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FERDINANDO RANCAN

LA MONETA
DEL TEMPO
Un calendario per lanima

PRESENTAZIONE

Questo scritto raccoglie la seconda parte del volume Il Tempo - lEternit edito nel 1994, in occasione delle celebrazione per gli 800 anni della Consacrazione della Pieve dei Santi Apostoli in Verona. Il presente titolo ricorda una espressione di SantAgostino: Il tempo la moneta con cui possiamo comprare leternit. In queste pagine ci siamo proposti di seguire i suggerimenti di un grande santo dei nostri giorni, San Josemaria Escriv, che apre le sue considerazioni in Cammino con il seguente invito: Che la tua vita non sia una vita sterile. Sii utile, lascia traccia. Illumina con la fiamma della tua fede e del tuo amore. Cancella, con la tua vita di apostolo, limpronta viscida e sudicia che i seminatori impuri dellodio hanno lasciato. E incendia tutti i cammini della terra con il fuoco di Cristo che porti nel cuoreCi auguriamo che, assieme al Senso del vivere, il testo che raccoglie la prima parte del volume Il Tempo - lEternit stampato dalle EDIZIONI ARES di Milano, anche questa fatica sia di aiuto alla fede e alla vita interiore di tanti cristiani e anche di tanti uomini che sinceramente desiderano incontrare Dio.

INTRODUZIONE

Luomo creatura e come tale relativo a Dio; da Lui ha ricevuto lessere, lesistenza ed ogni cosa. Tale rapporto con Dio dunque radicato nellessere stesso delluomo e inscritto nella sua stessa natura; costituisce, perci, il fondamento di ogni religione. Luomo , appunto, animal religiosum. Dalla consapevolezza della propria creaturalit e dallaccettazione del proprio legame con Dio, nasce nel cuore delluomo il sentimento di un dovere morale, quello di esprimere a Dio ladorazione, la lode, il riconoscimento della sua grandezza e della sua benevolenza. Linsieme di questi sentimenti e le loro manifestazioni concrete prendono il nome di culto, culto verso Dio e verso le persone e le cose che a lui si riferiscono. Proprio perch inscritto nellessere delluomo, il culto verso Dio rispecchia la nostra natura umana che contemporaneamente corporea e spirituale, e ha quindi una dimensione sensibile, con manifestazioni esteriori (culto esterno) e una dimensione interiore, spirituale (culto interno). E ovvio che questi due aspetti della religiosit e del culto sono intimamente correlati tra di loro: il culto esterno senza il culto interno sarebbe un 3

falso o una ipocrisia, mentre il culto interno senza la sua professione esteriore finirebbe con lo spegnersi totalmente. Certamente il culto non esprime tutta la religiosit umana; essa ha altre componenti fondamentali e ugualmente importanti: un insieme di conoscenze religiose e la vita morale. Queste due componenti sono particolarmente importanti nel Cristianesimo. Infatti, le conoscenze, soprattutto quelle riguardanti Dio e le sue opere, sono frutto di una rivelazione che Dio stesso ha fatto allumanit e sono perci oggetto di fede che chiamiamo fede divina perch ha come fondamento la Parola di Dio. Analogamente, anche la vita morale: essa non consiste semplicemente in un comportamento onesto che fa delluomo una persona umanamente corretta e civile, ma la manifestazione coerente di una realt nuova concessa al credente: la grazia santificante, cio la partecipazione alla vita divina che d alluomo una nuova identit, quella di figlio di Dio. Centro e Mediatore di ogni religiosit umana Ges Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo; lui, infatti, la Parola che illumina lintelligenza degli uomini sulla verit; lui la causa e il fondamento di una vita morale allaltezza della nostra dignit di figli di Dio, la santit; lui, infine, il protagonista assoluto che orienta a Dio tutto il culto cristiano. Perci, il vero culto verso Dio possibile solo attraverso Ges Cristo. Con la sua Incarnazione e con la sua Morte di croce, Ges ha tolto di mezzo il muro, lostacolo che ci separava da Dio: linimicizia del peccato, e ha cos ricomposto il rapporto delluomo con Dio. Ges, Uomo-Dio, dunque il vero adoratore del 4

Padre e continua ad esserlo attraverso la Chiesa e nella Chiesa. Il culto cristiano che la Chiesa, come Corpo Mistico di Cristo, offre a Dio, si chiama Liturgia e ha la sua espressione culminante nella Santa Messa. Ci sono tuttavia altre espressioni concrete del culto che, pur sempre radicate nella Liturgia, interessano particolarmente la sfera della piet - la Pietas - cio la religiosit interiore con tutti i sentimenti che la accompagnano: sono le devozioni. Per devozione sintende appunto latteggia-mento interiore particolarmente vivo e profondo di venerazione con cui si vive il rapporto con una persona, ad esempio verso i genitori. Nel caso di devozioni legate alla religiosit e alla piet cristiana, le persone sono: Dio, la Vergine, i Santi. Nel culto verso Dio il sentimento fondamentale quello della adorazione, atteggiamento che riservato in modo esclusivo soltanto a Dio. Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo servirai. Nella devozione verso i Santi, latteggiamento fondamentale quello della venerazione, che assume una particolare intensit e singolarit nel caso della Madonna. A lei si deve una venerazione tutta speciale come conviene a Colei che Madre di Cristo e Madre della Chiesa. Queste cose luomo secolarizzato del nostro tempo le ignora; se gli vengono insegnate non le capisce e quando se le sente proporre le rifiuta come assurde e ridicole, comunque assolutamente insignificanti e senza importanza per la propria vita. Luomo secolarizzato di oggi lultimo prodotto di una cultura e di una societ che esclude Dio dalla vita delluomo dichiarandolo inutile ai fini del progresso e 5

insignificante per dare senso allesistenza umana sulla terra. Inutile dire che, liberatosi dallipo-tesi-Dio, luomo attuale ha perso completamente il senso religioso, e il culto verso Dio gli appare sorpassato, sintomo di superstizione e di bigottismo, comunque privo di qualunque interesse. Lindifferen-za religiosa la forma pi blanda di questo degrado spirituale che affligge il nostro mondo occidentale. Altra forma ben pi grave e acuta di questo degrado lo sforzo, comune a tutte le concezioni materialistiche delluomo e del mondo, di costruire una societ senza religione, o di elaborare una religione delluomo e per luomo, come sognano da secoli i movimenti massonici, i vari socialismi, lo scientismo presuntuoso e irridente. Sotto la spinta della secolarizzazione imperante, anche molti cristiani hanno affievolito il senso religioso e sono arrivati a considerare il culto verso Dio come secondario, come qualcosa di poco importante rispetto ad altri imperativi della vocazione cristiana. Cos, si pensa a una fede senza contenuto dottrinale, a un culto senza Liturgia e senza formalit cultuali; si pretende una vita morale senza comandamenti o limitata ai soli comandamenti sociali: il quinto e il settimo; si vuole un cristianesimo senza la Chiesa e perci senza Cristo, che viene presentato semplicemente come un nobile esempio di difensore degli ultimi; insomma, una religione senza religione, dove gli unici valori riconosciuti sono i valori del-luomo e per luomo. Sembra che le tragiche lezioni che ci sono venute dal nazismo, dal comunismo, dal libertinaggio laicista e da tutte le deliranti ideologie del nostro secolo, non abbiano insegnato nulla agli uomini di oggi. Non 6

possibile emarginare Dio e pensare di poter costruire una civilt degna delluomo, tanto meno la civilt dellamore. Se vogliamo veramente recuperare luomo, dobbiamo recuperare Dio, se intendiamo difendere lamore verso luomo, dobbiamo affermare lamore verso Dio. Non si pu separare lamore del prossimo dallamore di Dio; in questo modo si finisce col negare Dio e uccidere lamore. questo un inganno diabolico, tanto nefasto quanto sottile. E la societ scristianizzata di oggi si prestata al gioco esaltando la solidariet come valore assoluto negando la dimensione religiosa dellamore, e dichiarando inutile e senza importanza il culto verso Dio. La solidariet certo un valore gradito a Dio e degno di considerazione e di rispetto, ma la solidariet del cristiano ha unaltra dimensione, quella dellamore che nasce da Dio e conduce a Dio Amatevi come io vi ho amato. Proprio in questo amore umano e divino sta limpegno fondamentale del cristiano. Il tempo e la vita su questa terra ci sono dati per amare. Solo questo amore pu redimere il tempo e dare ad esso valore di eternit. linvito di San Paolo agli Efesini: Tempus redimentes. Dobbiamo redimere il tempo o, come dice la traduzione italiana ufficiale, dobbiamo approfittare del tempo presente. Redimere: cio riscattare il tempo dalla precariet che gli propria, perch tutto passa, e ancor pi riscattarlo dalla sua negativit, perch tutte le creature sono sotto il segno del peccato e hanno bisogno di redenzione. Di tutto ci che passa rimarr solo quello che nato dallamore ed stato realizzato nellamore, cio quello che passato attraverso la croce di Cristo. In altre parole, redimere il tempo equivale per noi 7

allimpegno di santificare la nostra vita e di orientare a Dio tutte le realt umane. Questo significa fare della nostra vita quotidiana il luogo del nostro incontro con Dio per servire il suo disegno di amore e di misericordia verso luma-nit. Il tempo si carica cos di eternit, viene sottratto alla caducit e liberato da tutto ci che di falso o di negativo vi abbia introdotto la superbia umana e lazione del Maligno. Tutto passa, tutto precario ed effimero tranne il legame che le cose hanno con Dio e il rapporto che noi abbiamo saputo vivere con Lui. Limportanza della storia umana sta tutta qui: nel contenuto di eternit che la nostra libera corrispondenza allamore di Dio ha saputo mettervi. Con ragione affermava SantAgostino: ... Leternit si compra con la moneta del tempo. In queste pagine vogliamo riflettere su come possiamo santificare i nostri giorni sulla terra vivendo da buoni figli di Dio: nel primo capitolo consideriamo quelle norme di piet che ci aiutano a santificare le ore del giorno. Siamo chiamati infatti a vivere la nostra fede nei vari ambienti dove scorre la nostra vita quotidiana: la famiglia, la scuola, il lavoro, la professione...; chiamati a santificarci coltivando la presenza di Dio, la rettitudine dintenzione, lesercizio delle virt umane, la disponibilit apostolica verso i familiari, gli amici, i colleghi. In altre parole leserci-zio della piet cristiana un mezzo per alimentare in noi la vita interiore, cio il senso di Dio e la religiosit del cuore che devono accompagnare la nostra vita di figli di Dio sulla terra. 8

nel secondo capitolo ricordiamo le devozioni che nella tradizione cristiana sono in qualche modo collegate con i giorni della settimana, dal luned al sabato. Un posto a s occupa la Domenica, in quanto il Giorno del Signore non legato a particolari devozioni ma al culto di Dio visto come Creatore e Redentore. Perci le riflessioni sui giorni della settimana sono precedute da alcune considerazioni sulla Domenica e sul tempo festivo essendo il Giorno del Signore il momento fondamentale non solo per la Liturgia della Chiesa ma anche per la vita stessa del cristiano. il terzo capitolo dedicato allAnno Liturgico nel quale noi possiamo rivivere la storia della nostra salvezza attraverso gli interventi compiuti da Dio nella storia dellumanit, interventi culminati con la Passione, Morte e Risurrezione di Cristo, dal quale abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo nella Pentecoste.Redimere il tempo. E compito di noi cristiani, come figli di Dio nella Chiesa, riproporre Cristo come luce del mondo e ricondurre gli uomini a Dio nella Verit e nellAmore. Sono queste, la Verit e lAmore, le coordinate che nascono da Dio e che a Dio conducono, come Papa Benedetto sta proclamando a tutti gli uomini del nostro tempo, vittime della pi terribile delle dittature: quella del relativismo. Solo cos noi cristiani possiamo dare unanima alla nostra civilt e costruire un mondo degno delluomo.

IL GIORNO

La vita Cristo

1 - Il giorno e la vita Il giorno l'unit elementare del tempo. ununit ciclica perch la sua alternanza di luce e di tenebre - il giorno e la notte - costituisce un ciclo naturale che si ripete ininterrottamente. la ruota del tempo nel suo scorrere inarrestabile. Tuttavia, pur presentandosi come un'unit ciclica, il giorno sempre stato percepito dall'uomo come un evento lineare, una retta, o un arco, con un inizio e una conclusione, dall'alba al tramonto. 10

Una retta che venne poi suddivisa in segmenti uguali: le ore del giorno.1 Questa unit elementare scandisce il ritmo del tempo e scandisce anche il ritmo della vita, tanto che viene considerata come il paradigma, il simbolo che rappresenta il corso della nostra esistenza terrena. Le diverse et della vita vengono paragonate alle successive parti del giorno: la vita ha un mattino, un meriggio, una sera e il tramonto. Questa concezione del giorno come una realt lineare non ciclica, conferma una convinzione da sempre presente nella coscienza umana: la vita irripetibile. La vita umana come una retta collocata nel tempo; ha un inizio e una fine; una retta che non si ripete, non ricomincia. La nostra vita un'occasione unica, e perci un'occasione da non perdere, da non sciupare; un'occasione che non dobbiamo sbagliare perch non possiamo pi tornare indietro. In alcuni ambienti filosofico-religiosi si formulata lidea della reincarnazione delle anime. Essa esprime solamente la convinzione insita nel cuore umano che non tutto muore di noi. Esprime il bisogno di eternit presente nella coscienza delluomo. Ma non cos. "Si vive una volta sola", come dice un ritornello popolare. E un ritornello che viene utilizzato con significati differenti e contrastanti. I pagani concludono che bisogna spremere dalla vita il massimo possibile di piacere e di godimento; l'ambizioso si propone di realizzare il massimo di gloria e di successo, l'avaro guarda a quest'unica occasione per accumulare il massimo di beni e di ricchezze. Il cristiano
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- Probabilmente si deve ai Babilonesi la suddivisione del giorno in ore.

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perfetto, invece, sa che vive una volta sola ed l'unica occasione che ha per essere santo, per realizzare il disegno di Dio, per fare tutto il bene possibile e mettere il massimo di amore di Dio in ogni cosa; per essere, come vedremo fra poco, un altro Cristo. Si soliti, anche, paragonare la vita a un giorno per indicare la brevit dell'esistenza umana. Brevis est vita hominis super terram; come il fiore del campo che fiorisce al mattino, nella rugiada, e al tramonto gi appassito. "Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giorni e sapr quanto breve la mia vita. Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni, la mia esistenza davanti a te un nulla. Solo un soffio ogni uomo che vive, come ombra l'uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula le ricchezze e non sa chi le raccolga".2 La brevit del tempo e la fugacit della vita riempiono di tristezza gli uomini di questo mondo, perch essi non hanno altra prospettiva che la vita presente, una vita che ha le sole dimensioni del tempo. Il cristiano, invece, sa di aver ricevuto il germe di un'altra vita, la vita divina che d alla vita presente la dimensione dell'eternit. L'uomo cos chiamato a vivere nel tempo una vita eterna, a vivere nella sua esistenza naturale una vita soprannaturale, ad essere figlio dell'uomo ma insieme figlio di Dio. 2 - Cristo: loggi del cristiano.

2 Salmo

n. 38,5-7

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Tutto questo possibile perch Dio lo ha realizzato in Ges Cristo. E' il mistero grande e commovente della Incarnazione. "Quando venne la pienezza del tempo, Iddio mand il suo Figlio, fatto da donna, fatto sotto la Legge, per riscattare quelli che erano soggetti alla legge, affinch ricevessimo l'adozione a figli".3 Cristo la vera "novit", la sua vita ha rinnovato l'esistenza umana, ha inaugurato un modo nuovo di vivere sulla terra, un modo soprannaturale che anticipa e prepara la nostra condizione definitiva nel Cielo. Per mezzo di Cristo, Dio ha voluto anche riscattare la storia umana; solo in Cristo essa acquista valore e significato. Senza Cristo, senza la sua vita umana e divina, tutta la vicenda terrena dell'uomo sarebbe senza speranza, apparirebbe come una vicenda al buio, che si interrompe nella morte. Ges stesso lo ha ricordato: Io sono la luce del mondo (...) sono venuto perch abbiano la vita".4 Questa dimensione cosmica e universale della vita di Cristo, che porter alla trasformazione di tutto il creato, ordinata all'uomo e, come abbiamo visto, presuppone la sua partecipazione alla vita divina. Tutta la nostra giornata terrena ha, dunque, per noi cristiani questo significato: rivivere la vita di Cristo, identificarci in Lui, trasformarci in un altro Cristo. S. Paolo lo ricordava ai primi cristiani paragonandosi a una madre che soffre le doglie del parto donec formetur Christus in vobis, finche non si fosse formato Cristo in loro. E' un'immagine che S. Paolo utilizza per s, ma che va attribuita alla Chiesa, perch nella Chiesa che
3 Galati, 4,4 4 Gv. 10,10

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veniamo generati come figli di Dio per opera dello Spirito Santo. Tutto cominciato nel giorno del nostro Battesimo, quando il sacerdote ha versato sul nostro capo l'acqua del fonte battesimale, dicendo: "Io ti battezzo nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo". In quel momento lo Spirito Santo ha divinizzato la nostra anima col dono della Grazia santificante rendendoci partecipi della natura divina. Ora, la stessa e unica natura divina presente nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo secondo tre propriet diverse fondate su tre relazioni personali distinte: la paternit, la filiazione, la spirazione. In noi la partecipazione alla natura divina avviene come filiazione, quella propria del Figlio, che Ges ci ha portato in dono. Diventiamo perci figli nel Figlio, e attraverso il Figlio entriamo in comunione col Padre e con lo Spirito Santo. E' un mistero grande, immenso, inimmaginabile, che comprenderemo soltanto in Cielo. Qui, sulla terra, dobbiamo affidarci alla luce della fede e alla comprensione interiore che pu darcene lo Spirito Santo. Nell'Incarnazione il Figlio di Dio, facendosi uomo, diventato Sacerdote, Re e Profeta, e, perci, quando noi nel Battesimo riceviamo la sua filiazione divina veniamo "configurati" a Cristo, veniamo cio modellati su di lui secondo la sua triplice prerogativa. E' come se lo Spirito Santo imprimesse nella nostra anima i lineamenti di Ges, la sua fisionomia, cos che il Padre guardandoci pu dire: "Tu sei mio figlio!". Questa modificazione della nostra anima soprannaturale, ma reale e indelebile, e viene indicata dal catechismo col termine di "carattere". 14

Da quel giorno iniziato in noi il dinamismo della grazia, che lungo la nostra vita terrena tender a farci sempre pi simili a Cristo, fino a identificarci con Lui. Perci come l'Incarnazione stata per Ges l'inizio della sua vita di Uomo-Dio, vita che ha raggiunto il culmine nel mistero pasquale della sua morte e risurrezione, allo stesso modo il battesimo ha segnato per noi l'inizio della nostra vita di figli di Dio, vita che trova il suo culmine nella partecipazione all'Eucaristia, sacramento della Pasqua del Signore. 3 - La vita terrena dellUomo-Dio Ora, l'Incarnazione non stata l'evento di un momento; essa ha inaugurato uno stato di cose nuovo, un modo nuovo di essere, che di Cristo ma che destinato a tutti gli uomini e che rester per sempre. Per tutta l'eternit infatti sar vero che un uomo Dio, che una umanit come la nostra personalmente unita alla divinit, che la vita di un Uomo "in tutto simile a noi tranne che nel peccato" 5, stata ed la vita del Figlio di Dio. Perci, quel neonato che nella grotta di Betlemme piange per il freddo e per la fame, Dio che piange; quel ragazzo che gioca per le strade di Nazareth con i compagni del paese e torna a casa, accaldato e spettinato, come tutti i ragazzi di questo mondo, a chiedere a sua Madre una ciotola d'acqua fresca, Dio che gioca con i figli dell'uomo, Dio che si disseta sotto lo sguardo estasiato di sua Madre; quel giovane Uomo che lavora nella bottega di Giuseppe, Dio che lavora; e pi tardi,
5 Ebrei,

4,15

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quell'uomo che si stanca sulle strade della Palestina, che incontra le folle, che sana gli ammalati, che abbraccia i bambini, che crolla di stanchezza e di sonno nella barca di Pietro, che si siede assetato al pozzo di Sichem e chiede da bere alla donna di Samaria, quelluomo che piange sulla sua citt e sul destino che la attende, e si commuove davanti al dolore di Marta e di Maria per la morte di Lazzaro, quell'Uomo Dio; Dio che cammina sulle strade della terra, Dio che parla, che guarisce, che crolla di stanchezza e di sonno, che ha sete e che piange, che si intenerisce e si commuove, quell'Uomo Dio tra gli uomini. Ancora, quell'Uomo che vediamo incatenato e trascinato davanti ai tribunali, che vediamo deriso e insultato, quell'Uomo che viene colpito con calci e bastoni, con schiaffi e flagelli, quell'uomo irriconoscibile, diventato una maschera, un "quadro di dolori", quell'Uomo Dio. E' Dio incatenato e trascinato davanti ai tribunali degli uomini, Dio deriso e flagellato, coperto di sputi e di piaghe, Dio trattato da imbroglione e vestito da pazzo; infine, quell'Uomo crocifisso sul Golgota, che strappa con un grido la vita al suo corpo nudo davanti al cielo e alla terra, Dio-crocifisso, Dio che muore. "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!". 6 Mai espressione fu pi vera e reale di questa, pronunciata dal centurione pagano davanti a Cristo crocifisso. E noi non possiamo contemplare la vita di Ges senza pensare che la vita dell'Uomo per gli uomini e insieme la vita del Figlio di Dio per i figli di Dio. Si capisce allora l'amore immenso che i Santi nutrivano per il Vangelo. "Dobbiamo infatti riprodurre la vita di Cristo nella nostra vita. Ma ci non possibile se
6 Mc.

15,39

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non attraverso la conoscenza di Cristo che si acquista leggendo e rileggendo la Sacra Scrittura e meditandola assiduamente nell'orazione".7 4 - Il cristiano, un altro Cristo La figura di Ges deve diventarci cos famigliare da sentirla vicina, presente nelle varie circostanze della nostra giornata. Ci troveremo a vivere infatti negli stessi ambienti e nelle stesse situazioni in cui Egli vissuto: la famiglia, il lavoro, le amicizie, i rapporti sociali, cos come la stanchezza, la fame, il riposo, le contrariet; e non mancher nemmeno la croce, che rappresenta il culmine a cui giunta la vita terrena di Ges. Inoltre le scene stesse del Vangelo ci risulteranno a poco a poco sempre pi familiari e finiremo col sentirci anche noi presenti e partecipi a quegli episodi insieme agli altri personaggi. Cos, "la vita di Ges Cristo, se gli siamo fedeli, si ripete in qualche modo in quella di ciascuno di noi, tanto nel suo processo interno - la santificazione quanto nella condotta esterna".8 Non si tratta di una finzione psicologica, n di un gioco di fantasia, ma di un vero processo spirituale della nostra anima ed opera esclusiva della grazia. Come nell'Incarnazione lo Spirito Santo ha operato nel grembo verginale di Maria il concepimento dell'Umanit santissima di Ges, cos nel Battesimo lo Spirito Santo opera nella nostra anima il concepimento di quella "creatura nuova" che porta la fisionomia stessa di Ges
7 San J. Escriv, 8 Forgia, n. 418

E' Ges che passa n.14

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perch partecipa alla sua filiazione divina. Questa creatura la portiamo in noi durante la nostra vita terrena come in gestazione, con l'impegnativa responsabilit di farla vivere e crescere fino alla pienezza dell'et di Cristo,9 quando verr partorita alla vita eterna nel giorno della nostra morte, che il suo dies natalis, il suo giorno natalizio. In questo processo, che dura tutta la vita, la nostra anima va liberandosi dalle vecchie sembianze, quelle dell'uomo secondo Adamo, si purifica dal male e dalle scorie del peccato rivestendosi delle virt di Cristo. In certo qual modo prenderanno posto in noi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Ges...; 10 cominceremo a pensare secondo il modo insegnatoci da Ges, ad amare quello che Egli ha amato, a cercare in ogni cosa la volont di Dio. Ci dedicheremo ai doveri del nostro stato, in famiglia e nella societ, imitando Ges che "ha fatto bene ogni cosa",11 che ha santificato il lavoro nella bottega di Giuseppe, lavorando con amore a lode del Padre, offrendo la fatica e le contrariet come espiazione dei peccati. Ci sforzeremo di seguire il suo esempio quando dedica tempo al colloquio intimo col Padre nell'orazione, quando si fatto tutto a tutti nella comprensione, nell'amabilit paziente, nella misericordia operosa, "benefaciendo omnes", facendo il bene a tutti; in altre parole cercheremo di nutrire in noi sentimenti di pace, di gioia, di misericordia, di pazienza, di fortezza, di fedelt, di mitezza, di obbedienza al Padre, di amore

9 Ef.

4,18

10 Fil. 2,5 11 Mc. 7,37

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verso gli uomini; metteremo i nostri passi sulle orme che lui ci ha lasciato, camminando dove lui ha camminato. In questo modo, seguendo le orme di Cristo, certo che incontreremo la croce, perch Cristo ha voluto attraverso la croce salvare l'umanit. Perci incontrare la croce incontrare Cristo; allora la croce non pi una disgrazia, non pi una condanna o una maledizione, diventa la strada verso la vita, verso la nostra pace e la nostra gioia. "Segni certi della vera Croce di Cristo: la serenit, un profondo senso di pace, un amore disposto a qualsiasi sacrificio, un'efficacia grande che sgorga dal Costato stesso di Ges, e sempre - in modo evidente - la gioia: una gioia che proviene dal sapere che chi si dona davvero vicino alla croce e, di conseguenza, vicino a nostro Signore".12 Cos, il nostro atteggiamento interiore di fronte alla croce di Cristo rivela la nostra maturit nella vita cristiana, la maturit dei figli di Dio che hanno imparato a giudicare le cose della terra e di questa vita con la saggezza della fede. La paura della Croce, la ribellione davanti alla croce, l'insofferenza, la tristezza e la stessa rassegnazione sono sintomi di immaturit spirituale perch senza il crogiolo del dolore, della umiliazione e della sofferenza, non possibile capire Cristo e il suo amore per noi. Di solito si tratta delle croci piccole della vita quotidiana, ma in esse, a poco a poco, con l'aiuto di Dio, la nostra anima si fortificher, comprender con chiarezza sempre pi profonda la preziosit della vita eterna di fronte alle effimere consolazioni mondane, perder la paura del sacrificio e andr progredendo in
12 Forgia,

n.772

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tutte le virt cristiane. L'orazione, poi, far il resto, finche Dio, facendoci assaporare la realt dolcissima della filiazione divina, ci riempir di pace, ci dar un desiderio sempre pi vivo di servirlo e di farlo conoscere e amare anche dagli altri. In definitiva, noi cristiani siamo chiamati a continuare nel mondo questo modo nuovo di essere e di vivere sulla terra, un modo umano-divino inaugurato da Cristo con la sua Incarnazione e culminato nella sua morte e risurrezione. E' un modo di essere di natura sacramentale, che viene a noi comunicato attraverso i Sacramenti - dal battesimo all'eucaristia al matrimonio... - e si sviluppa come imitazione di Cristo nei cammini dell'orazione e della croce. Lo scopo di queste pagine tutto qui: aiutare ciascuno di noi ad entrare sempre pi profondamente in quella intimit personale con Ges vivo e presente alla quale Papa Benedetto sta invitandoci, con commovente insistenza fin dallinizio del suo Pontificato, come programma centrale del suo ministero Non solo dunque, togliere distanze di spazio e di tempo fra noi e Ges, ma anche e soprattutto far tacere le insinuazioni del maligno e le voci stonate del nostro io, affinch Cristo possa occupare tutto lo spazio della nostra anima e del nostro cuore. Potessimo davvero dire con San Paolo: Non sono pi io che vivo ma Cristo che vive in me.

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LE ORE DEL GIORNO

5 - Le ore e lorario Abbiamo gi visto che la nostra giornata terrena deve essere vissuta da figli di Dio, e perci dobbiamo identificarci con Ges rivivendo la sua stessa vita. Abbiamo anche detto che la nostra vita come una giornata: dal mattino al tramonto, e che ogni giorno come la vita. Perci dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo e nello stesso tempo come se fosse tutta intera la nostra vita. Per questo la Chiesa ha voluto santificare le varie ore del giorno con espressioni liturgiche che fossero di aiuto alla nostra vita interiore e alimentassero il nostro desiderio di unione con Cristo. Espressione tipica di questa liturgia l'insieme di quegli atti di culto che va sotto il nome di "Liturgia delle Ore". Sono momenti di preghiera, distribuiti lungo le ore del giorno e anche della notte, in modo che tutto il nostro tempo venga santificato, diventi tutto "tempo di Dio". Prima di descrivere le varie preghiere delle ore (preces horariae) opportuno ricordare l'importanza di avere un "orario" che regoli e conduca la nostra giornata. Non dev'essere un orario rigido che ci pesi addosso come una forzatura, n un artifizio che tolga spontaneit alla nostra vita, ma un orario teso a rendere pi ordinato ed efficace il nostro lavoro, e a liberare in modo costruttivo 21

le nostre energie interiori. Ogni persona matura, infatti, ha un orario nella propria vita famigliare e nella propria attivit professionale. Cos anche la nostra vita spirituale ha bisogno di un orario per non cadere nel disordine o nella pigrizia o, viceversa, per non essere travolta da un attivismo alienante e dispersivo. Del resto, tutta la nostra esistenza scorre dentro un orario. La nostra vita non condotta dal caso o da forze cieche ed oscure, e nemmeno governata da misteriose congiunzioni stellari che solo abili oroscopi possono decifrare. L'orologio della nostra vita nelle mani della Provvidenza di Dio. Egli ha le sue ore, scadenze ben precise della sua grazia che segna i momenti fondamentali della nostra vita; sono "i tempi e i momenti" che il Padre ha messo nel suo arcano, provvidenziale disegno. Le "ore" di Dio sono determinanti per la nostra vita, come lo sono anche per la storia degli uomini, e mancare all'appuntamento con la Grazia troppo pericoloso per il nostro destino eterno, un rischio che non dobbiamo correre. Dio ha fissato un suo orario per la nostra vita, noi dobbiamo proporci un orario nella nostra giornata. Sar un orario flessibile che potr variare adattandosi alle circostanze e alle situazioni di lavoro e di famiglia; ma sar sempre un orario adatto a difendere i nostri appuntamenti quotidiani con Dio. Sono appuntamenti d'amore da parte di Dio, dovranno esserlo anche da parte nostra.

6 - Ora Prima: il mattino La prima delle "Preces Horariae" coincide evidentemente col mattino e segna l'inizio della giornata: la preghiera 22

del mattino. Essa si compone essenzialmente di due atti: alzata ad ora fissa e offerta delle azioni. L'ora dell'alzata non senza significato, e non viene determinata esclusivamente in riferimento al lavoro o agli impegni che mi attendono nella giornata. L'ora fissa conferisce all'alzata dal letto un valore obbedienziale e la fa diventare preghiera. E' come riconoscere che il tempo non lasciato al mio capriccio o al mio arbitrio e che l'inizio di ogni giorno esige la risposta ad una chiamata. L'atteggiamento del cristiano, quando si alza al mattino, dovrebbe essere quello del servo fedele pronto alla voce del suo Signore che lo chiama a servirlo o, se vogliamo, l'atteggiamento del figlio docile e obbediente che risponde a suo padre: eccomi! Si comprende cos la consuetudine praticata da molti cristiani che, uscendo prontamente dal letto, baciano il pavimento dicendo in cuor loro: "Ti servir, Signore!". Vuol essere un gesto di riparazione al "Non serviam!" di Lucifero, che ha contagiato i nostri progenitori e minaccia continuamente tutti noi con la tentazione di tanti "no" alla volont di Dio. Del resto, uscire dal sonno come rinascere alla vita, anzi come ricevere l'esistenza. Non siamo venuti al mondo per caso, n quando abbiamo voluto noi, a nostra discrezione. C' una ora fissa" nel quadrante di Dio, il momento preciso in cui Dio ha detto di noi: Fiat! Si faccia! - come per la luce, per le stelle, per il firmamento. Dio ci ha fatti uscire dal nostro nulla quando Lui ha voluto, e ci ha posti nell'esistenza con un atto liberissimo della sua volont, alla quale non abbiamo potuto far altro che rispondere: Eccomi! Servire Dio per amore e trasformare tutta la nostra giornata in un servizio d'amore, l'unica cosa importante che possiamo fare 23

sulla terra. Ricordarlo tutte le mattine un dovere - siamo creature! - e far un gran bene alla nostra anima; certamente dar un tono diverso all'inizio delle nostre giornate. Al "Serviam!" iniziale segue, come conseguenza, l'offerta delle azioni. Dobbiamo orientare a Dio tutto ci che in quella giornata ci passer nel cuore, nei pensieri, nelle mani e anche tutto ci che ci accadr di buono o di spiacevole, al di l di ogni nostra previsione. Ma per poterle offrire a Dio, necessario non solo che le nostre azioni siano buone in s stesse, occorre che sia retta anche l'intenzione che ci muove ad agire. Per un cristiano, rettitudine d'intenzione significa che devono essere umanamente nobili le motivazioni del suo agire, lavorare per la famiglia, per i figli, per il bene della societ ecc. - ma significa anche che il fine del suo agire deve essere soprannaturale. Pu capitare infatti che facciamo con cura cose ottime e meritevoli, le pi nobili e generose, e tuttavia che vengano ad infiltrarsi nel nostro cuore l'amor proprio e la vanit, la ricerca del successo, del plauso o dell'interesse esclusivamente personale. E' l'atteggiamento che Ges rimproverava ai Farisei: "Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini".13 Il cristiano invece si propone, in ogni cosa, di glorificare Dio. "D a Dio tutta la gloria. "Spremi" con la tua volont, aiutato dalla Grazia, ognuna delle tue azioni, affinch in esse non resti nulla che odori di superbia umana, di compiacenza del tuo io". 14

13 Mt. 23,5 14 Cammino

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7 La preghiera del mattino Tutto questo viene espresso in modo molto semplice ma efficace dalla "Preghiera del mattino" che appartiene alla piet cristiana tradizionale e che abbiamo imparato dalle labbra di nostra madre: "Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore..." Adorare Dio e fare tutto per suo amore dare a lui tutta la gloria. "Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte." Ringraziare riconoscere i doni di Dio e dargli lode per la sua gloria. Ges dir al lebbroso guarito che torn a ringraziarlo: "Non si trovato chi tornasse a dare gloria a Dio se non questo straniero".15 Adorare e ringraziare come cantare le lodi al Signore. Nella Liturgia delle Ore, infatti, la preghiera del mattino chiamata: Lodi mattutine. I Salmi e gli inni di questa preghiera fanno riferimento alla creazione (il Mattino del Cosmo), ed esprimono lode a Dio per l'aurora, la luce, il sole nascente (simbolo di Cristo Risorto), che viene ad illuminare la terra e a riscaldare la vita degli uomini. Le preghiere delle Lodi fanno poi riferimento al comando che Dio diede all'uomo nell'affidargli la creazione: prendere possesso del mondo e plasmarlo con unattivit intelligente e costruttiva. La lode di Dio va dunque unita all'offerta della giornata lavorativa, che diventa cos un "sacrificio di lode", e anche tutte le azioni vengono dedicate, come primizia, a Dio con l'intenzione di compiere fedelmente la sua volont. Continua infatti la
15 Lc.

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preghiera: "Ti offro le azioni della giornata, fa che siano tutte secondo la tua santa volont e per la maggior tua gloria". La preghiera si conclude con una petizione di grazia per s stessi, per le persone care e, in definitiva, per tutta la Chiesa. "Preservami dal peccato e da ogni male, la tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari, Amen". E' consuetudine, infine, rivolgersi a Dio con la preghiera del Padre nostro, e affidarsi alla protezione della Santa Vergine e degli Angeli Custodi. Con questa preghiera ogni cristiano pu unirsi alla preghiera liturgica di tutta la Chiesa che nelle Lodi mattutine fa proprie le preghiere del mattino di tutti i fedeli sparsi nel mondo. Vista in questo modo la preghiera del mattino non sembra certamente una preghiera riservata ai bambini, come comunemente si crede. Tutt'altro! Essa richiede, invece, grande maturit spirituale. Ringraziare Dio e dargli lode col proprio lavoro e con la propria vita l'atteggiamento specifico di un cristiano adulto, consapevole che Dio "il Primo" e viene al primo posto: - "Io sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la Fine" 16 -, e consapevole anche della propria responsabilit di figlio di Dio nel mondo e nella Chiesa. Purtroppo, sono molti i cristiani che mancano a questo primo appuntamento con Dio all'inizio della loro giornata. La causa senza dubbio l'ignoranza: non si pensa, non si conosce il valore e il contenuto di questa preghiera e il significato importante che essa riveste nella nostra vita; ma anche hanno il loro peso la pigrizia: - ci si
16 Ap.

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alza all'ultimo momento, si presi dalla fretta, dall'assillo del lavoro ecc. - la poca fede, e soprattutto la scomparsa quasi totale del senso religioso della vita. Si dominati da una visione materialistica delle cose e da una sorta di ateismo pratico che si infiltrato nella mentalit corrente e che ormai orienta il modo di vivere abituale della societ contemporanea. E' dovere di noi cristiani reagire. Dio ha diritto al primo posto nella nostra vita e dobbiamo dedicare a lui il primo pensiero della giornata; a Lui la nostra adorazione e la nostra lode, a lui il nostro cuore e le nostre opere. E' un modo concreto di far posto a Dio nella nostra vita, e portarlo poi con noi, nelle nostre famiglie e nella societ in cui viviamo.

8 Meditazione e orazione La "Liturgia delle Ore" chiamata nel rito orientale bizantino: Orologio. Il nome fa ovvio riferimento alle ore della giornata. Sono ore che la Liturgia ci invita a santificare, a trasformare cio in occasione di lode a Dio ritmandole con espressioni di preghiera. Sul quadrante dell'orologio liturgico della Chiesa, un momento al quale viene attribuita notevole importanza quello chiamato "Ufficio delle lezioni". L'espressione fa capire che l'elemento principale di questa Ora Liturgica la lettura della Parola di Dio. In essa vengono offerti alla nostra meditazione passi della Sacra Scrittura in modo sistematico e ordinato: la Chiesa fa scorrere davanti alla nostra contemplazione le meraviglie compiute da Dio per la salvezza dell'uomo, soprattutto il mistero di Cristo nel quale si rivelato 27

l'amore di Dio per noi e si compiuta l'opera della Redenzione. E' dunque tempo di silenzio e di ascolto, un incontro con Dio che parla alla nostra anima. Anticamente, e ancor oggi nei monasteri, quest'ora veniva collocata nel cuore della notte per facilitare il raccoglimento e l'ascolto di Colui che "Mistero inaccessibile". La Parola di Dio nutrimento indispensabile per le nostre anime e non pu mancare nella vita di un cristiano; perci, come ogni nutrimento, dovrebbe figurare ogni giorno nel programma spirituale di chi vuol seguire Cristo da vicino. Solamente, per il cristiano che vive nel mondo, questo incontro con Dio non avverr n in una cella n di notte, ma nel cuore della propria giornata e possibilmente davanti a un Tabernacolo o in un angolo tranquillo della propria casa. Se qualche volta ci non fosse possibile, si possono utilizzare i tempi che non impegnano mentalmente: durante il viaggio in autobus, dando la pappa al bambino..., al limite, nel bel mezzo della strada. Dio pu parlarci dappertutto e pu darci la grazia di saperlo ascoltare in qualsiasi momento, in qualunque situazione. Quello che occorre da parte nostra desiderare sinceramente questo incontro, volerlo con tutto il cuore e con tutto il nostro impegno fissandone il momento nella giornata e il luogo, e poi proteggendolo dai vari rischi come gli imprevisti, la stanchezza, l'aridit, non esclusi i pretesti della pigrizia e della malavoglia. "Non esitate a pregare: chi vi ascolta dentro di voi. Non volgete i vostri occhi verso una qualsiasi montagna, verso le stelle, il sole, la luna; purifica invece la cella del tuo cuore; in qualsiasi luogo tu andrai, in qualunque posto ti 28

metterai a pregare, dentro di te chi ti ascolta, dentro nel segreto... non andare lontano...".17 Senza la meditazione assidua, quotidiana, della Parola di Dio il cristiano rester inevitabilmente un mediocre nella vita spirituale, fiacco e incerto nella sua fede, facile ai cedimenti morali e alle debolezze umane, spento come testimone di Cristo in mezzo agli altri. E' indispensabile per che la meditazione della Parola di Dio diventi orazione, si apra cio al colloquio intimo e filiale con Dio. Troppi cristiani si fermano alla semplice riflessione o meditazione, che spesso diventa un alibi nel rapporto con Dio, un modo per nascondersi, per non arrivare faccia a faccia col Signore e incontrarsi col suo sguardo, amabile ma esigente. La meditazione, se rimane solo meditazione, rischia di fare della Parola di Dio un bene di consumo, e finisce nell'anonimato o conduce al timore. Manca infatti l'amore. Quando due persone si amano, hanno assoluto bisogno di comunicare, di "parlarsi", e quanto pi l'amore autentico e profondo tanto pi il colloquio si fa personale ed intimo. Ora, l'orazione precisamente questo: un dialogo d'amore tra l'anima e Dio. "Mi hai scritto: "Pregare parlare con Dio. Ma, di che cosa?" - Di che cosa? Di Lui, di te: gioie, tristezze, successi e insuccessi, nobili ambizioni, preoccupazioni quotidiane..., debolezze! E atti di ringraziamento e suppliche: e Amore e riparazione. In due parole: conoscerlo e conoscerti: "frequentarsi"!18

17 S.Agostino, Commento 18 Cammino n. 91

al Vangelo di Giovanni, 10,1

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La vera penetrazione della Parola di Dio e la conoscenza intima di Lui non ce la da la meditazione ma l'orazione; l che Dio rivela il suo volto, si apre alla nostra anima, la illumina e la riscalda con il calore della sua presenza. Sulla necessit dell'orazione e di una orazione continua - "Pregate sempre" - l'esempio di Ges stato esplicito; il suo colloquio con il Padre era continuo, ininterrotto e spesso diventava esclusivo: di notte, all'alba, a sera, improvvisamente lungo la giornata...; la meditazione non pu essere continua perch non si pu concentrare la riflessione simultaneamente sulla Parola di Dio e sul lavoro o su altre preoccupazioni, ma l'orazione s, perch si pu amare sempre, l'amore non conosce interruzioni e pu entrare in qualsiasi cosa facciamo. E' infatti l'amore, l'amore vivo, attuale, che lega il nostro cuore a Dio, e trasforma il lavoro, lo studio, le faccende quotidiane in orazione. Questa orazione continua non si improvvisa; un traguardo, una meta. Ed un dono; bisogna perci chiederlo al Signore. Dobbiamo chiederlo ogni volta, mettendoci con umilt alla presenza di Dio: "Signore mio e Dio mio, credo fermamente che sei qui, che mi vedi, che mi ascolti..." , gli chiediamo poi perdono dei peccati e la grazia di ricavare frutto da quella orazione. Da parte nostra occorre la perseveranza. Santa Teresa lamentava che sono molti quelli che cominciano ma sono pochi quelli che perseverano. L'orazione quotidiana come l'orologio della nostra piet: se si ferma, si ferma il tempo di Dio nella nostra anima. E perdiamo anche la sintonia con l'Orologio liturgico della Chiesa.

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9 Liturgia del lavoro Nella "Liturgia delle Ore" la Chiesa dedica alla preghiera altri tre momenti di preghiera nel corso della giornata; corrispondono a tre ore intermedie comprese tra il mattino e la sera e prendono il nome di Ora Terza, Ora Sesta e Ora Nona, secondo la divisione del giorno in uso presso i Romani. Esse corrispondono all'incirca alle ore nove, alle ore dodici e alle ore tre pomeridiane, cio al tempo dedicato di solito al lavoro. Anticamente il lavoro non era considerato un elemento importante, e ancor meno come costitutivo della vita umana. Il lavoro manuale era riservato agli schiavi e le altre attivit, dette liberali, non erano considerate lavoro. Le tre ore intermedie infatti nella Liturgia delle Ore non fanno alcun riferimento al lavoro; ricordano invece avvenimenti decisivi nella storia della salvezza: la crocifissione di Cristo, la sua morte, la discesa dello Spirito Santo. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che Ges ha passato pi di trent'anni della sua vita nella bottega di Giuseppe a Nazareth, lavorando molte ore al giorno ed essendo anche allora Salvatore del mondo; ha voluto dare anche al lavoro una dimensione e un valore redentivo. L'uomo moderno ha riscoperto il lavoro sia come valore fondante della vita sociale ed economica, sia come valore essenziale nella vita della persona umana. Tanto che la dignit e la qualit del lavoro sono state al centro di tutte le rivoluzioni ideologiche e sociali degli ultimi secoli. Anche la teologia e l'ascetica cristiana hanno riscoperto il lavoro come elemento essenziale nella vita spirituale del cristiano. L'attenzione al lavoro non mai 31

mancata nell'insegnamento della Chiesa; tutti ricordiamo il motto che costituisce il fondamento della Regola benedettina: "ora et labora", preghiera e lavoro. Si deve all'impegno e allo spirito che hanno animato i monaci di S. Benedetto se i loro monasteri furono, nei secoli che prepararono l'Europa, non solo centri di evangelizzazione ma anche fari di civilt e di progresso sociale ed economico. Tuttavia il lavoro inteso e praticato dai monaci aveva un duplice significato: un significato ascetico doveva preservare i monaci dall'ozio - e un significato di supplenza, nasceva cio dalla necessit di colmare un vuoto nella vita sociale delle popolazioni di allora che discendevano quasi tutte dai barbari e non conoscevano il lavoro. Si deve al carisma di uno dei santi pi incisivi nella storia della spiritualit cristiana, San J. Escriv, la riscoperta del lavoro umano come elemento essenziale materia prima - nella santificazione del cristiano. I fedeli laici che vivono nel mondo sono chiamati a realizzare la "consecratio mundi", cio a orientare a Dio, mediante il lavoro santificato, tutte le cose create. Per usare un'espressione dello stesso santo, missione e compito dei laici, loro specifica vocazione, "santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro, santificare gli altri con il lavoro". Possiamo dire, in certo qual modo, che il lavoro quotidiano, se santificato diventa preghiera, una sorta di "Ora Media" del laico cristiano. L'Ora Media della Liturgia, pur non facendo riferimento al lavoro quotidiano, presenta tuttavia due aspetti che hanno essenziale importanza per la santificazione del lavoro: il primo la presenza nelle tre ore medie - Terza, Sesta, Nona -, in tutti i giorni della 32

settimana, del salmo n. 118. E' un salmo particolare, il pi lungo tra tutti i Salmi della Bibbia, e ha come argomento la Legge di Dio, dono prezioso del Signore per il nostro cammino sulla terra. Tutti i versetti di questo salmo sono espressioni appassionate di lode e di gratitudine a Dio che ci ha dato la possibilit, con la sua legge santa, di comportarci rettamente e con giustizia nella nostra vita quotidiana. Ebbene, il cristiano che vuole santificare il suo lavoro deve innanzitutto comportarsi con onest e con rettitudine, con giustizia e con la dovuta preparazione nei suoi compiti professionali, appunto come vuole la legge di Dio. Osservare i Comandamenti e vivere nel lavoro le virt umane, le virt morali e professionali, un presupposto indispensabile perch il lavoro possa essere offerto a Dio e possa perci diventare preghiera. Questo non sempre facile, perch l'ambiente di lavoro spesso dominato da egoismi, da invidie, da divisioni tra i colleghi, da arrivismi e concorrenze sleali, da criteri che non rispettano il merito e la capacit professionale ma obbediscono a clientelismi e appoggi politici; ma il cristiano non pu lasciarsi intimorire o condizionare da tutto questo, sapr mostrare ai colleghi, con l'esempio e con la dottrina, che un lavoro compiuto non onestamente e non secondo Dio, lungi dall'essere collaborazione con Lui a servizio del bene comune, diventa un tarlo che corrompe la vita sociale e famigliare, e anche se pu apparire economicamente vantaggioso e umanamente gratificante non potr mai essere benedetto da Dio e apprezzato dagli uomini. Un cristiano che lavora con onest, rettitudine, competenza, lealt e giustizia come se recitasse ogni giorno il salmo 118, e possiamo dire che le ore di lavoro sono come "l'Ora Media" del cristiano. 33

10 Il lavoro e la Redezione Il secondo aspetto che l'Ora Media ci ricorda per la santificazione del lavoro il riferimento all'opera della salvezza che si compiuta in Cristo. Infatti, l'Ora Terza ricorda la crocifissione di Ges e, nella domenica, la discesa dello Spirito Santo; l'Ora Sesta ricorda l'agonia di Ges e la sua ascensione al cielo; l'Ora nona ricorda la sua Morte sulla croce. Questi riferimenti ci dicono che con la venuta di Cristo il lavoro ha acquistato valore redentivo. Sappiamo che il peccato ha portato nel mondo il dolore; dolore che, nel caso del lavoro, significa sforzo, fatica, stanchezza: "Con il sudore della fronte mangerai il pane".19 Possiamo pensare al contadino che coltiva la terra, all'operaio nella sua officina, a una commessa che deve stare molte ore in piedi a servizio dei clienti; pensiamo a una madre di famiglia che deve governare la casa, all'insegnante nel faticoso compito di aprire l'intelligenza degli alunni al sapere, all'infermiera che deve dimenticare totalmente s stessa nell'assistenza ai malati, e a tante impegnative situazioni in cui l'attivit umana chiamata ad esprimersi: lo studio, la ricerca scientifica, la pubblica amministrazione, le responsabilit di governo ecc. Ogni campo dell'attivit umana ha le sue difficolt, le sue fatiche, le sue stanchezze, il suo "peso". Ed questo peso portato ogni giorno con serenit, con gioia, con fortezza, che rende il nostro lavoro partecipe della croce di Cristo e gli conferisce un valore redentivo.
19 Gen.

3,19

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Questi aspetti che configurano l'attivit dell'uomo nel disegno di Dio Creatore e Redentore, ci costringono a rivedere i nostri criteri di giudizio sul valore del lavoro umano. Agli occhi del mondo ha pi valore un lavoro che procura gloria umana, che fonte di grandi guadagni, che coronato da successo, da notoriet e prestigio umano; ma agli occhi di Dio non cos. Prendiamo il lavoro umile, silenzioso, sacrificato di una madre di famiglia che si dedica alla casa e ai figli o il lavoro di un netturbino che tiene pulite le strade delle nostre citt finche tutti dormono, e prendiamo il lavoro di un ministro, di un grande scienziato o di un potente uomo d'affari: quali di questi lavori vale di pi davanti a Dio? Quello fatto con pi amore, con pi spirito di servizio, con pi allegria. Fermo restando che il lavoro di un uomo politico, di uno scienziato o di un imprenditore che disponga di tanti mezzi economici pu incidere sulla vita sociale, culturale e morale di un popolo pi intensamente e con maggior efficacia umana per il bene comune che non il lavoro socialmente meno rilevante di un operaio, di un contadino o di una commessa, resta per vero che, davanti a Dio, il contenuto d'amore, di fede e di umile disponibilit costituisce il vero parametro di valore per ogni attivit umana. Semmai, le eventuali maggiori responsabilit devono costituire per il cristiano un pi forte motivo per agire rettamente e con amore di Dio in ogni attivit a vantaggio del bene comune. Ognuno di noi, l dove svolge il proprio lavoro quotidiano, tra le mura domestiche, nell'officina, allo sportello di un'agenzia, al volante di un autobus, come fra le aule dell'universit, o nell'emiciclo di un parlamento, l deve santificare il suo lavoro, santificarsi nel suo lavoro, aiutare gli altri a santificarsi nel proprio lavoro, 35

trasformando in preghiera e in partecipazione alla croce di Cristo ogni attivit umana nobile e onesta. Per ricordarci di tutto questo possiamo servirci di un richiamo - un'immagine, un piccolo Crocifisso, o un altro segno - nel luogo dove lavoriamo: sul tavolo di studio, in ufficio, in cucina, nell'auto, accanto al telefono..., e accompagnare i momenti del lavoro con frequenti giaculatorie, atti di riparazione, ringraziamenti, piccoli sacrifici come la puntualit, la pazienza, il sorriso nonostante la stanchezza, l'amabilit con le persone; tutto con ottimismo e buon umore. Possiamo con ragione dire che questa la "Liturgia dell'Ora Media", liturgia del lavoro che ogni cristiano chiamato a celebrare ogni giorno.

11 Lora dei Vespri Nell'Orologio liturgico della Chiesa, unaltra preghiera oraria di particolare importanza l'Ora dei Vespri, o preghiera vespertina. Coincide col tramonto del sole, e segna la conclusione della giornata lavorativa. E' questo il primo significato dei Vespri; preghiera della sera, cio preghiera che ha lo scopo di ringraziare Dio per tutto ci che nella giornata abbiamo ricevuto, per il bene che ci stato dato e per il bene che, con l'aiuto della grazia, abbiamo potuto compiere. Il ringraziamento porta necessariamente a rettificare quanto non stato fatto con rettitudine e fedelt: "Perdona il male oggi commesso e, se qualche bene ho compiuto, accettalo." L'abitudine a rettificare dovrebbe accompagnare il nostro agire lungo tutta la giornata, cos come a bordo di 36

un'imbarcazione il timoniere si sforza di correggere continuamente la rotta ogni volta che qualche ostacolo una corrente, un colpo di vento o altra circostanza minacciano di deviarla dal giusto percorso. E' un impegno che richiede di non perdere mai di vista la meta e di agire abitualmente alla presenza di Dio. Il Signore concede questo dono a quanti lo chiedono e lottano per vivere di fede, sapendo di essere sempre accompagnati dallo sguardo amoroso di Dio che vede le intenzioni del cuore e la sincerit del nostro amore. Il tutto dentro un senso vivo della filiazione divina. L'Ora dei Vespri, poi, un momento di intima nostalgia e di soffusa dolcezza. Chi viaggia pensa a casa, agli affetti pi cari; e chi ha terminato il lavoro torna in famiglia e sogna un dolce riposo tra pareti amiche che offrono il calore di presenze amate. E' l'ora in cui si ricompone la famiglia, si ritrovano i volti mai dimenticati che ci hanno accompagnato lungo tutta la giornata. E' l'ora in cui cessano i rapporti ufficiali dettati dal lavoro o dall'attivit professionale e lasciano il posto alla gerarchia dell'amore. E' l'ora in cui la presenza della persona amata o delle persone care diventa un desiderio imperioso, dolcemente irresistibile. La Chiesa, che ha camminato nella sua giornata insieme con Cristo, esprime questo vivo desiderio ricordando la preghiera dei discepoli di Emmaus: "Rimani con noi, o Signore, perch si fa sera".20 La solitudine una delle paure che maggiormente spaventano il cuore umano ed particolarmente temuta dalle persone che vivono sole. Molti cristiani hanno l'abitudine di passare, nel pomeriggio o alla sera, dentro
20 Lc.

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una chiesa per salutare il Signore che rimane, notte e giorno, "Prigioniero d'Amore" nei nostri tabernacoli. Tutti noi possiamo stare qualche minuto in silenzio davanti a lui, aprirgli la nostra anima con fiducia ed effondere nel suo Cuore le cose che si sono accumulate dentro di noi lungo la giornata, dirgli con l'affetto e la fiducia di un amico: Signore, grazie che sei qui! che sei rimasto con noi; non lasciarci soli. Vorrei portarti con me; vorrei riceverti con la purezza, l'umilt, la devozione con cui ti ricevette la tua Santissima Madre, con lo spirito e il fervore dei Santi!". E' questo un modo cristiano di vincere la solitudine; inoltre il cristiano ha la certezza che Dio abita anche nella sua anima e lo avvolge col suo amore paterno; e perci sa di non essere mai solo. La famiglia che a sera, dopo una giornata di lavoro, si ricompone tra le pareti domestiche, e riscopre s stessa nei valori che la costituiscono: l'amore coniugale fedele, gioioso e fecondo, la paternit, la maternit, l'amicizia semplice e sincera che unisce tra loro i membri della famiglia, un fatto di enorme importanza, soprattutto nell'attuale congiuntura socioculturale. Tutti sappiamo che l'organizzazione della vita sociale oggi dominata da ritmi e da strutture che non favoriscono la vita famigliare; inoltre stiamo soffrendo le conseguenze di una sistematica e progressiva demolizione dei valori della famiglia , demolizione operata dalle ideologie marxista e laicista che hanno lasciato le attuali generazioni impoverite e impaurite di fronte alla vita. Perci, a parte i momenti particolarmente difficili legati a situazioni eccezionali che di tanto in tanto possono verificarsi, il rientro serale a casa col 38

ricomporsi dell'ambiente famigliare un momento estremamente delicato nella nostra vita ordinaria. Esso rivela la maturit umana e cristiana degli sposi. L si vede quanto le "categorie dell'amore" abbiano sostituito le "categorie dell'egoismo" e quanto la "legge" del dono di s abbia forgiato i comportamenti che riguardano la vita famigliare. Infatti, la tentazione di scaricare l'uno sull'altro il peso negativo della giornata e di rifarsi delle frustrazioni personali sempre in agguato dietro la porta di casa.

