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La storia bicentenaria della sinistra (e della destra) ormai esaurita.

La
contrapposizione fra sinistra e destra non riguarda pi la realt economica e
sociale, ma si concentra su questioni limitate e su giochi di apparenze. La
rappresentazione spettacolare del contrasto di sinistra e destra non ha pi nulla a
che fare con la realt in cui viviamo e con i pericoli che sentiamo avvicinarsi:
instabilit sociale, degrado ecologico, perdita dei diritti dei ceti subalterni, guerre.
Questo libro dedicato allanalisi di tale inedita situazione storica che
permette di rivelare le contraddizioni e i nodi problematici insiti in ci che stata
la sinistra. Lambizione non solo quella di comprendere meglio il passato, ma di
fornire strumenti per pensare lucidamente il presente e per immaginare un futuro
diverso da quello, mortifero, che lattuale capitalismo assoluto ci sta
preparando.
Quaderni di Utopia rossa .2
Marino Badiale-Massimo Bontempelli

La sinistra rivelata

Il Buon Elettore di Sinistra nellepoca del


capitalismo assoluto
La redazione dei Quaderni di Utopia Rossa composta al momento (febbraio
2007) da:
Alessandro Aruffo, Marino Badiale, Massimo Bontempelli, Antonella Marazzi,
Roberto Massari, Michele Nobile.

Marino Badiale-Massimo Bontempelli


La sinistra rivelata (2007)

Il Buon Elettore di Sinistra


nellepoca del capitalismo assoluto

copyright 2007 - Massari editore


Casella Postale 144 - 01023 Bolsena (VT)
E-mail: erre.emme@enjoy.it
Http ://www .enjoy .it/erre-emme/
Stampa: Ceccarelli - Grotte di Castro (VT)
Prima edizione: febbraio 2007
ISBN 978-88-457-0244-0
INDICE

Introduzione
Discorsi da bar (7) - Primo: non votare (9) - Il Buon Elettore di Sinistra e la
dignit personale (12) - Il BES e la disinformazione politica (17) - Il BES e lalibi del
male minore (21) - Il BES e la congruenza tra il suo voto e gli scopi che dichiara di
volere (29)

1. I postulati dellazione politica delle forze di governo


Primo postulato. Il lavoro pu essere tutelato solo entro i limiti della
convenienza aziendale (42) - Secondo postulato. Limmigrazione si pu governare
solo senza mettere in questione il nuovo lavoro senza diritti (56) - Terzo postulato.
Luniversalit del diritto cessa di valere quando entrano in gioco gli interessi di
poteri forti (75) - Quarto postulato. La politica estera di un paese-provincia
dellimpero pu svolgersi solo nella subordinazione agli obiettivi internazionali
degli Usa (90) - Quinto postulato. La politica estera di un paese-provincia
dellimpero pu svolgersi solo accettando il diritto di veto sionista su ogni scelta
riguardante il Medio Oriente (109)

2. Lo sviluppo, un dogma in crisi


Sesto Postulato. Il fine della politica favorire lo sviluppo. Tutti i problemi
sociali devono essere affrontati attraverso lo sviluppo e solo i problemi ai quali lo
sviluppo pu dare una risposta possono essere affrontati (127) - Sinistra e sviluppo
(132) - Sinistra e competitivit (140) - Sinistra e mercato mondiale (149) - La crisi
dello sviluppo come opportunit (157) - Conclusione (168)

3. Antropologia della sinistra: unidentit vuota


La logica del capitalismo assoluto (169) - Unidentit vuota (175) - Facili
confutazioni (180) - Ideologia di sinistra: modernizzazione ed emancipazione (188)
- Antropologia di sinistra: appartenenza (191) - I ceti politici, manipolatori di
simboli (195) - I voltagabbana (202) - Integralismo di sinistra? (204) - La rivolta
deviata (207) - Ideologia di sinistra: la base sociale (212) - Sinistra e cultura (218)
- Un integralismo vuoto (229) - Rimozione, scissione, riduzione, illusione (233)

4. Linstaurazione del capitalismo assoluto


Alla ricerca di una spiegazione storica (241) - La cesura storica del 1979 (243)
- Prima del 1979 (250) - Dopo il 1979 (257) - Rimozioni e mistificazioni (263) -
Lavvento della sinistra senzanima (271)

5. La nuova sinistra per unEuropa asociale e apolitica


Il nuovo binario della sinistra europea: lEuropa asociale e apolitica del
Grande mercato (285) - Lirreggimentazione delle sinistre europee nella
gestione amministrativa dellEuropa tramite il trattato di Maastricht (293) - La
cesura storica del 1991-93 in Italia e la ricollocazione della sinistra italiana
nellarea governativa (302) - La nascita di una nuova sinistra neoliberistica e
neoimperialistica nel mondo anglosassone (313) - La sinistra al capolinea (321)

Conclusioni
Sinistra e destra, due categorie politiche divenute fuorvianti (325) -
Ancora discorsi da bar (331)
INTRODUZIONE

Discorsi da bar

Da molto tempo la voce del popolo non pi la voce di Dio. Da molto tempo la
conversazione casuale, al bar, in autobus, in una sala daspetto, non pi in grado di
sorprenderci o di aiutarci a capire. Spazzata via ogni cultura popolare autonoma,
invasa la vita quotidiana dallindustria culturale, distrutta la scuola, quello che circola
nel senso comune una informe e confusa babele, saturata dai linguaggi degradati e
servili di giornali e televisioni, un minestrone dove si pu trovare tutto e il contrario
di tutto.
Dire che nel senso comune si trova di tutto non vuol per dire che sia tutto
sbagliato. I luoghi comuni del linguaggio diffuso sono sempre superficiali, ma non
sono sempre erronei. In mezzo a un dialogo da bar possono emergere spezzoni di una
coscienza non scorretta della realt. Per esempio, si possono sentire frammenti di
conversazione come questo: il mondo sta andando alla rovina, s, e nessuno fa
nulla, n a destra n a sinistra!, bisognerebbe inventarsi qualcosa di nuovo.
Ebbene, nostra convinzione che frasi di questo tipo descrivano in modo
sostanzialmente corretto la realt storica attuale: siamo cio convinti che il modello di
vita basato sullaumento illimitato di produzione e consumi, modello che a partire
dalle nostre societ occidentali si esteso allintero pianeta, sia profondamente
distruttivo e stia trascinando il mondo alla rovina. Siamo convinti che destra e sinistra
non sappiano e non vogliano fare nulla per contrastare questa rovina, e che sia
necessario inventare qualcosa di nuovo sul piano culturale e politico.
La scommessa che abbiamo fatto scrivendo questo libro quella di dare a
queste tesi il necessario spessore intellettuale e argomentativo. Speriamo in tal
modo di fornire, a quelle persone che confusamente intuiscono le verit cui accennano
i discorsi da bar, la possibilit di confrontarsi con un ragionamento che tenta di
tradurre in spiegazioni teoriche e in indicazioni pratiche le loro intuizioni.
Occorre precisare che, volendo mantenere le dimensioni di questo libro entro
limiti ragionevoli, non possiamo approfondire come meriterebbero tutte le questioni
implicate nelle tesi sopra enunciate. Ci concentreremo invece sullesame critico della
sinistra, e gi solo per questo sar necessario un viaggio non breve nella storia
politica, economica, culturale del Novecento. In particolare cercheremo di chiarire
quello che appare come un autentico paradosso: il fatto cio che i ceti politici di
sinistra, mentre operano scelte economiche e sociali in totale contraddizione con gli
ideali storici della sinistra (giustizia sociale, solidariet, difesa dei ceti subalterni),
continuano ad essere votati, in grande maggioranza, da persone che affermano di
ispirarsi a quei valori.
Lanalisi di questo paradosso ci porter, come abbiamo detto, ad occuparci di
varie questioni. Vorremmo per, in questa introduzione, porgere subito al lettore
alcune conclusioni pratiche, la cui piena giustificazione razionale sar chiara,
speriamo, una volta ultimata la lettura di questo libro.
Se vero che il mondo sta andando in rovina, che destra e sinistra non sanno e
non vogliono farci nulla, e che occorre inventarsi qualcosa di nuovo, allora chi si
sente legato agli ideali storici della sinistra sopra citati, deve necessariamente
rompere ogni legame poltico e culturale con quello che oggi la sinistra, e questa
rottura deve concretizzarsi anche nelle scelte elettorali. In particolare, data la
situazione italiana attuale, nella quale le uniche possibilit di voto sono per uno dei
due schieramenti opposti, ma in realt speculari, la scelta necessaria secondo noi
quella di non votare.

Primo: non votare

Alla vigilia di ogni nuova elezione popolare, i due schieramenti che si contendono
il governo dello Stato e degli enti locali, quello di centrodestra e quello di
centrosinistra, si lanciano reciprocamente pesantissime accuse, e indicano luno
nellaltro il massimo pericolo per gli interessi collettivi. Tutti i pesci dei loro
rispettivi bacini elettorali abboccano allamo, e ciascun elettore toma a votare, non
importa se pi o meno convinto, non importa se pi o meno deluso, il proprio
schieramento di appartenenza. Ci accade perch lelettore di uno schieramento
conosce le malefatte dello schieramento contrapposto, mentre ignora, o sfuma, o
minimizza, o rielabora sofisticamente, quelle del proprio, o comunque ne prende
emotivamente le distanze al momento del voto. Le competizioni elettorali si ripetono
in tal modo sotto le false sembianze di scelte importanti, gli eccessi di malcontento
eventualmente suscitati da uno dei due schieramenti riversano aspettative di
miglioramento nellaltro, e il paese sprofonda sempre pi, non ad opera della destra o
della sinistra, ma ad opera delle sue malsane dinamiche sociali, che la pendolarit di
destra e sinistra perpetua.
Non vogliamo con questo dire, sia ben chiaro, che destra e sinistra siano eguali
come due gocce dacqua. Hanno memorie differenti, per cui soltanto una giunta di
destra avrebbe potuto intitolare, come avvenuto, una strada a Pavolini, mentre una
giunta di sinistra non lavrebbe mai fatto. Hanno modalit comunicative un po
diverse, per cui, poniamo, una Anna Finocchiaro riconoscibile come persona di
sinistra. Si dividono su questioni come aborto, coppie di fatto, droghe, eutanasia,
fecondazione assistita, uso degli embrioni, rispetto alle quali la tendenza della destra
pi restrittiva nei confronti delle opzioni individuali, la tendenza della sinistra pi
favorevole ad accettarle.
Detto questo, le sorti del paese non cambiano se lo governa la destra oppure la
sinistra, perch le questioni sopra elencate sono le sole rispetto alle quali il sistema
politico ammetta scelte alternative. Perci nel piccolissimo ring di tali questioni si
affollano moltitudini di contendenti che fanno valere le loro contrapposte ideologie.
Ma per quanto destra e sinistra si scontrino riguardo a quanta dose di droga possa
essere considerata di lecito uso personale, o quanti embrioni non utilizzati prodotti
dalle tecniche di fecondazione siano accettabili, le malsane dinamiche sociali che
stanno devastando lItalia procedono prescindendo totalmente dai bisticci scatenati
nel piccolo ambito di tali questioni.
Vale a dire che lampiezza dei divari di reddito tra i diversi strati sociali,
lincidenza della disoccupazione, lestensione del lavoro senza diritti, il grado di
penetrazione istituzionale e territoriale delle organizzazioni malavitose, i livelli di
inquinamento atmosferico, acquifero e acustico, la partecipazione italiana a guerre
contrarie agli interessi del popolo italiano, e questioni simili, sono determinate da
processi che si svolgono identici e indisturbati sia sotto il cielo della sinistra che
sotto quello della destra.
La politica che si svolge dentro le istituzioni, con il suo club esclusivo di partiti,
non pi, dunque, una cosa seria, perch, anche se continua a chiamarsi politica, non
d pi alcun indirizzo alla vita della polis, ma ne amministra i contenuti plasmati
esclusivamente dalleconomia del profitto.
Con questo non vogliamo dire, sia ben chiaro, che lastensionismo elettorale
risolva qualcosa. Non risolve proprio niente. Per cominciare a invertire la tendenza
storica attuale alla decomposizione sociale e morale occorrerebbe che emergesse una
forza politica capace per prima cosa di collocarsi completamente al di fuori della
contrapposizione tra destra e sinistra, e poi di rifiutare le guerre imperiali in cui la
sinistra e la destra hanno coinvolto il nostro paese, di perseguire i valori della tutela
ambientale, della coesione sociale e della civilt della cittadinanza, sistematicamente
calpestati, sia dalla sinistra sia dalla destra, in funzione delle esigenze esclusive di
crescita illimitata del prodotto interno lordo. In mancanza di una tale forza politica, il
rifiuto del voto alla destra ed alla sinistra privo di effetti politici.
I due schieramenti, infatti, non essendo pi basati sulla partecipazione militante,
misurano soltanto le percentuali di consenso rispettivamente ottenute tra i votanti, e
possono tollerare, al di l delle finte preoccupazioni di circostanza, dosi massicce di
non-voto. Lastensionismo elettorale, semmai, quando pi consistente in uno dei due
schieramenti, ha leffetto di determinare la vittoria dellaltro. Ma questo non un
reale effetto politico, perch la polis non cambia se cambia lo schieramento in essa
vincente. Il cambio della guardia prodotto dal risultato elettorale incide solo sulla
distribuzione delle cariche e delle prebende tra le cordate clientelari, per le quali
soltanto lo scontro tra i due schieramenti cos aspro.
Che significato ha, allora, lauspicabilit del non-voto, se cos stanno le cose? Se
voto e non-voto sono ininfluenti sul destino della polis, perch mai lelettore di
tradizionale appartenenza alla sinistra non dovrebbe continuare a votare, senza
nessuna illusione di migliorare le cose, ma per evitare che esse siano gestite da un
personale di governo ancora peggiore di quello del centrosinistra?
Poich, come abbiamo detto, la scelta di votare oppure no non ha nessuna reale
incidenza politica, le ragioni a favore della scelta di non votare, finch il men
elettorale non offra alternativa diversa dalle coalizioni di centrosinistra o di
centrodestra, sono ovviamente ragioni che non toccano direttamente la sfera della
politica. Si tratta di ragioni incardinate su altre sfere, che rispetto alla politica hanno
per valore basilare e fondativo.

Il Buon Elettore di Sinistra


e la dignit personale di fronte al voto

Consideriamo la figura astratta di chi dia il proprio voto ad uno dei partiti della
coalizione di centrosinistra senza essere n un magnate della finanza, n un manager
dellindustria, n un dirigente di banca, ma appartenendo al ceto medio inferiore o al
ceto popolare, e senza avere un interesse particolare -come ad esempio quello di
mantenere un incarico pubblico o un beneficio clientelare - alla vittoria della
coalizione, ma aderendo per tradizione o sentimento a unimmagine antica della
sinistra. Denominiamo questo idealtipo Buon Elettore di Sinistra. Ebbene, un simile
individuo manifesta, nel suo appassionato coinvolgimento nella sorte elettorale del
centrosinistra, uninconscia rinuncia alla propria dignit personale.
Si perde dignit, infatti, quando si vuol partecipare a qualcosa che ci esclude.
Pensiamo a coloro che si appassionano alle vicende personali dei divi dello
spettacolo. Perch li sentiamo privi di dignit? Perch quei divi, vivendo la propria
vita, si occupano, com ovvio, solo dei fatti propri, senza la minima considerazione
di costoro, i quali, ci nonostante, si sentono coinvolti in ogni notizia che riguardi tali
divi.
Il Buon Elettore di Sinistra ha lo stesso atteggiamento verso i dirigenti dei propri
partiti. Questi dirigenti, come quelli dei partiti di centrodestra, si occupano solo dei
fatti loro, cio delle reciproche mosse nella grande scacchiera del potere. Pu il Buon
elettore di Sinistra ottenere il loro ascolto per le sue esigenze?
Non pi di quanto lo possano gli ammiratori dei divi dai propri idoli. Qualche
esempio.
Al Buon Elettore di Sinistra certamente non piace la rispettosa considerazione in
cui i suoi dirigenti tengono ogni invadente pretesa delle gerarchie vaticane. Pu far
valere presso di loro la sua esigenza di un comportamento pi laico da parte dei
partiti per i quali vota? Non pu, perch nella loro scacchiera del potere lintesa con
il potere ecclesiastico essenziale, e impone quindi una ossequiosa deferenza verso
di esso.
Al Buon Elettore di Sinistra certamente piacerebbe che il mondo della scuola,
delluniversit e della ricerca fosse pi seriamente organizzato, meno abbandonato a
se stesso e a rapporti corrotti, con pi riconoscimento e maggiori prospettive per il
lavoro e il merito. Pu egli farsi ascoltare dai propri partiti e spingerli a impegnarsi
in questa direzione? Non pu, perch i partiti non possono schiodarsi dalle loro
pratiche corruttive n fare qualcosa che non li ripaghi in termini di potere.
Al Buon Elettore di Sinistra risulta sgradevole che ci siano stranieri schiavizzati
dai loro datori di lavoro, anziani umiliati da pensioni di fame dopo una vita di lavoro,
bambini allevati nella miseria e nel degrado, famiglie senza casa, giovani senza
prospettive. Pu ottenere dalla coalizione che governa il paese - grazie anche al suo
voto - che essa assuma come suo obiettivo primario una rapida eliminazione di queste
infamie sociali? Non pu, perch il centrosinistra, come il centrodestra, costituito da
un ceto politico che risponde soltanto alle pressioni interne al suo mondo, e che
quindi favorisce prima di tutto gli interessi forti che lo rafforzano, e che non lasciano
per mai risorse per affrontare la sofferenza sociale.
Come fa allora il Buon Elettore di Sinistra a rimanere tale? Semplice: abituato
ormai alla societ dello spettacolo, sidentifica con le vicende del teatro della
politica, mettendo da parte le proprie domande lasciate inevase, e assumendo, come
fossero proprie, parti in cui le sue esigenze non trovano posto. la stessa psicologia
che, ulteriormente sviluppata, porta ad appassionarsi alle vicende del Grande Fratello
o dellisola dei Famosi. Una tale psicologia rappresenta lestrema perdita della
dignit dello spettatore nella societ dello spettacolo.
Il senso della propria dignit condurrebbe a ben altro. Vedo in televisione
Veltroni e Bassolino che ascoltano compunti una filippica di papa Ratzinger contro il
riconoscimento delle coppie di fatto? Sento che non meritano il mio voto.
Vedo ministri preposti alluniversit che non provano neppure ad eliminare
lindecenza di concorsi universitari dei quali si sa in anticipo che la vittoria non
spetter al pi meritevole ma al pi raccomandato? Sento che non sarebbe decente
votarli.
Vedo passare anno dopo anno leggi finanziarie che non hanno mai risorse per le
urgenze sociali, ma le trovano sempre per aumentare le spese militari, per inviare
armi e soldati l dove i Clinton e i Bush chiedono, per mantenere la tassazione pi
bassa dellUnione Europea per le rendite finanziarie, per foraggiare il ceto politico?
Non posso accettare coloro che le confezionano e le approvano, di destra o di sinistra
che siano.
Ma se non voto pi per Prodi, non favorisco il ritorno al potere di Berlusconi?
Se il Buon Elettore di Sinistra tornasse a dare valore alle proprie esigenze morali
e alla propria seriet intellettuale, improvvisamente sentirebbe tutta linconsistenza
spirituale e lestrema banalit di pensiero, infarcita di luoghi comuni e di chiusure
mentali, di uomini come Berlusconi e Prodi, e non mancherebbe pi di rispetto a se
stesso parteggiando per luno o per laltro (o per qualunque altra figura vincolata
allautoreferenzialit del ceto politico). La dignit della propria persona un bene
prezioso. La necessit di non perderla basta e avanza, prima ancora di ogni
considerazione strettamente politica, come ragione per sottrarsi alla scelta bloccata
che la scheda elettorale per ora ci impone, senza alternative.
La sinistra cosiddetta radicale interna al centrosinistra non unalternativa.
Essa indica talvolta ci che la politica dovrebbe fare per migliorare la societ. La
sinistra che conta, per, quando si trova al governo assieme alla sinistra radicale, non
permette mai che le belle parole di questultima diventino realt. Ci nonostante, la
sinistra radicale rimane nella maggioranza che sostiene quei governi, mostrando cos
che non le interessa niente di ci che propone, ma le interessa solo che lo
schieramento cui appartiene rimanga unito per poter continuare ad occupare il potere.
Votare per la sinistra cosiddetta radicale, perci, significa ridursi alla condizione,
priva anchessa di dignit, di chi si accontenta che le cose per le quali ha votato
vengano non fatte, ma dette.
Vogliamo la tutela dellambiente? I verdi dicono continuamente che quello
lobiettivo giusto. Sono addirittura nati per quellobiettivo. Hanno per occupato per
anni poltrone e poltroncine di governi nazionali e locali di centrosinistra sotto i quali
il degrado ambientale continuato come prima. Lelettore verde che continua a votarli
allora preda di un evidente autoinganno.
Vogliamo aumentare i redditi pi bassi e la spesa sociale, andando a prendere le
necessarie risorse, una volta tanto, dalle enormi ricchezze patrimoniali accumulate dai
profittatori della grande festa neoliberista, globalizzatrice, speculativa? I sedicenti
comunisti del centrosinistra propagandano continuamente questo tipo di idee. Fanno
per parte organica di governi di centrosinistra nei quali le scelte economiche e
sociali sono saldamente in mano alla cosiddetta sinistra moderata, governi che al
pi possono redistribuire ricchezza entro il mondo del lavoro, degli impieghi, del
commercio e delle professioni (colpendo di pi il lavoro autonomo e meno il lavoro
dipendente, per esempio), senza minimamente toccare le gigantesche fortune della
finanza, delle assicurazioni, delle banche e via dicendo. Lelettore comunista che
continua a votare per questi partiti pu farlo solo mentendo a se stesso.
La dignit personale importante, anche se non tangibilmente, anche se non
visibilmente, a prescindere da tutto il resto, perch non politica ma fonda la
politica: chi se ne spoglia si impoverisce interiormente e perde inconsciamente
autostima, diventando incapace di cogliere nella loro totalit gli aspetti di degrado e
di disumanit del nostro mondo, e quindi di lottare contro di essi. Il Buon Elettore di
Sinistra deve spogliarsi della propria dignit per farsi coinvolgere in un giuoco le cui
poste non sono quelle che vengono fatte credere, e i cui giocatori sono tutti cos
squallidi che diventa degradante impegnarsi, anche solo a livello emotivo, anche solo
con un voto, per la vittoria delluno o dellaltro.
La partecipazione al cimento elettorale sempre pi antropologicamente simile al
tifo calcistico. Per le contrapposte tifoserie, poniamo, dellInter e del Milan, la gara
tra le due squadre appare importantissima, e la vittoria della squadra avversa a quella
per cui si tifa rattristante, anche se nulla cambia, nella vita reale, se vince lInter o il
Milan. O meglio, cambia realmente qualcosa solo per chi abbia eventualmente fatto
una scommessa sullesito della gara e tragga un guadagno o una perdita a seconda di
quale sia la squadra vincente.
Ugualmente, per quelle centinaia di migliaia di persone che vivono dei minori
ruoli istituzionali che ricoprono (assessorati, presidenza di consorzi, enti,
municipalizzate, seggi comunali, provinciali, regionali eccetera), anche nel senso di
trame unimmagine e un impegno che coprano la loro insignificanza intellettuale, c
un buon motivo per tifare per il proprio schieramento: i suoi dirigenti sono i loro
capi-cordata, le cui vittorie elettorali estendono le loro opportunit e ricompense. Ma
per il semplice elettore che non abbia le mani in pasta, tifare per uno dei due
contrapposti schieramenti una automortificazione senza senso: a che pro dare credito
politico a personaggi squallidi, pensare come alternative politiche quelli che sono
meri scontri di potere, raccontarsi, insomma, storie non plausibili e perdere cos la
propria dignit intellettuale?

Il Buon Elettore di Sinistra


e la disinformazione politica

Quella di non perdere la propria dignit non lunica ragione per cui giusto
sottrarsi ad ogni partecipazione allo scontro di potere tra centrodestra e centrosinistra.
C anche una ragione di prospettiva politica. Se vero che voto e non-voto non
hanno alcuna incidenza sulla realt economica e sociale, anche vero che il non-voto
un presupposto perch in futuro qualcosa cambi in meglio. Infatti, lemergere di una
nuova forza politica capace di contrastare guerre imperiali, distruzioni ambientali e
ingiustizie sociali - e per ci stesso estranea alla destra, alla sinistra e alla loro
competizione - presuppone lesistenza e la vitalit di unarea sociale, magari molto
minoritaria, fatta di persone capaci di speranza, intellettualmente lucide e
politicamente informate. Da dove, se non da qui, potrebbe emergere una tale nuova
forza politica?
Ma la permanenza dellattuale vastissimo bacino elettorale della sinistra soffoca
larea sociale adatta a far emergere una tale forza politica. Il Buon Elettore di Sinistra
infatti la negazione puntuale della persona che potrebbe dare vita a questa nuova
forza politica. Infatti, il Buon Elettore di Sinistra, per essere tale, deve aver perso sia
la capacit di reagire verso il malaffare in politica, da qualunque parte esso venga, sia
ogni capacit di autentico sdegno morale (che per essere autentico deve valere contro
tutti, non solo contro la parte avversa). Ma lo sdegno morale laltra faccia della
speranza: solo chi spera veramente in un mondo migliore, e ne sente dentro di s il
bisogno e lesigenza, pu sdegnarsi contro tutto ci che va nella direzione opposta,
tutto ci che nega quella speranza e quellesigenza, perch tale negazione avvertita
come unoffesa a ci che di migliore, di pi vero e autentico si ha dentro di s.
Ne segue che chi incapace di autentico sdegno morale incapace di autentica
speranza. Inoltre, il Buon Elettore di Sinistra deve rinunciare alla propria lucidit
intellettuale, perch deve mantenere la confusione tra la sinistra emancipatoria e
statalista di alcuni decenni fa e la sinistra privatizzatrice e de-emancipatoria di oggi,
vietandosi di vedere ci che la sinistra oggi diventata e creandosi lallucinazione di
un ceto politico di sinistra che cerca in buona fede, magari sbagliando, di realizzare
gli ideali storici della sinistra1.
Infine, il Buon Elettore di Sinistra non pu essere politicamente informato, n pu
provare un autentico desiderio di informazione. Se fosse informato, infatti, lo
schieramento di centrosinistra gli ispirerebbe lo stesso ribrezzo dello schieramento
opposto. Per poter continuare a votare a sinistra, deve voltare la testa di fronte alle
informazioni capaci di suscitare quel genere di ribrezzo. Le informazioni rilevanti per
giudicare i partiti di sinistra sono o ignorate o trascurate.
Per fare un solo esempio relativo al governo Prodi, prodotto dalle elezioni della
primavera del 2006, possiamo ricordare che la prima Legge Finanziaria di questo
governo prevede un aumento delle spese militari tale da portare lItalia al settimo
posto nel mondo.2 Ma, ovviamente, il Buon Elettore di Sinistra - il BES - non pu
sapere questo dato o, se lo sa, non pu riflettere su cosa esso significhi in relazione
allattuale situazione internazionale e al coinvolgimento italiano nelle guerre imperiali
degli Usa.
Nel capitolo seguente esamineremo pi in dettaglio alcune delle decisioni prese
dal governo Prodi nei suoi primi mesi di vita. Se vogliamo invece ricordare questioni
di qualche tempo fa, basta riflettere su quanto sappia il BES a proposito delle grandi
privatizzazioni che allinizio degli anni 90 hanno radicalmente cambiato la struttura
economica e sociale dellItalia. Chiediamoci quanto siano diffuse, fra i BES, le
seguenti informazioni:
1. Durante la sua presidenza dellIri, Prodi ha svenduto a privati, e in certi casi a
privati amici, aziende Iri a prezzi molto inferiori a quelli di mercato3.
2. Prodi ricorso a trucchi contabili per far apparire come risanamento dellIri
ci che in realt era una voragine di perdite4.
3. Prodi stato coinvolto in due processi per consulenze ordinate da aziende
dellIri alla societ Nomisma, di cui egli presiedeva il comitato scientifico. In
entrambi i processi risult che la sua condotta non aveva rilevanza penale, ma nelle
motivazioni delle sentenze i giudici dichiararono che essa era tale da far pensare a un
favoritismo verso un interesse privato5.
4. Quando Prodi divent presidente della Commissione Europea, la stampa
straniera rilev un serio conflitto di interessi per il suo ruolo di consulente della
multinazionale finanziaria Goldman Sachs (che tra laltro, lui consulente, aveva
partecipato alla speculazione che condusse nel 1992 alla svalutazione della lira, e che
cost migliaia di miliardi di lire al contribuente italiano).
E se non vogliamo parlare solo di Prodi, chiediamoci quanto i BES abbiano chiaro
il fatto che laggressione alla Jugoslavia del 1999, con DAlema presidente del
consiglio, abbia rappresentato una delle pi gravi ed esplicite eversioni costituzionali
di questi anni6; oppure siano a conoscenza del fatto che nellaprile del 99, mentre la
guerra alla Jugoslavia era ancora in corso, durante le celebrazioni per il
cinquantenario della Nato, i capi di governo dei vari paesi aderenti hanno deciso un
cambiamento dello statuto della Nato che ne rende possibile lintervento militare
anche in mancanza di unaggressione militare a un paese membro7.
Possiamo concludere che, come dicevamo sopra, il BES, per rimanere tale, deve
negarsi alla speranza, alla lucidit intellettuale, allinformazione politica, ed quindi
la negazione precisa e puntuale del tipo di persone di cui c bisogno per far nascere
unautentica forza di opposizione alle devastazioni dellattuale sistema
socioeconomico.

Il Buon Elettore di Sinistra e l alibi del male minore

Il Bes, quando sente affiorare dentro di s la percezione del male che fa al paese
lo schieramento al quale egli ha dato il proprio voto, se ne difende sempre con lo
stesso argomento: quello del male minore. Il centrosinistra, egli ammette in questi
casi, fa molte cose sbagliate, ma, per quante ne faccia, rappresenta sempre un male
minore rispetto ai catastrofici danni di cui portatore il centrodestra. E non forse
irresponsabile sottrarsi alla scelta fra due mali, quando uno minore dellaltro? Il
rifiuto di scegliere il male minore non equivale forse a una rinuncia a contrastare il
male maggiore? Vediamo.
Possiamo anche ammettere che il centrosinistra sia un male minore rispetto al
centrodestra. Ma ci non risolve, di per s, la questione della scelta. Solo il contesto
al quale i due mali appartengono, infatti, decide se abbia un significato sceglierne uno
come minore.
Tra una polmonite e un tumore incurabile, ad esempio, chiaro che la polmonite
un male minore. Ma se, per assurdo, si potesse scegliere se prendere luno o laltro
male, la scelta non sarebbe significativa per un anziano gi gravemente debilitato che
vivesse in unepoca precedente alla scoperta degli antibiotici, perch per lui la
polmonite sarebbe incurabile e mortale come il tumore, e semmai ancor meno
preferibile, dato il decorso lento dei tumori negli anziani. Ebbene: la societ attuale
gravemente debilitata dalla decomposizione dei suoi elementi coesivi.
Sarebbe allora da chiedersi se un governo di centrosinistra, ancorch male minore
rispetto ad uno di centrodestra, sia in grado, a differenza di questultimo, di bloccare
lo sfacelo sociale o se non occorra invece, perch si produca qualche effetto
realmente benefico, uninversione di rotta rispetto alle pratiche di mera
amministrazione tanto del centrodestra che del centrosinistra.
Consideriamo gli effetti sociali di uneconomia del plusvalore che, in quanto tale,
si mantiene esclusivamente mediante la continua e illimitata crescita del prodotto
interno lordo, entro la cui produzione soltanto viene distribuita la ricchezza collettiva,
sotto forma di redditi monetari spendibili nellacquisto delle merci costitutive
appunto del prodotto interno lordo. Giunta allattuale livello d sviluppo, questa
economia non pu che generare quegli effetti socialmente devastanti che abbiamo
sotto gli occhi: diminuzione continua dellofferta statale di servizi gratuiti ai cittadini,
per destinare sempre maggiori risorse pubbliche a vantaggio delle aziende private;
degradazione progressiva del territorio per farvi insistere produzione e circolazione
di merci su scala sempre pi ampia; collasso delletica collettiva conseguente alla
privatizzazione del pubblico, alla finanziarizzazione delleconomia e alla
flessibilizzazione del lavoro; distribuzione sempre pi ineguale della ricchezza, a
vantaggio delle rendite patrimoniali, finanziarie e speculative, e a svantaggio dei
redditi da lavoro dipendente.
Consideriamo ora come un centrosinistra potrebbe incidere su questi effetti in
maniera diversa dal centrodestra. Esso potrebbe - entro il quadro dellaziendalismo e
della mercificazione, del pubblico privatizzato e delleconomia finanziarizzata, che
esso incapace anche solo di pensare di mettere in discussione (e questo il male di
cui portatore), promuovere una redistribuzione dallalto verso il basso dei redditi
monetari allinterno dei ceti medi e popolari (e questo renderebbe minore il suo male,
tanto pi quanto maggiore fosse la crescita del prodotto interno lordo).
Si faccia attenzione: il centrosinistra potrebbe far questo nella migliore delle
ipotesi, ma al momento in cui scriviamo non lo ha ancora fatto. La rimodulazione
delle aliquote Irpef disposta dalla legge finanziaria per il 2007, infatti, ha comportato
spostamenti di reddito a favore dei ceti pi bassi di consistenza minima, oltre tutto
compensati dallaumento delle addizionali locali (conseguente ai minori trasferimenti
previsti dalla finanziaria stessa) e dei ticket sanitari. Nulla di diverso dalla
precedente finanziaria berlusconiana.
Non tuttavia inimmaginabile una politica di centrosinistra un po diversa, con
qualche vantaggio effettivo di reddito per i ceti pi bassi. Cosa succederebbe in tal
caso?
Senza un forte prelievo statale sulle grandi concentrazioni di ricchezza (attraverso
unimposta patrimoniale), sui guadagni speculativi (attraverso una tassa sulle
transazioni puramente finanziarie) e sugli investimenti socialmente dilapidatori
(attraverso una tassa sui messaggi pubblicitari e imposte di consumo sui beni di
lusso), non potranno essere ristabiliti ed estesi servizi pubblici gratuiti (ai quali,
comunque, la sinistra attuale non mira affatto).
Senza una rete di servizi pubblici gratuiti, che migliori la vita quotidiana delle
persone e aumenti i posti di lavoro, qualche maggiore reddito monetario di individui e
famiglie (posto che un centrosinistra giunga a realizzarlo) non renderebbe meno
faticosa e difficile lesistenza nella societ determinata dallattuale capitalismo. Con
le difficolt della vita dovute a servizi scadenti e costosi, e alle inerzie e sordit
burocratiche ad ogni problema, con la corruzione insita nellattuale rapporto tra
economia e politica, e con lattuale costante privilegiamento del privato rispetto al
pubblico, rimarrebbero tutti gli ingredienti che rendono oggi selvagge le relazioni tra
gli individui, che espongono ognuno ai raggiri e agli imbrogli degli altri, che non
consentono di fidarsi delle pattuizioni, che determinano, insomma, lassenza di ogni
etica collettiva, fonte ulteriore della difficolt di vivere ai nostri giorni.
Oggi la vita , per i non-privilegiati, davvero faticosa e difficile, persino pi di
quanto non lo fosse quando cera molta pi povert. La distorsione mentale comune a
tutta la sinistra, di tutte le gradazioni, di pensare che lelemento decisivo sia il
reddito monetario individuale e famigliare (a prescindere dal fatto che i governi di
centrosinistra, come quelli di centrodestra, non garantiscono neppure quello a
unampia fascia della popolazione). Persino una persona onesta come Marco
Ferrando, uscito da Rifondazionne per non avallare il sostegno a Prodi di quel partito,
in una trasmissione televisiva ha indicato come misura favorevole ai ceti subalterni la
riduzione del prelievo fiscale sulla benzina, in modo che i suddetti ceti possano
comprarne di pi con minore compromissione dei loro salari.
Tale prelievo, invece, dovrebbe rimanere alto, come mezzo, insieme ad altri
(primo fra tutti la completa chiusura dei centri urbani storici al traffico privato) per
promuovere il trasporto pubblico. Occorre uscire sia dalla destra che dalla sinistra
per indicare, come vie di civilt, la gratuit e la qualit dei servizi pubblici. Il salario
potrebbe anche rimanere basso, se il lavoratore potesse disporre di buone cure
mediche, buoni trasporti, una buona scuola per i figli, una buona soluzione abitativa
per la propria famiglia, senza dover comprare nulla di tutto ci. Senza questo, la
societ odierna un inferno. Ed un inferno perch tutto complicato e costoso.
E allora, Buon Elettore di Sinistra, a che serve scegliere il male minore (posto che
sia tale), se neanchesso arresta lodierna discesa allinferno?
In un romanzo di J.Verne, Dalla Terra alla Luna, due piloti di una navicella
spaziale alla deriva discutono animosamente su quale traiettoria prender la
navicella, con due idee molto diverse. Un terzo astronauta, chiedendosi dove
andrebbe labitacolo se prendesse luna o laltra delle traiettorie difese dai due
disputanti, viene a sapere che nellun caso e nellaltro si perderebbe, sia pure per vie
diverse, nel vuoto siderale, con morte certa di tutti i suoi abitanti. Per noi le traiettorie
della sinistra e della destra, anche se diverse, ci portano entrambe, come nel romanzo
di Verne, alla morte certa, una morte civile, naturalmente, nei torbidi mulinelli della
mafie, degli illegalismi, delle abissali ingiustizie.
Questo non vuol dire che la tesi del male minore sia sempre da rifiutare. certo
che si danno talvolta situazioni storiche nelle quali occorre scegliere fra due mali
contrapposti e si riesce a stabilire con fondatezza che uno dei due davvero il male
minore8. chiaro per che in ogni caso concreto occorrono degli argomenti seri per
capire in quale situazione ci si trovi, e occorre inoltre che laccettazione del male
minore, che rappresenta sempre una sconfitta, si coniughi a una strategia chiara e
convincente per trasformare la sconfitta in vittoria. In mancanza di queste condizioni,
la tesi del male minore diventa un passepartout buono per ogni occasione.
I fenomeni storici non si presentano mai, nella realt, in forma pura e univoca, ma
presentano sempre un arco, pi o meno vasto, di differenziazioni. Ci significa che
ogni fenomeno storico, anche molto negativo, ha sempre un lato un po meno negativo
degli altri. Il fascismo di Bottai era un male minore rispetto al fascismo di Starace, il
nazismo di Speer era un male minore rispetto a quello di Himmler, lo stalinismo del
Togliatti degli anni 30 era meno peggio di quello di Vysinskij o di Ezov.
In altre parole, di fronte a un grande male storico esiste sempre un suo aspetto che
si pu considerare un male minore. Si pu sempre, quindi, giustificare la propria
collaborazione con un male storico con largomento del male minore. In base a tale
argomento si pu quindi accettare qualsiasi realt storica, anche la pi orribile.
Cosa penseremmo oggi di un collaboratore di Speer che giustificasse la propria
adesione al nazismo motivandola col fatto che il colto e intelligente architetto di
Hitler era certamente un male minore rispetto ai volgari e violenti Himmler e
Goering? Penseremmo che si tratta o di un mentitore o, se crediamo alla sua buona
fede, di una persona che ha bisogno di giustificare in qualche modo il proprio
conformismo e la propria mancanza di coraggio e onest intellettuali.
Che pensare allora del popolo di sinistra che giustifica il proprio voto a forze
politiche che, nella loro attivit di governo, distruggono lo stato sociale e si mettono
al servizio delle guerre imperiali Usa con largomento che tali forze politiche
rappresentano il male minore rispetto a Berlusconi? Non abbiamo, evidentemente, che
da ripetere il giudizio appena espresso.
Per chiarire ulteriormente questo concetto, facciamo un esempio immaginario e un
po scherzoso (ma non troppo). Prendiamo in considerazione il fenomeno storico
della schiavit. Non c dubbio, verrebbe da pensare, che essere di sinistra significa
essere contro la schiavit, che la sinistra ha lottato e lotter sempre contro il
fenomeno della schiavit. Ma davvero non c nessun dubbio?
Dopotutto, fino a trentanni fa tutti avremmo pensato che, senza nessun dubbio,
essere di sinistra significava essere a favore di un sistema pensionistico pubblico e
delle pi ampie garanzie per la sicurezza del posto di lavoro. Poi abbiamo visto la
sinistra fare tutto il contrario. Immaginiamo allora che levoluzione economica del
nostro mondo globalizzato porti a riscoprire i vantaggi economici della schiavit.
Dopotutto anche nella quotidiana comunicazione mediatica si parla di tratta e di
mercanti di esseri umani, riferendosi al traffico di immigranti clandestini; e non c
bisogno di ricordare che c, nelle nostre societ, traffico di clandestini perch c
domanda di quel tipo di forza-lavoro priva di diritti. Non quindi del tutto assurdo
pensare che tale domanda di forza-lavoro quasi-servile possa diventare sempre pi
pressante e importante, e che di fronte a questa necessit economica si mobilitino le
stesse forze che abbiamo visto in questi anni premere per la flessibilit e la
riforma delle pensioni.
Si pu quindi immaginare una lunga campagna mediatica condotta a suon di
dichiarazioni del Fmi, di interviste a professori di economia sempre pronti a
ricordare le sfide della globalizzazione, di pensosi articoli di fondo sul fatto che
siamo in Europa e dobbiamo rimanerci. Si pu cio pensare a una campagna
mediatica tesa a rendere a poco a poco accettabile e condivisa lidea della schiavit,
del tutto analoga a quelle che negli anni passati hanno reso accettabili la rinuncia al
sistema pensionistico pubblico e alla difesa dei diritti dei lavoratori.
A quel punto, una sinistra responsabile, che accetta le sfide della globalizzazione
e della competizione internazionale, che vuole far diventare finalmente lItalia un
paese moderno ed europeo, si far carico delle necessit dello sviluppo, che si sa
comporta sempre dei prezzi, e formuler le proprie proposte legislative
sullintroduzione della schiavit. Ci sar allora una ribellione unanime del popolo di
sinistra di fronte allevidenza scandalosa di una proposta in totale contrasto con quelli
che sono sempre stati gli ideali della sinistra?
Ovviamente no, poich nel contempo la destra avr presentato le proprie proposte
che saranno, concediamolo, leggermente peggiori di quelle della sinistra. Cos la
destra avanzer una proposta secondo la quale il padrone pu frustare il proprio
schiavo come e quando gli pare, mentre la sinistra proporr che le frustate allo
schiavo non possano superare un certa quantit giornaliera da fissarsi a un tavolo di
trattative fra governo, padroni di schiavi e sindacati di schiavi. E chi pu dubitare che
fra queste due proposte quella della sinistra rappresenti il male minore? Il popolo di
sinistra, magari sbuffando e col mal di pancia, come si dice, voter quindi compatto
per la sinistra e per la schiavit, convinto di votare per il male minore.
Le svolte migliori della storia si sono avute quando si rifiutata la logica del
male minore. Pensiamo alla Francia del giugno 1940, con le armate naziste in casa. Il
regime di Ptain venne allora ossessivamente presentato, e generalmente creduto,
come il male minore, e aveva tutta lapparenza di esserlo. Schierava infatti la Francia
entro lEuropa hitleriana, ma in uno stato di neutralit, con il duplice vantaggio, a
quanto allora sembrava, di portarla fuori dalla guerra e di non consegnarla ai gruppi
nazifascisti francesi di Dat, Deloncle, Doriot. Il male maggiore sarebbe stato quello
di una Francia belligerante con la Germania sotto il governo di Doriot. Ptain,
gestendo la resa francese alla Germania nazista, evitava questo male maggiore,
lasciando Doriot in una rabbiosa opposizione.
Possiamo immaginare, in quel contesto, gli opportunisti politicanti odierni, di
destra e di sinistra. Sarebbero ovviamente stati tutti ptainisti, avrebbero detto che
con Ptain si aveva lacqua alla gola, ma si evitava di essere affogati da Doriot, e da
Hitler. Per la verit anche i politici francesi di allora ragionarono cos. Non per un
certo De Gaulle, per il quale la sottomissione di Ptain alla Germania nazista era
comunque, male minore o maggiore che fosse, disonore e sciagura per la Francia,
contro cui chiam i patrioti alla Resistenza.
Ma in quel giugno 1940 pochi francesi lo seguirono, perch lidea del regime
ptainista da accettare come male minore era condivisa dalla maggioranza di francesi.
E, contro ogni evidenza, si continu a parlare di male minore anche quando il regime
ptainista mostr il massimo zelo nella persecuzione degli ebrei.
Questa storia insegna che quando ci si piegati ad accettare una forza politica,
qualsiasi cosa faccia, solo perch si vuol credere che ci ripari dal peggio, si finisce
inevitabilmente con il non vedere il baratro verso cui ci porta. Ed infatti Ptain,
accettato nel 1940 come riparo dal peggio, port nel 1942 a Laval e alloccupazione
militare nazista di tutta la Francia, cio proprio a quel peggio da cui avrebbe dovuto
riparare.
La salvezza del paese venne da De Gaulle e dal suo rifiuto della logica del male
minore.

Il Buon Elettore di Sinistra e la congruenza tra


il suo voto e gli scopi che dichiara di volere

Dopo queste considerazioni generali sulla tesi del male minore, torniamo alle
argomentazioni del BES. Assumiamo il suo punto di vista, il punto di vista di chi vota
per il centrosinistra allo scopo di proteggere il Paese dalla sciagura di essere
governato da una destra rozza, affaristica e priva del senso della legalit. Assumiamo
che ci sia una differenza significativa tra centrodestra e centrosinistra, per cui il
centrosinistra, per quanto bruttino e deludente possa essere, non arriva mai
allillegalismo affaristico del centrodestra. In questottica, soltanto la destra sarebbe
una sciagura per la legalit democratica del paese, e lo scopo di tener lontana questa
sciagura dal potere di governo renderebbe accettabile qualsiasi altra situazione9.
Ammesso tutto questo, chiediamoci per, in maniera ragionata, se il voto a sinistra
concorra a conseguire tale scopo.
Si visto che, se anche il centrosinistra un male minore rispetto al centrodestra,
male maggiore, si tratta comunque di due mali di tale consistenza, e incidenti su una
situazione sociale e morale talmente deteriorata, da essere entrambi una rovina per il
paese.
Facciamo, per, ora un diverso esperimento mentale. Supponiamo, anche se non
affatto vero, che nellattuale vicenda politica soltanto il male maggiore porti alla
catastrofe, mentre quello minore faccia danni non-catastrofici, e chiediamoci se,
scegliendo il male minore, ci si protegga con esso dal male maggiore, secondo lo
scopo che si prefigge il BES, oppure si realizzi un famoso enunciato di Hannah Arendt:

Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori ci hanno invariabilmente
portato ad essi10.

La rivista Micromega ha ospitato, nel dicembre 2006, diciotto interventi che


rappresenterebbero, secondo la rivista stessa, le varie anime dei movimenti e della
cultura democratica italiana sul tema Possiamo votarli ancora?, riferito ai partiti
del centrosinistra dopo i primi sei mesi del loro governo. Poich in questi interventi
troviamo, a parte qualche voce dissonante, tutto il campionario degli argomenti, se
cos vogliamo chiamarli, sul male minore necessario a preservarci da quello
maggiore, ce ne serviamo come base di riflessione. Ci soffermeremo in particolare
sullintervento di Lidia Ravera.
La sua tesi interamente contenuta nel titolo: Meglio avere lacqua alla gola che
affogare11. Il suo significato ovvio: la destra ci fa affogare, e piuttosto che morire
affogati (male maggiore) meglio tenersi lacqua alla gola (il centrosinistra, male
minore). Limmagine non certo ben scelta: non si capisce perch chi, trovandosi in
mare con lacqua alla gola, per non affogare debba rimanere l impalato, con il
pericolo di scivolare e affogare anche senza andare avanti, e non invece tornare
indietro dove lacqua pi bassa, o almeno cercare di farlo. Ma lasciamo perdere
limmagine e passiamo ai concetti (si fa per dire).
Il primo che la colpa di ogni male del nostro paese di Berlusconi e della met
dellItalia che gli assomiglia. Un marziano, cui venisse offerta questa argomentazione,
si attenderebbe una spiegazione su come si sia formata, e soprattutto su come si
conservi unantropologia nazionale talmente diffusa da coprire addirittura la met del
paese. Da dove vengono fuori, insomma, i berluscones? Proprio chi li considera la
fondamentale sciagura nazionale, dovrebbe porsi prima di tutto questa domanda. Si
tratta invece di una domanda proibita per i sostenitori della tesi meglio avere
lacqua alla gola che affogare.
E lo si capisce: gi porsi questa domanda porterebbe nei paraggi della verit di
cui costoro non vogliono sapere nulla. Le date, infatti, parlano da sole: gli elettori di
Berlusconi sono stati tanti da dare la vittoria elettorale alla destra nel 2001, dopo
cinque anni consecutivi di governi di centrosinistra (Prodi, DAlema, Amato), e dopo
dieci anni non-continui (1991-2001, ma con la parentesi di alcuni mesi del primo
governo Berlusconi del 1994) di presidenti del consiglio di centrosinistra. Se nel
1996 gli elettori di Berlusconi erano circa la met del paese, e se nel 2001, dopo
cinque anni consecutivi di governo ininterrotto del centrosinistra, non erano affatto
diminuiti, chi ha concimato il terreno antropologico di cui si nutrono?
Chiunque non tema di pensare capisce che la risposta ovvia.
Pu aiutare a capire meglio un raffronto storico. Nelle elezioni cilene del 1970
che portarono alla presidenza Allende, le destre allergiche a ogni forma di giustizia
sociale raccolsero il 64% di voti (persero le elezioni soltanto perch la loro
divisione tra due candidati rivali consent alla coalizione di sinistra, unita, di
conseguire la maggioranza relativa con il suo 36%). Dopo un anno e mezzo di governo
di Allende (assai meno, dunque, dei cinque anni del centrosinistra italiano) le elezioni
amministrative cilene registrarono una caduta verticale dei consensi alle destre, scese
dal 64% al 49%, e videro le sinistre balzare da sole al 51% (e ci volle la barbara
violenza armata di Kissinger e Pinochet per toglierle dal governo).
La politica di redistribuzione delle ricchezze e dei poteri, e di riappropriazione
pubblica delle risorse del paese, utilizzate per dare scuole e sanit a tutti,
incisivamente condotta da Allende, aveva infatti fatto emergere interessi meno gretti
di quelli tradizionali, e dato credito a valori di solidariet nazionale, che avevano
trasformato molte coscienze, e ancor pi profondamente avrebbero operato senza gli
effetti devastanti, su un paese povero, dellassedio economico statunitense. Certo, un
numeroso popolo di destra sarebbe comunque rimasto, e pi incarognito di prima, ma
la sua consistenza numerica arretrava vistosamente.
Ravra non si pone, naturalmente, la domanda sul perch le destre rappresentino
sempre, pi o meno, la met del paese, ed abbiano perso le elezioni solo quando era
fresco il ricordo di un governo Berlusconi (nel 1996 e nel 2006), mentre le vincano
invariabilmente dopo un periodo di governo significativo del centrosinistra (nel 1994
e nel 200112). Se se la ponesse, potrebbe sfiorarla il dubbio che ci che ci porta dritti
ad affogare tenerci lacqua alla gola. Si pone invece unaltra domanda: se il
centrosinistra cos deludente, colpa di esso stesso o del popolo che governa?
Del popolo, naturalmente! Ma perch il popolo dei governati impedisce ai
governanti di centrosinistra di governare meglio di quanto facciano? Perch la
maggioranza degli italiani pi berlusconiana di Berlusconi13, e i governanti di
centrosinistra non possono fare cose migliori perch devono tenere insieme una
comunit nazionale tagliata in due da una lacerazione profonda14. Si cos giunti alla
piena formulazione del primo dogma dellElettore di Sinistra costi quel che costi:
ogni male dellItalia dipende da Berlusconi e dal popolo berlusconiano, e persino il
malgoverno della sinistra non imputabile alla sinistra stessa, ma agli ostacoli posti
dal berlusconismo.
Un secondo dogma che lunico luogo da cui possibile contrastare la sciagura
della destra quella parte della vita politica italiana detta centrosinistra15 . Le
contraddizioni, a questo punto, abbondano: se il berlusconismo cos potente e
inattaccabile da paralizzare, anche stando formalmente allopposizione, lazione di
governo del centrosinistra, a che serve votare per il centrosinistra? Se viceversa si
sostiene che serva, vuol dire che si ritiene che il centrosinistra sia in grado di
recidere almeno le basi del potere di Berlusconi, e corre allora lobbligo di spiegare
cosa significhi che non labbia mai fatto. Scrive la Ravera:

Mezza Italia sua, di Sua Emittenza. Anche se se ne andato dal governo. Loro
sono ancora l, ancora suoi sudditi. Televedenti e telepazienti. Un gregge16.

Bene: ma perch allora il centrosinistra non ha tolto a Berlusconi le sue


televisioni, non ha posto limiti quantitativi e qualitativi alla pubblicit, non ha creato
una televisione pubblica capace di informare seriamente, di trasmettere valori non
mercantili, di divertire senza volgarit e scemenze? Come si pu sostenere
simultaneamente che la forza di Berlusconi la cosa pi malefica, che si basa sul suo
potere televisivo, e che il centrosinistra, che non agisce contro quel potere,
devessere sempre e comunque appoggiato come unica barriera alla forza malefica di
Berlusconi?
Come si vede, il Buon Elettore di Sinistra deve semplicemente rinunciare alla
logica.
Cominciamo a tirare la conclusione dai ragionamenti svolti. Noi non crediamo che
il berlusconismo sia la massima sciagura. Crediamo che la massima sciagura sia un
capitalismo che, diventato onnipervasivo, fa sostituire in ogni sfera della societ il
privato al pubblico, la merce al servizio, la competizione alla solidariet, il potere
al merito. E non crediamo che la sinistra possa pi tornare ad essere quella
emancipatoria di un tempo, perch organica ai poteri forti di questo capitalismo, ed
quindi immodificabile.
Abbiamo per provato a fare lesperimento mentale di ammettere che il
berlusconismo sia la massima sciagura e la sinistra sia modificabile almeno nel senso
di arrivare a combatterlo sul serio, a reciderne le basi. Ebbene: proprio chi crede
questo dovrebbe negare il suo voto alla sinistra.
Per capire, proviamo a immaginare retrospettivamente uno scenario di pura
fantasia: alle elezioni del 1996 una parte significativa dellelettorato di sinistra non
d il suo voto alla coalizione di centrosinistra per punirla delle cortine fumogene
sparse sui temi sociali, dellappoggio dato ai provvedimenti antisociali di Ciampi e
Dini, e della scelta come suo leader di Prodi, nella cui biografia c lappartenenza
alla cordata clientelare di De Mita e la svendita del patrimonio pubblico dell Iri.
Questa parte dellelettorato, continuiamo a immaginare, o si astiene dal voto, oppure
vota Rifondazione Comunista, che allepoca, a differenza di oggi, non faceva parte
organica del centrosinistra, ma aveva stipulato con esso unintesa soltanto elettorale
(la famosa desistenza), e che allora aveva alle spalle, a differenza del resto della
sinistra, una ferma opposizione sia a Ciampi che a Dini (al costo di una scissione).
Ammettendo che la sinistra fosse migliorabile, era questo, e soltanto questo, lo
scenario in cui poteva essere migliorata.
Continuiamo ora a immaginare: Prodi perde le elezioni del 1996, ma si sa che le
ha perse per una defezione del popolo di sinistra che vuole pi sinistra nel
centrosinistra, e nellopposizione a Berlusconi cresciuta la forza di Rifondazione
Comunista. In questo scenario Berlusconi fa dopo il 1996 tutti i danni che in realt ha
fatto dopo il 2001, ma il centrosinistra si rigenera allopposizione, cambia i suoi
dirigenti, forse riesce a far cadere Berlusconi con le lotte sociali prima della
scadenza quinquennale, e quindi a fargli compiere meno danni di quelli che
effettivamente compir dopo il 2001, e comunque, nella peggiore delle ipotesi, lo
sconfigge in maniera definitiva dopo il quinquennio.
Conclusione: se un elettore di sinistra crede davvero che la sinistra sia
migliorabile, almeno nel senso di diventare rispettosa della legalit e coerentemente
antiberlusconiana, a maggior ragione deve non votarla quando si comporta come oggi
si comporta. Votandola sempre e comunque come male minore, non ottiene altro
risultato, ammettendo i suoi presupposti, che quello di far diventare il male minore
sempre meno minore, sempre pi simile al maggiore, e sempre pi anticamera del
maggiore.
Lo ha rivelato una volta, a una puntata della trasmissione Ballar, lo stesso
DAlema che, rivolgendosi ad Agnoletto che stava criticando il moderatismo del
centrosinistra, gli disse con un sorrisino sprezzante che il rischio per il centrosinistra
non era di perdere gli elettori che lo consideravano troppo poco di sinistra, ma di
perdere quelli che lo consideravano troppo poco di centro. DAlema aveva
certamente ragione.
Se ne rende conto, nel numero che stiamo considerando della rivista Micromega,
Marco Revelli, quando scrive che
il governo di centrosinistra convinto di poter utilmente sacrificare i propri
sostenitori pi fedeli, e le loro aspettative, proprio in forza della loro tenace
fedelt17.

La fedelt al centrosinistra, come quella di Lidia Ravera, concorre dunque, sulla


base dei presupposti medesimi con cui si giustifica a se stessa, a fare peggiore la
sinistra, a rendere il terreno sociale sempre pi fertile per il berlusconismo, e ad
ottenere, insomma, risultati opposti a quelli che si prefigge. Si tratta di una fedelt del
tutto irrazionale, e quindi anche priva di dignit. Essa ha perci bisogno, per
autorappresentarsi in maniera dignitosa, di caricare esclusivamente sul berlusconismo
quella povert intellettuale e morale del paese a cui non affatto estranea. Dice ad
esempio Ravera degli elettori di centrodestra che essi

vivono pensieri corti, si abboffano di scemenze () non hanno il senso dello


Stato18.

un quadro condivisibile, salvo per che nella credenza (essa stessa pensiero
corto) che vi stia dentro solo il popolo di centrodestra. Infatti, appena mezza pagina
dopo aver fatto questo quadro, la stessa Ravera scrive che il governo Prodi si
comportato bene con la legge finanziaria del 2007, perch

aumentando le tasse ai pi ricchi e diminuendole ai pi poveri, si mosso in una


direzione coraggiosa19.

Bene: questo discorso davvero un buon esempio di quella abboffata di


scemenze che circolata a proposito della cosiddetta finanziaria dellequit
(scemenze di cui facevano parte i manifesti con slogan del tipo Vuoi vedere che
lItalia cambia davvero? oppure Anche i ricchi piangano). Il popolo di
centrosinistra, che ha abboccato allamo della finanziaria che aumenta le tasse ai pi
ricchi, lo stesso che mesi o anni prima irrideva al popolo di centrodestra che
abboccava allamo del meno tasse per tutti.
Eppure, nellun caso e nellaltro, lillusionismo identico, e il Cavaliere del
Bengodi fiscale per tutti non meno immaginario di Prodi nei panni di un Robin Hood
che fa piangere i ricchi. La scemenza, in entrambi i casi, consiste nel dar credito a una
rappresentazione delle cose che non ha la bench minima corrispondenza nei fatti.
Vediamoli, allora, i fatti in questione.
Chi sono i pi ricchi in Italia? Coloro che hanno grosse ricchezze patrimoniali e
finanziarie.
E dunque ovvio che gli unici modi per aumentare le tasse ai pi ricchi sono
lintroduzione di unimposta patrimoniale sui grandi patrimoni e la fissazione di
aliquote fiscali pi alte sulle rendite finanziarie.
Sono forse questi i provvedimenti della finanziaria dellequit varata nel
dicembre 2006? Niente affatto.
Unimposta patrimoniale sui grandi patrimoni non stata neppure presa in
considerazione dal centrosinistra, perch, si dice, le imposte devono gravare sui
redditi, non sui patrimoni, dimenticando che sui piccoli patrimoni edilizi unimposta
patrimoniale c gi, ed lIci, che si paga persino quando lunica casa che si
possiede quella di abitazione, e dimenticando che un tempo unimposta patrimoniale
sui grandi patrimoni era ritenuta accettabile anche da ministri del Partito liberale (si
pensi a Marcello Soleri).
Per quanto riguarda le rendite finanziarie, alla fine le nostre aliquote sono rimaste,
con il centrosinistra, le pi basse dEuropa. Cos, mentre sui modesti salari operai e
stipendi impiegatizi si abbattono trattenute fiscali del 33%, dalle super-liquidazioni di
milioni e milioni di euro in titoli, riscosse dai manager, il fisco preleva soltanto il
12%.
Credere che la finanziaria per il 2007 abbia aumentato le tasse ai pi ricchi
dunque dar retta a una bufala di proporzioni berlusconiane, che toglie ogni diritto a
chi la avalla di considerarsi diverso dai berluscones. Le vere grandi ricchezze di
questo paese, quelle dei proprietari dei pacchetti azionari di controllo delle maggiori
imprese, delle societ finanziarie e assicurative, delle banche e dei manager di alto
livello, non sono state neppure scalfite20.
La rimodulazione delle aliquote sui redditi ha posto la pi alta - quella del 43% -
per i redditi di ogni grandezza al di sopra di una soglia, per cui paga il 43% sia un
reddito di centomila euro sia quello di un milione di euro o pi (nellepoca
democristiana i redditi elevatissimi pagavano il 51%!), ed ha operato una
redistribuzione degli oneri esclusivamente tra i redditi da lavoro. Lasciando intoccate
le grandi ricchezze, i redditi da lavoro pi alti sono stati gravati un pochino pi di
prima, quelli pi bassi un pochino meno di prima. Laumento delle imposte locali,
determinato dalla diminuzione dei trasferimenti operati dallo Stato (diminuzione fatta
prima da Berlusconi, sotto le severe critiche della sinistra, e poi da Prodi, sotto le
severe critiche della destra), toglie ai redditi pi bassi con una mano quello che era
stato loro dato con laltra.
Scrive ancora Ravera:

Credo che DAlema abbia () una storia di tutto rispetto e una caratura
intellettuale che gli avventizi del precedente governo non raggiungeranno mai21.

Dire questo di un personaggio che, con la famosa Bicamerale, voleva riscrivere la


Costituzione insieme a Berlusconi, che ha associato lItalia ai bombardamenti alla
Jugoslavia, che ha trescato con Cossiga per far cadere il governo Prodi, e del quale
Guido Rossi (non un moralista estremista) disse che sotto la sua presidenza Palazzo
Chigi era diventata lunica banca daffari dove non si parlava inglese, significa non
aver alcun senso dello Stato, proprio come i berluscones tanto disprezzati da Lidia
Ravera.

Possiamo tirare qualche conclusione da questo esame delle tesi che vengono
espresse da intellettuali di sinistra come Lidia Ravera o Furio Colombo. Appare
evidente come la scelta di votare sempre e comunque la sinistra, vista come il male
minore, rende il Buon Elettore di Sinistra sempre pi simile ai portatori di quel male
maggiore che egli crede di combattere, lo rende membro di un gregge contrapposto a
un altro gregge, persona che le beve tutte da una fonte contrapposta a chi le beve tutte
dalla fonte opposta, persona che interiorizza unimmagine costruita dalla societ delle
apparenze (per esempio DAlema come figura politicamente seria) contrapposto a chi
interiorizza altre apparenze (per esempio Berlusconi come imprenditore che deve i
suoi successi al suo lavoro).
Naturalmente, il Buon Elettore di Sinistra del quale finora abbiamo parlato
unastrazione idealtipica, che non esiste come tale nella realt: le persone reali
sono sempre pi complesse e imprevedibili di queste astrazioni. Le persone reali
possono avvicinarsi sempre di pi agli schemi, o al contrario allontanarsene, e sono
le scelte concrete che ciascuno fa a decidere in che direzione ci si muove.
Continuare a votare per le coalizioni di centrosinistra, mantenere un rapporto di
partecipazione emotiva rispetto alle loro vicende, significa, per linesorabile forza
delle cose, avvicinarsi sempre pi allo schema qui delineato di BES, di Buon Elettore
di Sinistra.
Se vogliamo cominciare a pensare a una forza politica che faccia vivere ci che
rimane valido degli ideali storici della sinistra, occorre rompere ogni legame,
organizzativo, elettorale, culturale, emotivo, con le coalizioni di centrosinistra.

Note

1 Daremo pi avanti altri esempi di questa necessaria mancanza di lucidit


intellettuale da parte del Buon Elettore di Sinistra.
2 M. Dinucci, Finanziaria a mano armata, in il manifesto, 20 nov. 2006. Il
complesso della spesa militare italiana prevista dalla Finanziaria di almeno 21
miliardi di euro.
3 Cfr. A. Venier, Il disastro di una nazione, Edizioni Ar, Padova 1999.
4 Cfr. Relazione Mediobanca sullo stato dellindustria italiana, 1989. Durante
la gestione di Prodi, liri ha realizzato utili per 9 miliardi. Questo a fronte di una
perdita patrimoniale, fonte di tali utili, di 1857 miliardi, che per non sono stati
contabilizzati, occultando la perdita netta derivante dalla privatizzazione.
5 Vedi la sentenza del giudice Casavola depositata il 15 dicembre 1988.
6 Sono stati infatti violati due articoli della Costituzione italiana, lart. 11 (lItalia
ripudia la guerra) e lart.78 (le guerre sono dichiarate da un voto del Parlamento).
7 Questo stato fatto dopo che la guerra alla Jugoslavia era gi iniziata. Ci
significa che la guerra alla Jugoslavia iniziata in violazione non solo della
Costituzione italiana, ma delle stesse regole Nato. Si veda M. Dinucci, Il nuovo
concetto strategico della Nato e la guerra dellEuropa contro lEuropa, in
Liberazione, 1 maggio 1999, e Geopolitica di una guerra globale, primo capitolo
del libro di A. Burgio-M. Dinucci-V. Giacch, Escalation. Anatomia della guerra
infinita, Deri ve Approdi, Roma 2005.
8 Si pensi ai bolscevichi che firmarono le condizioni durissime della pace di
Brest-Litovsk, come male minore rispetto alla disfatta totale.
9 Si badi bene: noi siamo convinti che le cose non stiano affatto cos. Quali
illegalismi pi gravi possono esserci di una guerra combattuta in spregio al dettato
costituzionale, di una brutale detenzione di massa senza reato n provvedimento
dellautorit giudiziaria, come quella degli immigrati nei Cpt, e di stretti legami tra
amministrazioni locali e gruppi camorristici? Ebbene: si tratta di illegalismi di cui la
sinistra porta piena responsabilit. Si veda, su questi temi, capitolo primo.
10 H. Arendt, citata in Micromega, n. 10, dicembre 2006, p. 1.
11 Ibid., pp.13-17.
12 E nel 2011, o prima, se ci saranno elezioni anticipate.
13 L. Ravera, op. cit., p. 13.
14 Ibid.,p. 14.
15 F. Colombo, Una delusione senza alternative, in Micromega n. 10, cit., p.
19.
16 L. Ravera, op. cit., p. 13.
17 M. Revelli, Beati costruttori di socialit critica cercasi, in Micromega n. 10,
dicembre 2006, pp. 39-42.
18 L. Ravera, op. cit., p. 14.
19 Ibid.
20 E si possono immaginare le grasse risate dei veri ricchi alla vista dei
demenziali manifesti con lo slogan Anche i ricchi piangano.
21 Ibid., p. 13.
1. I POSTULATI DELLAZIONE POLITICA DELLE
FORZE DI GOVERNO

Se vogliamo che nasca e cresca quellarea sociale di persone capaci di speranza,


di lucidit intellettuale e di conoscenza dei fatti, che condizione necessaria per poter
pensare a una forza politica che combatta realmente i pericoli che ci stanno di fronte,
dobbiamo cominciare col fare chiarezza. E il punto di partenza per fare chiarezza
sullattuale situazione della politica (in Italia e nei paesi occidentali) il
comprendere che gli aspetti negativi delle politiche di destra e di sinistra non
dipendono da limiti culturali, morali, umani dei politici di destra e di sinistra (limiti
che pure vi sono e sono evidenti, sintende): dipendono invece, pi nel profondo,
dallaccettazione, comune a destra e sinistra, del capitalismo assoluto a dominanza
imperiale statunitense e dei vincoli che questo comporta.
Chiamiamo capitalismo assoluto quello che nella pubblicistica corrente viene
indicato come capitalismo neoliberistico o capitalismo globalizzato,
contrapposto al capitalismo keynesiano-fordistico che ha caratterizzato il mondo
occidentale nel trentennio seguito alla Seconda guerra mondiale 22 . Il capitalismo
assoluto produce una propria ideologia, che stata denominata pensiero unico
perch non ammette alternative, o, pi appropriatamente, pensiero zero, perch
laccettazione totalizzante e non-pensante di tutti i risultati del sistema economico
vigente. Essa si basa su una serie di postulati la cui accettazione, da parte di destra e
sinistra, emerge con chiarezza esaminando ci che concretamente fanno le diverse
forze politiche, quando si trovano al governo.

Primo postulato. Il lavoro pu essere tutelato solo entro i limiti della


convenienza aziendale

Si tratta di un postulato doppiamente devastante della vita sociale: in primo luogo


perch le convenienze aziendali oggi, dopo il tramonto dellepoca keynesiano-
fordistica, sono tali da esigere una spoliazione dei diritti del lavoro distruttiva di
esistenze e persone su scala di massa; in secondo luogo perch esso non viene mai
esplicitamente dichiarato, ma viene agito in maniere fraudolente e confondenti.
Lavoro senza diritti per antonomasia il lavoro precario. I contratti di lavoro
precario sono contratti con licenziamento incorporato a data prefissata e possibile
riassunzione dopo quella data. Essi tolgono quindi al lavoratore i diritti che maturano
con laccumulo di anni di continuit del lavoro, tanto che talvolta servono alle aziende
proprio per sottrarsi al riconoscimento di quei diritti, spezzando un rapporto di lavoro
sostanzialmente continuativo attraverso cessazioni di rapporti e loro ricostituzioni con
nuovi contratti. Tolgono inoltre al lavoratore, di fatto, i diritti sindacali riconosciuti
dalla Costituzione, perch chi li esercitasse non troverebbe pi lavoro dopo la
scadenza, a breve termine, del suo contratto. Cos, di fatto, i lavoratori precari non
possono scioperare quando scioperano gli altri lavoratori del loro settore. Ma
addirittura, per il medesimo ricatto della perdita del lavoro, non possono esprimere le
loro opinioni. Si sar notato che quando qualche coraggioso (e rarissimo) programma
televisivo intervista i lavoratori precari sulle loro condizioni di lavoro, deve renderli
irriconoscibili, come se si trattasse di individui sotto minaccia mafosa o terroristica.
Essi sono dunque spogliati non soltanto dei diritti sindacali, ma, in parte, degli stessi
diritti civili. Non necessario aggiungere quel che tutti sanno, cio che queste persone
hanno grandi, e spesso insormontabili, difficolt nel progettare convivenze,
matrimoni, generazioni di figli.
Il lavoro precario, insomma, costituisce una forma di emarginazione sociale, che
compromette la cittadinanza e svilisce la nazione. Alla fine del 2006 risultano in Italia
quattro milioni di lavoratori precari, un milione e mezzo dei quali tali da oltre un
decennio. Se a loro si aggiungono i famigliali, sui quali ricadono i danni della loro
condizione, risulta che larea coinvolta nel precariato contiene attorno al 20% della
popolazione italiana. Un male gigantesco, dunque, destinato, senza un intervento
politico di contrasto, a peggiorare ancora man mano che verranno meno le pensioni
dei padri vissuti di un lavoro regolare, che ora sorreggono le basse e intermittenti
retribuzioni dei precari, e man mano che i precari si ritroveranno, arrivati allet
pensionabile, con pensioni letteralmente di fame.
Sul programma di governo di legislatura presentato dallUnione di centrosinistra
per le elezioni del 2006 c scritto (a p. 53): per noi la forma normale di
occupazione il lavoro a tempo indeterminato.
Si tratta di un inganno in tutto e per tutto degno del contratto con gli italiani di
Berlusconi nella legislatura precedente. Linganno traspare gi nel programma stesso,
perch, poche righe appena dopo la frase citata, si dice:

proponiamo che le tipologie di lavoro flessibile siano numericamente contenute e


siano cancellate quelle pi precarizzanti, come il job on cali, lo staff leasing e il
contratto di inserimento. Per quanto riguarda il lavoro a progetto () puntiamo ad
eliminarne lutilizzo distorto.

Non si propone, dunque, labrogazione della legge 30 del 2003 (legge Biagi o
Maroni che dir si voglia) - un passo indispensabile se si volesse davvero fare del
lavoro a tempo indeterminato la forma normale di occupazione - ma si propone
soltanto di eliminarvi le tipologie pi precarizzanti. Tale proposta rivela la sua
natura truffaldina nella precisazione di quali siano le tipologie di contratto da
eliminare perch troppo precarizzanti: vengono indicati infatti proprio i tre tipi di
contratto che le aziende non hanno trovato conveniente utilizzare (la loro
denominazione in inglese aiuta a non far capire di cosa si tratti)23.
La grande riforma legislativa proposta dal centrosinistra per contrastare la
precariet del lavoro si risolve dunque nel mantenimento della legge-madre della
precarizzazione, la legge 30 varata nel 2003 dal centrodestra (in barba alla presunta
alternativit programmatica fra destra e sinistra), eliminandovi, fra le numerosissime
possibilit che essa offre ai padroni di precarizzare il lavoro, quelle di cui i padroni
non si sono quasi avvalsi, e che dunque, di fatto, gi non esistono.
Per quanto riguarda il lavoro a progetto, che rappresenta il modello archetipo
della trasformazione della realt di un lavoro dipendente continuativo nellapparenza
giuridica di un lavoro indipendente a termine, molto pi conveniente per le aziende
(come si vede nei call-center), il programma dellUnione propone, come si visto, di
eliminarne luso distorto. Si tratta di una delle tante fumisterie verbali con le quali
il ceto politico di centrosinistra maschera la propria totale acquiescenza ai dettami
del capitalismo assoluto. Infatti, il contratto di lavoro a progetto concepito apposta
per non riconoscere, mascherandolo, il rapporto di lavoro continuativo, ovvero per
essere utilizzato in modo distorto.
Se dunque lUnione avesse voluto veramente eliminare lutilizzo distorto del
lavoro a progetto, avrebbe dovuto semplicemente prevedere la soppressione di questa
tipologia. Prevedendone invece il mantenimento mostra, a chi vuole intendere, che le
parole sulleliminazione del suo utilizzo distorto sono parole ingannatrici, che non
mirano ad alcun superamento della precariet.
Fin qui il programma dellUnione. Se dal programma passiamo a considerare i
fatti del suo governo, emergono altri elementi a conferma del postulato cui anche il
centrosinistra, come il centrodestra, si attiene, e cio che la tutela pubblica oggi non
riguarda pi un nucleo di diritti minimi del lavoro, ma esclusivamente il potere
dellazienda di utilizzare il lavoro in funzione del proprio profitto.
Nel periodo iniziale del governo Prodi, ispettori ministeriali rilevano che Atesia,
la pi grande azienda italiana di call-center, tiene sotto contratto di lavoro a progetto
lavoratori che si trovano nella realt delle cose in una condizione di lavoro
subordinato continuativo. Nulla di cui stupirsi, perch, come gi si detto, quella di
lavoro a progetto una tipologia contrattuale la cui ragion dessere proprio di
mascherare il lavoro subordinato continuativo per togliere alle aziende gli oneri che
ne deriverebbero. Dal punto di vista giuridico, per, non trattare come lavoro
subordinato quello di individui che stanno ai telefoni nellorario stabilito
dallazienda e secondo le indicazioni dellazienda, configura una violazione di legge.
Lazienda, dunque, sarebbe tenuta, secondo il diritto civile, a farsi carico, nei
confronti dei lavoratori utilizzati contra le gem, degli oneri ai quali si illecitamente
sottratta, tanto pi che la legge violata la legge stessa che consente contratti di
lavoro precario, e che la violazione non stata denunciata da forze politiche o
sindacali ostili alleconomia di mercato, ma formalmente constatata da un organo
dello Stato nellesercizio della sua specifica funzione. Succede invece unenormit: in
cambio della trasformazione dei contratti di lavoro a progetto (non di tutti, perch
alcuni, distinti secondo un criterio risibile, rimangono a progetto) in contratti di
lavoro subordinato, cio in cambio di nulla pi di quanto richiesto dalla pura e
semplice legalit, lazienda si vede concessa la sanatoria integrale per tutti gli
obblighi pregressi non adempiuti, sia dal ministro Damiano, per decreto, sia dai
sindacati confederali per accordo contrattuale.
come se un cittadino, avendo usato per anni energia elettrica ottenuta da un
allacciamento abusivo, senza pagare alcuna bolletta, si vedesse condonato ogni debito
alla sola condizione dimpegnarsi a pagare regolarmente, da allora in poi, il proprio
consumo di energia elettrica. chiaro che una simile decisione sarebbe un invito
sostanziale a non pagare le bollette: se non rischio niente a non pagarle, e il peggio
che mi pu capitare se mi scoprono di iniziare a pagarle, mi conviene ovviamente
non pagarle. Allo stesso modo, una risoluzione come quella adottata nel caso
dellAtesia un chiaro invito ai padroni a infrangere la legge, in totale contraddizione
con le chiacchiere sul contrasto agli usi distorti della legge stessa.
Fare paragoni come questo del pagamento delle bollette importante, perch aiuta
a capire come ci che (giustamente) impensabile concedere a un normale cittadino
viene normalmente concesso a quel cittadino speciale che il padrone o lazionista di
unazienda privata. Il signor Tripi, padrone di Atesia, pu ottenere esenzioni da
obblighi di legge che sono obblighi non-eludibili per il cittadino normale.
Perch succede questo? Perch ci che la nostra organizzazione sociale rispetta al
di sopra di ogni altra istanza la convenienza aziendale, alla quale sono subordinati i
diritti del lavoro e della persona umana. Si dir che ci inerente alla sostanza
sociale del capitalismo, e che sempre stato cos nella storia del capitalismo. Ma ci
non vero, o meglio, non lo in questa forma estrema. Il modo di produzione
capitalistico ha certamente una sua logica precisa, e le varie formazioni sociali
concretamente esistenti nella storia che lo hanno come propria base non possono
sfuggire a tale logica. Ma sono diversi i gradi nei quali il modo di produzione
capitalistico riesce a pervadere le varie concrete formazioni sociali capitalistiche.
Nella fase key-nesiano-fordistica, la fase del Welfare State, mercato e nazione,
azienda e Stato, hanno mantenuto almeno una reciproca autonomia funzionale. Ci ha
significato che la legislazione statuale, pur corrispondendo, nel suo complesso e in
ultima istanza, alle esigenze fondamentali dellaccumulazione di plusvalore, ha
mantenuto almeno la forma, che in certe sue specificazioni particolari stata anche
sostanza, delluniversalismo della cittadinanza.
Si costituito in tal modo il diritto del lavoro, connesso, in Italia, al dettato
costituzionale. Per capire questa connessione, leggiamo alcuni articoli della
Costituzione.

