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Lezione n° 29 del 30/05/2017

Materia: Fisiologia
Appunti di: Alice Colonetti – revisionati da Becco
Argomenti: effetto ormonale con commento di diversi grafici, ipofisi

Gli studenti comunicano alla professoressa che la maggioranza preferisce compattare le ultime lezioni per
finire prima il corso. Le ultime lezioni saranno quindi mercoledì 31 maggio e giovedì 1 giugno dalle 9 alle 12.
Inoltre per quanto riguarda l’esame la professoressa informa che ciò che è da studiare sono le nozioni di base,
reperibili da qualunque libro di testo venga scelto. In particolare si riferisce agli ormoni NON di competenza
specifica della fisiologia renale.

EFFETTO ORMONALE

Trasduzione del segnale: è il processo con cui il segnale/messaggio chimico, che arriva tramite il sangue da
un sito distante rispetto alla cellula bersaglio, viene riconosciuto dai recettori, determinando una risposta
cellulare. Il recettore è costituito da una componente di legame con i diversi ormoni e dal dominio di
trasduzione del segnale, che è quello che di fatto va a determinare la sequenza di eventi intracellulari. Quindi
l’effetto specifico di un ormone su un tessuto bersaglio è determinato non solo dalla fase di riconoscimento,
ma anche da tutto ciò che succede dopo (trasduzione).
Infatti se prendiamo in considerazione lo stesso ormone X riconosciuto da due cellule diverse, esso può
utilizzare un meccanismo di trasduzione differente, quindi le conseguenze intracellulari saranno a loro volta
diverse. Allo stesso modo ormoni diversi possono generare lo stesso segnale di trasduzione.

Receptors contain a hormone recognition domain and a signal-transducing domain.


The nature of the signal generated is a function of the receptor and not of the hormone.

L’effetto di un ormone (risposta specifica di un tessuto ad un ormone) è ciò che accade in una determinata
cellula successivamente al riconoscimento e alla generazione e trasduzione del segnale, come conseguenza
di questi eventi. È la funzione specifica modificata in risposta ad uno specifico ormone. Due messaggi chimici
diversi che operano con lo stesso meccanismo di trasduzione possono generare lo stesso effetto.

Consideriamo ora tre ormoni che agiscono SEPARATAMENTE su una cellula ideale:
- Ormone A: viene riconosciuto, genera un segnale intracitoplasmatico notevole e va a modificare una
specifica funzione (come la fosforilazione o l’attivazione di un enzima o di una proteina) – EFFETTO
A

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- Ormone B: non viene riconosciuto, NON ABBIAMO ALCUN EFFETTO
- Ormone C: viene riconosciuto similmente ad A anche se la trasduzione è meno efficiente, quindi
l’effetto è più debole – EFFETTO A (non c’è una risposta specifica attribuibile a C, in quanto l’effetto,
sebbene inferiore, è analogo a quello dell’ormone A)
Conclusione: in vivo un tessuto/organo è bersaglio di uno specifico ormone in quanto esso è riconosciuto dai
recettori, ma soprattutto in quanto si osserva una risposta ben definita e che inevitabilmente dipende dal
meccanismo di trasduzione del segnale. Un’alterata risposta è dalla mancanza di uno dei passaggi, non
necessariamente di quello recettoriale.

Esempio specifico per quanto riguarda il rene:


Sia le cellule del tubulo renale prossimale che quelle distale sono in grado di riconoscere un segnale
ormonale, che è il paratormone (PTH – ormone coinvolto nel controllo della concentrazione del calcio
plasmatico che determina effetti su vari tessuti, uno dei quali è il rene). Agisce con un meccanismo che
comporta l’attivazione della cascata dei secondi messaggeri (cAMP in particolare). Sebbene l’ormone sia lo
stesso e di conseguenza anche i meccanismi di riconoscimento e di trasduzione, l’effetto determinato è
specifico e diverso nelle due cellule prossimale e distale. Nel dettaglio l’effetto del PTH sulle cellule del tubulo
prossimale renale è la diminuzione del riassorbimento del fosfato. Lo stesso ormone con una sequenza di
eventi iniziale identica, agendo invece sulla cellula distale (cellula con caratteristiche diverse), attiva dei
meccanismi che hanno come effetto l’aumento del riassorbimento dello ione calcio. [ndr: la professoressa
dice che l’argomento verrà approfondito in seguito]

