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A proposito di una
polemica aperta dalla
nostra rivista

F I L O SO F I AI F I L O S O F I E
Humberto R. Maturana, cileno, le applicazioni di
creatore insieme a Francisco I. questa teoria all'analisi dei
Varela della teoria sistemi sociali. Una replica
dell'autopoiesis, risponde alle finale di Zolo, in cui si
critiche mossegli da Danilo rafforzano le osservazioni
Zolo su MicroMega 1/86. Quali negative su questo 'paradigma
sono, secondo il biologo conservatore '.

AMORE E AUTOPOIESIS
Una risposta scientifica all'interrogativo su che cosa sia un
sistema vivente. Le quattro condizioni deUa'spiegazione
scientifica. L'emozione fondamentale che dà origine ai
sistemi sociali è quella amorosa. Il senso
dell'autoreferenza.
HUMBERTO R. MATURANA

Danilo Zolo mi ha usato la gentilezza di inviarmi una copia del suo


saggio Autopoiesis: critica di un paradigma conservatore, apparso sul
primo numero di MicroMega, assieme ad una sua versione in lingua
inglese. Questa è la mia replica alle sue critiche.
Ho apprezzato lo sforzo critico di Danilo Zolo. E tuttavia, leggendo il
suo articolo, ho l'impressione che nel citare i miei testi egli ne distorca
accuratamente il senso. Egli lo fa, a mio parere, a causa di un pregiu-
dizio negativo nei confronti dell' oggetto del suo saggio, e cioè la teoria
180 dell' autopoiesis. La mia impressione è che, essendo un filosofo, Zola
rifiuti la mia ricerca e le sue conseguenze al punto da non capire che
cosa io dico realmente. E questo accade perché io sono uno scienziato
che non si limita a riflettere sulle implicazioni del suo lavoro nell' am-
bito delle spiegazioni scientifiche, ma, in quanto scienziato, si sforza di
comprenderne le conseguenze anche dal punto di vista della sua vita
come entità sociale. lo non sono un filosofo e perciò, pensa Zolo, non
posso che sbagliarmi.
Oltre a ciò, Zolo sembra esprimersi come se, da filosofo, egli fosse in
grado di capire la scienza e la biologia, mentre i biologi non sarebbero
capaci di fare altrettanto. Ma, leggendo quanto egli scrive nel suo
saggio a proposito di biologia e di scienza, non posso fare a meno di
pensare che egli non capisce né la scienza, né la biologia. Infine, Danilo
Zolo si occupa delle origini delle mie idee senza studiare il mio pensie-
ro e il suo sviluppo sulla base di altri miei testi. Ed egli si comporta in
questo modo nonostante che muova da presupposti generali di ordine
sociologico che gli dovrebbero imporre di studiare il mio pensiero in
chiave evolutiva per poter dire su di esso qualcosa di serio.
Mi dispiace, ma questa è la mia impressione leggendo il saggio di Zolo.
Questo è quanto io penso e sento. Ed è per questa ragione che non
risponderò direttamente alle sue obiezioni, ma riaffermerò qui succin-
tamente le mie tesi in modo da fornire ai lettori di MicroMega una base
più ampia per le loro riflessioni.

Difficoltà.
Ci piaccia o meno, noi tutti esseri umani siamo dei sistemi viventi: e
come tali moriamo. Questo significa che qualsiasi cosa noi facciamo, lo
facciamo come entità viventi, e cioè attraverso la nostra vita stessa.
nello stesso tempo ciò non significa che io sostenga che ci sia un solo
dominio fenomenologico. Significa che noi prendiamo parte a tutti i
domini fenomenologici (a cui prendiamo parte) in quanto esseri viventi
e attraverso la nostra vita. Perciò la nostra dinamica vitale è sia il mio
punto di partenza che il mio problema nel mio tentativo di spiegare il
fenomeno della conoscenza. Se si rifiuta questo punto di partenza, si
rifiuta tutto ciò che io ho da dire.
Inoltre, sia che operiamo come scienziati, come contadini o come
filosofi, quando spieghiamo qualcosa lo spieghiamo entro la dinamica
sociale del linguaggio, e nel comportarci in questo modo noi operiamo
entro la coerenza operazionale del linguaggio, sia per difendere che
per confutare un argomento. Occorre aggiungere che il linguaggio ha
luogo nella prassi vitale del parlante e del suo ascoltatore e se la
biologia di uno dei due viene alterata, ne risulta alterato anche il
linguaggio. È per questo che io assumo il linguaggio sia come il mio
strumento esplicativo sia come un fenomeno che deve essere spiegato
mostrando come esso si presenta nelle operazioni dei sistemi viventi. 181
Nell'assumere il linguaggio sia come un mio strumento che come un
mio problema, io assumo l'osservatore e l'osservazione come miei
strumenti e come mio problema. Perciò, il mio obbiettivo finale è di
spiegare l'osservatore e l'osservazione come fenomeni biologici, e di
farlo in quanto scienziato.
