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L’esperienza della prigionia

Fabio Montella

«Venuti convincendosi che per loro il mondo


non poteva essere che una tomba,
[i prigionieri] vi si erano in certa maniera adattati
cercando di adagiarvisi alla meno peggio:
[…] per taluni la preoccupazione tremenda
[…] di rimanere tarati e guasti per tutta l’esistenza,
aveva finito, ad un certo punto,
per rendere loro quasi non più desiderabili
i beni della libera esistenza»1.

Introduzione
Secondo le stime attuali, un soldato su dieci durante la prima guerra mondiale
conobbe l’esperienza della prigionia. Se si considera il solo esercito operante, il
rapporto sale a uno a sette. Complessivamente, furono tra i 6,6 e gli 8 milioni i mi-
litari che vissero periodi più o meno lunghi nelle mani del nemico2.
Gli italiani catturati furono intorno ai 600 mila, la metà dei quali nella sola bat-
taglia di Caporetto3. Rapportando questi dati sul Comune di Carpi, e tenendo per
valido il numero di 4.500 arruolati indicato nella relazione del regio commissario
Paolo Provvisionato4, il fenomeno deve avere interessato circa 450 uomini (420,
secondo la relazione del Comitato di Azione Civile)5.
Nonostante avessero vissuto un’esperienza condivisa da milioni di persone, i
prigionieri rimasero, per molti anni dopo la fine del conflitto, dei «dimenticati della
Grande Guerra»6. In Italia, rimossa dalla memoria collettiva dal regime fascista
(ben intenzionato, come del resto il precedente Stato liberale, ad evitare un imba-
razzante “processo” alla guerra, ai suoi orrori ed errori), il controverso tema, con
tutte le sue implicazioni, venne espunto anche dalla memoria individuale. Gli ex re-
clusi preferirono rinchiudersi nel silenzio, allontanando il ricordo di un periodo tri-
ste e doloroso «di alienazione, di umiliazioni e di angoscioso emergere dei bisogni

1
Dalla Volta 1920, p. 10.
2
Hinz 2007, p. 353.
3
I dati sono tratti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle
genti commesse dal nemico, che terminò i propri lavori nel 1920 (citati in Procacci 2000, p. 168 e ss.).
I soldati austro-ungarici prigionieri in Italia furono invece intorno ai 480 mila.
4
Relazione 1920, p. 59.
5
La relazione del Comitato di Azione Civile di Carpi riporta la stessa proporzione tra richiamati e
prigionieri (uno a dieci), ma con numeri leggermente più bassi: rispettivamente 4.200 e appunto 420
(L’Azione civile 1920, p. 13). Va qui sottolineato che nel 1920 ancora non era chiara la distinzione tra
dispersi e prigionieri, di molti dei quali mancavano (e mancano tuttora) notizie precise.
6
Cfr. Becker 1998.
2 Fabio Montella

elementari»7. A completare l’opera di rimozione contribuirono infine le atrocità su-


bite dai prigionieri (civili e militari) nei lager nazisti della seconda guerra mondiale.
Anche la storiografia si è disinteressata per molto tempo al tema. Soltanto alla
fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta nuove pubblicazioni hanno
contribuito a fare luce sulla vicenda, estendendo il settore di indagine sia ai siste-
mi di detenzione nei vari paesi belligeranti, sia alle vicende dei gruppi nazionali
detenuti nei campi. Tutti gli studi più recenti, raggruppabili in due grandi filoni
di ricerca, hanno analizzato le condizioni di vita dei reclusi e la loro reazione alle
nuove realtà concentrazionarie, interpretando il fenomeno come un’anticipazione
di caratteri che diventeranno predominanti nel secondo conflitto mondiale. Secon-
do il primo filone di ricerca, di cui è principale esponente Uta Hinz, «ciò che rese
la prigionia della prima guerra mondiale un fenomeno precursore delle tragiche
esperienze naziste fu soprattutto l’interesse economico che lo Stato tedesco trasse
dal lavoro forzato dei prigionieri, per il 90% spostati lontano dai campi»; un altro
filone di ricerca, guidato dagli studi di Heather Jones, pone invece l’accento «sulla
violenza esercitata contro i prigionieri, vedendo in essa e nel contesto di abbrutti-
mento culturale che la caratterizzò, il principale elemento di continuità tra la prima
e la seconda guerra mondiale»8.
Dei 600 mila italiani prigionieri, oltre 100 mila morirono nei campi di concen-
tramento9, una cifra giudicata «sconvolgente» dalla studiosa italiana che più si è
occupata del fenomeno10 ed una percentuale (superiore al 16%) molto più elevata
di quella registrata in altri eserciti11.
Le principali cause di morte furono le malattie, che uccisero il 90% circa dei pri-
gionieri italiani; e tra le varie malattie, provocate dalle cattive condizioni igieniche,
dal freddo, dagli stenti e dalla mancanza e scarsa qualità del cibo, le più ricorrenti
furono l’edema per fame (hungeroedem) e la tubercolosi. A Langensalza si registra-
rono 200-250 decessi per fame sui 2.000 prigionieri totali. Nessuno dei morti italiani
risultava affetto da particolari malattie ma, come ricordò un prigioniero inglese, «ar-
rivavano così deboli che in breve tempo morivano per mancanza di nutrimento»12.
I militari del Regio Esercito che caddero nelle mani dei soldati degli Imperi
centrali morirono soprattutto per la mancanza di sostentamento, derivante non tanto
dai ritardi e dalla disorganizzazione con cui venne gestito il problema dei prigio-
nieri (un’emergenza imprevista, nella sua entità, da tutti gli eserciti in lotta), né da
una particolare crudeltà o desiderio di vendetta dei tedeschi e degli austro-ungarici
(come invece la propaganda italiana si affrettò a sostenere). A provocare quello che
7
Procacci 2007, p. 372.
8
Procacci 2015, pp. 9-10.
9
Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta, le cifre fornite dalle autorità dei Paesi ex ne-
mici escludevano, dal computo, i morti fuori dai campi di concentramento, nelle compagnie di lavoro.
10
Il giudizio è in Procacci 2007, p. 361.
11
«Mentre […] l’agenzia statistica tedesca del dopoguerra annunciò un tasso di perdite del 2-3
per cento per i prigionieri francesi, britannici e belgi, tale tasso si alzava fino al 5-6 per cento per i
russi, raggiungendo addirittura il 30 per cento nel caso dei prigionieri di guerra rumeni in Germania»
(Hinz 2007, p. 354).
12
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 165.
L’esperienza della prigionia 3

Squadra di soldati italiani prigionieri appartenenti a una sezione di lavoro.

Gruppo di soldati italiani in un campo di concentramento.

Gruppo di ufficiali medici italiani e russi al campo di Lechfeld, Germania (Tutte in Trattamento dei
prigionieri 1920, tavv. VI, VII e VIII)..
4 Fabio Montella

Giovanna Procacci ha definito «un vero e proprio caso di sterminio collettivo»13


fu piuttosto una deliberata volontà del Comando Supremo italiano, che rifiutò per
lungo tempo gli aiuti pubblici ed ostacolò quelli privati, con l’obiettivo di non far
apparire la resa, agli occhi dei soldati che ancora combattevano, una possibile via
di fuga dalla guerra. Per dirla con le parole di Luigi Cadorna, che considerava tutti
i militari caduti nelle mani nemiche (soprattutto dopo Caporetto) come dei diser-
tori, la conoscenza delle terribili condizioni dei campi avrebbe dovuto ispirare nei
soldati ancora impegnati nelle trincee un vero e proprio «orrore della prigionia»14.

1. I carpigiani nei campi di concentramento della Grande Guerra

Gli italiani caduti prigionieri degli Imperi centrali vennero concentrati in poco
meno di 500 campi e, nel caso dei soldati di truppa, furono obbligati a svolgere
lavori manuali in alcune migliaia di compagnie di lavoro15, dove vissero in con-
dizioni particolarmente difficili. Il carpigiano Livio Gasparini, morto a Carpi nel
1922 per gli stenti e le fatiche della prigionia, si ammalò proprio in una di queste
compagnie, inviata in Transilvania, e da lì iniziò un lungo calvario in vari ospedali.
Il maggior numero di militari italiani fu detenuto a Mauthausen, in Alta Austria.
Gli altri principali campi di concentramento per italiani nei territori dell’Impero
austro-ungarico furono quelli di Sigmundsherberg in Bassa Austria, Katzenau bei
Linz in Alta Austria, Theresienstadt, Josefstadt e Milowitz in Boemia, Dunaszer-
dahely, Nagymegyer e Csòt bei Papa in Ungheria. In Germania, prima di Caporetto,
si trovavano concentrati poco più di 1.000 prigionieri italiani; solo a partire dal
novembre 1917 furono reclusi (o inviati a lavorare, in squadre, in varie zone del
Paese) circa 170 mila soldati. I principali centri di raccolta per prigionieri italiani
erano Celle in Bassa Sassonia (dove furono rinchiusi circa 3.000 ufficiali e 500
soldati per lavori manuali16), Meschede in Westfalia, Ellwangen e Rastatt nel Ba-
den-Würtemberg e Lagensalza in Turingia17.
Come emerge dai documenti conservati all’Archivio storico del Comune di Car-
pi, incrociati con altre fonti tra le quali un elenco compilato da don Ettore Tirelli
sulla base delle comunicazioni di decesso inviate alla Curia di Carpi dalla Segrete-
ria di Stato Vaticana, sarebbero 81 i carpigiani morti in prigionia o per cause diret-
tamente riconducibili a quell’esperienza.
A Braunau, utilizzato fin dall’inizio della guerra come campo di concentramento
per i profughi civili (in particolare cittadini austriaci di nazionalità italiana) periro-
no i soldati carpigiani Umberto Catellani e Augusto Prandi; all’ospedale da campo
n. 10 Giovanni Depietri, sepolto a Brazzano di Cormons; a Brixen (Bressanone),

13
Procacci 2000, p. 175.
14
Procacci 2007, p. 364.
15
Gorgolini 2014, p. 148.
16
Perucchetti 2015, p. 23.
17
Procacci 2007, p. 366.
L’esperienza della prigionia 5

che era un campo di smistamento18, Lazzaro Ballestrazzi, caduto prigioniero du-


rante la controffensiva italiana nel Trentino del 1916; a Chemnitz (Sassonia) Paolo
Abate; all’ospedale militare di Czernowitz (Černivci, in Bucovina) Zeno Ori; Atti-
lio Attolini, catturato a Oppacchiasella, morì prigioniero a Cortina d’Ampezzo. Nel
campo di Grödig, nei pressi di Salisburgo, perse la vita Roberto Severi; a Haiden-
schaft (Aidussina) Alfredo Farina; all’ospedale di riserva di Tabor, in Innichen (San
Candido) Primo Corradi; a Lamsdorf (Polonia) Olivo Frignani; nell’ospedale mili-
tare di Bleicherode (o a Langensalza, le fonti sono discordanti) Roberto Vaccari. A
Marchtrenk Virginio Abbati, Alberto Baraldi, Orfeo Carretti, Oreste Farina e Luigi
Paparella; a Heinrichsgrün (oggi Jindřichovice, Repubblica Ceca) Antonio Forti;
fatto prigioniero e internato in Dalmazia, perì all’ospedale militare di Knin (oggi
in Croazia) Archimede Setti. A Mauthausen persero la vita Ernesto Bonfatti, Pri-
mo Salvarani (fratello di Giuseppe) e Giuseppe Vincenzi; all’ospedale di Bayreuth
Attilio Mantovani. A Meschede, il più grande dei campi tedeschi di smistamento
al lavoro dei prigionieri italiani, morirono invece Riccardo Bertacchini e Anselmo
Tosi (fratello di Ottavio). Davide Arletti, Enzo Camorali, Umberto Lodi, Umberto
Ognibene, Vitige Pedrazzi, Ciro Pietri, Giovanni Sala e Giulio Zuppiroli morirono
a Milowitz in Boemia (oggi Milovice, Repubblica Ceca), uno dei più grandi campi
di concentramento della prima guerra mondiale, nel quale affluirono migliaia di
soldati catturati nella battaglia di Caporetto. A Munckacs, in Ungheria, perì Archi-
mede Forghieri; all’ospedale militare di Nyíregyháza, sempre in Ungheria, Primo
Tosi. A Ostffyasszonyfa (che insieme a Dunaszerdahely e a Somorja era il più gran-
de campo ungherese per ufficiali) morirono Adelmo Lodi e Oreste Saetti. Adolfo
Gallesi perì in un ospedale del Sovrano Ordine di Malta e fu sepolto nel cimitero di
Slaghenaufi (comune di Lavarone, Trento).
Augusto Mescoli, gravemente ferito sul Monte Lemerle venne fatto prigioniero e
morì due giorni dopo. Arturo Pivetti perì a Niederzwehren, in Germania, vicino a Kassel.
Domenico Bernardi, Evaristo Berselli, Luigi Cigarini, Giuseppe Gualdi e Luigi
Salvarani (fratello di Primo) persero la vita a Sigmundsherberg, un grande campo
che arrivò a ospitare, dopo Caporetto, 70 mila prigionieri italiani. A Somorja (oggi
Repubblica slovacca) morirono Erio Gibertoni e Felice Malavasi, a Sopron (Un-
gheria) Ernesto Lancellotti, a Székesfehérvár (Ungheria) Bernardo Gualdi, nell’o-
spedale di riserva n. 2 di Klagenfurt Ovidio Marani. All’ospedale militare n. 2 di
Vienna finì i suoi giorni da prigioniero Mario Gardinali; a Zwichau (Germania)
Ernesto Marsigli, Giuseppe Morselli e Raimondo Pivetti; morirono di polmonite a
Lechfeld, a ovest di Monaco di Baviera, Ariodante Ritorni e Gioacchino Vincenzi;
all’ospedale di riserva di Udine Natale Maini. Nell’ospedaletto da campo n. 1114
morì per tubercolosi polmonare Antonio Marchetti, che fu sepolto nel “cimitero
degli eroi” di Dorna Kandreny (Bukovina, oggi nella parte annessa alla Romania).
Da prigioniero morì, nell’ospedale contumaciale di riserva di Udine, anche Na-
tale Maini, ferito gravemente sul monte Vodice e ricoverato nella struttura sanitaria
raggiunta dall’avanzata austriaca dopo Caporetto.
18
Pavan 2001, p. 146.
6 Fabio Montella

Le baracche degli italiani nel campo di concentramento di Ostffyasszonyfa (Masucci-Riccardi Di


Lantosca, figg. 8-9).

Prospetti del campo di Ostffyasszonyfa (Masucci-Riccardi Di Lantosca, figg. 10-11).


L’esperienza della prigionia 7

Morirono durante o immediatamente dopo il rimpatrio dieci ex prigionieri: Rug-


gero Benetti, Giovanni Bulgarelli, Aldo Ferrari, Roberto Lodi, Augusto Martinelli,
Armando Mora (già internato a Mauthausen), Umberto Pedretti, Ettore Poli e Giu-
lio Cesare Tirelli (tutti e tre ex reclusi di Sigmundshersberg). Anche Livio Gaspa-
rini perì a Carpi nel 1922, dopo un lungo calvario in vari ospedali austro-ungarici,
come emerge dal suo memoriale trascritto da don Ettore Tirelli:
Facevo parte da più di un anno del 211° Fanteria quando fui fatto prigioniero il 25 ot-
tobre 1917 in trincea sull’Altipiano della Bainsizza. E qui cominciò il calvario ai 7 di
novembre arrivammo al lager di Sigmundsherberg dove stetti fino al 6 gennaio poi partii
con una compagnia di lavoro, e andai in Transilvania. Fu là che mi ammalai e cominciai
il giro degli ospedali, dall’ultimo dei quali, Kolosvar, entrai nel convalescenziario di
Naggimegyer in Ungheria (fine febbraio) di dove uscii per tornare al lavoro, ma tutt’al-
tro che guarito, solo colla speranza di trovare da sfamarsi dunque c’inscrissero (dopo un
mese) al Concentramento di Dunaszerdaeli e andai a finire a Postyen in Slovacchia dove
stetti fino all’armistizio19.
Negli elenchi dei caduti carpigiani risultano anche altri 12 morti in prigionia, dei
quali non è noto il luogo di internamento: Bonfiglio Forti, Lorenzo Galli, Giuseppe
Gasparini, Aldo Manfredini, Anselmo Maretti, Virginio Morselli, Gaetano Neri,
Armando Poli, Celso Righi, Umberto Rossi, Guglielmo Torreggiani e Ottavio Tosi
(fratello di Anselmo).
Complessivamente, nella Relazione del Comitato di Azione civile, pubblica-
ta nel 1920, risultavano non ancora rientrati a Carpi (e, dunque, presumibilmente
morti) 120 prigionieri20, un dato sensibilmente più alto di quello che possiamo ri-
cavare dagli elenchi ufficiali, ma che allo stato attuale delle ricerche non siamo in
grado di precisare oltre.
Oltre ai morti, non è azzardato affermare che almeno altri 300 carpigiani ab-
biano vissuto quella terribile esperienza che fu la prigionia. Nei ruoli matricolari
conservati all’Archivio di Stato di Modena emergono i loro nomi e le loro storie e
una ricerca a tappeto potrebbe fornire ulteriori dettagli. Da un’indagine a campione
effettuata su alcune centinaia di ruoli matricolari segnaliamo, tra i prigionieri che
riuscirono a tornare a casa, i nomi dei carpigiani Renato Baracchi, Angelo Barbie-
ri, Erio Becchi, Fulvio Bellelli, Giovanni Bezzecchi, Antonio Bolzoni, Umberto
Bondi, Viscardo Boni, Nemesio Figurati, Umberto Gavioli (caporal maggiore nato
nel 1880), Umberto Gavioli (soldato nato nel 1890), Secondo Guidetti, Marcello
Lancellotti, Armando Luppi, Renato Luppi, Alfonso Manicardi, Guido Masciuti,
Ildebrando Meschiari, Guglielmo Miselli, Leo Riva, Arcangelo Salvarani, Alde-
brando Sgarbi, Michele Zanoli, Manno Storchi, Ivanoe Valli, dei novesi Sergio
Lodi ed Ennio Marri e dei solieresi Arminio Balestrazzi, Amedeo Casarini, Alberto
Manfredini, Adelmo Mantovani, Giacomo Sgarbi e Romeo Zironi. Un documento
conservato all’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, a

19
Archivio del Seminaro Vescovile, Carpi (asvc), Archivio don Ettore Tirelli (at), serie U 159 p.
103; serie U 166 n. 475, 726.
20
L’Azione civile 1920, p. 13.
8 Fabio Montella

Roma, riporta anche il nome di Bonfiglio Martinelli, internato a Somorja21. Da una


lettera inviata alla famiglia Borsari apprendiamo che un altro carpigiano, Arturo
Martini, visse da prigioniero nel Castello di Lubiana22. Da una lettera del prefetto,
conservata nell’Archivio storico dl Comune di Carpi, emergono infine i nomi di
Gaetano Ferrari e Umberto Bonaretti, retribuiti per «l’opera di propaganda patriot-
tica» svolta in città dopo essere rientrati dalla prigionia, probabilmente a seguito di
uno scambio di feriti gravi tra i due eserciti23.
Nei campi di concentramento di Mauthausen, Wegscheid bei Linz e Braunau
trascorse quasi un anno anche Salesio Schiavi, all’epoca aspirante ufficiale del II
battaglione del 36° reggimento fanteria24. Schiavi, che era addetto al comando di
battaglione, fu catturato insieme a un buon numero di ufficiali durante la ritirata
di Caporetto, il 6 novembre 1917, alle ore 15 circa, a San Francesco, frazione del
comune di Vito d’Asio, nell’Alta Val d’Arzino. Dalla sua deposizione, rilasciata
il 25 novembre 1918 nel centro di raccolta degli ufficiali reduci dalla prigionia di
Parma25, apprendiamo che dopo una lunga marcia, «seguendo la via di Passiz-Tol-
mezzo-passo di S. Croce» Schiavi arrivò a Delach, da dove proseguì in ferrovia
sino a Mauthausen. Da qui il 25 novembre 1917, fu mandato a Wegscheid bei Linz,
dove rimase fino al 14 maggio 1918. Quel giorno l’aspirante partì per il campo di
Braunau, in Boemia. Qui fu internato qualche giorno nel lager 6/II, quindi, fino al 3
novembre 1918, nel lager 6/I, e svolse l’incarico di «ufficiale di cucina».

2. La vita materiale nei campi: fame, freddo, malattie e punizioni

Se la prigionia fu un’esperienza abbastanza comune, molto differenti furono


le condizioni di vita degli internati all’interno dei campi. Appare dunque difficile
generalizzare e nel caso carpigiano, in presenza di poche testimonianze dirette,
lo è ancora di più. Tuttavia, sulla base di una serie di lavori storiografici apparsi
negli ultimi anni e ricorrendo ad un’abbondante memorialistica, ad alcuni verbali
di interrogatorio di ufficiali resi al ritorno in Patria e alla relazione sul trattamento
dei prigionieri di guerra della Commissione d’inchiesta sulle violazioni del diritto

21
Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (Aussme), F11, b. 108, f.
“Campo di Somorya, Colon. Cantoni, Ruolino Ufficiali”, Campo di Samorya-Col. Cantoni.
22
asvc, at, serie u 161, Lettera, s.d.
23
Archivio Storico del Comune di Carpi, anno 1918, cat. 15, cl. 1, f. 5 “Gabinetto”, Lettera del
prefetto Benedetto Scelsi, 24 settembre 1918.
24
Prima della guerra Schiavi (nato a Cortile di Carpi il 16 luglio 1889) si era laureato in giurispru-
denza e svolgeva il praticantato presso lo studio dell’avvocato Italo Silvestri di Cavezzo. Imprenditore
agricolo, dopo il conflitto divenne uno degli esponenti più in vista del fascismo modenese. Fu sindaco
di Carpi dal 1922 al 1927 e deputato nella XXVIII legislatura (1929-1934). Guidò la potente Fede-
razione degli agricoltori modenesi dal 1927 al 1945 ed ancora dal 1961 al 1967 (quindi ne divenne
presidente onorario).
25
La deposizione è contenuta tra le carte della Commissione interrogatrice ex prigionieri di Par-
ma, oggi conservate in Aussme, F11, b. 20, f. “36 Rgt ftr”, Relazione dell’aspirante Schiavi Salesio…,
25 novembre 1918.
L’esperienza della prigionia 9

delle genti commesso dal nemico, pubblicata nel 1920, è possibile tracciare un
quadro piuttosto dettagliato dei campi in cui furono rinchiusi i carpigiani.
A fare la differenza tra la vita e la morte, innanzitutto, furono il periodo
dell’anno e la durata della detenzione, la struttura, la posizione e le risorse del
campo, l’atteggiamento dei carcerieri, il grado militare dei reclusi.
Gli ufficiali, in genere, ebbero un tenore di vita migliore: prova ne è che dei
100 mila prigionieri morti che vennero conteggiati alla fine del conflitto gli uf-
ficiali furono 550 su 19.500 catturati, con una mortalità del 2,8% (contro quella,
già richiamata, di oltre il 16% del totale dei caduti nelle mani del nemico).
Mauthausen e Sigmundsherberg furono costruiti per ospitare varie decine di mi-
gliaia di prigionieri, sia ufficiali che soldati, di varie nazionalità, ma la loro funzione
fu anche quella di raccogliere e smistare reclusi, pacchi e corrispondenza26. Mauthau-
sen, in particolare, divenne il principale centro di smistamento dei prigionieri i quali,
dopo pochi giorni di permanenza, venivano spostati in altri campi (come accadde a
Salesio Schiavi) o nelle compagnie di lavoro.
Abbandonato il campo di battaglia e lasciato alle spalle il rischio del “fuoco
amico”, i prigionieri italiani venivano indirizzati a piedi, scortati da «pochissime
guardie», ai primi centri di raccolta e da qui smistati nei campi di concentramento
tedeschi o austro-ungarici. Dopo Caporetto il principale centro di raccolta iniziale
fu quello allestito a Cividale del Friuli, sulla direttrice Tolmino-Lubiana, in una
struttura precedentemente utilizzata dagli italiani per i prigionieri austriaci. Altro
centro fu quello di Franzenfeste (Fortezza), importante stazione ferroviaria del Ti-
rolo meridionale, dove arrivavano prigionieri degli Altipiani e del Grappa, poi con-
vogliati sia sulla direttrice per Innsbruck, sia sulla Brunico-Dobbiaco-Linz. Gruppi
consistenti di italiani catturati nel Cadore e nella Carnia vennero inoltre condotti
in Austria passando per Cortina (direzione Dobbiaco) oppure per l’alta valle del
Tagliamento (Ampezzo e Tolmezzo) e il Canal del Ferro (Chiusaforte) in direzio-
ne Pontebba-Dobbiaco27. Inizialmente avvolti da una sensazione di «semi-libertà»,
rafforzata dalla perdita dei vincoli gerarchici e dal fatto di essere scortati da pochi
soldati austro-ungarici che non chiedevano il nome né parevano interessarsi più
di tanto a loro28, i militari catturati trascorrevano le prime giornate di prigionia ef-
fettuando marce estenuanti, intraprendendo viaggi su treni merci o vagoni di terza
classe freddi e stipati di uomini e subendo infine la disinfezione personale e dei ve-
stiti. Laceri ed affamati i prigionieri vedevano l’arrivo ai campi «come il momento
finale di un destino ormai segnato, di una sofferenza senza limite»29.
I campi erano strutturati in modo simile in Germania e nell’Impero austro-ungari-
co. Intorno a un’ampia costruzione, talvolta in muratura ma più spesso in legno, nella
quale erano sistemati i servizi, erano collocate lunghe file di baracche ordinate, che
potevano generalmente alloggiare tra le 100 e le 250 persone. Le baracche, costruite
con travi sconnesse, umide e piene di fessure in cui entrava il freddo, erano suddi-
26
Procacci 2000, p. 257.
27
Pavan 2001, p. 41.
28
Ivi, pp. 44-49.
29
Ivi, p. 90.
10 Fabio Montella

