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Plutarco - Vita di Alcibiade

2.1 Il suo carattere mostrò in seguito molte instabilità rispetto a se stesso e molti
cambiamenti, come è naturale in gravi situazioni e avvenimenti differenti. Essendoci in lui
per natura molte e grandi passioni, l’ambizione ed il desiderio di primeggiare erano
fortissimi, come è evidente dai ricordi d’infanzia. 2.2 Infatti nel lottare (Alcibiade), stretto
con forza, per non cadere, avendo posto le braccia di quello che lo stringeva alla propria
bocca, era capace di divorargli le mani. 2.3 Quando dunque quegli mollò la presa e disse:
“Alcibiade, tu mordi proprio come le donne”, “No”, rispose, “ma come i leoni”. Essendo
ancora piccolo giocava con gli astragali nel vicolo, quando toccò a lui il lancio, si
avvicinava un carro di merci. 2.4 In un primo momento (Alcibiade) ordinò al conducente di
fermare il carro; infatti il lancio cadde sul passaggio del carro; non lasciandosi convincere
per la rozzezza ma proseguendo, gli altri bambini si allontanarono, mentre Alcibiade
gettatosi con la faccia a terra e stesosi davanti al carro, esortò così (il carrettiere) a passare
se voleva, l’uomo allora spaventato fermò gli animali, gli spettatori si spaventarono a causa
del grido e corsero in suo soccorso. 2.5 Quando cominciò a studiare, prestava
ragionevolmente ascolto a tutti gli altri maestri, ma rifuggiva il suonare il flauto in quanto
ignobile ed indegno di un uomo libero; (diceva) infatti che con l’uso del plettro e della lira
non si sarebbe rovinato nulla del portamento e dell’aspetto che si addicono ad un uomo
libero, mentre quando un uomo suona il flauto con la bocca, persino i suoi familiari a stento
riuscirebbero a riconoscerne il volto. 2.6 (Diceva) inoltre che la lira risuona insieme a chi la
usa e lo accompagna nel canto, mentre il flauto tappa la bocca e soffoca chiunque,
impedendo la voce e la parola. “Suonino pure il flauto” diceva “i bambini di Tebe; infatti
non sanno parlare; invece per noi Ateniesi, come dicono i padri, la fondatrice è Atena e
Apollo il protettore della patria, dei quali una gettò via il flauto e l’altro addirittura scuoiò il
flautista”. 2.7 Dicendo queste cose per scherzo e allo stesso tempo facendo il serio,
Alcibiade allontanò se stesso e gli altri dall’apprendimento (del flauto). Infatti si diffuse
immediatamente fra i giovani la voce che Alcibiade facendo bene provava disgusto per
l’arte di suonare il flauto e sbeffeggiava gli studenti. Per questo motivo il flauto fu escluso
del tutto dagli studi liberali e fu generalmente disprezzato.
4.1 Tra i molti uomini di nobile stirpe che ormai si raccoglievano intorno a lui e lo
rispettavano, gli altri erano chiaramente colpiti dallo splendore della sua giovinezza e la
veneravano, mentre l’amore di Socrate era una grande prova della naturale dote del ragazzo
verso la virtù. (Socrate) vedendo questa che si manifestava e risaltava attraverso la sua
bellezza, ma temendo la sua ricchezza, la sua posizione sociale e la folla di cittadini, di
stranieri e di alleati che se lo assicurava con adulazioni e favori, era capace di proteggerlo e
di non permettergli, proprio come una pianta in fiore, di perdere e rovinare il suo frutto. 4.2
Il caso infatti non cinse dal di fuori né circondò mai nessuno dei cosiddetti beni, tanto da
renderlo indenne dalla filosofia e insensibile ai discorsi che hanno franchezza e mordacità;
come Alcibiade essendo viziato fin dall’inizio e trattenuto da coloro che gli si
accompagnavano per un favore dall’ascoltare chi (voleva) consigliarlo ed educarlo, così
apprese di Socrate per la propria dote naturale e lo accolse presso di sé, staccandosi dagli
amanti ricchi e famosi. 4.3 Essendoselo presto fatto amico e avendo sentito discorsi di un
amante che non cercava un piacere non virile, né chiedeva baci e carezze, ma accusava i vizi
della sua anima e reprimeva la vanità vuota e insensata, si rannicchiò intimorito come un
gallo sconfitto, che ha abbassato le ali. 4.4 E (Alcibiade) considerò veramente l’opera di
Socrate un intervento degli dei per la cura e la salvezza dei giovani, sottovalutandosi,
ammirando quello, avendo caro l’affetto e provando vergogna di fronte alla sua virtù, senza
accorgersene concepì un’immagine d’amore, come dice Platone, in risposta all’amore,
cosicché tutti i presenti si meravigliavano vedendolo mangiare insieme a Socrate, lottare
insieme, essergli compagno di tenda, essere irascibile e intrattabile con gli altri amanti,
scagliarsi contro altri in modo altezzoso, come con Anito, figlio di Antemione. 6.1 L’amore
di Socrate, avendo quegli molti e grandi avversari, a volte aveva la meglio su Alcibiade