Le descrizioni, il discorso, le formulazioni normalmente comportano le
seguenti difficoltà: esse postulano un'entità, un fenomeno, un processo
che deve essere descritto, ma non colgono la sua multidimensionalità
poiché lo appiattiscono su un piano descrittivo. Per evitare questo.è
necessario un gioco di distinzioni che richiede da parte di chi ascolta
la disponibilità ad accettarle secondo l'invito di colui che parla o che
scrive. Tutto questo è difficile perché colui (o colei) che ascolta non può
che ascoltare dal punto di vista delle nozioni che egli stesso (o e11a
stessa) accetta, ma deve anche rinunciare a servirsene, tenendo conto
nel frattempo del proprio cambiamento, se intende prestare ascolto a
qualcosa di nuovo o differente.
Per esempio, quando distinguo tra il funzionamento dei componenti di
un sistema nella sua composizione e il funzionamento del sistema come
un tutto, io invito chi mi ascolta ad un duplice sguardo: invito l'ascol-
tatore a riconoscere che il funzionamento dei componenti del sistema
che noi produciamo con la nostra distinzione e il f~nzionamento del
sistema come un tutto hanno luogo in due domini fenomenologici che
non si intersecano né operazionalmente né logicamente. E invito inol-
tre il mio interlocutore a riconoscere che operare in questi due domini
fenomenologici che non si intersecano diviene la condizione di esisten-
za per ogni unità composita (sistema) così come essa viene prodotta
nella sua distinzione da parte di un osservatore. Se colui o colei che
ascolta (o che legge) si rifiuta di accettare questo invito a causa delle
sue preferenze esplicative, non c'è niente che si. possa fare, perché
costui (o costei) non capirà ciò che verrà detto in seguito.
Qualsiasi autore (o autrice) che cerca una soluzione ad una certa que-
stione si trova ad essere sempre circondato (o circondata) da ascoltatori
che hanno proprie personali soluzioni per la stessa questione, o propri
personali criteri per accettare o rifiutare una soluzione a tale questio-
ne. In realtà, ogni ascoltatore (o ascoltatrice) accetta o rifiuta una
soluzione ad una certa questione se la soluzione si accorda o non si
accorda con i propri personali criteri di accettabilità. È per questo che
io fornisco sempre, implicitamente o esplicitamente, il mio criterio di
accettabilità per le soluzioni che propongo quando assumo di parlare
da scienziato. Nello stesso tempo questa è la ragione per la quale, a
meno che l'ascoltatore (o l'ascoltatrice) non sia disposto (o disposta) a
rinunciare alle sue soluzioni o ai suoi criteri di accettabilità in relazio-
ne alla questione o al problema in esame, egli (od ella) non riuscirà mai
a intendere la soluzione proposta da qualsiasi altro.
182 Il criterio di accettabilità
Qualsiasi spiegazione viene offerta entro un dominio implicito od espli-
cito, definito da un implicito od esplicito criterio di accettabilità degli
enunciati di cui consta la spiegazione. Se l'ascoltatore (o l'ascoltatrice)
non accetta il criterio di validàzione alla luce del quale è stata proposta
la spiegazione o ne preferisce un altro, rifiuterà tale spiegazione. lo
parlo come uno scienzato, ovviamente, come un moderno scienziato
naturale. Molti filosofi non capiscono la scienza moderna o le spiega-
zioni scientifiche moderne, e pensano che il criterio di accettabilità
degli enunciati scientifici abbia a che fare con ciò che essi chiamano
fatti empirici, quantificazione, predizione e falsificazione.
Questa opinione è inadeguata. Le spiegazioni scientifiche sono propo-
sizioni di meccanismi che producono come conseguenza del loro fun-
zionamento i fenomeni che devono essere spiegati, e che vengono
accettati come tali quando essi vengono presentati come parte della
soddisfazione congiunta di una particolare serie di quattro condizioni
operazionali realizzabili da parte dei membri della comunità degli
osservatori che li accetta. Chiamo i membri di questa comunità «osser·
vatori standard» e chiamo la serie delle condizioni che devono essere
soddisfatte perché una particolare proposizione generativa possa esse·
re considerata una spiegazione scientifica, il criterio di validazione
delle spiegazioni scientifiche. Queste condizioni sono le seguenti:
1. la descrizione di ciò che l'osservatore (o l'osservatrice) standard
deve fare per essere testimone (nel suo dominio di esperienza) del
fenomeno che deve essere spiegato;
2. la proposizione di un meccanismo generativo che se operasse gene-
rerebbe come sua conseguenza il fenomeno che deve essere spiegato
nel dominio delle esperienze di un osservatore standard;
3. la deduzione dal meccanismo generativo proposta sopra, oltre che
da tutte le coerenze operazionali che esso comporta nel dominio delle
esperienze di un osservatore standard, di altri fenomeni e delle condi-
zioni operazionali che un osservatore (o un'osservatrice) standard deve
realizzare nel suo dominio di esperienza per esserne testimone;
4. l'essere testimone da parte di un osservatore (o di un'osservatrice)
standard nel suo dominio di esperienze dei fenomeni dedotti secondo
quanto esposto al punto 3.
