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FRAMMENTI DI UNA VALLE

Raccolta di articoli sulla val di Sole


della giornalista Lara Zavatteri

Quelle che seguono sono delle anticipazioni riguardanti


la raccolta di articoli da me scritta “Frammenti di una
valle”. Si tratta di uno spunto per dare la possibilità a
chi legge di farsi un'idea e di capire di che cosa parla
il libro. Ho inserito alcuni articoli tra i più
significativi della raccolta, senza avere la pretesa di
essere esaustiva ma volendo appunto fornire un piccolo
regalo a chi vuole saperne di più e magari, dopo,
acquistare il libro. La storia è anche quella di una
valle, dei suoi protagonisti, come tante gocce di pioggia
che si uniscono a formare la rugiada su una foglia. Vi
auguro buona lettura!

Lara Zavatteri
CHI SONO
Mi chiamo Lara Zavatteri, vivo a Mezzana in val di
Sole (Trentino) e sono una giornalista pubblicista
dal 2000.
Scrivo per il settimanale “Vita Trentina” e per
altri siti, inoltre ho realizzato alcuni libri: oltre
a Frammenti nel 2006, “La strada di casa” (editrice
Uni-Service) nel 2007 con il quale ho partecipato
alla Fiera del libro di Torino, la raccolta di
racconti “Le Piccole Cose” (Boopen editore) nel 2008,
“Reset” (Silele editore) nel 2009.
Nel 2010 a seguito di un esperimento in Rete
sul portale www.eventitrentino.it con le autrici Rossella
Saltini e Rossella Giardina ho pubblicato la raccolta
dei nostri racconti intitolata “Il Blog Novel di
Eventi Trentino” (editrice Uni-Service) mentre un mio
racconto è stato pubblicato dalla casa editrice
Historica nell'antologia “Bassa marea” (volume
secondo). Curo anche il blog di un giovane ingegnere
trentino e una rubrica sui libri su Eventi Trentino.
“Frammenti di una valle” raccoglie gli articoli più
curiosi da me realizzati tra il 1998 e il 2005 che
affrontano tematiche storiche, ambientali, curiosità
varie sulla valle di Sole.
All'interno il libro è corredato da alcune pagine di
immagini che raccontano a loro volta le storie
narrate.
8 agosto 1999

