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Storia Ufficiale PDF

sbobbine storia moderna unina

Caricato da

Giovanna Aiello
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Introduzione

Nietzsche afferma che la storia è più dannosa che utile, in quanto schiaccia la vita.
Nella Grecia classica e nella Roma repubblicana antica, lo studio della storia venne
ritenuto un requisito obbligatorio per la partecipazione alla vita politica, oltre la retorica e
il diritto.
La funzione dell’analisi della storia e del passato consisteva nel legittimare il presente,
per esempio, nella prassi di ricercare una genealogia della nobiltà di certe famiglie, come
la famiglia di Giulio Cesare che riteneva di discendere da Enea; ma anche di fornire al
presente stesso un messaggio morale, come modello ideale di comportamento, poiché si
partiva dal presupposto che la storia fosse maestra di vita, secondo il canone ciceroniano,
e pertanto in essa risiedesse saggezza e perfezione.
Nel Rinascimento e nell’Umanesimo, il contesto culturale europeo percepisce l’esigenza
di riportare in auge lo splendore intrinseco della Roma repubblicana, a seguito dei secoli
di dittatura ideologica esercitata dalla chiesa di Roma; e pertanto si riprende da tale
modello, la prassi dello studio della storia come insegnamento, come vediamo in opere
letterarie, come il Principe e la prima deca di Tito Livio di Machiavelli (la storia è usata come
un esempio e controesempio, il principe deve agire come agiva Davide il condottiero).

Nel corso dell’800, si riteneva che lo studio della storia fosse fondamentale per
comprendere gli sviluppi del presente: l’osservazione del comportamento umano nella
storia, poiché invariabile secondo l’ideologia coeva, consentiva di prevedere l’andamento
dello stesso nel futuro; la storia diviene quasi una materia scientifica perché si fonda su un
fattore di prevedibilità.
Nel 900 venne superata la concezione meccanicistica della storia, in quanto si arriva alla
consapevolezza che in tale ambito sia impossibile individuare delle leggi universali che
valgano nel tempo, in quanto la realtà storica è continuamente mossa dall’evoluzione di
fattori esterni, come la cultura umana e la società; concezione alla quale l’uomo arriva a
causa della crisi ideologica che vive ad inizio secolo, a seguito del crollo delle certezze del
positivismo. Negli ultimi decenni del 900, questa funzione della storia entra in crisi
perché il passato è stato relegato a mera curiosità o a scenari sui quali costruire delle
finzioni (come i romanzieri) e la storia ha perso quella funzione importante che le era
riconosciuta.

1.Perché studiare la storia? Per poter collocare in un contesto politico, sociale, culturale, le
dinamiche della storia letteraria, artistica, linguistica, come fosse un mezzo per studiare
l’uomo in relazione alla sua epoca.
Tra l’altro, la storia è lo strumento che lega memoria individuale e storia collettiva. La
prima è un insieme di ricordi, di esperienze vissute e lavorate in maniera soggettiva da un
individuo o da una collettività, e filtrate dalla soggettività e dalle condizioni del momento,
che vengono registrate nel tempo; la seconda è la pratica, la scienza che si occupa di
ricostruire con procedure il passato con testimonianze e documenti. Pertanto per la
ricostruzione della storia collettiva, ci si serve delle testimonianze (filtrate) delle memorie
individuali.

2.Di cosa si occupa la storia? La ricostruzione degli eventi storici nell’ultimo secolo è molto
cambiata, in quanto fino agli anni 90, la manualistica storica tralasciava alcuni aspetti
della vita quotidiana degli individui nelle descrizioni del passato; aspetti che sono
fondamentali per una panoramica globale su una determinata fase storica, come vita
giuridica, politica, quella del lavoro dei campi, dei sistemi di produzione moderni, dei
sistemi di fabbrica, di sentimenti, emozioni, mentalità.
A tali fattori viene attribuita più o meno importanza all’interno della ricostruzione dei
fatti storici, secondo un margine di soggettività che stabilisce lo storico stesso; ragione
per cui, per mantenere integra e veritiera una descrizione storica, ciascuno storico deve
necessariamente fare riferimento a dei documenti oggettivi, le cosiddette fonti. Le stesse
fonti, per verificarne l’assoluta certezza, vanno confrontate con altre fonti, come per
attestare l’attendibilità, capire se la verità sta nel mezzo, quale fonte sia più vicina alla
realtà. In sostanza, nonostante l’elemento soggettivo inserito dagli storici, rappresenti
una fonte di ricchezza, poiché al di fuori della mera narrazione dei fatti la storia considera
complessivamente anche altri aspetti psico-sociali, lo storico non dovrebbe in alcun modo
piegare la storia alle proprie ideologie, ma piuttosto svolgere un lavoro di ricostruzione,
tramite il confronto tra più fonti.

3.Cosa sono le fonti? Erano essenzialmente testi scritti, di qualsiasi natura (gli atti, le
cronache, le storie, i trattati) che attestassero qualcosa di ufficiale circa avvenimenti come
guerre o accordi politici, la cui veridicità è indubbia, poiché firmati da figure autorevoli
come re, ministri o storici. Sebbene queste autorità statali furono fondamentali alla storia,
per aver fornito un’importante impulso tramite le fonti, non è escluso che individui di ceti
sociali inferiori, con cariche non altrettanto nobili, avessero comunque contribuito alla
ricostruzione storica; ciò nonostante fu chiaro come nei secoli scorsi (fino al 1930), ci
fosse una gerarchia predeterminata delle fonti, perché si predilessero quelle attestate da
figure privilegiate e autorevoli.
Successivamente, con la rivoluzione storiografica proposta dalla scuola degli Annales tra
gli anni 30 e 90 del ‘900, la gerarchia delle fonti è stata decostruita, scombussolata,
perché le fonti vennero considerate tanto più importanti, quanto più fornissero dettagli
accurati su un certo fenomeno del passato; non sono più testi scritti da un’autorità, ma è
qualcosa che corrisponde ad una traccia nel passato, scritta per comunicare un messaggio
ai posteri.

Le fonti possono essere ricavate da diversi settori, diverse strutture:


- fonti inconsapevoli, che sono tipicamente di origine quotidiana, come una lista della
spesa o un trattato commerciale di un artigiano, che gli storici esaminano con lo scopo
immediato di ricavare informazioni sul modo di vivere, gli oggetti, le tecniche di una
determinata società nel passato, ricostruire la loro quotidianità;
- i dipinti possono essere fonti, ovviamente, però, lo storico guarda i dipinti con occhi
diversi rispetto agli storici dell’arte; allo storico non interessa sapere quale sia il grado di
bravura, ma possono essere interessanti altre cose, come il messaggio o le informazioni
che l’artista vuole trasmetterci, come le condizioni di vita di lusso delle famiglie e ci dà
delle indicazioni, elementi importanti della famiglia, simboli che rappresentano la fedeltà
(come il cagnolino). Ci sono anche opere che rappresentano i ritratti di Napoleone
Bonaparte che possono essere una fonte da cui ricavare informazioni, per esempio, su
come intendesse essere rappresentato, come se stesse costruendo l’immagine un uomo-
eroe, condottiero eroico che si rifaceva in parte agli antichi, ma lanciava una nuova
visione dell’eroismo.

L’età moderna
(prima parte vedi dal quaderno)
L’inizio dell’età moderna è contraddistinto da un atteggiamento positivista dell’umanità,
che deriva dall'avanzamento del progresso: le scoperte geografiche, le conquiste di nuovi
territori e la riforma protestante, conducono l’Europa a civilizzare il resto del mondo
secondo la propria ideologia; ciò significò tuttavia piegare le civiltà primitive, che sebbene
attraverso la violenza, vennero indottrinate verso concetti come la libertà religiosa e di
parola, l’abbandono della superstizione medievale, l’affermazione dei diritti civili e la
democrazia.
Un cammino che, nonostante sia marcato da sofferenza e violenza, appare luminoso e
positivo sotto certi aspetti, nell’ottica dei pensatori liberali e protestanti: è la tipica
visione nata durante l’Illuminismo che vede la storia come un sinonimo di evoluzione, di
progresso rispetto le epoche precedenti. Nel 500, nel 600, nel 700, inizia a nascere una
nuova concezione del tempo secondo cui l’età moderna, l’età dei lumi, è un periodo di
continuo miglioramento grazie all’affermazione della ragione, grazie al progresso del
commercio, della medicina. Nell'illuminismo, quindi, si supera la soggezione nei
confronti del tempo passato, piuttosto si guarda all’antichità con ammirazione, poiché
grazie a tale fase per gli uomini moderni è stato possibile superare, evolversi da tali
modelli, vivendo un’epoca più luminosa. Tale è il concetto fondamentale della
storiografia liberale che ha visto nell’epoca moderna un progresso verso un futuro
migliore.
Nell’età classica (IV-V secolo, fino alla caduta dell’impero romano) invece era prevalente
l’idea di un tempo circolare, l’idea per cui ciascuna civiltà va indissolubilmente incontro
ad una parabola che prevede ascesa, crisi, rinascita e caduta.
In epoca medievale, invece il concetto di tempo è legato al cristianesimo: gli unici eventi
degni di nota sono: nascita, incarnazione e morte di cristo.

Anche la figura di Marx, nel corso dell’800, prevede una lettura positiva
dell’avanzamento del tempo, poiché seppure contraddistinto da violenze, l’umanità
avanza da un modello schiavista, poi feudale, capitalistico e comunista.
Una lettura assai più critica del tempo subentra nel corso del Novecento, quando una
scuola di sociologi riconosce nell’Europa occidentale, il tiranno che assoggettò con
totalitarismo le civiltà meno avanzate; ragione per cui, la storia non poté più essere
considerata in termini luminosi.

Tra i pensatori che alimentarono questa visione decadente della storia troviamo:
-Robert Elias, un sociologo tedesco, che negli anni 40 si occupò di una serie di studi sul
processo di colonizzazione, non inteso su scala globale, ma riferito alle più piccole realtà
interne ad uno stato. Nell’età moderna, secondo tale visione, l’uomo si sarebbe sottoposto
a processi sempre più repressivi di autocensura e autocontrollo, sebbene fosse un uomo
libero. Questo avrebbe consentito ai poteri forti della società di governare su tali individui
in maniera sempre più efficace, non incontrando alcun tipo di intralcio; si assiste
pertanto, ad un accentramento di potere dei poli alti dello stato, e un deprivamento di
potere degli individui, che sempre più repressi e disturbati, iniziano a manifestare il loro
disagio alla vita (filosofia freudiana della forma che opprime la vita) -> CRISI DELL’UOMO
MODERNO.
- Michel Foucault, il quale si soffermò su concetti come la nascita della clinica, della
prigione, dell’educazione sessuale. Foucault vede nel Rinascimento l’epoca storica di
maggiore splendore, identifica in tale, il periodo in cui l’umanità poté cogliere appieno lo
status di libertà. Per egli ad esempio, alcuni concetti come la follia sociale, all’epoca
considerato un fenomeno integrante e normale della vita, nel corso dell’evoluzione
storica viene ritenuta un fenomeno patologico, da isolare ed emarginare; pertanto si
assiste ad una regressione storica.
Quindi, secondo loro, la modernità corrisponderebbe a un lungo percorso di restrizione
della libertà degli individui, a favore della crescita dell’autorità dello stato, che ingabbia,
preclude e limita l’uomo nell’esercizio delle proprie facoltà.
- Fernand Braudel, longue durée (sul quaderno fine cap.1)
Nel 700, l’economia e le strutture sociali di gran parte dell’Europa sono fortemente
determinate dal feudalesimo, che ha origini medievale ma che ha una durata millenaria,
così le leggi, la giurisprudenza in età moderna sono eredità del medioevo, se non
addirittura del diritto romano.

Lo stato moderno nasce in Europa a partire dal XIX secolo, e si considera come la
base per l’organizzazione della vita collettiva nei popoli civilizzati.
- Esso si configura come un organismo politico dotato di piena sovranità in un luogo e su
un determinato popolo, in quanto detiene il monopolio per il legittimo uso della forza, sia
all’interno, per regolare i rapporti sociali; sia all’esterno del territorio, nei confronti degli
stati esterni.
-Si definisce ‘’stato di diritto’’, ossia che regola la società secondo un ordinamento
uniforme, fondato su norme astratte, generali e impersonali, cioè che persegue la legge in
maniera neutrale.
-Dall’inizio del 1800 lo stato moderno, assume anche il carattere di stato nazionale,
ovvero l’organizzazione di stato che riguarda una popolazione che ha sviluppato e
maturato la consapevolezza della propria identità comunitaria, basata sulla condivisione
di una serie di codici comuni: etnici, linguistici, culturali.
-Questo tipo di Stato è sorto storicamente dalla Rivoluzione francese, la quale stabilì
l’uguaglianza giuridica di tutti cittadini tramite la proclamazione della repubblica, la
quale diede l’impulso decisivo alla nascita della moderna idea di nazione, che ha dominato
il panorama politico dell’età contemporanea.
Sebbene l’accezione di stato moderno si consolidi nel corso dell’800, già nei secoli
precedenti, si osservò una preconfigurazione; a partire dal 1500 infatti l’avvento
dell’Umanesimo condusse l’uomo al raggiungimento della consapevolezza del proprio
ruolo nel mondo, e pertanto una liberazione dalle catene ideologiche imposte dalla chiesa.
Fu una concezione che si riversò anche in ambito politico, quando per dimostrare la
potenza del potere monarchico negli stati europei, i sovrani decisero di imporsi
sull’autorità ecclesiastica, limitandone i privilegi e le libertà, e rivendicando i diritti in
materia di religione: ius circa sacra.
Le monarchie europee furono spinte alla limitazione del potere ecclesiastico, anche per
ragioni di interesse economico, infatti videro in tale gesto la possibilità di ricavare un
contributo, confiscando le proprietà della chiesa, che fino a quel momento, aveva
detenuto il monopolio della proprietà fondiaria.
L’esigenza di limitare e controllare il potere della Chiesa fu una componente
imprescindibile del processo di rafforzamento del potere monarchico e della struttura
statale.

La riforma protestante e la rottura dell’unità

religiosa in Europa

La riforma protestante è un momento fondamentale nella storia europea, perché rompe


l’unità religiosa che aveva connotato l’Europa sin dalla diffusione del cristianesimo, come
conseguenza dello scisma d’Oriente e d’Occidente nel XI secolo: Nel 1054 si assisté ad una
divisione tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa orientale, unificate
precedentemente da un unico credo cristiano promulgato come religione ufficiale per
ordine dell’impero romano; un credo tanto esteso geograficamente da incontrare in
maniera inevitabile alcune divergenze di opinioni, linguistiche, culturali e teologiche, a
seconda del luogo di professione. La Chiesa cattolica romana era centrata a Roma e aveva
una forte leadership centrale, mentre la Chiesa ortodossa orientale era costituita da
cinque patriarcati (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Mosca) con
una leadership più decentralizzata. Inoltre, la Chiesa cattolica romana utilizzava il latino
nella liturgia, mentre la Chiesa ortodossa orientale usava il greco e altre lingue locali.
L'evento che portò allo scisma fu la cosiddetta "Controversia del filioque", la pratica che
promulgò la chiesa di roma aggiungendo il termine "filioque", letteralmente ‘’dal figlio’’
nel credo, affermando che lo Spirito Santo procedeva non solo dal Padre, ma anche dal
Figlio; tutto ciò senza confrontarsi con la chiesa ortodossa orientale, che non sostenne
tale ideologia, e discusse il problema dell’evidente gerarchia di potere a cui i 5 patriarcati
erano assoggettati dalla chiesa di Roma. Dopo una serie di conflitti, nel 1054 si assiste alla
scomunica vicendevole del Patriarca romano e del Patriarca ortodosso, tale che ne
conseguì la fine della comunione tra le due Chiese.

Nell’Europa del 1500, la religione era una dimensione così radicalmente potente e
pervasiva nella vita individuale e collettiva che, la rottura dell’unità religiosa, sconvolse
non solo la vita devozionale, ma politica, sociale, economica. Fu un evento che vide
conseguenze globali, in quanto tramite la colonizzazione, l’Europa riflette tali disequilibri
nei territori che stava conquistando; ad esempio l’America meridionale venne conquistata
dai portoghesi e dagli spagnoli ultracattolici, e ancora oggi permane la religione cristiana;
o l’America settentrionale, invece conquistata dagli olandesi e dagli inglesi, assume di
conseguenza un orientamento protestante.

La dimensione religiosa nel tardo medioevo è quindi il fondamento dell’esistenza degli


individui, poiché ciascun aspetto della vita è permeato dal cristianesimo. Addirittura il
tempo diurno veniva scandito tramite il suono delle campane, l’annuncio dei vespri e delle
preghiere del mattino; l’anno era strutturato secondo avvenimenti quali: Pasqua,
Quaresima, Avvento; il tempo nella vita dell’individuo organizzato secondo i sacramenti
religiosi come: Battesimo, Comunione, Cresima, Matrimonio ed Estrema Unzione.
Oltre il tempo, anche lo spazio cittadino è funzionale alla divinazione religiosa: la chiesa
parrocchiale è il cuore della città, monasteri e conventi che sorgono attorno scandiscono
anche i nomi delle strade e delle piazze.
La dimensione religiosa tardo medievale (400-500) era essenzialmente comunitaria, per
cui: le pratiche religiose come le preghiere, erano svolte in comunità e non privatamente; i
peccati non confessati intimamente al sacerdote, ma discussi al pubblico e pertanto,
espiati di fronte alla comunità; le discussioni tra membri della comunità mediate dalle
figure dei sacerdoti, eretti come garanti dell’ordine sociale.
I religiosi e gli ecclesiastici divennero figure di spicco, tale che era molto comune che i
giovani intraprendessero la via della monacazione, per ambire a comporre il clero; tale
clero - che ruotava attorno alla figura del parroco, si componeva circa di 20 ecclesiastici,
oltre ad altre figure legate alla chiesa che sebbene non avessero tutti e tre gli ordini
sacerdotali, godevano di privilegi ecclesiastici.
La professione religiosa era relativamente libera, a discrezione del parroco, che disponeva
la professione di pratiche che risultassero l’unione di alcuni dogmi fondamentali della
dottrina cristiana con tradizioni religiose popolari.

Negli ultimi anni del 400 si diffonde in Europa una forte inquietudine religiosa che si
manifesta tramite la presenza di un gruppo di profeti di sventura che annunciavano un
imminente apocalisse, la quale sarebbe potuta essere scongiurata solo tramite
l’epurazione del contesto religioso da tutta quella serie di ritualità tradizionali, che non
rispondono alla reale essenza del messaggio cristiano.
Questo profondo malessere affonda le proprie radici in un atteggiamento di distanza che i
fedeli adottarono nei confronti della chiesa di Roma, a causa dell’interesse che il clero
mostrò più verso questioni mondane che non spirituali; la stessa nomina papale viene
assegnata tramite l’imperatore, al pari di una carica politica; ciò condusse l’istituzione
ecclesiastica a raggiungere sempre più consensi, talvolta seguendo pratiche illecite, come:
- nepotismo, ossia quella tendenza da parte di papi e vescovi nel favorire parenti ed amici
(in particolare i nipoti);
- simonia, vale a dire la compravendita di beni sacri e di cariche ecclesiastiche;
- concubinaggio, le classiche amanti segrete tradendo l’obbligo del celibato.
Sono rintracciabili anche delle ragioni storiche alla base di questo allontanamento di
fedeli: nel corso del 400 la chiesa di Roma è fortemente indebolita a causa degli scismi di
cui fu protagonista, ultimo lo scisma di Avignone: La crisi ebbe origine in un contesto di
crisi e trasformazione dell'antico sistema feudale che non rispondeva più alle esigenze di
una società in rapido cambiamento. Sul piano politico il conflitto tra il re di Francia Filippo
il Bello e la chiesa di Roma che da molto aveva perso la sua centralità, papa Bonifacio VIII,
si inasprì nel tentativo di affermarsi come poteri assoluti; si aggiungevano allo scontro in
corso in Italia tra Papa e Imperatore, le lotte tra Guelfi e Ghibellini.
Tali tensioni condussero nel 1309 allo spostamento della sede papale da Roma ad
Avignone; ci vollero 70 anni prima che papa Gregorio XI facesse ritorno a Roma. Il suo
successore, Urbano VI, venne accusato dai cardinali francesi di aver ricevuto una nomina
illegittima; tale che nel 1378 questi ultimi elessero un antipapa che si stanziò ad Avignone,
Clemente VII, dando inizio allo scisma con due contemporanee successioni pontificie, che
divise la cristianità. Numerosi furono i tentativi di ricucire lo strappo: un concilio di Pisa,
indetto nel 1409, con l'intenzione di deporre i due papi antagonisti ed eleggerne un nuovo,
Alessandro V, peggiorò la situazione. Lo scisma fu ricomposto solo nel 1417 quando, a
seguito del concilio di Costanza, la cristianità si trovò unita sotto la guida di un unico
papa: Martino V.
Nonostante il concilio di Costanza non avesse negato l'autorità papale, questa ne uscì
profondamente indebolita, specialmente dal punto di vista economico, in quanto nel
momento in cui la sede papale si ristabilisce a Roma, si ritenne necessario investire
risorse economiche in eserciti e fortificazioni che potessero solidificare lo stato della
chiesa; a tale proposito vennero promosse figure di uomini di chiesa come vescovi e
cardinali, i quali operarono più a livello cortigiano, territoriale che non a beneficio della
chiesa. Celebre fu il tentativo di chiedere sostegno economico per costruire l’esercito a
servizio del clero romano, dal pregio tale da poter rivaleggiare con quello dei Medici, dei
Gonzaga. Ulteriore ragione del disfacimento economico dello stato della chiesa, deriva
dalla necessità di adornare architettonicamente le strutture ecclesiastiche, per
simboleggiare la potenza dell’istituzione: i palazzi romani, costruiti detraendo risorse
finanziarie ai fedeli, diventarono il centro del rinascimento italiano.
Questi anni tumultuosi raggiunsero l’apice tramite l’elezione di Alessandro Borgia VI,
padre di Lucrezia e Cesare nonostante l’obbligo di castità, principe di vari ducati
romagnoli sebbene fosse noto come cariche politiche ed ecclesiastiche non dovessero
congiungersi, ed esempio calzante di un nepotismo sfrenato: sembrò essere il primo
responsabile della corruzione in ambito ecclesiastico, tale che dal suo atteggiamento
intollerabile ne risultarono numerose posizioni anticlericali. Ciò che veniva richiesto alla
chiesa fu l’adozione di una religiosità più intima, sincera ed essenziale e lontana dalla
formalità alla quale richiamano all’attenzione le gerarchie ecclesiastiche.
L’esponente che manifesta in maniera più importante e chiara di questo bisogno è Erasmo
da Rotterdam, un agostiniano olandese di formazione umanista, per cui studioso di greco,
ebraico e latino; per la sua attività di filologo gli si riconosce il merito di aver tradotto
varie fonti del nuovo testamento ed editato una nuova versione in latino. Fu una figura che
venne intesa da molti fedeli come una guida spirituale, in quanto sostenne la necessità di
riforma religiosa e morale, propose una stretta aderenza alle norme dettate
originariamente nel vangelo, per eludere alla corruzione che la chiesa aveva creato nel
corso dei secoli. Il suo atteggiamento pacifico gli consentì di non entrare mai in disputa
con la chiesa, di non subire mai censura. Per certi aspetti il suo messaggio è precursore del
messaggio di Lutero anche se ne prende le distanze.

La vicenda di Lutero va vista come un tentativo di riforma dall’interno della chiesa in


ragione dei bisogni spirituali avvertiti dallo stesso; fu una conversione interiore che ha
coinvolto tanti fedeli e ha portato a effetti politici e culturali.
Lutero nacque in Germania nel 1483, venne educato in una famiglia di rigidissima
impostazione cattolica, che lo condusse ad abbracciare la strada della monacazione, tale
che a 22 anni divenne frate agostiniano e docente di sacra scrittura presso l’università di
Wittenberg, un ruolo che gli consentì appieno di comprendere il significato critico delle
sacre scritture. Egli fu una personalità molto complessa, tormentato dalla propria
inadeguatezza di infedele rispetto all’immensa bontà divina, ossessionato dal pensiero
che qualsiasi sacrificio potesse fare, non avrebbe colmato quella distanza tra la sua
miseria e la perfezione divina, ragione per cui si sentì condannato alla dannazione eterna.

La prima rivoluzione che applicò Lutero in ambito religioso riguardò l’opposizione alla
vendita delle indulgenze; una pratica che introdusse la chiesa cattolica che consisté nel
promettere la salvezza dell’anima in cambio del pagamento di una quota, tale campagna
veniva sintetizzata dal motto: “per ogni soldino che entra nella cassetta, un'anima sale in
cielo benedetta”, come se bastasse una donazione per sollevarsi dal peso di quelle angosce
che molti fedeli avvertivano, ma era inefficace. Tale prassi in Germania veniva affidata ai
banchieri, i quali furono soliti rilasciare il cosiddetto ‘’certificato di salvezza’’, o, rispetto
la quota versata degli ‘’sconti di pena’’ per la permanenza in purgatorio.
Lutero tentò di risolvere tale questione con la lettura letterale delle sacre scritture, in
particolare in una lettera di San Paolo ai romani, in cui si diceva “il giusto vivrà per fede”,
ovvero il giusto avrà vita eterna grazie alla fede in Dio: non le opere, ma la forza della fede
condurranno alla salvezza. Quest’interpretazione, passata alla storia come principio di
sola fede, capovolge completamente la costruzione teologica sulla quale si basava il potere
e la funzione del ministero della chiesa: se i cristiani si salvano solo grazie alla fede, allora
la mediazione esercitata dalla chiesa viene abbattuta, azzerata con una sola frase (non è
più necessario che la chiesa provveda all’espiazione dei peccati tramite la richiesta di
quote o digiuni punitivi, ma è lo stesso fedele che salva la propria anima tramite una
profonda e sincera adorazione di Dio).
Andando avanti nella sua elaborazione teorica, Lutero afferma il principio di sola
scrittura, ovvero la nozione per cui le sacre scritture sono tali da intendere le uniche fonti
di verità, la rivelazione è iniziata e conclusa con la sacra scrittura, perciò tutti i dogmi che
ha autonomamente creato la chiesa di Roma, sono da ritenersi privi di fondamento.

Sola Gratia, Sola Fide, Sola Scriptura divennero i principi essenziali della sua filosofia
protestante, di cui egli stesso si fece sostenitore tramite l'affissione di 95 tesi sulle porte
della cattedrale di Wittenberg il 31 ottobre 1517: 95 punti in cui -in particolar modo-
condannava la pratica delle indulgenze e ogni tipo di corruzione da parte della chiesa di
Roma e del papa Leone X, proponendo una serie di principi riformatori.
La reazione del papa non si fece attendere, e lo scomunicò; tuttavia, egli rispose bruciando
la bolla papale contenente proprio la sua scomunica. Tale gesto fece molto scalpore,
attirando diverse simpatie ma soprattutto diede il via a un movimento che verrà poi
chiamato riforma protestante, avente sostanzialmente 3 principi fondamentali:
1- l’uomo si salva soltanto attraverso la fede in Dio e NON attraverso le opere buone
2- libera lettura della Bibbia: tutti i cristiani dovevano poter leggere e interpretare la
Bibbia da soli, senza più la mediazione dei preti, tutt’al più tramite un’esemplificazione
dei concetti da parte dei pastori durante le assemblee; tra l’altro, essendo scritta in latino,
per facilitare la comprensione al popolo venne tradotta in varie lingue volgari
germaniche, e ciò contribuì in maniera diretta all’alfabetizzazione del popolo nel nord
Europa, anche grazie all’esortazione che propose Lutero di leggere la Bibbia nel chiuso
delle proprie abitazioni quotidianamente.
Bisogna sottolineare anche il fatto che le idee di Lutero erano circolate in tutta la
Germania molto velocemente grazie all’invenzione della stampa, avvenuta nella metà del
400 con Gutenberg (furono stampate numerose copie delle 95 tesi anche a mò di fumetto).
Ricordiamo invece come nei territori cattolici, che facevano riferimento alla chiesa di
Roma (Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Francia) l’unica lettura della Bibbia consentita
fu la traduzione in latino della Bibbia di San Girolamo risalente al V sec. d.C. A causa di ciò
il popolo analfabeta, tentò di produrre alcune versioni in volgare, che vennero tutte messe
al rogo. Per Roma la Bibbia può essere letta ai cristiani solo sotto la guida del sacerdote,
legittimo ed unico interprete della Sacra Scrittura. L’unico metodo di esemplificazione
della parola biblica veniva fornito ai fedeli romani tramite la produzione di dipinti e
affreschi all’interno delle chiese, per questo l’arte pittorica del 500 viene anche
soprannominata ‘’la Bibbia dei poveri’’.
3- Sacerdozio universale: ognuno è sacerdote di se stesso, non sono più necessari i preti
mediatori tra Dio e l’uomo, piuttosto vi è un rapporto diretto e quindi, la struttura
gerarchica della chiesa (vescovi, cardinali) NON è legittima, non si riconosce nemmeno
più l’autorità del papa. Gli stessi sacramenti da 7 erano stati ridotti a 2: battesimo ed
eucaristia (ossia quelli istituiti direttamente da Cristo).
Nacquero nuove figure, tra cui i pastori, ossia sacerdoti con la differenza che possono
sposarsi e avere figli (non hanno obbligo celibato) e sono sì una guida spirituale ma non
sono depositari della volontà di Dio, non sono intermediari. Le immagini della Madonna e
dei santi non sono più oggetti di venerazione (le chiese appaiono all’interno più spoglie).

- Il ruolo della stampa


Il successo del pensiero luterano è veicolato anche dalla diffusione dei primi sistemi di
stampa attorno al 1450, nelle regioni limitrofe a quelle in cui visse Lutero, come Magonza,
Augusta, Norimberga. I primi stampatori brevettarono una tecnica di stampa a caratteri
mobili, tramite delle incisioni su metallo riprodotte su fogli di carta; Lutero approfittò di
tale sistema per produrre degli scritti brevi e ricchi di immagini, cosicché i pochi capaci di
leggere, potessero riportare i contenuti pubblicamente, aiutandosi dalle vignette che
accompagnavano i testi.
Gutenberg e i suoi colleghi stamparono per la prima volta nella storia la Bibbia nel 1450,
un testo che, estremamente pregiato, richiese costi e tempi di lavorazione enormi. Molto
più diffusi furono le stampe più snelle in lingue volgari, di massimo 8 pagine, create
essenzialmente con la funzione di riportare eventi quotidiani, o brevi descrizioni di
battaglie, miracoli, santificazioni; come fossero predecessori delle gazzette. L’invenzione
della stampa pertanto, modificò totalmente il modo di vivere l’attualità e l’ambiente
circostante: mentre prima le notizie quotidiane erano veicolate dal chiacchiericcio nei
mercati, o attraverso avvisi manoscritti, il cui margine di errore nel testo era
estremamente alto, la stampa consente di fruire le notizie in modo molto più veloce, e
servendosi di un testo più stabile. Ciò comunque non condusse all’abbandono della forma
manoscritta in Europa, semplicemente venne rilegata ad altri contesti.
La diffusione della stampa nel resto d’Europa modifica, oltre che la conoscenza della
cultura e delle scienze, anche la percezione degli spazi geografici: il mondo sembra essere
più vicino.

- La censura
Nel XVI secolo la diffusione delle stampe in Europa, viene di prassi sottoposta a controlli
di censura repressiva da parte di meccanismi censori adoperati dalle istituzioni secolari,
molto attente a verificare se tali pubblicazioni risultassero aderenti alle norme statali ed
ecclesiastiche. La pratica censoria prevede prima una fase preventiva: per autorizzare la
diffusione di un testo stampato era necessaria l’autorizzazione delle autorità
ecclesiastiche e secolari (quindi sia del vescovo che delle autorità delegate dal sovrano);
segue una fase repressiva, veicolata tramite controlli di polizia e forze armate al servizio
della chiesa e dello stato, i quali si assicuravano che i libri in circolazione avessero il “sì
stampi”.
Nel 500 a causa della riforma luterana, la censura ecclesiastica divenne preponderante
rispetto alla censura statale, per cui spettava in ultima istanza alla chiesa l’approvazione
delle stampe. Tale fenomeno incontrò negli anni 30 del 500, fino alla seconda metà del
600, il suo apice, tramite la promulgazione dell’indice dei libri proibiti con l’intento di
bloccare la diffusione di opere potenzialmente eretiche, e redarre un elenco dei libri che
ciascun cristiano, degno di essere tale, non dovesse né possedere né tantomeno leggere; in
caso contrario, i rivoltosi sarebbero stati passibili di pena e processo (l’indice dei libri
proibiti viene ristampato fino al 1966 , dopodiché venne abolito dal concilio vaticano).
La censura statale vide una rivalsa su quella ecclesiastica solo nel corso del 700, quando
per volontà dei sovrani europei, iniziarono a circolare delle stampe che avessero come
oggetto di interesse la critica di alcuni dogmi cattolici, o dei privilegi vescovili. Tale
fenomeno favorì la maturazione dell’opinione pubblica, che raggiunge il suo apice di
libertà nella società borghese dell’800; i testi e le idee innovative, poiché sottoposti a
continui controlli, iniziano ad essere discussi in piccoli circoli di letture clandestine già a
partire dal 1500, che alla lunga si evolvono nei caffè, ovvero luoghi in cui si discute della
critica del potere, della libertà del diritto di parola.
In periodi coevi, tra l’altro, la diffusione della stampa è un fenomeno che favorisce in
Germania, nel Sacro Romano Impero, la nascita di un primordiale servizio postale. Tale
servizio, gestito dalla famiglia Taxis in qualità di corrieri, provocò in maniera diretta una
creazione di una rete di trasporti, lungo la quale la posta avrebbe più facilmente potuto
viaggiare; ragione per cui, vi è un interdipendenza tra evoluzione della stampa e sviluppo
dei sistemi di comunicazione dei trasporti.
La redazione dell’indice dei libri proibiti comunque non fu funzionale nell’eliminare
totalmente la critica che l’opinione pubblica sviluppò nei confronti dell’autorità
ecclesiastica; allora se da una parte la chiesa svolge un’attività repressiva della stampa,
dall’altra parte se ne serve come fondamentale mezzo di comunicazione, tramite le
immagini per fini propagandistici per promuovere se stessa. La stampa assume in
quest’ottica un ruolo di autodifesa per condizionare il popolo.
La stessa tecnica venne utilizzata da Lutero e i suoi seguaci: spesso venivano proposte
immagini forti dei papi e dei cardinali ecclesiastici, i quali vengono dipinti come demoni,
bestie, come incarnazione del male, affiancati poi a opuscoli di piccola dimensione nel
tedesco parlato; in maniera tale che la facilità del linguaggio e la suggestione suscitata
dalle immagini, fosse funzionale a raggiungere grandi quantità di persone -infatti in
pochi anni il luteranesimo diviene la religione ufficiale del Sacro Romano Impero.
Ad aderire al messaggio luterano vi furono in primis i nobili e i principi del S.R.I., i quali
sebbene sudditi del Sacro Romano Imperatore, avevano facoltà di gestire i propri
principati in maniera autonoma: sebbene il titolo dell’imperatore fosse superiore, la sua
carica ebbe all’interno delle autorità territoriali autonome (ducati, principati), un potere
solo nominale, formale.
Il sacro romano impero era costituito da 200 territori tra ducati, principati, contee, città
libere; e Lutero e i suoi seguaci cercano di far arrivare il loro messaggio, che a volte viene
percepito e altre volte contestato. Dunque, i signori feudali aderiscono al luteranesimo tra
cui i duchi, marchesi, conti, principi ecc. alcuni lo fanno per un’intima convinzione, altri
per convenienza, altri per entrambi. La convenienza è che il messaggio di Lutero distrugge
l’autorità della chiesa, ma indebolisce anche l’autorità dell’imperatore; quindi, per i
signori territoriali, essa poteva rafforzare il loro compito e la loro posizione nei confronti
dell’imperatore e delle istituzioni ecclesiastiche sul territorio. Vengono confiscati i beni
della chiesa e dei monasteri che prendono i signori, i quali, quindi, si arricchiscono. Ci
riferiamo alla nobiltà titolata, che esercitava poteri di sovranità di questi territori e che
diventano detentori di enormi ricchezze e poteri e molti di essi aderiscono al
luteranesimo. Lutero ha una grande sponda nella più grande sponda sociale.