vise in blocchi e i campi erano circondati da reticolati. In quello di Somorja, situato


in zona malarica, le baracche erano «costruite senza criterio d’igiene», su un luogo
«ristretto, umido» e «malsano»30.
Il senso che si ricava dalle testimonianze è quello di ordine ma anche di estrema
desolazione. «Una immensità di baracche. Nere. Come il nostro umore. Reticolati
altissimi, doppi, sentinelle ad ogni passo»: questo, ad esempio, fu il primo impatto vi-
sivo che il campo di Milowitz ebbe su un soldato italiano31. Simile appariva l’aspetto
di Mauthausen ad un altro militare:
Esso si stende per una vasta pianura sulle rive del Danubio, ad est di Linz, e si compone
di una larga distesa di baracche dalle tavole mal connesse, entro le quali, sopra giacigli
di paglia, si abbandona lo stanco dolore dei poveri prigionieri.
Tutto è triste in quel campo: anche la cornice ha qualcosa di funereo. Da un lato un muro
basso di colline, sulle quali sono appostate mitragliatrici e cannoni per i temuti casi di
rivolta […] Di rimpetto un piccolo bosco fitto limita l’orizzonte verso l’oriente, e poco
più a sud emerge sinistramente il nero cancello del cimitero dei prigionieri col campo
sterminato di croci, che la vista inorridita non può mai abbracciare tutto intero. A sud,
oltre il Danubio, un nebbiume incerto e costante nasconde alla vista il cielo lontano32.
A completare la struttura dei campi, oltre all’edificio principale e alle baracche,
vi erano infermerie od ospedali, sale per la disinfestazione, cappelle, sale di ritrovo
e, in qualche caso, teatri.
I campi erano destinati a ufficiali e truppa oppure ai soli ufficiali. Quando erano
insieme, i loro settori erano rigidamente distinti e nelle zone degli ufficiali potevano
risiedere soltanto gli attendenti e alcuni operai addetti al campo.
Il settore per italiani di Wegscheid bei Linz, dove rimase alcuni mesi anche
Salesio Schiavi, era costituito da otto baracche, la metà delle quali furono destinate
agli ufficiali. Le singole baracche erano divise in due camerate, ognuna delle quali
conteneva 50 brande. I capitani dormivano in coppia in camerette situate nel mez-
zo delle baracche stesse. Il campo per italiani era stato allestito provvisoriamente
in una parte dell’Ospedale per prigionieri russi e venne separato da quest’ultimo
con reticolati. Il vitto, consumato «nelle camerate coi gavettini austriaci», dopo un
rogo che nel gennaio del 1918 aveva distrutto la baracca destinata a mensa33, era
«insufficiente»34. Il trattamento nel campo di Wegscheid, in generale, fu giudicato
«pessimo» dal sottotenente degli alpini Agostino Ferrari, aggregato al 36° fanteria,
che dormì su «pagliericci a terra» e tra «nessuna pulizia».
Dove erano consentiti momenti di contatto tra ufficiali e truppa, come a Mau-
thausen, essi avvenivano sporadicamente. Nei campi di maggiori dimensioni veni-
vano concentrati prigionieri di diversa nazionalità, anche in questo caso divisi in
settori separati: in qualche caso rigidamente, in altri molto meno, consentendo gli

30
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 208.
31
Pennasilico 1935, p. 100.
32
La prigionia degli Italiani 1918, p. 22.
33
Aussme, F11, b. 20, f. “36 Rgt ftr”, Relazione dell’Aspirante Ascenso Angelo, 22 agosto 1918.
34
Ivi, Relazione del sottotenente Ferrari Agostino, 8 ottobre 1918.
L’esperienza della prigionia 11

acquisti di beni da parte degli italiani. In Germania, a causa dell’arrivo in breve


tempo di grandi masse di uomini, questa regola non fu sempre rispettata e i prigio-
nieri di varie nazionalità convissero, non sappiamo se pacificamente o meno. Sia
austriaci che tedeschi fecero comunque il possibile (senza riuscirci sempre) per
tenere i disertori separati dal resto dei reclusi.
Nella prima fase del conflitto le condizioni di vita degli ufficiali prigionieri fu-
rono, da un punto di vista materiale, discrete: pacchi e altri beni giungevano con
regolarità e potevano contare sull’assegno loro corrisposto per convenzione inter-
nazionale. I campi riservati agli ufficiali erano «ben tenuti, il vitto era sufficiente,
e gli spacci, dove si potevano acquistare beni di consumo, ancora abbastanza for-
niti»35. I prigionieri erano incentivati a svolgere attività sportive e a organizzare
spettacoli e conferenze e veniva loro corrisposto un regolare stipendio, dal quale
era detratta una quota per il cibo. A loro venivano inoltre recapitati i soccorsi inviati
dai famigliari, dalla Croce Rossa, dai Paesi neutrali e dal Vaticano.
Quando il tenente colonnello Giulio Cesare Tirelli giunse a Sigmundsherberg,
nella prima metà di novembre del 1916, assunse il comando del II reparto, com-
posto da circa 200 ufficiali36, che provenivano in parte dal I reparto dello stesso
campo (da dove erano stati allontanati per indisciplina dal comando italiano), in
parte da Mauthausen e in parte, infine, direttamente dal fronte. Da una relazione del
capitano Federico Porta, che aveva retto le sorti del II reparto prima dell’arrivo di
Tirelli, apprendiamo che l’organismo principale era il magazzino viveri, destinato a
provvedere al servizio mensa e finanziato con il denaro (tre corone al giorno) che il
comando austriaco tratteneva dalla somma spettante agli ufficiali. Al magazzino vi-
veri si affiancava una sorta di cooperativa, «avente lo scopo di rifornire gli Ufficiali
di tutti gli oggetti di prima necessità e voluttuari» difficili da reperire, quali carta da
lettere, inchiostro, bicchieri. La cooperativa, che si occupava anche dei servizi di
«sarto, calzolaio, barbiere e bagni», era dotata di un capitale iniziale formato da una
«tassa unica» di cinque corone che ogni ufficiale era tenuto a pagare e che gli sareb-
be stata poi restituita. Prima dell’arrivo di Tirelli, che dovette faticare non poco per
mantenere la disciplina all’interno del suo reparto, erano stati costituiti anche una
biblioteca circolante, una società sportiva e un comitato di beneficenza. Quest’ul-
timo era stato creato da Porta per aiutare i soldati di truppa prigionieri, attraverso
una «tassa fissa mensile» equivalente al 5% del capitale che rimaneva a ciascun
ufficiale dallo stipendio, detratte le 90 corone trattenute dagli austriaci per la mensa
(tre al giorno). I soccorsi del comitato di beneficenza, presieduto dal capitano An-
tonio Ximenes, consistevano in un miglioramento del rancio, in abbonamenti pane
della Croce Rossa, nella spedizione di telegrammi (con importi in denaro) ai soldati
bisognosi, nella distribuzione di indumenti e biancheria37.

35
Procacci 2007, p. 367.
36
asvc, at, serie U 164 fasc. 9 n. 584. Musei di Palazzo dei Pio, Carpi (mppc), H 9, ff. 30, 32
(Sigmundherberg).
37
Aussme, F11, b. 107, f. “Incartamento riservato del Tenente Colonnello Tirelli Cav.re Giulio Ce-
sare del 129° di fanteria”, Organizzazione del campo per Ufficiali Ital.ni di guerra in Sigmundsherberg
(II Gruppo) dal suo inizio all’11 Novembre 1916.
12 Fabio Montella

Se questa è la fotografia del campo di concentramento di Sigmundsherberg alla


fine del 1916, la situazione mutò nella seconda fase del conflitto. Soprattutto dopo
Caporetto, gli ufficiali catturati «vagarono di solito da un centro all’altro, pren-
dendo il posto di prigionieri di altre nazioni che venivano via via rimpatriati; solo
pochi ebbero la fortuna di essere destinati in uno dei piccoli campi riservati agli
ufficiali»38, come quello di Aschach, ad una ventina di chilometri ad ovest di Linz,
nei pressi del Danubio39, nel quale fu internato e morì il novese Fernando Gaspa-
rini. Agli ufficiali il cibo non mancò quasi mai: prova ne sia che dei 550 deceduti
in prigionia la stragrande maggioranza perì soprattutto per le ferite riportate in
combattimento e per complicazioni polmonari40.
Il vitto variava e in alcuni campi gli ufficiali potevano acquistare viveri dagli
spacci e persino, anche se era vietato dal regolamento, nei negozi o presso la po-
polazione dei villaggi vicini. Per evitare questo commercio furono introdotti buoni
di carta o di latta validi solo all’interno dei campi, ma nell’ultimo anno di guerra
l’unico mezzo di scambio divenne, quasi ovunque, il baratto.
I soldati di truppa italiani vissero in condizioni di vita molto più drammatiche
degli ufficiali. Come riportò la relazione della commissione d’inchiesta sul tratta-
mento dei prigionieri, al momento della cattura o nelle varie stazioni fino al ricove-
ro nei campi di concentramento, i soldati venivano spogliati, oltre che del denaro
e degli oggetti preziosi, dei loro indumenti di lana, ricevendo in cambio «abiti di
cotone, di fustagno o anche di carta e non sempre puliti». Questa prima dotazione
«raramente veniva poi completata o sostituita»41. In queste condizioni i prigionieri,
«anche nel più crudo inverno, in zone dove la temperatura scendeva sino a 20 e 30
gradi sotto zero», erano obbligati a lavorare, alcuni senza zoccoli ed a piedi nudi»42.
I campi o i settori loro destinati avevano dotazioni estremamente essenziali. In
enormi stanzoni, freddi e sporchi, i prigionieri dormivano in terra, addossati gli uni
agli altri, «talora su strati sottili di paglia infestati dagli insetti e dagli escrementi,
più spesso sul pavimento»43. I più fortunati ottennero «una coperta di cotone strac-
cia e lurida»44. Le baracche non erano riscaldate, o lo erano pochissimo. Frequentis-
simi erano quindi «i casi di congelamento e le malattie bronchiali e polmonari». A
Mauthausen, considerato un campo modello per le frequenti visite che vi venivano
svolte da delegazioni neutrali, le baracche erano «assai deteriorate». Una «sola e
sottile coperta» costituiva l’unica protezione dal freddo quando si era a letto, un
«saccone semi-vuoto, di paglia, adagiato a terra; le brande che i soldati s’ingegna-
vano di costruire, erano sequestrate dalle autorità austriache45.

38
Procacci 2000, p. 262.
39
Il campo, che poteva contenere fino a 35 mila uomini, prima dell’arrivo degli italiani aveva
ospitato soprattutto serbi, 20 mila dei quali erano deceduti (Daniele 1932, pp. 78-80).
40
Procacci 2000, p. 277.
41
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 22.
42
Ivi, p. 49.
43
Procacci 2000, p. 264.
44
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 50.
45
Masucci-Riccardi di Lantosca 1918, pp. 34-35.
L’esperienza della prigionia 13

Gelide erano anche le strutture sanitarie all’interno dei campi. Nell’ospedale di


Milowitz si riuscì «a gran stento» a portare la temperatura a 3 o 4 gradi centigradi46.
In quello di Mauthausen la temperatura raggiunse i 10 gradi sotto zero47, «sicché vi
furono numerosi casi di polmonite, di assideramento e di congelamento». Grosse
stufe al centro delle camerate erano prive di combustibile e i prigionieri dormivano
con un solo lenzuolo, che alla mattina era umido o addirittura bagnato. Ricordava
un sottufficiale: «ci svegliavamo […] gelati come sorbetti: si dava un’occhiata a
quelle lunghe file di letti e vedevamo alzarsi tante colonne di aliti condensati dal
freddo, quasi pennacchi di fumo dalle ciminiere d’un’officina»48. Soltanto nel feb-
braio del 1916 fu concessa agli ammalati una seconda coperta, spesso «di carta».
Rendevano ancora meno tollerabile il freddo i pagliericci, che erano riempiti di tru-
cioli di legno. Ai piedi i degenti avevano zoccoli di legno e gli unici indumenti am-
messi erano una camicia e un paio di mutande, dal momento che l’abbigliamento di
lana, tolto per la disinfezione, non era stato più restituito49. Il freddo fece aumentare
«in modo spaventevole» la mortalità nelle baracche ospedaliere di Sigmundsher-
berg, con punte di 50 decessi al giorno50.
I degenti dovevano ripararsi come potevano dal clima rigidissimo ma anche
combattere contro la mancanza di medicine e materiali di medicatura, l’arroganza
e la scarsa professionalità dei medici austriaci e tedeschi, scelti in genere «tra i
meno provetti»51, contro l’insufficienza e la pessima qualità del cibo. Il capitano
medico Felice Zanelli, che lavorò all’ospedale di Lechfeld, ricordò «parecchi ma-
lati per incontinenza di feci con diarrea sanguigna, che per l’estrema debolezza e la
mancanza di assistenza erano costretti a defecare senza muoversi e giacevano nel
sudiciume fetido tutto il giorno». Il cibo somministrato ai degenti era a tal punto
scadente che vi fu un morto per occlusione intestinale dovuta a «masse di erba e
terriccio che il disgraziato aveva ingoiato per smorzare gli stimoli della fame»52. Il
medico Amedeo Dalla Volta osservò, in un angolo dell’ospedale del lager di Csòt,
una larga buca nella quale erano raccolti rifiuti che «in tempi normali soltanto i
vermi non avrebbero sdegnato» e che invece
brulicava continuamente di spettri orrendi: tubercolosi agli ultimi stadi, idropici e
paretici che a stento si reggevano, genti piagate di piaghe inguaribili, mutilati che si
aiutavano con bastoni in mancanza di grucce: avvolti in una coperta lurida e cenciosa
(ché negli ospedali ad evitare le fughe erano tolti gli abiti) si disputavano, in una sorta
di macabro festino, una grigia ed informe sozzura. Né valeva il bastone a scacciarli,
ché tosto ritornavano, come sospinti da un impulso invincibile. Né solo negli ospedali
si vedevano questi coprofagi orrendi, ma ancora, secondo quanto ci venne più volte

46
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 51.
47
Secondo un’altra testimonianza si arrivò a punte di 25-30 gradi sotto zero (Masucci-Riccardi
di Lantosca 1918, p. 11).
48
Ivi, p. 16.
49
Ivi, p. 12.
50
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 68.
51
Ivi, p. 79.
52
Ivi, pp. 84-85.
14 Fabio Montella

riferito, sui campi di lavoro e sempre, per comune giudizio, erano candidati ad una
rapida morte53.
Nell’ospedale di Meschede, «le baracche erano sconnesse, sudice, prive di
pagliericci e brande, il vitto pessimo e i custodi» giudicati «crudelissimi, be-
stiali»54.
In ospedale, comunque, bisognava innanzitutto arrivarci, il che non era affatto
scontato. Ai soldati che lavoravano lontano dai campi di concentramento manca-
vano spesso, oltre agli alimenti, l’assistenza medica di base. «Non si era inviati
all’infermeria o all’ospedale, se non quando si era sfiniti in modo da non poter esse-
re ancora utilizzati»55. Nelle baracche non esistevano distinzioni «fra dormitorio e
locale per il vitto» ma non vi era nemmeno «nessuna cura» nel separare gli ammalati
dai sani; i degenti più gravi «non sempre erano trasportati all’ospedale e isolati: così
che abbandonati a se stessi, morivano con la sola assistenza dei compagni di prigio-
nia. Le salme, insepolte per giornate, imputridivano all’aperto ammorbando l’aria»56.
Soldati e sottufficiali (questi ultimi, però, previo loro consenso) durante il giorno
dovevano lavorare. Molti furono impiegati all’esterno dei campi, nelle compagnie
di lavoro, formate in genere da 200-300 uomini obbligati a realizzare opere di scas-
so, a trasportare materiali, a costruire strade e ferrovie, a rafforzare fortificazioni e
trincee. Alcuni lavori erano durissimi: rompere il ghiaccio sul Danubio, in Serbia,
prosciugare paludi in Ungheria, costruire ferrovie in Albania57. I prigionieri erano
costretti a spostarsi a piedi, ogni giorno, per numerosi chilometri, partendo all’alba
e, dopo una giornata di fatiche che durava anche 12-14 ore, rientravano a dormire
nella propria baracca o, se rimanevano lontani, in ripari di fortuna58.
Tra i soldati le cause di morte più comuni furono la tubercolosi e l’edema per
fame, cosiddetto per il gonfiore che si produceva nelle mani, nei piedi e sul viso
prima del decesso. Diffuse furono anche le epidemie di tifo e di colera59.
Secondo la convenzione internazionale firmata all’Aja nel 1899 (e ribadita nel
1907), i Paesi ospitanti, a proprie spese, avrebbero dovuto garantire ai soldati cattu-
rati un trattamento equivalente a quello riservato alle proprie truppe. Al contrario,
soprattutto mano a mano che il numero dei prigionieri aumentò, le potenze degli
Imperi centrali manifestarono una crescente difficoltà a provvedere dignitosamen-
te all’alimentazione, e in generale, al loro benessere. A Mauthausen, secondo una
testimonianza,
la razione giornaliera non ha mai superato la seguente: Acqua di rape, di cavoli o di pa-
tate, con pochissime rape, cavoli, patate; una piccola aringa immangiabile o del baccalà,
oppure – non più d’una volta alla settimana – una cinquantina di grammi di carne; un

53
Dalla Volta 1919, p. 28, corsivo nel testo.
54
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 85.
55
Ivi, p. 81.
56
Ivi, p. 50.
57
Carrattieri 2015, p. 17.
58
Accenni alle compagnie di lavoro sono anche nel racconto di Elmo Cermaria, caporale del 36°
reggimento di fanteria internato a Sigmundsherberg, in Cermaria 2012, pp. 96-97.
59
Carrattieri 2015, p. 15.
L’esperienza della prigionia 15

centinaio di grammi di pane, fatto con paglia triturata e ingredienti simili. Nei periodi
d’abbondanza, anche del liquido tiepido alla mattina, cui era dato il nome di tè o di
brodo. E si abbia presente che i cavoli – tedescamente crauti […] – ora nominati giun-
gevano in grossi barili, sotto aceto, filiformi, acidi, fetidi, cui bisognava forzatamente
fare buon viso60.
Sulla base di altre testimonianze, raccolte dalla Reale commissione d’inchiesta sul-
le violazioni del diritto delle genti commesso dal nemico, i prigionieri
ricevevano la mattina una bevanda di surrogato di caffè; alle 10 un quarto di pagnotta
poi ridotto ad un ottavo, ed a turno aringhe, baccalà od un pezzetto di carne di cavallo,
il più delle volte puzzolente, ed un mescolo [sic] di acqua che veniva chiamato brodo
con pochi pezzi di cavoli acidi o barbabietole; alle 17 un altro mescolo di minestra come
quello della mattina61.
Soltanto nei tre giorni che precedettero la visita al campo di Mauthausen, all’i-
nizio del 1916, del nunzio apostolico a Vienna, Raffaele Scapinelli di Leguigno,
ai soldati vennero forniti quotidianamente 150 grammi di carne (o pesce), 350
grammi di legumi, patate, polenta, riso e pane «sufficiente»; ma prima dell’ar-
rivo del prelato, che nella sua relazione fu rassicurante sul vitto dei prigionieri,
fu fatto espresso divieto di esprimere qualunque critica o lagnanza. Un marinaio
che si arrischiò di gridare «Abbiamo fame» fu immediatamente messo in cella62.
Nel campo di concentramento di Milowitz, dove morirono almeno otto carpi-
giani, il rancio consisteva
al mattino in una specie di the fatto con foglie secche di sterpi o di altre piante di bo-
sco, leggermente raddolcito; a mezzogiorno minestra di acqua di rape o di foraggio, e
navoni a pezzi; qualche volta alcuni pezzetti di patata. La razione stabilita di cinque
grammi di grasso di frequente era ridotta a quattro ed anche a tre grammi: di quando
in quando, per otto o dieci giorni, soppressa; ugualmente per il sale. Due volte alla set-
timana un pezzettino di carne talmente piccolo che non si poteva ripartire a porzioni e
si triturava nella minestra. Gli altri giorni un’aringa od un pezzetto di baccalà bollito,
alla sera minestra come al mezzogiorno. Pane per tutto il giorno da 80 a 150 grammi63.
Affamati, i prigionieri davano vita a «lotte bestiali» davanti alle cucine, quan-
do venivano gettati gli avanzi. Chi riusciva a raccogliere qualcosa, «dopo faticosi
sforzi per liberarsi dalle strette, si allontanava dal gruppo divorando tutto senza
badare né alla terra né al fango, che formava crosta al prelibato cibo»64. Da alcu-
ne testimonianze emerge come un contributo proteico potesse venire, alle volte,
dalla cattura di topi, che abbondavano nelle baracche, o di gatti65; ma al di là di
questi estemporanei rimedi, la dieta dei campi era prevalentemente liquida, con
la conseguenza che i soldati orinavano in continuazione, anche 10 o 12 volte

60
Masucci-Riccardi di Lantosca 1918, p. 37.
61
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 51.
62
Masucci-Riccardi di Lantosca 1918, pp. 35-36.
63
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 52.
64
Ibid.
65
Pavan 2001, pp. 117-118.
16 Fabio Montella

per notte, in latrine esterne che bisognava raggiungere, non di rado, attraverso il
ghiaccio e le tormente66.
Per tutti i campi si aggiravano i «martiri della fame cronica», come li chiamò
un medico mantovano, a sua volta internato in Ungheria, che ne evidenziò
i lineamenti dell’ebetimento grave: la loro età era indecifrabile, da un lato perché in-
colti, dall’altro per i segni di una precoce vecchiaia. Con frequenza i loro volti chiusi
al pianto, si atteggiavano ad un riso preterintenzionale, di una tragicità impressio-
nante: come il volto si plasmava al sorriso, a volte da quelle labbra illividite usciva
il lazzo, ma con tonalità di bestemmia, che tradiva uno stato d’animo ben diverso da
quel benessere vago che predispone di normale allo scherzo.
Un gruppo di idropici67, tanto comuni […] nella cachessia68 per fame, al limitare della
tomba, con quel filo di voce fioca che una dispnea estrema loro permetteva, si paragona-
vano un giorno fra le risa più sguaiate dei compagni di baracca e con celie scurrili per il
loro ventre tumidissimo a donne gravide!69
Ancora peggiore, secondo alcune testimonianze, fu l’alimentazione di coloro
che erano stati obbligati ad unirsi alle compagnie di lavoro, distanti dai campi di
concentramento, e che difficilmente potevano essere raggiunti dai pacchi prove-
nienti da casa. Tra questi prigionieri, quelli impiegati in campagna potevano forse
sperare di integrare in qualche modo la magra razione di cibo con ciò che riusci-
vano a racimolare durante i lavori agricoli, ma gli altri, ed in particolare quelli
impiegati nelle miniere, negli altiforni e nelle cave di pietra, la sottoalimentazione
era una realtà dalla quale difficilmente ci si risollevava. Come scrisse la Commis-
sione, i prigionieri erano costretti a lavorare «anche in pieno inverno, sulla neve, il
più delle volte senza mantello, con abiti a brandelli, senza scarpe, con nutrimento
insufficientissimo, rarissimamente compensato dalla distribuzione dei loro pacchi
alimentari». Il già ricordato capitano Ximenes, che condivise la prigionia col carpi-
giano Giulio Cesare Tirelli, mise a verbale di aver visto il ritorno di alcuni di questi
uomini dalla Galizia e dai Carpazi «scalzi, con gli indumenti a brandelli e molti
diventati scemi per le dure fatiche subite, per l’insufficiente nutrizione e copertura
e per le bastonate loro inflitte». Durante la distribuzione dei pacchi all’ospedale di
Sigmundsherberg, Ximenes venne «assalito» da alcuni soldati sfiniti che giacevano
sui pagliericci, i quali gli strapparono dalle mani pane e altri alimenti. Qualche ora
dopo alcuni di loro, per il deperimento organico e la perdita della funzionalità dige-
rente, furono trovati morti70. Un’altra testimonianza sulle compagnie di lavoro che
partivano da Sigmundsherberg è quella del tenente Carlo Salsa:
È giunto al nostro campo un drappello di soldati prigionieri assegnatici come attendenti,
superstiti di una centuria mandata, come tante altre, a lavorare in Galizia. Sono scheletri