MISURA DELL’EFFETTO ORMONALE


A livello del sistema nervoso il controllo dell’intensità dello stimolo avviene attraverso la modulazione della
frequenza, cioè del numero di potenziali d’azione correlati con lo stimolo stesso. Allo stesso modo a livello
del sistema endocrino, il controllo, in termini QUANTITATIVI, dell’effetto degli ormoni, avviene in funzione
della loro concentrazione. Modificando la quantità di ormone che agisce, si modifica in modo correlato la
risposta funzionale.
In condizioni standard, in un soggetto sano, la concentrazione dell’ormone circolante è relativamente
costante ed è il bilancio tra quanto ne viene secreto dalle cellule endocrine e quanto esce dal circolo.

Per comprendere la relazione che intercorre tra la concentrazione dell’ormone e l’effetto ormonale in termini
quantitativi non bisogna considerare solo la concentrazione plasmatica, ma anche altri fattori che rendono
disponibile una certa quota di ormone al tessuto bersaglio. In altre parole la concentrazione dell’ormone che
bisogna considerare è quella che effettivamente raggiunge il tessuto bersaglio; i fattori che determinano
questa concentrazione sono:
1. Concentrazione dell’ormone presente nel sangue, che dipende dalla concentrazione dell’ormone
secreto dalla ghiandola endocrina;
2. Passaggio sangue – interstizio (quindi se l’ormone viene riconosciuto dal bersaglio);
3. Quota di ormone che viene degradata (quanto ormone ATTIVO arriva al tessuto).
Di norma, comunque, la concentrazione dell’ormone che raggiunge il tessuto bersaglio si riflette con quella
plasmatica.

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Potrebbero esserci fattori che modulano la quantità di messaggio chimico che arriva agendo su uno dei 3
punti.
All’aumentare della concentrazione di ormone che arriva aumenta l’effetto della risposta.

Questo grafico è una curva ideale, didattica. È messa in relazione la concentrazione di un ormone (variabile
indipendente) e il suo specifico effetto (variabile dipendente) esprimendolo in termini percentuali della
massima risposta ottenibile.
Andamento della curva: sigmoide/S Italica. Questo tipo di curva è in generale valida per tutti i tessuti e per
tutti gli ormoni. I valori specifici dipendono dai singoli ormoni considerati.
Descrizione del grafico:
- Risposta massima che un ormone dà al tessuto specifico = 100%.
- Concentrazione che dà risposta massima = massimo effetto (parallela all’asse x)
- Diminuisco la concentrazione del messaggio chimico (vado a sx sull’asse x) e vado a vedere qual è
l’effetto a dosi decrescenti.
Nella prima parte della curva, grandi incrementi della concentrazione dell’ormone non determinano
significative variazioni dell’effetto. Per vedere un effettivo cambiamento della risposta funzionale del tessuto
devo raggiungere una soglia minima di concentrazione ormonale al di sopra della quale le variazioni
dell’effetto sono evidenti.
Superato questo valore, all’aumentare della concentrazione ormonale plasmatica si osserva un andamento
che è pressoché lineare.
Nella parte finale la curva tende poi ad appiattirsi fino a che, ad una certa concentrazione ormonale, il tessuto
bersaglio raggiunge una risposta massima (100%). Anche aumentando ulteriormente la concentrazione
ormonale l’entità della risposta non cambia più.
Interpretazione del grafico:
Se la reazione fosse lineare, l’aumento della concentrazione corrisponderebbe ad un incremento costante
dell’effetto, in funzione di un valore stabilito dalla pendenza della retta.
Nella porzione centrale curva (pressoché lineare) piccole variazioni della concentrazione ormonale (variabile
indipendente) determinano significative variazioni dell’effetto (variabile dipendente). Nella parte finale, al
contrario, variazioni maggiori, rispetto a prima, della concentrazione ormonale determinano variazioni
dell’effetto quasi trascurabili.
In ambito fisiologico bisogna considerare che le concentrazioni plasmatiche presenti di norma all’interno del
sangue e quindi a livello dei tessuti corrispondono alla porzione centrale e lineare della curva: bastano piccole
variazioni della concentrazione di ormone a livello del tessuto per avere significative variazioni della funzione
(effetto).

