Capitolo quattro
È l’alba del 9 novembre 1628 quando Fra Cristoforo esce dal convento di Pescarenico per
recarsi da Lucia attraversando un paesaggio che Manzoni descrive con lo stile realista che
lo caratterizza. Il frate è un uomo vicino ai sessant’anni il cui aspetto molto racconta della
sua personalità e della sua storia. Nel suo sguardo e nel suo portamento, infatti, i tratti della
povertà e della saggezza si trovano uniti ad altri che ne denotano sia le origini nobili che un
animo poco incline alla sottomissione. L’autore apre così un lungo flashback, che
attraverserà l’intero capitolo, per raccontare ai lettori la prima conversione de I Promessi
Sposi: quella di Lodovico in Fra Cristoforo. Lodovico era il figlio di un ricco mercante che
aveva sempre vissuto con una certa vergogna la sua professione. Rimasto orfano ancora
giovane il ragazzo aveva iniziato a frequentare gli ambienti cittadini dove il suo carattere,
onesto ma allo stesso tempo violento, lo aveva spesso portato a mettersi nei guai pur di
vendicare gli oppressi. Proprio per questo aveva pensato più volte di farsi frate. La sua
conversione definitiva era poi accaduta in seguito ad un duello, iniziato per una questione
d’onore, durante il quale aveva ucciso, quasi senza rendersene conto, il suo avversario, a
sua volta colpevole di aver tolto la vita al maestro di casa di Ludovico, il fedele Cristoforo.
Ferito e curato in un convento, il giovane aveva allora deciso di prendere i voti e, dopo aver
umilmente chiesto perdono alla famiglia della vittima ed aver lasciato tutti i suoi beni a quella
di Cristoforo, aveva consacrato la sua vita alla predicazione e agli oppressi. Conclusa
questa parentesi il capitolo si chiude con l’arrivo di Fra Cristoforo a casa di Lucia. Da notare
la descrizione precisa che Manzoni fa delle classi sociali dell’epoca: la borghesia ancora
succube della nobiltà nonostante le proprie ricchezze, e il clero troppo invischiato con il
potere temporale per potersi occupare, come dovrebbe, del potere spirituale.
Capitolo cinque
Agnese racconta l’accaduto a Fra Cristoforo che decide di affrontare a viso aperto Don
Rodrigo. Lo spostamento del frate offre a Manzoni l’occasione per inserire una nuova
descrizione del paesaggio che poi si conclude con quella del palazzotto, meta ultima del
frate. Alcuni dettagli, come per esempio i finti avvoltoi, caratterizzano da subito Don Rodrigo
come personaggio completamente malvagio per via della sua attitudine a praticare il male
senza curarsi delle conseguenze. Attitudine propria anche dei suoi commensali con cui
all’arrivo di Cristoforo sta banchettando. A tavola con lui siedono infatti Azzeccagarbugli, suo
cugino il Conte Attilio e il podestà. I quattro sono intenti a discutere di politica, di cavalleria e
di giustizia dimostrando di essere degli uomini di legge dediti essenzialmente al tradimento
della legge stessa in modo da poter soddisfare i propri interessi. C’è qui una sfumatura
politica perché l’autore lascia intendere che questa è la classe che dovrebbe proteggere gli
oppressi (Renzo e Lucia diventano allora i rappresentanti del popolo italiano tutto) ma che
invece è troppo presa da sé stessa per fermare l'avanzata dell’invasore straniero. Fra
Cristoforo, invitato più volte a partecipare alla discussione, comunica al padrone di casa di
volergli parlare in privato e, alla fine del capitolo, ottiene finalmente udienza.
Capitolo sei
Il confronto tra Fra Cristoforo e Don Rodrigo mette a nudo le personalità dei due personaggi.
