INTRODUZIONE
Quale tra gli uomini è così sciocco o indolente da non voler conoscere
come e grazie a quale genere di regime politico quasi tutto il mondo abitato
sia stato assoggettato e sia caduto in nemmeno 53 anni interi sotto il dominio
unico dei romani, cosa che non risulta essere mai avvenuta sinora? O ancora,
chi è appassionato di qualche altro argomento o di qualche altra scienza tanto
da considerarli più utili di questa conoscenza?
(Polibio, Storie, 1,1,5-6; trad. M. Mari)
Quali istituzioni politiche hanno accompagnato – e quindi
determinato – la straordinaria vicenda storica di Roma antica?
Cosa conosciamo del loro funzionamento e della loro
evoluzione? Quali sono stati i principali interrogativi della
lunghissima tradizione esegetica della quale siamo, più o meno
consapevolmente, debitori? In base a quali suggestioni, invece,
per secoli, si è reinterpretato, attualizzato e, non da ultimo,
strumentalizzato il vincente – e avvincente – ‘modello romano’,
nelle sue varie declinazioni? Per quali ragioni la comprensione
di concetti politici d’indubbia attualità – come imperialismo o
repubblicanesimo – non può prescindere da quella di Roma
antica?
È a partire da queste domande che affronteremo la complessa
realtà politico-istituzionale romana: realtà che, lungi dall’essere
qualcosa di morto o lontano, pare ancora in grado di far riflettere.
La principale sfida consiste nel dover delineare, a posteriori,
un sistema basato sull’evidenza storica. Roma, infatti, non ha
mai avuto una ‘costituzione’ e, «più di ogni altro Stato, si è
formata ed è cresciuta naturalmente» (Polibio, Storie, 6,9,13).
Non è neppure stata oggetto, nell’antichità, di riflessioni
politiche paragonabili a quelle che hanno interessato il mondo
greco.
Roma non è stata neppure una realtà immobile. Dalla
fondazione dell’Urbe – a opera del mitico Romolo
nell’altrettanto mitico 21 aprile del 753 a.C. – sino alla ‘fine’
della romanitas occidentale – in genere fatta coincidere con la
deposizione del giovane imperatore Flavio Romolo Augusto
(detto poi Augustolo) da parte del germano Flavio Odoacre (476
d.C.) – trascorsero più di 12 secoli. In tale lasso di tempo,
attraverso graduali ma non lievi trasformazioni, la città-stato dei
sette colli costituì un’entità giunta a controllare – alla sua
massima espansione, nel 117 d.C. – una superficie tra i 5 e i 6
milioni di chilometri quadrati. Poco più di un quarto dell’ex
Unione Sovietica tra il 1945 e il 1991, e poco più di un sesto
dell’Impero britannico nel 1922, ma pur sempre, per estensione,
uno tra i maggiori imperi dell’antichità, disposto su tre continenti
e, soprattutto, attorno al ricco, densamente e variamente
popolato bacino del Mediterraneo. Fu soprattutto la ‘durata’ a
rendere possibile la ‘romanizzazione’ di ampie regioni, che
lascia tuttora testimonianze indelebili.
Dal punto di vista della ‘ricezione’, il fenomeno politico-
istituzionale romano è stato altrettanto importante.
Ciò è più che palese nel caso del diritto, in primis nella sua
componente privatistica, probabilmente la creazione più
fortunata della romanitas. La giurisprudenza latina ha infatti
costruito una realtà omogenea, che – grazie anche al successivo
ordinamento giustinianeo – ha conservato, reinterpretandole, le
stratificazioni di oltre un millennio. Gli insegnamenti del
cosiddetto corpus iuris civilis* (529-534) permeano tutto il
diritto dell’Europa continentale, soprattutto grazie a
innumerevoli riprese: con il Sacro romano impero, il
prerinascimento italiano, le scuole dei glossatori e dei
commentatori, la scuola tedesca del ‘diritto naturale’, le
codificazioni sintetiche successive alla Rivoluzione francese (tra
cui quella passata alla storia come Code Napoléon, entrata in
vigore con legge del 21 marzo 1804), e infine con la reazione
tedesca in chiave storicistica, che diede vita a un sistema
esegetico tuttora imprescindibile.
Da un punto di vista più propriamente politico, anche dopo il
476 Roma ha costituito, per l’Occidente, un assai meno
sistematico ma altrettanto ambìto ‘modello’ di ordine, stabilità e
successo. Per secoli i governanti hanno guardato a essa come a
un ideale, muovendosi tra dubbie continuità e improbabili
rinascite, senza far mancare esiti infausti. Del resto, anche dal
ben più autorevole punto di vista della riflessione istituzionale e
politica si deve prendere atto di un’influenza mai venuta meno.
Organismi e procedure palesemente ispirati a quelli antichi
hanno contribuito a determinare, in innumerevoli contesti, le
regole del gioco. Il pensiero politico ha poi reinterpretato Roma
con costanza tale da permetterci di guardare alle infinite letture
della stessa come a uno straordinario indice dei mutamenti di
sensibilità. Tale tendenza, chiarissima per esempio in Dante
(1313), Machiavelli (1531), Montesquieu (1734 e 1748) o
Rousseau (1762), si è gradualmente ridotta solo a partire dalla
Restaurazione.