- Conseguenze a livello politico


L’imperatore del S.R.I., Carlo V d’Asburgo, iniziò a comprendere che la riforma protestante
luterana avrebbe potuto scatenare conseguenze a livello politico, in quanto la
frammentazione religiosa nei territori sotto il suo dominio (Austria, Spagna, Paesi Bassi,
Borgogna e Germania), avrebbe inevitabilmente condotto ad una instabilità politica:
pensare che nei propri territori possano convivere fedi diverse, significa accettare l'idea
che di lì a poco l'edificio politico crollerà. Egli non fu un sovrano ultracattolico alla
maniera tradizionale, non seguì quel fanatismo cristiano comune in quel periodo; anzi si
ricorda per essere una figura estremamente critica nei confronti della chiesa di Roma e
delle forme che la religiosità stava assumendo negli ultimi decenni; tuttavia comprese
come l’unità religiosa fosse la chiave per garantire la solidità di un impero.

Carlo V è uno dei principali personaggi politici dell'Europa moderna. Nasce nei Paesi Bassi,
a Gand, ed è erede di una serie di famiglie reali: dal ramo paterno, quella degli Asburgo,
dalla quale eredita la corona imperiale e il ducato di Borgogna, che comprendeva talvolta i
Paesi Bassi; dal ramo materno è erede diretto dei re di Castiglia ed Aragona, infatti sarà re
di Spagna, quindi del sacro romano impero e della corona di Castiglia.
Egli ha una formazione culturale e religiosa molto particolare: è un re poliglotta, causa le
sue origini miste, che lo conducono allo studio di diverse lingue straniere. Nella gioventù
si formò nei Paesi Bassi seguendo una religiosità di tipo erasmiano, cioè la devotio
moderna, ossia una devozione essenziale, misurata, lontana dal formalismo e dalla
precettistica verso cui si era orientata la chiesa di Roma. Fu un uomo di grande cultura, ed
estrema sensibilità nei confronti delle istanze di rinnovamento in ambito religioso, che
animarono le popolazioni sotto il suo dominio; ciò nonostante non poteva permettere che
ciò fosse motivo di divisione.
A tale proposito, dal 1520 in avanti, convoca varie volte delle assemblee di vescovi, teologi,
principi, delle diete per trovare una soluzione allo scisma religioso che si sta producendo:
non sempre questi ultimi ebbero esito positivo.
Nel giro di qualche anno, la Riforma si era trasformata da movimento di contestazione
religiosa in movimento di contestazione sociale e politica, che dette luogo ad alcune
rivendicazioni di tipo sociale (come la "Rivolta dei cavalieri", "Ritter Krieg", nel 1522-23 e
la Guerra dei contadini tedeschi tra il 1524 e il 1526); a questo si aggiungevano le pretese
dei principi tedeschi, i quali aderirono alla Riforma in funzione anti-imperiale (per
consolidare le loro posizioni all'interno dell'Impero e dei propri territori, contro il disegno
di accentramento politico di Carlo V). Nel 1530, per pacificare le parti, convocò la Dieta di
Augusta, nella quale si confrontarono i cattolici e i luterani. I quali presentarono la
"Confessio Augustana”, scritta per trovare una sistemazione ai fondamenti della fede
luterana, che fu rigettata dai cattolici. Allora Carlo V confermò l'Editto di Worms del 1521,
e la scomunica dei luterani. Per contro, questi nel 1531 strinsero un'alleanza militare, la
Lega di Smalcalda, per cui vennero così a formarsi due fazioni religiose nell'Impero: una
cattolica e una protestante.

La prima rottura (dieta di Worms) si osservò nel 1520-21, quando gli emissari di Carlo V
tentarono di costringere Lutero all’abiura, nella promessa di applicare una sorta di
riforma sulla base dei suoi dogmi, sebbene più misurata; egli, perfettamente consapevole
di godere dell’appoggio della nobiltà e del popolo, si rifiutò di rinnegare le proprie tesi.
L’imperatore ed il papato risposero mettendo il monaco al bando, ed incentivando tutti
coloro che avessero contribuito ad ucciderlo. E’ in questo momento della storia che la
nobiltà tedesca si inimica tutti coloro che sono rimasti fedeli alla chiesa di Roma e
all’imperatore; in particolare il principe Federico di Sassonia, che finse di rapire Lutero,
per nasconderlo nel suo castello (dove L. iniziò la traduzione della bibbia in tedesco)
1522 -1526:
Le tensioni iniziarono a provocare delle rivendicazioni sociali, che sfociarono
direttamente nella rivolta dei cavalieri, in cui un gruppo della piccola nobiltà dei
principati tedeschi, iniziò a reclamare i propri diritti su papato ed impero. Tale scontro fu
molto breve, ma ispirò ugualmente la rivolta dei contadini (il loro rapporto con i Signori
Feudali era regolato da un “patto”, ma l’espansione del mercato e l’aumento dei prezzi
dei prodotti agricoli stava spingendo molti signori ad alterare gli accordi), guidati dal
predicatore Thomas Muntzer, avanzarono delle richieste scritte nei 12 articoli della
contadineria, attraverso i quali protestavano contro le usurpazioni compiute a loro danni
dai signori feudali, e chiedevano il rispetto delle parole del vangelo (i rapporti sociali
all’epoca erano regolamentati dalla parola della Bibbia; e poiché in tale non si cita nulla
circa l’esistenza di gerarchie sociali o classi sottomesse, i contadini iniziano a ribellarsi
della loro posizione subordinata, avvalendosi della parola del vangelo); tuttavia non
furono accettate dai grandi nobili e a quel punto, senza un compromesso si passò alla lotta
armata. I contadini invocarono Lutero, ma egli rifiutò di cedere il proprio appoggio; sia
per motivazioni di natura ideologica (infatti Lutero non prendeva alla lettera le parole
delle Sacre Scritture, per cui non era contro la formazione di questi strati sociali, poiché li
intendeva come semplice volontà divina), sia per ragioni di convenienza, per la paura di
perdere l’appoggio dei principi tedeschi, che furono i principali sostenitori della causa
luterana. Allora egli addirittura esortò a ‘’colpire, scannare, massacrare in pubblico o in
segreto i contadini’’, per cui fu un conflitto sedato nel sangue (100 mila morti).
1526-1529: le due diete di Spira;
nella prima istanza l’imperatore Carlo V convocò tale dieta, presieduta da suo fratello
Ferdinando, perché si rese conto che l’esecuzione dell’editto di Worms (che metteva al
bando Lutero e tutti i suoi scritti con condanne a morte e la sanzione della confisca di ogni
cosa, come ad esempio una macchina da stampa, che si trovasse in loro possesso) fu
impraticabile, causa gli irrefrenabili consensi di cui egli poté godere da parte dei principi
protestanti; da ciò ne conseguì la momentanea sospensione, e perciò un avanzamento del
luteranesimo. La seconda dieta di Spira invece, venne convocata per contrastare le
decisioni della prima dieta e riaggiornare la validità dell’editto di Worms. Essa portò alla
Protesta di Spira da parte dei Principi tedeschi, spaventati dalla possibilità che
l’indebolimento del luteranesimo, che stava cercando di procurare l’imperatore, avrebbe
significato la restituzione dei feudi ecclesiastici, di cui poterono impossessarsi contando
sulla debolezza di Carlo V che aveva procurato la riforma. Da tale protesta presero poi il
nome le Chiese "protestanti".
1530: Dieta di Augusta, convocata nella speranza di confronto tra i cattolici e i luterani;
questi ultimi presentarono la "Confessio Augustana”, ovvero la prima esposizione dei
dogmi del protestantesimo, scritta per trovare una sistemazione ai fondamenti della fede
luterana, che fu rigettata dai cattolici di Carlo V.
Questa situazione condusse i principi tedeschi a legarsi tramite un’alleanza, nella Lega di
Smalcalda, dal nome della città in cui venne istituita, nel 1531. Lo scopo principale era far
fronte alla politica religiosa dell'imperatore cattolico Carlo V.
In antitesi con la Lega di Smalcalda, venne fondata a Norimberga la Lega cattolica con il
fine di contrastare la crescente diffusione del protestantesimo nell'impero. Tuttavia, la
Lega Cattolica non fu mai militarmente attiva e esistette solo dal 1538 al 1539.

In varie occasioni Carlo V tentò di pacificare le controversie nella questione luterana, ma


la resistenza esercitata dai principi tedeschi, e il rifiuto del papato nel convocare un
concilio per attenuare i contrasti, resero impossibile risolvere il divario; e ciò condusse
inevitabilmente ad un avanzamento del luteranesimo e il rafforzamento della lega di
Smalcalda, che negli anni successivi alla sua istituzione, fu capace di espandere
continuamente il proprio potere e di attrarre ulteriori membri; fin quando nel 1547 Carlo V
riuscì a lanciare il decisivo contrattacco militare e annientare la lega nella battaglia di
Mühlberg. Alla completa vittoria di Carlo V sul piano militare, corrispose tuttavia
un’espansione della frattura causata dalla riforma protestante nelle terre tedesche: il
compromesso stipulato fra luterani e cattolici (il cosiddetto Interim di Augusta, dal latino
interim, significa frattanto, ovvero nel frattempo della pace di Augusta) non fu infatti
sufficiente a sedare il malcontento all’interno dell'Impero. Una nuova serie di rivolte e la
constatazione dell'impossibilità di imporre a tutto l'Impero una fede unificata, portarono
pertanto Carlo a stipulare nel 1555 la Pace di Augusta, che sancì definitivamente la
divisione religiosa del Sacro Romano Impero (una parte cattolica e una protestante) e la
fine del sogno di una monarchia universale riunita sotto la tutela del cattolicesimo
romano.
La pace di Augusta si fondò essenzialmente su due principi:
- CUIUS REGIO EIUS RELIGIO, ossia DI CHI E’ LA REGIONE, DI LUI SEGUA LA RELIGIONE:
l'obbligo per i sudditi di seguire la confessione religiosa del proprio sovrano; in caso
contrario, si fu costretti all’emigrazione.
I 2⁄3 dell'impero passarono dalla parte dei protestanti, un’altra parte invece rimase
cattolica. Il protestantesimo si diffonderà soprattutto nel nord europa: in Scandinavia,
Danimarca, ma anche in altri paesi dove prenderanno diversi nomi: i calvinisti in Svizzera,
ugonotti in Francia, puritani in Scozia; invece l’Italia, la Spagna, gran parte della Francia e
dell’Austria resteranno cattolici, legate alla chiesa di Roma.
-RESERVATUM ECCLESIASTICUM, cioè Riserva Ecclesiastica, una norma che
regolarizzava la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, cioè il passaggio di proprietà dei
beni ecclesiastici al patrimonio personale di un vescovo cattolico, che avrebbe deciso di
passare al luteranesimo. Se tale conversione fosse avvenuta prima del 1552, tali beni
sarebbero rimasti di proprietà del curato protestante, in caso contrario oltre tale data, i
beni secolari sarebbero stati restituiti alla chiesa cattolica.

Nei territori dell’impero romano l’imperatore Carlo V, sarà costretto a riconoscere la


dissoluzione dell’unità religiosa, che aveva inseguito per tutta la vita; e ciò condusse in
maniera diretta al crollo dell’edificio politico e l’abdicazione di Carlo V, a favore del
fratello Ferdinando I al quale cederà la corona imperiale, e del figlio Filippo II al quale
andrà la corona di Spagna in tutti gli edifici spagnoli. Si profilano allora due rami della
famiglia d’Asburgo: gli Asburgo d’Austria, che diventeranno titolari del sacro romano
impero per i successivi due secoli e mezzo; e gli Asburgo di Spagna.

Le riforme originate da Lutero

Le posizioni luterane circa la religione divisero il panorama ideologico del 500: da una
parte emersero pensatori che tradizionalmente conservarono il pensiero della chiesa
cattolica, dall’altra vi furono ideologi che sulla base del luteranesimo, crearono riforme
analoghe. Tra le figure che più apertamente si schierarono contro Lutero, emerge Erasmo
da Rotterdam, tramite la pubblicazione di un opuscolo intitolato “de libero arbitrio”, in cui
il monaco agostiniano venne attaccato per la sua concezione pessimistica dell’uomo e
della vita. Erasmo ritiene pericolosa la circolazione del pensiero per cui l’uomo ha un
ruolo passivo nel mondo e per la sua salvezza, perché ciò avrebbe spinto l’umanità a non
curarsi della propria morale; pertanto giudicava utile la confessione ed il dialogo con i
preti, figure che Lutero ripudia, in maniera tale che la parola di Dio, da loro professata,
avrebbe allontanato i peccatori dal male. La posizione di Lutero circa questa critica emerse
in “de servo arbitrio”, in cui egli promuove che venga fornita la verità al popolo, senza
timore che possa abusarne.
L'ostinata volontà di Erasmo di non rompere con Roma non ebbe un esito felice: da un lato
fu accusato dai protestanti di non aver saputo gestire le conseguenze della sua proposta
riformatrice della chiesa di Roma, in quanto egli propose un’epurazione del contesto
religioso tramite un ritorno alle fonti originali del cristianesimo; dall'altro egli venne
considerato, proprio a causa di tali proposte, come uno dei fondatori ideologici della
riforma luterana, per cui per Roma fu sempre un eretico.

L’esigenza di riformare il contesto religioso venne avvertita anche oltre i confini del Sacro
Romano Impero; allora emersero figure di riformatori che si ispireranno ai princìpi
protestanti in maniera parziale o interamente autonoma. Tra le nuove confessioni
religiose che avranno successo in Europa, ricordiamo quella di Huldreich Zwingli:
canonico e riformatore della cattedrale di Zurigo, il quale ispirandosi ai dogmi della
riforma, riorganizzò la vita religiosa e politica.
La prima differenza con Lutero riguarda l’invalidità di tutti e 7 i sacramenti: Lutero
riconobbe solo quelli che trovano il loro fondamento nel racconto evangelico, cioè il
battesimo e l'eucaristia; Zwingli, in quanto convinto umanista e conoscitore del greco,
analizzò il verbo ‘’essere’’ all’interno delle antiche traduzioni delle sacre scritture, e
osservò come il suo significato, fosse più vicino a ‘’rappresentare’’; ragione per cui, la
traduzione effettiva del passaggio che riguarda la comunione, dovrebbe essere ‘’ciò
rappresenta il mio corpo’’, per cui non si fa altro che commemorare un gesto irripetibile
commesso da Gesù. Non c’è più un rinnovamento della transustanziazione, cioè della
trasformazione del pane e del vino che ingloba il sangue di Cristo, ma è solo una
commemorazione; ragione per cui Zwingli rinnega anche tali sacramenti.
L'altro aspetto importante della riforma di Zwingli, rispetto a quella di Lutero, è la stretta
compenetrazione tra la sfera politica (o civile) e la sfera religiosa. Egli si adoperò
socialmente ad esempio, tramite la creazione di una “cassa” municipale per l’assistenza
ai poveri, di un tribunale dei costumi e di una scuola di studi biblici (in questo aspetto si
differenzia dalla Riforma di Lutero che si è mantenuto estraneo alla sfera politica). Sulla
base di tali princìpi, Zwingli presentò i suoi 67 articoli di fede al consiglio della città, che
furono approvati e adottati a fondamento della Dottrina Zurighese. Fu tale la sua
partecipazione alla vita politica, che morì pochi anni dopo l’approvazione della sua
riforma, quando Zurigo venne attaccata da un esercito di cattolici.

Le sue ideologie saranno sviluppate da un altro riformatore francese, che opera in un


territorio contiguo a quello di Zwingli, ovvero Ginevra.
Jehan Cauvin, noto in Italia come Giovanni Calvino, fu un umanista e teologo francese.
Per sfuggire dalle persecuzioni in Francia, si rifugiò a Ginevra (la Svizzera si era già resa
indipendente dall’impero germanico e accoglieva questi esuli religiosi da tutta Europa) ed
iniziò a riformarla gradualmente, sviluppando un’ideologia autonoma rispetto a quella di
Lutero.
La dottrina calvinista si distacca da quella luterana innanzitutto per la fortissima
compenetrazione tra sfera civile e religiosa: nella Ginevra di Calvino, allo stesso modo che
nella Zurigo di Zwingli, le autorità civili sottostanno ai dettami delle autorità religiose, per
cui la vita deve essere intesa come lo specchio della dottrina cristiana, la società deve
necessariamente obbedire ai dettami delle leggi che regolano l’ordine celeste; l’abolizione
di tutti i sacramenti; un altro elemento, che funge da perno del pensiero calvinista è la
dottrina della predestinazione: vale a dire, la teoria per cui si creda che Dio abbia già
scritto il destino di ogni uomo, già conosca il cuore, l’anima, le inclinazioni della persona,
ancor prima che nasca.
Secondo tale teoria il fedele non è artefice del proprio destino, non può nulla contro la
volontà divina, nemmeno abbandonarsi alla fede come aveva sostenuto Lutero;
nell’incertezza del proprio destino, gli uomini però possono utilizzare le proprie capacità,
ricevute da Dio, per realizzare i suoi disegni. Si può avere una prova della benevolenza
divina guardando il successo economico della persona: se quest’ultima è ricca, ha
successo nel lavoro e negli affari, è una figura di spicco nella vita mondana, ciò sarà
indicatore della benevolenza divina, ma non della sua propria dedizione.
Quindi il fedele calvinista assume un forte attivismo, per dimostrare già di essere stato
salvato da Dio, secondo i suoi progetti originali. Chiaramente, da tale idea, il popolo era
fortemente incentivato ad avere successo nel mondo lavorativo; difatti si parla di ascesa
intramondana: un comportamento analogo a quello ascetico dei monaci, ma a differenza
di loro, non rilegata ad una sfera interiore isolata, piuttosto che si realizza all’interno
della comunità, nella sfera pubblica. E’ una vita attiva che si pratica non per godere del
successo, ma per avere la certezza di essere destinati alla vita eterna e si accumulano
ricchezze non per godere dei beni, ma perché è segno che Dio è stato benevolo con noi.

Il calvinismo ebbe abbastanza successo, diffondendosi non solo in Svizzera, ma anche ad


esempio in Francia, laddove i calvinisti verranno chiamati Ugonotti (subiranno diverse
persecuzioni in Francia, la più famosa è la notte di san Bartolomeo nel 1572); in
Inghilterra e in Scozia con il nome Puritani, costretti a un certo punto ad emigrare negli
Stati Uniti, per sfuggire alle persecuzioni religiose in Gran Bretagna (Mayflower: nave che
trasportava i pellegrini); in Ungheria, raggiungendo quasi il 50% della popolazione e nei
Paesi Bassi (nelle regioni dell’attuale Olanda e Belgio), occupati ad osteggiare il
cattolicesimo forzato imposto dalla Spagna.
La diffusione del calvinismo in vaste aree europee, viene spiegata dal filosofo Max Weber
nel saggio ‘’L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo’’, sostenendo appunto che il
Calvinismo ebbe maggiore diffusione in quanto i suoi principi, come la santificazione del
lavoro, andavano di pari passo con lo sviluppo di una società capitalista: il fatto che il
fedele calvinista per dimostrare la sua predestinazione alla salvezza, fosse condotto ad
impegnarsi nella sua vita lavorativa, e di conseguenza accumulare ingenti ricchezze da
reinvestire in ambito lavorativo, corrisponde per Weber al meccanismo psicologico alla
base della mentalità capitalistica che si affermerà nelle società europee del 700 e 800.
Tali ricchezze nelle società calviniste, non andavano sperperate, non andavano esposte
come traguardi, ma conservate con sobrietà, e poi reinvestite in contesti lavorativi, come
un ciclo ininterrotto.

Lo spirito attivistico dei calvinisti, li conduce a ritenersi una versione rinnovata del popolo
eletto di Israele, che spesso minacciato da altri popoli, riesce sempre a sopravvivere e
trovare la libertà grazie alla fede e alla stretta attinenza alla parola di Dio nella Bibbia.
Questa fortissima convinzione, unita alla partecipazione attiva nella sfera pubblica e
politica, condusse i calvinisti, specialmente coloro tendenti al fanatismo, a macchiarsi tra
il 500 e 600 di diverse uccisioni di figure di spicco come i sovrani, accusati di non seguire
alla lettera la Bibbia: ciò avrebbe legittimato il loro gesto, perché spinti dall’esigenza di
essere buoni cristiani, avrebbero avuto il diritto ed il dovere di eseguire un
comandamento.
Questa tendenza al rigido controllo morale, all’ossessiva ricerca di perfezione interiore,
conduce i calvinisti a riformare tutta la vita cittadina: vennero vietati i giochi d’azzardo,
gli spettacoli, chiusero le taverne… in generale, quindi, furono proibite ogni forma di
divertimento. L’organizzazione cittadina calvinista si basava su una precisa divisione dei
compiti e dei ruoli:
- pastori -> culto
- dottori -> insegnamento principi cristianesimo
- diaconi -> assistenza ai malati
- anziani -> osservanza delle rigide regole morali che la religione imponeva
Il tutto era coordinato da un’assemblea chiamata ‘’concistoro’’, formata da pastori e
presbiteri/anziani.
Un esempio del rigido monopolio ideologico esercitato dal calvinismo, fu sicuramente il
caso Serveto. Miguel de Serveto fu un teologo, medico ed umanista spagnolo che si
interessò molto alla lettura e traduzione della Bibbia. Accusato di eretismo, fu messo al
rogo dai calvinisti: la sua esecuzione provocò un trauma nel mondo riformato,
incrinandone il mito di terra della libertà, diversa dal severo clima di controllo dottrinale
della chiesa cattolica. Duraturi furono però gli esiti, poiché inaugurò il dibattito moderno
sulla tolleranza e sulla libertà religiosa, che lo assunse a simbolo.
Il suo tragico destino venne scaturito dalla pubblicazione della sua opera Christianismi
Restitutio, le cui bozze furono inviate per una previa approvazione a Calvino; quest’ultimo
non solo gli negò la possibilità di pubblicarla a causa delle sue posizioni anabattiste e
antitrinitariste, ma dichiarò le sue intenzioni di uccidere Serveto nel caso in cui fosse
passato per Ginevra, comprendendo quanto egli potesse essere pericoloso per l’affermarsi
della riforma calvinista. Dopo aver cercato inutilmente appoggi fra pastori protestanti, il
S. pubblicò l'opera clandestinamente, e Calvino ne identificò subito l'autore, e risolse di
colpirlo servendosi dell'Inquisizione, e godendo delle prove delle bozze ricevute. Fu così
che dopo un primo tentativo di fuga verso l’italia, Serveto venne condannato ad essere
bruciato vivo a Ginevra, come eretico ostinato, difatti celebre fu la scelta di non voler
ritrattare nulla sino all’ultimo momento. La reazione nel mondo protestante fu grande;
Calvino cercò di giustificare il suo operato (fra l'altro negò solennemente di aver fornito i
documenti decisivi all'Inquisizione), ma venne comunque accusato di aver utilizzato
violenza immotivata in ambito religioso.

La nascita della chiesa anglicana

La diffusione delle idee protestanti in Inghilterra fu progressivo e si concretizzò


soprattutto nella seconda metà del Cinquecento nella corrente definita puritanesimo, il
cui scopo era, appunto, quello di "purificare" la Chiesa d'Inghilterra da tutte le forme non
previste dalle Sacre Scritture.
L’Inghilterra di Enrico VIII Tudor, già legata alla chiesa di Roma, diviene un paese
ultracattolico tramite il matrimonio del re con la sua prima moglie Caterina d’Aragona di
origine spagnola, e pertanto forte sostenitrice del papato. L’impossibilità di Caterina di
concedere eredi maschi ad Enrico, condusse il sovrano alla necessità di procedere al
divorzio, tale da poter legarsi in matrimonio con Anna Bolena. Il papato romano, sotto il
controllo di Clemente VII, rifiutò la richiesta del monarca inglese, per non inimicarsi la
potenza spagnola; allora l’Inghilterra rispose tramite l'emendamento dell’Atto di
Supremazia nel 1534, tramite il quale si proclama la nascita della Chiesa Nazionale
Anglicana, distaccandola dalle dipendenze della chiesa di Roma. Il capo dell’istituzione
ecclesiastica inglese non è più il papa, ma il sovrano in persona, che si serve di figure
d’appoggio come l’arcivescovo di Canterbury.
Dal punto di vista dell’organizzazione della chiesa e dottrinale, non si osservarono
modifiche consistenti: i fedeli continuarono a professare e obbedire agli stessi principi del
cattolicesimo romano; tuttavia Enrico dispose un’organizzazione piramidale della chiesa
anglicana, per cui vengono incamerati e privatizzati dalla corona inglese, i beni della
Chiesa cattolica; le istituzioni religiose come monasteri e conventi vengono aboliti; viene
promossa la divulgazione delle Bibbie in volgare. Furono riforme che ebbero un forte
impatto a livello sociale, in particolare la privatizzazione dei beni della chiesa, dai signori
nobili, la quale, sarà un fenomeno tanto radicato nella seconda metà del 500, che porterà
alla sempre più drastica riduzione dei beni collettivi e il crescente rafforzamento dei diritti
di proprietà.
Dopo la morte di Enrico VIII, e di suo figlio Edoardo VI, salì al trono la sua prima figlia
Mary Tudor, anche conosciuta come ‘’Maria La Sanguinaria’’. In linea con il radicato
cattolicesimo di sua madre Caterina, provò a mettere in atto un tentativo di restaurazione
del cattolicesimo in Inghilterra, allontanando i sostenitori dell’anglicanesimo proposto da
suo padre, da corte. Le ragioni che alimentarono la sua causa, la condussero addirittura a
sposare Filippo di Spagna, proprio nella speranza che l’influenza spagnola potesse servire
a riportare in auge il cattolicesimo. Il suo fu un tentativo vano ed estremamente
sanguinoso, da qui l’appellativo ‘’La sanguinaria’’.
Alla sua morte, le successe la sorellastra Elisabetta I, conosciuta anche come ‘’La regina
vergine’’. La scelta del suo nubilato non fu casuale: Elisabetta temeva che il matrimonio
con un sovrano europeo, ancor peggio se fosse stato cattolico, avrebbe indebolito la sua
sovranità, il suo potere imperiale. Quest’ultima ribadì pertanto l’Atto di Supremazia, e
propose una restaurazione del cattolicesimo, detraendo potere alla chiesa romana e
riservandosi la possibilità di gestire il potere temporale e spirituale. A tale proposito istituì
l’Atto di Uniformità, con la creazione del Libro di preghiera comune: un testo composto
da 39 articoli, che raccolse i princìpi protestanti, cristiani, calvinisti e delle altre fedi
professate in Inghilterra, in maniera tale da garantire, appunto, tolleranza e uniformità.

Le posizioni tolleranti di Elisabetta svanirono negli anni 80 del 500, quando la Spagna di
Filippo II, appoggiata dal papato romano, dichiararono guerra alla chiesa anglicana. In
questo panorama, Elisabetta difende con forza i suoi princìpi, e si erge come sostenitrice
degli ugonotti in Francia e dei protestanti ribelli in Olanda, guadagnandosi agli occhi dei
propri sudditi numerosi consensi, ma soprattutto carisma, tenacia, a livello
internazionale, per essersi schierata tanto apertamente contro la corrotta istituzione
ecclesiastica romana.
Per la vittoria Filippo II si servì della cugina di Elisabetta, ovvero Maria Stuarda, regina di
Scozia, che in quegli anni fu fulcro e anima del cattolicesimo tradizionale; pertanto celebri
furono gli inefficaci tentativi di assassinare Elisabetta per aggiudicarsi il trono inglese.
Simbolo della Controriforma, Maria venne sacrificata da Filippo II nella lotta tra Spagna e
Inghilterra, e poi per ordine di sua cugina venne giustiziata. La sua esecuzione fu un duro
colpo per i sovrani europei: per la prima volta nella storia una "regina consacrata da Dio"
fu giudicata e condannata a morte.
Il regno di Elisabetta I fu estremamente florido dal punto di vista economico,
commerciale, finanziario, ma anche per le iniziative coloniali che si intrapresero:
ricordiamo: la fondazione della prima colonia inglese che prese il nome di ‘’Virginia’’; la
sconfitta dell'Invincibile Armada spagnola, che male riuscì a fronteggiare gli attacchi di
pirateria inglese, come nel caso di Francis Drake che è il primo corsaro a circumnavigare il
globo andando a disturbare i traffici spagnoli-portoghesi nell’Atlantico e nel Pacifico.
Tutto ciò senza mai entrare in conflitto con gli organi istituzionali come il Parlamento:
infatti, sebbene fosse considerata una monarca assolutista, per cui convocò il parlamento
solo su propria volontà, attua una politica di conciliazione fra gli interessi della monarchia
e quelli del Parlamento, ossia della nobiltà e della borghesia, che porterà ad un grande
sviluppo e renderà l’Inghilterra la Nazione più potente fino al 1800.

Il liberalismo che visse durante il regno di Elisabetta I entrò in crisi a causa di alcuni
contrasti tra la chiesa anglicana che professava il calvinismo e la chiesa presbiteriana
scozzese, più incline al puritanesimo. Il fondatore di quest’ultima è John Knox, un teologo
scozzese che segue rigidamente, in maniera quasi estrema, i dettami del calvinismo (il
puritanesimo si origina dal calvinismo). Knox si schierò apertamente contro il governo
elisabettiano in Inghilterra, poiché profondamente convinto dell’idea che la religione
professata dai fedeli, non dovesse essere filtrata dalle figure dei sovrani, per cui negò il
principio fondamentale su cui si basa la chiesa anglicana. Sebbene quindi sul piano
internazionale Scozia e Inghilterra fossero alleati, internamente si scontrarono per motivi
religiosi: la chiesa di Inghilterra assomiglia troppo alla chiesa di Roma, esiste una
distinzione netta tra clero e laici, e ciò fu motivo di scontro con i puritani. Sull’orlo di una
guerra civile, Knox si impegnò duramente per abbattere la figura della regina e contribuì
alla sua deposizione da parte di Papa Pio V nel 1570.
Sulla scia dell’estremismo ideologico dei puritani, si manifestò il fenomeno della
“Riforma radicale”, iniziata da quel gruppo di fedeli che esasperano alcune idee del
protestantesimo. Tra questi gruppi possiamo elencare gli anabattisti, che ebbero
particolare diffusione in Svizzera, in Germania, in Austria, in Boemia, nei Paesi Bassi, in
Italia. Gli anabattisti, che prendono tale nome dalla prassi di conferire il battesimo agli
adulti più che ai fanciulli, in quanto esseri più consapevoli, erano una confessione
protestante che aveva come obiettivo la creazione del regno di Dio in terra. Il battesimo fu
il perno attorno al quale girò la loro ideologia, il punto di inizio di un processo di
rigenerazione interiore: il Cristiano entra volontariamente a far parte della Comunità e
forma in tal modo non una chiesa ma una setta, un gruppo di pochi individui che insieme
aspirano alla perfezione della vita cristiana, seguendo una rigidissima condotta morale.
Ciò li portava naturalmente a una radicale separazione dalla società, che essi
consideravano il nuovo Regno di Satana; per tale ragione sugli anabattisti si abbatté una
spietata repressione che subirono con rassegnazione.

La riforma in Francia
Le guerre di religione in Francia (1562- 1598)
1562: Editto di San Germano;
1562: massacro di ugonotti a Wassy;
1570: pace di S. Germain-en-Laye;
1572: massacro di San Bartolomeo;
1589: uccisione di Enrico III
1594: Enrico di Borbone è nominato re di Francia;
1598: Editto di Nantes

La Francia fu il primo paese in cui si diffusero le dottrine di Lutero, contro le quali si


oppose con veemenza (forza) Francesco I, che combatté duramente per limitare la
divulgazione del luteranesimo. Qualche anno dopo, sulla scia del riformismo europeo,
iniziò a circolare in Francia la dottrina calvinista, che trovò terreno fertile specialmente
nei ceti medio-alti.
Per sfuggire alle persecuzioni religiose imposte da Francesco I, le città svizzere furono
terre di esilio per coloro che aderirono alla riforma, poiché essendo indipendente dal
potere imperiale di Carlo V, vi era una maggiore libertà religiosa; tuttavia la diffusione del
calvinismo a Ginevra, limitò questo liberalismo, e si osservò sempre più intolleranza nei
confronti degli esuli (per cui bisogna adeguarsi necessariamente alla fede calvinista,
altrimenti si viene giustiziati).
Mentre il calvinismo trovava terreno fertile in Francia come movimento organizzato e
combattivo, al tempo stesso il paese si trovava in un momento di difficoltà dettato da due
condizioni: in primis uscì sconfitto dalla guerra con l’Impero di Carlo V; ma soprattutto ad
aggravare la situazione, si aggiunge un’incertezza dinastica, poiché morto Francesco I,
regnarono una serie di sovrani minorenni, tra cui: il figlio Enrico II, che sfortunatamente
fu ucciso per errore; in seguito suo nipote (nipote di Francesco I e figlio di Enrico II)
Francesco II all’epoca quindicenne, il cui regno durò solamente un anno; ed infine Carlo
IX, che avendo solo 10 anni, chiaramente non poteva assumere il controllo del paese; alla
fine la corona passò alla madre Caterina De Medici (moglie di Enrico II) come reggente.
Caterina De Medici, di origini fiorentine da parte di padre (famiglia De Medici) e francese
da parte di madre, sebbene cattolica, accettò che gli ugonotti (i calvinisti francesi)
potessero esercitare liberamente la loro professione religiosa. A tal proposito emanò
l'editto di Saint-Germain-en-Laye (san germen en lè), emesso il 17 gennaio 1562, avente
due scopi interconnessi fra loro:
- pacificare la Francia perseguitata già da tempo da conflitti religiosi sfociati in
conflitti armati;
- limitare il potere politico anomalo che la casa dei Guisa, nel corso del regno del
suo primo figlio Francesco II, aveva accumulato (i duchi di Guisa, cattolici
intransigenti, erano fieri avversari delle dottrine della Riforma Protestante e
desideravano una forte alleanza con la Spagna).
Questi editti di tolleranza emanati dalla corona, tuttavia non raggiunsero i risultati sperati
e ben presto le divisioni religiose assunsero un carattere sempre più sanguinoso e
violento, di fatti nello stesso anno si assisté al massacro degli ugonotti a Wassy, per conto
dei seguaci del duca di Guisa, che ebbe come conseguenza diretta l’inizio delle guerre di
religione in Francia , durate per oltre un trentennio, e la trasformazione degli ugonotti in
un vero e proprio movimento politico. La prima delle tre guerre di religione venne placata
da Caterina con l’editto di Amboise, che garantiva libertà di culto agli ugonotti; la seconda
guerra scoppiò a causa del trasferimento del principe di Condé, capo degli ugonotti, a
Parigi. Caterina interpretò tale gesto come un tradimento, e aprì un nuovo conflitto contro
i protestanti; quest’ultimo cessò a causa della mancanza di fondi da entrambe le parti; la
terza ed ultima guerra di religione si concluse con la pace di Saint Germain nel 1570, che
garantiva un armistizio generale, ed assicurava libertà di coscienza e una limitata libertà
di culto: da quel momento in poi la pratica religiosa era permessa ai protestanti all'interno
delle loro proprietà ed in due luoghi stabiliti di ciascuna regione del paese, con
l'esclusione di Parigi.

Esistevano grandi famiglie aristocratiche aventi un potere immenso, cosicché furono


poste a capo degli schieramenti delle due religioni: Guisa per i cattolici; Montmorency-
Chatillon (monmorency sciatiglion) i principali esponenti della carica militare in Francia;
e la famiglia dei Borbone, regnanti su Navarra, per i protestanti.
Passati due anni dalla pace di Saint Germain, Caterina dei Medici accettò il matrimonio tra
sua figlia cattolica Margherita di Valois ed Enrico di Borbone; e fu proprio in tale
occasione che lo schieramento cattolico organizzò una strage nota come la Notte di San
Bartolomeo tra il 23 e 24 agosto, iniziata dapprima nelle sale dei festeggiamenti a Parigi,
per poi espandersi a macchia d’olio nelle altre città della Francia (morirono oltre 10.000
protestanti).