Se queste quattro condizioni operazionali sono soddisfatte nel dominio
delle esperienze degli osservatori standard, e sol~anto nella misura in
cui sono soddisfatte, il punto 2 viene accettato come una spiegazione
scientifica nella comunità degli osservatori standard. Ne segue che le
spiegazioni scientifiche nelle moderne scienze naturali sono costituti-
vamente delle proposizioni generative valide entro la comunità degli
osservatori che le accettano. Consegue inoltre che le spiegazioni scien-
tifiche non producono una riduzione fenomenica, ma che al contrario
esse validano almeno due domini fenomenologici che non si interseca· 183
no, e cioè il dominio fenomenologico del meccanismo generativo e il
dominio fenomenologico nel quale ha luogo il fenomeno che deve
essere spiegato. Infine, da tutto ciò segue che è possibile produrre delle
spiegazioni scientifiche in qualsiasi dominio nel quale venga soddisfat-
to il criterio di validazione delle spiegazioni scientifiche.
Coerentemente con tutto questo, ciò che Varela ed io abbiamo propo-
sto quando abbiamo proposto l'autopoieis in uno spazio molecolare
come l'organizzazione dei sistemi viventi, è un meccanismo generativo.
Infatti, noi affermiamo che un sistema costituito come l'unità di ~na
rete autopoietica di produzioni molecolari (e cioè nello spazio moleco-
lare) non è distinguibile da una cellula, e che noi proponiamo di dare
ai sistemi viventi il nome di sistemi multicellulari (organismi), perché
essi sono composti di cellule e si riproducono attraverso singole cellule.
Noi affermiamo inoltre che è opportuno chiamare i sistemi multicellu-
lari col nome di sistemi autopoietici di secondo ordine. Infine, noi
sosteniamo che l'autopoiesis nello spazio molecolare è uq.a spiegazione
scientifica della vita perché è possibile mostrare come tutti i fenomeni
biologici sorgono come conseguenza della loro costituzione come siste-
mi autopoietici molecolari, o in una vicenda dipendente dalla loro
conservazione come tali.
.'
Organizzazione e struttura
La distinzione fra organizzazione e struttura è fondamentale per trat-
tare l'identità e il cambiamento nei sistemi. Uso la parola struttura per
riferirmi ai componenti effettivi e alle relazioni effettive che costitui-
scono un particolare sistema, così come esso è prodotto nella sua
distinzione da parte di un osservatore. Nello stesso tempo uso la parola
organizzazione per riferirmi alle relazioni fra i componenti di un par·
ticolare sistema che definiscono la sua identità come classe. Come tale,
l'organizzazione di un sistema (o unità composita) è implicata nella
distinzione dell'osservatore che la produce, e si realizza nella struttura
del sistema così come viene distinta.
Poiché l'organizzazione di un sistema definisce la sua identità come
classe, la conservazione dell'identità come classe implica la conserva-
zione dell' organizzazione e viceversa. È questa la ragione per la quale
io affermo che l'organizzazione di-un sistema è necessariamente un'in-
variante, e che quando l'organizzazione di un sistema cambia il sistema
si disintegra. Viceversa, la struttura di un sistema può cambiare. Di
conseguenza, poiché l'organizzazione di un sistema si realizza nella
sua struttura, quando la struttura di un sistema cambia ma non cambia
la sua organizzazione, il sistema rimane lo stesso e ciò che cambia è
soltanto il suo stato. Ma quando come risultato di un cambiamento
strutturale cambia l'organizzazione del sistema, anche il sistema si
184 disintegra. Quando un sistema subisce un cambiamento strutturale ma
conserva la sua organizzazione rimane lo stesso, ma le sue proprietà
come tali cambiano. Quando un sistema subisce un cambiamento strut-
turale e perde la sua organizzazione, si dissolve, e qualcosa d'altro può
essere distinto al suo posto. lo affermo che la distinzione fra organiz-
zazione e struttura è operazionalmente praticata nella vita di ogni
giorno inconsapevolmente e che ciò è essenziale per una completa
descrizione e comprensione dell' operazione dei sistemi strutturalmente
determinati.

L'osservatore
Gli esseri umani che usano una lingua che fa delle distinzioni sono degli
osservatori. Nello stesso tempo affermo che l'osservazione in quanto
realizzazione di un' operazione di distinzione nella prassi della vita nel
linguaggio è come tale preliminare ad ogni spiegazione e ad essa
necessaria. È per questo che io considero l'osservatore e l'osservazione
sia miei strumenti che miei problemi. In effetti io sostengo che se non
si spiegano l'osservatore e l'osservazione come fenomeni biologici non
è possibile spiegare la conoscenza come fenomeno biologico e diviene
necessario assumere la proprietà della conoscenza come un dato inspie-
gabile.
lo affermo inoltre che per spiegare l'osservatore e l'osservazione come
fenomeni biologici lo si deve fare scientificamente, e cioè: è necessario
proporre un meccanismo che generi l'osservatore e l'osservazione come
conseguenza dell'operazione del meccanismo stesso nel contesto della
soddisfazione del criterio di validazione delle spiegazioni scientifiche.