66
Ivi, p. 121.
67
Affetti da idropisia, presenza di liquido nel tessuto sottocutaneo e nelle cavità sierose.
68
Estremo deperimento organico dovuto a malattie a decorso cronico e irreversibile o a grave
inanizione.
69
Dalla Volta 1919, p. 27.
70
Trattamento dei prigionieri 1920, pp. 53-54 e 354-356.
L’esperienza della prigionia 17

che grondano di cenci: sulle scatole piatte e quadrate dei tronchi i teschi ciondolano
come trappole male avvitate.
Appena qui, sono andati a rovistare avidamente tra i rifiuti della cucina; poi si sono messi
a gironzolare per il cortile con gli occhi a terra, curvandosi ogni tanto per contendere un
radicchio agli scoli di un lavandino o un torso di mela alla tenacia del fango calpestato.
Eccoli, lenti e incerti sui trampoli delle gambe spolpate; pare che ad ogni passo debbano
ricadere sulle ginocchia e rientrare in se stessi come astucci71.
Come detto, anche negli ospedali dei vari campi il vitto era insufficiente e di
scarsa qualità. A Braunau l’alimentazione dei pazienti era costituita alla mattina da
«un mestolino di acqua nera» e «caffè»; a mezzogiorno da «un tozzo di pane nero,
tozzo variabile perché in certe epoche si giunse persino a dare una pagnotta ogni
15 persone. Unito al pane un mestolino di acqua calda con entro quattro (e non più)
pezzetti ora di zucca, ora di carote, ora un pezzo di rape secche verminose, una
aringa puzzolente e qualche volta invece dell’aringa un pezzetto di carne forse di 15
gr.»; la sera da «un mestolino di acqua con entro crauti marci e salatissimi, ovvero
un po’ di salsa di pomodoro, quando non erano scorze di lupini, scorze salatissime
e verminose»72. A Marchtrenk, dove morirono cinque carpigiani, le autorità del
campo furono costrette a far svuotare l’immondizia della cucina dell’ospedale con
una sentinella con la baionetta innestata, perché i soldati «si gettavano come belve
a rovistare nella spazzatura per carpire bucce di patate o di rapa che poi facevano
bollire in acqua e mangiavano con voracità»73.
Per quanto riguarda la disciplina, occorre distinguere tra quanto avveniva all’in-
terno dei campi di concentramento e le condizioni nelle compagnie di lavoro. In
queste ultime la situazione fu particolarmente drammatica, perché i capi compa-
gnia, non sottoposti a controlli da parte delle autorità centrali, potevano infierire
a loro arbitrio sui soldati, con pene assai temute come quella del palo, anche per
mancanze non gravi74. Nella fabbrica di munizioni di Witkowitz, in Moravia, dove
lavoravano oltre a molti prigionieri anche cinque o seimila civili italiani, «a ogni
rallentamento o sospensione o rifiuto di lavoro era inflitta la pena del palo»75.
All’interno dei campi, invece, furono segnalati comportamenti riprovevoli e casi
anche gravi, ma le azioni disciplinari furono tenute generalmente sotto controllo e
non si registrarono mai «episodi di efferatezza organizzata»76. Verso gli ufficiali il
comportamento dei comandi dei campi fu ispirato, il più delle volte, a correttezza,
come emerge anche dalle memorie raccolte dalla Commissione di inchiesta, che pure
intendeva avvalorare la tesi dello spirito di vendetta degli austriaci e quindi selezionò
accuratamente le testimonianze e i brani da pubblicare. Fece eccezione, a questo pro-
posito, Cellelager, il campo più ampio tra quelli per ufficiali italiani in Germania,
ricordato per la condizione di disagio di chi vi soggiornò. Generalmente con durezza

71
Salsa 2015, pp. 228-229.
72
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 74.
73
Ivi, p. 75.
74
Procacci 2000, p. 276-277.
75
Masucci-Riccardi di Lantosca 1918, p. 39.
76
Procacci 2000, p. 273.
18 Fabio Montella

furono invece trattati i soldati di truppa italiani sia nei campi austriaci che in quelli
tedeschi. Ingiurie, bastonate, colpi di fucile erano all’ordine del giorno, così come le
punizioni corporali. Particolarmente temuta era la pena del palo, sulla quale dal 1917
vigeva un divieto da parte delle potenze centrali, ma non si sa quanto effettivamente
rispettato. La punizione era così descritta da un testimone, internato a Mauthausen:
Il paziente veniva legato al palo con le mani dietro la schiena e i piedi che appena pog-
giavano la punta a terra; davanti al palo il carnefice poneva un catino d’acqua e spiava
con cura spietata la tortura del paziente, sempre pronto a rovesciargli addosso l’acqua
per farlo rinvenire. Ogni qualvolta il poveretto per l’atroce sofferenza abbandonava la
testa e perdeva la conoscenza. Qualcuno è morto durante il supplizio77.
Altre volte i prigionieri, anche ammalati, venivano legati con pesanti catene
mani e piedi, erano lasciati all’esterno delle baracche, sulla neve, a parecchi gradi
sotto zero, e con pochi indumenti. Le celle di rigore, a Mauthausen, erano sgabuz-
zini nei quali si poteva entrare solo «carponi» e si doveva vivere «distesi», man-
giando a giorni alterni78.
Le punizioni variavano da campo a campo, ma erano in genere più severe in
quelli austriaci e più frequenti nei tedeschi. A Sigmundsherberg «gli ungheresi ga-
reggiavano in crudeltà con gli austriaci» nell’infliggere punizioni quali la prigione,
i ferri, le vergate e il palo, ma quest’ultimo fu poi eliminato. A Braunau le sentinelle
erano giudicate «senza pietà». Un soldato «che cercava di nascondersi per non es-
sere inviato ai lavori in Bulgaria fu rincorso, catturato in una baracca dell’ospedale
e «ucciso all’istante»79. Passando in Germania, a Langelsalza le guardie «usavano
abitualmente» le armi contro i prigionieri italiani che si recavano alle baracche dei
francesi per ottenere un po’ di cibo. A Lechfeld «le punizioni collettive consisteva-
no nell’obbligare all’addiaccio sulla neve anche per più notti»80.
Coloro che si dimostravano più crudeli e inflessibili nello sfruttamento dei sol-
dati prigionieri erano, non di rado, gli italiani «elevati dal nemico a rango di vigi-
lanti dei propri compatrioti», che ricevevano per i servizi svolti un trattamento di
favore, nel vitto, nel vestiario e per quanto riguardava la libertà di movimento81.
Fame, freddo e vessazioni furono all’origine di un’alta mortalità tra i soldati.
Alcuni dati raccolti dalla Commissione d’inchiesta sono impressionanti. Nel cam-
po di Milowitz la mortalità degli italiani raggiunse i 70-80 decessi al giorno. «Si
ardevano le cataste dei cadaveri spogliati e insepolti», dichiarò il capitano medico
Giovanni Galvagno82. A Mauthausen i decessi furono compresi tra un minimo di 10
a 30/50 al giorno, su 20 mila italiani presenti. A Sigmundsherberg si passò da 11-12
morti nei mesi di settembre-ottobre del 1917 a 122 in novembre, 238 in dicembre,
359 nel gennaio del 1918 e a 386 in febbraio, senza poi scendere mai al di sotto di

77
Trattamento dei prigionieri 1920, pp. 132 e 260.
78
Masucci-Riccardi di Lantosca 1918, p. 41.
79
Trattamento dei prigionieri 1920, p. 133.
80
Ivi, p. 142.
81
Procacci 2000, p. 275
82
Trattamento dei prigionieri 1920, pp. 166 e 204.
L’esperienza della prigionia 19

Trasporto quotidiano dei prigionieri deceduti (Modugno).

La punizione del palo (Modugno).


20 Fabio Montella

200 al mese. A Somorja, su un massimo di 8.000 presenti circa, ne morirono dai


20 ai 50 al giorno. A Braunau, su una media di 300 ricoverati nell’ospedale, nel
mese di giugno 1918 ne morirono 117, in luglio 97, in agosto 57, in settembre 17. A
Marchtrenk, su 10 mila uomini ne perirono, nel solo mese di marzo, 474, «pure non
essendovi alcuna malattia di carattere epidemico». Passando ai campi tedeschi in
cui furono concentrati soldati carpigiani, si segnalano quello di Lechfeld, dove dal
settembre 1917 al febbraio 1918 morirono 800 prigionieri su 4.000, e di Chemnitz,
dove in novembre e dicembre 1917 e in gennaio e febbraio 1918 morirono 45 degli
800 internati presenti83.

3 Fenomenologia del lager e dei suoi abitanti

Ai problemi materiali si aggiungevano quelli di ordine psicologico, anch’essi,


come i primi, ben documentati da un’abbondante memorialistica ed anche dalle
carte dei responsabili di alcuni campi, conservate presso l’Archivio Storico dello
Stato Maggiore dell’Esercito e in gran parte ancora inedite. La prigionia ridefinì
il legame del soldato con la guerra ed anche con la famiglia e gli affetti più cari.
Molti reclusi di ogni nazione manifestarono una vera e propria forma depressiva,
nota in Italia come «psicosi da reticolato» o «sindrome del prigioniero»84, scienti-
ficamente riconosciuta già durante il conflitto. Questa «sindrome» si manifestava
con disturbi della memoria, riduzione della concentrazione, insonnia, ottundimento
delle emozioni, apatia, irritabilità e litigiosità. Alcuni sintomi sparirono con il rim-
patrio, altri, come la perdita della capacità di concentrazione e l’irritabilità, furono
più duraturi85. Emblematica è l’immagine che si fissò negli occhi del tenente Carlo
Salsa, al suo arrivo al campo di Sigmundsherberg, e poi a Theresienstadt, dove
venne trasferito cinque mesi dopo:
È una popolazione inerte e triste come la folla reclusa di un ospedale: tutti i volti hanno
le rughe e le grinze di una malinconia senza rimedio.
Solamente il nostro arrivo ha acceso un lume negli occhi appannati. […]
I reclusi rimangono tutto il giorno coricati sulle brande che ingombrano le camerate
basse come corsie d’ospedale, per economizzare le energie succhiate dalla fame.
Alcuni raggomitolati come serpi, in silenzio, per reprimere i morsi delle budella: altri
distesi in contemplazione, con una fissità maniaca negli occhi: altri ancora intenti a gre-
mire dei rettangoli di carta di parole minute, o inabissati in letture che non procedono
mai, col pensiero emigrato e gli sguardi impigliati nelle parole86.
Per il pittore Guido Sironi, tenente di complemento catturato a Caporetto, la

83
Ivi, pp. 166-168.
84
La sindrome, osservata in tutti gli eserciti, era detta psychose des barbelés, syndrome du pri-
sonnier o cafard dai francesi, barbed wire disease dagli inglesi, stacheldrachtkrankheit o gefangenen
psychosis dai tedeschi (Carrattieri 2015, p. 15).
85
Crocq 1999, p. 172.
86
Salsa 2015, pp. 224 e 226. Per altre testimonianze delle condizioni morali dei prigionieri cfr.
Masucci-Riccardi di Lantosca 1918, pp. 6-10; Falchi 1918, pp. 25-29.
L’esperienza della prigionia 21

psicologia del prigioniero «si disegnava già in embrione» fin dai primi giorni nelle
mani del nemico, quando
gli individui abbandonavano lentamente ogni abitudine di civiltà, di cortesia, di genti-
lezza e lasciavano affiorare dal profondo della loro anima gli istinti brutali dell’uomo
primitivo, l’insofferenza di ogni costrizione e di ogni disciplina, un individualismo sfre-
nato, astioso e insocievole e in taluni, peggio, una delinquenza sporadica e occasionale,
fatta di furti lievi in sé, ma gravi per le speciali condizioni di ambiente, perché riguar-
danti pane ed oggetti di vestiario e commessi a danni di compagni ormai ridotti allo stato
di pezzenti affamati.
E, sintomo di questa progressiva decadenza, i volti emaciati diventavano foschi o fatui
a seconda della maggiore o minore resistenza morale dell’individuo.
Da quel tempo scomparve dal volto di tutti, per mesi e mesi, addirittura ogni ombra di
sorriso; e fummo tutti maschere tragiche, dagli occhi infossati e grandi e dalla bocca
sempre atteggiata a una smorfia amara.
Gli stessi Ufficiali superiori, gli stessi generali – uomini ormai maturi di esperienza e
di volontà – sembravano automi, ridotti o costretti a occuparsi soltanto di mangiare e di
riposare alla meglio, essi pure caduti in un letargo spirituale, nel quale addormentavano
ogni energia, ogni dignità di ufficio o di grado, anche ogni pensiero87.
Per contrastare le forme depressive diffuse nei lager risultava di fondamentale
importanza la corrispondenza scambiata con i famigliari, che era comunque per-
messa con grandi limitazioni e dopo un attento vaglio della censura. La notizia che
finalmente era consentito scrivere a casa, dopo lunghi giorni di silenzio, rese «folli
di gioia» Sironi e i suoi compagni di prigionia internati al Russenlager (Campo dei
Russi) fuori Rastatt. Alla prima cartolina, nella quale era prestampata in un «italia-
no barbarico» la scritta Sono prigioniero esto bene, i reclusi poterono aggiungere
soltanto la firma. Raccolte «religiosamente dai capi-baracca e consegnate al Co-
mando tedesco», queste prime cartoline vennero «esaminate a una a una per tema
che qualcuno vi avesse scritto con qualche inchiostro simpatico» e solo in minima
parte arrivarono a destinazione e comunque con notevole ritardo88.
Importante si rivelò anche l’assistenza religiosa, garantita da cappellani e preti
soldato, che a loro volta erano stati internati. Secondo Sironi il sentimento religioso
riprese vigore nei campi:
la bestemmia era sparita dalla bocca di tutti; quando, durante qualche disputa accanita,
alcuno si lasciava trasportare a qualche moccolo, tutti ne rimanevano sorpresi e disgu-
stati; e lo stesso… bestemmiatore si guardava intorno, seccato, in atto di chiedere scusa
dell’involontario trascorso. […]
Al Campo dei Russi la prima messa all’aperto – ai primi di Novembre [del 1917] aveva
raccolto pochissimi astanti, più curiosi che devoti. […] Al Castello di Rastatt la Messa
veniva celebrata […] dal cappellano tedesco, [in] una chiesetta di legno, sormontata da
una Croce.
La domenica […] poca gente c’era nella Chiesetta buia, sul cui disadorno primitivo
altare brillavano due ceri minuscoli. […] La lontananza l’esilio forzato dalla Patria, il

87
Sironi 1922, pp. 73-74.
88
Ivi, pp. 89-91.
22 Fabio Montella

silenzio forzato e l’ignoranza invincibile di tutto il nostro piccolo mondo – famigliari


e amici – intorno a noi, alla nostra vita, alla stessa nostra esistenza ci davano brividi di
terrore, ci strappavano urla di disperazione e invocazioni di pietà.
In quella Chiesetta buia e silenziosa […] fioriva – anche nei non credenti – la più pura
emozione mistica; e nell’anima fondamentalmente cattolica, se pure superficialmente
volterriana, degli Ufficiali italiani, lentamente si sgrovigliavano dal fondo del subco-
sciente le sensazioni ascetiche dell’infanzia e della giovinezza; risorgeva, esitante e pa-
vida, in forma di tenue sentimentalismo più che di credenza dogmatica, la fede religiosa
più obliata e forsanco razionalmente superata.
Al Campo di Celle il fenomeno si allargò e si aggravò. […] Ormai più di due terzi degli
Ufficiali italiani avevano ripreso le pratiche religiose89.
Nei campi vennero anche organizzate, soprattutto per gli ufficiali, attività cul-
turali e ricreative. A Celle ogni ufficiale si tassò al fine di creare «una biblioteca,
un’orchestrina, un teatrino per ogni Blocco». I tedeschi vendettero «a prezzi fanta-
stici» alcuni strumenti d’orchestra e noleggiarono pianoforti; «qualche volonteroso
acconsentì a recitare poesie di Carducci», mentre altri, «con voce più o meno gra-
ziosa» cantavano «canzonette o pezzi d’opera»90. Di rilievo, in quel campo, fu l’o-
pera compiuta dal reggiano Giuseppe Denti, compositore e pittore, organizzatore di
varie iniziative musicali e teatrali, del quale è rimasto un ampio corpus di lettere91,
e di Angelo Ruozi Incerti, anch’egli originario della provincia di Reggio Emilia,
che in prigionia compose e mise in scena commedie per burattini come “Per la più
grande Italia, Sandrone soldato”.
Sulle condizioni psicologiche, i patimenti ed anche i caratteri della vita sessua-
le dei prigionieri, il medico Amedeo Dalla Volta, internato nei lager ungheresi di
Dunaszerdahely e Csòt bei Papa, ha invece lasciato preziosi appunti, pubblicati a
Firenze nel 191992, nel sostanziale disinteresse dell’accademia italiana. Arruolato
nel 1915 quando ancora era studente all’Università di Padova, Dalla Volta venne
catturato dopo Caporetto e rimase un anno nei due campi di concentramento93.
Nello spazio «terribilmente» ristretto dei lager, la vita psichica dei prigionieri ana-
lizzati dallo studioso mantovano
assumeva comunemente un andamento quasi tumultuoso. Da una parte le fitte del pessimi-
smo profondo e collettivo, alimentato da una vita senza occupazioni, si traducevano in atti
innumerevoli d’impazienza, di esasperazione, di disperazione […] dall’altra un lavorio
continuo d’introspezione, favorito dalla facile insorgenza di una miriade di dubbi su una

89
Ivi, pp. 151-153.
90
Ivi, p. 184.
91
Cfr. Anni 1997; Anni-Perucchetti 2015.
92
Cfr. Dalla Volta 1919. Per un profilo del medico mantovano e sulla sua vicenda tra guerra e
dopoguerra rimandiamo ai lavori di Andrea Scartabellati (2010 e 2015).
93
Rimpatriato il 18 novembre 1918, prima del definitivo congedo prestò servizio presso il Pre-
sidio militare di Bibbiena e l’ospedale per tubercolotici di Villa Rusciano di Firenze. Dopo alcuni
soggiorni di perfezionamento a Vienna e Berlino, negli anni Venti, intraprese una brillante carriera
universitaria a Padova e Catania. Ebreo, venne estromesso dai ruoli docenti in seguito all’approvazio-
ne delle leggi razziali nel 1938. Scampato fortunosamente alla Seconda guerra mondiale, riprese dal
1945 la carriera di professore universitario grazie al fattivo aiuto di padre Agostino Gemelli.
L’esperienza della prigionia 23

vita ed un avvenire che rappresentavano una incognita angosciosa, grava[va]no ancora il


prigioniero di un senso opprimente di sgomento che in genere era vago ed indefinito, ma
che pure talvolta sembrava per così dire assurgere a forme plastiche definite, che venivano
a segnare altre tante pietre miliari lungo una via già lugubre di tormento94.
Per sopravvivere in quel «carcere collettivo senza scadenza» che era il lager, i
prigionieri (soldati o ufficiali non aveva importanza, per Dalla Volta) adattavano
il loro comportamento alla realtà attraverso due fasi. Durante la prima il neore-
cluso viveva una costante, fisiologica ed eccitata disperazione («eretismo»), non
da ultimo favorita dall’indebolimento delle facoltà intellettive. Nella seconda fase
l’eretismo era sostituito da una condizione di abitudinaria indifferenza alla vita. Un
disturbo del primo stadio era, ad esempio, una pronunciata «irritabilità psichica»,
che si manifestava come reazione a discorsi troppo lunghi dei compagni di prigio-
nia o su argomenti quali le circostanze della cattura o la descrizione di imprese
guerresche; nei prigionieri poteva anche manifestarsi uno «spirito ipercritico, di
diffidenza irritata verso i superiori e coloro che erano chiamati alle diverse cariche
di cui abbondava l’amministrazione interna dei campi»95. Frequenti erano le liti, i
furti e gli accaparramenti, le pratiche di usura e di sfruttamento96.
Sotto la «tetra atmosfera, greve di un pathos angoscioso», il pensiero dei reclusi
«sembrava non di rado stagnare negli abissi portentosi del dolore e della preoccupa-
zione, che nel loro crescendo di parossismi» non gli permettevano di trovare conso-
lazione, ma anzi esaltavano le loro ossessioni, «idee sinistre, ostinate ed irremovibi-
li, che si alimentavano delle ansie diuturne e predominanti». Tra le più frequenti di
queste ossessioni vi erano da un lato il «timore assillante» della perdita delle proprie
facoltà intellettive provocata dalla lunga segregazione e dall’altro una serie di fobie,
«paure incoercibili» legate al diffondersi delle malattie, all’insufficienza dell’alimen-
tazione e alle scarse condizioni igieniche. Altre ossessioni osservate da Dalla Volta
riguardavano la sfera sessuale, come il «timore assurdo di divenire impotenti per
mancato esercizio di funzione», e quella delle patologie cardiache97. Nella seconda
fase della prigionia subentrava invece una sorta di distacco «dalla sfera normale degli
affetti» ed un’immersione dei reclusi «in un microcosmo quanto mai strano ed inso-
lito», nel quale i sentimenti erano «conservati per le inezie e spenti per gli eventi»
che normalmente commuovevano «i normali». I prigionieri si eccitavano allora per
«passioni ridicole», prendevano sul serio «i pettegolezzi delle baracche», inscenava-
no «rivoluzioni lillipuziane», si infatuavano «delle elezioni dei direttori della mensa
o della sala di convegno» o prendevano «con la massima serietà la funzione di galop-
pino elettorale!». A fronte di ciò i reclusi si sforzavano di dimenticare il mondo che si
agitava al di là dei reticolati e le immagini della vita di un tempo, considerate «spettri
ingannevoli e tentatori», «fantasmi illusori di una felicità irraggiungibile»98.

94
Dalla Volta 1919, p. 8.
95
Ivi, p. 12.
96
Carrattieri 2015, p. 15.
97
Dalla Volta 1919, pp. 14-16.
98
Ivi, p. 9.
24 Fabio Montella

Per il giovane scienziato mantovano, il cui pensiero era in sintonia con quello
dominante dei medici alienisti del periodo, il manifestarsi dei disturbi era gene-
ralmente graduale, ma conosceva un’accelerazione nei soggetti già alle prese con
una predisposizione originaria. In questo caso le reazioni erano le più intense ed
arrivavano ad assumere
proporzioni spesso veramente impressionanti. Sono costoro a volte irascibili, agitati;
a volte per giorni o per settimane taciturni, più di rado loquaci, ma incapaci di im-
perniare […] un discorso al di fuori del loro “io”, impotenti a scuotere il giogo delle
loro sventure, troppo scettici per sperare, vivono nei Lager come potrebbero vivere le
vittime fra gli strumenti di tortura99.
Il riferimento al peso della predisposizione originaria (che Dalla Volta chiama
«labe neuropatica»), ritorna anche nei riferimenti riservati ai caratteri della vita
sessuale dei prigionieri. All’argomento sono dedicate diverse pagine, circostan-
za piuttosto insolita per l’epoca, che denota il coraggio dell’autore ma anche la
centralità dell’importanza del tema nella sua analisi. Per il medico erano due,
in particolare, i «pervertimenti sessuali» ricorrenti nei campi: un’«iperafrodisia»
che si manifestava «in pratiche masturbatorie» che rinnovavano, accentuandoli,
«i caratteri particolari dell’onanismo» dei «primi anni di pubertà»100 e la diffu-
sione dell’omosessualità, sia sotto forma di «pederastia» che di «travestitismo».
Analoghe considerazioni sulla sessualità all’interno dei campi fece Persio Falchi,
prigioniero a Hart bei Amstetten e Sigmundsherberg, secondo il quale
la decadenza morale iniziata dalla fame fu precipitata dalla mancanza della donna. Tale
mancanza si fece sentire sul sistema nervoso e sulle facoltà volitive. […] Per bisogno
d’amore si contraevano inconsideratamente amicizie, che poi la disparità dei caratteri o
delle abitudini o la passione rompevano il giorno dipoi: i favori fatti, i benefizii scam-
biati, le intimità confidate allora si rinfacciavano con bile, con irruenza: e spesso si
scendeva a vituperi, a minacce, a percosse. […] Il continuo vivere tra uomini, anche in
società provviste del necessario per la vita fisica e intellettuale, genera l’impoverimento
dell’iniziativa[.] Ai prigionieri non resta più che il desiderio della donna, senza la possi-
bilità di potersela procurare: è una sofferenza di bruti privi di femmina.
In questo modo si spiega la straordinaria facilità con la quale i prigionieri s’abbando-
na[va]no alla masturbazione. […] Vedevi facce stravolte, occhi opachi, torsi vacillan-
ti; udivi discorsi infantili, e ti meravigliavi che quegli esseri fossero stati uomini un
giorno. Si formavano poi amicizie morbose: il più delle volte nascevano da rassomi-
glianze con donne amate o conosciute per l’addietro, da simpatie fisiche o di carattere,
dall’uso del ballo che attira intensamente i prigionieri: la pederastia s’è manifestata
sotto tutte le forme, dalle più leggere a quelle del possedimento carnale. […] In molti
casi si presentò l’inversione quasi completa dei gusti, dei desiderii, dell’espressio-
ni: uomini che gesti[cola]vano e parlavano come donne, che ballavano oscenamente
come ballerine da caffè concerto, che si facevano corteggiare e dominavano i loro
ammiratori: femminette da strada non sarebbero state né più piccine né più triviali101.