Articolo 32: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto


dellindividuo e interesse della collettivit.
Articolo 36: Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla
quantit e qualit del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a s e alla
sua famiglia una esistenza libera e dignitosa. Articolo 41: Liniziativa economica
privata libera. Non pu svolgersi in contrasto con lutilit sociale o in modo da
recare danno alla sicurezza, alla libert, alla dignit umana.

Ora, rapporti di lavoro determinati su base puramente contrattuale non potrebbero


mai essere conformi a queste norme costituzionali, perch in una formazione sociale a
struttura capitalistica c sempre sia un forte squilibrio di potere tra le parti
contraenti, a vantaggio del datore di lavoro, sia una finalit esclusivamente mercantile
da parte di costui. Se dunque questa situazione di fatto fosse lasciata esprimersi nella
sua spontanea tendenzialit, la salute, la sicurezza, la libert e la dignit del
lavoratore sarebbero inevitabilmente sacrificate alla necessit di sopravvivenza del
lavoratore stesso, che, debole di fronte alla propria controparte contrattuale,
dovrebbe accettare, per sopravvivere, tutte le sue condizioni. Il legislatore dellepoca
keynesiano-fordistica ha perci posto una cintura normativa statuale a protezione di
quei valori costituzionalmente garantiti (salute, sicurezza, libert e dignit del
lavoratore) che la pura contrattazione non avrebbe mai ottenuto. Questa cintura
normativa stata il diritto del lavoro.
Il diritto del lavoro non ha, certamente, mai universalizzato di fatto la tutela
costituzionale del lavoro, e neanche ci andato vicino, perch comunque, in una
formazione sociale a struttura capitalistica, il datore di lavoro dispone di un vasto
arsenale di armi per comprimere, in pratica, i diritti riconosciuti al lavoratore, in
teoria. per indubbio che il diritto del lavoro abbia posto un freno alla brutalit
dello sfruttamento, e abbia reso meno difficile per la lotta dei lavoratori, nei periodi
in cui c stata, il miglioramento della loro condizione sociale. Il diritto del lavoro ha
inoltre tenuto vivo il principio che il lavoratore non pu essere considerato soltanto
un mezzo per la produzione del profitto aziendale, come il capitalismo impone, ma
devessere considerato anche come persona, e deve quindi essere tutelata anche la sua
vita personale.
Quando per, negli ultimi decenni, il capitalismo diventato assoluto, creando
societ di mercato nelle quali non c alcuna istituzione che abbia una logica diversa
da quella aziendalistica, allora, e soltanto allora, la convenienza aziendale diventata
lunico criterio regolatore della vita associata.
Il diritto del lavoro, a questo punto, morto. I giuslavoristi che hanno accettato di
categorizzare il lavoro flessibile hanno inconsapevolmente distrutto la loro stessa
disciplina. La legge 30 ha moltiplicato a tal punto le tipologie possibili di contratto di
lavoro da far s che ogni azienda vi trovi la configurazione dei rapporti che vuole
imporre ai propri dipendenti. Ci significa, di fatto, una determinazione dei rapporti
di lavoro su base puramente contrattuale, vale dire sulla base dellimposizione della
parte contrattualmente pi forte, il padrone dellazienda, alla parte contrattualmente
pi debole, il lavoratore. Ma se il rapporto di lavoro viene ridotto, attraverso
limposizione contrattuale, a mero strumento del profitto aziendale, non esiste pi una
cintura normativa che tuteli la persona del lavoratore, e che assicuri, nei suoi
confronti, il rispetto dei valori costituzional-mene garantiti, ovvero non esiste pi un
diritto del lavoro nel senso proprio del termine.
La sinistra, avendo accettato di adattarsi allevoluzione dellorganizzazione
sociale in direzione del capitalismo assoluto -perch soltanto inscrivendosi in tale
contesto ha avuto lopportunit di governare (cio gestire le condizioni sociali create
dal meccanismo economico) - ha dovuto assumere la convenienza aziendale come
principio assoluto cui tutto il resto, dai diritti dei lavoro al tenore di vita dei
lavoratori, dal valore della persona umana al rispetto delle disposizioni
costituzionali, risulta poi strumentale e subordinato.
Latteggiamento della sinistra nei confronti del lavoro precario che affligge la
nostra societ non che una conseguenza di questo postulato.
Il postulato, come si gi detto, non viene mai esplicitamente affermato, ma viene
agito senza essere dichiarato, o addirittura dichiarando il contrario. Non si trova
nessuno, a sinistra come a destra, disposto a sostenere pubblicamente che le
condizioni di vita dei lavoratori, la loro possibilit di progettarsi un futuro, la loro
dignit personale, la loro stessa salute fisica, non valgono nulla a fronte delle
convenienze aziendali. A parole, anzi, sono tutti orientati a far cessare, prima o poi, la
precariet del lavoro e della vita personale dei lavoratori. Se nessuno la vuole, non si
capisce per da dove questa precariet sia venuta fuori, e perch si sia allargata a
dismisura. Coloro che si dichiarano impegnati a promuoverne il superamento non
danno alcuna seria spiegazione della sua origine e, quando passano dalle parole ai
fatti, la contrastano entro i limiti delle convenienze aziendali, ovvero non la
contrastano affatto, perch convenienza aziendale che la precariet rimanga.
Intanto la vita, e non soltanto la vita lavorativa, di coloro che hanno
unoccupazione precaria, continua ad essere devastata dalla precariet. Alcuni di
loro, quelli la cui precariet era stata regolata dalla legge Treu del 1997 (opera del
primo governo Prodi, e votata da tutto il centrosinistra, Rifondazione compresa), e che
erano riusciti a trovare un lavoro, sia pure precario, soltanto dopo let giovanile, si
stanno avvicinando al momento in cui saranno i primi pensionati del lavoro precario,
con pensioni che, ben che vada, saranno il 30% del minimo contrattuale. Infatti con la
riforma pensionistica che ha introdotto il sistema contributivo al posto di quello,
garante della civilt della cittadinanza e della solidariet tra le generazioni, chiamato
retributivo, e con i contributi necessariamente intermittenti versati dal lavoratore
precario, non possono esserci che pensioni di miseria. Questi nuovi pensionati della
precariet, perci, non potranno sostenere con le loro pensioni la vita precaria dei
loro figli, come i loro padri hanno fatto con loro.
Il permanere della precariet del lavoro indica quindi una vera tragedia sociale.
Lipocrisia parolaia dei politici di destra e di sinistra perci insopportabilmente
immorale e crudele. Parlando di una loro propensione a superare il precariato, che
non possono autenticamente avere in quanto il loro potere vincolato alla loro
accettazione del postulato della convenienza aziendale, si comportano come chi
dicesse continuamente a minatori intrappolati in una galleria del sottosuolo che si sta
per venire a liberarli, e non facesse mai iniziare i lavori per andarli a liberare.
stato giustamente osservato che se il governo Prodi avesse avuto intenzione di
affrontare la tragedia sociale del lavoro precario, lo avrebbe fatto con una legge
generale sul lavoro nei suoi primi cento giorni, e che se la sinistra cosiddetta radicale
avesse voluto una simile legge, si sarebbe comportata come la destra leghista riguardo
alla devolution che Berlusconi recalcitrava a varare: cio ne avrebbe fatto questione
di sopravvivenza del governo.
La tragedia sociale del lavoro riguarda oggi non soltanto la sua precariet, ma
anche il suo stragismo. Morti e feriti nel lavoro non fanno che crescere dal 1998. Nel
2005 il lavoro ha fatto 1250 morti e 5500 invalidi permanenti. Il 2006 sta, al momento
in cui scriviamo, nella stessa media, con tre morti al giorno. Morti che non hanno le
autorit civili e religiose ai loro funerali come i militari professionisti morti nei paesi
che andiamo ad occupare a rimorchio degli Usa. Il presidente Napolitano, che a
parole si indigna per il numero impressionante di morti e feriti del lavoro, non
soltanto parla del male senza indicarne i colpevoli, non soltanto non sollecita la
politica, con un messaggio alle Camere, a fare subito qualcosa di concreto per
interrompere la tragedia, ma anche in prima fila nel malcostume di celebrare
solennemente i militari professionisti caduti in missione, senza essere mai neanche
andato al funerale di un caduto sul lavoro. Il disvalore simbolico di tutto questo
mostra con plastica evidenza come destra e sinistra abbiano cancellato insieme, nei
fatti, la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, senza bisogno di abrogazioni
formali.
Larticolo 1 della Costituzione dice che lItalia una Repubblica fondata sul
lavoro. Larticolo 11 dice che lItalia ripudia la guerra, specificando che la guerra
ripudiata non soltanto quella di conquista, ma anche quella usata come mezzo per
risolvere le controversie internazionali. Se teniamo presenti questi due articoli, e
vediamo il Presidente della Repubblica chiamare di pace le missioni di guerra24,
celebrare i militari che, non essendo di leva, e non facendo obiezioni ai nuovi modi in
cui sono impiegati, hanno scelto la guerra come professione, e disertare ogni funerale
di morti sul lavoro, ci apparir evidente come lItalia sia ormai fuori dalla sua
Costituzione.
La Repubblica di luned 27 novembre 2006 ha ospitato un articolo del sociologo
Luciano Gallino, sempre rigoroso nelle sue analisi e sobrio nelle valutazioni, in cui si
dice:

Il permanere degli incidenti sul lavoro su quote elevatissime () uno scandalo


che non ha attenuanti () perch in merito alla causa degli incidenti si sa quasi tutto.
La frammentazione pianificata dei processi produttivi in imprese sempre pi piccole,
collegate da lunghe catene di esternalizzazioni e subappalti, diminuisce
progressivamente la sicurezza, e in molti casi la rende tecnicamente inattuabile.
Lelevato numero di datori di lavoro che reclutano masse di lavoratori in nero un
altro fattore che fa venire meno il tempo e la stabilit delloccupazione indispensabili
alla formazione della sicurezza. Allo stesso effetto operano i contratti di lavoro
atipici, specie quelli della durata di pochi mesi (). Un fattore che incide nel
mantenere elevato il tasso di incidenti sul lavoro la perenne carenza degli ispettori
in servizio effettivo presso il ministero, lInail e le Asl.

Un governo che volesse davvero spezzare la tragica catena delle morti sul lavoro
potrebbe dunque farlo con pochi e rapidi provvedimenti: limiti drastici alle
esternalizzazioni e ai subappalti, divieto di stipulazione di contratti di lavoro a
scadenza breve, aumento immediato e consistente degli ispettori e dei controlli.
Sullo stesso giornale dello stesso giorno in cui Gallino spiega queste cose
elementari, compare unintervista in cui si chiede al Ministro del Lavoro Damiano
cosa intenda fare perch sul lavoro non si continui a morire. Egli risponde:

Penso ad una grande campagna di sensibilizzazione. Penso in particolare ad un


canale digitale terrestre della Rai-Tv dedicato alla sicurezza del lavoro. Penso a
rubriche di informazione.

E poi? chiede lintervistatore a Damiano. Il ministro risponde:

Poi stiamo pensando a un numero verde del Ministero del lavoro dedicato
esclusivamente ai problemi della sicurezza.

E, alludendo a una sua visita ad un liceo artistico di Firenze i cui studenti avevano
disegnato materiali sul lavoro che uccide, aggiunge:
Ecco, credo che quelliniziativa debba essere estesa a tutti i licei artistici
italiani. I manifesti e gli spot realizzati dagli allievi dovrebbero essere stampati e
trasmessi anche in Tv.

Se il lettore pensa che abbiamo riportato, per sbaglio, il pezzo di un giornale


satirico, si ricreda. Queste ricette per combattere i morti sul lavoro, dal numero verde
presso il Ministero ai manifesti dei licei artistici, sono comparse davvero su La
Repubblica, nello stesso numero del giornale in cui Gallino spiega gli effetti
devastanti delle esternalizzazioni, dei subappalti e dei contratti a termine, e sono state
proposte non da un burlone di passaggio, ma dal Ministro del lavoro della Repubblica
italiana.
Tutto ci rivela in maniera chiarissima la realt del postulato dalla cui
enunciazione abbiamo preso le mosse. Per essere ammessa nellarea di governo, una
forza politica deve accettare che la tutela del lavoro sia sempre subordinata alla
convenienza aziendale. Ma, nellepoca del capitalismo assoluto, la convenienza
aziendale esige una continua compressione del costo del lavoro, in cui incluso il
costo della sicurezza del lavoro, cio il costo dei dispositivi e dei tempi della
sicurezza. anche per eludere questultimo genere di costo che le aziende appaltatrici
di opere ne subappaltano tutti i possibili segmenti. La logica del capitalismo assoluto
riduce quindi drasticamente la sicurezza del lavoro, non soltanto in Italia, ma in tutto
il mondo, in misura maggiore o minore a seconda della posizione di ciascun paese
nella divisione internazionale del lavoro. Accettare questa logica, cio subordinare la
tutela del lavoro dal punto di vista della sicurezza alla convenienza aziendale,
significa accettare, quindi, che di lavoro si muoia ogni giorno.
La sinistra, che ha accettato, per poter accedere al potere governativo, di
muoversi esclusivamente entro le compatibilit del capitalismo assoluto, non pu
quindi prendere alcun provvedimento serio per fermare la strage. E infatti non lo
prende ma, sullargomento, macina parole a vuoto. Dice che la strage quotidiana sul
lavoro intollerabile, e la tollera benissimo. Produce chiacchiere, anche
presidenziali, al posto dei fatti. E chiacchiere intermittenti, che erompono allorch
qualche incidente sul lavoro ha caratteristiche tali di visibilit che rendono
impossibile ignorarlo (crolla un passante, esplode un deposito ecc.), e che sono
seguite, quando e finch gli incidenti rimangono strettamente e normalmente
individuali (come quelli degli operai delledilizia che cadono dalle impalcature), da
un silenzio vergognoso.
La sinistra detta (impropriamente) radicale, a differenza di quella detta (ancor
pi impropriamente) riformista, sul problema delle stragi sul lavoro solitamente
non spara chiacchiere a vuoto, ma dice cose che hanno significato, mettendo anche a
fuoco il nesso tra politiche neoliberistiche e mancata tutela della sicurezza del lavoro.
Senonch una forza politica di governo non pu limitarsi a dirle, tali cose: deve far
seguire alle parole i fatti, se vuole che si possa credere alle parole. I governi di
centrosinistra non hanno fatto mai nulla (come, ovviamente e a maggior ragione, i
governi di centrodestra) di ci che sarebbe sufficiente per farla finita con le stragi sul
lavoro. Ma mai la sinistra radicale ha minacciato di far cadere un governo di
centrosinistra in assenza dei provvedimenti necessari a garantire la sicurezza del
lavoro. Il motivo di tanta mancanza di determinazione stato, almeno a sentire le
giustificazioni ufficiali, sempre lo stesso: un governo di centrosinistra non si sarebbe
dovuto comunque far cadere, perch altrimenti sarebbe tornato Berlusconi.
Che un argomento simile possa essere quasi universalmente accettato dal popolo
di sinistra testimonia del decadimento dellintelligenza collettiva e della verit di
quanto dicevamo nellintroduzione: solo attraverso una radicale rottura col mondo
della sinistra possibile riaprire uno spazio di lucidit politica. Perch mai, infatti,
dovrebbe essere terribile un governo Berlusconi o comunque della destra? Perch si
suppone (giustamente) che potrebbe avallare cose terribili. Come, ad esempio, una
situazione in cui muoiono tre persone al giorno sul lavoro, perch il lavoro non viene
tutelato sul piano della sicurezza (oltre a non essere tutelato sugli altri piani). Ma se le
stesse cose terribili le avalla la sinistra, non c la minima razionalit nel volere che
essa mantenga il governo per evitare che lo prenda Berlusconi.
Chi sottovaluta il fatto che la sinistra non fa nulla per fermare la strage, il fatto che
le morti sul lavoro non siano state ridotte al minimo nei primi tre mesi dei suoi
governi (i primi tre mesi del 1996, i primi tre mesi del 2006), mostra di non avere n
sensibilit politica n sensibilit umana. Non-sensibi-lit politica, perch fermare la
strage sul lavoro non rivoluzione, non riforma, non politica radicale,
semplicemente legalit e rispetto per la Costituzione. Non-sensibilit umana, perch
che si muoia quotidianamente sul lavoro, e si muoia per mancanza di quei
provvedimenti da tempo risaputi come capaci di interrompere la strage, dovrebbe
suscitare un ribrezzo morale verso tutte quelle forze politiche, di destra e di sinistra
(cio proprio tutte quelle presenti in Parlamento) che consentono tale situazione.
Daltra parte non c da meravigliarsi di questa situazione. Chi determina
realmente la politica dei governi di centrosinistra sono le forze che fanno capo ai
Fassino, ai Rutelli, ai DAlema, agli Amato, ai Bersani, ai Parisi, e che sono
organicamente collegate al grande capitale finanziario. Ma il grande capitale
finanziario prospera oggi entro la cornice del cosiddetto (impropriamente)
neoliberismo, in cui la crescita economica svuota il lavoro di ogni diritto. I governi
di centrosinistra sono dunque necessitati, come per altri condizionamenti quelli di
centrodestra, a mantenere il lavoro privo di diritti. La cosiddetta sinistra radicale,
perci, una volta accettata la partecipazione leale al centrosinistra, risulta, come
Prodi ha giustamente detto allinizio del suo governo a un giornale tedesco, innocua
e folkloristica. Daltra parte la ragione di questa partecipazione non la paura di
Berlusconi, ma la paura di perdere le poltrone istituzionali e i finanziamenti, la
visibilit e i privilegi che esse assicurano, senza cui oggi nessun partito sa pi fare
politica.

Secondo postulato. Limmigrazione si pu governare solo senza mettere in


questione il nuovo lavoro senza diritti

Limmigrazione non il male che taluni propagandano, come se fosse la sorgente


prima dello spaccio di droga, del dilagare della prostituzione, della delinquenza di
strada, persino di pericoli terroristici, e a cui si dovrebbe rispondere con la
blindatura delle frontiere e la repressione.
I dirigenti leghisti, e in genere delle varie destre, che trasmettono questa immagine
dellimmigrazione, fanno irresponsabilmente circolare falsit, e falsit generatrici di
vere e proprie crudelt. E vero che costoro si dicono sostenitori del pugno duro non
verso gli immigrati come tali, ma solo contro quelli clandestini, che violano la legge e
portano perci delinquenza, mentre ostentano benevolenza e dispensano elogi agli
immigrati regolari, che lavorano, pagano le tasse e si comportano onestamente.
Senonch questa duplicit di atteggiamento lascia credere al popolo cui trasmessa
che la clandestinit sia una scelta dellimmigrato refrattario alla legalit e non
disposto a vivere onestamente come il buon immigrato regolare.
Viene cos indotta una credenza dagli effetti socialmente devastanti, in quanto
porta a fare dellimmigrato clandestino un vero e proprio capro espiatorio, e che si
diffonde nella popolazione, nonostante il fatto che chiunque abbia un minimo di
conoscenze (ma la maggioranza della popolazione non le ha) sappia che
completamente falsa. La clandestinit dellimmigrato non infatti una sua scelta, ma
gli imposta da una legislazione che stabilisce per limmigrazione legale condizioni
pressoch impossibili a realizzarsi. Gli immigrati regolari non sono stati tali dal
momento in cui sono entrati nel nostro paese, ma vi sono entrati come clandestini, e
sono riusciti successivamente a regolarizzarsi. La clandestinit dellingresso nel
nostro paese, insomma, voluta non dallimmigrato, ma dalla nostra legge25.
Chiariremo tra poco il senso vero di una legislazione allapparenza demenziale,
perch vuole limmigrazione, ma la rende illegale, salvo poi legalizzarla in un
momento successivo. Qui interessa chiarire che colpevolizzare, agli occhi di una
popolazione in larga misura priva di adeguata strutturazione morale, limmigrato
clandestino per via della sua clandestinit, uninfamia che finisce per essere di
supporto ad ogni sorta di angherie e vessazioni. Ne nasce la richiesta di risposte
repressive alla presunta piaga della clandestinit, fatta apparire, come si detto, fonte
di ogni genere di delinquenza. Non si comprende, in tale ottica, n che il contributo
degli immigrati clandestini alla devianza sociale indotto dalla legge che, volendoli
clandestini, riduce le loro possibilit di guadagnarsi da vivere con il lavoro, n che i
meccanismi di canalizzazione dellimmigrazione resa clandestina sono i meccanismi
dellillegalismo del nostro Paese, preesistenti al fenomeno dellimmigrazione. Le
risposte repressive sono cattive nel triplice senso di socialmente destrutturanti,
umanamente crudeli e praticamente inefficaci.
Limmigrazione non per neanche quel bene propagandato dai laudatori della
societ multiculturale. Si dice che la molteplicit delle culture portate dai diversi
flussi migratori una ricchezza spirituale per il paese che li accoglie. Non sempre
vero, e non lo nei nostri tempi. Non mancano, certo, esempi storici di immigrazioni
che hanno davvero prodotto grandi arricchimenti culturali. Basti pensare al Regno di
Sicilia dellepoca di Federico II, sintesi statuale di immigrazioni greche, arabe e
normanne, ciascuna delle quali diede uno specifico contributo al suo grande
splendore26.
Un esempio opposto per quello della moderna Argentina, una paese nato, si
pu dire, dallimmigrazione. I vari flussi migratori della seconda met dellOttocento
e dellinizio del Novencento, distinti, secondo le regioni di provenienza, in asturiani,
baschi, calabresi, friulani, galiziani, hannoveriani, piemontesi, pugliesi, pomerani, non
si sono integrati n con i nativi castigliani n tra loro. I nativi castigliani hanno
formato loligarchia latifondista della pampa; i meticci (figli di indios e di castigliani)
hanno fatto i gauchos della pampa; gli asturiani hanno colonizzato la Patagonia, talora
arricchendosi; i baschi sono diventati contadini della provincia di Buenos Aires;
galiziani, piemontesi e hannoveriani hanno formato, soprattutto a Buenos Aires, il ceto
medio urbano; altri tedeschi e soprattutto italiani hanno costituito il primo
proletariato. Questa etnicizzazione dei ruoli sociali e degli insediamenti geografici ha
fatto dellArgentina dellepoca un paese frammentato in gruppi reciprocamente
estranei, attraversato da impulsi di terribile violenza, spesso in mano a dittatori che
pensavano soltanto ad avvantaggiare i gruppi da cui provenivano, ignorando e
calpestando i diritti degli altri27.
Allinizio del Novecento, il dittatore Roca, pur governando un paese a bassissima
densit di popolazione (solo 6 milioni di abitanti in un territorio sette volte pi esteso
dellItalia) va ad operare, nellinteresse esclusivo dei proprietari castigliani, la
cosiddetta Conquista del Deserto, cio di una regione ancora abitata dagli indios,
che vengono sterminati. Il cosiddetto quindicennio democratico, in cui governa il
Partito radicale di Irigoyen (1916-1930), vede significativi progressi nel
funzionamento delle istituzioni statali, che interessano per soltanto gli ambienti
urbani, dei cui ceti medi i radicali sono espressione. La piccola borghesia rurale, i
contadini, i gauchos, il nascente proletariato di fabbrica, non sono mimimamente
tutelati, poich i radicali al governo provengono da un ceto del tutto estraneo a tali
gruppi. Socialmente isolato, il presidente Irigoyen facilmente destituito da un colpo
di stato militare quando la crisi economica mondiale falcidia i redditi degli
agroesportatori.
Ne seguono le feroci dittature di Uriburu e di Justo, che sono laltra faccia della
medaglia delle molteplici spaccature interne di un Paese privo di una sua identit: i
suoi ceti popolari parlano diversi dialetti spagnoli ed italiani, i suoi intellettuali
leggono libri francesi e scrivono in francese, i proprietari delle sue infrastrutture sono
inglesi, le sue scuole non sono nazionali, ma private espressioni dei diversi gruppi.
Solo il decennio di Pern (1945-1955) riesce a far sentire argentini i proletari
italiani, i contadini baschi, gli asturiani della Patagonia, i gauchos meticci, creando
unidentit nazionale che non cera28.
Ci siamo soffermati SullArgentina preperonista perch rappresenta un esempio di
come una societ multiculturale derivante da una molteplicit di apporti
dimmigrazione possa essere una societ internamente disgregata, privatizzata,
tribalizzata. La possibilit che limmigrazione sia per un paese una sorgente di
arricchimento culturale , appunto, una possibilit, che in alcune circostanze storiche
si realizzata, mentre in altre circostanze si verificato lopposto, cio un
impoverimento culturale e morale. Perch tale possibilit si realizzi, occorre la
presenza di unidea unificante dotata di forza politica come stata, ad esempio, nel
Duecento, lidea imperiale sveva rispetto agli apporti greci, arabi e normanni.
Oggi, per, nei paesi politicamente corrosi e moralmente sfiniti da decenni di
demenza neoliberistica, manca unidea, unetica, una cultura istituzionale, capace di
incanalare gli apporti migratori nella costruzione di pi alti livelli di convivenza
sociale. Limmigrazione, allora, non porta granch di buono alla nostra societ. Non
, certo, la causa di nemmeno uno dei suoi mali, come stupidamente e
irresponsabilmente vogliono far credere certe destre, ma un veicolo di ulteriore
diffusione di tali mali, non certo, si capisca bene, per vizio proprio, ma in quanto
veicolo spinto dalle nostre dinamiche sociali lungo le linee di frattura etica e di
corruzione pubblica preesistenti allimmigrazione stessa.
I laudatori dellimmigrazione mettono in rilievo come gli immigrati, andando a
fare lavori sfibranti e sottopagati per i quali non si trovano pi i nativi disponibili,
svolgendo servizi di cura a vecchi e malati ai quali nessun altro potrebbe provvedere,
colmando le carenze di manodopera in certe mansioni industriali, e pagando contributi
che altrimenti mancherebbero per le erogazioni pensionistiche, siano, ancora pi che
utili per leconomia nazionale, indispensabili a salvarla dal collasso.
Questo argomento, che sembra a prima vista la pi incontrovertibile
dimostrazione della positivit dellimmigrazione, si rivela invece, a uno sguardo pi
profondo, la prova di un suo aspetto negativo. Ci che limmigrazione salva, infatti, ,
proprio stando a quel che largomento mostra, il meccanismo attualmente vigente
delleconomia, socialmente rovinoso e in prospettiva addirittura catastrofico, che
andrebbe invece interrotto e ridefinito, pur con tutte le difficolt, le tensioni e le sfide
che il suo superamento comporterebbe. Se non si trovassero neppure gli immigrati per
i lavori generalmente rifiutati, tali lavori dovrebbero per forza venire resi meno
umilianti, meno nocivi, meno sottopagati, e sarebbe introdotto un benefico fattore di
crisi in un sistema basato su forme di brutale sfruttamento per la parte pi debole
della classe lavoratrice. Se non si trovassero badanti extracomunitarie, emergerebbe
linsostenibilit di un modello sociale che contemporaneamente toglie tempo agli
individui che non possono pi aver cura dei congiunti e annulla tutte le forme di
impegno pubblico nei servizi di cura delle persone.
La ferocia capitalistica sarebbe pi debole se non potesse pi disporre
dellattuale sovrabbondanza di manodopera. Si capisca bene: questo lato negativo
dellimmigrazione, di coprire cio lacune e disfunzionalit di un orrendo meccanismo
economico, non nasce da un vizio intrinseco allimmigrazione, ma costituito dal
modo in cui la societ si serve dei suoi immigrati. Costoro non hanno la possibilit,
ovviamente, di inserirsi nel paese che raggiungono in maniere diverse da quelle
lasciate loro aperte. Ma il fatto che essi non ne siano responsabili, non toglie il fatto
che lutilizzazione degli immigrati da parte del sistema economico finisca per
puntellarlo proprio nei suoi aspetti pi negativi.
In conclusione: limmigrazione non quel male che alcuni vogliono far credere,
perch i suoi stessi lati negativi nascono tutti dalla societ che la riceve, ma non
neppure quel bene che altri vogliono far credere, perch nelle concrete condizioni in
cui oggi si svolge non porta alcun miglioramento, reale e non apparente, alla societ
verso cui si dirige, alcun freno alla progressiva decadenza della nostra civilt.
Che cosa allora lodierna immigrazione? E semplicemente una necessit storica
insita nel processo economico che oggi domina e determina la vita planetaria: non
che uno dei lati di tale processo, ineliminabile finch esso continua a svilupparsi. I
flussi di investimento di capitale che partono dai paesi ricchi distruggono, nei paesi
poveri, quelle economie di sussistenza, quelle comunit di villaggio e quelle
originarie strutture coesive che vi trattenevano le popolazioni, ed hanno perci come
loro risvolti flussi di popolazione che arrivano nei paesi ricchi29.
Le ristrutturazioni produttive continuamente compiute dallodierno capitalismo
creano, nei paesi ricchi, aree sempre pi ampie di lavori umili e senza diritti, per
lavoratori marginali che non si riuscirebbe a trovare se almeno in parte non venissero
tratti dallimmigrazione, cosicch lo stesso sistema economico dei paesi ricchi a
funzionare da attrattore di immigrati. Il capitalismo mondiale, inoltre, avanza con il
braccio militare statunitense che, portando guerre e devastazioni, ed alimentando
lacerazioni politiche e odi etnici, spinge intere popolazioni alla fuga dalle regioni pi
disastrate, creando cos nuovi flussi migratori. Altri flussi nascono dallallargamento
delle desertificazioni e dal mutamento degli assetti climatici, frutto entrambi del
delirio produttivistico dellodierno capitalismo.
Il discorso securitario-repressivo della destra sullimmigrazione, che indica negli
immigrati la principale minaccia alla sicurezza dei cittadini, e nella chiusura delle
frontiere agli ingressi non voluti (con successiva espulsione di quanti le abbiano
illegalmente varcate), la soluzione, dunque basato, oltre che sulla falsit di far
derivare dallimmigrazione mali che scaturiscono dalla dinamica della nostra societ,
anche su una grande finzione. Nel mondo del capitalismo globalizzato non c modo di
arrestare i flussi migratori. Stare in questo mondo, e pretendere di non subirne i flussi
migratori, come ostruire lo scorrimento di un flusso dacqua e pretendere che non
straripi, o sparare un colpo di cannone e pretendere che larma non ne abbia il
rinculo. Abbiamo accettato che dai nostri paesi partissero i colpi degli investimenti
capitalistici destrutturanti in altre aree del mondo, insieme con le pressioni volte a
promuovere linserimento di quelle aree nel mercato mondiale, e non possiamo perci
evitare il rinculo della redistribuzione demografica.
Non materialmente possibile chiudere le frontiere, soprattutto se molto lunghe
come le nostre, agli ingressi di masse che vi premono troppo numerose, e con troppa
forza di disperazione. Se ci si prova, si taglieggiano gli ingressi con atti crudeli, senza
poterli impedire. Non economicamente possibile espellere immigrati non disposti
ad andarsene con i loro mezzi. Basti pensare agli agenti che sarebbe necessario
impiegare e ai costi del trasporto aereo e marittimo. Se ci si prova, si compiono
soltanto vessazioni inefficaci, e si alimenta una finzione, quella del no
allimmigrazione, che non pu essere messa in pratica, e che, quanto pi ribadita,
tanto pi inocula nella societ, al solo miserabile scopo di ottenerne consensi
elettorali, germi di ottundimento intellettuale e incanaglimento morale.
Ricordiamo la legge Bossi-Fini fatta approvare dal governo Berlusconi nel 2002.
Essa contiene disposizioni crudelmente restrittive rispetto ai permessi di soggiorno
concedibili agli immigrati, e prevede lespulsione generalizzata di quanti ne siano
trovati sprovvisti. Nel suo articolo 33, per, autorizza una tantum la regolarizzazione
dei clandestini in grado di dimostrare di avere un lavoro nel nostro paese. Da un lato,
cio, esibisce, ad uso propagandistico, la finzione della cacciata di tutti i clandestini
dal paese, ma dallaltro, in obbedienza agli imprenditori che hanno bisogno del loro
lavoro, compie una sanatoria della loro clandestinit, trasformandoli in regolari. La
finzione, per, non affatto innocua, perch rende gli immigrati ricattabili dai loro
datori di lavoro, dalle cui certificazioni dipende la loro sanatoria. I lavoratori
immigrati perci, pur di regolarizzarsi, accettano le pi pesanti condizioni di
sfruttamento e, quando i loro datori di lavoro sono mascalzoni, si verificano situazioni
disgustose, come ad esempio quella di estorsioni di denaro in cambio delle
certificazioni.
Si comincia allora a capire a che cosa serva una legislazione che crea la
clandestinit che poi punisce, e che la trasforma in regolarit attraverso sanatorie che
generano ricattabilit. Serve a dare alle aziende una quota di lavoratori, quelli
immigrati, alla completa merc dei loro padroni. Serve, in altre parole, a creare, nella
sua forma estrema, quel lavoro senza diritti e senza tutela che lattuale capitalismo
esige.
A partire da queste considerazioni si pu capire come dovrebbe comportarsi un
paese investito dalla necessit storica dellimmigrazione. La prima cosa in assoluto
da fare sarebbe eliminare il carattere clandestino dellimmigrazione. Non certo,
ovviamente, con unimpossibile cacciata dei clandestini, ma, semplicemente,
rendendo legale lingresso nel nostro paese per chiunque voglia entrarvi per cercarvi
un lavoro. Una simile prospettiva fa immaginare subito un paese sommerso da una
valan-ga di immigrati attratti dalla facilit dellingresso. Ma tale immaginazione,
bench venga spontanea, non corrisponde alla realt delle cose. Infatti la vera
difficolt che rallenta limmigrazione quella di sradicarsi dalla terra dove si fino
ad allora vissuti e di abbandonare tutta la propria cerchia di relazioni. Questa
difficolt enorme in ambienti che, a differenza di quelli del mondo ricco, sono
profondamente legati alle proprie tradizioni e alle memorie degli avi, e non
conoscono mobilit di costumi e senso di indipendenza personale degli individui 30 .
Se c disperazione sufficiente per superare questa difficolt, la conseguente
decisione di andare a vivere in un altro paese fortissima, tanto da non venir meno
quali che siano le successive difficolt dingresso nel paese scelto. Chi, insomma,
disposto a sradicarsi dal proprio paese, migra anche se il paese verso cui diretto gli
rende difficilissima la vita, e chi, invece, non ne disposto, non emigra per quanto gli
sia facilitato lingresso in quel paese31.
Se limmigrazione venisse cos legalizzata, disagi e tensioni dipendenti dalla
clandestinit sparirebbero, e i pochi clandestini, a questo punto volontariamente tali
perch entrati in circuiti delinquenziali, potrebbero essere individuati ed espulsi.
Naturalmente limmigrazione, divenuta tutta regolare, continuerebbe a porre problemi,
perch non quella fonte di bene che alcuni vogliono pensare, e continuerebbe ad
essere massiccia, perch, come si pi volte ripetuto, una necessit storica, cio un
fenomeno ineliminabile in questo contesto mondiale. Ma nessun aspetto del fenomeno
si aggraverebbe: al contrario diminuirebbero, oltre alle sofferenze degli immigrati,
varie difficolt della convivenza tra loro e la popolazione locale, ed alcuni problemi,
come quelli connessi con le espulsioni, verrebbero eliminati.
Una seconda cosa da fare sarebbe varare una cintura legislativa di diritti di
protezione della persona in tutti i lavori, compresi quelli svolti da immigrati, e poi
farla ferreamente rispettare con adeguate direttive amministrative e ampio impiego di
personale di controllo e di repressione. Si tratterebbe prima di tutto di un fatto di
elementare civilt: cancellare dal nostro paese lorribile macchia del
supersfruttamento del lavoro, che riguardo a talune fasce di immigrati diventa estremo
e talvolta addirittura schiavile e omicida. Ma si tratterebbe, anche, di limitare la
pressione dei migranti.
E infatti, purtroppo, quasi del tutto ignoto allopinione pubblica come le
migrazioni non siano mai del tutto cieche, ma siano in parte corrispondenti allofferta
di lavoro del paese darrivo, tramite le informazioni che coloro che vi sono gi
arrivati trasmettono ai loro conterranei decisi a partire. Ora, lofferta di un lavoro
obbligatoriamente tutelato nei suoi diritti sarebbe ovviamente meno economica per i
datori di lavoro, quindi minore di quanto non sia oggi lofferta di lavoro senza diritti.
Se perci lofferta di un lavoro senza diritti fosse resa impossibile, diminuirebbe
certamente, per quanto possa sembrare strano a chi giudica superficialmente questi
fenomeni, il flusso migratorio verso il nostro paese.
Una terza cosa da fare sarebbe compiere, nelle zone di provenienza della nostra
immigrazione, investimenti statali mirati a contrastare gli effetti socialmente
disgreganti degli investimenti capitalistici. Lesodo da quelle zone nasce, infatti, dalla
disgregazione delle loro economie di sussistenza e delle loro strutture comunitarie,
derivante dal progressivo inserimento nei circuiti del commercio mondiale. Poich,
come gi si osservato, emigrare da quei paesi un vissuto lacerante, ed esige una
disperazione tale da far superare ogni difficolt, sarebbero sufficienti anche interventi
di portata limitata, purch ben mirati, per rallentare lesodo. Ci sono persino stati,
nellAfrica settentrionale, casi in cui piccoli finanziamenti gratuiti a piccoli produttori
indipendenti li hanno trattenuti da una decisione gi presa di diventare emigranti. Essi,
infatti, avevano preso tale decisione perch giunti al punto di dover vendere, per
mangiare, la loro piccola propriet, e di sapere che avrebbero avuto da mangiare solo
fino a quando non avessero consumato il ricavato della vendita, senza pi nulla di cui
vivere dopo. In questa prospettiva avevano sentito di non avere altra scelta che quella
di utilizzare subito il ricavato della vendita per pagarsi un viaggio della disperazione
in un paese ricco dove trovare qualcosa di cui vivere. Il finanziamento di
unorganizzazione straniera di solidariet, appena sufficiente per poter mangiare senza
vendere la propriet, e per poter rimettere in moto, con sementi e concimi, il suo ciclo
produttivo, era bastato a rendere loro possibile unaltra scelta, quella di rimanere
nella loro terra32.
Poich non vero che per la nostra societ lapporto dellimmigrazione sia un
bene, occorrerebbe rallentarla significativamente con iniziative di questo tipo
(rallentarla, si badi bene, non in assoluto, ma rispetto a una tendenza spontanea
comunque espansiva), che per, per essere adatte allo scopo, dovrebbero provenire
dal nostro Stato ed essere ben pi massicce: ad esempio acquisti di terre da restituire
a comunit che le hanno perdute, un sistema diffuso di credito agricolo agevolato,
infrastrutture di sostegno, soprattutto per garantire ai contadini poveri laccesso
allacqua per bere e per irrigare.
Si prenda il caso della Costa dAvorio, la cui maggiore ricchezza lesportazione
del cacao. Ai tempi del presidente Boigny, cio dal 1960 (data dellindipendenza del
Paese) al 1993 (data della morte di Boigny), esisteva unistituzione statale, la
cosiddetta Cassa di stabilizzazione, che acquistava il cacao dai contadini subito dopo
il raccolto, a un prezzo fissato prima e tale da garantire loro in ogni caso un reddito di
sussistenza, e lo rivendeva poi man mano nel corso dellanno alle compagnie estere.
Morto Boigny, il suo debole succesore Bedi cedette alle forti pressioni da tempo
esercitate dagli statunitensi, ed elimin la Cassa di stabilizzazione, accettando il
modello neoliberistico per cui la compravendita del cacao e la fissazione del suo
prezzo sarebbero state determinate esclusivamente dalla contrattazione fra le parti.
Compagnie transnazionali gi presenti sul mercato africano, la Nestl e la Mars, ed
altre che vi entravano ora, la Cargill e la Adm, riuscirono facilmente a spingere al
ribasso i prezzi, differendo i loro acquisti nel tempo, e mettendo poi in concorrenza i
contadini obbligati a vendere per mangiare.
Il risultato stato che molti contadini hanno dovuto alla fine vendere le loro
piccole propriet a ricchi notabili diventati cos latifondisti del cacao, e prendere la
via dellemigrazione. Ecco perch dagli anni 90 la Costa dAvorio diventata un
altro paese dellAfrica subsahariana, dopo il Senegai, ad alimentare le migrazioni33.
Ne abbiamo parlato perch si tratta davvero di un caso esemplare, per capire il nesso
tra le politiche neoliberistiche dei paesi ricchi e il loro ritorno sotto forma di
immigrazione, e per capire come bisognerebbe agire per rallentare i flussi migratori:
se essi sono una necessit storica insita nella logica del capitalismo globalizzato,
possono venire ridimensionati soltanto uscendo da questa logica. E smettendo,
ovviamente, di seminare guerre nel mondo. La guerra contro la Serbia del 1999, con
la criminale scelta dellallora capo del governo Massimo DAlema di farvi
partecipare lItalia, ha rappresentato un ulteriore stimolo per lemigrazione dai
Balcani dissestati.

Finora abbiamo parlato della politica della destra verso limmigrazione, politica
volta a generare paura, attraverso lassociazione tra immigrazione e minaccia alla
sicurezza dei cittadini, per ottenerne un vantaggio propagandistico. Dobbiamo ora
esaminare la politica della sinistra. La domanda cruciale questo proposito : pu la
sinistra fare, a differenza della destra, almeno una parte delle cose che dovrebbero
essere fatte?
Intendiamo mostrare prima come una semplice deduzione razionale consenta di
escluderlo, e poi come ci che la sinistra ha concretamente fatto nellultimo decennio
non sia in nessun modo ci che si sarebbe dovuto fare.
La sinistra detta (impropriamente) riformista avendo accettato da decenni il
nuovo contesto della libert senza freni, contraria al dettato costituzionale, del
capitalismo globalizzato, non pu che subordinare tutela del lavoro e presenza dello
Stato alla convenienza aziendale. Non pu perci mettere in questione il lavoro senza
diritti e senza protezione della persona, e lassenza di qualsiasi ruolo strategico dello
Stato rispetto alle dinamiche socioeconomiche.
Ci significa che la sinistra cosiddetta riformista non pu compiere nei paesi
poveri investimenti ricostitutivi di un tessuto sociale adatto a rallentare lesodo di
molte loro popolazioni verso i paesi ricchi, E tanto meno pu garantire al lavoro i
suoi diritti.
I fatti accaduti non fanno che manifestare questa situazione. Prendiamo una delle
massime vergogne dellItalia, i cosiddetti Cpt (Centri di permanenza temporanea),
dove gli immigrati scoperti come clandestini vengono inviati e temporaneamente
detenuti, per essere identificati e schedati prima di essere (nelle intenzioni) rispediti
ai loro pesi dorigine.
I Cpt sono stati giustamente definiti buchi neri della legalit e della civilt,
perch sono del tutto al di fuori della Costituzione, della legge e del senso di umanit.
Essi violano come minimo due articoli della Costituzione. Leggiamone, infatti,
larticolo 10, terzo comma:

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese leffettivo esercizio delle
libert democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto dasilo nel
territorio della Repubblica.

Bene: gli immigrati vengono in molti casi da paesi che non garantiscono loro
alcuna libert, e avrebbero dunque diritto dasilo nella nostra terra. Ma i Cpt sono,
proprio in base al compito ufficialmente loro assegnato, la negazione di questo diritto.
Leggiamo ora larticolo 13, secondo comma:

Non ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione, o di perquisizione


personale, se non per atto motivato dallautorit giudiziaria, e nei soli casi e modi
previsti dalla legge.

Abbiamo qui una dizione assolutamente inequivoca, per i rafforzativi che usa. Non
viene infatti detto soltanto che, senza un provvedimento giudiziario, non ammessa
detenzione, ma viene precisato che non ammessa forma alcuna di detenzione, o
ispezione, o perquisizione. Inoltre il provvedimento devessere motivato, come una
sentenza di condanna. Non basta ancora: esso devessere conforme a una casistica
tassativa della legge. Limmigrato che entra in un Cpt viene invece assoggettato prima
a ispezione e perquisizione personale, poi a detenzione, per semplice provvedimento
di polizia. Si tratta dunque di una violazione plateale e sfacciata dellarticolo 13 della
Costituzione.
Ma persino se non ci fosse la Costituzione i Cpt sarebbero fuori dalla legalit. I
nostri Codici, infatti, prevedono la detenzione soltanto per reati penali, e poich la
clandestinit, cio la presenza senza permesso dello straniero sul territorio dello
Stato, considerata dalla nostra legislazione uninfrazione amministrativa, non un
reato penale, pu legalmente essere punita con lespulsione, ed eventualmente (se si
volesse sfidare il ridicolo) con una contravvenzione, ma neppure con un solo giorno
di detenzione. I Cpt, perci, per il fatto di detenere persone non imputabili daltro che
di immigrazione clandestina, sono completamente fuori dalla legalit.
Peggio ancora: sono fuori da ogni senso di umanit. Nel settembre 2005 un
valoroso giornalista, Fabrizio Gatti, si gettato nel mare di Lampedusa, e, raccolto
quattro ore dopo, si spacciato per tale Bilal Habib, immigrato curdo. Ha scelto
questo camuffamento sapendo che non cerano interpreti della lingua curda, per cui
nessuno avrebbe potuto smascherarlo, e che, dicendo in inglese di conoscere anche
linglese, avrebbe potuto comunicare con qualcuno delle forze dellordine. Trattato
come un immigrato quale si era fatto credere, stato detenuto per otto giorni nel Cpt
di Lampedusa, che ha cos potuto conoscere dallinterno.
Qualcuno penser: non cera una maniera pi semplice e diretta di conoscerlo?
Ebbene: non cera. Nei Cpt non sono ammessi osservatori esterni, neanche avvocati
che vogliano tutelare gli immigrati, figuriamoci i giornalisti. Ma non tutto illegale?
Certo che lo . Ma i nostri governi, di destra e di sinistra, lo fanno egualmente. Cos
in basso caduta la nostra Italia.
La testimonianza che ha reso Fabrizio Gatti agghiacciante. Al suo ingresso erano
detenuti, nel Cpt di Lampedusa, 447 immigrati. Per tutti costoro cerano 13 gabinetti,
senza luce, senza porte o altri ripari, senza carta igienica, perennemente intasati, tanto
che da essi un fetido liquame si spandeva nel pavimento antistante. Su quel pavimento
venivano pi volte al giorno radunati, per controlli o distribuzioni di cibo, gli
immmigrati, che i carabinieri pretendevano sadicamente far sedere a terra, in modo
che si inzuppassero del liquame dei gabinetti (anche il giornalista in incognito ha
dovuto sedersi su quel liquame). Chi tardava a farlo, veniva frustato su un orecchio da
un carabiniere particolarmente cattivo. Tutti gli ordini erano urlati, e chiunque non
capisse subito cosa gli era ordinato di fare veniva picchiato.
Fermiamoci qui34 . Un marziano penserebbe: dopo una simile testimonianza il
Ministro degli interni, da cui i Cpt dipendono, avr sicuramente aperto uninchiesta,
punito i carabinieri sadici, migliorato le condizioni della detenzione. Non andata
cos. Il Ministro, il democristiano ora forzitaliota Pisanu, non ha fatto assolutamente
nulla. La stampa, vigliaccamente, non ha sollevato alcuno scandalo, segno di unItalia
che ha ormai perso ogni bussola morale. Da segnalare LAvvenire, il giornale dei
vescovi, che, sempre cos pronto a difendere i diritti della persona quando si tratta di
embrioni, arriva al punto di non dare neppure la notizia della vicenda.
Poi, nella primavera, del 2006, al governo di centrodestra di Berlusconi
subentrato quello di centrosinistra di Prodi. Il solito marziano penserebbe: su questo
tema almeno il nuovo governo avr sicuramente rovesciato lindirizzo del precedente,
dato che non si tratta di compiere unazione emancipativa o redistributiva di cui la
sinistra non pi capace, ma si tratta semplicemente del ristabilimento della decenza
e della legalit quale anche un liberale di destra davvero liberale, se ce ne fossero,
auspicherebbe. Questo, abbiamo detto, quello che penserebbe un marziano. Quello
che fanno, invece, i terrestri del centrosinistra ben diverso: lintero 2006 passato
senza nessun intervento su questa vergogna.
I Cpt, del resto, sono stati creati non da Berlusconi, ma da una delle tre pi infami
leggi del primo periodo, quello 19962001, del centrosinistra al governo (le altre due
sono la legge Treu istitutiva del lavoro precario e la legge Amato modificativa del
Titolo V della Costituzione). Si tratta della legge nota come legge Turco-Napolitano
(dagli allora ministri proponenti Giorgio Napolitano, lattuale presidente della
Repubblica, e Livia Turco), asse portante del testo unico sullimmigrazione del 1998.
Il nuovo governo di centrosinistra costituitosi nel 2006 si mosso, riguardo
allimmigrazione, nel solco delle leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini (questultima
varata nel 2002 dal governo Berlusconi e non abrogata da quello successivo di
Prodi). Il suo ministro dellinterno, Giuliano Amato, ha pi volte energicamente
ribadito, di fronte alle lamentazioni impotenti della sinistra ridicolmente chiamata
radicale, che i Cpt debbono rimanere35.
C per una domanda da farsi: perch Amato, che, certo, non persona di grande
statura morale, ma non un sadico, e tanto meno uno sprovveduto, ed anzi un uomo
che ragiona e che abile, vuole i Cpt? E perch il centrosinistra lo segue?
La domanda simpone in quanto questi centri da un lato sono costosi, per cui il
loro mantenimento contraddice lossessione del centrosinistra per la riduzione della
spesa pubblica, e dallaltro, soprattutto, non fanno conseguire neanche parzialmente i
risultati per i quali sulla carta sono stati creati. Dovrebbero servire, infatti, a
preparare lespulsione dei clandestini. In realt, al termine della detenzione, a ogni
immigrato consegnato un ordine di allontanamento con viaggio di ritorno gratuito nei
paesi di provenienza, di cui egli ovviamente non si serve. Il giornalista Gatti ha
constatato di persona ci che gi si sapeva: quelli usciti insieme a lui da Lampedusa
con lordine di allontanamento avevano gi lindirizzo di un parente, di un conoscente
o di un reclutatore, dove recarsi per cominciare la vita da lavoratore clandestino che
chi li aveva preceduti gi stava facendo.
I Cpt, insomma, sono stati istituiti per rispedire indietro gli immigrati clandestini,
ma in realt sono lanticamera del lavoro clandestino in Italia. Daltra parte, la legge
Turco-Napolitano stata istituita per far entrare regolarmente in Italia determinate
quote di immigrati, ma in realt ha generato immigrazione clandestina, perch ha
posto, per lingresso regolare di un immigrato in Italia, condizioni quasi impossibili
da praticare concretamente (limmigrato dovrebbe essere chiamato nominativamente
dal datore di lavoro italiano quando ancora si trova nel paese dorigine), cosicch gli
immigrati stessi di cui leconomia italiana ha bisogno non possono entrare in Italia
che clandestinamente . Dopo qualche anno dinferno saranno poi regolarizzati in una
delle periodiche sanatorie che i governi compiono.
Riassumiamo: una legge del centrosinistra rende inevitabili gli ingressi
clandestini, i Cpt istituiti dal centrosinistra trattengono in condizioni brutalizzanti gli
immigrati costituiti come clandestini dalla legge per poi consegnarli al lavoro da
clandestini, e infine una parte di questi lavoratori clandestini diventeranno lavoratori
regolari. Poich questo regolarmente succede e non viene mai corretto, evidente che
questo ci che si vuole succeda, lo scopo effettivo delle leggi fatte dal
centrosinistra e dellazione dei suoi governi. E lo si capisce bene. Lavoratori costretti
a percorrere questo calvario sono lavoratori costretti ad accettare pessime condizioni
di lavoro, che il capitalismo esige sia per disporre, per certe mansioni, di
manodopera quasi schiavile, sia per schiacciare al ribasso le condizioni generali
della classe lavoratrice ordinaria, in cui rientrano gli immigrati regolarizzati.
Concludiamo: di tutte queste infamie, di tutte queste sfacciate illegalit, di tutta
questa generale perdita di diritti del lavoro, altra faccia delle ricchezze spropositate
dei manager, banchieri, assicuratori, finanzieri, chi ha votato centrosinistra
moralmente e politicamente responsabile come chi ha votato centrodestra. Si poteva,
volendo, sapere.

Terzo postulato. Luniversalit del diritto cessa di valere quando entrano in


gioco gli interessi di poteri forti

La legge eguale per tutti, si dice in ogni paese civile dalla Rivoluzione francese
in poi. Nella Costituzione della Repubblica italiana si trova la pi luminosa
enunciazione di questo principio, nel suo articolo 3, che dice:

Tutti i cittadini hanno pari dignit sociale e sono eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, d
condizioni personale e sociali. compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libert e luguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

chiaro, per ovvie ragioni, che supponiamo noto almeno intuitivamente, che dal
1948 ad oggi questo principio non stato mai realizzato, n lo si sarebbe potuto
realizzare. La vita concreta, infatti, non pu che esserne lontana, a volte pi a volte
meno. Oggi viviamo, per, in un momento reso peculiare non solo dal fatto che si
alla massima distanza, sul piano pratico, dallattuazione di tale principio, ma anche
dal fatto che questa distanza non neppure avvertita come una macchia da cancellare,
almeno in linea ideale.
Ci molto grave perch luniversalismo il contrassegno di tutti i valori, non
soltanto nella sfera giuridica, per cui il suo venir meno perverte gli individui e la
societ intera. Luniversalismo il contrassegno del valore effettivamente etico
delletica: un principio etico che non venga fatto valere universalmente si converte in
un principio diabolico, per esempio nelletica della inferiorit razziale di alcuni
gruppi umani su cui si basata la Germania nazista.
Luniversalismo del campo di applicazione degli indirizzi politici condizione
indispensabile alla convivenza pacifica: in campo internazionale, ad esempio, un
clima di tensioni, guerre e terrorismi creato dal sistematico non-universalismo della
politica imperiale degli Usa, che attaccano paesi che violano risoluzioni dellOnu, e
sostengono con tutti i mezzi Israele che ha violato pi risoluzioni Onu di qualsiasi
altro paese, e che condannano alcuni regimi dittatoriali perch ostili e ne sostengono
altri perch alleati, e cos via. Luniversalismo il contrassegno del valore
effettivamente veritativo della verit e del bene, come ha scoperto ai suoi esordi la
filosofia greca: una verit che non abbia significato per tutti gli esseri umani non
vera verit, ma semplice opinione personale o di gruppo, e un bene che non sia bene
collettivo della societ non vero bene, ma semplice interesse.
Nella sfera del diritto, il pensiero giuridico ha fissato la propria necessaria
universalit nel principio della generalit della legge: la legge, cio, per essere tale
secondo il suo concetto, deve essere generale, cio valevole per tutti coloro i cui
comportamenti concreti rientrino nei casi da essa astrattamente definiti, e non
indirizzata a persone determinate, o differenziata per gruppi etnici e religiosi.
Questo principio della generalit della legge risale al lilluminismo e alla
Rivoluzione francese, e costituisce quindi unacquisizione propria della civilt
occidentale. Esso un principio non soltanto giuridico, ma di grande valore etico. La
legge valevole per la generalit delle persone che rientrano nella sua casistica astratta
presuppone infatti che ogni persona, per il solo fatto di essere persona, meriti lo
stesso rispetto formale di ogni altra. Non a caso il citato articolo 3 fa precedere
lenunciazione della legge eguale per tutti da quella della pari dignit sociale di
ognuno, e aggiunge che la legge debba valere indipendentemente non solo dal sesso,
dalla razza, dalla lingua, dalla religione e dalle opinioni politiche delle persone, ma
anche dalle loro condizioni di vita personale e sociale.
Si spesso rilevato come il principio della generalit della legge, costituendo
uneguaglianza solo formale delle persone, ed esigendo un rispetto solo formale della
loro dignit sociale, non escluda diseguaglianze sostanziali anche molto pesanti, e
perdite di fatto della dignit sociale per effetto di condizioni economiche di miseria o
di condizioni sociali di precariet ed emarginazione36.
Questo rilievo profondamente vero, ma diventa ingannevole senza le necessarie
integrazioni.
La prima integrazione da farvi il riconoscimento degli effetti positivi, anche se
certo insufficienti, che il principio della generalit della legge anche da solo produce.
Vogliamo dire che persino per chi vive una condizione economica e sociale di perdita
sostanziale della propria dignit sociale, meno peggio soggiacere a una legge
formalmente eguale per tutti che a una diseguaglianza anche nella forma della legge.
Senza leguaglianza formale di fronte alla legge, infatti, cade lunica cintura protettiva
esistente dei pi elementari diritti. Basti pensare a come labbandono del principio
delleguaglianza formale -avvenuto con listituzione, da parte del primo governo
Prodi, dei Cpt - abbia paurosamente aggravato la condizione di mancanza di dignit
sociale degli immigrati, gi creata dalla loro situazione economica e sociale.
Il principio delluniversalit del diritto va dunque difeso in quanto tale. Non un
caso che la tradizione comunista, che ha educato generazioni di militanti al disprezzo
delle garanzie formali del diritto in nome delleguaglianza sostanziale, economi-co-
sociale, abbia in questo modo a suo tempo avallato gli enormi crimini dei regimi
staliniani e la repressione sanguinosa di ogni dissidenza politica, anche di ispirazione
genuinamente comunista, e abbia lasciato in eredit ai suoi successori postcomunisti
una non-con si derazione delle garanzie formali non pi al servizio di ideali di
trasformazione del mondo e di maggiore giustizia ed eguaglianza, ma al servizio
meschino dei pi gretti interessi mercantili. LItalia avrebbe da guadagnare se i
postcomunisti fossero, non diciamo socialdemocratici, ma almeno genuinamente
liberali, come non sono.
La seconda integrazione da fare alla difettivit del principio delluniversalit del
diritto in quanto solo formale, la constatazione che nelle attuali condizioni storiche
una battaglia per la legalit formale ha una profonda incidenza anche sostanziale. Il
capitalismo assoluto oggi dominante nel mondo, infatti, non sopporta alcun limite
legale alla propria accumulazione di plusvalore, neppure un limite posto da un
legislatore che rappresenti i suoi interessi. Come scrive uno studioso dei
comportamenti devianti

la delinquenza e la criminalit sono diventate modalit di formazione del


plusvalore () esse non sono pi espressione di comportamenti individuali
dissociabili dai contesti sociali in cui si radicano, ossia leconomia, la finanza, il
potere politico37.

Ne consegue che, nelle concrete condizioni delloggi, una rigorosa politica della
legalit ha di per se stessa una valenza antiliberistica e di contrasto del processo di
progressiva amplificazione delle diseguaglianze sociali. Bastano semplici esperimenti
mentali per capire quanto ci sia vero.
Immaginiamo che sia rigorosamente applicata lattuale legislazione del lavoro,
che certamente non favorevole ai lavoratori: sparirebbero almeno le forme pi gravi
di supersfruttamento e sottoretribuzione, senza le quali lintera condizione media del
lavoro tenderebbe a migliorare. Oppure immaginiamo che siano rigorosamente
applicate le leggi esistenti, anchesse certamente non favorevoli ai lavoratori, su
fiscalit e contribuzioni: le grandi ricchezze, pur restando favorite, pagherebbero
molto di pi di quanto paghino ora, e laumento dei contributi toglierebbe ogni alibi ai
progetti di Controriforma pensionistica. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
In ragione di tutto questo i poteri forti consolidatisi sul terreno del capitalismo
assoluto non possono accettare luniversalismo del diritto, rispetto al quale
sfacciatamente rivendicano un principio di esenzione. Perci, se vera la tesi qui
sostenuta che la sinistra, tutta la sinistra, si muove di fatto, a prescindere da quel che
dice, integralmente dentro le coordinate fissate dal capitalismo assoluto, dobbiamo
aspettarci che essa non faccia valere, di fatto, neppure la legalit formale. E questo
infatti ci che si pu constatare nella vicenda politica.
Cominciamo dalle elezioni del 2006. Nel Parlamento uscito da tali elezioni si
sono costituite, come di norma, le commissioni, tra le quali la Commissione antimafia,
di cui stato eletto presidente Forgione, di Rifondazione comunista. Si posto il
problema delle eventuali condizioni di non-eleggibilit a membro di tale
commissione, ed stata adottata, con un voto che ha trovato concordi Forza Italia e
Margherita, Udc e Ds, Verdi e Rifondazione comunista, una soluzione che ha
dellincredibile, persino per chi consapevole del degrado dellintero ceto politico.
Si cio stabilito che possono far parte della commissione antimafia anche gli
indagati per mafia.
E non si ancora detto tutto. Possono far parte della Commissione antimafia non
solo gli indagati per mafia, non solo i rinviati a giudizio per mafia, ma addirittura i
condannati per mafia38. Questa decisione non consente che due spiegazioni. Una che
i rappresentanti dei partiti siano tutti compieta-mente dementi, siano cio individui
che potrebbero convincersi che il miglior guardiano di un gregge di pecore sia il lupo
o che la qualifica pi adatta per fare il maestro dasilo sia la pedofilia. Si converr
che questa non pu essere la spiegazione giusta, perch i rappresentanti dei partiti
sono ben capaci di intendere, specie per quanto riguarda la tutela degli interessi
propri e dei propri partiti, cosa in cui sono abilissimi. Rimane allora laltra
spiegazione, che n a destra n a sinistra n al centro si vogliano recidere i legami fra
mafia e politica. Se si adotta questa spiegazione, diventa ovvio che una commissione
parlamentare che si occupa di mafia ospiti i rappresentanti della mafia.
La mafia, intendendo questo termine in senso lato39, trae il suo potere, in ultima
istanza, da niente altro che dalla ricchezza economica. Lattenzione si concentra
solitamente sui mezzi di violenza, di pressione e di condizionamento con cui le mafie
si accaparrano ricchezza, mentre non si pone attenzione su ci che pi fondamentale,
e cio che la costruzione e luso di tali mezzi violenti esigono la disponibilit di una
ricchezza preesistente. Le mafie devono infatti pagare il numeroso personale che a
vari livelli lavora per loro: per estorcere i pizzi ci vogliono molti estorsori, per
punire i recalcitranti ci vogliono squadre di picchiatori, per trasportare merci ci
vogliono conducenti, per ottenere informazioni ci vogliono informatori, per uccidere
ci vogliono killer. Tutti costoro devono ricevere retribuzioni sufficientemente
appetibili per indurli a correre i rischi dell illegalit.
La mafie devono poi pagare pingui tangenti a quanti abbiano il potere di favorirle,
e a quanti, potendo colpirle, vi rinuncino: nel loro libro paga vi devono essere
poliziotti, guardie di finanza, prefetti, funzionari amministrativi, giornalisti, e perfino,
purtroppo, giudici. Devono avere grossi depositi bancari e grossi investimenti
finanziari per ottenere coperture, opportunit e sostegni dal capitalismo legale.
Senza ricchezze con cui pagare dipendenti, tangenti, attivit corruttive, investimenti, e
anche cospicue spese di rappresentanza, le mafie non avrebbero alcun mezzo per
agire. Sconfggerle, quindi, sarebbe in fondo semplice: basterebbe sottrarre loro la
ricchezza economica mediante lapplicazione della legge.
Succede invece qualcosa di apparentemente paradossale. Se qualcuno sorpreso
in un supermercato a rubare merce, non pu certo trattenere per s la refurtiva. Se
qualcuno ha rapinato una banca e viene catturato, gli viene ovviamente sottratto il
frutto della rapina. Ma quando si tratta di beni illecitamente acquisiti dalle mafie, il
loro sequestro difficile e raro, perch sono previste molte scappatoie allesecuzione
delle sentenze, e perch gli organi amministrativi che dovrebbero farle eseguire non si
attivano. Tutto congegnato perch luniversalit della legge, secondo cui il furto e
lestorsione non consentono lacquisizione di beni, cada di fronte al potere delle
mafie, in modo tale che questo potere si autoriproduca senza mai essere sconfitto.
Nellambito del capitalismo assoluto normale che luniversalit della legge cada
di fronte ai poteri forti, perch questi poteri hanno reso la trasgressione delle leggi un
mercato di cui si alimentano. Nella specifica situazione dellItalia e di sempre pi
numerosi altri paesi, le mafie sono poteri forti. La loro economia illegale non
separata dalla sfera delleconomia legale, ma strettamente intrecciata con essa, e
quindi con le istituzioni statali, per cui essa stessa, e le stesse istituzioni statali,
operano normalmente fuori dalla legalit. La mafie perci sono, come tutti poteri
forti, legate alla politica, e questo legame condizione indispensabile al
mantenimento del loro potere, perch la politica legata alle mafie che impedisce sia
loro sottratta quella ricchezza senza cui non avrebbero alcun potere.
Immaginiamo che ogni partito espella dalla sua organizzazione ogni suo membro,
che sia non diciamo condannato per mafia, non diciamo rinviato a giudizio, non
diciamo neppure indagato, ma anche soltanto chiacchierato per le sue frequentazioni
di mafiosi. Cosa ne conseguirebbe? Che la politica sarebbe svincolata da ogni tipo di
condizionamento mafioso, e non avrebbe difficolt a sequestrare le ricchezze
economiche delle mafie, sicch le mafie, private delle loro ricchezze, deperirebbero.
Perch tale immaginazione completamente irrealistica? Perch le mafie
costituiscono una delle cerniere che connettono la sfera economica a quella politica,
in grado di canalizzare nella sfera politica voti, risorse e relazioni con altri potentati.
Un partito il cui scopo sia di guadagnare spazio dentro le istituzioni, o comunque
esservi presente, deve accettare lodierna economia (che un meccanismo asociale
autoreferenziale) e lodierna politica (che non politica, ma attivit gestionale che
non indirizza in alcun modo la societ), e quindi tutelare le mafie, traendone forza
(dato che per le mafie tale tutela assolutamente indispensabile, e devono quindi
pagarla bene), o comunque convivervi.
La sinistra, accettando questa economia e questa politica, non importa se
direttamente oppure indirettamente, non pu non essere complice delle mafie.
Un caso emblematico quello della Campania. La regione, le province e le
principali municipalit, a partire da quella di Napoli, sono da lustri in mano al
centrosinistra. La camorra vi fiorisce rigogliosa come sempre. La deduzione logica da
fare assolutamente elementare40.
Siamo arrivati al punto, in tutta evidenza, che la sinistra non soltanto non pi
comunista (il fatto che in Italia due suoi partiti si denominino comunisti
semplicemente ridicolo), non soltanto non pi socialdemocratica (tanto da aver
capovolto il senso della parola riformismo, portatrice di una sua dignit storica),
ma non pi n democratica (a dispetto di nomi come democratici di sinistra o
partito democratico), n liberale, n legalitaria. Che cos allora? E una delle
articolazioni di collegamento tra Stato e poteri forti delleconomia e, in quanto tale,
non pu che operare la negazione delluniversalit del diritto, e perci della legalit,
che non devono valere per i poteri forti.
Destra e sinistra convergono, sia pure in modi e atteggiamenti diversi; e al di l
delle apparenze colludono nel depotenziare al massimo il controllo di legalit della
magistratura sui poteri forti. La vicenda dellindulto votato dal Parlamento nel 2006
stata, a questo proposito, chiarissima. Si avuta linfamia di usare lesigenza civile e
morale, davvero sacrosanta e indifferibile, di porre fine a un sovraffollamento delle
carceri che le rende luoghi anticostituzionali di brutalizzazione, per raggiungere il
vero scopo, quello di sottrarre alla condanna penale la criminalit economica.
Lindulto stato previsto infatti anche per bancarottieri, inquinatori, frodatori di
risparmiatori e consumatori, stragisti di lavoratori nei cantieri, cio per quanti
compiano i reati tipici dellattuale fase di capitalismo assoluto. I responsabili di tali
reati non finiscono quasi mai in carcere, e lestensione dellindulto ad essi non ha
quindi nulla a che fare con lesigenza di porre fine al sovraffollamento carcerario.
Come giustificarla, quindi, senza dire la verit indicibile, cio che il suo scopo era
quello di evitare ai protagonisti delliniziativa economica, privata e libera (anche
dalla legge), condanne che comportassero risarcimenti pecuniari, interdizioni, esempi
dissuasivi?
Si ricorsi allespediente di dire al popolo di sinistra che per far uscire i poveri
cristi dalle carceri era necessario ottenere il voto della destra, esigendo lindulto una
maggioranza dei due terzi, e che per ottenere il voto della destra era necessario
estendere lindulto a qualche reato dei ricchi. Si contato, in questo modo, sulla
credulit e sulla distrazione usuali nel popolo di sinistra verso i propri dirigenti. Ci
sarebbe stato infatti un modo pi semplice e diretto, peraltro segnalato e suggerito a
Prodi, per far uscire i poveri cristi dalle carceri senza bisogno di beneficiare i
criminali delleconomia, e cio quello di depenalizzare i piccoli reati che portano
migliaia di persone in carcere, prevedendo per essi soltanto sanzioni amministrative.
Una simile strada sarebbe stata non soltanto unalternativa politicamente pi facile
da realizzare dellindulto, bastando per il relativo provvedimento la maggioranza
semplice, e non essendo quindi necessario il voto favorevole della destra, ma avrebbe
anche costituito lunico mezzo realmente atto a conseguire lo scopo dichiarato. Molti
di coloro che sono usciti dal carcere per lindulto, infatti, vi ritorneranno in tempi non
lunghi, essendo i loro reati connessi al loro modo di vivere, e dunque replicati (ad
esempio, chi andato in carcere perch trovato in possesso di una quantit non-
modica di droga, una volta libero torner alla droga e quindi, prima o poi, in carcere),
cosicch il problema del sovraffollamento carcerario si riproporr tale quale. Con la
depenalizzazione di quei reati, invece, il minore affollamento delle carceri sarebbe
stato durevole.
Rifutando di percorrere questa strada, e percorrendo invece quella dellindulto
esteso, il centrosinistra ha rivelato, a chiunque voglia guardare in faccia la realt
delle cose, che lestensione dellindulto alla criminalit economica era per esso non
un mezzo sgradito per raggiungere lo scopo dichiarato, ma il suo vero scopo. Scopo
direttamente voluto dalla sinistra cosiddetta riformista, dati i suoi legami con il
modo economico41, ma indirettamente condiviso dalla sinistra cosiddetta radicale.
Se infatti questultima subordina sistematicamente alla sua permanenza nel governo e
nella maggioranza governativo persino il rifiuto di provvedimenti abnormi quali
Berlusconi non potrebbe fare di peggiori, ci vuol dire che, sia pure strumentalmente
rispetto ad obiettivi politici generali, tali provvedimenti abnormi li vuole.
Per rendersi conto di come Berlusconi non avrebbe potuto fare di peggio rispetto
allindulto approntato dal centrosinistra nel 2006, basti pensare che uno dei suoi primi
effetti stato linterruzione di ogni risarcimento monetario ai parenti delle vittime
dellamianto42. I responsabili delle morti per tumore erano infatti disposti a pagare e
avevano gi iniziato i pagamenti, perch i risarcimenti erano, per legge, condizione
per evitare il carcere. Non appena sono stati sicuri di evitare il carcere grazie
allindulto, hanno ovviamente cessato di pagare.
Un altro esempio di convergenza e collusione di destra e sinistra nel sottrarre alla
validit generale della legge i poteri forti si rende visibile ogni volta che compaiono
sulla stampa resoconti di intercettazioni telefoniche. In ogni caso del genere - anche
quando vengono rivelati, senza ombra di dubbio, comportamenti molto gravi, e
socialmente molto nocivi, di personaggi potenti - destra e sinistra scattano allunisono
nel denunciare, ad alta voce e con ossessiva ripetitivit, linaccettabilit della
pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, e addirittura luso eccessivo e troppo
costoso delle intercettazioni da parte della magistratura, senza far nulla a proposito di
ci che le intercettazioni rivelano e spesso senza neppure parlarne.
Un esempio di questo atteggiamento si ebbe, nel 2005, col caso di Antonio Fazio.
Si scopr, dalle intercettazioni telefoniche, che questuomo, che ricopriva un incarico
delicatissimo e tale da esigere la pi alta imparzialit nei confronti degli attori
delleconomia, come quello di governatore della Banca dItalia, non soltanto si
lasciava guidare nelle sue scelte da simpatie e ostilit del tutto personali, ma
addirittura favoriva le scalate finanziarie, in assenza dei requisiti di legge per
compierle, dellamico di famiglia Fiorani, dirigente della Banca Popolare di Lodi,
autore di autentici imbrogli ai danni dei clienti.
Quando venne alla luce questo marciume incredibile (persino sotto il fascismo la
Banca dItalia aveva avuto dirigenti corretti), il nostro ceto politico ribad in
maggioranza la necessit di non dare pubblicit alle intercettazioni, come se i cittadini
italiani non avessero il diritto di essere informati su come venivano di fatto gestiti i
poteri, di enorme importanza per il paese, della Banca dItalia.
Successivamente c stato lo scandalo delle intercettazioni Telecom. Qui si
trattava, a differenza del caso di Fazio, di intercettazioni non ordinate dalla
magistratura a scopo di indagine giudiziaria, ma compiute da spioni professionali, per
conto di interessi privati, per ottenere informazioni, a scopo di ricatto o comunque di
condizionamento, su personaggi della politica, delleconomia e dello spettacolo.
Giusto, dunque, in questo caso, condannare le intercettazioni e chiedere la punizione
degli intercettatori, e ovvio ricordare la loro inutilizzabilit in un processo penale. Il
centrosinistra, per, ha fatto di pi, in pieno accordo con il centrodestra: ha disposto
la distruzione fisica di tutto il materiale intercettato, che si sapeva contenere notizie di
reati, e di reati reiterabili.
Sarebbe stato perci importantissimo sapere quali potenti delleconomia e della
politica avessero compiuto quali malefatte, non per processarli, cosa legalmente
impossibile per reati conosciuti con mezzi illegali, ma per impedire la continuazione
di quelle malefatte, e per allontanare i loro autori da ogni posto di responsabilit. Il
ceto politico si invece comportato come se, potendosi sapere da informazioni
illegalmente acquisite, ma ormai acquisite, che in qualche asilo infantile c un
maestro pedofilo, non si volesse sapere chi e dove insegna quel maestro, quanto
meno per salvaguardare i bambini a lui affidati. Eppure, in un caso simile chiunque
troverebbe giusto accedere alle informazioni gi disponibili.
Se per i crimini sono crimini delleconomia e della politica, limpulso spontaneo
di sinistra e destra di coprirli. Per la verit c stato chi, nel centrosinistra, si
opposto alla distruzione, senza acquisizione delle informazioni rilevanti, delle
intercettazioni Telecom. Si tratta, come si ricorder, di Di Pietro. Ma a che vale la
sua opposizione se poi continua a sostenere il governo qualsiasi cosa faccia? Se lo ha
sostenuto anche dopo lindulto?
Un controllo di legalit volto a contrastare la criminalit economica e politica
sarebbe reso facile dalla nostra Costituzione, come risulta chiaro leggendo alcuni
degli articoli che essa dedica alla magistratura.
Larticolo 104, comma primo, dice:

La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro


potere.

Dunque, a differenza di quanto accade nella maggior parte degli altri paesi, i
magistrati in Italia non sono subordinati al potere politico, ed hanno quindi le mani
slegate per poter colpire anche la criminalit dei potenti. Ci in quanto lautonomia e
lindipendenza della magistratura non sono soltanto enunciate in linea di principio.
Il successivo articolo 105 dice infatti:

Spettano ai Consiglio Superiore della magistratura, secondo le norme


dellordinamento giudiziario, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i
procedimenti disciplinari, nei riguardi dei magistrati.

Ora, il Consiglio Superiore della magistratura lorgano di autogoverno dei


magistrati, eletto da essi stessi per ben due terzi dei suoi componenti. Le sue
competenze danno dunque concretezza al principio dellautonomia e
dellindipendenza della magistratura, perch sottraggono al governo gli strumenti
legali con cui sottomettere la magistratura alle sue direttive e ai suoi scopi. Larticolo
101 dice infatti:

Ferme le competenze del Consiglio Superiore della magistratura, spettano al


ministro della giustizia lorganizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla
giustizia.

I poteri del ministro della giustizia non sono dunque giudiziari, ma esclusivamente
amministrativi: egli ha solo il compito di fornire alla magistratura i mezzi che le sono
necessari per svolgere le sue funzioni. Non pu punire, promuovere o trasferire
giudici, e, se ritiene di dover avviare unazione disciplinare contro qualcuno di loro,
non pu far altro che proporla al Consiglio Superiore della magistratura, al quale
soltanto spetta il potere decisionale. La magistratura, grazie al dettato costituzionale,
non quindi condizionabile dal governo, e, tramite il governo, dai poteri forti
delleconomia. Questo, naturalmente, solo sul piano formale. Sul piano sostanziale, la
provenienza sociale dei magistrati, la loro collocazione nelle gerarchie della
ricchezza e del prestigio, e la mentalit acquisita nel loro ambiente, creano
ovviamente canali informali di connessione con i poteri forti, o addirittura
condizionamenti interiorizzati anche senza esplicite pressioni.
Negli anni 70 c stata una trasformazione nella mentalit dei magistrati, legata al
contesto politico di quegli anni, che ha orientato non pochi di loro ad applicare la
legge anche contro i poteri forti. La reazione del sistema di potere stata, in mancanza
di strumenti formali con cui piegare i giudici indipendenti, quella di lasciare che il
processo penale diventasse di fatto inefficiente nei confronti dei potenti. bastato non
mantenere lorganico della magistratura numericamente al passo con laumento delle
cause, non fornirle via via i mezzi tecnici necessari ad operare, e non ascoltare le
proposte correttive, perch la durata dei processi si allungasse sempre di pi. A
questo punto sono bastati i meccanismi fortemente garantisti assicurati a chi sia in
grado di pagarsi per lungo tempo costosi avvocati, per sottrarre di fatto i potenti alla
giustizia penale.
Il danno sociale di tutto questo enorme: oltre allimpunit dei potenti per reati
che lo sviluppo economico rende sempre pi devastanti (inquinamento, frodi
commerciali, disastri, bancarotte, attentati alla salute), il ricorso alla giustizia diventa
sempre pi costoso e improduttivo anche tra comuni cittadini, la corruzione si
diffonde, le mafie diventano inattaccabili.
Per rimediare a questa rovinosa situazione basterebbe fare tre semplici cose.
Primo: dotare la magistratura degli uomini e dei mezzi di cui manca (e potrebbe
essere fatto a costo zero sequestrando i beni della malavita). Secondo: potenziare le
garanzie del cittadino comune, specie di quello con avvocato dufficio, ma ridurre
quelle utilizzate dai potenti, specie quando si tratta di aspetti del tutto formalistici del
processo43. Terzo: abolire la regola, inesistente negli altri paesi europei, per la quale
i tempi della prescrizione dei reati continuano a decorrere anche nel corso del
processo, regola che rende conveniente per gli avvocati dei potenti il ricorso a tutti i
mezzi dilatori possibili per allungare i processi e guadagnare le prescrizioni.
Ha fatto la sinistra, nella sua azione di governo, queste semplici cose? Non le ha
fatte. La statistiche dicono che durante i governi di centrosinistra del periodo 1996-
2001 la durata dei processi penali e civili aumentata. Questo semplice dato
statistico basterebbe da solo a dimostrare, senza bisogno di alcun altro ragionamento,
che la sinistra al servizio dei poteri forti contro il bene collettivo, proprio come la
destra.