Inoltre, io sostengo anche che per fare tutto ciò noi dobbiamo conside-
rare i sistemi viventi come sistemi strutturalmente determinati, e cioè
come sistemi che non ammettono interazioni istruttive perché tutto ciò
che accade in essi è determinato in ogni istante in quella che è in quel
momento la loro struttura, sia attraverso la loro specifica dinamica
strutturale sia perché innescato in essi (ma non specificato) quando essi
interagiscono con altri sistemi strutturalmente determinati.
Infine, io sostengo anche che per spiegare l'osservatore e l'osservazione
come fenomeni biologici è essenziale accettare come condizione di
partenza la nostra incapacità di distinguere sperimentalmente fra ciò
che chiamiamo percezione e ciò che chiamiamo illusione, riconoscendo
che questa distinzione ha luogo sempre sulla base di un riferimento ad
una esperienza diversa da quella che viene caratterizzata come perce-
zione o illusione.
Se si accetta tutto ciò, e soltanto se si accetta tutto ciò, diviene chiaro
che è una caratteristica costitutiva dell'osservatore (o dell'osservatrice)
come essere umano vivente che egli (od ella) non possa asserire alcun-
ché su di una indipendente realtà obbiettiva, anche se questo può
sembrare necessario per ragioni epistemologiche. Solo se si accetta 185
l'impossibilità di distinguere sperimentalmente fra percezione ed illu-
sione come caratteristica costitutiva dell' osservatore (o dell' osservatri-
ce) diviene chiaro che qualsiasi cosa che egli (od ella) distingue è
costituito, è prodotto dalle sue operazioni di distinzione: l'osservatore
(o l'osservatrice) costituisce l'esistenza nel suo agire nella prassi come
conseguenza della prassi della vita nel linguaggio.
Perciò se si mostra in che modo le entità prodotte dall'osservatore (o
dall'osservatrice) nelle sue distinzioni nella prassi della vita nellinguag-
gio costituiscono un meccanismo che genera sia il linguaggio che gli
oggetti e l'osservazione come conseguenza del suo funzionamento, si
mostra il meccanismo generativo che dà origine ai sistemi che fanno
quello che noi facciamo e sono, nella misura in cui essi lo fanno come
sistemi viventi, indistinguibili da noi. Se ciò viene realizzato nel quaàro
della soddisfazione del criterio di validazione delle spiegazioni scienti-
fiche, il meccanismo generativo proposto è, in atto, una spiegazione
scientifica del linguaggio, degli oggetti e dell'osservaziol}e che genera
l'osservatore come entità vivente. Realizzare tutto ciò in quanto osser~
vatore attraverso il linguaggio non rappresenta una contraddizione
perché in nessun caso una spiegazione sostituisce ciò che essa spiega,
essa mostra soltanto come esso si presenta.
; ,
Il sistema vivente
La spiegazione scientifica di ciò che è vivente consiste nel proporre un
meccanismo generativo che dà origine, come conseguenza del suo
funzionamento, ad un sistema indistinguibile dai sistemi viventi nella
prassi della vita, e che ci consente di farlo soddisfacendo il criterio di
validazione delle spiegazioni scientifiche. Questa spiegazione, per la
quale ho inventato nel 1971 la parola autopoiesis, fornisce una soluzio-
ne completa alla questione: «Che tipo di sistemi sono i sistemi viventi?»
e lo fa in quanto è una spiegazione scientifica. In effetti noi abbiamo
descritto in modo completo come tutti i fenomeni biologici sorgono in
relazione alla realizzazione dei sistemi viventi come entità autopoieti-
che nel dominio molecolare (e cioè nello spazio fisico).
Accade che nel fare ciò noi non ci limitiamo a spiegare la costituzione
dei sistemi viventi al livello cellulare, ma allarghiamo il dominio della
conoscenza della dinamica molecolare della cellula, della differenzia-
zione cellulare, del funzionamento del sistema nervoso, dell'evoluzione
e della conoscenza. Inoltre io sostengo che i problemi della conoscenza,
della percezione e del linguaggio come fenomeni biologici non possono
trovare soluzione se non si accetta di considerare i sistemi viventi come
sistemi strutturalmente determinati, e che questi non possono essere
capiti come tali se non vengono intesi come sistemi autopoietici nello
spazio fisico.
