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LE ARMI DELLA GRANDE GUERRA

I FUCILI
Il fucile fu indubbiamente l’arma piu’ utilizzata e preferita
durante tutto il corso della Grande Guerra.

Mentre la gran parte delle armi più potenti risultava


particolarmente scomoda e poco maneggevole, soprattutto
durante gli attacchi (si pensi alle pesanti mitragliatrici, ad
esempio), il fucile permetteva maggior libertà d’azione
offensiva e, unito alla baionetta, diventava anche
indispensabile in occasione del “corpo a corpo”. Le pistole dal
canto loro, venivano distribuite soltanto agli ufficiali, pertanto il
fante tradizionale si trovava sempre in compagnia del fidato
moschetto, in qualsiasi situazione d’attacco o difesa.

L'EREDITA' DI FINE '800

Nel momento in cui la Francia introdusse la polvere senza fumo (nitrocellulosa Vielle,
1885) tutti gli eserciti maggiori provarono un senso d'angoscia: la maggior potenza militare
del mondo, o così si credeva, faceva un balzo in avanti tale (in effetti il maggiore nella
storia delle armi da fuoco fino ai nostri giorni) che bisognava subito correre ai ripari:
soprattutto dato che un tal mezzo era nelle mani di un Paese agitato da un minaccioso
revanchismo. Tecnicamente si trattava di questo:

1) con la polvere senza fumo la fanteria diventava quasi invisibile (tuttavia va detto che la
Vielle veniva impiegata, con totale incongruità, da soldati con vistosissime braghe rosse) e
poteva mirare senza essere accecata del proprio fumo;

2) con tale polvere era possibile diminuire notevolmente il calibro. Col minor calibro era
possibile portare più cartucce e si apriva una pratica possibilità di dare a tutti i fanti un'arma
a ripetizione, plausibile solo per delle elites nel caso di armi a polvere nera;

3) il maggior contenuto energetico del nuovo propellente, e la maggior controllabilità della


sua combustione avrebbero permesso: di contenere le dimensioni del bossolo e di aumentare
notevolmente sia la potenza di penetrazione sia la gittata utile del fucile;

4) le pochissime fecce di combustione della nuova polvere consentivano lunghi periodi di


fuoco senza la necessità di pulire l’arma, pertanto era possibile aumentare la cadenza di tiro
delle armi, aumentare l’efficienza e l’affidabilità delle armi stesse

Si vede di qui che veramente una singola invenzione rivoluzionava in brevissimo tempo, in
modo mai veduto fin allora, i metodi di far la guerra. Neppure la polvere nera ottenne tanto
subito (alla lunga anche di più) perché il mondo tecnico non l'adottò con altrettanta rapidità
per ragioni evidenti (si pensi allo sforzo effettuato nel tardo medioevo per la produzione di
grandi quantità di salnitro!). Ma alla fine del secolo scorso si sapevano produrre l'acido
solforico e quello nitrico e si poteva passare, di colpo, alle nuove tecnologie. Ciò avvenne e
la Prima Guerra Mondiale ne diede tragica testimonianza.

LE PRESTAZIONI

Anacronisticamente i modelli di fucili e le relative tecnologie


impiegate per la loro produzione non variarono minimamente
durante tutto il corso del conflitto, mentre per ogni altro tipo di
arma la sperimentazione e l’innovazione non venne mai a mancare.
Questo chiaramente è dovuto al fatto che allo scoppio delle ostilità
già tutti i paesi coinvolti nel conflitto avevano adottato armi molto
moderne che sfruttavano i vantaggi della polvere senza fumo.