Quarto postulato. La politica estera di un paese-provincia dellimpero pu


svolgersi solo nella subordinazione agli obiettivi internazionali degli Usa

Per chiarire quanto tale postulato sia pervasivo del discorso pubblico italiano (e
non solo), proponiamo un piccolo esperimento. Proviamo a svolgere il tema della
politica estera basandoci su semplici principi di normale razionalit, realismo
politico e prudente attenzione agli interessi nazionali.
La politica mondiale oggi dominata dal tema della guerra al terrorismo.
noto che gli Usa propongono uninterpretazione della guerra al terrorismo in termini
di difesa ed estensione della democrazia, dei diritti umani, della libert. La semplice
razionalit mostra che si tratta di coperture ideologiche. I diritti umani e la
democrazia sono valori universali, che devono essere fatti valere sempre e dovunque.
Gli Usa praticano una sistematica politica dei due pesi e due misure, per cui le
violazioni di libert e diritti umani se fatte da Usa ed alleati sono in sostanza
accettate, se fatte dal nemico di turno vengono usate per giustificare guerre ed
aggressioni44. Un normale atteggiamento di realismo politico impone di superare il
livello delle giustificazioni ideologiche per capire ci che realmente vogliono gli
Stati Uniti. Non si tratta peraltro di una ricerca molto difficile. Non occorre penetrare
nel Pentagono a caccia di documenti segreti. Basta leggere alcuni testi ufficiali,
prodotti dalle amministrazioni Usa a partire dalla caduta dellUrss, e pubblicati in
Italia45.
Fin dai primi anni 90, in testi di questi tipo si trova lindicazione che lobiettivo
della politica deve essere quello di fare degli Stati Uniti lunica nazione con la
capacit militare di influenzare gli eventi globalmente, fino ad esercitare la leadership
globale46. Gli Usa devono quindi controllare le zone chiave del globo dal punto di
vista delle risorse. La rete di circa 800 basi militari Usa sparse nel mondo ha quindi
questo preciso significato. Ora, ovvio che un piano di controllo globale di questo
tipo ha un significato aggressivo. I problemi delleconomia degli Stati Uniti rendono
daltra parte molto chiare le motivazioni di fondo della loro politica aggressiva.
Incapaci di mantenere la loro egemonia mondiale basandosi, come stato negli anni
del dopoguerra, sulla superiorit della loro economia, gli Usa in questi anni stanno
davvero gettando la spada sul piatto della bilancia: sfruttano cio la loro enorme e
inarrivabile potenza militare per acquisire le aree cruciali per il controllo delle
risorse, in particolare energetiche. Controllare le risorse significa oggi controllare le
economie e poter imporre la propria egemonia, non solo politica e militare, ma anche
economica.
del tutto ovvio che questo piano di controllo globale da parte degli Usa
foriero di guerra, perch porta direttamente allo scontro con le potenze emergenti.
Tutto questo chiaro per le amministrazioni Usa, che infatti dopo l11 settembre
hanno teorizzato il diritto alla guerra preventiva, cio in sostanza alla guerra di
aggressione47. Questo diritto giustificato come difesa dal terrorismo, ma le
vicende della guerra allIraq hanno mostrato con chiarezza come le guerre Usa non
possano essere comprese come guerra al terrorismo, ma solo come guerre per il
controllo geopolitico delle risorse. Ricordiamo solo, a questo proposito, che non si
mai potuto dimostrare un collegamento fra il regime iracheno di Saddam Hussein e
Al-Qaeda48, e che stato invece provato come le guerre scatenate dagli Usa dopo
lattacco di Al-Qaeda a New York erano gi state pianificate prima di esso, mentre
documenti ufficiali statunitensi hanno sollevato il dubbio che linvasione dellIraq
abbia favorito lo sviluppo del terrorismo jihadista anzich combatterlo49.
Laffermazione di Bush sul fatto che gli Usa non permetteranno loccupazione dello
spazio da parte di potenze ostili non che un altro passo nella direzione del controllo
globale, e unulteriore sfida alle potenze emergenti50.
Dobbiamo ora chiederci in che modo sia possibile difendere, in questo contesto,
gli interessi del popolo italiano. La fase storica attuale vede il tentativo di dominio
globale della superpotenza Usa scontrarsi con la crescita di realt che conservano una
propria indipendenza e che in prospettiva potrebbero sfidarne legemonia (Cina,
India, Iran, forse una Russia ricostruita e risanata). Uno dei terreni principali sui quali
si giuocano queste tensioni ovviamente quello delle risorse naturali, visto che per
aspirare al potere oggi occorre vincere nella competizione economica, nella corsa
alla crescita del Pii, e che questa competizione divora quantit sempre crescenti di
risorse, in particolare energetiche. Abbiamo quindi un quadro di tensioni e conflitti
sulle risorse, attualmente pi freddi che caldi, e una prospettiva di conflitti futuri,
pi caldi che freddi. In questa situazione, qual linteresse della popolazione
italiana?
Non evidentemente quello della difesa dellItalia da unaggressione
fondamentalista. Non esiste nessuna aggressione fondamentalista allItalia o
allOccidente. Lidea, che viene sostenuta da chi sostiene la guerra al terrorismo, di
un tentativo di conquista di egemonia mondiale da parte del fondamentalismo islamico
non ha nessuna base politica, economica, militare. Le affermazioni in tal senso da
parte dei teorici di Al-Qaeda sono pura ideologia. Ma quali sono invece le
affermazioni, nei testi di Al-Qaeda 51, che si agganciano a potenzialit reali e si
traducono in azione?
Sono tutte quelle legate alla resistenza armata contro la penetrazione e gli
interventi di paesi del Nord del mondo in paesi storicamente musulmani. su questo
che si dilungano i testi di Al-Qaeda, ed su questo che i leader dellorganizzazione
investono le loro energie e mettono in gioco le loro vite, fino alla morte. Levento
storico che catalizza le energie dei combattenti islamici, segnando la nascita,
sostanziale se non formale, di Al-Qaeda, rappresentato dallinvasione sovietica
dellAfghanistan. Pi recentemente i punti nodali su cui insistono i leader jihadisti
sono il sostegno alla lotta dei palestinesi contro Israele (visto come il prodotto di
unaggressione occidentale, come uno stato crociato), laggressione allIraq (prima
guerra del Golfo, embargo decennale, seconda guerra del Golfo), la presenza di
truppe Usa in Arabia Saudita, e poi vari altri casi di aggressioni a popoli musulmani
(dalla Cecenia al Libano).
Possiamo concludere che linterpretazione storica pi adeguata del jihadismo di
Al-Qaeda quella di una risposta alle aggressioni subite dal mondo islamico negli
ultimi decenni.
Ma qual allora linteresse del popolo italiano nella guerra al terrorismo?
LItalia un paese privo di risorse energetiche e sovrappopolato, che dipende per
lenergia in maniera quasi totale dallestero. In questa situazione, si potrebbe pensare
che laccodarsi alla guerra Usa abbia il senso di acquisire una posizione significativa
nello scontro sul controllo delle fonti energetiche, scontro che in qualche modo gi
in corso e si acuir in futuro. La nostra entrata in guerra al fianco degli Usa avrebbe
allora non il significato della difesa da una minaccia terroristica e fondamentalista,
ma quello di consentire allItalia di avere voce in capitolo nel controllo delle risorse
energetiche: questione che allo stato attuale della nostra struttura produttiva vitale
per il nostro paese.
Questa interpretazione dei fatti (siamo l per il petrolio, non per il terrorismo o
la democrazia!) viene considerata come una critica alle nostre missioni militari, con
particolare riferimento a quella in Iraq, per cui essa sostenuta dai critici delle
missioni militari (in genere di sinistra) e avversata da chi difende le missioni stesse
(in genere di destra). Tutto ci curioso, perch tale interpretazione dei fatti, lungi
dal dare fondamento a una critica alle nostre missioni militari, rappresenterebbe
piuttosto il principale argomento in loro favore: dato il nostro modello di sviluppo
(che nessuno mette seriamente in discussione, n a destra n a sinistra), data la
carenza di risorse del nostro paese, data la lotta che sulle fonti energetiche si sta
scatenando, potrebbe apparire del tutto sensato che il nostro paese cercasse di
assicurarsi in qualche modo laccesso a fonti energetiche che diventeranno sempre pi
scarse e sempre pi vitali.
Possiamo per superare questa apparenza con una riflessione pi approfondita.
Abbiamo detto che si stanno preparando scontri immani per legemonia sul pianeta.
Saranno scontri di grandi paesi, di potenze ricche e bene armate. Non sappiamo se
assumeranno la forma di guerre mondiali come nel XX secolo, ma di certo saranno
altrettanto duri. In uno scontro di questo tipo, che speranze ci sono per un paese come
lItalia, un paese piccolo, poco importante, con uneconomia che sta continuamente
perdendo terreno nella competizione mondiale?
Basta pensare, per capirlo, allesperienza delle due guerre mondiali. Esse ci
hanno portato lutti e distruzioni. La prima ci ha poi dato come conseguenza non
lontana il fascismo, la seconda uno stato di sovranit limitata. I prossimi scontri
epocali che ci attendono potrebbero avere conseguenze altrettanto negative, se
commettiamo lerrore di farci coinvolgere in essi. Se vogliamo dire finalmente quale
sia lautentico interesse del popolo italiano, esso evidentemente quello di sottrarsi a
scontri e guerre, di evitare sofferenze inutili e rischi gravissimi.
E se la crescita economica ha bisogno di risorse energetiche crescenti che bisogna
andare a controllare con guerre in altri paesi, allora occorre abbandonare
uneconomia basata sulla crescita continua e iniziare a creare un modo di produrre e
consumare che non richieda risorse energetiche crescenti. Occorre entrare in una
societ della decrescita, che ci permetta di vivere senza dipendere dal petrolio estero.
a questo tema, quello della fuoriuscita dallattuale realt economica incentrata sullo
sviluppo, che occorre dedicare le nostre risorse e la nostra intelligenza, non certo a
fare guerre in giro per il pianeta.
Laltro punto fondamentale, se vogliamo evitare di rimanere invischiati in conflitti
potenzialmente pericolosissimi per il nostro Paese, il rispetto del diritto
internazionale e dellassioma fondamentale che ha retto i rapporti internazionali nel
secondo dopoguerra: il rifiuto della guerra di aggressione.
Infine, un paese che desidera rimanere in pace deve avere buoni rapporti con i
propri vicini. Per un paese in mezzo al Mediterraneo come lItalia ci significa
ovviamente mantenere buoni rapporti con il mondo arabo e islamico. In particolare
lItalia, che uno dei principali partner commerciali dellIran, ha tutto linteresse a
rafforzare i propri rapporti con questo paese, ricchissimo di risorse energetiche e che
si avvia a diventare una delle potenze principali del Medio Oriente.
Se questi sono gli aspetti fondamentali di una politica che curi gli autentici
interessi del popolo italiano, evidente come il sostegno alla guerra al terrorismo
vada in direzione esattamente opposta: andando a caccia di petrolio rimaniamo
alinterno di un modello di sviluppo alla lunga insostenibile, e particolarmente
insostenibile nel nostro paese. Dando man forte alle guerre di aggressione Usa
contribuiamo allo smantellamento di un sistema delle relazioni internazionali che dava
qualche garanzia di protezione ai paesi pi deboli. Partecipando allaggressione
contro paesi arabi o islamici come Iraq e Afghanistan, ci inimichiamo milioni di
esseri umani che vivono a poche centinaia di chilometri dalla nostre coste.
Da tutto ci si deduce che la posizione pi sensata per lItalia, rispetto alla
guerra al terrorismo, quella della pi stretta neutralit. LItalia in primo luogo non
dovrebbe in nessun modo partecipare alle avventure militari Usa, e in secondo luogo
dovrebbe mantenere buoni rapporti con il mondo arabo e islamico.
Possiamo allora concludere il nostro esperimento: ragionando a partire da
premesse di semplice realismo politico siamo arrivati alla conclusione che la difesa
degli interessi del popolo italiano richiederebbe la nostra neutralit nella cosiddetta
guerra al terrorismo. Siamo cio arrivati a una conclusione che oggi indicibile
per ogni forza politica, di destra o di sinistra, che aspiri al governo dellItalia (o di
qualsiasi paese occidentale). E questo il punto cui volevamo arrivare. Se un
ragionamento come quello che abbiamo svolto nelle pagine precedenti, ispirato a
moderazione, realismo politico e semplice buon senso nella difesa degli interessi del
popolo italiano, porta a conclusioni che sono totalmente al di fuori di ci che oggi
possibile dire o fare in politica, significa evidentemente che i confini di ci che
possibile dire o fare in politica sono stabiliti da un postulato che contraddice
moderazione, buon senso, difesa degli interessi del popolo italiano. Se il fare
ragionamenti semplici e moderati come quelli svolti nelle pagine precedenti porta ad
essere visti come pericolosi estremisti, significa evidentemente che sono le posizioni
della politica ufficiale ad essere schiacciate su un estremismo filoamericano che non
ammette il confronto razionale.
In sostanza, questo nostro pccolo esperimento ci mostra come lo spazio del
discorso politico ufficiale, in Italia e altrove, sia lo spazio in cui si esprime un
postulato di totale subalternit agli Usa. Chi lo accetta non ha in realt nessuna
possibilit di contestare le tendenze di fondo della realt attuale. Chi accetta lidea di
guerra al terrorismo, magari chiedendo multilatera-lismo Onu al posto di
unilateralismo Usa, e intelligence invece di invasioni militari, in realt totalmente
subalterno alla strategia Usa di dominio globale.
Cerchiamo adesso di mostrare questa subalternit esaminando alcune delle scelte
politiche concrete prese dal governo Prodi nei primi mesi di vita. Le scelte
fondamentali in politica estera tra lestate 2006 e linverno 2007 sono state sei: ritiro
del contingente militare italiano dallIraq; mantenimento del contingente militare
italiano in Afghanistan; adesione italiana alle sanzioni di Stati Uniti e Unione Europea
contro il governo palestinese; partecipazione a una nuova missione militare in Libano;
atteggiamento assunto sui servizi segreti riguardo al rapimento di Abu Omar a Milano;
autorizzazione allampliamento della base militare statunitense a Vicenza.
Il ritiro dallIraq non ha rappresentato un cambiamento di rotta dellItalia. vero
che la partecipazione italiana alla missione stata a suo tempo decisa dal
centrodestra, con il voto contrario del centrosinistra che ha poi posto il ritiro nel suo
programma elettorale. Prima, tuttavia, che il centrosinistra avesse redatto il suo
programma, Berlusconi era approdato alla decisione di un ritiro italiano. Il governo
Prodi si limitato ad applicare tale decisione, nelle forme e nei tempi previsti dal
governo Berlusconi. Ci tanto vero che Diliberto ha ripetutamente e vanamente
chiesto, nella primavera 2006, un ritiro entro lestate52, perch se si fosse aspettato
lautunno, egli disse allora, il ritiro sarebbe avvenuto nei tempi previsti da
Berlusconi, e secondo le richieste degli Stati Uniti, e il centrosinistra non avrebbe
trasmesso limmagine nuova auspicata da Diliberto stesso.
Per quanto riguarda la guerra in Afghanistan, il suo significato geopolitico appare
del tutto ovvio, se si riflette su quanto detto sopra. Mantenere il controllo
dellAfghanistan grazie a un governo amico, installare basi militari in quel paese e
nella zona dellAsia centrale ex sovietica significa per gli Usa, da una parte, tenere
sotto controllo e sotto pressione Russia e Cina -cio due fra i possibili futuri sfidanti
dellegemonia globale Usa - e, dallaltra, tentare dottenere il controllo delle risorse
energetiche dei paesi della zona. altrettanto ovvio che il popolo italiano non ha il
minimo interesse alla guerra in Afghanistan e che la permanenza del nostro esercito in
quel lontano paese un autentico tributo imperiale, un tributo in denaro e sangue che i
paesi sudditi devono fornire al paese dominante. Il fatto di mantenere la nostra
partecipazione in una guerra contraria ai nostri interessi chiaro segno della
sudditanza del governo Prodi agli ordini della potenza dominante, in perfetta
continuit con la politica del governo Berlusconi.
La questione della guerra in Afghanistan ci permette di fare un digressione sul
ruolo della sinistra cosiddetta radicale allinterno del goveno Prodi. Si potrebbe
infatti pensare che questa radicale subalternit ai piani di dominio globale Usa sia
specifica della sinistra moderata, mentre la sinistra radicale intenda esprimere
tuttaltre posizioni. La dura realt delle scelte politiche concrete mostra, a chi la vuol
vedere, una verit ben diversa.
Poco prima delle elezioni della primavera del 2006 scoppia in Rifondazione il
caso Ferrando. Marco Ferrando in quel momento il leader di una delle correnti di
minoranza del partito, ed candidato del partito, e quindi dellUnione di
centrosinistra, per un seggio di senatore (di sicura elezione). Il caso nasce quando
un giornalista scopre, in un libro pubblicato da Ferrando tempo addietro, alcune frasi
su Medio Oriente e Israele che superano i confini di ci che per il pensiero unico
ammissibile. Inoltre, in unintervista concessa in seguito alle prime polemiche,
Ferrando parla di Resistenza irachena.
Tutto ci sufficiente a creare una campagna mediatica tesa a screditare Ferrando
e lintera coalizione di centrosinistra. Il gruppo dirigente di Rifondazione reagisce
non con la difesa di Ferrando e dellautonomia delle proprie scelte politiche, ma
revocando la decisione, gi presa, di candidare Ferrando alle elezioni, spingendo in
questo modo Ferrando e la sua corrente alla rottura col partito (che avverr poco
dopo).
Ci sarebbero vari punti da analizzare in questo episodio (per esempio la mancanza
di dignit di un gruppo dirigente che si fa condizionare in questo modo da una
campagna mediatica), ma adesso ci preme sottolineare come largomento principale
usato da Bertinotti, in quel momento segretario del partito, sia stata lincompatibilit
fra le posizioni di Ferrando e la scelta strategica delle non-violenza fatta dal partito al
congresso di Venezia del 2005.
Ora, spostiamoci di pochi mesi in avanti, al giugno-luglio dello stesso 2006. Le
elezioni sono state vinte, di poco, dal centrosinistra, che ha al Senato una maggioranza
risicatissima. Si discute del rifinanziamento della missione militare italiana in
Afghanistan. Qual la posizione di Rifondazione? Visti i precedenti, visto che in
nome della non-violenza si arrivati a revocare una candidatura gi decisa e a
rischiare una scissione (poi di fatto avvenuta), dovrebbe essere ovvio che il partito
voti compatto contro il rifinanziamento della missione, ben contento di avere
finalmente unoccasione concreta per mettere in pratica la propria scelta di non-
violenza. In questo caso infatti non si tratta di parole, di dichiarazioni, del solito bla
bla mediatico: si tratta di una guerra vera, alla quale lItalia sta partecipando con
propri soldati che combattono e muoiono. Quale migliore occasione per mettere in
pratica il principio della non-violenza, votando contro il finanziamento della missione
e ponendo cos termine al coinvolgimento italiano in questa guerra?
Ma invece di fare quello che sarebbe logico aspettarsi a partire dai princpi
sbandierati quando si trattava di far fuori Ferrando, Rifondazione vota compatta a
favore del rifinanziamento della missione, e i pochi senatori del partito che avevano
esternato la loro contrariet vengono minacciati di espulsione.
evidente che tutto questo assurdo, se ci basiamo sulle dichiarazioni dei
dirigenti di Rifondazione e sulla logica. Ma tutta questa assurdit diventa chiarissima
se disponiamo della chiave di lettura giusta: Rifondazione ha fatto la scelta di andare
al governo, alleandosi col centrosinistra, e questo implica laccettazione dei postulati
del capitalismo assoluto, e quindi laccodarsi alle guerre imperiali. Tutti i
comportamenti di Rifondazione appaiono, in questottica, comprensibili e coerenti.
Certo, nel caso di Rifondazione, come in quello dei cugini del Partito dei comunisti
italiani, colpisce il fatto che questa totale sudditanza possa convivere con lo scialo di
pugni chiusi, falci, martelli e bandiere rosse. Ma questo tema lo approfondiremo pi
avanti.
Riprendiamo lesame delle scelte di politica estera del governo Prodi. Ladesione
dellItalia del centrosinistra alle sanzioni contro il governo palestinese, e la sua
partecipazione, addirittura da prima protagonista, alla nuova missione militare in
Libano, sono state due scelte tipiche di subalternit alla politica imperiale
statunitense, di cui parliamo per nel prossimo paragrafo, per la loro connessione con
il filosionismo.
Basti qui accennare soltanto, a proposito di tali scelte, alla grossolana, impudente
e prevaricante esibizione del criterio imperiale dei due pesi e delle due misure. Si
dice di andare in Libano da mediatori, ma si chiede il disarmo di Hezbollah, che ha
difeso il paese dallinvasione israeliana, e non si toglie nemmeno unarma a Israele,
che ha aggredito e martoriato quel paese. Si dice di andare a fare interposizione di
pace, ma si protegge gratis Israele sul confine libanese, consentendole di martoriare i
territori occupati, senza proteggere i palestinesi di tali territori con unanaloga
interposizione. Si dice di voler promuovere la democrazia in Medio Oriente, ma si
puniscono i palestinesi per aver votato in maggioranza Hamas. Si vuole schiacciare
Hamas, adducendo come motivo che non riconosce lo Stato di Israele, ma non si
sanziona in alcun modo Israele che, prima ancora di non riconoscere uno Stato
palestinese, ne impedisce la nascita con la violenza.
DAlema ha sfacciatamente rovesciato ogni logica, nellesibizione del criterio dei
due pesi e due misure, vantando ladesione allembargo del governo di Hamas, dopo
aver riconosciuto che era stato democraticamente eletto, e accusando Hezbollah di
atteggiamento eversivo per aver chiesto nuove elezioni come mezzo per dirimere il
conflitto tra i partiti libanesi, dopo aver accusato Hamas per aver rifiutato la
ripetizione delle elezioni appena vinte.

Un esempio eclatante di subordinazione italiana alle direttive Usa naturalmente


quello del rapimento a Milano del cittadino egiziano Abu Omar, avvenuto, con la
collaborazione dei servizi segreti italiani, in totale spregio delle nostre leggi e della
nostra sovranit. Si tratta di uno dei tanti casi che sono stati accomunati sotto
letichetta voli della Cia: arresti, detenzioni, interrogatori, trasferimenti di presunti
terroristi, avvenuti in vari paesi europei al di fuori di quanto previsto dalle leggi
nazionali ed europee53.
Il caso Abu Omar ci permette qualche considerazione che getta ulteriore luce sulla
subordinazione italiana alle direttive Usa e sulle scelte concrete di destra e sinistra.
Si tratta di una vicenda che coinvolge naturalmente lesecutivo dellepoca, guidato da
Silvio Berlusconi, e coinvolge in particolare il generale Niccol Pollari, capo del
Sismi dallottobre 2001 al novembre 2006. del dicembre 2006 la richiesta di rinvio
a giudizio contro Pollari della Procura di Milano, che indaga sulla vicenda del
rapimento di Abu Omar.
I fatti sono noti: nel 2003 un cittadino egiziano regolarmente residente a Milano,
appunto Abu Omar, viene rapito e scompare. Lindagine dei pubblici ministeri
milanesi Armando Spataro e Ferdinando Pomarici arriva nel 2005 ad accertare che i
rapitori di Abu Omar sono agenti della Cia, e che luomo, sospettato di attivit di
sostegno di organizzazioni combattenti islamiste, stato trasferito in un carcere
egiziano, dove stato interrogato anche con metodi di tortura.
Lepisodio, se fosse correttamente valutato sul metro della dignit nazionale e del
principio di legalit, risulterebbe di inaudita gravit, tale da suscitare commenti
allarmatissimi della stampa, e un immediato raffreddamento, come minimo, delle
relazioni tra Italia e Stati Uniti. Gli agenti della Cia, infatti, se avessero sospettato
Abu Omar di attivit illegali, avrebbero dovuto segnalarlo alla nostra polizia e farlo
processare dalla nostra magistratura, non certo rapirlo in spregio alla nostra sovranit
territoriale e al nostro sistema giudiziario.
Non c stata, invece, nessuna indignazione, nessuna reazione diplomatica,
nessuna seria protesta politica, nessuna vera sottolineatura dellinformazione, nessuna
emozione della pubblica opinione, a riprova di quanto destra, centro e sinistra siano
assuefatte al servilismo nei confronti degli Usa, e quanto i mezzi di informazione vi
abbiano assuefatto la popolazione.
Quando Spataro e Pomarici avanzano la richiesta di estradizione di ventisei agenti
della Cia, il ministro della giustizia di Berlusconi, Roberto Castelli, rifiuta
ostinatamente di inoltrarla agli Stati Uniti.
Ma il peggio deve ancora avvenire: nel 2006 emerge che al rapimento di Abu
Omar hanno cooperato, agli ordini della Cia e al di fuori delle leggi e delle autorit
giudiziarie italiane, agenti dei servizi italiani. Il capo stesso d tali servizi, Niccol
Pollari, viene rinviato a giudizio54. Nel frattempo Prodi subentrato a Berlusconi
come capo del governo. Come affronta la scandalosa vicenda portata alla luce dai
magistrati?
Nella stessa, scandalosa maniera in cui si sarebbe comportato Berlusconi. Ritarda
il licenziamento di Pollari, dandogli il tempo di nominare uomini di sua fiducia in
ruoli importanti dei servizi. Quando non pu fare a meno di rimuoverlo dal suo posto
di comando, lo sceglie come proprio consulente governativo55. Infine conferma il
segreto di Stato, gi fatto valere da Berlusconi come impedimento alla comunicazione
di numerosi documenti riguardanti il caso. In questo modo Prodi aiuta Pollari, che non
pu venire condannato quando il segreto di Stato gli impedisce di difendersi, e aiuta
se stesso, dato che Pollari, quando si era sentito incastrato, aveva chiamato in causa
Prodi e Berlusconi, addirittura citandoli come testimoni al processo.
difficile immaginare che Berlusconi e Prodi non siano stati al corrente, se non
del caso specifico, del sistema in cui si inquadrava, cio dei cosiddetti voli della
Cia: rapimenti di individui nel territorio dei paesi europei, loro imbarchi forzati su
aerei della Cia decollati da aeroporti europei, e loro trasferimento nei centri di
detenzione segreti degli Stati Uniti sparsi per il mondo, per essere interrogati e
torturati. Quando emersa questa scandalosa violazione dei diritti umani teoricamente
riconosciuti dai paesi europei, e della loro sovranit territoriale, Condoleeza Rice ha
dichiarato che i loro governi erano informati e consenzienti. Non pu essere che cos,
perch, se cos non fosse, i governi dei paesi coinvolti nei voli della Cia avrebbero
reagito in qualche modo verso gli Stati Uniti quando il sistema venuto alla luce,
mentre non c stata nessuna loro reazione.
Questa segreta complicit da sudditanza spiega perch il ministro della giustizia
del governo Prodi, Clemente Mastella, abbia seguito le orme del suo predecessore
Roberto Castelli nel non inoltrare la richiesta di estradizione degli agenti Cia artefici
del rapimento di Abu Omar. Richiesta che, ha chiosato DAlema, irriterebbe gli Stati
Uniti in maniera del tutto inutile, perch lestradizione non sarebbe comunque
concessa.
Il giorno stesso in cui trapela la contrariet del ministro della giustizia di Prodi a
chiedere lestradizione degli agenti della Cia, il 16 gennaio 2007, Prodi medesimo, in
una conferenza stampa a Bucarest, dove si trova in visita ufficiale, fa la seguente
dichiarazione:

Sto per comunicare allambasciatore americano che il governo italiano non si


oppone alla decisione presa dal precedente governo e dal comune di Vicenza a che
venga ampliata la locale base americana.

Gli Stati Uniti hanno progettato, al tempo del governo Berlusconi, un ampliamento
della loro base militare a Vicenza, piena di inconvenienti per la citt e per i suoi
abitanti, e Berlusconi, naturalmente, ha dato la sua piena disponibilit. Cambiato il
governo nel 2006, si pensato a un referendum consultivo tra i cittadini di Vicenza.
Questa via avrebbe potuto essere vantaggiosa per Prodi: se i vicentini avessero detto
s allampliamento, egli avrebbe potuto opporre ai pacifisti largomento della
democrazia per concederla; se i vicentini avessero detto no, il loro rifiuto gli sarebbe
servito per allungare i tempi e migliorare i modi dellampliamento della base,
calmando lopposizione della cittadinanza, con buone ragioni presso gli Stati Uniti.
Ma quando il padrone esige unobbedienza pi rapida, la cupidigia di servilismo
induce ad affrettare i tempi dellobbedienza. Gli Stati Uniti vogliono avere
lautorizzazione allampliamento della loro base entro il 31 gennaio 2007, perch
hanno progettato di far partire i lavori in marzo. Prodi, di fronte a questa volont,
manifestatagli allinizio del nuovo anno, lascia cadere il referendum e qualsiasi
genere di contrattazione con gli Stati Uniti, e mette in agenda la decisione di
autorizzare lampliamento nel consiglio dei ministri previsto per il 26 gennaio 2007.
Perci, interrogato a Bucarest il 14 gennaio sulla sua decisione a proposito
dellampliamento della base, risponde che la domanda prematura, e che la decisione
verr presa al suo ritorno in Italia, perch non c fretta. Ma i suoi padroni
statunitensi, invece, hanno fretta, e allora lui, smentendo se stesso, non aspetta n il
consiglio dei ministri, e neppure il suo ritorno in Italia, e rilascia appena due giorni
dopo la dichiarazione che abbiamo sopra riferito.
Almeno si fosse assunto la responsabilit della sua scelta, dicendo chiaramente
che la sua linea di politica estera di pieno allineamento al potere imperiale e alle
sue guerre, e che la concessione di Vicenza non che un corollario obbligato. Invece
no. Si copre dietro la decisione del precedente governo (che, non essendosi tradotta in
nessun impegno sottoscritto, o comunque formalmente deliberato, non ha alcun valore
vincolante), e dietro quella del comune di Vicenza (che una decisione degli apparati
di partito, e comunque semplicemente amministrativa), e dice, facendo ridere tutti, che
la questione della concessione della base di natura urbanistica, non politica. Poi,
ricalcando il comportamento di Berlusconi al tempo della guerra a Saddam Hussein,
mentre militarizza il paese dichiara che la sua politica di promozione della pace:
pura e semplice inconsistenza umana.
La questione di Vicenza rivelatrice di quel che abbiamo prima detto, e cio che
scelte di semplice buon senso e moderazione, volte esclusivaemtne alla tutela degli
interessi del popolo italiano, sono al di fuori di ci che possibile fare, e finanche
dire, nella sfera della politica istituzionale e dei suoi canali di trasmissione delle
informazioni.
Dire, infatti, che non si deve autorizzare lampliamento della base, diventa
antiamericanismo estremista della sinistra radicale. (Una sinistra radicale che,
peraltro, non ha minimamente pensato di sfiduciare Prodi dopo il suo editto balcanico,
n ha dichiarato di subordinare la propria partecipazione al governo alla richiesta che
si chiudano tutte le basi statunitensi sul territorio italiano.)
Eppure, se prescindiamo dal postulato della sudditanza costantemente accettata da
tutti i governi del nostro paese nei confronti degli obiettivi internazionali degli Stati
Uniti, e ci basiamo esclusivamente sul buon senso e sullinteresse del popolo italiano,
non si capisce perch mai lItalia, a pi di sessantanni dalla fine della Seconda
guerra mondiale, e a pi di quindici anni dalla caduta del Muro di Berlino, debba
cedere pezzi del proprio territorio alle Forze armate degli Usa.
Le basi statunitensi non hanno neanche pi lapparenza di difendere il territorio
italiano da unipotetica invasione sovietica, e accentuano invece la nostra esposizione
come piattaforme di attacco del potere imperiale, e quindi la nostra insicurezza per
lintero territorio nazionale.
Un popolo sovrano, inoltre, compromette la propria sovranit e la propria dignit
nel momento in cui accetta una presenza militare straniera al di fuori del proprio
controllo sul proprio territorio.
Nel caso, poi, dellampliamento della base militare di Vicenza, lumiliazione
accentuata dal fatto che la base praticamente interna alla citt, ed tale da creare
disagi di ogni genere ai suoi abitanti, compromettendone le risorse idriche. Non
sarebbe la cosa pi di buon senso applicare la regola ognuno se ne stia a casa sua?.
Certo, una regola fortemente irrealistica nel contesto attuale. Ma quel contesto,
accettato da destra e sinistra, di vergognosa sudditanza al potere imperiale Usa e di
compromissione della sicurezza del popolo italiano.
Possiamo concludere questa discussione sulle concrete azioni di politica estera
dei primi mesi del governo Prodi: i fatti ci mostrano che su questi temi le differenze
fra destra e sinistra sono del tutto marginali. Di fronte alla richiesta Usa d appoggio
italiano alle guerre imperiali, la risposta dei governi italiani, senza differenza fra
destra e sinistra, sempre signors!.

Quinto postulato. La politica estera di un paese-provincia dellimpero pu


svolgersi solo accettando il diritto di veto sionista su ogni scelta riguardante il
Medio Oriente.

Larea tradizionalmente indicata con lespressione Medio Oriente 56 , per noi


italiani, unarea di vitale interesse, per molteplici ragioni. La prima ragione, per
importanza, di ordine culturale e sociale: soprattutto nel Medio Oriente, infatti,
che si determinano i rapporti tra arabi e occidentali (dato che invadenza politica e
presenza militare occidentale si manifestano in questarea del mondo arabo, e non
nellAfrica settentrionale), e tra musulmani e cristiani (data lantica presenza di
consistenti e diffuse minoranze cristiane in questa parte del mondo islamico).
Ogni incendio del Medio Oriente, quindi, crea pericoli per il nostro paese. In
primo luogo pericolo di attentati terroristici, tanto pi quanto maggiore appaia il
nostro coinvolgimento con gli incendiari. In secondo luogo, pericolo di ondate
migratorie. In terzo luogo i conflitti in quellarea, per le caratteristiche di scontro di
civilt che hanno assunto in questi anni, mettono in pericolo le varie comunit
cristiane, in particolare quelle cattoliche. Ma data la presenza del Papato in Italia, le
comunit cattoliche di quellarea rappresentano un canale di relazioni attuali e
potenziali con il nostro paese.
Una seconda ragione dellimportanza del Medio Oriente per lItalia di ordine
economico. LItalia ha importanti relazioni commerciali con i paesi dellarea:
ricordiamo solo che lItalia ha attivi commerciali con paesi come Siria e Libano, ed
uno dei principali partner commerciali dellIran57, paese che ci fornisce una materia
prima strategica come il petrolio.
Ogni incendio nel Medio Oriente danneggia quindi leconomia italiana.
Una terza ragione dellinteresse del Medio Oriente per il popolo italiano di
ordine geopolitico-. lItalia un paese che si protende nel Mediterraneo, che ha
rapporti intensi (commerciali, turistici) con gli altri paesi che vi si affacciano, e che
divde luso di quel mare con le altre regioni costiere. Nella misura in cui il
Mediterraneo orientale ci riguarda, ci riguarda anche il Medio Oriente, per cui ogni
suo incendio avrebbe un impatto politicamente molto negativo sulle nostre relazioni
estere.
Un governo italiano che mirasse a tutelare linteresse del paese, se potesse
esistere, si sforzerebbe di promuovere la pace in Medio Oriente e di mantenere le
migliori relazioni possibili con il mondo musulmano. Ma un tale governo non pu
esistere nella situazione attuale, che una situazione in cui la legittimazione a
governare discende apparentemente dal processo democratico, ma sostanzialmente
dalla subordinazione al potere imperiale statunitense.
Oggi, per complesse ragioni in cui non entriamo, gli Usa forniscono a Israele una
protezione politica e militare a tutto campo e rispetto a qualsiasi sua iniziativa. La
subordinazione, dellItalia e di gran parte dellEuropa, al potere imperiale
statunitense, comporta dunque un divieto, mai esplicitato come tale, ma ferreo, di
agire sui problemi del Medio Oriente in modi sgraditi a Israele, e questo divieto
arriva fino a compromettere gli stessi interessi dellItalia e dei vari paesi europei.
Israele infatti un permanente focolaio guerrafondaio che impedisce qualsiasi
stabilizzazione pacifica del Medio Oriente.
Se questo non chiaro allopinione pubblica italiana ed europea perch la
politica sionista non mai mostrata nella sua verit. Quando qualche squarcio di
verit viene fatto apparire, il mondo dellinformazione subito accusato di scarsa
comprensione verso Israele e di eccessiva simpatia per i palestinesi. Che si possano
dire simili assurdit la riprova di quanto lItalia, e gran parte dellEuropa, accettino,
quali che siano le circostanze, un vincolo ferreo rispetto alla politica sionista.
Laccettazione di questo vincolo altro non che lespressione della miserabile
incapacit dei ceti politici europei di svolgere una politica indipendente dagli Stati
Uniti, se non per motivi etici, almeno nei casi in cui sarebbe indispensabile alla
salvaguardia degli interessi dei popoli europei.
Cominciamo allora con lesporre otto dati di fatto storicamente incontrovertibili.
Primo. Lo Stato di Israele si costituito come realizzazione del sionismo, che non
affatto identico allebraismo, e che non esprime affatto una secolare tradizione
ebraica, ma un movimento colonialista ebraico nato tra la fine dellOttocento e
linizio del Novecento, e ideologicamente affine ai coevi nazionalismi integrali58. In
quanto realizzazione dellideologia sionista, lo Stato di Israele uno Stato a
fondamento etnico-religioso, del tutto estraneo alla laicit e al liberalismo nazionale
della civilt occidentale, e questo fin nella sua stessa autodefinizione di Stato ebraico.
Secondo. Lo Stato di Israele si costituito combattendo con mezzi terroristici il
progetto dellInghilterra, titolare del mandato sulla Palestina, di non lasciare la
regione n agli ebrei n ai palestinesi, ma ad unamministrazione fiduciaria della
neonata Onu, con il compito di farvi sorgere uno Stato laico con pari diritti per tutti i
suoi abitanti e per tutte le sue religioni59.
Terzo. Lo Stato di Israele ha tratto la sua legittimit internazionale dalla
deliberazione dellAssemblea generale dellOnu del 29 novembre 1947, che ha
istituito in Palestina non un unico Stato laico per tutti i suoi abitanti, ma due Stati, uno
ebraico e uno palestinese, con 33 voti favorevoli (quelli dei paesi al seguito degli
Stati Uniti e dellUnione Sovietica, due di pi dei 2/3 prescritti per lapprovazione),
13 contrari (quelli dei paesi musulmani), e 10 astenuti (quelli dei paesi influenzati
dall Inghilterra). La deliberazione ha assegnato al sionismo il 56% della Palestina, ai
palestinesi il 43%, e allOnu ll%, vale a dire la citt d Gerusalemme, e ci a partire
dal 15 maggio 1948, giorno in cui sarebbe scaduto il mandato inglese sulla regione.
Gli scontri militari sul campo determinarono per uno scenario del tutto diverso.
Lo Stato di Israele, proclamato da Ben Gurion il 14 maggio 1948, comprende,
dopo la vittoriosa guerra del 1948-49 contro i vicini Stati arabi, il 78% della
Palestina (e non il 56% riconosciutogli dallOnu). Lo Stato palestinese non nasce
neppure, perch il 20% della Palestina, cio la Cisgiordania insieme a Gerusalemme
Est, va alla Giordania, e il 2%, cio la striscia di Gaza, allEgitto. La sistemazione
della Palestina che esce dagli armistizi del 1949 vede dunque uno Stato di Israele
illegittimamente pi esteso del 50% rispetto a quanto deciso dallOnu60.
Quarto. I palestinesi, in conseguenza del modo in cui nato lo Stato di Israele,
non solo non hanno avuto il loro Stato, deliberato dallAssemblea generale con la
stessa deliberazione che ha legittimato lo Stato di Israele (divenuto perci illegittimo
in quanto soppressivo dellaltro), ma hanno avuto quella che ancora oggi chiamano la
Nakba (in arabo: la catastrofe), cio lespulsione violenta dalle loro terre e dalle loro
case61.
Quinto. Lo Stato di Israele ha violato, fin dalla sua nascita, un gran numero di
risoluzioni dellOnu, continuando tuttavia a godere della protezione imperiale, mentre
altri paesi hanno subito guerre, o almeno sanzioni economiche, motivate formalmente
da violazioni delle risoluzioni Onu, di numero sempre inferiore a quelle di Israele.
Ricordiamo, tra le risoluzioni Onu violate da Israele: la 181 del 1947, che gli
richiedeva di lasciar sorgere uno Stato palestinese nel territorio della Palestina
mandataria non assegnatogli dalla deliberazione dellAssemblea Onu; la 194 del
1948, che gli richiedeva di far tornare i palestinesi (circa un milione) cacciati dalle
loro terre e dalle loro case, e addirittura di indennizzarli per i danni subiti; la 242 del
1967, che, richiamando lillegittimit, secondo la Carta delle Nazioni Unite,
dellacquisizione di territori per via bellica, gli richiedeva il ritiro dal Golan, preso
alla Siria, dal Sinai e da Gaza, prese allEgitto, e dalla Cisgiordania e da
Gerusalemme Est, prese alla Giordania; la 338 del 1973, che gli richiedeva
limmediata apertura di trattative di pace; la 425 del 1978, che gli richiedeva il ritiro
dal Libano.
Sesto. Lo Stato di Israele ha sistematicamente violato, in spregio alla Carta delle
Nazioni Unite, la sovranit territoriale di altri paesi, bombardando lIraq quando
questo era ancora alleato degli Stati Uniti (a riprova che la protezione imperiale gli
vale qualsiasi cosa faccia), compiendo incursioni in Siria, e, soprattutto, andando
ripetutamente ad occupare il Libano, per colpire lOlp, che aveva qui stabilito la sua
residenza, in mezzo ai campi dei profughi palestinesi l affluiti fin dal 1948.
Nel 1978 Israele prima occupa il Libano meridionale fino al fiume Litani, e poi
disattende la risoluzione 425 dellOnu che gli impone di ritirarsi, senza che nessuno la
faccia rispettare. Giova ricordare che per una violazione analoga, quella della
risoluzione 660 del 1990 che gli imponeva il ritiro dal Kuwait occupato, lIraq si
attirato la devastante guerra statunitense del 1991 (bench potesse vantare sul Kuwait,
Stato artificiale ritagliato nel 1961 dal distretto iracheno di Bassora per via del suo
petrolio, solidi diritti storici dei quali Israele ovviamente del tutto privo riguardo al
Libano).
Dopo un parziale ritiro dai territori libanesi occupati, affidati a locali, feroci
milizie collaborazioniste da esso armate e foraggiate, lo Stato di Israele compie
nellestate 1982 una ancor pi terribile invasione del Libano, che questa volta non
riguarda soltanto la parte meridionale del paese, ma si estende fino a Beirut, ed
accompagnata da spaventosi bombardamenti, con luso di napalm e bombe a
frammentazione.
La vittoria di Israele totale, come totale lumiliazione della sovranit del
Libano, costretto a cacciare dal suo territorio tutti i dirigenti palestinesi, a ghettizzare
i profughi, e a sottostare alloccupazione militare israeliana della sua regione
meridionale, destinata a durare per ben diciotto anni. Dopo la fine dei combattimenti,
con la schiacciante vittoria israeliana e la cacciata dei miliziani palestinesi, si
abbattono, vigliacche e crudeli, stragi di profughi palestinesi rimasti in Libano,
profughi che sono ormai soltanto civili inermi62. Una forte emozione si propaga per il
mondo, ma nessuna punizione internazionale colpisce Israele.
Settimo. Lo Stato di Israele viola in maniera estesa, sistematica e particolarmente
grave i diritti umani delle popolazioni soggette alla sua occupazione militare. Basta
leggere, per rendersene conto, i rapporti annuali di unorganizzazione sempre molto
informata, e al di sopra di ogni sospetto di parzialit, come Amnesty International. In
uno di essi si pu leggere:

Le forze militari israeliane hanno compiuto nei tenitori palestinesi attacchi


illegali, e sono ricorse abitualmente ad un uso eccessivo della forza contro chi
protestava, anche pacificamente, contro la distruzione dei territori agricoli e contro la
costruzione del muro. Coloni israeliani hanno spesso attaccato agricoltori palestinesi,
distrutto i loro frutteti, e impedito loro di coltivare la terra. Soldati israeliani e coloni
responsabili di uccisioni illegali e altri abusi verso i palestinesi hanno goduto di
impunit () Lesercito israeliano nel corso del 2005 ha illegalmente ucciso nei
territori occupati 190 palestinesi, 50 dei quali bambini () Durante lanno circa un
migliaio di palestinesi sono stati detenuti senza alcun processo ed alcuna accusa ()
Le denunce di torture nei loro confronti non sono state indagate63.

C poi un vasto campionario di efferatezze specifiche. Pochi nei paesi


occidentali sanno che lo Stato di Israele non solo ha praticato e pratica la tortura, ma
persino arrivato a legalizzarla, sempre secondo Amnesty International:

Israele ha a tutti gli effetti legalizzato la tortura () in tre modi: primo, luso da
parte dello Shn Bet (Servizio di Sicurezza) di quantitativi moderati di pressioni
fsiche (sui detenuti) fu permesso dal rapporto della commissione Landau del 1987 e
approvato dal governo () secondo, nellottobre 1994 il Comitato Ministeriale di
Controllo dello Shin Bet, organo del governo di Israele, ha rinnovato il diritto di
praticare (sui detenuti) un uso ancor maggiore della forza fisica () e terzo, nel 1996
la Corte Suprema di Israele ha emesso una sentenza che permette a Israele di
continuare nelluso della forza fsica contro specifici detenuti64.

Fu solo nel 1999 che lAlta Corte di Giustizia dIsraele mise un freno alluso
della tortura,

limitandosi tuttavia a dichiarare che alcuni metodi di interrogatorio () erano


illegali e inaccettabili, fatto che, nellopinione di BTselem65, ha causato un
significativo cambiamento nellampiezza delluso della tortura, parole che lasciano
per intendere che tale pratica non assolutamente al bando in Israele66.

Ottavo. Lo Stato di Israele ha sempre reso impossibile la nascita dello Stato


palestinese che sola legittima, secondo la deliberazione dellOnu, la sua stessa
nascita. Il momento della verit stato, per Israele, la sua guerra completamente
vittoriosa del giugno 1967 sui vicini Stati arabi. La guerra dei sei giorni mostra che
Israele diventata la potenza militare assolutamente dominante in Medio Oriente67.
In queste condizioni, era evidente la strada da percorrere, se davvero lo Stato di
Israele avesse voluto la pace: lasciare ai palestinesi i territori di Gerusalemme Est,
Cisgiordania e Gaza, che la risoluzione 242 dellOnu non gli consentiva di
conservare. Ma un simile comportamento lo avrebbe potuto tenere solo uno Stato
laico, liberale e pacifico. Il fanatismo religioso, il razzismo e lespansionismo
alimentato dallimmigrazione hanno spinto i sionisti allassoggettamento e alla
colonizzazione dei territori occupati, restringendo i palestinesi in aree sempre pi
ristrette, meno edificate e povere.
Il sionismo un movimento di natura colonialistica, e la sua colonizzazione dei
territori occupati dopo il 1967 ha creato, soprattutto negli anni 90, una situazione di
ostacolo insuperabile alla formazione di due Stati indipendenti in Palestina68. Israele
e i suoi coloni hanno infatti il controllo delle risorse idriche ed energetiche dei
territori occupati, e delle loro terre migliori, e non intendono rinunciarvi. Questa
situazione di occupazione e privazione di diritti ha spinto i Palestinesi alla rivolta.
Lintifada prolungatasi dal 1987 al 1993 ha eccitato la pi barbara repressione
israeliana. Gli Stati Uniti, divenuti potentissimi nel Medio Oriente dopo la prima
guerra del Golfo, hanno allora spinto Israele e Olp a tentare la via della pace. Gli
accordi di Oslo del 1993 e del 1995 hanno delineato un percorso di pace basato sulla
cessione graduale di Cisgiordania e Gaza a unAutorit Palestinese destinata a
trasformarsi gradualmente in Stato. LOlp, condizionata da aiuti occidentali che hanno
fatto del suo gruppo dirigente una casta privilegiata, e quindi corrotta, in mezzo a una
popolazione poverissima, ha mostrato ad Oslo una totale arrendevolezza,
riconoscendo Israele prima di essere istituita come governo di uno Stato, e
contentandosi del 22% della Palestina mandataria, quando lOnu ne aveva assegnato
il 43% allo Stato palestinese.
Tale arrendevolezza avrebbe portato a una pace basata sullinferiorit palestinese
se solo Israele fosse stato disposto alla cessione reale e completa almeno di quel
misero 22% di Palestina. Ma uno Stato sionista guidato dal fanatismo religioso che
vedeva nella Cisgiordania niente altro che la Giudea e la Samaria bibliche destinate
dalla divinit agli Ebrei, e che aveva gi colonizzato quelle terre, era intrinsecamente
incapace di cederle. Gli accordi di Oslo rinviavano al futuro ogni decisione sulla
sorte di Gerusalemme, dei profughi palestinesi cacciati dalla Cisgiordania, e dei
coloni ebrei che vi si erano insediati. Inoltre il governo israeliano non rispett il
calendario concordato per il suo ritiro dai territori occupati: consegn Gerico e Gaza
allAutorit Palestinese con cinque mesi di ritardo, e rallent ulteriormente i ritiri
successivi a cui si era impegnato.
Eppure bast questo niente di concessioni ai Palestinesi, bast vedere Arafat
tornare da Tunisi e insediarsi a Gaza come Autorit Palestinese, sia pure quasi
soltanto simbolica, per produrre in Israele una reazione di rigetto degli accordi di
Oslo, che sfoci nellassassinio, da parte di un estremista ebreo, del capo del governo
I. Rabin, che li aveva siglati, il 4 novembre 1995. Il suo successore S. Peres si mostr
pi gretto di lui, e venne comunque sconfitto alle elezioni del maggio 1996 dalla
destra. Il nuovo capo del governo israeliano, B. Netanyahu, contrario agli accordi di
Oslo, li disattese completamente, favorendo nello stesso tempo nuove ondate di
colonizzazione ebraica nei territori che avrebbe dovuto cedere. Tutta la vicenda degli
anni 90 mostra senza ombra di dubbio che Israele non pu concedere nulla, ma
proprio nulla, per la pace.
Unincredibile campagna di disinformazione, da cui il mondo giornalistico stesso
rimasto ingannato, quando non stato attivamente complice dellinganno, ha fatto
credere il contrario allopinione pubblica, in occasione della trattativa per una
soluzione conclusiva del conflitto israelo-palestinese, svolta a Camp David, nel luglio
2000, sotto legida arbitrale del presidente Usa W. Clinton. La trattativa fall e, in
seguito a comunicazioni fatte dagli statunitensi, oltre al silenzio da loro imposto sulle
proposte discusse, si diffuse lidea, da allora sempre ribadita, che Arafat avesse
respinto generose condizioni offerte dallallora capo del governo israeliano E.
Barak.
Per sapere cosa sia accaduto di fatto indispensabile leggere linformatissimo e
sobriamente obiettivo libro di C. Enderlin69. Secondo quanto ancora oggi si crede,
Arafat avrebbe lasciato cadere loccasione storica di far nascere uno Stato
palestinese su Cisgiordania e Gaza, offertagli da Barak, impuntandosi nel pretendere
il ritorno in Palestina dei profughi cacciati dagli israeliani (che, ripetevano i resoconti
giornalistici dellepoca, avrebbe reso insostenibile la situazione demografica in
Israele), e nel rifiutare la sovranit israeliana su tutta Gerusalemme Est (bench,
ripetevano i giornali, fosse stata accettata da Barak lautonomia municipale dei
quartieri arabi e lamministrazione araba dei luoghi santi musulmani).
sconcertante come non si rilevi che, se anche le cose fossero andate cos, la
delegazione palestinese avrebbe avuto tutte le ragioni di rifiutare laccordo: il ritorno
dei profughi infatti richiesto dalla risoluzione 194 dellOnu, e la sovranit israeliana
su Gerusalemme Est esclusa dalla risoluzione 181 dellOnu. La delegazione
palestinese non avrebbe chiesto altro, quindi, che quanto strettamente dovuto da
Israele secondo il diritto internazionale, e anzi assai meno, ovvero soltanto il 22%
della Palestina mandataria anzich il 43% deliberato dallOnu. Ma le cose non sono
andate cos.
Il libro di Enderlin rivela70 come Arafat avesse assicurato che se fosse stato
raggiunto un accordo non avrebbe creato a Israele alcun problema demografico: il
messaggio era che teneva ferma la questione dei profughi come carta negoziale, pronto
ad abbandonarla, e ad accettare semplici risarcimenti monetari per loro, se Israele
avesse accettato la sua ragionevolissima proposta di fare di Gerusalemme Ovest e
Gerusalemme Est le capitali dei due Stati in una citt aperta, anzich pretendere la
sovranit su tutta la citt.
Inoltre Barak non mai stato disposto a far sorgere lo Stato palestinese almeno su
tutti i territori occupati rimanenti dopo lannessione ad Israele dellintera
Gerusalemme, perch le stesse testimonianze statunitensi hanno rivelato, come mostra
il libro di Enderlin71, che egli pretendeva una zona della Cisgiordania in cui
concentrare i coloni, e che il massimo, non negoziabile ulteriormente, che era giunto a
concedere, era di prendersi solo il 9% della Cisgiordania, allargando in cambio
Gaza di un 1%.
La proposta pi vantaggiosa che Arafat si sia sentito fare, da un Clinton mai
cos duro per spingerlo ad accettarla72, stata dunque di rinunciare non soltanto al
43% della Palestina riconosciuta dallOnu allo Stato palestinese, contentandosi del
22% (ridotto in realt al 21% in seguito dallannessione di Gerusalemme ad Israele)
costituito dai territori occupati, ma anche all8% di quel 22%. N basta. Barak
pretendeva73 che, una volta nato, il minuscolo Stato palestinese si sarebbe dovuto
smilitarizzare, lasciando a Israele il controllo del suo spazio aereo, e accettando
postazioni militari israeliane a sorveglianza dei suoi confini con altri Stati.
Si capisce come Clinton abbia detto, in un momento di sincerit, mentre si faceva
latore di simili proposte, di sentirsi un burattino agli ordini degli israeliani74. Le
generose concessioni di Barak sono dunque pura leggenda.

Da questi dati di fatto emerge uninterpretazione chiara: lo Stato di Israele non


pu permettere la nascita uno Stato palestinese sovrano, e costringe il popolo
palestinese allaltemativa tra vivere in condizioni di umiliante mancanza di diritti,
miseria, segregazione razziale e progressiva espulsione, oppure ribellarsi
disperatamente e accettare sostegni di qualsiasi provenienza. Avendo cos messo le
cose, Israele non ha altra soluzione che una soluzione finale del problema
palestinese, che ovviamente sar mascherata da lotta al terrorismo e nascosta dalle
fiamme che Israele stesso far divampare in Medio Oriente.
Una volta chiarito tutto questo, e avendo in mente i motivi, detti allinizio,
dellenorme importanza per lItalia di una situazione di equilibrio e di pace nel Medio
Oriente, quale politica dovrebbe avere in quellarea un governo deciso a tutelare gli
interessi del popolo italiano? Dovrebbe cercare (assieme agli altri Stati dellUnione
Europea, i cui popoli hanno i medesimi interessi) ogni mezzo per fermare
laggressivit devastante di Israele, per spegnere quellobbrobrio morale e quel
focolaio di disordine, ferocia e guerra che la storica oppressione del popolo
palestinese. Il contrario esatto, cio, di quello che, sempre ed automaticamente, fanno
i governi italiani di centrodestra e centrosinistra.
Questi governi ripetono in continuazione la formula dei due popoli, due Stati,
proprio mentre acconsentono, nella sostanza, a tutti gli atti di Israele che rendono
impossibile la nascita di uno Stato palestinese, a partire dalla colonizzazione dei
territori occupati (che rappresenta, tra laltro, una violazione di esplicite risoluzioni
dellOnu). Pretendono il riconoscimento del diritto allesistenza di Israele, che
esiste armato fino ai denti, dal popolo che da quella esistenza si vede negata la
propria da sessantanni. Non arrivano mai a chiedere qualche punizione che fermi
unazione aggressiva di Israele, per quanto devastante e criminale possa essere,
mentre hanno punito con sanzioni economiche affamatrici la povera gente palestinese
quando si permessa di votare democraticamente per un partito sgradito a Usa e
Israele.
Non intendiamo parlare della situazione attuale del Medio Oriente, la cui rapida
evoluzione renderebbe non-aggiornata per il lettore ogni nostra descrizione. Abbiamo
parlato della storia gi consolidata di Israele per mostrare come si tratti di uno Stato
organizzato e cresciuto sulla base di una terrificante violenza coloniale ed etnocida, e
di una protezione imperiale che non pone alcun limite al dispiegarsi di tale violenza,
in modo da rendere chiaro che la disponibilit ad avallare la politica israeliana il
metro con il quale si misurano limmoralit politica e la cupidigia di servilismo,
per usare una famosa espressione, dei governanti ed opinionisti occidentali.
Misurata su questo metro, la nostra sinistra rivela tutto il suo ripugnante squallore.
Basti ricordare alcuni semplici fatti relativi ai primi mesi del governo Prodi.
La distruzione israeliana del Libano, nellestate 2006, con attacchi aerei deliberati
alle infrastrutture civili e agli sfollati, con luso di armi proibite (come le bombe a
frammentazione), con la rovina ecologica, il tutto in risposta alla cattura di due soldati
israeliani finalizzata allo scambio di prigionieri, non suscita risposte di condanna
netta da parte del governo di centrosinistra.
Personaggi come DAlema, vera anima nera della politica estera antinazionale
della sinistra, arrivano al pi a parlare di risposta sproporzionata. Il governo Prodi
decide poi una partecipazione massiccia delle forze armate italiane alla missione Onu
in Libano, istituita, dopo la guerra dellestate 2006, con la risoluzione 1701 del
Consiglio di Sicurezza. Si tratta per non di una missione di pace, ma di una missione
di guerra. Infatti, il Libano meridionale era stato difeso dagli Hezbollah75,
protagonisti di fatto di una guerra con Israele. Se si manda una forza militare a
interporsi fra due combattenti, in questo caso Hezbollah e Israele, per poter parlare di
missione di pace occorre che la forza di interposizione mantenga la pi stretta
neutralit. Rispetto al problema del disarmo delle parti in lotta, ovvio che tale
neutralit richiede che la richiesta di disarmo venga rivolta o a tutte e due le parti, o a
nessuna delle due.
Ma la missione militare Onu ha lo scopo dichiarato di disarmare una delle due
parti in lotta (Hezbollah) ma non laltra (Israele). Non quindi una forza neutrale, ma
una forza armata mandata in Libano per realizzare lobiettivo strategico perseguito da
Israele nella guerra (neutralizzare Hezbollah) e che Israele non era riuscito a
conseguire. In spregio al principio che lesercito italiano deve difendere il popolo
italiano, i soldati italiani vengono mandati in Libano per realizzare gli obiettivi
strategici di Israele, esponendo se stessi e il nostro paese a gravissimi pericoli.
Appare inoltre evidente, in questo caso, la politica dei due pesi due misure: perch
uninterposizione internazionale tra Israele e Libano, dove Israele si sentiva
minacciata, e non tra Israele e Gaza, vittima di quotidiani attacchi israeliani?
Un altro esempio di totale subalternit del governo Prodi, e di tutte le forze
politiche che lo sostengono, al dominio statunitense e ai veti di Israele, quello
relativo al comportamento italiano ed europeo nei confronti del governo palestinese
di Hamas76, al quale abbiamo accennato. Il governo palestinese di Hamas
espressione di libere elezioni, tenute sotto controllo internazionale, elezioni che hanno
visto la vittoria appunto di questo movimento politico di ispirazione islamista. Si
tratta della scelta democratica di un popolo, quello palestinese, che da decenni si
trova in stato di occupazione militare e di privazione di diritti, e che merita quindi
tutta la nostra solidariet.
Quale dovrebbe essere allora il comportamento di forze politiche che hanno come
principi fondamentali appunto democrazia e diritti umani? Evidentemente, la massima
apertura politica e la massima solidariet con il governo democraticamente eletto dei
palestinesi. Ma la reazione dei governi europei, indifferentemente di destra o di
sinistra, non stata questa. Il governo di Hamas stato osteggiato in tutti i modi
possibili (blocco di fondi, isolamento politico). I governi europei hanno mantenuto
questo atteggiamento di ostilit perfino di fronte allarresto di ministri e parlamentari
palestinesi da parte di Israele (estate 2006). Lenormit che il paese che da decenni
mantiene unoccupazione illegale delle terre palestinesi arresti ministri e parlamentari
democraticamente eletti dal popolo palestinese non ha suscitato nessun atto concreto
di solidariet con i palestinesi e di pressione su Israele77.
Il governo di centrosinistra rivendica a proprio merito, per bocca del suo ministro
degli Esteri Massimo DAlema, il fatto che

noi, lItalia, stiamo applicando lembargo contro i palestinesi. Da questo punto


di vista la nostra posizione non equanime, dalla parte di Israele. Abbiamo
applicato al governo di Hamas, ancorch senzaltro democraticamente eletto,
lembargo. Non abbiamo alcuna relazione con quel governo. Non labbiamo
riconosciuto come interlocutore78.

Ricordiamo infine liniziativa di pace ispano-franco-italiana dellautunno 2006,


bloccata prima di concretizzarsi dalla contrariet di Israele, senza la minima reazione
da parte del centrosinistra e di Prodi, che si limit al commento i tempi non sono
maturi.
Infine, dopo questi precisi atti politici che dicono ci che realmente la sinistra,
tutta la sinistra al governo, possiamo ricordare un evento di valore simbolico che li
compendia. Durante la visita in Israele di Prodi del dicembre 2006, una televisione
israeliana riesce a riprendere, dietro le quinte, Prodi e Olmert poco prima di una
conferenza stampa, con Olmert che spiega a Prodi ci che deve dire e Prodi che
annuisce e poi, ubbidiente, dir ci che gli stato ordinato79. Il servilismo nei
confronti dei potenti e la mancanza di dignit del ceto politico del centrosinistra
italiano non potevano ricevere raffigurazione pi espressiva.

Note

22 Approfondiremo questi concetti nei capitoli terzo e quarto.


23 L. Gallino, Il dramma sociale della precariet, in La Repubblica, 23
novembre 2006.
24 Corriere della Sera, 8 dicembre 2006, p. 14.
25 Cfr. G. Scortino, Tutori lontani, Meltemi, Roma 2002. Secondo la legislazione
italiana, cos com stata concepita a partire dalla legge Turco-Napolitano del primo
governo Prodi, persino un percorso lineare come quello di entrare in Italia da turista,
cercare lavoro, trovarlo e regolarizzarsi, impossibile, perch la legge non consente
di convertire un permesso di soggiorno turistico in uno di lavoro. Le leggi volute dalla
sinistra e dalla destra, insomma, sono chiaramente congegnate per obbligare
limmigrato alla clandestinit.
26 Aa.Vv., Potere, societ e popolo nellet sveva, Dedalo, Bari 1983.
27 Vedi a questo proposito il bellissimo libro di M. Seoane, Argentina, paese dei
paradossi, Laterza, Roma/Bari 2004.
28 Cfr. T. Halperin Dongh, Storia dellAmerica latina, Einaudi, Torino 1968,
pp.365-72.
29 Vedi K.Fouad Allam,La solitudine dellOccidente,Rizzoli,Milano 2006, cap.
17.
30 U. Hannerz, La complessit culturale, Il Mulino, Bologna 1998.
31 Si potrebbe obiettare che la legalizzazione di tutta limmigrazione potrebbe,
senza far aumentare limmigrazione totale diretta verso lEuropa, far aumentare quella
verso lItalia a scapito di quella diretta, per esempio, verso Francia o Germania. Per
ovviare a questo problema sarebbe sufficiente per la diminuzione dellofferta di
lavoro privo di diritti, come spieghiamo nel punto successivo. Unaltra obiezione
che gli argomenti sopra esposti riguardano soprattutto limmigrazione dai paesi di
quello che una volta era chiamato Terzo Mondo, ma non quella dai paesi dellEuropa
Orientale. Anche in questo caso vale largomento della diminuzione di offerta di
lavoro, che discutiamo al punto successivo, oltre al fatto che limmigrazione dai paesi
dellEuropa Orientale quella che crea meno tensioni, per la maggiore vicinanza
culturale.
32 P. Cortellessa, Terra Terra, in il manifesto, 14 dicembre 2006.
33 Per una trattazione dettagliata della vicenda si veda il capitolo Cacao dal
libro di J.-P. Boris, Commercio inquo, Feltrinelli, Milano 2005.
34 Per il racconto completo, da cui sono tratte le informazioni che abbiamo dato,
vedi il settimanale LEspresso del 13 ottobre 2005.
35 In questo paese che non ha pi alcuna memoria di s, istruttivo ricordare la
biografia di colui che Prodi ha scelto come Ministro dellinterno. Amato ha iniziato a
far politica nel Psiup, ma quando diventato chiaro il mancato decollo di questo
partito entrato nel Psi, schierandosi con Giolitti. Quando nel Psi ha cominciato a
delinearsi la monarchia di Craxi, ha guidato la fronda per abbatterlo, ma quando Craxi
ha vinto si trasformato da suo nemico a suo principale collaboratore. Negli anni
infausti di Craxi, il capo di governo pi ladrone della storia dItalia, finito poi
latitante in Tunisia, Amato stato, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,
il suo pi stretto collaboratore, tanto da essere allora soprannominato il dottor
sottile per le raffinate giustificazioni giuridiche e le astute scappatoie politiche che
escogitava a sostegno delle iniziative del capo, anche le pi discutibili. Capo al quale
stato fedelissimo finch stato potente, ma che ha tempestivamente abbandonato al
suo destino quando ha cominciato a naufragare nella tempesta di tangentopoli. Nel
ministro che vuole, senza piet, linfamia dei Cpt, oggi nessuno, a sinistra e a destra,
ha interesse a far ricordare il dottor sottile del ladrone Craxi, che in un paese serio
avrebbe dovuto uscire di scena con la fine dellepoca craxiana.
36 Questo tipo di critica comune nella tradizione del pensiero marxista.
37 J. Maillard, Criminalit e globalizzazione, Feltrinelli, Milano 2002, p. 19.
38 Si pu anche qui vedere, in un caso concreto, lassurdit della tesi che la
sinistra sia meno peggio della destra, tesi che abbiamo gi discusso. Cosa avrebbe
potuto infatti concretamente fare la destra, se avesse vinto le elezioni, di peggio di
questo, nel caso specifico? Ma naturalmente il Buon Elettore di Sinistra non si pone
domande di questo tipo.
39 Comprensivo, cio, oltre che della Mafia in senso stretto, quella siciliana,
anche della Camorra campana, della Ndrangheta calabrese e di ogni altra
organizzazione criminale che governi o cogoverni un territorio (per cui meglio
sarebbe parlare, al plurale, di Mafie),
40 Naturalmente il Buon Elettore di Sinistra si guarda bene dal farla,
condannandosi anche in questo caso a non capire la realt.
41 Tanto per fare un esempio, uno di coloro che hanno approfittato dellindulto
stato Giovanni Consorte, dirigente della banca della Lega delle Cooperative,
direttamente legata ai Ds, gi condannato in primo grado per le vicende finanziarie
dellestate del 2005.
42 La vicenda quella del processo, non ancora concluso mentre scriviamo
(gennaio 2007), a carico di dirigenti italiani e svizzeri della ditta Eternit relativo alla
morte di operai dello stabilimento di Casale Monferrato.
43 Del tipo: manca un timbro, allora salta unudienza.
44 Per una panoramica sulle politiche criminali di Usa e Israele si pu vedere: P.
Barnard, Perch ci odiano, Rizzoli, Milano 2006.
45 Utilizzeremo: Da Bush a Bush. La nuova dottrina strategica Usa attraverso i
documenti ufficiali (1991-2003), Edizioni La citt del Sole, Napoi 2004. una
pubblicazione che raccoglie e commenta alcuni documenti ufficiali prodotti dalle
amministrazioni Usa nel periodo indicato.
46 Guida per la pianificazione della Difesa, anni 1994-1999, in Da Bush a
Bush, cit., p. 99.
47 Come suggerisce il senso comune e lautodifesa, lAmerica agir contro
minacce emergenti prima che si possano realizzare pienamente, da La strategia per
la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti dAmerica (2002), ibid., p. 170.
48 Saddam Hussein non aveva alcuna fiducia in Al Qaeda e considerava gli
estremisti islamici come minacce al suo stesso regime, rifiutando tutte le richieste d
aiuto materiale e operativo pervenutegli da Al-Qaeda. Da un rapporto della
commissione intelligence del senato Usa, citato nel Corriere della Sera, 9 settembre
2006, p. 8.
49 Siamo convinti che la jihad irachena stia forgiando una nuova generazione di
leader e terroristi (). Questo conflitto sta alimentando un profondo rancore nei
confronti degli Usa allinterno del mondo islamico e costituisce il brodo di coltura
ideale dei sostenitori del movimento jihadista. Da un dossier dellintelligence Usa,
citato nel Corriere della Sera, 28 settembre 2006, p. 11.
50 La notizia riportata nel Corriere della Sera del 19 ottobre 2006, p. 5. Nella
stessa pagina, Antonio Cassese rileva che quanto affermato dagli Usa
sostanzialmente contrario al diritto internazionale. Un commentatore pacato come
Sergio Romano osserva, a questo proposito, che lAmerica riserva unilateralmente a
se stessa il diritto di decidere ci che potrebbe nuocerle e a comportarsi di
conseguenza (Corriere della Sera, 27 ottobre 2006, p. 51). Le vicende della guerra
in Iraq mostrano cosa significhi questo diritto.
51 Si veda la raccolta curata da J.P. Milelli, Al-Qaeda. I testi, Laterza,
Roma/Bari 2006.
52 Corriere della Sera del 28 aprile e del 26 maggio 2006.
53 Si pu notare che, secondo quanto riportano i giornali a proposito della bozza
della relazione della Commissione dinchiesta istituita dal Parlamento Europeo (si
veda per esempio La Repubblica , 29 novembre 2006, p. 24), i governi dei vari Paesi
europei e i vertici Ue erano informati di queste azioni illegali Usa. Il governo italiano
dellepoca (governo Berlusconi) era ovviamente coinvolto, ma appare coinvolto
anche il Presidente della Commissione europea dellepoca, Romano Prodi, anche se
La Repubblica pudicamente ne tace il nome: ovvio infatti che nel momento in cui
tali inquietanti azioni Usa sul territorio europeo erano a conoscenza di alcuni fra i
massimi dirigenti Ue (come J. Solana, rappresentante per la politica estera Ue, e G.
De Vries, coordinatore Ue per lantiterrorismo) non possibile che fossero ignote al
Presidente della Commissione europea.
54 La vicenda ricostruita in un articolo di C. Bonini in La Repubblica del 21
novembre 2006, p. 5.
55 La Repubblica, 21 novembre 2006, p. 3.
56 Lespressione Medio Oriente, per quanto ormai entrata nelluso comune, non
quella preferita dagli studiosi. Essa nasce nel periodo del dominio coloniale
inglese, in relazione alla geografia inglese e alla situazione politica dellepoca: per i
politici e gli studiosi inglesi dellOttocento, larea in questione era il Medio
Oriente in quanto intermedia fra lOriente pi prossimo (i Balcani, allora sotto il
dominio turco) e lestremo Oriente d India e Cina.
57 Si veda E. Cavatina, Vademecum per i cacciatori di affari, in Limes, n.5,
2005, pp. 139-48.
58 Per una spiegazione chiara e dettagliata si veda il libro dello storico israeliano
Z. Sternhell, Nascita di Israele, Baldini & Castoldi, Milano 1999
59 W. Churchill, statista inglese favorevole al sionismo, era stato sconfitto alle
elezioni inglesi del luglio 1945, dopo le quali si era formato in Inghilterra un governo
laburista guidato da C. Attlee. Il suo ministro degli esteri, E. Bevin (di idee, si noti,
fortemente anticomuniste, occidentaliste e filostatunitensi), aveva istituito attorno a s
una commissione governativa (nota appunto come Commissione Bevin) incaricata di
preparare la nascita in Palestina di uno Stato casa comune di ebrei e palestinesi. Per
impedirlo, organizzazioni terroristiche sioniste fecero saltare la sede dello Stato
maggiore inglese allHotel King David di Gerusalemme, uccidendovi 61 inglesi, 19
palestinesi e 11 ebrei, e assassinarono poi il funzionario dellOnu, e presidente della
Croce rossa internazionale, lo svedese F. Bernadotte.
60 La guerra che porta a questa situazione iniziata dagli arabi, i quali non
accettano la deliberazione dellOnu istitutiva dello Stato di Israele. Ai loro occhi
assurdo che la popolazione ebraica, che rappresenta il 34% di quella della regione,
oltretutto per immigrazione recente, debba avere il 56% del territorio, mentre gli
arabi, che ne rappresentano il 66%, e sono l da pi di mille anni, ne debbano avere
soltanto il 43%. Per questi dati, vedi linteressantissima analisi demografica contenuta
in G. Padello, Quale processo di pace? (Crt, Pistoia 1998), dove si mostra come nel
territorio stesso assegnato dallOnu a Israele la maggioranza della popolazione fosse
palestinese. La guerra stata vinta dagli israeliani, in primo luogo perch riforniti di
armi dal blocco staliniano attraverso un ponte aereo dalla base cecoslovacca di Zatec,
in secondo luogo per linefficienza e il tradimento degli Stati arabi, tradimento
scaturito soprattutto dallaccordo segreto con Israele del re giordano Abdullah, che, in
cambio del contributo a non far nascere lo Stato palestinese, si prese il 20% della
Palestina.
61 La stessa storiografia israeliana, compresi gli storici favorevoli alla politica
dei vari governi israeliani, riconosce ormai, dopo quanto emerso dagli archivi, che
la popolazione palestinese non fuggita dai territori presi da Israele per andare a
combattere contro gli ebrei, ma stata scacciata da una terribile ondata di violenza
terroristica. Si pu vedere in proposito il libro dello storico israeliano, sostenitore
del muro di Sharon, B. Morris, Vittime, Rizzoli, Milano 2001, obiettivo nel
raccontare le stragi di civili intenzionalmente compiute dagli israeliani per cacciare la
popolazione palestinese. Emblematiche quelle di Deir Yassin del 9 aprile 1948
(responsabile M. Begin) e quella di Lydda, del 12 luglio 1948 (responsabile Y.
Rabin). Si tratta con ogni evidenza della stessa politica che in tempi recenti, per casi
analoghi, verr etichettata come pulizia etnica. Naturalmente la pubblicistica
occidentale si guarda bene dallusare questa espressione nei confronti del terrorismo
israeliano verso la popolazione palestinese al momento della nascita dello Stato di
Israele.
62 Un racconto preciso e dettagliato della pi vasta, terribile e conosciuta di
queste stragi, quella dei due villaggi di Sabra e Chatila, si trova nel libro dellebreo
russo A. Kapeliouk, Sabra e Chatila. Inchiesta su un massacro, Corrispondenza
Internazionale, Roma 1983. Vi si narra come la mediazione dello statunitense P.
Habib avesse ottenuto labbandono di Beirut da parte di Y. Arafat, della dirigenza
dellOlp e dei suoi miliziani, dopo il loro sostanziale disarmo, in cambio della
salvaguardia della loro sola vita, e consentendo alla truppe israeliane di A. Sharon di
entrare a Beirut. Arafat e i miliziani dellOlp hanno davvero salva la vita, grazie
anche alla scorta protettiva di soldati francesi e italiani, e vanno a vivere a Tunisi.
Dal 30 agosto 1982, data della partenza di Arafat e della dirigenza dellOlp, non ci
sono dunque pi palestinesi armati in Libano, ma soltanto poveri civili, ammassati in
campi profughi, quali sono in realt Sabra e Chatila.
In questi due campi profughi, per due giorni, vengono macellati (non c termine
pi adatto per rappresentare il fatto) migliaia di palestinesi del tutto inermi, per la
maggior parte donne e bambini, perch i maschi non-anziani se ne erano per lo pi
allontananti al seguito dellOlp. Lazione opera delle milizie libanesi alleate degli
israeliani, ma, come riconosce la stessa Commissione israeliana incaricata di
indagare in seguito allo scandalo internazionale, il ministro della difesa A. Sharon fu
responsabile di aver ignorato il pericolo di strage e vendetta quando diede il
permesso ai falangisti di entrare nei campi, ed anche responsabile di non aver agito
per impedire la strage (citato in P. Bamard, Perch c odiano, cit., p. 263).
Naturalmente Sharon non pagher per le sue responsabilit in questo odioso crimine e
continuer ad essere considerato un politico rispettabile.
63 Amnesty International, La situazione dei diritti umani nel mondo nel 2005,
Ega, Torino 2006, p. 590.
64 Da un rapporto di Amnesty International del 1997, citato in P. Barnard, op. cit.,
pp. 266-7.
65 Organizzazione israeliana per i diritti umani.
66 P. Barnard, ibid., p. 268.
67 Nel frattempo, la potenza militare di Israele stata rinforzata dalle circa 200
testate atomiche che gli esperti le attribuiscono, che ne fanno lunica potenza atomica
della zona. Testate costruite al di fuori di ogni trattato e controllo internazionale,
senza nemmeno lombra delle pressioni, delle minacce, delle sanzioni che subisce
lIran per la sua presunta volont di dotarsi di armi atomiche.
68 Per una precisa ricostruzione, articolata nelle sue differenti fasi, del processo
di colonizzazione israeliana della Cisgiordania, vedi lottima sintesi, corredata di
dettagliati quadri statistici, contenuta in G. Padello, Quale processo di pace?, cit.
69 C. Enderlin, Storia del fallimento della pace tra Israele e Palestina, Newton
Compton, Roma 2003.
70 Ibid., p. 198.
71 Ibid., p. 185.
72 Ibid., P- 173.
73 Ibid., p. 196.
74 Ibid.,p. 181.
75 Hezbollah, il partito di Dio, una organizzazione politico-militare libanese,
espressione della comunit sciita del paese, che nasce nel 1982 come autodifesa
dallinvasione israeliana, con due finalit: in primo luogo appunto combattere
loccupazione israeliana del Sud del Libano, regione dove si concentra la comunit
sciita libanese; in secondo luogo, ottenere un maggiore peso politico, nello Stato
libanese, per tale comunit, che rappresenta oggi, secondo tutti gli esperti, la
maggioranza relativa dei libanesi. Sostenuto dallIran, il partito Hezbollah
rappresenta un ostacolo alle mire israeliane di egemonia nella regione.
76 Hamas, letteralmente ardore (per la fede islamica e la patria palestinese)
unorganizzazione islamista di fede sunnita, fondata nel 1987. Dopo avere svolto
inizialmente attivit quasi soltanto di tutela sociale e di istruzione religiosa del
popolo palestinese, scesa sul piano decisamente politico in occasione degli accordi
di Oslo, che ha contestato come svendita dei diritti palestinesi ad opera dellOlp.
Hamas ha denunciato la corruzione dellOlp (uso a vantaggio del personale dirigente
degli aiuti internazionali) come causa dei cedimenti a Israele e agli Usa, e ha
acquisito larghi consensi tra i palestinesi, soprattuto nella striscia di Gaza, proprio
per la sua intransigente lotta alla corruzione, supportata da una inattaccabile onest
personale dei suoi dirigenti.
77 Nel novembre 2006 vari parlamentari e ministri palestinesi risultavano ancora
prigionieri di Israele. Una notizia dellagenzia di stampa online Infopal.it del 21
nvembre 2006 riferisce: La corte militare israeliana del centro di detenzione di
Salem ieri ha confermato lestensione della detenzione per altri settanta giorni al
ministro delle Finanze palestinese Omar Abdul Razzak e a dieci deputati. Vedi
allindrzzo http://www.infopal.it/testidet.php?id=3321.
78 Corriere della Sera, 14 novembre 2006.
79 I giornali italiani dedicano a questo episodio solo brevi trafiletti. Si veda per
esempio il Corriere della Sera del 14 dicembre 2006.
2. LO SVILUPPO, UN DOGMA IN CRISI

Lultimo dei postulati del capitalismo assoluto che vogliamo discutere quello
relativo allo sviluppo, inteso come crescita indefinita del Prodotto Interno Lordo. Il
postulato pu essere formulato nel modo seguente.

