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FERDINANDO RANCAN

LA MONETA
DEL TEMPO
Un calendario per l’anima
PRESENTAZIONE
Questo scritto raccoglie la seconda parte del volu-
me “Il Tempo - l’Eternità” edito nel 1994, in occasione
delle celebrazione per gli 800 anni della Consacrazione
della Pieve dei Santi Apostoli in Verona. Il presente tito-
lo ricorda una espressione di Sant’Agostino: “Il tempo è
la moneta con cui possiamo comprare l’eternità”. In
queste pagine ci siamo proposti di seguire i suggerimenti
di un grande santo dei nostri giorni, San Josemaria Escri-
và, che apre le sue considerazioni in “Cammino” con il
seguente invito: “Che la tua vita non sia una vita steri-
le. Sii utile, lascia traccia. Illumina con la fiamma della
tua fede e del tuo amore. Cancella, con la tua vita di
apostolo, l’impronta viscida e sudicia che i seminatori
impuri dell’odio hanno lasciato. E incendia tutti i cam-
mini della terra con il fuoco di Cristo che porti nel cuo-
re”Ci auguriamo che, assieme al “Senso del vivere”, il
testo che raccoglie la prima parte del volume “Il Tempo
- l’Eternità” stampato dalle EDIZIONI ARES di Mila-
no, anche questa fatica sia di aiuto alla fede e alla vita in-
teriore di tanti cristiani e anche di tanti uomini che since-
ramente desiderano incontrare Dio.

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INTRODUZIONE

L’uomo è creatura e come tale è relativo a Dio; da


Lui ha ricevuto l’essere, l’esistenza ed ogni cosa. Tale
rapporto con Dio è dunque radicato nell’essere stesso
dell’uomo e inscritto nella sua stessa natura; costituisce,
perciò, il fondamento di ogni religione. L’uomo è,
appunto, “animal religiosum”.
Dalla consapevolezza della propria creaturalità e
dall’accettazione del proprio legame con Dio, nasce nel
cuore dell’uomo il sentimento di un dovere morale, quel-
lo di esprimere a Dio l’adorazione, la lode, il riconosci-
mento della sua grandezza e della sua benevolenza. L’in-
sieme di questi sentimenti e le loro manifestazioni
concrete prendono il nome di culto, culto verso Dio e
verso le persone e le cose che a lui si riferiscono.
Proprio perché inscritto nell’essere dell’uomo, il
culto verso Dio rispecchia la nostra natura umana che è
contemporaneamente corporea e spirituale, e ha quindi
una dimensione sensibile, con manifestazioni esteriori
(culto esterno) e una dimensione interiore, spirituale
(culto interno). E’ ovvio che questi due aspetti della reli-
giosità e del culto sono intimamente correlati tra di loro:
il culto esterno senza il culto interno sarebbe un falso o

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una ipocrisia, mentre il culto interno senza la sua profes-
sione esteriore finirebbe con lo spegnersi totalmente.
Certamente il culto non esprime tutta la religiosità
umana; essa ha altre componenti fondamentali e ugual-
mente importanti: un insieme di conoscenze religiose e
la vita morale. Queste due componenti sono particolar-
mente importanti nel Cristianesimo.
Infatti, le conoscenze, soprattutto quelle riguar-
danti Dio e le sue opere, sono frutto di una rivelazione
che Dio stesso ha fatto all’umanità e sono perciò oggetto
di fede che chiamiamo “fede divina” perché ha come fon-
damento la Parola di Dio.
Analogamente, anche la vita morale: essa non
consiste semplicemente in un comportamento onesto che
fa dell’uomo una persona umanamente corretta e civile,
ma è la manifestazione coerente di una realtà nuova con-
cessa al credente: la grazia santificante, cioè la parteci-
pazione alla vita divina che dà all’uomo una nuova iden-
tità, quella di figlio di Dio.
Centro e Mediatore di ogni religiosità umana è
Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo; è lui, infatti, la
Parola che illumina l’intelligenza degli uomini sulla veri-
tà; è lui la causa e il fondamento di una vita morale all’al-
tezza della nostra dignità di figli di Dio, la santità; è lui,
infine, il protagonista assoluto che orienta a Dio tutto il
culto cristiano.
Perciò, il vero culto verso Dio è possibile solo
attraverso Gesù Cristo. Con la sua Incarnazione e con
la sua Morte di croce, Gesù ha tolto di mezzo il muro,
l’ostacolo che ci separava da Dio: l’inimicizia del pecca-
to, e ha così ricomposto il rapporto dell’uomo con Dio.
Gesù, Uomo-Dio, è dunque il vero adoratore del Padre e
continua ad esserlo attraverso la Chiesa e nella Chiesa. Il
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culto cristiano che la Chiesa, come Corpo Mistico di Cri-
sto, offre a Dio, si chiama “Liturgia” e ha la sua espres-
sione culminante nella Santa Messa.
Ci sono tuttavia altre espressioni concrete del culto
che, pur sempre radicate nella Liturgia, interessano parti-
colarmente la sfera della pietà - la “Pietas” - cioè la reli-
giosità interiore con tutti i sentimenti che la accompa-
gnano: sono le “devozioni”.
Per devozione s’intende appunto l’atteggia-mento
interiore particolarmente vivo e profondo di venerazione
con cui si vive il rapporto con una persona, ad esempio
verso i genitori. Nel caso di devozioni legate alla religio-
sità e alla pietà cristiana, le persone sono: Dio, la Vergi-
ne, i Santi.
Nel culto verso Dio il sentimento fondamentale è
quello della adorazione, atteggiamento che è riservato
in modo esclusivo soltanto a Dio. “Adorerai il Signore
Dio tuo e a lui solo servirai”.
Nella devozione verso i Santi, l’atteggiamento fon-
damentale è quello della venerazione, che assume una
particolare intensità e singolarità nel caso della Madon-
na. A lei si deve una venerazione tutta speciale come
conviene a Colei che è Madre di Cristo e Madre della
Chiesa.
Queste cose l’uomo secolarizzato del nostro tem-
po le ignora; se gli vengono insegnate non le capisce e
quando se le sente proporre le rifiuta come assurde e ri-
dicole, comunque assolutamente insignificanti e senza
importanza per la propria vita.
L’uomo secolarizzato di oggi è l’ultimo prodotto
di una cultura e di una società che esclude Dio dalla vita
dell’uomo dichiarandolo inutile ai fini del progresso e in-
significante per dare senso all’esistenza umana sulla ter-
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ra. Inutile dire che, liberatosi dall’ipo-tesi-Dio, l’uomo
attuale ha perso completamente il senso religioso, e il
culto verso Dio gli appare sorpassato, sintomo di super-
stizione e di bigottismo, comunque privo di qualunque
interesse. L’indifferen-za religiosa è la forma più blanda
di questo degrado spirituale che affligge il nostro mondo
occidentale.
Altra forma ben più grave e acuta di questo degra-
do è lo sforzo, comune a tutte le concezioni materialisti-
che dell’uomo e del mondo, di costruire una società sen-
za religione, o di elaborare una “religione” dell’uomo e
per l’uomo, come sognano da secoli i movimenti masso-
nici, i vari socialismi, lo scientismo presuntuoso e irri-
dente.
Sotto la spinta della secolarizzazione imperante,
anche molti cristiani hanno affievolito il senso religioso e
sono arrivati a considerare il culto verso Dio come se-
condario, come qualcosa di poco importante rispetto ad
altri imperativi della vocazione cristiana.
Così, si pensa a una fede senza contenuto dottrinale, a
un culto senza Liturgia e senza “formalità” cultuali; si
pretende una vita morale senza comandamenti o limitata
ai soli comandamenti “sociali”: il quinto e il settimo; si
vuole un cristianesimo senza la Chiesa e perciò senza
Cristo, che viene presentato semplicemente come un no-
bile esempio di difensore degli ultimi; insomma, una “re-
ligione” senza religione, dove gli unici valori riconosciuti
sono i valori del-l’uomo e per l’uomo.
Sembra che le tragiche lezioni che ci sono venute
dal nazismo, dal comunismo, dal libertinaggio laicista e
da tutte le deliranti ideologie del nostro secolo, non ab-
biano insegnato nulla agli uomini di oggi. Non è possibile

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emarginare Dio e pensare di poter costruire una civiltà
degna dell’uomo, tanto meno la civiltà dell’amore.
Se vogliamo veramente recuperare l’uomo,
dobbiamo recuperare Dio, se intendiamo difendere l’a-
more verso l’uomo, dobbiamo affermare l’amore verso
Dio. Non si può separare l’amore del prossimo dall’amo-
re di Dio; in questo modo si finisce col negare Dio e uc-
cidere l’amore. È questo un inganno diabolico, tanto ne-
fasto quanto sottile. E la società scristianizzata di oggi si
è prestata al gioco esaltando la solidarietà come valore
assoluto negando la dimensione religiosa dell’amore, e
dichiarando inutile e senza importanza il culto verso Dio.
La solidarietà è certo un valore gradito a Dio e degno di
considerazione e di rispetto, ma la solidarietà del cristia-
no ha un’altra dimensione, quella dell’amore che nasce
da Dio e conduce a Dio “Amatevi come io vi ho
amato”.
Proprio in questo amore umano e divino sta l’im-
pegno fondamentale del cristiano. Il tempo e la vita su
questa terra ci sono dati per amare. Solo questo amore
può redimere il tempo e dare ad esso valore di eterni-
tà. È l’invito di San Paolo agli Efesini: “Tempus redi-
mentes”. Dobbiamo redimere il tempo o, come dice la
traduzione italiana ufficiale, dobbiamo “approfittare del
tempo presente”. Redimere: cioè riscattare il tempo dalla
precarietà che gli è propria, perché “tutto passa”, e ancor
più riscattarlo dalla sua negatività, perché tutte le creatu-
re sono sotto il segno del peccato e hanno bisogno di re-
denzione. Di tutto ciò che passa rimarrà solo quello che
è nato dall’amore ed è stato realizzato nell’amore, cioè
quello che è passato attraverso la croce di Cristo. In altre
parole, redimere il tempo equivale per noi all’impegno di

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santificare la nostra vita e di orientare a Dio tutte le real-
tà umane.
Questo significa fare della nostra vita quotidiana il
luogo del nostro incontro con Dio per servire il suo dise-
gno di amore e di misericordia verso l’uma-nità. Il tempo
si carica così di eternità, viene sottratto alla caducità e li-
berato da tutto ciò che di falso o di negativo vi abbia in-
trodotto la superbia umana e l’azione del Maligno. Tutto
passa, tutto è precario ed effimero tranne il legame
che le cose hanno con Dio e il rapporto che noi ab-
biamo saputo vivere con Lui. L’importanza della storia
umana sta tutta qui: nel contenuto di eternità che la no-
stra libera corrispondenza all’amore di Dio ha saputo
mettervi. Con ragione affermava Sant’Agostino: “...
L’eternità si compra con la moneta del tempo”.
In queste pagine vogliamo riflettere su come possia-
mo santificare i nostri giorni sulla terra vivendo da buoni
figli di Dio:
• nel primo capitolo consideriamo quelle norme di pietà
che ci aiutano a santificare le ore del giorno. Siamo
chiamati infatti a vivere la nostra fede nei vari ambien-
ti dove scorre la nostra vita quotidiana: la famiglia, la
scuola, il lavoro, la professione...; chiamati a santifi-
carci coltivando la presenza di Dio, la rettitudine d’in-
tenzione, l’esercizio delle virtù umane, la disponibilità
apostolica verso i familiari, gli amici, i colleghi. In al-
tre parole l’eserci-zio della pietà cristiana è un mezzo
per alimentare in noi la vita interiore, cioè il senso di
Dio e la religiosità del cuore che devono accompa-
gnare la nostra vita di figli di Dio sulla terra.
• nel secondo capitolo ricordiamo le devozioni che nel-
la tradizione cristiana sono in qualche modo collegate
con i giorni della settimana, dal lunedì al sabato.
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Un posto a sé occupa la Domenica, in quanto è il
“Giorno del Signore” non legato a particolari devo-
zioni ma al culto di Dio visto come Creatore e Reden-
tore. Perciò le riflessioni sui giorni della settimana
sono precedute da alcune considerazioni sulla Dome-
nica e sul tempo festivo essendo il “Giorno del Si-
gnore” il momento fondamentale non solo per la Li-
turgia della Chiesa ma anche per la vita stessa del cri-
stiano.
• il terzo capitolo è dedicato all’Anno Liturgico nel
quale noi possiamo rivivere la storia della nostra sal-
vezza attraverso gli interventi compiuti da Dio nella
storia dell’umanità, interventi culminati con la Passio-
ne, Morte e Risurrezione di Cristo, dal quale abbiamo
ricevuto il dono dello Spirito Santo nella Pentecoste.-
Redimere il tempo. E’ compito di noi cristiani, come
figli di Dio nella Chiesa, riproporre Cristo come luce
del mondo e ricondurre gli uomini a Dio nella Verità e
nell’Amore. Sono queste, la Verità e l’Amore, le
coordinate che nascono da Dio e che a Dio conduco-
no, come Papa Benedetto sta proclamando a tutti gli
uomini del nostro tempo, vittime della più terribile
delle dittature: quella del relativismo. Solo così noi
cristiani possiamo dare un’anima alla nostra civiltà e
costruire un mondo degno dell’uomo.

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IL GIORNO

La vita è Cristo

1 - Il giorno e la vita

Il giorno è l'unità elementare del tempo. È un’unità


ciclica perché la sua alternanza di luce e di tenebre - il
giorno e la notte - costituisce un ciclo naturale che si ri-
pete ininterrottamente. È la ruota del tempo nel suo
scorrere inarrestabile. Tuttavia, pur presentandosi come
un'unità ciclica, il giorno è sempre stato percepito dal-
l'uomo come un evento lineare, una retta, o un arco, con
un inizio e una conclusione, dall'alba al tramonto. Una
retta che venne poi suddivisa in segmenti uguali: le ore
del giorno.1
Questa unità elementare scandisce il ritmo del tem-
po e scandisce anche il ritmo della vita, tanto che viene

1 - Probabilmente si deve ai Babilonesi la suddivisione del giorno


in ore.
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considerata come il paradigma, il simbolo che rappresen-
ta il corso della nostra esistenza terrena. Le diverse età
della vita vengono paragonate alle successive parti del
giorno: la vita ha un mattino, un meriggio, una sera e il
tramonto. Questa concezione del giorno come una realtà
lineare non ciclica, conferma una convinzione da sempre
presente nella coscienza umana: la vita è irripetibile.
La vita umana è come una retta collocata nel
tempo; ha un inizio e una fine; è una retta che non si ri-
pete, non ricomincia. La nostra vita è un'occasione
unica, e perciò è un'occasione da non perdere, da non
sciupare; è un'occasione che non dobbiamo sbagliare
perché non possiamo più tornare indietro. In alcuni am-
bienti filosofico-religiosi si è formulata l’idea della rein-
carnazione delle anime. Essa esprime solamente la con-
vinzione insita nel cuore umano che non tutto muore di
noi. Esprime il bisogno di eternità presente nella coscien-
za dell’uomo. Ma non è così. "Si vive una volta sola",
come dice un ritornello popolare. E’ un ritornello che
viene utilizzato con significati differenti e contrastanti. I
pagani concludono che bisogna spremere dalla vita il
massimo possibile di piacere e di godimento; l'ambizioso
si propone di realizzare il massimo di gloria e di succes-
so, l'avaro guarda a quest'unica occasione per accumula-
re il massimo di beni e di ricchezze. Il cristiano perfetto,
invece, sa che vive una volta sola ed è l'unica occasione
che ha per essere santo, per realizzare il disegno di Dio,
per fare tutto il bene possibile e mettere il massimo di
amore di Dio in ogni cosa; per essere, come vedremo fra
poco, un altro Cristo.
Si è soliti, anche, paragonare la vita a un giorno
per indicare la brevità dell'esistenza umana. Brevis est
vita hominis super terram; è come il fiore del campo che
11
fiorisce al mattino, nella rugiada, e al tramonto è già
appassito. "Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la
misura dei miei giorni e saprò quanto è breve la mia
vita. Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni, la
mia esistenza davanti a te è un nulla. Solo un soffio è
ogni uomo che vive, come ombra è l'uomo che passa;
solo un soffio che si agita, accumula le ricchezze e non
sa chi le raccolga".2
La brevità del tempo e la fugacità della vita riem-
piono di tristezza gli uomini di questo mondo, perché
essi non hanno altra prospettiva che la vita presente, una
vita che ha le sole dimensioni del tempo. Il cristiano, in-
vece, sa di aver ricevuto il germe di un'altra vita, la vita
divina che dà alla vita presente la dimensione dell'eterni-
tà. L'uomo è così chiamato a vivere nel tempo una vita
eterna, a vivere nella sua esistenza naturale una vita so-
prannaturale, ad essere figlio dell'uomo ma insieme fi-
glio di Dio.

2 - Cristo: l’oggi del cristiano.

Tutto questo è possibile perché Dio lo ha realizzato in


Gesù Cristo. E' il mistero grande e commovente della In-
carnazione. "Quando venne la pienezza del tempo, Id-
dio mandò il suo Figlio, fatto da donna, fatto sotto la
Legge, per riscattare quelli che erano soggetti alla leg-
ge, affinché ricevessimo l'adozione a figli".3 Cristo è la
vera "novità", la sua vita ha rinnovato l'esistenza
umana, ha inaugurato un modo nuovo di vivere sulla

2 Salmo n. 38,5-7
3 Galati, 4,4
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terra, un modo soprannaturale che anticipa e prepara la
nostra condizione definitiva nel Cielo.
Per mezzo di Cristo, Dio ha voluto anche riscat-
tare la storia umana; solo in Cristo essa acquista valore e
significato. Senza Cristo, senza la sua vita umana e divi-
na, tutta la vicenda terrena dell'uomo sarebbe senza spe-
ranza, apparirebbe come una vicenda al buio, che si in-
terrompe nella morte. Gesù stesso lo ha ricordato: “Io
sono la luce del mondo (...) sono venuto perché abbiano
la vita".4
Questa dimensione cosmica e universale della
vita di Cristo, che porterà alla trasformazione di tutto il
creato, è ordinata all'uomo e, come abbiamo visto, pre-
suppone la sua partecipazione alla vita divina. Tutta la
nostra giornata terrena ha, dunque, per noi cristiani
questo significato: rivivere la vita di Cristo, identifi-
carci in Lui, trasformarci in un altro Cristo. S. Paolo lo
ricordava ai primi cristiani paragonandosi a una madre
che soffre le doglie del parto donec formetur Christus in
vobis, finche non si fosse formato Cristo in loro. E'
un'immagine che S. Paolo utilizza per sé, ma che va attri-
buita alla Chiesa, perché è nella Chiesa che veniamo ge-
nerati come figli di Dio per opera dello Spirito Santo.
Tutto è cominciato nel giorno del nostro Battesi-
mo, quando il sacerdote ha versato sul nostro capo l'ac-
qua del fonte battesimale, dicendo: "Io ti battezzo nel
nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo". In
quel momento lo Spirito Santo ha divinizzato la nostra
anima col dono della Grazia santificante rendendoci par-
tecipi della natura divina. Ora, la stessa e unica natura di-
vina è presente nel Padre e nel Figlio e nello Spirito San-

4 Gv. 10,10
13
to secondo tre proprietà diverse fondate su tre relazioni
personali distinte: la paternità, la filiazione, la spira-
zione. In noi la partecipazione alla natura divina avviene
come filiazione, quella propria del Figlio, che Gesù ci ha
portato in dono. Diventiamo perciò figli nel Figlio, e at-
traverso il Figlio entriamo in comunione col Padre e con
lo Spirito Santo. E' un mistero grande, immenso, inim-
maginabile, che comprenderemo soltanto in Cielo. Qui,
sulla terra, dobbiamo affidarci alla luce della fede e alla
comprensione interiore che può darcene lo Spirito Santo.
Nell'Incarnazione il Figlio di Dio, facendosi
uomo, è diventato Sacerdote, Re e Profeta, e, perciò,
quando noi nel Battesimo riceviamo la sua filiazione di-
vina veniamo "configurati" a Cristo, veniamo cioè mo-
dellati su di lui secondo la sua triplice prerogativa. E'
come se lo Spirito Santo imprimesse nella nostra anima i
lineamenti di Gesù, la sua fisionomia, così che il Padre
guardandoci può dire: "Tu sei mio figlio!". Questa modi-
ficazione della nostra anima è soprannaturale, ma reale e
indelebile, e viene indicata dal catechismo col termine di
"carattere".
Da quel giorno è iniziato in noi il dinamismo della
grazia, che lungo la nostra vita terrena tenderà a farci
sempre più simili a Cristo, fino a identificarci con Lui.
Perciò come l'Incarnazione è stata per Gesù l'inizio della
sua vita di Uomo-Dio, vita che ha raggiunto il culmine
nel mistero pasquale della sua morte e risurrezione, allo
stesso modo il battesimo ha segnato per noi l'inizio della
nostra vita di figli di Dio, vita che trova il suo culmine
nella partecipazione all'Eucaristia, sacramento della Pa-
squa del Signore.

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3 - La vita terrena dell’Uomo-Dio

Ora, l'Incarnazione non è stata l'evento di un momento;


essa ha inaugurato uno stato di cose nuovo, un modo
nuovo di essere, che è di Cristo ma che è destinato a tut-
ti gli uomini e che resterà per sempre. Per tutta l'eternità
infatti sarà vero che un uomo è Dio, che una umanità
come la nostra è personalmente unita alla divinità, che la
vita di un Uomo "in tutto simile a noi tranne che nel
peccato" 5, è stata ed è la vita del Figlio di Dio.
Perciò, quel neonato che nella grotta di Betlem-
me piange per il freddo e per la fame, è Dio che piange;
quel ragazzo che gioca per le strade di Nazareth con i
compagni del paese e torna a casa, accaldato e spettina-
to, come tutti i ragazzi di questo mondo, a chiedere a
sua Madre una ciotola d'acqua fresca, è Dio che gioca
con i figli dell'uomo, è Dio che si disseta sotto lo sguar-
do estasiato di sua Madre; quel giovane Uomo che lavo-
ra nella bottega di Giuseppe, è Dio che lavora; e più tar-
di, quell'uomo che si stanca sulle strade della Palestina,
che incontra le folle, che sana gli ammalati, che abbraccia
i bambini, che crolla di stanchezza e di sonno nella barca
di Pietro, che si siede assetato al pozzo di Sichem e chie-
de da bere alla donna di Samaria, quell’uomo che piange
sulla sua città e sul destino che la attende, e si commuo-
ve davanti al dolore di Marta e di Maria per la morte di
Lazzaro, quell'Uomo è Dio; è Dio che cammina sulle
strade della terra, è Dio che parla, che guarisce, che crol-
la di stanchezza e di sonno, che ha sete e che piange, che
si intenerisce e si commuove, quell'Uomo è Dio tra gli
uomini. Ancora, quell'Uomo che vediamo incatenato e

5 Ebrei, 4,15
15
trascinato davanti ai tribunali, che vediamo deriso e in-
sultato, quell'Uomo che viene colpito con calci e bastoni,
con schiaffi e flagelli, quell'uomo irriconoscibile, diventa-
to una maschera, un "quadro di dolori", quell'Uomo è
Dio. E' Dio incatenato e trascinato davanti ai tribunali
degli uomini, è Dio deriso e flagellato, coperto di sputi e
di piaghe, è Dio trattato da imbroglione e vestito da paz-
zo; infine, quell'Uomo crocifisso sul Golgota, che strap-
pa con un grido la vita al suo corpo nudo davanti al cielo
e alla terra, è Dio-crocifisso, è Dio che muore. "Vera-
mente quest'uomo era Figlio di Dio!".6 Mai espressione
fu più vera e reale di questa, pronunciata dal centurione
pagano davanti a Cristo crocifisso. E noi non possiamo
contemplare la vita di Gesù senza pensare che è la vita
dell'Uomo per gli uomini e insieme la vita del Figlio di
Dio per i figli di Dio.
Si capisce allora l'amore immenso che i Santi nu-
trivano per il Vangelo. "Dobbiamo infatti riprodurre la
vita di Cristo nella nostra vita. Ma ciò non è possibile se
non attraverso la conoscenza di Cristo che si acquista
leggendo e rileggendo la Sacra Scrittura e meditandola
assiduamente nell'orazione".7

4 - Il cristiano, un altro Cristo

La figura di Gesù deve diventarci così famigliare da sen-


tirla vicina, presente nelle varie circostanze della nostra
giornata. Ci troveremo a vivere infatti negli stessi am-
bienti e nelle stesse situazioni in cui Egli è vissuto: la fa-
miglia, il lavoro, le amicizie, i rapporti sociali, così come
6 Mc. 15,39
7 San J. Escrivà, E' Gesù che passa n.14
16
la stanchezza, la fame, il riposo, le contrarietà; e non
mancherà nemmeno la croce, che rappresenta il culmine
a cui è giunta la vita terrena di Gesù. Inoltre le scene
stesse del Vangelo ci risulteranno a poco a poco sempre
più familiari e finiremo col sentirci anche noi presenti e
partecipi a quegli episodi insieme agli altri personaggi.
Così, "la vita di Gesù Cristo, se gli siamo fedeli, si ri-
pete in qualche modo in quella di ciascuno di noi,
tanto nel suo processo interno - la santificazione - quan-
to nella condotta esterna".8
Non si tratta di una finzione psicologica, né di un
gioco di fantasia, ma di un vero processo spirituale della
nostra anima ed è opera esclusiva della grazia. Come
nell'Incarnazione lo Spirito Santo ha operato nel grembo
verginale di Maria il concepimento dell'Umanità santissi-
ma di Gesù, così nel Battesimo lo Spirito Santo opera
nella nostra anima il concepimento di quella "creatura
nuova" che porta la fisionomia stessa di Gesù perché
partecipa alla sua filiazione divina. Questa creatura la
portiamo in noi durante la nostra vita terrena come in
gestazione, con l'impegnativa responsabilità di farla vive-
re e crescere fino alla pienezza dell'età di Cristo,9 quan-
do verrà partorita alla vita eterna nel giorno della nostra
morte, che è il suo dies natalis, il suo giorno natalizio.
In questo processo, che dura tutta la vita, la no-
stra anima va liberandosi dalle vecchie sembianze, quelle
dell'uomo secondo Adamo, si purifica dal male e dalle
scorie del peccato rivestendosi delle virtù di Cristo. In
certo qual modo prenderanno posto in noi gli stessi sen-
timenti che furono in Cristo Gesù...;10 cominceremo a
8 Forgia, n. 418
9 Ef. 4,18
10 Fil. 2,5

17
pensare secondo il modo insegnatoci da Gesù, ad amare
quello che Egli ha amato, a cercare in ogni cosa la vo-
lontà di Dio. Ci dedicheremo ai doveri del nostro stato,
in famiglia e nella società, imitando Gesù che "ha fatto
bene ogni cosa",11 che ha santificato il lavoro nella botte-
ga di Giuseppe, lavorando con amore a lode del Padre,
offrendo la fatica e le contrarietà come espiazione dei
peccati. Ci sforzeremo di seguire il suo esempio quando
dedica tempo al colloquio intimo col Padre nell'orazione,
quando si è fatto tutto a tutti nella comprensione, nell'a-
mabilità paziente, nella misericordia operosa, "benefa-
ciendo omnes", facendo il bene a tutti; in altre parole
cercheremo di nutrire in noi sentimenti di pace, di gioia,
di misericordia, di pazienza, di fortezza, di fedeltà, di mi-
tezza, di obbedienza al Padre, di amore verso gli uomini;
metteremo i nostri passi sulle orme che lui ci ha lasciato,
camminando dove lui ha camminato.
In questo modo, seguendo le orme di Cristo, è
certo che incontreremo la croce, perché Cristo ha voluto
attraverso la croce salvare l'umanità. Perciò incontrare la
croce è incontrare Cristo; allora la croce non è più una
disgrazia, non è più una condanna o una maledizione, di-
venta la strada verso la vita, verso la nostra pace e la no-
stra gioia. "Segni certi della vera Croce di Cristo: la se-
renità, un profondo senso di pace, un amore disposto a
qualsiasi sacrificio, un'efficacia grande che sgorga dal
Costato stesso di Gesù, e sempre - in modo evidente - la
gioia: una gioia che proviene dal sapere che chi si dona
davvero è vicino alla croce e, di conseguenza, è vicino a
nostro Signore".12

11 Mc. 7,37
12 Forgia, n.772
18
Così, il nostro atteggiamento interiore di fron-
te alla croce di Cristo rivela la nostra maturità nella
vita cristiana, la maturità dei figli di Dio che hanno im-
parato a giudicare le cose della terra e di questa vita con
la saggezza della fede. La paura della Croce, la ribellione
davanti alla croce, l'insofferenza, la tristezza e la stessa
rassegnazione sono sintomi di immaturità spirituale per-
ché senza il crogiolo del dolore, della umiliazione e della
sofferenza, non è possibile capire Cristo e il suo amore
per noi.
Di solito si tratta delle croci piccole della vita
quotidiana, ma in esse, a poco a poco, con l'aiuto di Dio,
la nostra anima si fortificherà, comprenderà con chiarez-
za sempre più profonda la preziosità della vita eterna di
fronte alle effimere consolazioni mondane, perderà la
paura del sacrificio e andrà progredendo in tutte le virtù
cristiane. L'orazione, poi, farà il resto, finche Dio, facen-
doci assaporare la realtà dolcissima della filiazione divi-
na, ci riempirà di pace, ci darà un desiderio sempre più
vivo di servirlo e di farlo conoscere e amare anche dagli
altri.
In definitiva, noi cristiani siamo chiamati a
continuare nel mondo questo modo nuovo di essere e
di vivere sulla terra, un modo umano-divino inaugu-
rato da Cristo con la sua Incarnazione e culminato nella
sua morte e risurrezione. E' un modo di essere di natura
sacramentale, che viene a noi comunicato attraverso i
Sacramenti - dal battesimo all'eucaristia al matrimonio...
- e si sviluppa come imitazione di Cristo nei cammini
dell'orazione e della croce.
Lo scopo di queste pagine è tutto qui: aiutare
ciascuno di noi ad entrare sempre più profondamente in
quella “intimità personale con Gesù vivo e presente” alla
19
quale Papa Benedetto sta invitandoci, con commovente
insistenza fin dall’inizio del suo Pontificato, come pro-
gramma centrale del suo ministero
Non solo dunque, togliere distanze di spazio e di
tempo fra noi e Gesù, ma anche e soprattutto far tacere
le insinuazioni del maligno e le voci stonate del nostro
io, affinchè Cristo possa occupare tutto lo spazio della
nostra anima e del nostro cuore. Potessimo davvero dire
con San Paolo: “Non sono più io che vivo ma è Cristo
che vive in me.”

20
LE “ORE” DEL GIORNO

5 - Le “ore” e l’orario

Abbiamo già visto che la nostra giornata terrena deve es-


sere vissuta da figli di Dio, e perciò dobbiamo identifi-
carci con Gesù rivivendo la sua stessa vita. Abbiamo an-
che detto che la nostra vita è come una giornata: dal
mattino al tramonto, e che ogni giorno è come la vita.
Perciò dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l'ulti-
mo e nello stesso tempo come se fosse tutta intera la no-
stra vita. Per questo la Chiesa ha voluto santificare le va-
rie ore del giorno con espressioni liturgiche che fossero
di aiuto alla nostra vita interiore e alimentassero il nostro
desiderio di unione con Cristo. Espressione tipica di que-
sta liturgia è l'insieme di quegli atti di culto che va sotto
il nome di "Liturgia delle Ore". Sono momenti di pre-
ghiera, distribuiti lungo le ore del giorno e anche della
notte, in modo che tutto il nostro tempo venga santifica-
to, diventi tutto "tempo di Dio".
Prima di descrivere le varie preghiere delle ore
(preces horariae) è opportuno ricordare l'importanza di
avere un "orario" che regoli e conduca la nostra giorna-
ta. Non dev'essere un orario rigido che ci pesi addosso
come una forzatura, né un artifizio che tolga spontaneità
alla nostra vita, ma un orario teso a rendere più ordinato
ed efficace il nostro lavoro, e a liberare in modo costrut-
21
tivo le nostre energie interiori. Ogni persona matura, in-
fatti, ha un orario nella propria vita famigliare e nella
propria attività professionale. Così anche la nostra vita
spirituale ha bisogno di un orario per non cadere nel
disordine o nella pigrizia o, viceversa, per non essere tra-
volta da un attivismo alienante e dispersivo.
Del resto, tutta la nostra esistenza scorre dentro
un orario. La nostra vita non è condotta dal caso o da
forze cieche ed oscure, e nemmeno è governata da mi-
steriose congiunzioni stellari che solo abili oroscopi pos-
sono decifrare. L'orologio della nostra vita è nelle mani
della Provvidenza di Dio. Egli ha le sue ore, scadenze
ben precise della sua grazia che segna i momenti fonda-
mentali della nostra vita; sono "i tempi e i momenti" che
il Padre ha messo nel suo arcano, provvidenziale dise-
gno. Le "ore" di Dio sono determinanti per la nostra
vita, come lo sono anche per la storia degli uomini, e
mancare all'appuntamento con la Grazia è troppo perico-
loso per il nostro destino eterno, è un rischio che non
dobbiamo correre. Dio ha fissato un suo orario per la
nostra vita, noi dobbiamo proporci un orario nella nostra
giornata. Sarà un orario flessibile che potrà variare adat-
tandosi alle circostanze e alle situazioni di lavoro e di fa-
miglia; ma sarà sempre un orario adatto a difendere i no-
stri appuntamenti quotidiani con Dio. Sono appuntamen-
ti d'amore da parte di Dio, dovranno esserlo anche da
parte nostra.

6 - Ora Prima: il mattino

La prima delle "Preces Horariae" coincide evidentemente


col mattino e segna l'inizio della giornata: è la preghiera
22
del mattino. Essa si compone essenzialmente di due atti:
alzata ad ora fissa e offerta delle azioni. L'ora dell'alzata
non è senza significato, e non viene determinata esclusi-
vamente in riferimento al lavoro o agli impegni che mi
attendono nella giornata. L'ora fissa conferisce all'alzata
dal letto un valore obbedienziale e la fa diventare pre-
ghiera. E' come riconoscere che il tempo non è lasciato
al mio capriccio o al mio arbitrio e che l'inizio di ogni
giorno esige la risposta ad una chiamata.
L'atteggiamento del cristiano, quando si alza al
mattino, dovrebbe essere quello del servo fedele pronto
alla voce del suo Signore che lo chiama a servirlo o, se
vogliamo, l'atteggiamento del figlio docile e obbediente
che risponde a suo padre: eccomi! Si comprende così la
consuetudine praticata da molti cristiani che, uscendo
prontamente dal letto, baciano il pavimento dicendo in
cuor loro: "Ti servirò, Signore!". Vuol essere un gesto di
riparazione al "Non serviam!" di Lucifero, che ha conta-
giato i nostri progenitori e minaccia continuamente tutti
noi con la tentazione di tanti "no" alla volontà di Dio.
Del resto, uscire dal sonno è come rinascere alla
vita, anzi è come ricevere l'esistenza. Non siamo venuti
al mondo per caso, né quando abbiamo voluto noi, a
nostra discrezione. C'è una “ora fissa" nel quadrante di
Dio, il momento preciso in cui Dio ha detto di noi: Fiat!
- Si faccia! - come per la luce, per le stelle, per il firma-
mento. Dio ci ha fatti uscire dal nostro nulla quando Lui
ha voluto, e ci ha posti nell'esistenza con un atto liberis-
simo della sua volontà, alla quale non abbiamo potuto far
altro che rispondere: Eccomi! Servire Dio per amore e
trasformare tutta la nostra giornata in un servizio d'amo-
re, è l'unica cosa importante che possiamo fare sulla ter-
ra. Ricordarlo tutte le mattine è un dovere - siamo crea-
23
ture! - e farà un gran bene alla nostra anima; certamente
darà un tono diverso all'inizio delle nostre giornate.
Al "Serviam!" iniziale segue, come conseguenza,
l'offerta delle azioni. Dobbiamo orientare a Dio tutto
ciò che in quella giornata ci passerà nel cuore, nei
pensieri, nelle mani e anche tutto ciò che ci accadrà di
buono o di spiacevole, al di là di ogni nostra previsione.
Ma per poterle offrire a Dio, è necessario non solo che le
nostre azioni siano buone in sé stesse, occorre che sia
retta anche l'intenzione che ci muove ad agire. Per un
cristiano, rettitudine d'intenzione significa che devono
essere umanamente nobili le motivazioni del suo agire, -
lavorare per la famiglia, per i figli, per il bene della socie-
tà ecc. - ma significa anche che il fine del suo agire deve
essere soprannaturale.
Può capitare infatti che facciamo con cura cose
ottime e meritevoli, le più nobili e generose, e tuttavia
che vengano ad infiltrarsi nel nostro cuore l'amor proprio
e la vanità, la ricerca del successo, del plauso o dell'inte-
resse esclusivamente personale. E' l'atteggiamento che
Gesù rimproverava ai Farisei: "Tutte le loro opere le fan-
no per essere ammirati dagli uomini".13 Il cristiano inve-
ce si propone, in ogni cosa, di glorificare Dio. "Dà a Dio
tutta la gloria”. "Spremi" con la tua volontà, aiutato dalla
Grazia, ognuna delle tue azioni, affinché in esse non resti
nulla che odori di superbia umana, di compiacenza del
tuo io".14

13 Mt. 23,5
14 Cammino n.784
24
7 – La preghiera del mattino

Tutto questo viene espresso in modo molto semplice ma


efficace dalla "Preghiera del mattino" che appartiene alla
pietà cristiana tradizionale e che abbiamo imparato dalle
labbra di nostra madre: "Ti adoro, mio Dio, e ti amo con
tutto il cuore..." Adorare Dio e fare tutto per suo amore
è dare a lui tutta la gloria. "Ti ringrazio di avermi creato,
fatto cristiano e conservato in questa notte." Ringraziare
è riconoscere i doni di Dio e dargli lode per la sua gloria.
Gesù dirà al lebbroso guarito che tornò a ringraziarlo:
"Non si è trovato chi tornasse a dare gloria a Dio se
non questo straniero".15 Adorare e ringraziare è come
cantare le lodi al Signore. Nella Liturgia delle Ore, infat-
ti, la preghiera del mattino è chiamata: Lodi mattutine.
I Salmi e gli inni di questa preghiera fanno riferimento
alla creazione (il Mattino del Cosmo), ed esprimono lode
a Dio per l'aurora, la luce, il sole nascente (simbolo di
Cristo Risorto), che viene ad illuminare la terra e a ri-
scaldare la vita degli uomini.
Le preghiere delle Lodi fanno poi riferimento al
comando che Dio diede all'uomo nell'affidargli la crea-
zione: prendere possesso del mondo e plasmarlo con
un’attività intelligente e costruttiva. La lode di Dio va
dunque unita all'offerta della giornata lavorativa, che di-
venta così un "sacrificio di lode", e anche tutte le azioni
vengono dedicate, come primizia, a Dio con l'intenzione
di compiere fedelmente la sua volontà. Continua infatti la
preghiera: "Ti offro le azioni della giornata, fa che siano
tutte secondo la tua santa volontà e per la maggior tua
gloria".

15 Lc. 17,18
25
La preghiera si conclude con una petizione di gra-
zia per sé stessi, per le persone care e, in definitiva, per
tutta la Chiesa. "Preservami dal peccato e da ogni male,
la tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari,
Amen". E' consuetudine, infine, rivolgersi a Dio con la
preghiera del Padre nostro, e affidarsi alla protezione
della Santa Vergine e degli Angeli Custodi.
Con questa preghiera ogni cristiano può unirsi
alla preghiera liturgica di tutta la Chiesa che nelle
Lodi mattutine fa proprie le preghiere del mattino di
tutti i fedeli sparsi nel mondo.
Vista in questo modo la preghiera del mattino non
sembra certamente una preghiera riservata ai bambini,
come comunemente si crede. Tutt'altro! Essa richiede,
invece, grande maturità spirituale. Ringraziare Dio e dar-
gli lode col proprio lavoro e con la propria vita è l'atteg-
giamento specifico di un cristiano adulto, consapevole
che Dio è "il Primo" e viene al primo posto: - "Io sono
l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la
Fine" 16 -, e consapevole anche della propria responsabi-
lità di figlio di Dio nel mondo e nella Chiesa.
Purtroppo, sono molti i cristiani che mancano a
questo primo appuntamento con Dio all'inizio della loro
giornata. La causa è senza dubbio l'ignoranza: non si
pensa, non si conosce il valore e il contenuto di questa
preghiera e il significato importante che essa riveste nella
nostra vita; ma anche hanno il loro peso la pigrizia: - ci si
alza all'ultimo momento, si è presi dalla fretta, dall'assillo
del lavoro ecc. - la poca fede, e soprattutto la scomparsa
quasi totale del senso religioso della vita. Si è dominati
da una visione materialistica delle cose e da una sorta di

16 Ap. 22,13
26
ateismo pratico che si è infiltrato nella mentalità corrente
e che ormai orienta il modo di vivere abituale della socie-
tà contemporanea.
E' dovere di noi cristiani reagire. Dio ha diritto
al primo posto nella nostra vita e dobbiamo dedicare
a lui il primo pensiero della giornata; a Lui la nostra
adorazione e la nostra lode, a lui il nostro cuore e le no-
stre opere. E' un modo concreto di far posto a Dio nella
nostra vita, e portarlo poi con noi, nelle nostre famiglie e
nella società in cui viviamo.

8 – Meditazione e orazione

La "Liturgia delle Ore" è chiamata nel rito orientale bi-


zantino: Orologio. Il nome fa ovvio riferimento alle ore
della giornata. Sono ore che la Liturgia ci invita a santifi-
care, a trasformare cioè in occasione di lode a Dio rit-
mandole con espressioni di preghiera. Sul quadrante del-
l'orologio liturgico della Chiesa, un momento al quale
viene attribuita notevole importanza è quello chiamato
"Ufficio delle lezioni".
L'espressione fa capire che l'elemento principale
di questa Ora Liturgica è la lettura della Parola di Dio. In
essa vengono offerti alla nostra meditazione passi della
Sacra Scrittura in modo sistematico e ordinato: la Chiesa
fa scorrere davanti alla nostra contemplazione le meravi-
glie compiute da Dio per la salvezza dell'uomo, soprat-
tutto il mistero di Cristo nel quale si è rivelato l'amore di
Dio per noi e si è compiuta l'opera della Redenzione. E'
dunque tempo di silenzio e di ascolto, è un incontro con
Dio che parla alla nostra anima. Anticamente, e ancor
oggi nei monasteri, quest'ora veniva collocata nel cuore
27
della notte per facilitare il raccoglimento e l'ascolto di
Colui che è "Mistero inaccessibile".
La Parola di Dio è nutrimento indispensabile per
le nostre anime e non può mancare nella vita di un cri-
stiano; perciò, come ogni nutrimento, dovrebbe figurare
ogni giorno nel programma spirituale di chi vuol seguire
Cristo da vicino. Solamente, per il cristiano che vive nel
mondo, questo incontro con Dio non avverrà né in una
cella né di notte, ma nel cuore della propria giornata e
possibilmente davanti a un Tabernacolo o in un angolo
tranquillo della propria casa. Se qualche volta ciò non
fosse possibile, si possono utilizzare i tempi che non im-
pegnano mentalmente: durante il viaggio in autobus,
dando la pappa al bambino..., al limite, nel bel mezzo
della strada.
Dio può parlarci dappertutto e può darci la grazia
di saperlo ascoltare in qualsiasi momento, in qualunque
situazione. Quello che occorre da parte nostra è deside-
rare sinceramente questo incontro, volerlo con tutto il
cuore e con tutto il nostro impegno fissandone il mo-
mento nella giornata e il luogo, e poi proteggendolo dai
vari rischi come gli imprevisti, la stanchezza, l'aridità,
non esclusi i pretesti della pigrizia e della malavoglia.
"Non esitate a pregare: chi vi ascolta è dentro di voi.
Non volgete i vostri occhi verso una qualsiasi montagna,
verso le stelle, il sole, la luna; purifica invece la cella del
tuo cuore; in qualsiasi luogo tu andrai, in qualunque po-
sto ti metterai a pregare, dentro di te è chi ti ascolta,
dentro nel segreto... non andare lontano...".17
Senza la meditazione assidua, quotidiana, della
Parola di Dio il cristiano resterà inevitabilmente un me-

17 S.Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 10,1


28
diocre nella vita spirituale, fiacco e incerto nella sua
fede, facile ai cedimenti morali e alle debolezze umane,
spento come testimone di Cristo in mezzo agli altri.
E' indispensabile però che la meditazione del-
la Parola di Dio diventi orazione, si apra cioè al collo-
quio intimo e filiale con Dio. Troppi cristiani si ferma-
no alla semplice riflessione o meditazione, che spesso di-
venta un alibi nel rapporto con Dio, un modo per na-
scondersi, per non arrivare faccia a faccia col Signore e
incontrarsi col suo sguardo, amabile ma esigente. La me-
ditazione, se rimane solo meditazione, rischia di fare del-
la Parola di Dio un bene di consumo, e finisce nell'anoni-
mato o conduce al timore. Manca infatti l'amore.
Quando due persone si amano, hanno assoluto
bisogno di comunicare, di "parlarsi", e quanto più l'amo-
re è autentico e profondo tanto più il colloquio si fa per-
sonale ed intimo. Ora, l'orazione è precisamente questo:
un dialogo d'amore tra l'anima e Dio. "Mi hai scritto:
"Pregare è parlare con Dio. Ma, di che cosa?" - Di che
cosa? Di Lui, di te: gioie, tristezze, successi e insuccessi,
nobili ambizioni, preoccupazioni quotidiane..., debolez-
ze! E atti di ringraziamento e suppliche: e Amore e ripa-
razione. In due parole: conoscerlo e conoscerti: "fre-
quentarsi"!18
La vera penetrazione della Parola di Dio e la co-
noscenza intima di Lui non ce la da la meditazione ma
l'orazione; è lì che Dio rivela il suo volto, si apre alla no-
stra anima, la illumina e la riscalda con il calore della sua
presenza.
Sulla necessità dell'orazione e di una orazione
continua - "Pregate sempre" - l'esempio di Gesù è stato

18 Cammino n. 91
29
esplicito; il suo colloquio con il Padre era continuo, inin-
terrotto e spesso diventava esclusivo: di notte, all'alba, a
sera, improvvisamente lungo la giornata...; la meditazio-
ne non può essere continua perché non si può concentra-
re la riflessione simultaneamente sulla Parola di Dio e sul
lavoro o su altre preoccupazioni, ma l'orazione sì, perché
si può amare sempre, l'amore non conosce interruzioni e
può entrare in qualsiasi cosa facciamo. E' infatti l'amore,
l'amore vivo, attuale, che lega il nostro cuore a Dio, e
trasforma il lavoro, lo studio, le faccende quotidiane in
orazione.
Questa orazione continua non si improvvisa; è un
traguardo, una meta. Ed è un dono; bisogna perciò chie-
derlo al Signore. Dobbiamo chiederlo ogni volta, met-
tendoci con umiltà alla presenza di Dio: "Signore mio e
Dio mio, credo fermamente che sei qui, che mi vedi, che
mi ascolti..." , gli chiediamo poi perdono dei peccati e la
grazia di ricavare frutto da quella orazione. Da parte no-
stra occorre la perseveranza. Santa Teresa lamentava che
sono molti quelli che cominciano ma sono pochi quelli
che perseverano. L'orazione quotidiana è come l'oro-
logio della nostra pietà: se si ferma, si ferma il tempo
di Dio nella nostra anima. E perdiamo anche la sinto-
nia con l'Orologio liturgico della Chiesa.

9 – Liturgia del lavoro

Nella "Liturgia delle Ore" la Chiesa dedica alla


preghiera altri tre momenti di preghiera nel corso della
giornata; corrispondono a tre ore intermedie comprese
tra il mattino e la sera e prendono il nome di Ora Terza,
Ora Sesta e Ora Nona, secondo la divisione del giorno in
30
uso presso i Romani. Esse corrispondono all'incirca alle
ore nove, alle ore dodici e alle ore tre pomeridiane, cioè
al tempo dedicato di solito al lavoro.
Anticamente il lavoro non era considerato un ele-
mento importante, e ancor meno come costitutivo della
vita umana. Il lavoro manuale era riservato agli schiavi e
le altre attività, dette liberali, non erano considerate lavo-
ro. Le tre ore intermedie infatti nella Liturgia delle Ore
non fanno alcun riferimento al lavoro; ricordano invece
avvenimenti decisivi nella storia della salvezza: la croci-
fissione di Cristo, la sua morte, la discesa dello Spirito
Santo.
Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che Gesù ha
passato più di trent'anni della sua vita nella bottega di
Giuseppe a Nazareth, lavorando molte ore al giorno ed
essendo anche allora Salvatore del mondo; ha voluto
dare anche al lavoro una dimensione e un valore redenti-
vo.
L'uomo moderno ha riscoperto il lavoro sia come
valore fondante della vita sociale ed economica, sia
come valore essenziale nella vita della persona umana.
Tanto che la dignità e la qualità del lavoro sono state al
centro di tutte le rivoluzioni ideologiche e sociali degli
ultimi secoli.
Anche la teologia e l'ascetica cristiana hanno ri-
scoperto il lavoro come elemento essenziale nella vita
spirituale del cristiano. L'attenzione al lavoro non è mai
mancata nell'insegnamento della Chiesa; tutti ricordiamo
il motto che costituisce il fondamento della Regola bene-
dettina: "ora et labora", preghiera e lavoro. Si deve al-
l'impegno e allo spirito che hanno animato i monaci di S.
Benedetto se i loro monasteri furono, nei secoli che pre-
pararono l'Europa, non solo centri di evangelizzazione
31
ma anche fari di civiltà e di progresso sociale ed econo-
mico.
Tuttavia il lavoro inteso e praticato dai monaci
aveva un duplice significato: un significato ascetico - do-
veva preservare i monaci dall'ozio - e un significato di
supplenza, nasceva cioè dalla necessità di colmare un
vuoto nella vita sociale delle popolazioni di allora che di-
scendevano quasi tutte dai barbari e non conoscevano il
lavoro.
Si deve al carisma di uno dei santi più incisivi nel-
la storia della spiritualità cristiana, San J. Escrivà, la ri-
scoperta del lavoro umano come elemento essenziale -
materia prima - nella santificazione del cristiano. I fedeli
laici che vivono nel mondo sono chiamati a realizzare la
"consecratio mundi", cioè a orientare a Dio, mediante il
lavoro santificato, tutte le cose create. Per usare un'e-
spressione dello stesso santo, è missione e compito dei
laici, loro specifica vocazione, "santificare il lavoro,
santificarsi nel lavoro, santificare gli altri con il lavo-
ro". Possiamo dire, in certo qual modo, che il lavoro
quotidiano, se santificato diventa preghiera, una sorta di
"Ora Media" del laico cristiano.
L'Ora Media della Liturgia, pur non facendo rife-
rimento al lavoro quotidiano, presenta tuttavia due
aspetti che hanno essenziale importanza per la santifica-
zione del lavoro: il primo è la presenza nelle tre ore me-
die - Terza, Sesta, Nona -, in tutti i giorni della settima-
na, del salmo n. 118. E' un salmo particolare, il più lungo
tra tutti i Salmi della Bibbia, e ha come argomento la
Legge di Dio, dono prezioso del Signore per il nostro
cammino sulla terra. Tutti i versetti di questo salmo sono
espressioni appassionate di lode e di gratitudine a Dio
che ci ha dato la possibilità, con la sua legge santa, di
32
comportarci rettamente e con giustizia nella nostra vita
quotidiana.
Ebbene, il cristiano che vuole santificare il suo la-
voro deve innanzitutto comportarsi con onestà e con ret-
titudine, con giustizia e con la dovuta preparazione nei
suoi compiti professionali, appunto come vuole la legge
di Dio. Osservare i Comandamenti e vivere nel lavoro le
virtù umane, le virtù morali e professionali, è un presup-
posto indispensabile perché il lavoro possa essere offerto
a Dio e possa perciò diventare preghiera. Questo non
sempre è facile, perché l'ambiente di lavoro è spesso do-
minato da egoismi, da invidie, da divisioni tra i colleghi,
da arrivismi e concorrenze sleali, da criteri che non ri-
spettano il merito e la capacità professionale ma obbedi-
scono a clientelismi e appoggi politici; ma il cristiano
non può lasciarsi intimorire o condizionare da tutto que-
sto, saprà mostrare ai colleghi, con l'esempio e con la
dottrina, che un lavoro compiuto non onestamente e non
secondo Dio, lungi dall'essere collaborazione con Lui a
servizio del bene comune, diventa un tarlo che corrompe
la vita sociale e famigliare, e anche se può apparire eco-
nomicamente vantaggioso e umanamente gratificante
non potrà mai essere benedetto da Dio e apprezzato da-
gli uomini. Un cristiano che lavora con onestà, rettitudi-
ne, competenza, lealtà e giustizia è come se recitasse
ogni giorno il salmo 118, e possiamo dire che le ore di
lavoro sono come "l'Ora Media" del cristiano.

10 – Il lavoro e la Redezione

Il secondo aspetto che l'Ora Media ci ricorda per


la santificazione del lavoro è il riferimento all'opera della
33
salvezza che si è compiuta in Cristo. Infatti, l'Ora Terza
ricorda la crocifissione di Gesù e, nella domenica, la di-
scesa dello Spirito Santo; l'Ora Sesta ricorda l'agonia di
Gesù e la sua ascensione al cielo; l'Ora nona ricorda la
sua Morte sulla croce.
Questi riferimenti ci dicono che con la venuta di
Cristo il lavoro ha acquistato valore redentivo. Sap-
piamo che il peccato ha portato nel mondo il dolore; do-
lore che, nel caso del lavoro, significa sforzo, fatica,
stanchezza: "Con il sudore della fronte mangerai il
pane".19 Possiamo pensare al contadino che coltiva la
terra, all'operaio nella sua officina, a una commessa che
deve stare molte ore in piedi a servizio dei clienti; pen-
siamo a una madre di famiglia che deve governare la
casa, all'insegnante nel faticoso compito di aprire l'intelli-
genza degli alunni al sapere, all'infermiera che deve di-
menticare totalmente sé stessa nell'assistenza ai malati, e
a tante impegnative situazioni in cui l'attività umana è
chiamata ad esprimersi: lo studio, la ricerca scientifica, la
pubblica amministrazione, le responsabilità di governo
ecc. Ogni campo dell'attività umana ha le sue difficoltà,
le sue fatiche, le sue stanchezze, il suo "peso". Ed è que-
sto peso portato ogni giorno con serenità, con gioia, con
fortezza, che rende il nostro lavoro partecipe della croce
di Cristo e gli conferisce un valore redentivo.
Questi aspetti che configurano l'attività dell'uomo
nel disegno di Dio Creatore e Redentore, ci costringono
a rivedere i nostri criteri di giudizio sul valore del lavoro
umano. Agli occhi del mondo ha più valore un lavoro
che procura gloria umana, che è fonte di grandi guada-
gni, che è coronato da successo, da notorietà e prestigio

19 Gen. 3,19
34
umano; ma agli occhi di Dio non è così. Prendiamo il la-
voro umile, silenzioso, sacrificato di una madre di fami-
glia che si dedica alla casa e ai figli o il lavoro di un net-
turbino che tiene pulite le strade delle nostre città finche
tutti dormono, e prendiamo il lavoro di un ministro, di
un grande scienziato o di un potente uomo d'affari: quali
di questi lavori vale di più davanti a Dio? Quello fatto
con più amore, con più spirito di servizio, con più alle-
gria. Fermo restando che il lavoro di un uomo politico,
di uno scienziato o di un imprenditore che disponga di
tanti mezzi economici può incidere sulla vita sociale, cul-
turale e morale di un popolo più intensamente e con
maggior efficacia umana per il bene comune che non il
lavoro socialmente meno rilevante di un operaio, di un
contadino o di una commessa, resta però vero che, da-
vanti a Dio, il contenuto d'amore, di fede e di umile di-
sponibilità costituisce il vero parametro di valore per
ogni attività umana. Semmai, le eventuali maggiori re-
sponsabilità devono costituire per il cristiano un più forte
motivo per agire rettamente e con amore di Dio in ogni
attività a vantaggio del bene comune.
Ognuno di noi, lì dove svolge il proprio lavoro
quotidiano, tra le mura domestiche, nell'officina, allo
sportello di un'agenzia, al volante di un autobus, come
fra le aule dell'università, o nell'emiciclo di un parlamen-
to, lì deve santificare il suo lavoro, santificarsi nel suo la-
voro, aiutare gli altri a santificarsi nel proprio lavoro,
trasformando in preghiera e in partecipazione alla croce
di Cristo ogni attività umana nobile e onesta. Per ricor-
darci di tutto questo possiamo servirci di un richiamo -
un'immagine, un piccolo Crocifisso, o un altro segno -
nel luogo dove lavoriamo: sul tavolo di studio, in ufficio,
in cucina, nell'auto, accanto al telefono..., e accompagna-
35
re i momenti del lavoro con frequenti giaculatorie, atti di
riparazione, ringraziamenti, piccoli sacrifici come la pun-
tualità, la pazienza, il sorriso nonostante la stanchezza,
l'amabilità con le persone; tutto con ottimismo e buon
umore. Possiamo con ragione dire che questa è la
"Liturgia dell'Ora Media", liturgia del lavoro che
ogni cristiano è chiamato a celebrare ogni giorno.

11 – L’ora dei Vespri

Nell'Orologio liturgico della Chiesa, un’altra pre-


ghiera oraria di particolare importanza è l'Ora dei Vespri,
o preghiera vespertina. Coincide col tramonto del sole, e
segna la conclusione della giornata lavorativa. E' questo
il primo significato dei Vespri; preghiera della sera, cioè
preghiera che ha lo scopo di ringraziare Dio per tutto ciò
che nella giornata abbiamo ricevuto, per il bene che ci è
stato dato e per il bene che, con l'aiuto della grazia, ab-
biamo potuto compiere.
Il ringraziamento porta necessariamente a rettifi-
care quanto non è stato fatto con rettitudine e fedeltà:
"Perdona il male oggi commesso e, se qualche bene ho
compiuto, accettalo."
L'abitudine a rettificare dovrebbe accompagnare
il nostro agire lungo tutta la giornata, così come a bordo
di un'imbarcazione il timoniere si sforza di correggere
continuamente la rotta ogni volta che qualche ostacolo -
una corrente, un colpo di vento o altra circostanza - mi-
nacciano di deviarla dal giusto percorso. E' un impegno
che richiede di non perdere mai di vista la meta e di agire
abitualmente alla presenza di Dio. Il Signore concede
questo dono a quanti lo chiedono e lottano per vivere di
36
fede, sapendo di essere sempre accompagnati dallo
sguardo amoroso di Dio che vede le intenzioni del cuore
e la sincerità del nostro amore. Il tutto dentro un senso
vivo della filiazione divina.
L'Ora dei Vespri, poi, è un momento di intima no-
stalgia e di soffusa dolcezza. Chi viaggia pensa a casa,
agli affetti più cari; e chi ha terminato il lavoro torna in
famiglia e sogna un dolce riposo tra pareti amiche che
offrono il calore di presenze amate. E' l'ora in cui si ri-
compone la famiglia, si ritrovano i volti mai dimenti-
cati che ci hanno accompagnato lungo tutta la gior-
nata. E' l'ora in cui cessano i rapporti ufficiali dettati dal
lavoro o dall'attività professionale e lasciano il posto alla
gerarchia dell'amore. E' l'ora in cui la presenza della per-
sona amata o delle persone care diventa un desiderio im-
perioso, dolcemente irresistibile. La Chiesa, che ha cam-
minato nella sua giornata insieme con Cristo, esprime
questo vivo desiderio ricordando la preghiera dei disce-
poli di Emmaus: "Rimani con noi, o Signore, perché si
fa sera".20
La solitudine è una delle paure che maggiormente
spaventano il cuore umano ed è particolarmente temuta
dalle persone che vivono sole. Molti cristiani hanno l'abi-
tudine di passare, nel pomeriggio o alla sera, dentro una
chiesa per salutare il Signore che rimane, notte e giorno,
"Prigioniero d'Amore" nei nostri tabernacoli. Tutti noi
possiamo stare qualche minuto in silenzio davanti a lui,
aprirgli la nostra anima con fiducia ed effondere nel suo
Cuore le cose che si sono accumulate dentro di noi lun-
go la giornata, dirgli con l'affetto e la fiducia di un ami-
co: “Signore, grazie che sei qui! che sei rimasto con noi;

20 Lc. 24,29
37
non lasciarci soli. Vorrei portarti con me; vorrei riceverti
con la purezza, l'umiltà, la devozione con cui ti ricevette
la tua Santissima Madre, con lo spirito e il fervore dei
Santi!".
E' questo un modo cristiano di vincere la solitudi-
ne; inoltre il cristiano ha la certezza che Dio abita anche
nella sua anima e lo avvolge col suo amore paterno; e
perciò sa di non essere mai solo.
La famiglia che a sera, dopo una giornata di
lavoro, si ricompone tra le pareti domestiche, e risco-
pre sé stessa nei valori che la costituiscono: l'amore
coniugale fedele, gioioso e fecondo, la paternità, la ma-
ternità, l'amicizia semplice e sincera che unisce tra loro i
membri della famiglia, è un fatto di enorme importanza,
soprattutto nell'attuale congiuntura socio-culturale.
Tutti sappiamo che l'organizzazione della vita so-
ciale è oggi dominata da ritmi e da strutture che non fa-
voriscono la vita famigliare; inoltre stiamo soffrendo le
conseguenze di una sistematica e progressiva demolizio-
ne dei valori della famiglia , demolizione operata dalle
ideologie marxista e laicista che hanno lasciato le attuali
generazioni impoverite e impaurite di fronte alla vita.
Perciò, a parte i momenti particolarmente difficili legati a
situazioni eccezionali che di tanto in tanto possono veri-
ficarsi, il rientro serale a casa col ricomporsi dell'ambien-
te famigliare è un momento estremamente delicato nella
nostra vita ordinaria. Esso rivela la maturità umana e
cristiana degli sposi. Lì si vede quanto le "categorie
dell'amore" abbiano sostituito le "categorie dell'egoismo"
e quanto la "legge" del dono di sé abbia forgiato i com-
portamenti che riguardano la vita famigliare. Infatti, la
tentazione di scaricare l'uno sull'altro il peso negativo

38
della giornata e di rifarsi delle frustrazioni personali è
sempre in agguato dietro la porta di casa.

