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I Sonetti di William Shakespeare

Il sonetto fu importato in Inghilterra durante il regno di Enrico VIII da un gruppo di poeti di corte che avevano
come modello il Canzoniere di Petrarca. Fu Henry Howard, Conte di Surrey, a cambiare la forma e la struttura
metrica del sonetto petrarchesco creando quello che verrà chiamato Elizabethan sonnet (sonetto
elisabettiano) o anche Shakespearean sonnet, che non prevede più 2 quartine e 2 terzine ma 3 quartine a
rima alternata e 1 distico finale a rima baciata.
I Sonnets di Shakespeare vengono pubblicati nel 1609, dall'editore Thomas Thorpe, il quale firma anche (con
le sole iniziali) la criptica dedica del volume, dedicato a un misterioso Mr W. H. La raccolta conta 154 sonetti
divisi in 2 parti: la prima parte, fino al sonetto 126, è dedicata al “Fair youth”, un giovane di grandi virtù e di
bell'aspetto che funge da perno attorno al quale l'intera raccolta si muove. I restanti sonetti sono invece
dedicati alla “Dark lady”, una figura che incarna l'esatto opposto dell'ideale petrarchesco di donna, al quale
tutte le raccolte di sonetti scritte fino ad allora si ispiravano. I temi della raccolta sono fondamentalmente
due: l'amore, nei primi 17 sonetti espresso attraverso l'invito al matrimonio per il giovane, e il tempo, che
può essere sconfitto solo grazie alla procreazione e alla poesia, capace quest’ultima di rendere immortale
tanto l'amato che il poeta. Per quanto riguarda invece l'identita' dei personaggi dei sonetti (la dama bruna,il
poeta rivale ed il giovane amico) ,con tutta probabilita' non si arrivea' ,mai ad una identita' certa. Seguono le
ipotesi che gli studiosi di Shakespeare ,in tutto il mondo,e' stato fino ad oggi in grado di fare: l'edizione del
1609 dei sonetti e' stata dedicata ad una persona identificata solo con le iniziali WH e firmato da una
persona avente le iniziali TT ,che erano con tutta probabilita' quelle dell'editore dei sonetti (thomas thorne)
,che non si sa se abbia scritto la dedica per dedicare i sonetti ad una persona cui desiderava offrire un
tributo, oppure per eseguire la volonta' dello stesso Shakespeare nel momento in cui stava scrivendo i
sonetti.

Sonetto 1
Alle meraviglie del creato noi chiediam progenie
perché mai si estingua la rosa di bellezza,
e quando ormai sfiorita un dì dovrà cadere,
possa un suo germoglio continuarne la memoria:
ma tu, solo devoto ai tuoi splendenti occhi,
bruci te stesso per nutrir la fiamma di tua luce
creando miseria là dove c'è ricchezza,
tu nemico tuo, troppo crudele verso il tuo dolce io.
Ora che del mondo sei tu il fresco fiore
e l'unico araldo di vibrante primavera,
nel tuo stesso germoglio soffochi il tuo seme
e, giovane spilorcio, nell'egoismo ti distruggi.
Abbi pietà del mondo o diverrai talmente ingordo
da divorar con la tua morte quanto a lui dovuto.

Sonetto 2
«Quando quaranta inverni assedieranno la tua fronte e nel campo della tua bellezza scaveranno profonde
trincee, l'orgogliosa livrea della tua gioventù, così ammirata ora, sarà un panno cencioso, tenuto in poco
conto. Allora, se ti si chiedesse dove giace la tua bellezza, dove tutto il tesoro dei tuoi ardenti giorni, dire nei
tuoi stessi occhi infossati sarebbe vergogna che divora tutto e sprecato elogio. Quanto maggior elogio
meriterebbe l'uso della tua bellezza, se tu potessi rispondere 'Questo mio bel figlio salderà il mio conto e
scuserà me vecchio', provando la sua bellezza, per successione, tua!
Questo sarebbe esser rifatto nuovo quando sei vecchio, e veder caldo il tuo sangue quando lo senti freddo. »
Il tema della necessaria procreazione trovato nel Sonnet 1 continua in questo sonetto, che affronta il tema
della bellezza degli esseri umani, destinata a rovinarsi con il passare del tempo. Secondo il poeta, l'unica
soluzione all'invecchiamento è avere figli: la loro bellezza "proverà" la bellezza appassita dei loro padri. Il
poeta consiglia alla donna di non preoccuparsi per lo sfiorire della sua beltà, ma di gioire perché la rivedrà
nella sua prole.  Verso 1/2: il tempo scorre ed è visto come un nemico che scava trincee profonde, ossia le
rughe sul viso.  La prima parte del sonetto spiega come sia vergognoso dire che la bellezza finisce.  Verso
8: “Thriftless praise”: nella seconda parte del sonetto si passa ad un discorso di tipo economico dato dall’uso
di termini come ‘thrift’, guadagno economico.  Il couplet finale è impostato su opposizioni: sentirsi giovani
anche se si è vecchi, sentire il sangue caldo anche se è freddo.  Il metro caratteristico è il pentametro
giambico, il blank verse. Le rime sono ABAB CDCD EFEF per le quartine e gg per il distico finale che è
epigrammatico. Questo sonetto fa parte dei primi 17 sonetti di Shakespeare che presentano come tema
principale il matrimonio e il generare figli ("Marriage Sonnet").

Sonetto 3
Guarda allo specchio, e di' a quella faccia
che di formarne un'altra ormai è tempo;
se ora non ne rinnovi il fresco aspetto,
inganni il mondo, defraudi una madre.
Dov'è la bella il cui grembo inarato
sdegni il dissodamento del tuo vomere?
Chi tomba al suo amor di sè vuol essere,
fermando, fatuo, la posterità?
Di tua madre sei specchio, e lei il leggiadro
aprile evoca in te del suo rigoglio;
pur con le rughe, tu questo aureo tempo
vedrai dalle finestre dell'età.
Ma se vivi per non lasciar ricordo,
muori, e con te la tua Immagine, solo.

