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Cornelio Fabro

GEMMA GALGANI
TESTIMONE
DEL SOPRANNATURALE

Editrice CIPI
Piazza SS. Giovanni e Paolo, 13 - 00184 Roma
Alla pia memoria di mia sorella Alma Teresina (+ 27 luglio 1985)
anima di fede semplice e forte

R 1989
© Monastero delle Passioniste
Fuori Porta Elisa, 55100 LUCCA
PRESENTAZIONE

Un’altra biografia di S. Gemma Galgani?No. Hai in


mano una contemplazione-studio di Gemma come qualificata
testimone del «soprannaturale». Gli altri biografi,
cominciando da Germano, suo direttore spirituale e primo
biografo, ad Antonelli, a Zoffoli, a Bonardi, a Mons. Agresti, a
Villepelée, hanno parlato del soprannaturale di cui è piena la
vita di Gemma. Ma per sottolineare o un dono mistico in più o
un aspetto di va spirituale a cui il Signore sottoponeva la sua
serva.
Fabro, con acuta investigazione filosofica e teologica,
unita ad amore e riverenza, si avvicina a Gemma per scoprire
il mondo in cui viveva. La grazia redentiva trasforma Gemma
in una nuova creatura raccolta totalmente su Gesù crocifisso.
Gemma vive solo di Gesù crocifisso, brucia del suo amore ed
anela a collaborare perché il fine della passione di Gesù
diventi realtà nella salvezza di ogni persona.
Le visite di Gesù, della Madonna, la presenza
dell’Angelo custode, di S. Gabriele dell’Addolorata, anche il
tenebroso muoversi del demonio, sono studiati non tanto come
un semplice dono mistico o come una prova spirituale in più
che Gemma riceve, ma come un aspetto della sua missione.
Dio ha voluto, attraverso questi interventi di esseri veri del
mondo invisibile, rendere Gemma testimone del
soprannaturale in un’epoca in cui il razionalismo tenta di
ridurre il mondo della persona umana al solo fenomeno del
visto e del sentito. Il card. Gasquet affermava in proposito:
«Per noi che viviamo in quest’epoca materialistica all’eccesso,
che solo alla ragione presta fede, ed in cui il soprannaturale o
viene costantemente negato, o, esposto alla così detta critica,
vien messo in dubbio, è cosa confortante» leggere gli scritti di
Gemma (vedi p. 6).
La radice di questo aspetto peculiare della missione di
Gemma viene individuata però nella reale e profonda
partecipazione della medesima alla passione di Cristo ed alla
causa della stessa passione, cioè il peccato del mondo.
L’autore guida il lettore attraverso l’analisi degli scritti della
Santa a capire qualche cosa dell’ineffabile e terribile
esperienza di Gemma. «Il suo cammino è a doppio binario: è
fulgori di grazia, che la trasfigurano in un’atmosfera di
continuo “stupore” per lei anzitutto, ed il crescente amore-
stupore per il senso della sua indegnità davanti a Dio e al
prossimo. L’orrore infinito per il peccato, che ha crocifisso
Gesù, diventa la misura infinita del suo amore per Gesù
crocifisso ed il sigillo per essere crocifissa con Gesù» (vedi p.
454).
Ma fu realtà o fantasia? L’autore nel capitolo quinto
scruta Gemma nella sua umana vivacità, consapevolezza e
tenerezza e conclude: Gemma era dotata di una «normalità
supernormale» per cui, nonostante tante pene di corpo e di
spirito, tante tentazioni diaboliche, mai sprofondava nella
malinconia propria dei nevrotici, ma sapeva mantenersi nella
serenità e nella oggettività. Quindi è una testimone credibile
circa il mondo soprannaturale. Esso, accolto nell’obbedienza
della fede a Dio, trasforma e potenzia la persona umana senza
estraniarla dalla realtà temporale in cui vive.
L’abbondanza delle citazioni degli scritti di Gemma,
anche dei pochi ancora inediti, l’uso dei «voti» dei due teologi
richiesti da Pio XI e finora inediti e riportati in appendice, le
note che allargano l’orizzonte con rimandi ai Processi di
canonizzazione della Santa, ad esperienze di altri mistici o ad
affermazioni di filosofi rendono il libro non solo più
apprezzabile, ma aiutano a capire meglio Gemma e la sua
missione. Ci si può meglio rendere conto dell’abbondanza dei
doni della scienza e della sapienza che lo Spirito Santo ha
effuso sulla «povera Gemma».
Fabiano Giorgini, C.P.
PROLOGO

La realtà della vita e missione di S. Gemma Galgani


come «testimone del soprannaturale» si presenta nella forma di
un’esperienza immediata, cioè intensiva e diretta, di un
itinerarium crucis fra balenamenti di cielo e sussulti d’inferno,
nella totale conformità ai dolori di Cristo nella sua Passione e
Morte. È vero che Gemma è stata dichiarata santa dalla Chiesa
non per i suoi carismi singolari ma per la pratica eroica delle
virtù cristiane, testimoniata nei Processi da quanti l’hanno
conosciuta nella sua breve vita, nascosta in Dio e in Cristo. Ma
anche i carismi eccezionali, di cui fu investita, hanno il preciso
significato di rivelare agli uomini l’esistenza di un «altro
mondo», aldilà e al di sopra di questo nostro mondo umbratile.
Gemma bramava di seppellirsi in un chiostro ed essere
la «serva di tutti»: Dio dispose diversamente e la destinò ad
essere «luce di tutti» con la testimonianza dei dolori di Cristo,
stampati con fervore di amore nelle sue carni verginali. È in
questo «spazio teologico», che la fede apre all’anima, dove
Gemma ha operato all’inizio del nostro secolo la sua missione
ecclesiale di eccezione.
Lo ha dichiarato espressamente S. Pio X, il Papa che ha
firmato l’introduzione della Causa di canonizzazione, come
l’ha testimoniato… a rovescio il sacerdote Farnocchia,
segretario di Mons. G. Volpi, con esplicito riferimento al Santo
Pontefice che condannò il modernismo negatore del
Soprannaturale: «Ricordo di aver sentito, più probabilmente
letto, che Pio X era molto consolato dai fatti soprannaturali
così straordinari e così numerosi che si dicono di Gemma da
sperare che fosse uno dei mezzi suscitati da Dio per richiamare
il mondo al Soprannaturale dallo stato molto materiale a cui si
è ridotto» (Proc. Apost. Pisano, fol. 451; citato nelle
«Animadversiones» del Promotore gen. della fede, nr. 32, p.
46). Il detto Farnocchia, ninfa egeria del confessore Mons.
Volpi, si è mostrato sempre avversario della Santa. Il
confessore poi, solo pochi anni prima della sua morte avvenuta
a Roma nel 1931, ritrattò il suo scetticismo circa il carattere
soprannaturale dei «fenomeni» di Gemma.
Luminosa, in questo contesto, è la testimonianza del
benedettino inglese Card. A. Gasquet: «… È ben difficile
trovare un altro esempio così prodigioso dell’azione di Dio
Onnipotente in un’anima che si era data interamente in balìa
della sua grazia divina. Per noi che viviamo in quest’epoca
materialistica all’eccesso, che solo alla ragione presta fede, ed
in cui il soprannaturale o viene costantemente negato
addirittura, o, esposto alla così detta critica, vien messo in
dubbio, è cosa confortante leggere un libro, che ci riporta a
Dio, e ce lo mostra vicino a questo povero mondo. Quanto a
me personalmente, non conosco la vita di alcun santo, in
qualunque epoca della Chiesa, che abbia ravvicinato al mio
spirito il soprannaturale, con maggior spontaneità e con
maggior pienezza, della vita di Gemma Galgani» (Introduzione
alla trad. inglese della Vita di S. G., scritta da P. Germano, a
cura del benedettino A. N. O’Sullivan, London, Herder, s.d., p.
XXIV. – È riportata nella «Positio super revisione scriptorum»,
p. 22 – corsivo nostro)1.
Anche oggi, nell’agitazione dilagante in molte parti
della Chiesa del post-Concilio, in campo sia dogmatico come
morale, la testimonianza del Soprannaturale, vissuto dall’umile
vergine lucchese, torna ad essere di forte luce di verità e di
ardente stimolo di santità.
Roma, Festa dell’Annunciazione 1987.

1
A questa eccezionale testimonianza fa eco quella del card.
Idelfonso Schuster, anch’egli benedettino, che riportiamo in appendice.
NOTA BIBLIOGRAFICA
Questi nostri appunti si fondano quasi unicamente sulle
fonti dirette ed in primo luogo sugli scritti e sulle parole di
Gemma, raccolte nelle edizioni a cura della Postulazione dei
PP. Passionisti.
I) Lettere di S. Gemma Galgani, rist. dell’ed. 1941 a
cura del P. Giacinto del SS. Crocifisso. Il volume è diviso in 3
parti.
1) Lettere al P. Germano, direttore straordinario (sono
in tutte 131 e formano il blocco più importante poiché in essa
l’anima della Santa si effonde con tutta la spontaneità e vivezza
dei sentimenti raggiungendo spesso vertici espressivi
eccezionali). Esistono presso la Postulazione alcune lettere
ancora inedite, messe a disposizione di questa nostra silloge.
2) Lettere a Mons. Volpi confessore ordinario (sono 67
e gli editori dicono che sono le «più importanti»: p. 310).
Alcune sono brevi biglietti, ma le altre non cedono in densità e
profondità spirituale rispetto a quelle dirette a P. Germano: fra
tutte eccelle la 55ª del 1901 con l’estasi di Gesù Bambino che
le trasmette per Monsignore il messaggio: «… Assicuralo che
sono io, Gesù che ti parlo e che fra qualche anno per opera mia
tu sarai Santa, farai miracoli, e sarai agli onori degli altari» (p.
384).
3) Lettere a persone diverse fra le quali vanno segnalate
le 10 dirette alla passionista di Tarquinia sr. Maria Giuseppa
(Armellini) e le 9 alla Sig.a Giuseppina Imperiali di Roma (La
«Serafina»): per l’impeto, il fervore e la delicatezza dei
sentimenti esse attingono spesso momenti di profonda
commozione spirituale e mistica nello «… struggimento della
lontananza» delle destinatarie.
L’edizione si presenta eccellente ed è preceduta dalla
splendida Introduzione scritta dal concittadino della Santa il
cardinale E. Pellegrinetti. Si desidera perciò un’edizione critica
integrale che comprenda anche quelle ancora giacenti presso
l’Archivio della postulazione con i frammenti.
II) Estasi - Diario - Autobiografia - Scritti vari, rist.
della II edizione, Roma 1975 (Anche questo volume è
preceduto da una degna prefazione del Cardinale Pellegrinetti).
Le Estasi sono in tutto 141 ed anche ogni lettore si
meraviglierà dell’esiguo numero quando si pensa che andarono
perdute tutte le Estasi avute in famiglia e nei periodi di vacanza
e che durante i quasi 4 anni che Gemma rimase ospite in casa
Giannini aveva estasi pressocché tutti i giorni e qualche giorno
anche più volte. Poi Gemma in estasi parlava piano, quasi
sussurrando, con un filo di voce: ma non si sarà mai abbastanza
grati ai Giannini per quanto hanno potuto fare nel raccogliere
queste vere «gemme di Gemma» in un linguaggio di
comunicazione celestiale che attendono ancora di essere
studiate a fondo.
Il Diario che descrive giornalmente i favori celesti dal
Giovedì 19 Luglio al Lunedì 3 Settembre 1900 meriterebbe di
essere confrontato con le rispettive Lettere ed Estasi
contemporanee per avere un qualche concetto del tipo di unità
e continuità nella vita spirituale della coscienza di Gemma.
L’Autobiografia, che va dalla prima infanzia alla venuta
di P. Germano nell’estate del 1900, sta a sé come un tutto
unitario1. Essa è un gioiello nel suo genere per la freschezza

1
Nell’edizione alle pagine 223 e 226 si segnalano [con puntini]
due omissioni. Il ricorso al Manoscritto originale fa conoscere due episodi
nell’ambiente familiare che devono aver turbato il pudore della Gemma
ancora bambina (vedi al riguardo a p. 242 la sofferenza che provò per
l’ispezione medica circa i disturbi renali e per l’intervento chirurgico a cui
fu sottoposta). È vero che il testo dell’Autobiografia (o «Confessione») era
destinato al solo P. Germano… («che lo bruci subito»): ma l’inserimento, in
una prossima edizione, dei due incisi, ci sembra gioverà a integrare il
toscana dello stile e per la trasfigurazione spirituale che vi
ricevono gli eventi nell’avanzare dell’opera della grazia
nell’anima di Gemma: l’ambiente e le disgrazie familiari, le
pene per la malattia e la morte della mamma e del babbo, le
sofferenze per la condotta del fratello Ettore e della sorella
Angelina, l’affetto celestiale per il fratello chierico Gino e la
sorellina Giulia che la precedono in cielo; le gravi malattie e la
miracolosa guarigione del 3 marzo 1899, soprattutto
l’esperienza del Crocifisso. In particolare poi la descrizione
della «grazia grandissima» dell’impressione delle Stimmate (8
giugno 1899), in stile diretto e con espressione immediata: la
Santa vi condensa, con termini di rara efficacia, non solo la
solenne grandezza dell’evento, ma insieme la natura della sua
missione come «figlia della Passione».
Gli Scritti vari, importanti per conoscere lo spirito della
Santa, sono: Relazione della guarigione (9 marzo 1899, scritta
sei giorni dopo la guarigione); Appunti di Diario (anno 1899);
Rivelazione avuta da Gesù sulla Madre Giuseppa, monaca
Passionista (Dicembre 1899); Risposte ad alcune domande di
P. Germano (circa il 7 settembre 1900), sono in prevalenza di
argomento teologico-spirituale: La Flagellazione - le due
corone (Giovedì 7 febbraio 1901); sul mistero
dell’Incarnazione (Spiegazione avuta dall’Angelo Custode il
25 marzo 1901). Seguono: Propositi e Promesse - Versi
(anelando al chiostro) - Affetti a Gesù - Sentenze e aspirazioni
- Giaculatorie per ogni circostanza.
Il giudizio di Gemma sui suoi scritti è molto severo2:
«Ma quanto soffro nel dovere scrivere certe cose! La

quadro della sua anima ed a comprendere meglio l’attualità del suo


esempio, come modello di mortificazione e purezza per l’educazione
cristiana della gioventù del nostro tempo.
2
Entusiasta invece e profondo è il giudizio cit. della autorevole
Civiltà Cattolica.
ripugnanza che provavo sul principio, anziché diminuirmi,
assai più si va a crescere, ed io provo una pena da morire.
Quante volte oggi ho tentato di cercarli e bruciarli tutti (i miei
scritti)! e poi? tu forse, o Dio mio, vorresti che scrivessi anche
quelle cose occulte3, che mi fai conoscere per tua bontà, per
sempre più tenermi bassa e umiliarmi? Se lo vuoi, o Gesù, son
pronta a fare anche quello: fà conoscere la tua volontà. Ma
questi scritti a che gioveranno poi? Per tua maggior gloria, o
Gesù, o per farmi sempre più cadere nei peccati? Tu che hai
voluto che faccia così, io l’ho fatto. Tu pensaci: nella piaga del
tuo S. Costato, o Gesù, nascondo ogni mia parola» (Estasi… p.
200). Al P. Germano scrive: «Non leggo ciò che ho scritto,
poiché mi vergogno» (Lett. 101ª, p. 243).
Scritti perduti - Alcuni furono distrutti da Gemma
stessa: Lett. 112ª al P. Germano «Di tutti gli appunti che buttai
via…» (p. 264). «Ma questi scritti a che gioveranno poi?» (p.
200). È anche andata smarrita la lettera scritta a S. Gabriele e
consegnata all’Angelo (Estasi… p. 212 s.). Perduta è andata la
lettera a P. Germano del 14 luglio 1901 e forse altre ancora.
L’Autobiografia ricorda un «piccolo libretto» in cui dall’inizio
del 1896 la Santa scriveva i suoi propositi (p. 235). È stata
ritrovata invece presso il Ritiro di S. Eutizio la lettera alla
Signora Rosa Colucci, appartenente al Collegio di Gesù, che è
un sublime invito alla sofferenza per amore di Gesù Crocifisso
(La causa di questa perdita è stata la riservatezza stessa di
Gemma). Per tutto questo valga la dichiarazione di Eufemia
Giannini: «Questo suo contegno riservato, questo suo silenzio

3
Chissà poi se quelle «cose occulte» di cui parla la Santa, sono
state mai scritte? La teste Sr. Cecilia Bertini dichiara ancora: «Mi ricordo
che mio cugino facendomi vedere un taccuino scritto a [da] Gemma mi
disse: «Ci sono tante belle cose qui, dove si vede la santità di Gemma: ma
non faccio vedere a nessuno, finché Gemma non sia morta». «Mio cugino,
aggiunge la suora, poco dopo morì e non so cosa sia stato di quel taccuino»
(Lucana, Positio super virtutibus, Testis XXXIII, p. 232 s.).
specialmente di cose che la riguardavano, ci ha fatto perdere
molte notizie e chi sa quanto importanti» (Nova Positio…,
Lucana, p. 2).
L’edizione ultima dei due volumi (Lettere e Scritti vari)
è pregevole, soprattutto per l’apparato delle note che riportano
spesso ampi stralci di corrispondenza specialmente del P.
Germano con Gemma, con Mons. Volpi, con Cecilia Giannini
e delle loro risposte, utili a chiarire lo sfondo o contesto del
testo della Santa.
Una preziosa informazione nei Processi della signora
Tecla Natali ci fa presentire che le perdite degli scritti di
Gemma sono notevoli. L’occasione, a quanto sembra, è la
pubblicazione della «Vita» di Gemma a cura di P. Germano:
«Ho letto la vita stampata di Gemma Galgani ed altri scritti
stampati ed ho letto una lettera che deposito; lessi anche altre
lettere, dove dava tanti buoni consigli ad una ragazzina, un po’
depravetta, richiamandola ad una vita buona; l’esortava proprio
tanto e le diceva che pregava proprio tanto per lei per ottenere
che si fosse rimessa sulla buona via; ma è morta ed è morta
bene questa figliola, la quale avrebbe avuto tante lettere da
presentare, ed anche tante cose da dire, perché lei da Gemma ci
andava tutti i giorni, ce l’ho trovata anch’io: Gemma era
ammalata e non si poteva muovere e le diceva, proprio
piangendo: «fammi questa cosa: vatti a confessare e sarai più
contenta, ed otterrai anche le grazie che desideri» (Ibid., Nr. II,
Catalogus testium, Testis XVII, p. 19). È stata ora pubblicata
dal P. G. Mucci, S. J. una lettera inedita alla Sig.ra Giuseppina
Imperiali, penitente di P. Germano e membro del «Collegio di
Gesù». Gemma le scrive per consolarla per la perdita di un
bimbo (La Civiltà Cattolica, Nr. 3284, 1987, p. 150 s.).
III) Processi - I) Lucana I: S. D. Gemmae Galgani
Positio super virtutibus, Roma 1927 (p. 111 + 913 + 47 + 135).
Lucana II - Positio super revisione scriptorum (S.
Rituum Congregatio, Romae 1917 che contiene (pp. 160) le
adnotationes del Sub. Promotor Fidei e le osservazioni del
teologo censore (pp. 3-66) con le risposte del P. Postulatore
della causa P. Luigi Besi (pp. 1-168).
Gli scritti della Santa, come presentati dal Postulatore,
sono divisi in ben dieci serie, compresi quelli che sono stati
omessi nei due volumi dell’ed. corrente, ad eccezione delle
lettere. Il teologo mostra di aver percorso con impegno e
responsabilità gli scritti (il voto porta la data del 15 settembre
1913) e l’A. mostra di aver capito l’indole di rara semplicità e
profondità dell’anima di Gemma: egli è rimasto colpito
soprattutto dal «linguaggio celeste» delle Estasi (dette qui
«Colloqui»: p. 8). Le osservazioni sono divise in due classi: 1)
Cose ed espressioni che sembrano contrarie alla dottrina
cattolica. E risponde: «Sono pochissime ed ancora tali che
senza sforzo si possono interpretare in un senso accettabile ed
ortodosso» (p. 8). Il lettore, che ha una buona familiarità con
gli scritti della Santa, non potrà che trovarsi d’accordo. 2) Cose
ed espressioni singolari e straordinarie le quali però non
contengono niente di contrario né alla fede, né ai buoni
costumi (p. 10). Quanto poi alle lettere al P. Germano «…
(esse) esibiscono un tal carattere di sincerità, di umiltà e di
fiducia nel Direttore Spirituale, che non permette al lettore (non
già prevenuto contro la Serva di Dio) di pensarne male o
tenerla per una illusa. E lo stesso vale anche per le altre lettere
già esaminate fin qui o che seguono ancora» (p. 41). Il parere
finale (Votum) conferma le osservazioni precedenti: «Letti con
attenzione tutti gli scritti della Serva di Dio a me consegnati e
avendo riflettuto con diligenza anche su quelle cose che sopra
ho notato come singolari e straordinarie all’apparenza in
contrasto con la fede e la verità, dichiaro davanti a Dio di non
aver trovato nulla che meriti una nota teologica men che buona,
anzi di aver trovato molte cose che attestano la santità della
Serva di Dio» (p. 66).
La Commissione dei Cardinali della S.C. dei Riti il 9
dicembre 1913 giudicò opportuno (forse perché sembrò troppo
benevolo?) di sottoporre il lavoro e la conclusione del teologo
censore ad un ulteriore esame che il Promotore della Fede
giudicò opportuno affidare al Postulatore stesso della causa, il
P. Luigi Besi, Consigliere Gen. della Congregazione
Passionista, per la sua singolare conoscenza degli scritti di
Gemma. Il suo studio è denso di osservazioni teologiche,
storiche ed agiografiche e conferma punto per punto,
approfondendole, le osservazioni e le conclusioni del teologo
censore4. Fra le testimonianze a favore emergono quelle del
Card. P. Gasparri fervente devoto della Galgani, del Card. G.
Della Chiesa (poi Benedetto XV, compagno di studi del P. Besi
al Collegio Capranica) e quelle venute dalle terre di missione.
Fra queste ricordiamo quella entusiastica del dr. E. Sugita
dell’Università di Tokio per il quale «… la serafica vergine di
Lucca sembra essere stata posta in questo mondo per opporre il
suo candore e la sua umiltà ai sofismi della moderna filosofia,
invenzione del demonio» (p. 21). Più avanti è riportata la
recensione magistrale apparsa sulla Civiltà Cattolica (riportata
a p. 45 ss.) del gesuita p. Celi sugli scritti della Galgani (Anno
1909, vol. II, p. 727) e della Ciencia Tomista dei domenicani
spagnoli (n. VI, 1915, p. 122, riportate a p. 47 s.). Nella nota 1
di p. 49 s. si legge un’entusiastica recensione di L’Araldo
Cattolico, a. III, n. 9 ed a p. 50, sempre nella stessa nota, un
ampio elenco di riviste e giornali italiani ed esteri che hanno
riportato giudizi «egregi» (egregie) sulla vita e sugli scritti di
Gemma. Piace riportare il giudizio esatto ed equilibrato del (già

4
Lucana, Beatificationis et Canonizationis Dei famulae Gemmae
Galgani, Virginis, Positio super revisione scriptorum, Romae 1917 (pp.
168).
citato) Card. benedettino inglese A. Gasquet: «In questo libro
tutto mi sembra ammirevole e misterioso, e nel leggerlo si
sente la presenza di Dio, di Maria SS.ma, e degli Angeli, nel
mondo: e sopra tutto rimane la viva impressione dei patimenti
per noi sofferti dal N.S.G.C.» (p. 51). Questo lavoro paziente
ed acuto del P. Besi, eccellente teologo, ha costituito con la vita
scritta da P. Germano la piattaforma per il riconoscimento della
santità della Galgani: esso si raccomanda anche per l’ampiezza
della documentazione e la profondità della conoscenza della
letteratura mistica e agiografica.
Sotto il profilo teologico il P. Besi mette in rilievo,
come il precedente censore, che non si può sempre esigere da
Gemma la precisione perfetta della terminologia teologica, ma
che per il contenuto della sua dottrina è esatto e profondo,
come anche noi avremo occasione di ricordare. Il P. Besi
ricorre anche alle testimonianze del Summarium della Causa
(p. es. p. 124 ss.).
III. - Nova Positio super virtutibus, Roma 1928 (pp. 27,
132, 78, 448, 124). Va segnalato il Voto, qui incluso (di p. 78)
del Rev.mo Mons. G. Antonelli, dottore e professore di scienze
naturali, sui fatti straordinari di Gemma: «Se i fatti straordinari
di Gemma Galgani si possano attribuire a cause patologiche o
diaboliche o alla forza dell’immaginazione e
dell’autosuggestione». La risposta, solidamente ragionata come
conviene ad un uomo di scienza, è sempre nettamente negativa:
«Tutti i fatti straordinari (sono) di natura divina e quindi
provengono da Dio che volle decorare la sua Serva con tante e
così grandi grazie singolari, ad eccezione probabilmente del
sudore di sangue» (p. 74). Per quest’ultima eccezione: vedi p.
68 ss., a p. 71 si fa un confronto fra i fenomeni di Gemma e di
quelli di Teresa Neumann, lasciando sub indice il caso della
veggente tedesca poiché non era stato esaminato ancora. Il voto
del prof. Antonelli è stato pubblicato anche separatamente: Le
Estasi e le Stimmate della beata Gemma Galgani (Isola del Liri
1933). L’Antonelli ha creduto opportuno premettere alcune
nozioni generali sulle estasi e sulle stimmate, che Dio ha
concesso a diversi santi, affinché siano apprezzati nella giusta
luce i doni soprannaturali della Galgani.
N.B. - 1. I riferimenti biografici sono presi dalla
monumentale trattazione del P. Enrico Zoffoli, C.P., La povera
Gemma, II ed., Roma, 1957: la parte storica s’intreccia con
l’alta teologia.
2. Le «lettere inedite», in gran parte spezzoni, mi
furono gentilmente comunicate dal P. Federico
dell’Addolorata, Postulatore dei Passionisti ed ora passato
all’eternità, che mi fu largo di consigli e indicazioni preziose.
A lui debbo anche una fotocopia della «Confessione generale»
od «Autobiografia» il cui originale è conservato nella foresteria
dei Santi Giovanni e Paolo in Roma. È in buona parte merito
suo se questi appunti vedono ora la luce5.

5
Devo un particolare ringraziamento al Rev.mo P. Fabiano
Giorgini, C.P., che ha accettato di rivedere il testo e di stendere la
presentazione, assieme alla prof. Sr. Rosa Goglia per la revisione delle
bozze di stampa. La stesura di questi appunti ha impegnato l’autore per più
di tre lustri e, nel nuovo clima del naturalismo post-conciliare, ha dovuto
bussare alla porta, ma invano, degli editori cattolici italiani più qualificati.
INTRODUZIONE

IL PROGETTO DI DIO
(Il mondo di Gemma)

«Il mio cuore è sempre unito a Gesù, e Gesù continua a


consumarmi. Caro mio Dio, vorrei in mezzo alle vostre fiamme
struggere tutta» (Lett. 111ª al P. Germano)1.
Sembra che tutti noi abbiamo lo stesso mondo: il
mondo della natura e della storia che ci circonda e ci contiene.
È il mondo dei giorni e delle notti, del circolare delle stagioni e
dello scorrere degli anni. È il mondo delle vicende terrene di
ciascuno nella famiglia, nella società, nella patria che gli
diedero lo spazio per muoversi incontro all’avventura
enigmatica della vita. È questo il mondo in cui ci incontriamo e
ci conosciamo: è il circolo dei pensieri e degli affetti che ci
muovono e ci agitano; l’alternarsi dei progetti e l’accendersi
delle speranze. È il mondo insomma delle gioie e dei dolori che
ci inseguono nella corsa del tempo che è fatta e intessuta di
evidenze e di misteri. Ma sembra anche che ognuno abbia il
«suo» mondo. E questo non solo perché «quand’ero bambino
parlavo come bambino, pensavo da bambino, ragionavo da
bambino» (I Cor., 13, 11), perché diverso è il mondo del
bambino e dell’adulto, ma anche perché la coscienza infantile
si sviluppa diversamente da bambino a bambino così che
ognuno si porta con sé nella vita lo sfondo della propria
infanzia – e vedremo con quale intensità questo appare nella
nostra Santa – e resta in attesa delle nostre scelte.

1
La lettera è del 22 giugno 1902 (p. 260), a meno di un anno prima
del suo beato transito (11 aprile 1903).
Ed è in funzione di queste scelte che ognuno si fa il
proprio mondo, lo fa e lo disfà, perché è un mondo che si
costruisce nello spazio sempre aperto della libertà: tanto più è
proprio e speciale, vorremmo dire isolato, il mondo dei santi,
quanto più essi furono dotati di carismi particolari ed
eccezionali, com’è il caso della nostra Gemma. Lei stessa l’ha
avvertito, come cercheremo di vedere nelle seguenti
annotazioni, e qualche volta ne fu sgomenta fino allo
smarrimento come un uccellino travolto nel turbine di una
tempesta.
Del tutto speciale quindi è il mondo del cristiano. Esso
non è solo spettacolo dei sensi, non soltanto oggetto della
investigazione scientifica e tecnica, non solo il campo del suo
lavoro, com’è per ogni uomo. È anzitutto il mondo della
creazione avvenuta in principio, fuori del tempo, e ciò significa
che per il cristiano il mondo che abitiamo ha una figura che
passa (I Cor. 7, 31), cioè ha il suo senso primo ed ultimo al di
là di sé, in Dio, nel Principio che l’ha tratto dal nulla e continua
a conservarlo e guidarlo con mirabile Provvidenza. È
soprattutto il mondo della Redenzione, avvenuta nel tempo per
riparare al peccato dell’uomo, accaduto al principio del tempo
e divenuto oggetto del mistero della misericordia di Dio in
Cristo, cioè dell’entrata di Dio nel mondo e nel tempo per
aiutare l’uomo a salvarsi dal peccato ch’egli continua a
commettere nel mondo e nel tempo.
Il mondo dei santi, cioè delle anime che si lasciano
attirare da Dio è ancora più speciale: non perché sia un altro
mondo cioè diverso da quello offerto e presente a ogni anima
grazie al lume della fede, ma perché questo lume è accolto e
vissuto con intensità maggiore e più alta. E più intenso diventa
il mondo dell’anima e più alto è il suo volo.
Dobbiamo dire allora che l’unico mondo vero è quello
del cristiano, perché illuminato, dalla sua origine fino al
termine dei secoli, dalla luce della fede che svela l’inserzione
del tempo nell’eternità con la creazione e dell’eternità nel
tempo con l’Incarnazione, dipanando il guazzabuglio della
storia, dei suoi errori e orrori, come una trama di storia sacra
qual è il progetto «nascosto dai secoli in Dio» (Ef. 3, 9). Più
vero di tutti è il mondo dei Santi, perché penetrato dalla divina
grazia che trasporta l’anima alla partecipazione della stessa vita
divina, in un flusso e riflusso di amorosa corrispondenza anche
se avvolta nel mistero – un mistero che diventa sempre più
acuto nei Santi – e Gemma l’ha sentito fino ai vertici del
dubbio e dello scoramento, come leggeremo presto.
Parlare del mondo di Gemma lo poteva solo Gemma.
Ed essa l’ha fatto, con umiltà, per ordine dei suoi direttori di
spirito, soprattutto nelle Lettere e negli Scritti autobiografici,
che hanno avuto varie edizioni sempre più curate nei
riferimenti storici e di ambiente. Ma sono ancora inedite le
lettere indirizzate a Gemma (ed a Cecilia Giannini) da parte di
P. Germano, di Mons. Volpi e degli altri corrispondenti. Le
citazioni che leggiamo nelle note alle recenti edizioni delle
Lettere e degli Scritti ci fanno desiderare l’intero testo per
ricomporre la trama del dialogo fra la santa fanciulla e i suoi
fortunati interlocutori. Sembra poi che Gemma stessa abbia
distrutti appunti e scritti vari, assorbiti forse per la maggior
parte nella stesura dell’Autobiografia. Si parla anche di alcune
lettere rimaste ancora inedite: non c’è da meravigliarsi che, in
oltre tre quarti di secolo che ci separano dalla sua morte, nei
quali la figura del mondo è così profondamente cambiata, sia
andato smarrito del materiale forse anche importante. Ma anche
così come l’abbiamo, quello che ci resta costituisce un tesoro
fra i più notevoli della spiritualità cristiana. L’altra fonte,
certamente di altro livello e quasi riflesso, sono le
testimonianze raccolte nei Processi informativi: anche se
frazionate secondo lo schema teologico delle virtù cristiane,
esse forse ci danno, con toni più immediati e accessibili, il
mondo storico e quotidiano di Gemma.
Il primo effetto dello Spirito Santo nell’anima della
Beata Vergine, come preparazione alla Maternità divina, è stato
(secondo S. Tommaso) quello di «produrre nella sua anima –
ch’era già esente da ogni peccato – uno stato di raccoglimento
totale»2. Di Gemma possiamo dire che la concentrazione della
sua anima crebbe di anno in anno in direzione di questa unità
vitale, ma che l’unum era la coscienza dolorosa dei suoi peccati
e la compassione dei dolori di Cristo. Quando nel gennaio 1900
p. Germano assume, accanto al confessore mons. Volpi, la
direzione della sua anima, Gemma era già conformata a Cristo
crocifisso e spasimante di vivere crocifissa con lui. A
fondamento di questa sua missione e testimonianza nella
Chiesa di Dio è la convinzione che Cristo è venuto al mondo,
ha patito ed è morto, e continua a patire per i peccati degli
uomini – d’accordo con Cristo stesso quando afferma che il
«Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò ch’era
perduto» (Luc. 19, 10). Con San Paolo: «Cristo venne nel
mondo a salvare i peccatori di cui io sono il primo» (I Tim. 1,
15). Con Sant’Agostino che commenta il testo lucano:
«Dunque, se l’uomo non avesse peccato, il Figlio dell’uomo
non sarebbe venuto»3 e con la Glossa secondo la quale «… non
c’era nessuna causa che Cristo Signore venisse se non per
salvare i peccatori. Togli la malattia, togli le ferite e non c’è più
bisogno nessuno della medicina»4.
Ma in Gemma, come del resto in ogni anima mistica e
soprattutto negli stigmatizzati, questa convinzione è diventata

2
L’espressione latina, bellissima, è quasi intraducibile: «…
mentem eius magis in unum colligens et a multitudine sustollens» (S. Th.
IIIª, q. 27, a. 3 ad 3um).
3
Sermones ad populum, Sermo 174, c. 2 (P.L., 38, col. 940).
4
Testi citati da San Tommaso: S. Th. IIIª, q. 1, a. 3, Sed contra.
una realtà vissuta di dolore e di amore, una convinzione
profonda – si badi bene, poiché ci sembra consistere in questo
la peculiarità della loro esperienza mistica e insieme (di
conseguenza) della loro missione ecclesiale – ch’essa, Gemma,
è la più grande peccatrice, che ha peccato più di tutti gli
uomini, come diremo. Di qui il secondo momento della sua
esperienza ch’è la «presenza viva» nella sua anima dei dolori di
Cristo nella «presentazione in atto», (e non sempre
«rappresentazione di fantasia», anche se si tratta di estasi)5, dei
principali tormenti fisici e morali della Passione di Cristo. Il
terzo momento è la partecipazione stessa di Gemma alle
sofferenze di Cristo in una crescente tensione di repulsione –
attrazione ch’è il conflitto umiliante in ciascuno di noi fra la
natura corrotta e i movimenti misericordiosi, operanti in noi,
delle comunicazioni della grazia.
Conosciamo la precoce «esperienza del Crocifisso» di
Gemma che lei fa risalire alla sua prima età quand’era accanto
alla sua santa mamma («quando ero piccina» dice
nell’Autobiografia) e che rimase nella sua anima come un
fuoco sotterraneo e apparve la sostanza della sua
predestinazione e vocazione. Questo fuoco cominciò a
divampare e venire allo scoperto, a invaderla tutta, dopo la
guarigione del marzo 1899 e pertanto nel fiore dell’età e della
salute miracolosamente riacquistata. La grave e dolorosa
malattia le aveva dato – alla sensibilità, dotata di eccezionale
5
Le estasi nell’ordine soprannaturale sono eventi nel tempo cioè
comunicazioni reali di Dio all’uomo; esse accompagnano la rivelazione
divina sia nel Vecchio come nel Nuovo Testamento e si distinguono tanto
per l’oggetto, altamente spirituale e morale, come per l’origine prima ch’è
la potenza di Dio elevante la creatura ad una sfera di vita superiore con tale
intensità di unione con Dio da togliere ogni sensibilità al corpo con la totale
assenza alla realtà dell’ambiente (Cfr.: T. ALVAREZ, Estasi, in Dizionario
Enciclopedico di Spiritualità, Roma 1975, pp. 728-732). Per le estasi di
Gemma, secondo le testimonianze dei Processi apostolici, vedi: E. ZOFFOLI,
La povera Gemma, ed. citata, pp. 406 ss.
profondità, della sua anima – l’esperienza del nulla della vita,
del vuoto dei suoi piaceri e miraggi e della liberazione
agognata nella meditazione della morte. Quando arrivò p.
Germano, la sua missione fu soprattutto quella di «difendere»
Gemma, già totalmente immersa nel mistero della Passione di
Cristo, dai pericoli e dall’incomprensione dell’ambiente e dai
crescenti assalti dello spirito del male.
I suoi veri maestri alla scuola del Crocifisso, dopo le
prime (decisive tuttavia) impressioni infantili, prima con la
mamma e poi con le buone suore di s. Zita (sr. Camilla
Vagliensi prima e sr. Giulia Sestini poi) sono stati la Madonna,
l’Angelo Custode e san Gabriele, soprattutto Gesù stesso. La
Santa infatti confessa: «Una volta sola ho veduto Gesù
sdegnato con me, e mille volte desidererei soffrire le pene
dell’inferno in vita, che trovarmi davanti a Gesù inquietato e
pormi davanti agli occhi il quadro orribile dell’anima mia»6.
Quando, già signorina, all’età di 19 anni le muore il babbo
affettuosissimo con lei e lei premurosissima nell’assisterlo
nella terribile malattia fino alla morte7, è Gesù che interviene:
«Gesù in quei giorni di dolore si faceva tanto più sentire
nell’anima mia… così che trassi una forza [sì] grande che
sopportai l’acerba disgrazia assai tranquilla. E il giorno che
morì, Gesù mi proibì di perdermi in urli e pianti inutili e lo
passai pregando e rassegnata assai al volere di Dio che in
quell’istante prendeva Lui le veci di Padre Celeste e Padre
Terreno» (Autob. p. 239). Quel «… perdermi in urli e pianti
inutili» indica da sé la maturità dell’esperienza della Croce.
Anche prima leggiamo, quando maturava la vocazione
religiosa, che Gesù le «dava lumi chiari» (Autob. p. 235). Un
episodio, pochi mesi prima dell’impressione delle Stimmate,
dell’aprile 1899: Gemma – così lei racconta – aveva

6
Autobiografia, p. 238.
7
Morì il giorno 11 novembre 1897 sembra per un cancro alla gola.
partecipato a un discorso un po’ frivolo con due ragazze,
amiche di una sua sorella: «Ma la mattina Gesù me ne fece un
rimprovero sì forte, che il terrore mio fu tanto grande che avrei
desiderato non parlar più e non vedere più nessuno». Il
magistero di Gesù era continuo: «Gesù continuava intanto a
farsi sentire ogni giorno di più all’anima mia e riempirmi di
consolazioni, e io al contrario a voltargli le spalle e offenderlo
senza dolore alcuno» (Autob., p. 255). Alla prima apparizione
dell’Angelo Custode8, Gemma è già diciottenne e la prima
lezione è l’ammonizione al distacco da tutte le cose terrene
(«… l’orologio d’oro conla catena» che le era stato regalato
dalla madrina, la contessa Guinigi): «Ricordati che i monili
preziosi che abbellano una sposa di un Re Crocifisso, altri non
possono essere che le spine e la croce». Parole e apparizione
che le fecero «paura», ma obbedì, si levò pure un anello che
aveva al dito «… e da quel giorno non ho più avuto nulla»
(Autob., p. 235).
L’ Angelo la sorregge e la conforta durante gli
scoraggiamenti della terribile malattia. In particolare… «Una
sera, inquieta più del solito, mi lamentavo con Gesù, dicendo
che non avrei più pregato e chiedevo a Lui in che modo mi
faceva stare così malata». Ed ecco l’intervento celeste:
«L’Angelo mi rispose così: Se Gesù ti affligge nel corpo, fa per
sempre più purificarti nello spirito. Sii buona!» E osserva con
umile candore: «O quante volte nella mia lunga malattia mi
faceva sentire al cuore parole consolanti! ma mai ne facevo
conto» (Autob., p. 243).
E dopo la guarigione l’Angelo le sta accanto, diventa il
suo maestro di vita spirituale: la rimprovera – confessa la Santa
– per ogni più piccola mancanza, esorta a parlar poco e solo
quando veniva interrogata e le insegna come doveva stare alla

8
Sui rapporti, che diventano sempre più familiari e affettuosi, con
l’Angelo Custode, vedi: E. ZOFFOLI, La povera Gemma, ed. cit. pp. 459 s.
presenza di Dio. E usava la maniera forte: «Una volta che
quelli di casa parlavano di una persona e non ne dicevano tanto
bene, io volli metterci bocca, e l’Angelo bello forte mi fece un
gran rimprovero. M’insegnava a tenere gli occhi bassi, e fino in
Chiesa bello forte mi rimproverava, dicendomi: «Si sta così
alla presenza di Dio?». E altre volte mi gridava in questo
modo: «Se tu non sei buona, io non mi farò più vedere da te»
(Autob., p. 251). L’Angelo l’assiste nell’Ora di agonia, fatta
privatamente, il Venerdì Santo 31 marzo 1899: «… Non fui
sola: venne con me l’Angelo mio Custode e pregammo
insieme; assistemmo Gesù in tutte le sue pene, compatimmo la
Mamma nostra nei suoi dolori. Non mancò però il mio Angelo
di farmi un dolce rimprovero, dicendomi che non piangessi
quando avevo da fare qualche sacrificio a Gesù, ma ringraziassi
quelli che mi davano occasione di farmeli fare». Quando entra
p. Germano a dirigerla e le ordina di scrivere la «Confessione
generale» (l’Autobiografia) e lei pensava di limitarsi ai peccati;
ecco che «… l’Angelo suo [di p. Germano] mi ha rimproverato
dicendomi che obbedisca…». Intanto: «l’Angelo mi ha
promesso di aiutarmi a farmi venire in mente ogni cosa» (p.
221). Mentre, nella sua umiltà, continua ad accusarsi di nuovi
peccati e che Gesù non era contento «di lei, tuttavia mi
consolava, mandava l’Angelo custode a farmi da guida in
tutto» (Autob., pp. 253 s.). L’Angelo esige da lei obbedienza
assoluta al confessore e interviene per farle togliere la fune,
tolta dal pozzo e annodata, di cui si era cinta la vita, perché
mancava il permesso del confessore (pp. 255 s.). E l’Angelo è
presente all’impressione delle Stimmate, alla destra della
Madonna, il quale «… per il primo mi comandò di recitare
l’atto di contrizione». Avvenuta la divina comunicazione della
partecipazione cruenta alla Passione di Cristo, è ancora
l’Angelo che le accorre in aiuto: «Mi coprii alla meglio quelle
parti, e poi, aiutata dall’Angelo mio, potei montare sul letto».
E, nella nuova vita, è l’Angelo sempre pronto a stimolarla
quando (secondo lei) si rilassava: «L’Angelo più volte mi
avvisava, dicendomi che se ne sarebbe partito per non farsi più
vedere, se avessi continuato in quel modo; io non obbedii ed
esso se ne andò, ovvero si nascose per più tempo»9.
Già sappiamo che nella stesura della «Confessione
generale» o Autobiografia l’Angelo le detta «parola per parola»
(p. 237).
La dimestichezza di Gemma con l’Angelo suo, con
l’Angelo di S. Gabriele e di P. Germano: gli Angeli riempiono
il mondo celestiale di Gemma. Nel diario del luglio-settembre
1900, l’Angelo le è sempre accanto: la conforta «per rimettermi
in pace» dopo una tentazione, la protegge con le sue «ali
spiegate», la rimprovera e «il mio Angelo Custode non mi
manca», l’esorta a soffrire: «Tu sei degna solo di essere
disprezzata, perché hai offeso Gesù». E deliziosamente, con
una scena di Paradiso che bisogna riportare nel testo originale:
«Poi [l’Angelo] mi fece tornare quieta; si mise a sedere accanto
a me, e mi diceva ammodino ammodino: «O figlia, ma non sai
che tu devi essere in tutto conforme alla vita di Gesù? Egli patì
tanto per te, e tu non sai che devi in ogni occasione patire per
Lui? E poi perché dai questo dispiacere a Gesù? Egli patì tanto
per te, e tu non sai che devi in ogni occasione patire per Lui? E
poi perché dai questo dispiacere a Gesù, di lasciare ogni
giorno, la meditazione sopra la Passione?». Era vero: mi
ricordai che la meditazione sulla Passione la faccio solo il
Venerdì e Giovedì: «Devi farla ogni giorno, ricordatelo».
Infine mi diceva: «Coraggio, coraggio! questo mondo non è
mica il luogo del riposo: il riposo sarà dopo morte; ora tu devi
patire, e patire ogni cosa, per impedire a qualche anima la
morte eterna». Lo pregai tanto che dicesse alla Mamma mia di

9
E un periodo prima; «Non miglioravo punto, ogni giorno
commettevo peccati senza numero, disobbedienze, al Confessore non gli ero
mai nulla sincera e sempre nascondevo qualche cosa» (Autob., p. 263).
venire un po’ da me, che avrei tante cose da dirgli; mi disse di
sì. Stasera però non è venuta» (p. 181)10. L’invoca per liberarsi
dal diavolo: «Chiamai l’Angelo Custode, aprì le sue ali, si posò
accanto a me, mi benedì e berliffo scappò. Sia ringraziato
Gesù» (p. 184). Ma l’Angelo assolve con impegno il suo
dovere: «L’Angelo Custode, ogni volta che faccio male una
cosa, mi castiga: non passa sera che non ne abbia» e la
minaccia che se non dice tutto al confessore verrà il diavolo (p.
176).
In questo magistero di assistenza angelica Gemma
supera forse le storie dell’agiografia più ardita. Il 29 agosto
aspetta invano Gesù: «Solo l’Angelo Custode non cessa di
vigilarmi, di istruirmi e darmi dei savi consigli. Più volte al
giorno mi si fa vedere e mi parla. Ieri mi tenne compagnia
mentre mangiavo, però non mi forzava, come fanno gli altri.
Dopo che ebbi mangiato, non mi sentivo niente bene; allora lui
mi porse una tazzina di caffé sì buono, che guarii subito, e poi
mi fece anche un po’ riposare. Tante volte gli faccio chiedere a
Gesù se lo lascia tutta la notte con me; va a dirglielo, poi torna
e non mi lascia fino alla mattina, se Gesù glielo permette» (p.
213 s.) L’Angelo l’aiuta a prepararsi alla confessione e, quando
la Madonna si allontana, si mantiene con lei «… affabile e

10
Altri rimproveri dell’Angelo: giovedì 9 agosto (p. 191), il 2
settembre (p. 217: scena deliziosa!). Anche prima: «mi rimproverò anzitutto
della svogliatezza nella preghiera; parecchie altre cose mi ricordò: tutto
sempre riguardo agli occhi, minacciandomi severamente. Ieri sera in chiesa
di nuovo mi ricordò ciò che mi aveva detto il giorno, dicendomi che dovevo
poi renderne conto a Gesù. Infine, prima di andare a letto, nell’atto di
chiedergli la benedizione, mi avvisò che Gesù oggi, 20 agosto, voleva farmi
dare un assalto dal demonio, e questo perché ero stata per qualche giorno
trascurata nella preghiera. Mi avvisò che il demonio avrebbe fatto ogni
sforzo per impedirmi di pregare, massime con la mente per tutt’oggi, e mi
avrebbe privata anche delle sue visite (voglio dire dell’Angelo Custode), ma
solo per oggi» (p. 202). La guarda «… con un viso così severo da
spaventare […] Mi lanciava certi sguardi sì severi…» (p. 210).
allegro fino alla mattina» (p. 209). E alle volte ella parla ore
intere «con l’Angelo» (p. 215).
Si può dire, e anche l’Epistolario ne è una conferma,
che ormai la vita di Gemma è un continuo traffico angelico:
«Quando la sig.a Cecilia si assenta, scrive a Mons. Volpi,
l’Angelo Custode ne prende le veci» e lei teme che gli altri di
casa lo vedano: «… se mai ci pensi Lei a dirgli che stia
nascosto» (Lett. 36ª, p. 361). Ed è l’Angelo pronto a
sorreggerla quando un fratello11, si mise a bestemmiare (Lett.
44ª, p. 372 s.).
E c’è anche il «caro Angelo» di P. Germano e anche qui
una scena di Paradiso: «Oggi è comparso pure il suo Angelo.
Quanto era bello! La stella lucente che sempre posa sul Suo
Capo, quanto risplendeva di più! Si figuri, è venuto in cucina
mentre Mea faceva le polpette! Io ero a vederle fare, e
pensavo… pensavo (io sa, babbo mio, credo, senta cervello
piccino, credo che quello che soffro sia tanto; si immagini, è un
po’ di cuore che si vorrebbe allargare, e vorrebbe rompersi) a
Gesù e lo ringraziavo così: “O Gesù, io vi ringrazio; io soffro,
ma poi mi farete venire in Paradiso, è vero?”. Ho sentito allora
posarmi una mano sulla fronte e alzarmi il capo. Era l’Angelo
Suo, e mi ha detto: “Dunque, figlia, se hai la dolce speranza di
regnare un giorno con Gesù e Maria in Cielo, perché non soffri,
e fatichi con un po’ più di forza e coraggio?”. Terminate queste
parole, mi ha baciata, e se n’è andato via, e mi ha lasciata
contenta contenta. Io dico che proprio Mea non se ne sia
avveduta, perché dopo non mi ha accennato a nulla» (Lett. 61ª,
pp. 163). Nella bellissima lettera 114ª, verso il 20 luglio 1902,
leggiamo che l’Angelo le tiene compagnia «per due giorni di
fila» (il 14 e il 15) ed ecco, fra l’altro, quel che accade: «Alla
presenza del buon Angelo feci quasi tutta (dirò così) la

11
Sembra fosse il fratello Ettore, di cui daremo una testimonianza
di uno dei figli tuttora vivente.
confessione. Quanto bene mi dimostrò di volermi! Mi guardava
sì affettuosamente!… E quando fu per partire (ché mi accorsi,
perché mi si avvicinò e mi baciò in fronte), lo pregai a non
lasciarmi ancora, ed Esso: “Bisogna che vada”. “Va pure, – gli
dissi – saluta Gesù”. Mi dette un ultimo sguardo dicendomi:
«Non voglio più che tu intraprenda discorsi con le creature:
quando vuoi parlare, parla con Gesù e con l’Angelo tuo» (p.
273)12.
In questo «commercio angelico» le estasi non sono da
meno. Nell’Estasi 15ª li invoca: «… Angeli del cielo,
inchinatevi tutti con me, per la Passione di Gesù» (p. 23).
Chiede all’Angelo Custode di inviarle Confratel Gabriele (E.
43ª , p. 68). L’apice di questo magistero angelico per l’amore
della croce è forse nella Lett. 54ª a p. Germano del Venerdì
Santo, 5 aprile 1901: «O quanto mi voleva bene l’Angelo Suo!
Mi diceva che fossi contenta, che Gesù sta nel mio cuore che
avrò da patire tanto tanto… E a queste parole, senza
avvedermene, mi venivano le lacrime agli occhi. La carnaccia
si vuol sempre rivoltare, ma l’addomesticherei bene io, se
potessi ottenere da Lei di… fare. L’Angelo mi ha benedetta e
se n’è andato gridando: “Viva Gesù! Viva la croce di Gesù!”
(p. 147)13.
L’Angelo porta le lettere a p. Germano, le detta la
mirabile considerazione sull’Annunciazione quale abbiamo
riferita. Così possiamo dire che gli Angeli creano, purtroppo
assieme al diavolo e ai diavoli, l’atmosfera esistenziale in cui si
è svolta questa eccezionale vita di testimonianza del
soprannaturale.
12
L’Angelo suo non è così severo – scrive quasi compiaciuta –
come quello di p. Germano e, dopo che lui è partito, viene ogni sera a
benedirla! (Lett. 13ª, p. 38).
13
Perciò supplica: «Mandi spesso l’Angelo» (Lett. 68ª p. 181).
Nell’Estasi 54ª Gemma conversa con l’Angelo di p. Germano e gli dice di
prepararsi «… a una bella sgridatina», perché lei era in castigo! (p. 84).
Maestro prediletto della sua vita spirituale e della
consacrazione alla Croce è stato però Confratel Gabriele
dell’Addolorata14 (allora Venerabile), guida celeste della sua
vocazione passionista.
Egli fa il suo ingresso nella vita della Santa in modo
occasionale durante la grave malattia del 1898-99. Fu una
signora, ch’era solita farle visita, che le portò la vita alla quale
però essa non diede allora nessuna considerazione. Anzi
l’Autobiografia nello stile realistico proprio di Gemma ci dice:
«Quasi con disprezzo lo presi e lo posi sotto il capezzale».
Quella signora le suggerì di raccomandarsi a lui e in casa lo
pregavano per la sua guarigione. Ella si scosse solo in
occasione di una grande tentazione nella quale il diavolo la
lusingava che se andava con lui l’avrebbe guarita e lui…
«avrebbe fatto tutto quello che avessi voluto». La poveretta
stava per cedere, ma si ricordò del Ven. Gabriele e gridò forte:
«Prima l’anima e poi il corpo!». Ma la tentazione tornò alla
carica e questa volta la povera Gemma implorò il soccorso di
Confratel Gabriele e «… col suo aiuto vinsi; tornai in me, feci
il segno della S. Croce e in un quarto d’ora tornai a unirmi col
mio Dio, da me tanto disprezzato. Mi ricordo che quella sera
stessa cominciai a leggere la vita di C. (Confratel) Gabriele. La
lessi più volte: non mi saziavo mai di rileggerla e ammirare le
sue virtù e i suoi esempi» (p. 244).
Così Gemma aveva trovato il suo «Protettore»,
com’ella lo chiama, prima ancora di conoscere i Passionisti.

14
Queste note erano già redatte quando, verso la fine del 1978,
uscì il pregevole studio di Carmelo Naselli C.P. «Sorella mia…», S. Gemma
Galgani e S. Gabriele dell’Addolorata. Tra il visibile e l’Invisibile (Ed. Eco,
Teramo 1978), al quale rimandiamo chi volesse seguire, passo per passo,
questa eccezionale «super-direzione spirituale» che rivela tutta la semplicità
dell’anima di Gemma ma insieme nasconde la profondità ancora inesplorata
(e forse inesplorabile) della sua vocazione alla singolare conformità con la
Passione di Cristo.
Difatti una notte se lo vide comparire: Gemma aveva già fatto
il voto di verginità e il santo la esorta: «Gemma, fai pure il voto
di essere religiosa, ma non ci aggiungere altro»15. Ed ecco il
seguito di questa scena profetica, come noi oggi la possiamo
capire: «Perché?» domandai. E Lui mi rispose facendomi una
carezza sulla fronte. «Sorella mia!» mi disse guardandomi e
sorridendo. Non capivo nulla di tutto questo; per ringraziarlo
gli baciai l’abito; si tolse il cuore, quello di legno [che i
Passionisti portano sul petto], me lo fece baciare, e me lo pose
sul petto sopra i lenzuoli, e di nuovo mi ripeté: «Sorella mia!».
Sparì (Autob., p. 246). Ed è san Gabriele che nei giorni della
novena alla beata Margherita Maria per ottenere la guarigione
veniva «ogni sera» e le posava la mano sulla fronte e recitava
insieme le preghiere. L’assistenza di san Gabriele le è di
particolare efficacia contro le tentazioni del diavolo. A Mons.
Volpi nella Lett. 40ª scrive: «La Madonna prima mi aveva
detto: ‘Eccoti all’assalto. Durerà fino che non hai potuto avere
nelle mani l’immagine di Confratel Gabriele’. È stato vero; ho
faticato per averlo, ma l’ho potuto dire, e sono rimasta libera»
(p. 367)16. Il Santo poi l’assicura, scrive a Mons. Volpi nella
Lett. 43ª, che l’avrebbe liberata da tutte le specie di tentazioni e
vessazioni diaboliche (p. 372) e nella precedente Lett. 42ª il
Santo le mette («mi parve») una mano sul capo e le fa ripetere

15
La riserva, suggerita da san Gabriele, si mostrerà quanto mai
opportuna nel seguito della vita della Santa che passerà di delusione in
delusione nella sua ardente aspirazione, apparentemente confermata anzi
garantita dalle voci celesti, di seppellirsi in un monastero di Suore
Passioniste da fondarsi in Lucca (vedi l’eccellente esposizione di C. Naselli,
«Sorella mia…», cit. spec. III. p. 57 ss.) - Il problema però, a nostro debole
avviso, nasconde ancora non poche oscurità, almeno dal punto di vista della
fenomenologia religiosa.
16
Anche nella seguente Lett. 41ª, nella quale S. Gabriele appare
assieme ad un «vecchio passionista» (S. Paolo della Croce, secondo gli
editori) e vien trattato prima l’affare delle tentazioni del diavolo e poi la
faccenda del convento (p. 369).
per tre volte: Ab insidiis diaboli, libera nos, Domine, mi parve
che mi benedisse [sic!] e mi lasciò libera (dalle vessazioni). Le
infestazioni diaboliche sarebbero cessate solo se fosse entrata
in convento (p. 370). Anche nel Diario del 23 luglio 1900,
durante una vessazione del «… solito omino nero, piccino
piccino» viene Confratel Gabriele che la benedice: «… con
certe parole latine che mi sono rimaste in mente»17 e le
promette per il sabato una visita della Madonna e il dono della
cintola (p. 173).
Gemma è tutta trasferita in questo mondo di visite e
personaggi celesti – Gesù, la Madonna, l’Angelo Custode, San
Gabriele… – coi quali discute i problemi della sua anima e
della sua devozione. Sappiamo ancora dal Diario che Gesù, la
Madonna e San Gabriele li vede in estasi («via con la testa»),
mentre «… quando viene l’Angelo Custode, sono svegliata» (p.
182): così il 31 luglio, e l’espressione è ripetuta il mercoledì e
giovedì 1º e 2 agosto: «Di quando in quando il mio Angelo
Custode mi diceva qualche cosa, ma sempre però svegliata»
(ibid.).
Nella lett. 1ª a p. Germano il richiamo alla vocazione
passionista da parte di San Gabriele è ancora più esplicito:
«Non temere, sarai Passionista…» e glielo continua a ripetere:
«… tutte le sere» quando le appare dalle 11 alla mezzanotte,
fino a presentarle le 7 persone (e ne riconobbe tre che
avrebbero dato inizio alla fondazione di Lucca [… tra 21
mesi!] assieme alla signorina che avrebbe poi dato l’ultimo
colpo) (p. 7)18. Sappiamo già che, malgrado le esplicite
assicurazioni del Santo all’ansiosa fanciulla, le cose andarono
diversamente e Gesù stesso del resto la mise subito in guardia:
«Ma sai, figlia mia, che vi è una vita ancor più beata di quella
in convento?» (Lett. 7ª, p. 23). E il santo continua ad

17
Forse quelle della Lett. 42ª a Mons. Volpi.
18
Non si sa chi fosse questa signorina.
accenderla nel desiderio del convento, come scrive nella Lett.
10ª: «Avesse veduto come parlava! e con quanta forza! Gli
occhi gli sfavillavano, sembravano due lumi […]. Mi parlò
assai del nuovo convento. Quanto si lamenta di lei, e ancora del
P. Ignazio e anche di un certo P. Consultore, che non so chi sia,
perché ve ne state lassù senza neppur pensare che presto…» (p.
31).
Tale il mondo di Gemma: i doni singolari e le divine
comunicazioni diventano prova della sua fede e tappe del suo
martirio che le rimarrà nascosto, eppure sempre più presente e
intenso fino alla morte; anche le promesse divine, più
categoriche, per lei faranno apparentemente fallimento. E,
soprattutto, questo costituisce l’attualità-inattuale del suo
magistero spirituale. Il suo mondo così irreale, perché
apparentemente fuori di questo mondo, è attraversato di
continuo da umani eventi spesso meschini di questo mondo, e
la volontà di Dio dichiarata nel modo più esplicito è ostacolata
dall’incrociarsi confuso della fiacca volontà degli uomini, così
permettendo Iddio. Così il suo vero maestro, sul piano
esistenziale, è stato il dolore col fallimento della sua
aspirazione più ardente, cioè quella del convento con la
destinazione a «convento ben più alto» di purificazione, come
Gemma stessa riconosce, ch’è il magistero vivo del Christus
patiens.
CAPITOLO PRIMO

IL MISTERO SALVIFICO DELLA PASSIONE DI


CRISTO

1. La Passione di Cristo, fonte della vita


soprannaturale

L’insidia più grave nella vita dei cristiani, ed anche


nella teologia, è quando il soprannaturale sembra bandito o
perlomeno ignorato: si può dire pertanto, e senza esagerare, che
la «crisi del soprannaturale» ha toccato negli ultimi tempi uno
dei vertici più acuti nella storia della chiesa, a causa della
cosiddetta «svolta antropologica» cioè al ritorno di fiamma del
modernismo che S. Pio X aveva cercato di debellare all’inizio
del secolo, seguito dai suoi successori.
a) - La Passione di Cristo, fonte della partecipazione
soprannaturale alla grazia e alla gloria.
Dobbiamo allo stravagante segretario del confessore di
Gemma, come si è visto, la preziosa testimonianza che S. Pio X
vedeva nelle virtù e nei carismi straordinari dell’umile vergine
di Lucca un potente richiamo per il soprannaturale, offuscato
anche nel mondo cattolico per l’insidiosa penetrazione del
soggettivismo moderno con un ritorno al naturalismo. La prima
conseguenza era l’offuscamento della stessa dignità naturale
dell’uomo.
L’uomo in virtù dell’anima spirituale, ch’è stata creata
ad «immagine e somiglianza di Dio» (Gen. 1, 27)1, partecipa a

1
Dal che procede, secondo S. Tommaso, che in questo dipende da
S. Giovanni Damasceno, che l’uomo «… è principio delle sue opere in
suo modo, cioè quello di creatura finita, alla vita divina ch’è
l’intendere e il volere. Di più ancora: mentre le altre creature si
limitano a mostrare una similitudine di Dio con l’uno o con
l’altro degli attributi propri della divinità, la creatura spirituale
è invece «capace di Dio», qualora Dio stesso si degni di
elevarla a sé, e dice ordine immediato a Dio come al termine e
compimento della propria perfezione e felicità. S. Tommaso
riassume lucidamente la tradizione teologica: «Solamente la
creatura razionale è capace di Dio perché essa sola lo può
conoscere e amare esplicitamente» (De Veritate, q. 22, a. 2, ad
5). «Solamente la creatura razionale ha un ordinamento
immediato a Dio…» (S. Th. IIª-IIae, q. 2, a. 3). Di qui anche si
può capire in qualche modo (post factum) la congruenza
dell’Incarnazione ossia dell’unione personale del Verbo con la
natura umana in Cristo (S. Th. IIIª, q. IV, a. 1 ad 2).
In virtù della sua spiritualità allora l’anima ha una
specie di destinazione virtuale al possesso di Dio ed a
partecipare della sua vita nell’eternità. Questa partecipazione è
già comunicata qui in terra mediante la grazia santificante, che
ci è stata meritata dalla Passione di Cristo. Il concetto che
l’uomo per la sua natura spirituale fosse affine a Dio non era
sconosciuto al paganesimo2; ma la grazia è sopra la natura

quanto ha il libero arbitrio ed il potere delle sue azioni» (S. Th. Iª-IIae,
Prologus). Cfr.: Io. Damascenus, De Fide Orthodoxa, lib. II, c. 12; ed. B.
Kotter, Berlin-New York 1973, p. 76, bl. 19-21).
2
Lo ricorda S. Paolo nel discorso all’Areopago: «E non è già
ch’egli sia lontano da ciascuno di noi, poiché in lui noi abbiamo la vita, il
movimento e l’essere, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Noi
siamo progenie di lui» (Atti 17, 28). Gli editori rimandano ad Arato (Phaen,
5). Si può ricordare anche Cleante: «Il più glorioso degli Immortali, tu che
sei invocato sotto tanti nomi, eternamente onnipotente. […] Io ti saluto:
poiché ogni uomo, senza empietà, può indirizzarti la parola: poiché è da te
che noi viviamo…» (Stobeo, Eclog. I, 1, 12; Stoicorum Veterum Fragmenta,
ed. Io, von Arnim, Teubner, rist. Stuttgardiae 1964, t. I, nr. 537, p. 121 -
umana. La grazia pertanto, mentre restituisce all’anima
l’immagine di Dio deformata dal peccato, eleva l’anima stessa
alla partecipazione del modo divino di essere e di operare e
questo per le virtù teologali e i doni dello Spirito Santo che
sono fondati sulla grazia stessa. Così per la grazia santificante
l’anima «… diventa partecipe del Verbo divino e dell’Amore
procedente così da poter liberamente conoscere Dio in verità ed
amarlo con rettitudine nel modo che resta in suo potere»…
godere della persona divina e fare uso del suo affetto3 cioè
produrre operazioni divine. E questa è la santità cioè il modo di
operare divino che Dio concede, con le operazioni misteriose
dell’Umanità di Cristo presente nei Sacramenti, alle anime in
grazia.
E Cristo, Verbo Incarnato, ci ha meritato il perdono dei
peccati e la vita della grazia mediante la sua Passione e Morte,
secondo la mirabile dichiarazione dell’Angelico: «Fu
conveniente che l’uomo fosse liberato mediante la Passione di
Cristo e alla misericordia e alla giustizia. Alla giustizia invero,
perché con la sua Passione Cristo soddisfece per i peccati
dell’uman genere e così l’uomo è stato liberato mediante la
giustizia di Cristo; alla misericordia poi perché non potendo
l’uomo soddisfare da se stesso al peccato di tutta la natura
umana, Dio gli diede il suo Figlio per dare soddisfazione»4. S.
Tommaso insiste quindi nella corruzione fondamentale del «…
peccato comune di tutta la natura umana»5 e questo ci apre uno

Cfr.: A. I. Festugiere, La Revelation d’Hermigès Trimégiste, II. Le Dieu


cosmique, Paris 1949, p. 311).
3
S. Th. Iª, q. 38, a. 1. Per altri testi di questa mirabile riflessione
tomistica sul testo petrino che chiama i rigenerati in Cristo «partecipi della
divina natura» (II Petr. 1,4) vedi: La nozione metafisica di partecipazione,
ed. cit., p. 304 s.
4
S. Th. IIIª, q. 46, a. 1, ad 3.
5
Anche più sotto e con maggiore compiutezza: «C’è un doppio
peccato… Uno comune di tutta la natura umana, ch’è il peccato del primo
spiraglio per chiarire quel senso del peccato che dilania i santi
e che si riscontra nella nostra Gemma in una forma di dolore e
pentimento, di brama di espiazione per sé e per gli altri
peccatori, senza misura. Ed è all’interno della Passione di
Cristo, che S. Tommaso, con la guida di S. Agostino, illustra le
consolazioni che vengono all’anima: poiché per il fatto che Dio
stesso in Cristo ha patito ed è morto per noi – 1° l’uomo
conosce nella Passione quanto Dio ami l’uomo, - 2º come
Cristo ci abbia dato nella Passione l’esempio di obbedienza,
umiltà, costanza, giustizia e di tutte le altre virtù necessarie per
la salvezza, - 3º la Passione ci ha meritato la grazia nella
giustificazione e la gloria della beatitudine6, - 4° l’orrore dei
dolori della Passione deve maggiormente spingere l’uomo ad
evitare il peccato pensando che Cristo ha sparso il suo sangue
per lavarlo dal peccato, - 5° con la sua Passione e morte Cristo
ha vinto il diavolo che aveva ingannato il primo uomo ed ha
vinto la morte portata dal peccato. Questa liberazione dal
potere del diavolo ha un significato speciale per l’espiazione
dolorosa che Dio ha chiesto a Gemma. Il diavolo infatti, spiega
S. Tommaso, aveva per il peccato acquistato il diritto di tener
schiavo l’uomo: «Benché il diavolo si sia impossessato
dell’uomo ingiustamente, tuttavia l’uomo a causa del peccato
fu giustamente abbandonato da Dio sotto la schiavitù del
diavolo. E perciò fu più conveniente che l’uomo fosse liberato
dalla schiavitù del diavolo mediante la soddisfazione che Cristo
ha dato per lui con la sua Passione»7. Le spaventose vessazioni

uomo. (…) L’altro è il peccato speciale di ogni singola persona» (S. Th. IIIª,
q. 49, a. 5).
6
L’Angelico sviluppa questo punto nella seg. q. 48.
7
S. Th. IIIª, q. 46, a. 3. - Verso la fine del suo pontificato Paolo VI
aveva messo in guardia i cristiani contro «il fumo di Satana» ch’era entrato
nella Chiesa con i movimenti eterodossi seguiti al Concilio Vaticano II.
L’argomento è stato ripreso con maggiore ampiezza da Giovanni Paolo II
nella catechesi pubblica del 20 agosto 1986 nella quale ha ricordato «la
nostra fede per quanto riguarda la verità sul maligno o Satana, non
diaboliche che Dio ha permesso affliggessero la «povera
Gemma», specialmente negli ultimi anni e fin sul letto di
morte, sono forse la parte più misteriosa e dolorosa della sua
partecipazione alla Passione di Cristo.
Nella sua analisi formale, eppure commovente, dei
dolori di Cristo l’Angelico mostra come tutta la sua natura
umana nei sensi esterni ed interni e nell’anima stessa fu
subissata di sofferenze di ogni genere. Egli parla perciò di un
vero dolore esteriore e sensibile per il male fisico e di un
dolore interiore ch’è la tristezza per il male morale, ambedue
furono in Cristo al grado massimo. Per il dolore sensibile, S.
Tommaso nomina specialmente i dolori del senso del tatto: la
flagellazione, le ferite dei chiodi, «confitti nei luoghi nervosi
più sensibili, cioè nelle mani e nei piedi». Per il dolore
interiore è ricordata l’infinita tristezza di Cristo «… per tutti i
peccati del genere umano…, una tristezza la più grande di tutte
(maxima): un dolore quello di Cristo, che ha superato quello di
qualsiasi penitente»8. Anche S. Gemma prima di partecipare al
dolore indicibile delle Stimmate, ebbe dalla Madonna la grazia
di un dolore dei peccati che quasi la portava a morire se non

certamente voluto da Dio, sommo Amore e Santità, la cui Provvidenza


sapiente e forte sa condurre la nostra esistenza alla vittoria sul principe delle
tenebre» (Osserv. Romano, 21 agosto 1986, p. 5, col. 1).
8
S. Th. IIIª, q. 46, a. 6 ad 2. - Tuttavia S. Tommaso sa precisare il
significato esatto della «chenosi divina» nella Passione e Morte di Cristo e
si appella alla formula di S. Cirillo al Concilio di Efeso: «La Passione va
attribuita al supposito [persona] della natura divina non a causa della natura
divina, la quale è impassibile, ma a causa della natura umana» (S. Th. IIIª, q.
46, a. 12). Vedi anche ad 1 e soprattutto ad 2 dove ricorre, forse per la
prima volta in teologia, il termine di «morte di Dio» con un nuovo richiamo
al Concilio di Efeso: «La morte di Cristo, divenuta come la morte di Dio
cioè per l’unione nella persona (divina), distrusse la morte; poiché Colui che
soffriva era Dio e uomo». Anche l’ad 3: «I giudei non crocifissero un
semplice uomo, ma lanciarono a Dio le loro offese». (Conc. Eph., P. III, c.
10; Mansi V, 216). La citazione è presa dal sermone di Teodoto di Ancira al
Concilio di Efeso (In Natalem Salv., hom. II; P.G. 77, 1384).
fosse stata sorretta da una speciale assistenza divina. E si
ricordi ancora che gli stigmatizzati, come Gemma, ottengono la
somiglianza più alta con Cristo perché la più dolorosa e perciò
essi ottengono più di qualsiasi anima in grazia una maggiore
unione con Cristo e realizzano perciò più di tutti – come i
martiri – il principio teologico-mistico dell’unione con Cristo:
«Il Capo e le membra sono come una sola persona mistica»9.
Ed è questo il fondamento della vita mistica in cui per diversi
modi fiorisce, sepolta in Cristo, ogni autentica vita cristiana.
Pertanto, mediante questa unione delle anime con
Cristo, Dio «… perdona tutte le offese del genere umano,
perciò – si badi bene – per coloro che si congiungono a Cristo
paziente (Christo passo)» ovvero per coloro che «…
comunicano alla sua Passione mediante la fede, la carità e i
Sacramenti della fede»10. E sono i mistici stigmatizzati – come
Francesco, Caterina da Siena, Gemma Galgani, P. Pio da
Pietrelcina e molti altri nella Chiesa di Cristo – che sono più
assetati dei sacramenti del sangue di Cristo, quali sono la
Penitenza e l’Eucaristia.
Per questo ogni autentico discepolo di Cristo corse con
tutto il trasporto dell’anima dietro la Croce, preso dalla «follia
della Croce» ch’è la follia dell’amore per Cristo crocifisso per
noi. Anche Gemma, come sappiamo dai processi e si è detto,
faceva l’impressione di una stupidella ai contemporanei e
perfino ad ecclesiastici e religiosi, sull’esempio di Gesù che fu
deriso e preso per pazzo da Erode (Lc. 23,11). La via crucis, la
via della Croce, è sempre stata, nell’economia della vita
cristiana, ch’è anelito di santità, la via dell’amore: il passaggio

9
«Il Capo e le membra sono come una sola persona mistica» (S.
Th. IIIª, q. 48, a. 2). Anche un po’ più sotto: «Tutta la Chiesa, ch’è il Corpo
di Cristo mistico, si considera come una sola Persona col suo Capo che è
Cristo» (q. 49, a. 1).
10
S. Th. IIIª, q. 49, a. 5.
obbligato, colmo di oscurità e di orrore, per la purificazione
finale dell’anima ch’è prima la notte dei sensi e poi quella dello
spirito.
Per i pagani la Croce era follia e supremo tormento: per
i Giudei, si sa, è stata di scandalo (I Cor. 1, 22 s.); per l’attesa
religiosa del popolo che aspettava finalmente il trionfo del
Regno di Dio, la Croce fu di «scandalo» (skandalon) e
l’epilogo del rifiuto. Per i Greci, e per quanti vivevano nella
luce folgorante della loro cultura, che toccò i vertici supremi
dell’arte e della filosofia11, la Croce di Cristo dovette apparire
«follia» (moria)12: un mondo capovolto e un modo inaudito per
attingere la verità ed il senso della vita. Anche il mondo greco,
è vero, conosceva la sofferenza purificatrice ma nell’ambito
irrazionale del fato e non come parte del piano di amore di Dio
stesso, come l’annunzia il Cristianesimo che fa della Croce il
segno di benedizione e di salvezza e la fonte soprattutto di una
superiore certezza di speranza di vita eterna.
Questo perché se l’essere e la vita esprimono la
partecipazione che la creatura ha dell’essere e delle perfezioni
di Dio, le tribolazioni del corpo e le angustie dell’anima sono la
partecipazione, come abbandono di amore che la grazia opera
nell’anima, alla Croce di Cristo. Per Platone e per i Platonici
ciò che contava e costituiva la verità era la oggettività delle
Idee «separate» e sottratte ai casi del divenire, perciò eterne e

11
Ed ecco perciò S. Paolo che ammonisce i fedeli di Colossi:
«Nessuno vi inganni con la filosofia o con un vuoto inganno» (Col. 2,8),
cioè con la sofistica in cui cade ogni filosofia che pretende di dare l’ultimo
senso della vita.
12
I Cor. 1,24. - A questo contesto si richiama anche Heidegger, ma
per segnalare l’incongruenza dell’alleanza della teologia cristiana con la
filosofia greca (Einleitung zu «Was ist Metaphysik?», «Wegmarken»,
Frankfurt a. M. 1967, p. 208).
compiute: di queste soltanto c’è la conoscenza e verità13. Per
Aristotele, che identifica il reale esistente con il concreto
sensibile, parlare di «Idee separate» è un «parlare a vuoto»
(kenologhein) cioè un parlare a vanvera e senza senso. Perciò
conclude la sua diatriba contro la trascendenza della forma e
della specie, ché parlare di «partecipare» del sensibile
all’intelligibile superato «… è nulla» (ouden estin)14. Così il
pensiero greco, giunto al vertice del suo sviluppo, per la
concezione del reale si frantumava in due posizioni antitetiche.
È vero che dopo più di un millennio S. Tommaso seppe
recuperare l’aspetto di verità dell’uno e dell’altro ossia della
realtà della partecipazione come fondamento e della
concretezza dell’essere come realtà; ma l’Angelico operava
ormai in una cultura ch’era saldamente cristiana. Per S.
Tommaso, come per S. Agostino, le idee (o «modelli»)
primordiali delle cose sono in Dio e più precisamente nel suo
Verbo eterno «… per mezzo del quale è stato fatto tutto ciò che
è stato fatto…» (Gv. 1, 2-3). Secondo la fede cristiana la realtà
delle cose è quella che noi osserviamo nella natura creata da
Dio ed insieme tutta la natura resta in Dio in cui continua ad
essere secondo i modelli perfetti del Verbo eterno, modelli
permanenti di creazione e conservazione; «modelli di discesa»

13
Metaph. I, 9, 992 a 32 ss. - Aristotele aveva già respinto questa
«separazione» del concreto dall’astratto (il Σωαιδµος platonico) poco prima:
«Dire: che le cose sensibili sono «modelli» (paradeigmata) e che le cose
sensibili «partecipano» (metechein) significa parlare a vuoto e far uso di
mere immagini poetiche» (Metaph. I, 9, 991 a 19 ss.).
14
Metaph. I, 9, 992 a 29. Com’è noto, per Aristotele il reale in
prima istanza è il mondo sensibile ed anche la natura dell’uomo è quella di
«animal rationale» (De Anima, III, 11, 434 a 11) cioè di un essere
intelligente ma anche vivente senziente, ossia legato alla realtà della
«natura» di questo mondo. Di qui l’estrema difficoltà (o impossibilità) di
trovare in Aristotele un’affermazione esplicita dell’immortalità ossia della
sopravvivenza dell’anima individuale dopo la morte.
si potrebbero dire da cui l’uomo può con la ragione ascendere a
Dio.
Con l’avvento e l’evento della redenzione dell’uomo
dal peccato, è il Verbo eterno e il Figlio unigenito del Padre
che discende sulla terra ed entra nel tempo a «partecipare»
della natura umana e della intera condizione mortale per
redimere l’uomo dal peccato e dalla morte, partecipando
all’intera sua situazione terrena ed accettando per lui la morte
di Croce15. Così ora l’uomo, creato dal nulla ad immagine di
Dio nella creazione secondo un processo di discendenza, non si
può salvare dall’abisso del peccato senza conformarsi al nuovo
Modello che non è più soltanto un’Idea eterna ma ch’è
diventato il Verbo incarnato, il Cristo paziente e la Croce non è
soltanto un simbolo o l’immagine di un evento passato nella
storia, ma l’impronta viva che il cristiano ha ricevuto nel
battesimo per conformarsi a Cristo e seguire il suo cammino di
umiliazione e sofferenza, senza compromessi con la saggezza
mondana e con la concupiscenza della carne. Ora il «Modello»
è Cristo, e come Egli ci ha redenti con la morte in Croce ch’è il
paradigma intensivo della sintesi del Dio-Uomo; una sintesi
misteriosa di eternità e tempo, di fragilità e di onnipotenza, di
umiliazione e di gloria, di misericordia e di giustizia… Così
l’uomo, caduto nel peccato e nella morte, si trova ora sollevato
a «partecipare» della grazia di Cristo e con essa della natura

15
Perciò S. Paolo (I Cor. 1, 20) può ritorcere alla sapienza
mondana l’accusa di follia: «Non ha forse Dio resa stolta la sapienza del
mondo?» (M. Heidegger, Was ist Metaphysik? V Aufl., Frankfurt a. M.
1949, p. 18 e Wegmarken, l. c. - Vedi anche: Einführung in die Metaphysik,
Tübingen 1953, p. 6). Ma Heidegger non ammette una «filosofia cristiana»,
poiché la filosofia non va oltre l’avventura del tempo cioè della «presenza
del presente»: i mistici, a suo avviso, non parlano e descrivono al più, come
i profeti antichi, la presenza del Presente al livello dell’esperienza di Dio.
stessa di Dio (II Pt. 1,4)16. Però soltanto se guarda alla Croce, se
prende per modello e vanto Cristo crocifisso e si lascia
configgere con Lui come S. Paolo (Gal. 2,19) per conformarsi
a Lui nel suo breve viaggio terreno. Senza la risurrezione di
Cristo dalla morte, non era possibile la salvezza dal peccato e
dalla morte: ma la risurrezione di Cristo è stata preceduta dalla
Passione durissima e dalla Morte crudelissima in Croce. È qui
sulla Croce, crocifiggendo la sua ragione, che ogni cristiano
deve seguirlo, ed i mistici, in particolare gli stigmatizzati come
la nostra Gemma, sono quelli che sono saliti più in alto sulla
croce di Cristo rimanendone trafitti e piagati come Lui.
La «follia della Croce» di Gemma è follia che si
potrebbe dire alla «seconda potenza». Follia è ogni amore
spasimante17; quello di Gemma era tutto spasimi infuocati in
continuo crescendo di amore per Cristo che finì per assorbire
ogni sua capacità di vita. E ciò ch’è mirabile è il fatto che in
questo ultimo e supremo consumarsi l’anima di Gemma
diventa sempre più positiva e realista, padrona dei suoi
sentimenti fino a non credere anch’essa alla realtà dei fenomeni
mistici di cui era stata e veniva colmata, come sappiamo dalle
ultime lettere a P. Germano. Così il suo equilibrio psichico e
spirituale si rivelò e confermò nel momento più arduo e
delicato18: l’argomento dell’equilibrio mentale dei mistici è

16
Ha studiato a fondo questo principio teologico della natura della
grazia, lasciato finora quasi nell’ombra, M. Sanchez Sorondo (Cfr.: La
Gracia como participación de la naturaleza divina, Buenos Aires - 1979).
17
Anche i filosofi antichi avevano intravisto la forza purificatrice
di siffatta «follia» (furor), a giudicare da un frammento che si riferisce ad
Empedocle (Cf. Die Fragmente der Vorsokratiker, ed. H. Diels-Kranz,
Berlin 1934; 31 A 98, Bd. I, p. 307, 34-37). Qui furor (µανία) sembra il
superamento del Λογός e accenna all’elemento dionisiaco, ovviamente sul
piano puramente naturalistico.
18
È stato giustamente osservato da un maestro moderno di vita
spirituale, ma è dottrina antica: «La Folie de la Croix démande à se greffer
sur des natures parfaitement saines» (R. Plus, La Folie de la Croix,
stato già studiato a fondo; ma riguardo a Gemma – anche dopo
la esplicita dichiarazione della Bolla di canonizzazione – essa è
considerata ancora da non pochi (anche fra i sacerdoti e
religiosi) un’esaltata per non dire un’isterica, un’illusa. I
fenomeni mistici sono da Gemma, anche i più straordinari,
accolti e vissuti con semplicità, anzi con sorpresa e con
sentimento crescente della propria indegnità: sono goduti sì,
ma anche sofferti con l’unica intenzione di consolare Gesù e di
salvare le anime dei peccatori. Bisogna riconoscere – se
proprio non si vuole insistere in un partito preso – che il fatto o
la delusione, se così si vuol chiamare, della sua breve vita, ch’è
l’assicurazione celeste del compimento della sua vocazione
passionista, è stata da lei sofferta, intesa e interpretata con un
equilibrio di fede e con una fortezza d’animo e, diciamo anche,
con una chiarezza teologica che stupisce e rivela (com’essa
stessa afferma) la guida diretta di Gesù.
In questo Gemma è un modello limpido e incisivo,
senza fronzoli o dottrinarismi superflui, del totale abbandono
dell’anima alla volontà di Dio: ed è ciò che vale per tutti con o
senza speciali carismi.
Un’altra grande mistica, che ha influito profondamente
sulla Theologia Crucis tedesca, la beata Angela da Foligno,
formatasi alla scuola di S. Francesco, passa attraverso prove
simili, mostrando gli stessi sentimenti di Gemma e quasi ne
anticipa perfino le espressioni. Nel «sesto passo»19, ch’è stato il
penultimo della sua ascesa spirituale, Angela, trattando

Toulouse 1929, p. 13. - Più avanti l’Autore indugia sulla dottrina, detta
appunto dai primi editori Theologia Crucis, della Beata Angela da Foligno:
spec. p. 55 ss. È noto l’influsso della dottrina di questa eccezionale figura
mistica sulle scuole pietistiche fra i Protestanti.
19
Il libro della Beata Angela da Foligno, Versione di M.
Castiglione Humani, Introduzione e note di Antonio Blasucci, Prefazione di
Giovanni Ioergensen, Roma 1950. Vedi ora nell’ed. critica di Ludger Thier
e A. Calufetti, Grottaferrata 1985, p. 349 ss.
dell’umiltà e della superbia, presenta una situazione che lascia
esterrefatti e forse supera per drammaticità e crudo realismo
quella della stessa Gemma quando è lasciata in balia dei
demoni: «Nella mia anima era in lotta una certa umiltà con una
certa superbia, che mi dava molta molestia. L’umiltà deriva da
che mi vedo scaduta da ogni bene, lontana dalla virtù, priva
della grazia. Vedo in me solo peccato e difetti in misura tale,
che non posso pensare che Dio voglia ormai avere misericordia
di me. Mi riconosco abitazione del demonio, operatrice
discepola dei demoni, quasi fossi loro figlia. Mi vedo fuori di
ogni rettitudine, di ogni virtù, meritevole solo del più profondo,
ultimo inferno» (p. 99 s.). Ma non è questa un’umiltà che
consola e avvicina al Signore scuotendo l’anima a penitenza,
piuttosto l’abbandona quasi all’indifferenza: «Tale umiltà non
è la stessa che sento altre volte, quella che porta all’anima
gioia, e la solleva alla cognizione della bontà divina; questa,
invece, non reca che mali senza numero. Ho l’impressione che
l’anima sia circondata dai demoni, e scorgo difetti nell’anima e
nel corpo. Dio mi appare chiuso e occulto in ogni parte, fino a
più non sovvenirmi di Lui, né della sua memoria, né che Egli
permette questo. Vedendomi condannata alla dannazione, non
me ne preoccupo, ma più curo e mi dolgo che offesi il mio
Creatore, che pure non avrei voluto mai oltraggiare, né per tutti
i beni, né per tutti i mali che possono nominarsi» (p. 100).
In un siffatto stato, che la Beata dovette sopportare per
oltre due anni, malgrado essa lottasse con ogni potere contro i
demoni, non trova «né un passaggio od una feritoia per
evadere, né alcun rimedio per sollevarsi». Poi scende in campo
la superbia e l’anima diventa allora «… tutta ira, tristezza
amarissima e tronfia», senza sapere per quale ragione Dio
permise tutto questo. L’anima è diventata impermeabile ad
ogni consolazione celeste al punto che «… se Dio stesso mi
parlasse, a meno che Egli non muti ed operi diversamente
nell’anima, da nessuno riceverei consolazione, né rimedio ai
miei mali, e neppure potrei credere a loro». Probabilmente si
tratta di ciò che S. Giovanni della Croce chiamerà, tre secoli
dopo, la notte oscura. Poi la Beata passerà al «settimo passo» e
tornerà alle celesti consolazioni, quasi un preludio della vita e
visione beatifica20.
Benché Angela in un’apparizione di S. Francesco si
senta dire: «Tu sei la sola nata da me» (p. 234), ella torna alla
denunzia spietata delle sue colpe così da sentire il bisogno di
gridare a tutti: «Ecco quella vilissima donna, piena di malizia e
di simulazione, sentina di tutti i vizi e di tutti i mali». Fra le
enormità di cui si accusa la principale è di essere «… più che
superba e figlia della superbia, e come sono ingannata e
ipocrita – anche lei come Gemma sulla fine della vita – anzi
l’abominazione di Dio; mi davo a vedere per una donna di
preghiere, ed ero figlia dell’ira, dell’orgoglio e di Satana». E
ritorna, come poi in Gemma, la sarabanda dei demoni: «Non
vogliate più credermi, non vedete come sono indemoniata? Voi
che venite chiamati miei figli, supplicate la giustizia di Dio,
che l’anima mia sia liberata dai demoni, ed essi manifestino le
pessime mie opere, perché Dio non sia più offeso per me». E
continua ad infierire contro se stessa al di là (così sembra a
noi!) di ogni misura: «Non vi accorgete che ogni cosa che vi
dissi era falsa?21… Non vogliate più credermi, cessate di
adorare quest’idolo, poiché in esso è il diavolo ed ogni mia
parola fu simulativa e diabolica». E continua, spietata e
fremente, su questo tono, per concludere umile e dolente: «La

20
Tuttavia l’esperienza radicale del peccato ritorna anche in questo
periodo: «Quando vengo fuori da questo alto stato… allora mi scopro piena
di colpe, obbediente al peccato, obliqua e immonda, tutta menzogna ed
errore» (p. 119).
21
La confessione è indirizzata ai discepoli. E un po’ sopra aveva
detto: «sono fatta cieca, ottenebrata e senza la verità. Perciò, miei figli
abbiate sospetto di tutto quello che ricevete da me, come proveniente da
persona maligna» (p. 219).
testa si spezza, il corpo vien meno per il molto pianto e le
membra si disgiungono, ché sono incapace a manifestare le
malizie e le menzogne dell'anima mia. Solo mi rallegro che già
incomincino alquanto a rivelarsi». La finale: «Io ero ancora
piccina e già commettevo il male»22. Anche prima aveva
confessato ai suoi figli spirituali, mentre li esortava a venire
alla Croce e a piangere con lei il Cristo «… che vi morì per le
nostre iniquità», non esita quindi ad invitare anche «coloro che
non offesero Dio di tutto se stessi, come me che sono tutta
peccato»23.
Ma sono ancora i Santi, e soprattutto i grandi mistici
come Angela e «la povera Gemma» a ricordarci che Gesù è
salito sul Calvario per espiare i nostri peccati e mostrarci che
quella è la via dell'amore, la via regale della santa Croce.
Pochi, come la nostra umile trasfigurata creatura, hanno
accettato con incondizionata accettazione, il mistero di grazia
dell'annientamento a tutte le cose visibili e della vita del tempo.
Noi ci scandalizziamo del mistero del male, non osiamo
guardare in faccia il mostro orrendo del peccato che ci
appartiene e ci avvinghia con una morsa d'ipocrisia e
d'inganno: volentieri lo scarichiamo sugli «altri», invece di
persuaderci che ci appartiene in proprio, a ciascuno. No, anche
questo non è esatto: sarebbe una formula filosofica e perciò
estranea all'amore bruciante dei Santi i quali, sull'esempio del
Redentore divino, si assumevano il peccato del mondo, i
peccati di tutti gli uomini e si sentivano, in una continua pena
d'amore, fatti peccato in un'infinita miseria.
Anche S. Caterina da Siena, come S. Gemma che,
innocente, si considerava la più grande peccatrice, ha preso
quasi come suo motto: «Peccavi domino (altre volte:
«domine»), miserere mei!» e si presenta quasi singhiozzando

22
Op. cit., pp. 235-238 (passim).
23
Op. cit., p. 183 (corsivo nostro).
specialmente nelle preghiere: «Io, miseria e miserabile». E si
confessa, nello strazio dell'anima: «… perché le tenebre della
perversa legge, la quale io ho sempre seguita, ha obfuscato
l'occhio dell'intelletto mio» (Or. VII, p. 72). Ed osa perfino
sospirare: «O dolcissimo amore, io non ti amai in tutto il tempo
della vita mia» (Or. VIII, p. 94). E con uno stile di sdegno
implorante: «Confesso, Dio eterno, che io sempre ho amato
quello che tu odi e odiato quello che tu ami. Ma oggi grido
dinanzi alla misericordia tua che tu mi dia a seguitare la verità
tua con cuore schietto» (Or. XIX, p. 212).
Non sorprende allora che Gemma, nella dolorante
consapevolezza di essere piena di peccati, fosse tanto
desiderosa di presentarsi al Sacramento della penitenza,
sollecitata anche dall'Angelo custode24.

