lavr presente; il volo di Ulisse quando passa le colonne dErcole; un
gesto solo, in fondo, che decide, quindi prezioso ogni gesto del tempo, qui il
valore di tutta la storia, e diventa una cosa di grande rilievo, tutta la storia ha un
suo valore, o un disvalore naturalmente, a seconda di come si svolge. Questo
un po limpianto del poema, il viaggio nellaldil. Com questo aldil, come si
pu inventarlo, come si pu raccontarlo? Qui Dante mostra la sua grande
capacit costruttiva ed inventiva, perch visioni ce nerano, sono state pubblicate
le visioni dellaltro mondo, raccontate, cos, in forma di sogno o di visione, a cui
molti hanno creduto. Per questo aldil sempre generico: se si vede lInferno, si
vedono tante pene terribili, tremende, tante volte molto peggiori anche di quelle
immaginate da Dante, con gure di personaggi praticamente tutti uguali: sono
tutti ammucchiati e quasi bestiali e ridotti proprio alla loro, pura bestialit, e con
pene orrende ma tutte uguali; non c nessuna distinzione; e cos il Purgatorio:
visto s e no, perch ancora era appena stata denita come dottrina quella del
Purgatorio, non si sapeva bene dove fosse e come fosse; molti ci mettono dentro i
diavoli: un piccolo inferno pi leggero, come ha scritto Le Goff nel suo saggio sul
Purgatorio, era immaginato in questo modo, pi o meno; il Paradiso poi... non si
aveva unidea, cio in quelle descrizioni che abbiamo poche, perch la maggior
parte raccontavano dellInferno e del Purgatorio ! il Paradiso era un Paradiso
terrestre, diciamo cos: un bel giardino, magnici ori, delizie di ogni genere, ma
delizie in genere terrene, quelle che luomo, di fatto, conosce, perch non che
sperimenti le delizie spirituali del Paradiso; quindi era un mondo abbastanza
informe. Ora Dante, invece ! questa era una delle sue prerogative ! ha
inventato effettivamente tutto questo aldil, lorganizzazione del mondo stesso,
sico, dellaldil: voi lavrete vista ! anche quelli che iniziano, con lInferno !
questa invenzione, di questa voragine che si apre, questa specie di imbuto che
lInferno, no al centro della terra; al centro contto Lucifero, dallaltra parte,
proprio nello stesso asse, geogracamente parlando ! perch Dante d una
latitudine a questi posti, se la inventa proprio la struttura geograca dellaldil
! dallaltra parte opposta a Lucifero c la montagna del Purgatorio. Inferno e
Purgatorio sono sul globo terrestre, uno dentro e uno si innalza; ma
chiavacci leonardi
130
uninvenzione di Dante, il quale ha sistemato con precisione rispetto ad una
latitudine, quella di Gerusalemme, sia luno che laltro. Per esempio, voi sapete
certamente, insomma, molti lo sanno, che nellepisodio di Ulisse, Ulisse con la
sua nave arriva no in vista del Purgatorio, della montagna che vede da lontano,
una montagna bruna, cos... il che vuole dire che questa una realt che poggia
sul globo terrestre, una nave pu avvistarla; gli ha dato questa disposizione
geograca precisa; in pi Dante ha immaginato il Paradiso, che non una cosa
da poco, naturalmente, e lo ha immaginato non in forma, appunto, come dire,
terrestre, appoggiato su questo globo: il Paradiso al di l dei cieli, lultimo
cielo, ed un cielo spirituale, che, con uno sforzo supremo della fantasia, Dante
ha creato non parlando pi di luoghi terreni, ma soltanto di un mondo di luce:
che lunico corpo, la luce, che lui usa per rappresentare, appunto, laldil, dove
ci si muove in un mondo spirituale; con uno sforzo, come potete immaginare, per
un poeta, straordinario; si vedranno i modi come lui ha cercato di realizzarlo.
Comunque con questa fantasia lui ha creato laldil, che ancora molta gente, cos,
vede come Dante lo ha immaginato; gente italiana, naturalmente, che conosce la
Commedia: questidea dei cerchi, dei gironi, delle cornici, ecc... Ma, a parte
questo, questa invenzione dei luoghi, la cosa pi importante che lui ha
inventato la situazione delle persone che vi stanno, la psicologia: che cosa pensa
un dannato dellInferno? Quali sono i suoi sentimenti, che cosa possono essere?
Quelli del Purgatorio... anche questo nessuno ha mai provato ad immaginarlo.
Invece Dante fa proprio questo nel suo Inferno, lui cerca di immaginare, e crea
di fatto tutte queste persone nella loro coscienza, nel loro sentimento, nel loro
dolore, e questa la cosa che effettivamente attrae, colpisce e per cui si legge
lInferno, perch qui sono rimasti uomini in tutta la loro dignit, questa
linvenzione di Dante notevolissima, a confronto di tutte le altre visioni: luomo
non perde la sua immagine.
I dannati hanno coscienza etica di quello che hanno commesso, ed hanno
anche un senso di dignit, la grandezza umana che avevano in vita gli rimasta:
Dante lascia ad ognuno la sua prerogativa umana di dignit, di grandezza morale
anche, coraggiosa, civile come Farinata; per non bastato; questo non basta
chiavacci leonardi
131
unespressione che ritorna nella Divina Commedia: Ben far non basta, non
basta per salvarsi, cio per arrivare alla felicit suprema a cui luomo destinato,
non basta, ci vuole qualcosa di diverso che quel gesto del cuore, appunto,
compiuto da Manfredi allultimo momento. Ma questi personaggi infernali
hanno tutti, come sapete ! almeno qualcuno lavete gi incontrato ! come
Francesca la sua gentilezza femminile, Farinata la grandezza e la erezza
delluomo politico che vuole salvare Firenze dalla distruzione; Dante lascia,
come dire, ad ognuno questa dignit, questa prerogativa; la grande tragedia
dellInferno proprio questa: questi uomini di tale livello sono per condannati
in questa chiusura, in questo carcere cieco, come lo chiamano. Qual il
segreto, appunto, di questo riuto e dellaltro che ha la salvezza?
Il segreto Dante lo spiega, a chi vuole capirlo ovviamente, nellincontro con
Cavalcante nellInferno. Insieme a Farinata c un grande; un po meno
umanamente, ma comunque ben noto: Cavalcante il padre del grande poeta
amico di Dante, Guido, che forse gi tutti conoscono, lo stilnovista Guido
Cavalcanti, grande poeta. E quando vede Dante, il padre che invece l
condannato, dice: Come mai con te non c anche mio glio?... Se per questo
cieco carcere vai per altezza di ingegno, mio glio ov, e perch non teco?,
questa domanda straziante, per cui: se quellaltro ci viene per il suo grande
valore intellettuale perch non c mio glio, che non secondo a te?. Questa
idea che Dante potesse aver avuto questo privilegio perch, appunto, aveva
lingegno sempre lidea del valore umano; ma non questa la ragione per cui
Dante va nellInferno: non perch fosse tanto bravo, tanto intelligente ! Dante
sapeva bene di non essere secondo a nessuno, tra laltro, come ingegno, e lo dice,
appunto, anche qui, e per questo si condanna da s perch dice che dovr stare
parecchio nella cornice dei superbi, quando sar in Purgatorio... ! Comunque,
dice: Non per questo vengo qui, Da me stesso non vegno, Non vengo per le
mie qualit, ma vengo accompagnato e guidato e indica Virgilio. Che cosa vuol
dire questo? Vuol dire che, appunto, uno si salva perch rinuncia ad essere il
padrone di s stesso, e riconosce la propria insufcienza di fronte a Dio; questo
riconoscimento ci che basta, il resto non basta. Questa risposta, diciamo cos,
chiavacci leonardi
132
nascosta in queste brevi battute del canto decimo, che poi si capisce anche in
altri luoghi ! ma non posso adesso, qui, citarli tutti ! quella che Dante d.
Luomo perch non arriva a questa felicit? Perch vuole arrivare da solo, vuole
fare lui, come Ulisse vuole affrontare lui loceano innito con le sue sole forze, e
non accetta nessuna sottomissione: questo il punto che guida la Commedia,
lidea centrale di tutto il poema, per cui si salva chi accetta di non essere
sufciente a s stesso ( la grande tentazione di Adamo, il peccato dellEden che
tutti sanno); naturalmente qui siamo dentro alla concezione cristiana delluomo,
questo sicuro perch Dante ci si pone deliberatamente; tuttavia questo mondo
d una risposta, un senso alla vita umana, quella risposta che molti cercano
affannosamente ma che difcile da trovare.
NellInferno, cosa che di solito non si riconosce, presente, oltre a quello che
abbiamo gi detto, che ogni persona mantiene la propria dignit e cos...
presente quello che si pu chiamare lamore di Dio, gi scritto sulla porta:
Fecemi la divina potestate, la somma sapienza e il primo amore.
Si stabilisce, vediamo noi, una possibilit di dialogo tra Dante e i dannati:
anche questo stesso fatto, che si possa comunicare tra il vivo, ancora salvo,
diciamo cos, lanima viva, come la chiama Caronte, e i dannati, vuole dire che
non c un abisso totale tra di loro, tra questi e gli altri; qual il ponte, lunica
possibilit di comunicazione? E portato da un sentimento, fondamentale
nellInferno, che quello della piet. Questo a me preme molto perch, di fatto,
regge tutta la possibilit dellInferno dantesco: di fronte a questo sentimento di
piet che i dannati si risvegliano e parlano con lui; il ponte che si pu
[concepire] come lunico immaginabile, che appunto fa parte dellamore divino:
questa piet che c per tutti, per cui si risveglia in ognuno luomo che c (vi
ricordate, Ciacco tira su la testa per parlare con Dante e poi riprecipita, quasi
ricadendo, nella sua abiezione). Ma dappertutto, in tutto lInferno, no agli
ultimi cerchi, c questa presenza di piet che porta alle lacrime addirittura
Dante (Francesca, i tuoi martiri/a lagrimar mi fanno tristo e pio.), che piange e
si addolora per tutti, no allultimo cerchio, alla ghiaccia dei traditori; e questo si
pu anche spiegare perch nei traditori della ghiaccia, tutti immobilizzati come
chiavacci leonardi
133
forse gi sapete nel ghiaccio, si perde la stessa persona delluomo, perch lidea
del tradimento, che Dante mette come il pi grave, lultimo dei peccati !
tradire chi si da ! vuol dire tradire lamore, perdere in qualche modo la stessa
dignit delluomo, questo tradire quello che si da di te, e perdendo luomo, si
perde anche la possibilit della piet, proprio allultimo scalino infernale. Questa
una cosa che mi premeva dire perch appunto, quando Dante parte per
lInferno, si preparava alla guerra del cammino e della pietade, la guerra che
combatte per tutto lInferno questo sentimento di piet duro e doloroso per lui,
come durezza del cammino, lasprezza, diciamo, sica; e per questo, per
concludere con lInferno, volevo chiudere su questa parola, che questo senso
pietoso, che deriva naturalmente da Dio, che guida poi questo senso di amore in
tutto il poema, dalla prima parola allultima.
chiavacci leonardi
134
Domande
Nel secondo canto viene presentato il personaggio di Beatrice; volevo
chiedere, in che senso questo personaggio viene denito dai libri come un
simbolo?