Sesto Postulato. Il fine della politica favorire lo sviluppo. Tutti i problemi


sociali devono essere affrontati attraverso lo sviluppo e solo i problemi ai quali lo
sviluppo pu dare una risposta possono essere affrontati.

Discutiamo tale postulato in un capitolo a parte perch ha bisogno di una


trattazione pi approfondita, e questo per tre motivi.
In primo luogo esso ha carattere pi fondamentale rispetto a quelli
precedentemente discussi, rappresenta cio il vero principio irrinunciabile del
capitalismo assoluto.
In secondo luogo lo sviluppo appare oggi come una realt in crisi, almeno in
regioni significative del pianeta, fra le quali lEuropa, e lItalia in particolare. Questo
implica che uno dei cavalli di battaglia di tutte le forze politiche nei nostri paesi il
rilancio dello sviluppo, e occorre quindi discutere cosa significhi e cosa comporti
tale rilancio.
In terzo luogo il dogma che lo sviluppo sia sempre e comunque un fatto positivo
estremamente diffuso, per cui di fronte a tale dogma occorre un ragionamento pi
lungo per spiegarne la nocivit. Non basta, cio, mostrare come esso sia condiviso da
destra e sinistra, anzi questa la parte pi facile dellargomentazione. A differenza
dei postulati precedenti, che portano allattacco ai diritti del lavoro o al servilismo
verso le guerre Usa, nel caso del dogma dello sviluppo la sinistra non fa nemmeno
finta di differenziarsi dalla destra. Ciascuno dei due schieramenti vuole presentarsi
come quello che aiuta lo sviluppo e rimprovera allaltro schieramento di non fare
abbastanza per lo sviluppo.
Il concreto comportamento del centrosinistra su questi temi lo si visto al
momento della lotta della Val di Susa contro il progetto del Treno ad Alta Velocit. Il
progetto TAV una tipica espressione dellideologia dello sviluppo: di fronte al
problema dellaumento del traffico stradale di merci, e ai disagi che questo comporta,
impensabile, per i dogmatici dello sviluppo, far diminuire il traffico di merci. La
merce lassoluto che non pu essere messo in discussione, sono il territorio e le vite
delle persone che ci abitano che devono adattarsi alla merce e alle sue esigenze.
Quando la Val di Susa si ribellata contro questa logica devastante, si trovata come
controparti da un lato il governo nazionale di centrodestra, dallaltro i governi locali
(Regione Piemonte, Comune di Torino) in mano al centrosinistra80.
E questo non , ovviamente, un caso. Accettare il dogma dello sviluppo significa
accettare tutta una serie di conseguenze sociali ed economiche, rispetto alle quali le
contrapposizioni fra destra e sinistra perdono il loro significato. Infatti, nellattuale
realt economica e politica, caratterizzata dalla globalizzazione neoliberistica e
dalla competizione universale, lo sviluppo come priorit implica:

1. Il dirottamento di grandi quantit di risorse pubbliche sul sistema delle imprese,


per aiutarlo a competere sul piano internazionale. Questo comporta ovviamente una
riduzione delle risorse disponibili per lo stato sociale, quindi una sua riduzione, e in
definitiva una riduzione del livello di vita delle masse (che pu essere ottenuta in
modi diversi).
2. La diminuzione dei diritti dei lavoratori subalterni, sempre per favorire la
competitivit.
3. Laccettazione delle negative conseguenze ecologiche dello sviluppo stesso.
4. Il tentativo di controllare le fonti di materie prime, specie di quelle che si
avviano a diventare scarse (come il petrolio).

Le conseguenze della scelta dello sviluppo sono quindi lattacco ai diritti e ai


redditi dei ceti subalterni, la distruzione dellambiente, le guerre per il controllo delle
risorse.
Lunica alternativa una politica di decrescita, di riduzione progressiva del
Prodotto interno lordo, fatta su criteri di equit, giustizia e solidariet81.
Chi sta dalla parte dello sviluppo, sta di fatto dalla parte del sistema vigente,
qualunque illusione coltivi riguardo alla sua collocazione. Questa adesione
allideologia dello sviluppo da parte di chi si proclama di sinistra pu assumere le
forme pi diverse, ma in sostanza gira attorno a pochi argomenti di senso comune che
possono essere pi o meno riassunti come segue:

Coloro che criticano lo sviluppo e sostengono la decrescita vogliono il ritorno


alleconomia del passato, a costumi sociali arcaici, ai buoni tempi andati. Ma noi non
vogliamo tornare alle condizioni di una volta, alla vita media brevissima, alle
malatte che non si sapevano curare, alle carestie, alle giornate di lavoro lunghe e
tormentose. Vogliamo, come sempre stato nella tradizione del movimento operaio,
lo sviluppo economico, scientifico e tecnologico liberato per dai condizionamenti,
dai vincoli e dalle priorit dellorganizzazione sociale capitalistica.

A queste argomentazioni di senso comune si possono contrapporre almeno sei


osservazioni estremamente sintetiche. Primo. La decrescita mira a una riduzione
progressiva della quantit di merci e dellammontare del Prodotto interno lordo,
quindi del consumo di energia e di materie prime, ma niente affatto del tenore di vita,
che vuole anzi innalzare. Banalmente: quanto pi il traffico automobilistico urbano
denso, caotico e lento, e addirittura, quanti pi incidenti automobilistici ci sono, tanto
pi c sviluppo (per il maggior consumo di carburante e veicoli, e per il giro di
assicurazioni e riparazioni), mentre un sistema efficiente di trasporto pubblico, in una
citt chiusa al traffico privato, sarebbe decrescita, una decrescita che, in tutta
evidenza, migliorerebbe il tenore di vita. Gli esempi di questo tipo sono
numerosissimi. Lasciamo a Bush, quando dice il nostro tenore di vita non
negoziabile, la confusione fra tenore di vita e quantit di merci, fra sviluppo e
benessere.
Secondo. La decrescita non affatto antimodernista, perch anzi, mirando a
sostituire tecnologie ecologicamente leggere al posto di quelle pesanti, tecnologie di
risparmio energetico (non di fonti alternative di energia, a cui essa in linea di
principio contraria) al posto di quelle dissipatrici di energia, promuove, anche in
pratica (si pensi alle invenzioni documentate, anche se rifiutate dallindustria, di
alcuni scienziati impegnati su questa linea), tecnologie in cui ci sono pi logie, cio
apporti scientifici, che mere tecniche, e promuove, quindi, una modernit pi evoluta.
Terzo. La decrescita non vuole proprio per niente tornare a costumi sociali arcaici
e a uneconomia arcaica. Al contrario, la decrescita finalizzata a unevoluzione
delleconomia che la connetta pi strettamente ai bisogni sociali, a uno stile di vita
pi edonista perch non trascinato dalla rincorsa stressante a consumi superflui o,
peggio, resi necessari dalla cattiva organizzazione sociale. Il benessere e i piaceri
della vita non crescono al crescere della quantit di merci, rifiuti e scarichi tossici (il
consumismo il falso edonismo di gente interiormente vuota e disperata), ma
crescono con la selezione qualitativa dei beni prodotti.
Quarto. Ci che eventualmente fa ricadere nei mali dei tempi andati non la
decrescita, ma proprio lo sviluppo. Quello che oggi chiamiamo progresso ci sta
riportando ai mali di cento anni fa, come la mancanza di ogni diritto del lavoro
attraverso lo smantellamento progressivo di tutte le conquiste delle lotte operaie
dellepoca keynesiano-fordistica, ormai irreversibilmente tramontata, e persino a certi
mali di trecento anni fa, che si ritenevano definitivamente debellati. Si pensi a come
stanno ridiventando incerti e pericolosi i viaggi e il turismo, ai danni fatti ogni anno
da pochi giorni di pioggia o di neve, al riaffacciarsi di gravi epidemie. Ci che lo
sviluppo andrebbe visto da una prospettiva pi ampia di quella delle metropoli
occidentali. La recente strage provocata in Costa dAvorio dai rifiuti importati un
tipico prodotto dello sviluppo, che fa crescere a dismisura i rifiuti tossici e ne devia
lo scarico nei paesi pi deboli.
Quinto. Lidea di uno sviluppo non-capitalistico unillusione. Lintera storia del
Novecento dimostra in abbondanza che non c altro sviluppo che quello interno al
capitalismo. Chi sogna uno sviluppo non-capitalistico deve assumersi lonere della
prova, deve spiegarci dove si potr mai trovare questa araba fenice. Nella realt, chi
vuole lo sviluppo vuole il capitalismo, qual che siano le illusioni ideologiche con le
quali occulta questa semplice verit.
Sesto. La crescente aggressivit imperialistica figlia dello sviluppo, che obbliga
a un sempre pi vasto accaparramento delle risorse mondiali da parte delle principali
potenze, e spinge lEuropa a stare sempre, alla fine, per le paure dei suoi ceti
dirigenti, a rimorchio degli Stati Uniti. Non si possono contrastare le derive belliche
dellimperialismo attuale se non in una prospettiva d decrescita. Chi a favore dello
sviluppo , anche se crede il contrario, a favore delle guerre imperialistiche che dello
sviluppo sono un corollario.

Sinistra e sviluppo

Cerchiamo ora di discutere in modo pi approfondito le tesi di chi sostiene da


sinistra lopportunit e la necessit di rilanciare lo sviluppo. Per farlo, partiamo da un
testo che argomenta questa tesi in un modo serio e approfondito. Si tratta di un recente
libro di Andrea Ricci 82, che si impegna ad offrire, come dice il sottotitolo, Proposte
per una politica economica di sinistra.
Lanalisi del libro, su cui si fondano le sue proposte, muove dalla constatazione
che, negli anni 80 e soprattutto negli anni 90, si determinata una forbice tra il
maggior sviluppo dellaccumulazione di valore economico negli Stati Uniti e il suo
minore sviluppo in Europa (intesa, come dora in poi intenderemo usandone il temine
generico, quale area della Uem, lUnione economica e monetaria). Il quarto capitolo
del libro porta infatti per titolo Il declino dellEuropa. Perch questo declino?
Perch, cio, il tasso di incremento del prodotto interno lordo stato in Europa
costantemente inferiore a quello degli Stati Uniti?
nota la spiegazione che di questo dato viene fornita dal coro dei media, in
maniera ossessiva fin dagli anni 80: negli Stati Uniti il lavoro pi flessibile, in
Europa pi rigido; il costo del lavoro in Europa, gravato da consistenti oneri sociali,
pi alto, negli Stati Uniti pi basso. La flessibilizzazione integrale del lavoro
porterebbe a grandi vantaggi in termini di maggior volume di commercio, maggiore
crescita della produzione, minore disoccupazione. In queste analisi si tace
naturalmente il fatto che il brillante risultato di una disoccupazione statunitense
diventata percentualmente la met di quella europea un giuoco di prestigio
matematico che computa come occupati anche i milioni di carcerati e quanti avevano
lavorato soltanto poche ore al mese.
Ma le critiche a queste ideologie mediatiche non si fermano a queste
considerazioni e Ricci le approfondisce proponendoci tabelle statistiche dalle quali
risulta che nel periodo in cui gli investimenti produttivi statunitensi sopravanzavano
quelli europei e determinavano un maggior incremento del prodotto interno lordo
negli Stati Uniti, i profitti aziendali crescevano invece pi in Europa che negli Stati
Uniti83.
La ragione per cui in Europa c un minor volume di investimento e di
accumulazione non sta perci in un maggior peso economico del fattore lavoro, che
avrebbe eroso i profitti disponibili per gli investimenti produttivi, ma sta in una
qualche strozzatura esistente tra la formazione del profitto e il suo rem-vestimento nel
ciclo accumulativo. Tale strozzatura individuabile nellinsufficienza della domanda
monetaria, che, restringendo gli sbocchi di mercato della produzione industriale, ha
corrispondentemente ridotto gli investimenti in essa, dirottando i profitti negli
impieghi finanziari e negli investimenti nelle remunerative attivit statunitensi84.
Il successo delleconomia degli Usa nel periodo 1991-2001, consistente in un
tasso medio anno di crescita del prodotto interno lordo del 3,5% contro l1,8%
europeo, dunque dipeso da una politica monetaria espansiva che, facendo crescere
sia la spesa pubblica che i consumi privati, ha assicurato congrui sbocchi di mercato a
livelli sempre pi alti di investimenti. Gli Stati Uniti hanno sfruttato al meglio il ruolo
del dollaro come moneta di riserva internazionale, insito nella loro posizione
imperiale, stampando dollari su dollari per promuovere la propria potenza
tecnologica e militare, e per sostenere la propria economia, senza affatto preoccuparsi
dei loro deficit commerciali.
Questa analisi del tutto precisa ed molto penetrante nel mostrare come il
rallentato sviluppo economico e tecnologico europeo dipenda dalla politica monetaria
restrittiva su cui stata fondata la costruzione dellUnione economica e monetaria, e
da cui derivata, nel periodo 1991-2001, la crescita lenta dei consumi (1,7% annuo
contro il 3,4% statunitense), quindi degli investimenti (1,3% annuo contro il 4,7%
statunitense), quindi del tasso di innovazione tecnica (0,8% annuo contro il 5,1%
statunitense).
Lanalisi rivela anche come la politica monetaria restrittiva imposta dagli
eurocrati sia lespressione della sostanziale subordinazione della costruzione
dellEuropa alle esigenze dellimperialismo nordamericano. Linsufficiente domanda
interna dirotta una parte consistente dei profitti europei dagli investimenti produttivi
in Europa agli investimenti speculativi nella finanza mondiale e agli impieghi
nelleconomia statunitense. In questo modo lafflusso di capitali europei negli Stati
Uniti consente agli Stati Uniti di mantenere un altissimo deficit commerciale senza
provocare una grave svalutazione della propria moneta, finanzia lo sviluppo
economico e tecnologico statunitense e diminuisce il peso commerciale europeo.85
Dal marzo 2001 (e non, come si crede, dall11 settembre successivo) leconomia
mondiale entra in una nuova fase di crisi, e la crisi accentua le divaricazioni fin qui
viste.
La conclusione che ne trae Ricci la seguente:

LEuropa ad un bivio decisivo. O rimette in discussione i fondamenti della sua


politica economica, attraverso un rilancio della domanda interna innescato da
interventi di redistribuzione del reddito, e attraverso la ripresa di un massiccio
intervento pubblico nelleconomia, finalizzato alla riqualificazione dellapparato
industriale, o lunica strada che le rimane da percorrere quella della sua
sudizzazione86.

Si tratta, a prima vista, di una conclusione ragionevole. Alla sudizzazione della


societ europea, consistente in una progressiva perdita di reddito e di diritti da parte
del lavoro, e nella conseguente riduzione della dignit della persona umana e del
rispetto per essa, viene contrapposto un ambizioso progetto di sinistra di
redistribuzione del reddito a favore delle classi lavoratrici e di rinnovato intervento
dello Stato nella produzione economica e nellerogazione dei servizi essenziali.
Questo progetto risponde allesigenza etica di porre fine a infami condizioni di lavoro
e di vita della fascia pi sfortunata della popolazione europea, ma anche allesigenza
sociale di prevenire la diffusione del disordine pubblico, e, inoltre, alla stessa
esigenza economica di un aumento della produttivit del lavoro e del tasso di crescita
del prodotto interno lordo.
Soltanto una retribuzione del lavoro consistentemente maggiore dellattuale,
maggiorata assai pi dellincremento di produttivit dellultimo periodo, ampliando
gli sbocchi di mercato per la produzione industriale, farebbe aumentare gli
investimenti produttivi a scapito di quelli speculativi, e quindi la produttivit stessa.
E soltanto un rinnovato intervento dello Stato nella produzione di beni e di servizi
potrebbe accrescerne il contenuto tecnologico, favorendo lo sviluppo87.
Cosa c di sbagliato in questa impostazione? Essa coglie un punto rimosso ed
essenziale di verit: la forma attuale di capitalismo crea una sfasatura strutturale,
cronologica e tecnologica, tra produzione e consumo, perch le potenze tecnologiche
della produzione sono eccedenti rispetto alle capacit storiche di consumo, e perch i
consumi, potendo essere comandati soltanto da redditi monetari, ed essendo quindi
frenati dalla distribuzione sempre pi inegualitaria del reddito, seguono a stento, nel
tempo, le capacit di offerta della produzione. Ma senza adeguati sbocchi di consumo,
gli investimenti produttivi hanno una redditivit decrescente, per cui declinano,
facendo declinare le innovazioni di prodotto e il tasso di sviluppo.
Linsufficienza strutturale della domanda insomma il problema dei problemi del
capitalismo assoluto, che lo rende, oltre che pi socialmente ingiusto, anche
produttivamente pi inefficiente del capitalismo keynesiano-fordistico che lo ha
preceduto. Gli studi di Todd hanno chiarito a fondo questo punto, riassumibile nella
seguente considerazione: nel neoliberismo laumento potenziale della produttivit
deve abbassarsi per adeguarsi al ritardo tendenziale della domanda88. Ricci ne
deriva, in apparenza molto conseguentemente, un progetto di ampliamento strutturale
della domanda mediante una distribuzione pi egualitaria del reddito, promossa da
una politica di sinistra contro i comandi del neoliberismo, facendo leva
sullampliamento della domanda per un rilancio degli investimenti, della produttivit
e dello sviluppo che consentirebbe alleconomia di reggere i maggiori redditi da
lavoro. Cosa c di sbagliato?
Il primo sbaglio, logico e storico, quello di ritenere equivalenti laffermazione
che lo sviluppo frenato dallinsufficienza della domanda e laffermazione che lo
sviluppo possa essere rilanciato da un ampliamento della domanda. Le due
proposizioni sono in realt diverse. La prima esprime il fatto che un ampliamento
della domanda condizione necessaria per lo sviluppo, la seconda afferma che esso
condizione sufficiente. Allo stesso modo, per capirci, dire che una lavatrice non pu
funzionare senza energia elettrica, non la stessa cosa dellaffermare che sicuramente
funzioner se le viene fornita energia elettrica: se bloccata da un cortocircuito, tutta
lenergia elettrica che le possiamo erogare non la far ripartire.
Ma nella situazione attuale, appunto, unerogazione aggiuntiva di domanda
monetaria al meccanismo economico, se toglie lostacolo allo sviluppo rappresentato
dalle strozzature per mancanza di domanda, fa per cortocircuitare il processo
accumulativo. Nellambito sistemico del neoliberismo, infatti, le risorse erogate per
aumentare la domanda monetaria sono necessariamente sottratte al sostegno diretto o
indiretto al sistema delle imprese, per cui quanto pi vengono ampliati gli sbocchi di
mercato della produzione tanto pi crescono i suoi costi, con una conseguente
inflazione da costi che alla fine toma a restringere quegli sbocchi.
Ma c di peggio. In un contesto globalizzato, una politica locale di aumento della
domanda, facendo aumentare i costi locali dellofferta, fa in pratica aumentare la
domanda non per la produzione locale, ma per quella estera, ed quindi una politica
impossibile da perseguire realmente. Un esempio da manuale di quanto veniamo
dicendo stata la politica neokeynesiana attuata in Francia subito dopo la vittoria di
Mitterand nel 1981, che ha generato sia un allargamento della domanda che un
aumento di costi dellindustria nazionale. Sono cos aumentate le vendite delle
industrie straniere, e di conseguenza si avuta la svalutazione del franco, un ulteriore
aumento di costi, e il blocco dello sviluppo.
Non si pu, quindi, fuoriuscire dal neoliberismo a partire da un aumento della
domanda, prodotto da una politica di redistribuzione del reddito, che rilanci lo
sviluppo.
Pensare di poter rilanciare lo sviluppo attraverso lallargamento della domanda
corrisponde dunque a un errore logico che non consente di capire che nel sistema
neoliberistico un allargamento della domanda fa collassare laccumulazione e quindi
lo sviluppo. Questo errore rinvia a sua volta a un errore di prospettiva storica, cio al
non tenere conto di un passaggio storico gi avvenuto. Storicamente, infatti, il
capitalismo ha assunto la forma neoliberistica proprio perch lincremento della
domanda non agiva pi come propulsore dello sviluppo, e perch la sua nuova forma
garantiva lunico sviluppo possibile, uno sviluppo alimentato dalla continua
compressione dei costi economici della produzione, con il suo inevitabile risvolto di
un minore volume di reddito distribuito nella produzione, e quindi di una domanda
costantemente frenata. Si tratta certo di uno sviluppo meno accentuato e pi instabile
di quello dellepoca keynesiana, ma si tratta comunque dellunico sviluppo possibile
nelle condizioni date, dopo che la forma keynesiano-fordistica del capitalismo aveva
mostrato i suoi limiti89.
Non c dunque modo di rilanciare lo sviluppo attraverso la domanda. Ma
quandanche ci fosse, sarebbe socialmente vantaggioso? No, e Ricci non se ne
accorge perch non prende in considerazione lormai attuale ed evidente
insostenibilit ecologica dello sviluppo.
Ricordiamo alcuni aspetti di questo problema, ormai risaputi: ogni crescita della
produzione fa crescere non soltanto la quantit dei prodotti finiti, ma anche quella
dellenergia consumata e dei rifiuti smaltiti; il crescente consumo di energia prodotta
tramite combustione surriscalda il pianeta per effetto serra, con gravi danni per gli
equilibri climatici su cui si regge lattuale organizzazione della vita sul pianeta, e
riempie latmosfera di gas dannosi per la salute; il crescente accumulo dei tipi pi
disparati di rifiuti inquina sempre pi le falde acquifere e i suoli, trasferendo sostanze
nocive dai suoli alle piante, e dalle piante agli animali, rendendo sempre pi
pericolosa lalimentazione umana. Lo sviluppo oggi sviluppo di gas-serra, di
inquinanti dellatmosfera, di prodotti chimici aggressivi, di sostanze cancerogene e
mutagene. Esso ormai ambientalmente insostenibile.
La sinistra per, compresa quella cosiddetta radicale, come si vede dal libro di
Ricci, mantiene ferma lidea - che propria simultaneamente della sua tradizione
storica, della sua ideologia attuale e della cultura dominante del capitalismo assoluto
- che il successo di un sistema economico si misuri sullincremento del prodotto
interno lordo, e coincida quindi con lo sviluppo. Tutta la critica alle politiche
neoliberistiche contenute nel libro di Ricci si basa sullincapacit di queste politiche,
per il loro carattere monetariamente restrittivo e socialmente inegualitario, di
assicurare i livelli di domanda che sarebbero necessari per alimentate un adeguato
sviluppo del prodotto interno lordo, e rendere cosi possibile una sua redistribuzione.
Lidea del prodotto interno lordo da far crescere con lo sviluppo uno dei
princpi della sinistra la cui accettazione rende insuperabile il neoliberismo. Solo
rinunciando a tali princpi, e quindi andando oltre la sinistra, si potr pensare a un
superamento del neoliberismo.
Stiglitz, il capo economista della Banca mondiale e consulente economico di
Clinton che ad un certo punto ha aperto gli occhi sui danni che ha fatto, ha avuto una
grande intuizione di verit quando ha detto che limperativo di crescita del prodotto
interno lordo non altro che una corsa continua e affannosa per rimanere fermi90 . E
un dato di fatto che occorre, nel sistema economico vigente, una certa crescita
percentuale del prodotto interno lordo, un certo ritmo di sviluppo, per mantenere gli
stessi livelli di occupazione e le stesse retribuzioni del lavoro. Se il prodotto interno
lordo resta costante, e addirittura anche se cresce, ma di poco, aumenta la
disoccupazione e diminuiscono i salari.
Occorre dunque uscire da questa corsa socialmente folle e ambientalmente
insostenibile dello sviluppo, e capire, buttando via i pregiudizi antichi della sinistra e
le sue nuove illusioni91, che lunica via di salvezza una redistribuzione di risorse a
prodotto interno lordo decrescente. Il prodotto interno lordo dovrebbe diminuire di
anno in anno, insieme a un mutamento continuo della sua composizione, che dovrebbe
comprendere sempre meno beni superflui, di status e nocivi, e sempre pi beni
essenziali e di migliore qualit sociale. Come imboccare questa strada senza una
impossibile rivoluzione, ed evitando che la caduta del prodotto interno lordo produca
una catastrofica disoccupazione? Per capirlo dobbiamo affrontare altri temi, in primo
luogo quello della competitivit.

Sinistra e competitivit

Su La Repubblica del 16 marzo 2005 comparsa una vignetta di Bucchi in cui si


vede un uomo che prega il suo dio e che conclude la preghiera dicendo e rendi
competitivi me e la mia famiglia. C pi verit in questa sola vignetta che in tanti
degli articoli che compaiono quotidianamente sulla stampa. La verit che essa
manifesta che la competitivit universale come principio regolativo della vita
sociale oggi il postulato comunemente condiviso di ogni giudizio e di ogni
interpretazione delle vicende del nostro tempo. Sindacati operai e organizzazioni
padronali concordano nella richiesta di pi competitivit del sistema, destra e
sinistra si rimproverano reciprocamente di non promuovere abbastanza la
competitivit.
Nessuna epoca ha avuto un postulato o un mito insieme cos poco intelligente e
cos dannoso. La competitivit, infatti, pu effettivamente migliorare le prestazioni in
qualche campo particolare92, ma in tutti gli altri risulta generatrice di inefficienza, di
danno sociale, di corruzione morale, di umiliazione del merito vero, di ascesa degli
incapaci ai posti di comando, e anche di ridicolo. Laccecamento mentale prodotto
dallideologia neoliberistica rende sorprendenti queste ovviet, perch un ossessivo
imbonimento dei cervelli fa credere che la logica della competizione faccia emergere
i pi capaci, selezioni le competenze, promuova lefficienza.
facile rendersi conto che queste affermazioni sono false: lagricoltura
competitiva quella che droga e avvelena i suoli con fertilizzanti chimici e pesticidi;
lallevamento competitivo quello che produce carni gonfiate, prive di sapore, piene
di antibiotici; i trasporti competitivi sono quelli che riducono il personale, la
manutenzione e quindi la sicurezza del servizio; le banche competitive sono quelle che
licenziano impiegati e rifilano titoli spazzatura ai propri clienti; la medicina
competitiva quella che rifiuta di far arrivare i farmaci salvavita agli ammalati dei
paesi poveri; le scuole competitive sono quelle dove si moltiplicano le attivit di pura
immagine e non si insegna pi nulla di organico.
La competitivit del sistema economico lobiettivo presupposto dalla sinistra in
ogni aspetto del suo orientamento riguardo alleconomia, e una delle pi severe
critiche che la sinistra ha rivolto alla destra quando questa era al governo era di non
impegnarsi a promuovere la competitivit dellazienda-Italia. E interessante, a questo
proposito, un fondo d Eugenio Scalfari:

Siamo scesi al quarantacinquesimo posto nella classifica mondiale della


competitivit e continuiamo anno dopo anno a perdere terreno senza che finora i
governi succedutisi a partire dai primi anni 90 abbiano affrontato il problema in
termini seri e responsabili. Quello al potere dal 2001 ha addirittura imboccato una
strada opposta a quella necessaria per ridare fiato alle imprese: ha preferito
mortificare la domanda interna di consumi e di investimenti per concentrare le risorse
disponibili nella riduzione della fiscalit sui redditi medio-alti Per accrescere la
competitivit bisogna realizzare obiettivi precisi e chiari: 1. Aumentare il prodotto
dellora lavorata. 2. Diminuire il costo dellora lavorata. 3. Diminuire il costo del
lavoro. 4. Diminuire la fiscalit sul lavoro e sulle imprese. 5. Creare un vero sistema
di ricerca applicata e un vero sistema di formazione della qualificazione al lavoro,
che devono vedere coinvolti le imprese, i sindacati, la scuola, luniversit. 6. Far
crescere la dimensione delle aziende. 7. Innovare non solo i processi di produzione
ma la natura dei prodotti da offrire sul mercato93.

Seguono altri due punti sulla creazione di centri di eccellenza di dimensione


europea e sulla liberalizzazione degli ordini professionali.
Abbiamo citato per esteso la parte propositiva dellintervento di Scalfari, perch
da un lato rappresenta un progetto organico e meditato in funzione della competitivit,
e dallaltro mostra, se ci si riflette sul serio, come la corsa incessante per mantenere
oppure, come nel caso dellItalia, per ristabilire la competitivit di un sistema
economico, sia una corsa del tutto insensata.
Promuovere la competitivit delle imprese significa in primo luogo, nella
situazione attuale, convogliare enormi risorse per il loro sostegno. Questo punto, che
nel libro di Ricci rimane oscurato, invece ben chiaro a Scalfari. Scalfari ha ragione:
per diventare pi competitive, le imprese italiane dovrebbero crescere di dimensioni
e passare dalle innovazioni di processo alle innovazioni di prodotto, e per essere
messe in condizione di investire tutto il danaro necessario alla crescita dimensionale
e allinnovazione di prodotto dovrebbero essere notevolmente alleggerite di costi. Per
alleggerire i costi delle imprese lo Stato non pu fare altro che defiscalizzarne gli
utili e fiscalizzarne i contributi. Coerentemente, quindi, nel seguito del suo articolo
Scalfari propone di accollare alla fiscalit generale la contribuzione previdenziale, e
di sottrarle lintero gettito dellIrap, che andrebbe abolita. Provvedimenti simili sono
in effetti necessari per il rilancio della competitivit, e sono anzi intrinsecamente
validi94, ma proprio la loro necessit mette in luce, senza che Scalfari se ne renda
conto, linevitabile strozzatura della domanda nel sistema neoliberistico.
Labolizione dellIrap e la fiscalizzazione della previdenza presuppongono infatti,
nellambito sistemico che Scalfari accetta (equilibri di bilancio, parametri europei
ecc.) nuove, enormi entrate fiscali, il cui effetto deprimente sulla domanda
complessiva nel paese non sarebbe certo compensato dal passaggio nel salario dei
contributi a carico dei lavoratori, anche perch la retribuzione oraria dovrebbe
diminuire. N le esportazioni possono surrogare la debolezza della domanda interna,
non soltanto perch il regime neoliberistico vigente su scala mondiale indebolisce la
domanda dappertutto fuorch negli Stati Uniti, ma anche, e soprattutto, perch lo
sfruttamento della domanda estera presuppone comunque investimenti che non
possono nascere che da un mercato interno in espansione.
In una situazione di domanda declinante le imprese non investono sulla crescita
dimensionale e sullinnovazione di prodotto. Questo Scalfari sembra non saperlo95,
anche perch si tratta di una considerazione che fa crollare tutta la sua costruzione: i
provvedimenti che sarebbero indispensabili per rilanciare la competitivit eliminano
un presupposto necessario della competitivit stessa. Il punto, qui, non sta nel fatto
che Scalfari non abbastanza bravo per trovare la soluzione al problema della
competitivit, che la soluzione per lItalia non esiste: una struttura produttiva come
quella italiana, una volta privata dellapporto della grande industria pubblica (che
comunque esigerebbe risorse sottratte alla domanda), e simultaneamente sottoposta
alle regole monetarie restrittive dellUnione europea, perde necessariamente di
competitivit.
Naturalmente linesistenza di un rimedio alla perdita della competitivit
economica italiana universalmente rimossa (Scalfari in affollatissima compagnia)
perch limperativo di essere il pi possibile competitivi il postulato di base della
mentalit plasmata dal neoliberismo. Persino un commentatore economico di spessore
superiore alla media, come quello che si firma su il manifesto con lo pseudonimo di
Galapagos - individuando, come Scalfari, e con la sola differenza di qualche
considerazione generale pi di sinistra, la risposta alla perdita di competitivit in
politiche di sostegno dellofferta per rilanciare la produzione su basi innovative96,
per non vedere che questa non in realt una risposta, perch le risorse destinate al
sostegno dellofferta prosciugherebbero la domanda e lascerebbero quindi senza
sbocco lofferta - arriva a dirsi che in Italia non esiste un problema di debolezza del
consumo, al punto che sarebbero addirittura inutili politiche keynesiane di sostegno
alla domanda. La prova starebbe nelle vendite, superiori alla media europea, di
automobili e di telefonini, in prevalenza, per, di marche straniere.
Se dunque ci fosse unofferta italiana competitiva di automobili e di telefonini, la
domanda che le darebbe uno sbocco sarebbe gi pronta, senza bisogno di politiche
keynesiane. Quando si fanno discorsi simili, si dimentica che la crescente povert
culturale italiana induce schiere di persone a bassi e bassissimi redditi a comprarsi il
telefonino anche a costo di privarsi di beni molto pi importanti, e che quindi a una
domanda anormalmente alta di telefonini corrisponde una debolezza di consumo in
unampia gamma di altri prodotti. Poich il settore della telefonia mobile non
lintero sistema economico, le sue particolarit non possono servire a comprovare
uninterpretazione generale.
Quanto al settore automobilistico, vi sono stati specifici e gravi errori
imprenditoriali della dirigenza Fiat, non riconducibili al problema generale della
competitivit, e inoltre le vendite annuali di automobili, bench pi sostenute in Italia
che in altri paesi, sono comunque vendite da mercato saturo, in cui il nuovo prodotto
acquistato soltanto per sostituire un prodotto simile gi posseduto, e in cui la domanda
complessiva non mai adeguata alle potenzialit dellofferta, tanto vero che i crolli
delle case automobilistiche sono stati numerosi in tutto il mondo. Immaginare un
rilancio della produttivit senza sapere come eliminare il deficit strutturale di
domanda, e anzi dimenticandolo o negandolo, pura illusione.
Il peso dellinsufficienza della domanda sul declino della competitivit invece
ben chiaro a Ricci. Nel suo libro, egli analizza le diverse componenti della domanda
della produzione italiana, mettendole a confronto con la situazione generale esistente
nellUnione europea, sulla base dei dati statistici disponibili per il decennio apertosi
nel 1991. Rileva cos che, riguardo ad alcune componenti, la domanda di cui pu
disporre la produzione italiana non si discosta dalla media europea, che tuttavia,
come gi si visto nel paragrafo precedente, notevolmente inferiore a quella
statunitense.
La domanda di beni di investimento, ad esempio, nel periodo considerato
cresciuta ad un tasso annuo dell 1,3%, identico a quello medio europeo. La domanda
privata d beni di consumo cresciuta mediamente dell 1,5%, non molto meno,
dunque, dell 1,7% della media europea97.
Le componenti pi gravemente deficitarie, anche rispetto alle medie europee,
della domanda per leconomia italiana risultano essere, dalle statistiche, la domanda
proveniente dalle esportazioni e quella indotta dalla spesa pubblica. Se la grave
insufficienza della prima effetto della perdita di competitivit (non soltanto, ma
soprattutto), quella della seconda ne la causa primaria. Lo smantellamento, con le
privatizzazioni, delle grandi industrie pubbliche, in particolare, ha colpito a morte la
competitivit delleconomia italiana98.
Il rilancio della competitivit, allora, non pu avvenire, secondo lautore, senza
un consistente aumento della spesa pubblica e senza la ricostituzione di efficaci
strumenti di intervento pubblico nella dinamica economica. Su questo punto Ricci ha
ragione da vendere. Egli non sembra rendersi conto, per, che nel quadro
delleconoma mondiale del capitalismo globalizzato la competitivit dellimpresa
in larga misura creata dal supporto statale in molteplici ambiti, dalle agevolazioni
fiscali alle reti di trasporto, dalle facilitazioni commerciali alle semplificazioni
burocratiche, dalle forniture energetiche alle telecomunicazioni, e che questo supporto
risulta finanziariamente divorante99, al punto da impedire interventi statali di altro
genere e una spesa pubblica finalizzata allallargamento della domanda.
Una maggiore competitivit, in conclusione, potrebbe venire promossa solo da un
massiccio e simultaneo sostegno pubblico sia dellofferta che della domanda, che
per insostenibile sul piano economico e finanziario. Ogni massiccio sostegno
dellofferta deprime la domanda, e ogni allargamento della domanda comprime le
capacit di offerta. Ci significa che non esiste oggi, nel quadro mondiale strutturato
dal neoliberismo, una politica statale che dia a un sistema economico una
competitivit che esso non abbia autonomamente generato nelle dinamiche insite nei
suoi rapporti di forza con leconomia mondiale.
Lidea che la competitivit economica sia un obiettivo irrinunciabile delle
istituzioni pubbliche uno dei pi dannosi postulati della sinistra. Si tratta di un
postulato dannoso in primo luogo perch mobilita lattivit collettiva in vista di un
obiettivo irrealizzabile. In secondo luogo perch le varie innovazioni promosse per
essere pi competitivi, mentre non hanno alcun effetto sulla competitivit reale della
produzione economica (a meno che per pi competitivit non si intenda
surrettiziamente la possibilit di fare maggiori profitti), hanno invece effetti
devastanti sulla vita civile.
Nelle aziende e negli uffici il personale competitivo litigioso e stressato. Nei
rapporti di lavoro le regole competitive significano contratti individuali e
differenze arbitrarie di retribuzione. La trasformazione dei servizi pubblici in
prestazioni aziendalmente competitive vuol dire, nei fatti, che gli utenti pagano di pi
e ricevono di meno. Quando poi si pretende di inoculare la competitivit nei mondi
della cultura e dellistruzione, che le sono per natura refrattari, si distrugge
semplicemente la cultura e listruzione. In terzo luogo dal postulato della
competitivit deriva quella spinta insensata delleconomia allaumento continuo del
prodotto interno lordo di cui si detto nel precedente paragrafo, quella corsa
affannosa per rimanere fermi di cui parla Stiglitz, insomma lo sviluppo distruttore.
La ricerca della competitivit dovrebbe essere considerata il marchio di ottusit
di chi la assume. Ci occorre meno competitivit e pi solidariet. Un mondo in cui
laffermazione personale e addirittura la sopravvivenza esigono di essere pi
competitivi un mondo di rovine, perch, ovviamente, non possibile che tutti siano
pi competitivi di tutti. Quello della competitivit necessariamente un giuoco a
somma negativa, in cui, inoltre, pochi vincono e molti perdono. La sinistra cerca la
buona competitivit, e i modi pi efficaci per raggiungerla. Chi cerca invece
solidariet e rispetto della dignit di ogni essere umano, deve evidentemente
abbandonare la sinistra.
Rimane per unobiezione sensata al rifiuto della competitivit: essa imposta
dal mercato internazionale che, quando viene a contatto con imprese
irrimediabilmente non-competiti-ve, le distrugge. Con la riunifcazione della
Germania, ad esempio, la sua parte orientale stata deindustrializzata dalla maggiore
competitivit dellindustria occidentale. Cos, come la categoria di prodotto interno
lordo da accrescere ci ha rinviato a quella di competitivit da promuovere, questa ci
rinvia al mercato internazionale.

Sinistra e mercato mondiale

Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale la produzione economica


complessiva del pianeta cresciuta continuativamente in quantit elevate, e ci
nonostante il valore totale delle esportazioni dei paesi produttori aumentato ogni
anno notevolmente di pi dellincremento del prodotto interno lordo planetario.
Negli anni 90 il prodotto interno mondiale cresciuto annualmente del 2%, ma le
esportazioni complessive dei paesi del mondo sono aumentate ogni anno del 14%.
Persino il continente africano subsahariano, che ha conosciuto una decrescita, non una
crescita, del suo prodotto interno lordo, ha avuto nel periodo considerato un
incremento del 3% annuo delle sue esportazioni (e, corrispondentemente, delle sue
importazioni)100.
Se ci si pone dal punto di vista della cultura della sinistra questi dati non sono in
se stessi n positivi n negativi. Si potrebbero immaginare preventivamente le
risposte di un politico di sinistra invitato a dare un giudizio sulla crescita
costantemente e notevolmente maggiore in tutto il mondo dei beni commerciati rispetto
a quelli prodotti. Direbbe che non bisogna demonizzare il mercato internazionale, ma
inserircisi nel modo giusto, che certamente il mercato non tutto, e occorre la politica
per correggerne le distorsioni, ma che le correzioni vanno fatte per promuoverlo, non
per deprimerlo, che il mercato internazionale offre a tutti opportunit che bisogna
saper utilizzare nelle maniere appropriate, e via procedendo nelle vuotaggini.
I dati riportati, invece, segnalano una situazione mondiale socialmente e
antropologicamente molto negativa. Ragioniamo. Se ogni paese incrementa sempre le
sue esportazioni e le sue importazioni molto pi delle sue produzioni, vuol dire che
scambia sempre pi prodotti che precedentemente servivano ai suoi consumi,
consumando al loro posto prodotti di provenienza estera, e che quindi c sviluppo
commerciale a vantaggio sociale zero. Lidea della vecchia teoria economica, che lo
scambio internazionale consentisse comunque lallocazione pi conveniente delle
risorse, priva di validit rispetto alle dimensioni attuali mondiali del commercio e
al fatto collegato che in esso si scambiano in quantit crescenti prodotti
merceologicamente simili. E noto, ad es., come la Danimarca esporti negli Usa molti
biscotti al burro, e come nello stesso tempo importi biscotti del tutto simili prodotti
negli Stati Uniti secondo la stessa ricetta.
Non si tratta soltanto di vantaggio zero. Si tratta anche di grossi danni. Le
esportazioni di merci comportano infatti costi di trasporto. Se, per rimanere
allesempio fatto, i produttori statunitensi di biscotti al burro copiati dalla Danimarca
vogliono venderli ai consumatori danesi, sapendo quanto incontrino i loro gusti,
devono venderli a prezzi competitivi con quelli praticati dai produttori locali non
gravati da costi di trasporto, e devono perci recuperare i costi di trasporto sui costi
di lavoro.
I produttori danesi di biscotti al burro, daltra parte, per compensare i danni
ricevuti dalla perdita di quote di mercato interno, devono aumentare le loro vendite
allestero1101, e compensare anchessi i maggiori costi di trasporto con minori costi di
lavoro, come tutti gli altri.
Lincremento sempre maggiore, su scala planetaria, del valore delle esportazioni
globali, rispetto a quello del valore della produzione totale, prodotto
dallimposizione di un regime commerciale integralmente liberoscambistico, causa
dunque inevitabilmente una continua perdita di reddito, di diritti e di dignit di chi
vive di lavoro comandato dal capitale, e un aumento corrispondente dei redditi di
capitale e di quelli delle professioni in grado di imporre i propri prezzi nei circuiti
commerciali. Lo sviluppo di un mercato internazionale pienamente liberalizzato crea,
in conclusione, disuguaglianze sempre pi spaventose, che i dati statistici disponibili
stanno l a dimostrare.
Dopo la galoppata trionfale del capitalismo globalizzato in tutto il pianeta nel
corso degli anni 90, la popolazione al di sotto della soglia della piena povert,
costretta cio a restrizioni negli stessi consumi essenziali, rappresenta il 56% della
popolazione mondiale (circa 2 miliardi e 800 milioni di persone su circa 5 miliardi di
abitanti del pianeta). La parte di questa popolazione povera la cui povert definibile
come assoluta, cio la cui restrizione dei consumi essenziali di grado tale da
mantenerla in uno stato di denutrizione permanente, con corrispondenti gravi patologie
organiche e breve durata della vita, rappresenta il 24% della popolazione mondiale
(circa 1 miliardo e 200 milioni di persone)102.
Nella stessa parte del mondo in cui si concentrano le maggiori ricchezze del
pianeta, America settentrionale ed Europa occidentale, alla fine degli anni 90 sono
venuti a trovarsi sotto la soglia di povert, secondo i dati forniti dai loro stessi paesi,
ben 100 milioni di persone. Le disuguaglianze economiche crescono ovunque in tempi
rapidissimi. Nel corso dello stesso decennio dei 90, negli Stati Uniti governati dal
progressista Clinton, il presidente pi amato dalla sinistra moderata italiana, l1%
pi ricco della popolazione statunitense passato da un reddito dieci volte quello
mediano ad uno ventitr volte quello mediano. Il mercato internazionale pienamente
liberalizzato, insomma, fa diventare pi ricchi i ricchi e pi poveri i poveri.
I danni dello sviluppo abnorme della quantit internazionalmente
commercializzata della produzione mondiale non sono ancora finiti. Ogni bene
commercializzato su lunghe distanze incorpora infatti, oltre ai costi economici della
sua commercializzazione, i costi energetici della sua traslazione spaziale. Il biscotto
statunitense venduto in Danimarca, per rimanere allesempio, ha consumato non
soltanto farina, zucchero, uova e burro, ma anche il carburante dellaereo o della nave
che gli ha fatto attraversare lAtlantico, vale a dire energia, e questo carburante ha
richiesto a sua volta lenergia necessaria allestrazione e alla raffinazione del petrolio
da cui stato tratto. Lincremento abnorme dei beni commercializzati quindi
responsabile della crescente rovina ecologica del nostro pianeta, e senza nessuna
motivazione che sia socialmente vantaggiosa. Risulta evidente ad ogni persona sensata
che se, per evitare di deprimere i salari, moltiplicare i trasporti, depauperare e
inquinare lambiente, i danesi mangiassero soltanto biscotti danesi e i nordamericani
soltanto biscotti nordamericani, non ci sarebbero veri sacrifici per nessuno. Cosa lo
impedisce? Il mercato mondiale liberalizzato, che autorizza ogni impresa produttrice a
vendere e ad investire, per puri scopi di profitto privato, dove e come le pare nel
mondo.
Il mercato mondiale pienamente liberalizzato uno dei massimi disastri che
lumanit abbia conosciuto. Esso obbliga la societ che vi inclusa a lasciar regolare
la sua vita dal principio della competitivit economica, che ne rompe la coesione, ne
distrugge la morale, annienta lo spirito di solidariet, ne disperde le tradizioni e la
civilt, impoverisce ed umilia le fasce pi deboli della popolazione. Il principio della
competitivit obbliga a sua volta il sistema economico a perseguire ossessivamente il
cosiddetto sviluppo, cio la crescita incessante del prodotto interno lordo, che
crescita dei rifiuti, del consumo energetico e dellinquinamento ambientale.
Gli imperativi di competitivit, di sviluppo, di crescita del prodotto interno lordo
dipendono infatti luno dallaltro e derivano tutti dal mercato internazionale
liberalizzato, cio sono tutte categorie inscritte nella categoria di libero mercato. Al
di fuori del mercato internazionale liberalizzato perdono la loro cogenza103.
Limperativo di crescita incessante del prodotto interno lordo a sua volta cogente
solo nellambito di un sistema economico regolato dalla competizione tra i centri
produttivi. Non essendoci, infatti, una regolazione sociale della produzione, ogni
centro produttivo deve regolarsi autonomamente, procurandosi con danaro, da altri
centri produttivi privati, i mezzi con cui produrre i beni da immettere sul mercato. La
vendita dei beni prodotti la sorgente del danaro con cui pu riprodurre il ciclo
produttivo. Ma, poich essa avviene in regime di competizione, ogni centro produttivo
deve, per sopravvivere, non rimanere indietro agli altri nella tecnologia della
produzione e nellinduzione del consumo, e ci comporta un inevitabile, tendenziale
aumento d costi, che pu essere compensato soltanto da una maggiore quantit di
merci vendute.
Questo precisamente il meccanismo che obbliga ogni centro produttivo a correre
per mantenere le sue posizioni, e che spinge quindi alla crescita continua il prodotto
interno lordo. Per uscire dai mali della competitivit, dello sviluppo e della rovina
ambientale occorre quindi sottrarre pezzi sempre pi ampi di economia al controllo
del mercato mondiale. Ma non si pu cominciare a intraprendere questa strada senza
respingere totalmente la mentalit del ceto cosiddetto politico sia di destra che di
sinistra.
La sinistra, infatti, assume il mercato internazionale liberalizzato come quadro
immodificabile entro il quale gestire le istituzioni e lo fa nella maniera pi ipocrita e
ingannatrice, dicendo che lo assume per renderlo compatibile con istanze sociali,
mentre ovviamente non fa nulla di tutto ci perch il mercato mondiale o lo si subisce
o lo si estromette dal settore al quale non lo si vuole far subire. Non esiste una terza
possibilit. Infatti la sinistra, non volendo mai agire contro il mercato, non fa che
subirlo.
La sinistra esibisce spesso pseudoargomenti per evitare di fare i conti con la
totale negativit sociale del mercato internazionale pienamente liberalizzato. Uno di
questi pseudoargomenti che nel Terzo Mondo il lavoro sottopagato e super-sfruttato
offerto dal mercato internazionale non univocamente un male, perch chi sia pur
brutalmente impiegato in quel lavoro, senza di esso sarebbe un disoccupato privo di
reddito e morirebbe di fame. Far lavorare un bambino per unenorme quantit di
tempo al giorno, senza giuochi, senza scuola, senza riposo, sottraendogli linfanzia e
rovinandogli per sempre la salute, sarebbe accettabile perch altrimenti quel bambino
morirebbe di fame. Non si affaccia, alle menti di chi cos ragiona, lidea che tra due
orribili violenze non si deve scegliere quale avallare, ma si devono totalmente
respingere entrambe. Eppure non si assolverebbe un uomo che, dopo aver sottratto una
donna ai suoi sequestratori, salvandole in tal modo la vita, lavesse ripetutamente
picchiata e stuprata.
Ma la sinistra governativa non pu nemmeno pensare di rifiutare un quadro
sociale ed economico che si sia storicamente affermato, e deve quindi impedirsi di
vedere il suo carattere orribile e distruttivo. Ed poi vero che il brutalizzante lavoro
infantile quello che impedisce la morte di fame del bambino che lo compie? La
questione non cos semplice.
Il lavoro banalizzante offerto dagli agenti del mercato internazionale lunica
fonte di sopravvivenza perch le tradizionali e primitive economie di sopravvivenza,
di una sopravvivenza sia pur stentata, sono state distrutte dallimpatto del mercato
internazionale. Se dunque non ci fosse lagente del mercato internazionale ad offrire il
suo odioso lavoro, ci sarebbe leconomia di sopravvivenza che non renderebbe
necessario vendersi a quel lavoro. Un altro argomento a favore del mercato
internazionale quello che ricorda come il continente pi disperatamente povero,
lAfrica subsahariana, sia quello meno inserito nel mercato globale, e ne conclude
che, se esso cominciasse ad attirare le potenze mercantili, ne trarrebbe maggiore, non
minore, ricchezza.
Si tratta di uno pseudoargomento, che muove da un falso assunto dovuto alla
confusione tra aggancio alle potenze mercantili del mercato mondiale e presenza di
investimenti stranieri. Leconomia africana non attrae investimenti non perch non sia
inclusa nel mercato mondiale, ma perch vi inclusa, come sempre succede, nei modi
conformi alla sua forza e agli interessi delle potenze mercantili estere. Il fatto che, a
prodotto lordo decrescente, ne cresca del 3% la quota commercializzata, prova
irrefutabile che essa fa parte del mercato globale. La globalizzazione le ha distrutto
circuiti di sussistenza, basati sulla produzione per il consumo, promuovendovi le
produzioni specializzate per lesportazione, verso le quali, per dime una, sono state
convogliate le scarse risorse idriche, e lha costretta a importare cibi prima di
produzione locale, ma divenuti non competitivi nellambito di uneconomia
commerciale. La globalizzazione, insomma, ha agito sullAfrica subshariana da una
parte rendendola bisognosa di investimenti esteri (a compenso del venir meno, da
essa indotto, delle produzioni locali), e dallaltra facendoglieli mancare, perch non
risultano abbastanza profittevoli.
La sottomissione allidea dellintangibilit del mercato internazionale
liberalizzato propria, al di l delle apparenze, anche della sinistra radicale. Ricci,
nel libro scritto per indicare una politica economica oltre i vincoli del neoliberismo,
dice che lopposizione va fatta non alla globalizzazione come tale, ma alla forma
storicamente determinata che essa ha assunto104. Si tratta di unasserzione
sottoscrivibile da qualsiasi esponente del centrosinistra in quanto non impegna a
cambiare la logica delle cose. Sono qui allopera i luoghi comuni della mentalit di
sinistra (non si pu tornare indietro, la globalizzazione va governata, si fa politica non
testimonianza), che esamineremo nel capitolo terzo. Tali assiomi costringono un
autore intelligente come Ricci a rifugiarsi in una proposta che una pura illusione,
cio il multilateralismo democratico nella regolazione del mercato internazionale.
Secondo un meccanismo che si ripete di continuo, la sinistra cosiddetta radicale
accetta i vincoli del neoliberismo ma, non potendo dirsi che questa una resa, vi
innesta sopra unillusione, lidea di una gestione democratica a livello internazionale
del meccanismo economico neoliberistico.
Come si vede, per lintera sinistra il mercato un orizzonte intrascendibile.
Perci, per andare davvero oltre la societ di mercato, occorre andare oltre la
sinistra.
La prima consapevolezza da acquisire che i mercati cosiddetti liberi, ormai
integrati in un unico mercato globale, non esistono spontaneamente, ma sono una
costruzione interamente e violentemente artificiale. Non ci sarebbe neppure bisogno
di scomodare un grande teorico come Polanyi105, basterebbe guardare alla storia, per
rendersi conto che tutti i mercati sono nati intrisi di vincoli sociali e politici, e che la
loro liberalizzazione ha richiesto la rescissione di quei vincoli in nome di
unirrazionale ideologia asociale. Sarebbe davvero ora di tornare indietro.

La crisi dello sviluppo come opportunit

Lo sviluppo, cio laccumulazione su scala sempre pi larga del plusvalore


attraverso la crescita ininterrotta del prodotto interno lordo sospinta dalla
competizione economica tra le imprese, in crisi nel mondo. Tale crisi non deriva
certo dal fatto che lo sviluppo sommerge il mondo di rifiuti, ne scardina gli equilibri
ecologici e ne altera il clima: leconomia odierna infatti regolata soltanto delle
prospettive di profitto a breve termine, che non sono toccate dalle devastazioni
biologiche e antropologiche, e neppure da danni rovinosi sul terreno stesso
delleconomia, se essi sono lontani nel futuro. Lo sviluppo in crisi perch esso
produce ormai le condizioni di un suo continuo rallentamento, e le pi aspre
contraddizioni tra i suoi elementi.
A prima vista, questo quadro pu sembrare non conforme alla situazione di fatto.
La Cina, che rappresenta un quarto della popolazione mondiale, mantiene da anni un
tasso di sviluppo attorno all8% annuo, che davvero molto alto. Gli Stati Uniti
dAmerica, il paese di maggior peso nel mondo, hanno avuto nellet clintoniana un
tasso di sviluppo medio del 3,5%, che ragguardevole106. Dopo il forte rallentamento
da marzo 2001 al dicembre 2003, lo sviluppo statunitense ha ripreso slancio. Basta,
dunque, per parlare di una crisi dello sviluppo, il fatto che il suo tasso sia inchiodato
al 2% in Europa e in America Latina (lo sviluppo praticamente azzerato dellAfrica
subsahariana non fa testo, perch quel continente disertato dagli investitori
internazionali)? Oltretutto, anche in queste zone di basso sviluppo vi sono eccezioni:
in Europa, ad esempio, lIrlanda sta da anni mantenendo un ritmo di sviluppo annuo
del 6%.
Se per cerchiamo di comprendere ci che accade al di sotto della superficie dei
fenomeni, la crisi dello sviluppo risulta chiara nonostante questi dati. Innanzitutto, se
si passa da questi dati frammentati a quelli complessivi dellintera popolazione
mondiale, emerge senza incertezze un progressivo rallentamento dello sviluppo
complessivo concomitante alla diffusione del neoliberismo107 .
Per quanto riguarda lo sviluppo prodigioso della Cina, esso risulta meno
prodigioso quando si viene a sapere che contabilizza gli incrementi della produzione
di merci dellintero paese, ma non i decrementi dei prodotti di sussistenza fuori
mercato assai notevoli nella Cina contadina interna. Lo sviluppo della Cina riguarda
quindi essenzialmente la Cina marittima, non tutta la Cina con la sua quarta parte della
popolazione mondiale. Soprattutto, poi, uno sviluppo che ha in se stesso le ragioni
di un futuro suo rallentamento in tempi non lunghi108. Senza contare che gi, cos
com, lo sviluppo della Cina non fa alzare di molto lo sviluppo complessivo
mondiale, perch da un lato lo incrementa con i suoi incrementi di prodotto, ma da un
altro lo frena con le sue esportazioni che riducono spazi di mercato per altri, e con le
sue domande energetiche che rialzano il costo delluso di energia della produzione
mondiale.
Per quanto riguarda lo sviluppo degli Stati Uniti, si tratta ormai di uno sviluppo
parassitario, il cui parassitismo, sostenuto da una potenza militare e politica
prevalente su ogni altro paese, consiste nel fatto che la sua condizione il
rallentamento dello sviluppo di altre aree del mondo, e cio dellEuropa,
dellAmerica Latina e dellAsia orientale. La politica monetaria costantemente
restrittiva della Banca centrale europea, sulla base dei famosi parametri di
Maastricht, rallentando lo sviluppo europeo con una domanda interna insufficiente ad
alimentarlo, la condizione dello sviluppo statunitense. Una maggiore circolazione
monetaria in Europa, se da un lato promuoverebbe lo sviluppo dellEuropa stessa,
dallaltro ne svaluterebbe la moneta rispetto al dollaro, facendo collassare
leconomia degli Usa sotto il peso del suo gigantesco deficit commerciale con
lestero. Proviamo a capire meglio.
Lo sviluppo delleconomia degli Stati Uniti, certamente notevole, non dipende
affatto, al contrario di quanto comunemente si crede, dalla forza e dalla competitivit
del suo sistema industriale. Le sole industrie statunitensi tecnologicamente
allavanguardia nel mondo sono quelle operanti nei diversi settori della sfera militare,
nellinformatica e nelle telecomunicazioni, che sono bens economicamente
importanti, ma niente affatto decisive, come si crede, per leconomia. Lo sviluppo
delleconomia degli Usa dipende invece dalla forte domanda interna, dovuta a sua
volta alla maggiore propensione culturale degli statunitensi al consumo e
allindebitamento per il consumo rispetto ad altri popoli, al consistente e continuo
flusso di immigrazione da cui risulta allargata la domanda di case e di beni durevoli
per la casa, e a una spesa pubblica maggiore di quella europea in termini non solo
assoluti ma anche percentuali, che, seppur diretta non alla protezione sociale ma agli
armamenti ed ai mezzi di repressione interna ed esterna, alimenta la domanda con le
retribuzioni che paga.
Poich la base industriale degli Usa nel suo complesso meno competitiva di
quella di molti altri paesi, la domanda interna che alimenta lo sviluppo alimenta anche
una crescita, maggiore di quella del prodotto interno lordo, delleccedenza delle
importazioni sulle esportazioni. Ci informa Todd:

Il numero di paesi con i quali la superpotenza americana ha un deficit


commerciale impressionante. Per lanno 2001 contiamo 83 miliardi di dollari di
disavanzo con la Cina, 68 miliardi di disavanzo con lUnione europea, dei quali 39
con la Germania, 13 con lItalia, 10 con la Francia, 60 miliardi di disavanzo con il
Giappone, 30 miliardi di disavanzo con lindia, 15 miliardi di disavanzo con il
Brasile, 13 miliardi di disavanzo con la Corea109.

Ogni anno, dunque, un flusso enorme di dollari fuoriesce dagli Stati Uniti verso il
resto del mondo, e, se non ne deriva la polverizzazione del valore del dollaro e la
mancanza di investimenti per lo sviluppo nordamericano, ci dipende sia dal ruolo
del dollaro come moneta imperiale - che non presentata allincasso nella stessa
misura delle altre monete, ma rimane in larga misura giacente nelle casse delle banche
e degli istituti finanziari in quanto moneta di riserva internazionale - sia dalle
politiche monetarie restrittive delle province dellimpero, a fronte di quella
iperespansiva del centro. LEuropa di Maastricht, tenendo ristretti il credito e la
domanda, e sacrificando cos lo sviluppo produttivo, ha tenuto alto rispetto al dollaro
il valore della propria moneta, consentendo cos allindustria statunitense un certo
livello di esportazioni che non avrebbe altrimenti raggiunto, e ha dirottato i propri
investimenti dalla produzione alla finanza, favorendo cos investimenti finanziari
europei nel pi redditizio mercato statunitense. In tal modo i dollari che escono dagli
Stati Uniti sotto forma di saldi commerciali passivi vi rientrano, persino maggiorati,
sotto forma di investimenti finanziari in attivit, azioni e obbligazioni, garantendo
alleconomia degli Usa, pur in presenza di un enorme e crescente deficit commerciale,
equilibrio monetario e finanziamento degli investimenti nello sviluppo110.
Tutto quello che abbiamo fin qui detto conferma che c una crisi mondiale dello
sviluppo. Leconomia statunitense continua bens a svilupparsi, ma meno che
nellepoca keynesiana-fordistica, e attraverso una spesa pubblica abnorme resa
possibile da unimposizione imperiale. Lo sviluppo delleconomia degli Usa non ha
perci un proprio interno motore, ma lo finanziamo noi europei (insieme ai giapponesi
e ai cinesi), a detrimento del nostro sviluppo. Se non lo finanziassimo, daltra parte, il
nostro sviluppo addirittura si fermerebbe, per il collasso della domanda statunitense,
la pi grande domanda del mondo, che assicura sbocchi indispensabili di mercato alle
produzioni di tutto il mondo, proprio perch leconomia degli Usa pu tollerare, nella
situazione esistente, deficit commerciali giganteschi.
La crisi dello sviluppo universalmente considerata un male, a destra come a
sinistra, dalla sinistra moderata come da quella radicale, dai capitalisti come dai
sindacati dei lavoratori, perch riduce gli affari, le opere, le retribuzioni e soprattutto
loccupazione, e, nellottica della sinistra radicale, perch riduce, oltre che
loccupazione, la spesa sociale, i servizi, le possibilit redistributive.
Poich non si comprende la natura della crisi dello sviluppo, le si contrappone
soltanto una marea di banalit. Si dice che per superare la mancanza di sviluppo ci
vogliono investimenti per lo sviluppo, senza vedere che quegli investimenti sono lo
sviluppo e mancano appunto perch manca lo sviluppo: invocarli per evitare la
mancanza di sviluppo ha la stessa logica che dire che per evitare di morire occorre
rimanere vivi. Si dice che per rilanciare lo sviluppo occorre comprimere il costo del
lavoro, e poi gli stessi che lo dicono lamentano che i consumi sono inferiori a quanto
sarebbe necessario per lo sviluppo: la logica la stessa che ridurre al proprio figlio
la paghetta per le sue spese personali, e poi lamentarsi perch non si compra pi libri
da leggere.
La sinistra cosiddetta radicale in genere non indulge in simili vuotaggini.
Capisce infatti il ruolo della domanda per lo sviluppo, e propone quindi il
superamento della politica monetaria restrittiva di Maastricht, e laumento
generalizzato dei redditi da lavoro. Pensa cos, per, che lEuropa possa
autonomizzarsi dagli Stati Uniti e promuovere autonomamente il proprio sviluppo, e
non si rende quindi conto che, senza il mercato di sbocco costituito dallelevata
domanda statunitense di importazioni, garantita proprio dalla politica restrittiva
europea, lo sviluppo dellEuropa si fermerebbe. Inoltre, uno sviluppo europeo che
contrastasse lafflusso di capitali europei verso gli Stati Uniti si porrebbe in diretto
contrasto con la struttura economica statunitense, e dovrebbe quindi prevedere un
grado di conflittualit altissimo fra Europa e Stati Uniti, situazione che nessuna forza
politica europea sembra oggi preparata ad affrontare.
La crisi dello sviluppo ancora pi grave in Italia, la cui economia ha
praticamente cessato di crescere dal 2001, al punto da conoscere in certi momenti
addirittura una flessione del prodotto interno lordo, e da mantenere attualmente un
tasso d crescita dell1%, inferiore al gi basso livello medio europeo del 2%, e di
livello quasi africano. C anche una descrizione condivisa da molti analisti degli
aspetti del mancato sviluppo italiano. Si osserva, prima di tutto, come i dati statistici
segnalino sotto tutti gli aspetti dello sviluppo tassi di crescita italiani inferiori a quelli
medi europei, gi molto pi bassi di quelli nordamericani.
Dal 1991 al 2001 la domanda interna italiana cresce ad una media annua
dell1,5% a fronte dell1,7% europeo; la produzione industriale dello 0,8% a fronte
dell1,6% europeo; il progresso tecnico dello 0,6% a fronte dello 0,8% europeo; la
partecipazione delleconomia italiana al commercio mondiale si riduce in dieci anni
complessivamente del 25%, contro una riduzione media europea del 9%111. Si tratta
di dati considerati da tutti gli osservatori come catastrofici, tanto pi che sono
ulteriormente peggiorati, discostandosi ancora pi verso il basso da una media
europea pur essa stessa declinante, dopo il 2004. Si osserva, poi, come questi dati
dipendano da un lato dallinsufficienza della domanda a sostenere lo sviluppo della
produzione, a causa di una spesa pubblica complessiva pi bassa di quella europea, e
dallaltro dallinsufficienza stessa dellofferta produttiva, dovuta al
sottodimensionamento delle aziende italiane rispetto a quelle europee e al loro
conseguente scarso impegno nella ricerca e nellinnovazione di prodotto112.
Il risultato che la produzione italiana diventata sempre pi debole e addirittura
assente nei settori ad alta intensit tecnologica (computeristica, elettronica,
telecomunicazioni, trasporti aerei e marittimi, metallurgia, petrolchimica,
biotecnologie), e si concentrata invece nei settori protagonisti del miracolo italiano
degli anni 50 e 60, vale a dire, per fare qualche esempio, quelli degli
elettrodomestici (frigoriferi, lavatrici, tostapane, ventilatori), dei tessuti,
dellabbigliamento, delle calzature, dei mobili, dei lavandini, delle piastrelle, delle
cucine, delle vasche da bagno e delle caldaie, dei materassi e dei piumoni. Le merci
di questi settori, incorporando poca tecnologia, sono facilmente riproducibili in molti
paesi, per cui subiscono una concorrenza sempre pi diffusa sul mercato mondiale, di
cui perci perdono quote rilevanti, anche nelle regioni italiane.
Nellambito della cultura di sinistra la deindustrializzazione del paese e il declino
del suo sviluppo sono le massime sciagure, perch loccupazione lavorativa, i redditi
operai, gli affari dei commercianti e la stessa identit culturale di un territorio non si
possono difendere se non mantenendovi lindustria che storicamente ne organizza il
tessuto produttivo, come la fabbrica automobilistica in Piemonte, la cantieristica in
Liguria, la conceria in Valdarno, loreficeria nel casentino, la tessitura in Veneto, la
cartiera nelle Marche, e perch le prospettive di maggiore benessere popolare e di
progresso sociale dipendono dallo sviluppo.
Questa cultura, finch mantenuta, incatena le menti e la societ a situazioni
socialmente dannose, allinarrestabilit della rovina ecologica, al perseguimento di
obiettivi del tutto illusori d soluzione dei problemi. Bisogna perci lasciarci alle
spalle la cultura della sinistra, di tutto quanto lo spettro delle diverse sinistre. Come
si fa? Cominciando col dire quello che la sinistra sembra incapace di dire e di
pensare: non la crisi dello sviluppo, ma lo sviluppo come tale una sciagura, mentre
la crisi dello sviluppo un momento pericoloso che apre per una nuova opportunit
per gli esseri umani. Se infatti lo sviluppo ecologicamente insostenibile, il fatto che
abbia ora elementi interni che lo frenano, e che non sia rilanciabile se non
illusoriamente con mezzi di politica economica, crea lopportunit di considerare le
compatibilit ecologiche delleconomia.
Stiamo allItalia. Le industrie maggiormente promotrici di sviluppo, come quella
petrolchimica e quella nucleare, quella della telefonia mobile e quella delle
biotecnologie, non le abbiamo quasi pi. Invece di lamentare gli svantaggi di questa
perdita, e cercare di colmarla, come fa la sinistra, dovremmo imparare, andando oltre
la sinistra, a vederne i potenziali vantaggi, riassumibili nella possibilit di avere
unindustria meno rovinosa per il nostro ambiente e per la nostra salute.
Guardiamo al tipo di industrie funzionanti che ci sono rimaste, e che abbiamo
prima elencato. Non sono certo prive di dannosit ambientale, ma i danni che fanno
sono minori di quelli delle industrie a pi alto contenuto tecnologico, sono danni che
potrebbero venire ulteriormente ridotti, anche se non eliminati, e inoltre, cosa molto
importante, si tratta di industrie che producono in genere beni realmente utili alla
nostra popolazione. Dovremmo quindi puntare a tenerci proprio le industrie che
abbiamo e che non ci danno sviluppo, e aiutarle a sottrarsi agli urti distruttivi del
mercato internazionale. Il fatto che la nostra produzione industriale sia cresciuta
appena dello 0,8% medio annuo dal 1991 al 2001, ed abbia cessato di crescere dopo
quella data, ci offre unaltra opportunit, lopportunit di far coincidere leconomia un
po meno con lindustria e un po di pi con i servzi e con la valorizzazione del
patrimonio artistico e culturale.
Dobbiamo puntare, semplicemente perch lunica alternativa che ci rimasta
alla catastrofe ecologica e antropologica, a fermare lo sviluppo e a dare avvio ad un
percorso inverso di graduale riduzione del prodotto interno lordo. Dobbiamo
cominciare a farlo anche da noi soli in Italia, dove le opportunit sono maggiori,
proprio in virt della nostra crisi pi grave.
Abbandonare la via dello sviluppo, per, pone il problema dei danni che
automaticamente fa lattuale meccanismo economico privato dello sviluppo. Senza
sviluppo diminuiscono i redditi da lavoro. Diminuisce quindi la domanda interna,
procurando minori guadagni a coloro che vivono di commercio. Aumenta la
disoccupazione. La spesa pubblica dovrebbe aumentare per ammortizzare questi danni
sociali, ma, anche se rimanesse costante, a prodotto lordo decrescente scatenerebbe
linflazione.
Per affrontare queste gravi emergenze sarebbe indispensabile ripristinare elementi
istituzionali presenti e funzionanti nel nostro paese fino agli anni 70 compresi, e poi
travolti dalla successiva barbarica ondata di neoliberismo, e cio una estesa propriet
pubblica (rinazionalizzando imprese sconsideratamente privatizzate), strumenti di
intervento statale strategico nelleconomia, ed infine il principio che compito
istituzionale dello Stato promuovere la piena occupazione 113 . Gli espulsi dai loro
posti di lavoro dalleconomia del plusvalore in conseguenza del regresso dello
sviluppo dovrebbero venire subito ripresi al lavoro in nuove aree di intervento
pubblico a fini di pubblica utilit. Queste aree di lavoro, capaci di occupare qualche
milione di lavoratori, dovrebbero riguardare progetti di disinquinamento di acque e
suoli, il riassetto urbano volto a rendere vivibili le citt, la riorganizzazione dei
trasporti urbani e interurbani, un programma di assegnazione permanente di case di
abitazione a tutti coloro che ne sono privi, un programma di ripopolamento di zone
collinari e montane abbandonate, la creazione di una rete capillare di nidi per bambini
e di assistenza domiciliare per gli anziani. Ma come finanziare queste aree di lavoro
di pubblica utilit? Sarebbe certamente indispensabile un prelievo fiscale permanente
di tipo patrimoniale sulle grandi ricchezze, e poi le spese dei nuovi occupati
farebbero crescere altri gettiti tributari. Ci non basterebbe, tuttavia, ad evitare
linnesco di un forte processo inflazionistico. Come evitarlo?
Oggi si culturalmente attardati a una vecchia concezione dellinflazione, non pi
corrispondente alla realt. Si crede che lindicatore di inflazione sia la variazione del
prezzo della singola merce posta in vendita, e ci si meraviglia quando si constata che
linflazione percepita supera di gran lunga le effettive variazioni dei prezzi. Ci
accade, per, perch linflazione percepita non fa che percepire quella che oggi
realmente linflazione, e cio laumento di prezzo non del singolo bene, ma di un
insieme di beni omogenei volti a soddisfare lo stesso bisogno. Se ad esempio il
prezzo di acquisto dellautomobile rimane stabile, ma lautomobilista indotto a
usarla di pi dal peggioramento dei servizi pubblici e dalla mancanza di mezzi
alternativi, e si trova cos a consumare pi benzina e magari a pagare il parcheggio
nella localit di arrivo, lautomobile ha creato inflazione, anche se il suo prezzo
rimasto stabile. Per sconfggere linflazione, dunque, occorre sostituire laumento dei
salari con una drastica riduzione di costi del soddisfacimento di bisogni, sia creando
le condizioni per cui i bisogni possano essere soddisfatti con una minore quantit di
consumi, e quindi con un prodotto lordo decrescente, sia soddisfacendo in maniera
gratuita, attraverso le nuove aree di intervento pubblico di cui si detto, i bisogni pi
elementari. Se un lavoratore avesse la casa gratuita, il trasporto gratuito sul luogo di
lavoro, il nido gratuito per i suoi bambini e lassistenza gratuita per i suoi anziani, e
se gli si offrisse una gamma pi ristretta ma soddisfacente di beni di consumo da
comprare, potrebbe vivere meglio senza aumenti salariali, in un quadro complessivo
di prodotto interno lordo decrescente.
Conclusione

Se esistesse (ma non esiste) un partito politico con questi obiettivi, non sarebbe n
di sinistra n di destra, ma sarebbe oltre la sinistra e la destra. Il suo compito
esclusivo sarebbe quello di far uscire gli uomini e le donne dalla degradazione del
capitalismo assoluto, e perci avrebbe superato tutti i tab della sinistra, dallo
sviluppo allindustrialismo.
Non c bisogno di molta riflessione per rendersi conto che, anche su questi temi,
la sinistra lontanissima dal tentare una qualsiasi azione che vada nella direzione di
un superamento del capitalismo assoluto. I suoi esponenti sedicenti moderati non si
differenziano in nulla, neppure nelle parole, dagli esaltatori neoliberistici dello
sviluppo e della crescita del Pil. La cosiddetta sinistra radicale si limita, come
sempre, a enunciazioni di principio che non hanno mai nessuna rilevanza al momento
delle scelte vere.
Anche in questo caso, dunque, la sinistra appare totalmente interna a una realt
sociale che nega tutti gli ideali emancipativi della sinistra.