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Si definisce sensibilità di un organo/tessuto per uno specifico ormone la concentrazione di quell’ormone che
determina il 50% della risposta massima.
L’entità della risposta massima (quindi della sensibilità) dipende da molteplici fattori:
A. Numero di recettori occupati e affinità di questi per l’ormone: tanto maggiore è la quantità di
ormone che lega i recettori, tanto maggiore è l’affinità, tanto maggiore è la risposta che ottengo;
B. Eventi post-recettoriali: “stato” dei meccanismi di trasduzione-amplificazione del segnale e “stato”
della disponibilità delle molecole effettrici (enzimi specifici che svolgono la funzione promossa
dall’ormone, se mancassero non si avrebbe alcun effetto).
Quindi, in vivo, la relazione tra concentrazione di uno specifico ormone e il suo effetto non è univoca, in
quanto dipende dai fattori appena elencati.

Si parla di famiglie di curve:

La scala della concentrazione dell’ormone è espressa in scala logaritmica, quindi le variazioni che sembrano
piccole sono invece significative.
Considerando come curva di riferimento la B con la sua sensibilità, a parità di risposta massima si possono
osservare la curva A, spostata verso sinistra, e la curva C, spostata verso destra. Le curve A e C sono ancora
sigmoidi al pari della B, non cambia la tipologia di risposta tra i due parametri e l’effetto funzionale. Varia
invece la sensibilità. Se la sensibilità aumenta (curva C), la concentrazione di ormone necessaria per
mantenere il 50% dell’effetto massimo è maggiore (curva spostata a destra). Se la curva si sposta a sinistra
(curva A) invece la sensibilità è minore. In altri termini, a parità di concentrazione di ormone, si ottengono
delle risposte quantitative diverse, l’effetto è maggiore (curva A) o minore (curva B).
[ndr: queste considerazioni specifiche sui grafici non saranno oggetto d’esame]

A. Recettori ormonali
I recettori sono il primo dei fattori (considerati sopra) che può influenzare l’entità della risposta a parità di
concentrazione.

The presence of “spare


receptors” lowers the
concentration of Hormone
needed to produce a half-
maximal response below that
needed to produce half-
saturation of receptor binding
sites (i.e., the affinity of the
receptor for the hormone).

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In questo grafico ci sono due sigmoidi, sovrapposte nel primo tratto ma poi diverse.
Nella prima curva (si riferisce all’asse di sinistra) è evidenziato al variare della concentrazione ormonale,
l’entità di legame specifico di un ormone con il suo recettore, sempre in termini percentuali del massimo.
Kd: parametro che indica la concentrazione dello specifico ormone necessaria per “occupare” il 50% dei
recettori disponibili.
La seconda curva (si riferisce all’asse di destra) evidenzia invece la risposta biologica di quell’organo bersaglio
all’ormone (parametro considerato nei grafici precedenti).

A livello del massimo della risposta biologica (100% della seconda curva) si ha ancora una quota notevole di
recettori disponibile. Per raggiungere la massima risposta biologica non è necessario occupare tutti i recettori
disponibili, i recettori sono in un numero maggiore del necessario. La sensibilità, ovvero la concentrazione a
cui raggiungo il 50% della massima risposta, è inferiore alla concentrazione che mi serve per occupare la
metà dei recettori (kd).
In ambito fisiologico buona parte dei tessuti lavora in condizioni di questo genere, hanno un numero di
recettori decisamente sovrabbondante. Una quota enorme di recettori sono disponibili ma non vengono
utilizzati.

Il numero dei recettori, pur rimanendo sempre sovrabbondante, è tuttavia un valore che non è fisso, infatti
la relazione rappresentata dalla curva di sinistra è continuamente modificata e modulata. Questo si
ripercuote sulla risposta biologica (seconda curva).
Si parla di down-/up-regulation dei recettori di un ormone.
Questo si configura come un meccanismo di controllo dell’ormone sulla propria funzione.
- Una concentrazione aumentata di un ormone determina una down-regolation, tende cioè a
diminuire il numero o l’affinità dei recettori, andando a determinare uno spostamento della curva,
ottenendo quindi una minor risposta e contrastando l’ulteriore aumento della concentrazione
dell’ormone.
- Viceversa una riduzione della concentrazione di un ormone determina una up-regolation, in modo
da contrastare un’ulteriore diminuzione che porterebbe ad una riduzione della risposta.
È un meccanismo di controllo sulla prima fase, quella di riconoscimento recettoriale.
Tale regolazione comporta che ci siano meccanismi di degradazione di recettori e ormoni che possono essere
più o meno accelerati.