Dunque il senso in cui viene denito, va beh, viene denito appunto come il
simbolo molti dicono della teologia o comunque in vario modo della rivelazione,
ecc... questo senzaltro una cosa accettabile perch evidente che come Virgilio
ha una sua parte specica, che la luce della ragione, la luce naturale delluomo,
cos Beatrice vede qualcosa in pi, come Virgilio spesso rimanda a Beatrice
durante il suo viaggio, Queste cose te le dir meglio Beatrice!, lei vede le cose
della fede, con la luce della grazia; per questo non toglie che lei sia una persona
vera, viva e concreta, perch questo il problema: non solo un simbolo, nessun
personaggio di Dante solo un simbolo; lui usa quella categoria che Laorbak(?),
il critico, ha gi denito chiaramente, che si chiama gura, cio, sono persone
vere che contemporaneamente, per, rappresentano qualcosa. Virgilio sempre
Virgilio, ha la sua persona precisa, il poeta lo dice: Li parenti miei furon
lombardi..., e poi si vede da tante circostanze in cui si ricorda Virgilio come
poeta latino, lincontro con (?), per anche quello che parla in nome della
ragione delluomo, cio dove arriva la ragione umana; lo dice ad un certo
punto:Dove ragion qui vede, dirti possio., per il resto Dante dovr aspettare
Beatrice che opera di fede. Quindi lui evidentemente i segno della ragione,
no allultimo, no alla cima del Purgatorio dove lo lascia perch qui nisce la
perfezione, diciamo, naturale delluomo nel Paradiso terrestre; c questa idea di
gura che un concetto ben noto, del resto, nella critica, negli studi della
letteratura, per cui in Dante troviamo queste persone che sono sempre s stesse,
storicamente determinatissime, perch Beatrice non si pu allontanare nel limbo
dei simboli, quando lo incontra nel Purgatorio lei ricorda con precisione quando
si sono conosciuti in terra, che poi lui lha abbandonata per la pargoletta, ecc,
ecc... quindi c una storia precisa di Beatrice, per lei evidentemente anche la
chiavacci leonardi
135
luce della grazia; c in un libro del Singleton, questo magari per i professori, c,
quel libro dove sono raccolti tutti i suoi saggi, c un capitolo interessante, Le
tre luci, dove prende un testo senzaltro di Tommaso, dove dice che ci sono tre
luci che illuminano luomo: la luce della natura, della ragione; la luce della grazia
o fede; e nalmente la luce divina che porta addirittura alla conoscenza,
allincontro con Dio in Paradiso. Sono un po le tre guide di Dante, un bel
saggio che chiarisce molto questo aspetto.
Io volevo chiederle da quale posizione Dante si permette di collocare
nellInferno, nel Purgatorio e nel Paradiso i vari personaggi della Commedia,
che appaiono nella Commedia.
Non so come rispondere perch questo un fatto. La posizione in cui si mette
quella del semplice Cristiano, di qualunque Cristiano, a un certo punto, che pi
che le persone giudica i fatti, perch le persone nessun uomo pu giudicarle,
come si sa; ma lui crea questo mondo, evidentemente tutto della sua fantasia, non
si pu mica esser sicuri che siano allInferno quelli che ci ha messo lui e cos via...
ma lui giudica, da un punto di vista Cristiano, i fatti, cio quello che si pu
vedere, per il resto non pu certo permettersi di giudicare lintimo delluomo,
come lui stesso fa capire attraverso tanti episodi dei quali due, appunto, ne ho
ora citati; giudica i fatti in modo che questo il valore, come potremmo dire,
pedagogico del poema, che luomo vede che questi sono fatti condannabili, questi
altri sono da salvare, seguendo lelementare, diciamo cos, insegnamento
Cristiano. Questo il suo atteggiamento, che ha questo valore di pedagogia, di
istruzione, diciamo cos; certo, non pu mica pretendere che siano nellInferno
quelli che lui ci mette, questo evidentemente un racconto di fantasia; lui giudica
il fatto, cosa che ancora noi possiamo fare, infatti si pu sempre condannare il
peccato ma non il peccatore, perch il cuore del peccatore lo vede solo Dio, come
lui stesso ci insegna, come vi dicevo ora; quindi credo che questa sia la sua
posizione.
chiavacci leonardi
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C almeno un punto nellInferno in cui Dante non dimostra piet, ed
lincontro con gli ignavi, nei confronti dei quali dice parole molto dure: Non
ragioniam di lor.... Qual il valore morale di questa posizione di Dante?
Il valore morale, per un uomo come lui, naturalmente, ma in genere per la
posizione Cristiana, il fatto che luomo, creatura, appunto, creata con ragione e
libert, rinuncia a questa sua prerogativa in questo modo. Dotato, come abbiamo
visto, e come, appunto, si insegna nel pi comune insegnamento di catechesi
Cristiana insomma, luomo essere dotato di ragione e, soprattutto, di libert; chi
non usa n luno n laltro, in qualche modo rinuncia alla dignit umana; per
questo, pi che dare condanne, lui dice:Non ne parliamo, perch escono in
qualche modo dallorizzonte in cui posta la persona delluomo. Credo sia
questa la motivazione, come dire, sono messi fuori gioco.
Io volevo sapere quali sono state le difcolt maggiori nello stendere una
critica di un opera cos importante e cos criticata soprattutto.
Mah, difcolt esteriori nessuna, perch io non mi sono preoccupata
assolutamente di eventuali, come dire, critiche, di questo a me non interessa... le
difcolt sono inerenti al testo che pieno di difcolt di suo, come gi si capisce
da come strutturato, dalla mente che lha scritto prima di tutto; quello che devo
dire che ho dovuto parecchio studiare, siccome dentro la Commedia c non
solo, s, appunto, la storia, che intanto bisogna sapere di che cosa si tratta, ma poi
c la losoa, la teologia, lastronomia, ci sono tante cose e soprattutto,
naturalmente, quello che pi conta lidea, quindi il fondamento teologico, per
cui bisogna studiare. Quello che di solito, ecco, gli italianisti non conoscono, di
solito chi studia la Commedia un italianista, il retroterra di Dante, che non
italiano, ma Latino. Tutto il retroterra, ogni poeta non nasce come un fungo, il
retroterra di Dante non soltanto la latinit classica, ma tutto il medioevo, che
prima di lui latino; e questo ignorato da tutti noi studiosi di letteratura
italiana; cominciamo con le lodi di San Francesco e poi vengono gli stilnovisti, e
chiavacci leonardi
137
prima cosa c, il deserto? No, non c il deserto, c anche la poesia medioevale,
non solo trattati di vario genere, ma ci sono gli autori, grandi poeti, e anche
questo un campo ignorato da sempre, ma prezioso conoscerlo; per esempio,
c Boezio, Dante lo cita con uno dei suoi primi libri di losoa, con le grandi
poesie che introduce nel suo testo, grande poesia quella di Boezio, latina
naturalmente, a cui Dante certamente si ispira nel Paradiso, e cos altri autori ce
ne sono molti nel medioevo, ma anche questa stata una delle difcolt, in
qualche modo, certo, non potevo sapere tutto il medioevo latino, per unidea
bisogna farsela; come i grandi autori Cristiani sempre presenti, come
SantAgostino, almeno qualche libro, questo lo consiglio a tutti:Le confessioni
di SantAgostino, uno dei testi base anche questo per Dante. Quindi questo
uno dei punti di carattere pratico, poi di carattere critico ce ne sono tanti, ma
quelli inutile elencarli, insomma, quando uno cerca di impostare un discorso
critico lo fa a seconda delle proprie inclinazioni e l non c niente da spiegare.
Lei, nel suo discorso, ha evidenziato in particolare come prerogativa delle
anime che Dante incontra, nonostante la loro dannazione, la dignit umana
che mantengono. Dunque volevo sapere come mai, in pi punti dellInferno,
essi sono assimilati a gure animalesche, per esempio nel terzo canto, quando
scendono dalla barca di Caronte, vengono deniti: Augel per suo richiamo;
oppure, nel quarto, abbiamo un cesare che bench sia esaltato, dipinto con
occhi grifagni. Quindi volevo sapere il perch di questi paragoni con gure di
animali, grazie.
Non sono la cosa migliore che poteva scegliere, perch, in fondo, questi sono
usati come paragoni per esempio, quella degli uccelli, cos, una cosa gentile in
fondo, ma gli occhi grifagni, va bene, sono occhi da preda; questi sono paragoni
che non sono ancora cos devastanti, cos, diciamo, umilianti, no per dire,
mantengono la loro dignit certamente, questi paragoni con gli animali sono,
naturalmente, dovuti a certi singoli atteggiamenti, per rappresentare questuomo
di guerra, questo movimento delle anime, qui non vedo particolare offesa verso
chiavacci leonardi
138
la persona o la sua dignit, mi pare di capire, in quei paragoni non c offesa, c
certo qualcosa c non nei primi cerchi, quando si arriva alle bolge s, l vedrei di
pi, diciamo, questo avvilimento delluomo: i barattieri nella pece, o quegli altri,
come i ladri che si trasformano in serpi; l c lavvilimento corporeo della gura
delluomo, che non accade nei primi degli incontinenti o dei violenti, comincia
dopo, con la frode, questo avvilimento del corpo umano, che per non tocca la
loro, in qualche modo, umanit perch ancora per tutte le bolgie si vede il loro
senso dignitoso che mantengono ancora, sempre pi debole, come dicevo prima;
per lavvilimento corporeo s, e l vedrei, non nei paragoni che la ragazza citava
prima, l vedrei, in questi barattieri immersi nella pece che vengono su come le
lonze con il pescatore, come pure nei serpenti-ladri, ecc... qui, lentamente, Dante
indica come luomo si avvilisce nel peccato, questo semmai direi.
