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CAPORETTO.

UNA LEGGENDA DA SFATARE E UNA LEZIONE DA IMPARARE

Non vi è dubbio che nel 1917 l’esercito italiano fosse assai diverso da quello del 1915, tanto che
le 69 divisioni di fanteria italiane non sfiguravano rispetto alle 170 schierate dagli Alleati sul fronte
occidentale. Ogni reggimento italiano (su tre battaglioni) adesso aveva non meno di 24 mitragliatrici
(nell’autunno del 1917 ne avrebbe avute 36, ossia un battaglione avrebbe avuto sei mitragliatrici
pesanti e sei pistole mitragliatrici) e le truppe potevano contare sull’appoggio di oltre 6.000 cannoni
e più di 2.000 bombarde. Strategia e tattica però erano poco mutate dall’entrata in guerra dell’Italia,
giacché l’obiettivo di Cadorna era ancora quello dello sfondamento dello schieramento avversario sul
fronte dell’Isonzo. Pertanto, il 10 maggio 1917 ebbe inizio la decima battaglia dell’Isonzo, con 38
divisioni (di cui 10 di riserva) sostenute da circa 2.000 cannoni di grosso e medio calibro, cui gli
austro-ungarici potevano contrapporre 17 divisioni e 1.250 pezzi di grosso e medio calibro. I successi
conseguiti dall’esercito italiano furono ben poca cosa e i “magri” guadagni territoriali vennero perduti
con la cosiddetta “sorpresa tattica” di Flondar. In 48 ore il contrattacco austro-ungarico causò
all’esercito italiano 4.000 morti, 8.000 feriti e 10.000 prigionieri. Una “piccola Caporetto”, la causa
della quale non fu affatto compresa dal Comando supremo italiano.
Nondimeno, a fine giugno si assisté ad una nuova offensiva italiana, questa volta per la conquista
dell’Ortigara. Nonostante l’impiego di mezzi e risorse ingenti, fin dall’inizio anche questo attacco si
rivelò un fallimento. Il Comando italiano comunque insistette nell’azione offensiva. Agli alpini riuscì
di prendere la vetta dell’Ortigara, che però, battuta continuamente dall’artiglieria nemica, non poté
essere tenuta. Gli alpini avevano dimostrato di meritare la fama di truppe scelte, ma era evidente che
i soldati italiani erano eccessivamente provati dalle continue offensive condotte con poca o nessuna
sagacia tattica. Eppure, Cadorna decise di passare ancora all’attacco.
Si ammassarono quindi 51 divisioni con 5.200 pezzi d’artiglieria per scatenare l’undicesima
battaglia dell’Isonzo, che (nella seconda metà d’agosto) portò alla conquista della Bainsizza. Una
vera Materialschlacht (battaglia di materiale), come quelle che si combattevano sul fronte
occidentale. Il comando dell’Isonzo Armée non perse però la testa e gli austriaci arretrarono di dieci
km, ovvero si portarono oltre la cortina di fuoco dell’artiglieria italiana, di modo che gli attaccanti,
oltre ad avere seri problemi di rifornimento per la rapida avanzata, si trovarono sotto il tiro dei cannoni
nemici. Ma allorché era palese che l’offensiva italiana aveva raggiunto il suo culmine, anziché
sospenderla, si decise di prolungarla attaccando il San Gabriele, senza alcun risultato, mentre sul
Carso una nuova controffensiva austriaca fece tornare le linee del XIII corpo d’armata italiano al
punto di partenza.
Ciò malgrado, si deve riconoscere che gli sforzi degli italiani avevano teso fino “al limite di
rottura” lo schieramento nemico, tanto che Vienna si rivolse a Berlino per aiuto, temendo il crollo del
fronte al successivo assalto delle truppe italiane. Già prima della conquista italiana della Bainsizza il
Comando austriaco riteneva che fosse necessario sferrare un deciso attacco contro gli italiani. Ma
dopo l’undicesima battaglia dell’Isonzo non vi era più tempo da perdere. Quest’ultima era costata
agli austriaci 90.000 uomini, contro i 166.000 persi dagli italiani, ma poiché gli effettivi dei primi
erano meno della metà dei secondi, era logico che l’Austria temesse che il fronte cedesse. Ma il
problema per l’Italia era che le ultime offensive avevano teso fino al “limite di rottura” anche
l’esercito italiano (solo dalla metà di maggio alla fine di settembre le perdite italiane ammontarono a
circa 400.000 soldati, ai quali si devono aggiungere quasi 500.000 ammalati). Cadorna si era accorto
che vi era qualcosa che “non funzionava più” nell’esercito italiano, ma ne diede la colpa alla
propaganda pacifista e ai socialisti. Delle innovazioni tattiche dei tedeschi e degli austriaci invece il
Comando supremo non si preoccupava granché, per quanto ci si fosse accorti che qualcosa di nuovo
“bolliva in pentola”, ma le idee al riguardo erano assai vaghe e confuse.
***

Alla fine del 1916 era già chiaro che gli anglo-francesi ben difficilmente avrebbero potuto
sconfiggere gli imperi centrali senza l’intervento degli Stati Uniti. Le restrizioni alla guerra
sottomarina imposte dall’imperatore tedesco miravano invece ad impedire tale intervento. Ma
l’aggravarsi della situazione militare, senza che si intravedesse alcuna soluzione diplomatica, spinse
il Kaiser, il 9 gennaio del 1917, ad autorizzare la guerra sottomarina illimitata. Gli Stati Uniti,
nemmeno un mese dopo, ossia il 1° febbraio, interruppero le relazioni diplomatiche e il 6 aprile
dichiararono guerra alla Germania . Il dado era tratto. La Germania comunque per vincere la guerra
non confidava solo nella guerra sottomarina, ma anche nelle nuove tattiche del proprio esercito.
Nel corso delle terribili battaglie combattute sul fronte occidentale un giovane tenente colonnello
tedesco, Fritz von Lossberg, si era convinto che la difesa ad oltranza non era che frutto di un’errata
concezione tattico-operativa. Promosso colonnello e nominato capo di stato maggiore della Terza
armata nel settembre 1915, Lossberg, appena arrivato alla sede del comando dell’armata, dovette
prendere una difficile decisione, dato che i francesi avevano sferrato un violentissimo attacco su un
fronte di pochi chilometri con 27 divisioni e stavano penetrando nelle retrovie tedesche. Di
conseguenza, un comandante di corpo d’armata chiese, come “da manuale”, di poter effettuare un
ripiegamento. Ma Lossberg negò l’autorizzazione all’esterrefatto generale e si precipitò verso la linea
principale di resistenza per avere un quadro “realistico” della situazione. Lossberg comprese così che
occorreva tenere le truppe più arretrate per sferrare un contrattacco. Ma non era ancora sufficiente
per formulare con chiarezza i principi della difesa elastica. Durante la battaglia della Somme,
Lossberg venne nominato capo di Stato maggiore della Seconda armata e fu allora che si convinse
che bisognava modificare la catena di comando. Infatti, egli si era reso conto, che un ordine impartito
da un comando di divisione impiegava circa otto/dieci ore per arrivare agli ufficiali in linea.
Decisamente troppe. Lossberg riuscì quindi a convincere lo Stato maggiore tedesco che un
comandante di battaglione doveva avere autorità su tutti i rinforzi inviati nel suo settore di
competenza, indipendentemente dal grado di chi li comandava. Il comando di reggimento invece
doveva occuparsi solo dei problemi di carattere logistico, mentre la battaglia doveva essere diretta
dai comandanti di divisione, a cui si doveva concedere di disporre di tutte le truppe impegnate nel
proprio settore e perfino dell’artiglieria di corpo d’armata. Inoltre i comandi di divisione e quelli di
battaglione dovevano essere collegati tramite radio. In tal modo, un ordine avrebbe impiegato non
più di due ore per giungere da un comando di divisione agli ufficiali in linea. Le truppe poi non
dovevano rimanere nelle trincee durante un attacco nemico, ma occupare le buche che si formavano
a causa delle esplosioni.
La difesa elastica fu messa alla prova già nel mese di dicembre del 1916, allorché i francesi
sferrarono un’offensiva nei pressi di Verdun. Il risultato però non fu incoraggiante: 13.500 perdite, di
cui ben 9.000 prigionieri. Anziché dare la colpa ai soldati, lo Stato maggiore tedesco capì che i
ricoveri avanzati dovevano essere in cemento armato e con più uscite per consentire ai soldati di
affluire rapidamente nei punti in cui il nemico cercava di penetrare, mentre i ricoveri profondi
dovevano essere costruiti solo nelle zone arretrate; inoltre l’intero sistema difensivo (in particolare
l’artiglieria) doveva essere scaglionato in profondità, ma soprattutto si doveva arretrare la linea del
fronte. Inaspettatamente, nel febbraio del 1917 l’esercito tedesco abbandonò quasi 2.500 chilometri
quadrati. A marzo l’esercito tedesco si era attestato sulla “linea Hindenburg”, trasformando il
territorio abbandonato in “terra bruciata”, ma aveva accorciato la linea del fronte potendo così
“risparmiare” 10 divisioni. Nondimeno, il 9 aprile del 1917 i canadesi riuscirono ad occupare la cresta
di Vimy dopo un massiccio bombardamento d’artiglieria. Tuttavia, i tedeschi non si scoraggiarono e
analizzarono freddamente il nuovo insuccesso, giungendo alla conclusione che le riserve erano state
tenute troppo lontano dalla prima linea. Di conseguenza, lo Stato maggiore tedesco aspettò fiducioso
la prossima offensiva, che sapeva essere imminente.
