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Leggenda del Piave (versione ristretta)

1. Giovanni Gaeta: l’autore del Piave.

Noto da sempre con lo pseudonimo di E. A. Mario, Giovanni Gaeta fu l’autore non solo della
Leggenda del Piave, ma anche di numerose altre produzioni altrettanto importanti, come il canto
dedicato al Milite Ignoto.
Il compositore nacque a Napoli, rione Vicaria, il 5 maggio 1884 da Michele Gaeta e Maria della
Monica.
La nascita di Giovanni Gaeta è associata ad una leggenda: si dice, infatti, che il bimbo, appena nato,
fosse ricoperto di peli a tal punto da sembrare il diretto discendente di un primate; ovviamente,
questo richiamò l’attenzione dell’intero vicinato. Un giorno, però, la folta copertura sparì, rivelando
un bambino dalla carnagione bianca e rosea.
Il giovane rivelò molto presto una spiccata intelligenza: prima che compisse l’età per andare a
scuola gli venne fornita una prima istruzione dalla sorella Agata.
La ragazza aveva conseguito il diploma e avrebbe voluto continuare i suoi studi iscrivendosi
all’università, ma il suo desiderio si scontrò con la netta opposizione dei genitori.
La sorella maggiore fu la prima insegnante del piccolo Gaeta e in quel periodo il ragazzino si
dimostrò molto sveglio: imparò l’alfabeto rapidamente e con piacere.
Giovanni studiò volentieri solo fino a quando fece lezione con Agata: quando si iscrisse a scuola,
infatti, cominciò a sentirsi come in carcere e minacciò la famiglia di non volerci più andare. Solo
l’intervento dello zio Agostino, un fratello del padre, contadino analfabeta la cui funzione
all’interno della famiglia era quella di badare ai nipoti, riuscì a convincerlo del contrario. L’autore
dedicò a questa storia una poesia intitolata “Zi’ Austino”.
L’istruzione dei figli sembra essere stata presa molto seriamente dai coniugi Gaeta: entrambi i figli
maggiori, Agata e Francesco, avevano tenuto gli studi superiori, l’una brillando e l’altro deludendo.
Il piccolo Gaeta decise di iscriversi all’Istituto nautico per poter diventare un capitano di lungo
corso. Tuttavia, i tempi erano cambiati e le rendite provenienti dal negozio di famiglia non erano
sufficienti a coprire le spese per le esigenze quotidiane. I Gaeta affrontarono la crisi aprendo due
negozi: Maria iniziò a gestire una merceria, Michele un negozio di barberia.
Giovanni continuò a studiare al prezzo di grandissimi sacrifici: per risparmiare prendeva in prestito
i libri che gli servivano e ne copiava solo le parti più importanti; inoltre era sempre pronto ad
aiutare i compagni più svogliati che ricambiavano il favore pagandolo o donandogli qualche abito
che non indossavano più.