Il primo cerca di mantenere la calma e di esporre le sue ragioni ma poi, di fronte alla boria e
alla testardaggine dell’altro, che è invece convinto di avere pieno diritto di esercitare il
proprio potere sul prossimo, finisce con l’indignarsi. Don Rodrigo, infatti, si dice disposto a
prendere Lucia sotto la sua protezione spingendo Fra Cristoforo a minacciarlo
promettendogli che Dio lo punirà per questo, e mostrando ancora un lato appartenente a
Ludovico. Proprio per questo, una volta uscito di scena il frate, il signorotto si ritroverà a
misurare la stanza camminando per scacciare la paura. Uscito dalla stanza il Padre, invece,
viene fermato da un servo che gli promette di recarsi da lui a Pescarenico il giorno dopo per
rivelargli i piani del suo padrone. Intanto a casa di Lucia Agnese, in pieno accordo con il
machiavelliano concetto secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, propone ai promessi sposi lo
stratagemma del matrimonio a sorpresa: per rendere valido un matrimonio, infatti, basta che
il curato oda un uomo e una donna dichiararsi marito e moglie in presenza di due testimoni.
In questo passaggio occorre notare che Manzoni esprime chiaramente che questo piano è
contrario al suo senso della morale. Renzo è invece d’accordo e si reca dal suo amico Tonio
per proporgli di essere suo testimone, in cambio lui estinguerà un debito che ha con Don
Abbondio. Tonio accetta e propone come altro testimone suo fratello Gervaso. Il racconto si
chiude con Renzo che torna da Lucia e Agnese seguito, dopo poco, da Fra Cristoforo.
Capitolo sette
Padre Cristoforo racconta di aver fallito con Don Rodrigo, ma di avere comunque in mano un
filo che potrebbe salvare la situazione e, perciò, dà appuntamento ai due giovani presso il
convento il giorno dopo. L’insuccesso fa andare Renzo su tutte le furie e Lucia, per calmarlo,
decide di accettare il matrimonio a sorpresa. Il giorno dopo, quindi, Renzo pianifica il tutto
con la ragazza e con Agnese che decide di mandare Menico, suo nipote di dodici anni,
presso il convento di Pescarenico da Padre Cristoforo. Durante la giornata, poi, una serie di
strani figuri, tra cui un mendicante e un viandante, cercano di entrare nella casa delle due
donne con fare sospetto. Manzoni per spiegare l’accaduto fa allora un passo indietro e
racconta che, una volta rimasto solo, Don Rodrigo è stato a lungo inquieto e ha ordinato al
Griso, capo dei Bravi, di rapire Lucia. Quando cala la sera, dunque, i Bravi sono pronti a
colpire proprio mentre Renzo, Tonio e Gervaso si recano alla locanda per mangiare prima di
passare a prendere Lucia e recarsi da Don Abbondio. Fa qui la sua entrata in scena il primo
oste del romanzo, un uomo per cui l’utile conta più della morale. Egli infatti rivela ai bravi
travestiti la presenza di Renzo e dei suoi amici rendendo i tre molto tesi e rovinando la cena.
Il capitolo si conclude con Tonio e Gervaso che bussano alla porta del curato e, con la scusa
di dover saldare un debito, riescono a convincere Perpetua ad aprirgli.
Capitolo otto
Questo è il capitolo dedicato alla notte degli imbrogli. Mentre Don Abbondio , come ogni
sera, sta leggendo Perpetua gli annuncia la visita di Tonio interrompendolo. La domestica
viene poi attirata lontano da casa da Agnese che si finge desiderosa di raccontarle un
pettegolezzo che la riguarda. Intanto Tonio e Gervaso salgono in camera e con loro entrano
di nascosto anche Renzo e Lucia pronti a dichiarare le loro formule al momento opportuno.
Quando Don Abbondio si volta per firmare le ricevute Renzo dichiara Lucia sua moglie, ma
la ragazza non riesce a finire di parlare perché il curato si ribella e inizia a chiedere aiuto
svegliando Ambrogio, il sagrestano, che dà l’allarme suonando le campane. Intanto i bravi,
introdottisi in casa di Lucia, vi trovano soltanto Menico e sono poi costretti a scappare per
via dell’allarme dato dalle campane stesse. Il ragazzino riesce così a fuggire e, incontrati
sulla via Renzo, Lucia e Agnese li avverte del pericolo. Il gruppo si dirige allora a
Pescarenico dove padre Cristoforo gli comunica di aver trovato un rifugio per Renzo a
Milano e per le due donne a Monza. Dopo aver pregato arriva il momento della partenza.
Lucia, salita sulla barca che la porterà a destinazione, guarda il paesaggio natio e riflette
sulle sue speranze vane dando vita al monologo interiore noto come addio ai monti.