Ad aggravare ulteriormente tale situazione fu lo scoppio della guerra dinastica, poiché


Enrico III di Valois, in quanto figlio di Caterina de Medici e legittimo erede, divenne re di
Francia; tuttavia i due leader delle prestigiose famiglie si contendono la corona, quali
Enrico di Guisa ed Enrico di Borbone, affermando di essere i veri titolari del regno di
Francia. A tal proposito, nella seconda metà del 500, si assisté alla guerra dei tre Enrichi;
l’alleanza tra Enrico di Valois ed Enrico di Borbone portò alla congiura e alla morte di
Enrico di Guisa. Tuttavia, poco tempo dopo Enrico di Valois venne ucciso da un
domenicano fanatico, il quale credeva che il re si fosse convertito al calvinismo. L’unico
superstite fu Enrico di Borbone, diventato re di Francia.

Ancora in preda alla guerra civile, alla quale si unirono altre potenze europee, come la
Spagna a sostegno del fronte cattolico, e l’Inghilterra di Elisabetta a sostegno del fronte
protestante; la Francia necessita di una pacificazione immediata. E’ in questo contesto
tumultuoso che l’ascesa al trono di Enrico di Borbone, risulta profetica: sebbene di
impostazione protestante, dichiarandosi re di Francia sotto il nome di Enrico IV, si
convertì al cattolicesimo, tale da poter ricevere l’appoggio ed il riconoscimento papale. Fu
una conversione per convenienza, un atteggiamento nicodemitico. La conversione risultò
comunque insufficiente ai fini della pacificazione del regno; ragione per cui il re decise di
emanare l’editto di Nantes, nel 1598, un editto di tolleranza religiosa, che pose termine
alla serie di guerre di religione che avevano devastato la Francia dal 1562 al 1598,
regolando la posizione degli ugonotti (calvinisti francesi). Quest’ultimo stabiliva che ci
dovesse essere un diritto di libertà, di culto e parità di diritti tra ugonotti e cattolici;
sebbene con alcune eccezioni territoriali, ad esempio all’interno di Parigi venne vietato il
culto protestante; i monasteri e le fortezze invece furono amministrate dai calvinisti.
L’auspicio dell’editto di Nantes fu ricreare un clima in cui vigesse unità religiosa, in
quanto l’armonia spirituale avrebbe significato armonia ed equilibrio politico; ciò
nonostante si fu ben consapevoli da subito che la speranza nel ritorno di uniformità
religiosa fosse inarrivabile: le due confessioni religiose avrebbero trovato punti di
incontro, ma non si sarebbero mai pacificate definitivamente.
(Un’altra questione importante è la differenza tra l’editto di Nantes e la Pace di Augusta:
la pace di Augusta riguarda il sacro romano impero mentre l’editto di Nantes la Francia.
Nell’editto di Nantes si diceva che fosse vietato fare menzione delle violenze, dei massacri
commessi nell’epoche precedenti, c’era l’idea che, se non si dimenticava ciò che era
avvenuto, si sarebbero perpetuate le violenze.)

La riforma in Italia
La chiesa cattolica inizialmente, preoccupata dall’esigenza di equiparare in termini di
ricchezza architettonica Roma alle altre potenze europee, percepì la figura di Lutero come
uno dei tanti rivoltosi eretici che inneggiarono alla rivoluzione in ambito religioso,
sottovalutando quindi le conseguenze a livello sociale e per il contesto ecclesiastico
italiano. Ciò giustificherebbe il ritardo con cui venne inviata la bolla papale che
condannava la tesi Luterana. La chiesa di Roma era inoltre occupata a contrastare l’evento
traumatico del Sacco di Roma nel 1527: la lega di cognac, costituita dall’alleanza di
Francesco I di Francia, con il papato di Clemente VII, l’Inghilterra di Enrico VIII, ed alcune
signorie italiane come Venezia e Firenze; si schierarono contro il Sacro Romano Impero di
Carlo V. Quando l'imperatore scoprì il tradimento del papato, che aveva invece promesso
appoggio alla minaccia principale dell’impero, (ossia la Francia) lasciò libere le proprie
truppe di lanzichenecchi, composti da oltre ventimila mercenari tedeschi di fede
protestate, saccheggiare Roma per circa nove mesi. Oltre che per ordine Imperiale, i
soldati tedeschi furono esortati al saccheggio perché esasperati dalla lunga spedizione per
la quale non erano stati pagati; per di più, in quanto convinti protestanti, furono mossi da
un forte odio contro la Chiesa Cattolica, che si tradusse in otto giorni di saccheggi e
violenze su Roma, che l'imperatore stesso non riuscì a impedire e dalle quali lo stesso
papa si salvò a stento.
Fu tale l’evento dal quale storicamente si ricavano le origini della ‘Controriforma’, ovvero
il processo che segna la completa chiusura al protestantesimo, tramite il rafforzamento
degli stessi elementi gerarchici e superstiziosi della chiesa di Roma, che Lutero aveva
ampiamente criticato: per la prima volta la curia romana, percepisce la pericolosità
dell’ideologia protestante.
La storiografia cattolica tende ad enfatizzare un rinnovamento nato all’interno della
Chiesa cattolica già alla fine del 400, descrivendo un clima reazionario volto ad un ‘ritorno
alle origini’, una sorta di epurazione dalla corruzione ecclesiastica, verso la quale molti
fedeli si dimostrarono insofferenti. Secondo tale visione pertanto, l’esigenza di riformare
il panorama religioso, molto prima di Lutero, viene avvertita dalla stessa chiesa cattolica
di Roma, tramite un’iniziativa autonoma definita “Riforma cattolica”.

In Italia la Riforma Protestante ebbe una limitata diffusione, sia perché l’ostilità contro la
Curia Romana apparteneva ad una trascurabile minoranza, sia perché non ottenne
l’appoggio di alcun potere politico.
Mentre Lutero riesce a parlare alla massa, nella penisola italiana i princìpi riformisti
permearono principalmente nelle élite: sia per limitare, circoscrivere la circolazione di
idee, testi, di riformatori; sia per la volontà di diffondere una versione della riforma che
non fosse di totale rottura con la chiesa di Roma; quindi si procede seguendo il modus
operandi umanista di Erasmo: parlando in latino, difficilmente si riesce ad accedere a
livelli sociali inferiori.
Ciò nonostante si poterono osservare piccoli gruppi che aderirono sia alle istanze di
Lutero e Calvino. La posizione riformatrice che però ottenne più consensi, fu quella dei
seguaci di Juan de Valdés (valdesiani) un teologo spagnolo fuggito dalla Spagna a Napoli, a
causa delle sue teorie rinnovatrici, per le quali temeva di essere segnalato all’inquisizione.
Partendo dai testi di Lutero, elabora una concezione propria: innanzitutto, enfatizza il
dialogo intimo ed interiore che il fedele deve coltivare con Dio, ed in tale dialogo riconosce
l’autorità massima della fede, anche al di sopra della sacra scrittura; poi attraverso
l’illuminazione interiore, il fedele conoscerebbe le verità di fede ed avrebbe così accesso
alla salvezza e la redenzione. Furono teorie che suscitarono molto scalpore in un Paese
ultracattolico e tradizionalista quale l’Italia, in quanto la rottura con l’impostazione
cattolica classica fu ancora più radicale, a causa dell’assenza di un testo di riferimento,
nessuna base comune su cui costruire una chiesa.
Quello che propone Valdés è una visione delle fede molto più interiorista, come fosse
qualcosa da vivere privatamente ma comunque adeguandosi alla dottrina della chiesa, ai
suoi comandamenti, alle sue regole; quindi il fedele non deve rompere con la chiesa come
luogo comunitario in cui si riuniscono i credenti, sebbene allo stesso tempo coltivi la sua
fede all’interno della sua coscienza. E’ un atteggiamento conosciuto come ‘nicodemitico’,
cioè l’atteggiamento di chi intimamente coltiva una certa condizione, ma nella vita
pubblica si adegua alle credenze imposte dall’autorità o dalla maggioranza (termine tratto
dal personaggio dal vangelo Nicodemo, che di giorno si adegua alla legge e di notte
partecipava con gli altri discepoli alle assemblee con Gesù ma non lo dichiarava).
Alla morte di Valdés, i principali seguaci si dispersero per varie zone della penisola, tra cui
un piccolo circolo a Viterbo, presso la villa di campagna del cardinale d’Inghilterra
Reginald Pole, che si fa erede di Valdés. Vi fu una parte minoritaria ma influente della
popolazione, che continuò a mantenere vivo il messaggio di Valdès anche dopo la sua
morte, costituita da vescovi, cardinali, ma anche figure laiche appartenenti alla nobiltà,
come Giulia Gonzaga e Vittoria Colonna.
Quello di Valdès è un messaggio molto diverso dalla religiosità ortodossa che propone la
chiesa di Roma, molto più rivoluzionario e progressista di quello di Lutero; ciò
nonostante, venne accolto meglio dall’istituzione ecclesiastica, perchè non promuove una
rottura esplicita con Roma.

Le ‘’horribili’’ guerre d’Italia (1494-1559)


L’Italia alla fine del 400 era divisa in tanti piccoli stati: a Nord il ducato di Savoia e di
Milano, la Repubblica di Venezia, di Genova e Firenze, lo stato Pontificio (nelle mani
del papa); a Sud, il regno di Napoli (sotto il dominio degli Aragonesi spagnoli). Le
famiglie nobili a capo di tali signorie, entrarono tra loro, spesso in conflitto, ma
grazie alla pace di Lodi stipulata nel 1454, fortemente voluta da Lorenzo il Magnifico
(il signore di Firenze), fu garantito in Italia un periodo di relativa pace; ciò favorì la
fioritura dell’arte del Rinascimento nella seconda metà del 400. Lorenzo promosse
anche la politica dell’equilibrio, in cui fu formalizzato il concetto secondo cui, se uno
stato ne attaccava un altro, gli altri lo avrebbero difeso (così facendo si scoraggiano
nuove guerre, portando relativa pace). Nel 1492 Lorenzo morì, iniziò così un periodo
di profonda crisi e di sconvolgimenti per l’Italia. Sappiamo che quest’ultima era
frammentata in diversi stati e ciò la rendeva politicamente e militarmente debole,
rispetto agli stati nazionali, quali Francia, Spagna, Inghilterra, che in quel periodo
stavano nascendo e consolidandosi; saranno proprio questi ultimi ad entrare in
conflitto per la conquista della penisola: era molto appetibile causa sua ricchezza e
posizione strategica per i traffici commerciali con l’Oriente nel Mediterraneo.
Il primo che ruppe gli equilibri fu Carlo VIII di Valois, re di Francia (in quel momento
monarchia più forte d’Europa), il quale rivendicò il regno di Napoli che prima del
dominio aragonese, visse un periodo angioino (francesi, suoi antenati). L’occasione
per l’appropriazione del regno di Napoli venne concessa, dal signore di Milano,
Ludovico Sforza detto il Moro; colui che chiese l’appoggio dei francesi per limitare
l’espansione del regno di Napoli, che iniziava a pretendere il ducato di Milano.
Nel 1494 iniziò la discesa irrefrenabile di Carlo VIII, che non incontrò alcun ostacolo:
a Milano venne accolto con tutti gli onori da Ludovico il Moro; a Firenze Piero de
Medici (figlio di Lorenzo) gli consegnò le chiavi della città, gesto che scatenò una
lacerante rivolta cittadina che conduce allo spodestamento della famiglia de Medici e
la proclamazione della Repubblica, guidata da Girolamo Savonarola (egli fu un frate
domenicano che a causa delle sue rigidissime regole morali, si inimicò da subito il
popolo fiorentino; la fine del governo di Savonarola si osservò tramite la condanna a
morte e la messa al rogo da parte del papato, fin quando nel 1512 non ritornò al
governo la famiglia de Medici); a Roma fu accolto con onori da papa Alessandro VI
Borgia, che pensò di poterne ricavarne vantaggio economico.
Carlo VIII giunse a Napoli, all’epoca fulcro della corona aragonese e terra di enorme
prestigio per la sua disposizione geografica, facilmente, senza incontrare la
resistenza del re Ferdinando I D’Aragona, fuggito via.
Solo tale avvenimento destò preoccupazione nei vari stati italiani ed europei,
conducendo all’alleanza e la creazione di una lega antifrancese, i cui capisaldi furono:
Spagna aragonese, Il Sacro Romano Impero di Carlo V, i ducati di Milano e Venezia e
lo stato pontificio. Ciò condusse Carlo VIII a lasciare Napoli per trovare rifugio in
Francia; tuttavia nella sua risalita, nei pressi di Parma, incontrò la resistenza
dell’esercito nemico nella battaglia di Fornovo nel 1495. Gli esiti della battaglia videro
la sconfitta del monarca francese e il conseguente ri-insediamento della corona
aragonese sul trono di Napoli. Sebbene l’esito fallimentare della sua impresa, la
discesa di Carlo VIII dimostrò alle potenti monarchie europee quanto l’Italia fosse
preda facile da conquistare; di fatti dagli inizi del 500 francesi e spagnoli
combatteranno per il predominio sulla penisola, in una serie di guerre conosciute
come guerre d’Italia.
Tali furono una serie di 8 conflitti che devasteranno la penisola italiana tra il 1494 e il
1559, in quanto le monarchie europee approfittarono della frammentazione
geopolitica dell’Italia per appropriarsi della ricchezza e la strategia commerciale della
penisola.

(seconda guerra 1499-1504) Alla morte di Carlo VIII, il suo successore Luigi XII, tentò
di rivendicare il ducato di Milano, poiché apparteneva antecedentemente ai suoi
antenati, i visconti. Il tentativo di appropriazione del ducato, condusse all’agitazione
popolare spagnola, provocando uno scontro tra le due potenze. Quest’ultimo si
concluderà nel 1504 con il TRATTATO DI LIONE, che sancì la divisione della Penisola
in due sfere di influenza: francesi a nord (in special modo il Ducato di Milano) e
spagnoli a sud (Regno di Napoli).

(terza guerra 1508-1516) La morte del papa Alessandro VI Borgia aveva condotto
all’indebolimento dell’Emilia Romagna, con a capo suo figlio, Cesare Borgia, il
Valentino. Il ducato di Venezia, approfittandosi di tale frammentazione, tentò di
appropriarsi di alcuni territori nell’Emilia Romagna e nelle Marche. Per arginare le
mire espansionistiche del ducato di Venezia, intervenne il papato guidato da papa
Giulio II, il quale formò un’alleanza chiamata LEGA DI CAMBRAI (Francia, Spagna,
Sacro romano impero, stato pontificio) contro Venezia, la quale trovandosi alle
strette, perse molti territori sulla terraferma e i porti in Puglia.
Dopo l’appoggio che la monarchia francese fornì al papato, per provocare la caduta di
Venezia, Giulio II si rese conto che la Francia, per quanto utile appoggio, avrebbe
potuto rappresentare un problema nel panorama politico europeo, un regno tanto
vasto e tanto solido, da essere difficile da controllare; ciò spinse il papa a creare una
nuova alleanza: LEGA SANTA (Venezia, Spagna, Impero, Svizzeri) contro la Francia,
che fu costretta ad arrendersi, anche per opera della finezza tecnologica che gli
Svizzeri dimostrarono in ambito militare (questi ultimi impiegarono l’archibugio
prima vera arma da fuoco portatile capace di garantire una certa precisione nel tiro).
Tale evento consentì il ritorno degli Sforza a Milano e de Medici a Firenze.

1 fase
Tuttavia il nuovo re che subentrò alla morte di Luigi XII, Francesco I, non si rassegnò
alla perdita del ducato di Milano; allora dopo una nuova guerra di conquista, rivendicò
la Lombardia. Nello stesso anno, ovvero il 1516, con l’appoggio del papato, Francia e
Spagna siglarono l’armistizio, e il conseguente trattato di Noyon, il quale
promuoveva l’equilibrio europeo, cessando i conflitti che scaturirono con la Lega di
Cambrai, ed elegeva Francia e Spagna come le due potenze massime del 500 europeo.
Da ciò ne conseguì che la Francia ottenne definitivamente la Lombardia e la Spagna
rivendicava il proprio dominio sul regno di Napoli.

Carlo V
Nello stesso anno salì al trono di Spagna Carlo I d’Asburgo, concentrando nelle sue
mani un immenso territorio che si estese fino alle colonie spagnole in sud America. Il
sogno imperiale di Carlo V sarebbe stato ristabilire una monarchia universale di
stampo medievale ultracattolico, convinto che l’appoggio del papato avrebbe
rappresentato un beneficio sotto la propria egemonia; tuttavia, ben presto, si rese
conto che l’evolversi di ideologia e mentalità europea, resero tale progetto una mera
utopia, che sfociò piuttosto nella nascita degli stati nazionali.
La sua complessa discendenza lo condusse ad ereditare un territorio tanto vasto, che
si disse un impero dove non tramontava mai il sole: nel momento in cui il sole
tramontava sui possedimenti in Europa, sorgeva sulle colonie americane; figlio di
Giovanna la pazza, a sua volta, figlia dei re cattolici Ferdinando II di Aragona e
Isabella di Castiglia - e di Filippo il Bello, re di Francia, figlio di Massimiliano I
d’Asburgo, re d'Austria e Maria di Borgogna, regina dei Paesi Bassi e del Lussemburgo
- egli ereditò (dalla parte di madre): il regno di Napoli, Sicilia e Sardegna, Spagna e le
colonie americane, le quali fruttarono molto per il commercio navale di oro, di
argento e di altre ricchezze, (dalla parte di padre) i ricchi paesi bassi, il regno
d’Ungheria, di Austria, ma soprattutto anche il diritto a candidarsi come imperatore
del sacro romano impero germanico.
La morte del nonno Massimiliano I, re del Sacro Romano Impero e la precoce morte di
suo padre Filippo il Bello, condussero Carlo a divenire il diretto candidato per la
corona del S.R.I., divenendo ufficialmente imperatore il 28 giugno 1519 con il titolo di
Carlo V.
Lo strapotere di Carlo rappresentò talvolta la sua debolezza, a causa del fatto che le
potenze europee si sentirono minacciate dalla sua grandezza; allora da subito
regnante, si trovò a fronteggiare una serie di nemici: esternamente la Francia di
Francesco I, si vide accerchiata dai domini del giovane Asburgo: Spagna, Paesi Bassi,
Sacro Romano Impero, Austria e Milano, tale che gli impedirono di proseguire il suo
progetto espansionistico verso l’Italia. Lo stesso Francesco I per arginare i domini di
Carlo, si propose per il ruolo imperiale, tuttavia venne malvisto e rifiutato
dall’aristocrazia tedesca, poiché straniero- e talvolta l’impero dei Turchi ottomani,
che stavano procedendo nell’espansione verso i Balcani, ma anche sul fronte dell’Est
Europa con l’insediamento in Ungheria e in Austria a Vienna; internamente invece
dovette combattere contro i principi protestanti, ovvero quelle figure che
esercitavano una propria egemonia territoriale nel S.R.I., che appoggiarono i princìpi
della riforma protestante di Lutero, in quanto spaventati dalla possibilità che
l’appoggio al cristianesimo ortodosso, avrebbe favorito il potere dell’imperatore e
limitato la loro autonomia da quest’ultimo.
Carlo dovette talvolta fronteggiare il malcontento dei cittadini spagnoli, quando
viaggiando verso le Fiandre, alla morte di suo nonno Massimiliano, lasciò la reggenza
della corona spagnola al suo precettore Adriano di Utrecht; questo produsse la
sommossa delle città, detta dei comuneros, ovvero dei moti che le singole comunità
intrapresero per limitare le oppressioni che i funzionari regi, eletti dall’imperatore,
imponevano a loro danno. Da ciò Carlo comprese la necessità di tenere conto delle
tradizioni e della specifica realtà del regno spagnolo.
Anche il papato rappresentò un problema nel regno di Carlo V, timoroso di perdere i
beni secolari di proprietà della chiesa; allora a fasi alterne si alleò e schierò contro
l’imperatore. La tensione nell’impero di Carlo giunse all’apice quando, considerando
il ducato di Milano come un punto strategico di collegamento tra Spagna e Impero
Germanico, l’imperatore decise di scacciare il nemico francese, dichiarando guerra a
Francesco I nel 1521 nella battaglia di Pavia. Da tale conflitto i francesi uscirono
sconfitti e fu catturato Francesco I, poi condotto a Madrid, e forzato a firmare il
trattato di Madrid a costo della sua liberazione: da quel momento la Borgogna ed il
ducato di Milano sarebbero spettati a Carlo V. La Francia di Francesco I, allora, iniziò a
prepararsi per il conflitto armato contro la corona di Carlo, sicuro di poter godere
dell’appoggio del papato, per aver stabilito un clima ultracattolico nel suo regno. Di
tale clima ne goderono vicendevolmente papato ed impero: il primo perché da tale
rapporto, avrebbe conservato i privilegi secolari di cui godeva; il secondo perché
avrebbe concesso a Carlo di realizzare il suo sogno imperiale.

Com’era formato il parlamento di Carlo V in Spagna?


Carlo V in quanto imperatore e sovrano allo stesso tempo, incontrerà il malcontento
delle élite riunite nelle cortes. Le cortes sono dei parlamenti, degli organismi
consultivi di origine medievale diffusi in tutta Europa, in Spagna si chiamano cortes,
in Inghilterra parlamento, in Francia stati provinciali e generali, nel regno di Napoli
parlamento, nel sacro romano impero si chiamano dieta; sono organismi in cui
siedono la maggiore nobiltà, i rappresentanti del potere ecclesiastico e delle città; in
alcuni regni i parlamenti sono divisi in due rami o tre rami. In Inghilterra, ad
esempio, siedono la camera dei lord e dei comuni; in Francia sono divisi in tre rami, il
primo ceto il clero, poi aristocrazia e le città; in Spagna c’erano le cortes a Saragozza,
a Valladolid, a Barcellona, a Valencia divise in tre rami. Le funzioni in questi
organismi di origine medievali erano auxilium et consilium: auxilium significò
sostegno militare al sovrano, il quale chiedeva di armare l’esercito o sostenerlo
economicamente in caso di guerra; consilium significò seguire il sovrano in
determinate scelte politiche. Quando il sovrano convocava le camere per chiedere il
contributo in denaro, questo legittimava le camere stesse, ad avanzare richieste e
rivendicazioni verso il re, che decideva se accoglierle o meno.
Le cortes erano camere attraverso cui i ceti medi potevano far sentire la propria voce,
organismi molto forti che riescono a dirottare delle scelte ai sovrani. Furono
istituzioni che cambiarono nel corso del 600 da paese a paese: ci saranno alcuni in cui
il parlamento scompare oppure il parlamento chiede di avere diritti ancora più
importanti, come nel caso della Spagna (rivolta dei comuneros).

2 fase
Francesco I partì nel suo progetto di attacco dell’impero, iniziando a garantirsi
l’alleanza di alcune potenze europee quali: Inghilterra, papato e Venezia, tutte
arginate dall’impero di Carlo. Si costituì in tale maniera la LEGA DI COGNAC nel 1526.
Quando l'imperatore scoprì il tradimento del papato, che aveva invece promesso
appoggio alla minaccia principale dell’impero, (ossia la Francia) lasciò libere le
proprie truppe di lanzichenecchi, composti da oltre ventimila mercenari tedeschi di
fede protestate, saccheggiare Roma per circa nove mesi. Oltre che per ordine
Imperiale, i soldati tedeschi furono esortati al saccheggio perché esasperati dalla
lunga spedizione per la quale non erano stati pagati; per di più, in quanto convinti
protestanti, furono mossi da un forte odio contro la Chiesa Cattolica, che si tradusse
in otto giorni di saccheggi e violenze su Roma, che l'imperatore stesso non riuscì a
impedire e dalle quali lo stesso papa si salvò a stento, rifugiandosi a castel
Sant’Angelo. La guerra proseguì, fin quando non fu raggiunta la pace di Cambrai,
detta anche delle due dame, poiché negoziata da Luisa di Savoia, madre di Francesco
I; e da Margherita d’Austria, zia di Carlo V. Tale fu un accordo firmato il 5 agosto 1529
nell'omonima località della Francia settentrionale, modificando a vantaggio della
Francia il precedente trattato di Madrid del 1526: la Borgogna rimase unita alla
Francia e Carlo V d'Asburgo liberò i due figli di Francesco I, fino ad allora ostaggi degli
austro-spagnoli.
Nel frattempo, fu stipulato un ulteriore accordo tra papa Clemente VII e Carlo V, ossia
il trattato di Barcellona, che prevedeva: la restituzione della Signoria di Firenze alla
famiglia Medici, cui il Papa apparteneva (A tal proposito venne promessa in sposa ad
Alessandro de' Medici, nipote del papa ma secondo alcuni figlio dello stesso, la figlia
naturale di Carlo V, Margherita d'Austria); la restituzione allo Stato Pontificio di
Cervia e Ravenna, occupate da Venezia, e di Modena e Reggio Emilia, occupate da
Ferrara; la reintegrazione al Ducato di Milano di Francesco II Sforza ed infine la
conferma dei diritti dell'impero sullo stato milanese.
Qualche mese dopo, papa Clemente VII presso la Basilica di San Petronio a Bologna,
incoronò Carlo V imperatore e re d'Italia il 24 febbraio 1530, consacrando così il suo
trionfo in Italia ed Europa.

3 fase
In seguito a un periodo di relativa pace, il conflitto riprese per opera di Francesco I,
che cercava nuovi alleati, adottando la tecnica de ‘’il nemico del mio nemico è mio
amico’’, stringendo alleanza sia con i principi protestanti tedeschi, sia con i turchi
ottomani (questi ultimi grazie a Solimano il Magnifico, stavano vivendo un periodo di
massima espansione). A tal proposito, la guerra continuò con alterne vicende, fino ad
arrivare alla stipulazione della pace di Crepy nel 1544, la quale riconobbe alla Francia
il dominio sul Piemonte dei Savoia e a Carlo V quello sulla Lombardia. Questa
soluzione, dettata più dalla lunghezza logorante della guerra che dalla volontà di
riappacificazione dei due contendenti, non portò infatti un termine della contesa che
vedeva la Francia sempre ambire a queste terre.
Tre anni dopo morì Francesco I e gli successe il figlio Enrico 2.

fase finale: tramonta definitivamente il sogno di Carlo V


Carlo V, scoraggiato ed estenuato per le innumerevoli lotte, comprende che il suo
desiderio è inarrivabile e soprattutto irrealizzabile a causa delle molteplici diversità e
complicanze dei territori. In seguito alla sconfitta dei principi protestanti uniti nella
Lega di Smalcalda per opera di Carlo V, quest’ultimo promosse la PACE DI AUGUSTA
nel 1555, in cui si riconosceva la libertà di culto ai cattolici e ai protestanti tedeschi,
secondo il principio "Cuius regio, eius religio’’.
Un anno dopo, l’imperatore Carlo V abdicò e divise il suo immenso impero nelle mani
del fratello Ferdinando I, al quale spettarono l’Austria e altri domini asburgici; e del
figlio Filippo II, al quale spettarono, invece, Spagna, colonie americane e territori in
Italia. Carlo V ormai indebolito e sfinito, visse i suoi ultimi anni nel monastero di
Yuste.
L’ultima guerra sarà quella di san Quintino nel 1556, che vede come protagonisti i figli
dei due nemici storici protagonisti: Enrico II e Filippo II. Si concluse tramite la
stipulazione della PACE DI CATEAU-CAMBRESIS nel 1559, la quale sancì la definitiva
vittoria della Spagna e la fine delle guerre d’Italia. L’Italia passò definitivamente sotto
il dominio spagnolo; mentre la Francia, rassegnata, rinunciava a ogni pretesa
sull’Italia, riuscendo tuttavia ad ottenere alcune città, come Calais, Metz e Verdun.

Filippo II
La Politica particolarmente belligerante di Carlo V porta a enormi sprechi di denaro per
finanziare le guerre, così inizia l’età del declino, che culmina poi con l’ascesa del figlio
Filippo II, dal 1556 al 1598.
Filippo II fu il consorte di Maria I Tudor la sanguinaria, regina ultracattolica; ragione
per cui egli pensò che fosse proficua per la Spagna tale unione, facendo leva sulla
potenza europea inglese. Alla morte di Maria I Tudor, Filippo tentò di combinare il
matrimonio con la sorella, Elisabetta I Tudor la vergine, la quale ribadì la validità
dell’Act of Supremacy erogato da suo padre, che prevedeva la scorporazione della
chiesa anglicana da quella romana. Ciò condusse all’inimicamento della Spagna, che
intese attaccare l’Inghilterra con l’impresa marittima dell’Invincibile Armada,
sconfitta tuttavia dalle più piccole e leggere imbarcazioni inglesi.
Un ulteriore conflitto che la Spagna dovette fronteggiare in anni coevi, furono i moti di
ribellione per la scorporazione del Portogallo dalla corona spagnola; questione che
venne a profilarsi dopo il matrimonio tra Carlo V e Isabella d'Aviz, imperatrice del
Portogallo. Tale culminò con l’indipendenza portoghese nel 1668 con Carlo II. Tali
conflitti comunque, condussero a numerosi squilibri interni in Spagna, tali che Filippo
II decise di fermare la politica di espansione, introdotta da suo padre, venendo
conosciuto come il re prudente. Filippo tra l'altro viene conosciuto per aver
castiglianizzato la Spagna, centralizzando il potere della casa de las Asturias a Madrid,
che viene eletta capitale. Si assisté allora, in maniera consequenziale al fenomeno di
svuotamento delle campagne, in quanto i ceti più poveri, tentarono un’ascesa sociale
trasferendosi in provincia e convertendo Madrid in una grande metropoli. Simbolo
della centralità di Madrid è l’Escorial, un imponente edificio che funse da monastero e
palazzo reale insieme, dedicato al martire san Lorenzo.

L’impero di Filippo II, nonostante fosse notevolmente più ridotto rispetto a quello del
padre, continuava a presentare enormi problemi di gestione. Già Carlo V aveva
introdotto un complesso sistema di Consigli per contrastare i rischi di dispersione ,
ogni Consiglio aveva il compito di regolare la propria materia, i più importanti erano il
Consiglio di Stato, il Consiglio delle Guerre e il Consiglio delle Finanze.
Sotto il regno di Filippo II si osservò un’intolleranza nei confronti delle minoranze
religiose ebree e musulmane, che determinò uno squilibrio nella convivenza degli
stessi, che perdurava dal medioevo. Questa instabilità culminò nel 1609 sotto il regno
di Filippo III con l’espulsione finale de los moriscos per il raggiungimento
dell’uniformità religiosa.

Filippo II fu un uomo rigoroso e intollerante, fondò il suo governo su due principi


fondamentali:
1- sostenere il cattolicesimo con forza contro eretici e infedeli;
2- affermare la superiorità della Spagna.
Furono tali i motivi che lo condussero ai conflitti con i Paesi Bassi; delle 17 province
autonome chiamate Paesi Bassi, alcune appartenevano all’eredità borgognona; altre
alla corona spagnola; Filippo decise di nominare sua sorella Margherita, moglie del
duca di Parma, governatrice delle province spagnole. In tali province si osservò una
certa molteplicità religiosa oltre il cristianesimo, che Filippo iniziò a non sopportare (si
crearono nuclei di luterani, anabattisti e calvinisti), per tale ragione intraprese una
politica di oppressione ideologica ed economica, ordinò a vescovi cattolici spagnoli di
regolare e controllare rigidamente la vita civile e religiosa dei cittadini, negando la loro
indipendenza.
La tensione si inasprì quando venne introdotto il tribunale dell’inquisizione, che limitò
al minimo i privilegi delle province; allora nel 1566 i paesi bassi si ribellarono,
incontrando come controrisposta di Filippo II, l’irrefrenabile furia dell’esercito
spagnolo, capeggiato dal duca d’Alba (famoso per la sua spietatezza, in pochi mesi fa
oltre 18k condanne a morte).
Questa forma di repressione così forte accentua ancora di più la voglia autonomistica
dei paesi bassi, soprattutto delle province del nord. Riuniti sotto la guida di Guglielmo
d’Orange, le province del nord dei paesi bassi nel 1581, si dichiareranno indipendenti
dalla Spagna dando vita alla Repubblica delle 7 province unite (l’attuale olanda) in
seguito alla risposta negativa e violenta da parte del re.
Per quanto riguarda il sud, si uniscono nell’unione di Arras, che invece si dichiara
fedele al re, rimane cattolica.

L'indipendenza delle Province unite, l'affermazione della monarchia di Enrico IV in


Francia, il fallimento dei tentativi di sconfiggere l'Inghilterra, resero evidente il
mancato raggiungimento dei principali obiettivi della politica estera di Filippo II.
All'interno permaneva il problema del separatismo dei regni di Aragona e di Catalogna,
che si facevano scudo dei tradizionali privilegi di cui godevano per opporsi al
centralismo castigliano. Molto grave era anche la situazione finanziaria. Negli ultimi
anni del suo regno una serie di carestie e di pestilenze concorsero a delineare un quadro
molto negativo delle condizioni della Spagna. Quando Filippo II morì, nel settembre
1598, pochi mesi dopo aver firmato la pace con Enrico IV, in molti ambienti castigliani
appariva chiaro che la stagione della Spagna imperiale era tramontata e che occorreva
cambiare rotta per preservare ciò che restava della potenza spagnola.

L’età della controriforma


Il concilio di Trento
La necessità di scissione di Lutero è nata da una chiesa che non risponde più ai bisogni
spirituali dei fedeli, per cui tenta di attuare una riforma che sia propedeutica per una
riunificazione del cristianesimo. Questi animi riformatori, costituiti da una minoranza
di vescovi e cardinali, poterono godere dell’appoggio dell’imperatore Carlo V, che
premeva sul papato perché si convocasse una riforma della chiesa: l’unificazione sotto
il cristianesimo avrebbe giovato anche il suo sistema politico.
Tuttavia papa Clemente VII temeva una riproposizione delle tesi conciliariste (primato
dei vescovi sul papa), per cui si oppose alla convocazione di un Concilio. Al contrario, il
suo successore papa Paolo III, direttamente dalla famiglia Farnese, mostrandosi più
disponibile, accettò la richiesta dell’Imperatore di convocare un Concilio, il cui
percorso fu lungo e travagliato, durò 18 anni dal 1545 al 1563. Come sede per tale
concilio venne eletta Trento: sotto il dominio del Sacro Romano Impero, ma città
italiana; per cui ebbe una validità simbolica, come fosse un punto di incontro tra le due
parti interessate.

Inizialmente la presidenza del concilio viene affidata al cardinale inglese Reginald


Pole, favorevole ad una riforma cattolica per la conciliazione con il mondo protestante.
Sebbene le premesse all’inizio del concilio furono buone, Paolo III avviò una serie di
iniziative che contraddisse il carattere pacificatore della riforma: nel 1542 affidò a
Gianpietro Carafa, cardinale napoletano, la riorganizzazione del Sant’Uffizio
dell’Inquisizione. Quest’ultimo stabilì a Roma la sede del Sant’Uffizio
dell’Inquisizione, cioè un collegio composto da cardinali, a cui fanno capo tutti i
tribunali dell’Inquisizione; venne pensato com e un organo utile agli scambi di
informazioni, ma soprattutto per dare una disciplina univoca in tutti i tribunali, fornire
un’unica istituzione coesa che esercitasse controllo e repressione sulle eresie.
Furono due figure emblematiche nei primi anni della controriforma, dai quali si
generarono due schieramenti: uno più conciliante, dal carattere mitigatore, che faceva
capo a Pole; un altro più tradizionalista e conservatore, che era chiuso a qualsiasi
ipotesi di dialogo con i riformatori, riferito invece a Carafa.
Inizialmente sembrò esserci un equilibrio tra i due fronti, ma con la alla morte del
Papa, Carafa prese le redini, iniziando a mettere sotto inchiesta e a condannare
esponenti del partito opposto, così da indebolirlo.
Parallelamente si assisté al mutamento dello scenario internazionale: con la pace di
Augusta nel 1555 tramontò il sogno di riunificazione del cristianesimo, Carlo V abdicò e
cedette una parte di potere a suo fratello e a suo figlio, finendo col trascorrere i suoi
ultimi anni in un convento. Nello stesso anno, il cardinale Carafa venne eletto papa con
il nome di Paolo IV e ciò significò che da questo momento in poi si sarebbe attuata una
politica tradizionalista, conservatrice.