1
Quando smise di andare a scuola, il ragazzo cominciò a guadagnare qualche lira aiutando il padre
nel suo negozio1: fu proprio lì che il giovane entrò in contatto per la prima volta con la musica. Un
giorno un cliente dimenticò un mandolino nel negozio e, grazie anche all’aiuto del manuale di
musica regalato dal giornalaio Don Michele (da sempre amico di famiglia e molto affezionato al
ragazzo), imparò presto a suonarlo.
Lo strumento appassionò Giovanni a tal punto da cominciare a creare versi e musica insieme.
Tuttavia, il giovane voleva che le sue creazioni fossero firmate con uno pseudonimo e fu così che
decise di adottare la firma, con cui sarebbe diventato noto, di E. A. Mario. Secondo le testimonianze
dell’epoca, la E deriverebbe dal suo secondo nome, Ermete; la A, invece, starebbe per Alessandro,
in onore di Alessandro Sacheri, il direttore de «Il Lavoro» al quale aveva spedito una sua
composizione su Mazzini in occasione del centenario della sua nascita.
Un dibattito è ancora in corso riguardo al nome Mario: le opzioni possibili sono due. Secondo una
prima corrente di pensiero, Mario era il nome con cui si firmava la giornalista polacca conosciuta a
Bergamo e con la quale sembra esserci stata una certa intesa. Un’altra corrente, invece, sostiene che
Giovanni abbia voluto omaggiare Alberto Mario, marito della scrittrice inglese J. Meridon White e
«grande mazziniano […] cavaliere della democrazia».2
Nel 1902 Giovanni trovò occupazione presso l’ufficio postale della sua città e vi rimase impiegato
anche durante gli anni della guerra: in quanto ultimo nato di madre vedova, egli fu esentato dal
servizio militare. Nonostante la lontananza dal fronte, l’amore per la patria, l’ansia per l’esito della
guerra e la necessità di scrivere canzoni che rincuorassero l’animo dei soldati non gli impedirono di
entrare in contatto con i luoghi della guerra.
Il lavoro postale, infatti, permise al ragazzo di recarsi nelle prime linee come postino e, tramite il
mandolino, il suo inseparabile compagno di viaggio e di vita, cantava ai soldati, con i quali aveva
nel frattempo stretto amicizia, canzoni di guerra. I suoi canti, composti da parole e musiche semplici
e di immediata e facile memorizzazione, non solo entusiasmavano gli amici, ma parlavano anche di
lui e delle sue idee di giustizia e libertà.
Fu proprio su uno di quei moduli per telegrammi che, la notte tra il 23 e il 24 giugno 1918, scrisse
di getto la “Leggenda del Piave”, che sarebbe diventata la sua composizione più nota. Nel 1921,
invece, scrisse la canzone dedicata al Milite Ignoto, in occasione della cerimonia della tumulazione
della salma.3

1
Carmelo Pittari, La storia della canzone napoletana. Dalle origini all’epoca d’oro, Milano, Baldini Castoldi Dalai,
2004, pp. 309-313.
2
Ivi, pp. 318-319.
3
Ivi, pp. 330-331.
2
La notorietà è un privilegio difficile da ottenere e anche da gestire: per questo ci vuole un po’ di
fortuna, ed è proprio quella che Gaeta non ottenne.
La sua “Leggenda” lo aveva reso famoso oltreoceano, ma anche truffato: al poeta giunse infatti
notizia che un certo Mario, emigrato italiano e mutilato di guerra che abitava a New York, si
spacciava come l’autore della famosissima canzone sul Piave. Il vero Mario, deciso a combattere e
vincere la battaglia contro l’impostore anche in nome di tutti gli altri artisti truffati, si imbarcò senza
esitazione nell’ottobre del 1922 sul «Conte Rosso», diretto a New York.
Avvertimenti, minacce e una riuscita aggressione dalla quale fortunatamente riuscì a salvarsi non
furono sufficienti a fermare Gaeta dalla sua missione di smascherare il falso Mario: ci riuscì, ma
fallì il suo intento, più volte perseguito negli anni successivi, di ottenere un risarcimento
dall’impostore. L’America, però, gli permise di incontrare persone di ogni tipo, tra cui anche il
fotografo, ritrattista e collaboratore di W. Disney Alfredo Melina.4
Sempre negli anni Venti il compositore fondò una casa editrice a Milano e trasferì la sua famiglia a
Varese; tuttavia, una serie di coincidenze e scelte sbagliate lo portarono presto in gravi difficoltà
finanziarie, tanto che fu costretto, negli anni Trenta, a trasferirsi con la moglie e le figlie a Napoli in
una casa che fungeva anche da sede della casa editrice.
L’ultimo periodo della vita del poeta fu molto tormentato: nel giro di tre anni, infatti, vennero a
mancare sia la suocera che la moglie e la morte di quest’ultima lo distrusse a tal punto che si
ammalò, perse la voce e morì il 24 giugno 1961.5

2. Le tre battaglie del Piave

Il fiume Piave dovette la sua notorietà alle tre battaglie che lo videro protagonista e alla canzone che
seguì le tre vittorie.
Quale fu il ruolo del fiume sacro alla Patria in queste tre battaglie?
La prima battaglia dopo il disastro di Caporetto, nota anche come battaglia d’arresto, si svolse tra il
10 ottobre e il 25 dicembre 1917. In questo combattimento il Piave non fu un teatro molto attivo, se
non quando, tra il 12 e il 17 novembre, la III armata del Duca d’Aosta combatté sulla riva destra del
fiume le truppe austriache.
La seconda battaglia del Piave, nota anche come “battaglia del solstizio, si svolse tra il 15 e il 14
giugno 1918. In questo caso, l’intervento del fiume sacro fu decisivo: esso, a causa delle piogge,
rese ai nemici l’attraversamento delle sue acque a volte impossibile, a volte difficile, in ogni caso