Infatti, il 16 aprile, ossia pochi giorni dopo la perdita di Vimy, 400.000 soldati francesi attaccarono
150.000 soldati tedeschi. Il generale Nivelle, che aveva guidato la controffensiva a Verdun prendendo
migliaia di prigionieri, aveva promesso che sarebbe stata la vittoria decisiva, dato che riteneva di
avere trovato la “chiave” per risolvere il problema della guerra di posizione. Fu invece un disastro.
L’“offensiva Nivelle” costò ai francesi 117.000 uomini, senza conseguire alcun risultato positivo.
L’esercito francese fu allora scosso da un serie di ammutinamenti (di cui per fortuna degli Alleati i
tedeschi non si accorsero) ma Pétain, che prese il posto di Nivelle, ebbe l’accortezza di non usare il
“pugno di ferro” e si mise sulla difensiva aspettando gli americani. (Benché si tratti di cifre che vanno
prese con qualche riserva, si calcola che in seguito a questi ammutinamenti furono eseguite 49
condanne a morte; un numero non elevato se si considera che nel corso della guerra la Francia eseguì
complessivamente, dopo un regolare processo, circa 600 condanne a morte, mentre la Gran Bretagna
ne eseguì 300; in Italia invece le condanne a morte eseguite dopo un regolare processo furono ben
750, ma almeno altri 300 soldati furono uccisi per “viltà di fronte al nemico”).
Dopo il fallimento dell’“offensiva Nivelle” i francesi “passarono la mano” agli inglesi che tuttavia
non seppero fare meglio dei francesi nelle battaglie che seguirono, per quanto i tedeschi fossero
inferiori di numero (erano circa due terzi dei britannici) e avessero solo la metà dei cannoni e dei
mezzi che avevano gli inglesi. Nel 1917 comunque i tedeschi non si limitarono ad elaborare nuove
tecniche di difesa ma (grazie soprattutto ad un altro geniale ufficiale tedesco, il capitano Willy Rohr)
elaborarono anche una nuova tattica offensiva per superare le difese nemiche, nota come tattica
d’infiltrazione (erano stati però alcuni ufficiali francesi, non presi in considerazione dai loro superiori
- come era già accaduto per la difesa elastica - ad intuirne i lineamenti fondamentali). Entro il 1°
gennaio del 1917 ogni armata disponeva di una compagnia d’assalto e due mesi dopo vi erano delle
squadre d’assalto (Stosstruppen) composte ciascuna da sette fucilieri e quattro uomini armati con una
mitragliatrice. Inoltre, ogni compagnia di fanteria di un battaglione tedesco avrebbe dovuto disporre
di quattro mitragliatrici leggere (in seguito sei), trasportabili a spalla e capaci di sparare 550 colpi al
minuto. Un battaglione tedesco quindi poteva disporre di dodici mitragliatrici pesanti e fino a
ventiquattro mitragliatrici leggere (mentre quello austro-ungarico ne aveva otto pesanti e sedici
leggere) ovverosia su una potenza di fuoco nettamente superiore a quella di un battaglione italiano.
In particolare, i tedeschi prestarono attenzione ai battaglioni d’assalto. Questi potevano disporre
pure di una compagnia di lanciamine (cioè mortai), di una batteria di artiglieria leggera, di una sezione
genio pionieri, di una sezione lanciafiamme e di una sezione trasmissioni. Praticamente, la nuova
tattica dell’esercito tedesco (i cui principi erano noti anche all’esercito austriaco) consisteva nel fare
penetrare nelle maglie della difesa nemica dei “cunei d’assalto”, senza ricorrere a massicce e
prolungate preparazioni d’artiglieria, di modo che, agendo con la massima rapidità possibile e senza
preoccuparsi di avere sempre i fianchi “coperti”, aggirassero le posizioni nemiche troppo forti (di
queste si doveva occupare la fanteria che seguiva i “cunei d’assalto”), mirando a disorganizzare il più
possibile il sistema di comando, controllo e comunicazioni del nemico. La nuova tattica offensiva
tedesca venne in seguito sintetizzata nel manuale del primo gennaio 1918 Der Angriff im
Stellungskrieg (“L’attacco nella guerra di posizione”), redatto in particolare dal capitano Hermann
Geyer.
Fu infatti nel settembre 1917 che tedeschi misero alla prova la tattica dell’infiltrazione su vasta
scala, allorché l’Ottava armata del generale Oskar von Hutier colse un pieno successo sul fronte
orientale conquistando Riga. In questa occasione, la tattica di infiltrazione fu adottata insieme con
sostanziali innovazioni nell’impiego dell’artiglieria. Per la rottura del fronte nemico, i tedeschi
impiegarono la tattica elaborata dal tenente colonnello Bruchmüller, che aveva sperimentato vari
metodi per ridurre al minimo la preparazione d’artiglieria che si faceva prima di una offensiva. Questa
nuova tattica Bruchmüller l’avrebbe però perfezionata e adottata nella primavera del 1918 sul fronte
occidentale, sulla base dei concetti sviluppati dal capitano Erich Pulkowski. In sostanza, si trattava di
rinunciare ad effettuare i tiri di inquadramento, di modo da “massimizzare l’effetto sorpresa” (per il
tiro della propria artiglieria ci si doveva basare solo su complessi calcoli che tenevano conto anche
delle caratteristiche di ogni cannone, inclusa l’usura della canna, e ovviamente delle condizioni
meteorologiche).
Non tutti gli ufficiali tedeschi condividevano questo “metodo”, in specie non lo condivideva il
generale Richard von Berendt, tanto che nel marzo del 1918, in qualità di comandante dell’artiglieria
della Diciassettesima armata, si sarebbe rifiutato di impiegarlo contro l’esercito britannico, e dopo la
guerra avrebbe addirittura attribuito al “metodo” di Bruchmüller (che in quella circostanza era
responsabile dell’artiglieria tedesca) il fallimento dell’“Operazione Michael” (un fallimento sul piano
“operativo”, s’intende, perché sotto il profilo tattico si trattò di un netto successo tedesco). In realtà
la tattica di Bruchmüller non solo sarebbe stata impiegata in tutte le altre offensive tedesche sul fronte
occidentale, ma viene usata ancora oggi dalla Nato, sia pure perfezionata con l’impiego dei computer.
Comunque tra gli ufficiali tedeschi vi era pieno accordo sulle altre innovazioni riguardanti l’impiego
dell’artiglieria. Si doveva cioè fare affidamento soprattutto sui pezzi di piccolo calibro, perché più
precisi. Inoltre, l’artiglieria prima dell’attacco doveva essere schierata nella massima segretezza e in
ogni caso il bombardamento avrebbe dovuto essere breve ma estremamente intenso e concentrarsi
non solo sulle postazioni dell’artiglieria nemica ma anche sulle retrovie (linee di comunicazione, posti
di comando etc.), di modo da creare la massima confusione possibile nello schieramento avversario.
Insomma, si doveva eseguire un tiro di controbatteria ma pure un “tiro di interdizione” e di appoggio
all’avanzata della propria fanteria.

***

Era dunque questo formidabile nemico (la “miopia strategica” dei vertici militari – e non solo
militari - tedeschi è nota ma non ebbe alcun particolare rilievo a Caporetto) che gli italiani si sarebbero
trovati di fronte alla fine del mese di ottobre 1917. Infatti, i tedeschi avevano accolto la richiesta di
aiuto da parte degli austriaci ed erano decisi ad infliggere una severissima lezione agli italiani. Per un
doppio attacco (dal Trentino o Tirolo e dall’Isonzo) non vi erano truppe sufficienti, ma si ritenne
possibile sfondare il fronte italiano tra Plezzo e Tolmino. Fu quindi costituita un’armata austro-
tedesca, la Quattordicesima, comandata dal generale tedesco Otto von Below. Il piano di attacco fu
preparato dal suo capo di Stato maggiore, Krafft von Dellmensingen, mentre l’azione dell’artiglieria
dell’armata austro-tedesca fu pianificata proprio da von Berendt (peraltro, fu a von Below e al suo
Stato maggiore che nell’“Operazione Michael” sarebbe stato affidato il comando della
Diciassettesima armata, che però fece solo scarsi progressi contro la Terza armata britannica, a
differenza della Diciottesima armata, comandata da von Hutier, che, mediante la tattica
dell’infiltrazione e impiegando il “metodo” di Bruchmüller, fece a pezzi la Quinta armata britannica,
benché non riuscisse a conquistare l’importantissimo nodo ferroviario di Amiens).