Sonetto 12

« Quando conto l’orologio che racconta il tempo, vedo il giorno superbo sprofondato nell’odiosa notte;
quando osservo la viola non più in fiore, e riccioli neri tutti di bianco inargentati; quando alberi sublimi vedo
nudi di foglie che già al gregge schermarono la calura, e il verde dell’estate, tutto stretto in covoni, portato
sul carro con bianca ed ispida barba; allora sulla tua bellezza mi vado interrogando, che tra i resti del tempo
te ne dovrai andare, poiché dolcezze e bellezze smarriscono se stesse e muoiono veloci come altre ne
vedono crescere veloci;
e niente contro la falce del Tempo può offrire difesa, se non la prole che lo sfidi, quando ti toglierà di qui. »

Il sonetto si divide in tre parti: le due quartine iniziali contengono delle considerazioni generali; la terza
quartina scende nel particolare; il distico finale chiude il componimento con una considerazione dignitosa.
 Versi 1/8: La prima quartina si apre con l'immagine del tempo con ‘clock’ e ‘time’, svelando subito il
Tema del sonetto che ricade ancora sugli effetti del tempo. La ripetizione dell’incipit nelle prime due
quartine, dell’avverbio “when”, legato al concetto di tempo, viene interpretato in 3 modi differenti: Il tempo
come scansione meccanica: “When I do count the clock that tells me the time”. Il fatto che Shakespeare
nomini l'orologio consente di rilevare una delle poche individuazioni storiche presenti nei Sonetti (la
diffusione degli strumenti meccanici per contare il tempo
Prendeva piede proprio nel secondo Cinquecento).
 IL tempo come element Della natura: “The violet past prime, barren of leaves, summer’s green, all girded
up in sheaves”.
 Il tempo come alleato della morte: “Gainst time’s scythe”. Il tempo veniva rappresentato da un uomo con
la falce. Unica difesa è la prole.  I versi 2-8 contengono sguardi su elementi naturali (gli alberi spogliati
dell'autunno) e umani (i capelli neri ingrigiti dalla vecchiaia) che alludono a un generale destino di morte di
tutte le cose, così per il ciclo naturale come per la vita umana, senza possibilità alcuna di riscatto.  Versi
9/12: nella terza quartina, in cui il poeta si interroga su quale sia la fine della bellezza, spiega come questa
muoia con la stessa velocità con cui se ne vedono altre crescere. La terza quartina, scendendo nello
specifico, si rivolge a un ‘tu’ (thy, thou), quel tu che nel Sonnet 1 è presentato al lettore come ‘tender churl’
(tenero avaro), la cui avarizia porta alla morte della bellezza, causa la mancanza di prole: qui il medesimo
tema è richiamato attraverso le immagini insistite dell'incoercibilità della morte, a cui l'intero cosmo è
irrimediabilmente votato.  Versi 13/14: Il distico si pone come sentenzia: da tutto ciò che è stato visto e
detto sopra il poeta evince che nulla dalla falce del Tempo può salvare se non prole a sfidarlo[1], proprio nel
momento in cui è la morte ad avere il sopravvento sul tu (takes thee hence). Il distico finale, dunque,
riassume la tesi della caducità e fugacità del tutto, lasciando però la consueta speranza nella procreazione,
che quel "tu" (il fair Youth) si ostina a negare al mondo.

Sonetto 15
Quando penso che ogni cosa che nasce
resta perfetta solo per brevi istanti,
che questa immensa scena ci offre sol fantasmi
su cui le stelle tramano con arcano influsso;
quando vedo gli uomini, al pari delle piante,
illuminati e minacciati dallo stesso cielo
vantarsi in gioventù, all'apice decrescere,
e cancellarsi da memoria l'orgogliosa primavera:
allora il pensiero di questa precaria vita
ti presenta agli occhi miei, ricco di giovinezza,
mentre il Tempo distruttore cospira con la Morte
per cambiare il tuo fresco giorno in fetida notte:
ed in piena guerra col Tempo, per amor tuo,
come esso ti strappa, io ti ripianto ancora.

“Questo enorme palcoscenico” (3): il primo riferimento di Shakespeare al mondo come "palcoscenico".
“Dove le stelle ... commentano” (4): "In genere si credeva che il comportamento e gli eventi dell'uomo siano
stati influenzati, anche se non determinati, dalle stelle (" influenza "è un termine tecnico astrologico = fluido
etereo che scorre dalle stelle, che influenza gli uomini e gli eventi), e tale influenza è descritta come
"segreta".

Sonetto 17
Chi crederà ai miei versi nei tempi che verranno
se straripassero dei tuoi meriti più eletti?
Eppure anche il cielo sa che son come una tomba
che cela la tua vita e poco dicon dei tuoi pregi.
Se potessi scrivere la bellezza dei tuoi occhi
e in nuove rime enumerare ogni tua grazia,
l'età a venir direbbe: "Questo poeta mente,
tali tocchi divini mai dipinsero volti umani".
Così i miei scritti ingialliti dal passar del tempo,
verrebbero derisi qual ciarle menzognere
e le tue sincere lodi chiamate furor poetico
e rime affettate di una vecchia cantilena:
ma se a quel tempo vivesse un figlio tuo,
due volte tu vivresti, in lui e nelle mie rime.
Il sonetto 17 del bardo, chiude il ciclo di sonetti sulla procreazione. In questo sonetto il giovane amico è
incitato ad avere figli in modo che possa trasmettere la sua bellezza, e continuare a vivere nei suoi figli. La
bellezza del giovane amici è così celebrata sia nei versi del sonetto che nel figlio. Shakespeare dice che se il
giovane non avrà figli, non ci saranno prove per i posteri, e nessuno potrà dimostrare quanto il poeta stesso
ha scritto nei versi, ovvero quanto il 'fair Youth' fosse bello quando era in vita, e di conseguenza i suoi versi
saranno non creduti. La tua memoria sarà distorta, e la descrizione di te che abbellisce questa pagina sarà
disprezzata come il discorso di un vecchio uomo ciarliero, o le esauste idee di età scomparsa. Quindi fai
attenzione e prepara per il futuro e per la minacciata notte dell'oblio.