24
Cfr.: Diario, martedì 28 agosto (1900), p. 211. Vedi anche la
testimonianza di Cecilia nei Processi (Summar. super virtutibus, n. XI, 8, p.
506).
2. La contemporaneità di Gemma alla Passione di
Cristo

La nascita della vocazione di Gemma a seguire Gesù


Crocifisso, per espiare i peccati degli uomini, sembra risalire al
1896 (come si è detto) ed è ancora collegata alla «esperienza
del Crocifisso». La Santa era appena diciottenne ma già
maturata dalle sofferenze fisiche e morali, mentre altre nuove e
più gravi l'attendevano. Non è un'apparizione, ma una forte
commozione: «In questo stesso anno 1896 cominciò anche in
me un altro desiderio: in me sentivo crescere una brama di
amare tanto Gesù Crocifisso e insieme a questo una brama di
patire e aiutare Gesù nei suoi dolori. Un giorno fui presa da
tanto dolore nel guardare, cioè nel fissare cogli occhi, il
Crocifisso che caddi in terra svenuta»1. C'è qui ormai la
situazione ch'esprime la missione straordinaria della vita di
Gemma: l'aspirazione ad amare Gesù Crocifisso e la brama di
patire e – un «e» che significa «per» – aiutare Gesù nei suoi
dolori2.

1
Estasi…, p. 236. I testi sono citati secondo l'ultima edizione a
cura della Postulazione dei Padri Passionisti. I testi della Positio super
virtutibus e della Nova Positio sono presi dall'edizione ufficiale della S.C.
dei Riti (1927 e 1928). Similmente per l'importante Positio super revisione
scriptorum dell'allora Postulatore il celebre P. Luigi Besi (S.C. de Riti
1917).
2
Le seguenti riflessioni sono state suggerite dalla nuova temperie
fenomenologico-esistenziale e vanno quindi considerate e prese come un
modesto tentativo ad experimentum per interpretare la partecipazione nella
realtà vissuta. Il loro scopo è soprattutto quello di accentuare da una parte –
sul piano esistenziale – il rapporto della «contemporaneità doppia» di Cristo
all'uomo, ad ogni Singolo, e dell'uomo, di ogni Singolo, a Cristo l'Uomo-
Dio nel momento della decisione pro o contro Dio, pro o contro Cristo, nel
rifiuto o accettazione consapevole della grazia della salvezza.
Si tratta quindi di una «contemporaneità» nel senso
biblico-kierkegaardiano3 e agli antipodi di quello heideggeriano
(se mi è consentito il termine) di «presenza del presente»4
cosmico, di Gemma alla Passione di Cristo. L'espressione
umile e profonda di «aiutare Gesù nei suoi dolori» esprime il
senso del nostro problema: Gesù soffre sempre, soffre ancora,
soffre ora… per i peccati degli uomini; quindi soffre e soffrirà
ogni volta che gli uomini peccano, che ciascuno di noi pecca,
fino alla fine del mondo.
C'è una lettera di Gemma a P. Germano (del 22 aprile
1901) che forse ci può illuminare un po'. Alle domande della

3
È la dialettica cristiana di Kierkegaard nei due momenti
dell'uomo di fronte a Dio, nella sfera dell'essere, e dell'uomo di fronte a
Cristo, nell'arco aperto della storia di salvezza: «Un io di fronte a Cristo è
un io potenziato da un'immensa concessione di Dio, potenziato per
l'importanza immensa che gli viene concessa dal fatto che Dio anche per
amore di quest'io si degnò di nascere, s'incarnò, soffrì e morì. Come si è
detto sopra, più idea di Dio, più io, anche qui bisogna dire: più idea di
Cristo, più io. Un io è qualitativamente ciò ch'è la sua misura. Nel fatto che
Cristo è la mia misura, si esprime da parte di Dio con la massima evidenza
l'immensa realtà che ha l'io; perché soltanto in Cristo è vero che Dio è meta
e misura, ovvero misura e meta dell'uomo. Ma più io, e più intensivo il
peccato» (S. Kierkegaard, La malattia mortale. P. II, trad. it. Sansoni 1965,
p. 344; ed. 1972, p. 682 ab.).
4
L'espressione (Anwesenheit des Anwesenden) ch'è l'essente
(Seiende) indica in H. il suo distacco dalle filosofie essenzialistiche obliose
dell'essere come atto di presenza e significa perciò: «Non nascondimento»
(Unverborgenheit), «apertura» o meglio «aperità» (Offenheit), il «lì» (Da)
dell'essere (Da-sein) e quindi il darsi del mondo (Welt) all'uomo (Cfr. p. es.
Kant und das Problem der Metaphysik, § 44, p. 216 s. Per altre riferenze,
vedi: H. Feich, Index zu Heideggers», «Sein und Zeit», Tübingen 1961, p.
5). Siamo agli antipodi della realtà che Gemma ci presenta e l'accostamento
vale soltanto per indicare la «immediatezza di presenza» dell'evento, poiché
mentre quella della ontologia fenomenologica è senza dimensioni, quella di
Gemma è carica dell'intensità della trascendenza teologica e mistica.
Saranno le stesse parole della nostra Santa a mostrarlo con ben altra
penetrazione della presenza dell'essere dell'Essente.
Santa: Gesù «… risponde, sì, ma ha le lacrime agli occhi.
Quando mi metto a pregare, qualunque preghiera faccio, mi
guarda e piange (cioè mi sembra5 di vedergli gli occhi
lacrimosi)». Ed ora un tentativo di dialogo: «Mai ho il coraggio
di domandargli nulla. Ieri mattina, costretta per obbedienza a
domandarglielo, gli dissi: 'Gesù, perché piangete?' ed esso:
'Figlia mia, non me lo chiedere…' Mi fece piangere anche
me… mi sembrò che mi stringesse a Lui più forte del solito, e
mi dette un bacio in fronte».
La Santa si mette a riflettere e ad umiliarsi di fronte a
Cristo sofferente: «Non gli ho domandato nulla, ma continua
sempre a piangere». E subito si commuove: «Se fossi stata io,
babbo mio, che faccio piangere così tanto Gesù6. Che farò?
[…] Chi più peggiore di me? E anche ho il coraggio di dire:
'Che avrà Gesù che piange?' Mi umilierò tanto tanto, perché mi
riconosco colpevole di mille iniquità, ma però non vo'
disperarmi perché, se è inquieto Gesù, vado dalla Mamma mia,
e la prego che dica a Gesù che sarò buona e non lo farò più
piangere». Si tratta quindi di un evento, il pianto di Cristo per i
peccati degli uomini, che la Santa vede nel presente perché
(dice che) l'ha causato lei stessa ed essa ne ha 1'esperienza nel
presente: «… anche che abbia fatto piangere Gesù, pure Esso

5
Si presti attenzione: i «mi sembra», «parmi», «mi è parso», «mi
pareva»… ed altre simili espressioni, frequenti in Gemma, non sono
dubitative, poiché la Santa intende riferire la realtà del fatto, cioè del
fenomeno, che ha presente; sono espressioni «cautelative» per l'umile
concetto che ha di sé e rispetto al dubbio degli altri, soprattutto del
confessore Mons. Volpi.
6
Già nella lett. 54ª del 5 aprile (venerdì santo) aveva scritto: «…
stamani circa le 10, il cuore cercava… cercava… mi sono sentita mancare…
Ma ciò che veniva innanzi a tutto e che tutto precedeva, era il dolore dei
peccati: com'è forte quel dolore! Se fosse maggiore, non potrei
sopravvivere» (p. 146). Anche nell'Autobiografia: «L'orrore al peccato
sempre lo provavo» (p. 234).
mi vuole sempre bene, e mi si fa sempre sentire. Anche troppo
forte…».
L'effetto che Gemma si sente crescere nell'animo è lo
slancio a farsi santa e ad acuire in sé la compassione per i
dolori di Gesù assieme alla comprensione per i suoi peccati. È
la chiusura di questa mirabile lettera: «Dopo tanti peccati io
riconosco in Gesù un vero Padre, pieno di misericordia! […]
Oh! quando vedo piangere Gesù, mi trafigge proprio il cuore:
penso… penso… che col peccato gli ho aggravato
l'oppressione che fu ricolmato nel far l'orazione nell'Orto… In
quel momento Gesù vide tutti i miei peccati, tutte le mie
mancanze e insieme il posto che avrei occupato nell'inferno, se
il cuore di Gesù (tuo) non mi avesse impetrato il perdono» (p.
152 ss.). E la situazione si ripete, sotto altra forma, nella
seguente lettera 58ª dopo aver esposto l'affanno di trovarsi sola
o con estranei quando vengono i fenomeni dolorosi della
partecipazione e invoca l'assistenza di Cecilia: «O babbo mio,
mi aiuti. Da ogni parte vedo avverarsi tante parole sue.
Continuamente piango, Gesù piange, la mamma mia [Cecilia]
piange. Sento, babbo mio, che se ancora continua così, io
morirò e anderò…» (p. 155).
Ed eccoci ancora al nocciolo, cioè il fatto che Cristo, in
quelle apparizioni, appare realmente sofferente: «Povero Gesù!
Mi fece stare circa un'ora sola, ma poi venne e si presentò a
questo modo, tutto sangue (corsivo nostro) dicendomi: 'Sono il
Gesù di P. Germano'. Non ci credevo, e perché? Temo sempre
sempre» (Diario, 1-2 agosto 1900, p. 183). Gemma è presente
a se stessa e non è affatto allucinata. Più sintomatica ancora è
l'apparizione del mercoledì santo 1899, quasi in preparazione
alla comunicazione delle stimmate, durante l'Ora Santa:
«Passai l'ora intera pregando e piangendo; infine, stanca
com'ero, mi misi a sedere; il dolore continuava. Mi sentii poco
dopo raccogliermi tutta e, dopo poco, quasi tutto ad un tempo,
mi vennero a mancare le forze! […]. Mi misi in terra con la
fronte, e così stetti per più ore. 'Figlia mia – mi disse – vedi,
queste piaghe le avevi tutte aperte per i tuoi peccati, ma ora
consolati, ché le hai tutte chiuse col tuo dolore. Non mi
offendere più. Amami, come io ti ho sempre amato. Amami!'
mi ripeté più volte» (p. 252 s.).
Pare, a giudicare almeno dagli Appunti di Diario
secondo la cronologia degli editori, che un fenomeno del tutto
simile era accaduto anche il lunedì santo 27 marzo dello stesso
1899. Gemma è in casa ed ha appena finito di recitare la
penitenza della confessione quando si sente scuotere ed ode
una voce: «Guarda in che stato avevi ridotto Gesù per i tuoi
peccati». «Alzai gli occhi – continua la santa – e mi parve di
vedere… Gesù crocifisso, tutto sangue e ricoperto di piaghe
[…]. La stessa voce: '… ma che ti faceva di male Gesù?
Perché lo trattavi così? Guarda quante piaghe gli avevi aperto
con i tuoi peccati. Povero Gesù! per aver l'anima tua quanto
sangue ha voluto versare! Ha voluto patire tanto Gesù per
amore tuo, e tu?!» La sera del venerdì (santo) ode la stessa
voce: «Guarda tutte le piaghe che avevi aperto a Gesù coi tuoi
peccati, le hai tutte risanate col tuo dolore». (p. 283).
Sintomatica in questo contesto è la lettera 49ª
dell'ottobre 1900 al confessore. Gemma resiste a Gesù che le
vuole dare le piaghe perché ha avuto la proibizione dal Volpi
che teme si tratti di allucinazioni diaboliche. La Santa continua:
«E Gesù: 'Lo farò vedere chi sono, non temere'. E ho tanta
paura anch'io – 'Tu poi, diceva Gesù, di che temi? Più volte ti
ho fatto conoscere chi sono. Che credi? A me dispiacciono i
tuoi dubbi' –'Ma io – risposi – dubito perché dubitano gli altri'
– ecco la dialettica della tensione –; 'ma per carità, se tu sei
Gesù proprio, fatti conoscere ammodo; ci credi? non possiamo
più andare avanti, né io né il confessore, né quelli che sanno
queste cose'. E, con un incredibile paradosso, quasi temendo di
scambiare Gesù col diavolo: 'Temo tanto, o Gesù, perché ho
paura di essere ingannata dal diavolo, e anche ho paura
d'ingannare gli altri'. E la conclusione diventa drammatica: 'Io
parlavo e Gesù mi guardava, e voleva pure che io guardassi le
sue piaghe, che versavano tutte Sangue, e mi diceva: 'Vieni,
avvicinati, guarda queste piaghe, toccale. No, assicurati, non
t'inganno…». Piangevo, ma non mi avvicinai; e spesso
ripeteva: «No, non t'inganno, stai sicura. Dì al confessore che
faccia pure [ciò] che vuole. Io da ora sono pronto a fargli
conoscere le cose sì chiare, da non aver più dubbio alcuno».
Poi si mise a parlare, ma nel vedere Gesù in quello stato, stavo
tanto male, e mi pareva di sentirmi qualche cosa nelle mani e i
piedi; ma appena me ne avvidi, mi alzai, scappai subito, lasciai
Gesù, e così obbedii e fui contenta» (p. 378).
Riteniamo la realtà del fenomeno delle piaghe aperte e
l'invito a toccarle: quindi si tratta di una realtà presente di
attestazione sensibile: «Guarda queste piaghe, toccale» –
quindi è una realtà [esterna], presente all'estatica che scappa
per non mancare all'obbedienza. Erano «fenomeni» che in
Gemma, a partire dal giugno 1899, si ripetevano in forma più o
meno complessa, specialmente tutti i giovedì e venerdì, ma
negli anni 1901-1903 quasi tutti i giorni e sia di giorno come di
notte, come sappiamo dai testimoni, come anche e più
direttamente dal resoconto delle Estasi, dell'Autobiografia e del
Diario… Non c'è quasi lettera e soprattutto Estasi che non
presenti Gesù sofferente che attira la fanciulla a partecipare ai
suoi dolori: «Povero Gesù… Quanti colpi, povero Gesù! Non
mancano, Gesù, quei cattivi, ma non manca in te la pazienza –
Lasciatelo stare Gesù… Battetemi me, Gesù no. Perché
vendicarvi sopra Gesù? Vendicatevi sopra di me» (E. 30ª p.
45).
Il significato realistico del fenomeno è chiaro: per
Gemma si tratta di un fatto, di dolori reali di Gesù, che ella
chiede per sé. La natura e lo scopo di tale dolore di Gemma ce
lo fa capire (in qualche modo!) la prima parte della descrizione
della impressione delle Stimmate, dove il rapporto della
costellazione amorosa: ricordo dei peccati e dei patimenti di
Gesù, dolore di compassione e brama di espiazione… crea
nella Santa la disposizione alla «partecipazione totale della
Passione di Cristo»7. Il fenomeno presenta tre momenti
principali che stanno in un rapporto di causalità e di
partecipazione da parte dell'anima sbigottita:
1) (Il dolore dei peccati) «Eravamo alla sera: tutto ad un tratto,
più presto del solito, mi sento un interno dolore dei miei
peccati; ma lo provai così forte, che non l'ho più sentito;
quel dolore mi ridusse quasi direi lì lì per morire».
2) (La partecipazione delle potenze dell'anima) «Dopo questo
mi sento raccogliere tutte le potenze dell'anima: l'intelletto
non conosceva che i miei peccati e l'offesa di Dio; la
memoria tutti me li ricordava, e mi faceva vedere tutti i
tormenti che Gesù aveva patito per salvarmi; la volontà me
li faceva tutti detestare e promettere di voler tutto soffrire
per espiarli».
3) (La conformità totale dell'anima) «Un mucchio di pensieri si
volsero tutti alla mente: erano pensieri di dolore, di amore,
di timore, di speranza e di conforto».
La lucidità della mente è pari – e questo è l'aspetto
sorprendente – all'intensità dell'esperienza che si rinnovava
ogni volta che si ripetevano le Stimmate, cioè tra il giovedì e il
venerdì. È la Santa ad attestarlo precisando che il «dolore
mentale» superava ormai quello delle ferite sul corpo:
«Trascorsi intanto parecchio tempo, e ogni giovedì, circa le 8 e
prima, sentivo i soliti dolori; ogni volta che mi accadeva in
questo modo, sentivo prima di tutto un dolore così forte e
intenso dei miei peccati che quello mi cagionava più dolore che
i dolori delle mie mani e dei piedi, del capo e del cuore; questo
dolore dei peccati mi riduceva a uno stato di tristezza da

7
Autobiografia, p. 261 s.
morire» (p. 263). La sobrietà dello stile di Gemma ci fa
rimpiangere il vantaggio del suo ammaestramento che fosse un
po' più accessibile a quanti – e siamo (penso!) la maggior parte
– non godono dei «fenomeni della partecipazione attuale» alla
Passione di Cristo.
Un'osservazione pertinente e singolare, per affermare il
carattere esistenziale della partecipazione di Gemma alla
Passione di Cristo, è ch'essa parla di prevalenza dei «suoi»
peccati, che si considera la «più grande peccatrice»…: «Se
fossi stata io che ho fatto tanto piangere Gesù? che farò?… Chi
è peggiore di me? E anche ho il coraggio di dire: 'Che avrà
Gesù che piange?'». Colui che, come Gemma, è immerso nella
Passione di Cristo, non guarda agli altri fuori di sé, richiama su
di sé la colpa di tutti, così fa Gemma, per aver il privilegio di
soffrire per Gesù e di consolare Gesù per tutti, di assumere in
sé il dolore di tutti per consolare Gesù.
Allora che dire? Ci troviamo nel momento esistenziale
più intimo della manifestazione della Passione del Verbo
Incarnato alla sua Chiesa, che è la Società dei Santi, ma che
sulla terra è formata soprattutto di peccatori. Allora quando i
mistici e S. Gemma affermano di vedere Gesù sofferente, che
porta la Croce, che ha le piaghe aperte, che è grondante sangue,
ecc., intendono riferirsi a un presente reale e non a una
semplice immagine o a un ricordo del passato. Sarà un
«presente mistico», ma deve pur essere sempre reale com'è
reale su di un altro piano – quello sacramentale – la
rinnovazione del Sacrificio della Croce nella consacrazione del
pane e del vino nella S. Messa: rinnovazione mistica. Possiamo
allora parlare anche di «dolori mistici» e quindi reali quelli che
Gesù soffre ancora per i peccati che gli uomini continuano a
commettere a valanga ed alle volte con esplicito disprezzo della
Morte redentrice di Cristo? Non ci sembra che
quest'interpretazione (sia stata e) sia da condannare, se si vuole
dare un senso plausibile alla concezione del peccato
tramandato dalla spiritualità cristiana ed alle apparizioni
attestate dai mistici ed in particolare, come si è visto, dalla
nostra Gemma8.
C'è un testo sintomatico proprio di Gemma che sembra
ricondurci alla spiegazione tradizionale. Rileggiamo per intero
la lettera 57ª (22 aprile 1901) al P. Germano dove la Santa
scrive che Gesù «… non le risponde più allegro come prima;
ora mi risponde, sì, ma ha le lacrime agli occhi. Quando mi
metto a pregare, qualunque preghiera faccia, mi guarda e
piange (cioè mi sembra di vedergli gli occhi lacrimosi). Mai ho
il coraggio di domandargli nulla. Ieri mattina, costretta per
obbedienza a domandarglielo, gli dissi: 'Gesù, perché
piangete?' Ed Esso: 'Figlia, non me lo chiedere…'. Mi fece
piangere tanto anche me… Non gli ho più domandato nulla, ma
continua sempre a piangere. Non è vero, babbo mio, che a star
uniti con Gesù direi quasi di gustare una gioia del Paradiso? Se
fossi stata io, babbo mio, che faccio piangere così tanto Gesù?
Che farò?… Purtroppo lo conosco che sono stata debole,
ingrata verso Gesù: non ho osservato come dovevo le sue leggi:
non ho mai adempito ai propositi fatti nelle confessioni; mi
riconosco priva di meriti, perché sprecai le grazie che Gesù mi
faceva: mi vedo piena di demeriti per i miei inutili pensieri e
parole inutili: non so per niente mortificare gli occhi. Chi è più
peggiore di me? E anche ho il coraggio di dire: 'Che avrà Gesù
che piange?' Mi umilierò tanto tanto, perché mi riconosco
colpevole di mille iniquità, ma però non vo' disperarmi perché,

8
Nel primo foglio del Diario, giovedì 19 luglio (1900), si legge:
«… Al raccoglimento mi successe come molte altre volte; mi andò via il
capo e mi trovai con Gesù che soffriva pene terribili. Come veder soffrire
Gesù e non aiutarlo? Mi sentii allora tutta in un gran desiderio di patire per
aiutarlo, e chiesi a Gesù di farmi questa grazia. Mi contentò subito, e fece
come aveva fatto altre volte: mi si avvicinò, si tolse dal suo capo la corona
di spine e la pose sul mio…» (p. 165 s.) - Cf. anche pp. 167, 177, 183: «…
mi si presentò tutto sangue», p. 192, 205…).
se è inquietato Gesù, vado dalla Mamma mia e la prego che
dica a Gesù che sarò buona e non lo farò più piangere». Ed ora
la spiegazione, se così si può chiamare: «Oh! quando vedo
piangere Gesù, mi trafigge proprio il cuore; penso… penso…
che col peccato gli ho aggravato l'oppressione che fu ricolmato
nel fare orazione nell'Orto… In quel momento Gesù vide tutti i
miei peccati, tutte le mie mancanze e insieme vide il posto che
avrei occupato nell'inferno, se il Cuore di Gesù (tuo) non mi
avesse impetrato perdono. Gesù, Gesù, Gesù no, non
accarezzerò più me stessa, perché voglio con la tua grazia tener
soggetto [il corpo] alla mia volontà… Insomma, oh Gesù,
(ecco la mia preghiera) perdonami: ti risarcirò, o Gesù, col
trattare me stessa [da] tua schiava, e sottoporre le mie spalle
alla tua croce… O Gesù, mio Dio, conosco che chi vuol salire
in alto, presto sdrucciola, e cade di nuovo nel pantano. Babbo
mio, smetto» (p. 152, s.)9.
Ma il problema del significato di quel singolare
fenomeno di Gesù che appare hic et nunc sofferente, grondande
sangue, piangente… per i peccati che gli uomini, disprezzando
la sua grazia, continuano a commettere, resta ancora da
decifrare. Gemma scrive, d'accordo con la tradizione che «…
Gesù vide tutti i miei peccati… e vide il posto che avrei
occupato nell'inferno» – è certo che non solo come il Verbo

9
Anche nell'Autobiografia: «Ogni giovedì continuavo a fare la Ora
Santa, ma mi accadeva alle volte che quest'ora durasse circa le 2, perché me
ne stavo con Gesù e quasi sempre mi faceva parte di quella tristezza che
provò nell'Orto alla vista di tanti peccati miei e di tutto il mondo: una
tristezza tale che può ben paragonarsi all'agonia della morte» (p. 256).
Questa esperienza della contemporaneità al dolore reale di Cristo
nella sua Passione risale almeno fino ad Origene il quale nelle Omelie in
Leviticum scrive: «Salvator meus luget etiam nunc peccata mea» (Homil.
VII, § 2; P.G. XIII, col. 477). Il testo è citato anche da Kierkegaard nelle
riflessioni cristologiche del Diario della maturità (X4 A 131; trad. it. nr.
3425, t. VIII, p. 227 s.). La fonte prossima è Fr. Böhringer, Die Kirche
Christi und ihre Zeugen, P.I, p.189).
eterno, ma anche come l'Uomo-Dio glorificato alla destra del
Padre, Cristo abbraccia dall'inizio alla fine la storia non solo
dell'umanità ma di ogni individuo particolare. Si può anche
credere – ma il Vangelo non lo dice – che il Cristo nell'orto ha
(ante) visto i peccati di tutti gli uomini ed ha sofferto per essi il
sudore di sangue… Per questo Cristo vuole che Gemma ripeta
in sé le sofferenze fisiche e morali della sua Passione: «Gesù
continuava: 'Se è vero l'affetto che tante volte mi hai detto di
serbarmi nel tuo cuore, io voglio che tu porti in te scolpita la
mia immagine. Guardami: mi vedrai trafitto, deriso da tutti,
morto in croce e io t'invito tu pure a morire in croce con me'»10.
Allora il Cristo che appare piangente, sofferente fino a versare
sangue, crocifisso… rinnova misticamente, quindi realmente
(?), i dolori della passione per i nostri peccati. Quindi anche ad
ogni peccato dell'uomo Gesù soffre misticamente, e perciò
realmente (?) anche oggi, come soffrì ieri e come soffrirà
domani. Si tratta allora che per Cristo Uomo-Dio – sintesi reale
di finito e d'Infinito, di tempo e di eternità… – le dimensioni
del tempo non si rapportano come in noi: infatti negli uomini il
presente deve, per realizzarsi, staccare e staccarsi dal passato e
accostarsi al futuro.
In Cristo, come l'umanità è congiunta alla divinità, così
il tempo della storia umana è congiunto realmente all'eternità in
cui si compie l'escatologia divina dell'esistenza e della storia. A
questo modo si può (si potrebbe?) allora dire che i tre elementi
(dimensioni, parti…) del tempo coesistono distinti e insieme
simultanei nelle coscienza umana di Cristo glorioso, anche se
Cristo come Dio e Verbo divino vede tutto dall'alto in arce
aeternitatis11. Quindi Cristo, come Redentore, continua

10
Lett. 64ª a p. Germano, p. 169.
11
La bellissima espressione è di S. Tommaso ed ha significato
metafisico: «Sed Deus est omnino extra ordinem temporis, quasi in arce
aeternitatis constitutus, quae est tota simul, cui subiacet totius temporis
decursus secundum unum et simplicem eius intuitum» (Comm. in Periherm,
misticamente e quindi realmente la sua redenzione e perciò
anche a soffrire misticamente e quindi realmente per i peccati
degli uomini? Per Cristo l'evolversi della storia umana, ed in
particolare della storia della Chiesa, non è uno spettacolo
indifferente quasi come il proiettarsi di una pellicola già bell'è
montata, ma rimane e si presenta ad ogni momento come il
conto della libertà dell'uomo che la grazia divina continua a
stimolare e a rispettare.
Quindi allora Cristo come uomo continua a soffrire? Od
è soltanto la scena dei mistici, un'immagine retrospettiva? Ma
non sarebbe obbligato allora il mistico a dichiararlo per primo?
Perché allora tutti i mistici insistono nel descrivere il
«fenomeno» in termini di presenza reale alla quale
«partecipano» con il proprio dolore ed i propri patimenti?
Insomma: il problema, così posto, ha un senso? A me sembra
di sì, ma dubito di riuscire a dargli una prospettiva sufficiente:
mi auguro che riesca qualche altro più profondo e soprattutto
dotato di senso più spirituale. Il nostro modesto tentativo
s'ispira ad un tipo di analisi esistenziale del tempo come
«spazio» della libertà inteso nel senso, se così posso
esprimermi, di contenente attivo della possibilità di cui la
libertà è principio per ciascuno di noi dalla nascita alla morte.
Così, sul piano esistenziale – non certo, ovviamente, su quello
metafisico – ogni decisione è scelta di libertà sempre nuova da
parte dell'uomo, cioè di ogni singolo.
Viene qui spontaneo il richiamo all'espressione
improvvisa che esce nell'insuperato commento all'agonia di
Gesù nell'orto ch'è Le mystère de Jésus di Pascal12. Nelle altre

lib. I, c. IX, lect. 14; ed. Leon, t. I, fol. 70 a). Ci dispiace di non poter
approfondire qui questa profonda dottrina dell'Angelico.
12
Pensées et Opuscules, ed. L. Brunschvicg, Paris 1917, nr. 553, p.
574 ss. (con fotocopia della I p. dell'originale che contiene la frase che ci
interessa).
fasi della Passione sono gli uomini che tormentano Gesù, qui –
dice Pascal – nell'Orto è Gesù che tormenta se stesso; cerca
consolazione dai tre amici più cari, ma questi dormono: così si
sente abbandonato da tutti nell'orrore della notte alla collera del
Padre. Ed ecco l'espressione improvvisa: «Jésus sera en agonie
jusqu'à la fin du monde: il ne faut pas dormir pendant ce
temps-là». Secondo l'esegeta più recente il testo è suscettibile
di una doppia spiegazione:
1) benché l'agonia di Gesù sia un fatto localizzato nel passato
tanto nel tempo come nello spazio, tuttavia essa, per la sua
portata, è coestensiva a tutta la storia dell'umanità;
2) benché Gesù sia l'unico Salvatore, Egli non prolunga meno
la sua agonia nei suoi discepoli, come lo dimostrano tante
esperienze, a cominciare da quella di S. Paolo13. Che dire?
Si sarebbe quasi tentati di appoggiarsi alla prima, se l'Autore
non aggiungesse come spiegazione: «… Gesù è morto ed ha
sofferto per i peccati di tutti gli uomini e di tutti i tempi».
Ma Gemma dice che Gesù «ora» – nell'ora del tempo della
sua estasi – Gesù soffre, piange, si lamenta, si appena…
quando gli uomini peccano e perché continuano a peccare,
come si è visto.
Ci sembra invece più fedele (anche nella lettera) al
ritmo profondo del testo pascaliano, ch'è espressamente
ricordato, ma ovviamente non citato, quanto si legge in una
lettera del P. Pio da Pietrelcina (in data 19.3.1913) al suo

13
A. Feuillet, L'Agonie de Gethsémani, Enquête exégétique et
théologique suivie d'une étude du «Mystère de Jésus» de Pascal, Paris 1977,
p. 280. A differenza di Gemma e P. Pio, nel «Mystère de Jésus» secondo
Steinmann «… les images sont inexistantes, perdues dans la nuit. Jésus-
Christ n'est pas vu. Il est seulement entendu» (J. Steinmann, Les trois nuits
de Pascal, Paris 1962, p. 51). Ma non c'è in Pascal la rappresentazione degli
Apostoli dormienti, il ricordo di Cristo del tutto solo e della notte che
avvolge cose e persone…?
direttore spirituale: data l'importanza eccezionale del testo per
la somiglianza con la situazione della mistica di Lucca che
l'aveva preceduto con espressioni ancor più veementi, la mite
Gemma, secondo una testimonianza della zia Cecilia: «'Noi in
Chiesa, ammoniva Gemma, non si sta come ci si dovrebbe
stare. Se vedesse come ci stanno gli Angeli ed i Serafini
intorno all'Altare, non si farebbe così!' – Una volta mi disse che
Gesù voleva che pregassi tanto per i Sacerdoti e una mattina le
aveva detto: 'Figlia mia, vedi, se non fosse per rispetto a questi
Angeli che mi stanno d'attorno, quanti ne fulminerei all'altare!
E voleva dire nel tempo che dicono la Messa. E pregava molto
per i Sacerdoti tanto che è arrivata a sudar sangue, un mese
sano, l'agosto. Mi diceva qualche volta: 'Lo vedesse, come li
(lo?) trascinano con le funi i Sacerdoti, ora di qua ora di là! ed
era un continuo pregare per essi, i Sacerdoti14'».
Crediamo opportuno riportare la testimonianza di P. Pio
per intero dividendola in 4 paragrafi seguendo, come per
Gemma, il ritmo profondo del testo.
1) La visione: «Venerdì mattina ero ancora a letto quando mi
appare Gesù. Era tutto malconcio e sfigurato. Egli mi
mostrò una grande moltitudine di sacerdoti regolari e
secolari, fra i quali diversi dignitari ecclesiastici. Di questi,
chi stava celebrando, chi si stava parando e chi si stava
14
Summ. nr. VII: De heroica in Deum caritate, nr. 18 s., p. 332.
L'argomento è stato approfondito nella Responsio ad animadversiones…
Nova positio, p. 90 ss. con riferimento alle rivelazioni di S. Brigida, S. M.
Maddalena de' Pazzi, S. Paolo della Croce… - Ancora nei processi la zia
Cecilia attesta che Gemma un giorno le disse: «Zia, preghi per un povero
sacerdote che tace un peccato grave in confessione e pur celebra la S.
Messa; e so ancora che ne parlò a Mons. Volpi, il quale, quando quel
sacerdote tornò a confessarsi, finita la solita accusa, gli chiese se avesse
altro da accusarsi e quello negando, il Volpi gli osservò: 'Eppure un'anima
santa mi ha detto che lei confessandosi tace sempre un peccato grave per
vergogna'. Allora il sacerdote ruppe in un dirotto pianto e fece regolarmente
la sua confessione» (nr. IX, De heroica prudentia, § IX, p. 461 s.).
svestendo delle sacre vesti. La vista di Gesù in angustie mi
dava molta pena. Nessuna risposta ne ebbi. Però il suo
sguardo si riportava verso quei sacerdoti e, come se fosse
stanco di guardare, ritirò lo sguardo ed allorché lo alzò verso
di me, con grande mio orrore, due lagrime gli solcavano le
gote. Si allontanò da quella turba di sacerdoti con una
grande espressione di disgusto e di disprezzo sul volto
gridando: 'Macellai'»15.
2) La spiegazione di Gesù: «E a me rivolto disse: 'Figlio mio,
non credere che la mia agonia sia stata di tre ore, no, io sarò,
per cagione delle anime da me più beneficate, in agonia fino
alla fine del mondo. Durante il tempo della mia agonia,
figlio mio, non bisogna dormire. L'anima mia va in cerca di
qualche goccia di pietà umana, ma ohimé mi lasciano solo
sotto il peso della indifferenza16. L'ingratitudine e il sonno
dei miei ministri mi rendono più gravosa l'agonia. Ohimé!
Come corrispondono male al mio amore! Ciò che mi
affligge è che costoro alla loro indifferenza aggiungono il
disprezzo e l'incredulità. Quante volte ero lì per fulminarli,
se non fossi stato trattenuto dagli Angeli e dalle anime di me
innamorate… Scrivi al Padre tuo e narragli ciò che hai visto
ed hai sentito da me questa mattina».
3) Parte segreta del messaggio: «Gesù continuò ancora, ma
quello che disse non potrò giammai rivelarlo a creatura
alcuna di questo mondo».
4) Partecipazione ed apprensione di P. Pio: «Questa
apparizione mi cagionò tale dolore nel corpo, ma più ancora
nell'anima, che per tutta la giornata fui prostrato ed avrei
creduto di morirne se il dolcissimo Gesù non mi avesse già
rivelato… Gesù ha ragione. Questi disgraziati nostri fratelli
15
Lett. 132 a p. Agostino di S. Maria in Lamis, ediz. S. Giovanni
Rotondo, 1973 p. 351 s.
16
Qui la somiglianza col testo pascaliano diventa letterale.
corrispondono all'amore di Gesù col buttarsi a braccia aperte
nell'infame setta della massoneria. Preghiamo per costoro
acciocché il Signore illumini le loro menti e tocchi loro il
cuore». Seguono parole d'incoraggiamento per il P.
Provinciale per la sua opera di riordinamento della Provincia
Cappuccina: «Il bene della nostra Provincia dev'essere la
sua aspirazione, a questo devono essere indirizzate le nostre
preghiere». Ed anche: «… se non potranno mancare al
Provinciale le difficoltà, le fatiche, le molestie, si guardi
bene dal perdersi d'animo. Gesù lo sosterrà». E conclude:
«La guerra di quei cosacci si va sempre più intensificando,
ma non li temerò con l'aiuto di Dio». Quindi credo si possa
dire che Pascal, Gemma e P. Pio si mantengono nella stessa
linea di una realtà intensiva di presenza attuale che
potremmo chiamare della «contemporaneità doppia»:
a) la contemporaneità, ossia presenza di Cristo alla storia
umana:
Gesù è sofferente per e con noi fino alla fine del mondo
quando il Figlio dell'uomo farà il giudizio della storia e il
«principe di questo mondo» sarà cacciato fuori, quando
«Babilonia la grande» sarà abbattuta per sempre e scenderà
dal cielo la «nuova Gerusalemme»17;
b) la contemporaneità, ovvero presenza dei credenti, di
ciascuno di noi, alle sofferenze che Cristo ha patito per i
nostri peccati e per quelli di tutti gli uomini. In Cristo è una
contemporaneità di solidarietà e di misericordia per i
peccati del mondo come una continuazione nel senso
esistenziale di una «ripetizione» (reale-mistica) della sua
Passione. In noi credenti è una contemporaneità di
pentimento e di espiazione per i peccati nostri e del mondo
intero e pertanto in conformità attuale della sua Passione,

17
Apoc. 18,2 ss.
ossia di una nostra «partecipazione» come presenza attiva
riparatrice.
La verità teologica della divina trascendenza e della
impassibilità di Dio ci sembra resti salva ed anche, di
conseguenza, quella di Cristo come Verbo eterno nella sua
nascita eterna (Gv 1,1). Nella seconda e terza nascita, ossia in
quella ch'è avvenuta una volta sola nel parto verginale di Maria
ed in quella che avviene in ogni anima che passa dal peccato
alla grazia, secondo la profonda esposizione di Ekhardt ripresa
da Taulero, quando trascendenza e immanenza, ossia Dio e le
creature, vengono a contatto e quasi s'intersecano: «Quia
videlicet nullam ipse tam capacem creaturam habet,
fundumque essentiae suae ita perfecte effundere atque
inscribere queat, sicut in opere illo facit, in quo spiritualiter
seipsum in qualibet anima sancta generat. Haec autem Dei in
anima generatio, ut ante saepius dixi, nihil aliud est quam
ipsius in nova quadam cognitione et intelligentia, novoque
modo in anima manifestatio»18. Ma per Cristo vale una ragione
speciale: con l'Incarnazione e con i singoli misteri della sua
Vita il Verbo eterno ha contratto in Cristo una particolare
«situazione di appartenenza al tempo» ch'è la storia umana, la
quale costituisce per l'appunto il «tempo opportuno» (Καιρός)
della salvezza. Questa «situazione nuova» è una novità sia nel
Verbo incarnato, destinato alla Passione, per salvare l'uomo, sia
nell'uomo chiamato alla salvezza mediante la libertà, ossia la
sua partecipazione libera alla Passione di Cristo. Questa
dottrina è pacifica: è mediante la sua Passione e Morte che
Cristo ha liberato l'uomo dal peccato ed è mediante la
conformità del Christus patiens che il peccatore viene liberato
dal peccato ed espia la pena dovuta alla propria colpa.
18
D. Joannis Thauleri, Sermones de Tempore et de Sanctis
reliquaque eius Opera Omnia a R.F. Surio Cartusiano in latinum Sermonem
translata, Coloniae et denuo Maceratae 1603. In Nativitate Domini, Sermo I,
p. 45 - Cf. anche p. 40, spec. p. 309.
La nuova considerazione esistenziale – che nel nostro
caso ci è stata suggerita dai «fenomeni» di Gemma, ma vale
per tutti i fenomeni mistici similari – intende proporre, o
piuttosto parlare, come già la pietà cristiana spontanea della
catechesi tradizionale, della conformità al Christus patiens e
questo in considerazione sia di una riflessione più approfondita
e concreta dell'originalità di essere che compete alla libertà
umana e sia, di conseguenza, della qualità nuova che il tempo
umano come «spazio nuovo della libertà» ha assunto con la
venuta di Cristo. La «storia di Cristo» non è come quella di
qualsiasi personalità del passato (Alessandro, Socrate,
Napoleone…) che abbia scosso il mondo, ma ora è passata ed è
uscita dalla storia, come già si è sopra riconosciuto: esse
finiscono nel tempo e per esse vale il principio di Lessing, che
«verità contingenti non possono diventare il punto di partenza
per una decisione eterna». Gli eventi della storia profana
«divengono» per una decisione dell'uomo e una volta divenuti
non diventano più, sono passati per sempre e devono lasciare il
posto ad altra storia, cioè ad altri eventi ad opera di altri
protagonisti. Gli eventi della storia sacra hanno invece per
protagonisti la libertà di Dio e la libertà dell'uomo, Dio con
l'uomo e l'uomo con Dio, l'Uomo-Dio redentore e l'uomo
peccatore che s'incontrano nel «tempo opportuno» della
redenzione e del la conversione. L'irruzione della libertà nel
tempo rompe la continuità del tempo e impedisce che il tempo
sia coestensivo dell'essere e s'identifichi con esso19. Anche
questo è pacifico.

19
A differenza di quanto accade nel pensiero moderno il quale,
specialmente dopo Kant, procede a dissolvere l'essere nell'apparire e arriva,
con Heidegger, a identificare l'essere con il tempo, togliendo cioè
sopprimendo alla fine anche l'ultima e decisiva qualità che è la libertà. In
Heidegger, infatti, la «essenza della verità è la libertà», cioè la «presenza
del presente» (Die Anwesenheit des Anwesenden), ch'è il lasciar essere
Il punto più delicato, ed anche più suggestivo, è quello
di chiederci se questa continua presenza operante di Cristo
usque ad consummationem saeculi non sia semplicemente
ridotta (sic!) ad una presenza, effettiva certamente, ma
considerata soltanto come già «avvenuta». Ma si può dire
anche in qualche modo che, grazie all'intreccio d'immanenza e
trascendenza… nella forma soprattutto dell'incontro-scontro di
due libertà, la divina e l'umana, che la Passione di Cristo, a
causa dei continui peccati degli uomini, continua in qualche
modo («misticamente e realmente») in Cristo, perché gli
uomini continuano a peccare ed a qualificare la storia con il
novum delle proprie scelte di ribellarsi a Dio.
In parole semplici si tratta di chiarire un po' che la
«storia sacra» è un divenire del «piano di salvezza» fino alla
fine del mondo e che questo divenire è opera di libertà che dà
all'uomo la possibilità dell'alternativa pro o contro Dio, pro o
contro Cristo. Cristo, come Uomo-Dio e Redentore, non è
certamente indifferente alla qualità delle scelte dell'uomo e
perciò gode se essa è per Dio e soffre invece se è contro Dio. Si
tratta ora di chiederci se è possibile mantenere ancora Cristo
«implicato» nel tempo nella storia umana, ossia di quella che
continua a scorrere nell'apertura della libertà e quindi resta
aperta a tutte le possibilità della libertà stessa ch'è l'unico
principio nuovo ad emergere sopra la natura: una novità –
diciamola d'«indipendenza esistenziale»20 – che Dio stesso

l'essente ossia l'apparire come identico all'essere (Cf.: Vom Wesen der
Wahrheit, Frankfurt a. M. 1949, p. 18 s.).
20
È chiaro che sotto l'aspetto metafisico anche la libertà creata
dipende dalla causalità divina, come la causa seconda dalla causa prima:
però dipende come causa libera cioè per essere libera, per agire liberamente
ed anche per liberarsi e per diventare sempre più libera nel sacrificio per
l'indipendenza della libertà, secondo l'insegnamento di Cristo: «Veritas
liberavit vos» (Gv. 8,32). Cioè, per essere più espliciti, mentre per gli effetti
delle cause naturali, l'influsso divino cade sulla loro «naturalità», per gli
esseri spirituali esso cade sulla loro libertà. Anche la grazia, secondo S.
rispetta perché l'ha creata tale e che rispettò fin nella futura
Madre del suo Verbo, la quale attese a riflettere prima di dare il
fiat del suo consenso come «ancella del Signore» (Lc 1,26 ss.).
Infatti al primo annuncio dell'Angelo, Maria «… turbata
est in sermone eius et cogitabat qualis esset ista salutatio» (v.
22). Conosciuto poi lo scopo della visita angelica, parla
direttamente al Celeste messaggero, presentandogli il dubbio di
fondo sul mantenimento della sua verginità: «Quomodo fiet
istud quoniam virum non cognosco?» (v. 34). E solo dopo aver
avuta l'assicurazione dell'Angelo, Maria dà il suo consenso:
«Ecce ancella Domini, fiat mihi secundum verbum tuum» (v.
38). Certamente, secondo il nostro modo di parlare e anche di
capire, Dio ha goduto del consenso di Maria: perché allora a
fortiori (in senso esistenziale) non ammettere che Cristo,
l'Uomo-Dio glorificato, non possa «come uomo» nella sua
perenne presenza allo scorrere del tempo, godere quando
un'anima con l'amore va a Lui e invece rattristarsi, e ancora
soffrire, quando l'uomo col peccato si allontana?
Senza voler aprire un discorso troppo tecnico e
complesso, qual è quello sulla natura e struttura del tempo,
penso non offra più difficoltà la distinzione fra tempo fisico e
tempo storico, fra tempo cosmico e tempo umano ed
(aggiungiamo) fra tempo naturale e tempo soprannaturale. La
distinzione emerge dalla diversa «qualità» dei due campi, della
natura e della grazia, nel senso cioè che il tempo fisico si
presenta come il susseguirsi nel corso dello sviluppo dei
fenomeni naturali, secondo l'articolarsi del «prima» e del «poi»
nella continuità del divenire dei processi fisici, mentre il tempo
umano si attua nella storia dei popoli e dei singoli uomini in
virtù della «qualità» delle decisioni della libertà: quindi esso

Tommaso, è data per rafforzare, per rendere «più libera» la libertà (Cfr. S.
Th. Iª-IIae, q. 109, spec. aa. 2.3.6…). Questo si fonda sulla «ratio imaginis»
di Dio nell'anima.
procede per strappi, mediante la rottura dei progetti dell'azione
e le crisi di «decisione» della scelta. È un procedere a strappi
anche a causa delle contese, lotte, rivoluzioni… di cui è
intessuta la storia umana, ch'è perciò continua e discontinua,
perché il suo tempo umano è incluso nel tempo fisico;
discontinua, per l'irrompere delle decisioni della libertà.
Con la venuta di Cristo il tempo umano acquista un
nuovo rapporto interiore, cioè s'inserisce nell'eternità che è
proprio della divinità. Di conseguenza (credo si possa dire),
con lo scomparire della presenza esteriore della Persona di
Cristo dalla scena della storia del mondo, non può essere
annullata la sua presenza reale – anche se invisibile – al mondo
ed al tempo umano e quindi Egli non è mai assente agli eventi
della storia. Questo sembra pacifico: perciò pare anche
opportuno e legittimo concludere che come il nunc reale della
presenza continua (-ta) di Cristo alla Chiesa, nelle vicende
della sua realtà storica, non è tolta ma sostenuta dall'eternità in
cui anche l'umanità di Cristo è stata assunta e glorificata, così
questa gloria non nega né distrugge, ma sostiene ed illumina
sul piano soteriologico una presenza e partecipazione di una
«nuova e reale» sofferenza del Cristo-uomo per i peccati che
gli uomini ancora commettono e continuano a commettere fino
alla fine dell'eone storico che sarà chiuso con l'ultimo Giudizio.
Ora già nella promessa di Cristo ch'Egli, pur salendo al
Padre, resta sempre presente nella sua Chiesa (Mt 28,20),
sembra implicito ch'Egli possa soffrire ancora in qualche modo
per i peccati del mondo e soprattutto dei cristiani. Allora,
poiché questi peccati attingono dal tempo l'Uomo-Dio che vive
nell'eternità e meritano una pena di eterna dannazione, così essi
realizzano – se così si può dire – un nuovo tipo di «presenza
esistenziale», nella quale il tempo umano attinge l'eternità e
l'azione perversa dell'uomo effettivamente offende non solo
Dio, ma anche (e soprattutto, se così si potesse dire) l'Uomo-
Dio. Gesù Cristo, ch'è veramente uomo anche nella gloria, in
virtù della sua Umanità attinge il tempo storico e partecipa
all'eone in corso di sviluppo della storia umana e di quella di
ogni cristiano, non semplicemente come spettatore indifferente,
ma come Salvatore nella realtà della sua natura umana. Gesù
resta in attesa della risposta dell'uomo e di ogni uomo alla sua
grazia e, come Egli gode se l'uomo l'ama e Gli rimane fedele,
così soffre quando l'uomo l'offende. Si può dire perciò, come
dicono i mistici, che Gesù soffre quando l'uomo lo offende,
poiché è nel tempo storico che l'uomo offende Dio e Cristo,
ch'è il tempo esistenziale concreto dell'esercizio della libertà di
ogni uomo durante la sua esistenza terrena.
Anche se in altro senso, cioè in quello dell'assoluta
perfezione e perciò dell'onniscienza di Dio, ogni cosa ed evento
sono «presenti» al suo sguardo perché nulla potrebbe mai
essere e accadere senza l'influsso della sua onnipotenza, resta il
fatto (ed è anche verità di fede per il credente) che l'uomo può
scegliere fra il bene e il male, come ha mostrato del resto la
storia dell'uomo fin dal suo inizio catastrofico. Bisogna
riconoscere, come nel fiat di Maria all'Annunciazione
dell'Angelo (Lc. 2), che la decisione della creatura libera ha un
suo proprio spessore ontologico, il «momento della decisione»,
la «possibilità attiva» appunto della libertà.
L'atto dell'offesa del peccato allora l'uomo lo pone nel
momento della sua libera decisione, l'offesa prima non c'era: è
in quel momento del tempo (in illo tempore) che allora si
compie l'offesa non prima. Si rifletta ancora che dal punto di
vista teologico-mistico, il peccato è l'unica cosa che l'uomo ha
in proprio e col quale egli si ribella a Dio, lo sfida, lo disgusta,
lo disprezza e disprezza la Passione di Cristo che pur l'ha
redento dal peccato. Il fatto allora che l'anima di Cristo
(nell'Orto) mediante la scienza infusa abbia potuto conoscere
tutti i peccati di tutta l'umanità fino all'esaurimento della storia,
questo non elimina ma suppone la «qualità propria» del
disordine del peccato singolo ed agisce anche con la sua novità,
ossia che esso accade solo «ora» ed in «questo» ora: ciò
significa non solo che poteva accadere prima od anche dopo,
ma soprattutto che poteva anche non accadere.
Per questo l'uomo diventa responsabile meritevole e
colpevole «ora», nel momento in cui egli pone, esprime ed
attua la sua decisione.
Quindi sembra una soluzione minimistica negare che in
realtà per il «peccato» dell'uomo, Cristo ormai (glorioso) più
non soffra come uomo, perché ha già sofferto per tutti i peccati
della storia umana ch'Egli aveva già previsti uno per uno…; i
miei (come dice Gemma), i tuoi, quelli di ciascuno e con la
speciale malizia di ciascuno21. Ma questa malizia è in atto solo
nel momento stesso del peccato e si tratta di un atto libero che
poteva (e doveva) non esserci e della cui esistenza hic et nunc è
causa responsabile solo il peccatore. Ma, come il peccato è un
atto, ch'è bensì posto nel tempo da una volontà finita, la quale
però attinge l'eterno con la sua ribellione: così l'Uomo-Dio, che
in quanto Uomo-Dio appartiene sempre all'eone dello sviluppo
della storia umana, attende dall'uomo nel tempo la
corrispondenza alla sua redenzione. Pertanto, come Cristo
gioisce quando fioriscono i santi, così anche soffre quando
infestano i peccatori. Quella presenza dei peccati nell'Orto era
una pre-visione rappresentativa, ma non ancora (sembra) una
contemporaneità di scientia visionis, che corrisponde allo
svolgersi in atto fino all'esaurirsi, nel piano della divina

21
«Come» l'Uomo-Dio nella gloria possa, nella sua natura umana,
soffrire ancora a causa dei peccati dell'uomo, l'uomo non lo può spiegare,
ma questa è la convinzione espressa nel linguaggio abituale della pietà
cristiana ed è Cristo stesso che di continuo lo dice ai mistici: qui si vuol
salvare la «verità oggettiva» di ciò che i mistici dicono di vedere e di sentire
immediatamente da e in Gesù stesso in siffatte visioni e comunicazioni
partecipando ai dolori mentali e corporali ch'Egli dice e mostra di soffrire
davanti ai loro sguardi e chiede insieme di essere consolato con la loro
partecipazione.
Provvidenza, della storia del mondo e della Chiesa. Pertanto la
visione che Cristo ha ora, ed in ogni momento, dell'atto della
libertà dell'uomo che l'ama o che pecca ha sempre carattere
reale e presentativo.
In conclusione: allora l'Uomo-Dio nella gloria soffre
ancora?22. Come Dio, certamente no. Come Uomo-Dio, i Santi
e i mistici lo vedono soffrire ancora per i peccati degli uomini,
lo sentono invocare la riparazione e chiedere di essere
confortato… Soprattutto con la rivelazione del culto del S.
Cuore, mediante le visioni (riconosciuta dalla Chiesa) di S.
Margherita M. Alacoque (la quale ha avuto tanta parte nella
vocazione e crescita spirituale di Gemma), questa realtà
presenziale di Cristo nella storia delle anime sembra fuori
dubbio. Infatti, perché non ammettere che qui abbiamo un
«tempo nuovo» ed una «presenza nuova» di Cristo, in virtù
dell'atto nuovo, che l'uomo pone, di peccato e di amore? La
presenza esistenziale ed il tempo esistenziale appartenente alla
realtà umana ed alla sua presenza al Corpo mistico dell'Uomo-
Dio? L'Emanuele ch'è Dio con noi? Perciò la storia umana ed
ogni atto libero, sia dei Santi come dei peccatori, è presente a
Cristo in un modo estensivo e intensivo così che ogni atto gli è
presente nella qualità propria del «momento» del suo reale
accadere: lo tocca ancora e lo toccherà fino alla fine dei tempi
con una nuova spina di dolore o con una nuova goccia di
conforto. Tale ci sembra il folgorante messaggio cristologico
ed ecclesiale dell'umile vergine lucchese.
Gemma oggi? Che senso cioè può avere la sua vita di
missione per l'uomo d'oggi? Quale rilevanza può avere dopo il
22
Così anche Gesù secondo la rivelazione ad un'estatica
contemporanea: «E oltre la sua gloria ancora [Gesù] soffrirà nel suo spirito
di Amore nel vedere che l'Umanità calpesta il suo Amore. Voi non potete
capire per ora» (Maria Valtorta, Poema dell'Uomo-Dio, Edizioni Pisani
1970, vol. VII, p. 1399). Qualcuno, più esperto nella letteratura mistica,
potrà trovare altre testimonianze analoghe.
Concilio Vaticano II, la sua singolare partecipazione alla
Passione di Cristo per il cristiano d'oggi, cioè del post-concilio
che, per una errata apertura di secolarismo ed ecumenismo, ha
visto scomparire nel popolo l'una dopo l'altra le devozioni più
care alla tradizione cattolica: quali la Passione di Cristo,
l'Eucaristia, la Beata Vergine Madre di Dio, gli Angeli
messaggeri di Dio, i Santi nostri fratelli e modelli presso Dio?
Tutti sappiamo – basta sfogliare le riviste di predicazione e di
spiritualità – che oggi i Santi e le devozioni non godono buona
stampa – anzi né buona né cattiva, poiché sono ignorati o al
più, ma anche questo sta diventando sempre più raro,
rispolverati per ricerche erudite o per qualche festa paesana.
Ma se scompaiono i modelli, scompare anche il Modello e
difatti mai la Cristologia ha avuto, ed è tuttora in corso, una
crisi così profonda come nell'attuale momento. Veramente il
«fumo di Satana», denunciato e deprecato da Paolo VI, ha
confuso un po' (e più che un po') tutto e tutti, dogma e morale,
gerarchia e fedeli… come non si vedeva dai tempi di Pelagio e
di Nestorio, dello scisma di Fozio, della Riforma specialmente
di Lutero, che ha strappato alla Chiesa metà della cristianità e
della bufera del deismo e dell'illuminismo dei secoli XVII-
XVIII e del loro erede il modernismo all'inizio del nostro
secolo, di cui l'attuale marasma nella Chiesa23 non è che la
reviviscenza e la continuazione. Fino a quando?
Cosa può dire oggi, nella vita della Chiesa del post-
Concilio, una vita di eccezione e di nascondimento totale in
Cristo, come quella della Galgani?
Se l'esperienza mistica di Gemma, come prima quelle di
S. Francesco, di S. Caterina da Siena e degli altri stigmatizzati
(ed a suo modo anche l'intuizione mistica di Pascal nella festa

23
Cfr., per alcune indicazioni fondamentali, i nostri studi:
Introduzione all'ateismo moderno, II ed., Roma 1969, e La preghiera nel
pensiero moderno2, Roma 1983.
di S. Clemente) sono, come viene da pensare, esperienze reali
ed appartengono alla sfera di possibilità, ossia di apertura della
libertà umana; la tesi moderna invece riduce lo spazio e il
tempo a fenomeni, forme a priori della sensibilità e pretende di
affermare il totale vuoto di essere in cui si agita la vita e il
pensiero dell'uomo nella storia. Non si salva soprattutto la
realtà della vita quotidiana abbassando il tempo a livello di
fenomeno che resta sull'uscio della verità, come fanno con
indirizzo opposto sia il razionalismo come l'empirismo24, né
elevandolo a forma, ossia a principio costitutivo dell'unità
sensibile dei fenomeni e a piattaforma della dinamica delle
categorie come invece propone Kant25 e meno ancora, anche se
con manifesta volontà di coerenza, identificando il tempo con
l'essere concreto, cioè storico, della realtà umana, come ha fatto
l'idealismo in modo velato e poi apertamente lo storicismo
posthegeliano ed esistenzialista26. Il «fenomeno mistico» è una
testimonianza di realtà, non solo presente all'interno della fede,
ma anche quale oggetto di osservazione della riflessione
24
Giustamente osserva Kant che a questo modo Leibniz,
«togliendo la differenza» e costruendo un sistema intellettuale del mondo…
ha intellettualizzato i fenomeni, mentre Locke con un «sistema delle idee»
(Noogonie) ha sensificato (sensifizirt) i concetti dell'intelletto (Kritik der
reinen Vernunft, Transz. Analytik I, A270, B326 s; ed. R. Schmidt2, Leipzig
1930, p. 316 s.).
25
Kant privilegia espressamente il tempo a confronto dello spazio
poiché, se in una prima riflessione lo spazio è la forma dei sensi esterni ed il
tempo la forma dei sensi interni, poi il tempo abbraccia (cioè informa) l'uno
e l'altro (Kritik der reinen Vernunft, Transz. Aesthetik, 6 A34, B51; ed. R.
Schmidt2, Leipzig 1930, p. 77).
26
La filosofia contemporanea nelle sue varie direzioni (marxismo
compreso) ha eliminato la originalità della qualità dell'essere come qualità
derivando con Hegel dalla quantità la qualità ed allineandosi in questo alla
dissoluzione dell'Assoluto e della trascendenza teologica operato dalla
coincidenza di essere e tempo in M. Heidegger, secondo il quale «il tempo è
l'orizzonte per la comprensione dell'essere» («als Horizont des
Seinsverständnisses»: - Cf.: Sein und Zeit, ed. cit., spec. §§ 65, 68, 69c, 80,
83, p. 323 ss. Sulla concezione hegeliana del tempo: § 82, p. 478 ss.).
oggettiva fenomenologica: nella distinzione ed insieme con la
solidarietà, cioè appartenenza del fenomeno alla realtà. Infatti il
fenomeno (le apparizioni, le esperienze mistiche, i fenomeni
straordinari…) non solo è reale, ma si presenta pregnante e
decisivo nella realtà della vita del mistico, anche se il giudizio
ultimo di valore per la comunità dei fedeli resta affidato
all'autorità della Chiesa. La realtà di siffatti fenomeni
straordinari è tanto più significativa negli stigmatizzati per la
conformità reale, cioè fisica, con la Passione di Cristo, nel
senso oggettivo di una esperienza e partecipazione reale e
visibile che diventa per la Chiesa e per i fedeli una
«testimonianza viva del soprannaturale». Il carisma od i vari
carismi della partecipazione reale dei dolori della Passione di
Cristo fa dello stigmatizzato, in senso visibile, un altro Christus
patiens.
La realtà del tempo terreno, ovvero dell'esistenza
quotidiana, nel mistico sembra alle volte quasi dissolta, benché
non sia ancora nel possesso definitivo della presenza ferma
della realtà divina, e per questo il fenomeno mistico di solito si
dice «ec-stasi». Infatti, poiché il mistico si trova a sperimentare
la massima vicinanza alla realtà divina è perciò nella massima
tensione del tempo che si avvicina e quasi si conforma
all'eternità: proprio per questo la sua esperienza tanto più si
distingue, ma insieme si distacca, dalla fenomenicità e
intensifica la verità della propria realtà. Le stimmate, le ferite,
il sudore di sangue e gli altri fenomeni mistici sono fatti: non
solo così sono altrettanto reali, ma lo sono più ancora delle
ferite ordinarie e di consimili fenomeni dolorosi di cui
l'esperienza personale conosce la dura realtà e la ricerca clinica
ne studia le cause. Lo stesso comportamento dei soggetti di tali
fatti mistici, rispetto ad eventi naturali o patologici similari che
seguono il corso delle leggi naturali, indicano nel fenomeno
mistico una qualità ancor più positiva di realtà dello stesso
fenomeno naturale similare: si pensi subito al modo
«autonomo» di comparire e di scomparire dei fenomeni mistici
di Gemma. Il rapporto nell'idealismo moderno di esterno-
interno, di fenomeno-noumeno, di apparenza-realtà e pertanto
anche di istante ed eternità… nel senso di elevazione del
secondo termine sul primo e di declassamento di questo
rispetto a quello, non ha più senso nei fenomeni mistici, anzi è
apertamente sconfessato. Il fenomeno mistico, benché esso
sorprenda, è reale di una realtà superiore non solo a qualsiasi
altro fenomeno, ma anche a qualsiasi realtà ovvia e lo è, non
soltanto per la singolarità e rarità, quanto e soprattutto per la
sua «eccedenza» d'intenzionalità ontologica – ci sia permessa
l'espressione – ossia per lo «splendore» sempre nuovo
nell'imporsi e manifestarsi in esso di una Realtà proveniente –
non solo per l'eventuale spettatore, ma per il mistico stesso – da
regioni od emisferi dell'essere che sono altri dal «quotidiano»,
cioè diversi da quelli del mondo fenomenale e sensibile.
Ritornando alla considerazione dialettica del tempo,
Heidegger critica giustamente Hegel per il «livellamento» a cui
sottopone lo «ora» (Jetzt) del presente ch'è destinato così a
svanire nella realtà del tutto ch'è l'eternità27. Ma anche in
Heidegger, capovolgendo la situazione e facendo del tempo
«una successione di momenti» (als Jetztfolge), cioè ritornando
al tempo aristotelico come «movimento-successione
(indefinita) del momento», il tempo è pianificato nella
inarrestabile scorrente irrequietezza del momento stesso e così
esso è dequalificato proprio per questo suo scorrere continuo
indifferente. Occorre dunque che il tempo umano, poiché è di
questo che si parla, si agganci all'eternità ma non s'identifichi
con essa, come voleva Hegel, poiché altrimenti il tempo, in
quanto umano, (il «nostro tempo») svanisce nella pura
fenomenicità. E ciò è inammissibile, poiché il tempo deve per

27
«Die wahrhafte Gegenwart ist somit die Ewigkeit» (Hegel,
Enzyklop. d. philos. Wiss., § 259 Zusatz).
l'uomo diventare lo «spazio reale» dell'attuarsi della sua libertà,
come già si è accennato e come giustamente ha insistito
l'esistenzialismo cristiano di Kierkegaard28.
Pertanto – e mi sembra che si tratti proprio della
«conseguenza» del fin qui detto – anche l'eternità, non quella di
Dio uno e trino nella sua trascendenza assoluta sul tempo
(prima-durante-dopo la creazione e redenzione), ma quella
dell'Uomo-Dio ch'è vissuto ed ha operato nel tempo ed è il
Salvatore di quanti combattono nel tempo per raggiungere la
vita eterna, ha («deve avere»), per poter salvarci, un rapporto
reale al tempo storico ove gli uomini affrontano il rischio e le
prove della salvezza.
Questo rapporto reale non tocca (forse?) la realtà di
Cristo in quanto Dio e in quanto Persona divina, quasi questa
perdesse qualcosa della divinità nell'abbassamento
dell'Incarnazione (secondo l'odierna teologia antropologica);
ma può toccare e interessare (la persona di) Cristo in quanto
uomo, cioè dotato di una vera natura umana «ancora» sensibile,
Cristo ora è certamente glorificato e glorioso e «non è più»
passibile al modo diretto e indicativo. Sembra29 però che la sua
santa umanità, anche se glorificata e gloriosa, si mantenga
ancora partecipe di tutta la tensione esistenziale della storia
umana della salvezza e pertanto anche della lotta nelle anime
singole come negli eventi di bene e di male nella Chiesa e nel
mondo: Cristo quindi non solo non è indifferente al

28
Per il cristiano infatti è nel «tempo che l'uomo deve fare la sua
scelta che deciderà dell'eternità» (è il problema di Lessing discusso anche
nelle Briciole e nella Postilla di Jo. Climacus e risolto nella Malattia
mortale e nell'Esercizio del Cristianesimo di Anti-Climacus). Perciò l'uomo,
che è sintesi di tempo e di eternità, deve saper cogliere «il tempo della
grazia» (Diario X2 A 219) e non lasciarsi ingolfare nella finitezza per
abbandonare la realtà cristiana come ha fatto il Protestantesimo (Diario XI2
A 121).
29
Dico anch'io «sembra», sull'esempio sopra riferito di S. Gemma!
comportamento della libertà dell'uomo, ma ne sente i
contraccolpi nella sua umanità e sensibilità e li può perciò
anche «manifestare», come sembra accadere appunto negli stati
e fenomeni dei mistici. In questi fenomeni straordinari delle
apparizioni dolorose di Cristo che appare ancora sotto la Croce,
con le ferite sanguinanti… e dei Crocifissi e immagini sacre
anche sanguinanti e le corrispondenti partecipazioni di dolore
di Cristo da parte dei mistici30 (stimmate, corona di spine,
flagellazione…) Cristo «chiede» all'uomo la partecipazione ai
dolori della sua Passione a titolo di compassione verso di lui e
di espiazione per i peccati che gli uomini continuano a
commettere: l'invito di Cristo ai suoi privilegiati è fatto
certamente con la parola, ossia con l'espressa dichiarazione
della sua sofferenza reale, ma soprattutto col mostrare ad essi
visibile, in modi vari e cangianti, la sua stessa attuale
sofferenza per i peccati attuali che gli uomini continuano anche
'oggi' a commettere. E questo per eccitare la commozione del
mistico e, quindi (come si è già detto), la sua reale
partecipazione e conformità con la Passione di Cristo: per
consolarlo, per alleviargli la sofferenza.
Un'ultima osservazione ontico-fenomenologica, fondata
sulla teologia classica. È vero che l'umanità di Cristo, con la
Risurrezione e Ascensione, è stata «tolta agli sguardi degli
uomini» (Atti 1,10). Ma non bisogna lasciarsi soverchiare dalla
fantasia empirica nel concepire in modo statico il rapporto fra
lo spirito e la materia, fra l'anima e il corpo, fra il tempo e
l'eternità e quindi fra Dio e la creatura. Già S. Paolo aveva
ricordato agli Aeropagiti di Atene che Dio non è lontano
dall'uomo ma «in Lui noi tutti viviamo, ci moviamo e siamo»

30
In Italia, dopo i fenomeni di Gemma e di P. Pio (che sembra
fosse devoto di S. Gemma), fenomeni simili si riferiscono della M. Aiello
(Cfr.: F. Spadafora, Sr. Elena Aiello, II ed. Roma 1964) e Teresa Musco,
morta il 19 agosto 1976 (Cf.: G. Roschini, Teresa Musco, Crocifissa col
Crocifisso - Caserta 1979). Ed ora anche P. Gino Burresi O.M.V.
(Atti 17,28) e quindi se noi siamo dentro di Lui, Dio non è né
resta fuori di noi. E S. Tommaso da pari suo aggiunge
l'analogia dell'anima rispetto al corpo: «Spiritualia continent ea
in quibus sunt, sicut anima continet corpus. Unde et Deus est
in rebus sicut continens res»31.
Perciò non deve sorprendere l'estensione
fenomenologica dello «oggi» dei dolori di Cristo, presente
nella sua eternità di gloria acquisita con i dolori della Passione
e Morte, causati dai peccati che gli uomini per debolezza di
passioni ed orgoglio di mente continuano e continueranno a
commettere. Ogni volta allora che l'uomo nello scorrere del
tempo rinnova col peccato la causa di quei dolori, «rivivono» e
ritornano misticamente in Cristo gli effetti che sono le sue pene
e i suoi dolori ed Egli, misericordioso sempre, si degna
mostrarli ai suoi prediletti perché lo compatiscano cioè l'amino
al punto che patiscano «come» Lui e patiscano con Lui – che
pur nella Passione aveva, sulla via del Calvario, detto alle pie
donne: «… Non piangete su di me ma sopra di voi stesse e sui
vostri figli!» (Lc. 23,28).

31
S. Th. Iª, q. VIII (De existentia Dei in rebus), a. 1 ad 2. E
l'Aquinate lo spiega con la formula più profonda dell'immanentismo
metafisico: «Hoc ad maximam virtutem Dei pertinet quod immediate in
omnibus agit. Unde nihil est distans ab eo, quasi in se illud non habeat»
(ibid. ad. 3). È già nel Commento alle Sentenze la causalità divina,
fondamento della presenza di Dio nelle cose, è detta «immediatissima» (In I
Sent., d. 27, q. 1, a. 1, spec. ad 4). Nell'art. 2, S. T. aggiunge due modi nuovi
della presenza di Dio nelle anime in grazia e della presenza speciale in
Cristo «per unionem» ossia «secundum esse hypostasis» della Passione del
Verbo (Mandonnet I, 860 s.).
3. La conformità al «patire con Gesù solo»

Se l'espiare per le colpe e procurare la salvezza altrui è


un atto di squisita carità per il prossimo, il soffrire in unione
con i dolori di Cristo è l'espressione cristiana più alta
dell'amore di Dio. La santa fa risalire questo suo proposito,
almeno in forma esplicita, al 1896: «In questo stesso anno 1896
cominciò anche in me un altro desiderio: in me sentivo crescere
una brama di amare tanto Gesù crocifisso, e insieme a questo
una brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori». Ed ora un
nuovo incontro decisivo col Crocifisso: «Un giorno fui presa
da tanto dolore nel guardare, cioè fissare con gli occhi il
Crocifisso, che caddi in terra svenuta; si trovava in casa il
babbo per appunto, e cominciò a contendermi, dicendo che mi
faceva male a stare sempre in casa, e a uscir presto la mattina
(erano due mattine che non mi faceva andare alla Messa).
Risposi arrabbiata: «A me mi fa male a stare lontana da Gesù
Sacramentato». La reazione del padre e quella della figlia
stanno agli antipodi: «S'inquietò tanto per quella risposta, che
ne ebbi una forte sgridata; mi nascosi in camera, e fu allora per
la prima volta che sfogai il mio dolore con Gesù solo». E
forma il proposito: «Ti vò seguire a costo di qualsiasi dolore, e
ti vò seguire fervorosamente; no, Gesù, non vò più darti nausea
con operare timidamente, come ho fatto fino a ora: sarebbe
venire da te a recarti disgusto. Dunque propongo: Orazione più
devota, Comunione più frequente. Gesù, io voglio patire e
patire tanto per te»1. È ormai questo il proposito della sua
vocazione: «Ogni giorno, in mezzo ai miei tanti peccati di ogni
specie, chiedevo a Gesù di patire e patire tanto» (Autob. p. 236
s.).

