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Un grande intellettuale del '900, Carl Schmitt, che è stato ritenuto per alcuni

suoi saggi anche un ideologo del nazismo, partendo anche lui dall'idea weberiana
della "pluralità delle sfere" e facendo un ragionamento che è in parte analogico a
quello di Parsons (pur venendo temporalmente prima), individua i tratti di
specificità di queste sfere, cioè ciò che rende l'una differente dall'altra. Mentre in
Parsons possiamo dire che alla fine desumiamo le specificità delle sfere dalle
funzioni che ognuna di esse svolge, qui si usano criteri distintivi diversi: ogni
sfera si distingue da un'altra perché prevede una sua logica, dei criteri di
processo diversi dalle altre e normalmente ogni sfera per essere più precisi si
caratterizza per il fatto di muoversi entro sue peculiari polarità. Ogni sfera ha dei
suoi criteri di azione che ne regolano la logica, ad esempio l'economia opera
attraverso una logica che si sviluppa sulla polarità di utile e dannoso, utile e
inutile, ogni qualvolta - dice Schmitt - noi ragioniamo in termini di utilità e
inutilità (o anche dannosità) stiamo operando in un'ottica di tipo economico. Gli
uomini non sono guidati nelle loro azioni soltanto da considerazioni e giudizi, ma
anche relazioni, cioè modalità di porsi, messe sull'asse utile-inutile, sono cioè
mossi da considerazioni per esempio anche di tipo estetico: bello-brutto. Il nostro
linguaggio viaggia anche continuamente sull'asse giusto-ingiusto, e questa è la
morale; poi c'è il diritto che si muove seguendo l'asse legale-illegale. Secondo
Schmitt la politica non ha un criterio del genere: mentre tutte le altre sfere si
definiscono in base a delle prese di posizione su un qualche oggetto, un'azione
rispetto alla quale noi decretiamo utilità e inutilità, legalità e illegalità,
pronunciandoci verbalmente o con comportamenti sempre secondo queste
dicotomie; la politica invece non si può porre con una dualità simile rispetto a un
oggetto. Mentre le altre sfere in qualche modo si definiscono alla luce di un
rapporto tra un soggetto e un oggetto: io da solo posso dire di un comportamento
o di un'azione se è bella o brutta, utile o inutile; la politica non procede in questo
modo, non ha un contenuto e non può svolgersi nel rapporto tra un soggetto e un
oggetto, poiché implica relazione. Certo anche l'economia si potrebbe dire
implichi una relazione necessariamente, urge però andare alla radice del
fenomeno, non fermarsi alla superficie: in ultima istanza io posso esprimere un
giudizio economico anche da solo, senza interagire con qualcun altro e invece
comportandomi come soggetto individuale. La politica è vuota di contenuti ed è
basata anziché su una relazione soggetto-oggetto su una soggetto-soggetto:
mentre tutte le dicotomie precedenti sono per così dire dei criteri intrinseci alle
varie sfere (se io applico il criterio utile-dannoso, che è economico, per esempio ad
un'opera d'arte, io non mi sto rapportando in termini estetici all'oggetto, ma lo sto
al contrario economicizzando), la politica non ha un oggetto precostituito e si
definisce in base a un criterio che è estrinseco rispetto ad essa, perché di per sé
la sfera politica è vuota. Questo criterio è appunto la relazione, e in particolare
quel tipo di relazione che si definisce attraverso i termini di amico-nemico:
quindi la politica è quella sfera caratterizzata rispetto al dare vita a relazioni in
cui i soggetti della medesima sono amico o nemico.