Pensatori quali Constant (1819), Hegel (1837) e Marx (1845
e 1852) hanno quindi sottolineato le molte differenze tra
antichità e modernità: di natura politica (la partecipazione del
cittadino al processo decisionale, in contrasto con la moderna
rappresentanza), culturale (il peso della religione civica e del
militarismo nella città-stato antica) ed economica (il sistema di
produzione schiavistico, preindustriale e precapitalista).
Sull’alterna fortuna politica del modello romano ci dovremo
per forza limitare, nel corso della trattazione, a brevissimi cenni.
Vale qui la pena ricordare invece che la cesura teorica sorta con
la Restaurazione non ha tuttavia intaccato l’interesse per lo
studio delle istituzioni, sino all’Ottocento incentrato soprattutto
sull’età imperiale e sulle codificazioni, prime tra tutte il Codice
teodosiano* e il cosiddetto corpus iuris civilis. Una riscoperta
della repubblica, in chiave istituzionale, si è avuta a partire dal
Diritto dello Stato romano (1871-1887) di Theodor Mommsen
(1817-1903), padre dello studio moderno di Roma antica e
premio Nobel per la letteratura nel 1902. L’indagine, da allora, è
divenuta sempre più ‘scientifica’. Sono altresì sorte nuove
tendenze, spesso critiche nei confronti di un’opera e di un
metodo che hanno rischiato di modernizzare, alla luce
dell’anacronistico concetto di Stato, quella realtà lontana, così
come di ‘congelare’ in schematismi giuridici fenomeni di grande
complessità. Ai primi del Novecento ha preso piede una lettura
politica di carattere sociologico e soprattutto prosopografico,
particolarmente attenta alle élite. Si sono affermate nel contempo
letture d’ispirazione socialista, particolarmente sensibili al ruolo
della plebe, e marxista, particolarmente concentrate sul tema
della schiavitù. Vari e di diversa natura sono stati poi gli sguardi
interessati alla Roma ‘imperialista’ e alla ‘romanizzazione’. Si è
quindi sviluppata, sempre nel corso del Novecento e anche
grazie ai progressi dell’epigrafia, un’attenzione particolare per la
‘periferia’, vale a dire per le diverse regioni dell’impero. Più
recenti ma non meno centrali sono state le ricadute, anche negli
studi politico-istituzionali, del dibattito sul ‘tardoantico’, con le
sue continuità e cesure, tra antichità e medioevo. L’elenco,
naturalmente, potrebbe essere ben più lungo; anche in questo
caso ci dovremo limitare, nel corso della trattazione, a brevi
cenni.
Vale qui la pena ricordare che, sebbene lo studio delle
istituzioni politiche romane sia divenuto sempre più
‘scientifico’, non per questo è rimasto alieno da possibili
suggestioni intellettuali provenienti dalla contemporaneità. Tra
queste, si può menzionare la più recente, caso assai evidente di
‘ripresa’ della romanità politica al di fuori degli steccati
accademici. Nel mondo anglosassone, dove autorevoli voci della
storiografia si sono spinte a sottolineare gli aspetti ‘democratici’
della repubblica romana (Millar, 1998), la teoria politica ha visto
infatti sorgere il ‘neoromanesimo*’, corrente critica che rivaluta
il linguaggio delle virtù civiche e il paradigma repubblicano:
entrambi, affermatisi nell’esperienza dei liberi comuni italiani su
ispirazione della res publica romana, attraverso Machiavelli
sarebbero poi passati ai teorici della Rivoluzione americana,
rimanendo produttivi sino a oggi, ma messi in ombra dal
liberalismo (cfr. Pettit, 1997; Skinner, 1998). Tale richiamo solo
per sottolineare, se fosse necessario, che la nostra materia non
pare ancora qualcosa di lontano o definito.
Tenendo conto del quadro sopra menzionato, il presente
volume si propone come ‘guida critica’ al complesso sistema
politico-istituzionale romano, nel suo lungo sviluppo storico.
Una guida per forza di cose sintetica e incentrata sull’antichità,
che però tenta di suggerire al lettore alcune ‘aperture’ sulle
epoche successive.
Ciò ha imposto una serie di scelte, non sempre pacifiche. Tra
esse, un’attenzione concentrata sul potere centrale e
un’impostazione legata alle fonti storico-letterarie,
particolarmente utile per illuminare i rapporti tra storiografia e
‘ricezione’. L’andamento è, nei limiti del possibile, cronologico,
lungo cinque principali momenti: la mitica monarchia, la res
publica, la crisi della stessa, il principato e il ‘dominato’. Pare
opportuno sottolineare sin da ora il particolare ruolo rivestito
dalla res publica. Essa fu infatti – al di là di ogni altra possibile
considerazione – uno straordinario laboratorio politico nel quale
il popolo poté partecipare attivamente alla definizione di
‘modelli’ e istituti che anche in seguito, pur se svuotati di
significato a causa dell’accentrarsi del potere nelle mani di un
individuo, continuarono a perpetuarsi.
Alla fine del volume è presente una Bibliografia e un breve
Glossario su testi e concetti-chiave.