4
Ivi, pp. 338-339.
5
Ivi, pp. 344-345.
3
mai agevole. Inoltre, la inusuale piena estiva del 17-19 giugno 1918 travolse/sommerse quasi tutti i
passaggi costruiti dagli austriaci; ponti e passerelle furono ricostruiti solamente in minima parte.6
La terza e ultima battaglia che vide come protagonista i tre elementi coinvolti a giugno, ossia Italia,
Austria-Ungheria e Piave, si svolse tra il 24 ottobre e il 3 novembre 1918 ed è conosciuta anche
come “battaglia di Vittorio Veneto”. Stavolta il Piave non fu da subito collaborativo, anzi! La piena
del fiume danneggiò gravemente sia Giardino che Caviglia: la divisione di quest’ultimo, infatti, si
ritrovò ad essere isolata sul Grappa e a combattere contro undici divisioni austriache più numerose e
il tiro offensivo delle artiglierie. Tra il 27 e il 29 ottobre gli italiani cercarono di ricostruire i ponti
che venivano costantemente distrutti dalle acque e dal nemico. Dal 29 ottobre il fiume concesse
tregua agli italiani, consentendo ai soldati di gettare tutti i ponti.7

4. La leggenda del Piave

Dopo aver accennato alle tre battaglie a cui La Leggenda del Piave fa riferimento, è ora di prendere
in considerazione genesi e analisi di questo canto.
«Ma cos’è quel brivido […] sottile che percorre le membra quando si sentono le note del Piave?»:
questo si domandava Mussolini durante un discorso tenuto a Cremona nel 1922.8
La canzone fu scritta di getto tra il 15 e il 22 giugno 1918 da Giovanni Gaeta sui moduli ingialliti
del servizio interno postale per cui lavorava; un cantante, poi, la diffuse tra i bersaglieri e da lì iniziò
a circolare in tutti i reparti, diventando ben presto il canto più apprezzato e più noto. La quarta
strofa, invece, fu scritta subito dopo la fine della guerra, tra il 4 e l’11 novembre. 9 Tra la fine degli
anni Venti e l’inizio degli anni Trenta alcune parole furono modificate dall’autore su richiesta di
Mussolini, ma di questa vicenda si tratterà più avanti.
Musica e parole furono improvvisate e, secondo Cesare Caravaglios, il fatto che La leggenda fosse
nata con gli stessi mezzi dei canti di guerra, ovvero semplicità, immediata memorizzazione e
improvvisazione, contribuì all’immediata diffusione tra le file dell’esercito.10
In un’intervista rilasciata da E. A. Mario al giornale «Il Carroccio» di New York, l’autore spiega la
genesi del canto. Di seguito alcuni stralci della dichiarazione:

11

6
Ivi, pp. 59-68.
7
Ivi, pp. 86-92.
8
Caravaglios, Canti delle trincee. Contributo al folclore di guerra, p. 90.
9
Savona, Straniero, Canti della Grande guerra, vol. 1, p. 378.
Paolo Paci, Caporetto. Andata e ritorno, Milano, Corbaccio, 2017, p. 16.
10
Caravaglios, Canti delle trincee. Contributo al folclore di guerra, p. 81.
11
Caravaglios, Canti delle trincee. Contributo al folclore di guerra, pp. 82-86.
4
Di seguito il testo originale della canzone: 12

«Il Piave mormorava calmo e placido, al passaggio dei primi fanti, il ventiquattro maggio: l’esercito
marciava per raggiunger la frontiera per far contro il nemico una barriera»: è con questa frase che si
apre il canto. In realtà, Mario modificò leggermente gli eventi a lui contemporanei; nella prima
strofa del canto, infatti, si trovano due imprecisioni, una delle quali è in grado di ribaltare la realtà
storica.
La prima riguarda la data, il 24 maggio: quel giorno, l’esercito italiano aveva già iniziato a
combattere, non si stava trasferendo al fronte. Tuttavia, questa informazione imprecisa è

Savona, Straniero, Canti della Grande guerra, vol. 1, p. 376-377.