D’altronde, notizie, sia pure incerte e poco chiare, di un’offensiva contro l’esercito italiano
cominciarono a pervenire al Comando italiano nel mese di settembre, tanto che Cadorna decise che
si dovesse per il momento passare sulla difensiva, mentre gli anglo-francesi con scarsa preveggenza
insistevano perché gli italiani scatenassero un’offensiva autunnale. Non si poteva neppure escludere
che venisse sferrato un attacco a tenaglia, ossia nel settore dell’Isonzo e contemporaneamente dal
Trentino (la preoccupazione per il settore degli Altipiani derivava in specie per quanto si era verificato
nella primavera del 1916, allorquando un’offensiva austriaca – la cosiddetta “Strafexpedition” - aveva
travolto le linee di difesa italiane e solo il tempestivo afflusso di rinforzi e un attacco russo sul fronte
orientale avevano contribuito a fare “rifluire” la pericolosa “marea” nemica). In effetti Cadorna,
benché fosse ritenesse correttamente che la stagione avanzata rendesse improbabile un attacco dal
Tirolo, il 4 ottobre prese una breve licenza e ne approfittò per ispezionare le difese sul Grappa.
Secondo Antonio Dal Fabbro e Angelo Gatti (allora entrambi colonnelli ma Gatti era capo
dell’Ufficio storico del Comando supremo) Cadorna in quella occasione avrebbe detto che in caso di
disgrazia sull’Isonzo ci si sarebbe dovuti difendere proprio sul Grappa (ma sull’esatto senso delle
parole proferite allora dal “generalissimo” vi sono forti dubbi). Nondimeno, il giorno 11 ottobre il
“generalissimo” scrisse al ministro dell’Interno Orlando (il 30 ottobre sarebbe stato nominato
presidente del Consiglio) che “non era alieno dal credere” che le mosse nemiche fossero solo un
“bluff”. Eppure Cadorna non doveva essere nemmeno del tutto convinto che si trattasse solo di un
“bluff” dato che il giorno precedente aveva ordinato che la maggior parte delle forze del XXVII corpo
d’armata, che dipendeva dalla Seconda armata, “gravitassero” sulla destra dell’Isonzo (ma è certo che
quest’ordine non fu mai trasmesso a Badoglio, che comandava il XXVII corpo d’armata).
Del resto, il generale Capello, comandante della gigantesca Seconda armata (circa 670.000
uomini), che presidiava il settore ove si sarebbe sviluppato l’attacco austro-tedesco, era tutt’altro che
persuaso che ci si dovesse porre sulla difensiva, come invece aveva già fatto il duca d’Aosta che
comandava la Terza armata, schierata sul fianco meridionale di quella di Capello. Quest’ultimo
riteneva che una potente controffensiva potesse contrastare l’attacco nemico, senza dovere rinunciare
a difendere ad oltranza le posizioni conquistate con tanti sacrifici nei mesi precedenti. Le forze della
Seconda armata italiana quindi continuavano a “gravitare” sulla sinistra dell’Isonzo, tanto che
Cadorna, dopo la guerra, avrebbe scritto che avrebbe dovuto “controllare meglio” Capello, perché
non aveva eseguito prontamente e alla lettera i suoi ordini. Ma la responsabilità di tale comportamento
del generale Capello era anche di Cadorna, che aveva accentrato tutto il potere nelle sue mani, di
modo che sia il fronte dell’Isonzo che quello del Trentino dipendevano direttamente dal Comando
supremo.
Pertanto, a Caporetto nell’ottobre 1917 da una parte vi era un esercito “mobile e aggressivo”, in
cui la catena di comando, in combattimento, si componeva di tre “anelli” (battaglione, divisione,
armata) e che lasciava ai singoli comandanti (compresi quelli di una semplice squadra) ampia
iniziativa; dall’altra, un esercito (quello italiano) in cui i soldati meno iniziativa avevano e meglio era
per loro, e in cui gli “anelli” erano sei (battaglione, reggimento, brigata, divisione, corpo d’armata,
armata) o sette (includendovi il Comando supremo), ma in cui paradossalmente mancava un “anello”
proprio là dove ci voleva, ossia il gruppo d’armate tra il Comando supremo e le singole armate. Il
tutto era reso ancora più grave dalla struttura burocratica e inefficiente dell’apparato militare italiano,
in cui le “circolari” sostituivano la preparazione tecnica e lo spirito di iniziativa. Né il Comando
supremo si preoccupava seriamente di capire quali innovazioni sul piano tattico-operativo potessero
mettere fine alla guerra di posizione ed evitare gli spaventosi massacri causati dai continui attacchi
frontali, che erano la vera causa del grave “malessere” che affliggeva l’esercito italiano. Cadorna non
era certo un incapace, ma convinto che tutto si potesse risolvere usando il “pugno di ferro” contro i
soldati e contro gli stessi ufficiali, “silurandoli” senza tanti problemi, e che il vero problema fosse
quello del “fronte interno” e del “disfattismo” presente nel Paese, rischiava solo di acuire il male che
egli voleva debellare.
Questo non significa che l’esercito italiano fosse “cresciuto” solo sotto l’aspetto quantitativo.
Miglioramenti anche sotto il profilo qualitativo certamente ve ne furono. Vennero perfino costituiti
alcuni eccellenti reparti di arditi. D’altra parte, il Comando tedesco aveva deciso di formare decine di
divisioni d’assalto, secondo una concezione tattico-operativa del tutto differente da quella che aveva
indotto gli italiani a costituire dei reparti d’assalto, che dovevano svolgere quei compiti che la fanteria
non sapeva svolgere bene (né era addestrata a svolgere). Di fatto, anche se si deve tener presente che
le offensive sull’Isonzo non erano molto diverse da quelle dell’esercito francese o inglese sul fronte
occidentale, la dottrina militare italiana era rimasta pressoché immutata dal 1915: truppe ammassate
nelle prime linee e quindi non scaglionate in profondità, senza nessuna reale capacità di effettuare
una guerra di movimento né di contrastarla efficacemente, come avrebbe drammaticamente (per i
soldati italiani, s’intende) dimostrato la dodicesima battaglia dell’Isonzo.
Per di più, una dolorosa nefrite aveva costretto Capello a cedere il comando della Seconda armata
al generale Montuori ma, per un “malinteso” senso del dovere, Capello continuava ad emanare ordini
e a diffondere “circolari”, contribuendo in tal modo soltanto ad aumentare la “confusione delle
menti”. Tuttavia, adesso Cadorna era convinto che fosse prossima un’offensiva sul fronte dell’Isonzo,
alla quale avrebbero partecipato delle truppe tedesche. Decisivo però era capire dove avrebbero
attaccato gli austro-tedeschi. Fino a pochi giorni prima dell’inizio della battaglia, l’attenzione del
Comando supremo e della Seconda armata si era rivolta soprattutto verso la Bainsizza, a sud del
settore Plezzo-Tolmino, sicché la ricognizione dell’aeronautica militare italiana si concentrò
soprattutto nel vallone di Chiapovano oltre la Bainsizza, e venne pure ostacolata dal cattivo tempo.
Infine, però si era capito che il settore minacciato poteva essere proprio quello tra Plezzo e Tolmino,
difeso a nord dal IV corpo d’armata di Cavaciocchi e a sud da quello di Badoglio. Per di più alcuni
disertori dell’esercito austro-ungarico rivelarono informazioni preziose sull’offensiva imminente e
confermarono che vi avrebbero presero parte anche divisioni tedesche. Il tenente Maxim, in
particolare, rivelò il piano di operazioni nemico.
Il giorno dell’attacco avrebbe dovuto essere il 22 ottobre ma fu rimandato perché il Gruppo Krauss
non era ancora pronto. Il 23 però furono intercettati dei fonogrammi nemici che non lasciavano dubbi
sull’imminenza dell’offensiva austro-tedesca. In effetti, dopo il 20 ottobre, per così dire, “si giocava
quasi a carte scoperte”. Il pomeriggio del 23, Cadorna si incontrò con Bongiovanni e Badoglio a
Carraria. Era presente anche il capitano Sforza. Secondo la testimonianza di quest’ultimo sarebbe
stato presente pure Capello (ma solo Sforza lo sostiene) e si sarebbe trattato di un incontro “assai
burrascoso” dato che Cadorna avrebbe accusato Capello di non aver eseguito i suoi ordini. Ma Sforza
non lo si può considerare un testimone attendibile. Che però Capello e Badoglio fossero convinti che
la Seconda armata fosse in grado di respingere l’attacco nemico e perfino di lanciare una
controffensiva è indubbio. Né ritenevano che si dovessero temere i soldati tedeschi più dei soldati
austriaci. Di questo parere era anche il “generalissimo”. Insomma, non vi era nulla di cui
preoccuparsi, sempre che le “truppe tenessero”. Invece vi era molto di cui preoccuparsi, a prescindere
dal morale delle truppe italiane.