B. Eventi post-recettoriali
L’effetto finale dipende anche dai meccanismi di regolazione degli eventi post-recettoriali, il secondo fattore
che influisce.

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A change in the capacity of effector
elements downstream from the
receptor or in the number of
competent cells changes the
magnitude of the response without
necessarily changing the
concentration of hormone needed
to produce a half-maximal
response.

In questo grafico ci sono tre sigmoidi (rappresentano una famiglia di curve).


Le tre curve hanno pari sensibilità (concentrazione = 1). A questa concentrazione l’effetto è in tutte le curve
il 50% del massimo. Però l’entità della risposta non è uguale, solo la percentuale rispetto al massimo è uguale.
La capacità di risposta può essere modificata, come si osserva nelle tre curve in cui abbiamo risposte massime
di entità diversa.
Questo cambiamento dipende dagli eventi post-recettoriali: un cambiamento delle molecole effettrici
(enzimi, canali, proteine) può determinare modificazioni nella massima capacità di risposta.
Ad esempio (situazione patologica) se la massa di tessuto specifico su cui agisce un ormone fosse dimezzato,
ovviamente ci sarebbe anche una riduzione della risposta massima in termini quantitativi.

Grafici conclusivi
In vivo si osserva l’effetto della combinazione degli eventi: sia della regolazione recettoriale sia di quella post-
recettoriale. Quindi nella realtà è difficile prevedere in termini esatti e quantitativi la risposta massima.

La curva in alto è quella di riferimento: all’aumentare della concentrazione dell’ormone aumenta con un
andamento sigmoide l’effetto ormonale sul tessuto. Definisco sensibilità la concentrazione che determina il
50% della massima risposta.
Ma non è una curva univoca, si parla di famiglia di curve in cui può cambiare la sensibilità o la massima
reattività. Se cambia la sensibilità la curva si sposta a destra o a sinistra rispetto a quella di riferimento: questo
è determinato da modificazioni degli eventi a livello dei recettori (numero, densità recettoriale, affinità). Se
cambia la massima risposta in termini quantitativi significa che si è modificato qualcosa a livello post-
recettoriale (numero cellule bersaglio, concentrazione degli effettori). Tutto questo vale per ogni singolo
ormone per ogni singolo tessuto.

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ALTRI FATTORI CHE INFLUENZANO LA RISPOSTA - INTERAZIONE ORMONALE
In vivo ci sono anche altri fattori che influenzano la risposta ormonale. L’entità della risposta è influenzata
anche dall’ambiente (pH, osmolarità, concentrazione di ioni specifici), ma fisiologicamente l’ambiente
interno è costante quindi assumiamo che questo non sia un fattore rilevante in quanto pressoché fisso.

Fattori che in vivo vanno effettivamente a modificare la risposta sono:


- Durata del legame tra recettore e ormone;
- Concentrazione di enzimi/fattori limitanti – disponibilità dei substrati;
- Durata della risposta.
Questi tre fattori sono stati analizzati nell’ambito dei vari grafici precedenti.

La risposta dipende poi da quali altri messaggi chimici arrivano su quello stesso tessuto, in quanto una cellula
può essere bersaglio di più ormoni. Infatti un tessuto che risponde ad un fattore ormonale X molto spesso
risponde anche ad un altro fattore ormonale Z, inoltre può anche ricevere messaggi chimici sotto forma di
neurotrasmettitori. Quindi la risposta di quel tessuto al fattore X è influenzata dalla concomitante presenza
di altri fattori chimici:
- Concentrazione di ormoni antagonisti (che determinano un effetto opposto a quello dell’ormone X);
- Concentrazione di ormoni sinergici (il risultato sarà un rinforzo);
- Fattori locali (non quantizzabili)  azione autocrina - paracrina

L’effetto di un ormone su un tessuto che risponde a più ormoni può dare:


- SINERGIA;
- RINFORZO;
- PUSH-PULL;
- EFFETTO PERMISSIVO.