Vorrei sapere come intendere la piet di Dante, non so, appunto, se
intenderla come commozione verso i personaggi che incontra, appunto, nei
gironi infernali, oppure come turbamento causato dalla giustizia divina che,
come dire, implacabile, verso peccati e sentimenti che sono comunque
comuni alla natura umana, se solo commozione oppure proprio
turbamento verso la natura implacabile, appunto, di Dio, non so...
Il turbamento il famoso discorso che fa il Sapegno, che traduce piet con
perplessit, cosa sbagliatissima perch Dante lo ripete quattro volte nello stesso
contesto la parola piet: Poi c hai piet del nostro mal perverso, qui
chiarissimo di che cosa si tratta; no, piet compassione, ma che cosa questa
compassione? Da che nasce? Appunto da quello che dicevo in principio, perch
luomo, pur cos grande, nobile e dignitoso come Dio lo ha creato, si privato di
questa sua dignit, questo il dolore che prende Dante, perch vede, ed l che
c il grande contrasto che crea poi la bellezza anche di tante pagine infernali, fra
questa grandezza delluomo, come poteva essere Brunetto Latini, la cara e buona
immagine paterna, la grandezza che lui aveva avuto per natura e che gli
rimasta in fondo ancora, stata, in qualche modo, ridotta, cos, perduta, perch
chiavacci leonardi
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lui si privato volontariamente, per propria scelta, del proprio compimento di
grandezza che gli era destinato; questo il dolore di Dante, e la piet; non un
semplice moto di compassione, cos:Poverino! perch soffre tanto, se no, non
sarebbe neanche giusto; una compassione per questa sorte destinata alluomo,
che aveva invece per destino datogli da Dio la gloria suprema del Paradiso, ecco,
questo, secondo me, linterpretazione giusta.
Abbiamo visto che Dante intraprende un viaggio nellaldil, per anche
Ulisse nel capitolo undicesimo dellOdissea andato nellAde, e Enea, nel
sesto, agli inferi; abbiamo visto tre viaggi, diversi, tre uomini diversi e tre
luoghi congurati molto diversamente, dunque possiamo trovare, al
contrario, delle analogie tra questi tre personaggi?
No, analogie tra i personaggi non ci sono perch la situazione troppo
diversa, il luogo dellaldil certamente Dante ce lha ben presente, soprattutto
Virgilio e la descrizione che fa Virgilio del suo Ade, ma la diversit totale,
appunto di l si rivela la qualit delloltretomba invece Cristiano pensato da
Dante, perch lAde degli antichi era un qualche cosa di pallido, sono ombre
evanescenti che hanno una vita minore, e non c nessuna carica n di tragedia
n di gloria. E un limbo, quasi, qualche cosa di pallido come lo sono tutte le loro
ombre e dolenti quelli incontri che Virgilio fa nellaldil suo, nellAde; hanno
questo senso, per cui unombra effettivamente, unombra, qualche cosa che non
pi la pienezza della vita; quindi c una differenza profonda per cui i due
mondi dellaldil non hanno a che fare luno con laltro; c lidea, s, di questa
sopravvivenza che era propria di tutta la losoa greca, del resto; vi ricordate
Platone: limmortalit dellanima, in genere degli antichi questa idea della
sopravvivenza dopo la morte, per era una sopravvivenza che non aveva sbocco,
diciamo cos; qua la stessa differenza tra i tre regni, soprattutto tra il primo e gli
altri, tra disperazione e gloria, tutto un altro discorso, perch c un destino.
Cosa che l non cera; ora si potrebbe entrare nel discorso del dramma che c
negli antichi greci e romani, come Virgilio, del problema della morte che riempie
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dolorosamente lEneide, tutti i giovani dellEneide muoiono, tutti sono destinati a
morire, che poi il giovane signica, appunto, questa morte che non meritata, la
morte di Pallante, non se ne salva uno, Eurialo... immeritata ogni morte umana,
in fondo, perch luomo destinato alla vita eterna; ma Virgilio a questi morti
non pu rispondere, un dolore che percorre tutta lEneide, nonostante la gloria
del nuovo regno, dellimperatore, ecc, ecc... come non possono rispondere i
tragici greci, alle loro domande sulla morte; come Omero, lho scritto, mi pare,
nellintroduzione dellInferno, quel dolorosissimo episodio di Achille e di Priamo
sotto la tenda, quando Priamo piange ed Achille piange; Priamo piange la morte
del glio e Achille piange perch pensa a suo padre che pianger anche lui
perch sa che destinato a morire. C questo dolore profondo nellantica poesia
greca, che non ha risposta.
Vorrei chiederLe di approfondire il tema delle due dimensioni che in
Dante sono cos unite, diciamo, di realismo e simbolismo, magari anche
dando a noi insegnanti, dei consigli su come fare capire bene questo rapporto
che cos complesso.
Non so se sono allaltezza di dare dei consigli a voi insegnanti, questo non
credo sia il mio compito, ma io direi che non bisogna esagerare con questa
dicotomia tra il simbolismo e il realismo; il discorso di Dante , sostanzialmente,
reale; lui tende alla realt, e di fatto, tutto il mondo lo legge per questo, perch
lui presenta luomo cos com, lassoluta conoscenza di ogni movimento, di ogni
gesto, ogni sospiro; il lattante che si volge verso la madre perch si svegliato in
ritardo; il sospiro dellepilettico che si riprende; i sorrisi, come dire, di dolcezza
di compiacenza, quasi materni... insomma, i mille gesti delluomo Dante li coglie,
li rappresenta al vivo come pochi poeti; quello che Dante ci d soprattutto
realt, simbolico, non so nemmeno se detto giusto simbolico, semmai il
valore allegorico di alcune cose che, eventualmente, possono rappresentarne
altre, o , come si diceva prima, le forme gurali di Beatrice, di Virgilio, o di
altri... c un rimandare che per proprio del reale, cio, questo un po
chiavacci leonardi
141
difcile da dire, nella realt del mondo, che noi conosciamo, che tocchiamo, che
vediamo,c sempre dietro unaltra cosa, questa non irreale per, soltanto non
tangibile, non visibile con gli occhi del corpo, diciamo cos, ma c una realt,
come potremmo dire, che sovrasta quella toccabile, tante volte pi vera della
stessa realt che noi tocchiamo; ma c nel mondo presente questa realt dello
spirito, quindi ci sono sempre questi due piani. Parlare di allegoria, tranne in
alcuni casi in cui ci sono scene, come la processione del Purgatorio, inserite con
valore allegorico; ma limpianto del poema non tale: una realt che porta con
s la seconda realt che quella del mondo dello spirito. E difcile il discorso,
ma cos mi sembra sia per Dante.
A me piacerebbe sapere come mai, a parte alcuni casi che sono, per
esempio, Guido da Montefeltro oppure Bocca degli Abati, insomma, i
traditori, che non desiderano essere ricordati, cio come essere scoperti
nellaldiqu niti allInferno, come mai gli altri dannati non hanno pudore
per questo, vergogna per questo; in qualche modo questo si connette al
discorso di prima, della dignit delluomo che in fondo non ancora persa?
Mah, un problema, questo, che Dante non affronta direi, questo che loro si
sentano, a parte il caso di Bocca, ma qui siamo in un ambiente partigiano, civile,
di lotta fra partiti, fra fazioni, dove, appunto, uno si vergogna se laltra fazione sa
quello; si rientra in quello spirito, diciamo cos, non una cosa generale di
vergognarsi per questa punizione, quello di Bocca un atteggiamento
tipicamente partigiano, come sarebbe oggi, uno di fronte allaltra fazione non
vuole apparire cos; per il resto, a loro forse non importa, nel senso che la loro
condizione tale che, diciamo cos, basta ed sufciente; non c pi il problema
del mondo, per cui raramente emerge, molto raramente(come nel caso di Bocca e
di altri), di solito sono concentrati su se stessi e sulla propria realt, perch
lInferno, in qualche modo, taglia fuori dal mondo dei vivi, dal mondo della terra;
mentre il Purgatorio, come vedremo domani, un continuo rapporto perch,
praticamente, nello stesso tempo, sotto lo stesso sole, e con la stessa, in fondo,
chiavacci leonardi
142
speranza, qua c un taglio, volere o no, un abisso, per cui loro non possono pi
partecipare degli stessi sentimenti; questo accade ancora a chi si lega ancora a
queste faziosit del tutto piccole, umane, ma un incidente,diciamo cos, un caso,
non la regola; la regola che loro sono tagliati da questo mondo. Cos direi,
non so se giusto.
Volevo chiedere, proprio a questo seguito, giusta allora limpressione che
si ha, leggendo lInferno, di un egocentrismo esasperato dei dannati, e di
unimpossibilit di relazione?
S, un po giusto questo, cio, sono come chiusi loro ormai in se stessi,
questo che forse lei voleva dire, mi pare, no? Questa unimpressione, infatti,
che si ha normalmente; vedono la loro condizione cieca, che non vede, come dice
Farinata:Noi non vediamo ormai, siamo chiusi; per esempio, Cavalcante non sa
nemmeno se suo glio vivo o morto; sono come tagliati fuori dal mondo dei
vivi. Questo mi pare che sia unosservazione giusta, un cieco carcere lo
chiamano, domani usciremo da questo carcere.
chiavacci leonardi
143
Purgatorio
26 novembre 2002
[E importante] far capire, far conoscere la diffusione che ha questo testo nel
mondo di oggi. Un libro antico, lontano che in genere si pensa che, essendo cos
lontano nel tempo, sia lontano anche nel pensiero, nelle idee, nei sentimenti: la
tradizione lontana, il medioevo anche un altro ambiente storico, culturale, ci
si domanda se veramente ne valga la pena, dove stia la vicinanza, limportanza di
questo antico testo. Una risposta in parte viene dalla sua diffusione nel mondo:
tra i pi diffusi, se non il pi diffuso dopo la Bibbia, in tutto il mondo conosciuto
e culturale. Ogni popolo che abbia una cultura, ununiversit, ha una traduzione
della Commedia. Oggi si sono tradotte anche in coreano, in vietnamita, in
pakistano, turco, qualunque lingua dove c una cultura. La cosa veramente
sorprende specialmente per quei Paesi che hanno una tradizione molto diversa
dalla nostra, per cui ci si domanda cosa trovano in questo testo, che cos che li
attrae, perch hanno tanto interesse, che non solo come si pu avere per i
grandi poeti antichi, lontani da noi, come tutti i grandi poeti, Omero, Virgilio ed
altri; ma c un interesse vivo, diretto, che discute con Dante come fosse ancora
un contemporaneo.