99
Ivi, p. 18, corsivo nel testo.
100
Ivi, p. 17.
101
Falchi 1918, pp. 21, 23 e 24.
L’esperienza della prigionia 25

Dell’«oscenità del dondolio dei balli esotici serrato nei pantaloni grigioverdi» ci
ha lasciato una testimonianza anche Paolo Monelli:
C’erano dei maschietti del novantanove vestiti da donna che si dimenavano sotto gli
occhi lucidi dei colleghi. Ci sono stati corteggiamenti, scene di gelosia. C’erano di quelli
che a far la donna ci avevano preso gusto, stavano tutto il giorno seduti sulle finestre
in spoglie femminili a cucirsi corredini trasparenti, e civettavano con i dami che se li
contendevano. Uno andò al comando austriaco a protestare perché l’altro non gli voleva
più bene102.
Secondo Dalla Volta il contrasto con quanto i soldati avevano vissuto prima di
entrare nei lager non poteva essere più evidente. Dapprima la chiamata alle armi,
con quell’alone di licenziosità e goliardia che portava con sé, poi le ore di riposo
nelle immediate retrovie del fronte, avevano allentato le tradizionali inibizioni. In
particolare nelle città e nei paesi non lontani dalla linea del fuoco, i giovani militari
avevano potuto dare sfogo ad una «imperante sessualità, ridotta quasi esclusiva-
mente alla formula semplice di piacere fisico», favorita dalla presenza di «stuoli di
mondane più o meno improvvisate» che «popolavano i più noti ritrovi pubblici o le
vie più centrali e frequentate, spesso esercitando nella maniera più patente una vera
caccia all’ufficiale». Questa «libidine più cieca di voluttà» era accompagnata nei
militari da «un generale disinteressamento delle finalità genetiche dell’amore» e
«da una noncuranza inconcepibile dell’avvenire»103. Il contrasto tra quest’atmosfe-
ra sovraccarica di sessualità «con l’astensione assoluta e repentina» cui venivano
condannati gli ufficiali all’interno dei lager era «vivissimo». Per i soldati di truppa
prigionieri impiegati nelle compagnie di lavoro la situazione era invece diversa.
Dalla Volta vide all’ospedale di Csòt «numerosissimi malati venerei, che si erano
infettati nei dintorni». Inviati fuori dai campi per essere impiegati nei lavori agricoli
o nelle fabbriche, infatti, i reclusi «come supplivano» alla «deficienza della mano
d’opera tenevano pure il posto degli assenti nell’ambito della sessualità»104.

4. Le responsabilità delle autorità politiche e militari italiane

Come ha evidenziato Giovanna Procacci, portando alla luce una vicenda ignora-
ta per 80 anni dalla storiografia105, le terribili condizioni in cui vissero i prigionieri
italiani e che portarono alla morte di circa 100 mila di loro, non furono dettate dalla
crudeltà o dal desidero di vendetta degli austro-tedeschi, ma da una scelta delibe-
rata delle autorità politiche e militari italiane, che lasciarono all’iniziativa privata

102
Monelli 1973, p. 189.
103
Dalla Volta 1919, pp. 35-37.
104
Ivi, p. 45. I contatti tra prigionieri e donne dei Paesi nemici sono oggetto di uno studio recente
che analizza il caso dei reclusi russi che lavoravano in Tirolo. Cfr. Zangerl 2015.
105
A lungo ignorato dalla storiografia di tutta Europa, il tema della prigionia è entrato a far parte
degli studi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, anche «in coincidenza con il
nuovo clima politico e culturale venutosi a creare in Germania in seguito all’Historikerstreit e a una
presa di coscienza consapevole del passato» (Procacci 2015, p).
26 Fabio Montella

l’invio di pacchi con gli aiuti e per un certo periodo l’ostacolarono. Al contrario,
con un’azione più efficace e meglio coordinata, una buona parte dei soldati si sareb-
be probabilmente potuta salvare, come accaduto in altri eserciti in lotta.
Secondo le convenzioni dell’Aia del 1899 e 1907 era lo Stato che deteneva i prigio-
nieri a doversi occupare di loro, con un trattamento equivalente a quello delle proprie
truppe, ma nessun Paese aveva previsto di doversi occupare di così tanti uomini cattura-
ti e per così tanto tempo. Il blocco economico di Francia e Gran Bretagna nei confronti
degli Imperi centrali e il peggioramento delle generali condizioni di vita nei Paesi bel-
ligeranti resero inoltre necessario affiancare alle provviste degli Stati che ospitavano i
prigionieri anche altri aiuti, come l’invio dei pacchi da parte delle famiglie.
All’inizio della guerra l’Italia regolò questa delicata questione con il decreto
del 20 giugno 1915, n. 1047, che si limitava a prescrivere il peso dei pacchi entro i
cinque chilogrammi per l’ottenimento dell’esenzione delle tasse, senza dare indica-
zioni per il loro contenuto o numero. I pacchi venivano consegnati dai privati agli
uffici postali e, dopo essere stati esaminati dalla censura, erano trasportati alla fron-
tiera, dove erano nuovamente sottoposti a controllo106. Se in un primo tempo furono
soprattutto le famiglie a spedire pacchi ai congiunti, quando il volume delle spe-
dizioni raggiunse cifre ragguardevoli e provocò intasamenti e ritardi alle frontiere,
si intensificò l’attività della Croce Rossa, i cui invii erano esonerati dal passaggio
sotto il visto della censura. Le famiglie pagavano un abbonamento ed erano la Cro-
ce Rossa ed altre associazioni simili ad occuparsi dell’invio di viveri e indumenti.
A differenza di Francia e Gran Bretagna, che scelsero di facilitare e promossero
l’invio di aiuti ai propri prigionieri, l’Italia lasciò sempre l’iniziativa ai privati,
limitandosi ad autorizzare la Croce Rossa ad organizzare l’invio di soccorsi privati
individuali ai soldati di truppa e collettivi soltanto agli ufficiali. Tutti gli interventi
adottati dai vertici politico-militari italiani furono volti a limitare piuttosto che a
favorire gli aiuti. È quanto accadde, ad esempio, con un’ordinanza dell’8 ottobre
1917107, con la quale il Comando supremo intervenne per disciplinare il confeziona-
mento e il contenuto dei pacchi. Come spiegò alle sempre più angosciate famiglie
modenesi il settimanale Il Dovere, fu in particolare vietata la spedizione di
abiti borghesi, candele, carta da lettere e in genere carta che possa prestarsi per corrispon-
denza, cibarie non atte a lunga conservazione […]; coltelli ed altri strumenti taglienti,
distintivi e nastrini militari, dolciumi ed alimenti non di prima necessità, fiammiferi, filo
da cucire se in rocchetto o gomitoli, maccheroni di notevole diametro e lunghezza, noci,
nocciuoli e simili; pane non biscottato, pellicole e lastre fotografiche; scarpe e cuoio,
scatole di latta contenenti generi alimentari (come eccezioni sono ammesse le dette
scatole se spedite a mezzo di comitati della Croce Rossa Italiana e acquistate presso i
medesimi o a loro cura); stampe in genere, giornali, carte geografiche (come eccezione
sono ammessi i pacchi esclusivamente [di] libri nuovi); uova, vini, liquori, liquidi in
genere (come eccezione sono ammessi i medicinali e ricostituenti confezionati in reci-
pienti solidi); zucchero108.

106
Procacci 2000, p. 186.
107
L’ordinanza e le successive modificazioni sono riportate in Pariset 1918, p. 25 e ss.
108
I pacchi ai prigionieri di guerra, «Il Dovere», 21 ottobre 1917.
L’esperienza della prigionia 27

Le nuove norme stabilivano inoltre che il «pane biscottato» dovesse essere spe-
dito «sempre in pacchi a parte e mai unitamente a derrate o indumenti». Era infine
vietato l’inserimento di «lettere o scritti di qualunque genere».
Il sistema messo a punto nell’autunno del 1917 si rivelò fragile e inadeguato,
specie dopo Caporetto. Migliaia di “abbonamenti” per i pacchi pane congestiona-
rono «il lavoro enorme» di alcuni grossi comitati della Croce Rossa, quali Bologna,
Milano, Torino, Genova e Roma e il governo decise pertanto di correre ai ripari.
Con il decreto luogotenenziale 28 febbraio 1918 n. 342, la spedizione del pane
fu affidata esclusivamente alla Commissione prigionieri della Croce Rossa e agli
uffici postali e venne condizionata al possesso di una tessera da ritirarsi presso le
stazioni dei carabinieri. Questi ultimi avrebbero garantito che nessun aiuto sarebbe
stato inviato a quanti erano colpevoli o anche solo sospettati di diserzione o reati
simili. Senza occuparsi della produzione del pane, il governo si limitò ad assumersi
la responsabilità del suo inoltro, attirandosi peraltro forti critiche, dato che, secondo
l’Unione famiglie prigionieri di guerra di Parma e provincia, i pacchi non giunge-
vano più ai campi «con sufficiente regolarità e la percentuale del recapito si era
ridotta alla cifra impressionante del 5%». Tra maggio e giugno del 1918, su 1.800
abbonamenti pagati dalle famiglie parmensi ne furono spediti da Milano soltanto
150109. In luglio, sul settimanale dei soldati italiani del campo di Sigmundsherberg,
La Scintilla, si poteva leggere che «spesso si è dovuto assistere al poco dilettevole
spettacolo di vagoni a noi diretti e contenenti pacchi provenienti dalle nostre fami-
glie e varii Comitati della Croce Rossa, che arrivano qui in condizioni miserrime,
addirittura completamente svaligiati». I furti avvenivano sia durante il viaggio che
nell’ufficio di smistamento del campo, ma probabilmente anche dopo, da parte di
italiani e austriaci110.
Fu a poche settimane dalla fine della guerra, in seguito alle forti pressioni che
provenivano dalle leghe e dalle società tra le famiglie dei prigionieri, dalla stampa
e da altri ambienti, che il governo decise di intervenire direttamente per soccorrere
gli internati italiani, attuando un «esperimento» (che ebbe tuttavia scarso valore ed
efficacia) di spedizione di alcuni vagoni di gallette a proprie spese.

Le prime notizie sui prigionieri che arrivarono in Italia riportavano una situa-
zione tutto sommato positiva e contribuirono a rassicurare l’opinione pubblica sul
trattamento loro riservato. Nelle lettere che venivano pubblicate dai giornali i pri-
gionieri riferivano delle buone condizioni di vita, sia materiali che morali. Per la
provincia di Modena la prima notizia che abbiamo rintracciato sulla stampa è quel-
la di Carlo Tassi, catturato il 12 agosto 1915 sull’Isonzo e condotto al campo di
Mauthausen, che scrisse alla famiglia di stare bene, probabilmente non soltanto per
tranquillizzare a casa ma per le condizioni di vita, tutto sommato buone, dei primi
mesi di guerra111. Esplicite, in questo senso, furono le lettere inviate alla famiglia tra

109
Pariset 1918, pp. 3 e 11.
110
Falchi 1918, pp. 15-16
111
Modenese prigioniero in Austria, «Gazzetta dell’Emilia», 18-19 settembre 1915.
28 Fabio Montella

la fine del 1915 e l’inizio del 1916 da un altro modenese, Ugo Muratori, sempre in-
ternato a Mauthausen. Gli stralci di tre missive di Muratori, sottotenente di fanteria,
vennero pubblicate dal settimanale Il Dovere nel febbraio del 1916, quando ancora
si poteva scrivere della prigionia come di una condizione accettabile:
20 [ottobre] 1915
Carissimi,
la mia salute è buona e me la passo abbastanza bene. Qua sono in buona compagnia con
ottimi amici, coi quali passo la giornata al caldo a giuocare a carte, alla sera si va a teatro
dove recitano i nostri amici e ci fanno stare un po’ spensierati.
Non mi manca niente; delle volte leggo o giro da una baracca all’altra. Vado in cantina
spesso. Si mangia abbastanza e sono contento.
5 [gennaio 1916]
Sto bene! Il nuovo anno mi auguro sia meno funesti [sic] per la nostra famiglia, del
passato. Ho ricevuto oggi, lascio immaginare con quanto piacere, il pacco del pane dalla
Svizzera che mi annunzia prossime vostre notizie112.
Il comando supremo intervenne presto per contrastare questa tendenza, al fine
di scongiurare la diserzione tra le truppe combattenti, e impose di diffondere
soltanto notizie «che mettessero in luce il cattivo trattamento riservato dagli au-
striaci»113. Nel fondo Gabinetto di Prefettura dell’Archivio di Stato di Modena è
conservato un registro con le notizie la cui pubblicazione doveva essere impedita
dal locale ufficio censura. Nei primi mesi del 1916 vennero vietate quelle relative
alle evasioni di prigionieri (che a quell’epoca erano pubblicate di frequente e con
intonazioni «esagerate e infondate») e i nomi e le lettere di reclusi; vennero invece
esplicitamente autorizzate e incentivate quelle sui «maltrattamenti inflitti» nei cam-
pi di concentramento e sul «cattivo nutrimento loro concesso»114.
Le disfunzioni circa l’arrivo dei soccorsi e la loro manomissione furono imputa-
te interamente al comportamento della autorità nemiche, sviando così l’attenzione
dalle reali responsabilità. Il governo conosceva le effettive condizioni in cui vive-
vano i propri soldati prigionieri ed era anche al corrente delle crescenti difficoltà
che il blocco navale dell’intesa stava creando in particolare all’Austria, impossibili-
tata a garantire ai propri cittadini, e di conseguenza anche ai reclusi italiani, i mezzi
di sostentamento e i viveri adeguati alle necessità; d’altra parte, contrariamente a
quanto avrebbe sostenuto, dopo la guerra, la Reale commissione d’inchiesta sulle
violazioni del diritto delle genti commesso dal nemico (che pubblicò soltanto te-
stimonianze utili alla propria “causa”), il trattamento riservato agli italiani non era
particolarmente brutale e il vitto non differiva da quello riservato a prigionieri di
altre nazionalità né ai soldati delle retrovie dell’impero asburgico. Ciononostante,
manifesti, opuscoli e volantini prodotti dalle autorità115 contribuirono a diffondere
nel Paese e tra i combattenti l’idea che le condizioni di vita dei prigionieri fossero
112
Come scrive un sott. modenese prigioniero a Mauthausen, «Il Dovere», 10 febbraio 1916.
113
Procacci 2000, p. 194.
114
Archivio di Stato di Modena (Asm), Prefettura di Modena, Gabinetto, Atti a serie aperta, b. 125
(ex b. 113), anno 1919, serie 6, cat. 4, f. 1 “Miscellanea”, Registro.
115
Farinella 2005, pp. 79-80.
L’esperienza della prigionia 29

atroci e soprattutto che le cause del cattivo trattamento patito dagli italiani fossero
da imputare alla particolare crudeltà degli austriaci.
Dopo Caporetto, con la cattura di circa 300 mila prigionieri italiani che si ag-
giunsero ai circa 150 mila già detenuti, la situazione alimentare dei campi per ita-
liani si fece drammatica. L’attribuzione della sconfitta a un fenomeno di diserzione
collettiva, favorito dal presunto «disfattismo» che dal fronte interno “contagiava”
quello di guerra116, secondo l’interpretazione di Cadorna117, spinse il ministro degli
Esteri Sidney Sonnino a proporre al comando supremo una riduzione nella quantità
di cibo che poteva essere inviata ai prigionieri. Ai combattenti catturati dalla Ger-
mania, Paese con il quale non esistevano precisi accordi dato l’esiguo numero di
italiani detenuti prima di Caporetto, furono addirittura proibiti gli invii di pacchi,
sia dalla Croce Rossa che dai privati: un provvedimento protratto fino al 1918, i
cui effetti si prolungarono molto oltre. Per gli italiani nelle mani degli austriaci,
invece, l’arrivo dei pacchi si era interrotto già a metà settembre per la chiusura
delle frontiere con la Svizzera. Dopo Caporetto, per il disordine seguito alla rotta,
si verificò una nuova sospensione, ma il governo non prese per settimane alcun
provvedimento. Soltanto alla fine di febbraio del 1918, con il citato decreto n. 342,
lo Stato italiano regolò e razionalizzò l’invio degli aiuti, limitandone la quantità e
introducendo il principio del tesseramento. Il numero dei pacchi inviati dall’Italia
aumentò in maniera notevolissima e provocò nuovi affollamenti, ritardi nei recapiti
e deterioramenti delle derrate, ma il governo, per regolarizzare la situazione, decise
di chiudere le frontiere tra marzo e aprile e di sospendere nuove spedizioni. La po-
sta e i pacchi ancora giacenti furono distrutti.
Da Carpi, grazie all’opera dell’Ufficio notizie, sorto nell’ambito del Comitato di
Azione Civile, furono spediti 12.320 pacchi per i prigionieri118. Il servizio, che curò
anche la compilazione di 15.500 lettere per informazioni sui combattenti, i ricove-
rati negli ospedali e i caduti, venne costituito dapprima come «distaccamento» e poi
come vera e propria «sottosezione» (con diritto alla franchigia postale) dell’«Uffi-
cio Notizie per le famiglie dei militari di terra e di mare», istituzione governativa
con sede centrale a Bologna119. Nella sottosezione carpigiana furono particolarmen-
te attive, accanto alla presidentessa, maestra Carmelita Bertesi, le colleghe Eugenia
Losi, Emma Nizzoli, Gisella Pozzetti e Andreina Artioli e le signore Mary Guaitoli,
Caterina Pacchioni, Edvige Papotti e Gina Gualdi.
Non sappiamo se i pacchi spediti attraverso l’Ufficio notizie siano stati gli unici

116
Labanca 1997, p. 53.
117
Nella prima versione del suo tristemente noto bollettino del 28 ottobre 1917, Cadorna ad-
dossò la colpa della rotta alla «mancata resistenza di riparti della II Armata», i quali, «vilmente
ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico avevano «permesso alle forze
austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre
truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria». Ritirati
i giornali del 29 ottobre che avevano pubblicato il testo, circolò in Italia (ma non all’estero) una nuova
versione edulcorata, che si apriva con «La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di alcuni
riparti della II Armata hanno permesso…».
118
L’Azione civile 1920, p. 13.
119
Sull’Ufficio Notizie di Bologna cfr. Lorenzini-Bollini 2014.
30 Fabio Montella

a partire da Carpi. Tantomeno siamo in grado di dire quante spedizioni arrivarono


a buon fine, ma due cartoline di prigionieri carpigiani ci offrono un piccolo ma
significativo indizio. La prima fu inviata ad Alfredo Bertesi dal soldato Nemesio
Figurati, prigioniero a Magyarovar, in Ungheria. Nel confermare (in un italiano
assai stentato) di aver ricevuto un pacco di pane tramite la sezione di Bologna del
Comitato prigionieri della Croce Rossa Italiana, Figurati pregò il deputato di «farci
lindirisso esatti Perche ipacchi spersi lidanno ai russi credo che lenostre famiglie
pagano Per noi non che dagano i pacchi a questi achi cipare piace»120. Un’altra lette-
ra venne spedita il 7 aprile 1918 alla famiglia dal soldato Giulio Zuppiroli, internato
a Milowitz. È una lettera particolarmente drammatica e struggente, se si pensa che
il fante carpigiano morirà appena un mese dopo in quel campo di concentramento:
Carissimi Genitori
Già sono diverse volte che vi do mie notizie e non vedo mai vostre risposte né pacchi,
duncue io vi prego che subito avete ricevuto cuesta mia di spedirmi del pane pasta è riso
compreso il condimento.
Altro non mi alungo che salutarvi caramente unita lintiera famiglia e mi assegno il vo-
stro aff.mo figlio Zuppiroli Giulio121.
In pessime condizioni materiali e morali, privi degli aiuti che per soldati di altri
eserciti costituirono la salvezza, i soldati italiani tentarono frequentemente la fuga.
Un recente studio di Paolo Pozzato, basato sull’analisi dei verbali di interrogatorio
di circa 600 ufficiali italiani reduci dalla prigionia, evidenzia che il 20% di loro
provò a scappare dai lager austro-ungarici e tedeschi122. Dopo vari tentativi infrut-
tuosi, che lo avevano fatto rinchiudere nella fortezza di Komárom, in Ungheria, il
reggiano Arturo Tarabusi il 27 luglio 1918 intraprese la fuga decisiva, che dopo
varie peripezie lo avrebbe ricondotto in Italia. Insieme a lui c’erano cinque compa-
gni di prigionia, tra i quali il carpigiano Lugli123, definiti «“gli assi” delle fughe, i
migliori»124. Non sappiamo se Lugli riuscì effettivamente a raggiungere la libertà.
Nell’ultimo frammento che troviamo nell’autobiografia di Tarabusi, il carpigiano
sta correndo «a più non posso» insieme a tre compagni a Komárom, inseguito da
soldati austriaci125.
Come ha evidenziato lo storico Marco Mondini, oltre che una via impervia ma
necessaria verso la salvezza, la fuga degli italiani durante la Grande guerra fu anche
un modo per riscattarsi, specialmente dopo Caporetto. Gli ufficiali, in particolare,

120
Istituto Storico di Modena, Archivio Bertesi, b. 27, Cartolina n. 356, 23 luglio 1917.
121
mppc, b. H 9, fasc 14.
122
Pozzato 2012, p. 9. I circa 600 ufficiali del campione appartenevano a 16 brigate di fanteria
e a una ventina di battaglioni alpini, bersaglieri e reparti d’assalto. Gli interrogatori fanno parte del
fondo F11 dell’Aussme.
123
Tarabusi 1919, p. 25. Gli altri quattro erano Milanesi di Torino, De Rosa di Lecce e i sottote-
nenti Ugo Fasser di Terni e Igino Gelmetti di Salsomaggiore. Su questi ultimi due cfr. anche Tratta-
mento dei prigionieri 1920, pp. 283-284. Una fuga di Fasser da Komárom è narrata anche in Pozzato
2012, pp. 59-60.
124
Tarabusi 1919, p. 15.
125
Ivi, p. 25.
L’esperienza della prigionia 31

Gruppo di prigionieri italiani dopo il rimpatrio (Trattamento dei prigionieri 1920, tav. i).

Altri soldati rientrati in Italia dopo la prigionia (Trattamento dei prigionieri 1920, tav. iii).
32 Fabio Montella

erano ben consci che al ritorno sarebbero stati sottoposti a interrogatori stringen-
ti, che avrebbero dovuto accertare i motivi della loro cattura; scappare dai campi
di concentramento significava dunque «dimostrare di non aver smarrito il proprio
onore di uomini in armi, di poter ancora contribuire alla lotta contro il nemico e
di non rassegnarsi all’inerzia e alla schiavitù», acquisendo una «benemerenza che
sarebbe tornata utile una volta rimpatriati». In realtà, pochi tentativi andarono a
buon fine, ma «l’aver tentato la sfida, l’aver rischiato e vissuto da uomo libero,
guadagnava al prigioniero un nuovo status, lo riportava alla condizione di soldato
meritevole di rispetto anche da parte di quegli stessi carcerieri che all’inizio aveva-
no trattato i prigionieri italiani come dei vigliacchi da disprezzare»126.
Un’altra via di salvezza possibile era quella di approfittare degli scambi di pri-
gionieri che si verificarono per tutto il conflitto con regolarità, ma per un numero
limitato di uomini, tra Italia e Austria-Ungheria. Il primo scambio ufficiale fu orga-
nizzato il 20 novembre 1916, quando furono restituiti all’Italia 300 uomini di trup-
pa e 11 ufficiali del Regio esercito, oltre a 27 ufficiali serbi127. Alla fine del conflitto
rientrarono 1.162 ufficiali, 14.973 soldati e 18 civili italiani: ben poca cosa rispetto
al totale di 600 mila uomini nelle mani degli austro-ungarici e dei tedeschi128. Per
espressa volontà delle autorità italiane questi scambi furono limitati ai grandi in-
validi, ma accadde, per alcuni prigionieri che avevano parenti e amici in grado di
esercitare pressioni su autorità influenti, che la via di casa si aprisse ugualmente.