Sinergia ormonale

Il grafico mostra, al variare del tempo (espresso in ore), la variazione della glicemia in risposta all’infusione di
ormoni. Il cortisolo, il glucagone, l’epinefrina sono ormoni che aumentano la glicemia.
Nell’esperimento vengono utilizzati prima cortisolo, poi glucagone, poi epinefrina singolarmente. La risposta
non è identica: la glicemia aumenta nei tre casi ma, ad esempio nel caso del cortisolo, l’aumento è
trascurabile rispetto a quello degli altri; anche la velocità nella risposta è differente: quella del cortisolo è
lenta ma costante per parecchie ore, l’epinefrina determina un aumento della glicemia che raggiunge il
massimo dopo 3 ore e poi resta abbastanza costante, la risposta del glucagone invece è più veloce ma poi
altrettanto rapidamente la glicemia scende.

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In seguito si fa un’infusione simultanea di glucagone ed epinefrina e infine dei tre ormoni insieme. Il risultato
osservato è una sinergia degli ormoni. Mettendo insieme le azioni di più ormoni non ho una somma degli
effetti singoli ma ho una risposta diversa, maggiore in termini quantitativi e con una velocità diversa.
Con i tre ormoni abbiamo un’amplificazione del fenomeno marcatissima (rinforzo reciproco dell’effetto
specifico su un determinato parametro).

Rinforzo
Si parla di rinforzo ad esempio nella seguente situazione.

Il cortisolo ha come organo bersaglio tipicamente il fegato, il tessuto adiposo e il muscolo. L’effetto specifico
del cortisolo sul fegato, la gluconeogenesi, è rinforzato da quello che il cortisolo determina sugli altri due
tessuti periferici, cioè lipolisi nell’uno e proteolisi nell’altro. Essi vanno a fornire substrati per la
gluconeogenesi, che altrimenti non avverrebbe in modo ottimale.

Push-pull

In presenza di epinefrina, a livello del pancreas endocrino, il glucagone viene stimolato mentre l’insulina viene
inibita, andando a determinare la gluconeogenesi del fegato. L’effetto quindi deriva dalla presenza
simultanea di specifici livelli dell’uno e dell’altro ormone (glucagone e insulina).

Effetto permissivo
Gli ormoni che determinano questo effetto sono ormoni permissivi. Sono ormoni che apparentemente non
determinano sullo specifico tessuto nessun effetto. Ad esempio gli ormoni tiroidei, agendo sul tessuto
adiposo, non determinano lipolisi. L’adrenalina invece è uno degli ormoni che determina lipolisi. Se però
l’adrenalina agisce sul tessuto adiposo in presenza di concentrazioni di ormoni steroidei si ottiene una
risposta molto maggiore rispetto a quella osservata con la sola adrenalina. La presenza degli ormoni tiroidei
permette all’adrenalina di manifestare in modo ottimale il suo effetto.
Gli ormoni tiroidei sono degli ormoni permissivi, permettono l’azione ottimale degli altri ormoni, pur avendo
anche delle azioni specifiche.

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CONTROLLO DELLA FUNZIONE ENDOCRINA

Come osservato nei vari grafici, l’entità della risposta di un tessuto ad un ormone varia in funzione della
concentrazione plasmatica dell’ormone stesso. Pur considerati tutti i fattori, questo è il punto cruciale nel
determinare la risposta: in vivo questa concentrazione va mantenuta in un ambito ristretto. La quantità di
ormone che viene immessa nel sangue in conseguenza all’attività di secrezione delle cellule delle ghiandole
endocrine deve essere regolata in funzione di quanto ormone viene degradato, in modo da avere un bilancio
uguale a 0.
Il sistema endocrino è uno dei sistemi di controllo dell’organismo e opera con il meccanismo a feedback
negativo: uno stimolo viene rilevato, viene portato in un centro di integrazione e viene elaborato insieme ad
altri stimoli, viene generata una risposta (ormone); l’ormone, modificando la funzione di un organo (effetto
ormonale), CONTROBILANCIA LO STIMOLO.
Nel sistema endocrino il “sensore” che viene attivato dallo stimolo, così come il centro di integrazione in cui
gli stimoli vengono elaborati, si trovano (dal punto di vista anatomico/funzionale) nella ghiandola endocrina,
sono indistinguibili dalla ghiandola stessa. Quindi a livello dell’endocrino uno stimolo viene percepito e viene
elaborato a livello di particolari strutture, ma tutte all’interno della ghiandola. Questo a differenza del sistema
nervoso in cui ad esempio il fuso neuromuscolare, recettore quindi “sensore” dello stimolo, che si trova nel
muscolo e le varie parti sono distinte (recettore – neurone afferente – SNC – neurone efferente).

