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Salvator Rosa

Salvator Rosa, nato all’Arenella, è l’artista più singolare del Seicento napoletano: estraneo alla dominante
corrente barocca quanto alle tendenze classiciste e all’influsso diretto dei maggiori artisti concittadini del
tempo, lo scopo della pittura del Rosa è la ricerca delle ragioni delle cose: Salvato Rosa è affascinato
dall’indefinito e dall’irrazionale, dal misterioso e dal magico, così come scava nei fantasmi della mente
umana . Artista universale - compose un’opera musicale e quattro satire - per trasmettere i suoi messaggi si
affidò a un eccellente naturalismo di stampo caravaggesco: un naturalismo non a rappresentare il reale, ma
a scavalcarlo per cogliere il mistero al di là delle cose: un atteggiamento che anticipa il romanticismo e la
poetica dell’indefinito.

La sua produzione pittorica si articola in tre parti: i ritratti, i paesaggi e i soggetti mitico-allegorici.I ritratti
presentano sempre volti suggestivamente segnati, attraversati da espressioni che riflettono, negli sguardi
profondi e negli atteggiamenti accigliati, un senso di indefinito turbamento, quasi volesse indagare i moti
dell’anima alla maniera leonardesca. Un esempio ne è lo splendido Autoritratto
Nei paesaggi riprende questa funzione del naturalismo come mezzo indagatore della realtà soprannaturale,
e anzi, ricerca l’espressione dei moti dell’animo umano non nei volti delle persone, ma nell’indefinitezza e
nella statica incompiutezza dei paesaggi: su questa linea si colloca il Paesaggio, con un gruppo di figure a
sinistra.

La parte centrale del disegno è occupata da tre tronchi d’alberi, descritti da un realismo estremamente
minuzioso, fino alle rade foglie e ai dettagli della corteccia; un simile dettaglio in primo piano si combina
alla sconfinatezza dello sfondo, una catena di montagne che salgono verso l’angolo sinistro in alto del
foglio, fino a confondersi con le nuvole, spingendo l’occhio a puntare lontano, fino all’indefinito distante dei
picchi che si mescolano alle nubi: e cosa più indefinito dell’ultimo orizzonte, che è incompiuto e realistico
insieme? E davanti alla natura spettacolare, il “gruppo di figure a sinistra”, spettatori velocemente
abbozzati quasi da un’unica linea veloce, che testimonia il grande virtuosismo dell’artista come disegnatore.

Ma oltre che per la bellezza in sé, questo disegno, custodito al Louvre, è importante per la storia del
genere: sembra essere presentato, come molti altri del Rosa, come un lavoro finito, e non uno schizzo
preparatorio, a differenza dei disegni di Leonardo. Rosa sarebbe quindi l’inventore del disegno come
genere artistico autonomo, slegato dalla pittura e atto a rappresentare l’infinito.

Il terzo gruppo delle opere di Salvator Rosa è costituito dai soggetti ripresi dalla tradizione biblico-mitica,
reinterpretati in chiave allegorica per indagare i significati delle passioni umane. Capolavoro di questa linea
è ilSaul e la strega di Endor.
L’opera, custodita anch’essa al Louvre, riproduce l’episodio biblico in cui Saul, preoccupato per l’esito di
una prossima battaglia contro i Filistei, chiese alla strega di Endor di vaticinare il suo futuro evocando lo
spirito del defunto profeta Samuele, richiesta illecita, essendo la negromanzia contraria alla legge di Mosè.
E difatti il riapparso Samuele, anziché aiutare il re, gli profetizza la sua fine imminente e la conseguente
successione di Davide.

E la scena è dominata dalla figura spettrale di Samuele, aspro nel volto chiuso in una maschera di sdegno,
immobile nel corpo avvolto da un sudario bianco, che domina il quadro con la sua luminosità che contrasta
con l’ambiente scuro. Verso il volto, unica sua parte adombrata, si dirigono le direttrici provenienti dalla
strega esaltata e dall’atterrito Saul ed evidenziati dalla ceneriera, uniche parti, oltre al profeta, evidenziate
dalla luce tagliente e dal netto panneggio degli abiti. Il contrasto di definizione e indefinito stavolta sembra
a distinguere i momenti del sabba, illuminandone i protagonisti e lasciando in ombra la sua componente
misterica e magica, in un’allegoria che punta allo studio dei fantasmi dell’animo umano.
La leggerezza della volta, anticipante il Rococò