Da un punto di vista dottrinale e teologico, il concilio di Trento non modifica la teologia


cattolica così come fu contestata da Lutero, anzi rafforza, precisa alcuni dogmi,
chiudendosi a qualsiasi possibilità di dialogo ai protestanti, ad esempio contro il
principio di ‘’solo fide’’ viene ribadito: il valore fondamentale delle opere di bene per
guadagnarsi la salvezza eterna; la validità dei sette sacramenti; la conferma dell ruolo
sacramentale del clero, i presbiteri sono anche mediatori tra Dio e il suo popolo; il culto
dei santi e la venerazione delle immagini dei santi e delle reliquie; l’esistenza del
purgatorio, nata come entità teologicamente riconosciuta nel XIII secolo, laddove una
parte dell’umanità - in seguito alla morte- trascorre un periodo vivendo una serie di
tormenti che tuttavia si possono abbreviare a patto che i parenti, amici dei defunti
preghino e facciano donazioni per le anime dei loro cari. Così facendo, si sancì la
scissione definitiva tra il cattolicesimo e le chiese riformate.

Nonostante la chiesa fosse in totale disaccordo con le idee di Lutero, si rese conto che i
fedeli iniziavano ad assumere un atteggiamento di sfiducia nei suoi confronti, per cui
attua una serie di riforme, istituendo corpi, figure e procedure che caratterizzano la
Chiesa cattolica ancora ad oggi. L’idea che si persegue è quella di creare una catena di
comando che dal papa arrivi fino alle parrocchie e per ultimo al fedele, così da poter
non solo controllare la devozione in tutte le parrocchie, ma anche riconquistare
territori sottratti dai riformatori.
Furono ribaditi e rafforzati una serie di obblighi per i sacerdoti e figure ecclesiastiche,
quali:
- il celibato ecclesiastico (molti papi erano notoriamente conviventi o avevano figli);
-obbligo di residenza nella propria diocesi per i sacerdoti e anche per i vescovi, i quali
devono curarsene e controllarla attraverso una serie di procedure, come ad esempio le
visite pastorali ogni tre anni, in cui il vescovo deve visitare tutte le parrocchie della sua
diocesi e verificare che gli edifici siano apparecchiati, le statue siano degne della
solennità dei riti, i parroci conducano una vita dignitosa, che non ci siano eresie e che
tutti abbiano ricevuto i sacramenti, per poi infine inviare a Roma delle relazioni
periodiche, che poi sarebbero state analizzate.
All’interno delle diocesi vennero istituiti dei seminari per la formazione dei sacerdoti,
che non sempre avevano una buona cultura e a volte non conoscevano neanche il
latino; lo scopo fu proprio quello di istruire i sacerdoti affinché fossero i primi diffusori
di messaggi religiosi correttamente interpretati e saper riconoscere eventuali sintomi
di eresia.

L’aggettivo pagano, ancora oggi, viene utilizzato per indicare ciò che non è cristiano;
tale non è casuale, poiché il cristianesimo ebbe principalmente una diffusione
cittadina, mentre nelle campagne si continuavano a proliferare culti più antichi, legati
al pathos, persino con l’avvento dell’età moderna. A tal proposito venivano effettuati
dei controlli sulle periferie, con lo scopo di cessare i rapporti con qualsiasi altra forma
culturale (in questo caso il paganesimo).

La vita del fedele si svolge all’interno della parrocchia, la quale è gestita da un parroco,
figura che deve essere controllata, la cui rigida formazione avviene all’interno del
seminario. Uno dei suoi compiti è quello di controllare che nella sua parrocchia i
bisogni spirituali del ‘’gregge’’ (i parrocchiani) a lui affidato siano soddisfatti, ed
inoltre deve amministrare i passaggi di vita più importanti di tutti i cristiani: dal
battesimo alla cresima, all'eucaristia al matrimonio
Un altro importante strumento di controllo sono le visite pastorali che il parroco
compie all’interno della sua parrocchia ogni anno alla vigilia di Pasqua, per verificare
che tutti siano confessati e preparati alla più importante comunione dell’anno. Egli era
solito recarsi casa per casa per accertarsi innanzitutto da quante persone fosse abitata,
quanti erano in età di comunione e che mestiere svolgessero.

Tutto ciò rappresenta un tentativo di riformarsi per rispondere ai bisogni e controllare


le opinioni dei fedeli.
Il tribunale dell’Inquisizione
Per contrastare la Riforma luterana, fu riedificato il tribunale dell’inquisizione,
divenendo uno strumento fondamentale per la chiesa. Tale esisteva già a partire dalla
fine del 400 in Spagna - fondato dai re cattolici - per combattere gli ebrei e i
musulmani, affinché si convertissero al cristianesimo). Tuttavia una prima differenza
con quest’ultimo (quello spagnolo), è che non può operare nei territori non cattolici e
in una serie di stati dove le autorità secolari non concedono alla chiesa il diritto di
operare attraverso procedure inquisitoriali.
Al tribunale dell’inquisizione vengono affidati nuovi poteri, tra cui una procedura che
consente ai giudici di estorcere ai sospettati informazioni in modo più efficace; ciò
comportò il fatto che non tutti gli stati accettarono tali procedure, ma piuttosto si
attengono a leggi medievali, come nel caso del regno di Napoli.
L’inquisizione fu uno strumento di dissenso regnante dal 500 fino all’800 per
controllare la circolazione di opinioni eterodosse all’interno di territori cattolici.
L’attenzione dell’inquisizione romana è concentrata sull’eresia vera e propria, ciò che
vuole colpire sono le idee di Lutero, Calvino e di tanti altri riformatori. In una prima
fase si concentra per l’appunto sulla circolazione di idee sul piano religioso, e una volta
assicurata la stabilizzazione del mondo cattolico, inizia ad occuparsi anche di questioni
dottrinali e teologiche: sono questi i decenni in cui sotto la lente dell’inquisizione
troviamo personaggi come Giordano Bruno in ambito filosofico o Galileo Galilei in
ambito cosmologico, quest’ultimo in particolare sosteneva che la terra ruotasse
attorno al sole (teoria eliocentrica), tuttavia fu costretto all’abiura, a ritrattare tutte le
sue teorie che andavano contro la chiesa, in quanto sosteneva che fosse la terra il
centro di tutto (teoria geocentrica). La chiesa anche attraverso l’inquisizione intende
disciplinare le idee e i
comportamenti dei suoi fedeli in tutti gli ambiti, come nel caso delle donne accusate di
stregoneria, sottoposte a pressioni fisiche e psicologiche terribili, al punto da indurle a
confessare e quindi poi ad essere condannate al rogo.
Negli ultimi 25 anni gli archivi dell’inquisizione romana sono stati aperti e hanno
potuto rilevare che l’obiettivo non era quello di condannare a morte l’imputato, ma
piuttosto ottenere informazioni su altri correi (imputati), le torture servivano solo a
estorcere informazioni; e fat riguadagnare la vera fede alla persona sospetta di essere
caduta in eresia. Condannare era una sconfitta, perché significava che un’anima era
stata completamente persa per la chiesa.

Inquisizione siciliana
È un’inquisizione spagnola, le cui carceri si trovano a Palermo - più precisamente nel
Palazzo Steri, in cui ad oggi vi sono i murali ritrovati alla fine dell’800. Il primo ad
occuparsi dello studio fu Giuseppe Pitrè, uno dei padri dell’antropologia italiana, il
quale riesumò alcune incisioni di frasi e disegni molto suggestivi all’interno delle
stanze dell’inquisizione, attraverso cui esprimevano le proprie paure, i propri pensieri,
nell’intento di riconnettersi a una dimensione sociale. Si trattava di persone che non
sapevano di cosa fossero accusati, passavano le giornate all’interno di queste stanze
buie, aspettando di avere un colloquio per avere una sentenza.
In seguito alla sentenza, generalmente il pentito una volta scarcerato, doveva
emendare il suo peccato in pubblico -se si veniva ritenuti colpevoli. .

Tuttavia ad un certo punto, la chiesa si rese conto che i soli strumenti repressivi non
fossero sufficienti, bisognava riguadagnare la fiducia del popolo di Dio, convertirlo,
educarlo; per tale motivo esistevano le istituzioni secolari della chiesa. Ciò nonostante,
non bastava e perciò furono poi creati altri nuovi ordini religiosi: i cappuccini, ramo dei
francescani più votato alla povertà, alla rinuncia; i teatini, ma soprattutto i gesuiti,
l’ordine religioso divenuto il più potente e ricco. Questi ordini religiosi, promossi dal
papa, svolgono un ruolo di assistenza materiale e morale alla popolazione attraverso la
fondazione di ospedali, opere di carità; attraverso la loro forza, il cristianesimo può
penetrare o rafforzarsi in aree laddove era più debole.

L’ordine dei gesuiti


L’ordine dei gesuiti fu fondato da un nobile spagnolo, Ignazio di Loyola, il quale decise
di abbandonare la carriera militare per dedicarsi allo studio della teologia presso
l’università di Sorbona a Parigi: è proprio qui che decise di creare, assieme ai suoi
colleghi, questo nuovo ordine religioso, riconosciuto dal papa nel 1540.
L’ordine dei gesuiti si differenzia dal resto poiché accanto ai tre voti di castità
tradizionali (obbedienza, castità e povertà), ne professò un quarto assoluto ed
esclusivo al Papa. Il generale dei gesuiti, definito “il papa nero”, prende ordini
direttamente dal papa; hanno un’organizzazione di tipo militare con una rigida
gerarchia interna, una divisione dei ruoli. L'organizzazione della vita nei collegi dove si
formano, viene stabilita secondo una ratio studiorum, cioè un ordine degli studi che
include le tradizionali discipline teologiche, umanistiche e scientifiche, motivo per il
quale verrà chiesto loro di avversare le principali tesi di Galileo.

All’interno dei collegi vige tanta disciplina, i novizi e i chierici devono obbedire ai
rispettivi superiori in maniera categorica, e soprattutto una grande preparazione nei
diversi campi del sapere. È questo ciò che caratterizza i gesuiti dall’interno e che rende
i loro collegi molto importanti per la formazione, tant’è che le famiglie benestanti
decidono di far studiare qui i propri figli, non a caso si formeranno i nuovi eredi al
trono.
Allo stesso tempo, hanno un atteggiamento di enorme flessibilità verso l’esterno,
poiché posseggono uno stile di predicazione che li rende accettabili verso civiltà
lontane, hanno una straordinaria capacità di immedesimarsi nelle culture diverse e di
far passare il messaggio cristiano attraverso i loro linguaggi; al punto che verranno
accusati di aver snaturato il cristianesimo.
Le nuove scoperte geografiche e il viaggio di
Cristoforo Colombo
Nel corso del 400 fu riscoperto il geografo Claudio Tolomeo, la cui geografia funse da
pilastro nella tarda antichità. Egli elaborò la teoria per cui credeva il mondo fosse diviso
in tre continenti: Asia, Africa ed Europa, e che il mar Mediterraneo rappresentasse il
centro di esso. Sebbene l’inesatta concezione del globo, a Tolomeo si riconosce il
merito di aver fornito agli europei una serie di strumenti matematici per orientarsi
nelle terre sconosciute e inesplorate, come ad esempio guardare le stelle. Le scoperte
geografiche avvenute verso la fine del 400, resero l’umanità consapevole
dell’ampiezza del mondo, e pertanto l’opera di Tolomeo diventa un monumento di
antiquariato, rispetto alle geografie di cui gli europei hanno bisogno.
Sulla scia dello studio dei cosmografi antichi greci e romani, viene considerata molto
importante l’impulso fornito da Lucio Russo, un matematico appassionato di storia,
che afferma con certezza la possibilità che già i greci e i romani possedessero tutti i
mezzi e tutte le conoscenze necessarie per compiere queste navigazioni oceaniche
verso l’America; tuttavia furono ostacolati dalla credenza della piattezza della terra -
teoria che venne superata in parte solo nel corso del medioevo, e poi definitivamente
nel XVI secolo, quando Magellano fornì una dimostrazione pratica della sfericità della
terra.

L’impatto che hanno avuto le scoperte e le conquiste geografiche tra il 400 ed il 500,
cambia la percezione del mondo e della storia; da una visione eurocentrica medievale,
l’avvento dell’età moderna tramite la scoperta dell’America, conduce la popolazione
europea alla comprensione che il globo sembri estendersi oltre i racconti dei mercanti e
dei mediatori. Gli europei per la prima volta nella storia, sperimentano in maniera
diretta il contatto con le varie civiltà del mondo, ciascuna con diversi poli di sviluppo e
autonome l’una dall’altra: c’è l’impero cinese, la monarchia giapponese, l’impero
ottomano in Africa settentrionale e vicino Oriente, l’impero safavide in Persia, civiltà
precolombiane nel centro America e sud America, ci sono i grandi beni africani.
Il processo di colonizzazione da parte delle grandi potenze europee, nel corso dell’età
moderna, crea dei rapporti interdipendenti tra l’Europa e queste differenti ed
inesplorate civiltà nel mondo; fin quando alla fine dell’800, Londra e Parigi
domineranno il mondo intero, dall’America meridionale all’Africa, e in alcune parti
dell’Asia.
Dominare significa, nel corso dell’età moderna, imporre il modello linguistico, sociale,
politico e religioso che vige nei paesi colonizzanti, sui paesi colonizzati; ciò
spiegherebbe le lingue spagnolo e portoghese parlate nell’America del Sud, francese in
Africa, e l’inglese in India (che poi andranno a mischiarsi con le lingue materne dei
popoli nativi, formando delle lingue ibride); oppure la diffusione esponenziale del
cristianesimo, che viene imposto, dai missionari, talvolta con violenza e armi; o ancora
l’imposizione del sistema economico ‘’consumistico’’ tipico della società europea.
Quindi le conquiste geografiche saranno considerate il processo che innesca la nascita
dell’età moderna tra 400 e 500, e l’accompagneranno fino alla sua chiusura ad inizio
800.
I diversi valori a cui si ispira la nostra società ci hanno spinto a legare alla vicenda
coloniale europea un valore eroico, pensando che l’europeizzazione di territori
extraeuropei corrispondesse alla loro civilizzazione: l'Europa che porta civiltà ad altri
continenti; furono piuttosto imprese che costarono numerosissime vite e sacrificarono
lingue, culture e tradizioni di popoli interi. Questa visione eurocentrica di questa fase
della storia, ci conduce a pensare che la colonizzazione sia stata l’anello di legame tra i
vari continenti nel mondo; tuttavia sono note relazioni di interscambio, che si
svolgevano nell’oceano Indiano tra civiltà diverse in Africa occidentale, nella penisola
arabica e in Cina, già nel corso del 1300. Ma ancora si rintracciano contatti tra Europa e
Asia agli inizi del 400, per soddisfare le richieste dell’alta nobiltà in Occidente, che
impiegava tessuti, metalli, spezie con funzione medicinale o per la conservazione dei
cibi-provenienti dall’est del mondo- come segno della loro agiatezza economica. La
richiesta di tali beni di largo consumo nella nobiltà, spinse il ceto mercantile alla
volontà di omologarsi, conducendo ad una domanda sempre maggiore. Le repubbliche
di Venezia e Genova svolsero nel 400 una funzione importante in questo mercato, in
quanto, essendo abili mercanti, intrattennero rapporti con arabi, turchi o indiani per
l’importazione di spezie, generando un enorme profitto economico, e arricchendosi
culturalmente per interagire direttamente o indirettamente con il mosaico di civiltà
che si affacciano sull’oceano Indiano.

A seguito della crisi demografica ed economica, causata dalla peste del 1300, il XV
secolo in Europa subisce una fioritura, causa l’aumento della popolazione e la
conseguente crescita nella domanda dei beni di prima necessità; il che conduce ad un
incremento dei commerci in particolare verso l’Oriente. Questo clima di ottimismo e
fiducia, funge da base per l’edificazione di una nuova coscienza ideologica, una nuova
consapevolezza umana, a seguito della dittatura morale e dell’oscurantismo, imposti
dalla chiesa cattolica nel corso del medioevo: nasce a tale proposito, la corrente
Umanista e il Rinascimento, che prevedono un’esaltazione dell’arte, relazionandola
alla capacità umana.
Nella seconda metà del 1400, mentre Francia e Inghilterra stavano terminando la
guerra dei cent’anni; la Spagna stava struggendosi per la liberazione dalle popolazioni
more; e l’Italia viveva un periodo di inconciliabile frammentazione territoriale; nel
1453 si osserva in Africa la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani, il
che conduce alla fine dell’impero bizantino, ultimo retaggio dell’Impero romano
d’Oriente; e Costantinopoli, mutando il nome in Istanbul, diventava la capitale
dell’Impero ottomano.
Ciò condusse i turchi a divenire dal punto di vista commerciale, i padroni della via della
seta, iniziando ad intrecciare relazioni con le popolazioni europee. Il monopolio
ottomano sul commercio di spezie, e la tassazione imposta per il passaggio nel
Mediterraneo agli europei, spinsero l’Occidente alla necessità di ricercare nuove rotte
commerciali verso l’Oriente, oltrepassando le colonne d’Ercole, oltre lo stretto di
Gibilterra, ed abbandonare gli avamposti che portoghesi e castigliani avevano stabilito
in Algeria e Marocco per il commercio di spezie, metalli ma soprattutto schiavi.
Questa esigenza si rivelò un primato per il Portogallo, che intraprende per primo tra le
varie potenze europee, i grandi viaggi di esplorazione che condurranno allo sviluppo
della prassi di colonizzazione. Fu Enrico Di Aviz, anche conosciuto come Enrico il
navigatore, nonché re del Portogallo, il primo a comprendere l’importanza di una
precisa organizzazione per le imprese marinare; in lui si riconosce pertanto il
fondatore dell’impero coloniale portoghese.

-le flotte portoghesi:

finanziatori; composizione etnica e professionale; finalità religiose; sconti con le potenze europee:
Oltre i finanziamenti da parte della corona, le spedizioni portoghesi poterono
beneficiare dell’appoggio economico di numerosi banchieri ebrei; sebbene in realtà, i
principali finanziatori furono genovesi o olandesi (specialmente fiamminghi); non a
caso infatti, il cuore pulsante dell’economia europea del 1400 era situato ad Anversa,
nelle Fiandre, dove risiedevano i banchieri europei che investono nei traffici verso
l'Oriente.
Le flotte che vennero finanziate per il compimento di tali esplorazioni, non erano
etnicamente composte solo da portoghesi, l’equipaggio contava spesso sardi e catalani
(diciamo direttamente flotte portoghesi per riferirci al comandante o a chi ha
finanziato l’impresa).
A comporre tali flotte, non vi erano unicamente marinai, infatti le spedizioni venivano
sempre sostenute dalla forza militare, nell'intento di gestire e sostenere gli scambi in
maniera controllata; accanto ai soldati era comune osservare i missionari francescani e
domenicani, i quali tentarono a più riprese di esportare il messaggio cristiano-prima in
India, a Celsior, poi in Cina e in Giappone. La conquista spirituale delle civiltà straniere
incontrò da subito la resistenza che opposero i popoli colonizzati, la quale sfociò in
alcuni episodi di persecuzione dei missionari cristiani; solo più tardi, a partire dal
secondo 500, e nel corso del 600, il messaggio cristiano riuscì ad avere un’efficace e
notevole penetrazione dei territori asiatici- in particolare grazie ai gesuiti che avevano
uno spirito di predicazione diverso, un modo di entrare in contatto con delle civiltà
alte, diverse, cercando di impadronirsi della lingua, dei costumi, della mentalità, in
maniera tale che la loro idea di fede, si diffondesse gradualmente.
Il principale esponente, artefice della penetrazione del cristianesimo in Oriente, era un
gesuita italiano- Matteo Ricci, profondo conoscitore delle lingue cinesi, che riuscì a
farsi accettare dall’imperatore; un altro importante gesuita, diffusore del cristianesimo
in India, fu Francesco Cabral.
I primati portoghesi riguardo il commercio oltre oceano, vanno ricondotti ai navigatori
Bartolomeo Diaz, Vasco Da Gama, Cabral e Magellano, i quali completarono parte
dell’esplorazione delle terre, fino ad allora sconosciute.
La corona portoghese, dunque, finanziò la spedizione del primo navigatore,
Bartolomeo Diaz, il quale nel 1487 doppiò la punta meridionale dell’Africa, da lui
soprannominata ‘’Capo di Buona Speranza’’, aprendo così la strada alla
circumnavigazione dell’Africa. Tuttavia, tale impresa sarà portata a termine da Vasco
da Gama, il quale partendo da Lisbona nel 1497 navigò intorno all’intero continente
africano, fino a raggiungere la città di Calicut (India meridionale). Tali imprese furono
facilitate dai progressi tecnici sia nelle costruzioni navali, in particolare
dall’introduzione della caravella, piccolo veliero veloce e maneggevole e il galeone,
nave più grande e resistente; sia negli strumenti di navigazione, come la bussola -
inventata dai cinesi - formata da una scatola avente un ago magnetico; l’astrolabio,
uno strumento utilizzato per capire le ore durante la notte; ed infine il portolano, ossia
carte nautiche che segnavano le rotte marine.
Furono fondamentali anche le spedizioni dei navigatori (portoghesi) Ferdinando
Magellano e Pedro Alvarez Cabral: il primo nel 1520 doppiò l’estrema punta meridionale
dell’America, attraversando lo stretto che da lui prese nome, proseguendo poi in un
oceano fino a quel momento sconosciuto; si tratta dell’oceano pacifico, il cui nome gli
venne attribuito a seguito della quieta navigazione che vissero i marinai portoghesi.
Tuttavia Magellano fu ucciso dagli indigeni, ma le sue scoperte furono rese note grazie
al dettagliato resoconto di Antonio Pigafetta, il quale contribuì a tale esplorazione; il
secondo, invece, durante un viaggio verso le Indie, venne spinto da una forte tempesta
lungo le coste del Brasile, chiamata poi della Vera Cruz.

La fitta rete di rotte commerciali che costituisce il Portogallo tuttavia, a differenza


delle altre potenze europee, non ha come obiettivo l’espansione territoriale
dell’impero, non tende alla conquista territoriale (se non con l’esclusione di piccoli
territori), ma si limita a costruire relazioni di tipo commerciale, divenendo così
mediatori con civiltà sconosciute-secondo una tradizione iniziata secoli prima e
portata in Europa da veneziani e genovesi.

Oltre all’Impero coloniale spagnolo, che intraprese una politica espansionistica a


danno delle popolazioni del sud America, e con il quale il Portogallo pattuì una
spartizione territoriale per evitare scontri- tramite il trattato di Tordesillas; la corona
portoghese dovette scontrarsi nel tardo 1500, con la potenza militare Olandese. Il
conflitto si risolse quando l’Olanda rinunciò al monopolio che si era assicurata nel
corso del 1400, dirottando il proprio interesse verso l’ovest del mondo, senza mai
tuttavia rinunciare ad alcuni importanti possedimenti nell oceano indiano; ciò
condusse alla creazione di un clima estremamente teso tra Portogallo e Olanda, per cui
i portoghesi cercarono di guardare altrove e rafforzano la loro presenza in Brasile (fino
ad allora considerata come una zona commerciale poco appetibile, marginale).
Dunque, il successo delle imprese portoghesi spinse anche la Spagna ad avventurarsi
nei viaggi oceanici. Il più celebre tra tutti-che garantì il successo delle imprese
coloniali spagnole, fu Cristoforo Colombo. Molti paesi tentarono di vantare i natali di
Colombo, tra cui la Cataloña e il Portogallo, tuttavia i documenti affidabili accertano la
sua nascita a Genova. Egli crebbe in Portogallo, a Lisbona, in un ambiente
estremamente florido e cosmopolita, ed in età adulta si sposò con Felipa Perestrello,
una nobildonna portoghese proveniente da un’importante famiglia borghese- i
Braganza, i quali avevano iniziato a colonizzare Madera, e per tanto erano già implicati
in questi viaggi di espansione e di esplorazione.
Si ricorda come una personalità pratica, che aveva acquisito varie conoscenze
attraverso le esperienze della comunicazione, e mostrava da subito uno spiccato
interesse verso la tematica del viaggio, che si trattasse di viaggi veri o di racconti fittizi;
o anche di geografia e cosmografia, attraverso lo studio delle carte di Pietro Toscanelli,
il quale senza dubbio ispirò l’opera di Colombo: egli propose uno schema per navigare
verso ovest come scorciatoia per approdare nelle regioni produttrici di spezie ad est,
per cui attraversare l’oceano Atlantico da ovest, sarebbe stata la rotta più breve verso
est.
Colombo fu un personaggio che colse a pieno lo spirito ottimista e orientato verso il
progresso, tipico della sua epoca; e per tanto, facendo leva su tale clima di positivismo,
propose ambiziosamente al re del Portogallo il progetto di finanziare un viaggio che
fosse mirato a cercare una nuova rotta, più immediata, verso le Indie-senza
circumnavigare l'Africa, ma andando verso ovest. Questo progetto si basava sulla teoria
della sfericità della terra, che diviene un’ideologia condivisa nel panorama culturale di
fine 400, e di cui si era convinto fortemente anche Colombo.
Il piano del navigatore, in sostanza consisteva nel raggiungere via mare la Cina ed il
Giappone, e mediare con loro per l’esportazione dei beni. Tutto ciò per rispondere alla
sua più grande ambizione: ingraziarsi il favore della corona spagnola, in maniera tale
da garantire una crociata religiosa che liberi il cristianesimo. Questo aspetto lo rende
un uomo a cavallo di due fasi storiche: ha un carattere rinascimentale, per lo spirito
progressista, l’ambizione e la consapevolezza delle proprie capacità; tuttavia rimane
ancorato al medioevo per la volontà di obbedire rigidamente alla religione.
La corona portoghese con a capo Giovanni II, rifiutò di finanziare il progetto del
navigatore genovese; allora Colombo lo propose ai sovrani di Spagna, Isabella di
Castiglia e Ferdinando di Aragona, i quali, dopo una serie di ripensamenti, siglarono il
patto con Colombo il 17 aprile 1492. I sovrani spagnoli in quanto ultracattolici, furono
spinti dal papato per il finanziamento del viaggio di Colombo, nella finalità di
cristianizzazione di indigeni; gli stessi sovrani vivono nel 1492 la finalizzazione del
processo della reconquista spagnola: quindi possiamo intravedere una continuità
nell’azione dei re di Spagna che, ricolmi di fiducia per aver cacciato l’ultimo potentato
islamico, e aver espanso la fede cristiana nella penisola iberica, decidono di appoggiare
questo progetto che consentirà alla fede cristiana di espandersi oltre oceano.

I re cattolici gli fornirono una flotta composta da tre caravelle (Niña, Pinta e Santa
Maria), cosicché il 3 agosto 1492, Colombo salpò da Palos alla volta delle Indie. Tuttavia
il navigatore genovese non conoscendo l’esistenza del continente americano, calcolò
male la durata della traversata (Colombo calcolò 4000 km, mentre in realtà erano
16000 km), per cui il viaggio fu più lungo del previsto e tra i marinai iniziarono a
sorgere i primi malumori. Il 12 ottobre, dopo un’estenuante navigazione, sbarcarono su
una terra che Colombo volle battezzare come San Salvador (attuali Bahamas) ed
inoltre, convinto di trovarsi nelle Indie (quando diciamo Indie intendiamo il continente
asiatico in generale, infatti più precisamente Colombo si convinse di essere approdato
su un’isola del Giappone o della Cina) chiamò ‘’indios’’ gli indigeni del luogo, ignorava
completamente l’ipotesi di aver scoperto un nuovo continente.
Questa fu la prima (nonché la più importante) delle 4 spedizioni che avrebbero dato
l’inizio alla colonizzazione per opera degli europei.
La seconda spedizione avvenne nel settembre dell’anno successivo, sbarcando nelle
isole di Cuba e Santo Domingo; la terza non ebbe molto successo, sebbene in quegli
anni fu stipulato il TRATTATO DI TORDESILLAS tra Spagna e Portogallo per i territori
conquistati: l’Oceano Atlantico fu diviso da una linea longitudinale, stabilendo che i
territori ad EST fossero di proprietà portoghese; quelli a OVEST di proprietà spagnola.
Nella quarta ed ultima spedizione Colombo scoprì l’attuale Venezuela, ricca di oro e
perle.

Le quattro spedizioni di
Cristoforo Colombo
rappresentano la scoperta dell’America, ma solo alcuni anni dopo col navigatore
Amerigo Vespucci, ci si rese conto che non si trattasse delle Indie, bensì di un nuovo
continente, dal quale prese poi il suo stesso nome.
Dalle spedizioni di Colombo vennero alimentate le gesta dei conquistadores, ossia dei
membri della piccola nobiltà spagnola, ai quali dal punto di vista legislativo non veniva
riconosciuta la proprietà di alcun terreno; ragione per cui verso la fine del 500, ispirati
dal clima di progressismo dell’Umanesimo, furono soliti partire in spedizioni
esplorative oltre oceano, nella finalità di ereditare e conquistare i territori sui quali
approdavano, da qui ‘’conquistador’’; la prassi di conquista spesso prevedeva
l’oppressione dei popoli nativi, che i conquistadores mascheravano con il finto pretesto
di cristianizzazione. L’opera dei conquistadores si edifica sulla scia delle gesta che gli
Hidalgos spagnoli, avevano compiuto per la liberazione religiosa della penisola iberica
dai musulmani.
Il più celebre, iniziatore di tale pratica fu Hernan Cortés, che nel 1519, mascherando la
sete di oro e ricchezza di cui il nuovo continente abbondava (da qui il mito di el dorado,
leggendaria città ricchissima d’oro), con il pretesto di voler convertire gli indigeni al
cristianesimo, iniziò una devastante opera di sottomissione delle civiltà sudamericane,
anche dette civiltà precolombiane, poiché in seguito la scoperta di Colombo, esse
scomparvero del tutto. Si trattava dei maya, incas ed aztecas.

-AZTECHI: la prima civiltà ad essere sottomessa. Questa presentava una complessa


struttura sociale piramidale, al cui vertice vi erano la nobiltà cittadina e i re dei
principati, per poi seguire con i sacerdoti, il ceto produttivo ed infine gli schiavi; una
politica evoluta, una florida economia e una cultura raffinata.
Quando Cortés si insediò nell’attuale Messico, sfruttò il malcontento della popolazione
locale: l’impero azteco si era insediato nel territorio messicano tramite la
sottomissione dei nativi della regione; Cortés capì che avrebbe potuto sfruttare tale
situazione a proprio vantaggio; infatti, con estrema faciltà, assieme a 500 uomini,
cavalli ed armi riuscì ad accedere nella capitale azteca. Inoltre un'ulteriore occasione a
suo favore è il fatto che in quel momento gli aztechi aspettavano il ritorno della loro
divinità, la quale era solita incarnarsi in qualcosa o qualcuno periodicamente; proprio
nel momento in cui gli europei giunsero nello Yucatan (Messico) armati, la
popolazione azteca pensò che si trattasse proprio dell’incarnazione della divinità.

Cortés e i suoi uomini hanno ben capito la situazione e perciò pianificano una guerra;
una prima volta vennero sconfitti nella noche triste, per poi riattaccare una seconda
volta, sapendo di poter contare sull’alleanza di alcune popolazioni desiderose di
rovesciare il dominio azteco, si presentano nella capitale e imprigionano l’imperatore.
Tale impresa fu possibile grazie alla grande capacità di Cortés di comprendere le
contraddizioni dell’impero azteco e individuare da subito gli elementi di debolezza. Nel
giro di pochi mesi Cortés si impose come governatore di questo territorio e il suo
dominio si sostituisce a quello dell’élite azteca; Tenochtitlan (capitale azteca) diventò
Città del Messico e sarà, di lì a pochi anni, la capitale del nuovo regno della nuova
Spagna. Ci vogliono anni affinché il re di Spagna conceda a Cortès il titolo di viceré.
-MAYA: che occupavano la penisola dello Yucatan e del Guatemala. Territorio
costellato da luoghi di culto, laddove viveva il clero; accanto ad esso vi era la nobiltà che
possedeva il monopolio della terra, imponendo pesanti tributi ai contadini.
Caratteristica fondamentale dei Maya era la grande conoscenza astronomica che
possedevano (seguivano movimenti della luna, dei pianeti e delle costellazioni), oltre
che un complesso sistema di scrittura.
Fecero resistenza agli spagnoli per molti anni, infatti furono impiegati ben 20 anni per
portare a termine la conquista.

-INCAS: (America meridionale, dall’Ecuador al Perù) possedevano una struttura


sociale al cui vertice vi era il sovrano, ovvero l’inca che attuava un sistema di potere
centralizzato. Erano abili ingegneri, di fatti costruirono ponti, acquedotti e
terrazzamenti analoghi a quelli romani.
Non possedevano un sistema di scrittura, tuttavia tramite l’annodamento in più modi
di alcune cordicelle, sapevano tenere i conti, elaborare statistiche e comunicare
informazioni. Paradossalmente fu proprio la struttura gerarchica a causare la rovina di
tale popolazione, poiché bastò prendere in ostaggio l’Inca per sottometterli. Ad
occuparsene furono i fratelli Pizarro, chiedendo un riscatto in oro, sebbene lo uccisero
durante la sua prigionia.

L’impresa dei fratelli Pizarro condusse all’istituzione del secondo viceregno di


proprietà della Spagna: quello del Perù, che stabilì la sua capitale a Lima (prima era a
Cuzco). In pochi anni quindi, l’impero spagnolo vede l’istituzione in America di due
viceregni: quello di nuova Spagna, che controlla tutto il centro America; e il re del Perù
con sede a Lima, che estende la sua giurisdizione dal territorio dell’attuale Colombia
fino al Cile, territorio più difficile da conquistare.
Nei territori colonizzati, in sostanza, vengono impiantati forzatamente culture, lingue
e religioni; l’uso della violenza e l’irrefrenabile importazione di malattie dall’Europa,
contro le quali le popolazioni indigene non avevano sviluppato difese immunitarie,
condussero ad uno sterminio popolare; fu in tale occasione che si verificò la
sostituzione della forza lavoro indigena, con l’importazione di schiavi dalle coste
africane.

Altre popolazioni, lontane dallo splendore e l’ingegno dei maya o degli incas,
popolazioni nomadi e non strutturate furono i kaiba e i taino nei Caraibi, che si
sospettarono essere avvezzi al cannibalismo (da kaina o kaiba deriva il termine
cannibalismo); ma anche gli araucani, ricordati per aver opposto estrema resistenza
alla dominazione spagnola.

La necessità di assoggettare un continente intero, da parte dell’impero spagnolo venne


soddisfatta pochi decenni, da poche migliaia di uomini. I fautori di tale impresa,
appartenenti soprattutto alla nobiltà spagnola, sono spinti in primis dalla ricerca di
metalli preziosi nelle Indie; ma anche da motivazioni morali, come la necessità di
esportare il modello religioso cattolico, estremamente rigido, che esisteva in Spagna, a
seguito delle lotte per la fede che avevano condotto alla liberazione di Granata dal
nemico musulmano.
Sono cavalieri che scorgono nella colonizzazione una doppia possibilità: arricchirsi e
rispondere ad una necessità morale, in maniera congiunta tramite l’uso della violenza;
ritengono lecito sottomettere le popolazioni colonizzate, perché operano in gloria della
fede cattolica, sebbene la violenza che impongono va in netta contrapposizione con il
ritenersi al servizio della fede cristiana.
La ricerca dell’oro da parte degli spagnoli è quindi sempre supportata dalla
manodopera delle popolazioni native, e si divide principalmente in due fasi: la prima
fase, già vede l’esaurimento delle risorse minerarie di oro, tale che nella seconda fase
viene spedito in Spagna principalmente argento. Il lavoro che erano tenuti a svolgere
gli indios nelle miniere era estremamente defaticante (faticoso), ma soprattutto
pericoloso per la salute - organizzato in maniera scientifica, con dei turni che tendono
a salvaguardare la produttività piuttosto che la loro incolumità.
L’accordo con la corona prevedeva una spartizione del 20% della ricchezza prelevata
alla corona d’Aragona, e il rimanente 80% rimanesse di proprietà dei viceregni e dei
relativi conquistadores. Due volte l’anno una flotta dal Messico era solita salpare verso
la Spagna ricolma di ricchezze, attraversare Cadice e giungere prima a Siviglia e poi a
Madrid. Proprio a Siviglia si crea la catedra de la contación, cioè un’istituzione
pubblica, alla quale prendevano parte tutti i mercanti, che si occupava essenzialmente
di gestire il traffico commerciale dal nuovo mondo.

L’importanza della prassi di estrazione, conduce alcuni centri urbani a divenire proprio
il fulcro dei centri minerari in Messico; ricordiamo le miniere di Zacatecas in Messico
settentrionale o quella di Potosì in Bolivia, che servirono per fondere i pesos spagnoli
che finanziarono in buona misura la politica europea dell'impero spagnolo- Da qui la
generazione del detto “pare un Potosi o un Perù" per indicare qualcuno di ricco.