Vedendo questo fenomeno che anchio ho conosciuto in diverse persone,
incontrando alcuni giovani delloriente, tra i quali un giapponese, con il quale ho
avuto modo di discutere, un giovane appassionatissimo di Dante, ho visto di
persona dove stava il punto: linteresse per questo mondo che Dante presenta,
governato da unidea delluomo e delluniverso coerente, completa, che
veramente risponde in qualche modo alla domanda di senso che propria
delluomo, delluomo di sempre si pu dire, ma oggi in modo speciale. Mi sono
resa conto che nel nostro tempo, dopo questo secolo ventesimo cos tragico, la
domanda che luomo ha sempre posto a s stesso, del proprio destino e del senso
delluniverso e della propria vita, si fa pi acuta, perch sono cadute molte
speranze, le ideologie sono tramontate; la speranza di creare qui ! in forma
chiavacci leonardi
144
utopica, naturalmente ! questo regno di pace, imposto dalle forme politiche
(cosa che cera gi in antico: il regno di Augusto cantato da Virgilio, in fondo,
cosera?), una speranza, nalmente, di un grande mondo di pace, si continuato
ad avere questa speranza no al secolo scorso, come tutti sappiamo. Ma il crollo
sia delle ideologie, sia delle stesse strutture politiche che venivano sostenute da
questi pensieri, ha posto, forse pi fortemente, questa domanda, che si sente
salire da tutte le parti del mondo, specialmente nella giovent, sul senso
delluniverso e delluomo.
Ora, la Commedia di Dante porta con s una risposta: lidea del mondo,
appunto, e delluomo che si costruita nellOccidente, raccogliendo le tradizioni
! sia quella greco-romana, che quella biblica, ebraico-cristiana ! che hanno
costituito un luogo di pace e di felicit, dove luomo, dopo lavventura dolorosa
della vita, trova nalmente pace: come Enea che, appunto, fugge da Troia
seguendo le voci degli di che gli indicano un luogo, il Lazio, dove fondare un
regno di pace, che poi deve essere limpero di Augusto, come canta Virgilio. Gli
stessi Ebrei viaggiano anche loro: escono dallEgitto per andare nel posto
indicato da Dio che era poi la loro patria, Gerusalemme. Comunque le mete, sia
Roma che Gerusalemme, sono mete che stanno sulla nostra terra, che sono
dentro la storia. Il poema di Dante, invece, compie un salto di qualit, pone la
meta del suo viaggio nellaldil, in questo mondo ignoto, ma ove luomo trova il
compimento del suo destino. un cammino che lui stesso compie in prima
persona, perci la prima terzina della Commedia porta il verbo nelle due forme :
Nel mezzo del cammin di nostra vita,
mi ritrovai per una selva oscura.
Il verbo mi ritrovai in prima persona, ma di nostra vita, cio della vita
nostra di tutti gli uomini perch lui porta con s nel suo viaggio, in fondo, tutta
lumanit, pur naturalmente essendo lui storicamente sicuramente il Dante
orentino, con tutti i suoi problemi, cacciato in esilio dalla propria patria, con i
suoi affetti e dispetti, intendiamoci: tutto il suo aspetto storico mantenuto; per,
chiavacci leonardi
145
come in tutto il poema, c dentro o oltre questa determinazione storica qualche
cosa di diverso che loltrepassa, che lo porta, appunto, come tutti gli altri uomini
a seguire questo destino.
Il cammino che Dante fa vedere un cammino di ritorno alla patria, proprio
come facevano gli Ebrei a Gerusalemme: verso la vera patria, che non ,
appunto, n Roma, n Gerusalemme, nessuno degli imperi che tutti sono stati
poi travolti dalla storia, neppure lultimo dei regni, quello appunto che abbiamo
visto crollare, limpero comunista nel secolo scorso, e cos altri che verranno, si
pu pensare. Un luogo che ha una dimensione diversa da quella storica, ma
quella che luomo, di fatto, interiormente sa che la sua, cio unaltra dimensione
da quella storica; luomo lha sempre sospirata e creduta, in fondo: tutti gli
antichi pensavano ad un aldil; in qualche modo tutte le tradizioni antiche, le
antiche civilt hanno pensato a questo: confuso, non determinato in forma logica,
razionale, sicura, ma c sempre stato questo. Ora questo mondo invece nella
Divina Commedia diventa una realt potente e rappresenta tre tappe, come voi
sapete, dei tre regni Inferno, Purgatorio, Paradiso; questo aldil che poi ,
naturalmente rappresenta le condizioni delluomo come di qua, perch noi
conosciamo solo la vita della storia, non possiamo mica immaginarne unaltra; ma
questa vita che viene rafgurata dallaltra sponda, come dicevo anche ieri, cio
vista dallalta riva acquista un signicato e un valore; tutte le cose si possono solo
misurare dal di fuori, o pesare, o controllare, o capire, o comprendere: nch ci
si dentro non si intendono. Ecco, da questo aldil Dante misura ogni persona,
ogni personaggio del suo poema vede la propria vita e ne capisce il valore o il
disvalore, come nel caso degli abitanti dellInferno. E cosa rappresentano queste
tre condizioni umane? Sono viste nel loro rapporto con Dio, naturalmente
secondo il concetto cristiano, dove Dante si inserisce deliberatamente. LInferno
rappresenta il riuto delluomo di Dio, luomo che crede di essere sufciente a se
stesso.
Nel Purgatorio, di cui oggi parleremo con un po pi di calma, luomo, invece,
si arrende, potremmo usare questo termine che Dante usa, dice mi rendei,
come dice Manfredi nel Purgatorio. Luomo si arrende a Dio, cio riconosce la
chiavacci leonardi
146
sua insufcienza, di non essere sufciente a se stesso e si afda a Dio. Questo
cambia il suo aspetto: come ora vedremo, il suo stesso atteggiamento, la gura
delluomo molto diversa dallInferno al Purgatorio, perch naturalmente
latteggiamento morale, spirituale delluomo lo cambia, lo trasforma, lo
trasgura; come tutti noi poi sappiamo, incontrando una persona, ecco, il modo
di comportarsi cambia se quello cambia inclinazione o dentro di s: se cambia lo
spirito cambia tutto luomo. E il terzo regno, che naturalmente il pi difcile
perch non di questa terra, come Dante giustamente rappresenta, perch
Inferno e Purgatorio sono messi sulla Terra, sul globo terrestre, lInferno sta
dentro, il Purgatorio appoggiato, invece, di fuori, sorge sulloceano, per sono
tutti e due appoggiati ben saldamente al nostro globo. Questi due atteggiamenti
sono dunque pi noti a noi, fanno parte della nostra esperienza diretta. Luomo
del Paradiso qualcosa di differente, ma la condizione delluomo che
oltrepassando la situazione che dicevamo prima, delluomo del Purgatorio, arriva
a questo compimento di ogni suo desiderio che lunione con Dio. Non che
questo non sia sperimentabile gi sulla terra, altrimenti non se ne potrebbe
neppure parlare: questesperienza delluomo, tante persone hanno lasciato
questa testimonianza, anche nel nostro tempo, voi stessi probabilmente ne avete
qualche esperienza; le persone non saranno tante, ma sono molte pi di quello
che si possa sapere, perch ci avviene nel nascondimento, che hanno questo
rapporto di amore diretto con Dio: un barlume perlomeno di quella vita c gi
qui, altrimenti nessuno ne potrebbe nemmeno parlare, e del Paradiso come si
pu parlare? Senza avere unesperienza, una qualche esperienza del divino non
se ne potr parlare. Questo atteggiamento delluomo viene espresso dalle gure
che noi incontriamo, questi tre diversi modi della vita umana, che noi
incontriamo nei tre regni; che Dante ha immaginato con grande fantasia, perch
nessuno aveva fatto questo sforzo, cio li aveva saputi descrivere, nessuno
sapeva bene come fosse, dove fosse n lInferno n il Purgatorio; tutti
concordavano su un Inferno sottoterra, questo era comunemente accettato, ma
di pi non si sapeva. Dante crea, possiamo dire crea perch lha inventato tutto
lui, la situazione esatta, anche geogracamente, di questi due regni che
chiavacci leonardi
147
appartengono ancora al nostro mondo: lInferno si apre come una voragine sotto
Gerusalemme e il Purgatorio, invece, si innalza come montagna al centro
delloceano, esattamente agli antipodi, dellInferno; quindi su uno stesso asse
[Dante] pone Purgatorio, Gerusalemme e Inferno che vi si apre, uno da un
emisfero, uno da un altro. Secondo lantica concezione dellastronomia la parte
alta del mondo era quella dove si stendeva loceano, la parte bassa del mondo era
quella delle terre emerse, al contrario di cosa si potrebbe pensare; ma
lastronomia diceva questo, desumendo dal moto degli astri, dava al mondo una
destra, una sinistra, un alto, un basso e il basso era quello delle terre abitate.