12 – L’ “ora” della famiglia

Quando un marito torna a casa dopo una giorna-


ta pesante: fatica fisica, imprevisti sul lavoro, contrasti
coi colleghi, incomprensioni con il capo-ufficio o con i
clienti, ecc. e non si sforza di lasciare tutto questo fuori
della porta di casa per offrire a sua moglie, anziché una
faccia lunga e tirata, un sorriso aperto e vivo per la gioia
di rivederla e di riabbracciare i suoi bambini...; e simil-
mente, quando la moglie attende il marito e anziché ac-
coglierlo ordinata nella persona, dicendogli con un sorri-
so o magari con un abbraccio affettuoso la gioia per il
suo ritorno, gli scarica addosso il nervosismo accumula-
to nell'intera giornata, ciò che hanno combinato i figli, i
capricci dei più piccoli o le pretese dei più grandi, gli in-
convenienti del lavoro domestico o le ansie del lavoro
extra-famigliare, e poi...la suocera, la vicina di casa, e
giù tutto l'elenco delle cose storte della giornata..., ebbe-
ne costoro non hanno ancora imparato ad amare, di
quell'amore coniugale che richiede fortezza, maturità
umana, dimenticanza di sé stessi, umiltà, ottimismo, pa-
zienza e tutte quelle virtù familiari che rendono l'ambien-
te di casa non solo vivibile ma fruibile, desiderabile e
appagante. Raccontarsi le cose anche quelle negative, ma
dopo aver assaporato la gioia di ritrovarsi insieme, e per-
ciò con l'animo disteso, più sereno, capaci di sdramma-
tizzare le situazioni e di ritrovare soluzioni positive ai
problemi famigliari, è un raccontare diverso da quello
impregnato di nervosismo e di irritazione. Caratteristi-
39
ca dell'amore è il dialogo; elemento essenziale nella
vita coniugale e famigliare è "raccontarsi le cose". La
famiglia è stata da sempre, nella storia dell'umanità, il
luogo dove si sono conservate le "tradizioni". Le genera-
zioni hanno raccontato alle generazioni consuetudini,
principi, amicizie, memorie. Racconti, appunto! Tutti
noi, che abbiamo avuto una normale esperienza di vita di
famiglia, sappiamo di quale ricchezza siamo debitori al-
l'ambiente famigliare.
Purtroppo, oggi non sappiamo più trovare il tem-
po per stare insieme e soprattutto non sappiamo più sta-
re insieme. Sempre più la casa diventa il luogo dove si va
a dormire, magari tardi, oppure il luogo non condivisibile
della propria comodità personale, spesso diventa un mu-
seo fossile delle proprie vanità o semplicemente il luogo
dove hanno la residenza i propri genitori.
Quando due coniugi non sanno dirsi più niente e
le generazioni non hanno più nulla da raccontarsi, è
come se si interrompesse il filo della vita. Allora, a rac-
contare saranno i telegiornali o le cronache dei mass-me-
dia; ma essi non raccontano, essi filtrano ciò che accade
nel mondo e lo strumentalizzano, fanno scorrere davanti
a noi l'effimero che non lascia traccia, che il mattino
dopo è già vecchio e dimenticato. Si può misurare il li-
vello umano e la qualità di una famiglia dalla libertà che
essa ha raggiunto di spegnere il televisore, di mettere da
parte i giornali e di rinunciare alle varie evasioni serali
estranee alla vita famigliare. E' vero che oggi ci sono
tempi e modi nuovi di stare insieme - week-end, ferie,
vacanze - ma essi non possono sostituire il vivere insie-
me quotidiano, il normale raccontarsi la vita di ogni
giorno tra le pareti domestiche.

40
E' compito di noi cristiani recuperare la famiglia
secondo il disegno di Dio, non solo nei suoi valori e nei
principi che la costituiscono come istituto naturale volu-
to dal Creatore, ma anche come ambiente di vita, come
luogo dell'amore e del dono reciproco, il luogo dove
nessuno si sente solo, dove nessuno ha paura o timore,
dove nessuno si sente schiavo. Ci sarà questo ambiente
di libertà responsabile, di ottimismo, di allegria, di fidu-
cia e di rispetto se i coniugi cristiani si ameranno profon-
damente, sinceramente, al di là di ogni merito e di ogni
altra valutazione, se sapranno dirsi le cose con lealtà,
con garbo e con atteggiamento positivo che non sappia
di critica o di giudizio ma di stima e di incoraggiamento;
se, nel caso di inevitabili divergenze di opinione, sapran-
no venirsi incontro rinunciando ciascuno a qualche posi-
zione personale o comunque alla pretesa di imporre con
la forza, anche solo della voce, le proprie decisioni; e an-
cora se sapranno non dirsi più "sono fatto così, questo è
il mio carattere, queste le mie abitudini..."; e nei momenti
di incomprensione non produrranno immediatamente la
lista dei torti e delle ragioni tenuta a portata di mano e
mai dimenticata.
Insomma, dovranno ricordarsi gli sposi cristiani,
ciò che si sono detti nel giorno del matrimonio: "...ti pro-
metto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i
giorni della mia vita." Quel "sempre" significa dunque
"tutti i giorni", perché l'amore non è mai ovvio o sconta-
to, ma ha bisogno di rinnovarsi e di alimentarsi ogni
giorno. "Si tratta - scrive San J. Escrivà - di santificare
giorno per giorno la vita domestica, creando con l'affetto
reciproco, un autentico ambiente di famiglia. (...). La
vita famigliare, i rapporti coniugali, la cura e l'educazio-
41
ne dei figli, lo sforzo economico per sostenere la fami-
glia, darne sicurezza e migliorarne le condizioni, il tratto
con gli altri componenti della comunità sociale: sono
queste le situazioni umane più comuni che gli sposi cri-
stiani devono soprannaturalizzare".21

13 – La famiglia: chiesa domestica

E' così che i focolari cristiani diventano piccole


chiese domestiche dove si trasmette la fede e l'amore di
Dio, dove si impara a conoscere Gesù e ad innamorarsi
di lui, e diventano scuola vivente di virtù umane e cristia-
ne perché trovano nell'esempio dei genitori, vissuto con
naturalezza e normalità, l'insegnamento più autentico ed
efficace. Un aspetto importante di questa pedagogia
della fede è la preghiera comune. Oggi la mentalità lai-
cista che ha ridotto la religiosità a un fatto puramente
soggettivo, da praticare solo privatamente, ha influito
pesantemente sulla pratica religiosa in famiglia e in parti-
colare sulla preghiera in comune. Uno strano pudore di
farsi vedere a pregare si è diffuso tra i membri di una
stessa famiglia, per cui le uniche preghiere recitate pub-
blicamente in casa sono le "preghierine" dei bambini; poi
ognuno tende a pregare per conto suo che spesso signifi-
ca non pregare più. Eppure, il Signore ha dato grande
importanza alla preghiera comune: "Se due di voi sopra
la terra si accorderanno per domandare qualunque
cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà per-
ché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in
mezzo a loro".22
21 San J. Escrivà, E' Gesù che passa, n. 23
22 Mt. 18,19
42
Perciò due genitori che si riuniscono per chiedere
insieme la stessa cosa per i loro figli, se perseverano con
fede, saranno sicuramente esauditi, perché Dio non può
mentire. Una famiglia unita nella preghiera può di-
sporre della forza di Dio. Poche cose alimentano l'unità
tra i membri di una famiglia come la preghiera comune.
Pensiamo alla preghiera prima dei pasti: è la pre-
ghiera che forse risulta più naturale e di facile compren-
sione per tutti. Già dal punto di vista umano, condividere
il cibo alla stessa tavola è un fatto di notevole valore ag-
gregante. Ci si rende conto chiaramente di partecipare
tutti allo stesso dono, il dono del "pane quotidiano". Il
pane ci ricorda che tutto nella vita è dono e che anche
ognuno di noi deve farsi dono per gli altri. La tavola è
simbolo di condivisione, di amicizia, di intimità, di
spirito di servizio come dono di sé. Per questo, essere
insieme alla stessa tavola è, tra i momenti della vita uma-
na legati al tempo, quello che ha un più forte rimando al
trascendente, all'eterno. Gesù stesso, quando parla della
nostra comunione con lui nella vita eterna, dice: "Io pre-
paro per voi un Regno come il Padre l'ha preparato per
me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio
regno".23 Perciò, il trovarsi a tavola insieme è fonte di
gioia, di consolazione, di felicità. Diviene così spontaneo
il ringraziamento a Dio che ci fa partecipi dei suoi doni e
ci invita a fomentare quella condivisione fraterna che,
sola, può trasformare l'umanità intera in una famiglia.
Spetta ai genitori educare al senso cristiano della
tavola facendola diventare un arredo significativo del-
l'ambiente famigliare. E' vero che oggi l'organizzazione
della vita sociale sotto la spinta dell'efficientismo produt-

23 Lc. 20,30
43
tivo ha portato, soprattutto la madre di famiglia, a stare
molte ore al giorno fuori di casa, offrendo tristi surrogati
alla tavola: fast-food, self-service, snack-bar...; ed è an-
che vero che la debolezza umana può talvolta trasforma-
re la tavola in una greppia o in un festino per quanti
"hanno come dio il loro ventre"24; ma proprio per questo
la preghiera prima dei pasti può presentarsi come un
mezzo estremamente efficace per farci recuperare il si-
gnificato così umano e cristiano della tavola, e insieme
farci ritrovare il senso gioioso della famiglia. Se non al-
tro, la preghiera prima dei pasti servirà a ricordarci che
non dobbiamo stare a tavola come i pagani che non co-
noscono Dio, potrà anzi aiutarci ad elevare lo spirito
mentre nutriamo il corpo, e a "mettere una piccola croce
in ogni piatto" (Escrivà). Ci ricorderemo così che al no-
stro corpo dobbiamo dare ma anche chiedere, perché
non diventi un asinello che tira calci e si ribella.

14 – Due “ospiti” d’eccezione in casa

Altri due momenti di preghiera comune che pos-


sono fomentare l'unione in famiglia sono: una breve let-
tura del Vangelo e la recita del Santo Rosario. Il Vange-
lo, lo sappiamo, è il codice della vita cristiana. Un codice
non astratto e impersonale, ma vivo, incarnato nella per-
sona e nella viva voce di Gesù. Perciò, leggere insieme
una pagina di Vangelo è come ospitare in casa Gesù
stesso, è come se tutta la famiglia si raccogliesse intorno
a lui per ascoltarlo.

24 Fil. 3,19
44
E' vero che la lettura del Vangelo è fatta di solito
personalmente, perché la conoscenza di Gesù e il rappor-
to con Lui non possono essere che personali, ma resta
vero che la lettura in comune del Vangelo, sia pure fatta
ogni tanto, è uno stimolo al dialogo tra genitori e figli e
rimane uno dei canali più efficaci per la trasmissione del-
la fede tra le generazioni. E' dunque impensabile una fa-
miglia cristiana che non tenga in casa, a portata di mano,
un Vangelo. A portata di mano! Che non rimanga, cioè,
polveroso negli scaffali di casa.
Un altro modo di "raccontarsi la fede" tra genera-
zioni è la recita del Santo Rosario. E' una delle forme di
preghiera più complete; unisce infatti la preghiera vocale
alla meditazione, la semplicità alla profondità, riunisce
insieme le formule di preghiera più sante: il Padre nostro,
l'Ave Maria, il Gloria. E' anche una preghiera squisita-
mente "dialogica"; si presta cioè ad essere pregata insie-
me. Se leggere il Vangelo è come ospitare Gesù in casa,
possiamo dire che pregare il Rosario è come ospitare
la Madonna in famiglia. In certo qual modo, è racco-
gliersi tutti intorno a lei e farci raccontare da lei gli epi-
sodi principali della vita di Gesù, gli episodi di cui lei
stessa è stata testimone e protagonista; e da parte nostra,
le rispondiamo con parole di lode e di affetto.
Del resto, ciò che la Madonna desidera ardente-
mente è che noi cresciamo sempre più nella conoscenza
di Gesù, suo Figlio, e che gli vogliamo bene, che gli re-
stiamo fedeli e lo facciamo amare dagli altri. Il Rosario
dunque è tutto qui: un incontro, un intrattenimento filiale
e affettuoso con Santa Maria, Madre di Gesù e Madre
nostra, che vuole farci crescere come figli, come altret-
tanti Gesù. Questo spiega il perché la preghiera del Ro-
sario sia così gradita alla Madonna, l'abbia chiesta fre-
45
quentemente e abbia promesso di colmare di benedizioni
le famiglie dove viene recitata.
Per capire il Rosario occorre farsi piccoli; i
bambini sono semplici, hanno fantasia e sono affettuosi.
Anche noi dobbiamo essere semplici per non scoraggiar-
ci delle distrazioni e per non nasconderci dietro il solito
pregiudizio della monotonia; dobbiamo avere fantasia
per metterci anche noi negli episodi della vita di Gesù
raccontati nei "misteri" del Rosario; e dobbiamo essere
affettuosi per saper dire alla Madonna mille volte le stes-
se parole belle come fanno gli innamorati.

15 – “Tutto è compiuto”

Infine, l'ultima preghiera che conclude la "Litur-


gia delle Ore", e conclude anche l'intera giornata, è la
preghiera di Compieta. E' una preghiera breve, ma ricca
di significati. Il nome "Compieta" infatti più che signifi-
care conclusione di una cosa, allude alla sua compiutez-
za; il cristiano conclude la sua giornata portandola a ter-
mine con la maggior perfezione possibile, si sforza di
fare della propria giornata una cosa "compiuta".
Di solito, si insiste molto sull'importanza di co-
minciare bene le cose: "Chi ben comincia - si dice - è alla
metà dell'opera"; è poco ricordato invece il fatto, ancora
più importante, di finire bene le cose, di portare a termi-
ne con perfezione il lavoro cominciato. Se, come abbia-
mo visto, il giorno è la misura del tempo che ci ricorda
l'arco della nostra vita, dobbiamo senz'altro dire che ter-
minare bene la nostra giornata terrena è assai più impor-
tante che averla cominciata con buone intenzioni. Do-
vremmo poter terminare dicendo, come Gesù: "Consum-
46
matum est!" Tutto ho portato a compimento di quello
che il Padre mi ha dato da compiere: e perciò: in manus
tuas commendo spiritum meum! - nelle tue mani affido la
mia vita.
Chiudere nelle mani di Dio la nostra vita è un
dono immenso che dobbiamo chiedere tutti i giorni;
la Chiesa lo chiama "perseveranza finale" facendo riferi-
mento al battesimo che ha dato in noi inizio alla vita cri-
stiana. La Grazia santificante che abbiamo ricevuto nel
battesimo è la veste nuziale che dobbiamo portare inte-
gra e senza macchia davanti a Dio. Ora mentre sappiamo
quando termina il giorno, non sappiamo quando termina
la nostra vita. Perciò Gesù stesso, quando nel Vangelo ci
parla della perseveranza finale, ci raccomanda la vigilan-
za come fa il servo buono e fedele che rimane intento al
suo lavoro fino all'ultimo momento, in attesa del suo pa-
drone.25 Infatti, se concludiamo la nostra giornata terrena
vicini a Dio, come amici e figli suoi, resteremo tali per
tutta l'eternità e ci sentiremo dire: “Bene, servo buono e
fedele, entra nella gioia del tuo Signore”. Ma se ci sor-
prende "la notte" e siamo lontani da lui, o peggio, a lui
nemici, resteremo tali per sempre, e quindi perduti, in
una condizione tragica e disperata, nelle "tenebre este-
riori dove è pianto e stridore di denti".
Può capitarci di vedere qualche persona del mon-
do che ha vissuto la sua vita lontano da Dio, dedita ai
propri piaceri e ai propri egoismi, ed essere, negli ultimi
momenti della sua vita, raggiunta dalla Grazia, salvata -
come si dice - per i capelli. La tentazione può essere al-
lora quella della ribellione come di fronte a un'ingiustizia
o addirittura quella dell' invidia. Purtroppo manchiamo

25 Lc. 12,36
47
talmente di fede e di senso soprannaturale da giudicare
come "fortuna" una vita vissuta lontano da Dio; non pen-
siamo invece che vivere sulla terra per quasi tutti i nostri
giorni lontani da Dio è già di per sé una vera disgrazia.
Essere stati fedeli a Dio fin dalla nostra giovinezza e, no-
nostante le nostre miserie, non esserci mai allontanati da
lui, è una delle più grandi "fortune" che possa capitarci,
una grande grazia di Dio!

16 – La preghiera della sera

L'ora di Compieta, cioè la preghiera della sera, ha


lo scopo di farci chiudere la giornata vicino al Signore.
Infatti anche le preghiere della sera hanno due momenti
principali: l'esame di coscienza e l'affidamento del pro-
prio riposo a Dio. Essi hanno il significato di santificare
il tempo notturno. L'esame di coscienza è una preghie-
ra; lo si fa cioè alla presenza di Dio. Non si tratta di
una introspezione di sé stessi e con sé stessi, una specie
di libro dei conti che tiriamo fuori di nascosto quando
siamo soli. In questo modo si cade nella tentazione di
autogiudicarci e di autogiustificarci, e soprattutto si ri-
schia l'insincerità che porta al rimorso, allo scoraggia-
mento, alla tristezza. San J. Escrivà ci avverte: "Al mo-
mento dell'esame sta in guardia contro il demonio
muto".26 Siamo muti quando non apriamo a Dio la nostra
anima ma ci chiudiamo in noi stessi. Ed è come mettersi
al buio. Nell'esame invece, abbiamo bisogno di luce, di
una luce forte, che illumini il cuore sulla reale situazione
della nostra anima e in particolare sulla nostra condotta

26 Cammino, n. 236
48
di quella giornata. Questa luce è lo sguardo di Dio, no-
stro Padre; uno sguardo che non terrorizza, non umilia,
non incute timore. E' uno sguardo che guarisce, che con-
sola, che fortifica; che spinge all'amore: al dolore d'Amo-
re.
E così la nostra giornata finisce tutta nelle mani
di Dio con le cose buone che abbiamo fatto e che abbia-
mo ricevuto, rendendogli grazie di tutto e con tutto il
cuore, e anche con le cose brutte che abbiamo commes-
so, i cedimenti, le pigrizie, le cattiverie, le
inadempienze..., tutto ciò che è dispiaciuto a Dio, ripa-
rando con un atto d'amore il disamore della giornata. E il
proposito, per il giorno dopo, di lottare con più impegno
concluderà il nostro esame.
Nelle nostre famiglie c'è anche l'abitudine di darsi
la buona notte prima di andare a letto. L'esame di co-
scienza è darsi la buonanotte col Signore, serenamente
riconciliati con lui. Solo così santificheremo il nostro ri-
poso, perché anche il riposo, come tutti i momenti che
fanno parte della vita, va santificato, va offerto a Dio e
accompagnato da pensieri buoni. Nell'ora di Compieta, si
legge un salmo scelto tra quelli che contengono pensieri
di fiducia in Dio, di abbandono alla sua volontà, e che
ispirano sentimenti di pace dovuti alla certezza che Dio
veglia sul nostro riposo e che gli Angeli custodiscono le
nostre case.
Entrare nel riposo del tempo notturno con
pensieri di pace e di serenità dipende molto da come
viviamo le ultime ore della nostra giornata. Se sciu-
piamo le ore serali in occupazioni sciocche, egoistiche o
alienanti, o peggio in cose che offendono Dio o sporcano
il nostro cuore, vivremo il tempo notturno con l'anima

49
torpida e appesantita, con un fondo di tristezza e di soli-
tudine che ha per compagni i fantasmi e le paure.
Alcuni hanno l'abitudine di farsi la doccia prima
di andare a letto. Il riposo vero, tonificante, è la pace in-
teriore, il cuore pulito e la coscienza luminosa di chi si
addormenta nelle braccia di Dio. "Illumina, questa notte,
o Signore, perché dopo un sonno tranquillo, ci risveglia-
mo alla luce del nuovo giorno, per camminare lieti nel
tuo nome".27
Terminata Compieta, la Chiesa suggerisce di con-
cludere l'intera Liturgia delle Ore con un Canto alla Ma-
donna, una Antifona mariana. Le più conosciute sono
"Alma Madre del Redentore" (Alma Redemptoris
Mater), e la Salve Regina. E' del tutto naturale e molto
umano addormentarsi col pensiero della madre; è lei
di solito a coricarsi per ultima, dopo aver fatto l'ispezio-
ne della casa per verificare che tutto sia in ordine e al si-
curo, e dopo aver dato un ultimo sguardo ai figli per as-
sicurarsi sulle loro condizioni. Questo pensiero conclusi-
vo alla Madonna può essere vissuto in molti modi: uno
sguardo affettuoso alla sua immagine che certamente
portiamo nella nostra camera da letto; i giovani, salutan-
dola con l'Ave Maria, perché custodisca la loro purezza;
i genitori, soprattutto la madre, invocando la benedizione
di Dio sulla casa e su tutti i famigliari, seguendo - perché
no? - una consuetudine delle vecchie famiglie cristiane,
dove ogni sera la madre aspergeva con l'acqua benedetta
i figli e tutta la famiglia. La benedizione della madre ha
grande peso davanti a Dio, ed è fonte di grazia e di pro-
tezione. Il tempo notturno diventa così tempo di vero ri-
poso e di pace, sapendo che la benedizione di Dio custo-

27 Orazione, Compieta del martedì


50
disce le nostre case e che i suoi Angeli vegliano su di noi
tenendo lontane le insidie del Nemico.

17 - La “normalità” del cristiano

A questo punto può venirci spontanea una do-


manda: è possibile vivere la giornata in questo modo?
Come si può dare alle ore del giorno un valore e un si-
gnificato così diverso da come si presentano normalmen-
te nella vita della gente? E anche fosse possibile, non ha,
tutto questo, un sapore di forzatura, di esagerazione, per
non dire di anormalità, così da farci apparire persone
strane, eccentriche, in mezzo alla massa della gente? Una
vita come questa poteva andar bene in altri tempi, quan-
do il nostro modo di vivere non era così incalzante, così
stressante, così intenso e la gente aveva più tempo per
fare le cose, più "tempo per vivere"!
Certamente vivere in questo modo una giornata
suppone una diversa visione della vita, una visione
appunto "cristiana", incentrata cioè su Cristo, che, essen-
do vero uomo e vero Dio, ci ha insegnato come possia-
mo vivere da figli di Dio sulla terra. E' dunque un pro-
blema di fede. La fede, dicevamo, è saper vedere Dio in
tutte le cose, e soprattutto la sua presenza amorosa e
salvifica in noi e nelle circostanze ordinarie della nostra
vita. Se dunque "viviamo di fede" e ci lasciamo guidare
dalla sua luce, impareremo, a poco a poco, a condurre
un dialogo continuo con Dio, e ci diventerà del tutto
"normale" trasformare le ore della giornata, con il loro
contenuto di lavoro e di doveri, di fatica, di gioia o di
contrarietà, in una "Liturgia di Lode", e verrà il momen-
51
to in cui non ci sarà più separazione tra preghiera e lavo-
ro, tra la dedizione anche appassionata alle cose di que-
sto mondo - alle cose oneste - e la dedizione piena al Si-
gnore e alle cose che lo riguardano.
E' certamente un traguardo non immediato; si co-
mincia con alcune devozioni, come gradini di una scala
ascendente; ma se ci convinciamo che questa è la strada
normale del cristiano e corrispondiamo senza stancarci
alla grazia di Dio, saliremo velocemente questa scala,
alla sommità della quale, come nella visione di Giacobbe,
c'è la contemplazione di Dio, una vita di amore e di unio-
ne con lui.
Del resto, affermare che è "normale" vivere le ore
della giornata in questo modo è come dire che siamo
chiamati alla santità. Ed è questo ciò che Gesù ci ha ri-
cordato. Perciò, nella vita cristiana la normalità non è
mediocrità, una "via di mezzo", che poi significa la
via delle mezze virtù, ma è la santità. La "norma" per
un cristiano è la vita di Cristo e non una vita da persone
perbene o anche semplicemente la vita dei buoni cristia-
ni. Certamente, se viviamo sul serio la vita di Cristo, non
possiamo passare inosservati, ma nella vita di Cristo ve-
diamo la compresenza di tutto ciò che è umanamente no-
bile e retto e amabile con la realtà della sua vita divina.
Gesù infatti è vero uomo e vero Dio, perfetto uomo e
perfetto Dio; la sua vita, una e unica, fu insieme umana e
divina; è stata questa appunto la sua normalità.
Questa deve essere anche la nostra normalità.
Una normalità sempre da costruire perché in noi il disor-
dine del peccato ha rotto quell'armonia e quella perfetta
unità di vita che vediamo in Gesù. Ma egli ci ha assicura-
to la sua grazia: "Rimanete in me e io in voi. Come il
tralcio non può far frutto da sé stesso se non rimane
52
nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Chi ri-
mane in me e io in lui fa molto frutto perché senza di
me non potete far nulla".28 Inoltre Egli ha pregato per
noi: "Padre, non chiedo che tu li tolga dal mondo ma
che tu li custodisca dal maligno".29
Così noi viviamo nel mondo e ci comportiamo
nel lavoro, negli affari, nella vita sociale e nella famiglia,
con la stessa naturalezza di tutti gli altri uomini, ma an-
che con la stessa naturalezza rifiutiamo comportamenti e
modi di vivere incompatibili con la nostra fede; anzi,
proprio in forza della nostra fede e del nostro essere figli
di Dio, amiamo il mondo con tutto ciò che di buono esso
contiene, partecipandovi a pieno titolo e con maggior di-
ritto degli altri, perché vogliamo - è questa la nostra mis-
sione - aprire il mondo alla Redenzione di Cristo e orien-
tarlo a Dio, alla sua gloria. Per noi cristiani la santità è
appunto la naturalezza che Dio ci chiede.

18 – La Grande Preghiera: la S. Messa

Seguendo la falsariga della Liturgia delle Ore, ab-


biamo descritto la giornata di un cristiano scandendola
con momenti di preghiera - “preghiere orarie” - che, pur
non essendo Liturgia in senso stretto e ufficiale del ter-
mine, tuttavia partecipano alla preghiera della Chiesa
perché i cristiani che in quei momenti, in forza della loro
fede, si uniscono a Cristo, sono anch’essi “Chiesa che
prega”.
Ma c'è una preghiera che non fa parte della Litur-
gia delle Ore e nemmeno può considerarsi una "preghie-
28 Gv. 15,4
29 Gv. 17,15
53
ra oraria" perché non è legata a nessuna ora particolare
del giorno, e tuttavia rappresenta il vertice di ogni pre-
ghiera, fonte e radice di tutta la liturgia della Chiesa, po-
tremmo dire l'unica, grande, sublime "Preghiera" di tutta
l'umanità: la Santa Messa.
Le preghiere orarie, così come le abbiamo de-
scritte e che costituiscono un "piano di vita spirituale" di
un cristiano, mancherebbero del loro centro e del loro
fondamentale riferimento senza la Messa. Ormai non è
più possibile far arrivare al cielo un solo gemito, una sola
invocazione, una sola lagrima di contrizione senza passa-
re attraverso Cristo orante sulla croce. Il sacrificio del
Calvario è ormai il nodo di ogni rapporto tra gli uo-
mini e Dio. E' il nodo di tutta la vita di Cristo, comin-
ciando dall'Incarnazione.
Nell’Incarnazione, infatti, viene preparata la ma-
teria per il sacrificio, cioè il Corpo, integro e verginale,
che sarebbe stato immolato sulla croce. La stessa Resur-
rezione non sarebbe stata possibile e non avrebbe rinno-
vato il mondo se Cristo non avesse meritato la vittoria
sul peccato e sulla morte col sacrificio del Calvario.
Possiamo comprendere questa centralità della
croce ricordando le parole di Gesù stesso: "Quando sarò
innalzato da terra, attirerò tutto a me".30 I quattro bracci
della croce che reggono il Sacerdote Eterno, immolato e
sacrificato per volontà del Padre, orientati verso le quat-
tro parti dell'universo - "l'ampiezza, la lunghezza, l'altez-
za, la profondità" - ci ricordano l'infinita grandezza del
mistero di Cristo, la totalità della sua Redenzione, e an-
che ci ricordano che lì, su quel legno, tutte le cose crea-
te, quelle del cielo e quelle della terra, sono state riconci-

30 Gv. 12,32
54
liate con Dio. Ed è appunto attraverso la croce di Cristo
che noi cristiani dobbiamo orientare a Dio tutte le cose
della terra.
L'abisso di questo mistero resterà sempre inson-
dabile per la nostra mente e il nostro cuore non avrà pen-
sieri abbastanza profondi per comprenderne la bellezza e
la ricchezza. Non è qui il luogo per esporre tutta la dot-
trina teologica intorno al sacrificio della croce e alla Eu-
carestia, ma è necessario ricordare che il sacrificio reden-
tore di Gesù Cristo, compiuto una volta per sempre sul
Calvario, si fa presente sui nostri altari fino al suo ritorno
glorioso alla fine del mondo attraverso il sacrificio euca-
ristico della Santa Messa. Il Corpo sacrificato e il San-
gue versato del nostro Redentore, attraverso i segni sa-
cramentali dell'Eucaristia, giungono fino a noi per essere
fonte e nutrimento della nostra vita cristiana, e della vita
di tutta la Chiesa.
Non è possibile, perciò, pensare alla giornata di
un cristiano senza questo "centro" al quale deve riferirsi
ogni momento della vita quotidiana, e che deve diventare
il "cuore" del nostro rapporto con Dio. Deve "diventare"
perché le cose non si fanno da sole; bisogna volerle, e
perciò occorre impegno, convinzione, perseveranza; in
una parola, occorre fede. "Lotta per far si che il santo
Sacrificio dell'altare sia il centro e la radice della tua
vita interiore, in modo che tutta la giornata si trasformi
in un atto di culto, - prolungamento della Messa che hai
ascoltato e preparazione alla successiva - , che trabocca
in giaculatorie, visite al Santissimo, nell'offerta del tuo
lavoro professionale e della tua vita famigliare...".31 Sono
appunto quelle varie preghiere "orarie" che abbiamo de-

31 Forgia, n. 69
55
scritto, e che ricevono dalla Santa Messa il valore di cul-
to a Dio; diventano cioè la "nostra" messa che, unita a
quella di Cristo, partecipa ai fini per i quali egli l'ha cele-
brata sul Calvario.

19 - I fini della S. Messa

Il fine primario del Sacrificio della Croce è l'a-


dorazione, il riconoscimento della trascendenza di Dio e
della nostra creaturalità; quel sacrificio, prima ancora di
essere un atto di riparazione per i nostri peccati, è un
atto di culto, un atto di adorazione e quindi di obbedien-
za al Padre, quell'obbedienza che noi creature gli abbia-
mo negato. La morte di Cristo è redentiva proprio per-
ché è un gesto di suprema e totale obbedienza: "Come
per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costitui-
ti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo
tutti saranno costituiti giusti".32 Le preghiere del mattino
come atto di obbedienza a Dio e come atto di adorazione
alla sua sovranità possono essere il primo gesto di prepa-
razione alla Messa e possono dare, fin dal primo inizio,
un senso eucaristico alla nostra giornata.
Il secondo fine del Sacrificio della Croce è il ren-
dimento di grazie che è legato strettamente alla lode di
Dio. Lodare Dio vuol dire riconoscerlo fonte di ogni
bene e insieme ringraziarlo per tutti i doni che ci ha dato,
soprattutto di averci colmati della sua misericordia. La
Messa è il più sublime inno di lode ed è il massimo rendi-
mento di grazie alla bontà di Dio, perché dalla Messa ci
vengono tutti i tesori di misericordia e di grazia. Sono

32 Rom. 5,19
56
assai espressive le parole con le quali il sacerdote con-
clude la preghiera eucaristica; egli, innalzando il calice e
l'ostia consacrata, dice con voce solenne: "Per Cristo,
con Cristo, in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell'u-
nità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i se-
coli dei secoli". Le espressioni di lode e di ringraziamen-
to a Dio contenute nelle preghiere del mattino e della
sera, e quelle sparse lungo tutta la giornata, possono aiu-
tarci a vivere la preparazione e il ringraziamento alla
Messa estendendo all'intera giornata il valore "eucaristi-
co", cioè di ringraziamento che è proprio del sacrificio di
Cristo.
Il terzo fine del Sacrificio del Calvario è l'espia-
zione. Gesù ha dato la sua vita in espiazione per i nostri
peccati. Ottenendoci il perdono delle colpe e la remissio-
ne della pena, egli è diventato Vittima propiziatrice che
ha soddisfatto per noi ogni nostro debito con Dio. Se
amiamo i piccoli sacrifici della giornata: la fatica del la-
voro, il peso delle contrarietà, la sofferenza per il male,
l'ansia per le preoccupazioni, e tanti piccoli inconvenienti
del nostro vivere quotidiano, e portiamo con garbo tutto
questo guardando alla Messa, comprenderemo facilmen-
te il significato di quelle gocce d'acqua che il sacerdote,
al momento di preparare le offerte, mette nel calice
unendole al vino. Così, tutto il "peso" della nostra gior-
nata, - che da sola varrebbe ben poco, non sarebbe che
poche gocce d'acqua - unito al Sangue divino del Reden-
tore diventa Sacrificio di Cristo, diventa anch'esso espia-
zione per i nostri peccati e per quelli del mondo intero.
Non c'è modo migliore, un modo più "cristiano", di san-
tificare la fatica del lavoro e tutta l'attività della nostra
giornata.

57
Da ultimo, il quarto fine del Sacrificio del Calva-
rio è l'impetrazione. Gesù è il Grande Intercessore per
l'umanità intera. Innalzato sulla croce, sospeso tra cielo e
terra, egli è la Vittima "pura, santa, immacolata" che sup-
plica il Padre e chiede per noi ogni grazia. Egli ci ha me-
ritato innanzitutto tre doni fondamentali: il perdono dei
peccati, la grazia santificante che ci fa figli di Dio, e il di-
ritto alla gloria del cielo. Sono i doni che abbiamo rice-
vuto nel Battesimo, e la S. Messa ce li accresce perché
nell'Eucaristia incontriamo l'autore stesso della grazia.
La sua presenza sull'altare è una presenza reale anche se
è diverso lo stato e il modo rispetto alla presenza sulla
croce: lo stato è quello di vittima gloriosa, il modo è in-
cruento e a modo di sostanza. Gesù, salito al cielo, siede
glorioso alla destra del Padre, ma la sua umanità glorifi-
cata porta i segni della passione; è quindi la Vittima vi-
vente e santa che non cessa di intercedere per noi pre-
sentando al Padre le suppliche di tutta la Chiesa e di tut-
ta l'umanità. Tale è la sua presenza sull'altare.
Non c'è dunque preghiera che abbia la forza
di penetrare nel cuore di Dio, e che abbia quindi effi-
cacia di intercessione, come la Santa Messa. Anzi,
possiamo dire che nessuna petizione di grazia può pre-
tendere di essere esaudita se non passa in un modo o nel-
l'altro attraverso l'intercessione di Cristo. E' per questo
che la Chiesa conclude sempre le sue petizioni: "Per
Gesù Cristo nostro Signore". Sono petizioni espresse
dalla Chiesa nella Santa Messa, che abbracciano l'immen-
so panorama delle necessità del popolo cristiano e dell'u-
manità intera, necessità temporali e soprattutto necessità
spirituali.
E' antica consuetudine presso i fedeli di offrire la
Santa Messa quasi esclusivamente in suffragio dei defun-
58
ti. Ed è giusto e doveroso ricordare le anime del Purga-
torio, dal momento che grandi sono i loro patimenti e
non possono fare più nulla per sé stesse, per abbreviare
cioè la loro purificazione. Ma limitarsi a questa sola in-
tenzione è ridurre enormemente il significato impetrato-
rio della Messa. La Chiesa, nel messale romano, accanto
ad alcune Messe per i defunti, presenta un lungo elenco
di Messe per le varie necessità dei vivi, come ad esempio
per le varie categorie di persone: gli infermi, i prigionieri,
i profughi, i carcerati, i moribondi...; per le necessità spi-
rituali: la conversione dei peccatori, la remissione dei
peccati, per l'unità della famiglia, per chiedere la virtù
della carità...; in occasione di calamità naturali o per altre
intenzioni, ad esempio per la pace, per l'unità dei cristia-
ni, per la santificazione del lavoro, ecc. Davvero "le gioie
e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini, so-
prattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono" 33, la
Chiesa le sente come proprie e le porta davanti a Dio at-
traverso Cristo che, con il suo sacrificio sulla croce, è di-
ventato l'unico, vero, mediatore tra Dio e gli uomini.

20 – Se tu conoscessi il dono di Dio

Del resto, la Messa è un momento di intensa co-


munione fraterna. Ci unisce un vincolo che non è soltan-
to umano, di natura sociale o affettiva, ma soprannatura-
le: il vincolo che nel Battesimo ci ha uniti come membra
dell'unico corpo di Cristo. Nella Messa siamo la Chie-
sa, Capo e membra, che celebra l'unico e perfetto sa-
crificio di Cristo. Dobbiamo allora essere uniti anche
nel chiedere per le stesse intenzioni: chiediamo quello
33 Gaudium et Spes, n. 1

59
che chiede il Papa, uniti alla sua Messa, chiediamo quello
che chiedono i Vescovi uniti con lui, facciamo nostre le
intenzioni e le necessità dei nostri fratelli presenti e lon-
tani; di più, chiediamo quello che chiedono i santi nel
cielo, quello che chiede la Madonna e quello che sta
chiedendo Gesù a gloria del Padre e per la salvezza del
mondo.
Il valore della Messa è infinito e non dobbiamo
temere di diminuirlo se offriamo la Santa Messa per le
intenzioni di tutta la Chiesa e di tutto il mondo. Quello,
semmai, che impedisce i frutti della Santa Messa è la no-
stra poca fede. Fanno difetto le nostre disposizioni inte-
riori: veniamo alla Messa in fretta, a freddo, all'ultimo
momento, senza un'adeguata preparazione. Se è domeni-
ca, veniamo più per soddisfare un precetto che per amo-
re, stiamo in chiesa passivamente, sbadatamente, con il
cuore arido e con la mente piena di altri pensieri... Non
parliamo qui di stati d'animo indipendenti dalla nostra
volontà, ma di disposizioni interiori volute e accettate
passivamente, senza lottare, senza reagire. Sono duemila
anni che Gesù ci aspetta a questi appuntamenti che sono
di grazia, di amore e di misericordia. Non possiamo la-
sciarci dominare dalla malavoglia o dalla pigrizia.
Il Signore Gesù ci viene incontro dall'eternità con
le mani colme dei suoi doni e incontra invece la nostra
indifferenza, la nostra ignoranza, la nostra ottusità. "Se
tu conoscessi il dono di Dio!" 34 potrebbe dire Gesù a
tanti di noi. E' triste vedere cristiani che non amano la
Messa, non la desiderano, non la cercano; spesso basta
loro una piccola difficoltà, un motivo banale per sentirsi
dispensati. "Non ama Cristo chi non ama la Santa Messa,

34 Gv. 4,10
60
chi non si sforza di viverla con calma e con serenità, con
devozione, con amore".35
Può esserci di aiuto immaginare l'altare come
se fosse il Calvario, e noi ai piedi della croce, con Ma-
ria, con Giovanni e con gli Angeli; e Gesù che dall'alto
della croce ci guarda con uno sguardo pieno di amore, di
perdono, di bontà; non una parola di rimprovero, non un
gesto di condanna; invece tutte parole di incoraggiamen-
to che riecheggiano quelle dell'ultima Cena: "Prendete e
mangiatene tutti, questo è il mio Corpo offerto in sacri-
ficio per voi", (...) questo è il calice del mio Sangue...
versato per voi" 36, e semmai si lascia sfuggire un sospiro
che è un desiderio ardente: "Sitio! - Ho sete!". Il Signore
ha sete di te, del tuo amore, della tua donazione, della
tua corrispondenza, ha sete della tua fedeltà, della tua te-
stimonianza. Gli duole che per tanti di noi il suo sacrifi-
cio sia stato inutile e che il suo sangue prezioso sia stato
sparso invano. Perciò ha sete di anime, ha sete del nostro
apostolato. Ecco perché tutte le persone che abbiamo in-
contrato e che incontreremo in quella giornata dovrebbe-
ro sentire il calore della nostra fede, dell'incontro di gra-
zia che abbiamo avuto con Cristo.
Perché un giorno il mondo diventi un altare sul
quale si innalzi Cristo trafitto sulla croce per attirare tutti
e tutto al suo amore, occorre che per ciascuno di noi la
santa Messa diventi il "cuore" di ogni giornata, un cuore
vivo, pulsante, che irrori sangue divino alla nostra anima
e a tutte le nostre opere, così da poter dire con San Pao-
lo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me".37
35 San J. Escrivà, E' Gesù che passa, n. 92
36 Santa Messa:, Preghiera eucaristica: formula della consacrazio-
ne
37 Gal. 2,20
61
21 – La “Pienezza del tempo”

Abbiamo detto che la Santa Messa non appartie-


ne alla Liturgia delle Ore perché è la liturgia di tutte le
ore; non ha orario perché, a qualsiasi ora venga celebra-
ta, essa appartiene a tutta la giornata, perché appartiene
alla vita. C'è però una preghiera che, fra tutte quelle ri-
cordate, è la più legata al tempo e appartiene a un'ora
precisa, a un'ora importante della giornata, il mezzogior-
no: è la preghiera dell’Angelus. Le ore dodici non se-
gnano soltanto la metà del tempo diurno, metà giornata,
ma rappresentano un vertice; sono come un apice dove
culmina il tempo. Anche il sole, a mezzogiorno, è al cul-
mine del suo corso, splende alto nel cielo ed è al massi-
mo del suo splendore. In altre parole, il mezzogiorno
può significarci la "Pienezza del tempo". Questa pienez-
za è il "mezzogiorno di Dio", il momento in cui l'Eter-
nità tocca il tempo e lo invade; è il momento dell'Incar-
nazione, il momento in cui il Figlio di Dio appare alto
nel cielo della storia umana e la illumina tutta. Se la mez-
zanotte può significarci l'Eternità fuori del tempo, quan-
do ancora nulla aveva avuto inizio, il mezzogiorno è l'E-
ternità nel tempo, il momento in cui Dio compie e rivela
il mistero nascosto dai secoli, il mistero di Cristo. In lui
tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, vengo-
no ricapitolate, ricondotte alla loro pienezza; è il mo-
mento delle Nozze fra Dio e l'umanità, fra il tempo e l'E-
ternità. Le parole di San Paolo ai Galati sono luminose:
"Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo
Figlio, nato da donna,... perché ricevessimo l'adozione

62
a figli".38 Questo mistero immenso e commovente del Fi-
glio di Dio che, nel grembo verginale di una Donna,
prende la nostra umanità povera e passibile e la unisce
alla sua divinità, questo mistero è la "Pienezza del tem-
po", e a questa Donna il cielo e la terra s'inchinano quan-
do l'Angelo di Dio la saluta "piena di Grazia" e le annun-
cia che Dio l'ha scelta per essere il talamo nuziale del
Verbo di Dio.
L’”Angelus” ha assunto così il significato di
una preghiera mariana, e ormai da secoli il popolo cri-
stiano rivolge, a mezzogiorno, questo saluto angelico
alla Madonna. In effetti, è difficile immaginare il mistero
dell'Incarnazione senza pensare al luogo dove esso si
compie, cioè a Colei che ne è stata strumento ineffabile,
non passivo ma docile e fedelissimo nelle mani di Dio.
Il vaticinio di Isaia: "Ecco, la Vergine concepirà
e partorirà un figlio che chiamerà Emanuele, Dio-con-
noi",39 proietta la Madonna sull'orizzonte della storia
umana e vede in lei la personificazione della "pienezza
del tempo". Anche per noi recitare l'Angelus di mezzo-
giorno, interrompendo per qualche minuto il lavoro lì
dove siamo: in casa, in ufficio, in viaggio, possibilmente
rivolti a qualche sua immagine, è mettere la Madonna nel
punto centrale della nostra giornata, come se essa doves-
se ricordarci il valore divino del tempo, il significato so-
prannaturale di ogni nostra attività, la presenza di Cristo
fatto carne nella nostra vita.
Così, sull'orologio della nostra giornata, tutte le
ore sono ore di Dio, ore di grazia. Le lancette scorrono
sul quadrante dell'amore senza soluzione di continuità,
come il respiro, come il battito del cuore. Al centro del
38 Galati, 4,4
39 Is. 7,14
63
quadrante è l'Eternità: lì le lancette sono immobili, l'amo-
re non ha più bisogno del tempo...:è un lampo abbaglian-
te di luce nella contemplazione del volto di Dio.

LA SETTIMANA

Tempo festivo - Tempo feriale

22 – I luminari del cielo

"Dio disse: Ci siano luci nel firmamento del cie-


lo per distinguere il giorno dalla notte; servano da se-
gni per le stagioni, per i giorni e per gli anni. E Dio
fece due luci grandi, la luce maggiore per regolare il
giorno, la luce minore per regolare la notte, e le stelle.
40
Dunque, sole e luna sono gli astri che Dio ha messo al
servizio dell'uomo: con la loro luce illuminano il nostro
pianeta, con il loro influsso intervengono nei fenomeni
vitali della natura, con il loro moto ci danno la possibilità
di misurare il tempo.
Il sole, signore del giorno, dà luce e calore ad
ogni cosa. Fucina inesauribile di energia, esso presiede

40 Gn. 1, 14 -18
64
alla maggior parte dei fenomeni naturali che avvengono
sulla terra, soprattutto al "miracolo" della vita. Il suo
moto apparente intorno alla terra è stato il primo moto
astrale che gli uomini hanno osservato e la sua durata
elementare - l'intervallo tra due passaggi successivi allo
zenit - costituisce l'unità di misura più nota e universale
del tempo: il giorno.
Quanto alla luna, essa ha avuto un posto singola-
re nelle tradizioni popolari e nelle mitologie antiche. A
differenza del sole, ha sempre suscitato nell'animo umano
una profonda suggestione e insieme un vago senso di ti-
more. Forse per essere l'astro notturno, signora della
notte, forse per la sua faccia pallida e piena di mistero,
forse per le sue fasi così enigmatiche o per l'influsso mi-
sterioso da essa esercitato sui vari fenomeni della natura,
la luna ha contribuito alla formazione di miti e di creden-
ze che troviamo nel patrimonio religioso e culturale di
tutti i popoli. Lo stesso San Zeno, Vescovo e patrono di
Verona, nei suoi sermoni allude al continuo "risorgere
della luna", e vede nel ciclo delle fasi lunari il paradigma
dell'esistenza umana. In particolare, l'influsso della luna
sui fenomeni della fertilità - la semina, la covatura delle
uova, il trattamento del vino, l'attecchimento degli inne-
sti, la fertilità negli animali...., ha portato a considerare la
lunazione, cioè la durata del moto lunare nel susseguirsi
delle quattro fasi, come misura di un tempo ciclico più
ampio: il mese.
Sta di fatto che il libro della Genesi vede nel
sole e nella luna "segni" a servizio dell'uomo; all'uo-
mo, infatti, essi sono serviti non solo per scandire il tem-
po di due unità cronologiche cicliche fondamentali: il
giorno e l'anno, ma anche per scandire il ritmo della vita.
Tuttavia il testo biblico afferma con forza e senza equi-
65
voci che il sole, la luna e gli astri sono creature di Dio,
creature limitate e deboli; non sono affatto divinità e non
hanno nulla a che vedere con presunte forze cosmiche
che presiedano alla vita e alla vicenda degli uomini. Que-
ste affermazioni dell'antico testo biblico hanno un valore
polemico nei confronti delle religioni semitiche che esa-
speravano le forze puramente naturali possedute dai cor-
pi celesti, i quali, come sorgenti di energia, esercitano un
influsso - ancor oggi non pienamente conosciuto - sulla
natura; ma esse sono attuali anche ai nostri giorni, pur
vivendo noi nell'epoca della scienza, perché la pratica
dell'occultismo, della magia e delle arti divinatorie hanno
oggi un rigurgito inquietante, soprattutto presso molte
sette pseudo-religiose e stravaganti.
Tutte le pratiche occulte, esoteriche, astrologi-
che sono pura superstizione, spesso legata a ignoranza,
a debole intelligenza e scarsa formazione, sempre a man-
canza di fede. Negli uomini d'oggi, là dove manca la fede
prospera la superstizione, e la stessa scienza non regge a
lungo di fronte al mistero dell'inconoscibile che sempre
permane nelle creature e nel cosmo. La Bibbia afferma
che tutto nel cosmo è a servizio dell'uomo e l'uomo non
rimane asservito al cosmo, come vorrebbero le teorie
astrologiche; egli invece è l'unica creatura che, portando
in sé l'immagine di Dio, rimane nello spirito autonoma e
trascendente, custodita e guidata dalla Provvidenza divi-
na.
E’ vero tuttavia che i cicli naturali che misurano il
tempo - le ore del giorno, i mesi dell’anno - rivestono un
significato cultuale e liturgico che possono alludere al
rapporto dell’uomo con Dio e collegarsi alla stessa vita
spirituale di noi cristiani, come abbiamo visto per la “Li-
turgia delle Ore”; qui, in questo capitolo, vogliamo ora
66
fermare la nostra attenzione su un’altra unità cronologica
che non appartiene strettamente a cicli naturali come il
giorno e l’anno, e tuttavia riveste notevole importanza
nella vita personale e sociale: il ciclo di sette giorni che
prende appunto il nome di settimana. Abbiamo già
detto che essa non è un ciclo cronologico legato alla na-
tura, anche se in qualche modo potrebbe collegarsi alle
quattro fasi lunari ognuna delle quali dura infatti circa
sette giorni; è invece un'unità cronologica indipendente,
collegata ad aspetti della vita civile e religiosa, in parti-
colare alla festa.

23 – La festa

La festa corrisponde a una dimensione specifica


dell'animo umano: la dimensione "celebrativa"; appartie-
ne perciò alla cultura di ogni popolo. E' legata a una di-
visione qualitativa del tempo: tempo festivo e tempo or-
dinario, divisione che può avere un andamento ciclico
oppure occasionale, essendo la festa una "celebrazione"
di avvenimenti che appartengono alla vita dell'uomo e a
libere espressioni della sua attività spirituale. Si celebra-
no nascite, morti, matrimoni, incoronazioni di re o di au-
torità, vittorie militari o sportive ecc. Ma c'è anche una
festività ciclica legata al tempo naturale, cosmico o bio-
logico: le semine, i raccolti, le cacce, il ritorno delle sta-
gioni...
Questa festività naturale, raggiunge talvolta for-
me popolari e rituali degenerate, con manifestazioni di-
sordinate: esplosioni collettive, eccessi agonistici accom-
pagnati da violenza ludica, festini, baccanali e danze or-
giastiche, riti profani e altre manifestazioni intemperanti;
67
tuttavia essa assolve ad una funzione liberatoria e diver-
siva; esprime infatti il bisogno di libertà, il desiderio di ri-
trovare sé stessi e il rapporto autentico con la natura,
nonché il dialogo interpersonale con gli altri così da ri-
scoprire la vera dimensione della socialità.
Ma il significato più profondo della festa lo tro-
viamo nella celebrazione di valori che ricordano all'uomo
la sua trascendenza; la festa vera ha rapporto con la divi-
nità ed esprime il legame del tempo con l'eternità. Nelle
varie civiltà e in quasi tutte le religioni questo rapporto
tempo-eternità è stato risolto nel dualistico tempo sacro-
tempo profano come ritmi della vita individuale e socia-
le, ritmi che si susseguono ciclicamente e in contrapposi-
zione tra di loro. Il tempo sacro era tempo festivo, anche
se le manifestazioni erano spesso "profane", mentre il
tempo profano era il tempo ordinario, tempo della fatica,
dell'attività produttiva, delle occupazioni ordinarie.
Il vero ricupero della festa nel suo significato
umano e nel suo contenuto religioso l'ha operato il
cristianesimo. Già nell'ebraismo la festa aveva un valore
strettamente religioso; non solo le grandi feste annuali:
Pasqua, Pentecoste, la Festa delle Capanne e quelle più
strettamente cultuali, quali il Kippur e la Dedicazione,
ma lo stesso Sabato, il settimo giorno, faceva riferimento
al Dio dell'Alleanza, al Dio che aveva "scelto", eletto,
Israele come suo popolo.
E tuttavia da giorno della libertà, una libertà fina-
lizzata a celebrare la liberazione operata da Dio per il
suo popolo, - era essenziale nel sabato la lettura, nella
Sinagoga, della Legge e dei Profeti per ricordare le gran-
di opere di Dio - il sabato divenne una "schiavitù", un ri-
poso che non era più cultuale, ma fine a sé stesso e igno-
rava il cuore stesso del culto: la misericordia. Perciò
68
Gesù, che pure osservava il sabato, ha dovuto sopporta-
re l'ostilità dei Farisei e dei sacerdoti per ridare al sabato
il suo significato di Festa della Salvezza. Perciò operava
le guarigioni in giorno di sabato, per "proclamare ai pri-
gionieri la liberazione, e ai ciechi la vista, per mettere
in libertà gli oppressi e predicare un "anno di grazia"
del Signore".41
Del resto, proprio il sabato è l'unica festa inclusa
nei Comandamenti, e concretamente nel Terzo Coman-
damento che, con i primi due, riguarda Dio, riguarda
quindi la religiosità umana e la sua espressione nel culto.
Il sabato era anche l'unica festa che si poteva celebrare
fuori del Tempio; per cui il sabato è l'unica festa attual-
mente rimasta di tutto l'impianto cultuale ebraico. Tutto
questo è servito a Gesù per far crollare la distinzione
dualistica di tempo sacro e tempo profano: "Credimi,
donna - dirà alla Samaritana - è giunto il momento in cui
né su questo monte (il Garizim) né in Gerusalemme
adorerete il Padre (...) perché i veri adoratori adoreran-
no il Padre in Spirito e Verità".42
Gesù abolisce così due categorie che non erano
nelle intenzioni di Dio: infatti tutto ciò che Dio ha creato
è santo. E' questa appunto la categoria che Gesù in-
tende ripristinare: la santità. E' la categoria dei veri
adoratori del Padre, di coloro che lo adorano "in spirito
e verità". Questo non significa che Gesù abolisce il tem-
pio e il culto; al contrario, come vedremo, l'uomo ha bi-
sogno del tempio e del culto. Gesù è venuto a proclama-
re che tutta la vita dell'uomo dev'essere santa: la vita di
lavoro, la vita di famiglia, l'attività sociale e pubblica...

41 Lc. 4,19
42 Gv. 4,21
69
Nei luoghi dove si svolge la vita di ogni giorno, lì il cri-
stiano deve saper incontrare Dio.
Quello che spesso accade è che l'uomo immerso
nel suo lavoro, nei suoi affari terreni, nella sua attività
pubblica o nei suoi interessi personali si dimentica di Dio
e del suo rapporto con lui. Perciò il Signore ha voluto il
settimo giorno, e lo ha inserito nei suoi Comandamenti.
E lo ha inserito proprio così, con l'espressione: Ricorda-
ti!... Ricordati che sei creatura di Dio e la natura è il
dono che egli ti ha affidato; ricordati che sei libero e non
devi farti schiavo delle cose; ricordati che non sei solo e
devi farti dono per gli altri; ricordati che Dio ti ha ricon-
ciliato col sangue prezioso del suo Figlio e devi procla-
mare nel perdono la sua misericordia; ricordati che sei
"nuova creatura" e Cristo risorto vuole, con te, ricondur-
re al Padre tutte le cose; insomma, ricordati che sei figlio
di Dio e il tempo della tua vita ti è dato per conoscere,
amare e servire Lui, con cuore grato e fedele.
La "festa" è tutto questo e, in un certo senso, si
identifica con la persona di Cristo: Gesù è la vera Festa
dell'umanità. In Lui tutti i valori dell'uomo, della natu-
ra, della società umana, tutti i valori di grazia e di reden-
zione contenuti in quel: "Ricordati di santificare il giorno
del Signore" vengono ricuperati, riproposti e celebrati.
Tutto il valore della creazione viene da Cristo assunto e
inserito nei "tempi nuovi" che egli ha inaugurato, i tempi
dello "Sposo", che invita alla sua festa di nozze tutta l'u-
manità.

24 – Tempo sacro e tempo profano

70
Così la festa si presenta come il luogo dei
"fini" e il tempo feriale come luogo dei "mezzi": il la-
voro, lo studio, la legge, la fatica, il dolore ecc. Senza la
festa l'uomo non sa più perché lavora, perché soffre, per-
ché è soggetto alla legge e perché deve impegnarsi; sen-
za la festa i mezzi rischiano di diventare un fine: si lavora
per il successo, per il guadagno, per la carriera... si lavo-
ra per il lavoro. La festa ricupera il valore e il significato
della vita "feriale" e dei mezzi che essa comporta.
Ma d'altra parte la ferialità impedisce che la festa
divida l'uomo, lo chiuda in uno spazio "sacro" dove l'uo-
mo si rifugia e dal quale l'uomo esorcizzi il profano. E'
l'antica tentazione dualistica di contrapporre il sacro al
profano, di vedere incompatibilità tra la festa e il lavoro.
E' una contrapposizione che poi finisce per escludere o
l'uno o l'altra. Nel mondo antico si tendeva ad eliminare
il lavoro "sacralizzandolo", collegandolo a qualche divi-
nità, perché si vedeva il lavoro come una condanna,
espressione del male. Il mondo moderno, che a differen-
za del mondo pagano è ateo o areligioso, tende invece
ad eliminare la festa.
La rivoluzione francese aveva trasformato l'intero
calendario in tempo profano, con giorni e mesi totalmen-
te feriali, e con struttura e nomenclatura prive di qualsia-
si riferimento religioso; tutto era pensato sulla vita feria-
le, con un giorno di riposo per ogni decade lavorativa.
Ma anche la società attuale, considerando il lavoro
necessità e finalizzandolo alla produzione, ha ridotto
la festa a "tempo libero", che in realtà significa tem-
po vuoto col problema di trovare i riempitivi che diano
l'illusione della festa, se non altro "consumando" quanto
si è prodotto nei giorni feriali. Ne è venuta fuori una pa-
rodia della festa, con i suoi contenuti di evasione, di
71
stordimento, di tifo, di varie droghe, compresi l'alcool e
il sesso.
La festa ci ricorda che il lavoro, pur non essendo
il fine dell'uomo, è tuttavia un grande privilegio concesso
dal Creatore alla creatura; è nel lavoro e con il lavoro
che l'uomo è chiamato a partecipare alla creazione. Dio,
infatti, pose l'uomo nell'Eden - sulla terra - ut operaretur,
perché lavorasse, ma lo creò "a sua immagine e somi-
glianza" perché potesse conoscere Lui, amare Lui, e rea-
lizzare in Lui il suo fine. Ritroveremo questo riferimento
quando mediteremo sul significato biblico del settimo
giorno.
I sei giorni della creazione sono il "tempo di
lavoro" di Dio. Dio compiendo l'opera grandiosa e
splendida della creazione manifesta le sue perfezioni e la
sua gloria; nel settimo giorno Dio si ferma e "riposa". E'
un riposo "contemplativo”: “Dio vide quanto aveva fat-
to, ed ecco, era cosa molto buona".43 Sappiamo infatti
che Dio opera sempre. Ai Giudei che gli rimproveravano
di non rispettare il sabato, Gesù rispose: "Il Padre mio
opera sempre e anch'io opero".44 Dio non cessa di creare
perché continua a partecipare l'essere e l'agire a tutte le
creature, e a governarle con la sua provvidenza. Il riposo
contemplativo di Dio ha dunque un valore esemplare per
l'uomo. E' l'uomo che ha bisogno di "fermarsi", di lascia-
re il lavoro, cioè il tempo feriale, per contemplare ciò
che Dio ha fatto, per immergersi nel tempo festivo, cioè
nella gloria di Dio, e dare al tempo la dimensione dell'e-
ternità.