Il criterio distintivo amico-nemico non è un criterio di tipo morale, cioè non


designa da una parte i buoni e dall'altra i cattivi, definiscono piuttosto due
polarità. La cosa si sarebbe potuta configurare forse anche come ego-alter, quindi
io e l'altro, il rapporto tra due diversi: la distinzione non è banale, c'è un'alterità
che fa vera differenza e che rende la relazione amico-nemico una relazione
conflittuale, tant'è vero che la teoria di Schmitt viene spesso definita anche come
teoria del conflitto politico. Bisogna anche specificare che noi normalmente
utilizziamo queste due parole per riferirle alla nostra quotidianità, alle nostre
relazioni minute; non è questo che intende Schmitt: i soggetti amico e nemico
sono soggetti collettivi, che possiamo interpretare certo anche attraverso un
individuo che è capo di una comunità, ma comunque si ha sempre a che fare con
gruppi. Il nemico poi non è un nemico personale, quello con cui litighiamo: in
latino il "nemico" è disegnabile attraverso due termini, da un lato c'è l'inimicus
che è il termine che noi utilizziamo nella nostra quotidianità; dall'altro l'hostis,
che è quello che usa invece Schmitt. Amico e nemico sono comunità che nella
modernità hanno preso forma spesso, per esempio, negli Stati; non c'è pero
riflesso di un giudizio morale perché i due termini, le due posizioni, possono
essere tranquillamente rovesciate: ognuna delle due comunità in relazione e
conflitto è amica al suo interno e contemporaneamente nemica rispetto all'altra. Il
fatto di distinguere tra buoni e cattivi è frutto soltanto di un modello culturale,
ma non è un fattore reale insito nelle relazioni e nei conflitti: ciò che conta qui,
dal punto di vista politico, è soltanto la relazione formale, poi il fatto che si
inseriscano contenuti anche morali (e quindi si giudichi) è assolutamente lecito,
ma viene dopo. Secondo Schmitt la politica è conflitto: se il criterio della politica
è un criterio relazionale che prevede la presenza dell'hostis è chiaro che essa è
conflitto. Non è politica però qualunque tipo di litigio, bensì è un tipo di conflitto
particolare che designa la politica e si tratta appunto del conflitto amico-nemico: il
più delle volte un litigio non è di questo tipo, ma se noi andiamo alla radice delle
relazioni allora lo troviamo molto più stesso, perché è quello che in ultima istanza
sta alla base di conflitti più superficiali. Quando per esempio si litiga per la
spartizione di una risorsa, ancor più se limitata, è in atto un conflitto politico?
Ciò che riguarda l'appropriazione e la distribuzione delle risorse, economiche
soprattutto, di per sé non è conflitto politico nel senso di amico-nemico, piuttosto
si parla di un conflitto economico, ancora meglio di competizione economica.