Il successo degli invasori è dato fondamentalmente da diversi fattori, quali: la loro


superiorità militare; la mancata circolazione di informazioni da parte delle popolazioni
straniere poiché possedevano lingue differenti, per cui non riuscivano a comunicare fra
loro; e le malattie, poiché le popolazioni amerindie non possedevano difese
immunitarie necessarie.
Nei nuovi territori conquistati fu esportato il modello urbano castigliano
dell’encomienda, vale a dire città e villaggi posti sotto il dominio della corona, la quale
affidava il governo alla figura dell’encomendero - nonché un conquistador, per il quale
gli abitanti lavoravano in campi o miniere in cambio di protezione e istruzione
religiosa. Il lavoro di evangelizzazione che avrebbe compiuto l’encomendero, avrebbe
condotto gli indios a guadagnare la salvezza dell’anima.

Il sentimento di pregiudizio e di superiorità degli europei contro le popolazioni


indigene, fu tanto radicato che attorno al 1513 Ferdinando d’Aragona emanò una serie
di leggi, dette leyes de cultos, la cui finalità fu tentare di disciplinare i rapporti tra i
conquistadores e gli indios, riconoscendogli le condizioni minime di sopravvivenza e
tutelandoli dalle forme più evidenti di violenza. Sulla scia di tali editti, il nipote di
Ferdinando, Carlo V nel 1543 emanò las leyes nuevas, una serie di leggi a tutela delle
popolazioni native, nel tentativo di sanzionare l’opera di oppressione dei
conquistadores. Chiaramente non sempre furono rispettate ma tramite la
proclamazione di queste leggi, la corona spagnola mostrò il suo interesse nella tutela
dei complessi rapporti tra colonizzatori e colonizzanti.
Rispetto l’atteggiamento da adottare sulle relazioni tra europei e indigeni, si
delinearono due posizioni contrapposte: la prima capitanata da Juan Ginés de
Sepúlveda, che insiste sulla necessità di sottomettere anche con la forza i nativi, quindi
sul diritto degli spagnoli di usare le armi sui nativi quando mostrano segni di
sofferenza o cattiva condotta, legittimando tale gesto con la finalità di civilizzare tali
popolazioni allontanandole dalle pratiche come cannibalismo e sacrifici umani; la
seconda capitanata da Bartolomeo de Las Casas, frate domenicano che si batté
duramente per la difesa dei diritti degli indios; tale che evidenziò le condizioni
disumane in cui questi ultimi erano costretti a vivere, e ne inviò i resoconti al sovrano
spagnolo Carlo V. Carlo sposò l’idea di tutelare le popolazioni sottomesse diventando il
paladino degli Indios. Dagli scritti di Bartolomeo, emerge un ritratto delle popolazioni
native come docili, mansuete e quindi degne di essere trattate con rispetto; allora egli
propone di compiere l’opera di evangelizzazione attraverso la persuasione piuttosto
che la forza.

-Cina
L’età moderna in Cina inizia con un'insurrezione popolare capeggiata dal monaco
buddhista Hongwu, il quale si pose al potere e diede inizio alla dinastia Ming
(luminosa) durata fino al 1644. L’appellativo luminosa viene affibbiato a tale fase
storica poiché si osservò una rinascita ideologica e demografica, a seguito della grave e
devastante epidemia di peste che colpì l’Asia come l’Europa attorno al 1350. Il picco
demografico cinese si osservò tra 700-800, sebbene lo stato di arretratezza, arrestò
prontamente tale crescita.
L’economia cinese si articolò principalmente sull’agricoltura, in particolare del riso,
ma anche tè, cotone e soia, servendosi di strumenti poco avanzati rispetto la
concorrenza europea; un altro settore produttivo di sviluppo per la Cina sotto la
dinastia Ming, fu la manifattura, la quale si concentrò principalmente sulla produzione
di seta, cotone e porcellana
e una crescita dei centri urbani.
Politicamente Hongwu decise di rafforzare il potere centrale, eliminando la carica di
primo ministro e ponendosi a capo del governo. Il suo dominio corrispose ad
un’adozione fedele ai princìpi del confucianesimo, che considerava funzionale a questo
indirizzo politico: non si trattava di una religione, ma di un insieme di dottrine
risalenti a Confucio, vissuto nell’antica civiltà cinese, che ponevano una serie di regole
per il buon funzionamento della comunità, valorizzando il rispetto delle gerarchie
sociali e l’obbedienza alle autorità.
In ambito burocratico-amministrativo la dinastia Ming stabilì la regola per cui, le
cariche pubbliche sarebbero state attribuite solo a coloro che avessero superato severi
esami di Stato sulla conoscenza dei testi classici; a coloro che superarono tale prova,
era affidata l’esecuzione delle decisioni politiche nelle 15 province dell’impero.
Dal punto di vista filosofico-religioso - oltre il confucianesimo - prevalse la corrente
taoista, incentrata sul tema della salvezza dell’uomo; ma anche il buddhismo,
importato dall’India dal III secolo d.C. La storia religiosa della Cina è legata ai reciproci
contatti e influssi fra queste tre correnti, che convissero e prevalsero l’una sull’altra a
seconda delle ideologie di ciascuna dinastia. Una minoranza religiosa osservata in Cina
fu anche il Cristianesimo, che fu introdotto per opera dei gesuiti.

Il declino dell’impero cinese iniziò nella seconda metà del 1500, quando la dinastia
Ming iniziò a osservare una frattura interna, dovuta al prevaricamento sociale degli
eunuchi, i quali da consiglieri degli imperatori divennero sempre più responsabili di
abusi di potere a danno dei cittadini. Tale situazione culminò nel 1620 con una rivolta
contadina provocata dal
malcontento per il prelievo fiscale e da una serie di carestie.
Di tale debolezza se ne approfittarono le tribù Manciù, le quali penetrarono nel
territorio cinese fino ad arrivare a Pechino nel 1644, evento che provocò il suicidio
dell’ultimo imperatore Ming. L’imposizione dei Manciù al governo cinese condusse
alla nascita della dinastia Qing (chiara o pura), destinata a regnare in Cina fino al 1912,
quando l’ultimo “figlio del cielo”, come veniva chiamato l’imperatore, fu costretto a
rinunciare al trono.
La dinastia Manciù non fu ben accolta dal popolo cinese, che visse di malocchio una
dominazione straniera, di coloro che definivano barbari; ciò spinse i Qing a servirsi
della classe dirigente cinese e a mantenere la precedente struttura burocratica e
amministrativa.
Ciò nonostante intendevano comunque preservare le proprie tradizioni: in segno di
sottomissione i cinesi maschi furono obbligati ad adottare la tipica acconciatura
manciù, radendosi la parte anteriore della testa e intrecciando i capelli restanti con una
lunga coda di cavallo. I Manciù erano l’etnia di minoranza, per cui andarono incontro a
un inevitabile processo di assimilazione (man mano scomparvero).
La storiografia si è interrogata a lungo sul paradosso della storia cinese: perché è un
popolo che aveva acquisito molto prima dell’Occidente risorse e conoscenze tecniche
fondamentali come la carta, la stampa, la polvere da sparo, la bussola; anche sul piano
della navigazione, i cinesi non erano inferiori agli europei, infatti già attorno al 1400
organizzarono una serie di spedizioni navali nell’Oceano Indiano, giungendo fino alla
costa somala senza circumnavigare l’Africa. L’elemento di arresto nella
modernizzazione della civiltà al cinese, alla pari dell’Europa fu sicuramente la
necessità di concentrare gli sforzi nella difesa della frontiera terrestre, costantemente
minacciata dai mongoli.

La battaglia di Lepanto
L’impero ottomano - sebbene da sempre impegnato in assalti e vandalismi lungo le
coste europee - a partire dal 1530 intensificò le incursioni con saccheggi alle navi e alle
città costiere del Mediterraneo. L'atto che scatenò la reazione militare contro gli
Ottomani fu la conquista dell’isola di Cipro nel 1570 per due motivi: in primis era di
dominio veneziano; ma soprattutto era collocata in una posizione strategica per il
commercio marittimo. Proprio per quest’ultimo, a difesa degli interessi dell'Occidente
cristiano si costituì una coalizione - la Lega Santa, voluta fortemente anche da papa Pio
V: vi parteciparono Venezia, lo Stato della Chiesa e la Spagna. Fu allestita una flotta
grandiosa al comando di Giovanni d'Austria - fratello di Filippo II: così Il 7 ottobre 1571
si svolse lo scontro decisivo nel mare greco di Lepanto, concluso con la vittoria dei
cristiani grazie ad un’abile manovra del comandante veneziano Sebastiano Venier e la
conseguente sconfitta dei turchi ottomani.

La vittoria suscitò clamore e grandi speranze: si ipotizzò di liberare la Terrasanta e di


riconquistare Costantinopoli (che era di dominio turco ottomano). In realtà le
conseguenze furono assai più modeste, anche perché Venezia era pronta a tutto pur di
riprendere i suoi commerci; difatti nel 1573 venne firmato a Costantinopoli il trattato di
pace tra Venezia e l'Impero ottomano, il quale stabiliva la restituzione di Cipro agli
ottomani, in cambio di privilegi commerciali ai veneziani.
In Spagna tale situazione di lotta contro i turchi, ravvivò lo spirito di crociata e si arrivò
alla persecuzione dei moriscos, i musulmani battezzati,un gruppo intraprendente e
dinamico costituito da artigiani e commercianti, discendenti dalle popolazioni arabe
che occuparono la Spagna (nel 711). Contemporaneamente la Spagna si trovò a
fronteggiare la rivolta dei Paesi Bassi (1568), per cui non poteva concentrare le proprie
energie solo nel Mediterraneo; e allo stesso modo, i turchi ottomani spostarono il loro
interesse sul fronte persiano. A tal proposito nel 1577, Filippo II e il sultano Selim II
(succeduto a Solimano il Magnifico) - di comune accordo - sottoscrissero una tregua.
Lo scontro nel Mediterraneo si concluse senza decretare un vincitore, piuttosto con il
ritiro di entrambi i contendenti.
Solo qualche anno dopo (1609) vennero espulsi definitivamente dalla Spagna i
moriscos, provocando danni alla stessa economia nazionale, poiché in una società
priva di un forte ceto artigianale e commerciale, vennero eliminati gli individui che
rappresentavano uno dei settori più attivi della popolazione.

La crisi del 600


Nella tradizione storiografica del secolo scorso, il 1600 è identificato come un secolo da
etichettare sotto il segno della crisi, la quale riguardava tutti gli aspetti della vita:
demografia, economia, politica, dei commerci- ma soprattutto si rintraccia nel XVII
secolo una crisi a livello morale: il
Barocco viene usato come metafora per indicare il crollo di moralità e rigore che erano
risultati dogmi fondamentali del Rinascimento (ispirato a sua volta dal modello di
perfezione formale classica).
Solo nel XXI secolo, si è osservata una rivalutazione - più oggettiva - di tale fase
storica: il Barocco viene consuetamente identificato come corrente di trionfo per l’arte,
con un’attenzione per la meraviglia e la superficialità - ed il 600 invece, si discosta dal
concetto di secolo di ‘amoralità’, sebbene si riscontrino delle difficoltà evidenti in
diverse aree dell’Europa e del mondo intero.
Il primo fattore che ci conduce a parlare di 'crisi del 600’ riguarda l'andamento
demografico: l’età moderna incontrò dagli albori un irrefrenabile crescita della
popolazione europea; iniziata nella metà del 400, tale andamento raggiungerà il suo
apice tra 700 ed 800, grazie a miglioramenti delle condizioni igieniche e sanitarie, alla
proliferazione delle risorse alimentari e di beni in generale; tuttavia nel corso del 600,
si osservò un notevole calo demografico in particolare nell’Europa mediterranea, in
Spagna e Italia - differentemente l’Europa del nord, dunque l’Inghilterra, l’Olanda e la
Francia, pur crescendo in maniera lenta, continuarono a crescere.
La crisi demografica seicentesca, affonda le sue radici nella crisi dell'antico regime. Per
antico regime si intende un periodo storico durante l’età moderna, che coinvolse tutti
gli stati Europei dalla fine della guerra dei trent'anni alla rivoluzione francese (1648-
1789). Fu un periodo di consolidamento del sistema economico e politico, che condusse
all’affermazione e l’adozione di una nuova idea di stato: da monarchia assolutista a
monarchia repubblicana. Il rinnovamento che conseguì, portò come conseguenza
diretta una lieve crescita della popolazione: sebbene il tasso di natalità fosse quasi
raddoppiato rispetto la prima metà del 600, il tasso di mortalità infantile fu ancora
elevatissimo, per poter rappresentare un andamento positivo nel contesto
demografico.
Il fattore scatenante della crisi demografica del 1600 -oltre alle frequenti guerre che,
salvo casi eccezionali, erano localizzate- è da attribuire alle regolari carestie: in media
ogni 10 o 11 anni, le regioni d’Europa vennero colpite da carestie legate a delle crisi
solari, e da ciò ne conseguì un aumento della mortalità.
Un secondo motivo che ci permette di giustificare l’andamento demografico negativo,
furono sicuramente le epidemie; come l’ondata di peste manifestatasi in Europa
attorno alla seconda metà del 300, e debellata completamente solo nel 700. Terribile fu
il dilagare dell’epidemia nel regno di Napoli nel 1656, da cui conseguì la morte del 20%
della popolazione totale.

Generalmente nel corso della storia, la risposta successiva alle crisi epidemiche o
alimentari era positiva: le società, spinte dalla necessità di sopravvivenza, erano solite
sposarsi prima e generare figli - il che produce un picco demografico positivo; la
quantità di risorse alimentari, si divide per un numero minore di persone - quindi la
popolazione era meno soggetta a morti per denutrizione. In sostanza dunque, la
ripresa nel giro di pochi anni, compensava le perdite.
Nel 600 invece, vi sono alcuni elementi che non consentono più queste riprese rapide:
- le crisi sono troppo ravvicinate tra loro e dovute soprattutto ad un fenomeno
climatico; difatti è comune tra gli storici, identificare il periodo dell’età moderna, come
‘’piccola era glaciale’’.
Fu un abbassamento climatico non particolarmente significativo (un grado o grado e
mezzo rispetto il secolo precedente), che produsse un’alternanza tra piogge e siccità in
misura e forma diversa; tale che le colture faticarono ad ambientarsi al nuovo clima, e
si verificarono carestie più frequenti, gravi e ravvicinate.

Fondamentale nell’analisi della crisi seicentesca, fu la teoria dell’economista inglese,


Thomas Robert Malthus, una teoria che attribuisce principalmente alla pressione
demografica la diffusione della povertà e della fame nel mondo, cioè si riferisce allo
stretto rapporto esistente tra popolazione e risorse naturali disponibili sul pianeta.
In sostanza per l’economista, sarebbe stata proprio la crescita demografica dei secoli
precedenti ad aver prodotto il picco di mortalità nel corso del 600: le risorse alimentari
sarebbero state - nel lungo periodo - insufficienti a soddisfare i bisogni dell’intera
popolazione.

Quando parliamo di crisi seicentesca, si è soliti circoscriverla ad una determinata zona


d’Europa, che va dalla Spagna all’Italia, e comprende tutti i territori del mar
Mediterraneo. In tali territori la crisi demografica fu una diretta conseguenza di una
crisi economica: le élite mercantili, finanziarie, imprenditoriali, che nei secoli
precedenti avevano accumulato ingenti ricchezze (ricordiamo genovesi e veneziani),
decidono di adeguarsi ai costumi della nobiltà piuttosto che perpetuare le loro attività
produttive, e pertanto iniziano a comprare feudi, abbandonando i loro settori di
produzione. Come conseguenza diretta, si osservò un’insufficienza delle risorse
fondamentali della società, a danno dei ceti meno abbienti, e pertanto una diminuzione
della popolazione.
Il tentativo del settore mercantile di elevarsi socialmente, nobilitandosi, era possibile
nel corso del 600, in quanto ‘la nobiltà’ non è una questione legata al sangue, ma può
essere anche una condizione che si acquisisce, attraverso la compravendita di titoli
(sebbene fosse celebre il tentativo di qualche famiglia borghese, diventata parte
dell’aristocrazia italiana tramite l’acquisto dei feudi, di far risalire la loro nobiltà a
tempi antichi, con una serie di improbabili analogie).
Questo rappresenta per l’economia della religione un freno, in quanto si passa da una
spinta imprenditoriale, ad una rendita parassitaria; non si investe più nei mercati,
nella finanza e nelle attività artigianali, ma ci si accontenta di vivere bene, senza
incrementare le proprie rendite e interessarsi all’attività economica. Questo è molto
forte nella penisola italiana e nella penisola iberica, soprattutto in Castiglia, dove
l’ideologia nobiliare comporta un disprezzo verso la classe dei mercanti.

La guerra dei 30 anni


Per ‘’guerra dei 30 anni’’ intendiamo un vasto conflitto che si svolge tra il 1618-1648,
cui epicentro è il Sacro Romano Impero, sebbene pian piano si estenderà fino a
coinvolgere gran parte delle potenze europee. E’ la conseguenza delle divisioni
religiose tra cattolici e protestanti in Europa, a cui poi si sovrappone il tentativo dei due
rami della famiglia Asburgo (spagnolo e austriaco) di imporre la propria egemonia sul
continente. Dobbiamo tenere a mente due questioni:
1.RELIGIOSA: Carlo V firma la PACE DI AUGUSTA con i principi protestanti. Ogni
signore dell’impero può liberamente aderire al cattolicesimo o al luteranesimo; i
sudditi, sono tenuti a professare la confessione del loro signore-> CUIUS REGIO EIUS
RELIGIO
2.POLITICA: l’impero è guidato dalla famiglia Asburgo, ma all’atto pratico è una sorta
di confederazione di regioni in gran parte autonome, rispetto al controllo imperiale. In
pratica, una struttura completamente diversa rispetto alle monarchie che si stanno
sviluppando (Francia, Spagna, etc) in cui la corona assume una funzione assoluta.
La dinastia degli Asburgo possedeva gli Stati ereditari, le corone dell’Impero, di Boemia
e d'Ungheria; sia Ferdinando I, il fratello minore di Carlo V, sia il suo successore, il
figlio Massimiliano II, tentarono di realizzare in Germania una pacifica convivenza fra
protestanti e cattolici sulla base dei principi stabiliti dalla pace di Augusta.
Quest’ultima però era avvertita come un compromesso provvisorio e, diventato
inattuale poiché non prendeva in considerazione il calvinismo - diffuso in varie zone
della Germania e adottato da alcuni
grandi elettori. Si poneva inoltre il problema dei signori ecclesiastici che erano passati
alla Riforma secolarizzando i loro possessi e rendendoli ereditari, eludendo quindi la
clausola del reservatum ecclesiasticum. Alla morte di Massimiliano II fu eletto
imperatore il figlio Rodolfo II (1576-1612), il quale stabilì la sua residenza a Praga,
mentre i domini dell’Austria e di Ungheria erano governati dal fratello Mattia. Sotto il
regno di Rodolfo ebbe inizio la grande contoffensiva cattolica, che ebbe la sua
roccaforte nel ducato di Baviera e si servì soprattutto della Compagnia di Gesù. In un
clima che faceva temere l’avvio di un processo di restaurazione del cattolicesimo, i
principi protestanti diedero vita nel 1608 all’Unione evangelica, guidata dall’elettore
del Palatinato (spostato con una figlia del re d’Inghilterra Giacomo I e imparentato con
il re di Svezia); a essa si oppose l’anno seguente la Lega cattolica, della quale era a capo
il duca Massimiliano I di Baviera .
Contro l’offensiva cattolica si mosse anche la nobiltà boema, che nel 1609 chiese
all’imperatore Rodolfo II la concessione di una lettera che garantiva libertà di
coscienza e di culto a tutte le fedi. Poiché l’Unione evangelica era sostenuta dalla
Francia mentre dietro la Lega cattolica c’era la Spagna, sembrava che l’impero si stesse
avviando verso una guerra civile. La morte di Enrico IV (1610) allontanò
momentaneamente questo pericolo.
Intanto Mattia aprì un conflitto dinastico con il fratello Rodolfo II: Mattia riuscì nel
1611 a deporre il fratello dal trono boemo, e l’anno seguente, alla morte di Rodolfo, fu
eletto imperatore (1612-1619).

La situazione diventerà ben presto tesa e degenerò nel 1618, quando alcuni delegati
protestanti gettarono dalla finestra del castello di Praga dei rappresentati cattolici (che
però riusciranno a salvarsi) del nuovo consiglio di governo imposto da Ferdinando
D’Asburgo re di Boemia (eletto da Mattia, suo cugino) ed erede designato al trono
imperiale. L’episodio diviene presto celebre come la ‘’defenestrazione di Praga’’,
nonché causa scatenante del conflitto. I boemi allora si rivolgono al principe del
Palatinato Federico V, chiedendogli sostegno ed offrendogli in cambio la corona del
regno di Boemia; egli è a capo dell’UNIONE EVANGELICA, una lega che riunisce i
principi protestanti dell’impero e decise di accettare la proposta, facendosi incoronare
re. E’ proprio l’inizio della guerra, che vede contrapporsi le forze dell’UNIONE
EVANGELICA contro la LEGA CATTOLICA (principi cattolici fedeli alla monarchia
asburgica). Questa prima fase del conflitto si svolge fino al 1624, ricordata come fase
boemo-palatina poiché Boemia e Palatinato sono le due regioni maggiormente
coinvolte negli scontri armati; sebbene già si estende al di fuori dei confini originali.
Nello scontro infatti, intervenne l’altro ramo della casata degli Asburgo - la monarchia
spagnola - a sostegno delle forze cattoliche. In breve, il conflitto assume dimensioni
europee: in difesa dei protestanti entrano la Danimarca, Svezia, Regno Unito (anche se
in modo marginale) e soprattutto la Francia.
Le fasi della guerra:
1-FASE BOEMO-PALATINA: 1619-1624, vede una svolta decisiva nel 1620 nella
Battaglia della montagna bianca -> le truppe di Federico V vengono sconfitte e anche lo
stesso Federico si diede alla fuga, e scattò una durissima repressione da parte degli
austriaci (cattolici, Asburgo), difatti i capi protestanti saranno giustiziati, le loro terre
confiscate e i pastori protestanti espulsi dalla Boemia.
2-FASE DANESE: 1625-1629, vede l’ingresso della Danimarca guidato da Cristiano IV
(re di Danimarca) in appoggio dei protestanti, finanziato e aiutato in segreto da inglesi,
francesi, olandesi (per indebolire impero asburgico); tuttavia subì una pesante
sconfitta e fu costretto a firmare la PACE DI LUBECCA, in cui si impegnava a non
intervenire più in questo conflitto. Durante la fase danese si affermarono 2 condottieri
a servizio dell’imperatore d’Austria Ferdinando II: Tilly e soprattutto Wallenstein, i
quali disponevano di un immenso esercito (circa 100mila uomini) e un’altrettanta
immensa ricchezza, sostenendo le ingenti spese tramite sistema di tassazione a
discapito delle regioni occupate. Wallenstein era un principe tedesco, fortemente
arricchito grazie alle confische a danno dei protestanti, e a un certo punto divenne così
potente che l’imperatore d’Austria comincerà a temere; difatti commissionerà di
ucciderlo a tradimento. Sulla scia di questi grandi progressi, l’imperatore d’Austria
emanò l’Editto di restituzione nel 1629, nel quale pretendeva che i beni confiscati alla
chiesa cattolica decenni prima, fossero restituiti ai protestanti e che la corona
imperiale del Sacro romano impero g. non fosse più elettiva ma bensì ereditaria
(ereditata dagli Asburgo appunto). Tale avvenimento suscitò molte proteste e
preoccupazioni da parte dei principi tedeschi. A complicare ulteriormente la guerra dei
30 anni->FASE ITALIANA: si combatté anche in Italia per la successione del ducato di
Mantova e del Monferrato (il duca non aveva lasciato degli eredi e quindi gli altri paesi
europei volevano approfittarne). A scontrarsi furono la Francia di Luigi XIII VS truppe
impero; entrambe appoggiavano un proprio candidato fedele ai rispettivi paesi. Ci
furono anche i famosi Lanzichenecchi, che portarono la peste a Milano e nel Nord
Italia. Il conflitto terminerà con dei complessi trattati, tra cui la pace di Cherasco, in cui
si vide approvare il candidato francese (vittoria Francia)
3-FASE SVEDESE: 1630-1635; con il re di Svezia Gustavo II Adolfo, mettendo in
serissime difficoltà le truppe dell’impero, sconfiggendolo ripetutamente. Il re svedese,
così come anche gli altri paesi, era allarmato dalle mire espansionistiche di Ferdinando
II, dal suo progetto di imporre il cattolicesimo, ma anche (e soprattutto) per ragioni
economiche: la Svezia aveva delle mire espansionistiche nel Mar Baltico per il controllo
dei traffici commerciali; così invasero la Germania e inflissero delle pesanti sconfitte
all’impero, arrivando fino in Baviera. La forza e l’efficienza svedese si basava
soprattutto su nuove armi molto più leggere e maneggevoli, tra cui i moschetti, ossia
dei fucili molto più veloci da ricaricare, tanto da assicurarsi la vittoria anche nella
battaglia di Lutzen, a discapito però, della stessa vita di Gustavo II. Salì al trono la
regina Cristina, la quale tuttavia era solo una bambina, per cui gli svedesi senza il loro
valoroso re, furono respinti. Ancora una volta, Ferdinando II ne uscì vincitore,
riuscendo anche a riconciliarsi con i principi tedeschi nella pace di Praga, una pace
momentanea tra gli stati coinvolti.
4-FASE FRANCESE: 1635-1648; a quel punto la Francia non poteva più restare a
guardare, poiché era completamente circondata dall’impero asburgico (Spagna,
Impero Germanico, Austria); così pur di fermare Ferdinando II, il re di Francia Luigi
XIII insieme al suo primo ministro il Cardinale Richelieu, riuscì ad intervenire nella
guerra VS Austria e Spagna, nonostante la stessa Francia fosse cattolica-> la ragione
per cui la Francia entra in guerra non è di tipo religioso, ma politico, economico, in
quanto era accerchiata da questi 2 grandi stati. La Francia attacca prima la Spagna a
Rocroi (Spagna era indebolita da crisi economica, rivolte interne; infatti nel 1640
Portogallo e Catalogna si dichiararono indipendenti). Infine, supportata dagli svedesi,
attaccò anche l’Austria; a quel punto l’imperatore Ferdinando III (succeduto a
Ferdinando II) decise di porre fine alla guerra.

La guerra, oltre ad avere un’estensione temporale particolarmente ampia e a


coinvolgere gran parte degli stati europei, assume dei tratti nuovi, tanto da poter già
essere definita una guerra totale, che anticipa alcune delle caratteristiche delle due
guerre mondiali del 900:
- è una guerra ideologica, contrapponendo due schieramenti opposti l’uno all’altro sul
piano dei valori culturali. La divisione religiosa è particolarmente profonda e alimenta
l’odio fra le due parti;
- la guerra coinvolge le popolazioni civili dei territori in cui si ritrova a combattere,
anche a causa del coinvolgimento di truppe mercenarie; come abbiamo già detto i
territori occupati vengono saccheggiati e utilizzati come riserve da cui trarre sostegno
economico. Le risorse vengono così drenate, provocando ampie perdite tra i civili,
distruggendo sistemi economici locali e generando epidemie;
- per far fronte a tutte le spese provocate dalla guerra, i diversi regni non esitano ad
alzare le tasse e drenare risorse dalle proprie economie, provocando un peggioramento
delle condizioni materiali delle proprie popolazioni. Non a caso, soprattutto negli anni
‘40, si accendono rivolte e insurrezioni in gran parte d’Europa: all’interno del mondo
spagnolo scoppiano rivolte in Portogallo, Catalogna, Napoli e Palermo; in Francia nel
1648 assistiamo alla prima fronda, ovvero una rivolta nobiliare; mentre in Inghilterra
si arriva ad una guerra civile.

La guerra dei trent’anni si conclude con la pace di Vestfalia nel 1648, che sancì il
trionfo assoluto della Francia (prima potenza europea) e il declino della Spagna e
dell’impero degli Asburgo, che controlleranno solo Austria, Boemia e Ungheria. Anche
l’impero germanico si frantumò in tanti piccoli stati (circa 350), ognuno dei quali con
una propria libertà di culto (cattolici, protestanti e calvinisti) e la propria autonomia in
politica estera. Tra i molteplici principati, i più importanti che si affermarono furono
quello di Prussia e Brandeburgo. Oltre la Francia, ne uscì vincitrice anche la Svezia, che
controllava il Mar Baltico e soprattutto fu riconosciuta l’indipendenza delle Province
Unite (che prima appartenevano alla Spagna). Con la fine della guerra, si instaura un
sistema di relazioni che caratterizzerà la successiva storia europea e che viene definita
‘’sistema di Westfalia’’: con questa definizione si vuole affermare che con gli accordi di
Westfalia, nasce un sistema fondato sulla ricerca di equilibrio tra le forze europee, con
l’obiettivo di impedire la creazione di un impero che abbia la supremazia sul
continente. In campo religioso, la pace di Vestfalia sancì anche la fine definitiva delle
guerre di religione, di non imporre più un’unica religione.
La guerra lasciò circa 12 milioni di morti tra devastazioni, saccheggi, epidemie (peste
nera e sifilide che viaggiavano veloci poiché portata dai soldati che si spostavano per
tutta Europa).

I movimenti rivoluzionari
All’inizio del 600 si manifesta nei principali regni d’Europa, una tendenza assolutistica
dei sovrani- i quali rafforzarono il loro potere sottraendo possibilità di espressione ad
altri corpi ed istituzioni, come la nobiltà, il parlamento e la chiesa - per concentrare la
forza, talvolta economica, dello stato- sulla situazione bellica. Ciò condusse alla
nascita di alcuni tentativi di opposizione popolare, alla tendenza tirannica del sovrano
francese, spagnolo e inglese. Furono movimenti rivoluzionari che si osservarono a
Palermo, Barcellona, Napoli, Parigi, ciascuno con modalità differenti dall’altro,
sebbene vi sia una specie di spirito comunicativo, un’attitudine all’ispirazione
reciproca.

-Francia
Dopo la morte di Enrico IV nel 1610 sale al trono di Francia, il figlio Luigi XIII insieme al
primo ministro - il cardinale Richelieu. I due si impegnarono per la realizzazione di un
progetto politico assolutistico, ovvero libero dalle limitazioni e dai controlli degli altri
ceti. Il primo passo per la messa in pratica di questo modello di stato, fu l’aumento
della pressione fiscale; il che condusse alla costante ribellione delle masse contadine e
urbane. Attorno agli anni 20 del 600 tali conflitti presero una svolta differente, difatti
le mire rivoluzionarie colpirono la figura del cardinale Richelieu e di tutti i funzionari
regi, in quanto i rivoltosi si convinsero dell’idea che tali figure si approfittassero del
sovrano e lo truffassero per trarre vantaggio economico. Queste ultime rivolte
pertanto, erano mirate a proteggere la figura del sovrano, in quanto la cultura diffusa
era fortemente monarchica, la sacralità del re era intatta e stava arrivando al suo
massimo splendore.
Le rivolte in Francia coinvolgono essenzialmente le province, Parigi sarà toccata negli
anni 50 del 600, in concomitanza della Fronda, ovvero un periodo di ribellione diretto
in apparenza a modificare il sistema di tasse del nuovo primo ministro Giulio
Mazzarino, ma in realtà volto a rovesciare l’intero apparato assolutista.

-Spagna
La monarchia spagnola si ritrova a fronteggiare, attorno agli anni 50 del 1600, vari poli
rivoluzionari: uno è a Palermo, dove si verificò una rivolta anti fiscale, dovuta al
rincaro dei prezzi e delle tasse, in cui il popolo siciliano si rivoltò contro i
rappresentanti del governo spagnolo in Sicilia; dall’altra parte si osservò la rivolta
antispagnola a Lisbona nel 1640, guidata dall’aristocrazia portoghese, intenzionata a
dichiarare l’autonomia del Portogallo, ponendo sul trono di Lisbona, la nobile dinastia
dei Braganza; ancora nel 1640 la rivolta catalana a Barcellona, presero parte diversi
gruppi sociali: la iniziarono i segadores - ovvero i contadini - seguiti immediatamente
dalla nobiltà locale e l’aristocrazia di Barcellona.
L’ascesa di Filippo II provocò un processo di castiglianizzazione della Spagna, e la
conseguente perdita di autonomia dei regni autonomi della Catalogna, Valencia e
Aragona, le quali vengono assoggettate dalla centralizzazione del potere monarchico a
Madrid - eletta capitale. Tale subordinazione -che perdurò anche durante il regno di
Filippo III, sotto Filippo IV venne imposta alle province spagnole, principalmente
tramite il potere militare, gestito dal valido (i validos erano i favoriti del re, una casta
scelta di uomini direttamente eletti tra la nobiltà, che si occuparono di affiancare o
sostituire il re, nei principali ruoli governativi, in cambio della consolidazione dei loro
privilegi millenari) di Filippo IV, ossia il Duca Olivares; una figura che spinse
fortemente per l’affermazione di un governo assolutistico, talvolta impiegando
violenza e sottoponendo la popolazione ad estorsioni continue di denaro per la
mobilitazione dell’esercito. A tal proposito, egli formò la ‘unión de armas’, ovvero il
progetto di creazione di un unico esercito al comando del re di Spagna, al quale
dovevano contribuire tutte le province, regni e viceregni. Fu una proposta che venne
male accolta dalle province autonome della penisola iberica, perché sarebbe andata a
danneggiare la loro autonomia e soprattutto a ledere diritti e privilegi sacri,
secolarizzati dalla tradizione.
La politica di Olivares aumentò l’avversione verso Madrid; così nel pieno della guerra
dei trent’anni - quando la Spagna subì la potenza dell’esercito francese - partì a
Barcellona una rivolta contadina, poi allargatasi alle élite, che sfruttarono il
malcontento popolare e diedero una nuova dimensione alla ribellione, che diventa
indipendentista: la Catalogna disconosce l’autorità del re di Spagna e si pone sotto la
protezione della Francia.
La rivolta di Barcellona ebbe una risonanza in Italia, per le continue relazioni
commerciali, divenendo esempio di resistenza ed ispirando moti rivoluzionari anche a
Napoli.
La Rivolta a Napoli
Nel 1647 scoppia poi la rivolta a Napoli, città più popolosa della monarchia spagnola,
preceduta solo da Parigi e Londra. Al contrario della rivolta catalana, non vide la
partecipazione di tutta la società napoletana ma rimase circoscritta al ceto mercantile,
alla fascia di popolazione composta da piccoli venditori che affollavano Piazza
Mercato, che si rivoltano per il malcontento di una nuova tassa. A capeggiare tale
rivolta vi fu il pescivendolo Tommaso Aniello D'amalfi, detto Masaniello: un
personaggio carismatico, dedito al commercio e al contrabbando; ma anche una figura
sovversiva, che in prigione aveva conosciuto il mondo dei malviventi e dei dissidenti,
tra cui Giulio Genoino, importante avvocato e magistrato influente vicino al viceré del
tempo. Si lasciò influenzare da quest’ultimo nella proposta di alcune riforme
riguardanti il regno di Napoli, le quali miravano ad indebolire l’aristocrazia locale e
promuovere il potere del ceto civile costituito da giuristi, magistrati, avvocati; ma
anche da parte del popolo, in quanto chiunque - secondo la legge dell’epoca - poteva
mirare ad ascendere a cariche statali.