43 Gn. 1, 31
44 Gv. 5, 17
72
25 – Le dimensioni della festa

La festa è dunque un ritrovarsi davanti a Dio;


è considerare le sue perfezioni, ascoltare la sua voce.
Egli attraverso le creature ci parla e si rivela; la festa è
cercare e incontrare il volto di Dio per adorarlo. Così la
festa ci fa ricuperare le "proporzioni"; ci ricorda il posto
e la condizione delle creature davanti al loro creatore, il
posto dell'uomo davanti a Dio e davanti agli altri uomini.
Lo sguardo dell'anima ritrova così le distanze reali, la
prospettiva giusta e si apre all'ossequio verso Dio, all'a-
dorazione, al "santo timore". E il cuore si riempie di stu-
pore e di meraviglia.
La festa è appunto il tempo della fruizione; il la-
voro esprime il dominio sulle creature, le utilizza, anche
le strumentalizza; la festa gioisce di ogni cosa, percepi-
sce le creature come dono, le "contempla" per goderne
la bellezza, la magnificenza, la sovrabbondanza. La festa
è perciò essenzialmente legata alla gioia. Non c'è festa se
non c'è gioia e non c'è gioia se non si riesce a vedere il
volto di Dio.
La festa è il tempo della libertà; libertà dalle
cose, libertà dai "doveri". Il lavoro crea legami, crea i
rapporti di dipendenza: il servitore e il suo padrone, l'o-
peraio e il datore di lavoro, l'impiegato e il direttore..., e
crea rapporti di necessità: le necessità della vita, delle
prestazioni, dei servizi... Il lavoro è rimunerato dal sala-
rio, perciò il tempo feriale è regolato dalla giustizia; la
festa è gratuità, è il tempo del "non-dovuto", è governata
dall'amore. La festa è tempo della libertà, non del tempo
libero; il tempo libero è una situazione esteriore, la liber-
tà è una dimensione dello spirito e solo questa permette

73
la fruizione di sé stessi, della propria persona e del pro-
prio tempo.
La festa annulla le distanze sociali; è il tempo
della vera uguaglianza. Tutti ugualmente commensali al
tavolo di Dio: il creato, e soprattutto tutti commensali
intorno al tavolo di Cristo, alla mensa dell'altare, dove a
tutti vengono offerti il Pane e la Parola. Nella festa nes-
suno è debitore e insieme tutti siamo debitori gli uni de-
gli altri, debitori di stima, di onore, di gratitudine. La fe-
sta affranca dalla servitù; ogni uomo è padrone, dispone
pienamente di sé stesso, del suo tempo, dei suoi talenti; è
il giorno in cui l'uomo è felice di essere uomo.
La festa è tutta e solo dono, dono che si riceve
da Dio e dai fratelli. La festa quindi non si compra; non
esiste denaro né appoggio di potenti che possano procu-
rarcela. Si può orchestrare la fenomenologia della festa,
si possono al limite sponsorizzare le manifestazioni este-
riori: giochi, premi, sagre e altri divertimenti legati a tra-
dizioni popolari, ma la festa è un'altra cosa e non abita lì;
la festa viene dal cuore, quando è pulito, luminoso, nella
pace.
Che si possa comprare la festa è uno degli ingan-
ni della nostra cultura secolarizzata ed è tipico della so-
cietà dei consumi. Il consumismo è la negazione della fe-
sta. L'uomo consumista ha il cuore vuoto e vuole riem-
pirlo dall'esterno con le cose, con i prodotti effimeri e
bugiardi dell'edonismo. Comprare la festa è sinonimo ed
è frutto di superstizione. L'uomo areligioso o miscreden-
te della nostra epoca cade nella magia più primitiva
quando ha la pretesa di captare la festa con gli amuleti
del consumismo.
La festa ha invece una dimensione comunitaria.
Non si può far festa da soli perché la festa è "partecipa-
74
zione". Si può far festa "in solitudine", con la sola pre-
senza di sé stessi, se il cuore è aperto all'amore, al dono,
alla contemplazione. Ma normalmente si fa festa "in
compagnia", con presenze che esprimano partecipazione,
condivisione di un bene che è di tutti e per tutti; la festa
non è proprietà esclusiva di nessuno, non è un bene pri-
vato per alcuni privilegiati. La festa è un bene che più
viene condiviso e più cresce; la partecipazione di molti fa
diventare la festa più grande, più intensa e più fastosa.
La festa è un canto dell'anima, un canto che
conosce l'assolo ma che normalmente si esprime in un
coro a più voci, in una polifonia a tutto campo, senza li-
miti di voci, di strumenti, di temi e di melodie. E' un can-
to che può coinvolgere popoli interi. Nel Cielo la festa è
"moltitudine": "Dopo ciò udii come una voce potente di
una folla immensa (...) simile a fragore di grandi acque
e a rombo di tuoni possenti, che gridavano:
"alleluia!".45 In cielo infatti la gioia di uno è gioia di tutti
e la gioia di tutti inonda il cuore di ciascuno. Il cielo è
tutto e solo festa, la Grande Festa, perché sono finiti i
giorni della fatica, i giorni del sudore e della necessità, e
"Dio, che ha terso le lagrime dai loro occhi, sarà tutto
in tutti". Qui sulla terra la festa non è mai compiuta né
completa. Conosce i limiti e le vicissitudini dell'animo
umano: le lagrime si mescolano al sorriso, la gioia al do-
lore e si fondono insieme la fatica e il riposo, l'odio e l'a-
more, la morte e la vita. Qui sulla terra la festa porta il
peso della nostra condizione umana.

26 – Il “nemico” della festa

45 Ap. 19,6
75
Da tutto questo è facile capire che il vero nemico
della festa non è il lavoro, non è la fatica, non è neppure
il dolore: la liturgia della Chiesa celebra la Festa della
Croce! Il vero nemico della festa è il peccato perché ci
occulta il volto di Dio, ci separa dai fratelli, ci impe-
disce la fruizione del creato e di ogni altro dono di
Dio. Il peccato ha introdotto la "ferialità" nel lavoro, la
fatica nel dovere, il dolore nella maternità, la schiavitù
nel rapporto fra gli uomini. "La Festa è finita" può essere
un titolo del dramma consumato nell'Eden dai nostri pro-
genitori. Il peccato, infatti, ha sostituito alla felicità il
piacere, alla pace la paura, alla verità la menzogna, al
dialogo la contesa, all'amore l'egoismo. La festa, che pur
è rimasta una dimensione dell'animo umano, ha imbocca-
to così le strade della solitudine, dello stordimento, della
noia, della nudità. Col peccato è entrata nel mondo la
contraffazione della gioia festiva, la sua antitesi: la tri-
stezza. La gente può cantare, ballare, divertirsi senza che
per questo ci sia festa. Quanto vuoto, quanta insoddisfa-
zione e tristezza contrassegnano il tramonto di tante
giornate "festive"!
Ma il nemico della festa non è soltanto il peccato
dei "cattivi", il peccato palese, trasgressivo, ma anche il
peccato dei "buoni"; è un nemico subdolo, silenzioso, ma
ugualmente paludato di tristezza antifestiva: è la tiepi-
dezza, la mediocrità consapevole e voluta nella vita
spirituale. Il peccato della tiepidezza ha il nome con sé:
il vocabolario la definisce come "atteggiamento che de-
nota poco amore e poco entusiasmo". Più che un pecca-
to esplicito è perciò uno "stato" dell'anima, uno stato pa-
ragonabile a una malattia debilitante, che toglie slancio e
vitalità alla vita cristiana.
76
Il tiepido porta un'anima grigia, pigra e indiffe-
rente, che ha perso interesse alle cose di Dio e si limita a
non trasgredire gravemente i suoi Comandamenti. I Co-
mandamenti stessi sono sentiti come un peso al quale si
vorrebbe volentieri sottrarsi. Questo stato dell'anima tie-
pida si esprime tuttavia in molti, piccoli, sintomi che ne
fanno una malattia ad ampio spettro. "Sei tiepido se fai
pigramente e di malavoglia le cose che si riferiscono al
Signore; se vai cercando con calcolo e con furbizia il
modo di diminuire i tuoi doveri; se non pensi che a te
stesso e alle tue comodità; se le tue conversazioni sono
oziose e vane; se non aborrisci il peccato veniale; se agi-
sci per motivi umani".46
Questi ed altri sintomi, tutti all'insegna del com-
promesso in favore della comodità e della vanità, rivela-
no una situazione interiore di piatta "ferialità", dove va
spegnendosi ogni ideale di santità, ogni slancio di gene-
rosità, ogni moto d'amore verso Dio e il prossimo. Così
il tiepido riduce tutto alla legge e trasforma anche la
festa in un obbligo, dimenticando lo spirito del terzo
Comandamento che è l'unico a non usare la terminologia
ingiuntiva propria della legge. Dice infatti: "Ricordati" di
santificare la festa; proprio perché la festa non si può im-
porre, non si può comandare, come non si può comanda-
re la gioia, l'amore, il dono di sé. Per il tiepido anche la
Messa domenicale è un "dare", quasi un pedaggio da pa-
gare, anziché un "ricevere".
Così, la conseguenza di questa opaca ferialità è la
tristezza, l'incapacità di fare festa, di vivere la gioia. Per-
ciò, San Tommaso d'Aquino definisce la tiepidezza:
"Una specie di tristezza che rende l'uomo tardo a com-

46San Escrivà, Cammino, n. 331


77
piere gli esercizi dello spirito per lo sforzo che essi com-
portano".47 Un cristiano che si trovi in queste condizioni
ha bisogno di un forte intervento di Dio, gli occorre una
sorta di elettroshock della grazia che lo aiuti a reagire, a
scuotersi dal torpore e dall'accidia e ad accostarsi a Co-
lui che è venuto a portare il fuoco sulla terra, e che solo
può riscaldare il cuore e dire alla volontà: Alzati e cam-
mina. Gli occorre perciò l'umiltà della preghiera, della
penitenza, del sacramento della Confessione, che in que-
sto caso diventa per davvero il sacramento della gioia,
una celebrazione di festa.

27 – La settimana

Ci siamo soffermati sulla festa perché l'antichissi-


ma e universale distinzione tra tempo festivo e tempo fe-
riale ha ricevuto nella nostra cultura occidentale una
configurazione stabile e ben definita nel ciclo settimana-
le, ciclo che la pietà cristiana, ispirata dalla Liturgia della
Chiesa, ha poi collegato con alcune devozioni che ricor-
dano il mistero di Cristo.
La settimana, abbiamo detto, non è strettamente
legata a fenomeni ciclici della natura, ma fa riferimento,
da una parte ad aspetti della vita civile: il lavoro, il com-
mercio, le pubbliche attività e, dall'altra, a manifestazioni
della vita religiosa: celebrazioni, ricorrenze, riti cultuali,
ecc. La durata settimanale di sette giorni la dobbiamo ai
Babilonesi - i Greci e gli Egiziani contavano per decadi -
probabilmente per un qualche significato nefasto attribui-
to al numero sette e ai suoi multipli, oppure in riferimen-

47 S. Tommaso, Summa theologica II II q.35 a.3


78
to ai sette corpi celesti da essi conosciuti. Ma saranno i
Romani, che pure non conoscevano la settimana e chia-
mavano i giorni col nome generico di feria, a collegare i
giorni della settimana all'influsso dei pianeti e in definiti-
va alla protezione degli dèi, cominciando dal "dies Satur-
ni" (il sabato), dies Solis, (domenica), dies Lunae (lune-
dì), dies Martis (martedì), dies Mercurii (mercoledì),
dies Jovis (giovedì), dies Veneris (Venerdì); nomenclatu-
ra che è rimasta fino ai nostri giorni.
Presso gli Ebrei, la settimana acquista un significato
strettamente religioso, biblico. Ricorda i sei giorni della
creazione - il "lavoro" di Dio - mentre il settimo iorno ri-
corda il "riposo" di Dio; è quindi il giorno da dedicare al
culto di Dio perché è il "suo" giorno. Ma sarà soprattut-
to la Chiesa a dare un senso totalmente nuovo alla setti-
mana, a partire proprio dal primo giorno, il giorno dopo
il sabato, che diventa il giorno solenne, il giorno del Si-
gnore e perciò "la Festa" per eccellenza, "Festa primor-
diale", che trasfigura tutti gli altri giorni, tutto il tempo
feriale. Esso infatti, non è più un tempo profano e nem-
meno un tempo sacro, è semplicemente tempo divino,
anzi umano e divino insieme, tempo di Dio e tempo del-
l'uomo come l'ha inaugurato Cristo, vero Dio e vero
uomo. Con Gesù infatti, la festa non è più l'ultimo gior-
no della settimana, il settimo, il giorno del "riposo", ma
diventa il primo giorno della settimana che dà significato
e valore nuovi a tutti gli altri giorni. Così i giorni feriali
vengono santificati dal primo giorno della settimana e
pur restando giorni di lavoro cessano di essere "tempo
feriale", sono diventati "tempo da santificare”.La nomen-
clatura astrale dei giorni della settimana resterà nel ca-
lendario civile, la Chiesa invece per eliminare ogni conta-
minazione col paganesimo continuerà a indicare i giorni
79
settimanali col nome generico di feria numerandoli con
numerazione romana dalla feria seconda alla feria sesta,
cui seguirà il Sabato. Infatti la feria prima, il dies Solis,
diventerà ben presto "la primizia" di tutti i giorni, il Gior-
no del Signore, il giorno fatto da lui e per lui.

80
LA D O M E N I C A

28 – Il Giorno del Signore

La liturgia della Chiesa, per indicare la domenica,


utilizza l'espressione del Salmo 117: "Questo è il giorno
che ha fatto il Signore", e la utilizza in due sensi: primo,
la domenica è il giorno che ricorda e celebra le grandi
opere fatte dal Signore, le meraviglie da lui compiute;
secondo, è il giorno che il Signore ha fatto per noi; quel
giorno cioè è un regalo, un dono di Dio per gli uomini.
La domenica è il Giorno del Signore proprio perché in
esso Dio ha compiuto le sue grandi opere a favore del-
l'uomo.
Innanzitutto l'opera della creazione. Infatti, così
comincia il primo libro della Bibbia: "In principio Dio
creò il cielo e la terra"; fu il primo giorno, il giorno del-
la creazione. In esso ha avuto inizio il tempo e tutto ciò
che esiste. Fu come l'esplosione dell'eternità, il big-bang
della potenza di Dio, che ha dato origine a tutte le cose.
Nessun uomo, nessuna mente o fantasia di creatura po-
tranno mai ricostruire quel primo istante di tutto l'univer-
so. Ciò che precede il primo giorno è la lunga notte del
nulla delle cose, l'infinito silenzio di Dio che tutto ab-
bracciava, perché ogni essere ha le sue radici nell'eternità
di Dio, nella sua sapienza e nella sua potenza che sono
81
senza tempo. Perciò la domenica, è il primo e insieme è
l'ottavo giorno del Signore, il "giorno dell'eternità".
Tutto questo si addice anche all'altra opera com-
piuta da Dio: la Risurrezione di Gesù. Anch'essa è un
"segreto" di Dio, custodito nel silenzio della sua onnipo-
tenza che per ogni mente creata è come una notte inac-
cessibile, impenetrabile. Nessuno ha potuto essere testi-
mone di questa esplosione del Risorto, di questo nuovo
big-bang della potenza di Dio. Il terremoto che accom-
pagnò la Risurrezione mise in fuga le guardie che rimase-
ro terrorizzate, stordite, perché nessuna mente umana
può cogliere l'istante in cui il Verbo eterno rinnova la sua
Umanità sepolta nella morte e la ri-crea nella gloria fa-
cendola entrare nella condizione definitiva, immortale ed
eterna. La Risurrezione di Gesù è come una seconda
creazione o, come si esprime San Paolo, è la creazione
rinnovata.
La Risurrezione di Cristo rinnova l'umanità: la ri-
concilia con il Padre, la libera dal peccato e dalla con-
danna, la riveste di immortalità e di gloria. Cristo risorto
anticipa la nostra condizione futura, quando saremo con
lui e come lui nella domenica senza tempo. Anche la do-
menica della Risurrezione è dunque il primo e insieme
l'ottavo giorno della settimana; tutti e due portano "il si-
gillo del Signore" (Sant'Agostino). Infatti, "mentre erano
chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a
loro e disse: "Pace a voi!" E dopo aver mostrato loro le
mani e il costato rinnovò il saluto: "Pace a voi! Come il
Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Detto que-
sto alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a
chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li ri-

82
metterete, resteranno non rimessi".48 La pace, la remis-
sione dei peccati, l'effusione dello Spirito Santo: sono il
frutto della Pasqua e insieme i segni della creazione rin-
novata.
Questa effusione dello Spirito Santo riguardava
soprattutto i singoli apostoli che ricevevano così il pote-
re di rimettere i peccati, ma preludeva alla grande effu-
sione dello Spirito nella domenica di Pentecoste. In quel
giorno la discesa dello Spirito Santo avviene su tutta la
Chiesa con destinazione a tutti i popoli della terra.
"Manda il tuo Spirito, o Signore, e rinnoverai la faccia
della terra". E' questa l'altra grande opera di Dio ricor-
data e celebrata nella domenica. Nasce in quel giorno la
Chiesa e in essa il genere umano potrà trovare la sua uni-
tà; lo Spirito Santo compirà il prodigio di riunire tutte le
razze, le lingue e le nazioni della terra in un unico popo-
lo, il nuovo Popolo di Dio, con una sola fede, un solo
battesimo, un solo Maestro e un solo Padre. La creazio-
ne, che si ronnoverà nella risurrezione finale, viene pre-
parata dallo Spirito Santo per il giorno della glorificazio-
ne alla fine dei tempi. Allora, l'ottavo giorno sarà l'unico
giorno dell'universo e dell'umanità intera, il solo e l'unico
giorno senza fine e senza tramonto.

29 – La Liturgia domenicale

Sono queste, dunque, le grandi "opere" di Dio,


che fanno della domenica "il Giorno del Signore", il gior-
no fatto per la Festa, per la celebrazione delle "Meravi-
glie" di Dio. "Celebrate con me il Signore, perché è

48 Gv. 20,22
83
buono, perché eterna è la sua misericordia".49 Celebra-
re: non semplicemente ricordare, commemorare, im-
maginare un passato che non esiste più. Si "celebra" una
realtà presente, attuale, che è viva adesso. La creazione è
sotto i nostri occhi e si sta facendo continuamente; la
Redenzione, realizzata in Cristo morto e risorto, è attua-
le oggi, perché Gesù è vivo e continua ad offrirsi al Pa-
dre per noi; lo Spirito Santo, principio vitale della Chie-
sa, continua ad effondersi nelle anime, purificando, illu-
minando, santificando. Le "opere di Dio" compiute nel
tempo non sono limitate dal tempo, ma lo pervadono in-
teramente con la loro presenza e la loro efficacia. Cristo
è di ieri, di oggi, dei secoli.
Questa convinzione dovrebbe essere ben presente
e viva nell'animo di ogni cristiano quando si reca in chie-
sa per celebrare il giorno del Signore. Molti cristiani as-
sistono alla liturgia domenicale come spettatori passivi;
stanno ad osservare con curiosità scontata un cerimonia-
le già noto e rimangono interiormente estranei come se
la cosa non li riguardasse; tutt'al più stanno ad aspettare
che finisca. Non pensano che si stanno compiendo da-
vanti a loro e per loro le grandi "Meraviglie di Dio".
Il cuore della domenica è la liturgia eucaristi-
ca. La celebrazione dell'Eucarestia è un fatto trinitario e
riassume tutto ciò che il Padre, il Figlio e lo Spirito San-
to hanno compiuto per la salvezza del mondo, salvezza
che lì sull'altare viene offerta a ciascuno di noi. Per que-
sto la Chiesa fin dai primissimi tempi ha visto la santifi-
cazione del Giorno del Signore indissolubilmente legata
alla celebrazione dell'Eucaristia, così da farne un obbligo
grave per ogni cristiano. Non c'è domenica, non c'è

49 Salmo 117, 29
84
vera festa cristiana, se manca l'Eucaristia. Il cristiano
che senza un motivo proporzionato non partecipa con la
fede dovuta alla liturgia eucaristica domenicale, non solo
esclude sé stesso dai doni di salvezza che Dio ci offre,
ma anche fa violenza al significato stesso del tempo; per
lui, infatti, la domenica non è più il "Giorno del Signore",
il giorno di festa che lo unisce agli altri fratelli nella fede,
ma soltanto un giorno di riposo, tempo libero, tempo di
divertimento o altro, in ogni caso tempo "mondano". E
anche quando fosse fisicamente impedito, il cristiano sa
che può unirsi spiritualmente alla Chiesa che, sparsa nel
mondo intero, celebra il mistero di Cristo, e può dedica-
re qualche minuto alla lettura meditata della Parola di
Dio e partecipare in spirito e col desiderio al sacrificio
dell'altare.

30 – Il Giorno della Chiesa

La domenica infatti, è anche il "Giorno della


Chiesa"; non solo perché la Chiesa è nata ed è stata rive-
lata al mondo nel giorno della Pentecoste, ma anche per-
ché proprio celebrando la domenica essa si scopre comu-
nità di credenti, Popolo di Dio adunato nel nome di Cri-
sto intorno alla mensa della Parola e del Pane. Già il fat-
to di riunirsi da varie parti, fedeli di tutte le età, di tutte
le condizioni, di tutti i ceti, in un unico luogo per un'uni-
ca celebrazione, esprime visibilmente il significato del
termine con cui viene designato il popolo dei credenti:
Chiesa (Ecclesia), cioè assemblea dei "chiamati".
Il cristiano è per vocazione un chiamato: è chia-
mato ad aderire a Cristo mediante la fede, è chiamato a
formare il nuovo popolo di Dio gerarchicamente costi-
85
tuito, ed è chiamato alla Vita Eterna, ad entrare nella co-
munione con Dio per sempre. Tutti questi aspetti voca-
zionali della vita cristiana sono presenti e visibilmente si-
gnificati nella celebrazione liturgica domenicale.
E' la fede, infatti, che ci muove verso la casa di
Dio e ci riunisce tutti, dapprima intorno all'ambone per
ascoltare la Parola di Dio, e poi intorno all'altare per par-
tecipare al sacrificio di Cristo nei segni sacramentali del
Pane e del Vino. Esiste un rapporto reciproco tra Vange-
lo e fede: il Vangelo, come ogni Parola di Dio, suscita in
noi la fede, la ravviva e la rafforza; la fede, poi, ci aiuta a
comprendere sempre più la Parola di Dio e ci fa aderire a
Cristo sempre più consapevolmente. La risposta alla Pa-
rola di Dio è appunto la professione di fede, che l'assem-
blea liturgica proclama con il Credo.
Il Credo esprime il contenuto della nostra fede,
che è la fede della Chiesa, la fede degli Apostoli. Rac-
conta San Luca50 che la prima comunità cristiana di Ge-
rusalemme era fraternamente unita nell'ascolto dell'inse-
gnamento degli Apostoli, nella "frazione del Pane" e nel-
la preghiera. Da allora fino alla fine dei tempi la Chiesa,
popolo di Dio, si edifica e si ritrova sul fondamento della
fede degli Apostoli, sulla Eucaristia, e sulla comune pre-
ghiera, che possiamo riassumere nella preghiera "dome-
nicale": il Padre nostro. Recitare il Credo è accettare la
fede della Chiesa, è partecipare alla fede di tutti i
credenti che furono, che sono e che aderiranno a Cristo
nei secoli. Quando diciamo: "Io credo..." non intendiamo
una fede soggettiva, su misura delle nostre personali
convinzioni, quel "Io credo..." significa: Io credo ciò che
la Chiesa crede, ciò che gli Apostoli ci hanno insegnato.

50 cfr. Atti, 2, 42
86
Perciò la recita del Credo come risposta alla Parola di
Dio è un momento di intensa ecclesialità.

31 – La fraternità cristiana

"Giorno della Chiesa", la domenica ci fa sentire


più fratelli e facilita il nostro reciproco rapporto di cre-
denti. Un momento di intensa fraternità ci viene offerto
innanzitutto dalla liturgia domenicale. Lì, davanti all'al-
tare, cadono tutte le barriere, svanisce tutto ciò che
può diventare motivo di separazione: il colore della
pelle, la lingua, il censo, la professione, l'appartenenza
sociale; lì, davanti a Cristo che ci parla e che si dona,
ognuno di noi si scopre fratello del proprio vicino, il
quale non appare più straniero o semplicemente compa-
gno, collega, concittadino, tanto meno un rivale o un ne-
mico, ma figlio dell'unico e comune Padre del cielo, di-
scepolo del solo e unico maestro, Gesù.
La fraternità cristiana non è dunque qualcosa di
vago, di sentimentale, di altruistico, o qualcosa che si
possa confondere con la solidarietà. La solidarietà, oggi
tanto invocata e proclamata, esprime un legame fondato
sull'altruismo e sulla partecipazione, legame che regola
soprattutto il rapporto tra gruppi: gruppi sociali, gruppi
di categoria, cittadini o famiglie di un quartiere, di una
città, fino ai popoli e alle nazioni sparse nei vari conti-
nenti; una solidarietà che unisce i gruppi intorno a neces-
sità gravi, di particolare emergenza, o intorno a interessi
comuni che pongono problemi non superabili senza il
concorso di tutti. Di solidarietà si sente oggi impellente
bisogno, dato il divario ormai insostenibile tra le varie
parti del mondo e tra i diversi gruppi sociali all'interno di
87
una stessa comunità. Iniziative che diffondano e alimenti-
no lo spirito di solidarietà sono, oggi, uno dei mezzi più
urgenti ed efficaci per rendere più umano il mondo del
nostro tempo, per combattere le ingiustizie, le violenze,
le guerre, e per garantire nel mondo il dono inestimabile
della pace.
Ma la fraternità cristiana è di altra natura e ha
un diverso fondamento. Nasce dal battesimo e stabilisce
tra noi un legame essenzialmente soprannaturale che esi-
ge la fede. E' anche più impegnativa da praticare perché
esige umiltà, distacco, rinnegamento di sé stessi; è parte-
cipazione all'amore con cui Cristo ci ama. La fraternità
va alla persona come tale e nella persona vede l'im-
magine di Dio e il volto di Cristo. La fede, infatti, ci ri-
corda che nel battesimo siamo diventati membra di Cri-
sto, del suo Corpo Mistico, e perciò membra gli uni degli
altri, uniti da un legame che non nasce dalla natura ma è
opera dello Spirito Santo. La fraternità cristiana ha dun-
que il suo fondamento in Cristo che è diventato, nell'In-
carnazione e con la sua morte sulla croce, il "primogeni-
to tra molti fratelli". Solo in questa luce anche le situa-
zioni, i bisogni e le necessità delle persone sono viste
nella giusta prospettiva e rivelano tutto il peso vincolante
della loro motivazione.
Tutto questo diventa quasi tangibile nella celebra-
zione eucaristica domenicale. L'unico termine usato
dalla Liturgia nel rivolgersi ai fedeli è: fratelli; ogni
altra categoria di rapporti è ignorata; il legame che ci tie-
ne uniti passa attraverso Gesù e ci fa partecipi all'unica
fede in Lui, all'unico pane e all'unico calice del suo sacri-
ficio.
Accade invece che, una volta usciti dalla chiesa,
questo legame sembra venir meno; quasi fatalmente
88
prendono il sopravvento i legami di natura puramente
umana, legami sociali, legami affettivi, compresi i loro
contrari che ci dividono, ci rendono ancora una volta
estranei o semplicemente dei "vicini"; e dobbiamo ricor-
rere alla solidarietà. Dicevamo che la fraternità cristiana
è di natura soprannaturale ed esige la fede; ora può esse-
re proprio questo, la nostra poca fede, il motivo per cui
non riusciamo a ricordarci della fraternità cristiana nei
giorni feriali. Se non altro, è questa la riprova di quanto
manchi di unità la nostra vita di cristiani. A volte abbia-
mo l'impressione di essere una persona in chiesa e un'al-
tra persona nel lavoro, in famiglia, negli ambienti sociali,
come se la fede e la vita andassero ciascuna per conto
proprio.
Sta di fatto che la fraternità cristiana non è spon-
tanea; richiede lotta e impegno interiore, esercizio quoti-
diano di virtù di cui Cristo si è fatto modello ed esempio.
Soltanto da lui possiamo imparare ad amare e a lui dob-
biamo chiedere di saper amare. La domenica diventa così
il giorno adatto alle opere di fraternità: visita ai genitori
lontani, alle persone sole, agli ammalati, assistenza agli
orfani e alle persone in difficoltà, e tanti altri gesti di
amore fraterno che hanno nella celebrazione eucaristica
la loro vera e profonda motivazione.

32 – Il giorno del “riposo”

Abbiamo visto che la domenica è anche il giorno


del riposo. Anticamente si intendeva il riposo come
astensione dai lavori manuali, i lavori pesanti o di fatica,
quelli riservati agli schiavi e detti appunto "servili". In
realtà il significato biblico di riposo è più ampio ed è col-
89
legato al culto di Dio. Il riposo coincide infatti con il
Giorno del Signore, con la festa. Ciò significa che il ri-
poso è la condizione ultima e definitiva dell'uomo, appar-
tiene allo stato della beatitudine. Come dire che il lavo-
ro appartiene al tempo, il riposo all'eternità.
Quando Dio crea l'uomo, lo introduce nell'Eden -
nel tempo - ut operaretur, col comando di lavorare. Il la-
voro diventa il modo proprio dell'uomo di partecipare
alla creazione. Ma Dio nella creazione rimane immutabi-
le, non consuma energie, non ha bisogno di riposo; egli
opera incessantemente perché continuamente interviene
nella creazione, ma non conosce stanchezze, non ha bi-
sogno di rifocillarsi. "Dio eterno è il Signore, creatore di
tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca...".51
L'uomo invece vive nel tempo e opera nel tempo, cono-
sce quindi le vicissitudini del tempo. L'uomo è un essere
faticabile. Come collaboratore di Dio nella creazione,
l'uomo deve lavorare intensamente, positivamente e gio-
iosamente, ma come creatura limitata e faticabile l'uomo
deve avere l'umiltà del riposo, del ricupero di energie,
del ricominciare accettando i ritmi del tempo. In questo
senso il riposo fa parte del lavoro ed è altrettanto dove-
roso quanto il lavoro, e in certo qual modo deve essere
proporzionato al lavoro. La pretesa dell'infaticabilità è un
peccato di superbia, è il rifiuto della creaturalità, la pre-
sunzione di essere come Dio.
Nel compiere il suo lavoro l'uomo deve modellar-
si sul lavoro di Dio: dovrà quindi lavorare - qualunque
sia l'attività svolta - con intenti positivi e costruttivi, in-
tensamente, con rettitudine e nobiltà d'animo; similmente
anche nel riposo l'uomo dovrà ispirarsi al riposo di Dio.

51 Is. 40,26
90
Leggiamo nella Bibbia che, portata a termine la creazio-
ne, "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa mol-
to buona".52 Abbiamo visto che il riposo di Dio è un
riposo contemplativo. In verità, Egli non ha bisogno di
contemplare quello che ha fatto, siamo noi che abbiamo
bisogno di contemplare le opere di Dio per renderGli
gloria.
Per noi, dunque, il riposo domenicale non signifi-
ca semplicemente interruzione del lavoro, ma implica an-
che un "distacco" dal lavoro. In altre parole abbiamo bi-
sogno di prendere le distanze dal nostro lavoro per ve-
derlo nella prospettiva della gloria di Dio e per togliere
da noi ogni atteggiamento egoistico che sappia di attac-
camento interessato. L'uomo è capace di brutalizzare il
suo lavoro piegandolo al proprio interesse egoistico, al-
l'oppressione e all'ingiustizia; allo stesso modo può pro-
fanare il suo riposo distogliendolo dalla contemplazione
per consumarlo nella evasione.

33 – Riposo e vita famigliare

L'uomo è anche un essere relazionale: appar-


tiene ad una famiglia e ad una società, con doveri e diritti
che sono essenziali alla sua vita personale. Perciò il ripo-
so domenicale ha un significato anche sociale; esso ci
permette di ricuperare nella loro integrità originale quei
rapporti naturali contrassegnati dalla gratuità e dall'amo-
re, interrompendo i rapporti gerarchici, spesso artificiali,
creati dall'uomo e contrassegnati dalla necessità e dalla
legge. Durante il lavoro un padre di famiglia non appar-

52 Gn. 1, 31
91
tiene totalmente ai figli, non è fruibile pienamente nella
sua paternità; la sua attività professionale, pur importan-
te e necessaria, lo toglie in maniera più o meno rilevante
all'ambiente famigliare, sia in termini di tempo che di
energie e di partecipazione. Lo stesso avviene per la ma-
dre, che è anche sposa, e per i figli.
Nella domenica la famiglia deve ritrovare sé
stessa pienamente; i genitori devono essere totalmente
per i figli, fruibili in tutta la loro dimensione di paternità
e di maternità; la moglie deve ritrovare sé stessa nella
pienezza della sua femminilità e del suo ruolo, e fruire
pienamente della sua famiglia. Proprio la donna è mag-
giormente esposta ad essere derubata del riposo domeni-
cale; facilmente la domenica può diventare un giorno di
riposo per tutti eccetto che per la donna. Perciò anche i
lavori domestici devono essere ridotti al minimo e su di
essi devono prevalere le persone.
Spesso il lavoro si frappone tra le persone e crea
tra loro distanze; il riposo serve a togliere barriere e a
permettere alle persone di incontrarsi nella gratuità, nella
libertà del dialogo, nella totale disponibilità reciproca,
perché tutto lo spazio sia lasciato ai legami e agli affetti
familiari, all'attività dello spirito, alla partecipazione agli
atti di culto.
Perciò contrastano col riposo domenicale la vana
dissipazione, il divertimento stupido o peggio immorale,
l'ozio neghittoso ed egoistico. Anche sul piano fisiologi-
co e psicologico il riposo consiste spesso nel cambiare di
attività, nel passare ad una attività meno impegnativa che
può essere manuale o spirituale, sociale o artistica, per-
sonale o collettiva, ma sempre espressione di valori uma-
ni autentici e promozionali della persona. Ora, la dissipa-
zione non è riposo e nemmeno lavoro, è un macinare a
92
vuoto energie con progressivo impoverimento interiore;
così il divertimento disordinato e malsano, non è né ripo-
so né lavoro, è spreco di energie, stordimento da evasio-
ne che finisce in un'inutile fatica; e neanche l'ozio neghit-
toso è riposo e tanto meno è lavoro: chiudersi nella pro-
pria accidia è tradire la festa, è negarsi al dono e alla fra-
ternità. In queste situazioni il riposo domenicale anziché
riunire la famiglia, la disperde, disunisce i suoi membri e
li isola, finisce tutt'al più col creare incontri fittizi, rap-
porti che mancano di autenticità e sincerità, e che spesso
finiscono nell'inganno reciproco e in una squallida com-
plicità. Così, il riposo festivo si chiude nel vuoto sterile
di una giornata senza valori, lasciandoci più soli e più
poveri, spesso più affaticati e insoddisfatti.

34 – Riposo ed eternità

Abbiamo visto il significato umano del riposo


come interruzione del lavoro per ricuperare energie fisi-
che e psichiche, e soprattutto per assicurare spazio a cer-
ti valori fondamentali della vita personale, famigliare e
sociale. Abbiamo visto anche il significato biblico del ri-
poso come ricupero della contemplazione onde fare me-
moria e celebrare le grandi opere di Dio, nel culto a Lui
dovuto.
Ma il significato biblico del riposo va ancora oltre
e in Cristo raggiunge un significato ancora più alto, più
soprannaturale. Il riposo di Dio non è interruzione del
lavoro, ma conseguenza dell'aver portato a termine il
lavoro. "Così furono portati a compimento il cielo e la
terra (...) Allora Dio nel settimo giorno portò a termine

93
il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da
ogni suo lavoro".53
Anche Gesù, prima di morire, con forte grido
esclamò: "Tutto è compiuto!" E chinato il capo, spirò.54
Nel testo greco l'espressione "chinare il capo" è resa con
il verbo klineìn che indica l'atto di riposare nel sonno
dopo la fatica. La morte di Cristo è il "riposo" del Figlio
di Dio che "tutto ha compiuto", ha portato a compimen-
to il lavoro che il Padre gli aveva affidato: la Redenzione
del mondo. Questo riposo non finisce nel sepolcro per-
ché la morte di Cristo è sorgente di vita - la Croce è l'Al-
bero della Vita - e perciò si apre sulla risurrezione e sulla
glorificazione alla destra del Padre. E' questo appunto il
vero riposo: la destra del Padre, il Cielo; riposo che pre-
suppone l'aver portato a compimento il lavoro, il compi-
to o la missione che Dio ha affidato.
Dio vuole portare a compimento in tutto e in tutti
il suo misterioso e misericordioso disegno di salvezza. E'
la condizione perché ogni cosa "entri nel suo riposo".
Non tutti infatti vi entrano; coloro che induriscono il loro
cuore e non camminano nelle vie del Signore "non entre-
ranno nel luogo del (suo) riposo".55
Questo riposo in Dio - il Cielo - è il riposo del-
l'ottavo giorno, significato e anticipato nel riposo dome-
nicale. Tra il riposo del primo giorno, la domenica, e il
riposo dell'ottavo giorno, l'eternità, c'è in mezzo la
settimana della storia umana dove il “lavoro di Dio”
e il “lavoro dell’uomo” si intrecciano, dove cioè la li-
bertà dell’uomo è perennemente interpellata dal progetto
di Dio, un progetto che deve compiersi in ogni uomo e
53 Gn. 2, 1
54 Gv. 19, 30
55 Salmo 95, 11

94
poi sull'intera umanità, finché non sia completato il "nu-
mero degli eletti". E' un grande mistero questo della cor-
responsabilità dell'uomo col disegno di Dio: dipende da
noi che si affretti o si allontani il giorno del riposo; di-
pende dal modo con cui rispondiamo al lavoro di Dio,
alla sua grazia, che maturino "i tempi e i momenti" che il
Padre ha riservato a sé, che, cioè, finiscano i "tempi della
fatica" e della prova e giunga il momento in cui "tutto è
compiuto", il momento in cui il libro, nel quale vengono
scritti i nomi di tutti gli eletti, sia giunto alla sua ultima
pagina. Allora ogni cosa entrerà nel riposo di Dio, nella
partecipazione e nella contemplazione della sua gloria.
Il riposo domenicale deve aiutare il cristiano a
guardare alla settimana come al luogo dove si attua la
sua vocazione, quella di collaborare al lavoro di Dio,
quella di mettere la propria libertà a servizio dei fratelli,
del loro bene temporale finalizzato al loro bene eterno,
alla loro salvezza. I giorni "feriali" nella settimana del
cristiano sono i giorni della "fatica di Dio", che vuole
salvare gli uomini contando sulla loro libertà, sono i
giorni della "fatica di Cristo" che, avendo riconciliato
con il Padre tutte le cose mediante la Croce, la offre a
noi come luogo del suo riposo: "Venite a me voi tutti
che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò. Prendete
su di voi il mio giogo (...) il mio giogo infatti è dolce e
il mio carico leggero e troverete riposo per le vostre
anime".56 Se la domenica è il giorno in cui cantiamo il
"Gloria a Dio ", e l'ottavo giorno è il giorno del "Te
Deum laudamus", i giorni feriali della settimana
sono i giorni del “Padre nostro”. L'impegno di collabo-
rare col disegno di Dio per la salvezza del mondo, che

56 Mt.11,28-29
95
cos'è se non un modo concreto di dire al Padre che "sia
santificato il suo nome, che venga il suo regno e che si
compia la sua volontà qui sulla terra con la perfezione e
la compiutezza con cui si compie nel cielo? Recitare il
Padre nostro con la vita, corrispondendo ogni giorno al
disegno di Dio e alla sua grazia è far camminare l'umani-
tà verso la "terra promessa", verso il luogo del riposo,
quando completato il numero degli eletti, Dio sarà tutto
in tutti e tergerà ogni lagrima dai loro occhi; non ci
sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, per-
ché le cose di prima sono passate.57 Allora non ci sarà
più distinzione tra "lavoro e riposo" perché il nostro ri-
poso sarà la beatitudine e il nostro lavoro sarà cantare
senza fine la lode di Dio, di colui che tutte le creature del
cielo e della terra proclameranno tre volte Santo, per
sempre.

57 Ap. 21,4
96
L U N E D I’

35 – La devozione

Ci siamo fermati a lungo sul valore e sul signifi-


cato della domenica perché la liturgia della Chiesa, fin
dagli inizi e facendo eco al terzo comandamento, ha dato
al primo giorno della settimana un'importanza primaria e
fondamentale. Gli altri giorni della settimana si continuò
ad indicarli e a numerarli col nome generico di ferie. Ma
lungo i secoli la pietà cristiana è andata collegando i sei
giorni della settimana con particolari devozioni quasi vo-
lesse soppiantare i riferimenti astrali o idolatrici che essi
avevano nel mondo pagano.
L'influsso maggiore sul ciclo settimanale l'ha
esercitato da principio la Settimana Santa, soprattutto
con il Triduo pasquale che orientava la pietà dei fedeli
verso i Misteri della Passione del Signore, includendo nel
Triduo anche il mercoledì (giorno del tradimento di Giu-
da), giorno di penitenza e di digiuno. Ma l'impulso deci-
sivo venne dalla riforma liturgica adottata da Carlo Ma-
gno, nel sec. VIII; egli inserì nel Sacramentario (antico
messale) sette formulari di messe votive per i giorni della
settimana, formulari elaborati probabilmente dal monaco
benedettino irlandese Alcuino. Successivamente vennero
aggiunti altri formulari, variamente utilizzati; essi finiro-
no per associare ad ogni giorno della settimana alcune
97
devozioni che si prestavano ad alimentare la pietà e a
dare concretezza alla devozione.
Ma che cosa intendiamo per “devozione”? In
uno dei suoi significati più comuni, essa indica un rap-
porto particolarmente profondo e vivo con una persona:
un rapporto che implica rispetto e venerazione. Si parla
così di devozione verso i genitori, verso persone costi-
tuite in autorità, ma soprattutto si parla di devozione
verso Dio, verso Gesù Cristo e le persone a lui vicine, in
particolare verso la Vergine e i Santi. La devozione coin-
volge soprattutto i sentimenti dell'animo, muove il cuore;
è fatta perciò di fiducia, di affetto, di affidamento alla
persona che è oggetto di devozione. Si stabilisce una
sorta di "simpatia", cioè di intesa affettiva e di comunan-
za di sentimenti tra la persona devota e il santo, simpatia
che si esprime in atti di devozione come la venerazione
delle immagini, il culto delle reliquie, la celebrazione del-
la festa, offerte votive di fiori, di ceri, di cose personali
care o preziose, pellegrinaggi, ecc. Quando poi la devo-
zione si dirige alle Persone divine, allora essa si esprime
in sentimenti di adorazione, di lode, di ringraziamento.
La componente affettiva, che spesso viene inten-
samente coinvolta, può esporre la devozione al pericolo
di varie deformazioni, quali il sentimentalismo superficia-
le e puramente emotivo, forme strane di pratiche devo-
zionali che sfiorano la superstizione, maniere goffe e af-
fettate di religiosità che prendono l'aspetto del bigotti-
smo. Tutto questo rende antipatica la devozione e rischia
di allontanare molte anime "normali" dalla fede.
Invece occorre, appunto, normalità. La normalità
nelle devozioni presenta due elementi essenziali: la sem-
plicità e l'autenticità. La semplicità riguarda l'atteggia-
mento e le disposizioni interiori della persona devota.
98
Essere semplici non è facile, specialmente nelle persone
adulte; in esse prevale l'aspetto "sociale" nelle relazioni
con le persone, mentre la semplicità è caratterizzata dal-
l'aspetto "famigliare" nel rapporto con gli altri. In fami-
glia non ci sono le complicazioni, le forzature, le coper-
ture che spesso prevalgono nella vita sociale. Per capire
e vivere le devozioni - la devozione a Gesù Cristo,
alla Madonna, ai Santi - occorre ritrovare la dimen-
sione famigliare del nostro rapporto con Dio, occorre,
se necessario, farci piccoli, semplici come bambini; oc-
corre la "pietà".
Intendiamo qui la pietà vera, nel suo significato
cristiano più autentico e profondo, quello che corrispon-
de al dono dello Spirito Santo, il dono, appunto, della
Pietà. E' il dono che ci dà il senso gustoso e gioioso della
nostra filiazione divina, della dimensione appunto fami-
gliare e filiale del nostro rapporto con Dio. Farci piccoli
e saper tornare semplici come bambini è una vera con-
versione alla quale Gesù stesso ci chiama. Certamente
nell'adulto questa semplicità di bambini deve irrobustirsi
con una solida pietà dottrinale che tiene la devozione,
soprattutto se intensa e fervorosa, solidamente ancorata
alle verità della fede.
"Pietà di bambini e dottrina di sicuri teologi"
era solito dire San J. Escrivà,58 ed è come dire che alla
semplicità deve andare unita l'autenticità. E' questo l'al-
tro elemento della vera devozione e riguarda il contenuto
delle devozioni. Deve essere un contenuto dottrinalmen-
te sicuro, approvato dalla Chiesa, che ha almeno implici-
tamente il suo riscontro nella Liturgia. Una pietà liturgi-
ca ha già in sé una garanzia di autenticità.

58 San J. Escrivà, E' Gesù che passa, n. 10


99
E proprio con l'occhio rivolto alla Liturgia della
Chiesa possiamo ora vedere le devozioni che la pietà cri-
stiana ha collegato con i singoli giorni della settimana.

36 – Devozione alla Santissima Trinità

La "feria seconda" della settimana era per i Ro-


mani il giorno della Luna, il Lunedì. Nella pietà cristiana
andò formandosi la tradizione di dedicare il lunedì a due
devozioni: la devozione alla Santissima Trinità e la devo-
zione alle Anime del Purgatorio. Sembrano devozioni
molto lontane tra loro, in realtà fanno ambedue riferi-
mento alla Liturgia domenicale. Abbiamo visto, infatti,
che la domenica è il Giorno del Signore, delle sue "ope-
re", ed è il giorno della Chiesa. Ora, la nostra anima,
quando è mossa dalla fede e dall'amore, sente il bisogno
di passare dalla celebrazione delle opere di Dio alla con-
templazione del mistero stesso di Dio, Uno e Trino, e di
vivere un rapporto più profondo con le singole Persone
divine. Nel messale romano la prima delle messe votive è
appunto quella dedicata al mistero della Santissima Trini-
tà.
E' il mistero che racchiude tutta la nostra fede
e fonda l'essenza stessa della vita cristiana. Infatti an-
che il mistero di Cristo discende dal mistero trinitario,
tanto che San Giovanni ha potuto scrivere che tutto il
vissuto della fede cristiana sta nel rapporto intimo - con-
versatio - con il Padre, con il Figlio nello Spirito Santo.
La vita cristiana è dunque "vita trinitaria", e noi, senza la
rivelazione di questo mistero, mai avremmo potuto co-
noscere Dio veramente e con pienezza.

100
Dio è amore, e l'amore è "effusivo", ha bisogno
cioè di manifestarsi e di comunicarsi. E quanto più l'a-
more è grande e profondo, tanto più tende ad effondersi
e a donarsi in ciò che di più personale e di più intimo
esso possiede. Ora, essendo puro e solo Amore, Dio non
può che rivelare sé stesso, la sua intimità più profonda.
La Trinità è appunto "l'intimità di Dio", l'abisso ab-
bagliante della sua vita intima, che è vita tri-personale.
La Trinità costituisce dunque ciò che è più proprio di
Dio, esclusivo e costitutivo del suo Essere divino.
Nessuno avrebbe potuto conoscere questo miste-
ro se Dio non lo avesse rivelato; è perciò il mistero qua-
lificante ed esclusivo della fede cristiana. In ogni altra re-
ligione l'unità di Dio rimane qualcosa di vago e astratto,
tanto che la divinità stessa resta così lontana da perdere
quasi ogni legame con il mondo e con gli uomini. Oppu-
re si arriva a considerare le perfezioni divine come altret-
tanti dei, che spesso degenerano in forme umane con i li-
miti e le debolezze proprie degli uomini.
D'altra parte, il politeismo delle religioni, frantu-
mando l'unità di Dio, ne falsa profondamente il concetto
e la natura, e ne corrompe il culto. La stessa Trimurti in-
duista non è che una forma di politeismo che, in mezzo a
una innumerevole moltitudine di divinità minori, ricorda
solo numericamente la Trinità ma non contiene alcuna
analogia col grande mistero della nostra fede.
D'altro lato, il monoteismo islamico, pur affer-
mando un unico Dio, personale e trascendente, giusto e
rimuneratore, considera la divinità come qualcosa di mo-
nolitico, che incombe sull'uomo, lasciando ben poco spa-
zio alla sua libertà e vincolandolo con un rapporto preva-
lentemente esteriore, legale e cultuale. Oltre al mistero
trinitario, l'Islamismo ignora completamente il mistero
101
della grazia; non riconosce in Gesù il Figlio di Dio, in-
carnato, morto e risorto per noi, il quale ha ottenuto che
gli uomini vivessero un rapporto con Dio totalmente
nuovo e gratuito, quello di figli. Anche il codice della re-
ligiosità islamica - il Corano - viene applicato come leg-
ge sociale e ordinamento politico, mentre il culto assorbe
gran parte della morale. In realtà, il Dio rivelatosi in
Gesù è Padre, Figlio e Spirito Santo, e si è rivelato come
il Signore di tutti i popoli della terra e insieme come Re-
dentore di ogni uomo.
Ci tornano alla mente nel loro significato più pro-
fondo le parole di Gesù alla Samaritana: "Credimi, o
donna, è giunto il momento (ed è questo) in cui né su
questo monte (il Garizim), né in Gerusalemme adorere-
te il Padre...".59 In senso allegorico la Samaritana è come
la personificazione dell'umanità e i vari mariti che la don-
na ha avuto possono significare allegoricamente i vari dèi
che l'umanità ha adorato e servito. Ma ora Gesù si è se-
duto al pozzo della nostra sete, sete di verità, la sete bru-
ciante che divora il cuore degli uomini. Gli rispose la
donna: ”So che deve venire il Messia; quando egli ver-
rà, ci annunzierà ogni cosa. Le disse Gesù: "Sono io,
che ti parlo". Gesù dunque non è un semplice uomo che
può avere avuto delle rivelazioni divine, è il Figlio di
Dio, l'inviato del Padre; in Lui Dio si è aperto all'uomo,
ha spalancato le profondità del suo essere divino, l'infini-
to mistero della sua vita intima. Cristo ha rivelato Dio al-
l'uomo e, attraverso Cristo, l'uomo può entrare nella "in-
timità di Dio". Come la Samaritana, anche l'umanità può
dire di Cristo: Ecco Colui che mi ha detto tutto quello

59 Gv. 4,21
102
che ho fatto, tutti i mariti che ho avuto, tutte le false di-
vinità che ho adorato.

37 – La Trinità: dono d’amore

Dio è Amore. La rivelazione che Egli ha fatto


della sua vita trinitaria, della sua "intimità", è una solenne
conferma di questa commovente verità. Succede così an-
che nel comportamento umano. Quando una persona ci
manifesta il suo mondo interiore, la parte più intima di sé
stessa, compie un gesto di grande fiducia e di stima ver-
so di noi. Noi stessi, quando ci confidiamo e apriamo la
nostra intimità ad un altro, sentiamo di fare una cosa
molto delicata e importante. E' come se facessimo dono
di noi stessi, è come se affidassimo ad altri ciò che sia-
mo, ciò che abbiamo di più personale e prezioso.
Ebbene, nel manifestarci la sua intimità, la sua
vita trinitaria, Dio ha voluto compiere verso di noi il più
grande gesto d'amore. Dio infatti non si è limitato a farci
conoscere il mistero del suo essere tripersonale, ce ne ha
fatto dono realmente, ci ha introdotti a partecipare alla
sua intimità. Così il Padre ha voluto che la sua paternità
nella quale genera eternamente il Figlio, si estendesse an-
che a noi, e ci ha fatti "figli adottivi"; il Figlio, pur essen-
do di natura divina, non considerò un tesoro geloso la
sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso assu-
mendo la condizione di servo e divenendo simile agli
uomini; apparso in forma umana, umiliò sé stesso fa-
cendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce
60
e diventando così "figlio dell'uomo" si è fatto nostro

60 Fil. 2,6 - 8
103
fratello primogenito; infine, lo Spirito Santo che
"inabita" nel Padre e nel Figlio come loro Amore, volle
estendere la sua inabitazione in noi effondendosi nei no-
stri cuori, diventando "l'ospite dolce" della nostra anima.
Dio, che cosa poteva fare di più per noi? A pen-
sarci bene, c'è da impazzire di felicità, di commozione, di
gratitudine; e c'è anche da coprirci di vergogna per la no-
stra indifferenza, ignoranza e ingratitudine. Solo in cielo
avremo l'esperienza diretta di questo Abisso di luce e di
gloria, di questo Oceano senza sponde, quando immersi
totalmente nel mistero trinitario, contempleremo le sin-
gole Persone divine nelle relazioni ineffabili che le distin-
guono e insieme nella infinita unità della loro unica natu-
ra divina.

38 – L’inabitazione della S.ma Trinità nell’anima

Abbiamo detto che la vita cristiana è vita trinita-


ria, è l'intimità col Padre, con il Figlio e con lo Spirito
Santo. Perciò la devozione alla Santissima Trinità non è
una semplice devozione ma è l'essenza stessa della vita
cristiana. Il fondamento di questa devozione sta appunto
in quella verità consolantissima che esprime l'amore infi-
nito di Dio per noi: l'inabitazione delle tre Persone divi-
ne nella nostra anima in grazia. Gesù afferma esplicita-
mente che se uno lo ama e fa la volontà del Padre “ver-
remo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.61 Sap-
piamo poi che nel Battesimo Dio ha santificato la nostra
anima e ci ha fatti diventare tempio della sua inabitazio-
ne.

61 Gv. 14,23
104
Ma la devozione alla Santissima Trinità, oltre che
una diretta conseguenza della inabitazione divina è anche
la caratteristica che esprime lo sviluppo autentico della
vita battesimale. Possiamo dire che il tratto intimo con
le singole Persone della Santissima Trinità rappre-
senta il vertice più alto della pietà cristiana. "Il cuore
sente il bisogno, allora, di distinguere le Persone divine e
di adorarle a una a una. In un certo senso, questa scoper-
ta che l'anima fa nella vita soprannaturale è simile a quel-
la di un infante che apre gli occhi all'esistenza. L'anima si
intrattiene amorosamente con il Padre, con il Figlio, con
lo Spirito Santo; e si sottomette agevolmente all'attività
del Paraclito vivificante, che ci viene dato senza nostro
merito: i doni e le virtù soprannaturali!".62
L'inabitazione della Trinità nella nostra anima ci
porta a rientrare in noi stessi, a scendere profondamente
nell'intimo della nostra coscienza e ad aprirci totalmente
a Colui che è l'unico, vero, interlocutore del cuore uma-
no e che, secondo l'espressione di Sant'Agostino, è “inti-
mior intimo meo"63, è cioè presente al mio essere più in-
timamente di quanto non sia presente io a me stesso.
Questo non significa che la devozione alla San-
tissima Trinità sia intimistica, una sorta di ripiegamento
su noi stessi o di chiusura nel nostro io. Tutt'altro! Il rap-
porto con le tre Persone Divine, quando è vissuto con
pietà autentica e sincera, ci porta invece fuori dal nostro
isolamento egoistico e dalla nostra mediocrità. Avvertia-
mo che Dio prende la nostra anima e le fa sentire che
Egli "in altis habitat" - abita le altezze, le altezze vertigi-
nose della santità assoluta, davanti alla quale la nostra
anima si sente infinitamente piccola e impotente, e le vie-
62 San J. Escrivà, Amici di Dio, n. 306
63 Confessioni, 3,6,11
105
ne spontaneo il grido di Pietro sul lago di Tiberiade:
Iube me venire ad te! Signore, comandamelo tu di venire
fino a te!
- Così l'anima si rivolge innanzitutto al Pa-
dre, lo invoca e gli chiede di salire fino al suo cuore: ad
cor tuum, dives in misericordia, fino a te, o Padre mio,
fino al tuo cuore paterno, ricco di misericordia! Pensan-
do allora alla caratteristica che identifica la prima Perso-
na, la paternità, ci torna alla memoria la figura commo-
vente del Padre buono nella parabola evangelica di Luca,
quel padre che non ha cessato un solo giorno di scrutare
l'orizzonte in attesa del figlio che l'aveva abbandonato,
quel padre che, scorgendo la figura barcollante del figlio,
ridotto da una vita disordinata e dalla sua stupidità ad un
rudere irriconoscibile, "quand'era ancora lontano, gli
corse incontro commosso, gli si gettò al collo e lo ba-
ciò".64 E ci immaginiamo la forza di quelle braccia im-
mense che avvolgono, come per nasconderla, la miseria
e le ferite del figlio ritrovato, la tenerezza di quell'ab-
braccio interminabile, il calore di quelle lagrime che riga-
vano la polvere su quel povero corpo sfinito per l'inedia
e la fatica, che si sforzava di mormorare: "Non sono più
tuo figlio!". Un figlio perduto e ritrovato, un figlio torna-
to a vivere sul petto di suo padre, dal quale uscivano,
come esplosioni di misericordia, i battiti di un cuore ca-
pace solo di amare. E ripetutamente gli diciamo: "Padre
mio, fammi salire fino a te, fino al tuo cuore ricco di mi-
sericordia!"
- La nostra anima si rivolge poi al Figlio,
perché la strada che porta alla casa paterna, alle braccia
del Padre ricco di misericordia, non l'hanno tracciata gli

64 Lc. 15,20
106
uomini, non l'abbiamo aperta noi con la nostra volontà
umana, l'ha tracciata con le sue orme insanguinate il Fi-
glio di Dio fatto uomo, Gesù, seconda Persona della
Santissima Trinità. Egli, facendoci partecipi della sua fi-
liazione divina, che è la caratteristica che lo identifica, si
è fatto per noi strada e cammino di salvezza: ”Nessuno
viene al Padre se non per mezzo di me... Io sono la Via,
la Verità, la Vita”.65
Così, la strada del nostro ritorno l'ha scavata la
croce sulla Carne del Figlio dell'uomo, dove l'Amore ha
aperto brecce ormai per sempre spalancate sull'oceano
della misericordia divina. Lì trova rifugio la nostra debo-
lezza, lì ricevono sollievo le nostre ferite, di lì passa la
nostra fatica di peccatori che vogliono dimenticare le
ghiande contese ai porci. E la nostra invocazione: "Co-
mandami, Signore, di venire fino a te!" diventa allora un
grido umile e forte all'Umanità crocifissa di Cristo: "In-
tra tua vulnera absconde me!, dentro le tue ferite na-
scondimi, o Signore!"
"Dentro le tue ferite! ...Incomincia così la nostra
divina avventura che ci porta a "scoprire" a una a una le
piaghe aperte di Cristo crocifisso. La piaga delle mani,
quelle mani che tanto hanno operato sulla nostra umanità
smarrita e dolente: la mano destra, che ha accarezzato
bambini, che ha risanato infermi, sollevato peccatori e si
è posata dolcemente sul capo di Giovanni; la mano sini-
stra, così forte nel cacciare demoni, così decisa nel vibra-
re la frusta contro i venditori del tempio, così tremante
di tristezza nell'offrire il boccone al traditore svelato; e
poi le ferite dei piedi, quei piedi che tanto hanno cammi-
nato sulle strade degli uomini in fuga dalla casa paterna, i

65 Gv. 14,6
107
piedi che si sono impolverati, affaticati e feriti sui sentieri
del Tabor, sulle pietre della via dolorosa, i piedi che la-
grime di pentimento hanno lavato, che baci ardenti han-
no coperto d'amore, che olio di nardo prezioso ha impre-
gnato di devozione; i piedi di Dio, che hanno lasciato
sulla terra orme divine per i piedi degli uomini, per i pie-
di di quanti vogliono seguirlo per annunciare nel mondo
il suo amore e la sua pace.
"Dentro le tue piaghe nascondimi!"... E' un modo
efficace per entrare nella vita di Cristo e percorrere il
cammino del pentimento, della purificazione, della con-
versione che porta alla casa paterna. "Ti sei "messo" nel-
la Piaga santissima della mano destra del tuo Signore, e
mi hai domandato: "Se una sola ferita di Cristo lava, ri-
sana, acquieta, fortifica e infiamma e innamora, che mai
faranno le cinque Piaghe aperte sul legno della
Croce?".66
Fra quelle cinque piaghe, la grande ferita che por-
ta all'intimità con Dio, ad incontrare la misericordia del
Padre e la grazia dello Spirito Santo, è la ferita del costa-
to: “Uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia...”
- il testo latino dice "aperuit", gli aprì; non la lancia ma
l'amore ha spalancato il Cuore del Figlio di Dio - Da
quella piaga si è aperto l'Oceano ed è traboccato sul
mondo: "...e subito ne uscì sangue ed acqua".67 Il san-
gue, le ultime gocce di sangue: esse esprimono il sacrifi-
cio totale di Cristo, il quale avendo amato i suoi, li amò
sino alla fine, e l'acqua: essa indica il dono dello Spirito
Santo; perciò il sangue e l'acqua alludono alla Eucaristia
e al Battesimo, i sacramenti che edificano la Chiesa. E'

66 San Escrivà, Cammino, n. 555


67 Gv. 19,34
108
lei la Sposa, senza ruga e senza macchia, nata dal fianco
di Cristo crocifisso.
A questa Piaga, breccia immensa e dolcissima del
Cuore di Cristo ormai spalancato per sempre sull'Oceano
della misericordia, a questa Piaga alludeva Gesù quando
disse: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me,
sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascoli (...) Sono
venuto infatti perché abbiano la vita e l'abbiano in ab-
bondanza”.68 A tutto questo vogliamo pensare quando
guardiamo a Gesù Crocifisso e gli diciamo: "Dentro le
tue piaghe nascondimi, o Signore".
- Dal fianco trafitto di Cristo è sgorgata
l'acqua salutare e vitale che allude allo Spirito Santo,
terza Persona della Santissima Trinità. Dono di Dio,
dono meritatoci da Cristo, lo Spirito Santo è stato effuso
nella nostra anima per essere luce e guida alla verità di
Dio: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Con-
solatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito
di verità (...) Egli vi guiderà alla verità tutta intera”.69
Perciò lo Spirito Santo, nella caratteristica che lo identi-
fica, la spirazione divina, per cui egli procede dal Padre
e dal Figlio, diventa per noi anche guida che conduce al
Padre e al Figlio; Egli è perciò la Luce dell'Amore, è lo
"splendore" della Verità. Così, la nostra preghiera: "Jube
me venire ad te, comandami, Signore, di venire fino a
te!" si completa con l'invocazione: "ad lucem quam in-
habitas!, fino a te, fino alla luce nella quale abiti!"
Lo Spirito Santo abita nella luce, è lo splendore
della luce. E' la Montagna di Dio. La vetta di una monta-
gna è sempre nella luce. Si veste di luce nel primo matti-
no quando ancora le tenebre ristagnano nelle valli e nelle
68 Gv. 10,10
69 Gv. 16,16
109
pianure, rimane immersa nella luce anche dopo il tra-
monto del sole quando le tenebre hanno già invaso la
terra. Perfino di notte una montagna rimane in certo qual
modo luminosa, come se una luce incantata, quella di
tutte le stelle del firmamento, la toccasse. Abitare nella
luce è abitare nello Spirito Santo. Egli conduce al Padre
e al Figlio, allo splendore della Verità. Jube me venire!
dimmi tu di salire fino a te, Signore, ad lucem quam in-
habitas!, alla luce dove tu abiti, eternamente!