12 L ora della famiglia Quando un marito torna a casa dopo una giornata pesante: fatica fisica, imprevisti sul lavoro, contrasti coi colleghi, incomprensioni con il capo-ufficio o con i clienti, ecc. e non si sforza di lasciare tutto questo fuori della porta di casa per offrire a sua moglie, anzich una faccia lunga e tirata, un sorriso aperto e vivo per la gioia di rivederla e di riabbracciare i suoi bambini...; e similmente, quando la moglie attende il marito e anzich accoglierlo ordinata nella persona, dicendogli con un sorriso o magari con un abbraccio affettuoso la gioia per il suo ritorno, gli scarica addosso il nervosismo accumulato nell'intera giornata, ci che hanno combinato i figli, i capricci dei pi piccoli o le pretese dei pi grandi, gli inconvenienti del lavoro domestico o le ansie del lavoro extra-famigliare, e poi...la suocera, la vicina di casa, e gi tutto l'elenco delle cose storte della giornata..., ebbene costoro non hanno ancora imparato ad amare, di quell'amore coniugale che richiede fortezza, maturit umana, dimenticanza di s stessi, umilt, ottimismo, 39

pazienza e tutte quelle virt familiari che rendono l'ambiente di casa non solo vivibile ma fruibile, desiderabile e appagante. Raccontarsi le cose anche quelle negative, ma dopo aver assaporato la gioia di ritrovarsi insieme, e perci con l'animo disteso, pi sereno, capaci di sdrammatizzare le situazioni e di ritrovare soluzioni positive ai problemi famigliari, un raccontare diverso da quello impregnato di nervosismo e di irritazione. Caratteristica dell'amore il dialogo; elemento essenziale nella vita coniugale e famigliare "raccontarsi le cose". La famiglia stata da sempre, nella storia dell'umanit, il luogo dove si sono conservate le "tradizioni". Le generazioni hanno raccontato alle generazioni consuetudini, principi, amicizie, memorie. Racconti, appunto! Tutti noi, che abbiamo avuto una normale esperienza di vita di famiglia, sappiamo di quale ricchezza siamo debitori all'ambiente famigliare. Purtroppo, oggi non sappiamo pi trovare il tempo per stare insieme e soprattutto non sappiamo pi stare insieme. Sempre pi la casa diventa il luogo dove si va a dormire, magari tardi, oppure il luogo non condivisibile della propria comodit personale, spesso diventa un museo fossile delle proprie vanit o semplicemente il luogo dove hanno la residenza i propri genitori. Quando due coniugi non sanno dirsi pi niente e le generazioni non hanno pi nulla da raccontarsi, come se si interrompesse il filo della vita. Allora, a raccontare saranno i telegiornali o le cronache dei mass-media; ma essi non raccontano, essi filtrano ci che accade nel mondo e lo strumentalizzano, fanno scorrere davanti a noi l'effimero che non lascia traccia, che il mattino dopo gi vecchio e dimenticato. Si pu misurare il livello 40

umano e la qualit di una famiglia dalla libert che essa ha raggiunto di spegnere il televisore, di mettere da parte i giornali e di rinunciare alle varie evasioni serali estranee alla vita famigliare. E' vero che oggi ci sono tempi e modi nuovi di stare insieme - week-end, ferie, vacanze ma essi non possono sostituire il vivere insieme quotidiano, il normale raccontarsi la vita di ogni giorno tra le pareti domestiche. E' compito di noi cristiani recuperare la famiglia secondo il disegno di Dio, non solo nei suoi valori e nei principi che la costituiscono come istituto naturale voluto dal Creatore, ma anche come ambiente di vita, come luogo dell'amore e del dono reciproco, il luogo dove nessuno si sente solo, dove nessuno ha paura o timore, dove nessuno si sente schiavo. Ci sar questo ambiente di libert responsabile, di ottimismo, di allegria, di fiducia e di rispetto se i coniugi cristiani si ameranno profondamente, sinceramente, al di l di ogni merito e di ogni altra valutazione, se sapranno dirsi le cose con lealt, con garbo e con atteggiamento positivo che non sappia di critica o di giudizio ma di stima e di incoraggiamento; se, nel caso di inevitabili divergenze di opinione, sapranno venirsi incontro rinunciando ciascuno a qualche posizione personale o comunque alla pretesa di imporre con la forza, anche solo della voce, le proprie decisioni; e ancora se sapranno non dirsi pi "sono fatto cos, questo il mio carattere, queste le mie abitudini..."; e nei momenti di incomprensione non produrranno immediatamente la lista dei torti e delle ragioni tenuta a portata di mano e mai dimenticata. Insomma, dovranno ricordarsi gli sposi cristiani, ci che si sono detti nel giorno del matrimonio: "...ti prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel 41

dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita." Quel "sempre" significa dunque "tutti i giorni", perch l'amore non mai ovvio o scontato, ma ha bisogno di rinnovarsi e di alimentarsi ogni giorno. "Si tratta - scrive San J. Escriv - di santificare giorno per giorno la vita domestica, creando con l'affetto reciproco, un autentico ambiente di famiglia. (...). La vita famigliare, i rapporti coniugali, la cura e l'educazione dei figli, lo sforzo economico per sostenere la famiglia, darne sicurezza e migliorarne le condizioni, il tratto con gli altri componenti della comunit sociale: sono queste le situazioni umane pi comuni che gli sposi cristiani devono soprannaturalizzare".21 13 La famiglia: chiesa domestica E' cos che i focolari cristiani diventano piccole chiese domestiche dove si trasmette la fede e l'amore di Dio, dove si impara a conoscere Ges e ad innamorarsi di lui, e diventano scuola vivente di virt umane e cristiane perch trovano nell'esempio dei genitori, vissuto con naturalezza e normalit, l'insegnamento pi autentico ed efficace. Un aspetto importante di questa pedagogia della fede la preghiera comune. Oggi la mentalit laicista che ha ridotto la religiosit a un fatto puramente soggettivo, da praticare solo privatamente, ha influito pesantemente sulla pratica religiosa in famiglia e in particolare sulla preghiera in comune. Uno strano pudore di farsi vedere a pregare si diffuso tra i membri di una stessa famiglia, per cui le uniche preghiere recitate
21 San

J. Escriv, E' Ges che passa, n. 23

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pubblicamente in casa sono le "preghierine" dei bambini; poi ognuno tende a pregare per conto suo che spesso significa non pregare pi. Eppure, il Signore ha dato grande importanza alla preghiera comune: "Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che nei cieli ve la conceder perch dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro".22 Perci due genitori che si riuniscono per chiedere insieme la stessa cosa per i loro figli, se perseverano con fede, saranno sicuramente esauditi, perch Dio non pu mentire. Una famiglia unita nella preghiera pu disporre della forza di Dio. Poche cose alimentano l'unit tra i membri di una famiglia come la preghiera comune. Pensiamo alla preghiera prima dei pasti: la preghiera che forse risulta pi naturale e di facile comprensione per tutti. Gi dal punto di vista umano, condividere il cibo alla stessa tavola un fatto di notevole valore aggregante. Ci si rende conto chiaramente di partecipare tutti allo stesso dono, il dono del "pane quotidiano". Il pane ci ricorda che tutto nella vita dono e che anche ognuno di noi deve farsi dono per gli altri. La tavola simbolo di condivisione, di amicizia, di intimit, di spirito di servizio come dono di s. Per questo, essere insieme alla stessa tavola , tra i momenti della vita umana legati al tempo, quello che ha un pi forte rimando al trascendente, all'eterno. Ges stesso, quando parla della nostra comunione con lui nella vita eterna, dice: "Io preparo per voi un Regno come il Padre l'ha preparato per me, affinch mangiate e beviate
22 Mt.

18,19

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alla mia tavola nel mio regno". 23 Perci, il trovarsi a tavola insieme fonte di gioia, di consolazione, di felicit. Diviene cos spontaneo il ringraziamento a Dio che ci fa partecipi dei suoi doni e ci invita a fomentare quella condivisione fraterna che, sola, pu trasformare l'umanit intera in una famiglia. Spetta ai genitori educare al senso cristiano della tavola facendola diventare un arredo significativo dell'ambiente famigliare. E' vero che oggi l'organizzazione della vita sociale sotto la spinta dell'efficientismo produttivo ha portato, soprattutto la madre di famiglia, a stare molte ore al giorno fuori di casa, offrendo tristi surrogati alla tavola: fast-food, selfservice, snack-bar...; ed anche vero che la debolezza umana pu talvolta trasformare la tavola in una greppia o in un festino per quanti "hanno come dio il loro ventre"24; ma proprio per questo la preghiera prima dei pasti pu presentarsi come un mezzo estremamente efficace per farci recuperare il significato cos umano e cristiano della tavola, e insieme farci ritrovare il senso gioioso della famiglia. Se non altro, la preghiera prima dei pasti servir a ricordarci che non dobbiamo stare a tavola come i pagani che non conoscono Dio, potr anzi aiutarci ad elevare lo spirito mentre nutriamo il corpo, e a "mettere una piccola croce in ogni piatto" (Escriv). Ci ricorderemo cos che al nostro corpo dobbiamo dare ma anche chiedere, perch non diventi un asinello che tira calci e si ribella.

23 Lc. 20,30 24 Fil. 3,19

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14 Due ospiti deccezione in casa Altri due momenti di preghiera comune che possono fomentare l'unione in famiglia sono: una breve lettura del Vangelo e la recita del Santo Rosario. Il Vangelo, lo sappiamo, il codice della vita cristiana. Un codice non astratto e impersonale, ma vivo, incarnato nella persona e nella viva voce di Ges. Perci, leggere insieme una pagina di Vangelo come ospitare in casa Ges stesso, come se tutta la famiglia si raccogliesse intorno a lui per ascoltarlo. E' vero che la lettura del Vangelo fatta di solito personalmente, perch la conoscenza di Ges e il rapporto con Lui non possono essere che personali, ma resta vero che la lettura in comune del Vangelo, sia pure fatta ogni tanto, uno stimolo al dialogo tra genitori e figli e rimane uno dei canali pi efficaci per la trasmissione della fede tra le generazioni. E' dunque impensabile una famiglia cristiana che non tenga in casa, a portata di mano, un Vangelo. A portata di mano! Che non rimanga, cio, polveroso negli scaffali di casa. Un altro modo di "raccontarsi la fede" tra generazioni la recita del Santo Rosario. E' una delle forme di preghiera pi complete; unisce infatti la preghiera vocale alla meditazione, la semplicit alla profondit, riunisce insieme le formule di preghiera pi sante: il Padre nostro, l'Ave Maria, il Gloria. E' anche una preghiera squisitamente "dialogica"; si presta cio ad essere pregata insieme. Se leggere il Vangelo come ospitare Ges in casa, possiamo dire che pregare il Rosario come ospitare la Madonna in famiglia. In certo qual modo, raccogliersi tutti intorno a lei e farci raccontare da lei gli episodi principali della vita di Ges, 45

gli episodi di cui lei stessa stata testimone e protagonista; e da parte nostra, le rispondiamo con parole di lode e di affetto. Del resto, ci che la Madonna desidera ardentemente che noi cresciamo sempre pi nella conoscenza di Ges, suo Figlio, e che gli vogliamo bene, che gli restiamo fedeli e lo facciamo amare dagli altri. Il Rosario dunque tutto qui: un incontro, un intrattenimento filiale e affettuoso con Santa Maria, Madre di Ges e Madre nostra, che vuole farci crescere come figli, come altrettanti Ges. Questo spiega il perch la preghiera del Rosario sia cos gradita alla Madonna, l'abbia chiesta frequentemente e abbia promesso di colmare di benedizioni le famiglie dove viene recitata. Per capire il Rosario occorre farsi piccoli; i bambini sono semplici, hanno fantasia e sono affettuosi. Anche noi dobbiamo essere semplici per non scoraggiarci delle distrazioni e per non nasconderci dietro il solito pregiudizio della monotonia; dobbiamo avere fantasia per metterci anche noi negli episodi della vita di Ges raccontati nei "misteri" del Rosario; e dobbiamo essere affettuosi per saper dire alla Madonna mille volte le stesse parole belle come fanno gli innamorati.

15 Tutto compiuto Infine, l'ultima preghiera che conclude la "Liturgia delle Ore", e conclude anche l'intera giornata, la preghiera di Compieta. E' una preghiera breve, ma ricca di significati. Il nome "Compieta" infatti pi che significare conclusione di una cosa, allude alla sua compiutezza; il cristiano conclude la sua giornata 46

portandola a termine con la maggior perfezione possibile, si sforza di fare della propria giornata una cosa "compiuta". Di solito, si insiste molto sull'importanza di cominciare bene le cose: "Chi ben comincia - si dice - alla met dell'opera"; poco ricordato invece il fatto, ancora pi importante, di finire bene le cose, di portare a termine con perfezione il lavoro cominciato. Se, come abbiamo visto, il giorno la misura del tempo che ci ricorda l'arco della nostra vita, dobbiamo senz'altro dire che terminare bene la nostra giornata terrena assai pi importante che averla cominciata con buone intenzioni. Dovremmo poter terminare dicendo, come Ges: "Consummatum est!" Tutto ho portato a compimento di quello che il Padre mi ha dato da compiere: e perci: in manus tuas commendo spiritum meum! - nelle tue mani affido la mia vita. Chiudere nelle mani di Dio la nostra vita un dono immenso che dobbiamo chiedere tutti i giorni; la Chiesa lo chiama "perseveranza finale" facendo riferimento al battesimo che ha dato in noi inizio alla vita cristiana. La Grazia santificante che abbiamo ricevuto nel battesimo la veste nuziale che dobbiamo portare integra e senza macchia davanti a Dio. Ora mentre sappiamo quando termina il giorno, non sappiamo quando termina la nostra vita. Perci Ges stesso, quando nel Vangelo ci parla della perseveranza finale, ci raccomanda la vigilanza come fa il servo buono e fedele che rimane intento al suo lavoro fino all'ultimo momento, in attesa del suo padrone.25 Infatti, se concludiamo la nostra giornata terrena vicini a Dio, come amici e figli suoi,
25 Lc.

12,36

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resteremo tali per tutta l'eternit e ci sentiremo dire: Bene, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore. Ma se ci sorprende "la notte" e siamo lontani da lui, o peggio, a lui nemici, resteremo tali per sempre, e quindi perduti, in una condizione tragica e disperata, nelle "tenebre esteriori dove pianto e stridore di denti". Pu capitarci di vedere qualche persona del mondo che ha vissuto la sua vita lontano da Dio, dedita ai propri piaceri e ai propri egoismi, ed essere, negli ultimi momenti della sua vita, raggiunta dalla Grazia, salvata come si dice - per i capelli. La tentazione pu essere allora quella della ribellione come di fronte a un'ingiustizia o addirittura quella dell' invidia. Purtroppo manchiamo talmente di fede e di senso soprannaturale da giudicare come "fortuna" una vita vissuta lontano da Dio; non pensiamo invece che vivere sulla terra per quasi tutti i nostri giorni lontani da Dio gi di per s una vera disgrazia. Essere stati fedeli a Dio fin dalla nostra giovinezza e, nonostante le nostre miserie, non esserci mai allontanati da lui, una delle pi grandi "fortune" che possa capitarci, una grande grazia di Dio!

16 La preghiera della sera L'ora di Compieta, cio la preghiera della sera, ha lo scopo di farci chiudere la giornata vicino al Signore. Infatti anche le preghiere della sera hanno due momenti principali: l'esame di coscienza e l'affidamento del proprio riposo a Dio. Essi hanno il significato di santificare il tempo notturno. L'esame di coscienza una preghiera; lo si fa cio alla presenza di Dio. Non si tratta di una introspezione di s stessi e con s stessi, una 48

specie di libro dei conti che tiriamo fuori di nascosto quando siamo soli. In questo modo si cade nella tentazione di autogiudicarci e di autogiustificarci, e soprattutto si rischia l'insincerit che porta al rimorso, allo scoraggiamento, alla tristezza. San J. Escriv ci avverte: "Al momento dell'esame sta in guardia contro il demonio muto".26 Siamo muti quando non apriamo a Dio la nostra anima ma ci chiudiamo in noi stessi. Ed come mettersi al buio. Nell'esame invece, abbiamo bisogno di luce, di una luce forte, che illumini il cuore sulla reale situazione della nostra anima e in particolare sulla nostra condotta di quella giornata. Questa luce lo sguardo di Dio, nostro Padre; uno sguardo che non terrorizza, non umilia, non incute timore. E' uno sguardo che guarisce, che consola, che fortifica; che spinge all'amore: al dolore d'Amore. E cos la nostra giornata finisce tutta nelle mani di Dio con le cose buone che abbiamo fatto e che abbiamo ricevuto, rendendogli grazie di tutto e con tutto il cuore, e anche con le cose brutte che abbiamo commesso, i cedimenti, le pigrizie, le cattiverie, le inadempienze..., tutto ci che dispiaciuto a Dio, riparando con un atto d'amore il disamore della giornata. E il proposito, per il giorno dopo, di lottare con pi impegno concluder il nostro esame. Nelle nostre famiglie c' anche l'abitudine di darsi la buona notte prima di andare a letto. L'esame di coscienza darsi la buonanotte col Signore, serenamente riconciliati con lui. Solo cos santificheremo il nostro riposo, perch anche il riposo, come tutti i momenti che fanno parte della vita, va santificato, va offerto a Dio e
26 Cammino,

n. 236

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accompagnato da pensieri buoni. Nell'ora di Compieta, si legge un salmo scelto tra quelli che contengono pensieri di fiducia in Dio, di abbandono alla sua volont, e che ispirano sentimenti di pace dovuti alla certezza che Dio veglia sul nostro riposo e che gli Angeli custodiscono le nostre case. Entrare nel riposo del tempo notturno con pensieri di pace e di serenit dipende molto da come viviamo le ultime ore della nostra giornata. Se sciupiamo le ore serali in occupazioni sciocche, egoistiche o alienanti, o peggio in cose che offendono Dio o sporcano il nostro cuore, vivremo il tempo notturno con l'anima torpida e appesantita, con un fondo di tristezza e di solitudine che ha per compagni i fantasmi e le paure. Alcuni hanno l'abitudine di farsi la doccia prima di andare a letto. Il riposo vero, tonificante, la pace interiore, il cuore pulito e la coscienza luminosa di chi si addormenta nelle braccia di Dio. "Illumina, questa notte, o Signore, perch dopo un sonno tranquillo, ci risvegliamo alla luce del nuovo giorno, per camminare lieti nel tuo nome". 27 Terminata Compieta, la Chiesa suggerisce di concludere l'intera Liturgia delle Ore con un Canto alla Madonna, una Antifona mariana. Le pi conosciute sono "Alma Madre del Redentore" (Alma Redemptoris Mater), e la Salve Regina. E' del tutto naturale e molto umano addormentarsi col pensiero della madre; lei di solito a coricarsi per ultima, dopo aver fatto l'ispezione della casa per verificare che tutto sia in ordine e al sicuro, e dopo aver dato un ultimo sguardo ai figli per assicurarsi
27 Orazione,

Compieta del marted

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sulle loro condizioni. Questo pensiero conclusivo alla Madonna pu essere vissuto in molti modi: uno sguardo affettuoso alla sua immagine che certamente portiamo nella nostra camera da letto; i giovani, salutandola con l'Ave Maria, perch custodisca la loro purezza; i genitori, soprattutto la madre, invocando la benedizione di Dio sulla casa e su tutti i famigliari, seguendo - perch no? una consuetudine delle vecchie famiglie cristiane, dove ogni sera la madre aspergeva con l'acqua benedetta i figli e tutta la famiglia. La benedizione della madre ha grande peso davanti a Dio, ed fonte di grazia e di protezione. Il tempo notturno diventa cos tempo di vero riposo e di pace, sapendo che la benedizione di Dio custodisce le nostre case e che i suoi Angeli vegliano su di noi tenendo lontane le insidie del Nemico.

17 - La normalit del cristiano A questo punto pu venirci spontanea una domanda: possibile vivere la giornata in questo modo? Come si pu dare alle ore del giorno un valore e un significato cos diverso da come si presentano normalmente nella vita della gente? E anche fosse possibile, non ha, tutto questo, un sapore di forzatura, di esagerazione, per non dire di anormalit, cos da farci apparire persone strane, eccentriche, in mezzo alla massa della gente? Una vita come questa poteva andar bene in altri tempi, quando il nostro modo di vivere non era cos incalzante, cos stressante, cos intenso e la gente aveva pi tempo per fare le cose, pi "tempo per vivere"! 51

Certamente vivere in questo modo una giornata suppone una diversa visione della vita, una visione appunto "cristiana", incentrata cio su Cristo, che, essendo vero uomo e vero Dio, ci ha insegnato come possiamo vivere da figli di Dio sulla terra. E' dunque un problema di fede. La fede, dicevamo, saper vedere Dio in tutte le cose, e soprattutto la sua presenza amorosa e salvifica in noi e nelle circostanze ordinarie della nostra vita. Se dunque "viviamo di fede" e ci lasciamo guidare dalla sua luce, impareremo, a poco a poco, a condurre un dialogo continuo con Dio, e ci diventer del tutto "normale" trasformare le ore della giornata, con il loro contenuto di lavoro e di doveri, di fatica, di gioia o di contrariet, in una "Liturgia di Lode", e verr il momento in cui non ci sar pi separazione tra preghiera e lavoro, tra la dedizione anche appassionata alle cose di questo mondo - alle cose oneste - e la dedizione piena al Signore e alle cose che lo riguardano. E' certamente un traguardo non immediato; si comincia con alcune devozioni, come gradini di una scala ascendente; ma se ci convinciamo che questa la strada normale del cristiano e corrispondiamo senza stancarci alla grazia di Dio, saliremo velocemente questa scala, alla sommit della quale, come nella visione di Giacobbe, c' la contemplazione di Dio, una vita di amore e di unione con lui. Del resto, affermare che "normale" vivere le ore della giornata in questo modo come dire che siamo chiamati alla santit. Ed questo ci che Ges ci ha ricordato. Perci, nella vita cristiana la normalit non mediocrit, una "via di mezzo", che poi significa la via delle mezze virt, ma la santit. La "norma" per un cristiano la vita di Cristo e non una vita da persone 52

perbene o anche semplicemente la vita dei buoni cristiani. Certamente, se viviamo sul serio la vita di Cristo, non possiamo passare inosservati, ma nella vita di Cristo vediamo la compresenza di tutto ci che umanamente nobile e retto e amabile con la realt della sua vita divina. Ges infatti vero uomo e vero Dio, perfetto uomo e perfetto Dio; la sua vita, una e unica, fu insieme umana e divina; stata questa appunto la sua normalit. Questa deve essere anche la nostra normalit. Una normalit sempre da costruire perch in noi il disordine del peccato ha rotto quell'armonia e quella perfetta unit di vita che vediamo in Ges. Ma egli ci ha assicurato la sua grazia: "Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non pu far frutto da s stesso se non rimane nella vite, cos anche voi se non rimanete in me. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto perch senza di me non potete far nulla".28 Inoltre Egli ha pregato per noi: "Padre, non chiedo che tu li tolga dal mondo ma che tu li custodisca dal maligno". 29 Cos noi viviamo nel mondo e ci comportiamo nel lavoro, negli affari, nella vita sociale e nella famiglia, con la stessa naturalezza di tutti gli altri uomini, ma anche con la stessa naturalezza rifiutiamo comportamenti e modi di vivere incompatibili con la nostra fede; anzi, proprio in forza della nostra fede e del nostro essere figli di Dio, amiamo il mondo con tutto ci che di buono esso contiene, partecipandovi a pieno titolo e con maggior diritto degli altri, perch vogliamo - questa la nostra missione - aprire il mondo alla Redenzione di Cristo e
28 Gv. 29 Gv.

15,4 17,15

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orientarlo a Dio, alla sua gloria. Per noi cristiani la santit appunto la naturalezza che Dio ci chiede.

18 La Grande Preghiera: la S. Messa Seguendo la falsariga della Liturgia delle Ore, abbiamo descritto la giornata di un cristiano scandendola con momenti di preghiera - preghiere orarie - che, pur non essendo Liturgia in senso stretto e ufficiale del termine, tuttavia partecipano alla preghiera della Chiesa perch i cristiani che in quei momenti, in forza della loro fede, si uniscono a Cristo, sono anchessi Chiesa che prega. Ma c' una preghiera che non fa parte della Liturgia delle Ore e nemmeno pu considerarsi una "preghiera oraria" perch non legata a nessuna ora particolare del giorno, e tuttavia rappresenta il vertice di ogni preghiera, fonte e radice di tutta la liturgia della Chiesa, potremmo dire l'unica, grande, sublime "Preghiera" di tutta l'umanit: la Santa Messa. Le preghiere orarie, cos come le abbiamo descritte e che costituiscono un "piano di vita spirituale" di un cristiano, mancherebbero del loro centro e del loro fondamentale riferimento senza la Messa. Ormai non pi possibile far arrivare al cielo un solo gemito, una sola invocazione, una sola lagrima di contrizione senza passare attraverso Cristo orante sulla croce. Il sacrificio del Calvario ormai il nodo di ogni rapporto tra gli uomini e Dio. E' il nodo di tutta la vita di Cristo, cominciando dall'Incarnazione. NellIncarnazione, infatti, viene preparata la materia per il sacrificio, cio il Corpo, integro e 54

verginale, che sarebbe stato immolato sulla croce. La stessa Resurrezione non sarebbe stata possibile e non avrebbe rinnovato il mondo se Cristo non avesse meritato la vittoria sul peccato e sulla morte col sacrificio del Calvario. Possiamo comprendere questa centralit della croce ricordando le parole di Ges stesso: "Quando sar innalzato da terra, attirer tutto a me".30 I quattro bracci della croce che reggono il Sacerdote Eterno, immolato e sacrificato per volont del Padre, orientati verso le quattro parti dell'universo - "l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza, la profondit" - ci ricordano l'infinita grandezza del mistero di Cristo, la totalit della sua Redenzione, e anche ci ricordano che l, su quel legno, tutte le cose create, quelle del cielo e quelle della terra, sono state riconciliate con Dio. Ed appunto attraverso la croce di Cristo che noi cristiani dobbiamo orientare a Dio tutte le cose della terra. L'abisso di questo mistero rester sempre insondabile per la nostra mente e il nostro cuore non avr pensieri abbastanza profondi per comprenderne la bellezza e la ricchezza. Non qui il luogo per esporre tutta la dottrina teologica intorno al sacrificio della croce e alla Eucarestia, ma necessario ricordare che il sacrificio redentore di Ges Cristo, compiuto una volta per sempre sul Calvario, si fa presente sui nostri altari fino al suo ritorno glorioso alla fine del mondo attraverso il sacrificio eucaristico della Santa Messa. Il Corpo sacrificato e il Sangue versato del nostro Redentore, attraverso i segni sacramentali dell'Eucaristia, giungono

30 Gv.

12,32

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fino a noi per essere fonte e nutrimento della nostra vita cristiana, e della vita di tutta la Chiesa. Non possibile, perci, pensare alla giornata di un cristiano senza questo "centro" al quale deve riferirsi ogni momento della vita quotidiana, e che deve diventare il "cuore" del nostro rapporto con Dio. Deve "diventare" perch le cose non si fanno da sole; bisogna volerle, e perci occorre impegno, convinzione, perseveranza; in una parola, occorre fede. "Lotta per far si che il santo Sacrificio dell'altare sia il centro e la radice della tua vita interiore, in modo che tutta la giornata si trasformi in un atto di culto, - prolungamento della Messa che hai ascoltato e preparazione alla successiva - , che trabocca in giaculatorie, visite al Santissimo, nell'offerta del tuo lavoro professionale e della tua vita famigliare...".31 Sono appunto quelle varie preghiere "orarie" che abbiamo descritto, e che ricevono dalla Santa Messa il valore di culto a Dio; diventano cio la "nostra" messa che, unita a quella di Cristo, partecipa ai fini per i quali egli l'ha celebrata sul Calvario. 19 - I fini della S. Messa Il fine primario del Sacrificio della Croce l'adorazione, il riconoscimento della trascendenza di Dio e della nostra creaturalit; quel sacrificio, prima ancora di essere un atto di riparazione per i nostri peccati, un atto di culto, un atto di adorazione e quindi di obbedienza al Padre, quell'obbedienza che noi creature gli abbiamo negato. La morte di Cristo redentiva proprio perch
31 Forgia,

n. 69

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un gesto di suprema e totale obbedienza: "Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, cos anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti".32 Le preghiere del mattino come atto di obbedienza a Dio e come atto di adorazione alla sua sovranit possono essere il primo gesto di preparazione alla Messa e possono dare, fin dal primo inizio, un senso eucaristico alla nostra giornata. Il secondo fine del Sacrificio della Croce il rendimento di grazie che legato strettamente alla lode di Dio. Lodare Dio vuol dire riconoscerlo fonte di ogni bene e insieme ringraziarlo per tutti i doni che ci ha dato, soprattutto di averci colmati della sua misericordia. La Messa il pi sublime inno di lode ed il massimo rendimento di grazie alla bont di Dio, perch dalla Messa ci vengono tutti i tesori di misericordia e di grazia. Sono assai espressive le parole con le quali il sacerdote conclude la preghiera eucaristica; egli, innalzando il calice e l'ostia consacrata, dice con voce solenne: "Per Cristo, con Cristo, in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell'unit dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli". Le espressioni di lode e di ringraziamento a Dio contenute nelle preghiere del mattino e della sera, e quelle sparse lungo tutta la giornata, possono aiutarci a vivere la preparazione e il ringraziamento alla Messa estendendo all'intera giornata il valore "eucaristico", cio di ringraziamento che proprio del sacrificio di Cristo. Il terzo fine del Sacrificio del Calvario l'espiazione. Ges ha dato la sua vita in espiazione per i nostri peccati. Ottenendoci il perdono delle colpe e la
32 Rom.

5,19

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remissione della pena, egli diventato Vittima propiziatrice che ha soddisfatto per noi ogni nostro debito con Dio. Se amiamo i piccoli sacrifici della giornata: la fatica del lavoro, il peso delle contrariet, la sofferenza per il male, l'ansia per le preoccupazioni, e tanti piccoli inconvenienti del nostro vivere quotidiano, e portiamo con garbo tutto questo guardando alla Messa, comprenderemo facilmente il significato di quelle gocce d'acqua che il sacerdote, al momento di preparare le offerte, mette nel calice unendole al vino. Cos, tutto il "peso" della nostra giornata, - che da sola varrebbe ben poco, non sarebbe che poche gocce d'acqua - unito al Sangue divino del Redentore diventa Sacrificio di Cristo, diventa anch'esso espiazione per i nostri peccati e per quelli del mondo intero. Non c' modo migliore, un modo pi "cristiano", di santificare la fatica del lavoro e tutta l'attivit della nostra giornata. Da ultimo, il quarto fine del Sacrificio del Calvario l'impetrazione. Ges il Grande Intercessore per l'umanit intera. Innalzato sulla croce, sospeso tra cielo e terra, egli la Vittima "pura, santa, immacolata" che supplica il Padre e chiede per noi ogni grazia. Egli ci ha meritato innanzitutto tre doni fondamentali: il perdono dei peccati, la grazia santificante che ci fa figli di Dio, e il diritto alla gloria del cielo. Sono i doni che abbiamo ricevuto nel Battesimo, e la S. Messa ce li accresce perch nell'Eucaristia incontriamo l'autore stesso della grazia. La sua presenza sull'altare una presenza reale anche se diverso lo stato e il modo rispetto alla presenza sulla croce: lo stato quello di vittima gloriosa, il modo incruento e a modo di sostanza. Ges, salito al cielo, siede glorioso alla destra del Padre, ma la sua umanit glorificata porta i segni della passione; quindi 58

la Vittima vivente e santa che non cessa di intercedere per noi presentando al Padre le suppliche di tutta la Chiesa e di tutta l'umanit. Tale la sua presenza sull'altare. Non c' dunque preghiera che abbia la forza di penetrare nel cuore di Dio, e che abbia quindi efficacia di intercessione, come la Santa Messa. Anzi, possiamo dire che nessuna petizione di grazia pu pretendere di essere esaudita se non passa in un modo o nell'altro attraverso l'intercessione di Cristo. E' per questo che la Chiesa conclude sempre le sue petizioni: "Per Ges Cristo nostro Signore". Sono petizioni espresse dalla Chiesa nella Santa Messa, che abbracciano l'immenso panorama delle necessit del popolo cristiano e dell'umanit intera, necessit temporali e soprattutto necessit spirituali. E' antica consuetudine presso i fedeli di offrire la Santa Messa quasi esclusivamente in suffragio dei defunti. Ed giusto e doveroso ricordare le anime del Purgatorio, dal momento che grandi sono i loro patimenti e non possono fare pi nulla per s stesse, per abbreviare cio la loro purificazione. Ma limitarsi a questa sola intenzione ridurre enormemente il significato impetratorio della Messa. La Chiesa, nel messale romano, accanto ad alcune Messe per i defunti, presenta un lungo elenco di Messe per le varie necessit dei vivi, come ad esempio per le varie categorie di persone: gli infermi, i prigionieri, i profughi, i carcerati, i moribondi...; per le necessit spirituali: la conversione dei peccatori, la remissione dei peccati, per l'unit della famiglia, per chiedere la virt della carit...; in occasione di calamit naturali o per altre intenzioni, ad esempio per la pace, per l'unit dei cristiani, per la santificazione del 59

lavoro, ecc. Davvero "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono" 33, la Chiesa le sente come proprie e le porta davanti a Dio attraverso Cristo che, con il suo sacrificio sulla croce, diventato l'unico, vero, mediatore tra Dio e gli uomini. 20 Se tu conoscessi il dono di Dio Del resto, la Messa un momento di intensa comunione fraterna. Ci unisce un vincolo che non soltanto umano, di natura sociale o affettiva, ma soprannaturale: il vincolo che nel Battesimo ci ha uniti come membra dell'unico corpo di Cristo. Nella Messa siamo la Chiesa, Capo e membra, che celebra l'unico e perfetto sacrificio di Cristo. Dobbiamo allora essere uniti anche nel chiedere per le stesse intenzioni: chiediamo quello che chiede il Papa, uniti alla sua Messa, chiediamo quello che chiedono i Vescovi uniti con lui, facciamo nostre le intenzioni e le necessit dei nostri fratelli presenti e lontani; di pi, chiediamo quello che chiedono i santi nel cielo, quello che chiede la Madonna e quello che sta chiedendo Ges a gloria del Padre e per la salvezza del mondo. Il valore della Messa infinito e non dobbiamo temere di diminuirlo se offriamo la Santa Messa per le intenzioni di tutta la Chiesa e di tutto il mondo. Quello, semmai, che impedisce i frutti della Santa Messa la nostra poca fede. Fanno difetto le nostre disposizioni interiori: veniamo alla Messa in fretta, a freddo,
33 Gaudium

et Spes, n. 1

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all'ultimo momento, senza un'adeguata preparazione. Se domenica, veniamo pi per soddisfare un precetto che per amore, stiamo in chiesa passivamente, sbadatamente, con il cuore arido e con la mente piena di altri pensieri... Non parliamo qui di stati d'animo indipendenti dalla nostra volont, ma di disposizioni interiori volute e accettate passivamente, senza lottare, senza reagire. Sono duemila anni che Ges ci aspetta a questi appuntamenti che sono di grazia, di amore e di misericordia. Non possiamo lasciarci dominare dalla malavoglia o dalla pigrizia. Il Signore Ges ci viene incontro dall'eternit con le mani colme dei suoi doni e incontra invece la nostra indifferenza, la nostra ignoranza, la nostra ottusit. "Se tu conoscessi il dono di Dio!" 34 potrebbe dire Ges a tanti di noi. E' triste vedere cristiani che non amano la Messa, non la desiderano, non la cercano; spesso basta loro una piccola difficolt, un motivo banale per sentirsi dispensati. "Non ama Cristo chi non ama la Santa Messa, chi non si sforza di viverla con calma e con serenit, con devozione, con amore".35 Pu esserci di aiuto immaginare l'altare come se fosse il Calvario, e noi ai piedi della croce, con Maria, con Giovanni e con gli Angeli; e Ges che dall'alto della croce ci guarda con uno sguardo pieno di amore, di perdono, di bont; non una parola di rimprovero, non un gesto di condanna; invece tutte parole di incoraggiamento che riecheggiano quelle dell'ultima Cena: "Prendete e mangiatene tutti, questo il mio Corpo offerto in sacrificio per voi", (...) questo il calice del mio

34 Gv. 4,10 35 San J. Escriv,

E' Ges che passa, n. 92

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Sangue... versato per voi" 36, e semmai si lascia sfuggire un sospiro che un desiderio ardente: "Sitio! - Ho sete!". Il Signore ha sete di te, del tuo amore, della tua donazione, della tua corrispondenza, ha sete della tua fedelt, della tua testimonianza. Gli duole che per tanti di noi il suo sacrificio sia stato inutile e che il suo sangue prezioso sia stato sparso invano. Perci ha sete di anime, ha sete del nostro apostolato. Ecco perch tutte le persone che abbiamo incontrato e che incontreremo in quella giornata dovrebbero sentire il calore della nostra fede, dell'incontro di grazia che abbiamo avuto con Cristo. Perch un giorno il mondo diventi un altare sul quale si innalzi Cristo trafitto sulla croce per attirare tutti e tutto al suo amore, occorre che per ciascuno di noi la santa Messa diventi il "cuore" di ogni giornata, un cuore vivo, pulsante, che irrori sangue divino alla nostra anima e a tutte le nostre opere, cos da poter dire con San Paolo: Non sono pi io che vivo, ma Cristo vive in me".37 21 La Pienezza del tempo Abbiamo detto che la Santa Messa non appartiene alla Liturgia delle Ore perch la liturgia di tutte le ore; non ha orario perch, a qualsiasi ora venga celebrata, essa appartiene a tutta la giornata, perch appartiene alla vita. C' per una preghiera che, fra tutte quelle ricordate, la pi legata al tempo e appartiene a un'ora precisa, a un'ora importante della giornata, il mezzogiorno: la preghiera dellAngelus. Le ore dodici non segnano soltanto la met del tempo diurno, met giornata, ma rappresentano un
36 Santa Messa:, 37 Gal. 2,20

Preghiera eucaristica: formula della consacrazione

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vertice; sono come un apice dove culmina il tempo. Anche il sole, a mezzogiorno, al culmine del suo corso, splende alto nel cielo ed al massimo del suo splendore. In altre parole, il mezzogiorno pu significarci la "Pienezza del tempo". Questa pienezza il "mezzogiorno di Dio", il momento in cui l'Eternit tocca il tempo e lo invade; il momento dell'Incarnazione, il momento in cui il Figlio di Dio appare alto nel cielo della storia umana e la illumina tutta. Se la mezzanotte pu significarci l'Eternit fuori del tempo, quando ancora nulla aveva avuto inizio, il mezzogiorno l'Eternit nel tempo, il momento in cui Dio compie e rivela il mistero nascosto dai secoli, il mistero di Cristo. In lui tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, vengono ricapitolate, ricondotte alla loro pienezza; il momento delle Nozze fra Dio e l'umanit, fra il tempo e l'Eternit. Le parole di San Paolo ai Galati sono luminose: "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mand il suo Figlio, nato da donna,... perch ricevessimo l'adozione a figli".38 Questo mistero immenso e commovente del Figlio di Dio che, nel grembo verginale di una Donna, prende la nostra umanit povera e passibile e la unisce alla sua divinit, questo mistero la "Pienezza del tempo", e a questa Donna il cielo e la terra s'inchinano quando l'Angelo di Dio la saluta "piena di Grazia" e le annuncia che Dio l'ha scelta per essere il talamo nuziale del Verbo di Dio. LAngelus ha assunto cos il significato di una preghiera mariana, e ormai da secoli il popolo cristiano rivolge, a mezzogiorno, questo saluto angelico alla Madonna. In effetti, difficile immaginare il mistero
38 Galati,

4,4

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dell'Incarnazione senza pensare al luogo dove esso si compie, cio a Colei che ne stata strumento ineffabile, non passivo ma docile e fedelissimo nelle mani di Dio. Il vaticinio di Isaia: "Ecco, la Vergine concepir e partorir un figlio che chiamer Emanuele, Dio-connoi",39 proietta la Madonna sull'orizzonte della storia umana e vede in lei la personificazione della "pienezza del tempo". Anche per noi recitare l'Angelus di mezzogiorno, interrompendo per qualche minuto il lavoro l dove siamo: in casa, in ufficio, in viaggio, possibilmente rivolti a qualche sua immagine, mettere la Madonna nel punto centrale della nostra giornata, come se essa dovesse ricordarci il valore divino del tempo, il significato soprannaturale di ogni nostra attivit, la presenza di Cristo fatto carne nella nostra vita. Cos, sull'orologio della nostra giornata, tutte le ore sono ore di Dio, ore di grazia. Le lancette scorrono sul quadrante dell'amore senza soluzione di continuit, come il respiro, come il battito del cuore. Al centro del quadrante l'Eternit: l le lancette sono immobili, l'amore non ha pi bisogno del tempo...: un lampo abbagliante di luce nella contemplazione del volto di Dio.

LA SETTIMANA

39 Is.

7,14

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Tempo festivo - Tempo feriale

22 I luminari del cielo "Dio disse: Ci siano luci nel firmamento del cielo per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni. E Dio fece due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno, la luce minore per regolare la notte, e le stelle. 40 Dunque, sole e luna sono gli astri che Dio ha messo al servizio dell'uomo: con la loro luce illuminano il nostro pianeta, con il loro influsso intervengono nei fenomeni vitali della natura, con il loro moto ci danno la possibilit di misurare il tempo. Il sole, signore del giorno, d luce e calore ad ogni cosa. Fucina inesauribile di energia, esso presiede alla maggior parte dei fenomeni naturali che avvengono sulla terra, soprattutto al "miracolo" della vita. Il suo moto apparente intorno alla terra stato il primo moto astrale che gli uomini hanno osservato e la sua durata elementare - l'intervallo tra due passaggi successivi allo zenit - costituisce l'unit di misura pi nota e universale del tempo: il giorno. Quanto alla luna, essa ha avuto un posto singolare nelle tradizioni popolari e nelle mitologie antiche. A differenza del sole, ha sempre suscitato nell'animo umano una profonda suggestione e insieme un vago senso di timore. Forse per essere l'astro notturno, signora della
40 Gn.

1, 14 -18

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notte, forse per la sua faccia pallida e piena di mistero, forse per le sue fasi cos enigmatiche o per l'influsso misterioso da essa esercitato sui vari fenomeni della natura, la luna ha contribuito alla formazione di miti e di credenze che troviamo nel patrimonio religioso e culturale di tutti i popoli. Lo stesso San Zeno, Vescovo e patrono di Verona, nei suoi sermoni allude al continuo "risorgere della luna", e vede nel ciclo delle fasi lunari il paradigma dell'esistenza umana. In particolare, l'influsso della luna sui fenomeni della fertilit - la semina, la covatura delle uova, il trattamento del vino, l'attecchimento degli innesti, la fertilit negli animali...., ha portato a considerare la lunazione, cio la durata del moto lunare nel susseguirsi delle quattro fasi, come misura di un tempo ciclico pi ampio: il mese. Sta di fatto che il libro della Genesi vede nel sole e nella luna "segni" a servizio dell'uomo; all'uomo, infatti, essi sono serviti non solo per scandire il tempo di due unit cronologiche cicliche fondamentali: il giorno e l'anno, ma anche per scandire il ritmo della vita. Tuttavia il testo biblico afferma con forza e senza equivoci che il sole, la luna e gli astri sono creature di Dio, creature limitate e deboli; non sono affatto divinit e non hanno nulla a che vedere con presunte forze cosmiche che presiedano alla vita e alla vicenda degli uomini. Queste affermazioni dell'antico testo biblico hanno un valore polemico nei confronti delle religioni semitiche che esasperavano le forze puramente naturali possedute dai corpi celesti, i quali, come sorgenti di energia, esercitano un influsso - ancor oggi non pienamente conosciuto - sulla natura; ma esse sono attuali anche ai nostri giorni, pur vivendo noi nell'epoca della scienza, perch la pratica dell'occultismo, della 66

magia e delle arti divinatorie hanno oggi un rigurgito inquietante, soprattutto presso molte sette pseudoreligiose e stravaganti. Tutte le pratiche occulte, esoteriche, astrologiche sono pura superstizione, spesso legata a ignoranza, a debole intelligenza e scarsa formazione, sempre a mancanza di fede. Negli uomini d'oggi, l dove manca la fede prospera la superstizione, e la stessa scienza non regge a lungo di fronte al mistero dell'inconoscibile che sempre permane nelle creature e nel cosmo. La Bibbia afferma che tutto nel cosmo a servizio dell'uomo e l'uomo non rimane asservito al cosmo, come vorrebbero le teorie astrologiche; egli invece l'unica creatura che, portando in s l'immagine di Dio, rimane nello spirito autonoma e trascendente, custodita e guidata dalla Provvidenza divina. E vero tuttavia che i cicli naturali che misurano il tempo - le ore del giorno, i mesi dellanno - rivestono un significato cultuale e liturgico che possono alludere al rapporto delluomo con Dio e collegarsi alla stessa vita spirituale di noi cristiani, come abbiamo visto per la Liturgia delle Ore; qui, in questo capitolo, vogliamo ora fermare la nostra attenzione su unaltra unit cronologica che non appartiene strettamente a cicli naturali come il giorno e lanno, e tuttavia riveste notevole importanza nella vita personale e sociale: il ciclo di sette giorni che prende appunto il nome di settimana. Abbiamo gi detto che essa non un ciclo cronologico legato alla natura, anche se in qualche modo potrebbe collegarsi alle quattro fasi lunari ognuna delle quali dura infatti circa sette giorni; invece un'unit cronologica indipendente, collegata ad aspetti della vita civile e religiosa, in particolare alla festa. 67

23 La festa La festa corrisponde a una dimensione specifica dell'animo umano: la dimensione "celebrativa"; appartiene perci alla cultura di ogni popolo. E' legata a una divisione qualitativa del tempo: tempo festivo e tempo ordinario, divisione che pu avere un andamento ciclico oppure occasionale, essendo la festa una "celebrazione" di avvenimenti che appartengono alla vita dell'uomo e a libere espressioni della sua attivit spirituale. Si celebrano nascite, morti, matrimoni, incoronazioni di re o di autorit, vittorie militari o sportive ecc. Ma c' anche una festivit ciclica legata al tempo naturale, cosmico o biologico: le semine, i raccolti, le cacce, il ritorno delle stagioni... Questa festivit naturale, raggiunge talvolta forme popolari e rituali degenerate, con manifestazioni disordinate: esplosioni collettive, eccessi agonistici accompagnati da violenza ludica, festini, baccanali e danze orgiastiche, riti profani e altre manifestazioni intemperanti; tuttavia essa assolve ad una funzione liberatoria e diversiva; esprime infatti il bisogno di libert, il desiderio di ritrovare s stessi e il rapporto autentico con la natura, nonch il dialogo interpersonale con gli altri cos da riscoprire la vera dimensione della socialit. Ma il significato pi profondo della festa lo troviamo nella celebrazione di valori che ricordano all'uomo la sua trascendenza; la festa vera ha rapporto con la divinit ed esprime il legame del tempo con l'eternit. Nelle varie civilt e in quasi tutte le religioni 68

questo rapporto tempo-eternit stato risolto nel dualistico tempo sacro-tempo profano come ritmi della vita individuale e sociale, ritmi che si susseguono ciclicamente e in contrapposizione tra di loro. Il tempo sacro era tempo festivo, anche se le manifestazioni erano spesso "profane", mentre il tempo profano era il tempo ordinario, tempo della fatica, dell'attivit produttiva, delle occupazioni ordinarie. Il vero ricupero della festa nel suo significato umano e nel suo contenuto religioso l'ha operato il cristianesimo. Gi nell'ebraismo la festa aveva un valore strettamente religioso; non solo le grandi feste annuali: Pasqua, Pentecoste, la Festa delle Capanne e quelle pi strettamente cultuali, quali il Kippur e la Dedicazione, ma lo stesso Sabato, il settimo giorno, faceva riferimento al Dio dell'Alleanza, al Dio che aveva "scelto", eletto, Israele come suo popolo. E tuttavia da giorno della libert, una libert finalizzata a celebrare la liberazione operata da Dio per il suo popolo, - era essenziale nel sabato la lettura, nella Sinagoga, della Legge e dei Profeti per ricordare le grandi opere di Dio - il sabato divenne una "schiavit", un riposo che non era pi cultuale, ma fine a s stesso e ignorava il cuore stesso del culto: la misericordia. Perci Ges, che pure osservava il sabato, ha dovuto sopportare l'ostilit dei Farisei e dei sacerdoti per ridare al sabato il suo significato di Festa della Salvezza. Perci operava le guarigioni in giorno di sabato, per "proclamare ai prigionieri la liberazione, e ai ciechi la vista, per mettere in libert gli oppressi e predicare un "anno di grazia" del Signore".41
41 Lc.

4,19

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Del resto, proprio il sabato l'unica festa inclusa nei Comandamenti, e concretamente nel Terzo Comandamento che, con i primi due, riguarda Dio, riguarda quindi la religiosit umana e la sua espressione nel culto. Il sabato era anche l'unica festa che si poteva celebrare fuori del Tempio; per cui il sabato l'unica festa attualmente rimasta di tutto l'impianto cultuale ebraico. Tutto questo servito a Ges per far crollare la distinzione dualistica di tempo sacro e tempo profano: "Credimi, donna - dir alla Samaritana - giunto il momento in cui n su questo monte (il Garizim) n in Gerusalemme adorerete il Padre (...) perch i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verit". 42 Ges abolisce cos due categorie che non erano nelle intenzioni di Dio: infatti tutto ci che Dio ha creato santo. E' questa appunto la categoria che Ges intende ripristinare: la santit. E' la categoria dei veri adoratori del Padre, di coloro che lo adorano "in spirito e verit". Questo non significa che Ges abolisce il tempio e il culto; al contrario, come vedremo, l'uomo ha bisogno del tempio e del culto. Ges venuto a proclamare che tutta la vita dell'uomo dev'essere santa: la vita di lavoro, la vita di famiglia, l'attivit sociale e pubblica... Nei luoghi dove si svolge la vita di ogni giorno, l il cristiano deve saper incontrare Dio. Quello che spesso accade che l'uomo immerso nel suo lavoro, nei suoi affari terreni, nella sua attivit pubblica o nei suoi interessi personali si dimentica di Dio e del suo rapporto con lui. Perci il Signore ha voluto il settimo giorno, e lo ha inserito nei suoi Comandamenti. E lo ha inserito proprio cos, con l'espressione: Ricordati!...
42 Gv.

4,21

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Ricordati che sei creatura di Dio e la natura il dono che egli ti ha affidato; ricordati che sei libero e non devi farti schiavo delle cose; ricordati che non sei solo e devi farti dono per gli altri; ricordati che Dio ti ha riconciliato col sangue prezioso del suo Figlio e devi proclamare nel perdono la sua misericordia; ricordati che sei "nuova creatura" e Cristo risorto vuole, con te, ricondurre al Padre tutte le cose; insomma, ricordati che sei figlio di Dio e il tempo della tua vita ti dato per conoscere, amare e servire Lui, con cuore grato e fedele. La "festa" tutto questo e, in un certo senso, si identifica con la persona di Cristo: Ges la vera Festa dell'umanit. In Lui tutti i valori dell'uomo, della natura, della societ umana, tutti i valori di grazia e di redenzione contenuti in quel: "Ricordati di santificare il giorno del Signore" vengono ricuperati, riproposti e celebrati. Tutto il valore della creazione viene da Cristo assunto e inserito nei "tempi nuovi" che egli ha inaugurato, i tempi dello "Sposo", che invita alla sua festa di nozze tutta l'umanit. 24 Tempo sacro e tempo profano Cos la festa si presenta come il luogo dei "fini" e il tempo feriale come luogo dei "mezzi": il lavoro, lo studio, la legge, la fatica, il dolore ecc. Senza la festa l'uomo non sa pi perch lavora, perch soffre, perch soggetto alla legge e perch deve impegnarsi; senza la festa i mezzi rischiano di diventare un fine: si lavora per il successo, per il guadagno, per la carriera... si lavora per il lavoro. La festa ricupera il valore e il significato della vita "feriale" e dei mezzi che essa comporta. 71

Ma d'altra parte la ferialit impedisce che la festa divida l'uomo, lo chiuda in uno spazio "sacro" dove l'uomo si rifugia e dal quale l'uomo esorcizzi il profano. E' l'antica tentazione dualistica di contrapporre il sacro al profano, di vedere incompatibilit tra la festa e il lavoro. E' una contrapposizione che poi finisce per escludere o l'uno o l'altra. Nel mondo antico si tendeva ad eliminare il lavoro "sacralizzandolo", collegandolo a qualche divinit, perch si vedeva il lavoro come una condanna, espressione del male. Il mondo moderno, che a differenza del mondo pagano ateo o areligioso, tende invece ad eliminare la festa. La rivoluzione francese aveva trasformato l'intero calendario in tempo profano, con giorni e mesi totalmente feriali, e con struttura e nomenclatura prive di qualsiasi riferimento religioso; tutto era pensato sulla vita feriale, con un giorno di riposo per ogni decade lavorativa. Ma anche la societ attuale, considerando il lavoro necessit e finalizzandolo alla produzione, ha ridotto la festa a "tempo libero", che in realt significa tempo vuoto col problema di trovare i riempitivi che diano l'illusione della festa, se non altro "consumando" quanto si prodotto nei giorni feriali. Ne venuta fuori una parodia della festa, con i suoi contenuti di evasione, di stordimento, di tifo, di varie droghe, compresi l'alcool e il sesso. La festa ci ricorda che il lavoro, pur non essendo il fine dell'uomo, tuttavia un grande privilegio concesso dal Creatore alla creatura; nel lavoro e con il lavoro che l'uomo chiamato a partecipare alla creazione. Dio, infatti, pose l'uomo nell'Eden - sulla terra - ut operaretur, perch lavorasse, ma lo cre "a sua immagine e somiglianza" perch potesse conoscere Lui, amare Lui, e 72

realizzare in Lui il suo fine. Ritroveremo questo riferimento quando mediteremo sul significato biblico del settimo giorno. I sei giorni della creazione sono il "tempo di lavoro" di Dio. Dio compiendo l'opera grandiosa e splendida della creazione manifesta le sue perfezioni e la sua gloria; nel settimo giorno Dio si ferma e "riposa". E' un riposo "contemplativo: Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona".43 Sappiamo infatti che Dio opera sempre. Ai Giudei che gli rimproveravano di non rispettare il sabato, Ges rispose: "Il Padre mio opera sempre e anch'io opero".44 Dio non cessa di creare perch continua a partecipare l'essere e l'agire a tutte le creature, e a governarle con la sua provvidenza. Il riposo contemplativo di Dio ha dunque un valore esemplare per l'uomo. E' l'uomo che ha bisogno di "fermarsi", di lasciare il lavoro, cio il tempo feriale, per contemplare ci che Dio ha fatto, per immergersi nel tempo festivo, cio nella gloria di Dio, e dare al tempo la dimensione dell'eternit. 25 Le dimensioni della festa La festa dunque un ritrovarsi davanti a Dio; considerare le sue perfezioni, ascoltare la sua voce. Egli attraverso le creature ci parla e si rivela; la festa cercare e incontrare il volto di Dio per adorarlo. Cos la festa ci fa ricuperare le "proporzioni"; ci ricorda il posto e la condizione delle creature davanti al loro creatore, il posto
43 Gn. 44 Gv.