grazie alla sua buona indole, avendo le proprie parole presa su di lui, turbandogli il cuore e
facendogli versare lacrime; a volte invece (Alcibiade) abbandonandosi agli adulatori che gli
offrivano molti piaceri, si sottraeva a Socrate e quando scappava era inseguito come una
preda di caccia, nonostante solo verso quegli avesse pudore e timore, disprezzando invece
gli altri. 6.2 Dunque Cleante diceva che (Socrate) aveva la meglio sull’amato per le
orecchie, mentre ai suoi rivali lasciava molte prese inafferrabili per lui, riferendosi al ventre,
al sesso, alla gola; Alcibiade era senza dubbio anche desideroso di piaceri; 6.3 infatti (ci) dà
un simile sospetto la sregolatezza descritta da Tucidide, riguardo al corpo, del suo modo di
vivere. 6.4 Tuttavia coloro che volevano rovinarlo, facendo leva soprattutto sulla sua
ambizione e sul desiderio di gloria, lo lanciavano anzitempo verso imprese troppo grandi,
persuadendolo del fatto che, non appena avesse cominciato a intraprendere la carriera
pubblica, non solo avrebbe subito oscurato gli altri strateghi e demagoghi, ma avrebbe
superato anche il potere di Pericle e la fama sui Greci. 6.5 Come dunque il ferro reso molle
dal fuoco è a sua volta indurito dal freddo e si rinserra nei suoi elementi, così Socrate tutte le
volte che lo riprendeva con sé pieno di mollezza e di vanità, dominandolo con la parola e
umiliandolo, lo rendeva modesto e timido, insegnandogli di quali cose fosse privo e
incompleto rispetto alla virtù. 7.3 […] (Alcibiade) ancora giovinetto prese parte alla
spedizione contro Potidea, ed ebbe Socrate per compagno di tenda e d’armi nelle battaglie.
7.4 Quando ci fu una battaglia violenta, entrambi si distinsero, ma allorché Alcibiade cadde
a terra per una ferita, Socrate gli si mise davanti e lo protesse e allora (fu) assolutamente
manifesto che egli lo salvò insieme alle armi. 7.5 Dunque il premio del valore sarebbe stato,
secondo la valutazione più giusta, di Socrate; siccome gli strateghi sembravano intenzionati
ad assegnare la gloria ad Alcibiade per il suo rango sociale, Socrate, volendo accrescere
l’ambizione di quegli per le azioni nobili, per primo testimoniava e sollecitava di dargli una
corona e la panoplia. 7.6 Essendoci in seguito la battaglia di Delio e siccome gli Ateniesi
fuggivano, avendo Alcibiade un cavallo, vedendo Socrate che si allontanava a piedi con
pochi (compagni), non lo oltrepassò, ma lo scortò e lo difese, sebbene i nemici incalzassero
e uccidessero molti (dei loro). E questi avvenimenti accaddero in seguito. 17.1 Quando
Pericle viveva ancora, gli Ateniesi bramavano la Sicilia e, morto quello, si accinsero e
mandavano i cosiddetti aiuti e contingenti alleati ogni volta a quelli che subivano un torto da
parte dei Siracusani, ponendo le basi di una maggiore spedizione militare. 17.2 Colui che
aveva riacceso completamente quel loro desiderio e che li persuase ad assalire e a
conquistare l’isola non per gradi e un po’ alla volta, ma sbarcando con un grande esercito,
era Alcibiade, persuadendo il popolo a sperare una grande cosa, mentre egli aspirava a
maggiori imprese. Infatti egli riteneva la Sicilia l’inizio della spedizione militare, in vista di
quelle cose che aveva sperato, non la fine, come (ritenevano) gli altri. 17.3 E Nicia,
convinto che fosse un’impresa difficile prendere Siracusa, dissuase il popolo; Alcibiade,
sognando anche Cartagine e la Libia, e dopo aver annesso queste terre, abbracciando già
l’Italia e il Peloponneso, e poco mancava che considerasse la Sicilia come risorsa della
guerra. 17.4 E aveva già con sé i giovani che si erano lasciati esaltare dalle speranze,
ascoltavano i vecchi raccontare molte cose mirabili sulla spedizione, cosicché molti stavano
seduti nelle palestre e negli emicicli a disegnare per terra la forma dell’isola e la posizione
della Libia e di Cartagine. 18.1 Nicia fu eletto stratega contro la sua volontà, volendo evitare
la carica soprattutto a causa del collega; infatti agli Ateniesi sembrava che la conduzione
della guerra sarebbe stata migliore se non avessero lasciato partire Alcibiade da solo, ma
affiancando alla sua audacia la prudenza di Nicia; 18.2 infatti anche il terzo stratega
Lamaco, pur essendo avanti nell’età, non sembrava essere meno focoso di Alcibiade e
coraggioso nelle azioni militari. Quando (gli Ateniesi) discussero del numero e del tipo di
preparazione, Nicia di nuovo tentò di ostacolare e fermare la guerra. 18.3 Siccome
Alcibiade si oppose ed ebbe la meglio, tra gli oratori Demostrato propose e sostenne che
bisognava che gli strateghi avessero pieni poteri sia per l’allestimento che per tutta la guerra.