Padre Jube me venire ad te:


ad cor tuum, dives in misericor-
dia!
Gesù: Jube me venire ad te:
intra tua vulnera!
Spirito Santo Jube me venire ad te
ad lucem quam inhabitas!

Queste giaculatorie che rivolgiamo alle singole


Persone della Santissima Trinità possono aiutarci a vive-
re un rapporto sempre più intimo e profondo con Dio
che, per mezzo della grazia, si è fatto presente e inabi-
tante nella nostra anima.

39 – La devozione alle anime del Purgatorio.

Dicevamo anche che il lunedì è dedicato dalla


pietà cristiana al suffragio e alla devozione alle anime del
Purgatorio. Il culto dei morti è stato praticato da sempre
presso gli uomini, ma diventa per noi cristiani espressio-
ne di fondamentali verità della nostra fede. Nella dome-
nica celebriamo le opere di Dio, il lunedì contempliamo
110
Dio stesso nella sua unità trinitaria; similmente, nella do-
menica celebriamo il mistero della Chiesa pellegrinante,
il lunedì ricordiamo la Chiesa purgante; ricordiamo cioè
le anime che, avendo terminato il loro viaggio terreno,
hanno bisogno di essere purificate per entrare nella visio-
ne beatifica della Santissima Trinità.
E' una verità rivelata da Dio che, dopo la nostra
morte, “tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale
di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle
opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in
male”.70 Come avvenga questo giudizio è variamente de-
scritto dai teologi e dai santi. La cosa importante è che
l'anima, dopo la morte, viene a trovarsi "sola" con il
suo Dio; sola, cioè senza veli, senza schermi, senza lo
specchio del corpo che le faceva percepire i suoi moti, le
sue decisioni, il suo atteggiamento più profondo: il suo
"essere-nel-tempo". Ora, Dio è il tre-volte-Santo, la san-
tità assoluta, e nulla di imperfetto o di minimamente im-
puro può coesistere con la perfetta comunione con lui,
dalla quale deriva la nostra beatitudine eterna.
Un'anima che, al momento della morte, non abbia
completato la sua purificazione da tutto ciò che è incom-
patibile col perfetto amore di Dio - peccati veniali, abitu-
dini non completamente rettificate, attaccamenti disordi-
nati alle cose di questo mondo, peccati ai quali non è se-
guito un perfetto pentimento o un'adeguata penitenza,
ecc. - un'anima in siffatte condizioni non è pronta per en-
trare nella vita eterna, cioè nella gloria del Cielo. E' ne-
cessaria una purificazione che solo Dio, con la sua mise-
ricordiosa giustizia, può compiere. Infatti, separata dal
suo corpo, l'anima ha cessato il suo "essere-nel-tempo",

70 2 Cor. 5,10
111
e rimane perciò impotente, incapace di compiere una
qualsiasi cosa per sé stessa. E pur ardendo di intenso de-
siderio di purificazione, perché l'amore di Dio è ormai
perfetto e definitivo in lei, non può essere aiutata che da
altri.
Il Purgatorio - così si chiama la condizione della
anime che hanno bisogno di completare la loro purifica-
zione - ci rivela così una bellissima e commovente verità
della nostra fede: la Comunione dei Santi. Noi, che for-
miamo la Chiesa ancora pellegrina sulla terra, possiamo
aiutare i nostri fratelli della Chiesa purgante con la pre-
ghiera, con i suffragi, attingendo ai meriti di Cristo, della
Vergine e dei Santi; soprattutto possiamo ricorrere al sa-
crificio eucaristico della Santa Messa. D'altra parte, le
anime del Purgatorio possono pregare e intercedere per
noi, per le nostre necessità, particolarmente per le neces-
sità spirituali. "Le anime sante del Purgatorio. - Per do-
vere di carità, di giustizia, e anche per giustificabile egoi-
smo - sono così potenti davanti a Dio! - tienile molto
presenti nei tuoi sacrifici e nella tua orazione. Potessi tu
dire, nel nominarle: "Le mie buone amiche, le anime del
Purgatorio...".71

40 – I suffragi

Come ogni trasgressione, anche il peccato com-


porta una colpa e una pena. Ci sono colpe "mortali" che
comportano una pena eterna perché ci separano da Dio e
ci fanno perdere la comunione con Lui, e ci sono altre
colpe, dette veniali, che non ci separano da Dio ma ci

71 San Escrivà, Cammino, n. 571


112
raffreddano nell'amore verso di Lui e comportano una
pena temporale. La colpa viene tolta da Dio con il penti-
mento sincero e con la contrizione del cuore nel Sacra-
mento del Perdono, la pena viene cancellata con la ripa-
razione e l'espiazione. Perciò "il cristiano deve sforzarsi,
sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di
ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente
la morte, di accettare come una grazia queste pene tem-
porali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere
di misericordia e di carità, come pure mediante la pre-
ghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi com-
pletamente dell'"uomo vecchio" e a rivestire "l'uomo
nuovo".72
Una possibilità di remissione della pena tempora-
le per i peccati già rimessi quanto alla colpa è offerta dal-
la Chiesa con le indulgenze. La Chiesa è ministra della
Redenzione, e ha ricevuto l'autorità di attingere al tesoro
dell'espiazione di Cristo, della Vergine e dei Santi per di-
spensarlo alle anime che abbiano le dovute disposizioni.
Le anime del Purgatorio presentano le necessarie dispo-
sizioni perché sono ormai pervase dall'amore di Dio che
le spinge a un vivo desiderio di espiazione.
Fin dai primi tempi la Chiesa ha fatto memoria
dei defunti e ha offerto suffragi per la loro purificazione.
Lo testimoniano le innumerevoli invocazioni disseminate
nei cimiteri cristiani e soprattutto la Liturgia per la sepol-
tura e la commemorazione dei fedeli "che si sono addor-
mentati in Cristo". Le varie liturgie eucaristiche per i de-
funti sono tutte pervase da speranza, da fiducia nella mi-
sericordia di Dio alla quale viene affidata l'anima che ha
lasciato questo mondo, perché, purificata totalmente dal

72 Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1473


113
sacrificio e dal sangue di Cristo, possa entrare nel "ripo-
so e nella pace" del Cielo.
Perciò, preghiere di suffragio, elemosine, indul-
genze, e soprattutto il sacrificio della Santa Messa costi-
tuiscono un modo squisito e assai gradito a Dio di prati-
care l’amore fraterno verso i defunti e di vivere la Comu-
nione dei Santi. La stessa commemorazione liturgica del
2 novembre è nata come prolungamento e completamen-
to della solennità di Tutti i Santi. Sappiamo che la morte
non spezza i legami che ci uniscono a Cristo e nemmeno
i legami che, per la fede in Cristo, ci tengono uniti ai no-
stri cari, anzi, essi diventano stabili e ancor più profondi;
solo l'inferno ci distacca totalmente e per sempre da Dio
e perciò perdiamo irrimediabilmente i nostri cari.
Nel Purgatorio le anime sono assetate di Dio, e il
desiderio di dargli gloria e di lodarlo nel cielo le divora.
Il loro amore a Dio, ormai perfetto, e la brama di purifi-
carsi le rende immensamente gradite al Signore, e perciò
Egli è incline ad esaudirle nelle preghiere che esse gli ri-
volgono per noi. Si stabilisce perciò una meravigliosa
comunione di beni tra i santi che sono in cielo, i defunti
che stanno in attesa della vita eterna e noi che ancora
stiamo lottando sulla terra per mantenerci fedeli e arriva-
re alla meta.
Nel dedicare la feria del lunedì alla memoria dei
defunti, la Liturgia della Chiesa e la pietà cristiana si tro-
vano così misticamente concordi nel celebrare la miseri-
cordia del Signore che purifica e che salva, nel proclama-
re davanti agli uomini la propria fede nella resurrezione
della carne e nella vita eterna, e nell'impetrare per i de-
funti la luce e il riposo eterno.

114
MARTED Ì

41 – Devozione agli Angeli Custodi

La pietà cristiana ha dedicato la feria terza, gior-


no intitolato a Marte, dio della guerra - dies Martis, mar-
tedì - alla devozione verso gli Angeli Custodi, a quegli
spiriti celesti che hanno ricevuto da Dio il compito di
mettersi a custodia e a difesa degli uomini durante il tem-
po della prova, il tempo della loro vita terrena. Nella
Bibbia, sono molti i passi che fanno riferimento agli spi-
riti celesti e ce ne descrivono i ruoli e le mansioni. Pos-
siamo riassumerli in tre incarichi principali. Innanzitutto
gli angeli hanno l'incarico di proteggere e difendere le
creature di Dio in particolare le creature umane; stanno
poi davanti a Dio per servirlo e sono suoi messaggeri
presso gli uomini; infine portano davanti al trono di Dio
le nostre preghiere, i nostri sacrifici e le nostre opere
buone.
Gli Angeli sono chiamati "milizie celesti" perché
hanno contrastato il demonio e i suoi angeli ribelli a Dio.
“Ci fu grande battaglia in cielo: Michele e i suoi Angeli
combatterono contro il drago. Il drago combatteva in-
sieme con i suoi angeli ma non prevalsero e non ci fu
più posto per essi in cielo”.73 Quella battaglia non è fini-

73 Ap. 12,7 - 9
115
ta, si è spostata sulla terra. Il demonio ha sedotto l'uma-
nità trascinandola nella ribellione e, benché sconfitto da
Cristo, esso continua a contendersi il cuore degli uomini.
La vita dell'uomo sulla terra è diventata così "una
milizia" - Militia est vita hominis super terram -. E’ una
battaglia che si combatte su più fronti: uno è dentro di
noi, ed è costituito dal disordine delle passioni provocato
in noi dal peccato. Un altro è quello aperto dalle conti-
nue insidie del Maligno, che viene descritto da San Pie-
tro come "un leone ruggente che ci gira attorno cercan-
do chi divorare".74 Effettivamente, non potendo nulla
contro Dio, il demonio e i suoi angeli si accaniscono
contro l'uomo che porta l'immagine di Dio. Un altro
fronte ancora vede in azione i complici e gli alleati del
maligno, cioè lo spirito del mondo e i suoi discepoli. Eb-
bene, il Signore non ci ha lasciati soli in questa battaglia;
i suoi Angeli, che hanno contrastato Lucifero nel cielo,
continuano la loro battaglia sulla terra proteggendo ed
aiutando tutti noi nella lotta contro l’angelo delle tenebre
e contro il suo potere.
E' poi convinzione diffusa nella tradizione della
Chiesa che, non solo le singole persone hanno il loro an-
gelo custode, ma anche le famiglie, le istituzioni, le città,
gli Stati; le persone stesse che siano rivestite di una par-
ticolare missione hanno un angelo tutelare; così i genito-
ri, i sacerdoti, i vescovi... hanno un loro angelo "ministe-
riale". Il Signore sa che la nostra battaglia non conosce
frontiere né di spazio né di tempo; il demonio e i suoi an-
geli non si concedono tregua: seminano errori, suscitano
eresie, diffondono menzogne; non solo, ma cercano an-
che di impedire in tutti i modi l'azione salvifica della

74 1 Pt. 5,8
116
Chiesa: ostacolano il lavoro dei sacerdoti e dei genitori
cristiani, suggestionano l'intelligenza di molti con dottri-
ne false e talvolta deliranti, scatenano persecuzioni ora
subdole, ora violente contro la Chiesa, seminano divisio-
ni nelle famiglie e nella società, sollevano popolo contro
popolo scatenando guerre crudeli e feroci...
In questa lotta dove entrano la cattiveria umana e
l'azione del demonio in un miscuglio funesto e tragico
possiamo contare innanzitutto sulla grazia che Dio non
ci fa mai mancare, e sulla potente protezione della Ma-
donna che possiamo ben chiamare "terrore dei demoni",
ma anche sull'aiuto e sulla collaborazione di quegli spiriti
celesti che Dio ha mandato a nostra custodia e protezio-
ne. Sacerdoti e Vescovi per la comunità dei fedeli, ma
anche governatori di città e reggitori di popoli possono
affidarsi alla potente custodia degli angeli tutelari. So-
prattutto i genitori dovrebbero coltivare la cristiana
abitudine di ricorrere tutte le sere agli angeli custodi
della loro famiglia e della loro casa. Così dice una pre-
ghiera della Chiesa: "O Dio onnipotente ed eterno, man-
da dal cielo il tuo santo angelo a custodire, confortare,
proteggere, visitare e difendere quanti abitano questa
casa".

42 – Gli Angeli: nostri amici

Gli Angeli Custodi, pur essendo al nostro fianco


come amici e compagni di viaggio, e come protettori e
alleati nelle nostre battaglie contro il male, non hanno la-
sciato la loro condizione di spiriti beati, cioè di spiriti che
godono in cielo la visione di Dio e della sua gloria. Gesù
stesso, richiamando duramente coloro che attentano al-
117
l'innocenza dei bambini, ammoniva: “I loro Angeli vedo-
no sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.75 Da
questa condizione inerente al loro stato di beatitudine di-
scende l'altra missione loro affidata da Dio, missione che
la Chiesa ci ricorda nella sua Liturgia: "Fa o Signore, che
possiamo godere la protezione degli Spiriti beati che
stanno sempre davanti a te per servirti e contemplano la
gloria del tuo volto".
Gli Angeli dunque stanno accanto a noi per
proteggerci e stanno davanti a Dio per servirlo. Essi
servono Dio sia come "potenti esecutori dei suoi coman-
di, pronti alla voce della sua parola" 76, sia come messag-
geri - "angeli" - di Dio presso gli uomini. Nella Bibbia si
narrano molti episodi nei quali gli Angeli sono annuncia-
tori dei comandi e delle opere di Dio agli uomini. I più
noti e i più importanti sono certamente quelli che riguar-
dano la vita di Cristo. E' l'Arcangelo Gabriele che annun-
cia a Maria il disegno di Dio che la voleva Madre del Re-
dentore; è il coro festoso degli angeli che nel cielo di Be-
tlemme annuncia la nascita del Salvatore; è l'angelo che
in sogno indica a Giuseppe le decisioni da prendere in
conformità ai compiti che Dio gli affidava; sono ancora
gli Angeli che annunciano alle donne che Gesù è risorto
e poi ricordano agli apostoli che Gesù, salito al cielo,
tornerà alla fine dei tempi. Ora, questo ruolo di messag-
geri di Dio, gli Angeli continuano a svolgerlo per ciascu-
no di noi. Sono gli Angeli custodi che, con le loro ispira-
zioni, i loro suggerimenti, le loro luci interiori vanno ri-
cordandoci la volontà di Dio, le sue "chiamate", incorag-
giandoci ad essere anche noi docili e fedeli ai suoi co-
mandi.
75 Mt. 18,10
76 Salmo 103,2
118
Molti cristiani pensano che la devozione agli An-
geli custodi sia una devozione per bambini; non avendo
essi né esperienza, né capacità di difendersi, la provvi-
denza di Dio li avrebbe affidati alla custodia di un ange-
lo; quando, infatti, si è adulti servono molto di più l'espe-
rienza, la scaltrezza, le proprie risorse personali per af-
frontare le contingenze della vita. Troviamo invece che
Gesù stesso, fatto adulto e umanamente in pieno posses-
so della sua forza, nei momenti più impegnativi e decisivi
della sua missione è attorniato ed assistito dagli Angeli.
Così, dopo il suo digiuno nel deserto e nella sua lotta
contro il Maligno: ...Vennero gli Angeli e lo servivano;
così nel momento più duro della sua lotta, l'agonia nel-
l'orto degli ulivi, venne un angelo a confortarlo. Perciò,
siamo noi adulti che abbiamo maggiormente bisogno
dell'aiuto degli Angeli, noi adulti nelle nostre lotte inte-
riori, nelle tentazioni e nelle insidie tese dal Nemico, nei
momenti delle decisioni più impegnative della vita, noi
adulti con tanto di esperienza e di vita vissuta, consape-
voli e sicuri di noi stessi e delle nostre forze e tuttavia
così facili all'inganno della superbia, così inclini alla pre-
sunzione e alle sicurezze mondane, mai al sicuro dalla
improvvise impennate delle passioni.
Non solo dunque i bambini ma anche noi adulti
dobbiamo ricordarci che i nostri angeli "vedono sempre
la faccia del Padre che è nei cieli" e che abbiamo bisogno
delle loro ispirazioni quando dobbiamo insegnare, esor-
tare, consigliare, prendere decisioni per noi o per gli al-
tri. La devozione agli Angeli custodi può fare un gran
bene alla nostra anima ed essere di grande efficacia nel-
l'apostolato. Quando vogliamo avvicinare a Dio persone
che sono lontane dalla fede o dalla vita cristiana, gli An-
geli custodi di quelle persone e quelli nostri possono es-
119
sere buoni complici del nostro lavoro ed efficaci collabo-
ratori della grazia di Dio. Non dimentichiamo che anche
noi dobbiamo essere angeli per i nostri amici, angeli che
sanno annunciare Cristo e testimoniare a tutti le grandi
opere dell'amore di Dio.

43 – Gli Angeli, nostri messaggeri presso Dio

L'essere contemporaneamente davanti a Dio e ac-


canto agli uomini, permette agli angeli di farsi messagge-
ri di Dio presso gli uomini e insieme ambasciatori degli
uomini presso Dio. Nella preghiera eucaristica della
Messa il sacerdote si rivolge al Padre con queste parole:
"... fa che questa offerta, per le mani del tuo angelo san-
to, sia portata sull'altare del cielo, davanti alla tua maestà
divina...". Gli Angeli stanno dunque intorno all'altare con
l'incarico di portare davanti a Dio il sacrificio di Cristo
insieme al nostro sacrificio.
San Giovanni nell'Apocalisse così descrive questo
ruolo degli angeli: “Poi venne un angelo e si fermò al-
l'altare reggendo un incensiere d'oro. Gli furono dati
molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere
di tutti i santi (...) e dalla mano dell'angelo il fumo de-
gli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere
dei santi.77 Quando l'arcangelo Raffaele, "uno dei sette
che stanno sempre davanti al trono di Dio", si manifesta
a Tobi e a Sara, dice loro: “Sappiate dunque che, quan-
do tu e Sara eravate in preghiera, io presentavo l'atte-
stato della vostra preghiera davanti alla gloria del Si-
gnore”.78 Bossuet, parlando degli angeli custodi, dice
77 Ap. 8,3-4
78 Tob. 12,12
120
che essi "sono angeli di Dio perché egli li manda a noi
per assisterci, e sono angeli degli uomini perché noi li
rinviamo a Dio per ottenere la sua misericordia. Vengono
a noi carichi dei doni di Dio e tornano a Dio carichi delle
nostre preghiere; discendono per guidarci e salgono per
portare a Dio i nostri desideri e le nostre opere buone".79
Per questo gli angeli sono buoni testimoni della
nostra vita davanti a Dio. Se il demonio è il "grande ac-
cusatore" degli uomini, gli angeli sono i nostri buoni av-
vocati. Essi saranno i buoni testimoni del bene da noi
compiuto e saranno nostri difensori davanti a Dio nel
giorno del giudizio, e infine parteciperanno alla nostra
gioia "quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria
con tutti i suoi angeli".80
La devozione agli angeli custodi fa parte della
spiritualità cristiana di tutti i tempi, e ha alimentato in va-
ria misura la pietà dei Padri e dei Santi nella Chiesa.
Oggi un diffuso atteggiamento di sospetto e di scettici-
smo circonda questa devozione; ma noi dobbiamo ricor-
rere con fede e convinzione al nostro angelo custode, af-
fidandogli molti incarichi in molte cose. Non abbiamo
sulla terra un amico più potente e più fedele dell'angelo
custode. Sarà nostro compagno nel servire Dio qui sulla
terra e sarà poi insieme con noi a lodarlo e benedirlo nel
Cielo. "L'Angelo custode ci accompagna sempre come
testimone di grande spicco. Sarà Lui che, nel tuo giudi-
zio particolare, ricorderà le delicatezze che avrai avuto
verso nostro Signore durante la tua vita. Di più: qualora
ti sentissi perduto per le tremende accuse del nemico, il
tuo Angelo presenterà quegli slanci intimi del cuore -
forse da te stesso dimenticati - , quelle manifestazioni di
79 Bossuet, Sermone per la festa degli Angeli Custodi
80 Mt. 25,31
121
amore che avrai dedicato a Dio Padre, a Dio Figlio, a
Dio Spirito Santo.
Per questo, non dimenticare mai il tuo Angelo Custode,
e questo Principe del Cielo non ti abbandonerà né adesso
né al momento decisivo".81

44 – Gli Arcangeli

Degli angeli che stanno davanti al trono di Dio


per servirlo, la Bibbia ne ricorda in particolare tre, attri-
buendo ad essi un nome che è significativo della loro
missione: sono gli Arcangeli San Michele, San Gabriele e
San Raffaele. La Liturgia li ricorda insieme il 29 settem-
bre.
- L'Arcangelo San Michele il cui nome si-
gnifica "Chi è come Dio?", è ricordato nella Sacra Scrit-
tura come l'antagonista di Lucifero. E' chiamato "Princi-
pe delle schiere celesti", perché ha contrastato con i suoi
angeli rimasti fedeli la ribellione di Lucifero il quale,
sconfitto e scacciato dal cielo, divenne invece il "principe
di questo mondo", l'angelo delle tenebre. San Michele
viene quindi raffigurato nell'iconografia cristiana come
un guerriero, con corazza e spada, ora in atteggiamento
di difesa, ora nell'atteggiamento di attacco contro il "dra-
go" (Satana) secondo l'immagine descritta nell'Apocalis-
se. Perciò San Michele è da sempre invocato come pro-
tettore del popolo di Dio, sia dell'antico Israele, sia della
Chiesa, il nuovo Israele inaugurato da Cristo.
La Liturgia della Chiesa ci ha consegnato bellissi-
me preghiere per chiedere la protezione del grande Ar-

81 San Escrivà, Solco, n. 693


122
cangelo, soprattutto per i tempi di prova, come gli attua-
li: "O Dio, fa' che il glorioso Principe San Michele venga
in aiuto al tuo popolo, e lo difenda contro Satana e i suoi
alleati". - “O Arcangelo San Michele, difendici nella lot-
ta; contro le perfide insidie del demonio sii nostro presi-
dio. “Lo respinga Iddio!" imploriamo supplichevoli. E
tu, principe delle schiere angeliche, ricaccia nell'inferno,
con la forza di Dio, Satana e gli altri spiriti del male che
si aggirano nel mondo a rovina delle anime". E proprio a
difesa di ogni singola anima San Michele è invocato nel
momento della prova decisiva, il momento della morte,
quando Satana si contende ogni anima che lascia questo
mondo. "Che il vessillifero San Michele presenti quel-
l'anima davanti alla luce santa di Dio”.

- L'altro Arcangelo ricordato dalla Bibbia è


San Gabriele. Il suo nome significa "potenza di Dio".
Egli infatti è l'Angelo per eccellenza, il messaggero e an-
nunciatore delle grandi opere di Dio, le opere compiute
dalla potenza del Signore. E' il messaggero della vita e
della salvezza; preannuncia a Zaccaria il concepimento di
Giovanni Battista, e soprattutto annuncia a Santa Maria
il concepimento di Gesù. Viene perciò raffigurato quasi
sempre nel momento in cui porta il "lieto annuncio" alla
Madonna, in atteggiamento di grande venerazione verso
la Vergine, alla quale rivolge le parole ormai entrate per
sempre nella preghiera del popolo cristiano: "Ave, piena
di grazia, il Signore è con te."; un atteggiamento che è
anche adorazione del Figlio di Dio fatto uomo nel grem-
bo verginale: “...introducendo il Primogenito nel mondo
disse: lo adorino tutti i suoi angeli”. 82 Si pensa poi che

82 Eb. 1,6
123
fu San Gabriele l'angelo che nella notte di Natale annun-
ciò ai pastori la nascita del Bambino.83
Nella tradizione cristiana, la missione affidata a
San Gabriele, missione di essere annunciatore della vita
nascente, ha fatto del grande arcangelo il protettore del-
la famiglia, in particolare delle coppie che desiderano
o attendono un figlio. Dopo la Santa famiglia di Naza-
reth - Gesù, Giuseppe e Maria - la famiglia cristiana non
può contare su un protettore e un intercessore più effica-
ce dell'arcangelo San Gabriele. E' una devozione che i
genitori cristiani dovrebbero coltivare in modo da pren-
dere ogni figlio che arriva come una visita del dolce ar-
cangelo dell'Annunciazione, sapendo che un figlio non
arriva mai da solo ma sempre coperto dalla "potenza di
Dio" e accompagnato dalla sua provvidenza.
Purtroppo, oggi, molti genitori "temono" l'arrivo
di un figlio, lo paventano, e molti lo evitano volutamen-
te, e altri addirittura lo rifiutano o lo uccidono quando è
già germogliato nel grembo materno. Si dice che i geni-
tori della società consumistica "hanno ucciso la cicogna";
in realtà rifiutano la visita dell'arcangelo del Signore e
soprattutto fanno offesa all'Annunciazione del Signore.
Un figlio è qualcosa di eterno, di immensamente prezio-
so; le ricchezze di questo mondo passano, e passano gli
agi, le comodità, i piaceri... come anche finiscono le fati-
che, i sacrifici, le lagrime di questa vita; un figlio dura
83 La figura dell'Arcangelo San Gabriele come messaggero di Dio,
ha fatto pensare a Maometto di aver ricevuto il suo "Corano" pro-
prio da San Gabriele. E', ovviamente, una contraddizione, dal mo-
mento che l'arcangelo non poteva rivelare cose o principi che sono
in contrasto e addirittura sono la negazione di quanto aveva rivela-
to alla Vergine, a Zaccaria, ai pastori di Betlemme. Oppure, se di
angelo si è trattato, non può essere stato certamente un angelo del
Signore, e tanto meno l'arcangelo San Gabriele.
124
per sempre. Nella vita eterna, una sola creatura in più
rende felici per sempre il cielo e la terra e costituisce il
trofeo più splendido e prezioso per una madre. Le fami-
glie generose nell'accogliere la vita godono di una parti-
colare protezione dell'arcangelo San Gabriele. La Litur-
gia lo accomuna sempre al grande evento dell'Incarna-
zione: quando una donna dice "sì" alla vita, parteci-
pa al fiat di Maria, riceve l'omaggio dell'Arcangelo e
godrà del suo aiuto e della sua protezione.

- Infine, la Bibbia ci ricorda un terzo arcan-


gelo dei sette che stanno sempre davanti alla maestà di
Dio: San Raffaele. E' l'arcangelo conosciuto soprattutto
come protagonista della storia di Tobia. Quella storia è
come il paradigma della vita umana. Tobia, figlio di Tobi,
era un ragazzo quando dovette affrontare un lungo viag-
gio. Inesperto e per nulla pratico della strada cercò chi lo
accompagnasse; "...uscì e si trovò davanti l'angelo Raf-
faele". Tobia non sapeva che fosse un angelo ma ne spe-
rimentò la protezione lungo tutto il viaggio: quell’Ange-
lo lo salvò da molti pericoli, gli fece trovare il suo paren-
te Raguele e dopo averne guarita la figlia, Sara, gliela ot-
tenne in moglie. Riportato Tobia sano e salvo a casa,
l'arcangelo guarì anche il padre, Tobi, dalla sua cecità
portando consolazione e benedizione su tutta la casa.
Raffaele significa appunto "medicina di Dio", Dio guari-
sce e consola.
San Raffaele venne così considerato e invocato
come protettore dei giovani, soprattutto dei giovani che
stanno intraprendendo il viaggio della loro vita attraver-
so scelte e decisioni che impegneranno tutta la loro esi-
stenza. Sono le decisioni vocazionali, quelle cioè che co-
stituiscono la risposta a una chiamata di Dio secondo il
125
suo disegno. “Come ridevi, schiettamente, quando ti
consigliai di porre i tuoi verdi anni sotto la protezione di
San Raffaele! Perché ti conduca, come il giovane Tobia,
a un matrimonio santo, con una moglie buona, bella e
ricca - ti dissi scherzando. E poi, come sei rimasto pen-
soso, quando aggiunsi il consiglio di metterti anche sotto
il patrocinio dell’apostolo adolescente, Giovanni: se mai
il Signore ti chiedesse di più”.84
Del resto, per tutti la vita è un viaggio; un viag-
gio più o meno lungo, con tante o poche difficoltà, ma
per tutti è un viaggio in cui le occasioni di sbagliare stra-
da, di restare vittime di errori o di imboscate, di tentazio-
ni o di stanchezze, sono sempre possibili e rischiano di
compromettere la riuscita del nostro cammino. Avere un
San Raffaele che ci accompagna, che ci assiste nei mo-
menti più difficili, che ci ottenga la luce necessaria per
fare le scelte più giuste e la forza per portare a compi-
mento quello che Dio vuole da noi è un dono prezioso
della provvidenza di Dio. A volte l'arcangelo che Dio ci
fa incontrare può essere il confessore, un buon direttore
spirituale, o anche un amico ben formato che, con l'e-
sempio e il consiglio, ci può aiutare nelle scelte decisive.
Del resto, ognuno di noi, se vive vicino a Dio e cura la
propria formazione interiore, può diventare lampada che
illumina il cammino di quanti gli passano accanto, secon-
do il monito di Gesù: “Voi siete la luce del mondo”.
L'amicizia autentica, sincera e disinteressata, è sempre il
mezzo più efficace per farsi compagni di viaggio di chi
cerca e desidera l'incontro con Cristo.

84 San J. Escrivà, Cammino, n. 360.


126
45 – La Regina degli Angeli

Il culto degli angeli e degli arcangeli appartiene


alla più antica tradizione della Chiesa, anche se le loro
feste liturgiche - 2 ottobre per gli Angeli Custodi, 29 set-
tembre per gli Arcangeli - appaiono nella Liturgia solo
più tardi. Tuttavia il riferimento agli spiriti celesti è am-
piamente presente in tutta la liturgia, specialmente nei te-
sti che esprimono la lode e la gloria di Dio. Ricordiamo
fra tutti l'inno che introduce la preghiera eucaristica della
Messa: il Prefazio. E' un inno che presenta una grande
varietà di formule in relazione alla festa liturgica che vie-
ne celebrata, ma la conclusione contiene sempre il riferi-
mento agli angeli: "... E noi uniti agli Angeli e agli Ar-
cangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei
Cori celesti cantiamo l'inno della tua lode". Così gli An-
geli non cessano di proclamare Dio "tre volte santo", es-
sendo egli il Signore degli eserciti, colui che siede sui
Cherubini.
Ma la devozione agli angeli è intensamente radi-
cata e diffusa nella pietà cristiana, soprattutto popolare.
Un accostamento ormai consacrato dalla tradizione è
l'accostamento degli angeli alla Madonna. Raramente si
trovano raffigurazioni o immagini della Vergine senza un
corredo angelico. Angeli di tutte le "età": putti alati o an-
geli solenni e forti, e negli atteggiamenti più diversi: dalla
venerazione alla difesa, all'atteggiamento di servizio o
semplicemente di contemplazione. E' ampiamente giusti-
ficato il titolo mariano di "Regina degli Angeli".
Inoltre la preghiera all'Angelo Custode e a San
Michele Arcangelo, l'invocazione agli angeli all'inizio di
un viaggio o per qualche necessità sono ormai entrate
nel repertorio delle preghiere di devozione. Ed è a que-
127
sta pietà cristiana che forse si deve la consuetudine di
dedicare agli angeli la liturgia del martedì con la Santa
Messa votiva in loro onore. E proprio la preghiera-col-
letta della Messa votiva può aiutarci a rafforzare in noi la
devozione a questi grandi amici di Dio e potenti amici
dell'uomo: "O Dio, che chiami gli angeli e gli uomini a
cooperare al tuo disegno di salvezza, concedi a noi pel-
legrini sulla terra la protezione degli spiriti beati, che
in cielo stanno davanti a te per servirti e contemplano
la gloria del tuo volto".85

85 Preghiera colletta nella festa degli Arcangeli


128
M E R C O LE D Ì

46 – La devozione agli Apostoli

Nella nomenclatura pagana, il mercoledì - dies


Mercurii - era dedicato al dio Mercurio, una divinità ala-
ta perché si riteneva che fosse il messaggero degli dei.
Questo potrebbe far pensare agli angeli; in realtà nessun
accostamento è possibile tra il dio pagano e una qualche
entità della nostra fede.
La pietà cristiana, invece, ha collegato il mercole-
dì a due devozioni che sono tra loro molto diverse ma
sono accomunate dal riferimento alla realtà della Chiesa:
la devozione agli Apostoli e la devozione a San Giusep-
pe. Sono devozioni che, anche nella Liturgia, hanno ac-
quistato nel corso dei secoli un posto sempre più eviden-
te.
Gli Apostoli furono scelti da Gesù in numero di
dodici, secondo le dodici tribù d'Israele, a conferma che
la Chiesa, edificata sul fondamento degli Apostoli, dove-
va essere il nuovo Israele, il nuovo popolo di Dio. Nella
Liturgia essi vengono ricordati singolarmente con festa
propria; non esiste infatti una festa liturgica che li acco-
muni in un'unica celebrazione. Tuttavia, pur avendo cia-
scuno personalmente le prerogative proprie del carisma
apostolico e pur avendo ognuno doti di natura, di carat-
tere e di appartenenza sociale molto diverse, essi forma-
129
vano un "collegio", un corpo unitario con a capo San
Pietro. Così infatti vengono raffigurati fin dai primi tempi
nelle catacombe, nei sarcofagi, nei mosaici absidali delle
basiliche: tutti insieme attorno a Cristo rappresentato
quasi sempre nelle vesti di Buon Pastore e di Maestro.
Naturalmente, il raffigurarli insieme fa intendere che ve-
nivano pensati insieme e onorati insieme, tanto che era
diventato usuale chiamarli col termine evangelico: i "Do-
dici". Solo più tardi si sviluppò il culto per i singoli apo-
stoli, culto legato di solito al sorgere delle chiese locali
che vantavano la loro fondazione dall'uno o dall'altro dei
Dodici. Sta di fatto che gli apostoli hanno sempre evoca-
to nella liturgia e nel pensiero cristiano l'immagine della
Chiesa.
Oltre ad essere associati alla figura di Cristo
come Pastore e Maestro, immagine che richiama le pre-
rogative apostoliche, gli Apostoli venivano ricordati in
alcuni momenti particolari, legati alla loro esperienza co-
mune: quello della tempesta sul lago, che ricorda il mo-
nito del Signore a non temere le persecuzioni contro la
barca della Chiesa perché le "porte degli inferi non pre-
varranno"86; la moltiplicazione dei pani, che adombrava
il compito di distribuire il pane all'umanità affamata di
verità e di giustizia. Ma i momenti più significativi furo-
no quelli vissuti nel Cenacolo: l'ultima Cena e la Pente-
coste; sono questi gli episodi che ricorrono più frequen-
temente nelle raffigurazioni.
Del resto è nell'ultima Cena che Cristo affida agli
Apostoli il suo sacrificio, costituendoli in quel momento
sacerdoti, unendo così indissolubilmente Sacerdozio e
Sacrificio, le due realtà che costituiscono l’essenza stessa

86 Mt. 16,18
130
della Chiesa come sacramento di salvezza. Spesso l'ulti-
ma Cena viene raffigurata nel momento in cui Gesù svela
il traditore, dipingendo lo sconcerto e lo stupore sul vol-
to dei Dodici; dal punto di vista umano è certamente il
momento più drammatico, ma non è il più importante né
il più intenso. Il momento centrale e determinante della
Cena è quello in cui Gesù, distribuito il pane e il vino
convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue, conclude:
“Fate questo in memoria di me”.87 Da quel momento
fino alla fine dei tempi la Chiesa, fondata sugli Apo-
stoli, avrà il compito di perpetuare il Sacerdozio e il
Sacrificio di Cristo per la salvezza di tutta l'umanità.
Gli Apostoli chiameranno quel momento "fractio panis",
il rito di “spezzare il Pane”, rito che diventerà il cuore di
tutta la Liturgia.
L'altro momento che vede gli Apostoli tutti insie-
me nel Cenacolo è il momento della Pentecoste. Nel Ce-
nacolo sono presenti Maria, gli Apostoli e i pochi disce-
poli rimasti fedeli. E’ tutta la Chiesa, la Chiesa nascente;
ma è ancora come un corpo senza la sua anima. Quando
lo Spirito Santo discenderà su Maria e da lei sugli Apo-
stoli e su tutti i presenti, quel corpo viene percorso da un
“alito di vita”, e quell’assemblea di persone diventa la
Chiesa vivente. E' il vero “momento” degli Apostoli. Se
nell'ultima Cena essi diventano sacerdoti di Cristo per
tutta la Chiesa, nella Pentecoste vengono consacrati
"apostoli" per tutta l'umanità.
C'è infine un altro momento, non documentato
dai Vangeli ma desunto dalla Tradizione, forse l’ultimo,
in cui gli Apostoli sono di nuovo riuniti insieme e richia-
mano tutta la Chiesa: il momento della "Dormizione del-

87 Lc. 22,19
131
la Vergine Maria”. Vengono raffigurati intorno al sepol-
cro vuoto della Madonna o, come nelle icone orientali,
intorno al letto regale della loro Regina "addormentata"
nelle braccia di Dio.
Le feste liturgiche che ricordano questi momenti
- il giovedì santo, la Pentecoste, l'Ascensione e l'Assun-
zione di Maria - non sono propriamente feste degli apo-
stoli, sono semmai feste della Chiesa perché celebrano il
"mistero della Chiesa", ma proprio per questo la presen-
za del Collegio apostolico acquista un valore e un signi-
ficato determinanti: da allora fino alla fine dei tempi, lì
dove sono gli Apostoli, lì troviamo la Chiesa. Ed è per
questo che la Chiesa è contrassegnata dalla nota di
"apostolica".

47 – La Chiesa è “apostolica”

La devozione agli Apostoli in quanto "collegio


dei Dodici" - le dodici colonne della Chiesa - come appa-
iono nei grandi cicli musivi o pittorici delle antiche chie-
se, non è molto presente nel popolo cristiano, il quale ha
invece orientato la sua devozione ai singoli apostoli, so-
prattutto, com'era naturale, agli apostoli più famosi: Pie-
tro, Paolo, Giovanni, Andrea. La memoria di tutti gli
Apostoli si è conservata invece nella liturgia che assegna
la Messa votiva degli Apostoli alla feria quarta della set-
timana, il mercoledì. I testi liturgici che appaiono nella
messa votiva non fanno riferimento agli avvenimenti che
invece vengono raffigurati dalla iconografia tradizionale,
bensì al ruolo e alla missione specifica che i Dodici han-
no ricevuto da Cristo stesso: essere testimoni della sua
persona e della sua vita, araldi autoritativi del suo Van-
132
gelo e depositari dei mezzi da Lui istituiti per la salvezza
degli uomini: i Sacramenti.
Questa missione e questi poteri sono passati ai
successori degli Apostoli: il Papa e i Vescovi. Perciò,
quando essi agiscono come pastori della Chiesa, agisco-
no sempre con l'autorità degli Apostoli. Tuttavia i Dodici
resteranno il fondamento di tutta la Chiesa; il loro inse-
gnamento - la Tradizione apostolica - resterà per sempre
il termine di riferimento della fede di tutti i credenti, e la
loro testimonianza la prova irrefutabile per ogni certez-
za. Per questo saranno anche i giudici delle dodici tribù
d'Israele e di quanti hanno fatto parte del gregge di Cri-
sto.
Tutto questo lo troviamo espresso nelle preghiere
della Messa votiva: "Esulti sempre, o Signore, la tua
Chiesa, radunata nella memoria gloriosa dei santi Apo-
stoli, e fedele alla dottrina e all'esempio dei suoi primi
pastori, proceda sicura sotto la loro guida e
protezione".88 E conclude: "Concedi a noi tuoi fedeli, Si-
gnore, ad imitazione della prima comunità cristiana, di
perseverare nella dottrina degli Apostoli, nell'unione fra-
terna, nella frazione del pane e nelle preghiere". Assieme
alla missione apostolica dei Dodici, missione che conti-
nua nel tempo l'opera di Cristo, la Liturgia ricorda due
aspetti che interessano tutti noi: il loro esempio e la loro
protezione.
Tutta la Chiesa è apostolica, e non solo perché è
fondata sugli Apostoli, ma anche perché è animata da
spirito apostolico. Ogni cristiano, sull'esempio degli
Apostoli, deve considerarsi e comportarsi da testimo-
ne e annunciatore di Cristo. La mattina stessa della

88 Messa votiva degli apostoli: Preghiera - colletta


133
Pentecoste, i Dodici, prima timidi, incerti, addirittura
paurosi, si lanciano coraggiosamente nelle piazze di Ge-
rusalemme e nel Tempio, a proclamare Cristo con forza,
con sicurezza, con passione. Non hanno timore né ver-
gogna di presentarsi come seguaci di un "giustiziato"
sulla croce, di uno che i capi hanno rifiutato e condanna-
to come impostore; non si curano di essere considerati
ubriachi o fanatici, né di qualsiasi altro giudizio su di
loro, e non si meravigliano né si lamentano di incontrare
l'incomprensione e la persecuzione, ma se ne vanno “…
lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di
Gesù. E ogni giorno (...) non cessavano di insegnare e
di portare il lieto annuncio che Gesù è il Cristo”.89
Probabilmente noi non dovremo comparire da-
vanti a tribunali, o subire violenze per il nome di Cristo;
dovremo invece testimoniare la nostra fede in un am-
biente scristianizzato che considera Dio un sovrappiù
inutile, la religione una cosa superata, la Chiesa un ente
per il volontariato e la beneficenza. Dobbiamo accettare
con pace e insieme con consapevole fierezza il fatto che,
essere cristiani coerenti con la propria fede significa an-
dare contro corrente, significa vivere in una società dove
l'arma del ridicolo, dell'emarginazione o della squalifica
per chi è credente, può essere usata contro di noi in tutti
gli ambienti ufficiali: la cultura, la politica, gli ambienti di
lavoro e gli ambienti professionali. Ma dobbiamo anche
ricordarci che accanto alla predicazione solenne e au-
toritativa degli Apostoli c'era l'umile e silenziosa te-
stimonianza del cristiano "corrente", la catechesi
semplice ma efficace dell'amico con l'amico, del soldato
col compagno d'armi, della schiava con la sua padrona, e

89 Atti, 5,41-42
134
soprattutto della madre col figlio e col marito, del fratel-
lo col fratello...; e tutto veniva confermato con l'esempio
di una vita coerente con la fede professata.

Molti cristiani sanno parlare con grande entusia-


smo e con passione del proprio lavoro, della propria fa-
miglia, dei propri ideali politici, o anche semplicemente
dei propri hobbies o della "squadra del cuore", ma resta-
no muti e impacciati quando si tratta di parlare di Gesù
Cristo, della fede o dei comandamenti di Dio. E questo
sotto la singolare giustificazione che queste cose sono
del tutto personali e ognuno le risolve nella propria co-
scienza, lontano da qualsiasi interferenza esterna, oppure
sotto la strana convinzione che bisogna portare rispetto
alle opinioni altrui, come se dissentire fosse un'offesa e
quasi dovessimo chiedere scusa per essere credenti. La
realtà è che manchiamo di formazione, formazione reli-
giosa ma anche formazione umana: chiarezza interiore,
fortezza d'animo, fermezza di convinzioni e amabilità di
carattere, lealtà, ottimismo, capacità di amicizia... Ma
soprattutto ci manca un vero e profondo amore a Gesù
Cristo, e una sincera preoccupazione per gli altri, per la
loro anima e per la loro salvezza eterna.
Per essere apostoli di Gesù Cristo occorre vivere
molto vicini a lui - “Chiamò a sé quelli che egli volle...
Ne costituì Dodici che stessero con lui” 90 - ; occorre
cioè molta vita interiore, fatta di amicizia, di consuetudi-
ne, di tratto assiduo e intimo con Gesù, così da com-
prendere l'urgenza che ardeva nel suo cuore: ignem veni
mittere in terram! - Sono venuto a portare il fuoco sulla
terra; e come vorrei che fosse già acceso! 91 "Devi com-
90 Mc. 3, 13
91 Lc. 12, 49
135
portarti come una brace ardente, che appicca fuoco
ovunque si trovi; o per lo meno, fa' in modo di innalzare
la temperatura spirituale di quanti ti stanno intorno, por-
tandoli a vivere un'intensa vita cristiana".92 “D'altronde,
chi ha detto che per parlare di Cristo, per diffondere la
sua dottrina, sia necessario fare cose speciali e strane?
Vivi la tua vita ordinaria, lavora dove già sei, adempi i
doveri del tuo stato e compi fino in fondo gli obblighi
corrispondenti alla tua professione o al tuo mestiere, ma-
turando, migliorando ogni giorno. Sii leale, comprensivo
con gli altri, esigente verso te stesso. Sii mortificato e al-
legro. Sarà questo il tuo apostolato. E senza che tu ne
comprenda il perché, data la tua pochezza, le persone del
tuo ambiente ti cercheranno e converseranno con te in
modo naturale, semplice - all'uscita dal lavoro, in una
riunione di famiglia, nell'autobus, passeggiando o non
importa dove -: parlerete delle inquietudini che si trova-
no nel cuore di tutti, anche se a volte alcuni non voglio-
no rendersene conto. Le capiranno meglio quando co-
minceranno a cercare Dio davvero".93
Se ci sforzeremo di seguire l'esempio degli Apo-
stoli ed essere anche noi annunciatori di Cristo al mondo
di oggi potremo contare certamente sulla loro interces-
sione e sulla loro protezione.

48 – La devozione a S. Giuseppe

L'altra devozione alla quale la pietà cristiana ha


dedicato il mercoledì è la devozione a San Giuseppe. An-
che la Liturgia prevede una messa votiva al santo Pa-
92 San Escrivà, Forgia, n. 570
93 San J. Escrivà, Amici di Dio, n. 273
136
triarca nella feria quarta della settimana. La sorte toccata
al culto di San Giuseppe è simile a quella toccata al culto
verso Santa Maria. Agli inizi era Cristo la figura che con-
centrava tutta l'attenzione, la riflessione, e il culto della
Chiesa. Man mano però che essa penetrò il mistero di
Cristo vide sempre più chiaramente il ruolo e la parte che
ebbero in questo mistero personaggi che Dio stesso ave-
va scelto perché cooperassero all'opera della Redenzio-
ne: gli stessi Apostoli, e soprattutto la Madonna e, ac-
canto a Lei, San Giuseppe.
Giuseppe è l'uomo del silenzio - non una parola
di lui è riportata nel Vangelo -, ma il suo silenzio è scan-
dito da un servizio eroicamente umile, assoluto, sacrifi-
cato, al disegno di Dio; per cui da quel silenzio è venuta
a poco a poco emergendo la figura gigantesca di un Pa-
triarca che ha servito Dio come nessun altro, con compiti
e responsabilità uniche nella storia della salvezza. Da
esse deriva anche la sua grande dignità che lo colloca al
di sopra di tutti i santi, inferiore soltanto alla Vergine
Maria.
Egli fu prima di tutto questo: lo sposo verginale
della Madre di Dio. Fu vero sposo, unito a Maria da
vero vincolo sponsale, ratificato da un esplicito interven-
to di Dio: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di
prendere con te Maria, tua sposa...” 94 Come la materni-
tà divina è stata il fondamento di tutti i privilegi di Maria
Santissima, così l'essere stato lo sposo della Madre di
Dio costituisce il fondamento della grandezza e della ec-
celsa dignità di San Giuseppe. Sappiamo che il suo amo-
re per Maria non fu un amore coniugale, bensì verginale;
ma questo lo portò ad amare la sua sposa di un profondo

94 Mt. 1, 20
137
e tenerissimo amore sponsale, assolutamente rispettoso
del mistero compiuto in lei da Dio, e di cui divenne deli-
cato e fedele custode. “Virginum custos et pater” è chia-
mato dalla Liturgia, - Custode di vergini e padre. Sono
queste le altre due prerogative che lo costituiscono gran-
de e unico.
Come vero sposo di Maria, egli divenne vero pa-
dre di Gesù nell'ordine legale, padre "putativo" secondo
la legge, per cui trasmise a Gesù tutto ciò che la paterni-
tà umana comporta. Tuttavia, la paternità legale di Giu-
seppe fu profondamente diversa dalla paternità legale se-
condo la legge puramente umana. Gesù, infatti, era figlio
verginale di Maria, concepito e generato secondo la car-
ne esclusivamente da Lei, che era vera sposa, non soltan-
to “legale”, di Giuseppe. Egli pertanto divenne padre di
Colui che era vero figlio esclusivamente della sua sposa.
Infine la sua paternità legale non gli derivava primiera-
mente dalla legge umana, ma da un intervento divino, da
una vocazione e da una missione conferitagli da Dio.

49 – La santità di san Giuseppe

Da quanto abbiamo detto deriva che l'amore di Giuseppe


per Gesù fu un amore veramente paterno; il Santo Pa-
triarca amò il Figlio di Dio e Figlio di Maria con profon-
dissimo e tenerissimo affetto di padre, con le espressioni
più proprie e commoventi della paternità. Un'antica pre-
ghiera, che il sacerdote recitava in preparazione alla mes-
sa, si rivolge a San Giuseppe con queste parole: "O bea-
to Giuseppe, uomo felice e benedetto, al quale è stato
concesso non solo di vedere colui che molti re desidera-
rono vedere e non videro, udire e non udirono, ma anche
138
di abbracciarlo, baciarlo, vestirlo e custodirlo..." Tutti
noi possiamo immaginare di quale tenerezza, attenzione
e dedizione doveva essere capace un uomo così puro, in-
tegro, forte e consapevole del privilegio che Dio gli ave-
va concesso, un uomo così ricco di umanità e di grazia.
Del resto, numerose raffigurazioni ce lo presentano col
piccolo Gesù tenuto per mano quasi a insegnargli i primi
passi, o con il Bambino in braccio teneramente stretto
alla sua guancia in atteggiamento di affettuosa intimità.
Giuseppe fu dunque custode del mistero della
maternità di Maria, maternità divina e verginale, che ri-
guardava il Figlio di Dio fatto uomo. Perciò la paternità
di Giuseppe si trovò in una relazione unica e diretta con
il mistero dell'Incarnazione, e di conseguenza la sua pa-
ternità, analogamente alla maternità di Maria - anche se a
titolo ben diverso - si estende a tutto il Corpo Mistico di
Cristo. Egli perciò è venerato come protettore di tutta la
Chiesa. Del resto, Dio lo aveva scelto proprio perché cu-
stodisse, come padre, Gesù e Maria, cioè i due più gran-
di tesori della terra. Di lui si servì il Signore per proteg-
gere il Bambino e sua Madre dalle insidie del Maligno,
per portarli in salvo dai soldati di Erode, per mantenerli
col lavoro delle sue mani, per garantire la loro vita fami-
gliare. Fu custode con sacrificio personale, pagando di
persona il proprio servizio, senza rivendicare compensi o
gratificazioni.
In tutto questo risplende la grande santità di Giu-
seppe. Vir iustus - uomo "giusto" - lo definisce il Vange-
lo. "Giustizia", nel senso biblico, significa appunto santi-
tà, fedeltà piena e totale a Dio. Ora, continua la Bibbia,
"Il giusto vive di fede".95. E dalla fede si è sempre lascia-

95 Ab. 2, 4
139
to condurre Giuseppe, una fede profonda, senza incer-
tezze, che ha illuminato soprannaturalmente tutte le sue
decisioni nelle quali, tuttavia, egli non ha mai abdicato
alla sua personale responsabilità, al suo realismo, alla sua
prudenza intelligente e generosa. Una fede che lo ha por-
tato ad abbandonarsi con assoluta docilità a Dio e al suo
disegno senza mai chiedere perché, senza mai aspettarsi
o pretendere miracoli, ma mettendo a disposizione di
Dio la propria intelligenza, la propria iniziativa, la pro-
pria fatica, il proprio sacrificio silenzioso e gioioso. In
questa fede con opere risplende anche l'umiltà di Giusep-
pe, la sua fortezza, la sua integrità morale, nonché la sua
purezza verginale, la sua fedeltà a Maria e alla missione
affidatagli da Dio.

50 – San Giuseppe, Custode di Vergini e Padre

Questi aspetti che configurano la missione e la


personalità di San Giuseppe hanno contribuito non solo
a una sempre più profonda conoscenza del santo Patriar-
ca, ma anche a diffonderne sempre più la devozione nel
popolo cristiano. Egli viene così venerato come patrono
dei padri di famiglia, come protettore della Chiesa uni-
versale e come intercessore per la vita spirituale. I padri
di famiglia trovano in lui l'esempio e il modello di tutte le
virtù familiari. Pur essendo l'ultimo della famiglia per di-
gnità e santità, fu tuttavia il primo nell'autorità e nella re-
sponsabilità: Gesù e Maria erano a lui sottomessi. Giu-
seppe non ha mai abdicato al suo ruolo, né si è mai aste-
nuto dall'esercitare la sua autorità, pur avendo molti mo-
tivi per farlo. Autorità e responsabilità che gli costarono
lavoro, sacrificio, fatica. E tuttavia il suo modo di eserci-
140
tarle non fu mai autoritario o ingombrante; rivestì sem-
pre una forma squisita, delicata e silenziosa di servizio a
Gesù e Maria.
Il rapporto di Giuseppe con la Madonna rimane
uno degli aspetti più affascinanti della famiglia di Naza-
reth. Nessun uomo ha mai trattato con maggiore ri-
spetto, tenerezza e venerazione la propria sposa come
Giuseppe. Aveva deciso di esporre sé stesso all'infamia
per salvare l'onore di Maria, e si addossò l'umiliazione di
tanti rifiuti per ottenere a Maria un alloggio dignitoso. In
ogni circostanza protesse con estrema delicatezza la sua
sposa, ne custodì l'integrità verginale e il segreto dolcis-
simo della sua maternità, e partecipò con una intensità
piena di discrezione alle gioie e alle preoccupazioni della
Madre per il "suo" Bambino. Maria fu certamente la spo-
sa più amabile e santa, ma essa ebbe accanto a sé lo spo-
so più devoto e fedele. Dio lo scelse e lo preparò per es-
sere un padre di famiglia esemplare e perfetto: "Dio lo
costituì padre del Re e signore di tutta la sua casa"....
Avendo ricevuto in custodia Gesù e Maria, Giu-
seppe cooperò ai primordi della redenzione. "O Dio on-
nipotente, che hai voluto affidare gli inizi della nostra re-
denzione alla premurosa custodia di San Giuseppe...".96
La Liturgia quindi riconosce esplicitamente il patrocinio
di San Giuseppe sulla Chiesa universale. Questo patroci-
nio, riconosciuto fin dall'antichità è stato solennemente
proclamato da Pio IX proprio l'8 dicembre 1870 su ri-
chiesta dei Padri del Concilio Vaticano I. Erano tempi
difficili per la Chiesa; ma quei tempi non sono finiti, e in
realtà mai finiranno finché sulla terra sarà presente il "mi-
stero dell'iniquità", il principe di questo mondo. Perciò la

96 Messa votiva di San Giuseppe: preghiera colletta


141
Chiesa avrà sempre bisogno di ricorrere al patrocinio del
custode di Gesù e di Maria, come si esprime una delle
preghiere più note nella pietà cristiana: "...proteggi, o
provvido custode della divina famiglia, l'eletta prole di
Gesù Cristo (...) e come un tempo salvasti dalla morte la
minacciata vita del bambino Gesù, così ora difendi la
santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversi-
tà..."
Infine, San Giuseppe è invocato come modello e
intercessore per la vita interiore. Per vita interiore s’in-
tende il rapporto personale di ciascuno di noi con Dio;
un rapporto intimo e famigliare con la Trinità del cielo e
con quella che il Beato Escrivà chiamava la "Trinità della
terra", cioè Giuseppe, Maria e Gesù. Ora, proprio Giu-
seppe fu la persona che sulla terra ebbe il rapporto più
profondo e personale con Gesù e con Maria, e fu servi-
tore di Dio nella sua opera di salvezza. Nessuno come
lui ha potuto trattare con maggiore intimità i due te-
sori del nostro amore: il Signore Gesù e la Vergine
Maria. E se fondamento della vita interiore è lo spirito
di orazione, lo spirito di sacrificio e la contemplazione,
nessuno come Giuseppe ha condotto un dialogo tanto
diretto e continuo, tanto semplice e amoroso con Gesù e
con la Madonna, nessuno ha avuto una comunione di
vita con il Figlio di Dio fatto uomo e con la Vergine san-
ta altrettanto piena e profonda. Ecco perché Santa Tere-
sa d'Avila proclamò San Giuseppe patrono della vita
contemplativa.
Tutto questo ci spinge a onorare San Giuseppe e
a ricorrere alla sua intercessione non solo ogni mercoledì
della settimana ma ogni giorno, per affidargli le nostre
famiglie e in particolare i papà, per invocare il suo patro-
cinio su tutta la Chiesa e infine perché ottenga a ciascu-
142
no di noi il dono dell'orazione e la grazia di saper santifi-
care il nostro lavoro quotidiano, santificandoci in esso e
collaborando, con il lavoro, alla redenzione del mondo.

51 – La devozione a San Pietro e al Papa

Infine, accanto alla memoria dei Dodici - il Colle-


gio degli Apostoli - e accanto alla memoria di San Giu-
seppe, il Messale romano prevede nella feria quarta,
mercoledì, una Messa votiva in memoria dell'apostolo
San Pietro. La liturgia unisce in una stessa solennità il ri-
cordo degli apostoli Pietro e Paolo da quando il martirio
nella stessa persecuzione e nella stessa città di Roma li
ha accomunati anche nel culto. Tuttavia l'accento nella
celebrazione della Messa votiva è posto soprattutto sulla
figura di Pietro. Egli viene riconosciuto come la "roccia"
della Chiesa, secondo le parole stesse di Gesù il quale,
"fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone...; ti
chiamerai "Cefa".97 Cefa significa "pietra" e significa
"capo": due titoli che esprimono il ruolo e la missione af-
fidata da Gesù all'Apostolo.
Come roccia, Pietro è fondamento della nostra
fede; la fede della Chiesa poggia sulla fede di Pietro. E'
la fede ispirata dal Cielo, fede che gli ha fatto proclama-
re: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente". Su questa
fede, come su una roccia, "Io edificherò - rispose Gesù -
la mia Chiesa".98 E' la fede che poi Gesù renderà inde-
fettibile con la sua preghiera: “Io ho pregato per te, Pie-
tro, perché non venga meno la tua fede" e tu possa con-

97 Gv. 1, 42
98 Mt. 16, 16-18
143
fermare in essa i tuoi fratelli.99 Così Pietro è diventato se-
gno visibile dell'unità della Chiesa nell'unica fede e perciò
garanzia di verità per tutti i credenti.
Non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per
averci lasciato questo dono, guida sicura per la nostra
fede. In mezzo a innumerevoli voci assordanti e discor-
danti che si levano nella Chiesa e fuori di essa - spesso
sono vere allucinazioni diaboliche - la voce di Pietro ri-
mane l'unica vera certezza per la nostra vita di credenti
in Cristo. La fede di Pietro - del Papa che ne è il succes-
sore - è norma per la nostra fede. Infatti la professione di
Pietro è stata convalidata da Gesù come rivelazione del
Padre e perciò ha la certezza della verità. Chi si allonta-
na dalla fede di Pietro non ha in sé la verità di Cri-
sto. E' la condizione dolorosa di tanti fratelli nostri delle
confessioni protestanti, senza dire delle sètte che pullula-
no ininterrottamente nel mondo confuso e lacerato dei
nostri giorni. Se non ascoltiamo la voce di Pietro e non
aderiamo alla sua fede non ci restano che le opinioni de-
gli uomini. Ora l'oggetto della nostra fede non sono le
opinioni degli uomini ma la verità rivelataci da Cristo e
professata da Pietro.
"Cefa" significa poi capo. E come capo del colle-
gio apostolico e di tutta la Chiesa, Pietro ha il compito di
condurre e governare il gregge di Cristo con l'autorità e
con la cura del pastore. "Pasci i miei agnelli... pasci le
mie pecorelle". "A te darò le chiavi del Regno dei cieli e
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei
cieli...".100 E’ un'autorità che non deriva dall'uomo ma da
Cristo, e di Cristo, come pastore e guida, continua nel
mondo la missione.
99 Lc. 22, 32
100 Mt. 16, 19
144
Pietro rese testimonianza a Cristo e alla fede con
il martirio subito nell'anno 67, quando era Vescovo di
Roma. Così il suo ufficio di Roccia, di Capo e Pastore
della Chiesa universale passò ai suoi successori nella
sede di Roma (la Santa Sede).
Percorrere una strada senza la certezza di essere
nella verità non solo è frustrante perché si cammina col
dubbio di sprecare energie e fatiche inutilmente, ma an-
che provoca un senso di solitudine e di smarrimento; il
fatto, poi, di essere in molti a percorrerla non toglie l'an-
goscia ma piuttosto la dilata. Il dubbio, anche se condivi-
so in molti, non fa mai compagnia; è molto simile al cre-
puscolo dove tutte le strade si incrociano e si perdono, e
dove si mescolano le voci discordi e confuse dei compa-
gni di viaggio. Avere una guida sicura che conosce la
strada è come incontrare la luce. Per noi camminare con
Pietro è camminare con "il dolce Cristo in terra", è come
avere per compagno Gesù stesso, pastore e guida delle
nostre anime.
Ogni mercoledì - ma possiamo farlo ogni giorno -
abbiamo l'occasione di innalzare una preghiera particola-
re per il Papa e per le sue intenzioni, e di alimentare così
nel nostro cuore un amore sempre più grande per la sua
persona. L'affetto e la stima che nutriremo per lui -
chiunque egli sia - ci porteranno a difenderlo dagli attac-
chi, spesso violenti, dei nemici della Chiesa, e ad acco-
gliere con filiale adesione il suo Magistero con l'impegno
di conoscere e diffondere i suoi insegnamenti.