Un fattore importante nella valutazione delle prestazioni di ogni singolo modello, per ogni
esercito, era senza dubbio la capacità dei caricatori, all’epoca realizzati in “gabbiette”
(semplici vaschette senza involucro esterno) o “serbatoi” (i primi veri contenitori per i
proiettili, ricavati da un unico blocco di metallo). Tuttavia, era il singolo tiratore a fare la
differenza, una volta acquisita la necessaria dimestichezza e familiarità con l’arma. I soldati
professionisti inglesi, all’inizio della Grande Guerra e anche prima, riuscivano a
sparare quasi 15 colpi al minuto con i loro Enfield, ma in generale la truppa reclutata tra i
civili di tutte le nazioni in guerra, non riuscì mai a spingersi oltre un massimo di 12. La
precisione del tiro e della relativa gittata variava
fondamentalmente in base a due fattori: quello costruttivo,
intrinseco del fucile, e l’eventuale riscaldamento della sua
canna.

L'AMICO DEL CECCHINO

La figura del tiratore scelto, poi


ribattezzato “cecchino” in Italia
(probabilmente dalla storpiatura di Francesco Giuseppe in “Cecco
Beppe”), assunse grande importanza non appena la guerra di
movimento lasciò spazio a quella di posizione, in trincea. Si trattava
comunque di una semplice importanza tattica, in quanto lo stillicidio
giornaliero di vite spezzate dall’implacabile grilletto dei cecchini
non avrebbe mai potuto cambiare le sorti del conflitto, ma l’effetto
di logoramento morale sulle truppe era comunque notevole.

Ciononostante, da qualsiasi postazione o trinceramento era d’uopo


aspettarsi il tiro attento e quasi infallibile dei tiratori scelti che, a
volte semplicemente per noia, continuavano a rincorrere bersagli
umani per ore ed ore. Quale miglior strumento di morte se non il
fucile dunque, per accompagnare questa spietato tiro al bersaglio?

Nacquero dunque versioni rivedute e modificate dei normali fucili d’ordinanza, adattate a
questo scopo . All’epoca l'utilizzo di strumenti ottici sulle armi era già diffuso (specialmente
in ambito civile per la caccia) - le armi che presentavano particolari eccellenze nelle
tolleranze della produzione venivano selezionate e dotate di ottica rigorosamente negli
stabilimenti militari (solo gli italiani ebbero assai poche, pochissime armi dotate di
cannocchiale).
Apparirono quindi i primi sistemi di mimetizzazione e molti ingegnosi modi di
nascondersi e scomparire virtualmente nel caos del campo di battaglia (tronchi d’albero,
cespugli, casematte, ecc.).Va da se’ l’impatto psicologico e le ripercussioni di questo nuovo
e particolarmente crudele modo di fare la Guerra: i soldati non si sentivano sicuri neanche
in trincea, dove il possible fuoco di un cecchino li costringeva a camminare a testa
bassa e a percorrere di corsa ed affannosamente ogni sentiero o camminamento allo
scoperto.

PRESTAZIONI A CONFRONTO

Capacità calibro V. Cartucce Lunghezza Anno


Paese Sistema
serbatoio (mm) (m/s) sciolte (cm) adozione
Austria Mannlicher 5 8 620 si 127 1895
Canada Ross 10 7,7 744 si 113 1905
Francia Lebel 8 8 726 solo 131 1886
Germania Mauser 5 7,92 755 si 125 1898
Mauser
Giappone 5 6,5 732 si 130 1905
Arisaka
Inghilterra Lee 10 7,7 744 si 113 1902
Mannlicher
Italia 6 6,5 700 no 129 1891
Carcano
Russia Mosin Nagant 5 7,62 768 si 132 1900
Schmidt
Svizzera 6 7,5 830 si 131 1904
Rubin
USA Mauser 5 7,62 863 si 110 1903
 

 
LE ARMI DELLA GRANDE GUERRA

LE PISTOLE

Le prime pistole comparvero verso la metà del '500, secondo alcuni in


Toscana, a Pistoia, ove fiorivano botteghe di valenti armaioli e il termine
deriverebbe proprio dal nome di quella città. L’etimologia ufficiale lo fa
invece derivare dal ceco pizt’al (canna), mentre secondo altri trarrebbe
origine da "pistoles", moneta spagnola di diametro uguale al calibro degli
schioppi d’allora.