1
La Santa confida a questo proposito: «Babbo mio, io delle parole
non me ne ricordo, ma l'Angelo mio è qui, che parola per parola me le
detta» (p. 237).
E Gesù la prende in parola. La Santa si esprime con un
linguaggio incredibile: «Gesù dopo tanto mi consolò (!): mi
mandò un male in un piede. Lo tenni segreto per diverso
tempo, ma il dolore si fece forte…» e dovette essere operata2.
Di lì a poco sopraggiungerà la grave malattia (morbo di Pott)
che la terrà immobile in letto per quasi un anno, tra il 1898 e il
1899, fino alla guarigione miracolosa. Per Gemma quindi la
consolazione è nel soffrire e noi sappiamo già quale fu il suo
itinerario sempre in ascesa di partecipazione alla Croce,
soprattutto a partire dall'impressione delle Stimmate dell'8
giugno 1899. La «conformità» con i dolori di Cristo è al centro
di quest'aspirazione.
A. - A Mons. Volpi
Lett. 2ª - È la lettera-programma della sua immolazione
sulla Croce. Impaziente, dopo la guarigione miracolosa di
«entrare nella Compagnia delle Passioniste» come la Madonna
le aveva «comandato», risolve di andare via da sé: «Le parole
della Vergine sosterranno il mio coraggio. Anderò via così
come sono, senza niente; non mi ripugna niente il soffrire
qualunque cosa: non arriverò mai a soffrire quanto ha sofferto
Gesù» (p. 311). È questa la misura e la luce del suo soffrire,
Sett. 6 - (È del 12 settembre 1899, dopo lo smacco della visita
medica delle Stimmate, voluta da Mons. Volpi). Gli comunica
che al confessore Gesù darà qualsiasi segno «… purché sia
solo: mi basta che Lui solo sia certo che non è una malattia,
come l'hanno creduta, e non è opera tua; però devi dirgli che io
a te ti manderò tante croci». Ma non basta: «che invece di
ricevere amore, riceverò odio e disprezzo, e per giunta sarò
2
Qui Gemma scrive: «Mi ricordo che mentre fui operata, piansi,
urlai…» (p. 237). I testimoni nei Processi dicono invece che Gemma «mai
emise un lamento né prima, né durante, né dopo l'operazione» e che uno dei
medici, il Dott. Gianni, esclamò dopo l'operazione: 'Brava Gemma! Hai
avuto un gran coraggio!'. Gemma rispose ancora al medico con un altro
sorriso» (ibid. n. 2).
anche abbandonata da Gesù»3. E Gesù le comunica anche la
«ragione teologica», ch'è quella scelta come guida nella nostra
lettura: «Però quando Gesù mi avrà messo in questo stato, io
non devo pensare alla fine: ma devo prepararmi a delle altre
croci e sostenerle fortemente». E spiega subito qual'è la tecnica
di Gesù per possedere le anime: «Mi ha detto poi Gesù: 'Sai,
figlia mia, in che maniera io mi diverto a mandare croci alle
anime a me care? lo desidero possedere l'anima loro, ma intera,
e per questo la circondo di croci, e la chiudo nelle tribolazioni,
perché non mi scappi di mano; e per questo io spargo le sue
cose di spine, perché non si affezioni a nessuno, ma provi ogni
suo contento in me solo. È l'unica via per vincere il demonio e
giungere a salvezza: Figlia mia, quanti mi avrebbero
abbandonato, se non li avessi crocifissi! La croce è un dono
troppo prezioso, e da esso si apprende molte virtù'».
Alla preghiera di Gemma di concederle la grazia di
amarlo tanto tanto, ecco la risposta di Gesù: «O anima a me
cara, se veramente vuoi amarmi, eccoti il mio calice: puoi
beverlo fino all'ultima stilla. In quel medesimo calice Io ho
posto le mie labbra, e tu stessa voglio che tu beva». Gemma si
mostra rassegnata («Ho risposto a Gesù che faccia di me quello
che vuole») e Gesù le comunica il progetto del cammino che
l'attende: «E poi mi diceva: Tu questa croce che io ti ho
mandato, non l'hai tanto cara, anzi è contraria al tuo cuore, e
quanto più è contraria, è più simile alla mia. Non ti parrebbe
3
Riporteremo più avanti, dagli appunti di Diario a Mons. Volpi,
una terrificante rivelazione di Gesù sulle prove che l'aspettano. Il contesto
mistico di Gemma è chiaro: conformarsi alla Passione di Gesù con la
partecipazione a tutti i suoi dolori e soffrire per la conversione dei peccatori.
È questo il tema continuo delle lettere e delle estasi: «Sfogati con me.
Voglio essere tutta vittima per i peccatori, voglio vivere vittima, voglio
morire vittima» (E. 9ª, p. 18). Ancora «Chi è Gesù che ti dà tanti dolori?…
O Gesù, i peccati, i peccati! Che farei per impedire i peccati!… O Gesù,
farei tanto per impedirli, ma non son capace. Gesù, per il tuo sangue, per i
tuoi dolori…» (E. 36ª, p. 56).
cosa orrenda vedere un padre tra i dolori, e la figlia tra i
godimenti? Quando sarò tuo sposo di sangue – diceva Gesù –
io ti vorrò, ma crocifissa; mostrami tu l'amor tuo verso di me,
come io l'ho mostrato verso di te, e sai come? Soffrendo pene e
croci senza numero. Devi però tenerti onorata, se ti tratto così e
se ti conduco per vie aspre e dolorose; permetto che ti tormenti
il demonio, che ti disgusti il mondo, che ti affliggano le
persone a te più care, e con quotidiano martirio e occulto
permetto che l'anima tua sia purificata e provata. E tu, figlia
mia, pensa solo in questo tempo ad esercitare grandi virtù, ché
questo è il momento; corri per le vie del divino volere, e
umiliati, e stai sicura che se ti tengo in croce, ti amo». E chiude
asciutta e distaccata: «Gli chiedo la sua Benedizione», con
l'aggiunta che già conosciamo: «Non creda a niente, perché è la
mia testa» (p. 317)4.
Il tema della croce diventa ormai costante: «Abbraccia
la croce, figlia mia; stà sicura che mentre tu ti sazi di patire,
sazi il Cuor mio, e ricordati: quanto più la croce è amara al tuo
cuore, allora è più conforme alla mia. Io, vedi – mi dice Gesù –
ho compassione della tua debolezza, ti mando a stille l'amaro
calice della mia Passione, e ti visito con una piccola parte del
patire per volta». La Santa sente ripugnanza («… mi sento
curiosa e non vorrei soffrire stasera»), ma è l'Angelo custode
che la richiama: «… mi dice che stia contenta, perché il patire
prende la misura del peso, che gli dà la mano di Gesù, in
proporzione di quello che vuol farlo sentire; e così ordina le
circostanze della cosa, e disporrà il mio cuore a riceverlo. E poi
non è mica il dolore che deve conformarsi a noi, siamo noi che
dobbiamo conformarci al dolore» (Lett. 14ª, p. 330). Incitata da
Gesù, la Santa vuol essere nella via della croce, per piacerGli:
4
E già nella lett. 10ª (sett.-ottobre 1899) la Santa comunica al
confessore la formula – se così possiamo chiamarla – della sua sequela
Christi: «Il soffrire per te, o Gesù, è un godere; si gode soffrendo» (p. 325:
corsivo nostro).
«Quando Gesù mi ebbe detto così, mi venne una gran voglia di
patire tanto tanto di più». Ed al lamento di Gesù per le offese di
tanti peccati…, «pregai Gesù che avesse pazienza e sfogasse
pure con me, con farmi soffrire tanto di più ché mi parrebbe di
aver forza». E qui Gesù, come sopra abbiamo esposto, le dice
che «… il diavolo avrebbe sempre di più il permesso di
battermi» e le ordina «tutta una serie di aspre penitenze» (Lett.
19ª, p. 337).
È fra ottobre e dicembre del 1900 che si compie
l'annuncio di questo progetto: «O figlia, siccome l'amore mi si
dimostra col dolore, tu d'ora in poi lo sentirai acuto nello spirito
e più tardi acuto nel corpo» (Lett. 50ª, p. 380). La Santa
confessa candidamente di non aver capito nulla, ma Gesù torna
presto a spiegarsi con estrema chiarezza e la Santa riporta il
tremendo messaggio con perfetto distacco, senza commenti,
come se non si trattasse di lei: «Una mattina dopo ricevuta la
SS. Comunione, mi sembrò che Gesù mi dicesse queste parole:
«Già il tuo Confessore se ne deve essere avveduto, che Io ti
voglio far passare tutta la fila della via mistica. Già la prima
parte della tua vita è trascorsa; presentemente siamo alla fine
del dolore amoroso, sopraggiungerà il dolore doloroso, ed in
fine notte scura scura: e questa sarà la seconda e l'ultima parte
della tua vita; e al termine di questa, o mia figlia, ti condurrò…
in Cielo». Viva Gesù!» (Lett. 51ª, p. 380).
Ma il messaggio divino dell'appartenenza essenziale di
amore-dolore e che l'amore, come ha insegnato anche S.
Caterina da Siena, si consuma sulla Croce, è già esplicito nella
lett. 13ª (ottobre 1899): «Dimandavo poi a Gesù che lo volevo
amare tanto, ma ho il cuore piccolo e non so fare. Gesù allora
mi si è fatto vedere tutto piaghe, e mi ha detto: Figlia mia,
guardami e impara come si ama: non sai che me mi ha ucciso
l'amore? Vedi, queste piaghe, questo sangue, queste lividure,
questa croce, è tutta opera di amore. Guardami, figlia mia, e
impara come si ama. Ho detto: «Ma, Gesù mio, dunque se io
soffro, è segno che vi amo?» la risposta toglie ogni dubbio:
«Gesù mi ha risposto che il segno più chiaro, che può dare ad
un'anima che a Lui gli è cara, è di soffrire e di farla camminare
per la via del Calvario: «La Croce – diceva Gesù – è la scala
del Paradiso, ed è il Patrimonio di tutti gli Eletti in questa vita.
Ti dispiacerebbe – mi diceva Gesù – se io ti dassi a bere il
calice mio fino all'ultima goccia?. Ma non ora, ha detto Gesù,
quando sarò in convento. Ho risposto: «Gesù; sia fatta la tua
SS. Volontà» (p. 329).
E l'esortazione alla Croce continua fino in fondo.
Proprio la lett. 55ª del marzo 1901, ove la «povera Gemma»
annunziava all'incerto Prelato la sua futura glorificazione,
segna il messaggio di nuove croci, sofferenze, tenebre: «In
quanto a te, stai contenta, ché ti conduco come a me meglio mi
piace e per vie aspre e dolorose; ti sembra che ti manchi sotto i
piedi la terra, sotto gli occhi il Cielo, ma tu non mancar di fede,
di amore, di speranza. Attendi solo a guadagnar meriti
coll'esercizio delle virtù, disprezza le dicerie del mondo, e a
dispetto de' tuoi nemici corri per la via del Divino Volere;
stringiti forte con Gesù, umiliati dinanzi a Lui, ricorri in tutti i
momenti alla sua Infinita Bontà, e sappi giovarti di questi
mezzi, che il demonio tende per rovinarti. Figlia mia – mi
diceva Gesù – se veramente mi ami, mi ami ancor tra le
tenebre. Si delizia il Signore e scherza con le anime a Lui più
care, e scherza per amore: ora le consola, ora le mette in
venerazione presso gli uomini, ora permette che diventino il
ludibrio del mondo, ora le fa coraggiose a tutto l'inferno, ora le
lascia atterrire da un nulla. Chi crede di patire, ha poca luce;
chi soffre e se ne crede lontano, è illuminato. Chi sta sotto
terra, sta in Cielo e vive in Croce; chi ha il primo luogo in terra,
ha l'ultimo innanzi a Dio» (p. 385). E dopo qualche mese nella
lett. 60ª (maggio 1901) Gesù, dopo che la Santa si era svegliata
(dall'estasi), le ripete il programma della Croce: «Soffri,
rassegnati, consolati… unisci le tue pene alle mie, ricevi come
un beneficio grande quello che ti ho tolto, abbraccia
allegramente questa croce, se mi vuoi compiacere. Ecco il
tempo, figlia mia, di praticare grandi virtù». E la lettera ha un
finale drammatico e inatteso: «Quando ebbe detto così, Gesù
mi disse che dicessi a Lei che si ricordasse queste parole:
«Gesù, quando vuole innalzare un'anima, prima l'umilia tanto.
Ora tocca a te ad essere umiliata (me lo diceva a me); dopo poi,
quando sarà tempo, saranno umiliati gli altri». Andò via subito
Gesù, e ora eccomi sola; che farò? Mi metta in convento» (p.
390). È l'accorata inutile invocazione del cuore.
B. - Al padre Germano
Già nella lettera 3ª del 25 marzo 1900, mentre lo
ringrazia dell'aiuto e della gioia che le procurano i «suoi santi
consigli» perché «le sue parole mi danno coraggio», gli
confessa che «… quando arrivò la prima, creda ero al punto di
non averne maggior bisogno» (p. 13). E la Santa ripete al
Direttore lontano quanto ha già comunicato al Confessore, solo
lo stile è più vivace nell'umile effusione: «Ma lo amerò proprio
davvero Gesù? Ho un forte desiderio di amarlo, questo sì,
vorrei struggermi per amarlo, ma… Più volte ho dimandato a
Gesù che m'insegni Lui il vero modo di amarlo, e Gesù allora
mi pare che mi faccia vedere tutte le sue SS. Piaghe aperte e mi
dica: «Guarda, figlia mia, guarda quanto ho patito. Vedi questa
croce, questi chiodi, queste spine? tutto è opera di amore.
Guarda e impara come si ama». Alle volte poi mi dice: «Vedi,
figlia mia; il regalo più grosso che Io posso fare ad un'anima,
che a me sia molto cara, è di darle da patire». Allora non posso
stare senza gettarmi ai piedi di Gesù e ringraziarlo tanto, perché
mi pare che anche a me mi dia qualche piccola cosa da patire.
Ma come le sopporto io queste cosette, che Gesù per sua bontà
mi manda? Male» (p. 15)5.
Infatti non teme di confessare nella lettera 100ª dell'8
febbraio 1902, quindi all'ultimo scorcio della vita, la sua
ripugnanza a soffrire e teme perciò di non amare più Gesù: «E
perché alle anime veramente innamorate ogni cosa è facile, e a
me un piccolo sacrificio, l'ombra del patire mi riesce tanto
penosa? Segno chiaro di non amar Gesù: non è vero? – Glielo
dico a Gesù che io non posso, come i Santi, chiedere patire e
patire. Il patire, babbo mio, mi sbalordisce» (p. 242). E
sbalordisce più noi una siffatta dichiarazione al pensare alla sua
vita di crocifissa con Cristo. Tale è infatti la sua aspirazione al
punto che, dopo le percosse delle vessazioni diaboliche (che
non vuole manifestare alla zia Cecilia), dichiara: «… non dico
nulla: soffro troppo bene con Gesù solo e zitto». E aggiunge
subito: «Chiedo a Gesù che mi dia croce e pazienza; che mi dia
anime da potere colla preghiera e col patire dare a Gesù» (lett.
18ª, p. 53).
E qui bisognerebbe riportare almeno metà
dell'Epistolario. Spigoliamo: «(Gesù) diceva: 'Quale credi che
sia la grazia più grande che ti faccio qui sulla terra?' Non
sapevo che rispondere. 'Te lo dirò io': ha detto - 'di tenerti sul
Calvario'. Nel sentire dire Calvario ho cominciato a capire
qualcosa. Evviva!» (Lett. 35ª, p. 102). E, dopo aver offerto due
anni di vita per la signora Giustina Giannini e per la Serafina di
Roma: «Due per Serafina e due per la mamma, e di più se ve
ne occorrono», aggiunge: 'Quel Gesù ha sempre in mano due
fiamme, e mi spiega che sono una di amore e una di dolore'
(Lett. 31ª, p. 105). La sofferenza della visita medica è cocente e
c'è la minaccia di una nuova visita e, dopo aver avuto la visita
del segretario di Mons. Volpi apertamente maldisposto, sbotta

5
Nella lettera 15ª l'informa che ogni giorno fa la meditazione sulla
Passione (p. 42).
sincera: «O, babbo mio, quanto soffrii!! A Gesù quanto gli
dispiacquero queste cose! Di questo benedetto Monsignore
Gesù non è contento. Ebbi un'umiliazione grandissima, babbo
mio: nel cuore di quel segretario si scatenò una tempesta di
pensieri e di dubbi, mi manifestò anche a quei di casa, e se
vedesse la zia che cambiamento!»6.
E nell'animo della poverina si alternano scoramento,
rassegnazione umile, fiducia in Dio, felicità di soffrire:
«Monsignore è per le cattive… O babbo mio, vedesse quella
zia! è seria, seria, perché sono cattiva (sic!). […] Io sono
contenta ma Gesù mi sembra di no dell'accaduto… E ora
vedesse; tutti di questa casa sono curiosi! non hanno più
nessuna premura». Non occorre esser raffinati psicologi per
capire l'ambascia di una situazione precipitata nel pettegolezzo
più meschino e questo a causa delle persone a lei più care:
Mons. Volpi, zia Cecilia e l'intera famiglia Giannini, suoi
benefattori. Eppure commenta con l'umile usitata fierezza:
«Come sono felice con Gesù solo!» (Lett. 50ª, p. 135 s.). È
stata questa certamente la sofferenza maggiore provata da
Gemma nei suoi rapporti col mondo esterno, quando si pensa
che la responsabilità principale era del Confessore ch'era poi un
vescovo pio e fervoroso7!

6
Anche la zia Cecilia era penitente di Mons. Volpi.
7
Gli Editori riportano in nota (p. 136 s.) una lettera di P. Germano
a Mons. Volpi di deciso, sia pur rispettoso, richiamo alla verità delle cose.
C'è a questo proposito anche la testimonianza del Rettore di S. Maria della
Rosa, che portò la S. Comunione a Gemma negli ultimi giorni e che la
visitò, con Mons. Volpi, mentre era in agonia e tormentata dal diavolo:
«Devo confessare che anche io come un altro sacerdote ch'era presente,
Mons. Volpi, fummo ingannati attribuendo a fantasia cioè allucinazione
fantastica la visione ch'ella diceva di aver del demonio e quindi non le si
doveva prestare tanta fede. Per dir tutta la verità, debbo confessare
sinceramente adesso che questo nostro inganno fu certamente permesso da
Dio, perché si verificasse più sensibilmente l'abbandono nel quale in quel
E la tempesta intorno a lei stenta a placarsi, ma Gemma
quasi neppur ci bada e si addolora solo dei suoi peccati: «Sì,
aveva ben ragione di rimproverarmi: ogni giorno vado di male
in peggio, a peccati aggiungo peccati e forse mi perderò». Vi
ritorna con angoscia nella lett. 53ª: «Io ho tanta paura
dell'anima mia, ho paura, paura, paura di dannarmi, perché ieri
sentii raccontare da un prete, che era venuto a vedere la
mamma, che c'era una monaca che aveva i segni nelle mani,
nei piedi, nella testa e nel cuore; andava in estasi ed era tutto
inganno e così sarò io, o babbo mio. Se fosse inganno, anderei
all'inferno» (p. 142). Dall'altra parte l'Angelo le annunzia
nuove sofferenze che presenta sotto il simbolo (nientemeno!)
della croce di P. Germano: dalle rose spuntano le spine e… in
fondo vi è del fiele: «È la croce che ti presenta il babbo tuo: è
un libro questa croce, che ogni giorno leggerai… questa croce
la porterai con amore e l'avrai cara più di tutte le gioie del
mondo». Ma la Santa si preoccupa per gli altri, e per la zia
anzitutto: «Vedesse, babbo mio, che burrasca ha nel cuore, non
so il perché» - «Soffro tanto babbo mio, non mica per quei
colpetti che mi dà Gesù, ma per altre cose; non per me, soffro
per gli altri. Viva Gesù!» E delicatissima: «Vorrei che gli altri
non fossero afflitti per cagione mia e invece sono a tutti
occasione di dispiacere» (Lett. 52ª, p. 140 s.). Certo, in questo
intersecarsi contorto di fenomeni celesti e di pasticci umani in
un groviglio di «fenomeni» inestricabile, c'era da perdere la
testa e da ribellarsi in tutte le direzioni. Certamente l'assistenza
di P. Germano fu provvidenziale; ma si ha quasi l'impressione
che la donna forte è lei, Gemma, e che in fondo e in modo
mirabile a tanta distanza da Lucca a Roma, sia lei – per segrete
mozioni del divino spirito – a guidare la sua guida.

momento si trovava Gemma» (Summ. nr. XVIII, De pretioso obitu, § 16, p.


809).
Venerdì Santo, 5 aprile 1901 (è la mirabile lett. 54ª,
degli «Evviva Gesù»). Gesù desidera che tutto si metta in pace
con la zia Cecilia. Torna l'Angelo Custode ed il patire assume
una forma del tutto nuova che angustia in modo indicibile
l'anima smarrita, con un nuovo «conflitto di fenomeni» ch'è
proprio dell'alta mistica: «La giornata l'ho passata come
l'obbedienza voleva, ma secondo la mia povera mente con assai
dispiacere a Gesù; non ho patito, è vero, dolori, con segni
esterni, ma… babbo, babbo mio, il mio cuore è piccolo, ha
bisogno di allargarsi e non trova spazio… Vorrebbe… ma io
son piccola. Gesù è infinito… E sa: che crede, che soffrissi più
in certi giorni quando mi sembrava che patissi nella testa, nelle
mani, ne' piedi e nel corpo tutto, oppure ora che non soffro, ma
soffro perché non posso soffrire?»8. Ma ecco che verso le 10 si
sente mancare - è il secondo momento dell'esperienza di questo
eccezionale Venerdì Santo: «… Al dolore acuto del cuore, è
successo un dolore si forte in tutte le membra; ma ciò che
veniva innanzi tutto e che tutto precedeva, era il dolore dei
peccati: come è forte quel dolore! se fosse maggiore, non potrei
sopravviverci, e egualmente non potrei sopravvivere (mi
sembra) al colpo forte che provai una sera di Venerdì, 21 giorni
stasera. Evviva Gesù».
Ed ora la terza tappa di questo Venerdì di dolore e di
sangue: le riflessioni e il dialogo che la Santa fa con l'Angelo di
P. Germano. La pagina celestiale mostra all'evidenza, la
«contemporaneità» dei fenomeni opposti e l'intervista con lo
spirito celeste è tanto più significativa poiché è avvenuta in un
periodo in cui la Santa aveva la proibizione d'intrattenersi con
le visioni celesti. Ma era l'Angelo di P. Germano, quindi
doveva avere il permesso ed il messaggio non poteva essere
che il soffrire. Apre il colloquio un richiamo delizioso

8
Viene spontaneo il richiamo al grido-lamento di S. Teresa
d'Avila: «Muero porque no muero».
dell'Angelo a Gesù, nascosto nel cuore di Gemma: «Mi
vergognavo pure alla sua [dell'Angelo] presenza! Io gli
chiedevo con istanza di Gesù, gli ripetevo: «Dov'è Gesù?» E
Lui: «Nel tuo cuore». Sentii un po' - Ci ho avvicinato la mano,
e Gesù stava racchiuso nel mio miserabile cuore. Povero
Gesù!» Ed ora il tema dell'intervista dell'Angelo a Gemma
(chiedo scusa di usare questo termine troppo profano): «Qual'è
la cosa che più piace a Gesù?» mi domandava. «Di patire», ho
risposto. «E tu vuoi piacergli? vuoi patire, e quanto?».
«Tanto», ha risposto lo spirito, mentre la carne si ribellava. Ha
soggiunto: «Vuoi patire sola o con la mamma tua?». Ho
risposto per tre volte: «È lo stesso»; ma il mio cuore non diceva
il vero, ed Esso mi ha obbligato a rispondere la verità, ed ho
dovuto rispondere: «Sola no» Viva Gesù».
Ma la pia fanciulla, devota all'obbedienza, non teme di
rimproverare l'Angelo… «perché credevo che fosse venuto
senza il permesso di Gesù, e l'ho preparato ad una sgridata;
perché, se Gesù non voleva, aveva fatto male». L'Angelo subito
la tranquillizza e il dialogo finale ha il candore delle nevi
immacolate ma, per ragioni di spazio, devo tralasciarlo.
Riporto la conclusione che diventa drammatica e ritorna alla
tematica del patire: «O quanto mi voleva bene l'Angelo Suo!
Mi diceva che fossi contenta, che Gesù sta nel mio cuore, che
avrò da patire tanto tanto… E a queste parole, senza
avvedermene, mi venivano le lacrime agli occhi. La carnaccia
si vuol sempre rivoltare, ma l'addomesticherei bene io, se
potessi ottenere da Lei di… fare. L'Angelo mi ha benedetta e se
n'è andato gridando: «Viva Gesù! Viva la croce di Gesù!» (p.
147: corsivo di G.).
Il mistero della vocazione al dolore di Gemma: è
espresso con straordinaria efficacia da lei stessa nell'aggiunta
alla Lett. 103ª del 14 febbraio 1902 (il testo è stato già
ricordato) che accenna alla solitudine in cui è lasciata:
«Nell'amore… godo… nel dolore, quando mi sembra che
l'anima mi si divida dal corpo, che mi par di morire; allora poi
piango. Viva Gesù!» (p. 247). Confessa di non riuscire a
spiegarsi questa contemporaneità di amore e dolore nel suo
cuore, quando Gesù si fa sentire: «Ci sono dei giorni che Gesù
allora sta con me tanto tanto e mi si fa sempre sentire nel cuore
e allora il mio cuoretto9 piccino, che non è capace a nulla, si
smuove tutto e mi fa soffrire infinitamente, e allora via col
pensiero al Paradiso». E con angelica semplicità, aggiunge:
«Bene, babbo mio, in Paradiso! Vede: se io avessi un cuore
grosso grosso, che Gesù ci stasse largo, io non mi sentirei mai
male e poi io non lo so, babbo mio, non mi so spiegare, mi ha
capito?». E cerca (Lett. 57ª) di spiegare questa coesistenza di
estrema sofferenza e gioia in questi trasporti con Gesù: «Viva
Gesù! Ma Gesù mi fa soffrire assai, sa; sono contenta, non mi
lascia mai un minuto. Non mi griderebbe mica, babbo mio, se
avessi il desiderio di consumarmi di amore per il nostro Gesù?
O quanto mi sarebbe cara un'agonia dolorosa, procurata
nell'amore e nel piacere a Gesù! Ma mi sarebbe infinitamente
più caro morire per Voi, o Gesù, che vivere facendo una vita
felice per me». E finisce umiliandosi: «Quante belle parole! è
vero, babbo mio? e quante espressioni! Per carità, che non
vengano poi smentite dalla mia condotta!» (p. 149).
Il godere e il soffrire, l'abbiamo già sentito da Gemma,
si appartengono ed essa lo segnava nel Diario di giovedì 30
agosto 1900, dopo l'esperienza per più di 6 ore della corona di
spine: «Mi fece un po' soffrire, ma che dico soffrire, godere. È
un godere quel soffrire» (Diario, p. 214). Nell'ultima fase della
sua vita del primo trimestre del 1903, fino alla morte silenziosa
del primo pomeriggio di quel Sabato Santo (11 aprile), rimarrà
il puro soffrire, nella totale aridità e nel vuoto dell'anima.
C. - Estasi

9
Corsivo di Gemma.
La trascrizione delle estasi in Casa Giannini comincia
martedì 5 settembre 1899, quando la Santa è entrata nel 22°
anno di età ed ha già ricevuto i segni della Passione. Possiamo
dire che le estasi, più ancora delle lettere, non sono che
colloqui sul tema dominante dell'amore-dolore e invocazioni di
misericordia per sé e per i peccatori.
La Santa, nella sua umiltà, non teme di confessare la
sua debolezza ed il suo terrore di fronte al patire nella tensione
della sua libertà. Commovente la testimonianza dell'estasi 14ª:
«Quanto mi lamentai ieri, Gesù, perché mi doleva la testa! Ieri
col capo, oggi colla croce, domani colle piaghe… Se dobbiamo
soffrire, soffriamo insieme. Chi avrà sofferto di più, te per
amor mio, o io per amor tuo? Oggi la croce e domani le piaghe:
che spettacolo, Gesù, che sta per comparir dinanzi! Se sei
crocifisso, soffro con te». Ed ora segue lo sgomento: «Oh! ma
quasi sempre, Gesù, quando io ti cerco, ti trovo sempre sulla
croce… Meditar la tua Passione, o Gesù, è stato sempre un
sollievo per le anime sante, e io… perché mi sgomenta il
soffrire? Tante volte, o Gesù!… O croce santa!» (p. 22). È
importante osservare come, in perfetta coerenza fra l'estasi e la
veglia, che anche nelle estasi il tema dell'espiazione-
conversione dei peccatori e della conformità alla Passione e
Croce di Cristo s'intrecciano in continuità. Basteranno ormai
alcuni richiami che sono inevitabilmente degli strappi nell'unità
di esperienza in cui la Santa è immersa.
- E. 19ª (sabato 7 aprile 1900): è di scena la B.V.
Addolorata di cui la Santa era devotissima, anche per il suo
spirituale sodalizio con S. Gabriele. L'estasi sembra svolgersi
in quattro momenti.
1º. (La Madonna ai piedi della croce): «Mamma mia,
dove ti trovo? sempre ai piedi della croce di Gesù… Che
sospiro, Mamma mia, quando vedesti morto Gesù!… quando lo
vedesti mettere nella tomba e quando ti dovesti separare!».
2°. (Sentimento di compunzione e desiderio della
«propria» croce): «Possibile? Come si fa che hai tanto sofferto
per mia cagione, Mamma mia? Come facesti, o Mamma mia,
come facesti?… Povero Gesù!… Dimmelo, come facesti… a
veder Gesù inchiodato sulla croce?… Mamma mia, fammi
conoscere la croce; ma non mica quella di Gesù… ma quella
che dovrò abbracciare; fammela conoscere, che possa dire:
Anche di più, o Gesù, di più, di più… di più… di più, Gesù!».
3°. (Intercede per la conversione dei peccatori):
Mamma mia… o Mamma mia, e i peccatori? Di chi son figli?
son figli tuoi. Ogni cosa, ogni cosa, Mamma mia, che passerò
in questa settimana… tutto per loro: ci siamo giunti. Sei madre
dei peccatori; via, fatti conoscere, Mamma mia. Chi non ti
compatisce, Mamma mia? Lo vedo, non ti sazi di guardar
quelle piaghe? Possibile non amarti te, che hai patito tanto per
me? Chi è che non ti compatisce? Potessi!…».
4º. (Sentimento di profonda compassione per la Madre
di Dio): «O che pena fu la tua!… Gesù non si riconosce più.
Che faresti?… O Dio!… Gesù è morto, la mamma piange, ed
io sola devo restare insensibile?… Io non vedo più un sacrificio
solo, ne vedo due: uno per Gesù, uno per Maria!… O Mamma
mia, chi ti vedesse con Gesù, non lo saprebbe dire chi è il
primo a spirare: sei te o Gesù?» (p. 29 s.)10.

10
La Madonna Addolorata era già apparsa nell'estasi 16ª (sabato
del precedente 31 marzo) che mostra un tono ancor più commosso e di
umile partecipazione: «Dimmelo, Mamma mia, che facesti quando vedesti il
tuo Gesù coronato? che facesti, che provò il tuo cuore?… Ah, intendo,
intendo: è dolore troppo grande… Che differenza dal tuo cuore al mio!…
Fu un gran dolore… O che farò, oggi qui io? … Gesù è morto, e tu, Mamma
mia, piangi. O che farò? Perché piangi? … quale è la causa che ti fa
piangere? Se piangi perché offendono Gesù, Mamma mia, consolati: io farò
di tutto perché non venga offeso: farò di tutto perché lascino stare Gesù» (p.
24). La presenza della Madonna è frequente (p. e. E. 19ª, p. 29, 23ª, p. 34,
33ª, p. 51… ).
Questo può essere considerato un testo-chiave, ma qui
ogni scelta è ad un tempo facile e difficile: la partecipazione ai
dolori di Cristo è come un'onda che s'innalza e l'invade da
principio alla fine. Raccogliamo:
- E. 1ª: «Mandami pure da patire; così potrò dire che ti
saprò amare. Una goccia del sangue tuo mettila sul cuore mio;
poi vedrai che ti amo tanto per amor tuo». E insiste: «Ti ha
ucciso proprio l'amore! Gesù, fammi morire anche me di
amore… Sarebbe un tormento la vita: non c'è una persona nel
mondo che possa consolare gli affetti miei, che tu. Le spine, la
croce, i chiodi, tutto è opera di amore» (p. 3). Anche le estasi,
nell'anima trasparente di Gemma, riflettono ovviamente la
burrasca della verifica delle stimmate: ne parlano
espressamente le estasi 3ª, 4ª, 5ª di cui daremo una breve
analisi in appendice. Intanto diciamo che – per incredibile che
possa sembrare – per Gemma non c'è stato nessun dramma:
l'unica sua preoccupazione è che Gesù consoli, tranquillizzi…
il Confessore cioè il principale responsabile della malaugurara
visita medica. La Santa riprende con Gesù il tema preferito
dell'amore-dolore.
- E. 7ª: «Dunque, Gesù, per imparare ad amare bisogna
soffrire. Anche tutto il Sangue tuo, Gesù, è opera di amore» (p.
13).
- E. 9ª: «Mi dici sempre che chi soffre ama; dunque
stasera (che) ho sofferto, ti ho amato. Gesù, Gesù, la croce la
dai a chi ami! Tu tratti me come trattò te il Papà tuo» (p. 17).
- E. 12ª: «La croce la sopporto, perché croce tua. I
patimenti sono tuoi» (p. 20). E il giovedì 20 marzo, oppressa
ormai dai fenomeni della Passione e anelante a immergersi
nelle sofferenze del Christus patiens, pensa e si umilia al
confronto fra quel che ha sofferto Gesù e il suo attuale patire:
«O Gesù, Gesù, senti che domanda dice il Confessore: «O che
fai quando sei davanti a Gesù?». Se sono con Gesù Crocifisso,
soffro; e se in Sacramento amo». E affettuosamente: «Quanto
s'ingannano coloro che credono che il patire…». E invoca
tutt'ardente: «Stanotte, Gesù, voglio soffrir tutto io; o se vuoi
soffrire anche tu, soffriremo insieme. Vogliamo essere una
vittima sola: sei contento, Gesù? Preparami forza» (p. 22). È
sempre il segreto mistero della Croce che Gemma vuole
penetrare e vivere accanto a Gesù.
- E. 21ª: «Passione di Gesù, io ti amo! Angeli del cielo,
venite tutti: adoriamo tutti la Passione di Gesù. – O Gesù, chi è
stato che ti ha ridotto così?» – Soffrirei tanto per te! Non posso
di più11, Gesù, è poco due ore sole; io vorrei offrire tutti i
momenti». E la scena si aggrava: «O quanto sangue! O croce,
perché ti vendichi sempre sopra di Gesù? Sopra di Gesù non
più; sopra di me. O croce vicina a te mi sento forte» (p. 32). E
insieme l'impeto cresce: «Gesù, Gesù forza, perché le prove mi
crescono; ma col mio Gesù saprò vincere. Ma mi sgomento,
Gesù; ho paura e piango. Chi sa, Gesù, quante ne dovrò
passare! Sei tu stesso oggi che mi dici quante ci avrò da
passarne» (E. 27ª, p. 41). A questo si aggiunge, come
nell'Apostolo, la sofferenza del dualismo di anima e corpo.
- E. 30ª (Si lamenta soprattutto del mal di capo ch'essa
soffriva il mercoledì, in unione con la coronazione di spine, che
doveva essere assai acerbo): «… Ho pensato alle pene del
capo… Sì lo spirito è pronto, ma è il mio corpo che si lamenta.
Sì, il mio spirito è pronto, ma il mio corpo è stanco» […]. Ti
vorrei dire che domani tu mi accrescessi il dolore, ma è il mio
corpo che non vuole. È il dolore più forte quello delle spine;
ma è anche il più lungo. […] Vorrebbe piangere il mio corpo,
Gesù… vorrebbe piangere, quando pensa al dolore che deve
sopportare nel capo…» Anche nell'E. 26ª del giovedì 26 aprile

11
Aveva la proibizione del Confessore Mons. Volpi: «Ma soffro di
più così», dice nell'E. 22ª (p. 32) e lo ripete nelle Lett. 54ª e 59ª già
ricordate.
1900: «O Gesù, son tutte pene che le soffro volentieri… Ma
quella del capo, se tu non mi aiuti è un tormento» (p. 38). E
nell'E. 46ª: «Mi sento la testa, ma non è il dolore di Gesù» (p.
72)12. Gesù, rompila la catena che mi tiene unita al corpo,
Gesù…» (p. 46)13. E il giorno dopo, mercoledì 2 maggio, il
dolore è pronto all'appuntamento e la paziente creatura non
nasconde il suo strazio: «O Gesù!… o mio Gesù!… Tu solo
Gesù, puoi intendere che pena sia… O Dio! Sì, tu solo, Gesù…
Gesù, tu solo… O Dio… il mio capo, Gesù… Perdona, Gesù, a
tutti quelli che ti hanno coronato… O Dio! Gesù… Gesù, io
muoio… Gesù, io muoio… Dio mio!» E si sprofonda
nell'umiltà: «Ma non vedi Gesù, che sono tutta piena di peccati
e non ho altro che freddezza!» (p. 48). Ed implora coraggio
all'annunzio «… che mi si prepara un gran brutto avvenire»
(Ibid.). Lo dice anche alla Madonna nell'E. 38ª: «Lo vedi,
Mamma mia, tanti dolori mi si preparano» (p. 59).
- E. 48ª (la sua vocazione alla Croce e al dolore): «Non
son venuta io al mondo per piangere sempre? Tutti i giorni
sono sparsi di croci. O croce santa, ti ho abbracciata!» E
affiorano i ricordi: «È vero, Gesù, se vado pensando a ciò che
ho passato da piccola, da grande, ho sempre avuto croci; ma

12
L'origine di questo dolore, che le riusciva insopportabile, è
spiegato nella lett. 24ª a Mons. Volpi, del febbraio 1900: «Sabato sera andai
a fare una visita al SS. Crocifisso; mi venne una gran voglia di patire, e
proprio con tutto il cuore lo chiesi a Gesù. E Gesù da quella sera mi ha fatto
sempre avere un dolore di capo, ma forte, forte, e quasi sempre mi viene
sangue; ma sono quasi disperata, perché ho paura di non potere resistere.
Stanotte ho sofferto tutta la notte; ho pregato Gesù che volevo un po' di
pace; infatti me l'ha data» (p. 345).
13
Anche nell'E. 34ª: «Rompila presto, questa catena che mi tiene
unita al corpo; che non soffra più tanto, se ti allontani Gesù» (p. 52).
Sublime l'E. 68ª del desiderio della morte per andare con Gesù: «O Gesù,
questa povera anima, essendo legata a questo povero e vilissimo corpo, e
non potendo a te volare, batte le sue ali e si solleva come può per venire a te
più vicina; si solleva con lo spirito, poiché non è legato al corpo…» (p. 93).
quanto si sbagliano quelli che dicono che il patire sia una
sventura!» (p. 76). E chiede fiduciosa: «Lasciamelo dire
ancora: io cerco il tuo amore, cerco le pene, cerco i dolori. Le
dolcezze no, non le merito» (E. 69ª, p. 90). È il 30 giugno che
la Santa giunge al vertice della sua consacrazione al dolore di
Cristo…, come leggiamo nella E. 100ª: «Signore mio Gesù,
quando le mie labbra si avvicineranno alle tue per baciarti,
fammi sentire il tuo fiele. Quando le mie spalle si
appoggeranno alle tue, fammi sentire i tuoi flagelli. Quando la
carne tua si comunicherà alla mia, fammi sentire la tua
Passione. Quando la mia testa si avvicinerà alla tua, fammi
sentire le tue spine. Quando il mio costato si accosterà al tuo,
fammi sentire la lancia» (p. 123). E la donazione si purifica
nella solitudine e abbandono delle creature: «Tu sia benedetto,
Gesù, perché hai quasi ordinato alle creature di abbandonarmi,
perché io fossi sempre più vicina a te» (E. 128ª, p. 150).
Tale è stata la vita di Gemma nell'ultimo periodo della
sua consacrazione e purificazione suprema: una tensione di
opposti fino all'esasperazione. Tensione di certezze e dubbi, di
gioie e pene, di luci folgoranti e di abissi di oscurità, di
bruciante fervore e di desolante aridità, di docile abbandono e
di momenti di desolazione se non proprio d'impeti di
ribellione… È Gesù stesso, che, all'inizio di quest'ultima corsa
e prima ancora di conoscere P. Germano, l'istruisce con un
preciso messaggio senza data ma probabilmente della
primavera 1899, certamente dopo la grazia delle Stimmate. Si
trova negli «Appunti di Diario» scritti per Mons. Volpi. Il
principio della partecipazione che abbiamo chiamato della
«conformità» con Cristo non ha forse avuto mai un'espressione
così potente e terrificante: la fenomenologia è quella della
«notte scura» della mistica classica.
A. - «Dopo l'Ora Santa Gesù mi fece conoscere tutto
quello che devo soffrire nel corso della mia vita; mi disse che
presto metterebbe a prova la mia virtù, se veramente lo ami e
se l'offerta che gli ho fatto sia vera. Mi ha detto che lo
conoscerà quando il mio cuore mi parrà diventato un macigno;
quando mi troverò arida, afflitta, tentata; quando tutti i sensi si
ribelleranno, e saranno come tante bestie affamate»: - ed ora il
testo che Gemma stessa mette fra lineette e riporta perciò il
discorso diretto (il corsivo è nostro):
B. - «Sarai [soggiungeva] sempre inclinata al male; ti
torneranno in mente i piaceri della terra; la memoria ti porterà
in mente tutto ciò che non vorresti; sempre avrai davanti tutto
quello che è contrario a Dio; tutto ciò che è di Dio, più non lo
sentirai; non permetterò mai che il tuo cuore abbia nessun
conforto. I demoni con la licenza mia faranno continui sforzi
per abbatterti l'anima; ti metteranno in mente cattivi pensieri,
un odio grande contro l'orazione; terrori e timori ne avrai
sempre tanti, e mai ti mancheranno. Non ti mancheranno
oltraggi e ingiurie, nessuno poi ti crederà. Da nessuno avrai
mai alcun conforto, neppure dai tuoi superiori; anzi tutti ti
mortificheranno, e sempre ti troverai in gran confusione; quello
che ti darà maggior pena, sarà che il Cielo diverrà per te di
bronzo, Gesù comparirà ai tuoi occhi tanto severo; anderai a
fare orazione, e ti sembrerà di non poterla fare; quando
cercherai Gesù, mai lo troverai; anzi ti parrà che ti scacci e si
allontani da te; vorrai raccoglierti, e ti distrarrai, chiamerai
Maria SS., i santi; ma nessuno avrà pietà di te; ti parrà di essere
da tutti abbandonata. Quando poi andrai per ricevere Gesù,
ovvero per confessarti, non sentirai niente e diverranno cose
tutte noiose; praticherai tutti gli esercizi di devozione, ma tutto
per necessità, quasi fuori di te, e ti sembrerà tutto tempo
perduto; nondimeno crederai, ma come tu non credessi; sempre
spererai, ma come tu non sperassi; amerai Gesù, ma come tu
non lo amassi, perché in questo tempo mai si farà sentire; di
più ti verrà a noia la vita, e avrai paura della morte, e ti
mancherà perfino lo sfogo di poter piangere».
C. - Segue la motivazione, quella che già conosciamo,
della conformità con Cristo: «Quando poi ero per terminare
l'Ora Santa, Gesù mi ha detto che vuol trattarmi nella stessa
maniera che trattò Lui il suo Padre Celeste». La reazione della
Santa è di grande smarrimento ma è consolata dall'Angelo: «Io
mi sono messa a piangere, a pensare a tutte queste cose, che
non ci capisco nulla; allora il mio Angelo Custode mi ha detto
che mi faccia coraggio, ché dopo la tempesta torna la calma;
che il gran patire è necessario all'anima mia; per ora non lo
conosco, ma un giorno verrò a scoprire il gran segreto. Per ora
[soggiungeva] sappi che è vicino il tempo della tua visitazione,
e sappi approfittarne. Se il calice è amaro, ricordati che Gesù
l'ha consumato fino all'ultima stilla; rassegnati intanto al patire,
e rallegrati e ringrazia Gesù, che solo per amore ti dà la sua
croce». Sul pianto di Gemma abbiamo già detto qualcosa.
4. Il carisma delle Stimmate e dei dolori della Passione

Gemma si sente, nella sua vocazione di vittima, come


rapita alla vita di questo mondo. Il mondo, anche quello
semplice del suo ambiente al quale essa dedica, con umile
diligenza, i suoi servizi, resta distante: in casa Giannini, negli
ultimi anni, quando i carismi l'assorbivano quasi
completamente, visse quasi sconosciuta. Essa vive, se
possiamo usare l'espressione, una specie di trascendenza totale:
biologica, psicologica, sociologica. Le necessità della vita
sembrano in lei – come in altri grandi mistici – quasi sospese e
alle volte persino ribelli. Servizievole e gentile con tutti – e
specialmente con i piccoli, con i deboli, con quelli più distanti
da Dio – schivava la curiosità e la presenza del pubblico:
voleva essere soltanto la «Gemma di Gesù», la «povera
Gemma». Come in Paolo, anche negli scritti di Gemma – e
specialmente nelle estasi – il nome di Gesù (come diremo)
scintilla quasi in ogni periodo e frase, illumina ogni pagina,
infiamma ogni perorazione. Si sente che Gemma vive altrove,
nel mondo vero, è tutta struggimenti per arrivare al Sabato che
non conosce tramonto. I suoi interlocutori abituali diventano
Gesù, la Madonna, san Gabriele dell'Addolorata, gli Angeli e…
i diavoli!, come vedremo. Certo ci sono anche i suoi confidenti
cioè Mons. Volpi, P. Germano, la signora Cecilia… ma
soltanto per consegnare loro – come voleva Gesù stesso – i
messaggi che da quelli riceveva.
L'unico suo interesse era quello di pregare ed espiare
per la conversione dei peccatori, che Gesù, con rivelazioni
interiori, s'incarica di comunicarle. E il risultato? A lei sembra
catastrofico e, candida e umile, lo confessa, poco prima di
morire, al pio direttore spirituale: «… Ma non mi ci
raccapezzo; in me vi è del mistero». Un mistero di
annientamento dell'Io che rasenta la disperazione, come
dichiara (e lo vedremo) Gemma stessa. Nell'intimo e
sull'ultimo Gemma poteva essere certa di voler amare Dio e
nella stessa lettera afferma: «Babbo mio, non ce l'ho la volontà
di dispiacere a Dio, a Lei e agli altri; ci crede che non ce l'ho»1.
È un gemito di protesta e un'invocazione di conforto. Gemma
è, nei suoi rapporti, nella sua vita e nei suoi scritti, semplice e
trasparente; ma la sua è una semplicità di trasparenza
essenziale cioè quella che, con la terminologia biblica di
Kierkegaard, in ogni incontro con l'altro (il «tutt'altro»
esistenziale), si «pone davanti a Dio»2 senza smancerie e
debolezze umane. Aveva Gemma un fisico robusto e resistente
e il dr. Lorenzo del Frate attesta in data 27 dicembre 1899,
quando Gemma aveva già ricevute le Stimmate, ch'è «sana e
non ha alcuna malattia comunicabile per quanto mi è dato
conoscere secondo la mia scienza e coscienza»3. Ma questo non
spiega come il suo organismo, che quasi rifiutava il cibo o ne
assorbiva assai poco, potesse riparare immediatamente le
copiose e continue perdite di sangue causate dalle stimmate,
dalla Corona di spine, dalle flagellazioni… E non si comprende
la velocità di rimarginazione delle ferite, né la quasi totale
assenza di sonno e riposo poiché la notte era dedicata alle
celesti comunicazioni e alla preparazione alla SS. Comunione
del giorno dopo – quando Gemma non era, come non di rado
accadeva, vessata e tormentata dal diavolo. La fisiologia di
Gemma – come quella di san Francesco, santa Caterina, P.
Pio… – non era del tutto come la nostra: il loro corpo era
spesso a completo servizio dei movimenti dell'anima e l'anima
era tutta trasferita in Dio per Cristo in un'economia di forze
arcane che a noi sfuggono e che c'inteneriscono di stupore e di
gioia.

1
Lettere, lett. 125ª al P. Germano, p. 294.
2
Cf.: La malattia mortale, spec. p. l; tr. it. Firenze 1965, p. 302.
3
Proc. ord. Pis. in: «Summarium», § 111, p. 107.
Un discorso analogo, e ancora più pertinente, si
potrebbe fare per la vita psichica cioè per il gioco delle
rappresentazioni e dei pensieri, come per il movimento degli
intimi affetti, dove la trascendenza o astrazione dello
stigmatizzato presenta (sembra) una qualità nuova rispetto a
quella di qualsiasi altro semplice contemplativo, ch'è
precisamente la conformità diretta alle sofferenze della
Passione di Cristo. Una partecipazione integrale alle
sofferenze, sia fisiche come morali di Cristo di compresenza
intensiva, se così possiamo esprimerci: ma, dette da noi, queste
espressioni restano quasi senza senso. Lo stigmatizzato può
essere detto «martire», ma non per opera dei nemici di Cristo
bensì per la partecipazione diretta di Cristo stesso che opera
dall'interno le vibrazioni di dolore supremo nel corpo e
nell'anima. Così lo stigmatizzato vive una dialettica esistenziale
doppia: quella della fede, comune a tutti i cristiani, e quella
della partecipazione reale alla Passione che mette la prova della
fede in continua tensione. Così certamente di Gemma.
In questa singolare partecipazione alla Passione, propria
degli stigmatizzati che è certamente la più misteriosa e
dolorosa delle grazie gratis datae, sembra non abbia senso
chiamare Gemma un modello o un esempio: essa è modello, e
la Chiesa lo ha dichiarato, nell'esercizio eroico delle virtù
cristiane nella vita quotidiana cioè dello «essere-nel-mondo»
(In-der-Welt-sein) nella sequela di Cristo. Le stigmate portano
invece la creatura a vivere dentro lo «spazio salvifico»
dell'esperienza dolorosa sofferta da Cristo per i peccati del
mondo di cui l'uomo, dentro e fuori la Chiesa, travaglia la sua
storia. Lo stigmatizzato è piuttosto, abbiamo detto, un martire
di contemporaneità cioè un testimone che attesta in se stesso,
nella propria carne, la presenza attuale della Passione di Cristo.
In questa partecipazione possiamo vedere, se è lecito
esprimersi ancora appoggiandosi al termine di partecipazione,
l'attuazione esistenziale più intima e operativa nella oeconomia
salutis che sia concessa a una creatura cioè a un'anima
rigenerata alla grazia. Nello stigmatizzato il mysterium salutis
ch'è il mysterium crucis si ripete, sanguinante di dolore nel
corpo e terrificante di dolore nello spirito, per offrire una
testimonianza al mondo e alla Chiesa. La connessione intima,
l'appartenenza costitutiva ed esistenziale fra il mysterium
salutis e la partecipazione al mysterium crucis, ha quasi il suo
metro misterioso in quella che la buona pietà cristiana chiama
la coscienza del peccato, la compunzione del cuore, il dolore
che «l'amore non è amato»4 e che il sangue di Cristo sia stato
versato invano. Certamente, come vedremo brevemente a suo
luogo, esaltando la particolare gratia Passionis – ch'è del tutto
singolare – non s'intende di abbassare la grazia santificante alla
quale tutti possiamo aspirare e nella quale tutti dobbiamo
vivere in timore e tremore.
Ciò che si vuol dire e mettere in risalto è appunto la
funzione di testimonianza dello stigmatizzato nel senso di una
«presenza» particolare nella Chiesa, rinnovata e continuata, del
Christus patiens… propter nos homines et propter nostram
salutem. Così lo stigmatizzato, testimone cooperante di
sofferenza della presenza della Passione di Cristo nel mondo
per la salvezza delle anime, è portatore al mondo di una
singolare certezza di consolazione: quella, già accennata, della
presenza storica in atto e ostensiva in una fragile natura della
Passio Christi salvifica anzi dello stesso Christus patiens et
Salvator noster poiché un simile «fenomeno» opera – ed ogni
espressione non può risultare che inadeguata – il riferimento
ovvero l'intenzionalità, secondo la filosofia più recente,
d'immanenza più intima di dolore e amore dell'anima
privilegiata con Cristo. Tale sembra il messaggio
incomparabile dello stigmatizzato e della nostra Gemma, la sua
eccezionale testimonianza del soprannaturale che è l'argomento

4
È la nota espressione di S. Maria Maddalena de' Pazzi.
di queste note che veniamo raccogliendo nel mistero di
predestinazione della Galgani.
L'unica autentica rivoluzione esistenziale è allora quella
che si compie nell'anima in grazia, perché elevata a partecipare
alla vita stessa di Dio in Cristo. L'attuazione esistenziale più
intima e totale di siffatta elevazione sembra quindi quella di
coloro che sono chiamati, per singolare grazia, a «ripetere» (nel
senso della «ripresa», la Gjentagelse kierkegaardiana) nei
dolori del proprio corpo e nelle pene del proprio spirito, le
sofferenze che Cristo ha patito per l'espiazione dei peccati
dell'uomo, nel proprio corpo e nella propria anima, dal
Getsemani alla morte di croce.
Così possiamo ora anche arrischiare un accostamento
più impegnativo: come la buona teologia insegna che nella S.
Messa si rinnova «misticamente» ma realmente nella Chiesa,
con l'ampiezza e l'infinità dei meriti, il sacrificio compiuto per
noi da Cristo sulla Croce; così nello stigmatizzato si ripetono e
rinnovano realmente, con l'ampiezza di partecipazione ch'è
possibile in una fragile creatura, le sofferenze della Passione di
Cristo. Lo stigmatizzato diventa e si presenta perciò come il
testimone operante e producente in sé la presenza di Cristo in
una forma – del tutto singolare e misteriosa – di sacramento di
salute. È col martire e con lo stigmatizzato allora che si attua la
theologia Crucis autentica ed è soprattutto in funzione della
loro testimonianza – che il martire dà al mondo e lo
stigmatizzato alla Chiesa – che si può qui parlare con proprietà
di una «antropologia teologica». La effusione del sangue, che
essi soffrono e offrono per Cristo, scuote i cardini stessi della
storia e «ripete» per la coscienza degli uomini lo
sconvolgimento tellurico operato da Cristo sul Calvario al
momento della morte. Così il nucleo esistenziale mondano di
«essere-per-la-morte» (Sein-zum-Tode) viene radicalizzato e
capovolto, se così si può dire, perché nel martire e nello
stigmatizzato esso è inserito nella Passione e Morte di Cristo il
quale è entrato nella storia per patire e morire da Uomo-Dio la
morte più disumana e così operare la nostra salvezza. Infatti,
grazie alla Passione e Morte di Cristo, la storia umana intera ha
fatto un «salto di qualità» in quanto essa è diventata «storia di
salvezza» salvando il tempo dallo scorrere e ripetersi uniforme
del «panta rei» eracliteo mediante la decisione della fede
nell'evento salvifico unico del Cristo che ogni uomo deve porre
per suo conto.
Per il cristiano il «male» del peccato non è il semplice
limite negativo come per il pensiero moderno, né solo una
privazione categoriale come per il pensiero classico: l'unico
vero male per il cristiano, che ha per misura Dio e Cristo5, è il
peccato ch'è opera dell'uomo, mentre l'uomo moderno prende
se stesso a misura e scopo delle sue scelte e perciò ingloba nel
divenire del mondo lo stesso Dio e Cristo. Ed è qui che si fa
avanti la testimonianza del martire e dello stigmatizzato: il
martire testimonia la Morte e Passione redentrice del Cristo
dentro il tempo che è finito e dentro un mondo che non crede e
respinge la fede, mentre lo stigmatizzato la testimonia nella sua
carne per un mondo o che «ha creduto» o che afferma e «dice»
di credere in Cristo ma non vive più in conformità della fede.
Il momento cruciale pertanto, in ambedue le situazioni
le quali, per quanto possano essere diverse nell'esteriore –
popoli pagani senza fede da una parte e popoli cristiani ma
ormai mondanizzati dall'altra – convengono nel rifiuto dello
«scandalo della Croce».
Iacopone da Todi celebrava nell'impressione delle
Stimmate la vittoria di Dio su Satana mediante il suo eletto
Francesco che ritolse al nemico l'impero del mondo con
l'istituzione di una nuova cavalleria con un «guidatore ben

5
Cfr.: S. Kierkegaard, La malattia mortale, P. II, c. I; tr. it., p. 297
ss.
ammaestrato» ch'è lo stesso Francesco. Di lui poi si occupa Dio
medesimo, che imprime nel suo corpo i suoi «Segni» cioè le
Stimmate: «Armase lo guidatore – de l'arme de lo Signore:
segnalo per grann'amore, – de soi signi l'ha adornato»6.
La descrizione della miracolosa impressione delle
Stimmate, da parte del Serafino alato, si legge nella precedente
Laude LXI come ultima delle Sette apparizioni della croce in
cui Jacopone vede misticamente il simbolo della progressiva
trasformazione amorosa di Francesco in Cristo stesso.
Riportiamo l'ultima strofa, la più vivace e commossa, che
descrive la ferita del costato: «La piaga laterale como rosa
vermeglia; – lo pianto c'era tale a quella meraviglia, – vederla
en la semeglia de Cristo crucifisso, – lo cor era un abisso veder
tale specchiato»7.
La spiegazione c'è già nel Celano: «L'uomo nuovo
Francesco si rese famoso per un nuovo e stupendo miracolo,
quando apparve insignito di un singolare privilegio, mai
concesso nei secoli precedenti, quando cioè fu decorato delle
sacre Stimmate e reso somigliante in questo corpo mortale al
corpo del Crocifisso […]. Non c'è da chiedersi la ragione di
tale evento, perché fu cosa miracolosa, né da ricercar altro
esempio, perché unico»8. Ora l'agiografia cristiana conosce
molti stigmatizzati: fra i più recenti è facile ricordare la nostra
Gemma e P. Pio da Pietrelcina nei quali la partecipazione delle
Stimmate fu il segno evidente della partecipazione ai dolori
della Passione di Cristo per l'espiazione dei peccati degli
uomini ed il risveglio del soprannaturale.

6
Lauda LXII (in Fonti Francescane, I rist., Assisi 1978, Sez. II, nr.
2033, p. 1675).
7
Fonti Francescane, ed. cit., Sez. II, nr. 2030, p. 1671.
8
Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli di San Francesco, c.
2: l'impressione delle stimmate figura al primo posto (Fonti Francescane,
Sez. II, ed. cit., nr. 825, p. 738 s.)
Quanto alla nostra Gemma, la colletta della Messa della
sua festa riprende in forma più succinta il tema centrale della
preghiera di S. Francesco: «O Dio, che hai reso la santa vergine
Gemma Galgani, immagine del tuo Figlio crocifisso, donaci
per sua intercessione di partecipare ai patimenti di Cristo per
meritare di essere associati alla sua gloria». Particolarmente
intensa è l'espressione che la Galgani fu «immagine del tuo
Figlio crocifisso», ch'è ancora più comprensiva del «sacra
stigmata» per S. Francesco, poiché la vergine lucchese alcune
volte partecipò anche agli altri patimenti del Crocifisso quali il
sudore di sangue, la coronazione di spine, la flagellazione, la
sete ardente… Pio XII nella Bolla di Canonizzazione ricorda
che tra i favori divini a lei concessi «… singolarissimo fu
quello per cui Gemma ripresenta, nella sua carne verginale, una
viva immagine di Gesù Cristo» (segue la descrizione) «fatta
misteriosamente partecipe dei singoli tormenti della sua
Passione, sentendosi trafitta da chiodi, per arcano fenomeno, le
mani e i piedi e ferito da acuta lancia il costato, e apparendone
a volte visibili le cicatrici delle piaghe cioè le stimmate» – le
quali, assieme agli altri favori, come le apparizioni dello stesso
Signore Gesù e della Madonna, come pure la familiarità del
suo Angelo Custode e altre straordinarie manifestazioni di
divini carismi, «sembrano provare ad evidenza che l'unione di
mente e di cuore fu talmente singolare da poter dire con
l'Apostolo Paolo: «Sono crocifisso con Cristo e non sono più io
che vivo ma Cristo vive in me» (Gal. 2, 20)9.
Certamente, la conformità con Cristo che mostra lo
stigmatizzato sembra la più sorprendente; come anche
sorprende, e non è stato ancora spiegato, perché le stimmate
abbiano atteso a manifestarsi per la prima volta in una fragile
creatura umana (in S. Francesco!) alla distanza di più di un
millennio dalla Passione e Morte di Cristo e che invece in

9
AAS, XXXIII (1941), p. 99 s.
questi ultimi tempi sembrano singolarmente frequenti;
certamente tale manifestazione divina è per il sostegno della
Chiesa e il conforto della nostra fede. È stata giustamente
rilevata la differenza, in questo, fra la pietà della Chiesa
orientale e quella della Chiesa latina, in quanto la prima
intende la presenza di Cristo in una forma di gloriosa
trasfigurazione, mentre gli occidentali la conoscono soprattutto
nella partecipazione dolorosa alla Passione di Gesù. Così «…
la mistica di Gemma è mistica della Passione: essa vive
l'unione con Dio in quanto si trasforma in Gesù Cristo»10. La
caratteristica degli stigmatizzati è il loro innalzarsi ai dolori
fisici e mentali della Passione di Cristo con tutta la loro
crudezza corporale e psichica, in una misura che già la sola
narrazione ci sconvolge. A livello strettamente teologico viene
da chiedersi: perché allora tanto patire? Non è bastata la
Passione e Morte di Cristo? È per un dono di singolare amore
che Cristo attira sulla croce lo stigmatizzato ed è con slancio di
singolare amore ancora che Egli «stampa»11 le impronte vive e
doloranti delle sue Piaghe nella sua carne: non solo ma lo rende
partecipe nell'anima dell'abbandono del Padre sulla Croce. La
teologia risponde, richiamandosi a S. Paolo: «Compio in me
ciò che manca alla Passione di Cristo» (Coloss. 1, 24). Ma cosa
può «mancare» alla Passione di Cristo? È qui che spunta il
problema esistenziale della «realtà» della «partecipazione
mistica» alle sofferenze del Verbo incarnato e della «missione
ecclesiale» propria dello stigmatizzato, che si presenta così
come l'eletto a vivere nel centro del mistero di Cristo per essere
come un punto di riferimento per tutti i membri del Corpo
mistico.

10
D. Barsotti, nella Prefazione al pregevole studio di P. G.
Bonardi, «Con l'amore crocifisso»: Gemma Galgani, Ed. Eco, Teramo
1975, p. 6.
11
L'espressione è stata usata da Paolo VI a proposito di P. Pio da
Pietrelcina.
Gemma aveva già sperimentato all'apice della
sofferenza il suo «essere-nel-corpo» con le gravi malattie patite
nell'infanzia e nella giovinezza fino a portarla col morbo di Pott
sulla soglia della morte: questo, per operare il suo distacco
dalla natura. Per operare poi il distacco da se stessa Gesù le
offre le sue piaghe: «Domandavo a Gesù che lo volevo amare
tanto… Gesù allora mi si è fatto vedere tutto piaghe e mi ha
detto: "Figlia mia, guardami e impara come si ama: non sai che
me mi ha ucciso l'amore? Vedi, queste piaghe, questo sangue,
queste lividure, questa croce, è tutta opera di amore! Guardami,
figlia mia, e impara come si ama"»12. Quindi Gemma sente cioè
«esiste» nel suo corpo avvertendo non più i dolori della sua
vita naturale, ma i dolori del corpo e dell'anima di Gesù, ossia
essa nel suo corpo ora «ec-siste» in Gesù ossia nei patimenti
della Passione di Gesù. Perciò in un'estasi esclama: «O Gesù,
Gesù, senti che domanda dice il confessore: "O che fai quando
sei davanti a Gesù?". Se sono con Gesù crocifisso, soffro; e se
in Sacramento, amo». Ed ecco il suo nuovo essere-nel-corpo
con le sofferenze di Cristo: «Quanto mi lamentai ieri, Gesù,
perché mi doleva la testa! Ieri col capo, oggi con la croce,
domani13 colle piaghe… Se dobbiamo soffrire, soffriamo
insieme. Chi avrà sofferto di più, te per amor mio, o io per
amor tuo? Oggi la croce e domani la piaghe: che spettacolo.
Gesù che sta per comparir dinanzi! Se sei crocifisso, soffro con
te»14. Gemma ora parla col tempo presente e questo esprime la
contemporaneità del nuovo essere-nel-corpo mediante il
soffrire di lei con Cristo come risposta – e perciò si potrebbe
quasi parlare di una «contemporaneità doppia» – al soffrire di
Cristo con lei.

12
Lettera 13ª a Mons. Volpi, p. 329.
13
È giovedì 29 marzo 1900 e, com'è noto, dal giovedì al venerdì la
Santa soffriva la comparsa delle stimmate e degli altri patimenti della
Passione.
14
Estasi l4ª, p. 22.
Si badi bene: Gemma non sogna, non inventa… ma
sperimenta realmente cioè essa soffre direttamente nel suo
corpo dolori reali, avverte un nuovo «essere-nel-suo-corpo» in
sintonia con i dolori di Gesù fino a lamentarsene: «Quanto mi
lamentai ieri, Gesù, perché mi doleva la testa» (la coronazione
di spine). La partecipazione di Gemma alla Passione di Cristo,
la trasfigurazione esistenziale fondamentale del suo essere-nel-
corpo, è a sua volta di una comunanza doppia cioè nello spazio
e nel tempo: Gemma soffre nelle stesse parti del corpo in cui ha
sofferto Gesù (il capo, le mani, i piedi, le spalle e il cuore) e
soffre quando soffre Gesù: «Se dobbiamo soffrire, soffriamo
insieme…». E con audacia impensata infatti l'estasi citata
conclude: «Stanotte15, Gesù, voglio soffrir tutto io; o se vuoi
soffrire anche tu, soffriremo insieme. Vogliamo essere una
vittima sola; sei contento, Gesù? Preparami forza, Gesù; non ti
chiedo altro» Ma ci si può subito chiedere ed è la domanda alla
quale daremo maggior attenzione: come può Cristo ancora
soffrire nel suo corpo ora ch'esso è glorificato ed è impassibile
in cielo? D'altra parte si può anche osservare ed è
l'osservazione sulla quale si fonderà la nostra modesta risposta
o piuttosto un tentativo di risposta: non è soltanto a questo
modo cioè mediante l'indicata contemporaneità doppia di
tempo e spazio nella partecipazione della Passione di Cristo da
parte dello stigmatizzato che si compie la comunione effettiva
per l'espiazione e la salvezza del peccato? Cristo è veramente
ancora e sempre l'Uomo-Dio ed entrando nell'eternità ha
mantenuto il suo essere-nel-mondo come mantiene il suo
essere-nel-corpo ch'è proprio dell'uomo, benché non al modo
dell'uomo mortale. Ed è ancora in quest'estasi 14ª, che abbiamo
presa per guida, che Gemma stessa insiste nel modo più
esplicito su questa contemporaneità per indicare la realtà di
questa partecipazione singolare ma insieme «paradigmatica».

15
Quella appunto più dolorosa, tra il giovedì ed il venerdì.
L'indicazione – chiamiamola così – percorre vari momenti
abbastanza distinti:
a) (La contemporaneità con Cristo Crocifisso) «Oh
quasi sempre, Gesù, quando io ti cerco, ti trovo sempre sulla
croce… Meditar la tua Passione, o Gesù, è stato sempre un
sollievo per le anime sante e io… perché mi sgomenta il
soffrire? Tante volte, o Gesù!…. O croce santa!» – «Perché mi
sgomenta il soffrire?». Ecco l'autenticità dello essere-nel-corpo
come orrore del soffrire e come percezione che il soffrire
attesta il corpo contro il corpo e questo nel mistico – almeno
come lo mostra Gemma – in una forma di soffrire ancora più
acuta e lancinante che nell'uomo naturale. L'argomento
meriterebbe ulteriori riflessioni anche dal punto di vista di un
confronto della situazione, certamente originale, di Gemma,
con quella degli altri mistici soprattutto degli ultimi secoli,
dopo la rivelazione speciale della devozione al Cuore di Gesù
(come si è già accennato), fatta a S. Margherita Maria che guarì
Gemma dalla misteriosa malattia16. L'incontro non è stato
casuale.
b) (La visione di Cristo Uomo-Dio e la nostalgia della
morte come liberazione) «Quanto sei bello, o Gesù!… Ma se tu
ti lasciassi vedere come sei nel cielo, io morirei. O dimmi,
Gesù, non sarebbe una bella morte?… Rompi presto questa
catena, che mi tiene avvinta al mondo» – Benché non viva del
e per il mondo, Gemma ancora si sente legata al mondo cioè
stretta nei suoi limiti oppressivi di spazio e tempo e sospira di
rompere il filo dei rapporti della quotidianità.
c) (L'accettazione del dolore come profferta d'amore)
«Oggi la croce, domani… Quando, quando Gesù? Perché
lamentarmi? Troppo m'è caro quel che mi viene dalle tue
mani!… Troppo s'ingannano quelli che credono il patire…» –

16
Cf. Autobiografia, in «Estasi, Diario», ed. cit., p. 217 s.
È la dialettica dell'inversione, propria della vita dello spirito e
proprio per questo anche la unica via del trascendimento della
vita immediata, cioè dell'egoismo, scoperto o segreto che sia.
Ma, come si dirà, è più proprio dell'anima femminile il donarsi
senza riserve come l'unica via, quella dell'oblio totale di sé nel
rischio supremo. È quanto la Santa esprime nell'estasi seguente
del venerdì 30 marzo, al centro della sua partecipazione alla
Passione.
d) (Essere tutti accanto alla croce a raccogliere il
Sangue di Gesù) «Passione di Gesù!… Angeli del cielo,
inchinatevi tutti con me, per la Passione di Gesù. Raccogliamo
insieme il sangue di Gesù…». L'aspirazione si fa più intensa:
«Chi più fortunato di me… Gesù?… Passione di Gesù!… Fra
me e te soli… Andiamo tutti da Gesù in croce… Un Dio
crocifisso!… Eppure, o Gesù, ho cuore di resistere a te?…
Vicini a te non si soffre più… Via, venite tutti. a raccogliere il
sangue di Gesù che ne ha sparso tanto; ed io, ultima dei tuoi
servi, neppure una goccia» – Ma Gemma è dalla Festa del S.
Cuore del precedente anno 1899 che sparge il suo sangue per
Cristo.
e) (Aspirazione a partecipare completamente alla
Passione di Cristo) «Adoro, Gesù, quel tuo sangue versato e
sparso, o Gesù, che non l'avrai versato inutilmente per me» – E
nell'accrescimento dell'amorosa compassione: «O Dio! Gesù
muore! Gesù, voglio morire con te…17. O spine, o croce, o
chiodi, quante volte ve l'ho a dire? vendicatevi sopra di me,

17
Forse è un'eco della strofetta composta da S. Alfonso come
ritornello dalla I alla XII Stazione della Via Crucis: «Caro Gesù, a morire –
Tu vai per amor mio, – Voglio morire anch'io, – Voglio morir con Te»
(Kierkegaard giudica questa strofetta «deliziosa». Diamo anche la strofa
seguente, dalla Stazione XII alla XIV: «Caro Gesù, già morto – Sei Tu per
amor mio – Voglio morire anch'io – Voglio morir con Te!» (Kierkegaard,
Diario 1849, X1 A 353; nr 2272, t. V, p. 230. Il testo alfonsiano è preso
dall'ed. critica: Opere ascetiche, Roma 1934, T.V., pp. 438, 442).
non più sopra Gesù». – Chiude con uno slancio di umile
gratitudine: «Muore Gesù, ma a me mi dà la vita. Passione di
Gesù…» (p. 23).
L'esistenziale dello stigmatizzato è pertanto un «essere-
nel-mondo» che ha crocifisso Gesù. L'appartenenza allo spazio
ed al tempo non solo non è rimossa o trasferita come nella
contemplazione dell'immanenza panteistica, ma viene
intensificata e realizzata quasi in una forma di «ritorno» dello
spazio e del tempo della salvezza e perciò in una rinnovazione
dell'evento della Passione di Cristo, nel suo Corpo Mistico, per
permettere allo stigmatizzato di realizzare una «partecipazione
di compassione» in forma reale. Sulla realtà di questa
partecipazione, che costituisce per i teologi un serio grattacapo
(come toccheremo a suo tempo), le dichiarazioni di Gemma e
l'esperienza di tutti gli stigmatizzati non lasciano invece alcun
dubbio. È in questo, d'altronde, che consiste il significato ed il
messaggio di risveglio che il «fenomeno» delle stimmate
significa per la Chiesa.
CAPITOLO SECONDO

LA PARTECIPAZIONE DI GEMMA AL PECCATO


UNIVERSALE

1. L'uomo moderno e l'oblio del senso del peccato

Il nucleo operante nell'esperienza mistica di Gemma


Galgani è la sua eccezionale conformità alla Passione di Cristo.
Eccezionale, perché dotata ed accompagnata dall'impressione
fisica delle Stimmate e da quasi tutti gli altri fenomeni
dolorosi: quali la corona di spine, la flagellazione, il peso della
Croce e i «dolori mentali» come il peso di tutti i peccati, la
vessazione diaboliche, l'agonia nell'Orto e l'abbandono dello
spirito… Al fondo di questi fenomeni, come situazione che li
anima e li contiene, sta la duplice esperienza intensiva e
comprensiva dei dolori di Cristo, i quali per singolare grazia le
apparivano al vivo nella contemporaneità della storia umana e,
dall'altra parte, l'esperienza altrettanto forte ed opprimente della
malizia del peccato come dell'unico vero male nel mondo.
Ma ciò ch'è ancor più singolare in Gemma, come
vedremo nel suo crudo e realistico linguaggio, è ch'essa
riferisce le sofferenze di Cristo alla malizia dei suoi peccati: il
fatto cioè di considerarsi non solo peccatrice, ma la più grande
peccatrice di tutti i tempi, colei che ha fatto piangere di più
Gesù. Di questa singolare «impressione» (Stimmung) non c'è
spiegazione, né teologica né psicologica: Gemma sapeva di
avere sempre aspirato al Paradiso e ad una vita di purezza – e
neppure si tratta di un'espressione solamente teologica, poiché
ogni cristiano è chiamato anzitutto e soprattutto a pentirsi ed a
riparare i propri peccati.
È in gioco allora il senso profondo della libertà e
l'impegno della persona. La «coscienza del peccato» –
chiamandola col suo termine – è solidale della memoria
qualitativa in cui si conserva la realtà dello spirito secondo la
qualità morale cioè di bene e di male, e quindi di merito e di
colpa che le compete dall'uso della libertà. L'effetto immediato
di questa «coscienza del peccato» nell'anima cristiana, che
intende vivere la propria fede, è il pentimento o dolore dei
peccati commessi: per questo il Sacramento amministrato nella
Chiesa per rimettere i peccati è chiamato anche «Penitenza»1 in
cui l'amore di Dio offeso per l'uomo e dell'uomo pentito per
Dio s'incontrano in un abbraccio di amore.
Non così per il pensiero moderno che ha preteso di
restituire all'uomo l'autonomia della coscienza capovolgendo
l'asse dello spirito, che diventa arbitro di se stesso, e
privilegiando la scala delle virtù umane che hanno per unico
metro l'affermazione della ragione della coscienza dell'Io o,
comunque si voglia chiamare, il principio dell'autogenesi o
autocostituzione del soggetto. L'esperienza mistica, come
quella di Gemma, cresce al vertice della più intensa vita di fede
e quindi come riconoscimento si combatte la lotta suprema per
la verità che salva, non fra sistema e sistema, ma fra
l'accettazione od il rifiuto del messaggio della Croce e del dono
di Dio per la salvezza. La filosofia moderna, ch'è antropologia
radicale o trascendentale in continuo sviluppo, non sa che
farsene di un tale dono; respinge quindi in anticipo ogni
coscienza di colpa e di peccato, rifiuta il richiamo dei profeti e
di Cristo alla penitenza. Siamo agli antipodi del richiamo
cristiano. Mi si permetta solo qualche accenno.

1
«Secundam post naufragium deperditae gratiae tabulam, sancti
Patres apte concuparunt» (Conc. Trid., Sect. VI, c. 14; DS. nr. 1542).
1. - Spinoza usa una crudezza di linguaggio che resta
ancora insuperata2, ma sempre istruttiva per chi vuole andare al
fondo dei problemi dello spirito:
a) Carattere spurio della penitenza e della coscienza del peccato
in generale: «Il pentimento non è una virtù, ossia non deriva
dalla ragione; ma chi si pente di ciò che ha fatto è doppiamente
misero ossia impotente» (Gentile-Radetti, p. 507)3. Già nella
proposizione LIII Spinoza aveva condannata come irrazionale
l'umiltà che per lui coincide con la tristezza che deriva –
secondo lui – dalla coscienza della propria impotenza ossia
dall'incoscienza della potenza della ragione e volta perciò le
spalle, come afferma nella Prop. 100, alla «soddisfazione di sé
stesso (acquiescentia sui) che può derivare dalla ragione o solo
quella soddisfazione che deriva dalla ragione è la più grande
che si possa dare» (p. 505). Non tocca a noi in questo
preambolo teorico, di cui chiediamo perdono a Gemma, seguire
le sottili derivazione che Spinoza propone nella genesi di
queste situazioni della coscienza che egli respinge perché le
giudica basse e indegne dell'uomo razionale, poiché non si può
riconoscere altro assoluto che la ragione stessa o mens. Il fatto
poi ch'egli attribuisce il pentimento alla prava cupiditas, che

2
I testi si trovano ora indicati e raccolti da E. Giancotti Boscherini,
Lexikon Spinozanum (Archives Internationales d'histoire des Idées, 28), The
Hague, 1970, t. II, p. 842. Le citazioni rimandano al testo dell'ed. C.
Gebhard, Opera, Heidelberg 1924).
Ha messo in luce l'importanza di Spinoza, per il nostro problema,
soprattutto M. Scheler nel saggio del suo periodo cattolico: Reue und
Widergeburt (Pentimento e Rinascita) che apre l'opera complessiva di
filosofia della religione: Vom Ewigen im Menschen (Dell'eterno nell'uomo),
IV ed., hrsg. M. Scheler, Bern 1954. Il richiamo a Spinoza è a p. 43. Il testo
principale si trova nella Ethica, Pars IV, Prop. LIV (seguiamo la trad. it. di
Gentile-Radetti, Firenze 1963).
3
«Poenitentia virtus non est, si ex ratione non oritur; sed is qui
facti poenitet, bis miser, seu impotens est» (Gebhardt, II, p. 230).
poi si risolve in tristitia4, mostra all'evidenza l'assenza di ogni
rapporto personale fra Dio e l'uomo che può non solo riscattare
il valore positivo e catartico cioè purificante del pentimento ma
anche elevarlo al rapporto più alto dell'uomo a Dio che è quello
di figlio al Padre come nella parabola evangelica.
Invece Spinoza si scaglia nello Scolion con fine ironia –
e duole un po' che lo stesso M. Scheler non l'abbia avvertito –
contro l'umiltà e il pentimento il cui unico effetto è di
infiacchire l'animo degli uomini e perciò di renderli più
proclivi a farsi guidare da altri a vivere secondo ragione.
Diamo la seconda e terza parte del testo che ha un senso di
attualità nell'infuriare delle psicologie di massa, della coscienza
e lotta di classe, dei collettivi e degli assemblearismi… Spinoza
però, come poi Nietzsche, respinge con sdegno ogni
massificazione: «Se infatti gli uomini di animo impotente
fossero tutti ugualmente superbi, se non si vergognassero e non
avessero paura di nulla, come potrebbero essere congiunti e
stretti insieme con vincoli?». Segue lo stravolgimento del
messaggio di salvezza dei profeti, che sono abbassati a furbi
politicanti: «Il volgo è terribile se non ha paura; non è perciò da
stupirsi se i Profeti, i quali badavano non all'utilità comune,
abbiano tanto raccomandato l'umiltà, il pentimento e il
rispetto»5.
La conclusione diventa d'improvviso positiva, ma solo
dopo aver svuotato il pentimento del suo oggetto, ch'è appunto
il peccato come traviamento consapevole e perciò colpevole
dell'uomo davanti a Dio, quindi come rottura del rapporto con
Dio, quindi come il massimo di tutti i mali perché allontana e
separa l'uomo da Dio ch'è il principio di ogni bene e
nell'ambito propriamente cristiano – perché col peccato, come
ci dirà Gemma, l'uomo torna a far soffrire ancora Cristo

4
Nella demonstratio che subito segue (ibid.).
5
Ethica, l.c.: Scolion; trad. cit., p. 509.
rinnovando i dolori della sua Passione. Col trasferimento
dell'Assoluto personale teologico al monismo della Ragione
assoluta, sfumava invece ogni rilevanza del rapporto personale
del singolo a Dio che non sia quello dell'affermazione della vita
nel tutto del cosmo (Deus sive natura)6.
2. - La distorsione totale del pentimento da parte
dell'immanentismo moderno si compie in Schopenhauer che
elimina senz'altro il momento della memoria ossia il
riferimento della coscienza al «ciò che ho fatto». Il pentimento
appartiene alla sfera del conoscere: «Il pentimento (Reue) non
sorge mai dal fatto che si è cambiata la volontà (ciò ch'è
impossibile), ma la conoscenza. Ciò ch'è essenziale e proprio è
che quel ch'io ho voluto, lo devo anche volere: poiché io stesso
sono questa volontà che si trova fuori del tempo e della
mutazione7. Non posso pertanto pentirmi di ciò che ho voluto,
bensì di ciò che ho fatto: poiché, guidato da falsi concetti, ho
fatto qualcosa d'altro di ciò che era conforme alla mia volontà.
L'apprensione di questo, con una conoscenza più esatta, è il
pentimento»8. La spiegazione corre tutta sul filo di questo
razionalismo radicale secondo il principio socratico che
l'errante non è tanto un colpevole quanto un ignorante cioè uno
che si è lasciato traviare da motivi egoistici, da
rappresentazioni esagerate sulle mie necessità, dall'astuzia,
falsità e cattiveria degli altri e dal fatto ch'io ho agito troppo
frettolosamente e sotto l'impressione del momento e

6
C. Fabro, Introduzione all'ateismo moderno, II ed., Roma 1969, t.
1, p. 161 ss. (cit.).
7
È la formula radicale del principio moderno d'immanenza come
«circolo» assoluto di essere e agire ossia d'intelletto e volontà nella totalità
dell'Io (trascendentale) che ritorna in se stesso, come pura identità.
8
A. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, IV Buch,
Bejahung und Verneinung des Willes, § 55; ed. J. Frauenstädt, Leipzig
1916, Bd. II, p. 349. È la prima trattazione filosofica specifica sul
«pentimento» (Reue) come tale.
dell'affettività più che della ragione. Il ritorno della riflessione
(Besinnung) è qui, conclude Schopenhauer, l'unica conoscenza
giustificata da cui può procedere il pentimento: questo procede
quindi sempre da una conoscenza più precisa, non dal
mutamento della volontà che come tale – si badi bene – è
impossibile. Il pentimento non ha perciò nulla a che fare con
«l'angoscia della coscienza» (Gewissensangst) per ciò che
riguarda il passato, poiché la coscienza attuale in cui si
dovrebbe attuare il pentimento non può rendersi presente il
passato che è non più.
Di conseguenza il pentimento non ha nessuna rilevanza
morale, è l'effetto di una svista che impedisce all'intelletto la
visione degli opposti motivi e quindi la scelta giusta: quando
poi, cioè riflettendoci, l'intelletto si accorge del passo falso,
sorge il pentimento cioè il rammarico dell'errore fatto: «Tutte
queste azioni perciò, conclude Schopenhauer, sorgono sul
fondamento di una relativa debolezza dell'intelletto, in quanto,
questo si lascia soverchiare dalla volontà […]. La veemenza
della volontà è pertanto solo mediatamente la causa in quanto
cioè essa ostacola l'intelletto e quindi prepara il pentimento»9.
Strano però questo pentimento che non comporta alcun dolore,
che si riferisce non ad una colpa propria di cui la volontà sia
responsabile, ma solo ad un errore dell'intelletto, ad un difetto o
debolezza di discernimento del giudizio. Giustamente perciò
M. Scheler, malgrado alcune concessioni (discutibili) alla
teoria di Schopenhauer, ammette che «… questa concezione
distrugge tutto il senso del pentimento» poiché si ferma alla
sfera (statica, direbbe Kierkegaard che S. stranamente ignora)
dell'essere del pensiero ed ignora il divenire come sfera propria
della libertà. Tuttavia riconosce che il pentimento si riferisce
alla libera azione della nostra «persona totale» (Gesamtperson)

9
Die Welt… Ergänzungen zum vierten Buch, Kap. 47; ed. cit., Bd.
III, p. 682.
alla quale appartengono quei gradi di raccoglimento e di
concentrazione o varianti costitutive dell'Io da cui scaturisce
l'azione a cui si riferisce il pentimento. Lo Scheler ha in questo
modo facilmente ragione dell'intellettualismo di comodo di
Schopenhauer rivendicando che «… l'atto del pentimento più
profondo ottiene però la sua completa comprensione per questo
che una simile mutazione causata liberamente dal livello di
raccoglimento di tutta la nostra esistenza interiore è un
fenomeno concomitante» (p. 40).
Ma allora, ci sembra di poter osservare, il pentimento
stesso che ne è l'effetto non attinge il centro della persona
stessa; né vediamo la ragione perché Scheler parli a questo
proposito dell'«aspetto più misterioso di questo più profondo
vivente atto di pentimento»10, quando il pentimento, dal primo
sorgere della coscienza infantile fino all'età matura, appartiene
alla coscienza morale ordinaria della vita del Singolo. Il
pentimento ha il suo senso in quanto è collegato all'amore
profondo per la persona che amiamo dal profondo e che
abbiamo coscienza di aver offeso, disgustato, amareggiato.
3. - L'espulsione del pentimento dalla coscienza, come
atteggiamento spurio, già programmata da Spinoza e sviluppata
dall'immanentismo moderno coll'approfondirsi dell'ateismo
radicale in Schopenhauer, trova in Nietzsche l'enfasi rettorica
della proclamazione del «rovesciamento di tutti i valori»
(Umwertung aller Werte) ed in particolare dei «valori supremi:
la filosofia, la religione, la morale, l'arte, ecc. Egli ha
proclamato perciò «la liberazione da ogni colpa» (die Erlösung
vom aller Schuld) ove i «valori morali» lasciano il posto ai

10
«Dieses geheimnisvollste des lebendigen tieferen Reuueakts» (p.
41).
«valori naturalistici» e la metafisica e la religione alla «dottrina
dell'eterno ritorno» (ewige Wiederkunftslehre)11.
La profonda e sotterranea affinità fra Spinoza e
Nietzsche si vede soprattutto nella demolizione spietata in
entrambi della morale cristiana, nella perdita o rifiuto della
coscienza del peccato e quindi nel ritorno, implicito in Spinoza
(ed in gradi e forme diverse nel pensiero seguente: deismo,
illuminismo, idealismo…) ed esplicito in Nietzsche, al
paganesimo, all'innocenza naturalistica. La denunzia è drastica:
«Pagano-Cristiano. È paganesimo l'accettazione del naturale, il
sentimento d'innocenza in ciò ch'è naturale, la "naturalità".
Cristianesimo è il rifiuto di ciò ch'è naturale, il sentimento
d'indegnità per ciò ch'è naturale, l'opposizione alla natura
[l'antinaturalità]»12. È il compendio della lotta senza quartiere
che Nietzsche ha dichiarato al Cristianesimo con crescente
veemenza, una lotta mortale e appassionata fino a minarne le
facoltà mentali: destino emblematico e quasi profetico per noi
oggi che assistiamo alla progressiva distruzione della natura da
parte dell'uomo e della violenza montante dell'uomo sull'uomo
ossia dello scatenamento di quell'«ira» (Rache) che ha avuto
ancora in Nietzsche il suo teorico più acceso. Non sorprende
allora che Nietzsche tratti con singolare insistenza del
«sentimento di colpa» (Schuldgefühl) assieme cioè l'accomuni
alla cattiva coscienza13 che è una malattia, la volontà di
automaltrattamento, perdita dell'Io, negazione di sé, sacrificio
di sé ed insomma un esercizio di crudeltà.

