Capitolo VI
Fra Cristoforo raggiunge il palazzo di Don Rodrigo e dopo aver finalmente ottenuto
l’udienza con lui, il frate è libero di porgli la questione: intende farlo senza arroganza e
con umiltà per non rischiare di fallire nel suo intento. Afferma, dunque, di aver sentito
che dei bravi avevano messo innanzi il suo nome per compiere un’ingiustizia: ostacolare
il matrimonio tra Renzo e Lucia. Gli chiede quindi di impedirlo. Tenta di convincerlo
usando le parole “coscienza” ed “onore”. All’udire di queste, Don Rodrigo si irrita e
cerca di far passare il frate dalla parte del torto. Ma Fra Cristoforo riesce a rimanere
calmo e cerca di fargli cambiare idea. Don Rodrigo dice che la situazione si risolverebbe
se Lucia accettasse di mettersi sotto la sua protezione. A questo punto Fra Cristoforo
perde la pazienza e intimorisce il signorotto parlandogli della giustizia divina, alla quale
tutti si dovranno sottoporre una volta conclusa la vita terrena. Don Rodrigo lo zittisce e
lo caccia di casa. Nell’accompagnare il buon uomo all’uscita, un servitore (a servizio da
più di 40 anni) gli offre aiuto, lo conduce in un angolo nascosto della casa per parlargli.
Il vecchio era rimasto a servizio per l’affezione alla casata, ed era apprezzato per la sua
conoscenza cerimoniale; in disparte dichiara al frate la sua avversione per i
comportamenti immorali cui è costretto ad assistere, e gli denuncia che proprio in quei
giorni si sta tramando qualche losca azione. Nel frattempo a casa di Lucia, Agnese offre
ai due promessi sposi un piano. Se due giovani si presentano davanti al curato e
proferiscono le parole “Questo è mio marito” e “Questa è mia moglie”, se il curato e
due testimoni sentono, il matrimonio è irrevocabile. Lucia sembra riluttante a questa
idea ma Renzo tutt’altro. Il giovane, allora, si reca nel paese di Tonio (buon uomo al
quale piace bere, ma povero) per convincerlo ad essere suo testimone. Renzo ricorda a
Tonio il suo debito di venticinque berlinghe con don Abbondio, e gli offre di saldarglielo
subito, in cambio della sua presenza come testimone al matrimonio a sorpresa, deciso
per la sera del giorno seguente. Tonio accetta con entusiasmo e gratitudine, e propone
di portare con lui, come secondo testimone, l'ingenuo fratello Gervaso, lo "scemo del
villaggio” Presi dunque gli ultimi accordi, i due amici escono dall'osteria e si separano.
Renzo torna a casa di Lucia per riferire gli accordi presi e trova Agnese impegnata
ancora a convincere la figlia, titubante e perplessa di fronte a un'azione tanto ambigua:
se la cosa è buona, continua a replicare, perché non dirla a padre Cristoforo? Ma
Agnese e Renzo non le danno retta, e continuano i preparativi. Resta un problema:
come distrarre Perpetua? Agnese si propone di trovare lei il modo di tenerla lontana
dalla casa al momento opportuno. Tutto sembra ben avviato, ma le esitazioni di Lucia
non cedono: «lo voglio essere vostra moglie», dice a Renzo, «ma per la strada diritta,
col timor di Dio, all'altare». La disputa continua, fino a quando un rumore da fuori non
annuncia l'arrivo di padre Cristoforo. I tre interrompono i loro discorsi, mentre Agnese
sussurra all'orecchio di Lucia di non dire nulla al frate.