Come si spiega questo? Si spiega secondo la mitologia, la storia biblica, col
Paradiso terrestre, cio lEden, messo appunto nella parte alta del mondo, in
mezzo allOceano: e Dante quando esce dallInferno attraversa quel foro centrale
dove tratto Lucifero, dove Virgilio e lui si devono faticosamente capovolgere;
nessuno ha fatto lesperienza di attraversare il centro della terra naturalmente,
per noi oggi sappiamo benissimo che se uno oggi per caso lo potesse fare
dovrebbe mettere la testa dove ha i piedi, cosa che Dante accuratamente
descrive, come sempre fa con questa assoluta precisione, di attenzione al reale, e
dice che con gran fatica mise la testa dove eran prima le gambe e, arrovesciato,
luomo sale nellaltro mondo. Ma questo rovesciamento sico appunto un segno
del rovesciamento morale delluomo, che dalla condizione del basso del mondo,
cio la condizione dellesilio dove eran cacciati Adamo ed Eva dopo la colpa del
Paradiso Terrestre, ritorna nel regno del Paradiso Terrestre, cio nella zona dove
Dio laveva creato. Dante mette questo Purgatorio ad una latitudine precisa,
sono i 42 gradi che la latitudine di Gerusalemme, perch perfettamente agli
antipodi, ed immaginato un luogo felice in qualche modo, sereno; mentre il
Purgatorio veniva descritto allora da questi che raccontavano un po le visioni
dellAldil ! ce ne sono tante scritte cos !... li descrivevano un po
vagamente questi mondi, era sempre un po cupo il Purgatorio, era quasi un
piccolo Inferno, anche l cerano le pene, cerano anche dei diavoli che
iniggevano le pene; molti sottoterra lo mettevano: lo stesso San Tommaso, il
grande Tommaso dAquino pensava che fosse probabilmente sottoterra... queste
chiavacci leonardi
148
idee un po vaghe di un regno che non si sapeva dove fosse. Dante non ha
problemi, lui ben deciso: lo mette su questa montagna meravigliosa che sorge
sulloceano tutta indorata dal sole; questa uninvenzione sua che naturalmente
d il tono a tutta la cantica, tutto il regno pieno di luce e quindi di speranza. E
questo mondo dove scorre il tempo, lunico dei tre ove scorre il tempo, perch
come sappiamo Inferno e Paradiso sono denitivi, non c tempo che passa: il
tempo passa sulla Terra e anche nel Purgatorio, che lo fa quindi quasi uguale alla
Terra, di fatto la stessa condizione di quella degli uomini che vivono sulla
Terra; qui c il sole che nasce e tramonta, sono descritte spesso le ore del giorno,
anzi molto spesso nel Purgatorio si vede questa vicenda del tempo che passa e il
sole che illumina, molto spesso il tramonto (lora pi citata, abbiamo fatto
anche il conto, sulla ventina circa di indicazioni dellora, mentre camminano
Virgilio dice ora sera ora...), la grande maggioranza dedicata allora del
tramonto. Lora del tramonto che lora della nostalgia, dei ricordi, delle
speranze, quella che forse tutti ricordano nellattacco del canto ottavo, notissimo
attacco,
Era gi l'ora che volge il disio
e ai navicanti 'ntenerisce il core
lo d c'han detto ai dolci amici addio.
Ecco quella lora del vespero che commuove quelli che navigano, quelli che
sono in esilio, i pellegrini, infatti dice lo novo peregrin cio chi appena partito
da casa, lora dellesule, che ritorna per pi volte nel Purgatorio. Questa
montagna illuminata dal sole piena di canti, di preghiere dolcemente cantate da
queste anime, abitata anche da angeli, perch qui demoni non se ne vede
nemmeno lombra, ci sono gli angeli invece che cantano ad ogni cornice una
beatitudine, di quelle evangeliche proclamate nel Vangelo da Cristo, quindi
latmosfera di serenit, speranza e dolcezza. Questa uninvenzione del tutto
dantesca, ha creato questo mondo di speranza, soffrono ma sperano; infatti
quando, che sia Dante o Virgilio, si rivolgono a loro, sempre ricordano che c
chiavacci leonardi
149
questa speranza di arrivare al Paradiso, quando dice
O eletti di Dio, li cui soffriri
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti saliri.
Questi sono meno duri perch hanno la certezza di salvarsi, di arrivare in
Paradiso; quindi in tutto il Purgatorio c s la sofferenza, per c la speranza
che lo sostiene. Latmosfera generale la dolcezza, perch forse il termine che
pi si addice a questa atmosfera; del resto il primo aggettivo, la prima parola che
descrive il Purgatorio ! dopo quella che la solita introduzione ad ogni poema
che c sempre allinizio di ogni cantica ! ecco che comincia il racconto
esattamente con il cielo dellalba, dolce color doriental zafro: questo il
primo verso che racconta il Purgatorio, questo colore dolcissimo del cielo della
prima alba apre la cantica, e sul nire quando siamo poi nel Paradiso terrestre
dove Dante arriver, sulla ne di tutta la cantica, sar accolto da una dolce aria,
Un'aura dolce, sanza mutamento
avere in s, mi feria per la fronte
non di pi colpo che soave vento.
Laura dolce, il soave vento, come vedete, in chiasmo sono una stessa cosa,
quindi tutta la cantica pervasa da questo; le musiche che si sentono sono tutte
dolci, come ad esempio Casella incontrato sulla spiaggia che canta dolcemente
tanto che tutti restano incantati e si fermano a sentire questo canto. questa
quella che Dante ha voluto imprimere come atmosfera generale di questo
secondo mondo, dove si piange, si soffre, ma con dolcezza del cuore.
Qui, dunque, luomo appare cambiato dallaspetto sico, gli uomini di questo
mondo, rispetto allInferno, hanno una gura completamente diversa. Luomo
dellInferno si fatto signore di se stesso e ha quello che voluto, ha se stesso, a
lui rimane la grandezza che poteva avere in vita, ma chiuso in questo carcere
chiavacci leonardi
150
cieco, come dice appunto Cavalcanti nellInferno. Sono grandi, ribelli, si
ergono, come fa Farinata (dalla cintola in su tutto il vedrai): questo luomo
dellInferno, che in qualche modo si oppone a Dio. Come Vanni Fucci, che
addirittura fa il verso blasfemo verso Dio, Capaneo, il grande superbo che si
trova tra i bestemmiatori nella sabbia infuocata, ma tanti ce ne sono
nellInferno che hanno questo atteggiamento, luomo si erge con prepotenza
sica e morale, in quanto vuole affermare se stesso contro Dio. opposto luomo
del Purgatorio, che appare invece mite, dolce, arrendevole, luomo che somiglia
al giunco che Dante invitato a cogliere sulla riva, sulla spiaggia del Purgatorio,
il giunco che si piega, perch non resiste con superbia alla tempesta. Uno dei
commentatori di Dante, forse il pi acuto del Trecento perch i commenti sono
nati immediatamente, morto Dante, due anni dopo gi scrivevano i commenti ,
Benvenuto da Imola, pi acuto anche dal punto di vista di saper cogliere la
poesia, commentando questo giunco dice non era come la quercia che resiste ad
ogni intemperie, del resto il nostro poeta era una quercia; e infatti ha resistito a
tutto, ai dolori dellesilio, ai vari tormenti che la vita gli ha dato: lui lo era, ma ha
voluto farsi pieghevole come un giunco, che unimportante osservazione di
questautore. Dante, infatti, non era da meno dei grandi personaggi infernali,
come intelligenza e altre doti umane, ma ha preferito, ha scelto laltra strada.
Questo luomo del Purgatorio, che del resto rafgurato anche nelle
similitudini che Dante adopera per gurarlo: solitamente si ricorda la prima
similitudine, quando appare la schiera degli scomunicati, quella dove sta
Manfredi,
Come le pecorelle escon dal chiuso
ad una a due a tre e l'altre stanno,
timidette, atterrando l'occhio e 'l muso.
Timidette, quindi, queste pecore sono limmagine dellatteggiamento
delluomo; magari lidea delle pecorelle, contrapposte alluomo che vuole
affermare se stesso, essere bello, forte, potente, pu non piacere a voi ragazzi, ed
chiavacci leonardi
151
effettivamente non piace spesso, ma non sempre quello che piace di pi quello
che poi porta pi in alto. Queste similitudini si ripetono con i colombi, altra
immagine di animale mansueto, le capre mansuete che stanno allombra
ruminando; a volte tornano queste similitudini che servono a denire
latteggiamento delluomo del Purgatorio.
Questi sono i caratteri generali, e il movimento di questa cantica il
movimento dellesule che torna.
Noi andavam per lo solingo piano
com'om che torna a la perduta strada,
che 'nno ad essa li pare ire in vano.
Questo camminare, solitario di solito, di Dante e Virgilio il cammino di
ritorno a casa, il ritorno del pellegrino. Nel secondo canto, quando arrivano
con langelo e sbarcano sulla spiaggia, le anime domandano a Dante e Virgilio la
strada, ma loro ne sapevano meno di loro e, infatti, Virgilio risponde
Voi credete forse che siamo esperti d'esto loco; ma noi siam peregrin come
voi siete.
Questultimo verso importante perch fa vedere la vicinanza della
situazione di Dante a quella delle anime del Purgatorio. Lui si afanca a loro,
cammina in un certo modo con loro e c questaura desilio, lesilio di questa
gente che per sta tornando alla patria, un ritorno in patria, la vera patria
delluomo appunto. Quando nel tredicesimo canto si trover tra gli invidiosi una
donna senese, Sapia, Dante domanda, come fa sempre, se c qualcuno che sia
italiano, che sia latino ! perch latino si diceva allora per italiano ! cercando
qualche compatriota della sua terra, e lei risponde:
O frate mio, ciascuna cittadina d'una vera citt; ma tu vuo' dire che vivesse
in Italia peregrina.
chiavacci leonardi
152
Cio, non c nessuno, veramente, la cui patria sia lItalia, la patria di ogni
uomo unaltra, ciascuno cittadino di una sola vera citt che il cielo. Tu vuoi
dire, dicendo appunto italiano o latino, che vivesse nellItalia pellegrina.
curiosa questa precisazione un po saccente, di questo carattere di questa Sapia
che Dante crea (perch Dante, in genere, con poche parole crea i caratteri), per
precisa: tu vuoi dire, dicendo latino, che vivesse nellItalia pellegrina. Cio
luomo vive sulla terra come pellegrino nel cielo. Questo del resto San Paolo,
che lo dice in maniera molto precisa in una delle sue epistole: voi siete pellegrini
e ospiti sulla terra. Questidea dellesilio importantissima, perch Dante stesso
sulla terra era un esule. Va sempre tenuta presente questa condizione umana di
Dante esule da Firenze, che in fondo la sua condizione di tutta la vita, di tutto
il tempo in cui scrisse il poema no allultimo verso, che morto poco dopo
averlo scritto. Questa condizione pesava in lui pi di quanto di solito si pensi.