***

Lo schieramento dei due corpi d’armata contro i quali si sarebbe scagliato l’attacco austro-tedesco,
in verità, non poteva essere peggiore. Le divisioni del IV corpo di Cavaciocchi erano concentrate
sulla sponda orientale dell’Isonzo. Un settore “scoperto” e completamente dominato dall’alto
dall’esercito nemico. Cavaciocchi, che come altri generali italiani aveva la pessima abitudine di non
recarsi ad ispezionare personalmente le trincee, riteneva che la linea Sleme-Mrzli fosse “salda e ben
munita di caverne” (la realtà era ben diversa, dato che sia le trincee nel settore del IV corpo d’armata
che quelle nel settore del XXVII erano, in buona parte, in pessimo stato). Anche Montuori era
dell’avviso che la linea del Mrzli, che di fatto era pressoché impossibile difendere, doveva essere
tenuta ad ogni costo. Poco prima che cominciasse l’offensiva austro-tedesca Cavaciocchi prese
comunque in considerazione la possibilità di ritirarsi dalla conca di Plezzo, anch’essa troppo esposta
all’azione nemica, ma nell’imminenza della battaglia si ritenne opportuno non modificare lo
schieramento del corpo d’armata. Che cosa fosse una “difesa elastica” non lo si immaginava
nemmeno. Inoltre, Montuori ebbe pure la “brillante idea” di modificare la responsabilità territoriale
tra il IV e il XXVII corpo d’armata. Ora la difesa del delicatissimo confine tra i due corpi d’armata
venne affidata a Badoglio, che vi doveva provvedere inviandovi la brigata Napoli (si rammenti che
una brigata italiana era composta di due reggimenti ovvero contava sei battaglioni), che sarebbe stata
posta alle dipendenze della 19ª divisione. Cosicché, mentre due reggimenti di bersaglieri, che
avrebbero dovuto difendere il fondovalle dell’Isonzo, furono prima inviati al VI corpo d’armata, poi
assegnati di nuovo al IV corpo d’armata ma per presidiare il settore del Monte Nero, il confine tra i
due corpi d’armata di Cavaciocchi e Badoglio di fatto rimase indifeso, dato che solo un battaglione
della Napoli venne dislocato nei pressi del Monte Plezia. Il capo di Stato maggiore del XXVII corpo
d’armata comunque disse al colonello Giulio De Medici, capo di Stato maggiore della 19ª divisione,
che un battaglione era sufficiente a presidiare la riva destra del fiume. Ciò nonostante, il 23 ottobre
Badoglio informò il comando della Seconda armata che la Napoli si era dislocata tra il Monte Plezia
e l’osteria di Foni, ossia nel “punto di giunzione” tra il XXVII e il IV corpo d’armata.
D’altra parte, anche lo schieramento del XXVII corpo d’armata era prettamente offensivo. Tre
deboli divisioni (22 battaglioni) presidiavano un tratto di fronte sulla sinistra dell’Isonzo che, secondo
la Relazione ufficiale italiana, si estendeva in linea d’aria per tre km, mentre il settore settentrionale,
sulla destra dell’Isonzo, si estendeva per nove km in linea d’aria ed era presidiato dalla 19ª divisione
(in tutto, sulla destra del fiume, vi erano 27 battaglioni, contando i battaglioni del X gruppo alpini e
della Puglie, brigata di riserva del corpo d’armata). Complessivamente a disposizione di Badoglio vi
erano 49 battaglioni oltre a 733 pezzi di artiglieria (di cui 172 bombarde), ma molti dei cannoni del
XXVII corpo d’armata erano ancora orientati verso la Bainsizza. La 19ª divisione quindi si collegava
(ma in realtà non vi era alcun collegamento) con l’ala destra del IV corpo d’armata che “gravitava”
sulla sinistra del fiume. Il IV corpo d’armata di Cavaciocchi disponeva invece di 55 battaglioni e di
597 pezzi di artiglieria (di cui 173 bombarde). Per bloccare una penetrazione nemica nella linea di
difesa italiana, la Seconda armata poteva contare pure sul VII corpo d’armata di Bongiovanni (30
battaglioni e 12 pezzi di artiglieria), che però il 24 ottobre venne colto in “crisi di schieramento”. Le
riserve erano quelle della Seconda armata (complessivamente 72 battaglioni) e quelle del Comando
supremo (114 battaglioni). Cadorna era ancora preoccupato che una rottura del fronte italiano si
verificasse sulla Bainsizza, anziché tra Plezzo e Tolmino, e di conseguenza la riserva “gravitava” a
sud del settore ove si sarebbe verificato lo sfondamento. Si ritiene perciò che fosse troppo distante
per arginare l’offensiva nemica prima che accadesse l’irreparabile (ma secondo Alessandro Barbero
le riserve per sbarrare la strada verso Cividale non mancavano). Anche Cadorna comunque era
convinto che i rinforzi concessi a Capello potessero evitare che gli austro-tedeschi “scardinassero” le
difese della Seconda armata in brevissimo tempo (il 3 ottobre Cadorna aveva deciso di costituire una
forte riserva di 200 battaglioni, ma poi la riserva del Comando supremo non era stata potenziata bensì
indebolita, giacché il 20 settembre erano disponibili 120 battaglioni di riserva, cioè sei in più di quelli
disponibili il 24 ottobre).
Per sfondare il settore italiano tra Plezzo e Tolmino la Quattordicesima armata di von Below
poteva contare invece su quattro gruppi d’attacco (equivalenti ad altrettanti corpi d’armata). Questi
erano (da nord a sud) il Gruppo Krauss (quattro divisioni, di cui una tedesca); il Gruppo Stein (tre
divisioni, di cui solo una austriaca, più il potente Alpenkorps germanico, che, nonostante il nome, era
una divisione che comprendeva il fortissimo ed eccellente battaglione da montagna del
Württemberg); il Gruppo Berrer (due divisioni tedesche); il Gruppo Scotti (due divisioni, una
austriaca e l’altra tedesca). In tutto 121 battaglioni (calcolando pure i sette della divisione Jäger, che
intervenne però solo dopo lo sfondamento del fronte), 1.621cannoni, 301 lanciamine e 44 cannoni
antiaerei; secondo altre fonti per l’attacco von Below disponeva di 1.678 cannoni e 320 bombarde. Il
Gruppo Kosak della Seconda armata austriaca dell’Isonzo, che era schierato davanti alle tre divisioni
di Badoglio sulla sinistra dell’Isonzo, contava invece 36 battaglioni e 494 bocche di fuoco.
La superiorità austro-tedesca era netta soprattutto per quanto concerneva i pezzi di piccolo calibro
(1.534 contro 366) che dovevano “accompagnare” la fanteria mentre avanzava, tanto più che gli
artiglieri italiani dopo l’undicesima battaglia dell’Isonzo avevano necessità di economizzare le
munizioni. Inoltre, i battaglioni italiani erano più deboli di quelli nemici perché erano composti da
tre anziché quattro compagnie e molti erano sotto organico a causa delle forti perdite nelle battaglie
dell’estate precedente. La burocrazia militare aveva concesso pure le licenze autunnali, indebolendo
ulteriormente i reparti. In pratica, la forza effettiva di un battaglione tedesco o austriaco era circa il
doppio di un battaglione italiano. Le perdite nelle battaglie dell’estate del 1917 avevano anche
costretto l’esercito italiano a raschiare il fondo del barile, di modo che molte brigate vennero
ricostituite con rimpiazzi di infimo livello, mentre diversi plotoni erano comandati da aspiranti
ufficiali male addestrati e privi di esperienza. Per giunta la potenza di fuoco delle unità austro-
tedesche era notevolmente accresciuta dalle numerose mitragliatrici. Fadini e Silvestri calcolano che
gli austro-tedeschi avessero circa 1.000 mitragliatrici pesanti e 1.500 leggere contro le 600
mitragliatrici pesanti, più altrettante pistole mitragliatrici (decisamente inferiori alle micidiali MG
08/15 tedesche) dei difensori. Ad esempio, si sa che la 12ª divisione slesiana disponeva in tutto di
270 mitragliatrici, la 200ª di fanteria germanica ne aveva 396 e l’Alpenkorps addirittura 414. Nei
punti di attacco dunque la superiorità nei confronti degli italiani era schiacciante. Ma la vera
superiorità dell’armata austro-tedesca era un’altra come la battaglia di Caporetto avrebbe dimostrato.

***
Alle 02.00 del 24 ottobre, nel settore compreso tra Plezzo e Tolmino, cominciò il tiro d’artiglieria,
a gas e dirompente, dell’armata di von Below. Alle 04.30 il fuoco fu sospeso, ma alle 06.00 cominciò
il tiro di distruzione, violentissimo e devastante, che durò due ore. Alle 08.00, allorché l’artiglieria
austro-tedesca allungò il tiro, le truppe d’assalto di von Below si lanciarono all’attacco, “complice”
una fitta nebbia che consentiva loro di avvicinarsi alle posizioni italiane senza essere viste. (Si badi
però che sul modo in cui si svolse il tiro dell’artiglieria austro-tedesca le fonti non concordano del
tutto, anche perché è probabile che vi fossero orari differenti per i diversi Gruppi). Non è invece
affatto chiaro come allora si sia comportata l’artiglieria italiana. Il comandante dell’artiglieria della
Seconda armata avrebbe chiesto (il condizionale è d’obbligo in questo caso) il permesso di rispondere
subito al fuoco, ma glielo avrebbe negato il capo di Stato maggiore dell’armata. Il colonnello
Cannoniere, che comandava l’artiglieria del XXVII corpo d’armata, sostenne di avere chiesto a
Badoglio già nel pomeriggio del 23 di poter rispondere subito al fuoco nemico (ossia alle 02.00
anziché alle 06.00 del 24 ottobre). Badoglio gli avrebbe detto che non si poteva, dato che erano
disponibili solo munizioni per tre giorni di fuoco. Dopo la guerra Cavaciocchi, che non aveva alcuna
simpatia per Badoglio, affermò che quest’ultimo, in un incontro avvenuto il 12 ottobre, gli aveva
confidato che aveva intenzione di lasciare avanzare i nemici finché non si fossero impigliati nei
reticolati. Solo allora avrebbe aperto il fuoco e ordinato il contrattacco. Badoglio naturalmente lo
smentì. Certo è comunque che Badoglio ordinò che all’inizio del tiro di distruzione dovessero
intervenire le batterie di grosso e medio calibro, mentre le artiglierie divisionali dovevano aspettare
che cominciasse l’assalto della fanteria nemica.