Sonetto 18
Dovrei paragonarti a un giorno d’estate?
Tu sei ben più raggiante e mite:
venti furiosi scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate ha vita troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respireranno e occhi vedranno,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

Nel famosissimo sonetto 18 (shall i compare thee to a summers's day?), da gran parte della critica ritenuto
come la più grande poesia d'amore mai scritta, Shakespeare è capace di catturare l'essenza dell'amore così
chiaramente ed sinteticamente, in un sonetto composto di sole quattordici righe ,paragonando il suo amore
ad un bel giorno d'estate , realizzando che mentre i giorni d'estate possono svanire per lasciare posto ai
giorni autunnali, il suo amore è eterno .
Il sonetto 18 è senza dubbio il più noto ed amato dei 154 che compongono il corpo dei sonetti di
Shakespeare. Il tema è la potenza della poesia che rende possibile eternare la realtà ed in questo caso rende
quindi possibile rendere eterno l'amore cui si riferisce il sonetto. Il poeta inizia lodando il suo caro e giovane
amico, e lentamente costruisce l'immagine dell'amico come un essere perfetto. Il giovane amico è dapprima
paragonato all’estate, ma alla fine della terza quartina lui e l’estate, quindi trasforma l'amico nell'ideale di
bellezza stessa, metro attraverso il quale la vera bellezza dovrebbe essere misurata.
La sola risposta del poeta ad una vista così bella e gioiosa come quella della bellezza dell'amico è quella di
rendere possibile la permanenza di tale bellezza nella memoria umana, salvandola dall'oblio che, di solito,
segue la morte. Questo può essere ottenuto mediante i suoi versi. Nei versi finali il poeta riafferma la sua
speranza che la sua poesia continui a vivere fino alla fine del genere umano, in modo da assicurare
l’immortalità alla sua musa.

Sonetto 20

«Volto di donna Natura ha dipinto al re-regina della mia passione; cuore gentile di donna ha respinto ciò che
false donne incostanti pone; occhio più chiaro e meno falsa occhiata che muta in oro ciò su cui si posa; da
forma di uomo ogni cosa è formata, ruba occhio d’uomo e a donna anima sposa. Come donna in origine
nascesti, natura nel crearti subì emozione, io privato da ciò che tu prendesti, un’aggiunta che per me è
sottrazione.
Se ti eresse al femminile piacere sia mio l’amare e per loro il godere. »
Questo è l'unico dei Sonetti, insieme all'87, ad avere tutti i versi con chiusura femminile, cioè non accentati
sull'ultima. Questo aspetto di femminilità formale si allinea al contenuto, dove l'io lirico descrive la bellezza
femminea del fair Youth, sotto la quale però si cela la sua natura tutta maschile. Questo sonetto è stato
portato come prova sia a carico che a discarico della presunta omosessualità dell'autore, laddove le prime
due quartine sarebbero a carico mentre gli ultimi sei versi a discarico. Il sonetto è costruito interamente
sull’opposizione tra l’amore sublime e quello passionale.  Versi 1/12: tre quartine sono essenzialmente una
descrizione della bellezza del giovane. C’è ambiguità tra identità femminile e maschile (Master/Mistress
indizio più chiaro perché si individua un ‘Padrone/Padrona’ dalla connotazione sessuale incerta), in un
articolato gioco formale, stilistico, linguistico e contenutistico. Il fair Youth ha tutti gli attributi positivi delle
donne, anzi, posto a confronto con loro risulta superarle tutte, mancando dei difetti di loro tipici. Verso 2:
“The master mistress of my passion”: riferimento ambiguo perché la passione potrebbe essere riferita alla
poesia. Il distico finale, introdotto si pone come avversativo, dando un'apparente soluzione al problema della
donna con un pene, delle tre quartine: l'io infatti tiene per sé “thy love” ("il tuo amore", cioè l'amore del fair
youth), mentre lascia alle donne “thy love's use” ("l'uso del tuo amore", cioè l'uso sessuale del fair youth),
secondo la scelta della natura, di dotarlo di attributi maschili, pur in un corpo dalla femminilità che attrae gli
uomini. Il giovane rappresenta quindi l’amore sublime, mentre le donne quello sessuale.

Sonetto 23
Come un pessimo attore in scena colto da paura dimentica il suo ruolo, o come una furia stracarica di rabbia
strema il proprio cuore per impeto eccessivo, Anch'io, sentendomi insicuro, non trovo le parole per la giusta
apoteosi del ritual d'amore, e nel colmo del mio amore mi par mancare schiacciato sotto il peso della sua
potenza. Sian dunque i versi miei, unica eloquenza e muti messaggeri della voce del mio cuore, a supplicare
amore e attender ricompensa ben piu' di quella lingua che piu' e piu' parlo'. Ti prego, impara a leggere il
silenzio del mio cuore: E' sottile intelletto d'amore intendere con gli occhi.

Il sonetto 23 s’incentra su come Shakespeare, in presenza della Gioventù Fiera, non è in grado di parlare
correttamente o di rendere i suoi sentimenti chiari sul palcoscenico.

Sonetto 24
Il mio occhio si è fatto pittore ed ha fissato
la tua bella immagine sul quadro del mio cuore,
il mio corpo è la cornice che stretto lo racchiude
e se ben l'osservi, nessun pittor gli è pari.
Solo attraverso l'occhio devi vederne l'arte
per scoprir ove sia dipinta la tua vera immagine,
sempre appesa nello studio del mio petto
che per vetri alle finestre ha gli occhi tuoi.
Ora sai quale aiuto si son dati i nostri occhi:
i miei han disegnato il tuo ritratto e i tuoi per me
sono finestre al petto mio, laddove il sole
si diletta ad occhieggiare per ammirare te:
ma agli occhi manca l'anima per nobilitare l'arte,
tracciano quel che vedono, ignari son del cuore.