Capitolo nove
È l’alba di sabato 11 novembre 1628 quando i tre viaggiatori giungono sull’altra sponda del
lago dove li attende un barroccio che li conduce a Monza. Dopo aver mangiato Renzo a
malincuore parte per Milano mentre le due donne si recano dal padre guardiano a cui fanno
leggere la missiva di Fra Cristoforo. Il cappuccino decide quindi di accompagnarle dalla
Signora. La Monaca di Monza, una donna di circa venticinque anni il cui padre è il più
importante signore della città, appare alle due donne bella ma sfiorita e, dopo aver accettato
di ospitarle, chiede di essere lasciata da sola con Lucia. A questo punto Manzoni si
interrompe sostenendo che piuttosto che narrare il confronto tra le due, preferisce
raccontare ai lettori la storia della Signora. Gertrude, questo il suo nome di battesimo, è
stata cresciuta da sempre con la convinzione che prendere i voti fosse il suo destino, per
questo i suoi giochi avevano lo scopo di ricordarle la vita nel chiostro e a sei anni era stata
rinchiusa nel monastero. Scoperto ben presto di non essere adatta a quella vita, la ragazza
scrive al padre senza però ricevere alcuna risposta e, tornata a casa per un breve periodo,
viene trattata come un’indegna. Durante questo tempo soltanto un paggio le mostra
gentilezza. Proprio a lui Gertrude si decide a scrivere un biglietto che, però, viene scoperto e
ha il solo effetto di causare il licenziamento del servo e la sua reclusione in una delle stanze
del palazzo. Sola e minacciata di venire ulteriormente punita in seguito, la ragazza scrive di
nuovo al padre implorando il suo perdono.
Capitolo dieci
Il principe padre manda a chiamare Gertrude convincendola così a sottomettersi al proprio
volere. La fanciulla prende così i voti dichiarando al vicario e alla madre badessa, solo per
paura, che la sua è una libera scelta. Le tappe che la conducono a diventare monaca per
sempre sono intrise del senso d’angoscia provato da questo personaggio che non vuole
rassegnarsi al proprio destino. Confinata in alcune stanze più isolate la giovane inizia una
relazione segreta con il depravato Egidio le cui proprietà confinano con i suoi appartamenti.
La tresca viene però scoperta da una conversa, immediatamente fatta sparire. Tormentata
dal sospetto di quella strana scomparsa la Monaca di Monza ha così vissuto per circa un
anno quando decide di ospitare Lucia a cui rivolge domande riguardanti la sua storia e i suoi
sentimenti dirette al punto da farla arrossire. Rimasta sola con la madre la ragazza
racconterà poi l’accaduto alla madre ottenendo come risposta che “I signori, chi più, chi
meno, chi per un verso, chi per un altro, han tutti un po' del matto”.
Capitolo undici
In questo capitolo Manzoni compie un passo indietro e ci riporta a venerdì 10 novembre
1628 per mostrarci cosa è accaduto in paese dopo la notte degli inganni. La scena si apre
con Don Rodrigo che, impaziente e inquieto, attende l’arrivo dei bravi e, non appena li vede
comparire all’orizzonte, scopre che il piano è fallito. Il signorotto interroga dunque Griso
sull’accaduto e, quindi, gli ordina di spedire due uomini ad intimare silenzio al console del
paese, due nel casolare a riprendere la portantina e, infine, di mescolarsi tra le gente per
carpire le chiacchiere e cercare di ricostruire come si sono svolti i fatti. Il mattino seguente
Don Rodrigo racconta la vicenda al conte Attilio che, certo che la colpa del mancato
rapimento sia da attribuirsi a Fra Cristoforo, promette di rivolgersi al conte zio affinché esso
venga punito. All’ora del desinare, finalmente la nebbia si dirada grazie al racconto del
Griso che è riuscito a parlare con diversi testimoni: Perpetua, Gervaso, la moglie di Tonio e i
genitori di Menico. Grazie alle loro testimonianze è a conoscenza del fatto che i due
promessi sposi si sono rifugiati a Pescarenico. Inviato subito sul posto scoprirà la loro
destinazione finale e, il mattino successivo, partirà con due bravi alla volta di Monza
lasciando Don Rodrigo a meditare su un modo per allontanare i due innamorati. Intanto
Renzo è giunto in una Milano piuttosto insolita in cui le strade sono ricoperte di farina e le
persone girano cariche di farina e di pane. Il giovane capisce allora di trovarsi in una città in
cui da poco vi è stata una sommossa. Il capitolo si chiude con il ragazzo che, giunto in
convento, non trova padre Bonaventura e, quindi, decide di fare un giro in città.