Ogni conflitto che si manifesta nell'ambito di una società, nella sfera della
politica, è politico nel senso di basato sulla dialettica amico-nemico? No, non tutti i
tipi di litigio, di contrapposizione, sono politici in questo senso. Il conflitto è
politico quando risponde a due caratteristiche particolari:
 Il carattere estremo, cioè il manifestarsi del conflitto in forme estreme, che
riguardano tipicamente l'eliminazione del nemico, la sua distruzione. Quindi
sono forme che comportano una estremizzazione della polarità relazionale tra
i due soggetti antagonisti, che non riescono in alcun modo a trovare punti di
mediazione.
 La radicalità: il conflitto politico viene qualificato come conflitto radicale. Qui
il concetto di radicalità riguarda un fenomeno che normalmente
sovrapponiamo a quello di estremizzazione, ma dobbiamo distinguere dalla
estremizzazione (che è su un asse orizzontale, con i soggetti posti a estremi
contrapposti nel loro campo di azione). La radicalità si esprime attraverso
una linea verticale, che riguarda piuttosto gli intendimenti, i propositi anche
di un solo soggetto rispetto alle circostanze in cui sta agendo. Il soggetto
quindi opera andando in profondità alla radice della questione o del
fenomeno; dobbiamo guardare la politica alla sua radice, e qui vediamo che è
implicato proprio il conflitto amico-nemico.
Non tutte le forme in cui si manifesta la politica implicano superficialmente il
conflitto amico-nemico: questo è presente sempre alla radice, ma talvolta non si
attiva, non si mostra. Il punto importante è che solo quei conflitti che possono
ipoteticamente, in linea di principio, radicalizzarsi sono conflitti politici: la politica
implica sempre la possibilità che si arrivi a un conflitto amico-nemico, quando si
manifesta il carattere radicale ed estremo del conflitto siamo sempre all'interno
della politica. Anche la guerra, gli strumenti bellici, il danneggiamento del nemico
fanno parte della logica della politica, nonostante è ovvio che non si arrivi sempre
a tal punto. Riconosciamo questa radicalità sicuramente dall'uso di certe azioni
estreme (un bombardamento, …), questa però è una cosa superficiale, alla radice
cioè c'è altro: la percezione del nemico in termini di minaccia. La minaccia
indica evidentemente qualcosa che per un soggetto è ritenuta inaccettabile, non
se ne può discutere, non ci si può accordare: non è una qualunque minaccia, ma
è la minaccia ultima, quella di fondo, radicale; è la minaccia alla sopravvivenza del
soggetto, qualcosa che mette a repentaglio, a rischio la sopravvivenza di una
comunità politica. Non si possono predeterminare i comportamenti che
definiscono una tale minaccia, questo perché i parla di percezione della minaccia:
questa non ha carattere oggettivo, è appunto una percezione. Una comunità
percepisce, sente una minaccia, di fronte alla presenza di un'altra comunità
anche se quest'ultima non ha manifestato concretamente nulla in questo senso.
La Germania scatena la Prima Guerra mondiale quando i russi cominciano a
mobilitare l'esercito, questo basta per percepire una minaccia incombente: gli
studi successivi infatti hanno dimostrato che le manovre russe non erano una
preparazione per l'attacco, ma si trattava di operazioni più o meno di routine.

La dialettica amico-nemico dunque scatta sulla base della percezione, quando io


per salvare me stesso devo colpire e distruggere chi mi sta davanti: non è per
nulla sicuro che l'altro, il nemico, intenda concretamente distruggermi, ma io ho
percepito in questo senso, e non posso fare altro che seguire la mia percezione.
Non è necessario che la percezione di questo tipo di minaccia riguardi ambedue
gli attori in relazione, o sia comunque in qualche modo condivisa: è sufficiente
che uno soltanto degli attori abbia questa percezione affinché si innesti una
relazione conflittuale in termini amico-nemico. Nelle due comunità che si
contrappongono, al loro interno, ci deve essere qualcuno che fisicamente,
concretamente, avvii il conflitto: normalmente ci sono delle istituzioni preposte, la
proclamazione di una guerra tra due Stati spetta a un definito soggetto
istituzionale. Riguardo a ciò Schmitt si chiede come individuare chi è il decisore
del fatto che la situazione stante vada intesa in un certo modo e vadano poste in
atto azioni di conseguenza: egli è il sovrano, cioè colui che de facto - attenzione
non de iure, cioè come è definito dalle forme istituzionali - riesce a far prevalere la
sua decisione, a prendere la decisione ultima, indipendentemente da ogni vincolo
e dettame formale o legale. A prevalere sarà quella definizione della situazione, e i
modi e tempi del procedere che ne scaturiscono, che si caratterizzano per il fatto
di essere dotati di sovranità, e a conferire questa qualifica all'azione è il sovrano,
cioè - dice lo stesso Schmitt - chi decide dello stato di eccezione. Lo stato di
eccezione è un situazione altamente critica e drammatica: dove è in atto la
dialettica conflittuale tra due comunità; dove è in gioco la stessa sopravvivenza
della comunità; dove si corre il rischio di essere eliminati piuttosto che andare noi
ad eliminare l'altro; dove bisogna decidere tempestivamente, nell'immediato. Non
si può sapere ex ante che sia il sovrano, certo le istituzioni possono indicare, anzi
di sicuro indicano, una figura in questo senso; ma nel momento in cui si entra
appunto nello stato di eccezione, solo lì si vedrà realmente chi è che decide. Da
uno stato di politica ordinaria, si entra in uno di politica extra-ordinaria: si apre
un conflitto intra-amico dal quale può essere che prevalga come sovrano chi ha la
carica istituzionale, ma può anche capitare che ciò non accada, e diventi sovrano
qualcun altro. Chiaro che nella realtà quando questo conflitto si manifesta,
soprattutto sul piano politico, non si tratta di eliminare fisicamente, cioè uccidere
il nemico; piuttosto l'obbiettivo è fare in modo che l'avversario non sia più una
minaccia, e quindi si cerca di ridurlo all'irrilevanza, metterlo da parte. Dunque a
questa logica possiamo ricondurre anche altri tipi di conflittualità, come quelle
che utilizzano i mezzi economici.