Giulio Genoino fu uno dei più radicali e appoggiò la figura di Masaniello allo scoppio
della rivolta; una rivolta che godendo di una forte componente popolare, si dilaga
immediatamente all’intero regno - dalla Calabria, all'Abruzzo, Puglia, Molise. Tutte le
regioni furono scosse da rivolte anti-oligarchiche (l’oligarchia è il ‘governo di pochi’,
per cui i rivoltosi miravano all’adozione di un modello repubblicano, popolare) e
antifeudali (contro la proprietà privata), in generale contro l’aristocrazia e i suoi
privilegi millenari; per tale ragione la rivolta napoletana vide la nobiltà schierarsi a
fianco della monarchia spagnola, sperando che i rivoltosi rivolgessero le proprie mire
verso il bersaglio più grande.
La rivolta napoletana quindi, diversamente da quella in Spagna, non si rivolse alla
monarchia come vertice del potere, ma a tutta una classe di popolazione-che nei secoli
aveva accumulato ricchezze, tramite le tasse, a discapito del ceto mercantile. I
napoletani si convinsero che i patrimoni della nobiltà, infatti, derivassero
dall’estorsione delle tasse, le quali rientravano nelle casse dell’aristocrazia, come
premio per aver fornito soldati al viceré Rodrigo Ponce de León. Uno dei personaggi più
importanti in questo contesto, fu Bartolomeo d’Aquino: un popolano che in pochi anni
venne nominato principe di caramanico; per tale ragione divenne possessore di case e
appartamenti sfarzosi, tutte distrutte dai rivoltosi (perché raramente le violenze
venivano esercitate contro le persone). Nell’ottobre del 47, la rivolta popolare
raggiunse livelli tali da essere riconosciuta dal viceré come movimento culturale, per
cui Masaniello venne nominato generale napoletano.
La rivolta viene normalmente ricordata come la rivolta di Masaniello, sebbene la figura
di questo leader visse solo 10 giorni, in quanto fu ucciso a tradimento all’interno della
chiesa del Carmine. Dopo la morte di Masaniello - seppure con qualche difficoltà per la
mancanza di una personalità di riferimento che sapesse incarnare le rivendicazioni del
popolo - la rivolta continuò, imponendosi contro il viceré; presto il regno di Napoli
venne raggiunto dai rinforzi spagnoli, e l’accordo tra il viceré e rivoltosi, crollò
nell’ottobre dello stesso anno. Da ciò si delinearono due schieramenti divisi nella
società napoletana: da una parte i ribelli si dichiararono indipendenti dalla Spagna e si
schierarono per l’adozione di un modello repubblicano; dall’altra parte l’aristocrazia
continuò ad appoggiare la monarchia spagnola. Fu una divisione che si rivide
geograficamente nella città: la parte della città da Piazza Mercato fino alla cappella di
Santa Chiara era in mano ai popolari, mentre la parte dove sta il Castel Nuovo,
Sant’Elmo, i quartieri spagnoli sono in mano al viceré e le forze spagnole.
Nell’inverno il movimento popolare viene guidato da Gennaro Agnese, sebbene
iniziasse a perdere sempre più adesioni: dopo il tentativo di legarsi alla Francia del
duca di Guisa, nemica giurata della monarchia spagnola, la rivolta si esaurisce
nell’aprile del 48, e la città e buona parte del regno vengono ripresi dalle armate
spagnole.
Il consolidamento dell’egemonia spagnola si realizzò attraverso degli strumenti: il ceto
civile per la monarchia viene riconosciuto come insostituibile, e ricompensato con il
riconoscimento di ruoli e funzioni importanti- tra l’altro si osservò una diminuzione
delle tasse; dall’altra parte, all’aristocrazia che gli si è sempre mostrata fedele, spetta il
rafforzamento di alcuni privilegi secolari.
Il mito di Masaniello continuò a perdurare per anni come simbolo della resistenza
popolare alle vessazioni dell’aristocrazia.

Le rivoluzioni inglesi
Fu un paese fortemente ancorato alla figura di Elisabetta I anche dopo la sua morte, la
quale sebbene fosse protestante - tramite una politica basata sulla tolleranza - riuscì a
consolidare il consenso dei sudditi anglicani e dei calvinisti. Alla morte di Elisabetta
l’Inghilterra stava vivendo un periodo di forte ascesa economica, anche dovuta ai
lungimiranti investimenti che la regina rivolse in ambito commerciale tramite la
fondazione della compagnia delle Indie, uno strumento che avrebbe fatto la fortuna
dell’impero britannico.
La successione del trono inglese, poiché regina Vergine perché non aveva avuto eredi,
spettò a suo nipote, figlio di Mary Stuart regina di Scozia, Giacomo I Stuart. La figura di
Giacomo è da subito avvolta da un clima di sfiducia che gli rivolge il popolo, in quanto
re straniero e soprattutto anglicano estremista. Egli tuttavia non si adoperò mai per
combattere tale avversione, anzi adottò una posizione di rigidità, che si evince tramite
due atteggiamenti fondamentali: il primo è l’intolleranza nei confronti del
protestantesimo e del cattolicesimo alla maniera ortodossa, assai lontana dal modello
di uniformità al quale puntava il dominio elisabettiano; ragione per cui, per sfuggire
alle persecuzioni, molti puritani e calvinisti partirono per l’America, dove fonderanno
molte colonie; la più famosa tra tali spedizioni, vide i padri pellegrini nel 162o a bordo
della nave Mayflower giungere nell’attuale Massachusetts, e dare così vita alla festa del
ringraziamento, nata per celebrare un fiorente raccolto a seguito di un rigido inverno a
bordo; la seconda ragione è legata al fatto che egli - sebbene in maniera mascherata -
stesse tentando di instaurare una monarchia assoluta sul modello spagnolo, quindi
non tenendo conto dell’importanza di istituzioni tradizionali secolari - come il
parlamento- che avrebbero decentrato il suo potere, rappresentando il popolo. Ciò lo
porterà proprio ad uno scontro politico con il parlamento: da un lato il re rivendica il
potere assoluto, dall’altro il parlamento richiede la difesa dei privilegi parlamentari
sanciti dalla Magna Carta.
Il sovrano essendo un fervente sostenitore della chiesa anglicana (il re era il capo della
chiesa), iniziò una persecuzione contro i puritani (calvinisti-> protestanti seguaci di
Calvino), i quali non riconoscono le autorità né nei vescovi e né tantomeno nel papa e/o
sovrano; tuttavia, essi erano la parte più attiva e produttiva del paese. Anche l’Irlanda,
paese fortemente cattolico, iniziò a ribellarsi al tentativo del re di rafforzare la chiesa
anglicana; così nel 1605 Giacomo I subisce un attentato non riuscito (organizzato dai
cattolici), noto come la congiura delle polveri: il 5 novembre, Guy Fawkes (militare e
cospiratore inglese) insieme ai congiurati avevano nascosto dei barili di polvere da
sparo al di sotto del parlamento, che sarebbero esplosi nel momento in cui sarebbe
dovuto essere presente anche il re, e distruggere così il parlamento (e il re); tuttavia
furono scoperti e giustiziati.
Nel 1625 Giacomo I muore, lasciando il trono d’Inghilterra a suo figlio Carlo I Stuart, il
quale sembrò voler perseguire la stessa strada assolutistica di suo padre; tale che in 12
anni, sarà costretto a convocare il parlamento in una sola occasione.
Nel 1628 avviene l’ultima convocazione del parlamento, che spinge il sovrano a firmare
la petizione dei diritti-> il re non poteva emanare nuove tasse senza avere
l’approvazione del parlamento e si denunciano gli arresti illegali; tuttavia non resse
molto, poiché Carlo I istituì dei tribunali speciali che perseguitavano i dissidenti
politici (coloro che andavano contro il re), e pertanto sciolse il parlamento.
Nel 1639 Carlo si trovò costretto a convocare il parlamento, per ottenere le risorse
necessarie a mitigare la ribellione religiosa nata in Scozia. La prima sessione,
conosciuta come Short Parliament, fu congedata dopo tre settimane, perché il gruppo
parlamentare si rifiutò di fornire appoggio al sovrano a patto che quest’ultimo non
assecondasse la firma della petizione dei diritti; pertanto venne prosciolto dal re. Il
parlamento fu riconvocato nelle stesso anno e fu chiamato Long Parliament, perché
durò sino al 1653.
Iniziò così la prima rivoluzione inglese, guidata dal parlamento e mirata a rovesciare il
potere del re. Il conflitto, che assunse l'aspetto di una guerra civile- in quanto a
sostegno del parlamento si schierò la città di Londra, potentissima dal punto di vista
economico - vide fronteggiarsi l’esercito dei cavalieri, composto dalla nobiltà e dalla
fazione anglicana , che difesero le posizioni del re; e l’esercito delle teste tonde,
composto dalla borghesia e dalla fazione puritana, in appoggio al parlamento.
Sebbene in poco tempo gran parte dell’Inghilterra passò al fronte parlamentare,
inizialmente l’esercito reale riuscì a prevaricare su quest’ultimo; fin quando il fronte
parlamentare si riorganizzò, ponendo a capo dell’esercito un nobile calvinista,
conosciuto come Oliver Cromwell. Sotto sua gestione, l’esercito parlamentare vive una
serie di successi che costringono il sovrano, nel 1647, ad abbandonare Londra.
L’assenza di un re, la liberazione dalle forme assolutistiche di oppressione, generò in
Inghilterra un periodo di fervore politico, ideale, letterario, tramite l’abolizione di
strumenti come la censura. Furono anni di estrema libertà, tale che si osservò la libera
professione di svariati orientamenti religiosi e ideologici; ricordiamo il movimento dei
livellatori, un gruppo intimo che promosse la tolleranza religiosa e l'equa distribuzione
dei beni e del lavoro in una società.
Quando Carlo I ritornò a Londra, egli ritrovò una città completamente ostile, che in
pochi mesi sconfigge il suo esercito e lo conduce a processo, per alto tradimento nei
confronti del parlamento: il re viene trascinato in catene davanti al parlamento e
giustiziato a Londra nel 1649.

Cromwell
La decapitazione di Carlo I condusse all’instaurazione della Repubblica inglese, la
Commonwealth, capeggiata dallo stesso Cromwell. Il profilo di questo personaggio
mutò velocemente, e da leader popolare divenne una figura tirannica, che si impose e si
autoproclamò lord protettore del Commonwealth, quasi simile a un monarca. La
repubblica di Cromwell assunse un aspetto assolutistico, limitando le libertà
ideologiche e religiose che si erano manifestate negli anni precedenti, in assenza del
sovrano; venne imposto nella società il modello religioso puritano, per cui iniziò a
diffondersi l’idea che qualsiasi forma di espressione o di svago, fosse un’ostentazione
da punire severamente.
Nel complesso furono anni estremamente grigi, in cui l’egemonia del puritanesimo
limitò i cittadini in ogni aspetto della vita (per esempio si chiusero i teatri); tuttavia
Cromwell fu un abile stratega, che spianò il terreno della sua politica assolutistica,
eliminando i nemici grazie al suo carisma e acquisendo meriti dagli inglesi, che per tale
ragione non si ribellarono mai al suo dominio. Quindi all’inizio si configurò come una
Commonwealth, letteralmente bene comune; ma subito dopo divenne una semi-
monarchia.

In questi anni tra l'altro, Cromwell si affaccia alla politica estera e avvia una serie di
guerre contro l’Olanda, la stella in ascesa del colonialismo europeo, ritenendola essere
l’obiettivo da sconfiggere: sottraendo rotte, territori a quell’impero in ascesa,
l’Inghilterra può insediarsi tra le grandi potenze coloniali. Riprese il progetto
espansionistico di Elisabetta I, e riuscì a indebolire l’impero coloniale olandese,
tramite l’imposizione di una serie di vincoli commerciali, come l’atto di navigazione: si
proibiva lo sbarco di navi e merci straniere sulle coste inglesi(potevano sbarcare solo
navi con equipaggio inglese che commerciavano con il resto d’Europa).
Alla morte di Cromwell nel 1658 successe come lord protettore della repubblica inglese,
suo figlio Richard Cromwell. Richard non possedeva né l'ambizione né la crudeltà
necessarie per tenere insieme il governo; tale che perse la fiducia del parlamento e
dell'esercito, e cadde insieme al governo repubblicano creato dal padre, solo un anno
dopo.
Il parlamento inglese, preoccupato che la mancanza di un leader avesse creato una
situazione di anarchia, iniziò delle trattative con il figlio di Carlo I, Carlo II, dando vita
al periodo che si riconosce come ‘’restaurazione inglese’’, un termine che si utilizza
per descrivere il ritorno della monarchia in Inghilterra.
Carlo II, ben consapevole che i motivi della caduta della monarchia di suo padre furono
i cattivi rapporti che quest’ultimo intrattenne con il parlamento, comprese che per
scongiurare l’avversione di un paese intero e la guerra civile, egli avrebbe dovuto
intraprendere una politica di rispetto delle prerogative del parlamento, e viceversa. Per
evitare prevaricazioni tra monarchia e parlamento, nel parlamento iniziarono ad
osservarsi due orientamenti opposti, che servivano proprio a tutelare gli equilibri: i
tories, membri dell’aristocrazia con una storia politica di oltre 300 anni, cioè i
sostenitori dei princìpi della monarchia; e i whigs - membri della piccola nobiltà, del
ceto mercantile e dei commercianti - al contrario, sostenitori delle prerogative del
parlamento. Entrambe le fazioni riconoscono la sovranità e l’importanza reciproca.
Il regno di Carlo nei 25 anni di governo mostrò, in generale, una crescente tolleranza-
probabilmente anche influenzato dal dispotismo di suo padre. Egli morì senza eredi nel
1685, lasciando il trono inglese a suo fratello Giacomo II, già noto per le sue simpatie
filofrancesi, in quanto ammiratore e parente di Luigi XIV, e per la propensione al
cattolicesimo.
Temendo un ritorno al cattolicesimo, il parlamento di Londra esiliò Giacomo II (egli
fuggì da suo cugino Luigi XIV) e lo delegittimò a favore di sua figlia, la protestante
Maria, unitamente al marito Guglielmo d'Orange, nel novembre del 1688 (finisce il
periodo della restaurazione inglese).
All’ascesa al trono dei nuovi sovrani d’Inghilterra, il parlamento inglese presentò una
nuova dichiarazione dei diritti- che riconosce nuovi poteri al parlamento, e limita la
forza monarchica. Parte di tali pretese sono figlie della cultura politica, nata nella
restaurazione, basate sulla libertà: il diritto di proprietà, l'impossibilità di arresti
arbitrari., etc.
I nuovi sovrani inglesi non mostreranno riluttanza nell’accettare tali norme e di fatti
sotto il loro dominio, si concordarono una serie di atti: l’atto di tolleranza del 1689, che
consente a tutte le professioni religiose cristiane di operare sul suolo inglese della Gran
Bretagna, con l’eccezione del cattolicesimo, considerati nemici; il test act che impediva
a un sovrano cattolico di essere incoronato re per 150 anni.
Tali eventi, dalla deposizione di Giacomo II - all’ascesa di Guglielmo e Maria II Stuart,
vengono storicamente riconosciuti come ‘’La Gloriosa rivoluzione’’ o Seconda
rivoluzione inglese (1688-89). Non fu una semplice lotta alla successione, bensì
l'inizio di una nuova monarchia di tipo parlamentare la quale, con la Dichiarazione dei
diritti e il Bill of Rights (1689), riconobbe le prerogative del Parlamento e i limiti posti
all'autorità regia. Al re rimase sostanzialmente il potere esecutivo. Viene chiamata così
perché in Inghilterra avvenne quasi senza spargimenti di sangue, a differenza
dell'Irlanda, dove la rivoluzione si accompagnò all'uccisione di molti cattolici.
Alla morte di Giacomo e Maria, i quali muoiono senza eredi, successe un'altra figlia di
Giacomo II, Anna Stuart- sposa di un principe europeo George di Hannover, con cui ha
inizio la dinastia degli Hannover sul trono inglese.
Nel 1707, sotto la casa degli Hannover, il parlamento inglese e il parlamento scozzese
approvarono il cosiddetto Atto di Unione, che prevedeva la creazione di un legame tra i
due paesi, riuniti sotto un’unica corona. Precedentemente il Regno d'Inghilterra ed il
Regno di Scozia erano riconosciuti come due stati sovrani differenti, per cui con
Parlamenti separati - ma con lo stesso monarca; l’approvazione dell’Atto di Unione,
invece condusse alla nascita di un unico regno con il nome di Gran Bretagna.
Le due nazioni condividevano il sovrano sin dall'unione delle Corone del 1603, quando
Giacomo I, ereditò il trono inglese dalla cugina Elisabetta I, ed il trono scozzese da sua
madre Maria Stuarda. Dal governo di Giacomo vi furono vari tentativi per unire i due
parlamenti, ma fino all'inizio del XVIII secolo le situazioni politiche non permisero la
realizzazione dell'idea.

Questo sistema di governo ispirò due pensieri filosofici fondamentali, quello di Hobbes
e quello di Locke, entrambi incentrati sullo stato di natura, cioè lo stato in cui l’uomo
non è ancora gestito da un governo e da leggi: Hobbes vive l’Inghilterra nella prima
rivoluzione, dominata da una vera e propria guerra civile, cruenta e sanguinaria, una
lotta feroce tra la monarchia e il parlamento. In questa visione, lo Stato nasce per
garantire la sicurezza dei propri sudditi tramite il sovrano; poiché nello stato di guerra
tutti sono contro tutti, vige lo ‘’homo homini lupus’’, al sovrano viene affidato il
compito di tutelare la vita degli uomini. Hobbes teorizza un modelli di Stato assoluto.
Locke, invece, vive l’Inghilterra della 'gloriosa rivoluzione', ovvero senza spargimento
di sangue, che segna la fine di una monarchia oppressiva e la nascita della monarchia
parlamentare. L’uomo di Locke non è in pericolo di vita come quello di Hobbes, perché
non esiste alcuna guerra violenta che minacci la sua esistenza; piuttosto ad essere lesa
è la sua libertà: c'era stato il tentativo degli Stuart di proporre una monarchia assoluta
sul modello del Re Sole, in Francia. Quindi lo stato, nella visione di Locke, nasce per
proteggere il diritto di libertà degli uomini. Locke teorizza un modello di Stato liberale.

Il modello di monarchia parlamentare che si configura all’inizio del 1700 in Inghilterra


così come in Olanda, è completamente opposto alle situazioni politiche di tanti altri
stati europei, che contrariamente stavano consolidando delle monarchie assolute
subendo il fascino del monarca assolutista, il Re Sole:dalla Russia, al Portogallo, alla
Spagna e al regno di Sicilia, alla Prussia.
I monarchi inglesi rispondono all’obbligo di convocare il parlamento ogni 3 anni, e
quest’ultimo concedono la possibilità di sentenziare su alcune scelte fondamentali,
tale che si iniziò a diffondere l’immagine che il re regnasse senza mai governare,
compito che piuttosto era affidato al parlamento. Fu un’idea che si consolidò con la
creazione di un gabinetto di ministri apposito, ai quali veniva completamente affidato
il potere esecutivo del regno. Questo liberismo politico si riversa anche in ambito
religioso, ideologico e artistico; infatti non è un caso che il Regno Unito in anni coevi
vanti alcuni dei migliori pensatori a livello europeo.
La rivoluzione scientifica
Per Rivoluzione scientifica si intende quella fase della storia europea, tra la metà del
XVI alla fine del XVIII secolo, in cui vi fu uno straordinario sviluppo in diversi campi
della scienza, come l’astronomia, la medicina, la matematica e la filosofia. Gli
storiografi indicano questo periodo come il momento della nascita della scienza
moderna. Questo nuovo spirito critico mise in discussione ciò che gli antichi avevano
affermato sulla natura, sull’uomo e sul significato del mondo.
Per lungo tempo, gli studiosi in Europa adottarono una metodologia scientifica che
seguiva il modello aristotelico: si ricercava il perché dei fenomeni naturali, indagando
quale fosse la causa o il fine, attraverso l’osservazione empirica. Non a caso, la visione
astronomica dominante in quel tempo era la teoria geocentrica-tolemaica, con la Terra
al centro dell’universo e gli altri corpi celesti che le ruotano attorno, che ha radici
proprio in Aristotele.

Le radici della Rivoluzione scientifica affondano nelle trasformazioni culturali e


mentali del Cinquecento: l’esperienza del Rinascimento e le nuove scoperte
geografiche ampliarono notevolmente la conoscenza umana. La rivoluzione inizia con
la pubblicazione di ‘Sulle rivoluzioni delle sfere celesti’ del matematico polacco
Niccolò Copernico (1473-1543), avanzando così la teoria eliocentrica, ovvero la
centralità del Sole e del movimento della Terra attorno a esso.
Talvolta in questo periodo si osservò un miglioramento e lo sviluppo delle tecniche e
della strumentazione, che cambiarono il modo con cui lavoravano gli studiosi,
portando a nuove scoperte e invenzioni scientifiche. I costruttori di strumenti
divennero il perno dell’attività scientifica e le loro botteghe si trasformarono in luoghi
di riunione e di diffusione delle nuove idee, della fondazione delle accademie
scientifiche.

Talvolta si impose in ambito scientifico il metodo sperimentale o il metodo scientifico,


elaborato da Galileo Galilei, ovvero di un procedimento di indagine e di conoscenza
nuovo. Le fasi di questo nuova metodologia sono: l’osservazione diretta e la raccolta
dati di un fenomeno, la formulazione di un’ipotesi, verifica attraverso delle prove
sperimentali e la dimostrazione in termini matematici. In questa maniera era possibile
condividere i risultati del proprio lavoro in un linguaggio universale e oggettivo come
quello matematico.

Queste profonde rivoluzioni condussero ad una netta distinzione tra ambito scientifico
e religioso: secondo Francis Bacon, il sapere scientifico si doveva basare solo
sull’esperienza e la ragione, ritenute come uniche garanzie di verità, così da liberarsi
dai pregiudizi non verificati del sapere tradizionale accumulati nei millenni, dalla
chiesa.
Luigi XIV e l’apogeo dell’assolutismo ; le grandi potenze all’inizio del XVIII

secolo
Nei primi secoli dell’età moderna - a partire dalla seconda metà del 1400 - la forma
governativa prevalente negli stati europei, prevede una condivisione dei poteri tra il
sovrano ed altri enti istituzionali.
Questo pluralismo di sovranità è soggetto nel corso dei secoli, ad una progressiva
semplificazione, in quanto i monarchi riescono ad accentrare la sovranità nelle proprie
mani, sottraendola alle istituzioni parlamentari, rappresentanti il popolo. Tale è la
ragione di base per cui nel corso del XVIII secolo, prevale il modello politico
assolutista, in cui il sovrano è detentore assoluto di tutti i poteri dello Stato, che
pertanto si configura come Stato assoluto.
Questo processo di accentramento del potere, in Francia si verificò più precocemente
già nella prima metà del 600, quando il governo del paese venne affidato al cardinale
favorito del re Luigi XIII cioè Richelieu (1624), e rimase sotto la sua reggenza per 18
anni. Il programma politico di Richelieu fu portare la Francia a divenire una potenza di
dignità pari o superiore alle altre potenze europee coeve; allora egli promosse l’azione
militare francese nella guerra dei 30 anni e convinse il re Luigi ad investire in un
rafforzamento dell’esercito, tramite l'imposizione di una tassazione ancora più
insostenibile. Ciò produsse come conseguenza diretta, lo scatenarsi di una serie di
rivolte popolari.

A Richelieu succede il suo allievo, anch'egli cardinale di origini italiane, Giulio


Mazzarino - il quale proseguì la politica di rafforzamento del potere monarchico,
adottando uno stile differente: la durezza e la rigidità del suo predecessore, furono
sostituite da una naturale propensione alla duttilità (flessibilità) e al compromesso.
Egli assunse le sue funzioni in un momento molto difficile per la monarchia francese:
la reggente Anna d’Austria, (sorella del re di Spagna Filippo IV) madre del futuro re
Luigi XIV, si ritrovò occupata a gestire importanti problemi finanziari a causa
dell’incalzare della guerra dei 30 anni; tale che la figura del cardinale Mazzarino ricorse
all’imposizione di un sistema di tasse, che crearono un diffuso malcontento anche
nelle classi agiate.
La necessità di fondi economici ed il malcontento dell’aristocrazia, vennero placati
tramite la creazione di una nuova nobiltà, la nobiltà di toga, ovvero un gruppo
nobiliare formato principalmente da giuristi e commercianti, che diventa tale grazie
all’acquisto di un titolo. Dopo poco tempo, anche questo nuovo ceto nobiliare, subì le
ingenti pressioni fiscali imposte dal cardinale Mazzarino. Da ciò scaturì un conflitto, di
cui si era fatto promotore lo stesso Parlamento di Parigi, dove numerosi erano coloro
che ricoprivano le cariche nobiliari la cui remunerazione era stata bersaglio delle nuove
norme fiscali; allora l’istituzione parlamentare, propose un assemblea, mirata a
limitare i poteri della monarchia (tramite un trattato in 27 articoli). A sua volta la
monarchia di Mazzarino, rispose con l’arresto dei capi dell’opposizione parlamentare,
tale che innescò la rivolta della popolazione di Parigi (agosto 1648) che costrinse la
corte a lasciare la città. Fu una rivolta che sfociò in un conflitto civile, in maniera
analoga rispetto alla prima rivoluzione inglese, avvenuta in anni coevi. Storicamente
questa serie di insurrezioni popolari, vengono riconosciute con ‘la Fronda
parlamentare’, dallo strumento (la fionda) di cui si servì il popolo per lanciare sassi;
per di più l’accostamento tra la fionda e la fronda dell’albero, che in francese sono
indicate dallo stesso termine, suggerì l’immagine del vento della rivolta.
La reggente Anna D’austria, fu costretta ad accettare i 27 articoli nell’ottobre 1648,
giungendo così alla pace (aprile 1649) che pose fine alla prima Fronda parlamentare.
L’equilibrio precario tra la monarchia francese ed i rappresentanti dell’aristocrazia,
condusse allo scoppio di una seconda fase della fronda parlamentare: la fronda
nobiliare o la fronda dei principi. L’aristocrazia di spada ovvero di sangue -
antichissima rispetto l’aristocrazia di toga - iniziò ad avanzare pretese sulla
monarchia, ritenendosi in una posizione sociale al pari del sovrano. Fu una rivolta
decisamente più cruenta della prima fase, che incendiò gran parte della Francia e
costrinse la famiglia reale a fuggire; fin quando nel 1653, le armate reali soffocarono
nel sangue le ribellioni dei principi, e riportano l’ordine in tutta la Francia,
particolarmente a Parigi.

Luigi XIV assunse il governo alla morte di Mazzarino, a soli 21 anni; da subito perseguì
lo stesso progetto politico di realizzazione di un regime assolutistico - sebbene al
contrario dei suoi predecessori, evitò lo scontro diretto con le forze sociali, il
parlamento e la nobiltà. L’ambizioso progetto monarchico di Luigi, si realizzò in prima
istanza con una gestione più accurata del governo: vennero eletti alcuni ministri, tra gli
uomini più fidati del sovrano, a cui era affidata la gestione di una precisa area
amministrativa; ricordiamo il ministro delle finanze Jean-Baptiste Colbert e il
segretario difesa Barban.
Successivamente, per l'imposizione della sua monarchia assolutista, Luigi tentò di
ingraziarsi il favore delle due nobiltà della Francia settecentesca, il cui appoggio venne
ritenuto fondamentale ai fini di un sostegno fiscale: la grande aristocrazia di spada, la
cui nobiltà viene consuetamente legata alla proprietà feudale, trasmessa per
ereditarietà dai tempi di Carlo Magno - venne inglobata nella società di corte ; l’
aristocrazia di toga invece, composta principalmente da figure del ceto commerciale e
mercantile che tentarono l’ascesa sociale tramite l’acquisto di titoli nobiliari (i sovrani
d’europa in cerca di risorse finanziarie, spesso adoperarono l’espediente della vendita
di titoli), vennero nobilitate dal sovrano, che affidò dei titoli onorari agli elementi più
rappresentativi e luminosi di questo ceto.
Per allontanare l’aristocrazia dalla tumultuosa Parigi (in particolare dopo l’episodio
della Fronda) il monarca procedé alla creazione di una micro- società chiusa in cui
poter tenere sotto controllo la nobiltà (che viene obbligata a trasferirsi), la sontuosa
reggia di Versailles: tutti devono ruotare intorno al sovrano, come i pianeti intorno al
sole.
Al di fuori dell’imposizione del sovrano, la nobiltà francese non oppose resistenza per
il trasferimento a Versailles; esenti da tasse e qualsivoglia tipo di spese, poterono
godere di un regime di vita estremamente agiato, tra cene spettacoli e musica, e tentare
un’ulteriore ascesa sociale, in base al livello di fedeltà che mostrarono al sovrano. A tal
proposito si profilò nella corte francese, una sorta di gerarchia sociale, divisa in
anticamere: più fedeli si dimostrarono tali gentiluomini, più direttamente poterono
godere del privilegio della presenza del Re Sole, aiutandolo nelle funzioni quotidiane.
Fu un espediente estremamente efficace per ridurre ed obbligare la nobiltà
all’obbedienza: invitarli a corte, in questa specie di prigione dorata, significò averne un
controllo più diretto. Contrariamente le province regie, marginali e lontane da
Versailles, vengono amministrate da una figura nuova che crea il sovrano: gli
intendenti, che avevano compiti di polizia generica, controllavano le angherie, gli
eccessi, erano difensori del diritto comune e verificavano che i nobili togati
emettessero le sentenze secondo i diritti regi.

Un’ulteriore potenza che Luigi mirò ad indebolire per il compimento del suo progetto
monarchico fu la Chiesa di Roma, la quale per secoli esercitò un importante potere
economico, sociale, politico, giudiziario. Le figure legate all’istituzione ecclesiastica
avevano secolarizzato una serie di privilegi giudiziari e fiscali che avrebbero limitavano
il potere dello stato; allora Luigi XIV, scelse di perseguire la strada del conflitto e della
rottura- rafforzando l’autonomia della chiesa francese e nominando, tra i suoi favoriti,
i vescovi in rotta con il papa. Effettivamente il tentativo di indipendenza della chiesa
gallicana, indebolì l’ingerenza della chiesa di Roma nel regno di Francia e condusse
quasi alla rottura.
Nonostante il conflitto con Roma tuttavia, non va immaginata una politica laica di
Luigi XIV, che fu un fervente ortodosso, e tra l’altro comprese l’importanza
dell’uniformità religiosa per garantire la coesione politica, difatti impose il
cattolicesimo (gallicano) come religione di Stato. A tal proposito, decise di indebolire
(senza mai revocarlo formalmente) l’editto di Nantes, privando così della libertà di
culto agli ugonotti (i calvinisti francesi), dei quali circa 300.000 emigrarono verso
Olanda ed Inghilterra, con grave danno per il paese. Inoltre, con il deciso appoggio dei
gesuiti e l’approvazione di Roma, la corona prese a perseguitare il giansenismo (una
corrente rigorista cattolica, influenzata per certi aspetti dal protestantesimo, che
prendeva nome dal vescovo olandese Cornelio Giansenio); una corrente religiosa
estremamente intimista- che concepisce la fede come un intimo rapporto tra Dio e
l’uomo. La divulgazione del pensiero giansenista in Europa venne ritenuta pericolosa
dalla chiesa cattolica, perché, molto vicina al pensiero protestante- vede come poco
funzionale la figura del sacerdote come mediatore; per tale ragione nell’ultimo
decennio del 17esimo secolo, la Chiesa Cattolica appoggiò Luigi nel suo progetto di
eliminazione di queste correnti religiose per l’omologazione al cattolicesimo (sebbene
fosse la stessa chiesa di Roma, nel mirino del sovrano).
Nel 1710 il re ordinò che il convento di Port-Royal, centro del giansenismo, venisse
raso al suolo. Nonostante Luigi avesse ordinato la conversione forzata al cattolicesimo
degli ugonotti, avesse tentato di indebolire il culto calvinista, e ancor peggio eliminare
quello giansenista - tali minoranze continuarono a praticare il loro culto
clandestinamente.

Nel campo delle finanze, Luigi XIV si affidò a Jean Baptiste Colbert, colui che applicò
alla politica economica e finanziaria, i principi del mercantilismo: un insieme di idee e
concetti politici ed economici, diffusi nelle corti europee all’inizio del 700, che vedono
la forza economica della nazione nel rapporto di prevaricazione delle esportazioni sulle
importazioni (surplus commerciale).
Ciò condusse alla creazione di una politica protezionista, che si oppone al libero
scambio - per proteggere e favorire i propri produttori nazionali, sui produttori
stranieri. Come conseguenza diretta la politica economica di Colbert, favorì
l’espansione del commercio e legittimò l’esigenza di creare nuove rotte commerciali,
anche con la forza e la difesa armata.
Quella espansionistica, fu un'esigenza cui il sovrano dovette necessariamente
soccombere, per garantire alla Francia pari dignità rispetto le altre potenze europee:
-La Spagna e il Portogallo iniziarono la loro impresa coloniale già nel coso del 400;
-L’Olanda per oltre mezzo secolo detenne il monopolio commerciale d’Europa (per una
serie di fattori come le innovazioni bancarie e finanziarie; lo spirito imprenditoriale
degli olandesi, ma soprattutto la posizione e la struttura del territorio, attraversato da
una serie di corsi d’acqua, che la rendono navigabile dall’interno)
-L’Inghilterra istituì la compagnia inglese delle Indie orientali, tale che verrà La
politica estera di Luigi XIV e Colbert, diede inizio alla storia coloniale francese, la quale
conobbe il suo massimo periodo di espansione tra la seconda metà del 600 e nel 700;
quando i coloni francesi conquistano i Caraibi, Haiti; arrivano a mettere piede sulla
terraferma nordamericana, con la colonia della Louisiana (in onore di Luigi XIV), per
poi procedere verso il Canada - in Oriente, invece , si diressero verso l’India, fondando
la compagnia francese delle Indie orientali nel 1665. La compagnia delle Indie
francese, contrariamente a quelle olandesi e inglesi, che ricevevano finanziamenti da
investitori privati, venne gestita e finanziata dalla corona stessa. Nonostante la crescita
dell’impero francese, la compagnia delle Indie rimane debole in Francia.
considerata come una colonia inglese a tutti gli effetti anche nel corso del 1800.

La politica interna Luigi XIV, in linea con il suo programma assolutistico, si connota
anche per un forte tentativo di parte di controllo sociale, rivolto in particolare alla
fascia di popolazione più bassa, alla base della piramide sociale. Nel corso del 700, la
crescita demografica della popolazione francese venne mal sostenuta dalle casse dello
stato, il che condusse ad un impoverimento generale (ad eccezione del contesto
cortigiano). Tale crescita venne alimentata anche dal fenomeno di inverni
estremamente rigidi che costrinsero i contadini a trasferirsi nelle città, e per tanto, un
incremento del vagabondaggio. Fu a tali figure che si rivolse il programma del sovrano:
innanzitutto vennero integrati nella società cristiana tramite la costituzione di
apposite strutture religiose, il cui fine fu proprio evitare che mendicassero per le
strade, provocando fastidi all’aristocrazia; in secondo luogo, in tali strutture, gli
vennero affidate delle missioni dalla validità sociale; cosicché allo stesso tempo
venissero ri-educati e risultassero utili allo stato. È un programma sociale, abbastanza
progettato, delineato, che poi sarà imitato da molti monarchi del 700; possiamo
menzionare la casa dei poveri a Napoli, nella seconda metà del 700.

Negli anni di governo di Luigi XIV venne riorganizzato l’esercito: circa 200.000 soldati,
vennero sottoposti al rigidissimo controllo di commissari e intendenti, che a loro volta
rispondevano direttamente al ministro della guerra. Venne imposta loro una ferrea
disciplina impartita tramite organi appositi; vennero migliorati i servizi logistici, le
strategie di guerra, l’artiglieria; vennero garantite paghe regolari e uniformi. Quasi
tutti furono soldati di professione, quindi che si erano proposti volontariamente
nell’arma; tuttavia oltre il reclutamento tradizionale, fu imposto un sorteggio tra i
celibi delle parrocchie.
La guerra dei trent'anni aveva leso gli equilibri sui quali si reggevano le potenze
europee, tale che a Luigi XVI sembrò l’occasione perfetta per impostare il modello di
stato assolutista che aveva dettagliatamente creato: innanzitutto nel 1667 si diresse
nelle Fiandre per conquistare il territorio e sconfiggere le truppe spagnole, che
contrapposero al vastissimo esercito di Luigi, soltanto 8000 uomini. L’offensiva rivelò
all’Europa intera non solo la forza militare del Re Sole, ma anche la sua determinazione
e la sua sete di potere: Luigi rivendicava i Paesi Bassi spagnoli come dote di sua moglie
Maria Teresa (figlia di Filippo IV), benché la regina sposandosi con il re di Francia
avesse rinunciato ai diritti di successione (era prima erede della Corona spagnola).
Le mire espansionistiche del monarca furono poi rivolte verso Strasburgo ed il
Lussemburgo, sotto il dominio dell’Imperatore Leopoldo I (sacro romano impero),
occupato a fronteggiare le truppe ottomane; e la fortezza italiana di Casale Monferrato.
L’interminabile serie di scontri scatenata dal Re Sole aveva un duplice obiettivo: da un
lato indebolire gli Asburgo, la dinastia regnante in Spagna e Austria; dall’altro
estendere il territorio della Francia fino ai suoi confini naturali, cioè, il Reno a est e i
Pirenei a sud.