1, 31 5, 17

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dell'uomo davanti a Dio e davanti agli altri uomini. Lo sguardo dell'anima ritrova cos le distanze reali, la prospettiva giusta e si apre all'ossequio verso Dio, all'adorazione, al "santo timore". E il cuore si riempie di stupore e di meraviglia. La festa appunto il tempo della fruizione; il lavoro esprime il dominio sulle creature, le utilizza, anche le strumentalizza; la festa gioisce di ogni cosa, percepisce le creature come dono, le "contempla" per goderne la bellezza, la magnificenza, la sovrabbondanza. La festa perci essenzialmente legata alla gioia. Non c' festa se non c' gioia e non c' gioia se non si riesce a vedere il volto di Dio. La festa il tempo della libert; libert dalle cose, libert dai "doveri". Il lavoro crea legami, crea i rapporti di dipendenza: il servitore e il suo padrone, l'operaio e il datore di lavoro, l'impiegato e il direttore..., e crea rapporti di necessit: le necessit della vita, delle prestazioni, dei servizi... Il lavoro rimunerato dal salario, perci il tempo feriale regolato dalla giustizia; la festa gratuit, il tempo del "non-dovuto", governata dall'amore. La festa tempo della libert, non del tempo libero; il tempo libero una situazione esteriore, la libert una dimensione dello spirito e solo questa permette la fruizione di s stessi, della propria persona e del proprio tempo. La festa annulla le distanze sociali; il tempo della vera uguaglianza. Tutti ugualmente commensali al tavolo di Dio: il creato, e soprattutto tutti commensali intorno al tavolo di Cristo, alla mensa dell'altare, dove a tutti vengono offerti il Pane e la Parola. Nella festa nessuno debitore e insieme tutti siamo debitori gli uni degli altri, debitori di stima, di onore, di gratitudine. La 74

festa affranca dalla servit; ogni uomo padrone, dispone pienamente di s stesso, del suo tempo, dei suoi talenti; il giorno in cui l'uomo felice di essere uomo. La festa tutta e solo dono, dono che si riceve da Dio e dai fratelli. La festa quindi non si compra; non esiste denaro n appoggio di potenti che possano procurarcela. Si pu orchestrare la fenomenologia della festa, si possono al limite sponsorizzare le manifestazioni esteriori: giochi, premi, sagre e altri divertimenti legati a tradizioni popolari, ma la festa un'altra cosa e non abita l; la festa viene dal cuore, quando pulito, luminoso, nella pace. Che si possa comprare la festa uno degli inganni della nostra cultura secolarizzata ed tipico della societ dei consumi. Il consumismo la negazione della festa. L'uomo consumista ha il cuore vuoto e vuole riempirlo dall'esterno con le cose, con i prodotti effimeri e bugiardi dell'edonismo. Comprare la festa sinonimo ed frutto di superstizione. L'uomo areligioso o miscredente della nostra epoca cade nella magia pi primitiva quando ha la pretesa di captare la festa con gli amuleti del consumismo. La festa ha invece una dimensione comunitaria. Non si pu far festa da soli perch la festa "partecipazione". Si pu far festa "in solitudine", con la sola presenza di s stessi, se il cuore aperto all'amore, al dono, alla contemplazione. Ma normalmente si fa festa "in compagnia", con presenze che esprimano partecipazione, condivisione di un bene che di tutti e per tutti; la festa non propriet esclusiva di nessuno, non un bene privato per alcuni privilegiati. La festa un bene che pi viene condiviso e pi cresce; la 75

partecipazione di molti fa diventare la festa pi grande, pi intensa e pi fastosa. La festa un canto dell'anima, un canto che conosce l'assolo ma che normalmente si esprime in un coro a pi voci, in una polifonia a tutto campo, senza limiti di voci, di strumenti, di temi e di melodie. E' un canto che pu coinvolgere popoli interi. Nel Cielo la festa "moltitudine": "Dopo ci udii come una voce potente di una folla immensa (...) simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano: "alleluia!".45 In cielo infatti la gioia di uno gioia di tutti e la gioia di tutti inonda il cuore di ciascuno. Il cielo tutto e solo festa, la Grande Festa, perch sono finiti i giorni della fatica, i giorni del sudore e della necessit, e "Dio, che ha terso le lagrime dai loro occhi, sar tutto in tutti". Qui sulla terra la festa non mai compiuta n completa. Conosce i limiti e le vicissitudini dell'animo umano: le lagrime si mescolano al sorriso, la gioia al dolore e si fondono insieme la fatica e il riposo, l'odio e l'amore, la morte e la vita. Qui sulla terra la festa porta il peso della nostra condizione umana. 26 Il nemico della festa Da tutto questo facile capire che il vero nemico della festa non il lavoro, non la fatica, non neppure il dolore: la liturgia della Chiesa celebra la Festa della Croce! Il vero nemico della festa il peccato perch ci occulta il volto di Dio, ci separa dai fratelli, ci impedisce la fruizione del creato e di ogni altro dono
45 Ap.

19,6

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di Dio. Il peccato ha introdotto la "ferialit" nel lavoro, la fatica nel dovere, il dolore nella maternit, la schiavit nel rapporto fra gli uomini. "La Festa finita" pu essere un titolo del dramma consumato nell'Eden dai nostri progenitori. Il peccato, infatti, ha sostituito alla felicit il piacere, alla pace la paura, alla verit la menzogna, al dialogo la contesa, all'amore l'egoismo. La festa, che pur rimasta una dimensione dell'animo umano, ha imboccato cos le strade della solitudine, dello stordimento, della noia, della nudit. Col peccato entrata nel mondo la contraffazione della gioia festiva, la sua antitesi: la tristezza. La gente pu cantare, ballare, divertirsi senza che per questo ci sia festa. Quanto vuoto, quanta insoddisfazione e tristezza contrassegnano il tramonto di tante giornate "festive"! Ma il nemico della festa non soltanto il peccato dei "cattivi", il peccato palese, trasgressivo, ma anche il peccato dei "buoni"; un nemico subdolo, silenzioso, ma ugualmente paludato di tristezza antifestiva: la tiepidezza, la mediocrit consapevole e voluta nella vita spirituale. Il peccato della tiepidezza ha il nome con s: il vocabolario la definisce come "atteggiamento che denota poco amore e poco entusiasmo". Pi che un peccato esplicito perci uno "stato" dell'anima, uno stato paragonabile a una malattia debilitante, che toglie slancio e vitalit alla vita cristiana. Il tiepido porta un'anima grigia, pigra e indifferente, che ha perso interesse alle cose di Dio e si limita a non trasgredire gravemente i suoi Comandamenti. I Comandamenti stessi sono sentiti come un peso al quale si vorrebbe volentieri sottrarsi. Questo stato dell'anima tiepida si esprime tuttavia in molti, piccoli, sintomi che ne fanno una malattia ad ampio 77

spettro. "Sei tiepido se fai pigramente e di malavoglia le cose che si riferiscono al Signore; se vai cercando con calcolo e con furbizia il modo di diminuire i tuoi doveri; se non pensi che a te stesso e alle tue comodit; se le tue conversazioni sono oziose e vane; se non aborrisci il peccato veniale; se agisci per motivi umani".46 Questi ed altri sintomi, tutti all'insegna del compromesso in favore della comodit e della vanit, rivelano una situazione interiore di piatta "ferialit", dove va spegnendosi ogni ideale di santit, ogni slancio di generosit, ogni moto d'amore verso Dio e il prossimo. Cos il tiepido riduce tutto alla legge e trasforma anche la festa in un obbligo, dimenticando lo spirito del terzo Comandamento che l'unico a non usare la terminologia ingiuntiva propria della legge. Dice infatti: "Ricordati" di santificare la festa; proprio perch la festa non si pu imporre, non si pu comandare, come non si pu comandare la gioia, l'amore, il dono di s. Per il tiepido anche la Messa domenicale un "dare", quasi un pedaggio da pagare, anzich un "ricevere". Cos, la conseguenza di questa opaca ferialit la tristezza, l'incapacit di fare festa, di vivere la gioia. Perci, San Tommaso d'Aquino definisce la tiepidezza: "Una specie di tristezza che rende l'uomo tardo a compiere gli esercizi dello spirito per lo sforzo che essi comportano".47 Un cristiano che si trovi in queste condizioni ha bisogno di un forte intervento di Dio, gli occorre una sorta di elettroshock della grazia che lo aiuti a reagire, a scuotersi dal torpore e dall'accidia e ad accostarsi a Colui che venuto a portare il fuoco sulla
46San Escriv, Cammino, n. 331 47 S. Tommaso, Summa theologica

II II q.35 a.3

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terra, e che solo pu riscaldare il cuore e dire alla volont: Alzati e cammina. Gli occorre perci l'umilt della preghiera, della penitenza, del sacramento della Confessione, che in questo caso diventa per davvero il sacramento della gioia, una celebrazione di festa.

27 La settimana Ci siamo soffermati sulla festa perch l'antichissima e universale distinzione tra tempo festivo e tempo feriale ha ricevuto nella nostra cultura occidentale una configurazione stabile e ben definita nel ciclo settimanale, ciclo che la piet cristiana, ispirata dalla Liturgia della Chiesa, ha poi collegato con alcune devozioni che ricordano il mistero di Cristo. La settimana, abbiamo detto, non strettamente legata a fenomeni ciclici della natura, ma fa riferimento, da una parte ad aspetti della vita civile: il lavoro, il commercio, le pubbliche attivit e, dall'altra, a manifestazioni della vita religiosa: celebrazioni, ricorrenze, riti cultuali, ecc. La durata settimanale di sette giorni la dobbiamo ai Babilonesi - i Greci e gli Egiziani contavano per decadi - probabilmente per un qualche significato nefasto attribuito al numero sette e ai suoi multipli, oppure in riferimento ai sette corpi celesti da essi conosciuti. Ma saranno i Romani, che pure non conoscevano la settimana e chiamavano i giorni col nome generico di feria, a collegare i giorni della settimana all'influsso dei pianeti e in definitiva alla protezione degli di, cominciando dal "dies Saturni" (il sabato), dies Solis, (domenica), dies Lunae (luned), dies Martis (marted), dies Mercurii (mercoled), dies Jovis (gioved), 79

dies Veneris (Venerd); nomenclatura che rimasta fino ai nostri giorni. Presso gli Ebrei, la settimana acquista un significato strettamente religioso, biblico. Ricorda i sei giorni della creazione - il "lavoro" di Dio - mentre il settimo iorno ricorda il "riposo" di Dio; quindi il giorno da dedicare al culto di Dio perch il "suo" giorno. Ma sar soprattutto la Chiesa a dare un senso totalmente nuovo alla settimana, a partire proprio dal primo giorno, il giorno dopo il sabato, che diventa il giorno solenne, il giorno del Signore e perci "la Festa" per eccellenza, "Festa primordiale", che trasfigura tutti gli altri giorni, tutto il tempo feriale. Esso infatti, non pi un tempo profano e nemmeno un tempo sacro, semplicemente tempo divino, anzi umano e divino insieme, tempo di Dio e tempo dell'uomo come l'ha inaugurato Cristo, vero Dio e vero uomo. Con Ges infatti, la festa non pi l'ultimo giorno della settimana, il settimo, il giorno del "riposo", ma diventa il primo giorno della settimana che d significato e valore nuovi a tutti gli altri giorni. Cos i giorni feriali vengono santificati dal primo giorno della settimana e pur restando giorni di lavoro cessano di essere "tempo feriale", sono diventati "tempo da santificare.La nomenclatura astrale dei giorni della settimana rester nel calendario civile, la Chiesa invece per eliminare ogni contaminazione col paganesimo continuer a indicare i giorni settimanali col nome generico di feria numerandoli con numerazione romana dalla feria seconda alla feria sesta, cui seguir il Sabato. Infatti la feria prima, il dies Solis, diventer ben presto "la primizia" di tutti i giorni, il Giorno del Signore, il giorno fatto da lui e per lui. 80

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LADOMENICA

28 Il Giorno del Signore

La liturgia della Chiesa, per indicare la domenica, utilizza l'espressione del Salmo 117: "Questo il giorno che ha fatto il Signore", e la utilizza in due sensi: primo, la domenica il giorno che ricorda e celebra le grandi opere fatte dal Signore, le meraviglie da lui compiute; secondo, il giorno che il Signore ha fatto per noi; quel giorno cio un regalo, un dono di Dio per gli uomini. La domenica il Giorno del Signore proprio perch in esso Dio ha compiuto le sue grandi opere a favore dell'uomo. Innanzitutto l'opera della creazione. Infatti, cos comincia il primo libro della Bibbia: "In principio Dio cre il cielo e la terra"; fu il primo giorno, il giorno della creazione. In esso ha avuto inizio il tempo e tutto ci che esiste. Fu come l'esplosione dell'eternit, il big-bang della potenza di Dio, che ha dato origine a tutte le cose. Nessun uomo, nessuna mente o fantasia di creatura potranno mai ricostruire quel primo istante di tutto l'universo. Ci che precede il primo giorno la lunga notte del nulla delle cose, l'infinito silenzio di Dio che tutto abbracciava, perch ogni essere ha le sue radici nell'eternit di Dio, nella sua sapienza e nella sua potenza 82

che sono senza tempo. Perci la domenica, il primo e insieme l'ottavo giorno del Signore, il "giorno dell'eternit". Tutto questo si addice anche all'altra opera compiuta da Dio: la Risurrezione di Ges. Anch'essa un "segreto" di Dio, custodito nel silenzio della sua onnipotenza che per ogni mente creata come una notte inaccessibile, impenetrabile. Nessuno ha potuto essere testimone di questa esplosione del Risorto, di questo nuovo big-bang della potenza di Dio. Il terremoto che accompagn la Risurrezione mise in fuga le guardie che rimasero terrorizzate, stordite, perch nessuna mente umana pu cogliere l'istante in cui il Verbo eterno rinnova la sua Umanit sepolta nella morte e la ri-crea nella gloria facendola entrare nella condizione definitiva, immortale ed eterna. La Risurrezione di Ges come una seconda creazione o, come si esprime San Paolo, la creazione rinnovata. La Risurrezione di Cristo rinnova l'umanit: la riconcilia con il Padre, la libera dal peccato e dalla condanna, la riveste di immortalit e di gloria. Cristo risorto anticipa la nostra condizione futura, quando saremo con lui e come lui nella domenica senza tempo. Anche la domenica della Risurrezione dunque il primo e insieme l'ottavo giorno della settimana; tutti e due portano "il sigillo del Signore" (Sant'Agostino). Infatti, "mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Ges, si ferm in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!" E dopo aver mostrato loro le mani e il costato rinnov il saluto: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Detto questo alit su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati 83

saranno rimessi, a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi".48 La pace, la remissione dei peccati, l'effusione dello Spirito Santo: sono il frutto della Pasqua e insieme i segni della creazione rinnovata. Questa effusione dello Spirito Santo riguardava soprattutto i singoli apostoli che ricevevano cos il potere di rimettere i peccati, ma preludeva alla grande effusione dello Spirito nella domenica di Pentecoste. In quel giorno la discesa dello Spirito Santo avviene su tutta la Chiesa con destinazione a tutti i popoli della terra. "Manda il tuo Spirito, o Signore, e rinnoverai la faccia della terra". E' questa l'altra grande opera di Dio ricordata e celebrata nella domenica. Nasce in quel giorno la Chiesa e in essa il genere umano potr trovare la sua unit; lo Spirito Santo compir il prodigio di riunire tutte le razze, le lingue e le nazioni della terra in un unico popolo, il nuovo Popolo di Dio, con una sola fede, un solo battesimo, un solo Maestro e un solo Padre. La creazione, che si ronnover nella risurrezione finale, viene preparata dallo Spirito Santo per il giorno della glorificazione alla fine dei tempi. Allora, l'ottavo giorno sar l'unico giorno dell'universo e dell'umanit intera, il solo e l'unico giorno senza fine e senza tramonto. 29 La Liturgia domenicale Sono queste, dunque, le grandi "opere" di Dio, che fanno della domenica "il Giorno del Signore", il giorno fatto per la Festa, per la celebrazione delle "Meraviglie" di Dio. "Celebrate con me il Signore,
48 Gv.

20,22

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perch buono, perch eterna la sua misericordia". 49 Celebrare: non semplicemente ricordare, commemorare, immaginare un passato che non esiste pi. Si "celebra" una realt presente, attuale, che viva adesso. La creazione sotto i nostri occhi e si sta facendo continuamente; la Redenzione, realizzata in Cristo morto e risorto, attuale oggi, perch Ges vivo e continua ad offrirsi al Padre per noi; lo Spirito Santo, principio vitale della Chiesa, continua ad effondersi nelle anime, purificando, illuminando, santificando. Le "opere di Dio" compiute nel tempo non sono limitate dal tempo, ma lo pervadono interamente con la loro presenza e la loro efficacia. Cristo di ieri, di oggi, dei secoli. Questa convinzione dovrebbe essere ben presente e viva nell'animo di ogni cristiano quando si reca in chiesa per celebrare il giorno del Signore. Molti cristiani assistono alla liturgia domenicale come spettatori passivi; stanno ad osservare con curiosit scontata un cerimoniale gi noto e rimangono interiormente estranei come se la cosa non li riguardasse; tutt'al pi stanno ad aspettare che finisca. Non pensano che si stanno compiendo davanti a loro e per loro le grandi "Meraviglie di Dio". Il cuore della domenica la liturgia eucaristica. La celebrazione dell'Eucarestia un fatto trinitario e riassume tutto ci che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno compiuto per la salvezza del mondo, salvezza che l sull'altare viene offerta a ciascuno di noi. Per questo la Chiesa fin dai primissimi tempi ha visto la santificazione del Giorno del Signore indissolubilmente legata alla celebrazione dell'Eucaristia, cos da farne un obbligo grave per ogni cristiano. Non c' domenica, non
49 Salmo

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c' vera festa cristiana, se manca l'Eucaristia. Il cristiano che senza un motivo proporzionato non partecipa con la fede dovuta alla liturgia eucaristica domenicale, non solo esclude s stesso dai doni di salvezza che Dio ci offre, ma anche fa violenza al significato stesso del tempo; per lui, infatti, la domenica non pi il "Giorno del Signore", il giorno di festa che lo unisce agli altri fratelli nella fede, ma soltanto un giorno di riposo, tempo libero, tempo di divertimento o altro, in ogni caso tempo "mondano". E anche quando fosse fisicamente impedito, il cristiano sa che pu unirsi spiritualmente alla Chiesa che, sparsa nel mondo intero, celebra il mistero di Cristo, e pu dedicare qualche minuto alla lettura meditata della Parola di Dio e partecipare in spirito e col desiderio al sacrificio dell'altare.

30 Il Giorno della Chiesa La domenica infatti, anche il "Giorno della Chiesa"; non solo perch la Chiesa nata ed stata rivelata al mondo nel giorno della Pentecoste, ma anche perch proprio celebrando la domenica essa si scopre comunit di credenti, Popolo di Dio adunato nel nome di Cristo intorno alla mensa della Parola e del Pane. Gi il fatto di riunirsi da varie parti, fedeli di tutte le et, di tutte le condizioni, di tutti i ceti, in un unico luogo per un'unica celebrazione, esprime visibilmente il significato del termine con cui viene designato il popolo dei credenti: Chiesa (Ecclesia), cio assemblea dei "chiamati". 86

Il cristiano per vocazione un chiamato: chiamato ad aderire a Cristo mediante la fede, chiamato a formare il nuovo popolo di Dio gerarchicamente costituito, ed chiamato alla Vita Eterna, ad entrare nella comunione con Dio per sempre. Tutti questi aspetti vocazionali della vita cristiana sono presenti e visibilmente significati nella celebrazione liturgica domenicale. E' la fede, infatti, che ci muove verso la casa di Dio e ci riunisce tutti, dapprima intorno all'ambone per ascoltare la Parola di Dio, e poi intorno all'altare per partecipare al sacrificio di Cristo nei segni sacramentali del Pane e del Vino. Esiste un rapporto reciproco tra Vangelo e fede: il Vangelo, come ogni Parola di Dio, suscita in noi la fede, la ravviva e la rafforza; la fede, poi, ci aiuta a comprendere sempre pi la Parola di Dio e ci fa aderire a Cristo sempre pi consapevolmente. La risposta alla Parola di Dio appunto la professione di fede, che l'assemblea liturgica proclama con il Credo. Il Credo esprime il contenuto della nostra fede, che la fede della Chiesa, la fede degli Apostoli. Racconta San Luca50 che la prima comunit cristiana di Gerusalemme era fraternamente unita nell'ascolto dell'insegnamento degli Apostoli, nella "frazione del Pane" e nella preghiera. Da allora fino alla fine dei tempi la Chiesa, popolo di Dio, si edifica e si ritrova sul fondamento della fede degli Apostoli, sulla Eucaristia, e sulla comune preghiera, che possiamo riassumere nella preghiera "domenicale": il Padre nostro. Recitare il Credo accettare la fede della Chiesa, partecipare alla fede di tutti i credenti che furono, che sono e che
50 cfr.

Atti, 2, 42

87

aderiranno a Cristo nei secoli. Quando diciamo: "Io credo..." non intendiamo una fede soggettiva, su misura delle nostre personali convinzioni, quel "Io credo..." significa: Io credo ci che la Chiesa crede, ci che gli Apostoli ci hanno insegnato. Perci la recita del Credo come risposta alla Parola di Dio un momento di intensa ecclesialit.

31 La fraternit cristiana "Giorno della Chiesa", la domenica ci fa sentire pi fratelli e facilita il nostro reciproco rapporto di credenti. Un momento di intensa fraternit ci viene offerto innanzitutto dalla liturgia domenicale. L, davanti all'altare, cadono tutte le barriere, svanisce tutto ci che pu diventare motivo di separazione: il colore della pelle, la lingua, il censo, la professione, l'appartenenza sociale; l, davanti a Cristo che ci parla e che si dona, ognuno di noi si scopre fratello del proprio vicino, il quale non appare pi straniero o semplicemente compagno, collega, concittadino, tanto meno un rivale o un nemico, ma figlio dell'unico e comune Padre del cielo, discepolo del solo e unico maestro, Ges. La fraternit cristiana non dunque qualcosa di vago, di sentimentale, di altruistico, o qualcosa che si possa confondere con la solidariet. La solidariet, oggi tanto invocata e proclamata, esprime un legame fondato sull'altruismo e sulla partecipazione, legame che regola soprattutto il rapporto tra gruppi: gruppi sociali, gruppi di categoria, cittadini o famiglie di un quartiere, di una citt, fino ai popoli e alle nazioni sparse nei vari continenti; una solidariet che unisce i gruppi intorno a necessit 88

gravi, di particolare emergenza, o intorno a interessi comuni che pongono problemi non superabili senza il concorso di tutti. Di solidariet si sente oggi impellente bisogno, dato il divario ormai insostenibile tra le varie parti del mondo e tra i diversi gruppi sociali all'interno di una stessa comunit. Iniziative che diffondano e alimentino lo spirito di solidariet sono, oggi, uno dei mezzi pi urgenti ed efficaci per rendere pi umano il mondo del nostro tempo, per combattere le ingiustizie, le violenze, le guerre, e per garantire nel mondo il dono inestimabile della pace. Ma la fraternit cristiana di altra natura e ha un diverso fondamento. Nasce dal battesimo e stabilisce tra noi un legame essenzialmente soprannaturale che esige la fede. E' anche pi impegnativa da praticare perch esige umilt, distacco, rinnegamento di s stessi; partecipazione all'amore con cui Cristo ci ama. La fraternit va alla persona come tale e nella persona vede l'immagine di Dio e il volto di Cristo. La fede, infatti, ci ricorda che nel battesimo siamo diventati membra di Cristo, del suo Corpo Mistico, e perci membra gli uni degli altri, uniti da un legame che non nasce dalla natura ma opera dello Spirito Santo. La fraternit cristiana ha dunque il suo fondamento in Cristo che diventato, nell'Incarnazione e con la sua morte sulla croce, il "primogenito tra molti fratelli". Solo in questa luce anche le situazioni, i bisogni e le necessit delle persone sono viste nella giusta prospettiva e rivelano tutto il peso vincolante della loro motivazione. Tutto questo diventa quasi tangibile nella celebrazione eucaristica domenicale. L'unico termine usato dalla Liturgia nel rivolgersi ai fedeli : fratelli; ogni altra categoria di rapporti ignorata; il legame che 89

ci tiene uniti passa attraverso Ges e ci fa partecipi all'unica fede in Lui, all'unico pane e all'unico calice del suo sacrificio. Accade invece che, una volta usciti dalla chiesa, questo legame sembra venir meno; quasi fatalmente prendono il sopravvento i legami di natura puramente umana, legami sociali, legami affettivi, compresi i loro contrari che ci dividono, ci rendono ancora una volta estranei o semplicemente dei "vicini"; e dobbiamo ricorrere alla solidariet. Dicevamo che la fraternit cristiana di natura soprannaturale ed esige la fede; ora pu essere proprio questo, la nostra poca fede, il motivo per cui non riusciamo a ricordarci della fraternit cristiana nei giorni feriali. Se non altro, questa la riprova di quanto manchi di unit la nostra vita di cristiani. A volte abbiamo l'impressione di essere una persona in chiesa e un'altra persona nel lavoro, in famiglia, negli ambienti sociali, come se la fede e la vita andassero ciascuna per conto proprio. Sta di fatto che la fraternit cristiana non spontanea; richiede lotta e impegno interiore, esercizio quotidiano di virt di cui Cristo si fatto modello ed esempio. Soltanto da lui possiamo imparare ad amare e a lui dobbiamo chiedere di saper amare. La domenica diventa cos il giorno adatto alle opere di fraternit: visita ai genitori lontani, alle persone sole, agli ammalati, assistenza agli orfani e alle persone in difficolt, e tanti altri gesti di amore fraterno che hanno nella celebrazione eucaristica la loro vera e profonda motivazione. 32 Il giorno del riposo 90

Abbiamo visto che la domenica anche il giorno del riposo. Anticamente si intendeva il riposo come astensione dai lavori manuali, i lavori pesanti o di fatica, quelli riservati agli schiavi e detti appunto "servili". In realt il significato biblico di riposo pi ampio ed collegato al culto di Dio. Il riposo coincide infatti con il Giorno del Signore, con la festa. Ci significa che il riposo la condizione ultima e definitiva dell'uomo, appartiene allo stato della beatitudine. Come dire che il lavoro appartiene al tempo, il riposo all'eternit. Quando Dio crea l'uomo, lo introduce nell'Eden nel tempo - ut operaretur, col comando di lavorare. Il lavoro diventa il modo proprio dell'uomo di partecipare alla creazione. Ma Dio nella creazione rimane immutabile, non consuma energie, non ha bisogno di riposo; egli opera incessantemente perch continuamente interviene nella creazione, ma non conosce stanchezze, non ha bisogno di rifocillarsi. "Dio eterno il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica n si stanca...".51 L'uomo invece vive nel tempo e opera nel tempo, conosce quindi le vicissitudini del tempo. L'uomo un essere faticabile. Come collaboratore di Dio nella creazione, l'uomo deve lavorare intensamente, positivamente e gioiosamente, ma come creatura limitata e faticabile l'uomo deve avere l'umilt del riposo, del ricupero di energie, del ricominciare accettando i ritmi del tempo. In questo senso il riposo fa parte del lavoro ed altrettanto doveroso quanto il lavoro, e in certo qual modo deve essere proporzionato al lavoro. La pretesa dell'infaticabilit un peccato di superbia, il rifiuto della creaturalit, la presunzione di essere come Dio.
51 Is.

40,26

91

Nel compiere il suo lavoro l'uomo deve modellarsi sul lavoro di Dio: dovr quindi lavorare qualunque sia l'attivit svolta - con intenti positivi e costruttivi, intensamente, con rettitudine e nobilt d'animo; similmente anche nel riposo l'uomo dovr ispirarsi al riposo di Dio. Leggiamo nella Bibbia che, portata a termine la creazione, "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona".52 Abbiamo visto che il riposo di Dio un riposo contemplativo. In verit, Egli non ha bisogno di contemplare quello che ha fatto, siamo noi che abbiamo bisogno di contemplare le opere di Dio per renderGli gloria. Per noi, dunque, il riposo domenicale non significa semplicemente interruzione del lavoro, ma implica anche un "distacco" dal lavoro. In altre parole abbiamo bisogno di prendere le distanze dal nostro lavoro per vederlo nella prospettiva della gloria di Dio e per togliere da noi ogni atteggiamento egoistico che sappia di attaccamento interessato. L'uomo capace di brutalizzare il suo lavoro piegandolo al proprio interesse egoistico, all'oppressione e all'ingiustizia; allo stesso modo pu profanare il suo riposo distogliendolo dalla contemplazione per consumarlo nella evasione. 33 Riposo e vita famigliare L'uomo anche un essere relazionale: appartiene ad una famiglia e ad una societ, con doveri e diritti che sono essenziali alla sua vita personale. Perci il riposo domenicale ha un significato anche sociale; esso ci
52 Gn.

1, 31

92

permette di ricuperare nella loro integrit originale quei rapporti naturali contrassegnati dalla gratuit e dall'amore, interrompendo i rapporti gerarchici, spesso artificiali, creati dall'uomo e contrassegnati dalla necessit e dalla legge. Durante il lavoro un padre di famiglia non appartiene totalmente ai figli, non fruibile pienamente nella sua paternit; la sua attivit professionale, pur importante e necessaria, lo toglie in maniera pi o meno rilevante all'ambiente famigliare, sia in termini di tempo che di energie e di partecipazione. Lo stesso avviene per la madre, che anche sposa, e per i figli. Nella domenica la famiglia deve ritrovare s stessa pienamente; i genitori devono essere totalmente per i figli, fruibili in tutta la loro dimensione di paternit e di maternit; la moglie deve ritrovare s stessa nella pienezza della sua femminilit e del suo ruolo, e fruire pienamente della sua famiglia. Proprio la donna maggiormente esposta ad essere derubata del riposo domenicale; facilmente la domenica pu diventare un giorno di riposo per tutti eccetto che per la donna. Perci anche i lavori domestici devono essere ridotti al minimo e su di essi devono prevalere le persone. Spesso il lavoro si frappone tra le persone e crea tra loro distanze; il riposo serve a togliere barriere e a permettere alle persone di incontrarsi nella gratuit, nella libert del dialogo, nella totale disponibilit reciproca, perch tutto lo spazio sia lasciato ai legami e agli affetti familiari, all'attivit dello spirito, alla partecipazione agli atti di culto. Perci contrastano col riposo domenicale la vana dissipazione, il divertimento stupido o peggio immorale, l'ozio neghittoso ed egoistico. Anche sul piano 93

fisiologico e psicologico il riposo consiste spesso nel cambiare di attivit, nel passare ad una attivit meno impegnativa che pu essere manuale o spirituale, sociale o artistica, personale o collettiva, ma sempre espressione di valori umani autentici e promozionali della persona. Ora, la dissipazione non riposo e nemmeno lavoro, un macinare a vuoto energie con progressivo impoverimento interiore; cos il divertimento disordinato e malsano, non n riposo n lavoro, spreco di energie, stordimento da evasione che finisce in un'inutile fatica; e neanche l'ozio neghittoso riposo e tanto meno lavoro: chiudersi nella propria accidia tradire la festa, negarsi al dono e alla fraternit. In queste situazioni il riposo domenicale anzich riunire la famiglia, la disperde, disunisce i suoi membri e li isola, finisce tutt'al pi col creare incontri fittizi, rapporti che mancano di autenticit e sincerit, e che spesso finiscono nell'inganno reciproco e in una squallida complicit. Cos, il riposo festivo si chiude nel vuoto sterile di una giornata senza valori, lasciandoci pi soli e pi poveri, spesso pi affaticati e insoddisfatti. 34 Riposo ed eternit Abbiamo visto il significato umano del riposo come interruzione del lavoro per ricuperare energie fisiche e psichiche, e soprattutto per assicurare spazio a certi valori fondamentali della vita personale, famigliare e sociale. Abbiamo visto anche il significato biblico del riposo come ricupero della contemplazione onde fare memoria e celebrare le grandi opere di Dio, nel culto a Lui dovuto. Ma il significato biblico del riposo va ancora oltre e in Cristo raggiunge un significato ancora pi alto, pi 94

soprannaturale. Il riposo di Dio non interruzione del lavoro, ma conseguenza dell'aver portato a termine il lavoro. "Cos furono portati a compimento il cielo e la terra (...) Allora Dio nel settimo giorno port a termine il lavoro che aveva fatto e cess nel settimo giorno da ogni suo lavoro".53 Anche Ges, prima di morire, con forte grido esclam: "Tutto compiuto!" E chinato il capo, spir.54 Nel testo greco l'espressione "chinare il capo" resa con il verbo klinen che indica l'atto di riposare nel sonno dopo la fatica. La morte di Cristo il "riposo" del Figlio di Dio che "tutto ha compiuto", ha portato a compimento il lavoro che il Padre gli aveva affidato: la Redenzione del mondo. Questo riposo non finisce nel sepolcro perch la morte di Cristo sorgente di vita - la Croce l'Albero della Vita - e perci si apre sulla risurrezione e sulla glorificazione alla destra del Padre. E' questo appunto il vero riposo: la destra del Padre, il Cielo; riposo che presuppone l'aver portato a compimento il lavoro, il compito o la missione che Dio ha affidato. Dio vuole portare a compimento in tutto e in tutti il suo misterioso e misericordioso disegno di salvezza. E' la condizione perch ogni cosa "entri nel suo riposo". Non tutti infatti vi entrano; coloro che induriscono il loro cuore e non camminano nelle vie del Signore "non entreranno nel luogo del (suo) riposo".55 Questo riposo in Dio - il Cielo - il riposo dell'ottavo giorno, significato e anticipato nel riposo domenicale. Tra il riposo del primo giorno, la
53 Gn.

2, 1

54 Gv. 19, 30 55 Salmo 95, 11

95

domenica, e il riposo dell'ottavo giorno, l'eternit, c' in mezzo la settimana della storia umana dove il lavoro di Dio e il lavoro delluomo si intrecciano, dove cio la libert delluomo perennemente interpellata dal progetto di Dio, un progetto che deve compiersi in ogni uomo e poi sull'intera umanit, finch non sia completato il "numero degli eletti". E' un grande mistero questo della corresponsabilit dell'uomo col disegno di Dio: dipende da noi che si affretti o si allontani il giorno del riposo; dipende dal modo con cui rispondiamo al lavoro di Dio, alla sua grazia, che maturino "i tempi e i momenti" che il Padre ha riservato a s, che, cio, finiscano i "tempi della fatica" e della prova e giunga il momento in cui "tutto compiuto", il momento in cui il libro, nel quale vengono scritti i nomi di tutti gli eletti, sia giunto alla sua ultima pagina. Allora ogni cosa entrer nel riposo di Dio, nella partecipazione e nella contemplazione della sua gloria.

Il riposo domenicale deve aiutare il cristiano a guardare alla settimana come al luogo dove si attua la sua vocazione, quella di collaborare al lavoro di Dio, quella di mettere la propria libert a servizio dei fratelli, del loro bene temporale finalizzato al loro bene eterno, alla loro salvezza. I giorni "feriali" nella settimana del cristiano sono i giorni della "fatica di Dio", che vuole salvare gli uomini contando sulla loro libert, sono i giorni della "fatica di Cristo" che, avendo riconciliato con il Padre tutte le cose mediante la Croce, la offre a noi come luogo del suo riposo: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorer. Prendete su di voi il mio giogo (...) il mio giogo infatti dolce e il mio carico leggero e 96

troverete riposo per le vostre anime".56 Se la domenica il giorno in cui cantiamo il "Gloria a Dio ", e l'ottavo giorno il giorno del "Te Deum laudamus", i giorni feriali della settimana sono i giorni del Padre nostro. L'impegno di collaborare col disegno di Dio per la salvezza del mondo, che cos' se non un modo concreto di dire al Padre che "sia santificato il suo nome, che venga il suo regno e che si compia la sua volont qui sulla terra con la perfezione e la compiutezza con cui si compie nel cielo? Recitare il Padre nostro con la vita, corrispondendo ogni giorno al disegno di Dio e alla sua grazia far camminare l'umanit verso la "terra promessa", verso il luogo del riposo, quando completato il numero degli eletti, Dio sar tutto in tutti e terger ogni lagrima dai loro occhi; non ci sar pi la morte, n lutto, n lamento, n affanno, perch le cose di prima sono passate.57 Allora non ci sar pi distinzione tra "lavoro e riposo" perch il nostro riposo sar la beatitudine e il nostro lavoro sar cantare senza fine la lode di Dio, di colui che tutte le creature del cielo e della terra proclameranno tre volte Santo, per sempre.

56 Mt.11,28-29 57 Ap. 21,4

97

L U N E D I

35 La devozione Ci siamo fermati a lungo sul valore e sul significato della domenica perch la liturgia della Chiesa, fin dagli inizi e facendo eco al terzo comandamento, ha dato al primo giorno della settimana un'importanza primaria e fondamentale. Gli altri giorni della settimana si continu ad indicarli e a numerarli col nome generico di ferie. Ma lungo i secoli la piet cristiana andata collegando i sei giorni della settimana con particolari devozioni quasi volesse soppiantare i riferimenti astrali o idolatrici che essi avevano nel mondo pagano. L'influsso maggiore sul ciclo settimanale l'ha esercitato da principio la Settimana Santa, soprattutto con il Triduo pasquale che orientava la piet dei fedeli verso i Misteri della Passione del Signore, includendo nel Triduo anche il mercoled (giorno del tradimento di Giuda), giorno di penitenza e di digiuno. Ma l'impulso decisivo venne dalla riforma liturgica adottata da Carlo Magno, nel sec. VIII; egli inser nel Sacramentario (antico messale) sette formulari di messe votive per i giorni della settimana, formulari elaborati probabilmente dal monaco benedettino irlandese Alcuino. Successivamente vennero aggiunti altri formulari, variamente utilizzati; essi finirono per associare ad ogni giorno della settimana 98

alcune devozioni che si prestavano ad alimentare la piet e a dare concretezza alla devozione. Ma che cosa intendiamo per devozione? In uno dei suoi significati pi comuni, essa indica un rapporto particolarmente profondo e vivo con una persona: un rapporto che implica rispetto e venerazione. Si parla cos di devozione verso i genitori, verso persone costituite in autorit, ma soprattutto si parla di devozione verso Dio, verso Ges Cristo e le persone a lui vicine, in particolare verso la Vergine e i Santi. La devozione coinvolge soprattutto i sentimenti dell'animo, muove il cuore; fatta perci di fiducia, di affetto, di affidamento alla persona che oggetto di devozione. Si stabilisce una sorta di "simpatia", cio di intesa affettiva e di comunanza di sentimenti tra la persona devota e il santo, simpatia che si esprime in atti di devozione come la venerazione delle immagini, il culto delle reliquie, la celebrazione della festa, offerte votive di fiori, di ceri, di cose personali care o preziose, pellegrinaggi, ecc. Quando poi la devozione si dirige alle Persone divine, allora essa si esprime in sentimenti di adorazione, di lode, di ringraziamento. La componente affettiva, che spesso viene intensamente coinvolta, pu esporre la devozione al pericolo di varie deformazioni, quali il sentimentalismo superficiale e puramente emotivo, forme strane di pratiche devozionali che sfiorano la superstizione, maniere goffe e affettate di religiosit che prendono l'aspetto del bigottismo. Tutto questo rende antipatica la devozione e rischia di allontanare molte anime "normali" dalla fede. Invece occorre, appunto, normalit. La normalit nelle devozioni presenta due elementi essenziali: la semplicit e l'autenticit. La semplicit riguarda 99

l'atteggiamento e le disposizioni interiori della persona devota. Essere semplici non facile, specialmente nelle persone adulte; in esse prevale l'aspetto "sociale" nelle relazioni con le persone, mentre la semplicit caratterizzata dall'aspetto "famigliare" nel rapporto con gli altri. In famiglia non ci sono le complicazioni, le forzature, le coperture che spesso prevalgono nella vita sociale. Per capire e vivere le devozioni - la devozione a Ges Cristo, alla Madonna, ai Santi - occorre ritrovare la dimensione famigliare del nostro rapporto con Dio, occorre, se necessario, farci piccoli, semplici come bambini; occorre la "piet". Intendiamo qui la piet vera, nel suo significato cristiano pi autentico e profondo, quello che corrisponde al dono dello Spirito Santo, il dono, appunto, della Piet. E' il dono che ci d il senso gustoso e gioioso della nostra filiazione divina, della dimensione appunto famigliare e filiale del nostro rapporto con Dio. Farci piccoli e saper tornare semplici come bambini una vera conversione alla quale Ges stesso ci chiama. Certamente nell'adulto questa semplicit di bambini deve irrobustirsi con una solida piet dottrinale che tiene la devozione, soprattutto se intensa e fervorosa, solidamente ancorata alle verit della fede. "Piet di bambini e dottrina di sicuri teologi" era solito dire San J. Escriv,58 ed come dire che alla semplicit deve andare unita l'autenticit. E' questo l'altro elemento della vera devozione e riguarda il contenuto delle devozioni. Deve essere un contenuto dottrinalmente sicuro, approvato dalla Chiesa, che ha almeno

58 San

J. Escriv, E' Ges che passa, n. 10

100

implicitamente il suo riscontro nella Liturgia. Una piet liturgica ha gi in s una garanzia di autenticit. E proprio con l'occhio rivolto alla Liturgia della Chiesa possiamo ora vedere le devozioni che la piet cristiana ha collegato con i singoli giorni della settimana.

36 Devozione alla Santissima Trinit La "feria seconda" della settimana era per i Romani il giorno della Luna, il Luned. Nella piet cristiana and formandosi la tradizione di dedicare il luned a due devozioni: la devozione alla Santissima Trinit e la devozione alle Anime del Purgatorio. Sembrano devozioni molto lontane tra loro, in realt fanno ambedue riferimento alla Liturgia domenicale. Abbiamo visto, infatti, che la domenica il Giorno del Signore, delle sue "opere", ed il giorno della Chiesa. Ora, la nostra anima, quando mossa dalla fede e dall'amore, sente il bisogno di passare dalla celebrazione delle opere di Dio alla contemplazione del mistero stesso di Dio, Uno e Trino, e di vivere un rapporto pi profondo con le singole Persone divine. Nel messale romano la prima delle messe votive appunto quella dedicata al mistero della Santissima Trinit. E' il mistero che racchiude tutta la nostra fede e fonda l'essenza stessa della vita cristiana. Infatti anche il mistero di Cristo discende dal mistero trinitario, tanto che San Giovanni ha potuto scrivere che tutto il vissuto della fede cristiana sta nel rapporto intimo conversatio - con il Padre, con il Figlio nello Spirito Santo. La vita cristiana dunque "vita trinitaria", e noi, 101

senza la rivelazione di questo mistero, mai avremmo potuto conoscere Dio veramente e con pienezza. Dio amore, e l'amore "effusivo", ha bisogno cio di manifestarsi e di comunicarsi. E quanto pi l'amore grande e profondo, tanto pi tende ad effondersi e a donarsi in ci che di pi personale e di pi intimo esso possiede. Ora, essendo puro e solo Amore, Dio non pu che rivelare s stesso, la sua intimit pi profonda. La Trinit appunto "l'intimit di Dio", l'abisso abbagliante della sua vita intima, che vita tripersonale. La Trinit costituisce dunque ci che pi proprio di Dio, esclusivo e costitutivo del suo Essere divino. Nessuno avrebbe potuto conoscere questo mistero se Dio non lo avesse rivelato; perci il mistero qualificante ed esclusivo della fede cristiana. In ogni altra religione l'unit di Dio rimane qualcosa di vago e astratto, tanto che la divinit stessa resta cos lontana da perdere quasi ogni legame con il mondo e con gli uomini. Oppure si arriva a considerare le perfezioni divine come altrettanti dei, che spesso degenerano in forme umane con i limiti e le debolezze proprie degli uomini. D'altra parte, il politeismo delle religioni, frantumando l'unit di Dio, ne falsa profondamente il concetto e la natura, e ne corrompe il culto. La stessa Trimurti induista non che una forma di politeismo che, in mezzo a una innumerevole moltitudine di divinit minori, ricorda solo numericamente la Trinit ma non contiene alcuna analogia col grande mistero della nostra fede. D'altro lato, il monoteismo islamico, pur affermando un unico Dio, personale e trascendente, giusto e rimuneratore, considera la divinit come 102

qualcosa di monolitico, che incombe sull'uomo, lasciando ben poco spazio alla sua libert e vincolandolo con un rapporto prevalentemente esteriore, legale e cultuale. Oltre al mistero trinitario, l'Islamismo ignora completamente il mistero della grazia; non riconosce in Ges il Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto per noi, il quale ha ottenuto che gli uomini vivessero un rapporto con Dio totalmente nuovo e gratuito, quello di figli. Anche il codice della religiosit islamica - il Corano viene applicato come legge sociale e ordinamento politico, mentre il culto assorbe gran parte della morale. In realt, il Dio rivelatosi in Ges Padre, Figlio e Spirito Santo, e si rivelato come il Signore di tutti i popoli della terra e insieme come Redentore di ogni uomo. Ci tornano alla mente nel loro significato pi profondo le parole di Ges alla Samaritana: "Credimi, o donna, giunto il momento (ed questo) in cui n su questo monte (il Garizim), n in Gerusalemme adorerete il Padre...".59 In senso allegorico la Samaritana come la personificazione dell'umanit e i vari mariti che la donna ha avuto possono significare allegoricamente i vari di che l'umanit ha adorato e servito. Ma ora Ges si seduto al pozzo della nostra sete, sete di verit, la sete bruciante che divora il cuore degli uomini. Gli rispose la donna: So che deve venire il Messia; quando egli verr, ci annunzier ogni cosa. Le disse Ges: "Sono io, che ti parlo". Ges dunque non un semplice uomo che pu avere avuto delle rivelazioni divine, il Figlio di Dio, l'inviato del Padre; in Lui Dio si aperto all'uomo, ha spalancato le profondit del suo essere divino, l'infinito
59 Gv.

4,21

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mistero della sua vita intima. Cristo ha rivelato Dio all'uomo e, attraverso Cristo, l'uomo pu entrare nella "intimit di Dio". Come la Samaritana, anche l'umanit pu dire di Cristo: Ecco Colui che mi ha detto tutto quello che ho fatto, tutti i mariti che ho avuto, tutte le false divinit che ho adorato.

37 La Trinit: dono damore Dio Amore. La rivelazione che Egli ha fatto della sua vita trinitaria, della sua "intimit", una solenne conferma di questa commovente verit. Succede cos anche nel comportamento umano. Quando una persona ci manifesta il suo mondo interiore, la parte pi intima di s stessa, compie un gesto di grande fiducia e di stima verso di noi. Noi stessi, quando ci confidiamo e apriamo la nostra intimit ad un altro, sentiamo di fare una cosa molto delicata e importante. E' come se facessimo dono di noi stessi, come se affidassimo ad altri ci che siamo, ci che abbiamo di pi personale e prezioso. Ebbene, nel manifestarci la sua intimit, la sua vita trinitaria, Dio ha voluto compiere verso di noi il pi grande gesto d'amore. Dio infatti non si limitato a farci conoscere il mistero del suo essere tripersonale, ce ne ha fatto dono realmente, ci ha introdotti a partecipare alla sua intimit. Cos il Padre ha voluto che la sua paternit nella quale genera eternamente il Figlio, si estendesse anche a noi, e ci ha fatti "figli adottivi"; il Figlio, pur essendo di natura divina, non consider un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogli s stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umili s stesso 104

facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce 60 e diventando cos "figlio dell'uomo" si fatto nostro fratello primogenito; infine, lo Spirito Santo che "inabita" nel Padre e nel Figlio come loro Amore, volle estendere la sua inabitazione in noi effondendosi nei nostri cuori, diventando "l'ospite dolce" della nostra anima. Dio, che cosa poteva fare di pi per noi? A pensarci bene, c' da impazzire di felicit, di commozione, di gratitudine; e c' anche da coprirci di vergogna per la nostra indifferenza, ignoranza e ingratitudine. Solo in cielo avremo l'esperienza diretta di questo Abisso di luce e di gloria, di questo Oceano senza sponde, quando immersi totalmente nel mistero trinitario, contempleremo le singole Persone divine nelle relazioni ineffabili che le distinguono e insieme nella infinita unit della loro unica natura divina. 38 Linabitazione della S.ma Trinit nellanima Abbiamo detto che la vita cristiana vita trinitaria, l'intimit col Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo. Perci la devozione alla Santissima Trinit non una semplice devozione ma l'essenza stessa della vita cristiana. Il fondamento di questa devozione sta appunto in quella verit consolantissima che esprime l'amore infinito di Dio per noi: l'inabitazione delle tre Persone divine nella nostra anima in grazia. Ges afferma esplicitamente che se uno lo ama e fa la volont del Padre verremo a lui e prenderemo dimora presso di
60 Fil.

2,6 - 8

105

lui.61 Sappiamo poi che nel Battesimo Dio ha santificato la nostra anima e ci ha fatti diventare tempio della sua inabitazione. Ma la devozione alla Santissima Trinit, oltre che una diretta conseguenza della inabitazione divina anche la caratteristica che esprime lo sviluppo autentico della vita battesimale. Possiamo dire che il tratto intimo con le singole Persone della Santissima Trinit rappresenta il vertice pi alto della piet cristiana. "Il cuore sente il bisogno, allora, di distinguere le Persone divine e di adorarle a una a una. In un certo senso, questa scoperta che l'anima fa nella vita soprannaturale simile a quella di un infante che apre gli occhi all'esistenza. L'anima si intrattiene amorosamente con il Padre, con il Figlio, con lo Spirito Santo; e si sottomette agevolmente all'attivit del Paraclito vivificante, che ci viene dato senza nostro merito: i doni e le virt soprannaturali!". 62 L'inabitazione della Trinit nella nostra anima ci porta a rientrare in noi stessi, a scendere profondamente nell'intimo della nostra coscienza e ad aprirci totalmente a Colui che l'unico, vero, interlocutore del cuore umano e che, secondo l'espressione di Sant'Agostino, intimior intimo meo"63, cio presente al mio essere pi intimamente di quanto non sia presente io a me stesso. Questo non significa che la devozione alla Santissima Trinit sia intimistica, una sorta di ripiegamento su noi stessi o di chiusura nel nostro io. Tutt'altro! Il rapporto con le tre Persone Divine, quando vissuto con piet autentica e sincera, ci porta invece fuori
61 Gv.

14,23 di Dio, n. 306

62 San J. Escriv, Amici 63 Confessioni, 3,6,11

106

dal nostro isolamento egoistico e dalla nostra mediocrit. Avvertiamo che Dio prende la nostra anima e le fa sentire che Egli "in altis habitat" - abita le altezze, le altezze vertiginose della santit assoluta, davanti alla quale la nostra anima si sente infinitamente piccola e impotente, e le viene spontaneo il grido di Pietro sul lago di Tiberiade: Iube me venire ad te! Signore, comandamelo tu di venire fino a te! Cos l'anima si rivolge innanzitutto al Padre, lo invoca e gli chiede di salire fino al suo cuore: ad cor tuum, dives in misericordia, fino a te, o Padre mio, fino al tuo cuore paterno, ricco di misericordia! Pensando allora alla caratteristica che identifica la prima Persona, la paternit, ci torna alla memoria la figura commovente del Padre buono nella parabola evangelica di Luca, quel padre che non ha cessato un solo giorno di scrutare l'orizzonte in attesa del figlio che l'aveva abbandonato, quel padre che, scorgendo la figura barcollante del figlio, ridotto da una vita disordinata e dalla sua stupidit ad un rudere irriconoscibile, "quand'era ancora lontano, gli corse incontro commosso, gli si gett al collo e lo baci".64 E ci immaginiamo la forza di quelle braccia immense che avvolgono, come per nasconderla, la miseria e le ferite del figlio ritrovato, la tenerezza di quell'abbraccio interminabile, il calore di quelle lagrime che rigavano la polvere su quel povero corpo sfinito per l'inedia e la fatica, che si sforzava di mormorare: "Non sono pi tuo figlio!". Un figlio perduto e ritrovato, un figlio tornato a vivere sul petto di suo padre, dal quale uscivano, come esplosioni di misericordia, i battiti di un cuore capace solo di amare. E ripetutamente gli diciamo:
64 Lc.

15,20

107

"Padre mio, fammi salire fino a te, fino al tuo cuore ricco di misericordia!" La nostra anima si rivolge poi al Figlio, perch la strada che porta alla casa paterna, alle braccia del Padre ricco di misericordia, non l'hanno tracciata gli uomini, non l'abbiamo aperta noi con la nostra volont umana, l'ha tracciata con le sue orme insanguinate il Figlio di Dio fatto uomo, Ges, seconda Persona della Santissima Trinit. Egli, facendoci partecipi della sua filiazione divina, che la caratteristica che lo identifica, si fatto per noi strada e cammino di salvezza: Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me... Io sono la Via, la Verit, la Vita.65 Cos, la strada del nostro ritorno l'ha scavata la croce sulla Carne del Figlio dell'uomo, dove l'Amore ha aperto brecce ormai per sempre spalancate sull'oceano della misericordia divina. L trova rifugio la nostra debolezza, l ricevono sollievo le nostre ferite, di l passa la nostra fatica di peccatori che vogliono dimenticare le ghiande contese ai porci. E la nostra invocazione: "Comandami, Signore, di venire fino a te!" diventa allora un grido umile e forte all'Umanit crocifissa di Cristo: "Intra tua vulnera absconde me!, dentro le tue ferite nascondimi, o Signore!" "Dentro le tue ferite! ...Incomincia cos la nostra divina avventura che ci porta a "scoprire" a una a una le piaghe aperte di Cristo crocifisso. La piaga delle mani, quelle mani che tanto hanno operato sulla nostra umanit smarrita e dolente: la mano destra, che ha accarezzato bambini, che ha risanato infermi, sollevato peccatori e si posata dolcemente sul capo di Giovanni; la mano
65 Gv.

14,6

108

sinistra, cos forte nel cacciare demoni, cos decisa nel vibrare la frusta contro i venditori del tempio, cos tremante di tristezza nell'offrire il boccone al traditore svelato; e poi le ferite dei piedi, quei piedi che tanto hanno camminato sulle strade degli uomini in fuga dalla casa paterna, i piedi che si sono impolverati, affaticati e feriti sui sentieri del Tabor, sulle pietre della via dolorosa, i piedi che lagrime di pentimento hanno lavato, che baci ardenti hanno coperto d'amore, che olio di nardo prezioso ha impregnato di devozione; i piedi di Dio, che hanno lasciato sulla terra orme divine per i piedi degli uomini, per i piedi di quanti vogliono seguirlo per annunciare nel mondo il suo amore e la sua pace. "Dentro le tue piaghe nascondimi!"... E' un modo efficace per entrare nella vita di Cristo e percorrere il cammino del pentimento, della purificazione, della conversione che porta alla casa paterna. "Ti sei "messo" nella Piaga santissima della mano destra del tuo Signore, e mi hai domandato: "Se una sola ferita di Cristo lava, risana, acquieta, fortifica e infiamma e innamora, che mai faranno le cinque Piaghe aperte sul legno della Croce?".66 Fra quelle cinque piaghe, la grande ferita che porta all'intimit con Dio, ad incontrare la misericordia del Padre e la grazia dello Spirito Santo, la ferita del costato: Uno dei soldati gli colp il costato con la lancia... - il testo latino dice "aperuit", gli apr; non la lancia ma l'amore ha spalancato il Cuore del Figlio di Dio - Da quella piaga si aperto l'Oceano ed traboccato sul mondo: "...e subito ne usc sangue ed acqua".67 Il
66 San Escriv, 67 Gv. 19,34

Cammino, n. 555

109

sangue, le ultime gocce di sangue: esse esprimono il sacrificio totale di Cristo, il quale avendo amato i suoi, li am sino alla fine, e l'acqua: essa indica il dono dello Spirito Santo; perci il sangue e l'acqua alludono alla Eucaristia e al Battesimo, i sacramenti che edificano la Chiesa. E' lei la Sposa, senza ruga e senza macchia, nata dal fianco di Cristo crocifisso. A questa Piaga, breccia immensa e dolcissima del Cuore di Cristo ormai spalancato per sempre sull'Oceano della misericordia, a questa Piaga alludeva Ges quando disse: Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sar salvo; entrer e uscir e trover pascoli (...) Sono venuto infatti perch abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.68 A tutto questo vogliamo pensare quando guardiamo a Ges Crocifisso e gli diciamo: "Dentro le tue piaghe nascondimi, o Signore". Dal fianco trafitto di Cristo sgorgata l'acqua salutare e vitale che allude allo Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinit. Dono di Dio, dono meritatoci da Cristo, lo Spirito Santo stato effuso nella nostra anima per essere luce e guida alla verit di Dio: Io pregher il Padre ed egli vi dar un altro Consolatore perch rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verit (...) Egli vi guider alla verit tutta intera.69 Perci lo Spirito Santo, nella caratteristica che lo identifica, la spirazione divina, per cui egli procede dal Padre e dal Figlio, diventa per noi anche guida che conduce al Padre e al Figlio; Egli perci la Luce dell'Amore, lo "splendore" della Verit. Cos, la nostra preghiera: "Jube me venire ad te, comandami, Signore, di
68 Gv. 69 Gv.