Note

80 Per una breve ed efficace analisi degli svantaggi e dei costi del progetto Tav si
veda: A. Santisi, No Tav e interessi nazionali. Le ragioni di una protesta, in
Indipendenza, n.19/20, febbraio/maggio 2006, pp. 15-18. Si veda anche G. Guastini,
Tav in Val di Susa. Le ragioni di una lotta, Massari ed., Bolsena 2006.
81 Per una prima introduzione alle tematiche della decrescita si vedano: M.
Pallante, La decrescita felice, Editori Riuniti, Roma 2006, oppure Aa.Vv, Obiettivo
decrescita, Emi, Bologna 2005. Si possono trovare informazioni, notizie e
bibliografia nel sitohttp://www.decrescita.it/.
82 A. Ricci, Oltre il liberismo, Fazi, Roma 2004.
83 Ibid., pp. 101-3.
84 Ibid., p. 104.
85 Tra il 1991 e il 2001 la quota di partecipazione dellUnione europea al
commercio mondiale passa da circa il 35% a poco meno del 32%.
86 Ibid., p.162
87 Ibid., p. 234.
88 E. Todd, Lillusione economica, M. Tropea, Milano 2004, p.163.
89 II passaggio storico dal capitalismo keynesiano al capitalismo neoliberistico
viene analizzato in maniera pi approfondita nel capitolo quarto.
90 J. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, Einaudi, Torino 2004, p. 179.
91 Come laraba fenice dello sviluppo sostenibile: oggi lo sviluppo come tale
ad essere insostenibile.
92 Sport, esplorazioni, alcuni settori delleconomia, alcune professioni, e anche
qui non senza grossi rischi, ove la competitivit non sia convenientemente regolata e
limitata: si pensi solo alla diffusione delle sostanze dopanti nello sport.
93 E. Scalfari In viaggio sul treno pi lento del mondo, La Repubblica, 13
marzo 2005, articolo di fondo.
94 La previdenza affidata ai contributi nella realt odierna a rischio, e lIrap
penalizza proprio le imprese che non dovrebbero essere penalizzate, quelle cio a
bassa capitalizzazione o indebitate.
95 Su questo punto Andrea Ricci a comprendere meglio le cose.
96 Galapagos, Un paese povero, il manifesto, 11 marzo 2005, articolo di
fondo.
97 A. Ricci, Dopo il liberismo, cit., p. 183.
98 Ibidem, pp. 192-6, dove gli effetti deprimenti e distorsivi della liquidazione
dellindustria pubblica sulla nostra economia sono magistralmente rivelati, evitando
pudicamente di sottolineare il ruolo preminente della sinistra e del suo attuale capo di
governo, Prodi, nellopera.
99 Si vede da qui quanto sia improprio definire lattuale sistema di competizione
commerciale come liberismo, con un termine, cio, nato per indicare il non-
intervento statale nelleconomia. uno de motivi per i quali preferiamo lespressione
capitalismo assoluto.
100 I dati qui elencati sono tratti dallAnnual Report del Wto, Ginevra 2003. Si
tratta naturalmente di dati ai quali non pu essere attribuita una precisione assoluta, a
causa della relativa arbitrariet dei criteri di rilevazione e di calcolo di grandezze
come quelle del prodotto lordo, ma che risultano tuttavia egualmente molto indicativi.
I valori annui fomiti non sono ovviamente quelli effettivi di ogni anno, ma
rappresentano la media annua dei valori del decennio.
101 Che in questo caso sono, paradossalmente, vendite negli stessi Stati Uniti, a
riprova di come luomo, ridotto a mero consumatore, si fa inintelligentemente
condizionare da pubblicit, immagini e false apparenze al punto da arrivare
facilmente a comprare un prodotto straniero di cui esiste un equivalente locale di pari
qualit e prezzo.
102 Annuario statistico delle Nazioni Unite, New York 2004.
103 La mancanza oggi generale di una cultura economica non-aziendalistica, ma
sistemicamente e storicamente consapevole, rende incomprensibile come la non-
competivitiv mercantile della singola impresa non sia di per se stessa un difetto
economico e sociale.
104 A. Ricci, op. cit., p. 87.
105 K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1976.
106 Anche se inferiore, ricordiamolo, al 5,6% del periodo keynesiano
postbellico.
107 I dati globali a partire dal 1961 sono riportati da E. Todd, Lillusione
economica, cit., p. 157, e rivelano un declino dello sviluppo a partire dal 1969, e pi
accentuato dopo il 1979.
108 Cfr. P. Krugman, Il ritorno delleconomia della depressione, Garzanti,
Milano 1999, pp. 43-52. Qui, e pi analiticamente in saggi pubblicati su diverse
riviste, Krugman distingue tra uno sviluppo intensivo, prodotto da un uso pi
efficiente di fattori di produzione dati, e uno sviluppo estensivo, prodotto dalluso di
nuovi fattori di produzione prima inutilizzati. Ci che caratterizza lo sviluppo
estensivo, mostra Krugman, un ritmo molto sostenuto nel suo primo periodo, quando
pu alimentarsi di unestensione crescente dei fattori di produzione utilizzati (nuovi
lavoratori prima inattivi, nuove risorse minerarie fino ad allora non estratte, nuovi
spazi insediativi ecc.), e il suo rapido declino nel periodo successivo, quando non ci
sono pi nuovi fattori. Krugman corrobora le sue distinzioni analitiche con i dati
empirici dei casi storici di sviluppo estensivo, a partire da quello, che lui giudica
tale, dellUnione Sovietica. I dati empirici mostrano sempre la stessa tendenza, prima
sviluppo sostenuto, poi rallentamento, Poich lo sviluppo della Cina attuale un
tipico sviluppo estensivo, prevedibile un suo futuro, netto rallentamento.
109 E. Todd, Dopo limpero, M. Tropea, Milano 2003, p. 64. La lista non finita.
Hanno un attivo commerciale con la superpotenza nordamericana persino paesi
economicamente deboli come il Messico, il Venezuela, lArgentina, lIndonesia e
addirittura lUcraina. Per vedere in attivo gli Usa bisogna andare in Egitto, a Cipro, in
Uzbekistan, in Kirghisia, nelle Filippine, nellAfrica subsahariana, e questi attivi non
sono certo il massimo, sia qualitativamente che quantitativamente. Questo quadro
della bilancia commerciale per Todd la prova irrefutabile della non-competitivit
complessiva del sistema industriale statunitense.
110 Ulteriori considerazioni su questi temi si possono trovare in M. Dolfini,
Debito e impero, in Limes n.l, 2005, pp. 23-43.
111 Cfr. G. Fu, Lo sviluppo economico in Italia, F. Angeli, Milano 2003.
112 Si omette in genere losservazione che fino agli anni 80 esisteva in Italia
unindustria di dimensioni europee capace di convogliare risorse nella ricerca e
nellinnovazione, e che questa industria stata distrutta dalle privatizzazioni della
sinistra, che lhanno smembrata e ne hanno consegnato i pezzi ora a monopolisti, ora a
speculatori, ora a padroni stranieri.
113 Labbandono generalizzato di questo principio, assunto da tutti gli Stati civili
dopo la loro vittoria sul nazifascismo, si avuto a partire dal 1979, come vedremo
meglio nel capitolo quarto. In Italia avvenuto sotto i governi di Amato e Ciampi del
1992-94, in maniera illegale ed eversiva perch larticolo 4 della Costituzione, che
rientra nei princpi fondamentali, non modificabili neppure con la procedura d
revisione dellarticolo 138, dice testualmente: La Repubblica riconosce a tutti i
cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo
diritto. N la Costituzione allude a un lavoro qualsivoglia, e comunque sfruttato,
perch larticolo 36 dice che in ogni caso il lavoratore ha diritto ad una
retribuzione sufficiente ad assicurare a s e alla sua famiglia unesistenza libera e
dignitosa. Sia larticolo 4 che larticolo 36 sono giuridicamente ancora vigenti. Il
capitalismo assoluto, che ne costituisce la radicale negazione fattuale, quindi
unimposizione del tutto fuori legge.
3. ANTROPOLOGIA DELLA SINISTRA: UNIDENTIT
VUOTA

La logica del capitalismo assoluto

Abbiamo fin qui descritto i postulati comuni a tutte le forze politiche abilitate a
governare un paese occidentale nellattuale contesto storico. Descrivere qualcosa cos
come i fatti univocamente ce lo mostrano non significa tuttavia spiegarlo. Per spiegare
qualcosa, infatti, non basta comprovarne lesistenza, ma occorre chiarire il perch
della sua esistenza, ovvero il processo reale che lha resa necessaria. Nel nostro caso
si tratta di trovare un perch al fatto che la sinistra, soltanto alcuni decenni fa forza di
emancipazione delle classi lavoratrici e di riduzione delle ingiustizie sociali, agisca
oggi a partire da postulati che ha in comune con la destra e che comportano
lapprofondimento delle diseguaglianze, dello sfruttamento, dellinsicurezza e
dellirrazionalit.
Lanalisi sociale mostra come quei postulati siano richiesti da quel contesto
storico che viene comunemente chiamato globalizzazione, talvolta neoliberismo,
oppure, pi raramente, postmodernit.
Riguardo a questi termini c una babele di definizioni e interpretazioni. Leggiamo
questo resoconto:

Per molti studiosi la globalizzazione un fenomeno che ha origine negli anni 70,
precisamente nellagosto 1971, quando il governo degli Stati Uniti decret la fine
della convertibilit aurea del dollaro (). Per altri essa si sprigionata dalla caduta
del Muro di Berlino e dalla fine del mondo bipolare, come universalizzazione di un
modello economico, quello capitalistico (). Ma non mancano studiosi che vedono la
globalizzazione come un fenomeno niente affatto nuovo, che nasce con il capitalismo e
con la sua concezione di estensione illimitata del mercato. Leconomista argentino
Aldo Ferrer e il professore dellUniversit di Washington David Felix ritengono che
la globalizzazione abbia avuto inizio con lespansione coloniale del XV secolo().
Per alcuni la globalizzazione lomologazione dei modelli di consumo e degli
stili di vita attraverso la circolazione universale di comunicazioni e immagini ().
Per altri lunica globalizzazione realmente esistente quella finanziaria114.
La stessa confusione si ha riguardo al cosiddetto neoliberismo, che per alcuni
altro non che la politica economica conforme alle esigenze del mondo globalizzato,
per altri la causa della globalizzazione, per altri ancora il suo effetto. C chi lo
intende come riedizione del liberismo ottocentesco, vale a dire come libero scambio e
non-intervento dello Stato nelleconomia, e chi fa notare che mai come nellepoca
cosiddetta neoliberistica lo Sato intervenuto cos massicciamente a sostegno delle
imprese private.
Il contesto economico attuale talvolta inquadrato nella nozione di postmodernit,
intesa, in questo ambito, ora come flessibilit del lavoro, ora come mobilit degli
investimenti, ora come fine delleconomia regolata dallo Stato. Scrive U. Beck:

La cosiddetta globalizzazione non fa che portare economicamente a compimento


quanto stato annunciato intellettualmente dal postmoderno: il crollo del
moderno115.

Per capirci qualcosa dobbiamo mettere da parte la disputa sui termini, e


individuare che cosa sia essenziale del contesto storico attuale. Poi chiamiamolo
come ci pare. E usiamo pure, data la sua universale diffusione, il termine
globalizzazione. Lo studioso che a nostro avviso ha meglio capito il fenomeno,
quando ancora non era dispiegato ma aurorale, stato I.Wallerstein con la sua nozione
di sistema-mondo116.
Wallerstein ci parla del capitalismo come sistema storico di organizzazione
economica della societ, sistema conforme a un modello astratto di separazione del
mezzo di produzione dal lavoratore e di sua utilizzazione esclusiva in funzione
dellaccumulazione senza un fine e senza fine di valore di scambio. Egli mostra come
questo capitalismo storico sia nato in alcune zone dEuropa alla fine del XV secolo, si
sia sempre pi diffuso nello spazio e allargato nella societ nei secoli successivi, fino
a raggiungere una diffusione mondiale alla fine del XIX secolo e una penetrazione
globale alla fine del XX. Ecco dunque in cosa consiste lelemento essenziale del
contesto storico in cui oggi viviamo. Si tratta della completa pervasivit sociale del
capitalismo storico, vale a dire della raggiunta coincidenza tra il modello astratto di
modo di produzione capitalistico e la formazione sociale concreta. In altre parole,
ogni aspetto della societ umana, compresi i corpi biologici degli individui e i
caratteri della loro personalit, viene sussunto sotto il capitale come materia della
produzione capitalistica.
Le implicazioni antropologiche e politiche di questa inedita situazione storica
sono di enorme portata e costituiscono gli elementi esplicativi della progressiva
involuzione della sinistra. Chiamiamo capitalismo assoluto il capitalismo storico
che penetrato in ogni poro e in ogni profondit della vita umana associata. Esso
assoluto perch la sua logica di funzionamento regge completamente ogni ambito della
vita, senza pi lasciare alcuna autonomia di scopi e di regole ad altre istituzioni.
Lazienda, cio listituzione che promuove la produzione e la circolazione delle
merci in funzione del profitto, diventa allora non pi soltanto la cellula del sistema
economico, ma lalfa e lomega della societ, perch la societ diventata una
societ di mercato, in cui ogni bene pubblico stato convertito in bene privato, e ogni
bene privato in merce. Di conseguenza ogni istituzione viene concepita come azienda,
persino lospedale, persino la scuola, e persino lintero paese, che non pi nazione,
ma azienda, lazienda-Italia.
La logica puramente contabile dei ricavi monetari da massimizzare e dei costi
monetari da minimizzare, propria dellazienda, diventa cos il criterio regolatore di
ogni ambito della vita associata, generando un inedito totalitarismo, non della politica
ma delleconomia, delleconomia autoreferenziale del plusvalore.
Questo totalitarismo comporta che tutto ci la cui produzione non in grado di
generare un utile aziendale non viene prodotto, quandanche la sua produzione
risponda a un diffuso bisogno sociale e non presenti grandi difficolt. Tutto ci che,
invece, promette buoni utili aziendali, deve venire prodotto, quandanche la
collettivit non ne senta il bisogno, e si veda anzi sottrarre, per produrlo, importanti
risorse.
La capacit di unazienda di vendere ci che produce traendone profitto si chiama
competitivit, perch pu realizzarsi solo in un confronto vincente con altre aziende
che le contendono gli acquirenti. Dato che nella societ di mercato lavoro e redditi
derivano soltanto dalla produzione di merci, la produzione di merci deriva solo da
aziende che ne traggono profitto, e ne traggono profitto solo quelle competitive: la
competitivit lunica via di accesso alle risorse ed condizione addirittura di
sopravvivenza. Coloro che lavorano nel settore pubblico e ne sono retribuiti, vengono
stigmatizzati come parassiti qualora i loro redditi non corrispondano ai parametri di
competitivit.
In una societ di mercato ci ragionevole, perch le risorse di cui vivere hanno
tutte la forma sociale del reddito monetario privato spendibile, e il reddito totale di un
paese deriva dalla sua competitivit complessiva, per cui ogni reddito individuale,
per quello che non correlato alla competitivit del luogo di lavoro che lo
distribuisce, in ultima analisi drenato dai frutti della competitivit dellinsieme
degli altri luoghi di lavoro. Non ragionevole, per, una societ di mercato che
funziona cos, perch costringe i servizi pi essenziali a una vita dgna di essere
vissuta - come la sanit, lo svago, listruzione, la mobilit sul territorio, la mobilit
abitativa - ad assumere la forma incongrua della produzione di merci.
Pensiamo a una scuola: per essere competitiva deve richiamare il maggior numero
di studenti paganti (non a caso chiamati sempre pi spesso utenti), deve vendere
sempre pi vantaggiosamente il suo prodotto (che non a caso nel nuovo linguaggio
burocratico si chiama offerta formativa) e deve abbassare sempre pi il rapporto
numerico tra insegnanti e allievi (una lezione fatta a quaranta allievi invece che a
venti rende pi competitiva la scuola, cos come una valutazione fatta sbrigativamente
con test somministrati a tutta una classe invece che con dialoghi individuali). In questo
modo, per, limpegno di marketing soppianta quello culturale, lapparenza che serve
ad attrarre utenti soppianta la sostanza culturale trasmessa, il sapere puramente
strumentale e superficiale soppianta quello fondato e critico. La conseguenza che la
scuola competitiva distrutta come scuola, e il livello culturale di un intero paese
si abbassa.
La competitivit distrugge ogni bene collettivo. Essa si basa, infatti, sul calcolo
puramente contabile e monetario di ricavi e costi. Ma il ricavo monetario tratto da una
merce non contabilizza gli svantaggi sociali del condizionamento e della corruzione
con cui si ottengono le commesse, o del rimbecill-mento collettivo prodotto dalla
pubblicit con cui si promuovono le vendite. Il costo aziendale non contabilizza
linquinamento ambientale e i danni personali generati dalla produzione della merce,
e cos via. Inoltre, vero paradosso del cosiddetto neoliberismo, la promozione
della competitivit delle aziende diventa il primo compito dello Stato, senza il cui
impegno le aziende di un paese sarebbero meno competitive di quelle di altri paesi.
Ci comporta un continuo drenaggio delle risorse pubbliche verso le imprese private.
Di questo abbiamo parlato a lungo nel capitolo precedente, mostrando gli effetti di
depressione della domanda che tale meccanismo comporta. Aggiungiamo ora che
questo drenaggio di risorse pubbliche ha, come ulteriore risultato, il fatto che i servizi
pubblici diventano sempre pi scadenti, quando non addirittura inesistenti, e lo stesso
sentimento di una cosa pubblica da rispettare come bene di tutti si spegne sempre pi
nei cittadini.
Questo totalitarismo delleconomia distrugge la politica, perch proibisce la
progettazione e il dibattito attorno agli assetti e alle scelte della polis, di cui la vera
politica consiste. Ora infatti la polis non deve pi fare scelte, perch la vita dei suoi
vari ambiti, diventati meri aggregati di individui atomizzati, e non pi comunit,
continuamente plasmata e riplasmata dalleconomia, e solo da essa. Alla politica
chiesto di non essere pi tale, ma di declassarsi a semplice amministrazione delle
situazioni prodotte dalleconomia.
Qui sta la radice dei postulati comuni a destra e sinistra, che non esprimono altro
se non la comune accettazione di questo nuovo rapporto tra economia e politica.
Questo nuovo rapporto spiega perch la sinistra cos cambiata negli ultimi decenni:
cambiata per accettarlo, e lo ha accettato per non essere esclusa dal potere. Ma esso
costituisce anche una nuova antropologia, di cui ci andiamo ad occupare, perch
lessere umano, per collocarsi dentro a una politica del tutto ancillare nei confronti
delleconomia, non deve essere pi interiormente legato a scopi e speranze non-
negoziabili, perch devessere appunto pronto ad accettare, senza neanche esserne
cosciente, qualsiasi contenuto creato dalleconomia.

Un identit vuota

Riassumiamo quanto fin qui detto: in questa inedita realt economica e sociale,
che abbiamo denominato capitalismo assoluto, qualsiasi forza politica che voglia
avere una speranza fondata di arrivare al governo di un paese europeo per vie
ordinarie e in tempi non storici, deve accettare - e senza difficolt accetta - i vari
postulati di cui abbiamo discusso nei capitoli precedenti. In particolare deve accettare
di non identificarsi con alcun reale programma di governo, per poter gestire la societ
in funzione delle esigenze del mercato. Ci dipende dal fatto che, come si visto, il
capitalismo assoluto continuamente innovativo, cambia cio in maniera incessante i
beni consumati, le tecniche per produrli e lorganizzazione del lavoro. Una forza
politica che accetti questo sistema economico deve quindi accettare di gestire
innovazioni continue, non decise in sede politica. In questo modo la politica cessa di
esistere e ci che continua a chiamarsi con questo nome in realt amministrazione
delle ricadute sociali delleconomia del plusvalore. In questo sta, tra laltro, la radice
della corruzione delle forze politiche che, non essendo pi politiche, ma soltanto
gestionali, devono sopportare tutti i costi del professionismo dei loro aderenti e della
lotta per la conquista delle cariche.
Destra e sinistra, intesi come opposti schieramenti parlamentari ed elettorali che
si alternano al governo, e come correlative culture d appartenenza, appaiono allora
modulazioni diverse quella medesima realt sociale, economica e culturale.
Cerchiamo adesso di capire cosa tutto questo significhi per lanalisi di ci che
oggi la sinistra. Se quanto abbiamo fin qui detto sensato, quali comportamenti
dovremmo aspettarci da parte delle persone di sinistra?
Se essere di sinistra significasse qualcosa di minimamente autentico e radicato
nella storia, dovrebbe significare il riferimento a valori di solidariet e giustizia, e
il rifiuto del profitto e della competizione come fondamenti della realt sociale.
Essere di sinistra dovrebbe quindi implicare una forte presa di posizione contraria
alla realt del capitalismo assoluto e il conseguente distacco netto da tutte quelle forze
politiche che in un modo o nellaltro appaiono espressione di questa realt.
Da quanto abbiamo fin qui detto appare allora chiara la nostra conclusione: le
persone di sinistra non dovrebbero aver pi nulla a che fare con le forze politiche
di centrosinistra. Dovrebbero considerarle nemiche al pari di quelle di destra.
Sappiamo bene che il popolo di sinistra non si comporta affatto in questo modo.
Invece di quel distacco che a noi sembra la conseguenza logica di unanalisi
spassionata della realt e del riferimento ad alcuni dei valori storici della sinistra,
quel che succede che, quanto pi il centrosinistra si fa indistinguibile dal
centrodestra riguardo alla sostanza socioeconomica della sua politica, tanto pi le
persone di sinistra vi si identificano, fino a sentire la contrapposizione fra destra e
sinistra come laspetto cruciale e decisivo della nostra realt politica.
noto che in Italia questa contrapposizione ha assunto aspetti parossistici: ognuno
dei due schieramenti lancia allaltro accuse pesantissime, presentando se stesso come
il difensore nientemeno che della libert e della civilt messe in pericolo dalla
barbarie dellaltro schieramento. Tutto ci risponde naturalmente a interessi precisi
del ceto politico di destra e di sinistra. Infatti in un sistema elettorale maggioritario,
con due schieramenti dalla consistenza elettorale simile, piccoli spostamenti di voti
possono creare grandi spostamenti di potere, e ciascuno dei due poli teme fortemente
la disaffezione di una parte anche piccola del proprio elettorato. Ma dire la verit sul
fatto che nella sostanza le politiche dei due poli sono indistinguibili porterebbe
proprio a tale disaffezione, ed occorre allora rilanciare le pi disparate polemiche,
occorre ribadire limmagine d due schieramenti lun contro laltro armati, e
presentare la scelta fra di essi come la scelta della civilt contro la barbarie.
Se chiaro linteresse a mantenere alto questo tipo di tensione, da parte dei ceti
politici di destra e di sinistra, appare invece diffcile capire perch le persone di
sinistra aderiscano a queste mistificazioni. interessante notare come in questo modo
siano costrette ad adottare il criterio dei due pesi e due misure che non fa onore
alla loro intelligenza. Facciamo un esempio.
Gli eventi del luglio 2001 a Genova (contestazione del G8, scontri con la polizia,
uccisione di Carlo Giuliani, pestaggi notturni) hanno avuto grande risonanza nel
popolo di sinistra e sono stati seguiti con passione e interesse, cos come le varie
vicende giudiziarie ad essi seguite. Linterpretazione che ne stata data, a sinistra,
chiara e semplice: in quei giorni vi stata, da parte del governo e delle forze
dellordine, unazione premeditata di aggressione alla maggioranza di manifestanti
pacifici e di mancata repressione della minoranza di manifestanti violenti, allo scopo
di reprimere con la forza il movimento no global e di gettare su di esso discredito.
Molte persone a sinistra hanno visto in questi fatti la prova provata del carattere
repressivo e antidemocratico del governo Berlusconi. In questo modo hanno
rinsaldato le loro convinzioni sulla necessit di votare il centrosinistra che, con tutti i
suoi difetti, rappresenta comunque una difesa della democrazia contro il pericolo di
questa destra.
A leggere alcuni resoconti si rimane, in effetti, colpiti. Riportiamo il brano
seguente, tratto da una delle molte pubblicazioni apparse poco dopo i fatti di Genova:

[Dopo le cariche della polizia] comincia un massacro feroce e sistematico, per


lo pi di inermi, perch i pi pronti riescono a fuggire. Il pestaggio cos cattivo che
alcuni, terrorizzati, si buttano nel fossato
A fine attacco sul campo vengono lasciati 200 feriti ufficiali117.
Quelli che vengono portati nelle caserme saranno oggetto di violenze
sistematiche, di abusi. Il testo citato riporta poi due testimonianze:

Quando mi hanno aggredito avevo le mani alzate. Durante il trasporto verso


lospedale la Guardia di Finanza ha caricato lambulanza, bloccandola davanti
malgrado quattro feriti gravi a bordo. Hanno manganellato i vetri davanti e i laterali.
Ho appoggiato queste cose su un lavandino e sono partiti degli schiaffi da parte
di un agente si avvicinato un secondo agente che mi ha sferrato un pugno in bocca
gridando comunista di merda! Poi hanno aperto lo zaino. Da l hanno tirato fuori il
cellulare che stato buttato a terra e schiacciato sotto i piedi. Poi hanno tirato fuori la
macchina fotografica. Lagente ha raccolto la macchina da terra e lha buttata nella
latrina.

Racconti come questi inducono certo gravi sospetti nei confronti del governo che
tollera smili comportamenti da parte delle forze dellordine. Ma in questo caso non si
tratta del governo Berlusconi, bens del governo di centrosinistra che lo ha preceduto.
Il racconto sopra citato, infatti, si riferisce ai fatti di Napoli del marzo 2001, quando
trentamila persone manifestarono contro il Global Forum che si teneva nella citt
partenopea. Il libro che abbiamo citato dedicato ai fatti di Genova, ma inizia con un
breve resoconto di quelli di Napoli, considerandoli, giustamente a nostro avviso, un
antefatto di quelli di Genova,
chiaro che se si pensa ai fatti di Genova nel modo in cui s detto, come
esempio di una strategia tesa a reprimere e delegittimare il movimento no-global,
allora gli eventi di Napoli e quelli di Genova, avvenuti a cos breve distanza di tempo
e con un copione cos simile, non possono non apparire come passi successivi della
medesima strategia, e i governi sotto i quali sono avvenuti non possono non apparire,
dal punto di vista dal quale ci stiamo mettendo, perfettamente analoghi.
Si tratta naturalmente di una conclusione sgradita al popolo di sinistra, e si sa che
le verit sgradite vengono rimosse: cos, mentre i fatti di Genova si sono incisi nella
memoria del popolo di sinistra, sono stati fissati in racconti, immagini, libri,
documentari, sono stati al centro di dibattiti e discussioni, niente di paragonabile
successo per i fatti di Napoli. Tanto che gli avvisi di garanzia che hanno colpito i
poliziotti indagati dalla magistratura per questi eventi hanno colto del tutto di sorpresa
il popolo di sinistra. Il fatto che parlare, come fanno le persone di sinistra, di
strategia repressiva nei confronti del movimento, magari elaborata a livello
internazionale, o parlare addirittura di fascismo, significa andare oltre la superficie
dei fatti e cercare di cogliere il filo che lega eventi fra loro diversi come quelli di
Seattle, di Porto Aiegre, di Gteborg e appunto di Genova. Ma questo filo non pu
saltare il nodo di Napoli, che in questottica appare semplicemente un antefatto di
Genova. La rimozione che il popolo di sinistra ha effettuato nei confronti dei fatti di
Napoli appare allora come la mossa necessaria per evitare di scontrarsi con
linevitabile conclusione che destra e sinistra appaiono, una volta di pi, del tutto
indistinguibili.
chiaro allora che questa valutazione secondo due pesi e due misure la stessa
che vediamo allopera in tante altre reazioni del popolo di sinistra rispetto ai temi
trattati in precedenza.
Da quanto fin qui detto ci sembra di poter trarre una prima conclusione su cosa
significhi oggi essere di sinistra. Lidentit di sinistra ci appare unidentit vuota.
Con questo intendiamo dire che lidentit di sinistra non sembra legata a nessun
contenuto specifico. Se le persone di sinistra protestano contro i governi di destra
quando questi attaccano il sistema pensionistico pubblico, fiancheggiano le guerre
Usa, fanno pestare i manifestanti no-global, ma non protestano quando cose simili le
fanno i governi di centrosinistra, significa che contenuti come il sistema pensionistico
pubblico, il rifiuto della guerra, il rifiuto della repressione poliziesca non fanno pi
parte dellidentit di sinistra. Se questi contenuti fossero parte costitutiva
dellidentit di sinistra, il popolo di sinistra non potrebbe ovviamente accettare da
parte dei governi di centrosinistra un comportamento in totale contraddizione con tali
contenuti.
Il punto che sembra difficile individuare dei contenuti che siano costitutivi
dellidentit di sinistra. Il popolo di sinistra ha dato prova di essere disposto ad
accettare qualsiasi cosa, purch la faccia un governo d sinistra. Ma dire questo
significa appunto dire che lidentit di sinistra non ha un contenuto preciso ed quindi
vuota.

Facili confutazioni

Di fronte al tipo di critiche che abbiamo fin qui espresso, la persona di sinistra
replica in genere con alcune argomentazioni abbbastanza standardizzate e nella
sostanza facilmente confutabili. Una di queste tipiche argomentazioni quella del
male minore, della quale abbiamo discusso a lungo nellintroduzione. Ne
esaminiamo adesso qualcunaltra. Questo esame servir a ribadire il carattere
sostanzialmente irrazionale della/orma mentis della sinistra contemporanea, e quindi
la necessit di cercare una spiegazione sociologica e antropologica della sua
permanenza.

La sinistra moderna devessere riformista


La parola riformismo stata ormai svuotata di significato. Si tratta di una
parola cui la storia del Novecento ha dato un significato preciso: quello di unidea e
di una prassi politica le quali, rifiutando la prospettiva rivoluzionaria di un
rovesciamento sistemico e accettando leconomia capitalistica, hanno mirato a
condizionarla a fini sociali ad opera dello Stato, e a redistribuire redditi e poteri a
vantaggio delle classi lavoratrici. Usare questa parola, come fa larea maggioritaria
della sinistra (e la totalit dei media e degli opinion leaders) per designare politiche
di privatizzazione, di riduzione delle garanzie sociali, di deregolamentazione,
completamente assurdo.
Definire riforme, infatti, come oggi si fa, quella delle pensioni, chiamata a
ridurre le prestazioni pensionistiche, o quella del lavoro, chiamata a ridurre le
garanzie dei lavoratori, vuol dire capovolgere il significato storico del termine e
svuotare la parola di ogni significato. Ma il fatto che una parola come riformista sia
ormai svuotata di significato storico non n un tradimento n un inganno (non solo
questo, almeno). Definirsi tramite questa parola svuotata di contenuto significa
dichiarare il proprio essere disposti a riempirla di qualsiasi contenuto sia reso
necessario dalla dinamica economica del capitalismo assoluto. Definendosi
riformisti gli attuali ceti politici di sinistra intendono semplicemente dire che essi
si mettono al servizio dei cambiamenti richiesti dallattuale sistema socioeconomico,
qualsiasi essi siano.

Bisogna governare il mutamento


Significa che di fronte a qualsiasi realt che tenda a imporsi perch portata dalla
corrente della situazione storica, si tratti pure della realt pi devastante sul piano
etico e sociale, la sinistra non si porr mai il problema di combatterla per superarla,
ma si adatter ad essa se questo risulter necessario per accedere al potere o per
mantenerlo. In questo modo naturalmente non si governa nulla, ma ci si lascia
portare dalla corrente. Basta fare qualche esempio semplice per capire lassurdit di
queste frasi. Si pensi allAids. Essa ha introdotto, non c dubbio, notevoli mutamenti.
Cosa penseremmo di unautorit politica che, in materia di politica sanitaria, ci
dicesse che non intende combattere lAids per cercare di estirpare questo flagello, o
almeno di ridurne il pi possibile i danni, ma che bisogna governare il mutamento
introdotto dallAids?

Bisogna innovare
Queste semplice formula esprime lideologia del mondo contemporaneo, diffusa
in tutto il ceto politico, a destra e a sinistra, nel mondo dei media, nel senso comune.
Essa viene usata per bloccare in anticipo qualsiasi critica a una particolare novit
storica, per rendere tale critica impossibile o intellettualmente screditata. Ci che si
intende dire, con questa formula, che bisogna accettare qualsiasi novit storica. Ma
evidente che si tratta di unideologia povera e sciocca, la cui sciocchezza anche
assai facile da vedere. E sensato pensare che ogni innovazione sia un bene?
Ovviamente no, perch sappiamo tutti che i cambiamenti possono essere dei
miglioramenti ma possono anche essere dei peggioramenti. Con il criterio che ogni
innovazione sia un bene, le leggi istitutive del Terzo Reich dovrebbero essere
considerate positive, perch esse furono certamente innovative. Con lo stesso criterio,
potremmo introdurre delle simpatiche novit nella vita di tutti i giorni, per esempio
potremmo stabilire che la lingua ufficiale della sanit pubblica italiana sa
lungherese, per cui chi va dal medico deve descrivergli i propri sintomi in ungherese.
Si tratterebbe indubbiamente di una notevole innovazione, e dunque di qualcosa di
positivo, secondo lo sciocco criterio che stiamo esaminando.
Come mai unidea tanto sciocca cos radicata nello spirito del tempo? Perch
essa sottintende in realt qualcosa di molto meno sciocco, ma che non pu essere
detto esplicitamente. Ci che questa formula realmente sottintende, per lo pi in
maniera neppure cosciente, che, per gestire il potere (esclusiva aspirazione del ceto
politico contemporaneo di destra e di sinistra), bisogna andare a rimorchio di tutte le
novit prodotte o richieste dal sistema economico.

Non si pu tornare indietro


Questa formula esprime naturalmente lo stesso contenuto reale delle precedenti,
cio il fatto che bisogna accettare tutto ci che il sistema economico impone, per
avere il potere.
Si tratta di una formula sciocca come le altre, perch molte volte la storia ha posto
proprio lesigenza di tornare indietro. Dopo la crisi del 1929-33, i migliori politici
dellOccidente si sono battuti, spesso con successo, per tornare a forme di
regolazione politica delleconomia che il capitalismo ottocentesco aveva travolto.
Non si pu tornare indietro ci che dissero, proprio testualmente, i gruppi
dirigenti francesi raccoltisi attorno a Ptain nellaccettare la dominazione tedesca
della Francia. La risposta di De Gaulle e della Resistenza francese fu che si poteva e
si doveva tornare indietro, allindipendenza e alla democrazia.
E oggi, se non torniamo indietro dalle produzioni inquinanti e da uno sviluppo
dissennato, dove portiamo il pianeta Terra?

Bisogna fare politica, non testimonianza


Altra frase sciocca, perch la storia ricorda numerose forme di testimonianza di
unidea, senza possibilit di efficacia politica a breve termine, che, oltre al loro
valore etico intrinseco, sono state germi di straordinari sviluppi politici in scenari
storici mutati (si pensi alla testimonianza mazziniana del primo Ottocento o a quella
dellantifascismo a met degli anni 30).
Al solito, la formula sciocca va tradotta nel suo significato reale ma occulto, che
vogliamo agire solo in funzione del successo immediato.
Il vizio della sinistra farsi male da sola, dividendosi quando dovrebbe essere
unita contro la destra
Questa formula, assieme ad altre (tipo la famosa invettiva con questi dirigenti
non vinceremo mai di Nanni Moretti), esprime in modo particolarmente appropriato
il vuoto completo di identit etica e pensiero critico della sinistra, perch in essa si
presenta il vizio della sinistra come incapacit di organizzarsi per battere la destra,
senza che abbiano alcuna importanza gli scopi per cui batterla, e senza che ci si
chieda se abbia senso (a parte quello di posizioni di potere da spartire) battere la
destra per mantenere poi la stessa subordinazione della politica ai mercati.

Non si pu fare politica contro i fatti


La globalizzazione, dice la quasi totalit del mondo politico e intellettuale, un
fatto, quindi non ci si pu opporre ad essa. Contro questa banalit, occorre ribadire
che solo contro i fatti che ha senso agire.
Qualsiasi male si imponga alla nostra attenzione un fatto reale. I bambini che
soffrono la fame nel mondo sono un fatto reale, le mine antiuomo sono un fatto reale.
In base a questo principio non ci si potrebbe opporre a questi mali, n a nessun altro.
Cosa diremmo se, andando da un dentista afflitti dal mal di denti, ci sentissimo dire
che, essendo la nostra carie un fatto reale, lui non pu farci nulla perch non ha senso
mettersi contro i fatti? Ovviamente, penseremmo di avere a che fare con un pazzo e
cambieremmo dentista. Lapparenza di sensatezza dellidea che non ci si pu mettere
contro i fatti sta in ci: per combattere i fatti che ci appaiono negativi occorre
riconoscere la loro realt e la loro natura, non si combattono i mali del mondo
sognando realt immaginarie. Ma chi vuole combattere i mali del mondo non nega la
loro esistenza, al contrario, proprio perch li riconosce come fatti reali che li vuole
combattere.

Bisogna condizionare da sinistra il governo


Si tratta di una illusione tipica della sinistra cosiddetta radicale, ma in realt
presente anche nella sinistra moderata. Si pensa di potere, con la propria azione
politica, spingere un po pi a sinistra la realt politica ed economica. unidea
che si ricollega a quella del male minore, perch spingendo almeno di poco la
realt nella direzione voluta si pensa di ottenere, appunto, il male minore. La sinistra
sarebbe allora, nonostante tutto, un po migliore della destra perch essa offrirebbe
almeno lo spazio per questo tipo di azione politica.
Si inizia cos un curioso gioco di scatole cinesi, per cui il militante diessino non
combatte gli effetti devastanti della cosiddetta globalizzazione, ma si illude di
poterla condizionare; il militante di Rifondazione pensa di poter condizionare la
sinistra moderata; le minoranze interne a Rifondazione cercano di condizionare la
maggioranza. Dove sta lerrore?
chiaro che lidea di poter spingere un processo storico, almeno di poco, nella
direzione voluta, non del tutto assurda. Ci possono essere situazioni storiche nelle
quali ci possibile. Finch esistito, il riformismo del Novecento ha fatto appunto
questo. Ma ovvio che ci sono delle condizioni necessarie perch sia possibile:
quando si pochi e deboli, si pu condizionare un processo storico soltanto se
esso va gi da solo, grosso modo, nella direzione giusta.
Se abbiamo a che fare con una realt storica, come quella dellattuale capitalismo
assoluto, la cui direzione di marcia diametralmente opposta a tutti gli ideali storici
della sinistra, chiaro che non c nulla che si possa condizionare. Puoi pensare di
guidare un elefante se sai che si tratta di un animale pacifico che grosso modo sta
andando da solo nella direzione che tu vuoi, e che non si arrabbia se tu lo spingi a
qualche piccola deviazione. Se hai di fronte una bestia inferocita che sta caricando
nella tua direzione, non pensi certo al modo di condizionarlo dallesterno: o hai un
fucile e gli spari, o ti togli in fretta dalla direzione della sua carica.

Ma allora cosa proponete?


E questa lultima linea di difesa delle persone di sinistra. Ammettiamo tutto -
dicono queste persone - la sinistra contemporanea orribile, non si differenzia ormai
in nulla o quasi dalla destra, ma se volete che vi ascoltiamo dovete fare delle
proposte concrete. Tutti sono capaci di criticare, ma la politica concretezza e
realismo, non ci si pu ritirare in una torre davorio e cos via con la sagra delle
banalit.
Con questa obiezione si opera uno spostamento della questione. In tali discussioni
sono in gioco, infatti, due problemi: il primo se la sinistra attuale sia ancora il luogo
dove far vivere gli ideali storici della sinistra (giustizia, solidariet); il secondo verte
su quale sia il modo concreto di far vivere questi ideali. Si tratta di due questioni
entrambe importanti, ma chiaramente indipendenti.
Chi critica la sinistra nel modo in cui lo facciamo in questo libro, sta chiaramente
discutendo della prima questione, e in particolare sta sostenendo che la sinistra attuale
non pi il luogo dove far vivere gli ideali di cui si detto. Ma allora ovvio che
discutere se questo sia vero o falso, se gli argomenti portati in questo libro siano
convincenti oppure no, non ha nulla a che fare con la seconda questione, quella di
sapere come realizzare gli ideali di giustizia e solidariet. Basta fare degli esempi
tratti dalla vita quotidiana per capire quanto sia ovvio quello che stiamo dicendo.
Supponiamo che un giorno Mario incontri per strada, alla fermata dellautobus, il
suo amico Michele, che sta aspettando lautobus per andare a prendere sua figlia
allasilo. A Mario viene in mente di aver letto nel giornale del giorno prima che c
uno sciopero degli autobus e lo dice a Michele, consigliandolo di non stare l ad
aspettare un autobus che non passer. Cosa ci aspettiamo che risponda Michele? Pu
ovviamente fare quello che gli consiglia Mario, cio andarsene, ma pu anche trovare
molti argomenti perfettamente sensati per restare l: per esempio, perch ha sentito
alla radio che lo sciopero stato revocato, oppure perch ha chiamato un amico che
lo viene a prendere in auto a quella stessa fermata, oppure perch la figlia vanno a
prenderla i nonni e lui resta alla fermata perch c un bel panorama, e cos via.
per impensabile che Michele risponda a Mario nel modo seguente: Tu mi dici
di andarmene? Se vuoi che ti ascolti, devi per dirmi come faccio allora ad andare a
prendere mia figlia allasilo. impensabile perch si tratta di una risposta assurda.
Mario ha fornito a Michele uninformazione, che pu essere giusta o sbagliata, ma la
questione se essa sia giusta o sbagliata del tutto indipendente dal fatto che Mario
sappia oppure no come Michele possa andare a prendere sua figlia.
Allo stesso modo, gli autori di questo libro intendono dire, al popolo di sinistra,
che la sinistra attuale non pi il luogo dove far vivere gli ideali emancipativi della
sinistra stessa e che occorre andarsene, se si tiene a tali ideali. La questione se queste
affermazioni siano giuste o sbagliate non ha nulla a che fare col fatto che gli autori
sappiano come concretamente realizzare tali ideali.
Con questo non vogliamo dire, ovviamente, che non esista il problema
dellelaborazione di proposte concrete. Nelle nostre analisi dei postulati dellagire
politico interno al capitalismo assoluto abbiamo fatto qualche esempio di ci che una
forza politica che voglia combattere le storture del nostro mondo, e la rovina
incipiente, potrebbe fare. Ma devessere chiaro che una tale forza politica ancora non
c. Il compito fondamentale delloggi la creazione di unarea di discussione
culturale e politica che possa rappresentare la base su cui far nascere una nuova forza
politica caratterizzata dallessere anticapitalistica, ispirata a principi di giustizia
sociale, in opposizione sia alla destra che alla sinistra.

Ideologia di sinistra: modernizzazione ed emancipazione

Quanto abbiamo fin qui detto ci permette di evidenziare la configurazione


paradossale della sinistra. Il popolo di sinistra formato infatti da persone che
appartengono ai ceti medi e bassi, e che dicono di ispirarsi agli ideali di
emancipazione che storicamente hanno caratterizzato la sinistra. Daltra parte, il ceto
politico per il quale vota questo popolo di sinistra mostra con estrema chiarezza di
perseguire esclusivamente il proprio potere e propri interessi, assecondando in tutto
e per tutto la dinamica dellattuale sistema economico e sociale. Poich tale dinamica
porta alla negazione di quegli ideali e allattacco al livello di vita dei ceti medi e
bassi, ne risulta che il votare a sinistra in radicale contraddizione sia con gli
interessi materiali del popolo di sinistra, sia con gli ideali da tale popolo professati.
Inoltre, quando le persone di sinistra vengono poste di fronte a queste contraddizioni,
rispondono con gli pseudoargomenti che abbiamo appena discusso, o con altri simili.
Poich le persone di sinistra sono in genere persone n stupide n ignoranti, tutto
ci appare di difficile comprensione.
Per chiarire la questione dobbiamo focalizzare lattenzione su due caratteristiche
fondamentali della sinistra stessa, una sul piano ideologico e una sul piano
antropologico.
Sul piano ideologico la sinistra stata il luogo della fusione di modernizzazione
ed emancipazione.
Sul piano antropologico ci sembra che la nozione decisiva sia quella di
appartenenza.
Cerchiamo di chiarire questi due aspetti.
Parlando di fusione di modernizzazione ed emancipazione intendiamo dire che la
sinistra stata il settore politico e culturale che ha lottato da una parte per la
modernizzazione, intesa come sviluppo sociale, economico e tecnologico, e dallaltra
per lemancipazione delle classi subalterne dai vincoli della povert, dellignoranza,
della sottomissione.
Per essere pi precisi, la sinistra ha cercato lemancipazione attraverso la
modernizzazione, ha cio sempre cercato di favorire il progresso economico e
tecnologico nella convinzione che da esso scaturisse, in un modo o nellaltro,
lemancipazione delle classi subalterne, dando cos un valore prioritario allistanza
modernizzatrice.
Le scelte etico-politiche che hanno segnato la storia della sinistra nel Novecento
si collegano strettamente allassunzione della modernizzazione come valore
prioritario. E nostra convinzione, per esempio, che larga parte della sinistra nel
Novecento sceglie di stare dalla parte della classe operaia o del campo socialista
in quanto percepisce tali realt come le portatrici storiche delle istanze di
modernizzazione.
La scelta della modernizzazione come valore prioritario, che sta al cuore del
progetto politico-culturale della sinistra, ha per conseguenze significative, che ci
aiutano a capire i fenomeni di cui stiamo discutendo. Il punto fondamentale che la
realt storica cambia continuamente, e ci che oggi appare forza di modernizzazione
pu non esserlo pi domani.
Se negli anni 30 il confronto tra la crisi economica, sociale, politica delle societ
occidentali e lo sviluppo industriale accelerato di cui era capace lUnione Sovietica
sembrava poter dare solidi argomenti a chi vedeva in questultima il faro del
progresso, qualche decennio dopo la situazione risultava del tutto ribaltata. Se per
decenni si considerata la classe operaia motore del progresso, oggi la figura
dellimprenditore che appare al centro dei processi di modernizzazione.
Questo significa, in sostanza, che chi fa della forza innovativa e della spinta
storica i criteri prioritari delle proprie scelte non pu mantenere nessun determinato
contenuto come irrinunciabile, deve essere pronto ai pi radicali cambiamenti di linea
politica e culturale, a passare dal sostegno allUrss al sostegno a Clinton, dalla difesa
del ruolo dello Stato nelleconomia alle privatizzazioni. Levoluzione storica, con i
suoi mutamenti imprevedibili, finir sempre per corrodere ogni contenuto determinato
facendolo passare da simbolo di progresso a simbolo di ci che le sinistre
modernizzatrici pi di tutto temono , la conservazione.
Per fare un paragone, chi sceglie modernizzazione e innovazione come valori
prioritari esattamente nella situazione di chi decide di attenersi strettamente, nelle
proprie scelte di consumo, ai dettami della moda. E chiaro che chi vuole essere
sempre in tutto e per tutto alla moda non pu affezionarsi a nessun capo di
abbigliamento tanto da non poterci rinunciare; deve essere al contrario disposto a
qualsiasi cambiamento appaia appunto di moda. Similmente, chi sceglie
modernizzazione e innovazione come valori prioritari non pu strutturarsi su nessun
principio irrinunciabile. Ma allora la sua identit politica e culturale sar unidentit
vuota, non legata a nessun contenuto specifico.
La modernizzazione per la quale lottano le sinistre dunque una scatola vuota. Chi
la riempie? Non c bisogno di essere marxisti per capire che, se la storia storia
dello scontro fra classi, gruppi, interessi, nazioni, il risultato di tale scontro a
decidere cosa sia modernit (o progresso o innovazione) e cosa non lo sia: ma
ci porta necessariamente il modernizzatore a stare dalla parte dei vincitori. E
negli ultimi decenni la realt economco-sociale che apparsas vincente sul piano
storico proprio quella del capitalismo assoluto. Lideologia modernizzatrice della
sinistra lha portata quindi allaccettazione rapida di questa realt e dei postulati che
da essa derivano.
Riassumendo: la sinistra si adattata rapidamente a un radicale rovesciamento di
quelli che sembravano i suoi valori essenziali e costitutivi, perch la sua visione del
mondo era basata su un modernismo che non ammette in realt alcun valore stabile
e porta di necessit ad accettare la realt vincente come unico orizzonte in cui
concepire azione e pensiero.

Antropologia di sinistra: appartenenza

Esaminiamo ora il secondo aspetto essenziale della sinistra. Oltre alla fede nella
modernizzazione, la cultura di sinistra ci sembra presentare unaltra caratteristica
decisiva, lessere cio segnata, sul piano antropologico, da un forte bisogno di
appartenenza: la persona di sinistra vuole sentirsi parte del popolo di sinistra.
Per comprendere lappartenenza comunitaria della sinistra, conviene esaminare
brevemente quella che stata, a nostro parere, la sua forma esemplare nel Novecento,
cio lappartenenza al movimento comunista.
Si trattava sicuramente di una appartenenza forte, che plasmava in profondit gli
individui, sino a formare un tipo umano particolare, il militante comunista, cos
tipico del secolo appena trascorso. Eppure, se guardiamo ai contenuti intellettuali e
politici, il carattere forte di questa identit sembra stemperarsi. E vero che i partiti
comunisti nascono, negli anni 20, con idee estremamente forti e decise sulla storia,
sulla politica, sulla societ. Succede per, col passare degli anni, che questi contenuti
si ammorbidiscono e sbiadiscono in un eclettismo sempre pi marcato. Mentre i
contenuti dottrinali e politici originari vengono a poco a poco abbandonati, non viene
per abbandonata lappartenenza al partito come componente forte dellidentit del
militante. Ma dunque questa appartenenza non fondata, come appare
nellautorappresentazione del militante, su un contenuto dottrinale (il marxismo) o
politico, ma sul partito in quanto tale, in quanto organizzazione.
I fondamenti etici dei partiti comunisti - partiti che erano nati dal rifiuto del
compromesso del movimento operaio europeo con lorrore della Prima guerra
mondiale - vengono dimenticati e rimossi nellaccettazione degli orrori dello
stalinismo prima della Seconda guerra mondiale, e nelladesione alla politica
imperiale dellUnione Sovietica, mistificata come politica socialista, nel
dopoguerra.
Appare allora chiaro che il comunista del Novecento non fedele n a valori etici
n a un contenuto di pensiero n a una linea politica: fedele al partito, e si riconosce
in quanto appartenente al partito a prescindere da qualsiasi contenuto118. Questa
mancanza di fondamenti ideali stabili, che mina lidentit comunista (e di sinistra) fin
dalle sue origini, viene coperta da costruzioni mitiche e illusorie: il carattere
progressista ed emancipato-rio della natura dei regimi del socialismo reale, da una
parte, il carattere rivoluzionario della classe operaia, dallaltro.
Si tratta di illusioni che la realt alla fine ha clamorosamente smentito, e che
potevano essere mantenute, anche nel passato, solo con inganni e autoinganni, solo a
costo di una rigida chiusura mentale rispetto a tutti i fatti e le argomentazioni che le
potevano mettere in crisi. Per mantenere quelle illusioni il militante comunista deve
vietarsi la comprensione della realt, e il dirigente deve farsi attivo propagatore di
menzogne. Ma allora gli ideali di giustizia ed emancipazione umana si riducono a
frasi vuote. Il contenuto reale sia della politica del partito, sia della vita dei militanti
e dei dirigenti, non fatto di quelle illusioni, ma della concretezza della lotta politica
per la crescita di potere della propria organizzazione. Una volta che le dure repliche
della storia avranno ineludibilmente spazzato via quelle illusioni, militanti e
dirigenti non avranno in realt problemi a riadattarsi alla nuova situazione, a
rinunciare alla fraseologia emancipatoria e rivoluzionaria, e a continuare a lottare per
il potere della propria organizzazione, perch questo ci che in realt hanno sempre
fatto.
Naturalmente non intendiamo qui affermare la necessit ineluttabile di questa
evoluzione, vogliamo solo mostrare come essa fosse una potenzialit presenta nella
natura del comuniSmo del Novecento, una potenzialit che le circostanze storiche si
sono incaricate di rendere attuale.
interessante osservare che lo stesso schema permette di capire levoluzione dei
giovani rivoluzionari del 68 in maturi uomini (e donne) di potere. In effetti il giovane
rivoluzionario sessantottino si racconta storie totalmente assurde sulla rivoluzione,
la classe operaia, la Cina - storie che non possono dare sostanza alla sua personalit
proprio per il loro carattere illusorio. La sua personalit viene invece riempita e
strutturata da ci che egli concretamente fa: lotte per il potere nelle piccole
organizzazioni dellultrasinistra, sviluppo della capacit retorica di convincere i
militanti, creazione di rapporti preferenziali con gruppi di potere nel mondo
intellettuale (editoria, universit, giornalismo).
Quando, passata la tempesta contestatrice del 68, la realt sincarica di smentire
le illusioni rivoluzionarie, il giovane contestatore se ne libera senza grossi traumi,
perch esse in realt non avevano mai costituito fondamenti effettivi della sua vita, e
si ritrova con una vita strutturata dalla capacit di gestire fette di potere in determinati
ambiti (in genere di tipo intellettuale). Continuer dunque a gestire queste fette di
potere, perch in realt questo ci che aveva sempre fatto.
Nella storia della sinistra, dunque, la forma esemplare di appartenenza, quella del
militante comunista, si rivela a un certo punto come appartenenza vuota di contenuti,
come fedelt non a un valore, a un pensiero o a una politica, ma allorganizzazione
in s e per s.
Naturalmente la storia della sinistra assai pi ampia di quella del comuniSmo
del Novecento, ma ci sembra che il tipo di appartenenza che appare nella sua forma
pi pura nel caso del movimento comunista, possa caratterizzare una realt
antropologica diffusa in tutta la sinistra119. Infatti, il legame di appartenenza
dellindividuo allorganizzazione, come elemento essenziale che prescinde dalle
finalit dellorganizzazione stessa, coinvolge oggi tutte le forze della sinistra, non
soltanto quelle che discendono dalla tradizione comunista.
Il senso di appartenenza, in se stesso, non affatto qualcosa di negativo, perch
corrisponde a un bisogno e a una necessit fondamentali dellessere umano. Esiste
tuttavia una gerarchia etica dei livelli di appartenenza. Il primo dovere
dellindividuo umano quello di appartenere alla verit. Uno degli aspetti pi
negativi della tradizione comunista stato quello di ritenere doveroso sacrificare la
verit alla rivoluzione, che poi era in realt il partito, che poi era in realt la
dirigenza del partito.
A un livello etico immediatamente sottostante c lappartenenza a indirizzi
politici che incarnino nella storia lansia di verit e di giustizia. Poi c
lappartenenza allorganizzazione che si faccia portatrice di tali indirizzi. Ci che
caratterizza il nostro tempo la scomparsa dellappartenenza alla verit o a un vero
progetto politico. Quel che rimane lappartenenza allorganizzazione come guscio
vuoto di ogni contenuto, ovvero come contenitore di qualsiasi contenuto.
Questo tipo di appartenenza creato dalla logica del capitalismo assoluto che,
promuovendo, come si pi volte detto, innovazioni continue, elimina ogni coordinata
stabile di appartenenza, per cui ci che rimane lappartenenza allapparato
organizzativo in cui si inseriti. Tale appartenenza assume inevitabilmente caratteri
opportunistici, clientelari, flessibili, per cui si pu passare da unorganizzazione
politica allaltra come un calciatore passa da una squadra allaltra. La sinistra ha
manifestato compiutamente il suo nichilismo quando si strutturata su questo tipo di
appartenenza puramente organizzativa.

I ceti politici, manipolatori di simboli

Perch partiti e ceti politici di sinistra si adattano cos facilmente a una prassi
politica che in piena contraddizione con gli ideali storici della sinistra?
Da una parte, perch il dogma della modernizzazione li rende disposti ad accettare
qualsiasi cambiamento appaia in linea con le tendenze di fondo del tempo e,
dallaltra, perch hanno costruito la propria identit politica e personale
sullappartenenza a unorganizzazione, e sono quindi disposti a tutto ci che accresce
potere e influenza della propria organizzazione. Il dogma della modernizzazione
svuota lindividuo di ogni valore e ogni contenuto etico; lappartenenza riempie
questo vuoto con lunico contenuto rimasto disponibile, la ricerca di potere e
influenza per la propria organizzazione politica, al di fuori di qualsiasi aggancio
ideale.
I ceti politici di sinistra sono in sostanza ceti di esperti nella manipolazione dei
simboli e delle parole della tradizione della sinistra. Tale tradizione rappresenta per
essi una risorsa da sfruttare. Chi si appella alla giustizia sociale e alla solidariet sa
d poter intercettare il voto di una parte della popolazione e, quindi, di poter
conquistare in questo modo potere e risorse, senza che ci debba implicare in nessun
modo limpegno a una politica realmente ispirata a giustizia sociale e solidariet.
interessante notare che osservazioni del tutto simili possono esser fatte nei
confronti dei partiti di centrodestra. Nei giorni di campagna elettorale per le elezioni
amministrative del 2005, sono comparsi manifesti elettorali che celebravano i dieci
anni dalla fondazione del partito di Alleanza Nazionale. Fra i vari slogan spiccava il
seguente:

Dieci anni fa eravamo pochi a chiamare Patria lItalia. Ora siamo la


maggioranza.

uno slogan molto azzeccato, e denota nei dirigenti di quel partito una notevole
capacit di capire gli umori d una parte degli italiani. Ma che rapporto ha quello
slogan con la politica del governo di centrodestra della legislatura 2001-2006,
governo di cui ha fatto parte Alleanza Nazionale?
La politica di quel governo ci ha dato, tramite le cartolarizzazioni, una
potenziale cessione dei beni dello Stato a investitori finanziari, per lo pi stranieri120,
zone sempre pi rilevanti delleconomia sono finite sotto il controllo di imprese
straniere, la sovranit nazionale stata lesa in settori delicatissimi (quello monetario,
ad esempio), la cultura nazionale ha continuato ad agonizzare nel suo luogo pi
fondamentale (la scuola), i soldati italiani sono stati mandati a uccidere e morire sotto
gli ordini di militari stranieri e per la protezione di interessi stranieri, e un funzionario
italiano stato ucciso da militari statunitensi mentre svolgeva la sua missione di
salvare la vita a cittadini italiani, senza che la giustizia italiana abbia potuto
perseguire i responsabili.
evidente che il ceto politico di centrodestra ha le stesse caratteristiche di quello
di centrosinistra: si tratta di un ceto di manipolatori dei simboli della tradizione della
cultura di destra. Come il politico di centrosinistra sa che parlare di giustizia sociale
e solidariet pu accrescergli i consensi, cos quello di centrodestra sa che, per la
stessa ragione, deve parlare di Patria e di Libert. La politica che andranno a fare una
volta al governo non avr, in entrambi i casi, nulla a che spartire con le loro parole.
Cosa sono allora questi ceti politici, di centrosinistra e di centrodestra? Si tratta,
per sintetizzare, di cordate contrapposte di specialisti dellamministrazione del
consenso, il cui ruolo quello di gestire, nel modo pi soffice possibile, le
conseguenze generate dai meccanismi, non soggetti a discussione, delleconomia
odierna. La politica in senso proprio, intesa come contrapposizione di opzioni diverse
sulle scelte fondamentali della societ, non esiste pi. Nessun gruppo politico decide
pi nulla sullevoluzione delle nostre societ, essa il risultato del meccanismo
anonimo e impersonale delleconomia, e la politica chiamata semplicemente ad
adeguare la societ alle necessit di tale meccanismo.
Ma perch in tale situazione continua a mantenersi la contrapposizione di destra e
sinistra? Venendo a mancare ogni seria divisione sulle questioni di fondo, non si
dovrebbe formare un ceto politico sostanzialmente unificato, che gestisca la societ
senza gli scontri e le polemiche continue che il mondo dei media ci rimanda?
Si tratta di una domanda seria, alla quale per abbiamo a questo punto gli
strumenti per rispondere. La risposta che occorre distinguere fra sostanza e
apparenza.
Se si guarda alla sostanza delle cose, questa unificazione dei ceti politici di
destra e di sinistra c gi stata, non nel senso che fra i due tipi di ceto politico non vi
siano distinzioni estetiche e di costume, ma nel senso che tali distinzioni non
influiscono in nessun modo sulla realt economica e sociale. Abbiamo mostrato in
precedenza come i governi di centrosinistra e di centrodestra in Italia abbiano gestito
le stesse politiche, e approfondiremo questi aspetti, in riferimento alle sinistre del
mondo occidentale, nel capitolo quinto.
Se invece si guarda allapparenza, alla superficie della realt sociale, chiaramente
non cos, e vediamo contrapposizioni e scontri aspri. Come si spiega questa
dissonanza fra sostanza e apparenza? Con due ordini di ragioni, uno, diciamo,
soggettivo e uno oggettivo.
Sul piano oggettivo, che quello decisivo, la rappresentazione spettacolare della
contrapposizione fra destra e sinistra una necessit sistemica. Siamo infatti in una
fase in cui le esigenze sistemiche del capitale generano scontento, perch si tratta di
togliere alla maggioranza delle persone i diritti e i redditi ai quali avevano avuto
accesso nella fase precedente, key-nesiano-fordistica. Il rischio che questo
scontento si coaguli in un una contestazione di fondo del capitalismo contemporaneo.
La contrapposizione fra destra e sinistra ha il fondamentale scopo di impedire questa
eventualit. tale contrapposizione che permette di incanalare il rifiuto che le attuali
politiche economiche e sociali generano lungo direzioni che non mettano in questione
legemonia neoliberistica. Quando al governo il centrosinistra, la protesta viene
capitalizzata dal centrodestra; quando questultimo al governo, il centrosinistra
organizza spettacolari manifestazioni che scaldano il cuore dei militanti.
In ogni caso il massimo effetto possibile di queste proteste semplicemente, alle
successive elezioni, il passaggio da un governo di un colore al governo del colore
contrapposto, senza che vengano messi minimamente in questione gli indirizzi
fondamentali delle politiche economiche e sociali. Se non vi fosse questo tipo di
contrapposizione, chiaro che le politiche di distruzione di diritti e redditi
genererebbero pi facilmente un rifiuto di chiunque le abbia gestite. E quello che
accaduto, in una diversa situazione sociale ed economica, nei paesi del cosiddetto
socialismo reale: il carattere omogeneo del potere ha leffetto di coagulare contro
di esso tutte le insoddisfazioni.
Al contrario, il potere conflittuale e apparentemente eterogeneo dei paesi
occidentali ha una capacit molto maggiore di impedire il sorgere di unopposizione
radicale. Si pensi allesempio semischerzoso, che abbiamo fatto nel capitolo
precedente, a proposito della schiavit. chiaro che il meccanismo del consenso
funziona proprio grazie allesistenza di due schieramenti contrapposti. Se si vedesse
un ceto politico omogeneo dichiarare allopinione pubblica abbiamo unanimemente
deciso di reintrodurre la schiavit (o di ridurre le pensioni o di togliere diritti ai
lavoratori), contro tale ceto politico potrebbe formarsi una opposione radicale e
determinata. Invece, lo spettacolo dellopposizione di destra e sinistra distrae
lopinione pubblica dal guardare alla sostanza delle cose e convoglia il dissenso sui
canali predeterminati e politicamente sterili di contrasti di costumi, di immagini, di
persone.
Sul piano soggettivo, le ragioni della contrapposizione stanno innanzitutto nel fatto
che, come abbiamo gi detto, i posti di amministratore della societ del capitale sono
posti ambiti e la lotta per accedervi fortemente concorrenziale. Laspirante uomo (o
donna) di potere ha assoluto bisogno di alleanze e appoggi, e le trova gi organizzate
attorno allopposizione di destra e sinistra. Nella sua biografia c, daltra parte, una
storia famigliare, una certa impostazione delleducazione ricevuta, lacquisizione di
una determinata estetica di vita, che sono inscrivibili in una tradizione di destra o di
sinistra, e che motivano la sua scelta delluna o dellaltra cordata di potere, di cui
cos rimarcata la distinzione.
A partire da queste considerazioni sulle ragioni sia oggettive sia soggettive del
permanere della contrapposizione di destra e sinistra, si pu comprendere il ruolo
della sinistra cosiddetta radicale. Tale ruolo perfettamente chiarito da uno slogan
dei Comunisti Italiani (Pdci) con il quale essi si definivano la sinistra della
sinistra. Se si ricorda quanto dicevamo sul fatto che la sinistra ha oggi
semplicemente il ruolo di convogliare linsoddisfazione popolare, quando c al
governo la destra, verso lelezione di un governo di colore opposto - che non far
nulla di diverso sul piano della sostanza socioeconomica delle cose - si capisce
benissimo il ruolo della sinistra della sinistra: assorbire linsoddisfazione delle
persone rimaste legate a unidea di sinistra non del tutto vuota, per impedire che
questa insoddisfazione si traduca nel distacco di chi ancora conserva seriamente gli
ideali storici della sinistra da forze politiche che ne rappresentano la negazione
puntuale121.
Come abbiamo ricordato nel capitolo primo, Prodi ha descritto la sinistra radicale
come innocua e folkloristica. Ora, folkloristica lo di certo, ma non innocua, se
non dal punto di vista di Prodi. Il ruolo che essa svolge, e che abbiamo appena
descritto, ha infatti una funzione precisa. Agitando i simboli della tradizione
comunista (bandiere rosse, pugni chiusi ecc.) essa si pone come rappresentazione
spettacolare (e folkloristica, appunto) di unopposizione radicale che si guarda bene
dal costruire nella realt. In questo modo cattura una parte dellinsoddisfazione e
dellinquietudine che serpeggia nella realt sociale, d ad essa una soddisfazione
puramente immaginaria, e impedisce che insoddisfazione e inquietudine si traducano
in una contestazione effettiva del capitalismo assoluto.
Riassumendo, come larco complessivo delle forze pseudopolitiche attuali pi
efficace nel suo ruolo di servizio agli imperativi sistemici delleconomia asociale se
differenziato e (superficialmente) conflittuale al suo interno, cos larco delle forze
di centrosinistra pi efficace nel suo ruolo di servizio se anchesso
differenziato.
Se tutto questo chiaro, pure chiaro come uno dei principali compiti intellettuali
di chi intenda realmente opporsi al capitalismo assoluto e alla rovina che esso ci
prepara , oggi, proprio quello di spezzare lincantesimo della contrapposizione
destra/sinistra, che tiene incatenate le (gi scarse) forze di autentica opposizione.
Sappiamo bene come queste tesi, che a noi sembrano quasi banali, siano oggi
controintuitive. Cercheremo di spiegare nel seguito perch il popolo di sinistra
abbia bisogno di credere alla contrapposizione di destra e sinistra. Facciamo ora
qualche osservazione sui motivi per quali tale contrapposizione viene presentata
come decisiva dalla quasi totalit del mondo intellettuale e mediatico. Questo tema si
collega al fatto che, nella nostra ricostruzione, la politica italiana appare una cosa
piuttosto semplice: bande contrapposte, divise da superficiali differenze di stile, di
origini famigliari, di costume, che lottano per il potere, senza nessuna idea, se non
puramente gestionale, su cosa farne. Al contrario, se si seguono giornali e televisioni,
la politica italiana appare una vicenda complicatissima, ricca di intrecci, trame e
colpi di scena. Qual la verit?
Si tratta ovviamente della stessa realt vista da due diversi punti di osservazione.
Quello da noi adottato un punto di vista esterno alla politica italiana contemporanea:
la guardiamo dal di fuori cercando di capire cosa essa significhi nella storia del
nostro paese e nella vita della nostra nazione.
Se ci mettiamo invece dal punto di vista di chi immerso in questa politica, e al
suo interno cerca di costruirsi la propria camera e il proprio potere, chiaro che ne
ricavereremo unimmagine completamente diversa: una persona in questa situazione
deve stare bene attenta a tutti gli intrecci e le trame possibili e immaginabili, perch
da essi possono dipendere la sua fortuna o le sue disgrazie. Ed chiaro che per una
persona di questo tipo la contrapposizione di destra e sinistra sar una cosa molto
importante, visto che essa effettivamente un fattore molto importante nella
spartizione di posti e prebende.
Limmagine della vita politica italiana come di una trama di vicende molto
complicate dominate dallopposizione di destra e sinistra dunque il punto di vista
di chi dipende dalla politica per la propria carriera.
E perch giornalisti e intellettuali ci rimandano, in genere, questa immagine?
Evidentemente perch oggi giornali e televisioni non sono una realt indipendente
dalla politica, ma sono una componente delle trame e degli intrecci di cui fatta la
lotta per il potere politico-economico. La vita e la carriera del giornalista sono
anchesse legate alle mille complicazioni della lotta per il potere, e quindi il suo
sguardo sar quello d chi vi immerso, e non potr essere lo sguardo dallesterno
che noi abbiamo cercato di adottare.

I voltagabbana

Lanalisi fin qui svolta ci permette di chiarire una altro tema sul quale capita oggi
di discutere, quello dei voltagabbana, intellettuali e politici che passano dalla
sinistra alla destra o viceversa. Un libro di Giulietto Chiesa e Vauro 122 presenta
alcuni personaggi di questo tipo, riassumendone le biografie e ironizzando sulle loro
scelte. Il libro parla solo di personaggi passati dalla sinistra alla destra, ma
naturalmente esistono esempi del percorso opposto (da Dini a Mastella). Ci sembra
interessante discutere alcuni punti del libro di Chiesa e Vauro.
Premettiamo che, ovviamente, ognuno ha il diritto di cambiare le proprie idee e
non un peccato mortale passare da una parte politica allaltra. Quello che un po
pi strano, e che rende il fenomeno interessante, che ci avvenga in genere senza la
minima spiegazione: trattandosi di personaggi che hanno una dimensione pubblica, e
che spesso sono o dovrebbero essere dotati di adeguati strumenti intellettuali, ci si
aspetterebbe da loro una trattazione un po seria del percorso politico e intellettuale
che li ha portati da una parte alla parte opposta.
Questo specialmente in considerazione del fatto che lintero mondo mediatico e
intellettuale, come abbiamo detto, ci presenta lopposizione fra destra e sinistra come
uno scontro di culture, di modi di vedere il mondo, addirittura come una opposizione
antropologica. Se cos, allora il passaggio da uno di questi mondi in conflitto a
quello opposto dovrebbe comportare un travaglio di coscienza, una profonda
meditazione intellettuale, una drammatica inquietudine, che difficile associare ai
volti di Lamberto Dini, Clemente Mastella, Giuliano Ferrara, Maria Giovanna Maglie
ecc. E si potrebbero poi citare Tiziano Treu, Rocco Buttiglione, Fabrizio Cicchitto,
Ferdinando Adornato e tanti altri.
Il voltare la gabbana insomma un fenomeno abbastanza diffuso e non comporta
nessun profondo cambiamento negli individui, ma rimane alla superfcie della loro
personalit: ciascuno continua nel nuovo campo a fare quello che faceva prima, senza
che nessuno, n i suoi nuovi compari n quelli vecchi, pensi che abbia senso chiedere
qualche spiegazione. E questo, ripetiamo, mentre lopposizione fra destra e sinistra ci
viene presentata come qualcosa di profondo e decisivo.
Tutto questo pu sembrare strano, ma se si accetta la nostra interpretazione della
realt contemporanea, ogni stranezza scompare e il fenomeno dei voltagabbana
appare del tutto naturale: essendo destra e sinistra semplici cordate in lotta per
accedere al potere e sfruttarlo per interessi personali, divise da superficiali differenze
di stile e di gusti individuali, pu ovviamente succedere che unaffiliato a una cordata
scopra di avere la possibilit di meglio garantire la propria carriera entrando a far
parte della cordata opposta.
Possibile la cosa, e naturale, come dice il Figaro di Mozart e Da Ponte123.

Integralismo di sinistra?

Ci sembra che le analisi fin qui svolte rispondano alla prima delle domande che ci
siamo posti, quella relativa alla natura dei ceti politici di sinistra.
Ci resta ora da affrontare unaltra questione: come mai la gran massa delle
persone che dice di ispirarsi ai valori storici della sinistra continua a votare per
partiti le cui politiche negano recisamente quegli ideali? Come mai queste persone si
rifiutano di vedere la sostanziale omogeneit fra i ceti politici di destra e di sinistra, e
danno credito allo spettacolo, pirotecnico e superficiale, dei loro scontri?
Abbiamo gi evidenziato tutti gli elementi che servono a dare la risposta: forte
senso di appartenenza del popolo di sinistra alla sue organizzazioni, criterio dei due
pesi e due misure nellesame della realt politica, forte coinvolgimento emotivo
nelle discussioni su destra e sinistra. Queste caratteristiche ricordano molto quelle dei
vari movimenti integralistici che in questi decenni si sono imposti allattenzione un
po ovunque nel mondo. ovvio, daltra parte, che il popolo di sinistra europeo sia
molto diverso dal popolo dellintegralismo islamico, per fare solo un esempio. Per
capire se questa analogia con lintegralismo abbia qualche valore, dobbiamo
discutere brevemente alcuni aspetti essenziali dellintegralismo contemporaneo.
Il fatto che vi sia un legame stretto fra processi di globalizzazione capitalistica e
crescita di movimenti e realt di tipo integralistico (nelle forme pi diverse)
rilevato da numerose analisi. Riassumiamo brevemente questo tipo di analisi.
Il dato di partenza consiste nel fatto che i processi di penetrazione globale del
capitale124 sono accompagnati da un ritmo sempre pi rapido di mutamenti
tecnologici, economici e sociali, mutamenti che distruggono forme di vita e di
relazioni sociali che fornivano alle persone garanzie e sicurezze di vario tipo,
sostituendole con una competizione globale nella quale per chi sconfitto vi la
minaccia dellemarginazione. Questa situazione crea insicurezza, mancanza di punti di
riferimento, angoscia per il futuro. Si tratta naturalmente di uninsicurezza che assume
aspetti assai diversi nelle diverse realt sociali: se nei paesi industrializzati (Usa,
Europa, Giappone) si tratta soprattutto della perdita delle sicurezze e delle garanzie
sociali ottenute dalle classi popolari nella fase storica del Welfare State, nei paesi di
quello che una volta si chiamava Terzo Mondo si assiste alla distruzione di
rapporti sociali ed economici di tipo pi o meno tradizionale e statico, che
assicuravano qualche possibilit di sopravvivenza, eliminati i quali intere
popolazioni si trovano gettate dentro la competizione economica mondiale in
posizione fortemente svantaggiata e senza alcun tipo di reti di sicurezza sociale. Nel
caso dei paesi dellex socialismo reale assistiamo invece alla crisi di organizzazioni
statali che, per controbilanciare la mancanza di libert e lautoritarismo nella vita
pubblica, avevano in passato assicurato una serie di servizi sociali la cui scomparsa
lascia milioni di persone in balia di un capitalismo sregolato e, spesso, inquinato
dalle organizzazioni criminali.
A partire da queste analisi facile ricavare il nesso con la diffusione di
integralismi di vario tipo: lintegralismo (religioso, etnico, culturale in senso lato)
una ovvia risposta allinsicurezza. Si sceglie di aderire a identit totalizzanti e magari
intolleranti verso laltro quando si sentono messe in pericolo le basi (ideali o
materiali) della propria vita. Questo tipo di analisi pu essere riferito, con gli
opportuni adattamenti, sia alla crescita di movimenti neopopulistici in Europa (da
Haider a Le Pen), sia alla diffusione dellintegralismo nel mondo islamico.
Facciamo qualche ulteriore osservazioni. In primo luogo, la particolare forma di
reazione integralistica allinsicurezza generata dal capitalismo assoluto varia da
societ a societ. Entro ciascuna differente realt sociale ci si rivolger, nella
costruzione di unidentit forte, alle tradizioni culturali ancora vive e significative,
che saranno appunto diverse da societ a societ. Ogni integralismo sfrutta le risorse
identitarie della societ in cui nato.
In secondo luogo lazione dellintegralismo non puramente culturale, ma ha
anche una dimensione sociale ed economica. E noto, per esempio, che in molti paesi
lintegralismo islamico si diffuso grazie anche a risorse economiche, provenienti da
varie fonti, che permettevano unazione di tipo assistenziale verso gli strati pi
svantaggiati della popolazione. Questa forma di assistenza non ha naturalmente
carattere radicale, non rivolta a cambiare realmente la condizione di vita della
maggioranza della popolazione. Essa genera per una struttura a tre strati
nellarticolazione sociale dei movimenti integralistici: da una parte abbiamo le masse
che costituiscono la base materiale di tali movimenti, e che, gettate nella competizione
selvaggia e globale dellattuale capitalismo, cercano identit forti per poter reggere le
tensioni e le angosce che tale situazione genera. Dallaltra abbiamo le lites che usano
i bisogni identitari delle prime per acquisire posizioni di potere. Fra le due lo strato
intermedio di chi, senza far parte delllite, riesce a ricavare vantaggi materiali dal
potere di queste ultime, e rappresenta quindi la cerniera fra masse ed lites.
Di questo strato intermedio fanno parte, nel caso dellintegralismo islamico, i
giovani di bassa condizione sociale che riescono a studiare grazie alappoggio
finanziario dei movimenti integralistici e diventano in questo modo fedeli sostenitori e
divulgatori dellintegralismo stesso125.

La rivolta deviata

Uno dei punti fondamentali da comprendere il fatto che le varie forme


dintegralismo si diffondono sullonda del disagio provocato dai processi di
assolutizzazione del capitalismo, ma difficilmente contestano i princpi economici del
mondo capitalistico. Sembra piuttosto che le loro leadership vogliano conquistare
maggiore potere e risorse, per s e per la propria base sociale, allinterno della
struttura economica mondiale esistente. Ci appare evidente se si pensa ai movimenti
neopopulistici europei, ma riteniamo valga anche per lintegralismo islamico, che ci
sembra un movimento che non contesta il capitalismo ma cerca di combattere
legemonia degli Stati Uniti nella propria area geografica.
Certo, la rivendicazione della propria identit culturale pu apparire in
contraddizione con laccettazione dei rapporti economici e sociali di tipo
capitalistico, accettazione che arriva alluso raffinato degli strumenti che la
globalizzazione finanziaria mette in mano a chi disponga di risorse e di
spregiudicatezza126. per nostra opinione che non vi sia contraddizione e che la
crescita dei pi svariati tipi di movimenti integralistici, localistici, etnici, che cercano
di difendere e rinsaldare i legami delle varie culture (a base etnica o religiosa), non
sia solo una conseguenza della globalizzazione (come abbiamo sostenuto nel
precedente paragrafo) ma rappresenti laltra faccia della globalizzazione stessa.
Siamo cio convinti che queste realt rappresentino, per il capitalismo globalizzato, il
modo migliore in cui le varie istanze sociali e culturali possono trovare
organizzazione e rappresentanza. Questa nostra convinzione in contrasto con le tesi
diffuse fra i movimenti no-global, e per questo vale forse la pena di spendere qualche
parola in pi sullargomento.
Lopinione diffusa fra gli oppositori della globalizzazione capitalistica che essa
implichi la cancellazione di ogni differenza culturale e limposizione di un unico
modello culturale allintero pianeta, che diventerebbe allora il cosiddetto
McWorld. In questottica, opporsi alla globalizzazione significa difendere e
valorizzare ogni tipo di cultura locale. nostra convinzione che queste idee
rappresentino una verit parziale che rischia di oscurare alcuni aspetti della
globalizzazione stessa. vero, natural-mente, che la globalizzazione capitalistica
rappresenta lunificazione del pianeta entro il modello di produzione e consumo delle
attuali societ industriali avanzate. Non vero per che questo implichi la distruzione
di ogni forma di cultura locale. Al contrario, proprio la globalizzazione capitalistica
a far nascere e rafforzare le rivendicazioni di identit culturali locali, appunto perch,
come abbiamo detto sopra, tali rivendicazioni rappresentano uno strumento di difesa
nella competizione universale scatenata dalla globalizzazione stessa. Conviene
difendere la propria identit culturale perch competere come gruppo culturale coeso
pi conveniente che farlo da individuo isolato, specie se si appartiene agli strati pi
deboli della popolazione.
Inoltre la cultura locale pu diventare una interessante merce da immettere sul
mercato, fornendo quindi uno strumento in pi nella competizione: difenderne la
specificit equivale quindi a unintelligente operazione di marketing. Per usare
unimmagine, la globalizzazione equivale allestensione allintero pianeta del modello
del centro commerciale come forma suprema della socialit umana, e proprio per
questo c bisogno, per non annoiare i clienti, che il centro commerciale sia riempito
delle merci pi diverse. La difesa delle culture particolari, ciascuna delle quali porta
al centro commerciale la propria merce specifica, una strategia necessaria per
ottenere unadeguata diversificazione delle merci offerte dal Grande Supermercato
Globale.
dunque abbastanza chiaro che ai vari gruppi sociali lanciati nella competizione
globale conviene la difesa delle proprie radici e identit culturali. Ma a ci si
aggiunge unaltra fondamentale considerazione: questa forma di organizzazione dei
bisogni e delle richieste sociali la pi adatta al totalitarismo neoliberistico
attualmente dominante. Il punto decisivo che la rivendicazione di autonomia e
identit culturali, la richiesta di maggiori diritti o di maggiore visibilit, non creano
nessun problema al dominio neoliberistico se non sono accompagnati da una
contestazione dei meccanismi economici del neoliberismo stesso, meccanismi
incentrati sullestensione della logica del profitto ad ogni ambito sociale. Questo vale
sia per lorganizzazione della vita sociale allinterno di un paese, sia per
lorganizzazione della politica internazionale.
Per quanto riguarda il primo aspetto, qualsiasi richiesta di riconoscimento e di
difesa d un particolare gruppo (etnico, culturale, religioso), se non viene
accompagnata dalla contestazione della logica economica che regge lespansione
totalitaria del neoliberismo allintero pianeta, si configura semplicemente come un
creazione di un gruppo di pressione, di una lobby. Ma lorganizzazione della
societ in termini di lobbies contrapposte in competizione per le risorse quella
ottimale per il capitalismo contemporaneo, come mostra, ovviamente, lesempio degli
Usa. Le lobbies non possono contestare il modello di sviluppo neoliberistico e sono
anzi favorevoli al fatto che il suo meccanismo di crescita continua non sinterrompa,
proprio perch sinteressano unicamente alle ricchezze che esso produce e al modo di
procurarsene una parte maggiore.
Per quanto riguarda la politica internazionale, altrettanto chiaro che
lorganizzazione ottimale dello spazio politico internazionale, dal punto di vista del
totalitarismo neoliberistico, quella di tanti piccoli Stati in concorrenza gli uni con
gli altri per attrarre risorse e investimenti dai paesi ricchi. I piccoli Stati non hanno
infatti nessun potere contrattuale, non hanno in nessun modo la forza (quandanche ne
avessero la volont) di ostacolare le dinamiche del capitalismo globale.
La frammentazione di grandi unit statali in Stati pi piccoli e deboli (si pensi alla
Jugoslavia, allUnione Sovietica, alle attuali tensioni che coinvolgono la Russia)
dunque un fenomeno perfettamente funzionale al capitalismo globale. Ma questo tipo
d frammentazione avviene quasi sempre lungo linee etniche o etnico-religiose,
avviene cio come rivendicazione di identit culturale da parte di gruppi etnicamente
e culturalmente omogenei. Anche in questo caso si vede allora che la rivendicazione
di identit culturale non in contraddizione con il capitalismo globale, ma , al
contrario, perfettamente funzionale ad esso.
Tornando ai movimenti integralistici, possiamo chiederci cosa ci sia dietro la
sostanziale accettazione della globalizzazione capitalistica da parte di tali movimenti,
che pure ne contestano, anche con molta durezza, alcuni particolari aspetti. Questa
sostanziale accettazione dei rapporti sociali capitalistici rappresenta a nostro avviso
uno degli aspetti della vittoria storica che il capitalismo ha conseguito contro la sfida
rappresentata nel Novecento dal movimento comunista. Tale vittoria ha conferito al
modello sociale e culturale del capitalismo una forza apparentemente invincibile e
unegemonia culturale mondiale. Oggi nessuno sembra capace neppure di pensare alla
possibilit di una organizzazione sociale di tipo non-capitalistico.
Ci fa si che anche gli aspetti pi negativi della situazione attuale siano percepiti
come dati necessari e ineluttabili, come fatalit inscritte nella natura delle cose, alle
quali non ci si pu ribellare. Questa egemonia culturale del capitalismo attuale
permea anche i vari movimenti integralistici, generando evidenti contraddizioni: da
una parte, per esempio, si vuole per le societ islamiche sviluppo economico e
benessere, dallaltra si rifiutano i mutamenti di costume che vanno di pari passo col
benessere economico. In modo simile, le correnti di destra tradizionalistica in Europa
accettano il capitalismo e le sue continue innovazioni tecnologiche, ma vorrebbero
che alcuni valori tradizionali (quelli legati alla famiglia e alla procreazione, per
esempio) non ne venissero toccati.
Per riassumere, la natura di tali movimenti integralistici ci sembra caratterizzata
da due aspetti: da una parte lassolutizzazione su scala globale del capitalismo crea
insicurezza e disagi che inducono un senso di resistenza e di ribellione, dallaltra
questa ribellione non pu indirizzarsi contro il processo di globalizzazione stesso che
percepito come un dato inevitabile e ineluttabile, come un destino cui non si pu
sottrarre. La risultante di questi due temi lelaborazione di ideologie che da una
parte appaiono fortemente polemiche contro vari aspetti del mondo moderno,
dallaltra sono incapaci di unanalisi della realt che individui le cause fondamentali
che provocano disagi e insicurezza, perch tale analisi porterebbe a indicare nella
globalizzazione capitalistica il nemico contro cui combattere, e questa conclusione,
nellassenza di una prospettiva anticapitalistica credibile, appare angosciante e
demoralizzante.
Abbiamo quindi ideologie che si contrappongono in maniera decisa ad alcuni
aspetti della realt moderna, ma non sanno o non vogliono capirne e combatterne gli
aspetti essenziali. Si potrebbe parlare di rivolta deviata: lintegralismo , da una
parte, lespressione di un disagio e di un rifiuto della modernit capitalistica e,
dallaltra, la deviazione di tale rifiuto dal suo vero obbiettivo verso obbiettivi
falsi127.