5 Il rimpatrio degli ex prigionieri

Modena cessò ufficialmente di far parte dei territori in stato di guerra con decre-
to del 29 dicembre 1918, ma ancora per parecchi mesi la vita civile non tornò alla
normalità. I centri per il riordinamento e l’addestramento dell’Esercito che erano
stati istituiti dopo Caporetto in varie località dell’Emilia furono infatti potenziati
per radunare i militari italiani reduci dalla prigionia129.
Secondo gli accordi presi con le potenze vincitrici, gli Imperi centrali avrebbero
dovuto liberare i soldati reclusi in loro possesso con una certa gradualità, a scaglio-
ni di 20 mila, ma non prima del 20 novembre 1918. Al contrario, il rientro in patria
degli italiani internati fu molto più rapido di quanto stabilito e le autorità civili e
militari furono colte del tutto impreparate.
La liberazione fu particolarmente precipitosa per i circa 400 mila prigionieri
italiani in mano all’esercito austro-ungarico, ovvero i due terzi dei 600 mila com-
plessivamente detenuti dal nemico. A Mauthausen l’esodo in massa iniziò il 3 no-
vembre, un giorno prima dell’arrivo di un ordine che intimava di non abbandonare i
campi; in altri casi la partenza avvenne anche prima. L’aspirante ufficiale modenese
del 36° fanteria, Armando Forghieri, dichiarò di essere partito da Mauthausen già il
126
Mondini 2014, p. 296.
127
Relazione morale 1918, p. 73.
128
Procacci 2000, pp. 233-239.
129
Per la ricostruzione della vicenda degli ex prigionieri cfr. Procacci 2000 e Montella 2008.
L’esperienza della prigionia 33

1° novembre, approfittando delle «disastrose condizioni dell’Austria». Dopo aver


viaggiato «un po’ in treno, in carro, a piedi», arrivò a Trieste la sera del giorno 6, da
dove partì in nave alla volta di Venezia. Da qui ripartì con una tradotta militare per
il campo di concentramento di Castelfranco Emilia, dove arrivò il 12 novembre130.
In altri luoghi di reclusione non venne opposta alcuna resistenza alle manifestazioni
di rivolta dei prigionieri. A Braunau, in Boemia, i cancelli del campo furono abbattuti
già il giorno precedente, come ricordò, tra gli altri, il carpigiano Salesio Schiavi:
Il giorno 2 Novembre, al suono degli inni patriottici, furono abbattuti i reticolati e la
maggior parte dei prigionieri fuggì indisturbata perché le sentinelle avevano gettato le
armi. Io partii la sera del 3 Novembre per ordine del Signor Colonello [sic] Bosca, che
aveva assunto il comando dei due campi, insieme ad altri 50 ufficiali per Iosefstat, dove
rimasi fino al 5. Il giorno 5, su carri bestiami [sic], quasi attaccati a treni merci, partii in-
sieme ad altri trecento ufficiali circa e a 400 soldati e passando per Budweis-Linz arrivai
al mattino dell’undici a Pontebba. A piedi e per mezzo di camions arrivai a Treviso il 15.
Da Mestre, da quel Comando di Tappa fui mandato a Mira per prendere disposizioni,
ma avendo trovato completa disorganizzazione, ed essendomi stato impossibile trovare
il Comandante, a mie spese mi son recato a Padova, da dove con treno ordinario fui
inviato a Castelfranco, però a Bologna avendo saputo che gli Ufficiali erano mandati
a Parma, nell’incertezza mi son recato al mio Deposito a Modena, che mi ha inviato a
Parma dove son giunto il 18 sera131.
Repentino fu anche il rilascio in Galizia, dove erano concentrati circa 100 mila
prigionieri, e nei campi ungheresi. In alcuni casi la fame degli ex reclusi venne
appagata immediatamente dai viveri lasciati dai carcerieri o dai pacchi diretti ad
altri soldati. Nei campi dell’Austria superiore, della Polonia e della Russia, invece,
i prigionieri si allontanarono affamati, alla ricerca quasi impossibile di cibo nelle
campagne devastate dalla guerra e dalle razzie. Molti di loro non riuscirono a so-
pravvivere a queste nuove privazioni e alle difficoltà del viaggio di rientro.
Non sempre la partenza fu immediata. Specie nei soldati che da più tempo erano
internati nei campi, colpiti da gravi forme depressive, il medico Dalla Volta osser-
vò un disorientamento per la pace improvvisa. Questi uomini, provati dalla lunga
detenzione e affetti dalla «sindrome del reticolato»,
non poterono concepire l’evento immane come una gioia, poiché della loro recettivi-
tà per il piacere superava la soglia. La loro individualità rimase altamente scossa: la
maggioranza affermava di sentirsi stordita: qualcuno tradiva negli atti incomposti e nei
discorsi un esaltamento che in un normale avrebbe dato adito alle più serie preoccupa-
zioni: moltissimi senza attendere i mezzi, a piedi, a casaccio, ripresero la via della patria
che per mesi e mesi era loro sembrata via di sogno e di illusione: si sarebbe detto […]
che accedevano con disperazione la via della felicità132.
Dai campi della Germania l’esodo fu più lento che dall’Austria-Ungheria. I
tedeschi non facilitarono la partenza spontanea dei prigionieri, anche sotto le

130
Aussme, F11, b. 20, f. “36 Rgt ftr”, Relazione dell’Aspirante Forghieri, 5 dicembre 1918.
131
Ivi, Relazione dell’aspirante Schiavi Salesio…, 25 novembre 1918.
132
Dalla Volta 1919, p. 10.
34 Fabio Montella

spinte delle autorità italiane, che si erano accordate affinché il rientro avvenisse
a scaglioni. La maggior parte degli internati continuò la vita di reclusione fino a
gennaio, «sia pure in condizioni infinitamente migliori e con vincoli disciplinari
molto più blandi»133.
I primi convogli partirono dalla Germania soltanto a metà dicembre, ma il rien-
tro fu tutto sommato regolare e non prolungato, al contrario di quello compiuto dai
reclusi provenienti dalle regioni più lontane. Carlo Emilio Gadda, prigioniero dap-
prima a Rastatt poi a Celle, partì da quest’ultimo campo il 1° gennaio 1919 e arrivò
al confine con l’Italia, passando attraverso la Francia, la sera del giorno 13. Dopo
una breve sosta a casa, a Milano, il mattino del 16 gennaio riparte per il campo di
raccolta per ufficiali ex prigionieri di Firenze, presso l’hotel Victoria.
Ad attendere Gadda, come gli altri ex reclusi, non vi furono onori. Ne è prova il
suo stato d’animo, profondamente segnato in quei giorni anche dalla notizia della
morte in guerra del fratello aviatore Enrico:
La Patria vuota; paralisi assoluta di ogni emotività per il paesaggio, i luoghi nuovi, ecc.,
di solito in me così viva. Non ho nemmeno guardato Firenze. Orribile senso di miseria
e di solitudine nella vita; […] girai un po’ per Firenze, come un ebete. Il mondo vuoto;
vane costruzioni, vana arte. […] Nessuna sosta al dolore. Nessuna emozione per l’Italia
e le cose. Nessun sogno per il futuro134.
A metà gennaio cominciarono ad arrivare anche i reduci dai campi situati in
Macedonia, Romania, Bulgaria, Russia e Asia Minore; ancora più tardi giunsero gli
internati che erano stati utilizzati nelle compagnie di lavoro.
L’arrivo degli ex prigionieri, e in particolare l’improvviso riversarsi alla frontie-
ra di centinaia di migliaia di soldati mandò in crisi il sistema ricettivo predisposto
dalle autorità italiane. L’atteggiamento diffuso verso questa categoria di militari
rimaneva, del resto, quello dei giorni immediatamente successivi a Caporetto: la
disfatta era stata causata dalla scarsa resistenza delle truppe, che si erano arrese
senza combattere, secondo il tristemente noto bollettino di Cadorna del 28 ottobre
1917. Su vari giornali, e in particolare su quelli di trincea, i prigionieri «vennero
raffigurati come uomini finiti, distrutti dalla paura e dalla fatica»135. Erano «gli im-
boscati d’oltralpe», secondo la sprezzante definizione di Gabriele D’Annunzio, che
fece indignare non poco i militari reclusi136.
Soltanto con la pubblicazione dei risultati della Commissione di inchiesta sulle
cause della disfatta, nell’estate del 1919, si mise in parte fine al grave pregiudizio
nei confronti di questi reduci. A tutto ciò si aggiunga che una parte consistente
dei vertici militari e politici diffidava degli ex prigionieri, che erano considerati
potenziali sovversivi, influenzati da idee bolsceviche e tendenzialmente ostili alle
istituzioni italiane, che, per la verità, non li avevano granché aiutati. Fu anche per

133
Mondani 2014, pp. 298-299.
134
Gadda 1999, pp. 412-419.
135
Procacci 2000, p. 210. Sul tema e su altri messaggi propagandistici cfr. Isnenghi 1977; Isnen-
ghi 2005; Farinella 2005.
136
Spitzer 1976, p. 222-224; Tarabusi 1919, p. 7
L’esperienza della prigionia 35

questo motivo che gli ex reclusi vennero nuovamente concentrati, isolati dal mondo
esterno e soprattutto lontani dalle loro case e dai loro affetti, dato che avrebbero
potuto squarciare il velo sulle reali responsabilità del disastro militare e della suc-
cessiva mancata assistenza nelle mani del nemico.
Scartata l’ipotesi di raccogliere i rimpatriandi al di fuori dei confini nazionali
(per esempio in Libia), come proposto da Cadorna e ribadito dal suo successore Ar-
mando Diaz, vennero allestiti in tutta fretta punti di prima raccolta e campi di con-
centramento all’interno del Paese, dove gli ex prigionieri sarebbero rimasti in una
sorta di quarantena per gli interrogatori, le indagini e i relativi procedimenti penali.
Tra coloro che rientrarono dalla prigionia ci fu anche il tenente Carlo Salsa. Il
suo controverso libro si chiude mestamente proprio con l’immagine di un’acco-
glienza tutt’altro che calorosa. Arrivato a Trieste, il treno di Salsa si fermò infatti
accanto a un convoglio di truppa, un «ammucchiarsi di membra spolpate sullo stra-
me fradicio». Affacciandosi dai finestrini rotti un sergente raccontò al tenente di
essere stato accolto in Italia con parole sprezzanti:
abbiamo chiesto del pane: il generale che comanda la piazza ci fece rispondere che per
noi c’era disponibile del piombo. […] Abbiamo dovuto rimanere qui tutta notte senza
soccorso, con questo gelo e con la nostra fame, sfiniti come siamo: ne sono morti venti
durante la notte. Anche questo è stato comunicato al generale, il quale rispose che ciò
ben stava a dei traditori della patria137.
L’approdo a Trieste, tra il 12 e il 15 novembre 1918, è narrato anche dal soldato
Pietro Ferrari, di ritorno dalla Serbia:
Ci portano […] lungo una banchina del porto e ci lasciano. Il tempo è freddo, il vento è
forte e noi siamo allo scoperto, esposti a tutte le intemperie. […] Si tenta di uscire dal
porto per comprare qualche cosa da mangiare, ma le cancellate e le porte sono chiuse e
sorvegliate da cordoni di bersaglieri con appostate delle mitragliatrici come se fossimo
dei malfattori. Mai mi immaginavo di essere trattato così al mio ritorno in Patria. […]
Ma quanti poveretti sfiniti e ammalati credendo di trovare a Trieste soccorso, trovano
invece la morte e molti ne muoiono anche qui. Il nostro pellegrinaggio non è finito. Il
nostro calvario non è ancora raggiunto. […] Molto male ci hanno ricevuto gli italiani,
assai deluso è stato il mio desiderio, invece di benevolenza ho trovato ingratitudine.
[L]’essere trattato da traditore della Patria io che ho fatto tutto il mio dovere, che obbe-
dii in tutto quello che mi comandavano non badando a fatica e sacrificio, è per me un
avvilimento che non so neanche descrivere138.
I punti di tappa istituiti alla frontiera per raccogliere e dare un primo conforto ai
reduci dalla prigionia sino all’arrivo alle stazioni ferroviarie o ai porti di imbarco
rivelarono subito notevoli limiti. Il generale Diaz ne era al corrente, come dimostra
una lettera del 15 novembre 1918 a lui indirizzata dal presidente del Consiglio,
Vittorio Emanuele Orlando. Recependo una comunicazione di Ubaldo Comandini,
commissario generale per l’assistenza civile e la propaganda interna, Orlando scris-
se che gli ex prigionieri discendevano
137
Salsa 1995, p. 257.
138
Ferrari 2004, pp. 133-135.
36 Fabio Montella

a Trieste e Fiume, dove non è possibile provvedere alla loro alimentazione. Ieri a Trieste
vennero raccolti oltre trentamila languenti per fame. Altrettanto avviene a Fiume dove la
situazione è ancora aggravata […] Formazione di luoghi raccolta era ed è una necessità
per ragioni amministrative e morali. Ma occorre che in detti luoghi prigionieri ufficiali
e soldati trovino accoglienza e trattamento cordiale e sufficiente. Accade invece il con-
trario […] ufficiali sono raccolti in alloggiamenti di truppa con giacigli di paglia a terra.
Ricevono metà razione del soldato. Hanno libertà limitata a cortile di venti metri. Di
notte se devono recarsi latrina sono accompagnati da soldato armato. Giungono in Italia
con moneta austriaca di cui è proibito cambio sicché neppure possono procurarsi oggetti
personali di prima necessità. Per recarsi da Comandi tappa ai campi di concentramento
sono muniti di due gallette e di una scatola di carne per cadauno. Immagina da ciò quale
possa essere trattamento soldati. La massima parte ritornano fervidi di patriottismo e di
fede ma questi sentimenti possono raffreddarsi per tale trattamento. Comprendo che oc-
corre fare selezione di quelli che nell’ottobre scorso possono essersi dati al nemico, ma
ciò non autorizza trattamento generale di prigionieri per tutti. Fatta selezione suddetta
che è facile per i prigionieri di data anteriore all’ottobre e posteriore al novembre 1917
gli altri devono essere considerati quali militari non soggetti a regime di sospetto139.
Non erano dunque né il conforto materiale né quello morale le principali preoc-
cupazioni che avevano portato il Comando supremo a decidere di istituire i primi
punti di accoglienza. L’obiettivo era quello di tenere i militari in una sorta di qua-
rantena sanitaria ma soprattutto morale, al fine di sottoporli agli interrogatori e ai
procedimenti penali reputati necessari140. Per i vertici militari,
questi rimpatriati, sia per le privazioni sofferte nella prigionia sia per i contatti insidiosi,
sia per lo sconvolgimento politico e sociale dei paesi dai quali provengono e nei quali
hanno assistito a tumulti e bagliori rivoluzionari, possono trovarsi in uno stato d’ani-
mo proclive alla irrequietezza, al disordine e all’esaltazione, e non ancora neutralizzato
dall’aria risanatrice della vittoria; ed essere perciò propagatori più o meno consapevoli
tra i soldati e le popolazioni nostre di germi dissolvitori141.
Il comportamento che avrebbero dovuto tenere gli ex prigionieri al loro ritorno
fu regolato da un’ordinanza del Comando Supremo (convertita poi in decreto) del
12 novembre 1918142. Con essa si voleva innanzitutto impedire ai reduci di sfuggire
al controllo delle autorità. Il provvedimento, emanato sulla base dell’art. 251 del
codice penale dell’esercito, stabiliva che «il militare di qualsiasi grado, comunque li-
berato dalla prigionia di guerra», dovesse presentarsi ad una qualunque autorità militare
«entro le 24 ore» dal suo ingresso nel territorio del Regno, per essere avviato ai centri di
raccolta di Castelfranco Emilia (all’epoca in provincia di Bologna), Gossolengo e Ri-
vergaro (Piacenza), Ancona e Bari. Questa prescrizione pose non pochi problemi, dato
che molti soldati erano all’oscuro dell’ordinanza e girovagavano per le campagne in
cerca di cibo e generi di prima necessità. Gli ex prigionieri che si trovavano già in Italia

139
Aussme, F 11, r. 119, c. 6, Lettera di Orlando a Diaz, 15 novembre 1918.
140
Procacci 2000, pp. 365-370.
141
I Armata, Azione del servizio P nei territori liberati, fra le truppe e tra i prigionieri restituiti
dal nemico, 24 novembre 1918, cit. in Gatti 2000, p. 97.
142
In «Gazzetta Ufficiale» del 27 novembre 1918, n. 279.
L’esperienza della prigionia 37

alla data dell’ordinanza, dovevano comunque presentarsi alle autorità militari entro il 20
novembre 1918. L’infrazione del provvedimento sarebbe stata considerata «diserzione»
e punita colla pena indicata nell’articolo 145 del codice penale dell’esercito (reclusione
militare da tre a cinque anni)143. La disorganizzazione del rientro provocò, tra gli altri
inconvenienti, l’intasamento delle stazioni ferroviarie, costringendo le autorità a servir-
si di autocarri, con un notevole aggravio dei costi144. Fu inoltre ben presto evidente che
i primi centri individuati dall’ordinanza non sarebbero bastati ad accogliere la massa di
prigionieri che stava rientrando, e ancora meno a fare fronte all’attività inquisitoria, che
entrò rapidamente in crisi. Vennero quindi istituiti nuovi centri in località dell’Emilia,
comprese Carpi, Correggio e Mirandola, e in altre zone d’Italia, soprattutto in Puglia145.
Dopo una prima fase assai caotica, nella quale i centri ricevettero dotazioni da
enti diversi, e principalmente dall’Intendenza generale146, il 18 novembre il compi-
to di gestire questi nuovi “campi di concentramento” fu assegnato all’Intendenza
dei Corpi a disposizione147. Una delle prime incombenze fu quella di accertarsi che

143
Il testo dell’ordinanza fu stampato in un manifesto che venne affisso nei comuni sede di centro
e frazione. Copie sono conservate in Asm, Sottoprefettura di Mirandola (Sm), b. 349 e Archivio Stori-
co Comune di Medolla (Ascmed), Carteggio amministrativo (Ca), a. “1918”, c. 8.
144
Aussme, F 148, c. 363 A (vol. 8), Intendenza CD, Diario dal 1 ott. 1918 al 31 gennaio 1919,
Allegato Servizi di trasporto.
145
Procacci 2000, p. 372.
146
Il 23 maggio 1915, in coincidenza con l’entrata in guerra dell’Italia, il Reparto Intendenza del
Comando del Corpo di Stato Maggiore fu trasformato in Intendenza Generale dell’Esercito, che fu posta
alle dipendenze del Comando Supremo. All’Intendenza spettò sostanzialmente la direzione dei riforni-
menti e dei servizi per l’esercito mobilitato. Nel corso del conflitto la struttura dell’Intendenza fu gra-
dualmente ramificata e ampliata, sino a raggiungere una configurazione assai articolata, con al vertice un
generale Intendente, alle cui dipendenze furono posti un capo e un sottocapo di Stato Maggiore. Erano
alle dipendenze dirette dell’Intendente Generale: la Direzione trasporti, l’Ispettorato delle retrovie, l’I-
spettorato genio civile, l’Ispettorato veterinario, l’Ufficio del generale medico ispettore, la Direzione
superiore postale, il Commissariato generale telegrafico, l’Ufficio contratti, la Delegazione della Croce
Rossa italiana, la Sezione del Sovrano ordine militare di Malta e l’Ufficio polizze di assicurazione. Dopo
la sua costituzione l’Intendenza Generale fu dislocata a Treviso, dove rimase sino al novembre 1917, per
poi essere successivamente trasferita a Bologna e quindi, il 18 febbraio 1919, a Roma. Il 22 aprile 1919
l’Intendenza fu sciolta e dal mese seguente la maggior parte delle sue funzioni e competenze passarono
all’Intendenza Zona Retrovie, che a sua volta fu sciolta il primo settembre 1919 (Botti 1991, pp. 692-
695 e 715-846).
147
L’Intendenza dei Corpi a Disposizione era stata creata nel maggio 1916 dal Comando Supremo,
dopo l’offensiva austriaca in Trentino e in seguito alla decisione di costituire un’armata di riserva
nella regione a nord del parallelo di Padova. Sua sede era nei pressi di Vigodarzere. Il 1° giugno
1916, raggiunta la sistemazione completa e il regolare funzionamento dei servizi sotto la direzione
del colonnello Guido Liuzzi, l’organismo venne designato quale Intendenza della Quinta Armata. Il
5 luglio, cessate le ragioni di urgente difesa del Trentino, riprese la denominazione di Intendenza dei
Corpi a Disposizione, con il compito di provvedere ai servizi necessari per il funzionamento delle
unità rimaste nella zona di Padova. L’Intendenza venne anche incaricata di provvedere ai bisogni delle
unità e dei servizi ritirati dal fronte per essere riorganizzati durante il periodo invernale. Il 25 luglio
1917 il comando della Quinta Armata cessò di funzionare come tale, trasformandosi in comando di
occupazione avanzata della frontiera nord. L’Intendenza dei Corpi a Disposizione passò quindi alle
dipendenze dell’Intendenza Generale e nei mesi di agosto e settembre concorse al rifornimento della
Seconda Armata, impegnata nell’offensiva della Bainsizza (Aussme, F 3, r. 236, c. 1, Intendenza dei
Corpi a Disposizione, Compiti affidati).
38 Fabio Montella

i centri fossero dotati dei mezzi di trasporto necessari agli spostamenti e che operassero
adeguatamente le strutture sanitarie, ma fin dal principio entrò in funzione anche l’atti-
vità degli uffici inquirenti e dei tribunali di guerra, tesa ad accertare, con interrogatori,
gli eventuali reati di diserzione, per poi procedere con le relative condanne. Oltre ad
accertare le cause della cattura, gli interrogatori avevano il compito di accertare se gli
ex prigionieri fossero animati da propositi di propaganda «bolscevica», ovvero se nei
campi di concentramento d’oltralpe fossero entrati in contatto con idee sovversive.
Il funzionamento dei campi di raccolta emiliani fu stabilito il 19 novembre 1918
con un provvedimento dell’Ufficio Ordinamento e Mobilitazione del Comando su-
premo, al quale facevano direttamente capo. I centri (dai quali dipendevano nume-
rosi sottocentri) era quello di raccogliere, per arma, i militari reduci dalla prigionia,
a mano a mano che affluivano gradualmente dai posti di raccolta di armata e di
procedere celermente al definitivo loro riordinamento in reparti organici disarmati.
I comandanti di ciascun centro, in qualità di comandanti di grandi unità alla diretta
dipendenza del Comando Supremo, avevano piena giurisdizione sul territorio del
rispettivo campo e dovevano provvedere alle esigenze d’ordine pubblico ed alle
relazioni con le autorità politiche e civili148.

6. L’organizzazione del centro per ex prigionieri di Castelfranco Emilia

Il centro di raccolta per prigionieri liberati di Castelfranco Emilia, dal quale dipen-
deva anche Carpi, occupava una zona molto ampia, compresa nei territori di tre provin-
ce: Bologna, Modena e Reggio Emilia. Il perimetro del Centro era all’incirca compreso
nel quadrilatero che da Novellara si spinge a Cento e da Guiglia a Reggio Emilia149.
I mezzi di vita «e di equipaggiamento» dei militari che rientravano sarebbero
stati in capo all’autorità militare, mentre alle amministrazioni comunali era richie-
sto di farsi carico della «ricerca di accantonamenti, dovendo per questa imperiosa
circostanza far tacere qualsiasi altra esigenza non strettamente necessaria». I pri-
gionieri dovevano essere «accantonati a piccole squadre o a gruppetti» e «raggrup-
pati almeno nella forza di 50 per ciascun fabbricato, alle dipendenze di un ufficiale
o di un sottufficiale responsabile». Se non si fossero trovati validi alloggi, si sareb-
be comunque proceduto con le requisizioni d’autorità150.