L’ULTIMO KAISERJÄGER DELLA VALLE

CAVIZZANA- Con i suoi 101 anni è probabilmente uno degli


ultimi Kaiserjäger della val di Sole. Lui è Fiorenzo Ceschi,
nato il 29 marzo del 1898 e residente nel comune più piccolo
della valle: Cavizzana. La sua vita è stata costellata
d’avvenimenti, più o meno importanti ma tutti bene impressi
nella sua mente ancora giovane, che gli permette di ricordare
distintamente gli episodi della sua giovinezza. Certo, nascere
in quegli anni di povertà, tra mille difficoltà, non
dev’essere stato facile. Il padre Serafino (classe 1860), come
molti altri valligiani era stato costretto ad emigrare in
Francia alla ricerca di lavoro, poiché in valle erano poche le
possibilità d’impiego. Diventò ferroviere, manovratore sui
binari con il compito di agganciare i vagoni ai convogli. A
causa di una manovra errata del macchinista, a soli
ventiquattro anni perse il braccio destro, schiacciato dai
respingenti di un vagone. Tuttavia rimase a Parigi altri due
anni, il tempo necessario per completare le pratiche della
pensione, che all’epoca richiedevano tempo perché
particolarmente difficoltose, e fece poi ritorno a Cavizzana,
dove visse con la moglie Teresa (1872) e i tre figli Fiorenzo,
Celesta e Isolina, lavorando in un negozio di alimentari. Il
signor Fiorenzo ha vissuto le due guerre mondiali, ha visto
passare il Trentino dal dominio austriaco a quello italiano,
la fine della monarchia e la nascita della Repubblica, è stato
testimone della scomparsa degli antichi mestieri e
dell’affermarsi di nuove arti, della trasformazione graduale
della società in tutti i suoi aspetti. La guerra 1914-1918
l’ha vissuta in prima persona, essendo stato chiamato
diciassettenne al lavoro come operaio militarizzato
nell’esercito austro-ungarico, un anno prima del dovuto. Pure
obbligato a prestare servizio per l’Austria, nutriva
sentimenti filoitaliani, alimentati anche da una maestra di
scuola, che aveva influenzato il pensiero degli scolari.
Inizialmente il suo compito fu costruire trincee a Bozzana,
per preparare la terza linea difensiva in caso di attacco
italiano, partendo dal fondovalle per arrivare fino al Monte
Peller. Due settimane più tardi fu trasferito a Pellizzano,
per contribuire alla costruzione della seconda linea difensiva
della zona del Tonale che passava sopra il paese provenendo da
Pejo. Passerà poi in Tonale, addetto alle costruzioni di
teleferiche in condizioni di lavoro disumane, senza percepire
una paga e potendo contare solamente su un rancio scarso per
rimettersi in forze dopo una dura giornata, trascorsa a
trasportare materiale a spalla. I soldati dovevano lavarsi e
dissetarsi nel torrente Vermigliana, dove venivano gettate le
carcasse degli animali stremati dal lavoro e dalla carenza di
cibo, e quindi ben presto si diffuse il tifo, che colpì anche
Fiorenzo provocandogli alcuni giorni di febbre alta;
nonostante tutto riuscì a guarire e passò in località Stavel
(val Vermiglio) e a malga Pecè, per poi essere destinato
all’ancoraggio alla stazione del rifugio Denza. Ormai
diciottenne, dichiarato abile, fu trasferito in Val Montozzo
all’Albiolo, a scavare caverne da adibire a ricovero in caso
di attacchi. Anche se era un civile militarizzato, Fiorenzo
subiva lo stesso trattamento dei soldati, correndo anche gli
stessi rischi lavorando sotto i colpi di fucile e le bombe
scagliate dagli italiani. Per questo motivo tentava di
salvarsi indossando sempre il cappello tipico dei tirolesi, in
modo da far capire al nemico di essere un civile trentino
della Val di Sole. Tuttavia, malgrado la situazione, ci furono
anche alcune occasioni di dialogo fra le due parti, che si
esprimevano entrambe in dialetto. Poi, fu in Boemia e in
Polonia, dove frequentò dei corsi specifici di addestramento
alla guerra, e per due mesi rimase come riserva per il fronte.
Nel frattempo in Italia gli austriaci avevano lanciato la
grande offensiva di Caporetto arrivando fino al Piave, ma
Fiorenzo e i suoi compagni rimasero in Polonia poiché gli
austriaci temevano che, appena giunti in Italia, i ragazzi si
sarebbero consegnati come prigionieri e svelato importanti
segreti militari. Così formarono il terzo e il quarto
battaglione con a comando dei reparti gli ufficiali trentini.
Infine, la Transilvania: qui svolse la sorveglianza del
territorio del fronte Rumenia sui monti Carpazi. Finalmente,
nel novembre del 1918, apprese la notizia tanto attesa: può
tornare a casa. Soli e abbandonati dagli austriaci, Fiorenzo e
i suoi compagni si misero in marcia e dopo sette giorni
giunsero in territorio ungherese, dove trovarono un treno
diretto in Austria. Raggiunsero Vienna, Innsbruck e
Mezzocorona: da qui furono obbligati a proseguire fino a
Trento per alcuni interrogatori. Finalmente, con il biglietto
Trento-Malè, giunse a Cavizzana e riabbracciò i suoi cari dopo
cinque anni. Fiorenzo è riuscito a non partecipare alla
seconda guerra mondiale per caso, poiché venivano reclutati
tutti gli uomini fino al compimento del trentanovesimo anno
d’età, e lui ne aveva già quarantuno. Si sposò con la
compaesana Maria Rizzi con la quale ebbe cinque figli:
Serafino, Paolo, Martina, Alfredo e Annamaria. Ha trascorso
lunghi periodi come emigrante in Francia e pensa che oggi la
vita sia molto più facile perché non esiste la povertà e c’è
lavoro per tutti. Ma anche l’aspetto del paese è diverso
rispetto a quello della sua adolescenza: ora le strade sono
asfaltate e non in terra battuta, la gente non utilizza più il
carro ma la macchina, non semina più la segale per fare il
pane. E’ l’unico abitante di Cavizzana ad aver raggiunto
quest’età invidiabile (la sorella Celesta ha 99 anni) e riesce
perfino a ballare nelle occasioni importanti del paese. Per
festeggiare il centenario il sindaco, Luciano Rizzi, gli ha
concesso la fascia tricolore per un giorno e una targa
ricordo. Qual è il suo segreto? Certamente una salute di ferro
(è stato in ospedale la prima volta a 89 anni) e l’esser stato
capace di apprezzare le piccole cose e i momenti felici che un
secolo di storia può regalare.