145
GIOVEDÌ

52 – L’Eucaristia nella Chiesa

Gli ultimi tre giorni della settimana - il giovedì, il


venerdì, il sabato - sono legati alla Liturgia del Triduo
Pasquale; essa ha orientato la pietà cristiana verso il ri-
cordo e la meditazione sulla vita di Gesù nei dolorosi av-
venimenti che si sono compiuti in quei giorni, e che furo-
no causa della nostra salvezza.
Innanzitutto il giovedì: esso viene ricordato come
"feria quinta in Coena Domini", il giovedì nella Cena
del Signore. Quello che Gesù ha compiuto in quella sera
durante la Cena pasquale rimane un gesto fondamentale
nella storia dell'umanità. Istituendo l'Eucaristia e il Sa-
cerdozio, Gesù ha voluto che fosse possibile ad ogni
uomo incontrare la salvezza. Forse per questo quel gio-
vedì fu il giorno più atteso dal Signore, il più desiderato
dal suo cuore: “Ho desiderato ardentemente di mangia-
re questa Pasqua con voi, prima della mia
passione...".101 Desiderio ardente che era amore, l'amore
di colui che, “avendo amato i suoi che erano nel mondo,
li amò sino alla fine”.102 E l'Eucaristia è precisamente
questo: la prova suprema dell'amore di Cristo per noi.
L'amore non poteva inventare una cosa più grande, non
101 Lc. 22, 15
102 Gv. 13, 1
146
poteva trovare un modo più efficace e radicale per do-
narsi.
L'Eucaristia è il centro della vita della Chiesa ed è
il centro della vita del cristiano; perciò la devozione al-
l'Eucaristia trova profondamente unite la Liturgia e la
Pietà. La Liturgia ha nel mistero eucaristico la sua ragion
d'essere; tutto infatti nella Liturgia - i riti, i tempi, i luo-
ghi liturgici - sono orientati ad esprimere e a celebrare il
"Memoriale della Pasqua del Signore", così come tutta la
vita spirituale del cristiano sgorga e insieme culmina nel-
la partecipazione al mistero di Cristo, morto e risorto per
noi.
Celebrare e vivere l'Eucaristia è qualificante
per il cristiano; vale a dire che non c'è una vita cri-
stiana vera e autentica senza l'Eucaristia. Ciò che
identifica il cristiano non è la preghiera - in tutte le reli-
gioni si prega - non sono le altre espressioni della religio-
sità: pellegrinaggi, sacrifici, voti o processioni, non è
nemmeno l'esercizio delle virtù morali: la giustizia, la
lealtà, l'onore, il rispetto, la fedeltà, l'onestà; tutto questo
fa di una persona un uomo pio, un uomo onesto, un
uomo d'onore, ma non ancora un cristiano, anche se tut-
te queste virtù con gli altri valori umani che ne derivano
formano un presupposto indispensabile e insieme sono
conseguenza di un'autentica vita cristiana. Abbiamo ripe-
tuto più volte che la vita cristiana è la vita di Cristo in
noi. Ora, Gesù è stato esplicito: ”Se non mangiate la
mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi
la vita (...) Chi mangia la mia carne e beve il mio san-
gue dimora in me e io in lui”.103

103 Gv. 6,53-56


147
Questa dunque è l'identità del cristiano: essere un
altro Cristo. E questa identità si esprime, si realizza e si
manifesta, nella partecipazione al mistero eucaristico.

53 – Il Mistero dell’Eucaristia

Per comprendere meglio tutto questo e poter ar-


rivare ad una devozione eucaristica retta e autentica,
giova richiamare ancora una volta gli elementi fonda-
mentali della dottrina della Chiesa intorno a questo gran-
de mistero della nostra fede.
L'Eucaristia si presenta sotto un triplice aspetto:
è mistero, è sacrificio, è sacramento. Per mistero s’in-
tende una presenza particolare e insieme nascosta di Dio
nella storia umana; in ogni caso è sempre una presenza
salvifica. Ebbene, nell’Eucaristia come “mistero” si ha la
presenza di Cristo redentore nei "segni" sacramentali del
pane e del vino. E' una presenza reale non simbolica, una
presenza vera non apparente, una presenza sostanziale
perché contiene la sostanza dell'umanità di Cristo unita
alla divinità del Verbo. Perciò nell'Eucaristia ciò che
"appare" è il pane e il vino, ciò che "è" è il Corpo e il
Sangue di Cristo. I nostri sensi s'ingannano sulla realtà
delle "specie" eucaristiche (Sacre Specie), nelle quali tut-
ta la sostanza del pane è stata trasformata nella sostanza
del corpo di Cristo, e tutta la sostanza del vino è stata
trasformata nella sostanza del sangue di Cristo.104

104 La teologia e lo stesso Magistero della Chiesa indicano con


il termine di transustanziazione la "conversione misteriosa
e ineffabile ma reale di tutta la sostanza del pane nella so-
stanza del Corpo di Cristo e di tutta la sostanza del vino
nella sostanza del Sangue di Cristo" (Concilio di Trento)
148
E' il grande miracolo che avviene nella Santa
Messa al momento della consacrazione. Il sacerdote
compie gli stessi gesti e pronuncia le stesse parole di
Gesù e, in forza del sacerdozio che lo unisce a Cristo,
agisce in "persona Christi", nella persona stessa di Cri-
sto. In quel momento le parole del sacerdote non hanno
un valore semplicemente "narrativo", ma "ministeriale" e
sacramentale; hanno cioè la stessa efficacia che hanno
avuto sulle labbra di Cristo nell'ultima Cena. Inoltre la
presenza reale di Cristo nell'Eucaristia non è transitoria,
legata soltanto alla significazione rituale presente durante
la celebrazione, ma è permanente, dura cioè finché dura-
no le "specie" eucaristiche.
Si tratta, dicevamo, di una presenza "salvifica",
che opera cioè la salvezza dell'uomo. E' l’Eucaristia
come sacrificio. La salvezza infatti si è compiuta me-
diante il Sacrificio della Croce, e Gesù ha voluto che il
suo sacrificio si perpetuasse nei secoli fino al suo ritorno.
L'oblazione sacrificale compiuta da Cristo sul Calvario è
stata un gesto divino e perciò eterno; non conosce confi-
ni di spazio e di tempo. Le specie sacramentali del pane e
del vino sono il "luogo" dove si rende presente ineffabil-
mente ma realmente il sacrificio di Gesù. Perciò la Santa
Messa è chiamata anche il "sacrificio dell'altare".
Ne consegue che la presenza di Cristo nell'Euca-
ristia è quella di Vittima immolata per noi. Del resto, le
parole di Gesù sono chiare ed esplicite: "...Questo è il
mio Corpo offerto in sacrificio per voi", "...Questo è il
calice del mio Sangue versato ... in remissione dei pec-
cati". Esse esprimono e rendono presente l'unico ed eter-
no atto oblativo di Cristo. Perciò il sacrificio dell'altare e
il sacrificio del Calvario sono lo stesso e identico sacrifi-
cio. Sono diversi soltanto il modo e lo stato della Vitti-
149
ma: nel sacrificio dell'altare il modo è incruento e lo stato
della Vittima è quello glorioso, quello cioè proprio del
corpo glorificato del Risorto.
La Santa Messa diventa perciò il "Memoriale" vi-
vente di tutto il mistero di Cristo, nella sua totalità e
completezza. Così si esprime la preghiera eucaristica su-
bito dopo la consacrazione: "In questo memoriale della
nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo,
la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione
e ascensione al cielo, dove siede alla tua destra, e, in at-
tesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo il suo corpo
e il suo sangue, sacrificio a te gradito, per la salvezza del
mondo".
Presenza salvifica, dunque; Gesù, mediante l'Eu-
caristia, ha voluto in modo mirabile, ma semplice e ac-
cessibile, far giungere a tutti gli uomini, di tutti i tempi e
di tutti i luoghi, il suo sacrificio redentore; così l'Eucari-
stia come sacramento rende possibile ad ogni credente
l’incontro con Cristo e, in lui, l’incontro con la miseri-
cordia del Padre celeste.
Ovviamente non basta che Gesù abbia istituito
questo sacramento, occorre che noi vi partecipiamo at-
traverso la comunione che viene appunto chiamata euca-
ristica. Anche qui Gesù è stato categorico sulla necessità
di partecipare sacramentalmente al suo sacrificio: "In ve-
rità, vi dico: se non mangiate la carne del Figlio del-
l'uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la
vita. (...) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
dimora in me e io in lui".105
Così tutto l'ordine sacramentale trova nell'Eucari-
stia la sua espressione possiamo dire totalizzante, perché

105 Gv. 6, 53-56


150
tutti i sacramenti nel loro dinamismo soprannaturale con-
vergono verso il mistero eucaristico, così come tutta la
vita di Cristo, dalla Incarnazione all’Ascensione gloriosa
alla destra del Padre, ha nell'evento pasquale - Morte e
Risurrezione - il suo centro e il suo culmine.

54 – Il culto dell’Eucaristia

Abbiamo richiamato gli elementi essenziali della


dottrina della Chiesa intorno al grande mistero del Corpo
e del Sangue di Cristo per renderci conto di quello che
Dio ha fatto per noi. Se Gesù, per darci l'Eucaristia, ha
sospeso leggi fondamentali della natura fino al punto di
compiere tanti miracoli: il pane che non è più pane, il
vino che non è più vino; l'umanità di Cristo che è senza
le sue proprietà visibili; un evento che da due millenni si
perpetua nel tempo e nello spazio; un rito sensibile che
realizza una comunione con Cristo estremamente intima,
soprannaturale, e altri autentici miracoli che accompa-
gnano il mistero eucaristico..., se dunque Gesù ha voluto
compiere tutto questo per noi, allora l'Eucaristia rimane
il documento più sconvolgente e commovente dell'amore
di Dio. Diventa perciò incomprensibile, triste e doloroso,
il comportamento di tanti cristiani verso questo ineffabile
sacramento: indifferenza, freddezza, incomprensione,
ignoranza supina e grossolana insensibilità che conduco-
no all'abbandono e spesso alla profanazione di così gran-
de dono di Dio.
Ora, tenendo presente il triplice aspetto dell’Eu-
caristia, sono molte le espressioni che, accanto alle cele-
brazioni eucaristiche, la pietà cristiana ha maturato come
risposta della fede e dell'amore al grande dono lasciatoci
151
da Cristo. Sono espressioni non sostitutive della liturgia
eucaristica, soprattutto della Santa Messa, ma dalla litur-
gia traggono origine e alla liturgia conducono, essendo
la Messa, come abbiamo visto, il cuore non solo di tutta
la liturgia della Chiesa, ma anche della pietà e della devo-
zione del popolo cristiano.
Innanzitutto dicevamo che la transustanziazione
non è transitoria e perciò la presenza di Cristo-Vittima si
prolunga oltre la Santa Messa, nelle specie eucaristiche
consacrate. Nei primi tempi esse venivano conservate
nelle case dove si celebrava l'Eucaristia, a disposizione
dei malati e di coloro che non avevano la possibilità di
partecipare alla celebrazione. Con la costruzione dei luo-
ghi di culto si passò a conservare l'Eucaristia nella chiesa
o nella sacrestia, in vasi possibilmente preziosi. Infine,
quando accanto alla semplice conservazione delle Sacre
Specie si sviluppò il culto di adorazione all'Eucaristia,
apparvero anche i tabernacoli veri e propri, di varie for-
me, sempre più evidenti ed ornati. Singolare era il taber-
nacolo a forma di colomba, la Colomba eucaristica. Era
costituito da una colomba d'oro o dorata che pendeva
dal ciborio o dal baldacchino e alludeva al rapporto tra
l'Eucaristia e lo Spirito Santo.
In tutti i casi, la devozione al Tabernacolo, intesa
come devozione a Cristo che nell'Eucaristia rimane notte
e giorno in mezzo a noi, è andata crescendo sempre più
nei fedeli man mano che la percezione della fede - il sen-
sus fidei - ha fatto comprendere più profondamente il
desiderio ardente di Cristo di non lasciarci soli, ma
di restare con noi come compagno di viaggio allo
stesso modo che per i discepoli di Emmaus. L'amore
brama la presenza della persona amata, e quando questa
persona viene a mancare, l'amore cerca in mille modi se-
152
gni e oggetti che valgano a perpetuare nel ricordo quella
presenza amata. Scrive san Josemaria Escrivà: "Pensate
all'esperienza così umana del commiato di due persone
che si vogliono bene. Vorrebbero stare sempre insieme ,
però il dovere - qualunque dovere - li costringe a divi-
dersi. Sognerebbero di stare uniti, ma non possono. E
così l'amore umano, che per quanto grande è sempre li-
mitato, ricorre a un simbolo: le due persone, prima di la-
sciarsi, si scambiano un ricordo, forse una fotografia,
con una dedica così accesa che quasi potrebbe bruciare
la carta. Non possono fare di più perché il potere delle
creature non è all'altezza del loro volere. Ma ciò che noi
non possiamo fare, lo può fare il Signore. Gesù Cristo,
perfetto Dio e perfetto Uomo, non ci lascia un simbolo,
ma la realtà: ci lascia sé stesso".106
Durante la permanenza del popolo ebreo nel de-
serto, Mosè, per comando di Dio, eresse in mezzo agli
accampamenti una tenda - tabernaculum - dove collocò
un'arca tutta d'oro per conservare le tavole della legge, la
manna, e la verga di Aronne, cioè i "segni" della potenza
salvifica di Dio in mezzo al suo popolo. Ebbene noi, che
siamo il nuovo popolo di Dio, conserviamo al centro dei
nostri "accampamenti" - le nostre città - una tenda, un
tabernacolo ben più importante e prezioso che contiene
non i simboli della potenza di Dio ma l'autore stesso del-
la nostra salvezza: Gesù, sacrificato per noi.
Egli, dunque, è lì, presente e nascosto, in mezzo
alle nostre case, a pochi metri dalle nostre piazze, dalle
scuole, dagli uffici, dai negozi, dai luoghi dove scorre la
nostra vita quotidiana. Possiamo andare a fargli visita in
qualsiasi momento, possiamo fermarci a tu per tu con lui

106 S. J. Escrivà, E' Gesù che passa n. 83


153
ed aprirgli il cuore come all'amico più intimo e fedele - è
lui il più grande Amico dell'uomo -, possiamo occupare il
silenzio che circonda i nostri tabernacoli con la piena dei
nostri sentimenti di adorazione, di ringraziamento, di im-
petrazione, di riparazione. I tabernacoli ci ricordano che
Gesù ha voluto farsi "prigioniero d'amore" per realiz-
zare alla lettera la sua promessa: "Ecco, sono con voi
tutti i giorni fino alla fine del mondo".107

55 – La devozione alla Eucaristia

Dalla venerazione verso il Tabernacolo hanno


preso origine alcune consuetudini diventate ormai patri-
monio della pietà eucaristica. Vanno ricordate principal-
mente la visita al Santissimo Sacramento e l'adorazione
all'Eucaristia solennemente esposta. Appassionato divul-
gatore della visita al Santissimo fu il santo vescovo Al-
fonso de' Liguori. Così si esprime in una delle sue pre-
ghiere più note: "Signore mio Gesù Cristo, che per l'a-
more che porti agli uomini te ne stai notte e giorno in
questo sacramento, tutto pieno di pietà e di amore,
aspettando, chiamando e accogliendo tutti coloro che
vengono a visitarti, io ti credo presente nel Santissimo
Sacramento dell'altare...".
Il tabernacolo viene oggi collocato in una cappel-
la a parte, la cappella del Santissimo Sacramento, che
dev'essere facilmente accessibile, perché i fedeli abbiano
la possibilità di sostare in un silenzio di orazione e di
adorazione davanti a Gesù Sacramentato. "Accorri con
perseveranza davanti al Tabernacolo, fisicamente o con il

107 Mt. 28, 20


154
cuore, per sentirti sicuro, per sentirti sereno: ma anche
per sentirti amato..., e per amare!". 108
Inoltre, in alcune chiese, il tabernacolo viene te-
nuto separato dall'altare della celebrazione; questo tutta-
via non significa che l'Eucaristia conservata nel taberna-
colo perda il suo legame col sacrificio della Messa, dal
quale invece deriva quasi prolungandone la presenza.
Perciò la Chiesa ha dato disposizione perché il taberna-
colo sia posto in un luogo "distinto, visibile, decorosa-
mente ornato, adatto alla preghiera",109 e che davanti ad
esso "brilli perennemente una speciale lampada, mediante
la quale venga indicata e sia onorata la presenza di Cri-
sto".110 Quella lampada è dunque il segno visibile di una
presenza invisibile, silenziosa ma operante, che esprime
l'amore di colui del quale si è potuto dire: “Deliciae
meae esse cum filiis hominum”, la mia delizia è stare
con i figli dell'uomo.111 Ma quella fiamma dovrebbe an-
che significare il cuore di ogni cristiano che abbia il desi-
derio di vegliare accanto al suo Dio.
Una espressione di questo desiderio è salutare il
Signore con una giaculatoria quando si scorge una chiesa
o si passa accanto ad essa. "Non essere così cieco e così
sbadato da tralasciare di metterti dentro ogni Tabernaco-
lo quando scorgi i muri o le torri delle case del Signore. -
Egli ti aspetta".112 Diventa quindi uno spettacolo triste il
comportamento "disinvolto" - turistico - di tanta gente
che visita le chiese senza un gesto di adorazione o un se-
gno di saluto al Signore. Per amare il Tabernacolo oc-
108 Forgia, n. 837
109 Codice di Diritto canonico, can. 938,2
110 Idem, n. 940
111 Prov. 8, 31
112 Cammino, n. 269

155
corre intrattenere una intensa e profonda amicizia
con Gesù Cristo, occorre essere anime di Eucaristia e
avere una grande familiarità col Vangelo. Queste
sono anche le note che contrassegnano un'anima d'apo-
stolo. "Sii anima di Eucarestia! - Se il centro dei tuoi
pensieri e delle tue speranze è il Tabernacolo, come sa-
ranno abbondanti, figlio mio, i frutti di santità e di apo-
stolato!".113
Si è detto che il mistero eucaristico ha il suo mo-
mento più solenne e culminante nella Santa Messa; per-
ciò anche la pietà eucaristica deve accompagnare il sacri-
ficio dell'altare con espressioni che ci aiutino a parteci-
parvi con frutto. A tale scopo i santi curavano con gran-
de fervore e impegno la preparazione e il ringraziamento
della Santa Messa. Alcuni, come san Josemaria Escrivà,
dividevano il tempo della loro giornata in riferimento alla
Santa Messa: una parte come preparazione e una parte
come ringraziamento. Noi potremmo curare almeno la
preparazione prossima, quella che precede immediata-
mente la celebrazione della santa Messa. Possiamo cioè
recarci in chiesa per tempo e intrattenerci in orazione da-
vanti al tabernacolo. Possiamo così richiamare alla nostra
mente le intenzioni che desideriamo unire a quelle di Cri-
sto nel suo sacrificio: cose personali, situazioni di fami-
glia, problemi o difficoltà delle persone che ci sono state
affidate, iniziative apostoliche, le molteplici necessità che
affliggono gli uomini del mondo intero, persone defunte
che vorremmo suffragare... Ma la preparazione più im-
portante è quella di trasformare in "materia" per il sacri-
ficio tutta la nostra giornata: il lavoro, le fatiche o le pre-
occupazioni che accompagnano la nostra attività, le gioie

113 Forgia, n. 835


156
e le sofferenze che incontreremo in quel giorno, i piccoli
o grandi sacrifici che richiede il compimento dei nostri
doveri, i propositi e i punti di lotta della nostra vita inte-
riore... Tutto il vissuto della giornata può diventare la
“nostra” Messa da unire a quella di Cristo.114
Allo stesso modo, la pietà eucaristica ci porterà a
prolungare il tempo della santa Messa con espressioni di
ringraziamento e di lode al Signore che ci ha fatto il
dono immenso di incontrarlo così intimamente. Le giacu-
latorie e le comunioni spirituali lungo la giornata, come
anche la testimonianza del nostro amore fraterno, ci aiu-
teranno poi a vivere la Messa come "centro e radice" di
tutta la nostra vita cristiana.

56 – Eucaristia e Sacerdozio

Il sacrificio del Calvario è stato offerto al Padre


da Cristo stesso, perciò Egli è contemporaneamente Vit-
tima, Altare e Sacerdote. L'offerta di vittime come atto
fondamentale di culto a Dio è sempre stato un ufficio
proprio del sacerdozio, ma l'offerta del sacrificio della
croce, essendo il sacrificio dell'Umanità santissima di
Cristo, non poteva essere fatta che da lui stesso, avendo
egli pieno potere sulla propria vita. "... Io offro la mia
vita (...) Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso,
poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla
di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre
mio".115 Proprio il Padre ha costituito Gesù Sommo ed
Eterno Sacerdote, fin dal primo momento della sua in-
carnazione. "Per questo, entrando nel mondo, Cristo
114 cfr. nn. 17 e segg.
115 Gv. 10, 18
157
dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un cor-
po invece mi hai preparato".116
Abbiamo già detto che Gesù, nell'ultima Cena,
consegnando agli apostoli il suo Sacrificio, trasmise loro
anche il suo sacerdozio: "Fate questo in memoria di
me". E' il sacerdozio "ministeriale"; il sacerdozio che
conferisce il potere di agire nella persona stessa di Cri-
sto. Del resto, non solo per celebrare l'Eucaristia, ma an-
che per prendervi parte è necessario essere partecipi del
sacerdozio di Cristo. In effetti, anche il potere di unirsi al
sacerdote per offrire e ricevere l'Eucaristia è un atto sa-
cerdotale; appartiene al "sacerdozio comune" dei fedeli.
La Chiesa, infatti, nella sua totalità, è stata costituita
come popolo sacerdotale perché nel Battesimo noi tutti
veniamo configurati a Cristo come Re, Profeta e Sacer-
dote.
Questo spiega perché nelle Messe votive del gio-
vedì, il messale romano fa seguire alla messa dell'Eucari-
stia una Messa votiva di Gesù, Sommo ed Eterno Sacer-
dote.117 I due sacramenti - l'Eucaristia e il Sacerdozio -
sono inscindibili, e costituiscono il grande dono lasciato-
ci da Gesù la sera del giovedì santo. Perciò alla pietà eu-
caristica dovrebbe accompagnarsi la venerazione verso il
sacerdozio di Cristo che continua ad operare nella perso-
na del sacerdote cattolico.
Troppo spesso il sacerdote è visto in una pro-
spettiva soltanto umana: un operatore sociale o un
pubblico ufficiale che rilascia documenti ecclesiastici...
La figura del sacerdote come "uomo di Dio", uomo che
116Eb. 10, 5
117La Liturgia prevede anche una "memoria liturgica" di Cristo
Sommo ed Eterno Sacerdote, il giovedì
dopo la Pentecoste
158
nel nome di Cristo mi assolve dai peccati, mi alimenta
con la Parola di Dio e con il Corpo di Cristo, offre a Dio
le mie preghiere e le mie lagrime, stende la sua mano be-
nedicente sugli affetti nobili e santi che fondano la fami-
glia, distribuisce la grazia divina che fortifica e consola
davanti al dolore e davanti alla morte..., questa figura del
sacerdote risulta lontana e spesso sbiadita agli occhi di
molti fedeli; eppure, è del "sacerdote-uomo di Dio”
che noi abbiamo bisogno se vogliamo incontrare Cri-
sto nella sua Chiesa. Perciò Gesù stesso ci ha rivolto
l'invito esplicito di pregare: pregare il Padre perché chia-
mi operai per la sua messe. Pregare per il sacerdote per-
ché sia buono e fedele, forte e compassionevole, amabile
e perseverante nel sacrificio, uomo di orazione, uomo di
perdono, uomo di unità nella Chiesa, è un dovere di giu-
stizia per tutto quello che riceviamo da lui .
Ma anche dobbiamo venerare il sacerdote e trat-
tarlo con rispetto e con affetto chiunque egli sia, con i li-
miti, difetti - e con le debolezze - che egli possa avere,
come faremmo con nostro padre. La mormorazione, la
critica pubblica e negativa, o peggio la calunnia e il com-
portamento che mette in pericolo la fedeltà del sacerdo-
te, sono cose che recano un grave danno alla Chiesa e
non sono mai fonte di bene per chi le compie. Semmai
dovremmo aiutare il sacerdote con un’opportuna e di-
screta correzione fraterna, con il consiglio e i suggeri-
menti che possono venire dall'esperienza, dall'età, dalla
conoscenza di situazioni che richiedono l'intervento del
suo ministero sacerdotale, ma anche con la stima, l'inco-
raggiamento, non esclusa l'assistenza alle sue necessità
materiali e personali. I fedeli danno prova di grande
amore a Cristo quando considerano il sacerdote un
vero tesoro per la Chiesa e per il mondo.
159
57 – Devozione allo Spirito Snto

Abbiamo visto che il giovedì è soprattutto il gior-


no dell'Eucaristia e del Sacerdozio. Ma nello stesso gior-
no il Messale romano prevede anche una Messa votiva
dello Spirito Santo. La devozione verso la terza Persona
della Santissima Trinità, fortemente radicata nella Litur-
gia fin dall'antichità, esprime la consapevolezza del po-
polo cristiano che tutto ciò che accade di soprannaturale
nella Chiesa e nel mondo è opera dello Spirito Santo.
Non solo la Chiesa, come Corpo Mistico di Cristo, è
nata da una effusione dello Spirito, ma anche la vita spi-
rituale di ogni fedele è frutto di un costante intervento
del Paraclito. Il fatto stesso di assegnare la Messa votiva
alla feria quinta, al giovedì, è segno che la Liturgia vede
un legame particolare dello Spirito Santo con l'Eucaristia
e con il Sacerdozio.
In effetti, è lo Spirito Santo che agisce di volta in
volta nei Sacramenti. Da sempre la Chiesa ha indicato
l'effusione dello Spirito Santo con il gesto della "imposi-
zione delle mani". E’ il gesto che il sacerdote compie sul
pane e sul vino nella santa Messa prima della consacra-
zione, sul penitente nel sacramento della Confessione,
sull'acqua del fonte battesimale e soprattutto sui Cresi-
mandi e sugli Ordinandi al Sacerdozio nel momento di
amministrare questi sacramenti.
Ma l'azione dello Spirito Santo è incessante nella
nostra vita interiore con la sua grazia e con i suoi doni: il
dono della sapienza, dell'intelletto, del consiglio, della

160
fortezza, della scienza, della pietà e del timore di Dio.118
Lo Spirito Santo è autore di tutto ciò che accade nella
nostra anima: è lui l'autore della nostra preghiera119, è
Lui l'autore della contrizione del cuore per un pentimen-
to sincero dei nostri peccati120, è Lui l'autore della con-
templazione per una conoscenza penetrante e gioiosa di
Dio121, è Lui l'autore delle luci interiori che ci fanno co-
noscere la volontà di Dio e ci illuminano sulla nostra vo-
cazione122, è Lui che ci dà la consapevolezza gioiosa del-
la Filiazione divina e ci suggerisce le parole e i consigli
opportuni per aiutare i nostri amici e le persone care, è
Lui l'autore di tutti i moti della volontà verso propositi di
santità, di lotta interiore, di fedeltà alla grazia,123 e infine
è Lui l'autore della "gioia nella pace" che Cristo ci ha
promesso.
Così San Paolo riassume l'azione dello Spirito
Santo: "Camminate secondo lo Spirito e non sarete por-
118 "...Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo
abita in voi?" (1 Cor. 3, 16).
119 "...Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla
nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa
sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso interce-
de con insistenza per noi"(Rm. 8, 26).
120 "Dio Padre di misericordia, che nella morte e risurrezio-
ne di suo Figlio ha riconciliato a sé il mondo e ha effuso
lo Spirito Santo per la remissione dei peccati,..." (Formu-
la della assoluzione nel Sacramento della Confessione).
121 "...noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo
Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha dona-
to" (1 Cor. 2, 12).
122 "...Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, co-
storo sono figli di Dio" (Rm. 8, 14).
123 "La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è
stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito
Santo che ci è stato dato" (Rm. 5, 5).
161
tati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti
ha desideri contrari allo Spirito (...) Il frutto dello Spi-
rito, invece, è amore, gioia, pace, pazienza, benevolen-
za, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Se pertanto
viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo
Spirito".124
Ben a ragione quindi la Chiesa ci suggerisce di
coltivare la devozione allo Spirito Santo, di invocarlo
frequentemente e con fiducia, perché a Lui Gesù ha affi-
dato, a nome del Padre, il compito di illuminare, purifi-
care e santificare ogni anima che lo accolga e lo segua
con docilità: "Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un
altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre,
lo Spirito di Verità (...) Egli, il Consolatore, lo Spirito
Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà
ogni cosa (...) e vi guiderà alla verità tutta intera". 125
La Liturgia ci offre una grande ricchezza di pre-
ghiere e di invocazioni che possono alimentare la nostra
devozione allo Spirito Santo; eccone alcune tolte dalla
sequenza nella solennità di Pentecoste:

Consolatore perfetto,
Vieni, Spirito Santo, ospite dolce dell’anima,
manda a noi dal cielo dolcissimo sollievo.
un raggio della tua luce.
Nella fatica riposo,
Vieni, padre dei poveri, nella calura, riparo,
vieni, datore dei doni, nel pianto, conforto.
vieni, luce dei cuori.
124 Gal. 3, 16...22, 25
125 Gv. 14, 16...26
162
O luce beatissima,
invadi nell’intimo Piega ciò che è rigido,
il cuore dei tuoi fedeli. scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.

Dona ai tuoi fedeli


che solo in te confidano
i tuoi santi doni,

Senza la tua forza, dona virtù e premio,


nulla è nell’uomo, dona morte santa,
nulla è senza colpa. dona eterna gioia.

Lava ciò che è sordido, Amen


bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.

163
VENERDÌ

58 – Dolore e Amore

La feria sesta della settimana, il venerdì, era dedica-


ta dai pagani alla dea della bellezza, a Venere, ma nella Li-
turgia della Chiesa il venerdì rivestirà un significato com-
pletamente nuovo, desunto dal venerdì più importante di
tutto l'anno: il Venerdì Santo, la feria sexta in Passione
Domini. L'accostamento può apparire stridente, ma non lo
è: "il più bello tra i figli degli uomini" si presenta a noi
nella Passione come "un quadro di dolori", ma la sofferenza
non toglie bellezza a quel Volto; il sangue, gli sputi, la pol-
vere, hanno velato ma non nascosto la perfezione delle sue
fattezze forti e amabilissime, ne hanno invece accresciuto il
fascino e lo splendore. Mai sulla terra un volto umano
ha rivestito tanta bellezza, e nessuna bellezza ha susci-
tato nel mondo tanto amore!
Analogamente, Colei che è "la bellissima fra tutte
le donne" si rivolge a noi: "Voi tutti che passate per via,
126

considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio...!". 127

Ma l'immenso dolore che ha trapassato l'anima di Maria


non ha tolto grazia al suo viso, non ha oscurato lo splendo-
re della sua bellezza, non ha impedito l'indicibile amabilità
dei suoi occhi, del suo sorriso, di tutto il suo volto! Mai
sulla terra una donna ha suscitato tanta commozione
126 Ct. 1, 8
127 Lam. 1, 12
164
nel cuore degli uomini, e nessuna maternità ha conferi-
to tanta bellezza al volto di una donna.
Il venerdì rimane anche per noi il giorno della bel-
lezza. Non è la bellezza trasfigurata che contempleremo nel
cielo e che riempirà di beatitudine i nostri occhi, è una bel-
lezza ancora terrena, che conosce tutte le espressioni del
dolore e della sofferenza umana; ma non è il dolore male-
detto, rabbioso, urlato, che rivela tutta la sua deturpante
bruttezza, è un dolore d'amore, forgiato e sorretto dall'a-
more, un amore senza limiti e senza durezze, un amore che
è solo amore e trasfigura l'Umanità di Cristo e della Vergi-
ne Madre in un "quadro di bellezza".
Dolore e Amore: è il binomio della Passione, le due
braccia della Croce. Nel Venerdì santo si è compiuta la re-
denzione; in quel giorno l'Amore ha redento il dolore, e la
croce ha cessato di essere maledizione; l'amore l'ha fatta di-
ventare il sigillo del cristiano.
Dolore e Amore: Gesù crocifisso e il Sacro Cuore.
Il Venerdì ci ricorda queste due grandi devozioni che hanno
forgiato molti santi e costituiscono un prezioso tesoro nel
patrimonio della pietà cristiana.

59 – La Passione del Signore

La prima Messa votiva che troviamo nel messale


romano al venerdì è la Messa della Passione. Sappiamo che
il racconto evangelico della passione del Signore costitui-
sce il nucleo originario sia dei Vangeli scritti, sia della pri-
mitiva catechesi apostolica. Questa centralità del racconto
della Passione ci dice la consapevolezza che avevano gli
Apostoli dell'importanza del mistero pasquale del Signore,
cioè della sua morte e risurrezione; mistero pasquale che

165
avevano compreso in profondità solo nella Pentecoste per
opera dello Spirito Santo.
Ma questa comprensione teologica non basta per
spiegare un racconto che si distende in ampiezza e che si
presenta con ricchezza di particolari come nessun altro rac-
conto evangelico. Quello che era accaduto in poche ore e
che si era abbattuto così improvviso e così inaspettato con
incomprensibile crudeltà su Gesù - le violenze fisiche, i
maltrattamenti, le umiliazioni di cui era stato fatto segno -
tutto questo aveva avuto le caratteristiche di una tale bru-
talità che non poteva essere facilmente dimenticato e, per
di più, si trattava di una brutalità assolutamente gratuita.
Gli altri due crocifissi, che pure erano ladroni e malfattori,
non avevano ricevuto i maltrattamenti inflitti a Gesù; non
avevano subito la terribile flagellazione romana, non erano
stati trattati a pugni e calci né erano stati esposti alla deri-
sione e agli insulti come Gesù, non la corona di spine, non
le percosse e gli sputi, non il ludibrio e la burla...; lo stesso
ladrone pentito non può fare a meno di osservare: "Costui
non ha fatto nulla di male!", osservazione che ci fa capire
128

quanto appariva assurdo agli occhi di tutti quello che era


stato perpetrato contro Gesù.
Perciò la Passione del Signore, anche dopo averla
compresa nel suo significato - era il prezzo per la nostra re-
denzione e la condizione necessaria perché Gesù entrasse
nella gloria del Padre - restava sempre agli occhi degli
Apostoli un fatto traumatico, una ferita insanabile nell'ani-
mo e nella sensibilità di quanti avevano assistito al furore di
tanto odio e di tanta cattiveria. I primi cristiani, molti dei
quali erano stati testimoni di quelle vicende, portarono per
sempre nel loro ricordo ciò che li aveva così profondamen-
te scossi e turbati: da una parte le inenarrabili sofferenze
del Signore, dall’altra la sua suprema dignità e la sua mitez-
128 Lc. 23, 41
166
za nel sopportare ogni cosa. Alle donne di Gerusalemme,
che incontrandolo sulla via del Calvario non poterono trat-
tenere la loro commozione e le loro lagrime, Gesù offre la
chiave di lettura di tutta la sua passione: "Figlie di Gerusa-
lemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e
sui vostri figli....perché se trattano così il legno verde, che
avverrà del legno secco?". 129

Per noi la Passione del Signore nei suoi aspetti più


drammatici e assurdi ci rivela due verità che dovrebbero
costituire un motivo di ricorrente meditazione: la gravità e
la malizia del peccato, l'amore senza limiti che Gesù ha
avuto per noi. Se sapessimo stare con fede e umiltà davanti
a Gesù crocifisso, quei segni tremendi della passione che
egli porta nella sua carne ci direbbero: Vedi quanto costa il
peccato?... Guarda fino a che punto ti ha amato! San Pietro
scriveva ai primi cristiani: "Voi sapete che non a prezzo di
cose corruttibili, come l'argento e l'oro foste liberati dalla
vostra vuota condotta... ma con il sangue prezioso di Cri-
sto". Gesù crocifisso rimane la strada maestra per la no-
130

stra santità, scuola impareggiabile del dolore e dell'amore:


un dolore che ci porta ad aborrire il peccato e un amore
che ci spinge a dare anche noi la vita per servire il Signore.

60 – Scuola di dolore e di amore

La Passione di Cristo è per noi una scuola efficacis-


sima; essa ci educa alla pietà e all'amore. Non dobbiamo in-
tendere questo in senso emotivo; Gesù ha voluto soffrire
tutto quello che ha sofferto non per commuoverci, ma per
salvarci. Il peso della croce sulle spalle del Signore è il
peso di ciascuno di noi. Dobbiamo renderci conto del posto
129 Lc. 23, 28
130 1 Pt. 1, 18
167
che ognuno di noi occupa in quella vicenda di dolore e di
amore, dove l'innocenza e la colpa si affrontano: la colpa
diventa penitenza e l'innocenza diventa misericordia.
Siamo presenti nella passione di Cristo in prima
persona, ciascuno col peso della propria vita e delle proprie
responsabilità. Troppa gente si sente estranea al dramma
della Passione, perché - pensa - Gesù sulla croce ce l'hanno
messo gli altri. E gli altri sono: i ladri, i corrotti, i bestem-
miatori, i furfanti, i traditori... insomma i peccatori. "Ma io,
che ho sempre cercato di vivere onestamente, che ho sem-
pre compiuto il mio dovere e non ho mai fatto male a nes-
suno, io non c’entro in quella dolorosa e brutta vicenda che
ha condotto Cristo sulla croce". Pensieri come questo pos-
sono nascere anche in noi, senza esplicita intenzione e in
buona fede tanto da sentirci offesi se ci dicessero: "Tu hai
gridato davanti al governatore Pilato: crocifiggilo!".
La verità è che nessuno di noi è innocente. Perfino
un bambino appena nato, nonostante la sua innocenza per-
sonale, porta con sé la triste eredità lasciata dai progenito-
ri: il peccato originale. Sulla croce c'è l'unico Innocente
che sia vissuto sulla terra, ed è salito sulla croce per ob-
bedire al Padre e pagare per il nostro peccato. L'umiltà,
che è verità, ci assicura che ognuno di noi ha il suo posto
su quelle membra martoriate ed offese, ha messo la sua
voce in quelle grida di scherno e di rifiuto, o per lo meno è
rimasto inerte e passivo tra la folla degli spettatori, senza
un gesto di pietà e di comprensione: "Ho atteso compas-
sione ma invano, consolatori ma non ne ho trovati". Da- 131

vanti a Gesù crocifisso ognuno di noi deve dire con San


Paolo: "Dilexit me, et tradidit semetipsum pro me! - Mi ha
amato e ha dato sé stesso per me!". 132

131 Salmo 68, 21


132 Gal. 2, 20
168
E' da questa consapevolezza che deve nascere nel
nostro cuore il desiderio sincero della riparazione. Riparare
vuol dire restaurare ciò che è stato rovinato o danneggiato.
Gesù sulla croce ha innanzitutto restaurato la nostra dignità
offesa e profanata, ma soprattutto ha restituito a Dio l'ono-
re e l'adorazione che gli abbiamo negato col peccato. Gesù
è il grande Riparatore, ma il peccato è nostro e abbiamo il
dovere di partecipare da parte nostra alla riparazione com-
piuta da Gesù. Ora, San Paolo ci avverte che la nostra ripa-
razione non è soltanto una partecipazione a quella di Cri-
sto, infatti ad essa manca qualcosa che spetta a noi comple-
tare: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e
completo nella mia carne quello che manca ai patimenti
di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa" .133

Il peccato è una ferita inferta a Cristo, non solo nel


suo corpo fisico ma anche nel suo Corpo Mistico, la Chie-
sa. Il peccato, anche quello più interno e personale, non è
mai un male esclusivamente individuale; siamo membri gli
uni degli altri, membri di una famiglia, e il peccato finisce
per pesare negativamente su tutti, impoverisce la famiglia
cui apparteniamo e diventa un ostacolo alla crescita della
Chiesa. La riparazione intende rendere giustizia anche a co-
lei che abbiamo danneggiato e derubato, la Famiglia dei fi-
gli di Dio, che ha diritto alla nostra fedeltà e alla nostra
lealtà.
Prende allora significato l'espiazione non solo per i
nostri peccati ma anche per quelli dei nostri fratelli, e di-
venta un dovere di fraternità la preghiera per la conversio-
ne dei peccatori, per coloro cioè che vivono nel loro pecca-
to. E' un dovere di giustizia e un obbligo d'amore, se non
altro perché non possiamo sopportare che il Sangue di Cri-
sto sia stato sparso invano per qualcuno dei nostri fratelli.

133 Col. 1, 24
169
61 – La Via Crucis

Il Messale Romano, tra le Messe votive del Vener-


dì, annovera la Messa della Passione e la Messa del Prezio-
sissimo Sangue. La celebrazione liturgica della Passione ha
il suo riferimento più importante nel Venerdì della Settima-
na Santa, tanto che in quel giorno non si celebra la Messa
ma si lascia posto alla lettura e alla meditazione del raccon-
to evangelico della Passione. Sappiamo bene però che ogni
Messa è celebrazione della Passione di Cristo, per cui ogni
giorno è Venerdì Santo. Ma sappiamo anche che la Messa
abbraccia tutto il Mistero di Cristo: la Messa è il memoriale
della Pasqua del Signore, anzi Memoriale della sua Incar-
nazione, Passione, Morte, Risurrezione e Ascensione al
Cielo.
Tuttavia la Messa votiva della Passione vuole con-
centrare la nostra pietà liturgica su quell’aspetto particolare
del mistero di Cristo che è stato descritto anche dal Profeta
Isaia: il Servo di Jahvé, cioè il Cristo sofferente. Proprio
per alimentare la nostra devozione a Cristo sofferente la
pietà cristiana ci offre due pratiche largamente diffuse tra il
popolo cristiano: la Via Crucis e la devozione al Crocifis-
so.
La consuetudine di ripercorrere con la mente e con
il cuore la via dolorosa che ha portato Gesù dal Pretorio di
Pilato al Calvario è nata probabilmente con i pellegrinaggi
a Gerusalemme durante i quali si visitavano i luoghi che
erano legati al dramma della Passione del Signore. Nei se-
coli successivi, la pietà e l'amore hanno aggiunto altri epi-
sodi a quelli documentati dal Vangelo, arrivando, verso il
primo '600, alla forma attuale della Via Crucis con 14 sta-
zioni.

170
Poche devozioni fanno tanto bene alla nostra anima
quanto l'esercizio della Via Crucis. Le anime che amano
profondamente Gesù Cristo sentono il bisogno di non
lasciarlo solo in mezzo al ludibrio e allo scherno della
folla che faceva ala al suo passaggio. Il peso della croce, la
fatica della strada, la debolezza estrema delle sue membra,
erano nulla a paragone dell'amarezza interiore e del tedio
spirituale e morale che affliggeva la sua anima. L'unica pre-
senza in mezzo a tanto odio è stata la tenerezza silenziosa
ma dolcissima di sua Madre, che Giovanni e le altre donne,
prese più dal terrore e dallo smarrimento, non potevano ca-
pire. Mai strada fu tanto lunga e segnata da tanta solitudine
come le poche centinaia di metri che portarono Gesù al
Golgota: la lunghezza di quella strada fu pari alla nostra
lontananza da Dio. Ancora una volta la via dolorosa del
Signore ci ricorda la profonda malizia del peccato e
l'immenso amore di Cristo per noi. Ripercorrere quella
strada è rinnovare la contrizione, la gratitudine, la gioia, il
proposito; è rinnovare l'amore.

62 – La devozione al Crocifisso

Il Crocifisso occupa un posto fondamentale nella


tradizione della Chiesa, a tutti i livelli: patristico, liturgico,
ascetico. Questa centralità ha influito sulla fede e sulla pietà
del popolo cristiano che ha fatto di Cristo crocifisso l'icona
più universale, l'immagine più amata nella storia del cristia-
nesimo.
La devozione al Crocifisso non ha avuto storia faci-
le nel tempo. Già per i primi cristiani presentarsi come se-
guaci di un Dio condannato ad un patibolo così infamante e
ignominioso costituiva una prova eroica di coraggio e di
fedeltà. San Paolo ne era pienamente consapevole quando
171
scriveva ai Corinzi: "Mentre i Giudei chiedono i miracoli e
i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo croci-
fisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani". E 134

solo la forza travolgente della sua esperienza personale con


Cristo poteva fargli dire: “Quanto a me non ci sia altro
vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per
mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso,
come io per il mondo", per cui: “Io ritenni di non sapere
135

altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifis-


so”. 136

Occorre arrivare a dopo Costantino, superata la ri-


pugnanza che la croce suscitava nei pagani, per vedere le
prime raffigurazioni pubbliche di Cristo crocifisso. La Cro-
ce, soprattutto dopo il suo ritrovamento, venne fatta og-
getto di culto e di adorazione, come se fosse Cristo stesso,
dato il legame che essa ha avuto con il suo sacrificio. Così
si cominciò a vedere la croce nella prospettiva della vittoria
di Cristo, prospettiva cara soprattutto agli orientali presso i
quali Cristo veniva spesso raffigurato sulla croce rivestito
di abiti regali; era l'immagine solenne di un Re vittorioso.
Nei secoli successivi, soprattutto nel Medio Evo, si scoprì
la croce nel suo primitivo significato di simbolo della umi-
liazione di Cristo, della sua passione e del suo annienta-
mento, secondo l'espressione di San Paolo: "Umiliò sè
stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di
croce". Cristo crocifisso viene così raffigurato nel suo
137

aspetto di sofferenza, con il corpo affranto, accompagnato


dai segni della passione e attorniato dalle figure dolenti che
lo videro crocifisso sul calvario: Cristo doveva muovere

134 1 Cor. 1, 22
135 Gal. 6, 4
136 1 Cor. 2, 2
137 Fil. 2, 8

172
alla compassione, al dolore dei propri peccati, e al deside-
rio di partecipare alle sue sofferenze.
Il Rinascimento ci ha restituito il Crocifisso nella
sua integrità fisica e nella bellezza formale delle sue mem-
bra. Potremmo vederci un'allusione all'innocenza di Gesù e
alla sua integrità morale; è una bellezza che il patire non ha
oscurato né deturpato. Nella cultura attuale secolarizzata, il
Crocifisso ha perduto quasi totalmente il suo significato e,
o viene accettato come amuleto o come pendaglio orna-
mentale, oppure respinto come ingombrante e fastidioso,
cacciato dagli ambienti pubblici.
Per il cristiano, invece, il Crocifisso rimane il
grande libro della sua vita; su quelle pagine con l'aiuto
della Chiesa e con i sentimenti della pietà, il cristiano sa
leggere tutto ciò che Dio ha voluto scrivere per noi. Su
quelle pagine c'è scritta la giustizia di Dio perché la morte
di Cristo è la condanna del nostro peccato, c'è scritta la mi-
sericordia di Dio perché il sacrificio di Cristo ha meritato il
perdono delle nostre iniquità, c'è scritta l'onnipotenza di
Dio perché la debolezza di Cristo è vittoria sulla forza del
male, c'è scritta la sapienza di Dio perché si è compiuto
nella passione di Cristo il disegno del Padre per la salvezza
dell'uomo, c'è scritta la libertà di Dio che nell'obbedienza di
Cristo ha liberato la libertà dell'uomo; in una parola, quelle
pagine ci raccontano tutto l'amore di Dio per noi perché in
Cristo, morto e risorto, il Padre ci ha donato ogni cosa, e la
vita eterna.
Dobbiamo mettere Cristo crocifisso al suo posto, sul
Golgota della nostra carne, della nostra anima, di ogni
realtà umana. Deve compiersi la volontà di Cristo:
“Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto (tutti) a
me”. San Giovanni nota che nel linguaggio di Gesù essere
138

138 Gv. 12, 32


173
"innalzato" è indicativo della sua morte sulla croce, e in- 139

sieme è annuncio della sua glorificazione. Il Padre infatti


140

ha glorificato il Figlio proclamandolo, sulla croce, Salvato-


re del mondo. E' giunta l'ora che sia glorificato il figlio
dell'uomo.
Dall'alto della croce Cristo avrebbe "attirato" tutto e tutti a
sé. Questa attrazione a Cristo crocifisso si rivela nel fatto
che gli uomini "guarderanno" a lui attraverso la fede.
“Chiunque vede il Figlio e crede in Lui ha la vita
eterna". Mettere la croce di Cristo nel cuore di ogni
141

uomo, sulla sommità di ogni valore e di ogni attività uma-


na, perché tutto e tutti, passando attraverso la croce di Cri-
sto, incontrino la salvezza, e Gesù Crocifisso sia glorificato
sulla terra come Salvatore del mondo: è questa una delle
grandi ispirazioni che Dio ha messo nel cuore di san. J.
Escrivà; per tutta la vita egli ha cercato che questo diven-
tasse l'impegno apostolico di migliaia di anime.
La devozione e l'amore al Crocifisso è l'arma di
ogni apostolo e la strada di ogni santità. "Il tuo Crocifisso.
- Già come cristiano dovresti portare sempre con te il tuo
Crocifisso. E metterlo sul tuo tavolo di lavoro. E baciarlo
prima di addormentarti e al risveglio: e se il tuo povero
corpo si ribella contro l'anima, bacialo anche allora". Per- 142

ciò, "quando vedi una povera Croce di legno, sola, senza


importanza e senza valore... e senza Crocifisso, non dimen-
ticare che quella Croce è la tua Croce: quella d'ogni giorno,
quella nascosta, senza splendore e senza consolazione...,

139 "Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire"


(Gv.12, 33).
140 "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così biso-
gna che sia innalzato il Figlio dell'uomo
perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna" (Gv. 3, 15).
141 Gv. 6, 40
142 Cammino, n. 302.

174
che sta aspettando il Crocifisso che le manca: e quel Croci-
fisso devi essere tu”. 143

63 – La devozione al Sacro Cuore

La riparazione, come espiazione dei peccati e come


espressione di un amore che vuole cancellare il disamore, è
strettamente legata a una devozione che ha conosciuto uno
sviluppo straordinario nel popolo cristiano soprattutto ne-
gli ultimi secoli: la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Nata
e sviluppatasi nel Medio Evo, questa devozione ebbe come
apostoli ardenti San Giovanni Eudes e Santa Margherita
Maria Alacoque. Fu ispirata da Cristo stesso in tempi diffi-
cili per la spiritualità cristiana; ma il culto al Cuore di Cri-
sto ha le sue radici nel Vangelo e nella tradizione liturgica
della Chiesa.
L'evangelista San Giovanni, l'apostolo che Gesù
amava e che ha riposato sul cuore di Lui nell'ultima Cena,
ci narra l'episodio che resterà per sempre il documento del-
l'amore senza limiti che Gesù ha portato e porta a tutti gli
uomini. “Vennero dunque i soldati ... da Gesù e vedendo
che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno
dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne
uscì sangue e acqua”. Gesù immolandosi sulla croce ave-
144

va dato tutto di sé stesso, eppure quel colpo di lancia che


gli squarciò il cuore sembra dire che gli restava ancora
qualcosa da dare: le ultime gocce di sangue. Egli non volle
tenere per sé nemmeno quelle, le versò totalmente perché
restassero come un simbolo e una prova.
Abbiamo già ricordato che il sangue e l'acqua sono
il simbolo di doni ben più grandi: il dono dello Spirito San-
143 Cammino, n. 178
144 Gv. 19, 33
175
to e il dono del Battesimo, cioè dei Sacramenti. Abbiamo
anche visto il significato sponsale di quella ferita che ha
spalancato il cuore divinamente innamorato di Cristo: come
dal fianco di Adamo addormentato, Dio ha tratto la donna
come sposa, così dal fianco aperto di Cristo "addormenta-
to" sulla croce è nata la Chiesa, sua Sposa, che forma con
Lui "una sola carne": il Corpo Mistico. Lo Spirito Santo, la
Chiesa da lui vivificata, i Sacramenti che danno la salvezza:
sono questi i doni inestimabili usciti dal cuore di Cristo
crocifisso. Che altro poteva fare per noi il Signore? Che al-
tro poteva darci?
Infatti quel Cuore aperto è diventato la prova dell'a-
more di Cristo. Proprio Giovanni, l'Apostolo testimone e
interprete di quel colpo di lancia vibrato dal soldato, nar-
rando l'ultima Cena aveva scritto: “Gesù, sapendo che era
giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino
alla fine”. Ed è appunto questo Amore non amato, que-
145

sto Fuoco acceso in un mare di indifferenza, questo Dono


non accolto e disprezzato, il motivo per cui tante anime
hanno sentito il bisogno di riparare, di esprimere nel culto
al Cuore di Cristo il proprio amore, la propria fede, il pro-
prio desiderio di alleviare il peso dell'amarezza e del dolore
per tanta incorrispondenza. E' questo anche il lamento di
Cristo con Santa Margherita Maria Alacoque: "Ecco quel
Cuore che ha tanto amato gli uomini, e in cambio non rice-
ve che ingratitudine!"
Qui sulla terra l'amore è spesso fonte di dolore, per-
ché mai possediamo pienamente ciò che amiamo e, vicever-
sa, non siamo mai in grado di dare a misura dell'amore. Ma
soprattutto il tormento che più ferisce il cuore umano è l'a-
more non corrisposto, l'amore non accolto o, peggio, l'a-
more deriso e disprezzato: una vera crudeltà che può con-
145 Gv. 13, 1
176
durre alla pazzia o alla morte. Su questa terra, solo Gesù
ha posseduto pienamente ciò che amava: in lui abita "la
pienezza della divinità" e in lui l'amore del Padre fu perfet-
to; così, soltanto Cristo ha potuto dare a misura del suo
amore: ha amato fino in fondo, "sino alla fine" e "a quanti
l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di
Dio", e, se figli, anche eredi, eredi di Dio, eredi del cielo.
Invece, nessun uomo sulla terra ha provato la cru-
deltà dell'indifferenza, dell'amore non amato, del disprezzo
e della derisione, come l'ha provato il cuore di Cristo, quel
cuore che l'amore infinito ha spalancato verso gli uomini. E
l'incorrispondenza che più ferisce, più ancora dell'odio dei
nemici, è l'indifferenza degli amici, dei prediletti e dei bene-
ficati. "Se mi avesse insultato un nemico, l'avrei sopporta-
to; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi
sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e
confidente; ci legava una dolce amicizia...". 146

64 – La riparazione

Il venerdì, giorno dell'Amore tradito e dell'Amore


non amato, deve diventare per noi il giorno della riparazio-
ne, dell'espiazione, dell'Amore corrisposto e condiviso, del-
l'Amore riamato. Il Cuore di Cristo trafitto sulla croce è
il Cuore di Dio che parla al cuore dell'uomo. Non basta
voler bene a una persona, occorre che essa lo sappia e se
ne renda conto. Dio ci ama. Dio ama tutti gli uomini, ma
essi non ne sono abbastanza convinti; il cuore di Cristo
crocifisso è stato trafitto dall'amore, ma gli uomini non ci
146 Salmo 54, 13-14
177
pensano o non se ne rendono conto. Noi stessi, i credenti,
non ne sentiamo tutta la forza e non sperimentiamo tutta la
sua efficacia, preoccupati come siamo di meritarci l'amore
di Cristo con le nostre opere, preoccupazione che porta al-
l'avvilimento per i nostri limiti e allo scoraggiamento per le
nostre debolezze.
La vera riparazione esige umiltà, l'umiltà di saperci
amati da Dio gratuitamente e solo per amore. Il Signore
vuole che ci affidiamo fiduciosamente al suo amore mi-
sericordioso con l'impegno di servirlo e di farlo amare.
Sono appunto questi i due elementi essenziali della ripara-
zione: lotta interiore per essere fedeli servitori e discepoli
di Cristo, nonostante tutto, cioè nonostante ciò che di ne-
gativo può esserci nella nostra vita, e l'impegno di far co-
noscere e amare Cristo ai nostri amici, aiutandoli ad allon-
tanarsi dal peccato e a lasciarsi amare da Colui che li ha re-
denti col suo sangue divino.
Frutto di questo desiderio di riparazione sono alcu-
ne pratiche che si sono diffuse nella devozione del popolo
cristiano:
- l'adorazione riparatrice davanti al Santissi-
mo Sacramento. E' praticata in molte comunità alla sera o
nelle ore notturne del primo giovedì del mese. Ricorda l'a-
gonia di Gesù nell'Orto degli ulivi e vuol essere come una
risposta all'invito di Gesù: "La mia anima è triste fino alla
morte; restate qui e vegliate con me". Molti fedeli la pra-
147

ticano privatamente, sempre nel primo giovedì del mese,


davanti al tabernacolo;
- un'altra pratica è quella dei nove primi ve-
nerdì del mese. Proposta da Gesù stesso a Santa Margheri-
ta M. Alacoque, è chiamata la "grande promessa". Gesù, in
una delle sue mistiche comunicazioni alla santa, promise la
grazia della perseveranza finale a quanti si fossero accostati
147 Mt. 26, 38
178
alla confessione e alla comunione eucaristica nel primo ve-
nerdì di nove mesi consecutivi. Sono molti gli episodi nella
letteratura agiografica che confermano questa grande pro-
messa;
- altre pratiche riparatrici sono l'atto di consa-
crazione al Sacro Cuore e varie forme penitenziali, come
digiuni e pellegrinaggi. Ma la forma di riparazione più effi-
cace e importante rimane sempre la Santa Messa. La solen-
nità del Sacro Cuore si celebra nel venerdì dopo la solenni-
tà del Corpus Domini; ma quella Liturgia può essere cele-
brata come votiva ogni venerdì della settimana.

179
SABATO

65 – Il “giorno mariano”

La feria settima della settimana, il giorno dedicato


dai pagani a Saturno, venne sempre indicato nella Liturgia
della Chiesa con il nome ebraico di "sabato". Conosciamo
già il suo significato presso gli Ebrei. Ma nella tradizione
cristiana il sabato era considerato un giorno di tristezza: ri-
cordava la sepoltura di Gesù. Era perciò un giorno di peni-
tenza e di digiuno, conformemente a quanto aveva predetto
Gesù stesso: “Verranno i giorni quando sarà loro tolto lo
sposo e allora digiuneranno". 148

Nel Triduo pasquale, il sabato rimaneva un giorno


liturgicamente "vuoto", un giorno riservato al silenzio e alla
riflessione. Veniva perciò spontaneo, dopo aver celebrato,
nel venerdì, la Passione del Figlio, ricordare, nel sabato, il
dolore e la "passione" della Madre che, ai piedi della croce,
era stata intimamente unita al sacrificio di Cristo. Tanto più
che in quel sabato, così "vuoto" e triste, l'unica persona che
seppe conservare la fede in Gesù e la certezza che tutto si
stava compiendo secondo il disegno di Dio, fu lei, la Madre
del Redentore.
Con il tempo, perduto il riferimento al sabato santo
e sviluppandosi, nel Medio Evo, la devozione all'Addolora-
ta come festa autonoma per celebrare tutto il dolore di Ma-
ria, il sabato cessò di essere un giorno "triste" e penitenzia-
148 Mt. 9, 15
180
le per diventare un giorno di gioia e di letizia; una gioia
contenuta e sommessa, a dimensione, potremmo dire, fami-
gliare, quella gioia che proviene dalla presenza abituale del-
la madre in un focolare domestico. Un riferimento peniten-
ziale, tuttavia, sopravvisse nella consuetudine, praticata da
molti fedeli, di offrire ogni sabato una piccola mortificazio-
ne, un "fioretto", in onore della Vergine, come testimonian-
za di affetto e di devozione alla Madre di Dio.
Non sappiamo se queste o altre furono le considera-
zioni che portarono la pietà cristiana a fare del sabato un
giorno mariano, sta di fatto che tra tutte le devozioni ricor-
date nei vari giorni della settimana, questa, del sabato dedi-
cato alla Madonna è, dopo quella del venerdì dedicato alla
passione del Signore, la devozione più diffusa, più unanime
e di più antica tradizione. Così pure resta il fatto che con la
conoscenza sempre più profonda del mistero di Cristo, an-
che il ruolo di Maria si rivelò sempre più chiaramente nella
sua grandezza e nella sua importanza. Ne danno testimo-
nianza la progressiva presenza di Maria nella Liturgia della
Chiesa, nel culto e nella fede del popolo cristiano, come
anche nella stessa riflessione teologica, che hanno portato
all'attuale calendario delle feste mariane e al nuovo Messale
liturgico. Tutto questo riflette una sempre più profonda
comprensione del mistero stesso di Gesù da parte della
Chiesa, che ha compreso così, in modo sempre più chiaro,
il posto unico di Maria nel piano salvifico di Dio.
Questo ci aiuta a capire che la devozione alla Ma-
dre di Dio non è una devozione "facoltativa", puramente
devozionale; essa risponde a una precisa volontà di Dio che
ha affidato a Maria una missione unica e singolare riguardo
agli uomini. "Porre Maria al posto che le compete per vo-
lontà divina nella storia della nostra salvezza: questo è es-
senziale. Quello che importa alla nostra fede e alla nostra
pietà mariana è conoscere la sua missione salvifica così
181
come ci appare attraverso le pagine ispirate della Bibbia e
della Tradizione vivente della Chiesa" (Hans Hasmussen).