Una sofferenza grave per tutta la sua vita che trapela qualche volta nel poema,
ma pochissimi versi qua e l. Questo esilio Dante lha avuto nella storia, nella sua
carne, la sorte dellesilio. Quella che spiritualmente appunto data alluomo
come condizione, lesilio dalla parte del cielo. E questo contrappunto tra i due
esilii, quello storico e quello spirituale o celeste, accompagna tutta la cantica. Pi
volte viene visto e sottolineato ed anche uno dei lati belli, che d dei momenti
di grande poesia, questo fatto del Dante esule della storia e degli altri che sono
esuli dal cielo. Questo attacco dellottavo canto, per esempio, caratteristico.
Nellottavo canto c la nostalgia dellesule terreno, dove Dante rivede se stesso,
naturalmente, quella dolorosa nostalgia dellesule. Per accanto c laltro esilio e
quando arriveremo al Paradiso, vedremo compiersi le due storie. A Firenze
Dante non torner mai e questo appare chiaramente nel canto del Paradiso,
quando gli verr detto chiaramente il suo destino, ma in compenso entrer
nellaltra patria, nella terra celeste. Questo un canto bellissimo, il
venticinquesimo del Paradiso, dove si vedono questi due destini che si compiono:
lesclusione da Firenze ma lentrata in Paradiso. Ora, sorvolando un momento su
questo argomento, veniamo a qualche denizione di queste persone che si
chiavacci leonardi
153
trovano, quali sono le scelte, perch poi quello che conta in Dante sempre
luomo, la persona singola. Tutti gli uomini hanno una determinazione ben
precisa, storicamente parlando, ed questo che fa lattrazione, linteresse per
tutti. Ma allora, sembra strano, cosa poteva interessare ad un cinese di Ciacco
orentino o di Forese, di questa gente di piccole citt italiane del Trecento, come
fa ad importare di questo ad un vietnamita, ci si pu domandare. Ma riettendo
su questo proprio questo che conta: pi luomo determinato, pi uno di tutti
noi. Le persone vaghe del mito non attraggono, quello che attira luomo
determinato nella storia, che ha un suo posto, una sua identicazione precisa,
che tutti hanno: famiglia, citt, parenti, avvenimenti, disgrazie. Questo conta e
questo attrae, e questo la grande forza di Dante che dipende dal suo amore ed
interesse supremo per luomo.
Ci sono un paio di cose che vorrei ricordare, perch caratterizzano il
Purgatorio o meglio luomo del Purgatorio. Una quella che appare sin dal
principio, quando incontriamo Manfredi che la gura simbolo del Purgatorio
secondo me, come Farinata si pu prendere a modello delluomo dellInferno.
Manfredi un po il modello di questuomo del Purgatorio, e per questo viene
messo in apertura. Dunque la cosa che mi premeva sottolineare questa: la
salvezza dellultima ora, che una costante del Purgatorio. Sono tanti quelli che
si salvano pentendosi allultimo momento. E cos, tra questi, uno dei pi grandi
Manfredi che dopo una vita di peccati, come lui stesso dice ! orribil furon li
peccati miei !, con un movimento del suo cuore allultimo momento della vita
di volge a Dio piangendo ! io mi rendei, piangendo, a quei che volontier
perdona ! e si salva. Questo sentimento dellultimo momento ritorna poi pi
volte. Uno Buonconte da Montefeltro, al V canto, che Dante incontra,
mettendosi a parlare con lui come due che si sono lasciati da poco !...questa
continuit tra il mondo della Terra e il mondo del Purgatorio ! e gli dice
appunto: Qual forza o qual ventura ti travi s fuor di Campaldino, come uno
che incontra un amico, un conoscente sulle nostre strade. E quello risponde che
nellultimo momento della sua vita, ferito e sanguinante giunge sulle rive
dellArchiano, si rivolge a Dio e con una sola lacrima di pentimento viene
chiavacci leonardi
154
salvato. Vengono un angelo e un diavolo alla ne a contendersi la sua anima ma,
siccome lui morendo ha pronunciato il nome di Maria e ha versato una lacrima
di dolore, di pentimento, salvo. Il diavolo dice: Tu te ne porti di costui
l'etterno (cio la parte eterna, lanima) per una lagrimetta che 'l mi toglie.
Questa piccola lacrima bastata allultimo momento. Questa circostanza, che
torna pi volte nella cantica, importante perch sottolinea questa suprema
gratuit dellamore di Dio e del perdono, che si riversa su tutti, sui primi e sugli
ultimi, come del resto racconta il Vangelo nella parabola dei lavoratori
dellultima ora, quelli che arrivano nella vigna e lavorano solo unora per
vengono pagati anche loro come gli altri. Cosa di cui i benpensanti non sono mai
convinti. Ma la misura divina diversa dalla nostra e Dante lo sottolinea pi
volte come anche il valore della debolezza davanti a Dio. Loro chiedono sempre
aiuto dalle preghiere dei vivi, come Manfredi che dice di andare dalla glia
perch preghi per lui, e cos fanno tutti. Si nota che sono quasi tutte donne
queste a cui si chiedono le preghiere: la moglie, la glia o la vedova. Perch la
donna era lanello, punto debole della societ allora, come lo stato per secoli,
ma questo vuol signicare la potenza debole sul cuore di Dio. Cos abbiamo la
vedovella al freno di Traiano nellesempio di umilt rappresentato nella cornice
dei superbi, dove il grande imperatore parte per la guerra e c una vedovella al
freno ! e una vedovella li era al freno !; questo diminuitivo vedovella
vuol fare ancora pi debole, pi piccola questa creatura che chiede giustizia per
il proprio glio. Limperatore ha le bandiere al vento, pronto per partire e
pensa che lo far qualcun altro per lui; ma la donna insiste e alla ne Traiano si
ferma e dice: giustizia vuole e piet mi ritene. Per questo gesto, tra laltro,
Traiano si salver poi. E questa piccolezza della donna, della vedovella come di
tutte le altre, importante perch signica la potenza che hanno i piccoli, quella
potenza particolare che non la forza che pu avere un uomo, magari al
massimo della sua grandezza: la forza per Dio unaltra cosa, la forza del
cuore. Queste due linee importante ricordarle, perch fanno parte di tutta
latmosfera del Purgatorio.
Ma come ha ordinato Dante i vari peccati del Purgatorio nelle cornici?
chiavacci leonardi
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Mentre nellInferno la divisione viene fatta secondo letica aristotelica, come cita
Virgilio nellXI dellInferno, che va secondo la giustizia, nel Purgatorio la
divisione fatta in modo diverso e ogni angelo proclama ad ogni cornice una
delle beatitudini evangeliche e la virt che si proclama la virt che perviene a
quella beatitudine, quando si dice appunto: beati i poveri di spirito, beati i
mansueti, beati i pacici. Quella la virt che viene proclamata. Non c n una
di virt aristotelica, tra queste, sono molto di pi, vanno oltre la giustizia.
Perdonare chi ci uccide, come fa Stefano nella cornice dei pacici, non una
cosa di giustizia, come potremmo immaginare, pi che pacico: qui si va ad
una misura che oltrepassa di molto il dovuto, la giustizia d a ciascuno il suo e
non si conta pi, si va molto al di sopra di questo. E cos in tutte le beatitudini
che sono come la tavola, il manifesto del cristianesimo nel mondo antico, che
rovesci i cardini stessi di quellordine, perch dove si proclamano beati i
piangenti, i perseguitati, i miti, i poveri, gli umili si rovescia completamente il
concetto del mondo antico dove felice il potente, il grande, il ricco. Del resto
tuttora cos se si guarda alla comune concezione della vita delluomo. Ma il
Vangelo predica unaltra felicit. E questa, come Dante appunto, e non per
niente, fa proclamare ad ogni cornice dallangelo, invece leconomia di questo
regno del Signore che a questo mira; e infatti su queste beatitudini sono
improntate, in fondo, il tono, la misura, la dolcezza, anche la forza di queste
scene purgatoriali. Quella del martirio di Stefano, ad esempio, una delle pi
belle rappresentate nel Purgatorio.
E su queste beatitudini chiudo il mio intervento.
chiavacci leonardi
156
Domande
Volevo riprendere il tema del viaggio, chiedendole un parallelo tra il
viaggio avventuroso e oltre la realt che compie Dante con quello che compie
Ulisse.
Si pu fare il parallelo tra come va Ulisse al Purgatorio, a quella spiaggia
dove arriva poi anche Dante, facendo un percorso diverso, ma arrivando alla
stessa meta. Ulisse va contando sulle grandi forze proprie delluomo, per seguir
virtute e conoscenza, per con queste, che sono certamente una prerogativa
dellessere umano, indiscutibile, lui tenta loceano, il grande oceano, che il
simbolo dellinnito, violando, coscientemente il decreto divino. E lui lo dice:
dov'Ercule segn li suoi riguardi, acci che l'uom pi oltre non si metta.
Quindi cera un limite, che lui sa di violare. Ulisse tenta laffermazione di se
stesso senza riconoscere qualcosa che possa porgli un freno, non accetta un
limite. Vuole da s raggiungere quellinnito di cui si sente degno. Ma viene
travolto. La differenza di Dante si vede ed scritta, sapendocela leggere, nelle
righe dei primi canti del Purgatorio. Perch lUlisse dellInferno non d
commento, lacqua lo travolge e non c nemmeno un verso di commento, il canto
si chiude su questi versi. Nel Purgatorio arriva la nave dellangelo, che fa lo
stesso percorso di Ulisse, perch parte dalle foci del Tevere, dove raccoglie le
anime e va direttamente; Ulisse parte da Gaeta, ma siamo sulla stessa rotta.
Arriva langelo e Virgilio lo indica a Dante e dice
Vedi che sdegna li argomenti umani, s che remo non vuol, n altro velo che
l'ali sue, tra liti s lontani.