Viazzi, Giovannini, Cantanaja, pp. 178-179.
12
Lino Carrara, Canti fascisti, Pisa, Tipografia F. Scimioni, 1923, pp. 6-7.
Inni patriottici ad uso delle scuole elementari, 1926, p. 3.
Una Brigata di fanti, Canta che ti passa, pp. 41-42.
Associazione Nazionale Combattenti Sezione di Saluzzo, Le nostre canzoni, Saluzzo, Tipografia Saluzzese, 1927, p. 5.
Segreteria Generale dei Fasci all’Estero, Inni e canzoni della patria e del fascismo, 1928, pp. 5-7.
94° Reggimento Fanteria II Battaglione, Inni patriottici e canti dei soldati, Fano, Tipografia Sonciniana, 1928, p. 3.
Associazione Nazionale Combattenti Italiani Federazione della Francia, 13° anno della Vittoria, Parigi, Garagnani,
1931, pp. 5-6.
81° Reggimento Fanteria “Torino”, Inni e canzoni della patria, Roma, Tipografia Reggimentale, 1932, pp. 11-12.
Manca la II strofa.
Fascisti Italiani all’Estero O. G. I. E., Inni e canzoni della patria fascista, Fasci Italiani all’Estero, anno XI, pp. 13-15.
Associazione Nazionale del Fante Sezione di Palermo, Canti della Trincea, Palermo, Grafiche Sciarrino, 1933, pp. 4-5.
Comando della Divisione di Fanteria “Granatieri di Sardegna”, Inni della Patria e Canzoni dei reggimenti della
divisione di fanteria Granatieri di Sardegna, 1935, pp. 8-9.
2° Reggimento Genio Casale Monferrato, Inni patriottici, Casale, Tipografia F.lli Tarditi, 1935, pp. 10-12. La seconda
strofa appartiene alla seconda versione.
Giacomo Maria Lombardo (a cura di), Canti della patria, pp. 134-137. La seconda strofa appartiene alla seconda
versione.
Scuola Allievi Ufficiali Del Genio, Inni patriottici, Pavia, 1937, pp. 25-27. La seconda strofa appartiene alla seconda
versione.
P. N. F. Gioventù Italiana del Littorio comando Federale Alessandria, Canti di fede d’amore e di gloria, Alessandria,
Tipografia E. Grasso, 1937, pp. 15-16. La seconda strofa appartiene alla seconda versione.
Inni nazionali, pp. 14-15. La seconda strofa appartiene alla seconda versione.
Deposito del 366° Reggimento Fanteria, Inni patriottici, Modena, Società Tipografica Modenese, 1941, pp. 9-10.
Manca la seconda strofa.
Sapori (a cura di), Canti della patria, pp. 165-168. La seconda strofa appartiene alla seconda versione.
Ufficio Propaganda della Milizia (a cura di), Canti legionari, p. 10. La seconda strofa appartiene alla seconda versione.
Viazzi, Giovannini, Cantanaja, pp. 178-179.
Savona, Straniero, Canti della Grande Guerra, vol. 1, pp. 374-375.
Ridolfi (a cura di), Canti e poesie della Grande Guerra, pp. 72-73.
Bermani, E non mai più la guerra, pp. 106-107.