Capitolo dodici
Manzoni apre il capitolo con una spiegazione storica della situazione in cui versava la Milano
dell’epoca dove, dopo due anni di raccolto scarso e carestia, il prezzo del pane era
aumentato così come il malcontento tra il popolo che chiedeva l’intervento del governo. Per
questo motivo il gran cancelliere Antonio Ferrer, che nel 1628 faceva le veci del governatore,
aveva stabilito un prezzo tale da sfavorire i fornai, i quali subito erano insorti. La loro
protesta aveva spinto il governatore a nominare una giunta che aveva aumentato
nuovamente il prezzo del pane innescando una vera e propria rivolta cominciata, appunto,
proprio il giorno dell’arrivo di Renzo. Il giovane è dunque appena giunto a Milano quando si
rende conto che le persone stanno rapinando i garzoni dei fornai. La folla si reca poi al forno
delle grucce e, nonostante l’intervento del capitano di giustizia, riesce a svaligiarlo rendendo
evidente che tutti i forni della città rischiano di subire lo stesso trattamento. La folla inferocita
si sposta allora in piazza Duomo dove gli utensili appena rubati vengono dati alle fiamme.
Tra loro vi è il giovane promesso sposo che, per curiosità, continua a seguire le proteste
ritrovandosi in piazza Cordusio dove si sta decidendo di recarsi direttamente a casa del
vicario.
Capitolo tredici
La narrazione si apre con il vicario che, a tavola, constata la mancanza di pane fresco e si
augura che i tumulti si plachino al più presto. Proprio in quel momento la folla si avvicina alla
sua casa e l’uomo, avvisato del fatto di essere uno degli obiettivi della rivolta, decide di
rifugiarsi in soffitta mentre i suoi servi sprangano porte e finestre. Tra la folla urlante c’è
anche Renzo che, seppur preso dalla protesta, quando capisce che si vuole attentare alla
vita del vicario si schiera con coloro che lo vogliono salvo. Nel frattempo sul luogo giungono
dei soldati guidati da un ufficiale piuttosto indeciso sul da farsi. Tramaglino esprime allora il
suo dissenso ad alta voce dando vita a più di un equivoco dato che alcuni si convincono che
sia un servitore del vicario, mentre altri credono che sia il vicario stesso in persona.
L’annuncio dell’arrivo del cancelliere Ferrer, fortunatamente, distrae la folla. L’uomo sta
cercando di calmare gli animi e, per placare il proprio senso di colpa, distribuisce saluti e
sorrisi, rimanendo però sempre all’interno della carrozza e affermando di essere venuto a
prelevare il vicario al fine di portarlo in prigione. In realtà le cose stanno diversamente dato
che Ferrer stesso, in spagnolo, dice al conducente della carrozza di procedere con
prudenza. Renzo, ricordatosi che il nome del gran cancelliere era sulla bolla mostratagli da
Azzeccagarbugli, si dà intanto da fare per favorire il passaggio. Il vicario viene così
prelevato e fatto salire sulla vettura anche grazie al consenso dei manifestanti, ormai
convinti con l’inganno che le cose stiano volgendo al meglio. Salito in carrozza il vicario
confessa si aver deciso di dedicarsi all’eremitaggio.