18.4 Nonostante il popolo la votò ed essendo tutti pronti per salpare, non furono propizi
neanche i presagi della festa. 18.5 Infatti mentre in quei giorni si celebravano le Adonie,
erano esposte dalle donne in molti luoghi immagini somiglianti a uomini morti e (le donne)
riproducevano i funerali battendosi il petto e cantavano i lamenti funebri. 18.6 Però la
mutilazione delle Erme, la maggior parte delle quali fu sfregiata nel volto in una sola notte,
sconvolse anche molti fra coloro che non tenevano in conto queste cose. 18.7 Si disse che i
Corinzi avevano fatto ciò a favore dei Siracusani, che erano loro coloni, convinti che a causa
di questo presagio ci sarebbe stato un ritardo o un mutamento di propositi rispetto alla
guerra. 18.8 Non ebbe presa sui più né il ragionamento di chi non pensava affatto che ciò
fosse un segno nefasto, ma quelle cose che è solito causare il vino puro quando dei giovani
dissoluti passano dallo scherzo all violenza; giudicando l’accaduto insieme a ira e paura,
convinti che fosse stato osato in seguito ad una congiura in vista di gravi cose, esaminavano
attentamente tutte le congetture la boulè e il popolo riunendosi spesso in pochi giorni a
proposito di queste cose. 19.1 Intanto il demagogo Androcle presentò alcuni schiavi e
meteci che accusarono Alcibiade e dei suoi amici di mutilazione di altre statue e di
imitazione dei misteri sotto l’effetto del vino. 19.2 Dicevano che un certo Teodoro facesse il
ruolo dell’araldo, Politione quello del portatore di fiaccole, Alcibiade quello dello ierofante,
e che gli altri amici nominati assistevano ed erano iniziati ai misteri. 19.3 Questi fatti erano
stati scritti nella denuncia di Tessalo, figlio di Cimone, che aveva dichiarato che Alcibiade
era stato empio nei confronti delle due dee (Demetra e Persefone). Poiché il popolo s’inasprì
e divenne duro con Alcibiade, e Androcle - era infatti uno tra i più agguerriti nemici di
Alcibiade - lo incitava, 19.4 in un primo momento quelli intorno ad Alcibiade furono
sconvolti, ma poi accorgendosi che i marinai, quanti erano pronti a salpare per la Sicilia, e
l’esercito erano con loro, e sentendo che gli Argivi e i Mantineesi, che erano mille opliti,
dicevano apertamente che avrebbero combattuto per Alcibiade una grande battaglia
oltremare e che, se qualcuno l’avesse trattato ingiustamente, essi si sarebbero subito ritirati,
riprendevano coraggio e si disposero per la difesa nel momento più opportuno, cosicché al
contrario i loro nemici si persero d’animo e temettero che il popolo diventasse più tenero
riguardo al giudizio nei suoi confronti per il bisogno (che aveva). 19.5 Dunque (i suoi
nemici) per queste cose escogitano che coloro che tra gli oratori non sembrano ostili ad
Alcibiade, ma che in realtà lo odiano non meno di coloro che lo ammettono, alzandosi in
assemblea dicano che è assurdo far perdere la speranza ad un uomo che è stato nominato
stratega a pieni poteri di un esercito tanto grande, essendosi già riunita la truppa e gli alleati,
mentre sorteggiavano il tribunale e misuravano l’acqua. 19.6 “Ma dunque prenda il largo
con la buona sorte; conclusasi la guerra egli presentandosi parli in propria difesa secondo le
stesse leggi”. 19.7 La malizia dell’indugio non sfuggì ad Alcibiade, ma diceva,
presentandosi, che è tremendo essere inviato nell’incertezza preposto a un potere tanto
grande, lasciandosi dietro accuse e calunnie su di sé; infatti (disse) che era opportuno morire
se non avesse sciolto le accuse, ma se le avesse sciolte e sarebbe apparso innocente, (era