Insomma, non usa mezzi umani, n remi, come i remi di Ulisse !dei remi
facemmo ali al folle volo ! e quindi questo angelo sdegna il mezzo delluomo e
arriva. Un accenno ad Ulisse c gi nel I canto, quando arrivano sulla spiaggia:
Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque omo,
chiavacci leonardi
157
che di tornar sia poscia esperto.
Quella spiaggia vide qualcuno, ma nessuno che fosse capace di tornare
indietro. Quindi c unallusione esatta, precisa ad Ulisse. Anche la stessa parola
esperto esperto e de li vizi umani e del valore ripreso ad litteram. Poi la
dichiarazione di Virgilio e Dante risponde in un certo modo gi qui nel
Purgatorio. Ma la risposta decisiva la troviamo nel canto X dellInferno, quando
Cavalcanti dalla tomba infuocata chiede a Dante perch non con lui anche suo
glio se per questo cieco carcere vai per altezza d'ingegno, perch lui
immagina che Dante sia l perch tanto bravo, e il glio Guido Cavalcanti non
era da meno. Dante risponde
Da me stesso non vegno:
colui ch'attende l per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
Qui credo che si trovi il centro della risposta: Dante, alto dingegno (che non
gli mancava e lui ne era consapevole) come Ulisse, sceglie per di farsi guidare,
al contrario delluomo dellInferno che va contando su se stesso, senza accettare
limiti. Ma lui accetta la guida, si fa piccolo rimproverato, tante volte trattato
come un bambino da Virgilio. Ma appunto rinunciando a questa altezza, di cui
era consapevole, perch lunica via per toccare quella sponda.
Volevo ricollegarmi al discorso che ha fatto Lei sulla vicinanza di Dante
con le anime del Purgatorio, in particolar modo con la frase che dice Virgilio
! noi siam peregrin come voi siete ! e volevo chiederLe se, partendo da
questo discorso, si potrebbe denire il Purgatorio come la cantica pi vicina
a Dante, che Dante sente un po pi sua delle altre.
Non molto facile rispondere, perch Dante si immedesima tutte le volte, con
lInferno, poi con il Purgatorio e con il Paradiso. Altrimenti non si scrive grande
chiavacci leonardi
158
poesia. Lui quando scrive il Paradiso si sente in qualche modo partecipe di
questa realt. Certamente il Purgatorio la cantica pi vicina alluomo nella sua
condizione terrena, luomo soggetto a pene, problemi, difcolt, che nello stesso
tempo nutre la speranza, almeno chi la sa coltivare, di arrivare alla ne ad una
meta serena. Nel Paradiso, per, Dante unesperienza lha fatta: unesperienza di
conoscenza, di amore e di unione con il Divino, altrimenti quei versi non si
possono scrivere. Non si scrive se non di ci parlo dei grandi poeti di cui si
ha esperienza. Quindi unesperienza del Divino certamente c stata.
Naturalmente come pu esser data su questa terra. Sicch non saprei se si possa
dire che il Purgatorio la cantica pi vicina. Fino ad un certo punto s, no a
quella che la comune esperienza della vita. Poi c leccezione, che sono i
momenti paradisiaci, che tuttavia sono di Dante anche quelli.
Si pu dire che in Dante la cultura greco-latina e la cultura cristiana
trovino una sintesi, a livello altissimo, a livello poetico, addirittura che pu
diventare un valore che va al di l della civilt occidentale?
Non saprei, perch, di fatto, quella che Dante rappresenta la civilt
occidentale, quella che si formata attraverso le due grandi tradizioni che lei
ricorda, attraverso la lenta lavorazione medievale la Commedia, appunto, la
ne del Medioevo ed esprime questa civilt, non c n unaltra. quella di
oggi, dove ancora la carta dei diritti umani si fonda su questa civilt, nessunaltra
esprime luguaglianza delluomo. la civilt che porta questo grande dono della
libert, delluguaglianza, del primato dello spirito sulla lettera, che nessun popolo
riconosce, se non i popoli di eredit cristiana (e oggi nemmeno quelli, in gran
parte). Quindi non credo che si possa dire che la Commedia oltrepassa questa
stessa civilt, allora ci dovrebbe essere unaltra radice ancora...
Io volevo chiedere se si pu dire che il nostro modello, il modello della
cultura occidentale, pu diventare il punto di riferimento mondiale?
chiavacci leonardi
159
S, certo che si pu immaginare e lo gi di fatto; perch altrimenti tutti
leggono Dante, anche in Vietnam? Perch una civilt che effettivamente attrae
le altre. Da un punto di vista politico certamente quella egemone nel mondo,
anche se questo non vuol dire che lo sia ancora da un punto di vista spirituale.
Per questinteresse gi un segnale, una civilt che lentamente sta
diffondendosi. Lidea di uguaglianza fra gli uomini ci vorr tempo perch sia
universale, ma gi dominante nel mondo. La stessa carta dei diritti non stata
riconosciuta da tutti, non tutti, ma quasi tutti.
Volevo riprendere questo discorso alla luce di quanto lei ci diceva prima.
Mi ha molto colpito il fatto che Dante, che era una quercia, avesse voluto
farsi giunco. E mi ha molto colpito il fatto che la Commedia, pur trattando di
argomenti non facili, argomenti mai codicati prima, in realt fa trapelare
una profonda umanit. Dante riesce a caricarla della propria esperienza
umana, a rendercela molto familiare, perch parla di cose molto vicine a noi.
Forse la Commedia, non tanto quanto particolare istanza dellOccidente, che
Dante esprime, ma forse per lumanit, per questa familiarit, apprezzabile
da tutti gli uomini di qualsiasi nazione essi siano, ed una cosa che forse va
oltre il concetto di cultura occidentale, e pi una cultura delluomo, in cui
luomo si ritrova e ama ritrovarsi e raccogliersi anche spiritualmente. Volevo
pregarla di approfondire questo punto.
Hai detto una cosa molto giusta, soltanto che necessario fare un
rovesciamento in questo senso: vero che quello che attira la grande poesia
luomo, perch quello il centro cui tutti siamo attirati. Ma da dove nasce
questumanit di Dante? Questo un po il discorso a rovescio; questuomo che
noi vediamo, in cui ci riconosciamo, questa ricchezza delluomo di Dante, con i
suoi dolori, le sue pene, le sue tragedie. Questidea nasce dallidea del mondo e
delluomo che questa della nostra civilt. Questo si potrebbe dire al rovescio.
Trovare un simile uomo con il suo pianto, la sua speranza, la sua tragedia
proprio delluomo della nostra storia, un uomo cristiano. luomo che vive per
chiavacci leonardi
160
tutta la Commedia, secondo Dante, con questa grande carica di umanit, per cui
luomo cos prezioso. Perch prezioso cos? Dante lo scrive, quando nel
Convivio cita il Salmo: Che cosa l'uomo, che tu, Dio, lo visiti? Tu l'hai fatto
poco minore che li angeli, di gloria e d'onore l'hai coronato. Certo la grande
dignit delluomo, langelo somiglia. Questa grandezza delluomo, questuomo
come Dante lo vede appunto luomo della nostra civilt.
Ci ha parlato del tema dellesilio nel Purgatorio, ma non possiamo vedere
lo stesso tema nellInferno, nella condizione dei dannati?
S, i dannati sono degli esuli eterni, per. Dante lo dice anche, un esilio
diverso, perch quello del Purgatorio un esilio in cammino, le anime del
Purgatorio sono esuli che vanno verso la patria, con la speranza, la certezza
dellarrivo. Quegli altri sono esuli fermi, per sempre esclusi dalla loro patria. E
cos Virgilio, rivolgendosi a Stazio: Nel beato concilio ti ponga in pace la verace
corte che me rilega ne l'etterno essilio. Quindi anche Dante stesso lo chiama
esilio, per un esilio diverso.
Il Purgatorio anche la cantica dellarte, si incontrano vari personaggi,
artisti di vario tipo e larte un prodotto tipicamente umano. Quali sono i
valori e i limiti dellarte che Dante manifesta nel corso della cantica? Qual
insomma la funziona dellarte, prodotto tipicamente umano, nella prospettiva
eccentrica di Dante che guarda dallaldil?
Dante non affronta direttamente il problema nel Purgatorio. Tuttavia c
questo accompagnamento degli artisti e degli amici, compagni che incontra di
frequente nel Purgatorio, cominciando da Casella che d quasi il tono
giustamente, essendo musicista ! a questa vicenda. E poi trover i poeti, che
sono i suoi amati poeti, nella cornice dei lussuriosi. Dante non si pronuncia in
modo esplicito, ma, si capisce dal I canto, larte un accompagnamento nella vita
umana, perch segna il gratuito, larte qualcosa che non si compra, che non si
chiavacci leonardi
161
paga, che non ha un valore commerciale (a parte quelli che vendono i best-seller;
ma non detto che quella sia vera arte), non ha un valore contabile e quindi
una grande forza data alluomo, come dono di natura. Larte, come lha vissuta
Dante, e come appare nel canto iniziale, un grande dono. C un per ed
rappresentato dal rimprovero di Catone, quando tutti si fermano ad ascoltare
Casella: cio anche larte, che una delle cose pi grandi e belle proprie
delluomo, non devessere il ne, come tutte le altre cose belle della vita. Sono
date alluomo per compagnia, conforto, consolazione, come appunto lamicizia o
altro, ma non devessere il ne. Quando loro si fermano a sentire Casella
vengono rimproverati: piccolo fallo dice Dante stesso, per un fallo, che
consiste nel dare a questo dono, che stato fatto alluomo, un valore assoluto.
Volevo approfondire la gura di Virgilio. Il suo solo un ruolo di guida o
anche per lui un viaggio di formazione, un cammino spirituale, visto che dal
Limbo visita il Purgatorio (anche se poi si dovr fermare)?
Virgilio effettivamente ha la funzione di guida, come si vede no allultimo da
tutto quello che lui dice e fa. Quando dice a Dante tratto t'ho qui con ingegno e
con arte, lui spiega di aver dato tutto quello che poteva, nei limiti della ragione
umana. E poi lo afda a Beatrice. Che anche Virgilio possa aver avuto un
qualcosa di pi da questo viaggio in cui uscito dal suo Limbo e non solo ha
percorso lInferno, ma anche il regno dei salvati, questa una cosa che noi
possiamo supporre. Molti dicono: perch Dante non ha salvato Virgilio? in
fondo poteva farlo. Ma Virgilio rappresentava qualcosa e questo qualcosa era
fermo, appunto, al di l del limite: rappresenta questa ragione umana che
appartiene a tutti i grandi loso che sono nel Limbo. Per questo non poteva.