186 Naturalmente Varela ed io non siamo i soli a sostenere che i sistemi
viventi sono entità strutturalmente determinate. Ciò che è specifico e
originale nella tesi che i sistemi viventi sono sistemi autopoietici mole-
colari sono essenzialmente quattro cose:
l. l'autopoiesis nello spazio molecolare viene proposta come un mecca-
nismo generativo valido come spiegazione scientifica, non come una
descrizione di caratteristiche dei sistemi viventi così come essi appaio-
no ad un osservatore;
2. si sostiene, e in linea di principio si dimostra, che tutti i fenomeni
biologici (inclusi, come ho detto, la conoscenza e il linguaggio) sorgono
in connessione con la realizzazione dei sistemi viventi come sistemi
autopoietici nello spazio molecolare;
3. l'attenzione è concentrata sulle unità viventi e sulla loro realizzazio-
ne come tali, e si sostiene che tutti i fenomeni biologici hanno luogo
attraverso la realizzazione dell'autopoiesis delle unità viventi; la tesi è
che i fenomeni biologici sono fenomeni che comportano la realizzazio-
ne della vita di almeno un sistema vivente.
4. tutto questo viene sostenuto senza confondere i domini fenomenolo-
gici, e cioè senza confondere il dominio di costituzione del sistema
vivente con il dominio del suo funzionamento come un tutto, e senza
negare domini fenomenologici, e cioè sostenendo esplicitamente che le
spiegazioni scientifiche non sono riduzionistiche perché sono proposi-
zioni generative.
Ritengo che la comprensione di fenomeni biologici come la percezione,
il linguaggio, la conoscenza, l'adattamento, il cambiamento o la dina-
mica sociale umana è stata impedita a causa di confusioni in uno di
questi quattro punti. Così, per esempio, i biologi hanno spesso conside-
rato le questioni connesse alla conoscenza e al linguaggio come questio-
ni legate a fenomeni che possono essere definiti indipendentemente
dalla loro costituzione da parte di entità viventi. Un altro caso è ciò che
accade con nozioni come quelle di adattamento e cambiamento. Se non
distinguiamo fra loro le nozioni di organizzazione e di struttura, e se
non prestiamo attenzione alla realizzazione dei sistemi viventi come
unità nella generazione dei fenomeni biologici, allora l'adattamento e
il cambiamento si presentano come problemi invece che come condizio-
ni costitutive nei sistemi viventi. In effetti, noi non ci rendiamo conto
che:
1. i sistemi viventi in quanto sistemi autopoietici sono sottoposti a un
continuo cambiamento strutturale a causa della loro stessa dinamica
costitutiva, e che ciò che deve essere spiegato è il corso del loro
cambiamento in presenza delle loro interazioni entro un medium;
2. la conservazione dell'organizzazione (autopoiesis) e la conservazio-
ne della corrispondenza con un medium (adattamento) sono in egual
misura condizioni costitutive di esistenza dei sistemi viventi. Perciò noi
non ci rendiamo conto che la formazione delle specie nell'evoluzione
biologica è uno spostamento nel modo di vita conservato come un 187
fenotipo ontogenetico nei sistemi viventi, nel momento in cui essi
danno origine a linee di discendenza attraverso la riproduzione sequen·
ziale sotto le condizioni della conservazione dell' organizzazione e del-
l'adattamento.
Di conseguenza, noi non ci rendiamo conto che il meccanismo dell' evo-
luzione è conservazione dell' organizzazione e dell' adattamento attra-
verso la riproduzione sequenziale di sistemi viventi strutturalmente in
cambiamento, che si realizzano come entità autopoietiche in un me-
dium che cambia strutturalmente, e che non è invece una selezione che
sia una conseguenza nel dominio delle comparazioni che un osservatore
(o un'osservatrice) compie fra ciò che percepisce come reale e ciò che
considera come possibile.

I sistemi sociali
Il mio interesse nei confronti dei sistemi sociali è una conseguenza del
fatto che mi sono reso conto che la comprensione dei sistemi viventi
come unità mi consentiva una comprensione generale della partecipa-
zione dei sistemi viventi alla costituzione di altri sistemi attraverso
relazioni di composizione nelle quali essi conservano la loro autopoie-
sis. È questo che mi permette di cogliere il dominio fenomenologico che
si costituisce quando dei sistemi viventi formano attraverso le loro
interazioni ricorrenti dei sistemi di coordinazione delle azioni che
comportano mutua accettazione. Ed è questo che mi consente inoltre
di vedere che questo dominio fenomenologico è indistinguibile da ciò
che nella vita di ogni giorno noi chiamiamo il dominio sociale.
In effetti, io affermo che l'emozione fondamentale che dà origine ai
sistemi sociali è la mutua accettazione in coesistenza attraverso coordi-
nazioni ricorrenti di azioni, e cioè attraverso l'amore. lo affermo inoltre
che tutto ciò comporta negli esseri umani il linguaggio e che le coordi·
nazioni umane delle azioni hanno luogo nel linguaggio. In altre parole,
io affermo che nel dominio dei vertebrati non ci sono azioni senza
un'emozione che specifica il dominio nel quale l'azione ha luogo e che
la sostiene, e che l'amore, e cioè la mutua accettazione nella coesisten-
za, è l'emozione che dà origine ai fenomeni sociali.