Fiorenzo Ceschi è scomparso nell’ottobre 2001.

22 agosto 2005

C’E’ LA GUERRA, LASCIATE VERMIGLIO

VERMIGLIO- Un paese intero svuotato e una fila di persone in


cammino con le loro poche cose, verso un ignoto destino in un
luogo sconosciuto. Il paese era Vermiglio ed erano i suoi
abitanti, commossi e disperati, a lasciare le loro case verso la
località austriaca di Mitterndorf. Accadeva esattamente
novant’anni fa, nell’agosto del 1915; l’ordine d’evacuazione, a
seguito della volontà dello Stato maggiore imperiale di realizzare
una fascia di sicurezza nei dieci chilometri vicini al confine,
giunse dalla Luogotenenza di Cles il 22 agosto, qualche giorno
dopo partirono gli abitanti di Cortina e Fraviano, per ultimi
quelli di Pizzano. Fra questa gente c’era anche una bambina di 11
anni, Letizia Panizza, che lasciava Cortina con la madre, Cristina
Graifenberg ed i sette fratelli. Il padre, Ernesto Panizza, nel
periodo di guerra era addetto al rifornimento verso i Forti a
Fucine e quindi non partì con la famiglia. Letizia, classe 1904,
ha festeggiato 101 anni lo scorso giugno, ma ricorda nitidamente
la vicenda di cui fu protagonista. “Il sindaco ci disse che si
doveva andare via, potevamo portare solo 5 chili delle nostre cose
a testa. Prima di partire liberammo gli animali dalla stalla, ma
non volevano uscire. Sembrava che anche loro sapessero che
dovevamo andare via”. Pur essendo allora solo una bambina e
nonostante la confusione del momento, Letizia non poteva non
vedere e non sentire i sentimenti delle persone accanto a lei alla
partenza. “Tutti chiedevano “Dove ci manderanno?” “Torneremo
indietro?” E piangevano”. Molti, a causa delle condizioni precarie
del “Barackenlager” di Mitterndorf, non tornarono più a Vermiglio;
tutta la famiglia di Letizia, escluso il nonno, riuscì a
sopravvivere. Dopo essere giunti a piedi a Malè, caricati sul tram
ed in seguito su un treno “in un vagone pieno di paglia” e con un
unico conforto nel lungo tragitto da Vermiglio in Austria cioè “la
gente che incontravamo, che ci portava una scodella con qualcosa
da mangiare” i vermigliani giunsero infine a Mitterndorf. “Pioveva
e la baracca era senza finestre. Eravamo in 18-19 per camera.
C’erano delle infermiere che passavano per le baracche, chiedevano
se i bambini erano sani o no. Mia madre allora attaccava due
materassi, faceva un buco e ci nascondeva se eravamo malati. Chi
mandavano in ospedale, di solito non tornava”. Per qualche anno la
vita proseguì tra fame, freddo, malattie, fino al rientro a guerra
ultimata. Prima di tornare definitivamente a Vermiglio (durante la
guerra abitato dai militari) molti furono costretti a cercare
ospitalità in altri paesi, essendo le loro case distrutte da
incendi, valanghe e saccheggi. Letizia, con la sua famiglia, restò
a Malè per un anno e mezzo dopo aver lasciato Mitterndorf. “Mio
padre era all’ospedale militare a Malè, con la broncopolmonite.
Noi chiedevamo la carità” ed il padre morì senza far ritorno a
Vermiglio con i suoi cari. “A Vermiglio abbiamo trovato la casa,
ma avevano portato via tutto. Avevano avvertito mio padre che
rubavano, ma lui disse “Dove vuoi che vada, qui non ho nessuno”;
facevamo avanti e indietro a piedi tra Vermiglio e Malè mentre si
sistemava la casa”. La gioia del ritorno fu offuscata dalla
consapevolezza di dover ricominciare da capo e per dare una mano
alla famiglia Letizia s’impiegò come serva ad Ortisè. Poco alla
volta la vita riprese, con la ricostruzione di quel paese portato
nei cuori di tutti coloro che, novant’anni fa, furono costretti ad
abbandonarlo.
5 gennaio 2003
GERRY SCOTTI, RELAX IN VAL DI SOLE