In effetti, il tiro di contropreparazione (concepito per disorganizzare un attacco nemico fin dal
primo momento e che quindi si doveva iniziare quando o perfino poco prima che l’artiglieria nemica
aprisse il fuoco) non era previsto dalla dottrina militare italiana. L’artiglieria italiana, del resto, si
basava su “metodi” antiquati, scarsamente efficaci contro un attacco nemico dato che doveva tirare
su obiettivi prestabiliti. Nessuna “flessibilità tattica” era prevista. Né vi era la capacità di coordinare
l’azione dell’artiglieria con quella della fanteria. Nondimeno, nei giorni precedenti l’offensiva austro-
tedesca, il Comando italiano, non solo aveva avvertito la Seconda armata che i tedeschi preferivano
fare un tiro d’artiglieria breve e violento, ma aveva dato ordine che si effettuasse un violentissimo
tiro di contropreparazione “durante il bombardamento nemico”. Quest’ordine, benché non fosse del
tutto chiaro, venne “alterato” in senso sempre più vago e generico da Montuori e Capello (ma Cadorna
medesimo non aveva le idee chiare al riguardo). Continuavano così i dissidi e gli equivoci tra il
Comando supremo e quello della Seconda armata. Se le batterie italiane avessero risposto subito ed
energicamente al fuoco nemico, non si sarebbe certo arrestata l’offensiva austro-tedesca ma, dato
l’elevato numero di soldati austro-tedeschi in spazi così ristretti, forse si sarebbe potuto ostacolare
l’attacco nemico.
In ogni caso, anche se alcuni artiglieri italiani risposero al fuoco durante il bombardamento
nemico, l’artiglieria italiana sparò in ritardo e in maniera tutt’altro che efficace. Invece, il tiro
dell’artiglieria austro-tedesca causò gravissimi danni ai collegamenti telefonici tra i vari reparti e in
generale a tutto il sistema difensivo italiano. Scopo del violento bombardamento pianificato da von
Berendt era pure quello di far “abbassare la testa” agli italiani come ricorda Krafft. In particolare i
battaglioni d’assalto nemici erano addestrati ad avanzare sotto l’arco di tiro dei propri cannoni. Non
pochi dei soldati italiani si sarebbero quindi trovati ancora nei ricoveri o nelle caverne in cui si erano
rifugiati, quando i reparti d’assalto austro-tedeschi penetrarono nella prima linea di difesa subito dopo
la fine del tiro di distruzione. Inoltre, osservatori di artiglieria e telefonisti (le radio tattiche ancora
non c’erano) assicuravano ai reparti d’assalto austro-tedeschi il collegamento con le batterie
d’artiglieria di modo che potessero sempre contare sul loro appoggio.
Nella conca di Plezzo il tiro a gas annientò quasi due battaglioni della brigata Friuli. Più a sud, gli
austriaci conquistarono il Monte Rosso dopo avere fatto brillare una mina. Gli italiani resistevano
bene sul Monte Nero, ma le posizioni tra lo Sleme e il Mrzli (su cui gli austriaci avevano fatto brillare
un’altra mina) rischiavano di essere “sommerse” dalla fanteria nemica, nonostante che i fanti della
brigata Caltanissetta si battessero energicamente. Anche la brigata Etna oppose una valida resistenza,
ma non poté impedire che nel suo settore i nemici facessero notevoli progressi. Nel frattempo, pure
la prima linea di difesa del XXVII venne travolta in diversi punti. I capisaldi italiani venivano aggirati
o attaccati da soldati che si infiltravano rapidamente tra i vari capisaldi, creando confusione e panico
tra i difensori che non si aspettavano nulla di simile.
Ma il “colpo letale” alla Seconda armata fu sferrato dalla 12ª divisione slesiana del generale Arnold
Lequis che si incuneò proprio nel “punto di giunzione” tra il corpo d’armata di Badoglio e quello di
Cavaciocchi. A Foni, sulla sponda occidentale dell’Iosnzo, vi era solo un plotone a sbarrarle la strada
(inspiegabilmente ad una compagnia mitragliatrici italiana era stato ordinato di ritirarsi alle 7 di
mattina). Gli slesiani quindi si spinsero celermente in avanti senza incontrare opposizione,
semplicemente perché non vi erano reparti italiani a sbarrare loro il passo. Il nemico avanzò
rapidamente anche sulla sinistra dell’Isonzo. Sopraffatte a Gabrje le deboli difese del I battaglione
del 156° reggimento della brigata Alessandria, fu aggirata anche la seconda linea di difesa di Selišče
(i soldati che la presidiavano sarebbero stati costretti alla resa dopo una tenace ma vana resistenza).
A Kamno furono catturati altri soldati italiani e un’avanguardia nemica, spintasi fino a Ladra, si
impadronì del ponte che collegava le due sponde dell’Isonzo. Gli slesiani del II/23° (ossia il secondo
battaglione del 23° reggimento), superata la località di Idersko, risalirono fino a Caporetto, in cui a
sera entrarono, sopraggiungendo dalla sinistra dell’Isonzo, gli slesiani del 63° reggimento.
Secondo Paolo Gaspari il piano tedesco (nonostante quanto avrebbero in seguito affermato von
Below e Krafft) affidava al Gruppo Krauss il compito di proteggere il fianco destro dell’armata
austro-tedesca, puntando verso la conca di Plezzo e Caporetto (mentre poi sarebbe riuscito ad aprirsi
subito un varco verso il Tagliamento attraverso la stretta di Saga; peraltro, secondo Krauss l’obiettivo
del suo Gruppo era la conquista dello Stol il primo giorno dell’offensiva), e prevedeva invece una
penetrazione in profondità verso Cividale sulla sinistra, ove erano schierate le migliori divisioni
tedesche, in particolare l’Alpenkorps autentica “punta di lancia” dell’armata di von Below. Di
conseguenza il piano originario prevedeva di sfondare il fronte conquistando rapidamente il Matajur
(di importanza decisiva per avanzare su Cividale) nonché Passo Zagradan e lo Jeza, difesi dal XXVII
corpo d’armata di Badoglio. (Si noti che Gaspari basa la sua ricostruzione della battaglia di Caporetto
anche e soprattutto sui memoriali che gli ufficiali italiani presi prigionieri dovettero scrivere per
l’esercito, una volta finita la guerra, allo scopo di appurare come si erano realmente svolti i
combattimenti che avevano portato alla loro cattura. Queste fonti - attendibili come risulta
incrociando le diverse relazioni - furono solo usate ma non citate dal generale Adriano Alberti, capo
dell’Ufficio storico dell’esercito italiano dal 1919 al 1924, per redigere l’opera L’importanza
dell’azione militare italiana. Le cause militari di Caporetto, che però non fu pubblicata. Non si può
quindi che essere grati a Paolo Gaspari per avere scoperto e utilizzato questo preziosissimo
“giacimento” della nostra memoria storica, che smentisce definitivamente la “leggenda nera” secondo
cui a Caporetto i soldati italiani si sarebbero arresi in massa senza combattere).
Sia come sia, la divisione di Lequis in una sola giornata percorse quasi 20 km (poco meno di quanti
ne avrebbe percorsi con una normale marcia di trasferimento), intrappolando quasi tutto il IV corpo
d’armata italiano che ancora combatteva sulla sinistra dell’Isonzo. Per di più, durante la notte venne
abbandonata la stretta di Saga che secondo Krauss avrebbe potuto essere facilmente difesa da un
pugno di uomini decisi (e successivamente fu abbandonato anche lo Stol, ove si era inviata la Potenza,
una delle brigate di nuova costituzione, forte di nove battaglioni), compromettendo così pure la difesa
del ponte di Ternova (poco più a nord di Caporetto), da cui avrebbero potuto “defluire” non poche
truppe italiane che si trovavano sulla sponda orientale dell’Isonzo. Intanto, nel settore del XXVII
corpo d’armata gli austro-tedeschi erano riusciti a prendere l’importante Passo Zagradan, a mettere
piede sulla cima del Podklabuc e ad aggirare il Globočak anche se le divisioni sulla sinistra
dell’Isonzo respingevano l’attacco del Gruppo Kosak. Badoglio comunicò però che anche il Globočak
era perduto, mentre era ancora in mano italiana. Venne difeso dai bersaglieri contro la 1ª divisione
austriaca, finché fu ordinato loro di ripiegare. (La brigata Puglie invece, benché non si fosse
“squagliata”, come affermò Badoglio, non oppose nemmeno un’ostinata resistenza, come avrebbe in
seguito affermato lo stesso Badoglio).