Capitolo quattordici
Mentre la sera inizia a calare anche la folla si dirada e solo piccoli crocchi qua e là
rimangono in strada. Renzo inizia allora a cercare una locanda in cui sfamarsi ma viene
distratto dai discorsi di un gruppo di persone che lo spingono a tenere un piccolo comizio in
cui, fomentato dall’eccitazione degli avvenimenti e dalla sua storia personale, inizia a parlare
di prepotenze e ingiustizie proponendosi come ambasciatore per andare a parlare con
Ferrer il giorno dopo. I presenti applaudono e gli danno appuntamento per l’indomani in
piazza del Duomo. A questo punto uno sbirro travestito si offre a lui come guida e, tra una
domanda e un’altra, lo accompagna fino ad un’osteria la cui insegna ha l’immagine di una
luna piena. Una volta giunto il giovane si rifiuta di dare le proprie generalità all’oste ma poi,
spinto dal vino che lo rende sempre più loquace, finisce col cadere nel tranello del poliziotto
rivelandogli il proprio nome. Rimasto quindi solo ed essendo sempre più ubriaco, Renzo, via
via stuzzicato dagli altri clienti, inizia a straparlare facendo a voce alta i nomi di Don Rodrigo
e di Don Abbondio mentre nella sua mente e nel suo cuore si fa di nuovo strada il pensiero
di Lucia.
Capitolo quindici
Dopo essersi reso conto della situazione, l’oste decide di trascinare Renzo nella sua stanza
e, pur non riuscendo a farsi dire il suo nome, lo mette a letto prendendo da sé il pagamento
per i suoi servigi. L’uomo chiude quindi la stanza a chiave e si reca al palazzo di giustizia
imprecando e chiamando il suo ospite montanaro e testardo. Giunto a destinazione però
rimane piuttosto stupito nell’apprendere che la polizia è ben più informata di lui e non solo
non viene ringraziato, ma riceve sia qualche rimprovero per quanto è accaduto nel suo
locale che la raccomandazione di non lasciarsi sfuggire il forestiero. Si arriva così alla
mattina di domenica 12 novembre 1628, quando Renzo, dopo aver dormito profondamente
a causa del vino, viene svegliato da un notaio criminale (alias il corrispettivo di un
commissario di polizia) e da due poliziotti che hanno il compito di accompagnarlo in carcere.
Una volta giunto in strada però il giovane tenta di farsi notare dalla folla che si sta man mano
radunando prima solo con cenni e colpi di tosse e, alla fine gridando “pane e giustizia!” e
aggiungendo che lo vogliono arrestare. La folla allora inizia a stringersi intorno al quartetto
mettendo in fuga sbirri e notaio.
Capitolo sedici
La folla è tutta dalla parte di Renzo che riesce a scappare e decide di raggiungere suo
cugino Bortolo, che vive nel bergamasco. Non conoscendo la strada, il giovane chiede
informazioni a uno sconosciuto la cui apparenza gli ispira fiducia e riesce così ad arrivare
fino a Porta Orientale dalla quale imbocca senza alcuna difficoltà la strada verso Bergamo. Il
pensiero dei fatti appena accaduti lo spinge a decidere di muoversi a zig zag in modo da
essere più difficilmente rintracciabile. Così facendo Renzo allunga molto il suo percorso al
punto che quando giunge a sei miglia da Milano ne ha già percorse dodici e, quindi, decide
di fermarsi in un’osteria dove una vecchina lo riempie di domande riguardanti proprio la
rivolta a cui egli risponde in maniera evasiva chiedendo, a sua volta, il nome del grosso
paese al confine con lo Stato di Milano e sulla strada per Bergamo: Gorgonzola. Il ragazzo vi
giunge all’ora di cena e si rifugia in un’osteria dove alcuni sfaccendati stanno passando il
tempo. Uno di loro gli si avvicina per domandargli se viene da Milano ma lui, pronto,
risponde che proviene da Liscate. Renzo infatti non è più un completo sprovveduto e
quando si accorge che l’oste, al quale tenta di chiedere indicazioni, sta sviluppando una
curiosità maliziosa nei suoi confronti, assume un atteggiamento defilato. In quel momento
però, proprio da Milano, giunge un mercante che racconta delle rivolte degli ultimi giorni
affermando che il capo dei ribelli è riuscito a scappare. Le vicende insospettiscono l’oste che
si volta verso Renzo per cui il cibo sembra essersi tramutato in veleno e che, quindi, decide
di saldare il suo conto per poter ripartite in tutta fretta dirigendosi nella direzione opposta
rispetta a quella da cui era venuto.