Shakespeare con questi versi richiama l’attenzione su un concetto “rinascimentale” secondo cui esiste, nel
mondo della poesia, un collegamento fra cuore ed occhi. L’immaginazione del cuore (inteso come un modo
di vedere molto particolare aspetti della normale vita di relazione) ci porta a vivere in un’altra dimensione
rispetto alla realtà che gli occhi stessi trasmettono al nostro cervello.
Sonetto 29
Quando inviso alla fortuna e agli uomini,
in solitudine piango il mio reietto stato
ed ossessiono il sordo cielo con futili lamenti
e valuto me stesso e maledico il mio destino:
volendo esser simile a chi è più ricco di speranze,
simile a lui nel tratto, come lui con molti amici
e bramo l'arte di questo e l'abilità di quello,
per nulla soddisfatto di quanto mi è più caro:
se quasi detestandomi in queste congetture
mi accade di pensarti, ecco che il mio spirito,
quale allodola che s'alzi al rompere del giorno
dalla cupa terra, eleva canti alle porte del cielo;
quel ricordo del tuo dolce amor tanto m'appaga
ch'io più non muto l'aver mio con alcun regno.

Il Sonetto 29 di Shakespeare è il preferito da Coleridge. La poesia esplora l’idea che l’amore sia in grado di
fare sentire bene le persone con se stesse e che possa curare ogni male. All’inizio del sonetto, infatti, il poeta
esprime il suo stato di crisi a causa della perdita della reputazione e del fallimento economico, che lo porta a
vivere come emarginato e a lamentarsi desiderando di essere più “ricco di speranze, di bellezza e di amici”,
maledicendo se stesso e invidiando il prossimo. Tuttavia, turbato da queste considerazioni, il pensiero del
giovane amato e del suo amore lo rendono nuovamente felice e in pace con se stesso. L’amore fa sentire il
poeta come “l’allodola gioiosa”, usando quindi una chiara similitudine. Altre figure retoriche sono la
personificazione (Fortuna), la metafora (“al romper del giorno”, ossia all’alba), l’iperbole (“alle soglie del
paradiso”) e l’enjambement (“si innalza/dalla terra cupa”, “porta seco/tali ricchezze”).

Sonetto 43
Quando ho gli occhi chiusi essi vedon meglio,
di giorno infatti scorrono su cose senza merito;
ma quando dormo, in sogno essi ti guardano
e nel buio lucenti, son fari nel buio protesi.
E tu, la cui ombra rende brillanti l'ombre,
qual divina forma assumerebbe la tua ombra
al chiaro giorno con la tua luce ancor più chiara,
se a occhi chiusi la tua immagine è così lucente!
Come gli occhi miei, ripeto, si sentirebbero felici
ammirando te nello splendor del giorno
se nella morta notte la tua bella incerta ombra
nel sonno profondo è vita in occhi senza vista!
Finché non ti vedo ogni giorno è notte per vederti
e ogni notte giorno luminoso se mi appari in sogno.

Sonetto 47
I miei occhi e il cuore son venuti a patti
ed or ciascuno all'altro il suo ben riversa:
se i miei occhi son desiosi di uno sguardo,
o il cuore innamorato si distrugge di sospiri,
gli occhi allor festeggian l'effigie del mio amore
e al fantastico banchetto invitano il mio cuore;
un'altra volta gli occhi son ospiti del cuore
che a lor partecipa il suo pensier d'amore.
Così, per la tua immagine o per il mio amore,
anche se lontano sei sempre in me presente;
perché non puoi andare oltre i miei pensieri
e sempre io son con loro ed essi son con te;
o se essi dormono, in me la tua visione
desta il cuore mio a delizia sua e degli occhi.

Il sonetto 47 è classificato tra i sonetti del cuore e degli occhi, ed è dedicato al giovane amico. In pratica è
una continuazione del sonetto numero 46, in cui gli occhi ed il cuore erano in lotta, ed una giuria di pensieri
emette il verdetto: agli occhi la tua immagine ed al cuore l'amore.

Sonetto 55
Né marmo, né aurei monumenti di principi
sopravvivranno a questi possenti versi;
tu brillerai più luminoso in queste rime
che in polverosa pietra consunta dal lordo tempo.
Quando la distruttiva guerra travolgerà le statue
e ogni opera d'arte sarà rasa al suolo da sommosse
né la spada di Marte, né il suo divampante fuoco
cancelleranno il ricordo eterno della tua memoria.
Contro la morte ed ogni forza ostile dell'oblio
tu vivrai ancora: la tua gloria troverà sempre asilo
proprio negli occhi di ogni età futura
che trascinerà questo mondo alla condanna estrema.
Così, sino al giudizio che ti farà risorgere,
vivrai in questi versi e dimorerai in occhi amanti.

Sonetto 60
Come le onde si susseguono verso la pietrosa riva,
così i nostri minuti si affrettano alla lor fine,
ciascuno spingendo via quello che ha dinnanzi,
tutti con incessante affanno lottano in avanti.
Quando una nuova vita, affacciatasi alla luce,
con gran fatica è giunta alla sua maturità,
insidiosi influssi le contrastan tale gloria,
e il tempo ora distrugge il dono che le diede.
Il tempo travolge il fiore della gioventù
e scava fonde rughe in fronte alla bellezza,
si pasce delle più rare dolcezze del creato,
e nulla è risparmiato al mieter della sua falce:
ma i miei versi resisteranno alla futura età
per dire il tuo valore contro il suo crudel potere.

Sonetto 66
Stanco di tanti eventi, pace alla morte invoco.
Come vedere il Merito viver mendicando
e amorfa Nullità ornata d'eleganza
e la più pura Fede iniquamente rinnegata
e splendidi Onori indegnamente conferiti
e l'innocente Virtù volgarmente prostituita
e la retta Perfezione indegnamente diffamata
e Forza disarmata da Poteri vacillanti
e Arte al silenzio stretta dalle Autorità
e Follia, fatta dottore, controllar l'Ingegno
e pura Verità con Semplicità confusa
ed il Bene schiavo servir il comandante Male.
Stanco di tutto questo, vorrei andarmene lontano,
se non ché morendo, lascerei il mio amore solo.