Solo a tarda notte al Comando supremo ci si rese conto della gravità della situazione, tanto più che
non era immediatamente disponibile alcuna “massa di riserva” per attaccare il fianco sinistro nemico,
tranne il VII corpo d’armata di Bongiovanni che combinò ben poco (il contrattacco della IV brigata
bersaglieri verso Idersko fu lanciato in ritardo e venne respinto, anche se arrestò la marcia degli
slesiani verso Cividale; i bersaglieri poi però, accortisi di essere isolati, si ritirarono da Luico e si
sbandarono). Cadorna quindi, temendo il peggio, ordinò che venissero rimesse in efficienza le difese
sul Tagliamento. Tuttavia, la mattina del 25, Capello, che continuava ad esercitare il comando della
Seconda armata nonostante le sue precarie condizioni di salute, comunicò a Montuori e ai comandi
dei corpi d’armata che solo deboli forze erano penetrate nello schieramento italiano e che si doveva
“ributtare ovunque il nemico”. Poco dopo però, meglio informato sull’andamento della battaglia,
Capello consigliò a Cadorna di ritirarsi subito sulla linea del Tagliamento. Ma il colonnello Cavallero,
dell’Ufficio operazioni, fece notare a Cadorna che così vi era il rischio di compromettere la ritirata
della Terza armata, anche perché ci sarebbero volute 36 ore per “districarsi” dal basso Isonzo.
Cavallero poi si recò da Montuori e dopo una lunga discussione lo convinse che era necessario
resistere sulla linea che correva dal Monte Maggiore al Monte Santo passando per il Kuk. Il 26 ottobre
Cadorna diede quindi ordine alla Seconda armata di resistere su questa linea. Qui si doveva “vincere
o morire”. Alcuni (tra cui Paolo Gaspari e Giorgio Rochat) ritengono che questa decisione di Cadorna
trasformò una sconfitta in una catastrofe, altri (tra cui John Gooch) ritengono invece che l’intervento
di Cavallero potrebbe aver evitato che la Terza armata condividesse la stessa sorte della Seconda.
Quest’ultima sembrava paralizzata, incapace di reagire con “ordine mentale” ad una situazione
che non era stata in alcun modo prevista dai comandi superiori. Peraltro, se Cavaciocchi (che venne
destituito da Cadorna) e Bongiovanni si rivelarono incapaci di esercitare un’efficace azione di
comando, Badoglio, una volta che si erano interrotti i collegamenti telefonici, rimase isolato e fu
pressoché impossibile mettersi in contatto con lui (secondo i tedeschi, dato che fece uso della radio
campale, venne individuato dai radiogoniometri del capitano Dunker e di conseguenza costretto dal
tiro dell’artiglieria nemica a spostare varie volte il suo comando). Intanto, l’Alpenkorps, dopo avere
preso il Kolovrat, presidiato dalla brigata Arno, riuscì a conquistare il Matajur difeso dalla brigata
Salerno (appartenente al VII corpo d’armata e che non brillò certo per efficienza bellica). Artefice
della notevole impresa (anche se il Matajur non era affatto “fortificato”) fu il tenente Rommel, la
futura “volpe deserto”. Pertanto, mentre il IV corpo d’armata veniva distrutto, il XXVII era costretto
ad indietreggiare in disordine, subendo ulteriori dolorose perdite. Anche le brigate di riserva, male
orientate e male impiegate, non furono in grado di tamponare le falle, mentre una ridda di ordini e
contrordini (che già aveva caratterizzato l’azione di comando italiana nei giorni precedenti la
battaglia) non fece che peggiorare la situazione. La Vicenza si ritirò per timore di essere aggirata,
come la Massa Carrara che ripiegò in perfetto ordine fino ad Udine senza “avere preso contatto” con
il nemico. In breve, gli austro-tedeschi avevano “sventrato” la Seconda armata e dilagavano nelle
retrovie italiane.
La notte sul 27 ottobre Cadorna, appreso che anche il Monte Maggiore era stato conquistato dal
Gruppo Krauss (il quale ora poteva spingersi fino al Tagliamento), ordinò la ritirata generale. Anche
la Quarta armata del Cadore e la Zona Carnia dovevano ritirarsi sulla linea gialla, che era collegata al
corso del Tagliamento. Ma vi sono fondati motivi per affermare che il “generalissimo” fin da quando
aveva deciso di rafforzare le difese del Tagliamento era dell’avviso che fosse opportuno un
ripiegamento dietro il Piave e che sul Tagliamento si dovesse resistere solo temporaneamente.
Ritirarsi sul Piave, infatti, equivaleva ad accorciare notevolmente la linea del fronte e quindi
“risparmiare” numerose truppe. La Terza armata del duca d’Aosta poté comunque ritirarsi in buon
ordine oltre il Tagliamento, non senza però avere perduto numerosi cannoni. La Seconda armata
invece venne pressoché abbandonata a sé stessa.
D’altronde, anche tra tedeschi e austriaci vi furono equivoci e dissidi che intralciarono l’avanzata
della Quattordicesima armata e quando gli austro-tedeschi giunsero a Latisana gli italiani era già
passati sulla sponda occidentale. Gli austro-tedeschi si lasciarono così sfuggire la possibilità di
infliggere un colpo mortale all’intero esercito italiano. Comunque l’avanzata dei soldati di von Below
non fu proprio una passeggiata. Mentre crollava l’intera ala sinistra della Seconda armata, sulla destra
alcune brigate italiane cercarono di sbarrare la strada per Cividale alle avanguardie delle divisioni
tedesche, anche se è dubbio che abbiano davvero opposto una durissima resistenza come sostiene
Paolo Gaspari (Alessandro Barbero lo contesta sulla base di dati che non permettono di farsi molte
illusioni). Altri scontri degni di nota vi furono ad Udine (qui i bersaglieri uccisero il generale von
Berrer) e a Pozzuolo del Friuli, ma poterono solo ritardare l’avanzata degli austro-tedeschi verso il
Tagliamento, non bloccarla. A questo proposito, è doveroso ricordare che sulle falde del Monte
Ragogna, la brigata Bologna, che non era affatto una composta da truppe scelte, difese con successo
il ponte di Pinzano contro forze assai più numerose, che comprendevano pure gli slesiani della 12ª
divisione. Il ponte però venne fatto saltare dai genieri italiani quando la brigata si trovava ancora sulla
sponda sinistra del Tagliamento, sicché anche la Bologna fu costretta ad arrendersi. Non furono
nemmeno infrequenti casi in cui reparti italiani aprirono il fuoco contro altri reparti italiani che si
erano arresi senza combattere. Un altro brutto segno per il futuro del Paese.
La pressione nemica, tuttavia, era fortissima. La decisione di fare arretrare tutto lo schieramento
italiano sulla linea del Piave era la più saggia e non si può certo biasimare Cadorna per averla presa
(anche se la ritirata sul Piave avrebbe potuto e dovuto essere organizzata assai meglio). Anzi, come
afferma Mario Silvestri in Caporetto. Una battaglia e un enigma, ripiegando fino al Piave Cadorna,
sia pure senza saperlo, impiegava una sorta di difesa elastica sotto il profilo strategico, costringendo
gli austro-tedeschi ad allungare eccessivamente le proprie linee di comunicazione. Artiglieria e tutto
quello che occorreva per combattere era sempre troppo lontano dalla linea del fronte, che si spostava
continuamente in avanti. Inoltre, non solo l’esercito austro-tedesco non era certo un esercito
motorizzato, ma molti soldati austro-tedeschi, anziché inseguire l’esercito sconfitto, preferirono
saccheggiare i numerosi e ben forniti magazzini e depositi abbandonati dall’esercito italiano (come
fecero i soldati italiani; vi era sì l’ordine di non lasciare nulla al nemico, ma furono saccheggiati interi
paesi, perfino dai reparti che continuavano a combattere). Del resto, da tempo l’abbondanza era
scomparsa dalle tavole e dalle mense degli austro-tedeschi a causa del blocco navale alleato. Ma
l’esercito italiano era ben lungi dall’essere in salvo. Gli Alleati decisero di inviare in Italia sei
divisioni inglesi e cinque francesi, ma chiesero e ottennero la testa di Cadorna, che fu sostituito da
Diaz. Le divisioni alleate dovevano intervenire solo nel caso che gli austro-tedeschi avessero sfondato
di nuovo il fronte italiano. Sarebbero dunque entrate in linea solo a dicembre, allorché la battaglia
d’arresto era terminata con la vittoria italiana.
