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EPICURO

MASSIME CAPITALI

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Titolo: Massime Capitali
Autore: Epicuro
Traduzione: Giulia Mancinelli
Copertina: Foto della Rotonda di Senigallia di Lorenzo
Cicconi Massi. La foto del busto di Epicuro è stata scattata da
Erik Anderson presso il museo Capitolino di Roma.
Curatore: Michele Pinto
Editore: www.epicuro.org
Collana: Testi epicurei #9
Anno di pubblicazione: 2020
ISBN: 978-88-99147-94-5

Questa traduzione è rilasciata con licenza Creative Commons


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Epicuro

Massime Capitali

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Tetrafarmaco

I
L’essere immortale è felice, non ha e non causa problemi; per
questo non prova odio o benevolenza come chi ha una natura
più debole.
Scolio: In altri scritti dice che possiamo conoscere gli dei solo
con il ragionamento, non possiamo conoscere un singolo dio,
ma le caratteristiche comuni alla loro specie, grazie al flusso
continuo di simulacri che contribuiscono a formare un’unica
immagine, simile a quella umana.

II
La morte non è niente per noi. Ciò che si è dissolto non prova
più sensazioni e ciò che non ha sensibilità non è niente per noi.

III
Eliminare ogni sofferenza è il limite della grandezza dei
piaceri. Raggiunto il piacere, fino a quando lo manteniamo,
non proveremo più né dolore né tristezza.

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IV
Il dolore del corpo non dura per sempre: tanto più è acuto tanto
meno a lungo ci fa soffrire e anche quando è tanto lieve che
appena si sovrappone al piacere non dura molti giorni. Persino
le malattie croniche lasciano nel corpo un piacere maggiore del
dolore che causano.

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Politica e ricchezza

V
Non si può vivere felici se non si vive con saggezza, bontà e
giustizia; allo stesso modo non è possibile vivere con saggezza,
bontà e giustizia senza essere felici.

VI
Se non vogliamo aver nulla da temere dagli altri uomini allora
potremmo considerare anche la forza e l’autorità come beni
naturali, ammesso che con essi sia possibile ottenere la
sicurezza.

VII
Alcuni si sono impegnati per diventare famosi e stimati
credendo così di ottenere sicurezza nei confronti degli altri
uomini. Se il risultato è una vita serena allora hanno ottenuto
un bene richiesto dalla nostra natura. Ma se la loro vita non è
serena allora non hanno raggiunto lo scopo originario verso cui
la natura li aveva spinti.

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Il piacere

VIII
Nessun piacere è un male. Ma ciò che è necessario per ottenere
alcuni piaceri provoca più mali che piaceri.

IX
Se ogni piacere si concentrasse nello spazio e nel tempo e
occupasse interamente il nostro corpo o le parti più importanti,
i piaceri non sarebbero mai diversi tra loro.

X
Se ciò che procura i piaceri agli immorali li liberasse dalle
paure dei fenomeni celesti, della morte e del dolore, e se
insegnasse loro il limite da dare ai desideri, non avremmo nulla
da rimproveragli; sarebbero pieni di piaceri e non avrebbero
mai né dolore né tristezza, in altre parole quello in cui consiste
il male.

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La scienza della natura

XI
Se non ci preoccupassero i fenomeni celesti, se non temessimo
che la morte fosse qualche cosa che ci riguarda, se non ci
danneggiasse non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri,
allora non avremmo bisogno di studiare la natura.

XII
Se non conosciamo la natura dell’universo e viviamo nel
timore delle cose che ci raccontano i miti non possiamo vincere
le paure degli dei e della morte. Senza lo studio della natura
non è dunque possibile godere gioia pura.

XIII
È inutile riuscire a garantirsi la sicurezza nei confronti degli
uomini se si continua ad aver paura di quello che si trova in
cielo, sotto terra e nell’infinito.

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Semplicità e frugalità

XIV
Possiamo ottenere una sicurezza parziale nei confronti degli
uomini grazie alla ricchezza e al potere. Possiamo ottenere una
sicurezza completa da una vita serena e appartata.