«Sonetto che si presenta nella forma inconsueta di un lungo catalogo di mali e di ingiustizie sociali, da cui il
poeta vorrebbe fuggir via (…). Indubbia la somiglianza con la grande lamentela esistenziale che si incontra nel
celebre «essere o non essere» di Amleto, III. i. 56-90. Va detto, infine, che questo sonetto apre un gruppo di
componimenti, che si estende fino al sonetto 70, in cui l’attenzione è volta, da varie angolature, al problema
del male sociale come scompenso istitutivo della stessa cultura umana, in cui le apparenze la vincono sulle
essenze, gli artifici sulle doti naturali, il trucco sulla bellezza, e la falsità sulla sincerità. E’, questo, un grande
tema, non solo di Shakespeare, ma di tutta l’epoca inquieta, profondamente turbata dalla perdita di una
visione unificante e simbolica, e quindi dalla messa in questione di ogni corrispondenza fra il “dentro” e il
“fuori”, fra il mondo e la trascendenza, e quindi fra la verità e la mistificazione, fra il valore e l’inganno, e in
definitiva fra l’essere e il sembrare.»

Sonetto 71
Quando sarò morto, soffoca il tuo pianto
quando il mesto rintocco della lugubre campana
farà sapere al mondo che me ne sono andato
da questa vile terra in pasto a vermi ancor più vili:
no, se leggerai queste righe, non ricordare
la mano che le scrisse; io ti voglio così bene
che vorrei sentirmi assente dai tuoi dolci pensieri
se il ricordo mio ti dovesse dar malinconia.
O se i tuoi occhi ricadranno su questi versi
quand'io sarò confuso con la terra,
non rinnovar, ti prego, il povero mio nome,
ma lascia che il tuo amore insieme a me si spenga:
per tema che il dotto mondo scruti nel tuo pianto
e si burli di noi quando sarò morto.

In questo sonetto, il LXXI del suo canzoniere, Shakespeare tocca un tipico tema barocco, quello della morte.
Lo fa però in modo inconsueto, confessando a un amico che, dopo la propria scomparsa, preferirebbe essere
dimenticato piuttosto che destare nei vivi pensieri malinconici. Egli vuole solo che sia propagata la notizia
della sua morte, e che rileggendo le sue opere non si pensi a lui, morto, ma solo a esse, in modo che,
scoperti a commuoversi per i sentimenti d’amicizia, non ci si faccia compiangere e irridere dalla gente
comune per la propria debolezza. Il sonetto è inizialmente caratterizzato da una insistenza su immagini cupe
(lugubre, tetra, la campana, v. 2; questo vile mondo, ospite dei vermi più vili, v. 2), sul senso di finitezza,
precarietà, transitorietà dell’essere umano (Quando già forse sarò sciolto e fuso nella terra, v. 10): la morte
non è un passaggio, non si apre all’altra vita, è semplicemente la fine di tutto (Ma sia anche l’amore vostro
con la mia vita, finito, v. 12). Si tratta di un tema caro alla poesia barocca, che si compiace di soffermarsi sulla
morte e sulle sue immagini più macabre: tombe, cadaveri, decomposizione, ossa, vermi. Tuttavia si affaccia
l’apertura a una sopravvivenza, nel ricordo dei vivi (se rileggerete queste righe; se vi cade... uno sguardo su
questi versi): quella della poesia. Ma anche questo argomento viene apparentemente deprivato di valore: se
la poesia fa ricordare l’uomo e immalinconisce, bisogna scacciare il ricordo dell’autore (Non riesca il povero
mio nome nemmeno a farsi esprimere, v. 11). Tale argomento sottintende però, forse, il desiderio che la
poesia venga considerata al di sopra della sua persona mortale, e anche questa è figura retorica di alta
ironia, come alcuni interpreti affermano. Finissima ironia vi sarebbe anche nella chiusa, in cui il poeta
scongiura di non amarlo più dopo la morte per evitare il sarcasmo della gente (la gente saggia scorgendo il
vostro pianto, / Per via mia non vi beffi, vv. 13-14), che deride chi piange come un debole. Dietro
l’affermazione di non voler essere ricordato né più amato, c’è quindi l’esortazione a considerare solo la
poesia, ossia la richiesta di sopravvivere nei versi: lo stile è tipicamente barocco ma il contenuto e la
malinconia (non priva, forse, di spunti ironici) appartengono già al razionalismo dell’età dei lumi.

Sonetto 73
In me tu vedi quel periodo dell'anno
quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
su quei rami che fremon contro il freddo,
nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
che dopo il tramonto svanisce all'occidente
e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
ombra di quella vita che tutto confina in pace.
In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco
che si estingue fra le ceneri della sua gioventù
come in un letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che fu il suo nutrimento.
Questo in me tu vedi, perciò il tuo amor si accresce
per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve.