11
F. Nietzsche, Aus dem Nachlass der Achzigerjahre, Werke, ed.
K. Schlechta, München 1958, Bd. III, p. 560.
12
«Heidnisch-christlich. Heidnisch ist das Jasagen zum
Natürlichen, das Unschuldsgefühl im Natürlichen, das Unwürdigkeitsgefühl
im Natürlichen, die Widernatürlichleit» (Op. cit., p. 566).
13
Zur Genealogie der Moral, II. Abteilung, ed. Schlechta, Bd. II,
p. 799 ss.: «Schuld», «Schechtes Gewissen und Verwandtes».
E Nietzsche ammette che il sentimento di colpa verso
Dio, sorto all'interno delle società aristocratiche, non ha cessato
di crescere per molti secoli. La venuta poi del Dio cristiano,
come il Dio supremo che finora sia stato concepito, ha portato
pertanto il maximum del concetto di colpa che sia apparso sulla
terra. E osserva con pertinenza che l'inarrestabile decadenza
della fede nel Dio cristiano comporta anche una grave
decadenza della coscienza della colpa. Ed ecco il risultato
finale: «La perfetta e definitiva vittoria dell'ateismo potrà
liberare l'umanità da tutto questo sentimento della colpa verso
il suo Principio, verso la sua causa prima. L'ateismo ed una
specie di seconda innocenza vanno insieme»14.
Ma ovviamente allora per Nietzsche il vero maximum di
questo concetto di colpa è il concetto cristiano del peccato
ossia quello legato alla maledizione biblica della caduta
(intervento del diavolo, immanente alla natura) ed alla
redenzione del peccato: Dio stesso che si sacrifica per la colpa
dell'uomo, Dio stesso che si fa mallevadore, Dio stesso che può
redimere ciò che per l'uomo stesso è diventato non redimibile»
(p. 832). Questa, commenta Nietzsche, è una specie di follia
della volontà nella crudeltà dell'anima che non ha l'eguale (e
questo è vero anche per il cristianesimo, che l'ha appreso da S.
Paolo: I Cor. 1,23)15: «la volontà dell'uomo di trovarsi
colpevole e reprobo fino alla irremissibilità, la sua volontà di
pensarsi punito senza che la pena si possa pensare equivalente
alla colpa, la sua volontà di infettare ed avvelenare l'ultimo

14
«Der vollkommne und endgültige Sieg des Atheismus die
Menschheit von diesem ganzen Gefühl, Schulden gegen ihren Anfang, ihre
causa prima zu haben, lösen dürfte. Atheismus und eine Art zweiter
Unschuld gehören zueinander» (Op. cit., II Abt. § 20; ed. cit., t. II, p. 831).
15
Vedi il richiamo preciso anche di M. Heidegger, profondo
conoscitore di Nietzsche, che riferisce la definizione che costui ha dato del
Cristianesimo come «un platonismo per il popolo» (Einführung in die
Metaphysik, Tübingen 1953, p. 80).
fondamento delle cose col problema della pena e della colpa».
È di qui che sorge per l'uomo il sentimento della sua indegnità
assoluta: per Nietzsche tutto questo è una «malattia», la più
terribile malattia che finora abbia infierito sull'uomo (p. 834).
Tutto questo, cioè la condanna e la perdita da parte del
Cristianesimo della bellezza e del piacere, è la più bassa forma
di «decadentismo» contro la quale bisogna proclamare la
dignità degli istinti e il primato della vita e tutta quella
concezione precedente della coscienza della colpa non è stato
che un processo patologico: «Io ho scoperto la vita come
nuova, mi ci sono impegnato, ho gustato tutte le cose buone
anche le piccole che gli altri non facilmente possono gustare –
io faccio la mia filosofia della mia volontà per la sanità, per la
vita». E conclude che un uomo così formato «… non crede né
alla "infelicità" né alla "colpa"16. E questo è anche il
superamento del pessimismo di Schopenhauer ed il rifiuto
radicale del Cristianesimo.
Si tratta di proclamare «la liberazione da ogni colpa»
(Die Erlösung von aller Schuld) e pertanto da ogni coscienza di
risentimento, quale si osserva negli atei in Russia, da ogni
immagine di capro espiatorio, da ogni idea di responsabilità.
Ed il bersaglio torna ad essere il Cristianesimo al quale si
richiamavano gli stessi specialisti (di allora!). È il
Cristianesimo, continua Nietzsche, che ci ha abituati al
concetto superstizioso di «anima» (Seele), dell'anima-monade,
dell'anima immortale: «In realtà è stato anzitutto il
Cristianesimo che ha posto l'esigenza dell'individuo, di
progettarlo come giudice di tutto e di ogni cosa, la follia più
grande è per lui diventata quasi un dovere». E c'è un'altra idea
storta, conclude, ch'è penetrata molto profondamente nella
carne della modernità: il concetto della «eguaglianza delle

16
F. Nietzsche, Ecce Homo (Warum ich so weise bin), § 2; ed. cit.,
Bd. II, p. 1072 s.
anime davanti a Dio» (Gleichheit der Seelen vor Gott - corsivo
di N.). In esso è contenuto il prototipo di tutte le teorie dei
diritti uguali: si è cominciato con l'insegnare all'umanità che il
principio di uguaglianza ha un'origine religiosa e più tardi da
questo si è costruito una morale17.
Nietzsche è stato contemporaneo di Gemma: le loro
linee di sviluppo divergono all'infinito – ma la sofferenza che
Gemma accettò e visse in totale abnegazione di amore non
sono forse quell'autentica follia di amore che la fede mostra al
cristiano nella Passione e Morte di Cristo?
4. - Da questa indicazione sostanziale dei vertici della
concezione moderna del pentimento si ricava ch'esso è
spazzato via dall'autonomia dell'Io assoluto trascendentale e
relegato senza rilevanza di valore nella sfera dell'individuo
empirico. E giustamente in linea di coerenza, poiché il
pentimento o «dolore dei peccati», secondo l'espressione
cristiana, è la conclusione di tutta la costellazione operante
nella sfera pratica di fronte a Dio, nell'atto di scelta fra il bene e
il male. Sul piano metafisico essa suppone la creazione e perciò
la dipendenza totale dell'uomo da Dio e quindi l'umiltà della
«anima» di fronte alla vita ed alla morte. Sul piano etico
richiama la libertà ossia la distinzione del bene dal male e
quindi la libertà come capacità di scelta con la conseguente
responsabilità. Sul piano teologico essa suppone la caduta
originale tuttora operante (come fomes concupiscentiae) al
fondo della libertà da cui scaturisce la possibilità immanente
del peccato, come insidia permanente del male. Sul piano
mistico-spirituale la deformazione morale del peccato è il
17
F. Nietzsche, Aus dem Nachlass…, ed. cit., Bd. III, p. 821 s.
L'intera costellazione della distruzione della teologia cristiana nella sequela
di Nietzsche - Heidegger - Rahner, già esaminata nel mio: La svolta
antropologica di Karl Rahner (Milano 1974). La situazione è diventata
preoccupante nel post-concilio perché ha raggiunto, a quanto sembra, gli
stessi (alcuni almeno) vertici del magistero.
rifiuto dell'amore divino per l'amore creato ossia come
emergenza e sfida dell'Io finito contro Dio – aversio a Deo et
conversio ad creaturas – afferrata non per mediazione di
concetti ma mediante una visione (quasi diretta) dell'amore di
Dio in Cristo nella redenzione e per una partecipazione (quasi)
diretta alla malizia del peccatore.
Coscienza della colpa e coscienza del peccato sono in
realtà lo stesso movimento nei due momenti soggettivo e
oggettivo. La dialettica dell'imperativo categorico kantiano è
puramente formale e astratta sia perché non attinge l'azione
concreta del singolo, sia perché affida la distinzione del bene
dal male alla differenza utilitaristica di ciò che conviene (o non
conviene) del rapporto fra uomo e uomo e non anzitutto al
rapporto originario e costitutivo dell'uomo a Dio18.
È il principio d'immanenza moderno applicato all'agire,
come aveva ben visto Kierkegaard: «L'autoraddoppiamento
effettivo, senza un terzo che stia fuori e che costringa, riduce
ogni esistenza consimile a illusione, ad uno sperimentare».
Kant pensa che l'uomo sia a se stesso la sua legge, cioè che si
leghi alla legge ch'egli stesso si è data. Ma con ciò si pone in

18
Kant chiama l'imperativo categorico «legge fondamentale della
ragione pratica pura» (Grundgesetz der praktischen Vernunft) e la formula:
«Agisci in modo che la massima della tua volontà possa insieme valere
come principio di una legislazione universale» (Kritik der praktischen
Vernunft, 1 Teil, § 7; Cassirer V, p. 35). Nel «Fondamento della metafisica
dei costumi» (1785) Kant esamina ampiamente il concetto di «imperativo
categorico» nella sfera morale e lo definisce: «quello che rappresenta
un'azione per se stessa, senza relazione ad un altro scopo, come
oggettivamente necessaria». La formulazione dell'imperativo è simile alla
precedente ma con una leggera flessione positivistica: «Agisci in modo
come se la massima della tua azione dovesse diventare mediante la tua
volontà la legge universale della natura» (Grundlegung zur Metaphysik der
Sitten, II Abschnitt; Cassirer IV, pp. 271 e 279). Cfr.: C. Fabro, La
negazione assurda, nel secondo centenario della I ed. della «Kritik der
reinen Vernunft» (Riga 1781). Genova (1981).
sostanza, nel senso più radicale, la mancanza di ogni legge ed il
puro sperimentare. Questa diventerà una cosa così poco seria,
come i colpi che Sancio Panza si dà sulla schiena. La
situazione è evidente. «È impossibile, spiega Kierkegaard, che
in A io possa essere effettivamente più severo di quel ch'io
sono in B o che possa desiderare a me stesso di esserlo. Se ciò
che lega, non è qualcosa di più alto dell'Io stesso e tocca a me
legare me stesso, dove allora come A (colui che lega) dovrei
prendere la severità che non ho come B (colui che dev'essere
legato), una volta che A e B sono il medesimo Io?». E continua
questa parte teoretica della contestazione: «Specialmente ora
questo si manifesta in tutti i campi della religiosità. La
trasformazione dell'immediatezza a spirito; questo morire, non
è fatta sul serio, diventa un'illusione e un puro sperimentare se
non c'è di mezzo un terzo, qualcosa che costringa senz'essere
l'individuo stesso»19.
Così Kant dà la sterzata decisiva alla svolta
antropologica della substantia causa sui di Spinoza20 e respinge

19
Diario 1849-1850, X2 A 396; tr. it. nr. 2771, t. VII, p. 69 ss.
Perciò, senza un Dio trascendente, l'uomo nella filosofia moderna manca di
morale e «si riduce a vivere in un'illusione, in un'immaginazione ed in un
arbitrario sperimentare. È la disgrazia più grande» (ibid.). Il disancoramento
totale dell'azione dalla morale diventa esplicito nell'idealismo, specialmente
in Hegel (Cfr. C. Fabro, Kierkegaard critico di Hegel, nel vol.: «Incidenza
di Hegel», Napoli 1970, p. 497 ss.).
20
«Per causam sui intelligo id, cuius essentia involvit existentiam,
sive id, cuius natura non potest concipi nisi existens» (Ethica, Def. I;
Gebhardt II, p. 45). Gentile-Radetti trovano questo concetto riferito da
Suarez (Disp. Metaph. XXVII, sez. I) e certamente era noto a Spinoza che
da esso prende lo spunto per la sua prova ontologica dell'esistenza di Dio
(Ethica, Firenze 1963, p. 662 s.). Una coincidenza simile è causa di
conseguenze altrettanto gravi, è il richiamo di Hegel al celebre argomento
ontologico di S. Anselmo che confuta l'argomento dei 100 talleri di Kant
(Vorlesungen über die Philosophie der Religion, Lasson III, 1, 43: «Also
Anselms Gedanke [ist] ganz richtig»). Nella più conosciuta «Storia della
Filosofia», Hegel chiama la prova anselmiania «… la prima prova
ogni atteggiamento mistico. Perciò non sorprende che in Kant
siano pressoché assenti i concetti cristiani di peccato, di colpa,
di dolore dei peccati e di rimorso…, i quali non hanno senso al
di fuori di un autentico rapporto personale dell'uomo a Dio. È
impressionante, e sempre più evidente nella coscienza
dell'uomo moderno, che l'impegno per l'autenticità dell'uomo
sia cercato a spese della perdita, e spesso del ripudio esplicito,
del suo rapporto a Dio. Così il messaggio di salvezza che
Cristo ha offerto con la sua Passione e Morte e Risurrezione,
viene capovolto nella negazione del peccato e nella
proclamazione della sufficienza delle categorie storiche con la
vittoria definitiva sul peccato. Tattiche, ossia progetti, di
secolarizzazione delle verità e virtù cristiane, corteggiate oggi
anche da larghe fasce di teologia post-conciliare impaziente di
camminare, come il pelagianesimo ed il nominalismo
modernista, al passo con mondo. La «via regia sanctae crucis»,
che Dio fa risplendere di continuo con l'esempio dei santi ed in
particolare dei mistici, è la risposta veemente dello spirito di
Dio al livello di un essere-nel-mondo capovolto e trasfigurato
in Dio, come si vede nella nostra Gemma.

veramente metafisica dell'esistenza di Dio» (ed. K. L. Michelet, Berlin


1844, III Theil, p. 147).
2. La coscienza del peccato universale («la grazia più
grande che mi ha fatto Gesù»)1

Il primo problema allora è quello del senso del peccato


che Gemma ebbe quanto mai profondo, lacerante, straziante –
come abbiamo sopra riferito. Il problema sembra che sia il
seguente e cercherò di esprimerlo con la formula più ovvia. Da
una parte, cioè dalla parte di Gemma, essa si considera
peccatrice, una grande peccatrice… ed è Gesù stesso che le
dice, durante l'Ora Santa, mentre è in estasi: «Io mi voglio
servire appunto di te, perché sei la più povera, la più peccatrice
di tutte le mie creature; tu non meriteresti altro che ti mandassi
all'inferno, ma invece voglio che tu sia una vittima…» (Lett.
27ª a Mons. Volpi, p. 350). E lo ripete la Santa stessa nella
seguente Lett. 28ª: «Gesù stesso mi dice spesso che dovrei
vergognarmi a farmi vedere, perché sono proprio la peggio di
tutte le sue creature» (Lett. 28ª, p. 351). E si rileggano alcuni
testi che abbiamo già citati al principio: si può dire che Gemma
si sentiva immersa nel peccato, fatta peccato. Ma dall'altra
parte sappiamo, da quanti ossia da tutti quelli che la conobbero
e dalle dichiarazioni della stessa Gemma, ch'essa non offese e
non volle mai offendere il Signore con peccato grave e sembra
neppure con peccati veniali deliberati2. Il problema allora
sembra questo: «Come poteva Gemma dire in verità davanti a
Dio cioè con verità di aver fatto quei peccati e… tutti i peccati
di tutto il mondo, quelli passati e quelli futuri, se in realtà essa

1
Autobiografia, p. 253 (l'espressione è da Gemma messa fra
parentesi).
2
Basti la stessa dichiarazione di Gesù: «Questa figlia (è Gemma
stessa) mi chiede sempre amore e purità e io, che sono il vero amore e la
vera purità, tanta gliene ho concessa quanta creatura umana può capirne»
(Lett. 118ª a P. Germano, p. 283 s.). I Processi sono espliciti su questa
materia, ma è ovvio che al primo posto viene la Madre di Dio, come
afferma la stessa Gemma.
non li aveva fatti né poteva averli fatti? di essere quella grande
peccatrice? perfino di essere nata peccatrice? di essere un…
abisso di peccato?… un letamaio?». Simili confessioni non
vanno contro la verità? non sono anzi contro il debito di
gratitudine verso Dio per le grazie ricevute?3.
Le risposte a questi interrogativi possono essere varie.
Dato che Gemma stessa in altre occasioni afferma di non aver
voluto mai offendere Dio deliberatamente e, comunque, di
averli sempre confessati i (presunti) suoi peccati e di volerne
fare penitenza: ci si chiede quale significato allora potevano
avere quelle sue espressioni cioè quale «verità»? Non certo una
verità oggettiva nel senso ordinario che si dà al termine
«oggettività» che qui è quello di verità di fatto e perciò di
corrispondenza al concetto ordinario di realtà. Bisogna allora
pensare ad un «altro» piano di realtà al quale il Signore eleva
con particolare lume la coscienza delle anime privilegiate come
Gemma.
Si può pensare – e lo suggerisce un'espressione ben
conosciuta di S. Teresa del Bambino Gesù – che questo
sentimento di forte compunzione dei peccati nasca nei Santi
dalla considerazione non tanto dei propri, peccati reali (non
commessi), ma di quelli «possibili» cioè dal riconoscimento
umile della propria fragilità e peccaminosità in Adamo dalla
quale Iddio avrebbe preservato e difeso tali anime con
particolari grazie. Questo sembra il caso della coetanea
carmelitana; ma non sembra sia quello di Gemma che si
professa e confessa, con spietata insistenza, peccatrice e gran

3
Riprende quasi le stesse espressioni di Gemma una mistica dei
nostri tempi: «Sono un nulla… Sono la più grande peccatrice del mondo…
Sono lo scandalo del mio paese… Io son solo capace di commettere
pasticci… Tutti i peccati che esistono li ho fatti… Merito solo l'inferno…
Sono un letamaio» (Cf.: Gabriele M. Roschini, Teresa Musco, 1943-1976,
ed. cit., p. 131). Queste confessioni di profonda indegnità sono frequenti – e
si tratta allora di un problema di fondo – nell'agiografia cristiana.
peccatrice. Si potrebbe anche osservare che Gemma parli così
di sé perché «ingrandisce» cioè esagera (per un complesso di
colpa!) le sue presunte mancanze…: una spiegazione
verosimile, anzi ovvia, dal punto di vista della psicologia
normale. Ma questo non è il caso Gemma che per tutto il resto
si mostra sempre equilibrata e discreta, portata a parlare sempre
bene degli altri e… sempre male di sé: come mai? Tanto più
che è Gesù stesso – e questo sembra ancor più sconcertante –
che la proclama, come anche sopra si è visto, la «peggio di
tutte le creature». Ma è lo stesso Gesù poi che celebra, in altre
estasi (e Gemma stessa è pronta a riconoscere), le meraviglie di
grazie che opera in lei e le predice la glorificazione degli altari.
Dobbiamo forse pensare a qualcosa di più alto, ad una
situazione di spirito più profonda al di là di ogni valutazione
finita, cioè di carattere totale e tutt'abbracciante4. Si potrebbe
forse parlare di una «situazione-carisma» del senso del peccato
ossia di un senso-totale della malizia del peccato stesso ch'è
abbracciato dall'anima nella sua pienezza di malizia, dalla sua
prima origine lungo tutto il corso della storia umana ch'è storia
di prevaricazione continuata e di ribellioni sempre in atto
dell'uomo contro Dio. Ora il santo, come il figlio di Adamo da
una parte e dall'altra per il lume divino speciale ricevuto, si
sente coinvolto e immerso in questo torrente limaccioso e
fetente della storia e quindi anch'egli si confessa reo e correo.
Questa è certamente una situazione nuova e speciale, è
un trascendere il lume normale della ragione e della morale e i
dati effettivi e reali della memoria storica: si potrebbe forse
parlare di un elevarsi alla memoria cordis in un dolore di
compassione infinita e universale. Ma anche questa è
un'espressione che non rende, a mio avviso, la densità di

4
Simile, ma in tutt'altro contesto, a quelle che Jaspers chiama le
«situazioni-limite» le quali esigono una decisione radicale (Cfr.: K. Jaspers,
Philosophie3, Bd. II, 201 ss. e 261 ss.; Bd. III, 218 ss.).
«realtà» delle espressioni di Gemma. Invece di un «elevarsi»,
un termine certamente poco adatto ad esprimere l'appenarsi e la
partecipazione dolorosa della Santa, si potrebbe parlare di uno
sprofondarsi e di un'inabissarsi – per un particolare lume di
grazia – aldilà dello stesso proprio nulla della creazione, ossia
di uno sprofondarsi nella percezione intima e vissuta del
peccato radicale come peccato reale ossia come suo proprio
peccato. Come quando Gemma esclama: «O Gesù, in tutti i
giorni della mia vita io ho sempre peccato: molte offese le ho
già piante; ma quel che è peggio, è che ne faccio sempre di
nuove» (Estasi 78ª, p. 103).
In questa considerazione viene oltrepassata pertanto la
sfera del proprio peccato «storico» secondo la personale
responsabilità dell'evento, nel suo isolamento di particolarità
individuale che può aver commesso o «potrebbe» anche aver
commesso… – secondo la spiegazione precedente. Nella
considerazione del peccato storico individuale, il senso di colpa
ed il pentimento corrispondente partono dalla particolarità dei
singoli atti – e sono questi che accusiamo nella confessione ed
è di essi che proponiamo di emendarci. Nella coscienza più
illuminata della peccaminosità radicale il santo e il mistico
pensano alla «possibilità» – e perciò al pericolo sempre
incombente – di cadere e peccare come gli altri ed anche
peggio degli altri… Allora la situazione di Gemma – e dei santi
della sua stessa vocazione riparatrice – sembra diversa, e quasi
di un'altra qualità della nostra comune, e questo per tre caratteri
o motivi:
1. - Per estensione: si parla espressamente di tutti i peccati:
l'anima confessa di averli commessi (e di continuare a
commetterli) «tutti»: Gemma lo dice apertamente con
insistenza.
2. - Per intensità: l'anima si attribuisce la massima gravità cioè
la più profonda malizia, la più nera ingratitudine,
un'indegnità abissale… meritevole dell'inferno, mentre
l'anima anela ardentemente all'unione con Dio. Anche
questo leggiamo in Gemma.
3. - Una spiegazione approssimativa della eccezionale
situazione – soltanto un umile tentativo – si potrebbe
ancora tentare nella linea di chiarificazione esistenziale,
ossia mediante la considerazione della solidarietà morale
che lega insieme tutti gli uomini come un sol uomo e
ciascuno di noi con tutti, e anche e soprattutto nella sfera
di libertà. Questo concetto fu espresso in forma
speculativa da Boezio secondo il quale «i molti uomini
mediante la partecipazione sono un solo uomo», e la
formula viene dal neoplatonico Porfirio5: essa ha
significato reale e non indica soltanto una «Communitas»
nazionale politica e astratta, come poi farà il nominalismo
distruttore della teologia. Tale communitas reale sta a
indicare la solidarietà che hanno i partecipanti (gli
individui singoli) verso il partecipato (il genere umano
nella sua realtà storica) come ad un'unità ed, in certo
modo, (quello della partecipazione per l'appunto), ad
un'entità di ordine superiore ai singoli, dalla quale questi
in qualche modo dipendono. Questo richiama ovviamente
la situazione del peccato originale ed è a proposito di
questo che per esempio S. Tommaso si richiama alla
formula della partecipazione predicamentale di Porfirio-
Boezio6.

5
Isagoge, ed. Busse, Berlino 1887, p. 6, l. 21 ss. (Cfr.: C. Fabro,
La nozione metafisica di partecipazione, III ed. Torino 1963, p. 106).
6
«Omnes homines qui nascuntur ex Adam possunt considerari ut
unus homo, in quantum conveniunt in natura quam a primo parente
accipiunt, secundum quod in civilibus omnes homines qui sunt unius
communitatis, reputantur quasi unum corpus et tota communitas quasi unus
homo, sicut etiam Porphyrius dicit quod participatione plures homines sunt
unus homo» (S. Th. Iª-IIae, 81, 1). Questa, nel preciso e originale contesto
Applicata al peccato originale la formula della
partecipazione diventa l'affermazione della solidarietà e
appartenenza di tutti gli uomini al peccato di Adamo: tolto il
peccato originale, mediante la grazia di Cristo nel battesimo,
rimangono tuttavia le sue conseguenze cioè l'inclinazione al
peccato, la peccaminosità: il fomes concupiscentiae. Ora
l'anima mistica, illuminata dalla divina grazia, afferra la realtà
di siffatta corruzione profonda della natura causata dal primo
peccato, come appartenente tutta a se stessa in quanto
partecipe di tale natura. Di qui il sentimento di responsabilità e
corresponsabilità, non solo dei propri, ma anche dei peccati
altrui e non solo dei peccati passati ma anche di quelli futuri, di
tutti, di quelli di tutti gli uomini: l'orrore per tutti gli errori ed
orrori che l'uomo ha commessi e commetterà nella sua storia di
peccato fino alla fine del mondo. Per questo il santo si offre in
espiazione ed accetta, come Gemma, la vocazione di vittima
dei peccati del mondo ch'essa sente come suoi, come commessi
da lei: anche se non li ha commessi, né li commetterà mai per
divina misericordia, né li potrebbe commettere (tutti) come
persona singola. Quindi si potrebbe parlare, forse, in questo
caso – ed è quello tipico di Gemma – di un'esperienza totale del
peccato virtuale, ch'è esperienza reale del peccato reale in atto
e non puramente del peccato possibile7.
Quest'esperienza ha il suo fondamento nella solidarietà
del male che ogni uomo ha con la corruzione sempre attuale,

tomistico, si può chiamare «partecipazione predicamentale» poiché è il


rapporto degli individui alla specie e delle specie al genere comune, mentre
la partecipazione degli enti allo ipsum esse costituisce la partecipazione
trascendentale (Cfr. al riguardo: C. Fabro, La nozione metafisica di
partecipazione, III ed., Torino 1963, spec. p. 145 ss.).
7
Nel senso di «peccaminosità reale» di cui il santo sente la
dolorosa pressione nella vita quotidiana, nei rapporti col mondo e nei
turbamenti e conflitti continui delle potenze dell'anima: quasi un senso di
«indegnità totale» davanti a Dio e a Cristo. Così certamente fu per Gemma.
anche nel santo, della natura umana per via del fomite della
concupiscenza, pena ed effetto del peccato originale; ed ha il
suo movente e scopo nella solidarietà del bene di riparare ed
espiare per gli altri fratelli, di ottenere anche per essi la grazia
della misericordia della conversione – come faceva con tanta
pena Gemma – quindi la partecipazione alla vita divina
mediante il Sangue di Cristo. S. Paolo, spiegando a quei di
Corinto la sua missione di Apostolo, presentava l'opera
salvifica di Cristo in questo contesto di peccato, anche se
Cristo non aveva peccato né poteva peccare, ma era Lui stesso
l'unica salvezza dell'uomo dal peccato: «Colui che non
conosceva il peccato, per noi [Dio] lo ha fatto peccato affinché
noi in lui diventassimo giustizia di Dio» (II Cor. 5,21).
Il Santo è quindi riparatore e intercessore fra i fratelli
peccatori e Cristo: è Cristo stesso – come leggiamo
continuamente nelle comunicazioni ed estasi di Gemma – che
le chiede questa riparazione per placare il Padre suo. I testi che
sopra abbiamo riportati sulla sua coscienza del peccato
richiamano perciò un tipo di esperienza di ordine superiore e
questo almeno a doppio titolo: a) della perversione radicale e
totale della natura umana a causa del peccato, b) della continua
sua presenza insidiante in ogni uomo ed ad ogni momento, c)
dell'orrore del peccato stesso in quanto offesa di Dio e
disprezzo del Sangue redentore di Cristo da parte dei peccatori.
Di qui la sofferenza dei Santi che si offrono in riparazione dei
peccati dei fratelli onde ottenere la divina misericordia.
Sentiamo ancora Gemma:
A - A Mons. Volpi; «Per queste cose accadute, era
qualche giorno che non pensavo più ai peccatori. Gesù mi ha
conteso e mi ha detto che non devo pensare che ai poveri
peccatori» (Lett. 8ª, p. 320). Gesù le aveva detto, come già, a S.
Margherita Maria: «Guarda, in che modo mi trattano oggi le
persone del mondo. Io sono fortemente sdegnato con quelli che
mi offendono». E Gemma: «Pregai Gesù che avesse pazienza e
sfogasse pure con me, con farmi soffrire tanto di più, ché mi
parrebbe di aver forza. E Gesù mi disse che il demonio avrebbe
sempre più il permesso di battermi» (Lett. 19ª, p. 337).
Durante il carnevale del 1900 Gesù si lamenta con lei…
«dei tanti brutti peccati, che io non posso più resistere. Tu col
tuo soffrire trattieni il castigo che il Padre mio ha preparato per
i tanti poveri peccatori. E non lo fai volentieri?». E Gemma
pronta: «Ho risposto di sì, ma ho paura di non resistere. Gesù
mi ha detto: 'Non temere io ti farò soffrire, ma ti darò anche la
forza'» (Lett. 24ª, p. 346). Un saggio, e del più crudo realismo,
la Santa lo offre nella lettera seguente che presentiamo in
progressione.
a) (Il primo attacco del diavolo) - «Ieri sera, quando
uscii di confessionario, stetti tanto male: il diavolo mi cominciò
a dire tante brutte cose di Lei, bestemmie, cose sudicie; mi
diceva che la notte mi avrebbe fatta a pezzi, se non avessi
acconsentito a quello che lui mi diceva. Mi aveva messo tanta
paura, che ero proprio disperata, e ci mancò poco che per la
strada non cedessi a quello che mi diceva; però dicevo tante
cosacce, dissi fino arrabbiata che volevo morire, perché ero
stanca di passare quelle brutte nottate. Ne avevo tante in mente
anche di peggio; ci mancò poco che…».
b) (Visita di S. Gabriele che la sgrida e l'invita a
sopportare) - «Perché tu ricusi il patire, mentre Gesù ha patito
tanto per te? perché lamentarti di ciò che è disposizione di Dio?
se il patire ti sembra lungo, la ricompensa poi sarà eterna. Se la
tentazione mette in sussulto il tuo cuore e l'anima tua è sul
punto di cedere al nemico, ricorri a me: son pronto ad aiutarti;
fidati a me, e non avrai a temere cadute».
c) (Gesù, passata la tentazione, le chiede di riparare le
offese dei peccatori) - «Appena è uscito Lui, è venuto quel
cattivo, solo; voleva che facessi quello che faceva lui; io mai.
Mi ha picchiata forte forte; finalmente ho vinto io per mezzo di
Gesù. Sono poi andata a fare la SS. Comunione, ho sentito
venire Gesù e mi diceva (perché io gli dicevo che era tanto che
l'aspettavo): 'Tutta la notte sono stato con te e contavo tutti i
momenti che ci erano, sempre per venire dentro di te. Lascia
pure che tanti cattivi mi offendano; ma tu vieni vicina a me,
ché sempre ti aiuterò; vieni a cibarti di Me stesso, e così mi
ricompenserai delle loro sconoscenze. Stamani ti voglio far
sentire i palpiti del mio cuore…'. Avesse sentito come
facevano! Non so come spiegarmi…» (p. 346 s.). Qui, come
altrove, la Santa ha sperimentato al vivo quella «peccaminosità
radicale» (… ci mancò poco che…) che abbiamo indicato come
«esperienza del peccato totale virtuale».
B - Estasi - L'espiazione per i peccatori è fra i temi più
costanti:
a) (Li raccomanda tutti, ma uno in particolare) - «Sai,
Gesù, oggi le tre ore le faccio con te, perché tu salvi tutti i
peccatori; perché a me mi stanno molto a cuore. Lo sai, Gesù,
qual'è quello che mi sta più a cuore: oggi me lo devi dire,
voglio sapere se è salvo… Per tutti, ma per quello in
particolare… Son tutti figli tuoi: salvali tutti» (E. 2ª, venerdì 8
settembre 1899, p. 4).
b) (Nel mezzo della bufera per la verifica medica delle
Stimmate, si offre per i peccatori) - «Ma nel pensare male di
me t'ha offeso nessuno? Io devo pensare soltanto ai peccatori…
Io non devo pensare che ai peccatori; al resto pensaci tu. Ma mi
chiedi dei sacrifizi? Quanti ne vuoi, ne faccio. Tutta la mia vita
deve essere un continuo sacrifizio; sopporterò tutto. Se lo so,
Gesù! quanto più è contraria a me la croce, tanto più è simile
alla tua» (E. 6ª, settembre 1899, p. 14).
c) (Supplica per i peccatori e si offre vittima per essi:
abbiamo già riportato la seconda parte. Qui l'espressione
diventa più incisiva della prima) - «Dunque, Gesù, questi
poveri peccatori non li abbandonare. Sono pronta io a fare
qualunque cosa. Te sei morto sulla croce; fammici morire
anche me. Son tutti figli tuoi; se son figli tuoi, non li
abbandonare. Io, Gesù, li voglio salvare tutti. Se tu li
abbandoni, Gesù, allora non c'è più speranza» (E. 9ª, p. 17). E
conclude: «Dunque, Gesù, non ne puoi proprio più? Sfogati
con me. Voglio essere vittima per i peccatori, voglio vivere
vittima e voglio morire vittima» (p. 18).
E per la conversione dei peccatori, anche per i religiosi
e i sacerdoti, la Santa si è offerta ed ha sofferto sin sul letto di
morte assumendo su di sé i peccati dei suoi fratelli più miseri
che sono i peccatori e offrendosi vittima, come Gesù e con una
singolare partecipazione alla sua Passione, per la loro
conversione.
Questo dilagare del sentimento di colpa e di peccato è
la nota dominante delle comunicazioni di Gemma, quasi un
bisogno ossessivo di distruggere in espiazione se stessa davanti
a Dio, sdegnato per i peccati degli uomini. Senza tentare
riflessioni complicate, forse è meglio rifarsi subito
all'Autobiografia per il suo stile immediato e diretto. Sentiamo
intanto il suo stato d'animo nelle lettere contemporanee a P.
Germano.
Nell'aggiunta alla Lett. 46ª (verso la metà di febbraio
1901) la Santa scalpita: «Di scrivere la confessione generale,
io, babbo mio, non ne ho voglia. Se ne faccia da sé un'idea:
tutti i peccati che si possono commettere nel mondo, io li ho
commessi, di ogni specie: bugie, disobbedienza, il più grosso
già lo sa: ho guastato apposta vigilie, insomma tutti i peccati
del mondo li ho fatti tutti» (p. 127). Possiamo subito dire che
questa è la formula ovvero la convinzione di fondo che
Gemma, soprattutto nell'ultimo scorcio della sua vita, si è
formata dello stato della sua anima. Non a caso questo scritto
mandò sulle furie il diavolo, il quale si sfogò col sottrarlo e
bistrattarlo, come si può ancora vedere nel parlatorio del Ritiro
dei Santi Giovanni e Paolo in Roma. La redazione dello scritto,
per il quale la Santa confessa all'inizio di essere stata aiutata
dall'Angelo8, sembra sia stata assai rapida se - cominciato
certamente dopo la lettera ora citata - è già alla fine alla metà di
aprile9.
Subito fin dall'apertura dello scritto - nella chiave
prediletta del disprezzo di sé, del sentimento sconfinato della
propria indegnità…: «E poi penso anche, babbo mio: quando
lei avrà letto questo scritto e avrà sentito i peccati, si arrabbierà
e non vorrà più essere babbo mio! Allora sì… Ma vorrà essere,
spero. Si prepari dunque a sentirne di ogni specie e peccati di
ogni genere». Di quali peccati poi si tratti, in questa
fanciullezza e adolescenza così segnate dalla croce e dalle
grazie di Cristo, ogni lettore è in grado di giudicare. Essa si
accusa di impertinenze10, di trascuratezza nella preghiera, ecc.,
ecc. Soprattutto della sua superbia: ma contro le sue
dichiarazioni, com'è stato ormai messo al sicuro, stanno le
testimonianze fatte nei Processi da quanti la conobbero
direttamente a cominciare dalle sue educatrici e insegnanti.
Basti leggere la dichiarazione iniziale riguardo al «bel
capriccio» per l'allungamento delle preghiere da parte della
buona mamma11, ch'essa era solita pregare «svogliatamente e

8
Nel testo che già conosciamo della Autobiografia: «L'Angelo
mi ha promesso di aiutarmi e farmi venire in mente ogni cosa, perché,
glielo dico chiaro, ho anche pianto, perché questa cosa non la volevo
fare: mi sgomentava a farmi tornare in mente tutto, ma l'Angelo mi ha
assicurato di aiutarmi» (p. 221).
9
Cf. la Lett. 55ª, p. 148.
10
Per es. l'episodio del cugino, presso la zia a S. Gennaro, fatto
cadere da cavallo con uno spintone di Gemma (p. 225), ch'è però
ridimensionato nei Processi.
11
Fu la mamma gravemente ammalata, leggiamo,
nell'Autobiografia che le mise in animo una nostalgia struggente del
Paradiso: «E se ancora – commenta con affettuosa ironia – lo desidero e
senza attenzione» commentando fra parentesi: «In tutto il
tempo della mia vita non ho mai atteso alla preghiera» (p.
223)! La realtà è che Gemma leggeva la sua vita in una luce di
misteriose profondità a noi ignote.
Ignorante in religione, cattiva, disobbediente – secondo
lei – con tutti: «Tornata in famiglia – dopo la I Comunione in
cui Gesù l'aveva avvinta a sé dandole il desiderio grande di
essere religiosa» – dichiara di aver dopo un anno dimenticato i
propositi fatti, i buoni consigli e di essere diventata peggiore di
prima. Più ancora: «Gesù si faceva sentire sempre più, più
volte mi fece gustare consolazioni grandissime; ma come
presto lo lasciai, cominciai a divenire superba, disobbediente
più di prima, di cattivo esempio alle compagne, di scandalo a
tutti». E continua «Alla scuola non passava un giorno che non
fossi punita, non sapevo le lezioni e poco mancò che non fossi
cacciata via. In casa non lasciavo trovar pace a nessuno12, ogni
giorno volevo andare a passeggiare, e vestiti sempre nuovi…
Tralasciavo ogni mattina e ogni sera di fare le solite mie
orazioni…» (p. 229). Eppure è la Santa stessa che ci ha
informati come proprio in quegli anni della fanciullezza, alla
scuola della fervente Sr. Camilla Vagliensi, essa ormai viveva
«l'esperienza» di Cristo Crocifisso al punto che (diciottenne)
nel 1896 sviene dal dolore al guardare appunto il Crocifisso e,
nauseata del mondo, trova «l'unica consolazione nello sfogare
il suo dolore con Gesù solo». Di qui anche il proponimento che
sarà il suo programma di vita: «Gesù io voglio patire e patire
tanto per te» (p. 237). E Gesù, con malattie gravi e misteriose e
con interventi chirurgici assai dolorosi, la prese subito in
parola: «Altre pene mi mandò Gesù, e posso ben dire con verità

ci voglio andare, ho delle belle gridate e un bel no mi sento rispondere»


(p. 223) cioè dalle sue guide spirituali.
12
Un po' più sotto si legge: «La peggiore di tutti [in famiglia]
fui sempre io, e chi sa (lo) stretto conto che dovrò rendere al Signore per
il cattivo esempio dato ai fratelli e compagni!» (p. 331).
che, appena morta la mamma mia, non ho mai passato un
giorno senza aver patito qualche piccola cosa per Gesù» (p.
238).
Ma questo non la trattiene dal continuare a infierire su
di sé. Presa in casa, dopo la morte del babbo (1897), da una zia
di Camaiore (Gemma è ormai ventenne), qui si compie l'evento
della malattia mortale (la spinite), che la tormenta per un anno
per poi guarire miracolosamente, come ella stessa racconta
nell'Autobiografia. Il suo giudizio però sulla permanenza a
Camaiore è sintomantico, nello stile abituale: «Cominciai a
dimenticarmi di Gesù, la preghiera la cominciai a lasciare, e
cominciai di nuovo ad amare i divertimenti»13. Intanto fa
amicizia con «una nepote, che la zia teneva presso di sé… e per
cattiveria – nota subito – si andava perfettamente d'accordo».
Ora il bilancio: «Il pensiero di quei mesi trascorsi nel peccato
mi faceva tremare; ne aveva fatte di ogni specie: pensieri anche
impuri mi balenavano per la mente; avevo ascoltato cattivi
discorsi, invece di sfuggirli; avevo dette bugie alla zia per
ricoprire la mia compagna: insomma vedevo l'inferno aperto
per me» (p. 240). Ma, come hanno solidamente documentato
gli editori attingendo dai Processi, proprio la domestica della
zia, certa Alessandra Balsuani e il cugino Luigi Bartelloni
danno una versione completamente diversa delle cose: «Io non
mi sono mai accorta che Gemma sia caduta in peccati mortali e
neppure in veniali deliberati; amava Iddio in una maniera
straordinaria, come possono amarlo gli Angeli… Gemma fu
pura come un Angelo» - così la Balsuani. E il cugino: «Non
credo che [Gemma] sia caduta in colpe mortali e neppure
veniali deliberate. Gemma fu sempre unita al suo Dio… Tutti i
discorsi di Gemma erano rivolti a Dio: non parlava che di Dio e
delle cose sacre» (p. 241, nota). La concordanza delle due

13
Sintomatico questo «cominciai», ripetuto tre volte come
accusa di colpevolezza vissuta e dolente.
testimonianze è perfino letterale! Come fu eroica la sua
pazienza durante la tremenda e dolorosa malattia, mentre la
Santa – ricordando le cure dei familiari – riassume con solito
piglio di autoaccusa: «Ogni cura l'avevano per me, ed io al
contrario non avevo per loro che cattive maniere e rispostacce»
(p. 242). Ma anche questa volta è smentita dalla sua antica
maestra Suor Giulia Sestini delle Zitine, da suor Maria Angela
Ghiselli delle Barbantine, dalla zia Elisa che la assistettero
nella malattia, come documentano i testi dei Processi14.
Non sorprende allora lo stile crudo e spietato che la
Santa usa, per autoaccusarsi, nella corrispondenza col
confessore e col Direttore spirituale; la selezione che ora
daremo ci riempie di sgomento e siamo noi ad essere quasi
portati alla disperazione se volessimo solo tentare il più timido
e lontano confronto con la vita e le prove di purificazione
dell'angelica creatura: angelica non per natura, neppure lei, ma
per ferrea volontà sostenuta dalla divina grazia con una
corrispondenza che ebbe forse qualche oscillazione ma che mai
– almeno nelle testimonianze di chi le aveva gli occhi addosso
– venne meno. Ed ora torniamo a sentirla dilaniarsi.
A. A Mons. Giovanni Volpi.
- Lett. 3ª: «(Gesù) mi dice sempre che devo
vergognarmi di farmi vedere da qualunque persona, perché
l'anima mia è piena di difetti. Se vedesse com'è brutta l'anima
mia! Gesù me l'ha fatta vedere» (p. 312).
- Lett. 10ª: (Al termine di un'apparizione del demonio
che l'incitava a ribellarsi, com'è stato già ricordato sopra): «O
Gesù mio, dissi, ho sofferto tanto con la bestia dell'inferno, e
poi sono carica di peccati, e poi ti avrò offeso». E qui è Gesù
stesso che la smentisce: «Figlia mia, non mi hai offeso niente,

14
Vedi le testimonianze riportate dagli Editori in: Estasi… a p.
242 s., nota 4.
perché tu non hai mai acconsentito» (p. 324). Però ecco che
nella Lett. 27ª è Gesù stesso che nell'assumerla a vittima per i
peccatori mentre ella si schermisce: «perché non sono buona a
nulla», le dichiara: «Tu fai quello che puoi. Io mi voglio
appunto servire di te, perché sei la più povera, la più peccatrice
di tutte le creature; tu non meriteresti altro che ti mandassi
all'inferno, ma invece voglio che tu sia una vittima» (p. 350). E
qui è Gesù stesso che parla, al quale la Santa risponde con
spirito d'indifferenza e non senza un sottile humor: «Gesù mio,
fate un po' quel che vi pare, io sono contenta» (p. 350). E Gesù
torna alla carica:
- Lett. 28ª: «Gesù stesso mi dice spesso che dovrei
vergognarmi a farmi vedere, perché sono proprio la peggio di
tutte le creature» (p. 351).
- Lett. 34ª: «Io non le voglio queste visioni: vorrei solo
che Gesù mi perdonasse quelle cose: Lei le sa» (p. 359). Anche
nella Lett. 40ª: «Non le voglio neanch'io, sa, queste cose, vorrei
solo pentirmi dei peccati e nulla di più» (p. 367).
- Lett. 42ª: «Bisogna che venga a confessarmi, perché
ne ho troppi di peccati» (p. 371).
- Lett. 48ª: «Tutto sta nella mia cattiva volontà e nella
mia inclinazione al peccato» (p. 377). E qui, prima di passare a
P. Germano, inseriamo le dichiarazioni angosciate ad altri
corrispondenti.
- P. E. Pelliccia, Capp.: «Avrei tanto bisogno delle sue
preghiere: che Gesù faccia di me ciò che più gli aggrada: dia un
po' di pace alla mia coscienza, ché il gran numero dei peccati
me ne turbano la pace. Ma… non mi perdo di coraggio, perché
mi riconosco la creatura più bisognosa» (p. 407). Ma del tutto
singolare è la seguente dichiarazione.
- Alla sua maestra Sr. G. Sestini, poco dopo la
miracolosa guarigione: «Mi prendono anche certi momenti…
che mi sgomenterei davvero… Mi pare che una voce interna mi
dica che m'inganno, che la gioia che provo non viene dal Cuore
di Gesù, perché (questo lo dico io) è vero che Gesù è pieno di
misericordia che perdona tutti i peccati, ma è possibile che me
li perdoni a me che in 19 anni ne ho fatti sempre dei nuovi?
Aveva voglia Monsignore di affaticarsi e dirmi che almeno
migliorassi, ma io non l'ho proprio mai obbedito. Ogni volta
che mi andavo a confessare, ci avevo sempre un maggior
numero di peccati e grossi, e di tutte le specie, e in ricambio
Gesù mi fa essere contenta, e di più ha voluto darmi la salute
tutta in un tempo. Ma se almeno mi fossi ravveduta! Invece
sempre nuovi peccati! Che ne sarà di me poi non lo so, se non
smetto di offendere Gesù». E non si lascia sfuggire l'occasione
di sfogarsi con la buona maestra: «Di una cosa mi affliggo…,
ci sono molte persone che mi dicono: E tu hai ricevuta la
grazia, è segno che la meritavi». Quando sento queste parole,
mi pare di vergognarmi davanti a Gesù; e vorrei che ci fosse
Monsignore a dire quello che sono. E poi se ne ricorda, suor
Giulia? Io sono stata sempre superba, non è vero? Mi ricordo,
quando ero a scuola da lei, che fece tanto per liberarmi da
questo brutto difetto15, ma le fu sempre impossibile: il vizio in
me cresceva sempre, e ora s'immagini Lei. Superba a quel
modo! Quando mi dicono quelle parole, vorrei che tutti
sapessero chi sono e i miei peccati, e che Gesù mi ha fatto
guarire nell'anima e poi nel corpo» (p. 410 s).
- Alla Madre M. Giuseppa, Passionista - Lett. 1ª (è tutta
un'effusione di umile pentimento con la buona religiosa
distante, tanto venerata e amata): «Mi dice, Madre mia, che
preghi. O non glielo ha anche detto P. Germano che non so fare
a pregare? E non so proprio fare. E poi, anche quando sapessi
fare, come può Gesù esaudirmi, che vede che non mi emendo
mai dei miei tanti peccati, anzi ogni giorno ne commetto di

15
Su questo particolare, vedi l'Autobiografia, pp. 231-233.
nuovi? Povero Gesù, da me tanto offeso […] Povero Gesù!
Stamani pure si è abbassato a venirsi a sporcare le mani con
me. […] Gli ho detto a Gesù che non vò più fare peccati. […] E
Gesù lo sa quanto sia inclinata al male» (p. 414). Ma ritorna lo
sgomento:
- Lett. 2ª: «Ho paura, la mia vita passata mi fa tremare.
Povero Gesù! proprio fa come Lei, Gesù non si vergogna a
sporcarsi le mani in questo povero letamaio mio» (corsivo di
G.)16. L'espressione sembra sia stata suggerita a Gemma da P.
Germano, come si rileva dalla lett. 40ª del 20 gennaio 1901:
«Non ho mica detto, babbo mio, come m'insegnò lei: 'Gesù,
non vi sporcate le mani in questo letame'; ma ho detto: 'Gesù,
non vi facciano paura i miei peccati, non vi faccia ribrezzo la
mia freddezza…'» (p. 112). Ma l'espressione è ripresa nella
lettera 42ª con umile tenerezza: «È vero, babbo mio? Gesù non
ha ancora smesso di sporcarsi le mani in questo letamaio mio
(corsivo ancora di G.), e se non vuol capire (!), che ci devo
fare? Quanto è mai buono Gesù!» (p. 119). E nei «Colloqui»
avuti in estasi con Gesù, in risposta ad alcune domande di P.
Germano, in un contesto di profonda teologia come sono tutte
queste risposte, implora: «Fa che ti possa avere, Gesù: allora ti
loderò. Ma gli dissi che si sporcasse pure le mani in me; Lui sì,
ma il diavolo no». E, umilissima, riporta il colloquio seguito
con Gesù: «Mio Gesù, se tu volevi una corrispondenza da me
che eguagliasse i favori che mi hai fatti, questi favori che mi
hai fatti, questi favori Gesù dovevi farmeli adagio, non in copia
così abbondante. Che vuoi e che puoi aspettarti da questo
letamaio, capace solo di offenderti?» - «Non ti chiedo che
amore» (p. 291). Ed ha paura che venendola a conoscere qual'è,
P. Germano non le scriva più (p. 418). Né ha maggiori riguardi
16
Si ricordi l'identica espressione di Teresa Musco, che
abbiamo già riportata; l'eccellente biografo della mistica di Caserta
non fa alcun accenno a S. Gemma, ma neppure parla delle letture
spirituali di quell'anima.
nelle lettere seguenti: «(Sono) un frutto del peccato (come mi
chiama il mio confessore) (che) non può tenere in sé Gesù»
(Lett. 3ª, p. 420). Nella lett. 4ª si dichiara incapace di scrivere è
«un essere avvilito (questo è il mio nome)»… (E Gesù) «mi
ama, perché sono una povera creatura, e poi finalmente mi
vuole bene perché sono cattivetta, e dinanzi a Gesù sono
meglio accolti i cattivi che i buoni. È proprio vero, sa?» (p.
422).
Ad un anno poi prima della morte nella Lett. 6ª la
desolazione è al colmo: «O Madre mia, preghi continuamente
per me; sono talmente cieca, che non vedo più neanche i
peccati che sono sopra la mia coscienza; sono molti, sono tanti;
e pure non li vedo, quando faccio l'esame di coscienza. Se
Gesù nella sua Misericordia non me li perdona, io mi dannerò,
e allora saremo per sempre divise. Mio Gesù, non lo
permettere!» […] E geme: «Il pensiero di tante confessioni e
comunioni mal fatte in che confusione mi mettono! Mio Gesù,
che abisso d'iniquità! E nondimeno Gesù viene continuamente
da me; preferisce una vile creatura ad un Angelo del Cielo,
sceglie per sua abitazione un cuore immondo e sporco, invece
di andare in Paradiso dove gli Angeli gli avrebbero preparato
nicchie di pietre preziose» (p. 425). Con la fervente religiosa
l'onda della confidenza si dilata, specialmente dopo una visita
di P. Germano nel giugno 1902, come si legge nella Lett. 8ª.
Gemma ha ritrovato la pace: «Senza avvedermene, ho
camminato per tanto tempo nelle tenebre, e mi trovavo strinta
nei lacci del demonio… quel cosaccio del diavolo» che gli
stava mettendo in cattiva luce P. Germano e la tiene ancora
sotto il suo incubo ed essa, pur abbandonandosi alla fiducia,
sente tutta la sua indegnità: Si sente «… menzogna,
imperfettissima, impura che sempre mi avvolgo
nell'immondezza, frutto del peccato e… piena di peccati» (p.
430). Un linguaggio incredibile di una pena indicibile: si
accusa di essere stata «… di scandalo, e ho cagionato danno col
mio cattivo esempio» (Lett. 9ª), di offendere Gesù
«continuamente» (Lett. 10ª).
Parimenti alla «sorella» spirituale, la signora
Giuseppina Imperiali di Roma (la «Serafina» dell'Epistolario)
anch'essa penitente di P. Germano, la Santa non riesce a
trattenere il suo tormento: «Parlo io di Paradiso, di Gesù, io che
più di mille e cento volte ho disgustato il mio Dio! Ma dallo
stesso Gesù, da me tanto disgustato e offeso, aspetto
misericordia» (Lett. 2ª, p. 442 s.). L'assillo continuo è sempre il
ricordo dei suoi peccati e il pensiero della sua indegnità: «Già
Gesù mi avrà fatta conoscere: sa chi sono? La più cattiva, la
più scellerata delle figlie di Gesù» (Lett. 3ª, p. 444). E nella
lettera seguente geme: «O se potessi col mio sangue lavare quei
posti, dove ho dato scandalo, dove ho fatto tanti peccati!» (p.
445). Ancora, nell'angoscia di non aver corrisposto alle grazie
ricevute: «Caro Gesù, che bel contraccambio ho saputo renderti
per tutto quello che hai fatto per me! O amore di Gesù, da me
tanto tradito! Che confusione! I peccati miei li ho tutti bene in
mente. Gran Dio, misericordia!» (p. 447).
B. – A P. Germano – Al suo Direttore spirituale, al
«babbo mio», designatole da Dio. Gemma manifesta questa sua
ambascia con un'insistenza così dolorosa e martellante che
diventa un'invocazione di misericordia e di protezione, come di
chi si sente sul l'orlo di un baratro. Data l'abbondanza del
materiale, ci limitiamo alle espressioni più caratteristiche.
Ed ecco la prima uscita, ch'è del 22 giugno 1900
quando la Santa è già da più di un anno partecipe delle
Stimmate e della Passione di Cristo: «Voglio dirgli qualche
cosa del mio cuore, affinché lo possa conoscere. È un cuore
pieno di peccati di ogni sorta; vi è una mescolanza di affetti, vi
sono continuamente pensieracci cattivi; pieno di rabbia e
quest'ultima è la passione predominante, e spesso vi entra
qualche po' d'invidia. Eccolo: così è il mio cuore. È tanto
tempo, sa, che desidero divenire buona, ma che! sempre in
peggio. E Gesù mi sopporta ancora» (Lett. 7ª, p. 22). Queste
«impressioni» sembrano sorgere dopo particolari illuminazioni
e grazie. Ecco: «Gesù sta sempre con me, non mi ha ancora
mai lasciata. A quale segno mai arriva la dolcezza e la bontà di
Gesù, per quanto perfida e cattiva io sia! Viva sempre Gesù!
Che farò io mai per corrispondere a tanta misericordia di Gesù?
Che renderò io mai a Gesù in ricambio di tanti benefici? Ci ho
il cuore, ma è tutto pieno di peccati; ci ho pure l'anima, ma da
tutte le parti è colpevole. Gesù mi risponde in questo momento:
«Non mi offende l'indegnità tua; sei opera delle mie mani
dammi ogni cosa, a me, ché tutta mi appartieni. Quante volte,
se sapesse, ho cambiato Gesù per una cosa vile di questo
mondo! Ma ora non lo voglio fare più» (p. 41). E in un
momento di buio spirituale, con l'impressione lacerante che
Gesù «è scappato», sospira: «Ma il mio Gesù, babbo mio,
dov'è?, povero Gesù, ovvero povera io! […]. Io sono stata
sempre ingrata a tante sue grazie, ho sempre messo
impedimenti alle sue ispirazioni, ho aggiunto sempre peccati a
peccati; non sarei neppure degna che Gesù mi guardasse. Ben
me ne avvedo che son venuta a noia anche a Gesù: è scappato.
Che mai ho fatto pei tanti peccati! Ho scacciato Gesù, e non mi
vorrà più, non mi avrà più misericordia? Dio mio,
misericordia!» (Lett. 16ª, p. 44). E rivolgendosi alla Madonna
confessa di essere stata «scellerata e cattiva…, di aver
commesso tanti peccati» e di «aver perduto Gesù per i miei
peccati» (p. 45). E nell'impeto di desiderio per il Paradiso, si
trattiene dolorosa: «Ma che dico? Ma tanti miei peccati?… Il
posto dei Santi non è per me. Mi perdoni, perché non sò che
dico» (Lett. 21ª, p. 58).
Alle volte è lo sguardo dell'Angelo Custode che la
spinge alla compunzione: «Sì, aveva ben ragione (l'Angelo) di
rimproverarmi: ogni giorno vado di male in peggio, a peccati
aggiungo peccati e forse mi perderò» (Lett. 52ª, p. 141). E nella
lett. 105ª, citata già sopra, geme: «Sono cattiva, sono carica di
peccati: qua in convento17 ne ho trovati un mucchione. Padre
Martino [Vallivi] mi assolve e addio: io sono disperata» (p.
249).
L'incubo non cessa, ma sembra appesantirsi,
nell'avvicinarsi al traguardo ormai vicino della sua breve
esistenza: «Se Lei non mi aiuta, vedrà presto ridursi in cenere,
ma cenere di peccato» (Lett. 112ª, p. 265)18. Ancora: «Mi aiuti,
perché solo Dio sa il numero dei peccati che ho commessi e
commetto: quanto la mia natura si risente ad ogni parola!» (p.
278). E alla fine di ottobre 1902, presaga della prossima fine:
«Caro babbo, ma il demonio, quanti sensi, quanti sentimenti,
quante parti del corpo ho, tutte sono in peccato, e tutte corrotte,
una cosa sola… il cuore, sede di Gesù» (Lett. 120ª, p. 286).
Avvicinandosi alla fine, la purificazione s'intensifica: «Senta:
Gesù mi ha lasciata sola nel mondo, io non devo curarmi di
nessuno: dovrei sempre conversare con lui, non dovrei mai
entrare in nessuna cosa, e invece…; tutt'altro che con Gesù
passo i miei giorni. Ecco le mie occupazioni. Strani pensieri,
tentazioni… e, mai penso a cacciarli dal cuore e dalla
memoria… O Babbo!» (Lett. 123ª, p. 290). Straziante
l'invocazione alla Madonna dell'ultima lettera del 18 marzo
1903: «O Madre mia, preghi sempre Gesù per me; io desidero
sì, che tutti ci contenti Gesù, ma io posso benissimo essermi

17
Siamo nel marzo 1902 e la Santa si trova in ritiro presso le
Suorine cioè le Mantellate.
18
E, nello slancio di purificazione e umiliazione, conclude al
P. Germano: «Presto andrà a Roma, vedrà di certo Serafina. La faccia
tanto pregare per me, le palesi pure tutti i miei peccati; sono
contenta; li dica pure a tutti: voglio essere tenuta per quella che
sono» (l.c.). Ed alla medesima Serafina scrive: «Gesù mi ha fatto
conoscere; non sa chi sono? La più cattiva, la più scellerata di tutte
le figlie di Gesù! Ha dimenticato i miei peccati, e si ricorda solo
della sua misericordia. O se potessi col mio sangue lavare quei posti,
dove ho dato scandalo, dove ho fatto tanti peccati!» (Lett. 4ª, p. 445).
ingannata. Cara madre mia, non sto mica bene, sa: la mia vita
si spenge e ogni giorno consuma. E lo spirito? O Dio mio!
Sono tormentata da brutti e sozzi pensieri; ma Gesù mi prega di
rivolgermi a sua Madre… e nonostante queste parole, mi perdo
di animo e piango» (Lett. 131ª, p. 306).
C - Estasi
Quando si rivolge a Gesù per la conversione di qualche
peccatore Gemma mette avanti i suoi peccati: «Te ne ha fatte
tante, ma te ne ho fatte più io. Sàlvalo Gesù, sàlvalo! […].
Quando è che non ho fatto peccati? […]. Se tu sapessi (!) come
son carica di peccati!» (E. 8ª, p. 16). Ancora: «Le vittime ci
vogliono innocenti, ed io non sono mica innocente. Sàlvali,
Gesù, sàlvali!» (E. 9ª, p. 17). E commossa: «Quel peccatore ha
circondato il tuo cuore di peccati. Io, ti ricordi quando ti facesti
vedere a me crocifisso? Io ti avevo circondato tutto di peccati
(pausa) ed avesti compassione di me. Abbi anche per questo
peccatore compassione, e come tu mi chiami la tua peccatrice,
chiama anche lui il tuo peccatore (E. 10ª, p. 18 s.). Ed assume
sopra le sue spalle la conversione di quel peccatore: «Sono io
che ho peccato, tu sei innocente, sono io che ho fatto tanti
peccati» (E. 24ª, p. 36). E prima ancora, certamente alludendo a
sé: «Ci avrei da raccomandarti un gran peccatore; ma non
penso, Gesù, che prima ci avevo da raccomandarti una gran
peccatrice» (E. 18ª, p. 29). Arriva a dire: «Quanti anni potevo
amarti tanto, e non ho fatto che disprezzarti! (…) Quanti
peccati, o Gesù! Togline il peso: mi fanno ribrezzo il gran
numero» (E. 72ª, p. 97). E, chiedendo, verso la fine di
settembre del 1900, «un dolore perfetto», geme confusa: «Sì,
ho fatto tanti peccati; direi quasi che ogni palpito del mio
cuore… Ma non l'ho più il cuore» (E. 49ª, p. 79)…, perché la
Madonna glielo ha preso e portato via con sé.
E implora con rammarico, nell'estasi del 10 giugno
1902, pensando alle predilezioni di Gesù per la sua anima: «O
Gesù, o Gesù, se io attentamente considerassi le tante premure
che hai per me, come dovrei distinguermi in tante virtù! È vero,
sì, mi distinguo, o Gesù, ma in che cosa?… In peccati!
Perdonami, o Gesù, tanta mia trascuratezza; perdona tanta mia
ignoranza» (E. 92ª, p. 116). Nell'estasi 95ª del seguente 22
giugno supplica con impeto di alta teologia: «O Gesù, sei la
calamita di tutti i miei affetti. Se il tuo genio, o Gesù, s'abbassa
alla più vile di tutte le creature come sono io, deh! aiutami
allora con riparare tutti i danni che hanno fatto i miei peccati.
Mio Gesù!…» (E. 95ª, p. 117). Sintomatica l'effusione
dell'estasi 78ª del 24 gennaio 1902: «O Gesù!… Lascia, Gesù,
che stamani ti apra tutto il mio cuore, ti scopra tutte le mie
piaghe e versi nel tuo tutte le mie amarezze. O Gesù, in tutti i
giorni della mia vita io ho sempre peccato: molte offese le ho
già piante; ma quel che è peggio, che ne faccio sempre di
nuove. Quanto sgomento, Gesù, stamani in questo mio povero
cuore!… O quando diventerò io migliore? quando riformerò
tutta la mia vita?» (p. 103). E ammirando la misericordia
infinita del Cuore di Gesù, arriva a dire nell'estasi del 2 luglio
1902: «È un bell'amare Gesù, amare chi non si adira mai con
chi l'offende. […] Tutte le vuol per sé in isconto dei miei
peccati. È quasi una bella sorte per me essere nata peccatrice,
perché le vene del mio Signore sono sempre aperte, piene di
quel sangue sacramentato» (E. 103ª, p. 126). E poco dopo, il 9
luglio, scriveva a P. Germano: «Non le sembra che sia quasi
una fortuna che io sia nata peccatrice? Perché le vene di Gesù,
piene di sangue Sacramentato, stanno sempre aperte per i
peccatori. Viva Gesù!» (Lett. 113ª, p. 269).
Già nell'estasi del 27 giugno, aveva, concitata,
esclamato: «A te i santi, o Gesù, e gli umili di cuore; non io, o
Signore. A te tutti gli spiriti e le anime di tutti i giusti; non io
Signore. A te tutti gli abitatori del cielo; io no… Ti rendano
tutti infinite lodi e ringraziamenti. Ma, anch'io, anch'io, o
Gesù… Si, io vile ed indegna peccatrice» (E. 97ª, p. 119).
Ammirata della divina misericordia esclama: «Il tuo amore, o
Gesù, ha passato proprio i limiti. Sì, verso di me passa i limiti,
O che vuoi, Gesù? A una creatura, o mio Dio, che per
idolatrare il piacere ti ha voltato le spalle tante volte, fai
così?… mi fai stare sempre sotto il peso della tua divina…
[giustizia]». (E. 96ª, p. 118). Perciò, scrivendo a P. Germano, si
raccomanda alla M. Maria Giuseppa: «Impiega, o Madre mia,
un po' del tuo gran fervore, per impetrare all'anima mia,
all'anima più infelice e più bisognosa, il perdono delle colpe»
(Lett. 114ª, p. 271).
Le ultime estasi dell'estate 1902, specialmente a partire
dalla seconda (123ª) del 15 agosto, risentono della lettura che
la Santa faceva delle Meditationes attribuite a S. Agostino19
come risulta (ci sembra) dalle seguenti espressioni: «Te ne
ringrazio, Signore, che stamani mi hai dato lume per conoscere
le mie iniquità. Te lo prometto di rinunziare a tutto quello che
non è tua volontà, a tutte quelle opere che non hanno per centro
il tuo cuore, e per fine il tuo divino volere» (E. 123ª, p. 145). E
il lunedì 18 agosto: «O Dio… Dio mio!… Non ti sdegnare, se
la mattina vengo così come sono. Lo vedi: l'anima mia è piena
di peccati, o per dir meglio è un'abitazione piena d'ogni sorta di
bestie. E tu, giglio di purità, fonte di bellezza, come fai a vivere
in tanta confusione?» (E. 124ª, p. 146). Forse più evidente è la
dipendenza nella seconda estasi dello stesso giorno: «Mi
affliggo, o Signore, perché penso… che se anche per anni e
19
La Santa vi accenna nella lettera 111ª al P. Germano del 22
giugno (p. 260) e specialmente nella 113ª dove gli dà un saggio della sua
capacità di traduttrice: «Sì, sì, so fare assai a tradurre S. Agostino» e
cerca proprio un testo sulla compunzione dei peccati, cioè cap. I, pag. 5:
«Gesù mio, fa che il mio cuore ti desideri, desiderandoti ti
cerchi, cercandoti ti trovi, trovandoti ti ami, amandoti tu gli dia
il perdono dei peccati, e, ottenuto, non li abbia a commettere
più». Segue un sentimento di forte compunzione: «O babbo mio, pochi
momenti fa mi sono sentita tutta compresa da un forte dolore dei peccati
miei che credevo di morire» (p. 268).
anni come gli Angeli mi preparassi, non sarei mai degna di
riceverti… Eppure, lo vedi, vengo così mal disposta!… Altra
cosa che mi affligge… Ti ricordi, o Signore? ci fu un tempo
che io avevo dimenticato affatto la tua infinita bellezza e
preferivo la polvere della terra. O Gesù, rispondi alle mie
domande… Mi è dolce confessare le mie colpe davanti a te.
Meglio di me tu lo sai. Sai pure ch'io ho contentato gli occhi in
tutto e per tutto e che il mio cuore non l'ha privato di nulla…
Aiutami, o Signore (E. 125ª, p. 147). La compunzione è
costante, ma l'espressione è addolcita nel miele agostiniano: «O
Gesù, lascia che io mi stringa tutta a te. Lo sapevo che eri tu
l'unico mio bene, e invece io disprezzavo il cielo per
inchinarmi a indegne creature. O che speravo? Forse fuori di te
speravo di trovare più ricchezze, più attrattive? Perdona a tanta
mia miseria, a tanta mia iniquità; non permettere che io mi
stanchi agli amplessi del tuo amore. Per tanto tuo amore non
permettere a me tanta ingratitudine» (E. 128ª, p. 150).
Questo stile è certamente nuovo per la Santa: si sente
evidente l'influsso della lettura di S. Agostino.
3. L'oscurità della via: Dio, la fantasia o il demonio?

Indubbiamente la Galgani fu «trascinata» dalla grazia e


la sua situazione nella Chiesa è assolutamente speciale nel
senso che il suo progetto di vita, al lume della ragione naturale,
sembra mancare di ogni coerenza che non sia quella per noi
frastornante, e lo fu anche per la mite creatura1, della «regia via
sanctae crucis»2. Bisognerebbe tentare di ricostruire e ripetere
la sua «situazione»: ma questo non è possibile senza «viverci
dentro» cioè senza essere Gemma stessa per ripeterla a sé in
noi. Ma chi oserebbe presumere tanto? Forse tutto ciò che il
lettore e il credente può fare è di avvicinare un pò la sua
esperienza di Cristo crocifisso, quale è consegnata nei suoi
«scritti» cioè nei testi che sono le Lettere, le Estasi,
l'Autobiografia, il Diario… Ma anche questi testi disorientano
poiché non si tratta di scritti nel senso abituale, neppure in
quello più affine delle anime estatiche e stigmatizzate a lei più
sorelle. Sembra – anche se ciò in realtà non è esatto – che in
essi manchi quel filo dottrinale che alimenta nei mistici la
meditazione e la trasformazione interiore com'è evidente per
esempio negli scritti della B. Angela da Foligno, in S. Caterina
da Siena, nelle tre stelle dell'Ordine carmelitano S. Giovanni
della Croce, S. Teresa di Gesù, S. Maria Maddalena de' Pazzi e,
più vicina a noi, S. Teresa del B. G., (coetanea quasi di
Gemma), la B. Elisabetta della SS. Trinità e lo stesso P. Pio da
Pietrelcina… vicino a Gemma nei carismi e nell'itinerario della
sofferenza.

1
Il 27 luglio scriveva a P. Germano: «Sono stata due giorni un
po' sossopra. Guardavo quelli di casa (Giannini), p. es. Annetta,
Eufemia, e pensavo: come mi piacerebbe vivere come vivono esse,
senza nessuna cosa straordinaria e mille idee» (Lett. 115ª, p. 275).
2
De imitatione Christi, lib. II, c. 12; ed. T. Lupo, Città del
Vaticano 1982, p. 121.
Perciò, forse più di tutti, Gemma si presta ad una
considerazione esistenziale: la sua vita è un intrecciarsi
simultaneo e crescente di paradossi. Non solo lo stile del suo
scrivere, ma soprattutto quello della sua vita, è un continuo
passare dall'ingenuo al sublime e dal sereno alla tempesta e, più
che un «passare», è un zampillare dall'identica sorgente
misteriosa ch'è la sua partecipazione alla Croce di Cristo.
Abbiamo detto che si tratta di scritti occasionali, stesi per
obbedienza: Mons. Volpi voleva che P. Germano sapesse tutto
ciò che la povera figliola gli manifestava in confessione delle
celesti comunicazioni e sofferenze e P. Germano –
fiancheggiato in questo da S. Gabriele e dall'Angelo Custode –
la spingeva a dire tutto, assolutamente tutto, al pio – sempre
dubbioso e incerto – confessore. E la Santa obbediva,
un'obbedienza che le costava – come spesso confessa – non
poca fatica e ripugnanza, arduo sforzo e quasi malessere
qualche volta3, ma che tuttavia eseguiva con slancio di umile
sottomissione e riconoscenza per le guide dell'anima sua. Una
mortificazione continua, insomma. Nata per comunicare con
Dio, Gemma ha il dono insolito di comunicare con gli uomini
con uno stile semplice e profondo, con espressioni sobrie e
colorite da grande scrittrice che sa addentrarsi, delicata e
insieme sicura, nei misteri dell'uomo e di Dio. Sempre
protagonista del contrasto di cui vive l'esistenza del cristiano e
la libertà dell'uomo.
Alla difficoltà principale, nell'avvicinare questi scritti,
costituita da parte del lettore (certamente per me) dalla
mancanza dell'esperienza ch'essi riflettono, se ne aggiungono
altre non meno stupende e stupefacenti, le quali, a modo loro (e
in quale modo!) attirano lo stupefatto lettore nella luce
affascinante del mistero del suo martirio. Prima di tutte la

3
Nella 2ª lettera al P. Germano: «Tutto quello che scrivo, lo
scrivo solo per obbedienza, ma con grande fatica» (p. 9).
semplicità: lo stile di Gemma è delizioso: essa scrive di furia4
quasi a getto continuo e la realtà che vuole trasmettere – per
alta e misteriosa che sia – Gemma la presenta viva al lettore
come per una comunicazione di grazia. Essa attesta che quando
scriveva l'Autobiografia o confessione generale aveva vicino
l'Angelo: «L'Angelo mi ha promesso di aiutarmi e farmi venire
in mente ogni cosa; perché glielo dico chiaro, ho anche pianto,
perché questa cosa non la volevo fare: mi sgomentavo a farmi
tornare in mente tutto, ma l'Angelo mi ha assicurato di
aiutarmi» (p. 221). Ma Gemma è una tremenda giustiziera di se
stessa, bruciata da un risentimento crescente e implacabile
verso di sé. La dedica dell'Autobiografia: «Al babbo mio che lo
bruci subito» – è una raccomandazione ch'ella fa spesso per le
lettere e gli altri suoi scritti allo stesso P. Germano e a Mons.
Volpi, anche se per celeste intuizione sapeva che i due
personaggi conservavano tutto. Eppure Gemma (almeno a
partire dalla guarigione miracolosa per intercessione di S. M.
Margherita Alacoque: 3 marzo 1899) crescendo con lei le
comunicazioni di Gesù e della Vergine Addolorata assieme alla
compagnia degli Angeli e di S. Gabriele, capiva bene che la
sua situazione spirituale diveniva singolare cioè causa di
ingombro e di disturbo nella famiglia e nella società in cui si
trovava.
Esempi di questa semplicità? Le sue lettere cominciano
senza preamboli e finiscono spesso di colpo, anche quando
hanno trattato i fenomeni più sublimi e misteriosi. È soprattutto
nella corrispondenza con P. Germano, appena superata la prima
distanza reverenziale del «M. Rev. Padre» e del «Padre
Germano», che l'affettuosa creatura esplode nella lett. 12ª con
il: «Babbo mio accanto a Gesù nel mio povero cuore». Questo:
«Babbo mio…» l'accompagna come segno di fiducia totale per

4
«Scrivo tanto con furia che non so se capirà» (Lett. 35ª a P.
Germano, p. 102).
i tre anni che le restano di prove e di martirio5. E quando la
fiducia cresce, diventa ancora più affettuosa: «Babbo cattivo,
cattivo», un «babbo curioso…», ma ch'essa invoca nel luglio
del 1902: «Babbo, babbo mio… il mio tutto dopo Gesù»6. E
non manca l'affettuosa ironia quando il Padre si nasconde col
nome di P. Bartolomeo di Santa Barbara: «Lei, Babbo mio
cattivo, se non vuole più scrivere faccia scrivere pure P.
Bartolomeo di S. Barbara: le lettere di P. B. mi fanno lo stesso
effetto delle sue, quasi direi che è Lei che si finge il nome» (!!)
(Lett. 59ª, p. 158). E nella Lett. 61ª, purtroppo conservata
mutila: «Scriva presto, ovvero dal P. Bartolomeo. Ma sa che
giorni sono ebbi una bella sgridata da Gesù. Gli chiesi:
«Ditemi, Gesù, il babbo mio si è cambiato nome? a me mi pare
il P. B. [Padre Bartolomeo] sia invece Lui». Gesù mi dette
questa risposta: «Taci subito, e non me lo dimandare più.
Cattiva!» (p. 163). Ancora il 3 settembre 1901: «… Babbo
cattivo, perché non scrive? (…) Quante cose vorrei dirgliene?».
E il 12 dello stesso mese: «Babbo cattivo, o perché quando io
gli mando l'Angelo a dirgli cose, Lei non mi dice niente?» (p.
207).
Segno di questa semplicità è l'assenza di fronzoli, come
quando comincia ex abrupto: «Stia a sentire…» (Lett. 14ª, Lett.
39ª , anche Lett. 24ª…). E nella Lett. 26ª: «Stia a sentire. Ma
badi di non inquietarsi» (p. 77). E quando rimprovera il buon
Padre: «Scriva tanto, no infuriato come è solito…» (Lett. 91ª,
p. 228) o gli chiede: «Ha bene capito?» (Lett. 35ª, p. 103),
«Babbo mio, m'intende?». E… perfino: «M'intende almeno
quando scrivo così senza nessun senso?» (Lett. 21ª, p. 59) o
quando è in attesa della nomina vaticana (a Consultore per le
Reliquie): «Povero il babbo mio! Come è sossopra! O perché

5
Un «Rev. Padre» spunta, non si sa perché, nella lett. 90ª (p.
226) del 17 novembre 1901.
6
Lett. 115ª, p. 275.
non sta un po' quieto? Gli prendono anche a Lei le smanie,
come prendono a me di quando in quando? A Gesù ci penserò
io, non dubiti, e Lei pensi…: m'intende?» (p. 231). E, umile,
umile, lo supplica: «Sia buono, non mi mandi come nella
risposta alla Serafina di Roma: «In quel biglietto… voleva
ch'io pregassi S. Rita da Cascia e S. Francesca Romana. Ma
come devo fare che neppure le conosco?» (Lett. 3ª, p. 443).
Anche con Mons. Volpi comincia: «Stia a sentire: io
sono quasi sgomenta» (Lett. 36ª, p. 360). Ma, dato il tipo del
personaggio, le espressioni sono più guardinghe. Al confessore,
incredulo sui suoi fenomeni, ch'essa però ha il dovere di
manifestare, sembra consenta: «Non creda niente, perché è la
mia testa» (Lett. 6ª, p. 371). «Queste cose, come gli ho sempre
detto, sono tutte della mia testa, e però non ci creda» (Lett. 8ª,
p. 320).
Però con ardita franchezza, lascia che la faccenda se la
sbrighino fra loro il Vescovo e Gesù: «Gesù poi mi fece
conoscere che Lei non crede niente a tutto quello che io nelle
confessioni gli dico. «Ti dispiace?» disse Gesù. «O no, – dissi
– Gesù, sono cose che le hai permesse tu; tu l'hai fatte, e tu
pensaci…» (Lett. 17ª, p. 335). E dopo averlo ammonito che la
deve mettere in convento, aggiunge: «È Gesù, ma lei non ci
crede» (Lett. 20ª, p. 340). Indice della sua semplicità è il franco
dissenso col confessore per la visita del medico, voluta dal
Volpi, per la verifica (!) delle Stimmate (Lett. 5ª e 6ª): con pari
franchezza, aspettando P. Germano: «Allora anche Lei di certe
cose resterà persuaso, perché ora è tanto angustiato: me lo ha
detto Gesù» (Lett. 38ª, p. 365, anche Lett. 39ª, p. 366). Di
solito, finito il racconto anche delle cose più straordinarie,
chiude con un secco: «la povera Gemma»… «Mi benedica e
sono la povera Gemma… e preghi per la sua povera Gemma».
E non risparmia d'inviargli le… minacce di Gesù: «Se Lui non
obbedirà [per il convento] a ciò che gli dico io, male per Lui»
(Lett. 55ª, p. 385). Ancora: «Se poi non fa questo, Gesù lo
castiga. Io ho detto questo a Lei, perché me lo ha comandato
Gesù; ma non ci creda, perché è la mia testa matta» (Lett. 63ª,
p. 392)7.
Semplice e ingenua, certamente, ma anche gioiosa e
intrepida quando deve attestare la verità. Qui la difficoltà è nel
seguire il delicato intreccio dei sentimenti più opposti che
rivelano i testi, come nella grande lettera 26ª al P. Germano che
inizia col grido, «Babbo mio, Non più povera Gemma, ma
evviva Gemma!». E continua da autentica scrittrice: «Va bene
così, babbo mio? Io giovedì sentii Gesù; Lei lo sentì? Aveva
una voce così fina, che appena lo sentivo. Feci la SS.
Comunione, e lo sentii venire: era Gesù. Ci crede? Piansi, ma
erano tutte lacrime di contentezza di cuore; mille volte gli
chiesi perdono dei peccati miei, e mi promise che se non ne
avessi più commessi, me li avrebbe perdonati assai volentieri.
E poi? E poi come fare a ricordarmi di quei fortunati momenti,
che ebbi la grazia di ascoltare l'amoroso invito di Gesù? Lui
stesso mi ripeteva: «Gemma, non senti il tuo Gesù? e altra
volta diceva (ma tutto la stessa mattina): «O chi sono io?» (p.
76). E, dopo tanto impeto, la scena cambia e ripiega sul suo:
«Viva Gesù!», e quasi disperata: «Il mio cuore sembra
divenuto di ghiaccio: non si scuote, è sempre freddo. E ci può
essere una cosa più grossa di questa che, dopo tante visitine che
mi ha fatte Gesù, non abbia ancora imparato ad amarlo? Ogni
mattina, che faccio la Comunione, sembra che il mio cuore
sempre più s'induri. Non si accorge, babbo mio, che ci è
bisogno di un miracolo di Gesù? Viva, viva Gesù, sempre
Gesù!» (p. 77).