opportuno) volgersi verso i nemici senza temere i sicofanti. 20.1 (Alcibiade) dal momento
che non convinceva (il popolo), ma ordinava di partire, salpò con gli strateghi avendo poco
meno di centoquaranta triremi, cinquemilacento opliti, circa milletrecento arcieri,
frombolieri, soldati armati alla leggera, e un altro armamento degno di considerazione. 20.2
Essendo approdato in Italia e conquistata Reggio, propose la sua opinione su quale fosse il
modo in cui bisognava andare in guerra, 20.3 siccome Nicia si oppose ma Lamaco lo
approvò, partito dalla Sicilia si alleò con Catania, non fece altro perché fu subito richiamato
dagli Ateniesi per il processo. 20.4 Infatti inizialmente come si è detto, ricadevano su
Alcibiade alcuni deboli sospetti e calunnie da parte di schiavi e meteci, 20.5 in seguito
poiché i suoi nemici lo attaccarono con più violenza mentre egli era lontano, e collegarono i
misteri agli atti di offesa delle Erme come se compiuti da una sola congiura a scopo di una
rivoluzione, misero in carcere senza processo coloro che furono incolpati in qualsiasi modo,
si pentirono di non aver messo Alcibiade ai voti allora e di non averlo giudicato in base ad
accuse tanto gravi. 20.6 Il parente o l’amico o il compagno che cadevano nell’ira (rivolta)
contro di lui, furono trattati da quelli assai duramente. […] 21.7 Tuttavia allora non per
questo il popolo abbandonò tutta l’ira, ma anzi, con più forza, liberatosi dei mutilatori di
Erme, come se la sua collera non avesse occupazioni, (il popolo) si scagliò tutto quanto
contro Alcibiade e alla fine gli inviò la nave Salamina, non senza prudenza avendo ordinato
proprio questo, e cioè di non fare violenza e di non toccare la sua persona, ma di usare
parole misurate, pregandolo di seguirli al processo e convincere il popolo. 21.8 Temevano
infatti dei disordini dell’esercito in terra nemica e una lotta che Alcibiade, se avesse voluto,
avrebbe facilmente causato. E infatti (l’esercito) , siccome quegli partiva, si perdeva
d’animo, e si aspettava che la guerra avrebbe avuto molto indugio e una lunghezza inutile
sotto il comando di Nicia, poiché era allontanato lo sprone delle azioni. 21.9 Infatti Lamaco
era pratico di guerra e coraggioso, ma non aveva né la dignità né l’autorità (necessaria) a
causa della povertà. 22.5 Avendolo quelli condannato in contumacia ed essendo state
confiscate le sue ricchezze, inoltre deliberarono che lo maledicessero tutti i sacerdoti e le
sacerdotesse, tra le quali dicono che solo Teano, figlia di Menone, (del demo) di Agryle si
oppose al decreto, dicendo di essere diventata sacerdotessa per benedire, non per maledire.
23.1 Quando fu votata ed emessa una condanna tanto grande contro Alcibiade, egli si
trovava ad Argo, poiché inizialmente, essendo fuggito da Turi, si trasferì nel Peloponneso,
ma poi temendo i suoi nemici e avendo rinnegato del tutto la patria, mandò a chiedere a
Sparta di avere impunità e fiducia in cambio di favori e vantaggi maggiori di quelle cose in
cui li aveva danneggiati precedentemente combattendoli. 23.2 Siccome gli Spartani gli
diedero (impunità e fiducia) e lo accolsero volentieri, come giunse (a Sparta), presto fece
una cosa, spronando (gli Spartani) che esitavano e rimandavano a portare aiuto ai
Siracusani, e incitando a mandare Gilippo come stratega, e infrangere le forze degli Ateniesi
che si trovavano là; poi fece un’altra cosa, (incitandoli) a spostare la guerra da là contro gli
Ateniesi; la terza e più grande cosa fu di fortificare Decelea, nulla più di ciò distrusse e
rovinò la città dalle fondamenta.