66 – Lo specifico femminile: la maternità

Il ruolo fondamentale che Dio, nel suo disegno di


salvezza, ha affidato alla Madonna è quello della maternità.
Del resto, non poteva affidarle un ruolo diverso dal mo-
mento che questa è la missione specifica e propria di ogni
donna. Lo specifico femminile è quello di essere, nella
maternità, una teofania di Dio: attraverso il mistero della
vita la donna rivela Dio all'uomo. Lo rivela nei suoi tre
aspetti fondamentali: come dono, perché Dio è Dono, e la
donna è il dono fatto da Dio all'uomo; come vita, perché
Dio è il Vivente, e la donna racchiude e custodisce in sé
stessa il mistero della vita; infine, come amore, perché Dio
è amore, e la donna ha reso possibile l'amore togliendo
l'uomo dalla sua solitudine.
Questa "missione profetica" della donna, come la
chiama Giovanni Paolo II, esprime le prerogative che Dio
ha messo nel cuore della donna in vista della sua missione
fondamentale: l'accoglienza dell'essere umano. Quando Dio
creò Eva non fu solo per farne un dono ad Adamo come
"aiuto simile a lui", ma anche, e in senso assai più profon-
do, per affidare l'uomo alla donna; ciò significa che ogni es-
sere umano è un dono che Dio affida alla donna. E' questo
appunto il significato profondo della maternità. Infatti, in
ebraico, Eva significa "vita"; Adamo chiamò la donna Eva
"perché essa fu la madre di tutti i viventi". Perciò, se la
149

donna come teofania della divinità, aiuta l'uomo a per-


cepire Dio, l'uomo, da parte sua, aiuta la donna a capi-

149 Gn. 3, 20
182
re sé stessa nella sua identità più profonda: la materni-
tà.
Tutti questi motivi spiegano perché la donna sente
una profonda attrattiva verso l'uomo, attrattiva che il pec-
cato ha rovinato trasformandola in schiavitù, mentre, origi-
nariamente, era la voce limpida e gioiosa della sua femmini-
lità che vedeva nell'uomo l'essere affidatole da Dio, voce
che, per quanto venga soffocata, riecheggia continuamente
nel suo intimo, soprattutto quando l'essere umano lo sente
germogliare nel suo grembo, lo genera dentro di sé, lo sen-
te crescere, farsi da lei, dalla sua carne e dal suo sangue.
Ecco perché l'aborto è innanzitutto una violenza contro
la donna, perché nell'aborto la donna non uccide sol-
tanto l'essere umano che le è stato affidato, ma uccide
anche sé stessa come donna.

67 – S. Maria nel disegno di Dio

Ora, la maternità di Maria ricupera e riscatta la ma-


ternità di Eva, anzi riscatta tutta la maternità umana, quella
dell'intera umanità. La maternità di Eva era diventata una
maternità di dolore e di morte; essa generava dei condan-
nati a morte, e tale maternità si prolungava lungo tutte le
generazioni umane. Il peccato è sinonimo di morte - morte
morieris, aveva detto Dio ad Adamo - e perciò il grembo
che era per la vita si è trasformato in una tomba per la mor-
te.
Ora, Maria fu predestinata da Dio a soppiantare
Eva e generare il nuovo Adamo, capostipite della nuova
umanità. "In te, et per te, et de te, benigna manus
omnipotentis, quidquid creaverat, recreavit - esclama San
Bernardo -. In te, per te, e da te, la mano misericordiosa
dell'Onnipotente, quanto aveva creato lo ha anche rinnova-
183
to (ri-creato)". Maria è il capolavoro della creazione rinno-
vata, il prototipo della nuova umanità.
Due passi scritturistici ci aiutano a comprendere
meglio questa antitesi Eva-Maria:
1) - Il protoevangelo: "Io porrò inimicizia fra te e
la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiac-
cerà la testa e tu le insiderai il calcagno". Qual é questa
150

inimicizia? Essa risiede nell'antitesi tra il comportamento


del serpente, e perciò di Eva, e il comportamento di Maria.
Lo fa notare S. Ireneo con la sua consueta lucidità: "Eva,
ancora vergine, si fece disobbediente e divenne per sé e per
tutto il genere umano causa di morte, Maria, Vergine obbe-
diente, è divenuta per sé e per tutto il genere umano, causa
di salvezza (...). Ed è così che la disobbedienza di Eva è
stata riscattata dall'obbedienza di Maria: poiché ciò che la
vergine Eva legò con l'incredulità, Maria l'ha sciolto con la
fede". 151

Maria dunque è un ritorno alle origini - S. Ireneo lo


chiama "ricirculatio": un circuito contrario -; Maria ricupe-
ra Eva e la supera nella sua stessa giustizia originale, quella
che essa aveva prima del peccato. Ma non è un ricupero
puro e semplice che taglia fuori tutta la storia e la vicenda
umana; è un ritorno - un ricupero - che passa attraverso l'o-
pera della salvezza, attraverso il disegno salvifico del Pa-
dre. Questo significa che c'è antitesi ma c’è anche conti-
152

nuità tra Eva e Maria e, viceversa, tra Maria ed Eva.


2) - Possiamo cogliere la conferma a questo pensie-
ro di S. Ireneo nei due passi evangelici che ricordano la ge-

150 Gn. 3, 15
151 S. Ireneo, Adversus haereses, 3,22. S. Ireneo, che abbia-
mo già ricordato come padre dell'antropologia
cristiana, è considerato anche padre della mariologia cattolica.
152 Vedremo più avanti che questa è una delle ragioni fondamenta-
li dell'Immacolata Concezione.
184
nealogia di Gesù: la genealogia "discendente" - da Abramo
a Maria - descritta da Matteo, e quella "ascendente" - da
Maria ad Adamo - descritta da Luca. In Matteo , Maria è
153

il termine, il punto d'arrivo delle generazioni umane attra-


verso la promessa fatta ad Abramo e trasmessa alla discen-
denza ebraica. Così la maternità di Eva, lungo i millenni
della storia umana, è diventata un grido immenso, un'attesa
cosmica che invocava la salvezza. Quel verbo, "generò", ri-
petuto tante volte nell'elenco della genealogia messianica,
quel "genuit... genuit... genuit..." in un susseguirsi serrato e
apparentemente arido, è invece un susseguirsi carico di ten-
sione. Le generazioni si succedono come l'incalzare pro-
gressivo delle onde di un oceano: ogni generazione riceve
l'attesa e il desiderio delle generazioni precedenti, attesa
che va crescendo, che si va gonfiando, diventa incontenibi-
le..., è un mare sconfinato di occhi, di sguardi rivolti verso
oriente per veder spuntare la salvezza; sembra quasi che le
generazioni più lontane si alzino sulla punta dei piedi per
scorgere Cristo nel suo apparire sull'orizzonte...; e final-
mente: “L'Angelo Gabriele fu mandato da Dio... a una
Vergine che si chiamava Maria, ed entrando da lei disse:
Ti saluto o piena di grazia, il Signore è con te... su te
scenderà lo Spirito Santo, e stenderà la sua ombra la po-
tenza dell'Altissimo. Perciò Colui che nascerà da te sarà
santo e chiamato Figlio di Dio”. San Bernardo, in una
154

pagina stupenda, immagina che tutta l'umanità stia assisten-


do al colloquio dell'Angelo con la Madonna; il mondo inte-
ro sta quasi trattenendo il respiro..., c'è un silenzio immen-
so in tutto il creato: nelle mani di Maria c'è in quel momen-
to tutta l'attesa dell'umanità, tutta l'aspettativa degli uomini
che furono, che sono e che verranno. San Bernardo si ri-
volge a Maria invitandola, supplicandola, a dire di sì all'An-
153 Mt. 1, 1-17
154 Lc. 1, 26 segg.
185
gelo, ad aprire il suo grembo allo Spirito Santo, a non te-
mere la potenza di Dio che le affida il suo Verbo, a rispon-
dere con la fede alla volontà dell'Altissimo. E quando la
Madonna rompe il silenzio pronunciando il suo "fiat", un
grido di gioia corre lungo i secoli e attraversa tutta la storia
umana, un "brava!" immenso sale da tutte le generazioni
umane: "Tutte le generazioni mi chiameranno beata!...", e
il suo cantico di lode cancella le parole di condanna che
erano state pronunciate nell'Eden. 155

Maria ricupera Eva e, in Eva, ogni donna, perché ri-


cupera la maternità umana e le conferisce una dimensione
totalmente nuova che nessuna maternità aveva né poteva
avere: la dimensione redentiva. Quella di Maria è una
maternità di redenzione. Questa dimensione fondamenta-
le della maternità di Maria ci illumina immediatamente sul
rapporto unico che la Madonna ebbe con le Persone Divine
della Trinità Santissima.

68 – Maternità divina e Paternità di Dio

Innanzitutto il rapporto che unisce Maria con il Pa-


dre. E’ un rapporto che colloca la Madonna all’interno del
piano della creazione. Abbiamo già osservato che Maria,
come creatura del Padre, è modello e anticipazione della
creazione rinnovata. In un certo senso Dio Padre, creatore
del cielo e della terra, vedendosi deturpata la creatura che
egli aveva fatto a “sua immagine e somiglianza”, fu preso
da un moto di divina ribellione: non poteva tollerare che la
155 S. Bernardo, Omelie sulla Madonna, 4, 8-9

186
creatura sulla quale aveva impresso il suo sigillo e che egli
aveva posto come interprete dell’intero universo, restasse
irreparabilmente ferita e rovinata in sé stessa e nella sua vo-
cazione, trascinando nella propria rovina tutto il creato.
Alla maniera di un grande artista che, vedendo in-
franto e demolito il suo capolavoro, stretto dal dolore e
dall’amore decide di ricostruirlo più bello e più perfetto di
prima, così Dio non si è rassegnato al peccato che ha de-
turpato l’uomo e rovinato l’immagine divina che era in lui,
ma ha ri-creato una creatura più santa, più perfetta, più bel-
la: ha inventato la Piena di Grazia, capolavoro della crea-
zione, prototipo della nuova umanità che avrebbe avuto in
Cristo la sua perfetta realizzazione.
Maria è figlia eccelsa di Dio Padre, predestinata e
scelta dall’eternità ad essere la sua “serva” in ordine al pia-
no della salvezza. La sua maternità redenta è perciò
strettamente legata alla paternità di Dio. Sta in questo il
motivo fondamentale della Concezione Immacolata di Ma-
ria. Se infatti la maternità, come collaborazione della crea-
tura con il creatore, si rivela segno della potenza generante
del Dio Vivente, Fonte della vita, mentre il peccato si rivela
come sinonimo di morte, allora la maternità è incompatibile
con il peccato. Se il grembo di Maria doveva essere segno
della fecondità e della vita, in quanto generava il Figlio del-
l’Eterno Padre, ed essere perciò epifania della paternità di
Dio, allora Maria non poteva essere soggetta al peccato
nemmeno per un solo istante, fin dalla sua concezione. In-
fatti, come avrebbe potuto Maria ricuperare la maternità di
Eva che giaceva sotto il segno del peccato e generare il Fi-
glio del Dio vivente, se essa stessa, Maria, fosse stata sog-
getta al peccato? Se dunque Maria doveva essere madre, di
una maternità secondo il disegno di Dio, doveva essere im-
macolata. Il fatto poi di essere stata predestinata a una ma-
ternità di redenzione - Madre del Redentore - spiega per-
187
ché essa fu immacolata in vista e per i meriti del Sacrificio
di Cristo.

69 – Madre di Dio-Figlio

Una maternità redenta, quella di Maria, e insieme una ma-


ternità di redenzione, perché maternità divina. Maria, infatti
"partorirà un figlio e lo chiamerà Gesù (=Salvatore): egli
infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Si stabili-
156

sce così tra Maria e il Figlio di Dio, un rapporto unico e su-


blime che nessun'altra creatura potrà mai uguagliare. Ricu-
perando la maternità di Eva, Maria rimane profondamente
legata all'umanità, a tutti noi, ma nella maternità divina Ma-
ria viene assunta in un rapporto con Cristo che rimane fon-
damento di tutta la sua missione e perciò della sua identità
e della sua grandezza.
Ora, Gesù è Dio, è il Messia, è il Redentore. Ciò si-
gnifica che la maternità di Maria non è un fatto puramente
naturale, ma un mistero divino, mistico, soprannaturale, e
non solo nel modo e nella sostanza ma anche nella sua am-
piezza e dimensione. Cioè la maternità divina lega pro-
fondamente Maria a Cristo come Dio (Mater Dei),
come Messia (Mater Christi), come Redentore (Alma
Redemptoris Mater).
Maria è innanzitutto la Madre di Dio, la Theotokos
(=Mater Dei). E' il titolo più alto e sublime che la Chiesa ha
rivendicato per Maria. L'hanno proclamato solennemente i
Padri nel Concilio di Efeso (431 d.C.), affermando che l'u-
nica persona in Gesù è la Persona del Verbo, la seconda
Persona della Trinità Santissima. Gesù è dunque il Figlio di
Dio, e Colei che l'ha accolto nel suo grembo è vera Madre
del Verbo. Maria ha veramente concepito e generato un es-
156 Mt. 1, 21
188
sere umano che nello stesso tempo è Dio. Egli, Figlio del
Padre secondo la natura divina, è divenuto figlio di Maria
secondo la natura umana. A partire dal Concilio di Efeso il
culto di Maria entrò nella Liturgia della Chiesa e nella de-
vozione del popolo cristiano con una dimensione più alta e
solenne: pur restando "l'umile serva del Signore" - la Ma-
dre di Gesù, secondo l'espressione evangelica - Maria viene
celebrata nella sua realtà di Madre del Signore, Madre del
Re e perciò Regina e Signora.
Da allora il nome di Maria sarà sempre accompa-
gnato dall'appellativo Theotokos, che resterà il titolo prin-
cipale ed esclusivo di Santa Maria. Nella Liturgia, nella pie-
tà e anche nella letteratura orientale, una splendida fioritura
di appellativi attribuiti alla Vergine Santa faranno sempre ri-
ferimento, come una corona, al titolo fondamentale di "Ma-
dre di Dio", titolo che apparirà nei corrispondenti mono-
grammi su tutte le icone. E proprio l'icona della Theotokos,
della Madre di Dio che tiene tra le braccia il Bambino, sarà
l'icona più riprodotta e più venerata in tutte le chiese d'O-
riente, sarà la rappresentazione principale della Vergine
Maria, l'icona regina di tutte le icone.
Tra i vari episodi legati alla maternità divina di Ma-
ria, quello più rappresentato in assoluto nei primi secoli è
l'adorazione dei Magi; viene poi la scena dell'Annunciazio-
ne dove l'Angelo appare sempre in atto di profonda venera-
zione verso Maria. In effetti, l'Incarnazione, il mistero del
Verbo che si fece carne nel grembo di Maria, è il momento
più intenso di tutta la storia umana. La separazione, la di-
stanza invalicabile che separava l'uomo da Dio è stata vin-
ta. Questa "vittoria" di Dio è stata infinitamente più grande
della "sconfitta" dell'uomo. Dio ha superato la distanza che
lo separava dalla creatura, non solo la distanza morale sca-
vata dal peccato ma anche la distanza ontologica segnata
dalla natura; l'ha annullata non semplicemente "avvicinan-
189
dosi" all'uomo scendendo dal cielo, ma si è "incarnato", è
entrato profondamente nell'uomo; ha stabilito con lui non
una semplice vicinanza per quanto intima, ma una "unione"
così ineffabilmente profonda che ci permette di dire: un
Uomo è anche Dio. Anzi, avendo Egli assunto non "una
persona" umana ma "la natura" umana è come se avesse as-
sunto tutti gli uomini; ha comunque reso possibile a tutti
coloro che avrebbero aderito a Lui con la fede e con la gra-
zia, la partecipazione alla sua filiazione divina: "A quanti
l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di
Dio". 157

La maternità divina di Maria è stata dunque una


vera maternità; Maria ha dato un vero corpo a Gesù: Ave
verum Corpus natum de Maria Virgine, canta la Chiesa, un
vero corpo che Ella ha portato in gestazione nel suo grem-
bo, lo ha partorito, sia pure verginalmente, dopo nove
mesi, lo ha cresciuto, allattato, portato in braccio, recato al
tempio..., fino ad accoglierlo tra le sue braccia deposto dal-
la croce. La maternità divina di Maria ha conosciuto tutte
le espressioni della maternità umana: l'intimità, la tenerez-
za, le esperienze dolcissime che ogni madre sperimenta nel
rapporto con la sua creatura; e tuttavia Ella era cosciente
che in quel Corpo che stringeva fra le sue braccia c'era il
Figlio di Dio.

70 – Madre di Cristo

Nell'Incarnazione, la maternità divina di Maria si ri-


vela anche come maternità messianica. Il Figlio di Dio,
fatto uomo nel grembo di Maria, è l'Inviato del Padre, è il
Messia promesso da Dio all'umanità, colui che i Patriarchi,
i Profeti e tutto un popolo hanno atteso per secoli, deside-
157 Gv. 1, 12
190
rato e invocato da intere generazioni. Come Messia, Cristo
è il Mediatore tra Dio e l'uomo; è l'unico, vero, interlocuto-
re degli uomini davanti al Padre. Vero Dio e vero uomo,
Egli ricongiunge in sé la creatura con il suo creatore; ha
gettato un ponte - è il grande Pontefice - sull'abisso che se-
parava la terra dal cielo, e nel grembo di Maria, è stato
"unto" (=Cristo) come Messia. Ormai non è più possibile
arrivare a Dio se non per mezzo di Gesù: "Io sono la Via,
la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mez-
zo di me". 158

E' una mediazione, quella di Cristo, che non ha


uguali: è unica, eterna, assoluta. E' unica perché Cristo è
mediatore per natura essendo Dio-Uomo nell'unica Perso-
na del Verbo; Maria è mediatrice per grazia, per volontà
del Padre che l'ha inserita nel suo disegno di salvezza.
La mediazione di Cristo è eterna, perché abbraccia
tutto il tempo, dalla creazione alla risurrezione, alla glorifi-
cazione di tutte le cose: "Tutte le cose infatti sono state
create per mezzo di Lui e in vista di Lui" , secondo il di-
159

segno prestabilito dal Padre, cioè di "ricapitolare in Cristo


tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra". Maria
160

è mediatrice dalla Incarnazione alla Parusia, cioè nel tempo


della misericordia - Mater Gratiae, Mater Misericordiae -.
Infine la mediazione di Cristo è assoluta, non di-
pende da altre mediazioni, non è subalterna ad alcuna crea-
tura e appartiene in assoluto a Cristo. Maria è mediatrice
per partecipazione, subordinata a Cristo, partecipe dell'uni-
ca e perfetta mediazione di Cristo. E' tuttavia una media-
zione materna e universale: nasce cioè dalla sua materni-
tà messianica e abbraccia tutto ciò che Cristo ci ha meritato
con la sua vita, morte e risurrezione. Non c'è dono, non c'è
158 Gv. 14, 6
159 Col. 1, 16
160 Ef. 1, 10

191
grazia che non passi attraverso le mani materne di Maria.
Come una madre di famiglia che amministra il patrimonio
famigliare, Maria amministra il tesoro infinito della Reden-
zione che Cristo le ha messo a disposizione.
Maria dunque è intimamente legata alla missione
mediatrice di Cristo. La sua maternità mediatrice si manife-
sta proprio a una festa di nozze, a Cana di Galilea. Gesù
compie un miracolo in sé molto materiale ma dal significato
estremamente profondo, perché raffigura il nuovo rapporto
tra Dio e l'uomo inaugurato da Cristo nell'Incarnazione.
Maria ottiene con la sua mediazione che Cristo si riveli
come Messia, e che gli apostoli aderiscano a lui mediante la
fede. "Si ha dunque una mediazione: Maria si pone tra suo
Figlio e gli uomini (...). Si pone "in mezzo" cioè fa da me-
diatrice non come un'estranea, ma nella sua posizione di
madre, consapevole che come tale può - anzi "ha il diritto"
- di far presente al Figlio i bisogni degli uomini" : "...non
161

hanno più vino". Maria si presenta poi davanti agli uomini


come portavoce della volontà del Figlio: "Fate quello che
vi dirà".162

71 – Madre del Redentore

La maternità divina di Maria diventa così una ma-


ternità corredentrice; come madre del Redentore, la Ma-
donna partecipa alla redenzione operata da Cristo. Già nel-
l'Incarnazione il "sì" di Maria ha un valore salvifico, non
per sé stesso ma perché partecipa ed è unito intimamente
all'Eccomi di Cristo che obbedisce al Padre e prende il no-
163

stro corpo umano per farne sacrificio di salvezza. L'atto di


161 Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, n.21
162 Gv. 2, 3-5
163 "Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà". (Eb.10,7)

192
fede di Maria non si limita alla nascita di Gesù ma abbrac-
cia tutto il messaggio dell'Angelo. In quel messaggio non le
veniva chiesto il consenso per il concepimento di un bambi-
no di cui avrebbe ignorato il destino: quel bambino doveva
chiamarsi "Gesù" perché avrebbe liberato l'uomo dal suo
peccato. Il "sì" di Maria all'Angelo abbracciava dunque tut-
to il mistero di Cristo: la sua Incarnazione e la sua nascita
ma anche la sua passione e la sua morte redentrice.
Maria infatti ne fu avvertita quaranta giorni dopo la
nascita del Bambino, quando portò Gesù al Tempio per of-
frirlo al Padre: quel gesto ebbe un significato ben più pro-
fondo di quello inteso da Mosè che aveva ordinato agli
Ebrei di offrire a Dio e poi di riscattare i primogeniti perché
si ricordassero che la mano di Dio li aveva scampati dal-
l'Angelo sterminatore. Nel ricevere tra le braccia il Bambi-
no, il vecchio Simeone sarà esplicito con Maria: quel Bam-
bino sarà salvezza e rovina di molti, e "Anche a te una spa-
da trafiggerà l'anima". 164

Il valore redentivo della maternità divina di Ma-


ria ha avuto la sua espressione più alta e commovente
sul Calvario. Gesù è ormai immolato sull'altare della cro-
ce, Vittima e Sacerdote insieme; nel suo sacrificio si sta
compiendo la redenzione del mondo. Gesù guarda Maria e
le rivolge quell'espressione carica di mistero, così umana
ma anche così divina: "Donna, ecco il tuo Figlio!" Gesù
non la chiama madre ma "donna", come Adamo aveva chia-
mato Eva. Maria dunque ricupera la femminilità con tutti i
suoi valori; cioè ricupera Eva e, in Eva, ogni donna. Poi
aggiunge: Ecco tuo figlio! Questa espressione del Signore
ha un duplice significato: in quel "figlio" Gesù indica innan-
zitutto sé stesso. Come dicesse: Tuo figlio è questo che tu
vedi sacrificato sulla Croce per la salvezza degli uomini. In
altre parole: "Tu sei madre della vittima immolata per il
164 Lc. 2,35
193
peccato, perciò la tua maternità è una maternità di reden-
zione perché essa ti fa partecipe del sacrificio del Figlio".
Ma in quel figlio Gesù indica anche Giovanni, il discepolo
amato. Ogni cristiano è un discepolo amato da Cristo e lì,
ai piedi della Croce, diventa figlio di Maria. La conferma di
questa verità viene da Gesù stesso che, rivolto a Giovanni
dice: "Ecco la tua madre!". Lo dice a Giovanni ma, in
165

lui, lo dice ad ogni uomo redento dal suo sacrificio: "Ricor-


dati che mia madre, oggi, ti ha partorito nel suo dolore. La
prenderai come tua madre, madre della tua salvezza". Nes-
suna madre ha sofferto tanto per partorire i suoi figli, e
nessun figlio è costato tanto alla propria madre quanto è
costato ognuno di noi alla madre di Cristo. Perciò le siamo
infinitamente cari e ci ama come nessuna madre ha mai
amato i propri figli, e ci guarda con occhi che non hanno ri-
scontro con nessuno sguardo di donna e di madre.
Giovanni, che la prese con sé e conobbe l'intima te-
nerezza della sua maternità, ha scritto nel suo Vangelo:
"Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigeni-
to", ma avendocelo dato attraverso e per le mani di Ma-
166

ria, Giovanni avrebbe potuto scrivere anche: "La Madre di


Gesù ha tanto amato gli uomini, da dare per loro il suo Fi-
glio unigenito". Questa maternità dolorosa e l'immenso af-
fetto per noi che Maria porta nel suo cuore, è certezza e
garanzia per ognuno di noi. Nessuno, infatti, che si affida a
Lei e che la invoca con fiducia e perseveranza, può andare
perduto.

72 – Sposa dello Spirito Santo

165 Gv. 19,26


166 Gv. 3,16
194
La maternità messianica e redentiva costituisce Ma-
ria madre nostra, madre degli uomini, ma soprattutto ma-
dre dei credenti, Madre della Chiesa. Il titolo di "Mater Ec-
clesiae" entra definitivamente nella dottrina cattolica e nel-
l'insegnamento ufficiale della Chiesa con Paolo VI alla con-
clusione del Concilio Vaticano II. La maternità divina non
colloca Maria al di sopra o al di fuori della Chiesa; Maria è
membro della Chiesa, membro perché anch'essa è redenta
da Cristo per cui è "figlia del suo Figlio".
E tuttavia è un membro eccelso e sovraeminente
perché occupa nella Chiesa un posto unico e specifico,
quello della maternità, il posto e il ruolo che ha una madre
in seno ad una famiglia. Se Maria è "Madre di Cristo, è an-
che madre delle membra di Cristo; se è madre del Capo è
madre anche del Corpo" (S.Agostino).
La Chiesa nasce nel giorno della Pentecoste, ed è in
quel momento che Maria è costituita Madre della Chiesa.
Essa fu madre di Cristo per opera dello Spirito Santo, e an-
cora per opera dello Spirito Santo divenne Madre della
Chiesa..
L'Incarnazione e la Pentecoste mettono in luce il
rapporto unico e sublime che legò Maria allo Spirito Santo;
è paragonabile al rapporto nuziale: Sposa di Dio-Spirito
Santo. "Il seno di Maria - scrive San Gregorio Magno - è il
talamo nuziale dove si compie lo sposalizio di Dio con l'uo-
mo", e uno scrittore antico proclama Maria: "Totius Trini-
tatis nobile triclinium", nobile stanza nuziale della Santissi-
ma Trinità.
Così Maria, come Madre della Chiesa, ne diventa
anche il simbolo, la figura: Maria, Typus Ecclesiae. Cioè, la
maternità di Maria non solo ricupera la maternità di Eva,
ma anche prefigura e si continua nella maternità della Chie-
sa. Il grembo di Maria viene così paragonato al fonte batte-
simale, che è come il grembo della Chiesa: dal ventre di
195
Maria è nato Cristo, dal ventre della Chiesa, cioè dal fonte
battesimale, nascono le membra di Cristo. Sant'Ambrogio
applica a Maria una espressione del Cantico dei Cantici:
"Venter tuus sicut acervus tritici..., il tuo ventre è un muc-
chio di grano". Maria ha generato quel "Grano di frumen-
167

to" che, caduto nella terra del Calvario, ha fatto germinare


la messe dei credenti. Nel grembo della Chiesa il Granello
di frumento germinato nel grembo di Maria è diventato un
cumulo di grano sparso nel mondo. 168

Perciò quello che avvenne in Maria nell'Annuncia-


zione e nella Pentecoste non può essere che opera dello
Spirito Santo: "Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Ma-
ria Virgine". Quelle particelle "de" e "ex" del testo latino
dicono molto di più di quello che dice la traduzione italia-
na: si è incarnato "nel" seno della Vergine Maria "per ope-
ra" dello Spirito Santo. Quel "nel seno" dovrebbe indicare
molto di più che non semplicemente il luogo, un luogo
"passivo", nel quale avvenne l'Incarnazione del Verbo; l'ex
Maria del testo latino infatti, indica la collaborazione attiva
di Maria al mistero del Dio Incarnato. Sappiamo che questa
collaborazione attiva di Maria è stata, sì, fisica e biologica
perché Maria ha forgiato nel suo ventre l'umanità di Gesù,
ma è stata soprattutto collaborazione mediante la fede e l'u-
miltà dell'obbedienza. Nessuna creatura avrà mai un rap-
porto così intimo con Dio come Maria, nessuno mai entre-
rà così profondamente nel cuore di Dio e nelle profondità
della sua intimità divina come vi entrò la Vergine Santa. E'
difficile trattenere dentro il nostro cuore la commozione e
la gioia per avere una madre così grande, così bella, così
167Ct. 5, 3
168 "...Granum tritici generabat..., sed de uno grano tritici acer-
vus factus est... Ex illo ergo utero Mariae diffusus est in hunc
mundum acervus tritici... quando natus est ex ea Christus", S.Am-
brogio, De Virginitate (PL 16,327).
196
amabile..., e così potente!. "...Canta davanti alla Vergine
Immacolata e ricordale: ave Maria, Figlia di Dio Padre: ave
Maria, Madre di Dio Figlio: ave Maria, Sposa di Dio Spiri-
to Santo... Più di te, soltanto Dio".169

73 – L’Immacolata

Abbiamo già detto che la maternità di Maria, in


quanto maternità messianica e in quanto rivelazione della
paternità di Dio, esigeva l'Immacolata Concezione per cui
Maria veniva preservata dal peccato originale e da ogni al-
tra colpa. Questo aspetto, per così dire "negativo" (l'assen-
za di ogni colpa), risplende nell'Immacolata con lo splendo-
re di una santità eccelsa. Maria non fu soltanto la "senza-
macchia", ma fu anche la "tutta-santa". L'Angelo nell'An-
nunciazione la salutò: "piena di grazia", dimora di Dio: "Il
Signore è con te". Maria ebbe la pienezza della vita divina,
quanto poteva esserne capace un'anima umana. E con la
grazia, Maria ebbe la pienezza delle virtù teologali: la fede,
la speranza, la carità, e tutte le virtù morali che fanno di lei
l'immagine più alta della santità creaturale, il modello ideale
di creatura secondo il disegno di Dio
Se la santità, intesa come compendio e perfezione
di tutte le virtù, sta nella pienezza dell'amore, l'amore di
Dio e l'amore agli uomini, la santità di Maria non ha eguali;
in nessuna creatura l'amore di Dio è stato così pieno e per-
fetto, né l'amore per gli uomini è stato tanto intenso e tota-
le. Nella fede e nell'amore Maria ci precede, e la sua santità
sopravanza quella di tutti i santi che furono e che saranno.
Perciò l'Immacolata è l'immagine di Maria che più di ogni
altra ha esercitato fascino e attrattiva sul cuore dei cristiani,

169 Cammino n. 496


197
e più di ogni altra ha prodotto una ricchezza di metafore
poetiche nel culto e nella pietà cristiana.
In effetti, possiamo dire che l'Immacolata, la tutta-
pura, la tutta-santa, realizza il sogno di Dio. Egli ha disse-
minato la sua bellezza in tutto il creato, ha sparso il suo
splendore su tutte le sue creature, eppure è lei, l'Immacola-
ta, la Bellezza di ogni bellezza, lo splendore della luce che
riverbera sul mondo. Alba incontaminata, tenerissima Auro-
ra, fulgido meriggio: Maria è la bellezza della nuova crea-
zione.
La Liturgia della Chiesa utilizza le espressioni più
poetiche della Sacra Scrittura per esaltare la bellezza di
Maria: candor lucis aeternae... luminoso candore di eter-
na luce... specchio tersissimo senza macchia... quasi auro-
ra consurgens, pulchra ut luna, electa ut sol: sei come
l'aurora nascente, bella come la luna, fulgida come il
sole, fai tremare come un esercito schierato a battaglia!...
Tota pulchra es Maria, sei tutta bella, o Maria, senza
macchia alcuna di peccato... la tua veste è candida come
neve incontaminata, e il tuo volto radioso come il sole...;
circondata di stelle, sorretta dalla luna, ammantata di
sole... ornata di splendidi gioielli come una sposa adorna
per il suo sposo...; al re è piaciuta la tua bellezza e in te
ha posto la sua dimora...; diffusa est gratia in labiis tuis:
sulle tue labbra si è diffusa la grazia, il candore, l'amabi-
lità... Maria, possiamo ben dire, è come il sorriso di Dio
sulla terra!
L'Immacolata è festa di bellezza, festa di luce, festa
di candore. Fiat lux: Sia la luce! - fu la prima parola pro-
nunciata da Dio sull'abisso primordiale, e "fiat lux" fu anco-
ra la parola che Dio pronunciò sul caos tenebroso del pec-
cato..., e Maria apparve come la "Santa Montagna rimasta
intatta, dimora di Dio, sulla quale non venne mai meno la
luce".
198
74 – La “sempre-Vergine” Maria

Altra prerogativa strettamente connessa con la divi-


na maternità di Maria è la Verginità: la "sempre-Vergine
Maria"; così è frequentemente indicata nella Liturgia. Quel
"sempre" della verginità viene specificato dal Magistero
della Chiesa come verginità prima del parto, durante il par-
to, e dopo il parto, cioè Gesù "non diminuì ma consacrò
l'integrità della madre". Del resto, questa è la fede della
Chiesa e del popolo cristiano fin dai primi tempi.
Alcuni hanno negato e altri hanno combattuto que-
sta verità della nostra fede che, insieme alla verità dell'Im-
macolata Concezione, della pienezza di Grazia, e della mis-
sione mediatrice costituisce una splendida gemma nel cor-
redo delle "grandi cose" operate da Dio in Maria. La Vergi-
nità, come anche le altre prerogative, non fu soltanto un
"privilegio" connesso alla persona della Madonna, ma rap-
presenta un elemento intrinsecamente collegato alla mater-
nità divina.
Abbiamo visto che Maria fu Madre del Redentore
(Alma Redemptoris Mater); ora la Redenzione, cioè la sal-
vezza, non può essere in nessun modo opera dell'uomo;
l'uomo non è in grado di salvare sé stesso. La salvezza è
dono totale ed esclusivo di Dio. Può venire solo da Lui.
Perciò Gesù, cioè Colui che "salverà il popolo dai suoi
peccati", non può essere opera dell'uomo ma soltanto di
Dio. Maria stessa, nel concepimento di Gesù, non è stata
l'artefice della generazione, ma è stata colei che "ha accol-
170

170 Nel Vangelo, quando si parla di Maria, il verbo "generare" è


usato sempre al passivo: "...Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla
quale fu generato Gesù, chiamato Cristo". Così, l'Angelo disse a
Giuseppe: "...non temere di prendere con te Maria, tua sposa, per-
199
to" ciò che è venuto solo dalla potenza di Dio. Già abbia-
mo ricordato che la collaborazione attiva di Maria si è ma-
nifestata nell'obbedienza della fede. "Ecco la serva del Si-
gnore, avvenga in me quello che tu hai detto" ; tutto ciò
171

che è avvenuto in lei è opera dello Spirito Santo.


Anche nel parto Maria ebbe conservata la sua vergi-
nità. Gesù cioè uscì dal grembo materno in modo indolore
e lasciando intatta l'integrità corporea della madre. E' un
prodigio che ha valore di segno: indica in primo luogo l'in-
tegrità morale e spirituale di Maria, che appunto risana e ri-
cupera la maternità di Eva ferita dal peccato e segnata dal
dolore; in secondo luogo significa l'origine divina di Cristo
e prefigura la sua risurrezione con la vittoria sul peccato e
sulla morte.
La totale integrità fisica di Maria stabilisce così un'i-
deale analogia tra il seno verginale della madre di Cristo e il
seno del Padre dal quale il Verbo è eternamente generato; e
ancora, tra il seno verginale di Maria e il grembo verginale
della Chiesa che nel battesimo genera i nuovi figli di Dio.
In altre parole il Cristo-totale, - Christus totus, come lo
chiama Sant'Agostino - cioè Cristo nella sua divinità (vero
Dio), nel suo corpo fisico (vero Uomo) e nel suo Corpo
Mistico (la Chiesa), prende origine da una triplice genera-
zione che è tutta, solo, opera di Dio, e trova nella verginità
di Maria la sua ideale analogia, il comune riferimento. Così,
il seno del Padre, il seno di Maria, il seno della Chiesa,
sono il "luogo" verginale in cui prende origine Cristo, figlio
di Dio e redentore dell'uomo, il quale, anche per questo, ha
ricapitolato in sé tutte le cose, quelle del cielo e quelle
della terra.172

ché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo" (Mt. 1,
16-20).
171 Lc. 1, 37
172 Ef. 1, 10

200
Della Verginità dopo il parto, conseguenza ovvia e
diretta della totale integrità di Maria e della sua intenzione
manifestata all'Angelo Gabriele, basta rileggere la esplicita
173

definizione del Concilio Lateranense (649 d.C.). Semmai 174

occorre ricordare che la maternità verginale di Maria non


ha per nulla il significato di un deprezzamento del matrimo-
nio e dell'amore coniugale tra gli sposi. L'unione casta e fe-
conda dell'uomo e della donna ha una grandissima dignità
tanto da essere inserita nel mistero di Cristo-Sposo, che ha
dato sé stesso per la sua Chiesa. Tuttavia, essenzialmente
diverso è il rapporto con Cristo-Sposo stabilito dalla vergi-
nità per il regno dei cieli. Matrimonio e Verginità, amore
coniugale e amore verginale sono due modi essenzialmente
diversi di seguire Cristo e di servire la Chiesa. Il matrimo-
nio santifica una realtà terrena e transitoria, legata al tempo
e alla nostra condizione terrena, la verginità anticipa sulla
terra una condizione che caratterizza la vita eterna, nel cie-
lo, ma soprattutto l'amore verginale è partecipazione alla
"verginità" del Verbo, "all'amore verginale" che lo lega al
Padre eternamente.
La Madonna è davvero quel "Giardino chiuso"
(Hortus conclusus), quella "Fontana sigillata" di cui si parla
nel Cantico dei Cantici e che i Padri utilizzano per indicare
la Verginità di Maria.

173 Nel Vangelo si parla di "fratelli e sorelle" di Gesù nel senso ge-
nerico di parentela, secondo la consuetudine in uso presso gli
Ebrei.
174 "Se qualcuno non confessa che la Santa, semprevergine e Im-
macolata Maria sia in senso proprio e secondo verità Madre di Dio
in quanto propriamente e veramente (...) ha concepito nello Spirito
Santo, senza seme e partorito senza corruzione, permanendo anche
dopo il parto la sua indissolubile Verginità, lo stesso Dio-Verbo,
nato dal Padre prima di tutti i secoli, sia condannato" (Mansi
10,1151-1152).
201
75 – L’Assunta

L'ultima e conclusiva verità che riguarda la Vergine


Maria è la sua esaltazione in corpo e anima nella gloria del
Cielo. Verità conclusiva non solo perché riguarda la con-
clusione della sua vita terrena, ma anche perché conseguen-
za e insieme compendio di tutti i suoi privilegi; essi ricevo-
no, nell'Assunzione gloriosa, il loro sigillo e la loro piena
conferma; diventano come altrettante gemme che immerse
nella luce rivelano tutto il loro splendore e tutta la loro bel-
lezza.
Il fondamento della glorificazione di tutto l'essere
umano di Maria, anima e corpo, sta nell'unione intima e
perfetta che Ella ha avuto con suo figlio Gesù. Come Ma-
dre del Verbo incarnato fu profondamente partecipe della
vita e della missione del Figlio di Dio e ne condivide ora la
sorte nel Cielo, dove continua la sua missione materna in
una incessante ed efficace intercessione per noi, accanto a
suo Figlio. Come nell'Immacolata Dio realizza la primizia
della nuova creazione, così nell'Assunta anticipa la condi-
zione gloriosa alla quale sono chiamati tutti gli uomini.
L'Assunta è la festa mariana più antica. In Oriente
era celebrata come "Dormitio Virginis", la Dormizione di
Maria. Così viene raffigurata in molte splendide icone del-
l'antico Oriente: in esse, la Vergine appare distesa su un let-
to regale in atteggiamento maestoso e sereno, circondata
dagli Apostoli; al centro, in secondo piano, appare Cristo
circondato dal nimbo della luce divina e tiene tra le braccia
una bambina neonata ancora in fasce: è il Figlio che acco-
glie sua madre; la guarda con atteggiamento di maestosa
tenerezza e la solleva come chi si accinge a portarla verso
l'alto. Alla sommità del nimbo appaiono l'eterno Padre e lo
Spirito Santo, e lungo i fianchi del nimbo scendono gli An-
202
geli festanti come se andassero incontro alla loro regina.
Sembra una raffigurazione ingenua ed è invece carica di si-
gnificato teologico e di pietà.
L'Assunta è il coronamento di tutte le meraviglie
che Dio ha compiuto in Maria ma è anche il paradigma di
come Dio porta a compimento la storia della salvezza ope-
rata per mezzo di Cristo. Anzi, di più: Maria è la sintesi di
tutta la storia della salvezza, in Lei Dio ha scritto le sue
meraviglie, quelle che egli vorrebbe compiere in ogni
uomo, per tutta l'umanità.
L’Immacolata - la Maternità verginale - l'As-
sunta: sono queste le tre grandi solennità mariane dell'an-
no liturgico. Esse celebrano ciò che Cristo ha compiuto in
sua madre e ricordano appunto ciò che si compie in ogni
uomo che accolga la salvezza. In ognuno di noi, infatti,
Cristo è causa della purificazione dal peccato, della filiazio-
ne divina e della nostra glorificazione in cielo: sono le stes-
se meraviglie compiute in Maria, e che hanno fatto di lei un
"signum magnum", il grande Segno apparso nel cielo e de-
scritto dall'Apocalisse, "segno di sicura speranza e di con-
solazione". Non c'è dubbio che in cielo Maria sta vicina a
175

Cristo, suo Figlio, e gli parla continuamente di noi, e un


giorno la nostra felicità sarà contemplare Dio come egli è,
ma anche contemplare la gloria di Cristo e la gloria della
sua Santissima Madre.

76 – Santa Maria nella vita cistiana

Ci siamo fermati sulle verità fondamentali della no-


stra fede che riguardano la Madre di Dio perché il giorno
della settimana dedicato a Lei, il sabato, non rimanga un
momento puramente devozionale, a livello esclusivamente
175 Concilio Vaticano II, Lumen Gentium n. 68
203
emotivo. E' certo che la figura amabilissima e dolcissima di
Maria va direttamente al cuore e tocca le corde più vive del
sentimento; e tutto questo non solo è comprensibile ma è
anche giusto e buono; anzi, non dobbiamo vergognarci
di trattare la Madonna con la semplicità e l'affetto dei
bambini; Maria è madre, e davanti a nostra madre cadono
tutte le nostre complicazioni, sovrastrutture, i nostri titoli e
le nostre insegne, restiamo disarmati di tutta la nostra im-
portanza.
Ma la Madonna è anche madre che ci vuole figli
maturi, profondi, consapevoli; desidera che attraverso di lei
sappiamo trovare Gesù, volergli bene e lavorare per Lui.
Perciò la devozione alla Madonna deve saper coniugare l'a-
spetto umano e il senso soprannaturale, la tenerezza e la
fortezza, il cuore e la consapevolezza; in una parola la di-
mensione umana della nostra devozione alla Madonna deve
sgorgare dalla fede e dalla grazia. " La devozione alla Ver-
gine non è qualcosa di dolciastro, di poco virile; è consola-
zione e gioia che riempiono l'anima proprio in quanto pre-
suppongono un esercizio profondo e pieno della fede, tale
da farci uscire da noi stessi e riporre la speranza nel Signo-
re".
176

Ma ognuno di noi saprà trovare un modo personale


di vivere la devozione alla Madonna, un modo adatto alla
propria sensibilità e alla propria formazione, un modo che
gli permetterà di accogliere Santa Maria sempre più intima-
mente nella propria vita. Gesù, dall'alto della croce, conse-
gnò sua madre a Giovanni: "Ecco la tua madre!". "Da quel
momento - egli scrive - il discepolo la prese nella sua
casa". Dobbiamo prendere la Madonna in casa, in quella
177

casa dove viviamo abitualmente: la nostra anima, il nostro


mondo interiore. Lì dove nascono i nostri pensieri, matura-
176 San Escrivà, E' Gesù che passa, n. 143
177 Gv. 19, 27
204
no le nostre decisioni, sorgono i nostri affetti..., lì dove
combattiamo le nostre piccole e grandi battaglie della vita,
lì dobbiamo cercare la presenza di Maria, dobbiamo abi-
tuarci a ricorrere a lei in ogni cosa.
"Se si alzano i venti delle tentazioni, se urti contro
gli scogli della tentazione, guarda alla Stella, invoca Ma-
ria. Se ti agitano le onde della superbia, dell'ambizione o
dell'invidia, guarda la Stella, invoca Maria. Se l'ira, l'a-
varizia o l'impurità scuotono violentemente la nave della
tua anima, guarda a Maria.
Se turbato dal ricordo dei tuoi peccati, confuso da-
vanti alla sporcizia della tua coscienza, spaventato al pen-
siero del giudizio, cominci a sprofondare nell'abisso senza
fondo della tristezza o nel precipizio della disperazione,
pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nei dubbi,
pensa a Maria, invoca Maria.
Non si allontani Maria dalla tua bocca, non si al-
lontani dal tuo cuore; e per ottenere l'aiuto della sua in-
tercessione, non allontanarti tu dagli esempi delle sue vir-
tù. Se la segui non perderai il cammino, se la invochi non
soccomberai alla disperazione, se pensi a Lei non andrai
perduto.
Non cadrai se ella ti tiene per mano; di nulla do-
vrai temere se lei ti protegge; non sentirai la fatica se lei
sarà la tua guida e con la sua protezione arriverai felice-
mente alla meta". 178

77 – Le devozioni mariane

Accanto alle grandi solennità liturgiche che celebra-


no i singoli "privilegi" concessi da Dio alla Vergine Santa,
accanto ai tempi liturgici particolari (quarta domenica di
178 S. Bernardo, Omelie sulla Vergine Madre, 2
205
Avvento, tempo di Natale, la Purificazione...), il sabato ma-
riano è entrato nella liturgia devozionale come memoria di
"Sancta Maria in sabato". Questa memoria liturgica setti-
manale può servirci a far crescere in noi l'amore e la devo-
zione alla Vergine Santa.
E' "memoria" e non "festa" e quindi lascia spazio
alla più ampia iniziativa personale capace di inventare innu-
merevoli espressioni di devozione; comunque possiamo
sempre attingere al ricchissimo patrimonio della pietà cri-
stiana: bellissime invocazioni a Maria sotto i più diversi ti-
toli, ferventi giaculatorie, consuetudini che provengono
dalle più antiche tradizioni come lo scapolare, le rinunce
penitenziali e tante piccole mortificazioni (fioretti), la vene-
razione alle sue immagini, il culto delle icone, la visita alle
migliaia di chiese, piccole o grandi, dedicate alla Santa Ma-
dre di Dio, i pellegrinaggi agli innumerevoli Santuari, anti-
chi o recenti, famosi o poco noti, grandiosi o semplici, ma
tutti legati a commoventi storie d'amore tra la Madre e i
suoi figli, tra Colei che non ha mai cessato di essere e Ma-
dre e Regina e avvocata e speranza e gioia nel cuore di tut-
ti i credenti, di tutti i popoli e di tutte le generazioni; e infi-
ne le innumerevoli preghiere che lungo i secoli sono sgor-
gate dall'amore e dal dolore, dalla gratitudine e dal biso-
gno, dalla gioia e dalle lagrime di tante anime che hanno
cercato e trovato accoglienza, rifugio e consolazione tra le
braccia dolcissime della Vergine Maria: "In sinu tuo dulcis-
simo, o Mater!" - nel tuo grembo dolcissimo, o Madre!
Di tante preghiere, a conclusione di queste riflessio-
ni sulla Madre di Gesù e Madre nostra, ne vogliamo ricor-
dare due: la più antica che si conosca, il "Sub tuum praesi-
dium" - Sotto la tua protezione... - e la più recente, il "To-
tus tuus", preghiere che hanno lo stesso contenuto, quello
di sempre, del quale la nostra anima sente il bisogno più ur-
gente: l'affidamento a Maria.
206
Sotto la tua protezione
veniamo a rifugiarci,
Santa Madre di Dio;
non respingere le suppliche
che ti rivolgiamo
nelle nostre necessità,
ma liberaci sempre
da tutti i pericoli,
o Vergine gloriosa e benedetta!

O Madre mia e Regina mia,


io mi abbandono interamente a Te
e in pegno della mia devozione
consacro, oggi, al tuo Cuore Immacolato
i miei occhi, la mia bocca, il mio cuore,
tutto me stesso.
E poiché sono TUTTO TUO,
o mia buona Madre,
custodiscimi come tua proprietà,
proteggimi e difendimi dal Maligno,
e da ogni male,
conservami fedele al tuo Gesù
nel servizio alla sua Santa Chiesa,
per il bene di tutte le anime.
Amen

78 – Le devozioni nella vita cristiana


207
Abbiamo percorso i giorni della settimana con lo
sguardo della fede e della pietà cristiana. Abbiamo visto
come, attraverso le devozioni, possiamo vivere in modo
semplice e insieme profondo le realtà fondamentali della
nostra fede. Ci siamo limitati a considerare l’aspetto liturgi-
co e ascetico delle devozioni sviluppando, per quanto è pos
sibile in poche pagine, il fondamento dottrinale di cui esse
sono espressione. Si è tralasciato volutamente di parlare
delle manifestazioni concrete con cui le devozioni si espri-
mono: preghiere particolari, novene, feste, processioni, pel-
legrinaggi ecc. perché in questo campo vige la più ampia li-
bertà personale. Ognuno è libero di coltivare l’una o l’altra
delle devozioni ed esprimerla con le manifestazioni che più
si addicono alla propria sensibilità e sono maggiormente
utili a fomentare la pietà personale. D’altra parte, le opere
compiute da Dio per la nostra salvezza presentano tale ric-
chezza di aspetti e di contenuti da costituire una fonte ine-
sauribile per la pietà cristiana; inoltre, lo Spirito Santo “sof-
fia dove vuole”, e opera nelle anime con assoluta libertà,
senza ripetersi, dando luci e ispirazioni che portano le ani-
me a comprensioni del mistero di Cristo e a moti d’amore
che trovano ampia varietà di manifestazione.
Le devozioni poi possono cambiare con l’età, con le
situazioni personali, nelle diverse circostanze della vita, se-
condo le necessità del momento. Se siamo semplici non
avremo vergogna delle manifestazioni spontanee e umili
della pietà che, quando è vera, trova sempre nelle verità
della fede e nella Liturgia della Chiesa la sua garanzia di
autenticità.
Tuttavia, è consigliabile non avere molte devozioni
e comunque non vestirle con espressioni troppo esteriori e
superficiali, col pericolo di ridurle al solo folclore o esporle
al contagio della superstizione. Abbiamo già ricordato che
208
occorre semplicità e autenticità. Solo così le devozioni ga-
rantiscono calore umano anche alle cose più spirituali e so-
prannaturali. Le devozioni, infatti, ci aiutano a vincere l’ari-
dità del cuore, l’astrattismo intellettualistico nel vivere la
fede, e anche la solitudine solipsistica della vita spirituale.
Ci fanno sperimentare la dolcissima realtà della Comunione
dei Santi, e ci fanno gustare quell’”aria di famiglia” che è
caratteristica di una autentica vita cristiana. Un cristianesi-
mo disincarnato, astratto, teorizzante è un inganno, contri-
buisce a ridurre la fede a una ideologia e toglie alla vita spi-
rituale la sua dimensione dialogica, cioè la sua caratteristica
di rapporto vivo e personale con Dio, con Gesù Cristo, con
la Vergine e i Santi.
Le devozioni sono nella Chiesa quello che le tradi-
zioni sono nella vita famigliare. In ogni famiglia ci sono ri-
correnze, consuetudini, tradizioni legate a particolari avve-
nimenti e alle persone che ne furono protagoniste. Così è
nella Chiesa, che incarna storicamente l’opera della salvez-
za; fatti, avvenimenti, interventi di Dio attraverso i perso-
naggi che ne furono testimoni personali ed ebbero il ruolo
di strumenti nelle mani di Dio, la Chiesa li rivive e li celebra
come il proprio vissuto famigliare.

209
L'ANNO LITURGICO

Il tempo ciclico.

79 – Cristo: pienezza del tempo

Esiste il “tempo delle cose”; cioè il moto naturale


delle creature secondo le leggi che governano tutto l'uni-
verso. Esiste il “tempo dell'uomo”; cioè la vicenda terrena
dell’umanità e di ogni singola persona, secondo la natura
propria dell'essere umano. L'uomo, infatti, rappresenta una
"discontinuità" nel creato per la dimensione spirituale che
lo identifica e porta in sé "l'immagine" di Dio. Inoltre il suo
essere spirituale è stato elevato a una dimensione sopranna-
turale, divina, che ha reso possibile un rapporto con Dio
nuovo e sublime, destinato a completarsi nel Cielo in una
comunione perfetta ed eterna con Lui. Questa dimensione
costituisce la nuova dignità della persona umana, quella di
figlio di Dio.
Questa nuova identità dell'uomo, che implica il suo
destino eterno, è opera di Dio, cioè Dio è entrato nel “tem-
po dell'uomo” compiendo meraviglie, cose meravigliose:
sono esse il "tempo di Dio". Queste meraviglie corrono
lungo tutta la storia umana, ma non come momenti separa-
ti, come interventi che si susseguono uno dopo l'altro alla
210
maniera degli avvenimenti umani; le "meraviglie" di Dio
sono momenti di un unico, grande, intervento che, né il
tempo né la storia possono contenere, e che tuttavia si ren-
de presente in ogni punto del tempo e della storia; questo
unico e sublime intervento di Dio nel mondo ha un
nome: Gesù Cristo. In Lui hanno compimento tutte le me-
raviglie operate da Dio lungo i secoli, è lui la "linfa" che
scorre lungo il tronco della storia umana e ne costituisce la
vera unità, la vera misura e fecondità. Cristo: Alfa e Ome-
ga, Principio e Fine di tutte le vicende umane; Egli è di
oggi, di ieri, dei secoli.
San Paolo parla di Cristo come della "pienezza del
tempo": Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò
il suo figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per ri-
scattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevesse-
ro l'adozione a figli". In poche righe è contenuto tutto il
179

disegno di Dio realizzato in Gesù Cristo: Gesù è il Figlio


di Dio, è l'eternità; nato da donna: entra nel tempo come
vero uomo, assume la nostra umanità; nato sotto la legge:
assume la natura umana come si presenta nella sua condi-
zione storica: schiava del male, sottoposta al peccato; per
riscattare coloro che erano sotto la legge: redime il tempo
e la storia, libera l'uomo dalla schiavitù del peccato e dalla
precarietà della morte; perché ricevessero l'adozione a fi-
gli: Gesù cambia la vita umana, dà una nuova dimensione,
soprannaturale ed eterna, all'uomo e al suo destino; il tem-
po e la storia si aprono sull'eternità, e l'uomo può entrare in
comunione con Dio.
Cristo dà senso compiuto all'intera creazione, a tut-
ta la storia dell'umanità e ad ogni singolo uomo in tutte le
sue dimensioni; Cristo è davvero la "pienezza del tempo", e
lo è in modo ineffabile e permanente, per sempre; Egli è l'e-
ternità nel tempo. Il primo gesto liturgico che la Chiesa
179 Gal. 4,4
211
compie nella Veglia pasquale è la benedizione del cereo,
simbolo di Cristo risorto; in quel rito la Chiesa proclama
solennemente: "Cristo, ieri e oggi. Principio e Fine. Alfa ed
Omega. A Lui appartengono il tempo e i secoli. A Lui la
gloria e il potere per tutti i secoli, in eterno. Amen".

80 – Il “tempo di Dio” e il tempo dell’uomo

Gesù Cristo è dunque il "tempo di Dio" nel tempo


dell'uomo. Ora, Gesù è il Redentore, è la Salvezza degli
uomini; perciò il tempo di Dio è tempo di salvezza, e tutto
ciò che Dio ha compiuto in Cristo nella storia dell'umanità
costituisce la "Storia della Salvezza".
Abbiamo visto che l'uomo è la misura del tempo
perché è nello spirito umano che esiste un passato, un pre-
sente, un futuro. Abbiamo anche ricordato le singole unità
cronologiche: le ore, il giorno, la settimana, vedendone il
significato in riferimento alla nostra vita spirituale. Rimane
da considerare un'altra unità cronologica più ampia, che ri-
guarda insieme l'uomo e la natura, le cose e l'esistenza
umana: l'anno.
Tutti conosciamo l'anno astronomico: il tempo tra
due equinozi di primavera (anno tropico), o il tempo tra
due passaggi successivi del sole allo stesso punto dell'eclit-
tica (anno siderale). E' un tempo che determina in natura
l'alternanza delle stagioni, ma anche riveste per l'uomo il si-
gnificato di un paradigma sia della vita umana (le "stagioni"
della vita) sia della storia dell'umanità; paradigma in cui
compaiono la dimensione ciclica e insieme la dimensione
ascendente del tempo. Sui cicli cosmici l'uomo ha costruito
i suoi calendari, sui quali segnava feste e celebrazioni che
sacralizzavano i ritmi della natura e della vita. Analogamen-
te, per memorizzare la storia, faceva riferimento alle gene-
212
razioni, oppure ai regni e alle dinastie, o anche a personag-
gi o ad avvenimenti che determinavano un'epoca, e tutto
confluiva nel patrimonio delle tradizioni storiche di un po-
polo.
Non è qui il luogo per fare considerazioni sui corsi
e ricorsi storici, o sui cicli cosmici ricordati e celebrati dai
miti delle varie civiltà umane, e nemmeno vogliamo soffer-
marci a considerare l'anno civile che ritma la vita sociale di
un popolo nelle sue varie espressioni: anno scolastico, anno
finanziario, anno accademico, e tante altre annualità che
contraddistinguono la vita civile del nostro tempo, un tem-
po che vede la società enormemente sviluppata nel campo
politico, industriale e organizzativo. E nemmeno vogliamo
soffermarci su una filosofia della storia che indaga quali
sono, se ci sono, le leggi profonde che presiedono alle vi-
cende dei popoli e delle civiltà umane.
Quello che qui ci interessa è cogliere e comprende-
re la storia di Dio dentro la storia dell'uomo, tutto ciò che
Dio ha fatto sull'uomo e per l'uomo in ordine al piano eter-
namente da Lui predisposto nella sua infinita sapienza e
compiutamente realizzato nel tempo e nella storia. Il calen-
dario di Dio prescinde dai vari calendari umani e dai cicli
cosmici, ma non li ignora. Li percorre, li unisce e li tiene
aperti all'azione della grazia perché non ricadano su sé stes-
si come anelli sciolti, che hanno perduto il loro appiglio. La
storia, alla luce delle considerazioni umane, può anche
apparire come un vagabondaggio nel tempo di popoli che
percorrono strade già percorse o sentieri già battuti da altri
secondo le leggi della casualità o quelle misteriose degli in-
flussi astrali, ma in realtà è la traiettoria aperta dagli uomini
con le loro decisioni intrise di bene e di male, di eroismi e
di vergogne, e insieme è la traiettoria percorsa dalla presen-
za silenziosa di Dio che cammina con gli uomini e che rive-

213
la nella storia le meraviglie della sua potenza e della sua mi-
sericordia.

