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Il cinema italiano sotto il fascismo

Negli anni Venti, il regime fascista, si era disinteressato quasi totalmente al cinema
tranne che per l’aver creato L’Unione Cinematografica Educativa, il LUCE, per la
produzione di documentari e cinegiornali. Ma ben presto il governo si diede da
fare per sostenere economicamente l’industria ed il mercato nazionale, invaso da
film stranieri: furono forniti aiuti economici all’industria, adottate misure
protezionistiche e disposti premi per i film di miglior incasso.

La posa della prima pietra di Cinecittà, 29 gennaio 1936

Il regime si rese ben presto conto che la cinematografia poteva essere un’arma
potentissima per influenzare le masse. Con l’obiettivo di fornire maggior visibilità
internazionale ai film italiani venne così creata, a Venezia, nel 1932, la Mostra
Internazionale di Arte Cinematografica (primo festival cinematografico del
mondo). Per sostenere e controllare la produzione nazionale venne costituita la
Direzione Generale per la Cinematografia che creò gli studios di Cinecittà, il
Centro Sperimentale di Cinematografia, una delle prime scuole di cinema al
mondo, e la rivista critica Bianco&Nero.

Non mancarono di essere prodotti lungometraggi a scopo celebrativo e


propagandistico. È il caso di Camicia nera (1933) di Giovacchino Forzano, film
corale realizzato per il decennale del partito fascista e che ricostruisce in maniera
del tutto faziosa gli ultimi dieci anni della storia d’Italia; oppure di film come
Vecchia guardia (1934) di Alessandro Blasetti o Luciano Serra pilota (1938) di
Goffredo Alessandrini nei quali si esaltano i valori militari e lo spirito patriottico.
Questi film rappresentarono, però, solo una minima parte della produzione
nazionale. Vennero accolti entusiasticamente dalla critica coeva, con molta
indifferenza dal pubblico e non ebbero mai una distribuzione internazionale.