XV
La ricchezza richiesta dalla natura è limitata e facile da
ottenere; quella richiesta da opinioni superficiali non ha alcun
limite.

XVI
Solo di rado e superficialmente la sorte influenza la vita del
saggio, perché le cose veramente importanti riesce a gestirle
con la ragione per tutta la durata della sua vita.

XVII
L’uomo giusto vive serenamente, l’uomo disonesto vive nella
paura.

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XVIII
Il piacere che si prova quando viene eliminato il dolore causato
da un bisogno insoddisfatto del corpo non può aumentare, ma
solo variare. La ragione consiglia di porre un limite ai piaceri,
valutandoli attentamente e confrontandoli con i turbamenti che
essi possono provocare.

XIX
Il piacere, che duri per sempre o che sia destinato a finire, è lo
stesso se lo calcoliamo con saggezza.

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La morte

XX
Il corpo chiede un piacere infinito nel tempo, ma la ragione che
comprende le necessità e i limiti del corpo supera la paura di
non vivere per sempre e organizza la vita in modo che sia
talmente felice che non si senta più il desiderio dell’eternità.
Il saggio non evita il piacere e, quando arriva il momento di
lasciare la vita, non ha rimpianti come se gli fosse mancato
qualcosa per una vita migliore.

XXI
Chi è consapevole della durata limitata della vita sa che è facile
ottenere ciò che elimina il dolore causato dal bisogno e che
rende la vita perfetta; quindi non sente nemmeno il bisogno di
ottenere cose che possono essere ottenute con un conflitto.

XXII
Dobbiamo prendere in considerazione un obiettivo possibile ed
evidente nei nostri ragionamenti, altrimenti sarà tutto incerto e
confuso.

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Le sensazioni

XXIII
Se respingerai tutte le sensazioni non avrai nulla a cui riferirti
per giudicare quelle che ritieni ingannevoli.

XXIV
Se respingi una sensazione senza distinguere ciò che deve
essere confermato, ciò che è opinabile, ciò che è evidente dalle
sensazioni o dai cambiamenti o dalle intuizioni, finirai per
confondere anche le altre sensazioni con opinioni sbagliate,
tanto da non avere più alcun criterio di verità. Se invece nei
tuoi giudizi riterrai valido sia ciò che attende conferma che ciò
che non riceve conferma non potrai sfuggire all'errore, perché
vivrai costantemente nel dubbio su ciò che è vero e ciò che è
falso.

XXV
Se non farai sempre riferimento al bene definito dalla natura,
ma se nello scegliere cosa fare e cosa non fare farai riferimento
a qualcos'altro, le tue azioni non saranno coerenti con le tue
parole.

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Desideri e amicizia

XXVI
I desideri che non provocano dolore se non vengono soddisfatti
non sono necessari; ma è facile dissolverli quando si
comprende che appagarli è difficile o dannoso.

XXVII
Tra tutti i beni che la saggezza ci offre per rendere la vita
felice, l’amicizia è assolutamente il più importante.

XXVIII
Lo stesso ragionamento che ci mostra come nessun male può
durare per sempre o per molto tempo ci mostra anche che
durante il tempo della nostra vita possiamo far affidamento
soprattutto sulla sicurezza offerta dall’amicizia.

XXIX
Tra i desideri alcuni sono naturali e necessari, altri sono
naturali ma non necessari; altri ancora non sono né naturali né
necessari e nascono da errori di giudizio.

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Scolio: Epicuro considera naturali e necessari i piaceri che ci
liberano dal dolore fisico, come bere quando si ha sete;
naturali ma non necessari quelli di cose che fanno variare il
piacere senza togliere il dolore, come ad esempio cibi
prelibati; non naturali né necessari sono ad esempio
desiderare corone o statue in proprio onore.