148
L’organico di ciascun comando di centro doveva comprendere un ufficiale generale comandan-
te, un ufficiale superiore di Stato Maggiore, tre o quattro ufficiali a disposizione o addetti, un ufficiale
superiore medico (direttore del Servizio sanitario), un ufficiale superiore commissario (direttore del
servizio Commissariato), un ufficiale superiore di amministrazione (direttore dei conti), un ufficiale
di Giustizia militare con funzioni di consulente legale (avvocato militare del Tribunale di guerra del
centro), oltre al personale di truppa strettamente necessario per il funzionamento del Comando. Quale
comandante del centro di Mirandola fu nominato il maggiore generale Cottini, capo di Stato Maggiore
il tenente colonnello Ferlosio.
149
Aussme, F 148, c. 363 A (vol. 8), Intendenza CD, Diario dal 1 ott. 1918 al 31 gennaio 1919,
25 novembre 1918.
150
Ascm, Ca, b. 1128, f. 2, Lettera del comandante del centro di riordinamento di Mirandola, 17
novembre 1918.
L’esperienza della prigionia 39

(a) (b)

(c) (d)

Ritratti di Giovanni Bulgarelli (a), Aldo Ferrari (b), Lorenzo Galli (c), Livio Gasparini (d), soldati
carpigiani morti in prigionia. Carpi, Musei di Palazzo dei Pio.
40 Fabio Montella

Il vettovagliamento dei soldati che si trovarono concentrati in questo vasto ter-


ritorio era garantito da magazzini viveri dislocati in più comuni: a Vignola, dove
venivano distribuite fino a 20 mila razioni di viveri ordinari al giorno, Sassuolo e
Scandiano (10 mila razioni ciascuno), Modena (17 mila), San Giovanni in Persiceto
(30 mila) e Carpi (27 mila). Mano a mano che i viveri affluivano ai magazzini, si
provvedeva a distribuirli, utilizzando le ferrovie ordinarie o quelle ridotte, le tram-
vie e le autocolonne. Il pane affluiva dai panifici di Modena, Castelfranco, Scandia-
no e Sassuolo. Alla data del 25 novembre 1918 era inoltre presente a Carpi la 70a
sezione panettieri senza forni mobili151.
Inizialmente il Centro disponeva di quattro bagni per la bonifica complessiva
di circa 2.000 uomini al giorno. Due erano stati impiantati a Castelfranco Emilia,
uno a Vignola e uno a Carpi, presso i bagni pubblici. Vi erano inoltre 13 stufe di
disinfezione, delle quali sette modello Giannoli, sei stufe-botti ed un’autostufa. La
dotazione di strutture venne in seguito potenziata. Alla fine del 1918 il Centro po-
teva disporre complessivamente di 22 bagni, 16 stufe, sette lavanderie e sei tende.
L’assistenza medica era garantita da sei ospedali da campo: il n. 242 (da 200
letti) a Carpi, il n. 44 a Nonantola (che nel mese di dicembre si trasferì a Legnago,
al servizio del locale campo prigionieri), il n. 65 a Bagno (Reggio Emilia), il n. 88
a San Martino in Rio, il n. 129 a Bastiglia e l’ospedaletto da campo da 50 letti n.
39 a Formigine. Il Centro poteva inviare pazienti anche nei vari ospedali di riserva
della zona.
In quei giorni si verificarono un caso di vaiolo e due di difterite, ma soprattutto
si manifestò con grande virulenza, anche tra i soldati, l’epidemia di influenza spa-
gnola, che soltanto a Modena alla fine di ottobre aveva già fatto registrare 10.532
casi con 378 decessi152.
Sotto il profilo dei mezzi di trasporto, il Centro di Castelfranco disponeva di 60
autocarri153, otto ambulanze (divenute poi 15), quattro furgoncini, un autobus, sei
autovetture, 10 motocarrozzette, quattro motocicli, 10 biciclette e 120 carri. Erano
inoltre presenti 88 carri, che servivano alla delegazione dell’Intendenza di Modena
per trasportare, a Castelfranco e a Mirandola, vestiario e materiali di equipaggia-
mento154.
Nelle varie stazioni ferroviarie e nei principali crocevia funzionavano “Punti
di ristoro” istituiti dalla Croce Rossa Americana155 e dalla Fratellanza Universale
Americana (Ymca), mentre ciascun sottocentro era dotato di casse militari, dove
avveniva il cambio delle corone austriache. Nei sottocentri furono istituite anche
case del soldato, nelle quali il servizio P, organismo dell’esercito creato dopo Ca-
poretto per la propaganda, l’assistenza e la vigilanza sui militari, provvedeva alla

151
Direttore era il tenente Monti De Luca.
152
Muzzioli 1993, p. 151.
153
Si trattava, in particolare, della 149a autosezione Fiat 18 BLR, della 159 a autosezione
mista, di un nucleo di autocarri pesanti e di un autocarro per il plotone telegrafisti.
154
Aussme, F 148, c. 363 A (vol. 8), Intendenza CD, Diario dal 1 ott. 1918 al 31 gennaio 1919,
Allegato del Servizio Trasporti.
155
Cfr. Relazione sommaria 1919.
L’esperienza della prigionia 41

distribuzione di fogli da lettera, cartoline, inchiostro, matite, giochi e strumenti


musicali. Venivano inoltre proiettati ogni settimana documentari di carattere istrut-
tivo e patriottico. L’attività del servizio P coinvolgeva anche la popolazione civile
e, soprattutto, i rappresentanti dei comitati e degli enti di propaganda nazionali156.
L’arrivo dei soldati laceri ed affamati ed il loro internamento dopo mesi o anni
trascorsi in prigionia non tardò a sollevare lamentele: da parte dei famigliari, innan-
zitutto, che faticavano a comprendere questa nuova forma di detenzione, ma anche
dalle locali autorità civili e religiose, che erano in seria difficoltà nell’accogliere
questi derelitti157. Già il 13 novembre 1918 il prefetto di Modena aveva scritto al
comandante del Corpo d’Armata di Bologna, generale Luigi Segato, per sollecita-
re provvedimenti urgenti, al fine di far fronte ai vari inconvenienti che si stavano
presentando in alcuni comuni sotto la giurisdizione del comando del centro di rac-
colta di Castelfranco Emilia. L’arrivo dei prigionieri non era stato preannunciato
per tempo, causando affrettate requisizioni di locali, con gravi lesioni di legittimi
interessi pubblici e privati e giustificate lagnanze dei prigionieri stessi, costretti
spesso a bivaccare all’aperto per più giorni. Dopo l’arrivo dei contingenti non si
era provveduto, con la dovuta urgenza, a distribuire i viveri e a preparare il rancio
caldo, assolutamente necessario a persone stanche da lunghi viaggi e già sofferenti
per la scarsa nutrizione patita durante la prigionia. Il prefetto evidenziò che ciò «le
costringe ad andar mendicando pane ed altro, o peggio ancora ad introdursi nelle
campagne per impossessarsi di quanto loro riesce di trovare».
La situazione non era migliore per gli ufficiali, ai quali, secondo il prefetto, non era-
no state «fornite anticipazioni sugli stipendi», il che li esponeva «ad umiliazioni» nelle
case private e negli esercizi pubblici, dove riuscivano «a trovare vitto» che non erano in
grado di pagare. In qualche modo la situazione avrebbe potuto essere risolta se i soldati
fossero stati in condizione di cambiare la valuta austriaca con quella nazionale; ma
la mancanza di disposizioni al riguardo favoriva l’opera di improvvisati speculatori e
danneggiava i prigionieri, «costretti a dare a vilissimo cambio le loro non laute risorse».
La causa di questi inconvenienti era da attribuirsi, secondo il comandante del
Corpo d’Armata di Bologna all’improvvisazione del campo e alla mancanza di
mezzi adeguati. «L’incalzare degli avvenimenti ed il repentino armistizio non han-
no concesso la preventiva sistemazione e ciò spiega l’insufficienza dei mezzi di-
sponibili, dovendosi contemporaneamente provvedere, da parte di questo Corpo
d’Armata, anche ai prigionieri austriaci».
Questo particolare aggiungeva una nuova difficoltà, come evidenziato in una
lettera inviata al prefetto di Modena dal ministro dell’Agricoltura. In tre distinti
telegrammi il commissario agricolo provinciale aveva denunciato «lo spettacolo
pietoso e indecoroso […] dell’abbandono in cui sono lasciati i nostri prigionieri
liberati [che] continua e si aggrava senza che alcuna autorità provveda a porvi ri-
medio». Il commissario segnalava al ministro che:
156
Gatti 2000, p. 98.
157
Sindaci, parroci ed altre autorità indirizzarono diversi telegrammi al Prefetto di Modena, il
quale a sua volta li girò al Comando del Corpo d’Armata di Bologna. Da qui le lamentele arrivarono
fino al Comando Supremo. Aussme, F 11, r. 119, c. 6, 19 novembre 1918.
42 Fabio Montella

i poveri nostri prigionieri liberati muoiono d’inedia, in aperta campagna e le nostre po-
polazioni agricole sono seriamente e giustamente turbate e indignate di questo stato di
cose cui si ribella ogni animo d’italiano. – Ciò, mentre è noto che in parecchi magazzini
anche prossimi ai luoghi ove si trovano quei poveri affamati, abbondano le provviste
per la popolazione civile, cosicché basterebbero pochi ordini opportunamente dati, per
rimediare a una condizione che non esito a dichiarare gravissima. – Urgono provvedi-
menti immediati con abbandono di ogni inciampo burocratico a scanso di gravissimi
inconvenienti. – Aggiungo, confermando quanto oggi ho scritto al Comando della divi-
sione di Bologna, che alcuni agricoltori che avevano chiesto concessioni di prigionieri
di guerra hanno ritirate le domande per timore di conflitto fra i prigionieri nostri e i
prigionieri nemici che si sanno approvvigionati. – La presenza pertanto di prigionieri
nemici in territorio Modenese sembra in questo momento del tutto inopportuna.
Il ministro, invitando il prefetto di Modena a tenere in considerazione questa
sollecitazione, evidenziò «l’inopportunità di mandare in codesta provincia i prean-
nunciati prigionieri di guerra austriaci»158.
I gravi pericoli che si correvano nell’area compresa tra Modena e Bologna, a
seguito dell’arrivo di una massa così enorme di reduci bisognosi di tutto, erano stati
segnalati al Ministero della Guerra il 15 novembre anche del Prefetto di Bologna,
Vincenzo Quaranta:
Il campo [di Castelfranco Emilia] è sorto improvvisamente, dato il precipitare degli
eventi, e sì che nulla si era predisposto e preordinato, onde si trattava di creare un’e-
norme organizzazione tra l’angustia per sopraggiungere continuo di treni e treni che
scaricano migliaia di prigionieri il cui arrivo non è neppure preavvisato159.
A parte i problemi di carattere organizzativo, che competevano all’autorità mi-
litare, il prefetto ne evidenziò altri due, che stavano avendo notevoli ripercussioni
sui rapporti con le autorità civili. Il primo era di carattere sanitario, dal momento
che gli ex prigionieri giungevano da campi di concentramento «ove le condizioni
igieniche erano notoriamente pessime» e si riversavano «in luoghi ancora infestati
gravemente dall’epidemia di influenza». Il secondo era di ordine pubblico:
I prigionieri […] vengono sparsi in edifici, requisiti in numero inadeguato non essen-
dovi capienza sufficiente, e pei casolari dei contadini ove invadono abitazioni, stalli,
fienili, con una promiscuità moralmente e igienicamente dannosissima e con una man-
canza inevitabile di coesione che produce difetto di disciplina con tutte le conseguenze
relative.
Si pensi che si tratta di gente che giunge lassa, stordita dai patimenti dopo viaggi disa-
strosi, che avrebbero bisogno di conforto, di aiuto e nello stesso tempo di freno e che
oggi è moralmente abbandonata, spesso si vede di fronte a difficoltà di alimentazione
per insufficienza dei servizi di approvvigionamento e rimane in balia di se stessa, sì che
i peggiori istinti possono facilmente prorompere. […]
Il nutrimento è inadatto. Si distribuiscono scatole di carne in conserva e gallette. Ciò
facilita la distribuzione ma non sazia gente che avrebbe bisogno di cibi che dessero

158
Ibid.
159
Ivi, 15 novembre 1918.
L’esperienza della prigionia 43

maggiore senso di sazietà: pane e minestra. Quindi i furti di animali da cortile e di


generi alimentari. Gli ex prigionieri sono scarsamente coperti e il rivestirli procede
necessariamente lento: da ciò i furti di indumenti. Di più non solo l’organizzazione
difetta, ma all’inquadramento sembra si preferiscano ufficiali anche essi ex prigionie-
ri che può sembrare teoricamente ottimo, ma praticamente è male, poiché gli stessi
ufficiali dopo lunghi stenti, una volta giunti in Italia, sentono bisogno di riposo e di
conforto e perciò pure di scarsa voglia si adattano ad un servizio così gravoso, irto di
difficoltà e di responsabilità, sì che la disciplina ne scapita oltre che per le condizioni
di sparpagliamento degli uomini su cui dovrebbe esercitarsi, per inidoneità di coloro
che la dovrebbero far valere.
Il prefetto Quaranta mise anche in luce un elemento che non doveva essere
sfuggito alle autorità militari, ma che, tutto sommato, rientrava in quel processo di
screditamento degli ex prigionieri funzionale al tentativo di far ricadere su di loro
le colpe della disfatta:
La popolazione, preoccupata da tale condizione di cose, convinta che la massa dei prigio-
nieri sia spregevole per viltà dimostrata, persuasa di vedere in loro gente di scarsi scrupoli
e di grande avidità, li considera male, li tratta con disprezzo mal celato e quasi con ostilità,
e ciò aggrava la depressione morale dei prigionieri oggi e può inasprirli poi provocando
più serii guai. E vi è di più. Già ora gli ex prigionieri spinti dalla deficienza di alloggiamen-
to e dalla scarsità di conforto tendono a sbandarsi. Si tratta di gruppi, ma possono domani
diventare masse, specialmente quando tutti saranno concentrati in una zona satura e le cui
risorse non basteranno più a soddisfare le loro esigenze di ogni genere.
I primi ex prigionieri arrivarono a Carpi e nei comuni vicini160 tra il 17 e il 18
novembre, come riportò anche un articolo del Corriere della Sera:
[L]a sera del 17 un soldato glorioso, fiero ed energico, il Colonnello [Teodoro] Alessi,
aveva sulle spalle il collocamento di 12000 prigionieri da accantonare nel nostro paese e
8000 da indirizzare verso i comuni limitrofi. Giornata di neve e di sferza e le lunghe colon-
ne continuavano ad affluire da tutti i punti cardinali. Due borghesi […] diedero con tutta
l’anima quel po’ di aiuto che urgeva in quelle ore tragiche. Era una folla, stanca, malata,
affamata che giungeva e che per lo meno aveva bisogno di buttarsi a terra al coperto; fino
alle tre della notte durò il lavoro di assestamento. Poi venne la mattina del 18 e le colonne
si sciolsero; incominciò allora la ricerca affannosa di un tozzo di pane, di una frutta, di una
buccia… Vedemmo allora sprigionarsi tutta l’anima generosa della cittadinanza.
Da tutte le case, specie dalle più umili, uscivano i soldati, con una fetta di polenta, con
un tozzo di pane, con castagne cotte.
Immediatamente l’Ente Autonomo dispose perché fossero cotti parecchi quintali di pa-
tate, di castagne e di fagioli.
Parecchi fornai avevano distribuite, in un baleno, le prime fornate di pane. Tutto à dato

160
Nel territorio comunale di Correggio (scelto, insieme a Reggio Emilia e a Rubiera, come sede
di un comando di settore), 12 mila ex prigionieri arrivarono «senza preavviso» invadendo case e
campagne in cerca di alloggi e viveri. Il sindaco, nel richiedere l’invio immediato di truppe, segnalò
che gli esercenti, temendo saccheggi, tenevano chiusi gli esercizi, mentre episodi di vandalismo si
erano verificati alla stazione ferroviaria. In Archivio Storico del Comune di Correggio (Ascc), Ca, a.
“1918”, c. 8 “Leva e Truppe”, 18 novembre 1918.
44 Fabio Montella

questa nostra gente meravigliosa. […] L’Autorità comunale fu assente, non solo, ma
uscì fuori dalla legalità quando impedì ai cittadini di offrire i tagliandi della tessera del
pane ai prigionieri affamati[.]161
In realtà, come si legge in un accorato telegramma inviato la mattina del 18
novembre al prefetto di Modena, il regio commissario Provvisionato aveva eviden-
ziato da subito la gravità della situazione:
Migliaia ex prigionieri italiani vanno da ieri qua affluendo occupando anche chiese e
portici pubblici stop pare trattasi […] smistamento per dodicimila stop autorità militare
difetta distribuzione viveri vigilanza e igiene stop Ho dovuto rifornire forni pubblici
di farina essendo stato asportato dai soldati tutto pane pronto per cittadinanza stop Ho
provveduto disinfezione dei portici stop prego richiamare attenzione autorità militari
circa pericoli e danni che tale situazione potrebbe produrre giacché negozi sono chiusi
e popolazione è impressionata162.
Dello stesso tenore un altro telegramma, inviato al prefetto dal delegato di pub-
blica sicurezza Guido Cammeo quella stessa mattina:
Da ieri giungono qui colonne e treni di prigionieri pei quali si è provveduto alloggio
anche chiese stop stamane lasciati liberi acquistarono pane pubblici forni destinato cit-
tadinanza che è alquanto allarmata stop moltissimi negozi chiusi stop prego interessare
autorità militari per invio regolare rancio scorta necessaria per vigilarli compresi carabi-
nieri occorrenti entro oggi per servizio ordine serale notturno163.
Del sopraggiunere a Carpi degli ex reclusi anche don Tirelli ci ha lasciato una
vivida quanto drammatica testimonianza:
17 novembre 1918
Arrivo di migliaia di prigionieri italiani rimpatriati. Sono tutti affamati, straciati [sic] e
non pochi semivestiti. Al vederli, si direbbe fossero tanti Zulù.
18 novembre 1918
Nella nottata, arrivo di due o tre migliaia di prigionieri italiani rimpatriati. D’urgenza
è dato ordine di sgombrare il Duomo, così, tutte le chiese nostre, tranne il Cristo, sono
adibite ad uso militare. […]
più di ventimila sono i prigionieri italiani rifugiatisi in Carpi. Sono morti, in gran parte,
ambulanti. Quasi trecento sono stati ricoverati d’urgenza all’Ospedale «Croce Rossa» e
di questi, non pochi, la loro situazione è disperata164.
Quello stesso 18 novembre la sezione carpigiana della Lega antitedesca fece af-
figgere un manifesto nel quale si invitavano i cittadini ad accogliere con benevolenza
questi militari rimpatriati, che andavano considerati come reduci e non come disertori:

161
L’articolo, del 26 novembre 1918, è riportato in Constatazioni chiare per la storia di domani.
L’arrivo dei nostri prigionieri, «Il Dopo Guerra», 29 novembre 1918.
162
asm, Gb, “Atti del periodo bellico”, b. 137, f. “Prigionieri Italiani Liberati”, Telegramma di
Provvisionato, 18 novembre 1918.
163
Ivi, Telegramma di Cammeo, 18 novembre 1918.
164
asvc, at, Serie U 329, don Ettore Tirelli, Cronaca carpigiana, 17 e 18 novembre 1918.
L’esperienza della prigionia 45

I nostri prigionieri giungono in lunghe colonne laceri, scalzi, doloranti. È una folla di
giovani cadenti che testimonia le infamie commesse da quei maledetti austriaci, che reca
a noi tutte le forme delle sevizie usate nella terra classica degli aguzzini. […] Cittadini!
Salutiamo ed accogliamo questi nostri fratelli con la stessa gioia con cui salutammo ed
accogliemmo la gloriosa vittoria delle nostre armi e della nostra resistenza. Aiutiamo le
autorità militari e tutte le autorità cittadine a rendere meno duro il breve soggiorno di
questi infelici nella Patria generosa di Ciro Menotti. […] Ogni cittadino – ricordando di
essere italiano – metta a profitto dei soldati e degli ufficiali tutto ciò che ha disponibile
per ricoverarli, e di superfluo per nutrirli, e sia la vera festa della vittoria nel recare ad
essi il sorriso della solidarietà.
All’arrivo dei soldati italiani «tutti i negozi» erano rimasti chiusi: «uno sconcer-
to, un disordine, una sporcizia generale». A nome di molti cittadini che volevano
riunirsi per protestare contro questo stato di cose, il 18 novembre fu spedito un
telegramma anche al deputato Alfredo Bertesi, a Roma:
Ventimila nostri prigionieri a torme stanche, laceri, affamati e doloranti – si legge nel
telegramma – sono piombati improvvisamente fra noi. Loro rassegnazione e disciplina
fa vivo contrasto colla assoluta colpevole imprevvidenza logistica e sanitaria di tutte
le autorità. Cittadinanza impressionata gareggia nel soccorrere disgraziati, ma si pre-
occupa probabili conseguenze sanitarie certamente terribili dopo funeste stragi recenti
epidemie se non intervengono prontissime misure riparatrici165.
Il 19 novembre anche il generale Segato segnalò all’Ufficio Ordinamento e Mo-
bilitazione i gravi inconvenienti che si stavano riscontrando a Carpi, chiedendo
provvedimenti urgenti anche in considerazione del diffondersi dell’epidemia di in-
fluenza spagnola166:
Nel Comune di Carpi affluiscono colonne di ex prigionieri italiani liberati dei quali
vennero ricoverati anche nelle chiese, però anche i ricoveri sono insufficienti, talché si
soffermano sotto i portici.
Dal giorno del loro arrivo essi asportarono tutto il pane destinato alla popolazione civi-
le. La presenza poi di individui infetti vaganti per la città minaccia seriamente la salute
pubblica, talché la popolazione è fortemente impressionata, i negozi sono chiusi.
Invocansi provvedimenti per fornire sufficiente e conveniente alimentazione, adeguati
provvedimenti sanitari, e sufficiente sorveglianza ad evitare i danni che tale situazione
può causare167.
L’arrivo degli ex prigionieri provocò una recrudescenza dell’epidemia di “spa-
gnola”, che dopo aver mietuto numerose vittime a metà ottobre, stava andando at-
tenuandosi. Gli aiuti governativi per questa nuova popolazione che si era riversata
in una città già provata arrivarono soltanto al terzo giorno della loro permanenza.

165
Constatazioni chiare per la storia di domani. L’arrivo dei nostri prigionieri, «Il Dopo Guerra»,
29 novembre 1918.
166
Sull’epidemia di “spagnola” a Carpi cfr. Montella 2014, pp. 305-311. Più in generale sul caso
modenese Ratti 2010.
167
Aussme, F 11, r 119, c 6, Comando del Corpo d’Armata Bologna, Lettera prot. n. 1969 P.S., 19
novembre 1918.
46 Fabio Montella

Nel frattempo sopperì la generosità privata e, in parte, l’azione del Comune, come
ricordò la relazione del Comitato d’Azione civile:
Una speciale sottoscrizione ed una serata in teatro fruttarono L. 15054,90 che furono
affidati per l’erogazione all’Autorità Militare. Il Municipio aprì una cucina popolare che
distribuì 15 mila minestre. Ma tutto ciò è poco in confronto di quanto fece direttamente
la popolazione […]: le popolane in istrada con pane, con fette di polenta, con le coperte
del letto; i fuochi accesi in piazza per cuocere la polenta e le patate; i viveri necessari a
dodici mila uomini somministrati da una Cittadinanza tutta composta di tesserati; le case
private, le chiese, ogni locale aperto a ricoverare i fratelli, improvvisamente dall’armi-
stizio restituiti alla Patria, che non era pronta a riceverli168.
Provvisionato scrisse al Prefetto anche il 20 novembre, riportando dati più pre-
cisi e avanzando qualche nuova richiesta:
La continua affluenza di ex prigionieri italiani liberati, che ieri superò i 20000, mette
in grave pericolo lo stato della salute pubblica. Non essendo stati preceduti da ufficiali
incaricati di predisporre i locali adatti per [l’]alloggio, la massa degli ex prigionieri è
stata fatta ricoverare nelle Chiese e sotto i portici delle vie, ove dormono, mangiano
e depositano materie fecali ed orina. Visto che l’autorità militare non provvedeva
alla pulizia e disinfezione delle predette località, ho dovuto di urgenza istituire delle
squadre di disinfettatori, le quali però non arrivano a pulire neanche i portici e le
vie, che sono dovunque imbrattate di materie escrementizie. Le chiese poi, ove sono
accalcati migliaia di ex prigionieri, non sono state tuttora pulite e disinfettate. Costi-
tuendo ciò un gravissimo pericolo d’infezione, ho richiamato subito l’attenzione del
locale Comando del Settore, perché vi provveda d’urgenza, e ne informo la S.V. Ill.
ma per quelle sollecitazioni che crederà di rivolgere al Comando Generale di Castel-
franco Emilia, per gli urgenti provvedimenti del caso. Intanto sarebbe bene che qua
accedesse il sig. medico provinciale, per provocare insieme a lui una conferenza col
Comando militare. Sarebbe altresì urgente che cotesto ufficio provinciale di sanità
inviasse disinfettanti preferibilmente in acido fenico grezzo169.
Quello stesso 20 novembre, don Pietro Malagoli, rettore della chiesa del Croce-
fisso, anche a nome del prevosto di quella di San Francesco, si rivolse al Prefetto,
denunciando «cose gravissime». I due religiosi chiesero all’autorità di prendere
provvedimenti contro l’ordine del regio commissario Provvisionato di alloggiare
gli ex prigionieri nella piccola chiesa del Crocefisso (che poteva contenere, al mas-
simo, 400 persone), dopo che già 3.500 soldati erano stati alloggiati, nella notte di
domenica 17, in Duomo «perché nevicava».
A questi se ne erano aggiunti, lunedì 18, altri 10-15.000, che furono ospitati in
Duomo, in San Nicolò e nelle altre chiese, restando aperti il teatro e un cinemato-
grafo170.
Le pessime condizioni in cui si trovarono i militari e il contatto con i civili, fa-
168
L’Azione civile 1920, p. 19. La Relazione colloca erroneamente l’arrivo di varie migliaia di
prigionieri italiani liberati, «sotto il nevischio», nella notte del 4 novembre 1918.
169
Asm, Gb, “Atti del periodo bellico”, b. 137, f. “Prigionieri Italiani Liberati”, 20 novembre 1918.
170
Asm, Gb, “Atti del periodo bellico”, b. 137, f. “Prigionieri Italiani Liberati”, Lettera al prefetto,
20 novembre 1918.
L’esperienza della prigionia 47

vorito dallo slancio di solidarietà dei carpigiani, dovettero costare molto caro alla
popolazione di questa città. Annotava sempre don Tirelli:
21 novembre 1918
Alla Croce Rossa la morte fa strage sui straziati corpi di nostri prigionieri rimpatriati.
Otto, nove e dieci anche per giorno sono i soldati che lasciano la terra per il cielo.
22 novembre 1918
Sono le 7 di sera. Due carriaggi d’artiglieria, seguiti da un picchetto d’artiglieria, s’av-
viano al Cimitero carichi di morti. Poveri soldati!
23 novembre 1918
Si mantiene sempre alta la mortalità nei prigionieri nostri di guerra rimpatriati e ricove-
rati d’urgenza presso la Croce Rossa.
25 novembre 1918
Alta sempre si mantiene la mortalità all’Ospedale «Croce Rossa». A sera inoltrata gira-
no sempre lugubri convogli.
Il comandante del Corpo d’Armata di Bologna, facendosi interprete delle acco-
rate richieste del prefetto di Modena, evidenziò i limiti dei campi ma suggerì anche
al Comando supremo gli eventuali rimedi:
Il Medico Provinciale di Modena in una visita nei Comuni dove esistono i campi degli
ex prigionieri nostri, rilevò la mancanza di Medici militari, l’impossibilità di provvedere
con Medici borghesi del sito, la mancanza di vestiario, di materiale farmaceutico, di
brande, coperte, sapone, cucine da campo per impianti d’infermeria, di mezzi di tra-
sporto. Segnala inoltre la presenza dell’epidemia influenzale fra gli ex prigionieri nostri,
che nell’Ospedale militare di Modena diede 12 decessi in due giorni [e]d aggiunge che
i Comandi dei Settori e Presidi sono sprovvisti di mezzi di trasporto e perciò procedono
alla requisizione della popolazione civile dei carriaggi e birocci necessari ai servizi per
l’approvvigionamento civile. Osserva che potrebbero essere adibiti pei bisogni militari
i camions a disposizione presso i locali autoparchi dipendenti dai servizi C.D. e da altri
Comandi, come molto speditamente ed efficacemente venne fatto lo scorso anno pei
campi di concentramento di sbandati.
Domanda provvedimenti ad evitare disordini, sia per parte dei soldati ex prigionieri, sia
per parte della popolazione, avendo constatato l’aumento di furti nelle Stazioni da parte
delle colonne dei prigionieri predetti171.
La difficile situazione vissuta da Carpi non era molto diversa da quella di
altri territori che facevano riferimento al comando di Castelfranco Emilia. Con
il passare dei giorni la situazione generale era andata infatti peggiorando. Ad
evidenziarlo, il 22 novembre, era stato nuovamente il prefetto di Bologna, in un
telespresso riservato urgentissimo inviato al Presidente del Consiglio. La situa-
zione, avvertiva Quaranta, «sarà a tutto vantaggio dei partiti sovversivi poiché
tale sentimento giungerà alla sfiducia per gli enti governativi e per [le] istituzioni
medesime». Nel suo telegramma si faceva riferimento allo stato «di semi ab-