7
Si noti il passaggio dei sentimenti: prima afferma di
trasmettere un comando di Gesù e poi, com'è il suo stile, si ritira
attribuendo il tutto alla sua «testa matta». Uno stile, che manterrà fino
all'ultimo come si dirà, di completa diffidenza di sé.
La tensione, fra le prove dei dolori al capo e per tutto il
corpo e l'assenza di Gesù, che si nasconde, cresce: «Oggi è
sabato; i nervi si sono assai calmati, ma non tanto. Ieri e ieri
l'altro, Giovedì e Venerdì, mi dettero assai noia: sentivo
andarmi via le mani, e anche i piedi; la testa me la lasciarono,
dalla parte del cuore poi mi tormentò assai. Ora vò vedere se
mi riesce un po' spiegargli la storia di questa parte. Stia a
sentire. Ma guardi di non inquietarsi. Sa pure, babbo mio, che
Gesù si è nascosto; io lo cerco ogni momento, lo vorrei sempre
con me, ma Lui sempre più si allontana; io lo cerco sempre, e
delle volte lo cerco così forte, che mi sento male male, e mi
sento andare tutta via. Non so dire altro; mi dice se ha capito?»
(p. 77).
Il confessore sembra voler rincarare la dose e la
penitente reagisce con umiltà e grandezza da pari suo. Non
possiamo riportare tutto, malgrado l'eccezionale valore
spirituale ed anche letterario. La Santa ha trovato l'equilibrio:
«Finalmente mi sono ben persuasa che solo Dio mi può far
contenta, e in Lui ho riposto tutte le mie speranze. Gesù non mi
voglia pure, discacci pure, io lo cercherò sempre. È ora, proprio
in questo tempo, che mi accorgo bene di non essere buona a
nulla, neppure a formare un pensiero verso Gesù.
Continuamente commetto peccati; ieri ne conobbi due nuovi:
alle volte mi viene una disperazione grande, perché mi sembra
impossibile che Gesù debba perdonarmi tanti peccati; altre
volte mi pare impossibile che Gesù voglia perdermi, e allora
scuoto le spalle, e de' peccati non ne faccio più conto. O che
lavoro è questo? me lo spiega un po'?». E le viene spontaneo il
desiderio di morire: «Morire, o bene! andar da Gesù, essere
sicuri di sempre volergli bene e non perderlo più […]. Ma mica
ora, babbo mio, non s'inquieti: quando vuole Gesù» (p. 77 s.).
L'enigma della coesistenza degli opposti in Gemma
ricorre dovunque, quasi un conflitto di luci opposte che si
accendono e spengono alternandosi nell'anima sgomenta e
sbigottita. Tipica è l'esperienza della Lett. 21ª ancora a P.
Germano: «… Gesù è sempre con me, mi sento tutta con Lui,
sono tanto contenta! Ma ho tanta paura di offenderlo e di
perderlo! Quando sarà mai quel giorno, che anderò con Gesù, a
star sempre con Lui, senza paura che più l'offenda? O se
l'Angelo mio mi prestasse per un momento solo le sue ali,
vorrei andare con Gesù! Ho pregato sempre e pregherò ancora
che Gesù presto mi venga a prendere. Ma che dico? Ma tanti
miei peccati!… Il posto dei Santi non è per me. Mi perdoni,
perché non so che dico; vorrei dire pure tanto… Si faccia il
volere di Gesù!» Dopo tanto scoramento, Gesù è pronto a
consolarla «… e mi regala tante cosine e, se non piango o mi
lamento, allora viene a accarezzarmi». E, dopo lo sgarbo avuto
da un sacerdote – mentre attendeva di confessarsi nella Chiesa
di S. Michele – ancora si umilia: «Gesù è tutto, e io nulla», per
rialzarsi subito con volo d'aquila: «Ma una volta ci voglio
uscire dal mio nulla, e voglio andare tutta in mezzo a Gesù e lo
voglio amare tanto tanto; non vo' più essere in me stessa, vo'
stare dentro di Gesù» (p. 58 s.).
Tanto riconoscente con Gesù da offrirgli ad ogni
momento la sua povera e disprezzata vita; tanto umile da essere
la prima a diffidare – con termini decisi e pittoreschi di sé e di
quel che ha scritto, tormentata spesso dal dubbio di essere
ingannata e di ingannare – Gemma, esempio raro (forse unico)
fra i mistici, pensa che tutto sia opera della sua fantasia e del
diavolo. Le sue dichiarazioni sono implorazioni di umile
annientamento [riporto alcune citazioni senza pretesa di
completezza]. Al P. Germano, già nella 2ª lettera del 17
febbraio 1900, nel raccontargli un colloquio di Cristo: «Ieri
sera, nel trovarmi dinanzi a Gesù Sacramentato a pregare, fui
chiamata (era la mia fantasia che mi faceva udire tali cose), mi
parve che fosse Gesù (Padre, prima di continuare a leggere, lo
prego per carità, non creda nulla, scrivo solo per ubbidire; di
tutto il resto non avrei detto una parola)» (p. 9).
Quest'abbassamento di sé diventava più profondo
quando doveva comunicare messaggi severi e dolorosi. Così
rispetto ad una cert'anima (penitente di P. Germano) che aveva
abbandonato la retta via: «Ora vengo a parlarle di una cosa, che
a me assai dispiacque. Anzitutto non creda a nessuna delle mie
parole, perché tutto lavoro della mia testa. […] Padre, mi
raccomando non mi creda per niente, ma specialmente su
questa ultima cosa; o al certo mi sono ingannata! Quanto ci
penso!» (Lett. 10ª, p. 32). Anche nel dargli notizia, in coda alla
lettera 25ª, del sollevamento delle costole (constatato
nell'autopsia dopo la morte): «Mi scordavo di dirgli delle
costole; non lo so, ma si alzano spesso più alte di quelle della
parte opposta, mi sembrano. Quanta fantasia! Non ci creda» (p.
73). E dopo una notte di un'esperienza simile di strette al cuore:
«Tutta fantasia, babbo mio» (Lett. 31ª, p. 91). E sgomenta per
sé e fiduciosa nel «babbo», nella lettera (72ª) del 18 luglio
1901 lo supplica di pregare Confr. Gabriele: «O Gemma, che
ne sarà mai di Gemma? Tutte quelle cose che gli pare di vedere
e sentire, da che parte vengono?» (p. 191).
A pochi mesi dalla fine, il 26 giugno 1902, il dubbio
diventa strazio e pena indicibile e la penna stessa freme: «Di
tutti gli appunti che buttai via, non mi ricordo più nulla, ma la
maggior parte si trattava di discorsi con Gesù, altri di
tentazioni, ecc. (tutte a suo riguardo)8. Viva Gesù! Ecco una
cosa che Lei giudicherà. Stamattina per tempo, prima delle due,
mi sono destata; tutto ad un tratto una moltitudine di pensieri
sopra l'anima mia mi sono venuti a turbare. Pensieri di questa
sorte: «E se io fossi ingannata? E se tutte queste cose che mi
accadono, dovessero condurmi alla rovina? E se, P. G.

8
Di che si tratterà? Di dubbi al riguardo di P. Germano?
Forse. Probabilmente, come sembra da tutto il contesto, è il dubbio di
avere (involontariamente) ingannato anche il P. Germano con il
racconto delle «cose» straordinarie che le accadevano, respinte dal
Confessore e accolte invece dal pio passionista.
(Germano) fosse ingannato?» È vero che Gesù interviene:
«Figlia, non temere. Chi opera in te sono io. Mai ti lascierò,
vivi contenta» (p. 264). E il 27 luglio ancora del 1902, in ben
tre aggiunte, infierisce con se stessa e tra i due essa si mette
dalla parte dello scettico Mons. Volpi: «Monsignore teme (per)
fino dell'Angelo suo; ma sono vissuta ingannata, babbo mio, è
vero: Gesù non lo avrebbe fatto conoscere a Monsignore…
Babbo, se Monsignore dice così, è segno che ne ha avuto lume
da Dio… Babbo mio, venga presto» (p. 276 s.). Anche della
«zia», certamente influenzata da Monsignore suo confessore, la
Santa dice: «E poi la sig.a Cecilia mi dice sempre che Lei9 può
benissimo ingannarsi; io prego Gesù continuamente, e mi
assicura che non permetterà che debba ingannarsi. Io non
dormo più10 e obbedisco assai». Tormento e gioia, luce e buio
insieme. Nell'ultima lettera del 18 marzo 1903, quasi sulla
soglia della morte, si rivolge accorata alla Madonna: «O Madre
mia, preghi sempre Gesù per me; io desidero, sì, che tutti ci
contenti Gesù, ma io posso benissimo essermi ingannata» (p.
306).
Echi di siffatta paradossale situazione, che sembra di
totale disorientamento, si trovano anche nelle Estasi, dove
questo timore angosciante di essere ingannata sembra
attribuirlo alla suggestione del demonio. All'inizio dell'estasi
24ª di martedì 24 aprile 1900 esclama: «O… Dio… Gesù, non
per me, ma temo che il demonio mi abbia a ingannare. Non le
voglio, Gesù, queste visioni; voglio solo che tu mi perdoni tutti
i peccati. Non permettere che il demonio mi abbia a ingannare»
(p. 36). E di lì a poco nell'estasi 26ª del 26 aprile. «O Gesù…
temo di essere ingannata…» e aggiunge con fiera risolutezza:
«Non le voglio queste cose, non voglio nulla, Gesù. Quello
soltanto che desidero, che tu mi dia tanto dolore dei peccati; ma

9
Cioè il P. Germano stesso.
10
«Dormire» per Gemma significa «andare in estasi».
le altre cose non voglio nulla: ho paura, ho paura di essere
ingannata» (p. 39). «Oh, (il diavolo) m'inganna!… Come fare,
Gesù, a non lasciarmi ingannare?… Quel che mi voleva [il
diavolo] far credere!…» (p. 58). E il timore è continuo: «Bada,
Gesù, non permettere che il nemico mio m'inganni» (E. 49ª, p.
98).
Ancora più risolute le dichiarazioni a Mons. Volpi al
quale, già dubbioso (anzi forse scettico e diffidente) chissà che
impressione dovevano fare! E nella lettera 8ª del settembre
1899, quindi prima dell'inizio della corrispondenza con P.
Germano, dichiara spiccia, spiccia: «Questo cose, come gli ho
sempre detto, son tutte della mia testa, e però non ci creda;
faccia lei come vuole Gesù, ché son sicura che Gesù qualche
cosa gli avrà detto» (p. 320). E nella lettera seguente, con
angelico candore, alla fine dello stesso settembre dopo
l'accenno ad un'estasi con S. Gabriele dell'Addolorata: «Io gli
ho scritto, questo per obbedire, se poi Lei non mi crede, io sono
contenta lo stesso. Avrei tante cose da dirgli, ma, siccome Lei
non mi ha domandato più nulla, avevo paura di far male a
dirglielo» (p. 321). E in un contesto simile, nell'aprile 1901,
dopo avergli comunicato due precisi ordini di Gesù:
«Monsignore, (lo prego) faccia quello che Gesù gli dirà, senza
dar retta alla mia testa» (p. 387). Con disarmante e
sorprendente franchezza nella lettera seguente (59ª), dopo
avergli esposto gli effetti mirabili che Gesù operava in lei nella
S. Comunione, si affretta a dichiarare: «Queste cose, che
crede? mi sembrano impossibili anche a me, come sembrano a
Lei» (p. 388). In una lettera (forse) della fine di luglio 1901
dove il nodo si fa più imbrogliato perché l'argomento è sempre
la richiesta di entrare fra le Passioniste, la Santa, riferendo le
parole di Gesù… rasenta le minacce: «Io ho detto a Gesù che
glielo avrei detto, ma Lei mi pare che non ci creda. Gesù mi ha
risposto, che Lei invece ci crede che è proprio Gesù; mi ha
ripetuto tante volte che pensi subito, perché impedisce a Gesù
di fare ciò che vuole, trattiene la sua grazia (qui non ho capito
bene). […] Se poi non fa questo, Gesù lo castiga». Ma subito si
affretta ad aggiungere con umiltà e distacco: «Io ho detto
questo a Lei, perché me lo ha domandato Gesù, ma non ci
credo perché è la mia testa matta» (p. 392). E ritornando sullo
stesso argomento nella lettera seguente, verso la fine di marzo
1902: «Monsignore, mi perdoni se gli dico una cosa. Io so bene
che è fantasia e non vorrei confondermici, ma Gesù sembra che
mi comandi di dirglielo, […]. Io non ci credo, perché so che la
mia fantasia è capace di tutto» (p. 392 s.)11.
E che non si trattasse di espressioni convenzionali, ma
sincere, ce l'attesta anche il Diario che va dal 19 luglio al 3
settembre 1900, dove proprio la relazione sulla partecipazione
alla incoronazione di spine termina secca, secca: «Soffrivo poi
tanto a ogni movimento che facevo: che poi era tutta mia
fantasia» (p. 166). Anche più sotto, sabato 4 agosto: «Bisogna
ancora che dica, che al primo vedere queste cose, queste figure
(che certamente potrei essere ingannata), mi sento subito presa
da paura» (p. 186).
E il mercoledì 15 agosto, «il gran giorno» nell'estasi che
finirà con la grazia singolare che la Madonna le prenderà il
cuore per portarlo in cielo, mentre comunica con la Passionista
Madre M. Teresa che ha finito la purificazione del Purgatorio e
«… oggi deve andare in Paradiso», esce nella dichiarazione
(fra parentesi!) ufficiale e categorica: «Non creda chi legge
queste cose a nulla, perché posso benissimo ingannarmi: che
Gesù mai lo permetta! Lo faccio per obbedienza e mi
sottometto a scrivere con gran ripugnanza». E tuttavia
dichiara: «Tutto questo accadeva, mentre ero propriamente

11
Ed in un biglietto dell'ottobre 1902, nell'angoscia di «essere
nelle mani del diavolo», gli scrive chiamandolo per confortarla: «Sarà
fantasia, ma è già due volte che sento in me un impulso che presto
dovrò morire e vorrei riformare la mia vita» (p. 395).
svegliata [quindi prima dell'estasi della Madonna] e in pieno
conoscimento di me stessa» (p. 195). Gemma è nel 23º anno,
un'età che per la donna segna la raggiunta maturità. Eppure è
così confusa di se stessa e di ciò che scrive: «E che avrò detto?
… Non leggo ciò che ho scritto, perché mi vergogno…» (Lett.
101ª a P. Germano, p. 243).
Ed a un mese prima della morte, quasi facendo un
bilancio del suo stato e sentendosi carica di peccati, esce in una
implorazione-confessione. E in data 8 marzo 1902 (Lett. 105ª)
e vale la pena di leggerla nel testo integrale: «O se potessi un
po' ora dirgli una cosa. Glielo accennerò in poco tempo; la
spiegazione gliela darà Gesù. Vi è qui una buona Religiosa, che
di tratto in tratto mi rivolge qualche parola affettuosa; essa mi
vuole tanto bene, ma dalle parole mi avvedo che essa mi ha
bene conosciuta. Sì, sì, mi ha conosciuta; Lei no, ha sbagliato
di me e sopra di me, ha sbagliato: le mie cose non vengono da
Dio, ma tutto viene dal diavolo. Preghi Gesù: lume, lume,
babbo mio: è tutto falsa devozione, me ne avvedo troppo bene;
è tutta ipocrisia. Dunque lo prego a non parlare più di me a
nessuno, se non per dire realmente chi sono io; mi umilierò, mi
pentirò, e Gesù mi perdonerà con la sua infinita misericordia.
Mi tolga dal mondo e mi chiuda in un buco strinto, da non
vedere più nessuno; farò penitenza di tutti i miei peccati, e farò
di tutto per salvarmi; così no, così va male. Dio mi perdoni!
Preghi per la mia conversione» (p. 249).
Concludiamo con la dichiarazione categorica che si
legge nella 1ª lettera a P. Germano che ci dà la formula più
stridente e realistica della situazione paradossale. In apertura
infatti lo mette subito sull'avviso: «Ma eccomi al punto di
scrivere, che mi sento presa quasi da timore, e sa il perché?
Devo scrivergli certe cose curiose, che certo Lei stesso si
meraviglierà. Glielo dico francamente: la mia testa è un po'
mattuccia, e ora s'immagina di vedere e di sentire cose
impossibili; dico impossibili, perché Gesù non ha mai parlato,
né si è fatto mai vedere da certe anime, quale è la mia tanto
cattiva» (p. 2). Ed entra subito in medias res: gli racconta la
visione con la quale Gesù, accondiscese al suo desiderio di
vederlo. Racconta: «Subito non mi contentò, ma dopo qualche
giorno mi parve che mentre pregavo, di vedere un Passionista,
che esso pure pregava davanti a Gesù Sacramentato e Gesù mi
disse: «Vedi chi è P. Germano?». Lo guardai, e sa come lo
vidi? Era un po' grosso, era in ginocchio fermo con le mani
giunte, e mi pareva che avesse i capelli più bianchi che neri»
(ibid.). Poi l'informa della guarigione miracolosa ottenuta per
l'intercessione di Santa (allora Beata) M. Margherita Alacoque,
delle apparizioni del Confratel Gabriele che gli promette di
venire ogni sera dalle 11 a mezzanotte, l'assicura della
prossima fondazione a Lucca del Convento delle Passioniste
mostrandole in visione le prime 7 future suore («ne conobbi
tre») e rivelando… «il nome, il cognome, la città ove era nata e
cresciuta» la Signorina che avrebbe dato «l'ultimo colpo
all'opera». Gemma si mantiene scettica: «Io però ero poco
persuasa di tutto questo, e per ben tre volte di seguito mi è
accaduto lo stesso, e l'ultima volta mi aggiunse: «Terminati i
due anni, in giorno di Venerdì si comincierà». «E io?» gli dissi.
«Tu sarai Passionista». Ed ora ripete la diffida di se stessa:
«Che testa matta che sono, non lo nego, anzi ne son certa. Io ho
scritto tutto questo a Lei, perché il Confessore me lo aveva
ordinato; del resto quello che soffro, lo so solo io, perché tutto
mi sembra impossibile» (p. 7)12.
Questo è il quadro e questa è la cornice della breve vita
di Gemma: figlia della Passione nella tensione dell'incertezza
sulla natura dei «fenomeni» che l'accompagnerà, con punte
quasi di disperazione, fino alla morte. Una simile situazione
12
La Santa, quando scrive questa lettera, aveva già ricevuto
l'impressione delle Stimmate (8 giugno 1899, l'Ottava quell'anno del
Corpus Domini e vigilia della festa del S. Cuore di Gesù. - Cfr.
Autobiografia in: «Estasi», p. 261).
sfugge ad ogni capacità di analisi e di descrizione che non
siano le parole stesse della Santa con l'unico commento del suo
stupore e della sua offerta all'Amore misericordioso.
Quindi oscurità, incertezza, estrema diffidenza di sé, del
suo stato e dei fenomeni e questo in un avanzare della vita
verso il buio che nella lettera del 15 dicembre 1902 le strapperà
l'implorazione angosciata: «Dio mio! dimmelo: mi salverò o mi
dannerò?» (p. 291). E il diavolo, come per altri Santi, ma con
una tecnica – se si può dire così – del tutto speciale, torturò nei
modi più svariati questa creatura celestiale: il punto è stato
studiato a fondo dallo stesso P. Germano nella Vita cap. 22, p.
197 ss.
Capitolo oscuro, come si conviene allo spirito delle
tenebre, questo dell'opera di purificazione della Galgani che
attinge il suo fragile corpo con frequenti e abbondanti dosi di
battiture e percosse quasi fino a stritolarla, ma soprattutto
perché turba in continuazione il suo spirito fino quasi a
possederlo con orrende suggestioni, fenomeno ben conosciuto
nella teologia mistica che fa rabbrividire. E, con le botte, le
tentazioni più sudicie che facevano gemere l'angelica creatura:
le lettere a P. Germano e a Mons. Volpi pullulano della
presenza sinistra dello spirito del male e la sua molesta
apparizione può dirsi l'antitesi costante di quella di Gesù, della
B. Vergine, degli Angeli, di S. Gabriele… Lasciando da parte
l'aspetto più pittoresco e noto ai devoti della Santa, cerchiamo
di rivelare il suo significato reale per la purificazione della sua
anima ch'è riportata su questa dinamica del male, nella tensione
e prova originaria della libertà per la scelta radicale. La Santa
non ci dice quando è cominciato questo martirio: esso è
certamente in atto nell'estate del 1899 quando Gemma gode già
della comunicazione delle Stimmate come si rileva dalla lettera
10ª a Mons. Volpi, ch'è forse la più vivace e teologica su
questo enigma: «Era già qualche giorno che il diavolo mi
lasciava un po' in quiete, ma ora invece sono due giorni che mi
tormenta tanto tanto». E descrive i fenomeni della tentazione,
le suggestioni contro la vocazione religiosa, l'unione con Dio,
l'obbedienza al punto «… ch'io mi sentivo dal diavolo proprio
mordere dentro». Al suo grido di: «Viva la croce, viva le
pene!», il nemico molla la presa, la Santa riceve le Stimmate
«con tanto dolore» e cerca di alzarsi per fare in ginocchio l'ora
di guardia. Ma, anche in quello stato, il nemico può tornare alla
carica – una scena che la Santa descrive con movenze
dostojevskiane. La tentazione finalmente la lascia e la Santa
può trattenersi in preghiera con Gesù; tutta timorosa di averlo
offeso, ma il Salvatore la consola: «Figlia mia, non mi hai
offeso, niente, niente perché tu non hai mai acconsentito13. Ora
però ti libero e non verrà più a disturbarti» (Lett. 10ª a Mons.
Volpi, p. 324 s.). Siamo, si badi, ancora nel 1899.
Una riflessione teologica su questa «situazione»
demonologica o demoniaca, che dir si voglia, non ha un
compito facile. Anzitutto prima la Santa viene assicurata da
Gesù che il demonio non verrà più a disturbarla e poi di fatto il
demonio continua a infierire di male in peggio. E non è tutto,
ed è forse l'aspetto più conturbante, perché sembra che sia
Gesù stesso che non solo permette le vessazioni diaboliche, ma
quasi si dà a disporle come «passaggi» all'ultima purificazione
dell'anima. Che pensare di siffatta situazione ossia che Gesù
stesso incarichi il diavolo di provare i suoi eletti? Che Gesù
ricorra al suo nemico per far soffrire i suoi amici? Ma questa
sofferenza è intesa alla purificazione degli eletti come per
Giobbe e anche Gemma non conosce e non dà altra risposta.
Così il suo patire diventa doppio: il dolore che Gesù sia rimasto
offeso e la confusione di essere attaccata e messa sotto le
grinfie del maligno che si presenta a lei nelle forme più laide.
Certo, questo è per noi un discorso sbilenco e poco razionale,

13
Come disse a S. Antonio Abate, a S. Caterina da Siena e ad
altri Santi. Si legga fra poco la lett. 11ª a Mons. Volpi.
ma Dio non è tenuto a seguire la coerenza della nostra ragione.
Tanto più che simili infestazioni diaboliche avevano lo scopo
di provare la fede della Santa ossia tendevano nell'intenzione
del Maligno a dissuaderla soprattutto dal pregare per la
conversione dei peccatori e di distoglierla dal proposito di farsi
Passionista. Ma è tutto qui? Certo, ma c'è anche qualcosa di più
profondo cioè l'immolazione di Gemma, come vocazione di
espiazione portata ad un vertice estremo del patire in
conformità della Passione e Morte di Cristo.
4. Gemma e il diavolo1

L'opera svolta dallo spirito del male nell'ascesa di


Gemma alla santità è forse quella del protagonista principale: i
particolari, pur tanto sobri e contenuti che la Santa riferisce
nelle relazioni ai suoi Direttori di spirito, sono così terrificanti
e di un così crudo realismo da porre problemi gravi di teologia,
ai quali – almeno sul piano esistenziale – non ci sembra facile
rispondere. Comunque la realtà di Satana e delle sue vessazioni
contro l'innocente fanciulla, danno forse una testimonianza così
incisiva dalla realtà del soprannaturale che fa il «pendant» –
per oppositam viam – con quella dei segni della Passione ed
essa probabilmente è stata ancor più dolorosa.
Anzitutto non è facile capire, per la nostra sensibilità
moderna, che sia Gesù stesso direttamente a minacciare
Gemma, di rivolgersi al diavolo perché la castighi o la tenti in
tutti i modi, come di fatto avvenne alla poverina in una
proporzione che l'avvicina ai Santi più tormentati direttamente
dall'azione dello spirito del male così da essere paragonata in
questo al S. Curato d'Ars. E l'opera del diavolo su Gemma
assunse le forme più ripugnanti tanto ch'essa stessa non osa
descriverle, nelle relazioni ai suoi direttori di spirito, nei
particolari più schifosi. Insieme, però, almeno nei primi tempi,
sembra che Gemma quasi si divertisse a canzonare il diavolo e
ne fu redarguita da P. Germano. E lo spirito maligno non cessò
di tormentarla fino in fondo. «… (le tentazioni) che non
cessano» (Lett. 124ª, p. 291); «Ecco l'interno mio, caro babbo.
Vi è Gesù che mi suggerisce buoni pensieri; vi è il demonio

1
Una trattazione complessiva è quella di C. Balducci, Gli
indemoniati, Roma, 1960. L'azione diretta del diavolo, con permissione
di Dio, è attestata sia nel V. come nel N. Testamento (Cfr. Dizionario
Enc. di spiritualità, Roma, 1975, s.v.: Demonio, t. I, p. 529 ss. a cura di
E. Bortone).
che fa tutto il contrario» (Lett. 127ª del 15 gennaio 1903, p.
297). Nella Lett. 129ª del 7 febbraio 1903 Gemma, prossima
alla morte, ancora si lamenta che la «tentano un po' quelle
brutte tentazioni, immagini, pensieri, scosse da far tremare il
letto, colpi, ecc. ecc.».
Che il maligno, a causa del peccato originale, abbia
ottenuto la permissione da Dio di tentare l'uomo, è una verità
fondamentale della vita morale e mistica nel Cristianesimo e
contenuta nella S. Scrittura sia nel Vecchio (specialmente il
libro di Giobbe) sia nel Nuovo Testamento (Cfr. specialmente
le tentazioni di Gesù). È un argomento ove la documentazione
storica è insieme ricchissima ed evanescente; perciò non
crediamo che la vasta letteratura l'abbia esaurito, soprattutto sul
piano esistenziale ossia quello del rapporto che può avere la
supposta azione (quale che sia, esterna o interna) del diavolo
per far prevaricare l'anima, diversa nei giusti e nei peccatori.
Qui vogliamo accennare soltanto ad un problema
riscontrato anche in Gemma, quando Gesù la minaccia
d'incaricare il diavolo di punirla con le tentazioni e con quali
tentazioni! Ma questa è una cosa degna di Dio ricorrere
espressamente alla «collaborazione» del diavolo? E Gemma
avrebbe dovuto patire tutte quelle tentazioni, vessazioni,
percosse, ecc. ecc. per incarico di Gesù stesso? Ed allora a che
prò gli esorcismi che la Santa chiedeva fin sul letto di morte? È
un argomento della fede della Santa nel potere delle Chiavi
della Chiesa.
È sintomatico infatti che solo dopo l'impressione delle
Stimmate il diavolo sembra entrare in scena, e la terribile
rivelazione che la Santa riceve delle prove che l'attendono va
collocata nel 1899, come vogliono gli editori e, quindi,
probabilmente alcun tempo dopo la Pasqua. Fra le tribolazioni
che l'attendono per provare… «se veramente Lo ami e se
l'offerta che Gli ho fatta sia vera, saranno anzitutto
l'indurimento del cuore e la ribellione dei sensi; l'inclinazione
al male, l'aridità…». E continua: «I demoni con la licenza mia
faranno continui sforzi per abbatterti l'anima; ti metteranno in
mente cattivi pensieri, un odio grande contro l'orazione; terrori
e timori ne avrai sempre e mai ti mancheranno»2. Di
quest'incarico, dato da Gesù al maligno, c'è un cenno esplicito
della Santa nella Lettera al Confessore. Nella lett. 6ª,
esortandola a portare la croce, Gesù l'assicura: «Stai pure sicura
che sotto la croce non ti perderai. Il demonio non ha forza
contro quelle anime che per amor mio gemono sotto la croce».
E di lì a poco chiarisce il significato della croce che dovrà
portare e del calice che dovrà bere e fra l'altro le indica:
«Permetto che ti tormenti il demonio, che ti disgusti il mondo,
che ti affliggano le persone a te più care, e con quotidiano
martirio e occulto permetto che l'anima tua sia purificata e
provata» (p. 316). Esplicita ancora è la dichiarazione di Gesù
nella lett. 10ª (sett. ott. 1899) la quale fa supporre che il
demonio la tormentasse già da tempo: «Era già qualche giorno
che il diavolo mi lasciava un po' in quiete» ed ecco che per un
pensiero di compiacenza… «Gesù mi rimproverò tanto, e mi
disse che per castigarmi non mi avrebbe mandato per qualche
sera Confratel Gabriele, ed avrebbe dato il permesso al diavolo
di tentarmi per più parti, e anche di picchiarmi; e tutto poi si è
avverato» (p. 322). Anche nella lett. 19ª: «Per far conoscere
ancor più chiaro che sarai una delle figlie della Passione, ti ho
fatto sottomettere alle battiture» (p. 337). Qualche volta è la
Santa che chiede alla Madonna stessa «in che maniera (Gesù)
mi metteva nelle mani del diavolo» (Lett. 39ª, p. 366). E
sembra che il diavolo abbia fatto del suo meglio, cioè del suo
peggio, per assolvere questa consegna, come attestano
ampiamente le dichiarazioni della Santa. E la situazione
teologica diventa assai intricata e di difficile spiegazione, come
diremo nella considerazione conclusiva. Anzitutto i fatti:
2
Appunti di Diario, p. 285.
1. - Vessazione fisiche - La Santa si lamenta con il
Confessore che il diavolo la picchia (p. 358), la tira per i capelli
("mi ha stiantato i capelli", pp. 340, 361). Il Diario del sabato
21 luglio 1900 racconta che «… il nemico, che già da qualche
tempo stava nascosto, si fece vedere nella forma di "un uomo
piccino, piccino"; ma così brutto che fui presa tutta da
spavento…: tutto a un tempo cominciò a darmi dei colpi sulle
spalle e poi giù ancora: me ne dette assai», e viene liberata
dall'Angelo (p. 169). Anche il 22 luglio, e la scena diventa
straziante: «Oggi poi, che credevo di essere affatto liberata da
quella brutta bestia, invece mi ha bussato assai. Io ero andata
proprio coll'intenzione di dormire, tutt'altro invece: ha
incominciato in certi colpi, che temevo proprio mi facesse
morire. Era in forma di un grosso cane tutto nero, e mi metteva
le gambe sulle mie spalle; ma mi ha fatto assai male, perché mi
ha fatto sentire tutti gli ossi. Alle volte perfino credo che me li
tronchi; anzi una volta, tempo indietro, nel prender l'acqua
santa, mi dette una torta tanto forte al braccio, che cascai in
terra dal gran dolore, e allora mi levò l'osso proprio dal posto;
ma mi ci tornò ben presto, perché me lo toccò Gesù, e fu fatto
tutto» (p. 170). Al P. Germano manifesta che il nemico… «la
tormenta di continuo, giorno e notte» (Lett. 3ª, p. 13); e «alle
volte perché non preghi, mi picchia» (Lett. 7ª, p. 23); per
picchiarla prende perfino la figura di un operaio di casa
Giannini. «È un uomo curioso e poi mi picchia» (Lett. 18ª, p.
52; anche Lett. 19ª, p. 54). Arriva anche a trascinarla per terra,
come scrive al Confessore: il diavolo le è apparso di notte «in
forma di un uomo tutto nero ed aveva avvolto ad un braccio un
serpente» (Lett. 26ª, p. 349).
Ancor più drammatica è la scena descritta nella lett. 41ª
al confessore: «Ieri notte passai al solito una brutta nottata; il
diavolo mi venne davanti come un uomo grosso grosso e lungo
lungo, e mi picchiò tutta la notte; mi diceva: «Tu forse credi
che Gesù ti voglia bene, invece ti ha abbandonata; per te non ci
è speranza che tu ti possa salvare: sei nelle mie mani». Risposi
che Dio è misericordioso, e non temevo nulla; allora lui
arrabbiato disse dandomi un colpo forte al capo: «Maledetta
te» e sparì». Di lì a poco la descrizione riprende, ma diventa
più complicata: «Ieri sera mi sentivo tanto stanca, che mi venne
detto a Gesù che mi facesse un po' riposare; infatti andai in
camera, e ci trovai il solito uomo grosso e lungo; mi cominciò
a picchiare con una fune tutta nodi, e mi picchiava perché
voleva che dassi retta a lui. Io dicevo di no, e lui bussava più
forte; mi faceva battere la testa tanto forte per terra, che
bisognò che dicessi: «Confratel Gabriele, aiutami». Venne
subito, ma però non era solo: era con un altro Passionista
vecchio. Appena il diavolo l'ha veduto, è scappato, e mentre
scappava ho veduto del fuoco; sono rimasta però senza forza
per terra, ma Confratel Gabriele mi ha aiutato [ad] alzarmi, mi
ha benedetta e mi diceva: «Gemma, sei stanca del diavolo?».
Ho risposto di no, che sono pronta fino che vuole Gesù; ho
dimandato quanto tempo ancora ci ho, e mi ha detto: «Sempre
qualche giorno, e ti tratterà [il diavolo] anche peggio, perché
sei sull'ultimo; fatti coraggio, e chiamami quando mi vuoi, che
vengo sempre» (p. 358)3. Secondo la descrizione fatta dalla
Santa alla signora Cecilia, una volta mentre stava sul letto, il
diavolo la picchiò tanto «… che credevo mi staccasse i
polmoni»4. Le descrizioni di questo tipo abbondano nelle
relazioni al confessore e al direttore spirituale.
Però subito dopo, passato il fenomeno, quasi sempre la
Santa si riprendeva. Alle volte, a seguito di siffatti trattamenti
però restava come tramortita. Come racconta il Diario, dopo la

3
Probabilmente si tratta della stessa vessazione narrata nel
Diario.
4
Diario, Venerdì 3 agosto 1900, p. 184 s., nota 4. La
testimonianza di Cecilia è presa dal Summ. nr. XI, § 8, p. 506 s. e
completa il testo del Diario (vedi p. 507 ss.) la testimonianza sulla
modestia di Gemma durante le vessazioni anche le più violente.
vittoria sopra una tentazione impura con l'invocazione: «Eterno
Padre, per il sangue di Gesù liberami!» la Santa continua:
«Non so quello che è accaduto; quel cosaccio di diavolo mi ha
dato una spinta sì forte, mi ha tirato giù dal letto, mi ha fatto
battere il capo con tanto impeto in terra, che ho sentito gran
dolore; ho perduto i sensi e son rimasta per terra, fino a tanto
che non mi sono riavuta, dopo assai tempo» (p. 203).
2. - Vessazioni spirituali - Le tentazioni che più la
turbavano erano quelle contro la castità. Sembra che fossero
frequenti se stiamo al Diario, ed erano quelle che più
angustiavano l'innocente creatura. Il Diario del 24 luglio è
esplicito: «Іeri accadde al solito: ero andata per dormire, infatti
mi addormentai, ma il demonio no, parve che non volesse. Mi
si fece vedere in una maniera assai sudicia, mi tentava, ma fui
forte. Mi raccomandavo dentro me stessa a Gesù che mi
togliesse la vita [piuttosto] che offenderlo. Che tentazioni
orribili che sono quelle lì! Tutte mi dispiacciono, ma quelle
contro la S. Purità quanto mi fanno male!» (p. 173). A distanza
di un mese, il 20 agosto, un attacco ancor peggiore, avuto in
sogno: «O Dio, il momento dell'assalto è venuto; ma è stato
forte, anzi direi quasi terribile. Nessuna benedizione, nessun
scapolare bastava a frenare la tentazione più brutta che si possa
immaginare; era così orrendo [il demonio], che ho chiuso gli
occhi, e non l'ho mai aperti, se non quando ero assolutamente
libera»5.
La tentazione forse più spaventosa in questa materia è
quella testimoniata nel Processo da Cecilia: «Una sera Gemma
le parve che un uomo la prendesse e la portasse via e che le
volesse fare delle cose cattive. Gemma disse che allora venne

5
Diario, p. 202. Anche il 1 settembre, e la notazione è quasi
di sfuggita: «Per tutto oggi sono stata senza nessuna tentazione; verso
sera me n'è sopraggiunta una all'improvviso, nella maniera più brutta.
E qui non credo bene di narrare, perché troppo…» (p. 215).
Gesù e quell'uomo fuggì… era il demonio in quelle forme»
(Summ. nr. XI, § 8, p. 505). La suggestione più sottile è quella
della lett. 10ª al Confessore: «Ecco di nuovo quella bestia in
forma di un giovane e mi diceva all'orecchio: «Che fai? sei
pure stupida a metterti a pregare un malfattore, che vuole
vendicarsi con te. Vedi quello che ti fa: t'inchioda sulla croce
come lui; vedi il male che ti fa. Calpestalo e digli che tu vuoi
essere buona, e non un malfattore; lui ti crede cattiva e per
questo t'inchioda sulla croce; sputagli in faccia, digli che ti
lasci stare, ché ti guido io. Allora io baciai Gesù per dispetto a
lui, e dissi tra me: «O Gesù, invece ti ringrazio di tante grazie,
io ti voglio amar tanto» (p. 324). Anche nell'estasi 39ª:
«Anch'io, Gesù!… Ma dunque, Gesù mio, non resti mai offeso,
quando io faccio tutte quelle cosacce?… Ma stamani, Gesù, hai
veduto, Gesù mio, quelle che ho fatto in confessionario?» (p.
61).
Un'altro tipo di vessazione spirituale consisteva nel
mettere in cattiva luce i direttori della sua coscienza. Scrive
infatti al Volpi di quanto le accadde una volta, dopo uscita di
confessionale: «Ieri sera quando uscii di confessionario, stetti
tanto male: il diavolo mi cominciò a dire tante brutte cose di
Lei, bestemmie, cose sudicie; mi diceva che la notte mi
avrebbe fatta a pezzi, se non avessi acconsentito a quello che
lui mi diceva. Mi aveva messo tanta paura, che ero proprio
disperata, e ci mancò poco che…» (Lett. 25ª, p. 346). Quanto a
P. Germano, così Gemma descrive la sua ambascia, alla M.
Giuseppa: «Avevo perduto affatto la fiducia nel babbo mio. Il
mio nemico, quel cosaccio del diavolo, che è pieno d'infiniti
inganni, mi faceva vedere così chiaro che P. G. [P. Germano]
voleva perdermi l'anima, che io ci avevo creduto così bene, che
Esso stesso ha durato fatica a dissuadermi da questa cosa. Gesù
mi ha illuminato, ho conosciuto me stessa, ho conosciuto lo
stato mio. Ma mi avvedo che per la mia rovina sta lavorando e
faticando ancora il diavolo; e Lei, mi raccomando, chieda a
Gesù che lo faccia fuggire, e che lo disperda prima che mi
divori» (Lett. 8ª, p. 429). E poco prima scrive allo stesso P.
Germano con un candore commovente: «Il demonio sapesse
quante tentazioni mi dà sul suo conto. Ora mi fa credere che
Lei sia un matto, un indovino, ecc. ecc.» (p. 252).
Sappiamo dalla stessa testimonianza della Santa che il
diavolo per ingannarla ha usato lo stratagemma di prendere la
figura del Crocifisso e dello stesso Mons. Volpi con tanto di
mitria in testa seduto in confessionale ad ascoltarla, come la
Santa descrive in modo pittoresco nell'ultima risposta alle
domande di P. Germano (p. 292) e lett. 6ª (p. 19); giunse anche
a prendere la figura dell'Angelo Custode6. E dalla testimonianza
dei Giannini, soprattutto di Cecilia, sappiamo che il nemico
torturò la povera Gemma fino sull'ultimo, come risulta anche
dalle ultime lettere a P. Germano (116ª, 117ª, 120ª, 124ª,
130ª…) e nella penultima (66ª) al Volpi.
3. - Ossessioni-Possessioni - Le ossessioni e
possessioni diaboliche, secondo la teologia mistica, non
costituiscono di per sé peccato né castigo del peccato: anche se,
per l'angustia della nostra mente, è difficile capirne la finalità
qualora non fosse quella di eccitare in noi l'orrore per il
peccato. L'odio del nemico per Gemma era causato soprattutto
per il suo zelo nella conversione dei peccatori, di espiare per
6
Per es. la lett. 6ª a P. Germano, p. 19 s.; Estasi 32ª, p. 49. Su
queste apparizioni ha scritto e deposto ampiamente P. Germano nel
Summ. nr. XI § 63-69, p. 538 ss. Vedi un'allusione esplicita anche
nell'estasi 38ª: «Oh m'inganna!… Come fare, Gesù, a non lasciarmi
ingannare?… Quel che mi voleva far credere!… Gesù, mi voleva far
credere che tu sei un tiranno… Il mio Gesù un tiranno… Dunque, Dio
mio, tutto il tempo che ho speso nel pregare, è tutto perduto? Mi dice
ancora che il confessore m'inganna; dunque per le parole del Confessore
io dovrò perdermi?… Aiutami tu, o buon Gesù! Dimmelo!…» (p. 58). Il
diavolo ritorna nell'estasi 44ª: «Non finger tanto, che ti conosco oggi:
bugiardo!… Ahi!… te l'avevo detto che eri un bugiardo… bugiardo…
bugiardo!» (p. 69).
loro. Le Lettere e le Estasi ne danno una testimonianza di alta
tensione e commozione, dando a capire che la conversione dei
peccatori è quasi la «finalità ecclesiale» della prova d'amore
che Gemma dà a Gesù con la partecipazione ai dolori della sua
Passione: di qui la lotta del diavolo. È proprio al tempo della
tempesta per la verifica medica delle Stimmate, nella lett. 8ª al
Confessore (settembre 1899), che Gemma si raddrizza sotto il
rimprovero di Gesù: «Per queste cose accadute, era qualche
giorno che non pensavo più ai peccatori. Gesù mi ha conteso e
mi ha detto che non dovevo pensare che ai poveri peccatori;
alle altre cose farà da sé» (p. 320). Gesù vuole che faccia «… la
disciplina due volte al giorno, una volta per i miei peccati e
l'altra per i peccatori» (Lett. 19ª, pag. 337). Durante il
carnevale (febbraio 1899) Gesù si lamenta: «Figlia mia, anch'Io
non ne posso più dai cattivi trattamenti che mi fanno: questo è
proprio un momento di tanti brutti peccati, che io non posso più
resistere. Tu col tuo soffrire trattieni il castigo, che il Padre mio
ha preparato per tanti poveri peccatori. E non lo fai volentieri?»
Ho risposto di sì» (Lett. 24ª, p. 346)7. È per questo infatti, per la
conversione dei peccatori, che Gemma sarà vittima e Cristo il
sacrificatore: «… per placare lo sdegno che il mio Padre ha
verso i peccatori» (Lett. 27ª, p. 350). E questo diventa il tema
dominante delle estasi: «La vittima di tutti i peccatori voglio
essere io, Gesù. O dimmelo, Gesù, che li vuoi tutti salvi» (E.
9ª, p. 18). Di qui l'ira del diavolo.
Sembra che anche Gemma – alcune volte, come
accadde ad altri servi di Dio – abbia per divina permissione
dovuto subire proprio ossessioni e possessioni diaboliche le
quali però mai intaccarono il fondo della sua anima e l'esercizio

7
Anche nella lettera seguente Gesù le confida di essere stato con
lei tutta la notte e che contava i momenti per venire dentro di lei: «Lasci
pure che tanti cattivi mi offendano; ma tu vieni vicina a me, ché sempre ti
aiuterò; vieni a cibarti di Me stesso, e così mi ricompenserai delle loro
sconoscenze» (p. 347).
della sua libertà che rimase sempre unita con Dio. Infatti nella
lett. 10ª al Confessore scrive che durante una tentazione del
diavolo «… dissi tanti spropositi, ma io non li volevo dire: mi
venivano detti»8. In quelle pietose condizioni il diavolo lo
faceva fare atti da ossessa: si gettava in terra, si avventava sulle
persone, se queste le presentavano qualche oggetto di
devozione, sputava addosso al Crocifisso e all'immagine di
Maria. Nella stessa lettera leggiamo ancora che, mentre in uno
di questi accessi la signora Cecilia e un Passionista pregavano
per lei, «… io mi sentivo dal diavolo mordere dentro; mi
davano il Crocifisso, ma non potevo prenderlo».
E narrata la tentazione del «bel giovane» sopra indicato,
aggiunge: «Io a tutte queste cose non ci avrei mai voluto
acconsentire, ma mi venivano dette certe brutte cose contro il
povero Gesù. – Dopo avermi detto tutte queste cose mi lasciò».
È chiaro quindi ch'era una forza esteriore alla sua volontà che
gliele faceva pronunciare ed è Gesù stesso che subito la
tranquillizza, come si legge anche per S. Caterina da Siena in
un'occasione simile: «Figlia mia, non mi hai offeso niente
perché tu non hai acconsentito» (p. 324). Infatti nella seguente
lett. 11ª racconta il seguente dialogo con Gesù, dopo essere
uscita da una forte tentazione: «Gesù mio, dove eri tu, quando
mi sentivo in quel modo?». E Gesù: «Figlia mia, ero con te, e
molto vicino». «Dove?» gli dissi. «Nel cuore». «O Gesù mio,
se tu fossi stato con me, non avrei avuto simili tentazioni. Chi
8
Lett. p. 323 (Vedi l'ampia nota 2 degli editori). Verso la fine
della sua vita Gemma racconta a P. Germano gli «… scherzi di
Chiappino la mattina prima e dopo la S. Comunione: gli accessi così
nervosi che mi prendono nella mattinata con scosse per tutto il corpo da
far tremare il letto; un peso enorme posato sopra di me, da non potermi
muovere, e cento altri scherzucci» (Lett. 130ª, p. 305). Diventava allora
tanto pesante che occorrevano più persone per sollevarla. In uno di
questi accessi era presente il già nominato P. Provinciale P. Pietro Paolo
e Gemma gli afferrò la corona del Rosario facendola in vari pezzi» (Cfr.
Summ. nr. XVII, § 126, pag. 779).
sa mai, Dio mio, quanto ti avrò offeso?». «Ma che ne avevi
forse piacere?». «Tanto tanto dolore invece ne avevo». «Allora,
figlia mia, consolati: non mi hai offeso per niente». Gesù
continuava a tenermi in braccio, e mi diceva; «Guardami». Io
non ho mai avuto coraggio di guardarlo, e mi diceva: «Se
tentazioni anche più grosse ti mandassi, tu che faresti?».
«Gesù, purché non ti offenda mai, e poi mandami quel che ti
pare. Vedi, Gesù, – gli dissi – è il mio corpo che si risente, ma
saprò io farlo stare zitto. Tante volte piange, non mi vorrebbe
dar retta, ma ci penso io. Ieri sera pareva che si volesse
rivoltare, quando ero per fare la disciplina, ma lo feci poi
chetare dandogli dei colpi assai sodi» (p. 326 s.).
Il problema pertanto dell'innocenza e quindi della
santità di Gemma è fuori discussione: ma quale alone di orrore
e di terrore non evoca per noi questa situazione! Intanto ci
occorre anche qui il superiore humor di Gemma quando, ormai
affranta dalla malattia, scrive a P. Germano: «… tanto io che
Lei col demonio ci siamo amici, è vero? Senza però imbratti
l'anima» (Lett. 129ª, p. 302).
4. - Il dramma esistenziale - Il problema che pone (per
chi scrive, almeno) l'interrogativo più arduo non è quello che
riguarda i rapporti esteriori di Gemma col diavolo i quali non
hanno compromesso affatto, come si è visto, la sua libertà.
Anche nella mirabile ultima lettera a P. Germano del 18 marzo
1903 (intestata alla Madonna: «Mamma mia!», come già
abbiamo osservato) Gemma dichiara con mano ferma: «Del
resto del diavolo non ne ho quasi più paura neppure io, benché
alle volte mi trovi sola, di notte, piena di spavento, con le
convulsioni sul punto dei travagli, con un peso enorme addosso
da non potermi muovere, e mille altre cose. Eppure come non
ho i sintomi dei travagli e dei dolori, sto zitta. Del resto grido,
grido forte, e mi volgo a Gesù promettendogli amore, madre
mia, amore per parte di tutti» (p. 306).
Il problema resta tutto per noi ed è il problema biblico e
teologico generale del «concorso» del diavolo all'esecuzione
del «piano di salvezza» (Heilsplan) della divina Provvidenza
rispetto all'uomo, una volta che il diavolo che, secondo la fede,
è l'Angelo ribelle, è diventato l'antagonista di Dio. Ed è per
l'istigazione di Satana che anche l'uomo disobbedisce e si
ribella a Dio che lo condanna ad andar ramingo sulla terra ed a
fare la «sua» storia nel conflitto continuo della libertà come
tensione per il bene e il male: il libro di Giobbe l'ha descritto in
modo drammatico. Ma come per la tentazione dei
primogenitori, il tentatore si presenta da sé ai due ignari: così
anche per Giobbe il tentatore si presenta da sé a Dio per
sfidarlo a mettere in prova l'uomo ricco e felice. Ed anche per
Cristo, Satana si presenta da sé9. Qui allora il problema sembra
puramente metafisico: quello della possibilità o capacità da
parte di uno spirito finito, sia puro (angelo) sia incarnato
(uomo), di compromettere e ostacolare perciò il piano e il
volere di Dio. Un problema che, dal punto di vista
intellettualistico, o non esiste o non ammette soluzioni10.
Questo problema esiste per ogni uomo; non è un problema
speciale di Gemma, ed è squisitamente esistenziale. Ci
s'intenda bene: anche il problema del male in generale e
dell'intervento del diavolo nella storia sacra (biblica) è di

9
Mt. 4,1 ss.
10
Non esiste tale problema nel razionalismo di tipo umanistico che
risolve i diversi nell'identico; non ammette soluzione neppure nel
razionalismo volontaristico di tipo individualistico che fonda la realtà nella
possibilità ch'è la libertà vista nella sua apertura infinita. Né Schleiermacher
nelle Reden über Religion o nel Der christliche Glaube, né Hegel nelle
Vorlesungen über die Philosophie der Religion conoscono il demoniaco
personale teologico. Per Hegel infatti la distinzione di bene e di male si
pone soltanto al livello della «Coscienza immediata» (unmittelbares
Bewusstsein, Dasein), non ancora riconciliata con se stessa nel «Concetto»
(Phänomenologie des Geistes, ed. Jo. Hoffmeister, Leipzig 1937, spec. p.
537 ss.).
natura esistenziale: ma è di primo grado, se così si può dire,
poiché – come già si è osservato – l'iniziativa (contro Dio) è
presa (solo) dal diavolo. Resta sempre il problema – insolubile
per via teoretica, malgrado tutte le teodicee – perché Dio
potendo impedire, non abbia impedito ed anzi l'abbia permesso.
E la stessa morte di Cristo in Croce sembra una vittoria, sia
pure temporanea e apparente (ma, a quale prezzo per Cristo!)
del «Principe di questo mondo».
Il problema esistenziale di Gemma è di secondo grado
cioè alla intensità della seconda potenza e si presenta arduo e
complesso:
a) Qui è Gesù stesso, come si è visto, che la minaccia di
ricorrere, ed effettivamente ricorre, ai «servizi abominevoli»
del diavolo per torturare l'umile vergine come castigo delle
sue presunte mancanze.
b) Queste torture diaboliche, pur risparmiando la perla della
purezza della Santa, la mettevano però in uno stato di
violenza attiva contro cose e persone sacre, come si è visto.
Anche in questo, nella contesa a tu per tu col diavolo,
Gemma è stata testimone del soprannaturale ed ammessa per
divina disposizione alla esperienza diretta dell'orrido teologico
nelle sue forme più insidiose e ripugnanti, che chiarivano
all'anima turbata, ma non sgomenta, la differenza abissale fra il
bene e il male, fra la grazia e il peccato, fra il cielo e
l'inferno…, fra la santità e la malizia, fra la luce e le tenebre
con una profondità e drammaticità di vita vissuta ben superiore
a quella fantastica di Dante, Milton, Byron… Siamo quindi agli
antipodi del «sacro» teorizzato come numinoso dal teologo
liberale Rudolf Otto all'inizio del nostro secolo sulla scorta di
Lutero e delle religioni panteistiche orientali e dispiegato nella
nebulosità amorfa del mysterium tremendum, terrificante,
superpotente, energico, fascinoso, portentoso… ch'è indicato,
nella scia di Kant («Critica del giudizio») come astratta
categoria a priori accanto al «sublime»11. Nel caso di Gemma,
com'essa si trova in un contatto diretto con Gesù, la Madonna,
gli Angeli e i Santi così la presenza tenebrosa del male e dello
spirito perverso, il «sacro» dell'orrido diabolico riveste forme
reali, di persone (omaccioni…) e di bestie reali (scimmie, gatti,
cani…) che la tormentano in tempi reali (specialmente la notte
e fin sul letto di morte) con situazioni reali (percosse,
bestemmie, insinuazioni false, parvenze ingannatrici, perfino –
come si è detto – assumendo la figura di Mons. Volpi nel
confessionale di S. Michele ch'è ancora conservato a Lucca). Il
diavolo, nella figura di omaccione, l'accompagna borbottando
per la strada, per spaventarla, ed essa riesce a liberarsi
rifugiandosi presso le Suorine Barbantine. Gesù e il cielo, il
diavolo e l'inferno sono per Gemma egualmente familiari ma
lasciano l'animo del lettore sospeso e sorpreso.
Ora ci si può domandare – con tutto il rispetto per la
teologia, anzi invocando il soccorso dei suoi lumi – se il
momento a) cioè il fatto che Cristo prenda direttamente il
diavolo come «collaboratore» nell'opera della purificazione
dell'anima di Gemma non contrasti apertamente in generale con
la santità di Dio ed in particolare, sul piano esistenziale, con
l'Amore Misericordioso di Cristo nostro Salvatore: che ci può
essere in comune fra Cristo e Belial?
Ed in secondo luogo – quanto al momento b) che sotto
l'aspetto esistenziale è forse ancor più conturbante, anche se
non ci sono state riferite le espressioni che Gemma
pronunciava in quelli accessi di violenza («mi venivano

11
Cfr. R. Otto, Das Heilige. Ober das Irrationale in der Idee des
Göttlichen und sein Verhältnis zum Rationalen, 26 bis 28 Auflage,
München 1947, specialmente cc. 4-9 e 16-19, p. 12 ss. e 132 ss., tr. it. di E.
Buonaiuti, II ed., Milano 1966, p. 17 ss. e 163 ss. Il «terrore demoniaco» è
ridotto ad un fenomeno di «autosuggestione, una specie di incubo di
psicologia collettiva», ad un «momento dello stato grezzo» (das Rohe): c.
18, p. 153 ss., tr. it. p. 130 ss.
dette»); come si può spiegare che Dio e Gesù Cristo mettano
direttamente Gemma nelle condizioni di pronunciare siffatte
espressioni concitate e irriverenti, di esprimersi in atti violenti
di repulsione contro cose e persone sacre? Queste domande si
possono anche variare e sviluppare al fine di mettere meglio a
fuoco il problema, e possono riguardare sia il diavolo, sia
Gemma, sia Cristo e Dio stesso12.
1. - Non c'è motivo – la nostra ragione cioè non vede –
perché Cristo, nell'opera della santificazione di un'anima,
debba ricorrere all'opera del diavolo, che non può essere che
perversa, cioè realmente cattiva, almeno estrinsecamente e nel
caso di Gemma, come si è visto, ciò è evidente. Anche Gesù, è
vero, è stato tentato (Matt. 4, 1 ss.): ma solo di cupidigia,
orgoglio, ambizione, mai l'ha spinto contro Dio perché lui
stesso era Dio! Può qui, nel caso di Gemma, affermarsi che il
fine giustifica i mezzi? Poiché gli atti (parole, atteggiamenti
violenti…) che il demonio faceva prendere a Gemma –
certamente contro la volontà di Gemma che avvertiva la
violenza del fenomeno – erano intrinsecamente riprovevoli.
Riprovevole era senza dubbio il contegno del diavolo con
Gemma, quando si metteva a bestemmiare13 ed a prendere
atteggiamenti laidi e sconci fino a tentare di violentarla come si
è detto. È vero, nei momenti più brutti Cristo spesso
interveniva a liberarla. Ma che paura! dice spesso Gemma. E
poi la natura perversa del fenomeno diabolico, anche a questo
modo, non cambia.
2. - Il diavolo, nel sentirsi chiamato a quest'impresa di
poter tormentare fisicamente e mentalmente un angelo in carne,
12
Il diavolo è, secondo la fede cristiana, l'altro protagonista della
storia sacra nella contesa per il possesso delle anime e la sua azione, nella
vita degli individui e nella storia dei popoli, costituisce il mysterium
iniquitatis (II Thess. 2,7).
13
Per le bestemmie, ricordiamo ancora la lett. 22ª al Volpi (p. 342)
e il Diario: «… il diavolo s'avvoltolava per terra, bestemmiava» (p. 184).
non può sentirsi che lusingato e provar piacere nell'esercitare la
sua opera di perversione. Si pensi al diavolo che può apparire a
Gemma (con rappresentazione esterna ed interna) in figura di
Cristo stesso, del Crocifisso tutto piagato… o in figura
dell'Angelo custode14, di Confratel Gabriele o del
Confessore…: che pacchia per l'angelo ribelle! Giobbe aveva
altercato direttamente con i tre amici, non a tu per tu col
diavolo. Grazie alla sua ingenuità e innocenza alle volte, è
vero, Gemma si è perfino divertita alle buffonate del maligno,
punzecchiandolo con la sua fresca vena toscana – e ne ebbe la
proibizione poi dai suoi direttori. Ma la realtà di
«affermazione» dell'opera del diavolo, nell'ambito stesso della
salvezza, resta. Ed è sconvolgente, anche per noi.
3. - Lo scontento e la pena di Gemma di fronte a siffatte
vessazioni del demonio si mostravano, come si è visto, ai
confini della disperazione.
E vero che Gesù le aveva predetto, nel panorama delle
tribolazioni per la sua purificazione, l'opera dei demoni ma non
al punto che avrebbero preso le sue sembianze. Stando sul
piano esistenziale: data la tenerezza e lo slancio devoto
dell'anima di Gemma, non c'era pericolo che l'ingenua fanciulla
cadesse nel tranello?15. Cosa doveva ovvero cosa poteva

14
La vuol dissuadere dall'andare a confessarsi: «… 'E perché? che
ci vai a fare tanto spesso? non sai che è un imbroglione il tuo Confessore?'.
E mi rinvenni di cosa si trattava; allora colpi da farmi scuotere. Il mio
Angelo non mi parla mai in simile guisa» (Diario, sabato 25 agosto 1900, p.
209).
15
Qualche volta ci cadde, anche se in parte soltanto. È merito
soprattutto di P. Germano di averla guidata con mano sicura in quei
frangenti per smascherare il maligno il quale lo prende di mira come attesta
la stessa Gemma nella citata lett. 106ª: «E il demonio sapesse quante
tentazioni mi dà sul conto Suo. Ora mi fa credere che Lei sia un matto, un
indovino, ecc. ecc.; altre volte mi fa risuonare all'orecchio queste parole: ' O
sì, fidati di Lui, di quel pezzo di ciarlatano; o che si ha fatto mai credere!…'
Ora me lo presenta come finto, ecc. ecc.» (p. 232).
pensare Gemma di un Gesù che provava e «amministrava» i
sentimenti più teneri del suo cuore verginale verso la sua
Passione, e poi incaricava il diavolo a rappresentare – chiedo
scusa del termine irriverente, ma è la realtà – quelle
pagliacciate sacrileghe? Comunque, una grande prova della
fede di Gemma.
Le stesse osservazioni possono riprendersi sotto altro
aspetto:
1. - Che pensare del fatto che Cristo stesso abbia
permesso, anzi inviato lo spirito impuro a profanare il
sacramento stesso della penitenza, assumendo il diavolo la
figura del Volpi, mettendosi al suo posto nel confessionale di
S. Michele per ascoltare la confessione di Gemma e
ammannirle poi i suoi consigli gaglioffi? È probabile che
fenomeni diabolici simili siano successi, cioè permessi, ad altre
anime sante, ma per Gemma non è Gesù stesso – e chiediamo
ancora scusa ai lettori e perdono a Dio dell'espressione – che
sembra farsi complice del «gioco sacrilego» di profanazione di
un sacramento da parte del nemico di Dio e delle anime?
L'unica risposta che taglierebbe la difficoltà alla radice, sarebbe
l'attribuire tali «fenomeni» alla fantasia esaltata di Gemma,
cioè negarli alla radice che sarebbe un negare la realtà dei fatti.
2. - Non si tratta pertanto di «gonfiare» dei fantasmi: i
fenomeni delle vessazioni diaboliche di Gemma hanno avuto
testimoni degni di fede che hanno deposto con giuramento nei
processi. Che pensare allora del fatto che il diavolo stesso
diventò pressappoco il «protagonista» della storia di Gemma?
dev'essersi compiaciuto assai il maligno, soprattutto quando –
come risulta dalle testimonianze – più Gemma si avvicinava
alla fine e più Gesù e gli aiuti del cielo si ritiravano e più il
diavolo sembrava avesse la via libera. Sembra che anche il
fallimento della agognata entrata in convento che aveva avuto
(come diremo) tutte le garanzie del cielo, sia stata una vittoria
di Satana16. Ed è il diavolo ancora che le guasta i rapporti con
Giulia, la sorella angelica e diletta17. E sembra che anche tutto
il guaio combinato da Mons. Volpi col dottor Pfanner per la
verifica delle Stimmate, sia stata una macchinazione del
maligno, a giudicare da quanto la Santa invoca nell'Estasi 39ª
(giugno 1900) «O Gesù, io da te oggi voglio una grazia, voglio
che tu mi liberi da quel cattivo, senza che Monsignore faccia
tutto quel che vuole fare. Non mica per non soffrire…». E la
poverina supplica Gesù come «prova d'amore» che lo mandi…
all'inferno: «Ma mi ami proprio, Gesù? Ma, se mi ami, liberami
da quel birbante, prima che Monsignore faccia quel che vuol
fare; ma via, Gesù, assicurami di nuovo: Benedetto Gesù!
Benedetta Maria!… Io soffro sempre, ma più poi quando quel
birbante si avvicina. Via, mandalo all'inferno…» (p. 60 s.). Che
pensare ancora di questi contrasti, anzi di queste contraddizioni
esistenziali che sembrano volute da Gesù a bell'apposta?.
3. - Gesù, fin dai primi giorni del 1903, sembra
abbandonarla del tutto: cessano tutti i fenomeni straordinari, le
dolcezze, le illuminazioni…., salvo sembra qualche sprazzo,
ogni tanto. La situazione certamente era prevista da quando
Gesù le aveva annunziato le tre fasi della sua purificazione:
dolore amoroso, amore doloroso e notte scura scura… Ma non
le era stato predetto che proprio il diavolo, proprio in quella

16
«Possibile che Gesù non voglia mantenere le sue parole? Ma
dunque non mi vorrà Passionista? Sarò forse stata ingannata dal nemico? E
se ciò fosse?» (Lett. 3ª a P. Germano, p. 13).
17
Vedi specialmente le lettere dei primi di luglio 1901, lett. 70ª,
71ª… (p. 185 ss.). La buona sorella aveva ancor poco più di un mese di vita,
poiché mori il 19 luglio (Lett. 116ª, p. 279). Nella lett. 121ª del 27 ottobre
del 1902 Gemma attribuisce a Giulia la grazia «di ravvedermi, di
convertirmi e di prepararmi a morire. Che bella grazia! Io l'attribuisco a
Giulia, che è andata in Paradiso sono ora 8 giorni» (p. 286). Era Giulia che
difendeva in casa la sorella maggiore dalle sfuriate, come sappiamo dalla
scena della zia arrabbiata: «stasera non ce l'hai la tua sorella a difenderti,
che è Giulia» ch'essa racconta a Mons. Volpi (Lett. 16ª, p. 332).
notte della sua giovane vita, avrebbe avuto via ancor più libera!
Le ultime lettere a P. Germano hanno a questo riguardo
espressioni strazianti: «Il demonio mi fa guerra accanita e
chissà che non mi abbia tutta nelle sue mani» (Lett. 120ª, p.
285). Si sente svagata: «Ecco le mie occupazioni. Strani
pensieri, tentazioni… e mai penso a cacciarli dal cuore e dalla
memoria… O babbo! (Lett. 123ª, p. 290). È angosciata dalla
salvezza: «Dio mio, dimmelo: mi salverò o mi dannerò?» (Lett.
124ª, p. 291). È quasi disperata18, senza bussola ormai e
rileggiamo ancora il testo più impressionante: «Ma non mi
raccapezzo; in me vi è del mistero, è tutto opera di un diavolo,
che mi ha trascinato all'inferno, e ci sono, sa, poco ci manca: le
forze mi diminuiscono e sarò preda del diavolo. La
disperazione vorrebbe prendermi: ma, o Mamma… Mater
orphanorum» (Lett. 125ª, p. 294).
Tutto ormai è fallito e la povera inferma s'avvierà sola
incontro alla morte fra il ghigno del diavolo che continuava,
quello sì, a starle accanto e a tormentarla. È vero che
nell'ultima lettera al caro babbo lontano, al quale già abbiamo
fatto ricorso, la santa sembra abbia raggiunto la serenità di
fondo, anche rispetto al diavolo: «Madre mia, ho tante
promesse da ricordare a Gesù; ma Gesù è nascosto, poco o
nulla mi ama, mi vuole poco bene; del resto Lei lontana no, no,
no. Il Nunc dimittis lo dirò io, ai miei ultimi istanti» (Lett. 131ª,
p. 306 s.)19. Sono espressioni di una tensione estrema di
un'anima che cammina al buio fitto, della notte oscura per
l'ultima purificazione nel totale isolamento prima che cali il
velo della morte.

18
L'aggettivo è di Gemma, come già abbiamo letto.
19
Espressioni simili, tenere e sofferenti, si leggono nella lett. 8ª
alla Serafina di Roma: «Che buio, sorella mia, ma un buio che non so come
dire» (p. 452).
CAPITOLO TERZO

L'OSCURA EVIDENZA DEL SOPRANNATURALE

1. Gemma sente, ma… non capisce

Mistica fra le più profonde dei nostri tempi, S. Gemma


Galgani sfida o piuttosto scoraggia ogni dottrinarismo e
qualsiasi riduzione a qualche sistema di teologia mistica. La
sua esperienza è del tutto singolare e, per esprimerci in termini
un po' formali, non è propriamente né immediata né mediata,
né diretta né indiretta: forse, se non fosse irrispettoso (ma
Gemma, certamente, non se ne avrebbe a male) l'esperienza
ch'essa descrive è «per direttissima!». Descrive quel che vive,
quel che esperimenta di volta in volta nelle celesti
comunicazioni e dice come lo vive e lo esperimenta. Ma così,
alla svelta, senza pensarci sopra, senza indugi o rifiniture: lei
stessa afferma che non rileggeva lo scritto e gli originali
presentano rare correzioni, probabilmente immediate anch'esse.
Più frequenti invece le brevi aggiunte, a lettera chiusa, per
rinnovare le sollecitazioni, per implorare, per supplicare con
espressioni più ardenti e accorate, per raccomandare ancora
un'anima, per precisare qualche punto o dubbio o desiderio o
pena… in cui l'anima sua era immersa.
I caratteri che sembrano più evidenti del suo contatto
col mondo soprannaturale sono sorprendenti e vorremmo quasi
dire disorientanti: Gemma sente, ma non capisce. Il problema è
quanto mai affascinante e l'unica via, ma è uno stretto sentiero
per inoltrarci un po' nel suo labyrinthus animae, è ascoltarla e
seguirla in qualche punto saliente della sua breve e
fiammeggiante vita.
A. - Autobiografia. Ancora piccina, la santa mamma
Aurelia prendendola in braccio, l'informa della malattia che
presto l'avrebbe portata al sepolcro, e Gemma osserva: «Io
capivo ben poco e piangevo, perché vedevo piangere la
mamma». – «E dove si andrebbe?» – gli1 chiedevo. – «In
Paradiso, con Gesù, con gli Angeli…» (p. 223). Questa
impressione del Paradiso, avuta fra le braccia della mamma
malata, non si cancellerà più dalla sua anima. Anche,
dovendosi preparare alla Cresima, pensarono d'istruirla «… un
po', perché non sapevo nulla» (ibid.): forse non frequentava
ancora l'istituto delle Zitine o Oblate dello Spirito Santo e qui
non dice da chi fu istruita, come invece dirà ampiamente per la
Prima Comunione. Ma anche in quest'occasione confessa di
essere «… tra le molte la più negligente e la più distratta: …
ascoltavo le prediche, ma ben presto le dimenticavo» (p. 227).
Ormai sui diciannove anni (Gemma scrive 15!) chiede
al Confessore il permesso di fare il voto di verginità «… ma
non sapevo cosa fosse» (p. 238). Anche quando S. Gabriele le
appare in sogno e la chiama: «Sorella mia!», la Santa annota:
«Non capivo nulla di tutto questo» (p. 246). Quando le appare
lo stesso Gesù tutto «grondante sangue» e poi chiede al
Confessore come fare ad amarlo, la risposta non la convince:
«Non mi persuase questa risposta: non ne capii affatto niente»
(p. 255). Ospite delle Salesiane per la festa della professione di
4 novizie, aspetta di essere chiamata in refettorio per il pranzo,
ma viene dimenticata: subito è consolata dall'Angelo… e lei:
«Non capii nessuna di quelle parole, ma sentii che consolarono
il mio cuore» (p. 259). Questo «sentire» è proprio di Gemma e
fa da controparte al suo «non capire». Anche quando la Santa
ha già avuto il segno delle Stimmate «… che più tardi conobbi
essere vere, ma per quel momento non capii» (p. 264).

1
Così scrive Gemma.
B. - Anche nel Diario, nel testo della rivelazione circa il
terribile cammino di sofferenze e d'incomprensioni che
l'attendeva e che Gesù l'avrebbe trattata «… nella stessa
maniera che trattò Lui il Padre Celeste», Gemma, umile e tutta
frastornata, commenta: «Io mi sono messa a piangere, a
pensare tutte queste cose, che non ci capisco nulla» (p. 285),
ma le viene subito in aiuto l'Angelo Custode. E, rispondendo ad
alcune domande di P. Germano, ad una, riguardante i colloqui
con Gesù, confessa la sua incapacità di penetrare i misteri di
Dio: «Facendo poi alcun poco di riflessione capii (che) è
impossibile capire la lode che ha Iddio per se stesso, ché
nessuno la può capire. La mia mente ha principio, ha fine, ma
la lode che Dio ha, non avrà mai fine» (p. 251).
E qui Gemma è anche buona teologa e fa eco al
«comprendere di non comprendere» di Kierkegaard, circa
l'oggetto della fede di origine agostiniana e anche pascaliana2.
C. - Lettere. La Santa ha qui espressioni ancora più
sconcertanti, trattandosi dei rapporti diretti con le guide della
sua anima.
a) P. Germano. Informandolo del permesso avuto dal
Confessore di corrispondere con lui circa le cose sue «… anche
le cose interne, ma non capisco quali siano. Forse sono queste:
come mi sento verso il mio caro Gesù» (p. 30).
Ma verso la fine di questa lett. 10ª ritorna: «Vorrei dirle
tante cose dell'interno, ma non so quel che sono» e chiede che

2
«Una definizione della fede, cioè il concetto cristiano della fede.
Cos'è credere? È volere (ciò che si deve e perché si deve) in obbedienza
riverente e assoluta difendersi contro i pensieri vani di voler comprendere e
contro le vane immaginazioni di poter comprendere». (Diario X1 A 368; III
ed. Brescia 1981, t. V, nr. 2285, p. 235). E «l'obbedienza della fede» di S.
Paolo (Rom. 1,5). La fede dell'anima in grazia può avanzare in caligine fidei
con i doni dell'intelletto e della sapienza che Gemma ebbe certamente in
grado eminente.
il Padre le faccia delle domande (p. 32). Nella lett. 35ª il testo è
più pregnante ed apre uno spiraglio sull'arduo problema. Dopo
la Comunione (il 17 dicembre 1900) alla domanda di Gesù –
«… dopo 18 giorni ha rimesso fuori la sua vocina più fina
ancora» – come prima cosa: «Gemma, devo tirare avanti il
lavoro mio?». Ho risposto di sì, senza sapere che volesse dire.
«Mi conosci sempre?». «O babbo mio, Gesù… Gesù…
rimpiattato mi domanda se ancora lo conosco. E poi quando era
per sparire, sapesse quello che mi ha detto! Diceva così: 'Quale
credi che sia la grazia più grande che ti faccio qui sulla terra?'.
Non sapevo che rispondere. 'Te lo dirò io – ha detto – di tenerti
sul Calvario'. Nel sentir dire Calvario ho cominciato a capire
qualcosa. Evviva!» (p. 102). Era infatti la sua vocazione di
Figlia della Passione. Ma non è ancora entrata nel mondo della
luce. Nella lett. 40ª il contrasto diventa doppio: «… Gesù è
venuto, ha fatto sempre al solito: in quel momento a me mi
cresce il desiderio, e Gesù si nasconde nel mio cuore sì bene,
che è impossibile trovarcelo (sic!). Per due volte mi ha ripetuto
stamattina: 'Amore vuole amore; fuoco vuole fuoco'. Che
significano, babbo mio, queste parole? Quel benedetto Gesù da
me non si fa mai capire» (p. 112 s.).
Ed ancora, agli ultimi di marzo 1901, nella lett. 53ª,
dopo aver espresso la sua gran paura di dannarsi ed è
confortata prima dall'Angelo e poi da Gesú stesso: «Credi forse
che io non sia capace di fare un miracolo, o sopra di te o sopra
Monsignore? Non capii nulla, babbo mio. Preghi Gesù che
glielo spieghi». (p. 143).
b) Anche a Mons. Volpi, nella lett. 50ª riferendo della
sua vocazione al dolore, «prima acuto nello spirito e più tardi
acuto nel corpo», commenta: «Di queste cose non so dire nulla,
perché non le ho capite» (p. 380). E già prima, dopo un'estasi
ch'era seguita ad una terribile tentazione e ad una carica di
percosse del diavolo da farla cascare per terra, osserva: «Io non
capii nulla di tutto questo» (p. 359).
Gemma quindi è stata chiamata a vivere in un mondo
fuori dal mondo ed è immersa in situazioni che «non capisce».
In cosa consista, e la domanda non sembri strana, questo «non
capire» di un'anima che era (quasi) di continuo immersa in Dio,
occupata in visite e manifestazioni celestiali, non è facile
spiegare e prima ancora non è per niente possibile «capire».
Esso costituisce il secretum cordis fra Gesù e Gemma, l'abisso
di grazia della loro intesa, che Gemma «sentiva»: era
quest'avvertenza del «sentire» il modo di essere di siffatte
comunicazioni. Ma anche su questo le nostre parole, come
forse presto vedremo, si dissipano nella medesima nube di luce
della vocazione di Gemma a Figlia del Crocifisso.
Sorprende pertanto in Gemma, fra le molte altre cose, la
quasi totale assenza di riflessione nel senso abituale e cioè di
ritorno della mente sulle cose conosciute e di confronto dei loro
rapporti per far operare la ragione. Gemma per suo conto, è
un'espressione che ricorre di continuo, dice che «non capisce»3
le cose che le si dicono e neppure spesso quando le dicono
Gesù e le visioni: Gemma invece «sente» ed il rapporto con le
visioni è quello di «sentire» quasi come l'animarsi di un organo
preternaturale dell'anima. Anche qui si rinnova la situazione di
tensione, quella da una parte del non capire – che dava spesso
agli astanti, che non la conoscevano nell'intimo, l'impressione
di svagata e stupidella – e dall'altra l'eccezionale capacità di
penetrare i misteri dell'anima e le verità della fede non
«discorrendo» con la ragione elevata dalla fede ma quasi
«correndo» al mistero per un'apprensione immediata del fundus
animae; illuminato dalla grazia.

3
Forse questo «non capire» dei mistici significa che essi non
riescono ad inserire nel corso delle componenti (sensazioni, immagini,
concetti…) della vita ordinaria i contenuti (parole, immagini, concetti… e
soprattutto esperienze) delle celesti comunicazioni.
I. «Non capisce…» A. - L'Autobiografia è quasi il
documento più esplicito e continuo di questa situazione
paradossale.
1) Già nei primi ricordi, quando la mamma gravemente
malata e vicina a morire l'invita a seguirla in Paradiso, Gemma
osserva: «Io capivo ben poco e piangevo, perché vedevo
piangere la mamma…» (p. 223).
2) Ancora un ricordo della mamma per la devozione
alla Passione: «La mamma, quand'ero piccina, mi faceva
vedere il Crocifisso, e mi diceva ch'era morto in croce per gli
uomini; più tardi poi lo sentii ripetere dalle maestre, ma mai
avevo capito nulla…» (p. 226).
3) Anche dopo il rimprovero dell'Angelo per l'atto di
vanità di portare l'orologio d'oro: «Queste parole mi fecero
paura, come paura mi fece quell'Angelo: ma poco dopo
riflettendo a dette parole, senza capir nulla, feci questo
proponimento…» (p. 235). Si badi bene: il passaggio al
proponimento avviene con una riflessione d'amore e non di
comprensione razionale.
4) A 15 (19) anni insiste col confessore per fare il voto
di verginità… «ma non sapevo che cosa fosse» (p. 237). Dopo
aver fatto il voto di verginità, ottenuta la licenza dal confessore,
la sera le appare confratel Gabriele che l'esorta a fare quello di
essere religiosa e poi l'accarezza con un: «Sorella mia!»
sorridendo. E lei: «Non capivo nulla di tutto questo» (p. 246).
5) Per aver saltato il pranzo – una dimenticanza da parte
delle Mantellate dove si trovava – Gesù la castiga col non farsi
sentire per alcuni giorni, ma poi le manda l'Angelo che la
consola: «Felice tu, o figlia che meriti sì giusto castigo!…» E
lei, come già abbiamo letto: «Non capii nessuna di quelle
parole, ma sentii che consolarono il mio cuore» (p. 259).
6) Dopo le Stimmate, Gesù le fa un forte rimprovero
(«sei troppo querula nelle avversità, troppo perplessa nelle
tentazioni e troppo timida nel governo degli affetti») con parole
che più tardi conobbi essere adatte al vero, ma per quel
momento non capii» (p. 264).
7) Dopo la rivelazione di Gesù in un'Ora Santa del
1899, che le presentava il quadro orribile delle sofferenze che
l'aspettavano, Gemma conclude sconsolata: «Io mi sono messa
a piangere, a pensare a tutte queste cose, che non ci capisco
nulla…» (p. 285).
8) Nella risposta già citata alla 5ª domanda di P.
Germano («Che cosa hai detto a Gesù e che ti ha detto lui in
questi tre giorni…» aggiunge: «Facendo alcun poco di
riflessione capii [che] è impossibile capire la lode che ha Iddio
per se stesso, ché nessuno lo può capire. La mia mente ha
principio, ha fine; ma la lode che Dio ha, non avrà fine. E
quando noi lo lodiamo non siamo noi, ma è Lui che si loda in
se stesso. Fa' che ti possa avere, Gesù: allora ti loderò» (p.
291). Profonda lezione di teologia della grazia!
B. - Al Padre Germano con il suo solito stile diretto:
1) «… Devo manifestargli ogni più piccola cosa. Anche
le cose interne, ma non capisco quali siano. Forse sono queste:
come mi sento verso il mio caro Gesù» (Lett. 10ª, p. 30). E
verso la fine: «Vorrei dirle tante cose dell'interno, ma non so
quel che sono. Il Confessore avrebbe piacere che mi facesse
delle domande e allora mi sarebbe forse più facile capire» (p.
32).
2) È un testo capitale per l'esperienza del Deus
absconditus: «Gesù dopo 18 giorni ha rimesso fuori la sua
vocina più fina ancora. Mi ha domandato la prima cosa questa:
'Gemma devo tirare avanti il mio lavoro?' Ho risposto di sì,
senza sapere che volesse dire! (Lett. 35ª, p. 101 s.)
3) Dopo la S. Comunione (20 gennaio 1901) Gesù le
ripete: «Amore vuole amore; fuoco vuole fuoco». E Gemma:
«Che significano, babbo mio, queste parole? Quel benedetto
Gesù da me non si fa mai capire (Lett. 40ª, p. 113).
4) In un momento delicato con Mons. Volpi in un testo
citato poco fa: «E Gesù mi disse al cuore: 'Credi forse che io
non sia capace di fare un miracolo o sopra di te o sopra
Monsignore?' Non capii nulla, babbo mio. Preghi Gesù che
glielo spieghi» (Lett. 53ª, p. 143).
5) Nella mirabile lettera 63ª, Gemma si sente come
bruciare dalle fiamme e legare «senza nessuna catena» a
Gesù… e smania: «Glielo dico chiaro: quel che desidero e
voglio. Non lo so neppure io… Cerco e non trovo, ma poi non
so che cerco […]». E perfino: «Sento di amare, ma chi amo non
lo intendo, non lo capisco… Ma nella mia tanta ignoranza
sento che v'è un bene immenso, un bene grande. È Gesù» (Lett.
63ª, p. 167).
C. - Anche allo scettico Mons. Volpi nel testo in parte
già citato dell'ottobre 1900. Dopo un'esortazione forte di Gesù
sul tema abituale: «O figlia siccome l'amore mi si dimostra col
dolore, tu d'ora in poi lo sentirai acuto nello spirito, e più tardi
acuto nel corpo», Gemma commenta: «Di queste cose non so
dire nulla, perché non le ho capite» (p. 380).
E già prima nel giugno raccontando che in una visione
del Cuore di Gesù il diavolo le appioppò «… tre o quattro colpi
così forti» e che essendosi rivolta a Gesù «… sentii darmi una
bastonata sì forte nella spalla sinistra, che cascai per terra,
senza rompere nulla» – aggiunge: «Io non capii nulla di tutto
questo» (Lett. 34ª, p. 359).
Si ha pertanto l'impressione che Gemma viva
contemporaneamente, all'interno delle stesse divine
manifestazioni, quasi in due mondi: è inondata dalla luce e
spesso anche dalla gioia del «fenomeno soprannaturale», e
insieme si sente immersa nell'oscurità del suo significato e del
rapporto – ed è l'aspetto più importante – ch'essa può e deve
avere con la sua anima. Di qui anche le sue innocenti brame di
stare vicina a P. Germano, come anche i lamenti per il «buio»
dell'anima sua: «Quanto buio, è vero? sopra di me! Ma il babbo
mio stia attento…». Ed alla medesima Serafina di lì a non
molto e con accento desolato e amoroso insieme: «Che buio!
Sorella mia, ma un buio che non so come dire. Gesù non c'è per
me; la Mamma sì, Lei mi vuole sempre bene, quasi ogni
mattina mi guarda, mi bacia, ma quasi sempre piange. Povera
Mamma mia!» (Lett. 8ª, p. 452). È vero che il mondo
soprannaturale la occupa continuamente ma con tocchi interiori
più che con discorsi, mediante «prensioni» (per dir così!) più
che comprensioni4: è l'intelletto amoroso di compassione che
opera prevalentemente in lei, è il suo cuore che «sente» le voci
arcane5.
II. Ma sente… A - Anche qui è l'Autobiografia che
subito ci accompagna.
1) Dopo la S. Cresima (26 maggio 1885), mentre ascoltava la
Messa e stava angustiata per la malattia della mamma, ecco
che «… tutto ad un tratto una voce al cuore mi disse: 'Me la
vuoi dare a me la Mamma?' «Sì – risposi – ma se mi
prendete anche me» – «No, – mi ripeté la stessa voce –
dammela volentieri la mamma tua. Tu per ora devi rimanere
col babbo. Te la condurrò in cielo, sai? Me la dai

4
Sono rare le elevazioni teologiche riflesse di Gemma (Trinità,
Incarnazione, Eucaristia…).
5
I corsivi seguenti per il sentire sono del compilatore. Questo
«sentire» d'immediatezza soprannaturale (se così è permesso dire), va
distinto dal «sentire» nel significato solito che ovviamente si trova anche in
Gemma: p. es. nella postilla alla lett. 2ª al P. Germano che proprio all'inizio
porta il senso speciale, come vedremo: «Ogni volta che mi pare di sentire
quelle parole ecc.» (p. 11).
volentieri?» Fui costretta (!!) a rispondere di sì; finita la
Messa, corsi a casa. Mio Dio! Guardavo la mamma e
piangevo; non potevo trattenermi» (p. 224). È il primo
esplicito incontro di Gemma col mondo soprannaturale e
l'inizio del suo martirio: aveva allora 7 anni.
2) Dopo l'esperienza decisiva del Crocifisso, viene l'esperienza
di Gesù Eucaristico e qui il «sentire» attinge il fondo
dell'anima della bambina che spasimava d'incontrare il suo
Dio: «Furono alla fine appagati i miei sospiri. Intesi allora
per la prima volta la promessa di Gesù: «Chi si ciba di me,
vive della mia vita»6 – Babbo mio, ciò che passò tra me e
Gesù non so esprimerlo. Gesù si fece sentire forte forte alla
misera anima mia. Capii7 in quel momento che le delizie del
Cielo non sono come quelle della terra. Mi sentii presa dal
desiderio di rendere continua quell'unione col mio Dio. Mi
sentivo sempre più staccata dal mondo, e sempre più
disposta al raccoglimento». È il textus princeps del segreto
della vita interiore di Gemma: questo «sentire» copre e
colma l'assenza fenomenologica della conoscenza
immediata trasferendo l'anima nel mondo vivente della
grazia. Ed il «fenomeno» si ripeteva ad ogni Comunione:
«Due o tre volte la settimana facevo la Comunione: Gesú si
faceva sempre più sentire; più volte mi fece gustare
consolazioni grandissime» (p. 229).
3) Alla prima apparizione di S. Gabriele ed alle successive,
mentre stava leggendo la sua vita con immenso slancio
dell'anima, ecco che comincia a vederselo vicino…: «Qui,
babbo mio, non sò spiegarmi: sentivo la sua presenza. In
ogni atto, in ogni azione cattiva che avessi fatta, mi tornava
alla mente confratel Gabriele» (p. 245).