NelIo stesso tempo io affermo che i coordinamenti di azioni che non
hanno luogo sotto l'emozione dell'amore non sono coordinamenti so-
ciali delle azioni, e che il dominio nel quale essi hanno luogo non è un
dominio sociale. Così, io sostengo che le relazioni di lavoro e le relazioni
di obbedienza non sono relazioni sociali. Le prime perché ciò che le
definisce è la realizzazione di un compito, non la realizzazione degli
esseri umani che realizzano questo compito; le seconde perché ciò che
le definisce è la mutua negazione dei partecipanti quando uno dei due
concede potere all'altro facendo ciò che l'altro chiede per subordinazio-
ne.
188 Ciò che affermo non rappresenta una riduzione dei fenomeni sociali a
fenomeni biologici. Certo, io affermo che i sistemi sociali sono dei
sistemi biologici perché essi comportano la realizzazione come sistemi
viventi dei sistemi viventi che li compongono. E tuttavia io affermo
nello stesso tempo che i sistemi sociali hanno luogo in un dominio
fenomenologico loro proprio perché ciò che li caratterizza è il loro
modo di costituirsi come rete di coordinazione di azioni che comporta
la mutua accettazione fra i sistemi viventi che li realizzano. In ogni
caso, ciò che sostengo come biologo è che la dinamica del dominio
sociale, e particolarmente la dinamica del cambiamento sociale, non
può essere pienamente compresa se non si prende in considerazione il
modo in cui vi è implicata la corporeità dei sistemi viventi che realiz-
zano quella dinamica.
Per esempio, sostengo che la lingua, in quanto fenomeno che ha luogo
nel dominio delle coordinazioni delle azioni degli esseri umani attra-
verso un innesco reciproco di cambiamenti strutturali, costituisce un
dominio di coinvolgimento ricorsivo del modo di vivere assieme entro
la dinamica strutturale della corporeità degli esseri sociali che integra-
no il sistema sociale.
Ovvero, in altre parole, io affermo che quando gli esseri umani realiz-
zano la loro dinamica sociale nel linguaggio attraverso coordinazioni
di azioni che implicano un innesco reciproco di cambiamenti struttura-
li, le loro strutture e, quindi, i comportamenti che essi generano,
cambiano in funzione di ciò che ha luogo entro il loro vivere assieme
nel linguaggio.

Spiegazione ed autoreferenza
Una spiegazione è sempre una riformulazione di un fenomeno accetta·
ta come tale da un ascoltatore (o ascoltatrice) in funzione di un parti·
colare criterio di accettabilità che egli (od ella) adotta nell'ascoltare. lo
parlo ed ascolto come scienziato, e ciò significa che uso il criterio di
validazione delle spiegazioni scientifiche come mio criterio di accetta·
bilità delle proposizioni che accetto come spiegazioni e per quelle che
propongo come tali. Inoltre, le spiegazioni scientifiche sono proposizio.
ni di un osservatore (o un'osservatrice) che costituiscono delle riformu-
lazioni della sua prassi di vita mediante coerenze operazionali della sua
prassi di vita, e come tali esse spiegano la prassi di vita dell'osservatore
per mezzo della medesima prassi di vita dell'osservatore e non sottrag-
gono l'osservatore da questa prassi. La persona che non capisce questo
non capisce l'epistemologia della scienza e non capisce neppure che le
spiegazioni scientifiche appartengono al dominio delle ontologie costi-
tutive, nel senso che esse costituiscono nella prassi della vita ciò che
esse spiegano.
Nello stesso tempo le spiegazioni scientifiche in quanto proposizioni
generative convalidate dal criterio di validazione delle spiegazioni 189
scientifiche sono costitutivamente non riduzioniste, e convalidano co-
me domini fenomenologici legittimamente indipendenti tutti i domini
fenomenologici che l'osservatore produce attraverso di esse. Inoltre, le
spiegazioni scientifiche, come le spiegazioni in generale, non sostitui-
scono la prassi della vita che esse spiegano. In queste circostanze la
spiegazione scientifica dell'osservatore, mostrando come l'osservatore
emerge nel linguaggio, non sostituisce 1'osservatore che fornisce la
spiegazione. Afferma soltanto in che modo il funzionamento delle
entità che l'osservatore (o l'osservatrice) produce nella prassi della sua
vita darebbe luogo, come conseguenza della loro esistenza, a un'entÌtà
che sarebbe operazionalmente indistinguibile dall' osservatore che for-'-
nisce la spiegazione.
La persona (uomo o donna che sia) che non capisce questo non capisce
la scienza come dominio conoscitivo e neppure capisce le spiegazioni
scientifiche come il dominio delle operazioni nella prassi della vita
dell'osservatore, indipendentemente dal fatto che questa persona sia
uno scienziato o un filosofo. '
Infine, è nel contesto di ciò che ho detto sopra che occorre intendere
il termine «autoreferenza». Dal punto di vista operativo l'autoreferen·
za ha luogo come una relazione, stabilita da un osservatore (od osser-
vatrice) nel corso delle sue descrizioni, fra due distinzioni che egli (od
ella) fa del medesimo sistema. E questo avviene in-e'ircostanze in cui è
l'osservatore stesso (o l'osservatrice) che specifica l'identità del sistema
attraverso le sue operazioni di distinzione. Così, l'autoreferenza com-
porta un'operazione attraverso un metadominio descrittivo rispetto al
dominio di costituzione di un sistema come unità composita.