Aussme, F 11, r. 119, c. 6, Comando del Corpo d’Armata Bologna, n. prot. 1969 P.S., 19 no-
171

vembre 1918.
48 Fabio Montella

bandono materiale e di completo abbandono morale» nel quale versavano gli ex


prigionieri:
Materialmente la maggior parte si trova nelle condizioni in cui è partita dall’Austria
aggravate da penosissime sofferenze successive. Giunti al confine in treno hanno dovuto
quasi tutti proseguire poi a piedi a Treviso e molti anche più oltre. Le colonne hanno
quindi seminato la via di gente che non era in grado di proseguire la strada e che oggi
costituisc[e] una nuova categoria di sbandati. Costoro evidentemente non sono in colpa,
poiché dovettero fermarsi per forza maggiore e oggi si spargono per le campagne del
Veneto tanto che si parla di posti di sbarramento sull’Adige per fermarli e si trovano
in condizioni igieniche e fisiche che ben si possono immaginare. La massa giunta a
Castelfranco non ha trovato nulla [di] predisposto. Il così detto campo non è che una
espressione topografica […] non vi sono baraccamenti o altri servizi preordinati e gli ex
prigionieri sono quindi sparsi pei casolari, nei fienili, nelle stalle, sotto i porticati aperti.
Dormono con poca paglia e poche foglie verdi ed umide tolte dagli alberi quando non
giacciono sul nudo terreno. Vivono per la strada e pei paesi in promiscuità cogli abi-
tanti e siccome non si parla di bagni o disinfezioni, non solo ma essi si trovano nelle
condizioni medesime in cui lasciarono i campi austriaci, è facile rilevare quale pericolo
igienico costituiscono [...]
Ricevono un nutrimento irregolarmente e sempre in modo insufficiente, tenuto conto
che si tratta di uomini che hanno patito ogni sofferenza e sono denutriti e sfiniti. Non è
infatti il caso di potere alimentare costoro con scatolette di carne in conserva o gallette
distribuite con grandi ritardi e in misura inadeguata. Quindi numerosi sono i reati contro
la proprietà. Tali fatti in sé non sono gravi perché non rivestono caratteri dolosi. Gente
che non ha mangiato da giorni si getta sui carri ferroviari in sosta e prende pane e altri
generi alimentari, prende nelle campagne e nelle case ciò che trova, ma il denunciarli
per saccheggio, come pare si faccia, non risolve il problema172.
Il 24 novembre il tenente colonnello Teodoro Alessi, comandante del settore,
fece affiggere a Carpi un proclama «nobile e patriottico» che richiamava all’ordine
i soldati:
Dopo aver maltrattato gran parte di voi per mesi e mesi, l’Austria ha voluto amareg-
giarvi pure l’ora del ritorno, procurandovi un confuso inorganico rimpatrio e rendendo
così impossibile alle autorità Italiane di provvedere immediatamente e ordinatamente in
vostro favore.
Ma sin dai primi momenti, nella incertezza e nella crisi inevitabile, vi soccorse subito
spontanea e fraterna, la generosità della popolazione di Carpi. […] A generosità d’Ita-
liani rispondete con generosità d’Italiani; alla pienezza dell’affetto e del soccorso con
pienezza di riconoscenza. […] Il modo migliore di manifestare la vostra gratitudine
sarà appunto il rispetto più scrupoloso e più delicato alle proprietà dei vostri ospiti, ai
locali che vi alloggiano, agli edifici, alle vie; la più grande cortesia verso tutti; i massimi
riguardi per tutto e verso tutti affinché non venga più sacrificato chi tanto si è già sacri-
ficato e volontariamente per voi173.

172
Ivi, Copia di telespresso del Prefetto di Bologna in data 22 novembre 1918 n. 12/6 diretto a
S.E. il Presidente del Consiglio, sottolineato nel testo.
173
La trascrizione del testo del manifesto è nella Cronaca di don Tirelli, alla data del 24 novembre
1918.
L’esperienza della prigionia 49

Rispetto a quanto stava avvenendo negli altri centri per prigionieri emiliani, in
quello di Castelfranco Emilia la situazione faticava a migliorare. Secondo il colon-
nello Francesco Foschini, comandante dell’Intendenza dei Corpi a disposizione,
alla data del 25 novembre 1918 il centro era «l’unico nel quale realmente non si è
ancora venuti ad un assetto definitivo, per mancanza di una conoscenza netta dei
suoi mezzi sanitari»174. Tuttavia, a parte le gravi deficienze organizzative, ciò che
risultava realmente inaccettabile, era che soltanto ad una minima parte dei soldati
già interrogati e bonificati si fosse concesso di rientrare a casa.
A fine novembre anche Il Dopo Guerra175, giornale della Lega Antitedesca e
delle altre associazioni patriottiche di Carpi, si occupò della penosa condizione
degli ex prigionieri, accusando «tutte le autorità» di non essere state in grado di
gestire l’emergenza176. Pur riconoscendo che la situazione stava migliorando, il
giornale avvertiva che la crisi non era ancora superata, in città come nei comuni
limitrofi. Ancora ai primi di dicembre, a Correggio, i soldati continuavano ad
accalcarsi nello spaccio municipale del latte e in quello dei prodotti annonari,
rendendo «difficile alla cittadinanza il rifornimento dei generi di prima necessi-
tà». Altri militari, nelle prime ore della mattina erano soliti elemosinare un po’ di
pane nelle vicinanze dei forni177.
Di fronte a questi episodi contrari alla legge, da molti, a partire dallo stesso
prefetto di Bologna, si chiese indulgenza, «poiché per la massima parte si tratta di
povera e buona gente che non chiederebbe di meglio di non incorrere in reati, ma
che spinta dal bisogno prende ciò che può e trova».
La situazione era giudicata molto delicata anche sotto il profilo morale: «Gli ex
prigionieri sono considerati alla stregua dei traditori, mentre molti fra essi hanno
la coscienza di aver compiuto tutto il proprio dovere. Di tale diffidenza soffrono
e si inaspriscono e giungono perfino ad affermare che l’Austria li trattava meno
peggio». Il prefetto di Bologna, dimostrando maggiore lucidità di altri nel leggere
le dinamiche in atto, giudicava «gravissimo» questo fenomeno, «perché domani in
luogo di spargere per l’Italia centinaia di migliaia di uomini pieni di odio contro il
nemico e di amore verso la Patria che li ha accolti avremo nel regno una quantità
enorme di scontenti che della prigionia austriaca si dimenticheranno sotto la spinta
del rancore pel trattamento subito al loro arrivo».
Il 29 novembre da Modena si invocò nuovamente l’intervento del prefetto, af-
finché prendesse immediati provvedimenti a favore degli ex prigionieri, che in gran
parte si trovavano ancora affamati e laceri come quando erano arrivati. Secondo

174
Aussme, F 148, c. 363 A (vol. 8), Intendenza CD, Diario dal 1 ott. 1918 al 31 gennaio 1919,
Allegato del Servizio Sanitario, 25 novembre 1918.
175
Il primo numero de Il Dopo Guerra (organo di tutti i patriotti di Carpi; della lega antitedesca;
delle associazioni di resistenza e di assistenza civile; delle associazioni operaie che hanno per base
la difesa della Nazione, come recava il sottotitolo) fu pubblicato l’11 agosto 1918. Del periodico si
conservano alla Biblioteca Estense di Modena 11 numeri.
176
Constatazioni chiare per la storia di domani. L’arrivo dei nostri prigionieri, «Il Dopo Guerra»,
29 novembre 1918.
177
ascc, Ca, a. “1918”, c. 8, Lettera, 7 dicembre 1918.
50 Fabio Montella

l’avv. Monelli, presidente del Fascio delle associazioni patriottiche modenesi, oc-
correva abbandonare le lentezze burocratiche e provvedere con energia a risolvere
la situazione che creava «vivissimo malcontento nelle popolazioni» e a risollevare
il morale degli ufficiali, che era «grandemente depresso» per l’inesistente consi-
derazione nella quale si vedevano tenuti e per il trattamento economico inferiore e
inadeguato. Come evidenziò anche una relazione del servizio P, i rimpatriati
non seppero rendersi ragione che le deficienze apparse erano imposte dalle circostanze
eccezionali del momento e dalla stessa affluenza tumultuaria e non originata da precon-
cetta avversione, come infatti hanno ritenuto. Ne riportarono un malessere generale che,
per ragioni affettive di cameratismo ed umanitarie, non trascurabili le ragioni di indole
politica, era necessario cancellare178.
Gli arrivi proseguirono per tutto dicembre, tra le proteste sempre più vivaci
della stampa. L’Avanti!, in particolare, pubblicò diversi articoli di denuncia della
politica tenuta dal governo nei confronti degli ex prigionieri e diede spazio a lettere
che descrivevano la reale vita nei campi. Una cronaca del 3 dicembre delineava la
situazione nel Reggiano, giudicata leggermente migliore di quella del Modenese,
perché «i prigionieri non sono trattati come nei campi di concentramento chiusi da
reticolati e vigilati da sentinelle»179.
Mentre sulla stampa infuriava la polemica, gli ex prigionieri continuavano in-
tanto ad affluire a Carpi. Il 14 dicembre la città accolse altri 3.000 reduci dalla pri-
gionia, mentre il giorno seguente giunse una rappresentanza della Società Mutilati
di Bologna, intenzionata a portare omaggio alla città «per la condotta altamente
patriottica tenuta durante la guerra, per il largo aiuto dato alla resistenza interna con
generose sottoscrizioni, per l’opera dei Comitati, per l’assistenza fraterna data ai
prigionieri». In loro onore furono organizzati grandi festeggiamenti e uno spettaco-
lo al Teatro Comunale che fruttò più di 1.000 lire. Il 22 dicembre, dopo aver raccol-
to in varie riprese 15 mila prigionieri, fu restituito ai frati il Tempio monumentale di
San Nicolò. I confessionali, l’organo e qualche pallio avevano riportato danni. Il 23
dicembre arrivò in città il 4° squadrone “Ussari di Piacenza”, e la vigilia di Natale
chiuse l’Ospedale da campo n. 242, utilizzato dagli ex prigionieri180.

178
Comando centro raccolta prigionieri rimpatriati di Modena, Relazione, 30 dicembre 1918, in
Gatti 2000, p. 108.
179
Le condizioni dei prigionieri, «Avanti!», 3 dicembre 1918.
180
La Cronaca di don Tirelli annota anche, nel mese di gennaio 1919: la cessazione dello stato di
guerra il giorno 1, la partenza del 4° squadrone degli “Ussari di Piacenza” il 17 e del reparto Pa-
nettieri militari il 24; nel mese di febbraio: la riapertura del Tempio monumentale di San Nicolò
il giorno 1, il trasferimento da Carpi a Reggio Emilia di una parte del 36° Reggimento Artiglieria
e la sosta in città di altre batterie di artiglieri di ritorno dal fronte il 7, l’arrivo della 529^ sezione
autoambulanze dell’Esercito americano che si acquartierò nei pressi di Porta Mantova l’11 e la
sua partenza il 31 marzo. Tra il 17 febbraio e il 12 marzo funzionò inoltre a Carpi il Tribunale
Militare del xxvii Corpo d’Armata. Al suo scioglimento i prigionieri furono condotti a Mantova.
L’esperienza della prigionia 51

(a) (b)

(c) (d)

Ritratti di Augusto Martinelli (a), Armando Mora (b), Umberto Pedretti (c), Ottavio Tosi (d), soldati
carpigiani morti in prigionia. Carpi, Musei di Palazzo dei Pio.
52 Fabio Montella

7. Dall’emergenza sanitaria alla chiusura dei centri

Dopo appena 15 giorni dalla costituzione di questi nuovi campi di concentra-


mento, alcuni alti ufficiali avevano ben chiara la loro sostanziale inutilità e la ne-
cessità di chiuderli al più presto, anche in considerazione delle cattive condizioni
di vita al loro interno. L’intendente Foschini lo scrisse al Comando Supremo già il
30 novembre 1918:
Sono stato ieri nei centri prigionieri liberati di Modena e Mirandola. Per mio conto espri-
merei opinione che convenga accelerare partenza prigionieri liberati. Dopo effettuata
bonifica, ogni ulteriore permanenza […] diventa a mio parere dannosa materialmente e
moralmente. Materialmente perché serie vestiario distribuita nuova e che tanto giove-
rebbe dare a famiglia e paese giusta idea grave sacrificio finanziario che sta compiendo
erario facilmente si logora date condizioni inevitabilmente precarie di accantonamento,
le attuali intemperie e la regione umidissima e fangosa ove sono dislocati i centri. Mo-
ralmente perché soldato non sa rendersi conto della necessità di dovere aspettare intiere
settimane soltanto per subire poi pochi minuti di interrogatorio181.
La bonifica e lo sgombero dei prigionieri erano cominciati invece a rilento, al
ritmo di circa 4.000 uomini al giorno. Data la presenza stimata di 300 mila ex pri-
gionieri, Foschini fece presente ai superiori che i tre campi si sarebbero svuotati
soltanto a metà febbraio 1919. Il colonnello evidenziò anche altri problemi, tra i
quali il malessere degli ufficiali, che avevano ricevuto lo stipendio di novembre in
corone austriache, il cui valore era diminuito del 60 per cento, e che avevano co-
minciato a contrarre debiti, dovendo arrivare fino alla fine di dicembre, lontani da
casa e sprovvisti di tutto, con il denaro a disposizione.
Se gli ufficiali vivevano una situazione difficile, quella dei soldati era ormai
disperata. Per il miglioramento delle condizioni di vita degli ex prigionieri si mo-
bilitarono diverse influenti personalità e la stampa, in particolare quella di orienta-
mento socialista. Oltre ai numerosi articoli di denuncia dell’Avanti!, si segnalarono
al riguardo due testi del settimanale modenese Il Domani. Nel primo si criticava
pesantemente l’incoerenza di quegli interventisti che avevano voluta la guerra ma
ora si disinteressavano di coloro che ne avevano pagato un caro prezzo:
Dove sono i comitatoni del patriottismo? Dove sono le stupide donnicciuole che si di-
vertivano a gettare fiori sui soldati partenti e sui feriti? Quasi che si trattasse di una
festa? Questo sarebbe il momento di portare a quei nostri fratelli conforto, non di fiori,
ma di pane e di acqua, almeno182.
Nel secondo articolo, pubblicato sul Domani dell’8 dicembre, Anselmo For-
ghieri, mutilato di guerra, denunciò il grave stato di abbandono nel quale erano
lasciati i rimpatriati ed il ritardo con il quale era stato affrontato il problema:

181
Aussme, F 148, c. 363 A (vol. 8), Intendenza CD, Diario dal 1 ott. 1918 al 31 gennaio 1919,
Allegati n. 27 e n. 8.
182
Fuori dalla legge – L’abdicazione delle autorità civili – Un delitto – I prigionieri, «Il Domani»,
30 novembre 1918.
L’esperienza della prigionia 53

Scalzi cenciosi, luridi di sporcizia, famelici, estenuati e morenti per le privazioni e di


stanchezza per il lungo viaggio dai campi di concentramento verso il paese e la famiglia,
nostalgicamente anelati per mesi e mesi, sono arrivati i nostri fratelli pei quali abbiamo
trepidato, nella attesa, della loro sorte. […] Occorreva la reazione della opinione pub-
blica, le interrogazioni al parlamento, le proteste di quella parte della stampa che non
ha smarrito tutto il sentimento di civile umanità, perché quelle ostriche mentali, quelle
cariati[d]i, fossilizzate della burocrazia italiana si movessero a dare termine al deplore-
vole spettacolo offerto da queste centinaia di migliaia di disgraziati vaganti per il loro
paese come cani randagi183.
Che la situazione dopo ormai tre settimane dall’arrivo dei prigionieri permanes-
se difficile anche a Carpi, lo conferma una visita effettuata dal generale Ugo Sani,
ispettore straordinario inviato dal Comando Supremo ad accertarsi della reale situa-
zione dei campi emiliani. Il 5 dicembre, dopo essere stato a San Felice e Mirandola,
Sani si recò a Carpi, parlando col comandante di settore, Alani, e con il presidente
della commissione interrogatrice dei prigionieri, generale Corrado. Dopo aver vi-
sitato un ospedaletto da campo, l’ispettore diede «perentorie disposizioni» e prese
«provvedimenti disciplinari» per «talune deficienze sul servizio sanitario»184.
Il 9 dicembre 1918 l’intendente Foschini tornò a richiamare l’attenzione dei vertici
militari sulla situazione dei campi, segnalando anche i gravi inconvenienti che si sareb-
bero verificati se lo sgombero dei circa 300 mila prigionieri fosse continuato al ritmo
di 3.000 al giorno. La prospettiva di dovere attendere 100 giorni per liberare i campi
avrebbe provocato, tra l’altro, un grave danno economico all’esercito, dal momento che
per la naturale negligenza della maggior parte dei nostri soldati, per l’inevitabile defi-
cienza dell’inquadramento, per la forma di alloggiamento (accantonamenti assai diffu-
si), per la natura umida e fangosa della regione emiliana, per la deficiente qualità di resi-
stenza delle stoffe odierne ed anche – giova dirlo – per le scarse abitudini di parsimonia
acquistate dalle nostre truppe durante la guerra, è facile prevedere che il soldato sciuperà
presto il costoso vestiario; per cui non è da escludersi la eventualità di dovere dopo un
mese o due rifornire nuovamente il soldato di parte – per non dire tutti – gli indumenti,
specialmente la biancheria.
Anche la situazione dei trasporti era drammatica. Le autosezioni erano giunte ai
vari campi «con deficienze di inquadramento, con personale scarso e poco esperto
del servizio di guida [e] con una media del 30% di autocarri non in efficienza»185.
Per questo motivo fu necessario requisire alla popolazione carrette trainate da ca-
valli per il trasporto di feriti o per il rifornimento di viveri, legna o altro. Dove non
arrivava l’organizzazione dei campi, provvedevano direttamente i soldati, ad esem-
pio rubando mobili da scuole ed altri edifici pubblici per scaldarsi186. Come scrisse

183
I prigionieri, «Il Domani», 8 dicembre 1918.
184
Aussme, F 11, r. 118, Relazione circa il giro d’ispezione ai centri raccolta militari italiani re-
duci dalla prigionia, 10 dicembre 1918.
185
Aussme, F 148, c. 363 A (vol. 8), Intendenza CD, Diario dal 1 ott. 1918 al 31 gennaio 1919,
Allegato del Servizio Trasporti.
186
Archivio Storico Comune di Mirandola (Ascm), b. 1128, f. 2, Lettere, 27 novembre e 3 dicem-
bre 1918.
54 Fabio Montella

l’intendente Foschini, i soldati vivevano «generalmente inoperosi» e il loro «desiderio


naturale, in taluni forse irrefrenabile, di rivedere dopo lunga prigionia la propria fami-
glia, la sposa, i figli» appariva impedito dalla necessità dell’interrogatorio, operazione
che durava «pochi minuti» ma che richiedeva un’oziosa attesa di qualche mese.
La popolazione di questi territori, prevalentemente agricola, mal sopportava del
resto l’ingombrante presenza dei soldati sbandati, visti come una grave minaccia ai
beni e alle virtù femminili ma anche come un possibile moltiplicatore della propa-
ganda sovversiva. Scrisse ancora Foschini:
L’Emilia è una regione agricola, ricca, fiorente e nella quale perciò l’accantonamento di
centinaia di migliaia di uomini è duramente sentito. Le stalle sono ricche di bestiame,
polli, ecc., i fienili di fieno, paglia, grano, la presenza di numerosi soldati, più o meno
deficientemente inquadrati e inoperosi, disturba, inceppa e può essere causa di inconve-
nienti. Il generale Cottini mi accennò qualche giorno fa l’incendio di un fienile, esclu-
dendo il dolo, però. Vi è poi la delicata questione delle donne, in paes[i] dove gli uomini
sono abituati ad allontanarsi dalle case molte ore del giorno per lavorare e per affari. Si
aggiunga che l’Emilia è regione nella quale il socialismo è assai diffuso e che crede di
avere già fortemente pagato il suo tributo nel passato anno, allorché ivi fu inviato qual-
che centinaio di migliaia di sbandati per riordinarsi. Tutto ciò spiega il nervosismo delle
autorità comunali e prefettizie per ogni più lieve inconveniente e la naturale tendenza ad
addossare all’autorità militare la colpa di ogni più piccola deficienza.
Di fronte a questi inconvenienti e ai fattori climatici avversi, il comandan-
te dell’Intendenza dei Corpi a disposizione propose una serie di provvedimenti:
aumentare sensibilmente l’opera delle commissioni interrogatrici; raddoppiare
e, successivamente, triplicare il numero delle tradotte e accrescere la facoltà di
servirsi dei treni ordinari; obbligare i comandi dei centri a sfruttare intensamente
le tradotte stesse.
All’inizio di dicembre del 1918 il comandante del centro per ex prigionieri di
Mirandola, generale Alessandro Cottini, pronunziò un accorato discorso per sa-
lutare i prigionieri, che da lì a poco sarebbero partiti, ma anche per richiamarli
all’ordine:
Nel partire da questo Centro, sia che vi troviate in marcia per via ordinaria o per fer-
rovia, sia che facciate una sosta nelle stazioni o nei paesi mantenetevi seri, tranquilli,
disciplinati.
Ogni Cittadino che vi guardi, che vi ascolti e che abbia da fare con voi deve avere
l’impressione di essere di fronte a un uomo che ha compiuto il suo dovere e che lo sa
compiere sempre in ogni circostanza di luogo e di tempo.
La massa dei buoni soldati partenti da questo Centro deve imporsi agli insofferenti della
disciplina; questi non debbono col loro turbolento contegno durante il viaggio poter
provocare misure di rigore da parte delle Autorità militari, misure che, avendo carattere
collettivo bene spesso ridondano anche a carico dei buoni soldati. Ognuno di voi partito
da qui deve tornare in patria, e non deve essere trattenuto durante il viaggio o rinviato al
Centro per cattiva condotta187.