6
Autobiografia, p. 227.
7
Questo è un «capire», come risulta da tutto il contesto, di
derivazione esperienziale e non concettuale.
4) In occasione della miracolosa guarigione il 23 febbraio 1899
«… pochi momenti prima della mezzanotte, sento dimenare
una corona, e sento una mano posarmi sopra la fronte» (p.
247). Era S. Gabriele venuto a guarirla per l'intercessione di
S. M. Margherita Alacoque (3 marzo 1899).
5) Ora, specialmente dopo la guarigione miracolosa, le è spesso
vicino l'Angelo Custode ed il Venerdì Santo (31 marzo
1899) l'ammonisce di essere più forte e che non piangesse
quando «aveva da fare qualche sacrificio a Gesú, ma
ringraziassi quelli che mi davano occasione di farmeli fare».
E qui la Santa ancora: «Fu questa la prima volta e anche il
primo venerdì che Gesú si fece sentire all'anima mia così
forte». Segue la comunione miracolosa: «… e benché non
ricevessi, perché era impossibile8, dalle mani del sacerdote
Gesù vero, pure Gesù venne da sé e si comunicò a me» (p.
254). Tutto il seguito del testo non è meno mirabile, non
meno dell'umiltà della fanciulla che confessa tremante:
«Gesù continuava intanto a farsi sentire ogni giorno di più
all'anima mia e riempirmi di consolazioni» (p. 255).
6) Di qui il passo risoluto sulla via del patire ed è Gesù che le
fa «sentire…»: «Due sentimenti e due pensieri insieme mi
nacquero nel mio cuore, dopo che per la prima volta Gesù si
fece sentire e vedere grondante sangue. Il primo di amarlo, e
di amarlo fino al sacrificio. […] L'altra cosa che mi nacque
in cuore dopo aver veduto Gesù, fu un gran desiderio di
patire qualcosa per Lui, vedendo che aveva patito tanto per
me» (p. 255).
7) Di fronte all'apparizione del Crocifisso «… mi sentii tutta
internamente raccogliere…» (p. 256). Per castigo di aver
saltato il pranzo, per timidezza (Gemma dice: «per la
8
Era infatti Venerdì Santo e fino alla nuova riforma liturgica
poteva comunicare (sotto le specie del pane) solo il Celebrante nella
cosiddetta «Messa dei Presantificati».
superbia!») di avvisare le suore… Gesù mi dette un castigo,
cioè quello di non farsi sentire per più giorni» (p. 259).
Quindi il «sentire» Gesù era in Gemma un fenomeno
quotidiano.
8) Il sentire sfolgora col pentimento dei peccati nella
preparazione immediata all'impressione delle Stimmate:
«Eravamo alla sera: tutt'a un tratto, più presto del solito, mi
sento un interno dolore dei miei peccati; ma lo provai così
forte che non l'ho più sentito; quel dolore mi ridusse quasi
direi lì lì per morire. Dopo questo mi sento raccogliere tutte
le potenze dell'anima…: erano pensieri di dolore, di amore,
di timore, di speranza e di conforto» (p. 261) cioè ancora
sentire!
9) Dopo la guarigione miracolosa, sente desiderio del Paradiso
e avversione per il mondo: «Oh, come si sta male nel
mondo, cioè al secolo! Dal momento che mi alzai da letto,
sento un'avversione per tutto che io non so dirlo; ho tanta
paura, non mi so spiegare…» (p. 278). Questo stato d'animo
si ripeteva soprattutto quando voleva slanciarsi verso Gesù
«… con un gran desiderio di amarlo, di lodarlo. Ma la mia
miseria allora si faceva 'sentire' e… come potrò, mio Dio,
lodarti? E comprende ch'è impossibile capire la lode che
Iddio ha, non avrà mai fine» (p. 291).
10) Anche nel Diario l'espressione ritorna nei contesti soliti: 17
agosto 1900: «Gesù, appena è arrivato sulla mia lingua
(cagione tante volte di tanti peccati), mi si è fatto sentire.
Non ero più in me, ma dentro di me Gesù…» (p. 199). E già
il 19 luglio nella prima relazione, mentre a letto pensava alla
Crocifissione di Gesù: «Sul primo non sentivo nulla. Dopo
qualche momento mi sentii un po' di raccoglimento: Gesù
era vicino… e mi trovai con Gesù, che soffriva pene
terribili… Mi sentii allora tutta in un gran desiderio di
patire e chiesi a Gesù di farmi questa grazia» (p. 165).
Anche sabato 28 luglio, dopo la S. Comunione «… dopo
quasi un mese Gesù si fece sentire» (p. 178). Due giorni
dopo il 30 luglio, per essersi gingillata nel dubbio se fare o
non la Comunione: «… poi ha vinto Gesù, e l'ho fatta, ma
come? Che freddezza! Gesù non l'ho sentito per niente» (p.
181). Cos'era mai allora questo «sentire»? Certamente un
tactus intrinsecus all'anima di Gemma per realizzare la
presenza e azione di Cristo in lei.
B - Ovviamente l'espressione abbonda anche nella
corrispondenza con P. Germano.
1) Già nella lett. 2ª dell'11 febbraio 1900 Gemma postilla:
«Stamani dopo la SS. Comunione, Gesù mi è parso che si è
fatto sentire, Padre, che momenti! Ma per qualche tempo
tutto è finito» (p. 11). Nella lett. 31ª (25 novembre 1900),
dopo aver raccontato le esperienze dolorose quasi continue
che non lasciavano riposare neppure la notte, finisce:
«Stanotte è stata una notte un po' brutta: non ho mai sentito
Gesù, e ho sempre patito: stamani presto credevo…» (p. 91).
E invece venerdì Santo, 5 aprile 1901: «… la Comunione
non si poteva fare, pure Gesù a una certa ora della mattina
mi si è fatto sentire…» (p. 145)9.
2) Nella lett. 57ª del 22 aprile 1901, mentre Gesù la muove a
compunzione: «Ed ora, babbo mio, sentisse il mio cuore.
Anche che abbia fatto piangere Gesù, pure Esso mi vuole

9
In questo contesto si può ricordare «l'esperienza del Sangue» [di
Cristo] descritta nella lett. 42ª del 3 febbraio 1901 a P. Germano: «Ieri sera
il giorno della purificazione; la mattina me lo dette Lei tanto Sangue a bere?
Dopo la Comunione mi sentii tutta la bocca piena di sangue. Com'era
buono! Come mi faceva bene!» – e la Santa afferma di averne fatta
l'esperienza per una settimana da venerdì a venerdì dell'ottobre passato (p.
119 s. - Vedi al riguardo la nota 2 degli Editori). Un'esperienza simile è
raccontata nella lett. 41ª al Volpi (p. 369 s.) che gli Editori datano
nell'agosto-settembre 1900, ma forse va riportata all'ottobre secondo la
precedente indicazione della Santa.
sempre bene, e mi si fa sempre sentire. Anche troppo
forte… sentisse la forza che debbo farmi, quando sono con
persone e parlano di Gesù… del Cielo…» (p. 152). Nella
lett. 60ª del 10 maggio 1901, in un impeto di fervore provato
in Chiesa davanti a Gesù Sacramentato esposto, chiede
ingenuamente al buon babbo: «Sentì nulla? (corsivo di
Gemma). Gesù, il potente Re dei cuori, sembra che
ammollisca anche il mio duro cuore» (p. 159).
3) Nella lett. 64ª del 12 giugno (una di quelle prese e portate
dall'Angelo), mentre lo ringrazia della preghiera che gli ha
lasciato, aggiunge: «Ed oh! babbo mio, quante volte in
questo tempo, proprio con tutto il mio povero cuore (non
sono parole mie però, sono parole di Gesù, che in certi
momenti si faceva sentire all'anima mia)…» (p. 170). Un
contesto simile nella lett. 75ª del 18 agosto: «Padre, Padre,
non posso più reggere… dopo la Comunione; no, non posso
più reggere e pensare che Gesù si fa sentire all'ultima sua
creatura che gli si manifesta con tutti gli splendori del suo
cuore…» (p. 197). Il seguito della lettera lo spiega con
gioiosa ampiezza.
4) Parimenti squillante per la sua trasformazione in Cristo è la
lett. 83ª del 5 ottobre 1901 ove, dopo aver raccomandato al
buon babbo le angustie della «nostra sorella Carlotta»
(Puccinelli?), continua di se stessa: «Me fortunata, ché Gesù
si degna di accogliere una miserabile quale sono io! Sì,
Gesù è in me, io sono tutta sua; aspetto la grazia però di
essere tutta in Lui trasformata… Povero Gesù! Ogni mattina
dopo la Comunione Gesù, il mio buon Gesù, si fa sempre
più sentire; mi chiede se l'amo […]. Se mi esamino poi, mi
sento venire meno, mi sento mancarla». E commenta alla
grande: «E quanto mi consola il mio caro Gesù! Non posso
fare a meno di dire: 'Gesù, ogni volta che mi sono rivolta a
te, è cessato, sempre in me l'inferno affanno. La tua
grandezza, Signore, è senza termine: la tua bontà è senza
difetto'» (p. 213). Ecco l'effetto del sentire!
5) Un contesto di luce straripante, simile al precedente, è quello
della lett. 85ª: «A dì 13 ottobre 1901». Dopo un prologo
sull'offerta alla Madonna della sua fantasia, espone lo stato
della sua anima: «Sono più giorni, che dopo la SS.
Comunione Gesù si fa sentire in modo, che quasi direi di
non reggere, e di morire; e mi parla di certe cose, che mi ci è
voluto la volontà di Gesù per farmele capire» (p. 216).
Segue l'implorazione di Gesù per la riparazione dei peccati.
Il centro è quindi l'Eucarestia e da Lucca scrive a Roma,
tutta infiammata: «Gesù sta ancora esposto sull'altare? Ci
corra…» [e l'informa di alcuni fatti strani, si lamenta di non
aver avuto il permesso per gli Esercizi a Corneto ma si
rassegna e conclude:] «Corra da Gesù, sta ancora esposto,
Lo sento. Gli dica che mi prenda nel suo Paradiso» (p. 245
s.).
6) Commovente per l'umiltà la confessione della lett. 114ª del
20 luglio 1902, certamente fra le più profonde per la
sublimazione di tutti i sentimenti: «Ma Gesù, il caro Gesù,
mi ama anche in questo modo, continuamente si fa sentire
all'anima mia. Ho una cosa sola di buono, caro babbo, ed è
la buona volontà; quella mi pare di sentirla». Poi racconta
come la mattina del 12, circa le 8 3/4 «… sentii tutto a un
tratto un'interno raccoglimento e mi parve di sentire che
Essa, M. Giuseppa, chiamasse me» (p. 271). La Santa non
aveva ancora perduta la speranza di essere accolta al
Monastero delle Passioniste di Tarquinia, accanto alla pia
religiosa.
C - Non diverso, anche se più contenuto, è il linguaggio
col confessore. Qui abbondano, data l'incredulità del Volpi alla
realtà soprannaturale dei fenomeni di Gemma, le cautele delle
espressioni: «Mi è parso, … mi pareva, … mi sembrò» – che si
trovano del resto anche nella corrispondenza con P. Germano.
1) Nella prima lettera del maggio-giugno 1899 racconta che
mentre si trovava in S. Michele, aspettando di confessarsi,
prova una grande contentezza: «Stavo tanto bene che non
credevo di essere nel mondo e neppure in chiesa: ero con
Gesù». E aggiunge: «Stamani non l'ho neanche sentito». A
questo proposito è importante la chiusa, per il suo
atteggiamento di fronte ai «fenomeni» in cui si trova
immersa, specialmente a partire dall'impressione delle
Stimmate (8 giugno 1899) – questa lettera però sembra
antecedente. Si tratta di una dichiarazione formale rispetto
alle sue «cose» che sente tanta ripugnanza a manifestare da
disobbedire, come per l'impressione delle Stimmate, agli
stessi ordini celesti e per le quali non troverà mai pace,
temendo di essere ingannata fin sul letto di morte.
Monsignore è scettico, ma Lei deve obbedire e ha l'ordine di
dire tutto: «È già tempo che gli dico certe cose, e ora la
vergogna mi dovrebbe essere passata; ma invece sento che
ogni volta che devo scrivere e mi devo confessare, mi
cresce; ma non è vergogna, non lo so come potrei dire, quasi
paura» (p. 310). È la paura dell'incontro col Soprannaturale.
2) Bisogna arrivare alla lett. 49ª (ottobre 1900) per ritrovare il
«sentire» nel suo senso forte. La Santa si trova davanti a
Gesù che ha le Piaghe tutte aperte che versano Sangue. Gesù
l'invita a partecipare: «… Vieni, avvicinati, guarda queste
piaghe, toccale…». Ma Gemma, conscia dell'atteggiamento
negativo del Confessore, non osa: «Poi si smise di parlare,
ma nel vedere Gesù in quello stato, stavo tanto male, e mi
pareva di sentirmi qualche cosa nelle mani e nei piedi; ma,
appena me ne avvidi [per obbedire al Confessore], mi alzai,
scappai subito, lasciai lì Gesù, e così obbedii e fui
contenta». E Gesù stesso è rimasto contento, poiché la sera
Gemma torna a vedere e Gesù non c'era più. La mattina
seguente, dopo la Comunione, Gemma dichiara: «… l'ho
sentito: era contento, contento…» (p. 378). Ma cos'è allora
questo «sentire» di Gemma di fronte alle apparizioni di
Gesù e delle altre personalità e fenomeni soprannaturali?
Abbiamo una risposta dalla stessa Gemma (circa il 7
settembre 1900) alla richiesta precisa pòstale da P.
Germano: «Come (Gemma) veda e senta Gesù»10. La
risposta insiste nel «sentire» ed è tra i testi mistici più
penetranti per farci accostare o intravedere qualcosa oltre
l'ultimo velo che ci nasconde il mistero del soprannaturale.
Bisogna perciò leggere il testo integrale, badando con
somma cura ai vari passaggi nella presentazione di quella
misteriosa Voce, come riportiamo più sotto»11.
Il pensiero è integrato dalla risposta alla seconda domanda:
«Che cosa senta nell'essere con Gesù». Lo stile è sempre
piano, ma l'anima sale di grado in grado fino a inabissarsi
nel possesso di Gesù che ogni tanto fa emergere il ricordo e
il dolore dei propri peccati: sempre lo sfondo del peccato!
a) Astrazione completa dei sensi: «Mi sento come fuori di me,
non distinguo dove mi trovi, se sia fuori dei sensi oppure…
in una pace, in una tranquillità, che mai ho provato. Mi
sento come attrarre da una forza; ma non è una forza fatta
con fatica, è una forza dolce»12.

10
La stampa ha: «Come la Santa…» che non può essere
certamente di P. Germano, ma il titoletto apposto dagli Editori. Gemma
risponde che sente la voce di Gesù che la ferisce più di una spada. Dalle
comunicazioni che leggiamo nelle Lettere e nelle Estasi si deve ammettere
che Gesù non si fermava alle «impressioni» ma che usava un discorso
articolato e spesso la stessa Gemma lo trascrive e trasmette ai suoi Direttori.
11
Estasi…, p. 287.
12
L'espressione «forza dolce» richiama – non certo da parte di
Gemma! – la «gentle, kind force» con la quale Hume pretendeva spiegare la
connessione fra le idee o rappresentazioni della coscienza che genera la
«fede» (faith, belief) nella verità (Cfr: D. Hume, Treatise on Human Nature,
b) Pienezza di amore di dolcezza: «Quando poi mi trovo nella
pienezza della dolcezza che sento di possedere Gesù,
dimentico affatto se sia nel mondo: sento che la mente è
piena, non ha che desiderare; il cuore non cerca più nulla,
perché ha con sé un bene immenso, un bene infinito, che a
nessuno può assomigliarsi, un bene senza misura, senza
difetto; ed è Gesù che mi riempie».
c) Completa quiete dell'anima: «Né prima né dopo mi viene poi
fatto volontariamente di cercare e desiderare alcuna cosa,
perché è troppa la dolcezza che Gesù nella sua infinita bontà
e carità mi fa gustare».
d) Alle volte sente forte dolore dei peccati: «Non sempre però è
amor di dolcezza; alle volte sono così compresa da un forte
dolore dei miei peccati, che mi sembra ne abbia a morire»13.
Il «sentire» di Gemma è quindi lo stadio supremo della
unione della sua anima con Dio sulla terra, uno stato
intensivo di abbandono totale per lasciare le creature e
inabissarsi in Gesù che la riempie e possiede totalmente.
Un'ultima osservazione od obiezione. La Chiesa nella
liturgia «commemora» i principali misteri della vita di Cristo:
dall'Annunciazione ai vari momenti del Vangelo dell'infanzia,
della vita pubblica… – perché allora privilegiare la Passione e
la «situazione del dolore» attribuendole una contemporaneità
reale – sia pur mistica – all'offesa di Dio ch'è il peccato
dell'uomo? La risposta sembra quella che col peccato c'è la
«novità» di essere, rispetto al bene e al male da parte della
libertà dell'uomo nel suo esercizio nel tempo e ciò non vale per
gli altri misteri. Bisogna evitare come già osservato, certamente

A, I, 1, sect. IV; ed. Selby-Bigge, Oxford 1928, p. 12 e spec. l'Appendix


dove H. precisa la natura del belief (fede) come feeling (sentimento) che
muove e guida l'immaginazione (p. 623 ss. - Cfr.: C. Fabro, La
fenomenologia della percezione, II ed. Brescia 1961, p. 102 ss.).
13
Estasi…, p. 288.
di pensare che in Cristo, Verbo incarnato ed ora glorificato, la
sua natura umana sia in statu patiendi com'era durante la
Passione e Morte in croce: altrimenti lo stato di chenosi
rimarrebbe anche alla destra del Padre e la glorificazione
allora, anzi la vittoria sul peccato con la risurrezione, sarebbe
vanificata. Ammettiamo pure che Cristo nell'Orto abbia
(pre)visto tutti i peccati di tutti gli uomini e sofferto per
ciascuno di essi… Ma l'essere finito che compete ad ogni atto
libero umano ha la sua verità reale solo nel presente della
decisione e della sua esecuzione, ed è un presente finito, ex
parte hominis; essenzialmente in un certo punto del tempo: ed
è rispetto a questo «punto del tempo» che va «riferito» il dolore
di Cristo per i nostri peccati. A questo ci porta il nuovo
concetto esistenziale di tempo umano in funzione della libertà.
Ritornando a Gemma, che «sente e non capisce», è
ovvio che si tratta di un sentire passivo, soprannaturale, effetto
speciale della vita di grazia, come ben conosce la teologia
mistica. Lo ricorda anche S. Tommaso come effetto del dono
della sapienza citando lo Ps. Dionigi: «Ieroteo è stato istruito
non solo con l'imparare ma anche col patire le cose divine»14. È
il magistero amoroso dell'anima con Dio ch'è offerto a tutte le
anime in grazia che vivono con fervore la vocazione alla
santità. Sono queste le mozioni intime, a guisa «d'istinto
divino», ch'è opera dei «doni» dello Spirito Santo15 nell'anima
in grazia come il fiore della suprema purificazione ed
elevazione dell'anima a Dio sulla terra.

14
S. Th. Iª, q. 1, a. 6 ad 3. Cfr.: Ps. Dionigi, De divinis nominibus,
c. 1, § 9 (P. G. 3, 648 B. Nel commento di S. Tommaso: c. I, lect. 4; Torino
1950, nr. 192, p. 59 e la nota critica 2ª, p. 60 s.).
15
Cfr.: S. Th. Iª-IIae, q. 68, a. 1. L'anima mediante i doni dello
Spirito viene meglio disposta a seguire le mozioni e gli impulsi della grazia
quasi trascinata dall'istinto divino interiore.
2. Il sentire sovrasensibile

Il programma di P. Germano, fin dall'inizio della


direzione spirituale della Galgani, era che «Gemma dev'essere
nascosta a Gemma» (Cfr.: Lett. 12ª, p. 35). Colpito dalla
grandezza dei doni divini della sua anima, il pio e dotto
Passionista non favorì certamente la sete – non diciamo
«curiosità»… – che aveva la santa penitente di avere una chiara
consapevolezza della strada su cui si trovava e del cammino
arduo che stava facendo. Anzi, pur riconoscendo subito – a
differenza di Mons. Volpi – il carattere soprannaturale dei
fenomeni straordinari di Gemma, egli volle da lei la prova che
sapeva e poteva farne a meno e che riusciva perfino a
disprezzarli. E Gemma obbedì, fino a respingere le apparizioni
di Gesù, della Madonna, dell'Angelo… cioè di quel mondo che,
per singolare privilegio, era tantum suo: una prova di distacco,
forse indispensabile, ma che fece soffrire molto e quasi
disorientare la buona e semplice creatura. È difficile dire se la
prova, come anche l'altra che fece P. Germano di interrompere
per un anno intero tra il 1901 al 1902 la corrispondenza diretta
con Gemma fosse l'espediente più adatto per comprendere e
aiutare lo spirito di Gemma e per guidare le forze arcane che la
muovevano. E la fine fu il compimento di questa «linea»: più il
corpo si consumava nell'immolazione dei dolori per
l'espiazione dei peccati, più anche le luci dei fenomeni
straordinari sembravano scomparire. La morte di Gemma
costituisce una delle pagine più sconvolgenti dell'agiografia
cristiana e dà la misura di quel mondo «oscuro e tenebroso»
che ci circonda nell'esilio terreno ed al quale la sua penna
allude, spesso tremante, nella corrispondenza con i suoi
direttori di spirito.
Morì infatti – così certamente permise Dio –
abbandonata da loro e tormentata dal diavolo, l'unico rimasto al
suo posto per straziare le fibre più delicate di quell'anima
celestiale fino a strapparle il lamento: «Ora proprio non ne
posso più» – per chiedere, supplice e umile come sempre, lei
stessa la liberazione con la morte. E rivolgendosi ad
un'immagine della Madonna, che pendeva incontro al letto, e
con grande affetto, disse: «Mamma mia, raccomandate voi a
Gesù l'anima mia». – Poi baciò il Crocifisso, se lo strinse al
cuore, chiuse gli occhi e così rimane come addormentata e
sorridente, senza dare più alcun segno, che dimostrasse il
momento in cui l'anima sua se ne volò al cielo»1.
Così la sua morte compì quella testimonianza del
soprannaturale alla quale Dio aveva destinato, per singolare
predestinazione, la breve sua vita fiammeggiante del sangue e
delle sofferenze della Passione di Cristo.
E stato riconosciuto ch'è impossibile oramai, nell'epoca
della salvezza, trovare Dio senza Gesù Cristo. E Pascal ripete:
«Jésus-Christ, Jésus-Christ. Je m'en suis séparé; je l'ai fui,
renoncé, crucifié»2. Ad un livello assai superiore lo ripetono i
mistici soprattutto l'innocente vergine lucchese. Ed è la sua
ardente immolazione sulla Croce di Cristo per i peccatori che ci
spaventa e insieme c'incoraggia a sperare. Il messaggio di
Gemma è in questo ritorno al «senso» cristiano vissuto del
soprannaturale. Gemma afferra tutto, l'intero mondo della vita
soprannaturale, col «sentire»: il suo sentire è «vivere» le realtà
misteriose dell'anima e della grazia dal loro profondo e questo
suo sentire è come un essere afferrata e trasportata a vivere in
quel mondo3.
a) Il «sentire sovrasensibile».

1
Così Eufemia Giannini nei Processi: nr. XVIII, § 35, p. 821 s.
2
Pensées et Opuscules, ed. L. Brunschvieg, Paris 1917, p. 142.
3
Le citazioni seguenti riportano le risposte di Gemma ad un
questionario sulla sua vita spirituale redatto da P. Germano intorno al 7
settembre 1900 (Cfr.: Estasi, Diario…, p. 287 e nota 1).
Così forse va presa la prima risposta già citata ad alcune
domande di P. Germano («In che modo vede e sente Gesù
senza immagini e parole articolate»): «Vedo Gesù, non cogli
occhi del corpo, ma lo conosco distintamente, perché mi fa
cadere in un dolce abbandono, e in quest'abbandono riconosco
Lui». Il medio conoscitivo è aldilà di ogni abilità creata e di
possibilità operativa che non sia il lasciarsi prendere. Il seguito
spiega meglio e, più che spiegare, insinua e suggerisce il
celestiale dialogo di comunicazione mediante il «sentire» tutto
proprio di Gemma: «la sua voce mi si fa sentire così forte, che
più volte ho detto che mi ferisce più la voce di Gesù, che una
spada a molti tagli, tanto mi penetra fino nell'animo; le sue
parole sono parole di vita eterna».
L'esperienza di Gemma non ha riscontro. Gesù che le si
presenta è la trascendenza di pienezza della divinità, quasi
come i massimi metafisici hanno adombrato la realtà senza
confini del Primo Principio. E Gemma lo vede come il Figlio di
Dio: «Quando vedo Gesù e lo sento (corsivo nostro), non mi
sembra di vedere né bellezza di corpo, né figura, né un suono
dolce, né un canto soave; ma quando vedo e sento Gesù, vedo
(ma non mai cogli occhi) una luce, un bene immenso, una luce
infinita, che da nessuni occhi mortali può essere veduta; una
voce che nessun può udirla: non è voce articolata, ma è più
forte e si fa più sentire (c.n.) al mio spirito, che se udissi parole
pronunziate»4.
Qui sembra non si tratti di una visione secondo nessuna
delle sue forme classiche: né sensibile, né fantastico-
immaginativa.

4
Vedi il commento di B. Matteucci, Pensieri di S. Gemma
Galgani, Lucca 1961, p. 53 ss.
È piuttosto un contatto ineffabile col divino, come
un'appartenenza e immersione nell'oceano infinito della
presenza dell'Amore infinito.
b) La «immersione totale» in Gesù, pienezza di tutte le
perfezioni.
La Santa sa esprimersi in un modo egregio e
affascinante, di molto superiore alle sue conoscenze teologiche
e ciò si riscontra ovviamente anche nelle sue Lettere ed Estasi,
ma qui è più condensato. Anticipiamo parte della risposta alla
3ª domanda (In qual modo faccia la meditazione): «Alle volte
mi sembra di vedere in Gesù una luce divina e un Sole di
chiarezza eterna. Un Dio grande, che non vi è nella terra e in
Cielo cosa che non sia a Lui soggetta. Un Dio nel cui volere sta
tutto il potere». Il momento mistico si incontra con quello
metafisico: «Dove maggiormente mi perdo, [è] nella sostanza
di Gesù. Credo che sia una sostanza, che non vi sia né
maggiore né migliore. Tra i beni lo conosco il Sommo bene: un
bene che da se stesso esiste. Ed essendo Gesù perfetto, in Lui si
trova ogni cosa. Mi perdo ancora nella sua bontà e qui quasi
sempre la mente mi vola al Paradiso […]. L'anima mia ad altro
non pensa che a sciogliersi dalla carne» (p. 285). È
l'immersione totale.
c) L'alternarsi di dolcezza e di dolore.
Dolcezza e dolore, amore e dolore, amor di dolore e
dolore di amore trasfigurano Gemma nell'amore e nel dolore
del Verbo incarnato. Le Lettere e le Estasi, con gli altri scritti
di Gemma, non sono che un continuo, limpido, veemente
rinnovarsi di questa esperienza dove, negli ultimi anni e
specialmente, come si è visto, negli ultimi mesi, il dolore ha
preso il sopravvento e l'abbandono di dolce attrazione ha
ceduto il posto, per l'estrema prova di amore, all'abbandono di
desolazione. E in questo salire con Cristo sulla Croce, in
immolazione ed espiazione al Padre per i peccati del mondo –
che Gemma continuerà a dire «suoi» – sarà l'ultima suprema
testimonianza del soprannaturale vissuto ch'ella ci ha lasciato.
Questo Gemma l'aveva già manifestato nell'estasi 68ª di
giovedì 19 dicembre 1901 quando Gesù le manifesta che: «…
Ciò ch'egli più ama è la Croce». E Gemma pronta: «La croce
dunque sarà la mia consolazione, la mia dolcezza, la gloria
mia». E spiega: «Allora gli feci la narrazione degli effetti che
faceva in me la croce». E qui il realismo dell'estatica mette i
brividi: «Dissi che più volte gemerà il mio senso, si rattristerà
l'amor proprio, fremeranno le mie passioni, si risentirà la
natura; ma il mio spirito fino da quel momento insieme alla
mia volontà, confortata dalla grazia di Gesù, sarà forte»5. Il
seguito dell'estasi supera ancora l'attesa di questo preambolo.
L'altezza delle comunicazioni divine doveva quindi in
qualche modo bilanciare l'abisso della prova. Ecco: «Sempre
irrequieta, sempre in cerca di un bene, di un bene grande, di un
bene che mi acquieti, che mi consoli, che mi dia un po' di
riposo…» (Lett. 92ª, p. 229). E, malgrado tanti spasimi, non sa
come finirà e s'accorge che anche il suo «buon babbo» non
s'impegna ad aiutarla per entrare in convento: «Certo a me il
luogo dove dovrò essere, (Gesù) me lo ha sempre nascosto»
(Lett. 99ª, p. 237).
S'ingannerebbe quindi chi la vedesse nuotare sempre in
visioni e dolcezze paradisiache od anche l'immaginasse
insensibile a tanti dolori fisici e morali: «Io mi son messa a
piangere, a pensare a tutte queste cose» cioè alla valanga di
sofferenze, prove, tentazioni che Gesù le aveva predetto (p.
285)6. L'Angelo si affretta a consolarla e a farle coraggio: «…

5
Estasi…, p. 93. È l'unica estasi scritta dalla mano di Gemma per
richiesta della signora Cecilia.
6
È l'accenno di quanto Gemma ha già sentito da Gesù in un'Ora
Santa negli «Appunti di Diario» (1899) circa le sofferenze orribili che
Ché dopo la tempesta torna la calma; che il gran patire è
necessario all'anima mia; per ora non lo conosco, ma un giorno
verrò a scoprire il gran segreto» (p. 286). E il segreto sarà che
la sua vocazione è quella di assumere in sé, per quanto è
possibile ad una fragile creatura, sotto l'irradiazione della
grazia divina, tutti i dolori della Passione di Cristo.
Gemma sembra uscire fuori da tutti gli schemi della
teologia e della mistica. Così il suo stile immediato e alle volte
quasi infantile, specialmente con P. Germano, sa elevarsi con
prosa solenne alle più profonde considerazioni. Ecco,
nell'ultimo scorcio della sua vita: «Babbo mio, e Gesù?
Dovunque vada, mai mi lascia, mai si scosta da me, perché
certo ho conosciuto che senza di Lui non posso vivere; e alle
volte penso e dico: Ma come, mio Dio, hai dimenticato tutte le
altre cose? non hai da guardare che me? E subito una luce mi si
fa per la mente: che Gesù, nella luce immutabile della sua
divina visione non cresca nel guardare solamente a una, a me
sola, e neppure si diminuisce nel guardare a molte creature»
(Lett. 111ª, p. 260)7. Tale è stato lo spazio teologico di Gemma
nel quale essa è entrata dolcemente fin dalla prima infanzia,
quasi per assimilazione continua di un magistero segreto per
singolare predestinazione.
La sua vita infatti si svolge su vari piani. Il primo è
quello dell'ambiente familiare il quale, dopo la morte della
santa mamma Aurelia, procurò spesso al suo spirito acute spine
e gravi insidie: di qui forse quel suo dolorante senso del

l'attendono perché «Gesù… vuol trattarmi nella stessa maniera che trattò
Lui il suo Padre Celeste» (p. 285).
7
Eppure, benché elevata da Gesù stesso a tanta altezza di
contemplazione, sappiamo che Gemma si serviva anche dei libri comuni di
pietà come l'opuscolo dei Nove Uffizi del Sacro cuore di Gesù ed il celebre
manuale «La Filotea» del canonico milanese Giuseppe Riva del quale
imparò a mente (e poi trascrisse per Sr. Maria Bianchi) le «Giaculatorie per
ogni circostanza» (Cf. Estasi…, p. 306 ss.).
peccato, del guasto della vita come ancora l'ardore insaziabile
di purezza e di espiazione. Poi l'ambiente religioso, veramente
privilegiato, della Lucca del suo tempo: Mons. Volpi, la perla
del clero lucchese ed esperto direttore di anime, delle religiose
dell'Istituto di S. Zita fondato da quell'altra grande maestra di
spirito che fu la B. Elena Guerra, guidarono l'anima di Gemma
fin dai suoi primi anni. Infine il santuario segreto dello spirito
di Gemma, ch'è lo spazio incomunicabile del suo mondo
soprannaturale accoglie fin dai primi anni, soprattutto a partire
dalla morte della mamma, comunicazioni di vita ineffabile che
la stupiscono e la segregano dal mondo e dalla stessa vita
quotidiana. Gli squarci che ci offre l'Autobiografia fanno
intravedere spesso che Gemma, una ragazza di buona
educazione borghese, non ignorò le fiamme del male: protetta e
difesa da una celestiale assistenza, non conobbe indugi nel
realizzare quell'ideale d'immolazione mistica che cresceva in
lei da una fonte misteriosa. Non stupisce allora il (ricordato)
rapporto stretto che S. Pio X vedeva tra la testimonianza del
soprannaturale nella singolare vita di Gemma come contrasto
alla demolizione fatta dal modernismo mediante il principio
moderno d'immanenza.
Nessuna meraviglia allora che, una volta ridotto
l'Assoluto del dogma a semplice fenomeno culturale di
un'epoca, anche i principi morali diventino mutevoli a seconda
delle situazioni dell'«uomo storico» che pone se stesso perciò a
«misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di
quelle che non sono in quanto non sono»8. Ed è strano, anzi
goffo e ridicolo, che tanta smania di novità e originalità non sia
che un ritorno al principio citato del relativismo scettico del V
sec. a. C. Certamente per tutti costoro – e sono legioni anche

8
Diamo il noto testo di Protagora: «L'uomo misura di tutte le cose:
di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non
sono» (80 B1; Diels II, 263, 3-5).
nella Chiesa del Postconcilio – il messaggio di Gemma fa
sorridere, anzi esso urta ed irrita come un'offesa alla «dignità»
cioè al principio moderno dell'autonomia dell'uomo.
Secolarizzazione radicale, quindi ch'è mondanità cioè
«secolarismo» a tutto tondo9.
Quanto a Gemma, sappiamo le ostilità che la pia
fanciulla incontrò anche in una parte notevole del clero di
Lucca e il corso dei Processi apostolici ne fa trapelare indizi
inequivocabili: il demonio, suo nemico implacabile, non
disarmava. Ma bisogna riconoscere che la vita scritta da P.
Germano operò il miracolo di un'aurora di luce su tutta la
Chiesa che si commosse e si confortò nella testimonianza di
dolore e di amore riparatore dell'umile vergine lucchese.
Stando alle testimonianze raccolte da P. Besi, la vita di Gemma
del P. Germano (oltre le versioni nelle lingue europee) fu
tradotta in giapponese dal P. Drouart de Lezey e, pubblicata in
ben 5.000 esemplari, si esaurì in meno di due mesi. Il traduttore
dichiara: «Giammai io avevo veduto un successo simile di libri
nel Giappone! Viva Gemma! Questa Santa10 si è di primo colpo
acquistato l'amore e l'ammirazione di tutti i cristiani
Giapponesi; e quel che mi ha riempito di stupore, quello ancora

9
Heidegger, richiamandosi espressamente a S. Paolo, aveva messo
in rilievo l'opposizione fra il concetto classico di «questo mondo» cioè un
concetto di mondo completamente antropologizzato, con quello annunziato
da Cristo, Figlio di Dio: il contrasto fra la «sapienza del mondo» che si
consuma nel tempo e l'attesa del mondo o epoca futura della salvezza dove
Cristo Salvatore sarà per l'uomo la vita, la verità e la luce. C'è quindi un
mondo creato da Dio e che attesta Dio con la grandezza delle sue meraviglie
e c'è il mondo delle mutevoli concezioni e passioni umane che non conosce
e rifiuta Dio: è il mondo dei «dilectores mundi» di S. Agostino ossia di
coloro che l'abitano «… per mentis affectum» secondo S. Tommaso (Vedi
la citazione in: Heidegger, Vom Wesen des Grundes, III Aufl., Frankfurt a.
M. 1949, p. 23 ss.).
10
A quest'epoca Gemma era solo Serva di Dio o Venerabile,
secondo la nomenclatura canonica del tempo.
di molti pagani, fra i quali vi sono studenti della Università
Imperiale».
Non stupisce allora di leggere nella lettera al P. Drouart
del prof. Eugenio Sugita, docente nell'Università Imperiale, le
seguenti entusiastiche dichiarazioni che ripetono, certamente
all'insaputa, il contesto di S. Pio X: «Che vita meravigliosa
quella di questa Santa! Vittima di amore per Dio la serafica
Vergine di Lucca sembra essere stata posta in questo mondo
per opporre il suo candore e la sua umiltà ai sofismi della
moderna filosofia, invenzione del demonio (corsivo nostro!).
Giammai bene più reale si è fatto fra i nostri cattolici, quanto
con la pubblicazione di questa biografia. Essa ha convertito dei
cuori induriti, ha riaffermato la fede in altri e convertito buon
numero di anime, come vorrà continuare per l'avvenire. Ma la
presenza di Gemma sembra ancor più importante, per il nostro
clima ecumenico del postconcilio, e questo è l'elemento più
inatteso della sua spiritualità come anche della sua missione
ecclesiale: «E quel ch'è più rimarchevole – conferma il
professore giapponese – questa biografia, cotanto mistica11, ha
potuto far riflettere certi dei nostri dotti pagani, che sono ormai
stanchi delle cose troppo terrene. In verità la comparsa su
questa terra di una santa come Gemma non è essa una prova di
più della misericordia di Dio verso la povera umanità?»12.
Questa realtà è di evidenza solare per chi avvicina gli
scritti di Gemma ed era stata ben avvertita dai Testimoni dei

11
Questa missione speciale di «risveglio del soprannaturale» nella
vita di Gemma per sollevare le anime a distaccarsi dalle illusioni della vita
terrena ed anelare ai beni celesti, è stata riconosciuta e mirabilmente
descritta dal suo conterraneo il Card. Ermenegildo Pellegrinetti nelle due
prefazioni all'ultima edizione (1941) delle Lettere, spec. p. XIII ss.;
Estasi…, p. VIII ss.
12
I testi citati sono presi dal P. Besi: Responsio ad
animadversiones R.mi D. Promotoris Fidei super revisione Scriptorum, ed.
cit., p. 21 ss.
Processi, anche da parte dei più umili: ma il suo «segreto»
(quelle «cose occulte» che Gesù le rivelava, così come si legge
anche di P. Pio)13, Gemma l'ha portato con sé. La copiosa
letteratura attorno alla sua disarmante personalità, a cominciare
da quella gemma ch'è la biografia di Gemma di P. Germano,
anch'essa – come qualsiasi scritto agiografico – si muove
nell'orizzonte limitato del suo tempo.
Del resto Gemma stessa si lamenterà, come vedremo
fra poco, che il suo «babbo» non capiva i messaggi che Lei gli
inviava, i segreti che gli rivelava, né rispondeva sempre a tono
ai problemi che gli poneva accusandolo… perfino di «scrivere
a caso»14. In realtà il buon Padre cercava di assolvere nel
miglior modo la missione affidatagli da Dio e non era difetto
suo (non tutto, almeno!) se la sua azione, come quella di Mons.
Volpi, alle volte restava e cadeva più o meno «al di qua» del
segno di Gemma cioè della trascendenza misteriosa del suo
mondo. Le estasi, le rivelazioni, la comunicazione e familiarità
quasi abituale con gli Esseri celesti, da parte di Gemma,
specialmente nell'ultimo periodo della vita dopo l'impressione
delle Stimmate, sono le nuove dimensioni della sua esistenza –

13
«Poi continuò ancora, ma quello che disse, non potrò giammai
rivelarlo a creatura alcuna di questo mondo. Questa apparizione mi cagionò
tale dolore nel corpo, ma più ancora nell'animo, che per tutta la giornata fui
prostrato ed avrei creduto di morirne se il dolcissimo Gesù non mi avesse
già rivelato…» (Epistolario, 1, II ed. 1973, p. 351). L'ed. annota: «I puntini
sono del padre Pio. Non è possibile determinare quale sia stato l'oggetto di
questa rivelazione». Che Iddio gli abbia rivelato l'intensificazione dei
carismi ed in particolare l'impressione delle stimmate, la santità nella
conformità alla sua Passione e, come a Gemma, la futura glorificazione
sugli altari?
14
Gemma, da buona toscana, non ha tanti peli sulla lingua anche
con il suo «buon babbo» (vedi al riguardo la nostra «Prefazione» al saggio
esemplare di C. Naselli, La direzione spirituale di S. Gemma Galgani,
Storia e criteri di discernimento dell'azione di P. Germano di s. Stanislao,
Roma 1978, p. 7 s.).
i suoi «esistenziali». Gemma, e così sembra la condizione di
ogni mistico, vive fuori e oltre il tempo benché la sua vita
scorra nel tempo. L'astrazione dai sensi (l'estasi) è la perdita
della presenza mondana del mondo, è il distacco dalla propria
Umwelt, nel senso della fenomenologia moderna che segna
l'ingresso della coscienza in quel mondo vero unico autentico
per l'anima; è la coscienza messa in atto da Dio stesso, tramite
l'attrazione del Verbo incarnato, di una vita ch'è la
partecipazione diretta – anche se poi l'anima rientra (come si
vede bene anche in Gemma) «in caligine fidei» – e questo per
la prova suprema della fede. Che fu la prova suprema e più
dolorosa di Gemma, sempre trepidante di essere ingannata e di
ingannare.
Questo non contrasta con quanto dice Gemma stessa di
«non capire nulla» e con la sua umile confessione che per lei la
sua vita è tutta «un mistero»15. Significativa, fra le tante, è la
testimonianza della lett. 64ª del 22 maggio 1901, del tutto
esplicita sul nostro problema: «Babbo, babbo mio, quante cose
vorrei dirgli, affinché mi potesse ben capire qualche cosa di
me! [si badi bene!]. Alle volte sono costretta ad esclamare:
«Dove sono, dove mi trovo? Chi è mai vicino a me? Senza
nessun fuoco vicino mi sento bruciare; senza nessuna catena
addosso, a Gesù mi sento stretta e legata; da cento fiamme mi
sento tutta struggere, che mi fanno vivere e mi fanno morire.
Soffro, babbo mio, vivo e muoio continuamente». (p. 166). E il
fenomeno s'intensifica. Infatti nella lett. 117ª della fine di
agosto 1902, ripresa il 3 settembre, Gemma comunica: «Sono
circa 8 giorni che dalla parte del cuore sento un fuoco
misterioso che non so capire. I primi giorni non ci facevo caso,
perché poco o nulla mi dava noia, ma oggi è il terzo giorno che

15
Gemma, sul finire, nella lett. a P. Germano del 26 genn. 1903
(Lett. 128ª) scrive: «Creda, caro babbo, è una gran scena la mia vita e i miei
giorni» (p. 299).
questo fuoco è cresciuto tanto tanto, quasi da non sopportarlo;
avrei bisogno di diaccio per estinguerlo, mi dà molta noia,
m'impedisce di dormire, di mangiare, ecc. ecc. È un fuoco,
babbo mio, misterioso che si comunica al di fuori pure e sulla
pelle vi è un che di bruciato; è un fuoco che mi tormenta sa, mi
diletta, ma mi finisce, mi consuma» (p. 280). Ed in mezzo a
siffatti doni, l'umile creatura è sgomenta: «Preghi per l'anima
mia, in pericolo di perdersi. O Dio, son pronta a tutto, non
permettere» (p. 281). Sembrano situazioni incredibili e lo sono
infatti a lume del nostro naso: ma è appunto questo il singolare
messaggio di Gemma, che ce la rende tanto cara e amabile,
quasi visibile accanto a noi nei tormenti dello spirito che ci
assalgono senza tregua16. Gli scritti di Gemma irradiano
tenerezza e fiducia: il mistero ch'essa contempla e descrive
diventa quasi visibile davanti all'anima di chi legge.
Il vertice di questa Vita, così insolita e straordinaria
quanto l'anima di Gemma era semplice e trasparente, lo
troviamo forse nella lett. 118ª al P. Germano (intorno al 12
settembre 1902). Gemma non sta bene ed il 21 settembre ricade
ammalata per non riaversi più. La lettera si diffonde nella
narrazione dell'estasi del 9 settembre e la santa stessa è
consapevole della sua importanza e richiama espressamente
l'attenzione del Padre: «Senta, babbo mio; prima di porsi a
leggere questa lettera, preghi, preghi tanto e con fervore. Ha
bisogno, prima di leggere, di essere illuminato: ho da
descrivergli una cosa curiosa»17. E poi, dopo aver protestato
ch'essa detesta, rinunzia, non vuole siffatte cose straordinarie,

16
Commuove il leggere che fra le lettere postulatorie indirizzate da
centinaia di alti prelati al S. Padre per l'introduzione della Causa della Santa
figura anche quella degli alunni del Seminario di Roremond in Olanda (Cf.
P. L. Besi, Op. cit., p. 12) ch'è anche attualmente un seminario-modello, per
numero e qualità di vocazioni e per impegno ecclesiastico, di tutta l'Olanda.
17
Ci ritorna sopra alla fine della prima estasi: «Babbo, ci pensi
bene a quello che legge. Gesù, spero, gli farà tutto capire» (p. 283).
ma «come Gesù è stato l'Uomo dei dolori, e io voglio essere la
figlia dei dolori»; passa a descrivere due estasi di cui una della
Madonna che le apparve mentre si trovava a letto ma ancora
non dormiva – quindi si tratta di una visione sensibile, non
immaginaria. Le diverse fasi si susseguono con un incanto
paradisiaco alla presenza della Madonna:
a) (L'apparizione della Madonna) «Mi riposavo nel mio letto,
ancora non dormivo; mi sembrò di vedere una bella donna
appressarsi, e fare atto di baciarmi; gridai e chiamai la zia.
Non so se venne, perché fui subito tratta fuori di me stessa
ed io non fui più del mondo». Gemma «sente» che è la
Madonna, ma obbedisce ai suoi direttori di spirito.
b) (La protesta di Gemma) «Feci subito mille proteste, e la mia
Mamma celeste mi guardava, sorrideva e mi diceva: 'Cara
Figlia, quanto incenso gradito tu mi dai!…' Babbo mio, mi
perdoni… se forse cedetti troppo presto; ma lasciai fare alla
mia Mamma». Si noti il «crescendo» dell'esperienza
singolare: «Mi prese in braccio… ebbi a morire, sì a morire
per la troppa dolcezza… Quante carezze!… mi vuole tanto
bene!… e in mille modi si lamentava, dicendomi che era
venuta a prendere il mazzetto, intende?…».
c) (Il centro dall'apparizione) Gemma tace e ascolta e ciò è
piuttosto singolare nelle estasi: «Mi trovò tanto povera,
tanto povera, e mi animò alle virtù, in particolare all'umiltà e
all'obbedienza. Proferì alcune parole poi, che non ho capite:
«Figlia, raffinati, perfeziònati nello spirito, e presto…»
(corsivo nostro).
d) (L'avvertenza di Gemma) «Qui quel che accade non so…
Quel 'presto' diede un moto sì violento a questo cuore, che la
mia Mamma mi ci posò la sua bella mano; non potevo
parlare, ma internamente gli chiedevo risposta; aprii gli
occhi, con quelli l'interrogai».
e) (Avvertimento e promessa della Madonna) «'Dì al tuo babbo
che, se non pensa a te, io presto ti condurrò in paradiso'. Mi
baciò dicendomi: 'Se no, presto, più presto ancora che esso
non crede, saremo insieme'. Mi lasciò che l'anima mia
nuotava nella gioia. O babbo, dopo siffatte cose, come
apparisce il mondo! non so se abbia provato».
Ed ora Gemma prende la parola per chiedere un po' di
salute, un altro po' di vita come segno se era veramente la
Madre di Dio e la Madonna acconsente: infatti, attesta Gemma,
riebbi il segno di salute lo stesso giorno che da 4 mesi era
scomparso».
Siamo pertanto all'ultimo giro di boa della vita di
Gemma e le potenze celesti affrettano i tempi: se non ci
pensano gli uomini, ci penserà Iddio e Gemma l'avverte e
l'anima si placa nell'accettazione del mistero della sua vita e
conclude serena nelle sue prove: «Io sono contenta; vivo
soffrendo di continuo, ma in pace, in quiete; non glielo chiedo
più di andare in convento, se un convento migliore mi
attende!» (p. 283). Così la tensione ed aspirazione più
tormentante della sua vita si dilegua e l'anima si concentra tutta
nell'attesa della chiamata celeste.
Anche nella seconda estasi, narrata nella seconda parte
della lettera, Gemma tace: questa volta è Gesù che le parla
dopo la Comunione ed è la dichiarazione suprema d'amore con
espressioni fra le più ardite della vita mistica che Gemma
riferisce con la sua consueta semplicità.
a) (Prologo: l'unione coninua con Gesù) «Gesù, babbo mio
continua: o se potesse vedere, gustare e provare i tanti doni
che mi fa Gesù! Solo gli dico, babbo mio, che non passa
minuto che non sento la sua cara presenza; si palesa sempre
amorevole». Ed ecco che le fa un «caro scherzetto»!
b) (La dichiarazione di Gesù: Gemma è la sua prediletta)
«Stamani nella Comunione mi si è fatto sentire quasi con un
caro scherzetto: mi sembrava di averlo proprio accanto, e mi
diceva: Vedi, Gemma, io nel mio cuore ci ho una figlietta
che amo tanto, e che ne sono assai riamato. Questa figlia mi
chiede sempre amore e purità, e io, che sono il vero amore e
la vera purità, tanta gliene ho concessa, quanto creatura
umana possa capirne».
c) (La conferma dello sposalizio mistico) «A questa figlia ho
sempre io stesso custodito la nettezza del suo cuore, come
quello ch'è cuore di sposa eletta da celeste e divino sposo e
custodita in quella purità, come celeste giglio, nel mio puro
amore ecc.». Questo «ecc.», che tronca la divina
dichiarazione, dice tutto l'umile stupore di Gemma che,
invece di esaltarsi, non pensa che alla sua fragilità ed al
male enorme che è il peccato anche quando sembra leggero.
d) (L'umile compunzione di Gemma) «O babbo mio, quanto è
mai buono Gesù! Sempre cadrei, se non mi reggesse;
sempre morirei, se non mi vivificasse. Finalmente poi sì che
ho potuto penetrare la gravezza di quei peccati, che al
mondo sembrano leggeri; ma se vedesse, babbo mio, agli
occhi di Dio! E però prego il Signore a smettere o porre
termine a tante grazie». E conclude, ancora quasi sgomenta,
quasi affogasse, dopo tanto tripudio di Paradiso: «Aiuto,
aiuto, babbo mio! Mi benedica e mi tenga stretta per mano:
la povera Gemma» (p. 284).
Così gli scritti di Gemma, nella loro apparente
semplicità, sono una continua sorpresa ed offrono sempre
nuovi spunti di riflessione spirituale. Vi circola sempre lo
stesso tema: la brama d'inabissarsi in Dio, di bruciare d'amore
per Gesù, di patire per la conversione dei peccatori…, di
struggersi per consolare l'Amore che non è amato. E sono
questi scritti, benché occasionali, che mostrano la «unità» della
vita spirituale e della testimonianza celestiale di Gemma.
Certamente altro è, per i giudizi della Causa canonica di
Gemma, il giudizio della pratica eroica delle virtù e altro il
giudizio sulla realtà dei fenomeni straordinari che essa
presenta, al pari di altri Santi a cominciare da S. Francesco.
Difatti nella discussione e nel Decreto di approvazione
dell'esercizio delle virtù in grado eroico, emanato da Pio XI,
non si parla di tali fenomeni. Ma prima di emanare il Decreto,
il Papa – che non si era accontentato della discussione presso la
S. C. dei Riti – incaricò personalmente il P. Marco Sales, O. P.,
Maestro dei Sacri Palazzi, ed il benedettino P. Idelfonso
Schuster, abate di S. Paolo (poi Cardinale arcivescovo di
Milano) di rispondere ad alcune precise domande sulla natura
dei fenomeni straordinari di Gemma: la risposta di ambedue fu
nettamente favorevole, anche se diversamente angolata. Più
sobria, con qualche leggera riserva, quella del domenicano; più
penetrante e spiritualmente sensibile, quella del grande
studioso di spiritualità che fu l'abate benedettino18.
I fenomeni straordinari, così favorevolmente giudicati,
sono accennati nel Decreto di beatificazione ed ampiamente
poi ricordati nella Bolla di canonizzazione di Pio XII
esplicitamente nel senso che Gemma fu, nella sua carne, viva
immagine di Gesù Cristo. Diamo il testo centrale: «Aborrendo
dalle vanità del secolo, occupava buona parte della giornata a
contemplare, con ardente trasporto di animo, la Passione di
Cristo, mantenendosi giorno e notte in intima unione con Dio.
Molti testimoni attendibili narrano che la serva di Dio, Gemma,
nei suoi ultimi anni di vita, era spesso rapita fuori di sé,
favorita da Dio di lunghe e meravigliose estasi e d'insigni

18
Pio XI, come mi è stato assicurato, letti i due voti, prese
direttamente in mano la Causa, superò ogni incertezza e diede via libera alla
conclusione della Causa.
carismi, come si legge di molti Santi19. Tra questi favori divini,
singolarissimo fu quello per cui Gemma ripresentò nella sua
carne verginale, una viva immagine di Gesù Cristo, fatta
misericordiosamente partecipe dei singoli tormenti della sua
Passione, sentendosi trafitta da chiodi, per arcano fenomeno, le
mani ed i piedi e ferito da acuta lancia il costato, ed
apparendone a volte visibili le cicatrici delle piaghe cioè le
stimmate. Si narra pure che fu favorita dall'apparizione dello
stesso Signore Gesù e della Madonna, come pure della
familiarità del suo Angelo custode, godendone frequenti
colloqui e che fu privilegiata di altre straordinarie
manifestazioni di divini carismi». Profonda in particolare
l'osservazione conclusiva: «Tali cose, descritte
dettagliatamente dalla stessa Serva di Dio, per ordine del suo
direttore spirituale, sembrano provare ad evidenza che l'unione
di mente e di cuore dell'eletta vergine Gemma con Cristo fu
talmente singolare, da poter dire con l'apostolo Paolo: «Sono
crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo
vive in me» (Gal. 2,20)20.
Ecco l'unità soprannaturale delle componenti della vita
di Gemma nella quale, se si possono (e si devono, dal punto di
vista teologico) distinguere vari piani, la Santa li vive in modo
unitario: non però nel senso che li identifichi, tutt'altro. Essa
non solo obbedisce con la massima docilità quando i direttori
spirituali le ordinavano di respingerli, anzi dichiara spesso che
sarebbe assai più contenta di farne a meno: arriva perfino prima
a dubitare che si tratti di suggestione diabolica e poi,
sull'ultimo scorcio della vita, a dichiararlo espressamente –

19
È la linea seguita sia dal P. M. Sales come dal Card. Schuster,
ma ch'era stata già indicata da P. Besi (Cfr. Op. cit., p. 80 ss.).
20
Lettera Decretale di Pio XII: «Sanctitudinis culmen» (A.A.S. 33,
1941, p. 99s.). Il testo italiano qui riportato è quello inserito nella seconda
lettura al Mattutino per il 16 maggio, festa liturgica della Santa, del
breviario proprio dei Passionisti.
contro le stesse assicurazioni di P. Germano – e passando, se
così si può dire, dalla parte del Farnocchia, di Mons. Volpi e
degli altri (medici od ecclesiastici) che attribuivano tali
fenomeni a suggestione diabolica e ad isterismo. E così la
«povera Gemma» morì davvero spoglia di tutto, anche della
consolazione della certezza di aver sofferto con Gesù le pene di
Gesù. E così ancora più conforme a Gesù che in Croce, pochi
istanti prima di chinare il Capo nella morte, aveva dato nel
lamento: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
(Matt. 27,46).
Probabilmente Gemma è stata fra i pochi, i pochissimi
Santi che sono giunti a questo grado di desolazione e di
abbandono. Vessata dal demonio perfino nelle ultime ore della
vita, non riesce ad ottenere l'esorcismo né da Mons. Volpi né
dal Rettore di S. Maria della Rosa, il sacerdote Roberto
Andreuccetti. Quest'ultimo che le amministrò il S. Viatico il
Giovedì Santo (9 aprile), trascurò di portarle la Comunione il
Venerdì Santo, benché Gemma l'avesse chiesta con insistenza e
l'avesse attesa a lungo, digiuna, con indicibile sofferenza
(«soffrendo terribilmente la sete»), come riconosce lo stesso
Andreuccetti nei Processi21: Gesù certamente non avrà mancato
di consolarla nell'intimo, ma la scena esterna fa rabbrividire e
ci turba profondamente.
Attesta il pio Sacerdote: «La mattina del Sabato Santo
fui chiamato di urgenza al capezzale di Gemma e vi andai
subito. Trovai Gemma aggravata e cambiata nel volto, ma
calma e rassegnata; solo ripetutamente diceva che aveva vicino

21
Nella sua più diffusa deposizione la zia Cecilia conferma sia la
riluttanza dell'Andreuccetti a portarle il Viatico il Giovedì Santo e si decise
a farlo solo sul tardi («quasi verso le nove»); sia che Gemma, come Gesù in
Croce, «… in questa attesa soffrì una terribile sete: lei non lo disse, ma io
me ne accorgevo dalla lingua riarsa, che pareva si ritirasse» (Processi, nr.
XVIII, § 2, p. 808). E questa sete durò fino al momento della morte, a
somiglianza del «sitio» di Gesù in Croce (Gv. 19,29).
il demonio e che lo vedeva visibilmente, mi sembra in forma di
un cane nero anche questa volta. Le rivolsi parole di conforto,
la rassicurai che il demonio l'avrebbe lasciata libera; volle che
le dessi la benedizione e lo feci volentieri, ma essa diceva che
il demonio continuava ancora a tormentarla. Devo confessare
che anch'io come un altro sacerdote ch'era presente, Mons.
Volpi, fummo ingannati attribuendo a fantasia cioè
allucinazione fantastica la visione che Gemma diceva di aver
del demonio e quindi non le si doveva prestare tanta fede». Ed
ora l'umile confessione (già ricordata) dell'errore: «Per dire
tutta la verità, debbo confessare sinceramente adesso che
questo nostro inganno fu certo permesso da Dio, perché si
verificasse più sensibilmente l'abbandono nel quale in quel
momento si trovava Gemma»22.
È una situazione che fa rabbrividire: quelli che
dovrebbero esserle più vicini, si tengono più lontani: solo il
demonio non la lascia. Sentiamo ancora la continuazione della
deposizione di Cecilia ch'è più completa: «La notte del venerdì
al sabato passò sempre subissata dal demonio col richiamo di
tutti i dispiaceri più grossi, persino col farle vedere i creditori
che c'erano al fallimento in seguito alla morte del babbo»23. Ed
ora lo strano comportamento del confessore: «Il sabato mattina,
Sabato Santo, Gemma desiderava Mons. Volpi, ma per quanto
si girasse, non si trovò. Gemma voleva che le facesse gli

22
Processi, nr. XVIII, § 15, p. 809. Anche Cecilia conferma che
negli ultimi giorni Gemma «… ebbe diverse volte come la visione di serpi,
di cani ed altre bestie che la molestavano e che essa cercava di allontanare;
le comparivano degli incappati, col cataletto e le dicevano: – Devi venire
qua dentro – Ed essa rispondeva: – Ci verrò, ma quando avrò scontato tutti i
miei peccati». Sempre vivo e presente il pensiero dell'espiazione dei
peccati: tale ci sembra il nucleo centrale dell'esperienza della Croce di
Gemma ed il senso profondo della sua testimonianza del soprannaturale.
23
Uno di costoro arrivò fino a frugare nelle tasche della desolata
fanciulla per portarle via le «ultime palanche». Sul letto di morte ritorna
quindi la «ripetizione» di uno dei dolori morali più strazianti della sua vita.
esorcismi. Dopo tanto, si trovò, ma venne ch'era quasi
mezzogiorno. Io mi ritirai. Gemma disse che voleva gli
esorcismi e Monsignore, datale una Benedizione, le domandò:
Ora sei contenta? E Gemma rispose di no».
La mattina a chi gli disse che Gemma lo cercava, il
Volpi aveva risposto: «Se è per confessarla ci verrò: se è per
assisterla ci sono i Curati». Sentita questa risposta «… Gemma
prese il Crocifisso fra le due mani e tenendolo all'altezza degli
occhi e guardandolo disse: – Vedi, o Gesù, non ne posso più; se
è volontà tua, pigliami: – poi alzò gli occhi al quadro di una
Madonna appesa al muro davanti e soggiunse: – Mamma mia,
raccomando l'anima mia a te; dì a Gesù che mi usi misericordia
–. Baciò il Crocifisso, se lo pose sul cuore, chiuse gli occhi con
la bocca aperta e con la lingua che si vedeva riarsa24 e come
ritirata verso la gola, e stette così fin verso le 12»25. In punto di
morte Gemma – secondo la deposizione della zia Elisa – chiese
alla signora Giustina – e furono (sembra!) le sue ultime parole:
«– Mammina, accomodami i guanciali –». E la signora
Giustina l'accontentò con l'opera ancora delle Suore
Barbantine… e ad un certo punto Gemma appoggiò il capo
sopra la spalla della Signora Giustina, calma, serena, e in tale
posizione serenamente spirò, mentre le cadevano dagli occhi
due lagrime»26.

24
La stampa ha, per errore, «rialza».
25
Processi… l.c., p. 804. Cecilia passa poi a descrivere la morte
per assopimento, serenamente.
26
Processi… l.c., § 10, p. 806 s. – Secondo la zia furono presenti
alla morte, con lei e la signora Giustina Giannini, le due Suore Barbantini
ed Eufemia figlia di Giustina. Era partito anche l'abate Angeli che le aveva
amministrato l'Estrema Unzione. Secondo la deposizione di Giustina invece
assistette alla morte anche l'abate Angeli (Processi… l.c., § 27, p. 815) che
fece la raccomandazione dell'anima e recitò il De profundis, appena si
accorse che Gemma era morta.
Gemma era morta col Crocifisso sul petto e la corona
della nonna al collo. L'Andreuccetti attesta, conciso:
«Nell'ultimo della vita fu abbandonata da ogni conforto umano,
dicendo: – A me basta il Crocifisso ed un sacerdote che mi
assista in quegli estremi» (l.c., p. 808)27 – ma doveva bastarle il
Crocifisso28.

27
La stessa espressione è riferita da Eufemia Giannini la quale
conferma la presenza del parroco (l'abate Angeli). C'informa anche che,
negli ultimi 15 giorni non potendo per la prostrazione di forze scendere alla
Chiesa della Rosa, di fronte alla casa Giannini, dovette rimanere senza il
conforto della Comunione (di qui il rimorso… tardivo dell'Andreuccetti!).
28
Le deposizioni al Processo di Lucca di Eufemia Giannini, che
pure fu testimone oculare, sembrano indicare che la Santa, dopo il Viatico e
l'Estrema Unzione, si sia ripresa («… ma poi si riprese e ritornò anche ad
alzarsi» – Processi, § XVIII, nr. 51, p. 829), mentre nel Processo di Gaeta
anch'essa dichiara: «Fece sul letto di morte la Comunione il mercoledì
Santo per viatico e al giovedì Santo per divozione, rimanendo digiuna».
C'informa anche che «… nel venerdì [Santo] soffrì… le tre ore di agonia
come Gesù sulla croce». Importante è la dichiarazione che precede: «Negli
ultimi giorni, in preda a grande aridità di spirito, senza comunicazioni
soprannaturali, si aiutava, in preparazione alla morte con la lettura
dell'Apparecchio alla morte di S. Alfonso, e di pratiche di altri libri di
pietà» (Processi, l.c., § 35, p. 821).
3. L'esperienza del dolore e l'approfondimento della
fede

Dall'Autobiografia e dalle testimonianze dei Processi


conosciamo la solida formazione religiosa avuta da Gemma:
prima dalla mamma e poi specialmente dalle Suore Zitine, in
capo la fondatrice la beata Sr. Elena Guerra e tra esse
specialmente Sr. Camilla Vagliensi prima e poi Sr. Giulia
Sestini che intravidero nella piccola Galgani un'allieva di
eccezionale sensibilità spirituale. La sua anima fu curata da
Sacerdoti esemplari e qui il primo posto spetta a Mons. Volpi
che la prese ancor bambina e la condusse, con le crisi permesse
da Dio a prova di entrambi, fino al supremo passaggio.
Ricordiamo l'impressione profonda che fece sulla bimba il
predicatore degli Esercizi per la I Comunione (1895): «E
spesso, anzi ogni giorno, quel buon Predicatore diceva: «Chi si
ciba di Gesù, vivrà della Sua vita. Queste parole mi riempivano
di tanta consolazione, e così ragionavo tra me: 'Dunque quando
Gesù sarà con me, io non vivrò più in me, perché in me vivrà
Gesù'. E morivo dal desiderio di arrivare presto a poter dire
queste parole. Alle volte, nel meditare queste parole, passavo
intere le notti, consumando il desiderio»1. Sappiamo già la
commozione profonda che operò allora Gesù nell'anima
innocente.
Impressione profonda fecero su Gemma gli Esercizi del
1890, allora appena sulla soglia dell'adolescenza, specialmente
con le meditazioni sul peccato e sull'inferno: «Mi ricordo che
quel buon sacerdote ripeteva: «Ricordiamoci che noi non siamo

1
Autobiografia, p. 227. Il predicatore, come annotano gli Editori,
era Don Raffaele Cianetti, parroco di S. Leonardo in Borgo di Lucca, il
quale ha deposto nei Processi che (la Gemma) «… era una bambina di
poche parole, teneva un contegno da edificare chiunque la vedesse: il suo
contengo era fra il serio e il dolce» (l.c., nota 4).
nulla, Dio è tutto. Dio è nostro Creatore, tutto quello che
abbiamo l'abbiamo da Dio». Dopo qualche giorno mi ricordo
che il Predicatore ci fece fare la Meditazione sopra il peccato.
Allora sì che conobbi veramente, babbo mio, che ero degna che
tutti mi disprezzassero: mi vedevo sì ingrata al mio Dio, e mi
vedevo ricoperta di tanti peccati. Facemmo poi la Meditazione
dell'Inferno, che me ne riconobbi meritevole, e a questa
meditazione feci questo proposito: Farò, anche tra giorno, atti
di contrizione, specialmente se avrò commessa qualche
mancanza» (p. 232 s.)2. Dal testo preciso dei propositi della
Santa possiamo arguire ch'essa scriveva e conservava i suoi
appunti che qui utilizza. Sappiamo già come proprio in questo
tempo si sviluppò in lei la devozione alla Passione di Cristo;
ma all'origine, non si deve dimenticare, sta l'influsso della santa
mamma Aurelia Landi ed è con questo ricordo celestiale che
Gemma inizia l'Autobiografia.
Ed è proprio qui, al tramonto della vita della giovane
mamma consunta dalla t.b.c. ed allo sboccio della vita della
bambina tanto desiderata che ora doveva lasciare, che Gemma
ebbe l'impressione dell'infinita tristezza dell'umana esistenza e
provò la struggente nostalgia del Paradiso che sempre
l'accompagnò, con potente richiamo. Ed è una pagina davvero
di Paradiso: «Per la prima cosa mi ricordo che la mamma mia,
quando ero piccina (sotto ai 7 anni), era solita spesso
prendermi in braccio e più volte, nel farlo, piangeva e mi
ripeteva: «Ho pregato tanto, affinché Gesù mi dasse una bimba;
mi ha consolata, è vero, ma assai tardi. Io sono malata – mi
ripeteva – e dovrò morire, ti dovrò lasciare; o se potessi
condurti con me! Verresti?» La risposta della piccola non fu di
parole, ma dell'anima intera: «Io capivo ben poco e piangevo,

2
Gli Editori questa volta non ci dicono chi fosse il predicatore che
Gemma chiama «quel buon sacerdote». E probabile che, sia in questa come
nell'altra volta, la scelta del predicatore fosse fatta dallo stesso Mons. Volpi.
perché vedevo pianger la mamma. «E dove si anderebbe?» gli
chiedevo. «In Paradiso, con Gesù, con gli Angeli…». E
Gemma, matura nello spirito, può annotare piena di gratitudine:
«Fu la mamma mia, babbo mio, che cominciò da piccina a
farmi desiderare il Paradiso, e se ancora lo desidero e ci voglio
andare, ho delle belle gridate, e un bel no mi sento rispondere»
(p. 222 s.). Non sorprende che la piccola non volesse mai
staccarsi dalla mamma, desiderando di prendere il volo per il
Paradiso con lei: fin quando le fu permesso, continua a recarsi
a dire le orazioni accanto al suo letto. Un attaccamento
misterioso di una comunicazione totale di anime, al di là dei
limiti della coscienza: «Alla mamma gli rispondevo di sì, e mi
ricordo che dopo avermi ripetuto per assai volte queste solite
cose, cioè di condurmi in Paradiso, io non volevo mai
staccarmi da lei, non uscivo più dalla sua camera». Infrangendo
la proibizione del medico: «… ogni sera prima che andassi a
letto, andavo da lei per dire le orazioni; m'inginocchiavo al suo
capezzale, e si pregava». È stata questa certamente non solo la
prima, ma anche la più profonda scuola di teologia di Gemma
che le ha bruciato nel cuore ogni aspirazione di gioie terrene.
Con l'avanzare degli anni anche i concetti maturarono e
presero consistenza. Gemma ascoltava le prediche, seguiva le
missioni, frequentava volentieri gli ambienti religiosi di
Lucca… partecipando con tutto l'impegno anche a gare
catechistiche: la memoria e l'intelligenza, che mostra di
possedere vive e robuste, scolpirono presto in lei una visione
della vita profondamente cristiana. I disastri familiari da una
parte e le sue gravi malattie dall'altra, capaci di travolgere nella
disperazione, operarono invece nella sua anima la maturazione
del distacco dalla fascinatio nugacitatis e il sorgere del
desiderio di consacrarsi totalmente all'Amore Crocifisso.
Sempre la scuola del dolore, ove si attinge appunto la più
efficace teologia dell'amore.
La terza scuola di teologia di Gemma è stato Gesù
stesso con le sue dirette illuminazioni e comunicazioni di cui
essa è stata molto per tempo privilegiata; si pensi al grande
amore per i poveri ed al dolore per i peccati nella speciale
confessione dopo la I Comunione: «… Gesù me ne dette dolore
sì grande, che tuttora lo sento», scrive nell'Autobiografia (p.
230). La prima manifestazione divina esplicita, ricordata dalla
Santa, è piuttosto tardiva poiché si colloca intorno al 1897.
Dopo la Comunione aveva chiesto a Gesù di prenderla e
portarla in Paradiso: «Mi rispose: 'Figlia, perché nel tempo
della tua vita ti darò tante occasioni di merito maggiore,
raddoppiando in te il desiderio del Cielo, e sopportando con
pazienza la vita insieme'».
E la Santa commenta, con la sua solita franchezza, di
cui speriamo dire presto qualcosa: «Queste parole non
bastarono per niente a scemare in me questo desiderio; anzi
ogni giorno mi avvedo che va sempre crescendo» (p. 236). A
questa scuola di teologia superiore appartiene anche
l'apparizione, intorno a quel tempo, dell'Angelo Custode che la
rimproverò della vanità di portare un orologio d'oro con la
catena, avuto in regalo. Il rimprovero dell'Angelo era insieme
un compito profetico: «Ricordati che i monili preziosi che
abbellano una sposa di un Re crocifisso, altri non possono
essere che le spine e la croce» (p. 245). Ancora in questo
periodo cade la prima esperienza del Crocifisso, di cui si è già
detto.
L'alto contenuto delle verità della fede (Trinità-
Incarnazione) era assorbito continuamente dalla Santa nella sua
frequenza della vita liturgica: si sa anche che per alcun tempo
recitò in estasi il Breviario con S. Gabriele3. Di questa solida
formazione teologica fanno testimonianza anche le risposte

3
«(Sono tante notti che Confr. Gabriele m'insegna a dire il
Matutino…)». Così in appendice alla lett. 5ª a P. Germano (p. 18).
della Santa alle domande di P. Germano in occasione della sua
prima visita a Lucca, ai primi di settembre del 19004.
Sostenuta da una robusta cristologia, la pietà di Gemma
con altrettanta precisione e profondità espone i termini ed il
significato spirituale del più augusto e sublime mistero ch'è la
SS. Trinità. Lo ha dimostrato nella risposta al quesito postole
da P. Germano: «Qual concetto abbia della SS. Trinità»5; una
risposta breve – a confronto della relazione sull'Annunciazione
– ma in compenso geniale. Diamo il testo integrale per parti:
1) Prologo: l'appartenenza dei due supremi misteri
dell'Incarnazione e della Trinità: «Un giorno6 dopo la SS.
Comunione mi parve di avere un piccolo lume sopra la SS.
Trinità, cioè: che vedere e conoscere la SS. Trinità consiste
appunto nel vedere Gesù col volto scoperto, cioè il Verbo.
Un concetto poi che mi sono fatta da me stessa è questo: mi
pare di vedere tre persone dentro una luce immensa7: tre
persone unite in una sola Essenza, poiché la Trinità è Unità,
e l'Unità è Trinità».
2) Unità dell'essenza e Trinità delle Persone (distinte, ma
indivisibili): «l'Unità per se stessa è indivisibile; però non
può avere persone divisibili. Quello dunque che noi
adoriamo è un Dio Onnipotente, Uno nella sostanza, Trino
nelle persone».
3) I nomi delle Persone divine indicano le relazioni della vita
intima in Dio. È il momento centrale della spiegazione che
sa ben distinguere le proprietà delle singole Persone divine
da quelle proprie della divinità ch'è identica in tutte e tre:
4
Cfr.: Estasi…, p. 287 ss.
5
Il testo si trova nel vol.: Estasi…, pp. 289-290.
6
La Santa non precisa quale.
7
Anche Dante nel Canto XXXIII del Paradiso: «O luce eterna che
sola in te sidi, – sola t'intendi, e da te intelletta – e intendente te ami e
arridi» (vv. 124-126. Vedi anche i versi 43, 67, 77, 100, 110, 115-120…).
«a) Dio ha voluto dimostrarsi indivisibile nelle persone,
perché non vuole che ce ne sia alcuna, che si chiami con
nome diverso [ossia con nome che non dica relazione alle
altre due]. Così il nome del Padre si riferisce a quello del
Figlio, quello del Figlio a quello del Padre, e quello dello
Spirito Santo si riferisce al Padre e al Figlio» - b) Non vi è
nessun nome [indicante la divina essenza] che non possa
convenire tanto al Padre, quanto al Figlio, quanto allo
Spirito Santo. Io chiamo Padre il Padre, ma per natura mi è
Padre anche il Figlio. E però la SS. Trinità non può
dividersi, perché il nome di una persona riguarda sempre il
nome di un'altra». Il teologo badi all'intero contesto, non alle
frasi separate.
4) Solo il Verbo ha preso carne: «Alla SS. Trinità non è
aggiunta altra persona, perché la sostanza [ossia natura
umana] del Verbo [incarnato] è unita, non confusa [con la
natura divina]. E benché il Verbo di Dio abbia preso carne,
pure le altre persone non presero altra sostanza».
Conclusione. - All'unità della divina Essenza
corrisponde per contrasto la molteplicità delle creature: «Una
sola è la sua Essenza, una sola la sua bontà, una sola la sua
beatitudine. Nella SS. Trinità, nell'Unità adorabile della
Divinità non vi è altro che la molteplicità che viene dalle
creature».
Si può osservare che il testo della Santa, per tanto
mistero, sia troppo succinto: esso corrisponde ad un momento
di eccezionale concentrazione e illuminazione della sua mente
ch'essa aveva serbato nel fondo della sua anima. L'argomento
fu oggetto di contestazione da parte del Promotore Generale
della fede8, ma l'Avvocato della causa non ebbe difficoltà a

8
Mons. Carlo Salotti (poi Cardinale): Novae Animadversiones, §
25; «… Quaedam locutiones, uti ex gr. personae trinitatis [la stampa ha per
rispondere, sia con la testimonianza di P. Germano, sia con
quella di altri testimoni. Il primo di questi è proprio quella
Cecilia Giannini – che Gemma prima chiamava «zia» e poi
«mamma» – che poté conoscerla meglio di chiunque.
Trascriviamo dalla risposta dell'Avvocato: «[Cecilia Giannini].
Sulla SS. Trinità, nelle ultime estasi, io l'ho sentita dire cose
grandi, ma che io non capiva pienamente: se ci fosse stato un
sacerdote chi sa quante cose avrebbe potuto capire. E non le ho
scritte, perché ero sola, ed ero occupata a sorreggerla,
specialmente premendola sul cuore per impedire che le
venissero sbocchi di sangue: e quelli lì non erano di etisia, ma
ben altra cosa» (§ 70, p. 96s.). Ma un sacerdote ha potuto
assistervi ed era il parroco Federico Ghilardi che ha lasciato la
seguente testimonianza: «A me consta che Gemma avesse
estasi: una volta capitai in casa Giannini, come di solito. La
Sig.a Giannini9 m'avvertì che era il momento in cui avveniva
l'estasi a Gemma, e soggiunse domandandomi se avessi voluto
presenziare l'estasi. Gemma era in letto… Era nel contegno e
nella posa di chi sta in comunicazione con un'altra persona10.
Naturalmente in questo caso la persona era invisibile. Prima
sembrava che Gemma ascoltasse poi rispondesse; sentivo
rispondere da Gemma tali cose riguardanti il mistero della SS.
Trinità, così intime e così teologiche che io rimasi
meravigliato: tanto è vero che domandai alla Signora Cecilia: –
Ma questa figliola ha fatti studi speciali di alta dottrina
cristiana, oppure ha letto qualche libro di teologia? – Con ciò
volevo manifestare tutta la mia meraviglia nell'ascoltare la

errore: «Trinitates»] sunt unitae in una essentia, stricte loquendo, non sunt
theologice exactae» (p. 19). Anche il P. Sales nel suo voto.
9
Cecilia, certamente.
10
Secondo Gemma, come abbiamo visto, è stato dopo la
Comunione, ma probabilmente qui si tratta di un'altra estasi.
dottrina teologica così precisa e profonda che Gemma
manifestava»11.
Peccato che, nei testi rimastici delle Estasi, il tema della
Trinità (per quanto ho potuto vedere) è pressoché assente. Un
cenno sobrio e grazioso è nella lett. 113ª del 9 luglio 1902 a
Padre Germano dove l'informa che Mons. Volpi le fece qualche
interrogazione sopra il mistero della SS. Trinità: «Mi trovai
molto confusa, babbo mio, perché Monsignore usa altri modi
dai suoi; ma Gesù, oh come seppe bene suonarmi la trombetta
negli orecchi!» (p. 269). Peccato che Gemma non abbia
esposto questa celeste Comunicazione!
Nelle estasi c'è un solo accenno di sfuggita, che
abbiamo già toccato: «Santissima Trinità, per non essere tanto
ingrata al mio Gesù, offro a te il mio intelletto, allo Spirito
Santo che mi arricchisca di virtù e grazia» (p. 149). Anche
l'estasi precedente 126ª, celebrando le gioie dell'Eucarestia «…
la vera ricchezza, cioè il nutrimento dell'Eucaristico Verbo.
Che diverrei io, esclama, se alla santa Ostia non dedicassi tutte
le mie tenerezze?» E con ardimento teologico: «Lo Spirito del
Verbo regnante nel fecondo seno del genitore increato, si
partirà e verrà a farmi gustare le sue tenerezze» (p. 148).
È vero certamente che la vita spirituale di Gemma è
tutta concentrata in Gesù e nella sua Passione: non è questa
anche la nota dominante della spiritualità occidentale ancorata
al mistero dell'Incarnazione, che ha i suoi poli nella devozione
ai misteri dell'Uomo-Dio e della sua Madre? Però la teologia di
Gemma, come si è visto, è tutt'altro che minimista. Sorprende
però l'affermazione categorica di un eccellente agiografo: «Mai
un cenno allo Spirito Santo»12. Ora osserviamo, le due citazioni

11
Resp. ad novas animadversiones, § 73, p. 90 s. Il Rev. D.
Ghilardi è il Testis XVII del Proc. Luc., p. 723 s.
12
D. Barsotti, Il rapporto con Cristo nelle estasi di S. Gemma
Galgani, nel vol.: «Magistero di Santi», Roma 1971, p. 135.
precedenti sono prese appunto dalle Estasi. Poi, bisogna subito
ricordare che la Nostra è stata allieva delle Zitine di Lucca e
della stessa fondatrice la B. Elena Guerra che diede al suo
Istituto, come scopo Apostolico, la devozione dello Spirito
Santo13. Intanto possiamo riportare l'invocazione di un'altra
estasi: «Lesto, lesto, Gesù, riempimi di quello Spirito che è
tutto fuoco, e non mi lasciare, Gesù, se prima non mi hai dato
la tua paterna benedizione, e insieme alla benedizione, Gesù,
dammi forza» (E. 74, p. 99).
Alla sua prima formazione spirituale si collega quanto
nell'Autobiografia la Santa attesta in occasione della malattia
mortale che la tenne a letto per un anno intero (1898-1899) fra
dolori e umiliazioni fisiche e morali di ogni genere.
Significativa la sua dichiarazione: «Già da tempo sentivo
dolore in quella parte; ma da me stessa non volevo né toccare
né guardare, e questo perché da piccola avevo udita una predica
ed avevo ascoltate queste parole: «Il nostro corpo è il tempio
dello Spirito Santo». Quelle parole mi colpirono, e più che ho