Quindi la ghiandola endocrina deve secernere una quantità di ormone opportuna per mantenere in un
ambito prefissato la concentrazione dell’ormone in circolo, dal momento che variazioni della concentrazione
dell’ormone si traducono in variazioni della risposta degli organi bersaglio. Per questo c’è bisogno di un
meccanismo di controllo: la variabile che viene monitorata e che funge da sensore è l’effetto dell’ormone a
livello dell’organo bersaglio, che con un meccanismo a FEEDBACK invia uno stimolo a livello della ghiandola
e questa risponde in modo opportuno (controllando la quantità di ormone rilasciato). Quindi, se aumenta la
concentrazione dell’ormone, si avrà un’amplificazione della risposta ormonale, che viene rilevata come
stimolo dalla ghiandola che andrà a ridurre la secrezione dell’ormone, in modo da CONTROBILANCIARE
l’effetto amplificato.
The controlled variable is
sometimes not the secretory rate
of the hormone but the degree of
activity of the target tissue.
Therefore, only when the target
tissue activity rises to an
appropriate level will feedback
signals to the endocrine gland
become powerful enough to slow
further secretion of the hormone.

Esempi:
Consideriamo ormoni che agiscono su organi diversi al fine di mantenere un parametro ematico in un certo
ambito. La concentrazione del parametro ematico controllato è l’effetto ormonale della ghiandola. Questa
concentrazione è lo stimolo che controlla la funzione della ghiandola che produce l’ormone stesso.

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Le paratiroidi producono l’ormone paratiroideo (PTH) che ha come organi bersaglio ossa, reni e intestino
favorendo un riassorbimento di calcio, influenzando la concentrazione ematica di calcio. La concentrazione
di calcio agisce come stimolo per controllare la quantità di paratormone che la ghiandola deve secernere. Se
l’effetto è amplificato, il riassorbimento di calcio è aumentato e aumenta la calcemia, quindi lo stimolo dato
dalla concentrazione del calcio si oppone ad un ulteriore aumento.

L’insulina controlla la variazione della glicemia. Lo stimolo viene rilevato a livello delle Isole del Langherans,
in particolare dalle cellule beta. Se c’è un aumento della glicemia questo deve essere contrastato, quindi il
pancreas risponde con la secrezione dell’insulina che favorisce, su vari tessuti, la captazione del glucosio: la
glicemia si abbassa. Se la glicemia si abbassa troppo, questo funge da stimolo per impedire l’ulteriore
liberazione di insulina.

Gli ormoni dell’adenoipofisi hanno come organi bersaglio altre ghiandole endocrine, che a loro volta
producono ormoni periferici che vanno ad agire su tessuti determinando specifici effetti. Anche in questo
caso c’è un controllo a feedback negativo del sistema endocrino: la quantità di ormone periferico in circolo è
lo stimolo per le cellule adenoipofisarie per produrre l’ormone che controlla quella funzione.

La cellula endocrina dunque è controllata da stimoli correlati con il suo effetto (concentrazioni ormonali),
senza dimenticare però che riceve anche altri stimoli: neurotrasmettitori (la ghiandola può essere innervata),
ioni e disponibilità di nutrienti (fattori correlati con l’ambiente interno). Il risultato sarà l’elaborazione dei
molteplici stimoli.

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Esempio:
Il pancreas endocrino produce insulina quando aumenta la glicemia, questo è lo stimolo fondamentale. Ma
il pancreas produce insulina in risposta anche ad altri stimoli, integrando ed elaborando l’insieme dei fattori.
Infatti nel momento in cui mangiamo, prima che la glicemia aumenti, ci sono dei recettori da stiramento di
natura meccanica che rilevano, ad esempio, che lo stomaco aumenta il proprio volume. Queste informazioni,
tramite vie nervose (sistema nervoso autonomo), vengono portate direttamente alle cellule beta del
pancreas che sono innervate; esse cominciano ad aumentare i propri livelli di attività (produzione di insulina)
prima ancora che la glicemia si alzi, in modo che la risposta sia migliore. Un ulteriore stimolo è rappresentato
dalla sintesi da parte di cellule dell’apparato gastrointestinale di ormoni, nel caso in cui ci sia una grande
quantità di carboidrati nell’apparato digerente; anche questi ormoni vanno ad attivare il pancreas.
L’esistenza di queste influenze multiple è verificata da un piccolo esperimento: si osservano risposte del
pancreas diverse nel caso in cui lo stesso aumento di glicemia sia causato da assunzione di glucosio durante
un pasto, rispetto al caso in cui il glucosio venga infuso. La risposta (produzione di insulina) è decisamente
maggiore nel primo caso.