Capitolo VIII
*Carneade: filosofo greco del III secolo, viene utilizzato in modo ironico per evidenziare
la mediocre cultura di don Abbondio
Don Abbondio è immerso nella lettura di un panegirico (un discorso di lode) in onore di
san Carlo Borromeo quando Perpetua gli annuncia la visita di Tonio. Un po’ perplesso,
data l’ora tarda, acconsente a ricevere l’inaspettato ospite. Intanto Agnese, che
compare come per caso davanti all’entrata, trova modo di distrarre Perpetua con un
argomento su cui la riguardava. Con Tonio entra Gervaso e, mentre il curato prepara
brontolando la ricevuta a saldo del debito riconsegnando anche la collana della moglie
che teneva come pegno, nel mentre Renzo e Lucia entrarono piano piano in casa di don
Abbondio e si nascosero dietro i due fratelli. Tuttavia la formula di rito è pronunciata
solo da Renzo perché Lucia viene interrotta da don Abbondio che, fulmineo, le getta sul
capo il tappeto del tavolo. Don Abbondio raggiunse una camera interna e vi si chiuse a
chiave, continuando a chiedere aiuto, mentre nell'altra stanza c'era grande confusione:
Renzo cercava di calmare il prete, Lucia voleva andare via, Tonio cercava al buio la sua
ricevuta. il sagrestano Ambrogio, spaventato dal grido di aiuto di don Abbondio, suona
le campane e il paese accorre. Intanto i bravi, scardinando la porta, entrano
furtivamente nella casa delle due donne. Menico, di ritorno dal convento con l’ordine
per le due donne di scappare da casa, viene afferrato dai due bravi che lo minacciano se
non starà zitto. Ciononostante il ragazzo lancia un urlo. Per intimorirlo, un bravo mette
mano a un coltellaccio quando, ad un tratto, si sente suonare la campana. I bravi a
questo punto si raggruppano nel cortiletto e, in buon ordine, riprendono la strada del
ritorno. Agnese e Perpetua hanno sentito l’urlo di don Abbondio, lo strillo di Menico e i
rintocchi delle campane. Mentre Perpetua si precipita in casa, Agnese si imbatte nei
due ragazzi e, tutti insieme trafelati, si avviano quando incontrano Menico che li
avverte di quanto accaduto in casa; non rimane che recarsi al convento. Qualche
minuto dopo, la gente comincia ad accorrere nella piazza e aumenta sempre di più.
Ambrogio rinnova le richieste di aiuto ma don Abbondio rassicura tutti: si trattava di
cattiva gente ma per fortuna sono fuggiti tutti! Tuttavia le chiacchiere più discordanti
cominciano a serpeggiare tra la folla: un vicino di casa di Agnese e Lucia che ha visto i
bravi riferisce che il diavolo è a casa di Agnese ma, verificato che la casa è vuota e che
le due donne sono salve, tutti ritornarono nelle proprie abitazioni. Renzo con le donne e
Menico si stanno avvicinando al convento di Pescarenico in silenzio. Quando sentono
spegnersi in lontananza i rintocchi delle campane e si ritrovano in un campo solitario, si
fermano per riprendere fiato e per chiarirsi su ciò che è accaduto. Si rendono conto del
pericolo scampato, e di quello corso per loro dal piccolo Menico: lo ringraziano, con
grande tenerezza e lo rimandano a casa, raccomandandogli di non dire nulla
dell'accaduto a nessuno. Riprendono quindi il cammino, e giungono finalmente alla
chiesa del convento. Qui li attende padre Cristoforo che rinnova il racconto del
minacciato rapimento e spiega come non sia più possibile per loro restare in paese. Egli
dunque ha già preparato per loro rifugi sicuri e predisposto tutto per il viaggio
notturno. Le donne potranno fermarsi in una località abbastanza vicina (di cui non
viene detto il nome, ma che sappiamo essere Monza); Renzo invece dovrà recarsi al
convento di Porta Orientale a Milano, dove troverà sicuro aiuto. Una barca è già pronta
in riva al lago per portarli sull'altra sponda, e là li attenderà un carro per portarli
appunto alla città di destinazione di Lucia e Agnese. Prima padre Cristoforo rassicura
Agnese che si prenderà lui cura della casa e invita tutti a raccogliersi in preghiera, per
offrire con fiducia al Signore le presenti sofferenze e affidare alla sua provvidenza il
proprio destino. Quest’ultima parte rappresenta il momento più lirico di tutto il
romanzo manzoniano. Si tratta dei pensieri di Lucia nel vedere allontanarsi la sua terra
e il tema centrale è, appunto, il difficile distacco insieme al timore per ciò che verrà. I
tre si avviano silenziosi verso la riva del lago e salgono sul battello dopo aver scambiato
la parola d’ordine con il barcaiolo. Nella notte chiara, Lucia dà l’addio ai suoi monti.