5
parzialmente giustificata perché lo stesso autore ammise di essersi ispirato, per questi due versi, ad
una lettera di un capitano ferito durante i primi giorni di combattimento, in cui raccontava della
marcia verso il fronte.
L’altra imprecisione di E. A. Mario, più grave, riguarda i versi che descrivono l’atteggiamento
dell’esercito nei confronti del nemico: «per far contro il nemico una barriera». In realtà, i soldati
italiani marciarono verso il fronte per attaccare l’Austria-Ungheria, non per difendersi.
Nella seconda strofa, quella che poi susciterà tanto scalpore durante il governo di Mussolini, si parla
della battaglia di Caporetto. Cadorna, principale responsabile della “vergognosa sconfitta militare”
di cui ancora oggi si parla tanto, accusò di diserzione le truppe italiane. L’inchiesta sulla vicenda,
cominciata poco dopo la fine dello scontro e conclusa otto mesi dopo, affermò, invece, che la
battaglia di Caporetto fu persa a causa dell’incapacità del generale italiano di prevedere, e di
conseguenza affrontare, le mosse del nemico austriaco. Il «tradimento» di cui si parla è riferito alla
prima versione diffusa negli ambienti patriottici, ovvero quella che accusava il fronte interno di
diserzione e, quindi, considerava le truppe italiane come le maggiori responsabili della sconfitta di
Caporetto.
Per sottolineare, ancora una volta, che la presenza nemica in territorio italiano non è decisamente
ben accetta, il Piave conclude la terza strofa comandando al nemico di stare indietro. In effetti,
durante terza battaglia del Piave, l’ultima prima della fine dell’ostilità, il nemico fu ricacciato
indietro, fino a Trento e a Trieste: le truppe italiane entrarono in queste due città il 3 novembre,
firmando l’armistizio di pace il giorno dopo e “liberando” i due territori dal controllo austriaco.
Ecco perché, nell’ultima strofa, vengono citati Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro e Cesare Battisti:
erano tre irredentisti morti in nome dell’idea di liberare alcune zone del territorio italiano dal
controllo austriaco. È come se, con la vittoria dell’Italia sull’Austria-Ungheria, E. A. Mario avesse
voluto rendere giustizia a chi aveva combattuto ed era stato ucciso per rendere finalmente le terre
irredente una parte dell’Italia.

5. Dal «tradimento» al «fosco evento»: la censura della Leggenda del Piave

Una delle prime manovre che Mussolini fece appena salito al potere fu quella di controllare tutti i
mezzi di comunicazione di massa e i fenomeni artistici. La censura non era nuova nella vita degli
italiani: già durante la prima guerra mondiale alcuni articoli di giornale venivano censurati per il
loro contenuto. Tuttavia, durante il ventennio fascista il fenomeno assunse dimensioni nuove,
controllando la vita quotidiana delle persone come mai prima di allora.

6
Per sottolineare l’importanza della censura in epoca fascista, è bene ricordare che venne istituito un
Ministero per la Cultura Popolare, dicastero istituito ufficialmente nel 1937 ma attivo già dal 1925,
quado operava sotto il nome di Ufficio per il controllo della stampa. Il ministero aveva competenza
sul contenuto dei giornali, sulla radio, musica e, in generale, su qualsiasi forma di comunicazione o
arte, così che l’immagine del regime non venisse danneggiata da messaggi inappropriati.13
Nemmeno E. A. Mario fu risparmiato dalla censura. La sua Leggenda, dopo la fine della guerra,
entrò a far parte dei canti ufficiali della patria, tanto da essere usata in tutte le manifestazioni
commemorative, a partire dalla tumulazione della salma del Milite Ignoto, fino ad arrivare ai
funerali di Armando Diaz e Luigi Cadorna, rispettivamente nel 1928 e nel 1930. Tuttavia, proprio
perché così importante, non era tollerabile che si facesse riferimento alla sconfitta di Caporetto in
termini di tradimento.
Il dubbio, legittimo, che i responsabili della ritirata fossero gli ufficiali e non le truppe, era stato
confermato dalla commissione d’inchiesta; tuttavia, un regime che intendeva presentarsi alle altre
potenze come forte non poteva accettare la sconfitta del 1917, a meno di non volgerla a suo favore.
D’altra parte, era altrettanto inconcepibile che fosse stato l’esercito a tradire: che ne sarebbe stato,
allora, dell’immagine dei soldati esemplari pronti a sacrificarsi per la patria e per l’onore? Durante
l’epoca fascista, vigeva più che altro la tesi secondo cui la sconfitta di Caporetto era imputabile alle
varie istigazioni del fronte interno, all’interno del quale il sentimento prevalente era quello del
disfattismo.
Nel 1922, infatti, il Piave venne preso da Mussolini come il punto d’inizio per la sua ascesa politica
che sarebbe culminata con la marcia su Roma. Ancora una volta, dunque, al fiume sacro alla patria
venne data una dimensione lineare che ricorda molto la concezione dell’antico impero romano, che
ragionava in termini di espansione.14
Per questo motivo, l’autore venne “caldamente invitato” a modificare i versi disfattisti nella seconda
e nella quarta strofa; già nel 1929 si ebbe la versione completa, che sarà poi inserita nel volumetto
dei canti patriottici ad uso delle piccole italiane.
Ecco il testo originale della seconda strofa, sopra citato; le parole che furono cambiate verranno
segnalate in corsivo:

«Tradimento» e «onta» erano termini che di certo stonavano nel periodo fascista. Ecco come venne
modificata la strofa: 15
13
Maurizio Targa, L’importante è proibire. Tutto quello che la censura ha vietato nelle canzoni, Viterbo, Stampa
Alternativa, 2017, pp. 110-111.
14
Savona, Straniero, Canti della Grande Guerra, vol. 1, p. 378.
15
Caravaglios, Canti delle trincee, p. 91.
2° Reggimento Genio Casale Monferrato, Inni patriottici, pp. 10-12.
7
Successivamente, venne modificata anche l’ultima strofa. La versione originale recitava così:

Così, invece, è come si ritrova sui canzonieri degli anni quaranta: 16

6. La leggenda del Piave: una breve parentesi come inno nazionale

La fortuna e l’immediata diffusione di questo canto sono già state sottolineate più volte nei
paragrafi precedenti; tuttavia, è importante ricordare un episodio che riguarda la Leggenda perché
dimostra ancora una volta quanto il contesto storico sia importante quando si intende ripercorrere la
storia di un canto.
Fino all’8 settembre 1943 l’inno nazionale era stato la Marcia Reale: composto nel 1831 da
Giuseppe Gobetti, era monarchico e continuò ad essere usato in alcune manifestazioni ufficiali
persino dopo il 1861, seppur «con evidente imbarazzo dalle nostre autorità presenti», in attesa che
venisse ufficializzato l’utilizzo del canto di Fratelli d’Italia come nuovo inno nazionale. È
necessario ricordare che questo inno nacque principalmente come inno d’arma, ovvero fu concepito
sin dall’inizio per essere suonato dagli strumenti a fiato della fanfara militare. Negli anni successivi
alla sua composizione, però, vennero adattati alla musica diversi testi, ridondanti e pomposi, al fine
di celebrare il sovrano.17
L’inno monarchico, però, in seguito all’armistizio dell’8 settembre, non era più adeguato, anche
perché la monarchia era «rea di aver affidato l’Italia nelle mani del fascismo», e Badoglio decise di
proporre come inno nazionale La leggenda.18 Se si rilegge il testo del canto e lo si inserisce
all’interno di quel contesto storico, è possibile notare la straordinaria attualità delle parole scritte da
E. A. Mario. Un elemento accumunava, infatti, le due guerre (per quanto riguarda la seconda, in
questo caso si prende in considerazione la prospettiva di Badoglio): quello di combattere contro un
nemico (il cosiddetto straniero) che, fino a qualche mese prima di entrare in guerra, era alleato
dell’Italia.

Scuola Allievi Ufficiali del Genio, Inni patriottici, pp. 25-27.


P.N.F. Gioventù Italiana del Littorio Comando Federale di Alessandria, Canti di fede, d’amore e di gloria, pp. 15-16.
Inni nazionali, pp. 14-15.
Ufficio Propaganda della Milizia, Canti legionari, p. 10.
16
Canzoniere del soldato, edizione P.N.F., pp. 16-17.
Canzoniere del soldato, pp. 36-40.
17
Michele Calabrese, Il Canto degli Italiani: genesi e peripezie di un inno, in «Quaderni del Bobbio», n. 3, 2011, pp.
110-111.
18
Maurizio Ridolfi (a cura di), Almanacco della Repubblica: storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le
simbologie repubblicane, Milano, Mondadori, 2003, p. 148.
8
L’uso della Leggenda come inno nazionale rimase fino al 1946, anno in cui venne ufficialmente
sostituito dall’Inno di Mameli, in previsione della cerimonia del giuramento delle forze armate in
occasione dell’anniversario della fine della Grande Guerra.19

19
Ivi, p. 166.
9