Finora abbiamo visto la relazione amico-nemico, derivando che è il sovrano a


decidere chi è il nemico e come si deve intervenire per risolvere la situazione di
crisi che ne consegue. Lo schema più semplice è quello che riguarda la dinamica
conflittuale che si innesca tra due attori diversi, due comunità in relazione, in un
contesto di guerra. Questo è un campo che riguarda le relazioni internazionali: gli
Stati possono facilmente entrare in relazione entro questi termini. Non si tratta
però dell'unico campo di applicazione della teoria di Schmitt, in cui il conflitto
radicale tra amico e nemico non riguarda una relazione che si struttura tra
comunità, bensì riguarda una relazione che si struttura all'interno di un singolo
gruppo. Bisogna osservare quindi all'interno di una singola comunità politica,
dove si trovano comunemente relazioni soltanto di tipo amichevole, ma dove
tuttavia può insorgere un conflitto amico-nemico che divide la comunità: la
frattura è a tal punto profonda che una parte non si riconosce e, di fronte a una
minaccia esterna o a una crisi interna, la comunità si spacca, si divide, aprendo
dinamiche di crisi che necessitano una soluzione, l'emergere cioè di un uomo
forte, appunto di un sovrano. Quindi anche all'interno di una stessa comunità
politica, una parte può percepire come minaccia l'azione di un'altra; si scatena un
conflitto che può portare a due sviluppi:
 La ricomposizione dell'unità della comunità: o il sovrano ex ante riesce a
ricompattare il gruppo convincendo, sottomettendo o pure eliminando l'altra
parte; o emerge ex post un nuovo sovrano che porta dalla sua tutto il gruppo.
 La frammentazione della comunità in due distinte e separate comunità
politiche.
Un gruppo terroristico è percepito come minaccia dallo Stato, ma anche lo stesso
gruppo percepisce lo Stato come minaccia, come nemico. In questo senso se un
gruppo è radicato ed ha capacità di espandersi attraverso la società può
scatenare una guerra civile dalla quale appunto può o uscire un vincitore, nuovo
sovrano di tutta la società (vince il potere costituito o il potere sfidante, ma
comunque la comunità ne esce unita); oppure tutta la comunità può dividersi in
due nuove società tra loro indipendenti.

È bene considerare, per quanto sia più complicato e molto peculiare, anche la
presenza di un terzo tipo di conflitto inter-comunità ed è quello che riguarda la
mafia: Gramsci la definiva "uno stato nello Stato", quindi qualcosa che
inevitabilmente minaccia la sopravvivenza dello Stato. La relazione che intercorre
tra la comunità politica nella sua interezza e lo Stato è molto complessa: talora
prende le forme di un conflitto aperto (alcune forme di lotta contro la mafia si
realizzano in questo senso, cioè nel tentativo di eliminare con ogni mezzo
possibile la stessa); ma da un altro punto di vista, per alcuni aspetti, la mafia
intesa come stato nello Stato - si escluda ogni ipotesi di collusione, anche per
semplificare - opera fingendo di riconoscere lo Stato, evitando lo scontro aperto, e
d'altra parte lo Stato stesso non la riconosce come antagonista politico, ma come
soggetto criminale.