Al riguardo non si possono non ricordare i giudizi completamente infondati di vari storici stranieri
secondo cui il merito della difesa del Grappa e della stessa vittoria contro l’Austria fu del contingente
anglo-francese. Ad esempio, John Keegan (nonostante che perfino Liddell Hart avesse già
riconosciuto che il merito di avere arrestato l’attacco austro-tedesco sul Grappa era solo dell’esercito
italiano) non si è vergognato di scrivere che “la vera difesa dell'Italia fu sostenuta da francesi e inglesi
che avevano trasferito notevoli contingenti sul fronte italiano subito dopo il disastro di Caporetto e
riuscirono a mantenervi una forza consistente per tutto il 1918”. In realtà, non solo gli anglo-francesi
non ebbero parte alcuna nella battaglia d’arresto, ma in Italia nel 1918 vi erano solo cinque divisioni
anglo-francesi, mentre due divisioni italiane si trovavano in Francia. Altri arrivano a sostenere che
nella Prima guerra mondiale l’Italia fu per l’Intesa un gravame più che un vantaggio, senza
considerare nemmeno che l’esercito italiano “vincolò” numerose divisioni austriache, le quali, se sul
Grappa gli italiani avessero ceduto, avrebbero potuto essere trasferite sul fronte orientale o su quello
occidentale, rendendo disponibili altrettante divisioni tedesche per l’offensiva primaverile del 1918
sul fronte occidentale. La presenza di forze anglo-francesi non fu di nessuna utilità nella battaglia che
si stava combattendo. E sul Grappa vi era pur sempre un esercito appena sconfitto che doveva
affrontare un esercito vittorioso.
Le perdite dell’esercito italiano erano state enormi: più di 40.000 tra morti e feriti, 280.000
prigionieri (tra cui numerosi artiglieri), 350.000 sbandati e disertori; perduti migliaia di cannoni e di
mitragliatrici (secondo Lucio Ceva andarono perduti 3.136 cannoni, 1.700 bombarde e 3.000
mitragliatrici) oltre a gigantesche quantità di altro materiale. Erano rimaste efficienti meno di 40
divisioni. Peraltro, le difese predisposte da Cadorna sul Grappa non erano nulla di eccezionale
(benché si debba riconoscere che alcune opere si sarebbero rivelate preziose sotto l’aspetto logistico)
e avevano l’evidente scopo di sbarrare la valle del Brenta. Per di più, nonostante le numerose difficoltà
causate dalla loro stessa repentina avanzata, gli austro-tedeschi volevano sfruttare il successo, per
mettere definitivamente “fuori combattimento” l’Italia. Vi era la convinzione che il soldato italiano
fosse ormai “finito”, sottovalutando che solo ora per l’Italia la guerra era diventata una “guerra
patriottica” e perdere avrebbe significato con ogni probabilità rischiare di morire di fame per centinaia
di migliaia di italiani.
La lotta si accese dunque ancora violentissima sugli Altipiani e soprattutto sul Grappa. Ma
l’esercito nemico non passò. L’offensiva austro-tedesca a fine novembre era praticamente giunta a un
“punto morto”. Conrad non volle però desistere e alcune divisioni tedesche rimasero ancora sul fronte
italiano per un ultimo sforzo. Assai forte fu la pressione degli austriaci sulle Melette, ma non vi fu il
crollo italiano e sul Grappa l’attacco venne bloccato definitivamente a metà dicembre, senza alcun
contributo delle divisioni anglo-francesi che rimasero “in seconda linea”. A Natale vi fu un nuovo
attacco austriaco in Val di Brenta, ma lo sbarramento d’artiglieria italiano si rivelò efficace e frustrò
anche questo tentativo degli austriaci. Il 30 dicembre entrarono in linea i francesi, che con un’azione
brillante presero il Tomba, ma la battaglia era già stata vinta dai soldati italiani. La vittoria sul Grappa
alla fine del 1917 rese possibile una ristrutturazione dell’esercito italiano che nel giugno 1918
consentì di respingere l’ultima offensiva di un nemico tenace e valoroso e infine di giungere alla
vittoria definitiva contro l’impero austro-ungarico.
Come fu possibile allora che un esercito che era crollato a Caporetto, solo poche settimane dopo
si battesse così bene sul Grappa? In un certo senso si è già risposto a questa domanda, ma l’argomento
merita di essere trattato meglio.

***

Erano passate solo poche ore dall’inizio dell’offensiva austro-tedesca contro la Seconda armata
che già si diffondevano “voci” sulla mancata resistenza di varie brigate italiane. La Caltanissetta e
l’Alessandria erano “sparite”, la Roma si era arresa in massa e così via. In realtà, i soldati italiani
(fanti, alpini e bersaglieri) in quelle ore stavano solo combattendo in gravi condizioni di inferiorità
tecnica e materiale. La maggioranza dei soldati presi prigionieri il 24 ottobre dalla 12ª divisione
slesiana facevano parte di unità delle retrovie che, come gli artiglieri (perlopiù disarmati), non si
aspettavano certo di trovarsi in prima linea né erano addestrate per respingere gli assalti nemici. Ma
le “voci” giunsero fino al Comando supremo. Ed erano “voci” di generali e ufficiali superiori.
Cadorna vi prestò subito fede senza fare alcuna verifica. Già la sera del 25 ottobre informò il ministro
della Guerra, il generale Giardino, che circa dieci reggimenti si erano arresi senza combattere e che
quindi vedeva delinearsi un disastro contro il quale avrebbe combattuto fino all’ultimo. Il 27
comunicò al presidente del Consiglio Boselli, dimessosi il giorno prima, che l’esercito era vinto “non
già da nemico esterno, ma da quello interno”. Il giorno seguente il Comando supremo emise il famoso
bollettino che attribuiva la responsabilità dello sfondamento del fronte italiano ai soldati che si erano
ignominiosamente arresi al nemico senza combattere. Questo bollettino venne modificato dal
governo, ma quello di Cadorna venne subito diffuso all’estero e fu noto presto anche in Italia. Né
Cadorna si sarebbe mai pentito di non essersi assunto la responsabilità della disfatta di Caporetto e di
avere invece “scaricato” la colpa sui soldati italiani.
Si creò così pure la leggenda dello “sciopero militare”, di masse di soldati che pensavano solo a
salvare la pelle o ad arrendersi, di uomini la cui fibra morale era stata corrosa dal disfattismo. Ci si
dimenticò pure dei gravi rovesci subiti da altri eserciti sia sul fronte orientale che su quello
occidentale. Solo nell’“operazione Michael”, ad esempio, i tedeschi catturarono 1.300 cannoni,
75.000 soldati britannici e 15.000 soldati francesi, e altre decine di migliaia di soldati anglo-francesi
sarebbero stati catturati nelle successive offensive tedesche. Si spiegò quindi il comportamento degli
italiani nella battaglia di arresto affermando che l’esercito dopo Caporetto si era “purificato”. In parte
questo è vero, ma si deve considerare che sul Grappa alla fine del 1917 vi erano reparti che
provenivano dal fronte giulio e che avevano dovuto compiere una lunga e penosa ritirata prima di
giungere sul Grappa. Si tratta insomma di una spiegazione che spiega poco o nulla.
Certamente i soldati della Seconda armata italiana non erano tutti eroi. Comportamenti
ignominiosi e cedimenti ingiustificabili vi furono, come risulta dalle testimonianze degli austro-
tedeschi (che non si devono prendere come “oro colato” ma nemmeno si possono ignorare) e dallo
stesso numero di prigionieri e di sbandati. Furono però l’effetto non la causa della sconfitta. E si
verificarono soprattutto quando gli austro-tedeschi dilagarono nelle retrovie italiane e durante la
ritirata. Solo allora la sconfitta si mutò in rotta, in una fuga disordinata e caotica. Allora “emersero”
pure, benché nelle forme più grossolane e volgari, il risentimento e il disprezzo nei confronti dei
vertici militari e di un’intera classe dirigente. Secondo Antonio Gibelli, la riturata, una volta
scomparsa quasi del tutto la disciplina, venne a configurarsi come una sorta di “rovesciamento
carnevalesco dell’ordine del mondo”. Ma si trattò di un triste carnevale.
Nondimeno, i primi a “perdere la testa” nella battaglia di Caporetto furono alcuni generali e non
pochi ufficiali superiori (come ad esempio, i comandanti della Caltanissetta e della Alessandria che
dissero a Montuori che le loro brigate erano “sparite”, mentre erano stati loro a “voltare le spalle” al
nemico). D’altra parte, per giudicare correttamente la preparazione tecnica dell’esercito italiano, si
deve tener presente che era un esercito composto in gran parte da contadini, molti dei quali analfabeti
(secondo i dati che si trovano nel libro di Paul Kennedy Ascesa e declino delle grandi potenze,
nell’esercito italiano vi erano 330 analfabeti su 1.000 reclute contro i 220 analfabeti su 1.000 reclute
in quello austriaco, mentre vi era solo un analfabeta su 1.000 reclute in quello tedesco; benché siano
cifre da prendere con cautela sono indicative del grado di arretratezza dell’Italia). In ogni caso
l’esercito italiano – vale la pena ripeterlo – non era preparato a contrastare un nemico che non
combatteva più la solita guerra di trincea, sferrando massicci attacchi frontali dopo una lunga
preparazione di artiglieria. Una volta accerchiati i soldati italiani non sapevano come comportarsi e,
senza un’azione di comando pronta ed energica, potevano facilmente farsi prendere dal panico.