Il tema dell’autunno viene da lui affrontato nel sonetto 73, che inizia con questo verso: “Quella stagione in
me tu puoi vedere”. L’autunno è sinonimo di vecchiaia e per descriverli il poeta utilizza tre diverse metafore:
un albero, un giorno, il fuoco. Ma non tutto è drammaticamente pessimistico. Il suo scopo è quello di
mettere in evidenza la forza dell’amore. Nella prima quartina egli si rivolge alla sua amata (o amato?) alla
quale egli fa notare come egli stia invecchiando. Paragona, infatti, il suo corpo all’albero che perde le foglie:
“Foglie gialle, o nessuna, o poche, che pendono”. I suoi capelli si fanno radi e i pochi rimasti imbiancano
ingrigendo. Il grigio di quei capelli un tempo era marrone, un processo di decadimento simile a quello delle
foglie gialle che un tempo erano verdi. E come i rami dell’albero che tremano ai freddi venti dell’inverno
imminente, le sue membra tremano al mutamento del tempo. Anche la sua poesia diventa come “spogli cori
in rovina”. Un tempo non lontano quei versi risuonavano di ben altre espressioni simili a quelle di “dolci
canti”. Nella seconda quartina, dall’immagine dell’albero del tardo autunno si passa al processo che subisce il
giorno col trascorrere delle ore. Egli è al “tramonto del giorno”, il tempo di quando il sole “svanisce a
occidente”. Come il sole affonda lentamente all’orizzonte così la notte scende e porta il sonno alle normali
attività del giorno. Per lui che parla, e che è agli ultimi giorni della sua esistenza, la notte diventa “la scura
notte” che spegnerà non solo la sua vita ma porterà via anche il “simulacro della morte”, vale a dire il sonno.
Egli non potrà più nemmeno riposare poiché la notte scura gli ha rubato la vita. Nella terza quartina il poeta
introduce ancora una nuova metafora paragonando la sua vita, ormai al declino, a quella di un fuoco che
“langue sulla cenere della sua gioventù”. Un tempo questa ardeva di luce, ora scema e le medesime cose che
alimentarono la sua giovinezza si consumano come il fuoco malinconico e fioco della vecchiaia. Eppure, non
tutto è vano. Nel distico finale la sua amata gli offre il suo amore e questo amore è più forte, anche se è alla
fine. Pur sapendo che la morte che si avvicina li separerà, essa invita gli amanti a prendersi cura di chi si ama
e stare insieme perché il tempo ormai sta per finire. Il distico suona come un’ammonizione: mano mano che
il tempo passa l’amore dovrebbe aumentare. Non è chiaro se questo invito o considerazione sia rivolta alla
persona amata o in fondo a se stesso. Forse ad entrambi poiché dovranno separarsi. In ogni caso il loro
destino è segnato dal fato che si caratterizza con l’età, il tempo, la morte e la separazione. Si possono fare
molti confronti tra le immagini ricorrenti di questo sonetto e altre di altri sonetti. Il che spiega la persistenza
del simbolismo poetico di Shakespeare, la sua forza di rappresentazione figurativa e il suo determinismo
linguistico. Il tema delle stagioni che passano inesorabili lo si trova anche nel sonetto 18, la metafora della
vita umana in quella del sole, e quella del fuoco nella terza quartina del primo sonetto. Il colore giallo, il
colore dell’autunno, lo possiamo trovare anche in altri sonetti, il 17 ed il 104 unitamente al trascorrere del
tempo.

Sonetto 91
Vi è chi vanta la propria nascita, chi l'ingegno,
chi la ricchezza, chi la forza fisica,
chi il vestire alla moda anche se stravagante,
chi vanta falchi e cani e chi i cavalli.
E ogni temperamento ha una sua tendenza innata
in cui trova una gioia superiore al resto;
ma queste piccolezze non s'addicono al mio metro:
io tutte le miglioro in un solo immenso bene.
Per me il tuo amore è meglio di nobili natali,
più ricco della ricchezza, più fiero dell'eleganza,
di maggior diletto dei falchi o dei cavalli
e avendo te, di ogni vanto umano io mi glorio:
sfortunato solo in questo, che tu puoi togliermi
ogni cosa e far di me l'essere più misero.

Sonetto 94
Coloro che hanno il potere di ferire e non fanno nulla,
coloro che non fanno ciò per cui a tutti sembrano nati,
coloro che turbano gli altri, restando loro di pietra
freddi, immobili e totalmente insensibili,
essi giustamente erediteranno le grazie del cielo,
e non sprecano le ricchezze della natura.
Essi sono padroni delle loro espressioni,
gli altri non sono altro che servitori della loro magnificenza.
Il fiore estivo è caro all’estate
sebbene per se stesso esso viva e muoia,
ma se quel fiore viene contaminato da una malattia,
la più vile erbaccia supera il suo valore
poiché le cose più dolci diventano più aspre a causa delle loro azioni
e i gigli marciscono più velocemente delle erbacce.

E’ stato considerato il sonetto più emblematico e misterioso di Shakespeare e in passato era un modello
sull’osservazione umana, perché dà delle informazioni sulla reazione della psicologia umana. Non c’è alcun
riferimento a chi viene dedicato e si suppone che venga scritto come risposta ai sonetti che vanno dal 90 al
93, perché percepisce che il suo amore si sta allontanando e quindi scrive il sonetto dove vengono espressi i
motivi per cui il fair Youth lo lascerà. I concetti chiave di questo sonetto sono sempre i grandi temi trattati
nelle altre opere da Shakespeare come per esempio il fatto che i nobili, i potenti, potevano reagire e fare
qualcosa però non lo facevano e sono tutti consigli che cerca di dare al fair Youth sulla vita e su come
affrontare le cose.

Sonetto 104
Per me, amico mio, non sarai mai vecchio,
qual eri la prima volta che incontrai il tuo sguardo,
tal oggi appare la tua bellezza; tre gelidi inverni
hanno scosso dagli alberi l'orgoglio di tre estati,
tre leggiadre primavere avvizzite in gialli autunni
ho visto nel susseguir delle stagioni,
tre fragranti Aprili arsero nel fuoco di tre Giugni
da quando ti vidi in fiore, giovane come ora.
Ma la bellezza è come l'ombra sulla meridiana
che furtiva avanza senza mostrarne il passo;
così la tua freschezza, che a me par sempre ferma,
ha un movimento che l'occhio mio non percepisce:
se temi questo, sappi, posterità in ascolto:
pria del tuo avvento già era morta l'estate di bellezza.