Le prime pistole sfruttavano il sistema di accensione a ruota: sul fianco destro dell’arma
era imperniato un dischetto di ferro dal bordo zigrinato, caricato a molla e vincolato al
grilletto. Premendo quest'ultimo il dischetto girava, sfregando una barretta di pirite, tenuta in
posizione fra le ganasce di una morsa (cane), da cui si sprigionavano scintille, che
incendiavano la polvere d’innesco.

Il sistema a ruota, costoso e delicato, non offriva ampie garanzie di affidabilità, per cui gli
artigiani dell’epoca sostituirono al dischetto ruotante il cane stesso, dotato di una pietra
focaia stretta fra due ganasce. Arretrandolo, si comprimeva una molla e lo si agganciava al
dente di scatto. Premendo il grilletto, il cane si abbatteva su una piastrina d’acciaio
(batteria), sfregandovi contro con la pietra e producendo scintille, che incendiavano la
polvere d'innesco. Ai primi dell'800 si scoprì che alcuni composti chimici esplodevano se
sottoposti a percussione: un piccolo involucro (capsula), contenente fulminato di mercurio,
clorato di potassio e solfuro di antimonio, prese il posto dell'acciarino.

La nascita del sistema a percussione, tuttora universalmente adottato, segna il definitivo


ingresso nell'era moderna delle armi da fuoco: consente di ridurre enormemente le
dimensioni fisiche dell’arma ed offre un’affidabilità di funzionamento pressoché totale. Per
anni però il numero di colpi di un’arma coincise con quello delle canne di cui essa era
dotata: generalmente una, spesso due, al massimo tre, salve alcune esagerazioni poco
diffuse, come le curiose multicanne dette rivoltine, o pepperbox.

Nel 1836 Samuel Colt, ispirandosi a queste, depositò il brevetto relativo alla pistola a
rotazione ad avancarica del tamburo, in cui il fascio di canne era ridotto ad un cilindro
che, ruotando intorno al suo asse, presentava alla battuta del cane un colpo alla volta: era
nato il revolver. Con l’invenzione della cartuccia metallica (1870), attribuita a Casimir
Lefaucheux, il principio della retrocarica conobbe la sua definitiva affermazione, venendo
universalmente esteso a tutte le armi corte.

Con l’avvento della doppia azione il revolver raggiunse il punto massimo della sua
evoluzione, rimanendo sostanzialmente inalterato fino ai nostri giorni. Il nuovo sistema
consentiva di sparare senza armare manualmente il cane ad ogni tiro, essendo sufficiente
una decisa pressione sul grilletto per inarcare il cane, far ruotare il tamburo ed esplodere il
colpo. Nel 1880 la diffusione delle polveri senza fumo (smokeless), a base di nitrocellulose
come cordite e balistite, oltre a ridurre drasticamente i problemi derivanti dall'accumulo di
depositi carboniosi, consentì di fabbricare cartucce molto più potenti e generò la tendenza
alla progressiva riduzione dei calibri in uso.
Permise inoltre lo sviluppo dell’ultima grande
innovazione nel mondo delle armi da fuoco
portatili: il sistema di ripetizione
semiautomatica, in cui l’energia cinetica del
rinculo derivante dallo sparo viene utilizzata per
far arretrare il carrello-otturatore, che espelle il
bossolo vuoto, riarma il cane o il percussore, preleva una nuova cartuccia dal caricatore e la
introduce in camera, aumentando significativamente la celerità di tiro. Un sistema simile era
stato adottato per la prima volta nel 1884 da Hiram Maxim,
inventore dell’omonima mitragliatrice. Successivi
approfondimenti vennero applicati alle armi corte da Hugo
Borchardt, a cui si deve la nascita della prima pistola
semiautomatica, la Borchardt-Luger, realizzata dal
fabbricante austriaco Georg Luger. Da questa, nel 1897,
derivò la famosa Luger Parabellum, poi mod. P. 08,
adottata da varie forze armate europee.