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IPOFISI
L’ipofisi è una ghiandola endocrina di fondamentale importanza in quanto è il centro di regolazione per la
maggior parte delle ghiandole endocrine, perché produce ormoni che hanno l’effetto di determinare l’azione
delle altre ghiandole. È un esempio di struttura in cui la distinzione tra sistema nervoso e sistema endocrino
sparisce, anche anatomicamente.

Si trova nella sella turcica, sotto il chiasma ottico. È connessa all’ipotalamo (SNC) mediante il peduncolo
ipofisario. Si suddivide in due lobi, un lobo anteriore ed uno posteriore, detti anche adenoipofisi (anteriore)
e neuroipofisi (posteriore). Nella parte più caudale dell’ipotalamo è presente l’eminenza mediana, unita a
livello del peduncolo, che ha una sua rilevanza anatomica e funzionale rispetto alla adenoipofisi.
La porzione anteriore deriva dal foglietto ectodermico, mentre la porzione posteriore ha una derivazione
nervosa. Si viene così a formare l’ipofisi che macroscopicamente è una struttura unica ma che è costituita da
due strutture completamente diverse anatomicamente e funzionalmente.
Quindi il lobo posteriore, neuroipofisi, risulta essere, di fatto, una porzione di sistema nervoso centrale che
si prolunga nel lobo posteriore della ghiandola ipofisaria. È irrorato direttamente dall’arteria ipofisaria
inferiore che forma un plesso capillare e poi dà origine al distretto venoso. Il lobo anteriore invece non è in
connessione anatomica diretta con il sistema nervoso centrale; è irrorato indirettamente dall’arteria
ipofisaria superiore, in quanto a livello dell’adenoipofisi giungono dei rami portali che provengono da un
plesso capillare che irrora l’eminenza mediana. Si forma quindi a livello dell’adenoipofisi un secondo distretto
capillare.

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ADENOIPOFISI
È una vera e propria ghiandola endocrina che presenta svariate cellule, con caratteristiche tintoriali diverse,
raggruppate in gruppi. È una ghiandola “classica”, in cui le cellule sono in grado di secernere ormoni che
passano nel sangue. È una ghiandola complessa perché ogni gruppo cellulare è di fatto una ghiandola
endocrina specializzata nella produzione di uno specifico ormone. Le cellule adibite alla produzione sono:
- Cellule somatotrope: adibite alla produzione dell’ormone della crescita (GH) o somatotropina.
L’ormone GH agisce sul fegato inducendo la produzione di fattori insulino-simili.
- Cellule lattotrope: adibite alla produzione dell’ormone prolattina (PRL). L’ormone prolattina non
agisce su una ghiandola endocrina, come gli altri ormoni adenoipofisari, ma presenta come organo
bersaglio la mammella per la sintesi e produzione del latte al momento opportuno.
- Cellule tireotrope: adibite alla produzione di tireotropina (TSH). L’ormone TSH agisce sulla tiroide.
- Cellule corticotrope: adibite alla produzione dell’ormone corticotropo (ACTH) o corticotropina.
L’ormone ACTH agisce sulla sintesi di uno degli ormoni della corteccia del surrene, il cortisolo. [La
corteccia del surrene è formata da tre strati che funzionano da tre ghiandole diverse che producono
tre ormoni diversi: solo il cortisolo è controllato dall’ormone ACTH; l’ormone ha però un effetto trofico
su tutte le regioni]
- Cellule gonadotrope: adibite alla produzione degli ormoni gonadotropi, la luteotropina (ormone
luteinizzante LH) e la follicolotropina (ormone follicolo-stimolante FSH). Questi ormoni agiscono sulle
gonadi e sono responsabili della produzione di androgeni (uomo), estrogeni e progesterone (donna)
e sono responsabili della maturazione delle cellule germinali.

Nel grafico a torta il numero vicino al nome dell’ormone è il peso molecolare dell’ormone.

Tutti gli ormoni prodotti sono di origine proteica (glicoproteine).