Asm, Gp, b. 349 “1910-1925”, c. 6, Manifesto del Comando Centro Raccolta Prigionieri Italia-
187

ni Rimpatriati, 4 dicembre 1918.


L’esperienza della prigionia 55

I timori delle autorità erano tutt’altro che infondati. A San Felice sul Panaro i
soldati avevano messo in atto vere e proprie truffe ai danni della popolazione civile,
presentando buoni provvisori di prelevamento, noleggio o acquisto di materiali vari,
biciclette, mezzi di trasporto, paglia, legname e cibarie. In una lettera inviata al Sinda-
co di San Felice, il generale Cottini ricordò che questi buoni non davano diritto a nes-
sun rimborso, dato che «secondo le leggi vigenti nessun militare di truppa [poteva]
in nessun momento e per nessuna ragione rilasciare alcun buono» di questa natura,
essendo di competenza degli ufficiali e solo «in circostanze eccezionalissime»188. In
un altro caso fu smascherato un ingenuo tentativo di truffa da parte di due soldati, che
attraverso un’«alterazione grossolana» avevano aggiunto con «carattere ben diverso»
la cifra “2” al “5” dei litri di petrolio indicati in un buono di prelevamento.
Altre preoccupazioni riguardavano la possibile diffusione di idee e intenti sov-
versivi, favorita dalla comune avversione alla guerra e alla minoranza che l’aveva vo-
luta da parte dei reduci dalla prigionia e della popolazione agricola, che nel modenese
aderiva in massa a leghe e partiti delle sinistre. Scrivendo al ministero dell’Interno
alla fine di dicembre, ad esempio, il sottoprefetto di Mirandola chiese di differire la
revoca dello stato di guerra, poiché essa avrebbe dato una spinta ai «partiti sovversivi,
che prevalgono in tutti [i] Comuni [di] questo Circondario», e avrebbe potuto provo-
care «agitazioni nelle masse popolari con conseguente pericolo [di] disordini, pren-
dendo anche pretesto dalla forte disoccupazione attuale per [la] mancanza di lavori
agricoli che viene pure aggravata dal ritorno alle famiglie dei militari smobilitati»189.
Per contrastare il diffondersi di idee sovversive e per innalzare il morale delle
truppe venne fatto ampio ricorso al già citato servizio P. Tutti i campi furono dotati
di un ufficio speciale P ed ogni reparto di un ufficiale P, oltre a quelli inviati dal
servizio informazioni del Comando supremo. Come ha messo in luce Gian Luigi
Gatti, questi ultimi, insieme al comandante del campo, «esercitavano la propagan-
da morale tradizionale», mentre gli specialisti «si adoperavano in conversazioni
famigliari con i soldati»190. L’obiettivo era quello di «cancellare i pregiudizi che
erano causa di depressione e […] elevare le menti al livello attuale della coscienza
popolare»191, ma anche di «sondare il pensiero»192 dei militari che nei campi di con-
centramento potevano essere stati “contagiati” da «sentimenti e teorie sovversive
inoculate» da «agenti nemici» o sorte dall’esame «degli avvenimenti politici degli
imperi centrali e della Russia»193. L’opera di vigilanza e propaganda, insieme al
coinvolgimento degli ex prigionieri in attività patriottiche di intrattenimento e be-
neficenza, contribuirono soltanto in parte a «cancellare» le «impressioni deleterie»
188
Archivio Storico Comune di San Felice (Ascsf), Ca, b. 961, 15 febbraio 1919.
189
Asm, Gp, b. 119, f. “Guerra mondiale fogli da sistemare”, 23 dicembre 1918.
190
Gatti 2000, p. 98.
191
Aussme, F1, r. 296, Relazioni campi raccolta prigionieri e spirito truppa, Comando centro
raccolta prigionieri rimpatriati Modena, Relazione sull’organizzazione morale svolta da questo ufficio
propaganda, circ. 2219 del 30 dicembre 1918, cit. ibid., come il documento della nota successiva.
192
Aussme, F1, r. 296, Relazioni campi raccolta prigionieri e spirito truppa, Comando centro
raccolta prigionieri rimpatriati Mirandola, ufficio propaganda, Azione di propaganda nel Centro di
Mirandola, 1 gennaio 1919.
193
Comando centro raccolta Modena, Relazione, cit.
56 Fabio Montella

che gran parte di questi rimpatriati aveva verso le autorità superiori, accusate (non
a torto) di mantenere una «preconcetta avversione» nei loro confronti194.
Di fronte a una situazione che si aggravava di giorno in giorno, resa nota
dalle prese di posizione di uomini politici, dalle denunce delle autorità locali
e da un’aspra campagna di stampa, Orlando intervenne presso il ministro della
Guerra affinché provvedesse alla chiusura dei campi. Gli avvocati militari avreb-
bero dovuto provvedere a trattenere solo gli ex prigionieri già condannati o nei
confronti dei quali continuavano a sussistere gravi indizi di reato; gli altri militari
avrebbero dovuto essere inviati ai depositi o in licenza, dopo interrogatori poco
più che formali, tesi ad accertare soltanto la loro identità. Alquanto più complessi
restarono invece gli interrogatori effettuati agli ufficiali già prigionieri.
Il Comando Supremo e il Ministero della Guerra non avevano tuttavia an-
cora intenzione di cancellare con un colpo di spugna la vicenda degli ex reclusi,
ai quali non furono concesse licenze illimitate. Gli appartenenti alle classi non
ancora congedate sarebbero stati destinati a riprendere servizio in speciali reparti
mobilitati195.
Per poter rimanere sempre al corrente della precisa situazione della forza dei
centri di raccolta e dell’entità del movimento di sgombero, l’Ufficio Ordinamento
e Mobilitazione del Comando supremo chiese ai vari comandi dei centri di tra-
smettere ogni giorno i dati aggiornati dei militari affluiti, di quelli già trasferiti
per qualsiasi motivo e di coloro che erano stati sgomberati. Il Comando Supremo
chiese inoltre una previsione sulla quantità di soldati e ufficiali che si prevedeva
di poter lasciare liberi quotidianamente, nell’immediato futuro, «in base al gettito
degli interrogatori ed alle tradotte disponibili»196.
Alla luce dei dati trasmessi dai Comandi di Castelfranco, Gossolengo e Mi-
randola, il tenente generale Ugo Sani, scrisse con una buona dose d’ottimismo
al Comando Supremo e alla direzione Trasporti dell’Intendenza Generale che le
previsioni di liberare i campi per il 25 dicembre potevano completamente avve-
rarsi. Sani incaricò inoltre un ufficiale, il maggiore Podio, di dirimere direttamen-
te coi comandi di centro nuove eventuali difficoltà che fossero insorte:
Ora che i movimenti di sgombero hanno assunto un ritmo rapido e continuo e che si
avvicinano alla fine, diviene sempre più importante la questione dei ricuperi. I centri,
d’accordo con l’Intendenza C.D., prendano tutte quelle misure che crederanno più op-
portune per salvaguardare i materiali dello Stato. Confermasi la probabilità di nuovi ar-
rivi di militari reduci dalla prigionia, il cui numero, per i centri dipendenti dal Comando
Supremo, si suppone intorno ai 40.000. A modificazione delle disposizioni precedenti,
ed in seguito ad accordi col Comando Supremo, detti reduci verrebbero ripartiti in parti
eguali fra i centri di Gossolengo e Mirandola. […] I militari nuovi giunti possono essere
completamente bonificati e, possibilmente, pronti a partire dopo 48 ore197.

194
Comando centro Mirandola, Azione di propaganda, cit.
195
Gallinari 1980, p. 40. Cfr. anche Procacci 2000, pp. 384-5.
196
Aussme, F 11, r. 118, 14 dicembre 1918.
197
Ivi, 18 dicembre 1918.
L’esperienza della prigionia 57

Il 22 dicembre l’Ufficio Ordinamento e Mobilitazione comunicò che lo sgombe-


ro dei centri di raccolta poteva considerarsi ultimato entro il 26 dello stesso mese;
che il centro di Modena (questo il nuovo nome di quello di Castelfranco Emilia)
doveva essere definitivamente sciolto entro fine mese; che dopo il 23 fosse sospeso
qualsiasi avviamento di ex prigionieri a quest’ultimo campo, e che piccoli nuclei
eventualmente giunti sarebbero stati rinviati al centro di Piacenza (già di Gossolen-
go). Il Comando del centro avrebbe disposto la costituzione di un ufficio stralcio
per la liquidazione di eventuali pendenze amministrative e disciplinari, trattenendo
il personale strettamente indispensabile e avvertendo «che anche la liquidazione
avrebbe dovuto terminare nel più breve tempo possibile»198.
Il 26 dicembre l’ispettore Sani comunicò che i tre centri emiliani avevano
completato gli sgomberi199. Come emerge da una nota inviata all’Ufficio Segre-
teria del Comando supremo dal Servizio Informazioni dello stesso, rimanevano
ancora vive le preoccupazioni per la punizione dei responsabili. Il colonnello
Camillo Caleffi, comandante del Servizio, ammetteva che le commissioni d’in-
terrogatorio avevano limitato il loro compito ad un’elencazione dei rimpatriati,
che non forniva l’assoluta garanzia che il singolo individuo fosse stato effettiva-
mente identificato. Si erano potute compiere investigazioni soltanto sommarie,
che in qualche centro non avevano potuto essere estese a tutti i rimpatriati200.
Il 2 gennaio 1919, anche in previsione di ulteriori arrivi, l’Ufficio Ordi-
namento e Mobilitazione inviò un altro telegramma con nuove scadenze: lo
sgombero dei centri di raccolta avrebbe potuto considerarsi ultimato entro il 10
gennaio.
Il centro di Modena si sciolse definitivamente il 3 gennaio201. Il centro di
Piacenza (già Gossolengo) doveva essere definitivamente sciolto entro il 15, ma
dopo il 5 doveva essere sospeso qualsiasi avviamento di ex prigionieri a quel
centro. Piccoli nuclei che fossero giunti alla spicciolata sarebbero stati inviati al
centro di Mirandola, che doveva continuare a funzionare con il personale stret-
tamente necessario per un inquadramento minimo202. E in effetti, il rimpatrio di
circa 22 mila soldati delle truppe italiane ausiliarie già operanti in Francia che
erano stati fatti prigionieri fu gestito dal centro di Mirandola.
Il trattamento degli ex prigionieri andò via via trasformandosi da problema di
carattere militare a questione di politica interna. Per il Ministero della Guerra co-
loro che non si erano macchiati di reati dovevano seguire le sorti delle rispettive
classi di appartenenza presso i depositi territoriali. Secondo il sottocapo di Stato

198
Ivi, Comando Supremo-Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, Telegramma, 22 dicembre 1918.
199
Ivi, 26 dicembre 1918.
200
Aussme, F 11, r. 115, c. 4, Comando Supremo-Servizio Informazioni, Esame di prigionieri
rimpatriati, 27 dicembre 1918.
201
Asm, Gb, “Atti del periodo bellico”, b. 137, f. “Prigionieri Italiani Liberati”, Comando Centro
Raccolta Prigionieri Italiani Rimpatriati Modena, Scioglimento del Centro Raccolta Prigionieri di
Modena, 3 gennaio 1919.
202
Aussme, F 11, r. 118, Comando Supremo-Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, Telegramma,
2 gennaio 1918 [recte 1919].
58 Fabio Montella

Maggiore Pietro Badoglio, invece, una buona parte degli ex prigionieri, in partico-
lare delle classi più giovani, doveva essere inviata in zona di guerra. Ciò avrebbe
dovuto sopperire al fabbisogno di personale, ma avrebbe anche favorito il lavoro di
«ripreparazione morale e professionale cui tali elementi dovranno necessariamente
essere sottoposti prima di essere reimpiegati nei reparti combattenti»203. Dal 1° al
21 marzo vennero effettuati complessivamente 213 interrogatori, con una media di
appena una decina al giorno. Questa circostanza fece ritenere al tenente generale
Luigi Zuccari, presidente della Commissione interrogatrice dei prigionieri rimpa-
triati204, che il lavoro dei centri fosse sostanzialmente terminato.
Complessivamente, affluirono ai tre centri emiliani 268.315 ex prigionieri, su
6.700 vagoni ferroviari205. Il bilancio della loro permanenza fu tragico. In 26.400
furono riconosciuti ammalati e 7.000 vennero ricoverati negli ospedali. La morta-
lità fu piuttosto elevata, con 861 decessi, quasi tutti in seguito alle complicazioni
bronco-polmonari dell’influenza spagnola.

203
Aussme, F 11, r. 115, c. 4, Minuta del sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito Badoglio al
Ministero della Guerra, 24 gennaio 1919.
204
La Commissione, creata nel 1917 dal Ministero della Guerra, si scontrò con la Commissione
prigionieri di guerra della Croce Rossa Italiana che fu guidata, per quasi tutta la guerra, dal senatore
Giuseppe Frascara. Quest’ultima, che si occupava anche di prestare aiuto ai prigionieri, venne uffi-
cialmente soppressa il 21 novembre 1918, dopo essere stata sovraccaricata di competenze, senza che
le venissero assegnati i corrispondenti mezzi materiali. Procacci 2000, pp. 182-191.
205
Aussme, F 148, c. 363 A (vol. 8), Intendenza CD, Diario dal 1 ott. 1918 al 31 gennaio 1919,
Relazione del movimento ferroviario svoltosi per il rifornimento dei Centri raccolta ex prigionieri
liberati.
L’esperienza della prigionia 59

Allegato

Genova, 11 Giugno 1917


Relazione sulla formazione e andamento del 2° Reparto ufficiali prigionieri
di guerra in Sigmundhersberg (N.O.) Austria

A S.E. Il Tenente Generale CORTICELLI


Presidente della Commissione d’inchiesta degli Ufficiali prigionieri206

Fatto prigioniero il 18 settembre 1916, nei pressi di Monte Zebio (Altipiano di Asiago),
fui tradotto a Trento e a Bolzano ove rimasi sino al 9 novembre successivo e, in seguito, a
Sigmundsherberg con altri ufficiali che man mano erano stati fatti prigionieri e che al pari di
me attendevano di essere avviati ad un campo di concentramento per ultimarvi la prigionia.
– Giunto a destinazione, il giorno 12 fui assegnato come capo al 2° reparto che era di nuova
formazione e che al mio arrivo era composto di circa 200 ufficiali provenienti dal 1° reparto
di Sigmundsherberg (colonnello Cav. Menna), dal campo di concentramento di Mauthausen
e dalla fronte. – Molti dei primi che, per le loro idee e principii di indipendenza assoluta,
non volevano adattarsi al riconoscimento di qualsiasi autorità, avevano chiesto e anche fa-
cilmente ottenuto l’allontanamento dal reparto ove risiedevano, appunto per attuare il loro
programma e imporlo poi agli altri, chiunque fossero; vennero ben presto in disaccordo coi
Colleghi che avevano invece principii d’ordine.
Questo primo periodo di organizzazione difficilissimo, in cui tutto si doveva provvedere
e predisporre, non ricevendo dal Comando Austriaco che lo scarso e deficiente nutrimento,
fu opera del Capitano Porta Sig. Federico dell’8° reggimento fanteria che riuscì con molto
tatto, ad ottenere molto, superando serie difficoltà, prima fra tutte di essere, benché giova-
nissimo, superiore soltanto di anzianità. In premio della sua intelligente operosità gli accor-
dai la mia fiducia, scegliendolo come facente funzione di Aiutante Maggiore in 1°, carica
che tenne fino alla mia partenza e che disimpegnò lodevolmente.
Avendo, frattanto, i più turbolenti fatto proseliti colla loro propaganda, divenuti in tal
modo maggioranza, ottennero di organizzarsi col principio elettivo, come risulta dettaglia-
tamente dalla Relazione del mio predecessore (vedi Allegato A207). – Avvenne però che
questo gruppo, appoggiato dal Capitano Capanni Sig. Italo dei granatieri, scontentò non
solo amministrativamente ma anche per il contegno violento e ineducato, refrattario a qual-
siasi ammonimento, l’ambiente che ormai, per altri nuovi venuti, si era diviso in due vere
fazioni che mantenevano il riparto in malsana agitazione, non permettendo ai volenterosi
di studiare o in qualsiasi modo d’applicarsi, curanti solamente di gozzovigliare e della pro-
paganda per far riuscire i rispettivi candidati, con lotte infeconde e che in seguito anche
degenerarono.
Sin qui, visto che le mie parole e i miei consigli a poco o nulla approdavano, lasciai,
per ragioni di opportunità e di tatto, che si sbizzarrissero, pur sorvegliandoli, nell’attesa che
gli ufficiali, specie quelli che man mano arrivavano, divenissero non solo maggioranza, ma

206
Della Relazione sulla formazione e andamento del 2° reparto ufficiali prigionieri di guerra di
Sigmundsherberg (n.o.) Austria di Giulio Cesare Tirelli esistono a Carpi diverse copie. Una (forse con
firma originale) si trova tra le carte del Museo del palazzo dei Pio, busta N, fasc. H136. Gli allegati
citati nel testo non sono presenti.
207
Consegnato al Presidente della Commissione d’inchiesta dei prigionieri S.E. il ten. gen. Cor-
taelli.
60 Fabio Montella

si facessero persuasi che l’ordine era condizione indispensabile nella nostra posizione. – Ap-
provando le disposizioni del mio predecessore le accettai, ma fatto persuaso che i più erano
ormai nauseati del contegno sempre più scorretto degli altri e sentendo mio dovere intervenire
per quanto la situazione della prigionia comune a tutti, livellandoci quasi, fosse delicatissima,
pure forte della mia coscienza che mi dettava di non tollerare più oltre, perché anche prigio-
niero sentivo il dovere di educare non solo tanti giovani ufficiali che la sventura aveva a me
affidati, ma che dovevo anche evitare venissero traviati da idee assolutamente contrarie ai no-
stri regolamenti, colsi l’occasione che in seguito appunto ad una più clamorosa elezione, il Ca-
pitano Sig. Capanni, benché provocato dal collega capitano Marcelli Sig. Giuseppe, che con
estrema leggerezza volle rendersi solidale di un’anonima [accusa] infondata intaccante l’o-
perato amministrativo del Capitano Sig. Capanni, quasi trascinato dal suo violento carattere,
deplorevolmente lo schiaffeggiasse pubblicamente, per intervenire coll’autorità conferitami
non solo dal grado, ma anche dall’esperienza per pubblicare in un ordine (vedi allegato B) l’a-
bolizione di tutto il sistema precedente, per riformarlo secondo le prescrizioni regolamentari.
Consegnatami dai rappresentanti dei due predetti Sigg. Capitani il verbale cavalleresco,
questo fu da me rilasciato al mio successore per la dovuta consegna al rimpatrio definitivo
di tutti i prigionieri per ottenere la costituzione del giurì d’onore.
In questo momento le cose si calmarono, però i soliti perturbatori scontenti di avere
perdute parecchie cariche e quasi dolenti di dover constatare che senza di loro si procedeva
meglio, opposero un sistematico ostruzionismo, tutto ostacolando e provocando sempre con
qualsiasi atto, anche il più villano, e col loro contegno ultra ineducato, tanto che anche il
Comando austriaco intervenne provvedendo al loro allontanamento.
In questo periodo fui costretto a prendere misure disciplinari a carico dei più indiscipli-
nati preferendo punirli io, anzi che ricorrere al Comando austriaco.
Eliminati pertanto i più turbolenti, da questo momento il reparto si trasforma e tutti sento-
no non solo il dovere, ma anche il bisogno di coadiuvarmi per favorirne lo sviluppo e tengo a
dichiarare che tanto ai Sigg. Ufficiali superiori come agli inferiori, il cui nome citerò a titolo
di lode nel parlare della loro opera, non ho parole per esprimere il mio più alto compiacimento
per l’appoggio datomi che tributando alla loro memoria una riconoscenza imperitura.
Messo a capo di ogni servizio un capitano scelto fra i migliori e più adatti, favorendoli
nella scelta di un adeguato gruppo di subalterni quali aiutanti, li raggruppai in due gruppi,
affidando la direzione di ciascuno di essi ad uno dei due ufficiali superiori assegnatimi.
Assicuratomi che i servizi principali (vedi N° 1 e N° 2 dell’allegato B) funzionassero,
ma soprattutto quello dell’approvvigionamento che mercé l’infaticabile e intelligente at-
tività del suo preposto, capitano Pagani Sig. Giuseppe, dell’8° fanteria, poté – superando
ogni ostacolo – fornire ad ogni ufficiale non solo una buona e sufficiente mensa a tipo uni-
co, contrariamente all’altro principio, ma ne garantì l’avvenire con un largo ed opportuno
immagazzinamento di viveri, tanto che quando lasciai il reparto i miei ufficiali avrebbero
avuto viveri per sei mesi ancora, mi diedi a favorire lo sviluppo di tutte quelle iniziative atte
ad educare non solo il corpo ma anche la mente, e così sorsero nel reparto:
1° Gruppo: Maggiore Arullani cav. Andrea
a) servizio di approvvigionamento.
b) corsi di lingue: francese, inglese, tedesco, spagnolo; di letteratura italiana, diritto
internazionale, stenografia e disegno.
c) una società sportiva con palestra e campo d’esercizio.
2° Gruppo: Maggiore Cozza D’Onofrio Cav. Federico
a) servizio postale, telegrafico e pacchi.
b) servizio acquisto generi vari occorrenti agli ufficiali; inoltre servizi di barbiere,
L’esperienza della prigionia 61

sarto, calzolaio e bagni.


Alla mia diretta dipendenza:
a) servizio cassa e orticultura (capitano Crova Sig. Giuseppe del 4° alpini)
b) teatro con musica
c) biblioteca
d) beneficenza (Capitano Ximenes Sig. Antonio) allo scopo di lenire le gravi privazioni
cui vanno incontro i nostri soldati, specie quelli destinati ai lavori in zona di guerra
che ritornano veramente in uno stato pietoso, venne costituito il ramo beneficenza
che, sotto la mia diretta sorveglianza e il valido concorso del capitano preposto, poté
distribuire ai più bisognosi gli aiuti che venivano dal paese e che si raccoglievano fra
noi. I nostri proventi furono ricavati da fiere di beneficenza, lotterie, da versamenti
volontari, dal ricavato di qualche rappresentazione teatrale e da una tassa del 5%
mensile sullo stipendio di ogni ufficiale, dedotte le 90 corone della mensa. – A questa
ultima offerta aderirono tutti eccetto il maggiore Cozza ed un sottotenente.
e) servizio divino, dispegnato settimanalmente da uno dei nostri cappellani prigionieri.
f) servizio sanitario, fatto per turno quindicinale da un subalterno medico italiano.
Per onorare con ricordo imperituro la memoria dei nostri soldati che più infelici di noi
morirono prigionieri, si accettò la proposta sorta nel 1° reparto di erigere un monumento
alla loro memoria.
Nominata apposita Commissione, ripartita tra i due riparti e presieduta da un ufficiale
superiore del 1°, si ottenne la concessione dal Comando austriaco che ci fu largo di appoggi
e mercé il versamento di una giornata di stipendio per ogni ufficiale (circa 800) si poterono
acquistare i materiali. – I lavori sono già iniziati e si spera l’inaugurazione nel prossimo
novembre. – Il monumento, opera gratuita dello scultore Aspirante Matteucci Sig. Pietro
del 97° fanteria208, coadiuvato da apposito personale, rappresenta una cappella sormontata
da un sarcofago con la statua del dolore davanti.
Ottenni così di dare un indirizzo più serio e più dignitoso al mio reparto favorendo
largamente lo sviluppo delle qualità fisiche ed intellettuali regolate da sane norme basate
soprattutto su quelle del buon contegno e su quelle dei nostri regolamenti, allo scopo ap-
punto di conservare alla Patria buoni elementi che il destino volle a me affidati, salvandoli
da principii di vero dissolvimento, tanto più che molti ufficiali sia per studi, come per con-
dizione sociale, sono di condizione inferiore al grado che rivestono.
A completamento del mio lavoro stabilii che venissero compilati i rapportini informativi
per gli ufficiali che – puniti – diedero motivo ad accennare sulla loro condotta. – In appo-
sito registro lasciato in consegna al mio successore risultano le punizioni da me inflitte agli
ufficiali (vedi allegato C).
Allo scopo di eliminare non poche e serie difficoltà, sarebbe opportuno far giungere agli
ufficiali capi di un reparto di prigionieri delle norme precise che possano servire non solo di
indirizzo ad essi, ma anche e soprattutto ai dipendenti.

Firmato:
il T. Colonnello
del 129° Reggimento Fanteria
Giulio Tirelli

208
Matteucci Pietro di Enrico. Sottotenente di complemento 97° reggimento fanteria, nato il 26
giugno 1888 a Lucca, distretto militare di Lucca, morto il 17 ottobre 1918 in prigionia (Albo d’oro
Toscana ii, vol. xxiv, p. 439).
62 Fabio Montella

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64 Fabio Montella

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Il Tenente Colonnello Giulio Cesare Tirelli ritratto a Savona, dopo la liberazione. Carpi, Musei di
Palazzo dei Pio.