Sul Grappa comunque la battaglia fu diversa: attacchi e contrattacchi si susseguivano
incessantemente, senza che il Comando supremo, privo di collegamenti, potesse interferire
eccessivamente nelle decisioni dei comandi subalterni. E molti ufficiali italiani poterono far valere
quel che avevano imparato durante la guerra, tanto che adottarono una sorta di difesa elastica contro
gli assalti nemici, che diede i suoi frutti. Ma vi fu pure un altro fattore che decise le sorti della battaglia
di arresto. L’esercito austro-tedesco aveva quasi esaurito la “spinta propulsiva” che lo aveva condotto
fino al Piave. Più che sulla manovra, adesso “puntò” sulla propria (presunta) “superiorità
antropologica”, nella convinzione che bastasse un’ulteriore spallata perché il “muro” dei Welschen
(“i terroni italiani”) crollasse. Invece il “muro” non crollò, anche perché non vi era alcuna inferiorità
della “razza” latina o meridionale, a differenza di quel che pensavano i vari Krafft e Krauss.. Ben
altre, infatti, furono le cause del cedimento della Seconda armata a Caporetto.
D’altronde, anche molti anni dopo, benché in una situazione assai diversa, si verificò qualcosa di
simile, ovverosia allorché l’Italia aggredì la Grecia nell’ottobre 1940. L’offensiva italiana venne
sferrata non solo nella peggiore stagione possibile, senza alcuna preparazione e con forze del tutto
insufficienti, ma addirittura dopo che la smobilitazione ordinata dal “duce” per i lavori agricoli
autunnali aveva “scompaginato” l’intero esercito. I greci reagirono prontamente e solo dopo pochi
giorni dall’inizio dell’offensiva le forze italiane erano già in inferiorità numerica. Respinte in Albania,
dovettero “fare muro” per non essere ricacciate in mare, mentre i rinforzi arrivavano a spizzico e solo
a prezzo di durissimi sacrifici fu evitata la catastrofe. Anche la disastrosa “guerra fascista” e il crollo
dello Stato l’8 settembre 1943 (quando non solo il re ma pure Badoglio e i vertici militari lasciarono
l’esercito senza ordini precisi e preferirono mettersi in salvo senza dirigere la difesa di Roma)
dimostrano quindi che la lezione di Caporetto non si era affatto compresa.
In definitiva, gli italiani a Caporetto avevano già perso sul piano intellettuale ancor prima che la
battaglia cominciasse. L’inferiorità tecnica e intellettuale dell’esercito italiano rispetto a quello
tedesco decise la battaglia. Anche se i soldati italiani fossero stati i più valorosi soldati del mondo
non avrebbero potuto colmare questa differenza, resa ancora più grave dalla “distanza” che c’era tra
la “casta” degli ufficiali di carriera e il resto dell’esercito. Gli ufficiali di complemento erano visti
con sospetto, il ruolo dei sottufficiali (la “spina dorsale” di un esercito) era tenuto in scarsissima
considerazione e i soldati erano soltanto mera “carne da cannone”, al punto che (per scoraggiare le
diserzioni) non ci si adoperò neppure per far pervenire del denaro o dei pacchi viveri ai soldati presi
prigionieri, cosicché non pochi di loro morirono di fame e di stenti nei campi di prigionia (ma la cifra
di circa 100.000 soldati italiani deceduti in prigionia è dubbia). Il sacrificio degli ufficiali vi fu, ma il
tasso di mortalità tra gli ufficiali di carriera (7,7%) fu la metà di quello degli italiani mobilitati e meno
di un terzo di quello degli ufficiali di carriera tedeschi (il 24,8%, nettamente superiore quindi a quello
dei soldati tedeschi, che fu del 15,8%). Questa “distanza” non era però diversa da quella tra il Paese
e la sua classe dirigente. Per di più, politici e intellettuali si disinteressavano degli “affari militari”. E
questo nel Paese di Machiavelli! Una “lacuna intellettuale” che impedì che (anche) nelle istituzioni
militari mettesse radici un “sano” e costruttivo spirito critico. Né da allora è cambiato granché.

***

MacGregor Knox, in Alleati di Hitler, analizzando il comportamento dell’Italia nelle due guerre
mondiali, giunge alla conclusione che la natura indecorosa della disfatta italiana nella Seconda guerra
mondiale “derivò da fallimenti sociali e istituzionali molto più grandi del fascismo stesso”. È un
giudizio “duro” ma condivisibile (indipendentemente da altri giudizi assai discutibili di Knox
sull’Italia). Knox comunque sembra passare il segno allorché afferma che contano soprattutto le
macchine mentre lo “spirito umano” vale assai poco. Naturalmente, se per “spirito umano” si intende
la retorica dell’“Italia parolaia”, che scambia le ciance (“circolari” incluse) per i fatti, allora vi è poco
da obiettare. Le macchine contano. Ma contano pure la memoria storica e la geopolitica, perché ogni
forma di conoscenza è potenza. Anche questo si deve intendere per “spirito umano”. E indubbiamente
conta. Altrimenti come spiegare i numerosi fallimenti politico-militari degli Stati Uniti dopo la
Seconda guerra mondiale? Non si può certo ritenere che siano dipesi dalla “inferiorità tecnologica”
della potenza egemone del mondo occidentale.
Invero, si è soliti affermare che gli italiani hanno scarso senso dello Stato. Può darsi, ma forse
sarebbe più corretto affermare che in Italia i ceti sociali dominanti hanno sempre avuto un senso assai
“distorto” dello Stato (sempre che lo Stato sia inteso come l’organizzazione politica che ha il compito
di difendere l’interesse dell’intera collettività, e non come uno strumento per tutelare gli interessi di
pochi a danno di molti). Lo dimostrano non solo la battaglia di Caporetto e la disfatta nella Seconda
guerra mondiale ma pure le drammatiche condizioni in cui si trova oggi l’Italia. Ancora una volta, la
cosiddetta “élite dominante”, più inetta che corrotta, non ha esitato, pur di difendere i propri privilegi,
a mettersi “al servizio” di potentati stranieri e ad attribuire al “popolo italiano” la responsabilità di
aver condotto il Paese sull’orlo dello sfacelo.
Difatti, sebbene siano passati cento anni dalla dodicesima battaglia dell’Isonzo, l’Italia di
Caporetto, in un certo senso, non è ancora scomparsa. Il “miracolo del Grappa” fu dovuto allo spirito
di sacrificio e di abnegazione di un esercito forgiato nelle trincee. Come sostiene Mario Silvestri,
allora fu l’esercito a guidare il Paese, non viceversa. Si gettarono così i semi della discordia e il
patriottismo fu mutato in estremismo nazionalista. E ci si illuse perfino che l’Italia fosse una grande
potenza, ma di “miracoli” nella Seconda guerra mondiale non ve ne furono, benché tributo di sangue
e di sacrificio vi sia stato anche allora. Se il “miracolo del Grappa” si ripeterà o no, pertanto nessuno
lo può sapere, ma è lecito ritenere che le sorti dell’Italia, oggi come cent’anni fa, siano ancora nelle
mani degli italiani. Una ragione in più per continuare a lottare senza farsi soverchie illusioni sul futuro
del nostro Paese.
FABIO FALCHI

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Per rendere l’articolo più “scorrevole” ho rinunciato a mettere il solito apparato di note. L’articolo
comunque si basa soprattutto sui libri di seguito elencati. Al riguardo mi pare opportuno però fare
qualche precisazione.
Una battaglia come quella di Caporetto non si può davvero comprendere senza tener conto della
Grande Guerra nel suo complesso (non solo sul fronte italiano). Su questo argomento è essenziale il
libro curato da John Horne con contributi di studiosi di vari Paesi coinvolti nel conflitto (i contributi
italiani sono di Giorgio Rochat e Antonio Gibelli). Per un’analisi in “chiave geopolitica” dei rapporti
di forza tra le varie potenze non si può prescindere dall’opera già citata di Paul Kennedy, che però,
come quella di MacGregor Knox, deve essere letta con “spirito critico”. Le memorie dei protagonisti
sono importanti ma anch’esse devono necessariamente essere lette cum grano salis. Per le
innovazione tattiche dell’esercito tedesco mi sono basato in particolare sullo studio di David T.
Zabecki e sull’opera di Bruce I. Gudmundsson. Per la narrazione della battaglia di Caporetto
indispensabili sono la Relazione ufficiale italiana e quella austriaca I libri di Paolo Gaspari sono
fondamentali per giudicare il comportamento dei soldati italiani (ufficiali e non) a Caporetto.
Tuttavia, la ricostruzione della battaglia è ancora oggetto di ricerche e dibattito, benché non si possa
certo difendere “a spada tratta” Cadorna, come cerca di fare Di Colloredo Mels. Difficile comunque
negare che pure Badoglio e gli altri generali della Seconda Armata abbiano avuto la loro parte di
responsabilità per quanto accadde a Caporetto. Ma a prescindere dalle diverse responsabilità dei
generali, fu l’intero “sistema di comando” italiano che “collassò” a Caporetto. Sotto questo aspetto è
utile il libro di Mario Silvestri già citato (di Silvestri merita di essere letto anche il libro Isonzo 1917,
dato che, come scrive Lucio Ceva, è un’opera “seria e ricca di osservazioni fini”, sebbene sia
leggermente romanzata e, per certi versi, datata). Per la questione delle difese del Grappa sono
preziose le considerazioni di Alessandro Massignani svolte nel libro scritto insieme con von H.
Lichem et. al. Infine, il recente volume di Alessandro Barbero su Caporetto è una lettura obbligata
per chiunque voglia studiare seriamente questa battaglia.

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