Gli ormoni prodotti dall’adenoipofisi, tranne la prolattina, hanno come organi bersaglio un’altra ghiandola
endocrina e come effetto vanno a determinare la funzione endocrina di quella ghiandola, cioè l’entità della
produzione di altri ormoni.
Inoltre gli ormoni dell’adenoipofisi hanno un effetto trofico sulle altre ghiandole – mantenimento del
trofismo cellulare. Quindi se cambia la concentrazione dell’ormone ipofisario non viene modificata solo la
sintesi dell’ormone periferico, ma viene anche alterato lo stato di benessere ottimale della ghiandola su cui
l’ormone agisce.

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NEUROIPOFISI
Il lobo posteriore dell’ipofisi è detto impropriamente neuroipofisi, infatti di per sé non è una porzione
endocrina della ghiandola ipofisaria: la neuroipofisi non è una ghiandola endocrina (è assente qualunque
struttura ghiandolare), in quanto è una estroflessione del sistema nervoso centrale. È costituita da
terminazioni assoniche di cellule nervose. Questi assoni derivano da corpi cellulari a livello ipotalamico, che
sintetizzano e liberano a livello delle loro terminazioni, direttamente nel sangue, messaggi chimici che sono
neuro-ormoni o semplicemente ormoni. Quindi la neuroipofisi, in senso stretto, si può definire il “magazzino”
del prodotto di sintesi di cellule neuroendocrine che si trovano nel SNC, nella regione ipotalamica. La vera
unità neuroendocrina è l’ipotalamo e non la neuroipofisi.
A livello dell’ipotalamo si ha la presenza di gruppi di cellule – nervose ma anche neuroendocrine – che vanno
a costituire i nuclei magnocellulari: nucleo sopraottico e nucleo paraventricolare. Queste cellule nervose
sintetizzano peptidi che, dopo aver percorso l’assone della cellula che passa nel peduncolo ipofisario,
vengono immagazzinati a livello delle terminazioni all’interno della neuroipofisi e, dopo aver ricevuto lo
stimolo opportuno, riversati nei capillari che irrorano il lobo posteriore dell’ipofisi.
Gli ormoni prodotti dai nuclei magnocellulari sono:
- Ormone anti-diuretico (ADH) o vasopressina;
- Ossitocina.

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IPOFISECTOMIA
L’ipofisectomia è un esperimento di laboratorio. Consiste nell’asportazione dell’ipofisi di un animale.
Permette di verificare indirettamente le funzioni dell’ipofisi.
Non porta alla morte dell’animale, il che indica che l’ipofisi di per sé non è necessaria per la sopravvivenza.
Effetti dell’ipofisectomia:
- Cessazione della crescita o incapacità di mantenere le dimensioni corporee;
- Atrofia delle ghiandole endocrine (corteccia del surrene, tiroide, gonadi);
- Alterazione del metabolismo (ipoglicemia, iperchetonemia, iperazoturia);
- Impossibilità di allattare nel genere femminile.
Questi segni derivano dal fatto che togliendo l’ipofisi viene meno la sintesi degli ormoni adenoipofisari che
vanno a controllare le ghiandole periferiche. Questi effetti si osservano sia effettuando una ipofisectomia
completa che asportando soltanto il lobo anteriore dell’ipofisi. Quindi i segni derivano dalla mancanza di
ormoni prodotti dalla sola adenoipofisi, in quanto anche se il lobo posteriore viene asportato, la produzione
di ADH e ossitocina continua perché vengono sintetizzati a livello ipotalamico e non ipofisario.

Tagliando invece il peduncolo ipofisario (connessione anatomica, collegamento tra SNC e i due lobi
dell’ipofisi) l’adenoipofisi può continuare a produrre i suoi ormoni, tuttavia la secrezione di ormoni
adenoipofisari diminuisce. Non diminuisce invece la secrezione di ormoni neuroipofisari per gli stessi motivi
dell’esperimento precedente. L’eccezione sta nella produzione di prolattina, invece di diminuire in quanto
prodotta dall’adenoipofisi, aumenta.
Si deduce che anche l’adenoipofisi, pur avendo un’origine diversa, è influenzata nella sua attività endocrina
dall’ipotalamo grazie al peduncolo ipofisario. Il fatto che la concentrazione degli ormoni diminuisca sta ad
indicare che l’influenza dell’ipotalamo va ad aumentare l’attività delle cellule adenoipofisarie, ad eccezione
della prolattina.

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