81 – I cicli dell’anima: “cominciare e ricominciare”

Tuttavia, il succedersi delle stagioni, il rinascere


della vita, come il risorgere del sole sull'orizzonte dopo il
solstizio d'inverno, per quanto siano cicli annuali legati alla
natura, hanno sempre avuto un significato traslato, simboli-
co, in riferimento alla vita e alla vitalità di una persona
come alla storia delle civiltà. La vita che rinasce ha un suo
fascino misterioso, e ha fatto sognare l'eterno ritorno delle
cose.
Tuttavia sappiamo che la nostra vita non ha ritorno,
è un'occasione unica, che non si ripete. E’, questa, una ca-
ratteristica metafisica che riguarda la nostra persona. La
persona umana, infatti, è unica e irrepetibile, e perciò tra-
scende il tempo configurandosi come un evento di disconti-
nuità nel mondo e nella natura. Si tratta, appunto, della di-
mensione spirituale del nostro essere; ed è proprio questa
dimensione spirituale che genera in noi un'istintiva ripu-
gnanza all'idea che la vita finisca, e ci fa sognare un suo
eterno ritorno.
D'altro canto, per il corpo noi siamo immersi in un
universo che ha tutte le caratteristiche della ciclicità, di cui
la stessa alternanza delle stagioni è specchio ed immagine.
Lo stesso moto fisico dei corpi, è rettilineo nello spazio eu-
clideo, ma nello spazio cosmico dell'infinitamente grande e
dell'infinitamente piccolo, dove le tre coordinate dello spa-
zio acquistano una quarta dimensione, il tempo, il moto ri-
sulterebbe non più rettilineo, lo spazio sarebbe curvo e l'u-
niverso chiuso. Del resto, la periodicità è una legge insita
nella natura stessa delle cose: la forma sferoidale dei corpi,
214
la traiettoria delle orbite, la struttura stessa della materia
con le orbite ( livelli energetici ) degli atomi e la distribu-
zione periodica degli elementi .... fino al fenomeno della
vita governata, come abbiamo visto, da un "ciclo biologi-
co"....; si può dire che, nel tempo, tutto ricomincia, tutto ri-
torna.
Questo aspetto ciclico che la realtà presenta e la
concezione ciclica che noi stessi abbiamo del tempo e della
vita, se da una parte rivelano il senso e il bisogno di eterni-
tà che c'è nel cuore umano, dall'altra sono un invito a non
considerarci mai arrivati, a non considerare mai chiusa la
nostra partita. La nostra persona è, certamente, unica e irri-
petibile, e si conserva uguale e identica a sé stessa lungo
tutto l'arco dell'esistenza temporale per poi attuarsi in
modo definitivo e compiuto nella vita eterna, ma durante la
sua vicenda terrena conosce tutte le vicissitudini del tempo:
conosce l'oscurità e la luce, la forza e la stanchezza, il dub-
bio e la certezza, la gioia e il dolore, la fatica e il riposo, la
vittoria e la sconfitta... ; in una parola, l'altalena del bene e
del male è come un pendolo che scandisce le ore della no-
stra vita. Ce lo ricorda un'aforisma popolare che corre fre-
quentemente sulla nostra bocca: "Nella vita non si è mai si-
curi."
Anche nella vita dell'anima, dobbiamo ricordarci
che non siamo mai sicuri, e che il nostro cammino verso
Dio non è mai concluso. Finché erano sulla terra, i Santi si
consideravano capaci di tutte le miserie e di tutte le debo-
lezze umane. Perciò è una legge legata al tempo e alla
nostra fragilità, quella che ci costringe a "cominciare e
ricominciare" molte volte nella nostra vita. Del resto,
ogni mattina la vita ricomincia: si rinnova il proposito di
servire, ricomincia il lavoro, la lotta, la gioia di amare. Ogni
giorno, ogni anno, non sono mai la pura ripetizione del
giorno passato o dell'anno trascorso; sono un giorno "nuo-
215
vo", una nuova occasione di vivere la nostra vita di figli di
Dio nella sua pienezza e nella sua totalità. Dio non si ripe-
te mai; Dio è l'eternità e, anche nel tempo, egli si è do-
nato una volta per sempre alla nostra anima. E' invece
la nostra anima che deve rinnovarsi continuamente nella
contrizione e nell'umiltà del pentimento, nella speranza e
nell'abbandono alla grazia, nella lotta e nella giovinezza
dell'amore. "Nunc coepi!" - adesso comincio!: è il grido
dell'anima innamorata che, in ogni momento, tanto se è sta-
ta fedele quanto se le è mancata generosità, rinnova il suo
desiderio di servire - di amare! - con tutta lealtà il nostro
Dio". 180

82 – L’uomo e la natura: “ordine e disordine”

L'uomo, per creazione, è legato alla terra e alla na-


tura; non può quindi prescindere dai cicli annuali e dal suc-
cedersi delle stagioni. Soprattutto nelle civiltà agricole, l'e-
splodere della primavera, la forza dell'estate, la ricchezza
dell'autunno, il sonno e il silenzio dell'inverno, oltre a susci-
tare sentimenti che trovano nel linguaggio poetico una mul-
tiforme ricchezza di espressioni, suggeriscono la presenza,
nelle leggi della natura, di un mistero che fa riferimento da
una parte all'azione provvidente di Dio (gli dèi agresti dei
pagani), e dall'altra al rapporto di schiavitù-amore che lega
l'uomo alla terra.
I due aspetti di questo mistero hanno una radice che
li accomuna: il loro rapporto con il peccato dell'uomo. Dio,
infatti, aveva creato la terra nella pace; tutto era regolato
da leggi alle quali tutta la natura obbediva. Leggiamo nella
Bibbia che Dio, dopo aver creato l'uomo e la donna, "li be-

180 Solco, n. 161


216
nedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi e riem-
pite la terra..., io vi do in cibo ogni erba verde". 181

Dunque Dio aveva creato ogni cosa "nella giu-


stizia e nella pace". Il termine "giustizia" nella Bibbia ha
un significato che va oltre quello puramente giuridico o
morale; riveste una dimensione profondamente religiosa, a
volte così alta da costituire un attributo esclusivo di Dio.
Tuttavia anche il significato giuridico e morale non è estra-
neo a questa dimensione religiosa. Il Diritto, infatti, sanci-
sce come giustizia: "Unicuique suum", a ciascuno ciò che
gli compete come soggetto di diritto. Ma potremmo anche
tradurre, allargando il significato: ogni cosa al suo posto; in
altre parole, ogni essere deve occupare il posto che gli
compete secondo la propria natura. Questo stare al proprio
posto ci fa comprendere perché la giustizia e la pace siano,
nell'intero universo, strettamente legate. Essendo la pace
"tranquillitas ordinis" - la tranquillità dell'ordine (S. Agosti-
no), possiamo dire che c'è veramente ordine, e quindi c'è
pace, quando ogni cosa sta al proprio posto.
Ora, Dio aveva creato l'universo "in numero, pon-
dere et mensura", ogni cosa, appunto, con ordine e perciò
nella pace: la natura obbediva alle proprie leggi e perciò
l'uomo dominava la natura, il corpo obbediva all'anima, e
ogni membro del corpo svolgeva la propria funzione con
ordine, e l'anima era soggetta a Dio, la volontà seguiva l'in-
telligenza e questa obbediva alla verità. Nel mondo regnava
l'ordine e la pace.
Ma tutto finì con il peccato dell'uomo. La provvi-
denza di Dio continuerà a condurre le cose, ma esse hanno
ormai subito lo sconquasso del peccato; l'uomo continuerà
ad esercitare il suo dominio sulla natura ma nel segno della
fatica e del disordine: la terra gli diventerà matrigna e si ri-
bellerà al suo lavoro diventando uno schermo che riprodur-
181 Gen. 1,28-31
217
rà i conflitti e le disarmonie interiori del suo cuore. Così
nessuna cosa è rimasta al proprio posto. Cos'è una malat-
tia? Nient'altro che un "disordine biologico": un organo
non rispetta più le sue funzioni. Cos'è un tumore? Cellule
"disordinate" che escono dal loro posto, impazziscono e
non obbediscono più alle loro leggi. E la morte? Il massimo
del disordine, una catastrofe biologica che porta alla rottu-
ra del nostro essere naturale. Così il rapporto tra l'uomo e
la terra, tra l'uomo e la natura, è diventato un rapporto re-
ciproco di odio-amore, di schiavitù-dominio. Le parole di
Dio ad Adamo sono quanto mai esplicite e pesano dramma-
ticamente: "Poiché... hai mangiato dell'albero, di cui ti
avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il
suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti
i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e
mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto
mangerai il pane; finché tornerai alla terra, poiché da
essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere
tornerai!". 182

83 – Riconciliarsi con la terra

Il mondo attuale, dunque, anche quello fisico e il


mondo della natura, non è come Dio l'avrebbe voluto, né
come egli l'aveva effettivamente creato, nella giustizia e
nella pace. Anche nella natura è entrata l'aggressività, la
violenza e il disordine. Era opportuno ricordare tutto que-
sto parlando delle stagioni e del rapporto dell'uomo con la
natura perché molte calamità naturali sono sintomo e insie-
me effetto di un disordine provocato dal peccato.
L'uomo dunque abita la terra e si nutre della terra,
ma vi abita come un inquilino a rischio e il pane che racco-
182 Gen. 3,17-19
218
glie ha spesso l'amaro sapore della fatica e del sudore. Le
stagioni, abbiamo detto, parlano sì, con diversi linguaggi,
agli occhi, alla fantasia, ai sentimenti, perfino alla pelle del-
l'uomo, ma il loro motivo fondamentale risiede nei frutti. E'
dai frutti che si giudicano le stagioni: un'annata è buona o
cattiva se il raccolto è abbondante o scarso. L'uomo del
passato aveva imparato dalla terra la pazienza; sapeva che i
frutti vanno attesi come un dono con la collaborazione pa-
ziente e sacrificata del proprio lavoro. Oggi l'uomo sta
esercitando sulla natura un dominio che spesso è pericolosa
violenza, e vuol quasi "costringere" la natura a dare frutti a
tutte le stagioni.
L'uomo ha bisogno di riconciliarsi con la natu-
ra, deve ricomporre con essa un dialogo che il peccato ha
rovinato e distorto trasformandolo in ribellione e contesa
reciproca. Cristo è venuto a riconciliare tutte le cose e,
come segno di salvezza e di redenzione, ha più volte placa-
to con autorità le forze di una natura ribelle ed aggressiva.
L'uomo nuovo inaugurato da Cristo è chiamato a parteci-
pare a questa missione di salvezza sia liberando la natura
dal potere del maligno, che ancora esercita il suo influsso
nefasto sul mondo, sia collaborando con le leggi della natu-
ra stessa per attuare un mondo degno dell'uomo e specchio
della bontà di Dio. In ogni caso l'uomo deve guardarsi dal
diventare complice del disordine utilizzando le leggi della
natura, soprattutto le leggi della vita, contro il disegno di
Dio.
Ad ogni stagione dell'anno la liturgia implorava la
benedizione di Dio sulla terra perché fosse benigna e fecon-
da: era il rito delle "Rogazioni" che cadevano nelle quattro
Tempora, le quattro stagioni dell'anno. La liturgia attuale ci
offre uno splendido Prefazio che è proprio delle domeniche
ordinarie, e che può diventare preghiera per implorare la ri-
conciliazione tra l'uomo e la natura:
219
Dio onnipotente ed eterno, tu hai creato il mondo
nella varietà dei suoi elementi, hai disposto l'avvi-
cendarsi dei tempi e delle stagioni, e all'uomo, fat-
to a tua immagine, hai affidato le meraviglie del-
l'universo, perché, fedele interprete dei tuoi dise-
gni, esercitasse il dominio su ogni creatura, e nelle
tue opere glorificasse te, creatore e padre, per Cri-
sto nostro Signore.
Ancora una volta, Dio non abbandona l'uomo al suo disor-
dine, ma con pazienza e amore lo aiuta a ritrovare l'ordine
nel suo disordine, a riconciliare, per mezzo di Gesù, tutte le
cose tra loro e con Lui, le cose del cielo e le cose della ter-
ra.

220
IL TEMPO LITURGICO

84 – Quando Dio cerca l’uomo

Dentro il tempo delle cose (i cicli naturali) e dentro


il tempo dell'uomo (i cicli storici) scorre il tempo di Dio,
cioè gli interventi di salvezza che egli ha operato nella sto-
ria umana. Abbiamo visto che essi costituiscono le "meravi-
glie" compiute da Dio per l'uomo, e hanno avuto il loro
compimento in Cristo. Compiute una volta per sempre,
queste meraviglie vengono "celebrate" dalla Chiesa nella
sua Liturgia in un ciclo annuale che prende il nome di Anno
Liturgico.
Vengono "celebrate", non commemorate. Si com-
memora infatti un avvenimento passato di cui si vuole con-
servare il ricordo. Le opere di Dio non appartengono al
passato; Dio le ha compiute nel tempo ma esse appartengo-
no all'eternità. Perciò Dio può renderle presenti nel tempo
in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. E' quanto avvie-
ne nella Liturgia della Chiesa. "Essa apre ai fedeli le ric-
chezze delle opere salvifiche e dei meriti del suo Signore, in
modo tale da renderle come presenti a tutti i tempi perché i
fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della
grazia della salvezza". Il rito liturgico è il momento signi-
183

ficativo e celebrativo della presenza di Cristo nella vita del-


l'uomo. Così nel corso dell'anno liturgico viene celebrato

183 Conc. Vaticano II. SC, n. 102


221
tutto il mistero di Cristo, anzi, viene come percorsa tutta la
Storia della Salvezza.
Il primo ciclo dell'Anno Liturgico celebra il mistero
del Natale, cioè il mistero dell'Incarnazione del Figlio di
Dio. E' un ciclo costituito da tre momenti: l'Avvento, il Na-
tale, l'Epifania, vale a dire l'attesa, la nascita, la rivelazione
di Cristo. E' un ciclo di grande respiro; abbraccia la storia
dell'umanità fino a Cristo e poi in Cristo illumina di signifi-
cato tutta l'esistenza umana, quella di tutta l'umanità e quel-
la di ciascun uomo.
Il tempo dell'Avvento, che dà inizio all'Anno Li-
turgico, si propone come preparazione alla venuta - avven-
to - del Signore. Ma - come si esprime San Bernardo -
"noi conosciamo una triplice venuta del Signore: una ve-
nuta occulta che si colloca tra altre due che sono manife-
ste. Nella prima venuta Egli venne nella debolezza della
carne (Natale), nell'ultima venuta verrà nella maestà della
gloria (il Giudizio finale), nella venuta intermedia egli vie-
ne nella potenza dello Spirito (la Grazia)". Sono tre mo-
184

menti diversi di un unico evento: il mistero dell'amore di


Dio che cerca l'uomo; lo cerca, gli si manifesta, gli si dona.
Dio ha cercato l'uomo fin dall'inizio, quando, nel
Giardino, l'uomo si era a lui ribellato e si era nascosto al
suo volto. Narra la Genesi che l'uomo e la donna dopo il
peccato si accorsero di essere nudi, e "udirono il Signore
Dio che passeggiava alla brezza del giorno... e si nascose-
ro in mezzo agli alberi del Giardino. Ma il Signore Dio
chiamò l'uomo e gli disse: "Dove sei?" Rispose: "Ho udito
il tuo passo... ho avuto paura, perché sono nudo, e mi
sono nascosto". 185

Il primo sentimento che l’uomo sperimenta quando


si allontana da Dio è la paura. E' la paura che lo porta a du-
184 S. Bernardo, Discorso 5 sull'Avvento.
185 Gen. 3, 8-10
222
bitare di se stesso, è la paura che lo costringe a nascondersi
tra gli alberi dei propri peccati credendosi abbastanza pro-
tetto e sicuro, è la paura che lo spinge a nascondersi dietro
la propria vergogna con il pretesto della sua nudità pensan-
do di sfuggire allo sguardo di Dio, e quando ode nell'intimo
della sua coscienza i passi di Dio che viene a cercarlo, è an-
cora la paura che gli fa credere di trovarsi davanti a un giu-
dice che dà la caccia al colpevole per condannarlo.
Quanto è diverso invece il comportamento di Dio
descritto dalla Genesi! Dio interviene innanzitutto per di-
singannare l'uomo, per renderlo consapevole della sua con-
dizione e del perché di essa: "Chi ti ha fatto sapere che eri
nudo? Hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato
di non mangiare?" Sono parole esprimono l'amarezza e la
delusione di Dio riguardo la sua creatura perchè non si è fi-
data di lui, non gli ha creduto e si è lasciata ingannare dalla
menzogna. Il Signore poi non umilia l'uomo; accoglie in un
certo senso le sue giustificazioni, ma anche lo prepara ri-
cordandogli le conseguenze del suo peccato. Adamo, quan-
do incontrerà il dolore, la sofferenza e la morte, dovrà ri-
cordarsi che Dio queste cose non le avrebbe volute, ma
sono legate alla sua condizione di "nudità", cioè di debolez-
za, di miseria e di schiavitù che è propria del peccato.
Quando poi il Signore fa cacciare l'uomo dal giar-
dino ha un gesto che è quasi materno: "Il Signore Dio fece
all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì"; è Dio che
si prende cura dell'uomo, lo protegge dalla sua debolezza,
lo difende nella sua dignità, la dignità che egli stesso ha ol-
traggiato e ferito. Ma soprattutto Dio apre al cuore dell'uo-
mo un futuro pieno di spersanza: la promessa di non ab-
bandonarlo al proprio destino, anzi la promessa che un
giorno, Lui, il Signore, sarebbe tornato a portargli la sal-
vezza: sboccerà sulla terra il germoglio di una donna che
schiaccerà la testa al Maligno.
223
Non dobbiamo dunque aver paura di Dio: il Signore
viene in cerca di noi a Natale, nell'umiltà e nella debolezza
di un bambino che prenderà il nome di Gesù, il Salvatore,
che distruggerà sulla croce il nostro peccato; egli verrà alla
fine dei tempi, nella maestà e potenza della sua gloria, per
chiamarci ad entrare nel suo Regno: "Venite benedetti del
Padre mio..."; viene continuamente alla nostra anima con la
sua grazia, viene a chiamare la nostra intelligenza alla luce,
la nostra volontà all'amore, il nostro cuore alla fedeltà. Non
dobbiamo aver paura di Dio. Quando viene a cercarci è per
la nostra salvezza. La differenza tra un credente e un
non credente non sta nell'affermare o negare l'esistenza
di Dio, ma nel fidarsi o non fidarsi di Dio, nel credere o
non credere all'Amore.

85 – Isaia: il “desiderio” di Dio

Il tempo di Avvento è tutto sotto il segno della fidu-


cia e della speranza, che diventano umile attesa della Sal-
vezza. Già nella prima domenica, che è ancora tutta rivolta
all'ultima venuta di Gesù come Giudice alla fine dei tempi,
la liturgia risuona del canto fiducioso del salmo 24: "A te,
Signore, innalzo l'anima mia. Dio mio, in te confido, che
io non resti confuso". Ma c'è da chiedersi: "Gli uomini
sono ancora in attesa della salvezza? Che cosa attende l'uo-
mo di oggi? Dove sta guardando?" Per capirlo bisogna ve-
dere quali sono i suoi desideri. Il desiderio, infatti, esprime
l'attesa, alimenta la fiducia, misura la speranza. Quali sono
dunque i desideri del cuore umano? E noi stessi, quali desi-
deri coltiviamo nella nostra anima? Dove sta andando il no-
stro cuore?... Ci sono desideri ignobili che spingono il cuo-
re verso il tradimento, l'infedeltà, i piaceri vergognosi. Ci
224
sono desideri tristi, che avvelenano il cuore, lo nutrono di
gelosia, di invidia, di vendetta. Ci sono desideri "aridi" che
gelano il cuore e lo imprigionano nell'egoismo, nella sete di
guadagno, nelle ambizioni della superbia. Ci sono poi i de-
sideri buoni, il desiderio del bene, il desiderio della verità ,
il desiderio della pace, i desideri che aprono il cuore alla
compunzione, alla generosità, all'amore.
Ma c'è un desiderio che riassume tutti i desideri
nobili dell'uomo, un desiderio che esprime l'insonne
aspirazione dell'animo umano alla felicità: il desiderio
di Dio. E' il desiderio che nelle anime grandi diventa sete
incontenibile di vedere il volto di Dio, sete che si fa attesa,
invocazione, ricerca mai sopita e mai appagata. Questo de-
siderio di Dio impregna tutto lo spirito dell'Avvento e se ne
fa altissimo interprete il profeta Isaia.
Ci sono tre figure che dominano la liturgia dell'Av-
vento: il più grande dei Profeti, Isaia; il più grande tra "i
nati di donna", Giovanni il Battista; e soprattutto la più ec-
celsa fra tutte le creature, l'Immacolata. Con il Profeta Isa-
ia, le cui pagine sublimi e struggenti rimangono uno dei più
grandi tesori poetici e mistici dell'umanità, il desiderio di
Dio raggiunge il grido più alto e più intenso. La sua invo-
cazione più famosa risuona come un ritornello durante i
giorni dell'Avvento: "Stillate, o cieli dall'alto la vostra ru-
giada, e le nubi piovano il giusto; si apra la terra e germogli
il Salvatore!" Questa e l'altra invocazione, la più ripetuta
nella liturgia dell'Avvento: "Vieni o Signore Gesù; non tar-
dare!", possono servirci per alimentare in noi il desiderio di
Dio.
Là dove questo desiderio viene meno, la vita spiri-
tuale languisce, ristagna. E' un sintomo preoccupante di
tiepidezza o di sonno dello spirito, addirittura di un cuore
spento. Perciò la Chiesa ci rivolge fin dalla prima domenica
di Avvento le parole di S. Paolo: "Fratelli, è ormai tempo
225
di svegliarci dal sonno, perché la nostra salvezza è vici-
na..." Il primo sonno da rompere è il silenzio dell'anima
186

che non sa più pregare, che ha abbandonato il suo collo-


quio con Dio e riempie il suo mondo interiore di chiacchie-
re inutili e vane. La preghiera è sempre il punto da cui si
ricomincia. Per risvegliare in noi il desiderio di Dio, oc-
corre cercarlo nell'orazione, invocarlo anche se ci appare
lontano, aspettarlo pazientemente anche quando ci sembra
di non vederlo.
Avere il desiderio di Dio è già amarlo, è già posse-
derlo. E tuttavia sulla terra questo amore non è mai un pos-
sesso, è sempre desiderio; e quando è autentico genera gio-
ia e speranza ma anche spinge l'anima alla ricerca e all'atte-
sa. Cercare Dio vuol dire averlo già trovato, ma vuol dire
anche capire che trovare Dio è grazia, che è possibile tro-
vare Dio solo quando o perché lui si dona. Perciò la ricerca
di Dio è sempre attesa di lui, della sua epifania, di quel gri-
do che rompe il buio della notte o del sonno: "Ecco, viene
lo sposo! Andategli incontro!" Guai se il nostro cuore
187

fosse chiuso o spento perché non abbiamo tenuto accesa,


con desiderio d'amore, l'attesa dello Sposo!

86 – Giovanni il Battista: “Preparate la via”

Un cuore spento o un cuore chiuso non capirà mai


il Natale, cioè l'amore di Dio, e non capirà nemmeno la Pa-
squa, la misericordia infinita del Padre, e neppure capirà la
186 Rom. 13,11
187 Mt. 25,6
226
Chiesa che è nata dall'effusione dello Spirito Santo. Non
basta che Dio venga, non basta che, spinto dal suo amore,
Egli scenda a cercarci, se poi trova chiuse le strade del
cuore. Perciò la Liturgia dell'Avvento è tutta percorsa dalla
"voce di colui che grida: nel deserto preparate la via del
Signore, spianate i suoi sentieri, Ogni burrone sia riempi-
to, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi
siano diritti; i luoghi impervi spianati".188

La figura austera ed esigente di Giovanni Battista


campeggia nell'Avvento come un forte invito a cambiare il
cuore, a sgombrarlo da tutto ciò che gli impedisce di acco-
gliere l'amore di Dio. Innanzitutto "raddrizzare i suoi sen-
tieri". Raddrizzare i sentieri del cuore significa sincerità in-
teriore; non possiamo accontentarci delle parole, non pos-
siamo fermarci ai propositi, e nemmeno alle buone inten-
zioni. Certamente dovremo anche rettificare, raddrizzare le
intenzioni puntando lo sguardo dell'anima verso la giusta
direzione, cioè verso la volontà di Dio, ma la sincerità del
cuore consiste nel "volere" ciò che vuole Dio, senza falsi
problemi, senza i pretesti e le giustificazioni create dalla pi-
grizia, dall'egoismo o dalla sensualità. Esige, in una parola,
la lotta ascetica, l'impegno interiore a spianare "le asperità"
del carattere e delle cattive abitudini, a riparare con la peni-
tenza e la contrizione le "buche" dei nostri peccati e delle
nostre omissioni; esige una lotta interiore che porta alla pu-
rezza del cuore per cui possiamo vedere Dio e accoglierlo.
Questo fu il battesimo di Giovanni, un battesimo di peni-
tenza e di conversione.
Come conseguenza di questa lotta interiore, sincera
e concreta, Giovanni chiedeva la coerenza della vita, una
condotta esteriore che rivelasse un "cuore ben disposto".

188 Lc. 3,4


227
87 – L’Immacolata: la “dimora” degna di Dio

L'esempio più perfetto di "un cuore ben disposto"


per accogliere il Redentore è l'Immacolata, la figura amabi-
lissima di Maria che illumina di luce e di bellezza tutto
l’Avvento; esso appare così un tempo liturgico squisita-
mente mariano.
Se doveva esserci una festa prima del Natale e in
preparazione al Natale, questa festa non poteva essere che
l'Immacolata. Viene celebrata l'8 dicembre in pieno Avven-
to; sembra una collocazione casuale, una pura questione di
date (si celebra infatti la Natività di Maria l'8 di settembre);
in realtà tutto fa pensare a un disegno provvidenziale di
Dio che gioca anche con le date, con i tempi e con la storia
degli uomini.
L'Immacolata è chiamata dalla Liturgia "degna di-
mora" del Figlio di Dio. Si potrebbe osservare che Gesù
"dimorò" soltanto nove mesi nel grembo verginale di Ma-
ria. Secondo le leggi della natura, dal punto di vista corpo-
rale, è certamente vero; sappiamo però che Maria concepì
il Figlio di Dio "prius in mente quam in corpore" - prima
spiritualmente (attraverso la fede) che corporalmente (at-
traverso la carne). E questa dimora di Cristo nel cuore pie-
no di santità e di grazia della Madonna non venne mai
meno, anzi, andò crescendo in intimità e profondità, tanto
da poter dire che il Figlio assimilò a sé la Madre facendola
compartecipe della sua vita e della sua missione di Reden-
tore. Maria dunque, o meglio il suo Cuore immacolato e
innamorato, rimane ormai per sempre la dimora dolcissima
ed eccelsa di Cristo, e rimane anche modello e insegnamen-
to per noi che siamo chiamati ad accogliere Cristo secondo
l'augurio di San Paolo agli Efesini: "Che Cristo, mediante

228
la fede, abiti nei vostri cuori, ben radicati e fondati nell'a-
more" 189

Solo la Madonna può insegnarci come preparare il


presepe nel nostro cuore, solo lei può aiutarci a far nascere
Cristo nella nostra anima mediante la purezza, la fede e l'a-
more. Senza questa nascita di Gesù dentro di noi, a ben
poco servono i presepi nelle nostre case e nelle nostre chie-
se. Per la nascita di suo Figlio, Dio ha preparato Maria, noi
abbiamo preparato una grotta.
Negli ultimi giorni dell'Avvento, mentre nelle chiese
si svolge la toccante novena, tutti sono impegnati a prepa-
rare il Natale: si invadono i supermercati per il menu natali-
zio, si visitano i negozi per l'acquisto di regali, si adornano
case e vie con luminarie e insegne dorate..., ma molti hanno
paura di andare oltre: si aggirano tra le scintillanti apparen-
ze del Natale ma con il cuore spento e l'anima vuota, si
appropriano dei "segni" del Natale ma non lo "celebrano",
sentono, magari con commozione, la "nostalgia" del Natale
ma non ne conoscono la "gioia". Molti arriveranno alla
grotta e guarderanno il Bambino, ma non sapranno vedere
in quel Bambino l'amore di Dio per loro. Il Vangelo dice
che i pastori trovarono il Bambino e sua Madre..., dobbia-
mo appunto passare da Maria per capire l'amore di Dio.
Nessuna creatura sulla terra ha "celebrato" il Natale come
lei; e non solo perché quel Bambino è carne della sua car-
ne, sangue del suo sangue ed è stato partorito dal suo
grembo verginale, ma soprattutto perché essa "ha trovato
grazia presso Dio" che l'ha amata più di ogni altra donna
sulla terra, e perché lo Spirito Santo l'ha fatta sua sposa e
quel Bambino è il dono che il Padre ha consegnato a Lei
per rivelare a tutti gli uomini la sua misericordia.
Maria è la soglia che il Figlio di Dio ha varcato
per venire fino a noi, ed è perciò la soglia che ognuno di
189 Ef. 3,17
229
noi deve varcare per incontrare il Redentore: Maria è
la soglia della speranza. Al di qua ci siamo noi, gli uomi-
ni, con le nostre paure, le nostre catene, le nostre attese e
invocazioni; al di là della soglia c'era il Dio inaccessibile, il
Dio dell'Eden perduto, ma anche il Dio delle promesse. E
in Maria ogni promessa si è compiuta; Dio stesso ha varca-
to per primo questa "soglia delle speranze" umane. Maria
ha "costretto" il Dio inaccessibile, immenso, a farsi piccolo,
a misura d'uomo, a rinchiudersi nel suo grembo. Infatti,
quem coeli capere non poterant, tuo gremio contulisti -
colui che i cieli non possono contenere, l'hai racchiuso nel
tuo grembo. 190

Dobbiamo incontrare l'Immacolata; essa purificherà


il nostro cuore facendolo rivivere nella contrizione e nel
perdono, sulla soglia del confessionale cadranno le nostre
catene e si scioglieranno le nostre paure... e varcheremo
anche noi la "soglia della speranza". Solo allora, il canto
degli Angeli nel cielo di Betlemme risuonerà anche per noi:
"Se cerchi Maria "necessariamente" troverai Gesù, e
apprenderai - con profondità sempre maggiore - che cosa
c'è nel cuore di Dio". 191

190 Dalla Liturgia delle Ore. Comune della B.Vergine Maria.


191 Forgia, n. 661
230
TEMPO DI NATALE

88 – Natale

Il Natale ci rivela appunto che cosa c'è nel Cuore di


Dio: un amore senza limiti per gli uomini. La solennità del
Natale è celebrata dalla Chiesa con tre liturgie eucaristiche
diverse: la Liturgia della notte, la Liturgia dell'aurora,
la Liturgia del giorno. Come a dire che il mistero del Fi-
glio di Dio fatto uomo è così grande che non basta una Li-
turgia per descriverlo. In effetti, l'Incarnazione - Sposalizio
di Dio con l'uomo, incontro ineffabile del Creatore con la
sua creatura - si presenta ai nostri occhi e alla nostra mente
come un evento così immenso nelle sue dimensioni umane
e divine che abbiamo bisogno di tempo per rendercene con-
to e per poterlo contemplare.
La Liturgia della notte ci conduce davanti alla
grotta e ci fa guardare con occhi lucidi di commozione e di
stupore la scena dolcissima del Bambino avvolto in fasce e
deposto in una mangiatoia. La notte riveste un duplice si-
gnificato: uno negativo, indica la nostra condizione umana
che è di tenebra: l'ignoranza, la cecità spirituale, il peccato
e la morte, segno della signoria del maligno, principe delle
tenebre; e un significato positivo, perché indica il mistero
insondabile che avvolge Dio e le sue opere. In ogni caso,
Cristo vince le tenebre del mondo e illumina gli occhi della
nostra mente sul mistero che lo avvolge.
231
Ma è necessario arrivare a Betlemme. I pastori, do-
cili all'invito degli Angeli, cercarono la grotta e trovarono il
Bambino . La Liturgia della notte è quella più accessibile e
più amata dalla gente; il racconto del Vangelo e la scena del
presepe vanno diritto al cuore e parlano il linguaggio dell'u-
miltà, della semplicità e dell'innocenza. Ma non tutti capi-
scono questo linguaggio e molti non sanno ascoltare. Ep-
pure, il presepe è una cattedra, e quel Bambino ci dà lezio-
ne appunto di umiltà, di semplicità e di innocenza. A poco
servirebbe commuoverci davanti alla sua grotta e magari
cantargli dolci ninne nanne se poi il nostro cuore non cam-
bia, non si apre all'amore e al dono di sé. La nostra vita sul-
la terra è un viaggio che ha la sua prima tappa a Betlemme;
trovare il Bambino e adorarlo come hanno fatto i pastori è
come dare un senso nuovo al nostro viaggio, un significato
diverso, cioè divino, a tutta la nostra vita.
La Liturgia dell'aurora è ancora centrata sulla
scena del presepio ma con un accento particolare sui pasto-
ri: sono essi i protagonisti. Narra San Luca che, dopo l'an-
nuncio degli Angeli, i pastori si incamminarono "senza in-
dugio" verso Betlemme, raccontando l'accaduto a quanti
incontravano; anche a Giuseppe e a Maria hanno certamen-
te narrato quello che gli Angeli avevano detto del Bambino.
Essi poi tornarono lodando e glorificando Dio, pieni di gio-
ia, mentre Maria conservava ogni cosa meditandola nel suo
cuore.
L'aurora è un segno, indica la speranza che il Natale
accende nel cuore degli uomini. Come l’aurora, anche il
Natale pone fine alla notte e inaugura un nuovo giorno; è il
giorno senza tramonto, che sarà dominato dal Sole di giu-
stizia, il Signore Gesù, che illuminerà ormai per sempre la
storia degli uomini. Abbiamo già detto che "giustizia" nel
linguaggio biblico significa la salvezza e la pace; perciò la
speranza accesa da questa dolcissima aurora non è una
232
vaga aspirazione o un astratto desiderio, è una certezza che
sta lì sotto gli occhi di tutti: un Bambino adagiato in una
mangiatoia.
Canta l'antifona d'ingresso: "Oggi su di noi splende-
rà la luce perché è nato per noi il Signore: Dio onnipotente
sarà il suo nome, Principe della pace, Padre dell'eternità".
Vedere tutto questo in quel Bambino debole e inerme, che
non ha nulla di regale e non presenta alcun segno di poten-
za o di grandezza umana, sembrerebbe una pazzia. Ma gli
occhi dei pastori hanno saputo leggere nella tenue aurora di
quel Bambino la forza di Dio che si è rivestito della nostra
debolezza per risanarla ed elevarla alle altezze del cielo.
Non dobbiamo ingannarci: le apparenze sono quelle
di un bambino ma esse sono un "segno", come hanno detto
gli Angeli ai pastori; la realtà è quella del Redentore che è
venuto a portare la pace. La pace vera, quella che nasce
dalla vittoria di Dio nel nostro cuore. Perché i nemici della
pace sono dentro di noi: la superbia, che ci fa ribelli alla ve-
rità, l'idolatria, che ci fa adoratori delle cose della terra, l'e-
goismo, che ci rende incapaci di amare gli altri. Quel Bam-
bino è l'arcobaleno tracciato da Dio sul diluvio del peccato,
un arcobaleno di pace che Dio dipingerà in ogni anima che
sappia accogliere il Bambino di Betlemme.
La Liturgia del giorno è una liturgia di luce, la li-
turgia del Sole. I pagani celebravano oggi la "festa del
Sole", la sua rinascita sull'orizzonte astronomico. La litur-
gia della Chiesa celebra la nascita di Cristo, il Sole eterno
che appare sull'orizzonte della storia per illuminare la vita
degli uomini: "In principio era il Verbo, e il Verbo era
presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso
Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di lui
niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini (...) La luce vera, quella
che illumina ogni uomo, veniva nel mondo ... E il Verbo si
233
fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedem-
mo la sua gloria, gloria come di Unigenito del Padre, pie-
no di grazia e di verità".
192

Il presepe che abbiamo contemplato nella notte e


nell'aurora, si apre ora su un panorama immenso: dal seno
del Padre l'eternità è entrata nel tempo e ha inondato di
luce la vita del mondo. Quel Bambino è il Verbo generato
nel seno del Padre prima di tutti i secoli, è il Figlio che ci
viene dato in dono. La Liturgia del giorno incomincia con
un grido di gioia: "Puer natus est nobis, Filius datus est no-
bis!" - è nato per noi il Bambino, ci è stato dato in dono il
Figlio di Dio! Perciò chi accoglie il Bambino di Betlemme
riceverà il dono immenso che Egli ha portato nel mondo: la
sua filiazione divina. "A quanti lo hanno accolto ha dato il
potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel
suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né
da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati". 193

E' questa la vera, grande novità del Vangelo; questo


è ciò che deve accadere nella nostra anima. E' già accaduto
nel battesimo, perché è avvenuta allora la nostra nascita
come figli di Dio. Ma il Natale torna ogni anno a ricordarci
questa dimensione soprannaturale e divina che Dio ha dato
alla nostra vita. Eppure è così facile dimenticarlo! Perciò
ogni giorno la Chiesa nella Santa Messa ripete la preghiera
del Natale, propria della Liturgia del giorno: all'offertorio,
versando alcune gocce d'acqua nel calice, il sacerdote dice:
"L'acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la
vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura
umana".
Il grande Papa San Leone Magno così concludeva
la sua omelia sul Natale: "Carissimi, deponiamo dunque

192 Gv. 1, 1..14


193 Gv. 1,12
234
l'uomo vecchio con la condotta di prima e, poiché siamo
194

partecipi della generazione di Cristo, rinunciamo alle opere


della carne. Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso par-
tecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di
un tempo con una condotta indegna". Sarebbe come cele-
195

brare il Natale senza il Bambino, o costruire il presepe in


un cuore buio e freddo. Non c'è Natale senza la luce, senza
la Vita, senza la Grazia. Senza gli Angeli che cantino "Glo-
ria a Dio nei cieli e pace agli uomini sulla terra".

89 – La Sacra Famiglia

La Liturgia del Natale non si limita a celebrare la


nascita di Gesù, ma vuole ricordarci anche la sua vita d'in-
fanzia. Non esiste una festa specifica per questo, ci sono
però due celebrazioni che fanno implicito riferimento alla
vita d'infanzia e a tutta la vita cosiddetta "nascosta" del Si-
gnore. Sono la festa della Sacra Famiglia che si celebra nel-
la domenica dopo Natale e la solennità della Madre di Dio
che si celebra nell'Ottava di Natale. Di quest'ultima, che co-
stituisce una delle maggiori solennità del culto mariano, ne
abbiamo già parlato (cfr.n.68). Ma un importante messag-
gio ci viene anche dalla festa della Sacra Famiglia che ci ri-
corda uno dei valori fondamentali dell'uomo e della società.
Non rifletteremo mai abbastanza sul fatto che il Fi-
glio di Dio facendosi uomo ha voluto assumere la nostra
condizione umana nella sua più completa normalità; ha vo-
luto trascorrere quasi tutta la sua vita in una famiglia, lavo-
rando nella bottega di Giuseppe, tra le mura domestiche di
una casa, accanto a sua madre, alla maniera di ogni creatu-
ra umana. Viene chiamata "vita nascosta" perché durante
194 Ef. 4,22
195 S.Leone Magno, Discorso per il Natale, 1-3
235
quegli anni nulla il Signore ha fatto trapelare della sua iden-
tità più profonda: la sua divinità. Il Vangelo la descrive in
poche parole: "Gesù stava loro (Giuseppe e Maria) sotto-
messo. E il Bambino cresceva e si fortificava, pieno di sa-
pienza, davanti a Dio e agli uomini". 196

Tuttavia la Chiesa, con la festa della famiglia di


Gesù, intende riaffermare il valore della famiglia come essa
venne "pensata" da Dio nel suo disegno sull'uomo. Sì, per-
ché la famiglia l'ha voluta Dio quando creò l'uomo a Sua
immagine e somiglianza; Lui l'ha creata e Lui ne ha stabilito
le leggi. L'ha voluta come espressione e sul modello della
sua vita Trinitaria. Inoltre, per mezzo di Cristo, che l'ha
santificata con la sua vita umana e divina, l'ha restaurata
dalla dissacrazione operata dal peccato. Perciò ogni atten-
tato contro i valori della famiglia è un attentato contro Dio.
L'insegnamento della Chiesa sulla famiglia è oggi
particolarmente ampio e profondo. Uno dei crimini più di-
197

sastrosi che la cultura laicista ha perpetrato contro l'uomo e


lo stesso ordine sociale è senza dubbio la demolizione siste-
matica e violenta dei valori della famiglia. Negato ogni rife-
rimento a Dio e al valore trascendente della vita umana, è
tolto ogni fondamento alla famiglia che perde la sua identi-
tà e può assumere le forme più strane e assurde di convi-
venza che non trovano riscontro nemmeno nella etologia
animale.
Dio ha voluto che l'uomo nascesse e crescesse
come uomo in una famiglia, formata da un uomo e da una
donna, uniti indissolubilmente da un patto d'amore che li fa
essere due in una sola carne.
Gesù ha suggellato con l'esempio della sua vita que-
sta volontà del Padre. Egli si è fatto uomo nel grembo di
196Lc. 2,40
197Concilcio Vat. II: Gaudium et Spes; Giov.Paolo II, Familiaris
Consortio; Lettera alle famiglie.
236
Maria, ma è diventato uomo, cioè ha forgiato la sua perso-
nalità umana, nella casa e nella famiglia di Nazareth. "Tor-
nò a Nazareth e stava loro sottomesso. E Gesù cresceva in
sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e agli uomini" . 198

Questa è dunque la famiglia nel disegno di Dio: il luogo


dove l'uomo nasce e cresce come uomo.
La famiglia diventa così il luogo dove si scopre il
valore e il dono della vita; il luogo dove si impara l'obbe-
dienza, il rispetto reciproco, il sacrificio generoso; il luogo
dove si apprende a coniugare la vera libertà con la respon-
sabilità, a condividere le gioie e le sofferenze di tutti, a cu-
rare con finezza il dovere di ogni momento; è ancora il luo-
go dove si scopre la preziosità di un silenzio, la bellezza di
un sorriso, la gioia del perdono; in una parola si impara ad
amare. Per noi cristiani, poi, la famiglia è il luogo dove si
trasmette la fede, si educa alla speranza, si insegna la pre-
ghiera, dove la fiducia in Dio rende forti nelle tribolazioni,
pazienti nel lavoro, generosi nel dono di sé stessi; il luogo
dove il santo timore di Dio, il rispetto dei suoi comanda-
menti e il senso gioioso della paternità di Dio fanno della
famiglia stessa un "focolare cristiano luminoso e allegro" ,199

una piccola "chiesa domestica" che diffonde la serenità e la


pace.
Tutto questo è possibile nonostante le difficoltà, le
crisi e le prove della vita. I Vangeli che si leggono nella fe-
sta della Sacra Famiglia ricordano episodi della vita d'infan-
zia di Gesù dove le difficoltà e le sofferenze non hanno
avuto mai il sopravvento sulla serenità e la gioia: la fuga in
Egitto, il dolore per la strage compiuta da Erode, il Bambi-
no minacciato da Archelao, il forzato ritorno a Nazareth,
Gesù smarrito nel tempio. Il segreto sta nell'amore. Quan-
do si ama e si sa di essere amati da Dio, non ci sono prove
198 Lc. 2,52
199 San J.Escrivà, E' Gesù che passa n. 22
237
che possano spezzare la famiglia, incrinare la sua solidità, o
derubarla della pace.
Famiglia, diventa ciò che sei, "il centro e il cuore
della civiltà dell'amore". 200

90 – L’Epifania

Il tempo di Natale culmina e si conclude con la so-


lennità dell'Epifania. In Oriente è questa la solennità natali-
zia più importante e viene celebrata il 6 gennaio analoga-
mente alla festa del Sole che in Occidente ha la sua celebra-
zione il 25 dicembre.
L'Epifania ("manifestazione" di una realtà occulta)
pone l'accento sul mistero che si nasconde nel Natale: la
presenza del Verbo eterno del Padre nel Bambino di Be-
tlemme. A Natale la Chiesa ci conduce alla grotta per con-
templare l'umanità di Gesù, nell'Epifania essa ci invita a
contemplare la divinità di Cristo. E' una contemplazione
spirituale e mistica; infatti l'umanità del Bambino la vedia-
mo con gli occhi della carne, la divinità del Verbo la con-
templiamo con gli occhi della fede. Perciò l'Epifania è la fe-
sta della fede, e la Chiesa ci invita a rinnovarla esplicita-
mente con il canto del Credo rendendo grazie a Dio per
questo dono inestimabile.
Sono ancora miliardi gli uomini che sulla terra co-
noscono Cristo nella carne, ma non lo conoscono nella
fede; incontrare Cristo nella carne non è ancora incontrarlo
come Redentore. Gesù è Redentore perché è Figlio di Dio,
e nell'Uomo di Nazareth come nel Bambino di Betlemme è
Dio che ci parla, è Dio che ci salva. Ora, Dio nessuno l'ha

200 Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie


238
mai visto; proprio il Figlio unigenito che è nel seno del
Padre, Lui lo ha rivelato".201

Il termine Epifania viene tradotto con due vocaboli


che sono complementari: manifestazione e rivelazione; essi
indicano due modalità con le quali Dio si fa conoscere.
Nella Epifania-manifestazione, Dio si fa conoscere "este-
riormente", attraverso le sue opere, nella Epifania-rivela-
zione Dio si fa conoscere "interiormente" attraverso la luce
interiore della Grazia. La fede ha bisogno di questa duplice
epifania, perché Dio si fa conoscere non solo come "noti-
zia" - l'Evangelo è la "Buona Notizia" - ma anche come
dono, come Amore che salva.
La Liturgia del Natale celebra soprattutto l'epifania-
manifestazione, ricordando tre episodi epifanici nei quali
Cristo si manifesta come Messia-Redentore: l'adorazione
dei Magi, il Battesimo di Gesù nel Giordano, le nozze di
Cana.
- L'adorazione dei Magi ricorda l'Epifania di Gesù
ai popoli della terra. I Magi non erano Ebrei e apparteneva-
no a diverse razze e culture. Erano anche uomini di rango,
uomini di scienza e di potere. Potremmo meditare sul viag-
gio dei Magi come figura del nostro viaggio nella fede. Co-
munque l'Epifania di Gesù ai Magi ci ricorda l'universalità
della salvezza; cioè tutti gli uomini sono chiamati alla fede
e tutto ciò che umanamente conta: le categorie dell'intelli-
genza, della ricchezza, del sapere e del potere sono chiama-
te a rendere omaggio alla signoria di Cristo e a servirlo in
ordine alla gloria di Dio e alla salvezza del mondo.
- Il Battesimo di Gesù nel Giordano ricorda l'Epi-
fania di Cristo al Popolo eletto; Gesù si manifesta agli
Ebrei, attraverso i sacerdoti e i Capi del popolo che si ri-
volgono al Battista per interrogarlo. Giovanni addita Gesù
e lo indica come colui che deve venire, il Messia. E' una
201 Gv. 1,18
239
epifania che viene completata e confermata dalla testimo-
nianza del Padre e dello Spirito Santo. E' perciò una epifa-
nia trinitaria che rivela l'identità divina di Cristo come Fi-
glio di Dio. Il Battesimo di Giovanni - "battesimo di
acqua", cioè un semplice rito penitenziale - lascia il posto al
battesimo-sacramento, "battesimo in Spirito Santo e
fuoco", che ci rivela il mistero della grazia. Con Gesù, il si-
gillo che denota l'appartenenza al popolo di Dio, al nuovo
Israele, non sarà più la circoncisione ma il Battesimo. La
Promessa che fondava l'Antica Alleanza lascia il posto alla
grazia che fonda la Nuova Alleanza. "La legge fu data per
mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di
Gesù Cristo". 202

- Le Nozze di Cana costituiscono una Epifania di


Gesù più intima. Con il miracolo dell'acqua mutata in vino
Gesù si manifesta ai suoi discepoli, a coloro che saranno il
fondamento della Chiesa. "Così Gesù diede inizio ai suoi
miracoli, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credet-
tero in Lui". In questa epifania Gesù si rivela come Sposo
203

che inaugura la Nuova Alleanza, quella che sarà poi scritta


col suo sangue, e fonda un nuovo rapporto dell'uomo con
Dio: il rapporto sponsale.

91 – “Vedere” Gesù

L’epifania di Gesù alle nozze di Cana, epifania per-


sonale e quasi intima riservata ai suoi discepoli, ci aiuta a
capire l'altra modalità epifanica, quella in cui Gesù si fa co-
noscere interiormente su un piano molto personale, con
una luce che illumina l'intimo della nostra anima. E' l'epifa-
nia-rivelazione, una specie di conoscenza nuova di ciò che
202 Gv. 1,17
203 Gv. 2,11
240
già conoscevamo senza capire. E' una Epifania "per prae-
sentiam", cioè una epifania in cui si sperimenta la presenza
interiore di Cristo che si fa conoscere e si dona intimamen-
te alla nostra anima.
La più famosa e più importante di queste rivelazioni
epifaniche è quella occorsa a Saulo sulla via di Damasco:
Gesù è lì, presente con la sua umanità santissima davanti a
lui: "Chi sei tu?" - "Quel Gesù che tu perseguiti!". Da quel
momento Saulo sarà un'altra persona: ha "visto" il Signore,
e non lo lascerà più! Anzi, lo "inseguirà" per tutta la vita,
come se dovesse inseguire una preda, perché anche lui,
Paolo, è stato "afferrato" da Cristo come una preda. "Tutto
ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della
conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho
lasciato perdere tutte queste cose, e le considero come
spazzatura, pur di guadagnare Cristo". 204

Senza questa rivelazione interiore, senza questa


luce nuova per cui la nostra anima "vede" Gesù e ne speri-
menta la presenza, non ci sarà mai una vera conversione,
un vero decollo della vita cristiana. Sono molti quelli che
cominciano il loro cammino nella vita spirituale, e partono
anche con entusiasmo, ma poi si stancano e si fermano.
Fanno pensare alle oche domestiche citate da Kierkegard,
le quali, quando vedono le loro compagne selvatiche passa-
re alte nel cielo con volo possente e perfettamente orienta-
te, per un momento si infiammano e vorrebbero accodarsi
allo stormo, ma dopo un gran sbattere d'ali e di grida tutto
finisce in pochi metri e si ritrovano ancora lì a pascolare nel
cortile o tutt'al più nello stagno. Non basta l'entusiamo e
nemmeno l'aver capito le cose; bisogna innamorarsi. E
per innamorarsi bisogna "vedere" la persona amata; per
questo molti si fermano e molti altri non salpano per cam-
mini di santità: non hanno "visto" Gesù. Un giorno alcuni
204 Fil. 3, 8
241
greci di osservanza ebraica venuti a Gerusalemme per la
Pasqua si presentarono a Filippo dicendo: "Vogliamo vede-
re Gesù". Dovrebbe essere il desiderio di ognuno di noi:
205

vedere Cristo con gli occhi dell'anima attraverso una epifa-


nia del suo volto che ci riveli la sua presenza e il suo amo-
re.
L'ultima festa epifanica che appartiene alla liturgia
del Natale è la Presentazione di Gesù al Tempio, quaranta
giorni dopo il Natale (2 febbraio). Il Vangelo ci descrive
una delle scene più belle e commoventi della vita d'infanzia
del Signore: "C'era a Gerusalemme un uomo di nome Si-
meone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il
conforto d'Israele (...). Mosso dallo Spirito si recò nel
Tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù
per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedis-
se Dio: "Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in
pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno vi-
sto la tua salvezza...".
206

...i miei occhi hanno visto... Proviamo a pensare a


quel volto segnato dal tempo, dalle veglie, dalla lunga pre-
ghiera illuminarsi di gioia e di pianto davanti al Bambino di
Betlemme! Quanti volti umani gli occhi del vecchio Simeo-
ne avranno scrutato prima di riempirsi di luce nel vedere
Gesù e riconoscere in lui il Salvatore! E' bastato quel mo-
mento di contemplazione perché la sua lunga vita acqui-
stasse significato e ricevesse il suo compimento.
"Vedere" Gesù..., saper attendere e invocare la sua
epifania nella nostra anima; vedere Gesù per innamorarsi di
lui...
Perché solo l'Amore può cambiare il cuore del-
l'uomo.

205 Gv. 12, 21


206 Lc. 2, 25-30
242
243
Il MISTERO PASQUALE

92 – La Pasqua ebraica

La Pasqua è il culmine della Storia della salvezza; è


perciò il cuore di tutto l'anno liturgico. Riguardo a Cristo,
la Pasqua è il completamento della sua Incarnazione; è la
realizzazione estrema della sua "spoliazione" - "annienta-
mento" la chiama S. Paolo - avendo accettato di assumere
la nostra umanità fino alla sua condizione di condanna e di
morte. "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina (Figlio
di Dio), non considerò un tesoro geloso la sua uguaglian-
za con Dio; ma spogliò sé stesso assumendo la condizione
di servo e divenendo simile agli uomini (Incarnazione);
apparso in forma umana (Natale), umiliò sé stesso (Pas-
sione), facendosi obbediente fino alla morte (agonia) e
alla morte di croce (Morte). Per questo Dio l'ha esaltato
(Risurrezione) e gli ha dato un nome che è al di sopra di
ogni altro nome (Redentore universale e Capo della Chie-
sa), l'ha costituito Signore (Re e giudice) a gloria di Dio
Padre (Ascensione). Questo inno di S. Paolo abbraccia
207

tutto il Mistero di Cristo e ricapitola l'opera sublime della


salvezza.
Quanto a noi, la Pasqua è "transitus Domini", il
passaggio del Signore; come Gesù, e insieme con lui, anche
207 Fil. 2,6-11
244
noi passiamo dalla morte alla vita. Cristo ci libera dalla
condizione di schiavi e ci fa passare alla libertà di figli.
Questo "passaggio" dalla schiavitù alla libertà, dal peccato
alla grazia, è stato prefigurato da ciò che Dio aveva com-
piuto nell'Antico Testamento per i figli di Israele quando
"passò" per liberarli dall'Egitto, come narra il libro dell'Eso-
do. Fu la Pasqua ebraica che possiamo considerare come
"Epopea della Salvezza".
Quella sera gli Ebrei sacrificarono l'agnello e con il
sangue segnarono le porte delle loro case. Nella notte "pas-
sò" il Signore e fece giustizia sui primogeniti dell'Egitto ri-
sparmiando le case degli Israeliti. Essi poterono così partire
e, guidati da Mosè, passarono il Mar Rosso per incammi-
narsi verso la Terra promessa. Quel rito doveva ripetersi
ogni anno al plenilunio di primavera, di generazione in ge-
nerazione. "Allora i vostri figli vi chiederanno: Che signi-
fica questo atto di culto? Voi direte loro: E' il sacrificio
della Pasqua per il Signore, il quale è "passato oltre" le
case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò
le nostre case". 208

La Pasqua ebraica aveva valore di segno, era una fi-


gura profetica della Pasqua di Cristo: Gesù è il vero
agnello che toglie i peccati del mondo, la sua immolazione
è il vero Sacrificio che libera gli uomini dalla schiavitù del
peccato, il suo Sangue ha sancito la nuova Alleanza che so-
stituirà per sempre l'antica Alleanza sancita dal sangue del-
l'agnello. In Gesù, morto e risorto, Dio realizza tutte le sue
promesse e dà compimento alla salvezza del mondo.
Dicevamo che ogni cristiano è chiamato a morire e
a risorgere con Cristo per essere, in Lui, una "creatura nuo-
va". La Pasqua di Cristo diventa così la Pasqua dei cri-
stiani. Tutto si compie nella Chiesa per opera dello Spirito
Santo che attua in ogni credente il mistero pasquale di Cri-
208 Es. 12,26
245
sto. Proprio nella Liturgia pasquale la Chiesa unisce nella
celebrazione liturgica la Pasqua di Cristo e la Pasqua dei
cristiani.

93 – La Pasqua cristiana

Il tempo pasquale è chiamato dalla Chiesa "tempo


forte", forte perché fondamentali sono le verità che vengo-
no ricordate, ma forte anche per i temi della vita cristiana
che vengono riproposti. Il cristiano è colui che nasce dalla
Pasqua di Cristo; è colui che rivive il mistero di morte e ri-
surrezione del Signore.
Gli Ebrei celebravano la Pasqua come un rito "per
non dimenticare", un memoriale che ricordava quello che
Javhè aveva compiuto con i loro padri. Era quindi un rito
di lode e di ringraziamento al Dio d'Israele per i grandi be-
nefici che egli aveva concesso al suo popolo.
La Pasqua di Cristo non fu un rito ma un "mi-
stero", cioè un reale intervento di Dio nell'umanità di
Cristo. Dio volle rinnovare tutta l'umanità e l'intera crea-
zione secondo il suo disegno di salvezza attraverso l'offerta
sacrificale di suo Figlio fatto uomo. La Pasqua di Cristo ha
dunque un valore ben diverso dalla Pasqua ebraica, non
solo perché questa era la "figura" e Cristo è la "realtà", ma
anche perché Cristo, nella sua Pasqua, unisce intimamente
l'aspetto salvifico all'aspetto sacrificale: Cristo è Redentore
e insieme Sacerdote eterno. La Pasqua dell'Esodo, infatti,
rivestiva soprattutto un significato salvifico: l'agnello pa-
squale serviva per segnare col sangue le porte degli Ebrei e
così salvare il popolo dal giogo del Faraone e i primogeniti
dallo sterminio; la Pasqua di Cristo riunisce in sé i due
aspetti, quello salvifico e quello sacrificale: proprio perché

246
fu un sacrificio di adorazione al Padre, la Pasqua di Cristo
ebbe un valore salvifico per tutta l'umanità.
Anche nella Pasqua cristiana ritroviamo tutti e due
gli aspetti: la Pasqua cristiana è rito ed è mistero; è rito
perché richiama i segni salvifici della Pasqua ebraica,
ed è mistero perché contiene la realtà del Sacrificio di
Cristo. La Chiesa perciò chiama la Pasqua cristiana: Sacra-
menta paschalia: i Sacramenti pasquali. I Sacramenti che
hanno significato pasquale sono il Battesimo e l'Eucaristia.
Il Battesimo ci ricorda e attua in noi l'aspetto salvifico della
Pasqua, aspetto prefigurato nella liberazione degli Ebrei
dall'Egitto attraverso le acque del Mar Rosso; l'Eucaristia
ci ricorda e attua in noi il sacrificio di Cristo nella sua Pa-
squa di morte e resurrezione. Tutta la Liturgia pasquale è
insieme Liturgia battesimale e Liturgia eucaristica. Gesù
stesso chiama la sua morte un "Battesimo".
Nel richiamare queste realtà è necessario da parte
nostra uno sforzo di riflessione. C'è il pericolo infatti che
noi ascoltiamo queste cose e le sentiamo come lontane nel
tempo ed estranee alla nostra situazione attuale, alla nostra
realtà quotidiana. Queste sono certamente cose di Dio -
pensiamo - e deve farle lui, noi abbiamo le nostre cose - il
lavoro e i suoi problemi, la famiglia e le sue necessità, la
società e le sue vicende... - e dobbiamo pensarci noi. Ab-
biamo già detto che la Storia di Dio (storia sacra) e la sto-
ria dell'uomo non sono due storie parallele; Dio agisce den-
tro la storia dell'uomo e il tempo della salvezza è presente
in ogni momento della nostra vita. Parlando della fede
come strada che conduce la nostra esistenza terrena, dice-
vamo che la fede è "vedere" presente nella mia vita il Dio-
che-salva. Dobbiamo chiedere alla Madonna che "portava
tutte queste cose meditandole nel suo cuore", di sentirci
anche noi "interessati a quanto Dio ha fatto e continua a
fare nel mondo. La vita del cristiano è una vita pasquale, è
247
la vita di Cristo morto e risorto che in qualche modo conti-
nua in noi.

94 – Il mercoledì delle Ceneri

Il tempo pasquale comprende tre momenti liturgici


di grande intensità: la Quaresima, la Pasqua, la Penteco-
ste.
La Quaresima ci chiama alla conversione e alla lotta contro
tutto ciò che nella nostra vita si oppone a Dio; la Pasqua
celebra la passione, morte, risurrezione del Figlio di Dio
fatto uomo, il quale ci ha amati e ha dato sé stesso per noi;
la Pentecoste ci comunica i frutti della Pasqua, cioè lo Spi-
rito Santo e la Chiesa. E' un periodo di quattordici settima-
ne, e risulta dalla dilatazione progressiva della Veglia pa-
squale che veniva celebrata con grande solennità nelle pri-
me comunità cristiane.
La Quaresima inizia nel Mercoledì delle Ceneri
con un austero rito penitenziale. Le ceneri, ottenute per in-
cenerimento dei ramoscelli d'olivo, hanno avuto fin dall'an-
tichità un significato penitenziale. "Sedere nella cenere" si-
gnificava riconoscere la propria povertà e la propria nullità.
La Chiesa utilizza questo significato imponendoci le ceneri
sul capo per aiutarci ad abbandonare ogni nostra superbia.
Si sa, la superbia è la radice di ogni peccato e perciò è il
più radicato dei vizi umani. Si dice che la superbia muore
un giorno dopo la nostra sepoltura ed è così connaturata al
nostro animo da non poterla riconoscere e smascherare
senza l'aiuto della grazia di Dio.
Inoltre, ce ne dimentichiamo così facilmente che la
Chiesa nel rito delle Ceneri quasi ci invita a metterci davan-
ti alla nostra tomba dicendoci: "Ricordati che sei cenere, e
in cenere ritornerai!". La Chiesa nel ricordarci la poca cosa
248
che siamo non intende scoraggiarci nei nostri progetti di
bene o nei nostri sforzi nobili e coraggiosi di impegno in
questo mondo come se proclamasse l'inutilità di tutto ciò
che facciamo, vuole semplicemente invitarci a deporre ogni
superbia, ogni considerazione falsa e disordinata di noi
stessi, ogni appropriazione ingiusta dei doni di Dio come se
fossero merito nostro di cui gloriarci davanti agli uomini.
La superbia non solo ci impedisce di riconoscere
Dio e quindi di orientare verso di Lui la nostra vita (con-
versione), ma ci impedisce anche di riconoscere i nostri
peccati e quindi di pentircene e di emendarli con la peniten-
za. La superbia è il vero nemico dell'anima ed è l'unico
peccato che ci fa somiglianti a Lucifero. Perciò la Chiesa
imponendoci le Ceneri ci invita all'umiltà e ci addita il cam-
mino penitenziale della Quaresima, che si può riassumere
nelle tre indicazioni che Gesù stesso ci ha dato: preghiera,
elemosina e digiuno.
La preghiera è l'aprirsi dell'anima a Dio: è la con-
versione, l'inizio della fede; l'elemosina è il dischiudersi del
cuore verso il prossimo: è la misericordia con le sue opere,
segno certo della contrizione del cuore, “l'elemosina - infat-
ti - copre la moltitudine dei peccati"; il digiuno è il dischiu-
dersi del corpo e dei nostri sensi alla riparazione: è la peni-
tenza.
In tutto questo occorre la sincerità interiore. Pro-
prio nel giorno delle Ceneri, parlandoci della preghiera, del
digiuno e dell'elemosina, il Signore nel Vangelo ci mette in
guardia dall'ipocrisia. Gesù parla dell'ipocrisia di fronte agli
uomini, ipocrisia che ci porta ad agire tenendo conto del
giudizio e del plauso umano, ma essa nasce dall'ipocrisia
interiore, quella che ci porta alla penitenza, alla preghiera e
alle opere buone ma senza una vera umiltà, senza una lotta
sincera contro tutto ciò che ci allontana da Dio, e senza il
fermo proposito di usare i mezzi idonei per una vera con-
249
versione. Presentandoci Gesù lottatore contro il maligno, la
Liturgia ci invita ad una più rigorosa austerità nella vita, ad
essere più forti nel respingere il male e più decisi nel volere
il bene. La società del benessere e del facile consumismo in
cui viviamo, ci ha resi tutti più fragili, più deboli, più restii
al sacrificio e all'impegno. All'inizio della Quaresima ci vie-
ne estremamente opportuno ricordare l'avvertimento di
Gesù: il Regno dei Cieli esige "violenza" e solo i violenti lo
possono conquistare.