Agli inizi del secolo Peter Paul Mauser brevettò un'altra rivoluzionaria pistola
semiautomatica, con la sede del caricatore posta anteriormente al grilletto. In America
invece gli studi di John Moses Browning diedero origine alla Colt Government 1911 in
calibro .45 ACP, fino a pochi anni fa pistola d'ordinanza dell'U.S.Army e di molti corpi di
polizia, tuttora in produzione. Nel 1938 in Germania Karl Walther realizzò la famosa P.38
in calibro 9 parabellum, prima semiautomatica a sfruttare il principio della doppia
azione, permettendo di tenere la cartuccia in canna e far fuoco alla semplice pressione del
grilletto, senza arretrare preventivamente il carrello ed evitando così l’impiego di entrambe
le mani.

La pistola, utilizzata inizialmente solo dalla cavalleria, venne poi concessa in dotazione
agli ufficiali di tutti gli eserciti, alla polizia militare, agli aviatori e ai carristi. Per questi
ultimi, così come per gli equipaggi dei carri armati, la pistola si rivelo’ inoltre l’unica arma
sufficientemente pratica rispetto agli ingombranti fucili adottati da tutti i soldati semplici,
soprattutto in relazione al modestissimo spazio vitale disponibile a bordo degli aeroplani e
dei carri.

TRE TIPI DI PISTOLA NELLA GRANDE GUERRA

All’inizio della guerra esistevano fondamentalmente tre tipi di pistola: i revolver, le


automatiche tradizionali e le automatiche (scarrellanti) a gas. Sicuramente la pistola più
famosa fu la Luger tedesca, anche se la Webley, di fabbricazione britannica, le contese
sempre la palma della popolarità durante tutta la Grande Guerra.

La Germania

Circa 2 milioni di Luger 9mm P08 vennero fabbricate durante la guerra e, nonostante
fossero inizialmente destinate solo agli ufficiali, ben presto vennero adottate anche dai
soldati semplici. La luger possedeva un caricatore a sette colpi, ricavato nel calcio.
Affidabile e precisa, non fu tuttavia mai prodotta in quantità sufficienti a soddisfare il
fabbisogno bellico della Germania Guglielmina. La Luger infine, fu
sempre considerata un prezioso trofeo di guerra dalle forze opposte
alleate. Una variante della Luger, la Parabellum M17, fu lanciata
nel 1917. Dotata di canna più lunga, aveva un caricatore da ben 30
colpi che la identificava come cosiddetta “pistola mitragliatrice”.
Per sopperire alla penuria di Luger, peraltro molto costose da
produrre, la Germania realizzò molte pistole automatiche Beholla
7.65mm e Mauser C96 e C10. Quest’ultima divenne analogamente popolare, grazie
soprattutto alla sua brutale potenza di fuoco con proiettili da 7.63mm o 9mm. Inoltre questa
pistola era dotata di una speciale fondina rigida in legno, che applicata al calcio la
trasformava in una specie di carabina per tiri di precisione. La Mauser automatica (il
modello originale del 1894) fu largamente utilizzata anche dall’esercito italiano.
Analogamente anche i turchi e i bulgari vennero riforniti di pistole di fabbricazione tedesca
(Mauser e Beholla), in relazione ai patti di alleanza tra le Potenze Centrali.

Il Regno Unito

La pistola standard dei “Tommies” anglosassoni fu il revolver Webley Mk IV, prodotto


dalla Webley e Scott di Birmingham (circa 300.000 unità realizzate durante il corso della
Prima Guerra Mondiale). Si trattava di un calibro 11,6mm, realizzato per la prima volta
alla fine del diciannovesimo secolo, particolarmente affidabile in
qualsiasi condizione di impiego (soprattutto nel fango delle
Fiandre). Il revolver Webley fu distribuito anche alle truppe
coloniali britanniche e, in generale, a tutti i graduati del contingente
anglosassone. Nonostante il forte rinculo, la Webley venne
largamente apprezzata, anche se molti ufficiali preferirono
impiegare qualche Luger rubata al nemico: quest’ultima possedeva
infatti una gittata sensibilmente maggiore del revolver d’ordinanza
britannico. Nel 1913 venne prodotta una seconda versione del revolver Webley, questa
volta dotata di meccanismo di ricarica automatico: si rivelò tuttavia difficile da utilizzare e
solo la Marina Militare britannica decise di adottarla, con modesto successo.