10,10 16,16

110

venire fino a te!" si completa con l'invocazione: "ad lucem quam inhabitas!, fino a te, fino alla luce nella quale abiti!" Lo Spirito Santo abita nella luce, lo splendore della luce. E' la Montagna di Dio. La vetta di una montagna sempre nella luce. Si veste di luce nel primo mattino quando ancora le tenebre ristagnano nelle valli e nelle pianure, rimane immersa nella luce anche dopo il tramonto del sole quando le tenebre hanno gi invaso la terra. Perfino di notte una montagna rimane in certo qual modo luminosa, come se una luce incantata, quella di tutte le stelle del firmamento, la toccasse. Abitare nella luce abitare nello Spirito Santo. Egli conduce al Padre e al Figlio, allo splendore della Verit. Jube me venire! dimmi tu di salire fino a te, Signore, ad lucem quam inhabitas!, alla luce dove tu abiti, eternamente! Padre Jube me venire ad te: ad cor tuum, dives in misericordia! Ges: Jube me venire ad te: intra tua vulnera! Spirito Santo Jube me venire ad te ad lucem quam inhabitas! Queste giaculatorie che rivolgiamo alle singole Persone della Santissima Trinit possono aiutarci a vivere un rapporto sempre pi intimo e profondo con Dio che, per mezzo della grazia, si fatto presente e inabitante nella nostra anima. 39 La devozione alle anime del Purgatorio. 111

Dicevamo anche che il luned dedicato dalla piet cristiana al suffragio e alla devozione alle anime del Purgatorio. Il culto dei morti stato praticato da sempre presso gli uomini, ma diventa per noi cristiani espressione di fondamentali verit della nostra fede. Nella domenica celebriamo le opere di Dio, il luned contempliamo Dio stesso nella sua unit trinitaria; similmente, nella domenica celebriamo il mistero della Chiesa pellegrinante, il luned ricordiamo la Chiesa purgante; ricordiamo cio le anime che, avendo terminato il loro viaggio terreno, hanno bisogno di essere purificate per entrare nella visione beatifica della Santissima Trinit. E' una verit rivelata da Dio che, dopo la nostra morte, tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finch era nel corpo, sia in bene che in male. 70 Come avvenga questo giudizio variamente descritto dai teologi e dai santi. La cosa importante che l'anima, dopo la morte, viene a trovarsi "sola" con il suo Dio; sola, cio senza veli, senza schermi, senza lo specchio del corpo che le faceva percepire i suoi moti, le sue decisioni, il suo atteggiamento pi profondo: il suo "essere-nel-tempo". Ora, Dio il tre-volte-Santo, la santit assoluta, e nulla di imperfetto o di minimamente impuro pu coesistere con la perfetta comunione con lui, dalla quale deriva la nostra beatitudine eterna. Un'anima che, al momento della morte, non abbia completato la sua purificazione da tutto ci che incompatibile col perfetto amore di Dio - peccati veniali, abitudini non completamente rettificate, attaccamenti
70 2

Cor. 5,10

112

disordinati alle cose di questo mondo, peccati ai quali non seguito un perfetto pentimento o un'adeguata penitenza, ecc. - un'anima in siffatte condizioni non pronta per entrare nella vita eterna, cio nella gloria del Cielo. E' necessaria una purificazione che solo Dio, con la sua misericordiosa giustizia, pu compiere. Infatti, separata dal suo corpo, l'anima ha cessato il suo "esserenel-tempo", e rimane perci impotente, incapace di compiere una qualsiasi cosa per s stessa. E pur ardendo di intenso desiderio di purificazione, perch l'amore di Dio ormai perfetto e definitivo in lei, non pu essere aiutata che da altri. Il Purgatorio - cos si chiama la condizione della anime che hanno bisogno di completare la loro purificazione - ci rivela cos una bellissima e commovente verit della nostra fede: la Comunione dei Santi. Noi, che formiamo la Chiesa ancora pellegrina sulla terra, possiamo aiutare i nostri fratelli della Chiesa purgante con la preghiera, con i suffragi, attingendo ai meriti di Cristo, della Vergine e dei Santi; soprattutto possiamo ricorrere al sacrificio eucaristico della Santa Messa. D'altra parte, le anime del Purgatorio possono pregare e intercedere per noi, per le nostre necessit, particolarmente per le necessit spirituali. "Le anime sante del Purgatorio. - Per dovere di carit, di giustizia, e anche per giustificabile egoismo - sono cos potenti davanti a Dio! - tienile molto presenti nei tuoi sacrifici e nella tua orazione. Potessi tu dire, nel nominarle: "Le mie buone amiche, le anime del Purgatorio...".71

71 San

Escriv, Cammino, n. 571

113

40 I suffragi Come ogni trasgressione, anche il peccato comporta una colpa e una pena. Ci sono colpe "mortali" che comportano una pena eterna perch ci separano da Dio e ci fanno perdere la comunione con Lui, e ci sono altre colpe, dette veniali, che non ci separano da Dio ma ci raffreddano nell'amore verso di Lui e comportano una pena temporale. La colpa viene tolta da Dio con il pentimento sincero e con la contrizione del cuore nel Sacramento del Perdono, la pena viene cancellata con la riparazione e l'espiazione. Perci "il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carit, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell'"uomo vecchio" e a rivestire "l'uomo nuovo".72 Una possibilit di remissione della pena temporale per i peccati gi rimessi quanto alla colpa offerta dalla Chiesa con le indulgenze. La Chiesa ministra della Redenzione, e ha ricevuto l'autorit di attingere al tesoro dell'espiazione di Cristo, della Vergine e dei Santi per dispensarlo alle anime che abbiano le dovute disposizioni. Le anime del Purgatorio presentano le necessarie disposizioni perch sono ormai pervase dall'amore di Dio che le spinge a un vivo desiderio di espiazione.

72 Catechismo

della Chiesa cattolica, n. 1473

114

Fin dai primi tempi la Chiesa ha fatto memoria dei defunti e ha offerto suffragi per la loro purificazione. Lo testimoniano le innumerevoli invocazioni disseminate nei cimiteri cristiani e soprattutto la Liturgia per la sepoltura e la commemorazione dei fedeli "che si sono addormentati in Cristo". Le varie liturgie eucaristiche per i defunti sono tutte pervase da speranza, da fiducia nella misericordia di Dio alla quale viene affidata l'anima che ha lasciato questo mondo, perch, purificata totalmente dal sacrificio e dal sangue di Cristo, possa entrare nel "riposo e nella pace" del Cielo. Perci, preghiere di suffragio, elemosine, indulgenze, e soprattutto il sacrificio della Santa Messa costituiscono un modo squisito e assai gradito a Dio di praticare lamore fraterno verso i defunti e di vivere la Comunione dei Santi. La stessa commemorazione liturgica del 2 novembre nata come prolungamento e completamento della solennit di Tutti i Santi. Sappiamo che la morte non spezza i legami che ci uniscono a Cristo e nemmeno i legami che, per la fede in Cristo, ci tengono uniti ai nostri cari, anzi, essi diventano stabili e ancor pi profondi; solo l'inferno ci distacca totalmente e per sempre da Dio e perci perdiamo irrimediabilmente i nostri cari. Nel Purgatorio le anime sono assetate di Dio, e il desiderio di dargli gloria e di lodarlo nel cielo le divora. Il loro amore a Dio, ormai perfetto, e la brama di purificarsi le rende immensamente gradite al Signore, e perci Egli incline ad esaudirle nelle preghiere che esse gli rivolgono per noi. Si stabilisce perci una meravigliosa comunione di beni tra i santi che sono in cielo, i defunti che stanno in attesa della vita eterna e noi 115

che ancora stiamo lottando sulla terra per mantenerci fedeli e arrivare alla meta.

Nel dedicare la feria del luned alla memoria dei defunti, la Liturgia della Chiesa e la piet cristiana si trovano cos misticamente concordi nel celebrare la misericordia del Signore che purifica e che salva, nel proclamare davanti agli uomini la propria fede nella resurrezione della carne e nella vita eterna, e nell'impetrare per i defunti la luce e il riposo eterno.

116

MARTED

41 Devozione agli Angeli Custodi La piet cristiana ha dedicato la feria terza, giorno intitolato a Marte, dio della guerra - dies Martis, marted - alla devozione verso gli Angeli Custodi, a quegli spiriti celesti che hanno ricevuto da Dio il compito di mettersi a custodia e a difesa degli uomini durante il tempo della prova, il tempo della loro vita terrena. Nella Bibbia, sono molti i passi che fanno riferimento agli spiriti celesti e ce ne descrivono i ruoli e le mansioni. Possiamo riassumerli in tre incarichi principali. Innanzitutto gli angeli hanno l'incarico di proteggere e difendere le creature di Dio in particolare le creature umane; stanno poi davanti a Dio per servirlo e sono suoi messaggeri presso gli uomini; infine portano davanti al trono di Dio le nostre preghiere, i nostri sacrifici e le nostre opere buone. Gli Angeli sono chiamati "milizie celesti" perch hanno contrastato il demonio e i suoi angeli ribelli a Dio. Ci fu grande battaglia in cielo: Michele e i suoi Angeli combatterono contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli ma non prevalsero e non ci fu pi posto per essi in cielo.73 Quella battaglia non finita, si spostata sulla terra. Il demonio ha sedotto
73 Ap.

12,7 - 9

117

l'umanit trascinandola nella ribellione e, bench sconfitto da Cristo, esso continua a contendersi il cuore degli uomini. La vita dell'uomo sulla terra diventata cos "una milizia" - Militia est vita hominis super terram -. E una battaglia che si combatte su pi fronti: uno dentro di noi, ed costituito dal disordine delle passioni provocato in noi dal peccato. Un altro quello aperto dalle continue insidie del Maligno, che viene descritto da San Pietro come "un leone ruggente che ci gira attorno cercando chi divorare".74 Effettivamente, non potendo nulla contro Dio, il demonio e i suoi angeli si accaniscono contro l'uomo che porta l'immagine di Dio. Un altro fronte ancora vede in azione i complici e gli alleati del maligno, cio lo spirito del mondo e i suoi discepoli. Ebbene, il Signore non ci ha lasciati soli in questa battaglia; i suoi Angeli, che hanno contrastato Lucifero nel cielo, continuano la loro battaglia sulla terra proteggendo ed aiutando tutti noi nella lotta contro langelo delle tenebre e contro il suo potere. E' poi convinzione diffusa nella tradizione della Chiesa che, non solo le singole persone hanno il loro angelo custode, ma anche le famiglie, le istituzioni, le citt, gli Stati; le persone stesse che siano rivestite di una particolare missione hanno un angelo tutelare; cos i genitori, i sacerdoti, i vescovi... hanno un loro angelo "ministeriale". Il Signore sa che la nostra battaglia non conosce frontiere n di spazio n di tempo; il demonio e i suoi angeli non si concedono tregua: seminano errori, suscitano eresie, diffondono menzogne; non solo, ma cercano anche di impedire in tutti i modi l'azione salvifica della Chiesa: ostacolano il lavoro dei sacerdoti e
74 1

Pt. 5,8

118

dei genitori cristiani, suggestionano l'intelligenza di molti con dottrine false e talvolta deliranti, scatenano persecuzioni ora subdole, ora violente contro la Chiesa, seminano divisioni nelle famiglie e nella societ, sollevano popolo contro popolo scatenando guerre crudeli e feroci... In questa lotta dove entrano la cattiveria umana e l'azione del demonio in un miscuglio funesto e tragico possiamo contare innanzitutto sulla grazia che Dio non ci fa mai mancare, e sulla potente protezione della Madonna che possiamo ben chiamare "terrore dei demoni", ma anche sull'aiuto e sulla collaborazione di quegli spiriti celesti che Dio ha mandato a nostra custodia e protezione. Sacerdoti e Vescovi per la comunit dei fedeli, ma anche governatori di citt e reggitori di popoli possono affidarsi alla potente custodia degli angeli tutelari. Soprattutto i genitori dovrebbero coltivare la cristiana abitudine di ricorrere tutte le sere agli angeli custodi della loro famiglia e della loro casa. Cos dice una preghiera della Chiesa: "O Dio onnipotente ed eterno, manda dal cielo il tuo santo angelo a custodire, confortare, proteggere, visitare e difendere quanti abitano questa casa".

42 Gli Angeli: nostri amici Gli Angeli Custodi, pur essendo al nostro fianco come amici e compagni di viaggio, e come protettori e alleati nelle nostre battaglie contro il male, non hanno lasciato la loro condizione di spiriti beati, cio di spiriti che godono in cielo la visione di Dio e della sua gloria. Ges stesso, richiamando duramente coloro che attentano 119

all'innocenza dei bambini, ammoniva: I loro Angeli vedono sempre la faccia del Padre mio che nei cieli.75 Da questa condizione inerente al loro stato di beatitudine discende l'altra missione loro affidata da Dio, missione che la Chiesa ci ricorda nella sua Liturgia: "Fa o Signore, che possiamo godere la protezione degli Spiriti beati che stanno sempre davanti a te per servirti e contemplano la gloria del tuo volto". Gli Angeli dunque stanno accanto a noi per proteggerci e stanno davanti a Dio per servirlo. Essi servono Dio sia come "potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola" 76, sia come messaggeri - "angeli" - di Dio presso gli uomini. Nella Bibbia si narrano molti episodi nei quali gli Angeli sono annunciatori dei comandi e delle opere di Dio agli uomini. I pi noti e i pi importanti sono certamente quelli che riguardano la vita di Cristo. E' l'Arcangelo Gabriele che annuncia a Maria il disegno di Dio che la voleva Madre del Redentore; il coro festoso degli angeli che nel cielo di Betlemme annuncia la nascita del Salvatore; l'angelo che in sogno indica a Giuseppe le decisioni da prendere in conformit ai compiti che Dio gli affidava; sono ancora gli Angeli che annunciano alle donne che Ges risorto e poi ricordano agli apostoli che Ges, salito al cielo, torner alla fine dei tempi. Ora, questo ruolo di messaggeri di Dio, gli Angeli continuano a svolgerlo per ciascuno di noi. Sono gli Angeli custodi che, con le loro ispirazioni, i loro suggerimenti, le loro luci interiori vanno ricordandoci la volont di Dio, le sue

75 Mt. 18,10 76 Salmo 103,2

120

"chiamate", incoraggiandoci ad essere anche noi docili e fedeli ai suoi comandi. Molti cristiani pensano che la devozione agli Angeli custodi sia una devozione per bambini; non avendo essi n esperienza, n capacit di difendersi, la provvidenza di Dio li avrebbe affidati alla custodia di un angelo; quando, infatti, si adulti servono molto di pi l'esperienza, la scaltrezza, le proprie risorse personali per affrontare le contingenze della vita. Troviamo invece che Ges stesso, fatto adulto e umanamente in pieno possesso della sua forza, nei momenti pi impegnativi e decisivi della sua missione attorniato ed assistito dagli Angeli. Cos, dopo il suo digiuno nel deserto e nella sua lotta contro il Maligno: ...Vennero gli Angeli e lo servivano; cos nel momento pi duro della sua lotta, l'agonia nell'orto degli ulivi, venne un angelo a confortarlo. Perci, siamo noi adulti che abbiamo maggiormente bisogno dell'aiuto degli Angeli, noi adulti nelle nostre lotte interiori, nelle tentazioni e nelle insidie tese dal Nemico, nei momenti delle decisioni pi impegnative della vita, noi adulti con tanto di esperienza e di vita vissuta, consapevoli e sicuri di noi stessi e delle nostre forze e tuttavia cos facili all'inganno della superbia, cos inclini alla presunzione e alle sicurezze mondane, mai al sicuro dalla improvvise impennate delle passioni. Non solo dunque i bambini ma anche noi adulti dobbiamo ricordarci che i nostri angeli "vedono sempre la faccia del Padre che nei cieli" e che abbiamo bisogno delle loro ispirazioni quando dobbiamo insegnare, esortare, consigliare, prendere decisioni per noi o per gli altri. La devozione agli Angeli custodi pu fare un gran bene alla nostra anima ed essere di grande efficacia nell'apostolato. Quando vogliamo avvicinare a Dio 121

persone che sono lontane dalla fede o dalla vita cristiana, gli Angeli custodi di quelle persone e quelli nostri possono essere buoni complici del nostro lavoro ed efficaci collaboratori della grazia di Dio. Non dimentichiamo che anche noi dobbiamo essere angeli per i nostri amici, angeli che sanno annunciare Cristo e testimoniare a tutti le grandi opere dell'amore di Dio. 43 Gli Angeli, nostri messaggeri presso Dio L'essere contemporaneamente davanti a Dio e accanto agli uomini, permette agli angeli di farsi messaggeri di Dio presso gli uomini e insieme ambasciatori degli uomini presso Dio. Nella preghiera eucaristica della Messa il sacerdote si rivolge al Padre con queste parole: "... fa che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull'altare del cielo, davanti alla tua maest divina...". Gli Angeli stanno dunque intorno all'altare con l'incarico di portare davanti a Dio il sacrificio di Cristo insieme al nostro sacrificio. San Giovanni nell'Apocalisse cos descrive questo ruolo degli angeli: Poi venne un angelo e si ferm all'altare reggendo un incensiere d'oro. Gli furono dati molti profumi perch li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi (...) e dalla mano dell'angelo il fumo degli aromi sal davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi.77 Quando l'arcangelo Raffaele, "uno dei sette che stanno sempre davanti al trono di Dio", si manifesta a Tobi e a Sara, dice loro: Sappiate dunque che, quando tu e Sara eravate in preghiera, io presentavo l'attestato
77 Ap.

8,3-4

122

della vostra preghiera davanti alla gloria del Signore.78 Bossuet, parlando degli angeli custodi, dice che essi "sono angeli di Dio perch egli li manda a noi per assisterci, e sono angeli degli uomini perch noi li rinviamo a Dio per ottenere la sua misericordia. Vengono a noi carichi dei doni di Dio e tornano a Dio carichi delle nostre preghiere; discendono per guidarci e salgono per portare a Dio i nostri desideri e le nostre opere buone". 79 Per questo gli angeli sono buoni testimoni della nostra vita davanti a Dio. Se il demonio il "grande accusatore" degli uomini, gli angeli sono i nostri buoni avvocati. Essi saranno i buoni testimoni del bene da noi compiuto e saranno nostri difensori davanti a Dio nel giorno del giudizio, e infine parteciperanno alla nostra gioia "quando il Figlio dell'uomo verr nella sua gloria con tutti i suoi angeli".80 La devozione agli angeli custodi fa parte della spiritualit cristiana di tutti i tempi, e ha alimentato in varia misura la piet dei Padri e dei Santi nella Chiesa. Oggi un diffuso atteggiamento di sospetto e di scetticismo circonda questa devozione; ma noi dobbiamo ricorrere con fede e convinzione al nostro angelo custode, affidandogli molti incarichi in molte cose. Non abbiamo sulla terra un amico pi potente e pi fedele dell'angelo custode. Sar nostro compagno nel servire Dio qui sulla terra e sar poi insieme con noi a lodarlo e benedirlo nel Cielo. "L'Angelo custode ci accompagna sempre come testimone di grande spicco. Sar Lui che, nel tuo giudizio particolare, ricorder le delicatezze che avrai avuto verso
78 Tob.

12,12 per la festa degli Angeli Custodi

79 Bossuet, Sermone 80 Mt. 25,31

123

nostro Signore durante la tua vita. Di pi: qualora ti sentissi perduto per le tremende accuse del nemico, il tuo Angelo presenter quegli slanci intimi del cuore - forse da te stesso dimenticati - , quelle manifestazioni di amore che avrai dedicato a Dio Padre, a Dio Figlio, a Dio Spirito Santo. Per questo, non dimenticare mai il tuo Angelo Custode, e questo Principe del Cielo non ti abbandoner n adesso n al momento decisivo".81 44 Gli Arcangeli Degli angeli che stanno davanti al trono di Dio per servirlo, la Bibbia ne ricorda in particolare tre, attribuendo ad essi un nome che significativo della loro missione: sono gli Arcangeli San Michele, San Gabriele e San Raffaele. La Liturgia li ricorda insieme il 29 settembre. L'Arcangelo San Michele il cui nome significa "Chi come Dio?", ricordato nella Sacra Scrittura come l'antagonista di Lucifero. E' chiamato "Principe delle schiere celesti", perch ha contrastato con i suoi angeli rimasti fedeli la ribellione di Lucifero il quale, sconfitto e scacciato dal cielo, divenne invece il "principe di questo mondo", l'angelo delle tenebre. San Michele viene quindi raffigurato nell'iconografia cristiana come un guerriero, con corazza e spada, ora in atteggiamento di difesa, ora nell'atteggiamento di attacco contro il "drago" (Satana) secondo l'immagine descritta nell'Apocalisse. Perci San Michele da sempre invocato
81 San

Escriv, Solco, n. 693

124

come protettore del popolo di Dio, sia dell'antico Israele, sia della Chiesa, il nuovo Israele inaugurato da Cristo. La Liturgia della Chiesa ci ha consegnato bellissime preghiere per chiedere la protezione del grande Arcangelo, soprattutto per i tempi di prova, come gli attuali: "O Dio, fa' che il glorioso Principe San Michele venga in aiuto al tuo popolo, e lo difenda contro Satana e i suoi alleati". - O Arcangelo San Michele, difendici nella lotta; contro le perfide insidie del demonio sii nostro presidio. Lo respinga Iddio!" imploriamo supplichevoli. E tu, principe delle schiere angeliche, ricaccia nell'inferno, con la forza di Dio, Satana e gli altri spiriti del male che si aggirano nel mondo a rovina delle anime". E proprio a difesa di ogni singola anima San Michele invocato nel momento della prova decisiva, il momento della morte, quando Satana si contende ogni anima che lascia questo mondo. "Che il vessillifero San Michele presenti quell'anima davanti alla luce santa di Dio. L'altro Arcangelo ricordato dalla Bibbia San Gabriele. Il suo nome significa "potenza di Dio". Egli infatti l'Angelo per eccellenza, il messaggero e annunciatore delle grandi opere di Dio, le opere compiute dalla potenza del Signore. E' il messaggero della vita e della salvezza; preannuncia a Zaccaria il concepimento di Giovanni Battista, e soprattutto annuncia a Santa Maria il concepimento di Ges. Viene perci raffigurato quasi sempre nel momento in cui porta il "lieto annuncio" alla Madonna, in atteggiamento di grande venerazione verso la Vergine, alla quale rivolge le parole ormai entrate per sempre nella preghiera del popolo cristiano: "Ave, piena di grazia, il Signore con te."; un atteggiamento che 125

anche adorazione del Figlio di Dio fatto uomo nel grembo verginale: ...introducendo il Primogenito nel mondo disse: lo adorino tutti i suoi angeli. 82 Si pensa poi che fu San Gabriele l'angelo che nella notte di Natale annunci ai pastori la nascita del Bambino. 83 Nella tradizione cristiana, la missione affidata a San Gabriele, missione di essere annunciatore della vita nascente, ha fatto del grande arcangelo il protettore della famiglia, in particolare delle coppie che desiderano o attendono un figlio. Dopo la Santa famiglia di Nazareth - Ges, Giuseppe e Maria - la famiglia cristiana non pu contare su un protettore e un intercessore pi efficace dell'arcangelo San Gabriele. E' una devozione che i genitori cristiani dovrebbero coltivare in modo da prendere ogni figlio che arriva come una visita del dolce arcangelo dell'Annunciazione, sapendo che un figlio non arriva mai da solo ma sempre coperto dalla "potenza di Dio" e accompagnato dalla sua provvidenza. Purtroppo, oggi, molti genitori "temono" l'arrivo di un figlio, lo paventano, e molti lo evitano volutamente, e altri addirittura lo rifiutano o lo uccidono quando gi germogliato nel grembo materno. Si dice che i genitori della societ consumistica "hanno ucciso la cicogna"; in
82 Eb. 83

1,6 La figura dell'Arcangelo San Gabriele come messaggero di Dio, ha fatto pensare a Maometto di aver ricevuto il suo "Corano" proprio da San Gabriele. E', ovviamente, una contraddizione, dal momento che l'arcangelo non poteva rivelare cose o principi che sono in contrasto e addirittura sono la negazione di quanto aveva rivelato alla Vergine, a Zaccaria, ai pastori di Betlemme. Oppure, se di angelo si trattato, non pu essere stato certamente un angelo del Signore, e tanto meno l'arcangelo San Gabriele.

126

realt rifiutano la visita dell'arcangelo del Signore e soprattutto fanno offesa all'Annunciazione del Signore. Un figlio qualcosa di eterno, di immensamente prezioso; le ricchezze di questo mondo passano, e passano gli agi, le comodit, i piaceri... come anche finiscono le fatiche, i sacrifici, le lagrime di questa vita; un figlio dura per sempre. Nella vita eterna, una sola creatura in pi rende felici per sempre il cielo e la terra e costituisce il trofeo pi splendido e prezioso per una madre. Le famiglie generose nell'accogliere la vita godono di una particolare protezione dell'arcangelo San Gabriele. La Liturgia lo accomuna sempre al grande evento dell'Incarnazione: quando una donna dice "s" alla vita, partecipa al fiat di Maria, riceve l'omaggio dell'Arcangelo e godr del suo aiuto e della sua protezione.

Infine, la Bibbia ci ricorda un terzo arcangelo dei sette che stanno sempre davanti alla maest di Dio: San Raffaele. E' l'arcangelo conosciuto soprattutto come protagonista della storia di Tobia. Quella storia come il paradigma della vita umana. Tobia, figlio di Tobi, era un ragazzo quando dovette affrontare un lungo viaggio. Inesperto e per nulla pratico della strada cerc chi lo accompagnasse; "...usc e si trov davanti l'angelo Raffaele". Tobia non sapeva che fosse un angelo ma ne speriment la protezione lungo tutto il viaggio: quellAngelo lo salv da molti pericoli, gli fece trovare il suo parente Raguele e dopo averne guarita la figlia, Sara, gliela ottenne in moglie. Riportato Tobia sano e salvo a casa, l'arcangelo guar anche il padre, Tobi, dalla sua cecit portando consolazione e 127

benedizione su tutta la casa. Raffaele significa appunto "medicina di Dio", Dio guarisce e consola. San Raffaele venne cos considerato e invocato come protettore dei giovani, soprattutto dei giovani che stanno intraprendendo il viaggio della loro vita attraverso scelte e decisioni che impegneranno tutta la loro esistenza. Sono le decisioni vocazionali, quelle cio che costituiscono la risposta a una chiamata di Dio secondo il suo disegno. Come ridevi, schiettamente, quando ti consigliai di porre i tuoi verdi anni sotto la protezione di San Raffaele! Perch ti conduca, come il giovane Tobia, a un matrimonio santo, con una moglie buona, bella e ricca - ti dissi scherzando. E poi, come sei rimasto pensoso, quando aggiunsi il consiglio di metterti anche sotto il patrocinio dellapostolo adolescente, Giovanni: se mai il Signore ti chiedesse di pi.84 Del resto, per tutti la vita un viaggio; un viaggio pi o meno lungo, con tante o poche difficolt, ma per tutti un viaggio in cui le occasioni di sbagliare strada, di restare vittime di errori o di imboscate, di tentazioni o di stanchezze, sono sempre possibili e rischiano di compromettere la riuscita del nostro cammino. Avere un San Raffaele che ci accompagna, che ci assiste nei momenti pi difficili, che ci ottenga la luce necessaria per fare le scelte pi giuste e la forza per portare a compimento quello che Dio vuole da noi un dono prezioso della provvidenza di Dio. A volte l'arcangelo che Dio ci fa incontrare pu essere il confessore, un buon direttore spirituale, o anche un amico ben formato che, con l'esempio e il consiglio, ci pu aiutare nelle scelte decisive. Del resto, ognuno di noi, se vive vicino a Dio e
84 San

J. Escriv, Cammino, n. 360.

128

cura la propria formazione interiore, pu diventare lampada che illumina il cammino di quanti gli passano accanto, secondo il monito di Ges: Voi siete la luce del mondo. L'amicizia autentica, sincera e disinteressata, sempre il mezzo pi efficace per farsi compagni di viaggio di chi cerca e desidera l'incontro con Cristo.

45 La Regina degli Angeli Il culto degli angeli e degli arcangeli appartiene alla pi antica tradizione della Chiesa, anche se le loro feste liturgiche - 2 ottobre per gli Angeli Custodi, 29 settembre per gli Arcangeli - appaiono nella Liturgia solo pi tardi. Tuttavia il riferimento agli spiriti celesti ampiamente presente in tutta la liturgia, specialmente nei testi che esprimono la lode e la gloria di Dio. Ricordiamo fra tutti l'inno che introduce la preghiera eucaristica della Messa: il Prefazio. E' un inno che presenta una grande variet di formule in relazione alla festa liturgica che viene celebrata, ma la conclusione contiene sempre il riferimento agli angeli: "... E noi uniti agli Angeli e agli Arcangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti cantiamo l'inno della tua lode". Cos gli Angeli non cessano di proclamare Dio "tre volte santo", essendo egli il Signore degli eserciti, colui che siede sui Cherubini. Ma la devozione agli angeli intensamente radicata e diffusa nella piet cristiana, soprattutto popolare. Un accostamento ormai consacrato dalla tradizione l'accostamento degli angeli alla Madonna. Raramente si trovano raffigurazioni o immagini della Vergine senza un corredo angelico. Angeli di tutte le 129

"et": putti alati o angeli solenni e forti, e negli atteggiamenti pi diversi: dalla venerazione alla difesa, all'atteggiamento di servizio o semplicemente di contemplazione. E' ampiamente giustificato il titolo mariano di "Regina degli Angeli". Inoltre la preghiera all'Angelo Custode e a San Michele Arcangelo, l'invocazione agli angeli all'inizio di un viaggio o per qualche necessit sono ormai entrate nel repertorio delle preghiere di devozione. Ed a questa piet cristiana che forse si deve la consuetudine di dedicare agli angeli la liturgia del marted con la Santa Messa votiva in loro onore. E proprio la preghieracolletta della Messa votiva pu aiutarci a rafforzare in noi la devozione a questi grandi amici di Dio e potenti amici dell'uomo: "O Dio, che chiami gli angeli e gli uomini a cooperare al tuo disegno di salvezza, concedi a noi pellegrini sulla terra la protezione degli spiriti beati, che in cielo stanno davanti a te per servirti e contemplano la gloria del tuo volto".85

85 Preghiera

colletta nella festa degli Arcangeli

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MERCOLED

46 La devozione agli Apostoli Nella nomenclatura pagana, il mercoled - dies Mercurii - era dedicato al dio Mercurio, una divinit alata perch si riteneva che fosse il messaggero degli dei. Questo potrebbe far pensare agli angeli; in realt nessun accostamento possibile tra il dio pagano e una qualche entit della nostra fede. La piet cristiana, invece, ha collegato il mercoled a due devozioni che sono tra loro molto diverse ma sono accomunate dal riferimento alla realt della Chiesa: la devozione agli Apostoli e la devozione a San Giuseppe. Sono devozioni che, anche nella Liturgia, hanno acquistato nel corso dei secoli un posto sempre pi evidente. Gli Apostoli furono scelti da Ges in numero di dodici, secondo le dodici trib d'Israele, a conferma che la Chiesa, edificata sul fondamento degli Apostoli, doveva essere il nuovo Israele, il nuovo popolo di Dio. Nella Liturgia essi vengono ricordati singolarmente con festa propria; non esiste infatti una festa liturgica che li accomuni in un'unica celebrazione. Tuttavia, pur avendo ciascuno personalmente le prerogative proprie del carisma apostolico e pur avendo ognuno doti di natura, di carattere e di appartenenza sociale molto diverse, essi 131

formavano un "collegio", un corpo unitario con a capo San Pietro. Cos infatti vengono raffigurati fin dai primi tempi nelle catacombe, nei sarcofagi, nei mosaici absidali delle basiliche: tutti insieme attorno a Cristo rappresentato quasi sempre nelle vesti di Buon Pastore e di Maestro. Naturalmente, il raffigurarli insieme fa intendere che venivano pensati insieme e onorati insieme, tanto che era diventato usuale chiamarli col termine evangelico: i "Dodici". Solo pi tardi si svilupp il culto per i singoli apostoli, culto legato di solito al sorgere delle chiese locali che vantavano la loro fondazione dall'uno o dall'altro dei Dodici. Sta di fatto che gli apostoli hanno sempre evocato nella liturgia e nel pensiero cristiano l'immagine della Chiesa. Oltre ad essere associati alla figura di Cristo come Pastore e Maestro, immagine che richiama le prerogative apostoliche, gli Apostoli venivano ricordati in alcuni momenti particolari, legati alla loro esperienza comune: quello della tempesta sul lago, che ricorda il monito del Signore a non temere le persecuzioni contro la barca della Chiesa perch le "porte degli inferi non prevarranno"86; la moltiplicazione dei pani, che adombrava il compito di distribuire il pane all'umanit affamata di verit e di giustizia. Ma i momenti pi significativi furono quelli vissuti nel Cenacolo: l'ultima Cena e la Pentecoste; sono questi gli episodi che ricorrono pi frequentemente nelle raffigurazioni. Del resto nell'ultima Cena che Cristo affida agli Apostoli il suo sacrificio, costituendoli in quel momento sacerdoti, unendo cos indissolubilmente Sacerdozio e Sacrificio, le due realt che costituiscono lessenza stessa
86 Mt.

16,18

132

della Chiesa come sacramento di salvezza. Spesso l'ultima Cena viene raffigurata nel momento in cui Ges svela il traditore, dipingendo lo sconcerto e lo stupore sul volto dei Dodici; dal punto di vista umano certamente il momento pi drammatico, ma non il pi importante n il pi intenso. Il momento centrale e determinante della Cena quello in cui Ges, distribuito il pane e il vino convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue, conclude: Fate questo in memoria di me.87 Da quel momento fino alla fine dei tempi la Chiesa, fondata sugli Apostoli, avr il compito di perpetuare il Sacerdozio e il Sacrificio di Cristo per la salvezza di tutta l'umanit. Gli Apostoli chiameranno quel momento "fractio panis", il rito di spezzare il Pane, rito che diventer il cuore di tutta la Liturgia. L'altro momento che vede gli Apostoli tutti insieme nel Cenacolo il momento della Pentecoste. Nel Cenacolo sono presenti Maria, gli Apostoli e i pochi discepoli rimasti fedeli. E tutta la Chiesa, la Chiesa nascente; ma ancora come un corpo senza la sua anima. Quando lo Spirito Santo discender su Maria e da lei sugli Apostoli e su tutti i presenti, quel corpo viene percorso da un alito di vita, e quellassemblea di persone diventa la Chiesa vivente. E' il vero momento degli Apostoli. Se nell'ultima Cena essi diventano sacerdoti di Cristo per tutta la Chiesa, nella Pentecoste vengono consacrati "apostoli" per tutta l'umanit. C' infine un altro momento, non documentato dai Vangeli ma desunto dalla Tradizione, forse lultimo, in cui gli Apostoli sono di nuovo riuniti insieme e richiamano tutta la Chiesa: il momento della
87 Lc.

22,19

133

"Dormizione della Vergine Maria. Vengono raffigurati intorno al sepolcro vuoto della Madonna o, come nelle icone orientali, intorno al letto regale della loro Regina "addormentata" nelle braccia di Dio. Le feste liturgiche che ricordano questi momenti il gioved santo, la Pentecoste, l'Ascensione e l'Assunzione di Maria - non sono propriamente feste degli apostoli, sono semmai feste della Chiesa perch celebrano il "mistero della Chiesa", ma proprio per questo la presenza del Collegio apostolico acquista un valore e un significato determinanti: da allora fino alla fine dei tempi, l dove sono gli Apostoli, l troviamo la Chiesa. Ed per questo che la Chiesa contrassegnata dalla nota di "apostolica".

47 La Chiesa apostolica La devozione agli Apostoli in quanto "collegio dei Dodici" - le dodici colonne della Chiesa - come appaiono nei grandi cicli musivi o pittorici delle antiche chiese, non molto presente nel popolo cristiano, il quale ha invece orientato la sua devozione ai singoli apostoli, soprattutto, com'era naturale, agli apostoli pi famosi: Pietro, Paolo, Giovanni, Andrea. La memoria di tutti gli Apostoli si conservata invece nella liturgia che assegna la Messa votiva degli Apostoli alla feria quarta della settimana, il mercoled. I testi liturgici che appaiono nella messa votiva non fanno riferimento agli avvenimenti che invece vengono raffigurati dalla iconografia tradizionale, bens al ruolo e alla missione specifica che i Dodici hanno ricevuto da Cristo stesso: essere testimoni della sua persona e della sua vita, araldi autoritativi del suo 134

Vangelo e depositari dei mezzi da Lui istituiti per la salvezza degli uomini: i Sacramenti. Questa missione e questi poteri sono passati ai successori degli Apostoli: il Papa e i Vescovi. Perci, quando essi agiscono come pastori della Chiesa, agiscono sempre con l'autorit degli Apostoli. Tuttavia i Dodici resteranno il fondamento di tutta la Chiesa; il loro insegnamento - la Tradizione apostolica - rester per sempre il termine di riferimento della fede di tutti i credenti, e la loro testimonianza la prova irrefutabile per ogni certezza. Per questo saranno anche i giudici delle dodici trib d'Israele e di quanti hanno fatto parte del gregge di Cristo. Tutto questo lo troviamo espresso nelle preghiere della Messa votiva: "Esulti sempre, o Signore, la tua Chiesa, radunata nella memoria gloriosa dei santi Apostoli, e fedele alla dottrina e all'esempio dei suoi primi pastori, proceda sicura sotto la loro guida e protezione".88 E conclude: "Concedi a noi tuoi fedeli, Signore, ad imitazione della prima comunit cristiana, di perseverare nella dottrina degli Apostoli, nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere". Assieme alla missione apostolica dei Dodici, missione che continua nel tempo l'opera di Cristo, la Liturgia ricorda due aspetti che interessano tutti noi: il loro esempio e la loro protezione. Tutta la Chiesa apostolica, e non solo perch fondata sugli Apostoli, ma anche perch animata da spirito apostolico. Ogni cristiano, sull'esempio degli Apostoli, deve considerarsi e comportarsi da testimone e annunciatore di Cristo. La mattina stessa
88 Messa

votiva degli apostoli: Preghiera - colletta

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della Pentecoste, i Dodici, prima timidi, incerti, addirittura paurosi, si lanciano coraggiosamente nelle piazze di Gerusalemme e nel Tempio, a proclamare Cristo con forza, con sicurezza, con passione. Non hanno timore n vergogna di presentarsi come seguaci di un "giustiziato" sulla croce, di uno che i capi hanno rifiutato e condannato come impostore; non si curano di essere considerati ubriachi o fanatici, n di qualsiasi altro giudizio su di loro, e non si meravigliano n si lamentano di incontrare l'incomprensione e la persecuzione, ma se ne vanno lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Ges. E ogni giorno (...) non cessavano di insegnare e di portare il lieto annuncio che Ges il Cristo.89 Probabilmente noi non dovremo comparire davanti a tribunali, o subire violenze per il nome di Cristo; dovremo invece testimoniare la nostra fede in un ambiente scristianizzato che considera Dio un sovrappi inutile, la religione una cosa superata, la Chiesa un ente per il volontariato e la beneficenza. Dobbiamo accettare con pace e insieme con consapevole fierezza il fatto che, essere cristiani coerenti con la propria fede significa andare contro corrente, significa vivere in una societ dove l'arma del ridicolo, dell'emarginazione o della squalifica per chi credente, pu essere usata contro di noi in tutti gli ambienti ufficiali: la cultura, la politica, gli ambienti di lavoro e gli ambienti professionali. Ma dobbiamo anche ricordarci che accanto alla predicazione solenne e autoritativa degli Apostoli c'era l'umile e silenziosa testimonianza del cristiano "corrente", la catechesi semplice ma efficace dell'amico
89 Atti,

5,41-42

136

con l'amico, del soldato col compagno d'armi, della schiava con la sua padrona, e soprattutto della madre col figlio e col marito, del fratello col fratello...; e tutto veniva confermato con l'esempio di una vita coerente con la fede professata. Molti cristiani sanno parlare con grande entusiasmo e con passione del proprio lavoro, della propria famiglia, dei propri ideali politici, o anche semplicemente dei propri hobbies o della "squadra del cuore", ma restano muti e impacciati quando si tratta di parlare di Ges Cristo, della fede o dei comandamenti di Dio. E questo sotto la singolare giustificazione che queste cose sono del tutto personali e ognuno le risolve nella propria coscienza, lontano da qualsiasi interferenza esterna, oppure sotto la strana convinzione che bisogna portare rispetto alle opinioni altrui, come se dissentire fosse un'offesa e quasi dovessimo chiedere scusa per essere credenti. La realt che manchiamo di formazione, formazione religiosa ma anche formazione umana: chiarezza interiore, fortezza d'animo, fermezza di convinzioni e amabilit di carattere, lealt, ottimismo, capacit di amicizia... Ma soprattutto ci manca un vero e profondo amore a Ges Cristo, e una sincera preoccupazione per gli altri, per la loro anima e per la loro salvezza eterna. Per essere apostoli di Ges Cristo occorre vivere molto vicini a lui - Chiam a s quelli che egli volle... Ne costitu Dodici che stessero con lui 90 - ; occorre cio molta vita interiore, fatta di amicizia, di consuetudine, di tratto assiduo e intimo con Ges, cos da
90 Mc.

3, 13

137

comprendere l'urgenza che ardeva nel suo cuore: ignem veni mittere in terram! - Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse gi acceso! 91 "Devi comportarti come una brace ardente, che appicca fuoco ovunque si trovi; o per lo meno, fa' in modo di innalzare la temperatura spirituale di quanti ti stanno intorno, portandoli a vivere un'intensa vita cristiana".92 D'altronde, chi ha detto che per parlare di Cristo, per diffondere la sua dottrina, sia necessario fare cose speciali e strane? Vivi la tua vita ordinaria, lavora dove gi sei, adempi i doveri del tuo stato e compi fino in fondo gli obblighi corrispondenti alla tua professione o al tuo mestiere, maturando, migliorando ogni giorno. Sii leale, comprensivo con gli altri, esigente verso te stesso. Sii mortificato e allegro. Sar questo il tuo apostolato. E senza che tu ne comprenda il perch, data la tua pochezza, le persone del tuo ambiente ti cercheranno e converseranno con te in modo naturale, semplice all'uscita dal lavoro, in una riunione di famiglia, nell'autobus, passeggiando o non importa dove -: parlerete delle inquietudini che si trovano nel cuore di tutti, anche se a volte alcuni non vogliono rendersene conto. Le capiranno meglio quando cominceranno a cercare Dio davvero". 93 Se ci sforzeremo di seguire l'esempio degli Apostoli ed essere anche noi annunciatori di Cristo al mondo di oggi potremo contare certamente sulla loro intercessione e sulla loro protezione.

91 Lc. 92 San 93 San

12, 49 Escriv, Forgia, n. 570 J. Escriv, Amici di Dio, n. 273

138

48 La devozione a S. Giuseppe L'altra devozione alla quale la piet cristiana ha dedicato il mercoled la devozione a San Giuseppe. Anche la Liturgia prevede una messa votiva al santo Patriarca nella feria quarta della settimana. La sorte toccata al culto di San Giuseppe simile a quella toccata al culto verso Santa Maria. Agli inizi era Cristo la figura che concentrava tutta l'attenzione, la riflessione, e il culto della Chiesa. Man mano per che essa penetr il mistero di Cristo vide sempre pi chiaramente il ruolo e la parte che ebbero in questo mistero personaggi che Dio stesso aveva scelto perch cooperassero all'opera della Redenzione: gli stessi Apostoli, e soprattutto la Madonna e, accanto a Lei, San Giuseppe. Giuseppe l'uomo del silenzio - non una parola di lui riportata nel Vangelo -, ma il suo silenzio scandito da un servizio eroicamente umile, assoluto, sacrificato, al disegno di Dio; per cui da quel silenzio venuta a poco a poco emergendo la figura gigantesca di un Patriarca che ha servito Dio come nessun altro, con compiti e responsabilit uniche nella storia della salvezza. Da esse deriva anche la sua grande dignit che lo colloca al di sopra di tutti i santi, inferiore soltanto alla Vergine Maria. Egli fu prima di tutto questo: lo sposo verginale della Madre di Dio. Fu vero sposo, unito a Maria da vero vincolo sponsale, ratificato da un esplicito intervento di Dio: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa... 94 Come la maternit divina
94 Mt.

1, 20

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stata il fondamento di tutti i privilegi di Maria Santissima, cos l'essere stato lo sposo della Madre di Dio costituisce il fondamento della grandezza e della eccelsa dignit di San Giuseppe. Sappiamo che il suo amore per Maria non fu un amore coniugale, bens verginale; ma questo lo port ad amare la sua sposa di un profondo e tenerissimo amore sponsale, assolutamente rispettoso del mistero compiuto in lei da Dio, e di cui divenne delicato e fedele custode. Virginum custos et pater chiamato dalla Liturgia, - Custode di vergini e padre. Sono queste le altre due prerogative che lo costituiscono grande e unico. Come vero sposo di Maria, egli divenne vero padre di Ges nell'ordine legale, padre "putativo" secondo la legge, per cui trasmise a Ges tutto ci che la paternit umana comporta. Tuttavia, la paternit legale di Giuseppe fu profondamente diversa dalla paternit legale secondo la legge puramente umana. Ges, infatti, era figlio verginale di Maria, concepito e generato secondo la carne esclusivamente da Lei, che era vera sposa, non soltanto legale, di Giuseppe. Egli pertanto divenne padre di Colui che era vero figlio esclusivamente della sua sposa. Infine la sua paternit legale non gli derivava primieramente dalla legge umana, ma da un intervento divino, da una vocazione e da una missione conferitagli da Dio.

49 La santit di san Giuseppe Da quanto abbiamo detto deriva che l'amore di Giuseppe per Ges fu un amore veramente paterno; il Santo Patriarca am il Figlio di Dio e Figlio di Maria con 140

profondissimo e tenerissimo affetto di padre, con le espressioni pi proprie e commoventi della paternit. Un'antica preghiera, che il sacerdote recitava in preparazione alla messa, si rivolge a San Giuseppe con queste parole: "O beato Giuseppe, uomo felice e benedetto, al quale stato concesso non solo di vedere colui che molti re desiderarono vedere e non videro, udire e non udirono, ma anche di abbracciarlo, baciarlo, vestirlo e custodirlo..." Tutti noi possiamo immaginare di quale tenerezza, attenzione e dedizione doveva essere capace un uomo cos puro, integro, forte e consapevole del privilegio che Dio gli aveva concesso, un uomo cos ricco di umanit e di grazia. Del resto, numerose raffigurazioni ce lo presentano col piccolo Ges tenuto per mano quasi a insegnargli i primi passi, o con il Bambino in braccio teneramente stretto alla sua guancia in atteggiamento di affettuosa intimit. Giuseppe fu dunque custode del mistero della maternit di Maria, maternit divina e verginale, che riguardava il Figlio di Dio fatto uomo. Perci la paternit di Giuseppe si trov in una relazione unica e diretta con il mistero dell'Incarnazione, e di conseguenza la sua paternit, analogamente alla maternit di Maria - anche se a titolo ben diverso - si estende a tutto il Corpo Mistico di Cristo. Egli perci venerato come protettore di tutta la Chiesa. Del resto, Dio lo aveva scelto proprio perch custodisse, come padre, Ges e Maria, cio i due pi grandi tesori della terra. Di lui si serv il Signore per proteggere il Bambino e sua Madre dalle insidie del Maligno, per portarli in salvo dai soldati di Erode, per mantenerli col lavoro delle sue mani, per garantire la loro vita famigliare. Fu custode con sacrificio personale, 141

pagando di persona il proprio servizio, senza rivendicare compensi o gratificazioni. In tutto questo risplende la grande santit di Giuseppe. Vir iustus - uomo "giusto" - lo definisce il Vangelo. "Giustizia", nel senso biblico, significa appunto santit, fedelt piena e totale a Dio. Ora, continua la Bibbia, "Il giusto vive di fede".95. E dalla fede si sempre lasciato condurre Giuseppe, una fede profonda, senza incertezze, che ha illuminato soprannaturalmente tutte le sue decisioni nelle quali, tuttavia, egli non ha mai abdicato alla sua personale responsabilit, al suo realismo, alla sua prudenza intelligente e generosa. Una fede che lo ha portato ad abbandonarsi con assoluta docilit a Dio e al suo disegno senza mai chiedere perch, senza mai aspettarsi o pretendere miracoli, ma mettendo a disposizione di Dio la propria intelligenza, la propria iniziativa, la propria fatica, il proprio sacrificio silenzioso e gioioso. In questa fede con opere risplende anche l'umilt di Giuseppe, la sua fortezza, la sua integrit morale, nonch la sua purezza verginale, la sua fedelt a Maria e alla missione affidatagli da Dio. 50 San Giuseppe, Custode di Vergini e Padre Questi aspetti che configurano la missione e la personalit di San Giuseppe hanno contribuito non solo a una sempre pi profonda conoscenza del santo Patriarca, ma anche a diffonderne sempre pi la devozione nel popolo cristiano. Egli viene cos venerato come patrono dei padri di famiglia, come protettore della Chiesa
95 Ab.

2, 4

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universale e come intercessore per la vita spirituale. I padri di famiglia trovano in lui l'esempio e il modello di tutte le virt familiari. Pur essendo l'ultimo della famiglia per dignit e santit, fu tuttavia il primo nell'autorit e nella responsabilit: Ges e Maria erano a lui sottomessi. Giuseppe non ha mai abdicato al suo ruolo, n si mai astenuto dall'esercitare la sua autorit, pur avendo molti motivi per farlo. Autorit e responsabilit che gli costarono lavoro, sacrificio, fatica. E tuttavia il suo modo di esercitarle non fu mai autoritario o ingombrante; rivest sempre una forma squisita, delicata e silenziosa di servizio a Ges e Maria. Il rapporto di Giuseppe con la Madonna rimane uno degli aspetti pi affascinanti della famiglia di Nazareth. Nessun uomo ha mai trattato con maggiore rispetto, tenerezza e venerazione la propria sposa come Giuseppe. Aveva deciso di esporre s stesso all'infamia per salvare l'onore di Maria, e si addoss l'umiliazione di tanti rifiuti per ottenere a Maria un alloggio dignitoso. In ogni circostanza protesse con estrema delicatezza la sua sposa, ne custod l'integrit verginale e il segreto dolcissimo della sua maternit, e partecip con una intensit piena di discrezione alle gioie e alle preoccupazioni della Madre per il "suo" Bambino. Maria fu certamente la sposa pi amabile e santa, ma essa ebbe accanto a s lo sposo pi devoto e fedele. Dio lo scelse e lo prepar per essere un padre di famiglia esemplare e perfetto: "Dio lo costitu padre del Re e signore di tutta la sua casa".... Avendo ricevuto in custodia Ges e Maria, Giuseppe cooper ai primordi della redenzione. "O Dio onnipotente, che hai voluto affidare gli inizi della nostra redenzione alla premurosa custodia di San 143

Giuseppe...".96 La Liturgia quindi riconosce esplicitamente il patrocinio di San Giuseppe sulla Chiesa universale. Questo patrocinio, riconosciuto fin dall'antichit stato solennemente proclamato da Pio IX proprio l'8 dicembre 1870 su richiesta dei Padri del Concilio Vaticano I. Erano tempi difficili per la Chiesa; ma quei tempi non sono finiti, e in realt mai finiranno finch sulla terra sar presente il "mistero dell'iniquit", il principe di questo mondo. Perci la Chiesa avr sempre bisogno di ricorrere al patrocinio del custode di Ges e di Maria, come si esprime una delle preghiere pi note nella piet cristiana: "...proteggi, o provvido custode della divina famiglia, l'eletta prole di Ges Cristo (...) e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del bambino Ges, cos ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversit..." Infine, San Giuseppe invocato come modello e intercessore per la vita interiore. Per vita interiore sintende il rapporto personale di ciascuno di noi con Dio; un rapporto intimo e famigliare con la Trinit del cielo e con quella che il Beato Escriv chiamava la "Trinit della terra", cio Giuseppe, Maria e Ges. Ora, proprio Giuseppe fu la persona che sulla terra ebbe il rapporto pi profondo e personale con Ges e con Maria, e fu servitore di Dio nella sua opera di salvezza. Nessuno come lui ha potuto trattare con maggiore intimit i due tesori del nostro amore: il Signore Ges e la Vergine Maria. E se fondamento della vita interiore lo spirito di orazione, lo spirito di sacrificio e la contemplazione, nessuno come Giuseppe ha condotto un dialogo tanto diretto e continuo, tanto semplice e
96 Messa

votiva di San Giuseppe: preghiera colletta

144

amoroso con Ges e con la Madonna, nessuno ha avuto una comunione di vita con il Figlio di Dio fatto uomo e con la Vergine santa altrettanto piena e profonda. Ecco perch Santa Teresa d'Avila proclam San Giuseppe patrono della vita contemplativa. Tutto questo ci spinge a onorare San Giuseppe e a ricorrere alla sua intercessione non solo ogni mercoled della settimana ma ogni giorno, per affidargli le nostre famiglie e in particolare i pap, per invocare il suo patrocinio su tutta la Chiesa e infine perch ottenga a ciascuno di noi il dono dell'orazione e la grazia di saper santificare il nostro lavoro quotidiano, santificandoci in esso e collaborando, con il lavoro, alla redenzione del mondo. 51 La devozione a San Pietro e al Papa Infine, accanto alla memoria dei Dodici - il Collegio degli Apostoli - e accanto alla memoria di San Giuseppe, il Messale romano prevede nella feria quarta, mercoled, una Messa votiva in memoria dell'apostolo San Pietro. La liturgia unisce in una stessa solennit il ricordo degli apostoli Pietro e Paolo da quando il martirio nella stessa persecuzione e nella stessa citt di Roma li ha accomunati anche nel culto. Tuttavia l'accento nella celebrazione della Messa votiva posto soprattutto sulla figura di Pietro. Egli viene riconosciuto come la "roccia" della Chiesa, secondo le parole stesse di Ges il quale, "fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone...; ti chiamerai "Cefa". 97 Cefa significa "pietra" e significa
97 Gv.

1, 42

145

"capo": due titoli che esprimono il ruolo e la missione affidata da Ges all'Apostolo. Come roccia, Pietro fondamento della nostra fede; la fede della Chiesa poggia sulla fede di Pietro. E' la fede ispirata dal Cielo, fede che gli ha fatto proclamare: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente". Su questa fede, come su una roccia, "Io edificher - rispose Ges - la mia Chiesa".98 E' la fede che poi Ges render indefettibile con la sua preghiera: Io ho pregato per te, Pietro, perch non venga meno la tua fede" e tu possa confermare in essa i tuoi fratelli.99 Cos Pietro diventato segno visibile dell'unit della Chiesa nell'unica fede e perci garanzia di verit per tutti i credenti. Non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per averci lasciato questo dono, guida sicura per la nostra fede. In mezzo a innumerevoli voci assordanti e discordanti che si levano nella Chiesa e fuori di essa spesso sono vere allucinazioni diaboliche - la voce di Pietro rimane l'unica vera certezza per la nostra vita di credenti in Cristo. La fede di Pietro - del Papa che ne il successore - norma per la nostra fede. Infatti la professione di Pietro stata convalidata da Ges come rivelazione del Padre e perci ha la certezza della verit. Chi si allontana dalla fede di Pietro non ha in s la verit di Cristo. E' la condizione dolorosa di tanti fratelli nostri delle confessioni protestanti, senza dire delle stte che pullulano ininterrottamente nel mondo confuso e lacerato dei nostri giorni. Se non ascoltiamo la voce di Pietro e non aderiamo alla sua fede non ci restano che le opinioni degli uomini. Ora l'oggetto della nostra fede non
98 Mt. 16, 16-18 99 Lc. 22, 32

146

sono le opinioni degli uomini ma la verit rivelataci da Cristo e professata da Pietro. "Cefa" significa poi capo. E come capo del collegio apostolico e di tutta la Chiesa, Pietro ha il compito di condurre e governare il gregge di Cristo con l'autorit e con la cura del pastore. "Pasci i miei agnelli... pasci le mie pecorelle". "A te dar le chiavi del Regno dei cieli e tutto ci che legherai sulla terra sar legato nei cieli...".100 E un'autorit che non deriva dall'uomo ma da Cristo, e di Cristo, come pastore e guida, continua nel mondo la missione. Pietro rese testimonianza a Cristo e alla fede con il martirio subito nell'anno 67, quando era Vescovo di Roma. Cos il suo ufficio di Roccia, di Capo e Pastore della Chiesa universale pass ai suoi successori nella sede di Roma (la Santa Sede). Percorrere una strada senza la certezza di essere nella verit non solo frustrante perch si cammina col dubbio di sprecare energie e fatiche inutilmente, ma anche provoca un senso di solitudine e di smarrimento; il fatto, poi, di essere in molti a percorrerla non toglie l'angoscia ma piuttosto la dilata. Il dubbio, anche se condiviso in molti, non fa mai compagnia; molto simile al crepuscolo dove tutte le strade si incrociano e si perdono, e dove si mescolano le voci discordi e confuse dei compagni di viaggio. Avere una guida sicura che conosce la strada come incontrare la luce. Per noi camminare con Pietro camminare con "il dolce Cristo in terra", come avere per compagno Ges stesso, pastore e guida delle nostre anime.