13
Fu la beata Elena Guerra, come è noto, ad ispirare a Leone XIII
l'Enciclica sullo Spirito Santo: credo si tratti della Divinum illud munus del
9 maggio 1897 (Vedi i punti principali in: Denz. Sch. 3325 ss.). Circa
l'influsso diretto della Beata sul grande Leone per la pubblicazione
dell'Enciclica sullo Spirito Santo: Divinum illud munus (9 maggio del 1897,
e prima il Breve del 5 maggio 1895: Provida Matris Charitate) e poi della
Lettera ai Vescovi del 18 aprile 1902, vedi la vita: L'Apostola dello Spirito
Santo: Beata Elena Guerra, Lucca 1955, p. 277 ss. Cfr. anche p. 172. Il
Decreto sulla eroicità delle virtù (26 giugno 1953) ricorda questa sua
eccezionale attività d'ispirazione sul Pontefice ed insieme, con tratto gentile,
la ricorda proprio all'inizio: «Per non protrarre più a lungo il discorso, ci sia
lecito commendare Santa Gemma Galgani, che in Lucca giunse all'apice
della santità cui spetta l'onore di essere stata di questa Santa, Maestra nelle
arti umanistiche e spirituali, e nelle virtù delle quali trattasi in questo
decreto». (Op. cit., p. 365). La Beata depose da testimone nei processi
canonici di Gemma.
potuto, ho custodito più che ho potuto il mio corpo»14. La
testimonianza più luminosa è forse l'elevazione che si legge
nella lett. 2ª alla M. Maria Giuseppa, scritta il 21 maggio 1901,
Festa della Pentecoste: «Lo Spirito Santo, vera luce di tutte le
menti, faccia sì che comunichi la sua chiarezza al babbo mio,
comunichi pure a me i suoi ardori divini, e faccia sì che,
consumando in me stessa ogni biasimevole affetto, renda il mio
povero cuore simile al suo. Questa preghiera, oggi, la prego, la
faccia ripetutamente» (p. 417). La teologia di Gemma, ch'è alla
base delle sue esperienze mistiche, può quindi dirsi solida e
completa: in conformità della sua eccezionale vocazione di
partecipare nel suo corpo e nel suo spirito ai dolori di Cristo
per la conversione dei peccatori.
A) Maria SS. Addolorata
Il posto della Madre di Dio, nello sviluppo della vita
spirituale di Gemma, è accanto a quello di Gesù e l'uno non si
comprende senza l'altro in una forma di simbiosi inseparabile.
Il titolo mariano preferito da Gemma alla scuola di S. Gabriele
è quello dell'Addolorata, perciò festeggiava con particolare
devozione il settenario della Madonna dei dolori che si faceva
dopo la festa15. Come racconta nella lett. 4ª a «Serafina»: «Ora
pure la sig.a Cecilia lo fa insieme a me, e a recitare con noi la
corona dei dolori viene il mio caro Confratel Gabriele: viene in
chiesa con gli altri, e si mette accanto a me; e dopo mi fa
baciare la veste, e se ne ritorna via» (p. 446).
La prima apparizione segnalata sembra quella della
lettera 2ª al Confessore nel luglio 1900: «Una sera mentre
scrivevo, mi sentii chiamare per nome; mi voltai e vidi una
Signora con un bambino in braccio. Fece per darmi a me il
bambino; io lo presi, poi la Signora mi disse» – cioè le dà
14
Autobiografia, p. 241. Gli editori rilevano giustamente il
significato spirituale della ripetizione di «… più che ho potuto».
15
Nel calendario liturgico è fissata al 15 settembre.
l'ordine, che già conosciamo, di farsi Passionista e di
convincere a questo il Confessore (p. 311)16. La Madonna
l'assiste nelle prove dello spirito e le concede le sue tenerezze,
come scrive a Serafina: «Che buio! sorella mia! ma un buio che
non so come dire. Gesù non c'è per me; la Mamma sì, Lei mi
vuole sempre bene, quasi ogni mattina mi guarda, mi bacia; ma
quasi sempre piange. Povera Mamma mia! Gli vorrei volere
pure tanto bene!» (p. 452).
È nella corrispondenza con P. Germano che la Santa
sfoga il suo singolare amore alla Madre di Dio, come nella lett.
20ª del 6 ottobre 1900, vigilia della festa del Rosario, nella
quale dopo aver dichiarato: «Io l'amo tanto, sa, questa
Mamma!… io voglio sempre Gesù e la Mamma mia», chiede
una speciale grazia: «E dimani voglio una grazia dalla
Mamma; senta che voglio: mi deve dare una croce, ma una
croce grossa: questo è il regalo che gli chiedo; ma ben grossa,
che possa con quella seguire il mio Gesù Crocifisso» (p. 56).
La Madonna l'aiuta validamente a scacciare il demonio (Lett.
57ª, p. 153) e a lei spesso chiede conforto: «Sì, babbo mio,
quante volte dinanzi ad un'immagine della Mamma mia ho
confidato le penose ansie del mio cuore agitato! e la Mamma
mia quante volte mi consolò» (Lett. 59ª, p. 156). Fra le
apparizioni più singolari della Vergine è quella che il Diario
pone al sabato 1 settembre dello stesso anno (1900) sotto la
figura di Addolorata: il dialogo sull'amore di Gesù che si
svolge fra Gemma e la Madre di Dio, è uno squarcio
d'ingenuità celestiale che riassumerlo è un guastarlo (p. 216). Il
pensiero dell'Addolorata domina anche nella festa del Natale
1900, dopo la SS. Comunione: «O che dolore grande dovette
essere mai per la Mamma, dopo che fu nato Gesù, al pensare
che dopo dovevano crocifiggerlo!» (Lett. 37ª, p. 106). E alla

16
Altre apparizioni sono ancora indicate nella lett. 35ª (p. 360) a
Mons. Volpi, quando la Vergine la libera dall'attacco del demonio.
Messa di mezzanotte vede Gesù che la offre vittima all'Eterno
Padre e poi la presenta a sua Madre dicendo: «Questa cara
figlia dovete riguardarla come un frutto della mia Passione»
(Lett. 38ª, p. 108).
Quando Gesù l'abbandona e si eclissa, Gemma vuole
aver vicina la Madonna, come scrive il 17 ottobre 1900 al P.
Germano: «Se Gesù va via, io voglio la Mamma mia, voglio
che mi ascolti almeno lei: se Gesù non mi vuole più, se devo
vivere senza Gesù, senza la Mamma no. Mamma mia, Mamma
mia, ti vo' tanto bene, ma non so mostrarlo» (p. 40). E nella
lettera 31ª scrive che la Madonna la colma di carezze – «mi
bacia, lo sento così bene» – fino a prenderla in braccio (p. 90).
Il Diario è più ricco di particolari. Appare in prevalenza
come l'Addolorata: «prima… afflitta, … mi sembrava che
piangesse», ma sentendosi chiamare «Mamma» sorrideva e,
prima di sparire, la bacia in fronte (21 luglio, E., p. 168). In
queste apparizioni la Santa prima è invasa da turbamento e
timore, poi subentra la calma e la gioia, come nell'apparizione
dell'Addolorata del 4 agosto: per la commozione Gemma è
capace di pronunziare solo il nome di «mamma» e la Madonna
l'esorta a soffrire promettendole di portarla presto in Paradiso
(E., p. 186). Confessa che la Madonna la vuole «perfetta» e che
il maggior castigo per lei è di essere priva della vista di Maria
SS., ma dopo alcuni giorni di «svogliatezza e aridità» nella
festa dell'Assunzione la Madonna le fa la grazia singolare del
rapimento del cuore: «Figlia mia, quando io andrò in cielo,
stamattina porterò con me il tuo cuore». E la Santa descrive:
«In quel momento allora mi sembrò che mi si avvicinasse…
me lo tolse, lo prese con sé, nelle sue mani, e mi disse: 'Non
temere nulla, sii buona; io terrò il tuo cuore sempre lassù con
me, sempre in queste mie mani'. Mi benedì in fretta, e
nell'andar via pronunziò ancora queste parole: 'A me mi hai
dato il cuore, ma Gesù vuole ancora un'altra cosa'. 'Che cosa?'
gli dissi. 'La volontà', mi rispose e sparì» (E., p. 196)17.
Le estasi pullulano di questi fiori mariani! Eccone
alcuni: «Quella croce, Gesù, cos'è? La tua Madre piange, e tu
non mi rispondi» (E. 10ª, p. 29)! «Cara Madre, l'ufficio tuo in
cielo è d'implorare per i peccatori» (E. 11ª, p. 19). E il sabato 7
aprile 1900: «Mamma mia, dove mi trovo? sempre ai piedi
della croce di Gesù… Che sospiro, Mamma mia, quando
vedesti morto Gesù!… quando lo vedesti mettere nella tomba e
quando ti dovesti separare!» L'estasi è tutta una supplica
commossa per i peccatori ed una partecipazione al mistero
della croce e si conclude con affettuosa commozione: «O
Mamma mia, chi ti vedesse con Gesù, non lo saprebbe dire chi
è il primo a spirare: sei te o Gesù?» (E. 19ª, p. 29 s.)18. Tutte
immerse nella contemplazione della Madre di Dio sono le
estasi 37ª e 38ª del 24 e 27 maggio 1900 in cui la Santa è rapita
dalla bellezza di Maria e prega Gesù di prendere la sua anima e
di consegnarla «alla Mamma tua» (p. 58). E la lontananza della
Madonna le cagiona una gran pena: «O Mamma, Mamma,
perché non stai più al mio fianco, come faceva il mio buon
Angelo? Quanto temerei meno?» (E. 81ª, p. 107). E di lì a poco
il 14 febbraio 1902 supplica: «O Mamma, Mamma, vi sarà un
rifugio per me? […] O Mamma, diglielo tu, a Gesù; digli che
credo agli infiniti suoi meriti e l'applichi tutti per lavare i miei
peccati» (E. 83ª, p. 108). La penultima estasi del 3 gennaio
1903 è tutta una dolente invocazione: «Mamma, Mamma mia,
fammi buona; Mamma, Mamma mia, fammi casta. È questa la

17
Un'allusione a questa grazia singolare è anche nell'estasi 46ª:
«Te ne ricordi del giorno che salisti al cielo, che portasti via il mio cuore?»
(p. 72) e nella bellissima estasi 107ª (E., p. 130).
18
L'identica commozione per la Madre dei dolori si ripete
nell'estasi del sabato 21 aprile: «Levate, levate Gesù!… Levate Gesù, se no
la Mamma mia muore… Io non so chi sarà il primo: levàtelo, levàtelo» (p.
34 s.).
cosa che tanto desidero, e di cui ho tanto bisogno…» (E. 140ª,
p. 161).
La Madre di Dio era quindi anche per Gemma la
Mediatrice di tutte le grazie. E anche la sua teologia mariana è
robusta e saldamente ancorata ai dogmi principali della fede.
L'attesta un documento singolare cioè la spiegazione ch'essa
dica di aver avuta dall'Angelo Custode il 25 marzo 1901: «Sul
mistero dell'Incarnazione», poi inviata in forma di lettera a P.
Germano. Il testo è un commento, con stile piano e oggettivo –
e stupisce la memoria forte e fedele della fanciulla – dei
momenti principali del Mistero dell'Annunciazione secondo il
racconto lucano (Lc. 1,26 ss.). Rileviamo i tratti più
caratteristici, poiché si tratta di un fatto singolare
nell'agiografia cristiana19.
1. - Per la Santa si tratta di un evento reale, che
sperimenta in stato di «interno raccoglimento». Come prologo
l'Angelo si presenta: «Io sono il tuo Custode mandato da Dio:
Io vengo per farti capire un mistero maggiore a tutti gli altri
misteri […] Sappi, o mia figlia, che io ti parlerò di Maria SS.,
di una giovinetta tanto umile dinanzi al mondo, ma d'infinita
grandezza davanti a Dio; ti parlerò della più bella, della più
santa di tutte le creature; della figlia prediletta dall'Altissimo, di
Colei che veniva destinata all'impareggiabile dignità di Madre
di Dio».
2. - La visita dell'Angelo accade a «… notte inoltrata e
Maria SS. se ne stava sola nella camera a pregare… tutta rapita
in Dio». All'improvviso si fa una gran luce in quella misera
stanza ed appare l'Arcangelo [Gabriele] in sembianze umane e
circondato da un numero infinito di Angeli – come
nell'Annunciazione del Tintoretto alla Scuola di S. Rocco a
19
Il testo completo va letto per intero, perché ha una particolare
unità di struttura. Si trova nel vol. Estasi alle pp. 294-301. È forse lo scritto
unitario più vasto ed elaborato di Gemma.
Venezia! – e Le porge il saluto: «Ave, o Maria, il Signore è in
te. La benedetta tu sei fra tutte le donne». L'immediato turbarsi
e il silenzio di Maria è spiegato dall'Angelo come effetto della
sua umiltà: «Come mai – diceva la Madonna tra sé – un Angelo
di Dio mi chiama piena di grazia, mentre io mi riconosco
immeritevole di ogni divino favore? Come mai – ragionava tra
sé Maria – un Angelo del Paradiso mi chiama benedetta fra le
donne, mentre sono tra le femmine la più inutile, la più vile, la
più abbietta? Qual mistero mai si nasconde sotto il velo di sì
eccelso saluto?…».
3. - L'annunzio di Gabriele vuol dissipare ogni timore:
«Non temere, o Maria, tu sei l'unica20 che hai trovato grazia
dinanzi all'Altissimo. Da questo istante21 concepirai…». Il
commento dell'Angelo ha lo squillo del cuore e della voce di
Gemma: «Evviva, gridiamo: Maria ormai è dichiarata Madre
del promesso liberatore, del Redentore del mondo, del Figlio di
Dio. Sì, Maria fu la gran Vergine aspettata da tanto tempo.
Quel figlio doveva essere grande, e però doveva essere eccelsa
anche la Madre. Quel figlio doveva essere figlio dell'Altissimo,
e però Maria doveva essere sollevata alla più intima relazione
con la SS. Trinità…». Osservazione profonda di lunga
tradizione patristica e mistica22.
4. - La seguente interrogazione di Maria all'Angelo non
procedeva da dubbio alcuno sul celeste messaggio, ma
unicamente dalla preoccupazione di conservare quella verginità
che lei aveva votata a Dio. E l'Angelo commenta: «Hai ancor
capito, o figlia, quanto Maria amasse questa bella, angelica,
celeste virtù? Ma chi credi tu che l'amasse maggiormente?
20
Quest'inciso è proprio di Gemma – cioè non dell'Arcangelo – e
manca nel testo di S. Luca.
21
Come nella nota precedente.
22
Essa è ripresa persino dall'ateo Feuerbach (Cf.: Das Wesen des
Christentums, P.I., c. 7. Cf.: C. Fabro, Ludwig Feuerbach: L'essenza del
Cristianesimo, L'Aquila 1977, p. 71 ss.).
Gesù o Maria? Certamente Gesù, che mai si sarebbe scelta una
Madre, se non Vergine pura, immacolata». Non meno profonda
l'osservazione che segue e per questo la riportiamo: «La purità
di Maria trasse dal cielo quell'esemplare, che in terra avrebbe
imitato: quella virtù fu quella che trapassò le nubi, tutte le
regioni dell'aria, trapassò fino gli Angeli e le stelle del
firmamento; ma infine trovò nel seno stesso del Padre il Verbo
di Dio, e in un baleno lo fece tutto suo…».
5. - L'Arcangelo assicura Maria che il tutto sarà in lei
opera dello Spirito Santo: «Maria, lo Spirito Santo scenderà
sopra di te…» e l'Angelo di Gemma presta all'Arcangelo anche
la spiegazione: «Rassicùrati e consòlati, o Vergine Benedetta;
il Divino Spirito sarà quello che scenderà a fecondare le Tue
viscere immacolate. L'Onnipotente Virtù dell'Altissimo opererà
in te un nuovo prodigio, che serbandoti al tempo stesso l'onore
di Vergine, ti darà il gaudio di madre. Il Santo, che concepirai
nel tuo seno, non sarà che il figlio di Dio. Con queste parole
l'Arcangelo Gabriele svelava l'arcano, spiegava il mistero,
rassicurava Maria».
6. - Il commento dell'Angelo, al consenso di Maria
costituisce, mi sembra, il momento teologico più intenso della
relazione: «Ormai tutto era precisato, non mancava che l'ultima
parola di Maria, perché la Vergine fosse Madre di Dio. Il
Verbo divino, generato dal Padre nello splendore dei Santi, non
doveva avere padre in terra, siccome madre non ebbe in Cielo.
E Maria, essendo eletta genitrice dell'unigenito del Divin
Padre, diveniva del Padre stesso l'unigenita figlia. Essendo
Colei, che della Verginale sua sostanza dovea somministrare le
umane membra al Verbo divino, era sollevata all'ineffabile
dignità di Madre del Figlio di Dio. Essendo Maria quella, sulla
quale sarebbe disceso lo Spirito Santo, che adombratala con la
sua virtù onnipotente l'avrebbe fatta Madre Vergine di un figlio
di Dio, era perciò innalzata all'eccelso onore di Sposa allo
Spirito Santo».
Al «fiat di Maria»… Dio pure aggiunse: «Si faccia»23. Il
commento dell'Angelo è ancora degno dell'altezza del mistero.
«Ed ecco che [come a questa parola] dal seno del nulla
uscirono ad esistere tutte le opere della creazione; [così non
appena] disse Maria: «Si faccia», ebbe principio l'ammirabile
opera della Redenzione del Mondo. Maria, nell'atto di accettare
l'altissima dignità di Madre di Dio, si dichiarava umilmente
serva del Signore. Quell'umiltà profondissima, in che la trovò
raccolta e quasi annientata l'Angelo del Signore, non le venne
meno al glorioso saluto e alla più gloriosa proposta di divenire
la genitrice del Verbo divino».
Non meno mirabile è il seguente capoverso, ma noi ci
limitiamo a concludere con l'ultimo: «Accettando Maria
l'incomparabile dignità di Madre di Dio, accettava intanto il
generoso ufficio di Madre dell'umano genere. Rallegriamoci:
Maria, prestando all'Angelo il verecondo suo assenso, vi ha
adottati per figli, divenuta la madre di tutti» (p. 311). Si sa
dalla sua stessa testimonianza24 che Gemma conosceva le
Glorie di Maria di S. Alfonso M. de' Liguori e non v'è dubbio
ch'esse hanno influito, come sulla fine della vita le cosiddette
Meditationes (una compilazione) di S. Agostino25, nelle sue
riflessioni sulla grandezza della Madre di Dio.

23
Anche quest'inciso è un'aggiunta di Gemma al testo lucano. A
questo riguardo vedi la nostra nota: Kierkegaard poeta-teologo
dell'Incarnazione, ora in: Momenti dello spirito, Assisi, ed. Porziuncola,
1983, t. II, 139 ss.
24
È Gemma che l'attesta nella Lett. 37ª a Mons. Volpi del 10
agosto 1900 (Lett., p. 363).
25
Sono nominate nella lett. 111ª (22 giugno 1902) al P. Germano
(Lett., p. 260).
CAPITOLO QUARTO

LA PRESENZA-ASSENZA DI GESÙ

1. Gesù di Gemma

Il martirio più doloroso di Gemma, sul piano


esistenziale, cioè in quella che abbiamo chiamata la «sfera dei
fenomeni», è stata la strategia della tensione in cui si è attuata
ai vertici dell'eroismo la sua vita di fede, speranza e carità. Da
una parte c'è una vita che gode la familiarità di Cristo, della
Madonna, degli Angeli e dei Santi (S. Gabriele, San Paolo
della Croce, ecc.) con squarci di Paradiso; dall'altra parte un
seguito crescente di sofferenze fisiche e morali, unite a
sensazioni e impressioni diaboliche che fanno rabbrividire e
quasi tolgono il velo per mostrare e far avvertire il tenebroso
mondo del male.
Vocazione passionista elusa-delusa. – È forse la
«situazione» che prima balza agli occhi nell'Epistolario, nelle
Estasi e negli altri scritti della Santa ed è quella che – vista
dall'esterno – presenta il fallimento più clamoroso e, per
Gemma, il più doloroso. La prima scintilla della vocazione è
legata alla lettura della vita di S. Gabriele dell'Addolorata
(allora ancora venerabile) che la gratificò delle sue apparizioni
durante la grave malattia di cui guarì miracolosamente per
l'intervento si S. M. Margherita Alacoque1. Un'altra potente
scintilla fu la conoscenza dei Padri Passionisti nelle Sante
Missioni tenute a Lucca nella cattedrale di S. Martino dal 25
giugno al 9 luglio 1899 che Gemma frequentò nella seconda
parte, avendo seguito prima «le prediche del Cuore di Gesù»
1
Cf.: Autobiografia, p. 244 s., come già si è accennato.
che si tenevano nella chiesa della Visitazione. Il racconto è
esplicito e parla di intervento diretto di Gesù stesso nell'ultimo
giorno: «Si fece sentire bene bene all'anima mia e mi domandò:
'Gemma ti piace l'abito col quale è rivestito quel sacerdote?' E
m'indicò un Passionista che era poco distante da me. Non
occorreva che a Gesù rispondessi con le parole: il cuore più che
altro parlava con i suoi palpiti. «Ti piacerebbe (soggiunse
Gesù) essere rivestita tu pure del medesimo abito?». «Mio
Dio!» esclamai… «Sì – soggiunse Gesù – tu sarai una figlia
della mia Passione, e una figlia prediletta. Uno di questi figli
sarà il tuo padre. Và e palesa ogni cosa…» (Autob., p. 265). E
in quell'occasione fece anche la conoscenza dell'impareggiabile
donna Cecilia Giannini, la sua futura protettrice ch'essa
chiamerà prima zia e poi mamma (come già abbiamo notato).
Si deve arguire che Gemma deve aver messo subito al
corrente del suo progetto il Confessore Mons. Volpi, se già
nella prima lettera conservataci (del maggio-giugno 1899)
aggiunse la postilla: «Mi ci mette anche in Convento? Guardi
di mettermi in qualche posto; se sapesse quanto sto male così!
Mi lasci andare…» (p. 310). Sappiamo che da questo momento
comincia un autentico bombardamento di implorazioni febbrili
e angosciate sia al confessore prima, come al P. Germano poi
ed alla M. Maria Giuseppa del Convento delle Passioniste di
Corneto Tarquinia di cui conviene riferire almeno alcune
espressioni per afferrarne il contesto nella pena e nell'attesa che
di fatto diventeranno inutili, quanto appaiono commoventi e
strazianti.
a) È nella lett. 2ª al Confessore che si legge il principale
antefatto e si tratta di una visione avuta da sveglia, che il P.
Gaetano (uno dei Passionisti della Missione) le ordinò di
riferire al Confessore: «Una sera mentre scrivevo, mi sentii
chiamare per nome; mi voltai e vidi una Signora con un
bambino in braccio. Fece per darmi a me il bambino; io lo
presi, poi la Signora mi disse: «Tu, figlia, hai ricuperato la
salute, e però voglio che tu te ne serva per servire il Figlio mio
nell'ordine delle Passioniste. Tu sarai Passionista»». Dal
seguito del racconto, si arguisce che la fervida penitente ne
aveva già parlato col Confessore senz'alcun esito: «Dette
queste parole, prese il bambino, mi benedì, mi guardò tanto
tanto, e poi quando ebbe fatti alcuni passi, si voltò di nuovo e
mi disse: «Devi dire al Confessore che quello che ha rifiutato a
te, non lo rifiuti a me, che sono la Regina del Cielo. Io ho dato
a te l'ordine di entrare nella Compagnia delle Passioniste, e tu
devi fare quello che ti ho comandato». Appena dette queste
parole, andò via». La poverina confessa di non aver fatto che
«piangere tutta la notte, perché vedo – dichiara con franchezza
– che sono molto lontana dall'aiuto delle persone in questa
cosa». Ma la sua volontà è ormai ferma, rileggiamo il testo: «Io
però penso che, se la Madonna me lo ha ordinato, mi aiuterà.
Ho preso una risoluzione: di andare via da me; le parole della
SS. Vergine sosterranno il mio coraggio. Anderò via così come
sono, senza niente; non mi ripugna niente il soffrire qualunque
cosa: non arriverò mai a soffrire quanto ha sofferto Gesù; e poi
sono contenta, se a forza di sacrifizi potrò entrare nelle
Passioniste. Io quest'ordine l'ho avuto dalla Madonna e ho il
dovere di obbedire» (p. 311). Nella lettera 19ª al Confessore
nel dicembre 1899, racconta che dopo «averne toccate assai»
dal maligno, ecco che viene S. Gabriele a darle la più esplicita
assicurazione: «Sta contenta, benedetta figliola, te l'ho detto
tante volte che tu sarai Passionista» (corsivo di Gemma). E
aggiunge: «Non temere nulla, qualunque cosa succeda. Il
nuovo convento dovrà essere fatto qui, in questa città, e tu sarai
Passionista. Sarà più facile – le assicura il Santo – che cada il
cielo, che non si avverino queste parole, poiché sono le parole
che ha fatte riferire a me Gesù Cristo». E, dopo alcune
chiarificazioni, il Santo le promette la sua assistenza: «… Và
dove il Confessore ti mette, perché ora non è più tempo di star
fuori, vai a portare la croce un po' là, poi la porterai in altro
luogo…». E si congeda baciandola in fronte e ripetendo: «Tu
sarai Passionista; sono parole di Dio, non falliranno. Si
scatenerà tutto l'inferno per questo, ma tu confida in me» (p.
338 s.). Ed alla sua spirituale allieva S. Gabriele ingiunge di
dire tutto al Confessore con la minaccia che altrimenti non si
farebbe più vedere: «… ti lascio e ti lascerà anche Gesù» (p.
339). Gemma obbedisce in tutto anche se le costa gran
sacrificio, ma non succede niente2.
La stessa assicurazione ritorna nella lett. 1ª a P.
Germano del 20 gennaio 1900 e qui è ancora S. Gabriele che in
visione le dà la garanzia. La signora Cecilia Giannini stava
appunto pensando di fondare in Lucca un Monastero di
Passioniste. Ed ecco il dialogo: «Una notte mi parve di
rivederlo [S. Gabriele] e gli domandai: «O il convento verrà
fatto?» Mi rispose: «Sorella mia, ci è tanto tempo ancora due
anni (era il mese di settembre), ma però ti assicuro che verrà
fatto». «Ma io potrò essere Passionista?». Mi rispose così:
«Sorella mia sarai». «Ma dove? – gli domandai – O fammi
mandare a Corneto». «Perché così lontano?» «Per dimenticare
tutti, e perché tutti dimentichino me». Non mi rispose; mi
benedì e andò via; quando fu per sparire: «Non temere, sarai
Passionista» (p. 5). E nella lett. 2ª l'assicurazione viene ancora
da Gesù stesso: «Non ho potuto esprimermi, ma Gesù mi ha
capito, e mi ha risposto: «Figlia, sta quieta, presto sarai
Passionista». Ogni volta che mi pare di sentire dire quelle
parole, mi sento tutta muovere dentro, ma non mi so spiegare.
P. G. [Germano], Gesù lo vuole, mi contenti, e contenti nello
stesso tempo Gesù» (p. 11). Nella lett. 3ª del 25 marzo la
«povera Gemma» vuol mettere alle strette Gesù stesso per

2
Gemma se ne lamenta espressamente con P. Germano nella lett.
20ª: «Eppure Gesù a Lei deve dirgli tante cose su questo punto! Perché non
obbedisce? Non si opponga alla volontà di Gesù, come ha fatto Monsignore
fino ad ora, non lo dico mica io, sa? tante volte me lo ha detto Gesù, mi è
parso» (p. 57).
vedere un po' chiaro nella faccenda: «O Gesù mio, che fai? Tu
mi hai messo nel cuore la vocazione di farmi Passionista e poi
così mi allontani? Non mi dai dunque la grazia di poterla
effettuare?» (p. 12).
Ma già l'umile creatura si mette nella completa
rassegnazione, anche se la disdetta la fa atrocemente soffrire.
Ecco la sofferenza della tensione: «Ora poi, Padre, sono
abbandonata quasi anche da Gesù. E allora che farò? a chi
ricorrerò io? Glielo domanda Lei a Gesù di queste cose? E gli
dica anche che se volesse anche il sacrificio di non farmi
Passionista, lo farei, purché Gesù non fosse più serio. Faccio
tutto» (p. 13). Malgrado l'interessamento di Mons. Volpi per
trovare qualche soluzione – e l'argomento è per noi secondario
– ogni tentativo sfuma e nel settembre l'umile penitente gli
scrive accorata e rassegnata: «Un'altra cosa: quando io gli
dicevo che mi mettesse in convento, era il gran desiderio che
avevo. Gesù mi diceva: «Sì, ma Passionista»; e altre volte mi
diceva che gli dicessi che mi nascondesse. Ora però non dirò
più niente, perché la Mamma mia non vuole, altro che
Passionista; se no, in Paradiso. O bene, in Paradiso! Ci vado?»
(p. 373). Ed alla fine sarà questa la soluzione.
b) Ma già nel giugno 1900 Gesù la veniva preparando:
«L'altra mattina mi parve che dopo la SS. Comunione mi
dicesse così. (Sono solita ogni mattina, la prima grazia che
dimando a Gesù, è che mi facesse andare in convento), e Gesù
mi rispose: 'Ma sai, figlia mia, che vi è una vita ancor più beata
di quella in convento?' E non mi disse altro». La fanciulla – ed
è facile capirlo – rimane interdetta: «Penso più volte quale sia
questa vita, ma non arrivo a conoscerla; però la desidero tanto,
che ho sempre lì fissa la mente. Vorrei possederla e presto. Lo
chiedo a Gesù che mi faccia andare in quella vita più beata, ma
mi risponde che dimandi il permesso al Confessore. E di questa
cosa Lui non sa anche niente, ma stasera glielo dico». E così il
tutto sfuma – certo, per divina disposizione – in un palleggiarsi
fra Mons. Volpi e P. Germano, desiderosi però tutti e due di
venirne a capo. Ora il desiderio per Gemma si fa più cocente,
poiché «… Tante mie compagne, che avevano come me
vocazione di essere Religiose, sono già vestite, e quasi tutte
hanno la mia età. E io ci sono sola sola». Ed ecco la poverina
ripiegarsi sulla sua indegnità: «Ora mi viene da piangere; non
vorrei, sa, piangere, perché l'Angelo Custode non vuole; ma mi
viene da sé, e allora bisogna che pianga. Ci vorrei andare
anch'io in convento; lo so che Gesù questa grazia a me non me
la concede per la mia grande indegnità. Se vedesse, ho un
cuore vuoto vuoto» (Lett. 9ª, p. 28). La Santa è disposta a tutto,
anche a fare da «serva» alle monache e soffre pene terribili.
L'atto di rassegnazione totale è nella lettera seguente (10ª) del 9
agosto: mentre la contemplazione dei dolori di Gesù le fa
venire «… una smania, un desiderio sì grande di soffrire tutti i
tormenti del mondo», che le suggerisce tre proponimenti: 1.
l'offerta della vita unita ai patimenti di Gesù e al dolore perfetto
dei suoi peccati, 2. l'ingresso in convento, se è volontà di Dio e
3. «Vuoi forse Gesù – è il proponimento decisivo – che io viva
così? Tu sia benedetto. Vuoi forse che viva nel mondo,
abbandonata, sola ed anche disprezzata? Sono pronta. Sia fatta
in ogni modo la tua SS. Volontà» (p. 30 s.)3. Ma allora tutte
quelle promesse categoriche di Gesù, della Madonna, di
Confratel Gabriele, ecc.?

3
Un anno dopo, nella corrispondenza con M. Maria Giuseppa
Armellini, affiora discreta la supplica: «Ora vorrei dirle una cosa, ma temo
che P. G.[ermano] mi gridi. Mi prende in convento con Lei? Sarò buona,
obbedirò» (Lett. lª, p. 415); lo ripete nella postilla alla lett. 2ª (p. 419); nella
lett. 3ª l'informa dei passi concreti fatti a Lucca per il nuovo convento… (p.
421); anche nella lett. 6ª «… mi metta in convento con sé» (p. 426). Ma è
nella lett. 7ª, che sbotta: «Madre mia, perché Gesù mi lascia così consumare
da un desiderio sì violento? Ovvero perché ci lascia così morire da un
desiderio sì violento? O perché Lei ha tanto desiderio di star con me? (E
come ha fatto a indovinare il desiderio di Gesù?) Non so capirlo» (p. 427).
Il Signore permise che, date le condizioni particolari di
Gemma (apparentemente quelle della sua salute, ma Gemma dà
una diversa spiegazione che non è il caso qui di svolgere), le
fosse rifiutata l'accettazione all'agognato monastero di Corneto
fra le Passioniste. P. Germano, che avrebbe raccolto nell'ultima
visita alla Santa l'ultima sua confidenza al riguardo, riferisce la
frase profetica: «Disse: le Passioniste non mi ci hanno voluto
da viva, mi ci avranno morta» (p. 428 nota).
Ma il problema del «conflitto dei fenomeni», e quindi il
martirio ch'esso ha significato per Gemma, resta insoluto. I
biografi, a cominciare da P. Germano, hanno cercato qualche
spiegazione, ma francamente a me sembrano sforzi inutili: la
Santa stessa comprese la situazione meglio di tutti. Iddio
voleva crocifiggerla in tutto, anche nell'aspirazione più alta
ch'era di seppellirsi in un convento per nascondersi sotto la
Croce di Cristo: la croce Gemma l'ebbe e assai più pesante. Ma
cerchiamo di precisare ancora, per quanto è possibile dalle
dichiarazioni dell'appenata fanciulla, questa strana situazione.
Torniamo alla corrispondenza col Confessore ch'è il
destinatario ufficiale delle comunicazioni di Gesù e l'esecutore
incaricato della sua precisa volontà.
Lett. 13ª: Gesù promette di darle «… a bere il calice
mio fino all'ultima goccia.., ma non ora, ha detto Gesù, quando
sarò in Convento» (p. 329). In un'estasi del novembre le appare
Gesù Bambino «… era proprio Gesù piccino» e gli chiede di
andare in convento: «Quando sarai in convento [rispose], allora
ci sposeremo; devi dire al tuo Confessore che affretti lui il
momento delle nostre nozze. Digli che non è impossibile fare
quello che sa Lui, anzi è facilissimo; se Lui vuole può fare tutto
in un momento» (p. 331).
Lett. 14ª: «Ogni volta che mi metto a pregare, o meglio
a dormire4, mi raccomanda che dica a Lei che mi metta in
convento». Ma dove? dico io. E Gesù mi risponde:
«Passionista a Corneto». Ho detto a Gesù che è molto difficile,
invece Gesù mi ha detto che è facile. Dunque – incalza con
ragione Gemma – se è facile, perché non ci pensa? Obbedisca a
Gesù» (p. 330).
Anche nella lett. 17ª del dicembre dello stesso anno,
all'ennesima richiesta di Gemma: «Gesù, ci sarò in convento la
sera di Natale?» – la Madonna le aveva promesso di mostrarle
Gesù appena nato – e Gesù: Ebbene dì al Confessore che se Lui
lo vuole assolutamente, lo può» (p. 335). Quella virgola dopo
«assolutamente» contiene tutto il problema che nessuno è
riuscito a risolvere, perché non l'ha risolto chi doveva
risolverlo: Mons. Volpi stesso. E la Santa incalza e supplica, il
demonio ha il permesso – come si è visto – da Gesù stesso di
batterla ed ecco la motivazione strabiliante di Gesù stesso: «A
questo punto fece Gesù: 'Per fare conoscere ancor più chiaro
che sarai una delle figlie della Passione, ti ho fatto sottomettere
alle battiture; ma queste termineranno quando sarai in
convento» (p. 337). Di lì a poco riappare S. Gabriele (p. 338) –
come abbiamo già riferito (Lett. 19ª) – e rinnova la promessa
nella forma più categorica.
Agli inizi del 1900, Gemma torna a supplicare di essere
levata dal mondo: «Mi fa la carità, mi ci mette in convento? Ci
crede? fuori non ci posso più stare. Mi metta in qualche posto:
basta che sia un convento». E siamo già alla prima rinunzia:
«Non dico neppure più che voglio essere Passionista, dico
soltanto: faccia Lei come crede, mi basta che mi metta dentro,
perché a quel che avverrà poi dopo, ci pensa Confratel
Gabriele. Prima Gesù mi dava piccole cosette da sopportare,

4
«Dormire» per Gemma, in questo contesto, è ancor andare in
estasi.
ora poi ci ha aggiunto un tormento: non poter in nessuna
maniera pregare» (Lett. 23ª, p. 344). Ma nel marzo, dopo
un'orrenda vessazione diabolica, Gesù le conferma: «Sta
contenta; prima bisogna che tu porti la croce in altro luogo, poi
a suo tempo la porterai Passionista (Lett. 26ª, p. 349). Ma già
nella citata Lett. 3ª a P. Germano, nella conclusione, Gemma
precisa con piglio risoluto: «Padre, per carità mi raccomandi a
Gesù: gli dica che voglio essere buona e se non mi vuole
Passionista, me lo levi dalla mente» (p. 13). Questo è un parlar
chiaro per veder chiaro. E Gemma aveva anche detto un giorno
a Suor M. Agnese delle Mantellate con tono sicuro, nel
rammarico degli inutili tentativi per entrare in convento: «Se
mi mettono in convento, Gesù mi ha detto che mi fa vivere fino
a 50 anni e se non mi mettono in convento fino a 25». E difatti
a 25 morì (Proc. Luc. nr. X, § 28, p. 465).
A giugno la nostra Santa ripete, discreta e dolente, la
supplica e la rassegnazione: «Mi benedica, e poi vorrei andare
in convento: vado dove mi mette» (Lett. 32ª, p. 356). Gesù
l'aveva esortata, per tranquillizzarla: «Attenta, figlia mia, vivi
quieta: io sarò sempre con te» (ibid). Ma nell'estasi seguente
Gesù stesso sostiene il progetto di ripiego. Mentre la Santa è in
lagrime5, perché non sapeva più né che dire né che fare», Gesù
l'esorta a ripetere a Monsignore la sua volontà «… che ormai
sarebbe il tempo [Gemma è già nel 23° anno!] perché se Lei
continuava a far così, era resistere alla volontà sua». E la Santa
intravede: «Allora dissi subito: 'Ma, Gesù, dunque devo
abbandonare proprio il pensiero di farmi Passionista? Io sarei
contenta, Gesù, di morire appena ho quell'abito addosso'. E
Gesù mi risposte che quel pensiero non lo abbandonassi, che
mi avrebbe fatto essere Passionista davvero prima di morire. E
poi continuava: 'Vedi, figlia mia, ora ti è proprio impossibile

5
Le zie l'avevano sgridata e minacciata di portarla, esse, dalle
Carmelitane di Borgo a Mozzano, dato che il Volpi non si muoveva.
entrare subito nelle Passioniste, ma non temere di nulla; vai
dove il Confessore ti mette, ché poi io penso al resto; però
pregalo, e digli a nome mio che ti levi subito, che dove ti vorrà
mettere, non avranno nessuna difficoltà a prenderti, in
qualunque modo tu vada'. La finale riaccende la speranza: «Mi
ripeteva che stassi contenta, ché sarò Passionista, ma per ora
vada dove vuole il Confessore, ché al resto pensa lui» (p. 357
s.).
Ma di lì a poco S. Gabriele, ch'è quasi il secondo
protagonista di questa imbrogliata faccenda, torna alle
assicurazioni più lampanti: «Sta forte, sorella mia, – ha risposto
– non ti lasciare ingannare da chi ti dice il contrario; è volere di
Dio che tu sia Passionista. Se altri ti dimenticano, io però no;
quando sarà il suo tempo, t'informerò di tutto quello che
avranno da fare; tu però a nessun'altra persona dovrai parlare di
questo, altri che al Confessore» (Lett. 41ª, p. 369)6. E avendo
sentito che in Ottobre le Passioniste avrebbero aperto il
noviziato, supplica il confessore di lasciarla andare da sé «…
pronta a tutto, a fare la serva, la schiava di tutte» (Lett. 45ª, p.
374)7. E nella lettera seguente è Gesù che passa all'ultimatum
col Confessore: «'Vai subito dal Confessore e digli che se non
ti mette in convento, quella è una pena che ti ammalerà e ti farà
morire. Diglielo subito'. Ci ho sofferto tanto a scriverglielo: mi
vergognavo troppo» (Lett. 46ª, p. 374). Sfido io! E in questo
guazzabuglio Gesù le dice sempre: «Dì al Confessore che ti
nasconda e faccia presto» – con l'effetto che già conosciamo e
che non cambierà. E la Santa, nel dominio eroico dei suoi
sentimenti, aggiunge, per concludere questa postilla della lett.
47ª dell'ottobre 1900: «Non dico altro; sì, sì, e mi dice anche:

6
Nella lett. 44ª (p. 373) è l'Angelo Custode che le ripete la stessa
promessa, come abbiamo già riferito sopra.
7
La notizia c'è anche nella lett. 9ª a P. Germano (p. 28). A questa
fondazione si riferisce anche la lett. 58ª con l'ammonizione: «Guai – mi ha
detto tante volte (Gesù) – a chi ci si opporrà» (p. 387).
«Non voglio che ti affidi a nessuno»» (p. 376). Le insistenze
continuano (invano!): «Dì al Confessore che sono io che lo
voglio: ti nasconda e faccia presto». E la Santa umilmente,
come al solito: «Io faccio quello che vuole Lei; in qualunque
posto sono contenta, ma faccia presto: Gesù lo vuole» (Lett.
52ª e 53a, p. 481).
Ma si vede che in questo mondo, del conflitto della
libertà umana, non basta che lo voglia Gesù. E Gesù, come
abbiamo riferito sopra trattando del patire di Gemma, arriva a
minacciare… il Confessore e mostra a Gemma il duro
cammino che l'attende, ben più doloroso di una vita di
convento (Lett. 55ª, p. 385)8.
L'ultima dichiarazione della Santa è forse la più
sorprendente e sconcertante di questo dramma: nulla
conosciamo delle reazioni di Mons. Volpi a questo stile insolito
della mite creatura che qui può gareggiare per franchezza, con
quello di Caterina da Siena: «Mi ha detto anche che dicessi a
Lei, che si occupi subito di mettermi Passionista, perché Lei a
questa cosa non ci pensa neppure: 'Digli che ci pensi subito se
no lo castigo; io ti voglio Passionista (diceva Gesù), non ho più
nessun segno da darti per farglielo conoscere chiaro'. Io ho
detto a Gesù che glielo avrei detto, ma Lei mi pare che non ci
creda. Gesù mi ha risposto, che Lei invece ci crede che è
proprio Gesù; mi ha ripetuto tante volte che pensi subito perché
impedisce a Gesù di fare ciò che vuole, trattiene la sua grazia
(qui non ho capito bene). Gesù è contento che vada in un altro
convento nel tempo che devo star fuori, ma come sarebbe
contento se subito andassi Passionista! Me lo ha ripetuto tante
volte che dica a Lei che ci pensi, che se farà questo Gesù lo
consolerà; se poi non fa questo, Gesù lo castiga». Fin qui lo

8
In questa lettera Gesù rivela a Gemma, come si è detto, di
portarla alla santità ed alla gloria dei Santi mediante l'itinerario della
partecipazione ai suoi dolori.
stile Cateriniano, ma la conclusione è nello stile della «povera
Gemma» che si umilia in se stessa: «Io ho detto questo a Lei,
perché me lo ha comandato Gesù, ma non ci creda, perché è la
mia testa matta» (Lett. 63ª, p. 393). Anche al P. Francesco,
Consultore provinciale passionista, mentre gli chiede per
obbedienza d'interessarsi alla faccenda, l'avverte per prima
cosa: «… di non credere a quello che leggerà su questa carta,
perché (già lo saprà dal P. Provinciale)9 ho la testa tanto
curiosa, che può dirsi matta addirittura» (p. 404). Ma l'aveva
già scritto nella lettera 15ª a P. Germano, con una confessione
di candore delizioso, che già conosciamo.
Poi, cioè dopo la 64ª a Mons. Volpi, le lettere si
diradano e si abbreviano; l'argomento tace. La povera Gemma
è tutta presa dal suo Gesù: «… Mi sentivo come consumare
adagio adagio» (Lett. 65ª, p. 393). L'unico spiraglio di
soluzione, se di soluzione si può parlare, è quella che fin
dall'estate del 1900, la Santa prospettava a P. Germano da parte
dell'Angelo Custode: «Gesù mi consola dicendo spesso, che vi
è una vita anche migliore e più beata di quella del convento»
(P. 28)10. Ma non sa qual'è. Lo saprà alla fine prima di morire
quando farà l'offerta totale di se stessa secondo la
testimonianza della zia Cecilia riportata dagli editori delle
Estasi: «Il 18 gennaio 1903 Gemma dopo un'estasi mi disse:
'Adesso poi non mi resta altro che prepararmi alla morte;
perché ho fatto l'offerta a Dio di tutto e di tutti'. Ed io le dissi:
'Anche di P. Germano?' Ed essa rispose: «Sì» (p. 162 nota).
Quindi il dramma di Gemma, al livello esistenziale cioè quello
del «conflitto dei fenomeni» nella tensione della libertà resta ed

9
È il P. Pietro Paolo Moreschini, poi arcivescovo di Camerino.
10
Anche in una postilla al P. Germano l'11 ottobre 1900: «Non mi
è parso che Gesù quando mi parlò del convento nuovo (da aprirsi in Lucca),
dicesse che io dovevo starci; mi pare di no, anzi se glielo domando, non mi
risponde, ride» (Lett. 21ª, p. 62). Si osservi, in un argomento così
appassionato per lei, l'obiettività e l'eroico controllo dei sentimenti.
esso ha costituito per la Santa un autentico prolungato acuto
martirio. Solo la sua fede eroica l'ha sostenuta per non ribellarsi
od impazzire. Ma insieme solo un amore sconfinato per Cristo,
ch'è cresciuto proprio «contro i fenomeni», l'ha portata alla
suprema purificazione.
La sua personalità infatti – l'espressione è tutt'altro che
un'iperbole – fu stritolata soprattutto, certo in buona fede, dalla
persona sacra a lei più vicina ch'è stato appunto Mons. Volpi
sia con l'ispezione medica delle Stimmate sia anche col
tergiversare per la vocazione passionista. Forse a questo Gesù
stesso alludeva quando nel Diario del 20 luglio 1900 le dice:
«Io ti amo tanto, perché molto mi somigli». – «In che cosa – gli
dissi – che mi vedo tanto dissimile da te?» «Nell'essere
umiliata» mi rispose» (p. 167). E la stessa Santa aveva chiesto
nell'estasi dello stesso giorno 20 luglio! «… un'altra cosa ti
chiedo, Gesù… Ma lo vedi, ti chiedo che tu mi nasconda agli
occhi di tutti. Sì, di essere più umiliata, di essere trascurata, di
essere tenuta in nessun conto, come sono ora» (E. 42, p. 66)11.
Per questo allora il Figlio di Dio si è chinato in tanta familiarità
di dolore e di amore con questa umile vergine facendo di essa
una gemma celestiale, la «Gemma di Gesù solo»12.
La figura singolare di Gemma Galgani ha suscitato
studi e ricerche specialmente sulla originalità della sua vita
spirituale, sui singolari doni mistici di cui Dio la gratificò, sulla
sua eccezionale vocazione di passionista (mancata!)… Poco
ancora è stata studiata la personalità quale risulta dagli scritti di
questa mistica toscana che sa piegare la sua penna a insoliti

11
L'estasi è senza data, ma giustamente gli editori hanno messo la
data indicata dal Diario.
12
Così si firma nella lett. 39ª a P. Germano (p. 111); anche nella
breve lett. 43ª (p. 122), nella grande lett. 54ª, già citata (p. 148) e nella lett.
55ª (p. 150).
ardimenti di concetto e di stile, pur scrivendo «di furia» e senza
mai rileggere come lei stessa confessa.
La sua opera letteraria è puramente occasionale: sono le
lettere e i testi autobiografici, stesi per ordine dei suoi
confessori – Mons. Giovanni Volpi e P. Germano passionista13
– che obbligarono l'eccezionale penitente a mettere per iscritto
i singolari «fenomeni» che le accadevano. La posizione di
Gemma, anche su questo, è assai singolare; lungi dallo stile
colto e assertorio delle grandi anime dotate di carismi affini –
come S. Caterina da Siena, S. Teresa di Gesù, S. M. Maddalena
de' Pazzi… – per lei scrivere è un supplizio, essa protesta la
sofferenza che le costa e sembra alle volte di sentirla sbuffare14,
anche se lo scrivere le dà sollievo nell'effusione dell'animo.
Questo vale soprattutto per le Lettere. Per le Estasi poi si tratta
di testi che sono stati colti da altri in ascolto, assai discontinui
nel tempo e necessariamente lacunosi, i problemi sono diversi.
Eppure sono forse le estasi, alcune in particolare, che
presentano maggiormente ardimenti di pensiero e di stile
nell'immediatezza dell'esperienza diretta delle cose supreme.
Gemma quando scrive – e credo sia risultato un gran
pregio – non si richiama a principi riflessi di teologia o di
spiritualità (le sue letture agiografiche sono state molto
limitate) e neppure a testi biblici. La sua vita spirituale è fatta
in prevalenza d'incontri e di presenze, di colloqui e contese
spirituali con personaggi dell'aldilà: non c'è che lei, Gesù, la
Madonna, gli Angeli, S. Gabriele e (notevole protagonista!) il
diavolo… e tutti le parlano con stile immediato senz'alcuna
erudizione. L'unica occasione notevole – se eccezione può dirsi

13
Citiamo sempre dai due vol.: I, Lettere di S. Gemma Galgani,
rist. dell'ed. 1941 a cura del P. Giacinto del SS. Crocifisso, Roma s.d.; II,
Estasi, Autobiografia, Diario, Scritti Vari, rist. Roma, 1975.
14
Inizia infatti la lett. 2ª a P. Germano: «Tutto quello che scrivo
solo per obbedienza, ma con la più grande fatica» (p. 9).
– sono le due dichiarazioni chiestele da P. Germano, sui misteri
dell'Incarnazione e della Trinità: ma anche questi due scritti
sgorgano dall'anima di Gemma attingendo alla fonte viva della
sua esperienza diretta: la spiegazione dell'Incarnazione l'ebbe
dall'Angelo Custode e quella della SS. Trinità da Gesù stesso
dopo la S. Comunione.
Ma lo stile di Gemma è tutt'altro che naif o grezzo o
impacciato: esso rispecchia le altissime cose che deve riferire
ma lo fa senza fronzoli, con pudore quasi a scatti e sussulti,
limitandosi all'essenziale. È preoccupata, assai preoccupata…
ma non della grammatica e della sintassi e tanto meno della
qualità letteraria dell'esposizione o della descrizione, bensì
unicamente di riferire con precisione le esperienze strane e
insolite che prova e che riceve: soprattutto cerca di avvilire se
stessa, di mettersi dalla parte di chi la disprezza, la fa soffrire,
la deride e la trascura… Eppure Gemma sa scrivere, e come!
Quando il tema la prende e la rapisce nel suo vortice, la pagina
freme delle vibrazioni dell'eterno ch'essa rievoca e «ripete» con
l'animo sbigottito e incantato insieme. Alcune sue lettere – non
solo quelle più impegnative al P. Germano o a Mons. Volpi,
ma anche di alcune amicizie spirituali p. es. alla M. Maria
Giuseppa di Corneto e alla sig.a Giuseppina Imperiali (la
«Serafina») di Roma… – possono dirsi pezzi di antologia per
vigoria e trasparenza di stile ma non solo e non soprattutto per
questo. C'è di più, molto di più c'è la consuetudine e familiarità
col sublime e con l'ultraterreno ch'è vissuto e descritto in totale
semplicità e con l'unica sorpresa di esserne lei, col Cristo, la
protagonista. Si ha l'impressione che lo zenit della sua vita
mistica con l'impressione delle Stimmate, la domenica dell'8
giugno 1899, è stato un punto di arrivo di un tirocinio della
Croce ch'è rimasto un segreto fra lei e Gesù. E non sembri
irriguardoso allora – e se ciò fosse, chiedo umile perdono a
Gemma – riportare la forza delle pagine di Gemma alla
veemenza delle sue esperienze, una veemenza dolce ed una
dolcezza veemente, quella di un fuoco misterioso ch'essa
attingeva altrove e l'appenava sempre più nell'esilio del mondo.
Un'ultima osservazione a questo riguardo, ch'è
anch'essa piuttosto un'impressione. La Galgani ebbe maestre
eccellenti, fra le quali emerge un'autentica scrittrice ch'è la
beata Elena Guerra, fondatrice delle Suore di S. Zita: Gemma
ricorderà con profonda gratitudine specialmente Suor Vagliensi
e Suor Giulia Sestini. La sua pagina ha però una sua propria
dimensione… di volta in volta perché creata sul posto, se così
si può dire: non è né di scienza né d'esperienza nel senso
ordinario di questi termini, essa viene da un nuovo continente
in cui è trasferita la sua anima che non è il nostro, neppure
quello delle anime spirituali di giusto calibro. Ma è inutile
diffondersi in considerazioni vaghe e formali: solo chi la legge,
anzi solo chi vi ritorna, non una ma più volte di continuo, potrà
rendersi conto degli ardimenti del suo stile, sempre asciutto e
vigoroso quasi non di donna anche se profuma di esperienze
celestiali. In particolare l'Autobiografia o confessione generale
scritta per P. Germano, ch'essa attribuisce alla dettatura
dell'Angelo Custode dello stesso Padre, ha una drammaticità ed
una forza di stile che non temono confronti anche fra i classici
dell'introspezione di cui pur fiorì il mirabile ottocento (che
Gemma certamente non conosceva!). Ricordiamo soltanto le
pagine sulla guarigione miracolosa e sull'impressione delle
Stimmate (p. 247 ss., 261 s.)15.
Ma ciò che sconcerta – e (forse!) anche consola – nella
vita spirituale di Gemma è da una parte la sua affettuosità e
tenerezza che le strappava dal fondo del cuore, come diremo, il
pianto – un pianto silenzioso di amor doloroso – e dall'altra
parte una fermezza d'animo e un dominio dei sentimenti più

15
Sulla guarigione c'è anche una relazione a parte, scritta il 9
marzo 1899 a sei giorni di distanza dall'avvenuta guarigione, forse a
richiesta di Mons. Volpi (p. 273 ss.).
che virile, da superare intrepida i dolori e le privazioni più
cocenti senza versare una lagrima come nella morte della
mamma, del papà, del fratello Tonino e della diletta sorellina
Giulia, così da accettare con assoluta indifferenza la miseria
nera e piena di umiliazioni che si abbatté sulla famiglia alla
morte del babbo. I testimoni del Processo sono concordi nel
rilevare soprattutto in quest'ultima occasione, il comportamento
di eccezionale dignità da parte di questa ragazza che aveva
conosciuto l'agiatezza di una famiglia borghese e fu costretta a
vivere quasi di elemosina. L'Autobiografia sorvola su tutto
questo, nessun cenno, nessun lamento: «Io sola senza cuore,
scrive, rimanevo indifferente a tante disgrazie» (p. 239). È
un'espressione di rara elevatezza di spirito, che rivela una
visione cristiana della vita e della morte come baluardo contro
l'irrompere irrazionale delle disgrazie e la tentazione della
disperazione.
Anche per Gemma allora possiamo parlare di «piani di
coscienza» e nella prospettiva più ovvia di piani, in successione
ascendente: piano umano, cristiano, mistico. Il piano mistico in
Gemma si presenta in questi scritti a tale punto di assuefazione
che sembra quasi «naturale» e la prima a stupirsi è lei stessa
che si giudica sempre e con puntigliosa e candida insistenza
tanto «cattiva». Gemma sempre, fin da bambina, e non solo a
partire dall'impressione delle stimmate, è vissuta in un mondo
tutto suo e diverso da quello comune: non ch'essa non
avvertisse le voci e le suggestioni di questo, ma sta il fatto che
si trovi trasferita nell'altro sotto la spinta di una arcana
predestinazione di cui lei è la prima a stupirsi, mentre confessa
con impietosa sincerità i pericoli delle sue tendenze e le
suggestioni maliarde dell'epoca, con un avvertimento superiore
all'età e alle condizioni dell'ambiente. Ma ben presto l'anima
sua è segnata col marchio di fuoco della sua vocazione alla
Croce. Questo fa passare in secondo ordine, ma non vorrei
essere frainteso, il lato sia cristiano ordinario come quello
umano – anche se l'uno e l'altro ebbero in lei una profondità e
vigoria eccezionale. Gli è che l'uno e l'altro furono in lei
convogliati nel turbine del primo e dominati dalla sua
veemenza: si potrebbe quasi dire – e mi rendo conto di usare
un'espressione piuttosto eterodossa – che la veemenza della
realtà mistica li ha trascinati con sé, quello semplice cristiano e
umano dominandoli, non però per eclissarli ma per farli fiorire
con sorprese di elevazioni originali della sua libertà. Si dirà che
questo è accaduto a tutti i santi: può essere, ma in Gemma
Galgani è il piano mistico che si umanizza e quasi perde ogni
paludamento di trascendenza ma così che il piano umano stesso
è già mistico fin quando, piccina ancora e in braccio alla
mamma, accanto a Sr. Vagliensi o già ragazzina di 11 anni (ma
ancora in braccio a Sr. Giulia Sestini!) si commuove, gioisce,
piange, sviene…: al sentir parlare del paradiso e di Gesù
Crocifisso.
Bambina allora Gemma non è mai stata? In un certo
senso Gemma non si può dire che sia stata neppure ragazza…
perché è stata sempre la «povera Gemma» e la «Gemma di
Gesù!». La meraviglia della vita terrena di Gemma è che la sua
anima è stata sottratta subito, col primo formarsi della
coscienza, ai sogni dell'infanzia e agli incanti dell'adolescenza.
L'Autobiografia parla della condiscendenza del babbo per abiti
e passeggiate, alle quali faceva però da contrappeso la sua
eccessiva carità verso i poveri. La sua anima cominciò per
tempo a sentire il sottile luminoso fascino di una Presenza
assoluta. I testimoni dei Processi spesso ricordano la bellezza
straordinaria dei suoi occhi16: eppure Gemma ha tratti umani –
negli atti, nei gesti, nelle espressioni… – così schietti, gioiosi,
prorompenti come di una natura bramosa di vita, assetata di
tenerezza e di affetto, ch'è frequente senza dubbio riscontrare in

16
Cfr. E. Zoffoli, La povera Gemma, II ed., specialmente la foto
riprodotta a p. 464, scelta anche da noi.
altri santi, ma in Gemma essi si esprimono ad un livello di tale
prodigiosa purezza ch'è pari alla sua donazione totale. Anche
qui qualsiasi tentativo di analisi o di descrizione resta sempre al
di sotto della realtà. Solo Gemma può spiegare Gemma; no,
forse neppure Gemma può spiegare ciò che vive, sfolgora e si
nasconde in Gemma, ma solo Colui che la folgora e l'attira,
Gesù stesso. E tutto quello che si può conoscere a questo
riguardo si trova appunto nei suoi scritti, tutti occasionali e
buttati giù appunto di furia17: essi sono certamente uno dei più
straordinari documenti di comunicazione nella storia – pur
tanto ricca – della spiritualità cristiana.
Ma anch'essi, più che sciogliere il mistero del suo
itinerario terreno, l'infittiscono per noi ancor più. Alla fine,
dopo le molte letture e riflessioni alle quali uno è attratto per
una misteriosa magia di spirituale fascino e profondità, essi si
mostrano come uno schermo sul quale si proiettano e scorrono
realtà che stanno aldilà di tutte le categorie e le consuetudini
dell'esistenziale ordinario. Uno schermo sul quale, ma
soprattutto oltre il quale, compaiono sensi e sentimenti di
Gemma sulle realtà terrene e celesti che si sprofondano nelle
dimensioni inaccessibili della divina giustizia e misericordia: è
il mondo del soprannaturale, visto e vissuto da parte di una
coscienza, senza dubbio, privilegiata. Si ha l'impressione che
più ci si avvicina a siffatte realtà, che riempiono le ore i giorni
e le notti di Gemma, e più l'orizzonte si sposta sprofondando in
una luce che le avvolge e le «oscura» per noi – ma anche, come
vedremo, per la stessa Gemma, benché non allo stesso modo
che per noi.
La realtà della breve ed infuocata vita di Gemma è
quella di «figlia della Passione», come la chiamò Gesù stesso, e

17
Secondo l'espressione spesso ripetuta dalla stessa Gemma, la
quale tuttavia vi si preparava con l'impegno di note, appunti… che (come
sembra) poi distruggeva.
le varie «conversioni», di cui ella parla, sono le tappe del suo
avanzare nella sequela di Cristo Crocifisso. Glielo ricorda
l'Angelo Custode quando la rimprovera per l'orologio d'oro:
«Ricordati che i monili preziosi che abbellano una sposa di un
Re Crocifisso, altri non possono essere che le spine e la
croce»18. Ma ciò che a questo proposito sorprende – e questo
garantisce in lei il suo distacco – sono le sue ripetute
dichiarazioni che «non capisce nulla», che infiorano
specialmente l'Autobiografia. Aveva sentito dalla mamma
quando le mostrava il Crocifisso che Gesù… era morto in
Croce per gli uomini: «Io capivo ben poco e piangevo» (p.
223). Così «… più tardi poi lo sentii ripetere dalle maestre, ma
mai avevo capito nulla» (p. 226). Siamo quindi agli antipodi
dell'infatuazione isterica femminile: Gemma stessa ironizza e
scherza volentieri (esagerando!) sulla sua testa… matta,
mattuccia e anche piuttosto dura di comprendonio.

18
Autobiografia, p. 235, come già si è detto.
2. Gemma di Gesù (solo)

Tutto è sconcertante nella esistenza di Gemma: la


coesistenza degli opposti nella sua vita e nei suoi pensieri mette
a dura prova la logica ordinaria delle cose e gli stessi suoi
sentimenti prendono le vie più impensate. Sembra che Iddio
voglia davvero abituarci al «mondo capovolto» del verbum
crucis di S. Paolo (I Cor 1,18).
Soprattutto a partire dall'impressione delle Stimmate la
sua vita sembra infrangere tutte le leggi fondamentali della
fisiologia: cibo e bevanda sono ridotti al minimo ed il sonno va
a capriccio perché la maggior parte della notte è occupata dalle
divine comunicazioni, specialmente quella tra il giovedì e il
venerdì è immersa quasi sempre nella partecipazione ai dolori
della Passione del Signore. E poi, a impedirle un po' di sonno,
ci sono anche le vessazioni e bastonature del diavolo. Eppure,
passati i fenomeni, la Santa si riprende: essa stessa dice di stare
benissimo, malgrado le continue e copiose perdite di sangue
causate dalle Stimmate, dalla corona di spine… il sangue le
usciva anche dalla bocca, dal naso e perfino dagli occhi e
malgrado i violenti sobbalzi del cuore che le alzarono tre
costole1 – e ciò fu riscontrato anche nella ricognizione del
corpo – come a S. Filippo Neri. La Santa ne parla spesso
nell'Epistolario.
Basti un accenno per tutti. La domenica 25 novembre
1900 Gemma informa P. Germano: «Oggi è domenica; sto
assai meglio. Non si creda, se dico così, che sia ammalata. Sto
benissimo. Vo' dire: sto assai meglio di certe cose accadute nei
1
Vedi specialmente la lett. 33ª (p. 99) ch'è una deliziosa
descrizione della sua compagnia celeste: «Viva, viva Gesù! Dopo la SS.
Comunione ora che è poco, la Mamma mia mi ha chiamato e mi ha detto
che oggi era, la sua festa (l'Immacolata). Aveva cambiato il vestito, non
l'aveva più nero, ma bianco, mi ha accarezzato tanto».
giorni passati, Giovedì notte, e Venerdì nel corso del giorno.
Che cose curiose, babbo mio! la notte non dormii mai, e il
giorno stetti assai male. Ero stanca stanca, e non faccio mai
nulla; le mani mi morivano, le gambe lo stesso, non mi
lasciavano fare un passo senza soffrire immensamente. Dalla
parte sinistra dolore continuo no, ma quelle strinte furono
molte, ma non tanto dolorose. Si figuri: tempo indietro Gesù mi
disse che ogni giorno si faranno più dolorose, fino da perdere i
sensi, e Lei mi disse che in una di queste, non so come dire,
dovrò morire. Evviva, evviva Gesù! Nel capo ci soffrii un po',
ma sempre senza disobbedire (almeno mi pare). Di questo gli
dirà le cose meglio la sig.a Cecilia. Io dico solo che mi sentivo
male, e specialmente gli occhi, e perfino i denti». Ma subito lo
tranquillizza: «Ma con tutte queste cose non creda che sia
ammalata; sto bene assai oppure, è meglio che non dica bugie,
soffro ma sto zitta; fino a che duro, silenzio, e poi per forza
sono costretta a dirlo, ma a chi devo lo sò». Noi però non lo
sappiamo: Cecilia? L'Angelo Custode? Verso la chiusa un'altra
notizia del suo dramma: «Ieri sera verso le 2½ ebbi una strinta
forte; mi forzai un po' e mi venne un po' di sangue dalla bocca;
l'altra, che mi venne pure del sangue, verso le 9. Stanotte è
stata una notte un po' brutta: non ho mai sentito Gesù, e ho
sempre patito; stamani presto credevo…» (Lett. 31ª, p. 89 ss.).
E nella postille aggiunge: «Sto benissimo, babbo mio» (p. 91).
Ha trovato anche la formula della sua vocazione che già
conosciamo e che ripeterà al Volpi: «Come sa, io sono la
vittima e Gesù dev'essere il mio sacrificatore» (Lett. 32ª, p.
93)2. Tutta immersa, come si trova, in fatti e comunicazioni
2
La stessa formula ricorre infatti nella Corrispondenza, quasi
contemporanea, al Volpi, lett. 52ª (dicembre 1900, p. 381) e lett. 65ª (luglio
1902), quando ormai il progetto del convento sembra sfumato del tutto:
«Non sa forse che Gesù è un anno e più che aspetta di sfogarsi con me?
Glielo dissi l'altra sera. Io sono la vittima, Gesù è, e deve essere il mio
sacrificatore. Gesù non gli pare forse che non possa più aspettare? A me par
di no» (p. 393).
della più alta mistica, Gemma ne è completamente distaccata
ed essa stessa, come sappiamo, attribuisce tutto al gioco della
sua fantasia. Anzi – caso forse più unico che raro – chiede di
essere liberata da tutto, anche da Gesù: «Se restasse a me la
scelta, rimarrei così: senza Gesù, senza altri» (Lett. 29ª, p. 84).
Incredibile! Non vuole attaccarsi alle «consolazioni» di Gesù:
«Io non voglio da Gesù altro che Gesù» (Lett. 44ª, p. 125).
Eppure la vita di Gemma è ormai tutta immersa in
Gesù. È stato notato che il nome di Gesù nell'Estasi ricorre ben
1805 volte e nelle lettere 2434 volte3…: un totale di 4239 volte,
alle quali vanno aggiunte le invocazioni sparse negli altri scritti
e soprattutto nelle Estasi che non sono state raccolte che sono
forse la maggior parte. E si deve tener conto inoltre che le
fortunate amanuensi facevano quel che potevano, anch'esse
sbigottite di fronte a fenomeni così alti e misteriosi della loro
eccezionale ospite. E questa insistenza del nome di Gesù opera
anche sul lettore una dolce quasi attrazione e astrazione, crea
come un clima di arcana pace ed improvvisa illuminazione in
un «debole» slancio di consonanza – di più non è lecito osare o
sperare – con l'eccezionale creatura.
Ciò che colpisce soprattutto è la familiarità di Gemma
con Gesù, la confidenza filiale fino ai confini dell'estrema
tenerezza da ambo le parti. Gesù le appare soprattutto
sofferente nella manifestazione, come già abbiamo esposto,
dell'intero mistero della sua Passione e Morte. Ma lo vede
anche tenero Bambino, come scrive nel novembre 1899 al
Confessore al quale deve trasmettere anche il messaggio per il
tanto contrastato convento4. C'è anche il primo annunzio dello
3
Cf.: Lettere, Introduzione, p. XXVIII; Estasi…, Introduzione, p.
XXXII. – Si possono riscontrare frequenti casi ove il Nome di Gesù ricorre
fino a tre volte nella stessa riga: p. e Estasi 20ª, p. 31; 31ª, p. 47; 40ª, p.
63… e nell'estasi 41ª, p. 64 ben 4 volte!
4
Già nel luglio scrive al Confessore raccontando che le appare la
B. Vergine col Bambino in braccio: «Fece per darmi a me il bambino, io lo
sposalizio mistico: «Ieri nella solita ora di guardia mi accadde
una solita cosa curiosa: appena principiai a farla, mi
addormentai subito; mi pareva di avere in braccio un bel
bambino di tre anni; mi baciava, mi accarezzava e mi
domandava se lo conoscevo e se gli volevo bene. Io
l'abbracciavo forte forte e gli dicevo che gli volevo tanto bene.
Mi diceva se volevo essere tutta sua, che presto mi avrebbe
sposato. Io ero tanto contenta, non sapevo che rispondere, lo
tenevo strinto strinto, e gli dissi: «Se sei Gesù, faccio tutto; se
no, va' via». Mi rispose che era Gesù. Era proprio Gesù
piccino. Gli dissi che volevo andare in convento; mi rispose:
«Quando sarai in convento, allora ci sposeremo5; devi dire al
tuo Confessore che lo affretti lui il momento delle nostre
nozze. Digli che non è impossibile fare quello che sa Lui, anzi
è facilissimo; se Lui vuole, può fare tutto in un momento.
Assicuralo che appena mi ha contentato me, qualunque cosa mi
chiederà, tutto gli concederò; se no, farò tutto il contrario»
(Lett. 15ª, p. 331 s.: la divisione del testo è nostra).
Nella lett. 38ª a P. Germano scrive (il 26 dicembre
1900) di aver rinnovato i suoi voti a Gesù B. e chiede: «Gesù
piccino, delizia del mio cuore, vorrei però un regalo: il
perdono dei peccati tutti» (p. 109). Nulla perciò di
sentimentale, ma l'umile compunzione e il pentimento per la
purificazione dell'anima. Nella celebre lettera 55ª a Mons.
Volpi G. Bambino le si posa sulle ginocchia ed è Gesù
Bambino che le comunica per Monsignore il messaggio
profetico della sua santità e glorificazione (p. 383).

presi, poi la Signora mi disse:… Tu sarai Passionista» (Lett. 2ª, p. 311).


Altre apparizioni di G. Bambino sono indicate nelle lett. 55ª e 63ª.
5
Ci sembra che espressioni simili siano da prendere con cautela, il
fatto che Gemma non sia riuscita ad entrare in convento non prova che non
abbia ottenuto il dono dello «sposalizio mistico», soprattutto se si pensa al
crescere delle sue sofferenze «fisiche e mentali» e all'abbandono finale che
l'assomigliarono sempre più a Gesù crocifisso.
Ma Gemma non perde il senso delle proporzioni. Gesù
non si riduce ad un'esperienza ed esaltazione, ma è Dio, e lei si
umilia: «Gesù, mio Dio, conosco che chi vuol salire ben alto –
scrive a P. Germano – presto sdrucciola, e cade di nuovo nel
pantano» (Lett. 57ª, p. 153). Il clima spirituale della sua anima
è sempre la tensione degli opposti anche, e specialmente, nel
rapporto col suo Gesù: «Quel Gesù ha sempre in mano due
fiamme e mi spiega che sono una di amore e l'altra di dolore»
(Lett. 36ª, p. 105). Profonda come sempre, Gemma vede che
più Gesù si manifesta e più si nasconde: «Gesù – Gemma
pregava preparandosi alla Comunione – non vi facciano paura i
miei peccati, non vi faccia ribrezzo la mia freddezza:
riguardate, mio Gesù, all'affetto di questa vostra indegna figlia,
da Voi redenta; ricorro a Voi solo, Gesù, per sempre di più
piacervi, per fare sempre la vostra SS. Volontà, e per darvi
maggior gloria. Con queste parole, son corsa da Gesù; Gesù è
venuto, ha fatto sempre al solito: in quel momento a me mi
cresce il desiderio, e Gesù si nasconde nel mio cuore sì bene,
che è impossibile trovarcelo». Gesù però si fa vivo: «Per due
volte mi ha ripetuto stamattina: 'Amore vuole amore, fuoco
vuole fuoco'». Ed ecco la sorprendente reazione: «Che
significano, babbo mio, queste parole? Quel benedetto Gesù da
me non si fa mai capire» (Lett. 40ª, p. 112 s.).
È l'esperienza del Gesù nascosto (il Deus absconditus
dei mistici) del «Gesù rimpiattato» come dice Gemma a P.
Germano (Lett. 37ª, p. 107). E dolcemente lamentandosi: «Ma
sa bene da sé che le mie preghiere sono deboli, sono fiacche, e
Gesù rimpiattato non le sentirà» (Lett. 35ª, p. 102 s.). E quando
Monsignore continua nei suoi dubbi e le dice perfino ch'è…
«un'ingannata, piena di fantasia…»: «O bene! – commenta – di
questo ne godo. Viva, viva il mio Gesù rimpiattato»6. E

6
Anche nella seguente lettera 39ª, parlando dei sobbalzi e del
fuoco interiore che dal cuore va a diffondersi per tutto il corpo: «Allora mi
tremante, ma fiduciosa, si raccomanda a P. Germano: «Preghi
assai: ho paura, ma sono sì quieta; nessuna cosa mi disturba se
non quella d'ingannare gli altri». E si sfoga con veemente
sincerità: «No, Gesù non lo permetterà, mi aiuti; Gesù darà
lume, Gesù bambino mi darà la rassegnazione in qualunque
cosa: lo preghi, ch'io voglio essere umile, sincera e tanta
pazienza voglio». E incalza con la formula preferita: «Voglio
amare e patire. Quando ho trovato Gesù e il suo amore, mi
basta; non mi curerò se è per una via o per un'altra; l'amore
solo di Gesù io voglio, amore immenso, perpetuo e saziante. In
Lui mi rassegno; mai, è vero?, mi può mancare la paterna
assistenza di Gesù. Gesù non mi mancherà mai, è vero?
quantunque mi abbia tolto qualunque appoggio e consolazione
su questa terra» (Lett. 38ª, p. 109). E questo nello «sfondo»
(usiamo quest'espressione) – dello scetticismo sempre più
insistente – certo per permissione divina – del confessore: la
Santa lo sa dall'Angelo e, abbandonata in Dio, confessa: «… ne
facevo poco conto, perché le confessioni me le ascoltava
ugualmente come sempre» (ibid.). E questo le basta.
Qui l'esperienza della contemporaneità dei contrari e la
divina «strategia della tensione» dell'amor puro raggiunge il
vertice della sofferenza e l'amor puro della Santa attua la
donazione totale. Essa chiede al buon Padre: «O babbo mio,
babbo mio, se Lei lassù conoscesse una di quelle anime tanto
ferite di amore per Gesù, gli chieda qual rimedio trovarono
quando, inferme già di amore, provarono l'amara pena di

fa tremare: Viva Gesù rimpiattato!» (p. 111). È l'epiteto che riserva al suo
Gesù, come scrive alla signora Giuseppina Imperiali (la «Serafina») di
Roma: «Lo dirò al mio Gesù nascosto» (Lett. 5ª, p. 449). È sintomatica
questa coincidenza, della mistica cristiana con l'agnostos Theos del tardo
Ellenismo, evocato da S. Paolo nel discorso all'Aeropago (Act. 17, 23).
L'argomento è stato approfondito dagli studiosi di storia delle religioni, p.
es. E. Norden, Agnostos Theos, Leipzig 1913; P. Festugière, La révélation
d'Hermès Trismégiste, IV Le Dieu inconnu et la gnose, Paris 1954.
quell'ardore che brucia, e poi me lo sappia dire». Ed ora espone
la situazione della sua anima smarrita: «Ma Gesù spesso non
mi risponde; lo cerco, e non si fa trovare; e quando mi sente
lamentare e sospirare, allora si rende sempre più sordo.
«Dimmi chi sei, dimmi che vuoi, – gli dico – fatti conoscere e
poi fammi pure morire». E quasi quasi mi arrabbio e gli dico
che è scortese. O perché, babbo mio, mi fa cercare così? Alle
volte l'ho chiamato fino crudele… ma gli ho chiesto subito
perdono, perché certe parole non le dico mica per rabbia, ma
perchè gli vo' troppo bene. O babbo mio, aggiunga pure anche
Lei, come tanti altri: dica che sono matta. O babbo mio!
Soffrire è poco, bruciare in dolce fuoco è poco, morire è poco,
struggermi tutta è poco ancora; o babbo, che darò dunque a
Gesù?» (Lett. 63ª, p. 167). È una dialettica che la tortura e mai
l'abbandona. Il chiodo dei peccati la punge sempre, anche nei
momenti di più spirituale devozione e l'umile Gemma, che
spasima per il suo Gesù, è pronta ad umiliarsi. Il 1 settembre
1901 scrive ancora al Direttore spirituale lontano e si noti
ancora il rincorrersi del Nome di Gesù e dell'invocazione a
Gesù: «Sono pochi istanti che ho ricevuto Gesù! Che gran bella
fortuna, babbo mio! Io che meriterei di vivere coi demoni, mi
trovo invece circondata ogni mattina da Angeli e Santi, e unita
continuamente e intimamente con Gesù!». E si sfoga,
contemplando la grandezza del mistero: «Quanto è mai buono
Gesù con me, quanto è misericordioso! Ancora lo tengo dentro
di me; io sono tutta in Lui, e Lui tutto in me. Ma la mia
abitazione è troppo vile per averci Gesù!… Gesù invece da Se
stesso la rende nobile e grande. Povero Gesù! E che cosa amerò
io mai questa terra? Ora che passeggio Gesù, l'umile accorato
timore: Dopo la Comunione, ripensando alla grandezza a che
mi ha innalzata Gesù, mi confondevo e mi perdevo… Vede,
babbo mio: la paura mia più grossa, sa quale è? Quella che
facendo tanti peccati, arrivi poi a rimanere priva dell'amore di
Gesù. A Lui mi raccomando, affinché mi faccia la grazia di
non arrivare mai a meritare questo castigo» (Lett. 77ª, p. 201).
Questo sentimento della distanza nella vicinanza,
dell'assenza nella presenza, della cocente impressione
d'indegnità nella donazione possessiva del Figlio di Dio alla
sua anima… è l'atmosfera in cui Gemma vive e compie la sua
missione nascosta nella Chiesa. Per questo la sua
«testimonianza del soprannaturale» è una grazia singolare che
lo Spirito Santo ha donato alla Chiesa di Cristo che
esperimentava allora le negazioni radicali di Dio e di Cristo, da
parte della prima cultura idealistica e poi materialistica con cui
il secolo XIX aveva portato a termine l'apostasia da Dio e dal
Cristianesimo. La sua esperienza è tutta splendori di grazia e
sentimento d'indegnità: «Stamani ho fatto la SS. Comunione! O
Padre mio! ho pregato mentalmente, ho pianto in silenzio…
Erano lacrime di riconoscenza e di felicità. Gesù, Gesù è
sempre con me: ci è ancora. Ma possibile, Padre mio, che Gesù
voglia me, me, la più indegna di tutte le creature?». Il
commento continua: «E i Serafini che gli stanno d'attorno, non
mi respingono con sdegno?… O Gesù, quanto sei buono! E
Gesù amorosamente mi risponde: «Vieni, vieni, creatura di
fango, riconosci la tua bassezza… Vieni da me in questo modo:
schiacciati sotto il peso della tua indegnità…». Padre, Padre,
non posso più reggere… dopo la Comunione; no, non posso
più reggere a pensare che Gesù si fa sentire all'ultima sua
creatura, che gli si manifesta con tutti gli splendori del suo
Cuore, nella prodigiosa espansione del suo amore paterno…»
(Lett. 75ª, p. 197). E umile si domanda: «chi sono io?» e
risponde: «Mi riconosco proprio per un essere avvilito e un
frutto del peccato, proprio come dice Monsignore» (p. 198)7.
È vero che Gesù spesso sembra colmarla di squisite
predilezioni, le regala carezze e la circonda di strette amorose.