-gli ultimi anni di Luigi XVI e la guerra di successione spagnola


La morte del sovrano spagnolo Carlo II d’Asburgo, produsse un periodo di forti tensioni
in Europa, in quanto, senza eredi maschi, aveva egli designato come suo successore
Filippo d'Angiò (nipote di Luigi XIV di Francia); imponendogli tuttavia la condizione
per cui la Corona di Spagna non avrebbe dovuto unirsi ad altre corone europee.
Parallelamente, gli Asburgo d’Austria, imperatori del Sacro Romano Impero,
rivendicavano il diritto alla successione spagnola.
La proclamazione del nipote di Luigi XVI sul trono di Spagna, avrebbe condotto alla
fine della dinastia asburgo a favore dei Borbone; il che fu da considerarsi un grande
successo per la Francia, in quanto si sarebbe appropriata dell’impero coloniale in
declino alla dinastia rivale, gli Asburgo.
Ma il rischio di vedere i Borbone regnare congiuntamente su Spagna e Francia, allarmò
anche la Gran Bretagna, preoccupata di vedere la Francia impossessarsi delle colonie
spagnole. La controversia dinastica condusse alla Guerra di successione spagnola: tutte
le maggiori monarchie europee, iniziarono a temere che se si fosse stretto un legame
tra Spagna, e uno qualunque dei troni delle grandi potenze europee, avrebbe fatto
spostare certamente l'asse dell'equilibrio politico-militare, nonché quello economico,
a favore di quest'ultimo.
Di diritto il trono spagnolo, sarebbe spettato a Maria Teresa, moglie di Luigi XIV di
Francia, la quale aveva rinunciato alla successione, prima di morire; Luigi XIV ritenne
invalida tale rinuncia cosicchè spinse perchè l’ereditarietà fosse orientata verso suo
nipote Filippo D’orleans Borbone (quest'ultimo fu appunto la figura designata dal
testamento di Carlo II). Ad avanzare pretese non del tutto illegittime sul trono di
Spagna c'erano poi l'imperatore Leopoldo I, cognato di Carlo II e rappresentante del
ramo austriaco degli Asburgo.
Carlo II quindi, nell’atto testamentario, aveva adottato l'unica soluzione rigettata
unanimemente da tutti gli altri regnanti: vincolare l’erede alla corona Spagnola a
rinunciare alle pretese sul possesso di qualsiasi altro regno.
Le tensioni tra le potenze Europee, obbligarono al ricorso alle armi; si creò un asse
chiamato alleanza dell'Aja, in cui Inghilterra, i Paesi Bassi e l'Austria si unirono per
impedire l’ascesa al trono di Spagna di Filippo di Borbone, in quanto sarebbe stato
molto difficile fronteggiare un'unica sovranità borbonica da entrambe le parti dei
Pirenei.
La guerra si sviluppò con alterne vicende fino al 1713, quando, dopo lunghe e laboriose
trattative protrattesi per circa un anno, fu firmato il trattato di pace di Utrecht tra la
Francia, da una parte, e l'Inghilterra, il Portogallo, la Prussia, i Paesi Bassi e la Savoia,
dall'altra.
I problemi legati alla successione e il cattivo stato di salute intristirono gli anni finali
del regno di Luigi XIV: in pochissimi anni, morirono tutti i figli legittimi di Luigi,
cosicché alla sua morte nel 1715, successe sul trono di Francia un suo pronipote,
conosciuto storicamente con il nome di Luigi XV il beneamato.
Tralaltro, l'insaziabile ambizione di espansione territoriale della Francia venne
soddisfatta solo parzialmente - quando contrariamente ai suoi progetti - Luigi dovette
rinunciare (per imposizione del trattato di Utrecht) al proposito di unione tra la corona
francese e quella spagnola, pur di vedere i Borbone sostituire gli Asburgo, che da secoli
reggevano quel trono.
Quando pertanto tutti gli eredi diretti di Luigi XIV vennero meno, ci si rese conto che
venir meno a questo impegno di rinuncia al trono avrebbe comportato il rischio di una
nuova guerra di successione e pertanto tale ipotesi venne scartata a priori.
-l’influenza dell’assolutismo francese in Russia
Tra i più celebri esempi di assolutismo sul modello di Luigi XVI, compare la Russia
sugli inizi del 700 di Pietro Romanoff il Grande, capostipite della dinastia che regnerà
fino al 1917.
Nei secoli precedenti, la Russia per questioni di divergenza culturale ed
incomunicabilità linguistica, si interessò poco alla situazione europea, rivolgendo
contrariamente i propri interessi verso oriente; e non godendo di una potenza
militarmente forte, si assoggettò come stato vassallo di alcune potenze asiatiche.
Il divario con l'Europa, tra gli altri motivi, venne accentuato dalla questione religiosa:
uno stato fortemente ortodosso che guardò con diffidenza alla moltitudini di
minoranze religiose originate in Europa.
L’ascesa di Pietro Romanoff, sicuramente impresse una svolta alla storia della Russia.
Da giovane viaggiatore quale fu, ebbe l’occasione di entrare in contatto con le maggiori
corti europee come l’Olanda ed i gran ducati tedeschi, dei quali sicuramente subì
l’attrazione; si racconta tre l’atro, che avesse lavorato nelle officine, nelle miniere per
apprendere i rudimenti delle tecniche europee.
Il suo progetto di ascesa, per tanto, previde proprio fare della Russia un paese sul
modello europeo, ispirandosi soprattutto alla Francia con Luigi XIV.
La Modernizzazione e l’europeizzazione della Russia partì dalla grande nobiltà, nella
volontà di spingerli ad abbandonare i loro costumi legati alla guerra, caccia, la vita
nelle province - ed avvicinarli alle modalità della corte di Luigi XIV o Carlo II a Londra,
alla loro raffinatezza: non devono avere la barba, devono saper parlare le lingue,
devono essere fedeli al re, non devono essere un contropotere.
Come, o forse anche più, di Luigi XIV - grazie alla corte Pietro Romanoff si osservò un
progressivo indebolimento della aristocrazia russa, la quale venne assoggettata al
volere dello zar, per facilitarne il controllo ed evitare che si configurasse come una
forza avversa alla monarchia. Dal modello francese, si ereditò in Russia anche la
struttura di gerarchia sociale: la fedeltà al re significò gratificazione con titoli, cariche
e premi in denaro. Ma a Pietro Romanoff riuscì un’operazione in cui nessun monarca
europeo, nemmeno Luigi XIV avrebbe potuto: in francia si dimostrava di essere
veramente integrati nelle funzioni della monarchia, tramite i titoli onorari che
distribuiva il sovrano - ma il sovrano stesso non riuscì mai a declassare o togliere un
titolo all’aristocrazia, a causa dei privilegi millenari che quest’ultima aveva
collezionato nel corso dei secoli; per cui il sovrano poteva solo elargire (donare)
cariche, ma mai negarle, altrimenti avrebbe incontrato il malcontento di una classe
sociale di fondamentale importanza. Allo zar russo invece, secondo un modello
dispotico di governo, tale impresa riuscì: riuscì a penetrare tanto nell’ideologia
dell'aristocrazia russa, da modellare a proprio piacimento i loro comportamenti.
Come Luigi XIV a Versailles, Pietro il grande decise di spostare la capitale da Mosca a
Pietroburgo -il cui nome deriva proprio per omonimia dallo zar: affacciata sul Baltico,
Pietroburgo è una città proiettata verso gli scambi con l’Europa, con l’Olanda, la
Danimarca, con la Svezia - è una città che simboleggia e favorisce l’integrazione con
l’Europa nord-occidentale (rispetto a Mosca, che geograficamente è più interna, come
fosse il cuore della Russia) . A Pietroburgo vennero applicati gli stessi modelli
urbanistici di Versailles, tale che vennero commissionati molti edifici ad architetti
svizzeri, francesi, italiani.
L’ambizione di Pietro di rendere la Russia una grande potenza, condusse lo zar ad
avviare nel 1700, una grande guerra con la Svezia - conosciuta come la guerra del nord
(1700-1720). Lo scopo di tale conflitto fu indebolire la grande potenza del mare del
nord, la Svezia, imposta sulla scena europea con la guerra dei Trent’anni. Con Pietro il
grande venne gradualmente scalfita l’egemonia svedese, e per tanto, la Russia si
impose come una protagonista della geopolitica europea verso la metà/fine del 700.
Come Luigi XIV aveva creato un esercito di 200.000 soldati, così Pietro creò un esercito in
un paese poco densamente popolato di 300.000 soldati con armamenti avanzati al quale
dedica il 90 % delle spese dello stato.

Le guerre di successione nel XVIII secolo e la guerra dei sette anni


Il 700 fu un secolo costellato da guerre non più relegate a un fattore di tipo religioso,
bensì l’unico obiettivo era condurre ad accordi e compromessi all’interno di un sistema
di equilibrio.
Nessun paese, soprattutto dopo la morte di Luigi XIV, pensò di poter imporre la propria
egemonia sugli altri territori, poiché sapevano bene che si sarebbe rivelata un
fallimento - tuttavia ciò non significò che non si verificarono scontri sanguinosi
(chiaramente nulla di paragonabile alla guerra dei trent’anni).
Tali guerre vennero combattute da eserciti in cui vigeva innanzitutto la disciplina, la
garanzia delle loro paghe, un’accurata attenzione agli spostamenti e soprattutto un
maggior rispetto nei confronti della popolazione civile.

1. Guerra di successione spagnola (1701-1713)


La guerra di successione spagnola fu uno dei più importanti conflitti europei
combattuti nel XVIII secolo - originatasi a partire dalla morte dell'ultimo re di Spagna
della casata d'Asburgo, Carlo II; la questione di chi avrebbe dovuto succedergli
preoccupava i governi di tutta Europa, e i tentativi di risolvere il problema con una
spartizione dell'Impero spagnolo tra i candidati eleggibili proposti dalle varie casate
fallirono. Sul letto di morte Carlo II decise di affidare tutto l'Impero spagnolo al suo
pronipote Filippo d’Orleans di Borbone, nipote di Luigi XIV di Francia. Con Filippo
contemporaneamente al governo della Spagna e parte della linea di successione
francese, Luigi XIV avrebbe finito con il riunire due dei troni più potenti d'Europa e
rompere così gli equilibri della stabilità europea. E’ proprio qui che ha inizio la guerra
di successione spagnola - rispetto ai conflitti del 700 fu uno dei più cruenti, poiché
coinvolse anche i cittadini - che vide la creazione di due schieramenti: da un lato
Spagna, Francia e i Savoia fino al 1703 (inizialmente alleati per poi passare all’altro
fronte); dall’altro Austria, Inghilterra, Olanda, Prussia con altri principati tedeschi e i
Savoia a partire dal 1703. Da ciò ne scaturì anche la divisione della penisola iberica: la
Castiglia è controllata da Filippo V (Borbone); mentre Catalogna, Valencia e Barcellona
da Carlo VI d’Asburgo.
Momento decisivo durante questa serie di conflitti fu quando Carlo VI, causa la morte
del fratello maggiore Giuseppe I d’Asburgo, fu eletto imperatore e pertanto costretto a
trasferirsi a Vienna, arrivando così al termine del conflitto - che vide il riconoscimento
della dinastia borbonica sul trono di Spagna.
Da questo momento in poi, il re di Spagna Filippo V tramite la firma dei decreti di nueva
planta (1713-14) - si tratta di quattro decreti, i quali sancivano un cambio di
organizzazione territoriale della Spagna - unificò la Spagna come un unico regno.
Furono firmate la pace di Utrecht e di Rastadt, che prevedevano alcune modifiche al
territorio spagnolo:
- l’Austria ottenne dalla Spagna il ducato di Milano, regno di Napoli,
Sardegna e i Paesi Bassi (attuale Belgio);
- i Savoia otterranno la Sicilia che poi scambieranno per la Sardegna -
ottenendo anche il titolo regio (capo di uno stato monarchico), dando così
vita al regno di Sardegna;
- l’Inghilterra ottenne alcune colonie francesi in Nord America - in
particolare l’isola di Terranova e il controllo della Baia di Hudson) e alcuni
territori spagnoli, come Gibilterra, l’isola di Minorca e alcuni vantaggi
commerciali (come il monopolio della tratta degli schiavi).

2. Guerra di successione polacca (1733-1738)


La Polonia - diventata ormai appetibile per Svezia, Prussia e Russia - fu protagonista di
una guerra di successione. Alla morte di Federico Augusto II nel 1733, salì al trono il
figlio omonimo, sostenuto da Austria e Russia.
Tuttavia la Francia - che voleva estendersi sui balcani - si oppose e propose come erede
Stanislao Leszczynski, con il pretesto che la successione regale deve essere
riconosciuta da una dieta di elettori. Successe che vennero convocate due diete, le quali
non trovando un accordo, diedero l’inizio alla guerra di successione polacca.
Ne uscì vincitrice la Francia, sebbene quest’ultima - timorosa di un’alleanza tra
Inghilterra, Austria e Russia -firmò la pace di Parigi nel 1763, sancendo la definitiva
separazione dell’impero.
A questo punto - tramite la pace di Vienna - Federico Augusto III divenne re della
Polonia, mentre Leczynski ottenne la Lorena come dominio personale, che però
passerà alla Francia alla sua morte.
La guerra di successione polacca portò anche a conseguenze a livello europeo: in primis
termina la dominazione austriaca nei regni di Napoli e Sicilia, dando così inizio al
periodo borbonico - Carlo di Borbone, figlio di Filippo V, divenne re di Napoli e Sicilia e
con la firma del trattato di pace nel 1738 ha l’obbligo di non dover unire mai le due
corone (austriaca e spagnola), devono restare due regni indipendenti. Il Regno di
Napoli e la Sicilia passano a Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna.
L’Italia vede dunque la presenza degli austriaci al nord e degli spagnoli al sud.
3. Guerra di successione austriaca (1740-1748)
Nel 1713 l’imperatore d’Austria Carlo VI soppresse la legge salica (di origine medievale
- impediva alle donne di ereditare il trono imperiale), emanando - al suo posto -la
“prammatica sanzione”, la quale stabiliva l’ereditarietà dei primogeniti
indipendentemente dal sesso e secondo cui, la sua erede sarebbe dovuta essere la figlia
Maria Teresa. Inizialmente - in un primo momento - le grandi potenze europee
sembrarono accettare, tuttavia alla morte dell’imperatore nel 1740 dichiararono guerra
all’impero, presentando un possibile erede al trono - il duca di Baviera.
A tal proposito, si generò una nuova coalizione: da un lato Vienna e Londra; dall’altro
Francia, Spagna e la Prussia (quest’ultima si rivelò una potenza notevole grazie al suo
sovrano Federico II); seppur con qualche cambio delle alleanze.
La guerra si concluse nel 1748 tramite la pace di Aquisgrana e con il riconoscimento di
Maria Teresa d’Austria come imperatrice. Tuttavia l’Austria perse alcuni dei suoi
territori, tra cui la Slesia - passata sotto il dominio prussiano, che chiaramente fu mal
digerita - e cedette il ducato di Parma e Piacenza ai Borbone.

La guerra dei sette anni (1756-1763)


La guerra dei sette anni è stata definita dagli storici come la prima guerra globale; essa
anticipò alcuni caratteri della guerra moderna, soprattutto per la sua dimensione
planetaria, nella quale per la prima volta le rivalità commerciali e i conflitti coloniali
assunse un rilievo decisivo sia nelle cause scatenanti sia nello svolgimento del
conflitto.
La regina d’Austria Maria Teresa desiderosa di riprendersi la Slesia dalla Prussia, arrivò
ad allearsi con la Francia (sua nemica storica), Russia, Spagna e Svezia. Come
contrattacco la Prussia si alleò con l’Inghilterra, a cui si unirà anche il Portogallo.
Abbiamo un vero e proprio rovesciamento delle alleanze, in quanto Austria e
Inghilterra erano sempre state alleate, mentre Francia e Austria nemiche durante le
guerre di successione.
In realtà i veri scontri saranno: tra Inghilterra, Francia e Spagna per il predominio sui
mari, sul commercio e sulle colonie oltreoceano - ne uscì vincitrice la Gran Bretagna
grazie alla sua superiorità navale, mentre la Francia indebolita economicamente e
politicamente; e tra Prussia contro Austria (per la riconquista della Slesia), Russia e
Svezia. Queste ultime - in particolare - sono potenze intimorite dal piccolo ma
emergente stato prussiano, grazie al suo potentissimo esercito guidato dal re Federico
II, detto il Grande, che riuscì a dimostrare di saper tenere testa con l’adozione di una
serie di strategie militari.
La guerra dei sette anni si concluse con il trattato di Parigi nel 1763, le cui conseguenze
furono:
- l’Inghilterra uscì dal conflitto come la prima grande potenza mondiale,
infatti ottenne la Florida dalla Spagna e una serie di domini dalla Francia,
quali Canada, India, Senegal;
- Francia e Spagna ne usciranno completamente sconfitte e indebolite;
- La Prussia si affermò come nuova potenza emergente, mantenendo la Slesia
e nel corso dei decenni successivi si affermerà come una delle protagoniste
più importanti d’Europa.
Nel corso del 700 il termine e l’idea di riforma sono al centro dei progetti dei monarchi
europei; riforma e assolutismo possono sembrare contrapposti, ma in realtà i monarchi
tendono a coniugare queste due tendenze. Si intende riformare lo stato razionalizzando
l’esercito del potere e uniformando tutto il territorio che viene posto sotto il potere del
re - possiamo vedere una continuità con la politica che aveva messo in atto Luigi XIV.
L’idea era proprio quella di costruire una società piramidale in cui tutti i poteri sono
legati al re, non posseggono una loro indipendenza; adesso è il sovrano che deve
controllare tutto il territorio direttamente o attraverso istituzioni che devono rispondere
a lui.
Per molti aspetti questo modello di governo si basa su quello di Luigi XIV, difatti si parla
di ‘’assolutismo illuminato’’ ma la differenza essenziale si trova nel piano simbolico: il
re - in quanto sovrano illuminato - combatte per il popolo. Egli si circonda di specialisti
che lo guidino nelle scelte politiche, e soprattutto di molti filosofi illuministi (non a caso
l’assolutismo illuminato viene associato all’illuminismo) - i quali ricoprirono il ruolo di
consiglieri del sovrano; ne ricordiamo alcuni: Federico II di Prussia fu corrispondente di
Voltaire, Caterina di Russia fu corrispondente di Diderot. L’idea era che la filosofia
potesse contribuire a rischiarare, appunto illuminare la ragione, e questo avrebbe
contribuito a far progredire l’umanità.

L’illuminismo
L’illuminismo o filosofia dei lumi è una corrente di pensiero eterogenea, vale a dire
che può essere delineata in differenti modi. Tra i suoi tratti essenziali abbiamo
l’affidamento alla ragione e il conseguente esame razionale per questioni legate alla
natura, alla morale, all’economia e alla politica; per cui l’illuminismo potrebbe arrivare
a mettere in discussione le certezze tipiche dell’antichità, a sconfessare ciò che
l’umanità aveva ereditato dalle generazioni precedenti, e il compito del sovrano era
proprio quello di aggirare alcuni ostacoli e trovare escamotage, poiché non poteva
permettersi di abolire e considerare negative delle leggi e tradizioni ereditate dai secoli
precedenti, altrimenti sarebbe stato classificato come un tiranno; ciò che è antico è
buono e la tradizione è la nostra guida.

Il razionalismo illuministico non deve essere messo in contrapposizione alla sensibilità


religiosa; la maggior parte furono cristiani, altri si orientavano verso forme di religione
meno formalizzate ma basate sulla ragione - come il deismo o sensismo - senza
eliminare l’elemento religioso, e solo una piccola porzione erano atei e materialisti.

Ciò che condividono la maggior parte degli esponenti è l’insofferenza verso i dogmi, la
ritualità, e soprattutto la superstizione; questi ultimi sono tutti fattori che appartengono
al bagaglio teologico della Chiesa cattolica e che verranno fortemente attaccati dagli
illuministi, i quali ritengono che le verità indiscusse di fede - al di là di quelle impresse
nelle Sacre Scritture - debbano essere esaminate attentamente dalla ragione.
Ricordiamo che l’elemento religioso era stato il primo movente nelle varie battaglie (le
guerre di religione, la controriforma con il tribunale dell’inquisizione), diventando
qualcosa da cui bisognava prendere le distanze.
A tal proposito uno dei maggiori esponenti dell’illuminismo fu il celebre filosofo
Voltaire, il quale pur non essendo ben accolto dai sovrani e dalla Chiesa, avrà una
notevole influenza. Nel suo Trattato sulla tolleranza (1762), discute sul fatto che è proprio
il sentimento religioso a portare i cristiani (o in generale gli esponenti di una stessa
corrente religiosa) a ‘’scannarsi’’. Sebbene ciò portò gli illuministi a entrare in conflitto
con alcuni settori della Chiesa cattolica, all’interno della stessa tuttavia, ci furono dei
singoli individui che avevano delle importanti convergenze con l’illuminismo.
L’esponente più notevole fu Ludovico Antonio Muratori, grande bibliotecario del duca di
Mantova, sacerdote, teologo e giurista; e proprio in una delle sue opere, “La regolata
devozione” - più volte rielaborata per evitare una condanna da parte di Roma - egli
auspicò che nel popolo si stabilisse una fede semplice e pura, e criticò aspramente le
pratiche che si manifestavano nella devozione per i santi e per la Vergine nelle
processioni e nelle feste religiose, nel culto delle reliquie e delle immagini sacre. Non fu
casuale la diffusione il giansenismo - quest’ultimo sostiene che la salvezza dell'uomo
dipende esclusivamente dalla grazia divina, e che l'uomo non può fare nulla per
guadagnare la salvezza se non ricevendola gratuitamente da Dio - che mette in risalto
l’interiorità rispetto all’esteriorità, privilegia la meditazione rispetto al dogma, l’etica e
la moralità rispetto all’aspetto esteriore delle sacralità e liturgie.

L’illuminismo è un movimento di élite, che intende diffondere i propri concetti a tutto


il popolo; ciò stimola gli intellettuali ad avviare iniziative che permettono al sapere di
diffondersi al di fuori dei circoli eruditi, il sapere deve essere reso pubblico. Uno dei
principali strumenti di divulgazione della cultura illuministica furono le gazzette -
inventate già dal secolo scorso e che riportavano notizie politiche ed economiche - che
divennero luogo di discussione, facendo circolare migliaia di copie.
L’esperimento più interessante e noto è il Caffè dei fratelli Verri, attorno al quale si
raggruppa un nucleo di intellettuali per dibattere su proposte di riforme che riguardino
l’agricoltura, il commercio, la giustizia, i rapporti con la Chiesa, il ruolo delle donne, i
rapporti tra le generazioni - il tutto in maniera relativamente libera; poiché i censori
esistevano ancora, ma fortunatamente non erano ostili alle nuove idee e quindi, il tutto
poteva circolare più facilmente e rapidamente. Insieme alla gazzette, i caffè divennero
sempre più comuni, diffusi nelle città e la novità non riguardò soltanto le questioni che
venivano affrontate, ma anche il fatto che poterono partecipare non solo gli
aristocratici, ma anche coloro che avessero un minimo di benessere economico
(mentre in passato solo gli eruditi si raccoglievano nel silenzio delle accademie).

Altro strumento di diffusione utilizzato per l’espansione della cultura illuministica fu


la massoneria: si trattava di una società segreta, le cui origini però non sono molto
chiare. Inizialmente era una corporazione di muratori, che successivamente a partire
dal 700, diventò un’associazione di individui che si riunivano volontariamente - per lo
più in segreto -per la circolazione di idee illuministe anti clericali che possono
allontanarsi dalla religione cristiana. La massoneria è solita dividersi in logge, ciascuna
delle quali con orientamenti diversi, a volte in conflitto e altre in sintonia tra loro.
All’interno delle logge esiste una gerarchia e solo ai gradi più alti si era a conoscenza di
tutti i segreti, man mano che si scende la conoscenza è sempre più limitata. Solo
attraverso legami personali o con la fiducia si poteva ascendere ai gradi più alti delle
logge massoniche.
Un'altra forte contraddizione è il carattere clandestino della maggior parte delle logge
che in molti paesi erano vietate, e una volta scoperte, i membri - tra cui ministri, uomini
di potere, di chiese, dell’esercito - venivano arrestati. Nel regno di Napoli uno dei primi
capi fu il principe di sansevero Raimondo di Sangro e più tardi il principe di Caramanico,
Francesco d’Aquino; proprio per questo spesso devono agire nell’ombra piuttosto che
alla luce del sole.

Altro importantissimo risultato dell’illuminismo fu l’Enciclopedia - o dizionario


ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri - fondata a Parigi nella seconda metà
del XVIII secolo, e diretta dai filosofi francesi, D'alembert e Diderot (portata poi avanti
solo da Diderot a partire dal settimo volume). La grande opera - venduta a dispense
tramite abbonamento accessibile a tutti - presentava un nuovo tipo di sapere, dando
dignità a quelle "arti" e tecniche che la cultura tradizionale relegava ai margini: accanto
agli articoli di carattere teologico, letterario, filosofico e scientifico, si trovavano quelli
relativi alle tecniche agricole, all'artigianato, alle macchine: per cui non è soltanto
un’opera indirizzata ai letterati e ai filosofi, ma anche ai medici, artigiani, militari,
ingegneri, scienziati di varie discipline, economisti - propone dunque un modello
editoriale completamente nuovo.
Nonostante gli attacchi dei tradizionalisti e la messa all'Indice (l'Indice dei libri proibiti
era l'elenco delle opere che la chiesa proibiva perché ritenute contrarie alla fede e alla
morale), che costrinsero per un certo periodo Diderot a pubblicarla clandestinamente,
l'opera fu portata a termine.

Fondamentale nel corso del 700 fu il fenomeno dell’anticlericalismo, ossia una corrente
di pensiero sviluppatasi soprattutto in riferimento alla Chiesa cattolica, che si oppone al
clericalismo, ossia alla partecipazione degli ecclesiastici e della loro dottrina nella vita e
negli affari dello Stato e della politica in generale. I sovrani dunque, cercano di
indebolire le chiese, abolendo privilegi, istituzioni e norme; ad esempio, i sacerdoti, i
vescovi e i grandi monasteri non pagavano alcuna imposta allo stato e proprio per tale
motivo, in molti regni si impose alla chiesa una contribuzione delle spese pubbliche. In
molti altri stati invece, gli ecclesiastici e i luoghi pii godevano dell’immunità, per cui se
un sacerdote avesse commesso un reato, sarebbe stato giudicato da un tribunale
ecclesiastico, non controllabile dallo stato o dal re; così come se fosse stato commesso
un reato all’interno del luogo sacro, non si sarebbe potuto procedere a un arresto. Le
chiese erano quindi anche un luogo di contrabbando, gli stati erano mossi soprattutto
per scalfire (anche se parzialmente) questi privilegi ereditati dalla tradizione.

Altro elemento comune a molti stati fu la cacciata dei gesuiti verso la fine del 700,
poiché rappresentano l’emblema di una certa religiosità - avversa ai giansenisti e
illuministi - il cui fondamento risiede nel rispetto esteriore delle regole e ricordiamo
essere stati una delle colonne portanti del radicamento del cristianesimo.
I gesuiti dapprima furono espulsi dal Portogallo, poi dalla Spagna, dal regno di Napoli,
dalla Francia, e alla fine Papa Benedetto si vide costretto a sciogliere la compagnia di
Gesù nel 1783, venendo così soppressa, per poi essere ricostituita soltanto quasi 40 anni
dopo durante la restaurazione.

Concetto di nuovo e vecchio


Cesare Beccaria fu uno dei più importanti esponenti del pensiero illuminista. La
tradizione, che era venerata intoccabile, fu soprannominata da Beccaria come “avanzi di
legge di un antico popolo conquistatore” con una forte accezione negativa.
Il razionalismo e l’utilitarismo devono essere alla base della giustizia, ma più in generale
della disciplina dei rapporti tra gli uomini basata sull’utilità; anche le pene devono
essere sostenute non dall’idea di punizione del sovrano, che in quanto giudice che si
sostituisce a Dio e punisce qualcuno perché ha peccato, piuttosto la pena va erogata nella
misura in cui è utile per evitare che si ripete il reato. Inizia a nascere così l’idea di una
giustizia penale correttiva, il reo è una persona che va rieducata.
“Dei delitti e delle pene” ebbe un enorme successo, tant’è che fu tradotto, apprezzato a
Parigi, come innovatore del pensiero giuridico - non da tutti i sovrani - ma alcune delle
sue idee ispirarono diverse riforme della giustizia. Innanzitutto in molti stati europei fu
abolita la tortura, che veniva considerata come uno strumento normale di accertamento
della verità, ma Beccaria dimostrò quanto in realtà la tortura fosse eccessivo e inefficace,
poiché chiunque minacciato da una violenza fisica non confessa la verità. Inoltre, ancora
più importante fu l’abolizione della pena di morte nel 1786 da parte del gran duca di
toscana Pietro Leopoldo. Generalmente vengono utilizzati come esempi del compiuto
riformismo illuminato per l’Europa Maria Teresa d’Austria, Caterina II di Russia e
Federico II di Prussia, che seppur in maniera diversa si attennero a questi principi;
mentre per la penisola italiana si fa riferimento a Milano, Napoli, Sicilia, gran ducato di
Toscana, dove furono realizzate proposte di riforma innovative ed efficaci.

Negli anni 80 del 700 iniziarono ad emergere profonde contraddizioni nell’idea di


assolutismo illuminato, poiché molti intellettuali che avevano creduto nei loro sovrani,
si resero conto che in realtà alcune riforme attuate vanno sì a rafforzare il potere del
sovrano stesso, ma non portano vantaggi alla società. Ricordiamo:

Federico II di Prussia
Federico II di Prussia adottò un riformismo di tipo militare. Egli fu uno scrittore,
musicista, intellettuale di stampo illuminista, ma anche un uomo d’armi che guidò
l’esercito prussiano nella guerra austriaca e nella guerra dei sette anni. Le riforme
promosse da Federico II erano state introdotte per rafforzare l'esercito, ai quali dà loro
una forte disciplina; e per una maggiore libertà religiosa garantita ai suoi sudditi,
promuovendo la tolleranza religiosa.

Maria Teresa D’Austria e Giuseppe II


La religione dunque, è stato l’argomento dei grandi monarchi assoluti, ma soprattutto il
cavallo di battaglia di Giuseppe II in Austria - figlio di Maria Teresa che lo associò in
trono quando era ancora in vita. Nei territori della monarchia asburgica, le istituzioni
della Chiesa cattolica sono l’avversario principale del sovrano, che cerca di ampliare la
propria presa sulla società, erodendo l’istruzione - che per la sovrana Maria Teresa è
centrale - poiché non era riservata a tutti e infatti i pochi istituti erano religiosi. Al
contrario, Maria Teresa promuove l’istituzione pubblica edificando strutture pubbliche
appunto, e ad occuparsi della gestione è lo stato.
Quando più tardi associa suo figlio Giuseppe al trono, l’orientamento del governo è
marcato da un indirizzo anti-ecclesiastico, e l’innovazione più importante promossa da
egli fu la patente di tolleranza, che garantiva libertà di culto agli ortodossi, ai protestanti
e agli ebrei (non dimentichiamo che nei secoli precedenti la Russia era stata bombardata
da grandi lotte di religione e l'imperatore concede la tolleranza religiosa ai propri
sudditi).

Caterina di Russia
La principessa tedesca Caterina II di Russia, conosciuta come Caterina la Grande, venne
data in sposa a soli 16 anni all’erede del trono russo - il granduca Pietro Fëdorovič-
futuro Pietro III di Russia. Con un colpo di Stato spodestò il marito alla fine della guerra
dei sette anni, divenendo imperatrice a partire dalla seconda metà del 700. Sotto il suo
regno l'Impero russo accrebbe la sua potenza e visse uno dei periodi di maggior
riconoscimento a livello europeo.
Ammiratrice di Pietro il Grande, Caterina continuò a modernizzare la Russia occidentale
secondo le idee dell'assolutismo illuminato: si interessò ai problemi dell'istruzione,
fondando il primo istituto di istruzione superiore femminile in Europa, delle finanze e
della creazione di nuove cittadine fondate su suo ordine. Tuttavia la sua politica
comportò un aumento del numero dei servi della gleba, con conseguente malcontento
popolare e lo scoppio di numerose rivolte, represse violentemente, come quella guidata
da Pugacioff (un pretendente al trono imperiale russo).

Per quanto riguarda la penisola italiana invece, le prime esperienze riformatrici


riguardarono lo stato di Milano, in cui si rifletté la politica di Maria Teresa e Giuseppe II
con una peculiarità: vi è l’aggiunta di un gruppo di filosofi che condussero alcune
battaglie territoriali sulla stampa per discutere le innovazioni da realizzare. Alcuni di
essi vengono chiamati alla responsabilità di governo, cercano di realizzare degli
strumenti che nei decenni precedenti avevano dibattuto; a tal proposito fu creato il
catasto erastiano, ovvero un registro in cui venivano annotate tutte le proprietà
immobiliari con il loro valore potenziale. Sulla base di questo registro, i proprietari
dovevano pagare tasse per un valore pari a un decimo del valore catastale. I catasti sono
sempre esistiti nella storia, ma ciò rese tutte le proprietà visibili allo stato così che non ci
siano più privilegi tipici dell’antico regime - non dimentichiamo che prima i nobili
erano esenti dalle tassazioni o pagavano delle tasse ridotte rispetto al resto della
popolazione, ora tutti sono uguali-(non davanti alla legge, ma davanti al fisco).

Ricordiamo poi le esperienze di Carlo di Borbone e Ferdinando di Borbone a Napoli e


Sicilia, in cui le due principali riforme si basavano sull’indebolimento della chiesa e dei
feudatari, ancora troppo potenti; poi l’esperienza toscana che per la prima volta, da
millenni, nel 1786 a Firenze, venne abolita la pena di morte da Leopoldo - figlio di Maria
Teresa e fratello minore di Giuseppe II- realizzando così uno degli obiettivi stabiliti da
Cesare Beccaria.