100

Mt. 16, 19

147

Ogni mercoled - ma possiamo farlo ogni giorno abbiamo l'occasione di innalzare una preghiera particolare per il Papa e per le sue intenzioni, e di alimentare cos nel nostro cuore un amore sempre pi grande per la sua persona. L'affetto e la stima che nutriremo per lui - chiunque egli sia - ci porteranno a difenderlo dagli attacchi, spesso violenti, dei nemici della Chiesa, e ad accogliere con filiale adesione il suo Magistero con l'impegno di conoscere e diffondere i suoi insegnamenti.

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GIOVED

52 LEucaristia nella Chiesa Gli ultimi tre giorni della settimana - il gioved, il venerd, il sabato - sono legati alla Liturgia del Triduo Pasquale; essa ha orientato la piet cristiana verso il ricordo e la meditazione sulla vita di Ges nei dolorosi avvenimenti che si sono compiuti in quei giorni, e che furono causa della nostra salvezza. Innanzitutto il gioved: esso viene ricordato come "feria quinta in Coena Domini", il gioved nella Cena del Signore. Quello che Ges ha compiuto in quella sera durante la Cena pasquale rimane un gesto fondamentale nella storia dell'umanit. Istituendo l'Eucaristia e il Sacerdozio, Ges ha voluto che fosse possibile ad ogni uomo incontrare la salvezza. Forse per questo quel gioved fu il giorno pi atteso dal Signore, il pi desiderato dal suo cuore: Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione...". 101 Desiderio ardente che era amore, l'amore di colui che, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li am sino alla fine.102 E l'Eucaristia precisamente questo: la prova suprema dell'amore di Cristo per noi.
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Lc. 22, 15 Gv. 13, 1

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L'amore non poteva inventare una cosa pi grande, non poteva trovare un modo pi efficace e radicale per donarsi. L'Eucaristia il centro della vita della Chiesa ed il centro della vita del cristiano; perci la devozione all'Eucaristia trova profondamente unite la Liturgia e la Piet. La Liturgia ha nel mistero eucaristico la sua ragion d'essere; tutto infatti nella Liturgia - i riti, i tempi, i luoghi liturgici - sono orientati ad esprimere e a celebrare il "Memoriale della Pasqua del Signore", cos come tutta la vita spirituale del cristiano sgorga e insieme culmina nella partecipazione al mistero di Cristo, morto e risorto per noi. Celebrare e vivere l'Eucaristia qualificante per il cristiano; vale a dire che non c' una vita cristiana vera e autentica senza l'Eucaristia. Ci che identifica il cristiano non la preghiera - in tutte le religioni si prega - non sono le altre espressioni della religiosit: pellegrinaggi, sacrifici, voti o processioni, non nemmeno l'esercizio delle virt morali: la giustizia, la lealt, l'onore, il rispetto, la fedelt, l'onest; tutto questo fa di una persona un uomo pio, un uomo onesto, un uomo d'onore, ma non ancora un cristiano, anche se tutte queste virt con gli altri valori umani che ne derivano formano un presupposto indispensabile e insieme sono conseguenza di un'autentica vita cristiana. Abbiamo ripetuto pi volte che la vita cristiana la vita di Cristo in noi. Ora, Ges stato esplicito: Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi la vita (...) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.103
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Questa dunque l'identit del cristiano: essere un altro Cristo. E questa identit si esprime, si realizza e si manifesta, nella partecipazione al mistero eucaristico. 53 Il Mistero dellEucaristia Per comprendere meglio tutto questo e poter arrivare ad una devozione eucaristica retta e autentica, giova richiamare ancora una volta gli elementi fondamentali della dottrina della Chiesa intorno a questo grande mistero della nostra fede. L'Eucaristia si presenta sotto un triplice aspetto: mistero, sacrificio, sacramento. Per mistero sintende una presenza particolare e insieme nascosta di Dio nella storia umana; in ogni caso sempre una presenza salvifica. Ebbene, nellEucaristia come mistero si ha la presenza di Cristo redentore nei "segni" sacramentali del pane e del vino. E' una presenza reale non simbolica, una presenza vera non apparente, una presenza sostanziale perch contiene la sostanza dell'umanit di Cristo unita alla divinit del Verbo. Perci nell'Eucaristia ci che "appare" il pane e il vino, ci che "" il Corpo e il Sangue di Cristo. I nostri sensi s'ingannano sulla realt delle "specie" eucaristiche (Sacre Specie), nelle quali tutta la sostanza del pane stata trasformata nella sostanza del corpo di Cristo, e tutta la sostanza del vino stata trasformata nella sostanza del sangue di Cristo.104
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La teologia e lo stesso Magistero della Chiesa indicano con il termine di transustanziazione la "conversione misteriosa e ineffabile ma reale di tutta la sostanza del pane nella sostanza

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E' il grande miracolo che avviene nella Santa Messa al momento della consacrazione. Il sacerdote compie gli stessi gesti e pronuncia le stesse parole di Ges e, in forza del sacerdozio che lo unisce a Cristo, agisce in "persona Christi", nella persona stessa di Cristo. In quel momento le parole del sacerdote non hanno un valore semplicemente "narrativo", ma "ministeriale" e sacramentale; hanno cio la stessa efficacia che hanno avuto sulle labbra di Cristo nell'ultima Cena. Inoltre la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia non transitoria, legata soltanto alla significazione rituale presente durante la celebrazione, ma permanente, dura cio finch durano le "specie" eucaristiche. Si tratta, dicevamo, di una presenza "salvifica", che opera cio la salvezza dell'uomo. E' lEucaristia come sacrificio. La salvezza infatti si compiuta mediante il Sacrificio della Croce, e Ges ha voluto che il suo sacrificio si perpetuasse nei secoli fino al suo ritorno. L'oblazione sacrificale compiuta da Cristo sul Calvario stata un gesto divino e perci eterno; non conosce confini di spazio e di tempo. Le specie sacramentali del pane e del vino sono il "luogo" dove si rende presente ineffabilmente ma realmente il sacrificio di Ges. Perci la Santa Messa chiamata anche il "sacrificio dell'altare". Ne consegue che la presenza di Cristo nell'Eucaristia quella di Vittima immolata per noi. Del resto, le parole di Ges sono chiare ed esplicite: "...Questo il mio Corpo offerto in sacrificio per voi", "...Questo il calice del mio Sangue versato ... in remissione dei peccati". Esse esprimono e rendono
del Corpo di Cristo e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del Sangue di Cristo" (Concilio di Trento)

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presente l'unico ed eterno atto oblativo di Cristo. Perci il sacrificio dell'altare e il sacrificio del Calvario sono lo stesso e identico sacrificio. Sono diversi soltanto il modo e lo stato della Vittima: nel sacrificio dell'altare il modo incruento e lo stato della Vittima quello glorioso, quello cio proprio del corpo glorificato del Risorto. La Santa Messa diventa perci il "Memoriale" vivente di tutto il mistero di Cristo, nella sua totalit e completezza. Cos si esprime la preghiera eucaristica subito dopo la consacrazione: "In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo, dove siede alla tua destra, e, in attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo il suo corpo e il suo sangue, sacrificio a te gradito, per la salvezza del mondo". Presenza salvifica, dunque; Ges, mediante l'Eucaristia, ha voluto in modo mirabile, ma semplice e accessibile, far giungere a tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, il suo sacrificio redentore; cos l'Eucaristia come sacramento rende possibile ad ogni credente lincontro con Cristo e, in lui, lincontro con la misericordia del Padre celeste. Ovviamente non basta che Ges abbia istituito questo sacramento, occorre che noi vi partecipiamo attraverso la comunione che viene appunto chiamata eucaristica. Anche qui Ges stato categorico sulla necessit di partecipare sacramentalmente al suo sacrificio: "In verit, vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue non 153

avrete in voi la vita. (...) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui".105 Cos tutto l'ordine sacramentale trova nell'Eucaristia la sua espressione possiamo dire totalizzante, perch tutti i sacramenti nel loro dinamismo soprannaturale convergono verso il mistero eucaristico, cos come tutta la vita di Cristo, dalla Incarnazione allAscensione gloriosa alla destra del Padre, ha nell'evento pasquale - Morte e Risurrezione - il suo centro e il suo culmine. 54 Il culto dellEucaristia Abbiamo richiamato gli elementi essenziali della dottrina della Chiesa intorno al grande mistero del Corpo e del Sangue di Cristo per renderci conto di quello che Dio ha fatto per noi. Se Ges, per darci l'Eucaristia, ha sospeso leggi fondamentali della natura fino al punto di compiere tanti miracoli: il pane che non pi pane, il vino che non pi vino; l'umanit di Cristo che senza le sue propriet visibili; un evento che da due millenni si perpetua nel tempo e nello spazio; un rito sensibile che realizza una comunione con Cristo estremamente intima, soprannaturale, e altri autentici miracoli che accompagnano il mistero eucaristico..., se dunque Ges ha voluto compiere tutto questo per noi, allora l'Eucaristia rimane il documento pi sconvolgente e commovente dell'amore di Dio. Diventa perci incomprensibile, triste e doloroso, il comportamento di tanti cristiani verso questo ineffabile sacramento:
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indifferenza, freddezza, incomprensione, ignoranza supina e grossolana insensibilit che conducono all'abbandono e spesso alla profanazione di cos grande dono di Dio. Ora, tenendo presente il triplice aspetto dellEucaristia, sono molte le espressioni che, accanto alle celebrazioni eucaristiche, la piet cristiana ha maturato come risposta della fede e dell'amore al grande dono lasciatoci da Cristo. Sono espressioni non sostitutive della liturgia eucaristica, soprattutto della Santa Messa, ma dalla liturgia traggono origine e alla liturgia conducono, essendo la Messa, come abbiamo visto, il cuore non solo di tutta la liturgia della Chiesa, ma anche della piet e della devozione del popolo cristiano. Innanzitutto dicevamo che la transustanziazione non transitoria e perci la presenza di Cristo-Vittima si prolunga oltre la Santa Messa, nelle specie eucaristiche consacrate. Nei primi tempi esse venivano conservate nelle case dove si celebrava l'Eucaristia, a disposizione dei malati e di coloro che non avevano la possibilit di partecipare alla celebrazione. Con la costruzione dei luoghi di culto si pass a conservare l'Eucaristia nella chiesa o nella sacrestia, in vasi possibilmente preziosi. Infine, quando accanto alla semplice conservazione delle Sacre Specie si svilupp il culto di adorazione all'Eucaristia, apparvero anche i tabernacoli veri e propri, di varie forme, sempre pi evidenti ed ornati. Singolare era il tabernacolo a forma di colomba, la Colomba eucaristica. Era costituito da una colomba d'oro o dorata che pendeva dal ciborio o dal baldacchino e alludeva al rapporto tra l'Eucaristia e lo Spirito Santo. 155

In tutti i casi, la devozione al Tabernacolo, intesa come devozione a Cristo che nell'Eucaristia rimane notte e giorno in mezzo a noi, andata crescendo sempre pi nei fedeli man mano che la percezione della fede - il sensus fidei - ha fatto comprendere pi profondamente il desiderio ardente di Cristo di non lasciarci soli, ma di restare con noi come compagno di viaggio allo stesso modo che per i discepoli di Emmaus. L'amore brama la presenza della persona amata, e quando questa persona viene a mancare, l'amore cerca in mille modi segni e oggetti che valgano a perpetuare nel ricordo quella presenza amata. Scrive san Josemaria Escriv: "Pensate all'esperienza cos umana del commiato di due persone che si vogliono bene. Vorrebbero stare sempre insieme , per il dovere - qualunque dovere - li costringe a dividersi. Sognerebbero di stare uniti, ma non possono. E cos l'amore umano, che per quanto grande sempre limitato, ricorre a un simbolo: le due persone, prima di lasciarsi, si scambiano un ricordo, forse una fotografia, con una dedica cos accesa che quasi potrebbe bruciare la carta. Non possono fare di pi perch il potere delle creature non all'altezza del loro volere. Ma ci che noi non possiamo fare, lo pu fare il Signore. Ges Cristo, perfetto Dio e perfetto Uomo, non ci lascia un simbolo, ma la realt: ci lascia s stesso".106 Durante la permanenza del popolo ebreo nel deserto, Mos, per comando di Dio, eresse in mezzo agli accampamenti una tenda - tabernaculum - dove colloc un'arca tutta d'oro per conservare le tavole della legge, la manna, e la verga di Aronne, cio i "segni" della potenza salvifica di Dio in mezzo al suo popolo. Ebbene noi, che
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S. J. Escriv, E' Ges che passa n. 83

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siamo il nuovo popolo di Dio, conserviamo al centro dei nostri "accampamenti" - le nostre citt - una tenda, un tabernacolo ben pi importante e prezioso che contiene non i simboli della potenza di Dio ma l'autore stesso della nostra salvezza: Ges, sacrificato per noi. Egli, dunque, l, presente e nascosto, in mezzo alle nostre case, a pochi metri dalle nostre piazze, dalle scuole, dagli uffici, dai negozi, dai luoghi dove scorre la nostra vita quotidiana. Possiamo andare a fargli visita in qualsiasi momento, possiamo fermarci a tu per tu con lui ed aprirgli il cuore come all'amico pi intimo e fedele - lui il pi grande Amico dell'uomo -, possiamo occupare il silenzio che circonda i nostri tabernacoli con la piena dei nostri sentimenti di adorazione, di ringraziamento, di impetrazione, di riparazione. I tabernacoli ci ricordano che Ges ha voluto farsi "prigioniero d'amore" per realizzare alla lettera la sua promessa: "Ecco, sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo".107 55 La devozione alla Eucaristia Dalla venerazione verso il Tabernacolo hanno preso origine alcune consuetudini diventate ormai patrimonio della piet eucaristica. Vanno ricordate principalmente la visita al Santissimo Sacramento e l'adorazione all'Eucaristia solennemente esposta. Appassionato divulgatore della visita al Santissimo fu il santo vescovo Alfonso de' Liguori. Cos si esprime in una delle sue preghiere pi note: "Signore mio Ges Cristo, che per l'amore che porti agli uomini te ne stai notte e
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Mt. 28, 20

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giorno in questo sacramento, tutto pieno di piet e di amore, aspettando, chiamando e accogliendo tutti coloro che vengono a visitarti, io ti credo presente nel Santissimo Sacramento dell'altare...". Il tabernacolo viene oggi collocato in una cappella a parte, la cappella del Santissimo Sacramento, che dev'essere facilmente accessibile, perch i fedeli abbiano la possibilit di sostare in un silenzio di orazione e di adorazione davanti a Ges Sacramentato. "Accorri con perseveranza davanti al Tabernacolo, fisicamente o con il cuore, per sentirti sicuro, per sentirti sereno: ma anche per sentirti amato..., e per amare!". 108 Inoltre, in alcune chiese, il tabernacolo viene tenuto separato dall'altare della celebrazione; questo tuttavia non significa che l'Eucaristia conservata nel tabernacolo perda il suo legame col sacrificio della Messa, dal quale invece deriva quasi prolungandone la presenza. Perci la Chiesa ha dato disposizione perch il tabernacolo sia posto in un luogo "distinto, visibile, decorosamente ornato, adatto alla preghiera",109 e che davanti ad esso "brilli perennemente una speciale lampada, mediante la quale venga indicata e sia onorata la presenza di Cristo".110 Quella lampada dunque il segno visibile di una presenza invisibile, silenziosa ma operante, che esprime l'amore di colui del quale si potuto dire: Deliciae meae esse cum filiis hominum, la mia delizia stare con i figli dell'uomo.111 Ma quella fiamma dovrebbe anche significare il cuore di ogni
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Forgia, n. 837 Codice di Diritto canonico, can. 938,2 110 Idem, n. 940 111 Prov. 8, 31

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cristiano che abbia il desiderio di vegliare accanto al suo Dio. Una espressione di questo desiderio salutare il Signore con una giaculatoria quando si scorge una chiesa o si passa accanto ad essa. "Non essere cos cieco e cos sbadato da tralasciare di metterti dentro ogni Tabernacolo quando scorgi i muri o le torri delle case del Signore. Egli ti aspetta".112 Diventa quindi uno spettacolo triste il comportamento "disinvolto" - turistico - di tanta gente che visita le chiese senza un gesto di adorazione o un segno di saluto al Signore. Per amare il Tabernacolo occorre intrattenere una intensa e profonda amicizia con Ges Cristo, occorre essere anime di Eucaristia e avere una grande familiarit col Vangelo. Queste sono anche le note che contrassegnano un'anima d'apostolo. "Sii anima di Eucarestia! - Se il centro dei tuoi pensieri e delle tue speranze il Tabernacolo, come saranno abbondanti, figlio mio, i frutti di santit e di apostolato!".113 Si detto che il mistero eucaristico ha il suo momento pi solenne e culminante nella Santa Messa; perci anche la piet eucaristica deve accompagnare il sacrificio dell'altare con espressioni che ci aiutino a parteciparvi con frutto. A tale scopo i santi curavano con grande fervore e impegno la preparazione e il ringraziamento della Santa Messa. Alcuni, come san Josemaria Escriv, dividevano il tempo della loro giornata in riferimento alla Santa Messa: una parte come preparazione e una parte come ringraziamento. Noi potremmo curare almeno la preparazione prossima,
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Cammino, n. 269 Forgia, n. 835

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quella che precede immediatamente la celebrazione della santa Messa. Possiamo cio recarci in chiesa per tempo e intrattenerci in orazione davanti al tabernacolo. Possiamo cos richiamare alla nostra mente le intenzioni che desideriamo unire a quelle di Cristo nel suo sacrificio: cose personali, situazioni di famiglia, problemi o difficolt delle persone che ci sono state affidate, iniziative apostoliche, le molteplici necessit che affliggono gli uomini del mondo intero, persone defunte che vorremmo suffragare... Ma la preparazione pi importante quella di trasformare in "materia" per il sacrificio tutta la nostra giornata: il lavoro, le fatiche o le preoccupazioni che accompagnano la nostra attivit, le gioie e le sofferenze che incontreremo in quel giorno, i piccoli o grandi sacrifici che richiede il compimento dei nostri doveri, i propositi e i punti di lotta della nostra vita interiore... Tutto il vissuto della giornata pu diventare la nostra Messa da unire a quella di Cristo.114 Allo stesso modo, la piet eucaristica ci porter a prolungare il tempo della santa Messa con espressioni di ringraziamento e di lode al Signore che ci ha fatto il dono immenso di incontrarlo cos intimamente. Le giaculatorie e le comunioni spirituali lungo la giornata, come anche la testimonianza del nostro amore fraterno, ci aiuteranno poi a vivere la Messa come "centro e radice" di tutta la nostra vita cristiana. 56 Eucaristia e Sacerdozio

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cfr. nn. 17 e segg.

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Il sacrificio del Calvario stato offerto al Padre da Cristo stesso, perci Egli contemporaneamente Vittima, Altare e Sacerdote. L'offerta di vittime come atto fondamentale di culto a Dio sempre stato un ufficio proprio del sacerdozio, ma l'offerta del sacrificio della croce, essendo il sacrificio dell'Umanit santissima di Cristo, non poteva essere fatta che da lui stesso, avendo egli pieno potere sulla propria vita. "... Io offro la mia vita (...) Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poich ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio".115 Proprio il Padre ha costituito Ges Sommo ed Eterno Sacerdote, fin dal primo momento della sua incarnazione. "Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto n sacrificio n offerta, un corpo invece mi hai preparato". 116 Abbiamo gi detto che Ges, nell'ultima Cena, consegnando agli apostoli il suo Sacrificio, trasmise loro anche il suo sacerdozio: "Fate questo in memoria di me". E' il sacerdozio "ministeriale"; il sacerdozio che conferisce il potere di agire nella persona stessa di Cristo. Del resto, non solo per celebrare l'Eucaristia, ma anche per prendervi parte necessario essere partecipi del sacerdozio di Cristo. In effetti, anche il potere di unirsi al sacerdote per offrire e ricevere l'Eucaristia un atto sacerdotale; appartiene al "sacerdozio comune" dei fedeli. La Chiesa, infatti, nella sua totalit, stata costituita come popolo sacerdotale perch nel Battesimo noi tutti veniamo configurati a Cristo come Re, Profeta e Sacerdote.
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Gv. 10, 18 Eb. 10, 5

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Questo spiega perch nelle Messe votive del gioved, il messale romano fa seguire alla messa dell'Eucaristia una Messa votiva di Ges, Sommo ed Eterno Sacerdote.117 I due sacramenti - l'Eucaristia e il Sacerdozio - sono inscindibili, e costituiscono il grande dono lasciatoci da Ges la sera del gioved santo. Perci alla piet eucaristica dovrebbe accompagnarsi la venerazione verso il sacerdozio di Cristo che continua ad operare nella persona del sacerdote cattolico. Troppo spesso il sacerdote visto in una prospettiva soltanto umana: un operatore sociale o un pubblico ufficiale che rilascia documenti ecclesiastici... La figura del sacerdote come "uomo di Dio", uomo che nel nome di Cristo mi assolve dai peccati, mi alimenta con la Parola di Dio e con il Corpo di Cristo, offre a Dio le mie preghiere e le mie lagrime, stende la sua mano benedicente sugli affetti nobili e santi che fondano la famiglia, distribuisce la grazia divina che fortifica e consola davanti al dolore e davanti alla morte..., questa figura del sacerdote risulta lontana e spesso sbiadita agli occhi di molti fedeli; eppure, del "sacerdote-uomo di Dio che noi abbiamo bisogno se vogliamo incontrare Cristo nella sua Chiesa. Perci Ges stesso ci ha rivolto l'invito esplicito di pregare: pregare il Padre perch chiami operai per la sua messe. Pregare per il sacerdote perch sia buono e fedele, forte e compassionevole, amabile e perseverante nel sacrificio, uomo di orazione, uomo di perdono, uomo di unit nella Chiesa, un dovere di giustizia per tutto quello che riceviamo da lui .
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La Liturgia prevede anche una "memoria liturgica" di Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, il gioved dopo la Pentecoste

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Ma anche dobbiamo venerare il sacerdote e trattarlo con rispetto e con affetto chiunque egli sia, con i limiti, difetti - e con le debolezze - che egli possa avere, come faremmo con nostro padre. La mormorazione, la critica pubblica e negativa, o peggio la calunnia e il comportamento che mette in pericolo la fedelt del sacerdote, sono cose che recano un grave danno alla Chiesa e non sono mai fonte di bene per chi le compie. Semmai dovremmo aiutare il sacerdote con unopportuna e discreta correzione fraterna, con il consiglio e i suggerimenti che possono venire dall'esperienza, dall'et, dalla conoscenza di situazioni che richiedono l'intervento del suo ministero sacerdotale, ma anche con la stima, l'incoraggiamento, non esclusa l'assistenza alle sue necessit materiali e personali. I fedeli danno prova di grande amore a Cristo quando considerano il sacerdote un vero tesoro per la Chiesa e per il mondo.

57 Devozione allo Spirito Snto Abbiamo visto che il gioved soprattutto il giorno dell'Eucaristia e del Sacerdozio. Ma nello stesso giorno il Messale romano prevede anche una Messa votiva dello Spirito Santo. La devozione verso la terza Persona della Santissima Trinit, fortemente radicata nella Liturgia fin dall'antichit, esprime la consapevolezza del popolo cristiano che tutto ci che accade di soprannaturale nella Chiesa e nel mondo opera dello Spirito Santo. Non solo la Chiesa, come Corpo Mistico di Cristo, nata da una effusione dello Spirito, ma anche la vita spirituale di ogni fedele frutto di un costante intervento del Paraclito. Il fatto stesso di 163

assegnare la Messa votiva alla feria quinta, al gioved, segno che la Liturgia vede un legame particolare dello Spirito Santo con l'Eucaristia e con il Sacerdozio. In effetti, lo Spirito Santo che agisce di volta in volta nei Sacramenti. Da sempre la Chiesa ha indicato l'effusione dello Spirito Santo con il gesto della "imposizione delle mani". E il gesto che il sacerdote compie sul pane e sul vino nella santa Messa prima della consacrazione, sul penitente nel sacramento della Confessione, sull'acqua del fonte battesimale e soprattutto sui Cresimandi e sugli Ordinandi al Sacerdozio nel momento di amministrare questi sacramenti. Ma l'azione dello Spirito Santo incessante nella nostra vita interiore con la sua grazia e con i suoi doni: il dono della sapienza, dell'intelletto, del consiglio, della fortezza, della scienza, della piet e del timore di Dio.118 Lo Spirito Santo autore di tutto ci che accade nella nostra anima: lui l'autore della nostra preghiera119, Lui l'autore della contrizione del cuore per un pentimento sincero dei nostri peccati120, Lui l'autore della contemplazione per una conoscenza penetrante e gioiosa

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"...Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?" (1 Cor. 3, 16). 119 "...Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perch nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi"(Rm. 8, 26). 120 "Dio Padre di misericordia, che nella morte e risurrezione di suo Figlio ha riconciliato a s il mondo e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati,..." (Formula della assoluzione nel Sacramento della Confessione).

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di Dio121, Lui l'autore delle luci interiori che ci fanno conoscere la volont di Dio e ci illuminano sulla nostra vocazione122, Lui che ci d la consapevolezza gioiosa della Filiazione divina e ci suggerisce le parole e i consigli opportuni per aiutare i nostri amici e le persone care, Lui l'autore di tutti i moti della volont verso propositi di santit, di lotta interiore, di fedelt alla grazia,123 e infine Lui l'autore della "gioia nella pace" che Cristo ci ha promesso. Cos San Paolo riassume l'azione dello Spirito Santo: "Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito (...) Il frutto dello Spirito, invece, amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bont, fedelt, mitezza, dominio di s. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito".124 Ben a ragione quindi la Chiesa ci suggerisce di coltivare la devozione allo Spirito Santo, di invocarlo frequentemente e con fiducia, perch a Lui Ges ha affidato, a nome del Padre, il compito di illuminare, purificare e santificare ogni anima che lo accolga e lo segua con docilit: "Io pregher il Padre ed Egli vi dar un altro Consolatore perch rimanga con voi per sempre,
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"...noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ci che Dio ci ha donato" (1 Cor. 2, 12). 122 "...Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm. 8, 14). 123 "La speranza poi non delude, perch l'amore di Dio stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci stato dato" (Rm. 5, 5). 124 Gal. 3, 16...22, 25

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lo Spirito di Verit (...) Egli, il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre mander nel mio nome, vi insegner ogni cosa (...) e vi guider alla verit tutta intera". 125 La Liturgia ci offre una grande ricchezza di preghiere e di invocazioni che possono alimentare la nostra devozione allo Spirito Santo; eccone alcune tolte dalla sequenza nella solennit di Pentecoste:

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Gv. 14, 16...26

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Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto, ospite dolce dellanima, dolcissimo sollievo. Nella fatica riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nellintimo il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza, nulla nelluomo, nulla senza colpa. Lava ci che sordido, bagna ci che arido, sana ci che sanguina. Piega ci che rigido, scalda ci che gelido, drizza ci che sviato. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni, dona virt e premio, dona morte santa, dona eterna gioia. Amen

VENERD

58 Dolore e Amore La feria sesta della settimana, il venerd, era dedicata dai pagani alla dea della bellezza, a Venere, ma nella Liturgia della Chiesa il venerd rivestir un significato completamente nuovo, desunto dal venerd pi importante di tutto l'anno: il Venerd Santo, la feria sexta in Passione Domini. L'accostamento pu apparire stridente, ma non lo : "il pi bello tra i figli degli uomini" si presenta a noi nella Passione come "un quadro di dolori", ma la sofferenza non toglie bellezza a quel Volto; il sangue, gli sputi, la polvere, hanno velato ma non nascosto la perfezione delle sue fattezze forti e amabilissime, ne hanno invece accresciuto il fascino e lo splendore. Mai sulla terra un volto umano ha rivestito tanta bellezza, e nessuna bellezza ha suscitato nel mondo tanto amore! Analogamente, Colei che "la bellissima fra tutte le donne" 126 si rivolge a noi: "Voi tutti che passate per via, considerate e osservate se c' un dolore simile al mio...!".127 Ma l'immenso dolore che ha trapassato l'anima di Maria non ha tolto grazia al suo viso, non ha oscurato lo splendore della sua bellezza, non ha impedito l'indicibile
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Ct. 1, 8 Lam. 1, 12

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amabilit dei suoi occhi, del suo sorriso, di tutto il suo volto! Mai sulla terra una donna ha suscitato tanta commozione nel cuore degli uomini, e nessuna maternit ha conferito tanta bellezza al volto di una donna. Il venerd rimane anche per noi il giorno della bellezza. Non la bellezza trasfigurata che contempleremo nel cielo e che riempir di beatitudine i nostri occhi, una bellezza ancora terrena, che conosce tutte le espressioni del dolore e della sofferenza umana; ma non il dolore maledetto, rabbioso, urlato, che rivela tutta la sua deturpante bruttezza, un dolore d'amore, forgiato e sorretto dall'amore, un amore senza limiti e senza durezze, un amore che solo amore e trasfigura l'Umanit di Cristo e della Vergine Madre in un "quadro di bellezza". Dolore e Amore: il binomio della Passione, le due braccia della Croce. Nel Venerd santo si compiuta la redenzione; in quel giorno l'Amore ha redento il dolore, e la croce ha cessato di essere maledizione; l'amore l'ha fatta diventare il sigillo del cristiano. Dolore e Amore: Ges crocifisso e il Sacro Cuore. Il Venerd ci ricorda queste due grandi devozioni che hanno forgiato molti santi e costituiscono un prezioso tesoro nel patrimonio della piet cristiana.

59 La Passione del Signore La prima Messa votiva che troviamo nel messale romano al venerd la Messa della Passione. Sappiamo che il racconto evangelico della passione del Signore costituisce il nucleo originario sia dei Vangeli scritti, sia della primitiva catechesi apostolica. Questa centralit del racconto della Passione ci dice la consapevolezza che 169

avevano gli Apostoli dell'importanza del mistero pasquale del Signore, cio della sua morte e risurrezione; mistero pasquale che avevano compreso in profondit solo nella Pentecoste per opera dello Spirito Santo. Ma questa comprensione teologica non basta per spiegare un racconto che si distende in ampiezza e che si presenta con ricchezza di particolari come nessun altro racconto evangelico. Quello che era accaduto in poche ore e che si era abbattuto cos improvviso e cos inaspettato con incomprensibile crudelt su Ges - le violenze fisiche, i maltrattamenti, le umiliazioni di cui era stato fatto segno - tutto questo aveva avuto le caratteristiche di una tale brutalit che non poteva essere facilmente dimenticato e, per di pi, si trattava di una brutalit assolutamente gratuita. Gli altri due crocifissi, che pure erano ladroni e malfattori, non avevano ricevuto i maltrattamenti inflitti a Ges; non avevano subito la terribile flagellazione romana, non erano stati trattati a pugni e calci n erano stati esposti alla derisione e agli insulti come Ges, non la corona di spine, non le percosse e gli sputi, non il ludibrio e la burla...; lo stesso ladrone pentito non pu fare a meno di osservare: "Costui non ha fatto nulla di male!",128 osservazione che ci fa capire quanto appariva assurdo agli occhi di tutti quello che era stato perpetrato contro Ges. Perci la Passione del Signore, anche dopo averla compresa nel suo significato - era il prezzo per la nostra redenzione e la condizione necessaria perch Ges entrasse nella gloria del Padre - restava sempre agli occhi degli Apostoli un fatto traumatico, una ferita insanabile nell'animo e nella sensibilit di quanti avevano assistito al furore di tanto odio e di tanta cattiveria. I primi cristiani, molti dei quali erano stati testimoni di quelle vicende,
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Lc. 23, 41

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portarono per sempre nel loro ricordo ci che li aveva cos profondamente scossi e turbati: da una parte le inenarrabili sofferenze del Signore, dallaltra la sua suprema dignit e la sua mitezza nel sopportare ogni cosa. Alle donne di Gerusalemme, che incontrandolo sulla via del Calvario non poterono trattenere la loro commozione e le loro lagrime, Ges offre la chiave di lettura di tutta la sua passione: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli....perch se trattano cos il legno verde, che avverr del legno secco?".129 Per noi la Passione del Signore nei suoi aspetti pi drammatici e assurdi ci rivela due verit che dovrebbero costituire un motivo di ricorrente meditazione: la gravit e la malizia del peccato, l'amore senza limiti che Ges ha avuto per noi. Se sapessimo stare con fede e umilt davanti a Ges crocifisso, quei segni tremendi della passione che egli porta nella sua carne ci direbbero: Vedi quanto costa il peccato?... Guarda fino a che punto ti ha amato! San Pietro scriveva ai primi cristiani: "Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro foste liberati dalla vostra vuota condotta... ma con il sangue prezioso di Cristo".130 Ges crocifisso rimane la strada maestra per la nostra santit, scuola impareggiabile del dolore e dell'amore: un dolore che ci porta ad aborrire il peccato e un amore che ci spinge a dare anche noi la vita per servire il Signore. 60 Scuola di dolore e di amore

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Lc. 23, 28 1 Pt. 1, 18

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La Passione di Cristo per noi una scuola efficacissima; essa ci educa alla piet e all'amore. Non dobbiamo intendere questo in senso emotivo; Ges ha voluto soffrire tutto quello che ha sofferto non per commuoverci, ma per salvarci. Il peso della croce sulle spalle del Signore il peso di ciascuno di noi. Dobbiamo renderci conto del posto che ognuno di noi occupa in quella vicenda di dolore e di amore, dove l'innocenza e la colpa si affrontano: la colpa diventa penitenza e l'innocenza diventa misericordia. Siamo presenti nella passione di Cristo in prima persona, ciascuno col peso della propria vita e delle proprie responsabilit. Troppa gente si sente estranea al dramma della Passione, perch - pensa - Ges sulla croce ce l'hanno messo gli altri. E gli altri sono: i ladri, i corrotti, i bestemmiatori, i furfanti, i traditori... insomma i peccatori. "Ma io, che ho sempre cercato di vivere onestamente, che ho sempre compiuto il mio dovere e non ho mai fatto male a nessuno, io non centro in quella dolorosa e brutta vicenda che ha condotto Cristo sulla croce". Pensieri come questo possono nascere anche in noi, senza esplicita intenzione e in buona fede tanto da sentirci offesi se ci dicessero: "Tu hai gridato davanti al governatore Pilato: crocifiggilo!". La verit che nessuno di noi innocente. Perfino un bambino appena nato, nonostante la sua innocenza personale, porta con s la triste eredit lasciata dai progenitori: il peccato originale. Sulla croce c' l'unico Innocente che sia vissuto sulla terra, ed salito sulla croce per obbedire al Padre e pagare per il nostro peccato. L'umilt, che verit, ci assicura che ognuno di noi ha il suo posto su quelle membra martoriate ed offese, ha messo la sua voce in quelle grida di scherno e di rifiuto, o per lo meno rimasto inerte e passivo tra la folla degli 172

spettatori, senza un gesto di piet e di comprensione: "Ho atteso compassione ma invano, consolatori ma non ne ho trovati".131 Davanti a Ges crocifisso ognuno di noi deve dire con San Paolo: "Dilexit me, et tradidit semetipsum pro me! - Mi ha amato e ha dato s stesso per me!".132 E' da questa consapevolezza che deve nascere nel nostro cuore il desiderio sincero della riparazione. Riparare vuol dire restaurare ci che stato rovinato o danneggiato. Ges sulla croce ha innanzitutto restaurato la nostra dignit offesa e profanata, ma soprattutto ha restituito a Dio l'onore e l'adorazione che gli abbiamo negato col peccato. Ges il grande Riparatore, ma il peccato nostro e abbiamo il dovere di partecipare da parte nostra alla riparazione compiuta da Ges. Ora, San Paolo ci avverte che la nostra riparazione non soltanto una partecipazione a quella di Cristo, infatti ad essa manca qualcosa che spetta a noi completare: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che la Chiesa"133. Il peccato una ferita inferta a Cristo, non solo nel suo corpo fisico ma anche nel suo Corpo Mistico, la Chiesa. Il peccato, anche quello pi interno e personale, non mai un male esclusivamente individuale; siamo membri gli uni degli altri, membri di una famiglia, e il peccato finisce per pesare negativamente su tutti, impoverisce la famiglia cui apparteniamo e diventa un ostacolo alla crescita della Chiesa. La riparazione intende rendere giustizia anche a colei che abbiamo danneggiato e

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Salmo 68, 21 Gal. 2, 20 Col. 1, 24

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derubato, la Famiglia dei figli di Dio, che ha diritto alla nostra fedelt e alla nostra lealt. Prende allora significato l'espiazione non solo per i nostri peccati ma anche per quelli dei nostri fratelli, e diventa un dovere di fraternit la preghiera per la conversione dei peccatori, per coloro cio che vivono nel loro peccato. E' un dovere di giustizia e un obbligo d'amore, se non altro perch non possiamo sopportare che il Sangue di Cristo sia stato sparso invano per qualcuno dei nostri fratelli.

61 La Via Crucis Il Messale Romano, tra le Messe votive del Venerd, annovera la Messa della Passione e la Messa del Preziosissimo Sangue. La celebrazione liturgica della Passione ha il suo riferimento pi importante nel Venerd della Settimana Santa, tanto che in quel giorno non si celebra la Messa ma si lascia posto alla lettura e alla meditazione del racconto evangelico della Passione. Sappiamo bene per che ogni Messa celebrazione della Passione di Cristo, per cui ogni giorno Venerd Santo. Ma sappiamo anche che la Messa abbraccia tutto il Mistero di Cristo: la Messa il memoriale della Pasqua del Signore, anzi Memoriale della sua Incarnazione, Passione, Morte, Risurrezione e Ascensione al Cielo. Tuttavia la Messa votiva della Passione vuole concentrare la nostra piet liturgica su quellaspetto particolare del mistero di Cristo che stato descritto anche dal Profeta Isaia: il Servo di Jahv, cio il Cristo sofferente. Proprio per alimentare la nostra devozione a Cristo sofferente la piet cristiana ci offre due pratiche 174

largamente diffuse tra il popolo cristiano: la Via Crucis e la devozione al Crocifisso. La consuetudine di ripercorrere con la mente e con il cuore la via dolorosa che ha portato Ges dal Pretorio di Pilato al Calvario nata probabilmente con i pellegrinaggi a Gerusalemme durante i quali si visitavano i luoghi che erano legati al dramma della Passione del Signore. Nei secoli successivi, la piet e l'amore hanno aggiunto altri episodi a quelli documentati dal Vangelo, arrivando, verso il primo '600, alla forma attuale della Via Crucis con 14 stazioni. Poche devozioni fanno tanto bene alla nostra anima quanto l'esercizio della Via Crucis. Le anime che amano profondamente Ges Cristo sentono il bisogno di non lasciarlo solo in mezzo al ludibrio e allo scherno della folla che faceva ala al suo passaggio. Il peso della croce, la fatica della strada, la debolezza estrema delle sue membra, erano nulla a paragone dell'amarezza interiore e del tedio spirituale e morale che affliggeva la sua anima. L'unica presenza in mezzo a tanto odio stata la tenerezza silenziosa ma dolcissima di sua Madre, che Giovanni e le altre donne, prese pi dal terrore e dallo smarrimento, non potevano capire. Mai strada fu tanto lunga e segnata da tanta solitudine come le poche centinaia di metri che portarono Ges al Golgota: la lunghezza di quella strada fu pari alla nostra lontananza da Dio. Ancora una volta la via dolorosa del Signore ci ricorda la profonda malizia del peccato e l'immenso amore di Cristo per noi. Ripercorrere quella strada rinnovare la contrizione, la gratitudine, la gioia, il proposito; rinnovare l'amore. 62 La devozione al Crocifisso 175

Il Crocifisso occupa un posto fondamentale nella tradizione della Chiesa, a tutti i livelli: patristico, liturgico, ascetico. Questa centralit ha influito sulla fede e sulla piet del popolo cristiano che ha fatto di Cristo crocifisso l'icona pi universale, l'immagine pi amata nella storia del cristianesimo. La devozione al Crocifisso non ha avuto storia facile nel tempo. Gi per i primi cristiani presentarsi come seguaci di un Dio condannato ad un patibolo cos infamante e ignominioso costituiva una prova eroica di coraggio e di fedelt. San Paolo ne era pienamente consapevole quando scriveva ai Corinzi: "Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani". 134 E solo la forza travolgente della sua esperienza personale con Cristo poteva fargli dire: Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Ges Cristo, per mezzo della quale il mondo per me stato crocifisso, come io per il mondo",135 per cui: Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Ges Cristo, e questi crocifisso.136 Occorre arrivare a dopo Costantino, superata la ripugnanza che la croce suscitava nei pagani, per vedere le prime raffigurazioni pubbliche di Cristo crocifisso. La Croce, soprattutto dopo il suo ritrovamento, venne fatta oggetto di culto e di adorazione, come se fosse Cristo stesso, dato il legame che essa ha avuto con il suo sacrificio. Cos si cominci a vedere la croce nella prospettiva della vittoria di Cristo, prospettiva cara soprattutto agli orientali presso i quali Cristo veniva
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1 Cor. 1, 22 Gal. 6, 4 1 Cor. 2, 2

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spesso raffigurato sulla croce rivestito di abiti regali; era l'immagine solenne di un Re vittorioso. Nei secoli successivi, soprattutto nel Medio Evo, si scopr la croce nel suo primitivo significato di simbolo della umiliazione di Cristo, della sua passione e del suo annientamento, secondo l'espressione di San Paolo: "Umili s stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce".137 Cristo crocifisso viene cos raffigurato nel suo aspetto di sofferenza, con il corpo affranto, accompagnato dai segni della passione e attorniato dalle figure dolenti che lo videro crocifisso sul calvario: Cristo doveva muovere alla compassione, al dolore dei propri peccati, e al desiderio di partecipare alle sue sofferenze. Il Rinascimento ci ha restituito il Crocifisso nella sua integrit fisica e nella bellezza formale delle sue membra. Potremmo vederci un'allusione all'innocenza di Ges e alla sua integrit morale; una bellezza che il patire non ha oscurato n deturpato. Nella cultura attuale secolarizzata, il Crocifisso ha perduto quasi totalmente il suo significato e, o viene accettato come amuleto o come pendaglio ornamentale, oppure respinto come ingombrante e fastidioso, cacciato dagli ambienti pubblici. Per il cristiano, invece, il Crocifisso rimane il grande libro della sua vita; su quelle pagine con l'aiuto della Chiesa e con i sentimenti della piet, il cristiano sa leggere tutto ci che Dio ha voluto scrivere per noi. Su quelle pagine c' scritta la giustizia di Dio perch la morte di Cristo la condanna del nostro peccato, c' scritta la misericordia di Dio perch il sacrificio di Cristo ha meritato il perdono delle nostre iniquit, c' scritta l'onnipotenza di Dio perch la debolezza di Cristo vittoria sulla forza del male, c' scritta la sapienza di Dio
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Fil. 2, 8

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perch si compiuto nella passione di Cristo il disegno del Padre per la salvezza dell'uomo, c' scritta la libert di Dio che nell'obbedienza di Cristo ha liberato la libert dell'uomo; in una parola, quelle pagine ci raccontano tutto l'amore di Dio per noi perch in Cristo, morto e risorto, il Padre ci ha donato ogni cosa, e la vita eterna. Dobbiamo mettere Cristo crocifisso al suo posto, sul Golgota della nostra carne, della nostra anima, di ogni realt umana. Deve compiersi la volont di Cristo: Quando sar innalzato da terra, attirer tutto (tutti) a me.138 San Giovanni nota che nel linguaggio di Ges essere "innalzato" indicativo della sua morte sulla croce,139 e insieme annuncio della sua glorificazione.140 Il Padre infatti ha glorificato il Figlio proclamandolo, sulla croce, Salvatore del mondo. E' giunta l'ora che sia glorificato il figlio dell'uomo. Dall'alto della croce Cristo avrebbe "attirato" tutto e tutti a s. Questa attrazione a Cristo crocifisso si rivela nel fatto che gli uomini "guarderanno" a lui attraverso la fede. Chiunque vede il Figlio e crede in Lui ha la vita eterna".141 Mettere la croce di Cristo nel cuore di ogni uomo, sulla sommit di ogni valore e di ogni attivit umana, perch tutto e tutti, passando attraverso la croce di Cristo, incontrino la salvezza, e Ges Crocifisso sia glorificato sulla terra come Salvatore del mondo: questa una delle grandi ispirazioni che Dio ha messo nel cuore di
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Gv. 12, 32 "Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire" (Gv.12, 33). 140 "Come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo perch chiunque crede in Lui abbia la vita eterna" (Gv. 3, 15). 141 Gv. 6, 40

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san. J. Escriv; per tutta la vita egli ha cercato che questo diventasse l'impegno apostolico di migliaia di anime. La devozione e l'amore al Crocifisso l'arma di ogni apostolo e la strada di ogni santit. "Il tuo Crocifisso. - Gi come cristiano dovresti portare sempre con te il tuo Crocifisso. E metterlo sul tuo tavolo di lavoro. E baciarlo prima di addormentarti e al risveglio: e se il tuo povero corpo si ribella contro l'anima, bacialo anche allora".142 Perci, "quando vedi una povera Croce di legno, sola, senza importanza e senza valore... e senza Crocifisso, non dimenticare che quella Croce la tua Croce: quella d'ogni giorno, quella nascosta, senza splendore e senza consolazione..., che sta aspettando il Crocifisso che le manca: e quel Crocifisso devi essere tu. 143 63 La devozione al Sacro Cuore La riparazione, come espiazione dei peccati e come espressione di un amore che vuole cancellare il disamore, strettamente legata a una devozione che ha conosciuto uno sviluppo straordinario nel popolo cristiano soprattutto negli ultimi secoli: la devozione al Sacro Cuore di Ges. Nata e sviluppatasi nel Medio Evo, questa devozione ebbe come apostoli ardenti San Giovanni Eudes e Santa Margherita Maria Alacoque. Fu ispirata da Cristo stesso in tempi difficili per la spiritualit cristiana; ma il culto al Cuore di Cristo ha le sue radici nel Vangelo e nella tradizione liturgica della Chiesa. L'evangelista San Giovanni, l'apostolo che Ges amava e che ha riposato sul cuore di Lui nell'ultima Cena,
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Cammino, n. 302. Cammino, n. 178

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ci narra l'episodio che rester per sempre il documento dell'amore senza limiti che Ges ha portato e porta a tutti gli uomini. Vennero dunque i soldati ... da Ges e vedendo che era gi morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colp il costato con la lancia e subito ne usc sangue e acqua.144 Ges immolandosi sulla croce aveva dato tutto di s stesso, eppure quel colpo di lancia che gli squarci il cuore sembra dire che gli restava ancora qualcosa da dare: le ultime gocce di sangue. Egli non volle tenere per s nemmeno quelle, le vers totalmente perch restassero come un simbolo e una prova. Abbiamo gi ricordato che il sangue e l'acqua sono il simbolo di doni ben pi grandi: il dono dello Spirito Santo e il dono del Battesimo, cio dei Sacramenti. Abbiamo anche visto il significato sponsale di quella ferita che ha spalancato il cuore divinamente innamorato di Cristo: come dal fianco di Adamo addormentato, Dio ha tratto la donna come sposa, cos dal fianco aperto di Cristo "addormentato" sulla croce nata la Chiesa, sua Sposa, che forma con Lui "una sola carne": il Corpo Mistico. Lo Spirito Santo, la Chiesa da lui vivificata, i Sacramenti che danno la salvezza: sono questi i doni inestimabili usciti dal cuore di Cristo crocifisso. Che altro poteva fare per noi il Signore? Che altro poteva darci? Infatti quel Cuore aperto diventato la prova dell'amore di Cristo. Proprio Giovanni, l'Apostolo testimone e interprete di quel colpo di lancia vibrato dal soldato, narrando l'ultima Cena aveva scritto: Ges, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel

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Gv. 19, 33

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mondo, li am sino alla fine.145 Ed appunto questo Amore non amato, questo Fuoco acceso in un mare di indifferenza, questo Dono non accolto e disprezzato, il motivo per cui tante anime hanno sentito il bisogno di riparare, di esprimere nel culto al Cuore di Cristo il proprio amore, la propria fede, il proprio desiderio di alleviare il peso dell'amarezza e del dolore per tanta incorrispondenza. E' questo anche il lamento di Cristo con Santa Margherita Maria Alacoque: "Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini, e in cambio non riceve che ingratitudine!" Qui sulla terra l'amore spesso fonte di dolore, perch mai possediamo pienamente ci che amiamo e, viceversa, non siamo mai in grado di dare a misura dell'amore. Ma soprattutto il tormento che pi ferisce il cuore umano l'amore non corrisposto, l'amore non accolto o, peggio, l'amore deriso e disprezzato: una vera crudelt che pu condurre alla pazzia o alla morte. Su questa terra, solo Ges ha posseduto pienamente ci che amava: in lui abita "la pienezza della divinit" e in lui l'amore del Padre fu perfetto; cos, soltanto Cristo ha potuto dare a misura del suo amore: ha amato fino in fondo, "sino alla fine" e "a quanti l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio", e, se figli, anche eredi, eredi di Dio, eredi del cielo. Invece, nessun uomo sulla terra ha provato la crudelt dell'indifferenza, dell'amore non amato, del disprezzo e della derisione, come l'ha provato il cuore di Cristo, quel cuore che l'amore infinito ha spalancato verso gli uomini. E l'incorrispondenza che pi ferisce, pi ancora dell'odio dei nemici, l'indifferenza degli amici, dei prediletti e dei beneficati. "Se mi avesse insultato un
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Gv. 13, 1

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nemico, l'avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia...".146

64 La riparazione Il venerd, giorno dell'Amore tradito e dell'Amore non amato, deve diventare per noi il giorno della riparazione, dell'espiazione, dell'Amore corrisposto e condiviso, dell'Amore riamato. Il Cuore di Cristo trafitto sulla croce il Cuore di Dio che parla al cuore dell'uomo. Non basta voler bene a una persona, occorre che essa lo sappia e se ne renda conto. Dio ci ama. Dio ama tutti gli uomini, ma essi non ne sono abbastanza convinti; il cuore di Cristo crocifisso stato trafitto dall'amore, ma gli uomini non ci pensano o non se ne rendono conto. Noi stessi, i credenti, non ne sentiamo tutta la forza e non sperimentiamo tutta la sua efficacia, preoccupati come siamo di meritarci l'amore di Cristo con le nostre opere, preoccupazione che porta all'avvilimento per i nostri limiti e allo scoraggiamento per le nostre debolezze. La vera riparazione esige umilt, l'umilt di saperci amati da Dio gratuitamente e solo per amore. Il Signore vuole che ci affidiamo fiduciosamente al suo amore misericordioso con l'impegno di servirlo e di farlo amare. Sono appunto questi i due elementi essenziali
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Salmo 54, 13-14

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della riparazione: lotta interiore per essere fedeli servitori e discepoli di Cristo, nonostante tutto, cio nonostante ci che di negativo pu esserci nella nostra vita, e l'impegno di far conoscere e amare Cristo ai nostri amici, aiutandoli ad allontanarsi dal peccato e a lasciarsi amare da Colui che li ha redenti col suo sangue divino. Frutto di questo desiderio di riparazione sono alcune pratiche che si sono diffuse nella devozione del popolo cristiano: l'adorazione riparatrice davanti al Santissimo Sacramento. E' praticata in molte comunit alla sera o nelle ore notturne del primo gioved del mese. Ricorda l'agonia di Ges nell'Orto degli ulivi e vuol essere come una risposta all'invito di Ges: "La mia anima triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me".147 Molti fedeli la praticano privatamente, sempre nel primo gioved del mese, davanti al tabernacolo; un'altra pratica quella dei nove primi venerd del mese. Proposta da Ges stesso a Santa Margherita M. Alacoque, chiamata la "grande promessa". Ges, in una delle sue mistiche comunicazioni alla santa, promise la grazia della perseveranza finale a quanti si fossero accostati alla confessione e alla comunione eucaristica nel primo venerd di nove mesi consecutivi. Sono molti gli episodi nella letteratura agiografica che confermano questa grande promessa; altre pratiche riparatrici sono l'atto di consacrazione al Sacro Cuore e varie forme penitenziali, come digiuni e pellegrinaggi. Ma la forma di riparazione pi efficace e importante rimane sempre la Santa Messa. La solennit del Sacro Cuore si celebra nel venerd dopo la

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Mt. 26, 38

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solennit del Corpus Domini; ma quella Liturgia pu essere celebrata come votiva ogni venerd della settimana.

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SABATO

65 Il giorno mariano La feria settima della settimana, il giorno dedicato dai pagani a Saturno, venne sempre indicato nella Liturgia della Chiesa con il nome ebraico di "sabato". Conosciamo gi il suo significato presso gli Ebrei. Ma nella tradizione cristiana il sabato era considerato un giorno di tristezza: ricordava la sepoltura di Ges. Era perci un giorno di penitenza e di digiuno, conformemente a quanto aveva predetto Ges stesso: Verranno i giorni quando sar loro tolto lo sposo e allora digiuneranno". 148 Nel Triduo pasquale, il sabato rimaneva un giorno liturgicamente "vuoto", un giorno riservato al silenzio e alla riflessione. Veniva perci spontaneo, dopo aver celebrato, nel venerd, la Passione del Figlio, ricordare, nel sabato, il dolore e la "passione" della Madre che, ai piedi della croce, era stata intimamente unita al sacrificio di Cristo. Tanto pi che in quel sabato, cos "vuoto" e triste, l'unica persona che seppe conservare la fede in Ges e la certezza che tutto si stava compiendo secondo il disegno di Dio, fu lei, la Madre del Redentore. Con il tempo, perduto il riferimento al sabato santo e sviluppandosi, nel Medio Evo, la devozione all'Addolorata come festa autonoma per celebrare tutto il
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Mt. 9, 15

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dolore di Maria, il sabato cess di essere un giorno "triste" e penitenziale per diventare un giorno di gioia e di letizia; una gioia contenuta e sommessa, a dimensione, potremmo dire, famigliare, quella gioia che proviene dalla presenza abituale della madre in un focolare domestico. Un riferimento penitenziale, tuttavia, sopravvisse nella consuetudine, praticata da molti fedeli, di offrire ogni sabato una piccola mortificazione, un "fioretto", in onore della Vergine, come testimonianza di affetto e di devozione alla Madre di Dio. Non sappiamo se queste o altre furono le considerazioni che portarono la piet cristiana a fare del sabato un giorno mariano, sta di fatto che tra tutte le devozioni ricordate nei vari giorni della settimana, questa, del sabato dedicato alla Madonna , dopo quella del venerd dedicato alla passione del Signore, la devozione pi diffusa, pi unanime e di pi antica tradizione. Cos pure resta il fatto che con la conoscenza sempre pi profonda del mistero di Cristo, anche il ruolo di Maria si rivel sempre pi chiaramente nella sua grandezza e nella sua importanza. Ne danno testimonianza la progressiva presenza di Maria nella Liturgia della Chiesa, nel culto e nella fede del popolo cristiano, come anche nella stessa riflessione teologica, che hanno portato all'attuale calendario delle feste mariane e al nuovo Messale liturgico. Tutto questo riflette una sempre pi profonda comprensione del mistero stesso di Ges da parte della Chiesa, che ha compreso cos, in modo sempre pi chiaro, il posto unico di Maria nel piano salvifico di Dio. Questo ci aiuta a capire che la devozione alla Madre di Dio non una devozione "facoltativa", puramente devozionale; essa risponde a una precisa volont di Dio che ha affidato a Maria una missione unica e singolare riguardo agli uomini. "Porre Maria al posto che 186

le compete per volont divina nella storia della nostra salvezza: questo essenziale. Quello che importa alla nostra fede e alla nostra piet mariana conoscere la sua missione salvifica cos come ci appare attraverso le pagine ispirate della Bibbia e della Tradizione vivente della Chiesa" (Hans Hasmussen).