Perciò, da un punto di vista costitutivo nessun sistema in quanto entità
composita può essere operazionalmente autoreferente nel suo dominio
costitutivo.
Ovvero, in altre parole, poiché il sé (selj) di un sistema è una conseguen-
za della sua costituzione come unità composita, ed ha luogo dove esso
opera come unità semplice, il sé (selj) come unità composita non può
partecipare alla sua costituzione come un componente. Essendo una
relazione stabilita da un osservatore, l'autoreferenza ha un valore
euristico in riferimento a sistemi che operano in una dinamica chiusa
di stati, ma non ha valore esplicativo se si intenda spiegare come questa
dinamica ha luogo. È per questo che io non parlo di autoreferenza in
rel~zione a sistemi viventi dopo averli pienamente caratterizzati come
sistemi autopoietici nel dominio molecolare.
Naturalmente, se si appiattisce tutto attraverso descrizioni che trascu·
rano la multidimensionalità della prassi della vita, non è possibile
prestare ascolto a ciò che io affermo e allora l'autoreferenza si presenta
come un' operazione che può aver luogo in un singolo dominio fenome-
nologico.
190 La prassi della vita
La prassi della vita, l'accadimento della vita dell' osservatore semplice-
mente accade: noi esseri umani troviamo noi stessi osservatori entro il
linguaggio. Accade in noi, non dobbiamo fare niente di speciale. Non
abbiamo alcun bisogno di spiegare la nostra operazione linguistica
consistente nell' essere osservatori: le spiegazioni non sono necessarie
per la prassi della vita dell' osservatore entro il linguaggio, anche se
esse hanno luogo in questa prassi. In effetti, le prassi sono valide in se
stesse e le spiegazioni sono superflue rispetto ad esse.
Noi possiamo avere spiegazioni differenti per la stessa prassi, e ciò non
ha importanza per la sua realizzazione purché noi non cambiamo ciò
che facciamo come conseguenza del fatto che prestiamo ascolto ad una
spiegazione o ad un'altra. Se questo accade la nostra prassi cambia e
la nuova prassi come tale è indipendente da ogni spiegazione. È questo
che dà alle spiegazioni scientifiche il loro speciale carattere e la loro
efficacia nella prassi della vita dell'osservatore: le spiegazioni scientifi-
che spiegano la prassi della vita dell'osservatore attraverso coerenze
operazionali della prassi della vita dell' osservatore e come tali esse
hanno luogo come prassi della vita dell'osservatore.

Le osservazioni
Le osservazioni sono operazioni di distinzione nella prassi della vita
dell'osservatore, né più né meno. Esse accadono, e come accadimenti
della prassi della vita esse non richiedono alcuna giustificazione. Co-
munque, se noi desideriamo spiegare, nella spiegazione di ciò che
facciamo (di ciò che accade) nella prassi della vita noi possiamo assu-
mere una realtà indipendente che sostiene la nostra spiegazione. Molti
filosofi e scienziati fanno così. lo sostengo che se noi desideriamo
spiegare la conoscenza come un fenomeno biologico e non come un
fenomeno filosofico, questa assunzione non può essere mantenuta. Ed
io sostengo che questa assunzione non può essere mantenuta se ci
interroghiamo sulla biologia dell'osservazione, perché essa diviene pri-
va di senso. Ed io sostengo questo perché appena noi ci interroghiamo
a proposito dell' osservatore come entità biologica non possiamo evita-
re di riconoscere che come tale l'osservatore non può distinguere, entro
l'esperienza che sarà così classificata, fra ciò che nella vita di ogni
giorno noi chiamiamo percezione e ciò che chiamiamo illusione.
Perciò è un elemento costitutivo dell'osservazione che la distinzione
fra percezione e illusione non entra nell'operazione dell'osservare, e
questa distinzione emerge soltanto quando l'osservatore (o l'osservatri-
ce) fa delle riflessioni esplicative sulla sua prassi di vita. In Coerenza
con quanto affermo, allora, la questione che dovremmo porci di fronte
a qualsiasi particolare osservazione è non se essa è illusione o percezio-
ne, ma «in quale dominio della prassi dell'osservatore essa ha luogo?»;
oppure «a quale dominio di coerenze operazionali dell' osservatore essa 191
appartiene?».