Che poi il Virgilio storico fosse salvato, Dante ne era convinto. E si potrebbe
osservare che Dante, non potendo salvare Virgilio, salva il glio Stazio, che si
chiama glio dellaltro, per te poeta fui, per te cristiano e quindi c una
maniera allusiva di indicare la possibile salvezza dellaltro. Che Virgilio, nella
Commedia, acquisti, salendo nel Purgatorio, un dono in pi rispetto alle anime
chiavacci leonardi
162
del Limbo probabile. una nostra ipotesi, che ci offerta per dal verso di
Dante, ma resta nel campo delle ipotesi.
Si pu dire che Stazio, poeta, essendo in cammino, ci rappresenta larte
piegata al valore pi grande? Mi ha sempre colpito questo particolare:
Dante, quando arriva alla cornice dei lussuriosi, deve passare il fuoco e
proprio non vuole. Gli viene ricordata Beatrice e questo lo fa sussultare, per
per passare, per lo meno a me pare, si deve mettere avanti Virgilio e dietro
Stazio, e mi sembra che larte diventi proprio compagnia. Cos era anche
loccasione per chiederle che risvolto ha laffettivit delle anime con Dante
qui nel Purgatorio?
Sono due cose diverse. Sulla prima avrei qualche dubbio sul fatto del Virgilio
avanti e Stazio dietro, che sia larte a far passare la muraglia mi sembra difcile
da ipotizzare. Che certamente larte accompagni luomo, con il suo alto valore
spirituale, questo certo. Non per niente Dante le ha dedicato la vita. Per
anche il ricordo che fa Stazio ! per te poeta fui, per te cristiano ! indica
come larte stessa, quella di Virgilio, appunto, spinge Stazio, in fondo, alla
salvezza. Quindi c questa funzione educatrice dellarte che gli antichi hanno
sempre immaginato. Per loro non esisteva larte per larte, la poesia per la poesia.
La poesia aveva sempre uno scopo, serviva a qualche cosa e, infatti, Dante scrive
la Commedia per servire a qualche cosa, per essere di aiuto al popolo, alla gente,
agli uomini, perch trovassero la propria strada. Quindi questidea dellarte
educatrice propria sia della sua et, sia di Dante in particolare. In forma
precisa, poi, che ci sia questidea dellaccompagnamento, francamente non mi era
mai venuto in mente, ma non mi sembra che corrisponda alla grande difcolt di
passare il muro di fuoco, perch quel muro, che lultimo muro da valicare, il
muro dei lussuriosi, appunto, mi sembra che non si possa valicare ! nellottica
dantesca ! con le forze dellarte.
Alla ne del Purgatorio, quando Dante arriva nel Paradiso terreste, si
chiavacci leonardi
163
confessa, con Beatrice. Anzi, Beatrice lo sgrida e lui si vede costretto a
confessare. Per Dante aveva gi percorso tutte le sette cornici e le sette P
sulla fronte gli erano state cancellate. Cos il peccato di cui Dante ancora si
confessa? Fa parte solo del simbolismo che vedremo fra poco in tutta la
processione nale del Paradiso terreste, o c veramente qualcosa che Dante
deve ancora confessare? E questo ha a che fare con quello che dicevamo
prima di Ulisse e quindi di Dante quercia che si piega per diventare giunco?
Secondo me, Dante deve semplicemente confessare. Gli manca quel passo, le
lacrime del pentimento e lammettere la propria colpa. quello che manca.
Quello che gli altri fanno lungo la montagna, la lacrima di Bonconte, il pianto
delluno o dellaltro, di Manfredi, quello manca a Dante, questa la scena di
fronte a Beatrice, quel passo manca a Dante. Nella scena straordinaria fa quello
che i suoi personaggi hanno fatto, magari allultimo momento della vita. Non
che ci siano altri peccati intorno. lunica cosa che manca. E, infatti, lo dice
Beatrice stessa, qui si passa il Lete, cio si va sullaltra sponda del Paradiso
terreste, soltanto pagando, come pedaggio, le lacrime del pentimento sanza
alcuno scotto di pentimento che lagrime spanda. Questo mancava.
Nel Purgatorio si notano molte pi gure femminili che nellInferno.
Come si concilia questa cosa con la concezione medievale della donna sede
del peccato?
Questidea della donna sede del peccato mi giunge nuova, questa non la
concezione medievale della donna. La donna poteva essere, come Eva, origine
del peccato, ma non sede del peccato. Anzi, il cristianesimo quello che ha
rivalutato la donna, la gura femminile, dandole unimportanza straordinaria.
Basti pensare a Maria, la Madonna, e tutte le altre sante che si sono sempre
state. Quindi pu essere questa la ragione. Questo dipende da molte circostanze.
Forse da quellatmosfera del Purgatorio, che delineavo prima, dove si inserisce la
gura femminile nella sua dolcezza. Per lo meno cos dovrebbe essere la donna,
chiavacci leonardi
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poi non si sa bene cosa succeda. Ma questo carattere, tipicamente femminile, di
dolcezza, di mitezza, che Dante ha impresso sulla cantica, porta con s,
piuttosto, lapparire di diverse donne nel Purgatorio.
Qual il movente che porta Dante da una parte ad essere superbo nella
scrittura e dallaltra a puricarsi e a pentirsi?
Non c questa differenza. Il Dante autore, il Dante vero, che era superbo, si
trasforma, accetta questa cosa, e questo lo porta, appunto, a scrivere il suo
poema. Lui scrivendo il poema gi su quella strada. Come farebbe altrimenti a
scrivere il canto di Ulisse, quello di Farinata, quando dice a Cavalcanti Da me
stesso non vegno? la stessa persona, non c differenza. Non che Dante
fosse un gran superbone, che invece nella Commedia si rappresenta come un
bravo e umile bambino. la stessa persona. Altrimenti non si riesce a scrivere
quello che ha scritto, perch la scrittura porta il segno della persona, del suo
cuore. Non c differenza: il Dante superbo, quando scrive la Commedia, ha gi
fatto il passo decisivo. Certo da perfezionare, perch verso il Paradiso, Dante
matura, si perfeziona, ma il primo passo gi fatto.
Catone scaccia via le anime quando Casella ha cominciato a cantare
Amor che ne la mente mi ragiona, che una canzone losoca. Perch
Dante mette sulle labbra di Casella proprio questa canzone? Perch gli
entrava bene nellendecasillabo questo verso o c qualche motivo pi
sostanziale?
Tutte le canzoni si aprono con lendecasillabo, quindi non cera problema da
quel punto di vista. A questo punto c qualcosa, perch in quella canzone, che
canta appunto dellamore, Dante si identica in qualche modo, si identica nella
sua poesia giovanile, questo canto dellamore, come lui lo vedeva quando
scriveva nello Stilnovo. E quindi una delle pi amate delle sue canzoni. Questo
canto damore per quello dal quale non bisogna lasciarsi irretire.
chiavacci leonardi
165
Probabilmente c il superamento delle cose pi care e pi belle, quelle che
luomo non pu tenere come primo ne: sono sempre il secondo. Quindi sceglie
una delle canzoni pi importanti e care al suo cuore, come quella dellamore,
losocamente intesa per altro, per far vedere come questa incanti tutti ma deve
essere lasciata.
1
Anna Maria Chiavacci Leonardi docente emerita di Filologia Dantesca allUniversit di Siena. Ha
pubblicato un volume critico sul Paradiso (Lettura del Paradiso dantesco, Firenze 1963) e ha curato ledizione
della Commedia edita nella collana Meridiani Mondadori, Milano 1991. Questultimo commento stato
riproposto anche in versione scolastica da Zanichelli, Bologna 2001.
2
A. M. Chiavacci Leonardi, La guerra de la pietate. Saggio per una interpretazione dellInferno di Dante,
Liguori, Napoli 1979.
3
A. M. Chiavacci Leonardi, La guerra..., cit. 4 Ibidem, p. 151-152.
4
Ibidem, p. 151-152.
5
Ritroviamo letture contrastanti gi nei primi commentatori. Alle parole iniziali di Ulisse: lardore / chi
ebbi a divenir del mondo esperto, cos chiosava il Buti: Manifesta qui la colpa sua, imper che questo amore
non era da virt; ma da superbia: imper che questa esperienza cercava per sapere di pi di tutti gli altri, e per
potere meglio ingannare altrui e soprastare gli altri. Opposta lopinione di Benvenuto da Imola: Quod vir
magnanimus, animosus, qualis fuit Ulixes, non parcit vitae, periculo vel labori, ut possit habere experientiam
rerum, et potius eligit vivere gloriose per paucum tempus quam diu ignominiose.
6
A. M. Chiavacci Leonardi, La guerra..., cit., p. 161.
7
Cos scrive ad esempio il Fubini sotto la voce Ulisse nellEnciclopedia Dantesca: I riguardi non sono
divieti (ma avvisi) e tanto meno il segno della volont divina.
8
A. M. Chiavacci Leonardi, La guerra..., cit., p. 162.
9
A questo proposito si confrontino le parole di san Tommaso: Bisogna che luomo freni sapientemente
questo desiderio [cio di conoscere la verit], per non aspirare in modo esagerato alla cognizione delle cose (S.T.
IIa IIae, q.166a. 2).
10
Questi versi sono ben commentati da un passo di Purg. XXX 109-17: Non pur per ovra de le rote
magne, / che drizzan ciascun seme ad alcun ne / secondo che le stelle son compagne, / ma per larghezza di grazie
divine, / che s alti vapori hanno a lor piova, / che nostre viste l non van vicine, / questi fu tal ne la sua vita nova /
virtualmente, chogne abito destro / fatto avrebbe in lui mirabil prova.
11
Ibidem pp. 162-166.
12
Ibidem p. 167.
13
Ibidem pag. 170.
14
Ibidem pag 167.
15
Cv. III, 15, 5.
16
Primo Levi, Se questo un uomo, Einaudi, Torino 1971.