66 Lo specifico femminile: la maternit Il ruolo fondamentale che Dio, nel suo disegno di salvezza, ha affidato alla Madonna quello della maternit. Del resto, non poteva affidarle un ruolo diverso dal momento che questa la missione specifica e propria di ogni donna. Lo specifico femminile quello di essere, nella maternit, una teofania di Dio: attraverso il mistero della vita la donna rivela Dio all'uomo. Lo rivela nei suoi tre aspetti fondamentali: come dono, perch Dio Dono, e la donna il dono fatto da Dio all'uomo; come vita, perch Dio il Vivente, e la donna racchiude e custodisce in s stessa il mistero della vita; infine, come amore, perch Dio amore, e la donna ha reso possibile l'amore togliendo l'uomo dalla sua solitudine. Questa "missione profetica" della donna, come la chiama Giovanni Paolo II, esprime le prerogative che Dio ha messo nel cuore della donna in vista della sua missione fondamentale: l'accoglienza dell'essere umano. Quando Dio cre Eva non fu solo per farne un dono ad Adamo come "aiuto simile a lui", ma anche, e in senso assai pi profondo, per affidare l'uomo alla donna; ci significa che ogni essere umano un dono che Dio affida alla donna. E' questo appunto il significato profondo della maternit. Infatti, in ebraico, Eva significa "vita"; Adamo chiam la 187

donna Eva "perch essa fu la madre di tutti i viventi".149 Perci, se la donna come teofania della divinit, aiuta l'uomo a percepire Dio, l'uomo, da parte sua, aiuta la donna a capire s stessa nella sua identit pi profonda: la maternit. Tutti questi motivi spiegano perch la donna sente una profonda attrattiva verso l'uomo, attrattiva che il peccato ha rovinato trasformandola in schiavit, mentre, originariamente, era la voce limpida e gioiosa della sua femminilit che vedeva nell'uomo l'essere affidatole da Dio, voce che, per quanto venga soffocata, riecheggia continuamente nel suo intimo, soprattutto quando l'essere umano lo sente germogliare nel suo grembo, lo genera dentro di s, lo sente crescere, farsi da lei, dalla sua carne e dal suo sangue. Ecco perch l'aborto innanzitutto una violenza contro la donna, perch nell'aborto la donna non uccide soltanto l'essere umano che le stato affidato, ma uccide anche s stessa come donna. 67 S. Maria nel disegno di Dio Ora, la maternit di Maria ricupera e riscatta la maternit di Eva, anzi riscatta tutta la maternit umana, quella dell'intera umanit. La maternit di Eva era diventata una maternit di dolore e di morte; essa generava dei condannati a morte, e tale maternit si prolungava lungo tutte le generazioni umane. Il peccato sinonimo di morte - morte morieris, aveva detto Dio ad Adamo - e perci il grembo che era per la vita si trasformato in una tomba per la morte.

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Gn. 3, 20

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Ora, Maria fu predestinata da Dio a soppiantare Eva e generare il nuovo Adamo, capostipite della nuova umanit. "In te, et per te, et de te, benigna manus omnipotentis, quidquid creaverat, recreavit - esclama San Bernardo -. In te, per te, e da te, la mano misericordiosa dell'Onnipotente, quanto aveva creato lo ha anche rinnovato (ri-creato)". Maria il capolavoro della creazione rinnovata, il prototipo della nuova umanit. Due passi scritturistici ci aiutano a comprendere meglio questa antitesi Eva-Maria: 1) - Il protoevangelo: "Io porr inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccer la testa e tu le insiderai il calcagno".150 Qual questa inimicizia? Essa risiede nell'antitesi tra il comportamento del serpente, e perci di Eva, e il comportamento di Maria. Lo fa notare S. Ireneo con la sua consueta lucidit: "Eva, ancora vergine, si fece disobbediente e divenne per s e per tutto il genere umano causa di morte, Maria, Vergine obbediente, divenuta per s e per tutto il genere umano, causa di salvezza (...). Ed cos che la disobbedienza di Eva stata riscattata dall'obbedienza di Maria: poich ci che la vergine Eva leg con l'incredulit, Maria l'ha sciolto con la fede".151 Maria dunque un ritorno alle origini - S. Ireneo lo chiama "ricirculatio": un circuito contrario -; Maria ricupera Eva e la supera nella sua stessa giustizia originale, quella che essa aveva prima del peccato. Ma non un ricupero puro e semplice che taglia fuori tutta la storia e la vicenda umana; un ritorno - un ricupero - che
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Gn. 3, 15 S. Ireneo, Adversus haereses, 3,22. S. Ireneo, che abbiamo gi ricordato come padre dell'antropologia cristiana, considerato anche padre della mariologia cattolica.

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passa attraverso l'opera della salvezza, attraverso il disegno salvifico del Padre.152 Questo significa che c' antitesi ma c anche continuit tra Eva e Maria e, viceversa, tra Maria ed Eva. 2) - Possiamo cogliere la conferma a questo pensiero di S. Ireneo nei due passi evangelici che ricordano la genealogia di Ges: la genealogia "discendente" - da Abramo a Maria - descritta da Matteo, e quella "ascendente" - da Maria ad Adamo - descritta da Luca. In Matteo153 , Maria il termine, il punto d'arrivo delle generazioni umane attraverso la promessa fatta ad Abramo e trasmessa alla discendenza ebraica. Cos la maternit di Eva, lungo i millenni della storia umana, diventata un grido immenso, un'attesa cosmica che invocava la salvezza. Quel verbo, "gener", ripetuto tante volte nell'elenco della genealogia messianica, quel "genuit... genuit... genuit..." in un susseguirsi serrato e apparentemente arido, invece un susseguirsi carico di tensione. Le generazioni si succedono come l'incalzare progressivo delle onde di un oceano: ogni generazione riceve l'attesa e il desiderio delle generazioni precedenti, attesa che va crescendo, che si va gonfiando, diventa incontenibile..., un mare sconfinato di occhi, di sguardi rivolti verso oriente per veder spuntare la salvezza; sembra quasi che le generazioni pi lontane si alzino sulla punta dei piedi per scorgere Cristo nel suo apparire sull'orizzonte...; e finalmente: L'Angelo Gabriele fu mandato da Dio... a una Vergine che si chiamava Maria, ed entrando da lei disse: Ti saluto o piena di grazia, il Signore con te... su te scender lo Spirito Santo, e
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Vedremo pi avanti che questa una delle ragioni fondamentali dell'Immacolata Concezione. 153 Mt. 1, 1-17

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stender la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Perci Colui che nascer da te sar santo e chiamato Figlio di Dio.154 San Bernardo, in una pagina stupenda, immagina che tutta l'umanit stia assistendo al colloquio dell'Angelo con la Madonna; il mondo intero sta quasi trattenendo il respiro..., c' un silenzio immenso in tutto il creato: nelle mani di Maria c' in quel momento tutta l'attesa dell'umanit, tutta l'aspettativa degli uomini che furono, che sono e che verranno. San Bernardo si rivolge a Maria invitandola, supplicandola, a dire di s all'Angelo, ad aprire il suo grembo allo Spirito Santo, a non temere la potenza di Dio che le affida il suo Verbo, a rispondere con la fede alla volont dell'Altissimo. E quando la Madonna rompe il silenzio pronunciando il suo "fiat", un grido di gioia corre lungo i secoli e attraversa tutta la storia umana, un "brava!" immenso sale da tutte le generazioni umane: "Tutte le generazioni mi chiameranno beata!...", e il suo cantico di lode cancella le parole di condanna che erano state pronunciate nell'Eden.155 Maria ricupera Eva e, in Eva, ogni donna, perch ricupera la maternit umana e le conferisce una dimensione totalmente nuova che nessuna maternit aveva n poteva avere: la dimensione redentiva. Quella di Maria una maternit di redenzione. Questa dimensione fondamentale della maternit di Maria ci illumina immediatamente sul rapporto unico che la Madonna ebbe con le Persone Divine della Trinit Santissima.

154 Lc. 1, 26 segg. 155 S. Bernardo, Omelie

sulla Madonna, 4, 8-9

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68 Maternit divina e Paternit di Dio Innanzitutto il rapporto che unisce Maria con il Padre. E un rapporto che colloca la Madonna allinterno del piano della creazione. Abbiamo gi osservato che Maria, come creatura del Padre, modello e anticipazione della creazione rinnovata. In un certo senso Dio Padre, creatore del cielo e della terra, vedendosi deturpata la creatura che egli aveva fatto a sua immagine e somiglianza, fu preso da un moto di divina ribellione: non poteva tollerare che la creatura sulla quale aveva impresso il suo sigillo e che egli aveva posto come interprete dellintero universo, restasse irreparabilmente ferita e rovinata in s stessa e nella sua vocazione, trascinando nella propria rovina tutto il creato. Alla maniera di un grande artista che, vedendo infranto e demolito il suo capolavoro, stretto dal dolore e dallamore decide di ricostruirlo pi bello e pi perfetto di prima, cos Dio non si rassegnato al peccato che ha deturpato luomo e rovinato limmagine divina che era in lui, ma ha ri-creato una creatura pi santa, pi perfetta, pi bella: ha inventato la Piena di Grazia, capolavoro della creazione, prototipo della nuova umanit che avrebbe avuto in Cristo la sua perfetta realizzazione. Maria figlia eccelsa di Dio Padre, predestinata e scelta dalleternit ad essere la sua serva in ordine al piano della salvezza. La sua maternit redenta perci strettamente legata alla paternit di Dio. Sta in questo il motivo fondamentale della Concezione Immacolata di Maria. Se infatti la maternit, come collaborazione della creatura con il creatore, si rivela segno della potenza 192

generante del Dio Vivente, Fonte della vita, mentre il peccato si rivela come sinonimo di morte, allora la maternit incompatibile con il peccato. Se il grembo di Maria doveva essere segno della fecondit e della vita, in quanto generava il Figlio dellEterno Padre, ed essere perci epifania della paternit di Dio, allora Maria non poteva essere soggetta al peccato nemmeno per un solo istante, fin dalla sua concezione. Infatti, come avrebbe potuto Maria ricuperare la maternit di Eva che giaceva sotto il segno del peccato e generare il Figlio del Dio vivente, se essa stessa, Maria, fosse stata soggetta al peccato? Se dunque Maria doveva essere madre, di una maternit secondo il disegno di Dio, doveva essere immacolata. Il fatto poi di essere stata predestinata a una maternit di redenzione - Madre del Redentore - spiega perch essa fu immacolata in vista e per i meriti del Sacrificio di Cristo. 69 Madre di Dio-Figlio Una maternit redenta, quella di Maria, e insieme una maternit di redenzione, perch maternit divina. Maria, infatti "partorir un figlio e lo chiamer Ges (=Salvatore): egli infatti salver il suo popolo dai suoi peccati".156 Si stabilisce cos tra Maria e il Figlio di Dio, un rapporto unico e sublime che nessun'altra creatura potr mai uguagliare. Ricuperando la maternit di Eva, Maria rimane profondamente legata all'umanit, a tutti noi, ma nella maternit divina Maria viene assunta in un rapporto con Cristo che rimane fondamento di tutta la sua missione e perci della sua identit e della sua grandezza.
156

Mt. 1, 21

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Ora, Ges Dio, il Messia, il Redentore. Ci significa che la maternit di Maria non un fatto puramente naturale, ma un mistero divino, mistico, soprannaturale, e non solo nel modo e nella sostanza ma anche nella sua ampiezza e dimensione. Cio la maternit divina lega profondamente Maria a Cristo come Dio (Mater Dei), come Messia (Mater Christi), come Redentore (Alma Redemptoris Mater). Maria innanzitutto la Madre di Dio, la Theotokos (=Mater Dei). E' il titolo pi alto e sublime che la Chiesa ha rivendicato per Maria. L'hanno proclamato solennemente i Padri nel Concilio di Efeso (431 d.C.), affermando che l'unica persona in Ges la Persona del Verbo, la seconda Persona della Trinit Santissima. Ges dunque il Figlio di Dio, e Colei che l'ha accolto nel suo grembo vera Madre del Verbo. Maria ha veramente concepito e generato un essere umano che nello stesso tempo Dio. Egli, Figlio del Padre secondo la natura divina, divenuto figlio di Maria secondo la natura umana. A partire dal Concilio di Efeso il culto di Maria entr nella Liturgia della Chiesa e nella devozione del popolo cristiano con una dimensione pi alta e solenne: pur restando "l'umile serva del Signore" - la Madre di Ges, secondo l'espressione evangelica - Maria viene celebrata nella sua realt di Madre del Signore, Madre del Re e perci Regina e Signora. Da allora il nome di Maria sar sempre accompagnato dall'appellativo Theotokos, che rester il titolo principale ed esclusivo di Santa Maria. Nella Liturgia, nella piet e anche nella letteratura orientale, una splendida fioritura di appellativi attribuiti alla Vergine Santa faranno sempre riferimento, come una corona, al titolo fondamentale di "Madre di Dio", titolo che apparir nei corrispondenti monogrammi su tutte le icone. E 194

proprio l'icona della Theotokos, della Madre di Dio che tiene tra le braccia il Bambino, sar l'icona pi riprodotta e pi venerata in tutte le chiese d'Oriente, sar la rappresentazione principale della Vergine Maria, l'icona regina di tutte le icone. Tra i vari episodi legati alla maternit divina di Maria, quello pi rappresentato in assoluto nei primi secoli l'adorazione dei Magi; viene poi la scena dell'Annunciazione dove l'Angelo appare sempre in atto di profonda venerazione verso Maria. In effetti, l'Incarnazione, il mistero del Verbo che si fece carne nel grembo di Maria, il momento pi intenso di tutta la storia umana. La separazione, la distanza invalicabile che separava l'uomo da Dio stata vinta. Questa "vittoria" di Dio stata infinitamente pi grande della "sconfitta" dell'uomo. Dio ha superato la distanza che lo separava dalla creatura, non solo la distanza morale scavata dal peccato ma anche la distanza ontologica segnata dalla natura; l'ha annullata non semplicemente "avvicinandosi" all'uomo scendendo dal cielo, ma si "incarnato", entrato profondamente nell'uomo; ha stabilito con lui non una semplice vicinanza per quanto intima, ma una "unione" cos ineffabilmente profonda che ci permette di dire: un Uomo anche Dio. Anzi, avendo Egli assunto non "una persona" umana ma "la natura" umana come se avesse assunto tutti gli uomini; ha comunque reso possibile a tutti coloro che avrebbero aderito a Lui con la fede e con la grazia, la partecipazione alla sua filiazione divina: "A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio".157 La maternit divina di Maria stata dunque una vera maternit; Maria ha dato un vero corpo a Ges: Ave
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Gv. 1, 12

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verum Corpus natum de Maria Virgine, canta la Chiesa, un vero corpo che Ella ha portato in gestazione nel suo grembo, lo ha partorito, sia pure verginalmente, dopo nove mesi, lo ha cresciuto, allattato, portato in braccio, recato al tempio..., fino ad accoglierlo tra le sue braccia deposto dalla croce. La maternit divina di Maria ha conosciuto tutte le espressioni della maternit umana: l'intimit, la tenerezza, le esperienze dolcissime che ogni madre sperimenta nel rapporto con la sua creatura; e tuttavia Ella era cosciente che in quel Corpo che stringeva fra le sue braccia c'era il Figlio di Dio. 70 Madre di Cristo Nell'Incarnazione, la maternit divina di Maria si rivela anche come maternit messianica. Il Figlio di Dio, fatto uomo nel grembo di Maria, l'Inviato del Padre, il Messia promesso da Dio all'umanit, colui che i Patriarchi, i Profeti e tutto un popolo hanno atteso per secoli, desiderato e invocato da intere generazioni. Come Messia, Cristo il Mediatore tra Dio e l'uomo; l'unico, vero, interlocutore degli uomini davanti al Padre. Vero Dio e vero uomo, Egli ricongiunge in s la creatura con il suo creatore; ha gettato un ponte - il grande Pontefice sull'abisso che separava la terra dal cielo, e nel grembo di Maria, stato "unto" (=Cristo) come Messia. Ormai non pi possibile arrivare a Dio se non per mezzo di Ges: "Io sono la Via, la Verit e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me". 158 E' una mediazione, quella di Cristo, che non ha uguali: unica, eterna, assoluta. E' unica perch Cristo
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Gv. 14, 6

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mediatore per natura essendo Dio-Uomo nell'unica Persona del Verbo; Maria mediatrice per grazia, per volont del Padre che l'ha inserita nel suo disegno di salvezza. La mediazione di Cristo eterna, perch abbraccia tutto il tempo, dalla creazione alla risurrezione, alla glorificazione di tutte le cose: "Tutte le cose infatti sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui" 159, secondo il disegno prestabilito dal Padre, cio di "ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra".160 Maria mediatrice dalla Incarnazione alla Parusia, cio nel tempo della misericordia - Mater Gratiae, Mater Misericordiae -. Infine la mediazione di Cristo assoluta, non dipende da altre mediazioni, non subalterna ad alcuna creatura e appartiene in assoluto a Cristo. Maria mediatrice per partecipazione, subordinata a Cristo, partecipe dell'unica e perfetta mediazione di Cristo. E' tuttavia una mediazione materna e universale: nasce cio dalla sua maternit messianica e abbraccia tutto ci che Cristo ci ha meritato con la sua vita, morte e risurrezione. Non c' dono, non c' grazia che non passi attraverso le mani materne di Maria. Come una madre di famiglia che amministra il patrimonio famigliare, Maria amministra il tesoro infinito della Redenzione che Cristo le ha messo a disposizione. Maria dunque intimamente legata alla missione mediatrice di Cristo. La sua maternit mediatrice si manifesta proprio a una festa di nozze, a Cana di Galilea. Ges compie un miracolo in s molto materiale ma dal significato estremamente profondo, perch raffigura il
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Col. 1, 16 Ef. 1, 10

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nuovo rapporto tra Dio e l'uomo inaugurato da Cristo nell'Incarnazione. Maria ottiene con la sua mediazione che Cristo si riveli come Messia, e che gli apostoli aderiscano a lui mediante la fede. "Si ha dunque una mediazione: Maria si pone tra suo Figlio e gli uomini (...). Si pone "in mezzo" cio fa da mediatrice non come un'estranea, ma nella sua posizione di madre, consapevole che come tale pu - anzi "ha il diritto" - di far presente al Figlio i bisogni degli uomini"161: "...non hanno pi vino". Maria si presenta poi davanti agli uomini come portavoce della volont del Figlio: "Fate quello che vi dir".162 71 Madre del Redentore La maternit divina di Maria diventa cos una maternit corredentrice; come madre del Redentore, la Madonna partecipa alla redenzione operata da Cristo. Gi nell'Incarnazione il "s" di Maria ha un valore salvifico, non per s stesso ma perch partecipa ed unito intimamente all'Eccomi di Cristo163 che obbedisce al Padre e prende il nostro corpo umano per farne sacrificio di salvezza. L'atto di fede di Maria non si limita alla nascita di Ges ma abbraccia tutto il messaggio dell'Angelo. In quel messaggio non le veniva chiesto il consenso per il concepimento di un bambino di cui avrebbe ignorato il destino: quel bambino doveva chiamarsi "Ges" perch avrebbe liberato l'uomo dal suo peccato. Il "s" di Maria all'Angelo abbracciava dunque tutto il mistero di Cristo: la

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Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, n.21 Gv. 2, 3-5 "Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volont". (Eb.10,7)

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sua Incarnazione e la sua nascita ma anche la sua passione e la sua morte redentrice. Maria infatti ne fu avvertita quaranta giorni dopo la nascita del Bambino, quando port Ges al Tempio per offrirlo al Padre: quel gesto ebbe un significato ben pi profondo di quello inteso da Mos che aveva ordinato agli Ebrei di offrire a Dio e poi di riscattare i primogeniti perch si ricordassero che la mano di Dio li aveva scampati dall'Angelo sterminatore. Nel ricevere tra le braccia il Bambino, il vecchio Simeone sar esplicito con Maria: quel Bambino sar salvezza e rovina di molti, e "Anche a te una spada trafigger l'anima".164 Il valore redentivo della maternit divina di Maria ha avuto la sua espressione pi alta e commovente sul Calvario. Ges ormai immolato sull'altare della croce, Vittima e Sacerdote insieme; nel suo sacrificio si sta compiendo la redenzione del mondo. Ges guarda Maria e le rivolge quell'espressione carica di mistero, cos umana ma anche cos divina: "Donna, ecco il tuo Figlio!" Ges non la chiama madre ma "donna", come Adamo aveva chiamato Eva. Maria dunque ricupera la femminilit con tutti i suoi valori; cio ricupera Eva e, in Eva, ogni donna. Poi aggiunge: Ecco tuo figlio! Questa espressione del Signore ha un duplice significato: in quel "figlio" Ges indica innanzitutto s stesso. Come dicesse: Tuo figlio questo che tu vedi sacrificato sulla Croce per la salvezza degli uomini. In altre parole: "Tu sei madre della vittima immolata per il peccato, perci la tua maternit una maternit di redenzione perch essa ti fa partecipe del sacrificio del Figlio". Ma in quel figlio Ges indica anche Giovanni, il discepolo amato. Ogni cristiano un discepolo amato da Cristo e l, ai piedi della Croce,
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Lc. 2,35

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diventa figlio di Maria. La conferma di questa verit viene da Ges stesso che, rivolto a Giovanni dice: "Ecco la tua madre!". 165 Lo dice a Giovanni ma, in lui, lo dice ad ogni uomo redento dal suo sacrificio: "Ricordati che mia madre, oggi, ti ha partorito nel suo dolore. La prenderai come tua madre, madre della tua salvezza". Nessuna madre ha sofferto tanto per partorire i suoi figli, e nessun figlio costato tanto alla propria madre quanto costato ognuno di noi alla madre di Cristo. Perci le siamo infinitamente cari e ci ama come nessuna madre ha mai amato i propri figli, e ci guarda con occhi che non hanno riscontro con nessuno sguardo di donna e di madre. Giovanni, che la prese con s e conobbe l'intima tenerezza della sua maternit, ha scritto nel suo Vangelo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito",166 ma avendocelo dato attraverso e per le mani di Maria, Giovanni avrebbe potuto scrivere anche: "La Madre di Ges ha tanto amato gli uomini, da dare per loro il suo Figlio unigenito". Questa maternit dolorosa e l'immenso affetto per noi che Maria porta nel suo cuore, certezza e garanzia per ognuno di noi. Nessuno, infatti, che si affida a Lei e che la invoca con fiducia e perseveranza, pu andare perduto. 72 Sposa dello Spirito Santo La maternit messianica e redentiva costituisce Maria madre nostra, madre degli uomini, ma soprattutto madre dei credenti, Madre della Chiesa. Il titolo di "Mater Ecclesiae" entra definitivamente nella dottrina cattolica e
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Gv. 19,26 Gv. 3,16

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nell'insegnamento ufficiale della Chiesa con Paolo VI alla conclusione del Concilio Vaticano II. La maternit divina non colloca Maria al di sopra o al di fuori della Chiesa; Maria membro della Chiesa, membro perch anch'essa redenta da Cristo per cui "figlia del suo Figlio". E tuttavia un membro eccelso e sovraeminente perch occupa nella Chiesa un posto unico e specifico, quello della maternit, il posto e il ruolo che ha una madre in seno ad una famiglia. Se Maria "Madre di Cristo, anche madre delle membra di Cristo; se madre del Capo madre anche del Corpo" (S.Agostino). La Chiesa nasce nel giorno della Pentecoste, ed in quel momento che Maria costituita Madre della Chiesa. Essa fu madre di Cristo per opera dello Spirito Santo, e ancora per opera dello Spirito Santo divenne Madre della Chiesa.. L'Incarnazione e la Pentecoste mettono in luce il rapporto unico e sublime che leg Maria allo Spirito Santo; paragonabile al rapporto nuziale: Sposa di DioSpirito Santo. "Il seno di Maria - scrive San Gregorio Magno - il talamo nuziale dove si compie lo sposalizio di Dio con l'uomo", e uno scrittore antico proclama Maria: "Totius Trinitatis nobile triclinium", nobile stanza nuziale della Santissima Trinit. Cos Maria, come Madre della Chiesa, ne diventa anche il simbolo, la figura: Maria, Typus Ecclesiae. Cio, la maternit di Maria non solo ricupera la maternit di Eva, ma anche prefigura e si continua nella maternit della Chiesa. Il grembo di Maria viene cos paragonato al fonte battesimale, che come il grembo della Chiesa: dal ventre di Maria nato Cristo, dal ventre della Chiesa, cio dal fonte battesimale, nascono le membra di Cristo. Sant'Ambrogio applica a Maria una espressione del Cantico dei Cantici: "Venter tuus sicut acervus tritici..., il 201

tuo ventre un mucchio di grano".167 Maria ha generato quel "Grano di frumento" che, caduto nella terra del Calvario, ha fatto germinare la messe dei credenti. Nel grembo della Chiesa il Granello di frumento germinato nel grembo di Maria diventato un cumulo di grano sparso nel mondo.168 Perci quello che avvenne in Maria nell'Annunciazione e nella Pentecoste non pu essere che opera dello Spirito Santo: "Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine". Quelle particelle "de" e "ex" del testo latino dicono molto di pi di quello che dice la traduzione italiana: si incarnato "nel" seno della Vergine Maria "per opera" dello Spirito Santo. Quel "nel seno" dovrebbe indicare molto di pi che non semplicemente il luogo, un luogo "passivo", nel quale avvenne l'Incarnazione del Verbo; l'ex Maria del testo latino infatti, indica la collaborazione attiva di Maria al mistero del Dio Incarnato. Sappiamo che questa collaborazione attiva di Maria stata, s, fisica e biologica perch Maria ha forgiato nel suo ventre l'umanit di Ges, ma stata soprattutto collaborazione mediante la fede e l'umilt dell'obbedienza. Nessuna creatura avr mai un rapporto cos intimo con Dio come Maria, nessuno mai entrer cos profondamente nel cuore di Dio e nelle profondit della sua intimit divina come vi entr la Vergine Santa. E' difficile trattenere dentro il nostro cuore la commozione e la gioia per avere una madre cos grande, cos bella, cos amabile..., e cos potente!. "...Canta davanti alla Vergine
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Ct. 5, 3 "...Granum tritici generabat..., sed de uno grano tritici acervus factus est... Ex illo ergo utero Mariae diffusus est in hunc mundum acervus tritici... quando natus est ex ea Christus", S.Ambrogio, De Virginitate (PL 16,327).

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Immacolata e ricordale: ave Maria, Figlia di Dio Padre: ave Maria, Madre di Dio Figlio: ave Maria, Sposa di Dio Spirito Santo... Pi di te, soltanto Dio".169 73 LImmacolata Abbiamo gi detto che la maternit di Maria, in quanto maternit messianica e in quanto rivelazione della paternit di Dio, esigeva l'Immacolata Concezione per cui Maria veniva preservata dal peccato originale e da ogni altra colpa. Questo aspetto, per cos dire "negativo" (l'assenza di ogni colpa), risplende nell'Immacolata con lo splendore di una santit eccelsa. Maria non fu soltanto la "senza-macchia", ma fu anche la "tutta-santa". L'Angelo nell'Annunciazione la salut: "piena di grazia", dimora di Dio: "Il Signore con te". Maria ebbe la pienezza della vita divina, quanto poteva esserne capace un'anima umana. E con la grazia, Maria ebbe la pienezza delle virt teologali: la fede, la speranza, la carit, e tutte le virt morali che fanno di lei l'immagine pi alta della santit creaturale, il modello ideale di creatura secondo il disegno di Dio Se la santit, intesa come compendio e perfezione di tutte le virt, sta nella pienezza dell'amore, l'amore di Dio e l'amore agli uomini, la santit di Maria non ha eguali; in nessuna creatura l'amore di Dio stato cos pieno e perfetto, n l'amore per gli uomini stato tanto intenso e totale. Nella fede e nell'amore Maria ci precede, e la sua santit sopravanza quella di tutti i santi che furono e che saranno. Perci l'Immacolata l'immagine di Maria che pi di ogni altra ha esercitato fascino e attrattiva sul
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Cammino n. 496

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cuore dei cristiani, e pi di ogni altra ha prodotto una ricchezza di metafore poetiche nel culto e nella piet cristiana. In effetti, possiamo dire che l'Immacolata, la tuttapura, la tutta-santa, realizza il sogno di Dio. Egli ha disseminato la sua bellezza in tutto il creato, ha sparso il suo splendore su tutte le sue creature, eppure lei, l'Immacolata, la Bellezza di ogni bellezza, lo splendore della luce che riverbera sul mondo. Alba incontaminata, tenerissima Aurora, fulgido meriggio: Maria la bellezza della nuova creazione. La Liturgia della Chiesa utilizza le espressioni pi poetiche della Sacra Scrittura per esaltare la bellezza di Maria: candor lucis aeternae... luminoso candore di eterna luce... specchio tersissimo senza macchia... quasi aurora consurgens, pulchra ut luna, electa ut sol: sei come l'aurora nascente, bella come la luna, fulgida come il sole, fai tremare come un esercito schierato a battaglia!... Tota pulchra es Maria, sei tutta bella, o Maria, senza macchia alcuna di peccato... la tua veste candida come neve incontaminata, e il tuo volto radioso come il sole...; circondata di stelle, sorretta dalla luna, ammantata di sole... ornata di splendidi gioielli come una sposa adorna per il suo sposo...; al re piaciuta la tua bellezza e in te ha posto la sua dimora...; diffusa est gratia in labiis tuis: sulle tue labbra si diffusa la grazia, il candore, l'amabilit... Maria, possiamo ben dire, come il sorriso di Dio sulla terra! L'Immacolata festa di bellezza, festa di luce, festa di candore. Fiat lux: Sia la luce! - fu la prima parola pronunciata da Dio sull'abisso primordiale, e "fiat lux" fu ancora la parola che Dio pronunci sul caos tenebroso del peccato..., e Maria apparve come la "Santa Montagna 204

rimasta intatta, dimora di Dio, sulla quale non venne mai meno la luce".

74 La sempre-Vergine Maria Altra prerogativa strettamente connessa con la divina maternit di Maria la Verginit: la "sempreVergine Maria"; cos frequentemente indicata nella Liturgia. Quel "sempre" della verginit viene specificato dal Magistero della Chiesa come verginit prima del parto, durante il parto, e dopo il parto, cio Ges "non diminu ma consacr l'integrit della madre". Del resto, questa la fede della Chiesa e del popolo cristiano fin dai primi tempi. Alcuni hanno negato e altri hanno combattuto questa verit della nostra fede che, insieme alla verit dell'Immacolata Concezione, della pienezza di Grazia, e della missione mediatrice costituisce una splendida gemma nel corredo delle "grandi cose" operate da Dio in Maria. La Verginit, come anche le altre prerogative, non fu soltanto un "privilegio" connesso alla persona della Madonna, ma rappresenta un elemento intrinsecamente collegato alla maternit divina. Abbiamo visto che Maria fu Madre del Redentore (Alma Redemptoris Mater); ora la Redenzione, cio la salvezza, non pu essere in nessun modo opera dell'uomo; l'uomo non in grado di salvare s stesso. La salvezza dono totale ed esclusivo di Dio. Pu venire solo da Lui. Perci Ges, cio Colui che "salver il popolo dai suoi peccati", non pu essere opera dell'uomo ma soltanto di Dio. Maria stessa, nel concepimento di Ges, non stata 205

l'artefice della generazione,170 ma stata colei che "ha accolto" ci che venuto solo dalla potenza di Dio. Gi abbiamo ricordato che la collaborazione attiva di Maria si manifestata nell'obbedienza della fede. "Ecco la serva del Signore, avvenga in me quello che tu hai detto"171; tutto ci che avvenuto in lei opera dello Spirito Santo. Anche nel parto Maria ebbe conservata la sua verginit. Ges cio usc dal grembo materno in modo indolore e lasciando intatta l'integrit corporea della madre. E' un prodigio che ha valore di segno: indica in primo luogo l'integrit morale e spirituale di Maria, che appunto risana e ricupera la maternit di Eva ferita dal peccato e segnata dal dolore; in secondo luogo significa l'origine divina di Cristo e prefigura la sua risurrezione con la vittoria sul peccato e sulla morte. La totale integrit fisica di Maria stabilisce cos un'ideale analogia tra il seno verginale della madre di Cristo e il seno del Padre dal quale il Verbo eternamente generato; e ancora, tra il seno verginale di Maria e il grembo verginale della Chiesa che nel battesimo genera i nuovi figli di Dio. In altre parole il Cristo-totale, Christus totus, come lo chiama Sant'Agostino - cio Cristo nella sua divinit (vero Dio), nel suo corpo fisico (vero Uomo) e nel suo Corpo Mistico (la Chiesa), prende origine da una triplice generazione che tutta, solo, opera di Dio, e trova nella verginit di Maria la sua ideale analogia, il comune riferimento. Cos, il seno del Padre, il seno di
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Nel Vangelo, quando si parla di Maria, il verbo "generare" usato sempre al passivo: "...Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato Ges, chiamato Cristo". Cos, l'Angelo disse a Giuseppe: "...non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perch quel che generato in lei viene dallo Spirito Santo" (Mt. 1, 16-20). 171 Lc. 1, 37

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Maria, il seno della Chiesa, sono il "luogo" verginale in cui prende origine Cristo, figlio di Dio e redentore dell'uomo, il quale, anche per questo, ha ricapitolato in s tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra.172 Della Verginit dopo il parto, conseguenza ovvia e diretta della totale integrit di Maria e della sua intenzione manifestata all'Angelo Gabriele,173 basta rileggere la esplicita definizione del Concilio Lateranense (649 d.C.).174 Semmai occorre ricordare che la maternit verginale di Maria non ha per nulla il significato di un deprezzamento del matrimonio e dell'amore coniugale tra gli sposi. L'unione casta e feconda dell'uomo e della donna ha una grandissima dignit tanto da essere inserita nel mistero di Cristo-Sposo, che ha dato s stesso per la sua Chiesa. Tuttavia, essenzialmente diverso il rapporto con Cristo-Sposo stabilito dalla verginit per il regno dei cieli. Matrimonio e Verginit, amore coniugale e amore verginale sono due modi essenzialmente diversi di seguire Cristo e di servire la Chiesa. Il matrimonio santifica una realt terrena e transitoria, legata al tempo e alla nostra condizione terrena, la verginit anticipa sulla terra una condizione che caratterizza la vita eterna, nel cielo, ma soprattutto l'amore verginale partecipazione alla

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Ef. 1, 10 Nel Vangelo si parla di "fratelli e sorelle" di Ges nel senso generico di parentela, secondo la consuetudine in uso presso gli Ebrei. 174 "Se qualcuno non confessa che la Santa, semprevergine e Immacolata Maria sia in senso proprio e secondo verit Madre di Dio in quanto propriamente e veramente (...) ha concepito nello Spirito Santo, senza seme e partorito senza corruzione, permanendo anche dopo il parto la sua indissolubile Verginit, lo stesso Dio-Verbo, nato dal Padre prima di tutti i secoli, sia condannato" (Mansi 10,11511152).

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"verginit" del Verbo, "all'amore verginale" che lo lega al Padre eternamente. La Madonna davvero quel "Giardino chiuso" (Hortus conclusus), quella "Fontana sigillata" di cui si parla nel Cantico dei Cantici e che i Padri utilizzano per indicare la Verginit di Maria.

75 LAssunta L'ultima e conclusiva verit che riguarda la Vergine Maria la sua esaltazione in corpo e anima nella gloria del Cielo. Verit conclusiva non solo perch riguarda la conclusione della sua vita terrena, ma anche perch conseguenza e insieme compendio di tutti i suoi privilegi; essi ricevono, nell'Assunzione gloriosa, il loro sigillo e la loro piena conferma; diventano come altrettante gemme che immerse nella luce rivelano tutto il loro splendore e tutta la loro bellezza. Il fondamento della glorificazione di tutto l'essere umano di Maria, anima e corpo, sta nell'unione intima e perfetta che Ella ha avuto con suo figlio Ges. Come Madre del Verbo incarnato fu profondamente partecipe della vita e della missione del Figlio di Dio e ne condivide ora la sorte nel Cielo, dove continua la sua missione materna in una incessante ed efficace intercessione per noi, accanto a suo Figlio. Come nell'Immacolata Dio realizza la primizia della nuova creazione, cos nell'Assunta anticipa la condizione gloriosa alla quale sono chiamati tutti gli uomini. L'Assunta la festa mariana pi antica. In Oriente era celebrata come "Dormitio Virginis", la Dormizione di Maria. Cos viene raffigurata in molte splendide icone dell'antico Oriente: in esse, la Vergine appare distesa su un 208

letto regale in atteggiamento maestoso e sereno, circondata dagli Apostoli; al centro, in secondo piano, appare Cristo circondato dal nimbo della luce divina e tiene tra le braccia una bambina neonata ancora in fasce: il Figlio che accoglie sua madre; la guarda con atteggiamento di maestosa tenerezza e la solleva come chi si accinge a portarla verso l'alto. Alla sommit del nimbo appaiono l'eterno Padre e lo Spirito Santo, e lungo i fianchi del nimbo scendono gli Angeli festanti come se andassero incontro alla loro regina. Sembra una raffigurazione ingenua ed invece carica di significato teologico e di piet. L'Assunta il coronamento di tutte le meraviglie che Dio ha compiuto in Maria ma anche il paradigma di come Dio porta a compimento la storia della salvezza operata per mezzo di Cristo. Anzi, di pi: Maria la sintesi di tutta la storia della salvezza, in Lei Dio ha scritto le sue meraviglie, quelle che egli vorrebbe compiere in ogni uomo, per tutta l'umanit. LImmacolata - la Maternit verginale l'Assunta: sono queste le tre grandi solennit mariane dell'anno liturgico. Esse celebrano ci che Cristo ha compiuto in sua madre e ricordano appunto ci che si compie in ogni uomo che accolga la salvezza. In ognuno di noi, infatti, Cristo causa della purificazione dal peccato, della filiazione divina e della nostra glorificazione in cielo: sono le stesse meraviglie compiute in Maria, e che hanno fatto di lei un "signum magnum", il grande Segno apparso nel cielo e descritto dall'Apocalisse, "segno di sicura speranza e di consolazione".175 Non c' dubbio che in cielo Maria sta vicina a Cristo, suo Figlio, e gli parla continuamente di noi, e un giorno la nostra
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Concilio Vaticano II, Lumen Gentium n. 68

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felicit sar contemplare Dio come egli , ma anche contemplare la gloria di Cristo e la gloria della sua Santissima Madre.

76 Santa Maria nella vita cistiana Ci siamo fermati sulle verit fondamentali della nostra fede che riguardano la Madre di Dio perch il giorno della settimana dedicato a Lei, il sabato, non rimanga un momento puramente devozionale, a livello esclusivamente emotivo. E' certo che la figura amabilissima e dolcissima di Maria va direttamente al cuore e tocca le corde pi vive del sentimento; e tutto questo non solo comprensibile ma anche giusto e buono; anzi, non dobbiamo vergognarci di trattare la Madonna con la semplicit e l'affetto dei bambini; Maria madre, e davanti a nostra madre cadono tutte le nostre complicazioni, sovrastrutture, i nostri titoli e le nostre insegne, restiamo disarmati di tutta la nostra importanza. Ma la Madonna anche madre che ci vuole figli maturi, profondi, consapevoli; desidera che attraverso di lei sappiamo trovare Ges, volergli bene e lavorare per Lui. Perci la devozione alla Madonna deve saper coniugare l'aspetto umano e il senso soprannaturale, la tenerezza e la fortezza, il cuore e la consapevolezza; in una parola la dimensione umana della nostra devozione alla Madonna deve sgorgare dalla fede e dalla grazia. " La devozione alla Vergine non qualcosa di dolciastro, di poco virile; consolazione e gioia che riempiono l'anima proprio in quanto presuppongono un esercizio profondo e 210

pieno della fede, tale da farci uscire da noi stessi e riporre la speranza nel Signore". 176 Ma ognuno di noi sapr trovare un modo personale di vivere la devozione alla Madonna, un modo adatto alla propria sensibilit e alla propria formazione, un modo che gli permetter di accogliere Santa Maria sempre pi intimamente nella propria vita. Ges, dall'alto della croce, consegn sua madre a Giovanni: "Ecco la tua madre!". "Da quel momento - egli scrive - il discepolo la prese nella sua casa".177 Dobbiamo prendere la Madonna in casa, in quella casa dove viviamo abitualmente: la nostra anima, il nostro mondo interiore. L dove nascono i nostri pensieri, maturano le nostre decisioni, sorgono i nostri affetti..., l dove combattiamo le nostre piccole e grandi battaglie della vita, l dobbiamo cercare la presenza di Maria, dobbiamo abituarci a ricorrere a lei in ogni cosa. "Se si alzano i venti delle tentazioni, se urti contro gli scogli della tentazione, guarda alla Stella, invoca Maria. Se ti agitano le onde della superbia, dell'ambizione o dell'invidia, guarda la Stella, invoca Maria. Se l'ira, l'avarizia o l'impurit scuotono violentemente la nave della tua anima, guarda a Maria. Se turbato dal ricordo dei tuoi peccati, confuso davanti alla sporcizia della tua coscienza, spaventato al pensiero del giudizio, cominci a sprofondare nell'abisso senza fondo della tristezza o nel precipizio della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nei dubbi, pensa a Maria, invoca Maria. Non si allontani Maria dalla tua bocca, non si allontani dal tuo cuore; e per ottenere l'aiuto della sua intercessione, non allontanarti tu dagli esempi delle sue
176 177

San Escriv, E' Ges che passa, n. 143 Gv. 19, 27

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virt. Se la segui non perderai il cammino, se la invochi non soccomberai alla disperazione, se pensi a Lei non andrai perduto. Non cadrai se ella ti tiene per mano; di nulla dovrai temere se lei ti protegge; non sentirai la fatica se lei sar la tua guida e con la sua protezione arriverai felicemente alla meta". 178 77 Le devozioni mariane Accanto alle grandi solennit liturgiche che celebrano i singoli "privilegi" concessi da Dio alla Vergine Santa, accanto ai tempi liturgici particolari (quarta domenica di Avvento, tempo di Natale, la Purificazione...), il sabato mariano entrato nella liturgia devozionale come memoria di "Sancta Maria in sabato". Questa memoria liturgica settimanale pu servirci a far crescere in noi l'amore e la devozione alla Vergine Santa. E' "memoria" e non "festa" e quindi lascia spazio alla pi ampia iniziativa personale capace di inventare innumerevoli espressioni di devozione; comunque possiamo sempre attingere al ricchissimo patrimonio della piet cristiana: bellissime invocazioni a Maria sotto i pi diversi titoli, ferventi giaculatorie, consuetudini che provengono dalle pi antiche tradizioni come lo scapolare, le rinunce penitenziali e tante piccole mortificazioni (fioretti), la venerazione alle sue immagini, il culto delle icone, la visita alle migliaia di chiese, piccole o grandi, dedicate alla Santa Madre di Dio, i pellegrinaggi agli innumerevoli Santuari, antichi o recenti, famosi o poco noti, grandiosi o semplici, ma tutti legati a commoventi
178

S. Bernardo, Omelie sulla Vergine Madre, 2

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storie d'amore tra la Madre e i suoi figli, tra Colei che non ha mai cessato di essere e Madre e Regina e avvocata e speranza e gioia nel cuore di tutti i credenti, di tutti i popoli e di tutte le generazioni; e infine le innumerevoli preghiere che lungo i secoli sono sgorgate dall'amore e dal dolore, dalla gratitudine e dal bisogno, dalla gioia e dalle lagrime di tante anime che hanno cercato e trovato accoglienza, rifugio e consolazione tra le braccia dolcissime della Vergine Maria: "In sinu tuo dulcissimo, o Mater!" - nel tuo grembo dolcissimo, o Madre! Di tante preghiere, a conclusione di queste riflessioni sulla Madre di Ges e Madre nostra, ne vogliamo ricordare due: la pi antica che si conosca, il "Sub tuum praesidium" - Sotto la tua protezione... - e la pi recente, il "Totus tuus", preghiere che hanno lo stesso contenuto, quello di sempre, del quale la nostra anima sente il bisogno pi urgente: l'affidamento a Maria.

Sotto la tua protezione veniamo a rifugiarci, Santa Madre di Dio; non respingere le suppliche che ti rivolgiamo nelle nostre necessit, ma liberaci sempre da tutti i pericoli, o Vergine gloriosa e benedetta! O Madre mia e Regina mia, 213

io mi abbandono interamente a Te e in pegno della mia devozione consacro, oggi, al tuo Cuore Immacolato i miei occhi, la mia bocca, il mio cuore, tutto me stesso. E poich sono TUTTO TUO, o mia buona Madre, custodiscimi come tua propriet, proteggimi e difendimi dal Maligno, e da ogni male, conservami fedele al tuo Ges nel servizio alla sua Santa Chiesa, per il bene di tutte le anime. Amen 78 Le devozioni nella vita cristiana Abbiamo percorso i giorni della settimana con lo sguardo della fede e della piet cristiana. Abbiamo visto come, attraverso le devozioni, possiamo vivere in modo semplice e insieme profondo le realt fondamentali della nostra fede. Ci siamo limitati a considerare laspetto liturgico e ascetico delle devozioni sviluppando, per quanto pos sibile in poche pagine, il fondamento dottrinale di cui esse sono espressione. Si tralasciato volutamente di parlare delle manifestazioni concrete con cui le devozioni si esprimono: preghiere particolari, novene, feste, processioni, pellegrinaggi ecc. perch in questo campo vige la pi ampia libert personale. Ognuno libero di coltivare luna o laltra delle devozioni ed esprimerla con le manifestazioni che pi si addicono alla propria sensibilit e sono maggiormente utili a fomentare la piet personale. Daltra parte, le opere compiute da Dio 214

per la nostra salvezza presentano tale ricchezza di aspetti e di contenuti da costituire una fonte inesauribile per la piet cristiana; inoltre, lo Spirito Santo soffia dove vuole, e opera nelle anime con assoluta libert, senza ripetersi, dando luci e ispirazioni che portano le anime a comprensioni del mistero di Cristo e a moti damore che trovano ampia variet di manifestazione. Le devozioni poi possono cambiare con let, con le situazioni personali, nelle diverse circostanze della vita, secondo le necessit del momento. Se siamo semplici non avremo vergogna delle manifestazioni spontanee e umili della piet che, quando vera, trova sempre nelle verit della fede e nella Liturgia della Chiesa la sua garanzia di autenticit. Tuttavia, consigliabile non avere molte devozioni e comunque non vestirle con espressioni troppo esteriori e superficiali, col pericolo di ridurle al solo folclore o esporle al contagio della superstizione. Abbiamo gi ricordato che occorre semplicit e autenticit. Solo cos le devozioni garantiscono calore umano anche alle cose pi spirituali e soprannaturali. Le devozioni, infatti, ci aiutano a vincere laridit del cuore, lastrattismo intellettualistico nel vivere la fede, e anche la solitudine solipsistica della vita spirituale. Ci fanno sperimentare la dolcissima realt della Comunione dei Santi, e ci fanno gustare quellaria di famiglia che caratteristica di una autentica vita cristiana. Un cristianesimo disincarnato, astratto, teorizzante un inganno, contribuisce a ridurre la fede a una ideologia e toglie alla vita spirituale la sua dimensione dialogica, cio la sua caratteristica di rapporto vivo e personale con Dio, con Ges Cristo, con la Vergine e i Santi. Le devozioni sono nella Chiesa quello che le tradizioni sono nella vita famigliare. In ogni famiglia ci 215

sono ricorrenze, consuetudini, tradizioni legate a particolari avvenimenti e alle persone che ne furono protagoniste. Cos nella Chiesa, che incarna storicamente lopera della salvezza; fatti, avvenimenti, interventi di Dio attraverso i personaggi che ne furono testimoni personali ed ebbero il ruolo di strumenti nelle mani di Dio, la Chiesa li rivive e li celebra come il proprio vissuto famigliare.

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L'ANNO LITURGICO

Il tempo ciclico.

79 Cristo: pienezza del tempo Esiste il tempo delle cose; cio il moto naturale delle creature secondo le leggi che governano tutto l'universo. Esiste il tempo dell'uomo; cio la vicenda terrena dellumanit e di ogni singola persona, secondo la natura propria dell'essere umano. L'uomo, infatti, rappresenta una "discontinuit" nel creato per la dimensione spirituale che lo identifica e porta in s "l'immagine" di Dio. Inoltre il suo essere spirituale stato elevato a una dimensione soprannaturale, divina, che ha reso possibile un rapporto con Dio nuovo e sublime, destinato a completarsi nel Cielo in una comunione perfetta ed eterna con Lui. Questa dimensione costituisce la nuova dignit della persona umana, quella di figlio di Dio. Questa nuova identit dell'uomo, che implica il suo destino eterno, opera di Dio, cio Dio entrato nel tempo dell'uomo compiendo meraviglie, cose meravigliose: sono esse il "tempo di Dio". Queste meraviglie corrono lungo tutta la storia umana, ma non 217

come momenti separati, come interventi che si susseguono uno dopo l'altro alla maniera degli avvenimenti umani; le "meraviglie" di Dio sono momenti di un unico, grande, intervento che, n il tempo n la storia possono contenere, e che tuttavia si rende presente in ogni punto del tempo e della storia; questo unico e sublime intervento di Dio nel mondo ha un nome: Ges Cristo. In Lui hanno compimento tutte le meraviglie operate da Dio lungo i secoli, lui la "linfa" che scorre lungo il tronco della storia umana e ne costituisce la vera unit, la vera misura e fecondit. Cristo: Alfa e Omega, Principio e Fine di tutte le vicende umane; Egli di oggi, di ieri, dei secoli. San Paolo parla di Cristo come della "pienezza del tempo": Quando venne la pienezza del tempo Dio mand il suo figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perch ricevessero l'adozione a figli".179 In poche righe contenuto tutto il disegno di Dio realizzato in Ges Cristo: Ges il Figlio di Dio, l'eternit; nato da donna: entra nel tempo come vero uomo, assume la nostra umanit; nato sotto la legge: assume la natura umana come si presenta nella sua condizione storica: schiava del male, sottoposta al peccato; per riscattare coloro che erano sotto la legge: redime il tempo e la storia, libera l'uomo dalla schiavit del peccato e dalla precariet della morte; perch ricevessero l'adozione a figli: Ges cambia la vita umana, d una nuova dimensione, soprannaturale ed eterna, all'uomo e al suo destino; il tempo e la storia si aprono sull'eternit, e l'uomo pu entrare in comunione con Dio. Cristo d senso compiuto all'intera creazione, a tutta la storia dell'umanit e ad ogni singolo uomo in tutte le sue dimensioni; Cristo davvero la "pienezza del
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Gal. 4,4

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tempo", e lo in modo ineffabile e permanente, per sempre; Egli l'eternit nel tempo. Il primo gesto liturgico che la Chiesa compie nella Veglia pasquale la benedizione del cereo, simbolo di Cristo risorto; in quel rito la Chiesa proclama solennemente: "Cristo, ieri e oggi. Principio e Fine. Alfa ed Omega. A Lui appartengono il tempo e i secoli. A Lui la gloria e il potere per tutti i secoli, in eterno. Amen".

80 Il tempo di Dio e il tempo delluomo Ges Cristo dunque il "tempo di Dio" nel tempo dell'uomo. Ora, Ges il Redentore, la Salvezza degli uomini; perci il tempo di Dio tempo di salvezza, e tutto ci che Dio ha compiuto in Cristo nella storia dell'umanit costituisce la "Storia della Salvezza". Abbiamo visto che l'uomo la misura del tempo perch nello spirito umano che esiste un passato, un presente, un futuro. Abbiamo anche ricordato le singole unit cronologiche: le ore, il giorno, la settimana, vedendone il significato in riferimento alla nostra vita spirituale. Rimane da considerare un'altra unit cronologica pi ampia, che riguarda insieme l'uomo e la natura, le cose e l'esistenza umana: l'anno. Tutti conosciamo l'anno astronomico: il tempo tra due equinozi di primavera (anno tropico), o il tempo tra due passaggi successivi del sole allo stesso punto dell'eclittica (anno siderale). E' un tempo che determina in natura l'alternanza delle stagioni, ma anche riveste per l'uomo il significato di un paradigma sia della vita umana (le "stagioni" della vita) sia della storia dell'umanit; paradigma in cui compaiono la dimensione ciclica e insieme la dimensione ascendente del tempo. Sui cicli 219

cosmici l'uomo ha costruito i suoi calendari, sui quali segnava feste e celebrazioni che sacralizzavano i ritmi della natura e della vita. Analogamente, per memorizzare la storia, faceva riferimento alle generazioni, oppure ai regni e alle dinastie, o anche a personaggi o ad avvenimenti che determinavano un'epoca, e tutto confluiva nel patrimonio delle tradizioni storiche di un popolo. Non qui il luogo per fare considerazioni sui corsi e ricorsi storici, o sui cicli cosmici ricordati e celebrati dai miti delle varie civilt umane, e nemmeno vogliamo soffermarci a considerare l'anno civile che ritma la vita sociale di un popolo nelle sue varie espressioni: anno scolastico, anno finanziario, anno accademico, e tante altre annualit che contraddistinguono la vita civile del nostro tempo, un tempo che vede la societ enormemente sviluppata nel campo politico, industriale e organizzativo. E nemmeno vogliamo soffermarci su una filosofia della storia che indaga quali sono, se ci sono, le leggi profonde che presiedono alle vicende dei popoli e delle civilt umane. Quello che qui ci interessa cogliere e comprendere la storia di Dio dentro la storia dell'uomo, tutto ci che Dio ha fatto sull'uomo e per l'uomo in ordine al piano eternamente da Lui predisposto nella sua infinita sapienza e compiutamente realizzato nel tempo e nella storia. Il calendario di Dio prescinde dai vari calendari umani e dai cicli cosmici, ma non li ignora. Li percorre, li unisce e li tiene aperti all'azione della grazia perch non ricadano su s stessi come anelli sciolti, che hanno perduto il loro appiglio. La storia, alla luce delle considerazioni umane, pu anche apparire come un vagabondaggio nel tempo di popoli che percorrono strade gi percorse o sentieri gi battuti da altri secondo le leggi della casualit o quelle misteriose degli influssi astrali, ma in realt la 220

traiettoria aperta dagli uomini con le loro decisioni intrise di bene e di male, di eroismi e di vergogne, e insieme la traiettoria percorsa dalla presenza silenziosa di Dio che cammina con gli uomini e che rivela nella storia le meraviglie della sua potenza e della sua misericordia.