Il tema del sonetto 104, il passaggio e la devastazione del tempo, è un tema che attraversa l'intero corpo dei
sonetti. Qui' Shakespeare usa le sue amorose memorie del primo incontro col suo amato amico, come
ispirazione per scrivere la poesia. E' chiaro dal sonetto 104, così come dall'intera raccolta dei sonetti, che la
passione che lui sente per il giovane amico, è la più intensa esperienza che il poeta abbia mai conosciuto.
Niente è importante, eccezion fatta per questo amore; il suo amore è eterno, sia nella bellezza che nello
spirito. Molti studiosi e critici hanno provato a capire con certezza a chi fosse in realtà destinato tale amore
riferendosi ai "tre anni" che sono stati attraversati da questa amicizia. Alcuni sostengono con certezza che si
può datare come estate 1594 la composizione dei sonetti, e gli "aprile" e "giugno" menzionati sono del
1592,1593,1594. Per i sostenitori della teoria che il duca di Southampton era l'amante, Shakespeare avrebbe
avuto 18 anni al primo incontro con quest’ultimo, e 21 anni al tempo in cui scrisse il sonetto 104. Comunque,
i critici di questa datazione sono molti, e sostengono che l'uso dei " tre anni " sia semplicemente una
invenzione poetica, basata sul significato del numero tre nella bibbia) e non un riferimento alla lettera al
tempo che ha speso col suo amante.

Sonetto 111

Per amor, ti prego, rimprovera la Fortuna,


divinità colpevole di ogni mia mala azione,
che meglio non provvide alla mia vita
se non con rozzi mezzi che insegnano rozze maniere.
Da questo viene il marchio che il mio nome impronta,
e per questo la mia natura si è quasi degradata
nel fare il suo lavoro, come la mano del tintore:
abbi quindi pietà di me e fa' che mi rinnovi.
Intanto io berrò, qual docile paziente,
dosi di aceto contro la mia sventura:
nessuna amarezza sarà per me troppo amara
né doppia punizione per correggermi due volte.
Abbi dunque pietà di me, caro amico, e ti assicuro
che anche la tua pietà è abbastanza per guarirmi.

Sonetto 116

Mentono i versi che finora ho scritto,


specie ove dissi che non potevo amar di più;
allora la mia mente non sapeva che in futuro
una fiamma tanto grande potesse ardere più viva.
Ma pensando al tempo, i cui infiniti eventi
s'insinuan tra giuramenti e mutan decreti di re,
spogliano sacre bellezze, stroncan audaci disegni
volgono all'incostanza le più salde menti:
ahimè - temendo la tirannia del Tempo - perché
non dissi allora: "T'amo d'un amor supremo",
quando ero certo al di là di ogni incertezza
di consacrare quel presente, ignaro del domani?
Amore è un bimbo; non potevo dir così,
avrei sentito grande quanto ancora cresce.

Il sonetto 116, uno dei più famosi insieme al sonetto 30 e 108, fa parte della prima sezione dei Sonetti di
Shakespeare, quella dedicata al “Fair Youth”, il giovane ragazzo. Il tema principale del sonetto, com’è
comprensibile dalla lettura, è l’amore romantico, ossia l’amore ideale e vero. Con l’espressione “marriage of
true minds”, Shakespeare ci introduce il tema dell’amore sincero e duraturo. Nei primi versi il poeta ammira
l’amore costante e forte che non è volubile e non muta nonostante i cambiamenti che avverranno e che
potranno scuoterlo. Nei versi seguenti, il Bardo ci presenta l’amore come un faro fisso in grado di superare
tutte le crisi e che è infinito, duraturo, resistente al passare del tempo. Sebbene l’uomo non sia in grado di
comprendere fino in fondo il significato e il valore dell’amore, può comunque capire quanto questo sia forte
e duraturo. Infine, Shakespeare dichiara che se dovesse sbagliarsi a proposito della natura perfetta
dell’amore, allora dovrebbe rinnegare tutto quello che ha scritto fino a quel momento su questo tema e che,
allo stesso tempo, se tale amore non esiste, vuol dire che nessun uomo ha mai amato nel senso profondo da
lui descritto. Il sonetto 116 non è innovativo dal punto di vista del tema e delle immagini utilizzate per
descrivere l’amore, dal momento che il faro, la stella sono figure tipiche della poesia romantica, ma quello
che sorprende è il linguaggio utilizzato da Shakespeare, che dimostra, ancora una volta, di avere una
padronanza della lingua incredibile. Colpisce, infatti, la carica emozionale e intensa con cui l’amore perfetto,
immutabile e resistente anche alla morte viene descritto, sebbene il tono sia controllato, con l’utilizzo di una
terminologia legata al mondo legale, quasi il sonetto fosse un’arringa a favore dell’amore. Per inserire una
piccola curiosità, il sonetto è probabilmente dedicato a un uomo (si pensa al Conte di Southampton Henry
Wriothesly o William Herbert). Tuttavia, ciò non significa che Shakespeare fosse necessariamente
omosessuale. Il Bardo, infatti, non ha mai voluto inserire dettagli autobiografici nelle sue opere; inoltre,
l’amore descritto nel sonetto sarebbe da intendersi come platonico, mentale e quindi non necessariamente
fisico. Il sonetto, come abbiamo visto, fa largo uso di simbolismi, metafore, personificazioni e metonimie.
Nella prima quartina, in particolar modo, Shakespeare usa un simbolo, nell’espressione “marriage of true
minds”. Questo perché usa un particolare (la mente) per esprimere un concetto più ampio, ossia, la parola
“minds” fa non solo riferimento al cervello, ma rappresenta l’intelletto e la personalità di una persona, nel
suo complesso. Anche il matrimonio è ideale, ossia è l’incontro tra due persone che si amano onestamente e
in modo aperto. Nella seconda quartina, invece, la figura retorica dominante è la metafora. L’amore infatti
viene paragonato a un faro (“fixed mark”), a una stella-guida (“a star to every wandering bark”), come la
Stella Polare che guida le navi in mare, per dare un’idea dell’amore stabile, duratura e immutabile.
Nella sistina finale, invece, troviamo una personificazione: il Tempo, infatti, viene descritto come se in
possesso di una “curva lama”, stando ad indicare la morte che arriva. Inoltre, “rosy lips and cheeks” può
indicare una metonimia, in quanto facendo riferimento alle labbra e alle guance si vuole indicare il
decadimento di tutto il fisico con l’avanzare dell’età.