Capitolo diciassette
Quando Renzo esce dalla città di Gorgonzola è ormai mezzanotte. Spaventato dalle parole
del mercante il ragazzo decide di percorrere una via secondaria per evitare di incontrare la
polizia e, durante il cammino, si sente pervadere da un senso di ansia e di solitudine
mentre, nell’oscurità, con l’orecchio cerca di cogliere la voce del fiume Adda. La sua paura e
le sue insicurezze crescono man mano che la vegetazione incolta si infittisce al punto che il
nostro è in procinto di tornare sui suoi passi quando, finalmente, ode il fiume, la voce amica.
Dato che mancano ancora sei ore all’aurora, Renzo decide di riposare in una capanna e,
dopo aver pregato, si addormenta. In sogno gli appaiono i protagonisti degli ultimi giorni
della sua vita, ma solo la visione di Padre Cristoforo e di Lucia è per lui priva di amarezza.
Alle cinque del mattino di lunedì 13 novembre, dunque, il promesso sposo riprende il suo
viaggio e, dopo essersi fatto traghettare sull’altra sponda da un pescatore, scopre grazie a
un viandante Bergamo dista solo nove miglia. Durante questo cammino finisce con lo
spendere tutti i suoi soldi per il pranzo e per fare la carità ai numerosi bisognosi incontrati. Il
capitolo si chiude con l’incontro con Bortolo Castagneri che, venuto a conoscenza dell’intera
storia, decide di aiutare Renzo a trovare un impiego nella filanda presso cui è il primo
lavorante.
Capitolo diciotto
Manzoni fa di nuovo un piccolo passo indietro per mostrarci che lo stesso giorno dell’arrivo
di Renzo a Bergamo, la polizia modenese fa irruzione nella sua casa natale per cercarlo.
L’evento mette in moto diverse chiacchiere che giungono all’orecchio di Fra Cristoforo, il
quale scrive subito a padre Bonaventura per avere spiegazioni, e di Don Rodrigo, che ne
risulta compiaciuto quasi come se avesse deciso lui stesso l’evolversi della situazione. La
gioia del signorotto però è destinata a svanire poco dopo quando Griso lo raggiunge per
informarlo che Lucia non esce mai dal convento presso cui si è rifugiata. Don Rodrigo
decide allora di chiedere aiuto ad un potente feudatario le cui mani sono in grado di arrivare
ovunque o quasi. Alcuni giorni dopo egli viene informato del fatto che Fra Cristoforo è stato
trasferito e che Lucia è rimasta sola al convento. Della prima partenza è direttamente
responsabile il Conte Attilio, che ha personalmente suggerito al conte zio il modo per
eliminare il frate dalla scena. Anche lo spostamento di Agnese è a sua volta legato a
questa mossa dato che la donna è partita alla volta di Pescarenico in seguito all’improvvisa
interruzione della comunicazione col frate che, fino a quel momento, aveva inviato notizie
rassicuranti a lei e a Lucia dopo che a Monza era giunta notizia dell’arresto di Renzo.
Capitolo diciannove
Il capitolo si apre con il conte zio che, per accontentare il Conte Attilio, invita a pranzo dal
padre Provinciale per convincerlo ad allontanare Fra Cristoforo da Pescarenico. Dopo aver
mangiato i due si ritirano in una stanza privata dove il conte svela le sue vere intenzioni che,
inizialmente, non trovano il fate d’accordo. Egli è però costretto a cedere e, in cambio di una
futura dimostrazione d’amicizia non meglio precisata, decide di trasferire Cristoforo a Rimini
come visto nel capitolo precedente. Il padre, seppure a malincuore, è costretto a partire.
Manzoni torna allora a concentrarsi sui piani di Don Rodrigo che ha deciso di chiedere aiuto
ad un uomo molto potente che da ora in avanti verrà chiamato con l’appellativo di
Innominato. Di questo personaggio si sa che era stato costretto, per via dei crimini
commessi, ad abbandonare lo Stato ma che, nonostante tutto, era comunque riuscito sia a
mantenere molte amicizie nelle sfere più influenti, che a rientrare stabilendosi in un castello
distante solo sette miglia dal palazzotto. Questo feudatario si era già più volte rivolto a Don
Rodrigo promettendogli in cambio favori futuri. Il capitolo si conclude col signorotto che,
deciso a riscuotere il suo compenso, si dirige a piedi al castello seguito dai bravi e dal Griso.