XXX
Tra desideri naturali che non provocano dolore se non
soddisfatti ve ne sono alcuni a cui è molto difficile rinunciare;
questi nascono da errori di giudizio ed è a causa di questo
giudizio errato che non riusciamo a dissolverli, non a causa
della loro natura.

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La giustizia

XXXI
Il diritto secondo natura è il patto, fondato sull’utilità reciproca,
per non fare né ricevere danno.

XXXII
Non esiste giusto o ingiusto per gli animali che non sono in
grado di stringere patti per non ricevere né fare danni; lo stesso
vale per tutti quei popoli che non poterono o non vollero
stringere simili patti.

XXXIII
La giustizia non esiste in sé, esiste nei rapporti sociali e solo
dove sia stato stretto un patto per non fare né ricevere danno.

XXXIV
L’ingiustizia non è un male in se, è un male a causa della paura
di non riuscire a sfuggire a chi deve punire simili azioni.

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XXXV
Chi ha violato di nascosto un patto stretto per non fare né
ricevere danno non può sperare di non essere scoperto per
sempre; anche se lo ha fatto per molte volte non potrà mai
essere certo di riuscire a non farsi scoprire fino alla morte.

XXXVI
In generale la giustizia è uguale per tutti perché è l’utile
reciproco nei rapporti sociali. Ma nel particolare, a seconda dei
luoghi dove è applicata e delle cause che le hanno dato origine,
la giustizia non è per tutti la stessa.

XXXVII
Tra le cose che la legge dichiara giuste, quelle utili nei rapporti
reciproci sono effettivamente giuste, non importa se tutti o solo
alcuni le considerano tali. Se viene stabilita una legge che non
è utile ai rapporti reciproci, questa non è più giusta. Se
qualcosa che era stato stabilito come giusto successivamente
non dovesse più essere utile, per quel tempo-è comunque stato
giusto, se si guardano i fatti e non ci si lascia confondere da
parole vuote.

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XXXVIII
Se quello che la legge stabilisce come giusto non è
reciprocamente utile senza che siano cambiate le circostanze,
vuol dire che esso non era giusto. Se invece le circostanze sono
cambiate e ciò che era stabilito come giusto non è più utile,
vuol dire che era giusto quando era utile per la vita civile dei
cittadini, ma non è stato più giusto quando è diventato inutile.

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La comunità e la morte

XXXIX
Chi si è reso affini le persone che era possibile rendersi affini,
ha fatto in modo che almeno non siano totalmente estranei
coloro che non ha potuto rendersi affini e ha fatto tutto il
possibile per tenersi lontano da coloro con cui nemmeno questo
è stato possibile, si è organizzato in modo da non aver nulla da
temere dall’esterno.

XL
Coloro che hanno avuto la possibilità di ottenere piena
sicurezza presso i vicini, vivono insieme nel modo più
gradevole, sostenuti dalla più solida fiducia. Benché abbiano
tra loro grande familiarità, non piangono la morte prematura di
uno di loro come se fosse da commiserare.

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Epicuro
Epicuro nacque da coloni ateniesi nell’isola di Samo nel
342 a.C.. Sin da ragazzo dimostrò una forte propensione
per la filosofia, tanto che i suoi maestri non erano in grado
di rispondere alle sue domande. Nel 310 a.C. a Lampasco
fondò la sua scuola filosofica ma, osteggiato da filosofi
rivali, dovette rifugiarsi ad Atene dove, nel 306 a.C. fondò
il suo celebre Giardino.
Proprio nel suo Giardino morì all’età di 72 anni (270 a.C.)
circondato dall’affetto dei suoi amici e discepoli.
Epico il racconto della sua morte. Prima scrisse ad un
amico: "In questo bellissimo giorno, che è anche l'ultimo
della mia vita, ti scrivo questa lettera. I dolori della
vescica e dell'intestino non possono essere più lancinanti,
eppure la gioia del mio animo riesce ad opporsi a loro per
il dolce ricordo del nostro filosofare insieme. Abbi cura
dei figli di Metrodoro, come è degno della buona
disposizione che fin da giovane avesti verso me e la
filosofia." Poi entrò in una tinozza di bronzo piena di
acqua calda, chiese del vino puro e lo bevve d'un fiato.
Dopo aver raccomandato agli amici di non dimenticare il
suo pensiero, spirò.
Per oltre mezzo millennio la sua filosofia fu una delle più
seguite in tutto l’Impero Romano. Poi con l’avvento del
cristianesimo a religione ufficiale dell'Impero
l’epicureismo fu messo al bando e le opere di Epicuro