Sonetto 122

Il diario, tuo regalo, è qui nella mia mente,


interamente impresso in memoria imperitura
e durerà più a lungo di quei bianchi fogli
al di là di ogni tempo sino all'eternità
o per lo meno, fino a che la mente e il cuore
avranno da natura la facoltà di vivere,
finché non cederanno al rovinoso oblìo
il tuo nome, il tuo ricordo non andrà mai perso.
Quel povero diario non poteva contenere tutto,
né mi servon note per ricordarmi del tuo amore,
questa è la ragione che mi spinse a separarmene
dando credito alla mente che meglio ti riceve:
tenere un promemoria che mi aiuti a ricordarti
sarebbe come ammettere dimenticanza in me

Sonetto 128

Quante volte mentre tu, mia musica, suoni


quel fortunato legno il cui vibrar risponde
sotto le tue dolci dita, e moduli con grazia
armoniosi accordi che turbano il mio ascolto,
io invidio quei tasti che agili sobbalzano
per baciare il tenero incavo della tua mano;
mentre queste mie labbra che mieterebbero tal messe,
accanto a te arrossiscono per l'ardire di quei legni.
Per esser così eccitate, cambierebbero natura
e posto con quei saltellanti tasti,
sui quali le tue dita scorrono con dolce movimento
rendendo un morto legno più felice di vive labbra.
Se quei tasti impertinenti gioiscono di questo,
lascia loro le tue dita, a me le labbra da baciare.

Sonetto 130

Gli occhi della mia donna nulla hanno del sole,


il corallo è ben più rosso del rosso delle sue labbra;
se la neve è bianca, il suo seno è certo bruno,
se son setole i capelli, nere setole avrebbe in capo.
Ho visto rose screziate, rosse e bianche,
ma non vedo tali rose sulle sue gote;
e in certi olezzi vi è maggior delizia
che non nell'alito che la mia donna emana.
Io amo la sua voce eppure ben conosco
che la musica ha un suono molto più gradito;
ammetto che mai vidi l'inceder d'una dea:
la mia donna nel camminar calpesta il suolo.
Eppure, per il cielo, per me è talmente bella
quanto ogni altra donna falsamente decantata.

Il sonetto 130 si distacca dagli altri: in questo caso protagonista del sonetto è la donna amata (e non più il
giovane amico) e, invece di decantare la perfezione dell’amato, Shakespeare inizia descrivendo tutti i difetti
della sua dolce metà. L’obiettivo è quello di contrapporsi all’ideale romantico della Donna Angelo: la donna
descritta dal poeta non è “come il sole”, non ha labbra color corallo, i suoi seni sono grigi e non bianchi come
la neve, così come i capelli sono corvini e le sue guance non sono come due rose. La sua voce non è
bellissima e non è una dea. Tuttavia, nonostante questi difetti, il poeta dice di amarla veramente, molto più
di quanto qualsiasi altro autore possa fare nei confronti di una donna di immaginazione petrarchesca o di
dantesca memoria: è meglio una donna vera seppur non perfetta, sembra dirci Shakespeare, che una donna
ideale che non esiste. Per questo, nonostante il Bardo prenda a modello i sonetti di Francesco Petrarca,
critica la rappresentazione della donna unicamente in quanto donna angelo. Il sonetto 130 si divide in due
parti principali: le tre quartine in cui l'io descrive le qualità negative della propria donna e il distico, dove, con
il meccanismo dell’inaspettato, afferma di amarla proprio per la sua rarità.  Il sonetto ha principalmente
due interpretazioni: Idealizzare la donna come angelo, che spesso non si è mai realmente amata, o
addirittura è un personaggio inventato, di fantasia, o comunque della quale si narrano delle qualità più
immaginarie che reali. Identificazione della dark lady con la morte.  Prima quartina: spende i suoi
pentametri giambici nel raffronto con la donna idealizzata della poesia petrarchista, con la quale è messa in
confronto la propria dark lady, polemicamente e ironicamente. Nel secondo Cinquecento il modello italiano
basato sull'imitazione dei sonetti del Petrarca dilagava nella letteratura inglese: Shakespeare vi si oppone,
condannando gli eccessi di fairness delle donne troppo idealizzate e prive d'imperfezioni.  Seconda
quartina: l'io porta la propria personale esperienza, spiegando, senza soluzione di continuità, come la sua
dark lady sia meno bella degli standard poetici contemporanei.  Terza quartina: pur proseguendo
nell'affermazione della bruttezza della propria donna rispetto ai canoni, l'io fa un piccolo riconoscimento
dell'amore che comunque prova, preludendo così al riscatto nel distico conclusivo, dove arriverà a dire “I
think my love as rare, as any she belied”.

Sonetto 144

«Due amori ho, conforto e disperazione, come due spiriti sempre mi suggestionano: è un uomo bello e
biondo l'angelo migliore, donna di mala tinta è il peggior spirito. Per scagliarmi all'inferno, quella femmina,
vuole strappare l'angelo migliore dal mio fianco, insidiando purezza con lussuria, corrompere in un diavolo
quel santo. Che s'indemoni l'angelo, tu dici; se pure lo sospetto, non lo affermo; poiché entrambi lontani, e
tra di loro amici, intuisco l'angelo in lei e nel suo inferno.
Ma non lo saprò mai, vivrò assillato
finché angelo malvagio il buono avrà scacciato.»

Il Sonetto 144 fa parte dei sonetti convenzionalmente dedicati alla dark lady. Vede protagonista, assieme a
quest'ultima, anche il fair Youth, nella veste di vittima dell'adulazione della donna, a discapito dell'amore
dell'io lirico.  Nel sonetto il poeta mette a confronto i due amori con il sospetto di una relazione tra i due.
Entrambi vengono rappresentati come spiriti: lui un angelo e lei uno spirito cattivo. Richiama il teatro
medievale e il Faust di Marlowe, tentato dal diavolo. Qui però il cattivo non corrompe il poeta ma l’angelo
buono.