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‘ABDU’L-BAHÁ

la capacità di crescere della pianta. L’albero non può capire come l’animale possa muoversi, né che cosa
significhi avere la vista, l’udito e l’olfatto. Tutto ciò appartiene alla creazione fisica.
Anche l’uomo fa parte della creazione fisica, ma nessuno dei regni inferiori può comprendere ciò che
avviene nella mente dell’uomo. L’animale non può farsi un’idea dell’intelligenza di un essere umano. Esso
conosce solamente ciò che può percepire con i propri sensi animali, non può immaginare qualche cosa in
astratto. Un animale non potrebbe comprendere che il mondo è rotondo, che la terra gira attorno al sole, né
potrebbe concepire il telegrafo. Solo l’uomo è capace di comprendere certe cose. L’uomo è l’opera più nobile
della creazione, la creatura più vicina a Dio.
Tutti i regni superiori sono incomprensibili a quelli inferiori. Perciò, com’è possibile che la creatura uomo
comprenda l’onni-potente Creatore di tutte le cose?
Ciò che immaginiamo non è la realtà di Dio. Egli, l’Inconoscibile, l’Inconcepibile, è di gran lunga superiore a
quel che di più eccelso l’uomo possa immaginare.
Tutte le creature che esistono dipendono dalla Munificenza divina. La Misericordia divina dà la vita.
Come la luce del sole illumina tutto il mondo, così la Misericordia infinita di Dio si riversa su tutte le creature.
Come il sole matura i frutti sulla terra e dà vita e calore a tutti gli esseri, così il Sole della Verità brilla su
tutte le anime e le riempie del fuoco dell’amore divino e della divina comprensione.
La superiorità dell’uomo sul resto del mondo creato si vede anche in questo, che l’uomo ha un’anima
nella quale dimora lo spirito divino. L’anima delle creature inferiori è, nella sua essenza, inferiore a quella
dell’uomo.
Non c’è dubbio dunque che di tutti gli esseri creati l’uomo sia il più vicino alla natura di Dio e che perciò
riceva un dono maggiore dalla Munificenza divina.
Il regno minerale ha il potere dell’esistenza. La pianta ha il potere dell’esistenza e della crescita. L’ani-
male, oltre a esistere e crescere, ha la capacità di muoversi e di adoperare le facoltà dei sensi. Nel regno
umano troviamo tutti gli attributi dei regni inferiori e molto di più. Nell’uomo si compendia ogni precedente
creazione, perché egli le contiene tutte.
All’uomo è dato il dono speciale dell’intelletto, grazie al quale egli può ricevere una parte maggiore della
luce divina. L’Uomo Perfetto è come uno specchio terso che riflette il Sole della Verità e che manifesta gli
attributi di Dio.
Gesù Cristo disse: «Chi mi ha veduto, ha veduto il Padre»,2 Dio manifestato nell’uomo.
Il Sole non abbandona il suo posto nel cielo e non discende nello specchio, perché le azioni di salire e
scendere, di venire e andare non appartengono all’Infinito, sono metodi degli esseri finiti. Nella Manifesta-
zione di Dio, lo Specchio perfettamente levigato, appaiono le qualità del Divino in una forma che l’uomo è
capace di comprendere.
Questo concetto è così semplice che tutti possono capirlo e quello che si può capire si deve per forza
accettare.
Il Padre nostro non ci rimprovererà se non accettiamo i dogmi, che non possiamo né credere né capire,
perché Egli è sempre infinitamente giusto verso i Suoi figli.
Ma questo esempio è così logico che può essere afferrato da qualunque mente voglia prenderlo in consi-
derazione.
Possa ognuno di voi diventare un lume risplendente, la cui fiamma sia l’Amore di Dio. Possano i vostri
cuori effondere la radiosità dell’unità. Siano i vostri occhi illuminati dallo splendore del Sole della Verità!
Parigi è una bellissima città e sarebbe impossibile trovare nel mondo una città più civile e più avanzata
nel progresso materiale. Ma da molto tempo la luce spirituale non vi risplende. Il suo sviluppo spirituale è
molto inferiore alla sua civiltà materiale. Ci vuole un potere supremo per risvegliarla alla realtà della verità
spirituale, per ispirare nell’anima sua insonnolita l’alito della vita. Dovete unirvi tutti in questa opera, sve-
gliarla e rianimare le sue genti con l’aiuto di quella Forza superiore.

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Matteo XI, 27, Giovanni VIII, 19.