7
È il confessore, Mons. Volpi.
Gemma lo confessa ancora al P. Germano: «Gesù continua
ancora a farsi sentire parecchie volte al giorno: di sera e di
mattina, in tutti i tempi e in tutti i luoghi…» e alle volte passa
«… delle giornate intere a soffocare questi desideri: perché non
posso con libertà sfogarmi e buttarmi nel pelago dell'amore di
Gesù» (Lett. 77ª, p. 212). Di qui anche il prorompere fermo e
gioioso che infiora e sigilla le sue lettere di «Viva Gesù!».
Ed al «buon babbo» fa la confessione umile ed ardita:
«Io sono di Gesù: nacqui per Lui» (Lett. 23ª, p. 66). E poco
prima, l'11 ottobre 1900, con la sua infantile semplicità: «Gesù
è sempre con me, mi sento tutta tutta in Lui; quanto sto bene!
ho paura di offenderlo e di perderlo. Quando sarà che anderò
sempre con Lui, senza più paura di offenderlo? O se l'Angelo
mio mi prestasse per un momento le ali, volerei da Gesù in
Cielo! Ho pregato e pregherò sempre che Gesù venga presto a
prendermi». E ritorna ancora il pungolo guastafeste e
purificante del ricordo dei peccati che la sprofonda nell'umiltà:
«Ma che dico? E tanti miei peccati? Il posto dei Santi non è per
me. E ora che dico?… Mi perdoni, perché non so più che
scrivo. Scrivo a caso. Sia fatto il volere di Dio». E di lì a poco
le riprende la nostalgia del Paradiso: «O come devo fare a non
desiderare di morire, se penso all'eternità, all'amore tanto
grande di Gesù, a quell'amore attuale di Gesù? e poi se penso
che starò tutta con Gesù, che lo possederò. E non sa che mi ha
detto l'Angelo, che in Cielo diverremo felici come Gesù?
Allora, dopo tutto questo, come devo fare a non desiderare il
Paradiso? S'immagini allora con che impeto il mio cuore amerà
Gesù, quando l'avrò bene conosciuto e visto ammodo, perché
ora non si fa vedere mica tutto; ora qui non so se mi capisce.
Me lo dice se ha capito?». Profonda ingenuità che nello
slancio, mentre ricorda che la Madonna le ha preso il cuore,
anche lei prende il cuore di P. Germano con quello di Serafina
e di Madre M. Giuseppa perché la Madonna le ha promesso di
unirli… «a quello di proprio Gesù» (p. 61). E presa sempre
dalla nostalgia del Paradiso: «Ho una grande smania di
volarmene con Dio. Bene, babbo mio, potesse Lei dire tra
qualche giorno: Gemma fu vittima d'amore, e morì solo che di
amore. Che bella morte! No, non mi sento calma, se Gesù non
mi accende un po' del suo amore; vorrei struggere, che il mio
cuore divenisse cenere, e che tutti dicessero: il cuore di Gemma
è incenerito per Gesù» (Lett. 48ª, p. 132).
L'esperienza dell'unione consumata e consumante con
Cristo si fa sempre più bruciante, come confessa ancora al P.
Germano il 22 maggio 1901: «Alle volte sono costretta
dall'esclamare: 'Dove sono, dove mi trovo? Chi è mai vicino a
me?' Senza nessun fuoco vicino, mi sento bruciare; senza
nessuna catena addosso, a Gesù mi sento stretta e legata; da
cento fiamme mi sento tutta struggere, che mi fanno vivere e
mi fanno morire. Soffro, babbo mio, vivo e muoio
continuamente». E il desiderio divampa. «Mai non sto ferma:
vorrei volare, vorrei parlare, e a tutti vorrei gridare: «Amate
Gesù solo solo»». E ormai l'anima è tutta un incendio, un
dilatarsi di onde di fuoco: «Senta cose curiose, babbo mio:
quanto più vorrei essere sciolta, tanto più mi sento stretta
stretta e legata al nodo di Gesù. Più che posso, nel mondo cerco
di lasciare ogni cosa, ma invece trovo tutto; fuggo tutti i piaceri
della vita, e trovo invece un piacere tanto tanto grosso, che mi
fa contenta tutta. Brucio continuamente, e vorrei sempre più
bruciare; soffro e vorrei sempre più soffrire… desidererei
vivere, desidererei morire… Glielo dico chiaro: quel che
desidero e voglio, non lo so neppure io… Cerco e non trovo,
ma poi non so che cerco… amo poco, vorrei amare tanto di più
il mio… Sento di amare, ma chi amo non lo intendo, non lo
capisco… Ma nella mia tanta ignoranza sento che vi è un Bene
immenso, un bene grande. È Gesù…» (Lett. 63ª, p. 167). E
mentre gli confessa di vivere il miracolo di una nuova
conversione, pensa sempre alla sua indegnità e al dovere della
riparazione: «Non sa forse che ora sembra che mi sia
convertita? […] Sì, sì, babbo mio, il mio Gesù è proprio il
Gesù della bontà; esso di nuovo ha operato il miracolo della
mia conversione e per il lume che si è degnato di darmi; sono
venuta ad acquistare la cognizione della mia bassezza e,
piangendo sui tanti miei peccati, sento il mio dolore aumentarsi
di più a considerare i tanti oltraggi e le tante ingratitudini che le
creature fanno ogni giorno a Gesù». Nella lettera 52ª del 17
marzo 1901 aveva scritto, anelando al Paradiso: «Io non voglio
più stare in nessun posto: a stare nel mondo mi affligge troppo
il dolore di vedere offendere tanto Gesù» (Lett. 52ª, p. 141). E
si offre vittima di riparazione a Gesù per i peccati suoi e altrui:
«Batta, batta pure Gesù, benedirò un milione di volte quella
mano, che eserciterà sopra di me un così troppo giusto castigo»
(Lett. 49ª, p. 133). E, sprofondandosi in riflessioni di fede
umile e ardente, incita alla sopportazione e indica nel peccato
l'unico vero male: «E che importa se Gesù si avventa contro il
nostro corpo? che importa se Gesù ci affligge? Ciò che
dovremmo temere, e che io dovrei temere tanto, è l'assalto che
fa il demonio per farci cadere in peccato. E a questo io nulla ci
penso…» (Lett. 76ª, p. 200).
Nelle Estasi il suo amore per Gesù – se fosse possibile,
perché anche nelle Lettere la sua anima si manifesta nella sua
più semplice schiettezza – si dilata in espressioni ancor più
ardenti e intense: isolata nella contemplazione e sofferenza
delle divine cose, astratta completamente anche dal mondo
circostante, Gemma vive dall'intimo lo slancio della sua
consacrazione e immolazione all'amore di Gesù vittima dei
peccatori. Dalla prima estasi che ci è stata conservata, del 5
settembre 1899, fino all'ultima – la 141ª del 12 gennaio 1903 –
tutta la sua comunicazione col misterioso mondo del Verbo
Incarnato è dominata dall'ansia suprema della suprema
partecipazione nella suprema immolazione. I testi, che possono
sembrare appunti, sono folgorazioni di adorazione e
ringraziamento, di stupore e dolore, di gioia paradisiaca e di
pentimento cocente. Ogni selezione finisce per guastare e
diminuire l'impressione autentica di questi testi che vivono nel
(del) tutto del dono divino e l'illuminano – come già si è
accennato – delle comunicazioni dell'Altro interlocutore che le
pie e attente amanuensi non potevano sentire. I frammenti che
riportiamo sono soltanto un rapido invito a immergersi
direttamente nel testo.
1. - L'estasi 1ª contiene già i temi fondamentali:
a) (La donazione totale di sè). - «Tu sei l'unico amore
di tutte le creature. Tu, Gesù… la fiamma del cuor mio. Mio
Gesù, ti vorrei amare con tutta [l'anima mia]… Santi tutti del
cielo, prestatemelo voi il cuore. Gesù, o Gesù, ma ti sarò fedele
per darti tutto il cuore? Io te lo do, ma dammelo più largo. Se
avessi tanti cuori, Gesù e grossi grossi, ti vorrei amare te
solo… E tu mi vuoi tanto bene. Ti vorrei amare tanto, Gesù.
Ma così chi ti ha ridotto? Chi ti ha ucciso?».
b) (La partecipazione alla riparazione). - «Mandami
pure da patire; così potrò dire che ti saprò amare. Una goccia
del sangue tuo mettila sul cuore mio; poi vedrai che ti amo
tanto per amor tuo; e poi, Gesù, mi devi far leggere nel tuo
cuore il… Ti ha ucciso proprio l'amore! Gesù, fammi morire
anche me di amore… Sarebbe un tormento la vita: non c'è
persona nel mondo che possa consolare gli affetti miei, che tu.
Le spine, la croce, i chiodi, tutto è opera di amore».
c) (L'offerta di sé e l'accettazione della Divina volontà).
- «Si fa così a amare?… Gesù, ho imparato. Sacrificherò tutto
per te; ma ti sarò fedele. Che bel regalo che mi hai fatto
Gesù!… Basta, Gesù, ti ho veduto. Quello lì è il regalo che
prepari alle anime tue… La prendo volentieri, Gesù [la croce].
Sia fatta la tua volontà, non la mia!» (p. 3 s.).
2. - La donazione totale è anche il tema centrale
dell'estasi 13ª del venerdì 16 marzo che inizia con un
cateriniano? «Io ti voglio, Gesù»8. E prorompe: «Sì, mio Dio,
che ti voglio. Quello che faccio, lo faccio per te. Se veglio,
sono sempre con te; se mangio, mangio per te; se soffro, soffro
con te; il mio sollievo sarai sempre te, Gesù. Se mi sento
oppressa, chiamerò sempre te. Voglio vivere di fede e di
speranza; non mi importa più di vederti sulla terra; mi basta di
rivederti in cielo. Quando respiro, Gesù, respiro sempre te; non
cercherò che te». E infine il richiamo alla sua miseria, mentre
divampa di gaudio. «Sì, mio Dio, sì, nondimeno non
permettere che questo fango del mio corpo si abbia a ribellare
contro la volontà tua» (p. 21).
3. - La partecipazione alla Passione di Gesù domina la
mirabile estasi 15ª del venerdì 30 marzo 1900, con sussulti
dolorosi, di amore e compassione: «Passione di Gesù!…
Angeli del Cielo, inchinatevi tutti con me; per la passione di
Gesù. Raccogliamo insieme il Sangue di Gesù… Chi più
fortunato di me… Gesù?… Passione di Gesù!… Fra me e te
soli… Andiamo tutti da Gesù in croce… Un Dio crocifisso!…
Eppure, o Gesù, ho cuore di resistere a te?… Vicini a te non si
soffre più… Via, venite tutti a raccogliere il sangue di Gesù,
che ne ha sparso tanto; ed io, l'ultima dei tuoi servi, neppure
una goccia. Adoro, Gesù, quel tuo sangue versato, e spero, o
Gesù, che non l'avrai versato inutilmente per me. O Dio! Gesù
muore! Gesù, voglio morire con te… O spine, o croce, o
chiodi, quante volte ve l'ho a dire? Vendicatevi sopra di me,
non più sopra Gesù. Muore Gesù, ma a me mi dà la vita.
Passione di Gesù… (p. 23). Per questo Gemma vuole alleviare
gli altri e chiede per sé sempre sofferenze: «Tieni me tanto
nelle umiliazioni; in questo momento mi sento la forza […].
Ma se ti occorresse il sacrificio della mia vita, eccola… sarei

8
Ritorna nell'estasi 18ª: «Ti voglio, Gesù, e nessun altro».
pronta […]. Contenta lei9, Gesù, e tiemmi me nell'afflizione
finché vivo» (E. 35, p. 54)10.
4. - Un posto a parte hanno le estasi contemporanee al
«fattaccio della verifica medica delle stimmate, cioè le 3ª, 4ª, 5ª
del settembre 1899. L'estasi 3ª di venerdì 8 settembre, ch'è l'eco
immediata a caldo dell'evento, esplode con un sorprendente:
«Hai vinto, Gesù, hai vinto tu! Hai fatto bene, hai fatto
bene…» ed è un susseguirsi, un intersecarsi forte e commosso
di sentimenti che la santa domina con incredibile assoluta
padronanza. Ecco:
a) (l'umile accettazione). - «Questo sacrificio l'ho fatto
per te: Gesù, accettalo […]. Hai voluto così, Gesù: sei contento
te, son contenta anch'io».
b) (È preoccupata, non di sé, ma solo dei peccati fatti
contro Gesù). - «… Anche di te dissero male: oggi ho sofferto
[…]. Oggi n'han fatti di peccati. Perdonali; se mai son qua io…
Tanti, Gesù… – ma se pensano male di me, non è nulla; ma di
te…».
c) (Implorazione di aumento di amore). - È la richiesta
che per ben quattro volte ricorre nello stesso periodo: «Ma tu,
Gesù, mi vuoi più bene di prima. O Gesù, dunque mi vuoi più
bene di prima? Allora ti faccio altro che questo! Te, Gesù, mi
vuoi più bene di prima, e io sono più contenta di prima». E
l'affettuosa richiesta si ripete, assieme al ricordo discreto di
quanto le è toccato soffrire per Gesù: «Gesù, mi vuoi più bene
di prima, e perché? Una piccola parte per volta della tua
Passione; oggi me ne hai data un po' di più».

9
Si tratta, secondo gli editori, della Sig.a Imperiali («Serafina») di
Roma, molto angustiata per la malattia di un figlio che poi guarirà
miracolosamente anche per le preghiere di Gemma.
10
La partecipazione viva alle sofferenze della Passione di Cristo è
l'oggetto speciale delle estasi 30ª e 31ª del 1-2 maggio 1990 (p. 45 ss.).
d) (Per sé è contenta dell'umiliazione). - «Gesù, ma te
mi vuoi più bene di prima, e perché? Non ho fatto nulla per
te… Oh, per amor tuo farei altro che questo!» - «Ma te sei più
contento così. Mi vuoi più bene ora o prima, quando mi
credevano Santa? Ora, vero?» - Anche verso la fine: «… Ero
troppo contenta, tutti mi volevano bene. Non mi ci crede
nessuno».
e) (Prega Gesù che vada a consolare… Monsignore!). -
«Và a consolare Monsignore ch'è tanto scontento […].
Almeno, Gesù, persuadi il Confessore solo. Sai, Gesù, và da
Monsignore e fallo stare tranquillo: ché se ne è già pentito. Sai,
Gesù, torna, e vedrai che torna solo… Io dirò così: Se torna
solo, farai tutto, e se no, niente. Gesù, vai a consolare
Monsignore». - «Consola Monsignore, Gesù: non ha fatto nulla
di male per accertarsi del dottore11… Gesù ti ringrazio. Ha fatto
bene, pensino come vogliono, ma assicurami che sei te» (pp. 5-
8). E il 25 agosto 1900 lo difende in un'estasi con l'Angelo
Custode (E. 45ª, p. 71).
5. - (Sentimenti profondi). - Il primo sentimento, il più
vivo e continuo, è quello della sua indegnità. Già nell'estasi 7ª
sboccia come un fiore colmo di tutti i profumi e splendori della
Passione di Cristo: «O Gesù tu le croci le dai a chi ami. Tu,
Gesù, sei l'amore di tutti, tu sei l'unico amore: lo grido forte».
Ed ora lo sfogo filiale: «Ti vorrei amare tanto, Gesù! Con
quella purezza che ti amarono i vergini. Con quella fortezza
che ti amarono i martiri… allora sì Gesù… Sai, Gesù, se ti dico
troppo: con quella carità che ti amava la Mamma tua». -
(Dell'amore singolare e tutto filiale di Gemma per la Madre di
11
Nella lett. 5ª, scrive magnanima: «È buono anche il dottore: me
l'hai detto te. Facesti un brutto scherzo…» (p. 2). Tipico esempio di
accavallamento di sentimenti opposti. Quanto a Monsignore: «Al
Confessore pensaci te come devo fare… Io dico, dico, ma non mi crede
nessuno» (ibid.). Anche nella fine dell'estasi 3ª: «Non mi ci crede nessuno.
Che devo dire a Monsignore?» (p. 8).
Dio, dobbiamo dire a parte). Ed ora lo sfogo: «Io basto a Gesù?
Sono la delizia tua, o Gesù? […] È possibile Gesù che io possa
bastare a te? O Santi del Cielo, prestatemelo voi un cuore, che
possa amare tanto Gesù […]. Io son tutta del Cuore di Gesù…
Che contentezza, Gesù, che mi dai! Tu sei il sostegno della mia
vita, la fiamma del mio cuore, la pupilla degli occhi miei…»
(p. 15).
Sentimento dominante è specialmente l'offerta di sé
come vittima per i peccatori. È già l'oggetto delle implorazioni
a partire dalla estasi 8ª ove crea un'ellissi ardita di grammatica:
«Ma pensami ai peccatori: li voglio tutti salvi… tutti». E
supplica per un peccatore che le sta a cuore: «Figlio tuo,
fratello mio: sàlvalo Gesù». E poiché l'Altra parte sembra
resistere: «Perché oggi non mi dài più retta, Gesù?». E si
umilia: «Te ne ha fatte tante, ma te ne ho fatte più io. Sàlvalo,
Gesù, sàlvalo». Ottenuta la grazia, si sprofonda ancora di più
nel sentimento della propria indegnità: «Me l'hai reso salvo?…
Allora non è più fratello mio. Ora è diventato buono e io sono
sempre cattiva. Voglio essere buona anch'io. Hai vinto Gesù:
trionfi sempre te» (p. 16). E nell'estasi seguente rinnova
l'offerta di vittima: «Dunque, Gesù, questi poveri peccatori non
li abbandonare. Sono pronta a fare qualunque cosa. Tu sei
morto sulla croce, fàmmici morire anche me». E chiede:
«Sfògati con me. Voglio essere una vittima per i peccatori,
voglio vivere vittima e voglio morire vittima» (p. 18).
Prepotente il desiderio di unirsi tutta con Gesù fino a
chiedere con infantile ingenuità, addolorata – mentre tutti
godono – di essere lasciata sola a piangere: «Perché (supplica)
non mi fai un po' di posto nella stanzina del tuo ciborio?» (E.
13ª, p. 21). Identica espressione nell'estasi 127ª , con ardimento
di linguaggio nella scia della tradizione mistica: «Amor del
mio amore; Gesù, mio diletto, mio conforto! Alle volte, Gesù,
mi spaventa la tua severità; ma mi consola la tua piacevolezza.
Mi sarai sempre padre, ed io sarò sempre tua figlia fedele e, se
ti piace, sarò tua amante…». E insiste: «Come faccio, Gesù, a
nascondere il mio petto al tuo fuoco? Vieni, Gesù, ti apro il
mio petto, introducivi il fuoco divino. Tu sei fiamma, Gesù, e
in fiamma vorresti che il mio cuore si cangiasse» (p. 149).
Ma, divorante sopra tutti, il sentimento dell'amor
esclusivo di Gesù e per Gesù che viene sempre più crescendo.
Il martedì 14 gennaio 1902 sospira: «O cuore, cuore mio,
perché non ti accendi tutto? perché tutto non ti consumi nelle
fiamme di Gesù? Io ti amo tanto, Gesù, e ti voglio amar
sempre. Sai, Gesù, perché?… Nel mondo non ho mai trovato
un amore sincero come il tuo, perché il tuo amore è immenso.
Per amarti te, Gesù, amo non amare altri». E chiede di essere
riempita di «Spirito che è tutto fuoco»12 (E. 74ª, p. 99). E
nell'estasi 76ª: «O Gesù, ci può essere al mondo una cosa più
dolce che l'amarti? Ora che siamo così stretti, così uniti,
bruciami, bruciami; ché voglio amarti con forza…». Nell'estasi
79ª sembra toccare i vertici della possibilità del linguaggio
umano: «Gesù, dolce mio bene, tesoro dell'anima mia, fà di me
quello che ti piace, purché non venga mai divisa da te.
Accetterò tutto quello che mi mandi… Gesù, Gesù, lasciamelo
ripetere: tu sarai la mia preda amorosa – ti piace, Gesù, questa
parola? – come io son preda della tua immensa carità». E
termina con l'invocazione di Pietro sul Tabor: «Qui, Gesù, qui
nel mio cuore ci voglio fare una tenda tutta di amore: devi
entrarci tu solo. Io ti terrò sempre con me, sempre qui
prigioniero; non ti lascierò più la libertà, no, fino a tanto che tu
non mi hai dato quella consolazione che io tanto desidero» (p.
105).

12
Anche nell'estasi 126ª, consolandosi nella sua povertà della vera
ricchezza cioè «il nutrimento dell'eucaristico Verbo», menziona lo Spirito
del Verbo, regnante nel fecondo seno del Genitore increato (che) si partirà e
verrà a farmi gustare le sue tenerezze» (E. 126, p. 148).
L'ultimo sentimento delle ultime estasi è per l'umile
Santa quello del timore cristiano e dell'invocazione della
salvezza: «Vengo sempre in cerca di te, o mio Dio». Lo stile ha
una sua sobria solennità, adeguata alla prova che l'anima
attraversa: vuol soffrire per tutti e pregare per tutti: «Tutti i
patimenti, le umiliazioni, la tosse, tutto in suffragio delle anime
del purgatorio, che soffrono tanto. E voi, che siete le spose
dilette del divino Agnello, pregate per me, che sono sempre in
pericolo».
Ed ora l'ultima supplica, dolente nell'abbandono ma
sempre fiduciosa: «In tutto mi rimetto alla tua volontà; ma
nell'ultima poi… quella la devi fare a tutti i costi, e presto
presto. Non sai che io ho l'ordine dal Confessore di farmi
presto santa e presto presto? E se tu non lo fai?… Se mi
trovassi un po' in peccato?… La possiedo la grazia tua?… O
non senti, Gesù, che ti parlo? Non senti quel che ti dico?… O
perché non vieni a fare una visita nel mio interno? Nell'esterno
non m'importa neanche, ma nell'interno, nell'interno!… Vieni,
vieni; poi al resto ci penserò io… Fossi un po' sicura d'essere in
grazia tua, o Signore!… Quando potrò dire: Son tutta del mio
Dio?… Quando potrò, o Gesù?…» (E. 137ª, p. 159).
Ancora un sospiro di rassegnazione il 20 novembre
1902: «… Dove mi lasci, o Gesù? Sola sola in questo mondo,
che potrei chiamare una landa oscura?». E con animo grato e
gentile per tutti i benefici e le grazie ricevute, contenta perfino
che Gesù «… la batta colla verga dei propri (tuoi) figlioli…»,
protesta ch'è pronta a rinunciare a tutto e affida agli Angeli e ai
santi l'ufficio di lodarlo: «Mio Dio!, Mio Gesù!», per elevare
alta la preghiera teologica: «Degnissimo, sapientissimo mio
Dio… voglio lodarti, amarti, glorificarti a dispetto del nostro
nemico ed a gloria della tua infinita maestà» (p. 160).
L'ultima estasi conservataci, la 141ª del 12 gennaio
1903 (ore 6,1/4 di sera), è il compendio ultimo degli ultimi
desideri: li trascriviamo in ordine:
1. - (desiderio di ricevere Gesù nella S. Comunione)
«Prima ti vorrei nel mio cuore, o Gesù, e amarti; poi vederti,
possederti per sempre. Dio infinito… come puoi usar con me
una pietà così liberale? Sai che mi dà vita?… Il pensiero di
riceverti nella SS. Comunione».
2. - (… per possederlo in eterno) «Vorrei riceverti,
vorrei vederti… no: vorrei possederti in eterno. Vorrei, o mio
Dio, tante grazie… Vorrei l'amor tuo» - «Tu mi chiedi amore,
ed io non posso dartelo, se tu non me lo dài. Vorrei, o Gesù, un
po' di perseveranza: vorrei una buona morte, e poi… il
Paradiso. Questo è tutto per me».
3. - (… ineffabile presenza) «Ma che è quel che
sento?… Non posso, vero mio Dio, abbandonarmi a questa
dolcezza. Che è, mio Dio, quello che sento?…».
Poi, per più di due mesi, per noi Gemma tace ma non
certamente con il suo Dio e confessiamo il rammarico che i
circostanti non siano riusciti a cogliere e a tramandarci i suoi
ultimi colloqui d'invisibile presenza oltre i confini del tempo.
Il dolore di Cristo per i peccati del mondo, ed in
particolare per quelli dei suoi ministri, è l'oggetto di una
particolare comunicazione che sembra un'eco dei lamenti del
Cuore di Gesù a S. Margherita Maria13. La comunicazione la
scuote profondamente che «… quasi direi di non reggere e di
morire; e mi parla di certe cose, che mi ci è voluto la volontà di
Gesù a farmele capire». E c'è anche la data: «10 giorni fa…».

13
È la lett. 85ª al P. Germano che porta due indicazioni singolari:
l'intestazione: «Ecco ciò che sta preparando Gesù» e la data: «A dì 13
ottobre 1901» (p. 215). L'annuncio si trovava già nella lett. 72ª, del 22
settembre, nella chiesa: «Sapesse quel che sta preparando Gesù!» (p. 212).
Dopo averle chiesto: «Dimmi, figlia, mi ami tanto?» - «E se mi
ami, – soggiunse – farai quanto voglio?… – è un affare
importante, figlia mia, tu hai da comunicare cose grandi al tuo
Direttore». Ed ora il testo: «Gesù mi sembra che continuasse
così», e la deplorazione del Signore procede con il panorama
doloroso dell'ingratitudine umana:
1) (la marea crescente dei peccati, delle viltà, della tiepidezza)
- «Figlia mia, esclamò sospirando, quanta ingratitudine e
malizia vi è nel mondo! I peccatori continuano a vivere nella
loro pertinace ostinazione di peccati! E mio Padre non vuole
più tollerarli. Le anime vili e fiacche non si fanno nessuna
forza per vincere la loro carne. Le anime afflitte cadono in
isgomento e disperazione. Le anime ferventi a poco a poco
si intiepidano».
2) (Defezione dei suoi ministri, indignazione del Padre) - «I
ministri del mio Santuario…», e qui Gesù si chetò; e dopo
qualche minuto riprese: «Ad Essi, che ho affidato loro di
continuare la bella opera della Redenzione…». Gesù di
nuovo si tacque… «Essi pure il mio Padre non può più
tollerarli. Io dò continuamente ad Essi lume e forza, ed Essi
invece… Essi, che Io ho sempre riguardati con predilezione;
Essi, che ho sempre riguardati come la pupilla dei miei
occhi…». Gesù taceva e sospirava: «Continuamente dalle
creature non ricevo che ingratitudini e sconoscenze;
l'indifferenza va ogni giorno crescendo, nessuno si
ravvede».
3) (Generosità infinita inesauribile di Cristo per le anime) -
«Ed io dal Cielo non faccio che dispensare grazie e favori a
tutte le creature, luce e vita alla Chiesa, virtù e potere a chi
la dirige, sapienza a chi deve illuminare le anime che stanno
fra le tenebre, costanza e fortezza alle anime che mi devono
seguire, grazie di ogni sorta a tutti i giusti ed anche ai
peccatori nascosti nei loro covi tenebrosi; là dentro pure io
mando la luce, anche là dentro io li intenerisco e faccio di
tutto per convertirli… Ed essi invece… E con tutto ciò che
mai io guadagno? Qual corrispondenza trovo dalle mie
creature che tanto ho amate? A vedere ciò che veggo, sento
di nuovo lacerarmisi il Cuore…».
4) (Dolore infinito del Cuore di Cristo) - «Nessuno cura più il
mio amore; il mio Cuore è dimenticato, è come se io non
avessi mai avuto amore per essi, come se per essi non avessi
patito nulla, come se fossi a tutti sconosciuto. Il mio Cuore è
sempre contristato. Me ne rimango quasi sempre solo nelle
Chiese, e se molti vi si adunano, hanno ben altri motivi, e
devo soffrire di vedere la mia Chiesa ridotta in un teatro di
divertimenti; molti li vedo che sotto ipocrite sembianze mi
tradiscono con Comunioni sacrileghe…».
5) (Implora anime riparatrici: minaccia del castigo) - La
fanciulla è tutta sbigottita e anche… «Gesù era fortemente
commosso: si fermò e dopo riprese dolcemente: 'Figlia, ho
bisogno di anime, che mi rechino tanta consolazione, quanto
tante anime mi recano dolore. Ho bisogno di vittime e
vittime forti. Per calmare l'ira giusta e divina del mio Padre
Celeste, mi occorrono anime che coi loro patimenti,
tribolazioni e disagi suppliscano ai peccatori ed agli ingrati.
Oh, potessi far capire a tutti quanto il mio Celeste Padre sia
sdegnato col mondo!… Non vi è più nulla a trattenerlo. Esso
sta preparando un gran castigo, sopra tutto il genere
umano14. Quante volte ho tentato di calmarlo! La vista della
mia croce e dei miei patimenti più non lo trattengono.
Quante volte l'ho trattenuto, presentando ad Esso un gruppo
di anime care, e vittime forti! Le loro penitenze, i loro
disagi, i loro atti eroici l'hanno trattenuto. Ora pure per
calmarlo gli ho presentato dette anime, ed Esso: «No, non

14
Probabile allusione profetica alla prima guerra mondiale (1915-
1918).
posso più». Queste anime non possono supplire, figlia mia, a
tanto. Esse sono poche'». Gesù alludeva alle Passioniste.
6) (La missione al Papa di P. Germano) - «Io tacevo: «Figlia, –
mi disse – scrivi immantinente al babbo tuo che si rechi a
Roma, parli di questo mio desiderio al S. Padre, gli dica che
un gran castigo è minacciato, e mi abbisognano vittime. Il
mio Padre Celeste è sdegnato fortemente. Io vi assicuro che
se daranno la soddisfazione al mio Cuore, di fare qui in
Lucca una nuova fondazione di Religiose Passioniste, così
accrescendo il numero di queste vittime, le presenterò a mio
Padre, ed Esso si calmerà. Digli che queste sono le mie
parole, e perciò sarà l'ultimo avviso che lo do a tutti, avendo
manifestato la mia volontà. Dì al tuo babbo, che mi dia
questa soddisfazione». E Gemma, sobria e umile al solito:
«Ho finito, babbo mio, termino con Gesù. Mi benedica. La
povera Gemma» (pp. 217-219).
Tale il messaggio ecclesiale di Gemma: è l'appello che
la Vergine stessa ha inviato e ripete al mondo: a Lourdes, a
Fatima…
3. Tenerezza e sofferenza di Gemma (dalle «Lettere
inedite»)

Si può ben dire che l'anima della Galgani era


trasparente come l'acqua di una polla sorgiva, incapace sia di
nascondersi come di fare scena: eppure quel suo viso, che
durante le estasi diventava di paradiso, quando ritornava in sé
sembrava rifugiarsi nell'insignificanza del nascondimento e del
silenzio. Non pochi dei testimoni affermano nei Processi che la
prima impressione di chi l'incontrava per la prima volta, e non
la conosceva, era quasi di una ragazza ombrosa e stupidella e
certamente restìa alla vita di società1, anche all'interno della
famiglia Giannini che l'ospitò negli anni che seguirono
all'impressione delle stimmate cioè alla suprema sua elevazione
spirituale.
Certamente tutto questo faceva parte della sua
riservatezza nello stato eccezionale a cui Iddio l'aveva elevata e
Gemma lo fa intendere dovunque, sia nelle Lettere e nelle
Estasi, come e specialmente nell'Autobiografia e negli scritti
paralleli. Ma anche se non fosse stata elevata all'eccezionale
partecipazione della Passione di Cristo che la nascose tutta con
Cristo in Dio ed avesse trascorso una vita normale, Gemma
aveva un carattere per natura discreto e riservato. Già la beata

1
È nota al riguardo la deposizione di Eufemia Giannini che l'aveva
sempre sotto gli occhi: «Tanto era nella Serva di Dio il desiderio di
nascondersi e di essere disprezzata da apparire alle volte, a bello studio,
scortese, ruvida e ignorante, sino al punto che molti si dicevano l'un l'altro:
«Non si vergognano nella famiglia Giannini di tenerla in casa?». Segue
l'episodio, bellissimo, del gatto: «Una volta, davanti a un Prelato, che era
venuto a bella posta a vederla e trattenersi con lei, essa, avendo compreso lo
scopo della visita, mentre il Prelato le rivolgeva la parola, mostrò distrarsi
col fare le moine ad un gatto. Il Prelato ne riportò non buona impressione e
lo manifestò a noi di casa. Gemma ne fu contenta per essere riuscita
nell'intento di farsi disprezzare» (Processi, N.ro XIII, § 30, p. 600).
Elena Guerra e le altre buone maestre Zitine l'avevano
osservato e questo non perché Gemma volesse o pensasse di
essere diversa dalle altre bimbe, ma come per una ritrosìa
naturale a figurare ed a competere: pronta però ad accettare
ogni invito a partecipare ai giochi ed alle iniziative altrui. Il
dolore che incontrò fin dalla prima infanzia, soprattutto con la
morte precoce della santa mamma, lo sfacelo della famiglia
seguito alla morte del babbo dilettissimo, la sofferenza
cristiana per la condotta di qualche fratello e sorella e poi la
perdita del fratello Tonino già chierico e in ultimo della diletta
sorellina Giulia, che i testimoni descrivono un'anima angelica
degna della sorella stigmatizzata…, avevano impresso nella sua
anima un'immagine capovolta del mondo e della vita rispetto a
quella delle coscienze nostre ordinarie.
Ma proprio per questo, per il distacco sempre più
profondo e totale dallo «essere nel mondo»2 e per il suo
consorzio sempre più intimo con Gesù, per la frequente
familiarità con la Madre di Dio e la Società dei Santi (in
primis, com'è certo, con l'Angelo Custode e con S. Gabriele
dell'Addolorata che le fece scoprire la vocazione passionista),
trapela nella condotta di Gemma – proprio per il suo riserbo
forte e all'apparenza quasi scontroso – una delicatezza ch'era
tutta amore per gli altri ed oblio di sé. Forse gli scritti che sono
andati perduti, e quelli ch'essa stessa dice di aver distrutti, ci
avrebbero dato non poche sorprese al riguardo: cioè del suo
2
«Distaccata da tutto e da tutti, ed anche da me – attesta con una
punta di dispiacere Cecilia Giannini – tanto ch'io mi c'inquietavo. E lei
sempre zitta ai miei rimproveri e poi mi disse: «Ma che dice? Se nel mondo
c'è una persona a cui abbia voluto bene, è stata Lei» e poi diede in un
pianto. Io dissi: «Fai come ti pare, su questo non ti dico più nulla». E Lei mi
disse (eravamo proprio sull'ultimo, un mese o due prima della morte):
«Adesso non mi resta che preparami alla morte: perché ho fatto a Dio
rinunzia di tutto e di tutti». «Anche di P. Germano?» – dissi io. «Sì, rispose,
anche di lui». Aveva chiesto al Signore che non le desse più, che le togliesse
ogni conforto umano» (Processi, N.ro VI, par. 14, pag. 294).
«pudore spirituale» – era la brama di nascondersi, di ritirarsi, di
cancellare quasi ogni segno della sua presenza nel mondo…
Altri santi ed altri mistici e stigmatizzati hanno tenuto una
diversa condotta e questo perché Dio li aveva destinati a
scuotere e a salvare le anime anche con i magnalia Dei
ch'erano loro concessi: Gemma al contrario, come ancora
testimonia Cecilia Giannini, era quasi del tutto sconosciuta in
Lucca e i suoi fenomeni straordinari erano poco o affatto noti
perfino ai membri più giovani della stessa famiglia Giannini.
Questo pudore, che Gemma sapeva di dover conservare come
una consegna precisa della sua vocazione straordinaria,
diveniva a sua volta la sorgente di una tenerezza eccezionale
che si «sente», non solo nei suoi colloqui con i Visitatori
celesti, ma anche nei suoi contatti con le persone grandi e
piccole del suo piccolo mondo.
Ed anche quest'atteggiamento nasceva in Lei da una
profonda convinzione, quella di essere una povera creatura,
anzi di essere la «più grande peccatrice» – proprio lei che
altrove dichiara di essere disposta a soffrire i più grandi
tormenti piuttosto che commettere un solo peccato veniale – e
di meritare di «essere trattata come le galline»3 secondo la
pittoresca espressione avuta dal confessore Mons. Volpi, che
Gemma stessa riferisce con allegrezza di animo a P. Germano.
Circa i rapporti con Mons. Volpi, al quale fu sempre
obbediente e docile, anche in momenti molto critici, c'è una
gustosa lettera di Gemma a P. Germano del 9 dicembre 1900;
essa rivela una Gemma viva e piena di humor con un pizzico
d'ironia innocente che fa di questa lettera un gioiello nel campo
della letteratura spirituale. Il lato gustoso poi di tutta la
faccenda è che tutti e due, perfino Mons. Volpi così diffidente

3
L'espressione è riferita anche da Cecilia Giannini nei Processi
(N.ro XIII, § 10, p. 594). Gemma la ricorda nella lett. 33ª a P. Germano (p.
98) ed è attribuita al confessore Mons. Volpi.
nei casi di Gemma, hanno da Gesù la rivelazione della morte
imminente del prelato. Gemma ci scherza di gusto ed è alla fine
lei che porta un po' di acqua sul fuoco della fantasia del
confessore in questa parte, e non solo in questa parte, ma anche
in seguito. La finale è quasi un trillo di gioia cioè di speranza,
tante volte poi ripetuto, di andarsene a Roma con P. Germano.
La lettera porta il numero 36 e comincia, com'è ormai il suo
stile, con l'affettuoso e squillante: «Babbo mio! stia a sentire
cose curiose. Stamattina sono andata a confessarmi, quasi alla
fine Mons. ha detto: non sai che io morirò presto? che dovevo
rispondere? non sapevo nulla. Mi ha detto allora: il 9 di
settembre quando ti comunicai che dissi messa alla Rosa4, non
ti disse niente Gesù? Era vero: quel giorno mi comunicò e
pregai per lui: e Gesù mi disse che morirebbe presto; ieri
mattina pure, senza per niente pensare a lui, una voce al cuore
mi disse: Mons. morirà presto5. E anche quando lo vedo,
l'incontro e ci penso, mi sento sempre ripetere queste stesse
parole. Allora gli ho detto ogni cosa col patto però di non
crederci. Ha detto che a me non ci crede, ma che Gesù a lui
pure gli ha detto che morirà, e non vivrà più neppure un anno; e
ripeteva: desidererei morire di una malattia lunga e con tutti i
sacramenti. Ma poi se dovessi morire improvvisamente, sarei
egualmente contento. Che voglia significare questa scena, io
non lo so. E mi diceva: di questa cosa parlane con la signora
Cecilia e faccela accomodare. Subito poi scrivi a P. Germano.
In convento io non ti ci potrò mettere; ti ci metterà lui.
Insomma tante cose simili e non la finiva mai. Allora ho
cominciato io, ma l'ho conteso perché se parlo io di morire,
contese forti; mi ha risposto che di me non sarebbe volontà di
Dio, ma solo mio desiderio: ma di lui è proprio volere di Dio.
Qui poi non ho saputo più che rispondere. Gli ho detto che

4
È la chiesetta quasi di fronte alla casa Giannini.
5
Morirà invece a Roma il 19 giugno 1931.
quando Gesù dice questo, ci è sempre tanto tempo; l'ho provato
io, ma lui mi ha detto: eh! ma saranno mesi.
Io non capisco nulla di tutto questo. Mi domandava se
ero contenta che morisse: ho detto di sì. Babbo mio, se fosse
vero davvero che morisse, ha detto Monsignore che mi
manderebbe da Lei, perché ho detto: ma a me dove mi lascia?
ha risposto subito: con P. Germano. Oh! ben! – Ha detto che
nessuno faccia il più piccolo lamento su questo. Mi benedica
forte forte. Avesse veduto come era contento! Infine ha detto:
'speriamo che sia una frottola' – Gemma».
Era una tenerezza ch'essa mostrava soprattutto con i
piccoli e con i poveri ed in particolare con i peccatori e le
peccatrici: le testimonianze dei Processi, aggiunte specialmente
a quelle della mirabile vita scritta dal suo direttore spirituale P.
Germano ed a quelle raccolte nella monumentale vita di P.
Zoffoli, sono di un realismo commovente. Anche qui si
dovrebbe parlare di un mondo capovolto: Gemma soffriva e si
angustiava di ciò che per noi passa per lo più inosservato cioè
per le offese fatte a Dio e la perdita delle anime. Così, al
contrario, Gemma desiderava e godeva di ciò che a noi fa
spavento ed orrore cioè le sofferenze fisiche, i turbamenti
dell'ambiente, e le prove dello spirito anche se alle volte, sotto
il peso della prova, queste le strappano gemiti e sospiri. È dal
fondo del suo dolore che Gemma sale, con Cristo e come
Cristo, alla tenerezza di compassione dell'amore. È un aspetto
della psicologia o più esattamente della santità della Galgani
che oggi, con il progresso della teologia mistica e delle più
recenti indagini fenomenologiche, meriterebbe una maggiore
attenzione. Ma si arriverebbe, anche con tutto questo, a
cogliere l'intimo movimento dell'anima di Gemma?
Probabilmente è presunzione affermarlo: quel movimento
rimase un po' un rebus, non solo per Mons. Volpi, ma per lo
stesso P. Germano al quale si deve riconoscere il dono di un
intuito notevole nel dirigere la mistica lucchese.
A questo riguardo, cioè delle sofferenze che Gemma
ebbe proprio da chi le era più vicino, vorremmo dare un breve
cenno: si vedrà, lo spero almeno, che tenerezza e sofferenza
nascono e vivono insieme e proprio nel «posto», se così si può
dire, che meno ci si aspetterebbe. Vogliamo dire i rapporti della
Galgani con Cecilia Giannini che Gemma usava chiamare
«zia» e «mamma» e che amava con amore di figlia; Cecilia,
sorella del capofamiglia signor Matteo, era come Gemma
penitente di Mons. Volpi e donna di profonda pietà e autentica
spiritualità e pertanto indubbiamente degna della fiducia di P.
Germano nella missione di custodire Gemma ed anzitutto di
«nascondere Gemma a Gemma», com'egli stesso scriveva alla
Giannini. E la pia signora assolse il suo compito, con una
fedeltà e delicatezza – malgrado qualche crisi di cui diremo – al
di sopra di ogni encomio. La fiducia posta in lei da parte di P.
Germano giunse al punto di sospendere per più di un anno la
corrispondenza diretta con Gemma per comunicare sulle
«faccende», non certo facili e semplici dei fenomeni mistici e
per la stessa direzione spirituale, soltanto tramite la buona
Cecilia. E Gemma, non deve sorprendere, ne soffrì molto: il
suo affetto tutto spirituale e la devozione illimitata per il suo
«buon babbo» – ch'essa arriva a chiamare «il mio tutto dopo
Gesù»6 – furono feriti nel profondo. Gemma però non si turba
ed ha un atteggiamento degno della sua tempra, di rassegnata
pena e d'intrepida fierezza di stile cateriniano: «Babbo cattivo»
[era l'espressione affettuosa ch'essa usava quando P. Germano
non corrispondeva alla sua attesa…], «O se mi scrivesse una
righetta anche per me, che sarebbe mai? Ma poi non m'importa
niente, perché so ben le cose da Gesù» (corsivo nostro).

6
«Babbo, babbo mio… il mio tutto dopo Gesù» (Lett. 115ª, 27
luglio 1902, p. 275).
Bisognerebbe proprio dire con lei: «Povera Gemma!»,
ma per aggiungere anche subito: «Evviva Gemma!»7. Questa
pena e insieme franchezza verso il suo direttore spirituale, di
cui si potrebbero riportare altre testimonianze specialmente
dalle Lettere, ci pare mostrino all'evidenza quel convergere di
tenerezza e sofferenza che dànno la misura di una nobiltà ed
elevatezza d'animo che trascende ogni capacità di analisi e di
linguaggio: ma dànno insieme il tocco che caratterizza
un'anima e la sua santità.
Simile, per la comunicazione d'affetto e (diciamo
ancora) per la sorgente di sofferenza è il rapporto di Gemma
con l'altra persona più vicina al suo cuore, Cecilia Giannini per
l'appunto. Lo possiamo un po' rilevare dalle Lettere a P.
Germano, soprattutto da quelle che i prudenti editori –
sull'esempio del primo editore P. Germano – finora non hanno
creduto opportuno di pubblicare. Attingiamo ancora ai «pezzi»
che la cortesia della Postulazione ci ha messo a disposizione: la
delicatezza e la sofferenza della sensibilissima creatura vibrano
di una commozione umana (preoccupazioni di Cecilia) che
travolge anche il povero stupefatto lettore.
Il dramma dei rapporti con Cecilia infatti continua, la
quale però ancora l'assiste. Lo rivela la lettera 33ª del 28 nov.
1900: «Ora in questo momento ho pianto e piango anche ora.
Non si arrabbi, mi ha detto la Sig. Cecilia che vuole dire a
Monsignore che mi faccia vedere dalla parte sinistra dal
medico perché ha paura che sia un male, lei, babbo mio, mi
aiuti, lo sa bene il male mio, non mi lasci qua a farmi vedere. E
poi tante cose mi dice sempre la Sig. Cecilia, io temo che tu
muoia e quelli di casa tua dopo la prenderanno con me, ci vuoi
andare a casa? mi dice. Allora io piango perché ho paura di
esserle venuta a noia, perché stanotte e quasi tutta la mattina ho

7
Cfr. l'inizio della cit. Lett. 26ª: «Babbo mio, Non più povera
Gemma, ma evviva Gemma! Va bene così, babbo mio?» (p. 76).
bisognato che stia con me, ho patito un po' e non so stare se
non c'è, e poi mi dice alle volte un po' inquietata: 'ma l'intendi
o no che io ci ho da fare?'»
Ed ora la tenerezza scambievole: «Io, babbo mio, non
vo' nulla in questi tempi, voglio solo che stia sempre con me
quando soffro. O perché, babbo cattivo, mi lascia qua, mandi
Serafina a prendermi, così è vicino Lei; gli dica che sarò
buona, così quando soffro sta sempre per la mano a me. Gli
deve dire che non gli do punta noia, e sarò obbediente, ce la
mandi subito subito».
Contrasto di sentimenti: «Qua ci sono stata assai, direi
quasi di essere venuta a noia; pato tanto, babbo mio, a star qui.
Tutti mi vogliono tanto bene, ma io ho paura di dar noia. E poi
quella zia gli monta un po' di rabbietta, e mi vuole tanto bene;
prima che venisse Lei non mi baciava mai, non si serviva mai
della roba mia. Ora invece ogni sera mi bacia, e mi dice che mi
vuole tanto bene. Io pure glielo voglio: glielo dica, babbo mio,
che quando soffro mi tenga sempre per la mano: come sto bene
allora! Questo lo vuole anche Gesù perché glielo ho
domandato». Poi l'ammonisce: «Nessuno sa che ho scritto
questa lettera, se dovrà averla l'Angelo ci penserà; io stasera
martedì la metto sotto il guanciale – non ho punti quattrini e
non vo' che nessuno la legga.
Badi di non inquietarsi (sta scritto in cima al foglio)
Segreto di confessione, babbo mio, ma è un babbo così curioso
che anche i segreti di confessione li fa sapere; quando scrive
non ne parli poiché se accenna anche una sola parola quella
mamma (sig. Cecilia) è tanto furba li indovina.
Mandi Serafina, babbo mio, non gli ci vogliono mica
dei quattrini né per tenermi me. La voglio per la mano sempre,
accanto a me e poi altro. Ce la mandi perché questa mamma
qua è stanca, lo dico io, ma lei non mi dice mai nulla, mi vuole
tanto bene, mi dà tanto vino, e mi fa tutte le mattine la
cioccolata» (forse continua col f. seg. mancante).
Le incertezze di Cecilia: «E poi, babbo mio, come mi fa
piangere quando mi dice: ma sarai di Gesù davvero o di quella
persona (il diavolo?)? Forse a Lei questa cosa gliela avrà detta
Gesù che io non sono sua e per questo dice così per non dirmi
tutto. Babbo mio ci pensi Lei, lo preghi tanto. Quando alle
volte che mi prendono quei colpi al cuore, essa non ci sta tanto
volentieri con me e se mi stringe mi fa segno di croce sul cuore
e poi sospira. Io temo, temo tanto di essere ingannata (corsivo
nostro)» (forse continua:) «andrò all'inferno? Babbo mio. Ci
pensi a dirlo a Gesù. Gesù, Gesù! Che avverrà di me, babbo
mio, quando mi troverò sola con le cose che mi avvengono?
che avverrà di me? così non più»8.
In mancanza di una documentazione completa, ci
limitiamo a riportare alcune dichiarazioni fra le più
significative; si potrebbero chiamare sfoghi dolenti e innocenti
che Gemma invia, senza cruccio od amarezza ma pur desolata
di dolorosa sorpresa, al suo «babbo» lontano e (diciamolo con
tutto il rispetto per il P. Germano) che in questo caso era del
tutto innocente, restìo certamente per prudenza, ad intervenire.
Le espressioni che riportiamo sono prese quasi tutte
dalla corrispondenza di Gemma con P. Germano intorno al
1900-1901. La causa prima di questi guai sembra sia stato quel
Don Farnocchia, segretario stimato e difeso da Mons. Volpi,
che avversò sempre Gemma sia in vita come dopo la morte.
Ebbene, come il segretario riusciva a scombussolare il Vescovo
sulla natura dei fenomeni di Gemma al punto di farla
considerare un'isterica, così il vescovo-confessore

8
È una perla che gli Editori hanno tralasciata forse per gli accenni
dolenti a Cecilia.
scombussolava la penitente Cecilia9. Ed ora la parola a Gemma
stessa (le date ed il numero progressivo sono stati apposti dalla
Postulazione e forse dallo stesso P. Germano).
1. - (Si tratta di uno «spezzone» anch'esso datato:
novembre 1900). Sembra che accenni alla famosa visita del
medico dottor Pfanner: «… Scriva subito, babbo mio, (allude
certamente a Mons. Volpi, al quale effettivamente, come
sappiamo, scrisse P. Germano ma il medico aveva già fatto il
guaio) e gli scriva il male che ho io, glielo spieghi chiaro e poi
deve dire a me: mando Serafina». Ed ecco il testo cruciale:
«Quella zia, babbo mio, è curiosa; l'assicuri, ci pensi Lei, ma
presto, subito. Mi dice: Gemma muori [corsivo di Gemma!] e
allora poi [è un tratto del superiore humor di Gemma] anche se
soffro, bisogna che rida. In paradiso babbo mio, o bene, sarò
felice solo in Paradiso». (…) E aggiunge desolata in calce: «E
poi, babbo mio, quando la zia (la Sig. Cecilia) va via e devo
restare cogli altri di casa, quanto soffro di più, babbo mio». E
finisce: «Ho in pericolo l'anima e il corpo. Non lo crede?».
2. - (In un altro spezzone spiega la causa dei suoi guai
ch'è il noto Segretario di Mons. Volpi) «Monsignore mostrò di
non farne conto di sapere quello che era scritto nella lettera
ultima diretta a Lei, ma il segretario ad ogni costo lo voleva
sapere dicendo che bisognava che lo sapesse. Allora io gli
mandai a dire dalla sig. Cecilia (perché era venerdì non ci
potevo andare [a causa delle stimmate] che avevo mandato a
dire così. Quel Monsignore Gesù non è contento perché

9
L'influsso del duetto Farnocchia-Volpi su Cecilia si scorge
probabilmente già nella lettera 15ª del 21 settembre 1900 a P. Germano
riguardo alla corrispondenza angelica: «La signora Cecilia ha saputo che gli
mandai una lettera dall'Angelo e dice che può essere stato il diavolo. Lei
deve averlo conosciuto, me lo dica. (…) E poi la Sig.a Cecilia mi dice
sempre che Lei può benissimo ingannarsi; io prego Gesù continuamente e
mi assicura che non permetterà che debba ingannarsi» (Lett. 15ª, p. 42). Il
doloroso dramma-contrasto fra le due parti è quindi già in atto.
vorrebbe sempre mandare altri, invece di fare da sé; ieri sera
mandò il suo segretario invece di venire da sé e la sig. Cecilia
che quando seppe che il segretario era stato mandato da
Monsignore, gli raccontò tante cose mie e Gesù mi sembrò che
gli dispiacessero». E chiude raccomandando il segreto di
confessione su tutto questo.
3. - Ora si avvicina il periodo cruciale, che sembra
collocarsi tra il febbraio e il marzo 1901, del rapporto con
Cecilia che si dimostra sempre più legata agli umori di Mons.
Volpi e questo soggiogato dal fatuo segretario.
La seguente, ch'è dell'8 marzo e porta il N.ro 55, dà una
descrizione pittoresca della situazione: è una lettera che dice
l'ambascia crescente per l'ambiente di abbandono e di
freddezza creatosi attorno a Gemma ove l'espressione schietta
per la pena insopportabile si mescola ai sentimenti più teneri di
riconoscenza per Cecilia e di timore di addolorarla con il suo
dolore.
«Una lettera che presto riceverà non ci darà (mirabile
per tenerezza, questo 'ci'!) babbo mio, ma padre mio, perché
questa lettera l'ha consegnata a Monsignore perché da se stesso
e col suo segretario vogliono fare una prova (…). Monsignore
ci aveva mandato il segretario in vece sua perché non voleva
che lo dicessi a Lei». È il segretario a far interrompere la
corrispondenza del Volpi con P. Germano: «dopo aver scritto,
faceva (il Volpi) sentire le lettere al segretario e, dopo lette, il
segretario non voleva che le mandasse». E Monsignore…
«istigato sempre dal segretario voleva sapere ad ogni costo
quello che era scritto nell'ultima lettera avuta da Lei che gli
dice tutto quello che era successo».
4. - Lettera N.ro. 50 (Si lamenta ancora dell'abbandono
da parte di Cecilia).
«Non s'inquieti nel leggere questa lettera, ma quando ho
detto a Lei tutte queste cose sono più contenta. Quella zia
(Cecilia), babbo mio, non ci sta più con me quando soffro, mi
lascia sempre sola in camera del sig. Lorenzo10, non mi mette
più la mano neppure sul cuore, mai mai, neanche nei momenti
più forti», […] (quando) «il cuore mi dava una noia tanto
grossa che bisognava che stessi seduta sul letto, il letto ballava
tutto, pure quella zia si è [cancellato] mi domandava se
soffrissi, ma poi tornava a letto, e la mano sul cuore mai». La
poverina vive un dramma di abbandono e tormento, ma si
riprende con la sua nativa fierezza: «In certi momenti che mi
sembra che il cuore mi esca dal posto, o babbo mio, quando la
desidererei di averci un po' una mano che mi stringesse. Piango
tante volte, sa, quando mi trovo sola; ma nel medesimo tempo
ringrazio Gesù, o ci sia la zia o non ci sia (corsivo nostro).
Venerdì stette fuori quattro ore, mi fece piangere. Ma mi farò
forza, babbo mio, non piangerò più. Come sono ancora sempre
debole, è vero». E gli raccomanda ancora di mantenere il
segreto, mentre scusa la Cecilia: «… quella povera zia ha tanto
da fare, non ha tempo da perdere con me». E, dopo una nuova
raccomandazione al segreto, la conclusione sembra un idillio di
deliziosa semplicità: «… Si immagini (che) alle volte io la
grido e le dico: Mamma cattiva, sempre sola mi lascia. Abbia
pazienza ancora un po', gli dico: non è mica una cosa che duri
eternamente; poi, pochi mesi ancora e poi non sono più con
Lei. E, buona, buona, mi risponde: 'Poverina, hai ragione'.
Vede, dunque, babbo mio, quanto sono ingrata e cattiva».
6. - Nel frattempo a complicare le cose, una nipote
(Annetta) della Cecilia a cui Gemma si era affezionata per la
sua vita di fervore, si era rilassata, con grande amarezza e

10
È don Lorenzo Agrimonti, un pio sacerdote ospite anch'egli di
casa Giannini, che stimava altamente la stigmatizzata ed è spesso nominato
nelle Lettere (Cfr.: Indice dei nomi, p. 501).
nuove sofferenze della Santa che invoca l'intervento, ma con
discrezione, di P. Germano. La lettera porta il N.ro 49 ed è
datata 18-19 febbraio: «Babbo mio, babbo mio, Stia attento.
Scriva prontamente qua, a questa zia (per la mamma sarebbe
troppo dolore): Annetta non è più l'anima pura che dovrebbe
essere, Annetta non è più di Gesù, tutta come prima. Il suo
amore il suo affetto comincia a darlo a qualche persona del
mondo.
Babbo mio, è un mese che me ne ero accorta, ma…
Babbo al tutto pensi Lei. Scriva alla zia che non parli di nulla
con la mamma11 perché ricadrebbe presto (malata). Sta meglio
assai ora. La povera Gemma.
Scriva subito. Annetta sta male, è inquieta, babbo,
babbo mio… Oggi è il giorno ultimo di Carnevale, comincia la
Quaresima. Gesù mi ha dimandato se fossi stata volentieri con
Lui, nei detti giorni. Sì, Sì, con Gesù, babbo mio. La povera
Gemma.
Scriva subito, babbo mio, Annetta non è più Annetta di
prima, indifferente in tutto, a tutto.
Tutto quello che ho scritto qui: segreto di
confessione»12.
7. - È sempre in quest'anno cruciale 1901 che il dramma
dei rapporti con Cecilia, legata agli umori di Mons. Volpi e
questo soggiogato dal segretario (come si è accennato), attinge
il suo vertice: lo dimostra la seguente lettera piena di sussulti
che mostra il cambiamento profondo dell'ambiente:

11
È la signora Giustina Giannini di salute cagionevole e soggetta,
specialmente a partire dal dicembre 1900, a gravi sofferenze. Gemma la
raccomanda alle preghiere di P. Germano quasi di continuo, specialmente a
partire dalla lett. 34ª (p. 101 ss.).
12
Gemma, per indicare il segreto, tracciava in fondo alla lettera
una vistosa croce.
«Babbo mio, sa che cosa deve fare? Prima pregare Gesù
tanto e poi scrivere a questa zia e gli deve comandare che non
mi lasci più sola; non mi ci ha mica lasciata, sa, ma è tanto che
tenta di mandarmi via. Sono io che mi raccomando e le dico:
mamma mia non mi lasci sola. E lei gli deve comandare che
non mi lasci mai se no mi fa morire, mi farà morire davvero se
continua così: essa dice che così non può vivere, ma invece
così mi fa morire a me. Fino che mi grida e mi picchiasse,
anche non farei che ringraziare il mio Gesù; ma se mi lascia
sola, no, specialmente quando soffro. Mi dice che sono travagli
epilettici e tutto il resto che mi è succeduto è la conseguenza di
questo male. Babbo mio, non posso più, sopporto tutto
volentieri, sono contenta, basta che non mi lasciasse sola, e poi
se per caso ricadessi nei soliti travagli essa vorrebbe quelli di
casa e io babbo mio non ce li voglio. Babbo, babbo mio, venga
a prendermi. Mi benedica e mi aiuti e preghi e poi risponda a
questa zia. L'altra sera disse fino queste parole: Quel giorno
che ti conobbi era meglio se ero…; non capii altro. Io, babbo
mio, vado via di qui, non ci sto più, ma la zia la porto via; mi
faccio accompagnare da Lei.
E Gesù sarà contento che stia così lontano da lei? Mi
sembra di no, babbo cattivo. Gemma».
È una lettera che rivela l'ambascia crescente e dà
l'impressione di una solitudine di freddezza creatasi attorno a
lei, ove i sentimenti più teneri e dolci di riconoscenza si
mescolano al dolore di addolorare, anche involontariamente,
gli altri.
8. - Gemma sembra al limite della sopportazione, come
risulta dalla seguente (che l'archivio indica con il N.ro 56 e con
la data del 10 marzo 1901): ha stretta attinenza alle precedenti e
sembra far seguito ad una visita di P. Germano. È certamente la
lettera che dà più delle altre l'esatta impressione della
sofferenza e della dolcezza, forte e rassegnata, di Gemma. Il
malinteso o equivoco, permesso da Dio in anime la cui retta
intenzione è fuori causa, qui raggiunge il suo culmine. È fra le
più tenere e commosse.
«Babbo mio, babbo mio, mi lasciò qua, babbo cattivo,
ma se sapesse dove mi lasciò! venga lei a prendermi perché io
qua non ci vo' più stare. Vedesse dove sono, come sono
diventati tutti curiosi in questa casa, o che mai è accaduto? io
però sono contenta; non mi fanno niente a essere così, perché
Gesù mi appaga abbastanza, ma vorrei essere col babbo mio,
quello lo desidero tanto. Quella zia è seria seria, piange tante
volte e se lo domando mi dice che andrebbe volentieri sotto
terra per non veder nessuno, e poi mi disse: quasi quasi non ti
vorrei aver mai conosciuto. Tante volte sospira e piange per
me, lo sento: o babbo mio, sono così cattiva? Io non la vorrei
fare piangere, le voglio tanto bene ma tanto tanto, e ora la vedo
così seria. Ho paura di dispiacergli. Ieri per la strada mentre ci
andavamo a confessare mi disse: O Gemma, mi hai fatto
passare da esaltata in faccia a Monsignore e al segretario, io
pensai subito alla lettera, o che ci ho a fare io allora se l'Angelo
non la prende? Lo pregai venerdì sera che la prendesse ed esso
mi rispose che: (Appena ho avuto il comando da Gesù, la
prendo). O che ci ho a fare io, babbo mio? Io piango tanto,
tanto, perché la zia è seria e piange, venerdì la vidi piangere:
non ebbi il coraggio di dirgli che mi sentivo male e lasciai
andare il cuore e mi prese un travaglio forte forte che mancò
poco che non morissi.
Viva Gesù, io vo' andare in Paradiso, Babbo mio, mi ci
mandi e Gesù l'ha caro. Non gli vengo mai a noia anche che sia
cattiva e vada sempre peggiorando. Dissi all'Angelo se mi
portava in Paradiso e mi rispose che quando sarò buona buona
mi ci porterà, ora però vo' diventare e così mi ci porterà presto.
Viva Gesù, giovedì sera avevo avuto la proibizione dal
Confessore di patire, e non patìi; patìi solo il sacrificio, patìi
perché non potevo patire13. Venerdì poi verso le due Gesù mi
fece sentire qualche piccolo colpetto. Babbo mio, sono tutta
piaghe nel corpo, viva Gesù, che mi fanno soffrire qualche
pochino. Viva Gesù.
Babbo mio cattivo, mi levi di qua io non ci vo' stare più.
La zia è seria seria e piange. Temiamo tutti di essere ingannati
dal diavolo, babbo mio preghi tanto tanto e poi ci pensi Lei.
Gesù mi dice che di Monsignore ne è poco contento. Mi
disse ieri: devi dire al confessore che mi è dispiaciuto tanto
perché non ti ha fatto patire, e più che mi è dispiaciuto è il fine
per il quale l'ha fatto:
1° perché ha ceduto a ciò che gli aveva ordinato il segretario14.
2° perché ha creduto che tu dassi noia a quelli di casa.
Ieri feci 1'imbasciata di Gesù a Monsignore ed esso mi
disse: assolutamente non vo' più perché dài impiccio alla sig.
Cecilia. Viva Gesù. S'immagini babbo mio, avevo imparato a
soffrire anche sola, lei non ci stava quasi più. - Anche ora,
vede, babbo mio, quella zia mi ha fatto piangere perché è
andata via e sta via per più di due ore, cattiva, e poi… una volta
o l'altra mi trova morta se mi ripete come venerdì sera. Io
vengo con lei, qui non ci posso più stare. Preghi tanto tanto per
me. Sono la povera Gemma.
Questa lettera non me l'ha voluta spedire ed io l'ho fatta
spedire da Giulia15.

13
Frase che ricorda quella di S. Teresa d'Avila: «Muero porque no
muero» (Cfr.: T. Alvarez, Morte, in: Dizionario Enciclopedico di
Spiritualità, ed. cit. p. 1263, come sopra si è notato).
14
Espressione che dice quanto il Volpi fosse succube del
Farnocchia.
15
È, come già si è accennato, la sorella più piccola, molto pia e
affezionata a Gemma: la precederà di pochi mesi nella tomba e Gemma in
estasi la vedrà salva in Paradiso (Cfr.: lettera 121ª, p. 286).
O' una paura addosso che il confessore mi proibisca di
scrivere a Lei: ci è stato tante volte sul punto.
Ora che è poco la zia mi ha detto che così lei non può
vivere; io sono rimasta sola e o' pianto; babbo mio, come è
diventata, ora mi dice che sono malata e vuole chiamare le zie e
i fratelli. Babbo mio, io vo' andare in Paradiso. Scriva alla zia
subito perché, babbo mio, io vado via, non ci posso più stare;
mi lascia sola, e quando è con me piange, io non ci sto più.
Scriva subito, tutto + confessione».
9. - Ma la burrasca diabolica non è che all'inizio ed a
tenere le fila è proprio il solito segretario del Volpi, come
leggiamo in un frammento di lettera a P. Germano:
«Monsignore mostrò di non farne conto di sapere quello che
era scritto nella lettera ultima diretta a Lei.
Io dissi così, ora, babbo mio, ci pensa lei. Io ho detto
così, ma prima queste cose, tutto quello che ho scritto glielo
avevo mandato a dire dall'Angelo. O benedetto babbo, perché
quando l'Angelo gli ha detto una cosa non scrive subito,
almeno si persuaderebbe Monsignore.
Si regoli quello che è. La povera Gemma.
+ di confessione lo deve sapere lei solo e non lo deve
riferire a nessuno».
10. - Lett. 58ª, 19 marzo 1901 (Peggioramento dei
rapporti con Cecilia).
«Chissà come s'inquieta nel ricevere tante lettere da me
e poi così senza saper di nulla: ma quando gli ho detto tutto,
babbo mio, mi sento più contenta. E poi lo faccio anche perché
metta in quiete un po' questa benedetta zia, che ieri mi fece
piangere 5 volte». Ed ecco tornare la spiegazione del
segretario: «Non s'inquieti, babbo mio, piangevo perché non
potevo fare a meno, stia a sentire, quando mi diceva che quel
travaglio di quella sera è epilessìa e ha paura di stare con me. E
mi dice: sarebbe meglio che tu andassi a casa qualche volta.
Alle volte mi dice: è impossibile tutto quello che ti accade, è
tutto malattia, oppure mi dice che il diavolo lavora su di me.
Non mi cura più nulla se non per gridarmi, io la ringrazio di
tutte queste cose, ma poi piango» [e aggiunge in nota]: «e sa
perché piango? non mica per dispiacere, ma perché vedo che
lei pure s'inquieta ed è arrabbiata». E, dopo il racconto di altri
guai, torna alla situazione di Cecilia la quale «… è sempre
seria, piange, sospira e non dorme e tutto questo perché ha
paura di me». E torna a supplicare che P. Germano intervenga
a calmare la zia «… ma ci pensi, babbo mio, ci pensi
seriamente, perché così la zia non può andare avanti, e deve
soffrire per me? questo no». E conclude dichiarando di essere
pronta a lasciare Cecilia se P. Germano non riuscisse a
tranquillizzarla: «… ma verrei subito lassù col babbo mio». Ma
la situazione, e questo ancora ad opera del detto segretario,
peggiora ancora.
11. - Lett. 59ª (non datata): commovente e completa
rassegnazione: «Ancora dell'altro, babbo mio! Su via mi
contenti, cioè contenti Gesù! Così, babbo mio, è proprio
impossibile. La signora Cecilia da se stessa me lo dice, e lo ha
detto anche a Monsignore che così non possiamo più andare
avanti. Lo so, lo so, babbo mio, che in convento mi aspettano
maggiori afflizioni, ma che m'importa? O che forse non lo so
che Gesù tempo indietro accettò il mio corpo come vittima di
mortificazione e di pene, accettò come vittima l'anima mia
perché non avessi più volontà propria, accettò come vittima il
mio cuore affinché continuamente e interamente si consumasse
di amore? E dopo tutto questo, babbo benedetto, avrò io da
lamentarmi, quando sarò in mezzo a pene maggiori? Lei
teme?» La conclusione e aggiunta sull'angolo alto a destra del
foglio: «Lesto, babbo mio, non è più la mia testa che dice: è
Gesù. O non sente? Addio, babbo mio, faccia presto» [manca
la firma].
12. - Nella lett. 60ª (senza data) Gemma informa P.
Germano: «Venerdì (stia attento) feci qualche sforzo del cuore
e mi venne parecchio sangue dalla bocca. Questa benedetta zia
disse che lo direbbe volentieri alle zie mie perché, se mi
ammalassi, almeno avvisarle di questo sangue. Badi, ci pensi
Lei. Gesù non vuole: sa quello che accadrebbe, mi farebbero
stare in letto, chiamerebbero il medico. Addio Gesù (corsivo di
Gemma). Lesto, babbo mio, ci pensi Lei. Vede quel che
succede? Fino che Lei è qua hanno paura, non parlano. Partito
Lei, comincia Monsignore: prima vorrebbe sapere da Gesù
come dovrebbe fare e mandarmi dal P. Vallini; quest'altra zia
(è Cecilia: si noti il fine umorismo di Gemma) vorrebbe dirlo
in casa. Me lo dice, sa, Gesù, tante volte: non vedi, dice da
quanti pericoli ti ho liberata per mezzo del babbo tuo?» E
termina: «Babbo mio, ancora così… ? - Gemma».
13. - Le precedenti lettere vanno lette nella cornice
delle Lettere contemporanee a P. Germano, già stampate, del
marzo 1901 (spec. N.ro 50 ss., p. 134 ss.) le quali confermano,
con tinte meno nere o tragiche, la situazione quando il Volpi
pensa di far interrompere perfino la corrispondenza di Gemma
con P. Germano, convinto che Gemma sia indemoniata. La
lettera 61ª (datata ultimi di marzo 1901) è sintomatica nel
descrivere la confusione dell'ambiente e l'angoscia di Gemma
trapela subito:
«Babbo, babbo – Se sapesse! purtroppo è vero ciò che
Lei prediceva. Questa lettera forse sarà l'ultima che gli scrivo,
poiché Monsignore non del tutto me lo ha proibito ma m'ha
detto che lo scrivere non è necessario. Dio sia benedetto ora e
sempre. O babbo, babbo: Monsignore stamane era inquietato
fuori di modo: ha detto che indubitatamente sono nelle mani
del diavolo [corsivo nostro] e guai se non smetto e non mi
sforzo di fare certe cose16. Di più ha detto che quegli
svenimenti che sogliono prendermi dinanzi a Gesù
Sacramentato e più spesso dopo la Comunione [Gemma scrive:
«Cumunione»] sono operazione diabolica oppure effetto di
fantasia. Viva Gesù! E così ha detto alla sig. Cecilia [sembra
incredibile!] che non se la prenda tanto, mi lasci pure sola che
non ci è pericolo, a me poi mi ha detto che sarebbe meglio che
andassi a casa dalla zia17. Ora questa volta non me l'ha proibito
di stare con la mamma mia [è Cecilia], ma sabato me l'aspetto
[…]. Babbo babbo, e l'anima, l'anima mia no, non è salva. E
Lei, babbo mio, mi lascerà abbandonare dalla mamma mia?» E
descrive la situazione di confusione della sua famiglia «… e
per giunta di tutto questo una miseria estrema… ma questo –
scrive intrepida – non è nulla per me, per me sono le cose di
Gesù. O Babbo, meglio vada prima il corpo che vada l'anima.
Addio, babbo mio. Addio da Gesù – Gemma».
Più significativa è ancora la lunga postilla: «babbo,
babbo: ho bisogno del suo aiuto: senza di Lei e del suo
soccorso io non vado più avanti». Ora angoscia e rassegnazione
si alternano: «E poi come fare che quella benedetta mamma,
dopo le cose che gli dice Monsignore, è così curiosa. Più volte
va fuori e mi lascia sola in casa con gli altri; io sono persa e
quante volte prenderei le gambe e scapperei. Così però, babbo,
quando Monsignore mi comanderà di andare a casa: che farò io
senza la mamma? Sì, sì, ci siamo, – O bel sacrifizio! Viva Gesù

16
Non si capisce a quali cose Gemma alluda. In un frammento
(col. n. 16) si legge: «Padre mi aiuti, per carità: se fossi nelle mani del
diavolo, o se fosse la mia fantasìa, in ogni modo ne vorrei sortire perché ho
paura, tanta paura. Mi aiuti che voglio essere buona».
17
Sembra si tratti della zia Elisa che i Processi mostrano molto
affezionata a Gemma.
– Svenuta, babbo mio, che avverrà di me? – Gemma sola»18. È
un documento di straziante ed umile dolente abbandono in Dio.
14. - Poi, nei testi che mi sono stati trasmessi, c'è un
salto fino al N° 104, una ci sembra sia stata consegnata
all'Angelo custode, come si legge in calce («Il mio buon
Angelo gliela consegnerà»). La lettera inizia con l'affettuoso:
«Mio buon babbo» e continua: «Come sono contenta quando
posso prendere la penna in mano per dirigermi al babbino
mio». Ma il seguito mostra che la situazione non è cambiata:
«Babbo mio, o se potessi un po' farli vedere dove sono, anche a
Lei dispiacerebbe. Dove sia non lo so neppure, ma non ci posso
più stare. Babbo mio, non mi gridi: non sono lamenti, no, a
Gesù non mi pare che gli dispiacciono; faccia presto se vuole
essere un po' contento anche Lei, altrimenti vedrà. […] O come
vedo freddezza nella zia oggi, che è… e la mamma… quella è
l'altra19… L'altra [la sig.a Giustina?] ieri sera mi disse: Cecilia
crede che io finga e non sia vero che io mi sento male20, ma ho
paura invece che finga quella che tanto protegge, io [qui è
Gemma stessa che parla] non ho desiderio d'ingannare nessuno
ma chi inganna Lei poi fa vista di non accorgersene…» [la
battuta è forte, ma subito Gemma si ricompone, anche se
continua a fremere]. «Senta, babbo mio, a me non dispiacciono
mica queste cose – no,… no, babbo mio, non ci creda – in
cuore mi rallegro, ma alle volte è il farmi vedere che mi
ripugna, e chi sa dove scapperei». Ed ecco che, dopo
l'innocente sdegno, torna ad umiliarsi e a supplicare l'aiuto:
«Ma forse, anzi senza dubbio, quella mamma ha ragione e
l'anima mia allora dove anderà? Lo vede, babbo mio, che se

18
E il timore per i fenomeni delle estasi: le copiose effusioni di
sangue dalle stimmate e dal capo, le palpitazioni violente del cuore…
19
Non so a cosa alludano tutti questi puntini.
20
Sappiamo dalle lettere stampate che la signora Giustina Giannini
soffrì di un forte esaurimento di cui poi guarì anche per le preghiere di
Gemma.
non fa presto ho in pericolo l'anima e il corpo?» Certamente, in
questa situazione, e siamo poco più di un anno prima della
morte della dolce creatura, anche la posizione di P. Germano
non era facile e Iddio permise che la «povera Gemma»
continuasse a sprofondarsi nella notte oscura fino all'Alleluia
del sabato santo del 1903 quando, finalmente, serena, reclinò la
testa fra le braccia materne della signora Giustina Giannini.
Mettere a fuoco, nella propria luce, questi frammenti
mediante il restante materiale pubblicato, non dovrebbe essere
difficile. Ma anche così, nei guizzi di luce celestiale che li
investe, essi rivelano un nuovo martirio di amore della «povera
Gemma», quello che veniva dalle persone a lei più care. Si
sentiva come ricacciata nella solitudine della sua immolazione
in una confluenza di tenerezza e sofferenza che trovavano
l'equilibrio nella forza innata del suo carattere di mai mancare
all'appello che aveva ricevuto, ancor bambina, e poi
confermato dalla comunicazione delle stimmate e degli altri
dolori della Passione, di seguire sola e abbandonata Cristo
Crocifisso per la salvezza dei peccatori.
Dalle lettere pubblicate sappiamo che la situazione
rimase più o meno inalterata fino alla prima parte del 1902.
Qualche accenno: il protagonista alle volte è Mons. Volpi, altre
volte tutti e due: lui e Cecilia, che lo segue ciecamente: la
povera figlia viaggia completamente al buio e finisce per dar
ragione a… quelli che la fanno tanto soffrire e la giudicano
sempre peggio. L'occasione fu una seconda lettera, scritta e
consegnata dal diavolo a Mons. Volpi in data 16.6.901,
nascondendo la vera lettera della Santa del 15 giugno21:
insomma un vero polverone che ha fatto uscire dai gangheri il
povero Mons. Volpi. E la Santa, sprofondandosi nella sua

21
La questione è accuratamente studiata dagli Editori nelle note
alla lett. 65ª (quella autentica: p. 171 ss.).
indegnità, diffida il… babbo suo e dà ragione a Monsignore (p.
178 ss.).
a) Rassegnazione di Gemma: «Mille volte sia fatta la volontà
del mio Gesù! Babbo mio, e fino a ora non mi aveva
conosciuto? Non vede che da tutte le parti sono ingannata
dai demoni? Povero mio Gesù, con chi lo confrontiamo!!»
b) La minaccia di Monsignore: «Babbo, babbo mio, oggi alle 5
mi sono stata a confessare e Monsignore ha detto di levarmi
Gesù! O babbo mio, la penna non mi vuole più scrivere, la
mano mi trema, mi trema forte, io piango!»22.
c) Difende la condotta di Monsignore: «Sia ringraziato Gesù
che alla fine ha trovato chi mi conosce e mi aiuterà ad
andare in Paradiso! No, babbo mio, non ne sono proprio
degna di ricevere Gesù. In questo brutto cuore, peggiore di
un letamaio, quante mai volte Gesù è voluto venire! In
questo momento riconosco sì forte la mia miseria che vorrei,
vorrei…».
Ed ora entra nel cuore della situazione.
a) Dopo aver assicurato P. Germano che la vera lettera è quella
ch'è arrivata a lui e sta nelle sue mani, si raccomanda che
«… non la consegni a nessuno: quella è quella che brama
Gesù» – e continua: «Ma che è mai accaduto dopo quella
lettera scritta? Tutti dopo questa cosa mi hanno conosciuto,
ed ora sono proprio trattata come merito. Avanti credevano
che qualche cosa di buono fosse in me ed avevano molti

22
P. Germano, rattristato dalla situazione, scrive alla Signora
Cecilia: «Povera figlia! ha bisogno di un direttore e non l'ha» (Cfr.: C.A.
Naselli, C.P., La direzione spirituale di S. Gemma Galgani, Roma 1978, p.
44, n. 18. – L'A. parla dei «grandi pregi e dei suoi gravi difetti nell'azione
del Volpi e dell'influsso negativo su di lui del Farnocchia, ma non tocca (ci
sembra) l'influsso negativo del Volpi sulla buona e semplice Cecilia, che fu
una delle spine più dolorose per l'anima mitissima e sensibile della Santa).
riguardi; ora invece mi hanno sconosciuta e per me non c'è
che Gesù, e Gesù solo».
b) Il dramma con Monsignore si acuisce: «Monsignore è sì
fortemente inquietato con me per i miei peccati, che appena
mi confesso, e mi caccia, chiamandomi bugiarda come
bugiardo è il diavolo (questa parola la disse, quando
l'avvisai che il diavolo stava per muovermi una guerra
accanita), mi dice che si meraviglia come un Sacerdote
come Lei abbia sì facilmente creduto e ceduto al demonio».
Ed ecco l'incredibile conclusione dell'umile creatura
perseguitata dal diavolo e dagli uomini (Dio permettendo):
«Ringraziamo insieme Gesù, babbo mio, perché per mezzo
di Monsignore ci levi tutte e due dalle mani del diavolo».
c) È consolata nella Comunione da Gesù che l'assicura della
sua assistenza in ogni prova e che sarà sempre nel suo cuore
anche quando sarà «crudelmente» provata. L'avverbio non è
stato messo a caso perché oramai il dramma è completo:
«Ieri, quando Monsignore seppe che è il demonio che lavora
in me, mi proibì di pensare a Gesù e che fatta la Comunione
sia come gli altri, senza dare tanta noia alla Signora
Cecilia». E Gemma resta abbandonata: «Ed ora quella
povera zia si è messa tanto mai paura che sia il diavolo23 che
la notte non mi viene più a vedere; il giorno, cioè la mattina,
mi lascia sola e non si cura più nulla di me, dicendomi ad
ogni parola che dico: «Io non vo' essere ingannata». È, come
sappiamo, l'ordine di Monsignore a Cecilia.
d) La rassegnazione dolorosa e la desolazione di aver offeso
Gesù: «O babbo mio, anche questa cosa già la prevedevo:
come farò io? Se non fosse stata Mea24, stamani sarei stata
sempre sola. Ma dunque [ritorna la stupita dolorosa

23
Secondo l'insinuazione di Mons. Volpi, ovviamente.
24
Era la domestica di casa Giannini che attendeva alla cucina.
angoscia] ho proprio ingannato tutti? Che avverrà dell'anima
mia? Penso all'anima, alla Comunione, che mi ha detto
Monsignore l'ho fatta sempre in peccato25; muoio di dolore,
di dolore per il gran male che ho fatto a Gesù».
e) Desolazione per l'isolamento, fiducia vittoriosa in Gesù:
«Non mi vuole più bene nessuno in questa casa: tutti seri,
nessuno mi rivolge più una parola; ma Gesù, sì, Gesù è tutto
con me, nel mio cuore; con Gesù non temo»26. La
conclusione è di una umiltà e dolcezza commoventi: nessun
sentimento di amarezza, di delusione, di astio, ma tutto
ardore e fervore di soffrire con Gesù, di morire di amore e di
dolore per Gesù. Intanto riprende coraggio e ritornano i
contrasti di umiltà e di fierezza: «Babbo mio, più mi sento
piccina, più mi sento di voler bene a Gesù; il suo amore mi
inebria, sempre più mi finisce… Ma la mamma mia27 non mi
vuole più bene, gli altri neppure: rimarrò sola, babbo mio,
non mi lasci qua sola».
La conclusione è secca, secca, perentoria
nell'isolamento a cui è stata condannata: «Nessuno sa che ho
scritto questa lettera». E P. Germano, quasi che la sofferenza di
Gemma non fosse già al vertice, risponde non a Gemma, ma…
a Cecilia! Il 17 settembre (1901) passa per Lucca il provinciale
P. Pier Paolo che pure ne ammirava la santità: «… senza venire
qui; e sapesse ieri piansi tutto il giorno». Cecilia rincara la dose

25
Sembra incredibile un simile comportamento da parte di un
direttore di anime (e per di più vescovo!) qual era Mons. Volpi. Ma sono
prove permesse da Dio!
26
Anche con P. Germano, quando interruppe la corrispondenza
diretta con Gemma comunicando per il tramite della signora Cecilia, la
Santa una volta, come già si è accennato, lo supplica: «Babbo cattivo, o se
mi scrivesse una righetta anche per me, che sarebbe mai? Ma poi non
m'importa niente, perché so ben le cose da Gesù» (Lett. 64ª, 12-6-1901, p.
170).
27
È Cecilia che qui riceve il nome più affettuoso.
di dolore alla povera innocente: «… ma mi disse tanto questa
mamma, mi diceva: 'Tutti a poco per volta conosceranno che è
opera del diavolo e allora io che farò?'28. Sempre incerta,
quindi, Gemma invocava la presenza di Cecilia perché durante
le estasi le tenesse forte la mano sul cuore che entrava in una
palpitazione violenta da cagionarle acuto dolore: difatti dopo la
morte le furono trovate due costole sollevate all'altezza del
cuore. Non era un capriccio allora la supplica di Gemma per
avere Cecilia o per entrare in un convento nascosta a tutti. Di
qui il rinnovato lamento a P. Germano il 19 aprile 1902, a
meno di un anno dalla morte: «La Sig.a Cecilia gli scrive che
non vuol mandarmi [dalla Signora Imperiali, la Serafina di
Roma penitente di P. Germano], e allora perché non sta sempre
con me, senza mai lasciarmi? Tante mattine, che proprio io non
sono più nel mondo, eppure mi lascia». In nota gli editori
riportano una lettera, un po' precedente (11 aprile), di Cecilia a
P. Germano che attesta la contrarietà di tutti i Giannini a
lasciare o privarsi di Gemma «… in particolare Matteo e
Annetta» e assicura che «… per noi sarebbe troppo gran
sacrificio, se ci togliessero di casa la cara Gemma. Come si
farebbe, non vedendola più qui? Ma non sa che quei giorni che
stetti senza lei, mi sembrava di ammattire?» Cara e semplice
Cecilia, che ritorna sull'argomento il 21 aprile, forse a seguito
di una nuova lettera di P. Germano: «Senta, per portarla via,
per il momento, come stanno le cose, no, non mi ci sento, non
posso privarmene; meno che un comando assoluto di lei, mio
carissimo Padre. Ma no, vero, questo non lo farà, non me la

28
Lett. 80ª, p. 209. - Il P. Germano ancora non risponde a Gemma
ma alla Signora Cecilia, la quale, come c'informano in nota gli editori, lo
tranquillizza che la porterà con sé nella solita gita domenicale ai Giannini in
vacanze a Carignano: «Oggi domenica ci vado anche io con la cara Gemma.
Le pare che la lasciassi sola? Oramai senta, Padre, se non me la tolgono per
forza, fino a che non sarà in convento, non la lascio davvero. Il demonio mi
sono bene avveduta che fa tutti i suoi sforzi per levarcela, ma Dio non lo
permetterà» (nota 4).
leva, è vero, almeno per ora?» E insiste: «Se poi cambiassero le
cose sia di Gemma, come della mia famiglia, allora saprò farci
sacrificio col fare sempre la volontà SS. di Dio. Ma per adesso
non mi ci sento davvero: a meno di un suo comando assoluto,
come ho già detto sopra» (p. 256, nota 1)29.

29
Da una testimonianza, nei Processi, della signora Giustina
Giannini (che sosterrà la testa di Gemma nel momento della morte)
sappiamo che Gemma talvolta diceva a Cecilia: «Abbia pazienza, la
ricompenserà il Signore di quello che fa; quello che mi raccomando è che
mi tenga nascosta, da parte, non mi consideri, faccia conto ch'io non ci sia
in casa » (N.ro IX, § 48, p. 469).