La rivoluzione Americana
La guerra dei sette anni è da considerarsi un conflitto extraeuropeo, in quanto, sebbene
fossero coinvolte e protagoniste potenze come Francia, Spagna, Inghilterra e Prussia,
queste ultime si servirono dell'appoggio di numerosi alleati coloni tra le popolazioni
native dell'India e dell'America settentrionale.
La guerra si concluse con la stipulazione di una serie di trattati di pace, di cui uscì
sicuramente vincitrice la Gran Bretagna, che si assicurò i maggiori guadagni territoriali
e politici; contrariamente segnò il declino dell’impero coloniale francese - il quale fu
costretto a cedere all’Inghilterra il Canada, vari altri territori in India e nei Caraibi, e la
costa del Senegal; talvolta la Spagna fu costretta a cedere la colonia della Florida.
La Rivoluzione americana fu un conflitto che portò allo scontro le 13 colonie
nordamericane, intente a stabilire la propria autonomia dal regno coloniale
britannico, durato dal 1775 al 1783. Verso la seconda metà del 18° secolo, l'impresa di
espansione coloniale dell’Inghilterra in America, condusse all’acquisizione di 13
colonie nordamericane nel 1732, anno di fondazione dell’ultima delle colonie : la
Georgia (in onore di Giorgio I). Tali colonie erano diversificate in:
-Colonie del Nord, chiamate New England. In questa zona avevano sviluppato
un’agricoltura basata sulla piccola proprietà, ma vivevano anche di pesca, costruzioni
navali e commerci marittimi. Sono colonie in cui la presenza del calvinismo e del
puritanesimo è particolarmente persistente.
-Colonie del Centro, che erano abitate da una popolazione mista: Inglesi, Olandesi,
Danesi, Svedesi, Francesi e Svizzeri.
-Colonie del Sud, che erano gestite dai nobili latifondisti, molto più legate all’autorità
della corona inglese.
Ciascuna delle colonie venne gestita dalla figura del governatore: un funzionario regio
inviato dalla stessa corona inglese in rappresentanza del governo; accanto a tali figure,
per garantire una politica di equilibrio, si osservarono delle assemblee di
rappresentanti locali, discendenti dei fondatori. Queste ultime non ebbero mai un vero
e proprio potere legislativo, non poterono mai governare perché limitati dalla
sovranità della corona: già si iniziarono a delineare i primi rapporti di tensione, in
quanto i coloni americani avevano assorbito la cultura ideologica della madrepatria
inglese- per cui, figli della rivoluzione gloriosa, iniziarono ad avanzare pretese e
rivendicare diritti.
Nel 1764, 10 anni prima dello scoppio della rivoluzione, si osservò in America una
notevole crescita del tasso demografico, dovuto al miglioramento delle condizioni
sociali ed economiche. Non fu solo un aumento della popolazione nativa, ma riguardò
talvolta i tassi di emigrazione: dall’Europa arrivarono, oltre inglesi e scozzesi, anche
irlandesi, olandesi e tedeschi, spinti a lasciare l’Europa per la necessità di sottrarsi
all’intolleranza religiosa o alle persecuzioni politiche; per di più gli immigrati furono
attirati soprattutto dalle opportunità di lavoro e dall’ampia disponibilità di terra che
offriva il nuovo mondo.
Il miglioramento generale delle condizioni di esistenza e l’aumento della popolazione,
spinse la madrepatria inglese ad attuare un sistema di tassazione aumentato, tale da
poter garantire alla Gran Bretagna entrate proficue per risanare il debito pubblico
lasciato dalla guerra dei sette anni. Le estorsioni economiche dell’Inghilterra a danno
degli americani, si manifestano innanzitutto con l’introduzione di alcuni atti: il
Revenue Act, che consisteva nel divieto per le colonie americane di trafficare con altri
paesi all’infuori dell’Inghilterra; lo Sugar Act, che imponeva ai coloni di comprare
solamente lo zucchero inglese a prezzi improponibili; lo Stamp Act, che consisteva
nell’imposta di bollo da pagare per la pubblicazione dei vari atti pubblici.
In risposta alle angherie inglesi, si formarono numerose associazioni spontanee, la più
famosa delle quali fu la cosiddetta Sons of liberty, la quale si opponeva principalmente
al fatto di non avere voce in capitolo sull’imposizione delle tasse (perchè le assemblee
di coloni erano solo rappresentative); da qui nascerebbe lo slogan ‘no taxation without
representation'. Tali gruppi autonomi iniziarono una vera e propria controffensiva, a
seguito della proclamazione del Tea Act nel 1773, il quale sancì ai coloni americani,
l'obbligo irreversibile di comperare tè inglese- il che produsse come conseguenza
diretta, il disfacimento di moltissimi mercanti americani del tè; avvenne quindi la
prima violenta manifestazione dei coloni americani, nota come Boston Tea Party. Nel
16 dicembre del 1773 un gruppo di Bostoniani travestiti da nativi americani, entrò di
notte nelle navi inglesi ancorate al porto di Boston, gettò in mare un intero carico di tè
inglese e incendiarono le imbarcazioni.
Nel 1774 i rappresentanti di tutte le colonie americane si riunirono a Filadelfia nel
primo congresso con l’Inghilterra. Gli esiti di quest’ultimo, videro l'America
confermare la regalità inglese di Giorgio III, a patto che l’Inghilterra concedesse loro la
gestione autonoma dell'amministrazione delle 13 colonie. Essi minacciano di
continuare il boicottaggio delle merci provenienti dall'Inghilterra fino a quando non
sarebbero stati stabiliti i rapporti commerciali precedenti alla legge sul te. Il governo
Inglese non si curò di tali richieste e anzi accentuò la repressione in Massachusetts; ciò
condusse ad alcuni scontri a fuoco, che portano gli inglesi a dichiarare ribelli le colonie.
Gli stessi coloni americani, videro al proprio interno una profonda frattura in due
schieramenti: quello lealista, di cui fanno parte soprattutto i ceti più agiati, che
sostenne gli inglesi; e quello dei patriottico, che mirò al raggiungimento
dell'indipendenza delle colonie dal controllo della Corona inglese.
Nel 1775 viene organizzato il secondo congresso a Filadelfia, in cui si concordò la
creazione di un esercito comune a tutte le colonie guidato da George Washington.
Inizialmente gli eserciti americani, subirono sempre la prevaricazione armata dei rivali
inglesi; l’anno seguente venne sottoscritta dai coloni, la dichiarazione di indipendenza,
redatta da Thomas Jefferson, in cui si esposero i motivi del distacco dalla madrepatria e
si fondò un progetto politico sulla base dei principi politici e sociali dell'illuminismo.
Scritta da John Adams, la dichiarazione è pervasa dall’influenza dell’illuminismo, in
numerosi snodi che parlano dei diritti inalienabili agli uomini, concessi direttamente
da Dio, e pertanto indiscutibili: la vita, la libertà e il perseguimento della felicità. I
governi dovrebbero consentire di coltivare tali diritti; in caso contrario è legittimata la
controffensiva dei sudditi.

La prima vittoria americana si osservò solo nel 77, quando i coloni prevalsero sugli
inglesi a Saratoga. La vittoria americana, e la speranza di arginare la potenza
dell’impero coloniale inglese, spinsero poi spagnoli e olandesi, ma soprattutto
francesi, ad entrare nel conflitto schierandosi al fianco dei coloni (la Francia cercò una
rivincita dall’inghilterra dopo la sconfitta della guerra dei sette anni). Con l’ingresso in
guerra di altre superpotenze europee, la preoccupazione principale dell’Inghilterra
divenne la difesa di altri popoli coloniali, come l’India. Nel 1781 l’esercito inglese venne
sconfitto, ma la guerra si trascinò per altri due anni e al 1783 si arrivò alla pace di
Parigi, che sancì la separazione dell’impero coloniale e l’indipendenza degli Stati uniti
d’America: per la prima volta nella storia, una superpotenza europea riconobbe
l’autonomia di uno stato colonizzato.
Per la vittoria americana, vi furono due componenti sociali fondamentali:
i nativi americani e gli schiavi. All’intero del primo schieramento si osservò un
ulteriore divisione tra coloro che decisero di opporsi al dispotismo inglese, e coloro che
appoggiarono le ragioni della corona perché si sentirono maggiormente tutelati; la
componente schiavista invece, era composta da una massa di uomini e donne, che
costituirono il fulcro della manodopera soprattutto degli stati del sud, laddove prevalse
l’agricoltura. L’istituito della schiavitù non venne mai discusso, in quanto, lontani ai
controlli di Londra - vi fu uno sfruttamento di potere ed un abuso umano della
popolazione nera, che durò fino al 1800.

La rivoluzione francese
La rivoluzione francese è l’evento che storicamente si riconduce alla fine dell’Ancien
Régime. Per ‘’antico regime’’ si intende un periodo storico durante l’età moderna, che
coinvolse tutti gli stati Europei dalla fine della guerra dei trent'anni alla rivoluzione
francese (1648-1789). Le maggiori potenze in Europa, sul modello del Re Sole,
adottarono una impostazione dello stato assolutista - che prevedeva una spartizione
della società in tre gerarchie: l’aristocrazia, la quale ereditava titoli e proprietà per
discendenza di sangue; il clero, la cui potenza a seguito della riforma protestante
diminuì - composto da figure religiose; e il terzo stato, estremamente eterogeneo;
poteva comprendere contadini, ma anche alta borghesia. Fu un sistema governativo
oligarchico, che concesse privilegi solo alle classi secolarmente già abbienti;
contrariamente mirò ad indebolire il terzo stato tramite l’imposizione di una rigida
tassazione, il cui scopo sarebbe stato risanare il debito pubblico.
Nel caso specifico della Francia, le ragioni che condussero allo scoppio della
rivoluzione francese - oltre che di natura finanziaria (per risanare il debito pubblico) -
si osservarono talvolta nel contesto economico: tramite la crisi dell’agricoltura e del
settore manifatturiero, il che produsse carovita e disoccupazione; il contesto sociale,
basato su dispotismo e disuguaglianza - produsse il malcontento della borghesia, priva
di diritti politici nonostante il suo peso economico; e il contesto politico, a seguito
della debolezza ed impopolarità a cui la monarchia francese fu soggetta come seguito
delle sconfitte contro l’Inghilterra, quali la guerra dei sette anni o la rivoluzione
americana.
Il dissenso che la monarchia francese accumulò, derivò talvolta dalle ingenti spese per
il mantenimento della corte; ragione per cui iniziò a circolare una letteratura di
consumo che attacca la corte, la deride, talvolta tramite la diffusione di vignette di
stampo erotico e pornografico, circa gli amanti di Maria Antonietta, la moglie di Luigi
XVI, vista in cattiva luce dai francesi, causa la sua provenienza straniera - figlia di
Maria Teresa, viene chiamata con disprezzo ‘’l’austriaca’’ -. Questi tipi di stampa
contribuirono ad accrescere l’idea che la corte fosse incapace di controllare realmente
le opinioni dei sudditi, le quali sebbene false, avevano una grandissima circolazione. La
corte francese inizia a perdere della sacralità della quale aveva goduto nei secoli e viene
additata come un luogo di perdizione, in cui si consumavano le risorse del paese, tra
lussi sfrenati e feste, tutte sostenute dalla forza economica del popolo.
Il malcontento sociale venne ulteriormente aggravato tramite la politica economica
imposta dal ministro Necker (padre di Madame de Stael), il quale per la necessità di
nuove entrate fiscali, impose tassazione nei ministeri, abolì la manomorta (clero) sul
dominio reale, fece ricorso al prestito forzoso; i suoi tentativi di riformare
l'amministrazione gli valsero l'ostilità dei ceti privilegiati.
Per fronteggiare la complessa situazione fiscale, il 5 maggio 1789 il monarca Luigi XVI
convocò l’assemblea degli Stati generali, con i rappresentanti dei tre ordini: un evento
osservato l’ultima volta 150 anni prima. La ripartizione dell’assemblea vide una netta
prevaricazione dei rappresentati del terzo stato su quelli del clero e della nobiltà. La
convocazione provocò una grande mobilitazione popolare: all’assemblea giunsero i
cahiers de doléances: ossia dei quaderni in cui i contadini, capofamiglia nei villaggi,
furono soliti annotare richieste ed ingiustizie alle quali la comunità era sottoposta - ed
inviarli ai rappresentati del terzo stato. Ogni quartiere espresse la propria sofferenza
circa le angherie a cui era sottoposto (di natura economica, politica, abolizione dei
privilegi) manifestando l’avversione nei confronti delle classi che ritenevano
responsabili di tale disuguaglianza: i ceti privilegiati.
Il privilegio su cui si basa la ripartizione della società nell’età moderna, è legato al
ruolo che tali figure, ricoprono per la società: il clero, ad esempio intercederebbe a
beneficio della società, con Dio; l’aristocrazia la difenderebbe militarmente, etc.
Nel 700 la secolarità di questi concetti viene combattuta, tale che diviene il primo
elemento contro il quale si scaglia il terzo stato.
Da tale mobilitazione popolare si sentirono estremamente minacciati il clero e
l’aristocrazia, che unendosi erano comunque in minoranza numerica rispetto il terzo
stato; allora tentando di fronteggiare tale richiesta di uguaglianza per il timore di
perdere i propri privilegi, si profilò subito la prima problematica all’interno degli stati
generali: votare per testa o per ordine. Votare per testa avrebbe significato la sconfitta
dei primi due ceti, a fronte della vittoria numerica del terzo stato; votare per ordine: in
tal caso l’unione del primo e del secondo ordine, avrebbe condotto alla sconfitta
dell’ultimo. Si alimentò a tal proposito un aspro dibattito, in cui il sovrano si schierò
dalla parte del clero, perché venisse conservata la consuetudine del voto per ordine; fu
in tale occasione che il terzo stato decise di autoesiliarsi dagli Stati Generali riunendosi
in una protesta autonoma nella sala della pallacorda e giurando solennemente che tale
protesta non si fosse sciolta fin quando, il sovrano non avesse proclamato una
costituzione francese più equa (giuramento della pallacorda, 20 giugno 1789). Il terzo
stato a tale proposito, condusse ad un cambiamento nella fisionomia degli Stati
generali: si costituirono assemblea nazionale, un’assemblea che si autoproclamava
come rappresentante di tutta la Francia.
Il re Luigi XVI, riluttante nell’accettare l’imposizione del terzo stato, iniziò a radunare
l’esercito attorno Parigi, provocando i primi disordini sociali. Il tentativo reale di
sciogliere l’assemblea nazionale, ottenne l’effetto contrario: i deputati prepararono a
loro volta le difese, sostenuti dall’appoggio del comune di Parigi.
L’esercito del terzo stato iniziò a costruire barricate e soprattutto a ricercare armi; fu
così che il 14 luglio la popolazione di Parigi prese la Bastiglia, antica fortezza nel
centro di Parigi con una duplice funzione: deposito di armi e carcere per coloro che
commisero reati politici, reati d’opinione. Nel corso del 700 assunse anche un forte
valore simbolico, come immagine del governo assolutista e del potere supremo del re.
Tale data viene considerata la giornata di inizio della rivoluzione, tale che nel corso
dell’800, venne eletta come festa nazionale.
Per tutta risposta il comandante della Bastiglia, il marchese Launay, dopo aver tentato
di contrattare con i rivoltosi, fu costretto ad ordinare di aprire il fuoco; gli scontri
armati durarono tutta la giornata, con l’esito di 100 morti, tra cui lo stesso suo
governatore. Alla fine il popolo francese riuscì ad impadronirsi della struttura e per
simboleggiare la propria vittoria, iniziò a sfilare per tutta la città con le teste mozzate
degli ufficiali uccisi. Dalla presa della Bastiglia, il terzo stato originò un proprio
esercito, la guardia nazionale, guidato dal marchese La Fayette; gli stessi rivoluzionari
assunsero il nome di ‘’sanculotti’’, da sans culottes = senza calzoni corti: era il nome
con il quale la nobiltà, la quale era solita indossare calzoni corti, si rivolse in senso
dispregiativo al popolo ribelle, il quale contrariamente indossò pantaloni lunghi.
Di lì a poco la rivoluzione si estese anche oltre le mura cittadine, in direzione delle
campagne, laddove iniziarono a diffondersi le false credenze di una punizione ordinata
dal sovrano, per opera dei briganti. Si creò così un’atmosfera di timore incontrollato,
conosciuta come la grande paura, che condusse i contadini ad organizzarsi
militarmente e ad assaltare i castelli dei signori feudali, e soprattutto incendiare gli
archivi, cioè quei depositi di documenti che certificavano diritti di tipo signorile e
privilegi feudali secolari.
Per placare le rivolte contadine, il 4 agosto del 1789 l’assemblea nazionale costituente
abolì alcuni obblighi feudali come le corvées, cioè il servizio di forza che gli schiavi
prestarono ai proprietari terrieri, nel rispetto della loro posizione sociale. Questa è la
prima formale abolizione del regime feudale. Sebbene contro i propri interessi, a votare
tale risoluzione, furono favorevoli anche la maggioranza dell’aristocrazia e degli
ecclesiastici, i quali ritennero che il feudalesimo fosse qualcosa di cui la Francia si
dovesse necessariamente liberare, affinché diventasse un paese più equo, più vicino ai
bisogni della società intera, e pertanto terminare le rivolte.

Sulla scia di questo riformismo, il 26 agosto dello stesso anno, venne approvato un
testo preliminare alla costituzione: la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino. Quest’ultimo, composto da un preambolo e 17 articoli, sancisce i diritti
fondamentali dell’uomo: libertà, uguaglianza, e fraternità. Tale testo, che prese spunto
dalla dichiarazione di indipendenza americana, stabilisce la condizione egualitaria tra
tutti gli uomini, e pertanto ribalta quei rapporti di dipendenza tipici della società
dell’antico regime; ciò che renderebbe l’uomo diverso è il privilegio, pertanto va
combattuto con la proclamazione di una serie di diritti imprescindibili, come ad
esempio la libertà di manifestazione (se un cittadino si ritiene oppresso ha il diritto di
resistere all’autorità che sta inculcando dei diritti). Lo spirito rivoluzionario, conduce
al coinvolgimento di tutta la popolazione: anche le donne iniziarono ad avere un gran
protagonismo, formando dei veri e propri movimenti protofemministi, come quelli
guidati da Olympe de Gouges, che scrisse “La dichiarazione dei diritti della donna e
della cittadina” rivendicando la pari dignità della donna accanto all’uomo.

Si supera l’idea dell’assolutismo illuminato, per cui il re riceve tale carica per volere
divino e assoggetta i propri sudditi, piuttosto il monarca diventa rappresentante di un
potere che emana il popolo. E’ lo stesso popolo rivoluzionario che costringe Luigi XVI a
trasferirsi da Versailles a Parigi, laddove ritennero di poterlo controllare più
facilmente.
Sebbene la rivoluzione stesse avviando ad una nuova società più equilibrata; le pretese
avanzate dall’assemblea costituente, portarono gran parte dell’aristocrazia a creare
delle reti contro-rivoluzionarie, il cui obiettivo fu ripristinare il vecchio modello di
stato. L’attuazione di questo progetto condusse al fenomeno dell’emigrazione: molti
aristocratici fuggono da Parigi e vanno nel ducato di Savoia, Spagna, Austria, laddove si
accorderanno per costituire una contro offensiva. Fu la medesima esigenza che
sentirono Luigi XVI e la sua consorte Maria Antonietta, i quali il 20 giugno 1791, alle 2
del mattino fuggirono sotto falsa identità nel tentativo di oltrepassare la frontiera. Il
giorno seguente scattò l’allarme, e nei pressi di Varennes - al confine con il Belgio - il
re Luigi venne riconosciuto, arrestato e riportato di forza a Parigi, a palazzo Tuileries.
La notizia della fuga reale giunse a Parigi, proprio mentre l’assemblea nazionale stava
discutendo della costituzione. Si aprì allora un momento di forte crisi tra coloro che
sostennero una posizione più moderata circa il mantenimento della monarchia;
addirittura si tentò, per salvaguardare la poca credibilità della monarchia, di diffondere
la notizia che il re fosse stato rapito contro la sua volontà.
Il 3 settembre 1791, quando il monarca fu completamente assoggettato alla volontà
dell’assemblea, entrò ufficialmente in vigore la prima costituzione francese, che
prevedeva una spartizione dei poteri (come venne proposto dal filosofo illuminista
Montesquieu): il re mantenne solo il potere esecutivo; l’assemblea nazionale diviene
assemblea legislativa, in quanto appunto detiene il potere di emanare le leggi e
dichiarare guerra - come se fosse stata rivestita del potere di cui, normalmente
rispondono i ministri ed il parlamento; la magistratura detenne invece il potere
giudiziario. Si stabilì tra l’altro che il voto, fosse a suffragio ristretto, ovvero destinato
a coloro che avessero un reddito minimo. La proclamazione della prima costituzione
comunque non servì a garantire l’uguaglianza sociale; tuttavia segnò il passaggio da
monarchia assolutista nell’Ancien Régime, a monarchia costituzionale.

Quindi l’assemblea legislativa si profila come una sorta di parlamento; all’interno di


tale parlamento si delineano varie fazioni politiche, come delle sorte di gruppi
parlamentari: i club. Secondo il proprio orientamento politico, i club si dividono in:
centro, rappresentato dal gruppo della pianura (o palude, dispregiativo), i quali
assunsero posizioni moderate; destra con i foglianti, il cui leader fu La Fayette - di
orientamento monarchico e più conservatore (La Fayette prima venne nominato a capo
della guardia nazionale, poi tradì la sua stessa posizione ed ordinò all’esercito di
sparare contro i dissensori all’assolutismo nel massacro di Campo Marte); e la sinistra
dei montagnardi - chiamati così perché sedevano nella parte più alta del parlamento -.
Questi ultimi, di inclinazione repubblicana, erano favorevoli a riforme molto più
radicali, sebbene al loro interno si dividessero in vari sottogruppi:
-girondini guidati da Brissot, più moderati e membri dell’alta borghesia (provenienti
dalla Gironda);
-giacobini guidati da Robespierre;
-cordiglieri guidati da Marat e Danton, più estremisti e membri del popolo.
Gli ultimi due gruppi furono le fazioni più intrinsecamente repubblicane. Tali fazioni si
sentirono profondamente minacciate nel tentativo di instaurare una repubblica, sia
perché lese da nemici interni, ovvero le fazioni più moderate del parlamento che
continuavano a simpatizzare per la monarchia; sia nemici esterni, quali i sovrani di
tutta Europa, preoccupati che l’ideologia rivoluzionaria repubblicana rovesciasse le
loro monarchie. Per anticipare l’attacco straniero, la Francia dichiarò guerra all’Austria
e alla Prussia nell’aprile del 1792; l’assemblea fu appoggiata dalla stessa sovranità di
Luigi, il quale sperava che il conflitto avesse riportato all’ordine originale dell’Ancien
Régime - solo i giacobini, consapevoli dell’inadeguatezza dell’esercito francese, si
dichiararono contrari. La Francia subì una serie di durissime sconfitte contro l’Austria,
molte delle quali si ricondussero alla falsa credenza che il re stesso avesse passato i
piani di guerra ai nemici stranieri. A tal proposito, la famiglia reale venne arrestata e si
dichiarò l’ufficiale decaduta della monarchia nell’agosto del 1792.

Si aprì così il 20 settembre 1792 una nuova fase della rivoluzione francese, quando per
suffragio universale maschile venne prosciolta l’assemblea legislativa, a favore della
creazione di un nuovo parlamento: la convenzione nazionale. La convenzione
nazionale conservò per grosse linee, la medesima struttura parlamentare precedente,
con la differenza che venne abolita la fazione fogliante, ovvero i sostenitori della
monarchia. Il centro rimase dominato dalla pianura; i girondini ed i montagnardi si
divisero, sedendo rispettivamente alla destra e alla sinistra del parlamento.
Fu una giornata simbolica anche perché al parlamento giunse la notizia della
clamorosa vittoria francese di Valmy, sulle truppe prussiane; una vittoria più morale
che non militare, in quanto permise alla Francia di dimostrare la propria supremazia su
potenze militarmente molto più affermate. Tale vittoria esaltò tanto il popolo francese
che il giorno seguente, il 21 settembre 1792, proclamarono la repubblica (finiva così la
monarchia e iniziava il periodo repubblicano).
Successivamente nel gennaio del 1793 il sovrano sarà processato e condannato alla
ghigliottina - fu uno strumento inventato dal medico francese Ghigliotten (da cui prese
il nome); 9 mesi dopo anche sua moglie subirà la stessa sorte.

La morte dei sovrani francesi suscitò preoccupazione nel resto delle monarchie
assolute in Europa, che in risposta a tale evento, formarono la prima coalizione
antifrancese: Inghilterra, Austria, Prussia, Spagna e diversi stati italiani, si unirono per
arginare gli esiti della rivoluzione.
La Francia di fine 700 quindi, si ritrovò particolarmente in difficoltà: oltre che
combattere i nemici interni come i sanculotti o con le rivolte dei contadini (ricordiamo
a tal proposito le rivolte della Vandea, ovvero una regione della Francia in cui i
contadini, si mobilitarono contro i rivoluzionari francesi perché non avevano condotto
ai miglioramenti sociali promessi. La risposta dei sanculotti fu durissima e si
arrivarono a contare infatti 100mila morti) - dovette fronteggiare gli attacchi da tutta
Europa, fu praticamente circondata dai sovrani esteri - ragione per cui si istituì la leva
obbligatoria.
In questo contesto di forti tensioni, a prendere le redini della convenzione nazionale
furono i giacobini guidati da Robespierre, un gruppo molto più estremista che mirò
verso la Repubblica, lontano dalle intenzioni pacificatrici dei girondini.
Nel giugno del 93 quindi, i giacobini si instaurarono al potere, dopo aver ordinato ai
sanculotti di provocare un’insurrezione contro i girondini, che ritenevano troppo
moderati, per limitare i provvedimenti a favore del popolo. Il governo di Robespierre
propose anche una seconda costituzione, la quale tuttavia non entrò mai in vigore
visto il delicato momento di crisi. Sostanzialmente questa seconda costituzione sanciva
e ribadiva alcuni principi fondamentali già ufficializzati nella prima: la fine della
monarchia e l’inizio della repubblica; il potere legislativo spettante al parlamento; e
per ultimo estese il suffragio universale agli uomini (prima era per censo).

Robespierre comprese tanto profondamente il momento di crisi della Francia che


istituì il cosiddetto comitato di salvezza pubblica: un comitato retto da 9 funzionari, i
quali avevano pieni poteri politici e militari, il cui obiettivo fu salvaguardare la Francia
da nemici interni ed esterni - anche a costo di utilizzare metodi violenti.
La violenza fu il terreno ideologico su cui si stabilì il governo di Robespierre, dando
inizio a un periodo di terrore che partì dall’assassinio di Marat (capo dei cordiglieri),
un episodio che suscitò molta commozione nel popolo e spinse Robespierre ad adottare
misure ancora più restrittive nei confronti dei nemici della rivoluzione.
Il profilo di Robespierre in questo periodo fu estremamente complesso, definito
‘’incorruttibile per definizione’’, ebbe il sogno di edificare una società giusta partendo
dal principio che il bene del singolo fosse irrilevante rispetto al bene pubblico; ragione
per cui ripudia qualsiasi tipo di egoismo privato - come il denaro.
Fu questo suo estremismo ideologico a condurre alla creazione di un clima di paura e
timore, che sfociò nella creazione del tribunale rivoluzionario: chiunque fosse stato
semplicemente sospettato di tradimento o complotto verso la rivoluzione, sarebbe
stato destinato alla ghigliottina (Danton e Lavoisier).
Ciò nonostante a Robespierre, si deve talvolta il merito di aver introdotto una serie di
provvedimenti che migliorarono le condizioni del popolo, per esempio:
- il calmiere dei prezzi - che previde che il prezzo del pane arrivasse ad una certa
soglia;
- le scuole gratuite;
- l’istituzione dei salari minimi;
- nuovo calendario repubblicano, il cui conteggio degli anni partiva dal 22 settembre
1792, il primo giorno dopo la proclamazione della repubblica. I mesi erano tutti di
trenta giorni e avevano nomi che richiamavano caratteristiche meteorologiche (per
esempio «ventoso» per il periodo febbraio-marzo) oppure i lavori e i prodotti
dell'agricoltura (<vendemmiaio» per il periodo settembre-ottobre). Erano abolite le
domeniche, e le festività religiose, sostituite dalle feste rivoluzionarie. L'adozione di
questo nuovo calendario però fallì, perché richiese correzioni e aggiustamenti in
relazione agli anni bisestili, ma soprattutto perché non entrò nelle abitudini della
popolazione.
-istituì una nuova leva obbligatoria, che comprendesse il servizio degli uomini dai 15 ai
50 anni, ma sostituì i vecchi generali militari - che appartenevano ancora alla nobiltà -
con nuovi generali appartenenti alla borghesia. Tra questi ultimi si distacca la figura di
Napoleone Bonaparte, che condusse la Francia a vivere una serie di importantissime
vittorie militari per la liberazione dal nemico straniero.

Tali provvedimenti non bastarono perché Robespierre venisse accusato di dittatura;


ragione per cui nel luglio del 94 venne ghigliottinato. Finiva così il periodo del terrore
giacobino.
A tale fase seguì nuovamente l’ascesa al governo dei girondini, i quali inaugurarono
tuttavia un nuovo periodo di terrore, conosciuto come terrore bianco, che vede questa
fazione politica intraprendere una serie di vendette e rivendicazioni contro la fazione
giacobina (iniziarono a vendicarsi per l’uccisione di Marat commissionata da
Robespierre). L’ascesa al potere dei girondini condusse nel 1795 alla proclamazione
della terza costituzione: la quale rovescia alcuni principi della dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino, come ad esempio l’articolo 1 - arrivando ad asserire che
ciascun uomo nasca libero e uguale - e che le distinzioni gerarchiche non possono
essere fondate sull’utilità che, tale individuo ha socialmente. Da qui ‘’la legge è uguale
per tutti’’.
La terza costituzione prevede:
- un ritorno al suffragio ristretto in base al censo;
- il potere legislativo affidato a due camere del parlamento, ossia il senato e il
consiglio dei 500;
- il potere esecutivo venne affidato invece al direttorio, cioè un nuovo organo
di governo composto da 5 funzionari.
Furono comunque anni in cui la crisi interna impediva l’equilibrio del governo, a causa
dei continui tentativi di congiura; ricordiamo a tal proposito la congiura degli eguali,
in cui un gruppo di uomini guidati da Babeuf, tentarono di rovesciare il governo nella
finalità di abolire la proprietà privata, rendendo appunto tutti uguali (tutti gli stomaci
sono uguali), come se fosse una sorta di pensiero di comunismo primitivo.
Alla interminabile serie di rivolte interne, si contrapposero una serie di successi
esterni, sul piano europeo; infatti, sempre nel 96 la Francia guidata da Napoleone
Bonaparte militarmente, riesce a sciogliere la coalizione antifrancese nella campagna
d’Italia.
Il direttorio fu sempre molto debole - sin dalla sua istituzione, di fatti subì diversi
tentativi di rovesciamento, che portarono il numero dei direttori, a calare a 3 membri;
ma il capovolgimento completo di quest’organo si osservò nel colpo di stato del 18
brumaio, in cui il generale Bonaparte appena 30enne, si ritagliò un ruolo fondamentale
e divenne primo dei tre consoli, seguito poi da Sieyès e Ducos. Nel 1804 Napoleone
venne addirittura proclamato imperatore, ponendo termine alla parentesi repubblicana
della Francia. Egli conquisterà un vastissimo impero, fino alla sfortunata campagna di
Russia, la battaglia di Lipsia e quella di Waterloo - che porteranno al congresso di
Vienna e alla restaurazione del periodo pre-rivoluzionario.
L’età napoleonica
Nel 1796 la Francia per ordine del direttorio decise di contrattaccare l'Austria su due
fronti: il Reno e l’Italia, come diversivo. L’esercito occupato nelle campagne d’Italia fu
guidato da Napoleone Bonaparte, il quale si presentò nella penisola come un vero e
proprio liberatore, che costrinse gli austriaci a scappare dal Piemonte. Le truppe
napoleoniche conquistarono Milano, alcuni territori dello stato pontificio e arrivarono
a soli 100km da Vienna.
Il successo attorno al quale si configurò la figura di Napoleone iniziò a svanire con la
stipulazione del Trattato di Campoformio, che prevede una spartizione dei territori tra
Francia e Austria. Ai francesi sarebbe spettato il Belgio, i Paesi bassi e la Lombardia;
mentre Venezia sarebbe spettata agli austriaci (enorme delusione Ugo Foscolo).
Il progetto napoleonico andò ben oltre le direttive del consultorio e proseguì, negli anni
successivi, verso l'istituzione di alcune repubbliche sul modello rivoluzionario
francese, le cosiddette repubbliche sorelle:
- in Emilia Romagna la repubblica cispadana, che si unisce alla Lombardia e
diventa repubblica cisalpina
- repubblica ligure
- repubblica romana
- repubblica napoletana, sconfiggendo i Borbone, i quali si rifugeranno in
Sicilia
I successi collezionati da Napoleone nella campagna d'italia, andarono ad aggiungersi
alla vittoria della campagna d’egitto, in cui la Francia mirò ad indebolire la sua
principale nemica, nonché l’inghilterra, conquistando una delle principali colonie
inglesi, cioè l’egitto. In Egitto Napoleone vinse diverse battaglie - tra cui la battaglia
delle piramidi - ma subì una pesante sconfitta quando la flotta francese venne
affondata nella Baia di Abukir.
Nel frattempo il popolo francese, approfittando dell’assenza di Napoleone formò la
seconda coalizione antifrancese con Russia, Austria e Inghilterra, le quali liberarono le
repubbliche sorelle. Ciò condusse ad un immediato ritorno di N. in Europa, che attuò il
famoso colpo di stato del 18 brumaio, in cui si sancisce la fine del direttorio in funzione
della nascita del consolato, formato da 3 consoli - di cui lui era il più importante.
A seguito della proclamazione della terza costituzione e del consolato, Napoleone
riprese la seconda campagna d’Italia nel 1800, ancora una volta con esito positivo,
sancì la vittoria di Napoleone a Marengo (dove fu coniato il marengo d’oro, moneta con
il busto di Napoleone). Questo ennesimo successo condusse Inghilterra, Austria e
Russia ad arrendersi e riconoscere la sovranità di Napoleone, il quale acquisisce sempre
più prestigio e viene incoronato console a vita.
Si rivelò tra l’altro un abilissimo politico, ed intenzionato ad acquisire sempre più
consensi, iniziò una pacificazione con la chiesa di Roma; istituì il codice civile, cioè una
serie di leggi che favorirono principi come libertà e uguaglianza; e promosse un nuovo
calendario.
La scalata del generale venne coronata nel 1804, quando con un plebiscito (voto
unanime) venne incoronato imperatore dal papa nella cattedrale di Notre Dame (vuole
dimostrare più potere del papa e si mette la corona in testa da solo); l’anno dopo sarà
anche incoronato re d’Italia a Milano. Ciò condusse a numerose invidie a livello
europeo che sfociarono nella creazione della terza coalizione antifrancese, dove le
flotte inglesi - guidate dall’ammiraglio Nelson - distruggono quelle francesi nella
battaglia di Trafalgar nei pressi di Gibilterra.
Fu solo una breve parentesi tale sconfitta francese, che l’anno dopo prevalse sugli altri
due imperi della coalizione, l’impero austriaco e l’impero russo, nella cosiddetta
battaglia di Austerlitz (o anche dei tre imperatori); e successivamente anche i prussiani
nella quarta coalizione antifrancese.
Nelle mani di Napoleone fu concentrato un impero vastissimo, la cui amministrazione
fu divisa in piccoli regni affidati a parenti; si ricorda per esempio suo fratello Giuseppe
che governò prima nel regno di Napoli e poi in Spagna (la penisola iberica si ribellò
subito alla potenza napoleonica e contò sull’aiuto inglese per la liberazione dal nemico
straniero. Salì allora Ferdinando VII di Borbone). L'estensione territoriale della Francia
di Napoleone culminò quando quest’ultimo sposò la figlia dell’imperatore d’Austria,
aumentando la sua influenza anche nell’Est Europa.
L’unica potenza che sfuggì all'egemonia di Napoleone fu l’Inghilterra, contro la quale
egli tentò di applicare il blocco continentale, cioè il divieto assoluto per la Francia e i
suoi alleati di lasciare trafficare le merci inglesi; tuttavia i primi ad esserne indeboliti
economicamente furono proprio i francesi e gli alleati - tale che la Russia fu la prima a
ignorare tale imposizione e lasciare penetrare l’Inghilterra.
L’inizio della disfatta napoleonica si assisté nella campagna russa, quando nel 1812 i
francesi tentarono di inglobare anche la Russia. Giunti a Mosca, l’esercito francese
trovò tutto bruciato- e nel viaggio di ritorno incontrarono un inverno rigidissimo; tra
l’altro senza disporre di rifornimenti, per cui l’esercito perse la maggior parte degli
uomini. Sfruttando questo momento di debolezza per la Francia, la sesta coalizione
formata da Inghilterra, Svezia, Prussia e Austria, sconfissero Napoleone a Lipsia e nel
1814 occuparono la Francia. A tale proposito Napoleone fu costretto ad abdicare e
andare in esilio sull’isola d’Elba. L’esilio di Napoleone condusse all’ascesa al trono di
Luigi XVIII, il fratello di Luigi XVI che venne ghigliottinato, e i confini francesi
ritornarono quelli precedenti alla rivoluzione. Ciò venne stabilito nel congresso di
Vienna, che voleva cancellare tutta l’età napoleonica e ristabilire i principi dell’Ancien
Régime: Napoleone comprese che ciò avrebbe condotto a dei malcontenti, e pertanto
fuggì dall’isola d’Elba per ritornare in Francia. La riconquista del potere durò soltanto
100 giorni, fin quando Napoleone non venne sconfitto nella battaglia di Waterloo da
inglesi e prussiani nel 1815. Dopo venne mandato in esilio sull’isola di Sant’Elena, dove
muore.
Il congresso di Vienna andò avanti e tentò di attuare la restaurazione, ma gli ideali
napoleonici erano già troppo diffusi.

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