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furono distrutte. Sopravvissero solo alcuni frammenti
citati da Seneca, Cicerone, Plutarco e pochi altri.

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Le Massime Capitali
Il filosofo epicureo Diogene Laerzio scrisse una
monumentale opera in dieci volumi dal titolo “Vite dei
Filosofi” il cui decimo e ultimo libro è interamente
dedicato al maestro di Samo. In questo libro Diogene
incluse tre lettere che potessero riassumerne il pensiero.
La lettera a Erodoto sulla fisica, quella a Pitocle sulla
canonica (logica) e quella a Meneceo sulla morale. Inoltre
inserì le Massime Capitali: quaranta frasi che
costituiscono il catechismo epicureo, il testamento e la
breve lettera a Idomeneo scritta sul letto di morte.
Ma anche Le Vite dei Filosofi di Diogene Laerzio con il
tempo andarono perdute.
Furono salvate dai sapienti arabi che, secoli dopo, le
restituirono alla cultura europea quando questa era pronta
ad apprezzarle, ovvero durante l’Umanesimo.
Fu l’inizio di un rifiorire di testi epicurei: il ritrovamento
del De Rerum Natura di Lucrezio, il monumentale lavoro
di ricerca dei Herman Usener, il rinvenimento nella
Biblioteca Vaticana di 70 sentenze, il muro lasciato da
Diogene a Enoanda in Turchia e la biblioteca di Filodemo
a Ercolano.
Le Massime Capitali non sono un testo facile. Si tratta di
brevi sentenze, spesso slegate tra loro, concepite per
essere imparate a memoria e permettere così agli allievi di
Epicuro di ricordare concetti più ampi spiegati in esteso in
altri testi, ormai perduti. La traduzione di Giulia
Mancinelli con un italiano semplice ed immediato ci

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restituisce la forza e la freschezza di un testo profondo e
affascinante.
Come è ormai tradizione anche questa traduzione è priva
di copyright, così che tutti possano leggerla, modificarla,
ripubblicarla come meglio credono.
Questa edizioni delle Massime Capitali intende celebrare
l’evento “Liberi come Epicuro, secondo festival epicureo”
che si terrà a Senigallia il 23, 24 e 25 luglio 2020. Un
appuntamento davvero significativo per tutti coloro che
apprezzano Epicuro.

Michele Pinto

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Testi Epicurei

Il sito www.epicuro.org edita testi epicurei antichi e moderni e


li mette a disposizione di tutti gratuitamente.
I libri sono disponibili anche nelle principali librerie online al
prezzo simbolico di 0,99€. Tutti i guadagni verranno utilizzati
per la pubblicazione di nuovi testi epicurei in italiano.
È possibile contattare l’editore scrivendo a
michele@epicuro.org o, via telegram, a @michelepinto26

#1 Epicuro, Gnomologio Vaticano, traduzione di Angela


Cembrola
#2 Adriano Tilgher, Epicuro, Filosofi Antichi IV
#3 Thomas Jefferson, Anche io sono un epicureo
#4 Goffredo Coppola, Vita di Epicuro
#5 Salvatore Sogaku Sottile, Epicuro di Samo, maestro Zen
#6 Cosma Raimondi, Difesa di Epicuro
#7 Grazia Talia Calvi, Fascino del Giardino
#8 Epicuro, Lettera a Meneceo, traduzione di Giulia Mancinelli
#9 Epicuro, Massime Capitali, traduzione di Giulia Mancinelli

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