Ideologia di sinistra: la base sociale

Dopo queste discussioni sul capitalismo assoluto e sui suoi rapporti con
lintegralismo, torniamo ora al tema principale di questo saggio: la sinistra e le sue
ideologie. Cominciamo col porci una domanda: fra i vari gruppi sociali che oggi si
riconoscono nella sinistra, quale giudichiamo pi significativo, pi rappresentativo,
quale ci sembra che pi di ogni altro informi della propria cultura e della propria
visione del mondo il sentire comune della sinistra? In poche parole, usando il
vecchio termine gramsciano, ci stiamo chiedendo quale sia il gruppo sociale
egemone allinterno della sinistra.
Si noti che cercare il gruppo sociale egemone non significa cercare il gruppo
sociale numericamente maggioritario fra gli elettori o i militanti di sinistra, ma
significa, come dicevamo sopra, cercare il gruppo sociale la cui cultura e visione del
mondo siano dominanti allinterno della sinistra.
Ci sembra evidente che non si tratta della tradizionale classe operaia di fabbrica, i
cui problemi e la cui realt di vita sembrano assai poco significativi per la sinistra
contemporanea: basti ricordare il fatto che nei periodi di governo del centrosinistra le
retribuzioni procapite rimangono invariate, a fronte di un aumento della produttivit
dei lavoratori, e che rimangono invariate le percentuali di infortuni sul lavoro128, per
capire quanto poco la condizione degli operai sia centrale e decisiva per la sinistra.
Non ci sembra neppure che, alla domanda che stiamo ponendo, si possa indicare
come risposta il lavoro dipendente, semplicemente perch tale categoria troppo
generica e ci sembra non riesca a individuare un gruppo sociale preciso.
Vogliamo proporre unipotesi che ci sembra plausibile, almeno considerando
alcuni dei fenomeni sociali e culturali espressi in questi anni dalla sinistra (dal
movimento dei girotondi al successo di un quotidiano come il manifesto): il ceto
sociale egemone allinterno della sinistra ci sembra rappresentato dal lavoro
intellettuale subalterno.
Cosa intendiamo con questa espressione? Parlando di lavoro intellettuale ci
riferiamo a figure la cui professionalit richiede un periodo di formazione e studi
abbastanza lungo, parlando di lavoro intellettuale subalterno intendiamo riferirci a
quei tipi di lavoro intellettuale che, nellattuale organizzazione sociale, non arrivano
ai vertici direttivi della politica o delleconomia.
In concreto, per fare degli esempi, pensiamo ai docenti di scuola di ogni ordine e
grado (dai maestri ai docenti universitari), alle varie figure del settore che
genericamente indichiamo come assistenza sociale (appunto assistenti sociali,
educatori, psicologi di servizi pubblici), a operatori culturali di vario tipo, in
particolare operatori dellinformazione e dei media, a vari tipi di figure intellettuali
nel settore pubblico (medici, amministratori). Non intendiamo naturalmente dire che
questi ceti sociali siano, completamente o anche solo in maggioranza, di sinistra.
Intendiamo dire invece che le idee e la visione del mondo dominanti a sinistra ci
sembrano essere quelle espresse da figure sociali di questo tipo.
Nel mondo attuale questi ceti si trovano in una oggettiva situazione di marginalit
rispetto alle sfere sociali dominanti. Superata la fase storica del Welfare State, le
varie societ capitalistiche sono dominate da una competizione, divenuta assoluta, per
il profitto. In tale situazione le figure sociali dominanti sono quelle dotate di
competenze di tipo tecnico o economico-amministrativo, direttamente utilizzabili nella
feroce competizione per il profitto, mentre le competenze tipiche delle figure
intellettuali sopra elencate appaiono laterali e marginali: la figura sociale oggi
decisiva e dominante il Chief executive offcer, non certo lassistente sociale o
linsegnante.
Certo, questo era in parte vero anche nella fase del Welfare State, ma allora lo
sviluppo economico diffuso permetteva di compensare lesclusione dai centri del
potere politico ed economico con il benessere e le varie possibilit di crescita
personale e collettiva. Oggi non pi cos. Queste figure sociali, che abbiamo
ipotizzato come i ceti sociali egemoni nella sinistra, sono colpite dai processi di
globalizzazione che ne mettono in pericolo sicurezze, garanzie, prospettive per il
futuro, e proprio per la loro subalternit e la loro distanza dal potere reale non sono in
grado di difendersi efficacemente, vivendo quindi in prima persona gli effetti di
insicurezza, perdita di prospettive, abbassamento sociale che sono tipici del mondo
attuale.
Lipotesi che suggeriamo allora che lideologia di sinistra rappresenti una forma
di difesa da queste tensioni: affidandosi a un gruppo dotato di potere amministrativo,
una parte del popolo di sinistra accede a piccole garanze e piccoli privilegi di ruolo,
mentre lintero popolo di sinistra vive la propria appartenenza come un importante
supporto identitario, un rinforzo psicologico che permette di resistere alla potenziale
disgregazione della personalit che lattuale dinamica sociale implica.
Questa reazione simile a quella che sta alla base dellintegralismo islamico o
del neopopulismo europeo.
Queste considerazioni suggeriscono che si possa vedere la cultura della sinistra
come una macchina ideologica analoga alle varie forme di integralismo, cio come
una reazione difensiva di fronte alle ansie indotte dalla globalizzazione. Questa
intuizione va naturalmente approfondita e precisata. E evidente che un intellettuale,
anche subalterno, europeo vive una situazione completamente diversa da quella di
un proletario di Karachi, ed quindi del tutto logico che siano ben diverse le loro
ideologie di riferimento. In particolare, se si vuole utilizzare questa intuizione,
occorre spiegare la profonda differenza fra il carattere vuoto dellidentit di
sinistra, del quale abbiamo parlato, e il carattere invece ben pieno di contenuti
determinati e precisi, tipico dellintegralismo in senso stretto.
Abbiamo visto come una delle caratteristiche fondamentali del moderno
integralismo sia la contraddizione fra laccettazione dei meccanismi della
globalizzazione capitalistica e il rifiuto di alcune conseguenze culturali della
globalizzazione stessa, e come la radice di tali contraddizioni stia nellincapacit di
pensare una seria alternativa al capitalismo diventato assoluto.
Ci sembra che il lavoratore intellettuale subalterno nei paesi europei viva una
situazione simile. Si potrebbe pensare che gli strumenti culturali avanzati di cui
dispone gli permettano di elaborare meglio il suo rifiuto e la sua critica nei confronti
del mondo contemporaneo, ma di fatto non cos. Al contrario, alcuni dei caratteri
decisivi del sapere e della cultura nel mondo contemporaneo rendono gli strati sociali
di tipo intellettuale particolarmente indifesi nei confronti delle ideologie dominanti.
Ci riferiamo a due aspetti fondamentali del sapere contemporaneo: lideologia del
progresso e la frammentazione della cultura in saperi specializzati.
Per quanto riguarda il primo punto, la cultura contemporanea ci sembra avere
completamente assimilato lidea che lessenza del sapere consista in una continua
innovazione, in una produzione serrata di risultati sempre nuovi. unidea che si pu
far derivare da vari modelli (quello delle scienze matematiche, fisiche e naturali,
oppure quello delle avanguardie artistiche della prima met del Novecento), e che in
ogni caso si accorda perfettamente con la realt del capitalismo contemporaneo, teso
alla continua innovazione nella ricerca del profitto.
I ceti intellettuali che assorbono questa ideologia del progresso e dellinnovazione
come componente della propria identit intellettuale sono quindi particolarmente
indifesi di fronte a un capitalismo che si presenta appunto come motore di innovazione
continua.
Per quanto riguarda il secondo punto, la cultura contemporanea appare come un
insieme di linguaggi e saperi frammentati e specializzati, incapaci di comunicazione
reciproca e di autentico dialogo culturale. questo in particolare il modello del
sapere universitario. Un sapere cos frammentato non permette di combattere
legemonia culturale planetaria che il capitalismo ha conquistato.
Per contrastare tale egemonia occorre quello sguardo che abbiamo indicato con la
formula del presente come storia: occorre cio cogliere, sintetizzare e giudicare gli
aspetti di fondo della realt contemporanea. Il sapere che permette questo sguardo non
rientra per in nessuna delle discipline specializzate nelle quali si divide oggi il
mondo accademico. Il sapere specializzato e frammentato tipico della cultura odierna
esclude lo sguardo critico che noi abbiamo messo al centro di questo saggio.
Lintellettuale contemporaneo, chiuso nelle sue competenze settoriali e devoto al
mito del progresso e dellinnovazione, non ha quindi gli strumenti culturali per
elaborare con fondamento razionale un pensiero critico nei confronti del capitalismo e
della globalizzazione. Subisce gli effetti negativi della globalizzazione senza riuscire
a pensare seriamente di poterla combattere e si trova quindi in condizioni analoghe,
da questo punto di vista, a quelle del contadino arabo o del sottoproletario europeo
(attirati rispettivamente da Bin Laden o da Le Pen). logico quindi aspettarsi che gli
strati di intellettuali subalterni europei elaborino unideologia analoga a quella degli
integralismi classici.
Per capire il ruolo della cultura di sinistra in questa elaborazione, ci basta
ricordare le caratteristiche dellidentit di sinistra che abbiamo analizzato nei
paragrafi precedenti: da una parte la fede nella modernizzazione, dallaltra la
rassicurazione dellappartenenza. Sono proprio queste le caratteristiche che rendono
lideologia della sinistra contemporanea la pi congeniale al lavoro intellettuale
subalterno.

Sinistra e cultura

Laffermazione che lintellettuale di sinistra contemporaneo non ha gli strumenti


culturali per combattere il capitalismo assoluto pu sembrare eccessiva o
provocatoria. Come abbiamo detto sopra, lidentificazione fra sinistra e cultura
quasi un luogo comune. Occorre perci spendere su questo tema qualche parola in pi
e chiederci quale sia il tipo di cultura della quale la sinistra si fa vanto.
Gli aspetti fondamentali della cultura contemporanea sono ovviamente
espressione degli aspetti fondamentali dellessere umano contemporaneo. Umberto
Galimberti ha offerto uninteressante descrizione fenomenologica di alcuni di tali
aspetti129, e prenderemo la sua analisi, integrata da altre considerazioni, come base
per le nostre riflessioni.
Come abbiamo detto sopra, una delle caratteristiche pi significative del
capitalismo nella fase attuale rappresentata da un ritmo vorticoso di innovazioni in
tutti gli aspetti della vita, unito a unestrema rigidit dei dati di fondo della realt
sociale. Tutto cambia, tutto deve cambiare, ma la riduzione integrale di ogni sfera
della vita umana a merce non pu essere messa in discussione. Si pu inoltre
osservare che il comando totalitario sulla vita umana non avviene pi con ingiunzioni
ideologiche esterne, comera nei totalitarismi politici del Novecento, ma implicito
nellorganizzazione tecnologica del mondo: nel momento in cui lambiente di vita
dellessere umano non pi la natura ma la tecnica - una tecnica comandata
dallimperativo del profitto - il comando totalitario sulla vita umana non ha pi
bisogno di coercizioni fisiche o di pressioni ideologiche, perch affidato allo
scorrere automatico del meccanismo tecnico che innerva la vita quotidiana.
Accendere il televisore o il motore dellauto gi, oggi, un obbedire alle
prescrizioni sistemiche. Daltra parte, lisolamento in cui la rescissione di ogni
legame sociale precipita lindividuo rende praticamente impossibile sottrarsi a tali
prescrizioni.
Se questa la realt in cui viviamo, si comprendono bene alcune delle
caratteristiche fondamentali dellumanit contemporanea esaminate da Galimberti.
Vediamole.
Conformismo. Il conformismo contemporaneo originato dal fatto che
nellet della tecnica e delleconomia globale, lavorare significa collaborare
allinterno di un apparato dove le azioni di ciascuno sono gi anticipatamente
descritte e prescritte dallorganigramma per il buon funzionamento dellapparato
stesso (). Gli scopi che lapparato si propone non rientrano nelle competenze del
singolo individuo e talvolta, stante lalta sofisticazione tecnica, nella possibilit della
sua competenza. Ci comporta che la coscienza dellindividuo si riduce alla
coscienziosit nellesecuzione del suo lavoro, e in questa riduzione latto di nascita
della coscienza conformista, a cui viene richiesta solo una buona qualit di
collaborazione, indipendente dagli scopi che sono di competenza dellapparato.
Ma quando lo scopo del lavoro viene separato dal lavoro richiesto per
raggiungerlo, lo scopo non proietta alcun riflesso sullattivit di chi vi partecipa, e
perci tutti coloro che collaborano con lapparato, essendo esonerati dal sapere
quello che fanno, compiono azioni che sono per principio irresponsabili, perch ci
che a loro si chiede solo la responsabilit della buona esecuzione, non la
responsabilit dello scopo.
Ora, privare unattivit del suo scopo significa privare chi vi prende parte di un
vero rapporto con il futuro, e, senza futuro, lagire si muove in quellorizzonte senza
tempo che lo trasforma in un fare senza senso130.

Consumismo. Uno dei principali imperativi sistemici odierni ovviamente quello


al consumo. In una situazione in cui le potenzialit produttive superano di gran lunga
quelle della domanda, depressa dalle politiche neoliberistiche, occorre spingere
quante pi persone possibile a consumare quanti pi prodotti possibile.
ovvio che il consumismo una della cause della distruzione ecologica che il
nostro modello di sviluppo produce. meno ovvio capire cosa significhi la coazione
al consumo per lanima umana nel nostro tempo, e in questo ci aiuta Galimberti,
riprendendo osservazioni fatte a suo tempo da Gnther Anders. Il consumismo
basato su una continua distruzione di oggetti, perch ogni singolo prodotto (anche
immateriale: cultura, immagini, riferimenti identitari) deve perire per poter essere
sostituito dal nuovo prodotto. Ma

in un mondo dove gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti destinati


allobsolescenza immediata, lindividuo, senza pi punti di riferimento o luoghi di
ancoraggio per la propria identit, perde la continuit della sua vita psichica, perch
quellordine di riferimenti costanti, che alla base della propria identit, si dissolve
in una serie di riflessi fugaci, che sono le uniche risposte possibili a quel senso
diffuso di irrealt che la cultura del consumismo diffonde come immagine del mondo
(). Priva di un mondo costante, durevole e rassicurante nella sua solidit, lidentit
diviene incerta e problematica131.
Distruzione della storia. Lindividuo del nostro tempo vive nelleterno presente
del consumo. Nel gesto, coattivamente ripetuto, dellacquistare, consumare e gettare,
viene destrutturata

nei consumatori la dimensione del tempo, sostituendo alla durata temporale, che
fatta di passato, presente e futuro, la precariet di un assoluto presente132.

Il gesto del consumo non pu sedimentarsi in una storia personale significativa


dotata di spessore temporale, proprio perch esso deve continuamente e coattivamente
ripetersi. Un consumo radicato in una individualit, in una storia personale, non
potrebbe essere comandato dalle esigenze del sistema, avrebbe necessariamente dei
limiti, delle barriere. Questo non deve succedere, e lindividuo, per poter
illimitatamente consumare, devessere sradicato da ogni tradizione, e quindi privato
di ogni coscienza storica.
Relativismo e rifiuto della razionalit. Il conformismo e la
deresponsabilizzazione di cui parla Galimberti implicano il rifiuto di ogni forma di
razionalit che voglia cercare il senso e le ragioni dellattivit degli individui. Nella
realt descritta da Galimberti non vi spazio per queste domande. Esse non si
possono porre, perch sappiamo tutti benissimo che questo modello di folle
consumismo non ha alcun senso ed condannato allautodistruzione; ma esplicitare
razionalmente questi nessi appare intollerabile, perch, essendo il nostro modello
innervato nella tecnica che costituisce lambiente stesso della nostra vita quotidiana,
porre in questione il modello significa porre in questione i dati pi elementari della
nostra vita. E quindi necessario liquidare ogni autentica indagine razionale sul senso
complessivo del nostro presente come storia.
La fine della razionalit complessiva, accompagnata alla crescita esplosiva della
babelica razionalit locale di scienze e tecniche, si accompagna al relativismo
culturale, cio alla tesi secondo cui non si pu decidere razionalmente fra opinioni,
filosofie, culture, forme di vita diverse, perch ognuna ha una sua razionalit e non
esiste una razionalit assoluta. E chiaro il collegamento fra il relativismo culturale e
gli altri aspetti del capitalismo contemporaneo. Tutte le scelte di vita sono egualmente
valide, perch tutte possono produrre una domanda solvibile di qualche tipo di beni.
Non vi devessere niente di intangibile, nessuna morale deve vietare alcunch, perch
tutto potrebbe diventare uninteressante merce da immettere sul mercato.

Spudoratezza. Le caratteristiche fin qui esaminate implicano poi quella


spudoratezza che cos caratteristica del nostro tempo. Nel mondo del
conformismo e del consumismo, in cui lindividuo svuotato di ogni interiorit, per
esistere bisogna apparire.
Chi infatti non irradia una forza di esibizione e di attrazione pi intensa degli
altri, chi non si mette in mostra e non irraggiato dalla luce della pubblicit non ha la
forza di sollecitarci, di lui neppure ci accorgiamo (). Per esserci bisogna dunque
apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un corpo, non
unabilit, non un messaggio, pur di apparire e uscire dallanonimato, mette in mostra
la propria interiorit 133 .

La spudoratezza rappresenta, come ben dice Galimberti, lultima risorsa di chi


non ha altra merce da esibire che il proprio privato, ed resa possibile dallo
svuotamento dellindividualit privata di stabilit, di radicamento, di razionalit e di
una gerarchia di valori.
A partire da queste analisi dellessere umano contemporaneo assai facile
comprendere alcuni degli aspetti fondamentali della cultura del nostro tempo.
La cultura contemporanea naturalmente relativistica e antirazionalistica134; essa
basata sul succedersi di mode culturali che, come tutti gli altri oggetti di consumo,
sono destinate a rapida obsolescenza; essa capisce poco o nulla della dimensione
storica ed nemica di ogni autentico radicamento dellindividuo in una tradizione.
una cultura che non pu realmente badare ai contenuti, perch badare ai contenuti
significa giudicare e scegliere, quindi stabilire una gerarchia di valori, e questo in
contrasto con il suo relativismo. una cultura del rumore, inteso sia come
chiacchiera vuota sia come sovrabbondanza di messaggi che non si costituiscono in
una forma sensata.
Ma se questa la cultura del capitalismo giunto nella sua fase neoliberistica,
facilissimo delineare i tratti generali di una cultura di opposizione al neoliberismo:
baster prendere il negativo della fotografia che abbiamo scattato. Una cultura di
opposizione deve allora essere per prima cosa una cultura della razionalit, di quella
razionalit che si chiede quale sia il senso delle nostre azioni, della nostra umanit e
della nostra vita135. Deve anche essere una cultura antirelativistica, che intende
pronunciare giudizi sul bene e sul male espressivi di gerarchie di valori. Devessere
una cultura storica, che sappia comprendere da dove veniamo e, radicando
lindividuo in un passato e in una tradizione, sappia dare uno spessore alla sua
individualit e lo aiuti a pensare il futuro come vera novit e non come leterna
ripetizione del presente consumistico.
Deve quindi rifiutare il multiculturalismo politicamente corretto, nella
convinzione che solo radicandosi nellautentico e profondo valore della propria
tradizione culturale, e trascendendone i limiti con lancoraggio mentale a princpi
assoluti, si pu realmente comprendere il valore di unaltra tradizione culturale.
Devessere una cultura della lentezza, del silenzio, dellinteriorit e del pudore.
Devssere una cultura del libro e della parola 136, contrapposte allimmagine e allo
schermo, che sono oggi il veicolo dello svuotamento dellindividuo.
Se tutto questo chiaro, possiamo cercare adesso di capire se si trovino nella
sinistra attuale, da qualche parte, almeno i germi o le potenzialit di una cultura di
opposizione come labbiamo delineata.
A noi sembra evidente che non cos.
Come abbiamo gi notato, la sinistra tiene moltissimo alla cultura. Limmagine
della persona di sinistra come persona colta e informata, contrapposta al rozzo e
superficiale elettore di destra, probabilmente uno degli archetipi pi radicati
nellimmaginario contemporaneo, almeno nel nostro Paese. Quando si parla di
intellettuali, la precisazione intellettuali di sinistra ha spesso un suono pleonastico
e, al contrario, lespressione intellettuale di destra ha spesso un suono un po
eterodosso.
Ma se andiamo a guardare cosa sia questa cultura di sinistra, avendo in mente le
considerazioni sopra sviluppate, scopriamo che si tratta in sostanza della cultura
dominante del capitalismo nella sua fase neoliberistica. La cultura di sinistra in
sostanza, oggi, una cultura relativistica, priva d punti di riferimento a partire dai
quali guardare il presente come storia. una cultura che produce molti eventi
che sinterpretano facilmente come forme di quel consumismo culturale che non
altro che il lato culturale del consumismo imposto dal capitale a tutti i livelli della
vita.
Per la sinistra istituzionale la cultura semplicemente un altro aspetto della
gestione amministrativa dellesistente. Ci che essa produce sono convegni da cui non
deriva altro effetto se non la promozione dimmagine di chi li organizza e se ne fa
protagonista, mostre ed eventi di stile rigorosamente politically correct, iniziative
innocue che spaziano disordinatamente nei campi pi diversi, dal cinema alla cucina,
spesso finanziate per il ritorno elettorale che ne traggono coloro che, gestendo le
istituzioni, ne assicurano il finanziamento.
Tutto questo non produce la minima capacit di leggere il presente come storia. I
nodi storici veramente decisivi che ci hanno portato alla situazione attuale non sono
mai discussi, ma spesso non sono neppure conosciuti. Basti pensare a cosa
significhino le grandi privatizzazioni varate dai governi di centrosinistra negli anni
90, delle quali parleremo nel capitolo quinto. Mostreremo come si tratti di un
passaggio epocale di gigantesca portata storica per il nostro Paese, e di un momento
decisivo nella definizione di un nuovo ruolo della sinistra nelle istituzioni. La cultura
alla quale noi pensiamo si dovrebbe esprimere nella capacit di autocollocarsi nella
storia e di comprendere le proprie radici politiche. Quando mai si sentito un
politico o un intellettuale di sinistra ricordare lo smantellamento delleconomia
pubblica operato dalla sinistra stessa, spiegarne le ragioni, valutarne le conseguenze?
Quando mai il popolo di sinistra, cos fiero del proprio essere colto e informato, ha
mai sentito il bisogno di una vera discussione su questi temi?
Lo stesso discorso si pu ripetere per problemi analoghi. Esiste nel popolo di
sinistra una discussione seria delle guerre statunitensi sulla base di analisi del deficit
strutturale di enormi dimensioni della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti, delle
politiche commerciali inaugurate da Clinton, del ruolo geopolitico dellarea
centroasiatica, del rapporto del dollaro con leuro? Quando queste analisi vengono
fatte, rimangono in gruppi ristretti, mentre la maggioranza del popolo di sinistra,
assieme ai suoi giornali e ai suoi politici, si accontenta di chiacchiere su dittatura e
democrazia, terrorismo e libert, che prendono per buone le motivazioni
propagandistiche delle guerre.
Non sembra insomma esistere nella sinistra una autentica capacit di leggere il
presente come storia137. E se ci non basta, se i temi che abbiamo indicato vengono
giudicati non direttamente legati alla cultura, pensiamo a un tema tipicamente
culturale: la scuola.
Il centrosinistra, durante il suo precedente governo, ha avviato una riforma della
scuola che ha suscitato vivissime polemiche e proteste, con una mobilitazione che
arrivata a portare in piazza 50.000 insegnanti, nella pi grande manifestazione di
insegnanti della storia dItalia. Le polemiche si sono riversate in saggi e articoli,
alcuni dei quali hanno anche avuto un relativo successo138. Le tesi dei critici della
riforma erano che essa, fra laltro, avrebbe comportato un drastico abbassamento del
livello culturale medio del nostro paese, creando generazioni incapaci di accedere ai
livelli pi seri dellelaborazione intellettuale. Ebbene: quale dovrebbe essere in
queste circostanze il comportamento di un popolo di sinistra che fa della cultura uno
dei propri tratti distintivi e valorizzanti rispetto al rozzo e incolto popolo di destra?
chiaro che sarebbe dovuto nascere un dibattito serrato e appassionato allinterno del
popolo di sinistra su questa riforma scolastica, sulla sua natura e sui suoi effetti. Il
fatto che non sia successo nulla di tutto questo indica che la sinistra non in realt
interessata a unautentica riflessione culturale, tanto meno allelaborazione di quella
cultura di opposizione che abbiamo sopra delineato139.
Se ripensiamo allanalisi del popolo di sinistra che abbiamo fatto nelle pagine
precedenti, possiamo comprendere il motivo di questi apparenti paradossi: il popolo
di sinistra legato allappartenenza, non alla cultura, e quindi evita la discussione di
quei temi che potrebbero metterne in crisi lappartenenza. Discutere seriamente la
riforma della scuola di Berlinguer o la politica internazionale potrebbe costringere a
rendersi conto di cosa sia realmente il ceto politico di sinistra, di come esso agisca in
direzione opposta ai valori proclamati; e il popolo di sinistra evita di confrontarsi su
questi temi per non dover arrivare a questa coscienza. Ma allora giocoforza
concludere che una cultura di autentica opposizione al neoliberismo non interessa al
popolo di sinistra.
Questa conclusione pu apparire strana, ma in realt coerente con la storia della
sinistra. Raramente la sinistra ha riconosciuto un autonomo valore alla cultura,
raramente ha riconosciuto la cultura come valore in s. Sicuramente non lo ha mai
fatto il movimento comunista, che ha creato un modello di totale riduzione della
cultura a strumento della politica. La cultura ha cos perso ogni spazio autonomo e non
contingentemente determinato. Poich, per, lautonomia di pensiero e lidealit
sganciata dalla contingenza delle motivazioni alla ricerca lessenza stessa della
cultura, essa ha perduto se stessa nella tradizione comunista dello stalinismo. Il
compito degli intellettuali comunisti stato quello di elaborare una cultura funzionale
alla famosa linea del partito, o nel senso di dame una giustificazione teorica o in
quello di assumerla come postulato di base, il che equivale a elaborare una non-
cultura.
Le figure di autentico valore culturale del comuniSmo o stanno, come Gramsci,
alle sue origini, oppure hanno rappresentato, come Lukcs o Bloch, figure prestigiose,
la cui fama internazionale consentiva una certa libert di espressione, ma il cui
pensiero non ha mai avuto alcuna eco e alcun peso nellortodossia culturale dei partiti
comunisti. Se si rimane a questa ortodossia, quel che si osserva unincredibile
povert culturale. Basterebbe, per convincersene, riandare a leggere i filosofi marxisti
italiani degli anni 50 che, tra erudite citazioni di Gramsci e riproposizioni di formule
storicistiche o scientistiche, non riescono mai ad essere davvero filosofi140. Oppure s
pensi a come, dopo la destalinizzazione operata dal XX congresso del Pcus, gli
intellettuali comunisti abbiano preso sul serio, a partire da Togliatti nella famosa
intervista a Nuovi Argomenti, la spiegazione dello stalinismo come deviazione
politica indotta dal culto della personalit, senza pensare che essa abbia avuto a che
fare con la struttura dei rapporti di produzione sovietici, cosa che per sedicenti
marxisti rappresenta davvero il peccato peggiore.
Da questo punto di vista il 68 non ha saputo fare di meglio. Pur rappresentando
un momento di liberazione di energie, di scoperta di mondi culturali nuovi, non ha
saputo superare la subordinazione della cultura alla politica, tipica del movimento
comunista. In un certo senso, il movimento del 68 ha anzi approfondito questa
negazione della cultura, criticando ogni rivendicazione di autonomia della cultura
come ideologia borghese. nel 68 una delle radici del relativismo culturale che
abbiamo esaminato sopra come componente della cultura dominante. Non un caso
che lodierna sinistra sedicente radicale, che nella cultura del 68 riconosce una delle
sue origini, non riesca a superare questa sostanziale incapacit di elaborare una vera
cultura di opposizione attraverso un dibattito culturale realmente aperto. Si pensi a
come un giornale con ambizioni culturali come il manifesto sia in realt chiuso a
contributi esterni e monopolizzato da un giro di intellettuali abbastanza ristretto, che
gli riflette limmagine, contestabile, di coscienza critica della sinistra. Oppure si
pensi a come Bertinotti ha guidato il suo partito alla scelta della non-violenza come
valore assoluto. Una dirigenza politica che avesse a cuore un autentico dibattito
culturale avrebbe prima sollecitato contributi storici e filosofici di diversa
impostazione e si sarebbe confrontata con essi. Questo non stato fatto, e ci lascia
pensare che loperazione sia stata condotta, secondo la tradizione veterocomunista,
per la sua funzionalit agli orientamenti immediati della maggioranza del partito.

Possiamo concludere questa discussione sulla cultura: la sinistra non il luogo a


partire dal quale si possa iniziare lelaborazione di una cultura antagonistica rispetto
alla cultura dominante, secondo le linee che abbiamo sopra tracciato. Un impegno
culturale che voglia superare lorizzonte del capitalismo assoluto deve porsi oltre
lorizzonte della sinistra.

Un integralismo vuoto

Riassumiano lanalisi fin qui svolta. Il lavoro intellettuale subalterno, che


rappresenta il gruppo sociale egemone della sinistra, si trova in una situazione
analoga a quella di tutti i ceti subalterni nel mondo: percepisce gli effetti della
globalizzazione capitalistica come una minaccia alle proprie sicurezze, anche se non
ne comprende le cause. Non in grado di pensare seriamente unopposizione alla
globalizzazione stessa, ed elabora quindi, per difendersi e per dare un senso alla
realt contemporanea, unideologia che ha la stessa funzione degli integralismi,
rivolgendosi alla tradizione della sinistra come risorsa identitaria . Perch proprio
alla tradizione di sinistra?
Perch essa la pi adatta, fra quelle disponibili nei paesi europei: da una parte
una tradizione modernizzatrice, e questo si accorda con il progressismo che ceti
intellettuali assorbono come parte della propria formazione culturale e quindi della
propria identit, dallaltra essa una cultura di appartenenza, e il bisogno di
appartenenza come difesa dalle ansie della globalizzazione un elemento cruciale per
i ceti subalterni in tutto il mondo. Questa appartenenza, a differenza che negli
integralismi classici, deve per essere vuota, priva di un autentico contenuto,
perch la scelta della modernizzazione come valore in s non lascia spazio a contenuti
stabili e duraturi.
Anche in questo caso la tradizione di sinistra si adatta perfettamente alle esigenze
ideologiche di questi ceti, perch in essa si era formata da lungo tempo la figura
dellappartenenza a unorganizzazione indipendentemente da ogni contenuto.
In definitiva, lattuale identit di sinistra ci che risulta dallelaborazione, da
parte di alcuni strati intellettuali contemporanei, della bisecolare tradizione della
sinistra in risposta alle angosce del mutamento e della precariet contemporanee.
Ci sembra quindi di poter concludere che lidentit di sinistra una forma ideologica
analoga allintegralismo, forma che potremmo definire integralismo vuoto, e che
rappresenta lideologia del lavoro intellettuale subalterno di alcuni paesi europei.
Se si interpreta in questo modo lideologia della sinistra, il comportamento del
popolo di sinistra non appare pi incomprensibile e misterioso. Esso rientra nella
categoria della rivolta deviata che abbiamo introdotto sopra parlando in generale
degli integralismi. Come il senso di ribellione delle masse islamiche viene
indirizzato, dai leader politici, intellettuali e religiosi dellintegralismo, verso la
contestazione di alcuni aspetti particolari del costume e della cultura occidentali, e
non diventa quindi ribellione anticapitalistica, come il senso di angoscia e di
insicurezza di molti strati popolari europei viene indirizzato dai leader neopopulisti
contro limmigrazione, cos in Italia la frustrazione e il disagio dei ceti di lavoratori
intellettuali subordinati vengono indirizzati dai leader politici e intellettuali della
sinistra verso una contestazione ossessiva della destra di Berlusconi, Fini e Bossi,
senza che ci si interroghi mai sui contenuti effettivi delle politiche della destra e della
sinistra.
Questa creazione intellettuale che lideologia della sinistra contemporanea
risponde quindi a due necessit distinte: da una parte, essa rappresenta uno strumento
col quale le lites dirigenti della sinistra, impegnate in dure lotte di potere e di
carriera, riescono a mantenere legate a s larghe fasce della popolazione; dallaltra,
essa fornisce una gratificante organizzazione di senso a quei ceti subordinati che
senza di essa verrebbero probabilmente investiti in pieno dallangoscia e dalla
perdita di senso che i continui mutamenti e le continue tensioni portate dalla
globalizzazione generano.
Il punto fondamentale, ci sembra, rappresentato dal fatto, gi analizzato, che il
disagio e il rifiuto non possono arrivare a identificare il capitalismo contemporaneo
come il vero nemico perch esso percepito come qualcosa che non ha alternative, un
destino ineluttabile, una necessit cui non ci si pu sottrarre. In questa situazione
focalizzare la necessit di combattere il capitalismo in quanto tale genera angoscia,
perch la lotta contro il capitalismo appare impresa disperata. Lideologia della
sinistra italiana contemporanea, con la sua ossessione antiberlusconiana e il suo
sostanziale disinteresse per i contenuti, dunque proprio ci che permette ad alcuni
ceti subordinati di dare espressione al proprio disagio, di prendersela con
qualcuno, e contemporaneamente di distogliere lo sguardo da una realt
(indistinzione di destra e sinistra, trionfo planetario di un capitalismo distruttivo) che
appare angosciante 141 .
Questa formazione ideologica ci appare rispondere ad un bisogno preciso di
rafforzamento dellidentit personale in una fase in cui lo sviluppo sociale tende a
destrutturare la personalit. Il popolo di sinistra sceglie il conformismo
dellappartenenza perch, figlio com di una storia che lo ha svuotato di prospettive
e di identit, dallappartenenza ricava protezione per una precaria immagine di s,
protezione necessaria in una realt culturale e sociale distruttiva di ogni identit e di
ogni stabilit.
E interessante notare che questo rafforzamento di personalit ha caratteri
narcisistici. La differenza tra le persone di sinistra e quelle di destra oggi
semplicemente una differenza di gusti e consumi individuali: per esempio, la
persona di sinistra in genere legge di pi e va a teatro e al cinema pi di quella di
destra. Queste banali differenze di gusti e di consumi vengono per illusoriamente
fatte passare per profonde differenze etico-politiche, addirittura antropologiche. Si
tratta del meccanismo narcisistico di creazione di unimmagine di s che non
corrisponde alla realt, e che opera come rafforzamento rispetto a una sostanziale
debolezza della personalit reale, e come difesa dalle angosce e dalle paure dovute
a una realt sociale destrutturante e destrutturata.
Questo meccanismo illusorio assume a volte aspetti paradossali. Pensiamo ai
concerti dei centri sociali. Mentre i giovani non-politicizzati vanno in discoteca ad
ascoltare musica assordante e a impasticcarsi di droghe, i giovani antagonisti vanno
nei centri sociali ad ascoltare altra musica assordante e a fumare spinelli, credendo
con questo di fare qualcosa di molto diverso da ci che fanno i primi. Il fatto di
ascoltare musica assordante di una marca diversa, e di consumare un tipo di droghe
diverse rispetto ai loro coetanei spoliticizzati, viene vissuto in maniera allucinatoria
come una profonda differenza culturale e politica.
Il senso di superiorit che parte costitutiva dellidentit di sinistra stato notato
da molti commentatori142. La persona di sinistra ha bisogno di dirsi che la sinistra
rappresenta la parte migliore del paese, in particolare sul piano morale e culturale.
Tutto ci che abbiamo scritto finora ci dispensa, speriamo, dal portare ulteriori
argomenti per criticare questa illusione. Ribadiamo soltanto come questo senso di
superiorit, questa creazione di unimmagine narcisistica di s, sia probabilmente
lelemento principale che tiene legate ai ceti politici di sinistra molte persone che da
questo legame non ricavano alcun vantaggio materiale.

Rimozione, scissione, riduzione, illusione

Lideologia di sinistra pu essere mantenuta, da parte del popolo di sinistra, solo


a prezzo di una fondamentale inintelligenza della realt. Come il militante comunista
del Novecento, per poter continuare la propria militanza, era costretto a vietarsi la
comprensione di aspetti fondamentali della realt politica mondiale, cos il militante e
lelettore di sinistra deve oggi impedirsi di vedere cose ormai clamorosamente
evidenti. I meccanismi di questa mancanza di comprensione, di questa cecit, li
classifichiamo in quattro tipi diversi: rimozione, scissione, riduzione, illusione.
a) Rimozione. Il meccanismo pi semplice la rimozione. Buona parte del popolo
di sinistra semplicemente non conosce alcuni dati fondamentali relativi allazione
delle sinistre quando sono al governo. Come si pu verificare con semplici
conversazioni, la persona di sinistra in genere non sa che il governo DAlema ad
aver operato la privatizzazione delle ferrovie, operazione che ha creato un monopolio
privato lucroso per alcuni capitalisti mentre la condizione di vita quotidiana di
milioni di pendolari peggiora lentamente e inarrestabilmente.
Non sa che il governo diretto da un uomo di sinistra come Giuliano Amato ad
aver promosso per primo la modifica del titolo V della Costituzione repubblicana nata
dalla Resistenza, per accrescere i poteri delle regioni a scapito di quelli dello Stato
nazionale in servizi essenziali in cui la Costituzione aveva chiamato lo Stato a
garantire luniversalit dei diritti di cittadinanza, e che stato lo stesso governo a
trasformare le banche di diritto pubblico e quelle di credito speciale vincolate a
funzioni di interesse nazionale in societ per azioni di diritto privato, privatizzando
cos integralmente luso del risparmio degli italiani. E questi sono solo alcuni esempi
fra tanti possibili 143 .
Si tratta naturalmente di unignoranza scelta e voluta: niente impedisce oggi di
sapere le cose che raccontiamo in questo saggio: esse si trovano in libri e articoli
facilmente reperibili. Il popolo di sinistra non le sa perch non le vuole sapere.
b) Scissione. Il meccanismo della scissione quello per cui si arriva a sapere, per
esempio, che i ceti politici di sinistra operano scelte neoliberistiche, ma queste scelte
vengono scisse dalle loro conseguenze. Cos, pu succedere che una persona di
sinistra sappia che i governi di centrosinistra in Italia hanno fatto la riforma delle
pensioni o quella del mercato del lavoro, e contemporaneamente si renda conto che
nel nostro paese crescono insicurezza ed egoismi sociali, ma non veda la relazione fra
le due cose.
questa scissione che permette a molte persone di sinistra di criticare
virtuosamente i dati antropologici negativi del capitalismo contemporaneo
(egoismo, solitudine, disumanit) e contemporaneamente di votare per partiti le cui
politiche economiche e sociali producono appunto egoismi, mancanza di solidariet,
disumanit. Per poter fare questo, il popolo di sinistra deve negare le proprie stesse
radici culturali.
La cultura di sinistra stata appunto la cultura che criticava il capitalismo perch
vedeva come certi automatismi economici portassero ad egoismo e disumanit, al di
l dei princpi ideali ai quali diceva di ispirarsi chi gestiva i governi filocapitalistici.
La cultura di sinistra stata la cultura che smascherava gli ideali e i valori sostenuti
dai ceti politici dominanti (umanit, progresso, rispetto della legge), mostrando come
essi servissero a coprire una realt economica e sociale che era la negazione di quei
valori. La critica di sinistra alla religione cristiana, per esempio, consistita appunto
nel notare come il Cristianesimo fosse oppio del popolo, nel senso che esso
giustificava con grandi princpi ideali una struttura sociale ed economica che negava
quegli stessi princpi.
Oggi lideologia di sinistra vissuta nella forma della scissione consiste nel
ribadire valori di giustizia sociale e solidariet mentre si appoggiano forze politiche
la cui azione di governo nega puntualmente quei valori. Lideologia di sinistra il
nuovo oppio del popolo.
c) Riduzione. Nel meccanismo della riduzione i mali del mondo moderno vengono
ridotti a una loro componente particolare, contro la quale ci si pu accanire senza
mettere in questione gli aspetti fondamentali della realt. Lantiberlusconismo del
popolo di sinistra un tipico prodotto del meccanismo della riduzione: tutto il male
del capitalismo contemporaneo ridotto e concentrato sulla persona di Silvio
Berlusconi, e tutta la politica di sinistra consiste nellallontanare Berlusconi dal
potere, senza che ci si ponga realmente il problema di una contestazione del
meccanismo economico asociale che produce diseguaglianze e disgregazione sociale.
d) Illusione. Nel meccanismo dellillusione si accetta la realt di ci che la
sinistra oggi, ma si giustifica la propria incapacit di assumere una conseguente
posizione di rottura con essa, allucinandosi con realt inesistenti. Un esempio
contemporaneo dillusione quella sui movimenti, tipica dellattuale gruppo
dirigente di Rifondazione. Tale illusione ha un compito preciso.
Il gruppo dirigente di Rifondazione non pu giustificare razionalmente la propria
attuale alleanza governativa con il centrosinistra. Questultimo non in nulla diverso
da quello che sostenne il precedente governo Prodi, e se Rifondazione nel 98 ha rotto
con quella maggioranza, non si capisce con che ragioni sia tornata sui suoi passi.
Le ragioni vere non possono essere dette: si tratta del fatto che il partito di
Rifondazione non minimamente attrezzato per una lotta politica al di fuori della
visibilit, del potere e dei finanziamenti che forniscono le istituzioni, e non pu quindi
reggere una posizione di rottura con il centrosinistra, che, se prolungata, porterebbe
allesclusione dagli ambiti istituzionali. Queste ragioni per non possono essere dette,
e neppure confessate a se stessi, e il gruppo dirigente di Rifondazione si allora
elaborato la convinzione che i movimenti (per la pace, no global, ecologici ecc.)
rappresentino una novit storica capace di cambiare radicalmente la realt stessa
della politica italia-na e mondiale, per cui grazie ai movimenti unalleanza con il
centrosinistra non avrebbe oggi lo stesso carattere di quella del 96. Si tratta di una
allucinazione.
I movimenti rappresentano un fatto positivo, in quanto espressione di un
sacrosanto rifiuto di alcuni aspetti particolarmente negativi dellattuale capitalismo
globalizzato, ma unesame spassionato della realt mostra che essi non hanno mai
avuto finora, e non prevedibile abbiano a breve termine, il ruolo centrale che il
gruppo dirigente di Rifondazione attribuisce loro. Non si tratta di notare la fortissima
ambiguit dei movimenti, che porta talvolta a situazioni sulle quali facile
ironizzare144. Sappiamo bene che ambiguit ci sono state nei movimenti di altre
epoche che hanno avuto efficacia storica, e che le ambiguit possono essere superate
nello sviluppo storico. Si tratta di chiedersi semplicemente quali siano finora i
risultati ottenuti dai movimenti. Si badi che parliamo di risultati e non di successi.
I movimenti di contrasto della Prima guerra mondiale ebbero successo solo in
Russia e solo parzialmente145. Ma ottennero dei risultati: dalle fraternizzazioni tra
reparti di paesi nemici, ai grandi scioperi operai del gennaio 1918 a Berlino, a
Vienna e a Budapest per imporre la pace con la Russia bloccando la produzione di
armi; dalle diserzioni politiche alla nascita del movimento comunista che si opponeva
alla guerra imperialistica in quanto tale. C Oggi qualcosa di simile? Viene, cio, dai
movimenti qualche pietra dinciampo al dispiegarsi della logica sistemica?
La risposta evidente: il movimento contro la guerra, prima in Kosovo poi in
Iraq, non ha ritardato di un solo giorno lintervento militare, non diciamo certo quello
statunitense, ma neppure quello dei paesi dove il movimento era pi forte,
lInghilterra e lItalia per la guerra irachena, la Germania e in parte ancora lItalia per
la precedente guerra jugoslava. Non riuscito, neppure al proprio interno, a creare
qualche discrimine etico e culturale. Dovrebbe infatti essere ovvio che uomini come
Fischer e DAlema, che hanno voluto il sangue dei bombardamenti per calcolo di
potere e in uno stato di illegalit costituzionale146, sono del tutto infrequentabili da
parte degli oppositori alla guerra.
Dovrebbe essere ovvio che partiti come quello dei Ds sono avversari del
movimento pacifista, almeno finch non dichiarano di cambiare i fondamenti della
loro politica estera, che li hanno portati a sostenere prima la guerra alla Jugoslavia e
poi quella in Afghanistan, e non rinnovano totalmente la loro classe dirigente,
mandando in pensione quella che ha accettato le guerre. Simili considerazioni
dovrebbero essere del tutto ovvie per un movimento pacifista che prenda sul serio il
proprio nome; ma basta guardare la realt di tale movimento per capire che ci non
avviene e per comprendere la sua sostanziale impotenza.
Allo stesso modo, il movimento antiglobalizzazione non riuscito a creare
qualche sia pur limitata area di crisi della globalizzazione capitalistica. Della
contestazione di Genova del 2001 si ricorda il tentativo, pi militare che politico,
puramente simbolico e, in definitiva, piuttosto stupido, di forzare la zona rossa147,
ma non linizio di uno sciopero del consumo di qualche merce pi legata allo
sviluppo del capitalismo globale. Daltro canto, se tentasse una contestazione effettiva
e non simbolica, il movimento antiglobalizzazione si scontrerebbe con la propria
impotenza, con la propria incapacit di egemonia. Esso rappresenta una piccola
minoranza della popolazione, e non minimamente riuscito finora a portare la sua
contestazione del capitalismo sul piano decisivo, che quello di riuscire a pensare un
modo di produrre, consumare e vivere realmente alternativo a quello che lattuale
gabbia dacciaio del capitalismo ci impone.
Come giustamente osservava Marco Tarchi, i giovani anti-global spaccano le
vetrine di McDonalds come compensazione del fatto di non essere assolutamente
capaci di convincere i propri coetanei a non mangiare hamburger. Non devono trarre
in inganno i fallimenti delle conferenze di Seattle, Doha e Cancun, che sono stati
determinati da conflitti tra protagonisti del neoliberismo, non da unopposizione
sociale al neoliberismo, e sono stati fallimenti non del regime neoliberistico, ma di
tentativi di accordo globale su sue specifiche normative.
Si prenda la conferenza di Cancun del 2003, presentata talvolta come una
ribellione del Sud del mondo al Nord egoisticamente neoliberistico. In realt i 21 stati
ribelli, tra i quali si annoverano alcuni fra i peggiori regimi repressivi e privatizza-
tori, lottavano non per la tutela dal neoliberismo delle loro economie di sussistenza,
ma per un neoliberismo coerente che eliminasse il protezionismo agrario di Stati Uniti
ed Europa, a favore dei capitalisti agroesportatori del Sud.
I movimenti hanno certamente germi evolutivi che potrebbero portarli in futuro ad
una effettiva contestazione, ma soltanto se circolassero nel paese veri progetti di
trasformazione sociale con i quali le loro esigenze immediate potessero interagire. La
posizione di Rifondazione comunista, di affidarsi ai movimenti per far emergere i
contenuti di una politica antiliberistica, se per un verso prende seriamente atto che un
partito come quello attuale non pu essere avanguardia di alcunch, per un altro
verso, facendo credere che i movimenti abbiano possibilit da cui sono invece ben
lontani, addirittura di ostacolo alla loro maturazione.

Col passare del tempo, comunque, ognuno pu vedere che pi Rifondazione si


sottopone alle esigenze antipopolari e antisociali del governo di centrosinistra, meno
compare nelle sue dichiarazioni politche lo strumentale riferimento al molo dei
movimenti con cui Bertinotti si era riempito la bocca nel periodo successivo a
Genova 2001.
Il richiamo ai movimenti - come illusoria speranza di poter condizionare il
governo di centrosinistra - sta ora, invece, diventando il cavallo di battaglia dellarea
di opposizione interna che si definisce Sinistra critica (organizzata intorno alla
sezione italiana della Quarta internazionale), anchessa presente in Parlamento con un
deputato e un senatore. Al di l del fatto ridicolo gi accennato - secondo cui questa e
laltra minoranza critica (LErnesto) dovrebbero condizionare la maggioranza del
Prc che a sua volta dovrebbe condizionare la sinistra del centrosinistra per
condizionare alla fine Prodi, DAlema e il grande padronato da cui costoro prendono
gli ordini - non si pu non cogliere la pervicace volont strumentalizzatrice
dellautonomia dei movimenti in funzione di operazioni partitiche e
parlamentaristiche.
La verit che solo rompendo con rimozioni, scissioni, riduzioni e illusioni il
popolo di sinistra potr riguadagnare la comprensione della realt. Ma questa rottura
sar, allo stesso tempo, una rottura con lidentit di sinistra che quei meccanismi
difendono.

Note

114 A. Cuevas, La globalizzazione asimmetrica, Edizioni Lavoro, Roma 2000,


pp. 39-44.
115 U. Beck, Che cos la globalizzazione, Carocci, Roma 1999, p. 29.
116 I. Wallerstein, Il capitalismo storico, Einaudi, Torino 1985. Lopera
originale, dal titolo Hstorical Capitalism, stata pubblicata a New York nel 1983.
117 A. Quattrocchi, La battaglia di Genova, Malatempora, Roma 2001.
118 Naturalmente tali caratteristiche, sono proprio quelle che hanno permesso ai
partiti comunisti di adattarsi alle varie situazioni nazionali e ai mutamenti storici,
riuscendo cos, talvolta, ad avere uninfluenza importante: ci sembra esemplare il
caso del Partito comunista italiano che, proprio grazie alla combinazione di fedelt
dei militanti e pragmatismo dei dirigenti, ha saputo radicarsi nella societ italiana
svolgendo un ruolo essenziale, fra la Resistenza e gli anni 60, nella costruzione
dellItalia come paese democratico.
119 Queste forme di appartenenza sono necessarie ma non sufficienti per
caratterizzare la sinistra. Esse riguardano infatti anche realt diverse da quelle della
sinistra, per esempio la Chiesa cattolica. Vi sono molte analogie, che non possiamo
approfondire qui, tra le manifestazioni di appartenenza alla sinistra e quelle di
appartenenza alla Chiesa.
120 Sulla politica delle cartolarizzazioni del governo di centrodestra
(20012006) si veda larticolo di A. Santisi Note sul dominio della finanza
statunitense in Indipendenza n.16, 2004, p. 24.
121 Pi in piccolo, le minoranze interne a Rifondazione comunista, come larea
dellErnesto di Claudio Grassi e quella di Sinistra critica di Cannavo, hanno la
stessa funzione, impedire la presa di coscienza di quello che oggi la sinistra,
trattenendo dentro Rifondazione, e quindi a supporto dei governi di centrosinistra e
delle loro politiche antipopolari, le forze che potrebbero allontanarsene in nome degli
ideali emancipativi della sinistra storica.
122 G. Chiesa-Vauro, I peggiori crimini del comunismo, Piemme, Casale
Monferrato 2004.
123 Le Nozze di Figaro, Atto secondo, scena seconda.
124 Intesa sia come espansione geografica, sia come riduzione a merci d beni che
prima non erano tali.
125 Qualche storia di questo tipo narrata in V .S. Naipaul, Fedeli a oltranza,
Adelphi, Milano 2001.
126 Si pensi alla rete finanziaria mondiale legata ad al-Qaeda.
127 Tutto questo, sintende, riguarda linquadramento culturale di fondo
dellintegralismo e non rappresenta unanalisi direttamente politica. Lintegralismo
un fenomeno estremamente ampio, che sul piano politico non pu certo essere
analizzato in poche pagine. In particolare, indubbio che nel Medio Oriente alcune
forme di integralismo islamico possono rappresentare lespressione di sacrosante
istanze di indipendenza nazionale contro le aggressioni di Usa e Israele.
128 N. Rossi, Riformisti per forza. Il Mulino, Bologna 2002, pp. 19 e 84.
129 Cfr. U. Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano 2004.
130 Ibid., pp. 75-6.
131 Ibid., pp. 71-2.
132 Ibid., p. 70.
133 Ibid., p. 87.
134 Intendendo per antirazionalismo il rifiuto di una ragione che chieda il senso
dellattivit umana complessiva. Lantirazionalismo quindi perfettamente
compatibile con la razionalit locale di scienze e tecniche.
135 Si tratta cio di quella razionalit che una lunga tradizione occidentale, da
Platone a Hegel, ha chiamato filosofia. Sintende che quanto questa parola
classicamente indicava non ha nulla a che fare con ci che oggi passa sotto questo
nome nella classificazione dei saperi universitari.
136 Silenzio non si contrappone a parola, si contrappone a rumore, e alle
parole che diventano rumori, tipiche dei media contemporanei.
137 Non esiste come capacit diffusa nel popolo di sinistra. Singoli intellettuali e
studiosi di sinistra spesso producono analisi interessanti, che il resto della sinistra
generalmente ignora.
138 Per es. L. Russo, Segmenti e bastoncini, Feltrinelli, Milano. Per chi desidera
ulteriori informazioni sulla riforma scolastica di Berlinguer, ci sia permesso
rimandare a M. Bontempelli, Agonia della scuola italiana, Crt, Pistoia 1999.
139 La sostanziale indifferenza del popolo di sinistra nei confronti della scuola
proseguita col governo Prodi seguito alle elezioni del 2006. La scuola pubblica
italiana continua ad affondare, mentre la scuola privata continua a ricevere vari tipi di
finanziamenti, senza che tutto ci susciti reazioni nel popolo di sinistra.
140 La controprova semplice: oggi certo di marxisti ne sono rimasti pochi, ma
significativo che nessuno di quei pochi, a nostra conoscenza, senta il bisogno di citare
Cesare Luporini o Galvano Della Volpe o Nicola Badaloni. Il marxismo italiano
ufficiale degli anni 50 non ha niente da dire ai marxisti del XXI secolo.
141 Si pu infine notare, per completare lanalogia con le altre forme di
integralismo, come anche nella sinistra esista uno strato sociale intermedio fra le
lites e le masse, che riceve alcuni vantaggi dal potere delle prime e ha la funzione di
raccordo tra le prime e le seconde. Si tratta della fascia di clientes di vario tipo che
ruota attorno al potere politico delle sinistre: membri delle cooperative rosse che
lavorano con amministrazioni pubbliche, dirigenti di enti culturali di vario tipo,
organizzatori di eventi multiculturali-multimediali e politicamente corretti.
142 Per esempio M. Veneziani, Contro i barbari, Mondadori, Milano 2006, che
parla di razzismo etico da parte della sinistra, nel senso che la persona di sinistra
tende a pensare alle persone di destra come ad esseri inferiori sul piano morale.
Come dice Veneziani caduta lideologia, perduti i contenuti e assente ogni concreto
progetto ideale e politico, il razzismo etico la compensazione morale di una
superiorit negata dalla storia (p. 51).
143 Altri ne abbiamo fatti nellintroduzione.
144 Come quando si visto in televisione un militante di una comunit locale in
lotta contro linstallazione di un ripetitore della telefonia mobile coordinare lazione
con quella di altri militanti parlando con loro per mezzo del proprio telefono
cellulare.
145 Se si pensa allo sviluppo dellinvasione tedesca pur dopo lannuncio
bolscevico di uscita dalla guerra, e alla natura devastante della pace di Brest-Litovsk.
146 Diversi in questo da Blair e Aznar, al governo di Paesi i cui ordinamenti
giuridici ammettono la guerra.
147 Oltre, naturalmente, allinquietante comportamento di forze dellordine
divenute forze del disordine, dellillegalit e della tortura.
4. LINSTAURAZIONE DEL CAPITALISMO ASSOLUTO

Alla ricerca di una spiegazione storica

Le dinamiche culturali e antropologiche che abbiamo messo in luce nel capitolo


precedente forniscono una parte della spiegazione della realt attuale della sinistra.
Esse indicano da dove vengono le potenzialit che si sono espresse nella storia
recente, e che hanno portato la sinistra al suo stato attuale. La spiegazione non
tuttavia ancora completa. Infatti una potenzialit teorica pu restare latente molto a
lungo. La fusione di emancipazione e modernizzazione, della quale abbiamo parlato,
era, sul piano filosofico, un errore diagnosticabile come tale fin dalla nascita della
sinistra in senso moderno. Nonostante questo errore, la sinistra nei due secoli della
sua storia riuscita ad essere una forza di reale emancipazione. Solo negli ultimi
decenni questo errore filosofico ha agito sul piano pratico in modo da trasformare la
sinistra in una forza politica e culturale de-emancipatrice. Occorre dunque capire
quali siano i concreti fenomeni storici che hanno attualizzato queste potenzialit
implicite nella sinistra.
Una prima risposta che pu venire in mente quella legata alla fine di quel
fenomeno storico, fondamentale per la comprensione del 900, che il comunismo
o socialismo reale. Abbiamo gi accennato alla rilevanza che questo fenomeno ha
avuto nelle dinamiche di cui stiamo parlando. E un errore per ritenere che esso
rappresenti il fattore storico decisivo, in relazione ai fenomeni che stiamo
descrivendo. Questa tesi potrebbe apparire valida se ci limitassimo a descrivere la
parabola dei partiti comunisti dellEuropa Occidentale. Avrebbe senso in tal caso
pensare che la caduta del comuniSmo sovietico, lasciando questi partiti privi di punti
di riferimento, abbia rappresentato il fattore storico che li ha spinti alla resa al
capitalismo assoluto.
Ma non stiamo parlando dellevoluzione dei partiti comunisti. Stiamo parlando di
un fenomeno storico, la fine della sinistra emancipatrice, che tocca lintero arco delle
forze di sinistra, e che presenta una evoluzione senza grosse differenze fra partiti
comunisti e socialdemocrazie. questo il fenomeno storico che vogliamo spiegare. La
caduta del comunismo sovietico non pu essere la spiegazione corretta perch essa
stata rilevante per i partiti comunisti, non certo per le socialdemocrazie.
Come abbiamo detto nel capitolo precedente, lo sfondo sociale del mutamento
della sinistra linstaurazione del capitalismo assoluto, che ha soppiantato il
capitalismo keynesiano-fordistico del secondo dopoguerra.
Il capitalismo keynesiano-fordistico ha caratterizzato la storia dei paesi
occidentali negli anni 50 e 60, realizzando una rapida espansione economica, che ha
portato per la prima volta nella storia di questi paesi alla diffusione del benessere in
larghi strati della popolazione. Aspetti di tale benessere sono stati la crescita dei
consumi e la creazione di una vasta rete di sicurezze e garanzie sociali (pensioni,
sanit, scuola, diritti dei lavoratori).
In contrapposizione con il periodo del secondo dopoguerra (i trentanni gloriosi
di Hobsbawn148), gli ultimi decenni sono stati caratterizzati, in Europa, dalla
distruzione (pi o meno veloce a seconda dei paesi) di quella rete di sicurezze e
garanzie sociali costruiti in precedenza, distruzione che si collega ad una dominanza
sempre pi forte (a livello politico, sociale, culturale) della logica del mercato, del
profitto, della competizione. Questa realt in cui limpresa e il profitto sono divenuti i
punti centrali della societ produce unaggressione sempre pi pesante verso
lambiente naturale, e produce crisi e disorganizzazione sociale in quelle vaste parti
del pianeta che si trovano a competere da posizione svantaggiata dentro i meccanismi
delleconomia capitalistica. Queste dinamiche economiche e sociali sono poi da
collegarsi a una realt politica internazionale che vede il potere imperiale statunitense
impegnato a realizzare un progetto di dominio globale, scatenando per questo guerre
offensive in ogni angolo del pianeta.
Per sintetizzare questo giudizio complessivo sulla realt contemporanea abbiamo
usato lespressione capitalismo assoluto. Per avere una spiegazione storica del
mutamento della sinistra, occorre quindi ricostruire la storia dellinstaurazione del
capitalismo assoluto.

La cesura storica del 1979

Washington 1979: questo il luogo e il tempo ai quali riandare per risolvere i


misteri della sinistra europea e italiana; per spiegare, cio, come uno spazio politico
storicamente nato per promuovere lemancipazione sociale e il pensiero critico sia
diventato uno spazio di appartenenza acritica e di de-emancipazione del lavoro. In
quel luogo e in quel tempo si sono infatti verificati eventi i cui effetti diretti, man
mano pi ampi e profondi, hanno dissolto in Occidente il modello socioeconomico
keynesiano-fordistico, entro il quale laccumulazione capitalistica lasciava spazio
alle politiche emancipatone. Il modello man mano subentrato, quello neoliberistico
della globalizzazione capitalistica, non lascia il minimo margine di conciliazione tra
modernizzazione tecnologica ed emancipazione sociale, accumulazione capitalistica e
tutela del lavoro, mercato e diritti della persona umana. La sinistra, perci, al di fuori
di una radicalizzazione tale da portarla a rifiutare la modernizzazione, lo sviluppo, e
la logica del profitto e della tecnica - radicalizzazione che la natura dei suoi interessi,
la povert della sua cultura, la grettezza dei suoi dirigenti e il conformismo del suo
popolo rendono addirittura impensabile - non ha potuto fare altro, per sopravvivere
come struttura di potere e di appartenenza, che accettare il modello neoliberistico, con
le sue conseguenze regressive sul piano dei diritti, del lavoro, della dignit della
persona.
A Washington, nel 1979, governa Jimmy Carter. Le cose non stanno andando bene
per limpero nordamericano: lUnione Sovietica di Breznev estende la sua influenza
politicomilitare in Asia (dove lAfghanistan le sempre pi sottomesso e la
Cambogia di Pol Pot, legata allasse sino-statunitense, viene occupata dalle truppe del
Vietnam suo alleato), e in Africa (dove la morte di Neto mette lAngola sempre pi
sotto il suo controllo e la Rhodesia cessa di essere colonia inglese razzista e diventa
lo Zimbabwe, non pi schierato con lOccidente); nel mondo finanziario si
manifestano inediti segni di sfiducia nel dollaro; in febbraio il trionfo della
rivoluzione islamica fa uscire lIran dalla sfera di influenza statunitense; in luglio il
Nicaragua, sconfitto il dittatore filostatunitense Somoza, passa ai sandinisti.
Nel luglio 1979, proprio mentre i sandinisti sfilano vittoriosi a Managua, si
verifica il cosiddetto secondo shock petrolifero dopo quello di sei anni prima.
Come allora, infatti, una decisione dellOpec provoca un forte rincaro dei prezzi del
petrolio in tempi rapidi.
Mentre nel 1973, per, di fronte a un rincaro del 400% del prezzo del petrolio, le
autorit degli Usa avevano risposto con una politica di adattamento alla forte spinta
inflazionistica generata da quel rincaro, e di utilizzazione economica dellinflazione,
nel 1979, di fronte a un rincaro del 250% del prezzo del petrolio, la reazione
esattamente opposta: quella, cio, non soltanto di contenere gli effetti inflazionistici
del rincaro del petrolio, ma anche di bloccare lintero meccanismo preesistente di
rialzo dei prezzi, di spegnere ogni altra sorgente inflazionistica e di abbattere del tutto
linflazione.
Carter, democratico, eletto presidente nel 1976, e promotore fino ad ora di una
politica economica inflazionistica attraverso il suo segretario al Tesoro Michael
Blumenthal, nel luglio 1979, di fronte al nuovo rincaro del prezzo del petrolio, lo
licenzia, dando il suo posto di ministro al presidente della Federal Reserve William
Miller, che nei mesi precedenti ha criticato lindifferenza verso linflazione e ha
cercato di limitare limpatto inflazionistico di alcune leggi congressuali. La nomina di
Miller al posto di Blumenthal , da parte del presidente Carter, un segnale di
mutamento di politica economica. Nessuno, per, neppure lo stesso Carter, immagina
ancora di quale gigantesca portata sar il mutamento.
Miller, diventato segretario al Tesoro, deve lasciare il posto di presidente delle
Federal Reserve, dove occorre trovargli un successore. I candidati ai quali Carter ha
pensato si rivelano improponibili per un gioco di veti incrociati dei collaboratori del
presidente. Carter ripiega allora sullo spostamento alla sede centrale di Washington
del direttore della sede della Federai Reserve di New York, Paul Volcker.
Questuomo, primo attore, come stiamo per dire, di un mutamento di portata
epocale, quindi giunto alla carica con la quale ha promosso tale mutamento non per
intenzione del governo degli Stati Uniti, ma per un gioco del caso. Ci non deve per
meravigliare. Una trasformazione epocale che la storia ha in grembo crea infatti gli
uomini che la realizzano, per cui se uno non pu promuoverla, la promuove un altro, e
se quellaltro non ci aveva pensato fino ad allora, le circostanze lo condurranno alla
fine a pensarci.
Paul Volcker, un omone alto quasi due metri, gran fumatore di sigari, che ha fatto
tutta la sua carriera professionale nella Banca federale, coltivando per anche altri
interessi mentali oltre quelli contabili - dalla collezione di francobolli alla lettura di
romanzi europei - nellottobre 1979 approfitta dellautonomia istituzionale della
Federal Reserve per prendere provvedimenti antinflazionistici di una durezza estrema,
che va ben al di l delle intenzioni originarie di Carter, ma risponde alle
sollecitazioni delloligarchia finanziaria, per ragioni che tra poco vedremo. Egli
promuove infatti una restrizione rapida e imponente della liquidit monetaria, con
unassenza sconcertante di gradualit e proporzioni. Ne risulta un pieno successo
nella lotta allinflazione che, sotto lurto di tassi dinteresse al 25%, scende dal 19%
al 13% nella primavera successiva, al 9% alla fine del 1980 (con tassi dinteresse al
15%), e infine al 3% alla fine del 1981. Il prezzo pagato per questo successo
tuttavia assurdamente alto: tra il 1979 e il 1981, con la domanda interna e le spese di
investimento soffocate dalla mancanza di liquidit, la produzione scende di dieci punti
percentuali (una recessione senza precedenti nel dopoguerra) e la disoccupazione sale
dal 4% all11% della forza-lavoro149.
Nei primi anni 80, quando si parla della grande importanza economica e politica
della manovra di Volcker, si pensa alla fine del ciclo inflazionistico degli anni 70, al
rafforzamento del dollaro come moneta di riserva internazionale (derivato dal suo
ricostituito potere dacquisto conseguente alla fine dellinflazione statunitense), alla
sconfitta di Carter alle elezioni presidenziali del 1980 (dovuta, ancor pi che
allimmagine di debolezza data rispetto alla vicenda iraniana, alla recessione
economica provocata dalla manovra monetaria), e allavvento alla presidenza di
Ronald Reagan.
Questi effetti, che paiono molto grandi, sono invece poca cosa rispetto agli effetti
reali provocati dalla manovra di Volcker, che ha aperto un nuovo scenario storico non
soltanto per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero: proprio quello scenario entro il
quale le sinistre occidentali hanno perduto ogni orientamento politico di carattere
emancipatorio. Si tratta dunque di capire che cosa realmente accaduto con la
manovra monetaria della Federal Reserve dellottobre 1979. Per cercare di capire,
possiamo utilizzare lo studio di un grande economista come Paul Krugman150 e la
relazione dello stesso Istituto del 6 ottobre di quellanno151.
Scrive Paul Krugman che la grande recessione economica occidentale del 1980-
82 non stata linvolontaria, spiacevole conseguenza della lotta allinflazione, ma
che, al contrario, stata una recessione intenzionalmente provocata come tale, e che la
manovra monetaria dellottobre 1979 stata voluta, prima ancora che per combattere
linflazione, perch si producesse disoccupazione attraverso la recessione 152 . Lo
scopo fondamentale della manovra di Volcker non stato, insomma, quello di
contrastare leccessiva inflazione. Se infatti fosse stato davvero quello, la manovra
sarebbe stata concepita diversamente, cio distribuendo su pi anni il processo di
discesa dellinflazione, restringendo il credito in maniera selettiva, limitando le
importazioni, in modo da fermare lascesa dei prezzi con un impatto meno traumatico
possibile sulla produzione e sulloccupazione153. Volcker restringe invece la liquidit
in maniera intenzionalmente non-selettiva, brutale e molto concentrata nel tempo, in
modo da ottenere, attraverso una recessione produttiva, un rapido e consistente
aumento della disoccupazione, come richiestogli dalloligarchia finanziaria.
Ma perch? In primo luogo perch un rapido e consistente aumento della
disoccupazione appare in quel momento ai gruppi dominanti come lunico mezzo per
ridurre in maniera rapida e consistente il potere contrattuale delle classi lavoratrici,
che, essendo progressivamente cresciuto nel corso degli anni 60 e dei primi anni 70,
ha finito per erodere il profitto capitalistico.
In secondo luogo perch una drastica frenata dei prezzi appare, se ottenuta
attraverso una netta riduzione del monte-salari, pi durevolmente stabile e capace,
mediante laumentato potere dacquisto della moneta, di ricapitalizzare gli istituti
bancari e i gruppi finanziari tramite la rivalutazione dei loro crediti154. La
disoccupazione come fine e la lotta allinflazione come mezzo, dunque, e non
viceversa.
Ci non viene esplicitamente dichiarato in pubblico, e tuttavia non rimane senza
traccia nelle pubbliche dichiarazioni. Nel documento in cui la Federal Reserve
presenta la sua manovra monetaria il 6 ottobre 1979 viene infatti teorizzato che la
promozione, o anche la semplice difesa dei livelli occupazionali, non compito n
dello Stato n delle pubbliche istituzioni. La Banca federale, in particolare, ha come
suoi compiti istituzionali soltanto la regolazione del circolante monetario e il
mantenimento delle condizioni finanziarie idonee a favorire lo sviluppo
delleconomia aziendale. Loccupazione della forza-lavoro pu essere soltanto quella
che le aziende private sono autonomamente capaci di creare.
Con questo documento Volcker propone una svolta epocale. Dagli anni 30,
dallepoca di Roosevelt, infatti, era stato ritenuto compito dello Stato salvaguardare i
livelli occupazionali, e la politica economica keynesiana era considerata
lindispensabile strumento di intervento dello Stato nelleconomia per correggere le
fasi negative del ciclo capitalistico, e per occupare forza-lavoro lasciata disoccupata
dalla dinamica spontanea delleconomia capitalistica. Questo era diventato nel
dopoguerra lorizzonte comune dellOccidente capitalistico, condiviso dagli
schieramenti politici di centrosinistra e di centrodestra.
Certo, il Welfare State stato una creazione della sinistra politica, del partito
democratico di Franklin Delano Roosevelt negli Stati Uniti, del partito
socialdemocratico di Olaf Hansson in Svezia, del partito laburista di Clement Attlee
in Inghilterra, del Fronte popolare di Aguirre Cerda in Cile, del partito laburista di
Walter Nash in Nuova Zelanda. Tuttavia, pochi immaginano, oggi, che uomini di
centrodestra che hanno governato a lungo paesi importanti, come De Gaulle in
Francia, Erhard in Germania, MacMillan in Inghilterra, e perfino il terribile Nixon
negli Stati Uniti, hanno concepito un intervento sociale dello Stato nelleconomia,
anche attraverso propriet pubbliche, certamente minore delle sinistre del loro tempo,
ma altrettanto certamente maggiore delle sinistre del nostro tempo. In sostanza, nel
dopoguerra il Welfare State e lintervento dello Stato nelleconomia sono stati
lorizzonte comune sia a destra che a sinistra, e tutti i governi dei paesi occidentali,
qualunque fosse il loro colore, hanno perseguito in un modo o nellaltro politiche
economiche interne a questo orizzonte.
Il nuovo contesto che sposta le sinistre non meno che le destre verso
laccettazione di economie totalmente privatizzate nato dalla svolta delle Federal
Reserve di Volcker nel 1979, che ha teorizzato la subordinazione dello Stato
alleconomia privata, imposto unampia e permanente disoccupazione di lavoratori
attivi, finanziarizzato i capitali. Ci per accaduto perch la svolta si sviluppata e
consolidata, negli Stati Uniti e in tutto lOccidente, con grande forza di attrazione sulla
politica. Si tratta ora di ricostruire questo processo.