95 – L’itinerario quaresimale

La Quaresima assunse così il significato di un cam-


mino verso la Pasqua con riferimento soprattutto al Batte-
simo. Particolari esercizi penitenziali erano previsti per due
categorie di persone: i catecumeni e i penitenti. La Quaresi-
ma dei catecumeni era pre-battesimale e aveva lo scopo di
preparare al battesimo i convertiti attraverso un'assidua ca-
techesi sulle verità della fede cristiana e una purificazione
della condotta che garantisse il cambiamento di vita dalle
abitudini pagane.
La Quaresima dei penitenti era post-battesimale ed
era ordinata alla riconciliazione dei pubblici peccatori che,
allontanati dalla comunità per la loro condotta, venivano
sottoposti a pubblica penitenza, in "cenere e cilicio", prima
di essere ammessi a partecipare all'Eucarestia; la riconcilia-
zione avveniva appunto nel giovedì santo.
Per noi oggi la Quaresima potrebbe rivestire spiri-
tualmente ambedue i significati: catecumenale e penitenzia-
le. Noi abbiamo già ricevuto il battesimo, ma la ricchezza
di questo sacramento è tale da non essere mai esaurita; tut-
ta la vita cristiana è vita battesimale e si configura come un
progressivo sviluppo della grazia e della vita divina ricevu-
250
te nel battesimo. Inoltre, il battesimo è anche il sacramento
della fede, e la fede è suscitata in noi dalla Parola di Dio.
Ora, la Parola di Dio richiede un continuo ascolto interiore
senza il quale la fede battesimale rimarrebbe come un seme
inaridito e infecondo. La stessa santità cristiana non è che
la pienezza della vita battesimale. Ogni cristiano è perciò
un battezzato e insieme un catecumeno.
L'aspetto catecumenale della Quaresima giustifica
la centralità e l'importanza della Parola di Dio durante que-
sto tempo liturgico. Troppi cristiani sono rimasti allo stadio
infantile nella loro formazione religiosa o non hanno saputo
assimilare né approfondire quello che hanno ricevuto; per
molti, poi, la contro-catechesi delle teorie laiciste e della
mentalità secolarizzata, così abbondantemente dispensata
dai mass-media, si è sovrapposta alla prima semina del
Vangelo nella loro anima fino a rendere l'insegnamento di
Cristo completamente ininfluente sulla loro vita. Per molti
battezzati è perciò necessaria una rievangelizzazione, e co-
munque per tutti noi è indispensabile un ascolto più sincero
e interiore della Parola di Dio. Ci serve perciò un accosta-
mento umile e profondo alla catechesi della Chiesa per ali-
mentare quella fede ricevuta nel battesimo, fede che de-
v’essere tanto più forte ed efficace quanto più lontano da
essa, e spesso ostile, è l'ambiente in cui dobbiamo viverla e
testimoniarla.
L'aspetto penitenziale della Quaresima interessa
ugualmente tutti i cristiani. La nostra prima conversione, e
lo stesso sacramento del battesimo, non hanno tolto dalla
nostra anima le radici del peccato, né hanno spento le incli-
nazioni al male; esse restano in noi e sono la causa di tanti
nostri cedimenti, debolezze e peccati personali. Siamo dun-
que tutti peccatori, bisognosi di penitenza e di continua
conversione. La Quaresima si caratterizza così come "tem-
po forte", tempo di lotta e di impegno ascetico. E' una lotta
251
che si conduce su più fronti, perché il male non è solo den-
tro di noi, conta anche alleati esterni che agiscono nel mon-
do come nemici di Dio: il demonio e lo spirito mondano.
La Prima domenica di Quaresima ci presenta subito
la figura di Cristo come lottatore: affronta il demonio che
lo aggredisce con le sue tentazioni. Gesù subì soltanto ten-
tazioni esterne dal momento che la sua perfetta integrità
morale e la sua assoluta santità non erano compatibili con il
disordine della concupiscenza e con le inclinazioni al male -
tentazioni interne - che caratterizzano la nostra condizione
di peccatori: “Fu in tutto simile a noi tranne che nel pec-
cato" dirà San Paolo. Gesù tuttavia volle essere tentato dal
diavolo per due motivi: primo, per riparare la nostra scon-
fitta. Il demonio infatti travolse i nostri progenitori con le
sue suggestioni; ora egli continua ad agire nel mondo e,
non potendo far nulla contro Dio, si accanisce contro l'uo-
mo, cioè contro la creatura che porta il sigillo e l'immagine
di Dio. Gesù mettendosi al nostro posto sostituì la nostra
sconfitta con la sua vittoria. Secondo motivo, volle essere
tentato per insegnarci come dobbiamo lottare e vincere nel-
le nostre tentazioni. Innanzitutto egli ci insegna a smasche-
rare l'inganno. Ogni tentazione è essa stessa un inganno, è
il tentativo di far apparire come bene ciò che non lo è, di
farci credere che troveremo la felicità in ciò che appaga la
nostra superbia e la nostra concupiscenza anche se offende
Dio e va contro la sua volontà. Il demonio usa le cose buo-
ne per tentarci al male, così come ha usato la Parola di Dio
per tentare Gesù.
In secondo luogo, Gesù ci insegna a non discutere
con la tentazione; egli semplicemente la respinge. Il primo
cedimento sta nel dialogare con il nemico; occorre invece
prevenire, fuggire le occasioni, resistere prontamente e con
decisione spegnendo le prime avvisaglie di suggestione.

252
In ogni caso occorre conservare una grande fiducia
in Dio che non ci lascia mai soli nella prova, e una serenità
interiore che ci mantenga la lucidità di coscienza. La tenta-
zione, per quanto violenta, sfacciata e accompagnata da
turbamenti sensibili, non è ancora peccato finché non c'è la
nostra piena e consapevole accettazione. Spesso il Signore
permette che siamo tentati per saggiare la nostra fedeltà,
per mantenerci umili e vigilanti dandoci una più profonda
conoscenza di noi stessi, e per farci acquistare esperienza
che ci conduca a comprendere, amare ed aiutare i nostri
fratelli nelle loro cadute. Del resto, nessuno può mai vince-
re una tentazione senza la grazia di Dio. Perciò è indispen-
sabile la preghiera, che diventa la nostra arma più efficace
e, se umile e perseverante, sorgente sicura di vittoria. In
fondo, il primo e peggior nemico che abbiamo siamo noi
stessi; il demonio, dice S. Agostino, è un cane legato a ca-
tena che, abbaiando, cerca di impaurirci, ma morde solo
quelli che gli si avvicinano. Le promesse battesimali con-
tengono un categorico rifiuto di seguire il demonio: "Ri-
nunci a Satana, causa e origine di ogni peccato?" - "Rinun-
cio!".
L'aspetto battesimale e l’aspetto penitenziale della
Quaresima, presentandoci Gesù lottatore vittorioso sul
male che c'è in noi e nel mondo servono anche a ricordarci
che la nostra vita sulla terra è una milizia, una milizia che,
se lo vogliamo, avrà l'appannaggio della vittoria perché Lui
ha vinto.

96 – Aspetto sacrificale della Pasqua di Cristo

La Quaresima, come ogni itinerario, ha la sua meta:


è l'incontro con Cristo nel suo mistero pasquale di morte e
253
risurrezione. L'itinerario battesimale della Quaresima
approda alla Pasqua sacrificale di Cristo: il Battesimo con-
duce all'Eucaristia. Abbiamo visto che il battesimo ci ri-
corda l'aspetto salvifico della pasqua prefigurato nella pa-
squa ebraica dell'Esodo, mentre l'Eucaristia ci ricorda la
pasqua sacrificale di Cristo. I due aspetti sono intimamente
legati tra loro perché non ci può essere l'uno senza l'altro. Il
Battesimo e l'Eucaristia sono sgorgati dal sacrificio di Cri-
sto: "dalla ferita del suo fianco effuse sangue ed acqua,
simbolo dei sacramenti della Chiesa" Dunque il centro
209

della Pasqua cristiana è il sacrificio della Croce. Infatti, pri-


ma di essere un atto salvifico che ripara i nostri peccati, il
sacrificio di Cristo è un atto di culto a Dio, un atto di obbe-
dienza al Padre, e diventa salvifico proprio perché è un atto
di adorazione al Padre.
C'è un episodio dell'Antico Testamento che ci ricor-
da l'aspetto sacrificale della Pasqua cristiana ed è riportato
in una delle sette letture bibliche che si leggono nella Veglia
della notte di Pasqua: l'episodio del sacrificio compiuto da
Abramo. Abramo aveva avuto miracolosamente un figlio,
Isacco, che secondo la promessa di Dio doveva garantirgli
la discendenza "numerosa come le stelle del cielo e come
l'arena del mare". Ma, quando fu cresciuto, Dio lo chiese
ad Abramo in olocausto. Quel figlio era il suo unigenito, in
lui Abramo aveva riposto tutto il suo amore, la sua speran-
za, il suo futuro. Il racconto, scarno e lineare, è carico di
intensità drammatica: Isacco, con il carico della legna sulle
spalle, seguiva il padre che lentamente saliva il monte Mo-
ria, l'attuale Calvario. Il silenzio pesava più del sudore, più
della fatica, più della montagna. Improvvisamente una do-
manda, greve come il rumore dei passi: "Padre mio!... Ecco
qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?" -
"Dio provvederà, figlio mio!" E sul monte Moria Dio prov-
209 Prefazio dalla Messa votiva del S.Cuore
254
vide; vi fece trovare l'agnello per il sacrificio. Anche Cristo,
portando la croce sulle spalle, salì il Calvario seguendo la
volontà del Padre e offrendo sé stesso come Agnello inno-
cente, fu sacrificato al posto di tutti noi.
A questo episodio non si dà, di solito, un significato
strettamente pasquale, e tuttavia è l'episodio che più di
ogni altro si addice, profeticamente, al sacrificio di Cristo;
viene infatti ricordato nella prima Prece eucaristica della
Messa. Fu un sacrificio di obbedienza, cioè di adorazione
alla volontà del Padre. In questo sta tutto il valore della
passione e della morte di Gesù. Le terribili sofferenze fisi-
che e gli stessi insulti e umiliazioni subite nella passione
non hanno avuto la durezza e il peso di dolore e di ripu-
gnanza che ha avuto il sì obbedienziale che Gesù ha pro-
nunziato nell'agonia del Getsemani.
In quella notte Gesù era irriconoscibile: cominciò a
tremare di paura e, preso da tristezza mortale, cadde con la
faccia a terra come un cencio. "In preda all'angoscia, pre-
gava più intensamente; il suo sudore diventò come gocce
di sangue che cadevano a terra". Nessuno mai potrà
210

misurare quello che Gesù ha provato nella sua anima


in quella "agonia". - Padre, passi da me questo calice! -
Non era il calice delle sofferenze fisiche, non era il calice
degli insulti e dei maltrattamenti, era il calice della "sconfit-
ta", della maledizione legata al peccato. La croce era il se-
gno che Dio aveva "abbandonato" suo Figlio alla sconfitta
di fronte agli uomini. Una sconfitta senza possibilità di ri-
vincita; sconfessato dai suoi e da tutti gli uomini, Gesù
apparirà sconfessato anche da Dio. "Discendi dalla croce e
ti crederemo (...) Ha confidato in Dio; lo liberi ora, se gli
vuol bene, poiché ha detto sono Figlio di Dio!". 211

210 Lc. 22,44


211 Mt. 27,43
255
La Lettera agli Ebrei allude a quella "agonia" obbe-
dienziale quando scrive: "...egli offrì preghiere e suppliche
con forti grida e lagrime a Colui che poteva liberarlo da
morte e fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio,
imparò l'obbedienza dalle cose che patì..." 212
"Fu
esaudito..." non nel senso che gli fu risparmiata l'umiliazio-
ne e la morte, ma nel senso che fu reso capace di quella ob-
bedienza salvifica che lo portò ad accettare la "maledizio-
ne" e la sconfitta della croce. Lo liberò infatti dall'angoscia
e dalla tristezza mortale che lo aveva schiacciato nell'Orto
degli olivi. Egli non si difenderà; non tornerà in piazza a
convincere i suoi avversari della sua innocenza e a mostrare
agli uomini la sua potenza e la sua vittoria sulla morte. Ac-
cetterà di risorgere e salire al cielo esclusivamente per la
gloria del Padre, rinunciando ad ogni significato di rivincita
umana davanti al mondo e anche davanti ai suoi apostoli.
Fu liberato dall'angoscia e dalla morte interiore "per la sua
pietà", per la sua consapevolezza di figlio di Dio che obbe-
diva al Padre. Un angelo fu la conferma che il Padre aveva
accolto la supplica straziante del suo Figlio diletto.
Gesù uscì da quella orazione trasformato; era torna-
to quello di sempre: forte, sicuro di sé, padrone delle situa-
zioni... Perciò la sua inspiegabile remissività di fronte ai
suoi nemici riempì di stupore gli Apostoli che, incoraggiati
perfino dalla difesa che Gesù prese per loro, lo abbandona-
rono e fuggirono. Gesù subirà con estrema consapevolezza
e dignità l'esecuzione materiale di ciò che egli aveva accet-
tato nel Getsemani con piena e filiale adesione alla volontà
del Padre.
La morte di Gesù ha dunque, agli occhi del
mondo, le apparenze di una sconfitta, di un fallimento,
ma agli occhi della nostra fede essa è stata un "sacrifi-
cio", cioè un atto di culto a Dio. Ciò significa che Gesù
212 Ebrei, 5,7
256
non è morto per circostanze fatali, sopraffatto dai suoi ne-
mici che alla fine hanno avuto ragione di lui; non è stato un
eroe di questo mondo che dopo aver lottato per la giustizia
e altri nobili cause, soccombe travolto dall'astuzia e dalla
perfidia degli uomini. Gesù è morto perché l'ha voluto lui;
egli volontariamente si è consegnato alla morte in obbe-
dienza al Padre. E lo ha fatto quando ha voluto lui, quando
venne "la sua ora", quella segnata dal Padre. Molte volte i
suoi nemici avevano tentato di catturarlo, ma egli non lo
permise mostrandosi ogni volta padrone delle situazioni e
degli avvenimenti. "Io offro la mia vita... Nessuno me la
toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di of-
frirla e il potere di riprenderla di nuovo"213

Di più: l'atto stesso della sua morte non è stato pura


conseguenza dei maltrattamenti della passione - molti han-
no cercato inutilmente di spiegare la causa ultima della
morte di Gesù -; Gesù stesso ha deciso il momento di dare
la sua vita. Quando Gesù, dando un forte grido, esclama:
"Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" e muore 214

non ha fatto semplicemente un atto di fiducia e di filiale ab-


bandono nelle mani del Padre, ma ha compiuto un vero
atto oblativo e sacrificale di sé stesso. In definitiva, Gesù
non subisce la morte, ma offre la vita. Perciò il suo sacri-
ficio fu l'atto supremo dell'amore, fu tutto e solo amore.
Questa fu la pasqua sacrificale di Gesù, che egli
portò a compimento sulla croce, completamente annienta-
to, elevato da terra, nudo, sconfitto e fallito. E questo fu il
prezzo della nostra salvezza, della nostra pace, della nostra
felicità eterna. Nell'Eucaristia Gesù continuerà questa pre-
senza sacrificale, e la Pasqua del cristiano sarà la parteci-
pazione a questa Pasqua del Signore, finché egli venga.

213 Gv. 10,17-18


214 Lc. 23,46
257
97 – Un personaggio tra gli altri

Abbiamo visto qual è l'essenza della pasqua sacrifi-


cale di Gesù, pasqua di morte e di risurrezione. Vediamo
ora come la liturgia "fa memoria" di tutto questo nelle cele-
brazioni della settimana santa. E' chiamata la "Settimana
grande". In questa settimana le celebrazioni liturgiche si ar-
monizzano con i fatti storicamente accaduti negli ultimi
giorni della vita di Gesù sulla terra. Questa storicizzazione
della liturgia ha portato forse ad attenuare l'intensità cele-
brativa della Grande Veglia pasquale, che nei primi secoli
della Chiesa costituiva il momento culminante di tutto l'An-
no Liturgico. In compenso ci aiuta ad entrare più facilmen-
te nella vita di Cristo e a riviverne i momenti più significati-
vi e umanamente più intensi. Abbiamo già ricordato altre
volte quello che il Beato Escrivà ha ripetutamente insegna-
to, che cioè, leggendo il Vangelo, dobbiamo saper metterci
negli episodi che leggiamo come un personaggio tra gli al-
tri.
Perciò nella domenica di Passione, detta delle Pal-
me, ci metteremo anche noi tra i discepoli che accompa-
gnano Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme per acclamar-
lo nostro re; nei giorni successivi ci porteremo anche noi
nel tempio ad ascoltare gli ultimi discorsi di Gesù e rattri-
starci per la durezza di cuore dei capi del popolo, suoi irri-
ducibili avversari; parteciperemo alla tristezza di Gesù che
invano cerca di dissuadere Giuda dal suo complotto con i
sommi sacerdoti; e poi anche noi ci metteremo a tavola con
gli apostoli nell'ultima Cena e lasceremo che il Signore ci
lavi i piedi per imparare anche noi la carità fraterna; ascol-
teremo le intime confidenze di Gesù e lo seguiremo nell'or-
to degli olivi cercando i non lasciarlo solo, combatteremo il
sonno e la stanchezza della nostra anima; anche noi, con gli
258
apostoli rifugiatisi nel Cenacolo, aspetteremo le notizie che
di tanto in tanto arrivano sul precipitare degli eventi: il rac-
conto di Pietro in lagrime per non aver saputo testimoniare
il suo maestro, i discepoli che ci aggiornano sui processi
sommari e ridicoli contro Gesù, e magari anche noi ci me-
scoleremo alla gente e assisteremo impotenti e in lagrime
agli insulti e ai maltrattamenti contro il Signore, sentiremo
le grida della folla che chiedeva Barabba, e infine, dietro
un'angolo della strada, aspetteremo il passaggio di Gesù
con il suo pesante legno sulle spalle, stremato, irriconosci-
bile sotto una crudele maschera di sputi, di polvere e di
sangue, e se ci sorregge un po' di audacia seguiremo Gio-
vanni, le donne e soprattutto la Vergine Santa per arrivare
anche noi sul Calvario, e lì, immersi nello stupore di tutto il
creato che si oscura di tristezza davanti al suo Creatore
crocifisso, raccoglieremo le ultime parole di dolore, di
amore e di misericordia che usciranno dal petto di Gesù: le
parole rivolte al ladrone, quelle rivolte alla Madre che, lì
sotto la croce, sostiene tutti noi con la sua fede e con la sua
fortezza, e soprattutto le forti grida d'invocazione e di sup-
plica al Padre che nei cieli accoglie il supremo sacrificio del
suo Figlio diletto: “Padre!... Tutto è compiuto!... perdona
a loro perché non sanno quello che fanno ... Nelle tue
mani consegno il mio spirito!". 215

Poi aspetteremo che la folla se ne vada, raccogliere-


mo le ultime gocce di sangue che sgorgheranno dal suo
fianco trafitto e insieme a Giuseppe D'Arimatea e a Nico-
demo caleremo dalla croce quel corpo disfatto per conse-
gnarlo all'abbraccio dolente e tenerissimo di Maria; con le
donne lo puliremo dalla sporcizia, dai grumi di sangue, dal-
le croste di sudore, e baceremo quelle ferite con dolore d'a-
more spalmandole poi di aloe e di mirra, ricoprendole con
la sindone nuova, pulita e odorosa, e avvolgendolo con le
215 Lc. 23,46
259
bende e con le fasce...; e dopo tanta fatica e tanto dolore lo
affideremo al riposo di un sepolcro nuovo in attesa - noi
ora lo sappiamo bene! - del suo risveglio nella gloria.

98 – Il “trionfo” delle Palme

Possiamo rivivere tutto questo nel silenzio e nel


raccoglimento della nostra anima mentre partecipiamo ai
riti liturgici della Settimana Santa, soprattutto la liturgia del
Triduo pasquale culminante nella grande Veglia della notte
di Pasqua.
La settimana comincia nel segno del trionfo e della gloria;
Gesù entra nella città santa accompagnato da manifestazio-
ni messianiche: Osanna al Figlio di David! Benedetto co-
lui che viene nel nome del Signore! Gesù stesso organiz-
216

za il suo corteo trionfale, e c'è in tutti la convinzione che il


regno messianico è ormai inaugurato. La folla che accom-
pagnava Gesù deve essere stata abbastanza numerosa per
la presenza di molti pellegrini che dalla Galilea salivano a
Gerusalemme per la Pasqua, e formata soprattutto dai suoi
discepoli; anche le manifestazioni avevano assunto un si-
gnificato spiccatamente messianico con aspetti anche trion-
falistici.
In questa domenica la liturgia si veste di rosso, il
colore della regalità, ma anche il colore della passione e del
martirio; i due aspetti si richiamano perché dietro il trionfo
c'è la passione e soprattutto perché Cristo regnerà dalla
croce. La celebrazione liturgica coglie quindi il mistero che
è presente dentro ogni episodio della vita di Cristo e lo ce-
lebra nella solennità del rito. Noi partecipiamo alla celebra-
zione cercando con l'aiuto della fede di entrare intimamente
nel mistero di Cristo; ma ci sono due particolari nella vi-
216 Mt. 21,9
260
cenda di questa giornata che meritano di essere meditati,
particolari che appaiono nel Vangelo e dei quali uno solo è
ricordato dalla liturgia: l'asinello come uno dei protagonisti
del corteo di Gesù e il pianto del Signore su Gerusalemme.
Presso gli Ebrei ed altri popoli dell'antichità, l'asi-
nello era la nobile cavalcatura dei re e dei dignitari, e vole-
va indicare, a differenza del cavallo che significava guerra e
prepotenza, la mansuetudine e la pace; tale lo proclamò il
Profeta Zaccaria e Gesù col suo gesto volle dire esplicita-
mente che egli veniva, come re di pace, a dare compimento
a quella profezia messianica.
L'asinello arrivò così a suscitare l'invidia di molti
santi. Portare Cristo nel suo trionfo, portare Cristo nel
mondo, fu il sogno e l'umile ambizione di molte anime
grandi. Scrive S. Ambrogio: "Dall'animale mansueto di
Dio, impara a portare Cristo (...) impara ad offrirgli con
gioia la groppa; impara a stare sotto Cristo, perché tu pos-
sa stare al di sopra del mondo!". Ma colui che più di ogni
altro ci ha lasciato una visione lirico-ascetica dell'asinello è
stato san Josemaria Escrivà. Ecco uno dei suoi numerosi
passi proprio a commento dell'ingresso di Gesù a Gerusa-
lemme: "Gesù accetta di avere per trono un povero anima-
le. Non so se capita anche a voi, ma io non mi sento umilia-
to nel riconoscermi dinanzi al Signore come un somarello:"
Sono come un somarello di fronte a te , ma sono sempre
con te, perché tu mi hai preso con la tua destra" , tu mi
217

conduci per la cavezza.


“Pensate un po' alle caratteristiche di un somaro,
ora che ne restano così pochi. Non pensate all'animale vec-
chio e cocciuto che sfoga i suoi rancori tirando calci a tra-
dimento, ma l'asinello giovane, dalle orecchie tese come
antenne, austero nel cibo, tenace nel lavoro, che trotta lieto
e sicuro. Vi sono centinaia di animali più belli, più abili, più
217 Sal 72, 22-23
261
crudeli. Ma Cristo, per presentarsi come re al popolo che
lo acclamava, ha scelto lui. Perché Gesù non sa che farsene
dell'astuzia calcolatrice, della crudeltà dei cuori aridi, della
bellezza appariscente ma vuota”. 218

99 – Il pianto di Gesù

L'altro particolare che i Vangeli riportano non ricor-


dato dalla Liturgia è il pianto di Gesù sulla sua città. E' un
pianto che ci lascia profondamente turbati; non tanto per-
ché avviene nel momento culminante del suo trionfo, ma
soprattutto per il suo significato e per il motivo che l'ha
provocato. Arrivato alla sommità del Monte degli Olivi, il
corteo si accingeva a scendere su Gerusalemme attraverso
la valle del Cedron. Da quel punto, la Città santa si presen-
tava in tutta la sua bellezza. I tetti dorati del tempio ri-
splendevano al sole del primo mattino in una primavera già
piena di splendore, le sottostrutture alla spianata del Tem-
pio presentavano tutta la loro imponenza e la loro forza, la
città era un incanto, era lì come da secoli l'avevano sognata
i profeti: una "visione di pace" - beata pacis visio - destina-
ta ad essere la città-dimora di Dio, la "Sposa di Jawè", la
madre di tutte le nazioni, a lei sarebbero venuti tutti i popo-
li della terra perché in lei Dio avrebbe compiuto le sue me-
raviglie e avrebbe fatto risplendere la sua gloria.
Invece, la città santa ha mancato alla sua vocazione,
la città eletta e amata da Dio non ha corrisposto al suo
amore, non ha conosciuto il tempo della visita del suo Dio;
essa, "Città della pace" non ha compreso la via della pace.
Perciò sarà preda dei suoi nemici che abbatteranno lei e i
suoi figli dentro di lei non lasciando del suo splendore pie-
tra su pietra.
218 San. J. Escrivà, E' Gesù che passa n. 181
262
Il pianto di Gesù, pianto che avrà lasciato sorpresi e
disorientati i discepoli, non fu soltanto dolore per la fine
della città eletta che ogni buon israelita amava immensa-
mente, fu anche tristezza profonda, e continua ad essere
cocente delusione per ogni anima che manca agli appunta-
menti con Dio, agli appuntamenti con la propria vocazione
e ai propri compiti, per ogni anima che, pur sapendo di
quale amore Dio l'ha amata, non ha saputo accogliere l'A-
more.
Forse pensiamo che il pianto di Gesù possa essere
stato simbolico. Ad un uomo forte, consapevole della pro-
pria dignità, padrone assoluto dei propri sentimenti e signo-
re di ogni situazione, non si addice il pianto. Cristo, invece,
ha pianto; ha pianto perché era profondamente umano e
l'intensità dei suoi sentimenti era pari alla perfezione della
sua personalità. Gesù ha pianto perché vero uomo; il pianto
fa parte della condizione umana. Senza il peccato l'uomo
avrebbe pianto di gioia e di felicità conoscendo l'amore di
Dio; col peccato l'uomo piange di tristezza e di dolore co-
noscendo la debolezza e la morte. Gesù ha pianto di do-
lore e d'amore, ha pianto per l'uomo, ha pianto per cia-
scuno di noi, per quando non abbiamo saputo riconoscere
il tempo della sua visita, e non abbiamo saputo comprende-
re la via della pace.
Le lagrime sono una prerogativa dell'uomo e sono
un dono di Dio. La liturgia conosce una preghiera per chie-
dere il dono delle lagrime, lagrime che siano di dolore e di
amore e riscattino il pianto di Gesù. Un uomo che non sa
piangere non conosce il dolore e non conosce l'amore; cer-
tamente non ha sperimentato la gioia di essere uomo. So-
prattutto non ha conosciuto la felicità di sapersi figlio di
Dio.

263
100 – La Risurrezione: fondamento della fede

La liturgia del triduo pasquale celebra il mistero di


Cristo morto-sepolto-risorto, mistero che si manifesta negli
avvenimenti dolorosi e tristi che tutti conosciamo e che ab-
biamo già ricordato. Ora, quegli avvenimenti si aprono sul
"trionfo" della risurrezione, sulla "vittoria" della pasqua. La
Pasqua diventa così il culmine di tutto l'anno liturgico, il
culmine della vita della Chiesa; ciò che si è compiuto in
quel giorno ha rinnovato ogni cosa, ha siglato il trionfo del-
la potenza e della misericordia di Dio, e insieme ha ricupe-
rato il valore e il significato del tempo e della storia umana.
Noi, uomini del terzo millennio, facciamo fatica a
capire queste cose, ad entrare con convinzione in questo
Mistero. Abbiamo l'impressione che tutto questo sia enfasi,
retorica, un genere letterario che non ha consistenza pratica
nella realtà della vita. L'uomo della civiltà tecnica e consu-
mista, che cos'ha in comune con la Risurrezione di Cristo?
Per risolvere i problemi dell'uomo che importanza può ave-
re un Giudeo che duemila anni fa è risorto?
Sono crollate le strutture sociali e politiche delle
ideologie, ma i loro principi e le loro categorie intellettuali
sono rimaste profondamente radicate nel modo di pensare
oggi dominante. I principi sono riassunti fondamentalmente
nell'affermazione che le cose di questo mondo non hanno
un loro rapporto con Dio: è il principio dell'immanenza. Ne
deriva la chiusura di ciò che è terreno e umano a ciò che è
divino e soprannaturale, la presunta incompatibilità o estra-
neità del tempo con l'eternità. Perciò la Risurrezione di Cri-
sto è un fatto che non ci riguarda, o non ci interessa ai fini
di risolvere i problemi dell'uomo, problemi che sono esclu-
sivamente terreni: economici, sociali, problemi di qualità
della vita.

264
Come possiamo noi cristiani capire e far capire agli
altri che le verità della nostra fede sono fondamentali per la
vita dell'uomo? Come liberarci dalle strettoie anguste e
asfissianti di una cultura laica così povera e debole che non
riesce ad andare oltre ciò che è contingente, puramente
storico, ciò che è addirittura provvisorio o effimero nella
vita umana e nella storia dell'umanità? E’ necessario rompe-
re il muro dell'immanente per aprirsi all’orizzonte sconfina-
to della realtà di Dio e della sua presenza nella vita e nel
destino degli uomini.
Noi cristiani abbiamo ricevuto il dono inestimabile
della fede per cui "non fissiamo lo sguardo (soltanto) sulle
cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono
di un momento, quelle invisibili sono eterne". Cammina-
219

re nella vita senza la fede è una grande sventura e ri-


schia di essere una disgrazia irreparabile. Se il nostro
Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai
quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incre-
dula, perché non vedano lo splendore del glorioso Vange-
lo di Cristo".
Ora il Vangelo che ci è stato annunciato è che Cri-
sto morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepol-
to ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e
che apparve a Cefa (Pietro) e quindi ai dodici. Perciò se
220

Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede e noi


saremo ancora nei nostri peccati. E anche quelli che sono
morti in Cristo, sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto
speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da com-
piangere più di tutti gli uomini. Cristo risorto è il dato
221

fondamentale della nostra fede ed è l'evento determinante


per la salvezza e per il destino dell'umanità.
219 2 Cor. 4,18
220 1 Cor. 15,3-5
221 1 Cor. 15,17-19

265
Era necessario richiamare l'importanza e la necessi-
tà della fede riguardo alla Risurrezione di Gesù, sia come
fatto che come mistero, perché ogni discorso sul cristiane-
simo resterebbe marginale e in certo senso anche retorico
se non partisse da questo presupposto, che è stato fin dall'i-
nizio il fondamento della predicazione degli apostoli e
come la piattaforma di tutto l'edificio della Chiesa.
Gesù Risorto è il sigillo a tutte le opere di Dio, è la
conferma di tutto ciò che nell'uomo è rimasto integro, retto
e nobile per sapienza e per virtù ed è la risposta definitiva
di Dio sul nostro destino.

101 – Capire la Risurrezione

La solenne Liturgia pasquale inizia con la grande


Veglia del Sabato Santo Essa si presenta con la fisionomia
di una "notte illuminata" dai bagliori delle opere di Dio, ri-
cordate nelle Letture, fino all'esplosione di luce di Cristo ri-
sorto e culmina nella gioia incontenibile del giorno di Pa-
squa. Non è questa la sede per esporre e assaporare la bel-
lezza dei riti liturgici del Triduo pasquale, da quello del gio-
vedì santo a quello suggestivo della Veglia. Ciascuno la
scoprirà direttamente in quei giorni nella partecipazione
alla Liturgia.
Del significato battesimale della Pasqua già ne ab-
biamo parlato. Ci sono, però, due riflessioni sul grande mi-
stero di Cristo risorto che possono avere un notevole im-
patto sulla nostra fede e sulla nostra vita cristiana. La prima
riflessione riguarda la natura della risurrezione di Cristo.
Nella Bibbia e soprattutto nel Vangelo si ricordano vari epi-
266
sodi di morti che vengono risuscitati dalla potenza di Dio.
Il più famoso è quello di Lazzaro che viene chiamato fuori
dal sepolcro dopo quattro giorni di sepoltura. In tutti que-
sti miracoli, le persone risuscitate vengono richiamate in
vita; si tratta cioè di un ritorno alla condizione di prima,
alla vita presente. Le stesse espressioni usate dal Signore lo
fanno capire: quel "Lazzaro, vieni fuori!" è come un impe-
rativo divino a tornare indietro, a tornare a vivere la vita
terrena. E quando a Naim richiama in vita il figlio della ve-
dova, e a Cafarnao risuscita la figlia di Giairo, Gesù co-
manda di alzarsi - alzati! - rimettiti in piedi, riprendi la vita
che hai lasciato. "E lo diede a sua madre", lo restituì alla
vita. Si tratta dunque della vita attuale, passibile, mortale,
ancora soggetta ai limiti e alla precarietà della condizione
terrena. Non c'è una vera "novità" nella risurrezione dei ri-
suscitati.
La Risurrezione di Cristo è invece una "novità"
assoluta. La vita di Cristo risorto è una vita nuova, è
appunto partecipazione alla vita eterna. Il corpo di Gesù è
un vero corpo, ed è "di Gesù", ma in una condizione del
tutto nuova, completamente diversa. E' un corpo non più
soggetto alle leggi attuali, alla gravitazione, alla impenetra-
bilità, alle necessità fisiologiche, alla fatica, al ciclo biologi-
co, alla morte: il tempo non conta più, si è come fermato. E
soprattutto il corpo partecipa alla beatitudine e allo splen-
dore dell'anima. Perché mai gli Apostoli di fronte a Cristo
risorto sono stati presi da stupore e spavento come di fron-
te a un fantasma, mentre non si sono per niente allarmati
davanti a Lazzaro e agli altri risuscitati da Gesù? E' che
Gesù risorto era, sì, con i segni evidenti della sua passione,
ma non era il Gesù "pesante" di prima; era un Gesù "legge-
ro", etereo, con un vero corpo ma spiritualizzato.
La risurrezione di Gesù è stata una "pasqua", un
passaggio. Il passaggio dalla morte alla Vita, dalla condi-
267
zione terrena, mortale, perciò precaria e provvisoria, se-
gnata dal peccato, alla condizione celeste, definitiva ed
eterna, segnata dalla beatitudine e dalla gloria. E' un cam-
biamento inimmaginabile, Gesù lo definisce un "entrare
nella gloria" cioè nella condizione propria di Dio. E' pa-
222

ragonabile a una nuova creazione. Gesù infatti precisa che


per entrare nella gloria "bisognava che Cristo sopportasse
queste sofferenze", proprio perché esse erano legate alla
"maledizione" del peccato. La risurrezione, quindi, non ha
il significato di un portento spettacolare atto a dimostrare
che Gesù è veramente figlio di Dio e Messia - per questo
sarebbe dovuto andare nel tempio, farsi vedere ai suoi ucci-
sori e manifestarsi al popolo - ha invece il significato di un
intervento divino per dirci che è stata tolta per sempre la
maledizione del peccato e l'uomo ha così accesso alla glo-
ria.
In altre parole, la risurrezione di Gesù non è una
vittoria "mondana", una rivincita di fronte al mondo, ma
una "vittoria di Dio" un gesto della sua misericordia e del
suo infinito amore di Padre che, attraverso l'umiliazione e
la morte del suo Figlio unigenito ha voluto riconciliare a sé
tutte le cose, tutti gli uomini. Capire questo è fondamentale
per la fede e per la nostra vita cristiana

102 – Cristo è vivo!

La seconda riflessione è una conseguenza della pri-


ma: Cristo è dunque risorto, perciò Cristo è vivo! Gesù
non è più un personaggio del passato; egli è ormai vivo per
sempre ed è contemporaneo di ogni uomo in ogni tempo.
"Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" - "Cristo
223

222 Lc. 24,26


223 Lc. 24,5
268
risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più
potere su di lui. "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
224

alla fine del mondo".


Fare propria questa convinzione è indispensabile
per la nostra vita interiore . Il nostro rapporto personale
con Gesù non avrà bisogno di uno sforzo psicologico per
richiamare un personaggio del passato, non esigerà media-
zioni della fantasia o della memoria; Gesù è vivo adesso e
possiamo incontrarlo adesso: possiamo ascoltarlo, parlar-
gli, unirci intimamente a Lui nell'Eucaristia. Proviamo a
pensare alle donne che si recarono al sepolcro in quel mat-
tino di pasqua. La semplicità e l'immediatezza della loro
fede: la pietra ribaltata, il sepolcro vuoto, e soprattutto gli
angeli che le rassicuravano e affermavano con tutta chia-
rezza che Gesù era risorto e "...lo vedrete". Tutto questo è
bastato per la loro fede e la loro certezza. Ma soprattutto
era quel "lo vedrete" che le ha riempite di gioia: "Abbando-
nato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le
donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli". 225

A quelle donne non importava molto dei "se" o dei


"come", non si diedero a grandi e complicati ragionamenti;
quello che per loro aveva importanza era che Gesù era
vivo, lo potevano ancora vedere, ascoltare, servire, pren-
dersi cura di lui. E quando effettivamente lo videro e gli ab-
bracciarono i piedi, la loro gioia non ebbe limiti, tutti gli al-
tri problemi non esistevano più, o non erano più problemi;
la stessa incredulità e lo scetticismo degli apostoli erano sì
motivo di amarezza e di afflizione ma non impedivano mi-
nimamente la loro gioia immensa perché Gesù era ancora
con loro.
Quando si ama, si desidera incontrare la persona
amata e si è felici della sua presenza. Le donne del Vangelo
224 Rom. 6,9
225 Mt. 28,8
269
si renderanno poi conto che la presenza visibile di Gesù era
limitata a pochi giorni e ci vorrà anche per loro, come per
gli Apostoli, la luce dello Spirito Santo per comprendere
pienamente ciò che era accaduto, ma ormai il dato fonda-
mentale era indubitabile: Gesù era vivo ed era lì, presente
in mezzo a loro.
Anche ora Gesù è presente sulla terra, ma in modo
non visibile, e questo trae in inganno gli uomini. In un certo
senso, Gesù continua a comportarsi analogamente a come
si è comportato nella sua vita e nella sua passione. Non ha
mai ceduto alle provocazioni umane, non è andato in piaz-
za a dimostrare con gesti strepitosi la sua messianicità, non
è sceso dalla croce per far vedere che era figlio di Dio e, ri-
sorto, non si è preso rivincite "mondane". Egli continua ora
la sua presenza nella Chiesa - nell'Eucaristia, nei Sacramen-
ti, nel suo Vangelo - una presenza invisibile e umanamente
perdente: lo si può infatti insultare, deridere, profanare, si
può rifiutare il suo Vangelo, crocifiggere i suoi discepoli,
emarginarlo dalla vita dei popoli, proclamare che il mondo
non ha bisogno di lui, anzi, che proprio il mondo ci dà
quello che lui non può darci: la gloria, i piaceri, il successo,
il potere...; e tuttavia ci sono milioni di persone che lo ama-
no, che per lui si convertono dai loro peccati, lo seguono,
disposti a fare per lui qualsiasi cosa...; il suo Vangelo conti-
nua ad illuminare gli uomini, i suoi Sacramenti continuano
a santificare le anime, il suo Spirito a fecondare la terra. La
sua presenza di Figlio di Dio, morto e risorto, continua ad
essere presenza di salvezza e la Chiesa continua a presen-
tarlo al mondo intero come vittima pasquale presente in
mezzo a noi: "Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati
del mondo!"
Gesù è vivo, posso incontrarlo, frequentarlo, ascol-
tarlo, amarlo; posso seguirlo da vicino, posso servirlo a
tempo pieno, posso dargli ogni cosa e tutto me stesso. Pos-
270
so farlo vivere in me così da renderlo presente in ogni luo-
go dove passo, dove lavoro, dove vivo. Posso farlo cono-
scere a quanti mi incontrano e mi chiedono ragione della
mia gioia e della mia speranza.

103 – La Pentecoste

Per capire il senso di tutto ciò che era accaduto, gli


Apostoli hanno avuto bisogno dello Spirito Santo: alla Pa-
squa è necessaria la Pentecoste. I discepoli erano convinti
che Gesù era vivo, era veramente risorto e questo li riempi-
va di gioia, ma speravano che la Risurrezione cancellasse la
Croce, rivendicasse l'umiliazione. Invece Gesù sale al cielo,
porta con sé, impressi nel vivo della sua carne, i segni della
Passione e sembra lasciare il mondo com'era.
La fede degli Apostoli dopo la Risurrezione è una
fede ancora imperfetta, è una conoscenza di Cristo ancora
molto oscura, rimane ancora sotto un profilo molto umano.
"Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno d'I-
sraele?". Questa domanda rivolta a Gesù pochi istanti
226

prima dell'Ascensione rivela come l’interpretazione della


Risurrezione data dagli Apostoli era ancora secondo aspet-
tative puramente umane. Sono molti i cristiani che corrono
il rischio di questa fede "magica", una fede che strumenta-
lizza il divino per prospettive umane. Si può trasformare
Dio in un idolo, o addirittura in un amuleto.
Lo Spirito Santo, la cui effusione sulla Chiesa è
frutto della Risurrezione di Cristo, è innanzitutto questo:
l'intelligenza delle cose di Dio, di questa "intelligenza"
hanno avuto bisogno gli Apostoli e ne abbiamo bisogno
tutti noi. Gesù lo aveva detto: "Il Consolatore, lo Spirito
Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi inse-
226 Atti, 1,6
271
gnerà ogni cosa (...) Egli vi guiderà alla verità tutta inte-
ra (...) Egli mi glorificherà... convincerà il mondo quanto
al peccato, alla giustizia e al giudizio". 227

Innanzitutto la verità intera su Gesù. Nella Penteco-


ste gli Apostoli comprenderanno Gesù a partire dalla sua
Risurrezione e Ascensione al cielo che, per qualche tempo,
costituiranno l'unico argomento della loro predicazione.
Alla luce di esse comprenderanno la morte, la passione e
poi la vita del Maestro - il significato dei suoi miracoli e del
suo insegnamento -, infine la vera natura del Regno da lui
fondato: la Chiesa; da ultimo comprenderanno la sua vita
nascosta, la sua Incarnazione e il pieno compimento in Lui
delle Scritture. Senza questa "intelligenza" del mistero di
Cristo essi, i Dodici, non sarebbero diventati apostoli. Non
si può testimoniare Cristo e annunciarlo al mondo senza la
conoscenza di Lui nello Spirito Santo. Senza la Pentecoste
non ci sarebbe né la predicazione - l'annuncio di Cristo - da
parte degli Apostoli, né l'intelligenza di Cristo da parte de-
gli uomini. La Chiesa vive ormai nella luce dello Spirito
Santo, e ognuno di noi ha bisogno della sua luce per co-
noscere Cristo e per farlo conoscere, per capire i misteri
di Gesù e saperne parlare agli uomini.
Ma la Pentecoste è necessaria alla Pasqua non solo
perché essa venga compresa dagli Apostoli, ma anche per-
ché possa perdurare nel tempo e nella vita degli uomini. La
Chiesa è una comunità pasquale e la vita del cristiano è una
vita pasquale. "O non sapete che quanti siamo battezzati
in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per
mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a
lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai mor-
ti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possia-
mo camminare in una vita nuova". Tutto questo, il poter
228

227 Gv. 14,26 - 16,13-14


228 Rom. 6,3-4
272
morire e risorgere con Cristo, è opera dello Spirito Santo.
Gesù stesso aveva raccomandato agli Apostoli di non al-
lontanarsi da Gerusalemme perché sarete battezzati in Spi-
rito Santo fra non molti giorni.
La Pasqua di Cristo, da cui è scaturita la salvezza
del mondo, si continua dunque nella Chiesa e raggiunge
tutti gli uomini per la presenza e l'intervento dello Spirito
Santo; senza di lui non ci sarebbe né la Chiesa né la vita
cristiana. La Risurrezione di Cristo sarebbe stata vana. Lo
Spirito Santo non è, dunque, soltanto "l'intelligenza" delle
cose di Dio, ma anche la "potenza" di Dio, la forza che "dà
la vita". Egli ha risuscitato Cristo dai morti, egli fa parteci-
pe ogni anima della risurrezione di Cristo. Senza lo Spirito
Santo il mondo sarebbe spento, come un deserto senza
vita, e agli uomini mancherebbe quell'unica voce che può
orientarli nella loro coscienza e nel loro cammino. La
Chiesa, che fa risuonare la Parola di Dio e offre al mon-
do intero la vita divina di Cristo risorto, è l'unico rife-
rimento che gli uomini hanno per conoscere la verità e
ricevere la salvezza.
"Manda, o Signore, il tuo Spirito per una nuova
creazione, e rinnoverai la faccia della terra," esclama la Li-
turgia con le parole del Salmo 103. Lo Spirito Santo è fuo-
co, è vento impetuoso, è vita. Senza di lui la terra divente-
rebbe un allucinante paesaggio lunare dove si muovono,
vagando, gli spettri dei pensieri umani partoriti da una in-
telligenza senza luce.
Si dice che la Pentecoste chiude il periodo pasqua-
le, ma non è vero; in realtà essa apre il periodo pasquale
della Chiesa e lo conduce attraverso il tempo e la storia
umana fino al compimento del regno di Dio per consegnar-
lo a Cristo nel suo ritorno glorioso alla fine del mondo.
Noi, che abbiamo ricevuto "le primizie dello Spirito", la-
sciamoci guidare da lui, e siamo docili alla sua azione; ve-
273
dremo maturare in noi e nel mondo "i frutti dello Spirito:
amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà,
mitezza, dominio di sé". 229

104 – Le domeniche “per annum”

Natale - Pasqua - Pentecoste: tappe di un unico


evento, momenti di un unico intervento di Dio che illumina
il mondo, lo rinnova, lo apre alla salvezza. Sono i pilastri
dell'Anno Liturgico, la grande "Epopea della nostra Salvez-
za", il "tempo di Dio" nel tempo dell'uomo, la Storia Sacra
dentro la storia degli uomini.
La celebrazione di questi eventi divini, che Dio ha
operato in Cristo e per mezzo di Cristo, copre soltanto una
parte del ciclo annuale della Liturgia. Restano 33 settimane
con le rispettive domeniche, che vengono chiamate "dome-
niche comuni" o domeniche del Tempo Ordinario. Sono di-
stribuite in due cicli; il primo copre le settimane che vanno
dal tempo di Natale alla Quaresima, l'altro ciclo comprende
le settimane dalla Pentecoste all'Avvento.
In queste domeniche la Liturgia non fa riferimento
ad un aspetto o ad un momento particolare del mistero di
Cristo; semplicemente celebra il "Giorno del Signore". Ab-
biamo accennato a questo argomento parlando della dome-
nica (cfr. nn. 27 e 33). Qui vogliamo semplicemente richia-
mare lo spirito che unisce le domeniche del Tempo Ordina-
rio e il significato che possono avere per la nostra vita spi-
rituale.
Il Tempo Ordinario ci ricorda innanzitutto l'a-
spetto ordinario della nostra vita, quella vita cioè che
scorre nelle circostanze umili e usuali di tutti i giorni. La
229 Gal. 4,22
274
nostra vita è fatta di pochi momenti straordinari nei quali
siamo chiamati a compiere cose importanti, è fatta invece
di innumerevoli momenti che ci vedono impegnati in cose
comuni, quelle cose che tutti fanno, che costituiscono il
tessuto quotidiano della vita umana. Secondo la mentalità
del mondo, noi siamo portati a non dare importanza a ciò
che non suscita meraviglia, non richiama l'attenzione o co-
munque non ci fa sentire importanti agli occhi di qualcuno.
Non sopportiamo facilmente di "essere nessuno" nella vita,
o anche di essere semplicemente uno dei tanti; per una don-
na è vitale la considerazione del marito, per un uomo è im-
portante il ruolo sociale del suo lavoro, per una madre il
non sentirsi fallita con i figli, per un adolescente è fonda-
mentale il consenso degli amici... Un'esistenza anonima,
oscura, ripetitiva, scontata, è giudicata senza valore, inap-
pagante e da temere come squalificante. In queste frustra-
zioni sta la radice di molte nevrosi esistenziali.
Al fondo di questi atteggiamenti soggiace la convin-
zione che il valore di una persona sta in quello che fa, o in
quello che ha, o nelle circostanze esterne fortunate o grati-
ficanti in cui viene a trovarsi. Le domeniche ordinarie,
quelle durante l'anno, trovandoci riuniti come Chiesa che
celebra il mistero di Cristo, ci ricordano la nostra identità di
figli di Dio. Ritroviamo perciò la vera ragione della nostra
dignità e del nostro valore come persone, ragione che non
sta fuori di noi, nelle situazioni più o meno gratificanti della
nostra vita. Se non ci sentiamo appagati della nostra
realtà di figli di Dio, di membri della Chiesa, riscattati
dal sangue prezioso di Cristo, non troveremo mai un
modo sufficientemente libero e motivato di stare nella
nostra vita quotidiana; sempre dovremo invocare alibi
per la nostra insoddisfazione, sempre dovremo misurarci su
qualcosa o su qualcuno e ci valuteremo in base al giudizio
o al consenso altrui.
275
Non le cose danno valore alla nostra persona, ma
noi daremo valore e dignità a ciò che facciamo, anche al la-
voro più umile e più monotono, se sappiamo mettervi i va-
lori della santità cristiana: l'umiltà, la gioia, la rettitudine
del cuore, in una parola l'amore di Dio e il desiderio di ser-
vire i fratelli.
In secondo luogo, le domeniche ordinarie, celebran-
do il mistero cristiano nella sua globalità, ci ricordano la
presenza di Dio nella vita ordinaria degli uomini e il valore
di eternità che è nascosto in tutte le circostanze dell'esisten-
za umana. Perciò dobbiamo ricordarci che Dio ci aspet-
ta dietro ogni piccolo dovere quotidiano, e che non esi-
ste realtà terrena onesta che sia estranea all'amore di Dio.
Non posso incontrare Dio nella liturgia domenicale e non
incontrarlo poi in famiglia, nel lavoro, nelle amicizie, nella
vita sociale, per quanto ingrate possano essere le situazioni
concrete. E' un problema di fede, una fede che sposata al-
l'amore sa trovare profondità insospettate e risorse inesau-
ribili. Dio ha suscitato nel nostro secolo un grande apostolo
di questa verità: la possibilità cioè di santificarsi e di trova-
re Dio nella vita ordinaria; è stato San J. Escrivà. Egli ha
insegnato a milioni di anime ad "amare il mondo appassio-
natamente", a scoprire quel qualcosa di divino che è nasco-
sto in ogni circostanza, e trasformare la prosa quotidiana in
endecasillabi eroici (Solco n. 500).
Infine, le domeniche del tempo ordinario ci ri-
cordano la nostra condizione di viandanti che devono
perseverare nel cammino della fede: ecco il vero eroi-
smo. La vita non si presenta mai come l'avevamo sognata o
come l'avremmo voluta. E' un cammino che spesso conosce
la stanchezza, la solitudine, la monotonia, l'ingratitudine,
l'insuccesso, l'aridità... Comunque sia, il Signore può con-
durci per strade che non avremmo voluto o per circostanze
di cui non sappiamo darci un perché, ma in qualunque cam-
276
mino la cosa fondamentale è la perseveranza. Possiamo ret-
tificare gli errori, riparare i malanni, raddrizzare la rotta,
ma è indispensabile volere la meta, perseverare fino alla
fine. Nulla nella vita può diventare insopportabile, an-
gosciante, irreparabile, se sappiamo amare. "Chi ci se-
parerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'ango-
scia, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (...) Ma in
tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di
Colui che ci ha amati (...) Nessuna creatura potrà mai se-
pararci dall'amore di Dio in Cristo Gesù nostro
Signore". 230

Sono 33 domeniche del Tempo Ordinario, tutte


uguali eppure tutte diverse; tutte percorse dall'anelito di
conoscere Cristo, di condurre a Lui tutte le cose per poi in-
contrarlo nell'ultima domenica, la trentaquattresima, quella
conclusiva di tutto l'Anno Liturgico, la solennità di Cristo
Re dell'universo. Il Re di amore e di pace che abbiamo cer-
cato di far regnare giorno per giorno nella nostra anima,
nei nostri cuori, nella nostra vita e nella vita del mondo.

105 – Il Santoriale

Dalla Pentecoste nasce la Chiesa e nella Chiesa flui-


sce la sorgente della santità cristiana. Lo Spirito Santo è
"Signore e dà la vita"; è Signore perché è la potenza di Dio
che opera nel mondo, perciò la vita che Egli dà non può es-
sere che la vita divina, cioè la comunione con Dio. Potrem-
mo dire che lo Spirito Santo è la "fecondità" di Dio: da lui
è venuta la fecondità divina di Maria, da lui viene la peren-
ne fecondità della Chiesa. Essa è nel mondo e nel tempo
"Madre dei Santi". Usciti dal suo grembo, questi figli della

230 Rom. 8, 35...39


277
Chiesa proclamano nel mondo la santità di Dio e sono te-
stimoni dell'amore di Cristo per l'uomo.
La Chiesa si configura come famiglia, la famiglia
dei figli di Dio; perciò ogni battezzato è per definizione un
"santo”: così si chiamavano tra loro i membri delle prime
comunità cristiane. La santità è prerogativa di Dio e i Santi
ne sono testimoni, ma in misura e in modo diversi. Essi in-
carnano il Vangelo di Gesù secondo aspetti particolari, a
volte in ordine alle situazioni del mondo e della Chiesa se-
condo le necessità degli uomini, a volte in riferimento al di-
segno di Dio che fa crescere la santità della Chiesa attra-
verso la santità dei suoi figli.
I primi testimoni che la Chiesa ha onorato furono
appunto i Martiri; sono coloro che hanno condiviso la Pas-
sione e la Croce di Cristo, e con la testimonianza del san-
gue hanno scritto le prime pagine, commoventi e gloriose,
della vita della Chiesa; seguirono i Pastori, i grandi Vescovi
e Papi che sono stati i Padri della fede nelle nascenti comu-
nità cristiane e hanno guidato con prudenza e saggezza il
popolo di Dio diventando i baluardi della Chiesa nel mondo
pagano; vennero poi le Vergini, il tesoro più caro e più pre-
zioso della Chiesa: innamorate dell'Amore, hanno "seguito
l'Agnello" con dono totale di sé, e hanno riscattato agli oc-
chi del mondo pagano anche la bellezza, la dignità e il si-
gnificato trascendente dell'amore umano; troviamo ancora i
grandi Fondatori del monachesimo e della vita consacrata:
sono fari collocati sul monte per indicare agli uomini la
strada delle Beatitudini; alcuni di essi hanno preparato uo-
mini di frontiera impegnati a servire la Chiesa nell'Evange-
lizzazione, nella promozione umana, nella missionarietà. In-
fine, viene una folla sterminata, "una moltitudine immensa
che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popo-
lo e lingua" : uomini e donne, re e regine, schiavi e mendi-
231

231 Ap. 7, 9
278
canti, vecchi e fanciulli, soldati e uomini di pensiero, madri
di famiglia, sacerdoti e semplici fedeli, un catalogo senza
fine che va riempiendo il Libro della vita, un firmamento di
luci, piccole o grandi, che illuminano di splendore il cielo di
Dio.
La Chiesa, che nel suo Anno Liturgico celebra il mi-
stero di Cristo e l'amore salvifico di Dio, ha voluto anche
celebrare la gloria dei suoi Santi. E' il Santoriale, il calenda-
rio dei Santi distribuiti lungo tutto l'anno solare. E' commo-
vente l'orgoglio materno con cui la Chiesa sfoglia questo
album di famiglia per mostrarci i suoi figli migliori. Ce li
presenta anche per dirci che cosa può fare la grazia di Dio
quando trova un cuore umile e ben disposto, che si lascia
condurre docilmente dalla grazia. L'esempio trascina, e fu-
rono molte le anime che si lasciarono trascinare dall'esem-
pio dei Santi. Con questo la Chiesa vuol dirci anche che la
santità è possibile a tutti, anzi, che tutti siamo chiamati a
volerla e a cercarla perché a tutti il Signore ha fatto il dono
dello Spirito Santo e a tutti ha dato la capacità di amare.
Ma la Chiesa celebra la memoria dei Santi anche per
affidarci alla loro intercessione. Essi furono i grandi amici
di Dio, e ora stanno davanti a lui nella gloria del Cielo.
Possono quindi appoggiare le nostre preghiere con la loro
intercessione e ottenerci la benevolenza di Dio, il suo aiuto
e la sua misericordia. Così infatti prega la Chiesa nella so-
lennità in cui ricorda tutti i Santi del cielo: "O Dio, Onnipo-
tente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebra-
re in un'unica festa i meriti e la gloria di Tutti i Santi, con-
cedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti fra-
telli, l'abbondanza della tua misericordia".
La Chiesa ci ricorda così nella sua liturgia la splen-
dida e consolante verità della nostra fede: la Comunione
dei Santi. E’ il legame intimo e profondo che attraverso la
partecipazione alla vita divina in Cristo unisce tutti gli uo-
279
mini: le anime che hanno raggiunto la patria del Cielo e
guardano a Dio per contemplare il suo Volto e guardano a
noi per incoraggiarci col loro esempio e la loro intercessio-
ne: Vale la pena! – gridano – Vale la pena! Anche soffrire,
se necessario, per essere fedeli a Dio e perseverare nel
bene; le anime non ancora in Cielo perché hanno bisogno di
purificazione, per le quali possiamo pregare e offrire suffra-
gi sapendo che anch’esse pregano per noi, e infine noi, an-
cora pellegrini sulla terra, che abbiamo bisogno di aiuto e
di grazia per superare le prove della vita, difenderci dallo
spirito mondano e dalle suggestioni del Maligno… Siamo
un’unica Chiesa, la famiglia dei figli di Dio in tre situazioni
diverse: di esse le prime due sono situazioni provvisorie in
attesa del loro compimento nella Gloria del Cielo. Per que-
sto ci aiutiamo reciprocamente con preghiere, intercessione
e suffragi.
Restare fuori della Gloria del Cielo, esclusi dalla fa-
miglia di Dio, condannati per sempre nelle tenebre “dove è
pianto e stridore di denti”, separati eternamente dalla Co-
munione dei Santi è l’unica, vera tragedia dell’uomo. Vo-
gliamo che questo non succeda a nessuno di noi.

280
INDICE

INTRODUZIONE

IL GIORNO

La vita è Cristo
1 Il giorno e la vita .
2 Cristo: l’oggi del cristiano
3 La vita terrena dell’Uomo-Dio
4 Il cristiano: un altro Cristo

Le “Ore” del giorno


5 Le “ore” e l’orario
6 Ora Prima: il mattino
7 La preghiera del mattino
8 Meditazione e orazione
9 Liturgia del lavoro
10 Il lavoro e la redenzione
11 L’ora dei Vespri
12 L’”ora” della famiglia
13 La famiglia: chiesa domestica
14 Due “ospiti” d’eccezione in casa
15 “Tutto è compiuto”
16 La preghiera della sera
17 La “normalità” del cristiano
18 La “Grande Preghiera”: la Santa Messa
19 I “fini” della Santa Messa
20 Se tu conoscessi il dono di Dio
21 La “Pienezza del tempo”

281
LA SETTIMANA

Tempo feriale - tempo festivo


22 I luminari del cielo
23 La festa
24 Tempo sacro e tempo profano
25 Le dimensioni della festa
26 Il “nemico” della festa
27 La settimana

La Domenica
28 Il Giorno del Signore
29 La Liturgia domenicale
30 Il Giorno della Chiesa
31 La fraternità cristiana
32 Il giorno del “riposo”
33 Riposo e vita famigliare
34 Riposo ed eternità

Lunedì
35 La devozione
36 Devozione alla Santissima Trinità
37 La Trinità: dono d’amore
38 L’inabitazione della Trinità nell’anima
39 Devozione alle anime del Purgatorio
40 I suffragi

Martedì
41 Devozione agli Angeli Custodi
42 Gli Angeli: nostri amici
43 Gli Angeli: nostri messaggeri presso Dio
44 Gli Arcangeli
45 La Regina degli Angeli

282
Mercoledì .
46 La devozione agli Apostoli
47 La Chiesa è “apostolica”
48 La devozione a San Giuseppe
49 La santità di Giuseppe
50 San Giuseppe: custode di Vergini e Padre
51 La devozione a San Pietro e al Papa

Giovedì
52 L’Eucaristia nella Chiesa
53 Il Mistero eucaristico
54 Il culto dell’Eucaristia
55 Le devozioni eucaristiche
56 Eucaristia e Sacerdozio
57 Devozione allo Spirito Santo

Venerdì
58 Dolore e amore
59 La Passione del Signore
60 Scuola di dolore e di amore
61 La Via Crucis
62 La devozione al Crocifisso
63 La devozione al Sacro Cuore
64 La riparazione

Sabato
65 Il “giorno mariano”
66 Lo specifico femminile: la maternità
67 Maria nel disegno di Dio
68 Maternità divina e Paternità di Dio
69 Madre del Dio-Figlio
70 Madre di Cristo
71 Madre del Redentore

283
72 Sposa dello Spirito Santo
73 L’Immacolata
74 La “Sempre Vergine” Maria
75 L’Assunta
76 Maria nella vita cristiana
77 Le devozioni mariane
78 Le devozioni nella vita cristiana

L’ANNO LITURGICO

Il tempo ciclico
79 Cristo: pienezza del tempo
80 Il “tempo di Dio” - Il tempo dell’uomo
81 I cicli dell’anima: “cominciare e ricominciare”
82 L’uomo e la natura: “ordine e disordine”
83 Riconciliarsi con la terra

Il tempo Liturgico
84 Quando Dio cerca l’uomo
85 Isaia: o il “desiderio” di Dio
86 Giovanni il Battista: “preparate la via”
87 L’Immacolata: la “dimora” degna di Dio

Tempo di Natale
88 Natale
89 La Sacra famiglia
90 L’Epifania
91 “Vedere” Gesù

Il Mistero Pasquale
92 La Pasqua ebraica
93 La Pasqua cristiana
94 Il Mercoledì delle Ceneri

284
95 L’itinerario quaresimale
96 Aspetto sacrificale della Pasqua di Cristo
97 Un personaggio tra gli altri
98 Il trionfo delle Palme
99 Il pianto di Cristo
\ 100 La Risurrezione: fondamento della fede
101 Capire la Risurrezione
102 Cristo è vivo
103 La Pentecoste
104 Il Tempo Ordinario
105 Il Santoriale

285
(da apporre sulla parte posteriore della copertina
con piccola foto già in Vostro possesso)

Don Ferdinando Rancan è nato a Tregnago, Verona, il 14 giugno


1926.

Dopo aver conseguito la maturità classica, si laurea in Scienze


Naturali nel 1955 presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Tornato a Verona e completati gli studi teologici, riceve l’Ordina-


zione Sacerdotale e si dedica per parecchi anni all’insegnamento
nel Seminario diocesano e nei Licei della città.

E’ stato parroco per circa vent’anni presso la Pieve dei Santi


Apostoli in Verona, e attualmente svolge il suo ministero pasto-
rale presso la Parrocchia di Sant’Eufemia in Verona.

I suoi scritti sono:

Là dove cielo e terra si incontrano – La preghiera e la Messa


nella vita del cristiano.

Ricevi questo anello... Riflessioni sull’amore umano e


il matrimonio.

Fiori di melograno - Silloge poetica. Ed. Athesis

Il senso del vivere (Uomo, tempo, eternità) - Ed. Ares

In quella casa c’ero anch’io - Ed. Fede e Cultura

286