DIMARO- Prima di rituffarsi nell’esperienza televisiva de “La


Corrida” e lontano per qualche giorno dagli studi Mediaset,
Gerry Scotti ha scelto la val di Sole per una vacanza; è,
infatti, ospite con il figlio Edoardo (appassionato di
snowboard) all’hotel Luna di Folgarida. A proporgli il relax
l’amico Livio Valentini, gestore del campeggio residence
Dolomiti di Dimaro.
Scotti, è la prima volta che visita il Trentino e la val di
Sole?
In valle è la prima volta, il Trentino l’ho conosciuto da
ragazzo, sono stato alcune volte a Madonna di Campiglio,
sempre da non sciatore. Con Valentini, i signori Renzi e
Bertoli (delle Funivie Folgarida Marilleva) ho visitato gli
impianti e capito che la val di Sole dev’essere molto bella
anche in altre stagioni.

Valentini le ha proposto di ritornare in estate…


Si, io sono uno sportivo più di quanto si creda, mi piacciono
rafting, canoa, bicicletta. Appena in città scoppierò dal
caldo verrò qui.
Lei conduce “Passaparola”, “Chi vuol esser milionario”, “La
Corrida”, ed è attore nella fiction “Finalmente Soli”. Dove si
sente maggiormente realizzato e in futuro sarà più
presentatore o attore?
“Chi vuol esser milionario” è un evento in tutto il mondo. Gli
americani mi hanno detto che se parlassi l’inglese avrei
potuto presentarlo in America. “Passaparola” è alla quinta
edizione, “Finalmente Soli” nasce per caso, dalla fiction
precedente “Io e la mamma” con Delia Scala. Siamo arrivati a
cento puntate, i produttori mi ronzano intorno. Al cinema ho
sempre detto no, finora mi hanno proposto film di Natale, ora
sono stato seriamente avvicinato da un produttore ma per
dedicarmi al cinema dovrei distaccarmi dal ruolo che ho
adesso. Sarà un regalo che mi farò, forse, fra due stagioni.
Tutti i suoi programmi continuano ad avere grande successo.
Qual è la formula?
Io ringrazio il Cielo, sono fortunato. Onestà intellettuale,
non vergognarsi del proprio prodotto, pensare allo spettatore.
Un maestro è Mike Bongiorno, dieci anni fa si torceva il naso
quando si parlava di quiz, poi con “Il Milionario” sono
diventato un fenomeno. Ci ho messo un anno invece a dire sì
alla “Corrida”, l’eredità di Corrado era enorme, poi l’anno
scorso è andata bene.
Che fine ha fatto il Gadano, personaggio amato dai bambini, a
“Passaparola”, e che tipo d’immagine trasmettono le Letterine
alle ragazze?
Il Gadano non ci sarà per tre mesi, poi tornerà. E’ un test
legato ai dati d’ascolto che dobbiamo fare introducendo anche
dei cambiamenti. Non immaginavamo invece che sarebbe scoppiata
la moda delle Letterine. Era una presa in giro del ruolo delle
vallette, l’unico a farlo così bene è stato Arbore con le
ragazze Coccodè. Per quelle che si sono avvicendate e le
attuali è un’esperienza che può diventare un trampolino di
lancio ma non credo alla tv che promette molto, come il
“Grande Fratello”. L’intelligenza di una donna non si misura
dalla lunghezza della sua gonna.
Questi e molti altri articoli li potrete leggere ne
“Frammenti di una valle”. Vi aspetto sempre sul blog
www.frammentidiunavalle.blogspot.com e sul gruppo
Facebook omonimo. Grazie per l'attenzione e spero
diventerete miei lettori!

Lara Zavatteri

www.larazavatteri.blogspot.com
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