La Francia

Realizzata alla fine del diciannovesimo secolo, la Pistole


Revolveur Modele 1892 fu il cavallo di battaglia dei “Poilus”.
Veniva prodotto anche da numerose fabbriche di proprietà francese
in Belgio e in Spagna. Spesso ribattezzata “Lebel” o “Model
d'ordonnance”, assomigliava al revolver Webley inglese e
possedeva una calibro di 88mm. Affidabile e robusta, la “Lebel” fu
impiegata dall’esercito francese anche durante la Seconda Guerra Mondiale. La sostanziale
differenza tra la Webley e la Lebel consisteva nel meccanismo di ricarica: mentre la prima
si apriva a meta’, la seconda espelleva lateralmente il tamburo. L’esercito Serbo ricevette
grandi quantità di Lebel, dalle eccedenze di produzione francese.

Il Belgio

L’esercito di re Alberto I impiegò con notevole successo due varianti del revolver
statunitense Browning, rispettivamente di 7.6mm e 9mm di calibro.
Austria-Ungheria e Romania

Tutti questi eserciti adottarono la Steyer Automatic, prodotta


inizialmente nel 1912. La versione austriaca, dotata di un caricatore a
otto colpi, era in calibro 9mm. Gli Ungheresi invece ne possedevano un
modello leggermente diverso con calibro 7.65. Entrambe le versioni
della Steyer si rivelarono comunque molto affidabili e resistenti.

Gli Stati Uniti d’America

L’esercito e la marina “a stelle e a strisce” utilizzò due modelli di


pistola durante la Grande Guerra. Si trattava della Colt 0.45
(11.4mm.) automatica o revolver (presentate nel 1911 ed impiegate
anche dalla marina britannica in versioni leggermente modificate), e
del classico revolver Smith and Wesson, dotato del medesimo
calibro. Di queste pistole vennero realizzati circa 150.000
esemplari durante il corso del conflitto.

L’Italia

L’esercito dello “Stellone” utilizzava la Glisenti 9mm., ideata nel


1910. Purtroppo non venne mai prodotta in quantità sufficienti a
soddisfare l’altissima domanda durante gli anni di guerra.
Simile sotto molti aspetti alla Luger tedesca, la Glisenti non si
rivelò tuttavia altrettanto robusta. Venne quindi affiancata dal
revolver Bodeo con calibro 11.4mm (realizzato nel 1891) e dalla
Beretta 7.65mmautomatica (realizzata nel 1915).

Quest’ultima pistola non venne apprezzata particolarmente a causa


della poca precisione di tiro e del forte effetto rinculo.

La Russia

Da sempre in crisi cronica di approvvigionamenti, la Russia fu costretta a racimolare qua e


là armi e munizioni durante tutta la Grande Guerra. Idealmente gli ufficiali russi avrebbero
dovuto utilizzare i primissimi modelli Mauser o i revolver Nagant di realizzazione belga.
In pratica, furono sempre costretti a rubare armi al nemico per far fronte ad una drammatica
penuria di materiali.
Pregi e difetti essenziali del revolver, rispetto ad una semiautomatica:

PREGI DIFETTI
la sicurezza di porto e custodia il secco rinculo dei calibri più potenti,
(quasi tutti sono privi di sicura che si scarica interamente sul polso,
manuale, inutile perché per sparare non venendo neppure parzialmente
occorre una trazione del grilletto assorbito da meccanismi di riarmo;
decisa e quindi intenzionale);
l'immediata possibilità di verificare la propensione a sporcarsi dopo ogni
se è carico o meno, basta guardare il seduta di tiro, a causa dello sfiato di
tamburo di profilo o anteriormente; gas combusti tra tamburo e canna;
l’estrema facilità d’utilizzo, anche un minor numero di colpi,
con una sola mano, non essendoci generalmente sei, ma spesso cinque,
carrelli da arretrare; sette e talvolta otto, in stretta
relazione al calibro; l’elevato
ingombro laterale, a causa del
tamburo, necessariamente cilindrico;
la possibilità, in caso di difettoso le operazioni di espulsione dei bossoli
funzionamento della cartuccia, di e di rifornimento del tamburo sono
esplodere subito un altro colpo, lente e macchinose, specialmente in
premendo nuovamente il grilletto, in momenti di concitazione.
quanto le cartucce sono già inserite
in altrettante camere di scoppio
indipendenti;
il minor numero di parti in
movimento e, conseguentemente, le
minori probabilità di guasti e rotture
e le minori esigenze di manutenzione
e lubrificazione;
una maggior precisione teorica,
stante l’assenza di parti in
movimento durante lo sparo che
possono ingenerare vibrazioni
parassite;
la totale insensibilità alle variazioni
atmosferiche e climatiche;
la possibilità di utilizzare, a parità di
calibro (ed entro certi limiti)
munizioni di varia potenza, essendo
quest’ultima ininfluente sul ciclo di
sparo;
Pregi e difetti essenziali della semiautomatica, rispetto al revolver:

PREGI DIFETTI
la maggior complessità costruttiva,
maggior capacità di fuoco,
che comporta una maggiore usura
generalmente da 14 a 17 colpi,
delle parti e, nei modelli più
secondo il calibro, con caricatore
economici, può dar luogo a
bifilare;
malfunzionamenti, guasti e rotture;
la necessità di servirsi di entrambe le
maggior celerità teorica di tiro, sia mani per arretrare il carrello e
perché la velocità del moto rettilineo camerare la prima cartuccia del
del carrello è superiore a quella di primo caricatore, a meno che non la
rotazione del tamburo, sia perché i si porti col colpo in canna, cosa
colpi successivi al primo vengono consigliabile solo se l’arma dispone
sparati in singola azione, con minor di adeguati sistemi di sicurezza che
sforzo; bloccano il percussore oltre che il
cane e il grilletto;
la necessità di utilizzare cartucce di
possibilità di sostituire rapidamente il
una determinata potenza, sulla quale
caricatore esaurito con un altro di
è stato tarato il cinematismo di sparo:
riserva; generalmente quando un
variazioni in meno possono causare
caricatore è esaurito l'arma rimane
inceppamenti o mancato riarmo,
aperta col carrello arretrato, basta
variazioni in aumento possono
introdurre un altro caricatore,
risultare pericolose per l’integrità
sganciare il carrello e la cartuccia è
degli organi meccanici e per il
già camerata;
tiratore;
minor spessore e quindi, a parità delle
la difficoltà di sapere se la camera di
altre dimensioni e di peso, maggior
cartuccia è vuota o meno;
occultabilità e comodità di porto;
minore sensazione di rinculo, a parità
l’elevato grado di addestramento
di calibro, per l’azione
necessario per padroneggiarla con
ammortizzante della molla di
sicurezza ed efficienza;
recupero;
la complessità delle operazioni di
smontaggio e pulizia;
l’impossibilità di sapere subito se il
caricatore è pieno o no;
i possibili problemi di alimentazione
con palle non blindate (a punta molle,
dette a piombo nudo) ovvero di
forma diversa dall’ogiva tradizionale;
la necessità, in caso di inceppamento,
di liberare l’unica camera di cartuccia
scarrellando nuovamente;
sensibilità alle variazioni climatiche
(il freddo intenso può gelare l’olio di
lubrificazione) e allo sporco.