Prima del 1979

Occorre preliminarmente, per meglio comprendere la natura della svolta operata


dalla manovra monetaria statunitense dellottobre 1979 - e la concatenazione degli
effetti che ha attivato e generato dentro e fuori degli Stati Uniti, fino a disegnare un
nuovo scenario storico dellOccidente capitalistico - mettere a fuoco la situazione
socioeconomica che la precede.
Fino ad allora il modello vigente di capitalismo era stato, a partire dallet
rooseveltiana e dalla fine della Seconda guerra mondiale, quello cosiddetto
keynesiano-fordistico. Fordistico per lorganizzazione della fabbrica, basata sulla
produzione serializzata attraverso lassemblaggio meccanizzato di pezzi standardizzati
prodotti da lavori parcellizzati, introdotta per la prima volta nelle fabbriche
automobilistiche di Ford, in sostituzione della precedente organizzazione del lavoro
attorno alluso di macchine polivalenti da parte di una minoranza di operai
specializzati, coadiuvati nei connessi lavori di fatica dagli operai comuni.
Keynesiano per il rapporto dello Stato con leconomia, esplicitamente o
implicitamente basato sulle teorie del grande economista inglese John Maynard
Keynes, secondo cui solo una spesa pubblica in deficit volta ad assorbire la
disoccupazione lasciata dalleconomia privata sarebbe in grado di correggere o anche
prevenire le fasi di recessione produttiva del ciclo capitalistico.
Nel modello keynesiano-fordistico c sempre stato spazio per le politiche di
emancipazione del lavoro tradizionali delle sinistre, nelle loro versioni sia comuniste,
sia socialdemocratiche, sia demoliberali. Nellambito di tale modello, infatti, si
realizzato il pi grande allargamento della base produttiva e il maggiore incremento
della produttivit del lavoro mai conosciuti nella storia fino ad oggi155. La sua
produzione serializzata di massa era fonte di una gigantesca massa di plusvalore che
esigeva, per essere monetizzata e capitalizzata, un corrispondente consumo di massa.
Perci le sinistre potevano battersi per migliori condizioni di reddito, di lavoro e di
esistenza materiale delle classi subalterne, senza mettere in questione il sistema
capitalistico, ed anzi favorendone lo sviluppo proprio con le loro attivit sindacali e
politiche emancipatone. Maggiori retribuzioni operaie, infatti, erano indispensabili
allassorbimento della produzione di massa.
La protezione sociale delle classi lavoratrici, rappresentando economicamente un
salario indiretto o differito (sotto forma di reddito corrisposto per cure mediche,
frequenza scolastica, trasporto pubblico, periodo di disoccupazione ed et non
lavorativa) consentiva limpiego integrale del salario diretto nel consumo delle merci
e quindi nella realizzazione del plusvalore capitalistico. La spesa pubblica in deficit
del Welfare, traducendosi in redditi di diversi strati di ceto medio professionalmente
utilizzati nelle istituzioni statali e parastatali, contribuiva anches-sa a creare il
mercato necessario per i beni durevoli di consumo prodotti in serie. Maggiori diritti
del lavoro erano indispensabili a contenere il ribellismo operaio generato
dallalienazione del lavoro nelle catene di montaggio, ribellismo che poteva
provocare dannose interruzioni dellintero processo produttivo.
Le sinistre socialdemocratiche hanno potuto, in tale contesto, rinnegare le loro
origini marxiste in maniera definitiva e completa, e compiere le loro scelte politiche
nel dialogo con i gruppi capitalistici dominanti, riuscendo tuttavia, attraverso la
collaborazione di classe, a far lentamente crescere redditi, diritti, sicurezza e dignit
delle classi lavoratrici. Le sinistre comuniste, invece, si sono presentate, in radicale
alternativa a quelle socialdemocratiche, come marxiste e anticapitalistiche, ma
questi loro caratteri, vissuti esclusivamente attraverso il legame di subordinazione
ideologica e politica al cosiddetto campo socialista, sono stati illusori, in quanto
non agganciati, allinterno del mondo capitalistico, ad alcuna prassi antisistemica.
Limmagine antagonistica dei partiti comunisti, in quanto affidata esclusivamente al
legame con lUnione Sovietica, copriva, nei loro rapporti effettivi con il sistema
capitalistico, unazione sindacale di tipo rivendicativo entro le compatibilit del
sistema e unazione amministrativa, nelle cosiddette zone rosse, di tipo
socialdemocratico.
Daltra parte, il legame con lUnione Sovietica creava un antagonismo reale, non
gi con il sistema capitalistico occidentale, sostanzialmente accettato al di l delle
parole, ma con i sistemi politici dei paesi capitalistici, sul terreno della politica
estera e delle alleanze internazionali. Questo antagonismo, peraltro via via
decrescente con il progredire della distensione internazionale (dopo la fine della
cosiddetta Guerra fredda) e delle pratiche parlamentari consociative (pur
nellesclusione del diritto di partecipazione ai governi), consentiva, facendo leva sul
distacco dal tradizionalismo contadino e sulla solidariet di classe del cosiddetto
operaio-massa del capitalismo fordistico, di condurre lotte rivendicati ve pi dure,
e con una pi ampia base di consenso operaio, di quelle dei sindacati e dei partiti
socialdemocratici.
Tali lotte di pi vasta portata e di maggiore impegno, se da un lato hanno
assicurato nei paesi latini dEuropa una egemonia comunista sul proletariato ritenuta
molto pericolosa dalle forze di comando imperiale, e se hanno ovunque rafforzato
limmagine del comuniSmo come movimento antagonistico, hanno per anche
surrogato una crescente debolezza rivendicativa e una progressiva corruzione dei
troppo politicamente integrati partiti socialdemocratici. La forte presenza comunista
(in paesi come lItalia o la Francia), rendendo pi incisive ed efficaci le lotte operaie
e spingendo, almeno in alcuni paesi, le stesse socialdemocrazie a non abbandonare
del tutto limpegno in difesa delle classi lavoratrici, ha di fatto promosso un
miglioramento delle condizioni economiche del proletariato e addirittura una sua
maggiore integrazione nello Stato, da cui ha tratto energia il processo capitalistico di
accumulazione del plusvalore.
Perch, allora, il capitalismo ad un certo momento fuoriuscito dal modello
keynesiano-fordistico, se questo modello ha consentito il suo massimo sviluppo nella
storia?
Perch tra la fine degli anni 60 e linizio degli anni 70 quel modello manifesta
per la prima volta esiti contrari agli interessi capitalistici. Il mercato dei beni
durevoli di consumo che hanno trainato lo sviluppo di quella che Hobsbawn ha
chiamato let delloro del capitalismo (automobili, televisori, frigoriferi, lavatrici,
materie plastiche, tessuti sintetici) conosce, dopo decenni, una inevitabile saturazione.
I redditi di un ceto medio reso sempre pi ampio e garantito dalla spesa key-nesiana,
perci, invece di allargare ulteriormente gli sbocchi della produzione fordistica di
massa, cominciano a generare inflazione: chi ha gi un televisore in buono stato non
spende i suoi incrementi di reddito per comprarne subito un altro, ma li impiega per
comprare beni dallofferta meno elastica, per esempio frequentando pi spesso
ristoranti e zone turistiche, o dotandosi di oggetti meccanici pi sofisticati, o
aumentando il suo consumo di carne o frutta, e facendo cos lievitare i prezzi di tali
beni.
Il flusso di dollari che alimenta la domanda internazionale della produzione
fordistica, attraverso le spese statunitensi allestero (per alimentare la guerra del
Vietnam, per mantenere le basi militari disseminate nel mondo, per compiere
investimenti in altri continenti, per importare petrolio), a un certo momento mette in
questione la convertibilit aurea del dollaro, che Nixon deve formalmente abolire il
15 agosto 1971. In questo modo tale flusso di dollari diventa un generatore
internazionale di inflazione. Il punto critico fondamentale sta per nel fatto che il
lento, pluridecennale, processo emancipativo delle classi operaie ha ridotto la
disoccupazione a piccole percentuali della forza-lavoro, la quale, ormai
sindacalmente ben organizzata, si rivela capace di accrescere i propri redditi anche
erodendo margini di profitto, senza neppure che questo miglioramento delle sue
condizioni di reddito ne plachi le spinte ribellistiche, che anzi aumentano in
proporzione dei suoi poteri contrattuali, in ragione del carattere sempre pi pesante,
alienante e mentalmente svuotante delle catene di montaggio della produzione
fordistica.
I grappi capitalistici dominanti, messi sempre pi in difficolt dal concreto esito
del modello keynesiano-fordistico, ma ancora incapaci di immaginare un modello
diverso di capitalismo, di fronte allo shock petrolifero dellottobre 1973, e alla
successiva crisi recessiva del 1974-75 (la prima seria del dopoguerra), puntano
proprio sullinflazione, tanto che gli economisti si troveranno a discutere il fenomeno
assolutamente inedito della stagflazione156. Ci accade perch linflazione,
partendo dal dollaro statunitense, lo svaluta, favorendo le esportazioni nordamericane
e quindi rallentando il flusso destabilizzante di dollari allestero, e soprattutto perch
rialzando continuamente i prezzi i capitalisti ristabiliscono continuamente i margini di
profitto erosi dagli aumenti salariali, impedendo la stabilizzazione di una
distribuzione del reddito divenuta ai loro occhi troppo favorevole alle classi
lavoratrici.
Ha scritto Barry Eichengreen:

Jimmy Carter, quando vinse le elezioni presidenziali nel 1979, aveva gi


avallato la volont dei gruppi che lo avevano eletto di dare un impulso
espansionistico alleconomia, pur sapendo che ne sarebbero derivati effetti
inflazionistici e ulteriori indebolimenti del dollaro. Pensava tuttavia che questi effetti
dovessero essere accettati per evitare una ben pi grave crisi dei profitti, e che
sarebbero stati poi attenuati da analoghe misure espansive di altri paesi, che
avrebbero mantenuto modesta linstabilit dei cambi157.

La politica carteriana di adattamento allinflazione, con il mantenimento di unalta


spesa pubblica, espansa soprattutto in campo militare, ottiene effettivamente il
risultato di un rilancio dei profitti e dellaccumulazione del capitale, portando il
capitalismo statunitense, e trainando quello europeo, fuori dalla recessione del 1974-
75.
La nuova fase espansiva delleconomia statunitense, svolgendosi in un contesto
dimpiego della forza-lavoro vicino alla piena occupazione, porta a nuovi aumenti dei
salari nominali che eroderebbero nuovamente i profitti se i corrispondenti aumenti dei
salari reali non fossero impediti da nuovi aumenti generalizzati dei prezzi. Il modello
keynesiano-fordistico chiaramente non funziona pi, perch i gruppi capitalistici non
sanno pi operarvi se non con continui rilanci dellinflazione, che nel 1978 portano a
un grave deprezzamento del dollaro.
Nel luglio 1978 si riuniscono quindi a Bonn, in una conferenza economica, il
presidente statunitense Jimmy Carter, il presidente francese Valry Giscard dEstaing,
il capo del governo giapponese Takeo Fukuda, il capo del governo inglese James
Callaghan, e lospite, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, con tutti i loro
collaboratori e consiglieri economici. Scopo della conferenza quello di fermare il
deprezzamento del dollaro, arrivato a un punto tale da far correre il rischio di sue
massicce vendite da parte delle banche centrali di alcuni paesi arabi, con conseguente
collasso del sistema monetario internazionale.
A Bonn viene comunque mantenuto un orientamento inflazionistico delle politiche
monetarie dei paesi capitalistici, ma diversamente bilanciato tra gli Stati Uniti e gli
altri: Carter e Callaghan, in quanto rappresentanti delle monete pi svalutate (dollaro
e sterlina), accettano di bloccare le proprie spese pubbliche, mentre Fukuda,
allopposto, simpegna ad aumentare la spesa pubblica giapponese dell 1,5% in un
anno e di far scendere il tasso di sconto al 6,5%, cio al livello stesso dellinflazione
giapponese, e, in mezzo, Schmidt e Giscard dEstaing predispongono modesti ma
ulteriori aumenti del circolante dei loro paesi.
Negli ultimi mesi del 1978, come conseguenza dellapplicazione delle politiche
monetarie impostate dalla conferenza di Bonn, il sistema monetario internazionale
risulta salvaguardato da una sia pur modesta rivalutazione del dollaro e della sterlina
rispetto allo yen, al marco e al franco.
Il capitalismo nordamericano, per, ormai incapace di convivere con il modello
keynesiano-fordistico, al punto che, nonostante la limitazione della spesa pubblica e
la ripresa del dollaro, continua ad alimentare una forte inflazione.
Linflazione comincia invece a recedere in Inghilterra, con un conseguente
consolidamento della sterlina, dopo la vittoria di Margaret Thatcher alle elezioni
politiche dell11 febbraio 1979. Con la Thatcher il conservatorismo inglese cambia
volto, sferrando un attacco durissimo e frontale al potere contrattuale del sindacato e
allo stesso diritto di sciopero. Con lappoggio di un governo che invia la polizia a
sciogliere i picchetti operai, che organizza il crumiraggio contro le proteste sindacali
e che finanzia le ristrutturazioni industriali, i gruppi capitalistici cominciano ad
operare licenziamenti e a rifiutare qualsiasi aumento dei salari operai.
La crescita dellinflazione statunitense rimette in pericolo, a partire dallestate
1979, il ruolo del dollaro come moneta di riserva mondiale. In tale contesto, quando
si determina il secondo shock petrolifero, lulteriore spinta inflazionistica che esso
alimenta appare molto minacciosa a Carter, il quale decide perci di spegnerla ad
ogni costo. Si apre in tal modo lo spazio per la manovra di Volcker, mirante ad
abbattere linflazione con la disoccupazione.

Dopo il 1979

La manovra monetaria di Volcker dellottobre 1979, di cui si ricostruito nel


precedente paragrafo il processo socioeconomico che ne ha creato i presupposti, ha
rappresentato la cesura storica nella cui scia si instaura lattuale capitalismo assoluto.
Naturalmente, come ogni altra cesura storica, anche questa non ha manifestato
immediatamente tutti i suoi effetti, che sono stati prodotti dai suoi successivi sviluppi.
Il nuovo quadro socioeconomico nel quale la svolta del 1979 sfocia il modello
neoliberistico della globalizzazione capitalistica in sostituzione del precedente
modello keynesiano-fordistico di capitalismo. Ma, appunto, vi sfocia, non lo
determina immediatamente. Il nuovo quadro nasce certamente dal nuovo orientamento
di politica socioeconomica, insito nella svolta del 1979, ma attraverso ulteriori scelte
che gli sono congruenti e conseguenti.
Nel 1979, cio, il modello neoliberistico, entro il quale la sinistra ha perduto ogni
capacit di promuovere emancipazione e giustizia, non c ancora. Manca ancora la
deregolamentazione integrale dei mercati: negli Stati Uniti Carter ha deregolamentato
due anni prima il settore aereo e quello del movimento dei camion, ma il suo
successore Reagan non procede a ulteriori deregolamentazioni di settore. Manca
ancora una totale privatizzazione aziendalistica: nella stessa Inghilterra della Thatcher
non si parla affatto, nel 1979, di privatizzare alcunch, e, dopo qualche iniziativa
privatizzatrice del capo del governo laburista Callaghan, lintera prima legislatura
thatcheriana non vede neppure una sola privatizzazione, poich la Thatcher concentra
tutto il suo impegno innovatore monomaniacalmente contro i poteri sindacali, fino al
loro totale smantellamento. Manca ancora la libera circolazione mondiale dei capitali,
e manca soprattutto la flessibilit del lavoro. Ci che il capitale cerca per il
momento non di flessibilizzare il lavoro, ma di ridurne la quantit complessiva e il
costo unitario.
Nel 1979, per, il modello keynesiano-fordistico, anche se non ancora sostituito
da un altro, irreparabilmente leso. Paul Volcker, spingendo il rialzo
antinflazionistico dei tassi dinteresse nordamericani a livelli altissimi, privi di
precedenti storici, allo scopo di creare una disoccupazione strutturale sufficiente ad
abbattere durevolmente il potere di contrattazione delle classi lavoratrici, ha frenato
lo sviluppo della produzione di massa e lincremento della produttivit del lavoro, ed
ha rivalutato i crediti delle banche e degli istituti finanziari. La congiunzione di questi
due elementi ha spostato laccumulazione di capitale da un terreno prevalentemente
produttivo, tipico dellepoca fordistica, a un terreno prevalentemente finanziario.
Nel 1979, inoltre, e soprattutto, stato scolpito in pietra, dalla determinazione di
Volcker nel portare a compimento una cos notevole restrizione della massa
monetaria, e dalla giustificazione che ne d nella sua relazione, un nuovo principio,
che comincia subito a propagarsi nel mondo: e cio che non rientra tra i compiti dello
Stato n promuovere loccupazione della forza-lavoro, che affare esclusivo delle
aziende private, n compensare le riduzioni di reddito di alcuni settori della
popolazione, che affare degli individui coinvolti e della loro capacit di iniziativa e
di reazione. Si tratta di un principio specificamente antikeynesiano, perch nega alla
radice il ruolo, anticiclico e d sostegno alloccupazione, dello Stato nelleconomia, e
generalmente antipolitico, perch nega ogni diritto sociale di cittadinanza e costituisce
uno Stato socialmente deresponsabilizzato, al quale sono indifferenti sia le
sperequazioni anche abissali nella distribuzione della ricchezza, sia lincapacit degli
individui, in particolare dei ceti inferiori, di proteggere la salute e la vecchiaia.
Volcker luomo che pi di ogni altro ha messo una pietra tombale sul Welfare State.
Nel 1979, infine, prende avvio il processo che rende coessenziale
allaccumulazione modernizzata e finanziarizzata del capitale una disoccupazione
strutturalmente molto pi ampia di quella pur presente nellepoca fordistica. Questo
processo si svolge attraverso la grave crisi recessiva internazionale del 1980-82 e la
politica reaganiana.
La politica reaganiana , sul piano economico, una filiazione della svolta
monetaria volckeriana, di cui prolunga e consolida gli esiti. Dalla svolta monetaria
volckeriana deriva, prima di tutto, la stessa elezione a presidente degli Stati Uniti, nel
novembre 1980, di Ronald Reagan, ex attore cinematografico mediocre e
opportunista, il quale, divenuto candidato del Partito repubblicano, supera facilmente
il suo avversario Carter, da momento che questi identificato allepoca con la
devastante crisi recessiva provocata dalla riduzione del circolante operata da
Volcker.
Una volta eletto, Reagan continua a sostenere la politica degli altissimi tassi
dinteresse posta in atto da Volcker, non preoccupandosi del prolungarsi della crisi
recessiva nellintero primo anno della sua presidenza, e neppure, poi, del freno
rappresentato dalla bassa domanda interna alla ripresa economica avviatasi nel 1983.
In tal modo il dollaro conosce una continua rivalutazione, rispetto a tutte le altre
monete, fino alla met degli anni 80, con un potente consolidamento del suo ruolo di
moneta di riserva internazionale pur senza laggancio alloro.
Un dollaro consolidato come base del sistema monetario mondiale, rivalutato nei
rapporti di cambio, e ad alto rendimento negli Stati Uniti, genera per anni un
gigantesco flusso di capitali dalle aree asiatiche ed europee a quella nordamericana,
con marchi tedeschi, yen giapponesi e franchi francesi continuamente convertiti in
dollari impiegati negli Stati Uniti per acquistare credito pubblico, azionariato
industriale e propriet immobiliari. Questo continuo ingresso di danaro dallestero va
a finanziare deficit di bilancio in crescita continua dal 1981, a causa delle riduzioni
fiscali sugli alti redditi e di imponenti aumenti di spese in campo tecnologico e
militare. Crescenti deficit di bilancio interno si associano a crescenti deficit
commerciali esterni (i cosiddetti deficit gemelli), perch, trascurata la produttivit
dei settori merceologicamente ordinari a vantaggio delle pi alte tecnologie,
soprattutto militari, laccresciuta domanda interna creata dai deficit di bilancio
alimenta soprattutto le importazioni dallestero. Daltra parte i saldi commerciali
negativi degli Stati Uniti, in crescita costante dal 1981, sono pi che compensati dai
saldi attivi dei movimenti di capitali, cosicch il dollaro rimane moneta forte.
Questa cosiddetta reaganomics non ancora un vero e proprio neoliberismo.
John Gray ne ha dato una definizione particolarmente appropriata di keynesismo
protezionista di stampo militare 158 . Larghi settori dellindustria statunitense, sempre
meno competitivi rispetto ai loro corrispondenti europei ed asiatici, ottengono infatti
difese tariffarie (noto il caso dellacciaio), mentre altri settori economici sono
mantenuti redditizi da sussidi allesportazione (si pensi al caso dellagricoltura).
La reaganomics dunque una forma di politica economica protezionistica, non-
liberistica. Essa d sostegno alla produzione mediante la spesa pubblica - una spesa
pubblica, fra laltro, di enormi dimensioni - ed ha per questo unimpronta di
keynesismo. Si tratta, per, di un keynesismo improprio ed estraneo al modello
keynesiano-fordistico, perch limponente spesa pubblica in deficit, quantitativamente
keynesiana in misura ben maggiore di quanto Keynes avesse mai immaginato,
qualitativamente non promuove neppur minimamente alcuna forma di emancipazione
sociale, non opera sulla distribuzione della ricchezza collettiva se non in direzione di
un ulteriore aumento delle sperequazioni economiche, e neppure sostiene direttamente
la domanda monetaria interna di consumi.
La spesa pubblica della reaganomics, infatti, finanzia le grandi ordinazioni
statali per le forze armate, per gli apparati repressivi, per la destabilizzazione di
paesi esteri, per le infrastrutture militari. E una spesa, insomma, che promuove
acquisti non di case, mobili, elettrodomestici, indumenti, ma di missili, navi da
guerra, aerei, edifici carcerari, e di quei beni di consumo solo indirettamente e
limitatamente, nel senso che gli occupati nellindustria militare spendono ovviamente
le proprie retribuzioni anche per comprare elettrodomestici e indumenti. Ma i
maggiori acquisti di beni durevoli di consumo si traducono negli Stati Uniti, a partire
dagli anni 80, in maggiori importazioni, e quindi in maggiori saldi passivi della
bilancia commerciale statunitense, riequilibrati, almeno fino alla met degli anni 90,
da maggiori ingressi di capitali esteri, attratti dalla forza economica e politica del
dollaro.
Nasce cos una nuova configurazione del capitalismo, non ancora neoliberistica
(bisogna aspettare per questo gli anni 90), ma lontana ormai dal modello keynesiano-
fordistico riguardo a diversi punti essenziali. Entro questa nuova configurazione del
capitalismo le sinistre non hanno pi il minimo margine per politiche emancipatone
compatibili con il meccanismo di accumulazione del plusvalore.
Non possono promuovere politiche di miglioramento delle retribuzioni dei lavori
dipendenti, perch laccettazione della libert capitalistica lascerebbe la classi
lavoratrici alla merc di dure reazioni antioperaie e pesanti rimbalzi inflazionistici.
Non possono mantenere il Welfare State con la tassazione delle rendite finanziarie
nel contesto d un minimo di intesa con un capitale che si va sempre pi
finanziarizzando, perch ogni componente di questo capitale dovrebbe accettare, se
tassata, una pesante perdita di competitivit.
Non possono volgere in alcun modo la spesa sociale, e leventuale aumento dei
redditi da lavoro, a vantaggio anche dellaccumulazione di capitale, perch la molla
dellaccumulazione non pi la produzione serializzata dei consumi delle classi
lavoratrici, ma una nuova produzione differenziata, a maggiore contenuto
tecnologico, dai costi sempre pi compressi in termini di forza-lavoro e sempre pi
elevati in termini di pubblicit e di corruzione dei committenti.
Non possono fare politiche di ampliamento delloccupazione compatibili con un
meccanismo di accumulazione di plusvalore basato su un comando della forza-lavoro
privata di potere contrattuale dalla disoccupazione.
La sinistre, non avendo precedentemente elaborato la bench minima prospettiva
di superamento del capitalismo, ed essendo legate a ceti sociali niente affatto
interessati a superarlo, in questo nuovo scenario storico scivolano inevitabilmente
nellaccettazione di tutti i presupposti de-emancipatori del capitalismo in marcia
verso la globalizzazione neoliberistica.
Non possono neppure pi mettersi in contrasto sostanziale con gli Stati Uniti
riplasmati dalla estrema destra reaganiana, perch il dollaro il motore insostituibile
del capitale finanziarizzato, e perch la domanda interna statunitense ormai lunica a
impedire il blocco del realizzo del plusvalore, che, in assenza di tale domanda,
sarebbe effetto dellinsufficienza degli sbocchi di mercato creata dalla fine
delleconomia keynesiana.
Gi negli anni 80 il capitalismo diventato tale da non poter che accrescere
continuamente diseguaglianze economiche e deprivazioni sociali, che inevitabilmente
devono essere accettate da chi accetta tale capitalismo.

Rimozioni e mistificazioni

Lintegrazione in un modello socioeconomico necessariamente regressivo sul


piano etico e antropologico di forze culturali e politiche che erano originariamente
indirizzate allemancipazione e al contrasto ideologico delle pi gravi ingiustizie, non
pu che produrre un immaginario collettivo sempre pi povero di sensatezza e sempre
pi distante dalla verit delle cose.
La verit pi evidente che, a partire dagli anni 80, nei paesi occidentali
assolutamente nulla di sostanziale per lesistenza collettiva cambia con lalternanza al
governo di coalizioni di centrodestra e di centrosinistra, perch la sostanza sociale
della vita viene autonomamente determinata da un meccanismo economico
autoreferenziale, senza alcun ruolo della politica, che si limita, a destra come a
sinistra, a gestirne gli esiti degradandosi a pura amministrazione economicamente
vincolata. Questa verit diventata per indicibile e impensabile.
Un aspetto della realt che stiamo cercando di spiegare, che levidente verit di
questa scomparsa della politica, eliminata dalla totale sovranit raggiunta
dalleconomia del plusvalore dopo la fine del modello keynesiano-fordistico, un
assoluto tab mentale di tutta lintellettualit di sinistra, che pure si autorappresenta
come colta e critica. Militanti ed elettori di sinistra si sono creati unimmagine della
realt basata sulla pura e semplice cancellazione mentale di fatti, storici e di cronaca,
che manifestano la scomparsa di ogni reale contrapposizione tra destra e sinistra.
Ritorniamo allora ai fatti. A cominciare da quelli gi storici anche se relativamente
recenti.
Negli Stati Uniti dAmerica, se stiamo ai fatti, lultima volta che il Partito
repubblicano e il Partito democratico hanno proposto alla presidenza due candidati in
qualche misura alternativi stato nel 1972, con la contrapposizione del repubblicano
Nixon e del democratico MacGovern. Successivamente c stata una assoluta
continuit tra repubblicani e democratici nelladattamento delle loro amministrazioni
alle sollecitazioni di un contesto dato e man mano modificato esclusivamente dalla
dinamica delleconomia autoreferenziale. A Nixon e a Ford, di destra perch
repubblicano, successo Carter, di sinistra perch democratico. Ma un fatto che
Nixon non ha privatizzato nulla, mentre Carter ha integralmente privatizzato e
deregolamentato il settore del trasporto aereo, ed pure un fatto che Nixon ha preso
misure, sia pur blande, di contrasto alla crescita della disoccupazione, mentre Carter
ha lasciato mano libera a Volcker nel provocare intenzionalmente la crescita della
disoccupazione.
Ci non significa certo che Nixon sia stato di sinistra con unetichetta di destra, e
Carter sia stato di destra con unetichetta di sinistra. Significa, invece, che la
differenza tra un Nixon di destra e un Carter di sinistra , sul piano della sostanza
sociale della loro amministrazione, soltanto una differenza nella realt economica del
loro tempo, che li ha obbligati a rispondere a sollecitazioni di fasi diverse
dellevoluzione autoreferenziale delleconomia, senza la bench minima influenza
della loro collocazione politica di destra o di sinistra.
I fatti mostrano dunque chiaramente, per chi non sia prevenuto, lindistinguibilit
delle politiche economiche della destra e della sinistra, accomunate dal non essere in
realt politiche ma semplici gestioni amministrative, completamente sottomesse alla
sovranit delleconomia. Se andiamo a dopo Carter, ci troviamo di fronte a un
immaginario che si raffigura Reagan come artefice di una svolta a destra di rottura
storica con la sinistra carteriana159. Se per si sta ai nudi fatti, non travisati
dallideologia, non c dubbio che Reagan sia il continuatore di Carter. Mentre Nixon
e Carter operano sotto diverse sollecitazioni del sistema economico, e perci
agiscono in maniera diversa, mantenendo la continuit sul piano fondamentale della
sottomissione alleconomia, Carter e Reagan sono soggetti al medesimo contesto
socioeconomico, e c quindi tra di loro, senza che conti nulla il fatto che il primo
appartenga alla sinistra e il secondo alla destra, una continuit anche specifica sul
terreno delle scelte concrete.
Sia luno che laltro, infatti, avallano alti tassi dinteresse, deregolamentazione
dei mercati, crescenti deficit del commercio estero, keynesismo della spesa militare.
un fatto che la corsa a nuovi sistemi darma, spinta al massimo grado da Reagan,
cominciata con Carter, che ha commissionato per primo, ad esempio, i nuovi missili
Pershing e Cruise160. La stessa politica mirante, attraverso una rinnovata corsa a nuovi
armamenti, a sfaldare limpero sovietico, solitamente considerata espressione di una
determinazione ideologica nata da Reagan, invece iniziata con la presidenza Carter.
E un fatto che lideatore della trappola afghana in cui dissanguare lUnione
Sovietica, attirandola allinvasione dellAfghanistan armando in quel paese il
fondamentalismo guerriero e terroristico islamico come forza durto contro il locale
governo filosovietico, stato Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza
nazionale di Jimmy Carter. stato Brzezinski, prima di Reagan, a promuovere una
politica estera e militare di attacco alla solidit dellUnione Sovietica. Ed stato
Carter, prima di Reagan, ad emanare una direttiva di autorizzazione allazione
destabilizzatrice della Cia in Afghanistan, poi fraudolentemente presentata come
risposta allinvasione sovietica, sei mesi prima di questa invasione.
La volont di non riconoscere la linea di assoluta continuit tra il democratico
Carter e il repubblicano Reagan, che farebbe apparire vuote di significato, come in
realt sono, le differenze interne ai ceti politici nelle formazioni capitalistiche attuali,
ha portato a cancellare dalla memoria la cesura storica rappresentata dalla manovra
monetaria di Volcker, che ha creato lo spazio dellomologazione di destra e
sinistra161. Alla fine del doppio mandato di Reagan, nel 1988, la competizione per la
presidenza tra il repubblicano George Bush e il democratico Michael Dukakis
puramente personale, senza alcuna vera contrapposizione di contenuti: Bush fu
presidente nel periodo cruciale 1989-92 (dissoluzione dellUnione Sovietica,
riunificazione della Germania, nuova crisi economica mondiale, prima guerra del
Golfo), ma non c alcun motivo per pensare che con Dukakis presidente le cose
sarebbero andate in modo diverso.

Se passiamo allEuropa, troviamo le stesse false apparenze contrarie ai fatti. La


successione della Thatcher a Callaghan, avvenuta nel febbraio 1979 in Inghilterra, ha
lapparenza di una cesura storica determinata da una reazione della destra a un
precedente indirizzo di sinistra. La cesura storica certamente c, ma si esprime, sul
piano politico, non gi nel passaggio dalla sinistra alla destra, bens nel passaggio da
un mondo politico, di destra e di sinistra, ancora nellorizzonte keynesiano-fordistico,
a un mondo politico, di destra e di sinistra, che accetta lorizzonte antikeynesiano del
capitalismo degli anni 80. E un fatto che la Thatcher si impone come capo prima del
Partito conservatore e poi del governo inglese avendo come suoi principali nemici
non i nuovi laburisti di Callaghan, ma, oltre ai sindacati del laburismo tradizionale,
anche i vecchi conservatori raccolti attorno a Heath. La Thatcher, per realizzare la sua
svolta e ridurre allimpotenza il sindacalismo operaio, togliendo ogni limite sociale al
comando capitalistico sulla forza-lavoro, ha dovuto sbaragliare, prima ancore che la
dirigenza sindacale, la cosiddetta vecchia guardia del Partito conservatore. Il capo
laburista Callaghan, invece, aveva mosso i primi passi nellattacco ai sindacati, e
aveva dichiarato, alla conferenza economica di Bonn del luglio 1978, anticipando di
un anno la Thatcher, che lepoca dellespansione della spesa sociale dello Stato
doveva considerarsi finita.
Illuminante sul venir meno della differenza tra destra e sinistra la vicenda
politica della Germania a cavallo tra gli anni 70 e gli anni 80. Non si ha nel paese,
in questo periodo, alcun cambiamento di governo, perch rimane cancelliere,
ininterrottamente dal 1974 al 1982, il socialdemocratico Helmut Schmidt, alla testa di
una coalizione socialdemocratico-liberale che lascia allopposizione i deputati del
Partito cristiano-sociale. In una prima, fase, sino alla conferenza economica di Bonn
del luglio 1978, Schmidt promuove una politica monetaria di sia pur limitato sostegno
alla domanda di consumi e si preoccupa dei livelli di occupazione, mentre in una
seconda fase, nel nuovo contesto creato dalla svolta di Volcker, non tiene pi conto
della crescita della disoccupazione, e si preoccupa soltanto, pur di fronte alla crisi
recessiva del 1980-82, di evitare una ripresa dellinflazione e una svalutazione del
marco rispetto al dollaro.
Lincarnarsi delle due distinte fasi in uno stesso personaggio politico mostra
chiaramente come si abbia a che fare ormai con governanti le cui fondamentali scelte
di gestione politicoeconomica non hanno pi alcuna connessione con la loro
collocazione a destra o a sinistra nella topografia parlamentare e partitica, ma
discendono soltanto da ci che richiede loro il contesto posto dallaccumulazione di
capitale.
La perdita da parte della sinistra di ogni valenza emancipatrice del lavoro e dei
ceti socialmente svantaggiati stata fin dallinizio degli anni 80 occultata sotto la
veste di unaccettazione realistica dei compiti di modernizzazione. E stata indicata
una necessit modernizzatrice, ed stato detto che la sinistra era storicamente
chiamata ad adeguarvisi, sia per restituire dinamismo alleconomia, liberandola da
regole arcaiche divenute soffocanti, e rilanciando cos uno sviluppo da cui alla fine
tutti avrebbero tratto giovamento, sia per non lasciare gestire alla destra, che lo
avrebbe compiuto con rozza brutalit sociale e senza garanzie compensative di quelle
smantellate, il passaggio a una regolamentazione pi snella ed elastica della vita
economica.
La mitologia modernizzatrice cui la sinistra gi dagli anni 80 comincia ad
appigliarsi rappresenta in realt unindegna mistificazione. Le innovazioni presentate
come necessarie allo sviluppo servono soltanto a togliere protezioni e diritti al
lavoro, e servono allo sviluppo solo in quanto si voglia come unico sviluppo
possibile quello di unaccumulazione basata sulla compressione dei costi da lavoro.
Quando perci si dice, ad esempio, allinizio degli anni 80, che la Thatcher
dinamizza leconomia inglese in maniera inaccettabilmente autoritaria e brutale, ma
che il superamento dei troppi controlli burocratici e dei troppi poteri di veto sindacali
che avevano rallentato lo sviluppo inglese negli anni 60 e 70 sarebbe stato
comunque necessario per restituire slancio alla crescita, si dice qualcosa di
fattualmente falso. Lo rileva Boris Johnson ricordando semplici dati ufficiali:

Negli anni della Thatcher il tasso di crescita delleconomia inglese fu


mediamente del 2,1% annuo, a fronte del 2,6% del periodo compreso tra il 1964 e il
1973. Anche linflazione fu pi elevata di quanto ci piaccia ricordare, con una media
del 5,8% annuo162.

Che il superamento del modello keynesiano sia stato necessario alla crescita della
produttivit una leggenda diffusa anche dalla sinistra, ma contraddetta dai fatti. Tale
superamento stato necessario soltanto per la crescita di profitti attraverso crescenti
disuguaglianze sociali e crescenti deprivazioni di diritti per il lavoro.
La cosiddetta modernizzazione, presentata dalla sinistra come ineludibile per
dinamicizzare leconomia, ha dinamicizzato la de-emancipazione del lavoro e la
tecnologizzazione del consumo, non la produttivit economica.
Che una gestione di sinistra dellabbattimento dello Stato keynesiano sia
auspicabile per evitare pi pesanti costi sociali che si avrebbero nel caso di una sua
gestione da parte della destra, unaltra mistificazione, non soltanto perch si tratta
del solito trito discorso del meno peggio che, come si visto, porta ad accettare
qualsiasi orrore, ma anche perch i fatti ci dicono che la modernizzazione
antikeynesiana, quando viene compiuta, egualmente feroce verso i ceti pi
svantaggiati ed egualmente distruttiva della coesione sociale sia che venga compiuta
dalla destra sia che venga compiuta dalla sinistra.
Le politiche di privatizzazione di aziende pubbliche, deregolamentazione dei
mercati, rinuncia ad ogni intervento statale di protezione sociale nelleconomia, ed
apertura totale agli investimenti esteri, compiute da governi nettamente di sinistra,
come quelli eletti in Spagna nel 1982 e in Nuova Zelanda nel 1984, hanno avuto effetti
sulla distribuzione del reddito, sui livelli di occupazione, sui processi di
emarginazione di sottoclassi e sui tassi di criminalit straordinariamente omologhi a
quelli delle analoghe politiche compiute a partire dal 1981 nel Cile di Pinochet e dal
1983 nellInghilterra della Thatcher.
Fuori dalle mistificazioni, la verit che, a partire dagli anni 80, un meccanismo
economico comunemente accettato impone la stessa prassi gestionale alla destra e alla
sinistra.

Lavvento della sinistra senzanima

Alcuni anni fa usc a Parigi un libro di Viviane Forrester, 163 Lhorreur


conomique , che colp molto il pubblico di lettori francesi. Per la Forrester orrore
economico il dominio senza limiti sulla societ delle potenze private create
dalleconomia, da cui deriva una situazione storicamente inedita nella quale si pu
lavorare, curarsi, avere un tetto, e in definitiva vivere, solo quando e finch si utili
ai profitti di tali potenze economiche. Scrive la Forrester:

Non tanto questa situazione che ci mette in pericolo, perch potrebbe anche
essere modificata, quanto la cieca acquiescenza ad essa che deriva dalla nostra
indifferenza rassegnata che ce la fa apparire in blocco come ineluttabile. Certo, le
conseguenze di questa situazione globale cominciano ad inquietare; si tratta per di
una paura vaga della quale coloro che la provano ignorano la fonte164.

Ebbene: lidentit vuota della sinistra non altro che questa sua indifferenza e
cieca acquiescenza allorrore economico. Essa non si per ancora generalizzata
allinizio degli anni 80, quando sopravvivono aree e figure della sinistra, anche
moderata, dotate ancora di unanima politica (questo a prescindere dalla qualit e
dallefficacia, spesso molto scarse, delle loro linee politiche). Per completare il
disvelamento di ci che oggi la sinistra occorre perci ricostruire anche il percorso
attraverso il quale essa, entro il quadro socioeconomico creato dalla svolta del 1979
di cui si detto, andata a perdere definitivamente lanima, sia nei suoi gruppi
dirigenti che nel suo popolo di militanti e di elettori.
Se guardiamo alla sinistra italiana del 1980 unanima ce lha certamente lallora
segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer. La sua politica del famoso
compromesso storico perseguita tra il 1973 e il 1979 stata certamente espressione
di gravi limiti di moderatismo e di insufficienza programmatica, ed stata dannosa
per il Paese e per lo stesso Partito comunista, perch ha privilegiato il rapporto con la
Dc, consolidandone cos il potere quando stava per disgregarsi, ha emarginato il Psi,
consegnandolo al craxismo, ha appoggiato governi incapaci di rispondere alle attese
di maggiore lavoro e di maggiore giustizia allora diffuse, lasciando cos degradare la
situazione economica, e infine ha ridotto il consenso elettorale del Pci dal 34% del
1976 al 30% del 1979.
E tuttavia, la politica del compromesso storico non riducibile
allopportunistica ricerca di poteri ministeriali, sottogo-vernativi e locali, per
amministrare lesistente, che verr poi. Essa una strategia ancora autenticamente
politica (anche se politicamente sbagliata e dannosa, infatti motivata da unidea
politica, e non da una tattica di potere), mirata al raggiungimento di un certo governo
della societ. Quando diventa infatti chiaro che la maggioranza non intende realizzare
quel tipo di governo, Berlinguer ne esce. Loccasione di questa uscita dalla
maggioranza un ultimo grave dissenso su una questione di sostanza, quella
dellingresso della lira italiana nello Sme (Sistema monetario europeo).
Nellultima riunione dei partiti di maggioranza (che in quel momento sono i partiti
democristiano, liberale, socialdemocratico, socialista, repubblicano e comunista) del
26 gennaio 1979, egli osserva, con piena comprensione dei fatti, che laggancio del
valore della lira a quello di una moneta forte come il marco, obbligherebbe lItalia a
forti restrizioni della spesa pubblica, che danneggerebbero la coesione sociale con
inevitabili riduzioni delloccupazione e delle prestazioni del Welfare.
Per gli eredi odierni dei comunisti di allora non sarebbe un problema subordinare
la gestione delleconomia a esigenze monetarie di restrizione della spesa, anzi
sarebbe considerato inevitabile farlo, ma per Berlinguer non era ancora cos. Egli,
dopo la svolta a destra seguita alle elezioni del giugno 1979, con lascesa al governo
di Cossiga appoggiato dal nuovo capo socialista Craxi, cambia linea politica,
lanciando, in una conferenza stampa tenuta a Salerno il 28 novembre di quellanno, la
linea dell alternativa democratica, per un governo cui partecipino tutte le forze
democratiche avanzate, compresi i comunisti.
In questa fase, dunque, si pu cogliere ancora qualche differenza reale tra le destre
e la sinistra-destra craxiana da un lato, e dallaltro le sinistre (quella berlingueriana,
quella della minoranza anticraxiana nel partito socialista, quella magriana alla sinistra
del Partito comunista).
Lanima di sinistra di Berlinguer emerge nel durissimo scontro alla Fiat
dellautunno 1980, quando egli si schiera apertamente dalla parte degli operai in lotta
contro la politica di repressioni e di licenziamenti adottata con estrema durezza da
Romiti, fino ad andare in mezzo a loro a Torino a promettere che il Partito sar con
loro anche nel caso di una loro occupazione degli stabilimenti.
Berlinguer sviluppa poi, sia pur in maniera politicamente astratta e ineffettuale,
temi che sarebbero stati particolarmente idonei a ripensare e ricostruire unidentit di
sinistra, se la sinistra non fosse poi caduta in un pragmatismo opportunistico e senza
princpi che ne ha reso vuota lidentit. Un primo tema quello dellausterit, da lui
richiesta sin dalla met degli anni 70. Lausterit, intesa come sobriet di consumi,
concepita come leva per migliorare la qualit etica e la giustizia sociale del paese, e
per contribuire ad affrontare seriamente problemi come la fame nel mondo, le malattie
epidemiche nelle regioni povere, linquinamento ambientale.
Un altro tema, proposto nel 1981, quello della cosiddetta questione morale,
intesa come necessit di ristabilire il rispetto delle norme giuridiche, la correttezza
dei comportamenti e la trasparenza degli atti della vita pubblica. Secondo Berlinguer
la questione morale in realt la pi importante questione politica e nazionale,
perch lillegalismo e la corruzione diffusi nella vita pubblica deprimono la
produttivit economica, compromettono lefficienza amministrativa, indeboliscono il
ruolo della politica. I partiti sono ormai diventati, nellanalisi critica di Berlinguer,
gruppi che curano interessi particolari, a volte illegali, senza alcun pensiero del bene
comune.
In quello stesso 1981, in Francia, conferma di aver unanima di sinistra,
traducendola in programma di governo, Franois Mitterand. Questi, dieci anni prima,
dissoltasi la vecchia Sfio, al congresso di Epinay aveva rifondato il Partito socialista
francese, chiamato non pi Sfio, ma appunto Psf, e lo aveva rifondato in modo
originale, riunendo tutta una serie di associazioni spontaneamente formatesi nella
societ civile. Lo aveva inoltre vincolato a unalleanza e a un Programma comune di
tutte le sinistre, chiamate a battersi per arrivare al governo tutte insieme e da sole.
Candidato alle elezioni presidenziali della coalizione delle sinistre, Mitterand era
stato sconfitto da Giscard dEstaing nel 1974, ma lo aveva poi sconfitto nelle elezioni
successive, nella memorabile giornata del 10 maggio 1981.
Una volta presidente (con gli ampi poteri che la costituzione della Quinta
Repubblica, voluta a suo tempo da De Gaulle, attribuisce alla carica), Mitterand
affida a Pierre Mauroy lincarico di formare un governo monocolore socialista al solo
scopo di gestire nuove elezioni legislative. Nel giugno 1981 da queste elezioni esce
(grazie al sistema elettorale a collegi uninominali della Quinta Repubblica) un
Parlamento a maggioranza assoluta socialista. Mauroy, tuttavia, dintesa con
Mitterand, non replica il monocolore elettorale, ma forma un governo di coalizione di
sinistra, in cui entrano, per la prima volta dal 1947, sfidando il veto del presidente
statunitense Reagan, ministri comunisti.
Questo governo, trovandosi ad operare nel bel mezzo della crisi recessiva
mondiale del 1980-82, generata dalla manovra di Volcker del 1979, la affronta con
una politica keynesiana di investimenti pubblici finanziati in deficit, attraverso anche
la nazionalizzazione di alcune banche e di alcune imprese di trasporto. Si noti che il
governo di sinistra voluto in Francia da Mitterand lultimo che abbia proceduto a
nazionalizzazioni, e il penultimo per il quale essere di sinistra comportava una
qualche differenza di sostanza rispetto allazione di un governo di destra. Lultimo
governo di sinistra di questo tipo quello socialdemocratico insediatosi lanno dopo
in Svezia sotto la guida di Olaf Palme.
Questi, uomo di rara limpidezza morale, impone una pi penetrante tassazione
delle rendite finanziarie, con i cui proventi finanzia unulteriore estensione del
Welfare svedese. Si impegna, insieme con Mitterand, nella protezione degli esuli
argentini e cileni sfuggiti alle repressioni delle orribili dittature dei loro paesi, e
mette a carico del bilancio svedese consistenti stanziamenti per la lotta alla fame nel
mondo. Sul piano internazionale si oppone alla frenetica corsa al riarmo promossa da
Reagan, e svolge una intensa attivit diplomatica per il disarmo, specie nucleare.
Nel 1983 il governo Palme presenta e fa approvare al parlamento svedese lultima
legge realmente emancipativa promossa da una sinistra che la storia ricordi. Si tratta
di una legge sul controllo operaio delle industrie, che prevede la partecipazione ai
consigli di amministrazione delle societ proprietarie di industrie di rappresentanti
dei lavoratori di quelle industrie. Questi rappresentanti devono essere
obbligatoriamente informati sullesatto ammontare degli utili aziendali e sulle
percentuali secondo cui sono distribuiti tra reinvestimenti, dividendi e monte-salari.
Essi hanno diritto di voto sulle relative scelte, e, anche se non possono condizionare
pi di tanto, essendo minoranza rispetto ai detentori della propriet, tuttavia il loro
diritto di essere informati e di fare le loro proposte, che sono di pubblico dominio,
di per s un potere condizionante.
Come e perch questa sinistra scompare del tutto di l a pochissimo?
In Italia uno dei passaggi fondamentali la liquidazione della sinistra interna del
Psi. Dopo il risultato, deludente per tale Partito, delle elezioni del 1979, la sinistra
interna al Psi, guidata da Claudio Signorile, tenta un attacco alla segreteria di Craxi,
accusato di non riuscire a far crescere potere e seguito elettorale del partito. Craxi
reagisce in maniera estremamente abile e determinata. Costruisce unalleanza con
alcuni capicorrente democristiani contrari alla politica di alleanze col Pci, offrendo
loro, in nome della sua nuova teoria della governabilit come obbiettivo prioritario
da garantire allItalia, la disponibilit del Psi a governare solo con la Dc, chiudendosi
a ogni intesa con il Pci. In cambio chiede sostanziose posizioni di potere, e ottiene la
promessa di averle, perch quei capicorrente (Piccoli, Fanfani, Forlani e Donat-
Cattin) si illudono di eliminare la causa dellindebolimento della De eliminando la
possibilit di unintesa tra le forze di sinistra.
Offrendo agli uomini del suo partito le nuove prospettive di potere aperte dalle
promesse dei capicorrente democristiani, Craxi sottrae consensi a Signorile. Il
principale collaboratore di questultimo, Gianni De Michelis, attratto dalle offerte di
Craxi165, abbandona improvvisamente la sinistra socialista, e passa armi e bagagli a
Craxi, assicurando la maggioranza alla sua segreteria. Signorile, una volta perso De
Michelis con tutta la sua clientela, non ha pi i numeri per sperare di capovolgere la
situazione nel Psi.
Sconfitta nel suo tentativo di scalzare Craxi, la sinistra socialista viene poi
definitivamente liquidata dallo scandalo delle tangenti allEni166.
Nel frattempo, forti dellalleanza con Craxi, le correnti democristiane contrarie
alla politica di compromesso storico conquistano la maggioranza al XIV congresso
della Dc che si tiene a Roma nel febbraio 1980. La nuova maggioranza congressuale,
scalzato Zaccagnini, elegge a nuovo segretario della Dc Flaminio Piccoli, il quale il
mese dopo, marzo 1980, favorisce la nascita di un secondo governo di Francesco
Cossiga, da cui escono i liberali, che passano allopposizione, e in cui entrano i
socialisti, con un peso senza precedenti, cio con ben nove ministeri importanti, tra i
quali spiccano le Partecipazioni statali e la Cassa del Mezzogiorno, due formidabili
fonti di danaro e di corruzione, affidati rispettivamente a Gianni De Michelis e a Rino
Formica, e la Difesa, che consente di mettere radici nelle forze armate, di cui fatto
titolare Lelio Lagorio.
In questo quadro i socialisti si ritrovano quasi tutti sul piano inclinato che li
sospinge a diventare craxiani. Luscita di scena politica di Signorile rappresenta, per
quanto si tratti di un personaggio corrotto (che non regge il suo ruolo di puntello di
una sinistra di progresso proprio perch corrotto), la scomparsa di tutta una tradizione
di sinistra nel Partito socialista. Rimane, di quella che era stata la Sinistra socialista,
la sola nobilissima figura di Riccardo Lombardi, ormai abbandonato da tutti i suoi
seguaci e privato di ogni influenza politica.
La strada su cui tutti gli altri si avviano quella di una intesa, guidata per il
momento da Cossiga, ma a partire dal 1983 direttamente da Craxi, tra Psi e Dc, in una
maniera per molto diversa dal passato. Questa diversit ben colta da Simona
Colarizi quando scrive:

A cementare lintesa non c alcuna progettualit politica: il Partito


democristiano e il Partito socialista governano insieme soltanto perch la loro
lunica coalizione possibile, e sviluppano tra loro una conflittualit che si riduce a
una lotta per mettere le mani sui ministeri di spesa che sono una ricca fonte di
finanziamento occulto per i partiti167.

Lalleanza politica che nasce allinizio degli anni 80 tra De e Psi, dunque
unalleanza svuotata di ogni significato politico, perch la sua politica non pi
politica, ma mera amministrazione, certo aspramente conflittuale, ma soltanto sul
piano della spartizione dei centri di potere amministrativo e delle corrispondenti
rendite finanziarie. A questo punto il partito socialista , in quanto sinistra, una
sinistra senzanima.
Per quanto riguarda il Partito comunista, Berlinguer vi esprime ancora, in quel
periodo, come si visto, unidentit di sinistra, certamente autentica, ma gestita
politicamente in maniera tale da votarla alla scomparsa. Di fronte alia solitaria
lucidit di Lombardi, che indica nellalternativa di sinistra su una base programmatica
penetrantemente riformatrice168 lunica via per restituire ai cittadini fiducia nei partiti
e nello Stato, e per arrestare la crisi economica e politica, egli rimane arroccato nel
rifiuto, su cui stata costruita lidea del compromesso storico, di ogni scontro
aperto e deciso con la Dc e con i poteri forti. Lopposizione su cui si attesta il Pci
sostanzialmente priva di iniziativa e attendista, e non incalza n offre prospettive alle
forze intermedie tra Dc e Pci. Favorisce cos involontariamente il dominio di Craxi
sul Psi, facendo mancare ogni sponda ai suoi oppositori, cos come ne aveva
involontariamente favorito lascesa, negli anni 70, emarginando il Psi con la sua
politica di intesa privilegiata con la Dc.
Berlinguer coglie lucidamente la degenerazione del Psi con il craxismo, e agita la
questione morale come questione politica, ma sulla base di una presunta diversit
del Pci come partito etico-politico, a fronte dei partiti degli interessi, che non
corrisponde alla realt delle cose. Cos, quando alle elezioni del 1983 la Dc registra
un forte calo, e Craxi ne approfitta abilissimamente per metterla alle corde giocando
sulle sue rivalit interne, fino ad ottenere la guida del governo, nel Pci crescono i
malumori contro un segretario che allontana sempre pi il partito dal potere, mentre il
segretario del Psi riesce a dare al suo partito tutto il potere possibile.
Craxi sar capo del governo italiano dal 1983 al 1987, infettando moralmente il
Paese in maniera irreversibile. Nonostante la fortuna di assumere il potere quando
leconomia mondiale, uscita dalla crisi recessiva 1980-82, entrata in un nuovo ciclo
di sviluppo, e quando il prezzo del petrolio in una fase di continua discesa, la sua
politica riesce ugualmente a produrre milioni di disoccupati 169 . Si tratta di una
politica di modernizzazione intesa come comando senza pi intralci del capitale sul
lavoro, come valorizzazione degli affari d qualsiasi genere al di fuori delle regole, e
come riduzione e in pratica annullamento dei controlli di legalit sulle attivit
amministrative, che genera facili e rapidi arricchimenti, crescenti diseguaglianze di
reddito e corruzione generalizzata. Una politica di tipo thatcheriano, con in pi la
corruzione partitocratica che in Inghilterra non c, e con in meno le privatizzazioni
che la Thatcher avvia dal 1983, e che Craxi non pu fare, perch le estese propriet
statali sono fonti di finanziamento dei partiti.
Lindirizzo di tipo thatcheriano conduce Craxi al famoso decreto di San
Valentino del 14 febbraio 1984, con cui abolisce la scala mobile per i lavoratori
dipendenti, scaricando cos il costo del contenimento dellinflazione interamente sui
salari, senza intaccare i maggiori profitti ottenuti con il rialzo dei prezzi, cui non
segue pi alcuna compensazione salariale.
Di fronte a questa enormit Berlinguer ha un guizzo di iniziativa politica di
sinistra, promuovendo un referendum popolare per labolizione del decreto craxiano.
Ma proprio la vicenda di questo referendum, tenuto quando Berlinguer gi morto,
mostra la fine, in Italia, di unanima di sinistra. I dirigenti locali del partito, come
Fassino a Torino, i suoi parlamentari di maggior spicco, come Napolitano, e persino i
vertici del sindacato comunista, con Luciano Lama in testa, reagiscono con fastidio
alliniziativa del loro segretario, che sembra loro vanamente diretta contro una
modernizzazione ineluttabile, e che, accentuando la rottura fra Psi e Pci, appare tale
da mettere sempre pi i comunisti ai margini del potere, anche negli enti locali.
Il referendum, condotto in un contesto in cui il lavoro dipendente contrattualmente
garantito socialmente minoritario, in cui linfezione egoistica della societ italiana
tale che i non interessati alla scala mobile (commercianti, artigiani, liberi
professionisti, piccoli proprietari, lavoratori non garantiti, studenti, disoccupati)
voltano le spalle agli interessati, e in cui il partito di Berlinguer conduce di
malavoglia la battaglia intrapresa dal suo segretario, d tuttavia il 45% dei voti alla
proposta abrogativa del decreto craxiano. Sarebbe questo un patrimonio enorme di
potenzialit emancipative (certo soltanto potenzialit, trattandosi non di un impegno,
ma di un voto, e di un voto dato in larga parte non per rigore ideale, ma per
appartenenza), che per vanno disperse, perch nessuna sinistra le raccoglie cercando
di fare qualcosa con esse.
La morte di Berlinguer per un malore durante un comizio a Padova, per lelezione
del Parlamento europeo, nel giugno 1984, suscita una grande emozione collettiva, e
accentua il suo carisma al punto da fare del Pci, in quella elezione, il primo partito
italiano (grazie per anche a una minore partecipazione al voto degli elettori
democristiani, non interessati ad elezioni non-nazionali), ma rappresenta anche la
morte della sinistra italiana tradizionalmente intesa.
La rinuncia del Pei a dirigere, sulle orme dellultimo Berlinguer, una seria lotta in
difesa del reddito delle classi lavoratrici, significa, nel contesto dato,
unomologazione al capitalismo post-keynesiano, che non consente pi differenze
politiche.
A sinistra del Pci, il piccolo Partito di unit proletaria (Pdup) decide in quel
momento di confluire nel Pci. Una simile scelta, operata proprio nella fase di
omologazione del Pci al capitalismo post-keynesiano, dimostra che neanche alla
sinistra del Pci cera una sinistra capace di conservare la propria anima. Il discorso
politico di tipo emancipativo, e per certi versi addirittura rivoluzionario, che svolge il
gruppo dirigente del Pdup, rappresenta una pura autoillusione, come anche la
prospettiva che esso si attribuisce di condizionare dallinterno il Pci: andando a
confluire in un partito che va a confluire in un sistema senza pi spazi politici, il
gruppo dirigente del Pdup si preelude ogni spazio di reale e non illusoria agibilit
politica, e contribuisce a far scomparire una sinistra emancipativa, lasciando allo
sbando larea militante che aveva organizzato.
A fronte dellautoscioglimento del Pdup va ricordata la sopravvivenza
organizzativa, senza alcuna rappresentanza parlamentare e perci senza alcun
finanziamento istituzionale, di Democrazia proletaria, la quale poi rientra in
Parlamento con le elezioni del 1983, nelle quali ottiene l1,5% dei voti.
Democrazia proletaria, peraltro, per quanto abbia preservato un prezioso nucleo
di militanza politica su basi ideali, troppo poco consistente, e troppo in ritardo sui
tempi, per far davvero vivere unanima di sinistra in Italia.
Quel che rimane, in Italia, una sinistra particolarmente malefica, come il Psi, o
comunque una sinistra senzanima, come il Pci postberlingueriano, che dalla met
degli anni 80 subisce la suggestione della modernizzazione craxiana, non rappresenta
pi alcuna alternativa di programma, e viene di conseguenza pi che lambito dalla
corruzione del sistema partitocratico.
La sinistra senzanima prende la guida del governo in Spagna con la vittoria alle
elezioni del 1982 di Felipe Gonzales, un cinico uomo di potere senza princpi, alla
testa del Psoe, un partito di lunga e gloriosa tradizione della sinistra spagnola,
gradualmente ridottosi, per ottenere prima lappoggio statunitense per la fuoriuscita
dal franchismo, e poi il governo in tempi brevi, a macchina di organizzazione
opportunistica e affaristica del consenso.
In Francia la politica keynesiana e nazionalizzatrice di Mitterand si esaurisce nel
biennio 1981-82 (vero canto del cigno della sinistra emancipativa), travolta dalla
reazione del capitale, attraverso lo sciopero degli investimenti interni e la fuga
allestero del danaro, che sospinge il franco sulla china di una svalutazione rovinosa.
Per tamponare la crisi, il primo ministro di Mitterand, Pierre Mauroy, passa nel 1983,
dintesa con il presidente, da una politica keynesiana della spesa ad una opposta
politica, indistinguibile da quella che avrebbe fatto un governo di destra, di
restrizione monetaria e di crescita della disoccupazione. Questa linea esige un nuovo
governo, e infatti nel 1984 Mitterand licenzia Mauroy e lo sostituisce con il pi
opportunista Fabius, che estromette dal governo i comunisti, i quali si chiudono in un
isolamento senza programma. Cos anche in Francia muore la sinistra novecentesca.
Queste vicende europee nascono da un progressivo adattamento alle imposizioni
senza alternative del capitalismo postkeynesiano, lanciato nel 1979 da Volcker, da
parte di sinistre i cui precedenti miti le rendono disarmate nella comprensione
dellevoluzione socioeconomica.
Lultima sinistra emancipativa che rimane a met degli anni 80 quella svedese
di Olaf Palme, che esce di nuovo vittoriosa dalle elezioni del 1985. Essa viene
liquidata dallassassinio, nel 1986, dello stesso Palme, assassinio sul quale non mai
stata fatta piena luce, ma che non assurdo pensare proprio come una conseguenza
della sua libera politica, fortemente osteggiata, pi che in Svezia, allestero,
soprattutto dagli Stati Uniti di Reagan.

Note

148 EJ, Hobsbawn, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1996.


149 P. Bairoch, Economia e stona mondiale. Garzanti, Milano 1996, p. 208.
150 P. Krugman, Il silenzio delleconomia, Garzanti, Milano 1991.
151 Documento che si pu leggere in W. Neikirk, Volcker il signore del dollaro ,
Sperling & Kupfer, Milano 1989.
152 P. Krugman, op. cit., pp. 66 sgg.
153 Ibidem,p.85.
154 Questi sono i motivi reali della manovra monetaria statunitense dellottobre
1979. Il motivo della pretesa adesione alla teoria monetaristica di Friedman stato
invece un semplice pretesto di Volcker, come mostrato da Krugman, ibid., p. 91
155 Lattuale modello neoliberistico del capitalismo globalizzato non ha soltanto
gravemente peggiorato, rispetto al capitalismo keynesiano-fordistico, le
diseguaglianze economiche e le situazioni di insicurezza sociale, ma non ha neppure
accresciuto la produttivit e lo sviluppo. Se lo avesse fatto, rimarrebbe comunque
eticamente inaccettabile, per i terribili costi antropologici del suo sviluppo. Ma non
lha fatto. Seri studi statistici, condotti da ricercatori prestigiosi e molto diversi tra
loro, come il belga Bairoch, il francese Todd, lo statunitense Krugman e vari altri,
hanno ormai dimostrato che lidea che politiche deregolamentatrici e neoliberistiche
promuovano pi sviluppo e pi produttivit, rispetto a politiche protezionistiche e
rispettose delle garanzie sociali, pura leggenda, contraddetta nei fatti. La crescita
della produttivit del lavoro diminuita ovunque nel mondo capitalistico tra gli anni
70 e i 90. Negli anni del cosiddetto miracolo sviluppista clintoniano, la crescita
su base annua del prodotto interno lordo degli Stati Uniti dAmerica stata del 3,5%.
Si tratta di una cifra molto alta, specie se paragonata a quella dellEuropa nello stesso
periodo. Ma negli anni dellimmediato dopoguerra, sotto il capitalismo keynesiano,
era stata del 5,6% annuo.
156 La parola stagflazione unisce i due termini di stagnazione e inflazione
fino ad allora alternativi. Linflazione infatti, presupponendo la capacit del mercato
di assorbire prodotti a prezzi crescenti, era tradizionalmente associata a fasi
espansive delleconomia, mentre la stagnazione, cio una fase di depressione
produttiva per insufficienza di sbocchi di mercato, comportava prezzi calanti o, al
massimo, stabili. Alla stagnazione del 1974-75, invece, i capitalisti associano spinte
inflazionistiche, rialzando i prezzi di beni dalla domanda inelastica, e trasferendo da
un paese allaltro masse monetarie, cos da eludere gli effetti dei rialzi
antinflazionistici dei tassi di sconto, grazie alla struttura delle nuove imprese
transnazionali.
157 B. Eichengreen, La globalizzazione del capitale, Baldini & Castoldi, Milano
1998, p. 194.
158 J. Gray, Alba bugiarda. Ponte alle Grazie, Milano 1998, p. 128.
159 Quando pure ci si raffigura qualcosa: let del capitalismo assoluto let
delloblio del passato anche recente.
160 Prima dellinstallazione nellEuropa orientale degli Ss20 sovietici, dei quali
poi i Pershing e i Cruise furono fraudolentemente presentati come armamenti di
riequilibrio.
161 impressionante che un evento cos carico di effetti economici, sociali e
culturali come la manovra monetaria di Volcker dellottobre 1979 sia stato espulso
dalla memoria. A voler documentare questa espulsione dalla memoria non c che
limbarazzo della scelta. Ad esempio il Dizionario di storia e geopolitica del XX
secolo, edito da Bruno Mondadori a cura di Serge Cordellier, non ha il nome di
Volcker tra le sue voci. Il suo nome non si trova neppure tra le voci dellEnciclopedia
curata da La Repubblica. Nei testi di storia generale, anche economica, la manovra di
Volcker, quando menzionata, lo come pura operazione antinflazionistica ispirata
alla dottrina economica monetaristica, senza che appaia la sua portata storica, e senza
che sia ricordata la relazione che lha accompagnata, nella quale, pure, teorizzato un
nuovo ruolo dello Stato rispetto alleconomia. Persino uno storico marxista come
Hobsbawm non parla di Volcker nel suo celebre II secolo breve.
162 La Repubblica, 8 febbraio 2005, p. 35.
163 Tradotto poi in italiano: V. Forrester, Lorrore economico. Ponte alle Grazie,
Milano 1997.
164 Ibid., p. 53
165 Si tratta soprattutto del Ministero delle partecipazioni statali, il cui controllo
permetter a De Michelis di finanziarsi una sua corrente.
166 Si tratta del famoso scandalo Eni-Petromin. La Petromin una societ
petrolifera araba che nel giugno 1979 stipula un contratto di forniture di greggio con
lEni, a condizioni svantaggiose per lEni e vantaggiose per la stessa Petromin, grazie
a una maxitangente di 200 miliardi di lire, versata al presidente dellEni Giorgio
Mazzanti, socialista della corrente di sinistra di Signorile. Si tratta di un sordido
affare nel quale sono coinvolti diversi gruppi di potere dellItalia del tempo (dalla
corrente di Signorile del Psi a varie correnti democristiane, alla loggia massonica P2
di Lcio Gelli). Il caso per travolge la carriera politica di Signorile e non di altri,
dato che Mazzanti, stipula-tore del contratto con tangente, riconosciuto colpevole e
costretto a dimettersi, politicamente un uomo di Signorile. Alle origini del caso ci
sono rivelazioni di Rino Formica, uomo di Craxi.
167 S. Colarizi, Storia dei partiti nellItalia repubblicana, Laterza, Roma/Bari
1994, p. 587.
168 Allepoca il linguaggio almeno non si era ancora corrotto, e per politica
riformatrice di sinistra si intendeva, conformemente a una lunga tradizione, una
politica di spostamento di redditi e di poteri dalle grosse concentrazioni di ricchezza
al lavoro e alla protezione sociale.
169 Secondo i dati forniti da Luigi De Rosa, in Lo sviluppo economico dellItalia
dal dopoguerra ad oggi, Laterza, Roma/Bari 1997, p. 342, negli anni di espansione
economica sotto il governo Craxi loccupazione si riduce mediamente dell1,6%
annuo.
5. LA NUOVA SINISTRA PER UNEUROPA
ASOCIALE E APOLITICA

Il nuovo binario della sinistra europea: lEuropa asociale e apolitica del


grande mercato

A met degli anni 80, in Europa, avvenuto il rilancio dellaccumulazione di


plusvalore dopo la crisi recessiva 1980-82, ed scomparsa la forma keynesiana del
capitalismo, con la sua divisione cooperativa di compiti tra economia e politica. I
capitali, svincolati dal controllo politico, e con un pi dispotico comando sul lavoro,
hanno, rispetto alla precedente epoca keynesiana, minori problemi nella produzione di
plusvalore, ma cominciano ad avere qualche problema in pi nella sua realizzazione,
perch la crescita delle disuguaglianze distributive frena lo sviluppo della domanda
di merci. In questa situazione, i ceti dirigenti delleconomia capitalistica avvertono
lesigenza di una eliminazione delle barriere alla circolazione mercantile rimaste
dentro lEuropa comunitaria, per avere in uno spazio continentale economicamente
integrato sia nuovi sbocchi per la loro produzione sia nuovi trampolini per la
conquista dei mercati mondiali.
Proprio mentre dal versante del mondo europeo degli affari emerge lesigenza di
mercati pi integrati, dal versante della dirigenza delle istituzioni comunitarie viene
fuori lobiettivo del Grande mercato, e viene fuori, non a caso, dallambiente della
sinistra.
Nel 1985, infatti, la presidenza della commissione delle comunit europee
assunta dal socialista francese Jacques Delors, il quale lancia subito, facendolo
assumere prima dalla commissione e poi dal consiglio europeo, lobiettivo
vincolante, da attuare in tempi certi, del Grande mercato170. Si tratta di integrare il
mercato unico delle merci, che lEuropa comunitaria ha portato a compimento gi nel
1968, con un mercato unico dei capitali, dei titoli e di ogni genere di prestazioni, un
Grande mercato, appunto. La concreta vicenda del lancio di questo obiettivo nel
gennaio 1985 rappresenta un momento particolarmente rivelatore di ci che la sinistra
diventata.
Una settimana prima che Delors parli del Grande mercato, Wiesser Dekker,
dirigente della multinazionale Philips, parlando a Bruxelles a un gruppo selezionato di
industriali europei, sostiene che la crescita economica comune esige ormai
unapertura totale del mercato unico agli investimenti privati, senza pi distinguere i
servizi dalle merci, e i servizi di pubblica utilit dalle altre prestazioni. Il mercato
unico delle merci portato a compimento nel 1968, che considera merci soltanto i
prodotti dotati di consistenza fisica, non pi adeguato alle necessit delleconomia.
Occorre perci, secondo Dekker, che la Comunit europea provveda in pochi anni ad
ampliare la definizione di merce, includendovi anche i prodotti finanziari e le
prestazioni di servizi, e ad armonizzare la disciplina tecnica, fiscale e bancaria dei
diversi paesi, in modo che per linizio degli anni 90 lEuropa costituisca un mercato
davvero integrato.
Delors chiamato a parlare a Strasburgo, il 14 gennaio 1985, per riferire al
Parlamento europeo sugli orientamenti della Commissione della comunit di cui
stato appena insediato presidente.
In tale occasione egli dichiara che tutte le energie delle comunit europee
dovranno essere concentrate nel completamento del mercato interno, espressione
con la quale intende esattamente la stessa cosa che aveva inteso Dekker con mercato
integrato totale, in cui ogni prodotto, anche immateriale o anche di pubblica utilit,
sia una merce che pu essere fatta liberamente circolare, senza pi barriere e
limitazioni.
La prima cosa che emerge dalla vicenda dunque una completa convergenza tra le
esigenze del capitalismo postkeynesia-no, le traiettorie delleuropeismo e le idee
della sinistra europeistica. Questa convergenza tanto pi significativa in quanto
Delors non muove affatto da una volont di compiacere il capitale171. Si tratta
piuttosto di qualcosa che ricorda una lebniziana armonia prestabilita tra capitale e
sinistra. Egli, infatti, muovendo dalla tradizione delleuropeismo di sinistra con cui si
identificato, e cercando nella maniera pragmatica che gli tipica la via con meno
ostacoli verso la progressiva unificazione, la trova nel completamento del mercato
interno, che si illude, o vuole illudersi, possa costituire il trampolino di lancio per una
successiva unificazione sul piano della vita democratica.
Vediamo qui allopera una caratteristica generale della sinistra non pi
emancipativa degli anni 80: ci si mette al rimorchio delle esigenze del meccanismo
economico autoreferenziale, si escogitano soluzioni pi raffinate ed efficaci di quelle
grezze della destra per soddisfarle e si attribuiscono a quelle soluzioni valenze di
sviluppo etico-politico del tutto inesistenti, il cui significato un abbellimento
illusorio della nuda economia.
Delors, nel suo discorso al Parlamento europeo del 14 gennaio 1985, insiste sulla
necessit di fissare una data certa per il completamento del mercato interno europe, e
la suggerisce usando per la prima volta la fatidica espressione entro il 1992 172.
Sulla base di questa indicazione, egli comincia a preparare, per il Consiglio
europeo chiamato a riunirsi a Milano nel giugno 1985, un Libro bianco per il
completamento del mercato interno europeo. Alla stesura di questo documento
cooperano strettamente, e senza contrasti, il presidente della Commissione Jacques
Delors e il commissario al mercato interno Arthur Cockfield, cio un francese della
sinistra mitterandiana e un inglese della destra thatcheriana.
La seconda cosa che emerge, chiarissima e rilevantissima, dalla vicenda, che,
riguardo alla gestione dei problemi socioeconomici, cio agli aspetti determinanti
dellesistenza collettiva, non c pi la minima differenza tra destra e sinistra.
Scompaiono infatti, al livello delle istituzioni europee, le differenze apparenti che, al
livello delle politiche nazionali, sono gonfiate e drammatizzate in funzione della
competizione elettorale di potere. Poich Delors e Cockfield non devono contrapporsi
sul piano elettorale, n contendersi laccesso a posizioni di potere, facendo entrambi
parte della stessa commissione, non hanno ragione di fingere differenze che non ci
sono, n di far apparire fondamentali differenze secondarie, e ci disvela che
differenze di rilievo politico tra destra e sinistra non ce ne sono pi.
Se le differenze politiche (non quelle partitiche e di competizione per il potere)
sono scomparse perch scomparsa la politica, in quanti i cosiddetti politici non
progettano pi levoluzione sociale, ma la affidano ai mercati. Questa la terza cosa
importante che emerge dalla vicenda del gennaio 1985, in quanto lintero piano di
Delors consiste nel sussumere lEuropa sotto un unico grande mercato che ne
determiner levoluzione senza interferenze politiche.
Il Libro bianco, secondo quanto recita la sua introduzione,

predispone labolizione nel corso di sette anni di tutte le barriere professionali,


finanziarie e fiscali che limitano laccesso al mercato unico europeo.

I sette anni sono quelli dallinizio del 1986 al 31 dicembre 1992, la data fatidica
entro la quale il mercato unico deve essere completato. Il Libro bianco elenca ben
282 disposizioni necessarie per completare il mercato unico europeo, disposizioni
che si sarebbero dovute tradurre in direttive europee e quindi recepite nelle
legislazioni nazionali. Queste disposizioni prevedono larmonizzazione dei sistemi
fiscali, la parificazione degli standard tecnici, il riconoscimento in ogni paese dei
titoli di studio e di specializzazione ottenuti in ogni altro paese, leliminazione delle
barriere geografiche allesercizio delle professioni, la circolazione dei capitali senza
pi regole restrittive, il libero investimento privato, senza pi barriere geografiche,
nei servizi, non soltanto in quelli pi tradizionali come assicurazioni, banche e
trasporti, ma anche nei nuovi come quelli audiovisivi, informatici e di marketing, e il
libero commercio dei prodotti finanziari, non solo azioni e obbligazioni, ma anche
derivati.
Il Libro bianco viene presentato dalla Commissione al Consiglio europeo che si
tiene alla fine di giugno del 1985 a Milano, perch il primo semestre del 1985 il
semestre della presidenza italiana del consiglio. Il capo del governo italiano Craxi
dunque anche Presidente del consiglio europeo, coadiuvato dal suo ministro degli
esteri Andreotti. Ma il vero protagonista delle riunione il capo del governo tedesco
Helmut Kohl che, forte della potenza delleconomia del suo paese, trascina tutti,
grazie anche allappoggio francese e italiano, allapprovazione del Libro bianco.
Delors a questo punto fa valere la necessit di una riforma dei trattati istitutivi
delle comunit europee che crei le condizioni istituzionali di quello che viene ormai
battezzato obiettivo 92 del cosiddetto Grande mercato. La presidenza
lussemburghese del Consiglio europeo, subentrata a quella italiana nel secondo
semestre del 1985, simpegna a dare attuazione alla richiesta di Delors, che porta
allapprovazione, nel Consiglio europeo di Lussemburgo del dicembre 1985, del
cosiddetto Atto unico europeo, che viene poi ratificato il 17 febbraio 1986.
LAtto unico europeo una riforma complessiva, definita in un unico documento,
dei trattati istitutivi delle comunit europee. Esso, detto in poche parole, prevede che
la Commissione, oltre alla sua tradizionale competenza di esecutrice delle decisioni
del Consiglio europeo, abbia, rispetto ad esso, un ruolo direttivo e propositivo di
norme notevolmente rafforzato, e che la regola dellunanimit, per le decisioni del
Consiglio europeo, venga sostituita, riguardo ad alcune materie, dalla regola della
maggioranza qualificata.
Che cosa ha a che fare tutto questo con il nostro discorso sulla sinistra?
Lintera vicenda mostra come le sinistre europee, nel cruciale periodo 1985-86,
oramai gi completamente trasformate rispetto ai loro valori storici, creano per
lEuropa un binario di scorrimento automatico dellevoluzione economica, al di fuori
di ogni esigenza sociale e di ogni progettualit politica, e con questo binario rendono
irreversibile la propria trasformazione, riducendosi definitivamente da forze politiche
di emancipazione sociale a forze puramente amministrative, indifferenti alle
conseguenze sociali degli automatismi delleconomia.
La disposizione del Libro bianco di Delors e Cockfield, ad esempio, secondo la
quale i capitali possono liberamente muoversi in Europa senza la bench minima
restrizione, entrata compiutamente in vigore il 1 luglio 1990, elimina la possibilit
stessa di qualsiasi politica di controllo dei flussi finanziari e dei valori di cambio
delle monete. Costruendo questo binario, quindi, le sinistre si sono autoobbligate a
rinunciare a una politica economica nientemeno che sugli spostamenti e sui valori
delle masse monetarie. Eppure, mentre il capo socialista Craxi e quello comunista
Natta appoggiano lazione di Delors, appena sei anni prima il comunista Berlinguer e
il socialista Lombardi si erano opposti, proprio con la giustificazione che avrebbe
tolto libert alla politica economica, al cosiddetto sistema monetario europeo, che
rappresentava un vincolo alla politica molto meno decisivo rispetto alla libera
circolazione dei capitali.
Unaltra disposizione del Libro bianco di Delors, quella che prevede il libero
investimento privato, senza alcun monopolio pubblico, nellofferta di servizi di
qualsiasi genere, entrata compiutamente in vigore il 1 novembre 1991, instrada
irreversibilmente le sinistre verso lirresponsabilit sociale, proprio perch promossa
da un uomo di sinistra e dalle sinistre accettata. Lo Stato, infatti, nel momento in cui
lascia i servizi di pubblica utilit alla gestione aziendalistica dei privati, si priva
degli strumenti stessi di possibili interventi nelleconomia a fini sociali.
LAtto unico europeo, inoltre, modificando larticolo 100 del trattato di Roma del
1957 che esigeva lunanimit per qualsiasi decisione comunitaria, e introducendo il
voto di maggioranza per tutte le misure relative alluniformazione delle legislazioni
nazionali allo scopo di garantire linstaurazione ed il funzionamento del mercato unico
interno, consente di imporre a un paese membro recalcitrante una liberalizzazione
economica capace di provocare al suo interno danni sociali. Da notare che, secondo
lAtto unico europeo, esplicitamente escluso il principio di maggioranza per far
valere tutele ambientali, limiti allo sfruttamento del lavoro, politiche estere e di difesa
comuni: in pratica, se la legislazione di un paese vietasse la speculazione sui pi
sofisticati derivati finanziari, lEuropa potrebbe costringerlo a modificare in senso
pi liberistico la sua legislazione, mentre se la stessa legislazione consentisse di far
lavorare i fanciulli dodici ore al giorno, oppure di utilizzare liberamente a scopi
produttivi sostanze di sicura e alta cancerogenicit, lEuropa non potrebbe fargliela
modificare a meno che il paese stesso non fosse daccordo.
evidente che lEuropa del Grande mercato scandalosamente asociale. E non
neppure organizzata in modo democratico. Il suo organo elettivo, cio il Parlamento
europeo, non pu sfiduciare la Commissione e sostituirla con unaltra, essendone la
nomina spettanza dei governi. Pu esprimere mozioni di censura, che per non
possono essere approvate se non con maggioranza dei due terzi, e non hanno altro
effetto che una sospensione temporanea della Commissione dalle sue funzioni.
Rispetto alla Commissione, il Parlamento ha soltanto un generico potere di controllo.
Soprattutto, il Parlamento europeo privo della funzione essenziale dei parlamenti nei
sistemi democratici, o anche semplicemente liberali, quella cio di proporre e
approvare le leggi. Il potere di proposta legislativa concentrato nella Commissione,
i cui poteri sono stati rafforzati dallAtto unico, ed estesi appunto alla sfera della
legislazione, ben al di l di quelli originari di raccomandazione ai governi e di
esecuzione delle norme europee.
Lapprovazione delle proposte formulate dalla Commissione, e la loro traduzione
in norme, spetta al Consiglio, che organo degli Stati membri. Il Parlamento ha,
rispetto alla stretta cooperazione di Commissione e Consiglio in ambito normativo, un
potere soltanto consultivo. Cos, mentre negli Stati nazionali un parlamento privo
della piena competenza legislativa sempre stato unanimemente considerato segno di
un carattere antidemocratico e preliberale del sistema politico, per lEuropa non si
dice niente di tutto questo. Perch? Perch lEuropa solo un mercato e la sinistra non
vi si oppone.