Capitolo IX
La barca conduce Renzo e le donne sull'altro lato del lago e qui, come promesso da
padre Cristoforo, i fuggitivi trovano ad aspettarli un carro guidato da un altro uomo di
fiducia del cappuccino. Inizia così il faticoso e tormentato trasferimento notturno fino a
una cittadina che, per quanto non nominata esplicitamente, si rivela essere Monza,
dove giungono solo alle prime luci dell'alba. Qui vengono accompagnati in un'osteria
per un breve e mesto riposo e per una rapida colazione. Renzo vorrebbe restare con le
donne almeno quel giorno, per assicurarsi della loro sistemazione, ma le indicazioni di
padre Cristoforo erano state chiare: doveva recarsi subito a Milano e rivolgersi per una
prima accoglienza al locale convento dei frati. Così, tra lacrime e promesse, avviene la
separazione fra i "promessi sposi". Il conduttore del carro accompagna quindi le donne,
confuse e spaesate, al convento dei cappuccini di Monza e qui vengono accolte dal
padre guardiano, antico amico di fra Cristoforo. A lui consegnano la lettera con cui il
cappuccino gliele raccomanda affinché trovi loro un sicuro rifugio. Dopo breve
riflessione, il frate dichiara che l'unica persona in grado di aiutarle è la "signora", una
misteriosa e potente monaca di clausura, appartenente a una delle più nobili famiglie
del territorio: se accetterà di proteggerle, Lucia e Agnese saranno sicure “come
sull’altare”. Si avviano dunque al monastero, collocato appena fuori dalle mura della
città, e qui giunti il padre guardiano introduce le donne nei cortili interni, dove le lascia
per andare a parlare da solo con la monaca. Dopo qualche tempo, ricompare consolato
e soddisfatto: la "signora" è ben disposta nei confronti delle donne, e ora le riceverà. Il
padre istruisce allora velocemente Lucia e Agnese su come comportarsi e come parlare
con un personaggio di così alta importanza, e le introduce nel parlatorio. Gertrude era
una monaca di nobili origini che dimostrava circa venticinque anni d’età. Indossava un
velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, che cadeva dalle due parti. Una
bianchissima benda di lino cingeva la sua fronte ed un’altra le copriva parte del viso e
del collo. Inoltre, portava un saio attillato sui fianchi ed un ciuffo di capelli che cadeva
sulla fronte. Il guardiano raccontò in breve la storia ma la monaca voleva ascoltarla da
Lucia, la quale non riusciva a parlare. A questo punto intervenne la madre, ma la
monaca la rimproverò e così la figlia decise di parlare. La signora mandò fuori sia il
guardiano e sia Agnese e restò sola con Lucia. Il comportamento della monaca era
alquanto strano e questo può essere spiegato solo narrando la sua provenienza e la sua
storia. Era l’ultima figlia di un principe, però bisogna sapere che a quei tempi vi era la
legge del maggiorasco, che diceva che solo i primogeniti avevano diritto all’eredità,
mentre i figli cadetti dovevano necessariamente dedicarsi alla carriera militare oppure a
quell’ecclesiastica. Gertrude, questo era il suo nome, era perciò destinata a diventare
una monaca. Infatti, i primi giocattoli che ricevette furono bambole vestite da monaca e
santini. Ma nessuno le aveva detto direttamente di farsi monaca. A sei anni entrò nel
convento di Monza e qui crebbe fino all’adolescenza. Le compagne conoscevano il suo
destino e la compiangevano, facendole delle carezze malinconiche. Lei, dal canto suo,
voleva essere superiore alle sue compagne e suscitare in loro sentimenti d’invidia, ma
in realtà era lei che provava invidia, perché quelle ragazze parlavano di matrimonio.
Infatti, anche lei voleva sposarsi e sapendo che non lo poteva fare, faceva loro dei
dispetti. C’era una legge che diceva che prima di diventare monaca si doveva essere
sottoposti all’esame di un ecclesiastico, chiamato vicario delle monache. Guidata da
altre monache scrisse una lettera di supplica. Poi, per un periodo di tempo, fu mandata
nuovamente nella casa paterna per pensare bene alla sua vocazione. In questa casa
nessuno le rivolgeva la parola, neanche i camerieri e quando c’erano degli ospiti non
era invitata a tavola. Solo un ragazzo che lavorava come paggio le diede un po’
d’affetto. Un giorno, mentre Gertrude gli stava scrivendo una lettera, questa fu presa
da una cameriera che la consegnò al padre. Il principe la castigò e cacciò il paggio da
casa sua. Dopo questa spiacevole episodio Gertrude decise di entrare definitivamente
in convento e scrisse una lettera di perdono al padre.