81 I cicli dellanima: cominciare e ricominciare Tuttavia, il succedersi delle stagioni, il rinascere della vita, come il risorgere del sole sull'orizzonte dopo il solstizio d'inverno, per quanto siano cicli annuali legati alla natura, hanno sempre avuto un significato traslato, simbolico, in riferimento alla vita e alla vitalit di una persona come alla storia delle civilt. La vita che rinasce ha un suo fascino misterioso, e ha fatto sognare l'eterno ritorno delle cose. Tuttavia sappiamo che la nostra vita non ha ritorno, un'occasione unica, che non si ripete. E, questa, una caratteristica metafisica che riguarda la nostra persona. La persona umana, infatti, unica e irrepetibile, e perci trascende il tempo configurandosi come un evento di discontinuit nel mondo e nella natura. Si tratta, appunto, della dimensione spirituale del nostro essere; ed proprio questa dimensione spirituale che genera in noi un'istintiva ripugnanza all'idea che la vita finisca, e ci fa sognare un suo eterno ritorno. D'altro canto, per il corpo noi siamo immersi in un universo che ha tutte le caratteristiche della ciclicit, di cui la stessa alternanza delle stagioni specchio ed immagine. Lo stesso moto fisico dei corpi, rettilineo nello spazio euclideo, ma nello spazio cosmico dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, dove le tre coordinate dello spazio acquistano una quarta dimensione, il tempo, il 221

moto risulterebbe non pi rettilineo, lo spazio sarebbe curvo e l'universo chiuso. Del resto, la periodicit una legge insita nella natura stessa delle cose: la forma sferoidale dei corpi, la traiettoria delle orbite, la struttura stessa della materia con le orbite ( livelli energetici ) degli atomi e la distribuzione periodica degli elementi .... fino al fenomeno della vita governata, come abbiamo visto, da un "ciclo biologico"....; si pu dire che, nel tempo, tutto ricomincia, tutto ritorna. Questo aspetto ciclico che la realt presenta e la concezione ciclica che noi stessi abbiamo del tempo e della vita, se da una parte rivelano il senso e il bisogno di eternit che c' nel cuore umano, dall'altra sono un invito a non considerarci mai arrivati, a non considerare mai chiusa la nostra partita. La nostra persona , certamente, unica e irripetibile, e si conserva uguale e identica a s stessa lungo tutto l'arco dell'esistenza temporale per poi attuarsi in modo definitivo e compiuto nella vita eterna, ma durante la sua vicenda terrena conosce tutte le vicissitudini del tempo: conosce l'oscurit e la luce, la forza e la stanchezza, il dubbio e la certezza, la gioia e il dolore, la fatica e il riposo, la vittoria e la sconfitta... ; in una parola, l'altalena del bene e del male come un pendolo che scandisce le ore della nostra vita. Ce lo ricorda un'aforisma popolare che corre frequentemente sulla nostra bocca: "Nella vita non si mai sicuri." Anche nella vita dell'anima, dobbiamo ricordarci che non siamo mai sicuri, e che il nostro cammino verso Dio non mai concluso. Finch erano sulla terra, i Santi si consideravano capaci di tutte le miserie e di tutte le debolezze umane. Perci una legge legata al tempo e alla nostra fragilit, quella che ci costringe a "cominciare e ricominciare" molte volte nella nostra vita. Del resto, ogni mattina la vita ricomincia: si rinnova 222

il proposito di servire, ricomincia il lavoro, la lotta, la gioia di amare. Ogni giorno, ogni anno, non sono mai la pura ripetizione del giorno passato o dell'anno trascorso; sono un giorno "nuovo", una nuova occasione di vivere la nostra vita di figli di Dio nella sua pienezza e nella sua totalit. Dio non si ripete mai; Dio l'eternit e, anche nel tempo, egli si donato una volta per sempre alla nostra anima. E' invece la nostra anima che deve rinnovarsi continuamente nella contrizione e nell'umilt del pentimento, nella speranza e nell'abbandono alla grazia, nella lotta e nella giovinezza dell'amore. "Nunc coepi!" - adesso comincio!: il grido dell'anima innamorata che, in ogni momento, tanto se stata fedele quanto se le mancata generosit, rinnova il suo desiderio di servire - di amare! - con tutta lealt il nostro Dio".180 82 Luomo e la natura: ordine e disordine L'uomo, per creazione, legato alla terra e alla natura; non pu quindi prescindere dai cicli annuali e dal succedersi delle stagioni. Soprattutto nelle civilt agricole, l'esplodere della primavera, la forza dell'estate, la ricchezza dell'autunno, il sonno e il silenzio dell'inverno, oltre a suscitare sentimenti che trovano nel linguaggio poetico una multiforme ricchezza di espressioni, suggeriscono la presenza, nelle leggi della natura, di un mistero che fa riferimento da una parte all'azione provvidente di Dio (gli di agresti dei pagani), e dall'altra al rapporto di schiavit-amore che lega l'uomo alla terra. I due aspetti di questo mistero hanno una radice che li accomuna: il loro rapporto con il peccato dell'uomo.
180

Solco, n. 161

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Dio, infatti, aveva creato la terra nella pace; tutto era regolato da leggi alle quali tutta la natura obbediva. Leggiamo nella Bibbia che Dio, dopo aver creato l'uomo e la donna, "li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra..., io vi do in cibo ogni erba verde".181 Dunque Dio aveva creato ogni cosa "nella giustizia e nella pace". Il termine "giustizia" nella Bibbia ha un significato che va oltre quello puramente giuridico o morale; riveste una dimensione profondamente religiosa, a volte cos alta da costituire un attributo esclusivo di Dio. Tuttavia anche il significato giuridico e morale non estraneo a questa dimensione religiosa. Il Diritto, infatti, sancisce come giustizia: "Unicuique suum", a ciascuno ci che gli compete come soggetto di diritto. Ma potremmo anche tradurre, allargando il significato: ogni cosa al suo posto; in altre parole, ogni essere deve occupare il posto che gli compete secondo la propria natura. Questo stare al proprio posto ci fa comprendere perch la giustizia e la pace siano, nell'intero universo, strettamente legate. Essendo la pace "tranquillitas ordinis" - la tranquillit dell'ordine (S. Agostino), possiamo dire che c' veramente ordine, e quindi c' pace, quando ogni cosa sta al proprio posto. Ora, Dio aveva creato l'universo "in numero, pondere et mensura", ogni cosa, appunto, con ordine e perci nella pace: la natura obbediva alle proprie leggi e perci l'uomo dominava la natura, il corpo obbediva all'anima, e ogni membro del corpo svolgeva la propria funzione con ordine, e l'anima era soggetta a Dio, la volont seguiva l'intelligenza e questa obbediva alla verit. Nel mondo regnava l'ordine e la pace.
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Gen. 1,28-31

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Ma tutto fin con il peccato dell'uomo. La provvidenza di Dio continuer a condurre le cose, ma esse hanno ormai subito lo sconquasso del peccato; l'uomo continuer ad esercitare il suo dominio sulla natura ma nel segno della fatica e del disordine: la terra gli diventer matrigna e si ribeller al suo lavoro diventando uno schermo che riprodurr i conflitti e le disarmonie interiori del suo cuore. Cos nessuna cosa rimasta al proprio posto. Cos' una malattia? Nient'altro che un "disordine biologico": un organo non rispetta pi le sue funzioni. Cos' un tumore? Cellule "disordinate" che escono dal loro posto, impazziscono e non obbediscono pi alle loro leggi. E la morte? Il massimo del disordine, una catastrofe biologica che porta alla rottura del nostro essere naturale. Cos il rapporto tra l'uomo e la terra, tra l'uomo e la natura, diventato un rapporto reciproco di odio-amore, di schiavit-dominio. Le parole di Dio ad Adamo sono quanto mai esplicite e pesano drammaticamente: "Poich... hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrr per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finch tornerai alla terra, poich da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!".182 83 Riconciliarsi con la terra Il mondo attuale, dunque, anche quello fisico e il mondo della natura, non come Dio l'avrebbe voluto, n
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Gen. 3,17-19

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come egli l'aveva effettivamente creato, nella giustizia e nella pace. Anche nella natura entrata l'aggressivit, la violenza e il disordine. Era opportuno ricordare tutto questo parlando delle stagioni e del rapporto dell'uomo con la natura perch molte calamit naturali sono sintomo e insieme effetto di un disordine provocato dal peccato. L'uomo dunque abita la terra e si nutre della terra, ma vi abita come un inquilino a rischio e il pane che raccoglie ha spesso l'amaro sapore della fatica e del sudore. Le stagioni, abbiamo detto, parlano s, con diversi linguaggi, agli occhi, alla fantasia, ai sentimenti, perfino alla pelle dell'uomo, ma il loro motivo fondamentale risiede nei frutti. E' dai frutti che si giudicano le stagioni: un'annata buona o cattiva se il raccolto abbondante o scarso. L'uomo del passato aveva imparato dalla terra la pazienza; sapeva che i frutti vanno attesi come un dono con la collaborazione paziente e sacrificata del proprio lavoro. Oggi l'uomo sta esercitando sulla natura un dominio che spesso pericolosa violenza, e vuol quasi "costringere" la natura a dare frutti a tutte le stagioni. L'uomo ha bisogno di riconciliarsi con la natura, deve ricomporre con essa un dialogo che il peccato ha rovinato e distorto trasformandolo in ribellione e contesa reciproca. Cristo venuto a riconciliare tutte le cose e, come segno di salvezza e di redenzione, ha pi volte placato con autorit le forze di una natura ribelle ed aggressiva. L'uomo nuovo inaugurato da Cristo chiamato a partecipare a questa missione di salvezza sia liberando la natura dal potere del maligno, che ancora esercita il suo influsso nefasto sul mondo, sia collaborando con le leggi della natura stessa per attuare un mondo degno dell'uomo e specchio della bont di Dio. In ogni caso l'uomo deve guardarsi dal diventare complice del disordine utilizzando 226

le leggi della natura, soprattutto le leggi della vita, contro il disegno di Dio. Ad ogni stagione dell'anno la liturgia implorava la benedizione di Dio sulla terra perch fosse benigna e feconda: era il rito delle "Rogazioni" che cadevano nelle quattro Tempora, le quattro stagioni dell'anno. La liturgia attuale ci offre uno splendido Prefazio che proprio delle domeniche ordinarie, e che pu diventare preghiera per implorare la riconciliazione tra l'uomo e la natura: Dio onnipotente ed eterno, tu hai creato il mondo nella variet dei suoi elementi, hai disposto l'avvicendarsi dei tempi e delle stagioni, e all'uomo, fatto a tua immagine, hai affidato le meraviglie dell'universo, perch, fedele interprete dei tuoi disegni, esercitasse il dominio su ogni creatura, e nelle tue opere glorificasse te, creatore e padre, per Cristo nostro Signore. Ancora una volta, Dio non abbandona l'uomo al suo disordine, ma con pazienza e amore lo aiuta a ritrovare l'ordine nel suo disordine, a riconciliare, per mezzo di Ges, tutte le cose tra loro e con Lui, le cose del cielo e le cose della terra.

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IL TEMPO LITURGICO

84 Quando Dio cerca luomo Dentro il tempo delle cose (i cicli naturali) e dentro il tempo dell'uomo (i cicli storici) scorre il tempo di Dio, cio gli interventi di salvezza che egli ha operato nella storia umana. Abbiamo visto che essi costituiscono le "meraviglie" compiute da Dio per l'uomo, e hanno avuto il loro compimento in Cristo. Compiute una volta per sempre, queste meraviglie vengono "celebrate" dalla Chiesa nella sua Liturgia in un ciclo annuale che prende il nome di Anno Liturgico. Vengono "celebrate", non commemorate. Si commemora infatti un avvenimento passato di cui si vuole conservare il ricordo. Le opere di Dio non appartengono al passato; Dio le ha compiute nel tempo ma esse appartengono all'eternit. Perci Dio pu renderle presenti nel tempo in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. E' quanto avviene nella Liturgia della Chiesa. "Essa apre ai fedeli le ricchezze delle opere salvifiche e dei meriti del suo Signore, in modo tale da renderle come presenti a tutti i tempi perch i fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della grazia della salvezza".183 Il rito liturgico il momento significativo e celebrativo della presenza di Cristo nella vita dell'uomo. Cos nel corso dell'anno
183

Conc. Vaticano II. SC, n. 102

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liturgico viene celebrato tutto il mistero di Cristo, anzi, viene come percorsa tutta la Storia della Salvezza. Il primo ciclo dell'Anno Liturgico celebra il mistero del Natale, cio il mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio. E' un ciclo costituito da tre momenti: l'Avvento, il Natale, l'Epifania, vale a dire l'attesa, la nascita, la rivelazione di Cristo. E' un ciclo di grande respiro; abbraccia la storia dell'umanit fino a Cristo e poi in Cristo illumina di significato tutta l'esistenza umana, quella di tutta l'umanit e quella di ciascun uomo. Il tempo dell'Avvento, che d inizio all'Anno Liturgico, si propone come preparazione alla venuta avvento - del Signore. Ma - come si esprime San Bernardo - "noi conosciamo una triplice venuta del Signore: una venuta occulta che si colloca tra altre due che sono manifeste. Nella prima venuta Egli venne nella debolezza della carne (Natale), nell'ultima venuta verr nella maest della gloria (il Giudizio finale), nella venuta intermedia egli viene nella potenza dello Spirito (la Grazia)".184 Sono tre momenti diversi di un unico evento: il mistero dell'amore di Dio che cerca l'uomo; lo cerca, gli si manifesta, gli si dona. Dio ha cercato l'uomo fin dall'inizio, quando, nel Giardino, l'uomo si era a lui ribellato e si era nascosto al suo volto. Narra la Genesi che l'uomo e la donna dopo il peccato si accorsero di essere nudi, e "udirono il Signore Dio che passeggiava alla brezza del giorno... e si nascosero in mezzo agli alberi del Giardino. Ma il Signore Dio chiam l'uomo e gli disse: "Dove sei?" Rispose: "Ho udito il tuo passo... ho avuto paura, perch sono nudo, e mi sono nascosto".185
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S. Bernardo, Discorso 5 sull'Avvento. Gen. 3, 8-10

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Il primo sentimento che luomo sperimenta quando si allontana da Dio la paura. E' la paura che lo porta a dubitare di se stesso, la paura che lo costringe a nascondersi tra gli alberi dei propri peccati credendosi abbastanza protetto e sicuro, la paura che lo spinge a nascondersi dietro la propria vergogna con il pretesto della sua nudit pensando di sfuggire allo sguardo di Dio, e quando ode nell'intimo della sua coscienza i passi di Dio che viene a cercarlo, ancora la paura che gli fa credere di trovarsi davanti a un giudice che d la caccia al colpevole per condannarlo. Quanto diverso invece il comportamento di Dio descritto dalla Genesi! Dio interviene innanzitutto per disingannare l'uomo, per renderlo consapevole della sua condizione e del perch di essa: "Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?" Sono parole esprimono l'amarezza e la delusione di Dio riguardo la sua creatura perch non si fidata di lui, non gli ha creduto e si lasciata ingannare dalla menzogna. Il Signore poi non umilia l'uomo; accoglie in un certo senso le sue giustificazioni, ma anche lo prepara ricordandogli le conseguenze del suo peccato. Adamo, quando incontrer il dolore, la sofferenza e la morte, dovr ricordarsi che Dio queste cose non le avrebbe volute, ma sono legate alla sua condizione di "nudit", cio di debolezza, di miseria e di schiavit che propria del peccato. Quando poi il Signore fa cacciare l'uomo dal giardino ha un gesto che quasi materno: "Il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vest"; Dio che si prende cura dell'uomo, lo protegge dalla sua debolezza, lo difende nella sua dignit, la dignit che egli stesso ha oltraggiato e ferito. Ma soprattutto Dio apre al cuore dell'uomo un futuro pieno di spersanza: la promessa 230

di non abbandonarlo al proprio destino, anzi la promessa che un giorno, Lui, il Signore, sarebbe tornato a portargli la salvezza: sboccer sulla terra il germoglio di una donna che schiaccer la testa al Maligno. Non dobbiamo dunque aver paura di Dio: il Signore viene in cerca di noi a Natale, nell'umilt e nella debolezza di un bambino che prender il nome di Ges, il Salvatore, che distrugger sulla croce il nostro peccato; egli verr alla fine dei tempi, nella maest e potenza della sua gloria, per chiamarci ad entrare nel suo Regno: "Venite benedetti del Padre mio..."; viene continuamente alla nostra anima con la sua grazia, viene a chiamare la nostra intelligenza alla luce, la nostra volont all'amore, il nostro cuore alla fedelt. Non dobbiamo aver paura di Dio. Quando viene a cercarci per la nostra salvezza. La differenza tra un credente e un non credente non sta nell'affermare o negare l'esistenza di Dio, ma nel fidarsi o non fidarsi di Dio, nel credere o non credere all'Amore.

85 Isaia: il desiderio di Dio Il tempo di Avvento tutto sotto il segno della fiducia e della speranza, che diventano umile attesa della Salvezza. Gi nella prima domenica, che ancora tutta rivolta all'ultima venuta di Ges come Giudice alla fine dei tempi, la liturgia risuona del canto fiducioso del salmo 24: "A te, Signore, innalzo l'anima mia. Dio mio, in te confido, che io non resti confuso". Ma c' da chiedersi: "Gli uomini sono ancora in attesa della salvezza? Che cosa attende l'uomo di oggi? Dove sta guardando?" Per capirlo bisogna vedere quali sono i suoi desideri. Il desiderio, 231

infatti, esprime l'attesa, alimenta la fiducia, misura la speranza. Quali sono dunque i desideri del cuore umano? E noi stessi, quali desideri coltiviamo nella nostra anima? Dove sta andando il nostro cuore?... Ci sono desideri ignobili che spingono il cuore verso il tradimento, l'infedelt, i piaceri vergognosi. Ci sono desideri tristi, che avvelenano il cuore, lo nutrono di gelosia, di invidia, di vendetta. Ci sono desideri "aridi" che gelano il cuore e lo imprigionano nell'egoismo, nella sete di guadagno, nelle ambizioni della superbia. Ci sono poi i desideri buoni, il desiderio del bene, il desiderio della verit , il desiderio della pace, i desideri che aprono il cuore alla compunzione, alla generosit, all'amore. Ma c' un desiderio che riassume tutti i desideri nobili dell'uomo, un desiderio che esprime l'insonne aspirazione dell'animo umano alla felicit: il desiderio di Dio. E' il desiderio che nelle anime grandi diventa sete incontenibile di vedere il volto di Dio, sete che si fa attesa, invocazione, ricerca mai sopita e mai appagata. Questo desiderio di Dio impregna tutto lo spirito dell'Avvento e se ne fa altissimo interprete il profeta Isaia. Ci sono tre figure che dominano la liturgia dell'Avvento: il pi grande dei Profeti, Isaia; il pi grande tra "i nati di donna", Giovanni il Battista; e soprattutto la pi eccelsa fra tutte le creature, l'Immacolata. Con il Profeta Isaia, le cui pagine sublimi e struggenti rimangono uno dei pi grandi tesori poetici e mistici dell'umanit, il desiderio di Dio raggiunge il grido pi alto e pi intenso. La sua invocazione pi famosa risuona come un ritornello durante i giorni dell'Avvento: "Stillate, o cieli dall'alto la vostra rugiada, e le nubi piovano il giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore!" Questa e l'altra invocazione, la pi ripetuta nella liturgia dell'Avvento: "Vieni o Signore Ges; 232

non tardare!", possono servirci per alimentare in noi il desiderio di Dio. L dove questo desiderio viene meno, la vita spirituale languisce, ristagna. E' un sintomo preoccupante di tiepidezza o di sonno dello spirito, addirittura di un cuore spento. Perci la Chiesa ci rivolge fin dalla prima domenica di Avvento le parole di S. Paolo: "Fratelli, ormai tempo di svegliarci dal sonno, perch la nostra salvezza vicina..."186 Il primo sonno da rompere il silenzio dell'anima che non sa pi pregare, che ha abbandonato il suo colloquio con Dio e riempie il suo mondo interiore di chiacchiere inutili e vane. La preghiera sempre il punto da cui si ricomincia. Per risvegliare in noi il desiderio di Dio, occorre cercarlo nell'orazione, invocarlo anche se ci appare lontano, aspettarlo pazientemente anche quando ci sembra di non vederlo. Avere il desiderio di Dio gi amarlo, gi possederlo. E tuttavia sulla terra questo amore non mai un possesso, sempre desiderio; e quando autentico genera gioia e speranza ma anche spinge l'anima alla ricerca e all'attesa. Cercare Dio vuol dire averlo gi trovato, ma vuol dire anche capire che trovare Dio grazia, che possibile trovare Dio solo quando o perch lui si dona. Perci la ricerca di Dio sempre attesa di lui, della sua epifania, di quel grido che rompe il buio della notte o del sonno: "Ecco, viene lo sposo! Andategli incontro!"187 Guai se il nostro cuore fosse chiuso o spento perch non abbiamo tenuto accesa, con desiderio d'amore, l'attesa dello Sposo!

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Rom. 13,11 Mt. 25,6

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86 Giovanni il Battista: Preparate la via Un cuore spento o un cuore chiuso non capir mai il Natale, cio l'amore di Dio, e non capir nemmeno la Pasqua, la misericordia infinita del Padre, e neppure capir la Chiesa che nata dall'effusione dello Spirito Santo. Non basta che Dio venga, non basta che, spinto dal suo amore, Egli scenda a cercarci, se poi trova chiuse le strade del cuore. Perci la Liturgia dell'Avvento tutta percorsa dalla "voce di colui che grida: nel deserto preparate la via del Signore, spianate i suoi sentieri, Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati".188 La figura austera ed esigente di Giovanni Battista campeggia nell'Avvento come un forte invito a cambiare il cuore, a sgombrarlo da tutto ci che gli impedisce di accogliere l'amore di Dio. Innanzitutto "raddrizzare i suoi sentieri". Raddrizzare i sentieri del cuore significa sincerit interiore; non possiamo accontentarci delle parole, non possiamo fermarci ai propositi, e nemmeno alle buone intenzioni. Certamente dovremo anche rettificare, raddrizzare le intenzioni puntando lo sguardo dell'anima verso la giusta direzione, cio verso la volont di Dio, ma la sincerit del cuore consiste nel "volere" ci che vuole Dio, senza falsi problemi, senza i pretesti e le giustificazioni create dalla pigrizia, dall'egoismo o dalla sensualit. Esige, in una parola, la lotta ascetica, l'impegno
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Lc. 3,4

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interiore a spianare "le asperit" del carattere e delle cattive abitudini, a riparare con la penitenza e la contrizione le "buche" dei nostri peccati e delle nostre omissioni; esige una lotta interiore che porta alla purezza del cuore per cui possiamo vedere Dio e accoglierlo. Questo fu il battesimo di Giovanni, un battesimo di penitenza e di conversione. Come conseguenza di questa lotta interiore, sincera e concreta, Giovanni chiedeva la coerenza della vita, una condotta esteriore che rivelasse un "cuore ben disposto".

87 LImmacolata: la dimora degna di Dio L'esempio pi perfetto di "un cuore ben disposto" per accogliere il Redentore l'Immacolata, la figura amabilissima di Maria che illumina di luce e di bellezza tutto lAvvento; esso appare cos un tempo liturgico squisitamente mariano. Se doveva esserci una festa prima del Natale e in preparazione al Natale, questa festa non poteva essere che l'Immacolata. Viene celebrata l'8 dicembre in pieno Avvento; sembra una collocazione casuale, una pura questione di date (si celebra infatti la Nativit di Maria l'8 di settembre); in realt tutto fa pensare a un disegno provvidenziale di Dio che gioca anche con le date, con i tempi e con la storia degli uomini. L'Immacolata chiamata dalla Liturgia "degna dimora" del Figlio di Dio. Si potrebbe osservare che Ges "dimor" soltanto nove mesi nel grembo verginale di Maria. Secondo le leggi della natura, dal punto di vista corporale, certamente vero; sappiamo per che Maria concep il Figlio di Dio "prius in mente quam in corpore" prima spiritualmente (attraverso la fede) che 235

corporalmente (attraverso la carne). E questa dimora di Cristo nel cuore pieno di santit e di grazia della Madonna non venne mai meno, anzi, and crescendo in intimit e profondit, tanto da poter dire che il Figlio assimil a s la Madre facendola compartecipe della sua vita e della sua missione di Redentore. Maria dunque, o meglio il suo Cuore immacolato e innamorato, rimane ormai per sempre la dimora dolcissima ed eccelsa di Cristo, e rimane anche modello e insegnamento per noi che siamo chiamati ad accogliere Cristo secondo l'augurio di San Paolo agli Efesini: "Che Cristo, mediante la fede, abiti nei vostri cuori, ben radicati e fondati nell'amore"189 Solo la Madonna pu insegnarci come preparare il presepe nel nostro cuore, solo lei pu aiutarci a far nascere Cristo nella nostra anima mediante la purezza, la fede e l'amore. Senza questa nascita di Ges dentro di noi, a ben poco servono i presepi nelle nostre case e nelle nostre chiese. Per la nascita di suo Figlio, Dio ha preparato Maria, noi abbiamo preparato una grotta. Negli ultimi giorni dell'Avvento, mentre nelle chiese si svolge la toccante novena, tutti sono impegnati a preparare il Natale: si invadono i supermercati per il menu natalizio, si visitano i negozi per l'acquisto di regali, si adornano case e vie con luminarie e insegne dorate..., ma molti hanno paura di andare oltre: si aggirano tra le scintillanti apparenze del Natale ma con il cuore spento e l'anima vuota, si appropriano dei "segni" del Natale ma non lo "celebrano", sentono, magari con commozione, la "nostalgia" del Natale ma non ne conoscono la "gioia". Molti arriveranno alla grotta e guarderanno il Bambino, ma non sapranno vedere in quel Bambino l'amore di Dio per loro. Il Vangelo dice che i pastori trovarono il
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Ef. 3,17

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Bambino e sua Madre..., dobbiamo appunto passare da Maria per capire l'amore di Dio. Nessuna creatura sulla terra ha "celebrato" il Natale come lei; e non solo perch quel Bambino carne della sua carne, sangue del suo sangue ed stato partorito dal suo grembo verginale, ma soprattutto perch essa "ha trovato grazia presso Dio" che l'ha amata pi di ogni altra donna sulla terra, e perch lo Spirito Santo l'ha fatta sua sposa e quel Bambino il dono che il Padre ha consegnato a Lei per rivelare a tutti gli uomini la sua misericordia. Maria la soglia che il Figlio di Dio ha varcato per venire fino a noi, ed perci la soglia che ognuno di noi deve varcare per incontrare il Redentore: Maria la soglia della speranza. Al di qua ci siamo noi, gli uomini, con le nostre paure, le nostre catene, le nostre attese e invocazioni; al di l della soglia c'era il Dio inaccessibile, il Dio dell'Eden perduto, ma anche il Dio delle promesse. E in Maria ogni promessa si compiuta; Dio stesso ha varcato per primo questa "soglia delle speranze" umane. Maria ha "costretto" il Dio inaccessibile, immenso, a farsi piccolo, a misura d'uomo, a rinchiudersi nel suo grembo. Infatti, quem coeli capere non poterant, tuo gremio contulisti - colui che i cieli non possono contenere, l'hai racchiuso nel tuo grembo.190 Dobbiamo incontrare l'Immacolata; essa purificher il nostro cuore facendolo rivivere nella contrizione e nel perdono, sulla soglia del confessionale cadranno le nostre catene e si scioglieranno le nostre paure... e varcheremo anche noi la "soglia della speranza". Solo allora, il canto degli Angeli nel cielo di Betlemme risuoner anche per noi: "Se cerchi Maria "necessariamente" troverai Ges, e apprenderai - con
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Dalla Liturgia delle Ore. Comune della B.Vergine Maria.

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profondit sempre maggiore - che cosa c' nel cuore di Dio".191

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Forgia, n. 661

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TEMPO DI NATALE

88 Natale Il Natale ci rivela appunto che cosa c' nel Cuore di Dio: un amore senza limiti per gli uomini. La solennit del Natale celebrata dalla Chiesa con tre liturgie eucaristiche diverse: la Liturgia della notte, la Liturgia dell'aurora, la Liturgia del giorno. Come a dire che il mistero del Figlio di Dio fatto uomo cos grande che non basta una Liturgia per descriverlo. In effetti, l'Incarnazione Sposalizio di Dio con l'uomo, incontro ineffabile del Creatore con la sua creatura - si presenta ai nostri occhi e alla nostra mente come un evento cos immenso nelle sue dimensioni umane e divine che abbiamo bisogno di tempo per rendercene conto e per poterlo contemplare. La Liturgia della notte ci conduce davanti alla grotta e ci fa guardare con occhi lucidi di commozione e di stupore la scena dolcissima del Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. La notte riveste un duplice significato: uno negativo, indica la nostra condizione umana che di tenebra: l'ignoranza, la cecit spirituale, il peccato e la morte, segno della signoria del maligno, principe delle tenebre; e un significato positivo, perch indica il mistero insondabile che avvolge Dio e le sue opere. In ogni caso, Cristo vince le tenebre del mondo e 239

illumina gli occhi della nostra mente sul mistero che lo avvolge. Ma necessario arrivare a Betlemme. I pastori, docili all'invito degli Angeli, cercarono la grotta e trovarono il Bambino . La Liturgia della notte quella pi accessibile e pi amata dalla gente; il racconto del Vangelo e la scena del presepe vanno diritto al cuore e parlano il linguaggio dell'umilt, della semplicit e dell'innocenza. Ma non tutti capiscono questo linguaggio e molti non sanno ascoltare. Eppure, il presepe una cattedra, e quel Bambino ci d lezione appunto di umilt, di semplicit e di innocenza. A poco servirebbe commuoverci davanti alla sua grotta e magari cantargli dolci ninne nanne se poi il nostro cuore non cambia, non si apre all'amore e al dono di s. La nostra vita sulla terra un viaggio che ha la sua prima tappa a Betlemme; trovare il Bambino e adorarlo come hanno fatto i pastori come dare un senso nuovo al nostro viaggio, un significato diverso, cio divino, a tutta la nostra vita. La Liturgia dell'aurora ancora centrata sulla scena del presepio ma con un accento particolare sui pastori: sono essi i protagonisti. Narra San Luca che, dopo l'annuncio degli Angeli, i pastori si incamminarono "senza indugio" verso Betlemme, raccontando l'accaduto a quanti incontravano; anche a Giuseppe e a Maria hanno certamente narrato quello che gli Angeli avevano detto del Bambino. Essi poi tornarono lodando e glorificando Dio, pieni di gioia, mentre Maria conservava ogni cosa meditandola nel suo cuore. L'aurora un segno, indica la speranza che il Natale accende nel cuore degli uomini. Come laurora, anche il Natale pone fine alla notte e inaugura un nuovo giorno; il giorno senza tramonto, che sar dominato dal Sole di giustizia, il Signore Ges, che illuminer ormai per 240

sempre la storia degli uomini. Abbiamo gi detto che "giustizia" nel linguaggio biblico significa la salvezza e la pace; perci la speranza accesa da questa dolcissima aurora non una vaga aspirazione o un astratto desiderio, una certezza che sta l sotto gli occhi di tutti: un Bambino adagiato in una mangiatoia. Canta l'antifona d'ingresso: "Oggi su di noi splender la luce perch nato per noi il Signore: Dio onnipotente sar il suo nome, Principe della pace, Padre dell'eternit". Vedere tutto questo in quel Bambino debole e inerme, che non ha nulla di regale e non presenta alcun segno di potenza o di grandezza umana, sembrerebbe una pazzia. Ma gli occhi dei pastori hanno saputo leggere nella tenue aurora di quel Bambino la forza di Dio che si rivestito della nostra debolezza per risanarla ed elevarla alle altezze del cielo. Non dobbiamo ingannarci: le apparenze sono quelle di un bambino ma esse sono un "segno", come hanno detto gli Angeli ai pastori; la realt quella del Redentore che venuto a portare la pace. La pace vera, quella che nasce dalla vittoria di Dio nel nostro cuore. Perch i nemici della pace sono dentro di noi: la superbia, che ci fa ribelli alla verit, l'idolatria, che ci fa adoratori delle cose della terra, l'egoismo, che ci rende incapaci di amare gli altri. Quel Bambino l'arcobaleno tracciato da Dio sul diluvio del peccato, un arcobaleno di pace che Dio dipinger in ogni anima che sappia accogliere il Bambino di Betlemme. La Liturgia del giorno una liturgia di luce, la liturgia del Sole. I pagani celebravano oggi la "festa del Sole", la sua rinascita sull'orizzonte astronomico. La liturgia della Chiesa celebra la nascita di Cristo, il Sole eterno che appare sull'orizzonte della storia per illuminare la vita degli uomini: "In principio era il Verbo, e il Verbo 241

era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto stato fatto per mezzo di Lui, e senza di lui niente stato fatto di tutto ci che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini (...) La luce vera, quella che illumina ogni uomo, veniva nel mondo ... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verit".192 Il presepe che abbiamo contemplato nella notte e nell'aurora, si apre ora su un panorama immenso: dal seno del Padre l'eternit entrata nel tempo e ha inondato di luce la vita del mondo. Quel Bambino il Verbo generato nel seno del Padre prima di tutti i secoli, il Figlio che ci viene dato in dono. La Liturgia del giorno incomincia con un grido di gioia: "Puer natus est nobis, Filius datus est nobis!" - nato per noi il Bambino, ci stato dato in dono il Figlio di Dio! Perci chi accoglie il Bambino di Betlemme ricever il dono immenso che Egli ha portato nel mondo: la sua filiazione divina. "A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, n da volere di carne, n da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati". 193 E' questa la vera, grande novit del Vangelo; questo ci che deve accadere nella nostra anima. E' gi accaduto nel battesimo, perch avvenuta allora la nostra nascita come figli di Dio. Ma il Natale torna ogni anno a ricordarci questa dimensione soprannaturale e divina che Dio ha dato alla nostra vita. Eppure cos facile dimenticarlo! Perci ogni giorno la Chiesa nella Santa Messa ripete la preghiera del Natale, propria della Liturgia
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Gv. 1, 1..14 Gv. 1,12

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del giorno: all'offertorio, versando alcune gocce d'acqua nel calice, il sacerdote dice: "L'acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana". Il grande Papa San Leone Magno cos concludeva la sua omelia sul Natale: "Carissimi, deponiamo dunque l'uomo vecchio con la condotta di prima194 e, poich siamo partecipi della generazione di Cristo, rinunciamo alle opere della carne. Riconosci, cristiano, la tua dignit e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna".195 Sarebbe come celebrare il Natale senza il Bambino, o costruire il presepe in un cuore buio e freddo. Non c' Natale senza la luce, senza la Vita, senza la Grazia. Senza gli Angeli che cantino "Gloria a Dio nei cieli e pace agli uomini sulla terra". 89 La Sacra Famiglia La Liturgia del Natale non si limita a celebrare la nascita di Ges, ma vuole ricordarci anche la sua vita d'infanzia. Non esiste una festa specifica per questo, ci sono per due celebrazioni che fanno implicito riferimento alla vita d'infanzia e a tutta la vita cosiddetta "nascosta" del Signore. Sono la festa della Sacra Famiglia che si celebra nella domenica dopo Natale e la solennit della Madre di Dio che si celebra nell'Ottava di Natale. Di quest'ultima, che costituisce una delle maggiori solennit del culto mariano, ne abbiamo gi parlato (cfr.n.68). Ma un importante messaggio ci viene anche dalla festa della
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Ef. 4,22 S.Leone Magno, Discorso per il Natale, 1-3

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Sacra Famiglia che ci ricorda uno dei valori fondamentali dell'uomo e della societ. Non rifletteremo mai abbastanza sul fatto che il Figlio di Dio facendosi uomo ha voluto assumere la nostra condizione umana nella sua pi completa normalit; ha voluto trascorrere quasi tutta la sua vita in una famiglia, lavorando nella bottega di Giuseppe, tra le mura domestiche di una casa, accanto a sua madre, alla maniera di ogni creatura umana. Viene chiamata "vita nascosta" perch durante quegli anni nulla il Signore ha fatto trapelare della sua identit pi profonda: la sua divinit. Il Vangelo la descrive in poche parole: "Ges stava loro (Giuseppe e Maria) sottomesso. E il Bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, davanti a Dio e agli uomini". 196 Tuttavia la Chiesa, con la festa della famiglia di Ges, intende riaffermare il valore della famiglia come essa venne "pensata" da Dio nel suo disegno sull'uomo. S, perch la famiglia l'ha voluta Dio quando cre l'uomo a Sua immagine e somiglianza; Lui l'ha creata e Lui ne ha stabilito le leggi. L'ha voluta come espressione e sul modello della sua vita Trinitaria. Inoltre, per mezzo di Cristo, che l'ha santificata con la sua vita umana e divina, l'ha restaurata dalla dissacrazione operata dal peccato. Perci ogni attentato contro i valori della famiglia un attentato contro Dio. L'insegnamento della Chiesa sulla famiglia oggi particolarmente ampio e profondo.197 Uno dei crimini pi disastrosi che la cultura laicista ha perpetrato contro l'uomo e lo stesso ordine sociale senza dubbio la
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Lc. 2,40 Concilcio Vat. II: Gaudium et Spes; Giov.Paolo II, Familiaris Consortio; Lettera alle famiglie.

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demolizione sistematica e violenta dei valori della famiglia. Negato ogni riferimento a Dio e al valore trascendente della vita umana, tolto ogni fondamento alla famiglia che perde la sua identit e pu assumere le forme pi strane e assurde di convivenza che non trovano riscontro nemmeno nella etologia animale. Dio ha voluto che l'uomo nascesse e crescesse come uomo in una famiglia, formata da un uomo e da una donna, uniti indissolubilmente da un patto d'amore che li fa essere due in una sola carne. Ges ha suggellato con l'esempio della sua vita questa volont del Padre. Egli si fatto uomo nel grembo di Maria, ma diventato uomo, cio ha forgiato la sua personalit umana, nella casa e nella famiglia di Nazareth. "Torn a Nazareth e stava loro sottomesso. E Ges cresceva in sapienza, in et e in grazia davanti a Dio e agli uomini"198. Questa dunque la famiglia nel disegno di Dio: il luogo dove l'uomo nasce e cresce come uomo. La famiglia diventa cos il luogo dove si scopre il valore e il dono della vita; il luogo dove si impara l'obbedienza, il rispetto reciproco, il sacrificio generoso; il luogo dove si apprende a coniugare la vera libert con la responsabilit, a condividere le gioie e le sofferenze di tutti, a curare con finezza il dovere di ogni momento; ancora il luogo dove si scopre la preziosit di un silenzio, la bellezza di un sorriso, la gioia del perdono; in una parola si impara ad amare. Per noi cristiani, poi, la famiglia il luogo dove si trasmette la fede, si educa alla speranza, si insegna la preghiera, dove la fiducia in Dio rende forti nelle tribolazioni, pazienti nel lavoro, generosi nel dono di s stessi; il luogo dove il santo timore di Dio, il rispetto dei suoi comandamenti e il senso gioioso della
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Lc. 2,52

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paternit di Dio fanno della famiglia stessa un "focolare cristiano luminoso e allegro"199 , una piccola "chiesa domestica" che diffonde la serenit e la pace. Tutto questo possibile nonostante le difficolt, le crisi e le prove della vita. I Vangeli che si leggono nella festa della Sacra Famiglia ricordano episodi della vita d'infanzia di Ges dove le difficolt e le sofferenze non hanno avuto mai il sopravvento sulla serenit e la gioia: la fuga in Egitto, il dolore per la strage compiuta da Erode, il Bambino minacciato da Archelao, il forzato ritorno a Nazareth, Ges smarrito nel tempio. Il segreto sta nell'amore. Quando si ama e si sa di essere amati da Dio, non ci sono prove che possano spezzare la famiglia, incrinare la sua solidit, o derubarla della pace. Famiglia, diventa ci che sei, "il centro e il cuore della civilt dell'amore".200 90 LEpifania Il tempo di Natale culmina e si conclude con la solennit dell'Epifania. In Oriente questa la solennit natalizia pi importante e viene celebrata il 6 gennaio analogamente alla festa del Sole che in Occidente ha la sua celebrazione il 25 dicembre. L'Epifania ("manifestazione" di una realt occulta) pone l'accento sul mistero che si nasconde nel Natale: la presenza del Verbo eterno del Padre nel Bambino di Betlemme. A Natale la Chiesa ci conduce alla grotta per contemplare l'umanit di Ges, nell'Epifania essa ci invita a contemplare la divinit di Cristo. E' una contemplazione
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San J.Escriv, E' Ges che passa n. 22 Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie

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spirituale e mistica; infatti l'umanit del Bambino la vediamo con gli occhi della carne, la divinit del Verbo la contempliamo con gli occhi della fede. Perci l'Epifania la festa della fede, e la Chiesa ci invita a rinnovarla esplicitamente con il canto del Credo rendendo grazie a Dio per questo dono inestimabile. Sono ancora miliardi gli uomini che sulla terra conoscono Cristo nella carne, ma non lo conoscono nella fede; incontrare Cristo nella carne non ancora incontrarlo come Redentore. Ges Redentore perch Figlio di Dio, e nell'Uomo di Nazareth come nel Bambino di Betlemme Dio che ci parla, Dio che ci salva. Ora, Dio nessuno l'ha mai visto; proprio il Figlio unigenito che nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato".201 Il termine Epifania viene tradotto con due vocaboli che sono complementari: manifestazione e rivelazione; essi indicano due modalit con le quali Dio si fa conoscere. Nella Epifania-manifestazione, Dio si fa conoscere "esteriormente", attraverso le sue opere, nella Epifania-rivelazione Dio si fa conoscere "interiormente" attraverso la luce interiore della Grazia. La fede ha bisogno di questa duplice epifania, perch Dio si fa conoscere non solo come "notizia" - l'Evangelo la "Buona Notizia" - ma anche come dono, come Amore che salva. La Liturgia del Natale celebra soprattutto l'epifania-manifestazione, ricordando tre episodi epifanici nei quali Cristo si manifesta come Messia-Redentore: l'adorazione dei Magi, il Battesimo di Ges nel Giordano, le nozze di Cana. - L'adorazione dei Magi ricorda l'Epifania di Ges ai popoli della terra. I Magi non erano Ebrei e
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appartenevano a diverse razze e culture. Erano anche uomini di rango, uomini di scienza e di potere. Potremmo meditare sul viaggio dei Magi come figura del nostro viaggio nella fede. Comunque l'Epifania di Ges ai Magi ci ricorda l'universalit della salvezza; cio tutti gli uomini sono chiamati alla fede e tutto ci che umanamente conta: le categorie dell'intelligenza, della ricchezza, del sapere e del potere sono chiamate a rendere omaggio alla signoria di Cristo e a servirlo in ordine alla gloria di Dio e alla salvezza del mondo. - Il Battesimo di Ges nel Giordano ricorda l'Epifania di Cristo al Popolo eletto; Ges si manifesta agli Ebrei, attraverso i sacerdoti e i Capi del popolo che si rivolgono al Battista per interrogarlo. Giovanni addita Ges e lo indica come colui che deve venire, il Messia. E' una epifania che viene completata e confermata dalla testimonianza del Padre e dello Spirito Santo. E' perci una epifania trinitaria che rivela l'identit divina di Cristo come Figlio di Dio. Il Battesimo di Giovanni - "battesimo di acqua", cio un semplice rito penitenziale - lascia il posto al battesimo-sacramento, "battesimo in Spirito Santo e fuoco", che ci rivela il mistero della grazia. Con Ges, il sigillo che denota l'appartenenza al popolo di Dio, al nuovo Israele, non sar pi la circoncisione ma il Battesimo. La Promessa che fondava l'Antica Alleanza lascia il posto alla grazia che fonda la Nuova Alleanza. "La legge fu data per mezzo di Mos, la grazia e la verit vennero per mezzo di Ges Cristo".202 - Le Nozze di Cana costituiscono una Epifania di Ges pi intima. Con il miracolo dell'acqua mutata in vino Ges si manifesta ai suoi discepoli, a coloro che saranno il fondamento della Chiesa. "Cos Ges diede inizio ai suoi
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miracoli, manifest la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui".203 In questa epifania Ges si rivela come Sposo che inaugura la Nuova Alleanza, quella che sar poi scritta col suo sangue, e fonda un nuovo rapporto dell'uomo con Dio: il rapporto sponsale. 91 Vedere Ges Lepifania di Ges alle nozze di Cana, epifania personale e quasi intima riservata ai suoi discepoli, ci aiuta a capire l'altra modalit epifanica, quella in cui Ges si fa conoscere interiormente su un piano molto personale, con una luce che illumina l'intimo della nostra anima. E' l'epifania-rivelazione, una specie di conoscenza nuova di ci che gi conoscevamo senza capire. E' una Epifania "per praesentiam", cio una epifania in cui si sperimenta la presenza interiore di Cristo che si fa conoscere e si dona intimamente alla nostra anima. La pi famosa e pi importante di queste rivelazioni epifaniche quella occorsa a Saulo sulla via di Damasco: Ges l, presente con la sua umanit santissima davanti a lui: "Chi sei tu?" - "Quel Ges che tu perseguiti!". Da quel momento Saulo sar un'altra persona: ha "visto" il Signore, e non lo lascer pi! Anzi, lo "inseguir" per tutta la vita, come se dovesse inseguire una preda, perch anche lui, Paolo, stato "afferrato" da Cristo come una preda. "Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimit della conoscenza di Cristo Ges, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste

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Gv. 2,11

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cose, e le considero come spazzatura, pur di guadagnare Cristo".204 Senza questa rivelazione interiore, senza questa luce nuova per cui la nostra anima "vede" Ges e ne sperimenta la presenza, non ci sar mai una vera conversione, un vero decollo della vita cristiana. Sono molti quelli che cominciano il loro cammino nella vita spirituale, e partono anche con entusiasmo, ma poi si stancano e si fermano. Fanno pensare alle oche domestiche citate da Kierkegard, le quali, quando vedono le loro compagne selvatiche passare alte nel cielo con volo possente e perfettamente orientate, per un momento si infiammano e vorrebbero accodarsi allo stormo, ma dopo un gran sbattere d'ali e di grida tutto finisce in pochi metri e si ritrovano ancora l a pascolare nel cortile o tutt'al pi nello stagno. Non basta l'entusiamo e nemmeno l'aver capito le cose; bisogna innamorarsi. E per innamorarsi bisogna "vedere" la persona amata; per questo molti si fermano e molti altri non salpano per cammini di santit: non hanno "visto" Ges. Un giorno alcuni greci di osservanza ebraica venuti a Gerusalemme per la Pasqua si presentarono a Filippo dicendo: "Vogliamo vedere Ges".205 Dovrebbe essere il desiderio di ognuno di noi: vedere Cristo con gli occhi dell'anima attraverso una epifania del suo volto che ci riveli la sua presenza e il suo amore. L'ultima festa epifanica che appartiene alla liturgia del Natale la Presentazione di Ges al Tempio, quaranta giorni dopo il Natale (2 febbraio). Il Vangelo ci descrive una delle scene pi belle e commoventi della vita d'infanzia del Signore: "C'era a Gerusalemme un uomo di
204 205

Fil. 3, 8 Gv. 12, 21

250

nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele (...). Mosso dallo Spirito si rec nel Tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Ges per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: "Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perch i miei occhi hanno visto la tua salvezza...".206 ...i miei occhi hanno visto... Proviamo a pensare a quel volto segnato dal tempo, dalle veglie, dalla lunga preghiera illuminarsi di gioia e di pianto davanti al Bambino di Betlemme! Quanti volti umani gli occhi del vecchio Simeone avranno scrutato prima di riempirsi di luce nel vedere Ges e riconoscere in lui il Salvatore! E' bastato quel momento di contemplazione perch la sua lunga vita acquistasse significato e ricevesse il suo compimento. "Vedere" Ges..., saper attendere e invocare la sua epifania nella nostra anima; vedere Ges per innamorarsi di lui... Perch solo l'Amore pu cambiare il cuore dell'uomo.

206

Lc. 2, 25-30

251

Il MISTERO PASQUALE

92 La Pasqua ebraica La Pasqua il culmine della Storia della salvezza; perci il cuore di tutto l'anno liturgico. Riguardo a Cristo, la Pasqua il completamento della sua Incarnazione; la realizzazione estrema della sua "spoliazione" - "annientamento" la chiama S. Paolo avendo accettato di assumere la nostra umanit fino alla sua condizione di condanna e di morte. "Cristo Ges, pur essendo di natura divina (Figlio di Dio), non consider un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogli s stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini (Incarnazione); apparso in forma umana (Natale), umili s stesso (Passione), facendosi obbediente fino alla morte (agonia) e alla morte di croce (Morte). Per questo Dio l'ha esaltato (Risurrezione) e gli ha dato un nome che al di sopra di ogni altro nome (Redentore universale e Capo della Chiesa), l'ha costituito Signore (Re e giudice) a gloria di Dio Padre (Ascensione).207 Questo inno di S. Paolo abbraccia tutto il Mistero di Cristo e ricapitola l'opera sublime della salvezza.
207

Fil. 2,6-11

252

Quanto a noi, la Pasqua "transitus Domini", il passaggio del Signore; come Ges, e insieme con lui, anche noi passiamo dalla morte alla vita. Cristo ci libera dalla condizione di schiavi e ci fa passare alla libert di figli. Questo "passaggio" dalla schiavit alla libert, dal peccato alla grazia, stato prefigurato da ci che Dio aveva compiuto nell'Antico Testamento per i figli di Israele quando "pass" per liberarli dall'Egitto, come narra il libro dell'Esodo. Fu la Pasqua ebraica che possiamo considerare come "Epopea della Salvezza". Quella sera gli Ebrei sacrificarono l'agnello e con il sangue segnarono le porte delle loro case. Nella notte "pass" il Signore e fece giustizia sui primogeniti dell'Egitto risparmiando le case degli Israeliti. Essi poterono cos partire e, guidati da Mos, passarono il Mar Rosso per incamminarsi verso la Terra promessa. Quel rito doveva ripetersi ogni anno al plenilunio di primavera, di generazione in generazione. "Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: E' il sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale "passato oltre" le case degli Israeliti in Egitto, quando colp l'Egitto e salv le nostre case".208 La Pasqua ebraica aveva valore di segno, era una figura profetica della Pasqua di Cristo: Ges il vero agnello che toglie i peccati del mondo, la sua immolazione il vero Sacrificio che libera gli uomini dalla schiavit del peccato, il suo Sangue ha sancito la nuova Alleanza che sostituir per sempre l'antica Alleanza sancita dal sangue dell'agnello. In Ges, morto e risorto, Dio realizza tutte le sue promesse e d compimento alla salvezza del mondo. Dicevamo che ogni cristiano chiamato a morire e a risorgere con Cristo per essere, in Lui, una "creatura
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Es. 12,26

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nuova". La Pasqua di Cristo diventa cos la Pasqua dei cristiani. Tutto si compie nella Chiesa per opera dello Spirito Santo che attua in ogni credente il mistero pasquale di Cristo. Proprio nella Liturgia pasquale la Chiesa unisce nella celebrazione liturgica la Pasqua di Cristo e la Pasqua dei cristiani.

93 La Pasqua cristiana Il tempo pasquale chiamato dalla Chiesa "tempo forte", forte perch fondamentali sono le verit che vengono ricordate, ma forte anche per i temi della vita cristiana che vengono riproposti. Il cristiano colui che nasce dalla Pasqua di Cristo; colui che rivive il mistero di morte e risurrezione del Signore. Gli Ebrei celebravano la Pasqua come un rito "per non dimenticare", un memoriale che ricordava quello che Javh aveva compiuto con i loro padri. Era quindi un rito di lode e di ringraziamento al Dio d'Israele per i grandi benefici che egli aveva concesso al suo popolo. La Pasqua di Cristo non fu un rito ma un "mistero", cio un reale intervento di Dio nell'umanit di Cristo. Dio volle rinnovare tutta l'umanit e l'intera creazione secondo il suo disegno di salvezza attraverso l'offerta sacrificale di suo Figlio fatto uomo. La Pasqua di Cristo ha dunque un valore ben diverso dalla Pasqua ebraica, non solo perch questa era la "figura" e Cristo la "realt", ma anche perch Cristo, nella sua Pasqua, unisce intimamente l'aspetto salvifico all'aspetto sacrificale: Cristo Redentore e insieme Sacerdote eterno. La Pasqua dell'Esodo, infatti, rivestiva soprattutto un significato salvifico: l'agnello pasquale serviva per segnare col sangue le porte degli Ebrei e cos salvare il popolo dal giogo del 254

Faraone e i primogeniti dallo sterminio; la Pasqua di Cristo riunisce in s i due aspetti, quello salvifico e quello sacrificale: proprio perch fu un sacrificio di adorazione al Padre, la Pasqua di Cristo ebbe un valore salvifico per tutta l'umanit. Anche nella Pasqua cristiana ritroviamo tutti e due gli aspetti: la Pasqua cristiana rito ed mistero; rito perch richiama i segni salvifici della Pasqua ebraica, ed mistero perch contiene la realt del Sacrificio di Cristo. La Chiesa perci chiama la Pasqua cristiana: Sacramenta paschalia: i Sacramenti pasquali. I Sacramenti che hanno significato pasquale sono il Battesimo e l'Eucaristia. Il Battesimo ci ricorda e attua in noi l'aspetto salvifico della Pasqua, aspetto prefigurato nella liberazione degli Ebrei dall'Egitto attraverso le acque del Mar Rosso; l'Eucaristia ci ricorda e attua in noi il sacrificio di Cristo nella sua Pasqua di morte e resurrezione. Tutta la Liturgia pasquale insieme Liturgia battesimale e Liturgia eucaristica. Ges stesso chiama la sua morte un "Battesimo". Nel richiamare queste realt necessario da parte nostra uno sforzo di riflessione. C' il pericolo infatti che noi ascoltiamo queste cose e le sentiamo come lontane nel tempo ed estranee alla nostra situazione attuale, alla nostra realt quotidiana. Queste sono certamente cose di Dio pensiamo - e deve farle lui, noi abbiamo le nostre cose - il lavoro e i suoi problemi, la famiglia e le sue necessit, la societ e le sue vicende... - e dobbiamo pensarci noi. Abbiamo gi detto che la Storia di Dio (storia sacra) e la storia dell'uomo non sono due storie parallele; Dio agisce dentro la storia dell'uomo e il tempo della salvezza presente in ogni momento della nostra vita. Parlando della fede come strada che conduce la nostra esistenza terrena, dicevamo che la fede "vedere" presente nella mia vita il 255

Dio-che-salva. Dobbiamo chiedere alla Madonna che "portava tutte queste cose meditandole nel suo cuore", di sentirci anche noi "interessati a quanto Dio ha fatto e continua a fare nel mondo. La vita del cristiano una vita pasquale, la vita di Cristo morto e risorto che in qualche modo continua in noi.

94 Il mercoled delle Ceneri Il tempo pasquale comprende tre momenti liturgici di grande intensit: la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste. La Quaresima ci chiama alla conversione e alla lotta contro tutto ci che nella nostra vita si oppone a Dio; la Pasqua celebra la passione, morte, risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo, il quale ci ha amati e ha dato s stesso per noi; la Pentecoste ci comunica i frutti della Pasqua, cio lo Spirito Santo e la Chiesa. E' un periodo di quattordici settimane, e risulta dalla dilatazione progressiva della Veglia pasquale che veniva celebrata con grande solennit nelle prime comunit cristiane. La Quaresima inizia nel Mercoled delle Ceneri con un austero rito penitenziale. Le ceneri, ottenute per incenerimento dei ramoscelli d'olivo, hanno avuto fin dall'antichit un significato penitenziale. "Sedere nella cenere" significava riconoscere la propria povert e la propria nullit. La Chiesa utilizza questo significato imponendoci le ceneri sul capo per aiutarci ad abbandonare ogni nostra superbia. Si sa, la superbia la radice di ogni peccato e perci il pi radicato dei vizi umani. Si dice che la superbia muore un giorno dopo la nostra sepoltura ed cos connaturata al nostro animo da 256

non poterla riconoscere e smascherare senza l'aiuto della grazia di Dio. Inoltre, ce ne dimentichiamo cos facilmente che la Chiesa nel rito delle Ceneri quasi ci invita a metterci davanti alla nostra tomba dicendoci: "Ricordati che sei cenere, e in cenere ritornerai!". La Chiesa nel ricordarci la poca cosa che siamo non intende scoraggiarci nei nostri progetti di bene o nei nostri sforzi nobili e coraggiosi di impegno in questo mondo come se proclamasse l'inutilit di tutto ci che facciamo, vuole semplicemente invitarci a deporre ogni superbia, ogni considerazione falsa e disordinata di noi stessi, ogni appropriazione ingiusta dei doni di Dio come se fossero merito nostro di cui gloriarci davanti agli uomini. La superbia non solo ci impedisce di riconoscere Dio e quindi di orientare verso di Lui la nostra vita (conversione), ma ci impedisce anche di riconoscere i nostri peccati e quindi di pentircene e di emendarli con la penitenza. La superbia il vero nemico dell'anima ed l'unico peccato che ci fa somiglianti a Lucifero. Perci la Chiesa imponendoci le Ceneri ci invita all'umilt e ci addita il cammino penitenziale della Quaresima, che si pu riassumere nelle tre indicazioni che Ges stesso ci ha dato: preghiera, elemosina e digiuno. La preghiera l'aprirsi dell'anima a Dio: la conversione, l'inizio della fede; l'elemosina il dischiudersi del cuore verso il prossimo: la misericordia con le sue opere, segno certo della contrizione del cuore, l'elemosina - infatti - copre la moltitudine dei peccati"; il digiuno il dischiudersi del corpo e dei nostri sensi alla riparazione: la penitenza. In tutto questo occorre la sincerit interiore. Proprio nel giorno delle Ceneri, parlandoci della preghiera, del digiuno e dell'elemosina, il Signore nel 257

Vangelo ci mette in guardia dall'ipocrisia. Ges parla dell'ipocrisia di fronte agli uomini, ipocrisia che ci porta ad agire tenendo conto del giudizio e del plauso umano, ma essa nasce dall'ipocrisia interiore, quella che ci porta alla penitenza, alla preghiera e alle opere buone ma senza una vera umilt, senza una lotta sincera contro tutto ci che ci allontana da Dio, e senza il fermo proposito di usare i mezzi idonei per una vera conversione. Presentandoci Ges lottatore contro il maligno, la Liturgia ci invita ad una pi rigorosa austerit nella vita, ad essere pi forti nel respingere il male e pi decisi nel volere il bene. La societ del benessere e del facile consumismo in cui viviamo, ci ha resi tutti pi fragili, pi deboli, pi restii al sacrificio e all'impegno. All'inizio della Quaresima ci viene estremamente opportuno ricordare l'avvertimento di Ges: il Regno dei Cieli esige "violenza" e solo i violenti lo possono conquistare.