Riflessioni sulla biologia della conoscenza


Il nocciolo del mio lavoro sulla conoscenza è la mia considerazione
della conoscenza come fenomeno biologico che deve essere spiegato
scientificamente. La nozione di autopoiesis fornisce quella comprensio-
ne dei sistemi viventi come entità autonome che è necessaria per tale
spiegazione. Nel fornire questa spiegazione, comunque, altre cose s0I?-0
divenute evidenti, come la costituzione dei sistemi sociali attraverso
l'emozione dell' amore (mutua accettazione nella coesistenza) e la natu-
ra sociale dell'individuo umano. Nello stesso tempo, attraverso la com-
prensione della dinamica sociale nella realizzazione della vita dei siste-
mi viventi che compongono un sistema sociale, le emozioni si sono
presentate come disposizioni verso azioni che specificano il dominio nel
quale le azioni hanno luogo. ,
In noi esseri umani, osservatori, sistemi viventi che attraverso il lin.'
guaggio generano domini differenti di coerenze operazionali come
differenti sistemi razionali, le emozioni determinano in ogni singolo
caso la nostra accettazione delle premesse esplicite o implicite che
definiscono il sistema razionale che noi usiamo. Questo non viene
facilmente capito o accettato perché noi viviamo COIY l~ convinzione che
la razionalità si fondi su nozioni trascendentali che costituiscono siste-
mi razionali dotati di universale, obbligatoria validità per tutti gli esseri
umani.
Di conseguenza noi svalutiamo le nostre emozioni e quelle degli altri
sostenendo che, quando esse appaiono dando origine a un dominio di
coerenze operazionali nel linguaggio diverso da quello che noi preferia-
mo, è stata introdotta l'irrazionalità. Analogamente, noi svalutiamo
come irrazionali i domini di coerenze operazionali ~he si fondano su
premesse di fondo diverse da quelle che noi preferiamo, e noi lo
facciamo senza riconoscere il nostro coinvolgimento emotivo nell'accet-
tare le premesse che preferiamo, sostenendo che noi siamo obbiettivi.
Nessuna teoria può fare meglio di ciò che fanno i suoi utenti. Perciò
desidero presentare alcune delle cose che sono in grado di fare con la
mia teoria della conoscenza. Per me la conseguenza più rilevante della
mia spiegazione dei fenomeni cognitivi come fenomeni biologici nel
dominio delle relazioni umane è che essa conferisce nuovamente all'in-
dividuo la responsabilità delle sue azioni sociali così come la possibilità
di essere consapevole, sia esso uomo o donna, dei propri desideri,
preferenze e passioni. Per me ogni teoria è un sistema di spiegazioni
valido in un particolare dominio di coerenze operazionali della prassi
della vita degli osservatori che la accettano, e che rivela l'esistenza di
un dominio di interessi umani. lo penso che la mia spiegazione del
192 fenomeno della conoscenza come fenomeno biologico fa questo nel
dominio della consapevolezza di ciò che facciamo, perché afferma che
ogni realtà è prodotta da noi osservatori che viviamo assieme.
Di conseguenza alcune questioni diventano particolarmente rilevanti:
quale mondo desideriamo vivere? Ovvero, quali tipi di interazioni
sociali desideriamo realizzare se produciamo il mondo assieme? Noi
agiamo nella prassi della vita nel linguaggio in un modo o nell'altro
secondo le risposte implicite od esplicite che diamo a queste questioni.
La natura che noi produciamo viene costituita attraverso le nostre
attività come entità sociali, non esiste indipendentemente da ciò che
facciamo; le regolarità delle interazioni umane accettate e rifiutate e le
relazioni che noi configuriamo con i sistemi giuridici che noi producia-
mo vivendo assieme, rivelano i nostri desideri fondamentali anche
quando noi non ne siamo consapevoli e nello stesso tempo oscurano la
consapevolezza che ne abbiamo con argomenti razionali che noi rite-
niamo fondati su verità trascendentali.
Infine, una teoria è buona o cattiva nel dominio delle spiegazioni
scientifiche se riesce o non riesce a spiegare scientificamente ciò che
pretende di spiegare. La mia proposizione lo fa. Ciò che accade con
essa è che richiede un cambiamento epistemologico di fondo e una
nuova comprensione delle questioni ontologiche che esige l'abbandono
di vecchie concezioni, e a questo non tutti sono disposti. Costoro non
saranno in grado di giudicare quello che dico nel suo specifico domi·
nio, non saranno in grado di capire le premesse di fondo sulle quali si
fonda ciò che affermo e non saranno capaci di rifiutare quello che
affermo sulla base di un rifiuto consapevole di quelle premesse di
fondo. Essi giudicheranno quello che affermo secondo la prospettiva di
premesse che non lo possono accettare e perciò essi lo troveranno
sbagliato.
Fra parentesi: una teoria è utile se oltre ad essere accettabile nel
dominio in cui è accettata apre possibilità per azioni nuove nel dominio
dei nostri desideri, ora, nel presente. La mia spiegazione della cono-
scenza fa tutto questo, consentendoci di realizzare il nostro coinvolgi-
mento biologico in tutto ciò che facciamo, si tratti di una fabbrica, di
un sistema giuridico, dello sviluppo o della distruzione di una foresta,
E tuttavia i modi in cui una teoria viene usata non dipendono dalla
teoria, e la mia proposizione dic~ perché: dipende dai nostri desideri.