Lirreggimentazione delle sinistre europee nella gestione amministrativa


dellEuropa asociale tramite il trattato di Maastricht

La prima riunione del Consiglio europeo che si svolge secondo le nuove regole
dellAtto unico quella tenutasi a Bruxelles nei giorni 11 e 12 febbraio 1988.
Approfittando del fatto che non pi necessaria lunanimit dei consensi degli Stati
membri per ci che concerne il Grande mercato da instaurare, linfaticabile
presidente della Commissione europea presenta un insieme di misure che dal suo
nome saranno comunemente indicate come pacchetto Delors. Si tratta di misure che
prevedono maggiori e pi regolari entrate per le istituzioni europee, e un nuovo
orientamento delle corrispondenti spese, da concentrare nella promozione del mercato
unico.
Delors, scaduto il suo mandato nel gennaio 1989, il primo presidente della
Commissione europea che si vede conferire un secondo mandato, sulla base di una
maggioranza di centrosinistra, rivelatrice dellidentificazione ormai piena delle
sinistre europee con il progetto di costruzione dellEuropa come Grande mercato
173 . Egli presenta perci al Consiglio europeo di Madrid della fine di giugno del
1989 un ambizioso progetto di trasformazione delle tre comunit economiche europee
e del suo segretariato politico in una Unione europea. LUnione europea significa, per
Delors, una politica comune conforme alle necessit di gestione istituzionale del
Grande mercato che sar compiuto il 31 dicembre 1992: essa si dovr realizzare in
tre tappe successive, di cui la prima sar una semplice coordinazione pi stretta delle
politiche economiche dei diversi paesi, la seconda la stipulazione di un nuovo trattato,
istitutivo di una vera e propria Unione, e la terza la creazione di una moneta europea
sostitutiva di quelle nazionali.
Il Consiglio europeo di Madrid approva allunanimit la proposta di Delors, e
mostra anche, verso di essa, una convinta accettazione e una forte determinazione ad
attuarla174. Il successivo Consiglio europeo di Dublino dellaprile 1990 quello di
avallo dellunificazione tedesca che si compie, come noto, il 3 ottobre dello stesso
anno. Nel frattempo si compie anche la prima tappa del progetto Delors, cosicch la
presidenza italiana del Consiglio europeo del secondo semestre 1990 avvia, specie
nel Consiglio europeo di Roma di dicembre, le trattative per il trattato dellUnione di
cui consiste la seconda tappa.
La presidenza lussemburghese, subentrata a quella italiana nel primo semestre
1991, presenta al Consiglio europeo di Lussemburgo di aprile uno schema di trattato
basato sui cosiddetti tre pilastri: la Uem (Unione economica e monetaria), la Pesc
(Politica estera e di sicurezza comune), e la Paig (Politica sugli affari interni e la
giustizia). Questa proposta, frutto delliniziativa e dellintelligenza del capo del
governo lussemburghese Jacques Santer, dopo varie controproposte e vicissitudini,
diventa, durante il successivo semestre di presidenza olandese, la base del
famosissimo trattato sottoscritto a Maastricht dal Consiglio europeo che l tiene la sua
sessione il 10 e l11 dicembre 1991, e viene poi ratificato, sempre a Maastricht,
bench la presidenza olandese sia scaduta, il 7 febbraio 1992.
Il trattato di Maastricht istituisce un nuovo ente internazionale, lUnione europea,
di cui fanno parte, allepoca della stipulazione, Francia, Germania, Italia, Belgio,
Olanda, Lussemburgo, Inghilterra, Irlanda, Danimarca, Spagna, Portogallo e Grecia, ai
cui abitanti viene conferita una doppia cittadinanza, nazionale ed europea. Le monete
dei paesi avranno, secondo il trattato, reciproci tassi di cambio fissi e irrevocabili a
partire dal 1 gennaio 1999, in maniera tale da non essere altro, da quel momento, che
espressioni diverse di una medesima unit contabile, chiamata euro175. Ladozione
delleuro per fatta dipendere, dal trattato di Maastricht, dalla convergenza
economica dei paesi che lo adottano, definita da alcuni parametri, i famosi parametri
di Maastricht, relativi allammontare del deficit di bilancio, al volume dei debiti
pubblici, ai livelli di inflazione, ai tassi di interesse.
La politica economica degli Stati, gi ridotta alla quasi totale impotenza dalla
libera circolazione dei capitali sanciti nel 1990 e dal libero investimento privato nei
servizi sancito nel 1991, perde in Europa ogni residuo spazio di azione con i vincoli
imposti dai parametri di Maastricht. Come reagire a crisi recessive delleconomia
con una adeguata politica della spesa, se il deficit del bilancio statale , secondo i
livelli normali dellepoca, prossimo al 3% e se uno dei parametri di Maastricht
proibisce di superare questa percentuale? Come svolgere una politica di difesa dei
redditi di lavoro se non si pu incidere sullaccumulazione di capitale, e nello stesso
tempo non si pu convivere con un tasso dinflazione superiore a quello massimo
prescritto dai parametri di Maastricht? Come si pu fare una manovra economica
senza poter manovrare i tassi dinteresse?
Cos, mentre gli Stati Uniti dAmerica, non essendo soggetti a vincoli
sovranazionali e avendo nella loro moneta nazionale la moneta di riserva
internazionale, hanno ancora qualche libert di politica economica, soprattutto di una
politica economica di potenza, i cui effetti negativi ricadono sul resto del mondo,
lEuropa si mette una camicia di forza che le toglie ogni libert politica e la riduce a
puro spazio commerciale per il capitalismo transnazionale, soprattutto quello
statunitense.
Perch questo suicidio politico dellEuropa? E come lo assumono le sinistre
europee?
La risposta alla prima domanda sta nella mancanza di qualsiasi idea-forza come
guida allunificazione europea. A tale unificazione mancato completamente ci che,
per fare un esempio, fu lidea del costituzionalismo liberale nel processo
dellunificazione italiana, ai tempi del Risorgimento. un fatto storico che il processo
dintegrazione europea stato avviato, negli anni 50, per impulso esterno, e
precisamente degli Stati Uniti dAmerica, ai quali unEuropa non-frammen-tata
serviva come antemurale rispetto allo potenza del campo sovietico176. Le differenze
nazionali, forti soprattutto in campo linguistico e in quello del temperamento
collettivo, non potendo essere trascese in nessuna idea-guida, perch non ce n stata
nessuna, i sono potute neutralizzare solo affidando i popoli allunica legge del denaro
e del suo libero movimento 177 .
Quanto alla seconda domanda, le sinistre europee non possono opporsi allEuropa
di Maastricht, perch per farlo dovrebbero avere unidea di societ alternativa alla
societ di mercato che si sta imponendo, e dovrebbero avere obiettivi e progetti di
costruzione di unaltra Europa. Ma non hanno e non possono avere nulla di tutto
questo, ridotte come sono dal processo trasformativo che abbiamo ricostruito nei
precedenti paragrafi. La sinistre non possono, per, neppure assumere come valori gli
obiettivi e i criteri regolatori di Maastricht, che si pongono soltanto come obblighi
sociali non nascondibili sotto altre vesti e non distanziabili dalla percezione
collettiva, come erano state le direttive del Libro bianco di Delors. La scappatoia
intellettuale delle sinistre allora quella di illudersi di poter indirizzare le
prescrizioni antisociali di Maastricht verso finalit politiche e sociali positive.
Le sinistre europee, quindi, si lasciano irreggimentare nella gestione
amministrativa dellEuropa asociale attraverso lassunzione dei parametri e degli
obiettivi di Maastricht come necessit esterne ineludibili, e attraverso la
rappresentazione mistificatoria di quelle supposte necessit come orientabili nel
tempo verso positive finalit politiche e sociali.
La necessit assoluta, esterna ed obiettiva, di seguire le prescrizioni sancite a
Maastricht, viene ripetuta ossessivamente dalle sinistre europee a partire dal 1992.
Prima del 92, chi chiedeva un minimo di giustizia sociale era zittito ricordando la
necessit di arrivare pronti allappuntamento del mercato interno europeo; dopo il
92, intimando che non possiamo rimanere fuori dallEuropa. Come se, fra laltro,
lEuropa coincidesse con gli eurocrati, la sua civilt con le regole di Maastricht e
lunica sua economia possibile fosse leconomia asociale di mercato dominata da un
meccanismo autoreferenziale di accumulazione del plusvalore.
La politica delle entrate e delle spese condotta dal governo Prodi dal 1996 al
1998 non stata politica, ma esecuzione amministrativa delle prescrizioni di
Maastricht che, secondo le stesse statistiche ufficiali dellepoca, ha accresciuto in
Italia larea della povert e le disuguaglianze di reddito. Ma, si giustificava la
sinistra, i sacrifici, anche se peggiorativi della qualit della vita e non equi, dovevano
essere accettati, perch bisognava, per evitare che il paese cadesse in un terribile
baratro, entrare in Europa178.
Quella che un tempo era stata la sinistra delle emancipazioni e delle opportunit -
dopo essersi resa politicamente impotente, allinizio degli anni 80, accettando la
nuova forma postkeynesiana, intrinsecamente de-emancipatrice, dellaccumulazione
del capitale - allinizio degli anni 90 si autoirreggimenta nella pura gestione degli
effetti sociali del nuovo capitalismo in nome di una Europa presentata come dura
necessit.
Tale necessit viene per mistificatoriamente rivestita di pure illusioni riguardo
alla sua natura e ai suoi esiti. Nei primi anni 90, a chi parla dellEuropa di
Maastricht come unEuropa di banche senza diritti sociali e senza democrazia, si
risponde sprezzantemente che dei 252 articoli del trattato la maggioranza non riguarda
neppure leconomia, la finanza e la moneta, ma si occupa dei poteri del Parlamento
europeo, ampliandoli, delle istituzioni europee, della cittadinanza, delle persone,
della difesa comune, della politica estera comune, della giustizia, e, quanto ai diritti
sociali, lintroduzione al trattato definisce la dimensione sociale come elemento
costitutivo essenziale dellUnione europea.
Ebbene: tutte queste informazioni sono date in maniera altamente mistificatoria.
Non si pu dire, infatti, che il maggior numero degli articoli del trattato di Maastricht
si occupa di materie diverse da quella economico-monetario-bancaria-finanziaria,
senza aggiungere che per tali materie non-economiche sono previste procedure di
normazione completamente diverse da quelle predisposte nellambito dellUnione
economica e monetaria (Uem): procedure, cio, di carattere intergovernativo anzich
di dialettica di organi europei, e basate sul principio dellunanimit anzich su quello
della maggioranza. Avrebbe dovuto essere ben chiaro che, stanti queste differenze
procedurali, lintegrazione si sarebbe sviluppata soltanto nellambito della Uem. Il
secondo e il terzo dei cosiddetti pilastri - cio la Pesc (Politica estera e di
sicurezza comune) e la Paig (Politica sugli affari interni e la giustizia) - pur
formalmente integrati nellUnione europea, rimangono dunque nella sostanza oggetto
di semplice consultazione intergovernativa.
Non era dunque affatto imprevedibile che lUnione sarebbe diventata lo spazio
comune delleconomia asociale e di una moneta gestita soltanto dalla Banca centrale
europea, a vantaggio delle esigenze del capitale finanziario e al di fuori di qualsiasi
controllo democratico. N il Parlamento europeo, e neppure la Commissione, hanno
infatti il bench minimo potere direttivo sui tecnocrati della Banca, di formazione
esclusivamente finanziaria.
Rispetto allAtto unico, il trattato di Maastricht amplia effettivamente i poteri del
Parlamento europeo, dandogli per la prima volta una competenza legislativa, ma solo
su otto materie che non sono quelle fondamentali (ad esempio sui titoli di studio, sulle
libere professioni, sui sistemi elettorali), e anche su queste in codecisione con la
Commissione. I diritti di cittadinanza sono limitati allelettorato attivo e passivo e
alla protezione, fuori dEuropa, di tutte le ambasciate europee, in totale assenza di
diritti sociali.
Quando perci lintroduzione al trattato attribuisce allUnione una dimensione
sociale, si tratta di unastratta affermazione di principio contraddetta da fatti concreti,
e contraddetta anche sul piano formale della normativa. Larticolo 105 del trattato
dichiara infatti che lunico scopo della gestione della moneta unica europea quello
di garantire la stabilit dei prezzi. ci che soltanto vuole il capitale finanziario una
volta che ne stata garantita la libera circolazione e la possibilit universale
dinvestimento, mentre ai lavoratori servirebbe una gestione finalizzata anche ai
livelli di occupazione e alle garanzie sociali, che invece formalmente esclusa.

La cesura storica del 1991-93 in Italia e la ricollocazione della sinistra


italiana nellarea governativa

I momenti conclusivi dellattuazione del Grande mercato europeo progettato da


Delors, e la stipulazione immediatamente successiva del trattato di Maastricht, hanno
una ricaduta sullItalia ancora pi forte della ricaduta sugli altri paesi europei,
determinandovi una profonda cesura storica. Ci perch la situazione italiana , anche
per la trama di clientele su cui si regge il suo sistema politico, pi sfasata rispetto
allestremo privatismo delleconomia imposto dalle prescrizioni del Libro bianco e
di Maastricht.
Nel 1989 torna alla guida del governo italiano niente meno che la vecchia colonna
della Prima Repubblica: Giulio Andreotti, con Cirino Pomicino ministro del Bilancio
e Guido Carli ministro del Tesoro. La trama di alleanze che lo sorregge la
quintessenza del potere partitocratico-clientelare della tarda Prima Repubblica, il
cosiddetto Caf, cio lasse tra lo stesso Andreotti, forte del suo rapporto
privilegiato con il Vaticano e della sua ricca e potente base democristiano-mafiosa
siciliana, il capo socialista Bettino Craxi, e il nuovo segretario della Dc, appena
subentrato a De Mita, Arnaldo Forlani. Tale asse prevede la cosiddetta staffetta: il
presidente Andreotti sar sostenuto da Craxi sino alla fine della legislatura, e nella
legislatura successiva Andreotti e Forlani sosterranno la presidenza di Craxi.
Su questa trama si abbattono pesantemente gli effetti del processo dintegrazione
economica europea. Il 1 luglio 1990 comincia per tutta lEuropa comunitaria, e
quindi anche per lItalia, la circolazione completamente libera dei capitali. Il governo
italiano letteralmente costretto, da questa liberalizzazione che lItalia si era
impegnata ad accettare in quanto membro della Comunit europea, ad adattarvi la
situazione del Paese, modificandola. Cos il ministro del Commercio estero di
Andreotti, Renato Ruggiero, deve rimuovere ogni precedente proibizione
allesportazione di capitali, autorizzando anche ogni acquisto, da parte di cittadini
italiani, di titoli di qualsiasi genere emessi in valuta diversa dalla lira. Cos il
ministro del Tesoro Carli deve aumentare i tassi dinteresse per migliorare e
stabilizzare il tasso di cambio della lira, anche se questo fa crescere gli oneri del
debito pubblico, in modo che la possibilit di circolare liberamente in Europa non
sospinga i capitali alla fuga dallItalia.
Il 1 novembre 1991 entra in vigore in Europa la direttiva comunitaria sul libero
investimento privato in ogni genere di servizi, e il governo italiano chiamato a
conformare la situazione del Paese alla necessit di attuazione di tale direttiva. Di qui
il decreto-legge 386 del 5 dicembre 1991, con cui gli enti pubblici mediante i quali
lIri partecipa alle societ economiche sono convertiti in societ per azioni come le
societ loro partecipate, in deroga al divieto fino ad allora assoluto di collocamento
in borsa di qualsiasi quota di un ente pubblico, e con cui le relative procedure e le
decisioni sulla destinazione delle societ partecipate sono affidate al ministero del
Bilancio.
Nel frattempo il governo Andreotti ha predisposto una legge finanziaria per il
1992 che rastrella liquidit in una quantit senza precedenti, cio per 45.000 miliardi
di lire, risultanti da minori spese per 25.000 miliardi e maggiori entrate per 21.500
miliardi, con il raggiungimemto, per la prima volta, di un avanzo primario di bilancio,
cio senza considerare le spese per interessi sul debito pubblico e per dotazioni di
capitale, tale da orientarlo stabilmente al riequilibrio.
Nel periodo di queste trasformazioni si ha anche lautoestinzione del Pei, proposta
per la prima volta dallallora suo segretario Achille Occhetto nel marzo 1990 alla
Bolognina, e deliberata dal suo congresso, il XX e ultimo, tenuto a Rimini nel gennaio
1991, che lo trasforma in Pds.
Si discusso a lungo sulla necessit di questo autoscioglimento. certo che il
crollo del muro di Berlino e gli evidenti segni di disfacimento del campo sovietico
imponevano scelte drastiche. Ma la fretta di autosciogliersi, lindifferenza verso una
rilettura seria del proprio passato, il vuoto culturale che si sostituisce ai vecchi slogan
indicano con chiarezza che per il gruppo dirigente del Pci, plasmato da quella
mutazione storica della natura della sinistra che abbiamo fin qui descritto, si tratta
semplicemente di cogliere loccasione per entrare finalmente nellarea di governo.
LEuropa del Grande mercato e del trattato di Maastricht ha chiuso ogni spazio
di emancipazione sociale, e la dirigenza comunista non ha altro problema che quello
di evitare di continuare a rimanere esclusa dallarea di governo. Distinto, pi che
con esplicita consapevolezza, essa sa che nel nuovo sistema economico imposto dalle
prescrizioni europee, la possibilit di occupare i poteri governativi appartiene a
qualsiasi gruppo in grado di gestirne gli effetti sociali senza interferirvi con alcun
principio ideale. Il crollo del comuniSmo internazionale offre allora loccasione,
liberandosi dal nome e dalla tradizione comunista, di liberarsi da ogni traccia di
antagonismo, anche soltanto di memoria storica e di denominazione ideologica, alle
forze economiche dominanti, eliminando cos ogni ostacolo al proprio accesso ai
poteri governativi.
Il Pds, che nasce nel 1991 dalle ceneri del Pci, nasce dunque come partito
costitutivamente funzionale al capitalismo assoluto che lEuropa si data a cavallo tra
gli anni 80 e gli anni 90. Rifondazione comunista, che nasce dallarea del Pci
nostalgica del nome e della tradizione comunista, con la confluenza di Democrazia
proletaria, cattura un consenso di vecchia appartenenza che offre una base del tutto
inadeguata a misurarsi con le sfide dei tempi.
Paradossalmente, se cera qualcuno per cui ci sarebbe stata una forte ragione ad
abbandonare il nome e la tradizione comunista, questi era proprio un gruppo che
avesse voluto mantenere vivo e sviluppare lantagonismo emancipativo inscritto nella
storia del Pci. Per mettersi allaltezza di un obiettivo di liberazione umana, infatti,
avrebbe dovuto comprendere sia la vera natura delleconomia asociale sia
lirreversibile esaurimento storico del comuniSmo novecentesco, e quindi chiamarsi,
semmai, Rifondazione anticapitalistica o, meglio ancora, Partito della giustizia
sociale.
Labbandono del nome e della tradizione del Pci sarebbe per stato, per il gruppo
dirigente di Rifondazione comunista, elettoralmente perdente, e avrebbe quindi
richiesto una cultura politica proiettata oltre il breve periodo e capace di concepire
lagire politico anche al di fuori di una presenza nelle istituzioni, e dellaccesso a
visibilit e finanziamenti istituzionalmente garantiti. Ma questa cultura era inesistente,
per cui, basandosi principalmente su aree di militanza e di consenso legate a vecchie
forme di appartenenza, Rifondazione comunista nata con tutti i difetti della sinistra.
Cos essa vede nel Pds una forza con cui sia auspicabile intessere, a certe
condizioni e mantenendo le distinzioni, alleanze elettorali e politiche, sulla base di
una comune collocazione di sinistra, in una completa cecit riguardo al legame
intrinseco ed ineliminabile del Pds col capitalismo assoluto, che non gli permette di
offrire a Rifondazione, sul piano della giustizia sociale, nulla di pi di quanto possa
offrire Alleanza nazionale 179, con la conseguenza che le condizioni poste da
Rifondazione sono sempre, di fatto e al di l delle apparenze, condizioni di
schieramento e non di contenuti sociali.
La cesura storica imposta dal processo dintegrazione europea e dagli sviluppi del
capitalismo mondiale, nel frattempo avviata, come abbiamo visto, paradossalmente
dal perenne Andreotti, in una maniera, per, che finisce per scontentare tutti. Per gli
ambienti i cui interessi sono pi legati alle vecchie clientele e alle tradizionali voci di
spesa, Andreotti si sta spingendo troppo avanti, e viene osteggiato quasi fosse un
demolitore della Prima Repubblica. Per la Confindustria italiana, la finanza
internazionale, e gli eurocrati di Bruxelles, tra i quali in particolare il commissario
alla concorrenza Leon Brittan, egli rimane invece troppo indietro rispetto alle
liberalizzazioni richieste dal processo dintegrazione europea. Che senso ha, si dice
in questi ambienti, convertire in societ per azioni gli enti pubblici di gestione dellIri
lasciando statale lIri stesso, senza obbligarli a privatizzare le societ partecipate? E
la facolt esclusiva del ministero del Bilancio, si aggiunge, di decidere se e come
mettere in vendita in borsa quote, peraltro minoritarie, di azioni delle societ
partecipate, mantiene un limite governativo agli investimenti privati incompatibile con
la liberalizzazione europea.
Una volta qualificatosi politicamente come innovatore ed europeista, Andreotti
mira a sottrarsi alla stretta, dato che deve comunque passare la guida del governo a
Craxi, e ad usare la sua nuova immagine come trampolino di lancio per la presidenza
della Repubblica. Ma il rifiuto di Cossiga di dimettersi prima delle elezioni
parlamentari, facendo cos eleggere il nuovo presidente dal vecchio Parlamento, dove
c unampia maggioranza per Andreotti, e i risultati elettorali del 5 aprile 1992, che
vedono una netta sconfitta della De, mettono fuori giuoco lo stesso Andreotti. Daltra
parte non pu realizzarsi il patto della staffetta con Craxi perch questi, investito da
sospetti di corruzione con lavvio della stagione di Mani pulite, non accettato dal
nuovo presidente della Repubblica appena subentrato a Cossiga, Osca Luigi Scalfaro,
e deve lasciare il posto a Giuliano Amato, che peraltro del suo stesso partito, ed
stato fino ad allora suo stretto collaboratore politico.
Il Pds - che non ha mai detto cosa avrebbe fatto al posto di Andreotti, ma se ne
intuisce comunque lintenzione di gestire in prima persona la fase liberalizzatrice
indotta dallEuropa -rimane fuori dalla maggioranza di Amato solo perch questi vuol
tenervelo fuori. Abilissimo opportunista, finch dipende dal sostegno di Craxi per
rimanere alla guida del governo, Amato non tocca le propriet pubbliche, in cui il
Partito socialista ha posizioni di potere e fonti di finanziamento, tanto da attirarsi forti
critiche dalla Confindustria e dagli eurocrati, che lo accusano di essere retrocesso ad
un maggiore immobilismo rispetto al suo predecessore Andreotti. Poi, dopo poche
settimane, arriva improvviso lo smarcamento da un Craxi sempre pi indebolito dalle
indagini giudiziarie e ormai non pi in grado di mobilitare i deputati socialisti contro
chi gli sfugge, perch loro stessi gli sfuggono.
Assieme al distacco di Amato da Craxi, arriva improvvisa la svolta in campo
economico.
Sono le misure prese in quel momento dal governo Amato, assieme a quelle del
successivo governo Ciampi, a rappresentare il passaggio dellItalia dal modello
keynesiano-fordistico al nuovo capitalismo post-keynesiano.
Il decreto-legge 333, approvato dal Consiglio dei ministri dell11 luglio 1992,
costituisce infatti lo scardinamento della sostanza economica e sociale della Prima
Repubblica, e lingresso dellItalia nel mondo della globalizzazione capitalistica.
Esso trasforma tutti i grandi enti delleconomia pubblica (Iri, Ina, Eni ed Enel) in
societ per azioni (art. 15) e prescrive alle imprese pubbliche di operare nella sfera
economica come aziende soggette alle regole del mercato (art. 18)180.
del tutto chiaro come queste misure siano espressione della logica del nuovo
capitalismo globalizzato, che abbiamo analizzato nelle pagine precedenti. La cosa
sorprendente che lo smantellamento della realt economico-sociale della Prima
Repubblica avvenga senza un dibattito pubblico, come conseguenza di un decreto
legge approvato, assieme a molti altri, da ministri che non si rendono neppure ben
conto di quanto stanno facendo. In realt, le decisioni fondamentali erano gi state
prese al di fuori degli organi democratici dello Stato, e al riparo da dibattiti pubblici.
Il Corriere della Sera ha raccontato, quattro anni dopo il fatto, come il 2 giugno
1992 il panfilo della Regina dInghilterra, con a bordo alcuni tra i pi potenti
banchieri anglosassoni, quali Barclays, Baring, Mc Kenna, Warburg, entrato a
Civitavecchia, abbia preso a bordo un centinaio di personaggi del mondo politico ed
economico italiano per una crociera lungo lArgentario, durante la quale stato loro
spiegato come avrebbe dovuto essere smantellata leconomia pubblica italiana. A
questa crociera partecipano alti burocrati dei ministeri economici italiani, come
Mario Draghi, che concorderanno poi con Amato la sostanza del decreto-legge 333.
La privatizzazione delleconomia pubbica italiana diventa un fatto compiuto a
partire dallanno successivo, il 1993, e sar opera del governo Ciampi, che succede
ad Amato nel corso di quellanno.
Allinizio del 93, nella sua relazione ad Amato in qualit di Direttore generale
del Tesoro, Draghi sostiene che deve per sempre essere messa da parte la nozione di
strategicit della presenza statale nelleconomia. Se nessuna propriet pubblica
devessere considerata strategica, ognuna pu essere privatizzata. Le privatizzazioni
vengono valutate esclusivamente dal punto di vista finanziario, senza far neanche
parola delle loro conseguenze sociali. Per questo Draghi suggerisce, e Amato accetta,
che siano messe in vendita le azioni non gi dellIri, poco o nulla appetibili per gli
investitori privati, ma delle banche dellIri, la Banca Commerciale e il Credito
Italiano. Ciampi, come abbiamo detto, porter a compimento queste privatizzazioni, e
le accompagner con un altro tassello necessario per adeguare lItalia al nuovo
capitalismo globalizzato e assoluto: la riforma della legge bancaria.
Anche questa riforma contribuisce a trasformare profondamente lItalia, chiudendo
unepoca storica e aprendo una nuova fase della vita sociale, e anchessa viene
approvata dal Consiglio dei ministri senza un dibattito parlamentare, senza la minima
risonanza sulla stampa e nelle televisioni, senza suscitare alcuna riflessione nel
mondo della cultura. Essa prevede da un lato la fine del monopolio delle banche
riguardo alle operazioni su valute e titoli esteri, con trasferimento delle competenze
loro e degli agenti di cambio alle costituende Societ di intermediazione mobiliare
(Sim), e dallaltro lattribuzione a ogni banca della facolt di concedere e gestire
qualsiasi tipo di credito. Scompare cos ogni distinzione tra le banche in relazione
alle diverse tipologie di operazioni creditizie, con un ritorno alle banche miste del
primo trentennio del XX secolo, le cui spericolate speculazioni erano sfociate nella
crisi degli anni 30, ed erano state perci impedite dalla nuova legislazione bancaria
ora abolita da Ciampi.
Scompare anche ogni distinzione di stato giuridico tra le banche, obbligate a
diventare societ per azioni di diritto privato. Gli istituti di credito di diritto pubblico
e le Casse di Risparmio sono perci obbligate a mutare natura. Non si tratta ancora di
una privatizzazione, perch i nuovi pacchetti azionari di quegli istituti passano per il
momento al Tesoro o a fondazioni di natura pubblica. Le banche, comunque, sono
poste tutte sullo stesso piano, che un piano privatistico, a prescindere dalla
propriet ancora pubblica di alcune di esse, e sono inoltre autorizzate a detenere
azioni di aziende non-creditizie.
Questultima autorizzazione rappresenta una svolta epocale: il crollo della
maggiori banche italiane, allinizio degli anni 30, aveva infatti portato, oltre alla loro
pubblicizzazione, al divieto in generale della partecipazione bancaria allazionariato
industriale, in quanto erano stati gli immobilizzi in titoli di propriet di industrie
fallite a trascinare al fallimento gli istituti di credito, per cui il divieto al connubio
proprietario tra banca e industria era diventato un principio basilare delleconomia, e
tale era rimasto per sessanta anni. Ciampi, rimuovendo tale divieto, apre la strada a
unulteriore finanziarizzazione delleconomia181.
Il 29 giugno 1993, infatti, il governo delibera che lIri, che da un anno Iri spa,
(anche se tutte le sue azioni sono rimaste al Tesoro), non riceva pi finanziamenti
statali e paghi i suoi grossi debiti con i proventi delle privatizzazioni dei suoi beni.
Allo scopo di pervenire a queste privatizzazioni, gi il 15 maggio Ciampi aveva
rimesso alla testa dellIri Romano Prodi, ed ora gli affianca un Comitato ministeriale
per le privatizzazioni, istituito il 30 giugno sotto la presidenza di Mario Draghi.
Le privatizzazioni esigevano per svendite, anzich vendite, perch altrimenti non
si sarebbero fatti avanti compratori, e alle svendite ostavano i criteri della normativa
sulla contabilit generale dello Stato. Cos il governo, la notte del 24 settembre 1993,
sospende, con il decreto-legge 389, la validit di tale normativa per le
privatizzazioni. In tal modo nel dicembre 1993 il Credito Italiano, banca dellIri i cui
profitti portavano annualmente molto denaro nelle casse dell Tri stesso, viene
privatizzato mediante la vendita fuori mercato delle sue azioni a 2.000 lire luna,
quando il calcolo contabile sul patrimonio netto avrebbe dato un prezzo di 2.900 lire,
senza considerare il premio che si paga quando le azioni assicurano un pacchetto di
controllo. I beneficiati da questa svendita sono scelti da Cuccia di Mediobanca, e
sono capitalisti suoi alleati come Colaninno, Ferruzzi, Tronchetti Provera, Benetton e
i dirigenti delle Assicurazioni Generali. Pi avanti costoro useranno, pi che i soldi
propri, i profitti e i depositi del Credito Italiano per mettere le mani su altri pezzi
succulenti delleconomia pubblica privatizzata negli anni successivi, dai telefoni alle
ferrovie. Laltra banca dellIri, la Banca Commerciale, viene privatizzata nel febbraio
1994 a vantaggio di gruppi italiani e stranieri facenti capo alla Deutsche Bank, ma
senza una svendita, in quanto le sue azioni vengono cedute a 5.400 lire luna182.
Queste operazioni significano, in sostanza, che alcuni capitalisti, sborsando
complessivamente circa 10.000 miliardi di lire per lacquisto delle due banche, hanno
poi comprato, con i profitti e con i depositi di quelle stesse banche, un capitale
industriale di circa 200.000 miliardi di lire. In quel tempo usavano ai supermercati le
offerte di prodotti cosiddette paghi due compri tre. Un uomo di sistema come il
sindacalista della Uil Pietro Larizza, prendendone spunto, parl allora di una
privatizzazione da supermarket, ma ancora pi conveniente per il compratore, con la
regola paghi uno compri quattro. Se fosse stato preciso, avrebbe dovuto dire paghi
uno compri venti. Si trattato, insomma, di un depredamento autorizzato di beni
pubblici al solo scopo di favorire alcuni privati. I tanto deprecati monopoli pubblici
si trasformeranno semplicemente in monopoli privati, con un maggiore
taglieggiamento del consumatore, e con la perdita del senso di solidariet sociale.
Nel frattempo Prodi, nellesercizio dei suoi poteri di presidente dellIri, vende ai
privati i vari pezzi in cui stata scorporata la Sme, holding molto redditizia che aveva
appena assicurato allIri 127 miliardi di utili annuali: la Cirio viene venduta al
finanziere Sergio Cragnotti, la Italgel alla multinazionale svizzera Nestl (che aveva
preventivamente acquistato da De Benedetti, amico di Prodi, la Buitoni) e la Bertolli
alla multinazionale anglo-olandese Unilever (con evidente conflitto di interessi, dato
che della Unilever Prodi stato ben remunerato consulente dal 1990 al 1993).

Questa immane trasformazione dei fondamenti stessi delleconomia italiana


avviene con il sostanziale assenso della sinistra. Il governo Ciampi gode
dellastensione del Pds, che vota anche a favore della legge bancaria. Ma lassenso
della sinistra soprattutto costruito sul silenzio, un silenzio che indubbiamente
responsabile del fatto che questa fase storica sia rimossa dalla memoria popolare. La
sinistra non discute queste privatizzazioni, non le pone al centro dellattenzione dei
suoi elettori e militanti, non mobilita le sue energie su di esse. Un pugno di tecnocrati,
che obbediscono alle richieste e ai vincoli di un mondo economico asociale e
autoreferenziale, cambia in profondit alcuni fondamentali rapporti economici nel
nostro Paese, e la sinistra si comporta come se si trattasse di misure di ordinaria
amministrazione.
La vicenda mostra con chiarezza come la sinistra abbia rinunciato a qualsiasi
politica e aspiri semplicemente alla gestione del potere.

La nascita di una nuova sinistra neoliberistica e neoimperialistica nel mondo


anglosassone

Quando, il 14 luglio 1984, le elezioni politiche in Nuova Zelanda vedono la netta


sconfitta del Partito nazionale fino ad allora alla guida del governo, e il pieno
successo del Partito laburista, la notizia circola appena in Occidente, senza il minimo
rilievo. La Nuova Zelanda, infatti, per gli europei e gli americani un paese molto
lontano e poco importante. Inoltre quel che vi accaduto sembra uno dei pi normali
avvicendamenti al governo fra una destra e una sinistra, entrambe costituzionali, che si
svolgono nei regimi liberaldemocratici, senza alcun impatto traumatico.
Quei pochi che hanno qualche informazione sulla Nuova Zelanda, poi, la sanno, e
con ragione, come una specie di Svezia australe, creata negli anni 50 dal
laburismo di Walter Nash, con unalta contribuzione fiscale che finanzia un Welfare
molto efficiente, con generosi sussidi di disoccupazione, buone pensioni, e scuola e
sanit completamente gratuite, Per cui il passaggio del governo dalla destra alla
sinistra sembra privo del bench minimo impulso destabilizzante, dato che anzi un
governo di sinistra immaginato come meglio armonizzato con la situazione del
paese. Il risultato elettorale, invece, prepara un terremoto sociale che lontano da quel
paese nessuno si aspetta, e, soprattutto, non se lo aspetta nella direzione in cui
avverr.
La Nuova Zelanda entrata negli anni 80 con vari problemi di deficit a pi
livelli, in via di progressivo aggravamento. La concorrenza aggressiva delle
cosiddette tigri asiatiche, da Taiwan a Singapore, ormai con un apparato industriale
simile al suo, ma con il vantaggio competitivo dei salari pi bassi e della pi
sfruttatoria disciplina di lavoro, le ha creato un grosso deficit negli scambi
commerciali con lestero. La stabilit del cambio monetario a fronte di esportazioni
decrescenti stata mantenuta rendendo sempre pi deficitario il saldo di entrate e
uscite di riserve valutarie. La minore produzione di reddito dei settori delleconomia
legati allesportazione ha ridotto gli introiti fiscali, proprio mentre sono aumentati gli
impegni di spesa, soprattutto per i sostegni necessari ai settori agroesportatori per non
essere messi fuori mercato dalle produzioni agricole nordamericane, sempre pi
tecnologizzate e sussidiate, cosicch montato un deficit sempre pi alto del bilancio
statale. Sempre pi deficitari anche i saldi finanziari con lestero, per la fuga dei
capitali, attratti dalle maggiori remunerazioni offerte sia in Asia sudorientale dai
maggiori profitti degli investimenti, sia negli Stati Uniti dAmerica dai pi alti tassi di
interesse.
David Lange, che due anni prima ha assunto la guida del Partito laburista
neozelandese, si convinto, assieme al gruppo dirigente del partito che lo ha eletto e
lo assiste, che laccumulo di squilibri commerciali, finanziari, monetari e di bilancio
sta sospingendo verso la rovina la Nuova Zelanda, e che lunico vero rimedio che
esiste per evitarla una fortissima riduzione della spesa pubblica. Riducendo
drasticamente la spesa pubblica, si pensa, diventer possibile lasciar svalutare la
moneta senza scatenare linflazione, e ottenere cos i vantaggi propri della
svalutazione, cio il rilancio delle esportazioni e il blocco dellemorragia di riserve
valutarie. Con una spesa pubblica molto ridotta, inoltre, verr annullato il deficit del
bilancio statale, con una conseguente stabilit dei prezzi che, si ritiene, riporter i
capitali in Nuova Zelanda, anche per lapertura di nuovi canali dinvestimento con la
diminuzione degli oneri del debito pubblico.
Ma in quale maniera arrivare a una diminuzione molto considerevole della spesa
pubblica?
Poich essa, nella Nuova Zelanda, serve per la maggior parte a finanziare gli
interventi statali nei tre settori dellagricoltura, dellistruzione e della sanit, la sua
riduzione esige, secondo il nuovo gruppo dirigente laburista neozelandese, una
privatizzazione integrale dei servizi.
David Lange, perci, assunta la guida del governo, sottopone il suo paese, tra
lestate 1984 e lestate 1986, a una terapia durto ultraliberistica. Scuole e ospedali
non possono pi contare su finanziamenti statali, per cui devono funzionare come
aziende, facendo pagare i servizi che offrono in maniera sufficiente per trarne il
danaro da spendere per lerogazione delle prestazioni. Lagricoltura non riceve pi
sussidi pubblici, per cui le sue aziende possono contare soltanto sui loro mezzi per
farsi spazio nei mercati internazionali.
Si tratta di un insieme di provvedimenti coerentemente monetaristici e liberistici. I
loro risultati consentono perci una valutazione obiettiva degli effetti sociali ed
economici delle politiche postkeynesiane, e sotto questo profilo sono stati
attentamente studiati, dieci anni dopo, dalla Kelsey183. Quali sono stati, dunque, questi
risultati?
Nel giro di pochi anni la disoccupazione passata dal 3,5% al 19,1% della forza-
lavoro. Le famiglie sotto la soglia di povert sono passate dal 2,5% al 18,8% del
totale. La fuga dei capitali stata interrotta e le riserve valutarie sono tornate a
crescere, ma non tornata a crescere la produttivit del lavoro. Le esportazioni sono
addirittura diminuite, anche se meno delle importazioni, la cui caduta, peraltro,
dipesa dallimpoverimento complessivo dei consumatori.
Il risanamento del deficit di bilancio si rivelato nel medio periodo soltanto
parziale, perch la forte diminuzione delle spese per la scuola, la sanit e
lagricoltura stata in parte notevole compensata dalle spese per lordine pubblico
(da quelle per la polizia a quelle per la costruzione di nuove prigioni, rese necessarie
dallaumento esponenziale del numero dei detenuti), e dal maggiore ammontare
complessivo dei sussidi di disoccupazione, nonostante la minore consistenza di
ciascun sussidio. John Gray ha perci giustamente parlato dellautoconfutazione della
nuova dottrina attraverso la sua applicazione184.
E in effetti un dato obiettivo che il nuovo indirizzo antikeynesiano e
iperaziendalistico abbia prodotto enormi guasti sociali e scarsi progressi economici
dovunque stato posto in atto per la pressione imperiale statunitense, dal Messico
allArgentina, e prima ancora, allo stato pi puro, nella Nuova Zelanda laburista185.
Perch allora tale indirizzo stato assunto come un dogma? E perch, in particolare,
vi si sono conformate, senza alcuno smarcamento, le sinistre?
A questo punto la risposta dovrebbe essere chiara. Il nuovo indirizzo stato
assunto come dogma non perch funzioni bene, neppure sul piano della pura efficienza
economica, ma perch il modo con cui i ceti dominanti della societ capitalistica
sono tornati a fare profitti sempre pi pingui, e le sinistre si sono attrezzate per
gestirlo perch non concepiscono neppure, come s visto, unalternativa a ci che il
capitalismo immediatamente richiede, e ci che rimasto loro soltanto lanelito
verso il potere di governo, che ladattamento alle richieste del meccanismo di
governo consente loro di raggiungere.
Nella Nuova Zelanda degli anni 80 si stabilisce per la prima volta una
connessione tra sinistra e iperliberismo che si dirama poi rapidamente nel mondo
anglosassone, coinvolgendo la sinistra australiana, quella canadese e pi tardi, con
Blair, quella inglese.
Un passaggio fondamentale nellapprodo di una parte della sinistra
eurostatunitense a posizioni estreme di neoliberismo dato dallemergere, negli Stati
Uniti, a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90, dei cosiddetti new democrats, che
sono, secondo la definizione di Stiglitz, che ne ha fatto parte,

un ampio gruppo di parlamentari, accademici e consiglieri politici secondo cui,


in passato, il partito democratico si era dimostrato troppo incline alle soluzioni
burocratiche e troppo poco sensibile alle richieste del mercato e del mondo degli
affari 186.

Bill Clinton viene candidato dal Partito democratico a sfidante di George Bush
nelle elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre 1992 appunto come
espressione dei new democrats. Una volta diventato presidente degli Stati Uniti,
infatti, modula tutte le proprie scelte sul piano interno e internazionale esclusivamente
in base alle esigenze di profitto del mondo economico, in una maniera cos
totalizzante come mai avvenuto in passato.
Clinton stato il presidente che negli Stati Uniti ha smantellato la legislazione
rooseveltiana. Con il Rubin Act del 1996 stato abrogato il Glass Steagall Act del
1933, cio la legislazione bancaria voluta da Roosevelt per limitare la speculazione
finanziaria ed evitare il ripetersi di una crisi borsistica traumatica come quella del
1929187. Con il Tlcommunications Act, sempre del 1996, stato eliminato ogni
principio regolatore nel campo delle telecomunicazioni stabilito nellepoca
rooseveltiana. I controlli governativi sulle societ per azioni stabiliti dalla
legislazione rooseveltiana sono stati smantellati. Stiglitz, che stato protagonista, poi
parzialmente pentito, della politica clintonana di quel periodo, ha scritto che nella
corsa sfrenata alla deregulation [noi democratici] abbiamo premuto
sulacceleratore ancora di pi di quanto avesse fatto lamministrazione Reagan188.
In Europa si abituati ad associare alle politiche di Reagan e Bush i vantaggi
fiscali concessi ai pi ricchi, ma lo stesso Stiglitz a definire addirittura imponente
la riduzione delle imposte sui redditi da capitale varata nel 1997 da Clinton189.
I profitti del mondo economico nordamericano sono sempre pi dipendenti, negli
anni 90, da una presenza imperiale degli Stati Uniti nelle aree strategiche del mondo.
In primo luogo, infatti, leconomia statunitense organizzata in modo da divorare
enormi quantit di energia, per cui le occorre il controllo politico delle regioni dove
sono situate le sorgenti di approvvigionamento energetico. In secondo luogo
leconomia degli Usa meno competitiva, ad eccezione di tre o quattro settori ad alta
tecnologia connessa con la tecnologia degli armamenti, di quella dei paesi europei e
dei pi avanzati paesi asiatici190, per cui deve giocare la carta compensatoria della
potenza militare e politica statuale degli Stati Uniti. Nella potenza politica degli Stati
Uniti incluso il ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale, che
permette la sterilizzazione di gran parte dei saldi passivi della bilancia dei pagamenti.
Clinton ha giuocato con particolare determinazione la carta dellimperialismo
statuale, coniugandolo con liperliberismo economico, in modo da garantire i profitti
capitalistici nel suo paese. Figura chiave stata su questo piano Mickey Kantor.
Kantor lesperto in materie commerciali che Clinton sceglie come negoziatore degli
Stati Uniti nella formazione del Wto, lorganizzazione mondiale del commercio
entrata in vigore il 1 gennaio 1995. Kantor conduce con successo questi negoziati,
dispiegando unaggressivit imperiale particolarmente accentuata.
Gli Stati Uniti ottengono infatti, in barba al liberismo tanto conclamato, di poter
massicciamente sussidiare la loro agricoltura (i sussidi al cotone hanno un valore
addirittura superiore a quello dellintera produzione di cotone) e di bloccare
laccesso nel paese di alcune produzioni straniere191. Il Wto, inoltre, per la forte
determinazione di Kantor, clintoniano e di sinistra, proibisce limiti di ordine
ecologico, sanitario e di tutela del lavoro alla circolazione internazionale delle merci.
Queste disposizioni costringono anche gli Stati Uniti a modificare la loro legislazione
e a consentire limportazione di prodotti prima vietati perch inquinanti e nocivi.
Ma Clinton vuole proprio un simile esito che, smantellando le tutele ecologiche e
sanitarie degli Stati Uniti (senza che lui ne appaia responsabile, perch lo
smantellamento sembra impostogli dallesterno, dal Wto), accresce la competitivit
mercantile della sua economia. La necessit di unaggressiva politica imperiale
spinge Clinton a predisporre lespansione statunitense in Asia centrale, poi realizzata
da Bush192, a compiere criminali bombardamenti in Sudan e in Iraq, ad assumersi la
responsabilit dellaggressione alla Jugoslavia del 99.
La sinistra al capolinea

Una volta collocatasi nello spazio stesso del capitalismo neoliberistico e della
sua politica imperiale, la sinistra ha chiuso il ciclo delle proprie metamorfosi
storiche novecentesche.
Non si vuol con questo dire che destra e sinistra siano diventate indistinguibili da
ogni punto di vista. Ci sono ancora, tra esse, differenze visibili, almeno come
tendenze. Ad esempio, la destra tende ad essere pi limitante nelle scelte dei costumi
di vita individuali, la sinistra pi accettante. La sinistra tende ad avere una fiducia pi
indiscriminata nel progresso scientifico, la destra manifesta qualche remora. La destra
tende ad essere pi religiosa, la sinistra pi laica. La sinistra tende ad essere
politicamente pi professionale (nella politica, naturalmente, che non pi politica,
ma amministrazione), e pi sorvegliata nel linguaggio politico, la destra pi aperta
allimprovvisazione e pi becera.
Queste differenze non riguardano per levoluzione socioeconomica, che rimane
identica in ogni paese sia che governi la destra sia che governi la sinistra, perch
entrambe, avendo abdicato alla politica, la lasciano interamente determinare dal
meccanismo autoreferenziale delleconomia asociale. In altre parole: destra e
sinistra hanno ancora caratteri distintivi, che sono per irrilevanti sul piano dei
livelli di occupazione, della distribuzione della ricchezza, delle tutele sociali, degli
assetti proprietari, della produttivit del lavoro, della natura dei beni prodotti,
dellimpatto ambientale della loro produzione, delle condizioni sanitarie e d
istruzione della popolazione, delle scelte di guerra o di pace nel campo
internazionale. Queste cose, che sono anche le pi importanti per la vita sociale, e
che non a caso la sinistra ha sempre considerato decisive nel giudizio sulla politica,
non cambiano minimamente al cambiare della parte politica che governa.
Il ceto politico di sinistra ha scelto come unico scopo quello di accedere al
potere governativo, e a questo scopo ha accettato di usare tale potere unicamente per
amministrare la societ di mercato prodotta dal meccanismo puramente economico di
accumulazione privata di valori monetari.
In questottica ci che fa la sinistra, ci che fanno i suoi dirigenti quando vanno al
governo, appare come logica conseguenza dellevoluzione storica che abbiamo fin qui
esaminato. Ricordiamole, le azioni dei governi di sinistra pi recenti.
Tony Blair avalla la demolizione thatcheriana del Welfare, lasciando i ceti pi
deboli indifesi e senza diritti. Invade un paese come lIraq, che non aveva mai
rappresentato un pericolo per lInghilterra, violando le norme pi elementari del
diritto internazionale. Quando viene fuori che i soldati del corpo di invasione
praticano abitualmente sequestri arbitrari e torture dei prigionieri, se ne dispiace
come se queste non fossero conseguenze logiche della guerra dinvasione da lui
preparata e operata assieme ai suoi complici Usa.
Gerard Schroeder ha abolito il modello sociale renano come nessuna destra in
Germania avrebbe osato fare, e come Kohl certamente non aveva fatto. Guardiamo ai
risultati del suo governo di sinistra. Secondo un rapporto ufficiale,

dal 1998 [lanno di arrivo di Schroeder al potere] al 2004 la dispoccupazione


salita fino al suo massimo storico del dopoguerra di 5,2 milioni di persone,
corrispondente al 12,5% della popolazione attiva () e le persone che vivono sotto
la soglia di povert sono aumentate dall 11,1 % [nel 1998, percentuale gi molto alta
e gi frutto di politiche neoliberistiche] al 13,5%193.

Joska Fischer inizia la carriera come ecologista e pacifista, e arriva ad essere,


come ministro degli esteri della Germania, uno dei politici che - assieme alla
rappresentante di Clinton, Madeleine Albright - vuole con maggiore determinazione
laggressione alla Jugoslavia194. Il fatto che tale aggressione porti a bombardare
Belgrado il 6 aprile del 1999, nellanniversario esatto del bombardamento di
Belgrado ordinato da Hitler il 6 aprile 1944, rappresenta il suggello simbolico della
sinistra contemporanea.
In Italia i governi di Dini e Prodi infliggono colpi distruttivi al Welfare State
(riforma delle pensioni), abbattono i diritti del lavoro (legge Treu), completano una
massiccia privatizzazione delleconomia (telefonia, autostrade, ferrovie). Ad essi
succede il governo di Massimo DAlema.
Questi, per arrivare al governo, si allea con Cossiga e trama contro il governo
Prodi 195 , e per rimanervi con lappoggio statunitense porta, per la prima volta, la
Repubblica italiana in una guerra daggressione verso un paese, la Jugoslavia, che non
rappresentava in nessun modo una minaccia per lItalia, violando due articoli della
Costituzione italiana. Inoltre, rifiutando lasilo politico, sgradito agli Usa, per Ocalan,
lo lascia finire nelle carceri turche196.

Non insistiamo su questa galleria, che ognuno pu continuare a suo piacimento.


Queste osservazioni ci servivano per mostrare come la fine della parabola storica
della sinistra non sia un concetto astratto ma si concretizzi in ci che la sinistra
realmente fa quando al governo. Questi personaggi e le loro scelte non sono
accidenti, ma sono sostanza della sinistra attuale. Questa la sinistra reale e
nientaltro che questa.
La sinistra cosiddetta radicale, nel momento in cui si allea con questa
sinistra e ne avalla le scelte, si pone sullo stesso livello dei personaggi con i quali
si unisce ed pienamente coinvolta dal loro degrado politico e intellettuale.
Note

170 Jacques Delors una figura di spicco dellEuropa considerata progressista,


di cui sono solitamente apprezzate, oltre alliniziativa e allincisivit politica di cui lo
si ritiene capace, anche le supposte virt di coerenza come uomo di sinistra. La sua
biografia ci dice in realt che egli, originariamente cristiano di sinistra, diventato
nei primi anni 70 consigliere economico del governo di destra di Chaban-Delmas, ed
poi tornato a sinistra aderendo al nuovo Partito socialista di Mitterand. Inizialmente
uno degli uomini di pi avanzata sinistra di Mitterand, dopo la sua ascesa al potere
nel 1981 non ne ha condiviso la politica keynesiana e nazionalizzatrice, temendo che
allontanasse la Francia dallintegrazione comunitaria, di cui era diventato nel
frattempo incondizionato sostenitore: lavanzamento dellunificazione europea da
allora, per lui, un valore in s, non importa in quali modi, su quali campi e con quali
effetti realizzato.
Nel 1983, quando Mauroy abbandona la politica keynesiana, Delors chiamato a
gestire la restrizione della spesa sociale come Ministro delle finanze e delleconomia.
Egli pensa allora di essere il pi titolato a guidare come capo del governo
lestromissione dei comunisti e la riduzione del potere sindacale. Gli viene invece
preferito, nel 1984, Fabius, ma Mitterand lo compensa, lanno dopo, designandolo
alla presidenza della Commissione europea.
171 Cfr. Massouli-Gantelet-Genton, La costruzione dellEuropa, Giunti, Firenze
2002, p. 74, dove si spiega come Delors, avendo come obiettivo quello di far
progredire comunque lunificazione europea, e non riuscendo a coagulare consensi
attorno a temi come lesercito europeo e la politica estera comune, ha puntato a una
crescente unificazione sul piano del mercato, perch l trova tutti concordi.
172 Espressione fatidica, perch nella seconda met degli anni 80 ricorrer
ossessivamente il monito di prepararsi al 1992. Chi ha un ricordo di quegli anni non
pu dimenticare il tormentone del 1992. Vuoi che arriviamo impreparati al
1992? era il minaccioso monito rivolto a chiunque non accettasse le ingiustizie
prodotte dalla cosiddetta modernizzazione.
173 luogo comune dire che lEuropa non solo mercato e che, in particolare,
Delors stato un europeista a tutto campo, per il quale il mercato unico ha s rivestito
grandissima importanza, ma come momento di un processo di unificazione politica,
ideale e culturale complessiva. Si tratta per di una mistificazione, perch i fatti sono
andati in senso contrario a queste intenzioni, e sono stati promossi come tali.
174 Il consiglio europeo di Madrid rappresenta un momento storico fondamentale,
di cui per si persa la memoria (tutti collegano Maastricht con lEuropa, nessuno fa
lo stesso con Madrid), e di cui anche allepoca si parl poco. Ci non per caso.
LEuropa asociale deve realizzarsi nella passiva acquiescenza dei popoli, il suo
carattere asociale non deve apparire, e devono perci essere rimossi dalla memoria i
momenti in cui la sua asocialit stata decisa, in maniera che non si vedano le scelte
e le responsabilit, e il carattere asociale dellEuropa appaia un fatto di natura.
Maastricht si impressa nella memoria collettiva perch ha imposto vincoli pesanti e
appariscenti ai cittadini. Madrid non ha fatto nulla di simile, e ci ha permesso di
oscurare la sua perniciosa importanza storica, che consiste nellaver coagulato una
volont unanime dei governi di costruire unUnione europea in funzione della
mercantilizzazione della societ.
175 dunque sbagliato il comune ricordo dellavvento delleuro nel 2002,
quando le popolazioni si sono trovate tra le mani le nuove monete. Fino al 31
dicembre 2001 la gente non ha mai maneggiato n visto gli euro, che sono fisicamente
comparsi il 1 gennaio 2002 accanto alle monete nazionali, e le hanno sostituite il 1
luglio 2002. Tuttavia leuro esisteva gi, anche senza essere stato ancora coniato,
come unit contabile cui il valore delle monete nazionali era rigidamente agganciato
dal 1 gennaio 1999, tanto che esse non avevano gi pi alcuna realt economica.
176 Lavvio del processo dintegrazione europea stato mosso dallo stesso
impulso da cui sono nati il piano Marshall e la ricostruzione della Germania sconfitta,
quello cio di creare un forte baluardo contro il campo sovietico.
177 E la tesi sostenuta dal sociologo francese Emmanuel Todd nel suo libro gi
ricordato, Lillusione economica. Todd riprende da Marx la nozione metafisica del
denaro che, secondo lui, una volta che ha diffuso lillusione della sua onnipotenza,
sostituisce la sua astrattezza come potenza collettiva alla concretezza delle identit
nazionali.
178 E importante ricordare che Rifondazione comunista allora faceva parte della
maggioranza che sosteneva il governo Prodi e ne fece approvare in Parlamento i
provvedimenti deemancipativi, come ad esempio la legge Treu sulla flessibilit del
lavoro. Essa giustific il suo atteggiamento come necessario ad evitare il peggio. Chi
ha memoria, ricorda bene il ritornello ripetuto in ogni sede dai bertinottiani: il
governo Prodi sacrifica le classi lavoratrici, ma non arriva mai al massacrosociale
(si usava questa espressione) che invece ci sarebbe se Rifondazione lo facesse cadere
aprendo la strada a uno spostamento a destra dellasse politico. Abbiamo visto,
nellintroduzione, come questo sia il tipico meccanismo giustificativo nato
dallidentit vuota della sinistra.
Rifondazione dice inoltre che, dopo i sacrifici necessari ad entrare in Europa,
lavoratori e disoccupati avrebbero dovuto essere ricompensati da unadeguata
politica. Essa adotta, dunque, proprio quella politica dei due tempi storicamente
confutata, in modo politicamente ragionato, dalla sinistra emancipativa degli anni 60.
Allora la politica dei due tempi era quella di Guido Carli, Ugo La Malfa, Aldo
Moro, ed era argomentativamente contestata da Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti,
Agostino Novella: chi avrebbe immaginato allora che il segretario di un partito
comunista sarebbe andato a destra di costoro?
La politica sociale da sviluppare dopo ladozione delleuro era pura illusione,
perch avrebbe dovuto esser chiaro fin da allora che la rigidit monetaristica a)
servizio del mondo finanziario di Maastricht si proiettava ben oltre ladozione
delleuro. Parlare di necessit, e innestarvi unillusione, un meccanismo
giustificativo della sottomissione alle prescrizioni di Maastricht identico a quello
usato dalla sinistra moderata. Cambia soltanto il contenuto, che per la sinistra
moderata dato da inesistenti aspetti positivi da valorizzare nel trattato, e per la
sinistra radicale da una inesistente possibilit di politica sociale dopo aver
archiviato il Trattato.
Anche la vicenda di Maastricht mostra come le due sinistre siano sussumibili, sia
pure con diverse gradazioni, in un unico genere di identit vuota.
179 Se affermazioni di questo genere sono oggi fortemente controintuitive, e in
genere irricevibili, ci dipende, oltre che dalla cecit mentale data dal bisogno di
ruolo e dalla vile volont di cancellare le verit scomode, anche dalluso
postmoderno di un linguaggio in cui le parole sono soltanto esibizioni di fumo
svincolate dalla realt. Cos, se si prendono per buone le parole dei dirigenti dei Ds,
si potrebbe credere che tale partito sia ancora in qualche modo legato alle tradizioni
emancipative della sinistra di un tempo. Ma si tratta o di formule che non hanno
nessun contenuto (del tipo vogliamo rendere il Welfare adeguato ai nuovi tempi e
compatibile con lo sviluppo economico, ma garantendo la protezione dei pi deboli e
la sicurezza sociale), o che dicono lesatto opposto di quello che in loro nome viene
concretamente fatto (del tipo la riforma della scuola di Berlinguer mira a premiare
gli insegnanti pi meritevoli). Un esempio fra tanti quello della diessina Melandri,
che in un dibattito televisivo del 1996 mise visibilmente alle corde, con grande
efficacia propagandistica, i sostenitori di Berlusconi, svelando i danni sociali dei
propositi privatizzatori e deregolamentatori contenuti nel loro programma, per poi far
parte, negli anni successivi, della maggioranza pi selvaggiamente privatizzatrice
della storia italiana (assieme a quella del primo governo Mussolini del 1922): la
maggioranza che ha privatizzato gli enti economici di stato, le banche dinteresse
nazionale, la telefonia, le autostrade, le ferrovie. Tornato al potere Berlusconi nel
2001, limpagabile Melandri ha detto, in un dibattito televisivo con Bertinotti, di
dover ammettere che il suo partito si era spinto un pochino troppo oltre
nellavallare tesi liberistiche. Come si vede, la mancanza di un nesso sensato fra
parole e cose ha ormai, nella sinistra, caratteri patologici.
180 Vedi P. Barucci, Lisola italiana del Tesoro , Rizzoli, Milano 1995, pp. 200
sgg.
181 Per ulteriori informazioni sulla legge bancaria di Ciampi vedi N. Colajanni,
Storia della banca in Italia da Cavour a Ciampi, Newton Compton, Roma 1995, pp.
88 sgg.
182 Su tutta la vicenda vedi N. Colajanni, Mani Pulite?, Mondadori, Milano
1996.
183 J. Kelsey, Economic Fundamentalism, Pluto Press, London 1995.
184 J. Gray, Alba bugiarda, cit., p. 54.
185 Quello della Nuova Zelanda stato il primo e pi puro esperimento di
iperliberismo perch stato concepito autonomamente e secondo una sua interna
coerenza, senza alcuna esterna coercizione imperiale. Anzi, per quanto ci possa
apparire oggi paradossale, liperliberismo neozelandese nato con qualche venatura
antistatunitense: occorreva, si disse, non far soccombere leconomia del Paese di
fronte alla concorrenza degli Stati Uniti e dei loro alleati asiatici, ed era necessario
per questo rivitalizzarla con una scossa liberistica, per renderla pi solida rispetto
alle pressioni esterne. Liperliberismo nato, in Nuova Zelanda, connesso a una
critica da sinistra alla modernizzazione prudente verso linnovazione, che veniva
attribuita al filoamericanismo del partito nazionale al governo fino al 1984. Cos il
nuovo governo laburista, mentre devasta la societ con le sue dissennate riduzioni di
spesa statale, nel 1985 vieta lingresso di armi nucleari (e quindi delle navi e dei
sottomarini atomici statunitensi) nel Paese, e nel 1986 esce dallAnzus, la Nato
australe, inquadrando il suo iperliberismo in un recupero dindipendenza nazionale.
186 J. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, cit., p. 11.
187 Si noti lanalogia con la legge bancaria di Ciampi, di cui abbiamo parlato
sopra.
188 Ibid., p. 85.
189 Ibid., p. 62.
190 Questa tesi cos contraria alle ideologie oggi diffuse che il lettore comune
stenter a crederla. La vulgata infatti quella di una superiorit competitiva
delleconomia statunitense, dovuta alla sua maggiore flessibilit e al suo maggiore
impegno nella ricerca, superiorit che sarebbe stata manifesta soprattutto nellepoca
di Clinton. Gli studi di Emmanuel Todd non lasciano per dubbi sul fatto che
leconomia statunitense abbia invece costantemente perso di competitivit a partire
dagli anni 70. Se cos non fosse, del resto, osserva Todd, non si spiegherebbe perch
ogni espansione della liquidit interna degli Stati Uniti produca un aumento delle
importazioni progressivamente pi ampio di quello delle esportazioni. Il deficit
commerciale con lestero, che ha raggiunto livelli elevatissimi nellepoca di Clinton,
rivelatore delle minore produttivit delleconomia degli Usa rispetto a quella di
molti altri paesi.
191 Per questo opportuno, per lepoca attuale, parlare non di liberismo, ma di
neoliberismo, che viola spesso le regole del liberismo classico.
192 Vedi S. Coll, La guerra segreta della Cia, Rizzoli, Milano 2004.
193 Da La Repubblica del 3 marzo 2005, p. 37, dove viene riportato il rapporto
sulla disoccupazione e sulla povert di una commissione governativa, dunque non
sospettabile di pregiudizi negativi.
194 Vedi J. Elsasser, Menzogne di guerra, La citt del Sole, Napoli 2002.
195 La vicenda riportata nel libro di F. Cossiga, La passione e la politica,
Rizzoli, Milano 2002, e non mai stata smentita. Si noti che lalleanza con Cossiga e
le trame per far cadere Prodi iniziano, secondo il testo citato, nel gennaio 1998, ben
prima che Rifondazione voti contro il governo Prodi facendolo cadere (ottobre 98).
Il governo DAlema si regger anche sui voti dei parlamentari che facevano
riferimento a Cossiga. Si noti inoltre che gran parte del popolo di sinistra convinto
che Cossiga sia un personaggio ambiguo, coinvolto in trame inconfessabili (Gladio,
P2 ecc.), ma questo stesso popolo di snistra non si pone il problema di cosa
significhi il fatto che Cossiga abbia contribuito alla formazione del governo DAlema.
196 Basta fare il confronto con lepisodio in cui, nel 1985, lallora presidente del
consiglio Craxi si rifiut di consegnare un guerrigliero palestinese agli Usa,
rischiando lo scontro fra carabinieri e militari statunitensi nella base di Sigonella, per
capire come gli attuali dirigenti della sinistra italiana siano incapaci anche del pi
piccolo gesto di autonomia dai comandi imperiali, che nell85 un Craxi poteva ancora
permettersi.
CONCLUSIONI

Sinistra e destra, due categorie politiche divenute fuorvianti

Cosa sarebbe oggi la sinistra politica senza una destra da avversare?


Politicamente nulla. E, simmetricamente, cosa sarebbe la destra senza una sinistra da
far apparire minacciosa? Politicamente, anchessa, nulla. Al di fuori della reciproca
contrapposizione, si renderebbero visibili la nudit politica di entrambi gli
schieramenti e la meschinit dei loro obiettivi reali. Essi, perci, colludono
nellingigantire limportanza della loro contrapposizione, drammatizzandola come se
ne dipendessero le sorti dei propri paesi, in modo da nascondere la loro natura di
meri apparati di potere.
Nel loro passato storico, sinistra e destra hanno certamente avuto marcati
connotati ideologici distintivi, che sono per ormai svaniti da tempo nel nulla. Si
pensi al valore, originariamente di sinistra, delleguaglianza fra tutti gli esseri umani e
al contrapposto valore, originariamente di destra, della gerarchia organica della
societ. Nessuno dei due completamente privo di verit. Ma che fine hanno fatto?
La destra accetta di gestire una societ regolata dal potere anonimo e socialmente
irresponsabile del denaro, che crea una stratificazione sociale casuale e arbitraria,
lesatto opposto di una gerarchia organica. In questo modo la destra mostra di non
aver conservato nulla di quel suo originario valore. Daltra parte, dovrebbe essere
evidente a tutti che la sinistra oggi non ha nulla a che fare con il principio
delleguaglianza. Come abbiamo a lungo mostrato nei capitoli precedenti, essa ha
scelto di gestire la societ secondo i princpi del neoliberismo, che producono
ineguaglianze sempre pi accentuate. Il ceto politico di sinistra mostra poi il proprio
spontaneo disegualitarismo anche nei piccoli comportamenti quotidiani197.
La destra originariamente era tradizionalistica, nel senso che voleva fondare la
societ sullintangibilit della sua tradizione storica, che ne aveva plasmato la civilt
e lidentit. La sinistra era progressista, nel senso che voleva invece trasformare i
rapporti sociali e i princpi regolativi ereditati dalla tradizione storica, in modo da far
progredire la societ verso la piena modernit e la giustizia per tutti. Cera valore,
nonostante il loro contrasto, in entrambe le posizioni, che per oggi sono dissolte.
Una destra che accetta la finanziarizzazione del mondo non ha pi nulla a che fare
col tradizionalismo. Una sinistra che accompagna docilmente tutte le innovazioni
prodotte dalla dinamica della tecnica e del profitto, e non immagina neppure pi di
trasformare i rapporti sociali, lasciandoli inchiodati agli squilibri di potere
delleconomia autoreferenziale, non ha pi nulla a che fare con ci che era stata la
sinistra progressista.
La sinistra daltri tempi faceva perno sulla lotta di classe dei lavoratori che,
rivoluzionaria o riformista, eversiva o legalitaria che fosse, era finalizzata a dar loro
pi reddito, pi diritti e pi potere; mentre la destra faceva perno sulla patria,
sullidea di nazione come luogo di collaborazione di classe anzich di lotta di classe,
sullinteresse e sulla dignit nazionali come valori supremi. Cosa rimasto di tutto
questo? Abbiamo una sinistra che ha voltato le spalle al lavoro, e che parla dei
problemi del lavoro, di come esso non dia pi n reddito sufficiente n sicurezza di
ruolo, soltanto quando deve fare propaganda di opposizione, mentre quando sta al
governo non se ne occupa o, se se ne occupa, lo fa dal punto di vista dellimpresa.
E abbiamo una destra per la quale la nazione, la sua dignit e il suo interesse non
significano di fatto nulla. Pensiamo a come siano illuminanti, sotto questo aspetto,
alcune vicende italiane. Sembra quasi uno scherzo che il partito pi importante della
coalizione di centrodestra, che come noto si chiama Forza Italia e ha nel tricolore il
suo simbolo, sia il partito che fa manifestazioni con bandiere statunitensi e manda
soldati italiani nel mondo sotto gli ordini statunitensi e per interessi statunitensi. E
sembra parimenti uno scherzo che un partito che si chiama Alleanza Nazionale, e che
proviene da una cultura nazionalistica, mantenga unalleanza di governo con la Lega
Nord, dichiaratamente antitaliana.
Le categorie di destra e sinistra non individuano pi nulla di politicamente
essenziale. Non vogliamo dire, lo ripetiamo, che destra e sinistra siano indistinguibili.
Si possono individuare, nel linguaggio usato, in certi costumi di vita, nelle forme di
autorappresentazione, caratteri distintivi tra destra e sinistra, sia nei ceti politici sia
negli elettorati di riferimento. Ma si tratta di caratteri distintivi come potrebbero
essere, fra due individui, la preferenza per le vacanze al mare o in montagna, landare
a dormire molto presto oppure molto tardi la sera, tifare Milan oppure Juventus:
distinzioni effettive, che nulla dicono, per, riguardo alle qualit essenziali della
persona, come la sua affidabilit, la sua sincerit, la costanza dei suoi sentimenti, la
sua onest intellettuale, il suo senso di responsabilit.
Allo stesso modo, le distinzioni tra destra e sinistra sono distinzioni effettive, che
per nulla indicano riguardo ai tratti essenziali dellevoluzione sociale, poich tale
evoluzione completamente lasciata, sia dalla destra che dalla sinistra, agli effetti
dellautomatico operare del meccanismo economico.
Le categorie di destra e di sinistra sono state importanti e significative dentro ad
una lunga vicenda storica, che parte dalla Rivoluzione francese e arriva agli anni 80
del Novecento. Ma sono storicamente esaurite. Continuare ad usarle come schemi
interpretativi del mondo attuale non serve minimamente a comprenderlo; produce anzi
un effetto di occultamento della realt, comodo per tutte le dirigenze partitiche che
mirano soltanto alloccupazione di posti di potere gestionale, ma negativo per quei
pochi che vorrebbero sinceramente far politica per migliorare le sorti dei ceti pi
svantaggiati del Paese.
Il primo effetto di occultamento delluso delle categorie di destra di sinistra come
schema interpretativo quello relativo alla fine della politica allinterno
dellorizzonte neoliberistico dominante. Se si accettano, infatti, i criteri neoliberistici
di gestione della societ, si accetta anche una societ in cui nulla pu essere prodotto
se non da attivit aziendali per convenienze aziendali, e in cui, quindi, la politica, non
potendo produrre nulla, non pu esistere. Ma questa semplice evidenza, insieme
logica ed empirica, risulta del tutto o in parte invisibile a chi, presupponendo ancora
che la contrapposizione tra destra e sinistra abbia un qualche senso politico, deve
necessariamente credere che i suoi risultati abbiano rilevanza politica.
Un altro effetto di occultamento delluso delle categorie di destra e sinistra
limmagine irreale che ciascuno si fa dello schieramento cui si sente pi vicino, non
potendone vedere lappiattimento completo alla logica totalitaria del capitalismo
assoluto. Il popolo di sinistra cieco riguardo a ci che la sinistra fa per la semplice
ragione che non pu rinunciare ad assumere la sinistra come categoria politica
rilevante. Sapere veramente ci che la sinistra fa implica, nella persona sinceramente
legata agli ideali di giustizia e solidariet della sinistra storica, il distacco dalla
sinistra reale. Ma questo metterebbe in crisi quel meccanismo dellappartenenza
che fondamentale per le persone di sinistra. La persona di sinistra deve quindi, in un
modo o nellaltro, vietarsi la comprensione della realt. La semplice esigenza di
intelligenza critica richiede dunque che ci sbarazziamo delle categorie di destra e
sinistra.
Il discrimine vero, politico, culturale, etico, e ormai anche antropologico, non
minimamente, oggi, quello tra lappartenenza alla destra e lappartenenza alla
sinistra, ma quello tra laccettazione e il rifiuto della logica del capitalismo
assoluto.
Tale logica intrinsecamente totalitaria, ma il suo totalitarismo non di natura
politica, comera quello dei totalitarismi del Novecento, e quindi non basato sulla
propaganda ideologica e sullirregimentazione militare. Il totalitarismo capitalistico
di natura economica, ed basato sulladattamento antropologico alluniverso della
mercificazione e tecnicizzazione della vita, in funzione della produzione di
plusvalore. Proprio per questo, gli esseri umani sono condizionati dal totalitarismo
economico in maniera pi profonda e automatica di quanto sia mai accaduto nei
totalitarismi politici del Novecento.
Ne deriva che lopposizione al totalitarismo neoliberistico tendenzialmente pi
minoritaria di quella ai totalitarismi politici novecenteschi, e soprattutto molto pi
ambigua, spuria e facilmente riciclabile nel sistema. Daltra parte, la realt tragica dei
nostri tempi che soltanto alla crescita quantitativa e qualitativa dellopposizione al
totalitarismo neoliberistico affidata la salvezza da una catastrofe dellesistenza
sociale e individuale, incombente e incipiente.
Allopposizione al totalitarismo neoliberistico si pu approdare mossi
originariamente da una cultura di destra, oppure da una cultura di sinistra, oppure da
un cultura apolitica religiosa o umanistica laica.
La cultura di destra infatti, nella sua ispirazione originaria, centrata sul valore
della tradizione contro la sovversione, sul valore dello spirito contro la materia. Ma
il totalitarismo neoliberistico scioglie ogni tradizione nella dinamica incessantemente
sovvertitrice del denaro e della commercializzazione, e spegne ogni spiritualit nella
corsa materialistica al consumo.
La cultura di sinistra , nella sua ispirazione originaria, tendenzialmente
egualitaria e solidaristica. Ma il totalitarismo neoliberistico ferocemente
disegualitario e promuove i pi gelidi egoismi.
La cultura religiosa sacralizza diversi aspetti della vita. Ma il totalitarismo
neoliberistico integralmente dissacrante, perch affida ogni aspetto della vita al
gioco degli interessi contrattualmente stabiliti.
La cultura umanistica laica pone luomo come fine. Ma nellambito del
totalitarismo neoliberistico luomo sempre mezzo della tecnica e del denaro.
Chi aderisce al totalitarismo capitalistico, perci, non pi, in realt, n di destra
n di sinistra, n religioso n umanista laico. Gli uomini di Chiesa o fedeli alla
Chiesa, ad esempio, nella misura in cui si adattano al sistema economico vigente,
sono praticamente atei, in quanto sottomettono la vita degli individui e dellumanit
non al Dio in cui dicono di credere, ma a un meccanismo universale di accumulazione
del denaro che nega luomo come immagine di Dio.
Se qualcuno, oggi, vuole essere fedele a una sua scaturigine di destra o di sinistra,
di fede religiosa o di umanismo laico, deve per prima cosa rifiutare la logica che oggi
regge il mondo, la logica totalitaria di uneconomia asociale. Ma, allo stesso tempo,
per compiere questo rifiuto, deve oltrepassare la cultura che glielo ha originariamente
ispirato, perch nessuna delle culture ereditate dal Novecento adeguata a
comprendere e ad affrontare i drammi del mondo attuale, trattandosi di culture pensate
quando la politica non era stata ancora annientata dalleconomia, anzi sembrava
guidarla, e quando la tecnica non era ancora proliferata al punto da diventare il nuovo
ambiente delluomo.

Ancora discorsi da bar

Alla fine di questo lungo percorso, dovrebbe esser chiaro il senso in cui
intendiamo i discorsi da bar coi quali avevamo iniziato. Proviamo ad offrirne una
traduzione che rappresenti una sintesi di quanto abbiamo fin qui sostenuto.

Il mondo sta andando alla rovina.


A partire dagli anni 80 del Novecento, lorganizzazione sociale ed economica del
mondo occidentale si imposta allintero pianeta come lunica possibile. Ma questa
organizzazione sociale, questo modo di produrre, consumare, vivere, per il quale
usiamo in questo libro lespressione capitalismo assoluto insostenibile sul piano
sociale, ecologico, antropologico.
Sul piano sociale, il dominio assoluto dei princpi di convenienza aziendale,
lidea che pu e devessere fatto solo ci che rappresenta un profitto monetario
privato, sta rapidamente portando allaumento del disagio, dellinsicurezza, della
difficolt di vivere in larghi strati della popolazione, generando tensioni che
minacciano la stabilit sociale e il legame fra gli individui.
Sul piano ecologico, evidente, a chiunque non abbia ancora rinunciato a pensare,
che lidea di uno sviluppo economico illimitato incompatibile con la finitezza del
nostro pianeta, delle risorse, dellacqua che beviamo e dellaria che respiriamo.
Sul piano antropologico, le nostre societ capitalistiche stanno distruggendo i
propri stessi presupposti. Questultimo punto spiegato bene da Cornelius
Castoriadis:

Il capitalismo ha potuto funzionare solo perch ha ereditato una serie di tipi


antropologici che esso non ha creati e non poteva creare: giudici incorruttibili,
funzionari onesti e weberiani, educatori dediti alla loro vocazione, operai con un
minimo di coscienza professionale. Questi tipi non nascono e non possono nascere da
soli, sono stati creati in periodi storici precedenti in riferimento a valori allora
consacrati e incontestabili: lonest, il servizio dello Stato, la trasmissione del
sapere, il lavoro ben fatto. Ora, noi viviamo in societ nelle quali questi valori sono
notoriamente oggetto di derisione e nelle quali conta soltanto la quantit di denaro che
si intascata, non importa come, o il numero di volte che si appare in televisione198.

La scomparsa di questi tipi antropologici comporta difficolt sempre pi gravi


allo stesso normale funzionamento delle nostre societ capitalistiche.
Linsostenibilit del nostro modello di produzione, di consumo, di vita, porter, in
tempi che non siamo certo in grado di determinare, ma comunque non lunghissimi, a
una profonda crisi di civilt.

Nessuno fa nulla, n a destra n a sinistra


Destra e sinistra hanno accettato il capitalismo assoluto come unico orizzonte
possibile, hanno introiettato lidea che non c alternativa. Ma accettare questi
princpi significa accettare il fatto che le scelte decisive, sul piano economico e
sociale, sono sottratte alla politica, e che alla politica resta lunico compito di gestire
le conseguenze sociali, pi o meno sgradevoli, dei meccanismi economici
autoreferenziali del capitalismo assoluto. Questa scelta implica la fine della politica,
nel suo senso pi autentico, e quindi anche la fine di ogni reale contrapposizione fra
destra e sinistra. Come ulteriore conseguenza, destra e sinistra hanno perso ogni
contatto con le parti migliori delle proprie tradizioni culturali, i cui residui
permangono come semplici decorazioni.

Bisogna inventarsi qualcosa di nuovo


Questa situazione, che lesito di circa due secoli di storia di destra e sinistra,
non un caso n imputabile al tradimento di qualche dirigente politico o alla
debolezza di qualche intellettuale. Un fenomeno storico di cos vasta portata ha radici
in qualche aspetto fondativo e strutturale di ci che sono state destra e sinistra. Di
conseguenza, tentare di elaborare oggi una cultura, e in prospettiva una politica, che
sappia opporsi alla rovina cui il capitalismo assoluto sta portando natura e societ,
implica labbandono di destra e sinistra, e lelaborazione di una nuova visione del
mondo.
Alla base di questa nuova visione del mondo vi dovr essere in primo luogo
lindividuazione del capitalismo assoluto come del pericolo maggiore per lumanit
contemporanea, e in secondo luogo labbandono dellopposizione di destra e sinistra.
Occorre allora lavorare perch nasca unarea sociale, anche minoritaria (ma non
infinitesima!) che condivida questi presupposti. Solo sulla base di una simile area
sociale potr nascere una forza politica capace di opporsi alla rovina che il
capitalismo assoluto ci sta preparando. Una forza politica che non sar pi definibile
di sinistra, ma si far carico dei valori perduti della sinistra: la capacit di pensare
razionalmente ci che non c e la ricerca della giustizia.

Note

197 Basti pensare ai consumi di lusso di tale ceto politico, di cui qualche volta
arriva notizia sui mezzi dinformazione, oppure a come esso accetti con naturalezza lo
scandalo degli stipendi dorati, e degli altri privilegi, di consiglieri regionali,
parlamentari, europarlamentari.
198 C. Castoriadis, La monte de linsignifiance, Seuil, Paris 1996, p. 68.