95 Litinerario quaresimale La Quaresima assunse cos il significato di un cammino verso la Pasqua con riferimento soprattutto al Battesimo. Particolari esercizi penitenziali erano previsti per due categorie di persone: i catecumeni e i penitenti. La Quaresima dei catecumeni era pre-battesimale e aveva lo scopo di preparare al battesimo i convertiti attraverso un'assidua catechesi sulle verit della fede cristiana e una purificazione della condotta che garantisse il cambiamento di vita dalle abitudini pagane. La Quaresima dei penitenti era post-battesimale ed era ordinata alla riconciliazione dei pubblici peccatori che, allontanati dalla comunit per la loro condotta, venivano sottoposti a pubblica penitenza, in "cenere e cilicio", prima 258

di essere ammessi a partecipare all'Eucarestia; la riconciliazione avveniva appunto nel gioved santo. Per noi oggi la Quaresima potrebbe rivestire spiritualmente ambedue i significati: catecumenale e penitenziale. Noi abbiamo gi ricevuto il battesimo, ma la ricchezza di questo sacramento tale da non essere mai esaurita; tutta la vita cristiana vita battesimale e si configura come un progressivo sviluppo della grazia e della vita divina ricevute nel battesimo. Inoltre, il battesimo anche il sacramento della fede, e la fede suscitata in noi dalla Parola di Dio. Ora, la Parola di Dio richiede un continuo ascolto interiore senza il quale la fede battesimale rimarrebbe come un seme inaridito e infecondo. La stessa santit cristiana non che la pienezza della vita battesimale. Ogni cristiano perci un battezzato e insieme un catecumeno. L'aspetto catecumenale della Quaresima giustifica la centralit e l'importanza della Parola di Dio durante questo tempo liturgico. Troppi cristiani sono rimasti allo stadio infantile nella loro formazione religiosa o non hanno saputo assimilare n approfondire quello che hanno ricevuto; per molti, poi, la contro-catechesi delle teorie laiciste e della mentalit secolarizzata, cos abbondantemente dispensata dai mass-media, si sovrapposta alla prima semina del Vangelo nella loro anima fino a rendere l'insegnamento di Cristo completamente ininfluente sulla loro vita. Per molti battezzati perci necessaria una rievangelizzazione, e comunque per tutti noi indispensabile un ascolto pi sincero e interiore della Parola di Dio. Ci serve perci un accostamento umile e profondo alla catechesi della Chiesa per alimentare quella fede ricevuta nel battesimo, fede che devessere tanto pi forte ed efficace quanto pi lontano 259

da essa, e spesso ostile, l'ambiente in cui dobbiamo viverla e testimoniarla. L'aspetto penitenziale della Quaresima interessa ugualmente tutti i cristiani. La nostra prima conversione, e lo stesso sacramento del battesimo, non hanno tolto dalla nostra anima le radici del peccato, n hanno spento le inclinazioni al male; esse restano in noi e sono la causa di tanti nostri cedimenti, debolezze e peccati personali. Siamo dunque tutti peccatori, bisognosi di penitenza e di continua conversione. La Quaresima si caratterizza cos come "tempo forte", tempo di lotta e di impegno ascetico. E' una lotta che si conduce su pi fronti, perch il male non solo dentro di noi, conta anche alleati esterni che agiscono nel mondo come nemici di Dio: il demonio e lo spirito mondano. La Prima domenica di Quaresima ci presenta subito la figura di Cristo come lottatore: affronta il demonio che lo aggredisce con le sue tentazioni. Ges sub soltanto tentazioni esterne dal momento che la sua perfetta integrit morale e la sua assoluta santit non erano compatibili con il disordine della concupiscenza e con le inclinazioni al male - tentazioni interne - che caratterizzano la nostra condizione di peccatori: Fu in tutto simile a noi tranne che nel peccato" dir San Paolo. Ges tuttavia volle essere tentato dal diavolo per due motivi: primo, per riparare la nostra sconfitta. Il demonio infatti travolse i nostri progenitori con le sue suggestioni; ora egli continua ad agire nel mondo e, non potendo far nulla contro Dio, si accanisce contro l'uomo, cio contro la creatura che porta il sigillo e l'immagine di Dio. Ges mettendosi al nostro posto sostitu la nostra sconfitta con la sua vittoria. Secondo motivo, volle essere tentato per insegnarci come dobbiamo lottare e vincere nelle nostre tentazioni. Innanzitutto egli ci insegna a smascherare 260

l'inganno. Ogni tentazione essa stessa un inganno, il tentativo di far apparire come bene ci che non lo , di farci credere che troveremo la felicit in ci che appaga la nostra superbia e la nostra concupiscenza anche se offende Dio e va contro la sua volont. Il demonio usa le cose buone per tentarci al male, cos come ha usato la Parola di Dio per tentare Ges. In secondo luogo, Ges ci insegna a non discutere con la tentazione; egli semplicemente la respinge. Il primo cedimento sta nel dialogare con il nemico; occorre invece prevenire, fuggire le occasioni, resistere prontamente e con decisione spegnendo le prime avvisaglie di suggestione. In ogni caso occorre conservare una grande fiducia in Dio che non ci lascia mai soli nella prova, e una serenit interiore che ci mantenga la lucidit di coscienza. La tentazione, per quanto violenta, sfacciata e accompagnata da turbamenti sensibili, non ancora peccato finch non c' la nostra piena e consapevole accettazione. Spesso il Signore permette che siamo tentati per saggiare la nostra fedelt, per mantenerci umili e vigilanti dandoci una pi profonda conoscenza di noi stessi, e per farci acquistare esperienza che ci conduca a comprendere, amare ed aiutare i nostri fratelli nelle loro cadute. Del resto, nessuno pu mai vincere una tentazione senza la grazia di Dio. Perci indispensabile la preghiera, che diventa la nostra arma pi efficace e, se umile e perseverante, sorgente sicura di vittoria. In fondo, il primo e peggior nemico che abbiamo siamo noi stessi; il demonio, dice S. Agostino, un cane legato a catena che, abbaiando, cerca di impaurirci, ma morde solo quelli che gli si avvicinano. Le promesse battesimali contengono un categorico rifiuto di seguire il demonio: "Rinunci a Satana, causa e origine di ogni peccato?" - "Rinuncio!". 261

L'aspetto battesimale e laspetto penitenziale della Quaresima, presentandoci Ges lottatore vittorioso sul male che c' in noi e nel mondo servono anche a ricordarci che la nostra vita sulla terra una milizia, una milizia che, se lo vogliamo, avr l'appannaggio della vittoria perch Lui ha vinto.

96 Aspetto sacrificale della Pasqua di Cristo La Quaresima, come ogni itinerario, ha la sua meta: l'incontro con Cristo nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione. L'itinerario battesimale della Quaresima approda alla Pasqua sacrificale di Cristo: il Battesimo conduce all'Eucaristia. Abbiamo visto che il battesimo ci ricorda l'aspetto salvifico della pasqua prefigurato nella pasqua ebraica dell'Esodo, mentre l'Eucaristia ci ricorda la pasqua sacrificale di Cristo. I due aspetti sono intimamente legati tra loro perch non ci pu essere l'uno senza l'altro. Il Battesimo e l'Eucaristia sono sgorgati dal sacrificio di Cristo: "dalla ferita del suo fianco effuse sangue ed acqua, simbolo dei sacramenti della Chiesa"209 Dunque il centro della Pasqua cristiana il sacrificio della Croce. Infatti, prima di essere un atto salvifico che ripara i nostri peccati, il sacrificio di Cristo un atto di culto a Dio, un atto di obbedienza al Padre, e diventa salvifico proprio perch un atto di adorazione al Padre. C' un episodio dell'Antico Testamento che ci ricorda l'aspetto sacrificale della Pasqua cristiana ed riportato in una delle sette letture bibliche che si leggono
209

Prefazio dalla Messa votiva del S.Cuore

262

nella Veglia della notte di Pasqua: l'episodio del sacrificio compiuto da Abramo. Abramo aveva avuto miracolosamente un figlio, Isacco, che secondo la promessa di Dio doveva garantirgli la discendenza "numerosa come le stelle del cielo e come l'arena del mare". Ma, quando fu cresciuto, Dio lo chiese ad Abramo in olocausto. Quel figlio era il suo unigenito, in lui Abramo aveva riposto tutto il suo amore, la sua speranza, il suo futuro. Il racconto, scarno e lineare, carico di intensit drammatica: Isacco, con il carico della legna sulle spalle, seguiva il padre che lentamente saliva il monte Moria, l'attuale Calvario. Il silenzio pesava pi del sudore, pi della fatica, pi della montagna. Improvvisamente una domanda, greve come il rumore dei passi: "Padre mio!... Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov' l'agnello per l'olocausto?" - "Dio provveder, figlio mio!" E sul monte Moria Dio provvide; vi fece trovare l'agnello per il sacrificio. Anche Cristo, portando la croce sulle spalle, sal il Calvario seguendo la volont del Padre e offrendo s stesso come Agnello innocente, fu sacrificato al posto di tutti noi. A questo episodio non si d, di solito, un significato strettamente pasquale, e tuttavia l'episodio che pi di ogni altro si addice, profeticamente, al sacrificio di Cristo; viene infatti ricordato nella prima Prece eucaristica della Messa. Fu un sacrificio di obbedienza, cio di adorazione alla volont del Padre. In questo sta tutto il valore della passione e della morte di Ges. Le terribili sofferenze fisiche e gli stessi insulti e umiliazioni subite nella passione non hanno avuto la durezza e il peso di dolore e di ripugnanza che ha avuto il s obbedienziale che Ges ha pronunziato nell'agonia del Getsemani. In quella notte Ges era irriconoscibile: cominci a tremare di paura e, preso da tristezza mortale, cadde con la 263

faccia a terra come un cencio. "In preda all'angoscia, pregava pi intensamente; il suo sudore divent come gocce di sangue che cadevano a terra".210 Nessuno mai potr misurare quello che Ges ha provato nella sua anima in quella "agonia". - Padre, passi da me questo calice! - Non era il calice delle sofferenze fisiche, non era il calice degli insulti e dei maltrattamenti, era il calice della "sconfitta", della maledizione legata al peccato. La croce era il segno che Dio aveva "abbandonato" suo Figlio alla sconfitta di fronte agli uomini. Una sconfitta senza possibilit di rivincita; sconfessato dai suoi e da tutti gli uomini, Ges apparir sconfessato anche da Dio. "Discendi dalla croce e ti crederemo (...) Ha confidato in Dio; lo liberi ora, se gli vuol bene, poich ha detto sono Figlio di Dio!". 211 La Lettera agli Ebrei allude a quella "agonia" obbedienziale quando scrive: "...egli offr preghiere e suppliche con forti grida e lagrime a Colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua piet. Pur essendo Figlio, impar l'obbedienza dalle cose che pat..."212 "Fu esaudito..." non nel senso che gli fu risparmiata l'umiliazione e la morte, ma nel senso che fu reso capace di quella obbedienza salvifica che lo port ad accettare la "maledizione" e la sconfitta della croce. Lo liber infatti dall'angoscia e dalla tristezza mortale che lo aveva schiacciato nell'Orto degli olivi. Egli non si difender; non torner in piazza a convincere i suoi avversari della sua innocenza e a mostrare agli uomini la sua potenza e la sua vittoria sulla morte. Accetter di risorgere e salire al cielo esclusivamente per la gloria del
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Lc. 22,44 Mt. 27,43 Ebrei, 5,7

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Padre, rinunciando ad ogni significato di rivincita umana davanti al mondo e anche davanti ai suoi apostoli. Fu liberato dall'angoscia e dalla morte interiore "per la sua piet", per la sua consapevolezza di figlio di Dio che obbediva al Padre. Un angelo fu la conferma che il Padre aveva accolto la supplica straziante del suo Figlio diletto. Ges usc da quella orazione trasformato; era tornato quello di sempre: forte, sicuro di s, padrone delle situazioni... Perci la sua inspiegabile remissivit di fronte ai suoi nemici riemp di stupore gli Apostoli che, incoraggiati perfino dalla difesa che Ges prese per loro, lo abbandonarono e fuggirono. Ges subir con estrema consapevolezza e dignit l'esecuzione materiale di ci che egli aveva accettato nel Getsemani con piena e filiale adesione alla volont del Padre. La morte di Ges ha dunque, agli occhi del mondo, le apparenze di una sconfitta, di un fallimento, ma agli occhi della nostra fede essa stata un "sacrificio", cio un atto di culto a Dio. Ci significa che Ges non morto per circostanze fatali, sopraffatto dai suoi nemici che alla fine hanno avuto ragione di lui; non stato un eroe di questo mondo che dopo aver lottato per la giustizia e altri nobili cause, soccombe travolto dall'astuzia e dalla perfidia degli uomini. Ges morto perch l'ha voluto lui; egli volontariamente si consegnato alla morte in obbedienza al Padre. E lo ha fatto quando ha voluto lui, quando venne "la sua ora", quella segnata dal Padre. Molte volte i suoi nemici avevano tentato di catturarlo, ma egli non lo permise mostrandosi ogni volta padrone delle situazioni e degli avvenimenti. "Io offro la mia vita... Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, 265

poich ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo"213 Di pi: l'atto stesso della sua morte non stato pura conseguenza dei maltrattamenti della passione - molti hanno cercato inutilmente di spiegare la causa ultima della morte di Ges -; Ges stesso ha deciso il momento di dare la sua vita. Quando Ges, dando un forte grido, esclama: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" e muore214 non ha fatto semplicemente un atto di fiducia e di filiale abbandono nelle mani del Padre, ma ha compiuto un vero atto oblativo e sacrificale di s stesso. In definitiva, Ges non subisce la morte, ma offre la vita. Perci il suo sacrificio fu l'atto supremo dell'amore, fu tutto e solo amore. Questa fu la pasqua sacrificale di Ges, che egli port a compimento sulla croce, completamente annientato, elevato da terra, nudo, sconfitto e fallito. E questo fu il prezzo della nostra salvezza, della nostra pace, della nostra felicit eterna. Nell'Eucaristia Ges continuer questa presenza sacrificale, e la Pasqua del cristiano sar la partecipazione a questa Pasqua del Signore, finch egli venga. 97 Un personaggio tra gli altri Abbiamo visto qual l'essenza della pasqua sacrificale di Ges, pasqua di morte e di risurrezione. Vediamo ora come la liturgia "fa memoria" di tutto questo nelle celebrazioni della settimana santa. E' chiamata la "Settimana grande". In questa settimana le celebrazioni
213 214

Gv. 10,17-18 Lc. 23,46

266

liturgiche si armonizzano con i fatti storicamente accaduti negli ultimi giorni della vita di Ges sulla terra. Questa storicizzazione della liturgia ha portato forse ad attenuare l'intensit celebrativa della Grande Veglia pasquale, che nei primi secoli della Chiesa costituiva il momento culminante di tutto l'Anno Liturgico. In compenso ci aiuta ad entrare pi facilmente nella vita di Cristo e a riviverne i momenti pi significativi e umanamente pi intensi. Abbiamo gi ricordato altre volte quello che il Beato Escriv ha ripetutamente insegnato, che cio, leggendo il Vangelo, dobbiamo saper metterci negli episodi che leggiamo come un personaggio tra gli altri. Perci nella domenica di Passione, detta delle Palme, ci metteremo anche noi tra i discepoli che accompagnano Ges nel suo ingresso a Gerusalemme per acclamarlo nostro re; nei giorni successivi ci porteremo anche noi nel tempio ad ascoltare gli ultimi discorsi di Ges e rattristarci per la durezza di cuore dei capi del popolo, suoi irriducibili avversari; parteciperemo alla tristezza di Ges che invano cerca di dissuadere Giuda dal suo complotto con i sommi sacerdoti; e poi anche noi ci metteremo a tavola con gli apostoli nell'ultima Cena e lasceremo che il Signore ci lavi i piedi per imparare anche noi la carit fraterna; ascolteremo le intime confidenze di Ges e lo seguiremo nell'orto degli olivi cercando i non lasciarlo solo, combatteremo il sonno e la stanchezza della nostra anima; anche noi, con gli apostoli rifugiatisi nel Cenacolo, aspetteremo le notizie che di tanto in tanto arrivano sul precipitare degli eventi: il racconto di Pietro in lagrime per non aver saputo testimoniare il suo maestro, i discepoli che ci aggiornano sui processi sommari e ridicoli contro Ges, e magari anche noi ci mescoleremo alla gente e assisteremo impotenti e in lagrime agli insulti e ai maltrattamenti contro il Signore, sentiremo le grida 267

della folla che chiedeva Barabba, e infine, dietro un'angolo della strada, aspetteremo il passaggio di Ges con il suo pesante legno sulle spalle, stremato, irriconoscibile sotto una crudele maschera di sputi, di polvere e di sangue, e se ci sorregge un po' di audacia seguiremo Giovanni, le donne e soprattutto la Vergine Santa per arrivare anche noi sul Calvario, e l, immersi nello stupore di tutto il creato che si oscura di tristezza davanti al suo Creatore crocifisso, raccoglieremo le ultime parole di dolore, di amore e di misericordia che usciranno dal petto di Ges: le parole rivolte al ladrone, quelle rivolte alla Madre che, l sotto la croce, sostiene tutti noi con la sua fede e con la sua fortezza, e soprattutto le forti grida d'invocazione e di supplica al Padre che nei cieli accoglie il supremo sacrificio del suo Figlio diletto: Padre!... Tutto compiuto!... perdona a loro perch non sanno quello che fanno ... Nelle tue mani consegno il mio spirito!". 215 Poi aspetteremo che la folla se ne vada, raccoglieremo le ultime gocce di sangue che sgorgheranno dal suo fianco trafitto e insieme a Giuseppe D'Arimatea e a Nicodemo caleremo dalla croce quel corpo disfatto per consegnarlo all'abbraccio dolente e tenerissimo di Maria; con le donne lo puliremo dalla sporcizia, dai grumi di sangue, dalle croste di sudore, e baceremo quelle ferite con dolore d'amore spalmandole poi di aloe e di mirra, ricoprendole con la sindone nuova, pulita e odorosa, e avvolgendolo con le bende e con le fasce...; e dopo tanta fatica e tanto dolore lo affideremo al riposo di un sepolcro nuovo in attesa - noi ora lo sappiamo bene! - del suo risveglio nella gloria.

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Lc. 23,46

268

98 Il trionfo delle Palme Possiamo rivivere tutto questo nel silenzio e nel raccoglimento della nostra anima mentre partecipiamo ai riti liturgici della Settimana Santa, soprattutto la liturgia del Triduo pasquale culminante nella grande Veglia della notte di Pasqua. La settimana comincia nel segno del trionfo e della gloria; Ges entra nella citt santa accompagnato da manifestazioni messianiche: Osanna al Figlio di David! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!216 Ges stesso organizza il suo corteo trionfale, e c' in tutti la convinzione che il regno messianico ormai inaugurato. La folla che accompagnava Ges deve essere stata abbastanza numerosa per la presenza di molti pellegrini che dalla Galilea salivano a Gerusalemme per la Pasqua, e formata soprattutto dai suoi discepoli; anche le manifestazioni avevano assunto un significato spiccatamente messianico con aspetti anche trionfalistici. In questa domenica la liturgia si veste di rosso, il colore della regalit, ma anche il colore della passione e del martirio; i due aspetti si richiamano perch dietro il trionfo c' la passione e soprattutto perch Cristo regner dalla croce. La celebrazione liturgica coglie quindi il mistero che presente dentro ogni episodio della vita di Cristo e lo celebra nella solennit del rito. Noi partecipiamo alla celebrazione cercando con l'aiuto della fede di entrare intimamente nel mistero di Cristo; ma ci sono due particolari nella vicenda di questa giornata che meritano di essere meditati, particolari che appaiono nel Vangelo e dei quali uno solo ricordato dalla liturgia:

216

Mt. 21,9

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l'asinello come uno dei protagonisti del corteo di Ges e il pianto del Signore su Gerusalemme. Presso gli Ebrei ed altri popoli dell'antichit, l'asinello era la nobile cavalcatura dei re e dei dignitari, e voleva indicare, a differenza del cavallo che significava guerra e prepotenza, la mansuetudine e la pace; tale lo proclam il Profeta Zaccaria e Ges col suo gesto volle dire esplicitamente che egli veniva, come re di pace, a dare compimento a quella profezia messianica. L'asinello arriv cos a suscitare l'invidia di molti santi. Portare Cristo nel suo trionfo, portare Cristo nel mondo, fu il sogno e l'umile ambizione di molte anime grandi. Scrive S. Ambrogio: "Dall'animale mansueto di Dio, impara a portare Cristo (...) impara ad offrirgli con gioia la groppa; impara a stare sotto Cristo, perch tu possa stare al di sopra del mondo!". Ma colui che pi di ogni altro ci ha lasciato una visione lirico-ascetica dell'asinello stato san Josemaria Escriv. Ecco uno dei suoi numerosi passi proprio a commento dell'ingresso di Ges a Gerusalemme: "Ges accetta di avere per trono un povero animale. Non so se capita anche a voi, ma io non mi sento umiliato nel riconoscermi dinanzi al Signore come un somarello:" Sono come un somarello di fronte a te , ma sono sempre con te, perch tu mi hai preso con la tua destra"217, tu mi conduci per la cavezza. Pensate un po' alle caratteristiche di un somaro, ora che ne restano cos pochi. Non pensate all'animale vecchio e cocciuto che sfoga i suoi rancori tirando calci a tradimento, ma l'asinello giovane, dalle orecchie tese come antenne, austero nel cibo, tenace nel lavoro, che trotta lieto e sicuro. Vi sono centinaia di animali pi belli, pi abili, pi crudeli. Ma Cristo, per presentarsi come re al popolo
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Sal 72, 22-23

270

che lo acclamava, ha scelto lui. Perch Ges non sa che farsene dell'astuzia calcolatrice, della crudelt dei cuori aridi, della bellezza appariscente ma vuota.218 99 Il pianto di Ges L'altro particolare che i Vangeli riportano non ricordato dalla Liturgia il pianto di Ges sulla sua citt. E' un pianto che ci lascia profondamente turbati; non tanto perch avviene nel momento culminante del suo trionfo, ma soprattutto per il suo significato e per il motivo che l'ha provocato. Arrivato alla sommit del Monte degli Olivi, il corteo si accingeva a scendere su Gerusalemme attraverso la valle del Cedron. Da quel punto, la Citt santa si presentava in tutta la sua bellezza. I tetti dorati del tempio risplendevano al sole del primo mattino in una primavera gi piena di splendore, le sottostrutture alla spianata del Tempio presentavano tutta la loro imponenza e la loro forza, la citt era un incanto, era l come da secoli l'avevano sognata i profeti: una "visione di pace" - beata pacis visio - destinata ad essere la citt-dimora di Dio, la "Sposa di Jaw", la madre di tutte le nazioni, a lei sarebbero venuti tutti i popoli della terra perch in lei Dio avrebbe compiuto le sue meraviglie e avrebbe fatto risplendere la sua gloria. Invece, la citt santa ha mancato alla sua vocazione, la citt eletta e amata da Dio non ha corrisposto al suo amore, non ha conosciuto il tempo della visita del suo Dio; essa, "Citt della pace" non ha compreso la via della pace. Perci sar preda dei suoi nemici che

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San. J. Escriv, E' Ges che passa n. 181

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abbatteranno lei e i suoi figli dentro di lei non lasciando del suo splendore pietra su pietra. Il pianto di Ges, pianto che avr lasciato sorpresi e disorientati i discepoli, non fu soltanto dolore per la fine della citt eletta che ogni buon israelita amava immensamente, fu anche tristezza profonda, e continua ad essere cocente delusione per ogni anima che manca agli appuntamenti con Dio, agli appuntamenti con la propria vocazione e ai propri compiti, per ogni anima che, pur sapendo di quale amore Dio l'ha amata, non ha saputo accogliere l'Amore. Forse pensiamo che il pianto di Ges possa essere stato simbolico. Ad un uomo forte, consapevole della propria dignit, padrone assoluto dei propri sentimenti e signore di ogni situazione, non si addice il pianto. Cristo, invece, ha pianto; ha pianto perch era profondamente umano e l'intensit dei suoi sentimenti era pari alla perfezione della sua personalit. Ges ha pianto perch vero uomo; il pianto fa parte della condizione umana. Senza il peccato l'uomo avrebbe pianto di gioia e di felicit conoscendo l'amore di Dio; col peccato l'uomo piange di tristezza e di dolore conoscendo la debolezza e la morte. Ges ha pianto di dolore e d'amore, ha pianto per l'uomo, ha pianto per ciascuno di noi, per quando non abbiamo saputo riconoscere il tempo della sua visita, e non abbiamo saputo comprendere la via della pace. Le lagrime sono una prerogativa dell'uomo e sono un dono di Dio. La liturgia conosce una preghiera per chiedere il dono delle lagrime, lagrime che siano di dolore e di amore e riscattino il pianto di Ges. Un uomo che non sa piangere non conosce il dolore e non conosce l'amore; certamente non ha sperimentato la gioia di essere uomo. Soprattutto non ha conosciuto la felicit di sapersi figlio di Dio. 272

100 La Risurrezione: fondamento della fede La liturgia del triduo pasquale celebra il mistero di Cristo morto-sepolto-risorto, mistero che si manifesta negli avvenimenti dolorosi e tristi che tutti conosciamo e che abbiamo gi ricordato. Ora, quegli avvenimenti si aprono sul "trionfo" della risurrezione, sulla "vittoria" della pasqua. La Pasqua diventa cos il culmine di tutto l'anno liturgico, il culmine della vita della Chiesa; ci che si compiuto in quel giorno ha rinnovato ogni cosa, ha siglato il trionfo della potenza e della misericordia di Dio, e insieme ha ricuperato il valore e il significato del tempo e della storia umana. Noi, uomini del terzo millennio, facciamo fatica a capire queste cose, ad entrare con convinzione in questo Mistero. Abbiamo l'impressione che tutto questo sia enfasi, retorica, un genere letterario che non ha consistenza pratica nella realt della vita. L'uomo della civilt tecnica e consumista, che cos'ha in comune con la Risurrezione di Cristo? Per risolvere i problemi dell'uomo che importanza pu avere un Giudeo che duemila anni fa risorto? Sono crollate le strutture sociali e politiche delle ideologie, ma i loro principi e le loro categorie intellettuali sono rimaste profondamente radicate nel modo di pensare oggi dominante. I principi sono riassunti fondamentalmente nell'affermazione che le cose di questo mondo non hanno un loro rapporto con Dio: il principio dell'immanenza. Ne deriva la chiusura di ci che terreno e umano a ci che divino e soprannaturale, la presunta incompatibilit o estraneit del tempo con l'eternit. Perci la Risurrezione di Cristo un fatto che non ci riguarda, o 273

non ci interessa ai fini di risolvere i problemi dell'uomo, problemi che sono esclusivamente terreni: economici, sociali, problemi di qualit della vita. Come possiamo noi cristiani capire e far capire agli altri che le verit della nostra fede sono fondamentali per la vita dell'uomo? Come liberarci dalle strettoie anguste e asfissianti di una cultura laica cos povera e debole che non riesce ad andare oltre ci che contingente, puramente storico, ci che addirittura provvisorio o effimero nella vita umana e nella storia dell'umanit? E necessario rompere il muro dell'immanente per aprirsi allorizzonte sconfinato della realt di Dio e della sua presenza nella vita e nel destino degli uomini. Noi cristiani abbiamo ricevuto il dono inestimabile della fede per cui "non fissiamo lo sguardo (soltanto) sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne".219 Camminare nella vita senza la fede una grande sventura e rischia di essere una disgrazia irreparabile. Se il nostro Vangelo rimane velato, lo per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perch non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo". Ora il Vangelo che ci stato annunciato che Cristo mor per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa (Pietro) e quindi ai dodici.220 Perci se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede e noi saremo ancora nei nostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo, sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da
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2 Cor. 4,18 1 Cor. 15,3-5

274

compiangere pi di tutti gli uomini.221 Cristo risorto il dato fondamentale della nostra fede ed l'evento determinante per la salvezza e per il destino dell'umanit. Era necessario richiamare l'importanza e la necessit della fede riguardo alla Risurrezione di Ges, sia come fatto che come mistero, perch ogni discorso sul cristianesimo resterebbe marginale e in certo senso anche retorico se non partisse da questo presupposto, che stato fin dall'inizio il fondamento della predicazione degli apostoli e come la piattaforma di tutto l'edificio della Chiesa. Ges Risorto il sigillo a tutte le opere di Dio, la conferma di tutto ci che nell'uomo rimasto integro, retto e nobile per sapienza e per virt ed la risposta definitiva di Dio sul nostro destino.

101 Capire la Risurrezione La solenne Liturgia pasquale inizia con la grande Veglia del Sabato Santo Essa si presenta con la fisionomia di una "notte illuminata" dai bagliori delle opere di Dio, ricordate nelle Letture, fino all'esplosione di luce di Cristo risorto e culmina nella gioia incontenibile del giorno di Pasqua. Non questa la sede per esporre e assaporare la bellezza dei riti liturgici del Triduo pasquale, da quello del gioved santo a quello suggestivo della Veglia. Ciascuno la scoprir direttamente in quei giorni nella partecipazione alla Liturgia.
221

1 Cor. 15,17-19

275

Del significato battesimale della Pasqua gi ne abbiamo parlato. Ci sono, per, due riflessioni sul grande mistero di Cristo risorto che possono avere un notevole impatto sulla nostra fede e sulla nostra vita cristiana. La prima riflessione riguarda la natura della risurrezione di Cristo. Nella Bibbia e soprattutto nel Vangelo si ricordano vari episodi di morti che vengono risuscitati dalla potenza di Dio. Il pi famoso quello di Lazzaro che viene chiamato fuori dal sepolcro dopo quattro giorni di sepoltura. In tutti questi miracoli, le persone risuscitate vengono richiamate in vita; si tratta cio di un ritorno alla condizione di prima, alla vita presente. Le stesse espressioni usate dal Signore lo fanno capire: quel "Lazzaro, vieni fuori!" come un imperativo divino a tornare indietro, a tornare a vivere la vita terrena. E quando a Naim richiama in vita il figlio della vedova, e a Cafarnao risuscita la figlia di Giairo, Ges comanda di alzarsi - alzati! - rimettiti in piedi, riprendi la vita che hai lasciato. "E lo diede a sua madre", lo restitu alla vita. Si tratta dunque della vita attuale, passibile, mortale, ancora soggetta ai limiti e alla precariet della condizione terrena. Non c' una vera "novit" nella risurrezione dei risuscitati. La Risurrezione di Cristo invece una "novit" assoluta. La vita di Cristo risorto una vita nuova, appunto partecipazione alla vita eterna. Il corpo di Ges un vero corpo, ed "di Ges", ma in una condizione del tutto nuova, completamente diversa. E' un corpo non pi soggetto alle leggi attuali, alla gravitazione, alla impenetrabilit, alle necessit fisiologiche, alla fatica, al ciclo biologico, alla morte: il tempo non conta pi, si come fermato. E soprattutto il corpo partecipa alla beatitudine e allo splendore dell'anima. Perch mai gli Apostoli di fronte a Cristo risorto sono stati presi da stupore e spavento come di fronte a un fantasma, mentre 276

non si sono per niente allarmati davanti a Lazzaro e agli altri risuscitati da Ges? E' che Ges risorto era, s, con i segni evidenti della sua passione, ma non era il Ges "pesante" di prima; era un Ges "leggero", etereo, con un vero corpo ma spiritualizzato. La risurrezione di Ges stata una "pasqua", un passaggio. Il passaggio dalla morte alla Vita, dalla condizione terrena, mortale, perci precaria e provvisoria, segnata dal peccato, alla condizione celeste, definitiva ed eterna, segnata dalla beatitudine e dalla gloria. E' un cambiamento inimmaginabile, Ges lo definisce un "entrare nella gloria"222 cio nella condizione propria di Dio. E' paragonabile a una nuova creazione. Ges infatti precisa che per entrare nella gloria "bisognava che Cristo sopportasse queste sofferenze", proprio perch esse erano legate alla "maledizione" del peccato. La risurrezione, quindi, non ha il significato di un portento spettacolare atto a dimostrare che Ges veramente figlio di Dio e Messia - per questo sarebbe dovuto andare nel tempio, farsi vedere ai suoi uccisori e manifestarsi al popolo - ha invece il significato di un intervento divino per dirci che stata tolta per sempre la maledizione del peccato e l'uomo ha cos accesso alla gloria. In altre parole, la risurrezione di Ges non una vittoria "mondana", una rivincita di fronte al mondo, ma una "vittoria di Dio" un gesto della sua misericordia e del suo infinito amore di Padre che, attraverso l'umiliazione e la morte del suo Figlio unigenito ha voluto riconciliare a s tutte le cose, tutti gli uomini. Capire questo fondamentale per la fede e per la nostra vita cristiana

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Lc. 24,26

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102 Cristo vivo! La seconda riflessione una conseguenza della prima: Cristo dunque risorto, perci Cristo vivo! Ges non pi un personaggio del passato; egli ormai vivo per sempre ed contemporaneo di ogni uomo in ogni tempo. "Perch cercate tra i morti colui che vivo?"223 "Cristo risuscitato dai morti non muore pi; la morte non ha pi potere su di lui.224 "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". Fare propria questa convinzione indispensabile per la nostra vita interiore . Il nostro rapporto personale con Ges non avr bisogno di uno sforzo psicologico per richiamare un personaggio del passato, non esiger mediazioni della fantasia o della memoria; Ges vivo adesso e possiamo incontrarlo adesso: possiamo ascoltarlo, parlargli, unirci intimamente a Lui nell'Eucaristia. Proviamo a pensare alle donne che si recarono al sepolcro in quel mattino di pasqua. La semplicit e l'immediatezza della loro fede: la pietra ribaltata, il sepolcro vuoto, e soprattutto gli angeli che le rassicuravano e affermavano con tutta chiarezza che Ges era risorto e "...lo vedrete". Tutto questo bastato per la loro fede e la loro certezza. Ma soprattutto era quel "lo vedrete" che le ha riempite di gioia: "Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli".225 A quelle donne non importava molto dei "se" o dei "come", non si diedero a grandi e complicati ragionamenti; quello che per loro aveva importanza era che Ges era
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Lc. 24,5 Rom. 6,9 Mt. 28,8

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vivo, lo potevano ancora vedere, ascoltare, servire, prendersi cura di lui. E quando effettivamente lo videro e gli abbracciarono i piedi, la loro gioia non ebbe limiti, tutti gli altri problemi non esistevano pi, o non erano pi problemi; la stessa incredulit e lo scetticismo degli apostoli erano s motivo di amarezza e di afflizione ma non impedivano minimamente la loro gioia immensa perch Ges era ancora con loro. Quando si ama, si desidera incontrare la persona amata e si felici della sua presenza. Le donne del Vangelo si renderanno poi conto che la presenza visibile di Ges era limitata a pochi giorni e ci vorr anche per loro, come per gli Apostoli, la luce dello Spirito Santo per comprendere pienamente ci che era accaduto, ma ormai il dato fondamentale era indubitabile: Ges era vivo ed era l, presente in mezzo a loro. Anche ora Ges presente sulla terra, ma in modo non visibile, e questo trae in inganno gli uomini. In un certo senso, Ges continua a comportarsi analogamente a come si comportato nella sua vita e nella sua passione. Non ha mai ceduto alle provocazioni umane, non andato in piazza a dimostrare con gesti strepitosi la sua messianicit, non sceso dalla croce per far vedere che era figlio di Dio e, risorto, non si preso rivincite "mondane". Egli continua ora la sua presenza nella Chiesa nell'Eucaristia, nei Sacramenti, nel suo Vangelo - una presenza invisibile e umanamente perdente: lo si pu infatti insultare, deridere, profanare, si pu rifiutare il suo Vangelo, crocifiggere i suoi discepoli, emarginarlo dalla vita dei popoli, proclamare che il mondo non ha bisogno di lui, anzi, che proprio il mondo ci d quello che lui non pu darci: la gloria, i piaceri, il successo, il potere...; e tuttavia ci sono milioni di persone che lo amano, che per lui si convertono dai loro peccati, lo seguono, disposti a 279

fare per lui qualsiasi cosa...; il suo Vangelo continua ad illuminare gli uomini, i suoi Sacramenti continuano a santificare le anime, il suo Spirito a fecondare la terra. La sua presenza di Figlio di Dio, morto e risorto, continua ad essere presenza di salvezza e la Chiesa continua a presentarlo al mondo intero come vittima pasquale presente in mezzo a noi: "Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo!" Ges vivo, posso incontrarlo, frequentarlo, ascoltarlo, amarlo; posso seguirlo da vicino, posso servirlo a tempo pieno, posso dargli ogni cosa e tutto me stesso. Posso farlo vivere in me cos da renderlo presente in ogni luogo dove passo, dove lavoro, dove vivo. Posso farlo conoscere a quanti mi incontrano e mi chiedono ragione della mia gioia e della mia speranza.

103 La Pentecoste Per capire il senso di tutto ci che era accaduto, gli Apostoli hanno avuto bisogno dello Spirito Santo: alla Pasqua necessaria la Pentecoste. I discepoli erano convinti che Ges era vivo, era veramente risorto e questo li riempiva di gioia, ma speravano che la Risurrezione cancellasse la Croce, rivendicasse l'umiliazione. Invece Ges sale al cielo, porta con s, impressi nel vivo della sua carne, i segni della Passione e sembra lasciare il mondo com'era. La fede degli Apostoli dopo la Risurrezione una fede ancora imperfetta, una conoscenza di Cristo ancora molto oscura, rimane ancora sotto un profilo molto umano. "Signore, questo il tempo in cui ricostituirai il regno 280

d'Israele?".226 Questa domanda rivolta a Ges pochi istanti prima dell'Ascensione rivela come linterpretazione della Risurrezione data dagli Apostoli era ancora secondo aspettative puramente umane. Sono molti i cristiani che corrono il rischio di questa fede "magica", una fede che strumentalizza il divino per prospettive umane. Si pu trasformare Dio in un idolo, o addirittura in un amuleto. Lo Spirito Santo, la cui effusione sulla Chiesa frutto della Risurrezione di Cristo, innanzitutto questo: l'intelligenza delle cose di Dio, di questa "intelligenza" hanno avuto bisogno gli Apostoli e ne abbiamo bisogno tutti noi. Ges lo aveva detto: "Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre mander nel mio nome, Egli vi insegner ogni cosa (...) Egli vi guider alla verit tutta intera (...) Egli mi glorificher... convincer il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio".227 Innanzitutto la verit intera su Ges. Nella Pentecoste gli Apostoli comprenderanno Ges a partire dalla sua Risurrezione e Ascensione al cielo che, per qualche tempo, costituiranno l'unico argomento della loro predicazione. Alla luce di esse comprenderanno la morte, la passione e poi la vita del Maestro - il significato dei suoi miracoli e del suo insegnamento -, infine la vera natura del Regno da lui fondato: la Chiesa; da ultimo comprenderanno la sua vita nascosta, la sua Incarnazione e il pieno compimento in Lui delle Scritture. Senza questa "intelligenza" del mistero di Cristo essi, i Dodici, non sarebbero diventati apostoli. Non si pu testimoniare Cristo e annunciarlo al mondo senza la conoscenza di Lui nello Spirito Santo. Senza la Pentecoste non ci sarebbe n la predicazione - l'annuncio di Cristo - da parte degli
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Atti, 1,6 Gv. 14,26 - 16,13-14

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Apostoli, n l'intelligenza di Cristo da parte degli uomini. La Chiesa vive ormai nella luce dello Spirito Santo, e ognuno di noi ha bisogno della sua luce per conoscere Cristo e per farlo conoscere, per capire i misteri di Ges e saperne parlare agli uomini. Ma la Pentecoste necessaria alla Pasqua non solo perch essa venga compresa dagli Apostoli, ma anche perch possa perdurare nel tempo e nella vita degli uomini. La Chiesa una comunit pasquale e la vita del cristiano una vita pasquale. "O non sapete che quanti siamo battezzati in Cristo Ges, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perch come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, cos anche noi possiamo camminare in una vita nuova".228 Tutto questo, il poter morire e risorgere con Cristo, opera dello Spirito Santo. Ges stesso aveva raccomandato agli Apostoli di non allontanarsi da Gerusalemme perch sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni. La Pasqua di Cristo, da cui scaturita la salvezza del mondo, si continua dunque nella Chiesa e raggiunge tutti gli uomini per la presenza e l'intervento dello Spirito Santo; senza di lui non ci sarebbe n la Chiesa n la vita cristiana. La Risurrezione di Cristo sarebbe stata vana. Lo Spirito Santo non , dunque, soltanto "l'intelligenza" delle cose di Dio, ma anche la "potenza" di Dio, la forza che "d la vita". Egli ha risuscitato Cristo dai morti, egli fa partecipe ogni anima della risurrezione di Cristo. Senza lo Spirito Santo il mondo sarebbe spento, come un deserto senza vita, e agli uomini mancherebbe quell'unica voce che pu orientarli nella loro coscienza e nel loro cammino. La Chiesa, che fa risuonare la Parola di Dio e offre al
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Rom. 6,3-4

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mondo intero la vita divina di Cristo risorto, l'unico riferimento che gli uomini hanno per conoscere la verit e ricevere la salvezza. "Manda, o Signore, il tuo Spirito per una nuova creazione, e rinnoverai la faccia della terra," esclama la Liturgia con le parole del Salmo 103. Lo Spirito Santo fuoco, vento impetuoso, vita. Senza di lui la terra diventerebbe un allucinante paesaggio lunare dove si muovono, vagando, gli spettri dei pensieri umani partoriti da una intelligenza senza luce. Si dice che la Pentecoste chiude il periodo pasquale, ma non vero; in realt essa apre il periodo pasquale della Chiesa e lo conduce attraverso il tempo e la storia umana fino al compimento del regno di Dio per consegnarlo a Cristo nel suo ritorno glorioso alla fine del mondo. Noi, che abbiamo ricevuto "le primizie dello Spirito", lasciamoci guidare da lui, e siamo docili alla sua azione; vedremo maturare in noi e nel mondo "i frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bont, fedelt, mitezza, dominio di s".229

104 Le domeniche per annum Natale - Pasqua - Pentecoste: tappe di un unico evento, momenti di un unico intervento di Dio che illumina il mondo, lo rinnova, lo apre alla salvezza. Sono i pilastri dell'Anno Liturgico, la grande "Epopea della nostra Salvezza", il "tempo di Dio" nel tempo dell'uomo, la Storia Sacra dentro la storia degli uomini.

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Gal. 4,22

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La celebrazione di questi eventi divini, che Dio ha operato in Cristo e per mezzo di Cristo, copre soltanto una parte del ciclo annuale della Liturgia. Restano 33 settimane con le rispettive domeniche, che vengono chiamate "domeniche comuni" o domeniche del Tempo Ordinario. Sono distribuite in due cicli; il primo copre le settimane che vanno dal tempo di Natale alla Quaresima, l'altro ciclo comprende le settimane dalla Pentecoste all'Avvento. In queste domeniche la Liturgia non fa riferimento ad un aspetto o ad un momento particolare del mistero di Cristo; semplicemente celebra il "Giorno del Signore". Abbiamo accennato a questo argomento parlando della domenica (cfr. nn. 27 e 33). Qui vogliamo semplicemente richiamare lo spirito che unisce le domeniche del Tempo Ordinario e il significato che possono avere per la nostra vita spirituale. Il Tempo Ordinario ci ricorda innanzitutto l'aspetto ordinario della nostra vita, quella vita cio che scorre nelle circostanze umili e usuali di tutti i giorni. La nostra vita fatta di pochi momenti straordinari nei quali siamo chiamati a compiere cose importanti, fatta invece di innumerevoli momenti che ci vedono impegnati in cose comuni, quelle cose che tutti fanno, che costituiscono il tessuto quotidiano della vita umana. Secondo la mentalit del mondo, noi siamo portati a non dare importanza a ci che non suscita meraviglia, non richiama l'attenzione o comunque non ci fa sentire importanti agli occhi di qualcuno. Non sopportiamo facilmente di "essere nessuno" nella vita, o anche di essere semplicemente uno dei tanti; per una donna vitale la considerazione del marito, per un uomo importante il ruolo sociale del suo lavoro, per una madre il non sentirsi fallita con i figli, per un adolescente fondamentale il consenso degli amici... Un'esistenza 284

anonima, oscura, ripetitiva, scontata, giudicata senza valore, inappagante e da temere come squalificante. In queste frustrazioni sta la radice di molte nevrosi esistenziali. Al fondo di questi atteggiamenti soggiace la convinzione che il valore di una persona sta in quello che fa, o in quello che ha, o nelle circostanze esterne fortunate o gratificanti in cui viene a trovarsi. Le domeniche ordinarie, quelle durante l'anno, trovandoci riuniti come Chiesa che celebra il mistero di Cristo, ci ricordano la nostra identit di figli di Dio. Ritroviamo perci la vera ragione della nostra dignit e del nostro valore come persone, ragione che non sta fuori di noi, nelle situazioni pi o meno gratificanti della nostra vita. Se non ci sentiamo appagati della nostra realt di figli di Dio, di membri della Chiesa, riscattati dal sangue prezioso di Cristo, non troveremo mai un modo sufficientemente libero e motivato di stare nella nostra vita quotidiana; sempre dovremo invocare alibi per la nostra insoddisfazione, sempre dovremo misurarci su qualcosa o su qualcuno e ci valuteremo in base al giudizio o al consenso altrui. Non le cose danno valore alla nostra persona, ma noi daremo valore e dignit a ci che facciamo, anche al lavoro pi umile e pi monotono, se sappiamo mettervi i valori della santit cristiana: l'umilt, la gioia, la rettitudine del cuore, in una parola l'amore di Dio e il desiderio di servire i fratelli. In secondo luogo, le domeniche ordinarie, celebrando il mistero cristiano nella sua globalit, ci ricordano la presenza di Dio nella vita ordinaria degli uomini e il valore di eternit che nascosto in tutte le circostanze dell'esistenza umana. Perci dobbiamo ricordarci che Dio ci aspetta dietro ogni piccolo dovere 285

quotidiano, e che non esiste realt terrena onesta che sia estranea all'amore di Dio. Non posso incontrare Dio nella liturgia domenicale e non incontrarlo poi in famiglia, nel lavoro, nelle amicizie, nella vita sociale, per quanto ingrate possano essere le situazioni concrete. E' un problema di fede, una fede che sposata all'amore sa trovare profondit insospettate e risorse inesauribili. Dio ha suscitato nel nostro secolo un grande apostolo di questa verit: la possibilit cio di santificarsi e di trovare Dio nella vita ordinaria; stato San J. Escriv. Egli ha insegnato a milioni di anime ad "amare il mondo appassionatamente", a scoprire quel qualcosa di divino che nascosto in ogni circostanza, e trasformare la prosa quotidiana in endecasillabi eroici (Solco n. 500).

Infine, le domeniche del tempo ordinario ci ricordano la nostra condizione di viandanti che devono perseverare nel cammino della fede: ecco il vero eroismo. La vita non si presenta mai come l'avevamo sognata o come l'avremmo voluta. E' un cammino che spesso conosce la stanchezza, la solitudine, la monotonia, l'ingratitudine, l'insuccesso, l'aridit... Comunque sia, il Signore pu condurci per strade che non avremmo voluto o per circostanze di cui non sappiamo darci un perch, ma in qualunque cammino la cosa fondamentale la perseveranza. Possiamo rettificare gli errori, riparare i malanni, raddrizzare la rotta, ma indispensabile volere la meta, perseverare fino alla fine. Nulla nella vita pu diventare insopportabile, angosciante, irreparabile, se sappiamo amare. "Chi ci separer dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la fame, la nudit, il pericolo, la spada? (...) Ma in tutte queste cose noi siamo pi che vincitori per virt di Colui che ci ha amati (...) 286

Nessuna creatura potr mai separarci dall'amore di Dio in Cristo Ges nostro Signore".230 Sono 33 domeniche del Tempo Ordinario, tutte uguali eppure tutte diverse; tutte percorse dall'anelito di conoscere Cristo, di condurre a Lui tutte le cose per poi incontrarlo nell'ultima domenica, la trentaquattresima, quella conclusiva di tutto l'Anno Liturgico, la solennit di Cristo Re dell'universo. Il Re di amore e di pace che abbiamo cercato di far regnare giorno per giorno nella nostra anima, nei nostri cuori, nella nostra vita e nella vita del mondo. 105 Il Santoriale Dalla Pentecoste nasce la Chiesa e nella Chiesa fluisce la sorgente della santit cristiana. Lo Spirito Santo "Signore e d la vita"; Signore perch la potenza di Dio che opera nel mondo, perci la vita che Egli d non pu essere che la vita divina, cio la comunione con Dio. Potremmo dire che lo Spirito Santo la "fecondit" di Dio: da lui venuta la fecondit divina di Maria, da lui viene la perenne fecondit della Chiesa. Essa nel mondo e nel tempo "Madre dei Santi". Usciti dal suo grembo, questi figli della Chiesa proclamano nel mondo la santit di Dio e sono testimoni dell'amore di Cristo per l'uomo. La Chiesa si configura come famiglia, la famiglia dei figli di Dio; perci ogni battezzato per definizione un "santo: cos si chiamavano tra loro i membri delle prime comunit cristiane. La santit prerogativa di Dio e i Santi ne sono testimoni, ma in misura e in modo diversi. Essi incarnano il Vangelo di Ges secondo aspetti particolari, a
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Rom. 8, 35...39

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volte in ordine alle situazioni del mondo e della Chiesa secondo le necessit degli uomini, a volte in riferimento al disegno di Dio che fa crescere la santit della Chiesa attraverso la santit dei suoi figli. I primi testimoni che la Chiesa ha onorato furono appunto i Martiri; sono coloro che hanno condiviso la Passione e la Croce di Cristo, e con la testimonianza del sangue hanno scritto le prime pagine, commoventi e gloriose, della vita della Chiesa; seguirono i Pastori, i grandi Vescovi e Papi che sono stati i Padri della fede nelle nascenti comunit cristiane e hanno guidato con prudenza e saggezza il popolo di Dio diventando i baluardi della Chiesa nel mondo pagano; vennero poi le Vergini, il tesoro pi caro e pi prezioso della Chiesa: innamorate dell'Amore, hanno "seguito l'Agnello" con dono totale di s, e hanno riscattato agli occhi del mondo pagano anche la bellezza, la dignit e il significato trascendente dell'amore umano; troviamo ancora i grandi Fondatori del monachesimo e della vita consacrata: sono fari collocati sul monte per indicare agli uomini la strada delle Beatitudini; alcuni di essi hanno preparato uomini di frontiera impegnati a servire la Chiesa nell'Evangelizzazione, nella promozione umana, nella missionariet. Infine, viene una folla sterminata, "una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua"231: uomini e donne, re e regine, schiavi e mendicanti, vecchi e fanciulli, soldati e uomini di pensiero, madri di famiglia, sacerdoti e semplici fedeli, un catalogo senza fine che va riempiendo il Libro della vita, un firmamento di luci, piccole o grandi, che illuminano di splendore il cielo di Dio.

231

Ap. 7, 9

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La Chiesa, che nel suo Anno Liturgico celebra il mistero di Cristo e l'amore salvifico di Dio, ha voluto anche celebrare la gloria dei suoi Santi. E' il Santoriale, il calendario dei Santi distribuiti lungo tutto l'anno solare. E' commovente l'orgoglio materno con cui la Chiesa sfoglia questo album di famiglia per mostrarci i suoi figli migliori. Ce li presenta anche per dirci che cosa pu fare la grazia di Dio quando trova un cuore umile e ben disposto, che si lascia condurre docilmente dalla grazia. L'esempio trascina, e furono molte le anime che si lasciarono trascinare dall'esempio dei Santi. Con questo la Chiesa vuol dirci anche che la santit possibile a tutti, anzi, che tutti siamo chiamati a volerla e a cercarla perch a tutti il Signore ha fatto il dono dello Spirito Santo e a tutti ha dato la capacit di amare. Ma la Chiesa celebra la memoria dei Santi anche per affidarci alla loro intercessione. Essi furono i grandi amici di Dio, e ora stanno davanti a lui nella gloria del Cielo. Possono quindi appoggiare le nostre preghiere con la loro intercessione e ottenerci la benevolenza di Dio, il suo aiuto e la sua misericordia. Cos infatti prega la Chiesa nella solennit in cui ricorda tutti i Santi del cielo: "O Dio, Onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un'unica festa i meriti e la gloria di Tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti fratelli, l'abbondanza della tua misericordia". La Chiesa ci ricorda cos nella sua liturgia la splendida e consolante verit della nostra fede: la Comunione dei Santi. E il legame intimo e profondo che attraverso la partecipazione alla vita divina in Cristo unisce tutti gli uomini: le anime che hanno raggiunto la patria del Cielo e guardano a Dio per contemplare il suo Volto e guardano a noi per incoraggiarci col loro esempio e la loro intercessione: Vale la pena! gridano Vale la 289

pena! Anche soffrire, se necessario, per essere fedeli a Dio e perseverare nel bene; le anime non ancora in Cielo perch hanno bisogno di purificazione, per le quali possiamo pregare e offrire suffragi sapendo che anchesse pregano per noi, e infine noi, ancora pellegrini sulla terra, che abbiamo bisogno di aiuto e di grazia per superare le prove della vita, difenderci dallo spirito mondano e dalle suggestioni del Maligno Siamo ununica Chiesa, la famiglia dei figli di Dio in tre situazioni diverse: di esse le prime due sono situazioni provvisorie in attesa del loro compimento nella Gloria del Cielo. Per questo ci aiutiamo reciprocamente con preghiere, intercessione e suffragi. Restare fuori della Gloria del Cielo, esclusi dalla famiglia di Dio, condannati per sempre nelle tenebre dove pianto e stridore di denti, separati eternamente dalla Comunione dei Santi lunica, vera tragedia delluomo. Vogliamo che questo non succeda a nessuno di noi.

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INDICE

INTRODUZIONE IL GIORNO La vita Cristo 1 Il giorno e la vita . 2 Cristo: loggi del cristiano 3 La vita terrena dellUomo-Dio 4 Il cristiano: un altro Cristo Le Ore del giorno 5 Le ore e lorario 6 Ora Prima: il mattino 7 La preghiera del mattino 8 Meditazione e orazione 9 Liturgia del lavoro 10 Il lavoro e la redenzione 11 Lora dei Vespri 12 Lora della famiglia 13 La famiglia: chiesa domestica 14 Due ospiti deccezione in casa 15 Tutto compiuto 16 La preghiera della sera 17 La normalit del cristiano 18 La Grande Preghiera: la Santa Messa 19 I fini della Santa Messa 20 Se tu conoscessi il dono di Dio 21 La Pienezza del tempo

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LA SETTIMANA Tempo feriale 22 23 24 25 26 27 La Domenica 28 29 30 31 32 33 34 Luned 35 36 37 38 39 40 Marted 41 42 43 44 45 Devozione agli Angeli Custodi Gli Angeli: nostri amici Gli Angeli: nostri messaggeri presso Dio Gli Arcangeli La Regina degli Angeli La devozione Devozione alla Santissima Trinit La Trinit: dono damore Linabitazione della Trinit nellanima Devozione alle anime del Purgatorio I suffragi tempo festivo I luminari del cielo La festa Tempo sacro e tempo profano Le dimensioni della festa Il nemico della festa La settimana

Il Giorno del Signore La Liturgia domenicale Il Giorno della Chiesa La fraternit cristiana Il giorno del riposo Riposo e vita famigliare Riposo ed eternit

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Mercoled 46 47 48 49 50 51 Gioved 52 53 54 55 56 57 Venerd 58 59 60 61 62 63 64 Sabato 65 66 67 68 69 70 71

. La devozione agli Apostoli La Chiesa apostolica La devozione a San Giuseppe La santit di Giuseppe San Giuseppe: custode di Vergini e Padre La devozione a San Pietro e al Papa

LEucaristia nella Chiesa Il Mistero eucaristico Il culto dellEucaristia Le devozioni eucaristiche Eucaristia e Sacerdozio Devozione allo Spirito Santo

Dolore e amore La Passione del Signore Scuola di dolore e di amore La Via Crucis La devozione al Crocifisso La devozione al Sacro Cuore La riparazione

Il giorno mariano Lo specifico femminile: la maternit Maria nel disegno di Dio Maternit divina e Paternit di Dio Madre del Dio-Figlio Madre di Cristo Madre del Redentore

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72 73 74 75 76 77 78

Sposa dello Spirito Santo LImmacolata La Sempre Vergine Maria LAssunta Maria nella vita cristiana Le devozioni mariane Le devozioni nella vita cristiana

LANNO LITURGICO Il tempo ciclico 79 80 81 82 83

Cristo: pienezza del tempo Il tempo di Dio - Il tempo delluomo I cicli dellanima: cominciare e ricominciare Luomo e la natura: ordine e disordine Riconciliarsi con la terra

Il tempo Liturgico 84 Quando Dio cerca luomo 85 Isaia: o il desiderio di Dio 86 Giovanni il Battista: preparate la via 87 LImmacolata: la dimora degna di Dio Tempo di Natale 88 Natale 89 La Sacra famiglia 90 LEpifania 91 Vedere Ges Il Mistero Pasquale 92 La Pasqua ebraica 93 La Pasqua cristiana 94 Il Mercoled delle Ceneri

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95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105

Litinerario quaresimale Aspetto sacrificale della Pasqua di Cristo Un personaggio tra gli altri Il trionfo delle Palme Il pianto di Cristo La Risurrezione: fondamento della fede Capire la Risurrezione Cristo vivo La Pentecoste Il Tempo Ordinario Il Santoriale

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(da apporre sulla parte posteriore della copertina con piccola foto gi in Vostro possesso) Don Ferdinando Rancan nato a Tregnago, Verona, il 14 giugno 1926. Dopo aver conseguito la maturit classica, si laurea in Scienze Naturali nel 1955 presso lUniversit La Sapienza di Roma. Tornato a Verona e completati gli studi teologici, riceve lOrdinazione Sacerdotale e si dedica per parecchi anni allinsegnamento nel Seminario diocesano e nei Licei della citt. E stato parroco per circa ventanni presso la Pieve dei Santi Apostoli in Verona, e attualmente svolge il suo ministero pastorale presso la Parrocchia di SantEufemia in Verona. I suoi scritti sono: L dove cielo e terra si incontrano La preghiera e la Messa nella vita del cristiano. Ricevi questo anello... Fiori di melograno Riflessioni sullamore umano e il matrimonio. Silloge poetica. Ed. Athesis

Il senso del vivere (Uomo, tempo, eternit) - Ed. Ares In quella casa cero anchio - Ed. Fede e Cultura

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